Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Misericorde

Introduzione

Chi sono i Ṣaḥāba??

La parola «ṣaḥābī» è una forma della parola araba «ṣuḥba». Al singolare si usano «ṣāḥib» e «ṣaḥābī», mentre al plurale si usa «ṣaḥāba». Dal punto di vista lessicale significa compagno, socio, associato, colui che vive insieme o colui che soggiorna in compagnia. Nella terminologia islamica, con la parola «ṣaḥāba» si intendono i grandi compagni del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. La parola «ṣāḥib» ha anche altre forme plurali. Tuttavia, per indicare i compagni del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, oltre a «ṣaḥāba» vengono usati anche «aṣḥāb» e «ṣaḥb» come plurali di «ṣāḥib».

L’Allāma Ibn Ḥajar, che Allah abbia misericordia di lui, ‘al-–Iṣāba fī tamyīz al-ṣaḥāba’ nel definire il ṣaḥābī dice: «Inna al-ṣaḥābiyya man laqiya al-nabiyya, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, credendo in lui, e morì nell’Islam», cioè: il ṣaḥābī è colui che ha incontrato il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, credendo in lui, e che è morto nell’Islam.

Nella definizione sopra riportata sono state stabilite tre condizioni per essere un ṣaḥābī: 1. credere nel Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace; 2. incontrarlo mentre si è credenti (al-liqāʾ); 3. morire nell’Islam (mawt ʿalā al-islām).

In base alla prima condizione, non saranno considerati Ṣaḥāba coloro che incontrarono il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ma non credettero. Tra questi vi sono Abū Jahl, Abū Lahab e gli altri miscredenti della Mecca. In base alla seconda condizione, ossia l’incontro, sarà considerata ṣaḥābī anche la persona che incontrò il Profeta, ma che, a causa della cecità o di un’altra incapacità simile, fu privata della fortuna di vederlo. Ne è un esempio il ṣaḥābī cieco ʿAbd Allāh ibn Umm Maktūm, che Allah si compiaccia di lui.

In base alla terza condizione, ossia mawt ʿalā al-islām, saranno inclusi tra i Ṣaḥāba anche coloro che ebbero la fortuna di incontrare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mentre erano credenti, poi divennero apostati e in seguito abbracciarono nuovamente l’Islam e morirono da musulmani. Anche se, dopo aver nuovamente abbracciato l’Islam, non incontrarono di nuovo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, saranno considerati Ṣaḥāba. Questa è l’opinione più corretta. Tra questi vi sono Ḥuẓayfa ibn Qays, che Allah si compiaccia di lui, e altri. Gli studiosi degli ḥadīth hanno annoverato Ḥuẓayfa ibn Qays tra i Ṣaḥāba e hanno raccolto gli ḥadīth da lui narrati nelle loro opere autentiche e nei musnad. Egli infatti, dopo aver abbracciato l’Islam, divenne apostata e poi ritornò all’Islam durante il califfato di Abū Bakr, che Allah si compiaccia di lui.

Sulla base dell’ultima condizione, non sarà considerata Compagno una persona che abbia incontrato il Messaggero di Allah mentre era musulmana, ma sia poi morta in stato di apostasia. Ad esempio, ʿAbdullah ibn Jahsh al-Asadī: dopo essere emigrato in Abissinia da musulmano, divenne cristiano e vi morì in stato di apostasia. Anche ʿAbdullah ibn Khatal, Rabīʿa ibn Umayya e altri erano apostati. Nel caso di queste persone mancava la condizione di morire nell’Islam necessaria per essere considerati Compagni.

Secondo la definizione sopra riportata, rientrano tra i Compagni tutti coloro che, dopo aver incontrato il Messaggero di Allah con fede, abbiano goduto della sua compagnia per molto o poco tempo, abbiano trasmesso o meno degli ḥadīth da lui, abbiano partecipato o meno a una guerra insieme a lui, e persino coloro che lo abbiano incontrato anche solo per un istante nella loro vita e siano morti nella fede.

Coloro che non credettero nel Messaggero di Allah, ma lo incontrarono credendo in un altro profeta precedente, non sono Compagni. Quanto a coloro che, come il monaco Buḥayrā, incontrarono il Messaggero di Allah prima che ricevesse la profezia, credendo in un profeta precedente e riconoscendo che sarebbe diventato profeta in futuro, sussistono dubbi riguardo alla loro appartenenza ai Compagni. I sapienti musulmani non hanno potuto esprimere una decisione conclusiva su di loro.

Le condizioni della definizione sopra menzionata si applicano anche ai jinn. Anche i jinn furono Compagni. Nel Nobile Corano si parla di alcuni jinn che credettero dopo aver ascoltato la recitazione del Corano da parte del Messaggero di Allah. Senza dubbio erano Compagni di grandissimo rango.

La definizione di Compagno sopra riportata è considerata la più corretta dalla maggior parte degli studiosi, tra cui l’Imām al-Bukhārī e l’Imām Aḥmad ibn Ḥanbal. Esistono tuttavia anche alcune opinioni meno note riguardo alla definizione di Compagno. Alcuni, per esempio, hanno posto come condizione non l’incontro (al-liqāʾ), bensì la vista con gli occhi (ruʾya). Ma in tal modo verrebbero esclusi coloro che, pur essendo credenti, furono privati dalla cecità della possibilità di vedere il Messaggero di Allah. Ad esempio, ʿAbdullah ibn Umm Maktūm. Eppure egli era un Compagno di grandissimo rango.

Ḥaḍrat Saʿīd ibn al-Musayyib disse: «La condizione per essere un Compagno è aver goduto della compagnia del Messaggero di Allah per uno o due anni, oppure aver partecipato con lui a una o due spedizioni o battaglie». Secondo alcuni studiosi dei fondamenti della religione e della teologia scolastica, la condizione per essere un Compagno è una lunga frequentazione del Messaggero di Allah, nonché la notorietà e la riconoscibilità della persona nel seguire la Sunna del Profeta. Alcuni hanno inoltre posto come condizione il raggiungimento della maturità. Secondo un gruppo di studiosi, chiunque abbia visto il Messaggero di Allah una sola volta dopo aver raggiunto la maturità è un Compagno. Anche chi lo abbia visto prima di raggiungere la maturità è un Compagno, ma nel senso che il Messaggero lo abbia visto, non nel senso che egli abbia visto il Messaggero. Tuttavia, per quanto riguarda la trasmissione degli ḥadīth, tale persona non è un Compagno, bensì acquisisce il rango di Tābiʿī. Ci si potrebbe chiedere: se qualcuno avesse visto il Messaggero di Allah dopo la sua morte e prima della sepoltura, come accadde nel caso del celebre poeta arabo Abū Juʿayrib al-Hudhalī, quale sarebbe il giudizio su di lui? Su questo punto gli studiosi sono discordi. L’opinione accettata, tuttavia, è che una simile persona non apparterrà alla schiera dei Compagni.

Gli esperti islamici concordano sul fatto che la compagnia o «ṣuḥba» del Messaggero di Allah è un rango al quale nessun altro rango può essere paragonato per i musulmani. Oltre al rango della ṣuḥba, i Compagni Nobili godono di una posizione sacra ed elevata presso ogni musulmano, grazie ai loro grandi sforzi e sacrifici nel rafforzare e consolidare le fondamenta della religione, nel diffondere l’Islam e nel servire la Sharīʿa. Per questo, secondo alcuni studiosi, chi denigra i Compagni è uno «zindīq»; secondo altri, si tratta di un reato punibile.

I Compagni Il rango

Tra i Compagni possono esservi differenze di grado quanto al merito, ma nessun musulmano delle generazioni successive, per quanto grande sia la sua erudizione, le sue virtù e la sua devozione, può raggiungere nemmeno il merito di un Compagno comune. Su questo concordano il Corano, la Sunna e l’ijmāʿ.

Furono proprio questi Compagni il primo tramite tra il Messaggero di Allah e la sua comunità. Le generazioni successive hanno conosciuto, esclusivamente attraverso di loro e tramite loro, la Parola di Allah, il Nobile Corano, l’interpretazione del Corano, la conoscenza del Messaggero di Allah, i suoi insegnamenti, il suo modello e, in breve, ogni aspetto della religione. Pertanto, se si ignora o si esclude questo primo tramite, o si insinua il dubbio nei confronti dei Compagni, le fondamenta stesse della religione crollano. Il dubbio nei confronti del Corano e degli hadith comincia a radicarsi.

Ḥāfiẓ Ibn ʿAbd al-Barr, parlando del merito dei Compagni, dice: «Allah l’Altissimo aveva destinato a questi grandi uomini l’insigne onore di accompagnare il Messaggero di Allah e di preservare e diffondere la sua Sunna. Per questo essi ottennero il rango di “khayr al-qurūn” e di “khayr ummatin”, cioè la loro epoca fu la migliore delle epoche ed essi furono la migliore delle comunità.»

Ḥāfiẓ Abū Bakr ibn Khaṭīb al-Baghdādī dice: «Sono numerosi gli hadith e gli akhbār riguardanti il significato e il tema menzionati, e tutti concordano con il significato del “testo esplicito del Corano”. In essi, infatti, sono espressi l’immenso merito, l’integrità e la purezza dei Compagni. Dopo che Allah e il Messaggero hanno dichiarato la loro integrità, essi non hanno bisogno della certificazione di alcun altro uomo al mondo. Anche se Allah e il Messaggero non avessero pronunciato alcuna dichiarazione su di loro, le loro azioni — l’emigrazione, il jihād, l’aiuto, la spesa delle ricchezze sulla via di Allah, l’uccisione dei padri e dei figli, il consiglio nella religione, la fermezza nella fede e nella certezza — avrebbero dimostrato che, quanto a integrità, fede, purezza e simili qualità, per quanto giusti e puri possano nascere nel mondo fino al Giorno della Resurrezione, essi furono migliori di tutti.»

Durante la loro vita, il Messaggero di Allah annunciò ad alcuni Compagni la buona novella del Paradiso. Tuttavia, molti studiosi musulmani hanno espresso l’opinione che tutti i Compagni siano destinati al Paradiso. Ibn Ḥajar, nel libro ‘al-–Iṣāba’ , cita il commento dell’imam Ibn Ḥazm di Cordova. Egli dice: «Al-ṣaḥābatu kulluhum min ahli al-jannati qaṭʿan: tutti i Compagni sono certamente tra gli abitanti del Paradiso.»

Il Messaggero di Allah proibì di criticare i suoi Compagni con l’intento di insultarli o denigrarli. Egli disse: «Allah, Allah! Dopo di me, non fate di loro l’oggetto delle vostre critiche. Coloro che li amano, li amano per amore verso di me; e coloro che li odiano, li odiano a causa dell’odio verso di me.»

Come riconoscere i Compagni ?

Ci si potrebbe chiedere: come si deve stabilire chi è un Compagno e chi non lo è? Gli esperti delle discipline degli uomini e degli hadith hanno seguito al riguardo alcuni principi fondamentali. Primo: il khabar mutawātir, cioè quando in ogni epoca un gran numero di persone riferisce o testimonia che una certa persona era un Compagno. Secondo: il khabar mashhūr, cioè quando un gran numero di persone di ogni epoca testimonia che una certa persona era un Compagno. Terzo: sulla base della narrazione o testimonianza di un Compagno. Quarto: sulla base della narrazione o testimonianza di un tābiʿī illustre. Quinto: se qualcuno stesso afferma: «Io sono un Compagno». In tal caso occorre verificare se possiede due caratteristiche. 1. L’ʿadāla, ossia la rettitudine. Questa è una qualità particolare dei Compagni e deve necessariamente essere presente in chi rivendica lo status di Compagno. 2. La muʿāṣara, ossia la contemporaneità. L’epoca dei Compagni terminò nell’anno 110 dell’Egira. Infatti, un mese prima della sua morte, il Messaggero di Allah disse: «Coloro che oggi sono vivi sulla terra, dopo cento anni da oggi non saranno più vivi». Pertanto, se qualcuno fosse rimasto in vita dopo l’anno 110 dell’Egira e avesse rivendicato di essere un Compagno, gli esperti della disciplina degli uomini non lo riconobbero come tale. Molti avanzarono simili pretese, ma tali pretese furono dimostrate false. Le loro biografie sono anch’esse riportate nella disciplina degli uomini. Oltre a ciò, i muḥaddithūn hanno seguito ulteriori regole e principi per determinare chi fosse un Compagno.

I Compagni Numero

Non è possibile determinare con precisione quale fosse il numero dei Compagni. L’Imam Abū Zurʿa ar-Rāzī ha detto che, quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) morì, il numero degli uomini e delle donne che lo avevano visto e avevano ascoltato le sue parole superava i centomila. Ognuno di loro aveva trasmesso gli hadith del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Si può quindi facilmente immaginare quanto fosse grande il numero dei Compagni che non avevano trasmesso alcun hadith. Questa affermazione di Abū Zurʿa trova conferma in una dichiarazione di Kaʿb ibn Mālik, riportata da al-Bukhārī e Muslim. Riguardo alla spedizione di Tabūk, egli disse: «Il numero delle persone era enorme; nessun registro o dīwān avrebbe potuto censirle.»

Non è in alcun modo possibile fare un conteggio accurato dei Compagni. Infatti, verso la fine della vita del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), le persone entravano nell’Islam a gruppi e prestavano giuramento di fedeltà nelle sue mani. Alcuni hanno affermato che, nel decimo anno dell’Egira, non vi fosse un solo non musulmano alla Mecca e a Ta’if. Tutti abbracciarono l’Islam e parteciparono al Pellegrinaggio d’Addio. Allo stesso modo, numerose tribù arabe si convertirono interamente all’Islam. La maggior parte di esse viveva nel deserto, e conservarne il censimento era assolutamente impossibile. Inoltre, durante il califfato di Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), in occasione delle campagne contro i falsi profeti e gli apostati, innumerevoli Compagni morirono martiri. Non fu possibile conservarne l’identità in molti casi.

In numerosi versetti del Sacro Corano e in innumerevoli hadith sono menzionati il rango e le virtù dei Compagni. Di seguito vengono riportati i significati di alcuni versetti:

«Muhammad è il Messaggero di Allah; i suoi compagni sono duri verso i miscredenti e misericordiosi gli uni verso gli altri. Li vedrai inchinarsi e prosternarsi, desiderosi della grazia e del compiacimento di Allah. Sui loro volti vi saranno i segni della prosternazione; questa è la loro descrizione nella Torāh e anche nel Vangelo.» (Sura al–Fath: 29)

«Quanto ai primi Muhājirūn e agli Anṣār, e a coloro che li hanno seguiti con rettitudine, Allah si compiace di loro ed essi si compiacciono di Lui. Egli ha preparato per loro Giardini sotto i quali scorrono i fiumi, dove rimarranno in eterno. Questo è il supremo successo.» (Sura at–Tawba: 100)

«Questa ricchezza è destinata agli emigrati bisognosi, che sono stati espulsi dalle loro case e dai loro beni. Essi aspirano al favore e al compiacimento di Allah e assistono Allah e il Suo Messaggero. Sono proprio loro i sinceri. E coloro che, prima dell’arrivo degli emigrati, abitavano in questa città (Medina) e avevano abbracciato la fede amano gli emigrati e non nutrono nel cuore alcun desiderio per ciò che è stato loro dato; anzi, li antepongono a se stessi, anche se sono nel bisogno.» (Sura al-–Hashr: 8-–9) In questo versetto vengono lodati prima gli emigrati e poi gli Ansar.

Allo stesso modo, nella sura al- Fath‌: 18, nella , sura al- Waqi’a: 10, e nella sura al- Anfal versetto 64 e in diversi versetti, è stata espressa la lode ai nobili Compagni, in alcuni casi direttamente e in altri indirettamente.

Analogamente, anche il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha parlato a favore dei suoi Compagni. Ne ha lodato ampiamente l’onore, il merito e la posizione. Così è stato narrato da Hadrat Abdullah ibn Masud, che Allah sia soddisfatto di lui. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto:

«Le persone migliori della mia comunità sono quelle della mia epoca; poi quelle dell’epoca successiva e poi quelle dell’epoca seguente. In seguito comparirà un gruppo di persone le cui dichiarazioni giurate precederanno le loro testimonianze. Prima ancora che venga chiesta loro una testimonianza, essi la renderanno.»

«Non insultate i miei Compagni. Giuro per Colui nelle cui mani è la mia vita: se uno di voi spendesse oro quanto il monte Uhud, ciò non equivarrebbe neppure a un mudd, o alla metà di esso, d’orzo di uno qualsiasi di loro.»

Ibn Abbas, che Allah sia soddisfatto di lui, ha narrato dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace: «Dovete mettere in pratica tutto ciò che vi è stato dato del Libro di Allah. Nessuna scusa o obiezione riguardo al suo abbandono sarà accettata da alcuno di voi. Se non trovate una decisione nel Libro di Allah, cercatela nella mia Sunna. Se non la trovate neppure in essa, dovete cercarla nelle parole dei miei Compagni. I miei Compagni sono come le stelle del cielo: se ne seguite una qualsiasi, troverete la retta via. E le divergenze reciproche dei miei Compagni sono per voi una misericordia.»

Said ibn al-Musayyib ha narrato da Umar ibn al-Khattab, che Allah sia soddisfatto di lui. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto:

«Dopo di me, riguardo alle divergenze reciproche dei miei Compagni, chiesi al mio Rabb, il mio Signore. Allah mi rivelò: “O Muhammad, per Me i tuoi Compagni sono come le stelle del cielo. Come le stelle, alcuni di loro sono più luminosi degli altri. Chiunque si aggrappi a una delle questioni su cui essi divergono, ai Miei occhi sarà sulla retta guida.”»

L’Imam Shafii ha narrato un hadith attraverso la catena di trasmissione di Hadrat Anas ibn Malik. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto: «Allah ha scelto me e i miei Compagni, ha stabilito con loro legami matrimoniali e li ha resi miei ausiliari. Alla fine dei tempi comparirà un gruppo di persone che li offenderà. State attenti: non date in matrimonio loro i vostri figli e le vostre figlie, né sposate i loro figli e le loro figlie. State attenti: non pregate con loro e non recitate la preghiera funebre per loro. Su di loro è la maledizione di Allah.»

Nel Mishkat Sharif è riportato un hadith. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto: «Tra la mia comunità, un solo gruppo sarà certamente destinato al Paradiso.» Gli fu chiesto: «Chi sono?» Rispose: «Coloro che rimarranno saldi sull’ideale mio e dei miei Compagni.»

In un altro hadith, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «La posizione dei Compagni nella mia umma è come quella del sale tra gli alimenti».

La società dei Compagni era una società umana ideale. Le loro azioni costituivano un modello eccellente per l’umanità. In ogni ambito della vita, la loro onestà, affidabilità, educazione, abnegazione e buona condotta erano incomparabili. Erano rispettosi e compassionevoli gli uni verso gli altri. Davano sempre la precedenza ai bisogni e alle necessità dei poveri e dei bisognosi. Nel coraggio e nel valore erano senza pari. L’ittibāʿ, cioè il seguire il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), era lo scopo principale della loro vita. La loro vita e la loro morte erano entrambe per l’Islam.

I nobili Compagni furono il primo esempio della società migliore di cui il nobilissimo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva posto le fondamenta. Grazie alla baraka della compagnia del Santo Messaggero (pace e benedizioni su di lui), essi incarnarono concretamente la grande umanità. Erano fulgidi simboli di ʿadl, taqwā, diyāna, iḥsān e khawf-e-Khudā. In loro era sempre viva la consapevolezza che erano giunti su questa terra per tenere alto il vessillo dell’Islam e instaurare l’uguaglianza e la giustizia tra gli esseri umani. Qui dovevano adempiere alla volontà di Allah in qualità di amīn, cioè custodi fidati, del califfato divino.

La purezza e l’innocenza avevano suscitato in loro una tale limpidezza del cuore e un tale amore per la giustizia che, nelle questioni di verità e di equità, si ritenevano responsabili tanto quanto ritenevano responsabili gli altri. Sebbene ricoprissero alte cariche, non poterono né tentarono di sottrarre i propri figli, parenti e amici alle pene previste dalla legge della Sharīʿa.

In sostanza, la fede e la convinzione avevano illuminato tutte le loro capacità. In un periodo molto breve esercitarono la loro influenza sulla maggior parte del mondo. Le pagine della storia sono ricche di innumerevoli esempi delle loro capacità militari e organizzative.

Se oggi vogliamo costruire una società simile alla società ideale dei nobili Compagni, dobbiamo assolutamente conoscerli. Dobbiamo acquisire caratteristiche morali e capacità come le loro. Per orientare verso la meta giusta la coscienza di edificare una società coranica che oggi si sta manifestando tra l’umma musulmana, è necessario studiare ampiamente la vita dei Compagni. Dalla loro vita dobbiamo trarre la guida. Ma, per quanto sia doloroso, è vero che nella società musulmana bengalese lo studio della vita dei Compagni è molto limitato. Qui si discutono racconti fantastici sulla vita dei pīr e degli awliyāʾ in misura tale che della vita dei Compagni non si discute neppure una minima parte di quanto si discute di quei racconti.

In arabo, urdu e nelle altre lingue del mondo sono state scritte molte opere importanti sulla vita dei Compagni. Come negli altri ambiti della letteratura islamica, anche in questo campo non è stata scritta in lingua bengalese alcuna opera davvero significativa. Il professor Nazir Ahmad, redattore esecutivo del mensile «Prithibi» e direttore del Bangladesh Islamic Center, espresse il desiderio di presentare ai lettori, attraverso la sua rivista, alcuni episodi della vita dei Compagni. Fu soprattutto grazie al suo incoraggiamento che cominciai a scrivere a puntate sulle pagine di «Prithibi». Gli scritti pubblicati sulle pagine di «Prithibi» vengono ora pubblicati in forma di libro con il titolo «La vita dei Compagni del Messaggero». Senza l’incoraggiamento e il ruolo del professor Nazir Ahmad nella stesura a puntate e nella pubblicazione in forma di libro, forse non avrei mai scritto quest’opera, né essa sarebbe stata pubblicata come libro. Perciò prego che Allah l’Altissimo gli conceda la migliore ricompensa.

Nel primo volume de «La vita dei Compagni del Messaggero» si parla complessivamente della vita di trenta Compagni. Appartengono tutti alla categoria dei Muhājirūn. Tra loro sono inclusi anche quei dieci illustri Compagni dell’ʿAshara Mubashshara. Sebbene gli scritti siano concisi, le informazioni sono state tratte dalle fonti originali arabe e urdu. Ho cercato di evitare, per quanto possibile, gli argomenti controversi.

In conclusione, se voi lettori trarrete anche il minimo beneficio da questo scritto, considererò ripagata la mia fatica. Vi chiedo di informarmi qualora rilevaste errori o inesattezze.

Esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che hanno contribuito alla pubblicazione, compreso il fratello Kamrul Islam. Che Allah accetti questo mio modesto sforzo. Amin.

27-2-1989 d.C.

Muḥammad Abdul Ma‘’bud

Dipartimento di lingua araba, Università di Dhaka,

Dhaka

Khadija bint Khuwaylid ((r.a.))

Il suo nome era Khadija. La sua kunya era «Umm Hind» e il suo laqab «al-Tahira». Suo padre era Khuwaylid e sua madre Fatima bint Zayd. Nacque alla Mecca quindici anni prima dell’«Anno dell’Elefante», o ‘Am al-Fil. Attraverso il suo antenato Qusayy, la sua genealogia si congiungeva a quella del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Già nell’epoca dell’ignoranza ottenne l’appellativo di «al-Tahira» per la purezza del suo carattere. ((al-–Isaba)) Tra il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e Khadija, che Allah sia soddisfatto di lei, esisteva un lontano legame di parentela tra zia paterna e nipote. Per questo, dopo aver ricevuto la profezia, Khadija condusse il Messaggero di Allah da suo cugino Waraqa ibn Nawfal e disse: «Ascolti ciò che dice suo nipote». Probabilmente lo disse proprio sulla base del loro legame genealogico.

Suo padre Khuwailid aveva scelto come pretendente di Khadīja Waraqa ibn Nawfal, eminente esperto di Torah e Vangelo nella società araba dell’epoca; tuttavia, gli storici tacciono sul motivo per cui ciò non si concretizzò. Alla fine, il suo primo matrimonio fu con Abū Hāla ibn Zurāra al-Tamīmī. Egli morì già durante il periodo della jāhiliyya. Dopo la morte di Abū Hāla, ella sposò per la seconda volta ʿAtīq ibn ʿĀbid al-Makhzūmī. (Sharḥ al- Mawāhib, al-–Istiʿāb) Tuttavia, secondo la testimonianza di Qatāda, il suo primo marito fu ʿAtīq, e in seguito Abū Hāla. Yūnus ibn Bukayr riferisce che anche Ibn Isḥāq sostenne questa opinione. (al- Iṣāba: 4/281) Tuttavia, Ibn Ḥajar afferma che la prima opinione menzionata è quella della maggioranza, incluso Ibn ʿAbd al-Barr.

Il padre di Khadīja, Khuwailid ibn Asad, era il comandante della propria tribù nella battaglia di Fijār. Era padre di numerosi figli. Il primogenito era Ḥizām. Il figlio di Ḥizām, il celebre Compagno Ḥakīm, ricevette durante il periodo della jāhiliyya l’incarico di amministrare la Dār al-Nadwa della Mecca. La seconda figlia era la venerabile Khadīja. Il terzo figlio, ʿAwwām, era il padre del celebre Compagno al-Zubayr. Ṣafiyya, zia paterna del Messaggero di Allah e sorella carnale del venerabile Ḥamza, era la moglie di ʿAwwām, ossia la madre di al-Zubayr. Ṣafiyya era la cognata più giovane di Khadīja. La quarta figlia era Hāla. Era la madre di Abū al-ʿĀṣ ibn al-Rabīʿ, marito di Zaynab, figlia del Messaggero di Allah. Abū al-ʿĀṣ era il genero maggiore del Messaggero di Allah. La quinta figlia era Ruqayya. Dei cinque fratelli, Ḥizām, ʿAwwām e Ruqayya morirono prima dell’avvento dell’Islam. La venerabile Khadīja e Hāla ebbero la fortuna di abbracciare l’Islam.

Vi sono divergenze riguardo a quando morì il padre di Khadija. Alcuni hanno detto che morì nella battaglia di Fijar. Secondo l’Imam Suhayli, morì prima della battaglia di Fijar. A quel tempo Khadija aveva trentacinque anni. Secondo alcuni, morì dopo il matrimonio con il Messaggero di Allah (s.a.w.s.). (Hayatus Sahaba– 2/652)।

A prescindere dalla morte del padre o del marito, o da qualunque altra ragione, come molte persone della tribù dei Quraysh, anche Khadija era una grande commerciante. Ibn Sa’d parla così dei suoi affari: «Khadija era una donna commerciante molto rispettata e ricca. Le sue carovane commerciali si recavano in Siria e le sue sole merci equivalevano a quelle di tutti i Quraysh». Da questa osservazione di Ibn Sa’d si può comprendere l’ampiezza degli affari di Khadija. Assumendo persone capaci in società o dietro compenso, comprava e vendeva merci in patria e all’estero.

Il Messaggero di Allah (s.a.w.s.) era allora un giovane di venticinque anni. Nel frattempo aveva acquisito una considerevole esperienza negli affari, compiendo diversi viaggi commerciali con lo zio Abu Talib o da solo. La sua onestà e la sua affidabilità negli affari erano ormai sulla bocca di tutti gli abitanti della Mecca. Per tutti era allora al-Amin. La sua buona reputazione era giunta anche alle orecchie di Khadija. In particolare, doveva aver sentito molte cose su Muhammad al-Amin (s.a.w.s.) da Safiyya, la moglie del suo fratello minore.

Un giorno Hazrat Khadija pensò di inviare merci in Siria per comprarle e venderle. Era alla ricerca di una persona capace. A questo proposito, al-Waqidi riferisce da al-Zurqani: «Abu Talib chiamò Muhammad (s.a.w.s.) e gli disse: Nipote! Sono un uomo povero e anche il momento è molto difficile. Siamo stati colpiti da una terribile carestia. Non abbiamo né un’attività commerciale né altri mezzi o risorse. Una carovana commerciale della tua tribù sta partendo per la Siria. Khadija sta cercando qualcuno da mandare con le sue merci. Se tu andassi da lei, forse sceglierebbe proprio te. Conosce la purezza del tuo carattere. Sebbene non desideri che tu vada in Siria e tema per la tua vita da parte degli ebrei, non abbiamo altra scelta». In risposta, il Messaggero (s.a.w.s.) disse: Forse manderà lei stessa qualcuno. Abu Talib disse: Forse avrà già assunto qualcun altro. La conversazione tra zio e nipote giunse alle orecchie di Khadija. “Ella mandò qualcuno dal Messaggero di Allah (s.a.w.s.)”.(Nota, Sīratu Ibn Hisham– 1/188)Va ricordato che, una volta, durante la sua adolescenza, il Messaggero (s.a.w.s.) era andato in Siria con suo zio. In quell’occasione il monaco Bahira aveva messo in guardia Abu Talib riguardo al Messaggero di Allah (s.a.w.s.). Nella narrazione sopra riportata, Abu Talib allude proprio a questo.

Khadija inviò tramite qualcuno una proposta a Muhammad (pace e benedizioni su di lui): se si fosse recato in Siria assumendosi la responsabilità degli affari, gli avrebbe concesso un profitto doppio rispetto agli altri. Muhammad accettò.

Muhammad partì per la Siria con le merci di Khadija, accompagnato dal suo fedele servo Maisara. Durante il viaggio, si sedette all’ombra di un albero accanto a una chiesa. Il sacerdote della chiesa si avvicinò a Maisara e gli chiese: «Chi è l’uomo che riposa sotto l’albero?» Maisara rispose: «Un uomo della tribù dei Quraysh, appartenente agli abitanti del santuario della Mecca». Il sacerdote disse: «Colui che ora riposa sotto questo albero non può essere altri che un profeta». Gli storici hanno indicato il nome di questo sacerdote come “Nastura”.(Nota, Sīrat Ibn Hisham– 1/188) Tuttavia, Ibn Hajar al-ʿAsqalani ha indicato il nome di questo sacerdote come “Buhayra”. (Al-–Iṣāba: 4/281) Ha inoltre affermato che il Messaggero si recò al mercato di Basra con questo carico commerciale. Al-Tabari ha riferito, attraverso Ibn Shihab al-Zuhri, che il Messaggero si recò non in Siria con le merci di Khadija, bensì in un mercato abissino dello Yemen. Tuttavia, la versione del viaggio in Siria è di gran lunga la più celebre. (Tārīkh al-Umma al- Islāmiyya, Muhammad al-–Khiḍrī Bek: 1/64)

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) vendette le merci nei mercati della Siria e acquistò ciò che doveva acquistare. Poi si mise in viaggio verso Mecca insieme a Maysara. Durante il tragitto, Maysara notò che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) procedeva in groppa al suo cammello, mentre due angeli lo proteggevano dall’ardente sole del mezzogiorno facendo ombra su di lui. Tornato così a Mecca, vendette le merci di Khadīja. Questa volta il commercio fruttò un profitto doppio o quasi doppio. Una volta rientrati, il fedele servitore Maysara raccontò dettagliatamente alla sua padrona Khadīja le osservazioni del monaco e gli eventi miracolosi avvenuti durante il viaggio.(Sīrat Ibn Hishām– 1/189)

La nobile Khadīja (che Allah sia soddisfatto di lei) era una donna assennata e intelligente. Persone di ogni ceto della Mecca erano affascinate dalla sua ricchezza, dalla sua raffinatezza e dalle sue buone maniere. Molti giovani nobili dei Quraysh aspiravano a prenderla in moglie. Ella li respinse tutti. Dopo aver ascoltato ogni cosa dalla bocca di Maysara, Khadīja inviò personalmente al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) una proposta di matrimonio.(Sīrat Ibn Hishām– 1/189)

Esistono diverse narrazioni su come e in che modo fu presentata la proposta di matrimonio. Tuttavia, tutte le narrazioni concordano sul fatto che fu Khadīja a presentare per prima la proposta al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui).

Secondo una narrazione, Khadija (r.a.) parlò personalmente con il Messaggero di Allah (s.a.) e lo pregò di presentare la proposta a suo padre. Egli però rifiutò, dicendo che, a causa della povertà, il padre di Khadija avrebbe forse respinto la sua richiesta. Infine, quando il padre di Khadija era ubriaco per aver bevuto eccessivamente, Khadija stessa gli sottopose la questione e ottenne il suo consenso. Ma, una volta tornato sobrio, egli cambiò nuovamente idea. Khadija, tuttavia, riuscì ancora una volta a ottenere il suo consenso. (Hayatus Sahaba– 2/652) Secondo un’altra narrazione, Nafīsa bint Maniyya, moglie di Ya‘la e amica di Khadija, prese interamente l’iniziativa in questa faccenda. Fu lei a presentare per prima, a nome di Khadija, una proposta al Messaggero di Allah (s.a.), dicendo: «Se foste invitato ad accettare ricchezza, bellezza e sicurezza nel sostentamento, accettereste? …». Queste parole riguardavano Hazrat Khadija.

L’accordo fu concluso. Alla data stabilita, Abu Talib, Hamza e alcune altre persone della famiglia del Messaggero di Allah (s.a.) si recarono a casa di Khadija. Anche Khadija aveva invitato le personalità eminenti della sua famiglia. Alla presenza di tutti, Abu Talib pronunciò il sermone nuziale. Dal punto di vista dell’eccellenza letteraria, questo sermone occupa un posto particolare nella prosa araba dell’epoca preislamica. Il mahr fu fissato a cinquecento monete d’oro. Khadija sostenne personalmente tutte le spese di entrambe le parti. Inviò al Messaggero di Allah (s.a.) due uqiyya d’oro e d’argento e gli chiese di provvedere con esse agli abiti di entrambi e all’organizzazione del walima. (Hayatus Sahaba– 2/652) Così Hazrat Khadija divenne la «Madre dei credenti». Questo avvenne quindici anni prima dell’inizio della profezia. Sebbene gli esperti di sira divergano riguardo all’età di entrambi in quel periodo, secondo l’opinione ritenuta più corretta il Messaggero di Allah (s.a.) aveva venticinque anni e Khadija quaranta.

Quindici anni dopo il matrimonio, il nobile Profeta (s.a.) ricevette la profezia. Fu il primo a informare Khadija (r.a.) di questo avvenimento. Khadija era già fermamente convinta che il Messaggero di Allah (s.a.) sarebbe divenuto profeta. Un hadith tratta dettagliatamente l’argomento nel capitolo «L’inizio della rivelazione» del Sahih al-Bukhari. Hazrat Aisha (r.a.) racconta: La prima rivelazione al Messaggero di Allah (s.a.) iniziò attraverso sogni veridici durante il sonno. Qualunque cosa vedesse in sogno si manifestava con chiarezza come la luce del sole del mattino. In seguito, egli amò appartarsi. Si recava nella grotta di Hira portando con sé cibo e bevande. Lì rimaneva assorto nell’adorazione per diversi giorni consecutivi. Quando il cibo finiva, tornava da Khadija. Poi ritornava nella grotta con le provviste. Un giorno, mentre si trovava in quello stato, la Verità gli giunse. Un angelo venne da lui e gli disse: «Leggi!». Egli rispose: «Io non so leggere». L’angelo lo strinse con tale forza che egli provò dolore. Poi lo lasciò e gli disse di nuovo: «Leggi!». Egli ripeté: «Io non so leggere». Anche la seconda e la terza volta l’angelo lo trattò come la prima. Infine disse: «Leggi nel nome del tuo Signore, Colui che ha creato, ha creato l’uomo da un’aderenza di sangue…». Il Messaggero (s.a.) tornò a casa tremando per la paura. Chiamò Khadija e disse: «Coprimi con una coperta, coprimi con una coperta». Ella lo coprì, e la sua paura si placò. Egli le raccontò tutto l’accaduto e le espresse il timore per la propria vita. Khadija disse: «No, ciò non può mai accadere. Per Allah, Egli non ti umilierà mai. Tu mantieni saldi i legami di parentela, aiuti i poveri e gli indigenti, sei ospitale e soccorri le persone nelle difficoltà».

Dopodiché Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) condusse il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) da suo cugino Waraqa ibn Nawfal. In quell’epoca di ignoranza egli aveva abbracciato il cristianesimo. Scriveva il Libro dell’Injil in lingua ebraica. Era anziano e cieco. Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) disse: «Ascolta che cosa dice tuo nipote». Egli domandò: «Nipote mio, che cosa ti è accaduto?». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) raccontò l’intera vicenda. Dopo aver ascoltato, Waraqa disse: «È proprio il Namus, Allah, che aveva inviato a Mosè (pace su di lui). Ahimè! Se quel giorno fossi vivo e in buona salute, il giorno in cui i tuoi compatrioti ti scacceranno dalla tua terra…». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) domandò: «Mi scacceranno dalla mia terra?». Egli rispose: «Sì. Ogni volta che qualcuno ha portato ciò che tu hai portato, il mondo intero gli si è opposto. Se sarò ancora vivo fino ad allora, ti offrirò ogni tipo di aiuto. (Bukhari, primo volume)Pochi giorni dopo questo evento, Waraqa morì.

Dopo aver abbracciato l’Islam, Khadija consacrò tutti i suoi beni alla causa della propagazione della religione. Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) abbandonò il commercio e si dedicò al culto di Allah e alla propagazione dell’Islam. Tutte le entrate familiari cessarono. Allo stesso tempo, aumentarono le preoccupazioni di Khadija. Ella affrontò ogni situazione avversa con pazienza e sopportazione. Al–Isti’abè riportato nel libro: «Il dolore che il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) provava a causa del rifiuto e dell’incredulità dei politeisti svaniva quando si recava da Khadija. Ella infatti consolava il Messaggero, gli infondeva coraggio e lo incoraggiava. Credeva senza esitazione a ogni sua parola. Presentava al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) tutte le rozze condotte dei politeisti come qualcosa di estremamente lieve e insignificante». (Tabakat– 3/740)

Nel settimo anno della profezia, nel mese di Muharram, i Quraysh boicottarono i musulmani. Essi si rifugiarono nello Shi’b Abi Talib. Anche Khadija (r.a.) vi fu confinata insieme al Messaggero di Allah (s.a.w.s.). I Banu Hashim trascorsero quasi tre anni in una terribile carestia. Non avevano altro mezzo per sopravvivere se non le foglie degli alberi. Khadija sopportò quella sofferenza insieme al marito con il sorriso sulle labbra. In quei tempi difficili, la venerabile Khadija (r.a.), facendo uso della propria influenza, riusciva di tanto in tanto a procurare del cibo in vari modi. I suoi tre nipoti — Hakim ibn Hizam, Abu al-Bukhtari e Zum’a ibn al-Aswad — erano tutti tra i principali esponenti dei Quraysh. Sebbene non fossero musulmani, svolsero in diversi modi un ruolo importante nell’inviare viveri ai musulmani. Un giorno Hakim ibn Hizam stava mandando del grano a sua zia Khadija (r.a.) tramite il suo servo. Per strada Abu Jahl lo ostacolò. All’improvviso giunse Abu al-Bukhtari. Egli disse ad Abu Jahl: «Un uomo sta mandando un po’ di cibo a sua zia e tu glielo impedisci?»(Sīrat Ibn Hisham– 1/192)

Prima che fosse rivelato l’ordine di rendere obbligatoria la preghiera, Khadija (r.a.) pregava fin dall’inizio insieme al Messaggero di Allah (s.a.w.s.) nella loro casa. (Tabaqat– 8/10)Ibn Ishaq riferisce che un giorno Ali (r.a.) vide quei due, cioè il Profeta (s.a.w.s.) e Khadija (r.a.), intenti a pregare. Ali (r.a.) chiese: «Muhammad, che cos’è questo?». Allora il Messaggero (s.a.w.s.) presentò ad Ali l’invito alla nuova religione e gli proibì di riferlo a chiunque. (Hayat al-Sahaba– 1/70) Da questo racconto si comprende che, tra la comunità di Muhammad (s.a.w.s.), la venerabile Khadija (r.a.) ebbe per prima l’onore di pregare insieme al Messaggero di Allah (s.a.w.s.).

Un uomo di nome Afīq al-Kindī era giunto alla Mecca per fare alcuni acquisti. Alloggiava nella casa di Hazrat ʿAbbās (r.a.). Una mattina notò un giovane che si avvicinò alla Kaʿba e guardò verso il cielo. Poi si pose rivolto verso la qibla. Arrivò un ragazzo e si mise accanto a lui. Poi giunse una donna, che si pose anch’ella dietro quei due. Terminata la preghiera, se ne andarono. Afīq al-Kindī aveva osservato la scena. Disse ad ʿAbbās: «Sta per accadere qualcosa di straordinario». ʿAbbās rispose: «Sì». Poi aggiunse: «Questo giovane è mio nipote Muḥammad». «Il ragazzo è l’altro mio nipote, ʿAlī, e la donna è la moglie di Muḥammad. Per quanto ne so, loro tre sono gli unici abitanti del mondo a seguire questa nuova religione».(Ṭabaqāt: 8/10–11)

Ibn al-Athīr afferma che vi è consenso unanime nella comunità musulmana sul fatto che Hazrat Khadīja (r.a.) fu la prima a credere nel Messaggero di Allah (s.a.w.). Al momento della sua conversione all’Islam aveva cinquant’anni. La sua conversione ebbe effetto anche sui membri della sua famiglia paterna. All’epoca dell’avvento dell’Islam erano ancora in vita quindici uomini illustri del suo clan paterno, i Banū Asad ibn ʿAbd al-ʿUzzā. Dieci di loro abbracciarono l’Islam. Gli altri cinque furono uccisi nella battaglia di Badr da miscredenti.

Dopo aver trascorso venticinque anni di vita coniugale con il Messaggero di Allah (s.a.w.), nel decimo anno della profezia, il dieci di Ramaḍān, Hazrat Khadīja (r.a.) morì alla Mecca all’età di sessantacinque anni. La preghiera funebre non era ancora stata istituita. Pertanto fu sepolta senza preghiera funebre nel cimitero meccano di Jannat al-Muʿallā. Lo stesso nobile Profeta (s.a.w.) depose il suo corpo nella tomba.(al–Iṣāba: 4/283)

Poco tempo dopo la morte di Hazrat Khadīja (r.a.), morì anche Abū Ṭālib, lo zio del Messaggero di Allah (s.a.w.), suo particolare benefattore. Tuttavia, secondo una narrazione riportata nell’al-Istīʿāb, Khadīja morì tre giorni dopo la morte di Abū Ṭālib. Questo zio aiutava il Messaggero di Allah (s.a.w.) in molti modi nelle avversità e nelle difficoltà. A causa della morte di questi due stretti parenti del Messaggero di Allah (s.a.w.), quell’anno è stato chiamato dalla comunità musulmana «ʿĀm al-Ḥuzn», cioè l’anno del dolore.

Hazrat Khadija, che Allah si compiaccia di lei, fu madre di molti figli. Dal suo primo marito, Abu Hala, nacquero due figli maschi, di nome Hala e Hind. Entrambi abbracciarono l’Islam e ottennero l’onore di diventare Compagni del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Hind partecipò, secondo un’opinione a Badr e secondo un’altra a Uhud, alla battaglia al fianco del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Era un oratore eloquente e dalla parola fluente. Nella battaglia del Cammello cadde martire combattendo dalla parte di Ali, che Allah si compiaccia di lui. Dal suo secondo marito, ʿAtīq, nacque una figlia di nome Hinda. Anch’ella abbracciò l’Islam e ottenne l’onore di diventare Compagna. (Sharḥ al- Mawāqib,, al-–Istīʿāb,, Ḥāshiya,, Sīrat Ibn Hishām –– 1/187) Tuttavia, secondo un’altra narrazione, dal suo primo marito nacquero tre figli: due maschi, Hind e Harith. Un infedele uccise Harith presso il Rukn Yamānī della Kaʿba, facendolo cadere martire. Ebbe anche una figlia, Zaynab. La figlia del secondo matrimonio aveva la kunya di Umm Muhammad. (Dāʾira–-i-–Maʿā’rif–-i-–Islāmiyya)

Dall’unione benedetta del venerabile Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) nacquero sei figli. Il primogenito fu Hazrat Qasim. Morì giovane alla Mecca. In base al suo nome, il kunya del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) divenne Abu al-Qasim. Prima di morire, aveva imparato a camminare muovendo i suoi piccoli passi. La seconda figlia fu Hazrat Zaynab. Il terzo figlio fu Hazrat Abd Allah. Nacque dopo il conferimento della profezia; per questo ricevette gli appellativi Tayyib e Tahir. Morì giovane. La quarta figlia fu Hazrat Ruqayya. La quinta fu Hazrat Umm Kulthum. La sesta fu Hazrat Fatima (che Allah sia soddisfatto di lei). Va ricordato che Ibrahim era figlio di Hazrat Maria, nato dal suo grembo.

Hazrat Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) amava molto i suoi figli. Godeva anche di una buona situazione economica. Aveva assunto Salama, schiava di Uqba, perché si prendesse cura dei figli in cambio di un salario.

Tra le sante mogli del venerabile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), Hazrat Khadija occupa il posto più elevato. Fu la sua prima moglie; il matrimonio con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ebbe luogo quando ella aveva quarant’anni. Durante la sua vita, il nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) non contrasse nessun altro matrimonio. Ad eccezione di Hazrat Ibrahim, tutti i figli del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) nacquero dal suo grembo.

Non si può giungere al termine nel descrivere le virtù e la dignità di Umm al-Mu’minin Hazrat Khadija. Osserviamo con stupore come, in quei giorni di tenebre profonde dell’Arabia, una donna credesse senza esitazione nella profezia del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Nel suo cuore non vi era la minima traccia di dubbio o perplessità. Quel primo giorno della discesa della rivelazione, il recarsi da Waraqa e la sua ferma dichiarazione di convinzione riguardo al fatto che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) fosse un profeta: tutto ciò merita una profonda riflessione. Ancor prima che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ricevesse la profezia, Khadija sembrava fermamente convinta che egli sarebbe diventato un profeta. Perciò, dopo l’arrivo di Jibril, nel suo cuore non apparve neppure per un istante alcuna esitazione. Ciò rende evidenti la profondità della sua lungimiranza e la sua acuta capacità di osservazione. Prima e dopo il conferimento della profezia, ella rispettò sempre il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e credette a ogni sua parola. Nei venticinque anni della loro vita coniugale, nel suo cuore non poté mai annidarsi il minimo dubbio. Anche in quell’epoca dell’ignoranza ella era pura e immacolata. Non adorò mai gli idoli. Un giorno il nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) le disse: «Non adorerò mai al-Lat e al-‘Uzza». Khadija rispose: «Lasci perdere al-Lat e al-‘Uzza. Non ne menzioni nemmeno l’argomento. (Musnad Ahmad– 4/222)

Ella non fu soltanto la prima a credere nella profezia di Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) e la prima a compiere la salat insieme a lui. Il sostegno che offrì all’Islam in quei tempi estremamente difficili rimarrà per sempre indelebile. In quei primi giorni dell’Islam, ella fu in realtà la consigliera del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Dopo il matrimonio con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), mise tutte le sue ricchezze nelle mani del marito. Zayd ibn Haritha era il suo schiavo prediletto. Anche lui lo affidò al marito. Poiché il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) amava molto Zayd, lo liberò per renderla felice.

Sebbene fosse una donna ricca della Mecca, serviva personalmente il marito. Una volta stava portando in un recipiente qualcosa per il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Hazrat Jibril (pace su di lui) disse al Messaggero: «Portale i saluti di Allah l’Altissimo e i miei».(Bukhari)

Il venerabile Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) non dimenticò nemmeno dopo la sua morte il ricordo della sua amata moglie Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei). Dopo la sua morte, ogni volta che in casa veniva macellato un animale, egli si informava e mandava la carne, casa per casa, alle sue amiche. Hazrat Aisha racconta: «Sebbene non avessi mai visto Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei), ero gelosa di lei. Con nessun’altra, invece, mi accadeva una cosa simile. Infatti, il nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) ricordava sempre lei». Di tanto in tanto Hazrat Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) faceva adirare il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) diceva: «Allah ha posto il suo amore nel mio cuore».

Dopo la morte di Hazrat Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei), una volta sua sorella Hala venne a far visita al venerabile Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui). Appena udì la sua voce, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) esclamò: «Sei tu, Hala?». In quel momento, il ricordo di Khadija riaffiorò nella mente del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) disse spontaneamente: «State ricordando una vecchia che è morta. Allah vi ha dato in sua vece mogli molto migliori». Il nobile Profeta rispose: «Mai! Quando la gente voleva smentirmi e trattarmi da bugiardo, lei mi riconobbe come veritiero. Quando tutti erano miscredenti, lei era musulmana. Quando nessuno si faceva avanti per aiutarmi, lei mi aiutò. È dal suo grembo che ho avuto i miei figli». Riteniamo che non sia possibile una valutazione di Hazrat Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) più grande di questa.

Sono stati tramandati numerosi hadith riguardo ai meriti di Hazrat Khadija (ra). In Sahih al-Bukhari e Muslim si legge: «Le migliori donne sulla terra sono Maryam bint Imran e Khadija bint Khuwaylid. Hazrat Jibril (as) era seduto presso Rasulullah (saw). In quel momento arrivò Khadija (ra). Jibril (as) disse a Rasulullah (saw): “Dalle la buona notizia di una dimora paradisiaca costruita di gemme e perle.”»(Bukhari)

Abu Bakr al-Siddiq (ra)

Il suo nome era Abdullah, al-Siddiq e Atiq erano i suoi titoli, mentre Abu Bakr era il suo soprannome o kunya. Il nome di suo padre era Uthman e la sua kunya Abu Quhafa. Sua madre si chiamava Salma e aveva la kunya Umm al-Khayr. Risalendo di sei generazioni nella genealogia dei Quraysh, il suo nasab si ricongiungeva a quello di Rasulullah presso Murra. Nacque poco più di due anni dopo la nascita di Rasulullah e i due morirono a distanza di un periodo analogo. Pertanto, al momento della morte, aveva la stessa età di Rasulullah.

Aveva una carnagione chiara e luminosa, era esile e slanciato e aveva la fronte ampia. In età avanzata i suoi capelli erano diventati bianchi. Li tingeva con l’henné. Era estremamente misericordioso e paziente.

Era uno degli uomini più rispettati dei Quraysh. Grazie alla sua conoscenza, intelligenza, esperienza, saggezza, perspicacia e rettitudine morale, era rispettato da tutti gli abitanti della Mecca. Nell’epoca dell’ignoranza, tutte le somme destinate alla diyah, ovvero al risarcimento del sangue, degli abitanti della Mecca venivano depositate presso di lui. Era il più grande esperto nella conoscenza del nasab, cioè delle genealogie degli Arabi. Possedeva anche talento poetico. Parlava in modo estremamente puro e chiaro. Aveva ricevuto da Dio il dono dell’oratoria e dell’eloquenza.

Era una persona estremamente popolare nella sua tribù, affabile, amichevole e cordiale. Era commerciante, generoso e virtuoso. Anche nell’epoca dell’ignoranza non bevve mai vino. Grazie alla sua cordialità nei rapporti, alla sua erudizione e alla sua abilità commerciale, molti stringevano con lui amicizia e rapporti di familiarità. Ogni giorno, nella sua casa, si tenevano regolarmente riunioni degli uomini più importanti della Mecca.

Il padre di Hazrat Abu Bakr, Abu Quhafa, era un uomo molto rispettato tra i Quraysh. Era anziano e benestante. La sua casa non era famosa soltanto per le attività commerciali: anche nelle questioni sociali la sua opinione veniva accolta con grande rispetto. Sebbene non si fosse avvicinato all’Islam fino alla conquista della Mecca, non esiste nella storia alcuna prova che avesse cercato di allontanare dall’Islam suo figlio Abu Bakr. Tuttavia, quando vedeva Hazrat Ali (ra), talvolta diceva: “Sono stati questi giovani a corrompere mio figlio.” Il giorno della conquista della Mecca si recò al cospetto di Rasulullah (saw) e dichiarò la propria adesione all’Islam. Morì nell’anno 14 dell’Egira, all’età di circa cento anni. In età avanzata aveva perso la vista.

La madre di Hazrat Abu Bakr, Umm al-Khayr, aveva abbracciato l’Islam a Mecca, nella prima fase dell’Islam, molto tempo prima di suo marito. Era una delle persone che avevano accettato l’Islam nella Dar al-Arqam della Mecca. Come suo marito, visse anch’ella a lungo. Morì all’età di circa novant’anni, lasciando suo figlio insediato nella carica di califfo.

Abū Bakr era l’unico figlio maschio di suo padre. Fu allevato con grande affetto, cura e lusso. Dall’infanzia fino all’inizio della giovinezza dipese dal padre. All’età di vent’anni assunse sulle proprie spalle la responsabilità degli affari e del commercio paterni.

Fin dall’infanzia, Abū Bakr fu amico del Messaggero di Allah (s.a.w.). Fu il compagno della maggior parte dei suoi viaggi commerciali. Una volta si recò con il Messaggero di Allah (s.a.w.) in Siria per motivi di commercio. Abū Bakr aveva allora circa diciotto anni e il Messaggero di Allah (s.a.w.) venti. Quando giunsero ai confini della Siria, il Messaggero (s.a.w.) si sedette sotto un albero per riposare. Abū Bakr avanzò un poco e cominciò a guardarsi intorno. Incontrò un sacerdote cristiano e conversò con lui di religione. Nel corso della conversazione, il sacerdote domandò: «Chi è quello che si trova laggiù, sotto l’albero?». Abū Bakr rispose: «È un giovane dei Quraysh, di nome Muḥammad ibn ʿAbd Allāh». Il sacerdote esclamò: «Quest’uomo sarà il profeta degli Arabi». Quelle parole si impressero nel cuore di Abū Bakr. Da allora la sua convinzione che il Messaggero di Allah (s.a.w.) fosse realmente un profeta divenne sempre più salda. Nella storia, il nome di questo sacerdote è riportato come «Buḥayrā» o «Nāstūrā».

Quando il Messaggero di Allah (s.a.w.) annunciò di aver ricevuto la profezia, a Mecca scoppiò un grande tumulto. I potenti, ricchi e influenti capi della città si opposero a lui con tutte le loro forze. Alcuni cominciarono a definirlo pazzo, altri posseduto dai jinn. Seguendo l’esempio e le indicazioni dei capi, anche la gente comune si tenne lontana dall’Islam. Tra i ricchi e rispettati personaggi dei Quraysh, soltanto Abū Bakr sostenne il Messaggero di Allah (s.a.w.), lo incoraggiò e credette senza esitazione nella sua missione profetica. A questo proposito il Messaggero (s.a.w.) disse: «Chiunque abbia invitato all’Islam, in tutti, tranne Abū Bakr, ho notato qualche esitazione». In questo modo Abū Bakr divenne il primo musulmano tra gli uomini adulti liberi.

Dopo aver abbracciato l’Islam, si dedicò insieme al Messaggero di Allah (s.a.w.) all’attività di predicazione, con l’obiettivo di consolidare le fondamenta dell’Islam. Invitava all’Islam le tribù nei dintorni di Mecca. Durante la stagione del pellegrinaggio si recava nelle diverse tende per invitare la gente alla fede. Presentava l’Islam e il Messaggero (s.a.w.) agli stranieri. In questo modo gli Arabi vennero a conoscenza della religione predicata dal Messaggero di Allah (s.a.w.) e credettero in lui. Grazie alla sua influenza personale e ai suoi sforzi, molte persone abbracciarono l’Islam, tra cui illustri giovani dei Quraysh dell’epoca come ʿUthmān, al-Zubayr, ʿAbd al-Raḥmān, Saʿd e Ṭalḥa.

Quando il Messaggero di Allah (s.a.w.) proclamò pubblicamente la sua missione profetica, Abū Bakr possedeva quarantamila dirham. Destinò tutti i suoi beni in waqf per l’Islam. Con quel denaro acquistò e liberò gli schiavi e le schiave dei Quraysh che venivano perseguitati e torturati per aver abbracciato l’Islam. Tredici anni dopo, quando emigrò con il Messaggero di Allah (s.a.w.) a Medina, gli restavano soltanto duemilacinquecento dirham di quella somma. In breve tempo anche i dirham rimasti furono spesi per l’Islam. Bilāl, Khabbāb, ʿAmmār, sua madre Sumayya, Ṣuhayb, Abū Fukayha e molti altri schiavi e schiave furono liberati dalle catene della schiavitù grazie al suo denaro. Per questo, in seguito, il Messaggero di Allah (s.a.w.) disse: «Ho ricambiato i benefici di ogni persona. Ma i benefici di Abū Bakr sono tali che non sono in grado di ricambiarli; Allah lo ricompenserà. Nessun altro denaro mi è stato utile quanto il suo».

Quando molti, ascoltando dalla bocca del Messaggero di Allah (s.a.w.) il racconto del Miʿrāj, oscillavano tra la fede e l’incredulità, egli credette senza alcuna esitazione. Al-Ḥasan (r.a.) racconta: «Dopo aver udito del Miʿrāj, molti musulmani abbandonarono l’Islam. La gente andò da Abū Bakr e gli disse: “Abū Bakr, credi al tuo amico? Dice di essere andato la notte scorsa a Bayt al-Maqdis, di avervi pregato e poi di essere tornato a Mecca”».

Abū Bakr disse: «Voi lo smentite?». Essi risposero: «Sì, eccolo seduto nella moschea a dire proprio questo alla gente». Abū Bakr disse: «Giuro su Allah, se lo ha detto, ha detto la verità. Che cosa trovate di strano? Egli mi dice di ricevere rivelazioni da Allah. Io credo anche a questo suo discorso, secondo cui la rivelazione giunge dal cielo in un solo istante. Ciò che voi considerate straordinario è meno straordinario di questo». Poi si recò dal Messaggero di Allah (s.a.w.). Gli domandò: «O Profeta di Allah, dite alla gente di aver viaggiato la notte scorsa fino a Bayt al-Maqdis?». Egli rispose: «Sì». Abū Bakr disse: «Avete detto la verità. Attesto che siete senza dubbio il Messaggero di Allah». Il Messaggero di Allah (s.a.w.) disse: «O Abū Bakr, tu sei al-Ṣiddīq». In questo modo Abū Bakr ricevette il titolo di «al-Ṣiddīq».

A Mecca, il Messaggero di Allah (s.a.w.) aveva l’abitudine di recarsi ogni mattina e ogni sera a casa di Abū Bakr. Quando aveva bisogno di consultarsi su una questione, si consigliava con lui. Quando il Messaggero (s.a.w.) si recava da qualche parte per invitare alla fede e predicare, generalmente Abū Bakr lo accompagnava.

Quando le persecuzioni dei politeisti contro i musulmani raggiunsero il culmine, una volta desiderò emigrare in Abissinia, ma un capo tribale di nome Ibn al-Dughinnah lo dissuase da questa decisione. Egli gli garantì protezione dai Quraysh a condizione che Abu Bakr non compisse la salat pubblicamente; tuttavia, col tempo, divenne per lui impossibile rispettare tale condizione. Restituì la protezione di Ibn al-Daghinnah e si preparò ad accettare di buon animo la stessa sorte degli altri suoi fratelli musulmani.

Il sacrificio, l’intelligenza, la pazienza e l’amicizia di Abu Bakr in quel difficile momento dell’emigrazione del Messaggero di Allah rimarranno per sempre impressi nella storia. La sua compagnia è stata esplicitamente menzionata nel Nobile Corano. Ibn Ishaq racconta: «Quando Abu Bakr chiese al Messaggero di Allah il permesso di emigrare, il Messaggero di Allah gli disse: “Non avere fretta. Forse Allah ti concederà un compagno di viaggio”. Udendo queste parole, Abu Bakr pensava che il Messaggero di Allah alludesse a se stesso. Così, fin da allora, acquistò due cammelli e li allevò con estrema cura, nella speranza che potessero servirgli al momento dell’emigrazione».

La Madre dei Credenti, Aisha, riferisce: «Il Messaggero di Allah veniva a casa di Abu Bakr almeno una volta al giorno. Il giorno in cui ricevette il permesso di emigrare, venne a casa nostra a mezzogiorno, in un’ora in cui non veniva mai. Appena lo vide, Abu Bakr esclamò: “Certamente è accaduto qualcosa; altrimenti il Messaggero di Allah non sarebbe venuto a quest’ora”. Quando entrò in casa, Abu Bakr si spostò e si sedette a un’estremità del suo letto. In casa di Abu Bakr non c’eravamo altri che io e mia sorella Asma. Il Messaggero di Allah disse: “Allontana da me gli altri che sono qui”. Abu Bakr rispose: “O Messaggero di Allah, non c’è nessuno oltre alle mie due figlie. Che cosa è accaduto?”. Il Messaggero di Allah disse: “Allah mi ha dato il permesso di emigrare”. Abu Bakr domandò: “Potrò venire anch’io?”. Il Messaggero di Allah rispose: “Sì, potrai venire”. Aisha dice: “Prima di quel giorno non sapevo che una persona potesse piangere per un’eccessiva gioia. Quel giorno vidi Abu Bakr piangere”. Poi Abu Bakr disse: “O Messaggero di Allah, ecco: ho preparato questi due cammelli proprio per questo viaggio”».

Presero con sé, assoldandolo come guida, Abdallah ibn Uraiqit. Era un politeista, ma degno di fiducia. Nel buio della notte uscirono dalla porta posteriore della casa di Abu Bakr e trovarono rifugio in una grotta del monte Thawr, nella parte bassa della Mecca. Ibn Hisham riferisce da Hasan al-Basri: «Arrivarono di notte alla grotta del monte Thawr. Prima che vi entrasse il Messaggero di Allah, Abu Bakr entrò nella grotta e controllò che non vi fossero animali feroci, serpenti o scorpioni. Si assunse questo rischio allo scopo di proteggere il Messaggero di Allah da ogni pericolo».

Dopo la morte della Madre dei Credenti Khadija alla Mecca, vedendo il Messaggero di Allah afflitto, Abu Bakr gli diede in sposa, con grande devozione e rispetto, la propria giovane figlia Aisha. Pagò personalmente anche la dote.

Dopo l’emigrazione partecipò insieme al Messaggero di Allah a tutte le spedizioni. Non fu escluso dalla partecipazione a nessuna di esse.

Nella spedizione di Tabuk fu il portabandiera dell’esercito musulmano. Durante quella spedizione, rispondendo all’appello del Messaggero di Allah, consegnò nelle sue mani tutto il denaro e i beni che aveva in casa. Il Messaggero di Allah gli chiese: “Hai lasciato qualcosa in casa per i tuoi figli?”. Rispose: “Per loro sono sufficienti Allah e il Suo Messaggero”.

Dopo la conquista della Mecca, nel nono anno dell’Egira, in occasione del primo pellegrinaggio islamico, il Messaggero di Allah nominò Abu Bakr quale “Comandante del pellegrinaggio”. Durante la malattia terminale del Messaggero di Allah, per suo ordine, egli assunse l’incarico di guidare la preghiera nella Moschea del Profeta. In breve, durante la vita del Messaggero di Allah, Abu Bakr svolse il ruolo di suo ministro e consigliere.

Dopo la morte del Messaggero di Allah, Abu Bakr gli succedette. Il titolo di «Khalīfat Rasūl Allāh» fu conferito esclusivamente a lui. Ai califfi successivi fu attribuito il titolo di «Amīr al-Mu’minīn».

Il commercio era la sua professione. Nell’epoca preislamica era un facoltoso mercante dei Quraysh. Anche dopo aver abbracciato l’Islam continuò a esercitare questa professione per provvedere al proprio sostentamento. Tuttavia, dopo essere divenuto califfo, fu costretto a porre fine alla sua attività commerciale, poiché sulle sue spalle gravava la pesante responsabilità del califfato. Su insistente sollecitazione di ʿUmar e Abū ʿUbayda, e in conformità alla decisione del consiglio della shūrā, accettò di ricevere dal Bayt al-Māl un’indennità minima, commisurata alle necessità. Il suo ammontare era di duemilacinquecento dirham all’anno. Prima di morire, tuttavia, ordinò di vendere i suoi beni mobili e immobili e di restituire al Bayt al-Māl tutto il denaro che aveva ricevuto da esso.

Quando i Compagni furono completamente attoniti alla notizia della morte del Messaggero di Allah e non riuscivano nemmeno a concepire che il Messaggero potesse essere morto, persino ʿUmar, con la spada sguainata in mano, proclamò: «Ucciderò chiunque dirà che il Messaggero di Allah è morto». Eppure, anche in quell’atmosfera di profonda confusione emotiva, Abu Bakr rimase estremamente saldo e incrollabile. Rivolgendosi alla folla riunita, dichiarò: «Coloro che adoravano Muhammad sappiano che Muhammad è morto. Ma coloro che adorano Allah sappiano che Allah è eterno: Egli non muore». Poi recitò questo versetto: «Muhammad non è altro che il Messaggero di Allah. Prima di lui sono passati molti messaggeri. Se egli muore o viene ucciso, tornerete forse indietro? Chi torna indietro non potrà arrecare alcun danno ad Allah. Allah ricompenserà presto coloro che sono riconoscenti».(Sura Āl ʿImrān–144)Non appena udirono questo versetto dalla bocca di Abu Bakr, fu come se le persone avessero riacquistato la lucidità. Ebbero l’impressione di ascoltare quel versetto per la prima volta. Così, con la morte del Messaggero di Allah, il primo gravissimo problema che si era manifestato giunse alla sua conclusione grazie al deciso intervento di Abu Bakr.

Il sudario e la sepoltura del Messaggero di Allah non erano ancora stati completati. Nel frattempo, la questione della sua successione assunse una forma complessa. Gli abitanti di Medina, in particolare gli Anṣār, si riunirono in un luogo chiamato «Saqīfa Banī Sāʿida». Gli Anṣār reclamarono: poiché avevamo dato rifugio al Messaggero di Allah e, a costo delle nostre vite e dei nostri beni, avevamo rafforzato e reso potente l’Islam debole, si doveva scegliere tra noi il successore del Messaggero di Allah. I Muhājirūn non accettarono questa richiesta. Dissero: «Noi abbiamo piantato il seme dell’Islam e noi lo abbiamo irrigato. Pertanto siamo noi i più meritevoli del califfato». La situazione prese una direzione diversa. Fu convocato Abu Bakr. In quel momento si trovava accanto al corpo benedetto del Messaggero di Allah. Egli giunse e parlò con calma e ponderazione. Di fronte ai suoi argomenti e alle sue prove, gli Anṣār si sottomisero. In questo modo, il secondo problema sorto dopo la morte del Messaggero di Allah trovò anch’esso una felice soluzione grazie all’intelligenza e alla saggezza di Abu Bakr.

Abu Bakr fu eletto califfo. Dopo essere divenuto califfo, rivolse ai Muhājirūn e agli Anṣār riuniti un breve discorso: «Sono stato nominato califfo contro la mia volontà. Per Allah, desideravo che qualcun altro tra voi assumesse questa responsabilità. Desidero ricordarvi che, se volete che la mia condotta sia come quella del Messaggero di Allah, dovete considerarmi incapace di raggiungere quel livello. Egli era un profeta, preservato dagli errori e dalle mancanze. Io non possiedo alcuna posizione speciale come la sua. Sono un uomo comune. Non pretendo di essere migliore di una qualsiasi persona comune tra voi. … Se vedete che agisco correttamente, sostenetemi. Se vedete che mi sto smarrendo, ammonitemi». Quel suo breve primo discorso, che stabilì i principi della sua politica, rimarrà per sempre un modello per tutti i capi di Stato del mondo.

Un’altra manifestazione dell’illimitata fermezza del suo carattere si ebbe quando, subito dopo la morte del Messaggero di Allah, inviò la spedizione di Usāma ibn Zayd. Poco prima della morte del Messaggero di Allah, egli aveva preparato una spedizione per vendicare il sangue di Zayd ibn Ḥāritha, Jaʿfar ibn Abī Ṭālib e ʿAbd Allāh ibn Rawāḥa, caduti martiri nella spedizione di Muʾta. Aveva nominato comandante di questa spedizione il giovane Usāma ibn Zayd. Per ordine del Messaggero di Allah, Usāma partì con il suo esercito in direzione della Siria. Non appena ebbero lasciato Medina, il Messaggero di Allah si ammalò. Essi stabilirono un accampamento alla periferia di Medina e attesero che il Messaggero di Allah guarisse. Ma fu proprio durante quella malattia che il Messaggero morì. Abu Bakr divenne califfo. Nel frattempo, alla notizia della morte del Messaggero di Allah, varie forze ostili cominciarono a sollevare la testa in diverse regioni della penisola arabica. Alcuni abbandonarono l’Islam, altri rifiutarono di pagare la zakāt e altri ancora arrivarono a proclamarsi profeti. In una situazione tanto estrema, molti consigliarono di rinviare l’invio della spedizione di Usāma. Ma Abu Bakr respinse questo consiglio con estrema fermezza. Se avesse esitato a inviare quella spedizione o ne avesse ritardato la partenza, dopo aver assunto la responsabilità del califfato quella sarebbe stata la prima disobbedienza a un ordine del Messaggero di Allah. Infatti, sul letto di morte, egli aveva ordinato alla spedizione di Usāma di partire.

Abu Bakr (ra) rimase fermo nella decisione di inviare l’esercito di Usama. Allora un gruppo di Ansar chiese che, almeno, Usama fosse rimosso dalla carica di comandante e che al suo posto fosse nominato un Compagno più anziano. Va ricordato che Usama aveva allora appena vent’anni. Umar presentò la proposta a nome di tutti. Udite quelle parole, Abu Bakr (ra) esplose di rabbia. Afferrò Umar (ra) per la barba e disse: «Colui che il Rasulullah (saw) ha nominato, Abu Bakr dovrebbe rimuoverlo?». In tal modo respinse la proposta.

Anche Hazrat Umar era un soldato dell’esercito di Usama. Eppure, per il nuovo califfo era allora estremamente necessario che egli rimanesse a Medina. Il califfo avrebbe potuto ordinargli direttamente di restare a Medina. Tuttavia, senza interferire nell’autorità di Usama, gli chiese di lasciare Umar a Medina. Usama accolse la richiesta del califfo. Abu Bakr aveva infatti compreso che colui che aveva nominato Usama era proprio il Rasulullah (saw). Pertanto, in questo caso, l’autorità di Usama era superiore alla sua. Così Abu Bakr (ra) mise in pratica fedelmente l’ordine del Rasulullah e si astenne persino dalla minima opposizione.

Dopo la morte del Rasulullah (saw), le tribù di Abas e di Jubyan rifiutarono di pagare la zakat. La questione fu discussa alla corte del califfo. Molti Compagni consigliarono di non intraprendere una spedizione militare contro di loro. Abu Bakr (ra), però, rimase irremovibile. Disse: «Giuro su Allah: se qualcuno ora rifiutasse di pagare anche il cucciolo di cammello che veniva versato come zakat ai tempi del Rasulullah (saw), gli dichiarerei guerra».

Alcune persone pretendevano falsamente di essere profeti. Abu Bakr (ra), con immenso coraggio e fermezza, guidò spedizioni contro quei falsi profeti e vanificò tutte le cospirazioni contro l’Islam. Per questo gli storici hanno commentato: dopo l’aiuto e il sostegno di Allah, se non ci fosse stata questa fermezza di Abu Bakr, la storia della nazione musulmana forse sarebbe stata scritta diversamente.

Ciò fu possibile perché nella natura di Hazrat Abu Bakr (ra) si unirono due qualità apparentemente contraddittorie: una fermezza illimitata e la dolcezza. Per questo nel suo carattere regnava sempre un certo equilibrio. Se nella natura di una persona fosse presente soltanto una di queste due qualità e l’altra fosse assente, vi sarebbe il serio rischio che l’equilibrio del suo carattere venisse compromesso. Ma, per grazia di Allah, entrambe queste qualità erano presenti in egual misura nel suo carattere. Sebbene Hazrat Abu Bakr (ra) fosse il capo dei musulmani e il califfo, la sua vita era molto semplice. Pur essendo califfo, percorreva i vicoli di Medina per informarsi della condizione della popolazione e talvolta svolgeva personalmente anche le loro faccende. Hazrat Umar (ra) racconta: «Ogni mattina sbrigavo i lavori domestici presso la casa di una vecchia. Un giorno, recatomi da lei come al solito, la vecchia disse: “Oggi non c’è nulla da fare. Un uomo pio ha già terminato i lavori prima del tuo arrivo”. In seguito Hazrat Umar scoprì che quell’uomo pio era Hazrat Abu Bakr (ra). Nonostante fosse califfo, egli continuava in questo modo a svolgere le faccende di una vecchia orfana. Hazrat Abu Bakr (ra) governò il califfato per appena circa due anni e mezzo. Tuttavia, questo breve periodo è considerato estremamente importante nella storia dell’Islam. Dopo la morte del Rasulullah (saw), il suo contributo più significativo fu mantenere l’unità e la coesione della Ummah musulmana e sradicare le ribellioni degli Arabi. Egli fondò lo Stato e il governo su basi così solide che i musulmani ebbero il coraggio di dichiarare guerra a due superpotenze come l’Iran e Roma, conquistando in breve tempo molti dei loro territori.

Un altro contributo di Hazrat Abu Bakr (ra) fu la raccolta e la preservazione del Sacro Corano. Nella prima fase del suo califfato scoppiarono ribellioni in varie parti dell’Arabia. Nel reprimere quelle rivolte, diverse centinaia di hafiz del Corano ottennero il martirio. Soltanto nella battaglia contro Musaylima il Bugiardo furono martirizzati settecento hafiz. In seguito, su consiglio di Hazrat Umar, Hazrat Abu Bakr (ra) raccolse l’intero Corano in forma di libro in un unico volume e ne conservò la copia presso di sé. Questa copia originaria del Corano è conosciuta nella storia come «Mushaf Siddiqi». Più tardi, le copie del Corano realizzate all’epoca di Hazrat Uthman (ra) furono essenzialmente soltanto riproduzioni del «Mushaf Siddiqi».

Nel Sacro Corano e nelle parole del Rasulullah sono state proclamate molte volte e in numerosi luoghi la sconfinata dignità e l’onore di Abu Bakr.

Hazrat Abu Bakr (ra) narrò hadith dal Rasulullah (saw). L’allama al-Dhahabi ha menzionato nel libro ‘Tazkiratul Huffaz’ che, nella narrazione degli hadith, egli era estremamente prudente. A causa della sua eccessiva cautela, il numero degli hadith da lui narrati è molto esiguo rispetto a quello di altri. Umar, Uthman, Abd al-Rahman ibn Awf, Ibn Masud, Ibn Umar, Ibn Amr, Ibn Abbas, Hudhayfa, Zayd ibn Thabit, Uqba, Maqal, Anas, Abu Hurayra, Abu Umama, Abu Baraza, Abu Musa, e le sue due figlie Aisha e Asma, oltre ad altri illustri Compagni, narrarono hadith da lui. Anche eminenti Tabi‘un narrarono da lui.

Il 7 Jumada al-Thani dell’anno 13 dell’Egira, l’eminente Abu Bakr (ra) fu colpito dalla febbre. Dopo essere rimasto malato per quindici giorni, morì il 21 Jumada al-Thani dell’anno 13 dell’Egira, corrispondente all’agosto del 634 d.C. Fu sepolto nella stanza di Aisha (ra), accanto al Messaggero di Allah (s), leggermente a est di lui. Rimase alla guida del califfato per due anni, tre mesi e dieci giorni.

’Umar ibn al-Khattab ((ra))

Il suo nome era Umar, il suo laqab era al-Faruq e la sua kunya Abu Hafs. Suo padre era al-Khattab e sua madre Hantama. Apparteneva al clan Adi della tribù dei Quraysh. Attraverso un antenato di Umar risalente all’ottava generazione, di nome Ka’b, la sua genealogia si congiungeva a quella del Messaggero di Allah (s). Suo padre al-Khattab era una personalità eminente dei Quraysh. Sua madre Hantama era figlia del celebre comandante qurayshita Hisham ibn al-Mughira. Khalid ibn al-Walid, uno dei più grandi comandanti dell’Islam, era nipote di questo al-Mughira. Ai piedi del monte Jabal Aqib, alla Mecca, si trovava in epoca preislamica l’insediamento dei Banu Adi ibn Ka’b. Qui si trovava la dimora dell’eminente Umar. In epoca islamica, in suo onore, il monte fu chiamato Jabal Umar, cioè “il monte di Umar”. (Tabaqat di Ibn Saʿ’d 3//66) Zayd ibn Nufayl era cugino di Umar. Prima della venuta del nobile Messaggero di Allah, Zayd era uno di coloro che, nell’Arabia preislamica, avevano abbandonato l’idolatria e professavano il tawhid affidandosi al proprio discernimento.

Nacque tredici anni dopo la nascita del Messaggero di Allah (s). Anche al momento della morte aveva la stessa età del Messaggero di Allah (s): 63 anni. Tuttavia, gli storici divergono sull’anno della sua nascita e su quello della sua conversione all’Islam.

Aveva una carnagione chiara e luminosa, la testa calva, le guance scarne, una barba folta, i baffi lunghi e spessi ai lati e una corporatura alta. Anche in mezzo a mille persone appariva più alto di tutti.

Non si sa molto della sua nascita e della sua infanzia. Ibn Asakir, nella sua Tarikh, ha riportato una narrazione trasmessa da Amr ibn al-As (ra). Da essa si apprende che un giorno Amr ibn al-As era seduto con alcuni amici, quando sentì un gran clamore. Informandosi, venne a sapere che ad al-Khattab era nato un figlio. Sulla base di questa narrazione, sembra che alla nascita dell’eminente Umar si sia tenuta una grande festa.

Anche il periodo della sua giovinezza è in gran parte sconosciuto. Chi avrebbe mai saputo che questo giovane comune e alquanto testardo un giorno sarebbe diventato al-Fārūq al-Aʿẓam? Nell’adolescenza, il padre di ʿUmar lo mise a pascolare i cammelli. Egli pascolava i cammelli in un luogo chiamato Dajnan, nei pressi della Mecca. Una volta, durante il suo califfato, mentre attraversava quella pianura, rievocò così ai suoi compagni i ricordi della sua infanzia: «C’era un tempo in cui, indossando un abito di lana, pascolavo sotto il sole cocente, in questa pianura, i cammelli di Khattab. Khattab era un uomo estremamente severo e burbero. Quando, stanco, mi fermavo a riposare un po’, venivo picchiato senza pietà per mano di mio padre. Ma oggi è giunto per me un giorno in cui, all’infuori di Allah l’Unico, nessuno ha autorità su di me.» (Ṭabaqāt: 3/266–67)

Sin dall’inizio della giovinezza acquisì le materie che i nobili arabi di quel tempo dovevano necessariamente apprendere, come l’arte della guerra, la lotta, l’oratoria e lo studio delle genealogie. Apprese la scienza delle genealogie, o nasab-nāma, per eredità. Sia suo padre sia suo nonno erano particolarmente esperti in questa disciplina. Fu uno dei più grandi lottatori della sua epoca. Partecipava a incontri di lotta nella fiera di ʿUkāẓ, in Arabia. L’Allāma Yubʿiyānī disse: «ʿUmar era un grandissimo campione di lotta.» Era un celebre cavaliere dell’Arabia preislamica. L’Allāma Jāḥiẓ disse: «Quando ʿUmar montava a cavallo, sembrava che il suo corpo si fosse fuso con la pelle del cavallo.» (al–Bayān wa al- Tabyīn)Aveva anche talento poetico. Conosceva a memoria quasi tutte le poesie dei poeti più celebri del suo tempo. Fu in realtà lui il fondatore dell’approccio scientifico alla critica della poesia araba. Leggendo le sue opinioni sulla lingua e sulla letteratura, si può comprendere quanto fosse competente in materia. L’eloquenza era una sua qualità innata. In gioventù imparò anche a leggere e a scrivere. Al-Balādhurī scrisse: «Quando il Nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ricevette la profezia, in tutta la tribù dei Quraysh soltanto diciassette persone sapevano leggere e scrivere. ʿUmar era una di loro.»

