Prefazione
Introduzione: sul Movimento islamico
Che cosa intendiamo per Movimento islamico? Il Movimento islamico è un’opera popolare svolta per amore di Allah
Inadeguatezza dell’azione ufficiale
Il Movimento è un’opera organizzata e collettiva La missione del Movimento è far rivivere l’Islam Come si deve realizzare il necessario risveglio? La molteplicità dei campi d’azione del Movimento e quale sia più meritevole Diversificazione dei campi di lavoro
Vi è un’attività educativa
Vi è un’attività politica
Vi è un’attività sociale
Vi è un’attività economica
Vi è l’attività di lotta (jihad) Vi è un’attività mediatica e di propaganda Vi è un’attività intellettuale e scientifica Distribuzione delle forze tra i campi di attività Che cosa dovrebbe essere enfatizzato e ricevere priorità?
Capitolo 1: Il movimento islamico nel campo dell’intelletto e della conoscenza
Il governo nel campo dell’intelletto e della conoscenza
La nostra necessità di un nuovo fiqh
I tipi di fiqh [comprensione] di cui abbiamo bisogno
Il fiqh delle priorità
La necessità di due livelli di fiqh Integrazione dei due tipi di fiqh nell’esaminare gli interessi e i mali La difficoltà della pratica nella vita reale Dimostrazione del fiqh degli sguardi a partire dal Sacro Corano
L’opinione dello sceicco dell’Islam Ibn Taymiyya
Quando manca il fiqh delle priorità relative
Il fiqh delle priorità
Il fiqh delle priorità nella sīra del Profeta (biografia) L’interrelazione tra il fiqh delle priorità e il fiqh delle priorità relative
La necessità di osservare le proporzioni tra gli obblighi della Sharia [legali
comandi o mandati] La trascuratezza del fiqh delle priorità presso molti musulmani L’Imam al-Ghazali e il fiqh delle priorità
Il giudizio dell’Imam Ibn al-Qayyim sulle forme di culto preferibili
Capitolo 2: Il movimento islamico nel campo della propaganda e del pubblico
Conoscenza
Il Movimento islamico nel campo della predicazione: espansione orizzontale
Il Movimento e l’élite colta
L’incomprensione dell’Islam da parte di molti appartenenti alla classe colta. Come dovrebbe il risveglio islamico rapportarsi alla classe colta?
Il Movimento islamico e le masse
Dire la verità, non anestetizzare con i sogni
Correzione dei concetti errati
Il Movimento islamico e le classi lavoratrici
Il Movimento islamico e gli uomini d’affari e i finanziatori
Il Movimento islamico e l’attività femminile
La carenza del lavoro islamico nei circoli femminili Quando avrà successo il lavoro islamico femminile?
La diffusione delle idee intransigenti in questo campo
Il problema del lavoro islamico nell’attività femminile
Una possibile obiezione e la sua confutazione
Capitolo 3: Il Movimento islamico nel campo dell’istruzione e della formazione religiosa
L’educazione basata sulla fede è il fondamento La necessità di una misura di un’adeguata educazione sufi
Quattro punti di attenzione
Concentrarsi sulla ricerca del giusto oltre alla pura intenzione
L’importanza dell’educazione ideologica dei futuri leader Preparare i leader per il futuro Un istituto speciale per la preparazione dei leader
Caratteristiche dell’ideologia necessaria
Un’ideologia scientifica
Caratteristiche dello spirito scientifico di cui abbiamo bisogno
Alcune pratiche che contrastano con l’ideologia scientifica
Un’ideologia realistica
Bilanciare le ambizioni con le capacità
Seppellire i vecchi problemi
Un dibattito di cui oggi non abbiamo bisogno
Un’ideologia tradizionalista
Fondamenti del vero metodo tradizionalista: l’ingiustizia arrecata al «tradizionalismo» sia dai suoi sostenitori sia dai suoi oppositori
Adottare il metodo dei primi musulmani, non soltanto i loro giudizi
Un’ideologia del rinnovamento
Il rinnovamento non è in contrasto con il tradizionalismo
L’Islam approva il rinnovamento
La necessità di rinnovare i mezzi Hasan al-Banna non era rigido La rigidità è una grave malattia Ciò che temo per il movimento islamico
Un’ideologia equilibrata
L’atteggiamento dell’ideologia equilibrata nei confronti delle questioni fondamentali
Il declino dell’atteggiamento equilibrato tra alcuni islamisti in determinati periodi
L’equilibrio va di pari passo con l’agevolazione
Il movimento dovrebbe adottare una linea di agevolazione
Un’ideologia orientata al futuro
Il Sacro Corano e il futuro Il Profeta e il futuro
Capitolo 4: Il movimento islamico a livello politico e mondiale
Verso un fiqh politico razionale
Fenomeni ideologici avversi
Una carenza da affrontare nel fiqh politico
Un dialogo importante sul fiqh politico
L’uso improprio della Sira del Profeta per dedurre giudizi assoluti
Il movimento e la liberazione dei territori musulmani
Il movimento e i movimenti di liberazione
Il movimento e le minoranze musulmane
Fatti importanti sulle minoranze musulmane
Di che cosa hanno più bisogno queste minoranze? Una nazione senza una leadership [né un califfo né un papa]
La missione del Movimento a questo riguardo
Il Movimento e gli espatriati
Perché questo interesse per gli espatriati?
La necessità della presenza islamica in Occidente
Un conservatorismo senza isolamento e un’apertura senza dissoluzione
I cinque doveri degli espatriati musulmani
Un avvertimento contro due cose
Il Movimento, la libertà politica e la democrazia
Il Movimento islamico e le minoranze etniche e religiose
Il problema delle minoranze etniche è risolto nell’Islam. Come risolvere il problema delle minoranze religiose?
Il Movimento e il dialogo con gli altri
Il dialogo con i laici razionalisti
Il dialogo con i governanti ragionevoli
Il dialogo con gli occidentali ragionevoli
Il dialogo religioso (islamico-cristiano)
Il dialogo intellettuale (con gli orientalisti)
Il dialogo politico con l’Occidente
Il Movimento islamico e l’istituzione religiosa ufficiale
Il Movimento e i gruppi del Risveglio islamico
Conclusione
La necessità di dedicarsi a tempo pieno ai compiti del Movimento da parte di persone competenti
Individui
La formazione degli specialisti
Un centro d’informazione e ricerca
ALLEGATI Fatwa pronunciate dallo Shaykh al-Islam Ibn Taymiyya
La liceità di assumere un incarico pubblico in uno Stato ingiusto, qualora chi lo ricopra
attenuasse parte dell’ingiustizia o frenasse il male e la corruzione
Il conflitto tra le cose buone e quelle cattive (in una situazione)
GLOSSARIO
Prefazione
Di tutte le cospirazioni ordite contro l’Islam nei tempi moderni, la più pericolosa è una falsa pretesa di profezia avanzata all’inizio di questo secolo. Questa pretesa è stata la causa principale del diffuso caos mentale che ha afflitto l’Umma negli ultimi sessant’anni. Come per tutti gli altri scismi, la causa fondamentale di questo male è che i musulmani sono generalmente ignoranti della propria religione. Se fossero stati veramente permeati dalla sua conoscenza e avessero sviluppato una chiara comprensione dell’articolo di fede relativo alla definitività della profezia, sarebbe stato quasi impossibile per qualsiasi falso pretendente alla profezia mettere radici e prosperare tra i musulmani dopo l’ultima missione del Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui). In questo momento, il rimedio più perfetto ed efficace per estirpare questo male consiste nell’educare il maggior numero possibile di persone, nel modo migliore possibile, riguardo alla vera fede nella definitività della profezia di Muhammad (pace su di lui), sottolineando l’importanza e il valore di questo articolo di fede nella religione dell’Islam. È inoltre imperativo che ogni dubbio e ogni idea scettica riguardo all’ultima missione del Profeta Muhammad (pace su di lui) siano dissipati attraverso la ragione e la logica. Questo opuscolo è stato preparato proprio a tale scopo. I lettori che lo ritengano utile dovrebbero fare un passo ulteriore e offrire la loro piena collaborazione alla diffusione dei suoi contenuti. Questo opuscolo dovrebbe raggiungere tutte le persone alfabetizzate e queste, dopo averlo studiato personalmente, dovrebbero leggerlo agli analfabeti. Si spera che lo studio di questo opuscolo non solo immunizzi le persone che non sono state contaminate da questo morbo, ma renda anche manifesta la verità alle persone dotate di retto giudizio tra coloro che ne hanno ricevuto alcuni germi. Tuttavia, per coloro che sono caduti vittime della falsità e sono insensibili a ogni ragionamento, la speranza e la salvezza risiedono soltanto in Allah.
Abul A’la Maududi
Lahore: 12 febbraio 1962.
Introduzione
Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Beneficentissimo
«O gente! Muhammad non ha figli tra i vostri uomini, ma in verità è l’Apostolo di Dio e l’ultimo della schiera dei Profeti. E Dio è consapevole di ogni cosa.» (Sura Al
Ahzab: 40)
Questo versetto è stato rivelato nel quinto Ruku’ (para o passo) della Sura al-Ahzab. In questo Ruku’ Allah ha fornito risposte a tutte le obiezioni sollevate dagli ipocriti, che avevano dato origine a una tempesta di calunnie, diffamazioni e disordini riguardo al matrimonio del Santo Profeta Muhammad (pace su di lui) con Hadrat Zainab (possa Allah compiacersi di lei).
Questi ipocriti sostenevano che Zainab fosse la moglie di un figlio adottivo del Santo Profeta e che, per questo legame, si trovasse nella posizione di nuora del Profeta. Pertanto, dopo il suo divorzio da Zaid, il Profeta aveva preso in moglie la propria nuora. Per confutare questa accusa, Allah dichiarò chiaramente nel versetto 37 che questo matrimonio aveva l’approvazione divina ed era stato compiuto per costituire un precedente legittimo affinché gli uomini musulmani potessero sposare le mogli dei loro figli adottivi dopo che fossero state ripudiate dai loro mariti. In seguito, nei versetti 38 e 39, Allah affermò che nessuna forza avrebbe potuto impedire al Profeta di adempiere a un obbligo divino. Ai Profeti è stato ordinato di temere Dio, non le persone. È stata pratica invariabile degli Apostoli trasmettere il messaggio divino senza alcuna preoccupazione estranea e compiere i doveri loro imposti da Allah senza timore né esitazione. In seguito fu rivelato un versetto che eliminò il fondamento di tutte le obiezioni. In primo luogo, essi avevano accusato: «Hai preso in moglie tua nuora, contravvenendo alla tua stessa legge, secondo la quale la moglie di un figlio è proibita a suo padre». In confutazione di questa accusa, l’Onnipotente dichiarò: «Muhammad non ha avuto figli maschi tra i vostri uomini…», chiarendo in modo assoluto che l’uomo la cui moglie divorziata era stata presa in matrimonio dal Profeta non era suo figlio naturale; pertanto, l’atto non implicava alcuna violazione di tale norma. La loro seconda accusa si basava sul seguente ragionamento: «Ammettiamo che il figlio adottivo non sia quello naturale e che, su questa base, un padre possa legittimamente sposare la moglie divorziata del proprio figlio adottivo; ma quale necessità vi era che il Profeta lo facesse?». In risposta a questa accusa, Allah dichiarò: «Ma, in verità, egli è l’Apostolo di Allah». Ciò implica che era mandato di Allah affidato al Santo Profeta cancellare tutti i pregiudizi e dichiarare leciti tutti i divieti che la consuetudine pagana aveva imposto inutilmente alle persone. A questo riguardo, l’azione del Profeta fu inequivocabile e non lasciò spazio ad alcun dubbio. [A questo punto, coloro che negano la definitività della profezia di Muhammad (PBUH) chiedono di conoscere la tradizione nella quale questa accusa sarebbe stata riportata. Questa domanda, in realtà, mette a nudo la loro ignoranza. Il Santo Corano fornisce in diversi punti risposte alle accuse dei fomentatori di disordini senza menzionare esplicitamente l’accusa. In ogni caso, però, il testo pertinente reca una testimonianza inequivocabile su quale accusa venga confutata. Anche nel caso presente la risposta contiene la sostanza della domanda. L’uso della congiunzione «ma» alla fine della prima frase presuppone che una parte della domanda dovesse ancora essere affrontata. La seconda frase fornisce quindi la risposta alla parte restante della domanda. La prima frase aveva rivelato agli obiettori la risposta alla loro accusa secondo cui «Muhammad aveva sposato sua nuora». Tuttavia, il secondo punto della domanda, «quale necessità vi era che il Profeta lo facesse?», richiedeva ancora una risposta. Questa risposta fu fornita dalla frase successiva del testo: «Ma, in verità, Muhammad è l’Apostolo di Dio e l’ultimo nella successione dei Profeti di Dio». Il punto può essere ulteriormente chiarito con un esempio tratto da una conversazione ordinaria. Qualcuno dice: «Zaid non si è alzato, ma Bakr si è alzato». Ora ciò trasmette il senso che Zaid non si sia alzato, ma la questione non finisce qui, poiché fa sorgere la domanda: «Se Zaid non si è alzato, chi si è alzato allora?». La proposizione subordinata della frase precedente, «ma Bakr si è alzato», fornisce la risposta a questa domanda. Lo stesso vale nel caso sopra esposto.] Per sottolineare particolarmente questo punto, Allah osserva: (Khatim Al-Nabbiyeen) «Ed egli è l’ultimo nella successione dei Profeti», il che significa che nessun messaggero e neppure un Profeta incaricato della missione di realizzare riforme nell’ambito della Legge o della società, che eventualmente fossero state omesse (Dio non voglia) durante la vita di Muhammad (PBUH), gli succederà.
Poiché Allah aveva stabilito che il ministero del Profeta Muhammad (PBUH) fosse definitivo, era quindi indispensabile che egli portasse a compimento il compito di estirpare questa consuetudine pagana. In seguito, il punto è stato ulteriormente sottolineato nella rivelazione (Wa Kan ul-Allahi Bekulle Shai-in ‘Aleema): «Dio è consapevole di ogni cosa». Il vero significato di questa rivelazione è che Allah ritenne meglio rimuovere questa consuetudine pagana per mezzo del Profeta Muhammad (PBUH) e che soltanto Allah poteva riconoscere il danno che il perdurare di questa consuetudine infedele avrebbe comportato. Allah sapeva bene che la successione della Profezia terminava con Muhammad (PBUH), il cui esempio tutta la ummah avrebbe seguito; e, se egli non avesse abolito questa consuetudine, non sarebbe sorto alcun uomo paragonabile per rango al Profeta Muhammad (PBUH) che potesse portare a compimento tale compito. E supponiamo che in epoche successive fosse sorto un riformatore capace di abolire questa consuetudine: il suo atto non avrebbe costituito un precedente universale o permanente che i musulmani di tutte le epoche e di tutti i paesi potessero seguire. Nessun’altra persona venuta dopo avrebbe incarnato la sacralità divina che è connessa alla persona del Profeta Muhammad (PBUH). Pertanto, il precedente di nessun uomo all’infuori di Muhammad possiede il potenziale per cancellare dalle anime degli uomini l’idea di tutte le consuetudini pagane per tutti i tempi a venire.
Il verdetto del testo del Corano
Un gruppo che in epoca moderna ha suscitato l’eresia di una nuova profezia spiega il significato dell’idea della «definitività della Profezia» come «sigillo della Profezia», implicando così che tutti i profeti che succedessero a Muhammad (PBUH) avrebbero portato il suo sigillo e avrebbero raggiunto la profezia soltanto grazie al suo sigillo. In altre parole, nessuno che non portasse il sigillo di Muhammad (PBUH) avrebbe raggiunto lo status di Profeta. Ma il contesto nel quale l’espressione «l’ultimo nella successione dei Profeti» è stata rivelata nel Santo Corano non lascia spazio a una simile speculazione. Se davvero l’espressione «l’ultimo nella successione dei Profeti» avesse il significato inteso da questo gruppo, allora sarebbe certamente fuori luogo nel contesto nel quale è stata rivelata. Inoltre, attribuendo all’espressione questo significato, si deforma l’intero scopo del versetto rivelato. In questo versetto Dio confuta l’accusa e dissipa i dubbi creati dai malintenzionati riguardo al matrimonio del Profeta Muhammad (PBUH) con Zainab (possa Allah compiacersi di lei), la moglie divorziata del figlio adottivo del Profeta, Zaid. È ragionevole inserire improvvisamente, in questo contesto, l’idea che Muhammad (PBUH) fosse il «sigillo dei Profeti» e che Allah gli avesse delegato l’autorità di attestare l’autenticità dei profeti successivi? Questa interpretazione non ha alcun legame con il contesto, neppure il minimo, ed è contraria allo scopo dell’argomentazione divina contro gli eretici. Se questa interpretazione fosse vera, i miscredenti avrebbero potuto benissimo obiettare: «Non c’è fretta di abolire ora questa consuetudine. Potreste tranquillamente lasciare questo compito ai vostri profeti successori, che porteranno il vostro sigillo». Secondo una seconda interpretazione dell’idea della definitività della Profezia, avanzata da questo gruppo, si sostiene che l’espressione «l’ultimo nella successione dei Profeti» significhi «il Profeta eccelso». Essi spiegano inoltre che la successione degli Apostoli continuerà, sebbene l’eccellenza della Profezia abbia raggiunto il culmine nella persona di Muhammad (PBUH). Questa interpretazione non è meno difettosa e dannosa dell’altra. Ha ben poca relazione con il contesto e, in realtà, trasmette un senso contraddittorio del versetto. Seguendo questo filo argomentativo, gli infedeli e gli ipocriti avrebbero plausibilmente osservato: «Signore, ci saranno altri profeti dopo di voi, per quanto inferiori a voi per rango, che adempiranno la missione divina; perché dovete assumervi anche il compito di rimuovere questa consuetudine?»
Il significato secondo il dizionario dell’espressione «Khatam-al-Nabiyyin»
È evidente che il testo può avere un solo significato, e cioè che Khatam-al-Nabiyyin indica la definitività della Profezia, con la chiara implicazione che la profezia ha raggiunto il suo culmine ed è stata portata a compimento in Muhammad (PBUH). Non è soltanto il contesto a sostenere questa interpretazione, ma anche la lessicografia. Secondo il lessico arabo e l’uso linguistico, Khatam significa apporre un sigillo; chiudere, giungere alla fine; e portare qualcosa al suo compimento ultimo. Khatama al-‘Amala equivale a «Faragha min al-‘Almali», che significa «portare a termine il compito». «Khatama al-Ina» significa «il recipiente è stato chiuso e sigillato, cosicché nulla può entrarvi né il suo contenuto può fuoriuscire». «Khatam-al-kitab» significa «la lettera è stata chiusa e sigillata, cosicché è definitivamente al sicuro». «Khatama-‘Ala-al-Qalb» significa «il cuore è stato sigillato, cosicché non può percepire nulla di nuovo né rinnegare ciò che ha già assimilato». «Khitamu-Kulli-Mashrubin» indica «il gusto finale che rimane in bocca quando la bevanda è terminata». Katimatu Kulli Shaiinn ‘Aqibatuhu wa Akhiratuhu significa: «La fine di ogni cosa ne indica la rovina e il compimento ultimo». Khatm-ul-Shaii Balagha Akhirahu trasmette il senso: «Porre fine a una cosa significa condurla al suo limite ultimo».