Il commercio era una professione onorevole per gli Arabi dell’epoca della jāhiliyya. Anche ʿUmar iniziò a commerciare e ottenne notevoli successi. Grazie ai suoi affari ebbe l’opportunità di recarsi in paesi lontani e di frequentare molte società di uomini sapienti e illustri. Masʿūdī racconta: «Durante l’epoca della jāhiliyya, ʿUmar — che Allah sia soddisfatto di lui — si recava in Siria e in Iraq per commerciare. Ebbe così l’opportunità di frequentare molti re e sovrani degli Arabi e degli ʿAjam». Shiblī Nuʿmānī dice: «Già nell’epoca della jāhiliyya, la fama di ʿUmar si era diffusa in tutta l’Arabia. Per questo i Quraysh lo incaricavano sempre delle missioni diplomatiche. Quando nasceva una controversia con altre tribù, veniva mandato come loro emissario per risolverla».(al–Fārūq: 14)

La conversione all’Islam di ʿUmar fu un evento affascinante. Grazie a suo cugino Zayd, il messaggio del tawḥīd non era del tutto nuovo nella sua famiglia. Il primo tra loro ad accettare l’Islam fu Saʿīd, figlio di Zayd. Saʿīd sposò poi Fāṭima, sorella di ʿUmar. Anche Fāṭima accettò l’Islam insieme al marito. Un altro personaggio illustre della famiglia di ʿUmar, Nuʿaym ibn ʿAbdullāh, accettò anch’egli l’Islam. Ma fino ad allora ʿUmar non sapeva assolutamente nulla dell’Islam. Quando ne sentì parlare per la prima volta, arse di collera. Divenne il più acerrimo nemico di quanti nella sua famiglia avevano accettato l’Islam. Nel frattempo venne a sapere che anche una sua schiava, di nome Lubāna, aveva accettato l’Islam. Sottopose a crudeli persecuzioni tutti coloro sui quali aveva potere. A un certo punto decise che proprio Muḥammad — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — il principale predicatore dell’Islam, doveva essere eliminato dal mondo. Detto fatto.

Anas ibn Mālik riferisce: «Con la spada appesa alla spalla, ʿUmar era in cammino. Lungo la strada incontrò un uomo dei Banū Zuhra (secondo un’altra versione, Nuʿaym ibn ʿAbdullāh). Questi gli chiese: “Dove vai, ʿUmar?”. Rispose: “A farla finita con Muḥammad”. L’uomo disse: “Dopo averla fatta finita con Muḥammad — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — come farai a sfuggire ai Banū Hāshim e ai Banū Zuhra?”. Udendo ciò, ʿUmar esclamò: “Mi sembra che anche tu abbia abbandonato la religione dei tuoi padri e sia diventato un miscredente”. L’uomo disse: “ʿUmar, ascolta una notizia sorprendente: tua sorella e tuo cognato sono diventati miscredenti. Hanno abbandonato la tua religione”. (In realtà, l’intento dell’uomo era distogliere ʿUmar dal suo obiettivo.) Udendo ciò, ʿUmar, accecato dalla collera, corse verso la casa della sorella e del cognato. Alla porta della casa risuonò il colpo di ʿUmar — che Allah sia soddisfatto di lui. I due stavano imparando il Corano da Khabbāb ibn al-Aratt. Avvertendo la presenza di ʿUmar, Khabbāb si nascose in un’altra stanza della casa. ʿUmar chiese subito a sua sorella e a suo cognato: “Che cos’era quel mormorio che ho sentito qui?”. In quel momento stavano recitando la sūra Ṭāhā del Corano. Risposero: “Stavamo parlando tra noi”. ʿUmar disse: “Probabilmente siete diventati entrambi apostati”. Il cognato rispose: “E se la verità si trovasse in qualcosa di diverso dalla tua religione, ʿUmar, che cosa faresti?”. ʿUmar si avventò sul cognato e cominciò a calpestarlo violentemente con entrambi i piedi. Quando la sorella accorse per salvare il marito, ʿUmar la afferrò e la picchiò così duramente che il suo volto si coprì di sangue. La sorella, infuriata, esclamò: “Se la verità si trova al di fuori della tua religione, allora io attesto che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah, e attesto inoltre che Muḥammad è il Messaggero di Allah”.

Già da alcuni giorni prima di questo episodio si era prodotto un cambiamento nell’animo di ʿUmar. I Quraysh avevano sottoposto i musulmani a crudeli persecuzioni e torture a Mecca, ma non erano riusciti a farne rinunciare nemmeno uno. I musulmani avevano sopportato tutto in silenzio. Quando necessario, avevano abbandonato le loro case, ma non avevano rinunciato all’Islam. Ciò aveva scosso l’animo di ʿUmar. Egli oscillava nel vortice dell’indecisione e del conflitto interiore. Quel giorno, il sangue sul volto e negli occhi della sua amata sorella e la sua testimonianza della verità gli diedero uno scossone tale che tutte le sue esitazioni e i suoi conflitti interiori svanirono come canfora. In un istante, il suo cuore si illuminò della luce della verità. Dopo essersi purificato, prese dalle mani della sorella il brano della sūra Ṭāhā e cominciò a leggerlo. Terminata la lettura, disse: “Portatemi da Muḥammad — che Allah lo benedica e gli conceda la pace”. Udendo le parole di ʿUmar, Khabbāb uscì finalmente dal nascondiglio della casa. Disse: “Buone notizie, ʿUmar! Giovedì notte il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — aveva pregato per te. Spero che la sua preghiera sia stata accolta. Aveva detto: ‘O Allah, rafforza l’Islam per mezzo di ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb o di ʿAmr ibn Hishām’”. Khabbāb aggiunse: “Ora il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — si trova nella Dār al-Arqam, ai piedi di Ṣafā”.

ʿUmar si diresse verso la «Dār al-Arqam». Insieme ad Hamza e Talha, alcuni altri Compagni stavano allora facendo la guardia alla porta della casa di Arqam. Vedendo ʿUmar, furono presi dal panico. Hamza, tuttavia, li rassicurò dicendo: «Se Allah vuole il bene di ʿUmar, egli abbraccerà l’Islam e diventerà seguace del Messaggero; altrimenti, per noi sarà molto facile ucciderlo». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si trovava dentro la casa. In quel momento gli veniva rivelata la divina ispirazione. Poco dopo uscì e andò da ʿUmar. Afferrandolo saldamente per la veste e per l’impugnatura della spada, gli disse: «O ʿUmar, non vuoi forse smettere?» … Poi pregò: «O Allah, ecco ʿUmar davanti a me; o Allah, rafforza la religione per mezzo di ʿUmar». ʿUmar esclamò: «Attesto che tu sei il Messaggero di Allah». Subito dopo aver abbracciato l’Islam, egli esortò: «O Messaggero di Allah, esci di casa!»(Ṭabaqāt al- Kubrā/Ibn Sa’d 3/267–69) Questo accadde nel sesto anno della missione profetica.

L’Imām al-Zuhrī narra: «Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) era entrato nella Dār al-Arqam quando ʿUmar abbracciò l’Islam. Prima di lui, tra uomini e donne, avevano abbracciato l’Islam in tutto quaranta persone, o poco più di quaranta. Dopo la conversione di ʿUmar, Gabriele venne e disse: “O Muhammad, gli abitanti dei cieli si sono rallegrati per la conversione di ʿUmar”».(Ṭabaqāt: 3/269)

Con la conversione di ʿUmar ebbe inizio un nuovo capitolo nella storia dell’Islam. Sebbene fino ad allora avessero abbracciato l’Islam quaranta o cinquanta persone, tra cui anche Hamza, per i musulmani non era sicuro neppure dichiararsi musulmani, tanto meno recarsi alla Kaʿba per pregare. Con la conversione di ʿUmar, questa situazione cambiò. Egli proclamò pubblicamente l’Islam e cominciò a pregare nella Kaʿba insieme agli altri.

‘Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: La notte stessa in cui abbracciai l’Islam, riflettei su chi fosse il più accanito nemico del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) tra gli abitanti della Mecca. Sarei andato personalmente da lui per informarlo della mia conversione all’Islam. Pensai che Abū Jahl fosse il nemico più acerrimo. Al mattino bussai alla sua porta. Abū Jahl uscì e chiese: «Che cosa vuoi?». Risposi: «Sono venuto a informarti che ho creduto in Allah e nel Suo Messaggero Muḥammad (pace e benedizioni su di lui), e che ho accettato le prescrizioni e il messaggio da lui portati». Non appena udì ciò, mi sbatté la porta in faccia e disse: «Che Allah ti copra di vergogna, e copra di vergogna anche la notizia che sei venuto a portarmi».(Sīrat Ibn Hishām)

In questo modo, per la prima volta, la potenza pagana della Mecca si trovò di fronte a una sfida aperta. Saʿīd ibn al-Musayyib disse: «Dopo la sua conversione all’Islam, l’Islam assunse una forma pubblica alla Mecca». ʿAbd Allāh ibn Masʿūd (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Non appena ʿUmar abbracciò l’Islam, iniziò a litigare con i Quraysh. Alla fine riuscì a pregare nella Kaʿba. E tutti noi pregammo insieme a lui». Ṣuhayb ibn Sinān disse: «Dopo la sua conversione all’Islam, sedevamo riuniti accanto alla Kaʿba, compivamo il ṭawāf intorno alla Kaʿba, ci vendicavamo di chi ci trattava con durezza e respingevamo qualsiasi aggressione contro di noi. (Ṭabaqāt: 3/269)». Per questo il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) gli conferì il titolo di «al-Fārūq», poiché a causa sua si era creata una distinzione manifesta tra l’Islam e la miscredenza. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Allah l’Altissimo ha stabilito la verità sulla lingua e nel cuore di ʿUmar. Perciò egli è al-Fārūq. Per mezzo suo, Allah ha distinto la verità dalla falsità. (Ṭabaqāt: 3/270)

A coloro che alla Mecca erano ormai esasperati dalle persecuzioni dei politeisti, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ordinò di emigrare a Medina. Dopo l’emigrazione a Medina di Abū Salama, ʿAbd Allāh ibn Ashhal, Bilāl e ʿAmmār ibn Yāsir, ʿUmar si mise in cammino verso Medina insieme a venti parenti e amici. Tra questi venti vi erano anche suo fratello Zayd, suo nipote Saʿīd e suo genero Khunays. Nei pressi di Medina, nel villaggio di Qubāʾ, trovò rifugio nella casa di Rifāʿa ibn ʿAbd al-Mundhir.

Vi era una differenza particolare tra l’egira di Umar e quella degli altri. Gli altri emigrarono in segreto, all’insaputa di tutti. L’egira di Umar, invece, fu pubblica. In essa vi erano una sfida e uno spirito di ribellione contro i Quraysh. Prima di partire dalla Mecca per Medina, egli compì il tawaf attorno alla Kaʿba. Poi si recò nel luogo di ritrovo dei Quraysh e proclamò: «Sto partendo per Medina. Chiunque voglia far piangere di dolore sua madre per la perdita del figlio, mi affronti all’altra estremità di questa valle». Dopo aver lanciato una simile sfida, si incamminò direttamente verso Medina. Ma nessuno ebbe il coraggio di raccoglierla.(Tarikhul Ummah al–Islamiyyah: Khidri Bek, 1/198)

Da diverse narrazioni si apprende che il Messaggero di Allah, in momenti diversi, stabilì un rapporto di fratellanza nella fede tra Umar e varie persone. Abu Bakr al-Siddiq, Uways ibn Saʿida, Itban ibn Malik e Muʿadh ibn ʿAfra, che Allah sia soddisfatto di loro, furono fratelli nella fede di Umar. È tuttavia certo che, dopo l’egira a Medina, egli fu unito da un vincolo di fratellanza nella fede a Itban ibn Malik, capo dei Banu Salim.(Tabaqat: 3/272)

Dal primo anno dell’Egira fino alla morte del nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la vita operosa di Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, fu in realtà una parte della vita piena di attività del nobile Messaggero di Allah. Non vi fu una sola guerra che il Messaggero dovette combattere, un solo trattato che dovette stipulare, una sola norma che dovette promulgare di volta in volta, né un solo metodo che dovette adottare per diffondere l’Islam, che fosse stato realizzato senza la partecipazione attiva di Umar. Per questo, se si scrivesse una descrizione dettagliata di tali eventi, essa diventerebbe non la biografia di Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, ma la biografia del nobile Messaggero di Allah. La sua vita ricca di attività era intimamente legata a quella del nobile Messaggero di Allah.

Umar partecipò con il Messaggero di Allah a tutte le battaglie, comprese quelle di Badr, Uhud e del Fossato. Inoltre, guidò diverse saraya (piccole spedizioni alle quali il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non partecipava personalmente). Dalla consulenza e dalla conduzione delle truppe nella battaglia di Badr fino a ogni altro ambito, egli operò con fermezza al fianco del nobile Messaggero di Allah. Fu il suo consiglio riguardo ai prigionieri della battaglia di Badr a risultare gradito ad Allah. Il suo ruolo particolare in questa battaglia fu il seguente:

1. In questa battaglia parteciparono uomini provenienti da ogni ramo della tribù dei Quraysh; tuttavia, neppure un uomo dei Banu ʿAdi, cioè del clan di Umar, vi prese parte. Ciò avvenne grazie all’influenza di Umar.

2. In questa battaglia, contro l’Islam, parteciparono complessivamente dodici uomini appartenenti alla sua tribù e ai suoi alleati vincolati da un patto.

3. In questa battaglia Hazrat ’Umar uccise con le proprie mani suo zio materno ’Asi ibn Hisham. Con questo omicidio fu il primo a dimostrare che, sulla via della verità, l’influenza dei parenti e delle persone care non può prevalere.

Anche nella battaglia di Uhud Hazrat ’Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) fu un combattente in prima linea. A un certo punto della battaglia, quando i soldati musulmani si trovarono ad affrontare una grave calamità e il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), ferito, si rifugiò in un luogo sicuro della montagna insieme a pochi compagni, il capo dei Quraysh Abu Sufyan si avvicinò e, chiamando ad alta voce Muhammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), ’Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) e altri ancora, chiese: «Siete ancora vivi?». Su indicazione del Messaggero, nessuno rispose ad Abu Sufyan. Non ricevendo risposta, Abu Sufyan proclamò: «Certamente sono stati tutti uccisi». Queste parole ferirono l’orgoglio virile di ’Umar. Non riuscì a trattenersi ed esclamò: «Ehi, nemico di Allah! Siamo tutti vivi». Abu Sufyan disse: «U‘lu Hubal: vittoria a Hubal». Su indicazione del Messaggero di Allah, ’Umar rispose: «Allah è più alto e più glorioso: Allah è grande e nobilissimo».

Anche nella battaglia del Fossato ’Umar svolse un ruolo attivo. A ’Umar fu affidata la difesa di un punto particolare del Fossato. Ancora oggi vi esiste una moschea a lui intitolata, che ne conserva il ricordo. Un giorno, durante questa battaglia, era così impegnato nella difesa che rischiò di perdere la preghiera dell’Asr. Il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) lo consolò dicendo: «A causa degli impegni, anch’io finora non ho potuto compiere la preghiera».(Al–Faruq: Shibli Nu’mani: 25)

Già prima del giuramento di Hudaybiyyah Hazrat ’Umar iniziò a prepararsi per la guerra. Mandò suo figlio Abdullah a prendere un cavallo presso un Ansari. Quando questi tornò, riferì: «La gente sta prestando il giuramento nelle mani del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace)». ’Umar allora era già armato per la battaglia. In quelle condizioni corse a prestare il giuramento nelle mani del Messaggero di Allah.

Le condizioni del trattato di Hudaybiyyah apparvero, a prima vista, umilianti per i musulmani. ’Umar si agitò. Prima protestò contro il trattato davanti ad Abu Bakr, poi davanti allo stesso Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Il Messaggero di Allah disse: «Io sono il Messaggero di Allah. Non compio alcuna azione senza un ordine di Allah». ’Umar si calmò e si pentì. Osservando digiuni volontari, compiendo la preghiera, liberando schiavi e facendo elemosine e beneficenza, espiò la propria irriverenza.

A Khaybar vi erano numerose fortezze fortificate degli ebrei. Alcune furono conquistate facilmente, ma due non poterono essere conquistate in alcun modo. Il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) mandò Abu Bakr il primo giorno e ’Umar il secondo, perché conquistassero le due fortezze. Entrambi tornarono senza successo. Il terzo giorno il Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) proclamò: «Domani affiderò lo stendardo a un uomo per mano del quale Allah concederà la vittoria». Il giorno seguente i nobili Compagni si presentarono armati alla presenza del Messaggero di Allah. Nel cuore di ciascuno vi era il desiderio di ottenere quell’onore. ’Umar disse: «A Khaybar, a parte questo episodio, non ho mai desiderato il comando o la leadership». L’onore di quel giorno fu conquistato dal Leone di Allah, ’Ali (che Allah sia soddisfatto di lui).

La terra conquistata di Khaybar fu distribuita tra i mujahidin. Hazrat ’Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) destinò come waqf, per la causa di Allah, la parte che gli era toccata. Questo fu il primo waqf nella storia dell’Islam.(Al–Faruq: 30)

Durante la conquista della Mecca, Hazrat ’Umar (ra.) accompagnò il Messaggero di Allah (sa.) come un’ombra. Quando Abu Sufyan, il grande nemico dell’Islam, venne per arrendersi, ’Umar chiese al Messaggero di Allah (sa.): «Datemi il permesso di finirlo proprio adesso». Quel giorno gli uomini della Mecca prestavano giuramento di fedeltà nelle mani del Messaggero di Allah (sa.), mentre le donne lo prestavano a ’Umar, secondo le istruzioni del Messaggero di Allah (sa.).

Anche nella spedizione di Hunayn Hazrat ’Umar partecipò e combatté valorosamente. In quella battaglia, a causa del violento attacco dei miscredenti, l’esercito musulmano di dodicimila uomini fu disperso. Ibn Ishaq dice: soltanto alcuni valorosi Muhajirun e Ansar rimasero saldi accanto al Messaggero di Allah (sa.) in quel momento di pericolo. Tra loro sono degni di particolare menzione Abu Bakr, ’Umar e ’Abbas (ra.).

Durante la spedizione di Tabuk, rispondendo all’appello del Messaggero di Allah (sa.), Hazrat ’Umar (ra.) consegnò nelle mani del Messaggero di Allah (sa.) metà di tutti i suoi beni.

Quando venne a sapere della morte del Messaggero di Allah (sa.), Hazrat ’Umar rimase seduto per qualche tempo, attonito. Poi si recò davanti alla Moschea del Profeta, sguainò la spada e proclamò: «Chiunque dica che il Messaggero di Allah (sa.) è morto, gli spaccherò la testa in due». Da questo episodio si può facilmente comprendere l’intensità della sua devozione e del suo amore per il Messaggero di Allah (sa.).

Dopo la morte del Messaggero di Allah (sa.), al termine di una lunga discussione presso la Saqifa Banu Saida, ’Umar prese molto rapidamente una decisione e prestò giuramento di fedeltà al califfo Abu Bakr. Così la grande crisi relativa alla scelta del califfo si risolse facilmente.

Quando il califfo Hazrat Abu Bakr comprese che la fine della sua vita si stava avvicinando, ritenne opportuno designare il suo successore prima di morire. Ai suoi occhi, ’Umar (ra.) era la persona più qualificata per il califfato. Ciononostante, ritenne conveniente consultare i Compagni di alto rango in merito. Convocò ‘Abd al-Rahman ibn ‘Awf (ra.) e gli disse: «Fammi conoscere la tua opinione riguardo a ’Umar». Egli rispose: «È migliore di qualsiasi altra persona, ma nel suo carattere vi è una certa durezza». Abu Bakr disse: «La ragione è che mi ha visto essere indulgente; quando la responsabilità del califfato ricadrà sulle sue spalle, questa durezza diminuirà molto». Poi Abu Bakr gli chiese di non rivelare a nessuno ciò di cui avevano discusso. In seguito convocò ‘Uthman ibn ‘Affan e gli disse: «Abu ‘Abdullah, fammi conoscere la tua opinione riguardo a ’Umar». ‘Uthman rispose: «Voi lo conoscete meglio di me». Abu Bakr disse: «Nonostante ciò, fammi conoscere la tua opinione». ‘Uthman rispose: «Per quanto lo conosco, il suo intimo è migliore del suo aspetto esteriore. Tra noi non vi è nessuno che sia suo pari». Abu Bakr (ra.) lo congedò dopo avergli chiesto di mantenere segreto ciò di cui avevano discusso tra loro.

Dopo aver terminato di raccogliere le opinioni di diverse persone, convocò ‘Uthman ibn ‘Affan e gli dettò: «Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo. Questo è l’impegno di Abu Bakr ibn Abi Quhafa nei confronti dei musulmani. Amma ba‘d…». Dopo aver pronunciato queste parole, perse conoscenza. Allora ‘Uthman ibn ‘Affan aggiunse di propria iniziativa: «Ho designato per voi ’Umar ibn al-Khattab come califfo e non ho trascurato alcuno sforzo per il vostro bene in questa decisione». In seguito Abu Bakr riprese conoscenza. Gli fu letto il testo scritto. Dopo averlo ascoltato interamente, esclamò: «Allahu Akbar!» e disse: «Temevo che, se fossi morto privo di conoscenza, la gente avrebbe dato origine a delle divergenze». Rivolgendosi a ‘Uthman, aggiunse: «Che Allah l’Altissimo ti ricompensi con il bene a nome dell’Islam e dei musulmani».

Al-Tabari racconta: quindi Abu Bakr (ra.) guardò verso la gente. In quel momento sua moglie, Asma bint ‘Umais, lo sosteneva. Disse ai presenti: «Siete soddisfatti della persona che sto designando per voi? Giuro su Allah, non ho trascurato alcuno sforzo per conoscere l’opinione della gente. Non ho assegnato questo incarico a nessun mio parente stretto. Ho designato ’Umar ibn al-Khattab come vostro califfo. Ascoltatelo e obbeditegli». Così ebbe inizio il califfato di ’Umar (ra.), il 22 di Jumada al-Thani dell’anno 13 dell’Egira, corrispondente al 13 agosto 634 d.C.

Non è possibile discutere brevemente del metodo di governo dello Stato di Hazrat ʿUmar. In soli dieci anni egli provocò la caduta dell’intero Impero romano bizantino e dell’Impero persiano. Durante la sua epoca furono conquistate complessivamente 1036 città, comprese quelle di diverse regioni. Fu soprattutto nella sua epoca che si consolidò sistematicamente il governo islamico. Tutti i rami del governo o dello Stato videro la luce proprio durante la sua epoca. Il suo governo e la sua giustizia si sono diffusi tra gli uomini di tutto il mondo come una leggenda.

Hazrat ʿUmar fu il primo califfo a ricevere il titolo di «Amir al-Mu’minin». Fu lui il primo a introdurre il calendario egiriano, a organizzare la preghiera tarawih in congregazione, a usare la durra, ossia il bastone, per governare il popolo, a stabilire ottanta frustate come pena per il consumo di vino, a conquistare numerosi regni, a fondare città, a definire i gradi dell’esercito e le varie battaglioni, a redigere il registro nazionale o elenco dei cittadini, a nominare i giudici e a dividere lo Stato in diverse province.

ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, era uno degli scribi del Messaggero di Allah. Diede in sposa al Messaggero di Allah sua figlia, Hazrat Hafsa. Egli svolse il ruolo di ministro e consigliere del Messaggero di Allah e di Abu Bakr. Prima e dopo aver abbracciato l’Islam, il commercio fu il mezzo con cui si guadagnava da vivere. Continuò a commerciare per alcuni anni anche dopo aver assunto sulle proprie spalle la gravosa responsabilità del califfato. Quando in seguito ciò divenne impossibile, i Compagni di alto rango, tra cui Hazrat ʿAli, si consultarono e stabilirono per lui un’indennità annua di appena ottocento dirham dal Bayt al-Mal. Nel quindicesimo anno dell’Egira, quando furono fissate le indennità per le altre persone dal Bayt al-Mal, anche la sua fu stabilita in cinquemila dirham, pari a quella dei Compagni illustri.

Per quanto riguardava il denaro del Bayt al-Mal, la concezione di Hazrat ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, era simile a quella del denaro di un orfano. Come il tutore di un orfano custodisce il patrimonio dell’orfano, può spendere quanto è necessario per l’orfano e per sé, ma non può sprecarlo. Se non ve n’è bisogno, si astiene dal patrimonio dell’orfano e si limita a custodirlo; quando l’orfano diventa adulto, gli restituisce il suo patrimonio. Questa concezione di ʿUmar nei confronti del Bayt al-Mal si manifestò sempre nelle sue azioni e nel suo comportamento.

Hazrat ʿUmar camminava sempre con una durra, ossia un bastone, in mano. Persino Satana fuggiva alla sua vista. (Tazkiratul Huffaz) Ciò non significa però che fosse tirannico. Era un giudice rigorosamente giusto. Amava profondamente le persone, e anche loro lo amavano. Nella storia si trovano molti racconti del suo modo di prendersi cura dei sudditi.

Riguardo alle virtù e alla dignità di Hazrat al-Faruq al-Aʿzam, nel Corano e negli hadith vi sono così tanti riferimenti e dichiarazioni esplicite che non è possibile esporli in un breve articolo. La sua posizione presso Allah e il Suo Messaggero è elevatissima. Per questo si è detto che i versetti coranici furono sempre rivelati a sostegno delle opinioni di ʿUmar. Hazrat ʿAli disse: «Khayr al-ummah baʿda nabiyyihā Abū Bakr thumma ʿUmar»: dopo il Profeta, il migliore della comunità è Abu Bakr, poi ʿUmar. Hazrat ʿAbdullah ibn Masʿud disse: «L’accettazione dell’Islam da parte di ʿUmar è la vittoria dell’Islam. La sua emigrazione è l’aiuto di Allah e il suo califfato è la misericordia di Allah». Osservando tutte le qualità di ʿUmar, il Nobile Messaggero disse: «Law kāna baʿdī nabiyyun lakāna ʿUmar»: se dopo di me ci fosse stato un profeta, sarebbe stato ʿUmar. Poiché in lui vi erano la disposizione e le caratteristiche dei profeti.

ʿUmar diede un contributo considerevole alla coltivazione e alla diffusione delle conoscenze e delle scienze. Attribuì grande importanza alla lettura, allo studio e alla conservazione della poesia araba. Era estremamente vigile nel preservare la purezza della lingua araba; se qualcuno commetteva un errore linguistico davanti a lui, lo ammoniva severamente. Credeva che apprendere correttamente la lingua araba fosse parte della religione. L’Allama al-Dhahabi ‘Tazkiratul Huf‌faz’ annota nell’opera che, nella trasmissione degli hadith, ʿUmar era estremamente rigoroso e insisteva affinché uno stesso hadith fosse trasmesso attraverso diverse catene di trasmissione.

Abu Lu’lu Firuz, schiavo adoratore del fuoco di al-Mughira ibn Shuʿba, il celebre Compagno, pugnalò questo grande califfo mentre questi si trovava in piedi per la preghiera dell’alba. Egli morì il mercoledì, il 27 di Dhu al-Hijja dell’anno 23 dell’Egira, il terzo giorno dopo essere stato ferito. Prima di morire, affidò a sei illustri Compagni — ʿAli, ʿUthman, ʿAbd al-Rahman ibn ʿAwf, Saʿd, al-Zubayr e Talha — il compito di scegliere tra loro uno che divenisse califfo. Hazrat Suhayb, che Allah sia soddisfatto di lui, guidò la preghiera funebre. Fu sepolto accanto a Hazrat al-Siddiq al-Akbar all’interno del Rawda del Profeta. Al momento della morte aveva 63 anni. Il suo califfato durò dieci anni, sei mesi e quattro giorni.

’Uthman ibn ’Aff‌an (ra)

Nome: ʿUthmān; kunya: Abū ʿAmr, Abū ʿAbdillāh e Abū Laylā; laqab: Dhū’n-Nūrayn. (Ṭabaqāt 3/53, Tahdhīb al- Tahdhīb) Suo padre era ʿAffān e sua madre Arwāʾ bint Qurayẓ. Discendeva dal ramo degli Umayya della tribù dei Quraysh. Attraverso il suo antenato ʿAbd Manāf, la sua genealogia si ricongiunge a quella del Messaggero di Allah (s.a.w.). Fu il terzo califfo dei Califfi Ben Guidati. Sua nonna, Bayḍāʾ bint ʿAbd al-Muṭṭalib, era la zia paterna del Messaggero di Allah (s.a.w.). Nacque nel 576 d.C., sei anni dopo l’Anno dell’Elefante. (al-–Istīʿāb) In base a questo calcolo, era di sei anni più giovane del Nobile Messaggero (s.a.w.). Tuttavia, esistono ampie divergenze riguardo al suo anno di nascita. Di conseguenza, si riscontrano analoghe divergenze anche circa la sua esatta età al momento del martirio. Secondo alcune narrazioni, nacque a Ṭāʾif. (Fitnat‌ al- Kubrā, dott. Ṭāhā Ḥusayn)

Hazrat ʿUthmān (ra) era di corporatura media e di costituzione robusta: aveva guance scarne, una folta barba, carnagione chiara e luminosa, capelli folti, petto e vita larghi, basette che gli arrivavano fino alle orecchie, stinchi robusti, lunghe braccia ricoperte di peli, segni del vaiolo sul volto, barba tinta con l’henné e denti incastonati d’oro.

La fase iniziale della vita di Hazrat ʿUthmān (ra), come quella degli altri Compagni, è rimasta avvolta nell’oscurità dell’epoca della jāhiliyya. La sua vita preislamica è svanita a tal punto da sembrare che fosse nato insieme all’Islam. Gli storici non ci hanno tramandato alcuna informazione particolare sulla sua vita prima dell’Islam.

Hazrat ʿUthmān (ra) era uno dei maggiori esperti di genealogia tra i Quraysh. Possedeva inoltre una profonda conoscenza dell’antica storia dei Quraysh. Grazie alla sua saggezza, esperienza, cortesia e senso delle convenienze sociali, una folla di persone si radunava sempre intorno a lui. Nessuna delle malefatte dell’epoca della jāhiliyya riuscì a toccarlo. Il pudore e un acuto senso della dignità personale erano i tratti principali del suo nobile carattere. In gioventù iniziò a commerciare, come gli altri nobili Quraysh. Grazie alla sua assoluta onestà e affidabilità ottenne uno straordinario successo negli affari. Nella società della Mecca ricevette il titolo di «al-Ghanī», il ricco mercante di spicco.

Hazrat ʿUthmān (ra) è annoverato tra gli «as-Sābiqūn al-Awwalūn» (coloro che abbracciarono l’Islam nella prima fase), tra gli «ʿAshara Mubashshara» e tra i sei Compagni più eminenti, dei quali il Nobile Messaggero di Allah (sallallahu ʿalayhi wa sallam) rimase soddisfatto per tutta la vita. Aveva un rapporto profondo con Abū Bakr as-Siddīq. Fu grazie alla sua predicazione e al suo incoraggiamento che abbracciò l’Islam. (Sīrat Ibn Hishām) A differenza del comportamento di molti altri capi della Mecca, Hazrat ʿUthmān (ra) rispose al suo invito fin dall’inizio della missione profetica del Messaggero di Allah (sallallahu ʿalayhi wa sallam) e per tutta la vita si dedicò al bene dei musulmani con la propria vita, i propri beni e tutte le proprie risorse. Hazrat ʿUthmān disse: «Sono stato il quarto tra coloro che abbracciarono l’Islam.» (Usud al- Ghāba) Secondo Ibn Isḥāq, Hazrat ʿUthmān fu la prima persona ad abbracciare l’Islam dopo Abū Bakr, ʿAlī e Zayd ibn Ḥāritha.

Il succo delle narrazioni tramandate dagli autori della sīra e dagli studiosi di hadith riguardo alle circostanze in cui Hazrat ʿUthmān (ra) abbracciò l’Islam è il seguente:

Alcuni dicono che sua zia Suʿdā fosse una rinomata «kāhin», ossia una veggente, di quell’epoca. Ella raccontò a Uthman alcune cose riguardo al nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui, e lo esortò ad avere fede in lui. Fu grazie a questo suo incoraggiamento che egli abbracciò l’Islam. (Al Fit‌natul Kubrā)D’altra parte, Ibn Saʿd e molti altri narrano che Uthman si trovava in viaggio in Siria. Mentre si riposava in un luogo situato tra Muʿān e Zarqāʾ, in uno stato di torpore udì un banditore dire: «O voi che dormite, affrettatevi! Un Messaggero di nome Ahmad è apparso alla Mecca». Tornato alla Mecca, venne a sapere che la notizia era vera. In seguito abbracciò l’Islam su invito di Abū Bakr. (al-Ṭabaqāt: 3//55)

Quando Uthman abbracciò l’Islam, aveva più di trent’anni. Anche prima dell’Islam aveva un rapporto molto stretto con Abū Bakr. Quasi ogni giorno si recava a casa sua. Un giorno Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, gli presentò l’Islam. Per caso, in quel momento, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, stava passando per quella strada. Egli disse: «Uthman, accetta l’ingresso in Paradiso. Sono venuto a voi e a tutte le creature di Allah come Suo Messaggero». Non appena udì queste parole, egli abbracciò l’Islam. Dopo la conversione di Uthman, sua zia Suʿdā compose una qasida per congratularsi con lui.

La sorella germana di Uthman, Amīna, e i suoi fratelli e sorelle uterini, Walīd, Khālid, ʿAmmāra e Umm Kulthūm, divennero tutti musulmani. Il loro padre era ʿUqba ibn Abī Muʿayṭ. Al-Dāraquṭnī ha narrato che Umm Kulthūm fu una delle prime muhājirāt. Si dice che sia stata la prima sposa qurayshita a prestare giuramento di fedeltà nelle mani del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Gli altri fratelli e sorelle di Uthman abbracciarono l’Islam al momento della conquista della Mecca.

Sebbene dopo aver abbracciato l’Islam fosse una persona rispettata tra i Quraysh, dovette subire le umiliazioni dei nemici dell’Islam. Suo zio al-Ḥakam ibn Abī al-ʿĀṣ lo legava con una corda e lo picchiava selvaggiamente. Diceva: «Adottando una nuova religione hai infangato il volto dei nostri antenati. Non ti lasceremo libero finché non avrai abbandonato questa religione». Ciò non fece vacillare neppure un poco la fede di Uthman. Egli diceva: «Fate pure ciò che volete; non potrò mai abbandonare questa religione». (al-Ṭabaqāt: 3//55)

Dopo che Uthman abbracciò l’Islam, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, gli diede in sposa sua figlia Ruqayya. Quando Ruqayya morì a Medina nel secondo anno dell’Egira, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, gli diede in sposa la sua seconda figlia, Umm Kulthūm. Per questo egli ricevette il titolo di Dhū al-Nūrayn, «colui che possiede due luci».

Ruqayya era figlia di Khadija, che Allah si compiaccia di lei. Il suo primo matrimonio fu con Utba ibn Abi Lahab, mentre Umm Kulthum sposò Utayba, il secondo figlio di Abu Lahab. Abu Lahab era un acerrimo nemico del Profeta di Allah. Dopo la rivelazione della sura al-Lahab del Sacro Corano, Abu Lahab e sua moglie Umm Jamil (Hammā lat al- ḥaṭab) ordinarono ai loro due figli di divorziare dalle due figlie di Muhammad. Essi divorziarono. Tuttavia, l’imam Suyuti ritiene che il matrimonio di Ruqayya con Uthman sia avvenuto prima che egli abbracciasse l’Islam. Alla luce dell’evento sopra menzionato, l’opinione di Suyuti non sembra accettabile.

Nel quinto anno della profezia, Uthman e sua moglie Ruqayya furono tra il primo gruppo che emigrò in Abissinia, esasperato dalle persecuzioni dei politeisti della Mecca. Anas, che Allah si compiaccia di lui, disse: «I primi a emigrare sul suolo dell’Abissinia furono Uthman e sua moglie Ruqayya, figlia del Profeta». Dopo aver ricevuto per lungo tempo alcuna notizia sul loro conto, il Messaggero di Allah era profondamente preoccupato. In quel periodo una donna qurayshita giunse dall’Abissinia alla Mecca. Il Messaggero di Allah le chiese come stessero i due. Ella riferì: «Ho visto Ruqayya cavalcare un asino e Uthman condurlo. Il Messaggero di Allah pregò per lui: “Che Allah lo assista”. Dopo Lot, Uthman fu il primo a emigrare sulla via di Allah insieme alla propria famiglia. (Al-–Isaba) Durante la loro permanenza in Abissinia nacque loro un figlio, Abdallah, e dal nome di questo figlio egli ricevette la kunya Abu Abdallah. Abdallah morì nel quarto anno dell’Egira. La sua vita coniugale con Ruqayya fu molto felice. La gente diceva che chiunque volesse vedere la coppia migliore dovesse guardare Uthman e Ruqayya.

Uthman rimase per qualche tempo in Abissinia. Poi tornò alla Mecca avendo udito la voce secondo cui i capi della Mecca avevano abbracciato l’Islam. Dopo l’emigrazione del Messaggero di Allah a Medina, emigrò nuovamente a Medina. Divenne così «Dhu al-Hijratayn», colui che compì due emigrazioni.

Partecipò a tutte le battaglie del Messaggero di Allah, tranne quella di Badr. Quando il Messaggero di Allah partì per la battaglia di Badr, Ruqayya era malata a letto. Per ordine del Messaggero, Uthman rimase a Medina per assistere la moglie malata. Il giorno in cui a Medina giunse la notizia della vittoria di Badr, Ruqayya morì. Il Messaggero di Allah assegnò a Uthman una ricompensa e una parte del bottino pari a quelle dei combattenti di Badr. (Tabaqat: 3/56) Pertanto, indirettamente, anche lui è annoverato tra i Compagni di Badr.

Dopo la morte di Ruqayya, nell’anno terzo dell’Egira, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) diede in matrimonio a Uthman la sorella minore di Ruqayya, Umm Kulthum. Secondo una narrazione, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) diede Umm Kulthum in matrimonio a Uthman per ordine di Allah. Nell’anno nono dell’Egira, anche Umm Kulthum morì senza figli. Dopo la morte di Umm Kulthum, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Se avessi avuto una terza figlia, l’avrei data anch’essa in matrimonio a Uthman».(Hayatu ’Uthman: Riza Misri)

Hazrat Uthman partecipò anche alla battaglia di Uhud. Tuttavia, come quel piccolo gruppo di guerrieri, non riuscì a rimanere saldo accanto al Messaggero di Allah. Anche lui lasciò il campo insieme alla maggior parte dei mujahidin. Allah l’Altissimo, naturalmente, annunciò il perdono per loro. Partecipò a tutte le battaglie successive, come gli altri illustri Compagni.

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) annunciò i preparativi per la spedizione di Tabuk. Annunciò anche alla Mecca e presso le altre tribù arabe l’invito a partecipare a questa spedizione. Chiese aiuto per l’organizzazione dell’esercito islamico e per il sostentamento delle sue spese. I Compagni offrirono ampiamente il loro aiuto. Abu Bakr consegnò al Messaggero tutto il suo denaro. Umar si presentò con la metà del suo patrimonio complessivo. Uthman si assunse personalmente tutte le spese necessarie per un terzo dei soldati di questa guerra. Fornì novecentocinquanta cammelli e cinquanta cavalli. Ibn Ishaq dice che Uthman spese per l’esercito di Tabuk una somma così ingente che nessun altro poté spenderne altrettanta. Secondo alcune narrazioni, per i preparativi bellici di Tabuk Uthman venne portando mille dinari in una borsa e li versò nel grembo del Messaggero di Allah. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) li esaminò, rivoltando i dinari con gioia, e disse: «Da oggi, qualunque cosa Uthman farà, nulla potrà nuocergli». Così, durante i preparativi per la maggior parte delle guerre, egli donava generosamente. Secondo una narrazione, compiaciuto della sua donazione nella battaglia di Tabuk, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) pregò per il perdono di tutti i suoi peccati passati e futuri e gli promise il Paradiso.(Al–Fitnatul Kubra)

L’episodio di Hudaybiyya. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) chiamò Umar e gli disse: «Vai alla Mecca. Informa i capi della Mecca dello scopo del nostro arrivo». Umar rispose umilmente: «O Messaggero di Allah! Temo per la mia vita da parte dei Quraysh. Sai quanto è grande la mia inimicizia nei loro confronti. Ritengo che Uthman sia la persona più adatta a questo compito». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) convocò Uthman. Lo inviò da Abu Sufyan e dagli altri capi dei Quraysh con questo messaggio: «Non siamo venuti per combattere, bensì per visitare la Casa di Allah».

Uthman giunse alla Mecca portando il messaggio del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Il primo che incontrò fu Aban ibn Sa’id ibn As. Aban gli garantì protezione. Accompagnato da Aban, incontrò i capi dei Quraysh e consegnò loro il messaggio del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Essi dissero a Uthman: «Se vuoi, puoi compiere il tawaf». Uthman respinse tuttavia la loro proposta, dicendo: «Finché il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non avrà compiuto il tawaf, io non posso compiere il tawaf». Irritati da queste parole, i Quraysh lo arrestarono.

Secondo alcune narrazioni, lo tennero prigioniero per tre giorni. Nel campo musulmano di Hudaybiyya si diffuse intanto la voce che Uthman fosse stato martirizzato. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) dichiarò: «Non torneremo senza vendicare il sangue di Uthman». Poi pose la mano destra sulla mano sinistra e disse: «O Allah, questo patto è in nome di Uthman. Egli è andato alla Mecca per compiere il lavoro per Te e per il Tuo Messaggero». Quando Hazrat Uthman tornò dalla Mecca, venne a sapere del patto. Anch’egli prestò giuramento di fedeltà nelle mani del Messaggero di Allah. Questo episodio è divenuto noto nella storia con i nomi di Bay‘at al-Ridwan, Bay‘at al-Shajara e altri. Il Nobile Corano ha elogiato questo patto.

Dopo la morte del Messaggero di Allah, quando si stava prestando giuramento di fedeltà ad Abu Bakr, Uthman, appresa la notizia, vi si recò molto rapidamente e prestò giuramento ad Abu Bakr. Sul letto di morte, Abu Bakr designò Umar come califfo e lasciò scritto il documento d’impegno; lo scriba fu Uthman. Fu lui il primo a prestare giuramento nelle mani del califfo Umar.

Quando ʿUmar, che Allah si compiaccia di lui, giaceva sul letto di morte dopo essere stato ferito da una pugnalata, gli fu chiesto di designare il successivo califfo. Egli esitò e disse: «Se lascio qualcuno come califfo, vi è un precedente: lo fece una persona migliore di me, cioè Abū Bakr, che Allah si compiaccia di lui. E se non lascio nessuno, anche questo ha un precedente: lo fece una persona migliore di me, cioè il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace». Poi disse: «Se Abū ʿUbayda fosse vivo, lo avrei designato califfo. Se il mio Signore me lo chiedesse, risponderei: “Ho sentito il tuo Profeta dire che egli è l’amīn, cioè l’uomo più degno di fiducia, di questa comunità”. Se oggi fosse ancora vivo anche Sālim, il liberto di Abū Ḥudhayfa, avrei potuto designare califfo anche lui. Se il mio Signore me lo chiedesse, risponderei: “Ho sentito il tuo Profeta dire che Sālim è un uomo profondamente devoto ad Allah”». Allora un uomo disse: «C’è anche ʿAbd Allāh ibn ʿUmar». Egli esclamò: «Che Allah ti faccia del male! Giuro su Allah, non desidero una cosa simile da Allah… Se in questa responsabilità del califfato vi è qualcosa di buono, l’ho ricevuta dalla mia stirpe; e se vi è qualcosa di cattivo, anche questo l’abbiamo ereditato. Per questo è sufficiente il rendiconto di un solo uomo della stirpe di ʿUmar. Ho lottato contro il mio nafs e ho privato la mia famiglia dei suoi diritti. Se riuscissi a salvarmi in qualche modo senza ricevere né ricompensa né biasimo, mi riterrei fortunato».

Quando gli fu posta nuovamente la stessa domanda, indicò ʿAlī e disse: «Egli è il più degno di guidarvi sulla retta via. Tuttavia non sono disposto ad assumermi questa responsabilità né da vivo né da morto. Davanti a voi vi è un gruppo di uomini dei quali il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto che sono abitanti del Paradiso. Sono ʿAlī e ʿUthmān, i due figli di ʿAbd Manāf; ʿAbd al-Raḥmān e Saʿd, i due zii materni del Messaggero; al-Zubayr ibn al-ʿAwwām, il suo ḥawārī e cugino paterno; e Ṭalḥa. Scegliete uno qualsiasi di loro come califfo. Chiunque di loro venga scelto come califfo, aiutatelo e trattatelo bene. Se affiderà a qualcuno di voi una responsabilità, adempitela nel modo dovuto».

ʿUmar convocò i membri del gruppo menzionato e disse loro: «Ho riflettuto sulla vostra situazione. Siete le guide e i dirigenti del popolo. La responsabilità del califfato dovrebbe rimanere tra voi. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è morto soddisfatto di voi. Se rimarrete retti, non ho alcun timore per il popolo. Temo invece le vostre discordie reciproche, perché a causa loro il popolo si dividerà in due».

Poi stabilì che l’elezione avesse luogo entro tre giorni e tre notti dalla sua morte. Disse a al-Miqdād ibn al-Aswad: «Dopo avermi deposto nella tomba, riunirai questo gruppo, ed essi sceglieranno uno di loro». Disse a Ṣuhayb: «Per tre giorni guiderai la preghiera congregazionale». Disse: «Andrai da ʿAlī, ʿUthmān, Saʿd, ʿAbd al-Raḥmān, al-Zubayr e Ṭalḥa, se Ṭalḥa si trova a Medina» (a quel tempo Ṭalḥa era fuori Medina). «Li riunirai in un unico luogo. Convoca anche ʿAbd Allāh ibn ʿUmar, ma egli non ha alcun diritto al califfato. Tienili sotto stretta osservazione. Se cinque di loro concordano su uno e uno dissente, tagliategli la testa con la spada. Se quattro concordano e due rifiutano, decapitate quei due. Se si dividono in due gruppi di tre, il gruppo sostenuto da ʿAbd Allāh ibn ʿUmar sceglierà uno dei suoi membri. Se l’altro gruppo non accetta la decisione di ʿAbd Allāh ibn ʿUmar, seguirete la parte in cui si trova ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf. Se gli oppositori non accettano la decisione del popolo, costringeteli ad accettarla».

Dopo aver seppellito ʿUmar, al-Miqdād ibn Aswad riunì i membri della shūrā nella casa di al-Miswar ibn al-Makh­rama; secondo un’altra versione, nella stanza di ʿĀʾisha. Erano in cinque. Ṭalḥa era ancora fuori Medina. A loro si unì ʿAbd Allāh ibn ʿUmar. Abū Ṭalḥa fu incaricato di sorvegliare la porta della casa. Seguì una lunga discussione accompagnata da un acceso alterco. A un certo punto ʿAbd al-Raḥmān disse: «Chi di voi è disposto a rinunciare alla propria candidatura e ad affidarmi il compito di scegliere il migliore tra voi? Io rinuncio alla mia candidatura al califfato». ʿUthmān fu il primo ad accettare la proposta e gli affidò il proprio potere. Poi tutti gli altri lo seguirono. In questo modo l’intera responsabilità della scelta del califfo ricadde su ʿAbd al-Raḥmān.

ʿAbd al-Raḥmān consultò giorno e notte gli altri Compagni del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, tutti gli ufficiali dell’esercito presenti a Medina, i notabili e i rappresentanti del popolo di ogni ceto sociale. A volte lo fece individualmente, altre volte collettivamente. Quasi tutti espressero la propria opinione a favore di ʿUthmān.

La notte precedente alla mattina in cui sarebbe scaduto il termine stabilito da ʿUmar, ʿAbd al-Raḥmān si recò a casa di al-Makh­rama. Dapprima convocò al-Zubayr e Saʿd e, seduto con loro uno alla volta nella ṣuffa della Moschea del Profeta, parlò con ciascuno separatamente; allo stesso modo conversò in privato con ʿUthmān e ʿAlī fino all’alba.

Nel frattempo, la Moschea del Profeta era gremita di gente. Tutti erano ansiosi di ascoltare la decisione finale. Dopo una breve allocuzione rivolta agli abitanti di Medina riuniti, al termine della preghiera dell’alba, ʿAbd al-Raḥmān annunciò il nome di ʿUthmān, che sarebbe diventato califfo, e prestò a lui il giuramento di fedeltà. Subito dopo anche ʿAlī prestò il giuramento. In seguito, la folla riunita prestò giuramento di fedeltà a ʿUthmān. La mattina di lunedì 1º Muḥarram dell’anno 24 dell’Egira, egli assunse la responsabilità del califfato. (Tārīkh al-Umma al-–Islāmiyya, Khiḍrī Bek)

ʿUthmān continuò ad adempiere al suo incarico di califfo con grande abilità. Nella prima fase del califfato non si udivano particolari accuse contro di lui. Tuttavia, verso la fine, cominciò a manifestarsi un crescente malcontento nei suoi confronti nelle regioni di Baṣra, Kūfa, Egitto e in altre località. A svolgere un ruolo particolarmente importante nella creazione di questo malcontento fu, in sostanza, la potenza ebraica sconfitta. Gradualmente, i suoi esponenti si organizzarono, si ribellarono e cinsero d’assedio la residenza del califfo a Medina. Tra questi ribelli non vi era alcuna personalità di rilievo. Minacciando di uccidere il califfo, ne chiedevano le dimissioni. Interruppero le forniture di cibo e acqua alla sua abitazione e impedirono di compiere la preghiera nella moschea. A un certo punto irruppero nella casa del califfo e uccisero l’anziano califfo mentre recitava il Corano in stato di digiuno. (Innā li-Llāhi wa innā ilayhi rājiʿūn)Questo evento ebbe luogo il venerdì 18 Dhū al-Ḥijja dell’anno 35 dell’Egira, dopo la preghiera del pomeriggio. Tra la morte del Messaggero e il martirio di ʿUthmān trascorsero venticinque anni. Egli esercitò la responsabilità del califfato per dodici anni meno dodici giorni.

Fu sepolto nella parte di Jannat al-Baqiʿ chiamata «Hashr-e Kaw kab». La sua sepoltura fu completata tra la preghiera del Maghrib e quella dellʿIsha. Zubayr ibn Mutʿim, che Allah si compiaccia di lui, guidò la preghiera funebre. Al funerale del governante di un vasto califfato che si estendeva da Kabul al Marocco parteciparono soltanto settanta persone. Vi sono divergenze riguardo all’età che aveva al momento della morte. Tuttavia, aveva tra gli ottantadue e i novant’anni. (Al-–Fit‌natul Kubra)

Dopo che il califfo Uthman fu circondato dai ribelli, avrebbe potuto, se avesse voluto, annientarli. Anche gli altri Compagni erano pronti a farlo. Ma Hazrat Uthman non voleva versare il sangue di alcun musulmano per salvarsi. Non voleva essere colui che avrebbe dato inizio allo spargimento di sangue tra i musulmani. In realtà, il metodo adottato da Hazrat Uthman, che Allah si compiaccia di lui, in un momento così delicato rende evidente la differenza tra un califfo e un sovrano. Se al suo posto ci fosse stato un sovrano, non avrebbe esitato ad adottare qualsiasi strategia per mantenere il proprio potere, quali che fossero i danni o le distruzioni che ne fossero derivati. Ma egli era un califfo ben guidato. Considerava insignificante il sacrificio della propria vita, pur di non permettere che venisse distrutto quell’onore che dovrebbe essere più caro di ogni altra cosa a un musulmano.» (Il califfato e la monarchia: Abul Aʿ’la Mawdudi)

La nazione musulmana non potrà mai dimenticare il contributo di Hazrat Uthman all’Islam. In quel periodo di crisi per l’Islam, nessun altro musulmano facoltoso ha un esempio paragonabile al modo in cui egli spese denaro sulla via di Allah. Egli acquistò, pagando una somma ingente, il pozzo di Biʾr Ruma, appartenente a un ebreo, e lo costituì in waqf per i musulmani di Medina. In cambio, il Messaggero di Allah gli promise il Paradiso. Per la crudele ironia del destino, proprio colui che un tempo aveva costituito in waqf Biʾr Ruma, alleviando la sofferenza degli abitanti di Medina per la mancanza d’acqua, si vide chiudere l’acqua di quel pozzo nella propria casa. Un giorno, durante l’assedio, sporse la testa dalla finestra e ricordò agli abitanti di Medina: «Per ordine del Messaggero di Allah, fui io ad acquistare Biʾr Ruma e a costituirlo in waqf per tutti. Oggi mi state privando proprio dell’acqua di quel pozzo. Oggi, per mancanza d’acqua, sto rompendo il digiuno con acqua sporca.»

Il compendio di tutti gli ḥadīth narrati dal Messaggero ﷺ riguardo alle virtù e alla dignità di ʿUthmān è questo: egli era profondamente amato dal Messaggero di Allah ﷺ. Occupava una posizione speciale tra le persone a lui più vicine. Il Messaggero ﷺ gli annunciò ripetutamente la lieta novella del Paradiso. Il Profeta ﷺ disse: «Ogni profeta ha un amico; il mio amico in Paradiso sarà ʿUthmān.» (Tirmidhī)Ḥaḍrat ʿAbdullāh ibn ʿUmar disse: al tempo del Profeta ﷺ, i musulmani consideravano Abū Bakr, ʿUmar e ʿUthmān più insigni di tutti gli altri. A nessun altro Compagno veniva attribuita una dignità particolare.

Ḥaḍrat ʿUthmān (r.a.) era il «kātib al-waḥy», lo scriba della rivelazione, al tempo del Messaggero di Allah ﷺ. Durante i periodi di al-Ṣiddīq e al-Fārūq fu un consigliere. Ogni anno compiva il ḥajj. Tuttavia, nell’anno in cui fu martirizzato, non poté compiere il ḥajj a causa dell’assedio. Digiunava per tutto l’anno. Trascorreva l’intera notte nell’adorazione. In una sola rakʿa completava una volta la recitazione dell’intero Corano. Di notte non disturbava il sonno di nessuno. Di notte non si faceva servire dai suoi domestici. Era estremamente pudico. Il Messaggero ﷺ disse: «Tra i membri della mia comunità, ʿUthmān è il più pudico.» Disse inoltre: «Persino gli angeli provano pudore davanti a ʿUthmān.» Era molto benevolo verso parenti e amici. Le sue virtù e la sua dignità non possono essere esposte in un breve scritto.

’ʿAlī ibn Abī Ṭālib ((r.a.))

Il suo nome era ʿAlī; i suoi laqab erano Asadullāh, Ḥaydar e Murtaḍā; le sue kunya erano Abū al-Ḥasan e Abū Turāb. Suo padre era Abū Ṭālib ʿAbd Manāf e sua madre Fāṭima. Entrambi i genitori discendevano dal ramo hāshimita della tribù dei Quraysh. ʿAlī era cugino paterno del Messaggero di Allah ﷺ.

Nacque dieci anni prima che il Messaggero di Allah ﷺ ricevesse la profezia. Abū Ṭālib era una persona di modeste condizioni. Per aiutare un poco suo zio, il Messaggero ﷺ prese ʿAlī sotto la propria responsabilità. Così egli crebbe come membro della famiglia del Profeta. Quando il Messaggero ﷺ ricevette la profezia, ʿAlī aveva allora un’età compresa tra i nove e gli undici anni. Un giorno vide in casa il Nobile Messaggero ﷺ e Ḥaḍrat Khadīja (r.a.), Madre dei Credenti, prostrati in preghiera. Stupito, domandò: «Che cos’è questo?» Gli risposero: «Adoriamo l’unico Allah. Ti invitiamo anch’io a farlo.» ʿAlī accettò senza esitazione l’invito del suo mentore e divenne musulmano. Nessuna delle pratiche malvagie del kufr, dello shirk e della jāhiliyya poté mai toccarlo.

La prima a pregare insieme al Messaggero di Allah ﷺ fu Ḥaḍrat Khadījat al-Kubrā (r.a.). Su questo non vi è alcuna divergenza. Esiste tuttavia una divergenza riguardo a chi, tra Abū Bakr, ʿAlī e Zayd ibn Ḥāritha, abbia abbracciato per primo l’Islam. (Ṭabaqāt: 3/21)Secondo le narrazioni di Ibn ʿAbbās e Salmān al-Fārisī (r.a.), dopo la Madre dei Credenti Ḥaḍrat Khadīja (r.a.), ʿAlī (r.a.) fu il primo ad abbracciare l’Islam. Tutti concordano tuttavia sul fatto che, tra le donne, la prima musulmana fu Ḥaḍrat Khadīja; tra gli uomini adulti liberi, Abū Bakr; tra gli schiavi, Zayd ibn Ḥāritha; e tra i giovani, ʿAlī (r.a.).

Nel terzo anno della profezia, il Nobile Messaggero, s.a., ordinò ad ʿAlī di organizzare un banchetto per alcune persone. Erano presenti tutti i membri della famiglia di ʿAbd al-Muṭṭalib. Al termine del pasto, il Messaggero, s.a., si rivolse loro dicendo: «Ho portato qualcosa che è benefico sia per la religione sia per il mondo. Chi di voi sarà mio compagno?». Tutti rimasero in silenzio. All’improvviso ʿAlī, r.a., esclamò: «Sebbene io sia giovane, affetto da una malattia agli occhi e di costituzione debole, ti aiuterò».

Giunse il momento dell’Egira. La maggior parte dei musulmani aveva lasciato Mecca e si era recata a Medina. Il Nobile Messaggero, s.a., attendeva l’ordine di Allah. Nel frattempo, le forze ostili all’Islam di Mecca avevano deciso di eliminare per sempre il Nobile Messaggero, s.a., dal mondo. Allah informò il Suo Messaggero, s.a., di questa notizia. Egli ottenne il permesso di emigrare a Medina. Affinché i miscredenti non sospettassero nulla, il Messaggero, s.a., ordinò ad ʿAlī di dormire nel suo letto, mentre egli partì nel buio della notte per Medina insieme ad al-Ṣiddīq al-Akbar. ʿAlī, r.a., si avvolse nel mantello del Nobile Messaggero, s.a., e dormì tranquillamente, colmo di gioia. Sapeva che in quella situazione avrebbe potuto perdere la vita. Ma era convinto che, se avesse perso la vita in quel modo, non avrebbe potuto esserci fortuna più grande. All’alba, i crudeli meccani entrarono con le loro malvagie intenzioni e videro che, al posto del Nobile Messaggero, s.a., giaceva un suo devoto, pronto a sacrificare la propria vita. Fallirono, e Allah l’Altissimo protesse ʿAlī, r.a.

A proposito di questa Egira, Ḥażrat ʿAlī, r.a., disse: «Prima che il Messaggero di Allah, s.a., partisse per Medina, mi ordinò di rimanere a Mecca e di restituire alla gente i depositi che gli erano stati affidati. Per questo era chiamato “al-Amīn”, il Fidato. Rimasi a Mecca per tre giorni. Poi mi incamminai verso Medina, seguendo la strada del Messaggero di Allah, s.a. Infine giunsi presso i Banū ʿAmr ibn ʿAwf, dove il Messaggero, s.a., soggiornava. Trovai rifugio nella casa di Kulthūm ibn Hidm». Secondo un’altra narrazione, ʿAlī, r.a., giunse a Qubā a metà del mese di Rabīʿ al-awwal. Anche allora il Messaggero, s.a., si trovava a Qubā.(Ṭabaqāt: 3/22)

All’inizio della vita medinese, quando il Messaggero, s.a., istituiva tra i musulmani il “muʾākhāt”, cioè il rapporto di fratellanza religiosa, posò una mano sulla spalla di ʿAlī, r.a., e disse: «ʿAlī, tu sei mio fratello. Tu sarai il mio erede e io sarò il tuo erede».(Ṭabaqāt: 3/22)In seguito, il Messaggero, s.a., stabilì un rapporto di fratellanza tra ʿAlī e Sahl ibn Ḥunayf.(Ṭabaqāt: 3/23)

Nel secondo anno dell’Egira, Ḥażrat ʿAlī, r.a., ebbe l’onore di diventare genero del Nobile Messaggero, s.a. Sposò Ḥażrat Fāṭimah, r.a., la prediletta figlia del Messaggero di Allah, s.a., la Signora del Paradiso.

Il contributo di Ḥaḍrat ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, all’Islam è indimenticabile. In tutte le guerre dell’epoca del Nobile Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli dimostrò il massimo coraggio e valore. Per questo, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli donò una spada chiamata «Dhū al-Fiqār», conferendogli anche il titolo di «Ḥaydar».

Partecipò a tutte le battaglie, eccetto la spedizione di Tabūk. A Badr era riconoscibile per il suo turbante di lana bianca. Secondo una narrazione trasmessa da Qatāda, in ogni battaglia, compresa quella di Badr, ʿAlī portava lo stendardo del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. (Ṭabaqāt: 3/23)A Uḥud, mentre tutti gli altri combattenti erano stati sconfitti e fuggivano, ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, fu uno dei pochi soldati che formarono uno schieramento attorno al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Naturalmente, Allah ha annunciato il Suo perdono per coloro che erano fuggiti.

Secondo una narrazione trasmessa da Ibn Isḥāq, nel giorno della battaglia del Fossato, ʿAmr ibn ʿAbd Wudd uscì indossando la sua armatura. Gridò: «Chi verrà a combattere con me in duello?» ʿAlī si alzò e disse: «O Profeta di Allah, io sono pronto». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Quello è ʿAmr; siediti». ʿAmr lanciò nuovamente la sfida: «Non c’è nessuno disposto a combattere con me? Dov’è ora quel vostro Paradiso, nel quale pensate che entreranno i vostri uccisi? Nessuno di voi ha il coraggio di combattere con me?» ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, si alzò. Disse: «O Messaggero di Allah, io sono pronto». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Siediti». Dopo aver lanciato la sfida per la terza volta, ʿAmr cominciò a recitare una poesia composta da lui. ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, si alzò di nuovo e disse rispettosamente: «O Messaggero di Allah, io sono pronto». Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «È proprio ʿAmr». ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «E sia». Questa volta ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, ricevette il permesso. Recitando una sua poesia composta da lui stesso, ʿAlī avanzò verso ʿAmr. ʿAmr domandò: «Chi sei?» Egli rispose: «ʿAlī». Quello disse: «Il figlio di ʿAbd Manāf?» ʿAlī rispose: «Sono ʿAlī, figlio di Abū Ṭālib». Quello disse: «Nipote, non mi piace versare il tuo sangue». ʿAlī rispose: «Per Allah, io invece non ho alcuna avversione a versare il tuo sangue». Udendo ciò, ʿAmr si infuriò. Scese e sguainò la spada. Quella spada sembrava una fiamma di fuoco. Avanzò e colpì lo scudo di ʿAlī, aprendolo in due. ʿAlī lo abbatté con un solo contrattacco. Vedendo questa scena, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, esclamò il takbīr. Poi ʿAlī tornò dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, recitando una sua poesia.(Al-–Bidāya wa-n- Nihāya, Ibn Kathīr 4/106)

Nel settimo anno dell’Egira fu intrapresa la spedizione di Khaybar. Lì vi erano diverse fortezze ebraiche ben fortificate. Prima al-Siddīq al-Akbar e poi al-Fārūq al-Aʿẓam furono incaricati di sottometterle. Tuttavia, nessuno dei due riuscì nell’impresa. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, annunciò: «Domani affiderò lo stendardo a un eroe che è amato da Allah e dal Suo Messaggero. Per mano sua cadranno le fortezze». La mattina seguente tutti i Compagni speravano di ottenere quell’onore. Improvvisamente fu chiamato ʿAlī. E proprio per mano sua caddero quelle inespugnabili fortezze di Khaybar.

Quando partì per la spedizione di Tabūk, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lasciò ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, come suo sostituto a Medina. ʿAlī disse: «O Messaggero di Allah, tu parti e lasci me con le donne e i bambini?». Il Messaggero di Allah rispose: «Tu sei per me ciò che Hārūn era per Mūsā; sei il mio rappresentante. Tuttavia, dopo di me non vi sarà alcun profeta». (Ṭabaqāt: 3/24)

Nel nono anno dell’Egira si celebrò il primo pellegrinaggio islamico sotto il controllo dei musulmani. Quell’anno Ḥaḍrat Abū Bakr al-Siddīq, che Allah sia soddisfatto di lui, era l’Amīr al-Ḥajj. Tuttavia, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, come inviato speciale per proclamare l’annullamento di tutti i trattati conclusi con gli infedeli.

Nel decimo anno dell’Egira Ḥaḍrat Khālid Sayfullāh fu inviato nello Yemen per diffondere l’Islam. Nonostante sei mesi di sforzi, non riuscì nell’impresa e tornò indietro. Il Nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, annunciò che avrebbe inviato ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui. ʿAlī si presentò dal Messaggero di Allah e disse: «Mi stai mandando da persone presso le quali sorgeranno continuamente nuove questioni, mentre non ho alcuna esperienza in materia di giudizio». Il Messaggero di Allah rispose: «Allah ti concederà il giudizio corretto e darà fermezza al tuo cuore». Poi pose la mano sul volto di ʿAlī. ʿAlī disse: «Dopo di allora non ho mai esitato in alcun giudizio». Prima della sua partenza, il Messaggero di Allah gli mise personalmente il turbante sul capo e pregò per lui. ʿAlī giunse nello Yemen e iniziò la predicazione. In breve tempo tutti gli abitanti dello Yemen furono attratti dall’Islam e l’intera tribù di Hamadān abbracciò l’Islam. Il Messaggero di Allah era ansioso di vedere ʿAlī e pregò: «O Allah, non farmi morire prima di aver visto ʿAlī». Ḥaḍrat ʿAlī giunse dallo Yemen durante il Pellegrinaggio d’Addio.

Dopo la morte del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, furono i suoi parenti più prossimi a occuparsi della preparazione e della sepoltura. Ḥaḍrat ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, ebbe l’onore di lavare il suo corpo. I Muhājirūn e gli Anṣār attendevano allora fuori dalla porta.

Accettò i califfati di Ḥaḍrat Abū Bakr, di Ḥaḍrat ʿUmar e di Ḥaḍrat ʿUthmān, che Allah sia soddisfatto di loro, prestando loro il giuramento di fedeltà e partecipando a tutte le decisioni importanti della loro epoca. Consigliò Ḥaḍrat ʿUthmān anche nelle situazioni estremamente delicate. Come Abū Bakr veniva chiamato «al-Siddīq», ʿUmar «al-Fārūq» e ʿUthmān «al-Ghanī», così egli veniva chiamato «ʿAlī al-Murtaḍā». Durante l’epoca di Ḥaḍrat Abū Bakr e di ʿUmar svolse il ruolo di ministro e consigliere. Anche Ḥaḍrat ʿUthmān si consultava sempre con lui. (Murūj al- Dhahab: 2/2)

Quando Hazrat Uthman fu assediato dai ribelli, Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, ebbe il ruolo più importante nel garantire la sua sicurezza. Durante quell’assedio, incaricò i suoi due figli Hasan e Husayn, che Allah sia soddisfatto di loro, di proteggerne la casa.। (al-–Fit-‌natul- Kubrā: Dr.. Taha Husayn)

Prima della sua morte, Hazrat Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, nominò sei eminenti Compagni e lasciò disposizione che il califfo successivo fosse scelto tra loro. Anche Ali era uno di essi. Prima di morire, commentò riguardo ad Ali, che Allah sia soddisfatto di lui: «Se la gente nominerà Ali califfo, egli potrà guidarla sulla retta via.» (al-–Fit-‌natul- Kubra) Durante il suo viaggio a Bayt al-Maqdis, Hazrat Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, lasciò Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, come suo sostituto a Medina.

Dopo il martirio di Hazrat Uthman, che Allah sia soddisfatto di lui, i ribelli fecero pressione su Hazrat Talha, Zubayr e Ali, che Allah sia soddisfatto di loro, affinché assumessero la responsabilità del califfato. Ognuno di loro rifiutò con estrema fermezza. Da varie narrazioni si apprende che Hazrat Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, continuò a respingere ripetutamente questa proposta. Alla fine, gli abitanti di Medina si recarono da Hazrat Ali e gli dissero: «Questa carica del califfato non può rimanere vacante in questo modo. Attualmente non c’è nessuno più adatto di voi a ricoprire questa carica. Voi siete colui che ne ha diritto». A causa delle insistenti richieste della gente, alla fine egli acconsentì ad assumere la responsabilità del califfato. Tuttavia pose la condizione che la mia bay‘a non potesse avvenire in segreto. Per questo è necessario il consenso dei musulmani di ogni ceto. Nella Moschea del Profeta si tenne un’assemblea generale. Tutti i Muhajirun e gli Ansar, ad eccezione di appena sedici o diciassette Compagni, prestarono giuramento di fedeltà ad Ali, che Allah sia soddisfatto di lui.

Il califfato di Hazrat ʿAlī (ra) ebbe inizio in una situazione estremamente complessa. Dopo essere divenuto califfo, il suo primo compito fu punire gli assassini di Hazrat ʿUthmān (ra). Ma non era un compito facile. Innanzitutto, nessuno riusciva a identificare gli assassini. La moglie di Hazrat ʿUthmān, Hazrat Nāʾila, li aveva visti, ma non era riuscita a riconoscerne alcuno. Muḥammad ibn Abū Bakr si era recato con l’intenzione di ucciderlo, ma, di fronte a una dura espressione di Hazrat ʿUthmān, si era tirato indietro. Anche Muḥammad ibn Abū Bakr non riuscì a riconoscere gli assassini. In secondo luogo, Medina era allora sotto il controllo di migliaia di ribelli. Essi si erano infiltrati nell’esercito di Hazrat ʿAlī (ra). Tuttavia, molti musulmani dell’epoca non si rendevano conto della sua posizione impotente. Essi chiesero immediatamente a Hazrat ʿAlī (ra) il qiṣāṣ per Hazrat ʿUthmān (ra). Tra coloro che avanzavano questa richiesta vi erano anche eminenti Compagni, tra cui la Madre dei Credenti Hazrat ʿĀʾisha (ra), Ṭalḥa e Zubayr (ra). Sotto la guida di Hazrat ʿĀʾisha (ra), partirono con un esercito dalla Mecca verso Baṣra. Lì il numero dei loro sostenitori era maggiore. Anche ʿAlī (ra) vi giunse con il suo esercito. Alla periferia di Baṣra, i due eserciti avversari si trovarono di fronte. Hazrat ʿĀʾisha (ra) espose la sua richiesta ad ʿAlī (ra), e anche ʿAlī (ra) spiegò le proprie difficoltà. Poiché entrambe le parti erano sincere e devote, si giunse a una soluzione. Hazrat Ṭalḥa e Zubayr si misero sulla via del ritorno. Anche ʿĀʾisha iniziò a prepararsi per rientrare. Tuttavia, in entrambi gli eserciti vi erano persone che fomentavano disordini e agitazione. Perciò temettero che si raggiungesse una conciliazione. Secondo un piano ben congegnato, nel buio della notte ciascuna parte attaccò l’accampamento dell’altra. Di conseguenza, entrambe le parti arrivarono a credere che l’avversario le avesse attaccate con l’inganno, fingendo di voler raggiungere una conciliazione. Iniziò una guerra totale. ʿAlī (ra) riportò la vittoria. Riuscì a spiegare la situazione a Hazrat ʿĀʾisha (ra). ʿĀʾisha (ra) tornò da Baṣra a Medina.

Durante la battaglia, ʿĀʾisha cavalcava un cammello. Per questo, nella storia, questa battaglia è conosciuta come la “Battaglia del Cammello”. La battaglia ebbe luogo nel mese di Jumādā al-Thāniya dell’anno 36 dell’Egira. Da entrambe le parti morirono da martiri complessivamente tredicimila musulmani, tra cui i Compagni del Profeta appartenenti agli Ashara Mubashshara, Hazrat Ṭalḥa e Zubayr. Su questo punto, tuttavia, esistono divergenze. Dopo essere rimasto quindici giorni a Baṣra, Hazrat ʿAlī (ra) si trasferì a Kūfa. La capitale fu trasferita da Medina a Kūfa.

Questa Battaglia del Cammello fu il primo scontro fratricida tra musulmani. Molti Compagni non si schierarono con nessuna delle due parti. Erano anche addolorati per questo scontro fratricida. Quando l’esercito di ʿAlī (ra) partì da Medina, gli abitanti di Medina scoppiarono in lacrime.

Con Hazrat ʿĀʾisha (ra) si era riusciti a raggiungere un compromesso. Ma non fu possibile giungere a una soluzione con Muʿāwiya (ra), governatore della Siria. Hazrat ʿAlī (ra) lo destituì dalla carica di governatore della Siria. Hazrat Muʿāwiya (ra) si oppose e rifiutò di obbedire all’ordine di ʿAlī (ra). Il punto essenziale della sua posizione era: “Finché non sarà compiuto il qiṣāṣ per l’assassinio di ʿUthmān (ra), non riconoscerò ʿAlī (ra) come califfo”.

Nel mese di Ṣafar dell’anno 37 dell’Egira, presso un luogo chiamato Ṣiffīn, ebbe luogo uno scontro tra gli eserciti di Hazrat ʿAlī e Hazrat Muʿāwiya (ra). Questo scontro fu ancora più terribile della Battaglia del Cammello. Complessivamente, da entrambe le parti, novantamila (90.000) musulmani morirono da martiri. Tra loro vi erano i celebri Compagni del Profeta Hazrat ʿAmmār ibn Yāsir, Khuzayma ibn Thābit e Abū ʿAmāra al-Māzinī. Tutti morirono da martiri per la causa di ʿAlī (ra), per mano dell’esercito di Muʿāwiya (ra). Va ricordato che, a proposito di ʿAmmār ibn Yāsir, il Messaggero di Allah (sa) disse: “Ahimè, un gruppo ribelle ucciderà ʿAmmār”.(Ṣaḥīḥ al- Bukhārī). Ventisette celebri Compagni hanno trasmesso questo hadith. Anche Hazrat Muʿāwiya fu uno dei trasmettitori di questo hadith. Hazrat Muʿāwiya (ra), tuttavia, ne diede un’interpretazione diversa. Nonostante tutto ciò, la questione non fu risolta.

Nello scontro finale di Ṣiffīn, chiamato “Laylat al-Har”, Hazrat ʿAlī (ra) stava per riportare la vittoria. Comprendendo che la sconfitta era vicina, Hazrat Muʿāwiya (ra) fece appello a una conciliazione attraverso il Sacro Corano. I suoi soldati appesero copie del Corano alle punte delle lance e le sollevarono, dicendo: “Questo Corano giudicherà la nostra controversia”. Fu dichiarato un cessate il fuoco. Da parte di Hazrat ʿAlī (ra) fu nominato arbitro Abū Mūsā al-Ashʿarī (ra), mentre da parte di Hazrat Muʿāwiya (ra) fu nominato arbitro Hazrat ʿAmr ibn al-ʿĀṣ. Si stabilì che entrambe le parti contrapposte avrebbero accettato la decisione congiunta dei due arbitri. In un luogo chiamato “Dūmat al-Jandal” si tenne una grande assemblea di musulmani. Tuttavia, analizzando tutte le informazioni storiche, si giunge alla conclusione che questo consiglio arbitrale non riuscì a stabilire la pace perché, all’ultimo momento, Hazrat ʿAmr ibn al-ʿĀṣ (ra) si ritirò dall’accordo cui era giunto con Hazrat Abū Mūsā al-Ashʿarī (ra). I musulmani tornarono delusi da Dūmat al-Jandal. In seguito, ʿAlī (ra) e Muʿāwiya (ra) stipularono un accordo con l’obiettivo di porre fine all’inutile spargimento di sangue. Da quel giorno, di fatto, il califfato musulmano si divise in due.

In quel periodo nacque un nuovo gruppo chiamato “Khawārij”. Inizialmente erano sostenitori di ʿAlī. In seguito, però, iniziarono a diffondere la convinzione che nominare un essere umano “ḥakam”, cioè arbitro, nelle questioni della religione fosse un atto di kufr. Accettando Abū Mūsā al-Ashʿarī (ra) come ḥakam, ʿAlī (ra) aveva agito contro il Corano. Di conseguenza, Hazrat ʿAlī aveva perso la legittimità di esigere la loro obbedienza. Essi si separarono da Hazrat ʿAlī. Erano estremisti. Tra loro e ʿAlī (ra) ebbe luogo una battaglia, nella quale molti furono uccisi o feriti.

Tre uomini appartenenti a questa comunità dei Khawārij — ʿAbd al-Raḥmān Muljam, al-Barāk ibn ʿAbd Allāh e ʿĀmir ibn Bakr al-Tamīmī — si riunirono in un incontro segreto dopo la battaglia di Nahrawān. Dopo una lunga discussione, giunsero alla conclusione che i principali responsabili delle discordie interne della comunità musulmana fossero ʿAlī, Muʿāwiya e ʿAmr ibn al-ʿĀṣ (ra). Pertanto, questi tre uomini dovevano essere eliminati dal mondo. Secondo il piano, Muljam si assunse il compito di uccidere ʿAlī (ra), mentre al-Barāk e ʿĀmir si assunsero rispettivamente il compito di uccidere Muʿāwiya e ʿAmr ibn al-ʿĀṣ (ra). Giurarono: “O uccideremo o moriremo”. Per l’attuazione del piano fu stabilita l’ora della preghiera dell’alba del 17 Ramaḍān dell’anno 40 dell’Egira. In seguito, Ibn Muljam si recò a Kūfa, al-Barāk a Damasco e ʿĀmir in Egitto.

Nella notte di venerdì 16 ramaḍān dell’anno 40 dell’Egira, gli attentatori rimasero in agguato nei luoghi loro assegnati. All’ora della preghiera dell’alba, mentre Ḥaḍrat ʿAlī, che Allah si compiaccia di lui, si recava alla moschea chiamando la gente alla preghiera con il consueto «aṣ-ṣalāt», il malvagio Ibn Muljam gli si avventò contro con una spada affilata e lo ferì. Sebbene fosse ferito, ordinò di catturare l’attentatore. Chiamò i figli e dettò loro le sue ultime volontà. Dopo aver governato il califfato per quattro anni e nove mesi, sabato 17 ramaḍān dell’anno 40 dell’Egira, subì il martirio a Kūfa.

Lo stesso giorno e alla stessa ora, anche Ḥaḍrat Muʿāwiya si stava recando alla moschea quando fu vittima di un attacco. Tuttavia, l’attacco fallì ed egli riportò solo lievi ferite. D’altra parte, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ non era andato alla moschea quel giorno a causa della malattia. Al suo posto, il capo delle forze di polizia, Khārija ibn Ḥudhāfa, si stava recando alla moschea per guidare la preghiera. Fu lui a essere ucciso, poiché venne scambiato per ʿAmr ibn al-ʿĀṣ. Così Muʿāwiya e ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, che Allah si compiaccia di entrambi, scamparono alla morte. (Tārīkh al-Umma al-–Islāmiyya: Khiḍrī Bek)

Ḥaḍrat Ḥasan ibn ʿAlī, che Allah si compiaccia di lui, guidò la preghiera funebre di Ḥaḍrat ʿAlī, che Allah si compiaccia di lui. Fu sepolto accanto alla moschea congregazionale di Kūfa. Secondo un’altra narrazione, tuttavia, fu sepolto a Najaf Ashraf. Al momento della morte aveva 63 anni.

Quando Ibn Muljam, l’attentatore, fu condotto davanti a lui, ʿAlī, che Allah si compiaccia di lui, ordinò: «È un prigioniero. Provvedete adeguatamente al suo vitto e alloggio. Se sopravvivo, posso ucciderlo o perdonarlo. Se muoio, colpitelo esattamente quanto egli ha colpito me. Non eccedete. In verità, Allah non ama coloro che eccedono».(Ṭabaqāt: 3/35)

Ḥaḍrat ʿAlī, che Allah si compiaccia di lui, governò il califfato per cinque anni. Ad eccezione della Siria e dell’Egitto, tutte le regioni, comprese Mecca e Medina, erano sotto il suo dominio. Poiché il suo periodo trascorse nella guerra civile, non fu conquistata alcuna nuova regione.

Ḥaḍrat ʿAlī, che Allah si compiaccia di lui, non designò alcun successore dopo di sé. Quando gli fu chiesto se avesse nominato califfo suo figlio Ḥaḍrat Ḥasan, che Allah si compiaccia di lui, rispose: «Non vi ordino né vi proibisco nulla riguardo a questa questione». Quando un’altra persona gli chiese: «Perché non nominate il vostro rappresentante?», rispose: «Desidero lasciare la comunità musulmana così come la lasciò il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace».