Il termine Khatam-i-Qur’an è usato nello stesso senso e i versetti conclusivi delle sure coraniche sono chiamati Khawatim. Khatim-ul-Qaum Akhirhuum significa «l’ultimo uomo della tribù». (Cfr. Lisan-ul-‘Arab; Qamus e Aqrab-ul-Muwarid). [Abbiamo fatto riferimento qui a tre lessici, tuttavia la spiegazione di questo punto non è limitata soltanto a queste opere. Tutti i dizionari autorevoli della lingua araba interpretano la parola Khatam nel senso da noi indicato. Ma i negatori della definitività della Profezia, nel loro tentativo di sferrare un attacco subdolo alla religione di Dio, sostengono che, se ci riferiamo a qualcuno come «l’ultimo dei poeti», «l’ultimo dei giuristi» o «l’ultimo dei commentatori», non intendiamo necessariamente dire che nessun poeta, giurista o commentatore verrà dopo di lui; intendiamo piuttosto dire soltanto che tutta l’eccellenza della sua attività si è concentrata in tali uomini. La realtà, tuttavia, è che quando usiamo per qualcuno questi epiteti esagerati, non sostituiamo né eliminiamo con ciò il significato originario della parola «ultimo». È assurdo presumere che, mediante il suo uso metaforico per indicare l’eccellenza o la perfezione di un uomo, la parola «ultimo» perda il suo significato originario o reale, che è «finale». Una simile supposizione può essere accettata soltanto da chi manca delle conoscenze elementari delle regole grammaticali. In nessuna lingua esiste un principio grammaticale secondo il quale il significato metaforico di una parola possa essere assunto come suo significato reale o originario. Inoltre, il significato metaforico non sostituisce né cancella in alcun caso il significato reale e fondamentale della parola. Quando dici a un arabo «Ja Khatam ul-Qaum», egli certamente non lo intenderà nel senso che «è venuto l’uomo perfetto o più eccellente della tribù». Lo intenderà invece nel senso che «è venuta l’intera tribù, fino all’ultimo uomo». Vi è un altro punto da considerare. Espressioni come «l’ultimo poeta», «l’ultimo giurista» o «l’ultimo narratore di hadith» sono elogi usati dagli uomini per altri esseri umani che essi considerano perfetti ed eccellenti. Coloro che usano tali iperboli per altri uomini certamente non possono dire, né sanno, se in epoche successive verranno persone dotate di tale eccellenza. Pertanto, nel linguaggio umano queste espressioni sono iperboli; ma quando Dio usa per una persona l’espressione secondo cui una certa qualità ha raggiunto in essa il proprio culmine, non vi è ragione di intenderla in senso metaforico, secondo lo stile dell’espressione umana. Se Allah avesse dichiarato qualcuno «l’ultimo poeta», egli sarebbe stato l’ultimo poeta nel senso letterale della parola. Se Allah nomina qualcuno come Suo «Ultimo Profeta», non vi è assolutamente alcuna possibilità che un’altra persona raggiunga tale dignità dopo di lui. Dio è Onnisciente. L’uomo possiede soltanto una conoscenza limitata. Stando così le cose, come si può interpretare l’elogio umano di una persona come «ultimo poeta» o ultimo dei giuristi nello stesso senso della dichiarazione divina secondo cui una persona è «l’Ultimo Profeta»?] Per questa ragione tutti i linguisti e i commentatori concordano sul fatto che Khatam-ul-Nabiyyin significhi «l’ultimo nella successione dei Profeti». La parola Khatam, nel suo significato dizionariale e nell’uso linguistico, non si riferisce al timbro postale apposto sulla posta in uscita. Il suo significato letterale è il «sigillo» che viene apposto sulla busta per proteggerne il contenuto.
Le osservazioni del Santo Profeta (PBUH) sulla definitività della Profezia
Il significato della parola Khatam che emerge dal contesto del Santo Corano e che è lo stesso riportato in tutti i lessici della lingua araba è confermato anche dalle osservazioni del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui). Citiamo alcune tradizioni autentiche per illustrare il punto: Il Santo Profeta (PBUH) osservò: «La tribù d’Israele era guidata dai profeti. Quando un profeta moriva, un altro profeta gli succedeva. Ma dopo di me non verrà alcun profeta; mi succederanno soltanto califfi». (Bukhari, Kitab-ul-Manaqib). Il Profeta di Dio (PBUH) affermò: «La mia posizione rispetto ai profeti venuti prima di me può essere spiegata con il seguente esempio: un uomo edificò una costruzione e adornò questo edificio con grande bellezza, ma lasciò una nicchia vuota, nell’angolo, dove mancava soltanto un mattone. Le persone osservavano l’edificio e si meravigliavano della sua bellezza, ma si chiedevano perché mancasse un mattone in quella nicchia. Io sono come quel mattone mancante e sono l’ultimo nella successione dei Profeti». (Bukhari, Kitab-ul-Manaqib). (In altre parole, con l’avvento del Profeta Muhammad (PBUH), l’edificio della Profezia è stato completato e in questo edificio non vi è alcuna nicchia vuota che possa accogliere un altro profeta.) Quattro tradizioni relative a questo argomento sono riportate in Muslim, Kitab-ul-Fada’il, Babu Khatimin-Nabiyyin. Quest’ultima tradizione contiene la seguente frase aggiuntiva: «Così sono venuto e in me la successione dei Profeti è giunta al termine». La medesima tradizione, con parole simili, è stata riportata in Tirmidhi, Kitab-ul-
Manaqib, Bab-Fadlin Nabi e Kitab-Adab, Bab-ul-Amthal. In Musnad Abu Dawud
In Tayalisi questa tradizione è stata riportata insieme ad altre tradizioni riferite da Jabir bin Abdullah; e la sua ultima frase recita: «È in me che la linea dei Profeti è giunta alla sua conclusione definitiva». Il Musnad Ahmad contiene tradizioni riferite da Hazrat Ubayyi bin Ka’b, Hazrat Abu Sa’id Khudri e Hazrat Abu Huraira (che Allah si compiaccia di loro) sullo stesso argomento, con lievi variazioni nelle parole qua e là. Mi è stato concesso il dono di un eloquio conciso e perfetto. Mi è stata accordata la vittoria grazie al timore reverenziale che suscito. I bottini di guerra mi sono stati resi leciti. L’intera terra è stata resa per me un luogo di culto ed è diventata per me anche un mezzo di purificazione. In altre parole, nella mia religione l’offerta delle preghiere non è confinata a determinati luoghi di culto. Le preghiere possono essere offerte in qualsiasi luogo della terra. E, nel caso in cui l’acqua non sia disponibile, è lecito per la mia gente compiere le abluzioni con la terra (Tayammum) e purificarsi con il suolo quando l’acqua per il bagno è scarsa. Sono stato inviato da Allah per portare il Suo Messaggio Divino a tutto il mondo. E la linea dei profeti è giunta alla sua conclusione definitiva in me. (Muslim, Tirmidhi,
Ibn Majah)
Il Santo Profeta (PBUH) disse: «Dio mi ha accordato sei favori di cui i profeti precedenti non godettero: il Profeta di Allah (PBUH) affermò: “La catena dei Messaggeri e dei Profeti è giunta al termine. Dopo di me non vi sarà né Messaggero né Profeta.” (Tirmidhi,
Kitab-ur-Rouya Babu Zahab-un-Nubuwwa, Musnad Ahmad, Marwiyat-Anas bin
Malik) Il Santo Profeta (PBUH) disse: «Io sono Muhammad, io sono Ahmad, io sono colui che cancella, e l’infedeltà sarà cancellata per mezzo mio; io sono colui che raduna. Dopo il mio tempo, la gente sarà radunata nel Giorno del Giudizio. (In altre parole, la morte è la mia unica successora.) E sono l’ultimo, nel senso che nessun profeta mi succederà.»
(Bukhari e Muslim, Kitab-ul-Fada’il, Bab: Asmaun-Nabi; Tirmidhi, Kitab-ul-
Adab, Bab: Asma-un-Nabi; Muatta’, Kitab-u-Asma in-Nabi, Al-Mustadrak Hakim,
Kitab-ut-Tarikh, Bab: Asma-un-Nabi.)
Il Profeta di Dio (PBUH) osservò: «Dio Onnipotente non ha inviato nel mondo alcun apostolo che non abbia messo in guardia il suo popolo riguardo alla comparsa del Dajjal (l’Anticristo, ma il Dajjal non comparve ai loro tempi). Io sono l’ultimo nella successione dei Profeti e voi siete l’ultima comunità dei credenti. Senza dubbio, dunque, il Dajjal sorgerà tra voi». (Ibn Majah, Kitab-ul-fitan, bab: Dajjal).
‘Abdur Rahman bin Jubair riferì: «Ho sentito Abdullah bin ‘Amr ibn-‘As raccontare che un giorno il Santo Profeta (PBUH) uscì dalla sua casa e si unì alla nostra compagnia. Il suo atteggiamento ci diede l’impressione che stesse per lasciarci». Egli disse: «Io sono Muhammad, il profeta illetterato di Allah», e ripeté questa affermazione tre volte. Poi dichiarò: «Non ci sarà alcun profeta dopo di me». (Musnad Ahmad, Marwiyat ‘Abdullah bin ‘Amr ibn-‘As.)
Il Santo Profeta (pace e benedizioni di Allah siano su di lui) disse: «Allah non invierà alcun Apostolo dopo di me, ma soltanto i Mubashshirat». Gli fu chiesto: «Che cosa si intende per al-Mubashshirat?». Egli rispose: «Una buona visione, o una visione pia». (Musnad Ahmad, Marwiyat Abu Tufail, Nasa’i, Abu Dawud) (In altre parole, in futuro non vi è alcuna possibilità di rivelazione divina. Al massimo, se qualcuno ricevesse un’ispirazione da Allah, la riceverebbe sotto forma di “sogno pio”.)
Il Santo Profeta (PBUH) disse: «Se un Apostolo dovesse succedermi, sarebbe stato ‘Umar bin Khattab». (Tirmidhi, Kitab-ul-Manaqib)
Il Santo Profeta (PBUH) disse a Hadrat ‘Ali: «Tu sei per me come Aronne era per Mosè (pace su di lui). Ma nessun Apostolo verrà dopo di me». (Bukhari e Muslim, Kitab Fada’il as-Sahaba) Questa tradizione è riportata anche in Bukhari e Muslim nel resoconto della battaglia di Tabuk.
Il Musnad registra due tradizioni narrate da Hadrat Sa’d bin Abi Waqqas (che Allah sia soddisfatto di lui) su questo argomento. L’ultima frase di una di queste tradizioni recita: «Sappiate che non vi sarà profezia dopo di me».
I resoconti dettagliati delle tradizioni riportate da Abu Dawud Tayalisi, dall’Imam Ahmad e da Muhammad bin Ishaque riferiscono che, alla vigilia della sua partenza per la battaglia di Tabuk, il Santo Profeta (PBUH) aveva deciso di lasciare Hadrat ‘Ali a Medina per provvedere alla difesa e supervisionare gli affari della città. A quel punto gli ipocriti cominciarono a diffondere insinuazioni e voci su Hadrat ‘Ali. Hadrat ‘Ali si recò dal Profeta e disse: «O Profeta di Allah, mi lasci indietro tra donne e bambini?».
In quell’occasione, per tranquillizzarlo, il Santo Profeta (PBUH) osservò: «Tu sei per me come Aronne era per Mosè». In altre parole: «Come Hadrat Mosè, sul monte Tur, lasciò Hadrat Aronne a prendersi cura della tribù d’Israele, così io (Muhammad) lascio te a occuparti della difesa di Medina».
Allo stesso tempo, temendo che questo paragone con Hadrat Aronne potesse in seguito dar luogo a eresie, il Santo Profeta (PBUH) chiarì immediatamente: «Non ci sarà alcun Profeta dopo di me».
Thauban riferisce: «Il Santo Profeta (PBUH) osservò: Nella mia Ummah sorgeranno trenta impostori e ciascuno di loro proclamerà al mondo di essere un profeta; ma io sono l’ultimo nella successione dei Profeti di Dio e nessun Apostolo verrà dopo di me». (Abu Dawud, Kitab-ul-Fitan)
Abu Dawud, nel “Kitab-ul-Malahim”, ha registrato un’altra tradizione riferita da Abu Huraira sullo stesso argomento. Anche Tirmidhi ha registrato queste due tradizioni come riferite da Hadrat Thauban e Hadrat Abu Huraira. Il testo della seconda tradizione è il seguente: «Accadrà che sorgeranno trenta impostori e ciascuno di loro avanzerà la pretesa di essere l’Apostolo di Dio».
Il Santo Profeta (PBUH) osservò: «Tra i figli d’Israele che vi precedettero vi furono certamente persone che comunicavano con Dio, sebbene non fossero Suoi Profeti. Se mai tra il mio popolo sorgesse una persona capace di comunicare con Dio, non sarebbe altri che ‘Umar (che Allah sia soddisfatto di lui)». (Bukhari, Kitab-ul-Manaqib)
Una versione della stessa tradizione in “Muslim” contiene Muhaddithuna invece di Yukallimuna. Tuttavia, Mukalima e Muhaddith hanno lo stesso significato, cioè un uomo che gode del privilegio di comunicare direttamente con Dio, oppure una persona alla quale l’Onnipotente si rivolge dall’invisibile. Concludiamo dunque che, se tra i seguaci di Muhammad vi fosse stata una persona capace di comunicare con Dio senza essere elevata alla dignità della profezia, essa sarebbe stata ‘Umar.
Il Profeta di Dio (PBUH) disse: «Non verrà alcun Profeta dopo di me e, pertanto, non vi sarà alcun’altra comunità di seguaci di un nuovo profeta». (Baihaqi, Kitab-ul Rouya; Tabarani)
Il Santo Profeta (PBUH) osservò: «Io sono l’ultimo nella successione dei profeti di Dio e la mia Moschea è l’ultima Moschea» (riferendosi alla sacra Moschea del Profeta).
[In riferimento a questa tradizione, i negatori della Finalità della Profezia sostengono che il Santo Profeta (PBUH) definì la sua moschea “l’ultima moschea”, benché essa non sia l’ultima, poiché in tutto il mondo sono state costruite innumerevoli altre moschee dopo di essa. Analogamente, quando il Santo Profeta (PBUH) disse: “Io sono l’ultimo Profeta”, ciò non significherebbe che la successione dei profeti si sia conclusa, ma che Muhammad (PBUH) fu l’ultimo quanto alla sua eccellenza tra i Profeti di Dio, e che la Moschea fu l’ultima nello stesso senso.
Un ragionamento tanto sciocco è una prova irrefutabile del fatto che queste persone hanno perso la capacità di comprendere il vero significato delle parole di Dio e di quelle del Suo Profeta (PBUH). Anche una rapida occhiata all’intera catena delle tradizioni nel cui contesto questa particolare tradizione è stata registrata rende chiaro a chiunque il vero significato delle parole del Santo Profeta.
In questo contesto, le varie tradizioni che l’Imam Muslim ha registrato sulla base dell’autorità di Hadrat Abu Huraira, Hadrat ‘Abdullah bin ‘Umar e della Madre dei Credenti Hadrat Maimuna narrano che nel mondo vi sono soltanto tre moschee alle quali è attribuita la massima sacralità, e che sono sacre al di sopra di tutte le altre moschee. Il culto in queste moschee è ricompensato con benedizioni mille volte maggiori rispetto alla preghiera offerta nelle altre moschee. Per questa ragione è stato dichiarato lecito intraprendere un viaggio verso queste moschee per pregarvi.
Nessun’altra moschea, salvo queste tre, può rivendicare una sacralità tale da indurre una persona a compiere un viaggio per adorarvi, lasciando da parte tutte le altre moschee. Tra le tre moschee che nell’Islam possiedono la massima sacralità, la prima è la “Masjid Al-Haram”, costruita da Hadrat Abramo (pace su di lui); la seconda è la “Masjid al-Aqsa”, eretta da Hadrat Sulaiman (pace su di lui); e la terza è la “Masjid-i-Nabawi”, nella città santa di Medina, fondata dal Santo Profeta (PBUH).
L’osservazione del Santo Profeta riguardo alla “ultima moschea” deve essere considerata in questo contesto. Le parole del Profeta (PBUH) significavano che nessun Profeta sarebbe venuto dopo di lui e, quindi, non vi sarebbe stata una quarta moschea dopo l’ultima Masjid-i-Nabawi, la moschea dell’ultimo Profeta. Ne consegue che nessun’altra moschea dovrebbe possedere una sacralità tale per cui il culto in essa sia ricompensato con benedizioni maggiori rispetto al culto nelle altre moschee; inoltre, non vi sarebbe una quarta moschea verso la quale sarebbe lecito o persino desiderabile che le persone compissero un viaggio per offrirvi le preghiere.] (Muslim, Kitab-ul-Hajj; Bab: Fadl-us-Salat bi Masjidi Mecca wal Medina)
Un gran numero di tradizioni di questo genere del Santo Profeta (pace e benedizioni di Allah siano su di lui) sono state riferite dai Compagni e moltissimi compilatori le hanno registrate sulla base di fonti autorevoli. Lo studio di queste tradizioni mostra che il Santo Profeta, in diverse occasioni, con vari metodi e usando parole differenti, rese esplicitamente chiaro di essere l’ultimo Profeta di Dio; che nessun profeta lo avrebbe seguito e che la successione dei profeti si era conclusa con lui. Inoltre, coloro che dopo di lui avessero preteso di essere Profeti e Messaggeri di Dio sarebbero stati impostori e bugiardi.
[In contrasto con le parole del Santo Profeta, i negatori della Finalità della Profezia citano le seguenti parole attribuite a Hadrat ‘Aisha: «Dite certamente che il Santo Profeta è l’Ultimo Apostolo di Dio; ma non dite che nessun profeta verrà dopo di lui».
Anzitutto, è un’audacia citare le parole di Hadrat ‘Aisha per contraddire il comando esplicito del Santo Profeta (
Ibn Maryam; Muslim, Bab: Bayan Nuzul ‘Isa; Tirmidhi, Abwab-al-Fitan; Bab Fi
Nuzul ‘Isa; Musnad Ahmad, Marwiyat Abu Huraira)
In un’altra tradizione, la parola jizya è stata sostituita con harb, «guerra», cioè egli abolirà la jizya per i non credenti. [In altre parole, questa espressione significa che le differenze tra i seguaci delle varie religioni svaniranno e tutta l’umanità si unirà nella fratellanza dell’Islam. Di conseguenza, non vi saranno più guerre né motivo di imporre a qualcuno una tassa religiosa. Questa interpretazione è sostenuta dalla Tradizione n. 5 e 15 citata più avanti.] Un’altra tradizione riferita da Hadrat Abu Huraira dice: «Il Giorno del Giudizio non avrà luogo prima della discesa di Gesù, figlio di Maria», e queste parole sono seguite dal testo riportato nella tradizione precedente. (Bukhari, Kitab-ul-Muzalim:
Bab: Kasr-ul-Salib Ibn Majah, Kitab-ul-Fitan al-Dajjal.)
Hadrat Abu Huraira riferisce che l’Apostolo (PBUH) di Allah disse: «Come sarete quando il figlio di Maria scenderà tra voi e uno di voi assumerà l’incarico di Imam (guida nella preghiera)?» [Ciò implica che Gesù (PBUH) non guiderà la preghiera. Pregherà dietro l’Imam dei musulmani già in carica.]
(Bukhari, Kitab Ahadith Anbiya, Bab: Nuzul Isa; Muslim, Nuzul Isa; Musnad
Ahmad, Marwiyat Abu Huraira)
Hadrat Abu Huraira riferisce che l’Apostolo (PBUH) di Allah disse: «Cristo, figlio di Maria, ucciderà allora i maiali e rimuoverà la Croce. Si terrà per lui una preghiera congregazionale. Distribuirà una quantità così enorme di beni che nessuno rimarrà bisognoso di nulla. Abolirà le tasse. Si accamperà a Rauha (un luogo situato a 35 miglia da Medina) e da lì partirà per compiere l’Hajj o l’Umrah, oppure entrambi.» (Il narratore dubita quale delle due pratiche sia stata menzionata dal Santo Profeta (PBUH). (Musnad Ahmad, Silsila
Marwiyat Abi Huraira; Muslim, Kitab-ul-Hajj; Bab Jawaz-ul-Tamatttu fil-Hajj wa-
al-Qir’an) Hadrat Abu Huraira riferisce che il Profeta (PBUH) di Dio, dopo aver menzionato l’esilio del Dajjal, disse: «I musulmani si prepareranno alla guerra contro il Dajjal e si schiereranno in fila in preparazione della preghiera; il Takbir sarà stato recitato per la preghiera quando, nel frattempo, Cristo (PBUH), figlio di Maria, discenderà e guiderà i musulmani nella preghiera. Il nemico di Dio, il Dajjal, vedendolo, comincerà a sciogliersi come il sale nell’acqua. Se Cristo (PBUH) lasciasse il Dajjal a se stesso, questi comunque si scioglierebbe e morirebbe; ma Dio farà sì che il Dajjal venga ucciso per mano di Cristo (PBUH), e Cristo mostrerà ai musulmani la sua lancia intrisa del sangue del Dajjal». (Mishkat, Kitab-ul-Fitan, Bab: al-Malahim, citato da Muslim) Hadrat Abu Huraira riferisce che l’Apostolo (PBUH) di Allah dichiarò: «Nessun profeta verrà nel periodo tra me e Gesù (PBUH). E Gesù discenderà. Riconoscetelo quando lo vedrete: è un uomo di statura media e di carnagione chiara e rubiconda. Sarà vestito con due indumenti gialli. I capelli della sua testa sembreranno lasciar scorrere acqua, sebbene i suoi capelli non saranno bagnati. Combatterà per la causa dell’Islam. Spezzerà la Croce. Ucciderà i maiali. Abolirà la jizya per i non credenti. Ai suoi tempi Dio porrà fine a tutte le altre fedi, eccetto la religione dell’Islam. E Cristo ucciderà il Dajjal. Vivrà su questa terra per un periodo di quarant’anni e, al termine di questo periodo, morirà. I musulmani offriranno la preghiera funebre di Cristo
(PBUH). (Abu Dawud, Kitab-ul-Malahim, Bab: Khuruj-ul-Dajjal; Musnad Ahmad,
Marwiyat Abu Huraira)
Hadrat Jabir bin Abdullah riferisce di aver udito il Profeta (PBUH) dire: «Allora Cristo, figlio di Maria, discenderà. Il capo dei musulmani gli dirà: “Vieni, guidaci nella preghiera”, ma egli risponderà: “No, siate voi stessi i vostri capi nella preghiera”.» [Il significato di questa osservazione di Cristo (PBUH) è che «qualcuno tra voi dovrebbe fungere da vostra guida».] Dirà questo per rispetto della dignità che Dio ha conferito al popolo dell’Islam». (Muslim, Bayan Nuzul Isa ibn Maryam; Musnad
Ahmad, Basilsila Marwiyat Jabir bin Abdullah)
In relazione all’episodio di Ibn Sayyad, Jabir bin Abdullah riferisce che Umar bin Khattab (RAA) supplicò: «O Apostolo di Dio, permettimi di ucciderlo». In risposta, il Profeta di Dio osservò: «Se quest’uomo è davvero lui (riferendosi al Dajjal), allora sarà ucciso da Cristo, figlio di Maria. Tu non lo ucciderai. Ma se quest’uomo non è lui (il Dajjal), allora non hai il diritto di uccidere un individuo tra coloro ai quali abbiamo garantito protezione (Dhimmies)». (Mishkat, Kitab-ul-Fitan, Bab: Qissa Ibn Sayyad, citato da Shara al-Sunnah al-Baghawi). Jabir b. Abdullah riferisce che, narrando l’episodio del Dajjal, il Santo Profeta (PBUH) osservò: «In quel momento Cristo, figlio di Maria, discenderà improvvisamente tra i musulmani. Sarà riunita una congregazione per la preghiera e gli sarà detto: “O Spirito di Dio, vieni avanti e guidaci (nella preghiera)”. Ma egli dirà: “No, il vostro stesso Imam venga avanti e sia la vostra guida”. Così, quando i musulmani avranno offerto la preghiera del mattino, partiranno per combattere contro il Dajjal. Quando quel bugiardo vedrà Cristo (PBUH), comincerà a sciogliersi come il sale nell’acqua. Cristo (PBUH) avanzerà verso di lui e lo ucciderà. E avverrà che ogni pietra griderà: “Spirito di Allah, questo ebreo si nasconde dietro di me”. Nessun seguace del Dajjal sfuggirà al massacro». (Musnad Ahmad, Basissila
Riwayat Jabir b. Abdullah)
Hadrat an-Nawas b. Sam’an (nel riferire la storia del Dajjal) racconta: «Nel frattempo, mentre il Dajjal sarà intento a compiere tali misfatti, Dio invierà il Cristo, figlio di Maria. Il Cristo (PBUH) discenderà presso la torre bianca nel quartiere orientale di Damasco, indossando due vesti gialle e appoggiando le mani sulle braccia di due angeli. Quando reclinerà il capo, sembrerà che gocce d’acqua cadano dalla sua testa; e quando lo solleverà, sembrerà che perle stillino sotto forma di gocce. Ogni miscredente che si troverà alla portata dell’aria del suo respiro, e l’aria del suo respiro arriverà fin dove giungerà il suo sguardo, non sfuggirà alla morte. In seguito il figlio di Maria inseguirà il Dajjal, lo raggiungerà presso la porta di Lydda [Si noti che Lod (l’odierna Lydda) si trova a pochi chilometri da Tel Aviv, la capitale dello Stato d’Israele in Palestina. Gli ebrei hanno costruito in questo luogo una grande base aerea] e lo ucciderà». (Muslim, Dhikr Dajjal; Abu Dawud, Kitab ul-Malahim, Bab: Khuruj Dajjal; Tirmidhi, Abwab-ul-Fitan, Bab: Fi Fitna al-Dajjal; Ibn Majah, Kitab ul-Fitna, Bab: Fitna al-Dajjal)
Abdullah b. Amr b. al-As riferisce che l’Apostolo di Dio (PBUH) disse: «Il Dajjal sorgerà tra il mio popolo e sopravvivrà per quaranta [qui il narratore non è certo se il Profeta abbia menzionato quaranta giorni, quaranta mesi o quaranta anni]. Poi Dio invierà nel mondo il Cristo, figlio di Maria. Nell’aspetto somiglierà a ‘Urwa b. Masud (un Compagno del Profeta). Il Cristo inseguirà il Dajjal e lo ucciderà. Dopo ciò, per un periodo di sette anni, la condizione del mondo sarà tale che non si conoscerà alcun litigio tra due persone». (Muslim, Dhikr-ul-Dajjal)
Hudhaifa b. Usaid al-Ghifari racconta: «Una volta il Santo Profeta (PBUUH) venne a farci visita mentre eravamo seduti insieme e conversavamo. Il Santo Profeta (PBUH) domandò: “Di che cosa state parlando?”. La gente rispose: “Stiamo parlando del Giorno del Giudizio”. Il Santo Profeta (PBUH) disse: “Il Giorno del Giudizio non avrà luogo prima della comparsa di dieci segni”. Poi enumerò tali segni: il Fumo; il Dajjal; la Daabba; il sorgere del sole da occidente; la discesa del Cristo, figlio di Maria (PBUH); la comparsa di Yajuj e Majuj; la formazione di tre enormi voragini o frane sulla terra, una a oriente, la seconda a occidente e la terza nelle isole arabe; infine, un enorme incendio che sorgerà nello Yemen e spingerà la gente verso la pianura del Giudizio». (Muslim, Kitab ul-Fitan wa Ashtrat-us Sa’h; Abu Dawud, Kitab ul-Malahim, bab: Amarat ul-Sa’h).
È riferito da Thauban, lo schiavo affrancato del Santo Profeta, che il Santo Profeta (PBUH) disse: «Dio proteggerà dal Fuoco dell’Inferno due gruppi del mio Ummah. Un gruppo sarà composto da coloro che invaderanno l’India; l’altro da coloro che si schiereranno con il Cristo, figlio di Maria (PBUH)». (Nasa’i, Kitab ul-Jihad; Musnad Ahmad, Bisilsila Riwayat Thauban)
Mujamme b. Jaria Ansari racconta: «Ho udito il Santo Profeta (PBUH) dire: “Il Cristo, figlio di Maria, ucciderà il Dajjal presso la porta di Lod (Lydda)”». (Musnad Ahmad, Tirmidhi, Abwab-ul-Fitan).
Abu Umama al-Bahli (menzionando il Dajjal nel corso di una lunga tradizione) racconta: «Proprio quando l’Imam dei musulmani avanzerà per guidare la preghiera del mattino, il Cristo, figlio di Maria (PBUH), discenderà tra loro. L’Imam si ritirerà per lasciare al Cristo il posto per guidare la preghiera. Ma il Cristo, toccando l’Imam tra le spalle, dirà: “No, tu guiderai, poiché questa congregazione si è riunita per seguirti nella preghiera”. Così l’Imam guiderà la preghiera. Terminata la preghiera, il Cristo (PBUH) ordinerà: “Aprite la porta”. La porta verrà spalancata. Il Dajjal sarà presente fuori, con un esercito di settantamila soldati ebrei. Non appena vedrà il Cristo (PBUH), gli dirà: “Ti colpirò con una forza tale che non sopravvivrai al colpo”. Il Cristo (PBUH) lo inseguirà e lo raggiungerà presso la porta orientale di Lod (Lydda). Dio farà sì che gli ebrei siano sconfitti. La terra sarà riempita di musulmani come un recipiente è colmato d’acqua fino all’orlo: l’intero mondo reciterà la stessa Kalima e nessuno sarà adorato all’infuori di Dio l’Onnipotente». (Ibn Majah, Kitab-ul-Fitan; Bab: Fitan Dajjal)
`Uthman b. Abi al-`As racconta di aver udito il Profeta di Dio (PBUH) dire: «E il Cristo, figlio di Maria, discenderà al momento della preghiera del mattino. Il capo dei musulmani gli dirà: “O spirito di Dio, sii tu il nostro imam nella preghiera”. Egli risponderà: “I membri di questo Ummah sono guide gli uni per gli altri”. Allora il capo dei musulmani avanzerà e guiderà la preghiera. Terminata la preghiera, il Cristo (PBUH) prenderà la sua arma e avanzerà contro il Dajjal. Vedendo il Cristo, il Dajjal comincerà a sciogliersi come piombo. Il Cristo (PBUH) lo ucciderà con la sua arma. I compagni del Dajjal saranno sconfitti. Fuggiranno, ma non troveranno alcun luogo dove nascondersi. Persino gli alberi grideranno: “O pio, questo miscredente si nasconde dietro di me”, e le pietre diranno: “O pio, questo infedele si è rifugiato dietro di me”». (Musnad Ahmad, Tabarani, Hakim)
Samura b. Jundub (in una lunga tradizione) attribuisce al Santo Profeta (PBUH) queste parole: «Poi, al mattino, il Cristo, figlio di Maria, discenderà tra i musulmani. E Allah farà subire al Dajjal e alle sue schiere una disfatta schiacciante. Persino i muri e le radici degli alberi grideranno: “O pio, questo infedele si nasconde dietro di me. Vieni e colpiscilo a morte”». (Musnad Ahmad, Hakim)
Una tradizione riferita a ‘Imarn b. Husain riporta che il Profeta di Dio (PBUH) disse: «Vi sarà sempre tra i miei seguaci un gruppo di persone che manterrà salda la fede nella verità e prevarrà sui suoi oppositori finché Dio emanerà un decreto e il Cristo, figlio di Maria (PBUH), discenderà sulla terra». (Musnad Ahmad)
A proposito dell’episodio del Dajjal, Hadrat ‘Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) riferisce: «Hadrat ‘Isa (PBUH) discenderà e ucciderà il Dajjal. Dopo di ciò Hadrat ‘Isa (PBUH) governerà sulla terra come giusto condottiero e benevolo sovrano per quarant’anni». (Musnad Ahmad)
Safina, lo schiavo affrancato dell’Apostolo di Dio (PBUH), riferisce (in relazione all’episodio del Dajjal): «Hadrat ‘Isa (PBUH) discenderà e Dio porrà fine alla vita del Dajjal presso il pendio di Afiq». [Afiq, oggi conosciuta come Fiq, è una città della Siria situata sul confine tra Siria e Israele. A pochi chilometri a ovest della città vi è un lago chiamato Tibriya. Questo lago è la sorgente del fiume Giordano. A sud-ovest del lago vi è un sentiero tra le montagne che scende per duemila piedi fino al punto del lago Tibriya in cui nasce il fiume. Questo sentiero montano è chiamato pendio di Afiq]. (Musnad Ahmad)
Hadrat Hudaifa b. Yama riferisce, con riferimento al Dajjal: «Quando i musulmani si schiereranno in file per offrire la preghiera, il Cristo, figlio di Maria (PBUH), discenderà dal cielo davanti ai loro occhi. Egli guiderà la preghiera. Terminata la preghiera, dirà alla gente: “Liberate il passaggio tra me e questo nemico di Dio”. Dio darà ai musulmani la vittoria sulle schiere del Dajjal. I musulmani infliggeranno al nemico una terribile punizione. Persino gli alberi e le pietre grideranno: “O Abdullah, o Abdul Rahman, o musulmano, vieni: dietro di me c’è un ebreo, uccidilo”. Così Dio farà annientare gli ebrei e i musulmani saranno vittoriosi. Spezzeranno la Croce, sgozzeranno i maiali e aboliranno la Jizya (imposta riscossa sui non musulmani)». (Mustadrak Hakim — Una versione abbreviata di questa tradizione è stata registrata in Muslim. Hafiz Ibn Hajar, in Fath-ul-Bari, vol. VI, p. 450, dichiara autentica questa tradizione.)
Le tradizioni sopra riportate sono ventuno, trasmesse sull’autorità di quattordici Compagni del Santo Profeta e registrate, con riferimenti corretti, nei libri più autorevoli di Hadith. Oltre a queste, esistono numerose altre tradizioni riguardanti lo stesso argomento, ma non le abbiamo riprodotte per brevità. Abbiamo scelto come esempio soltanto quelle tradizioni che sono solide e autentiche per quanto riguarda la catena di trasmissione.
Il verdetto di queste tradizioni
Chiunque legga le tradizioni sopra riportate giungerà alla conclusione che esse non menzionano l’avvento di un Masih promesso, né di un Masih simile, né di una proiezione del Masih. I testi citati non lasciano alcuno spazio a un uomo nato dal seme umano nel grembo di una donna per dichiarare: “Io sono quel Masih il cui avvento fu preannunciato dal Santo Profeta Muhammad (PBUH)”. Tutte queste tradizioni proclamano chiaramente e definitivamente la discesa di quel Santo Cristo che nacque da Maria senza l’intervento di un padre duemila anni fa. In questo momento è certamente inutile aprire il dibattito sul fatto che il Santo Cristo sia morto oppure viva in qualche luogo del mondo. Supponendo che sia morto, Dio ha il potere di riportarlo in vita [Chi nega questa possibilità dovrebbe leggere il versetto 259 della Sura al-Baqarah, nel quale Dio afferma con parole chiare di aver lasciato morto per cento anni uno dei Suoi creature e, al termine di quel periodo, di averlo riportato in vita]; e comunque non è al di là del potere divino di Dio mantenere un uomo in vita da qualche parte nel cosmo per migliaia di anni e ricondurlo nel mondo a Suo piacimento. In ogni caso, chi crede nella veridicità e nella sacralità delle tradizioni non avrà dubbi sul fatto che esse preannuncino l’avvento del “Cristo, figlio di Maria”, e di nessun altro. Al contrario, se una persona non ha fede nelle tradizioni, non crederebbe nella discesa di nessuno, poiché le tradizioni sono l’unica base della dottrina della Discesa. Alla luce di tutto ciò, è una logica davvero singolare e ridicola prendere la dottrina della Discesa derivata dalle tradizioni e, strappandone il chiaro riferimento al Cristo, figlio di Maria, stabilire al posto del figlio di Maria un moderno “Cristo incarnato”.
Un altro punto altrettanto chiaramente stabilito dalle tradizioni è che il Cristo, figlio di Maria, non discenderà in qualità di Apostolo di Dio appena nominato. Non riceverà rivelazioni divine. Non sarà portatore di un nuovo messaggio né depositario di un nuovo mandato da parte di Dio; non emenderà, amplierà o abbrevierà la Shariah di Muhammad (PBUH), né il Cristo, figlio di Maria, sarà mandato nel mondo per realizzare il rinnovamento della fede. Il Cristo, figlio di Maria (PBUH), non inviterà la gente a credere nella propria profezia e non fonderà una comunità separata di seguaci [Gli Ulema dell’Islam hanno spiegato dettagliatamente questa questione. ‘Allama Taftazani (722 A.H.-792 A.H.), in Shara ‘Aqaid-i-Nasafi, scrive: “È stabilito che Muhammad (PBUH) è l’ultimo Profeta… Se si dice che, secondo l’Hadith, la discesa del Cristo (PBUH) avrà luogo dopo il Profeta Muhammad (PBUH), risponderemo: ‘Sì, questo fatto è stato menzionato nelle tradizioni. Ma il Cristo (PBUH) apparirà come seguace di Muhammad (PBUH). La Shariah del Cristo è abrogata. Pertanto non riceverà rivelazioni divine né stabilirà alcun codice. In tutte le sue azioni rappresenterà soltanto Muhammad (PBUH)’”. Lo stesso punto di vista è stato riaffermato da ‘Allama Alusi nel Tafsir Ruhal-Ma’ani: “Quando più tardi il Cristo (PBUH) apparirà, conserverà la sua dignità di profeta precedente. Dio certamente non lo priverà di questa dignità; tuttavia non seguirà il suo mandato precedente, poiché le Shariah di tutti i profeti, compresa quella del Cristo, sono abrogate. Sarà quindi un obbligo divino per il Cristo (PBUH) seguire, nella lettera e nello spirito, la legge di Muhammad (PBUH). Non riceverà alcuna rivelazione divina né gli sarà affidato il compito di promulgare nuove leggi religiose. In tutte le sue azioni, il Cristo agirà come rappresentante del Santo Profeta Muhammad (PBUH), funzionando come suo vice e come uno dei governanti dei seguaci di Muhammad (PBUH)”. L’Imam Razi chiarisce ulteriormente questo punto così: “Il periodo dei Profeti si estese fino all’avvento del Profeta Muhammad (PBUH). Quando Muhammad (PBUH) fu elevato a Profeta, l’era dell’avvento di nuovi profeti giunse al termine. Non è incomprensibile che il Cristo (PBUH), dopo la sua discesa, agisca come seguace di Muhammad (PBUH)”]. Gli sarà affidato un compito preciso: estirpare la sedizione del Dajjal. A questo scopo, Gesù (PBUH) discenderà in modo tale che quei musulmani tra i quali apparirà non avranno alcun dubbio sulla sua identità di Gesù, figlio di Maria, il cui avvento al momento più opportuno era stato preannunciato dal Profeta Muhammad (PBUH). Gesù (PBUH) si unirà alla comunità dei musulmani e offrirà la preghiera dietro l’Imam in carica dei musulmani. [Sebbene due tradizioni (n. 5 e 21) forniscano ampia prova che Gesù (PBUH) agirà da guida nella prima preghiera dopo la sua discesa, la maggior parte delle tradizioni, relativamente più autentiche (cfr. nn. 3, 7, 9, 15, 16), riferisce che Gesù (PBUH) rifiuterà di guidare la preghiera. Inviterà l’Imam in carica dei musulmani ad avanzare e a guidarla. Tutti gli studiosi delle tradizioni e i commentatori concordano su quest’ultimo punto.] Permetterà all’Imam in carica dei musulmani di precederlo, così da rendere assolutamente chiaro che non è disceso per affermare la propria posizione di Profeta o per svolgere l’ufficio della profezia. Non vi è dubbio che, in presenza di un profeta tra una comunità di persone, nessun altro possa assumere l’ufficio di Imam o di guida. Pertanto, quando Gesù diventerà un semplice membro della Fraternità dell’Islam, questo fatto proclamerà al mondo che egli non è disceso per assumere l’ufficio di profeta. Su questa base, dunque, la questione di riaprire il sigillo della profezia alla seconda venuta del Cristo è del tutto irrilevante.