Dopo la morte di Ḥaḍrat ʿAlī, che Allah si compiaccia di lui, gli abitanti di Kūfa, capitale e «Dār al-Khilāfa», elessero califfo Ḥaḍrat Ḥasan, che Allah si compiaccia di lui. Egli non desiderava i conflitti interni e lo spargimento di sangue nella comunità musulmana. Perciò, quando Ḥaḍrat Muʿāwiya, che Allah si compiaccia di lui, attaccò l’Iraq, ritenne preferibile, invece di combattere, cedergli il potere del califfato. In tal modo, il sacrificio senza precedenti di Ḥaḍrat Ḥasan liberò la nazione musulmana dalla guerra civile. Nella storia islamica, l’anno delle sue dimissioni dal califfato è chiamato «ʿĀm al-Jamāʿa», l’anno dell’unità e della concordia. Dopo le dimissioni, Ḥaḍrat Ḥasan lasciò Kūfa e si trasferì a Medina; nove anni dopo morì, nell’anno 50 dell’Egira. Ebbe l’opportunità di governare il califfato per appena sei mesi.

Riguardo a ʿAlī, Ḥaḍrat ʿUmar, che Allah si compiaccia di lui, disse: «Tra noi, ʿAlī è il migliore nel prendere decisioni». Persino il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Aqḍāhum ʿAlī: ʿAlī è il più grande giudice tra loro». Osservando la correttezza delle sue decisioni, Ḥaḍrat ʿUmar disse in più occasioni: «Lawlā ʿAlī lahalaka ʿUmar: se non fosse stato per ʿAlī, ʿUmar sarebbe perito».

ʿAlī, che Dio sia soddisfatto di lui, si considerava uguale a un musulmano comune ed era sempre pronto a rendere conto di qualsiasi errore. Una volta un ebreo gli rubò la corazza. ʿAlī la riconobbe quando vide quell’uomo che cercava di venderla al mercato. Avrebbe potuto riprenderla con la forza, se avesse voluto, ma non lo fece. Secondo la legge, intentò una causa contro l’ebreo davanti al tribunale del qāḍī. Anche il qāḍī era un giudice rigorosamente giusto. Chiese a ʿAlī le prove a sostegno della sua pretesa, ma ʿAlī non poté fornirle. Il qāḍī pronunciò la sentenza a favore dell’ebreo. L’effetto di quella decisione sull’ebreo fu così grande che egli si convertì all’Islam. Commentò: «Questa è una giustizia simile a quella dei profeti. ʿAlī, pur essendo l’Amīr al-Muʾminīn, mi ha condotto davanti al qāḍī, e il qāḍī da lui stesso nominato ha pronunciato una sentenza contro di lui». Fino al matrimonio con Fāṭima, che Dio sia soddisfatto di lei, egli visse insieme alla famiglia del Nobile Messaggero, che Dio lo benedica e gli conceda la pace. Dopo il matrimonio cominciò a vivere in una casa separata. Si presentò allora la necessità di procurarsi da vivere. Ma dove trovare capitale e strumenti? Si sosteneva con il lavoro delle proprie mani e con la parte spettantegli del bottino di guerra. Quando, durante l’epoca di ʿUmar, che Dio sia soddisfatto di lui, furono introdotte le indennità, la sua fu fissata in cinquemila dirham all’anno. Al-Ḥasan raccontò che, al momento della morte, lasciò soltanto settecento dirham, messi da parte per acquistare uno schiavo.(Ṭabaqāt: 3/39)

La ristrettezza dei mezzi di sussistenza non si allontanò mai dalla sorte di ʿAlī, che Dio sia soddisfatto di lui. Una volta, ricordando il passato, disse: «Ai tempi del Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, a causa dei morsi della fame mi legavo una pietra allo stomaco. (Ḥayātus Ṣaḥāba: 3/312) Anche dopo essere divenuto califfo dovette lottare contro la fame e la povertà. Tuttavia il suo cuore era estremamente generoso. Non rimandava mai a mani vuote una persona bisognosa. Per questo, spesso dovette rimanere affamato insieme a tutta la sua famiglia. Era straordinariamente umile. Svolgeva con le proprie mani tutti i lavori domestici. Indossava sempre abiti grossolani, per di più strappati e rattoppati. Egli era la porta della conoscenza. Persone provenienti da luoghi lontani venivano da lui per apprendere e lo trovavano intento a fare il pastore di cammelli o a dissodare la terra per preparare i campi. Era tanto semplice e privo di pretese che a volte si sdraiava semplicemente per terra. Una volta il Messaggero, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, lo vide in quella posizione e lo chiamò: «Yā Abā Turāb» — «O uomo della terra, uomo semplice». Per questo ricevette il soprannome di «Abū Turāb». Anche dopo essere divenuto califfo, continuò a condurre quella vita semplice. Come ʿUmar, che Dio sia soddisfatto di lui, camminava sempre con una durra, cioè un bastone, in mano e ammoniva la gente. (Al-–Fitnat al- Kubrā)

Hazrat Ali (r.a.) era un membro della famiglia del Profeta e ricevette la sua istruzione sotto la diretta supervisione del Profeta (s.a.s.). Il Messaggero (s.a.s.) disse: «Ana madinat al-‘ilm wa ‘Ali babuha» — Io sono la città della conoscenza e Ali è la porta d’accesso a quella città. (Tirmidhi) Egli era un hafiz del Corano e uno dei più eminenti mufassir. Aveva raccolto anche alcuni hadith. Tuttavia era estremamente scrupoloso nell’accettare gli hadith. Quando qualcuno gli riferiva un hadith, faceva giurare il narratore. (Tadhkirat al- Huff‌az: 1/10) Egli narrò numerosi hadith dal Messaggero di Allah (s.a.s.), e molti celebri Compagni e Tabi’un narrarono hadith da lui. Durante l’epoca dei califfi precedenti, emettevano fatwa tre Muhajir e tre Ansar: ‘Umar, ‘Uthman e Ali; Ubayy ibn Ka’b, Mu’adh ibn Jabal e Zayd ibn Thabit. Secondo un’altra narrazione trasmessa da Masruq, tra i Compagni del Messaggero di Allah (s.a.s.) emettevano fatwa: Ali, Ibn Mas’ud, Zayd, Ubayy ibn Ka’b e Abu Musa al-Ash’ari. (Tabaqat: 4/167, 175)

Ali era un oratore eloquente e un bravo poeta. (Kitabul Umda: Ibn Rashiq: 1/21)Possediamo un suo «diwan» poetico. Esso contiene complessivamente 1.400 versi distribuiti in numerose poesie. Secondo i ricercatori, molte delle poesie diffuse a suo nome sono state interpolate. Tuttavia, gli studiosi non hanno alcun dubbio che egli fosse una figura eminente nel mondo della poesia araba del suo tempo. Esiste una raccolta dei suoi discorsi intitolata «Nahj al-Balagha», che continua a recare la testimonianza della sua incomparabile eloquenza. (Tarikhul Adab al–Arabi: dott. Umar Farrukh,, 1/309)

Il primo matrimonio fu con Hazrat Fatima, la Figlia del Profeta e Signora del Paradiso, che Allah sia soddisfatto di lei. Finché Fatima rimase in vita, non contrasse un secondo matrimonio. Dopo la morte di Fatima, contrasse diversi matrimoni. Secondo la narrazione di al-Tabari, da lui nacquero quattordici figli maschi e diciassette figlie. Da Hazrat Fatima nacquero tre figli maschi — Hasan, Husayn e Muhsin — e due figlie, Zaynab e Umm Kulthum. Muhsin morì durante l’infanzia. Secondo la narrazione di al-Waqidi, la sua discendenza prosegue soltanto attraverso cinque figli maschi: Hasan, Husayn, Muhammad (Ibn al-Hanafiyya), Abbas e Umar.

L’Imam Ahmad, che Allah abbia misericordia di lui, disse che, riguardo alla dignità e alle virtù di Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, sono state tramandate dal Messaggero di Allah più parole di quante ne siano state tramandate riguardo a qualsiasi altro Compagno. (al-–Isāba: 2/508) È impossibile riportare, in questo breve articolo, anche solo una parte delle numerose virtù che la storia gli attribuisce. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pregò innumerevoli volte per lui e per i suoi figli. Il Messaggero disse: «Nessuno ti amerà se non i credenti, e nessuno ti odierà se non gli ipocriti».

Un compagno di Hazrat Ali, Durar ibn Damra al-Kinani, un giorno si recò da Hazrat Muawiya. Muawiya gli chiese di descrivere le virtù di Ali, che Allah sia soddisfatto di lui. Dapprima egli rifiutò. Ma, di fronte alle insistenze di Muawiya, fece un lungo resoconto. In esso le virtù di Ali emergono in modo straordinario. Gli storici affermano che, ascoltato quel resoconto, tutti i presenti alla riunione, compreso Muawiya, scoppiarono in lacrime. In seguito Muawiya, che Allah sia soddisfatto di lui, commentò: «Per Allah, Abu al-Hasan (il padre di Hasan) era proprio così».(al-–Istiʿāb: 3/44)

Zubayr ibn al- Awwam (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era Zubayr, la sua kunya Abu Abdillah e il suo laqab «Hawariyyu Rasulillah». Suo padre si chiamava «Awwam» e sua madre «Safiyya bint Abd al-Muttalib». Sua madre, Hazrat Safiyya, era la zia paterna del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Pertanto Zubayr era cugino paterno del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. La Madre dei Credenti, Hazrat Khadija al-Kubra, era sua zia paterna. D’altra parte, poiché aveva sposato Asma, figlia di Hazrat Siddiq Akbar, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, era suo cognato. Hazrat Asma, che Allah si compiaccia di lei, era sorella della Madre dei Credenti, Hazrat Aisha, che Allah si compiaccia di lei. In questo modo, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, era legato a lui da molteplici vincoli di parentela.

Hazrat Zubayr, che Allah si compiaccia di lui, nacque ventotto anni prima dell’Egira. Non si sa molto della sua infanzia. È tuttavia certo che, fin dall’inizio, sua madre lo allevò in modo tale che, una volta cresciuto, diventasse un uomo audace, risoluto e sicuro di sé. Per questo sua madre lo picchiava spesso e lo abituava a una disciplina severa. Un giorno suo zio Nawfal ibn Khuwaylid, furibondo con sua madre Hazrat Safiyya, le disse: «A furia di picchiare il ragazzo, finirai per ucciderlo». Inoltre convocò gli uomini dei Banu Hashim e disse loro: «Perché non fate ragionare Safiyya?». Safiyya rispose: «Quelli che dicono che non posso vederlo mentono. Lo picchio affinché diventi intelligente e, nella vita futura, sia capace di sconfiggere i soldati nemici e di ottenere il bottino di guerra.»

Questa educazione ebbe certamente effetto su di lui. Fin dalla più tenera età lottava con grandi campioni e uomini forti. Una volta, alla Mecca, venne alle mani con un giovane robusto. Lo picchiò così duramente che gli ruppe un braccio. La gente lo afferrò, lo condusse da Hazrat Safiyya e si lamentò con lei. Invece di mostrarsi pentita dell’azione del figlio o di chiedere perdono, ella domandò anzitutto: «Come avete trovato Zubayr: coraggioso o codardo?»

Zubayr, che Allah si compiaccia di lui, abbracciò l’Islam all’età di appena sedici anni. Tra coloro che abbracciarono l’Islam nella prima fase, occupava una posizione unica e di particolare prestigio.

Sebbene fosse giovane, non era secondo a nessuno quanto a fermezza e disponibilità a mettere in gioco la propria vita. Dopo la sua conversione all’Islam, una volta si diffuse la voce che i politeisti avessero catturato o ucciso il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Udendo ciò, fu così sopraffatto dall’emozione e dall’agitazione che sguainò immediatamente la spada e, aprendosi un varco tra la folla, si presentò al cospetto del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Vedendolo, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, gli chiese: «Che cosa è successo, Zubayr?». Egli rispose: «Avevo sentito dire che eravate stato catturato o ucciso». Il Nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui, ne fu immensamente lieto e pregò per lui. Secondo i biografi della vita del Profeta, questa fu la prima spada che un ragazzo sguainò con l’intento di sacrificarsi.

Nella fase iniziale, come gli altri musulmani della Mecca, anch’egli fu vittima di persecuzioni e oppressioni. Suo zio non risparmiò alcuno sforzo nel tentativo di farlo rinunciare all’Islam. Ma come si può cancellare il marchio del tawhid una volta impresso nel cuore? Infuriato, lo zio aumentò ancora la severità. Lo faceva stendere supino su pietre roventi e lo picchiava così duramente che arrivava a temere per la propria vita. Eppure egli diceva: «Qualunque cosa facciate, non posso tornare a essere un miscredente». Alla fine, non avendo altra scelta, lasciò la sua patria, la Mecca, e compì l’Egira verso l’Abissinia. Dopo avervi soggiornato per qualche tempo, tornò alla Mecca. Nel frattempo, anche il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, compì l’Egira dalla Mecca a Medina. Anch’egli si recò a Medina.

Alla Mecca, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, aveva stabilito un legame di fratellanza islamica tra Talha e Zubayr. Dopo il suo arrivo a Medina, tuttavia, fu istituito un nuovo legame fraterno con Hazrat Salama ibn Salama al-Ansari. Salama era una personalità illustre di Medina e uno di coloro che avevano prestato il giuramento di fedeltà ad Aqaba.

Quanto alla partecipazione alle battaglie, egli era incomparabile. Nella battaglia di Badr diede prova di grandissimo coraggio e abilità. Infranse e disperse le linee difensive dei politeisti. Un soldato politeista salì su una collina e, quando lanciò la sfida a un duello, Zubayr lo afferrò in un attimo con tale forza che entrambi cominciarono a rotolare verso il basso. Vedendoli, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse: «Chi dei due toccherà per primo terra, sarà ucciso». E così avvenne. Il politeista cadde per primo a terra e Zubayr, che Allah si compiaccia di lui, lo uccise con un solo colpo di spada. In modo analogo, egli si trovò di fronte a Ubayda ibn Sa‘id. Questi era coperto di armatura dalla testa ai piedi, tanto che se ne vedevano soltanto i due occhi. Zubayr prese attentamente la mira e scagliò una freccia contro il suo occhio. Il tiro fu impeccabile. La punta della freccia lo trapassò da parte a parte. Con grande difficoltà, riuscì a estrarla sedendosi sul cadavere. Tuttavia, la punta si era leggermente incurvata. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, conservò personalmente quella freccia come ricordo e, dopo la sua morte, essa rimase custodita presso diversi califfi fino al terzo califfo, Hazrat Uthman. Dopo il martirio di Hazrat Uthman, Hazrat Abdullah ibn Zubayr prese la freccia e la conservò presso di sé fino al suo martirio.

A Badr combatté con tale ferocia che la sua spada divenne smussata e tutto il suo corpo fu ricoperto di ferite, colpo dopo colpo. Una delle ferite riportate quel giorno era così profonda che rimase per sempre come una cavità. Suo figlio, il venerabile Urwa, raccontava: «In quella cavità infilavamo le dita e ci giocavamo». In quella battaglia indossava un turbante giallo. Vedendolo, il Messaggero ﷺ disse: «Oggi anche gli angeli sono venuti vestiti così».

Quando, sul campo di Uhud, la lotta tra la verità e la falsità giunse al culmine, il Messaggero ﷺ sguainò la propria spada e disse: «Chi oggi ne adempirà il diritto?» Tutti i Compagni tesero con grande entusiasmo le proprie mani. Anche Zubayr رضي الله عنه tese la mano tre volte; tuttavia, alla fine, fu il venerabile Abu Dujana al-Ansari رضي الله عنه a conseguire l’onore di riceverla. Quando, nella battaglia di Uhud, a causa della negligenza degli arcieri, le sorti dello scontro cambiarono e la sicura vittoria dei musulmani si trasformò in una sconfitta, Zubayr رضي الله عنه fu uno dei quattordici Compagni che, mettendo in gioco la propria vita, organizzarono uno schieramento difensivo attorno al Nobile Messaggero.

Durante la battaglia del Fossato, a Zubayr رضي الله عنه fu affidata la difesa del settore in cui si trovavano le donne musulmane. Nel corso di quella battaglia, la tribù ebraica di Medina, i Banu Qurayza, violò il patto di alleanza stipulato con i musulmani. Il Messaggero ﷺ volle inviare qualcuno da loro per informarsi della loro situazione. Per tre volte chiese: «Chi di voi può andare a portarmi loro notizie?» Ogni volta il venerabile Zubayr rispondeva: «Io». Soddisfatto del suo zelo, il Messaggero ﷺ disse: «Ogni profeta ha un hawari. Il mio hawari è Zubayr». «Hawari» significa compagno, seguace e sostenitore.

Dopo la battaglia del Fossato, prese parte anche alla battaglia contro i Banu Qurayza e al Patto di Ridwan. Nella battaglia di Khaybar diede prova di immenso coraggio e valore. Quando fu ucciso Murahhib, il capo ebreo di Khaybar, suo fratello Yasir, dotato di un corpo imponente e di una forza straordinaria, scese in campo e, lanciando un grido, sfidò qualcuno a un duello. Il venerabile Zubayr si precipitò avanti. Allora sua madre, la venerabile Safiyya, disse: «O Messaggero di Allah, certamente oggi sarà martirizzato un pezzo del mio cuore». Il Messaggero ﷺ rispose: «No. Sarà Zubayr a ucciderlo». E infatti, poco dopo, Zubayr lo uccise.

Dopo la conquista di Khaybar erano in corso i preparativi per la conquista della Mecca. A causa di una certa debolezza umana, il celebre Compagno Hatib ibn Abi Balta’a رضي الله عنه scrisse una lettera ai Quraysh della Mecca, informandoli di ogni cosa. Inviò segretamente a Mecca una donna con la lettera. Nel frattempo, tramite la rivelazione, il Messaggero ﷺ fu informato di tutto. Il gruppo inviato da lui per arrestare la donna con la lettera comprendeva anche il venerabile Zubayr. La donna fu arrestata insieme alla lettera e condotta a Medina. Hatib ibn Abi Balta’a, vergognandosi, si pentì. Anche il Messaggero ﷺ lo perdonò.

Il giorno della conquista della Mecca, il Messaggero ﷺ divise l’esercito musulmano in diversi gruppi. L’ultimo e più piccolo gruppo era quello in cui si trovava il Messaggero ﷺ stesso. Zubayr رضي الله عنه ne portava lo stendardo. Il Messaggero ﷺ entrò alla Mecca. Quando la pace e l’ordine furono ristabiliti ovunque, i venerabili Miqdad e Zubayr رضي الله عنهما si presentarono al Nobile Messaggero, ciascuno a cavallo. Il Messaggero ﷺ si alzò e con le proprie mani spolverò la polvere dai loro volti.

Durante la battaglia di Hunayn, quando il venerabile Zubayr giunse nei pressi di una base segreta degli infedeli, questi lo attaccarono all’improvviso. Con grandissimo coraggio, in breve tempo liberò la base. Prese parte anche alle battaglie di Ta’if e Tabuk. Nel decimo anno dell’Egira fu inoltre compagno di viaggio del Messaggero di Allah ﷺ durante il Pellegrinaggio d’Addio.

Durante il califfato del secondo califfo, il venerabile Umar رضي الله عنه, ebbe luogo nella regione di Yarmuk, in Siria, una terribile battaglia tra l’esercito musulmano e il gigantesco esercito romano. Fu la battaglia che avrebbe deciso il destino della Siria. Anche il venerabile Zubayr prese parte a questa battaglia. In una fase cruciale dello scontro, un gruppo di soldati musulmani decise che il venerabile Zubayr avrebbe lanciato un violento attacco contro il centro dell’esercito romano e che gli altri lo avrebbero seguito e sostenuto da vicino. Secondo il piano, il venerabile Zubayr رضي الله عنه attaccò con rapidità e grande impeto, attraversò lo schieramento romano e raggiunse l’altra estremità, ma gli altri non riuscirono a seguirlo. Mentre tornava da solo, attraversando nuovamente le file romane, fu attaccato con estrema violenza e riportò una grave ferita al collo. Il venerabile Urwa raccontava: «Dopo Badr, questa fu la seconda ferita nella quale, da bambini, infilavamo le dita e giocavamo». Grazie a questo suo audacissimo attacco, l’esercito romano fu disperso.

Hazrat Amr ibn al-‘As ha invaso l’Egitto e tiene sotto assedio la fortezza di Fustat. Il Comandante dei credenti, Hazrat ‘Umar, inviò in suo aiuto diecimila soldati e quattromila ufficiali. Nella lettera scrisse inoltre che ciascuno di quegli ufficiali equivaleva a mille cavalieri. Hazrat Zubayr era uno dei quattromila ufficiali. I soldati musulmani tenevano la fortezza sotto assedio da sette mesi, ma non si intravedeva alcuna possibilità di vittoria o di sconfitta. Un giorno, esasperato, Hazrat Zubayr disse: «Oggi sacrificherò la mia vita per i musulmani». Detto questo, con la spada sguainata in mano, fece appoggiare una scala e salì sulla sommità delle mura della fortezza. Anche alcuni altri Compagni lo seguirono. Improvvisamente, dall’alto delle mura, cominciarono a gridare «Allahu Akbar». Intanto, dal basso, tutti i soldati musulmani fecero risuonare il cielo e la terra con il grido unanime di «Allahu Akbar». I soldati cristiani pensarono che i musulmani fossero entrati nella fortezza e furono presi dal panico. A un certo punto Hazrat Zubayr entrò con estrema rapidità all’interno della fortezza, aprì il portone e subito l’esercito musulmano penetrò all’interno. Non vedendo altra via d’uscita, il governatore dell’Egitto, Muqawqis, propose un trattato di pace, che fu accettato. A tutti furono garantite l’amān, cioè la sicurezza.

Nell’anno 23 dell’Egira, il secondo califfo, Hazrat ‘Umar, fu gravemente ferito dalle pugnalate di un adoratore del fuoco e morì martire. Prima di morire costituì un consiglio composto da sei illustri Compagni e affidò loro il compito di scegliere il califfo successivo. Disse: «Fino all’ultimo giorno della sua vita, il Messaggero di Allah era soddisfatto di loro». Hazrat Zubayr era uno dei membri di questo consiglio.

Durante il califfato del terzo califfo, Hazrat ‘Uthman, Hazrat Zubayr conduceva una vita appartata. Non aveva accettato alcun incarico statale. Del resto, era ormai invecchiato. Quando, nell’anno 35 dell’Egira, Hazrat ‘Uthman fu assediato dai ribelli, Hazrat Zubayr incaricò suo figlio, Hazrat ‘Abdullah, di proteggerlo. Dopo che Hazrat ‘Uthman morì martire, di notte, in segreto, Hazrat Zubayr celebrò per lui la preghiera funebre e lo seppellì.

Durante il governo di Hazrat ‘Ali, Hazrat Zubayr e Hazrat Talha si recarono alla Mecca e si unirono a Hazrat ‘A’isha. Lì discussero approfonditamente della situazione allora presente della comunità musulmana e decisero di dirigersi verso Basra invece di andare a Medina. Un gran numero di persone si schierò al loro fianco. Nel frattempo, Hazrat ‘Ali avanzò con un esercito per opporsi a loro e, il 10 di Jumada al-Ukhra dell’anno 36 dell’Egira, i due eserciti musulmani si trovarono faccia a faccia in un luogo chiamato Dhu Qar, non lontano da Basra. Nella storia, questo scontro è noto come la Battaglia del Cammello.

L’analisi di questo doloroso capitolo della storia islamica non è l’argomento principale del nostro articolo. Tuttavia, coloro che un tempo erano fratelli si trovavano ora assetati del sangue gli uni degli altri. Qualunque fosse la situazione, possiamo affermare con certezza che ciò non avvenne a causa di liti o rancori personali. Agirono spinti dall’entusiasmo e dall’ardore per la verità e l’onestà. Per questo vediamo che, allora, persone della stessa tribù erano divise in due schieramenti. Inoltre, l’obiettivo principale dei capi di entrambe le parti era giungere a un accordo. Proprio per questo vi furono colloqui attraverso lo scambio di emissari tra i due schieramenti. Per la stessa ragione vediamo Hazrat ‘Ali arrivare da solo a cavallo nel mezzo del campo di battaglia e chiamare Hazrat Zubayr: «Abu ‘Abdullah! Ricordi quel giorno in cui noi due passavamo tenendoci per mano davanti al Messaggero di Allah? Il Messaggero di Allah ti aveva chiesto: “Ami ‘Ali?”. Tu avevi risposto: “Sì, o Messaggero di Allah!”. Ricorda: allora il Messaggero di Allah aveva detto: “Un giorno combatterai contro di lui ingiustamente”». Hazrat Zubayr rispose: «Sì, ora lo ricordo».

Una sola frase. Dopo averla pronunciata, Hazrat ‘Ali tornò alla sua tenda. Intanto, nel cuore di Zubayr avvenne una rivoluzione. Tutte le sue risoluzioni e la sua fermezza andarono completamente in frantumi. Si recò da Umm al-Mu’minin Hazrat ‘A’isha e disse: «Ero completamente nel torto. ‘Ali mi ha ricordato una parola del Messaggero di Allah». Hazrat ‘A’isha domandò: «Che cosa intendi fare ora?». Egli rispose: «Mi allontanerò da questa contesa». Suo figlio ‘Abdullah disse: «Padre, dopo averci fatto cadere in una fossa, ora fuggi per paura di ‘Ali?». Egli rispose: «Ho giurato che non combatterò più contro ‘Ali». ‘Abdullah disse: «È possibile espiare il giuramento». Detto questo, chiamò il suo schiavo Mak’hul e lo liberò. Ma Zubayr, l’ḥawārī del Messaggero di Allah, disse: «Figlio mio, ‘Ali mi ha ricordato una cosa che ha spento tutto il mio slancio e il mio entusiasmo. Sono certo che non siamo dalla parte della verità. Vieni, seguimi anche tu». Hazrat ‘Abdullah rifiutò. Hazrat Zubayr partì da solo verso Basra.

Vedendo partire Hazrat Zubayr, Ahnaf ibn Qays disse: «Che qualcuno vada a scoprire perché sta partendo». ‘Amr ibn Jarmuz disse: «Vado io». Detto questo, si armò, spronò il cavallo e raggiunse Hazrat Zubayr. A quel punto Zubayr si era già allontanato un po’ da Basra. Avvicinandosi, Ibn Jarmuz disse:

«Abu ‘Abdullah, in quale condizione hai lasciato la comunità?»

– Si stanno tutti sgozzando a vicenda.

– Dove sta andando adesso?

– Ho capito il mio errore. Per questo voglio andare da qualche altra parte, per tenermi lontano da questa contesa.

Ibn Jarmuz disse: «Venga, anch’io devo andare un po’ da questa parte». I due si incamminarono insieme. Quando giunse l’ora della preghiera del Zuhr, Hazrat Zubayr si fermò. Ibn Jarmuz disse: «Pregherò anch’io con lei». I due si misero in preghiera. Non appena Hazrat Zubayr si prostrò davanti al suo Signore, il traditore Ibn Jarmuz, con un colpo di spada, separò la testa dal corpo dell’al-Ḥawārī del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). In verità, apparteniamo ad Allah e a Lui ritorneremo.

Ibn Jarmuz si presentò da Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) con la spada, l’armatura e gli altri oggetti di Hazrat Zubayr, e con grande orgoglio gli raccontò la propria impresa. Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) guardò la spada con uno sguardo colmo di rimorso e disse: «Egli ha rimosso innumerevoli volte le nubi delle sventure dal cospetto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). O assassino di Ibn Safiyya, sappi che l’Inferno ti sta aspettando». Così Hazrat Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui) subì il martirio nell’anno 36 dell’Egira e fu sepolto nella valle di al-Siba. Visse sessantaquattro anni.

Hazrat Zubayr era dotato di un carattere nobilissimo. La devozione, l’amore per la verità, la generosità, la liberalità e l’impavidità erano i tratti distintivi del suo carattere. Il suo cuore era tenero come quello di un bambino. Si scioglieva come cera per la minima cosa. Quando fu rivelato questo versetto:

«Tu sei destinato a morire e anche loro sono destinati a morire. Poi, nel Giorno della Resurrezione, discuterete gli uni contro gli altri davanti al vostro Signore» ((Zumar/31)). Egli domandò: «O Messaggero di Allah! Nel Giorno della Resurrezione questa nostra disputa si ripeterà?». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) rispose: «Sì. Dopo aver calcolato persino il peso di un atomo, a ogni avente diritto sarà riconosciuto il suo diritto». Udendo ciò, il suo cuore tremò. Esclamò: «Allah è il più grande. Che giudizio severo sarà!»

Una volta, recatosi dalla nonna del suo servo Ibrahim, Ummu Ata, vide che presso di loro era rimasta della carne sacrificale anche dopo i giorni di Tashriq. Disse: «Ummu Ata! Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha proibito ai musulmani di mangiare la carne sacrificale per più di tre giorni». Ummu Ata rispose: «Che cosa devo fare? La gente manda così tanti doni che non riusciamo mai a consumarli». ((Musnad di Imam Ahmad 1/166))

Sebbene Hazrat Zubayr fosse il ḥawārī e il compagno inseparabile del Messaggero di Allah, narrava pochissimi hadith per timore di Allah e per prudenza. Un giorno suo figlio Abd Allah gli chiese: «Padre, perché non narri molti hadith come gli altri?». Egli rispose: «Figlio mio, la mia vicinanza e amicizia con il Messaggero non erano inferiori a quelle degli altri. Dal giorno in cui abbracciai l’Islam non mi sono mai separato dalla compagnia del Messaggero di Allah; tuttavia, questo suo severo ammonimento mi ha reso estremamente prudente: “Chiunque attribuisca intenzionalmente a me una menzogna, si prepari il suo posto nell’Inferno”.»

Era così scrupoloso riguardo all’uguaglianza islamica che non riteneva lecito accordare neppure la minima preferenza a uno dei due musulmani morti. Nella battaglia di Uhud, suo zio materno, Hazrat Hamza, subì il martirio. Sua madre, Hazrat Safiyya, portò due pezze di stoffa per il sudario del fratello. Ma accanto a suo zio giaceva il cadavere di un uomo degli Ansar. Non poteva accettare che per un cadavere vi fossero due pezze e che l’altro rimanesse senza sudario. Misurò le due pezze per dividerle tra entrambi. Per caso, una delle due era più grande dell’altra. Per evitare qualsiasi parzialità, risolse la questione mediante sorteggio.

Hazrat Zubayr considerava insignificante ogni genere di pericolo e calamità. La paura della morte non riuscì mai a incrinare neppure minimamente la sua incrollabile determinazione. Durante l’assedio di Alessandria, volle entrare nella fortezza appoggiando una scala alle mura. I suoi compagni gli dissero: «Dentro infuria una terribile peste». Egli rispose: «Siamo venuti proprio per le ferite e per la peste. Perché dunque temere la morte?». Quel giorno entrò nella fortezza con una scala, dimostrando un coraggio straordinario.

L’onestà, l’affidabilità, la capacità direttiva e le doti organizzative di Hazrat Zubayr erano straordinarie. In punto di morte, le persone desideravano nominarlo custode dei propri figli e dei propri beni. Quando Mutī ibn al-Aswad volle nominarlo esecutore testamentario, egli rifiutò. Allora quello cominciò a supplicarlo con voce commossa: «Ti scongiuro per Allah, per il Messaggero e per il vincolo di parentela. Ho sentito il grande al-Fārūq Umar dire: “Zubayr è un pilastro della religione”. Hazrat Uthman, Miqdad, Abd Allah ibn Masud, Abd al-Rahman ibn Awf e altri Compagni lo nominarono esecutore testamentario in punto di morte. Egli custodì i loro beni con estrema onestà e li spese per i loro figli e i loro familiari.»

Hazrat Zubayr amava profondamente sua moglie e i suoi figli. In particolare nutriva un affetto straordinario per il figlio Abd Allah e per i suoi figli. Prima della morte era estremamente attento all’istruzione e all’educazione dei figli. Durante la battaglia di Yarmuk portò con sé il figlio Abd Allah, che allora aveva appena dieci anni. Hazrat Zubayr lo fece montare a cavallo e lo affidò alla sorveglianza di un soldato, affinché, mostrandogli le scene terribili della battaglia, gli insegnasse il coraggio e l’audacia.

Quanto a generosità, liberalità e spesa sulla via di Allah, non fu mai secondo a nessuno. Possedeva mille schiavi. Ogni giorno li mandava a lavorare a pagamento e ricavava ingenti somme di denaro. Tuttavia non riteneva giusto spendere per sé o per la propria famiglia neppure un solo centesimo di quel denaro. Distribuiva tutto in beneficenza. In breve, Hazrat Zubayr possedeva tutte le qualità che possono trovarsi in un ḥawārī del Profeta.

Il commercio era la principale occupazione di Hazrat Zubayr. La cosa sorprendente è che ogni attività commerciale alla quale si dedicò non gli procurò mai una perdita.

Nella lotta sulla via di Allah ricevette innumerevoli colpi di frecce e lance nemiche. Alī ibn Khālid racconta: «Un uomo giunse da Mosul presso di noi. Narrò: “Ero compagno di viaggio di Zubayr ibn al-Awwam. A un certo punto del viaggio vidi sul suo corpo cicatrici tali quali non avevo mai visto sul corpo di nessun altro. Quando gliene chiesi la ragione, egli rispose: ‘Sono tutte ferite riportate combattendo insieme al Messaggero di Allah e sulla via di Allah.’”»

ʿAlī ibn Zayd racconta: «Un uomo che aveva visto al-Zubayr mi disse: “Sul suo petto vi erano i segni di innumerevoli ferite di frecce e lance, simili a sorgenti”.»

Per quanto riguardava il modo di vestire, era estremamente semplice. Tuttavia, la sua spada era molto sfarzosa. L’impugnatura della spada era ornata da splendidi disegni.

Muʿāwiya chiese ad ʿAbdullah ibn ʿAbbās: «Qual è la tua opinione riguardo a Ṭalḥa e al-Zubayr?». Egli rispose: «Che Allah riversi la Sua misericordia su entrambi. Per Allah, entrambi erano estremamente temperanti, virtuosi, devoti, sottomessi, puri, purificati e martiri».

Al-Zubayr disse: «Il Messaggero di Allah ha pregato per me, per i miei figli e discendenti».

La più grande distinzione e fortuna di al-Zubayr è che fu uno degli ʿAshara Mubashshara, cioè uno dei dieci Compagni ai quali fu annunciata in vita la buona novella del Paradiso.

Ṭal‌ḥa ibn ʿUbaydullah ((che Allah sia soddisfatto di lui))

Il suo nome era Abū Muḥammad Ṭalḥa. Suo padre era ʿUbaydullah e sua madre Ṣaʿba. Era discendente del ramo Taym della tribù dei Quraysh. Anche Abū Bakr apparteneva alla tribù dei Taym. Sua madre Ṣaʿba era la sorella del celebre Compagno martire ʿAlī ibn al-Ḥaḍramī.

Ṭalḥa abbracciò l’Islam all’inizio della sua diffusione, all’età di appena quindici anni. Si convertì all’Islam grazie all’invito di Abū Bakr al-Ṣiddīq. Durante l’epoca dell’ignoranza preislamica, era un membro assiduo delle riunioni che si tenevano nella casa di Abū Bakr.

Il racconto della sua conversione all’Islam è davvero sorprendente. Si era recato in Siria con la carovana commerciale dei Quraysh. Quando giunsero nella città di Bosra, gli altri mercanti qurayshiti del gruppo si separarono da lui e si dedicarono alle loro compravendite in vari punti del mercato. Mentre girava per il mercato, accadde un fatto che avrebbe cambiato il corso della vita di Talha. Egli racconta:

«Mi trovavo allora nel mercato di Bosra. Sentii un sacerdote cristiano proclamare: “O comunità di mercanti! Chiedete alle persone giunte in questo mercato se tra loro vi sia qualcuno di Mecca”. Ero lì vicino. Mi recai rapidamente da lui e dissi: “Sì, sono di Mecca”. Mi chiese: “Tra voi è apparso Ahmad?”. Risposi: “Quale Ahmad?”. Disse: “Il figlio di Abdullah ibn Abd al-Muttalib. Questo è il mese in cui egli apparirà. Sarà l’ultimo Profeta. Apparirà a Mecca ed emigrerà verso una terra caratterizzata dalla Pietra Nera e dai palmeti. Giovane, dovresti recarti da lui al più presto”. Talha racconta: “Le sue parole produssero una profonda impressione nel mio cuore. Lasciai la mia carovana, montai sulla mia cavalcatura e, non appena giunsi a casa, chiesi ai miei familiari: ‘È accaduto qualcosa di nuovo a Mecca dopo la mia partenza?’. Risposero: ‘Sì, Muhammad ibn Abdullah ha dichiarato di essere un profeta e Abu Bakr, figlio di Abu Quhafa, è diventato suo seguace’”».

Talha racconta: «Mi recai da Abu Bakr e gli chiesi: “È vero che Muhammad ha rivendicato la profezia e che tu sei diventato suo seguace?”. Rispose: “Sì”, quindi mi invitò anch’egli all’Islam. Gli raccontai allora nei dettagli l’episodio del sacerdote cristiano. Dopodiché mi condusse con sé dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Lì recitai la professione di fede e abbracciai l’Islam, quindi riferii dettagliatamente al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ciò che aveva detto il sacerdote. Egli ne fu immensamente lieto. Divenni così la quarta persona ad abbracciare l’Islam per mano di Abu Bakr».

Quando Talha abbracciò l’Islam, sua madre cominciò a protestare e a fare un gran clamore, poiché desiderava che suo figlio diventasse il capo della tribù. I membri della tribù cercarono di convincerlo a rinunciare all’Islam, ma videro che era saldo come una montagna. Poiché capirono che non sarebbe stato possibile persuaderlo con le buone, ricorsero alla tortura. Mas‘ud ibn Kharash racconta: «Un giorno correvo tra Safa e Marwa, quando vidi un gruppo di uomini trascinare un giovane con le mani legate. Poi lo fecero stendere a faccia in giù e cominciarono a colpirlo senza pietà sulla schiena e sulla testa. Dietro di loro, un’anziana donna urlava a squarciagola insultandolo. Chiesi: “Perché il ragazzo si trova in questa condizione?”. Risposero: “È Talha ibn Ubaydullah. Ha abbandonato la religione dei suoi antenati ed è diventato seguace di quell’uomo dei Banu Hashim”. Chiesi: “Chi è questa donna?”. Risposero: “Sa‘ba bint al-Hadrami, la madre del giovane”».

Nawfal ibn Khuwaylid, noto come il leone dei Quraysh, si recò da Talha. Lo legò con una corda e con la stessa corda legò anche Abu Bakr. Poi li consegnò entrambi alle mani dei rozzi abitanti di Mecca, perché li torturassero. Poiché furono legati alla stessa corda, furono chiamati «al-Qarinan».

Dopo aver abbracciato l’Islam, fu dunque vittima delle persecuzioni e delle angherie dei suoi familiari e dei Quraysh. Per tredici lunghi anni sopportò ogni cosa con infinita pazienza e continuò con assoluta dedizione l’attività di divulgazione e predicazione dell’Islam. Cercava i viaggiatori stranieri nelle valli intorno a Mecca, si recava discretamente presso le tende dei beduini e nelle case dei politeisti conosciuti della città, portando loro l’invito alla religione. Come gli altri, frequentava regolarmente la «Dar al-Arqam» di Mecca. In quel periodo difficile per l’Islam e i musulmani, si impegnò e si adoperò in ogni modo possibile per la religione di Allah.

Nell’ottobre del 622, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) emigrò da Mecca a Medina insieme ad Abu Bakr. La guida del loro arduo viaggio era Abdullah ibn Uraiqit. Dopo averli condotti a Medina, tornò a Mecca e raccontò nei dettagli il loro viaggio ad Abdullah, figlio di Abu Bakr. Mentre la famiglia di Abu Bakr si preparava a emigrare a Medina, Talha e Suhayb ibn Sinan si unirono a loro. Talha era l’emiro di quella carovana. Giunti a Medina, Talha e Suhayb alloggiarono presso la casa di As‘ad ibn Zurara. Ibn Hajar afferma che, prima dell’emigrazione, a Mecca il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva istituito un legame di fratellanza tra Talha e Zubayr; dopo l’emigrazione, invece, il suo legame di fratellanza fu stabilito con il celebre Compagno ansarita Abu Ayyub al-Ansari. Secondo un’altra narrazione, tuttavia, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva stabilito il suo legame di fratellanza con Ka‘b ibn Malik, e tale rapporto rimase saldo per tutta la loro vita, come tra fratelli naturali.

Sebbene non partecipasse direttamente alla battaglia di Badr, vi partecipò indirettamente. Per questo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) gli assegnò una parte del bottino. Durante la battaglia, un gruppo di miscredenti aveva progettato di attaccare l’insediamento musulmano di Medina. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) mandò Talha a raccogliere informazioni su di loro. Oltre a Talha, inviò altre sette persone in luoghi diversi, affidando loro incarichi differenti. Per questo non poterono partecipare direttamente alla battaglia. Tuttavia furono considerati tra i combattenti di Badr.

Nel terzo anno dell’Egira ebbe luogo la battaglia di Uhud contro i politeisti della Mecca. In questa battaglia Talha stabilì un record senza precedenti di coraggio e valore. In realtà, fu lui l’eroe della battaglia di Uhud. Quando, a causa dell’errore del corpo degli arcieri, l’esercito musulmano si trovò in una situazione estremamente critica, Talha fu uno dei pochi soldati che crearono una linea di difesa attorno al Messaggero di Allah. In quel momento ʿAmmar ibn Yazid fu martirizzato. Quando una freccia scagliata da un miscredente colpì l’occhio di Qatada ibn Nuʿman, il bulbo oculare uscì dall’orbita e rimase penzolante sulla sua guancia. Abu Dujana si pose rivolto verso il Messaggero di Allah e fece del proprio corpo un intero scudo per proteggerlo. In quel momento Saʿd ibn Abi Waqqas scagliava frecce con grandissimo coraggio. Talha, invece, attaccava ferocemente i miscredenti, impugnando una spada in una mano e una lancia nell’altra.

A un certo punto della battaglia, tutti, tranne dodici Ansar e un solo Muhajir, Talha, si erano allontanati dal Messaggero di Allah. Il Messaggero salì su una cima della montagna; proprio allora un gruppo di soldati nemici lo circondò. Il Messaggero disse ai suoi compagni: «Chi riuscirà a respingerli sarà mio compagno in Paradiso». Talha disse: «Andrò io, o Messaggero di Allah». Il Messaggero disse: «No, tu resta». Un uomo degli Ansar disse: «Andrò io». Egli disse: «Sì, va’». L’ansari andò e fu martirizzato combattendo contro i politeisti. Così il Messaggero di Allah lanciò più volte l’appello e ogni volta Talha dichiarò di voler andare, ma il Messaggero lo tratteneva e mandava un uomo degli Ansar. Quando, uno dopo l’altro, tutti gli Ansar ebbero ricevuto il martirio, il Messaggero disse a Talha: «Ora tocca a te, va’».

Talha lanciò l’attacco. Il Messaggero di Allah fu ferito, gli furono spezzati i denti benedetti e si ritrovò coperto di sangue. In quella situazione Talha attaccò da solo i politeisti e li respinse a una certa distanza; poi corse nuovamente dal Messaggero, lo sollevò sulle spalle e iniziò a portarlo verso la cima della montagna. Dopo averlo deposto in un punto, riprese ad attaccare. In questo modo, quel giorno, respinse i politeisti. Abu Bakr racconta: «In quel momento io e Abu Ubayda ci eravamo allontanati dal Messaggero di Allah. Poco dopo tornammo da lui e ci avvicinammo per assisterlo, ma egli disse: “Lasciate me e guardate il vostro compagno Talha”». Guardammo e lo vedemmo privo di sensi in una fossa, coperto di sangue. Una delle sue mani era quasi recisa dal corpo e tutto il suo corpo presentava più di settanta ferite di spada, freccia e lancia. Per questo, in seguito, il Messaggero di Allah disse di lui: «Se qualcuno desidera provare la gioia di vedere un morto camminare sulla terra, guardi Talha ibn Ubaydullah». Per tale motivo veniva chiamato il martire vivente. Ogni volta che veniva menzionata la battaglia di Uhud, il grande Siddiq, Abu Bakr, diceva: «Quel giorno appartenne interamente a Talha». In questa battaglia Talha fu talmente gradito al Messaggero di Allah che egli gli annunciò la buona novella del Paradiso di Firdaws.

Nel mese di Dhu al-Qaʿda del quinto anno dell’Egira, le forze congiunte di varie tribù arabe e degli ebrei iniziarono a prepararsi per attaccare Medina. Per respingerle, l’esercito musulmano, sotto la guida del Messaggero di Allah, decise di scavare, nei pressi del monte Sala, alla periferia di Medina, una trincea profonda cinque cubiti da est a ovest. Talha fu visto impegnato nello scavo della trincea. Non appena i lavori terminarono, le forze congiunte dei Quraysh della Mecca e delle altre tribù arabe assediarono Medina. Nel frattempo, all’interno di Medina, le tribù ebraiche, in particolare i Banu Qurayza, violarono il patto e iniziarono a tramare contro i musulmani. In quel momento i musulmani erano circondati da nemici interni ed esterni. In una situazione così delicata, alcuni musulmani divennero naturalmente un po’ inquieti, preoccupati per la sicurezza delle mogli, dei figli e dei familiari. Tuttavia, il morale della maggior parte dei musulmani e la loro fede in Allah rimasero incrollabili. Erano completamente pronti a sacrificare, sulla via di Allah, ogni cosa: la vita e i beni. Talha apparteneva a quest’ultimo gruppo. Allah l’Altissimonella sura al-Ahzab nei secondi e terzi rukuʿha raffigurato splendidamente il quadro psicologico dei musulmani in quel periodo.

Alcuni musulmani erano fermi presso la trincea e discutevano tra loro. Talha passò lì accanto. Udì uno di loro dire: «Dovremmo provvedere alla sicurezza delle nostre mogli e dei nostri familiari». Talha si fermò per un momento e disse: «Allah è il migliore dei protettori» — «Allah è khayrun hafizan». Coloro che avevano fatto affidamento sulla propria forza e sul vigore delle proprie braccia fallirono. La gente disse: «Avete ragione». E rinunciò al proprio proposito.

Partecipò a tutte le spedizioni, tra cui il Giuramento di Ridwan, Khaybar e Muʾta, svolgendo in ciascuna un ruolo significativo. Il giorno della conquista della Mecca, Talha faceva parte del piccolo gruppo di Muhajirun con cui il Messaggero di Allah entrò nella città; insieme al Messaggero entrò anche all’interno della sacra Kaʿba.

Il 25 di Dhū al-Qaʿda del decimo anno dell’Egira, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, iniziò il viaggio da Medina per compiere il pellegrinaggio. Questo fu lo storico Pellegrinaggio d’Addio. Anche Talha divenne compagno di viaggio del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Insieme raggiunsero Dhū al-Hulayfa, dove Talha indossò l’ihrām. In quel viaggio, oltre al Messaggero di Allah e a Talha, nessun altro aveva con sé un animale destinato al sacrificio. (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī: Kitāb al-Ḥajj)

La morte dell’amato Profeta inflisse un duro colpo all’onorevole Talha. Egli fu sopraffatto dal dolore per la morte del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Talvolta diceva: «Allah l’Altissimo ha ordinato di avere pazienza in ogni calamità; perciò cerco di adottare un ṣabr jamīl per la sua separazione e, nello stesso tempo, chiedo ad Allah il tawfīq».

Durante il califfato di Abu Bakr, egli fu il suo consigliere speciale. Lo aiutò in ogni questione con le sue riflessioni, i suoi consigli e il suo operato. All’epoca delle guerre della ridda, molti eminenti Compagni consigliarono inizialmente al califfo di trattare con una certa indulgenza i beduini che rifiutavano di pagare la zakāt e di non dichiarare il jihād contro di loro. Ma l’onorevole Talha affermò chiaramente: «Una religione che non preveda la zakāt non può essere vera e corretta».

Nel mese di Jumādā al-thāniya del tredicesimo anno dell’Egira, l’onorevole Abū Bakr, che Allah ne sia soddisfatto, si ammalò. Le sue condizioni cominciarono a peggiorare rapidamente. Un giorno Talha andò a fargli visita. Dopo che fu entrato, trascorso qualche momento in silenzio, tra i due si svolse la seguente conversazione:

– Devo nominare ʿUmar come mio successore? Abū Muḥammad (Talha), qual è la tua opinione?

– Tra i Compagni, ʿUmar possiede le qualità migliori; egli distingue tra la verità e la falsità.

– Ti ho chiesto il tuo consiglio sulla nomina di lui come mio successore.

– Nel suo carattere c’è una certa severità e tende a imporre un rigore un po’ eccessivo.

– Quali difetti ha?

– Se ai vostri tempi era così severo, chissà quanto più severo sarebbe diventato dopo di voi, per il senso della propria responsabilità.

– Quando si troverà gravato della grande responsabilità del califfato, diventerà più indulgente.

Alla fine Talha disse: Non ho alcun dubbio che le sue virtù e le sue capacità siano superiori a quelle di tutti gli altri. Non ho esitato a esprimere ciò che penso riguardo a un aspetto del suo carattere.

Nel tredicesimo anno dell’Egira, il venerabile Umar divenne califfo. Anch’egli accordò al venerabile Talha il rango che gli spettava e trasse sempre beneficio dal chiedere il suo consiglio.

Dopo la conquista dell’Iraq, sorse un disaccordo tra i Compagni sulla questione se le terre agricole di quella regione dovessero essere distribuite tra i combattenti come bottino oppure no. Un gruppo disse che avrebbero dovuto essere distribuite. Il califfo e un altro gruppo, invece, erano contrari alla distribuzione. In seguito, dopo una lunga discussione nella riunione del consiglio della shura, fu adottata all’unanimità la posizione del califfo. A questo proposito, nella riunione della shura, il venerabile Talha sostenne senza ambiguità la posizione del califfo e pronunciò un discorso vigoroso.

Tra i sei eminenti Compagni ai quali il venerabile Umar, Comandante dei Credenti, prima della sua morte affidò il compito di scegliere tra loro il califfo, vi era anche il venerabile Talha. Ma, dando prova del massimo sacrificio di sé, rinunciò alla propria candidatura al califfato e votò a sostegno del venerabile Uthman.

Il venerabile Uthman fu posto agli arresti domiciliari dai ribelli. Un giorno, sporgendo la testa dalla finestra della casa, si rivolse al gruppo dei ribelli e alla gente riunita a Medina. A un certo punto domandò: Tra voi c’è Talha? Nessuno rispose. Quando lo domandò per la terza volta, il venerabile Talha si alzò. Il venerabile Uthman gli disse: Non mi aspettavo di vedervi presente tra questa gente né che avreste risposto dopo che ve l’avessi chiesto tre volte. Vi scongiuro in nome di Allah: un giorno, in un certo luogo, quando insieme al Messaggero di Allah non c’eravamo altri che io e voi, il Messaggero di Allah vi disse: «Talha, ogni profeta avrà in Paradiso un compagno appartenente alla sua comunità. Uthman ibn Affan sarà il mio compagno in Paradiso». Ricordate queste parole? Talha rispose di sì. Poi si alzò e si allontanò dalla folla.

Hazrat Uthman fu martirizzato. Una parte della umma musulmana si levò contro l’uccisione di Hazrat Uthman e chiese il qisās. Hazrat Talha e Zubayr si recarono da Medina alla Mecca e si unirono a Hazrat Aisha (ra). Nei pressi di Basra si trovarono di fronte all’esercito di Hazrat Ali (ra). Attraverso Hazrat Ka‘ka ibn ‘Amr ebbero inizio i colloqui tra le due parti. Hazrat Ali (ra), la Madre dei Credenti Hazrat Aisha, Talha e Zubayr raggiunsero un’intesa su una soluzione pacifica del problema. Entrambe le parti tirarono un sospiro di sollievo. Ma gli uomini dell’ebreo Ibn Saba, artefice di intrighi e complotti, si allarmarono. In realtà, erano proprio loro gli assassini di Hazrat Uthman. Si erano nascosti tra le file dell’esercito di Hazrat Ali (ra). Nel buio della notte cominciarono a scagliare frecce, da una parte contro Hazrat Aisha (ra) e dall’altra contro l’esercito di Hazrat Ali (ra). I soldati di entrambe le parti, rassicurati dalla decisione di concludere la pace, si erano addormentati tranquillamente. Svegliatisi per quell’attacco improvviso, pensarono che fosse l’avversario ad aver iniziato l’attacco. Il complotto dell’ebreo Ibn Saba ebbe successo. Prima ancora dell’alba scoppiò una furiosa battaglia, che nella storia è divenuta nota come la “Battaglia del Cammello”. In questa battaglia morirono da entrambe le parti circa diecimila persone, secondo un’altra versione tredicimila. Proprio all’inizio della battaglia, una freccia scagliata dai sabaiti si conficcò nel piede di Hazrat Talha. Vedendo che il sangue non smetteva di uscire dalla ferita, Hazrat Ka‘ka ibn ‘Amr lo pregò di recarsi al “Darul Ilaj” di Basra (ospedale). Su sua richiesta, egli vi si recò accompagnato da un servo. Nel frattempo, però, il suo corpo aveva perso tutto il sangue. Poco dopo essere arrivato là, morì. Fu sepolto a Basra stessa.

Ibn Asakir ha riferito attraverso diverse fonti che, il giorno della Battaglia del Cammello, Hazrat Talha fu ferito da una freccia scagliata da Marwan ibn al-Hakam. Morì all’età di sessantaquattro anni, nel mese di Jumada al-Awwal dell’anno 36 dell’Egira, secondo un’altra versione il 10 di Jumada al-Thani.

Hazrat Talha era un commerciante facoltoso. Tuttavia, non aveva l’avidità di accumulare ricchezze. Nella storia si trovano molti racconti della sua generosità. La storia lo ricorda come “Talha il Generoso”. Una volta giunsero nelle sue mani settantamila dirham provenienti dall’Hadramawt. Quella notte divenne triste e angosciato. Sua moglie Umm Kulthum, figlia di Hazrat Abu Bakr (ra), vedendo quello stato del marito, gli chiese:

– Abu Muhammad, che cosa ti è successo? Mi sembra che tu sia rimasto turbato da qualche mio comportamento.

– No, come moglie di un uomo musulmano sei davvero straordinaria. Ma da questa sera sto pensando: che idea avrà una persona del proprio Signore se va a dormire lasciando in casa una somma così grande?

– Perché mai dovresti essere triste e preoccupato per questo? A quest’ora della notte, dove troverai i poveri, i bisognosi e i tuoi parenti? Domattina non dovrai far altro che distribuirla.

– Che Allah abbia misericordia di te! Questo sì che significa: tale padre, tale figlia.

La mattina seguente divise tutti i dirham in sacchetti e recipienti separati e li distribuì tra i poveri e i bisognosi dei Muhajirun e degli Ansar. È stato tramandato anche un altro episodio riguardante la sua generosità. Un uomo si recò da Hazrat Talha, ricordò il legame di parentela che li univa e gli chiese un aiuto. Talha disse: «In un certo luogo possiedo un appezzamento di terreno. Uthman ibn Affan vuole darmi trecentomila dirham in cambio di quel terreno. Se vuoi, puoi prendere il terreno, oppure posso venderlo e darti i trecentomila dirham». L’uomo volle ricevere il denaro. Egli gli donò tutta la somma ricavata dalla vendita.

Abd al-Rahman ibn ’Awf ((ra))

Secondo l’Imam Bukhari, nell’epoca dell’ignoranza il nome di Abd al-Rahman ibn Awf era Abd Amr. Ibn Sa’d, nella sua ‘Ṭabaqāt’, riferisce che nell’epoca dell’ignoranza il suo nome era Abd Ka’ba. Dopo che ebbe abbracciato l’Islam, il Messaggero ﷺ gli diede il nome di Abd al-Rahman. Entrambi i suoi genitori appartenevano alla tribù di Zuhra. Sua madre si chiamava Shifa bint Awf. Sia suo nonno paterno sia suo nonno materno si chiamavano Awf.

Ibn Sa’d riferisce, sulla base della narrazione di Waqidi, che nacque dieci anni dopo l’Anno dell’Elefante. Secondo questa narrazione, aveva dieci anni meno del Messaggero di Allah ﷺ. Il Messaggero ﷺ nacque cinquanta giorni dopo l’episodio dell’Anno dell’Elefante. Tuttavia, Ibn Hajar afferma che aveva tredici anni meno del Messaggero di Allah ﷺ.

Fu tra i primi ad abbracciare l’Islam, dopo che il Messaggero di Allah ﷺ ricevette la profezia. I notabili della Mecca si riunivano quasi ogni giorno nella casa di Abu Bakr. Anche Abd al-Rahman era un membro assiduo di queste riunioni. Era legato ad Abu Bakr da una profonda amicizia. Abbracciò l’Islam proprio grazie all’invito di Abu Bakr. La storia conserva i nomi dei cinque membri regolari di queste riunioni nella casa di Abu Bakr: Uthman, Sa’d, Talha, Zubayr e Abd al-Rahman. Tutti abbracciarono l’Islam sin dalla prima fase grazie all’invito di Abu Bakr e, in cambio dei loro incommensurabili sacrifici per l’Islam, ricevettero già in questo mondo la buona novella del Paradiso.

Abd al-Rahman faceva parte della prima carovana, composta da undici uomini e quattro donne, che nel mese di Rajab del quinto anno della profezia emigrò dalla Mecca in Abissinia. Dopo l’emigrazione del Messaggero ﷺ a Medina, anche lui emigrò a Medina. Coloro che emigrarono sia in Abissinia sia a Medina sono chiamati «sahib al-hijratayn». A Medina trovò rifugio nella casa di Sa’d ibn Rabi’, della tribù dei Khazraj, e il Messaggero ﷺ stabilì tra loro un legame di fratellanza. L’Imam Bukhari ha trasmesso numerosi hadith su questo episodio attraverso molteplici catene di trasmissione. A questo proposito, Anas (ra) racconta: «Quando Abd al-Rahman ibn Awf emigrò a Medina, il Messaggero ﷺ stabilì tra lui e Sa’d ibn Rabi’ un legame di fratellanza. Sa’d era un capo della tribù dei Khazraj di Medina e un uomo ricco. Disse ad Abd al-Rahman: “Tutti gli Ansar sanno che sono un uomo ricco. Voglio dividere in parti uguali tutti i miei beni. Ho due mogli. Vorrei che tu le vedessi e ne scegliessi una. Io divorzierò da lei; poi tu la sposerai”. Abd al-Rahman rispose: “Che Allah benedica e colmi di bene la tua famiglia! Fratello, non ho bisogno di nulla di tutto questo. Indicami soltanto la strada del mercato”».

L’incrollabile fiducia di Sa’d nella fratellanza islamica e il suo esempio di incomparabile generosità sono rari nella storia della Ummah islamica e dell’umanità. D’altra parte, sono particolarmente degni di nota la nobiltà di Abd al-Rahman, la sua indipendenza e la sua ferma determinazione a reggersi sulle proprie gambe.

Il secondo giorno della sua permanenza a Medina, Abd al-Rahman chiese a Sa’d, suo fratello tra gli Ansar: «C’è qui un mercato dove si possa comprare e vendere?». Sa’d rispose: «Sì, c’è il mercato di Qaynuqa a Yathrib (Medina)». Abd al-Rahman acquistò del burro chiarificato e del formaggio da un luogo e si recò al mercato. Fece lo stesso anche il secondo giorno. In questo modo continuò a commerciare. Quando ebbe messo da parte un po’ di denaro, sposò una donna degli Ansar.

Un giorno, dopo il matrimonio, si recò al cospetto del Messaggero di Allah ﷺ. Vedendo una macchia di zafferano sui suoi abiti, il Messaggero ﷺ gli chiese: «Ti sei sposato?». Rispose: «Sì». Gli chiese: «Con chi?». Rispose: «Con una donna degli Ansar». Il Messaggero ﷺ domandò: «Quanto hai stabilito come dote nuziale?». Rispose: «Dell’oro». Allora il Messaggero di Allah ﷺ disse: «Prepara un banchetto nuziale, anche solo con una capra».

Continuò a dedicarsi agli affari. Dopo qualche tempo, quando ebbe accumulato altro denaro, celebrò il banchetto nuziale come gli aveva ordinato il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. A poco a poco, la sua attività commerciale si ampliò ulteriormente. Concluse anche un accordo commerciale con Umayya ibn Khalaf della Mecca.

Ḥaḍrat ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf partecipò a tutte le battaglie, comprese quelle di Badr, Uḥud e Khandaq, dimostrando enorme coraggio e fermezza. L’Imām al-Bukhārī, nel «Kitāb al-Maghāzī», ha narrato con le sue stesse parole un episodio della battaglia di Badr: «Nella battaglia di Badr ero in fila. Infuriava una violenta battaglia. Guardandomi a destra e a sinistra, vidi due giovani ai miei lati. Non avevo molta fiducia nelle loro capacità. Uno di loro mi chiese sottovoce: “Zio, mi dica, da che parte si trova Abū Jahl?”. Risposi: “Nipote, che cosa vuoi farne?”. Egli disse: “Ho fatto un patto con Allah: o lo ucciderò, oppure sacrificherò la mia vita a questo scopo”. Anche l’altro mi disse sottovoce la stessa cosa. ʿAbd al-Raḥmān racconta: “Dopo averli ascoltati, fui felice al pensiero di trovarmi proprio tra due uomini così grandi. Indicai loro Abū Jahl. Improvvisamente, entrambi si gettarono insieme su Abū Jahl come due falchi e in un istante lo uccisero. Questi due giovani erano Muʿādh e Muʿawwidh, i due figli di ʿAfrāʾ”». Nella battaglia di Badr ʿAbd al-Raḥmān fu ferito a una gamba.

Partecipò anche alla battaglia di Uḥud, nella quale dimostrò un coraggio straordinario. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si era rifugiato in un angolo del monte Uḥud, quando Ubayy ibn Khalaf avanzò con l’intenzione di uccidere il Messaggero di Allah. Quando ʿAbd al-Raḥmān avanzò per mandarlo all’Inferno, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, glielo impedì. Poi il Messaggero di Allah stesso prese una lancia da al-Ḥārith ibn Ṣimma e la scagliò contro la nuca di Ubayy ibn Khalaf. Ferito solo lievemente, questi fuggì urlando e, sulla strada per la Mecca, giunto in un luogo chiamato Sarif, intraprese il viaggio verso l’Inferno.

Ibn Saʿd ‘Ṭabaqāt al-Kubrā ’ha riferito nella sua opera che, nella battaglia di Uḥud, ʿAbd al-Raḥmān dimostrò un coraggio e un eroismo senza pari. Al-Balādhurī, nella sua Futūḥ al-Buldān, Ibn Ḥajar, nella sua al-–Iṣāba e Ibn Khaldūn, nella sua Tārīkh, hanno narrato che in quella battaglia egli riportò complessivamente trentuno ferite su tutto il corpo.

Nel mese di Shaʿbān del sesto anno dell’Egira, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, decise di intraprendere una spedizione a Dūmat al-Jandal, circa trecento miglia a nord di Medina. Affidò il comando di questa spedizione a ʿAbd al-Raḥmān. Prima della partenza, questi si recò dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il Messaggero di Allah si tolse personalmente il turbante dalla testa di ʿAbd al-Raḥmān e gliene legò un altro, nero. Poi gli diede alcune indicazioni sulla strategia di guerra e congedò ʿAbd al-Raḥmān, che Allah sia soddisfatto di lui.

Al momento della conquista della Mecca, ʿAbd al-Raḥmān si trovava nel piccolo gruppo di Muhājirūn insieme al quale era il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

Dopo la conquista della Mecca, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò in varie direzioni alcuni gruppi per l’attività di predicazione nella penisola araba. Le tribù arabe erano ancora profondamente immerse nell’ignoranza e nell’ʿaṣabiyya. Per questo il Messaggero di Allah inviò i gruppi di predicazione armati, affinché potessero difendersi in caso di necessità. Un gruppo di trenta uomini di questo tipo fu inviato presso la gente dei Banū Khuzayma sotto la guida di Ḥaḍrat Khālid ibn al-Walīd. Tuttavia, tra Ḥaḍrat Khālid e i Banū Khuzayma nacque un malinteso. A un certo punto Ḥaḍrat Khālid attaccò i Banū Khuzayma, causando numerose vittime e feriti. Informato dell’accaduto, il Messaggero di Allah convocò Ḥaḍrat Khālid e lo interrogò, poi implorò Allah di perdonarlo per il suo errore. Il Messaggero di Allah pagò il prezzo del sangue per le persone uccise. Anzi, fu pagato persino il valore compensativo per un cane, qualora ne fosse morto uno.

A causa di questo incidente dei Banū Khuzayma, tra Khālid e ʿAbd al-Raḥmān nacquero una disputa e una controversia. Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ne fu informato, convocò Khālid e lo rimproverò. Disse: «Hai litigato e discusso con un Compagno appartenente ai Sābiqīn al-Awwābīn» (coloro che abbracciarono l’Islam nella prima fase). «Non era degno di te comportarti così. Per Allah, anche se possedessi oro quanto il monte Uḥud e lo distribuissi tutto sulla via di Allah, non potresti comunque eguagliare neppure uno dei miei Compagni anziani». Va ricordato che Ḥaḍrat Khālid aveva abbracciato l’Islam nel sesto anno dell’Egira, dopo la battaglia degli Aḥzāb.

Durante la spedizione di Tabuk, nel nono anno dell’Egira, egli superò con successo anche la prova di fede cui furono sottoposti i musulmani. Rispondendo all’appello del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Hazrat Abu Bakr, Uthman e Abd al-Rahman, che Allah sia soddisfatto di loro, donarono per questa spedizione una somma di denaro senza precedenti. Quando Abd al-Rahman consegnò ottomila dinari nelle mani del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli ipocriti cominciarono a bisbigliare. Dicevano: «È un ipocrita; il suo scopo è soltanto mettersi in mostra.» In risposta, Allah dice: «Questa è la persona sulla quale la misericordia di Allah continuerà a scendere.» (Sura al-Tawba: 71) In un’altra narrazione si riferisce che, vedendo questa donazione, Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, esclamò: «Mi sembra che Abd al-Rahman stia peccando, perché non ha lasciato nulla alla sua famiglia.» Udendo ciò, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, domandò: «Abd al-Rahman, hai lasciato qualcosa per la tua famiglia?» Egli rispose: «Sì. Ho lasciato loro qualcosa di più abbondante e migliore di ciò che ho donato.» Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, chiese: «Quanto?» Egli rispose: «Ciò che Allah e il Suo Messaggero hanno promesso come sostentamento, bene e ricompensa.»

Un giorno, durante la spedizione di Tabuk, all’ora della preghiera dell’alba, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, uscì per rispondere a un bisogno naturale. Tardò un po’ a rientrare. Nel frattempo giunse l’ora della preghiera. Su richiesta dei fedeli riuniti, Abd al-Rahman si mise in piedi per guidare la preghiera come imam. Nel frattempo il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, tornò, quando era già terminata una rakʿa. Accortosi della presenza del Messaggero di Allah, Abd al-Rahman cercò di arretrare. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli fece cenno con la mano di rimanere al suo posto. Egli completò quindi anche la seconda rakʿa, mentre il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pregò dietro di lui. L’Imam Muslim e Abu Dawud hanno riferito questo hadith nelle loro rispettive raccolte autentiche.

Il primo califfo, Hazrat Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, era sul letto di morte. Non aveva più speranza di vivere. Convocò i Compagni eminenti e riflessivi per consultarsi su chi sarebbe diventato califfo dopo di lui. Si consultò anche con Hazrat Abd al-Rahman e, illustrando alcune qualità di Hazrat Umar, propose il suo nome come califfo successivo. Dopo aver ascoltato pazientemente il califfo, Abd al-Rahman disse: «Avete ragione. Non vi è alcun dubbio sulle sue capacità. Tuttavia, per natura, è alquanto severo.

Durante il califfato di Hazrat Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, a otto Compagni eminenti furono affidate le responsabilità di emettere fatwa e amministrare la giustizia, mentre a tutti gli altri fu ordinato di astenersi dall’emettere fatwa. Abd al-Rahman era uno di questi otto.

Anche durante il suo califfato, Hazrat Umar impedì di occuparsi dei giudizi a tutti tranne ai Compagni dotati di conoscenza e discernimento. Persino ad Abdullah ibn Masud, che egli definiva «il tesoro della conoscenza», fu ordinato di astenersi quando cominciò a emettere fatwa senza previa autorizzazione. Hazrat Umar permetteva di esprimere la propria opinione su un determinato ramo della conoscenza soltanto a chi ne era esperto. Durante un discorso pronunciato nel luogo chiamato Jabia, nel corso del suo viaggio in Siria, disse a questo proposito: «Coloro che desiderano comprendere il Corano si rivolgano a Ubayy ibn Kaʿb; coloro che desiderano conoscere le leggi ereditarie si rechino da Zayd ibn Thabit; e coloro che desiderano essere informati sulle questioni del fiqh instaurino rapporti con Muʿadh ibn Jabal e Abd al-Rahman ibn Awf.»

Il califfo Hazrat Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, conferì a Hazrat Abd al-Rahman lo status di consigliere speciale. Quando di notte percorreva la città per informarsi sulle condizioni dei suoi abitanti, spesso portava con sé Hazrat Abd al-Rahman e si consultava con lui su diverse questioni.

Una notte il califfo Umar uscì a percorrere la città insieme ad Abd al-Rahman. Da lontano notarono una luce in una casa. Avvicinandosi, videro che tutte le porte e le finestre della casa erano chiuse; dall’interno, tuttavia, giungevano le voci forti di alcune persone. Il califfo Umar chiese ad Abd al-Rahman: «Riesci a sentire le voci che provengono dall’interno?

— «Sì, le sento.»

– «Capisce che cosa sta dicendo?»

– «Si sente la voce di una folla riunita. Si sente soltanto un gran vociare; non si riesce a capire che cosa stiano dicendo.»

– «Sa di chi è questa casa?»

– «La casa è di Rabi’a ibn Umayya.»

Umar disse: «Probabilmente stanno bevendo vino e si stanno ubriacando. Che cosa ne pensa?»

– «Allah ci ha proibito di spiare. Ha detto: “Non spiate” e “Non seguire ciò di cui non hai conoscenza”.»

Udendo ciò, Umar disse: «Ha ragione e me lo ha ricordato al momento opportuno.» Detto questo, proseguì insieme ad Abd al-Rahman. I due versetti che Hazrat Abd al-Rahman ricordò in quell’occasione all’Amir al-Mu’minin sono l’essenza dei diritti fondamentali dell’individuo nella vita della società musulmana.

Nell’anno 16 dell’Egira, in seguito alla conquista dell’Iraq, cadde in Iraq l’impero persiano dei Kisra; dopo la battaglia di Yarmuk, dalla Siria cadde anche l’impero del Cesare di Roma. Il califfo si adoperò per stabilire la jizya e il kharaj. Tuttavia, a questo riguardo, dovette affrontare la forte opposizione dei comandanti Khalid ibn al-Walid, Bilal e Abd al-Rahman. Infine, dopo lunghe discussioni in seguito alle continue riunioni del Majlis al-Shura, fu accolta l’opinione del califfo.

Il califfo Hazrat Umar volle stabilire gli stipendi dei Compagni del Messaggero di Allah. Espose questa intenzione a Hazrat Abd ar-Rahman. Egli consigliò di affidare la compilazione di un elenco a tre uomini esperti nella scienza genealogica: Makhzama ibn Nawfal, Khaybar ibn Mut’am e Aqil ibn Abu Talib. Seguendo il suo consiglio, il califfo affidò loro l’incarico. Quando essi ebbero compilato l’elenco e lo presentarono al califfo, Amir al-Mu’minin e Abd ar-Rahman lo esaminarono entrambi. Dopo averlo visionato, Hazrat Umar disse: «Modificando l’ordine dell’elenco attuale, scriverete prima i nomi miei e degli altri membri della mia tribù in base al grado di parentela con il Messaggero». Hazrat Ali e Hazrat Abd ar-Rahman obiettarono: «Voi siete Amir al-Mu’minin. L’elenco dovrebbe iniziare proprio dal vostro nome». Egli disse: «No. Cominciate da Abbas, lo zio del Messaggero di Allah, e poi scrivete il nome di Ali». Stabilì l’ammontare degli stipendi dopo essersi consultato con Abd ar-Rahman. Poi lo sottopose alla Majlis ash-Shura.

Le Azwaj al-Mutahharat (le sante consorti del Messaggero di Allah) desideravano da tempo compiere il pellegrinaggio. Nel ventitreesimo anno dell’Egira, il califfo Umar organizzò definitivamente il loro pellegrinaggio. Egli stesso si unì al loro viaggio. Affidò a Hazrat Abd ar-Rahman e a Hazrat Uthman la piena responsabilità dell’organizzazione del viaggio. Durante il viaggio, Abd ar-Rahman procedeva armato davanti alla carovana e Uthman la proteggeva armato da dietro. Non permettevano a nessuno di avvicinarsi ai loro cammelli. Quando si fermavano in un luogo, entrambi erano incaricati di sorvegliare le tende.

Nel primo anno del suo califfato, Hazrat Umar nominò Abd ar-Rahman Amir al-Hajj e lo mandò alla Mecca. Insieme a lui mandò, a suo nome, anche un animale da sacrificare. Quell’anno l’intera comunità musulmana compì il pellegrinaggio sotto la sua guida.

Il califfo Hazrat Umar stava guidando la preghiera dell’alba in congregazione. Firoz, lo schiavo persiano di Mughira ibn Shu’ba, lo accoltellò. Sebbene fosse ferito, afferrò immediatamente la mano di Abd ar-Rahman, che si trovava dietro di lui, lo fece stare al suo posto e cadde a terra. In seguito, Abd ar-Rahman concluse rapidamente la preghiera rimanente.

Dieci ore dopo essere stato ferito, Hazrat Umar disse alla gente riunita: «Come mi chiedevate, anch’io desideravo lasciare come amir un uomo capace di portare il peso di questa ummah. Poi ho pensato che, facendo così, la responsabilità e la colpa ricadrebbero su di me anche dopo la mia morte. Per questo non ho osato farlo. Questi sono i sei uomini: Ali, Uthman, Abd ar-Rahman, Sa’d, Zubayr e Talha. Il Messaggero di Allah ha dato loro la lieta novella che entreranno in Paradiso. Sceglierete uno di loro come vostro amir. Oltre a questi sei c’è anche mio figlio Abd Allah. Tuttavia egli non avrà alcun rapporto con il califfato. Se i sei nominati si dividessero, riguardo all’elezione del califfo, in due gruppi uguali di tre persone ciascuno, il califfo sarà scelto dal gruppo sostenuto da Abd Allah. Ma se l’opinione di Abd Allah non fosse accettata dalla maggioranza della gente, sarà accettata l’opinione del gruppo al quale apparterrà Abd ar-Rahman». Da questo consiglio di Hazrat Umar emerge chiaramente la sua considerazione per Abd ar-Rahman.

Hazrat Umar morì. Abd ar-Rahman non era disposto a diventare califfo. Nel frattempo, anche Hazrat Talha non si trovava a Medina. Gli altri quattro affidarono a Abd ar-Rahman la piena responsabilità dell’elezione del califfo.

Hazrat Abd ar-Rahman assolse questo incarico affidatogli con grande dedizione e scrupolosa lealtà. Per tre giorni e tre notti consecutivi si consultò con persone di ogni livello. La maggioranza espresse la propria preferenza per Hazrat Uthman. Infine, prima che scadesse il termine di tre giorni e tre notti stabilito da Umar, invitò la gente a partecipare alla preghiera dell’alba in congregazione. Al termine della preghiera, proclamò davanti alla folla riunita il nome di Hazrat Uthman come califfo. Dal momento in cui Hazrat Umar fu ferito con un pugnale, e per ordine dello stesso Umar, fino alla proclamazione di Uthman come terzo califfo, egli guidò la preghiera in congregazione e si occupò di tutti gli affari dell’amministrazione.

Nel mese di Muharram del ventiquattresimo anno dell’Egira, Hazrat Uthman fu eletto califfo. Nello stesso anno nominò Abd ar-Rahman Amir al-Hajj. La comunità musulmana compì il pellegrinaggio di quell’anno sotto la sua guida.

Hazrat ʿAbd al-Raḥmān prestò, fino alla fine della sua vita, eminenti servizi alla comunità musulmana, rimanendo membro del consiglio della shūrā del califfo ʿUthmān e offrendo consigli su varie questioni importanti. Presso ciascuno dei tre califfi, Hazrat Abū Bakr, ʿUmar e ʿUthmān, egli era una persona di assoluta fiducia e affidabilità.

Secondo Ibn Saʿd, Hazrat ʿAbd al-Raḥmān morì nell’anno 32 dell’Egira, all’età di settantacinque anni. Secondo Ibn Ḥajar, invece, visse settantadue anni. Ibn Ḥajar riferisce inoltre che la preghiera funebre fu guidata da Hazrat ʿUthmān oppure da Zubayr ibn al-ʿAwwām e che egli fu sepolto nel cimitero di al-Baqīʿ, a Medina. Tra coloro che portarono il suo feretro fino al cimitero vi era anche il celebre Compagno Hazrat Saʿd ibn Abī Waqqāṣ.

Abbiamo già visto che ʿAbd al-Raḥmān giunse a Medina a mani completamente vuote. Iniziò la sua attività commerciale comprando e vendendo piccole quantità di burro chiarificato e formaggio. Col passare del tempo divenne uno dei migliori mercanti e degli uomini più ricchi della comunità musulmana dell’epoca. Il Messaggero di Allah aveva pregato affinché le sue ricchezze aumentassero, e quella preghiera fu accolta da Allah. Tuttavia, egli non sviluppò mai il minimo desiderio o attaccamento verso quei beni. Durante la vita del Messaggero di Allah e anche dopo la sua morte, fino alla fine dei suoi giorni, egli spese generosamente quelle ricchezze sulla via di Allah e per il bene dell’umanità.

Una volta il Messaggero decise di organizzare una spedizione. Disse: «Ho intenzione di inviare dei soldati in una spedizione; aiutatemi». ʿAbd al-Raḥmān arrivò, corse a casa e tornò subito dopo dicendo: «O Messaggero di Allah, possiedo questi quattromila. Duemila li offro al mio Signore come prestito benevolo e gli altri duemila li lascio alla mia famiglia». Il Messaggero di Allah disse: «Possa Allah benedire tutto ciò che hai donato e tutto ciò che hai conservato».

Una volta a Medina si diffuse un grande clamore: era arrivata dalla Siria una carovana commerciale carica di enormi quantità di grano e altri alimenti. C’erano soltanto cammelli, cammelli ovunque. La Madre dei Credenti, Hazrat ʿĀʾisha, chiese: «Di chi è questa carovana commerciale?». La gente rispose: «Di ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf». Ella disse: «Ho sentito il Messaggero dire: “Mi è sembrato di vedere ʿAbd al-Raḥmān inclinarsi una volta sul Ṣirāṭ e poi rialzarsi diritto”». Secondo un’altra narrazione, Hazrat ʿĀʾisha disse: «Possa Allah benedire tutto ciò che gli ha concesso in questo mondo, ma la sua ricompensa nell’Aldilà sarà ancora più grande. Ho sentito il Messaggero di Allah dire: “ʿAbd al-Raḥmān entrerà in Paradiso strisciando”».

Le parole di Hazrat ʿĀʾisha giunsero alle orecchie di ʿAbd al-Raḥmān. Egli disse: «Se Allah vuole, entrerò in Paradiso in posizione eretta». Poi donò in elemosina tutte le sue merci. Il carico era trasportato sul dorso di cinquecento cammelli, secondo alcuni settecento. Alcuni hanno riferito che donò in elemosina anche i cammelli insieme alle merci. Hazrat ʿAbd al-Raḥmān era profondamente devoto alle Madri dei Credenti. Per la loro felicità e il loro benessere spese generosamente per tutta la vita. Per loro era una persona fidata e affidabile. Una volta vendette alcuni terreni per quarantamila dinari e distribuì l’intero ricavato tra i Banū Zuhra (il clan paterno di Hazrat Āmina, la madre del Messaggero di Allah), i musulmani, i poveri e i bisognosi, gli emigrati e le mogli del Messaggero, le Madri dei Credenti. Quando la sua parte giunse a Hazrat ʿĀʾisha, ella chiese: «Chi l’ha mandata?». Le fu risposto: «ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf». Ella disse: «Il Messaggero di Allah ha detto: “Dopo di me, soltanto i pazienti mostreranno compassione verso di voi”».