Si potrebbe dire (senza confrontare realmente le due situazioni) che l’avvento di Gesù sarà simile alla nomina di un ex Capo di Stato a un incarico statale sotto il regime dell’attuale Capo di Stato. Non è difficile per una persona di buon senso capire che la nomina di un ex Capo di Stato a un incarico pubblico sotto il regime del capo attuale non costituisce una violazione della costituzione dello Stato. Vi sono tuttavia due casi che violano la legge dello Stato. Nel primo, se un ex Capo di Stato tenta di assumere nuovamente quell’ufficio. Nel secondo, se qualcuno nega l’esistenza del precedente regime di un Capo di Stato defunto, poiché ciò equivarrebbe a contestare la validità delle opere compiute dal regime precedente. In assenza di una delle due eventualità, la semplice nomina di un ex Capo di Stato a un incarico pubblico non modifica la posizione costituzionale. Lo stesso vale per la seconda venuta del Cristo, figlio di Maria. Il sigillo della profezia non viene violato dalla sua seconda venuta. Tuttavia, se egli assumesse nuovamente l’ufficio profetico e cominciasse a svolgere i compiti di un profeta, oppure se un uomo negasse la sacralità del Cristo (PBUH) in quanto profeta precedente, entrambi i casi costituirebbero una violazione della legge di Dio riguardo alla creazione dei profeti.
Le tradizioni hanno chiaramente escluso entrambe queste possibilità. Da un lato, affermano che nessun profeta verrà dopo Muhammad (PBUH). Al tempo stesso, preannunciano la seconda venuta del Cristo, figlio di Maria. Ciò basta a chiarire che, durante la sua seconda venuta nel mondo, il Cristo non svolgerà i compiti di un profeta. Allo stesso modo, il suo avvento non darà origine a una nuova questione di fede o di apostasia tra i seguaci dell’Islam. Chiunque neghi la sacralità del Cristo in quanto profeta precedente è un apostata. Il Santo Profeta (PBUH) stesso affermò la sacralità del Cristo come profeta precedente. I seguaci di Muhammad (PBUH), pertanto, hanno sempre creduto fin dall’inizio nella sacralità del Cristo in quanto profeta precedente. Questa convinzione resterà valida anche al tempo della seconda venuta del Cristo. In quel momento i musulmani non crederanno nel ministero di un nuovo profeta; conserveranno la loro fede nella sacralità del Cristo in quanto profeta precedente. Questa posizione non è contraria oggi alla fede nella Finalità della Profezia, né sarà offensiva verso tale fede al momento della seconda venuta del Cristo nel mondo.
L’ultimo punto chiarito da queste e da numerose altre tradizioni riguarda il fatto che il Dajjal, per reprimere le cui gravi malefatte Dio invierà il Cristo, figlio di Maria (pace su di lui), sorgerà tra la nazione degli ebrei e si presenterà come “Masih”. Nessuno può comprendere la realtà di questo fatto senza studiare la storia degli ebrei e le loro credenze religiose. Dopo la morte di Hadrat Sulaiman (PBUH) [cioè Salomone], la tribù d’Israele subì un declino perpetuo, finché divenne schiava degli imperi babilonese e assiro e i suoi padroni imperiali la dispersero su tutta la terra. In quel momento della loro storia, i profeti degli ebrei cominciarono ad annunciare la lieta novella dell’arrivo di un “Masih” inviato da Dio che li avrebbe riscattati dall’umiliazione. Sulla base di tali profezie, gli ebrei attendevano da lungo tempo l’avvento di un “masih” che sarebbe stato un re. Questo re avrebbe combattuto e conquistato territori, raccolto gli ebrei da tutto il mondo e riuniti in Palestina, creando un potente impero ebraico.
Contrariamente a tutte le loro ardenti aspettative, quando il “Masih” mandato da Dio, il Cristo, figlio di Maria (PBUH), venne senza un esercito per conquistare paesi, gli ebrei negarono la sua profezia e decisero di porre fine alla sua vita. Da allora gli ebrei di tutto il mondo hanno atteso l’avvento di un “Masih Mau’ud”, il “Messia promesso”, il cui arrivo era stato annunciato loro dai profeti dell’antichità. La loro letteratura abbonda di sogni desiderosi riguardo a questo millennio. Per secoli gli ebrei hanno assaporato il piacere immaginario offerto dalla descrizione di questo millennio nel Talmud e nelle opere dei rabbini. La nazione ebraica ha coltivato la speranza che questo “Messia promesso” sarebbe stato un grande capo militare e politico. Egli avrebbe restituito loro il paese compreso tra i fiumi Nilo ed Eufrate, che gli ebrei hanno sempre desiderato come propria eredità; avrebbe raccolto gli ebrei da ogni parte del mondo e li avrebbe nuovamente riuniti in quel paese.
Oggi, osservando gli affari del Medio Oriente alla luce delle profezie del Profeta Muhammad (PBUH), ci accorgiamo subito che il terreno è stato preparato per l’emergere del Dajjal, il quale, come aveva predetto il Santo Profeta (PBUH), sarebbe sorto come “Messia promesso” degli ebrei. Il popolo musulmano è stato espulso da una vasta parte della Palestina e in quella parte è stato istituito uno Stato ebraico chiamato “Israele”. Ebrei provenienti da tutto il mondo stanno convergendo in quel luogo. America, Gran Bretagna e Francia hanno contribuito a fare di questo Stato ebraico una formidabile potenza militare. Gli scienziati e i tecnici ebrei stanno sviluppando rapidamente il paese con il massiccio aiuto del capitale ebraico. Il potenziale militare e tecnico d’Israele costituisce una grave minaccia per i paesi musulmani vicini. I dirigenti d’Israele non hanno mai nascosto il progetto di riscattare “la terra della loro eredità”. La carta del futuro Stato ebraico, che pubblicano da molto tempo, è riportata nella pagina seguente. [Carta omessa]
Essa mostra che desiderano includere nello Stato ebraico tutta la Siria, il Libano, la Giordania, quasi tutto il territorio dell’Iraq, oltre a prendere Askandron dalla Turchia, il Sinai e la regione del Delta dall’Egitto, e le regioni dell’Hegiaz settentrionale e del Najd dall’Arabia Saudita. Ciò include naturalmente anche la Città Santa di Medina. In questo contesto è del tutto chiaro che, approfittando delle condizioni critiche create da una guerra mondiale, gli ebrei tenteranno certamente di impadronirsi di queste regioni. E in quel momento sorgerà il Dajjal, che gli ebrei considereranno il loro “Messia promesso”.
Il Santo Profeta (PBUH) non solo profetizzò l’avvento di questo Dajjal, ma avvertì anche i musulmani che avrebbero sofferto difficoltà enormi e che un giorno sarebbe sembrato un anno di sofferenza e calamità. Per questo il Profeta di Dio (PBUH) era solito pregare per essere protetto dal grande male del “Dajjal Masih” e ingiungeva ai suoi seguaci di supplicare Allah affinché li salvasse dalla gravità di quei tempi malvagi. È certo che Allah non invierà alcun “Cristo incarnato” per combattere questo “Dajjal Masih”. Egli nominerà il vero Cristo, il Cristo nato da Maria, che gli ebrei avevano rifiutato di riconoscere come profeta duemila anni fa. Invierà proprio quel Cristo che gli ebrei credevano di aver eliminato uccidendolo.
Il luogo in cui discenderà il vero Cristo non è l’India, l’Africa o l’America. Egli apparirà a Damasco, perché quel luogo sarà allora il vero campo di battaglia. Guardate la carta n. 1 [la carta deve essere omessa] e vedrete che Damasco dista appena 50-60 miglia dai confini d’Israele. Se richiamate alla mente il testo delle tradizioni sopra citate, non sarà difficile comprendere che il Dajjal penetrerà in Siria con settantamila soldati ebrei e prenderà posizione davanti a Damasco. In quel momento di crisi, il Cristo, figlio di Maria (PBUH), discenderà presso un minareto bianco nel quartiere orientale di Damasco. Dopo la preghiera del mattino, il Cristo (PBUH) avanzerà con i musulmani per combattere contro il Dajjal. Il nemico si ritirerà davanti all’impeto dell’assalto del Cristo, figlio di Maria, e il Dajjal fuggirà verso Israele passando per il pendio di Afiq (riferimento alla Tradizione n. 21). Il Cristo (PBUH) inseguirà il Dajjal e lo distruggerà sull’aerodromo di Lydda (Tradizioni nn. 10, 14 e 15). Seguirà una grande strage degli ebrei e ognuno di loro sarà annientato. La nazione degli ebrei sarà sterminata (Tradizioni nn. 9, 15 e 21). Alla proclamazione della verità da parte del Cristo, la religione cristiana si estinguerà (Tradizioni nn. 1, 2, 4 e 6). E i seguaci di tutte le religioni, avendo rinunciato alle loro precedenti appartenenze, si uniranno per formare l’unica fraternità dell’Islam. Le tradizioni rivelano questo fatto con assoluta chiarezza.
Alla luce di quanto sopra, la rete propagandistica istituita nel nostro paese nel nome del Masih Mau’ud, il “Messia promesso”, è incontestabilmente un’impresa falsa e fraudolenta. Uno degli aspetti più ridicoli di questo vile movimento è che la persona che si considera oggetto delle profezie di Muhammad (PBUH) ha fornito questa interessante spiegazione della propria identità come “Cristo, figlio di Maria”: «Egli (Dio Onnipotente) mi chiamò Maria nella terza parte del Barahin-i-Ahmadia. In seguito, come risulta dal Barahin-i-Ahmadia, fui allevato per due anni nella forma di Maria. Poi il mio corpo fu riempito con lo spirito del Cristo, proprio come il corpo di Maria fu riempito con lo spirito del Cristo, e in senso metaforico rimasi incinto dello spirito del Cristo. Infine, dopo un periodo di molti mesi (non più di dieci mesi), fui trasformato da Maria in Cristo mediante una rivelazione divina, registrata alla fine della quarta parte del Barahin-i-Ahmadia. Così divenni il figlio di Maria». (Kashti-e-Noah, pp. 87-89).
In altre parole, dapprima divenne Maria, poi rimase incinto e infine dal proprio addome uscì come Cristo, figlio di Maria. Restava tuttavia un ostacolo. Secondo le tradizioni, il Cristo, figlio di Maria, sarebbe apparso a Damasco, che da diverse migliaia di anni è un luogo importante e famoso della Siria e ancora oggi esiste con questo nome sulla carta del mondo. Questa difficoltà fu eliminata con un’altra dichiarazione fantasiosa: «Sia noto che, riguardo all’interpretazione della parola “Damasco”, Dio Onnipotente mi ha spiegato in una rivelazione che in questo luogo il nome Damasco è stato attribuito a un villaggio i cui abitanti possiedono le caratteristiche di Yazid e seguono le abitudini e le idee dell’impuro Yazid. Questa città di Qadian, poiché la maggior parte dei suoi abitanti possiede nel carattere i tratti di Yazid, è simile e presenta una certa somiglianza con Damasco» (nota marginale di Izala-i-Auham, pp. 63-73).
Ma non era tutto. Restava da risolvere un altro problema: le tradizioni avevano profetizzato che il Cristo sarebbe disceso presso una colonna bianca. Questo problema fu infine risolto quando il nuovo “Cristo” fece costruire per sé una colonna bianca. Le tradizioni avevano detto che la colonna bianca sarebbe stata già eretta prima della discesa del Cristo presso di essa, mentre a Qadian la colonna fu costruita dopo la comparsa del “Masih Mau’ud”. Ma non importa la discrepanza. Chiunque legga a occhi aperti le interpretazioni sopra riportate di questo “Masih Mau’ud” giungerà alla conclusione che un’evidente frode è stata perpetrata apertamente da un impostore.
Collaboratori! Stiamo per separarci dopo quattro giorni di Assemblea. Abbiamo portato a termine il compito che intendevamo svolgere in questa Assemblea. Nella nostra sessione speciale abbiamo anche riesaminato, in una certa misura, il nostro lavoro precedente. Ora, prima di partire, vorrei rivolgere alcune parole a tutti voi — membri e associati — e impartire le istruzioni necessarie per portare avanti correttamente, in futuro, l’Iqamat al-Din (l’instaurazione del modo di vita islamico).
Ta’alluq Billah
(Attaccamento ad Allah) La prima e più importante istruzione, sempre impartita da tutti i Profeti, dai califfi ben guidati e dai pii dell’Ummah (comunità musulmana) ai loro compagni, era quella di inculcare il timore di Allah, imprimere il Suo amore nel cuore e promuovere l’attaccamento ad Allah. Seguendo dunque le loro orme, anch’io l’ho scelta come primo consiglio per gli operatori e in futuro continuerò a farlo ogni volta che ne avrò l’opportunità, poiché merita un trattamento preferenziale e prioritario. La fede in Allah è la più importante di tutti gli altri articoli di fede. Pertanto, il legame del cuore con Allah dovrebbe avere la priorità nella preghiera. Il timore di Allah dovrebbe avere la priorità nella moralità, e la ricerca del compiacimento di Allah dovrebbe avere la priorità in tutti i rapporti personali. In breve, il giusto orientamento dell’intera nostra vita deve basarsi sul desiderio di ottenere il compiacimento di Allah, e questo dovrebbe avere la priorità su tutti gli altri motivi, sforzi e imprese. In particolare, questo nostro arduo compito, per il quale ci presentiamo come una Jama’ah islamica (gruppo organizzato) e un Movimento, può prosperare soltanto grazie alla forza motivante del nostro attaccamento ad Allah. Esso sarà forte o debole in proporzione al nostro attaccamento ad Allah. È un fatto riconosciuto che, qualunque sia il compito per cui un uomo si impegna, terreno o celeste, la forza principale che lo sostiene è lo scopo per il quale si è levato, e lo zelo può nascere soltanto quando egli nutre un interesse profondo e un entusiasmo verso il raggiungimento di tale obiettivo. Chi cerca il proprio interesse non può riuscire senza essere egoista. L’intensità dell’amore per se stesso lo conduce a servire il proprio io con un’avidità della stessa forza. Un uomo che lavora per i propri figli, essendo devoto al loro amore, sacrifica i propri piaceri e le proprie comodità per il loro benessere e talvolta mette a rischio non soltanto i propri guadagni terreni, ma persino i benefici dell’Akhirah (Aldilà), affinché essi possano prosperare al massimo. Un uomo che lavora per la propria nazione o il proprio Paese è prigioniero del suo amore e, a causa di questo amore, sopporta perdite economiche, nonché le difficoltà della detenzione e del carcere. Lavora duramente giorno e notte e talvolta sacrifica persino la propria vita per la libertà, la difesa e la supremazia della propria nazione o del proprio Stato. Ora, se lottiamo per instaurare il modo di vivere islamico, non per i nostri fini egoistici, né per interessi familiari, nazionali o statali, ma soltanto con il sincero desiderio di compiacere esclusivamente il nostro Creatore, Allah l’Onnipotente, e se ci siamo dedicati a quest’opera soltanto perché siamo convinti che sia la Sua opera, potete certamente comprendere che quest’opera non può progredire finché il nostro attaccamento ad Allah non sarà reale, forte e profondo. Lo zelo per quest’opera si sviluppa soltanto quando tutte le nostre inclinazioni sono concentrate negli sforzi per propagare la Parola di Allah. Per tutti coloro che si sono uniti a quest’opera, non è sufficiente essere legati anche ad «Allah», ma il loro legame deve essere soltanto con «Allah». In altre parole, non deve trattarsi di «un» legame, ma dell’unico legame reale e autentico. Dobbiamo essere sempre vigili e consapevoli affinché il nostro attaccamento ad Allah non diminuisca, ma aumenti sempre e diventi col tempo più profondo. L’attaccamento ad Allah è lo spirito guida principale della nostra missione. Lode ad Allah, nessun membro della nostra Jama’ah è inconsapevole di questo fatto né ignaro della sua importanza. Tuttavia, molti spesso non comprendono chiaramente che cosa significhi esattamente il termine Ta’alluq Billah, quale sia il metodo per inculcarlo e promuoverlo, e come accertare se si possieda davvero o meno un legame con Allah e, qualora lo si possieda, in quale misura. Ho spesso constatato che la mancanza di conoscenza e di comprensione al riguardo lascia le persone allo sbando, senza sapere dove si trovino, dove debbano andare e quanta strada debbano ancora percorrere. Di conseguenza, alcuni operatori si smarriscono in ideali vaghi e altri si orientano verso vie e metodi che non li conducono mai alla loro destinazione. Alcuni trovano difficile distinguere tra cose strettamente correlate e cose lontanamente correlate, mentre altri rimangono semplicemente sbalorditi. Pertanto, non mi limiterò a dare consigli sul Ta’alluq Billah, ma cercherò anche di presentare risposte chiare alle suddette domande, per quanto mi è possibile secondo la mia conoscenza.
Il significato di Ta’alluq Billah
Il suo significato, secondo il Corano, è che una persona dovrebbe vivere e morire per Allah, e che anche la sua adorazione e i suoi sacrifici dovrebbero essere dedicati esclusivamente a Lui. In verità, la mia preghiera, il mio sacrificio, la mia vita e la mia morte sono tutti per Allah, il Signore dei mondi. (An’am: 162) Egli dovrebbe adorare Allah con piena devozione e sottomettere la propria vita esclusivamente a una sottomissione incondizionata ad Allah. Il Corano dice: «Non era stato loro ordinato altro che adorare Allah con sincera devozione e fedeltà nella fede verso di Lui». (Bayinah: 5) Il Profeta Muhammad (pace su di lui), in diverse occasioni, ha spiegato questa relazione in termini così chiari che non rimane alcuna ambiguità riguardo al suo significato e al suo scopo. Dalle sue parole risulta esplicitamente chiaro che la natura di questa relazione non è altro che: temere Allah in ogni circostanza, manifesta o segreta (Bayhaqi), e confidare nella potenza di Allah anziché nelle proprie risorse. (Bayhaqi) Egli dovrebbe essere pronto ad affrontare l’ira degli uomini per ottenere il compiacimento di Allah, e non dovrebbe mai essere disposto a fare il contrario. E quando questo attaccamento ad Allah raggiunge il punto in cui tutto l’amore, l’inimicizia, il dare e il trattenere di una persona sono esclusivamente per amore di Allah, senza alcun altro motivo, ciò significa che essa ha raggiunto la perfezione nel proprio attaccamento ad Allah. Il Profeta (p) disse: «Colui che ama per Allah, odia per Allah, dà per Allah e trattiene per Allah è colui che ha perfezionato la propria fede». (Bukhari) Ora esamina i significati del Qunut che reciti ogni notte. Ogni sua parola indica il legame che dovresti avere con Allah. Rifletti attentamente sulle sue parole e considera da te la promessa che fai ad Allah riguardo ai tipi di legami che dovresti avere con Lui. O Allah, imploriamo il Tuo aiuto e chiediamo il Tuo perdono. Crediamo pienamente in Te e confidiamo esclusivamente in Te; perciò Ti lodiamo con le parole migliori, Ti siamo riconoscenti e non ingrati verso di Te. Perciò abbandoniamo e respingiamo tutti coloro che trasgrediscono i Tuoi comandamenti. O Allah, adoriamo soltanto Te, preghiamo per amor Tuo, ci inchiniamo dinanzi a Te e tutti i nostri sforzi e le nostre opere sono rivolti verso di Te. Speriamo nella Tua misericordia e temiamo la Tua punizione. Senza dubbio, la Tua punizione ricadrà sui miscredenti. Questo attaccamento ad Allah si riflette chiaramente anche nella speciale Du’a (supplica) del Profeta (p), che egli recitava al momento del Tahajjud. Diceva: O Allah, mi sono inchinato dinanzi a Te, ho dichiarato la mia fede in Te, ho riposto la mia fiducia in Te, ho sempre fatto ricorso a Te, ho combattuto per Te e ho sottoposto a Te la mia causa.
Come accrescere il Ta’alluq Billah? Quanto sopra è la corretta interpretazione di questo studio, da ripetere più volte per conservarlo nell’attaccamento che un credente sincero dovrebbe avere con Allah. Consideriamo ora il metodo per acquisirlo e accrescerlo. L’unico metodo per acquisirlo consiste nel credere in Allah e accettarLo come l’Unico, senza associati, come il Sostentatore, la Divinità e il Padrone di se stessi e dell’intero Universo; e nell’accettare che tutti gli attributi, i diritti e le prerogative della divinità appartengono esclusivamente ad Allah, purificando così il proprio cuore da ogni possibile effetto del politeismo (Shirk). Quando ciò viene conseguito, il legame con Allah è debitamente stabilito. Il rafforzamento di questa relazione con Allah consiste nel riconoscere che sei il Suo vicario e il custode di numerosi depositi affidati. Vi sono due fattori: uno è il pensiero e la comprensione, l’altro è la pratica. Anzitutto ti è richiesto di comprendere pienamente e afferrare la tua relazione con Allah, sia per sua natura sia per ciò che logicamente ti impone nella vita pratica, con l’aiuto del Corano e dell’Hadith (i detti del Profeta (p)). La corretta percezione, discernimento e valutazione di questa relazione sono possibili soltanto attraverso uno studio profondo e intensivo del Corano e dell’Hadith, e mediante la ripetizione di questo studio più volte, così da conservarlo nella mente. Di conseguenza, ogni aspetto della tua relazione con Allah che ti si riveli, meditalo e guarda dentro di te per valutare quanto stai soddisfacendo le esigenze di tale relazione e dove e in quale misura stai venendo meno. Il tuo attaccamento ad Allah aumenterà in proporzione alla tua autovalutazione e alla comprensione del ruolo che ti è richiesto. Per esempio, la tua prima e principale relazione con Allah è quella di un adoratore con Colui che è adorato. La tua seconda relazione è quella di essere incaricato e responsabile di innumerevoli affidamenti (Amanat). La tua terza relazione con Allah è che hai stipulato un atto di vendita dichiarando la tua fede e convinzione in Lui e, attraverso questo Contratto, hai barattato con Lui la tua vita e i tuoi beni, mentre Egli li ha acquistati in cambio del Paradiso per te. La tua quarta relazione con Allah è che sei responsabile dinanzi a Lui. Non sei chiamato a rispondere dinanzi a Lui soltanto dei tuoi atti e delle tue azioni manifeste e visibili, ma viene tenuto anche un registro delle tue intenzioni e aspirazioni. In breve, tra te e Allah esistono queste e molte altre relazioni. Pertanto, il rafforzamento o l’indebolimento della tua relazione con Allah dipende dalla corretta comprensione, consapevolezza e realizzazione delle esigenze di tali relazioni. La tua relazione con Allah diventerà sempre più debole se non ti preoccupi delle esigenze di questa relazione, e diventerà più profonda e più forte se ne sei pienamente consapevole e attento a esse. Tuttavia, questo metodo concettuale non può essere né efficace né mantenuto a lungo, a meno che non venga rafforzato e consolidato mediante mezzi pratici. E tale metodo pratico consiste nell’obbedienza incondizionata al comando di Allah e nel compiere ogni sforzo per svolgere le azioni che compiacciono Allah. La vera obbedienza ai comandi di Allah significa conformità totale, manifesta e segreta, non controvoglia, ma con pieno entusiasmo e zelo, senza alcun fine mondano e unicamente per compiacere Allah. Al tempo stesso, astieniti apertamente e segretamente da tutte le attività proibite da Allah, con piena avversione e profondo disprezzo, senza temere alcuna perdita mondana, fatta eccezione per il timore dell’ira di Allah. Questa condotta nella vita ti eleverà alla posizione della Taqwa (astensione da ciò che dispiace ad Allah). Inoltre, quando ti impegni a diffondere tutto ciò che compiace Allah e a sopprimere ed eliminare tutto ciò che Gli dispiace, non esiti a sacrificare qualsiasi cosa, compresi la tua vita, il tuo denaro, il tuo tempo, i tuoi sforzi e il tuo intelletto, per questo scopo. Inoltre, non ti vanti di nessuno di tali sacrifici e non li consideri un favore verso chicchessia. Al contrario, consideri il tuo più grande sacrificio insufficiente rispetto al diritto dovuto al tuo Creatore. Questo è dunque l’atteggiamento che ti eleva alla posizione dell’Ihsan (sottomissione bella e perfetta alla volontà di Allah).
Mezzi per accrescere il Ta’alluq Billah
In realtà non è così facile sviluppare un simile atteggiamento. È un compito arduo che richiede molta energia. Questa energia può essere generata con l’aiuto delle quattro cose seguenti.
1. Salah (preghiera): dovreste offrire non soltanto le preghiere obbligatorie (Fard), ma anche la Sunnah (le preghiere aggiuntive) recitata puntualmente dal Profeta (pace su di lui) e quante più Nafl (preghiere supererogatorie) vi sia possibile. Fate però in modo di offrire le Nafl in casa e in segreto, affinché il vostro legame personale con Allah aumenti e in voi si sviluppi la sincerità d’intenti. Ostentare le preghiere Nafl o Tahajjud lascia spazio all’ipocrisia e all’autocompiacimento, dannosi per una fede sincera. Lo stesso vale per le altre opere Nafl, che vengono sminuite dall’ostentazione e dalla pubblicità.
2. Dhikr-Allah (ricordo di Allah): il ricordo di Allah è un processo continuo per tutta la vita e in ogni circostanza. Il modo migliore e più appropriato di ricordare Allah è quello praticato dal Profeta (pace su di lui), da lui insegnato ai suoi compagni, e non le tecniche inventate o prese in prestito da altri dai sufi in epoca posteriore. Cercate di imparare a memoria quante più Du‘a possibili, quelle insegnate dal Profeta (pace su di lui); comprenderne pienamente i significati e recitarle di tanto in tanto tenendo presenti nella mente tali significati. Questo è molto efficace per mantenere la vostra attenzione e devozione ad Allah.
3. Sawm (digiuno): oltre al digiuno obbligatorio del mese di Ramadan, osservate anche alcuni digiuni Nafl. Il modo più facile e pratico è digiunare per tre giorni ogni mese, con la determinazione di raggiungere durante quei tre giorni lo stesso grado di Taqwa che, secondo il Qur’an, è il vero scopo del digiuno.
4. Infaq-fi-Sabilillah (spendere sulla via di Allah): questa spesa, Fard così come Nafl, nella misura dei propri mezzi, dovrebbe essere compiuta continuamente. Ma bisogna sempre tenere a mente una cosa: il vero valore non sta nella quantità di ciò che si spende, bensì nello spirito di sacrificio per amore di Allah. Un centesimo dato da un povero, sottraendolo alle proprie spese alimentari, è molto più prezioso agli occhi di Allah delle migliaia spese da un milionario, che ammontano appena a un decimo o a un ventesimo delle sue spese di lusso. Dovreste anche comprendere l’importanza attribuita alla Sadaqah (spendere sulla via di Allah), descritta da Allah e dal Suo Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come il mezzo migliore per purificare se stessi.
Potete sperimentare voi stessi gli effetti della Sadaqah. Supponete di commettere involontariamente un errore. Quando ve ne rendete conto, vi pentite (Tawbah) e implorate il Suo perdono. Poi la stessa cosa accade di nuovo. Questa volta aggiungete una Sadaqah al vostro pentimento. Sentirete voi stessi la differenza che ciò produce. Noterete che il pentimento seguito dalla Sadaqah vi rende più puri e più forti nel resistere alle inclinazioni malvagie. Questo è il metodo puro e semplice per avvicinarsi ad Allah, insegnatoci dal Qur’an e dalla Sunnah. Se seguite questo metodo, potete aumentare il vostro legame con Allah senza adottare le tipiche tecniche e i metodi sufi, conducendo una vita normale a casa con la vostra famiglia e continuando come al solito tutte le vostre attività mondane.
Misura del Ta‘alluq Billah:
Ora si pone la questione di valutare l’estensione e il grado del rapporto con Allah e di come possiamo sapere se questo legame aumenta o diminuisce. Lasciate che vi dica che non dovete aspettare alcuna rivelazione nei sogni, alcuna ispirazione divina, alcun potere soprannaturale o luce celeste in oscure celle solitarie. La misura è già stata posta da Allah nel cuore di ogni uomo. Potete valutarla da svegli e in piena luce del giorno. Ripercorrete le vostre attività, i vostri sforzi e i vostri desideri di tutta la vita. Esaminate voi stessi per vedere quanto onorate l’impegno assunto dichiarando la vostra fede e convinzione in Allah. Siete sinceri con Allah nell’adempiere ai depositi e alle responsabilità, oppure tradite la fiducia? Quale parte del vostro tempo, dei vostri sforzi, delle vostre capacità e dei vostri beni è dedicata alla causa di Allah, e quale è riservata ad altre attività? Confrontate il grado del vostro fastidio, del vostro dolore e della vostra inquietudine quando vengono colpiti i vostri interessi e le vostre passioni personali con i vostri sentimenti e la vostra reazione quando l’autorità e i comandamenti di Allah vengono violati. In questo modo potete mettere alla prova il vostro legame con Allah in molti modi e scoprire ogni giorno se esso aumenta o diminuisce.
Non preoccupatevi delle tecnicità sufi di Basharat (buona novella), Karamat (eccellenza), Kashf (ispirazione) e Tajalliat (luci divine). In realtà non c’è consapevolezza (Kashf) più grande della consapevolezza dell’unicità di Allah in questo mondo di inganni e fallacie. Non c’è eccellenza (Karamat) più alta che rimanere saldi di fronte ai timori suscitati e alle tentazioni offerte da Satana e dai suoi seguaci. Non c’è percezione migliore delle luci di Allah che vedere la verità nell’oscurità brancolante dell’infedeltà (Kufr), dell’empietà (Fisq) e della perdizione (Dalalat) che ci circonda. La più grande Basharat che un credente possa ricevere è quella derivante dalla sua salda fede in Allah e dalla perseveranza sulla Sua via. In verità, a coloro che hanno detto: «Allah è il nostro Provveditore» e poi sono rimasti fedeli a questa dichiarazione, Allah manda i Suoi angeli, che dicono: «Non abbiate paura e non siate tristi, ma rallegratevi della lieta novella di ricevere il Paradiso che vi è stato promesso» (Ha-Mim: 30).
Preferenza per l’Akhirah (l’Aldilà)
Il mio secondo consiglio, dopo il Ta‘alluq Billah, è di dare la preferenza all’Aldilà rispetto a questo mondo, in ogni questione. In ogni affare di questa vita il vostro obiettivo dovrebbe essere quello di ottenere successo e benedizione nella vita dell’Aldilà. Il Qur’an ci dice che la nostra dimora eterna è l’Aldilà; siamo in questo mondo soltanto temporaneamente, per essere messi alla prova e vedere chi di noi dimostrerà di essere degno di conquistare la vita eterna del Paradiso, agendo correttamente entro i limiti imposti da Allah — naturalmente entro i limiti delle nostre risorse, della nostra autorità, del tempo assegnatoci e delle opportunità concesseci da Lui.
Qui non siamo messi alla prova per i nostri risultati nell’industria, nel commercio, nell’agricoltura o nell’arte di governare, né per gli splendidi edifici e le strade che costruiamo, e neppure per il grado del nostro successo nel fondare una grande cultura. La vera prova riguarda invece la misura della nostra capacità di compiere i nostri doveri come vicari di Allah relativamente ai depositi affidatici, e se conduciamo la nostra vita come fuorilegge e ribelli oppure come persone obbedienti e rispettose della legge. Se ci conformiamo alla volontà di Allah sulla Sua terra o alla volontà del nostro io o di altri pretendenti alla divinità oltre ad Allah. Se cerchiamo di adornare e amministrare il mondo di Allah secondo il Suo criterio oppure di corromperlo e distruggerlo. E se lottiamo e combattiamo contro le forze sataniche per amore di Allah oppure depونiamo docilmente le armi e ci arrendiamo a esse.
La prima prova di Adamo ed Eva (pace su entrambi) in Paradiso fu proprio la stessa. Perciò tutte le persone dell’intera umanità scelte per abitare eternamente in Paradiso dovranno superare questa prova. Il vero criterio per stabilire il successo o il fallimento non consiste dunque nel considerare la condizione dell’individuo al momento della prova: se il suo merito sia stato messo alla prova come re o con la testa sul ceppo del boia. Né conta se a quell’individuo sia stato dato un vasto regno oppure se abbia dovuto affrontare la prova nella sua umile capanna. Queste fasi temporanee di successo o fallimento nella vita mortale non costituiscono alcuna prova di successo o fallimento nella vita dell’Aldilà.
Il vero successo, che dovrebbe essere il nostro obiettivo, consiste nel dimostrare, indipendentemente dalla posizione che occupiamo in questo mondo e dalla grazia con cui siamo messi alla prova, di essere servi obbedienti di Allah e seguaci della Sua volontà, affinché possiamo raggiungere nell’Aldilà quella posizione riservata ai servi fedeli di Allah. Questa è la realtà. Non basta comprenderla o accettarla una sola volta: occorre un grande sforzo per ravvivarla continuamente. Altrimenti esiste sempre la possibilità che, pur non essendo miscredenti, finiamo per assumere il ruolo di coloro che lavorano per i guadagni mondani dimenticando l’Aldilà.
Questo accade perché l’Aldilà è impercettibile e diventa evidente soltanto dopo la morte. In questo mondo possiamo percepirne i risultati buoni o cattivi solo attraverso l’intelletto. Al contrario, questo mondo è una realtà facilmente percepibile, che ci offre di tanto in tanto i suoi sapori dolci e amari, mentre i suoi successi e i suoi fallimenti sono sempre presenti per ingannarci. La perdita dell’Aldilà può darci soltanto un lieve pungolo nella coscienza, sempre che essa esista. La perdita di questo mondo, invece, la sentiamo fisicamente. La nostra famiglia, i nostri parenti, conoscenti, amici e la gente in generale non solo la avvertono, ma ce la fanno anche sentire. Analogamente, il conseguimento dell’Aldilà offre un po’ di conforto e soddisfazione alla coscienza soltanto se l’incuria non l’ha resa insensibile. La prosperità in questo mondo, invece, è un piacere per tutta la nostra esistenza. La percepiamo con tutti i nostri sensi e tutti coloro che ci circondano condividono questa sensazione.
Perciò è davvero molto difficile tradurre in pratica la fede nell’Aldilà e basare su di essa l’intero modo di vedere e di vivere la vita quotidiana, sebbene possa non sembrare così difficile accettarla come fede e convinzione. Può essere facile dire che il mondo è una cosa da nulla, ma affrontare e respingere le attrattive mondane e rifiutare di cedere ai desideri mondani non è affatto facile. Ciò è possibile soltanto dopo una grande lotta e può essere mantenuto solo con sforzi costanti.
Mezzi per sviluppare la preoccupazione per l’Akhirah
Potreste chiedermi quale sia il metodo per acquisire questa qualità e quali siano le sue esigenze. Direi di nuovo che esistono due metodi: riflessivo e pratico. Il metodo riflessivo consiste nel non accontentarsi di aver dichiarato: «Credo nell’Aldilà», ma nel prendere l’abitudine di studiare pienamente il Qur’an, comprendendone lo spirito e il significato. Questo modo di studiare il Qur’an svilupperà gradualmente una tale convinzione nell’Aldilà come se lo aveste visto con i vostri occhi. Forse non esiste una sola pagina del Qur’an in cui l’Aldilà non sia menzionato in un modo o nell’altro. In alcuni passi lo troverete descritto con tale dettaglio, come se fosse riportato il resoconto di un testimone oculare. In molti punti del Qur’an, la vita dell’Aldilà è rappresentata in modo così sublime che il lettore si sente presente come osservatore. Soltanto se viene rimossa la copertura di questo mondo si potrà vedere con i propri occhi tutto ciò che è narrato nel Qur’an.
Perciò lo studio continuo del Qur’an, con piena comprensione, può elevarci gradualmente a una posizione in cui la preoccupazione per l’Aldilà prende completamente possesso della mente, e si comincia a sentire realmente, in ogni momento, di dover prepararsi in questa temporanea vita terrena alla dimora permanente della vita dopo la morte. Questo atteggiamento e questa prospettiva si rafforzano studiando gli Hadith, nei quali i dettagli sulla vita dopo la morte sono spesso descritti come resoconti di testimoni oculari. Ciò ci ricorda quanto la convinzione e la ferma fede nell’Aldilà dominassero la vita del Profeta (pace su di lui) e dei suoi compagni.
Questa convinzione nell’Aldilà si rafforza ulteriormente visitando i cimiteri, visite che dovrebbero essere compiute esclusivamente allo scopo di ricordare la propria fine, come consigliato dal Profeta (pace su di lui). Vivendo in questo mondo di desideri e passioni, bisogna ricordare che arriverà un giorno in cui anche noi lasceremo questo mondo come i nostri predecessori. Bisogna tuttavia fare attenzione: quelle tombe e quei santuari che gli sviati pretendono essere centri in cui ogni desiderio viene esaudito e ogni problema risolto non serviranno a nulla. Dovreste invece visitare i cimiteri della gente comune o i grandi mausolei dei monarchi privati dello sfarzo e dell’apparato delle guardie del corpo e degli aiutanti di campo incaricati di far osservare le formalità alla presenza di tali monarchi.