Ibn Ḥajar, nel libro «‘al-–Iṣāba»’, citando la trasmissione di Jaʿfar ibn Barqān, riferisce che ʿAbd al-Raḥmān liberò complessivamente trentamila schiavi. Anche nell’epoca preislamica considerava proibito bere vino.

Hazrat ʿAbd al-Raḥmān era un esempio concreto di timor di Allah e di taqwā. Quando si recava alla Mecca, non si voltava nemmeno a guardare le sue precedenti case. La gente gli chiese: «Perché provi tanta avversione per le tue vecchie case?». Egli rispose: «Le ho abbandonate per il mio Allah».

Una volta invitò i suoi amici. Arrivarono cibi prelibati. Vedendo il cibo, cominciò a piangere. La gente gli chiese: «Che cosa è successo?». Egli rispose: «Il Messaggero di Allah se n’è andato. Neppure in casa sua riusciva a mangiare a sazietà del pane d’orzo».

Un giorno stava osservando il sawm. Dopo l’iftar, guardando il cibo portato davanti a lui, disse: «Musʿab ibn ʿUmayr era un uomo migliore di me. Quando fu martirizzato, per lui si trovò soltanto un piccolo pezzo di stoffa per il sudario. Se gli si copriva la testa, restavano scoperti i piedi, e se gli si coprivano i piedi, restava scoperta la testa. Poi Allah l’Altissimo ci ha concesso questa prosperità mondana. Temo che la nostra ricompensa ci sia stata già assegnata in questo mondo». Dopodiché iniziò a piangere disperatamente.

ʿUmar commentò a suo riguardo: «ʿAbd al-Raḥmān è uno dei capi dei musulmani». ʿAlī, narrando un episodio riportato dal Messaggero di Allah, disse: «ʿAbd al-Raḥmān è una persona degna di fiducia presso il cielo e la terra».

ʿAbd al-Raḥmān ha trasmesso hadith direttamente dal Messaggero di Allah e da ʿUmar. Da lui hanno trasmesso hadith i suoi figli, tra cui Ibrāhīm, Ḥumayd, ʿUmar, Musʿab e Abū Salama; suo nipote al-Miswar; suo nipote materno al-Miswar ibn Makhrama; e i Compagni Ibn ʿAbbās, Ibn ʿUmar, al-Zubayr, Jābir, Anas, Mālik ibn Aws e altri. Il suo titolo più illustre è quello di essere uno degli al-ʿashara al-mubashshara.

Saʿ’d ibn Abī Waqqā‌ṣ ((ra))

Il suo nome era Abū Isḥāq Saʿd e suo padre era Abū Waqqāṣ Mālik. Nella storia è noto come Saʿd ibn Abī Waqqāṣ. Apparteneva al ramo Banū Zuhra della tribù dei Quraysh. Sua madre si chiamava Ḥamna. Entrambi i genitori appartenevano alla tribù dei Quraysh. Il padre di Saʿd, Abū Waqqāṣ, abbracciò l’Islam e ottenne l’onore di diventare Compagno del Messaggero di Allah. Quando era sul letto di morte, il Messaggero di Allah andò a fargli visita. Anche sua madre Ḥamna abbracciò l’Islam. Tuttavia, quando seppe per la prima volta che suo figlio Saʿd aveva abbracciato l’Islam, cominciò a fare chiasso e a lamentarsi, radunando la gente. Sconvolto dall’atteggiamento della madre, tra indignazione e dolore, Saʿd andò a sedersi in silenzio in un angolo della casa. Dopo essersi lamentata e aver fatto chiasso per un po’, sua madre dichiarò chiaramente: «Finché Saʿd non dichiarerà di rinnegare la missione di Muḥammad, non mangerò né berrò nulla e non mi riparerò neppure all’ombra per proteggermi dal sole. Anche Allah ha ordinato di obbedire alla madre. Se non mi ascolterà, sarà considerato disobbediente e non avrà più alcun rapporto con sua madre».

Il venerabile Saʿd divenne profondamente inquieto. Si recò dal Messaggero di Allah e gli raccontò tutto l’accaduto. Prima ancora che il Messaggero di Allah gli desse una risposta, fu rivelato l’ottavo versetto della Sura al-ʿAnkabūt:

«Abbiamo ordinato all’essere umano di trattare bene i propri genitori. Ma se essi ti costringono a associarMi qualcosa di cui non hai conoscenza, non obbedire loro».

Questo versetto del Corano liberò Saʿd dalla sua agitazione interiore. Sua madre non mise nulla in bocca per tre giorni, non parlò con nessuno e non si spostò neppure dal sole all’ombra. La sua condizione divenne assai penosa. Egli venne più volte da sua madre, cercando di convincerla; ma lei continuava a ripetere che doveva abbandonare l’Islam. Alla fine fu costretto a dirle apertamente: «Madre, anche se mille madri come voi, per ostinazione riguardo al mio abbandono dell’Islam, rinunciassero a mangiare e bere e dessero la vita, per me sarebbe comunque impossibile abbandonare la vera religione». Queste parole, di estrema verità, di Saʿd lasciarono un segno nel cuore di sua madre. Alla fine anche lei abbracciò l’Islam. L’Imam Muslim ha narrato un hadith su questo episodio nella sezione «Al-Faḍāʾil» della sua raccolta Ṣaḥīḥ.

Il fratello di Saʿd, ʿUmayr, abbracciò l’Islam poco dopo che il Messaggero di Allah aveva ricevuto la profezia. Fu uno dei primi ad abbracciare l’Islam. Ibn Khaldun, nel suo ‘Taʾrīkh’, menziona che dopo ʿUmayr abbracciò l’Islam anche ʿAbdullah ibn Masʿud.

Abu Bakr era un intimo amico di Saʿd. Fu grazie all’invito di Abu Bakr che egli abbracciò l’Islam. L’Imam Bukhari ha narrato un hadith sull’adesione di Saʿd all’Islam nella sezione «Al-Manāqib» della sua raccolta Ṣaḥīḥ. Saʿd disse: «Dopo aver abbracciato l’Islam, mi ritrovai a essere il terzo musulmano». In realtà egli abbracciò l’Islam non appena il Messaggero di Allah ricevette la profezia; tuttavia, come molti altri, allora non lo dichiarò pubblicamente. Ciò è confermato dall’episodio di sua madre e dalla rivelazione del versetto della sura al-ʿAnkabūt. Infatti, questo versetto fu rivelato nel quarto anno della profezia. Probabilmente fu proprio allora che egli rivelò a sua madre di aver abbracciato l’Islam.

Nel terzo anno della profezia, ʿAmr ibn ʿAbasa, della tribù di Sulaym, si recò segretamente dal Messaggero di Allah e abbracciò l’Islam. A quel tempo Allah non aveva ancora dato il permesso di predicare pubblicamente. Dopo aver abbracciato l’Islam, ʿAmr stava pregando in un angolo di Shiʿb Abī Ṭālib. I Quraysh cominciarono a lanciare pietre. Vedendo ciò, anche Saʿd avanzò insieme a uno o due musulmani, e con quei miscredenti dei Quraysh ebbero una disputa che sfociò in uno scontro fisico. Saʿd colpì duramente un miscredente con la sua frusta. Il corpo dell’uomo fu coperto di sangue. Questo fu il primo episodio nella storia dell’Islam in cui il sangue di un politeista fu versato per mano di un musulmano.

Saʿd ibn Abī Waqqāṣ fu uno dei quattro uomini che emigrarono a Medina dopo l’emigrazione dalla Mecca di Muṣʿab ibn ʿUmayr e di Ibn Umm Maktūm. Nella Ṣaḥīḥ di Bukhari è narrato un hadith riferito da al-Barāʾ ibn ʿĀzib. Egli disse: «I primi a giungere da noi furono Muṣʿab ibn ʿUmayr e Ibn Umm Maktūm. Questi due insegnavano il Corano agli abitanti di Medina. Poi giunsero Bilal, Saʿd e ʿAmmār ibn Yāsir». Ibn Saʿd, nel libro ‘Ṭabaqāt al-Kubrā’, riferisce sulla base della testimonianza di al-Wāqidī che Saʿd e suo fratello ʿUmayr, emigrati dalla Mecca a Medina, soggiornarono presso l’altro loro fratello, ʿUtba ibn Abī Waqqāṣ. Alcuni anni prima, ʿUtba aveva ucciso un uomo, era fuggito dalla Mecca e aveva trovato rifugio a Medina.

Il ruolo di Saʿd nel jihād sulla via di Allah era estremamente importante; il suo eroismo e il suo coraggio spinsero i nemici dell’Islam verso conseguenze assai terribili. Fu il primo musulmano a scagliare frecce sulla via di Allah. Egli stesso diceva:

«Io fui il primo arabo a scagliare una freccia per Allah».

Per parecchio tempo dopo l’Egira dalla Mecca a Medina, la situazione economica dei musulmani muhājirūn fu estremamente penosa. Non disponevano né di scorte alimentari, né di abiti da indossare, né di mezzi certi per procurarsi da vivere. Sotto la pressione dei muhājirūn giunti dalla Mecca, le fondamenta dell’economia, già limitata, di Medina furono scosse. L’intera società musulmana di Medina, Anṣār e muhājirūn senza distinzione, precipitò in una gravissima difficoltà economica. In tale estrema povertà essi continuarono a diffondere e propagare l’Islam e a combattere una guerra dopo l’altra contro gli infedeli. Riguardo a questa loro estrema povertà, Ḥadrat Saʿd, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Partecipavamo alle battaglie insieme al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui; eppure allora non avevamo nulla da mangiare se non foglie d’albero (e vivevamo nutrendoci di esse), e i nostri escrementi erano come quelli di cammelli e capre».– (Bukhārī e Muslim: Manāqib di Sa’ʿd ra..)

Un anno dopo l’Egira, nel mese di Ṣafar, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, inviò in pattuglia un gruppo di sessanta cavalieri per osservare i movimenti dei Quraysh. Tra loro vi era anche Ḥadrat Saʿd, che Allah sia soddisfatto di lui. A un certo punto videro un numeroso gruppo di Quraysh guidato da ʿIkrima ibn Abī Jahl. Tuttavia, entrambe le parti evitarono lo scontro. Ma quando qualcuno dalla parte dei Quraysh lanciò improvvisamente un forte grido, Ḥadrat Saʿd scoccò subito una freccia. Questa fu la prima freccia scagliata contro gli infedeli nella storia dell’Islam.

Nel mese di Rabīʿ al-thānī del secondo anno dell’Egira, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, uscì da Medina accompagnato da duecento Compagni. Lo scopo era osservare i movimenti dei nemici nei dintorni di Medina e far sapere loro che i musulmani non dormivano. Il portabandiera di questa spedizione era Ḥadrat Saʿd, che Allah sia soddisfatto di lui. Questa volta ebbe luogo anche un breve scontro con i Quraysh presso un luogo chiamato Buwāṭ. Sei mesi dopo ebbe luogo la battaglia di Badr.

Pochi giorni prima della battaglia di Badr, Saʿd, che Allah sia soddisfatto di lui, era uno dei tre uomini inviati dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui, per raccogliere informazioni sulla carovana dei Quraysh. Appostatisi nei pressi dei pozzi di Badr, catturarono due uomini dell’altra parte e li condussero dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, apprese da loro molte informazioni sullo schieramento nemico.

A Badr, Saʿd, raḍiya Allāhu ʿanhu, e suo fratello ʿUmayr, raḍiya Allāhu ʿanhu, combatterono con grandissimo coraggio. Ciascuno di loro uccise diversi infedeli, mandandoli all’Inferno. In questa battaglia, Ḥazrat ʿUmayr, raḍiya Allāhu ʿanhu, fu martirizzato. Saʿd, raḍiya Allāhu ʿanhu, uccise Saʿīd ibn ʿĀṣ, prese la sua spada e la consegnò al Messaggero di Allah, ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam. Espresse al Messaggero il desiderio di ricevere quella spada. Egli rispose: «Questa spada non è né tua né mia». Saʿd non aveva ancora percorso che poca distanza dopo essersi allontanato dal Messaggero, quando fu rivelata la SuraSura al-Anfāl. Dopodiché il Messaggero, ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam, lo chiamò e gli disse: «Prendi la tua spada».

La battaglia di Uḥud ebbe luogo un anno dopo Badr. Anche Ḥazrat Saʿd, raḍiya Allāhu ʿanhu, partecipò a questa battaglia. Quando, a causa dell’errore di alcuni soldati musulmani, una vittoria certa si trasformò in una sconfitta, Saʿd, raḍiya Allāhu ʿanhu, fu uno dei pochi soldati che, mettendo a rischio la propria vita, formarono uno schieramento difensivo intorno al Messaggero, ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam. L’Imam Bukhārī ha narrato questo episodio con le parole dello stesso Saʿd, raḍiya Allāhu ʿanhu:

Nel giorno di Uḥud, il Messaggero, ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam, dispose la sua faretra davanti a me e disse:

«Scocca le frecce! Possano i miei genitori essere sacrificati per te». Ibn Saʿd ha inoltre detto: «Per caso, una faretra non conteneva alcuna freccia. Saʿd, raḍiya Allāhu ʿanhu, disse: “O Messaggero di Allah, questa è vuota”. Egli disse: “Scaglia anche quella”».

Un fratello di Hazrat Saʿd, ʿUmayr, fu martirizzato nella battaglia di Badr. Nella battaglia di Uhud, mentre Saʿd combatteva mettendo a repentaglio la propria vita per proteggere il Messaggero dagli attacchi furiosi degli infedeli, proprio allora il volto del nobile Profeta fu ferito e un dente gli fu spezzato dalla pietra scagliata dal suo altro fratello, il malvagio ʿUtba. Saʿd diceva spesso: «Non ho mai desiderato con tanta intensità uccidere nessun altro infedele quanto ʿUtba. Ma quando sentii il Messaggero dire che la collera di Allah si sarebbe abbattuta su colui che aveva insanguinato il volto del Messaggero di Allah, il mio desiderio di ucciderlo si affievolì e la tranquillità discese nel mio cuore».

Durante la battaglia di Uhud assistette a una scena straordinaria. Raccontò: «Il giorno di Uhud vidi due uomini abbagliantemente bianchi, uno alla destra e uno alla sinistra del Messaggero di Allah. Combattevano con veemenza contro gli infedeli. Non li avevo mai visti né prima né dopo quella volta».

La battaglia della Trincea ebbe luogo due anni dopo quella di Uhud. Anche in quella battaglia egli partecipò e scagliò una freccia contro un astuto cavaliere infedele, trafiggendogli l’occhio da parte a parte in modo tale che il Messaggero scoppiò improvvisamente a ridere. Durante la battaglia della Trincea, in una valle del monte Salaʿ, fu allestita una tenda per il Messaggero. In una fredda notte, il Messaggero giaceva solo, avvolto nella coperta. All’improvviso udì nella tenda il tintinnio delle armi. Domandò: «Chi è?». Sentì rispondere: «Sono Saʿd, figlio di Abī Waqqāṣ». «Perché sei venuto?». Egli disse: «Il Messaggero di Allah è per me più caro di mille vite di Saʿd. In questa notte buia e fredda ho temuto per la vostra sicurezza. Perciò sono venuto a fare la guardia». Il Profeta di Allah disse: «Saʿd! Avevo gli occhi aperti. Speravo che oggi un servo virtuoso mi proteggesse!»

Nel decimo anno dell’Egira, anche Saʿd accompagnò il Messaggero di Allah nel Pellegrinaggio d’Addio. Tuttavia, prima del pellegrinaggio, si ammalò gravemente alla Mecca. Aveva quasi perso ogni speranza di vivere. In quel periodo il Messaggero veniva di tanto in tanto a informarsi sulle sue condizioni. Hazrat Saʿd raccontò: «Un giorno, dopo aver parlato con me, egli pose la mano sulla mia fronte. Poi fece scorrere la mano sul mio volto fino all’addome e pregò: “O Allah, guarisci Saʿd e porta a compimento la sua Egira”. In altre parole, gli concesse di morire proprio a Medina, la destinazione della sua Egira. Hazrat Saʿd diceva: “Ancora oggi sento nel cuore quel tocco fresco e quella serenità provenienti dalle mani del Messaggero di Allah”». Dopo essere guarito, visse per altri quarantacinque anni.

L’esercito musulmano, sotto il comando di Hazrat Abū ʿUbayda e di al-Muthannā, aveva sconfitto l’esercito persiano dei Kisrā e conquistato l’Iraq. Ora l’Iraq era sotto il controllo dell’esercito musulmano. I parenti del Kisrā, mettendo da parte ogni divergenza, avevano posto Yazdegerd sul trono e, sotto la guida del generale Rustam, avevano radunato un enorme esercito per attaccare nuovamente i musulmani. Hazrat ʿUmar venne a sapere di questi preparativi. Espresse il desiderio di recarsi personalmente con un esercito in aiuto di al-Muthannā. Ma, non avendo ottenuto il consenso del Consiglio della Shūrā, secondo la decisione del Consiglio inviò Saʿd e lo nominò comandante supremo dell’esercito riunito sul fronte iraniano. Hazrat Saʿd raggiunse Qādisiyya da Medina con il suo esercito. Prima del suo arrivo, al-Muthannā era passato a miglior vita. Nella pianura di Qādisiyya si svolse una decisiva e sanguinosa battaglia tra i musulmani e i persiani, sotto il comando del generale Saʿd. In questa battaglia le linee difensive del poderoso esercito persiano furono completamente scompaginate e i persiani subirono una sconfitta dopo l’altra.

Sulla strada per Madāʾin, la capitale dell’Impero sasanide, l’esercito musulmano aveva conquistato Bahrāsīr. Tra Bahrāsīr e Madāʾin scorreva il Tigri, agitato da onde impetuose. Hazrat Saʿd apprese che lo scià Yazdegerd stava trasferendo tutti i beni preziosi dalla capitale Madāʾin. Hazrat Saʿd avanzò rapidamente verso Madāʾin con il suo esercito. Giunto sulla riva del Tigri, vide che gli iraniani avevano già distrutto il ponte sul fiume. Sulla riva del Tigri pronunciò quindi uno storico discorso ai combattenti musulmani. Eccone il succo:

«O servi di Allah, soldati della religione! I sovrani sasanidi hanno incatenato i servi di Allah nella schiavitù, li hanno ingannati con menzogne e falsità e li hanno costretti ad adorare il fuoco e il sole. Hanno accumulato presso di sé i beni guadagnati con la fatica e il sudore della gente. Quando siete giunti come loro liberatori, essi hanno cercato una via di fuga e hanno caricato sui dorsi di cavalli e asini le ricchezze della povera gente. Noi non permetteremo mai loro una simile opportunità. Hanno distrutto il ponte affinché non potessimo impadronirci dei tesori caricati sui loro animali. Ma gli iraniani non ci conoscono. Non sanno che coloro che confidano in Allah e servono l’umanità non fanno affidamento su ponti o barche. Nel nome di Allah, il Misericordioso e Generosissimo, faccio entrare il mio cavallo nel fiume. Seguitemi. Attraversate il Tigri in fila, uno dietro l’altro e uno accanto all’altro. Che Allah vi aiuti e vi protegga!»

Terminato il discorso, Hazrat Saʿd pronunciò la basmala e spinse il proprio cavallo nel fiume. Anche gli altri combattenti musulmani seguirono il loro comandante. Il fiume era impetuoso. Tuttavia, tra le file dei soldati di Allah non si verificò la minima confusione. Attraversarono il fiume ordinatamente e raggiunsero l’altra riva. I soldati iraniani osservavano la scena stando a una certa distanza di sicurezza. Rimasero sbalorditi dallo stupore. Improvvisamente si misero a gridare: «Arrivano i demoni, arrivano i mostri! Fuggite, fuggite!»

Durante l’improvviso attacco dei mujahidin musulmani, il re Yazdegerd abbandonò Mada’in, lasciando dietro di sé innumerevoli tesori, e si diresse verso Hulwan. Hadrat Sa‘d entrò nel solitario Palazzo Bianco. L’atmosfera era terrificante. Ogni stanza del palazzo sembrava un monumento di ammonimento e insegnamento. Dalla bocca di Hadrat Sa‘d uscirono i versetti dellaSura al-Dukhan: questi versetti:

– Quanti giardini e sorgenti, quanti campi coltivati e splendidi palazzi, e quanti beni di lusso che li rallegravano avevano lasciato dietro di sé! Così accadde, e Noi ne facemmo eredi un altro popolo.» (Sura al-Dukhan: 25––28)

Dopo essere entrato nel Palazzo Bianco, Hadrat Sa‘d compì otto rak‘at di «Salat al-Fath». Poi annunciò che quel giorno nel palazzo reale si sarebbe tenuta la preghiera congregazionale del venerdì. In seguito fece costruire un minbar e celebrò la preghiera del venerdì. Questa fu la prima preghiera del venerdì in Persia.

Dopo la conquista di Mada’in, il califfo ‘Umar ordinò al comandante Sa‘d di non inseguire personalmente gli iraniani, ma di scegliere qualcun altro e affidargli questo compito. In seguito, agli ordini del califfo, egli si dedicò al mantenimento della pace e dell’ordine interno, alla riorganizzazione dell’amministrazione, alla diffusione dell’Islam e all’istruzione e all’educazione dei nuovi musulmani. Là dove Mada’in era stata per centinaia di anni il centro degli adoratori del fuoco e dove il nome dell’Unico Dio non era mai stato udito, Hadrat Sa‘d costruì per la prima volta una grande moschea congregazionale. Costruì moschee anche nelle altre città dell’Iran. Ampliò la città di Kufa per ospitarvi i musulmani arabi. Fu inoltre l’architetto della città irachena di Bassora.

Il califfo ʿUmar nominò Saʿd governatore di Kufa. Dopo alcuni giorni, a seguito delle accuse mosse contro di lui da alcuni abitanti di Kufa, lo destituì da tale incarico. Il palazzo che Saʿd aveva costruito per sé a Kufa fu dato alle fiamme da Muhammad ibn Maslama, che, per ordine di ʿUmar, si recò da Medina a Kufa e lo incendiò. (Majmūʿ’ Fatāwā–Ibn Taymiyya, volume 35 p. 40)

L’uomo di Kufa chiamato Usama ibn Qatada, che aveva giurato e reso falsa testimonianza davanti al califfo ʿUmar contro Saʿd, fu oggetto della maledizione di Saʿd, che chiese ad Allah per lui tre cose: che gli concedesse una lunga vita, lo affliggesse con i tormenti della povertà e facesse della sua persona una vittima della fitna. Gli storici hanno affermato che questa sua supplica si avverò alla lettera. Non c’è da meravigliarsene, poiché egli era un «mujtajāb al-daʿwa». Lo stesso Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, aveva pregato per lui: «O Allah, esaudisci la supplica di Saʿd quando egli prega».

Non è corretto ritenere che il califfo ʿUmar avesse creduto vere le accuse mosse contro Saʿd. Perciò disse: «Non ho destituito Saʿd perché fosse incapace di amministrare lo Stato o perché non avessi fiducia in lui».(Bukhārī: Kitāb al-Manāqib)La prova che Saʿd rimase degno della fiducia del califfo ʿUmar fino agli ultimi momenti della sua vita si trova nel fatto che ʿUmar lo incluse nel consiglio di sei membri da lui istituito, prima della morte, per scegliere il califfo successivo. Le sue ultime parole riguardo a Saʿd furono: «Se Saʿd assume la responsabilità del califfato, ne è degno. Altrimenti, chiunque divenga califfo si avvalga del suo aiuto».(Bukhārī: Kitāb al-Manāqib e al-–Iṣābah). Nel primo anno del suo califfato, ʿUthmān nominò nuovamente Saʿd governatore di Kūfa. Tuttavia, dopo pochi giorni, il califfo richiamò Saʿd perché era sorta una divergenza tra lui e il tesoriere di Kūfa, ʿAbd Allāh ibn Masʿūd, riguardo a una questione.

I facinorosi ansariti di Ibn Sabaʾ erano entrati a Medina con l’intento di assediare il califfo ʿUthmān. Durante il sermone della preghiera del venerdì nella Moschea del Profeta, il califfo condannò duramente i facinorosi. Essi gli lanciarono pietre e lo ferirono. In quel momento, Saʿd fu il primo ad avanzare per respingerli. Poi gli altri Compagni si levarono tutti insieme e li misero in fuga.

ʿUthmān fu martirizzato per mano dei ribelli. In quel momento Saʿd si trovava a Medina. Gli abitanti di Medina designarono ʿAlī come califfo e gli prestarono giuramento di fedeltà. Quando la gente si recò a casa di Saʿd per prestare giuramento di fedeltà a ʿAlī, egli chiuse loro la porta in faccia e disse: «Finché tutti gli uomini non avranno prestato giuramento di fedeltà, io non lo farò. Tuttavia, da parte mia, non vi è alcun timore di pericolo».

Non è possibile trattare, in questo breve spazio, il doloroso capitolo iniziato nella storia dell’Islam dopo l’assassinio di ʿUthmān. Tuttavia, per comprendere il ruolo di Saʿd in quel periodo, è sufficiente ricordare che la comunità islamica si divise allora in tre gruppi. Un gruppo era a favore di ʿAlī, un altro contro di lui e un terzo rimase neutrale. Tra i sostenitori e gli oppositori di ʿAlī vi erano Compagni illustri, così come ve n’erano nel gruppo neutrale. Essi non ritenevano lecito sguainare la spada a favore o contro alcun musulmano. Per questo vediamo che Saʿd non partecipò né alla battaglia del Cammello né a quella di Ṣiffīn; in quel periodo si trovava nella sua casa a Medina.

In sintesi, dopo il martirio di ʿUthmān egli si ritirò in solitudine. Una volta, vedendo suo figlio ʿUmar entrare nella sua stalla dei cammelli, disse: «Che Allah mi protegga dal male di questo cavaliere». Poi ʿUmar si avvicinò al padre e gli disse: «Tu trascorri il tuo tempo tra cammelli e capre, mentre la gente è impegnata nelle dispute dello Stato». Saʿd gli diede un colpo sul petto con la mano e disse: «Taci!». Avevo sentito il Messaggero dire: «Allah ama chi vive appartato, chi è timorato e chi, nel prendere la decisione giusta, non teme il favore o il risentimento degli uomini».

Dopo aver prestato giuramento di fedeltà a ʿAlī, Saʿd considerava nuovamente i Khārijiti, che si erano separati dal suo gruppo, dei fāsiq. Dopo il martirio di ʿUthmān, suo figlio ʿUmar venne da lui e disse: «Ora l’ummah musulmana ha bisogno di un uomo saggio per governare il califfato. Noi riteniamo che tu sia il più adatto». Non appena ebbe detto ciò, egli esclamò: «Basta, è sufficiente. Non devi più incoraggiarmi».

Hazrat Sa’d morì dopo essere rimasto malato per alcuni giorni nella valle di Aqiq, a dieci miglia da Medina. Tra i biografi vi sono divergenze riguardo all’anno della sua morte. Tuttavia, è generalmente riconosciuto che morì nell’anno 55 dell’Egira, all’età di ottantacinque anni. Ibn Hajar sostenne questa opinione nella sua opera Tahdhib. Dopo il lavaggio rituale e la preparazione del sudario, il corpo fu portato a Medina. Marwan, allora governatore di Medina, guidò la preghiera funebre. I dettagli della sua preghiera funebre sono noti attraverso numerose narrazioni autentiche di Sahih Muslim.

Dopo la morte di Hazrat Sa’d, la Madre dei Credenti Hazrat ‘A’isha inviò un messaggio, insieme alle altre mogli purificate del Profeta, chiedendo che il suo corpo fosse portato nella moschea, affinché potessero partecipare alla preghiera funebre. Tuttavia, la gente cominciò a esitare, chiedendosi se fosse lecito portare il corpo nella moschea. Quando Hazrat ‘A’isha ne venne a conoscenza, disse: «Avete già dimenticato così presto? Il Messaggero di Allah celebrò proprio in questa moschea la preghiera funebre per Suhayl ibn Bayda». In seguito, il corpo fu portato vicino alle stanze delle Madri dei Credenti, ed esse eseguirono la preghiera.

Al momento della sua morte, Hazrat Sa’d era proprietario di immense ricchezze. Nonostante ciò, chiese che gli portassero una giubba di lana molto vecchia e disse: «Con questa mi avvolgerete nel sudario. Indossando questa giubba, ho combattuto contro i miscredenti nella battaglia di Badr. Desidero presentarmi al cospetto di Allah proprio con essa».

Mus’ab, figlio di Hazrat Sa’d, racconta: «Negli ultimi momenti di mio padre, la sua testa era appoggiata sul mio grembo. Vedendo le sue condizioni agoniche, i miei occhi si riempirono di lacrime. Egli mi guardò e chiese: “Figlio mio, perché piangi?”. Risposi: “Per vederti in questo stato”. Disse: “Non piangere per me. Allah non mi punirà mai; io sono destinato al Paradiso. Allah ricompenserà i credenti per le loro opere buone e, in cambio delle opere buone dei miscredenti, allevierà loro la punizione”.(Hayatus Sahaba– 3/54)

Presso il Messaggero di Allah, i Califfi ben guidati e gli altri Compagni, il rango e l’importanza di Hazrat Sa’d erano elevatissimi. Numerosi hadith mostrano quanto essi attribuissero grande importanza alle sue opinioni. Una volta Sa’d narrò un hadith riguardante il passaggio delle mani sui calzari. Hazrat ‘Abdullah ibn ‘Umar volle verificare l’autenticità di questo hadith con suo padre, Hazrat ‘Umar al-Faruq. Chiese: “Hai sentito questo hadith da Sa’d ibn Abi Waqqas?”. Egli rispose: “Sì”. ‘Umar disse: “Sì. Quando Sa’d vi narra un hadith, non chiedete informazioni al riguardo a nessun altro”.

Ibn Ishaq narra: «Tra i Compagni del Messaggero di Allah, quattro erano i più severi: ‘Umar, ‘Ali, Zubayr e Sa’d, che Allah sia soddisfatto di loro».

Durante la vita del Messaggero di Allah, in assenza di Hazrat Bilal, Sa’d recitò l’adhan per tre volte. Il Messaggero di Allah gli aveva ordinato: «Se non vedi Bilal con me, reciterai tu l’adhan».(Hayatus Sahaba 3/116)

Hazrat Saʿd narrò molti hadith dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Da lui narrarono hadith i suoi figli e le sue figlie, come Ibrahim, ʿAmir, Musʿab, Muhammad e ʿA’isha; i Compagni illustri, come ʿA’isha, Ibn ʿAbbas, Ibn ʿUmar e Jabir, che Allah si compiaccia di loro; e i celebri tabiʿin, come Saʿid ibn al-Musayyib, Abu ʿUthman al-Nahdi, Qays ibn Abi Hazim, ʿAlqama, Ahnaf e altri. (Al–Isaba 3/33)

Hazrat Saʿd possedeva anche talento poetico. Alcune delle sue poesie sono state raccolte nelle fonti antiche. Ibn Hajar ha citato alcuni versi nell’opera ‘Al–Isaba’ ,

La più grande distinzione di Hazrat Saʿd è che fu uno dei dieci ai quali fu annunciato il Paradiso mentre erano ancora in vita, gli Ashara Mubashshara, e fu l’ultimo di questo gruppo a lasciare il mondo terreno.

Abu Ubayda Ibnul Jarr‌ah ((ra))

Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse: «Li-kulli ummatin aminun, wa aminu hadhihil ummah Abu Ubayda: ogni popolo ha una persona degna di fiducia, e la persona più degna di fiducia di questa comunità musulmana è Abu Ubayda.»

Aveva un volto luminoso, una carnagione chiara, una corporatura esile e slanciata e una statura alta. Chiunque lo vedesse ne traeva conforto per gli occhi; incontrandolo, nel cuore sorgevano venerazione e amore e si sviluppava un senso di fiducia. Era molto perspicace, estremamente umile e di natura timida. Tuttavia, in ogni momento di crisi, emergeva in lui una fermezza di carattere simile a quella di un leone. La luminosità e l’acutezza del suo carattere erano come il filo di una spada. Secondo le parole del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, egli era l’«amin» della comunità di Muhammad: la persona degna di fiducia.

Il suo nome completo era ʿĀmir ibn ʿAbd Allāh ibn al-Jarrāḥ al-Fihrī al-Qurashī. Tuttavia, era conosciuto da tutti semplicemente come Abū ʿUbayda. Attraverso il suo quinto antenato, Fihr, la sua genealogia si ricongiungeva a quella del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Anche sua madre era figlia di una famiglia fihride. Secondo gli esperti di sīra, egli abbracciò l’Islam.

ʿAbd Allāh ibn ʿUmar disse: «Tra i Quraysh vi sono tre uomini che superano tutti gli altri per bellezza d’aspetto, nobiltà di carattere e costante modestia. Quando ti riferiscono qualcosa, non mentono; e quando tu dici loro qualcosa, non ti considerano un bugiardo. Essi sono Abū Bakr al-Ṣiddīq, ʿUthmān ibn ʿAffān e Abū ʿUbayda ibn al-Jarrāḥ.»

Abū ʿUbayda fu tra coloro che abbracciarono l’Islam già nella prima fase della sua predicazione. Accettò l’Islam il giorno dopo che Abū Bakr era diventato musulmano. Fu proprio per mano di Abū Bakr che egli dichiarò la propria adesione all’Islam. Poi si recò alla presenza del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, insieme ad ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf, ʿUthmān ibn Maẓʿūn e al-Arqam ibn Abī al-Arqam. Là tutti dichiararono contemporaneamente la propria adesione all’Islam. In tal modo furono i primi fondamenti del grande edificio islamico.

Abū ʿUbayda condivise tutte le amare esperienze dei musulmani alla Mecca, dall’inizio alla fine. In ogni circostanza rimase saldo e superò la prova suprema della fede in Allah e nel Suo Messaggero. Oppresso dalle persecuzioni dei Quraysh, compì due volte l’egira in Abissinia. In seguito, dopo l’egira del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, emigrò anch’egli a Medina. A Medina fu stabilito tra lui e Saʿd ibn Muʿādh un legame di fratellanza religiosa, la «muʾākhāt». Ma il giorno della battaglia di Badr, la durezza della prova di Abū ʿUbayda superò ogni concezione e ogni immaginazione. Sul campo di battaglia attaccava i miscredenti con tale audacia da sembrare completamente indifferente alla morte. I politeisti furono terrorizzati dai suoi attacchi, e i loro cavalieri, presi dal panico per la paura di perdere la vita, fuggivano senza meta in ogni direzione. Tuttavia, un uomo dell’esercito nemico continuava a comparire davanti a lui, tornando ripetutamente sui propri passi. Anche Abū ʿUbayda continuava a spostarsi per allontanarsi da lui, come se volesse evitare di incontrarlo. L’uomo si addentrò tra la folla, e Abū ʿUbayda continuò anche lì a evitarlo. Alla fine egli si pose come un ostacolo tra il nemico e Abū ʿUbayda. Quando la sua pazienza giunse al limite, con un solo colpo di spada Abū ʿUbayda gli separò la testa dal corpo. L’uomo rotolò a terra.

Chi era quell’uomo? Non era altri che ʿAbd Allāh ibn al-Jarrāḥ, il padre di Abū ʿUbayda. In realtà, Abū ʿUbayda non uccise suo padre: uccise il politeismo, che aveva assunto le sembianze di suo padre. Dopo questo episodio, Allah l’Altissimo rivelò in merito ad Abū ʿUbayda e a suo padre il seguente versetto:

«Non troverai mai persone che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno nutrire affetto per coloro che si oppongono ad Allah e al Suo Messaggero, pace e benedizioni su di lui, anche se fossero i loro padri, i loro figli, i loro fratelli o i membri della loro famiglia. Essi sono coloro nei cui cuori Allah ha saldamente radicato la fede e che Egli ha sostenuto con uno spirito proveniente da Lui. Li farà entrare in Giardini sotto i quali scorrono i ruscelli, dove resteranno in eterno. Allah si è compiaciuto di loro ed essi si sono compiaciuti di Lui. Essi sono la gente di Allah. Sappiate che la gente di Allah è quella che avrà successo!» (Al Mujādila– 22)

Non c’è dunque da stupirsi per il comportamento di Abū ʿUbayda. La sua salda fede in Allah, la sua devozione alla religione e la sua affidabilità verso la comunità di Muḥammad avevano raggiunto in lui una forma così perfetta che molti grandi uomini lo invidiavano. Muḥammad ibn Jaʿfar racconta: «Una delegazione di cristiani si presentò al cospetto del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e disse: “O Abū al-Qāsim! Invia con noi uno dei tuoi compagni, scelto da te. Egli dovrà giudicare una controversia riguardante alcuni beni. La vostra comunità musulmana è gradita e accettata da tutti noi.” Udendo ciò, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse: “Tornate da me questa sera. Invierò con voi un uomo risoluto e fidato.” ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb disse: “Quella mattina mi recai presto alla moschea per compiere la preghiera di mezzogiorno. Non ho mai desiderato una posizione di comando quanto in quel giorno, affinché fossi io a ricevere quella lode del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui.”

Dopo aver terminato con noi la preghiera di mezzogiorno, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, cominciò a guardare a destra e a sinistra. Anch’io sollevavo un poco il collo, affinché il suo sguardo si posasse su di me. Ma, mentre volgeva gli occhi, a un certo punto vide Abū ʿUbayda ibn al-Jarrāḥ. Lo chiamò e gli disse: «Va’ con loro e giudica la loro controversia sulla base della verità e della giustizia.» Allora pensai tra me: «Abū ʿUbayda mi ha portato via questo onore.»

Abū ʿUbayda non era soltanto una persona degna di fiducia, ma raccoglieva sempre tutte le proprie forze per essere degno di tale fiducia. Ciò si manifestava in diversi ambiti.

Poco prima della battaglia di Badr, il Messaggero di Allah inviò un gruppo di Compagni per seguire i movimenti della carovana dei Quraysh. Nominò Abū ʿUbayda loro comandante. Come provviste furono date loro alcune date. Ogni giorno Abū ʿUbayda ne dava soltanto una a ciascuno dei suoi compagni. Essi trascorrevano l’intera giornata succhiando quella sola dattero, come i bambini succhiano il seno della madre, e bevendo acqua. In questo modo, da mattina a sera, dava loro soltanto una dattero. Essi trascorrevano l’intera giornata succhiando quella sola dattero, come i bambini succhiano il seno della madre, e bevendo acqua. In questo modo, da mattina a sera, una sola dattero era sufficiente per tutti loro. Secondo alcune narrazioni, l’episodio viene raccontato così: nell’ottavo anno dell’Egira, nel mese di Rajab, il Messaggero di Allah inviò, sotto la guida di Abū ʿUbayda, una spedizione nella zona costiera per sorvegliare i movimenti dei Quraysh. Non avevano con sé alcuna provvista, se non alcune date. La razione giornaliera di ciascun soldato era di una sola dattero. Trascorsero diversi giorni nutrendosi di quell’unica dattero. Alla fine, Allah l’Altissimo li liberò da quella difficoltà. Sulla riva del mare trovarono un pesce enorme e, facendo affidamento su di esso, tornarono a Medina. Forse si trattava di due episodi distinti.

Quando, nella battaglia di Uḥud, i musulmani furono sconfitti e i politeisti cominciarono a gridare a gran voce: «Dov’è Muḥammad? Dov’è Muḥammad?…», Abū ʿUbayda fu uno dei dieci uomini che protessero il Messaggero, offrendo il proprio petto alle frecce dei politeisti. Al termine della battaglia si constatò che un dente del Messaggero di Allah era stato spezzato, la sua fronte era coperta di sangue e due anelli della sua armatura gli si erano conficcati nella guancia. Abū Bakr al-Ṣiddīq si affrettò ad accorrere per rimuoverli. Abū ʿUbayda gli disse: «Per Allah, lasciate fare a me». Ed egli si fece da parte. Abū ʿUbayda temeva che, rimuovendo i due anelli con la mano, il Messaggero potesse soffrire. Li afferrò allora saldamente con i denti e ne estrasse il primo. Ma gli si spezzò anche uno dei denti. Abū Bakr commentò: «Abū ʿUbayda è il migliore tra coloro che hanno perso un dente». Partecipò anche alla spedizione del Fossato e a quella contro i Banū Qurayẓa. Firmò come testimone lo storico trattato di Ḥudaybiyya. Nella spedizione di Khaybar dimostrò il massimo coraggio e valore. Durante la spedizione di Dhāt al-Salāsil, il Messaggero inviò Abū ʿUbayda con duecento soldati in rinforzo all’esercito di ʿAmr ibn al-ʿĀṣ. Essi riportarono la vittoria. Abū ʿUbayda partecipò alla conquista della Mecca, alla spedizione di Ṭāʾif e a tutte le altre imprese. Fu anche compagno di viaggio del Messaggero durante il Pellegrinaggio d’Addio.

Dopo aver abbracciato l’Islam, Abū ʿUbayda seguì sempre il Messaggero di Allah in ogni circostanza, come un’ombra, fino all’ultimo giorno della sua vita.

Nella Saqīfa dei Banū Sāʿida infuriava una vivace disputa riguardo alla scelta del califfo. Abū ʿUbayda rivolse agli Anṣār un discorso importante. Li ammonì dicendo: «O comunità degli Anṣār! Siete stati i primi ad aiutare; non siate oggi i primi a creare discordia». A un certo punto Abū Bakr disse ad Abū ʿUbayda: «Tendimi la mano, così presterò giuramento di fedeltà a te. Ho sentito il Messaggero dire: “Ogni nazione ha una persona degna di fiducia, e tu sei la persona degna di fiducia di questa nazione”». Abū ʿUbayda rispose: «Non posso tendere la mano davanti a colui al quale il Messaggero ordinò di guidarci nella preghiera e che ci guidò fino alla sua morte». Dopo queste parole, fu prestato giuramento di fedeltà ad Abū Bakr. Dopo che Abū Bakr divenne califfo, Abū ʿUbayda svolse il ruolo di suo migliore consigliere e sostenitore in tutto ciò che riguardava la verità, la giustizia e il bene. Dopo Abū Bakr, ʿUmar assunse la responsabilità del califfato. Anche ad egli Abū ʿUbayda prestò obbedienza.

Dopo che Abū Bakr, che Allah si compiaccia di lui, assunse la responsabilità del califfato, nell’anno 13 dell’Egira decise di intraprendere una spedizione in Siria. Ordinò ad Abū ʿUbayda di marciare verso Hims, a Yazīd ibn Abī Sufyān verso Damasco, a Shuraḥbīl verso la Giordania e ad ʿAmr ibn al-ʿĀṣ verso la Palestina. Nominò Abū ʿUbayda comandante supremo dell’esercito riunito. Damasco, Hims, Lādhiqiyya e altre città furono conquistate per mano di Abū ʿUbayda. Fu lui a condurre la terribile battaglia di Yarmūk. Rispondendo all’invito di ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, partecipò alla conquista di Bayt al-Maqdis. Quando gli abitanti di Bayt al-Maqdis espressero il desiderio di concludere un trattato direttamente con il califfo ʿUmar, fu Abū ʿUbayda a informarne il califfo per lettera. Quando il califfo giunse a Jābiya per firmare il trattato, Abū ʿUbayda gli andò incontro. Nell’anno 17 dell’Egira, il califfo ʿUmar rimosse Khālid Sayf Allāh dalla carica di comandante e governatore di Damasco e nominò Abū ʿUbayda al suo posto. Khālid Sayf Allāh disse alla gente: «Dovreste essere felici che il vostro governatore sia il Custode della fiducia della comunità».

Sotto la guida di Abū ʿUbayda, l’esercito musulmano riportava una vittoria dopo l’altra in Siria e continuava a conquistare l’intero territorio siriano. In quel periodo in Siria scoppiò un’epidemia di peste e ogni giorno migliaia di persone ne cadevano vittime. Il califfo ʿUmar, che Allah si compiaccia di lui, giunse personalmente dalla capitale Medina in un luogo chiamato Sargh per informarsi sulla situazione. Insieme agli altri comandanti, Abū ʿUbayda accolse il califfo. Egli si consultò con gli anziani Muhājirūn e Anṣār sulla questione. Tutti unanimemente espressero l’opinione che i membri dell’esercito dovessero lasciare quel luogo. ʿUmar invitò tutti a tornare con lui a Medina il giorno seguente. Abū ʿUbayda, profondamente convinto del decreto divino, si oppose. Chiese al califfo: «A firrārun min qadarillāh: non è forse una fuga dal decreto di Allah?». Il califfo, dispiaciuto, rispose: «Ahimè! Se qualcun altro, all’infuori di te, avesse pronunciato queste parole! Sì, stiamo fuggendo dal decreto di Allah, ma verso un altro decreto». Abū ʿUbayda rimase lì con il suo esercito. Il califfo dei musulmani, ʿUmar, una volta giunto a Medina, inviò per mezzo di un messaggero una lettera ad Abū ʿUbayda. Vi scrisse: «Ho molto bisogno di te. Ti chiamo con la massima urgenza. Se questa mia lettera ti giunge di notte, parti prima dell’alba. Se ti giunge di giorno, parti prima di sera». Ricevuta la lettera del califfo ʿUmar, egli commentò: «Ho compreso quale sia il bisogno del Comandante dei credenti nei miei confronti. Vuole far vivere colui che non è più in vita». Poi scrisse: «O Comandante dei credenti, ho compreso il tuo bisogno. Mi trovo tra i combattenti musulmani. Non desidero salvarmi dalla calamità che li ha colpiti. Non voglio abbandonarli finché Allah non avrà decretato una decisione definitiva tra me e loro. Dopo che questa mia lettera ti sarà giunta, ritira la tua decisione e concedimi il permesso di rimanere qui».

Dopo aver letto questa lettera, ʿUmar pianse così amaramente che le lacrime gli scorrevano copiose dagli occhi. Vedendolo piangere, coloro che gli stavano intorno gli chiesero: «O Comandante dei credenti, Abū ʿUbayda è morto?». Egli rispose: «No, ma si trova alle porte della morte».

La previsione di Hadrat ʿUmar non si rivelò falsa. Dopo pochi giorni fu colpito dalla peste. Poco prima di morire pronunciò davanti al suo esercito un breve discorso esortativo. Disse: «Se seguirete il consiglio che vi sto dando, rimarrete sempre sulla via del bene. Stabilite la preghiera, osservate il digiuno nel mese di Ramadan, versate la zakat, compite il pellegrinaggio e la ʿumra, esortatevi reciprocamente, dite ai vostri governanti e capi la verità e la giustizia, non nascondete loro nulla e non abbandonatevi ai piaceri e alle ricchezze del mondo. Anche se una persona vivesse mille anni, la sua sorte sarebbe la stessa che oggi vedete essere la mia». Concluse il discorso salutando tutti. Poi, rivolgendosi a Muʿadh ibn Jabal, disse: «Muʿadh! Guida tu la preghiera». Subito dopo, la sua anima si separò dal corpo puro e si diresse verso l’Essere Supremo. Muʿadh si alzò e disse a tutti i presenti: «Gente! Siete profondamente addolorati per la scomparsa di quest’uomo. Per Allah! Non conosco nessuno dal petto più colmo di bene, dal cuore più puro, più innamorato dell’Aldilà e più incline a consigliare il popolo di lui. Abbiate misericordia di lui, e Allah avrà misericordia di voi». Questo avvenne nell’anno 18 dell’Egira.

Dopo di ciò, la gente si riunì e portò fuori il corpo di Abū ʿUbayda. La preghiera funebre fu celebrata sotto la guida di Muʿadh ibn Jabal. Muʿadh ibn Jabal, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ e al-Ḍaḥḥāk ibn Qays scesero nella tomba e deposero il suo corpo nella terra. Dopo averlo ricoperto di terra, Muʿadh lo elogiò in un breve discorso, dicendo: «Abū ʿUbayda, che Allah abbia misericordia di te! Per Allah! Dirò di te soltanto ciò che so, senza dire nulla di falso, perché temo il castigo di Allah. Per quanto ne so, eri uno di coloro che ricordavano moltissimo Allah e camminavano umilmente sulla terra. Eri inoltre tra coloro che trascorrono la notte prostrati e in piedi davanti al loro Signore e che, quando spendono, non sono né prodighi né avari, ma seguono una via mediana. Per Allah, per quanto ne so, eri umile e benevolo verso gli orfani e i poveri. Eri uno dei nemici degli arroganti oppressori».

Il timore di Allah, l’osservanza della Sunnah, la taqwa, l’umiltà, lo spirito di uguaglianza, l’affetto e la misericordia erano caratteristiche peculiari del suo carattere. Un giorno un uomo andò a casa di Abū ʿUbayda e lo trovò a piangere disperatamente. Gli chiese: «Che cosa succede, Abū ʿUbayda? Perché piangi tanto?». Egli rispose: «Una volta il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, parlando delle future vittorie e delle ricchezze dei musulmani, menzionò la Siria. Disse: “Abū ʿUbayda, se allora sarai ancora vivo, ti basteranno tre servitori: uno per te, uno per la tua famiglia e uno che ti accompagni nei viaggi. Allo stesso modo ti basteranno tre cavalcature: una per te, una per il tuo servitore e una per trasportare i tuoi bagagli”. Ma ora vedo che la mia casa è piena di servitori e la mia scuderia di cavalli. Ahimè, come potrò presentarmi davanti al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui? Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse: “La persona che mi sarà più cara sarà quella che mi incontrerà esattamente nella condizione in cui la lasciai”».

Durante il viaggio del califfo Hadrat ʿUmar in Siria, egli vide che gli ufficiali indossavano abiti sontuosi. Si adirò a tal punto che scese da cavallo e, lanciando loro dei sassi, disse: «Avete adottato così rapidamente le usanze non arabe!». Abū ʿUbayda, invece, si presentò al califfo come un semplice arabo: indossava un abito arabo molto modesto e la briglia del cammello era una semplice corda. Il califfo ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, si recò nella sua abitazione e vi trovò segni di una vita ancora più semplice e spartana. In casa sua non c’erano altro che una spada, uno scudo e una portantina per il cammello. Il califfo disse: «Abū ʿUbayda, avresti potuto procurarti le cose necessarie». Abū ʿUbayda rispose: «Amīr al-muʾminīn, questo è sufficiente per noi».

Una volta Hadrat ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, inviò ad Abū ʿUbayda quattrocento dinar e quattromila dirham come dono. Egli distribuì tutto il denaro tra i soldati e non tenne per sé neppure un centesimo. Quando Hadrat ʿUmar lo seppe, commentò: «Al-ḥamdu lillāh! Nell’Islam esistono persone così».

Era tanto umile che, sebbene fosse il comandante dell’esercito, non si poteva distinguerlo dai soldati comuni. Uno sconosciuto non avrebbe potuto riconoscerlo come comandante. Una volta un inviato romano arrivò e chiese: «Chi è il vostro comandante?». Quando i soldati glielo indicarono sollevando dei grappoli d’uva, rimase sbalordito vedendo l’abbigliamento e la posizione estremamente semplici del comandante.

Saʿīd ibn Zayd (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era Saʿīd e la sua kunya Abū al-Aʿwar. Suo padre era Zayd e sua madre Fāṭima bint Baʿja. Attraverso il suo antenato Kaʿb ibn Luʾayy, la sua genealogia si ricongiungeva a quella del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui.

Zayd, il padre di Sa’id, era uno dei pochi fortunati abitanti della Mecca dell’epoca della Jahiliyya che, già prima dell’avvento dell’Islam, si tenevano lontani dallo shirk e dall’idolatria e rifuggivano da ogni sorta di peccato e oscenità. Si asteneva persino dalla carne degli animali macellati dai politeisti. Una volta, prima dell’inizio della profezia, incontrò il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) nella valle di Balda. Quando fu portato del cibo davanti al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), egli rifiutò di mangiare. Quando lo invitarono a mangiare, Zayd rifiutò e disse loro: «Io non mangio la carne degli animali macellati nel nome delle vostre divinità».

Hazrat Asma (che Allah sia soddisfatto di lei) racconta: Una volta vidi Zayd appoggiato con la schiena alla Kaaba, mentre diceva: «O gente della tribù dei Quraysh, per Allah, tra voi non c’è nessun altro, oltre a me, che segua la religione hanif».

Nell’epoca della Jahiliyya, le figlie venivano generalmente sepolte vive. Quando Zayd sentiva che in qualche luogo una bambina veniva uccisa o sepolta viva, si recava dal suo tutore e la prendeva sotto la propria responsabilità. Poi, quando la bambina era cresciuta, la riportava da suo padre e gli diceva: «Se vuoi, ora puoi riprenderla sotto la tua responsabilità, oppure puoi lasciarla alle mie cure».

I Quraysh stavano celebrando una delle loro feste. In disparte dalla folla, Zayd ibn Amr ibn Nufayl osservava attentamente la scena. Vedeva gli uomini con costosi turbanti di seta legati sul capo e preziosi mantelli yemeniti avvolti intorno al corpo. Le donne e i bambini, adornati con abiti preziosi, conducevano gli animali per sacrificarli davanti alle loro divinità.

Si appoggiò al muro della Kaaba e poi disse:

«O gente della tribù dei Quraysh! È Allah l’Onnipotente ad aver creato queste capre. È Lui che le fa bere, facendo scendere la pioggia dal cielo, ed è Lui che crea l’erba sulla terra per nutrirle. E voi le sacrificate in nome di altri? Vi vedo come un popolo ignorante.

Udite queste parole, suo zio, al-Khattab, padre di Umar ibn al-Khattab, si alzò, gli diede uno schiaffo sulla guancia e disse:

«Che tu possa andare in rovina! Abbiamo continuato a sopportare sempre queste sciocchezze che escono dalla tua bocca. Ora hai oltrepassato il limite della nostra pazienza». Poi incitò gli sciocchi della sua tribù a tormentarlo e a molestarlo. Alla fine Zayd fu costretto a lasciare la Mecca e a rifugiarsi sul monte Hira. Ma neppure allora quello si fermò. Incaricò un gruppo di giovani Quraysh di sorvegliare continuamente gli ingressi, affinché Zayd non potesse entrare di nascosto nella Mecca.

In seguito, Zayd ibn Amr si incontrò segretamente, all’insaputa dei Quraysh, con Waraqa ibn Nawfal, Abd Allah ibn Jahsh, Uthman ibn al-Harith e Umayma bint Abd al-Muttalib, zia paterna di Muhammad ibn Abd Allah. Discussero dell’estrema perdizione in cui erano immersi gli Arabi. Zayd disse loro:

«Per Allah, sappiate con certezza che la vostra gente non si fonda su alcun principio. Hanno alterato la religione di Abramo e continuano a contraddirla. Se desiderate la salvezza, cercate una religione per voi stessi».

In seguito, quei quattro uomini si recarono dai dotti religiosi degli Ebrei, dei Cristiani e delle altre religioni, per conoscere la religione di Abramo, cioè la religione hanīfa. Waraqa ibn Nawfal abbracciò il Cristianesimo. Abd Allah ibn Jahsh e Uthman ibn al-Harith, invece, non riuscirono a giungere ad alcuna conclusione. Nella vita di Zayd ibn Amr ibn Nufayl accadde poi un evento straordinario. Lo riportiamo con le sue stesse parole.

«Mi informai sull’Ebraismo e sul Cristianesimo, ma, non avendo trovato in quelle religioni nulla che potesse dare pace all’animo, rifiutai di abbracciarle. A un certo punto giunsi in Siria. Avevo già sentito dire che là viveva un monaco, un uomo dedito all’ascesi, esperto nei Libri celesti. Mi recai da lui e gli raccontai la mia vicenda. Dopo avermi ascoltato, disse: “O fratello della Mecca, mi sembra che tu stia cercando la religione di Abramo”».

Risposi: «Sì, è proprio ciò che sto cercando».

Egli disse: «La religione che stai cercando oggi non si trova più. Tuttavia, la verità si trova nella tua città. Allah invierà tra la tua gente un uomo che farà rivivere la religione di Abramo. Se lo incontrerai, lo seguirai».

Zayd riprese il viaggio verso la Mecca. Affrettò il passo per trovare il Profeta promesso.

Quando si trovava ancora a una certa distanza dalla Mecca, Allah Onnipotente inviò il profeta Muhammad con la guida e la vera religione. Ma Zayd non riuscì a incontrarlo, perché, prima di giungere alla Mecca, una banda di predoni beduini lo assalì e lo uccise.

Così fu privato della fortuna di incontrare il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Prima di esalare l’ultimo respiro, levò lo sguardo al cielo e supplicò:

«Allāhumma, in kunta ḥaramtanī min hādhā al-khayri fa-lā taḥrim minhu ibnī Saʿīdan» — «O Allah, se mi hai privato di questo bene, non privarne mio figlio Saʿīd».

Allah Onnipotente accolse questa supplica di Zayd. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, cominciò a invitare la gente all’Islam. Saʿīd fu tra i primi a credere in Allah e nel Suo Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Non c’è da meravigliarsene, poiché Saʿīd era cresciuto in una casa che aveva respinto e condannato con sdegno tutte le superstizioni e le deviazioni dei Quraysh. Suo padre era un uomo che aveva trascorso tutta la vita alla ricerca della verità. Saʿīd non abbracciò l’Islam da solo: insieme a lui lo abbracciò anche sua moglie Fāṭima bint al-Khaṭṭāb, sorella di ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb.

A causa della sua conversione all’Islam, anche questo giovane dei Quraysh fu sottoposto, come gli altri, a ingiustizie e persecuzioni. I Quraysh non solo non riuscirono a farlo rinunciare all’Islam, ma lui e sua moglie riuscirono invece a conquistare all’Islam una figura importante dei Quraysh. Si trattava di suo cognato, Hadrat ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, che Allah si compiaccia di lui. Fu per mezzo loro che Allah Onnipotente condusse ʿUmar all’Islam.

Hadrat Saʿīd dedicò tutte le energie della sua giovinezza al servizio dell’Islam. Quando abbracciò l’Islam, non aveva ancora compiuto vent’anni. Partecipò a tutte le battaglie insieme al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, con la sola eccezione della battaglia di Badr. Non poté prendervi parte perché, per ordine del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si trovava in Siria per una missione importante. Tuttavia ricevette una parte del bottino di Badr. In questo senso, pur non essendo stato presente di persona, fu indirettamente membro dell’esercito di Badr.

Partecipò attivamente, insieme all’esercito musulmano, alla conquista dei troni del Kisrā di Persia e del Cesare di Roma. In ogni battaglia combattuta contro di loro apportò un contributo significativo. Fu nella battaglia di Yarmūk che diede prova del massimo della sua prodezza. Egli stesso racconta:

«Nella battaglia di Yarmūk eravamo ventiseimila, o poco più. Dall’altra parte, l’esercito romano contava centoventimila soldati. Avanzarono verso di noi a passo fermo, saldi e impassibili come montagne. In testa c’era una grande schiera di vescovi e sacerdoti. Nelle loro mani recavano stendardi ornati di croci e sulle labbra intonavano canti di preghiera. Alle loro voci faceva eco, da dietro, il vasto esercito. Quelle voci unite risuonavano e rimbombavano allora come il fragore del tuono.»

L’esercito musulmano rimase sbalordito alla vista di quella scena terribile e del loro enorme numero. Anche i loro cuori tremarono in parte per la paura. Allora il comandante Abū ʿUbayda si alzò e pronunciò un discorso per incitare i soldati musulmani al jihād. Disse: «Servi di Allah! Aiutate Allah, ed Egli aiuterà voi e renderà saldi i vostri passi.

O servi di Allah! Abbiate pazienza. La pazienza è la via per liberarsi dalla miscredenza, per ottenere il compiacimento del Signore e per proteggersi dall’umiliazione e dalla vergogna. Affilate le vostre frecce e le vostre lance, e preparatevi con gli scudi in mano. Non lasciate che nel cuore vi sia alcun pensiero oltre al ricordo di Allah. Quando sarà il momento, vi darò le mie istruzioni, in shā’ Allāh.»

Saʿīd, che Allah sia soddisfatto di lui, racconta:

Allora un uomo uscì dalle file dell’esercito musulmano e disse ad Abū ʿUbayda:

«Ho deciso di sacrificare la mia vita proprio in questo momento. Avete qualche messaggio da trasmettere al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace?» Abū ʿUbayda rispose: «Sì, ne ho uno. Rivolgendogli i saluti miei e dei musulmani, gli dirai: O Messaggero di Allah! Abbiamo trovato davvero vera la promessa che il nostro Signore ci aveva fatto.»

Saʿīd, che Allah sia soddisfatto di lui, racconta:

«Non appena udii le sue parole, lo vidi sguainare la spada e avanzare per affrontare i nemici di Allah. A quel punto saltai rapidamente a terra, avanzai appoggiandomi sulle ginocchia e mi preparai con la lancia in mano. Colpii il primo cavaliere nemico che avanzò verso di noi. Poi mi lanciai con grandissimo coraggio contro l’esercito nemico. Allah l’Altissimo eliminò completamente dal mio cuore ogni paura e timore. In seguito l’esercito musulmano sferrò un attacco totale contro l’esercito romano e lo sconfisse.»

Saʿīd ibn Zayd partecipò anche alla spedizione di Damasco. Dopo la conquista di Damasco, Abū ʿUbayda lo nominò suo wālī. Divenne così il primo wālī musulmano nella storia di Damasco. Tuttavia, a causa del suo intenso desiderio di partecipare al jihād, non riuscì a essere soddisfatto di quella carica. Scrisse ad Abū ʿUbayda: «Voi parteciperete al jihād, mentre io ne sarò privato; non posso compiere un simile sacrificio. Non appena riceverete questa lettera, mandate qualcuno al mio posto. Io raggiungerò presto la vostra presenza.» Abū ʿUbayda fu costretto a nominare il venerabile Yazīd ibn Abī Sufyān wālī di Damasco, e il venerabile Saʿīd tornò sul campo del jihād.

Durante l’epoca omayyade si verificò un evento straordinario riguardante il venerabile Saʿīd ibn Zayd. Per molto tempo gli abitanti di Medina continuarono a raccontarlo.

La vicenda è questa: una donna di nome Arwā bint ʿUways cominciò a diffondere la voce che Saʿīd ibn Zayd avesse usurpato una parte del suo terreno e l’avesse annessa al proprio. Continuò a dirlo in ogni luogo. A un certo punto sottopose la questione a Marwān ibn al-Ḥakam, governatore di Medina. Per verificare la questione, Marwān mandò alcuni uomini da Saʿīd. Per il nobile compagno del Messaggero di Allah, Saʿīd, la cosa fu molto dolorosa. Egli disse:

«Essi pensano che io le stia facendo un torto. Come potrei farle un torto? Ho sentito il Messaggero di Allah dire: “Chiunque usurpi ingiustamente anche solo un palmo di terra, nel Giorno della Risurrezione gli saranno appese al collo sette terre”. O Allah! Ella sostiene che io le abbia fatto un torto. Se è bugiarda, rendila cieca, gettala proprio nel pozzo per il quale ha litigato con me e fa’ apparire in mio favore una luce tale che divenga chiaro tra i musulmani che non le ho fatto alcun torto».»

Pochi giorni dopo questo episodio, la valle di al-ʿAqīq fu inondata in modo tale che non era mai accaduto in passato. Di conseguenza, il segno nascosto conteso tra i due terreni venne alla luce in modo così evidente che i musulmani, vedendolo, compresero che Saʿīd diceva la verità. Prima che passasse un mese, la donna divenne cieca. Un giorno, mentre camminava sul proprio terreno in quello stato, cadde nel pozzo conteso e morì.

ʿAbd Allāh ibn ʿUmar racconta:

«Sentivamo che, quando la gente malediceva qualcuno, diceva: “Che Allah ti renda cieco come ha reso cieca Arwā”. Non c’è nulla di così sorprendente in questo episodio, poiché il Messaggero ha detto:

“Guardatevi dall’invocazione dell’oppresso. Infatti, tra tale invocazione e Allah non vi è alcun ostacolo”. Se questa è la condizione di ogni oppresso, quanto c’è allora da meravigliarsi che venga accolta l’invocazione di un oppresso come Saʿīd ibn Zayd, uno dei dieci ai quali è stato annunciato il Paradiso, gli Ashara Mubashshara?

Abū Nuʿaym ha riferito da Wirāth ibn al-Ḥārith: al-Mughīra ibn Shuʿba era seduto in una grande moschea. Alla sua destra e alla sua sinistra sedevano alcuni abitanti di Kufa. In quel momento arrivò un uomo di nome Saʿīd ibn Zayd. Al-Mughīra lo salutò e lo fece sedere sul letto, ai piedi. Poco dopo giunse un uomo di Kufa e cominciò a insultare ʿAlī ibn Abī Ṭālib, rivolgendosi ad al-Mughīra. Egli chiese: “Al-Mughīra, chi sta insultando quest’uomo?”. Quello rispose: “ʿAlī ibn Abī Ṭālib”. Egli disse: “O Mughīra!”, chiamandolo così tre volte. Poi aggiunse: “Non voglio vedere che i Compagni del Messaggero di Allah vengano insultati davanti a te e che tu non protesti. Attesto che il Messaggero ha detto: Abū Bakr è destinato al Paradiso, ʿUmar è destinato al Paradiso, ʿUthmān è destinato al Paradiso, ʿAlī è destinato al Paradiso, Ṭalḥa è destinato al Paradiso, al-Zubayr è destinato al Paradiso, ʿAbd al-Raḥmān è destinato al Paradiso e Saʿd ibn Mālik è destinato al Paradiso. Anche una nona persona è destinata al Paradiso; se volete, posso dirvi il suo nome”. Il narratore riferisce: la gente gridò all’unisono chiedendo: “O Compagno del Messaggero di Allah, chi è la nona persona?”. Egli rispose: “La nona persona sono io”. Poi giurò dicendo: “Chiunque abbia partecipato anche a una sola battaglia insieme al Messaggero di Allah, tanto che il suo volto si sia impolverato con lui, questa sua unica azione è migliore di tutte le buone opere della vita di qualunque persona, anche se essa vivesse quanto Noè.” (Hayātus Ṣaḥāba/ 2ª– 470 p.)

Egli era uno dei Compagni di alto rango. Saʿīd ibn Ḥabīb disse: presso il Messaggero di Allah, Abū Bakr, ʿUmar, ʿUthmān, ʿAlī, Saʿd, Saʿīd, Ṭalḥa, al-Zubayr e ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf avevano la stessa posizione e lo stesso ruolo. Sul campo di battaglia stavano davanti al Messaggero di Allah, mentre nella preghiera congregazionale stavano dietro di lui.

Tra i Compagni, e anche tra i celebri Tābiʿūn, hanno trasmesso hadith da Saʿīd ibn Zayd Ibn ʿUmar, ʿAmr ibn Hurayth, Abū al-Tufayl, Abū ʿUthmān al-Nahdī, Saʿīd ibn al-Musayyib, Qays ibn Abī Hāzim e altri.

Al-Wāqidī dice: «Morì nella valle di al-ʿAqīq e fu sepolto a Medina. L’anno della sua morte fu il 50 dell’Egira; secondo un’altra opinione, il 51 o il 52. Visse più di settant’anni. Hazrat Saʿd ibn Abī Waqqās lo lavò e lo avvolse nel sudario, mentre Hazrat ʿAbd Allāh ibn ʿUmar guidò la preghiera funebre. Tuttavia, secondo Haytham ibn ʿAdī, morì a Kūfa e la preghiera funebre fu guidata dal celebre Compagno Hazrat al-Mughīra ibn Shuʿba».

Hamza ibn ʿAbd al- Muttalib ((ra))

Il suo nome era Hamza; Abū Yaʿlā e Abū ʿUmāra erano le sue kunya, mentre Asad Allāh era il suo epiteto. Era lo zio paterno del Messaggero di Allah (sallAllāhu ʿalayhi wa sallam). La madre di Hazrat Hamza, Hāla bint Wuhayb, era cugina di Āmina, la madre del Messaggero di Allah (sallAllāhu ʿalayhi wa sallam). Inoltre, Hamza era fratello di latte del Messaggero di Allah (sallAllāhu ʿalayhi wa sallam): Suwayba, schiava di Abū Lahab, aveva allattato entrambi. Era più grande del Messaggero di Allah (sallAllāhu ʿalayhi wa sallam) di due anni, secondo un’altra opinione di quattro. Fin dall’infanzia nutriva un grande interesse per l’uso della spada, il tiro con l’arco e la lotta. Aveva una passione sconfinata per i viaggi e la caccia, ai quali dedicò gran parte della sua vita.

Da diverso tempo, nelle strade e nei vicoli della Mecca risuonava l’invito al tawhīd. Tuttavia, persone dall’indole militare come Hamza non prestavano particolare attenzione a tale invito.

Un giorno stava tornando dalla caccia. Quando si avvicinò al monte Safā, una schiava di ʿAbd Allāh ibn Judʿān lo chiamò e gli riferì la notizia. Disse: «Abū ʿUmāra, ahimè, se solo foste arrivato poco prima e aveste visto in che condizioni si trovava vostro nipote! Stava esortando la gente accanto alla Kaʿba. Abū Jahl lo ha insultato pesantemente e gli ha inflitto grandi sofferenze. Ma Muhammad, senza rispondere, se n’è tornato completamente indifeso». Udendo ciò, il suo sangue di soldato cominciò a ribollire. Si diresse rapidamente verso la Kaʿba. Di solito, tornando dalla caccia, se incontrava qualcuno si fermava per qualche istante a scambiare con lui alcune parole. Ma quel giorno era diventato folle di desiderio di vendetta. Senza prestare la minima attenzione a nessuno lungo la strada, andò dritto alla Kaʿba e colpì con forza la testa di Abū Jahl con il suo arco. La testa di Abū Jahl si spaccò. Vedendo che la situazione si faceva critica, alcuni uomini dei Banū Makhzūm accorsero in aiuto di Abū Jahl. Dissero: «Hamza, probabilmente sei diventato apostata». Egli rispose: «Chi potrà impedirmi di seguirla, ora che la sua veridicità mi è divenuta manifesta? Sì, testimonio che Muhammad è il Messaggero di Allah. Tutto ciò che dice è vero. Giuro su Allah che non tornerò mai indietro. Se siete sinceri, provate pure a impedirmelo». Abū Jahl disse agli uomini accorsi in suo aiuto: «Lasciate stare Abū ʿUmāra. Giuro su Allah che poco fa ho insultato gravemente suo nipote».

In seguito, Hazrat Hamza raccontò: «Pronunciai quelle parole, infiammato dalla collera; ma poi cominciai a bruciare di rimorso per aver rinnegato la religione dei miei antenati e della mia tribù. Sprofondato in un vortice di dubbi e incertezze, non riuscii a dormire per tutta la notte. Mi recai alla Kaʿba e pregai Allah con estrema umiltà, chiedendoGli di aprire alla verità la porta del mio cuore e di allontanare da esso ogni dubbio. Dopo la supplica, il mio cuore si riempì di ferma convinzione. Poi mi presentai dal Messaggero di Allah (sallAllāhu ʿalayhi wa sallam) e gli raccontai la mia situazione. Egli pregò per la fermezza del mio cuore».

Erano i giorni difficili dei musulmani, quando il Messaggero di Allah (sallAllāhu ʿalayhi wa sallam), rifugiatosi nella casa di al-Arqam ibn Abī al-Arqam, predicava segretamente l’Islam. Allora i musulmani erano soltanto pochi uomini privi di protezione. In quella situazione, la conversione improvvisa di Hazrat Hamza cambiò il corso degli eventi. Le ingiustificate prepotenze e l’arroganza dei miscredenti verso i credenti si ridussero notevolmente, perché ogni abitante della Mecca conosceva il suo ardimento e il suo valore.

Un giorno, dopo che Hamza aveva abbracciato l’Islam, ʿUmar si recò dal Messaggero di Allah per annunciare la propria conversione. Il Messaggero di Allah si trovava allora nella casa di al-Arqam insieme ad alcuni Compagni. Anche Hamza era lì. ʿUmar era armato. Appena lo videro, tutti i presenti furono presi dal panico. Ma Hamza esclamò: «Lasciatelo entrare. Se è venuto con buone intenzioni, lo tratteremo bene; altrimenti lo uccideremo con la sua stessa spada». Appena entrato, ʿUmar cominciò a recitare la professione dell’unicità divina. Allora l’aria e la terra risuonarono dei takbīr dei musulmani presenti. Dopo che questi due grandi uomini abbracciarono l’Islam, l’Islam si trasformò in una forza inarrestabile. I politeisti della Mecca si resero conto che non sarebbe più stato facile graffiare il corpo di Muhammad.

Durante il soggiorno alla Mecca, il Messaggero di Allah stabilì un rapporto di fratellanza tra Hamza e il suo amato servitore Zayd ibn Haritha. La sua devozione e il suo affetto per Zayd divennero così profondi che, ogni volta che si recava altrove, gli affidava ogni cosa.

Nel tredicesimo anno della missione profetica, anche Hamza emigrò a Medina insieme a molti altri. Qui gli si presentò una concreta opportunità di manifestare la forza e il coraggio che Dio gli aveva donato.

Nel settimo mese dall’Egira, il Messaggero di Allah inviò verso la costa del mare, nella regione di ʿĪs, un piccolo contingente di trenta emigrati. Lo scopo era osservare i movimenti dei Quraysh. In questo contingente non vi era alcun Ansar. Là, sulla costa, essi si trovarono di fronte a un reparto di trecento cavalieri meccani guidati da Abu Jahl. Costoro stavano tornando dalla Siria. Tuttavia, grazie agli sforzi di Majdī ibn ʿAmr al-Juhanī, in quell’occasione fu possibile evitare lo scontro. Majdī aveva stipulato un patto con entrambe le parti. Alla vigilia della partenza da Medina, il Messaggero di Allah consegnò a Hamza il vessillo dell’Islam. Alcuni storici, tra cui Ibn ʿAbd al-Barr, ritengono che questo fosse il primo vessillo consegnato dal Messaggero di Allah a un musulmano. (Sīrat Ibn Hisham)(Sīrat Ibn Hisham)

Nel mese di Safar del secondo anno dell’Egira, il Messaggero di Allah guidò personalmente una spedizione lungo la rotta commerciale dei Quraysh, portando con sé sessanta Compagni armati, verso al-Abwāʾ. Anche in questa spedizione Hamza portava il vessillo e aveva il comando dell’intero contingente. Poiché la carovana dei Quraysh era già passata prima dell’arrivo dell’esercito musulmano, anche questa volta non vi fu alcuno scontro. Allo stesso modo, nella spedizione di ʿUshayra, nel secondo anno dell’Egira, Hamza ebbe l’onore di portare il vessillo dell’esercito musulmano.

Nel secondo anno dell’Egira ebbe luogo la battaglia di Badr, la più importante nella storia dell’Islam. Egli vi prese parte. Dopo che i due schieramenti si furono allineati sul campo di battaglia, ʿUtba, Shayba e al-Walīd, dalla parte dei Quraysh, uscirono dalle file e sfidarono a duello qualcuno dell’esercito musulmano. Tre giovani Ansar dell’esercito della fede risposero alla loro sfida e avanzarono. Ma ʿUtba gridò: «Muhammad, mandaci uomini alla nostra altezza. Non vogliamo combattere con gente inadatta». Il Messaggero di Allah ordinò: «Hamza, ʿAlī e ʿUbayda, alzatevi e avanzate». Essi attendevano soltanto l’ordine. Questi tre valorosi si presentarono davanti ai loro avversari, ciascuno con la propria lancia e la propria arma. Al primo assalto, Hamza mandò ʿUtba all’Inferno. Anche ʿAlī ebbe la meglio sul suo avversario. Ma tra Abu ʿUbayda e al-Walīd continuò a lungo una lotta corpo a corpo. Infine, con l’aiuto di ʿAlī, Abu ʿUbayda lo fece a pezzi. Vedendo la difficile situazione degli avversari, Tuʿayma ibn ʿAdī avanzò per aiutarli. Con l’aiuto di Hamza, ʿAlī lo abbatté con un solo colpo di spada. Poi l’esercito dei politeisti lanciò un attacco generale. Anche i combattenti musulmani si gettarono nella mischia. Ebbe inizio una furiosa battaglia. In questa battaglia Hamza aveva infilato una piuma di struzzo nel turbante. Per questo era chiaramente visibile ovunque si dirigesse. Stringendo la spada con entrambe le mani come in una morsa d’acciaio, sconvolgeva valorosamente le schiere dei miscredenti. In quella battaglia i nemici di Dio e del Suo Messaggero subirono una vergognosa sconfitta. Umayya ibn Khalaf chiese ad ʿAbd al-Rahman ibn ʿAwf: «Chi è quell’uomo con una piuma di struzzo?». Quando questi rispose: «È Hamza, lo zio del Messaggero di Allah», egli disse: «Quest’uomo oggi ci ha arrecato il danno più grande».

Proprio alla periferia di Medina si trovava l’insediamento della tribù ebraica dei Banū Qaynuqāʿ. Dopo il suo arrivo a Medina, il Messaggero di Allah aveva stipulato con loro un patto di alleanza. Ma la vittoria dei musulmani nella battaglia di Badr accese in loro il fuoco dell’invidia. Essi si ribellarono. A causa della violazione del patto, nel mese di Shawwāl del secondo anno dell’Egira, il Messaggero di Allah condusse una spedizione militare contro di loro. Anche in questa spedizione Hamza ebbe l’incarico di portare il vessillo.

La disastrosa sconfitta di Badr ferì profondamente l’orgoglio dei Quraysh. Accecato dal desiderio di vendetta, un enorme esercito qurayshita si diresse verso Medina nel terzo anno dell’Egira. Il Messaggero di Allah, insieme ai suoi Compagni, ne arrestò l’avanzata ai piedi del monte Uhud. La battaglia ebbe inizio nel mese di Shawwāl. Dalla parte dei miscredenti avanzò un valoroso guerriero chiamato Sibaʿ e sfidò a duello. Hamza scese sul campo con la spada sguainata e gridò: «Ehi, figlio dell’acqua impura di Umm Anmār, sei venuto a combattere contro Dio e il Suo Messaggero?». Detto questo, sferrò un attacco così violento che con un solo colpo pose fine alla vita di Sibaʿ. Poi ebbe inizio la battaglia generale. Gli attacchi fulminei di Hamza sconvolsero le schiere dei miscredenti. In questa battaglia egli uccise da solo trenta soldati miscredenti.

Poiché Hazrat Hamza aveva ucciso i più illustri capi dei Quraysh nella battaglia di Badr, tutti i Quraysh desideravano ardentemente il suo sangue più di ogni altra cosa. Wahshi, l’uccisore di Hazrat Hamza, raccontò in seguito l’episodio dell’uccisione di Hamza sul campo di Uhud. Ibn Hisham lo menziona nella sua opera «Sira». Wahshi disse: «Ero uno schiavo abissino di Jubayr ibn Mut’im. Nella battaglia di Badr, Tu’aym ibn ‘Adi, lo zio di Jubayr, fu ucciso per mano di Hamza. Tornato alla Mecca, Jubayr mi disse: “Se riuscirai a uccidere Hamza, lo zio di Muhammad, vendicando così la morte di mio zio, ti libererò”. Mi addestrò personalmente. Partii verso Uhud con il solo obiettivo di uccidere Hamza. La battaglia ebbe inizio. Mi nascosi dietro una roccia e attesi Hamza. Quando a un certo punto si avvicinò a me, lo attaccai di sorpresa e lo uccisi. Poi tornai dai soldati della mia parte e rimasi seduto senza fare nulla. Non partecipai più alla battaglia, perché avevo raggiunto il mio obiettivo. Quando tornai alla Mecca, fui liberato dalla schiavitù».

Questo tragico evento ebbe luogo verso la metà del mese di Shawwal del terzo anno dell’Egira. Hazrat Hamza aveva allora quasi sessant’anni.

Dopo il martirio di Hazrat Hamza, le donne dei Quraysh cantarono canti di gioia. Hind bint Utba, moglie di Abu Sufyan, tagliò il naso e le orecchie di Hamza e ne fece degli ornamenti; gli squarciò il petto e il ventre, ne estrasse il fegato, lo masticò e lo sputò. Quando il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, lo seppe, chiese se ne avesse inghiottito anche una parte. La gente rispose: “No”. Egli disse: “Allah non permetterà che alcuna parte del corpo di Hamza entri nell’Inferno”.