Passiamo ora al metodo pratico. Vivendo in questo mondo e partecipando agli affari della vostra comunità, dei vostri amici, dei conoscenti, della vostra città, del vostro Paese o alle questioni riguardanti i vostri stessi sforzi, spesso vi trovate a un bivio. L’aiuto esterno può essere ottenuto soltanto attraverso la professione o le finanze. La fede nella vita dell’Aldilà vi chiama verso una strada, mentre i guadagni e gli interessi materiali vi spingono verso l’altra. Fate del vostro meglio per procedere sulla prima strada. Se avete scelto l’altra a causa di una debolezza o dell’ignoranza, tornate sui vostri passi non appena vi rendete conto dell’errore, senza preoccuparvi di quanto lontano abbiate percorso la strada sbagliata.
Guardate dentro voi stessi e cercate di scoprire quanto spesso gli interessi e le attrattive mondane siano riusciti ad assorbirvi, e quante volte siate riusciti a evitare di deviare dal sentiero giusto, lasciando che la considerazione per la vita dell’Aldilà prevalesse su di voi. Questa valutazione di voi stessi vi dirà esattamente quanto sia cresciuta la vostra preoccupazione per la vita dell’Aldilà e fino a che punto dobbiate colmare la carenza. Qualunque mancanza avvertiate, sforzatevi di colmarla evitando la compagnia dei materialisti e sviluppando amicizia con le persone pie, che preferiscono i guadagni della vita dell’Aldilà a questo mondo. Ricordate però che non esiste alcun modo conosciuto per sviluppare o eliminare in voi una qualità senza i vostri stessi sforzi e le vostre capacità.
Evitate il Takabbur (arroganza)
Il mio terzo consiglio è di non essere orgogliosi dei miglioramenti che avete realizzato nella vostra persona e nella vostra moralità collettiva. Non dovete cadere, individualmente né come Jama‘ah e Movimento, nell’illusione di aver raggiunto la perfezione, di aver raggiunto il vostro obiettivo, che non vi sia più spazio per ulteriori miglioramenti nella vostra vita pratica e che non vi sia più alcuna meta da conseguire.
Spesso io e gli altri responsabili della Jama‘ah ci troviamo di fronte a un problema provocatorio. Alcune persone cercano di sminuire la posizione della Jama‘ah e, in realtà, del Movimento Islamico, che è il vero scopo della Jama‘ah. Lo definiscono un partito politico che lavora per lo stesso obiettivo delle altre organizzazioni politiche. In esso non si troverebbero tracce di pietà, purezza o spiritualità. Mancerebbe completamente di legame con Allah e di preoccupazione per l’Aldilà; la sua dirigenza non avrebbe rapporti con alcuna scuola di sufismo e non avrebbe ricevuto formazione in alcun centro sufi di pietà ed eccellenza spirituale. Di conseguenza, i suoi membri non avrebbero alcuna possibilità di ricevere una simile formazione.
Lo scopo di questa campagna è diffondere insoddisfazione tra i lavoratori della Jama‘ah, affinché ritornino ai vecchi centri religiosi che considerano una qualunque forma parziale di servizio all’Islam, sotto il patrocinio generale del Kufr (incredulità), una grande conquista, e che non riescono nemmeno a immaginare di stabilire l’Islam come codice di vita completo e onnicomprensivo. Hanno definito ogni simile tentativo un movimento antireligioso, usando tutta l’eloquenza a loro disposizione. Si sono sempre opposti a ogni iniziativa volta a stabilire l’Islam come forza dominante nella società contro l’infedeltà e l’empietà (Fisq), dipingendo tutti questi tentativi come puramente mondani e motivati da ambizioni materiali e guadagni terreni.
In tali circostanze siamo costretti a spiegare la reale differenza tra il concetto di pietà proposto dalla spiritualità sufi e il concetto islamico di pietà e purezza. Dobbiamo spiegare che cosa siano il vero Taqwa (timore di Allah) e l’Ihsan (eccellenza nella sottomissione ad Allah), come richiesti dall’Islam, e in che modo differiscano dal Taqwa e dall’Ihsan insegnati dai cosiddetti esperti di pietà e religiosità. Allo stesso tempo dobbiamo spiegare dettagliatamente le tecniche e i metodi di riforma e formazione adottati dal Movimento Islamico e le loro conseguenze, affinché chiunque sia sincero verso l’Islam e possieda un concetto corretto e incontaminato dell’ordine islamico possa facilmente comprendere che, una volta convinto e colpito dal messaggio rivoluzionario dell’Islam, l’uomo subisce automaticamente un grande cambiamento nel modo di vedere e nei concetti. Questa convinzione sviluppa la vera pietà, il timore di Allah e l’eccellenza nella sottomissione alla Sua volontà.
Una simile sincerità e convinzione manca del tutto nei metodi sufi stereotipati di formazione alla pietà e all’eccellenza, non solo negli allievi, ma anche nei loro maestri e guide. Dobbiamo spiegare tutto questo a causa dell’atteggiamento ingiusto e scorretto dei nostri critici. Non intendiamo difendere noi stessi, ma riteniamo necessaria questa spiegazione nell’interesse del Movimento Islamico. Cerchiamo la protezione di Allah contro ogni vanità o orgoglio nei confronti di noi stessi derivante da quanto esposto sopra, o contro l’errata convinzione di esserci perfezionati. Allah non voglia che un simile errore e un orgoglio ingannevole ci privino di tutto ciò che abbiamo finora raggiunto.
Per evitare questa disgrazia desidero che comprendiate pienamente i tre punti seguenti e non li dimentichiate mai. Il primo è che la perfezione non conosce limiti e il suo punto di eccellenza è fuori dalla nostra vista. Continuate a salire e non considerate mai alcun punto come il più alto. In realtà non siete mai perfetti. Nel momento in cui una persona si considera perfetta, il suo sforzo per migliorare e, di conseguenza, il suo sviluppo si arrestano, e comincia il declino. Non dimenticate mai che è necessaria una lotta continua non solo per raggiungere un’altezza, ma anche per rimanervi. Nel momento in cui cessate di sforzarvi verso l’alto, comincia ad agire la spinta verso il basso. I saggi non guardano in basso per valutare ciò che hanno raggiunto, ma guardano in alto per sapere quanto resta da conseguire e quanto sia lontana la loro meta.
Il punto successivo è che il modello di umanità stabilito dall’Islam è così elevato da iniziare là dove gli altri ismi e le altre ideologie concludono la loro eccellenza e perfezione. Non è affatto un ideale utopico. Si riflette nella vita pratica dei Profeti, così come nella vita dei compagni devoti del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e dei pii dell’Ummah. Tenete sempre presente questo modello. Vi salverà dall’errata convinzione di aver raggiunto la perfezione. Vi farà comprendere la vostra bassezza e vi presenterà nuove vette da raggiungere. Anche dopo una vita intera di lotta sentirete che molte altezze devono ancora essere raggiunte.
Non siate orgogliosi della vostra salute mentre intorno a voi i malati esalano l’ultimo respiro ogni momento. Guardate i monumenti della moralità e della pietà del passato, che state sostituendo nella lotta contro il male. Un vero credente è colui che tiene sempre presenti coloro che sono più ricchi di conoscenza e opere islamiche, affinché non si spenga la sete di accumulare questa ricchezza. Quanto alla ricchezza materiale, egli si confronta sempre con i più poveri e ringrazia Allah per ciò che gli ha dato, appagando la propria sete con quello che possiede.
Il terzo punto è che le qualità che abbiamo effettivamente acquisito finora sembrano impressionanti solo perché il deterioramento ha degradato molto noi e la nostra società. La piccola luce che brilla nell’oscurità profonda ha acquistato rilievo; altrimenti è un fatto che manchiamo molto nelle nostre vite personali quando ci valutiamo secondo il criterio e i requisiti minimi della fede nell’Islam. Perciò la confessione delle nostre mancanze non deve essere una formalità. Deve portare a una completa purificazione di tutti i difetti e i vizi che troviamo e individuiamo nella nostra vita personale.
Occupatevi dei vostri familiari e parenti
Vi consiglio inoltre di prestare particolare attenzione alla riforma dei vostri familiari e parenti. Il Qur’an dice: «Salvate voi stessi e i vostri familiari dal Fuoco» (Tahrim: 6). Vi preoccupate molto del cibo e dell’abbigliamento delle vostre famiglie. Ma dovreste preoccuparvi molto di più di salvarle dal combustibile dell’Inferno. Fate del vostro meglio per migliorare la loro vita nell’Aldilà e porle sulla via del Paradiso. Se qualcuno di loro si smarrisce nonostante i vostri sforzi, non ne sarete ritenuti responsabili. Il punto è che non dovete in alcun modo essere coinvolti nel suo fallimento nell’Aldilà.
Ricevo spesso lamentele secondo cui i lavoratori della Jama‘ah non prestano alla crescita e alla riforma della propria famiglia la stessa attenzione che prestano agli altri. Queste lamentele possono essere vere in alcuni casi ed esagerate in altri. Non mi è possibile esaminare il caso di ogni individuo. Perciò do un consiglio generale. Tutti noi non dovremmo soltanto desiderare e aspirare, ma dovremmo sforzarci sinceramente di porre i nostri cari sulla via della pace e della salvezza, per ottenere vera consolazione. Consiglio a tutti i lavoratori della Jama‘ah di interessarsi alla vita gli uni degli altri e di sforzarsi di migliorare non soltanto i propri figli, ma anche i figli dei propri compagni di lavoro. Spesso un bambino non viene influenzato dal padre, ma rimane profondamente colpito dagli amici del padre.
Islah reciproca (miglioramento)
Vi consiglio inoltre di sforzarvi non soltanto per il miglioramento e la riforma di voi stessi e delle vostre famiglie, ma anche per il miglioramento dei vostri compagni di lavoro. Coloro che si sono uniti per lavorare come Jama‘ah Islamica per amore di Allah e per stabilire nel mondo la Sua autorità e supremazia devono cooperare e coordinarsi gli uni con gli altri. Devono sapere che non possono raggiungere il loro alto ideale senza diventare forti nella moralità collettiva e nella disciplina del gruppo.
Questa consapevolezza dovrebbe tradursi in aiuto e cooperazione reciproci per il miglioramento morale, per la riforma e per procedere sulla via di Allah. Questa è l’unica via della purificazione collettiva (Tazkiyah) nell’Islam. Se mi vedete uscire dal sentiero, affrettatevi a riportarmi su di esso; e se io vi vedo scivolare o vacillare, dovrei tendervi una mano d’aiuto. Se c’è polvere sulla mia manica, soffiatela via; e se vedo una macchia sulla vostra veste, la pulisco. Comunicatemi ciò che ritenete migliore per me e nel mio interesse, e io vi comunicherò ciò che ritengo necessario per il vostro miglioramento.
Sappiamo che prosperiamo nella vita mondana attraverso le nostre reciproche relazioni. Lo stesso vale per la nostra vita morale e spirituale: anche in questo ambito, come Jama‘ah Islamica, prosperiamo e traiamo beneficio quando cooperiamo e ci sosteniamo moralmente e spiritualmente a vicenda. Il metodo corretto di riforma consiste nell’aspettare e osservare, evitando ogni azione affrettata, quando notate qualcosa di sbagliato in un vostro compagno di lavoro o viene presentata una lamentela contro di lui. Cercate prima di comprendere la situazione, poi contattate la persona interessata e parlatele direttamente e in confidenza della lamentela, senza menzionare la questione davanti ad altri o in qualsiasi luogo in assenza della persona interessata. Quest’ultima è semplice maldicenza, fortemente aborrita nell’Islam.
Ihtisab collettivo (critica)
La critica reciproca è anch’essa un mezzo proficuo di riforma collettiva. Fate notare ai vostri compagni di lavoro i loro difetti e le loro mancanze in modo molto cortese e sincero. Ma fate attenzione, poiché può rivelarsi disastrosa se non si osservano adeguatamente le regole della critica sincera. Le regole di una critica corretta sono le seguenti:
1. La critica non deve essere espressa ogni volta e in ogni luogo.
2. Prima di criticare qualcuno, esaminate anzitutto il vostro cuore, considerando Allah come testimone, per capire se criticate con sincerità e per il bene dell’altro oppure se siete mossi da un impulso personale. Nel primo caso la critica è pienamente giustificata; altrimenti dovete trattenere la lingua e cercare di eliminare questa impurità dalla vostra personalità.
3. Le vostre parole e il vostro modo di criticare devono far sentire a tutti che desiderate davvero la riforma e il miglioramento.
4. Prima di criticare qualcuno, assicuratevi che la vostra lamentela sia fondata su fatti reali e concreti. Una critica infondata, senza aver verificato i fatti, è un peccato e crea disordine.
5. La persona criticata deve ascoltare con calma la lamentela e poi riflettervi senza pregiudizi. Deve riconoscere apertamente la verità e confutare l’errore con ragionamenti impassibili. Irritarsi per una critica mostra arroganza e vanità.
6. La critica e la sua confutazione non devono protrarsi fino a trasformarsi in un’altercazione permanente. La discussione è utile finché entrambi i punti di vista vengono adeguatamente illustrati; ma se la questione non si risolve, rinviate la discussione e lasciate che entrambi riconsiderino l’intera questione con calma e separatamente.
La critica mantenuta entro tali limiti non è soltanto utile, ma anche necessaria per correggere la nostra vita sociale. Nessuna Jama‘ah Islamica può mantenersi sulla retta direzione senza una simile critica costruttiva. Nella Jama‘ah nessuno dovrebbe essere al di sopra della critica. La considero indispensabile per la stabilità del Movimento Islamico e sono certo che, il giorno in cui questa sana critica verrà interrotta, il Movimento soccomberà a vari mali che ne provocheranno la distruzione.
Per questo, fin dalla fondazione, ho sempre convocato una riunione speciale dopo l’assemblea generale della Jama‘ah, per valutare criticamente l’intero lavoro dell’organizzazione e la sua struttura. In tali riunioni speciali mi offro per primo alla critica, affinché qualsiasi obiezione o lamentela contro di me o contro il mio operato venga esposta apertamente davanti a tutti, senza esitazione. O la critica mi correggerà, oppure la mia spiegazione chiarirà il malinteso del critico e di tutti coloro che condividono il suo modo di pensare.
Sama‘a e Ta‘at (obbedienza e disciplina)
Un altro fatto che ritengo necessario sottoporvi è la mancanza di disciplina e sottomissione. Non vi è dubbio che, rispetto alle altre organizzazioni, sembriamo persone molto disciplinate. Ma quando guardiamo al modello stabilito dall’Islam e consideriamo anche il difficile compito che abbiamo davanti, ci accorgiamo che la nostra disciplina è davvero molto al di sotto del livello richiesto.
Sapete perfettamente di essere pochi di numero e di disporre sul campo di risorse ancora più limitate. Il compito che avete davanti consiste nel cambiare, nella forma e nello spirito, l’intero sistema di vita basato sull’empietà e sull’ignoranza, un sistema mille volte più forte e dotato di risorse. Sia per numero sia per risorse, non siete alla sua altezza. In questa lotta non avete nulla su cui contare per raggiungere il successo, tranne la superiorità morale e una disciplina rigorosa. Potrete riuscire nella vostra grande missione soltanto quando avrete stabilito la vostra credibilità morale e dimostrato una disciplina e un’organizzazione tali da permettervi di mostrare la vostra forza in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, con piena fiducia.
In una Jama‘ah Islamica che si adopera per stabilire il modo di vita islamico, obbedire ai comandi legittimi delle autorità della Jama‘ah equivale in realtà a sottomettersi ad Allah e al Profeta (pace su di lui). Chiunque dedichi il proprio tempo e la propria energia a questa missione soltanto per amore di Allah, e si sottometta all’autorità del capo della sua Jama‘ah (Amir o Nazim) per servire la causa di Allah, obbedisce ad Allah e al Profeta (pace su di lui). Quanto maggiore è il legame con Allah e con il Profeta (pace su di lui), tanto più forte è in lui lo spirito di obbedienza; e quanto minore è il legame, tanto più debole è lo spirito di obbedienza.
Quale sacrificio può essere più prezioso di quello che offrite obbedendo a una persona che altrimenti non avrebbe alcuna autorità su di voi, ma che avete accettato come vostro capo soltanto per lavorare per amore di Allah, eseguendo i suoi ordini senza rancore, come un subordinato leale, anche quando talvolta i suoi ordini contrastano con i vostri desideri e interessi? Poiché questo sacrificio è per la causa di Allah, anche la sua ricompensa presso Allah è grandissima.
D’altra parte, se qualcuno rifiuta di accettare una posizione subordinata, considera tale subordinazione al di sotto della propria dignità, oppure si sente ferito quando gli viene ordinato di fare qualcosa e mostra inquietudine o esitazione nell’obbedire a ordini contrari ai propri desideri o interessi, dimostra in pratica di non essersi ancora sottomesso ad Allah e che il proprio io domina ancora i suoi pensieri e le sue azioni.
Consiglio ai responsabili locali (Nazim)
Ritengo necessario aggiungere, insieme al consiglio già dato ai lavoratori, una parola di consiglio ai responsabili organizzativi dei vari livelli: anch’essi devono imparare le tecniche della leadership. Chiunque riceva una responsabilità nella Jama‘ah e, in virtù di essa, eserciti una certa autorità sugli altri, non deve imporsi indebitamente né compiacersi della propria autorità considerandosi superiore agli altri. Deve comportarsi con educazione e cortesia verso i propri collaboratori. Deve prestare la massima attenzione affinché un suo eventuale cattivo comportamento non generi disobbedienza o litigiosità in alcun lavoratore.
Deve distinguere, nei rapporti e nel comportamento, tra giovani e anziani, deboli e forti, agiati e poveri. Deve conoscere pienamente le circostanze di ogni individuo e trattare ciascuno secondo la sua posizione e le sue circostanze, con il dovuto riguardo e con indulgenza. Deve infondere nei suoi lavoratori uno spirito tale che essi considerino il consiglio o l’appello del loro capo come un ordine e lo attuino con lo stesso spirito. Sarebbe davvero segno di mancanza di disciplina se l’appello del capo non producesse alcuna risposta e lo costringesse a impartire un ordine. Gli ordini si danno soltanto ai mercenari.
Coloro che si sono uniti volontariamente per lavorare per la causa di Allah non hanno bisogno di ordini da parte di una persona che è il loro capo per loro stessa scelta. Hanno bisogno soltanto di un’indicazione: che possono servire la loro missione in qualunque luogo; e si mettono all’opera. Nel momento in cui questo spirito si sviluppa tra i lavoratori e i loro dirigenti, non troverete più alcuna traccia di risentimento o malanimo.
Devozione e sacrificio
Il mio ultimo consiglio è che tutti coloro che sostengono questa missione e questo movimento sviluppino in sé la tendenza a spendere per la causa di Allah e a dare a questa causa la precedenza sui propri interessi e obiettivi materiali. Cercate di coltivare un legame così profondo con questa missione da non lasciarvi riposare finché non avrete impiegato ogni briciola della vostra energia e delle vostre risorse per questa causa. Dedicate alla causa di Allah non soltanto la vostra persona, ma anche il vostro denaro e le vostre finanze.