Al termine della battaglia iniziò il turno della sepoltura e della preparazione dei martiri. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, si avvicinò al corpo del suo venerato zio. Poiché Hind lo aveva mutilato tagliandogli il naso e le orecchie, alla vista di quella scena egli scoppiò a piangere. Disse: “Nel Giorno della Resurrezione, Hamza sarà il Sayyid al-Shuhada, cioè il capo di tutti i martiri”. Aggiunse: “Possa la misericordia di Allah discendere su di te. Per quanto ne so, eri il più scrupoloso nel mantenere i legami di parentela e il più virtuoso nelle opere. Se non avessi avuto presente il dolore e il lutto di Safiyya, ti avrei lasciato così, affinché gli animali e gli uccelli ti divorassero e, nel Giorno della Resurrezione, Allah ti facesse rinascere dai loro ventri. Per Allah, è mio dovere vendicarti. Mutilerò settanta di loro, tagliando loro il naso e le orecchie come è stato fatto a te”. Dopo questo giuramento del Messaggero di Allah, Gabriele, pace su di lui, discese con i due versetti dellasura an-Nahlseguenti:

«Se vi vendicate, fatelo nella stessa misura del torto che vi è stato inflitto. Ma se siete pazienti, ciò è certamente meglio per i pazienti. Sii paziente. La tua pazienza può venire soltanto dall’aiuto di Allah. Non affliggerti per loro e non angustiar­ti per le loro macchinazioni».(Sura an-Nahl/126–27)

Dopo la rivelazione di questi versetti, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, offrì l’espiazione del giuramento. ((Tabaqat di Ibn Sa’d))

Hadrat Safiyya era la sorella germana di Hadrat Hamza. Avendo appreso la notizia del martirio del fratello, accorse per vederlo almeno una volta. Tuttavia il Messaggero di Allah (s.a.s.) non le permise di vederlo e la rimandò indietro dopo averla consolata. Per il sudario del fratello, Hadrat Safiyya mandò due teli. Ma accanto a Hadrat Hamza giaceva anche un altro cadavere privo di sudario. Pertanto i due teli furono divisi tra i due corpi. Hadrat Khabbab ibn al-Aratt (r.a.) racconta: non trovammo altro tessuto, oltre a un unico telo, con cui avvolgere Hamza. Quando gli coprivamo i piedi, rimaneva scoperta la testa, e quando gli coprivamo la testa, rimanevano scoperti i piedi. Così coprimmo la testa con il telo e i piedi con erba ʿizkhir. (Hayatus Sahaba– 1/136) Il Sayyid al-Shuhada, Hadrat Hamza, fu sepolto sul campo di Uhud. L’Imam al-Bukhari ha narrato da Hadrat Jabir che il Messaggero di Allah (s.a.s.) seppellì i martiri della battaglia di Uhud a due a due in una sola tomba. Hamza e ʿAbdullah ibn Jahsh furono sepolti nella stessa tomba.

Ibn Hajar menziona nell’opera «al-Isaba», citando come fonte i «Fawa’id di Abi Tahir», che Hadrat Jabir (r.a.) disse: il giorno in cui Muawiya fece scavare un pozzo a Uhud, piangemmo per i martiri di Uhud. Trovammo i martiri completamente intatti. Quando un uomo colpì il piede di Hadrat Hamza, il sangue ne sgorgò con impeto.

Hadrat Wahshi (r.a.), l’uccisore di Hadrat Hamza, abbracciò l’Islam dopo la conquista della Mecca e si presentò al cospetto del Messaggero di Allah (s.a.s.). Il Messaggero di Allah (s.a.s.) gli chiese: «Sei tu Wahshi?». Egli rispose: «Sì». «Sei proprio tu ad aver ucciso Hamza?». Rispose: «Ciò che il Messaggero di Allah ha udito è vero». Il Messaggero di Allah (s.a.s.) disse: «Puoi nascondere un poco il tuo volto alla mia vista?». Immediatamente egli uscì e, per il resto della sua vita, non si trovò mai più faccia a faccia con il Messaggero di Allah (s.a.s.). Dopo la morte del Messaggero di Allah (s.a.s.), durante il califfato di Hadrat Abu Bakr al-Siddiq (r.a.), fu intrapresa una spedizione contro il falso profeta Musaylima. Egli partecipò anch’esso a quella spedizione con l’intento di uccidere Musaylima e ottenere così l’espiazione per l’uccisione di Hadrat Hamza. Vi riuscì. In tal modo Allah l’Altissimo fece compiere attraverso di lui un bene maggiore del danno che aveva arrecato all’Islam.

Hadrat Hamza possedeva anche talento poetico. Dopo aver abbracciato l’Islam, espresse attraverso la poesia i sentimenti di quel periodo. Nelle note al capitolo «L’abbraccio dell’Islam da parte di Hamza» della Sira di Ibn Hisham ne è riportata una parte.

Abbas ibn Abd al- Muttalib ((r.a.))

Il suo nome era Abu’l-Fadl Abbas. Suo padre era Abd al-Muttalib e sua madre Natila, oppure, secondo un’altra opinione, Nasila bint Khabbab. Era lo zio del Messaggero di Allah (s.a.s.). Tuttavia i due avevano quasi la stessa età. Gli storici ritengono che probabilmente fosse nato due o tre anni prima del Messaggero di Allah (s.a.s.).

Una volta, durante l’infanzia, si smarrì. Sua madre fece voto che, se Abbas fosse tornato, avrebbe ricoperto la Kaʿba con un drappo di seta. Dopo alcuni giorni egli tornò sano e salvo, e Abd al-Muttalib adempié il voto con grande sfarzo.

Nell’epoca dell’Ignoranza era uno dei più influenti capi dei Quraysh. Per eredità familiare, gli fu affidata la responsabilità della custodia della Kaʿba e della distribuzione dell’acqua ai pellegrini.

Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ricevette la missione profetica. A Mecca iniziò a predicare pubblicamente il tawḥīd. Sebbene per molto tempo Ḥaḍrat ʿAbbās non avesse dichiarato pubblicamente di aver abbracciato l’Islam, era uno dei principali sostenitori di questa predicazione. Per questo motivo, il giorno in cui i settantadue Anṣār di Medina si recarono a Mecca durante la stagione del pellegrinaggio e, in un accampamento segreto a Minā, invitarono il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, a compiere l’Egira a Medina e gli prestarono giuramento di fedeltà, anche Ḥaḍrat ʿAbbās era presente a quell’incontro segreto. A quel tempo non aveva ancora abbracciato l’Islam. Nella storia, questo giuramento è chiamato il Secondo Giuramento di al-ʿAqaba. In quell’occasione, in un discorso rivolto agli abitanti di Medina presenti, disse: «O uomini della tribù dei Khazraj! Sapete che Muḥammad, pace e benedizioni su di lui, vive tra la sua gente con onore e prestigio. Noi lo abbiamo sempre protetto contro i nemici. Ora desidera venire da voi. Se siete in grado di sostenerlo mettendo in gioco le vostre vite, è molto bene. Altrimenti ditelo chiaramente fin d’ora». In risposta, gli abitanti di Medina promisero il loro pieno sostegno. Poco tempo dopo, il Messaggero di Allah compì l’Egira a Medina.

Costretto dalla pressione dei Quraysh di Mecca, partecipò alla battaglia di Badr insieme all’esercito dei Quraysh. Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, era a conoscenza della situazione reale; per questo ordinò ai Compagni: «Durante la battaglia, se ʿAbbās o qualcuno dei Banū Hāshim dovesse trovarsi davanti a voi, non uccidetelo, perché è stato condotto sul campo di battaglia con la forza».

Nella battaglia di Badr, ʿAbbās, ʿAqīl e Nawfal ibn al-Ḥārith furono catturati dai musulmani insieme agli altri politeisti dei Quraysh. Per una circostanza fortuita, ʿAbbās fu legato così strettamente che iniziò a gemere per il dolore. I suoi gemiti disturbarono il riposo notturno del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Quando i nobili Compagni lo vennero a sapere, allentarono i legami di ʿAbbās. ʿAbbās smise di gemere. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, chiese: «Perché non si sentono più i gemiti?». Gli fu risposto: «I legami sono stati allentati». Allora il Messaggero ordinò immediatamente: «Allentate i legami di tutti i prigionieri».

I prigionieri di guerra di Badr non avevano abiti di ricambio. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, diede a tutti degli indumenti da indossare. Ḥaḍrat ʿAbbās era molto alto. Nessuna camicia gli andava bene. Anche l’ipocrita ʿAbd Allāh ibn Ubayy era alto come ʿAbbās e gli donò una camicia. Per questo motivo, dopo la morte di ʿAbd Allāh ibn Ubayy, sebbene fosse un ipocrita, su richiesta del figlio il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, donò una propria camicia affinché fosse fatta indossare al suo cadavere. In questo modo ricambiò il favore reso a suo zio.

Si decise di liberare i prigionieri di guerra di Badr dietro pagamento di un riscatto. La madre di ʿAbbās era figlia dei Khazraj, una tribù degli Anṣār di Medina. Per questo motivo, gli appartenenti a quella tribù presentarono al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, la seguente richiesta: «ʿAbbās è nostro nipote materno. Rinunciamo al suo riscatto». Ma, poiché ciò era contrario al principio di uguaglianza, la proposta non fu accettata dal Messaggero di Allah. D’altra parte, poiché ʿAbbās era un uomo facoltoso, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, gli chiese un riscatto ingente. ʿAbbās dichiarò di non essere in grado di pagare una somma così elevata e disse: «Nel mio cuore ero già musulmano. I politeisti mi hanno costretto a partecipare a questa guerra». Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse: «Allah conosce lo stato dei cuori. Se ciò che affermi è vero, Allah te ne darà la ricompensa. Tuttavia, in base alla tua condizione esteriore, non ti si può concedere alcun privilegio. E la tua incapacità di pagare il riscatto non è accettabile. Infatti, so che a Mecca hai lasciato una considerevole somma presso Umm al-Faḍl». ʿAbbās esclamò con stupore: «Per Allah, di questo denaro non sappiamo nulla se non io e Umm al-Faḍl. Sono certo che tu sei il Messaggero di Allah». In seguito fu liberato dopo aver pagato un ingente riscatto per sé, per suo nipote ʿAqīl e per Nawfal ibn al-Ḥārith.

C’era una ragione particolare per cui ʿAbbās rimase a lungo a Mecca e non dichiarò pubblicamente di aver abbracciato l’Islam. Egli informava costantemente il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, dei movimenti dei miscredenti a Mecca. Inoltre, era il sostegno dei musulmani dalla fede debole che si trovavano ancora a Mecca. Per questo motivo, quando una volta chiese al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, il permesso di emigrare, questi lo dissuase dicendogli: «È meglio che tu rimanga a Mecca. Come Allah ha concluso con me la profezia, così concluderà con te l’Egira».

Poco prima della conquista di Mecca, Ḥaḍrat ʿAbbās ottenne il permesso di emigrare. Si presentò al servizio del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, con tutta la sua famiglia, dichiarò pubblicamente la propria adesione all’Islam e iniziò a risiedere stabilmente a Medina. Partecipò alla conquista di Mecca. Durante la spedizione di Ḥunayn cavalcava sulla stessa cavalcatura del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Racconta: «In questa battaglia i miscredenti stavano vincendo e i combattenti musulmani si erano dispersi. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse: “ʿAbbās, chiama gli arcieri!”. Per natura avevo una voce forte. Gridai: “Ayna aṣḥāb al-sumraʾ? — Dove sono gli arcieri?”. Al suono della mia voce, le sorti della battaglia cambiarono in un istante». Partecipò anche all’assedio di Ṭāʾif, alla spedizione di Tabūk e al Pellegrinaggio d’Addio.

Dopo il ritorno dal Pellegrinaggio d’Addio, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, si ammalò. La malattia peggiorava di giorno in giorno. Ḥaḍrat ʿAlī, Ḥaḍrat ʿAbbās e gli altri membri dei Banū Hāshim continuarono a occuparsi dell’assistenza al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Il giorno della sua morte, Ḥaḍrat ʿAlī uscì di casa. La gente gli chiese: «Come sta il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui?». Poiché quel giorno si era verificato un certo miglioramento delle sue condizioni, egli rispose: «Per grazia di Allah, sta un po’ meglio». Ma Ḥaḍrat ʿAbbās era un uomo esperto. Afferrò una mano di ʿAlī e disse: «Che cosa pensi? Per Allah, dopo appena tre giorni comincerete a essere sottomessi. Vedo con gli occhi della certezza che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, morirà a breve proprio a causa di questa malattia. Riesco a intuire la morte degli appartenenti alla famiglia di ʿAbd al-Muṭṭalib soltanto guardando i loro volti».

Quel giorno il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) morì. Con l’aiuto di ‘Ali e degli altri membri dei Banu Hashim, al-‘Abbas organizzò il lavaggio funebre, la vestizione del sudario e la sepoltura. Poiché era il rispettato zio del Messaggero di Allah e l’anziano dei Banu Hashim, persone estranee alla famiglia si recavano da lui per esprimere il proprio cordoglio e le proprie condoglianze.

Il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) rispettava profondamente suo zio al-‘Abbas. Anche per il minimo dolore che lo colpiva provava una grande tristezza. Una volta, quando al-‘Abbas si lamentò di un comportamento dei Quraysh, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), profondamente turbato, disse: «Giuro per Colui nella cui mano è la mia vita: nel cuore di chiunque non vi ami per Allah e per il Suo Messaggero non vi sarà la luce della fede».

Una volta il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) stava parlando in una riunione con Abu Bakr e ‘Umar, che Allah sia soddisfatto di loro. In quel momento arrivò al-‘Abbas. Il Messaggero lo fece sedere tra sé e Abu Bakr e cominciò a parlare a voce un po’ più bassa. Dopo che al-‘Abbas se ne fu andato, Abu Bakr chiese il motivo di quel comportamento. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Solo una persona nobile sa onorare una persona nobile». Aggiunse: «Gabriele mi ha detto di abbassare la voce quando è presente al-‘Abbas, così come mi ha ordinato di dirvi di abbassare la voce davanti a me».

Dopo il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), i califfi ben guidati attribuirono ad al-‘Abbas l’onore che gli spettava. Quando ‘Umar e ‘Uthman, che Allah sia soddisfatto di loro, gli passavano accanto a cavallo, scendevano da cavallo in segno di rispetto e dicevano: «Questo è lo zio del Messaggero di Allah». Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, si alzava dal proprio posto per fare spazio soltanto ad al-‘Abbas.

Al-‘Abbas morì nel 32° anno dell’Egira, il 12 del mese di Rajab/Muharram, all’età di 88 anni. Il terzo califfo, ‘Uthman, che Allah sia soddisfatto di lui, guidò la preghiera funebre, e ‘Abdullah ibn ‘Abbas, che Allah sia soddisfatto di lui, scese nella tomba per seppellirlo. Fu sepolto nel cimitero di al-Baqi‘ a Medina. Dopo aver abbracciato l’Islam visse 32 anni, e nell’epoca dell’ignoranza preislamica visse 56 anni.

Nell’epoca dell’ignoranza preislamica, al-‘Abbas, che Allah sia soddisfatto di lui, era estremamente ricco. Per questo, durante la battaglia di Badr, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) prese da lui venti uqiyya d’oro come riscatto. Il commercio era la sua fonte di sostentamento. Praticava anche attività basate sull’interesse, che continuò fino alla conquista della Mecca. Nel suo storico discorso del Pellegrinaggio d’Addio, nel decimo anno dell’Egira, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «Da oggi ogni forma di commercio basato sull’interesse tra gli Arabi è dichiarata proibita, e per primo dichiaro annullato l’interesse dovuto ad al-‘Abbas ibn ‘Abd al-Muttalib».

Dopo la cessazione delle attività basate sull’interesse, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) lo sosteneva con una parte del quinto del bottino e con i proventi del frutteto di Fadak. Dopo la morte del Messaggero di Allah, egli e Fatima reclamarono presso il primo califfo l’eredità del Messaggero di Allah. Dopo aver ascoltato dalla bocca di Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, il detto del Messaggero di Allah secondo cui i profeti non lasciano eredità, rimasero in silenzio.

Al-‘Abbas era estremamente generoso, ospitale e misericordioso. Sa‘d ibn Abi Waqqas, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Al-‘Abbas è lo zio del Messaggero di Allah, il più generoso tra i Quraysh e il più attento ai propri parenti». Aveva un cuore tenero. Non appena alzava le mani per supplicare, dai suoi occhi scorreva un fiume di lacrime. Per questo, nelle sue suppliche si manifestava un effetto particolare».

Il Messaggero di Allah ﷺ pregò per al-ʿAbbās (che Allah si compiaccia di lui) e per i suoi figli. Chiese ad Allah il perdono per tutti i loro peccati, palesi e nascosti. Egli narrò molti hadith dal Messaggero di Allah ﷺ, e molti Compagni e Tābiʿūn narrarono hadith da lui.

Al-ʿAbbās possedeva anche talento poetico. Espresse in una poesia la sua esperienza nella battaglia di Hunayn. Alcuni suoi versi sono citati nell’al-Istīʿāb e nella Sīra di Ibn Isḥāq.

Bilal ibn Rabah ((che Allah si compiaccia di lui))

Il suo nome era Abū ʿAbd Allāh Bilāl. Suo padre era Rabāḥ e sua madre Ḥamāmah. Era uno schiavo di origine abissina, ma era nato alla Mecca. I Banū Jumāḥ erano i suoi padroni.

Sebbene il suo aspetto esteriore fosse nero, come quello di uno schiavo abissino, il suo cuore era straordinariamente puro. Mentre gli uomini dalla pelle chiara dell’Arabia, accecati dalle illusioni della nobiltà e del lignaggio, continuavano a rifiutare l’invito alla verità, il suo cuore si illuminava della luce della fede. Benché solo poche persone avessero accettato l’invito alla verità, tra i sette che ebbero l’audacia di proclamarlo apertamente vi era anche questo schiavo abissino.

Da sempre i deboli sono vittime dell’oppressione e della persecuzione. A causa della sua posizione sociale, Bilāl fu colpito da sofferenze e tormenti indescrivibili. La sua pazienza e la sua fermezza furono messe alla prova mediante ogni sorta di torture e tormenti. Lo facevano sdraiare sulla sabbia rovente, sui frammenti di pietra e sulle braci ardenti; gli legavano una corda al collo e i bambini lo trascinavano per i vicoli della Mecca come una capra. Eppure non lasciò mai la salda corda del tawḥīd. Abū Jahl lo faceva sdraiare a faccia in giù e gli posava sulla schiena una grande macina di pietra. Quando, sotto il feroce calore del sole di mezzogiorno, Bilāl diventava irrequieto, Abū Jahl gli diceva: «Bilāl, rinuncia ancora adesso all’Allah di Muḥammad». Ma anche allora dalle sue labbra pure usciva soltanto: «Aḥad! Aḥad!»

Tra i politeisti oppressori, Umayya ibn Khalaf era il più accanito. Applicava continuamente nuovi metodi di punizione e tortura. Lo tormentava in vari modi. Talvolta lo infilava nella pelle grezza di un bovino; altre volte gli faceva indossare un’armatura di ferro e lo faceva sedere su una superficie incandescente, dicendogli: «Il tuo dio è Lāt e al-ʿUzzā». Ma anche allora dalla lingua di quest’uomo innamorato del tawḥīd non usciva altra parola se non: «Aḥad! Aḥad!». I politeisti gli dicevano: «Pronuncia le parole che pronunciamo noi». Egli rispondeva: «La mia lingua non riesce a pronunciare correttamente le vostre parole».

Quel giorno, come ogni giorno, nella valle di Baṭḥā si abbatteva su Bilāl il rullo compressore della persecuzione. Per caso anche Abū Bakr al-Ṣiddīq passava da quella strada. Ne fu profondamente addolorato. Pagò una somma considerevole al padrone di Bilāl e lo liberò. Quando il Messaggero di Allah ﷺ venne a sapere la notizia, disse: «Abū Bakr, rendimi partecipe anche di questa opera». Egli rispose: «O Messaggero di Allah, l’ho già liberato».

Dopo essere emigrato dalla Mecca a Medina, fu ospite di Sa’d ibn Khuthayma, che Dio si compiaccia di lui. Con Abu Ruwayha, ‘Abdullah ibn ‘Abd al-Rahman al-Khath’ami, che Dio si compiaccia di lui, fu stabilito un rapporto di fratellanza. Tra i due nacque un legame profondo. Durante il califfato del secondo califfo, ‘Umar al-Faruq, che Dio si compiaccia di lui, Bilal decise di partecipare alla spedizione in Siria. Il califfo ‘Umar gli chiese: «Bilal, chi riscuoterà il tuo stipendio?». Egli rispose: «Abu Ruwayha. Il rapporto di fratellanza che il Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, ha istituito tra noi due non può mai spezzarsi».

Prima dell’Egira l’Islam era debole alla Mecca; dopo l’Egira divenne forte a Medina. Fin dall’inizio della vita medinese cominciò la costruzione delle basi fondamentali delle pratiche islamiche e delle attività culturali. Furono istituiti la moschea, le cinque preghiere quotidiane e l’adhan per la preghiera. Bilal fu la prima persona alla quale venne affidato l’incarico dell’adhan. Udendo la sua voce alta e toccante, nessuno, uomini e donne, giovani e anziani senza distinzione, riusciva a rimanere in casa. Quando la moschea si riempiva dei custodi del tawhid, egli andava alla porta del Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, e annunciava: «Hayya ‘ala-s-salah, hayya ‘ala-l-falah, as-salah, o Messaggero di Dio: la preghiera è pronta!». Il Messaggero, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, usciva e Bilal pronunciava il takbir. Nei giorni in cui Bilal non era presente a Medina, Abu Mahdhura e ‘Amr ibn Umm Maktum, che Dio si compiaccia di loro, svolgevano il suo compito. Di solito Bilal, che Dio si compiaccia di lui, pronunciava l’adhan del fajr prima dell’alba vera. Per questo al mattino venivano pronunciati due adhan. L’ultimo era pronunciato da ‘Amr ibn Umm Maktum, che Dio si compiaccia di lui. Perciò, durante il Ramadan, dopo l’adhan di Bilal era ancora lecito mangiare e bere.

Sia durante la permanenza del Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, a Medina sia durante i suoi viaggi, Bilal era il suo muezzin personale. Una volta, durante un viaggio del Messaggero di Dio, si fece notte mentre erano in cammino. Alcuni Compagni dissero: «O Messaggero di Dio, sarebbe meglio se ci ordinassi di piantare qui una tenda per trascorrere la notte». Il Messaggero, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Temo che il sonno vi faccia trascurare la preghiera». Bilal si assunse il compito di svegliare tutti. Ottenuto il permesso del Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, tutti piantarono le tende e si misero a riposare. Bilal, che Dio si compiaccia di lui, rimase invece in vigile attesa dell’alba vera, appoggiato con grande attenzione al legno della lettiga. Tuttavia, per una circostanza fortuita, gli occhi gli si chiusero in quella posizione e cadde in un sonno così profondo da non riprendere conoscenza prima dell’alba. Al suo risveglio, il Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, chiese per prima cosa a Bilal: «Che ne è stato del tuo incarico?». Egli rispose: «O Messaggero di Dio, oggi mi sono addormentato in un modo che normalmente non mi accade». Il Messaggero, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Quando Dio vuole, prende le vostre anime; e quando vuole, ve le restituisce. Alzati, pronuncia l’adhan e raduna la gente per la preghiera».

Bilal, che Dio si compiaccia di lui, partecipò a tutte le principali battaglie. Nella battaglia di Badr uccise Umayya ibn Khalaf, uno dei più grandi nemici dell’Islam. Umayya era tra coloro che alla Mecca avevano torturato Bilal. Il giorno della conquista della Mecca fu al fianco del Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace. Ebbe anche l’onore di entrare con lui all’interno della Ka’ba. Per ordine del Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, stette sul tetto della Ka’ba e pronunciò l’adhan.

Dopo la morte del Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, Bilal, che Dio si compiaccia di lui, si rivolse ad Abu Bakr al-Siddiq, che Dio si compiaccia di lui, la persona che gli aveva fatto il bene più grande: «O califfo del Messaggero di Dio! Mi hai liberato per amore di Dio o con l’intenzione di farmi tuo compagno?». Egli rispose: «Per amore di Dio». Bilal disse: «Ho udito dalla bocca del Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, che la migliore opera del credente è il jihad sulla via di Dio. Per questo desidero fare di questa grande opera una parte inseparabile della mia vita fino alla morte». Abu Bakr, che Dio si compiaccia di lui, disse: «Bilal, non allontanarti da me, facendomi soffrire per il dolore della separazione». Accogliendo la richiesta di Abu Bakr, Bilal non partecipò ad alcuna guerra durante la sua vita.

Dopo Abu Bakr divenne califfo ‘Umar, che Dio si compiaccia di lui. Bilal chiese anche a lui il permesso di partecipare al jihad. Come il primo califfo, anche il secondo volle trattenerlo. Ma, vedendo il suo entusiasmo smisurato e il suo atteggiamento irremovibile, il califfo ‘Umar gli permise di partire. Bilal partecipò alla spedizione in Siria. Nel sedicesimo anno dell’Egira, durante il viaggio di ‘Umar in Siria, Bilal, insieme agli altri ufficiali militari, accolse il califfo nel luogo chiamato Jabiyah e lo accompagnò nel viaggio a Bayt al-Maqdis. Durante il viaggio, un giorno il califfo chiese a Bilal di pronunciare l’adhan. Bilal disse: «Sebbene abbia promesso di non pronunciare più l’adhan per nessuno dopo il Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, oggi esaudirò il vostro desiderio». Detto questo, pronunciò l’adhan con una voce così toccante che tra la folla presente si diffuse una forte agitazione. ‘Umar pianse tanto da rimanere senza parole. Abu ‘Ubayda e Mu’adh ibn Jabal, che Dio si compiaccia di loro, scoppiarono in lacrime. Nella mente di tutti prendeva allora forma l’immagine dell’epoca del Profeta e nei loro cuori si risvegliava un’emozione speciale.

Le terre verdi e fertili della Siria piacquero molto a Bilal, che Dio si compiaccia di lui. Chiese al secondo califfo il permesso di stabilirsi permanentemente in Siria insieme al suo fratello nella fede, Abu Ruwayha. La sua richiesta fu accolta. I due si stabilirono in una piccola città chiamata Khawlan. Prima di loro, in quella città si era stabilita la tribù del celebre Compagno Abu al-Darda’ al-Ansari, che Dio si compiaccia di lui. Qui entrambi sposarono due ragazze di quella tribù e si unirono a essa mediante il matrimonio.

Bilal, che Dio si compiaccia di lui, continuò a vivere in Siria per molti anni. Un giorno sognò che il Messaggero, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, gli diceva: «Bilal, quanto durerà ancora una vita così arida? Non è forse ancora giunto per te il momento di venire a farmi visita?». Quel sogno riaprì la ferita del suo amore e del suo affetto. Partì subito per Medina e, giunto presso la sacra Rawda benedetta, cominciò ad agitarsi come un gallo sgozzato. Abbracciava e accarezzava Hasan e Husayn, che Dio si compiaccia di loro, i due amati nipoti del Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace. Quella mattina i due pregarono Bilal, che Dio si compiaccia di lui, di pronunciare l’adhan del fajr. Egli non poté rifiutare la loro richiesta. Al momento dell’alba vera, stando sul tetto della Moschea del Profeta, pronunciava «Allahu akbar», e quella voce riecheggiava nei vicoli e nelle strade di Medina. Udendo il suo adhan, gli abitanti di Medina riempivano il cielo e la terra con le loro esclamazioni di takbir.

Quando pronunciò: «Attesto che Muhammad è il Messaggero di Allah», tutti gli uomini e le donne di Medina cominciarono a uscire dalle loro case, piangendo sconvolti, e a correre verso la moschea. È narrato che a Medina non si vide mai più una scena tanto commovente e sconvolgente.

Questo devoto amante del Messaggero morì nell’anno 20 dell’Egira, all’età di circa sessant’anni. Fu sepolto nei pressi di Bāb aṣ-Ṣaghīr, a Damasco.

La sua nobiltà d’animo accrebbe enormemente il prestigio e l’onore di Bilal. ʿUmar soleva dire: «Abū Bakr è il nostro capo, ed è lui ad aver liberato il nostro capo Bilal».

La compagnia e il servizio al nobile Messaggero erano il principale scopo della sua vita. Era sempre presente accanto al Messaggero di Allah. Lo accompagnava nei viaggi. Durante le preghiere dell’Eid e dell’istisqāʾ, si recava per primo al luogo della preghiera, con una lancia in mano. Partecipava anche alle assemblee di predicazione e ammonimento. Nonostante le grandi necessità e la povertà, ogni volta che entrava in possesso di qualcosa ne mandava una parte al Messaggero come dono. Una volta portò al Messaggero di Allah alcuni datteri di ottima qualità. Egli gli chiese: «Bilal, dove li hai trovati?». Rispose: «Avevo con me alcuni datteri di qualità inferiore. Poiché desideravo inviarne alcuni al tuo servizio, in cambio di due ṣāʿ di quelli ne ho ottenuto un ṣāʿ di questi». Il Messaggero disse: «Ahimè, ahimè, non fare così. Questa è una forma di usura. Se proprio dovevi acquistarli, avresti dovuto prima vendere i tuoi datteri e con quel denaro comprare questi».

Le persecuzioni e i tormenti che Bilal sopportò alla Mecca rivelano la sua capacità di resistenza, la sua pazienza e la sua fermezza. Era estremamente umile. Quando qualcuno menzionava una sua qualità, diceva: «Io sono soltanto un abissino, uno che fino a ieri era uno schiavo». La sincerità, la purezza e la lealtà erano tra i tratti distintivi del suo carattere.

Poiché Bilal era il muezzin speciale del Messaggero di Allah, doveva trascorrere la maggior parte del tempo nella moschea. Passava gran parte del giorno e della notte nell’adorazione. Una volta il Messaggero gli chiese: «Per quale tua buona azione speri nella ricompensa più grande?». Rispose: «Non ho compiuto alcuna buona azione particolare. Tuttavia, dopo ogni abluzione ho eseguito una preghiera».

Contrasse più matrimoni con famiglie arabe nobili. Il Messaggero stesso lo fece sposare con la figlia di Abū Bakr. Contrasse legami matrimoniali con le famiglie dei Banū Zuhra e di Abū ad-Dardāʾ, ma da nessuna delle mogli ebbe figli.

Nel Ṣaḥīḥ Ibn Khuzayma è riportato che un giorno il Messaggero chiamò Bilal e gli chiese: «Bilal, grazie a che cosa sei giunto in Paradiso prima di me? La scorsa notte sono entrato in Paradiso e ho udito il rumore dei tuoi passi». Bilal rispose: «O Messaggero di Allah, ogni volta che commetto un peccato eseguo due rakʿāt di preghiera. E quando la mia abluzione viene meno, rinnovo subito l’abluzione e compio due rakʿāt di preghiera».

Ja’’far ibn Abī Ṭālib ((ra))

Si chiamava Abū ʿAbdillāh Ja’far; suo padre era Abū Ṭālib e sua madre Fāṭima. Era un discendente del ramo hāshimita della tribù dei Quraysh. Era cugino paterno del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e fratello germano di ʿAlī, che Allah nobiliti il suo volto. Aveva dieci anni più di ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui).

I volti di cinque uomini dei Banū ʿAbd Manāf somigliavano così tanto a quello del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) che spesso le persone dalla vista debole, nel tentare di distinguerli, finivano per confondersi. I cinque erano: 1. Abū Sufyān ibn al-Ḥārith ibn ʿAbd al-Muṭṭalib. Era sia cugino paterno sia fratello di latte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). 2. Qutham ibn al-ʿAbbās ibn ʿAbd al-Muṭṭalib. Anche lui era cugino paterno del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). 3. al-Sā’ib ibn ʿUbayd ibn ʿAbd Yazīd ibn Hāshim. Era il nonno dell’Imām al-Shāfiʿī, che Allah abbia misericordia di lui. 4. al-Ḥasan ibn ʿAlī, nipote materno del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Il suo volto era quello che più di tutti somigliava al volto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Il quinto era Ja’far ibn Abī Ṭālib.

Nonostante godesse di alto rango e grande onore tra i Quraysh, la situazione economica di Abū Ṭālib era estremamente precaria a causa dei numerosi figli e persone a suo carico. Come se non bastasse, quell’anno senza piogge rese la sua già difficile condizione ancora più terribile. In quell’anno di gravissima siccità, tutti i raccolti dei Quraysh andarono distrutti e anche il bestiame perì. La gente fu colta dalla disperazione. In quel periodo, tra i Banū Hāshim non vi era nessuno più agiato di Muḥammad ibn ʿAbdillāh e di suo zio al-ʿAbbās.

Un giorno Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) disse a suo zio al-ʿAbbās: «Zio, tuo fratello Abū Ṭālib ha molti figli. In questo momento la gente soffre una terribile carestia e penuria di cibo. Andiamo da lui e prendiamo sulle nostre spalle il peso di alcuni dei suoi figli. Io ne prenderò uno e tu ne prenderai un altro.»

Al-ʿAbbās commentò: «Hai davvero invitato a un atto di bene e incoraggiato a compiere una buona azione.»

Quindi entrambi si recarono da Abū Ṭālib. Dissero: «Siamo venuti per alleggerire parte del peso della tua famiglia, affinché tu possa essere un po’ sollevato dalla carestia che ha colpito la gente.»

Abū Ṭālib disse: «Lasciandomi ʿAqīl (ʿAqīl ibn Abī Ṭālib), potete fare tutto ciò che desiderate.» Dopodiché Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) prese ʿAlī, mentre al-ʿAbbās prese Ja’far.

Ali continuò a essere allevato sotto la tutela di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). In seguito, Allah l’Altissimo conferì a Muhammad (pace e benedizioni su di lui) la missione profetica, e tra i giovani Ali ebbe l’onore di essere il primo a credere in lui. Ja‘far, invece, crebbe presso suo zio Abbas, raggiunse la giovinezza e, abbracciando l’Islam, divenne autosufficiente.

Ja’far ibn Abi Talib e sua moglie Asma bint Umays si unirono alla carovana della luce islamica proprio durante il viaggio. Entrambi abbracciarono l’Islam per mano di Hazrat Siddiq Akbar, prima che il Messaggero di Allah (s.a.) entrasse nella «Darul Arqam».(‘Darul Arqam’ è una casa di। Darul Islam nota anche con questo nome.। La casa apparteneva ad Arqam ibn Abd Manaf al Makhzumi.। A Mecca il Messaggero (s.a.). da questa casa invitava le persone all’ Islam .।)Un giorno Abu Talib vide Ali pregare stando in piedi accanto al Messaggero di Allah (s.a.). Questa scena piacque molto ad Abu Talib. Guardando Ja’far, che stava in piedi lì accanto, gli disse: «Ja’far, anche tu mettiti da un lato di tuo cugino Muhammad (s.a.)». Quel giorno Ja’far si mise alla sinistra del Messaggero di Allah (s.a.) e pregò. Questo episodio ebbe una profonda ripercussione nell’animo di Ja’far. Nel giro di pochi giorni egli abbracciò l’Islam. Prima di lui, soltanto trentuno o trentadue persone avevano abbracciato l’Islam.

Il giovane hashemita e la sua giovane moglie patirono tutte le sofferenze fisiche e morali che avevano patito i musulmani della prima epoca. Tuttavia non persero mai la pazienza. Sapevano che la via del Paradiso è impervia e piena di spine. Ma ciò che, come gli altri fratelli nella fede, li affliggeva e li faceva riflettere era l’opposizione dei Quraysh all’osservanza dei precetti islamici e all’adorazione dell’unico Allah. In ogni circostanza i Quraysh restavano in agguato per loro, creando un’atmosfera soffocante.

Fu in un momento simile che Ja‘far ibn Abī Ṭālib, sua moglie e alcuni altri Compagni chiesero al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, il permesso di emigrare in Abissinia. Egli accordò loro il permesso con il cuore colmo di dolore. La cosa gli era tanto penosa perché quelle persone virtuose e dall’animo puro erano costrette ad abbandonare la loro amata patria, la terra della loro infanzia, adolescenza e giovinezza, soltanto perché dicevano: «Il nostro Signore è Allah». Non avevano commesso alcun altro crimine. Abbandonavano il loro paese, erano vittime di ingiustizie e persecuzioni, ed egli era costretto a guardare tutto ciò, del tutto impotente.

Il primo gruppo di emigranti giunse in Abissinia sotto la guida di Ja‘far ibn Abī Ṭālib. Là trovò rifugio presso la corte del giusto e virtuoso Negus. Per la prima volta dopo aver abbracciato l’Islam, gustarono un po’ di sicurezza e assaporarono la dolcezza di adorare liberamente l’unico Allah, senza timore.

I Quraysh erano al corrente dell’emigrazione di questo gruppo di musulmani in Abissinia e del rifugio e della protezione che avevano ottenuto presso la corte del re. Cominciarono quindi a tramare per ucciderli o riportarli indietro. Umm Salama, direttamente coinvolta in questi avvenimenti, racconta: «Quando giungemmo in Abissinia, trovammo buoni vicini e sicurezza per quanto riguardava la nostra fede. Nell’adorazione del nostro Signore, Allah l’Altissimo, non subimmo alcuna ingiustizia o persecuzione, né udimmo parole che ci dispiacessero. Quando i Quraysh lo seppero, iniziarono a tramare. Scelsero tra loro due uomini forti e robusti e li inviarono dal Negus. Erano ‘Amr ibn al-‘Āṣ e ‘Abdullah ibn Abī Rabī‘a. Insieme a loro mandarono numerosi doni preziosi per il Negus e per i sacerdoti adulatori della sua corte. Fu detto loro di consegnare a ciascun sacerdote il dono destinato a lui prima ancora di discutere la nostra questione con il re d’Abissinia.»

I due uomini giunsero in Abissinia, incontrarono i sacerdoti del Negus e consegnarono a ciascuno il dono a lui destinato, dicendo: «Nel regno del re hanno trovato rifugio alcuni nostri figli traviati. Hanno abbandonato la religione dei loro antenati e hanno creato divisione e discordia nella loro comunità. Quando parleremo al re di loro, vi chiediamo di sollecitarlo a riconsegnarceli senza porre loro alcuna domanda sulla loro fede. I loro capi tribali conoscono meglio di chiunque altro le loro convinzioni e il loro comportamento. Spetta a loro decidere sul loro conto.»

I sacerdoti della corte approvarono le loro parole.

Umm Salama racconta: «Per ‘Amr ibn al-‘Āṣ e il suo compagno, nulla era più sgradito della possibilità che il re convocasse qualcuno di noi per ascoltarlo.»

I due uomini si presentarono alla corte del Negus e gli offrirono i doni. I doni piacquero molto al Negus, che li elogiò grandemente. Poi dissero al re: «Maestà, alcuni giovani dalla cattiva indole sono entrati nel vostro regno. Hanno inventato una religione che né noi né voi conosciamo. Hanno abbandonato la nostra fede, ma non hanno neppure abbracciato la vostra. I loro padri, zii paterni e capi tribali ci hanno inviati da voi per ricondurli indietro. I capi della loro tribù sono coloro che meglio conoscono i disordini e i danni da essi provocati.»

Il Negus guardò i sacerdoti presenti alla sua corte. Essi dissero: «Maestà, hanno detto la verità. Infatti, sono i capi della loro tribù a essere meglio informati sulle loro azioni. Rimandateli dai capi della loro tribù, affinché siano questi a decidere sul loro conto».

Il re si adirò profondamente per le parole dei sacerdoti. Disse: «Per Allah, ciò non può accadere! Non consegnerò nessuno di loro finché non li avrò interrogati riguardo alle accuse mosse contro di loro. Se davvero sono come dicono questi due uomini, allora li consegnerò. Altrimenti, finché desidereranno rimanere sotto la mia protezione, permetterò loro di restare al sicuro».

Umm Salama racconta: «In seguito il Negus ci fece chiamare per incontrarlo. Prima di recarci da lui, ci riunimmo tutti in un luogo. Supponemmo che certamente il re ci avrebbe interrogati sulla nostra religione. Decidemmo quindi di dichiarare ciò in cui credevamo. Ja’far ibn Abi Talib avrebbe parlato a nome di tutti; nessun altro avrebbe detto nulla».

Umm Salama racconta: «Poi andammo dal Negus e vedemmo che aveva convocato tutti i suoi sacerdoti. Essi erano seduti alla destra e alla sinistra del re, indossando le loro speciali vesti solenni e tenendo aperti davanti a sé i testi religiosi. Vedemmo presso il re anche ‘Amr ibn al-‘As e ‘Abdullah ibn Abi Rabi’a. Dopo che ci fummo seduti tranquillamente nell’assemblea, il Negus rivolse lo sguardo verso di noi e domandò: “Qual è questa religione che avete inventato e a causa della quale avete abbandonato anche la religione dei vostri antenati, senza tuttavia adottare né la mia religione né quella di nessun altro?”»

Ja’far ibn Abi Talib parlò a nome di tutti: «Maestà, eravamo un popolo ignorante. Adoravamo gli idoli, mangiavamo animali morti, ci abbandonavamo a pratiche oscene, rompevamo i legami di parentela e trattavamo male i vicini. I nostri forti privavano i deboli dei loro diritti. Ci trovavamo in una simile condizione, quando infine Allah l’Altissimo ci inviò un Messaggero. Conosciamo la sua stirpe, la sua sincerità, la sua onestà e la sua purezza. Egli ci invitò ad adorare Allah, affinché credessimo nella Sua unicità, Lo adorassimo e abbandonassimo gli alberi, le pietre e gli idoli che noi e i nostri antenati adoravamo.

Ci ordinò di dire la verità, restituire debitamente ciò che ci era stato affidato, preservare intatti i legami di parentela, trattare bene il vicino e astenerci dalle azioni proibite e dallo spargimento illecito di sangue. Inoltre ci vietò le azioni oscene, la menzogna, il consumo dei beni degli orfani e l’accusa calunniosa contro le donne caste.

Ci ordinò inoltre di adorare un solo Allah, di non associarGli nulla, di compiere la preghiera, di versare la zakat e di digiunare nel mese di Ramadan.

Sapendolo veritiero, abbiamo creduto in lui e abbiamo seguito tutto ciò che ha portato da parte di Allah. Perciò crediamo lecito ciò che egli ha dichiarato lecito per noi e illecito ciò che ha dichiarato illecito.

«Maestà! In seguito, tutti i membri della nostra gente cominciarono a perseguitarci. Ci torturarono per ricondurci dalla nostra religione all’idolatria. Quando ci sottoposero a ogni sorta di persecuzione e di tormento, ponendosi come ostacolo tra noi e la nostra religione, preferimmo venire proprio qui da voi, invece di recarci altrove, nella speranza di non essere perseguitati sotto la vostra protezione.»

Umm Salama racconta: «Allora il Negus guardò per un momento Jaʿfar ibn Abī Ṭālib e gli chiese: “Avete con voi qualcosa di ciò che il vostro Profeta ha portato da parte di Allah?”. Egli rispose: “Sì”. “Recitami qualcosa”, gli disse. Jaʿfar recitò: “Kāf, Hā, Yā, ʿAyn, Ṣād. Questo è il racconto della misericordia del tuo Signore verso il Suo servo Zaccaria, quando invocò il suo Signore in segreto. Disse: ‘Le mie ossa si sono indebolite e la mia testa è diventata bianca per la vecchiaia; o mio Signore, invocandoTi non sono mai rimasto deluso.’»

In questo modo egli recitò loro l’inizio della sura Maryam del Sacro Corano.

Udendo la Parola di Allah, il Negus pianse così tanto che le lacrime gli bagnarono la barba, mentre i sacerdoti presenti alla corte piansero e inzupparono i libri sacri aperti davanti a loro. Dopo essersi calmato un poco, il Negus disse: «Ciò che il vostro Profeta ha portato e ciò che Gesù, pace su di lui, ha portato prima di lui provengono dalla stessa fonte». Poi si rivolse ad ʿAmr e al suo compagno e disse: «Andatevene. Giuro su Allah che non ve li consegnerò mai».

Umm Salama racconta: «Quando uscimmo dalla corte del Negus, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ disse al suo compagno, facendosi sentire da noi: “Giuro su Allah! Domani torneremo dal re e gli riferiremo alcune delle loro azioni, così che il fuoco dell’odio divampi nel suo cuore e il suo cuore si riempia di avversione nei loro confronti. Incoraggeremo certamente il re a sradicarli completamente”».

Udendo ciò, il suo compagno ʿAbd Allāh ibn Abī Rabīʿa disse: «ʿAmr, non dovremmo fare una cosa simile. Anche se si oppongono a noi in materia di religione, sono pur sempre nostri parenti».

ʿAmr disse: «Lascia perdere queste parole. Informerò certamente il re di cose che faranno tremare i loro cuori. Dirò al re: “Essi ritengono che Gesù ibn Maryam sia semplicemente un servo come gli altri”».

Il giorno seguente ʿAmr si recò davvero alla corte del Negus e disse: «Maestà! Questa gente, che voi avete accolto e aiutato, dice qualcosa di gravissimo riguardo a Gesù ibn Maryam. Mandate a chiamarli e chiedete loro che cosa dicono di lui».

Umm Salama disse: Quando venimmo a sapere ciò, fummo presi da una grande preoccupazione. Ci chiedemmo l’un l’altro: «Che cosa direte quando il re vi domanderà di ʿĪsā ibn Maryam?». Tutti concordammo: di lui non avremmo detto nulla oltre a ciò che Allah ha detto. Non avremmo aggiunto neppure la misura della punta di un dito a ciò che il nostro Profeta ci ha trasmesso riguardo a lui. Qualunque cosa ci fosse destinata, sarebbe accaduta. Anche questa volta avrebbe parlato per noi Jaʿfar ibn Abī Ṭālib.

Il Negus ci fece convocare. Quando ci presentammo alla sua corte, vedemmo che i sacerdoti erano seduti con gli stessi abiti del giorno precedente. Non appena ʿAmr ibn al-ʿĀṣ e il suo compagno furono presenti, il re ci domandò: «Che cosa dite di ʿĪsā ibn Maryam?»

Jaʿfar ibn Abī Ṭālib disse: «Non diciamo nulla oltre a ciò che il nostro Profeta dice riguardo a lui».

«E che cosa dice?»

«Dice: Egli è il servo di Allah e il Suo Messaggero. È il Suo spirito e la Sua parola, che Egli ha infuso nella vergine e pura Maryam».

Dopo aver udito le parole di Jaʿfar, il Negus colpì il terreno con la mano e disse: «Per Allah! Ciò che il vostro Profeta ha detto riguardo a ʿĪsā ibn Maryam non è affatto un’esagerazione, neppure quanto un pelo». Udendo ciò, i patriarchi seduti intorno al Negus emisero dalle narici suoni di disgusto. Il re disse: «Anche se lo detestate quanto volete». Poi si rivolse a noi e disse: «Andate, siete liberi e al sicuro. Se qualcuno vi insulterà o vi creerà qualsiasi ostacolo, ne subirà la punizione. Per Allah! Anche se ottenessi una montagna d’oro, non mi sarebbe gradito che, in cambio, una minima disgrazia colpisse qualcuno di voi». Poi si rivolse a ʿAmr e al suo compagno e disse: «Restituite loro i doni di questi due uomini. Non ne ho bisogno».

Umm Salama disse: In questo modo la congiura di ʿAmr e del suo compagno fallì, ed essi lasciarono la corte sconfitti, con il cuore spezzato e pieni di delusione. Noi invece continuammo a vivere presso il Negus, come vicini onorati, in una delle migliori dimore.

In seguito, Jaʿfar ibn Abī Ṭālib e sua moglie trascorsero dieci anni interi sotto la protezione del Negus, completamente al sicuro e senza preoccupazioni. Nel settimo anno dell’Egira, essi due e alcuni altri musulmani partirono dall’Abissinia verso Yathrib (Medina). Anch’essi giunsero a Medina, mentre il Messaggero di Allah, dopo aver completato la conquista di Khaybar, tornava a Medina. Quando il Messaggero di Allah vide Jaʿfar, fu così felice che lo baciò tra gli occhi e disse: «Non so quale delle due cose mi renda più felice: la conquista di Khaybar o l’arrivo di Jaʿfar».

La gioia e la felicità dell’intera comunità musulmana in generale, e dei musulmani poveri in particolare, per l’arrivo di Jaʿfar non erano affatto inferiori a quelle del Messaggero di Allah ﷺ. Infatti, Jaʿfar era estremamente misericordioso e compassionevole verso i poveri e i bisognosi. Per questo veniva chiamato Abū al-Masākīn, cioè «il padre dei bisognosi».

Era trascorso un anno dall’arrivo di Jaʿfar ibn Abī Ṭālib a Medina. All’inizio dell’ottavo anno dell’Egira, il Messaggero ﷺ preparò un esercito per attaccare le forze romane in Siria. Nominò Zayd ibn Ḥāritha comandante e disse: «Se Zayd sarà ucciso, il comandante sarà Jaʿfar ibn Abī Ṭālib. Se Jaʿfar sarà ucciso o ferito, il comandante sarà ʿAbdullāh ibn Rawāḥa. E se anche lui sarà ucciso o ferito, i musulmani sceglieranno tra loro un comandante».

Quando l’esercito musulmano giunse in un luogo chiamato Muʾta, al confine tra la Siria e la Giordania, vide che centomila soldati romani erano pronti ad affrontarlo, mentre altri centomila soldati cristiani delle tribù arabe di Lakhm, Judhām, Quḍāʿa e altre erano in attesa alle loro spalle per venire in loro aiuto. I musulmani, invece, erano soltanto tremila. Appena ebbe inizio la battaglia, Zayd ibn Ḥāritha cadde martire con il coraggio di un eroe. Poi Jaʿfar ibn Abī Ṭālib saltò giù dal suo cavallo e lo uccise con la propria spada, affinché l’esercito nemico non potesse utilizzarlo. Quindi afferrò lo stendardo, penetrò in profondità tra le file dell’esercito romano e continuò a colpire i nemici. In quel frangente, la sua mano destra fu recisa. Egli sollevò lo stendardo con la mano sinistra. Poco dopo, un altro colpo di spada gli recise anche la mano sinistra dal corpo. Eppure non si arrese. Lo strinse al petto con le braccia e mantenne alto lo stendardo dell’Islam. Poco dopo, un terzo colpo di spada divise in due il suo corpo.

Poi ʿAbdullāh ibn Rawāḥa prese lo stendardo. Combattendo valorosamente contro i soldati nemici, anch’egli seguì i suoi due compagni. Quindi Khālid ibn al-Walīd prese lo stendardo e salvò l’esercito musulmano.

A questa battaglia partecipò anche ʿAbdullāh ibn ʿUmar. Egli racconta: «Quando cercammo il corpo di Jaʿfar, trovammo soltanto sul davanti cinquanta ferite. In tutto il corpo aveva più di novanta ferite, ma non ce n’era neppure una sulla schiena».

Quando il Messaggero ﷺ seppe del martirio dei tre comandanti, ne fu profondamente addolorato. Con il cuore oppresso dal dolore, si recò a casa di suo cugino Jaʿfar. In quel momento sua moglie Asmāʾ si stava preparando ad accogliere il marito. Aveva impastato la farina per il pane, aveva fatto il bagno ai bambini e li aveva cosparsi d’olio, quindi aveva fatto loro indossare abiti nuovi.

Asmāʾ racconta: «Quando vidi il Messaggero ﷺ venire verso casa nostra, con il volto benedetto coperto da un panno sottile e pulito, fui assalita da ogni sorta di paura e apprensione. Tuttavia, per il timore di sentire una brutta notizia, non osavo chiedergli nulla riguardo a Jaʿfar. Dopo aver domandato come stessimo, egli disse: “Portami i figli di Jaʿfar”. Li chiamai. Essi accorsero pieni di gioia, facendo a gara per vedere chi sarebbe arrivato per primo dal Messaggero ﷺ. Egli cominciò ad abbracciarli e a baciarli, mentre lacrime copiose gli scorrevano dagli occhi. Dissi: “O Messaggero di Allah, possano i miei genitori essere sacrificati per te! Perché piangi? Hai ricevuto una brutta notizia riguardo a Jaʿfar e ai suoi due compagni?”. Egli rispose: “Sì. Oggi sono caduti martiri”. In quell’istante il sorriso scomparve dai volti dei bambini. Quando sentirono la loro madre piangere e lamentarsi, rimasero immobili al loro posto come pietre, come se un uccello si fosse posato sulle loro teste. Le donne vicine accorsero e si raccolsero intorno ad Asmāʾ. Il Messaggero ﷺ uscì asciugandosi gli occhi. Giunto a casa, disse alle sue mogli pure: “Oggi prendetevi cura della famiglia di Jaʿfar. Oggi sono sconvolti”».

Per molto tempo dopo il martirio di Jaʿfar, il Messaggero ﷺ rimase addolorato e afflitto. Infine Jibrīl عليه السلام gli annunciò la buona notizia che Allah aveva donato a Jaʿfar due nuove mani rosse come il sangue al posto delle due mani amputate, e che egli volava in Paradiso insieme agli angeli. Per questo ricevette gli appellativi di Dhū al-Janāḥayn e al-Ṭayyār, «colui dalle due ali» e «colui che vola».

Ibn Saʿd narra nella sua opera al-Tabaqāt: dopo aver udito la notizia del martirio di Zayd ibn Haritha, Jaʿfar ibn Abī Tālib e ʿAbd Allah ibn Rawāha, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pronunciò un breve sermone davanti ai presenti, presentandoli, elogiandoli e supplicando: «O Allah, perdona Zayd; o Allah, perdona Zayd. O Allah, perdona Jaʿfar e ʿAbd Allah ibn Rawāha».

L’Imam Ahmad narra da ʿAbd Allah ibn Aslam. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, diceva a Jaʿfar: «Nel carattere e nell’aspetto fisico, mi somigli».

Jaʿfar era estremamente benevolo verso i poveri e i bisognosi. Abū Hurayra disse: «Per la nostra comunità di bisognosi, Jaʿfar ibn Abī Tālib era la persona migliore. Ci conduceva con sé a casa sua e ci dava da mangiare tutto ciò che aveva. Quando il suo cibo terminava, tirava fuori la sua piccola otretta vuota di burro chiarificato. Noi la squarciavamo e leccavamo tutto ciò che vi era rimasto dentro. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, diceva: “A ciascuno dei profeti venuti prima di me furono concessi soltanto sette amici intimi. Io invece ho quattordici amici speciali, e Jaʿfar è uno di loro”.(Bukhari, Manaqib Ja’far)

Zayd ibn Haritha (ra)

Il suo nome era Abū Usāma Zayd. Il suo appellativo era Ḥibb Rasūl Allāh (il prediletto del Messaggero di Allah); suo padre era Haritha e sua madre Suʿda bint Thaʿlaba.

Suʿda bint Thaʿlaba partì con il suo figlioletto Zayd per recarsi presso la tribù paterna dei Banū Maʿn. Una notte, prima che arrivassero alla tribù paterna, una banda di predoni dei Banū Qayn attaccò le loro tende, razziò beni, cammelli e altro, e portò via prigionieri i bambini. Tra quei bambini prigionieri c’era anche suo figlio Zayd ibn Haritha.

Zayd aveva allora otto anni. La banda di predoni lo portò al mercato di ʿUkāẓ per venderlo; un capo qurayshita di nome Ḥakīm ibn Ḥizām ibn Khuwaylid lo acquistò per quattrocento dirham. Dopo aver acquistato insieme a lui anche alcuni altri schiavi, tornò alla Mecca.

Sentita la notizia del ritorno di Ḥakīm ibn Ḥizām, sua zia paterna Khadīja bint Khuwaylid venne a fargli visita. Egli le disse: «Zia, da ʿUkāẓ ho portato diversi schiavi che ho acquistato. Scegli quello che preferisci tra loro. Te lo dono come regalo».

Dopo aver esaminato attentamente il volto degli schiavi, Khadija scelse Zayd ibn Haritha, poiché aveva scorto sul suo volto i segni di un’intelligenza acuta e di grande perspicacia. Lo portò con sé a casa.

Pochi giorni dopo questo avvenimento, Khadija sposò Muhammad ibn Abd Allah. Desiderò fare un regalo al marito, ma non trovò nulla di più bello del suo amato schiavo Zayd ibn Haritha. E fu proprio quello schiavo che consegnò nelle mani del marito.

Quel fortunato giovane schiavo cominciò a crescere sotto la tutela di Muhammad ibn Abd Allah. Avendo avuto il privilegio della sua nobile compagnia, ebbe l’opportunità di osservare le più eccellenti virtù morali. Intanto sua madre amorevole era sconvolta dal dolore per la perdita del figlio. Le sue lacrime non si asciugavano mai. Aveva perso il sonno notturno. La sua più grande sofferenza era non sapere se suo figlio fosse ancora vivo oppure fosse stato ucciso dai briganti. Per questo cadeva in una profonda disperazione. Suo padre, Haritha, continuava a cercare il figlio perduto in ogni luogo possibile. Chiedeva notizie del figlio a ogni persona, conosciuta o sconosciuta. Era un poeta illustre dell’Arabia di allora. In molte poesie composte in quel periodo si manifesta il dolore per la perdita del figlio. In una di esse dice:

«Piango per Zayd, non so che cosa gli sia accaduto,

è forse vivo?

Allora c’è speranza che ritorni, oppure è morto?

Per Allah! Non lo so, eppure continuo a chiedere.

Ti hanno rapito gli abitanti delle pianure o quelli delle montagne?»

All’alba il sole mi ricorda di lui, e quando

tramonta, me lo ricorda di nuovo.

viaggerò da un paese all’altro alla tua ricerca,

spingendo i cammelli, e non mi stancherò mai,

né si stancherà il mio cammello da viaggio. Che io viva o che sopraggiunga la morte.

Ogni uomo è destinato a morire, per quanto possa correre dietro alle proprie speranze.»

Durante quella stagione del pellegrinaggio, alcuni uomini della tribù di Zayd giunsero alla Mecca per compiere il pellegrinaggio. Mentre compivano il tawaf intorno alla Kaaba, si imbatterono in Zayd. Riconoscendosi a vicenda, si scambiarono i saluti. Dopo aver compiuto il pellegrinaggio, quegli uomini tornarono a casa e informarono Haritha, padre di Zayd, del luogo in cui si trovava il figlio scomparso.

Appresa la notizia del figlio, Haritha si preparò per il viaggio. Fece caricare sulla cavalcatura anche il denaro per il riscatto di Zayd, il figlio prediletto, la luce dei suoi occhi. Suo compagno di viaggio fu Ka’b, fratello di Haritha. Dopo aver viaggiato senza sosta lungo la strada per la Mecca, giunsero da Muhammad ibn Abdallah e dissero:

«O discendenti di ʿAbd al-Muṭṭalib! Voi siete i vicini della Casa di Allah, soccorritori degli indifesi, offerenti di cibo agli affamati e protettori di chi cerca rifugio. Siamo venuti da voi per il ragazzo che si trova presso di voi. Abbiamo portato con noi anche il suo riscatto. Mostrateci la vostra benevolenza e stabilite il suo riscatto come ritenete opportuno.»

Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Di quale ragazzo state parlando?»

— Del vostro servo Zayd ibn Ḥāritha.

— Volete che vi conceda qualcosa di migliore del riscatto?

— Che cosa?

— Lo farò venire davanti a voi. Lascerò che scelga liberamente se rimanere con me o andare con voi. Se desidera venire con voi, potrete portarlo via senza pagare alcun riscatto. Se invece desidera rimanere con me, non ho nulla da fare al riguardo.

Essi acconsentirono e dissero: «Avete parlato con grande giustizia.»

Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) chiamò Zayd e gli chiese: «Chi sono questi due uomini?»

Disse: «Questi è mio padre, Haritha ibn Shurahbil, e quello è mio zio Ka’b».

Egli disse: «Se vuoi, puoi andare con loro; se vuoi, puoi rimanere con me».

Senza la minima esitazione, rispose immediatamente: «Rimarrò con voi».

Suo padre disse: «Che tu possa perire, Zayd! Hai scelto la schiavitù abbandonando i tuoi genitori?»

Egli rispose: «Ho visto in quest’uomo qualcosa per cui non potrei mai lasciarlo».

Dopo la decisione di Zayd, Muhammad, pace e benedizioni su di lui, lo prese per mano, lo condusse presso la Ka’ba e, stando accanto alla Pietra Nera, proclamò rivolgendosi ai Quraysh presenti: «O assemblea dei Quraysh! Siate testimoni: da oggi Zayd è mio figlio. Egli sarà mio erede e io sarò il suo erede».

A questo annuncio, il padre e lo zio di Zayd furono molto felici. Lo lasciarono presso Muhammad ibn Abd Allah e tornarono serenamente in patria. Da quel giorno Zayd ibn Haritha divenne Zayd ibn Muhammad. Tutti lo chiamavano figlio di Muhammad. Infine Allah l’Altissimo fece scendere, nella sura al-Ahzab, il versetto: «Chiamateli con il nome dei loro padri», abolendo la pratica dell’adozione di figli adottivi. In seguito egli tornò a essere conosciuto come Zayd ibn Haritha.

Quando Zayd scelse Muhammad, pace e benedizioni su di lui, abbandonando i propri genitori, non sapeva quale immensa vittoria avesse conseguito. Non sapeva nulla del fatto che il padrone da lui scelto, lasciando la propria famiglia e la propria tribù, fosse il Signore dei primi e degli ultimi e il Messaggero di Allah inviato a tutta la creazione. Nella sua mente non era mai sorto, neppure una volta, il pensiero che in questo mondo sarebbe stato fondato uno Stato colmo ovunque di bene e giustizia, dall’Oriente all’Occidente, e che proprio lui ne sarebbe stato il fondatore. No, nulla di tutto questo era allora entrato nei pensieri e nell’immaginazione di Zayd. Tutto ciò è grazia di Allah. Egli concede generosamente a chi vuole.

Solo pochi anni dopo questo avvenimento, Muhammad, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, ricevette la missione profetica. Zayd fu il primo tra gli schiavi uomini a credere. In seguito divenne il fidato e leale di Rasūlullāh, comandante del suo esercito e governatore ad interim di Medina durante la sua assenza.

Come Zayd aveva scelto il Messaggero, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, lasciando i propri genitori, così anche il Messaggero lo amò profondamente e lo accolse tra i suoi figli e la sua famiglia. Quando Zayd si allontanava, era in ansia; quando tornava, si rallegrava, e lo accoglieva con una gioia tale quale non si vedeva in occasione dell’incontro con nessun altro. ʿĀʾisha, che Dio sia soddisfatto di lei, ha narrato come Rasūlullāh, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, accolse Zayd quando questi tornò a Medina al termine di una spedizione.

Ella disse:

«Zayd ibn Ḥāritha tornò a Medina. In quel momento Rasūlullāh, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, si trovava nella mia stanza. Egli bussò alla porta. Il Messaggero, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, si alzò quasi a torso nudo. Sul suo corpo non c’era altro che un panno avvolto dalla vita fino alle ginocchia. In quelle condizioni corse verso la porta, trascinandosi dietro il panno. Lo abbracciò e lo baciò. Per Dio, né prima né dopo vidi mai Rasūlullāh, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, a torso nudo in quel modo.»

La profonda benevolenza di Rasūlullāh, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, verso Zayd si diffuse tra la comunità musulmana. Per questo la gente lo chiamava «Zayd al-Ḥubb», e il suo titolo divenne «Ḥibb Rasūlillāh», cioè il prediletto del Messaggero di Dio.

Quando Ḥamza, che Dio sia soddisfatto di lui, abbracciò l’Islam, il Messaggero, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, istituì tra lui e Zayd un legame di fratellanza. Tra i due nacque un rapporto profondo. Tanto che, quando Ḥamza si recava in viaggio, lasciava come suo esecutore testamentario Zayd, suo fratello nella fede.

Rasūlullāh, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, aveva una schiava chiamata «Umm Ayman». Un giorno disse ai Compagni: «Se qualcuno desidera sposare una donna del Paradiso, sposi Umm Ayman». Ḥazrat Zayd la sposò per rendere felice il Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace. Da lei nacque alla Mecca il celebre comandante Ḥazrat Usāma ibn Zayd.

Dopo l’Egira dalla Mecca a Medina, fu ospite di Ḥazrat Kulthūm ibn Hidm. Con Ḥazrat Usayd ibn Ḥudayr, che Dio sia soddisfatto di lui, fu istituito un legame di fratellanza. Fino ad allora aveva vissuto insieme alla famiglia del Profeta come uno dei suoi membri. Dopo il suo arrivo qui, gli fu assegnata una casa separata e sposò Zaynab bint Jaḥsh, cugina paterna di Rasūlullāh, che Dio lo benedica e gli conceda la pace. Tuttavia, poiché il rapporto coniugale con Zaynab non si instaurò, egli divorziò da lei. In seguito, per ordine di Dio, Rasūlullāh, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, sposò Zaynab.

Hazrat Zayd era uno dei più grandi arcieri dell’Arabia di quel tempo. Partecipò a tutte le spedizioni, da Badr a Mu’ta. Non poté partecipare soltanto alla spedizione di Marra al-Yasīr. Durante questa spedizione, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) lo lasciò come suo rappresentante a Medina.

Nell’ottavo anno dell’Egira accadde un avvenimento terribile. Quell’anno il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) inviò al governatore di Bosra al-Harith ibn Umayr al-Azdī, portando una lettera contenente l’invito all’Islam. Quando al-Harith giunse a Mu’ta, località situata al confine orientale della Giordania, Shurahbīl ibn ‘Amr, un governatore dell’imperatore ghassanide, gli sbarrò la strada e lo fece prigioniero. Poi lo uccise. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) considerò la questione con estrema gravità, poiché prima di allora nessun inviato era mai stato ucciso in quel modo. Preparò dunque un esercito di tremila soldati per la spedizione a Mu’ta e affidò il comando a Hazrat Zayd ibn Hāritha. Poco prima della partenza, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) diede questa disposizione: «Se Zayd morirà martire, il comandante successivo del gruppo sarà Ja‘far ibn Abī Tālib. Se Ja‘far morirà martire, il comandante sarà ‘Abdullah ibn Rawāha. E se anche lui morirà martire, scelgano essi stessi tra loro un comandante».

L’esercito, sotto la guida di Zayd, partì da Medina e giunse a Ma‘ān, situata presso il confine orientale della Giordania. L’imperatore romano Eraclio avanzò con un enorme esercito di centomila soldati per opporsi ai Ghassanidi. A lui si unirono altri centomila soldati degli Arabi idolatri. Questo esercito congiunto si schierò a breve distanza dall’esercito musulmano. A Ma‘ān l’esercito musulmano rimase per due notti, consultandosi sul da farsi. Alcuni dissero che si sarebbe dovuto informare per lettera il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) del numero delle truppe nemiche e attendere le sue istruzioni. Altri dissero: «Noi non combattiamo contando sul numero, sulla forza o sulla superiorità numerica. Combattiamo con questa religione. Avanzate per lo scopo per il quale siete partiti. Otterrete una delle due vittorie: il successo o il martirio».

Quindi i due eserciti, così impari, entrarono in combattimento faccia a faccia. Vedendo il coraggio e l’ardimento di appena tremila soldati contro duecentomila, l’esercito romano rimase stupefatto. Nei loro cuori si insinuò anche la paura.

Il coraggio con cui Zayd ibn Hāritha combatté per tenere alto lo stendardo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) è raro nella storia. Il suo corpo fu trafitto da innumerevoli colpi di frecce e lance. Alla fine cadde sul campo di battaglia. Poi, uno dopo l’altro, Ja‘far ibn Abī Tālib e ‘Abdullah ibn Rawāha presero lo stendardo e subirono il martirio con grande coraggio. In seguito, per decisione unanime dell’esercito musulmano, Khālid ibn al-Walīd fu scelto come comandante. Era un convertito recente. Sotto la sua guida, l’esercito musulmano fu salvato dall’inevitabile sconfitta e distruzione. Così, nel nono anno dell’Egira, Hazrat Zayd subì il martirio all’età di cinquantaquattro o cinquantacinque anni.

Quando la triste notizia di Mu’ta giunse al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), fu colpito da un dolore così grande che non fu mai più visto tanto afflitto. Si recò nelle case dei comandanti martiri per porgere le condoglianze alle loro famiglie. Quando arrivò a casa di Zayd, la sua figlioletta lo abbracciò piangendo e il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) scoppiò a piangere ad alta voce. Vedendolo in quello stato, Sa‘d ibn ‘Ubāda esclamò: «O Messaggero di Allah, che cosa significa questo?»

Egli rispose: «È l’espressione dell’amore».

Dopo essere tornato dal Pellegrinaggio d’Addio, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) inviò il giovane figlio di Zayd, Usāma, alla testa di un esercito per vendicare l’uccisione di suo padre. Molti non approvarono che il comando fosse affidato a una persona così giovane. Quando il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) lo seppe, disse: «In precedenza avevate criticato il comando di suo padre. Ora non riuscite ad accettare il comando di suo figlio. Per Allah, Zayd era degno di essere un comandante ed era la persona a me più cara. E dopo di lui, la persona a me più cara è suo figlio Usāma». Usāma era un figlio degno di suo padre. Dopo aver inflitto un’adeguata vendetta per l’uccisione del padre, fece ritorno a Medina.

La devozione, l’amore, l’obbedienza al Messaggero di Allah, sallallahu ʿalayhi wa-sallam, e il conseguimento della sua soddisfazione costituivano l’unico scopo della vita di Hazrat Zayd, raḍiyallāhu ʿanhu. Le varie vicende della sua vita ne sono la prova. Hazrat Ummu Ayman, raḍiyallāhu ʿanhā, era una donna piuttosto anziana, quasi vecchia, e priva di bellezza esteriore. Hazrat Zayd, raḍiyallāhu ʿanhu, la sposò unicamente per rendere felice il Messaggero, sallallahu ʿalayhi wa-sallam. Quando il suo matrimonio con Hazrat Zaynab, raḍiyallāhu ʿanhā, si sciolse, egli stesso presentò nuovamente a Zaynab, raḍiyallāhu ʿanhā, la proposta di matrimonio del Messaggero di Allah, sallallahu ʿalayhi wa-sallam, soltanto perché il Messaggero, sallallahu ʿalayhi wa-sallam, aveva manifestato il desiderio di sposarla. Per rispetto verso Hazrat Zaynab, raḍiyallāhu ʿanhā, non alzò gli occhi per guardarla; voltando il viso dall’altra parte, si limitò a presentarle la proposta. (Muslim)

Osservando l’amore sconfinato del Messaggero di Allah, sallallahu ʿalayhi wa-sallam, per Hazrat Zayd, raḍiyallāhu ʿanhu, e per i suoi figli, Hazrat Aisha, raḍiyallāhu ʿanhā, era solita dire: «Se Zayd fosse rimasto in vita, forse il Messaggero, sallallahu ʿalayhi wa-sallam, lo avrebbe nominato suo successore dopo la propria morte».

ʿAbdullah ibn ʿAbbas (raḍiyallāhu ʿanhu)

Il suo nome era ʿAbdullah e la sua kunya era Abu al-ʿAbbas. Suo padre era ʿAbbas e sua madre Umm al-Fadl Lubaba. Era discendente del ramo hascemita della tribù dei Quraysh. Era cugino paterno del Messaggero di Allah, sallallahu ʿalayhi wa-sallam, e Hazrat Maymuna, raḍiyallāhu ʿanhā, una delle Madri dei Credenti, era sua zia materna.

Il grande Compagno Hazrat ʿAbdullah ibn ʿAbbas, raḍiyallāhu ʿanhu, possedeva onore e gloria sotto molti aspetti. Per legame di sangue era cugino paterno del Messaggero di Allah, sallallahu ʿalayhi wa-sallam. Grazie alla sua sconfinata conoscenza ed erudizione, ricevette dalla nazione araba, cioè dalla Ummah di Muhammad, il titolo di «Habr e Bahr» (studioso virtuoso e oceano). Era un autentico esempio di taqwa e pietà scrupolosa. Di lui è stato detto che durante il giorno digiunava, trascorreva la notte nell’adorazione e, nell’ultima veglia della notte, chiedeva perdono e praticava il tawba e l’istighfar. Piangeva tanto per timore di Allah che le sue lacrime avevano tracciato due solchi sulle guance.

Questo è quell’ʿAbdullah ibn ʿAbbas che fu chiamato rabbani dalla Ummah di Muhammad (uno studioso che conosce Allah). Era il più erudito riguardo al Libro di Allah, il Sacro Corano, il più esperto nella sua interpretazione e nel suo significato, e la persona più qualificata per comprendere i suoi misteri.

Nacque nella Shiʿb Abi Talib, alla Mecca, tre anni prima dell’Egira del Messaggero di Allah, sallallahu ʿalayhi wa-sallam, dalla Mecca a Medina. Poiché i Quraysh avevano boicottato il suo clan, i Banu Hashim, essi vivevano allora nella Shiʿb Abi Talib. Al momento della morte del Messaggero di Allah, sallallahu ʿalayhi wa-sallam, era appena un ragazzo di tredici anni. Nonostante ciò, memorizzò 1.660 parole o hadith del Messaggero, sallallahu ʿalayhi wa-sallam, arrecando così un beneficio straordinario alla nazione musulmana, Sahih al- Bukhari e Sahih Muslim, molti dei quali sono stati riportati. Suo padre, Hazrat ʿAbbas, raḍiyallāhu ʿanhu, abbracciò apparentemente l’Islam nell’ottavo anno dell’Egira, poco prima della conquista della Mecca. Secondo il racconto di Ibn Saʿd, dopo la Madre dei Credenti Hazrat Khadija, raḍiyallāhu ʿanhā, Umm al-Fadl fu la prima donna a credere. Perciò Hazrat ʿAbdullah, raḍiyallāhu ʿanhu, crebbe fin dalla nascita in un ambiente di tawhid e, una volta raggiunta la maturità intellettuale, si manifestò come un musulmano dotato di una fede salda.

Sua madre, la celebre Compagna Umm al-Fadl Lubaba bint al-Harith al-Hilaliyya, dopo la nascita di ʿAbdullah lo prese in braccio e lo portò dal Messaggero di Allah, sallallahu ʿalayhi wa-sallam. Il Messaggero, sallallahu ʿalayhi wa-sallam, prese dalla sua bocca benedetta un po’ di saliva, la mise nella bocca del piccolo ʿAbdullah e gli praticò il tahnik. Così, prima che nel suo ventre entrasse qualsiasi sostanza terrena, vi entrò la saliva pura e benedetta del Santo Messaggero. E insieme ad essa vi entrarono taqwa e hikma.

Suo padre, Hazrat ‘Abbas, emigrò con tutta la famiglia a Medina nell’ottavo anno dell’Egira, poco tempo prima della conquista della Mecca. A quel tempo, ‘Abdullah non aveva più di undici anni. Tuttavia, trascorreva ancora la maggior parte del suo tempo in compagnia del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Una volta, tornando a casa, raccontò: «Presso il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ho visto una persona che non conoscevo». Quando Hazrat ‘Abbas riferì ciò al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, egli chiamò ‘Abdullah, lo fece sedere sulle proprie ginocchia, gli accarezzò la testa e pregò: «O Allah, benedicilo e diffondi attraverso di lui la luce dell’Islam».

Fin dall’età di sette anni si dedicò al servizio e all’assistenza del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Quando questi aveva bisogno di compiere l’abluzione, gli procurava l’acqua; quando si alzava per la preghiera, si poneva dietro di lui e pregava seguendolo; e quando partiva per un viaggio, saliva dietro di lui sulla cavalcatura, diventando suo compagno di viaggio. Lo seguiva così come un’ombra e portava sempre dentro di sé una coscienza vigile, una mente limpida e una memoria più potente di tutti gli apparecchi di registrazione dell’epoca moderna.

Sebbene Hazrat ‘Abdullah fosse per natura mite, intelligente e perspicace, il periodo della sua vita in cui ebbe l’opportunità di stare in compagnia del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, coincideva essenzialmente con l’età dei giochi. Egli ricordava: «Giocavo con gli altri ragazzi nei vicoli e per le strade. Un giorno vidi il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, arrivare da dietro. Mi affrettai a fuggire, nascondendomi dietro la porta di una casa. Ma egli mi raggiunse. Mi posò la mano sulla testa e disse: “Va’ a chiamare Mu‘awiya”». Mu‘awiya era lo scriba, o segretario, del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Corsi da lui e gli dissi: «Venga, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, la sta chiamando».

La Madre dei Credenti, Hazrat Maymuna, era la zia materna di Hazrat ‘Abdullah e per questo egli trascorreva presso di lei la maggior parte del tempo. Spesso trascorreva la notte nella sua stanza. Grazie a ciò ebbe la fortuna di godere molto da vicino e con grande intimità della compagnia del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Ebbe anche l’opportunità di compiere con lui la preghiera notturna del tahajjud e di porgergli l’acqua per l’abluzione. Una volta, durante la preghiera del tahajjud nella stanza di Hazrat Maymuna, egli si mise alla sinistra del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui; allora lei lo prese per la testa e lo fece spostare alla sua destra.

Hazrat ‘Abdullah ibn ‘Abbas raccontò così il proprio episodio: «Un giorno il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, espresse il desiderio di compiere l’abluzione. Io gli procurai rapidamente l’acqua. Egli fu molto lieto del mio gesto. Quando si alzò per la preghiera, mi fece cenno di stare al suo fianco. Ma io mi posi dietro di lui. Terminata la preghiera, si voltò verso di me e chiese: “Che cosa ti ha impedito di stare al mio fianco, ‘Abdullah?”. Risposi: “O Messaggero di Allah, ai miei occhi tu sei grandemente onorato e di tale elevato rango che non mi sono ritenuto degno di stare al tuo fianco”. Subito sollevò entrambe le mani verso il cielo e pregò: “Allahumma atihi al-hikma” — “O Allah, donagli la saggezza o la scienza”. Un’altra volta, durante la notte, dopo che gli ebbi portato l’acqua per l’abluzione, pregò per ‘Abdullah dicendo: “Allahumma faqqihhu fid-din wa ‘allimhu at-ta’wil” — “O Allah, rendilo esperto nella religione e insegnagli il ta’wil, cioè il metodo dell’interpretazione”».

Allah l’Altissimo accolse questa preghiera del Suo amato Profeta e conferì al giovane hascemita una conoscenza così vasta da renderlo oggetto dell’invidia dei più grandi sapienti. Gli episodi straordinari della sua profonda conoscenza e della sua acuta intelligenza sono narrati nelle opere storiche e biografiche.

Al momento della morte del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ‘Abdullah aveva appena tredici anni. Due anni e un quarto più tardi morì il primo califfo, Hazrat Abu Bakr. Durante il califfato del secondo califfo, Hazrat ‘Umar, egli raggiunse l’età giovanile. Il califfo ‘Umar, che Allah si compiaccia di lui, lo tenne sotto la propria tutela e vicino a sé. Gli permetteva di sedere, insieme ai grandi Compagni, nelle importanti assemblee; gli fu anche concesso di sedere con i Compagni che avevano partecipato alla battaglia di Badr. Il muhaddith Ibn ‘Abd al-Barr disse: «‘Umar amava Ibn ‘Abbas e lo teneva vicino a sé».

Durante l’epoca del terzo califfo, Hazrat ‘Uthman, che Allah si compiaccia di lui, nel ventisettesimo anno dell’Egira fu condotta una spedizione in Africa sotto il comando di ‘Abdullah ibn Abi Sarh, governatore dell’Egitto. Hazrat ‘Abdullah partecipò alla spedizione con un contingente proveniente da Medina e, in qualità di emissario dei musulmani, discusse con il re d’Africa, Jarjir. Vedendo la sua straordinaria intelligenza e perspicacia, il re commentò: «Ritengo che tu sia uno degli uomini più sapienti tra gli Arabi».

Nell’anno 35 dell’Egira, quando Hazrat Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui) fu posto agli arresti domiciliari dai ribelli, inviò Abdullah alla Mecca, nominandolo suo rappresentante e Amir al-Hajj. Quell’anno il pellegrinaggio fu celebrato sotto la sua guida. Quando tornò dal pellegrinaggio a Medina, la città era in fermento. Il califfo Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui) aveva ottenuto il martirio per mano dei ribelli e Medina era sotto il loro controllo. Essi facevano pressione su Hazrat Ali affinché assumesse la responsabilità del califfato. Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) discusse la questione con Abdullah. Dopo aver analizzato dettagliatamente la situazione, Abdullah consigliò ad Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) di non assumere tale responsabilità. Tutte le circostanze che egli aveva previsto sarebbero sorte qualora Hazrat Ali avesse assunto il potere si verificarono in seguito.

Nella Battaglia del Cammello, Hazrat Abdullah assunse il comando delle forze dell’Hijaz per conto di Hazrat Ali. Hazrat Ali lo nominò governatore di Basra. Da Basra, egli partecipò alla battaglia di Siffin al fianco di Ali (che Allah sia soddisfatto di lui), conducendo una spedizione militare. È degno di nota che questa battaglia fu combattuta tra Hazrat Ali e Hazrat Muawiya (che Allah sia soddisfatto di entrambi). In base alla decisione di Siffin, Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) desiderava nominare Hazrat Abdullah come arbitro per la propria parte, ma tale desiderio non poté essere realizzato a causa dell’opposizione degli altri.

Durante il conflitto e lo scontro tra Hazrat Ali e Hazrat Muawiya (che Allah sia soddisfatto di entrambi), quando alcuni compagni di Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) lo abbandonarono, Abdullah ibn Abbas disse ad Ali: «Amir al-Mu’minin, permettimi di andare da loro e parlare un po’ con loro». Egli disse: «Temo che possano comportarsi in modo oltraggioso nei tuoi confronti». Abdullah disse: «Se Allah vuole, non accadrà nulla del genere».

Quando Abdullah si recò da loro, si rese conto che non aveva mai visto prima alcun gruppo così profondamente assorto nell’adorazione e così concentrato come loro. Essi dissero: «Ibn Abbas, benvenuto! Ma per quale motivo sei venuto?». Egli rispose: «Per discutere con voi di alcune questioni». Alcuni di loro dissero: «Non c’è bisogno di discutere con lui». Altri invece dissero: «Va bene, parla; ascolteremo ciò che hai da dire». Egli disse: «Perché assumete un atteggiamento così estremo nei confronti di Ali, cugino del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), suo genero e colui che per primo credette in lui?». Essi dissero: «Vogliamo vendicarci di tre sue azioni». Egli domandò: «Quali sono queste tre azioni?». Essi risposero:

1. Nella battaglia di Siffin, nominando Abu Musa al-Ashari e Amr ibn al-As come arbitri, egli ha fatto degli uomini giudici nella religione di Allah.

2. Ha combattuto contro Aisha e Muawiya, ma non ha preso i loro beni come bottino né i prigionieri di guerra come schiavi e schiave.

3. Sebbene i musulmani gli avessero prestato giuramento di fedeltà e lo avessero riconosciuto come loro comandante, egli ha rinunciato al titolo di «Amir al-Mu’minin».

In risposta, Ibn Abbas disse:

«Se posso presentarvi, dal Libro di Allah e dagli hadith del Messaggero, qualcosa che non potete negare, allora rinuncerete alla convinzione in cui vi trovate?» Quando essi risposero affermativamente, egli disse:

«La vostra accusa è che egli ha commesso un errore affidando agli uomini il giudizio in materia di religione. Eppure Allah l’Altissimo dice:

«O voi che credete, non cacciate mentre siete in stato di ihrām. Se qualcuno di voi uccide volontariamente della selvaggina, dovrà offrire alla Kaʿba, come compensazione, un animale equivalente a quello che ha ucciso, secondo il giudizio di due persone giuste tra voi.» (al-–Māʾida: 95)

«Giuro in nome di Allah: non è forse più ragionevole nominare degli arbitri per proteggere il sangue e la vita delle persone e risolvere le loro controversie reciproche, piuttosto che nominare un arbitro per il caso di un coniglio ucciso del valore di quattro dirham?»

Essi dissero: «Sì, è più ragionevole nominare degli arbitri per garantire la sicurezza del sangue delle persone e risolvere le loro controversie reciproche». Ibn ʿAbbās disse: «Dunque siamo giunti a una decisione su questa questione?» Essi risposero: «Sì».

Ibn ʿAbbās disse: «Voi sostenete che ʿAlī abbia combattuto contro ʿĀʾisha e Muʿāwiya, ma che non li abbia catturati né ridotti in schiavitù. Volete forse che vostra madre ʿĀʾisha fosse ridotta in schiavitù e trattata come vengono trattate le altre schiave? Se rispondete di sì, diventerete miscredenti. ((Perché nella sharia è lecito trattare una schiava come una moglie, un comportamento lecito।)’

E se dite: “ʿĀʾisha non è nostra madre”, anche allora diventerete miscredenti. Perché Allah dice:

«Il Profeta è più affettuoso verso i credenti di quanto essi lo siano verso se stessi, e le sue spose sono le loro madri.» (Sura al–Ahzab: 36)

«Ora scegliete una delle due risposte.» Poi disse: «Dunque siamo giunti a una decisione anche su questa questione?» Essi risposero: «Sì.»

Infine disse: «Voi avete mosso l’accusa secondo cui ʿAlī avrebbe rinunciato al titolo di “Comandante dei credenti”. Eppure, quando al momento della tregua di Hudaybiyya fu redatto il trattato tra il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e i politeisti della Mecca, dopo che vi fu scritta la formula “Muhammad, il Messaggero di Allah”, i Quraysh dissero: “Se davvero credessimo che tu sei il Messaggero di Allah, non ti avremmo impedito di raggiungere la Kaʿba Sharīfa né avremmo combattuto contro di te. Scrivi invece, al posto di questa frase, ‘Muhammad ibn ʿAbd Allāh’.” Quel giorno, tuttavia, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) accettò la loro richiesta dicendo: “Giuro su Allah, sono assolutamente certo di essere il Messaggero di Allah, per quanto voi possiate negarlo.” ʿAlī rinunciò al titolo di “Comandante dei credenti” esattamente per la stessa ragione. Infatti, se Muʿāwiya lo avesse riconosciuto come “Comandante dei credenti”, non ci sarebbe stata alcuna controversia.» Dopo aver detto ciò, domandò: «Dunque siamo giunti a una decisione anche su questa questione?» Essi risposero: «Sì.»

Gli oppositori di ʿAlī furono soddisfatti dell’erudita discussione di ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās e accettarono senza riserve la forza delle sue argomentazioni. Dopo quell’incontro, ventimila uomini tornarono nuovamente nelle file di ʿAlī, mentre i restanti quattromila rimasero fermi nella loro avventata decisione di inimicarsi ʿAlī.

La battaglia che ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) combatté contro i kharigiti estremisti ebbe luogo in una località chiamata Nahrawān. ʿAbd Allāh partecipò a questa battaglia con settemila soldati provenienti da Basra. ʿAlī nominò ʿAbd Allāh wālī non solo di Basra, ma anche di tutto l’Iran conquistato. Egli estirpò la rivolta kharigita in Iran.

Secondo una narrazione, durante il califfato di ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui), il nobile ʿAbd Allāh si dimise dall’incarico di governatore di Basra e si trasferì alla Mecca. Si dice che si dimise perché era sorta una divergenza tra lui e il qāḍī di Basra, Abū al-Aswad al-Duʾalī. Secondo un’altra narrazione, invece, egli rimase wālī di Basra fino alla fine del califfato di ʿAlī e, all’inizio del califfato di Muʿāwiya (che Allah sia soddisfatto di lui), si trasferì alla Mecca, dove iniziò a vivere in isolamento.

Quando l’Imām Husayn (che Allah sia soddisfatto di lui), invitato dagli abitanti di Kufa, si recava da Medina a Kufa passando per la Mecca, ʿAbd Allāh cercò di dissuaderlo ricordandogli il tradimento degli abitanti di Kufa. ʿAbd Allāh fu profondamente sconvolto dal martirio dell’Imām Husayn di Karbala, insieme a tutta la sua famiglia. Sebbene si trovasse alla Mecca, ʿAbd Allāh rifiutò di prestare il giuramento di fedeltà nelle mani di ʿAbd Allāh ibn al-Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui). Tuttavia, lo riteneva legittimo pretendente al califfato. Bukhārī Sharīf sulla base di un hadith della raccolta. Per questo, la sua permanenza alla Mecca divenne alquanto difficile. Si trasferì a Ta’if. Negli ultimi anni della sua vita si ammalò e rese l’ultimo respiro proprio a Ta’if.

ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās si dedicò instancabilmente allo studio e alla ricerca della conoscenza. A questo scopo adottò ogni mezzo e ogni metodo possibile. Durante la vita del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), attinse due coppe dalla sua fonte inesauribile e, dopo la sua morte, continuò a placare la propria sete di conoscenza presso i più illustri Compagni. Quanto fosse umile e disposto a sopportare le difficoltà nell’acquisire la conoscenza si può comprendere da una sua stessa narrazione. Egli disse:

«Ogni volta che venivo a sapere che un hadith del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) era conservato presso un Compagno, mi recavo alla porta della sua casa. Se arrivavo durante il riposo di mezzogiorno, stendevo il mio mantello davanti alla sua porta e mi sdraiavo. Il vento sollevava la polvere, che forse ricopriva completamente i miei abiti e il mio corpo. Eppure, quando chiedevo il permesso di incontrarlo, egli me lo concedeva immediatamente. Facevo tutto questo unicamente per porgli delle domande. Quando usciva di casa e vedeva in quale stato mi trovavo, diceva: “O cugino del Messaggero di Allah, per quale motivo sei venuto? Perché non mi hai informato? Sarei venuto io stesso a incontrarti”. Io rispondevo: “Sono io che devo venire da te, perché la conoscenza è qualcosa che si va ad acquisire, non qualcosa che viene a essere donata”. Poi gli ponevo domande riguardo all’hadith.»

Nel ricercare la conoscenza, Ibn Abbas era umile. Mostrava inoltre il dovuto rispetto agli uomini sapienti. A questo proposito, merita particolare menzione un episodio. Un giorno, mentre Zayd ibn Thabit (che Allah sia soddisfatto di lui), il capo degli studiosi di Medina nelle discipline della scrittura della rivelazione, del giudizio, del fiqh, della recitazione e delle scienze delle eredità, stava per montare sulla sua cavalcatura, il giovane hascemita Abdullah ibn Abbas gli si pose davanti, nella posizione di un servo davanti al proprio padrone, e lo aiutò a salire tenendo le redini e la sella dell’animale. Zayd (che Allah sia soddisfatto di lui) gli disse: “Cugino del Messaggero di Allah, che cosa stai facendo? Lascia stare”. Ibn Abbas rispose: “Ci è stato ordinato di comportarci così con i nostri ulama e con i nostri uomini sapienti”. Zayd (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: “Dammi una delle tue mani”. Quando Ibn Abbas gliene porse una, Zayd si chinò e la baciò, dicendo: “Ci è stato ordinato di comportarci così anche con i membri della famiglia del nostro Profeta”.»

I grandi sapienti e pensatori di quell’epoca rimasero profondamente meravigliati osservando l’abitudine, la concentrazione e il metodo di lavoro di Ibn Abbas nella ricerca della conoscenza. Masruq ibn al-Ajda, uno dei più eminenti tabi‘in, disse: «Quando vidi Ibn Abbas, dissi: “È l’uomo più bello”. Quando parlò, dissi: “È il più eloquente degli oratori”; e quando tenne una discussione, dissi: “È l’uomo più sapiente”.»

Quando si sentì in certa misura appagato nell’acquisizione della conoscenza, si assunse il compito di istruire la gente. Da allora la sua casa si trasformò in un’università islamica. Non sarebbe esagerato chiamare la sua casa “università”, nel senso in cui oggi usiamo questo termine. Tuttavia, la differenza tra un’università moderna e l’università di Ibn Abbas consisteva nel fatto che nelle università moderne vi sono molti docenti, mentre lì ve n’era uno solo: Ibn Abbas, che Allah sia soddisfatto di lui.

Un compagno di Ibn Abbas racconta: «Ho assistito a una sua majlis, motivo di grande orgoglio per l’intera tribù dei Quraysh. Vidi che la strada davanti alla sua casa era gremita di gente. Mi recai da lui e gli riferii dell’enorme folla davanti alla porta. Fece portare dell’acqua per l’abluzione, eseguì l’abluzione, poi si sedette e disse: “Esci e di’ a coloro che stanno aspettando: quelli che desiderano porre domande sul Corano e sulla qira’a possono entrare”. Uscii e riferii loro queste parole. Dopo che ebbi parlato, entrò un numero così grande di persone che si riempirono la stanza e persino l’intera casa. Egli rispose a tutto ciò che desideravano sapere, poi disse: “Lasciate il passo ai vostri fratelli che stanno aspettando”. Essi uscirono.»

Poi mi disse: “Esci e di’ a coloro che desiderano conoscere il tafsir e il ta’wil del Corano di entrare”. Uscii e riferii loro queste parole. Dopo che ebbi parlato, la casa si riempì di gente. Egli rispose a tutte le loro domande e fornì loro anche molte informazioni aggiuntive. Poi disse: “Lasciate il passo ai vostri fratelli che stanno aspettando”. Essi uscirono.

Mi disse nuovamente: “Esci e manda dentro coloro che desiderano conoscere ciò che è halal e haram e il fiqh”. Uscii e li feci entrare. Erano così numerosi che la casa si riempì completamente. Dopo aver risposto a tutte le loro domande, disse loro di lasciare spazio a quelli che venivano dopo. Essi se ne andarono.

Mi mandò nuovamente fuori e invitò a entrare coloro che desideravano conoscere le fara’id e le questioni giuridiche ad esse relative. Anche questa volta la casa si riempì. Dopo aver risposto in modo soddisfacente a tutte le loro domande, disse loro di lasciare spazio a quelli che venivano dopo. Essi se ne andarono. Mi mandò ancora una volta fuori e disse: “Manda dentro coloro che desiderano conoscere la lingua araba, la poesia e la straordinaria letteratura degli Arabi”. Li feci entrare. Anche questa volta la casa si riempì. Rispose a tutte le loro domande, li soddisfece e li congedò. Il narratore commenta: “Questa sola assemblea sarebbe stata sufficiente a costituire motivo di gloria e di orgoglio per l’intera tribù dei Quraysh”.»

Proprio a causa di quella folla, in seguito Ibn Abbas stabilì un giorno della settimana per ciascun argomento. Teneva discussioni in giorni diversi su fiqh, maghazi, poesia, storia dell’antica Arabia e altri temi. Alle sue assemblee di studio, per quanto grande fosse lo studioso presente, ognuno tornava soddisfatto.

Grazie alla sua sconfinata conoscenza e alla sua capacità di riflessione, l’Onorevole Ibn Abbas ebbe il privilegio, nonostante la giovane età, di diventare membro del consiglio della shura del Califfato ben guidato. Quando l’Onorevole Umar r.a. si trovava di fronte a un problema difficile, convocava i Compagni anziani e dotti. Allo stesso tempo faceva chiamare anche Abdullah ibn Abbas. Quando questi si presentava, l’Onorevole Umar gli mostrava grande rispetto e diceva: «Ci troviamo di fronte a una prova difficile; trova una soluzione tu e coloro che sono come te».

Una volta, in un’assemblea di Compagni anziani e autorevoli, l’Onorevole Umar accordò ad Abdullah ibn Abbas un’attenzione e una preferenza leggermente maggiori rispetto agli altri. Abdullah era allora un giovane. Per questo Umar fu criticato dai Compagni anziani. Alcuni dissero: «Anche noi abbiamo figli e nipoti della sua età; possiamo portare anche loro». L’Onorevole Umar mise allora alla prova Abdullah, chiedendogli l’interpretazione di un versetto del Corano. Egli superò la prova. Umar disse quindi: «Abdullah è un giovane saggio. Possiede una lingua desiderosa di porre domande e un cuore vigile».

Hisham ibn Urwa chiese a suo padre Urwah della profondità della conoscenza di Ibn Abbas e della sua posizione. Egli rispose: «Non ho mai visto, a mio giudizio, una persona dotta pari a Ibn Abbas».

Amr ibn Habshi racconta: «Chiesi a Ibn Umar riguardo a un versetto. Egli disse: “Va’ da Ibn Abbas e chiedi anche a lui. Infatti, tra coloro che sono rimasti esperti di tutto ciò che è stato rivelato a Muhammad s.a.w., egli è il più dotto”».

Alla base della sua straordinaria erudizione nella scienza del tafsir e nelle altre discipline islamiche vi erano, innanzitutto, l’opportunità di stare vicino al Nobile Messaggero s.a.w. e di servirlo; in secondo luogo, la supplica del Messaggero di Allah s.a.w. per lui; in terzo luogo, il suo immenso interesse per l’acquisizione della conoscenza e i suoi instancabili sforzi e la sua perseveranza.

Quando Zayd ibn Thabit morì, l’Onorevole Abu Huraira osservò: «È morto il sapiente dotto di questa ummah; spero che Allah l’Altissimo ponga Abdullah ibn Abbas al suo posto».

L’Onorevole Ibn Abbas, oltre a insegnare agli studenti e alle persone eminenti, si interessava anche alla gente comune. Di tanto in tanto teneva per il pubblico speciali assemblee di esortazione e ammonimento.

Ibn Abbas non era uno di quelli che esortano gli altri a fare ciò che essi stessi non fanno. Di giorno digiunava e di notte si dedicava all’adorazione. Abd Allah ibn Mulayka racconta: «Una volta viaggiai con Ibn Abbas dalla Mecca a Medina. Ogni volta che piantavamo la tenda per riposare, egli trascorreva una parte della notte in piedi nella preghiera. Nel frattempo, gli altri compagni di viaggio giacevano immersi in un sonno profondo, esausti e stremati. Una notte lo udii recitare con grande concentrazione:

وَجَاءَتْ سَكْرَةُ الْمَوْتِ بِالْحَقِّ ۖ ذَٰلِكَ مَا كُنتَ مِنْهُ تَحِيدُ

«E lo stordimento della morte giungerà con la verità. Questo è ciò da cui cercavi di fuggire.» (Qaf: 19)

Ripeteva continuamente questo versetto e piangeva. Trascorse in questo modo tutta la notte, fino all’alba.»

Morì nella città di Ta’if nell’anno 68 dell’Egira, corrispondente al 686/688 d.C. Al momento della sua morte aveva settantun anni. Muhammad ibn al-Hanafiyya guidò la preghiera funebre per lui. Nella città di Ta’if, l’imponente moschea chiamata «Moschea di Ibn Abbas» ne conserva ancora oggi il ricordo. La tomba di questo grande Compagno si trova sul retro della moschea, in un angolo. Dopo che fu deposto nella tomba, fu recitato questo versetto del Corano:

يَا أَيَّتُهَا النَّفْسُ الْمُطْمَئِنَّةُ – ارْجِعِي إِلَىٰ رَبِّكِ رَاضِيَةً مَّرْضِيَّةً – فَادْخُلِي فِي عِبَادِي – وَادْخُلِي جَنَّتِي –

«O anima serena! Torna al tuo Signore, compiaciuta e gradita. Poi entra tra i Miei servi (Al–Fajr: 27–30)

Abdullah ibn Mas’ud ((ra))

Il Messaggero di Allah ﷺ disse riguardo ad Abdullah ibn Mas‘ud رضي الله عنه: «Chi desidera provare la gioia di recitare il Corano correttamente, così come fu rivelato, reciti il Corano seguendo la recitazione di Ibn Umm ‘Abd».

Era il periodo in cui egli era ancora soltanto un adolescente e non aveva ancora raggiunto la maturità. Pascolava nei passi montuosi della Mecca un gregge di capre appartenente a ‘Uqba ibn Abu Mu‘ayt, uno dei capi della tribù dei Quraysh. La gente lo chiamava «Ibn Umm ‘Abd». Il suo nome, tuttavia, era Abdullah, suo padre si chiamava Mas‘ud, la sua kunya era Abu ‘Abd al-Rahman e sua madre si chiamava Umm ‘Abd.

Quel ragazzo sentiva continuamente parlare della comparsa di un profeta tra la sua gente. Tuttavia, a causa della sua giovane età e del fatto che trascorreva la maggior parte del tempo lontano dalla vita sociale della Mecca, non dava molta importanza alla cosa. Come d’abitudine, ogni mattina si alzava, usciva con il gregge di capre di ‘Uqba e rientrava la sera.

Un giorno quel ragazzo vide due uomini anziani, sui cui volti si leggeva dignità e fierezza, avvicinarsi a lui da lontano. Erano così stanchi e assetati che le loro labbra e la loro gola erano completamente secche. Quando gli furono vicini, i due uomini lo salutarono e dissero: «Ragazzo, mungi per noi un po’ di latte da queste capre. Lo berremo per placare la nostra sete e inumidire un po’ le nostre gole secche».

Il ragazzo disse: «Non posso farlo. Le capre non sono mie. Io sono soltanto il loro pastore e il loro custode». I due uomini non si adirarono per le sue parole; al contrario, sui loro volti apparve un’espressione di gioia. Uno di loro disse di nuovo: «Allora dammi una capra che non sia mai stata toccata da un montone». Il ragazzo indicò una giovane capra che si trovava lì vicino. L’uomo si avvicinò, la afferrò e, pronunciando «Nel nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso», cominciò a massaggiarle la mammella con la mano. Il ragazzo osservava la scena con grande stupore e pensava: «Una capra così giovane, che non è mai stata toccata da un montone, può dare latte?». Ma che meraviglia! Dopo poco la mammella della capra si gonfiò e cominciò a sgorgare una grande quantità di latte. Il secondo uomo sollevò una pietra incavata, la tenne sotto la mammella e la riempì di latte. Poi entrambi bevvero e fecero bere anche il ragazzo insieme a loro. Ibn Mas‘ud disse: «Tutto ciò che vedevo mi sembrava incredibile. Quando tutti fummo sazi, quell’uomo virtuoso guardò la mammella della capra e disse: “Ritirati”. Ed essa si ritirò immediatamente, tornando come prima. Allora supplicai quell’uomo virtuoso: “Insegnami le parole che hai pronunciato”. Egli disse: “Tu sei un ragazzo istruito”».

Questa fu la prima occasione in cui Abdullah ibn Mas‘ud entrò in contatto con l’Islam. Quell’uomo sommamente virtuoso non era altri che il Messaggero di Allah ﷺ. Il suo compagno era Abu Bakr al-Siddiq رضي الله عنه. In quel periodo si erano rifugiati nei solitari passi montuosi della Mecca per sfuggire alle persecuzioni e alle torture dei Quraysh. Proprio come il ragazzo aveva apprezzato il Messaggero ﷺ e il suo compagno, così anche loro avevano trovato eccellenti il comportamento, l’onestà e l’intelligenza del ragazzo. Avevano scorto in lui segni di bontà e di prosperità.

Poco tempo dopo questo episodio, Abdullah ibn Mas‘ud accettò l’Islam e si dedicò al servizio del Messaggero di Allah ﷺ. Anche il Messaggero ﷺ lo prese al proprio servizio. Da quel giorno, quel ragazzo fortunato passò dal fare il pastore di capre al servire il migliore degli uomini del creato.

Abdullah ibn Mas‘ud seguiva il suo padrone come un’ombra. Era sempre con lui, in viaggio o durante la permanenza, dentro o fuori casa. Quando il Messaggero ﷺ dormiva, lo svegliava; durante il bagno gli faceva da schermo; quando usciva, gli metteva le scarpe; quando entrava in casa, gliele toglieva; e portava il suo bastone e il suo siwak. Anche quando il Messaggero ﷺ si trovava nelle sue stanze, Abdullah si recava da lui. Il Messaggero ﷺ gli aveva consentito di entrare nella sua camera ogni volta che lo desiderasse e di conoscere ogni suo affare senza alcuna esitazione o imbarazzo. Per questo veniva chiamato «Sahib al-Sirr», cioè colui che conosceva tutti i segreti del Messaggero di Allah ﷺ.

ʿAbdullah ibn Masʿud fu cresciuto nella casa del Profeta, lo seguì e acquisì comportamenti, condotta e caratteristiche morali simili alle sue. Per questo si disse di lui: «Quanto a guida, comportamento e qualità morali, egli era la persona migliore presso il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace».

Ibn Masʿud ricevette la sua istruzione direttamente nella scuola del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Perciò era uno di quei Compagni che recitavano il Corano nel modo migliore, ne comprendevano più profondamente lo spirito e il significato ed erano maggiormente esperti delle leggi e delle prescrizioni di Allah.

Una volta ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, si trovava nella pianura di ʿArafat. In quel momento arrivò un uomo e disse: «O Comandante dei Credenti! Vengo da Kufa. Ho visto là un uomo che insegna alla gente il Corano a memoria». Udendo ciò, si adirò a tal punto che raramente lo si era visto così furioso. Continuò a fremere d’ira all’interno della portantina del suo cammello. Poi domandò: «Che tu sia rovinato! Chi è quell’uomo?»

«ʿAbdullah ibn Masʿud».

Udendo il nome di Ibn Masʿud, la sua collera si dissolse come quando si versa dell’acqua su un fuoco ardente. Tornò alla normalità e disse: «Che tu sia rovinato! Per Allah, non so se sia rimasto in vita qualcuno più degno di lui per questo compito. Ti racconterò un episodio a questo proposito». ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, proseguì: «Una notte il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, conversava con Abū Bakr. Discutevano di varie questioni riguardanti i musulmani. Anch’io ero con loro. Dopo un po’, il Messaggero di Allah uscì e noi uscimmo con lui. Appena fuori, vedemmo un uomo in piedi nella moschea intento alla preghiera, ma non riuscimmo a riconoscerlo. Il Messaggero di Allah rimase in piedi per qualche tempo ad ascoltare la sua recitazione del Corano. Poi si volse verso di noi e disse: “Chi desidera provare gioia recitando il Corano in modo corretto, così come fu rivelato, lo reciti come lo recitava Ibn Umm ʿAbd”». In seguito ʿAbdullah ibn Masʿud si sedette e cominciò a supplicare. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, iniziò a dirgli sottovoce, rivolgendosi a lui: «Chiedi e ti sarà dato, chiedi e ti sarà dato».

ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Pensai tra me e me: “Per Allah, domani all’alba andrò da ʿAbdullah ibn Masʿud e gli darò la lieta notizia del commento del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sulla sua supplica”. Di buon mattino andai da lui. Quando arrivai, vidi che Abū Bakr al-Ṣiddīq, che Allah sia soddisfatto di lui, lo aveva già raggiunto prima di me e gli aveva già comunicato la lieta notizia. In verità, ogni volta che ho gareggiato con Abū Bakr nel compiere una buona azione, egli ha sempre vinto in ogni occasione».

A questo proposito è particolarmente significativo un suo stesso commento sulla profondità della sua conoscenza del Corano, il Libro di Allah. Egli disse: «Per Allah, oltre al quale non vi è altra divinità! Non è stata rivelata una sola āya del Libro di Allah senza che io sappia dove e riguardo a che cosa sia stata rivelata. Se venissi a sapere dell’esistenza di qualcuno più esperto di me riguardo al Libro di Allah e fosse possibile raggiungerlo, mi recherei da lui».

Le parole che ʿAbdullah ibn Masʿud pronunciò su se stesso non contengono alcuna esagerazione. Ritengo opportuno presentare ai lettori un episodio a questo proposito. Una volta, durante un viaggio, ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, che Allah sia soddisfatto di lui, incontrò di notte una carovana sconosciuta. Nell’oscurità profonda della notte non si riusciva a distinguere nessuna delle persone della carovana. Per caso, in quella carovana si trovava anche ʿAbdullah ibn Masʿud, ma ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, non lo sapeva. ʿUmar ordinò a un uomo di chiamarli e domandare da dove provenisse la carovana. Dall’altra carovana ʿAbdullah ibn Masʿud rispose:

– «Dalla valle di Amīq.»

– «Dove sta andando?»

– «Ilā al-Bayt al-ʿAtīq — al-Bayt al-ʿAtīq (cioè alla Kaʿba Sharīfa).» Dopo aver udito la risposta, ʿUmar (ra) disse: «Certamente tra loro vi è un uomo sapiente.» Fece porre ancora una domanda: «Qual è il versetto più eccelso del Corano?»

– «Allāhu lā ilāha illā huwa al-ḥayyu al-qayyūm, lā ta’khudhuhu sinatun wa-lā nawm — Allah, non c’è divinità all’infuori di Lui, il Vivente, il Sussistente. Né il torpore Lo sfiora, né il sonno Lo coglie.»

– «Qual è il versetto che esprime maggiormente il senso della giustizia e dell’equità?»

– Innallāha ya’muru bil-ʿadli wal-iḥsāni wa ītā’i dhī al-qurbā — Allah ordina di stabilire la giustizia, di fare il bene e di dare ai parenti più prossimi. Poi fu posta un’altra domanda:

– «Qual è il versetto dal significato più universale?»

– «Fa-man yaʿmal mithqāla dharratin khayran yarah, wa-man yaʿmal mithqāla dharratin sharran yarah» — «Chiunque compia un’opera buona del peso di un atomo ne riceverà la ricompensa; allo stesso modo, chiunque compia un’opera malvagia del peso di un atomo ne riceverà la ricompensa.»

– «Qual è il versetto che incute più timore?»

– «Laysa bi-amāniyyikum wa lā amāniyyi ahlil-kitābi man ya‘mal sū’an yujza bihi wa lā yajid lahu min dūnillāhi waliyyan wa lā nasīrā» – «Non sarà secondo i vostri desideri né secondo i desideri della Gente della Scrittura. Chi compie il male ne subirà la ricompensa e, all’infuori di Allah, non troverà per sé né un protettore né un soccorritore.»

«Qual è il versetto che suscita la maggiore speranza?»

– «Qul yā ‘ibādiyalladhīna asrafū ‘alā anfusihim lā taqnatū mir raḥmatillāhi innallāha yaghfirudh-dhunūba jamī‘ā. Innahū huwal-ghafūrur-raḥīm» – «Di’: “O Miei servi, che avete ecceduto contro voi stessi, non disperate della misericordia di Allah. In verità, Allah perdona tutti i peccati. Egli è il Perdonatore, il Misericordioso.”»

– «Ebbene, tra voi c’è forse Abdullah ibn Mas‘ud?»

– Sì.»

Abdullah ibn Mas‘ud non era soltanto un buon qāri’, uno studioso, un devoto e un asceta; era anche un uomo operoso e sagace, nonché un mujāhid che si faceva avanti nei momenti di grave difficoltà. Per lui è gloria sufficiente il fatto che, dopo il Messaggero di Allah, egli fu il primo musulmano sulla faccia della terra a recitare pubblicamente il Corano tra i Quraysh.

Un giorno i Compagni del Messaggero di Allah si riunirono alla Mecca. Erano allora pochi e deboli. Si dissero tra loro: «Per Allah, il Corano non è mai stato recitato pubblicamente davanti ai Quraysh. Chi può far ascoltare loro il Corano?»

Abdullah ibn Masʿud disse: «Sarò io a far loro ascoltare [il Corano]». Gli altri dissero: «Temiamo per te. Vorremmo qualcuno che abbia dei sostenitori, così, se i Quraysh tentassero di maltrattarlo in qualche modo, questi potrebbero impedirglielo». Ibn Masʿud disse: «Datemi il permesso. Allah mi proteggerà». Detto questo, si avviò verso la moschea e, poco prima di mezzogiorno, giunse al Maqām Ibrāhīm. Si fermò presso il Maqām Ibrāhīm e cominciò a recitare il Corano ad alta voce: «Bismillāhi r-Raḥmāni r-Raḥīm. Ar-Raḥmānu ʿallama l-Qurʾān, khalaqa l-insāna ʿallamahu l-bayān…»

Continuò a recitare. I Quraysh lo udirono e per un momento rifletterono. Poi si domandarono l’un l’altro: «Che cosa sta dicendo Ibn Umm ʿAbd? Che possa essere rovinato! Sta recitando proprio ciò che dice Muhammad». Si alzarono tutti e si precipitarono verso di lui, colpendolo spietatamente sul volto. In quelle condizioni recitò quanto Allah volle che recitasse. Poi tornò dai suoi compagni con il corpo insanguinato. Essi dissero: «Era proprio ciò che temevamo». Egli disse: «Per Allah! Ora i nemici di Allah mi sembrano assai più insignificanti di prima. Se volete, domani posso fare di nuovo la stessa cosa». Essi dissero: «No, è sufficiente. Hai fatto loro ascoltare ciò che detestano». Dopo aver abbracciato l’Islam, l’onorevole Abdullah ibn Masʿud divenne vittima delle persecuzioni dei Quraysh. Costretto dalle circostanze, emigrò due volte in Abissinia. Infine emigrò a Medina, dove rimase per sempre. A Medina fu ospite del celebre Compagno ansarita Muʿādh ibn Jabal. Dopo l’arrivo del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, a Medina, egli stabilì un legame di fratellanza religiosa tra i due e assegnò ad Abdullah un terreno accanto alla Moschea del Profeta come abitazione.

Partecipò con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, a tutte le battaglie importanti. Nella battaglia di Badr, due giovani ansariti uccisero Abū Jahl, il più accanito nemico dell’Islam, e lo lasciarono sul campo. Al termine della battaglia, il Messaggero di Allah disse: «Qualcuno vada a vedere in che condizioni si trova Abū Jahl». Abdullah ibn Masʿud corse là. Il battito di Abū Jahl non si era ancora arrestato. Abdullah lo afferrò con forza per la barba e disse: «Dimmi: sei tu Abū Jahl?»

Fu al fianco del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, anche a Uḥud, al-Khandaq, al-Ḥudaybiyya, Khaybar e durante la conquista della Mecca. Nella battaglia di Ḥunayn, un attacco a sorpresa dei miscredenti mise in fuga i diecimila uomini dell’esercito musulmano. Soltanto ottanta combattenti rimasero saldi intorno al Messaggero di Allah, rischiando la vita. Abdullah ibn Masʿud era uno di quegli ottanta. In quella battaglia, fu lui a porgere al Messaggero di Allah la manciata di polvere che questi lanciò contro l’esercito dei politeisti.

Dopo la morte del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si tenne lontano da ogni attività per molto tempo. Tuttavia, durante il califfato di ʿUmar, che Allah si compiaccia di lui, nel quindicesimo anno dell’Egira non riuscì più a rimanere inattivo. Rispondendo all’appello al jihād, partì per la battaglia di Yarmūk e combatté valorosamente.

Nel ventesimo anno dell’Egira, il califfo ʿUmar, che Allah si compiaccia di lui, lo nominò qāḍī di Kūfa. Oltre all’incarico di giudice, gli furono affidate anche la gestione del Bayt al-Māl, l’istruzione e la formazione, nonché la funzione di ministro del governatore di Kūfa.

Per dieci anni assolse con grande competenza tutti questi incarichi. Durante questo lungo periodo, il califfo ʿUmar, che Allah si compiaccia di lui, morì da martire, ʿUthmān assunse il califfato e vi furono cambiamenti nel governatorato di Kūfa; Abdullah ibn Masʿud, tuttavia, rimase al suo posto. Verso la fine del califfato di ʿUthmān, Abdullah fu sollevato dal suo incarico. Partì da Kūfa verso l’Ḥijāz insieme ai suoi compagni e alla sua famiglia. Lungo il cammino, giunto nel deserto al luogo chiamato Rabdha, seppe che il celebre Compagno Abū Dharr al-Ghifārī, che Allah si compiaccia di lui, si trovava sul letto di morte. Poco dopo il suo arrivo, Abū Dharr esalò l’ultimo respiro; Abdullah ibn Masʿud guidò la preghiera funebre e si occupò della preparazione del sudario e della sepoltura. Da lì si recò alla Mecca, compì lʿumra e giunse a Medina. Trascorse in silenzio a Medina il resto della sua vita.

Nel trentaduesimo anno dell’Egira, quando Abdullah aveva più di sessant’anni, un giorno un uomo giunse improvvisamente da lui e disse: «Possa Allah non privarmi della tua preghiera funebre. La notte scorsa ho sognato che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era su un minbar e tu davanti a lui. Egli ti diceva: “Ibn Masʿud, dopo di me hai sofferto terribilmente. Vieni, raggiungimi”». Il sogno si avverò. Poco tempo dopo, egli fu colpito da una malattia e morì della stessa malattia.

Rimase in vita fino al califfato di Uthman, che Allah sia soddisfatto di lui. Quando si trovava sul letto di morte, Uthman andò un giorno a fargli visita e gli chiese:

– «Di cosa ti lamenti?»

– «Dei miei peccati.»

– «Desideri qualcosa?»

– «La misericordia o la clemenza del mio Signore.»

– «È da molti anni che non ricevi la tua indennità; devo ordinare che ti venga nuovamente corrisposta?»

– «Non ne ho bisogno.»

– «Sarà necessaria alle tue figlie dopo la tua morte.»

– «Temete forse che le mie figlie cadano in povertà? Ho ordinato loro di recitare ogni notte la sura al-Wāqiʿa. Infatti ho sentito il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) dire: “Chi recita ogni notte la sura al-Wāqiʿa non sarà mai toccato dalla povertà”».

Al calare della notte, ʿAbdullah ibn Masʿūd si ricongiunse al suo Rafīq al-Aʿlā, il Compagno Supremo. Il califfo ʿUthmān guidò la preghiera funebre per lui, che fu sepolto accanto a ʿUthmān ibn Maẓʿūn (che Allah sia soddisfatto di lui).

Al–Arqam ibn Abi Arqam (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era Abū ʿAbdillah al-Arqam. Suo padre era Abū al-Arqam ʿAbd Manāf e sua madre era Umayma.

La famiglia di al-Arqam godeva di particolare prestigio e autorità nell’Arabia dell’epoca preislamica. Suo nonno, Abū Jundub Asad ibn ʿAbdillah, era una figura eminente della Mecca del suo tempo.

Ḥaḍrat al-Arqam abbracciò l’Islam dopo l’undicesima o la dodicesima persona. Al–Bidāya è riportato che, dopo aver abbracciato l’Islam, Abū Bakr presentò l’invito all’Islam a ʿUthmān ibn ʿAffān, Ṭalḥa ibn ʿUbaydillah, al-Zubayr ibn al-ʿAwwām e Saʿd ibn Abī Waqqāṣ. Tutti accettarono immediatamente questo invito. Il giorno seguente si recò al cospetto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) insieme a ʿUthmān ibn Maẓʿūn, Abū ʿUbayda e al-Arqam ibn Abī al-Arqam. Tutti abbracciarono l’Islam.

Quando Ḥaḍrat al-Arqam abbracciò l’Islam, la situazione di tutti i musulmani, incluso il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), era estremamente critica. Le forze politeiste della Mecca volevano soffocare questo movimento prima che acquistasse forza. Ma l’Islam non era venuto per essere cancellato. Dopo la conversione di al-Arqam all’Islam, la sua casa si trasformò in una base segreta dell’Islam. Ogni volta che si discute della storia del primo periodo dell’Islam, ci si imbatte nella «Dār al-Arqam», ossia nella casa di al-Arqam. Questa casa ebbe un ruolo grandioso nella diffusione e nell’affermazione dell’Islam. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) vi soggiornava e invitava segretamente all’Islam, sfuggendo agli sguardi dei Quraysh. I pochi che fino ad allora avevano abbracciato l’Islam si riunivano lì con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Inoltre, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) da quel luogo invitava all’Islam attraverso contatti personali. Diverse persone abbracciarono l’Islam in quella casa storica. L’ultima persona a proclamare l’Islam in quella casa fu ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb (che Allah sia soddisfatto di lui). Nel libro Ḥayāt al-Ṣaḥāba è narrato che, quando il numero dei musulmani raggiunse trentotto, Abū Bakr e gli altri fecero pressione sul Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) affinché invitasse pubblicamente all’Islam. Di fronte alla loro insistenza, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) acconsentì. Uscirono dalla casa di al-Arqam e si dispersero nella Moschea Sacra. Secondo il piano, Ḥaḍrat Abū Bakr si alzò per rivolgere un discorso ai Quraysh presenti nel recinto della Kaʿba. Non appena cominciò a presentare loro l’invito all’Islam, i teppisti dei Quraysh si scagliarono tutti insieme contro Abū Bakr e iniziarono a colpirlo. Il miserabile ʿUtba si tolse i sandali e picchiò Ḥaḍrat Abū Bakr con essi. Le condizioni di Abū Bakr divennero preoccupanti. La sua tribù, Banū Taym, accorse per salvarlo. Non appena riprese conoscenza, Abū Bakr chiese notizie del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Mandò sua madre, Umm al-Khayr, da Umm Jamīl per avere notizie del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Umm Jamīl venne e riferì in segreto che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) era al sicuro. In seguito, nel buio della notte, i tre raggiunsero segretamente il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Lì, per la benedizione della supplica del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), la madre di Abū Bakr, Umm al-Khayr, abbracciò l’Islam. Rimasero lì per un mese. Nel frattempo, il numero dei musulmani raggiunse quaranta. Proprio il giorno in cui Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) fu picchiato mentre invitava alla religione di Allah, per coincidenza Ḥamza abbracciò l’Islam.

Nel periodo preislamico, a Mecca fu istituita sotto la guida del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) un’associazione benefica chiamata «Ḥilf al-Fuḍūl», e al-Arqam ne fu uno dei membri.

Nel tredicesimo anno della profezia, quando fu impartito l’ordine di compiere l’Egira, Hazrat Arqam raggiunse Medina insieme agli altri Compagni. Fu stabilito un legame di fratellanza con Hazrat Abu Talha ibn Sahl. Affinché vi si stabilisse definitivamente, il Messaggero ﷺ gli donò un appezzamento di terreno nel quartiere medinese dei Banu Zara’iq.

Partecipò alla battaglia di Badr, il primo scontro tra la verità e la falsità. In quella battaglia il Messaggero ﷺ gli donò una spada. Partecipò a tutte le importanti spedizioni, tra cui Uhud, Khandaq e Khaybar, combattendo con valore e coraggio. Il Messaggero ﷺ lo nominò esattore della zakat.

Morì a Medina, all’età di ottantatré anni, nell’anno 53/55 dell’Egira. Prima di morire lasciò detto che Hazrat Sa‘d ibn Abi Waqqas avrebbe guidato la sua preghiera funebre. Tuttavia Hazrat Sa‘d si trovava ad ‘Aqiq, un luogo un po’ distante da Medina. Poiché tardava ad arrivare, Marwan ibn Hakam, il wali di Medina dell’epoca, protestò dicendo: «Per quanto tempo la preghiera funebre dovrà rimanere in attesa di una sola persona?». Decise di avanzare personalmente e iniziare a guidare la preghiera funebre. Ma Ubaydullah ibn Arqam non glielo permise. Anche la tribù dei Banu Makhzum intervenne in aiuto e sostegno di Ubaydullah. Mentre la disputa era in corso, Hazrat Sa‘d ibn Abi Waqqas, che Allah sia soddisfatto di lui, arrivò. Guidò la preghiera funebre e il corpo fu sepolto nel cimitero di Baqi‘, a Medina.

La taqwa, la devozione religiosa, il distacco dai piaceri e dalle comodità mondane e l’onestà erano caratteristiche particolari del carattere di Hazrat Arqam. Nutriva una forte attrazione per il culto e la veglia notturna. Una volta desiderò recarsi a Bait al-Maqdis. Terminati i preparativi del viaggio, si recò dal Messaggero di Allah ﷺ per congedarsi. Il Messaggero ﷺ gli chiese: «È per motivi commerciali o per qualche altra necessità?». Arqam rispose: «Possano i miei genitori essere sacrificati per te, non ho alcun’altra necessità. Desidero soltanto compiere la preghiera a Bait al-Maqdis». Gli fu detto: «Una preghiera nella mia moschea è migliore di mille preghiere in qualunque altra moschea, eccetto la Masjid al-Haram». Non appena udì queste parole, Hazrat Arqam si sedette e rinunciò al viaggio.

La principale professione di Hazrat Arqam era il commercio. Dopo l’Egira si stabilì definitivamente a Medina. Lasciò in waqf ai suoi discendenti la sua storica casa della Mecca. Per lungo tempo questa casa fu considerata un luogo visitato dai viaggiatori.

La casa di Hazrat Arqam si trovava ai piedi del monte Safa. Durante il sa‘y tra Safa e Marwa si doveva passare proprio davanti alla porta della casa. Fino all’epoca del califfo abbaside Mansur, nell’anno 140 dell’Egira, la casa rimase intatta. Ma proprio in quell’anno Muhammad ibn Abd Allah ibn Hasan proclamò a Medina una rivolta contro il governo abbaside. Anche Abd Allah ibn ‘Uthman, nipote di Hazrat Arqam, fu uno dei sostenitori e collaboratori di questa rivolta. Per questo, su ordine del califfo Mansur, Shihab al-Din ibn ‘Abdah Bar fu inviato da Abd Allah con una proposta di acquisto della casa. Inizialmente Abd Allah rifiutò di venderla; tuttavia, a condizione di essere liberato dalla prigionia e allettato dall’elevato prezzo, alla fine acconsentì alla vendita. Mansur acquisì la proprietà di questa nobile, benedetta e storica casa per diciassettemila dinari. Sebbene gli altri comproprietari della casa inizialmente non fossero d’accordo, a poco a poco anch’essi acconsentirono.

Dopo il califfo Mansur, il califfo Mahdi donò questa casa alla sua schiava prediletta, Khayzuran. Ella demolì la vecchia struttura della casa e fece costruire un edificio completamente nuovo. Così, nel corso delle epoche, la casa fu restaurata più volte e, lentamente, questa grande dimora — nella quale il Messaggero di Allah ﷺ e i musulmani avevano trovato rifugio durante il periodo critico dell’Islam e che per lungo tempo era stata il luogo della discesa della rivelazione e degli angeli — scomparve completamente.

Abu Hurayra ad-–Dawsi ((che Allah sia soddisfatto di lui))

Abu Hurayra: c’è forse qualcuno nella comunità musulmana che non conosca questo nome? Nell’epoca della jāhiliyya, prima dell’Islam, la gente lo chiamava “Abd Shams”. In seguito, quando Allah l’Altissimo lo guidò all’Islam, lo colmò del Suo favore e lo onorò permettendogli di incontrare il Messaggero di Allah, il Messaggero gli chiese: «Qual è il tuo nome?». Egli rispose: «Abd Shams (servo del Sole)».

Il Messaggero disse: «No, da oggi il tuo nome sarà Abd al-Rahman».

Abu Hurayra disse: «O Messaggero di Allah! Che i miei genitori siano sacrificati per te. Da oggi il mio nome sarà Abd al-Rahman».

“Abu Hurayra” è la sua kunya, cioè il suo soprannome. Da piccolo giocava sempre con un gattino. Vedendolo, i suoi compagni lo chiamarono Abu Hurayra (colui che ha un gattino). A poco a poco divenne noto a tutti con questo nome, mentre il suo vero nome cadde nell’oblio. Dopo aver abbracciato l’Islam, quando il suo rapporto con il Messaggero di Allah divenne più stretto, talvolta questi lo chiamava affettuosamente “Abu Hirrin”. Perciò egli preferiva il nome Abu Hirrin a quello di Abu Hurayra. Diceva: «Il mio amato, il Messaggero di Allah, mi chiamava con questo nome». Inoltre, hirr è maschile, mentre hurayra è femminile.

Abu Hurayra abbracciò l’Islam sotto la guida del celebre Compagno Tufayl ibn Amr al-Dawsi. Dopo aver accettato l’Islam, continuò a vivere insieme alla sua tribù, i Daws. Nel sesto anno dell’Egira venne anch’egli a Medina con una delegazione della sua tribù per incontrare il Messaggero di Allah. Amr ibn Ghalas riferisce che il suo primo arrivo a Medina avvenne nel mese di Muharram del settimo anno dell’Egira, l’anno della conquista di Khaybar.

Dopo il suo arrivo a Medina, questo giovane della tribù dei Daws si dedicò ininterrottamente al servizio e alla compagnia del Messaggero di Allah. Rimaneva nella moschea giorno e notte, ventiquattr’ore su ventiquattro. Riceveva sempre insegnamento ed educazione direttamente dal Messaggero di Allah e pregava dietro di lui. Durante la vita del Messaggero non aveva né moglie né figli; aveva soltanto la madre anziana. Ella era ancora saldamente attaccata al politeismo. Abu Hurayra invitava continuamente all’Islam la sua affettuosa madre, ma lei rifiutava. Per questo egli provava un dolore e una tristezza profondi. Un giorno, quando la invitò a credere in Allah e nel Suo Messaggero, ella pronunciò parole così offensive riguardo al Profeta che Abu Hurayra ne rimase profondamente addolorato. Piangendo, si recò subito dal Messaggero di Allah. Il Messaggero gli chiese: «Perché piangi?»

Egli disse: «Invito sempre mia madre all’Islam, ma lei rifiuta. Oggi, come ogni giorno, l’ho invitata all’Islam; allora mi ha detto alcune cose su di te che mi hanno ferito profondamente. O Messaggero di Allah, prega Allah affinché volga il cuore della madre di Abu Hurayra verso l’Islam». Il Messaggero pregò.

Abu Hurayra racconta: «Tornai a casa dalla presenza del Messaggero di Allah. Vidi che la porta della casa era chiusa, ma sentii il rumore dell’acqua dall’interno. Mentre stavo per entrare, mia madre disse: “Abu Hurayra, aspetta un momento”. Detto questo, si sistemò i vestiti. Poi mi chiamò dentro. Entrai, ed ella cominciò subito a recitare: “Ashhadu an lā ilāha illā Allāh wa ashhadu anna Muhammadan ʿabduhu wa rasūluhu”».

Tornai di nuovo dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Allora piangevo di gioia, proprio come poco prima avevo pianto di dolore. Dissi: «O Messaggero di Allah, buone notizie! Allah l’Altissimo ha esaudito la tua supplica: ha guidato sulla retta via la madre di Abu Hurayra, e la madre di Abu Hurayra ha abbracciato l’Islam».

Abu Hurayra amava il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Il suo amore era profondo. Non si accontentava di guardarlo soltanto una o due volte. Diceva: «Non ho mai visto nulla di più bello e luminoso del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Sul suo volto sembrava brillare lo splendore dei raggi del sole».

Poiché aveva avuto l’onore di essere Compagno del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) e aveva conseguito la gloria di essere seguace della sua religione, ringraziava sempre Allah l’Altissimo. Diceva: «Ogni lode spetta ad Allah l’Altissimo, che ha guidato Abu Hurayra verso l’Islam. E ogni lode spetta ad Allah, che ha insegnato il Corano ad Abu Hurayra e gli ha concesso, come favore, la compagnia del Profeta Muhammad, il Messaggero di Allah».

Abu Hurayra era devoto al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), così come era totalmente dedito alla conoscenza. L’acquisizione e lo studio della conoscenza erano diventati la sua abitudine e il suo obiettivo principale. Zayd ibn Thabit (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta:

Un giorno Abu Hurayra, un nostro amico e io stavamo supplicando Allah nella moschea. In quel momento vedemmo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Egli si avvicinò e si sedette in mezzo a noi; tutti rimanemmo in silenzio. Disse: «Riprendete ciò che stavate facendo». Io e il mio amico supplicammo Allah prima di Abu Hurayra. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse «Amin» subito dopo le nostre suppliche. Poi Abu Hurayra supplicò:

«O Allah, Ti chiedo tutto ciò che hanno chiesto i miei due amici. E insieme a ciò Ti chiedo una conoscenza che non dimenticherò mai». Anche questa volta il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse «Amin». Anche noi due dicemmo: «Anche noi chiediamo una conoscenza che non dimenticheremo». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Quest’uomo della tribù dei Daws vi ha superati entrambi in questo».

Abu Hurayra amava la conoscenza tanto per sé quanto per gli altri. Nella storia viene menzionato un episodio straordinario a questo proposito. Un giorno andò al mercato di Medina. Vedendo la gente immersa nelle compravendite, nelle transazioni e in altre attività simili, ne rimase stupito. Si fermò e disse: «O abitanti di Medina, siete davvero privati di qualcosa di grande». La gente chiese: «Abu Hurayra, che cosa hai visto che ci priva di qualcosa?»

Egli disse: «Si sta distribuendo l’eredità del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), e voi ve ne state qui seduti? Perché non andate là a prendere le vostre rispettive parti?»

Chiesero: «Dove?»

Rispose: «Nella moschea».

La gente si precipitò verso la moschea. Abū Hurayra rimase lì ad aspettarli. Dopo un po’ tornarono e dissero: «Abū Hurayra, siamo andati alla moschea e siamo persino entrati, ma non abbiamo visto distribuire nulla».

Egli disse: «Non avete visto nessuno nella moschea?»

Risposero: «Certo che abbiamo visto qualcuno: alcuni erano in piedi nella preghiera, altri erano impegnati nella recitazione del Corano e altri ancora discutevano tra loro di ciò che è lecito e di ciò che è illecito».

Egli disse: «Che la rovina sia su di voi! Questa è proprio l’eredità del Messaggero di Allah».

Abū Hurayra trasmise e conservò nella sua memoria migliaia di hadith del Profeta per la comunità musulmana. Nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī è narrato da Abū Hurayra un hadith. Egli disse: «Tra i Compagni del Messaggero di Allah, nessuno ha narrato da me più hadith di ʿAbd Allāh ibn ʿUmar. E ciò solo perché egli scriveva gli hadith, mentre io non li scrivevo».

Molti guardavano con sospetto al fatto che egli narrasse così tanti hadith dal Messaggero di Allah. Perciò disse: «Forse pensate che io narri moltissimi hadith. Ero privo di beni e povero; trascorrevo continuamente il tempo in compagnia del Messaggero di Allah, con una pietra legata allo stomaco. I Muhājirūn, invece, erano impegnati nei loro commerci, mentre gli Anṣār si occupavano della custodia dei loro beni». Disse inoltre: «Un giorno dissi: “O Messaggero di Allah, ascolto molte delle tue parole, ma ne dimentico gran parte”. Udendo ciò, il Messaggero disse: “Stendi il tuo mantello”. Lo stesi. Poi disse: “Stringilo al petto”. Lo strinsi al petto. Da allora non ho più dimenticato nulla di ciò che diceva». L’Imām al-Bukhārī disse: «Più di ottocento Compagni e Tābiʿūn hanno narrato hadith da lui». Tra i Compagni che narrarono hadith da lui si distinguono in particolare Ibn ʿAbbās, Ibn ʿUmar, Jābir, Anas e Wāṣila, che Allah sia soddisfatto di loro, e altri.

A causa della sua straordinaria dedizione all’acquisizione della conoscenza e dell’enorme importanza che attribuiva alla partecipazione alle assemblee del Messaggero di Allah, nella sua vita sopportò tanta fame e povertà quanta nessuno dei suoi contemporanei ebbe mai sopportato. Riguardo a se stesso raccontava:

«A volte diventavo così affamato che, non riuscendo più a sopportare la sofferenza, chiedevo a qualcuno dei Compagni del Messaggero di Allah informazioni su un versetto del Corano, benché lo conoscessi già. Il mio scopo era che, vedendo la mia condizione, forse mi avrebbe condotto con sé a casa sua e mi avrebbe dato da mangiare.

Un giorno fui colto da una fame terribile. Per il dolore della fame mi legai una pietra allo stomaco, poi mi sedetti lungo il sentiero percorso dai Compagni. Vedendo passare Abu Bakr, gli chiesi informazioni su un versetto. Pensavo che mi avrebbe invitato ad andare con lui. Ma non mi chiamò.

Poi arrivò Umar ibn al-Khattab. Anche a lui chiesi informazioni su un versetto. Neppure lui disse nulla. Infine arrivò il Messaggero di Allah. Si accorse della mia fame terribile. Disse: “Abu Hurayra?”. Risposi: “Labbayka, o Messaggero di Allah”. Detto questo, lo seguii ed entrai nella sua casa. Il Messaggero di Allah, entrato in casa, vide una coppa di latte. Chiese alla gente di casa: “Da dove viene questo latte?”»

Risposero: “L’ha mandato una certa persona per te”. Il Messaggero di Allah disse: “Abu Hurayra, vai dagli Ahl al-Suffa e radunali”. Dopo aver detto ciò, rimasi molto turbato. Pensai tra me e me: “Che cosa potrà mai bastare una sola coppa di latte per tutta quella gente degli Ahl al-Suffa?”. Avrei voluto bere fino a saziarmi prima di andare da loro. Comunque, andai dagli Ahl al-Suffa e li chiamai, radunandoli. Quando furono riuniti e si sedettero presso il Messaggero di Allah, egli disse:

“Abu Hurayra, prendi la coppa e porgila a ciascuno di loro”. La passai a tutti uno dopo l’altro, ed essi bevvero e si saziarono. Poi tornai dal Messaggero di Allah con la coppa in mano. Egli sollevò il capo, mi guardò e sorrise dolcemente, dicendo:

“Ora siamo rimasti soltanto tu e io”. Risposi: “Sadaqta, o Messaggero di Allah: hai detto il vero”. Egli disse: “Bevi”. Bevvi. Disse: “Bevi ancora”. Bevvi ancora. Così, ogni volta che mi ordinava di bere ancora, io bevevo ancora. Alla fine dissi: “Per Colui che ti ha inviato con la verità, non riesco più a bere”. Allora il Messaggero di Allah prese la coppa e bevve ciò che ne restava.

Abu Hurayra, tuttavia, non dovette vivere a lungo in una simile estrema povertà e miseria. In breve tempo, ricchezze e prosperità giunsero nelle mani dei musulmani. Da ogni parte, con flusso incessante, i bottini di guerra cominciarono ad arrivare ai musulmani. Abu Hurayra divenne proprietario di denaro, case, terre, moglie e figli: di tutto. Ma nulla di ciò poté influire sul suo nobile animo. Non dimenticò neppure per un giorno il suo passato. Diceva sempre:

«Sono cresciuto orfano e ho compiuto l’egira a mani vuote. Ho lavorato per il vitto come salariato di Busra bint Ghazwan. Quando piantavano le tende in un luogo qualsiasi, sbrigavo per loro ogni sorta di commissioni; e quando salivano sulle cavalcature, conducevo i loro cammelli. Infine Allah l’Altissimo mi concesse Busra come moglie. Ogni lode spetta ad Allah, che ha rafforzato la Sua religione e ha fatto di Abu Hurayra uno dei suoi capi.»

Il secondo califfo, ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, nominò Abu Hurayra governatore del Bahrein. In seguito lo destituì. Quando poi volle nominarlo nuovamente, Abu Hurayra rifiutò e lasciò Medina per stabilirsi in un luogo chiamato al-ʿAqīq.

Durante il governo di Muʿāwiya, che Allah sia soddisfatto di lui, Abu Hurayra fu nominato più volte governatore di Medina. Tuttavia, il potere di governo non apportò alcun cambiamento alla sua innata nobiltà d’animo, generosità, contentezza del poco e alle altre sue virtù.

A quel tempo Abu Hurayra era il governatore di Medina. Camminava per una strada di Medina con un carico di legna sulle spalle per la sua famiglia. Passando accanto a Thaʿlaba ibn Mālik, disse: «Thaʿlaba, lascia un po’ di spazio sulla strada per l’emiro». Thaʿlaba disse: «Che Allah abbia misericordia di te! Non riesci a passare nemmeno per una strada così ampia?» Egli rispose: «Allarga la strada per il vostro governatore e per il carico che porta sulle spalle».

In Abu Hurayra si univano in modo sublime una conoscenza sconfinata, un’umiltà illimitata e una grande generosità, insieme al timore reverenziale di Allah e all’amore per Lui. Durante il giorno digiunava e trascorreva in preghiera il primo dei tre turni della notte. Poi svegliava sua moglie. Ella trascorreva in preghiera il secondo turno della notte e quindi svegliava la loro figlia. La figlia trascorreva in piedi in preghiera il resto della notte. Così, nella sua casa, l’adorazione non cessava mai per tutta la notte.

ʿIkrima racconta che Abu Hurayra recitava il tasbīḥ dodicimila volte ogni giorno. Diceva: «Recito tasbīḥ in misura pari ai peccati che commetto ogni giorno».

Abu Hurayra aveva una schiava nera. Un giorno, a causa del suo comportamento, lui e la sua famiglia si adirarono molto. Stava per colpirla, ma sollevò la frusta e poi si fermò. Disse: «Se nel Giorno della Resurrezione non temessi di doverne rispondere, ti farei soffrire con la frusta così come tu hai fatto soffrire noi. Tuttavia ti venderò a qualcuno che mi darà il tuo giusto prezzo; e io ho ancora più bisogno di quel prezzo. Va’, per amore di Allah, ti ho liberata».

Un giorno la figlia di Abu Hurayra disse: «Padre, le altre ragazze mi fanno vergognare. Dicono: “Perché tuo padre non ti fa fare gioielli d’oro?”»

Disse: «Figlia mia, di’ loro che mio padre teme le fiamme ardenti dell’Inferno». Il motivo per cui non dava gioielli d’oro alla figlia non era l’avidità né l’avarizia nei confronti delle ricchezze. Era infatti sempre prodigo quando si trattava di spendere sulla via di Allah. La storia narra molti episodi della sua generosità. Un giorno Marwan ibn al-Hakam mandò cento dinari ad Abu Hurayra. Ma già il giorno seguente Marwan inviò nuovamente qualcuno a informarlo: «Il mio servitore ti ha consegnato quei dinari per errore; non volevo darli a te, bensì a un’altra persona». Udite queste parole, Abu Hurayra disse con vergogna e stupore:

«Io li ho già spesi sulla via di Allah. Fino al mattino non avevo presso di me neppure un dinaro. Quando in futuro mi sarà versata la mia indennità dal Bayt al-Mal, li prenderai da lì». In realtà, aveva fatto ciò proprio per metterlo alla prova.

Finché sua madre rimase in vita, Abu Hurayra si comportò sempre bene con lei. Quando usciva di casa, andava alla porta della stanza di sua madre e diceva: «Mamma, as-salāmu ʿalayki wa raḥmatullāhi wa barakātuhu».

La madre rispondeva: «Figlio mio caro, wa ʿalayka as-salāmu wa raḥmatullāhi wa barakātuhu».

Dopo essersi scambiati il saluto, Abu Hurayra diceva: «Che Allah abbia misericordia e benevolenza verso di te, come tu ne hai avuta verso di me quando ero piccolo». La madre diceva: «Che Allah abbia misericordia di te, in ricompensa per la bontà con cui mi hai trattata quando sei cresciuto». Quando tornava a casa, madre e figlio si scambiavano saluti e invocazioni di questo genere.

Come Abu Hurayra mostrava personalmente rispetto e reverenza verso gli anziani, così esortava tutti a trattare bene i genitori e a mantenere buoni rapporti con i parenti. Un giorno vide due uomini camminare affiancati lungo la strada. Uno dei due era più anziano dell’altro. Chiamò il più giovane e gli domandò: «Che rapporto hai con l’uomo che ti accompagna?»

Rispose: «È mio padre».

Disse: «Non lo chiamerai mai per nome, non camminerai davanti a lui e non ti siederai da nessuna parte prima che egli si sieda».

Sul letto di morte piangeva disperatamente. Gli fu chiesto perché piangesse. Rispose: «Non piango per questo vostro mondo. Piango pensando al lungo viaggio e alle scarse provviste. Ora sono giunto alla fine della strada che conduce al Paradiso o all’Inferno. Non so quale delle due strade percorrerò».

Era disteso sul letto di morte. Marwān ibn al-Ḥakam venne a fargli visita e disse: «Abū Hurayra, che Allah ti conceda la guarigione».

Egli rispose: «O Allah, amo incontrarTi; fa’ che anche Tu ami incontrarmi e affretta per me tale incontro».

Non appena Marwān ebbe fatto visita e fu uscito, egli esalò l’ultimo respiro.

Lo storico al-Wāqidī riferisce: «Al-Walīd ibn ʿUqba guidò la preghiera funebre dopo la preghiera del ʿaṣr. Tra coloro che parteciparono alla sua preghiera funebre vi erano il venerabile Ibn ʿUmar, Abū Saʿīd al-Khudrī e altri Compagni».

Quando al-Walīd lo informò della sua morte, il venerabile Muʿāwiya gli scrisse: «Trova i suoi eredi, dona loro diecimila dirham e tratta bene i suoi vicini». Infatti, egli aveva aiutato ʿUthmān durante il suo confinamento domestico.

L’erudito Ibn Ḥajar al-ʿAsqalānī ha riferito nell’opera «al-Iṣāba», citando Abū Sulaymān, che Abū Hurayra visse settantotto anni. Al tempo della vita del Messaggero di Allah aveva poco più di trent’anni. Secondo alcuni morì nell’anno 55 dell’Egira; secondo al-Wāqidī, invece, il suo anno di morte fu il 59 dell’Egira. Secondo l’Imām al-Bukhārī, tuttavia, morì nell’anno 57 dell’Egira.

Abū Dharr al-–Ghifārī ((ra))

La valle di al-ʿAdān, che collegava Mecca al mondo esterno, era il luogo in cui risiedeva la tribù dei Ghifār. Le carovane commerciali dei Quraysh di Mecca passavano di lì per recarsi in Siria e tornare indietro. Essi vivevano del modesto compenso che ricevevano in cambio della protezione di queste carovane. Anche il brigantaggio e le razzie erano tra le loro attività. Quando una carovana commerciale non consegnava loro le provviste o il denaro che pretendevano, la saccheggiavano.

Jundub ibn Junādah, conosciuto con il nome di Abū Dharr, era anch’egli figlio di questa tribù. Fin dall’infanzia si distingueva da tutti per il suo coraggio sconfinato, la sua acuta intelligenza e la sua lungimiranza. Nella prima parte della sua vita, durante l’epoca della jāhiliyya, anche la sua professione era il brigantaggio. Si era guadagnato la fama di audace predone della tribù dei Ghifār. Tuttavia, dopo poco tempo, nella sua vita avvenne una rivoluzione. Cominciò a provare un profondo dolore per il fatto che i membri della sua tribù adorassero idoli invece dell’unico Allah. Si rese profondamente conto dell’ondata di empietà religiosa, cieca fede e superstizione che allora dilagava in tutta l’Arabia. Attese con impazienza un profeta che avrebbe purificato la ragione, la coscienza e i cuori degli uomini, conducendoli dalle tenebre alla luce.

Abbandonò il brigantaggio e si dedicò con totale concentrazione all’adorazione di Allah, mentre l’intera Arabia era immersa nell’abisso della perdizione. Hazrat Abū Maʿshar disse: «Abū Dharr era già un muwaḥḥid, cioè un monoteista, nell’epoca della jāhiliyya. Non credeva che alcuno, all’infuori dell’unico Allah, fosse degno di adorazione, e non adorava alcun altro idolo o divinità. La sua fede e la sua adorazione di Allah erano note alla gente. Per questo, la persona che per prima gli diede la notizia della venuta del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), gli disse:

«Abū Dharr, a Mecca c’è un uomo come te che dice: “Lā ilāha illā Allāh”.»

Egli non credeva nel tawḥīd soltanto a parole: già nell’epoca della jāhiliyya compiva anche la preghiera. A questo proposito egli stesso disse: «Pregavo già da tre anni prima di incontrare il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace)». La gente gli chiese: «Rivolto a chi?». Rispose: «Ad Allah». Gli fu chiesto ancora: «In quale direzione volgevi il viso?». Rispose: «Nella direzione che Allah voleva».

Anche il racconto della sua conversione all’Islam è davvero sorprendente. Ibn Hajar ‘al–Isāba’ ha narrato dettagliatamente la storia della sua conversione all’Islam nell’opera. In breve, si può dire che viveva con la sua tribù. Un giorno ricevette la notizia che a Mecca era apparso un nuovo profeta. Chiamò suo fratello Anīs e gli disse: «Andrai un po’ a Mecca. Raccoglierai alcune informazioni su colui che sostiene di essere un profeta e afferma di ricevere la rivelazione dal cielo, e ascolterai alcune delle sue parole. Poi tornerai e mi informerai».

Anīs partì per Mecca. Dopo aver incontrato il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e aver ascoltato le parole uscite dalla sua bocca, tornò dalla sua tribù. Appena lo seppe, Abū Dharr corse da Anīs. Cominciò a chiedergli con grandissimo interesse ogni sorta di cosa sul nuovo profeta. Anīs disse:

— Per Allah! Ho visto quell’uomo invitare la gente alla nobiltà del carattere. E pronuncia parole che non sembrano affatto poesia.»

– «Che cosa dice la gente di lui?»

– «Alcuni dicono che sia un mago, altri che sia un indovino, e altri ancora che sia un poeta.»

– «Per Allah! Non hai placato la mia sete né sei riuscito a soddisfare il mio desiderio. Puoi occuparti della mia famiglia, così che io possa andare alla Mecca e vedere con i miei occhi quale sia la sua situazione?»

– «Certamente. Tuttavia, stia in guardia dagli abitanti della Mecca.»

La mattina seguente, di buon’ora, Abu Dharr partì alla volta della Mecca. Portò con sé alcune provviste e un otre d’acqua. Era continuamente ansioso e spaventato, temendo che qualcuno scoprisse il motivo del suo viaggio. In questo stato giunse alla Mecca. Non ritenne prudente chiedere a nessuno notizie su Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui), poiché non sapeva se la persona interrogata fosse sua amica o sua nemica.

La giornata trascorse e calò l’oscurità della notte. Era stanco e sfinito. Per riposarsi, si sdraiò in un angolo della Moschea Sacra. Ali ibn Abi Talib passava proprio di lì. Non appena lo vide, capì che era un viandante. Lo invitò: «Venite a casa mia». Abu Dharr lo seguì e trascorse lì la notte. Al mattino tornò alla moschea, con l’otre d’acqua e il fagotto di cibo tra le mani. Tuttavia, nessuno dei due chiese nulla all’altro.

Trascorse anche il giorno seguente, ma non riuscì a incontrare il Profeta. Anche quel giorno si sdraiò nella moschea. Anche quel giorno Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) passava di nuovo di lì. Disse: «Che succede? Quest’uomo non ha ancora riconosciuto la sua destinazione?» Lo condusse nuovamente con sé a casa. Anche quella notte trascorse lì. Neppure quel giorno si rivolsero domande. Allo stesso modo giunse la terza notte. Allora Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) gli disse:

– «Ditemi, per quale motivo siete venuto alla Mecca?»

Disse: «Se mi promettete di guidarmi verso ciò che desidero conoscere, allora ve lo dirò». ʿAlī promise.

Abū Dharr disse:

«Sono venuto alla Mecca da molto lontano per incontrare il nuovo Profeta e ascoltare alcune delle parole che pronuncia».

Il volto di ʿAlī si illuminò di gioia. Disse: «Giuro su Allah, egli è certamente un vero Profeta». Dopo aver detto ciò, descrisse in vari modi il Profeta. Aggiunse: «Domattina, ovunque io vada, seguitemi. Se noto qualcosa che possa costituire un pericolo per voi, mi fermerò fingendo di urinare. Quando riprenderò a camminare, continuate a seguirmi. Così, ovunque io entri, entrerete anche voi».

Per il forte desiderio e l’ansia di vedere l’amato Profeta e ascoltare la rivelazione discesa su di lui, Abū Dharr non riuscì a stare fermo a letto per tutta la notte. La mattina seguente, ʿAlī si diresse verso la casa del Messaggero di Allah, accompagnando il suo ospite. Abū Dharr lo seguiva da vicino, senza prestare la minima attenzione a ciò che si trovava ai lati della strada. In questo modo giunsero dal Messaggero di Allah. Abū Dharr lo salutò.

– «As-salāmu ʿalayka yā Rasūlallāh». Il Messaggero rispose:

– «Wa ʿalayka as-salām wa raḥmatullāhi wa barakātuh».

In questo modo Abū Dharr ebbe l’onore di essere il primo a rivolgere al Messaggero di Allah il saluto secondo la formula islamica. In seguito, questo metodo di scambiarsi il saluto fu adottato e divulgato.

Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) invitò Abu Dharr all’Islam e gli recitò alcuni versetti del Corano. Seduto lì, Abu Dharr pronunciò la formula dell’unicità divina e dichiarò di essere entrato nella nuova religione.

Abu Dharr narrò così ciò che accadde in seguito: «Dopo aver abbracciato l’Islam, rimasi alla Mecca insieme al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Egli mi insegnò diversi aspetti dell’Islam e mi istruì nella recitazione di alcuni versetti del Corano. Mi disse: “Non rivelare a nessuno alla Mecca che hai abbracciato l’Islam. Se qualcuno lo venisse a sapere, temo per la tua vita”.»

Risposi: «Giuro per Colui nelle cui mani è la mia vita: non lascerò la Mecca finché non avrò proclamato apertamente l’invito alla verità nella moschea, davanti ai Quraysh». Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) rimase in silenzio.

Andai alla moschea. I Quraysh erano seduti tutti insieme a chiacchierare. Mi presentai in mezzo a loro e, con tutta la forza della mia voce, proclamai: «O uomini della tribù dei Quraysh! Attesto che non vi è altra divinità all’infuori di Allah e che Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) è il Messaggero di Allah».

Non appena le mie parole giunsero alle loro orecchie, furono presi dal panico e dallo stupore. Balzarono tutti in piedi gridando: «Afferrate questo apostata!». Accorsero e cominciarono a picchiarmi selvaggiamente. Abbas ibn Abd al-Muttalib, lo zio del Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui), mi riconobbe. Per salvarmi dalle loro mani, si gettò su di me. Poi disse loro: «Perite! Volete uccidere un uomo della tribù dei Ghifar, che si trova sulla vostra rotta commerciale?». Mi lasciarono andare.

Dopo essermi ripreso un po’, tornai dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Vedendo le mie condizioni, mi disse: «Non ti avevo forse proibito di rivelare che avevi abbracciato l’Islam?». Risposi: «O Messaggero di Allah! Sentivo dentro di me un forte desiderio; ho soltanto dato espressione a quel desiderio». Egli disse: «Torna dal tuo popolo. Informali di ciò che hai visto e di ciò che hai udito e invitali ad Allah. Può darsi che Allah li renda beneficiari del tuo tramite e ti ricompensi. Quando saprai che sto proclamando pubblicamente l’invito all’Islam, vieni da me».

Tornai presso il luogo in cui viveva la mia gente. Mio fratello Anis venne a incontrarmi. Mi chiese: «Che cosa hai fatto?». Risposi: «Ho abbracciato l’Islam e sono diventato credente». Allora Allah aprì immediatamente la porta del suo cuore. Egli disse: «Non desidero rifiutare la tua religione. Anch’io ho abbracciato l’Islam e sono diventato credente». Poi noi due fratelli andammo insieme da nostra madre e la invitammo anch’ella all’Islam. Ella dichiarò di aver abbracciato l’Islam dicendo: «Non provo alcuna avversione per la religione di voi due fratelli».

Da quel giorno, quella famiglia credente continuò instancabilmente a portare l’invito all’Islam agli abitanti della tribù dei Ghifar. Nel loro impegno non si scoraggiarono mai e non persero mai il morale. Grazie ai loro sforzi incessanti, un gran numero di persone di questa tribù abbracciò l’Islam e tra loro fu istituita la preghiera congregazionale. Tuttavia, un gruppo di persone disse: «Rimarremo fedeli alla nostra religione; quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) giungerà a Medina, abbracceremo l’Islam». Anch’essi abbracciarono l’Islam dopo l’egira del Messaggero a Medina. Riguardo alla tribù dei Ghifar, il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «La tribù dei Ghifar: Allah li ha perdonati; e la tribù degli Aslam: Allah ha concesso loro pace e sicurezza».

Abu Dharr tornò alla Mecca e rimase nel deserto insieme alla gente della sua tribù. Una dopo l’altra, le battaglie di Badr, Uhud e del Fossato giunsero al termine. In seguito si recò a Medina e si dedicò ininterrottamente alla compagnia del Messaggero di Allah. Gli chiese di concedergli l’opportunità di servirlo. La sua richiesta fu accolta. Durante la sua permanenza a Medina, trascorreva tutto il suo tempo al servizio del Messaggero di Allah. Questo era il suo compito prediletto. Egli stesso diceva:

«Servivo il Messaggero di Allah e, nel tempo libero, venivo alla moschea per riposarmi.»

Ibn Ishaq afferma: quando Abu Dharr emigrò a Medina, il Messaggero di Allah stabilì un rapporto di fratellanza tra Munḏir ibn ʿAmr e Abu Dharr. Tuttavia, secondo l’opinione dello storico Waqidi al riguardo, Abu Dharr emigrò a Medina dopo la rivelazione dei versetti sull’eredità. Di conseguenza, la pratica di stabilire rapporti di fratellanza era stata abrogata.

Non si conoscono dettagli sulla sua partecipazione alle spedizioni militari insieme al Messaggero di Allah. Tuttavia, l’Allāma Ibn Ḥajar al-ʿAsqalānī ha narrato un episodio relativo alla partecipazione alla battaglia di Tabuk —‘al–Isaba’— nell’opera, riferendosi alla testimonianza di ʿAbdullah ibn Masʿud: quando il Messaggero di Allah partì diretto a Tabuk, la gente cominciò a esitare riguardo alla partecipazione alla spedizione, adducendo varie scuse. Quando qualcuno non si faceva vedere, i Compagni dicevano: «O Messaggero di Allah, il tale non è venuto.» Egli rispondeva: «Se il suo intento è nobile, Allah lo farà presto ricongiungere a voi. Altrimenti, Allah lo avrà separato da voi e vi avrà messi al sicuro da parte sua.» A un certo punto fu fatto il nome di Abu Dharr e fu detto: «Anche lui si è tirato indietro.» In realtà, il suo cammello era lento. Dapprima cercò di farlo procedere più rapidamente, ma, non riuscendoci, scaricò i bagagli, se li caricò sulle spalle e cominciò a camminare a piedi, raggiungendo il Messaggero di Allah alla tappa successiva. Un Compagno, vedendolo da lontano, esclamò: «O Messaggero di Allah, qualcuno sta arrivando per la strada.» Egli disse: «Sarà Abu Dharr.» La gente lo osservò attentamente e lo riconobbe. Disse: «O Messaggero di Allah, per Dio, è proprio Abu Dharr.» Egli disse:

«Che Allah abbia misericordia di Abu Dharr. Cammina da solo, morirà da solo e nel Giorno della Resurrezione sarà risuscitato da solo.» (Tarikhul Islam: Allāma Dhahabi, 3° volume) La predizione del Messaggero di Allah si è dimostrata vera alla lettera.

Ḥaḍrat Abu Dharr era per natura semplice, umile, distaccato dal mondo e amante della solitudine. Per questo il Nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui, gli conferì il titolo di «Messia dell’Islam». Dopo la morte del Messaggero, egli si distaccò completamente dal mondo. Il dolore che era iniziato nel profondo del suo cuore a causa della separazione dall’amato Profeta non si placò mai. Per questo, alla morte di Ḥaḍrat Abu Bakr, il suo cuore spezzato andò in frantumi ancor più. Ai suoi occhi, allora, il rigoglioso giardino di Medina apparve privo di foglie e di vegetazione. Lasciò Medina e si stabilì in esilio nello Shām (Siria).

Fino al califfato di Abū Bakr e ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di entrambi, era ancora in vigore lo stile di vita semplice e sobrio dell’Islam. Quando, con le conquiste e l’espansione del califfato islamico, comparve un’abbondanza di ricchezze e prosperità, naturalmente lo sfarzo e il fasto presero il loro posto. Fu proprio durante l’epoca di ʿUthmān, che Allah sia soddisfatto di lui, che tra diverse persone ebbe inizio l’ostentazione del prestigio e del lusso. Ciò influì in una certa misura sulla vita della gente comune. In loro, al posto della semplicità dell’epoca del Profeta, che Allah conceda a lui benedizioni e pace, apparvero i segni dell’agiatezza e della vita lussuosa. Abū Dharr si aspettava che la gente seguisse quello stile di vita semplice, sobrio e privo di sfarzo dell’epoca del Profeta, che Allah conceda a lui benedizioni e pace. Si aspettava che tutti fossero completamente distaccati nel cuore dalle ricchezze e dai beni mondani. Secondo la sua fede e la sua concezione fondate sulla fiducia in Allah, non si doveva accumulare oggi nulla per il domani. Credeva che nessun musulmano avesse il diritto di accumulare ricchezze lasciando gli altri affamati e nudi. Il governatore Muʿāwiya, che Allah sia soddisfatto di lui, e gli altri emiri ritenevano che ogni musulmano avesse il diritto di mettere da parte il denaro eccedente, dopo aver correttamente versato la zakāt che Allah aveva reso obbligatoria sui ricchi. Questa divergenza di opinioni crebbe fino a trasformarsi in litigi e dispute. Abū Dharr iniziò a protestare con grande coraggio contro tali persone. Poiché possedevano ricchezze superiori al necessario, cominciò a considerarli destinatari del seguente versetto del Corano.