Non dimenticate mai che Allah ha diritti non soltanto su di voi e sul vostro essere, ma anche sul vostro tempo e sul vostro denaro. Allah e il Profeta (pace su di lui) hanno stabilito il limite minimo, ma per il massimo non esiste alcun limite. Spetta a voi decidere e valutare quanto dovete spendere sulla via di Allah per convincervi di aver pagato ciò che dovete. Nessuno può giudicarlo meglio di voi stessi. Il giudice migliore è la vostra convinzione e la vostra coscienza.
Non devo dirvi altro se non di imparare una lezione da coloro che non hanno fede in Allah né nell’Aldilà e tuttavia compiono sacrifici così grandi per i loro falsi ideali. Noi, che crediamo in Allah e nell’Aldilà, dovremmo vergognarci di noi stessi. Vedo inoltre che la maggior parte dei lavoratori non possiede il livello di interesse e devozione necessario per stabilire l’ordine islamico. Indubbiamente alcuni di noi lavorano con il massimo zelo, e dovremmo esserne felici e pregare per loro con tutto il cuore. Ma la maggior parte dei lavoratori non possiede la devozione richiesta.
Solo pochi di noi si sentono, come dovrebbe sentirsi un credente, turbati dai vizi diffusi, dalla miseria e dall’impotenza di coloro che professano di credere in Allah l’Onnipotente. Questa situazione dovrebbe causare almeno tanta preoccupazione e disperazione quanta ne provate quando vostro figlio è malato o la vostra casa rischia di essere incendiata. Anche qui è molto difficile per chiunque stabilire il limite o la misura a cui debbano giungere questa disperazione e questa preoccupazione, e quanto grande debba essere lo zelo da mostrare. Spetta ancora una volta a ogni individuo decidere, al richiamo della propria coscienza, fino a che punto debba sforzarsi per convincersi di aver compiuto il proprio dovere in quanto persona che crede nella realtà ultima.
Tuttavia, per fare un confronto, basta gettare uno sguardo agli sforzi di coloro che si adoperano per stabilire i loro falsi e menzogneri ideali e mettono in gioco tutto ciò che hanno a disposizione.
Consiglio alle donne
Gran parte di ciò che ho già detto vale sia per gli uomini sia per le donne. Ora dirò qualcosa esclusivamente alle donne che sono in qualche modo legate al Movimento Islamico. Il primo e principale requisito per voi è acquisire quanta più conoscenza possibile dell’Islam. Studiate non soltanto il Qur’an, ma anche gli Hadith e il Fiqh (giurisprudenza islamica), comprendendoli pienamente. Non limitatevi alla conoscenza basilare dell’Islam e ai requisiti della fede (Iman), ma cercate di conoscere le ingiunzioni islamiche riguardanti la vostra vita personale, la vita familiare e la vita sociale in generale.
Una delle cause principali della diffusione di usanze e pratiche non islamiche nelle famiglie musulmane è l’ignoranza delle nostre donne riguardo agli insegnamenti e alle ingiunzioni dell’Islam. La cosa successiva che dovete fare è cercare di modellare la vostra vita pratica, la vostra moralità e il vostro carattere, così come la vita e l’atmosfera della vostra casa, secondo la vostra conoscenza dell’Islam.
La donna musulmana deve essere così ferma e risoluta da attenersi a ciò che considera giusto nonostante l’opposizione e gli ostacoli della famiglia o degli altri parenti. Non deve cedere a nulla di sbagliato sotto alcun tipo di pressione. Certamente i genitori, il marito e gli altri anziani della famiglia meritano obbedienza, rispetto e riguardo e non devono mai essere trattati con insubordinazione e arroganza; tuttavia, i diritti e la volontà di Allah e del Suo Profeta (pace su di lui) hanno la supremazia.
Chiunque vi spinga ad adottare la via della disobbedienza ad Allah e al Suo Profeta (pace su di lui), rifiutatevi categoricamente di obbedire, sia vostro padre o vostro marito. Non inchinatevi a nessuno in questa materia. Confidate in Allah e affrontate coraggiosamente le peggiori conseguenze, anche se ciò conduce alla distruzione della vostra vita mondana. Quanto più forte sarà la vostra determinazione ad attenervi all’Islam, tanto migliore sarà, per grazia di Allah, il suo effetto sull’ambiente familiare. Avrete così una preziosa opportunità di riformare le vostre case.
Al contrario, se cedete a richieste ingiustificate e anti-islamiche, la vostra vita personale sarà privata delle benedizioni dell’Islam e darete alle persone intorno a voi un cattivo esempio di debolezza nella fede e nella moralità. La vostra terza responsabilità è dare la priorità ai vostri cari nella riforma e nel miglioramento secondo il modo di vita islamico.
Quelle delle nostre sorelle cui Allah ha donato dei figli stanno in realtà affrontando una prova nella quale, se falliscono, nessun altro successo potrà compensare questo fallimento. I loro stessi figli meritano la loro massima attenzione. È loro primaria responsabilità educare bene i figli nell’Islam e nelle sue buone maniere. Anche le donne sposate hanno la responsabilità di mantenere i propri mariti sulla retta via e di aiutarli a rimanere saldi nel loro cammino, se già si trovano sulla retta via. Una figlia può anche comunicare la verità ai propri genitori, osservando il dovuto rispetto e riguardo verso di loro. Il minimo che può fare è offrire loro libri islamici da leggere.
In quarto luogo, dedicate tutto il tempo che potete sottrarre ai vostri doveri domestici a trasmettere la conoscenza dell’Islam alle donne che vi circondano. Istruite le ragazze e le donne anziane analfabete. Fornite una letteratura islamica utile alle donne istruite. Organizzate riunioni femminili e spiegate loro gli insegnamenti dell’Islam. Se non potete parlare in pubblico, leggete loro semplicemente estratti pertinenti e utili della letteratura. In breve, fate del vostro meglio, usando ogni mezzo e ogni metodo possibile, per eliminare l’ignoranza e l’analfabetismo tra le donne che vi circondano.
CAPITOLO PRIMO: I DIRITTI UMANI, L’OCCIDENTE E L’ISLAM
Prima di discutere dei diritti umani nell’Islam, desidero chiarire alcuni punti riguardo ai due principali approcci alla questione dei diritti umani: quello occidentale e quello islamico. Ciò ci consentirà di esaminare la questione nella sua giusta prospettiva e di evitare parte della confusione che normalmente offusca una simile discussione.
L’approccio occidentale: In Occidente si ha l’abitudine di attribuire a sé stessi ogni cosa buona e di cercare di dimostrare che è grazie a loro che il mondo ha ricevuto questa benedizione; altrimenti, il mondo sarebbe stato immerso nell’ignoranza e completamente inconsapevole di tutti questi benefici. Esaminiamo ora la questione dei diritti umani. Si afferma con grande clamore e veemenza che il mondo abbia ricevuto il concetto dei diritti umani fondamentali dalla Magna Carta britannica, sebbene la Magna Carta stessa sia nata seicento anni dopo l’avvento dell’Islam. Ma la verità è che, fino al XVII secolo, nessuno sapeva neppure che la Magna Carta contenesse i principi del processo con giuria, dell’habeas corpus e del controllo parlamentare sul diritto di tassazione. Se coloro che avevano redatto la Magna Carta vivessero oggi, sarebbero rimasti assai sorpresi se fosse stato detto loro che il loro documento conteneva anche tutti questi ideali e principi. Non avevano una simile intenzione, né erano consapevoli di tutti questi concetti che oggi vengono loro attribuiti. Per quanto ne so, prima del XVII secolo gli occidentali non avevano alcun concetto di diritti umani e di diritti civili. Anche dopo il XVII secolo, sebbene i filosofi e gli studiosi di giurisprudenza avessero presentato queste idee, la prova e la dimostrazione pratica di tali concetti si possono trovare soltanto alla fine del XVIII secolo, nelle proclamazioni e nelle costituzioni dell’America e della Francia. In seguito, nelle costituzioni di diversi Paesi comparve un riferimento ai diritti umani fondamentali. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, i diritti concessi sulla carta non venivano realmente concessi alle persone nella vita concreta. A metà del secolo scorso, le Nazioni Unite, che oggi possono essere descritte più propriamente e veridicamente come le Nazioni Divise, proclamarono una Dichiarazione universale dei diritti umani, approvarono una risoluzione contro il genocidio e formularono regolamenti per impedirlo. Ma, come tutti sapete, non esiste una sola risoluzione o regolamento delle Nazioni Unite che possa essere fatto rispettare. Sono soltanto l’espressione di una pia speranza. Non hanno alcuna sanzione alle loro spalle, né alcuna forza, fisica o morale, per farle rispettare. Nonostante tutte le ambiziose risoluzioni altisonanti delle Nazioni Unite, i diritti umani sono stati violati e calpestati in diversi luoghi, e le Nazioni Unite sono state uno spettatore impotente. Non sono in grado di esercitare un controllo efficace sulle violazioni dei diritti umani. Persino l’atroce crimine del genocidio viene perpetrato nonostante tutte le proclamazioni delle Nazioni Unite. Proprio nel vicino Paese del Pakistan, da ventotto anni è in corso il genocidio dei musulmani, ma le Nazioni Unite non hanno il potere né la forza di intraprendere alcun provvedimento contro l’India. Non è stata intrapresa alcuna azione contro nessun Paese colpevole di questo crimine gravissimo e rivoltante.
L’approccio islamico: Il secondo punto che desidero chiarire fin dall’inizio è che, quando parliamo dei diritti umani nell’Islam, intendiamo realmente che questi diritti sono stati concessi da Dio; non sono stati concessi da un re o da un’assemblea legislativa. I diritti concessi dai re o dalle assemblee legislative possono anche essere ritirati nello stesso modo in cui vengono conferiti. Lo stesso vale per i diritti accettati e riconosciuti dai dittatori. Essi possono concederli quando vogliono e ritirarli quando desiderano; e possono violarli apertamente quando ne hanno voglia. Ma poiché nell’Islam i diritti umani sono stati conferiti da Dio, nessuna assemblea legislativa del mondo, né alcun governo sulla terra, ha il diritto o l’autorità di apportare emendamenti o modifiche ai diritti conferiti da Dio. Nessuno ha il diritto di abrogarli o ritirarli. Né sono diritti umani fondamentali concessi sulla carta per ostentazione e apparenza e negati nella vita reale quando lo spettacolo è finito. Né sono simili a concetti filosofici privi di qualsiasi sanzione alle loro spalle. La carta, le proclamazioni e le risoluzioni delle Nazioni Unite non possono essere paragonate ai diritti sanciti da Dio, perché le prime non sono applicabili a nessuno, mentre i secondi sono applicabili a ogni credente. Sono parte integrante della fede islamica. Ogni musulmano, o amministratore che si dichiari musulmano, dovrà accettarli, riconoscerli e farli rispettare. Se non riescono a farli rispettare, cominciano a negare i diritti garantiti da Dio, apportano emendamenti e modifiche a essi, oppure li violano concretamente mentre si limitano a render loro omaggio a parole, il verdetto del Sacro Corano per tali governi è chiaro e inequivocabile: «Coloro che non giudicano secondo ciò che Dio ha fatto scendere sono i miscredenti (kafirun)» (5:44). Il versetto seguente proclama inoltre: «Essi sono gli ingiusti (zalimun)» (5:45), mentre un terzo versetto della stessa sura dice: «Essi sono i perversi (fasiqun)» (5:47). In altre parole, ciò significa che, se le autorità temporali considerano giuste le proprie parole e decisioni e sbagliate quelle date da Dio, sono miscredenti. Se invece considerano giusti i comandamenti di Dio, ma li rifiutano consapevolmente e impongono le proprie decisioni contro quelle di Dio, allora sono malfattori e ingiusti. Il fasiq, il trasgressore della legge, è colui che non osserva il vincolo di fedeltà, mentre lo zalim è colui che agisce contro la verità. Pertanto, tutte le autorità temporali che si dichiarano musulmane e tuttavia violano i diritti sanciti da Dio appartengono a una di queste due categorie: o sono miscredenti, oppure sono ingiusti e malfattori. I diritti sanciti da Dio sono permanenti, perpetui ed eterni. Non sono soggetti ad alterazioni o modifiche di alcun genere, e non vi è spazio per alcun cambiamento o abrogazione.
CAPITOLO SECONDO: I DIRITTI UMANI FONDAMENTALI
La prima cosa che troviamo nell’Islam a questo proposito è che esso stabilisce alcuni diritti per l’uomo in quanto essere umano. In altre parole, ciò significa che ogni uomo, appartenga a questo o a quel Paese, sia credente o miscredente, viva in una foresta o si trovi in un deserto, qualunque sia il caso, possiede alcuni diritti umani fondamentali semplicemente perché è un essere umano; tali diritti dovrebbero essere riconosciuti da ogni musulmano. In realtà, sarà suo dovere adempiere a questi obblighi.
1. Il diritto alla vita
Il primo e fondamentale diritto è il diritto alla vita e al rispetto della vita umana. Il Sacro Corano stabilisce: Chiunque uccida un essere umano senza (alcuna ragione, come) un omicidio o la corruzione sulla terra, è come se avesse ucciso tutta l’umanità… (5:32) Per quanto riguarda la questione della pena di morte come ritorsione per un omicidio o quella della punizione per aver diffuso la corruzione sulla terra, essa può essere decisa soltanto da un tribunale competente e debitamente costituito. Se vi è una guerra con una nazione o un Paese, essa può essere dichiarata soltanto da un governo debitamente istituito. In ogni caso, nessun essere umano ha il diritto, di propria iniziativa, di togliere la vita a un altro essere umano per ritorsione o per aver causato disordine sulla terra. Pertanto è dovere di ogni essere umano non rendersi colpevole, in nessuna circostanza, di togliere una vita umana. Se qualcuno ha ucciso un essere umano, è come se avesse ucciso l’intera razza umana. Queste istruzioni sono state ripetute in un altro passo del Sacro Corano, dove si dice: Non uccidete una persona che Allah ha reso sacra, se non secondo il dovuto procedimento legale… (6:151) Anche qui l’omicidio è stato distinto dalla soppressione di una vita compiuta nel perseguimento della giustizia. Soltanto un tribunale competente e debitamente costituito potrà decidere se un individuo abbia perso o meno il suo diritto alla vita, avendo violato il diritto alla vita e alla pace degli altri esseri umani. Il Profeta, che le benedizioni di Dio siano su di lui, ha dichiarato l’omicidio il peccato più grave dopo il politeismo. La Tradizione del Profeta recita: «I peccati più gravi sono associare qualcosa a Dio e uccidere esseri umani». In tutti questi versetti del Corano e nelle Tradizioni del Profeta, la parola «anima» (nafs) è stata usata in senso generale, senza alcuna distinzione o particolarizzazione che potesse far intendere che non dovessero essere uccise le persone appartenenti alla propria nazione, i cittadini del proprio Paese o gli appartenenti a una particolare razza o religione. L’ingiunzione si applica a tutti gli esseri umani e la soppressione della vita umana in sé è stata proibita. Il «diritto alla vita» è stato conferito all’uomo soltanto dall’Islam. Si noterà che coloro che parlano dei diritti umani, qualora li abbiano mai menzionati nelle loro Costituzioni o Dichiarazioni, lasciano chiaramente intendere che tali diritti si applicano soltanto ai loro cittadini o che siano stati concepiti esclusivamente per la razza bianca. Ciò risulta evidente dal fatto che in Australia gli esseri umani venivano cacciati come animali e la terra veniva sgomberata dagli aborigeni per l’uomo bianco. Analogamente, la popolazione indigena dell’America fu sistematicamente distrutta e gli indiani d’America che in qualche modo sopravvissero a questo genocidio furono confinati in aree determinate chiamate Riserve. Essi penetrarono anche in Africa e cacciarono gli esseri umani come animali selvatici. Tutti questi esempi dimostrano che non hanno rispetto per la vita umana in quanto tale e che, se ne hanno, è soltanto in base alla nazionalità, al colore o alla razza. Al contrario, l’Islam riconosce questo diritto a tutti gli esseri umani. Se un uomo appartiene a una tribù primitiva o selvaggia, anche in tal caso l’Islam lo considera un essere umano.
2. Il diritto alla sicurezza della vita Subito dopo il versetto del Sacro Corano citato in relazione al diritto alla vita, Dio ha detto: «E chi salva una vita è come se avesse salvato la vita di tutta l’umanità» (5:32). Vi possono essere diverse forme di salvare un uomo dalla morte. Un uomo può essere malato o ferito, indipendentemente dalla sua nazionalità, razza o colore. Se sapete che ha bisogno del vostro aiuto, è vostro dovere provvedere affinché riceva cure per la malattia o la ferita. Se sta morendo di fame, è vostro dovere nutrirlo affinché possa sfuggire alla morte. Se sta annegando o la sua vita è in pericolo, è vostro dovere salvarlo. Vi sorprenderà sapere che il Talmud, il libro religioso degli ebrei, contiene un versetto di natura analoga, ma lo riporta in una forma del tutto diversa. Esso dice: «Chiunque abbia distrutto la vita di un Israelita, agli occhi della Scrittura, è come se avesse distrutto il mondo intero. E chiunque abbia protetto e salvato la vita di un Israelita, alla luce della Scrittura, è come se avesse salvato il mondo intero». Il Talmud contiene anche l’opinione secondo cui, se un non israelita sta annegando e si cerca di salvarlo, si è peccatori. Si può darle un nome diverso da razzismo? Noi consideriamo nostro dovere salvare ogni vita umana, perché è così che siamo stati esortati a fare nel Sacro Corano. D’altra parte, se essi ritengono necessario salvare la vita di un essere umano, dovrebbe trattarsi della vita di un Israelita. Per quanto riguarda gli altri, secondo questa concezione, non sembrano essere abbastanza umani da meritare la protezione della loro persona. Nella loro letteratura, il concetto di «Goyim», per il quale si usa la parola inglese «Gentile» e la parola araba ummi (illetterato), è che essi non godono di alcun diritto umano; i diritti umani sono riservati soltanto ai figli d’Israele. Il Corano ha menzionato questa credenza degli Israeliti e cita gli ebrei che dicono: «Non saremo biasimati (per qualunque cosa possiamo fare) nei confronti degli illetterati (cioè gli ummi)» (3:75).