وَالَّذِينَ يَكْنِزُونَ الذَّهَبَ وَالْفِضَّةَ وَلَا يُنفِقُونَهَا فِي سَبِيلِ اللَّهِ فَبَشِّرْهُم بِعَذَابٍ أَلِيمٍ

– «E annuncia loro un castigo doloroso: a coloro che accumulano oro e argento e non li spendono sulla via di Allah.» (at-‌ Tawba: 34)

Nel versetto precedente si era parlato degli ebrei e dei cristiani. Per questo l’opinione del governatore Muʿāwiya era che il versetto riguardasse quegli infedeli. Abū Dharr, invece, riteneva che il suo significato comprendesse tutti, musulmani e non musulmani. In secondo luogo, Abū Dharr interpretava il non spendere sulla via di Allah nel senso che una persona non distribuisse completamente i propri beni sulla via di Allah. Muʿāwiya, invece, riteneva che ciò riguardasse esclusivamente la zakāt. In questo modo il venerabile Abū Dharr iniziò a criticare con grande severità, secondo il proprio pensiero, la propria visione e le proprie opinioni. Il venerabile Muʿāwiya, che Allah sia soddisfatto di lui, temeva che, se la situazione fosse continuata, in Siria potessero sorgere da un momento all’altro disordini e agitazione. Informò il califfo ʿUthmān, che Allah sia soddisfatto di lui, della delicatezza della situazione e lo pregò di convocare Abū Dharr a Medina. Il venerabile ʿUthmān lo fece chiamare a Medina.

Un giorno Abū Dharr era seduto. Davanti a lui, il califfo ʿUthmān, che Allah sia soddisfatto di lui, chiese a Kaʿb, che Allah sia soddisfatto di lui: «Che cosa pensate di una persona che accumula ricchezze, ne paga la zakāt e spende anche sulla via di Allah?». Kaʿb, che Allah sia soddisfatto di lui, rispose: «Si può avere una buona opinione di questa persona». A queste parole Abū Dharr si infiammò furiosamente. Sollevando il bastone che teneva in mano sopra la testa di Kaʿb, disse: «Figlio di una donna ebrea (Kaʿb era figlio di un’ebrea), che cosa puoi capire del suo significato? Nel Giorno della Risurrezione perfino il cuore di una persona simile sarà morso da uno scorpione». Alla fine il venerabile ʿUthmān disse ad Abū Dharr: «Resta presso di me; ogni mattina e ogni sera una cammella da latte verrà condotta alla tua porta». Egli rispose: «Non ho bisogno di nulla di questo mondo che appartiene a te». Detto ciò, se ne andò. Infine il venerabile ʿUthmān lo pregò di andare a stabilirsi in un luogo chiamato Rabdha, nel mezzo del deserto, molto lontano da Medina. Secondo alcuni, egli vi si stabilì spontaneamente. Lontano dagli abitati, in una regione deserta e isolata, rinunciò alla vita di agi e lusso e seguì rigorosamente fino alla morte lo stile di vita del Messaggero di Allah, che Allah conceda a lui benedizioni e pace, orientato verso l’Aldilà, rimanendo là fino alla fine dei suoi giorni. Anche il racconto della morte del venerabile Abū Dharr è estremamente doloroso e davvero sorprendente. Morì nel deserto di Rabdha nell’anno 31 dell’Egira, secondo un’altra opinione nell’anno 32. Sua moglie descrisse così le sue condizioni negli ultimi momenti:

«Quando la situazione di Abū Dharr divenne molto grave, cominciai a piangere. Egli mi disse: “Perché piangi?”. Risposi: “Stai per partire verso l’Aldilà in un deserto desolato. Qui, oltre agli abiti che indossiamo tu e io, non c’è alcun indumento sufficiente per avvolgerti nel sudario”. Egli disse: “Smetti di piangere. Ti annuncio una buona notizia. Ho sentito il Messaggero ﷺ dire: ‘Per il musulmano al quale siano morti due o tre figli, ciò è sufficiente a salvarlo dal Fuoco dell’Inferno’. Egli disse davanti ad alcune persone, tra le quali c’ero anch’io: ‘Uno di voi morirà nel deserto e, al momento della sua morte, un gruppo di musulmani giungerà improvvisamente sul posto’”. Tutti quegli uomini, tranne me, sono morti nelle località abitate. Ora sono rimasto in vita soltanto io. Perciò posso dire con certezza che quella persona sono io. Giuro che non sto mentendo, e nemmeno colui che pronunciò queste parole mentì. Guarda verso la strada: certamente sta arrivando un aiuto invisibile”. Risposi: “Ormai anche il ritorno dei pellegrini è terminato e non c’è più traffico sulla strada”. Egli disse: “No, va’ a guardare”. Così, da una parte, andavo su una collina e scrutavo in lontananza; dall’altra, correvo da lui per assisterlo. In questo modo continuavano le mie corse e le mie ricerche. A un certo punto apparvero in lontananza alcuni cavalieri. Quando feci loro cenno, vennero rapidamente verso di me e si fermarono. Mi chiesero di Abū Dharr: “Chi è quest’uomo?”. Risposi: “Abū Dharr”. “È un Compagno del Messaggero di Allah ﷺ?”. Risposi: “Sì”. Dicendo: “Possano i miei genitori essere sacrificati per lui”, si recarono da Abū Dharr. Dapprima Abū Dharr riferì loro la profezia del Messaggero ﷺ. Poi raccomandò loro: “Se presso di me o presso mia moglie si troverà un tessuto sufficiente per il sudario, seppellitemi con quello”. Poi li fece giurare che nessuno di coloro che ricoprisse anche il più piccolo incarico governativo lo avrebbe avvolto nel sudario. Per caso, tutti loro, eccetto un giovane ansārī, ricoprivano qualche incarico governativo. Abū Dharr permise soltanto a lui di prepararlo per la sepoltura. Quella carovana era yemenita e proveniva da Kūfa. Con loro viaggiava anche il celebre Compagno ʿAbd Allāh ibn Masʿūd (ra). Egli si stava recando in Iraq insieme a quella carovana. Fu lui a guidare la preghiera funebre per Abū Dharr, e tutti insieme lo seppellirono nel deserto di Rabadha».

Il numero complessivo degli ḥadīth narrati da Abū Dharr è ventotto. Di questi, dodici sono muttafaqun ʿalayhi, cioè narrati sia da al-Bukhārī sia da Muslim. Due sono stati narrati singolarmente da al-Bukhārī e sette singolarmente da Muslim. Il motivo per cui il numero degli ḥadīth da lui narrati è così esiguo rispetto a quello degli altri è che egli rimaneva sempre silenzioso, amava la solitudine e frequentava poco la gente. Per questo la sua conoscenza non si diffuse molto. Eppure Compagni eruditi come Anas ibn Mālik e ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās acquisirono conoscenza da lui. Ibn ʿAsākir ne ha discusso dettagliatamente nella sua opera ‘Tārīkh Dimashq’.

Ad ʿAlī (ra) fu chiesto dell’ampiezza della conoscenza di Abū Dharr. Egli rispose: “Aveva acquisito una conoscenza che gli uomini non sono in grado di conseguire. Poi quella conoscenza fu messa alla prova scaldandola nel fuoco, ma non ne emerse alcuna impurità”. A proposito di questo grande asceta e Compagno distaccato dalle cose del mondo, il Messaggero di Allah ﷺ disse: “Sotto il cielo e sopra la terra, Abū Dharr è la persona più veritiera”.

Durante il califfato di ʿUthmān, Abū Dharr si recò una volta al pellegrinaggio. Un uomo venne e disse: “Quando ʿUthmān si trovava a Minā, ha compiuto la preghiera di quattro rakʿah (cioè non l’ha abbreviata)”. La cosa non gli piacque. Lo criticò con parole molto dure e disse: “Ho pregato dietro il Messaggero di Allah ﷺ, Abū Bakr e ʿUmar. Tutti loro pregavano due rakʿah”. Dopo averlo detto, egli stesso guidò la preghiera e ne compì quattro rakʿah. La gente disse: “Siete stato voi a criticare l’Amīr al-Muʾminīn, e ora siete voi stesso a compiere quattro rakʿah”. Egli rispose: “Il dissenso è una cosa assai negativa. Il Messaggero ﷺ ha detto: ‘Non insultate coloro che dopo di me diventeranno governanti. Chi desidera insultarli getterà via dalle proprie spalle la solida corda dell’Islam e chiuderà per sé la porta del pentimento’».(Musnad di Aḥmad, 5//165)

Dopo la morte del Messaggero di Allah, ogni volta che il suo sacro nome gli affiorava alle labbra, dagli occhi gli sgorgava un torrente di lacrime. Ahnaf ibn Qays racconta: «Una volta, a Bayt al-Maqdis, vidi un uomo compiere prostrazioni una dopo l’altra. Ciò suscitò in me una particolare impressione. Quando tornai da lui una seconda volta, gli chiesi: “Sapete dirmi se ho recitato una preghiera dal numero pari o dispari di rakʿat?”. Egli rispose: “Anche se io non lo so, Allah certamente lo sa”. Poi disse: “Il mio amico Abu al-Qasim mi ha riferito…”». Dopo aver pronunciato queste parole, cominciò a piangere. Poi disse: “Il mio amico Abu al-Qasim mi ha riferito”. Anche questa volta il pianto gli soffocò la voce. Infine, ricomponendosi, disse: “Il mio amico Abu al-Qasim, pace e benedizioni su di lui, ha detto: «Quando un servo si prosterna una volta davanti ad Allah, Allah gli eleva di un grado, gli cancella un peccato e gli registra una buona azione»”. Gli chiesi: “Chi siete?”. Egli rispose: “Abu Dharr, compagno del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui”».

Un giorno un uomo venne da Abu Dharr. Si guardò intorno nella sua casa e, non vedendo alcun oggetto domestico, gli chiese:

– «Abu Dharr, dove sono i vostri averi?»

– «Nell’Aldilà ho una casa. È lì che invio tutti i miei beni migliori».

Un giorno il governatore della Siria gli mandò trecento dinar, dicendogli di usarli per soddisfare le proprie necessità. «Il governatore dello Sham non ha trovato un servo di Allah più spregevole di me?», disse, e rimandò indietro i dinar.

Salman al–Farisi (r.a.)

Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse: «Salman è uno della famiglia del Profeta».

Questa è la storia della vita di un uomo che cercava la verità e desiderava raggiungere Allah. Egli era Salman al-Farisi. È dalla stessa bocca di Salman al-Farisi che ci giunge il suo straordinario racconto della conquista della verità. Egli dice:

All’epoca ero un giovane persiano della regione persiana di Isfahan. Il mio villaggio si chiamava Zayyan. Mio padre era il dahqan, il capo del villaggio: l’uomo più ricco e di più alto rango. Fin dalla nascita, per lui ero la creatura di Allah più amata al mondo. Con il crescere della mia età aumentavano anche la sua tenerezza e il suo affetto per me. A un certo punto, temendo che potesse accadermi qualche disgrazia, mi tenne rinchiuso in casa come una ragazza.

Cominciai a dedicarmi con grande impegno alla religione magiana dei miei genitori e ottenni ben presto l’incarico di custode del fuoco sacro, la nostra divinità. Mi fu affidato il compito di mantenere acceso giorno e notte, ventiquattr’ore su ventiquattro, quel fuoco di culto.

Mio padre possedeva vaste proprietà terriere. Se ne occupava personalmente, e da esse ricavavamo abbondanti raccolti. Un giorno, per qualche motivo, rimase bloccato a casa e non poté recarsi alla fattoria del villaggio per occuparsene. Mi chiamò e mi disse:

«Figlio mio, come puoi vedere, oggi non posso recarmi alla fattoria per un motivo particolare. Oggi, invece, vacci tu e sorveglia per mio conto i lavori che vi si svolgono.»

Mi incamminai verso la fattoria. Mentre passavo accanto a una chiesa cristiana, lungo la strada, giunsero alle mie orecchie alcune loro voci. Stavano pregando. Fu proprio quel suono a destarmi.

Poiché ero rimasto rinchiuso in casa per molto tempo, non sapevo nulla dei cristiani né dei seguaci di alcun’altra religione. Udendo le loro voci, entrai nella chiesa per vedere che cosa stessero facendo. Li osservai attentamente. Il loro modo di pregare mi piacque moltissimo e fui attratto dalla loro religione. Pensai tra me e me: «Questa religione è di gran lunga migliore di quella che seguiamo noi». Quel giorno, invece di andare alla fattoria, lo trascorsi con loro. Chiesi loro:

– Dov’è l’origine fondamentale di questa religione?

– Nello Sham.

Si fece sera. Tornai a casa. Mio padre cominciò a chiedermi che cosa avessi fatto durante tutta la giornata.

Risposi: «Padre, passando accanto ad alcune persone, le vidi pregare nel loro luogo di culto. Mi piacquero molto le pratiche della loro religione che avevo osservato. Trascorsi con loro tutto il tempo fino al tramonto». Sentendo le mie parole, mio padre si allarmò. Disse:

«Figlio mio, in quella religione non c’è alcun bene; la religione tua e dei tuoi antenati è migliore di essa». Risposi: «Lo giuro su Allah, non è affatto così. La loro religione è migliore della nostra».

Udendo le mie parole, mio padre fu preso dalla paura e temette che potessi abbandonare la mia religione. Così mi mise dei ceppi ai piedi e mi tenne prigioniero in casa.

Attendevo un’occasione. Dopo pochi giorni si presentò. In segreto mandai a dire ai cristiani che, se fosse giunta da loro una carovana diretta in Siria, avrebbero dovuto informarmi.

Dopo pochi giorni giunse da loro una carovana diretta in Siria. Mi informarono. Fuggii di nascosto dalla mia prigionia e partii con loro. Mi condussero in Siria. Giunto in Siria, chiesi:

«Chi è la persona migliore e più sapiente di questa religione?»

Risposero: «Il vescovo, il sacerdote della chiesa».

Andai da lui e gli dissi: «Sono stato attratto dal cristianesimo. Desidero rimanere al vostro fianco, servirvi, apprendere da voi e pregare insieme a voi». Egli disse: «Entrate».

Entrai e mi recai da lui, iniziando a servirlo. Dopo pochi giorni mi resi conto che quell’uomo era disonesto. Infatti ordinava ai suoi compagni di fare elemosine e li esortava a ottenere la ricompensa; ma quando essi gli consegnavano qualcosa da spendere sulla via di Allah, egli se ne appropriava e lo accumulava per sé. Non dava nulla ai poveri e ai bisognosi. In questo modo accumulò sette giare d’oro.

Vedendo la sua degenerazione morale, lo odiavo profondamente. Dopo pochi giorni quell’uomo morì. La comunità cristiana della zona si riunì per seppellirlo. Dissi loro: «Questo vostro compagno era un uomo di natura molto disonesta. Vi ordinava di fare elemosine e vi incoraggiava a farlo. Ma quando gliele consegnavate, se ne appropriava tutte. Non dava nulla ai poveri e ai bisognosi».

Essi chiesero: «Come fai a saperlo?»

Risposi: «Vi mostrerò il nascondiglio segreto dei beni che aveva accumulato».

Dissero: «Va bene, mostracelo».

Quando mostrai loro il nascondiglio segreto, ne recuperarono sette giare d’oro e d’argento. Vedendo ciò, dissero:

«Per Allah, non lo seppelliremo».

Lo appesero alla croce e, lapidandolo, ridussero il suo corpo a brandelli. Trascorso non molto tempo, misero un altro uomo al suo posto. Anch’io cercai la compagnia di quest’ultimo. Prima di allora non avevo mai visto un uomo più distaccato dal mondo, più desideroso dell’Aldilà e più devoto all’adorazione, giorno e notte, di costui. Lo amavo immensamente. Trascorsi con lui molto tempo. Quando si avvicinò la sua ora, gli dissi:

– Signore, dopo la vostra morte, presso chi mi consigliate di cercare compagnia?

Disse: Figlio mio, qui non conosco nessun altro che custodisca la verità alla quale mi sono aggrappato. Tuttavia, a Mosul c’è un uomo, un tale, che non ha alterato né accresciuto in nulla questa verità. Cerca la sua compagnia.

Dopo la morte di quel mio amico, andai a Mosul e rintracciai l’uomo che mi aveva indicato. Gli raccontai tutto ciò che mi riguardava. Gli dissi anche che quell’uomo, nel momento supremo della sua vita, mi aveva raccomandato di cercare la sua compagnia. Mi aveva inoltre detto che voi vi attenete fermamente alla stessa verità sulla quale egli aveva esalato l’ultimo respiro. Dopo avermi ascoltato, disse: Resta con me.

Rimasi presso di lui. Il suo comportamento mi piaceva molto. Dopo pochi giorni morì. Quando la sua morte si avvicinò, gli dissi:

– Signore, vedete bene che il decreto di Allah è ormai giunto a voi. E conoscete già la mia situazione. Da chi mi consigliate ora di andare?

Disse: Figlio mio, non conosco nessuno che sia rimasto saldo su ciò in cui eravamo. Tuttavia, a Nisibi c’è un uomo di nome un tale; puoi andare da lui.

Dopo averlo sepolto, incontrai quell’uomo di Nisibi e gli raccontai tutta la mia storia. Mi disse di restare presso di lui. Rimasi. Anche quest’uomo si dimostrò, come i due amici precedenti, di carattere integro. Gloria ad Allah, dopo pochi giorni morì. Nel momento supremo gli dissi: Conoscete ormai abbastanza bene la mia situazione. Da chi mi consigliate ora di andare?

Egli disse: «Ad Ammuriyya c’è un uomo di nome Amun. Ti unirai a lui nella suhba. Oltre a lui, non conosco nessun altro che sia rimasto fedele a questa nostra verità». Mi recai da lui e gli raccontai tutta la mia storia.

Dopo aver ascoltato il mio racconto, egli disse: «Resta con me». Per Allah, mentre rimasi con lui, mi resi conto che seguiva la stessa dottrina e la stessa via dei suoi predecessori. Durante il periodo trascorso con lui, divenni proprietario di numerose mucche e capre.

Nel giro di pochi giorni, vidi toccargli la stessa sorte che avevo visto toccare ai suoi predecessori. Quando giunse l’ultima fase della sua vita, gli dissi: «Conosci bene la mia situazione. Che cosa mi consigli di fare ora? Da chi mi consigli di recarmi?»

Egli disse: «Figlio mio! Non so che sia rimasta sulla terra alcuna persona fedele alla verità alla quale ci siamo attenuti. Tuttavia, in un futuro non lontano apparirà in Arabia un profeta. Egli porterà nuovamente la religione di Ibrahim. Sarà scacciato dalla sua patria e compirà l’egira verso una terra ricca di palmeti, situata tra grandi pietre nere. Avrà segni chiari come la luce del giorno. Mangerà i doni, ma non mangerà ciò che viene dato in sadaqa. Tra le sue spalle vi sarà il sigillo della profezia. Se puoi, recati in quella terra».

Dopodiché morì. Io rimasi ancora per qualche tempo ad Ammuriyya. Un giorno giunsero lì alcuni mercanti arabi della tribù dei Kalb. Dissi loro: «Se mi portate con voi in Arabia, in cambio vi darò queste mie mucche e capre». Essi dissero: «Va bene, ti porteremo con noi».

Diedi loro le mucche e le capre. Essi partirono portandomi con sé. Quando giungemmo in un luogo chiamato Wadi al-Qura, tra Medina e la Siria, mi tradirono e mi vendettero a un ebreo. Cominciai a servirlo come schiavo. Dopo poco tempo, un suo cugino della tribù dei Banu Qurayza mi comprò e mi portò a Yathrib (Medina). Qui vidi le palme da dattero descritte dal mio amico di Ammuriyya e riconobbi la città secondo la descrizione che egli me ne aveva fatto. Rimasi qui al servizio del mio padrone.

In quel periodo il Profeta, pace e benedizioni su di lui, invitava alla religione alla Mecca. Ma, essendo sempre occupato a lavorare come schiavo, non mi era giunta alcuna notizia o discussione sul suo conto. Dopo qualche tempo, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, emigrò dalla Mecca e giunse a Yathrib. Io ero salito sulla cima di una palma da dattero per svolgere non so quale lavoro, mentre il mio padrone sedeva ai piedi dell’albero; proprio allora giunse un suo nipote e gli disse:

«Che Allah distrugga i Banu Qayla (le tribù degli Aws e dei Khazraj)! Lo giuro su Dio, ora si sono riuniti a Quba presso un uomo appena giunto oggi dalla Mecca, che sostiene di essere un profeta».

Non appena le sue parole giunsero alle mie orecchie, fu come se mi fosse venuta la febbre. Cominciai a tremare violentemente. Temevo di cadere pesantemente sul collo del mio padrone, che era seduto sotto l’albero. Scesi rapidamente dall’albero e dissi a quell’uomo:

– Che cosa hai detto? Ripetimi, per favore, quelle parole.

Quando il mio padrone udì le mie parole, andò su tutte le furie, mi diede un violento schiaffo sulla guancia e disse:

– Che cosa c’entri tu con tutto questo? Va’ e continua a fare ciò che stavi facendo.

Quella sera presi alcune delle datteri che avevo raccolto e mi diressi verso il luogo in cui si trovava il Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Quando giunsi da lui, gli dissi:

– Ho sentito dire che siete un uomo virtuoso e che avete alcuni compagni poveri e privi di mezzi. Avevo conservato presso di me queste poche cose con l’intenzione di darle in elemosina, ma ho ritenuto che voi foste più meritevoli di riceverle rispetto agli altri. Detto questo, gli porsi i datteri. Egli disse ai suoi compagni: «Mangiate». Ma ritirò la propria mano e non mangiò nulla. Pensai tra me e me: «Questa è la prima prova».

Quel giorno tornai indietro. Ricominciai a mettere da parte altri datteri. Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, si trasferì da Quba a Medina. Un giorno andai da lui con i datteri e dissi: «Ho visto che non mangiate ciò che viene dato in elemosina. Perciò questa volta ho portato un dono, con l’intenzione di offrirvelo». Questa volta egli mangiò personalmente e invitò i suoi compagni a mangiare insieme a lui. Pensai tra me e me: «Questa è la seconda prova».

Poi, un altro giorno, andai dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. In quel momento stava seppellendo uno dei suoi compagni nel cimitero di Baqi al-Gharqad. Lo vidi seduto, avvolto nella sua shamla (un tipo di abito ampio). Lo salutai. Poi cominciai a volgere lo sguardo verso la sua schiena, cercando il sigillo della profezia descritto dal mio amico di Ammuriyya.

Il Messaggero di Allah, vedendomi guardare ripetutamente verso la sua schiena, comprese il motivo del mio comportamento. Scostò il mantello dalla schiena e io potei vedere chiaramente il sigillo. Allora lo riconobbi distintamente, mi gettai su di lui, lo ricoprii di baci e, piangendo, gli bagnai il petto con le mie lacrime. Vedendomi in quello stato, il Messaggero di Allah mi chiese:

— Che cosa ti è successo?

Gli raccontai tutta la storia nei minimi dettagli. Egli ne rimase meravigliato e volle che la raccontassi con la mia stessa voce ai suoi Compagni. Gliela raccontai. Essi rimasero stupiti e furono immensamente felici.

Poiché era vincolato dalle catene della schiavitù, Salmān — che Allah sia soddisfatto di lui — non poté partecipare alle battaglie di Badr e Uḥud. Ne soffrì profondamente. Salmān racconta: «Un giorno il Messaggero di Allah mi chiamò e mi disse: “Stipula un mukātaba (contratto di affrancamento) con il tuo padrone”. Stipulai il contratto: avrei piantato per lui trecento piantine di dattero e gli avrei inoltre dato quaranta uqiyya d’oro; in cambio, avrei ottenuto la libertà. Informai il Messaggero di Allah di questo accordo. Egli convocò i Compagni e disse loro: “Aiutate questo vostro fratello”. Ognuno mi diede ciò che poteva: cinque, dieci, venti o trenta piantine. In questo modo riuscii a raccogliere trecento piantine. Poi, seguendo le istruzioni del Messaggero di Allah, scavai le buche. Un giorno egli venne personalmente con me sul posto. Io gli porgevo una piantina alla volta e lui la piantava. Per Allah, nessuna delle sue piantine morì. (Gli storici riferiscono che Salmān ne piantò una sola, ed essa morì; tutte le altre furono piantate dal Messaggero di Allah e sopravvissero.) Così adempiei a una parte del contratto; rimaneva da pagare il denaro.»

Un giorno il Messaggero di Allah mi chiamò, mi mise in mano una sostanza d’oro grande quanto un uovo di gallina e mi disse: “Va’ e paga quanto stabilito nel tuo contratto”. Io dissi: “Sarà sufficiente per saldare il debito?”. Egli rispose: “Prendila: Allah salderà il debito proprio con essa”. Per Allah, quando la pesammo, constatammo che ammontava a quaranta uqiyya.

In questo modo Salmān — che Allah sia soddisfatto di lui — adempì al contratto e ottenne la libertà. Una volta liberato dalla schiavitù, continuò a vivere tra i musulmani. Allora non possedeva né casa né dimora. Il Messaggero di Allah lo unì in un rapporto di fraternità, o mu’ākhāt, al celebre Compagno ansārī Abū al-Dardā — che Allah sia soddisfatto di lui — come aveva fatto con gli altri Muhājirūn. A causa della schiavitù, Salmān non aveva potuto partecipare alle battaglie di Badr e Uḥud. Dopo la sua liberazione si svolse la battaglia del Fossato. Con il suo importante contributo a questa battaglia compensò l’assenza dalle due precedenti. Diverse tribù di tutta l’Arabia si allearono con i Quraysh e si prepararono ad attaccare Medina. Quando ne fu informato, il Messaggero di Allah si consultò con i Compagni. Furono avanzati molti suggerimenti diversi. Ḥazrat Salmān disse: “In Persia le città vengono difese scavando fossati. Sarebbe opportuno scavare un fossato sul lato indifeso di Medina per proteggere la città”. Il suggerimento piacque al Messaggero di Allah. Fu scavato un lungo fossato a ovest e a nord-ovest di Medina, e l’attacco del grande esercito dei Quraysh fu facilmente respinto. Anche il Messaggero di Allah partecipò personalmente ai lavori di scavo del fossato. Giunto nei pressi di Medina, l’esercito dei Quraysh rimase sbalordito vedendo questa straordinaria strategia militare. Dopo aver assediato Medina per ventuno o ventidue giorni, fu infine costretto a ritirarsi. Salmān partecipò a tutte le guerre combattute dopo quella del Fossato. Dopo la morte del Messaggero di Allah, rimase per qualche tempo a Medina. Probabilmente, alla fine del califfato di Abū Bakr — che Allah sia soddisfatto di lui — o all’inizio del califfato di ʿUmar, si stabilì in Iraq, mentre suo fratello nella fede Abū al-Dardā — che Allah sia soddisfatto di lui — si stabilì in Siria. Durante l’epoca di ʿUmar svolse un ruolo importante nella conquista dell’Iran. Combatté su vari fronti fianco a fianco con i muǧāhid musulmani e partecipò anche alla conquista di Jalūlāʾ. ʿUmar — che Allah sia soddisfatto di lui — lo nominò governatore di al-Madāʾin. Morì durante il califfato di ʿUthmān.

Dopo aver abbracciato l’Islam, Salmān trascorse la maggior parte della sua vita in compagnia del Messaggero di Allah. Per questo acquisì una particolare competenza nell’ʿilm e nella maʿrifa. Quando ad ʿAlī — che Allah sia soddisfatto di lui — fu chiesto della sua conoscenza, egli disse: “Nell’ʿilm e nella ḥikma, Salmān era pari al saggio Luqmān”. Secondo un’altra narrazione, disse: “Egli era un sapiente di tutte le conoscenze dell’ʿilm del primo tempo e dell’ʿilm dell’ultimo tempo”. Per ʿilm dell’ultimo tempo si intende la conoscenza del Corano. Poiché in Arabia non aveva parenti né una casata, il Messaggero di Allah lo proclamò membro degli Ahl al-Bayt. Muʿādh ibn Jabal, che era un eminente sapiente e Compagno muǧtahid, disse: “Acquisite la conoscenza da quattro persone. Una di queste quattro è Salmān”.

Da Salmān sono stati tramandati sessanta ḥadīth. Di questi, tre sono muttafaq ʿalayh, uno è stato tramandato da Muslim e tre esclusivamente da al-Bukhārī. Tra i suoi discepoli vi furono eminenti Compagni, come Abū Saʿīd al-Khudrī, Abū al-Ṭufayl, Ibn ʿAbbās, Aws ibn Mālik e Ibn Ajza — che Allah sia soddisfatto di loro.

Salman faceva parte di quei nobili Compagni che ebbero la fortuna di godere della speciale vicinanza del Messaggero di Allah (s.a.s.). Aisha (r.a.) disse: «La notte in cui il Messaggero (s.a.s.) si sedeva a conversare in privato con Salman, noi, sue mogli, pensavamo che forse Salman ci avrebbe sottratto quella parte della notte che trascorrevamo in sua compagnia».

Egli era un esempio concreto di rinuncia e timor di Dio. Visse come un viaggiatore di passaggio. Non costruì mai una casa. Quando trovava un muro o l’ombra di un albero, si sdraiava lì. Un uomo gli chiese il permesso di costruirgli una stanza. Egli glielo vietò. Dopo molte insistenze, alla fine gli chiese: «Che tipo di stanza costruirai?». L’uomo rispose: «Così piccola che, se starai in piedi, la testa toccherà il soffitto e, se ti sdraierai, i piedi toccheranno la parete». A queste parole acconsentì. Per lui fu costruita una capanna. Al-Hasan (r.a.) disse: «Anche quando Salman riceveva una pensione di cinquemila dirham e governava su trentamila persone, possedeva un solo ‘abā’. Lo riempiva di legna da ardere. Quando dormiva, ne stendeva una parte sul corpo e l’altra la usava come giaciglio».

Quando Salman (r.a.) era sul letto di morte, Sa‘d ibn Abī Waqqās (r.a.) andò a fargli visita. Salman (r.a.) cominciò a piangere. Sa‘d gli disse: «Abū ‘Abdillāh, perché piangi? Il Messaggero di Allah (s.a.s.) è morto soddisfatto di te. Ti ricongiungerai con lui presso la Vasca di Kawthar». Egli rispose: «Non piango per paura della morte. Piango perché il Messaggero (s.a.s.) ci aveva fatto promettere che i nostri beni non sarebbero stati più numerosi di quelli di un viaggiatore. Eppure presso di me si sono accumulati tutti questi oggetti». Sa‘d disse: «Quegli oggetti non erano altro che una grande ciotola, un piatto di rame e un recipiente per il formaggio».

Usama ibn Zayd ((r.a.))

Prima dell’Egira, alla Mecca, era in corso il settimo anno della missione profetica. Il Messaggero di Allah (s.a.s.) e i suoi Compagni erano allora vittime delle più feroci persecuzioni dei Quraysh. Nell’adempiere al gravoso compito e al difficile peso della chiamata islamica, egli affrontava a ogni passo sofferenze, dolori e calamità di vario genere. In quel momento, però, nella sua vita apparve un lieve bagliore di gioia. Un messaggero di buone notizie giunse portando il lieto annuncio: «Ummu Ayman ha dato alla luce un figlio». Il nobile volto del Messaggero di Allah (s.a.s.) si illuminò di gioia. Quel fortunato neonato, il cui arrivo sulla terra aveva reso così felice il Messaggero di Allah (s.a.s.), era Usama ibn Zayd.

I Compagni non si stupirono del fatto che il Messaggero di Allah (s.a.s.) fosse così felice alla notizia della nascita del bambino, poiché tutti conoscevano il posto che i suoi genitori occupavano presso di lui. La madre del bambino era Baraka al-Habashiyya, conosciuta come Ummu Ayman. Era la schiava di Āmina, la venerabile madre del Messaggero di Allah (s.a.s.). Questa donna aveva allevato il Messaggero di Allah (s.a.s.) durante la vita di sua madre e anche dopo la sua morte. Quando aprì gli occhi sul mondo, il Messaggero di Allah (s.a.s.) imparò a riconoscere proprio lei come sua madre. Le voleva bene in modo profondissimo e sincero. Diceva spesso: «Dopo mia madre, questa è mia madre e l’ultimo membro della mia famiglia». Questa nobile donna era la madre gloriosa di quel neonato.

Il padre del bambino era il prediletto del Messaggero di Allah (s.a.s.), il suo figlio adottivo dell’epoca preislamica, il suo compagno fidato e, dopo l’avvento dell’Islam, la persona a lui più cara: Zayd ibn Hāritha (r.a.).

Insieme al Messaggero di Allah (s.a.s.), l’intera comunità musulmana della Mecca gioì alla notizia della nascita del bambino. Come avevano conferito al padre del bambino il titolo di «Habīb Rasūlillāh», conferirono a lui quello di «Ibn al-Hibb», cioè figlio del prediletto del Messaggero di Allah (s.a.s.). Questo titolo era davvero appropriato. Il Messaggero (s.a.s.) lo amava così tanto che, a vederlo, il mondo intero ne diventava geloso. Usama aveva la stessa età di Hasan ibn Fātima, il nipote del Messaggero di Allah (s.a.s.). Hasan era straordinariamente bello, come suo nonno, il Messaggero di Allah (s.a.s.). Usama, invece, era scuro di pelle e aveva il naso schiacciato, come sua madre abissina. Tuttavia, il Messaggero (s.a.s.) non faceva assolutamente alcuna differenza tra i due nel suo affetto e nel suo amore. Faceva sedere Usama su una coscia e Hasan sull’altra; poi li stringeva entrambi al petto e diceva: «O Allah, io amo entrambi: ama anche Tu entrambi».

Un episodio mostra quanto fossero profondi e intensi l’affetto e l’amore del Messaggero di Allah (s.a.w.) per il piccolo Usama. Una volta il piccolo Usama inciampò sulla soglia della porta e cadde. Si procurò una ferita sulla fronte e cominciò a sanguinare. Il Profeta (s.a.w.) dapprima chiese ad Aisha (r.a.) di asciugargli il sangue. Ma non si sentì sollevato. Si alzò personalmente, gli asciugò il sangue, cominciò a baciargli la ferita e, con parole dolci, affettuose e colme di tenerezza, cercò di calmarlo.

Usama godette dell’amore del Messaggero di Allah (s.a.w.) anche nella giovinezza, proprio come durante l’infanzia. Una volta Hakim ibn Hizam, uno dei capi dei Quraysh, acquistò nello Yemen, per cinquanta dinari, un prezioso mantello del re yemenita Dhu Yazan. Quando volle offrirlo in dono al Messaggero di Allah (s.a.w.), questi rifiutò di accettarlo, poiché Hakim era ancora politeista. Tuttavia, il Messaggero (s.a.w.) acquistò il mantello da lui pagando il dovuto. In un venerdì il Messaggero (s.a.w.) indossò quel mantello una sola volta. Poi lo fece indossare a Usama. Usama, avvolto in quel mantello, andava in giro dalla mattina alla sera insieme ai giovani Muhajirun e Ansar della sua stessa età.

Nella giovinezza, in Usama si svilupparono qualità morali e virtù tali da conquistare facilmente l’affetto e l’amore del Messaggero di Allah (s.a.w.). La sua particolare distinzione consisteva nell’intelligenza acuta, nel coraggio audace, nella saggezza, nel carattere puro e nell’integrità e pietà.

Il giorno della battaglia di Uhud, Usama si presentò davanti al Messaggero di Allah (s.a.w.) insieme ad alcuni altri giovani Compagni della sua età. Tutti desideravano partecipare al jihad. Il Messaggero di Allah (s.a.w.) ne scelse alcuni e rimandò indietro gli altri perché minorenni. Respinto, Usama tornò a casa. I suoi occhi erano pieni di lacrime. Il suo dolore nasceva dal fatto di essere stato privato dell’opportunità di combattere per il jihad sotto lo stendardo del Messaggero di Allah (s.a.w.).

La battaglia del Fossato era ormai imminente. Anche Usama era presente, insieme ad alcuni altri giovani Compagni. Il Messaggero di Allah (s.a.w.) stava selezionando i soldati. Per evitare di essere nuovamente escluso perché troppo piccolo, come a Uhud, Usama si sollevò, stando in punta di piedi. Vedendo il suo entusiasmo, il cuore del Messaggero di Allah (s.a.w.) si intenerì e lo scelse. Con la spada appesa alla spalla, Usama partì per il jihad. Aveva allora dodici o tredici anni.

Secondo alcune narrazioni, poiché era minorenne non ebbe l’opportunità di partecipare alle prime spedizioni. Partecipò per la prima volta alla spedizione di Harqa, condotta nel settimo o nell’ottavo anno dell’Egira. Aveva allora quattordici anni. Tuttavia, grazie alle sue capacità illimitate, il Messaggero di Allah (s.a.w.) gli affidò il comando della spedizione. Egli stesso narrò così la sua esperienza: «Il Messaggero di Allah (s.a.w.) ci mandò verso Harqa. I nemici furono sconfitti e cominciarono a fuggire. Insieme a un soldato ansar, inseguivo un combattente in fuga. Quando giunse alla nostra portata, cominciò a gridare a gran voce: “La ilaha illallah”. A quelle parole, l’ansar si trattenne; io invece gli scagliai contro la lancia e lo trafissi. Morì. Al ritorno dalla spedizione, la cosa giunse all’orecchio del Messaggero di Allah (s.a.w.). Mi disse: “Usama, hai ucciso un uomo dopo che aveva pronunciato la professione di fede”. Risposi: “Lo ha detto per salvarsi la vita”. Ma egli non prestò ascolto alle mie parole e continuò a ripetere la stessa frase. Allora provai un tale rimorso che pensai tra me e me: “Ahimè! Se solo non avessi abbracciato l’Islam prima di oggi”. In un’altra narrazione si riferisce che il Messaggero di Allah (s.a.w.) gli disse: “Hai forse aperto il suo cuore per guardare cosa vi fosse dentro?”»

Nella battaglia di Hunayn, l’esercito musulmano fu sconfitto e cominciò a fuggire. Usama rimase allora saldamente schierato contro l’esercito nemico insieme ad appena sei Compagni, tra cui lo zio del Messaggero di Allah (s.a.w.), Abbas, e Abu Sufyan ibn al-Harith. Con l’aiuto di questo piccolo gruppo di credenti valorosi, quel giorno il Messaggero di Allah (s.a.w.) trasformò una sconfitta certa in una vittoria e salvò l’esercito musulmano in fuga dalle mani dei politeisti.

Anche durante la conquista della Mecca Usama fu tra i compagni del Messaggero di Allah (s.a.w.). Entrò alla Mecca cavalcando lo stesso mezzo del Messaggero di Allah (s.a.w.). Quel giorno soltanto tre persone — Usama, Bilal e Uthman ibn Talha — ebbero l’onore di entrare all’interno della Kaʿba insieme al Messaggero di Allah (s.a.w.). Subito dopo l’ingresso di questi quattro uomini, la porta della Kaʿba venne chiusa.

Usama partecipò alla spedizione di Mu’ta insieme a suo padre, il comandante Zayd ibn Haritha. Allora aveva meno di diciotto anni. In quella battaglia assistette con i propri occhi al martirio di suo padre. Tuttavia non si lasciò abbattere. Dopo il martirio del padre, combatté valorosamente sotto il comando, rispettivamente, di Ja’far ibn Abi Talib e di Abdullah ibn Rawaha. Quando anche questo comandante, come Zayd, subì il martirio, combatté sotto il comando del comandante Khalid ibn al-Walid e salvò l’esercito musulmano dalla morsa dell’esercito romano. Affidando ad Allah, nella pianura di Mu’ta, il corpo di suo padre Zayd, Usama tornò a Medina cavalcando il cavallo sul quale suo padre era stato martirizzato.

Nell’undicesimo anno dell’Egira, il Messaggero di Allah ordinò di preparare un esercito per una battaglia decisiva contro l’esercito romano. In questo esercito furono inclusi Compagni esperti nell’arte della guerra e di primo piano, tra cui Abu Bakr, Umar, Sa’d ibn Abi Waqqas e Abu Ubayda ibn al-Jarrah, che Allah sia soddisfatto di loro. Il Messaggero di Allah nominò Usama ibn Zayd comandante supremo dell’esercito. Allora aveva circa vent’anni. Il Messaggero di Allah ordinò di allestire un accampamento presso la frontiera, nei dintorni di Balqa e Darum al-Kilayr, vicino alla valle di Gaza.

L’esercito fu pronto a mettersi in marcia. Nel frattempo il Messaggero di Allah si ammalò. Poiché la sua malattia si aggravava, Usama interruppe la marcia insieme all’esercito e rimase in attesa nel luogo chiamato Juruf, alla periferia di Medina. Da lì veniva ogni giorno a far visita al Messaggero di Allah. Usama racconta: «Quando la malattia del Messaggero di Allah si aggravò, andai a fargli visita. Con me c’erano anche altre persone. Entrando nella stanza, lo vidi in silenzio. A causa dell’intensità della malattia non riusciva a parlare. Quando mi vide, dapprima sollevò la mano verso il cielo, poi la posò sul mio corpo. Compresi che stava pregando per me».

Il Messaggero di Allah morì. Quando ricevette la notizia, Usama si affrettò a raggiungere Medina e partecipò alla preparazione del sudario e alla sepoltura. Ebbe anche l’onore di deporre nella tomba il corpo benedetto del Messaggero di Allah.

Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, fu scelto come califfo. Egli ordinò a Usama di partire. Tuttavia, un piccolo gruppo degli Ansar ritenne che in quel momento fosse opportuno rinviare un po’ la partenza dell’esercito. Chiesero a Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, di parlarne con il califfo. Gli dissero anche che, se fosse rimasto fermo nella sua decisione, avrebbe dovuto almeno chiedergli di nominare come comandante un uomo più anziano di Usama.

Abu Bakr era seduto. Non appena ascoltò dalla bocca di Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, le parole degli Ansar, balzò in piedi, afferrò con forza la barba di Umar al-Faruq e disse con tono concitato: «O figlio di al-Khattab! Possa tua madre perire! Mi stai forse ordinando di rimuovere colui che è stato nominato dal Messaggero di Allah? Giuro su Allah, non lo farò mai».

Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, tornò indietro. La gente gli chiese: «Qual è la notizia?». Egli rispose: «Possano perire le madri di tutti voi! A causa vostra ho dovuto ascoltare molte cose dal califfo del Messaggero di Allah».

L’esercito partì da Medina sotto la guida del giovane comandante. Il califfo Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, lo accompagnò per un tratto. Usama era a cavallo, mentre il califfo camminava a piedi. Usama disse: «O califfo del Messaggero di Allah! Giuro su Allah, o sali a cavallo oppure io scendo». Il califfo rispose: «Giuro su Allah, né tu scenderai né io salirò. Che male c’è se per un po’ i miei piedi si impolverano sulla via di Allah?». Poi disse a Usama: «Affido ad Allah la tua religione, la tua integrità e il buon compimento della tua missione. Ti consiglio di attuare l’ordine che il Messaggero di Allah ti ha impartito». Poi, chinandosi leggermente verso Usama, disse: «Se ritieni opportuno che Umar mi aiuti, permettigli di rimanere presso di me». Usama accolse la richiesta di Abu Bakr e permise a Umar di restare a Medina con il califfo.

Usama mise in pratica alla lettera l’ordine del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). La cavalleria musulmana sottomise i posti di frontiera di Balqa e Kilayatut Darum, in Palestina. Di conseguenza, il timore dei Romani fu eliminato per sempre da questa regione per i musulmani, e si aprirono le porte alla conquista dell’immenso territorio che comprendeva tutta la Siria, l’Egitto e il Nord Africa, fino al Mar Nero.

Durante questa spedizione uccise l’assassino di suo padre, vendicandone così l’uccisione. Fece caricare sul dorso del cavallo sul quale suo padre era caduto martire una grande quantità di bottino e tornò a Medina con l’aspetto di un conquistatore. Il califfo Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), accompagnato da un numeroso gruppo di Muhajirun e Ansar, gli diede il benvenuto alla periferia di Medina. Giunto a Medina, Usama compì due rakʿat di preghiera nella Moschea del Profeta e poi si recò a casa. Gli storici hanno commentato così questa sua vittoria: «Non si è mai vista una spedizione più sicura e più ricca di bottino di quella di Usama».

Per aver adempiuto adeguatamente agli incarichi affidatigli dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e grazie alla sua forte personalità, Usama godeva dell’ampio amore e rispetto della comunità musulmana. Il secondo califfo, ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui), stabilì per Usama un’indennità maggiore di quella assegnata al proprio figlio, ʿAbd Allah ibn ʿUmar. ʿAbd Allah, risentito, protestò: «Padre, l’indennità di Usama è di quattromila, mentre la mia è di tremila. Suo padre non era più nobile del mio, né egli è più nobile di me». ʿUmar rispose: «Ahimè! Suo padre era più amato dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) di tuo padre, ed egli era più amato dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) di te». ʿAbd Allah non aggiunse altro.

Ogni volta che il califfo ʿUmar incontrava Usama, gli diceva: «Benvenuto, mio comandante». Se qualcuno si meravigliava di questo appellativo, egli spiegava: «Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) lo aveva nominato mio comandante o mio capo».

Durante il califfato di ʿUthman (che Allah sia soddisfatto di lui), non accettò alcun incarico statale per timore di disordini e sedizioni. Tuttavia, in qualità di musulmano benevolo, dava sempre al califfo consigli sinceri e discuteva con lui in segreto del malcontento popolare.

Dopo il martirio di ʿUthman, quando scoppiarono i disordini, mantenne una neutralità completa. Rimase del tutto estraneo al conflitto tra ʿAli e Muʿawiya. In quel periodo, una volta fece dire a ʿAli: «Se tu entrassi nelle fauci di una tigre, vi entrerei anch’io con animo sereno. Tuttavia, non ho il minimo interesse a partecipare a questa vicenda». Sebbene non volesse coinvolgersi nel conflitto per timore dello spargimento di sangue tra i musulmani, considerava ʿAli (che Allah sia soddisfatto di lui) dalla parte della verità. Per questo, verso la fine della sua vita, si pentì di non averlo aiutato.

Usama era stato allevato nella casa del Profeta. Per questo avrebbe dovuto possedere una conoscenza profonda. Al momento della morte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), aveva appena diciotto anni. Dopo aver raggiunto la maturità, non ebbe l’opportunità di godere di una lunga compagnia del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Perciò, sotto questo aspetto, non raggiunse risultati pari a quelli auspicabili di sapienti Compagni come ʿAbd Allah ibn ʿAbbas e ʿAbd Allah ibn ʿUmar. Ciò nonostante, quanto aveva acquisito non era affatto trascurabile. Aveva conservato nella memoria molte parole del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui). Anche eminenti Compagni si rivolgevano talvolta a lui per conoscere le prescrizioni della Sharia. Non avendo trovato alcuna prescrizione della Sharia riguardo alla peste, Saʿd ibn Abi Waqqas chiese a Usama: «Hai sentito dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) qualcosa riguardo alla peste?». Egli riferì a Saʿd una parola del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) su tale argomento. Il numero complessivo degli hadith da lui trasmessi è di centoventotto; quindici di essi sono stati riferiti sia dall’Imam Bukhari sia dall’Imam Muslim. Tra i Compagni e i Tabiʿun che trasmisero hadith da lui vi furono Hasan, Muhammad ibn ʿAbbas, Abu Hurayra, Kurayb, Abu ʿUthman al-Nahdi, ʿAmr ibn ʿUthman, Abu Wa’il, ʿAmir ibn Saʿd e Hasan al-Basri (che Allah sia soddisfatto di loro).

Poiché era stato allevato nella casa del Profeta e aveva libero accesso al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), l’insegnamento del Profeta esercitò su di lui una notevole influenza. Ebbe la fortuna di viaggiare per lo più sulla stessa cavalcatura del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Per questo ebbe anche molte opportunità di servirlo. Nella maggior parte dei casi era lui a portare l’acqua per l’abluzione e la purificazione.

Nonostante fosse ancora giovane, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, si consultava con lui su diverse questioni. Quando si diffusero le invenzioni calunniose e oscene degli ipocriti contro ʿAisha, che Allah sia soddisfatto di lei, le due persone vicine al Messaggero con cui egli si consultò in merito furono ʿAli e Usama, che Allah sia soddisfatto di entrambi.

Questo grande comandante morì a Medina, all’età di sessant’anni, nell’anno 54 dell’Egira, verso la fine del califfato di Muʿawiya.

ʿAbdullah ibn Umm Maktum ((che Allah sia soddisfatto di lui))

ʿAbdullah ibn Umm Maktum, il muezzin del Messaggero, che Allah sia soddisfatto di lui, fu quel grande Compagno per il quale il Nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui, fu rimproverato dall’alto del settimo cielo; e per il cui riguardo l’angelo Jibril, che Allah sia soddisfatto di lui, discese presso il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, portando la rivelazione da parte di Allah. Egli fu quel nobile grande uomo riguardo al quale furono rivelati complessivamente sedici versetti del Sacro Corano.

Gli abitanti di Medina lo chiamavano ʿAbdullah ibn Umm Maktum. Per gli iracheni, invece, era noto come ʿUmar ibn Umm Maktum. Era originario della tribù Quraysh della Mecca. Aveva anche un legame di parentela con il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Era cugino materno di Khadija bint Khuwaylid, Madre dei Credenti, che Allah sia soddisfatto di lei. Suo padre era Qays ibn Zayd e sua madre ʿAtika bint ʿAbdullah. Poiché sua madre aveva dato alla luce ʿAbdullah cieco, divenne nota come «ʿAtika, madre di Maktum». Maktum significa «cieco» e Umm Maktum significa «madre del cieco».

Non aveva la vista fisica, ma aveva ricevuto una vista interiore acuta. Fu testimone dell’alba dell’Islam e dell’inizio della manifestazione dei suoi raggi di luce alla Mecca. Allah, l’Altissimo, gli aprì la vista interiore. Egli credette. Divenne così uno dei credenti della prima epoca dell’Islam. Anch’egli condivise il sacrificio, la rinuncia, la perseveranza e la fermezza dei musulmani della Mecca. Come gli altri, fu vittima delle persecuzioni e delle vessazioni dei Quraysh. Le loro innumerevoli ingiustizie e persecuzioni non lo abbatterono minimamente né lo privarono del coraggio; si può dire, anzi, che la sua fede non si indebolì mai. Quanto più aumentavano le loro persecuzioni, tanto più egli si aggrappava saldamente alla religione di Allah. Nel contempo, si approfondiva il suo legame con il Libro di Allah, cresceva la sua comprensione della Sharia e aumentavano le sue visite al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, in ogni momento, opportuno o meno.

La sua devozione e il suo amore per il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e il suo ardente desiderio di memorizzare il Sacro Corano erano diventati così intensi che considerava preziosa ogni occasione al riguardo e sfruttava ogni momento. Per l’eccesso del suo zelo, talvolta si appropriava persino del tempo che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, aveva riservato a sé stesso o ad altri.

Era il periodo in cui il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, si trovava ad affrontare la tremenda sfida dei capi Quraysh della Mecca. Desiderava ardentemente che abbracciassero l’Islam. Un giorno incontrò ʿUtba ibn Rabiʿa, Shayba ibn Rabiʿa, ʿAmr ibn Hisham, detto Abu Jahl, Umayya ibn Khalaf e al-Walid ibn al-Mughira, padre di Khalid, la Spada di Allah. Si recava da ciascuno di loro, discuteva e si consultava con lui e lo invitava all’Islam. Sperava che accettassero il suo invito o che almeno desistessero dal perseguitare e opprimere i suoi compagni. Mentre era impegnato in un compito così importante, ʿAbdullah ibn Umm Maktum giunse del tutto inaspettatamente. Disse: «O Messaggero di Allah, insegnami qualcosa di ciò che Allah ti ha insegnato». Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, non attribuì particolare importanza alle sue parole e rimase rivolto ai capi Quraysh, nella speranza e nella convinzione che avrebbero abbracciato l’Islam, accrescendo così l’onore della religione di Allah e facilitando l’opera di predicazione. Non appena il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ebbe concluso la discussione e la consultazione con loro e si accinse a tornare a casa, Allah, l’Altissimo, lo richiamò e gli rivelò, come rimprovero:

«Aggrottò le sopracciglia e volse il viso dall’altra parte, perché il cieco era venuto da lui. E come potevi sapere? Forse si sarebbe purificato o avrebbe accolto il monito, e il monito gli sarebbe stato utile. Quanto a colui che non se ne cura, tu gli hai prestato attenzione, sebbene tu non sia responsabile se egli non si purifica. Invece, colui che è venuto correndo verso di te, timoroso e preoccupato, tu lo hai trascurato. No, questo comportamento non è appropriato. Questo è un monito: chi vuole, lo ricorderà. Esso si trova in nobili Scritture, elevate e venerate, pure e sacre, scritte dalle mani di scribi virtuosi.»(‘Abasa: 1–16)

Quel giorno Jibril al-Amīn discese nel cuore del Messaggero di Allah ﷺ con sedici versetti riguardanti questo cieco Compagno, ʿAbdullāh ibn Umm Maktūm. Quei versetti continuano a essere recitati fino a oggi e saranno recitati finché la vita dell’umanità continuerà sulla faccia della terra. Da quel giorno il Messaggero ﷺ mostrò particolare riguardo ad ʿAbdullāh ibn Umm Maktūm. Quando veniva, lo chiamava e lo faceva sedere vicino a sé, si informava delle sue condizioni e soddisfaceva ogni sua necessità. ʿĀ’isha, che Allah si compiaccia di lei, gli preparava una bevanda di limone e miele e gliela faceva bere; egli dice: «Dopo la rivelazione dei versetti, questa era stata stabilita per lui». Non c’è nulla di così sorprendente. Egli era infatti colui a causa del quale il Messaggero ﷺ era stato severamente rimproverato dall’alto del settimo cielo.

Quando la durezza e le persecuzioni dei Quraysh contro il Messaggero ﷺ e i musulmani superarono ogni limite, Allah l’Altissimo concesse ai musulmani il permesso di compiere la hijra. ʿAbdullāh ibn Umm Maktūm fu uno di coloro che lasciarono rapidamente la propria patria per amore della religione. Lui e Muṣʿab ibn ʿUmayr, che Allah si compiaccia di lui, furono i primi tra i Compagni a giungere dalla Mecca a Medina. Giunto a Medina, ʿAbdullāh ibn Umm Maktūm iniziò, insieme al suo amico Muṣʿab ibn ʿUmayr, a recarsi di casa in casa per insegnare il Corano e la religione di Allah. Al-Barāʾ ibn ʿĀzib, che Allah si compiaccia di lui, racconta: «Tra i Compagni del Messaggero di Allah ﷺ, i primi a compiere la hijra e a venire da noi a Medina furono Muṣʿab ibn ʿUmayr e Ibn Umm Maktūm. Appena giunsero a Medina, cominciarono a insegnarci il Corano.»

Il Messaggero di Allah ﷺ compì la hijra dalla Mecca a Medina. Nominò ʿAbdullāh ibn Umm Maktūm e Bilāl ibn Rabāḥ muezzin dei musulmani. Essi furono i primi due muezzin della comunità musulmana. Da allora, cinque volte al giorno, continuarono a svolgere il compito di proclamare la professione dell’unicità divina, invitare le persone alle opere buone ed esortarle al bene. Bilāl pronunciava l’adhān, mentre Ibn Umm Maktūm pronunciava l’iqāma. Talvolta Ibn Umm Maktūm pronunciava l’adhān e Bilāl, che Allah si compiaccia di lui, l’iqāma. Durante il mese di Ramadan svolgevano anche un altro compito. I musulmani di Medina iniziavano a consumare il saḥūr dopo aver ascoltato l’adhān di uno dei due e smettevano di mangiare dopo aver ascoltato quello dell’altro. Al sentire l’adhān di Bilāl, la gente si svegliava per il saḥūr. Nel frattempo, ʿAbdullāh ibn Umm Maktūm attendeva l’alba vera; non appena essa sorgeva, pronunciava l’adhān, e al sentirlo la gente smetteva di mangiare.

Dopo la hijra del Messaggero di Allah ﷺ ebbero inizio le guerre e le campagne militari. Ibn Umm Maktūm, tuttavia, non era in grado di partecipare al jihad a causa della sua disabilità. Dopo la battaglia di Badr, Allah l’Altissimo rivelò alcuni versetti al Suo amato Profeta. In essi venivano proclamati l’immenso rango dei combattenti e la loro superiorità ed eccellenza rispetto a coloro che, rifuggendo dal jihad, rimanevano nelle proprie case. Il contenuto di quei versetti suscitò una profonda reazione in Ibn Umm Maktūm. Egli soffrì amaramente per essere stato privato del rango dei combattenti. Quando fu rivelato questo versetto:

«I credenti che rimangono nelle loro case e i combattenti sulla via di Allah non avranno lo stesso rango». Il Messaggero di Allah ﷺ ordinò a Zayd ibn Thābit, che Allah si compiaccia di lui, lo scriba della rivelazione, di scrivere il versetto. In quel momento Ibn Umm Maktūm giunse sul posto e disse: «O Messaggero di Allah, se fossi stato in grado, anch’io avrei partecipato al jihad e ottenuto il rango dei combattenti.»

Poi pregò Allah con estrema umiltà: «O Allah, rivela qualcosa riguardo alla mia incapacità; o Allah, rivela qualcosa riguardo alla mia giustificazione». Il suo desiderio fu talmente gradito ad Allah che Egli fece subito scendere una rivelazione, esonerando per sempre tutte le persone incapaci del mondo dall’obbligo del jihad.

Fu rivelato:

لَّا يَسْتَوِي الْقَاعِدُونَ مِنَ الْمُؤْمِنِينَ غَيْرُ أُولِي الضَّرَرِ وَالْمُجَاهِدُونَ فِي سَبِيلِ اللَّهِ بِأَمْوَالِهِمْ وَأَنفُسِهِمْ

«I musulmani che rimangono nelle loro case, eccetto gli esonerati per valide ragioni, non sono pari per merito a coloro che combattono sulla via di Allah con i loro beni e le loro vite». Qui [ غَيْرُ أُولِي الضَّرَرِ ] la locuzione dichiara esenti dall’obbligo del jihad tutte le persone incapaci.

Tuttavia, invece di diminuire il suo entusiasmo nel recarsi al jihad a causa di questa disposizione, esso aumentò ulteriormente. Il suo nobile cuore rifiutava di restare a casa insieme agli inabili. Un cuore nobile, infatti, non può mai trovare appagamento se non nelle opere nobili. Ibn Hajar al-Asqalani, nel libro «‘al Isaba’», afferma: «Nonostante la cecità, talvolta partecipava alle battaglie. Diceva alla gente: “Mettetemi la bandiera in mano e fatemi stare tra le due schiere. Sono cieco: non c’è alcun timore che io fugga”».

Sebbene Hazrat Ibn Umm Maktum fosse stato privato del merito del jihad a causa della sua disabilità, ottenne un onore e una gloria ancora maggiori. Quando il Messaggero di Allah, s.a.w., partiva da Medina per una spedizione insieme ai principali Muhajirun e Ansar, lasciava Ibn Umm Maktum come suo sostituto. In quel periodo egli svolgeva il compito di guidare la preghiera nella Moschea del Profeta. Così ottenne questo onore per un totale di tredici volte durante spedizioni come quelle di Abwa, Bawat, Dhat al-Asir, Juhayna, Sawiq, Ghatafan, Hamra al-Asad, Najran e Dhat al-Riqa. Durante la battaglia di Badr svolse questo incarico per alcuni giorni. In seguito tale responsabilità fu affidata ad Abu Lubaba.

Dalla morte del Messaggero di Allah, s.a.w., fino alla fine del califfato di Hazrat Umar, r.a., non si sa molto di lui. Si sa soltanto che partecipò alla battaglia di Qadisiyya e tenne alta la bandiera dell’esercito musulmano. Secondo lo storico al-Waqidi, morì a Medina. Tuttavia, Ibn Sa’d riferisce nella sua opera «al-Tabaqat», sulla base della trasmissione di Zubayr ibn Bakkar, che egli subì il martirio nella battaglia di Qadisiyya. La maggior parte degli autori di biografie profetiche considera questa versione più autentica.

Nel quattordicesimo anno dell’Egira, il secondo califfo, Hazrat Umar ibn al-Khattab, r.a., decise di intraprendere una battaglia decisiva contro l’esercito persiano. Scrisse ai wali delle varie province:

«Non escludete nessuno che possieda un’arma, un cavallo o un cammello, oppure intelligenza. Mandateli tutti rapidamente da me».

La popolazione musulmana rispose in massa a questo appello di Hazrat al-Faruq al-A’zam. Da ogni direzione la gente cominciò ad affluire verso Medina come una corrente impetuosa. Anche il cieco Abdullah ibn Umm Maktum non riuscì a restare a casa. Si unì alle file dei mujahidin e venne a Medina. Il califfo Umar, r.a., nominò comandante di questo enorme esercito Hazrat Sa’d ibn Abi Waqqas, r.a. Al momento della partenza, il califfo gli impartì diversi consigli e lo congedò.

Quando l’esercito musulmano giunse a Qadisiyya, Hazrat Abdullah ibn Umm Maktum si presentò indossando l’armatura e pronto per la battaglia, e chiese che gli fosse affidato l’incarico di portare il vessillo, ossia la bandiera, dell’esercito musulmano. Disse: «O terrò alta questa bandiera, oppure morirò».

La furiosa e sanguinosa battaglia che si svolse nella pianura di Qadisiyya tra gli eserciti musulmano e persiano ha pochi paragoni nella storia militare del mondo. Infine, il terzo giorno della battaglia decisiva, con la vittoria dell’esercito musulmano, caddero il più grande impero del mondo di allora e il trono più glorioso. E insieme a ciò, la bandiera del tawhid cominciò a sventolare con un fruscio su questa vastissima terra idolatra. Questa grande vittoria fu ottenuta al prezzo della vita di innumerevoli martiri. Anche Hazrat Abdullah ibn Maktum fu uno di quei numerosi martiri. Al termine della battaglia, fu visto riverso a terra, sanguinante e coperto di ferite, mentre stringeva tra le braccia la bandiera dei musulmani.

Ibn Umm Maktum era cieco. Anche la sua casa si trovava alquanto lontano dalla Moschea del Profeta. Lungo il percorso vi erano canali, fossati, cespugli e boscaglia. Non aveva sempre qualcuno che lo aiutasse. Nonostante tutte queste difficoltà, si recava regolarmente alla Moschea del Profeta per compiere la preghiera. A questo proposito racconta: «Un giorno dissi: O Messaggero di Allah! Sono cieco e anche la mia casa è piuttosto lontana dalla moschea. Ho qualcuno che mi accompagna indicandomi la strada, ma non è di mio gradimento. In queste circostanze, mi permetteresti di pregare a casa?». Egli disse: “Riesci a sentire l’adhan?”. Risposi: “Sì”. Disse: “Non vedo alcun motivo per concederti il permesso”. In un’altra narrazione si riferisce: «Dissi: O Messaggero di Allah! Tra la mia casa e la moschea vi sono palmeti e boscaglia. Non posso sempre avere qualcuno che mi indichi la strada. In queste circostanze, posso compiere la preghiera a casa?». Egli disse: “Riesci a sentire l’iqama?”. Risposi: “Sì”. Il Messaggero ﷺ disse: “Allora vieni alla moschea e compi la preghiera”.(Hayatus Sahaba, vol. 3, 121)Poiché la voce dell’adhan e dell’iqama giungeva fino alla sua casa, non gli fu concesso di pregare a casa nonostante fosse cieco. Durante il suo califfato, Hazrat Umar gli assegnò una guida. Hazrat Abdullah ibn Umm Maktum era un hafiz del Sacro Corano. Hazrat Anas e Zarr ibn Jaish hanno trasmesso hadith da lui.(Tahzibul Kamal, 289)

 

Tufayl ibn ’Amr al-–Dawsī ((che Allah sia soddisfatto di lui))

Il suo nome era Tufayl. Il suo titolo era Dhū an-Nūr, «il possessore della luce». Veniva chiamato ad-Dawsī perché apparteneva alla tribù dei Daws. La tribù dei Daws, residente nello Yemen, era una tribù potente. Egli ne era il capo, o rais. La sua professione era il commercio. Per questo motivo doveva recarsi di tanto in tanto alla Mecca.

Tufayl era uno degli uomini nobili e fieri dell’Arabia dell’epoca dell’Ignoranza. Il suo focolare non smetteva mai di avere una pentola sul fuoco. La porta della sua casa era sempre aperta agli ospiti.

Era dotato di acuto intelletto, straordinaria intelligenza, innato talento poetico e sottile sensibilità. Conosceva perfettamente la dolcezza e l’amarezza della lingua, nonché la magia delle parole.

Una volta Tufayl ibn Amr giunse alla Mecca dalla regione di Tihāma, dove risiedeva la sua tribù, per motivi commerciali. In quel periodo era già iniziato il conflitto tra il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e i Quraysh. Entrambi i gruppi si adoperavano per raccogliere sostenitori della propria posizione. Da una parte, il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) invitava la gente verso il suo Signore; dall’altra, i miscredenti impiegavano ogni mezzo possibile per cercare di allontanarla da lui. Si può dire che egli fu coinvolto in questo conflitto del tutto contro la propria volontà, poiché non era venuto alla Mecca per questo scopo. Fino ad allora, non gli era mai venuto in mente il conflitto tra Muhammad e i Quraysh. A questo scontro è legato un episodio singolare della sua vita. Egli racconta: «Entrai alla Mecca. I capi dei Quraysh, non appena mi videro, vennero incontro e mi accolsero con i più calorosi saluti. Mi offrirono ospitalità nella casa più prestigiosa tra le loro. Poi i loro capi e i loro sapienti vennero da me e mi dissero: “Tufayl, sei giunto nella nostra terra. Quest’uomo, che si considera un profeta, ha sconvolto ogni nostro affare e ha spezzato la nostra unità. Temiamo che anche tu possa lasciarti sviare dalle sue parole e che, sotto la tua guida, lo stesso problema che è sorto tra noi possa manifestarsi nella tua tribù. Perciò non parlare in alcun modo con quest’uomo e non ascoltare nulla di ciò che dice, perché le sue parole agiscono come una magia. Egli crea divisione tra padre e figlio, tra fratelli e tra marito e moglie”».

Tufayl racconta: «Giuro su Allah, essi mi misero in guardia, insieme alla mia tribù, narrandomi episodi straordinari sul Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e le sue varie opere miracolose. Decisi quindi di non avvicinarmi a lui, di non parlargli e di non ascoltare alcuna sua parola. A quel tempo facevamo il ṭawāf intorno alla Kaʿba e adoravamo anche gli idoli che vi erano custoditi. Quando uscii diretto alla moschea per compiere il ṭawāf intorno alla Kaʿba e adorare gli idoli, mi riempii per bene entrambe le orecchie di cotone, affinché in nessun modo le parole di Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) potessero giungervi.

Appena entrai nella Moschea Sacra, lo vidi in piedi in preghiera accanto alla Kaʿba. Tuttavia, quella sua preghiera non era come la nostra preghiera, e quella sua adorazione non era come la nostra adorazione. La scena mi colmò di gioia e quella sua adorazione mi commosse. Desiderai avvicinarmi a lui. Contro la mia volontà, un passo dopo l’altro, arrivai fino a lui. Allah volle che alcune sue parole giungessero alle mie orecchie. Così, nonostante avessi le orecchie riempite di cotone, riuscii ad ascoltare alcune delle sue nobili parole. Dissi tra me e me: “Che tua madre perda te, Tufayl! Tu sei un poeta intelligente e possiedi la capacità di distinguere il bene dal male. Che cosa ti impedisce di ascoltare le parole di quest’uomo? Se dice cose buone, accettale; se invece sono cattive, respingile”».

Tufayl racconta: «Rimasi ad aspettare. Terminata la preghiera, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si diresse verso casa. Lo seguii anch’io e giunsi fino alla sua abitazione. Dissi: “O Muhammad, la tua gente mi ha raccontato tutte queste cose su di te. Mi hanno tanto spaventato riguardo a te che mi sono riempito le orecchie di cotone, affinché nessuna tua parola potesse giungervi. Nonostante ciò, Allah l’Altissimo volle che ascoltassi alcune delle tue parole. Ciò che ho udito mi è sembrato buono. Spiegami dunque un po’ la tua missione”. Dopo aver esposto chiaramente il suo messaggio, egli recitò per me la Sura al-Ikhlāṣ e la Sura al-Falaq. A dire il vero, non avevo mai ascoltato parole più belle né un contenuto più sublime. In quel momento tesi la mano verso di lui e, recitando la testimonianza “Lā ilāha illā Allāh, Muḥammadur Rasūlullāh”, proclamai la mia adesione all’Islam.»

Dopo aver abbracciato l’Islam, i Quraysh della Mecca continuarono a intimidirlo. Allora compose per loro una splendida poesia. Il tema della poesia era la condanna dei Quraysh, l’unicità di Allah e la lode del Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui. Ibn Hajar, nell’opera “‘al-–Isāba’”, ne ha raccolto alcuni versi.

Tufayl racconta: «Poi rimasi per alcuni giorni alla Mecca, dove appresi le norme dell’Islam e, per quanto mi fu possibile, memorizzai alcune parti del Corano. Decisi quindi di tornare dalla mia tribù.»

Avendo appreso del mio ritorno, il mio anziano padre accorse da me. Gli dissi: «Padre, stai lontano da me. Io non sono dei tuoi, né tu sei dei miei.»

Sentendo ciò, egli disse: «Perché dici questo, figlio mio?». Risposi: «Ho abbracciato l’Islam e sono diventato seguace della religione di Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui». Egli disse: «Figlio mio, la tua religione è anche la mia». Risposi: «Va’, lavati, indossa abiti puliti e torna da me. Ti insegnerò ciò che ho imparato». Egli se ne andò. Dopo essersi lavato e aver indossato abiti puliti, tornò da me e gli presentai l’invito all’Islam. Egli lo accettò immediatamente. Poi venne mia moglie. Le dissi anch’io di allontanarsi. Dicendo: «Possano i miei genitori essere sacrificati per te», volle sapere il motivo. Risposi: «L’Islam ha reciso il legame tra te e me. Ho abbracciato l’Islam e sono diventato seguace della religione di Muhammad». Ella disse: «Allora la tua religione è anche la mia». Risposi: «Va’ a lavarti con l’acqua della sorgente di Yushshara e torna purificata.»(‘Yush–shara,’ l’idolo-dea della tribù–Daws;। accanto ad essa si trovava; dalla  montagna sgorgava una sorgente.)Ella disse: «Possano i miei genitori essere sacrificati per te, non hai neppure un po’ di paura di Yush-Shara quando si tratta di abbandonare la religione?». Risposi: «Maledetta sia Yush-Shara, e maledetto sia tu! Va’, lavati lì, in un luogo un po’ lontano dalla folla, e torna. Questo idolo di pietra sordo non potrà arrecarti alcun danno: me ne assumo la responsabilità». Ella se ne andò e, poco dopo, tornò dopo essersi lavata. Le presentai l’invito all’Islam ed ella lo accettò con gioia. Poi presentai l’invito all’Islam a tutti gli abitanti della tribù Daws. Ma tutti, tranne Abu Hurayra, mostrarono esitazione. Egli fu l’unico della tribù Daws ad abbracciare l’Islam molto rapidamente.»

Tufayl, che Allah si compiaccia di lui, racconta: «In seguito mi recai a Mecca al cospetto del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Questa volta Abu Hurayra era con me. Il Messaggero di Allah mi chiese: “Tufayl, quali notizie porti da coloro che hai lasciato?” Risposi: “I loro cuori si sono coperti di ruggine e sono immersi in una grave miscredenza. Sul clan dei Daws si sono abbattute la dissolutezza e la disobbedienza”.»

Dopo aver ascoltato le mie parole, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si alzò, fece l’abluzione, pregò e poi sollevò le mani verso il cielo. Abu Hurayra racconta: «Quando vidi il Messaggero di Allah fare ciò, temetti che avrebbe invocato una maledizione contro il mio popolo e che esso sarebbe stato distrutto. Dentro di me dissi: “O Allah, proteggi il mio popolo”. Ma, inaspettatamente, udii il Messaggero di Allah dire: “O Allah, guida il clan dei Daws”, e lo ripeté tre volte. Poi si rivolse a Tufayl e disse: “Ora torna dal tuo popolo. Trattali con gentilezza e invitali all’Islam”.»

Mentre il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, teneva le mani sollevate e pregava per il clan dei Daws, Tufayl disse: «Io non voglio questo». Udendo ciò, il Messaggero di Allah disse: «Tra loro ci sono molte altre persone come te». Si narra che già nell’epoca dell’ignoranza Jundub ibn Amr al-Dawsi dicesse: «Certamente esiste un Creatore di questo universo, ma non sappiamo chi sia». Quando seppe della venuta del Messaggero di Allah, si recò a Medina con settantacinque uomini e abbracciò l’Islam.

Tufayl racconta: «Tornai e mi dedicai all’invito all’Islam e alla sua diffusione presso il clan dei Daws. Nel frattempo, il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, emigrò dalla Mecca a Medina. Una dopo l’altra terminarono le battaglie di Badr, Uhud e del Fossato. Poi mi recai al cospetto del Messaggero di Allah; con me c’erano allora ottanta famiglie del clan dei Daws. Tutte avevano abbracciato l’Islam. Vedendoci, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fu estremamente felice e ci assegnò anche una parte del bottino di Khaybar. Dicemmo: “O Messaggero di Allah, d’ora in poi, in ogni battaglia alla quale parteciperai, noi ci occuperemo dell’ala destra”. Tufayl racconta: “Rimasi con il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Infine, per volontà di Allah l’Altissimo, avvenne la conquista della Mecca”.»

Tufayl, che Allah si compiaccia di lui, ridusse in cenere l’idolo Zul-Kaffayn, adorato dal suo clan. All’istante anche lo shirk residuo del clan dei Daws scomparve e tutti abbracciarono l’Islam. Nel frattempo, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era partito per la spedizione di Ta’if. Tufayl, che Allah si compiaccia di lui, raggiunse il Messaggero di Allah a Ta’if con altri quattrocento uomini armati del suo clan. Tufayl era il comandante del suo gruppo. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli chiese: «Chi porterà il tuo stendardo?» Egli rispose: «Poiché Nu’man ibn Rabia svolge questo compito da molto tempo, lo svolgerà anche in questa occasione». Il Messaggero apprezzò la sua motivazione.

Da allora, per tutto il tempo in cui il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rimase in vita, Tufayl ibn Amr fu suo compagno inseparabile. Durante il califfato di Abu Bakr al-Siddiq, egli consacrò al califfo la propria vita, la propria spada e i propri figli, mettendoli tutti al servizio della sua obbedienza. Quando il fuoco delle guerre della ridda divampò furiosamente ovunque, partì insieme a suo figlio Amr, come combattente in prima linea di un esercito inviato contro il falso profeta Musaylima il Bugiardo. Mentre era in cammino verso Yamama, fece un sogno. Chiese ai suoi compagni di interpretarlo. Quando essi gli domandarono: «Che cosa hai visto?», egli rispose: «Ho visto che mi avevano rasato la testa; un uccello usciva dalla mia bocca; mia moglie mi faceva entrare nel suo ventre; mio figlio Amr voleva tirarmi fuori rapidamente, ma tra lui e me veniva eretto un muro».»

Essi commentarono: «È un buon sogno». Tufayl racconta: «Io però interpretai il sogno così: la testa rasata significa che la mia testa sarà separata dal collo. L’uccello che esce dalla bocca significa che la mia anima uscirà dal corpo. Entrare nel ventre di mia moglie significa che sarà scavata una fossa nella terra, vi sarà preparata una tomba e io vi sarò sepolto. Il mio desiderio più ardente è morire da martire. Anche mio figlio Amr desidererà il martirio come me, ma lo otterrà un po’ più tardi». La sua interpretazione si avverò. Nell’undicesimo anno dell’Egira, questo grande Compagno combatté valorosamente nella battaglia di Yamama e subì il martirio sul campo di battaglia. In quella battaglia, il polso della mano destra del suo unico figlio Amr fu reciso, ed egli si indebolì per l’eccessiva perdita di sangue. Così tornò a Medina, avendo perso sul campo di battaglia una mano e suo padre.

Durante il califfato del secondo califfo, Umar ibn al-Khattab, che Allah si compiaccia di lui, un giorno Amr ibn Tufayl si recò da lui. Quando fu servito il cibo per il califfo, questi invitò a mangiare tutti coloro che erano seduti con lui. Tutti accettarono, ma Amr non lo fece. Il califfo gli disse: «Che cosa ti è successo? Forse ti vergogni a causa della tua mano?» Amr rispose: «Sì». Il califfo disse: «Per Allah, non porterò questo cibo alla bocca finché non lo avrai mescolato con quella tua mano amputata. Per Allah, nell’umma musulmana non c’è nessun altro, oltre a te, che abbia una parte in Paradiso: la tua mano». Dopo la morte di suo padre, egli sognava continuamente il martirio. Infine, nel quindicesimo anno dell’Egira, il suo sogno si realizzò nella terribile battaglia combattuta dai musulmani contro l’esercito romano nella piana di Yarmuk. In questo modo, padre e figlio conseguirono entrambi l’onore del martirio.

Quando a Mecca l’oppressione e le persecuzioni contro il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e i musulmani raggiunsero il culmine, un giorno Tufayl propose al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) di emigrare presso la sua tribù e di cercare rifugio nella loro inespugnabile fortezza. Gli assicurò inoltre che si sarebbe assunto la piena responsabilità della sua protezione. Ma Allah l’Altissimo aveva riservato questo onore agli Ansar di Medina. Perciò egli non accolse l’invito di Tufayl.

Dopo aver abbracciato l’Islam, essendo impegnato nella da’wa e nella propagazione dell’Islam presso la propria tribù, non ebbe l’opportunità di trascorrere a lungo del tempo in compagnia del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Tuttavia, grazie ai suoi sforzi, l’intera tribù dei Daws abbracciò l’Islam.

Sa’id ibn ’‘Amir al–Jumahi ((che Allah sia soddisfatto di lui))

Gli storici hanno detto: Sa’id ibn ‘Amir era un uomo che acquistò l’Aldilà in cambio del mondo e antepose Allah e il Suo Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) a ogni altra cosa.

Suo padre si chiamava ‘Amir e sua madre Arwa bint Abi Mu’ayt. Abbracciò l’Islam prima della conquista di Khaybar.

I Quraysh della Mecca catturarono con l’inganno il Compagno del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), Khubayb ibn ‘Adi, lo portarono alla Mecca e, davanti alla folla radunata, gli tagliarono pubblicamente e con estrema brutalità le membra mentre era ancora vivo, per poi crocifiggerlo. Per permettere alla gente di assistere a quella scena straziante, fu dato l’annuncio in tutta la Mecca battendo i tamburi. Tra coloro che erano giunti dalla zona di Tan’im per assistere a quella scena vi era anche Sa’id ibn ‘Amir al-Jumahi.

Allora nelle sue vene scorreva il sangue ardente della giovinezza. Anche lui avanzava, aprendosi un varco tra la folla. A un certo punto si ritrovò accanto ai capi Quraysh della prima fila, tra cui Abu Sufyan ibn Harb, Safwan ibn Umayya e altri. Vide il prigioniero dei Quraysh con le catene ai polsi. Uomini e donne, bambini, anziani e giovani lo spingevano verso il luogo della morte. Il loro scopo era vendicare, uccidendolo, i Quraysh caduti nella battaglia di Badr. Perciò erano in preda a una gioia demoniaca.

Innumerevoli persone giunsero al luogo dell’esecuzione insieme al prigioniero. Il giovane e aitante Sa’id ibn ‘Amir rimase in piedi a osservare. Tra le grida e il tumulto delle donne e dei bambini, giunse alle sue orecchie la voce ferma e serena di Khubayb, che diceva: «Prima che mi crocifiggiate, se me lo permettete, posso pregare due rak’a?» Gli diedero il permesso.

Saʿīd ibn ʿĀmir vide che egli eseguì due rakʿāt di preghiera rivolto verso la Kaʿba. Com’era bella, com’era meravigliosa quella preghiera! Poi si voltò verso i capi dei Quraysh e disse loro: «Per Allah! Se non pensaste che sto prolungando la preghiera per paura della morte, la prolungherei ancora di più».

In seguito, Saʿīd ibn ʿĀmir vide con i propri occhi gli uomini della sua tribù tagliare, uno dopo l’altro, gli arti dal corpo di Khubayb mentre era ancora vivo. E gli chiedevano: «Preferisci che Muhammad venga messo al tuo posto e che tu sia liberato?»

Il sangue gli scorreva dal corpo, mentre egli diceva:

«Per Allah, non mi piacerebbe affatto essere al sicuro tra la mia famiglia e i miei figli, se in cambio anche solo una spina ferisse il corpo di Muhammad (s.a.)». Udito ciò, la gente tutt’intorno sollevò le mani e cominciò a gridare: «Uccidetelo, uccidetelo!»

Poi Saʿīd ibn ʿĀmir vide che egli, guardando verso il cielo dall’alto del patibolo, diceva:

«O Allah, tieni il conto del loro numero, uccidili uno a uno e non risparmiare nessuno di loro». Questa fu la sua supplica finale. Poi il suo corpo fu martoriato da innumerevoli colpi di spada e di lancia.

Dopo pochi giorni, i Quraysh furono coinvolti in grandi avvenimenti e dimenticarono Khubayb e il suo patibolo. Ma il ricordo di Khubayb non si allontanò neppure per un istante dal cuore del giovane Saʿīd ibn ʿĀmir al-Jumaḥī. Quando dormiva, lo vedeva in sogno; quando era sveglio, lo vedeva nella sua immaginazione. Gli sembrava di vedere Khubayb eseguire con estrema calma e serenità due rakʿāt di preghiera davanti al patibolo. Pareva inoltre udire con entrambe le orecchie il tono sommesso della sua maledizione finale contro i Quraysh. Temeva che da un momento all’altro un fulmine si abbattesse su di lui o che dal cielo piovessero pietre.

Inoltre, da Khubayb apprese insegnamenti che prima ignorava. Tra questi: la fede e il jihad fino alla morte sulla via della fede costituiscono la vera vita. Una fede salda può produrre molte cose straordinarie e miracolose. Inoltre, un uomo che i suoi compagni possono amare così profondamente non può essere altro che un profeta inviato da Allah.

Da quel momento, Allah l’Altissimo aprì il cuore di Saʿīd ibn ʿĀmir all’Islam. Un giorno si alzò davanti alla gente e dichiarò pubblicamente di aver abbracciato l’Islam, rompendo ogni legame con le divinità e gli idoli dei Quraysh. Abbracciò l’Islam prima della battaglia di Khaybar.

Saʿīd ibn ʿĀmir emigrò a Medina e rimase costantemente al fianco del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Partecipò a tutte le successive battaglie, compresa quella di Khaybar.

Dopo la scomparsa del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, durante i califfati dei suoi due successori, Abū Bakr e ʿUmar, Saʿīd ibn ʿĀmir eseguì fedelmente i loro ordini, con la spada sguainata. Durante il califfato del nobile ʿUmar, il comandante Abū ʿUbayda chiese rinforzi per la battaglia di Yarmūk. Il califfo inviò da Medina un esercito sotto il comando di Saʿīd. A Yarmūk, Saʿīd diede un contributo notevole. Scegliendo l’Aldilà al posto di questo mondo, anteponendo il compiacimento di Allah a tutti i desideri del cuore e del corpo, e anteponendo il compiacimento di Allah a tutti i desideri del cuore e del corpo, egli offrì ai musulmani un esempio incomparabile. I primi due califfi del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, conoscevano l’onestà e il timore di Allah di Saʿīd ibn ʿĀmir. Per questo accettavano sempre i suoi consigli.

Era allora agli inizi il periodo del califfato del nobile ʿUmar. Un giorno, Saʿīd ibn ʿĀmir disse al califfo:

«O ʿUmar, ti raccomando di temere Allah riguardo alle persone; non temere invece le persone riguardo ad Allah. Fa’ che le tue parole non siano in contrasto con le tue azioni. In verità, le parole confermate dalle opere sono le migliori parole.

O ʿUmar, rimani sempre vigile riguardo ai musulmani, vicini e lontani, che Allah ti ha posto sotto la responsabilità di governare. Ciò che desideri per te stesso e per la tua famiglia, desideralo anche per loro; ciò che non desideri per te stesso e per la tua famiglia, non desiderarlo neppure per loro. Supera ogni ostacolo e difficoltà per giungere alla verità. Non temere il biasimo di alcun biasimatore nell’osservanza degli ordini di Allah.»

ʿUmar domandò:

«Saʿīd, chi è capace di fare ciò?»

Egli disse: «Una persona come voi. Allah vi ha affidato l’autorità sulla comunità di Muhammad e tra Allah e voi non vi è alcun altro ostacolo.»

Allora disse subito a Saʿīd: «Per Allah, ti scongiuro, non farmi ricadere addosso questa calamità e non trascinarmi verso questo mondo!»

ʿUmar, adirato, disse:

«Possa tu essere distrutto! Dopo aver posto sulle mie spalle la responsabilità del califfato, ora vuoi tenerti lontano da me? Per Allah, non ti lascerò andare!» Detto ciò, nominò Saʿīd governatore di Hims. Poi gli chiese: «Devo stabilire per te uno stipendio?» Saʿīd rispose: «Comandante dei credenti, che cosa me ne farei? Lo stipendio che ricevo dal Bayt al-Māl è già superiore alle mie necessità.» Saʿīd partì per Hims.

Dopo qualche tempo, alcuni uomini fidati del Comandante dei credenti ʿUmar giunsero a Medina da Hims. ʿUmar disse loro:

«Datemi un elenco dei vostri poveri e bisognosi. Darò loro un aiuto.» Essi prepararono un elenco e lo consegnarono a ʿUmar. Tra gli altri vi era anche il nome di Saʿīd ibn ʿĀmir. Il califfo chiese: «Chi è questo Saʿīd ibn ʿĀmir?» Risposero: «È il nostro governatore.» Egli domandò: «Anche il vostro governatore è così povero?»

Risposero: «Sì, per Allah. Da diversi giorni consecutivi, nella sua casa non viene acceso il focolare né vi viene posta una pentola.»

Udite queste parole, il califfo ʿUmar pianse così tanto che la barba gli si bagnò di lacrime. Poi mise mille dinari in una borsa e disse: «Portagli i miei saluti e digli: il Comandante dei credenti ti manda questo denaro per soddisfare le tue necessità personali.»

Si presentarono da Sa’id con una borsa piena di dinari. Non appena ne aprì la bocca, vide che conteneva dei dinari. Subito, recitando «Inna lillahi wa inna ilayhi raji’un», la allontanò da sé come se fosse stato colpito da una grave calamità. Sua moglie, terrorizzata, accorse e domandò:

«Sa’id, che cosa vi è successo? L’Amir al-Mu’minin è forse morto?»

Egli rispose: «No. Piuttosto, è accaduto qualcosa di ancora più grave.»

«È forse sopraggiunta una calamità sui musulmani?»

Egli rispose: «No. Qualcosa di ancora più grave per lui.»

Sua moglie domandò: «Qual è questa cosa così grave?»

Egli rispose: «Il mondo è entrato in casa mia per causare la rovina della mia vita nell’Aldilà. La calamità è entrata nella mia casa.»

Sua moglie disse: «Allontanate la calamità.» A quel tempo, tuttavia, non sapeva ancora nulla dei dinari.

Sa’id disse: «Mi aiuterai in questa faccenda?»

La moglie rispose: «Certamente.»

Poi mise i dinar in alcune borse e li distribuì tra i musulmani poveri.

Dopo alcuni giorni, Umar ibn al-Khattab, che Allah si compiaccia di lui, giunse a Hims per vedere con i propri occhi la situazione della Siria. A quei tempi Hims era chiamata «Kuwaifa», perché, come gli abitanti di Kufa, anche gli abitanti di Hims presentavano sempre numerose lamentele contro i loro governanti. Per questo si diceva che Hims fosse anch’essa una sorta di piccola Kufa. Comunque, dopo l’arrivo del califfo, quando gli abitanti di Hims vennero a porgergli il saluto, egli domandò: «Che giudizio vi siete fatti del vostro governatore?»

Essi mossero gravi accuse contro il governatore, Sa’id, riferendo quattro sue condotte. Per importanza, ciascuna di queste quattro condotte era ugualmente grave.

Umar disse: «Ordinai che gli abitanti di Hims e il loro governatore si presentassero insieme. Rivolsi una supplica ad Allah, chiedendo che la mia opinione su di lui non risultasse deludente, perché riponevo in lui una grande fiducia.»

Quando gli abitanti di Hims e il loro governatore vennero da me, domandai:

«Quali sono le vostre accuse contro il vostro governatore?»

Dissero: «Non si fa vedere da noi finché non è trascorsa una buona parte della giornata».

ʿUmar chiese: «Saʿīd, qual è la tua risposta a questa lamentela?»

Egli rimase in silenzio per qualche istante, poi disse:

«Per Allah! Non mi piace che la questione venga rivelata a qualcuno. Tuttavia, non c’è altra scelta che parlarne, e quindi lo farò. Non ci sono domestici per la mia famiglia. Al mattino devo svolgere con le mie mani tutte le faccende di casa. Mi occupo anche di impastare la farina e preparare il pane. Poi mi lavo le mani e il viso e ricevo le persone. A quel punto è già trascorsa una buona parte della giornata».

ʿUmar chiese:

«Avete altre lamentele?»

Dissero:

«Di notte non concede udienza a nessuno.

ʿUmar chiese:

«Saʿīd, qual è la tua opinione al riguardo?»

Egli disse:

«Per Allah! Anche questa questione non mi piace rivelarla. Tuttavia, lo dirò: ho destinato il giorno alla gente e la notte ad Allah.»

ʿUmar chiese:

«Quali altre lamentele avete?»

Essi dissero:

«Un giorno al mese non riceve nessuno.»

Umar chiese: «Sa’id, qual è la questione?»

Egli rispose: «Comandante dei credenti, non ho alcun servitore. Non possiedo altri abiti oltre a quello che indosso. Una volta al mese lo lavo con le mie stesse mani e aspetto che si asciughi. Per questo non posso ricevere la gente nella prima parte della giornata. La ricevo invece nella seconda parte.»

Umar chiese ancora: «Ci sono altre accuse contro di lui?»

Essi risposero:

«Mentre parla con la gente nell’assemblea, a volte perde improvvisamente i sensi.»

Umar chiese: «Sa’id, qual è il problema?»

Egli rispose:

«Quando ero ancora politeista, avevo assistito alla scena in cui Khubayb ibn Adi veniva messo al patibolo. Avevo anche visto i Quraysh tagliargli uno dopo l’altro gli arti. In quel momento i Quraysh gli chiesero:

«Preferiresti che Muhammad, pace e benedizioni su di lui, fosse portato al tuo posto?»

Egli rispose: «Per Allah, non vorrei tornare sano e salvo dalla mia famiglia e dai miei figli, se in cambio una sola spina graffiasse il corpo di Muhammad, pace e benedizioni su di lui. Per Allah! Ogni volta che ricordo quel giorno e si risveglia in me il pensiero: “Perché quel giorno non lo aiutai?”, perdo i sensi. Mi sembra che Allah non perdonerà questo mio peccato».

Allora Umar disse: «Ogni lode spetta ad Allah, che non ha smentito la mia convinzione». Poi mandò centomila dinari per soddisfare le necessità di Sa’id. Quando sua moglie vide i dinari, esclamò:

«Ogni lode spetta ad Allah, che ci ha liberati dal doverci avvalere dei tuoi servigi. Va’, compraci del cibo e assumi un servitore».

Udendo ciò, egli disse a sua moglie:

«Non vuoi ottenere qualcosa di migliore di questo?». La moglie disse: «Che cos’è questa cosa migliore?»

Egli disse: «Diamo questi dinari ad Allah come prestito benevolo. Egli ci darà una ricompensa migliore, e noi siamo quelli che hanno più bisogno di quella ricompensa».

La moglie disse: «Sì, dalli pure. Che Allah ti conceda la migliore ricompensa».

Seduto in quell’assemblea, mise i dinari in alcune borse. Poi consegnò una borsa a ciascun membro della famiglia e disse: «Distribuiteli tra la vedova tal dei tali, l’orfano tal dei tali, i poveri della tribù tal dei tali e i bisognosi della tribù tal dei tali».

Saʿīd era uno di quei grandi uomini che antepongono gli altri alle proprie necessità.

Una volta, mentre era governatore di Hims, il califfo ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, lo convocò a Medina. Egli giunse a Medina con un solo bastone in mano e una sola ciotola per mangiare. Il califfo gli chiese: «Questa è tutta la tua attrezzatura?» Egli rispose: «A che mi servirebbero più cose? Mangio nella ciotola e appendo l’attrezzatura al bastone».

Secondo Ibn Saʿd, morì nell’anno 20 dell’Egira, mentre era governatore di Hims. Secondo Abū ʿUbayda, la sua morte avvenne nell’anno 21 dell’Egira.

Suraqa ibn Mālik (che Allah sia soddisfatto di lui)

Quando tra i Quraysh si diffuse la notizia che Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non si trovava alla Mecca, da una parte i capi dei Quraysh non riuscivano a credere alla notizia, mentre dall’altra in città si diffuse un’atmosfera di paura. Immediatamente iniziarono a perquisire ogni casa dei Banū Hāshim. Dopo aver perquisito le case delle persone vicine a Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunsero alla casa di Abū Bakr. Udendo il loro arrivo, uscì Asmāʾ, la figlia di Abū Bakr. Il capo qurayshita Abū Jahl le chiese: «Dov’è tuo padre?» Ella rispose: «Non so dove si trovi ora».

L’infame Abū Jahl le assestò un violento schiaffo sulla guancia; l’orecchino le schizzò via ed ella cadde a terra.

Quando i Quraysh furono fermamente convinti che Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fosse davvero partito dalla Mecca, la loro agitazione aumentò ulteriormente. Incaricarono un gruppo di esperti di seguire le impronte per trovarli. Gli esperti di impronte giunsero nei pressi della grotta sul monte Thawr e dissero ai Quraysh: «Per Allah, il vostro compagno Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non si è ancora allontanato da questa grotta». In realtà, la loro supposizione era corretta. Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e il suo compagno Abū Bakr erano ancora nella grotta, mentre i Quraysh erano sopra di loro. Tanto che Abū Bakr al-Ṣiddīq, che Allah sia soddisfatto di lui, riusciva persino a vedere, sopra la grotta, i piedi dei Quraysh che si muovevano sopra le loro teste. I suoi occhi si offuscarono di lacrime. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo guardò con uno sguardo colmo di amore, compassione e rimprovero. Abū Bakr disse sottovoce: «O Messaggero di Allah, per Allah, non piango per timore per la mia stessa vita, ma perché temo di dover assistere a qualche maltrattamento da parte loro nei tuoi confronti». Per rassicurarlo, il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Abū Bakr, non preoccuparti: Allah è con noi».

Allah donò serenità al cuore di Abu Bakr. Tuttavia, egli continuava a guardare i piedi dei Quraysh che si muovevano sopra le loro teste. A un certo punto disse al Messaggero di Allah: «O Messaggero di Allah, se uno di loro abbassasse lo sguardo verso i propri piedi, ci vedrebbe». Il Messaggero di Allah rispose: «Credi forse che siamo soltanto in due? Il terzo è Allah, che è con noi».

In quel momento udirono due giovani dei Quraysh dire: «Venite tutti verso la grotta; guarderemo un po’ all’interno». Umayya ibn Khalaf gli disse con tono derisorio: «Non vedi il ragno e la sua tela all’ingresso della grotta? Sono qui da prima ancora della nascita di Muhammad». Abu Jahl, invece, disse: «Giuro per al-Lāt e al-ʿUzzā che mi sembra che si trovino da qualche parte qui vicino. Ci stanno ascoltando e vedono anche ciò che facciamo. Ma la loro magia ha annebbiato la nostra vista, perciò non riusciamo a vederli».

Comunque, i Quraysh non rinunciarono affatto a trovare Muhammad e non cambiarono in alcun modo la decisione di inseguirlo. Proclamarono presso le tribù che vivevano tra Mecca e Medina che chiunque fosse riuscito a catturare Muhammad, vivo o morto, avrebbe ricevuto come ricompensa cento cammelli di razza pregiata.

A quel tempo Surāqa ibn Mālik al-Mudlijī si trovava in un luogo di ritrovo della sua tribù, nella località chiamata Qudayd, non lontano dalla Mecca. Proprio allora giunse un emissario dei Quraysh, che diffuse l’annuncio della ricompensa promessa dai Quraysh a chi avesse catturato Muhammad, vivo o morto.

All’udire parlare dei cento cammelli, nel cuore di Surāqa divampò il fuoco dell’avidità. Tuttavia, temendo che anche gli altri potessero essere presi dalla stessa brama, si controllò senza dire nulla.

Prima ancora che Surāqa si alzasse dal luogo di ritrovo, arrivò un altro uomo della sua tribù e disse: «Per Allah, poco fa sono passati accanto a me tre uomini; penso che siano Muhammad, Abu Bakr e la loro guida».

Surāqa disse: «No, non è così. Sono uomini di una certa tribù. Hanno perso i loro cammelli e li stanno cercando». «È possibile», disse l’uomo, e rimase in silenzio.

Temendo che, alzandosi subito dal luogo di ritrovo, gli altri potessero insospettirsi, rimase seduto ancora per qualche tempo. Quando i presenti iniziarono a discutere di altri argomenti, colse l’occasione per uscire di nascosto. Appena lasciato il luogo di ritrovo, si diresse verso casa. Non appena arrivato, disse alla sua serva: «Porta di nascosto il mio cavallo e legalo in quella valle, in modo che nessuno ti veda». Poi disse al suo servo: «Prendi queste armi, esci dal retro della casa in modo che nessuno ti veda e lasciale in un luogo vicino al cavallo».

Suraqa indossò l’armatura, si equipaggiò con le armi, montò a cavallo e spronò rapidamente il destriero per catturare Muhammad ﷺ, affinché nessun altro potesse sottrargli la ricompensa consegnando Muhammad ﷺ. Era uno dei cavalieri più abili della sua tribù. Era alto, di corporatura imponente, esperto nel seguire le tracce e straordinariamente paziente nelle difficoltà. Soprattutto, era un poeta intelligente. Il suo cavallo era di razza pregiata.

Suraqa proseguì in avanti. Dopo aver percorso una certa distanza, il cavallo inciampò e lui fu sbalzato lontano dalla sella. Considerando ciò un cattivo presagio, esclamò: «Che succede? Maledetto cavallo, possa tu perire!» Detto questo, risalì in sella. Poco dopo, il cavallo inciampò di nuovo. Questa volta la sua convinzione che fosse un cattivo presagio aumentò ulteriormente. Pensò di tornare indietro, ma l’avidità per i cento cammelli lo trattenne dal farlo.

A poca distanza dal punto in cui il cavallo aveva inciampato per la seconda volta, vide Muhammad ﷺ con i suoi due compagni. Immediatamente portò la mano verso l’arco, ma quella mano sembrò paralizzarsi del tutto. Vide che le zampe del cavallo affondavano nella terra asciutta e che un denso fumo si levava davanti a loro, avvolgendo il cavallo e oscurandogli la vista. Cercò rapidamente di spronare il cavallo, ma questo rimase così immobile, come se le sue zampe fossero state inchiodate al suolo con chiodi di ferro.

Allora Suraqa si rivolse al Messaggero ﷺ e ai suoi due compagni e gridò con voce estremamente umile: «Ehi, pregate il vostro Signore affinché liberi le zampe del mio cavallo. Non vi farò alcun male». Il Messaggero ﷺ pregò e il suo cavallo fu liberato. Subito la sua bramosia tornò a farsi sentire. Spronò di nuovo il cavallo verso il Messaggero ﷺ. Questa volta le zampe del cavallo rimasero bloccate nel terreno in modo ancora più grave. Anche allora implorò l’aiuto del Messaggero ﷺ, dicendo: «Prendete queste mie provviste, questi oggetti e queste armi. Giuro nel nome di Allah che, una volta libero, allontanerò da voi in un’altra direzione gli uomini che mi stanno inseguendo».

Essi dissero: «Non abbiamo bisogno delle tue provviste e dei tuoi oggetti. Tuttavia, allontanerai da noi quegli uomini». Dopodiché il Messaggero ﷺ pregò per lui e il suo cavallo fu liberato. Deciso a tornare indietro, chiamò il Messaggero ﷺ e i suoi due compagni e disse: «Fermatevi un momento, vorrei parlarvi di qualcosa. Giuro su Allah che non vi farò alcun male».

Il Messaggero ﷺ e Abu Bakr esclamarono entrambi: «Che cosa vuoi da noi?» Egli disse: «Giuro su Allah, o Muhammad, so con certezza che presto la tua religione trionferà. Promettimi che, quando verrò nel tuo regno, mi onorerai. E scrivimi anche queste parole».

Il Messaggero ﷺ chiese ad Abu Bakr di scrivere. Egli scrisse quelle parole su un frammento d’osso e glielo consegnò. Mentre Suraqa si accingeva a tornare indietro, il Messaggero ﷺ gli disse: «Suraqa, come sarà quando indosserai la veste regale di Kisra?»

Suraqa disse con stupore: «Kisra ibn Hurmuz?» Il Messaggero ﷺ rispose: «Sì, Kisra ibn Hurmuz».

Suraqa tornò indietro. Durante il viaggio di ritorno vide che la gente era ancora alla ricerca del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Disse loro: «Tornate indietro. Io l’ho cercato per una grande distanza in questa regione. E voi sapete bene quanto sono esperto nel seguire le tracce». A quelle parole, gli uomini tornarono indietro.

Egli tenne completamente nascosta la notizia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e dei suoi due compagni. Quando fu fermamente convinto che ormai fossero giunti a Medina e avessero trovato sicurezza dall’ostilità dei Quraysh, rese pubblico ciò che gli era accaduto. Quando la notizia del comportamento e del ruolo di Suraqa con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) giunse alle orecchie di Abu Jahl, questi lo rimproverò aspramente per la sua viltà e per non aver saputo approfittare dell’occasione. In risposta, egli recitò due versi composti da lui stesso:

«Per Allah, se avessi visto, o Abu Hakam,

ciò che accadde al mio cavallo, quando le sue zampe sprofondavano, avresti saputo

e non avresti avuto alcun dubbio che Muhammad fosse il vero Messaggero—

dunque, chi potrebbe opporglisi?»

Ibn Hajar ‘al- Iṣāba’ ha menzionato nell’opera i due versi.

Il tempo trascorse rapidamente. Un giorno Muhammad (pace e benedizioni su di lui), che era fuggito segretamente dalla Mecca nell’oscurità della notte, entrò nuovamente in quella stessa città da conquistatore, accompagnato da migliaia di compagni armati. I capi dei Quraysh, tirannici e arroganti, sotto il cui dominio la Mecca tremava continuamente, si presentarono davanti a Muhammad (pace e benedizioni su di lui), con il cuore terrorizzato e smarrito, per implorare misericordia.

Il nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse loro: «Andate, siete tutti liberi.»

Suraqa ibn Malik si mise in cammino per recarsi dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e dichiarare la propria adesione all’Islam. Portò con sé il documento dell’impegno che il Messaggero di Allah gli aveva consegnato dieci anni prima. In seguito Suraqa raccontò:

«Giunsi dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, provenendo da Ji‘rana (un luogo nei pressi della Mecca). Quando penetrai tra un gruppo di soldati degli Ansar, essi cominciarono a colpirmi con i manici delle loro frecce, dicendo: “Vattene, vattene! Che cosa vuoi?”. Nonostante ciò, riuscii a entrare tra le loro file e mi avvicinai al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In quel momento egli era in groppa alla sua cammella. Alzai la mano con il documento dell’impegno e dissi: “O Messaggero di Allah, io sono Suraqa ibn Malik. E questo è il documento del tuo impegno.”»

Il Messaggero disse: «Suraqa, vieni da me; oggi è il giorno in cui si mantengono le promesse e si dimostra benevolenza.»

Mi avvicinai al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e dichiarai l’Islam davanti a lui. In tal modo fui onorato di ricevere la sua benevolenza e la sua benedizione.»

Dopo la morte del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, il venerabile Suraqa fu addolorato e sopraffatto dal lutto. Nella sua memoria tornava continuamente il giorno in cui, allettato dalla ricompensa di cento cammelli, aveva deciso di uccidere il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Ora tutti i cammelli del mondo non valevano neppure quanto la punta di un’unghia del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli ripeteva spesso quella domanda che il Messaggero di Allah gli aveva rivolto: «Suraqa, come sarà il giorno in cui indosserai l’abito di Cosroe?». Non aveva il minimo dubbio che avrebbe davvero indossato l’abito di Cosroe.

Il tempo passò. La responsabilità del califfato islamico fu affidata al venerabile Umar al-Faruq, che Allah ne sia soddisfatto. Durante la sua gloriosa epoca, l’esercito musulmano penetrò nell’Impero persiano con la velocità di una tempesta. Devastò le fortezze persiane, sconfisse i loro eserciti e conquistò il trono di Persia.

Verso la fine del califfato del venerabile Umar, che Allah ne sia soddisfatto, giunse a Medina un messaggero del comandante Sa‘d ibn Abi Waqqas, recando la lieta notizia della conquista della Persia. Portò con sé un quinto del bottino persiano. Quando le ricchezze del bottino furono ammucchiate davanti a Umar, egli le osservò con stupore. Tra esse vi erano la corona di Cosroe, ornata di gemme e perle, un tessuto ricamato d’oro, una collana di perle e due splendide vesti quali il venerabile Umar non aveva mai visto prima. Vi erano inoltre molti altri oggetti di inestimabile valore. Il venerabile Umar cominciò a rivoltare quei preziosi tesori con il suo bastone. Poi guardò le persone riunite intorno a lui e disse: «Coloro che hanno rinunciato a queste cose e le hanno consegnate devono essere certamente persone estremamente degne di fiducia.

Ḥazrat ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui), che in quel momento era presente proprio lì, disse: «O Comandante dei credenti, tu non hai tradito la fiducia, né l’hanno tradita i tuoi sudditi. Se avessi consumato ingiustamente, anch’essi avrebbero consumato ingiustamente».

Poi Ḥazrat ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) chiamò Surāqa ibn Mālik e con le proprie mani lo vestì con la tunica, i pantaloni, le scarpe e gli altri abiti di Kisrā. Gli appese alla spalla la spada di Kisrā, gli cinse la vita con la cintura, gli pose la corona sul capo e gli mise un bracciale al polso. Che spettacolo meraviglioso!

Mentre Ḥazrat ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) vestiva Surāqa con gli abiti di Kisrā, l’aria e il cielo di Medina risuonavano dei ripetuti takbīr dei musulmani.

Quando ebbe finito di vestire Surāqa con gli abiti di Kisrā, Ḥazrat ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) si rivolse a lui e disse: «Bravo, bravo! Sulla testa di un piccolo beduino della tribù dei Mudlaj risplende la corona dello shāhanshāh Kisrā, e al suo polso c’è un bracciale». Poi guardò verso il cielo e disse: «O Allah, non hai concesso questa ricchezza al Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), sebbene egli fosse ai Tuoi occhi più amato e onorato di me. Non hai concesso questa ricchezza neppure ad Abū Bakr, che era anch’egli ai Tuoi occhi più amato e più nobile di me. Invece l’hai concessa a me per mettermi alla prova. Cerco rifugio presso di Te». Poi recitò i due versetti seguenti della Sura al-Muʾminūn: «Pensano forse che, concedendo loro ricchezze e figli come aiuto, Io affretti per loro ogni sorta di bene? No, non comprendono».(Sura al-Mu’ʾminūn: 55–56)

Non lasciò quella riunione finché tutti i beni non furono distribuiti tra i musulmani.

Questa storia di Ḥazrat Surāqa ibn Mālik è stata narrata dall’Imām al-Bukhārī. Anche l’Imām Aḥmad l’ha narrata attraverso al-Barāʾ ibn ʿĀzib e Abū Bakr al-Ṣiddīq.

Abū ʿAmr riferisce che Surāqa ibn Mālik morì nell’anno 24 dell’Egira, durante il califfato del califfo ʿUthmān. Alcuni hanno detto che morì dopo Ḥazrat ʿUthmān.

ʿIkrima ibn Abī Jahl ((che Allah sia soddisfatto di lui))

Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, disse di lui: «Presto Ikrima verrà da voi, avendo abbandonato la miscredenza e divenuto credente. Non insultate suo padre (Abu Jahl), perché insultare i morti causa dolore ai vivi, mentre non giunge ai morti».

Quando il Profeta Muhammad, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, iniziò a predicare la religione a Mecca, Ikrima si avvicinava alla fine della sua terza decade di vita. Tra i Quraysh, per nobiltà di stirpe, era il più onorato e il più ricco. Essendo figlio di una famiglia illustre della Mecca, come Saʿd ibn Abī Waqqās, Musʿab ibn ʿUmayr e altri, anch’egli avrebbe dovuto abbracciare l’Islam fin dall’inizio. Ma, a causa di suo padre, ciò non fu possibile.

Suo padre, Abu Jahl, era il più grande despota della Mecca, il capo dei politeisti dei primi tempi e un crudele tiranno. Allah l’Altissimo mise alla prova la fede dei credenti attraverso le sue persecuzioni e oppressioni, ed essi superarono quella prova. Attraverso i suoi inganni verificò la sincerità dei credenti, ed essi ebbero successo. Attraverso i suoi inganni verificò la sincerità dei credenti, ed essi superarono la prova.

Sotto la guida di suo padre, Ikrima si dedicò all’ostilità contro Muhammad, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. In questa sua attività il suo ruolo fu estremamente duro. A causa delle sue persecuzioni, la vita dei Compagni del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, era diventata insopportabile. Vedendo questa sua crudeltà verso l’Islam e i musulmani, suo padre Abu Jahl provava la più grande soddisfazione.

Suo padre guidò i politeisti nella battaglia di Badr. Giurò per al-Lāt e al-ʿUzzā che non sarebbe tornato alla Mecca prima di aver umiliato Muhammad. Si accampò a Badr e vi rimase per tre giorni. Macellò cammelli, bevve vino fino a ubriacarsi e si abbandonò a danze e canti con cantanti e musicisti. Quando Abu Jahl dirigeva questa battaglia, Ikrima era il suo braccio destro e il suo principale collaboratore. Ma al-Lāt e al-ʿUzzā non risposero all’appello di Abu Jahl in quella battaglia: quei due idoli adorati non poterono aiutarlo. Né avrebbero potuto farlo.

Sul campo di Badr Abu Jahl rimase riverso a faccia in giù. Ikrima vide con i propri occhi come le punte delle frecce dei musulmani bevessero il sangue di suo padre, e udì con le proprie orecchie il suo ultimo grido.

Lasciando a Badr il cadavere del capo qurayshita Abu Jahl, Ikrima tornò alla Mecca. La dolorosa sconfitta non gli concesse neppure l’opportunità di seppellire il corpo di suo padre. I musulmani gettarono anche il suo cadavere nel pozzo chiamato «Qalīb», insieme ai corpi degli altri soldati politeisti uccisi a Badr, e lo ricoprirono di terra. Così fu infranto l’orgoglio di questo arrogante e tirannico capo dei Quraysh.

Da quel giorno l’atteggiamento di Ikrima nei confronti dell’Islam si manifestò in una nuova forma. Fino ad allora aveva osteggiato l’Islam per difendere l’onore e la dignità di suo padre. Ora invece giurò di vendicare il sangue paterno. Insieme agli altri che avevano perso i loro padri a Badr, iniziò ad accendere nei cuori dei politeisti il fuoco dell’ostilità contro Muhammad, pace e benedizioni su di lui, e a incitarli a vendicare il sangue di coloro che erano stati uccisi a Badr. Fu così che venne organizzata la battaglia di Uhud.

Ikrima ibn Abu Jahl si mise in marcia verso Uhud. Con lui andò anche sua moglie Umm Hakim, insieme alle donne che a Badr avevano perso il marito, il fratello o il figlio. Il loro scopo era restare dietro ai soldati impegnati nella battaglia, suonare gli strumenti musicali, incitare i Quraysh a combattere e infondere coraggio e forza ai soldati intenzionati a fuggire.

I Quraysh assegnarono Khalid ibn al-Walid alla destra della loro cavalleria e Ikrima ibn Abi Jahl alla sinistra. Quel giorno i due dimostrarono il massimo coraggio e la più grande abilità strategica. Sottrassero la gloria della vittoria a Muhammad, che Allah gli conceda benedizioni e pace, e ai suoi Compagni, consegnandola ai Quraysh. Per questo Abu Sufyan, il capo dei Quraysh quel giorno, poté dire: «Questa è la vendetta del giorno di Badr».

Poi venne la battaglia del Fossato. I soldati politeisti tenevano Medina sotto assedio ormai da diversi giorni. La pazienza di Ikrima stava per esaurirsi ed egli era diventato esasperato e irritato. Alla fine scorse, in un punto del fossato, uno stretto passaggio. Con grande difficoltà vi fece entrare il suo cavallo e attraversò il fossato. Altri soldati politeisti attraversarono il fossato seguendolo. I soldati musulmani li inseguirono. Ikrima riuscì a salvarsi fuggendo con gli altri suoi compagni, ma uno di loro, Amr ibn Abd Wudd al-Amiri, perse la vita per mano dei soldati musulmani.

Il giorno della conquista della Mecca, i Quraysh compresero che sarebbe stato in ogni caso impossibile ostacolare Muhammad, che Allah gli conceda benedizioni e pace, e i suoi Compagni. Decisero di lasciare libero il passaggio ai musulmani. Muhammad, che Allah gli conceda benedizioni e pace, proclamò: «Si combatterà soltanto contro gli abitanti della Mecca che ingaggeranno uno scontro con i soldati musulmani. Tutti gli altri saranno perdonati».

Ikrima ibn Abi Jahl e un altro gruppo di soldati disobbedirono alla decisione dei Quraysh e opposero resistenza ai musulmani. Un piccolo gruppo di soldati musulmani, guidato da Khalid ibn al-Walid, sbaragliò il loro schieramento. Uccisero molti di loro, mentre altri fuggirono e si salvarono. Tra questi fuggiaschi vi era anche Ikrima ibn Abi Jahl.

Dopo la conquista musulmana della Mecca, Ikrima ibn Abi Jahl rimase completamente smarrito. Per la prima volta recuperò la lucidità dalla sua arroganza ubriaca di potere. Capì che la Mecca non era più sicura per lui. Nel frattempo, il Messaggero di Allah, che Allah gli conceda benedizioni e pace, perdonò a tutti gli abitanti della Mecca le loro azioni passate. Tuttavia pronunciò i nomi di alcune persone e dichiarò che erano escluse da tale perdono. Ordinò di ucciderle anche se fossero state trovate sotto il drappo della Kaaba. In cima alla lista delle persone condannate a morte figurava il nome di Ikrima. Non vedendo altra via d’uscita, uscì segretamente dalla Mecca e si diresse verso lo Yemen.

Nel frattempo, la moglie di Ikrima, Umm Hakim, e Hind bint Utba andarono dal Messaggero di Allah, che Allah gli conceda benedizioni e pace. Con loro andarono anche molte altre donne. Il loro scopo era prestare giuramento di fedeltà nelle mani del Messaggero di Allah, che Allah gli conceda benedizioni e pace. Quando arrivarono da lui, erano sedute al suo fianco le sue due mogli, sua figlia Fatima e molte altre donne dei Banu Abd al-Muttalib. Hind parlò con il Messaggero di Allah, che Allah gli conceda benedizioni e pace, tenendo il capo e il volto coperti. Hind era la moglie di Abu Sufyan e la madre del comandante Mu’awiya. Era stata lei a masticare il fegato di Hamza, che Allah sia soddisfatto di lui, nella battaglia di Uhud. Perciò, il giorno della conquista della Mecca, si presentò al cospetto del Messaggero di Allah, che Allah gli conceda benedizioni e pace, con il capo e il volto coperti per la vergogna e il rimorso.

«O Messaggero di Allah, lode ad Allah, che ha reso vittoriosa la religione da Lui prescelta. In virtù del legame di parentela che esiste tra te e me, spero da te un buon trattamento. Ora sono una donna credente e fedele». Dopo aver detto ciò, si tolse il velo e si presentò: «O Messaggero di Allah, sono Hind bint Utba». Il Messaggero, che Allah gli conceda benedizioni e pace, disse: «Benvenuta». Hind disse: «O Messaggero di Allah, per Allah, prima d’ora non c’era sulla terra alcuna casa a me più cara della tua, se non per umiliarti e disprezzarti. Ora, invece, non c’è per me casa più onorata della tua».

Disse il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui): «Molto di più.»

Allora la moglie di Ikrima, Umm Hakim, si alzò e dichiarò la propria adesione all’Islam. Poi disse: «O Messaggero di Allah, Ikrima è fuggito verso lo Yemen per paura che tu possa ucciderlo. Concedigli la sicurezza, e Allah concederà sicurezza a te». Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «È al sicuro».

In quel momento Umm Hakim partì alla ricerca di suo marito Ikrima. Portò con sé un suo schiavo romano. I due camminavano lungo la strada. Durante il viaggio, nello schiavo nacque un desiderio illecito verso la sua padrona. Voleva possederla, mentre lei continuava a prendere tempo con vari pretesti. In questo modo giunsero presso una tribù araba. Lì Umm Hakim chiese il loro aiuto. Essi le promisero assistenza. Ella affidò loro il suo schiavo e proseguì da sola. Alla fine, nella regione di Tihama, sulla costa del mare, incontrò Ikrima. Egli stava parlando con un barcaiolo per farsi trasportare dall’altra parte, e il barcaiolo gli diceva:

– «Sii sincero.»

Ikrima gli disse:

– «Come posso essere sincero?»

Il barcaiolo disse:

– «Di’: “Ashhadu an la ilaha illallah wa anna Muhammadan rasulullah”».

«Sono fuggito soltanto per questo». Proprio mentre i due stavano conversando, arrivò Ummu Hakīm. Rivolgendosi al marito, disse:

«O mio cugino, vengo dalla persona migliore, più eccellente e più pura. Gli ho chiesto di concederti la sua protezione, ed egli ha accolto la mia richiesta. Dunque, non distruggerti anche dopo tutto questo».

Udendo ciò, Ikrima chiese:

«Hai parlato tu stessa con lui?»

Ella rispose:

«Sì, ho parlato proprio io con lui, ed egli ti ha concesso la sua protezione». Continuò a ripetergli che gli era stata concessa la protezione e a rassicurarlo. Infine, rassicurato, tornò indietro con sua moglie.

Mentre erano in cammino, Ummu Hakīm raccontò al marito la condotta del suo schiavo. Durante il viaggio di ritorno, Ikrima uccise lo schiavo prima di accettare l’Islam.

Durante il viaggio, trascorsero la notte in una casa. Ikrima desiderò unirsi intimamente a sua moglie, ma ella rifiutò fermamente e disse:

– «Io sono una donna musulmana, mentre tu sei ancora un politeista». Udendo le parole della moglie, Ikrima rimase sbalordito.

Egli disse:

– «La questione che si frappone tra la nostra unione è davvero una questione enorme!»

Quando Ikrima si avvicinò alla Mecca, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse ai suoi Compagni: «Ben presto Ikrima abbandonerà la miscredenza e verrà da voi come credente. Non insultate suo padre, perché insultare i morti rattrista i vivi e non giunge ai morti».

Poco dopo, Ikrima giunse dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) insieme a sua moglie. Appena lo vide, il Messaggero si alzò con gioia e gli andò incontro senza essersi avvolto nel mantello. Poi si sedette. Ikrima, stando in piedi davanti a lui, disse:

– «O Muhammad, Umm Hakim mi ha detto che mi hai concesso l’aman».

Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Ha detto la verità. Sei al sicuro».

Ikrima disse: «O Muhammad, a cosa inviti?»

Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Ti invito a testimoniare che non vi è altra divinità all’infuori di Allah e che io sono servo e Messaggero di Allah. Poi compirai la preghiera e verserai la zakat». In questo modo descrisse tutti i pilastri dell’Islam.

Ikrima disse: «Per Allah, tu inviti soltanto alla verità e ordini il bene». Poi continuò dicendo:

«Ancor prima di questo invito, eri il più veritiero e il più virtuoso tra noi». Dicendo ciò, tese la mano e disse: «Ashhadu an la ilaha illallah wa ashhadu annaka ‘abduhu wa rasuluhu». Poi disse: «O Messaggero di Allah, insegnami alcune buone parole che io possa pronunciare».

Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Di’: Ashhadu an la ilaha illallah wa anna Muhammadan ‘abduhu wa rasuluhu».

Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Di’: Ushhidullaha wa ushhidu man hadara anni muslimun mujahidun muhajirun» — prendendo Allah e tutti i presenti a testimoni, dichiaro: sono musulmano, mujahid e muhajir.

Ikrima lo disse. In quel momento il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli disse: «Se oggi mi chiedi qualcosa che non concedo a nessun altro, te la concederò».

Ikrima disse: «Ti chiedo di implorare Allah per il mio perdono per tutta l’ostilità che ho nutrito verso di te, per tutte le guerre in cui ti ho affrontato e per tutte le parole che ho pronunciato contro di te, in tua presenza o alle tue spalle». Immediatamente il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) pregò per lui: «O Allah, perdonagli tutta l’ostilità che ha nutrito verso di me, tutte le strade che ha percorso per presentarsi sul campo di battaglia con l’intento di spegnere la Tua luce e tutte le parole con cui ha denigrato il mio onore, in mia presenza o a mia insaputa: perdonagli anche quelle».

Il volto di Ikrima si illuminò di gioia. Disse: «O Messaggero di Allah, per Allah! Tutto ciò che ho speso per ostacolare la via di Allah, lo spenderò nella via di Allah in misura doppia; e per ogni guerra che ho combattuto allo scopo di ostacolare la via di Allah, ne combatterò il doppio nella via di Allah».

Da quel giorno stesso entrò nella schiera della predicazione. Era un cavaliere audace sul campo di battaglia, il più assiduo nell’adorazione nella moschea, dedito alle veglie notturne e alla recitazione del Libro di Allah. Tenendo il Sacro Corano davanti al volto, diceva: «Kitābu rabbī, kalāmu rabbī – il Libro del mio Signore, la parola del mio Signore». Diceva queste parole e piangeva con profonda commozione.

Ikrima mantenne alla lettera l’impegno che aveva preso davanti al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Dopo la sua conversione all’Islam, partecipò a ogni battaglia combattuta dai musulmani e fu in prima linea in ogni spedizione da loro intrapresa.

Nella battaglia di Yarmuk si gettò contro il nemico come una persona assetata, nel caldo di mezzogiorno d’estate, si getta sull’acqua fresca. A un certo punto della battaglia, la pressione sui musulmani divenne terribile; allora scese da cavallo, sguainò la spada e si inoltrò nel cuore dell’esercito romano. Vedendo che la situazione era critica, Khalid ibn al-Walid gli corse incontro e disse: «Ikrima, non farlo. La tua morte sarebbe pericolosa per i musulmani».

Egli rispose:

«Khalid, lasciami. Tu mi hai preceduto nell’avere fede nel Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Mio padre e io eravamo i suoi più grandi nemici; lasciami espiare il mio passato. Ho combattuto contro il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, in molte battaglie. E oggi dovrei fuggire per paura dell’esercito romano? Per me è impossibile». Dopo aver detto ciò, rivolse ai musulmani questo appello: «Chi vuole prestare il giuramento di morte?». Alla sua chiamata risposero suo zio Harith ibn Hisham, Dirar ibn al-Azwar e altri quattrocento soldati musulmani. Combattendo accanitamente proprio davanti alla tenda di Khalid ibn al-Walid, portarono una grande vittoria e onore sul campo di Yarmuk. Fu proprio sul campo di Yarmuk che Harith ibn Hisham, Ayyash ibn Abi Rabi‘a e Ikrima ibn Abi Jahl furono visti giacere crivellati di ferite. Harith ibn Hisham, tormentato dalla sete, chiese dell’acqua. Quando gliela portarono, Ikrima lo guardò. Vedendolo, egli disse: «Datela a Ikrima». Quando il bicchiere d’acqua fu portato a Ikrima, Ayyash lo guardò. Allora Ikrima disse: «Datela ad Ayyash». Quando portarono il bicchiere ad Ayyash, si accorsero che aveva esalato l’ultimo respiro. Poi, con il bicchiere in mano, andarono uno dopo l’altro dai suoi altri due compagni e trovarono che anch’essi avevano seguito la stessa via. Possa Allah l’Altissimo essere soddisfatto e compiaciuto di tutti loro. Amin!

Asma bintu Abi Bakr ((ra))

Gli storici dicono: «Hazrat Asma (ra) visse cent’anni. Eppure, durante questa lunga vita, non le cadde neppure un dente e non mostrò neanche il minimo segno di declino mentale».

Questa donna Compagna del Profeta possedeva sotto ogni aspetto pari nobiltà e dignità. Suo padre, suo nonno, sua sorella, suo marito e suo figlio erano tutti illustri Compagni. Quale onore, dignità e gloria più grandi di queste potrebbe desiderare un musulmano?

Suo padre era Hazrat Abu Bakr as-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui), compagno del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) durante la sua vita e, dopo la sua morte, il suo primo califfo. Sua madre era Qutayla bint Abd al-Uzza. Suo nonno paterno era Abu Quhafa, o Abu Atiq, padre di Hazrat Abu Bakr. Hazrat Aisha, Madre dei Credenti (che Allah sia soddisfatto di lei), era sua sorella. Suo marito era Zubayr ibn al-Awwam (che Allah sia soddisfatto di lui), l’hawari, il principale sostenitore del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), e suo figlio era Hazrat Abdullah ibn Zubayr, martire sulla via della verità e della giustizia. Questa è una breve presentazione di Hazrat Asma bint Abu Bakr. Nacque ventisette anni prima dell’Egira.

Hazrat Asma (che Allah sia soddisfatto di lei) fu una di coloro che abbracciarono l’Islam nei suoi primissimi tempi. Prima di lei, soltanto diciassette uomini e donne avevano avuto la fortuna di raggiungere questo onore. Fu chiamata «Dhat an-Nitaqayn», cioè la donna dei due cinturoni. Infatti, al tempo dell’Egira dalla Mecca a Medina, stava preparando nella bisaccia le provviste e nell’otre l’acqua per il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e per suo padre. Tuttavia, non riuscì a trovare alcuna corda con cui legare l’apertura delle bisacce. Alla fine si tolse il proprio nitaq, o cinturone, e lo divise in due parti: con una legò la bisaccia e con l’altra l’apertura dell’otre. Vedendo ciò, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) pregò per lei: «Possa Allah concederti in Paradiso due nitaq in cambio di questo». Così ricevette il titolo di «Dhat an-Nitaqayn».

Quando sposò Zubayr ibn al-Awwam, questi era estremamente povero e privo di mezzi. Non aveva servi né domestici e, oltre a un solo cavallo, non possedeva alcun bene con cui provvedere alle necessità della famiglia. Tuttavia, Zubayr aveva ottenuto una moglie completa nelle sue virtù e virtuosa nelle sue opere. Ella serviva il marito, macinava con le proprie mani il foraggio per il suo cavallo e se ne prendeva cura. Infine, Allah l’Altissimo concesse loro l’abbondanza, ed essi divennero una delle famiglie dei Compagni più ricche.

Ha narrato Hadrat Asma, che Allah si compiaccia di lei: «Quando al-Zubayr, che Allah si compiaccia di lui, mi sposò, non possedeva nulla oltre a un cavallo. Ero io stessa a portarlo al pascolo e a nutrirlo con crusca. Macinavo i noccioli dei datteri per prepararne la crusca. Andavo a prendere i noccioli dei datteri dal campo di al-Zubayr — il campo che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli aveva assegnato — portandoli sulla testa. Il campo distava quasi tre farsakh. Un giorno stavo tornando a casa con i noccioli dei datteri sulla testa, quando incontrai per strada il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Con lui c’erano allora altre persone. Mi chiamò e mi disse di salire e sedermi sul dorso della sua cavalcatura. Ma mi vergognai e pensai ad al-Zubayr e alla sua dignità. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, proseguì. Quando tornai a casa, raccontai l’accaduto ad al-Zubayr. In seguito mio padre Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, mi procurò un servitore. Fu lui ad assumersi allora la cura del cavallo. Fu come se mi avesse liberata». (Siyar A’lam An Nubala– 2/290–291, Tabaqat– 8/250, Musnad di Ahmad– 6/347,352)

Si avvicinò il momento dell’egira dalla Mecca a Medina. Ella era allora incinta a termine e portava in grembo Abdullah. Ciononostante non ebbe paura di quel lungo e penoso viaggio e partì nel nome di Allah. Appena giunse a Quba, diede alla luce Abdullah. Questi fu il primo bambino nato nelle case degli emigrati a Medina dopo il loro arrivo. Per questo, quando i musulmani appresero la notizia della sua nascita, espressero la loro gioia acclamando il takbīr. Sua madre Asmāʾ portò il neonato in braccio dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e glielo affidò. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, prese un po’ della propria saliva e la mise nella bocca del bambino, poi pregò per lui. Così, prima che nel suo ventre entrasse qualsiasi cosa terrena, vi entrò per prima la saliva benedetta del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.

In Asmāʾ bint Abū Bakr si erano riunite, in modo raro, numerose eccellenti qualità morali, come l’onestà, la generosità, la nobiltà d’animo e l’acutissima intelligenza. La sua generosità era addirittura diventata proverbiale. Suo figlio Abdullah disse: «Non ho mai visto una donna più generosa di mia madre Asmāʾ e di mia zia ʿĀʾisha. Tuttavia, il modo in cui donavano era diverso. Mia zia aveva l’abitudine di raccogliere dapprima varie cose. Quando vedeva che se n’era accumulata una quantità sufficiente, un giorno le distribuiva tutte d’un tratto tra i poveri e i bisognosi. Mia madre, invece, aveva un comportamento diverso: non conservava presso di sé nulla fino al giorno seguente».

Asmāʾ, che Allah sia soddisfatto di lei, era dotata di un’intelligenza acutissima. La sua sagacia si manifestò in diverse situazioni difficili. Secondo quanto riferisce Ibn Hishām, quando a Mecca si diffuse la notizia dell’egira del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e di Abū Bakr, il giorno seguente Abū Jahl e alcuni altri capi dei Quraysh si recarono a casa di Abū Bakr. Vedendo Asmāʾ, le chiesero: «Dov’è tuo padre Abū Bakr?». Quando Asmāʾ si rifiutò di rispondere, il vile Abū Jahl le diede un violento schiaffo sulla guancia. I due orecchini che portava volarono via.

Durante l’egira, mentre il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, si trovavano nella grotta del monte Thawr, Asmāʾ portava loro cibo e bevande nel buio della notte.

Durante l’egira, suo padre Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, portò con sé tutto il denaro contante. Quando il nonno Abū Quḥāfa lo seppe, disse: «Ha lasciato dietro di sé sia la famiglia sia i beni in una situazione difficile». Asmāʾ disse al nonno: «No, ha lasciato molti beni». Detto ciò, mise molte pietre nel luogo in cui Abū Bakr era solito conservare il denaro e i suoi averi. Poi chiamò Abū Quḥāfa e gli disse: «Guardate, ha lasciato queste cose». Abū Quḥāfa era cieco e credette alle parole di Asmāʾ. Asmāʾ disse: «Avevo fatto così per consolare Abū Quḥāfa. In realtà, lì non c’era assolutamente nulla».

La storia non ha potuto conservare molti episodi della vita ricca di avvenimenti di Asmāʾ bint Abū Bakr. Tuttavia, la sagacia, la forza di carattere e la fermezza nella fede che ella dimostrò durante l’ultimo incontro della sua vita con il figlio Abdullah rimarranno per sempre indelebili nella storia. Dopo la morte del califfo omayyade Yazīd ibn Muʿāwiya, gli abitanti dell’Ḥijāz, dell’Egitto, dell’Iraq, del Khurāsān e della maggior parte delle regioni della Siria riconobbero Abdullah come califfo e gli prestarono il giuramento di fedeltà. La dinastia omayyade, però, non poté accettarlo. Per sottometterlo inviò un enorme e potente esercito al comando di al-Ḥajjāj ibn Yūsuf. Tra le due parti ebbero luogo sanguinosi scontri, durante i quali ʿAbdullah ibn al-Zubayr dimostrò un coraggio straordinario. Alla fine, i suoi compagni cominciarono a disperdersi, non vedendo alcuna possibilità di vittoria. Egli si rifugiò con gli ultimi seguaci rimastigli nella sacra area della Kaʿba. Qui, poco prima dello scontro decisivo con l’esercito omayyade, si recò a incontrare per l’ultima volta sua madre Asmāʾ. Asmāʾ, che Allah sia soddisfatto di lei, era allora ormai prostrata dal peso della vecchiaia e cieca. L’ultimo incontro tra madre e figlio si svolse come segue:

– Madre, che la pace, la misericordia e le benedizioni di Allah siano su di te.

– Abdullah, e su di te la pace. Le catapulte dell’esercito di al-Ḥajjāj stanno lanciando pietre contro il tuo esercito, accampato nella sacra area, e fanno tremare le case di Mecca. Per quale motivo sei venuto in un momento così drammatico?

– Lo scopo è consultarsi con noi.

– Consultarsi! Su che cosa?

– Temendo al-Hajjaj o lasciandosi sedurre dalle sue promesse, la gente mi ha abbandonato nel momento del pericolo; persino mio figlio e i membri della mia famiglia mi hanno lasciato. Ora con me sono rimaste soltanto poche persone. Per quanto possano essere pazienti e coraggiose, non potranno resistere in alcun modo per più di una o due ore. Nel frattempo gli Omayyadi mi hanno fatto sapere che, se riconoscerò Abd al-Malik ibn Marwan come califfo, deporrò le armi e gli presterò il giuramento di fedeltà, mi daranno tutto ciò che desidererò in fatto di agi e ricchezze terrene. In tali circostanze, quale consiglio mi date? Asma, che Allah si compiaccia di lei, disse a voce un po’ più alta:

– La decisione riguarda esclusivamente te. E tu conosci te stesso meglio di chiunque altro. Se sei fermamente convinto di essere dalla parte della verità e di chiamare la gente alla verità, allora rimani saldo come coloro che, sotto la tua bandiera, sono rimasti saldi fino a conseguire il martirio. Ma se desideri gli agi e le ricchezze di questo mondo, allora sei il peggiore degli uomini. Hai condotto alla rovina te stesso e la tua gente.

– Allora oggi sarò certamente ucciso.

– È meglio essere ucciso combattendo che arrendersi volontariamente ad al-Hajjaj e lasciare che i giovani dei Banu Umayya giochino con la tua testa.

– Non temo di essere ucciso. Temo che mi taglino mani e piedi e mi facciano a pezzi.

– Dopo essere stato ucciso, l’uomo non ha nulla da temere. Quando si scuoia una capra macellata, forse essa prova dolore?

A queste parole, il volto di Hazrat Abdullah ibn al-Zubayr risplendette ancora più intensamente. Disse: «Mia benevola madre, possa la vostra sublime dignità diventare ancora più benedetta. In questo momento di crisi sono venuto al vostro cospetto unicamente per ascoltare queste parole dalle vostre labbra. Allah sa che non ho avuto paura e non mi sono indebolito. Egli è testimone che la lotta che sto conducendo non è motivata da brama o amore per i piaceri, le ricchezze e gli onori mondani. Al contrario, combatto per il mio odio e la mia avversione verso la dichiarazione dell’illecito come lecito. Ora vado a fare ciò che avete approvato. Se morirò da martire, non addoloratevi per me e affidate ogni cosa ad Allah.»

— Se tu venissi ucciso per una falsità e un’ingiustizia, ne sarei addolorata.

— Madre, abbiate fiducia: vostro figlio non ha mai commesso un’azione ingiusta o oscena, non ha violato la legge di Allah, non ha tradito la fiducia di nessuno, non ha fatto torto a nessun musulmano né a nessun dhimmi, e in questo mondo non c’è nulla per lui di più prezioso del compiacimento di Allah. Non dico questo per dichiararmi puro e innocente, perché Allah conosce me meglio di chiunque altro. Ve lo dico soltanto affinché Allah conceda pazienza e perseveranza al vostro cuore. In risposta, Asma, che Allah sia soddisfatto di lei, disse:

— Lode ad Allah, che ti ha mantenuto saldo in ciò che Egli ama e che io amo. Figlio mio, avvicinati un poco a me, affinché possa annusare per l’ultima volta il profumo del tuo corpo e toccarti. Questo è infatti l’ultimo incontro della nostra vita terrena.

Abdullah si chinò a terra e cominciò a coprire di baci le mani e i piedi di sua madre; la madre avvicinò il naso e la bocca alla testa, al volto e alle spalle del figlio, annusandolo e baciandolo, e fece scorrere su tutto il suo corpo il tocco delle proprie mani. Dopo qualche istante lo lasciò andare dicendo:

— Abdullah, che cos’è questo che indossi?

— Madre, questa è la mia armatura.

— Figlio mio, questo non è l’abito di chi aspira al martirio.

– Ho indossato questo abito per farLa felice e dare serenità al Suo cuore.

– Toglilo. Sarà più adatto alla tua dignità, al tuo coraggio e al combattimento. Inoltre, ti faciliterà nei movimenti, nella rapidità e nell’agilità. Indossa invece dei pantaloni lunghi. Così, anche se verrai gettato a terra, la tua awra resterà coperta.

Seguendo le parole di sua madre, Abdullah si tolse l’armatura, indossò i pantaloni e, mentre si dirigeva verso la Moschea Sacra per unirsi alla battaglia, disse: «Madre, non dimenticare di pregare per me».

Immediatamente sua madre, Hazrat Asma, che Allah sia soddisfatto di lei, levò entrambe le mani al cielo e pregò: «O Allah, abbi misericordia di lui per le sue lunghe preghiere notturne e per il suo pianto ad alta voce, mentre gli uomini, immersi nel sonno profondo, sono incoscienti nell’oscurità della notte. O Allah, abbi misericordia di lui per la fame e la sete del mezzogiorno che sopporta digiunando alla Mecca e a Medina. O Allah, riversa su di lui la Tua misericordia per la sua bontà verso i genitori. O Allah, io l’ho affidato a Te; sono soddisfatta di qualunque decisione Tu prenda per lui. In cambio, concedimi la ricompensa dei pazienti».

Prima ancora che quel giorno tramontasse il sole, Hazrat Abdullah ibn al-Zubayr si ricongiunse al suo Signore. Pochi giorni dopo il suo martirio, nell’anno 73 dell’Egira, anche Hazrat Asma, che Allah sia soddisfatto di lei, lasciò questo mondo. Aveva allora cento anni. Tra le donne Compagne, fu l’ultima a morire. (Siyar A’lam An–Nubala– 2/288)

Dopo aver ucciso Hazrat Abdullah, che Allah sia soddisfatto di lui, Hajjaj fece appendere il suo corpo a una croce. Sua madre, Asma, venne a vedere il corpo del figlio. Stando accanto al corpo appeso, disse con estrema calma: «Questo cavaliere non ha ancora avuto il tempo di scendere da cavallo?». Per allontanare la folla, Hajjaj mandò degli uomini a condurla da lui. Ella si rifiutò di andare. Egli mandò nuovamente a dirle che, se non fosse venuta, sarebbe stata trascinata afferrandola per i capelli. Hazrat Asma non ebbe paura di Hajjaj e non andò. Questa volta Hajjaj venne personalmente. Tra i due ebbe luogo il seguente dialogo. Hajjaj disse:

«Dimmi: come ho trattato Ibn al-Zubayr, nemico di Allah?». Asmāʾ rispose: «Hai distrutto la sua vita terrena, mentre egli ha distrutto la tua vita futura. Ho sentito dire che lo hai deriso chiamandolo figlio di Dhāt al-Niṭāqayn. Per Allah, sono io Dhāt al-Niṭāqayn. Con una delle mie cinture ho legato il cibo del Messaggero di Allah e di Abū Bakr. L’altra cintura è ancora attorno alla mia vita. Ricorda: ho sentito il Nobile Profeta dire che tra i Banū Thaqīf sarebbero nati un impostore bugiardo e un tiranno. Il bugiardo l’ho già visto. (al-–Mukhtār); e il tiranno sei tu». Al-Ḥajjāj, dopo aver ascoltato questo hadith, rimase in silenzio. ((Ṣaḥīḥ Muslim: secondo volume)।

Da Ḥaḍrat Asmāʾ sono stati narrati 56 hadith. Tredici sono muttafaqun ʿalayhi; al-Bukhārī ne ha narrati cinque e Muslim quattro singolarmente. Molti illustri Compagni hanno narrato hadith da lei. Qui vengono ricordati i nomi di alcuni di loro: i suoi due figli, ʿAbdullāh e ʿUrwa; suo nipote ʿAbdullāh ibn ʿUrwa; il suo pronipote ʿUbbād ibn ʿAbdillāh; Ibn ʿAbbās; Abū Wāqid al-Laythī; Ṣafiyya bint Shayba; Muḥammad ibn al-Munkadir; Wahb ibn Kaysān; Abū Nawfil Muʿāwiya ibn Abī Akbar; al-Muṭṭalib ibn ʿAbdullāh ibn Ḥanṭab; Fāṭima bint al-Mundhir ibn al-Zubayr; Ibn Abī Mulayka; ʿUbbād ibn Ḥamza ibn ʿAbdullāh e molti altri. ((Siyar a’lām an-–Nubalāʾ 2//288)

 

Mus’ab ibn ’‘Umayr ((che Allah sia soddisfatto di lui))

Il suo nome era Mus’ab e la sua kunya Abu Muhammad. Dopo aver abbracciato l’Islam, ricevette il laqab di Mus’ab al-Khayr. Suo padre era ‘Umayr e sua madre Khunas bint Malik. Cresciuto nel lusso e circondato dall’immenso affetto dei genitori, era uno dei giovani più belli della Mecca. Poiché sua madre era ricca, lo allevò in condizioni di grande agiatezza. A quell’epoca indossava tutti i magnifici abiti e usava tutti i profumi raffinati che si potevano trovare alla Mecca. Quando in qualche modo si parlava di lui davanti al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli diceva: «Alla Mecca non c’era nessuno più bello di Mus’ab né vestito meglio di lui». (al-Tabaqat)Gli storici hanno detto: «Era colui che alla Mecca usava i profumi migliori».

Oltre a conferirgli bellezza, buon gusto e nobiltà d’animo, Allah l’Altissimo aveva creato il suo cuore straordinariamente limpido. Al primo barlume del tawhid, egli provò repulsione per lo shirk, si recò alla presenza del Nobile Messaggero di Allah e abbracciò l’Islam. Era il tempo in cui il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, risiedeva nella casa di al-Arqam e continuava a invitare all’Islam, mentre la terra della Mecca si faceva sempre più angusta per i musulmani.

Nei vicoli della Mecca, nei ritrovi dei Quraysh e nei loro consigli, allora si parlava sempre della stessa cosa: Muhammad al-Amin e la sua nuova religione, l’Islam. Quel giovane prediletto dei Quraysh ascoltava tali discussioni con grande attenzione. Benché fosse ancora giovane, era l’ornamento e il fulcro di tutte le riunioni e assemblee dei Quraysh. In ogni loro incontro, tutti desideravano la sua presenza. Acutezza mentale, intelligenza penetrante e personalità erano i tratti principali del suo carattere. E proprio queste qualità aprirono tutte le porte e tutti i chiavistelli del suo cuore.

Venne a sapere che il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e coloro che credevano in lui, tenendosi lontani da tutte le attività insensate dei Quraysh e dalle loro persecuzioni e violenze, si riunivano ai piedi del monte Safa, nella casa di al-Arqam ibn Abi al-Arqam. Liberandosi di ogni esitazione e di ogni dubbio, una sera si presentò a Dar al-Arqam. In quei giorni il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vi incontrava i suoi Compagni, insegnava loro il Corano e pregava con loro.

Non appena Mus’ab ibn ‘Umayr si fu seduto a Dar al-Arqam, furono rivelati dei versetti del Corano. Dalle labbra del Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, quei versetti sembravano penetrare nelle orecchie e nel profondo del cuore di tutti gli ascoltatori. In quella sera benedetta, anche Ibn ‘Umayr divenne un uomo dal cuore credente. Sopraffatto dalla felicità e dalla gioia, perse quasi i sensi. Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pose una delle sue mani pure sul petto di Mus’ab. Mus’ab fu pervaso da una straordinaria serenità. In un istante ricevette una sapienza e una conoscenza molte volte superiori a quelle che ci si sarebbe aspettati dalla sua età, e acquisì una fermezza tale che, da allora in poi, migliaia di pericoli e calamità non poterono mai scuoterlo neppure minimamente.

La madre di Mus’ab, Khunas bint Malik, era una donna dotata di una personalità straordinariamente forte. Mus’ab la temeva come la morte. Dopo aver abbracciato l’Islam, sulla terra non temeva nessuno all’infuori di sua madre. Tutte le forze, compresi i Quraysh e le loro divinità, gli apparivano insignificanti. Tuttavia non riuscì a liberarsi del timore di sua madre. Decise quindi di continuare a recarsi a Dar al-Arqam e a sedere nell’assemblea del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, mantenendo segreta la notizia della sua conversione fino al decreto definitivo di Allah. Ma sua madre non venne a sapere nulla.

Un giorno, mentre entrava segretamente a Dar al-Arqam, Uthman ibn Talha lo vide. Un altro giorno lo vide pregare secondo il modo di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. La notizia si diffuse per i vicoli della Mecca più rapidamente del vento e giunse anche alle orecchie di sua madre.

Mus’ab fu condotto davanti a sua madre, ai membri della sua tribù e ai notabili della Mecca. Con fede incrollabile e animo sereno, cominciò a recitare loro i sublimi versetti del Corano nei quali aveva creduto. Sua madre cercò di farlo tacere schiaffeggiandolo. Seguirono rimproveri e percosse. Poi fu rinchiuso in casa.

Trascorreva le sue giornate in prigionia. Era sorvegliato giorno e notte, ventiquattr’ore su ventiquattro. Nel frattempo venne a sapere che alcuni credenti musulmani come lui stavano emigrando in Abissinia. Ingannando sua madre, partì per l’Abissinia insieme a quel gruppo.

Un giorno, un gruppo di musulmani era seduto accanto al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). In quel momento videro passare Mus’ab. Non appena lo riconobbero, tutti i presenti rimasero profondamente colpiti. Abbassarono lo sguardo e gli occhi di alcuni si riempirono di lacrime. Mus’ab indossava allora soltanto un pezzo di pelle logoro e rattoppato in cento punti. Su di esso erano evidenti i segni di una terribile povertà. Nella mente di tutti riaffiorò allora l’immagine della sua vita prima dell’Islam. All’epoca i suoi abiti erano morbidi, affascinanti e profumati come i fiori di un giardino. Vedendo quella scena, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) sorrise leggermente e disse: «Ho visto questo Mus’ab alla Mecca. Alla Mecca non c’era alcun giovane più amato dai suoi genitori di lui. Per amore di Allah e del Suo Messaggero, ha abbandonato ogni cosa».

Dopo aver trascorso alcuni giorni in Abissinia, tornò alla Mecca. Poi, su ordine del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), partì nuovamente per l’Abissinia insieme a un altro gruppo. Ma Mus’ab aveva compreso che, ovunque si trovasse, alla Mecca o in Abissinia, la sua vita aveva assunto una nuova forma. Il suo unico modello da seguire era Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui), e l’unico obiettivo che desiderava era il compiacimento di Allah, il Signore supremo.

Dopo aver fallito nel tentativo di farlo tornare alla nuova religione, sua madre smise di provvedere a ogni sua necessità. Chi aveva abbandonato le loro divinità e le insultava, anche se fosse stato il suo stesso figlio, non poteva in alcun modo permettergli di mangiare o vestirsi.

Quando Mus’ab tornò dall’Abissinia, sua madre tentò nuovamente di imprigionarlo. Egli giurò davanti a lei: «Se lo farai, ucciderò te e tutti coloro che ti aiuteranno in questa impresa». Sua madre conosceva bene quel figlio ribelle. Così lo congedò tra le lacrime, e anche lui la salutò piangendo.

Al momento della separazione, la madre rimase salda nella miscredenza, così come il figlio rimase saldo nella fede. Mentre cacciava di casa il figlio tanto amato, sua madre gli disse: «Va’ dove vuoi. Non chiamarmi più madre». Il figlio le si avvicinò un poco e disse: «Madre, ti sto dicendo una cosa buona e nutro per te un grande affetto. Di’ soltanto: Ashhadu an la ilaha illallah wa anna Muhammadan abduhu wa rasuluhu». La madre, agitata, giurò sulle stelle e disse: «Non accetterò la tua religione. Se accettassi la tua religione, si penserebbe che la mia opinione, la mia intelligenza e il mio discernimento siano deboli». Così Mus’ab, quel giovane dei Quraysh un tempo tanto viziato e dedito al lusso, fu cacciato di casa e si mise in cammino. Ora indossava abiti ruvidi, strappati e rattoppati. Se un giorno riusciva a procurarsi del cibo, trascorreva il giorno seguente a digiuno. Ma il suo cuore era illuminato dalla luce della fede.

Durante il pellegrinaggio, alcuni uomini di Medina vennero alla Mecca, incontrarono segretamente il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ad al-‘Aqabah, credettero in lui e gli prestarono giuramento di fedeltà. Poi tornarono a Medina. Per insegnare loro la religione, trasmettere il messaggio della religione agli altri e preparare Medina all’emigrazione, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) inviò Mus’ab a Medina come suo emissario. In questo modo egli divenne il primo emissario nella storia dell’Islam.

All’epoca alla Mecca vi erano molti Compagni più anziani e di rango superiore a Musʿab. Nonostante ciò, per questo importante incarico il Messaggero scelse proprio lui. Con l’intelligenza, l’acume e il nobile carattere donatigli da Allah, Musʿab svolse questo difficile compito con estrema lealtà. Con grande impegno, dedizione e nobiltà, egli parlò al cuore degli abitanti di Medina. Di conseguenza, essi entrarono a gruppi nella religione di Allah.

Musʿab giunse a Medina. Prima del suo arrivo, soltanto dodici abitanti di Medina erano venuti ad al-ʿAqaba e avevano abbracciato l’Islam. Ma, pochi mesi dopo il suo arrivo a Medina, molte persone risposero al suo invito e abbracciarono l’Islam. Nella stagione del pellegrinaggio successiva, una delegazione di settantadue musulmani di Medina venne alla Mecca insieme al loro maestro religioso e inviato del Profeta, Musʿab, e si incontrò nuovamente con il Messaggero di Allah ad al-ʿAqaba.

Musʿab aveva compreso correttamente il proprio incarico e i suoi limiti. Aveva capito di essere colui che invitava verso Allah e annunciava la buona novella di una religione di Allah che invitava l’umanità alla guida e al retto cammino. Il suo unico dovere riguardo a questa religione era trasmetterne il messaggio.

Giunto a Medina, Musʿab fu ospite di Asʿad ibn Zurara. I due iniziarono a invitare le persone all’adorazione dell’unico Allah presso le diverse tribù di Medina, nelle varie case e nelle assemblee. Dovettero affrontare numerosi ostacoli, ma li superarono tutti con intelligenza, saggezza e pazienza.

Un giorno stava invitando alcune persone. All’improvviso giunse, armato e in preda a una furia tremenda, Usaid ibn Hudayr, capo dei Banū ʿAbd al-Ashhal. Era furibondo con quell’uomo che era venuto lì come inviato di Muhammad e incoraggiava la gente ad abbandonare la religione dei propri antenati. Inoltre insultava le loro divinità. Alla vista dell’aspetto minaccioso di Usaid, i musulmani seduti accanto a Musʿab si spaventarono. Ma Musʿab no: non ebbe paura e accolse Usaid con un sorriso. Gli andò incontro sorridendo e gli si fermò davanti. Usaid allora si rivolse a lui e ad Asʿad ibn Zurara dicendo: «Perché siete venuti nel territorio della nostra tribù a ingannare in questo modo la nostra gente più debole? Se non desiderate morire, andatevene dal nostro territorio!»

Musʿab gli disse sorridendo: «Non vuoi sederti un momento e ascoltare ciò che ho da dirti? Ascoltami. Se ti sembrerà giusto, lo accetterai; se non ti piacerà, ce ne andremo.»

Usaid era un uomo intelligente. Le parole di Musʿab lo colpirono. «Queste sì che sono parole sagge. Che obiezione c’è ad ascoltarle?» Gettò a terra le armi, si sedette e iniziò ad ascoltare attentamente le parole di Musʿab.

Musʿab recitava i versetti del Sacro Corano e spiegava la religione con cui il Profeta Muhammad ﷺ era stato inviato; nel frattempo, il volto di Usaid diventava gradualmente più sorridente. Musʿab non aveva ancora terminato il suo discorso quando Usaid e il suo compagno esclamarono: «Queste sono parole davvero meravigliose e vere. Che cosa bisogna fare per entrare nella vostra religione?» Musʿab rispose: «Purificare il corpo e gli abiti e rendere questa testimonianza: “lā ilāha illā Allāh”.»

Usayd se ne andò. Quando tornò, poco dopo, l’acqua gli stillava dai capelli. In piedi, proclamò: «Attesto che non vi è altra divinità all’infuori di Allah e attesto che Muhammad è il Suo servo e il Suo Messaggero». La notizia si diffuse tutt’intorno; Saʿd ibn Muʿādh e Saʿd ibn ʿUbāda accorsero da Musʿab. Entrambi abbracciarono l’Islam. Dopo che questi capi ebbero abbracciato l’Islam, la gente comune di Medina cominciò a dirsi: «Perché dovremmo rimanere indietro? Andiamo da Musʿab e abbracciamo l’Islam».

In questo modo il primo inviato del Messaggero di Allah ebbe un successo senza paragoni nella storia. Il tempo trascorse rapidamente. Il Messaggero di Allah e i suoi compagni erano emigrati dalla Mecca a Medina. I Quraysh cominciarono a bruciare d’odio e tramarono di sradicarli completamente anche da Medina. A Badr ricevettero una lezione tale che il loro odio si trasformò in desiderio di vendetta. Affrontarono nuovamente i musulmani a Uhud. Prima dell’inizio della battaglia, il Messaggero guardava i volti di tutti i soldati musulmani. Rifletteva su chi affidare quel giorno lo stendardo dell’Islam. Osservò attentamente, poi chiamò Musʿab e gli consegnò lo stendardo.

Cominciò una furiosa battaglia. L’esercito dei Quraysh era ormai vicino alla sconfitta. In quel momento, però, i musulmani arcieri, dimenticando l’ordine del Messaggero di Allah, abbandonarono le loro posizioni e si misero a inseguire i Quraysh. Ma questa loro azione annullò la certa vittoria dell’esercito musulmano e portò alla sconfitta. L’esercito dei Quraysh irruppe all’improvviso attraverso il passo lasciato dagli arcieri musulmani e attaccò l’esercito musulmano alle spalle. Le forze musulmane caddero nel disordine. Approfittando di quell’occasione, l’esercito dei Quraysh impiegò tutte le proprie forze e circondò il Messaggero di Allah.

Musʿab ibn ʿUmair comprese la gravità del pericolo. Sollevò lo stendardo quanto più poteva, si mise a ruggire a squarciagola come un lupo e a proclamare ripetutamente il takbīr. Al tempo stesso saltava e si agitava, ostentando la propria forza. Il suo intento era distogliere lo sguardo dei nemici dal Messaggero di Allah e attirarlo su di sé. Quel giorno trasformò così la sua singola persona in un intero esercito. Con estrema fedeltà al suo incarico, teneva alto lo stendardo con una mano e con l’altra brandiva la spada con forza. Le forze nemiche si concentrarono su di lui e, passando sopra il suo corpo, cercavano di raggiungere il Messaggero di Allah. Ibn Saʿd narra così la sorte finale di Musʿab: «Nel giorno di Uhud, Musʿab ibn ʿUmair portava lo stendardo. Quando i musulmani si dispersero, Musʿab rimase saldo e si oppose al nemico. Il cavaliere Ibn Qāmiʾa gli si fece incontro e con un colpo di spada gli recise la mano destra. Musʿab allora esclamò: “Wa mā Muḥammadun illā rasūl, qad khalat min qablihi r-rusul — Muhammad non è altro che un Messaggero; prima di lui sono passati molti altri Messaggeri”. Musʿab sollevò lo stendardo con la mano sinistra. Con un altro colpo di spada gli fu recisa anche la mano sinistra. Ancora una volta, continuando a ripetere: “Wa mā Muḥammadun illā rasūl”, si chinò sullo stendardo e lo sollevò con entrambe le braccia. Poi gli fu scagliata contro una lancia. Cadde a terra insieme allo stendardo. In verità apparteniamo ad Allah e a Lui ritorneremo. Prima del martirio, Ḥaḍrat Musʿab ripeteva continuamente quella frase, ma essa non era ancora stata rivelata come versetto coranico. Fu proprio dopo questo episodio di Uhud che Ḥaḍrat Jibrīl giunse con il versetto: “Wa mā Muḥammadun illā rasūl…”».

Al termine della battaglia fu ritrovato il corpo di Ḥaḍrat Musʿab. Il suo volto era coperto di sangue e polvere. Stando accanto al corpo, il Messaggero pianse copiosamente. Ḥaḍrat Khabbāb ibn al-Aratt disse: «Avevamo emigrato insieme al Messaggero di Allah sulla via di Allah, desiderando il compiacimento di Allah. Spetta ad Allah ricompensarci per quest’opera. Tra noi, uno di coloro che hanno lasciato questo mondo senza ricevere affatto la ricompensa per la loro opera è Musʿab ibn ʿUmair».

A Uhud subì il martirio. Per avvolgerlo nel sudario non si trovò altro che un unico mantello. Se gli si copriva la testa con esso, rimanevano scoperti i piedi; se gli si coprivano i piedi, rimaneva scoperta la testa. Alla fine il Messaggero ci disse: «Coprite con il mantello quanto potete dalla parte della testa e mettete dell’erba di idhkhir dalla parte dei piedi». Il Messaggero, stando accanto al corpo di Musʿab, recitò: «Mina l-muʾminīna rijālun ṣadaqū mā ʿāhadū llāha ʿalayhi…» — «Tra i credenti vi sono uomini che hanno mantenuto fedelmente il patto stretto con Allah». Poi guardò il mantello del sudario e disse: «Ti ho visto alla Mecca. Là nessuno aveva un mantello più morbido del tuo né capelli più belli dei tuoi riccioli. E oggi eccoti qui, disteso in questo mantello, coperto di polvere». Disse inoltre: «Il Messaggero di Allah attesta che, nel Giorno della Resurrezione, tutti voi sarete testimoni davanti ad Allah». Poi si rivolse ai compagni e disse: «O gente, visitateli, recatevi da loro e rivolgete loro il salām. Per Colui nelle cui mani è la mia vita, chiunque rivolgerà loro il salām fino al Giorno della Resurrezione riceverà da loro la risposta al salām».

Il fratello di Ḥaḍrat Musʿab, Abū Rāhum ibn ʿUmair, ʿĀmir ibn Rabīʿa e Suwayṭ ibn Saʿd lo calarono nella tomba e completarono la sepoltura.

Ḥaḍrat Musʿab era estremamente intelligente, generoso ed eloquente. La rapidità con cui l’Islam si diffuse a Yathrib (Medina) ne dimostra queste qualità. Aveva memorizzato tutto il Corano che era stato rivelato fino al suo martirio. Fu il primo a istituire la preghiera del venerdì a Medina. Quando il numero dei musulmani a Medina aumentò un poco, con il permesso del Messaggero di Allah diede inizio alla preghiera del venerdì nella casa di Ḥaḍrat Saʿd ibn Khuthayma. Fu lui a guidarla. Dopo la preghiera, fu macellata una capra e i fedeli furono ospitati a un banchetto. (Ṭabaqāt)(Ṭabaqāt)

…….. Primo volume completato ……..

Bibliografia

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6. adh-Dhahabī – Taḏkirat al-ḥuffāẓ,

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10. Yūsuf Kandhalawī – Ḥayāt al-ṣaḥāba,

11. Khālid Muḥammad Khālid – Rijāl ḥawla al-Rasūl,

12. Dott. ʿAbd al-Raḥmān Raʾfat al-Bāshā – Ṣuwar min ḥayāt al-ṣaḥāba,

13. Muḥammad al-Khuḍarī Bek – Tārīkh al-umma al-islāmiyya

14. Maulana Muʿīn al-Dīn Nadwī – Muhājirūn (urdu),

15. Dā’irat al-Maʿārif al-Islāmiyya,

16. Varie raccolte di hadith.