3. Rispetto della castità delle donne La terza cosa importante che troviamo nella Carta dei diritti umani concessa dall’Islam è che la castità di una donna deve essere rispettata e protetta in ogni circostanza, sia che appartenga alla nostra nazione o a quella di un nemico, sia che la si trovi in una foresta selvaggia o in una città conquistata; sia che sia della nostra stessa religione, appartenga a un’altra religione o non ne abbia alcuna. Un musulmano non può oltraggiarla in nessuna circostanza. Ogni rapporto promiscuo gli è stato proibito, indipendentemente dallo status o dalla posizione della donna, sia che essa sia consenziente o non consenziente all’atto. Le parole del Sacro Corano a questo riguardo sono: «Non avvicinatevi ai limiti dell’adulterio» (17:32). Per questo crimine è stata prescritta una punizione severa e l’ordine non è stato subordinato ad alcuna condizione. Poiché la violazione della castità di una donna è proibita nell’Islam, un musulmano che commetta questo crimine non può sfuggire alla punizione, sia che la riceva in questo mondo o nell’Aldilà. Questo concetto della sacralità della castità e della protezione delle donne non si trova in nessun altro luogo se non nell’Islam. Gli eserciti delle potenze occidentali hanno bisogno delle figlie della propria nazione per soddisfare i loro appetiti carnali persino nei loro stessi Paesi e, se giungono a occupare un altro Paese, il destino delle sue donne può essere immaginato meglio di quanto possa essere descritto. Ma la storia dei musulmani, a parte qualche mancanza di singoli individui qua e là, è stata libera da questo crimine contro la dignità femminile. Non è mai accaduto che, dopo la conquista di un Paese straniero, l’esercito musulmano si sia messo a violentare le donne del popolo conquistato, né che, nel proprio Paese, il governo abbia provveduto a fornire loro prostitute1. Questa è anch’essa una grande benedizione che la razza umana ha ricevuto attraverso l’Islam.2
4. Il diritto a un livello di vita fondamentale Parlando dei diritti economici, il Sacro Corano ingiunge ai suoi seguaci: «E nei loro beni vi è un diritto riconosciuto per il bisognoso e il diseredato» (51:19). Le parole di questa ingiunzione mostrano che si tratta di un ordine categorico e incondizionato. Inoltre, questa ingiunzione fu rivelata alla Mecca, dove non esisteva alcuna società musulmana e dove generalmente i musulmani entravano in contatto con la popolazione dei miscredenti. Pertanto, il significato chiaro di questo versetto è che chiunque chieda aiuto e chiunque soffra di privazioni ha un diritto sui beni e sulle ricchezze dei musulmani, indipendentemente dal fatto che appartenga a questa o a quella nazione, a questo o a quel Paese, a questa o a quella razza. Se siete nella condizione di aiutare e una persona bisognosa vi chiede aiuto, o se venite a sapere che ne ha bisogno, è vostro dovere aiutarla. Dio ha stabilito questo suo diritto su di voi, e voi dovete rispettarlo in quanto musulmani.
5. Diritto dell’individuo alla libertà
L’Islam ha vietato con chiarezza e categoricamente la pratica primitiva di catturare un uomo libero per farne uno schiavo o venderlo come schiavo. A questo proposito, le parole chiare e inequivocabili del Profeta (S) sono le seguenti: «Vi sono tre categorie di persone contro le quali io stesso sarò accusatore nel Giorno del Giudizio. Tra queste tre, una è colui che rende schiavo un uomo libero, poi lo vende e si appropria del denaro ricavato» (al-Bukhari e Ibn Majjah). Anche le parole di questa Tradizione del Profeta sono generali: non sono state limitate né rese applicabili a una particolare nazione, razza, paese o ai seguaci di una particolare religione. Gli europei si vantano molto sostenendo di aver abolito la schiavitù nel mondo, benché abbiano avuto la decenza di farlo soltanto a metà del secolo scorso. Prima di allora, queste potenze occidentali compivano razzie su vasta scala in Africa, catturando uomini liberi, riducendoli in schiavitù e trasportandoli nelle loro nuove colonie. Il trattamento che riservarono a queste persone sfortunate fu peggiore di quello riservato agli animali. I libri scritti dagli stessi occidentali lo testimoniano.
La tratta degli schiavi delle nazioni occidentali: dopo l’occupazione dell’America e delle Indie Occidentali, per trecentocinquanta anni il commercio degli schiavi continuò. Le coste africane, dove gli africani dalla pelle nera catturati venivano condotti dall’interno dell’Africa e imbarcati sulle navi che salpavano da quei porti, finirono per essere conosciute come la Costa degli Schiavi. In un solo secolo (dal 1680 al 1786), il numero totale delle persone libere catturate e ridotte in schiavitù soltanto per le colonie britanniche ammontò, secondo la stima degli autori britannici, a 20 milioni di esseri umani. Nell’arco di un solo anno (1790), ci viene detto che 75.000 esseri umani furono catturati e inviati nelle colonie per il lavoro servile. Le navi utilizzate per trasportare gli schiavi erano piccole e sporche. Questi sfortunati africani venivano ammassati nelle stive di tali navi come bestiame, fino in cima, e molti di loro erano incatenati a ripiani di legno sui quali riuscivano a malapena a muoversi, poiché erano distanti appena diciotto pollici l’uno dall’altro e disposti uno sopra l’altro. Non veniva loro fornito cibo adeguato e, se si ammalavano o rimanevano feriti, non si faceva alcun tentativo di fornire loro cure mediche. Gli stessi scrittori occidentali affermano che almeno il 20% del numero totale delle persone catturate per la schiavitù e il lavoro forzato morì durante il trasporto dalle coste africane all’America. È stato inoltre stimato che il numero totale delle persone catturate per essere ridotte in schiavitù dalle varie nazioni europee durante l’apogeo della tratta degli schiavi ammontasse ad almeno cento milioni. Questo è il bilancio di coloro che denunciano giorno e notte i musulmani per aver riconosciuto l’istituzione della schiavitù. È come se un criminale puntasse il dito accusatore contro un innocente.
La posizione della schiavitù nell’Islam: vorrei dirvi brevemente quale sia la posizione e la natura della schiavitù nell’Islam. L’Islam cercò di risolvere il problema degli schiavi presenti in Arabia incoraggiando in diversi modi le persone a liberare i propri schiavi. Ai musulmani fu ordinato di liberare i propri schiavi come espiazione per alcuni dei loro peccati. Liberare volontariamente uno schiavo fu dichiarato un atto di grande merito, tanto che si disse che ogni membro del corpo dell’uomo che affranca uno schiavo sarà protetto dal fuoco dell’Inferno in cambio del membro dello schiavo da lui liberato. Il risultato di questa politica fu che, quando si giunse al periodo dei Califfi ben guidati, tutti gli antichi schiavi dell’Arabia erano stati liberati. Il Profeta da solo liberò ben 63 schiavi. Il numero degli schiavi liberati da ‘Aishah fu 67, ‘Abbas ne liberò 70, ‘Abd Allah ibn ‘Umar ne liberò mille e ‘Abd al-Rahman ne acquistò trentamila e li liberò. Analogamente, gli altri Compagni del Profeta liberarono un gran numero di schiavi; i dettagli sono riportati nelle Tradizioni e nei libri di storia di quel periodo. Così, il problema degli schiavi dell’Arabia fu risolto in un breve periodo di trenta o quarant’anni. Dopo ciò, l’unica forma di schiavitù rimasta nella società islamica era quella dei prigionieri di guerra catturati sul campo di battaglia. Questi prigionieri di guerra venivano trattenuti dal Governo musulmano finché il loro governo non avesse accettato di riprenderli in cambio dei soldati musulmani catturati da esso, oppure non avesse provveduto al pagamento di un riscatto per loro conto. Se i soldati catturati non venivano scambiati con prigionieri di guerra musulmani, o se la loro gente non pagava il riscatto per acquistare la loro libertà, allora il Governo musulmano era solito distribuirli tra i soldati dell’esercito che li aveva catturati. Questo era un modo più umano e appropriato di disporne che non trattenerli come bestiame in campi di concentramento e costringerli al lavoro forzato e, qualora fossero state catturate anche le loro donne, destinarle alla prostituzione. Invece di un modo così crudele e oltraggioso di disporre dei prigionieri di guerra, l’Islam preferì distribuirli tra la popolazione, mettendoli così in contatto con singoli esseri umani. Inoltre, ai loro tutori fu ordinato di trattarli bene. Il risultato di questa politica umana fu che la maggior parte degli uomini catturati su campi di battaglia stranieri e condotti nei paesi musulmani come schiavi abbracciò l’Islam, e i loro discendenti produssero grandi studiosi, imam, giuristi, commentatori, statisti e generali dell’esercito. Tanto che in seguito divennero i governanti del mondo musulmano. La soluzione di questo problema proposta nell’epoca presente è che, dopo la cessazione delle ostilità, i prigionieri di guerra dei paesi belligeranti debbano essere scambiati. I musulmani, invece, la praticano sin dall’inizio e, ogni volta che l’avversario accettava lo scambio dei prigionieri di guerra di entrambe le parti, esso veniva attuato senza la minima esitazione o ritardo. Anche nella guerra moderna osserviamo che, se un governo viene completamente sconfitto, senza alcuna possibilità di negoziare per i prigionieri di guerra, e la parte vincitrice ottiene facilmente i propri prigionieri, l’esperienza ha dimostrato che i prigionieri di guerra dell’esercito sconfitto vengono mantenuti in condizioni molto peggiori di quelle degli schiavi. Qualcuno può dirci quale sia stata la sorte delle migliaia di prigionieri di guerra catturati dalla Russia agli eserciti sconfitti della Germania e del Giappone nella Seconda guerra mondiale? Finora nessuno ne ha fornito un resoconto. Nessuno sa quante migliaia di loro siano ancora vive e quante migliaia siano morte a causa delle dure condizioni dei campi russi di concentramento e di lavoro. Il lavoro forzato loro imposto è molto peggiore del servizio che si può pretendere dagli schiavi. Forse neppure ai tempi degli antichi faraoni d’Egitto si imponeva agli schiavi un lavoro così duro nella costruzione delle piramidi d’Egitto, quale quello imposto ai prigionieri di guerra in Russia nello sviluppo della Siberia e di altre regioni arretrate della Russia, o nel lavoro nelle miniere di carbone e in altre miniere a temperature inferiori allo zero, malvestiti, malnutriti e trattati brutalmente dai loro sorveglianti.
6. Il diritto alla giustizia
Questo è un diritto molto importante e prezioso che l’Islam ha accordato all’uomo in quanto essere umano. Il Sacro Corano ha stabilito: «Non lasciate che l’odio verso un popolo vi spinga all’aggressione» (5:2). «E non lasciate che l’ostilità verso un popolo vi induca a deviare dalla giustizia. Siate giusti: ciò è più vicino al timore di Dio» (5:8). Sottolineando nuovamente questo punto, il Corano dice: «O voi che credete, mantenetevi saldi davanti a Dio come testimoni della verità e dell’equità» (4:135). Ciò chiarisce che i musulmani devono essere giusti non soltanto con gli esseri umani comuni, ma persino con i loro nemici. In altre parole, la giustizia alla quale l’Islam invita i suoi seguaci non è limitata ai cittadini del proprio paese, né alle persone della propria tribù, nazione o razza, né alla comunità musulmana nel suo insieme, ma è destinata a tutti gli esseri umani del mondo. I musulmani, pertanto, non possono essere ingiusti con nessuno. La loro abitudine e il loro carattere costanti devono essere tali che nessun uomo debba mai temere di subire un’ingiustizia da parte loro, ed essi devono trattare ogni essere umano, ovunque si trovi, con giustizia ed equità.
7. L’uguaglianza degli esseri umani
L’Islam non si limita a riconoscere l’assoluta uguaglianza tra gli uomini, indipendentemente da qualsiasi distinzione di colore, razza o nazionalità, ma la rende un principio importante e significativo, una realtà. Dio l’Onnipotente ha stabilito nel Sacro Corano: «O umanità, vi abbiamo creati da un maschio e da una femmina». In altre parole, tutti gli esseri umani sono fratelli gli uni degli altri. Sono tutti discendenti di un unico padre e di un’unica madre. «E vi abbiamo costituiti in popoli e tribù affinché possiate riconoscervi a vicenda» (49:13). Ciò significa che la divisione degli esseri umani in nazioni, razze, gruppi e tribù serve a distinguerli, affinché le persone di una razza o tribù possano incontrare e conoscere quelle appartenenti a un’altra razza o tribù e cooperare le une con le altre. Questa divisione della razza umana non è intesa perché una nazione si vanti della propria superiorità sulle altre, né perché una nazione tratti un’altra con disprezzo o disonore, la consideri una razza vile e degradata e usurpi i suoi diritti. «In verità, il più nobile di voi presso Dio è colui che più Lo teme» (49:13). In altre parole, la superiorità di un uomo su un altro si fonda soltanto sulla consapevolezza di Dio, sulla purezza del carattere e sulle elevate qualità morali, non sul colore, sulla razza, sulla lingua o sulla nazionalità; e persino questa superiorità basata sulla pietà e sulla condotta pura non giustifica che tali persone si comportino da padroni o assumano atteggiamenti di superiorità verso gli altri esseri umani. Assumere atteggiamenti di superiorità è di per sé un vizio riprovevole che nessun uomo timorato di Dio e pio potrebbe mai sognarsi di commettere. Né i virtuosi hanno diritti privilegiati sugli altri, poiché ciò contraddice l’uguaglianza umana, stabilita all’inizio di questo versetto come principio generale. Dal punto di vista morale, la bontà e la virtù sono in ogni caso migliori del vizio e del male. Ciò è stato esemplificato dal Profeta in uno dei suoi detti: «Nessun arabo è superiore a un non arabo, né un non arabo è superiore a un arabo. Né un uomo bianco è superiore a un uomo nero, né un uomo nero è superiore a un uomo bianco. Siete tutti figli di Adamo, e Adamo fu creato dall’argilla» (al-Bayhaqi e al-Bazzaz). In questo modo l’Islam ha stabilito l’uguaglianza per l’intera razza umana e ha colpito alla radice stessa tutte le distinzioni fondate sul colore, sulla razza, sulla lingua o sulla nazionalità. Secondo l’Islam, Dio ha dato all’uomo questo diritto all’uguaglianza come diritto dalla nascita. Pertanto, nessun uomo deve essere discriminato a causa del colore della sua pelle, del luogo di nascita, della razza o della nazione in cui è nato. Malcolm X, il famoso leader dei neri africani in America, che aveva intrapreso una dura lotta contro i bianchi d’America per ottenere i diritti civili per i suoi compatrioti neri, quando si recò in pellegrinaggio e vide come i musulmani dell’Asia, dell’Africa, dell’Europa e dell’America, e quelli appartenenti a razze, lingue e colori della pelle diversi, indossassero un unico abito e si affrettassero verso la Casa di Dio, la Kaaba, recitando le preghiere in piedi in un’unica fila, senza alcuna distinzione tra loro, allora si rese conto che questa era la soluzione al problema del colore e della razza, e non ciò che fino ad allora aveva cercato o tentato di realizzare in America. Oggi, numerosi pensatori non musulmani, liberi da pregiudizi ciechi, ammettono apertamente che nessun’altra religione o modo di vivere ha risolto questo problema con lo stesso grado di successo con cui lo ha fatto l’Islam.
8. Il diritto di cooperare e di non cooperare L’Islam ha prescritto un principio generale di importanza suprema e di applicazione universale, dicendo: «Cooperate gli uni con gli altri nella virtù e nel timore di Dio e non cooperate gli uni con gli altri nel vizio e nell’aggressione» (5:2). Ciò significa che l’uomo che intraprende un’opera nobile e virtuosa, indipendentemente dal fatto che viva al Polo Nord o al Polo Sud, ha il diritto di aspettarsi dai musulmani sostegno e cooperazione attiva. Al contrario, colui che compie azioni viziose e aggressive, anche se è il nostro parente o vicino più stretto, non ha il diritto di ottenere il nostro sostegno e il nostro aiuto in nome della razza, del paese, della lingua o della nazionalità, né deve aspettarsi che i musulmani cooperino con lui o lo sostengano. Né è lecito ai musulmani cooperare con lui. La persona malvagia e viziosa può essere nostro fratello, ma non è dei nostri e non può ricevere da noi alcun aiuto o sostegno finché non si pente e non riforma la propria condotta. D’altra parte, l’uomo che compie opere di virtù e rettitudine può non avere alcun legame di parentela con i musulmani, ma i musulmani saranno suoi compagni e sostenitori, o almeno suoi beneauguranti.
CAPITOLO TERZO: I DIRITTI DEI CITTADINI IN UNO STATO ISLAMICO
Abbiamo discusso dei diritti umani in generale. Ora vorremmo affrontare la questione dei diritti dei cittadini in uno Stato islamico. Poiché questi diritti sono più estesi dei diritti umani generali descritti in precedenza, richiedono un trattamento separato.
1. La sicurezza della vita e dei beni Nel discorso che il Profeta pronunciò in occasione del Pellegrinaggio d’Addio, disse: «Le vostre vite e i vostri beni sono inviolabili gli uni per gli altri fino a quando incontrerete il vostro Signore nel Giorno della Risurrezione». Dio l’Onnipotente ha stabilito nel Sacro Corano: «Chiunque uccida deliberatamente un credente riceverà come ricompensa la pena di vivere per sempre nell’Inferno. Dio si adirerà contro di lui, lo maledirà e preparerà per lui un terribile tormento» (4:93). Il Profeta ha anche detto riguardo ai dhimmi (i cittadini non musulmani dello Stato musulmano): «Chi uccide un uomo sotto patto di protezione (cioè un dhimmi) non sentirà neppure il profumo del Paradiso» (al-Bukhari e Abu Dawud). L’Islam proibisce l’omicidio, ma ammette una sola eccezione: che l’uccisione avvenga nel dovuto procedimento legale, al quale il Corano si riferisce con l’espressione bi alhaqq (con verità). Pertanto, un uomo può essere ucciso soltanto quando la legge lo richiede, ed è evidente che solo un tribunale può decidere se l’esecuzione viene compiuta con giustizia o senza giustificazione. In caso di guerra o insurrezione, soltanto un governo giusto e virtuoso, che segua la Shari’ah o la Legge islamica, può decidere se una guerra sia giusta o ingiusta, se togliere una vita sia giustificato o no; e se una persona sia o non sia un ribelle e chi possa essere condannato a morte come punizione. Queste decisioni gravose non possono essere lasciate nelle mani di un tribunale diventato incurante di Dio e sottoposto all’influenza dell’amministrazione. Una magistratura di questo tipo può negare giustizia. Né i crimini dello Stato possono essere giustificati sulla base dell’autorità del Sacro Corano o delle Tradizioni (hadith), quando lo Stato uccide apertamente e segretamente i propri cittadini senza esitazione o al minimo pretesto, perché essi si oppongono alle sue politiche e azioni ingiuste o lo criticano per le sue malefatte, e inoltre offre protezione ai suoi assassini prezzolati, colpevoli dell’efferato omicidio di una persona innocente; con il risultato che né la polizia intraprende alcuna azione contro tali criminali, né nelle sedi giudiziarie può essere presentata alcuna prova o alcun testimone contro di loro. La stessa esistenza di un simile governo è un crimine, e nessuna delle uccisioni da esso compiute può essere definita «esecuzione in nome della giustizia» nella terminologia del Sacro Corano. Insieme alla sicurezza della vita, l’Islam ha conferito con pari chiarezza e precisione il diritto alla sicurezza della proprietà, come menzionato in precedenza con riferimento al discorso del Pellegrinaggio d’Addio. D’altra parte, il Sacro Corano arriva a dichiarare che appropriarsi dei beni o delle proprietà altrui è completamente proibito, a meno che essi non siano acquisiti con mezzi leciti, come consentito dalle Leggi di Dio. La Legge di Dio dichiara categoricamente: «Non divorate le ricchezze gli uni degli altri con mezzi falsi e illegali» (2:188).
2. La protezione dell’onore
Il secondo diritto importante è il diritto dei cittadini alla tutela del proprio onore. Nel discorso pronunciato in occasione del Pellegrinaggio d’Addio, al quale ho fatto riferimento in precedenza, il Profeta non si limitò a vietare ai musulmani di attentare reciprocamente alla vita e ai beni, ma proibì anche qualsiasi violazione del loro onore, rispetto e castità. Il Sacro Corano stabilisce chiaramente: (a) «O voi che credete, non permettete che un gruppo derida un altro gruppo. (b) Non diffamatevi a vicenda. (c) Non insultatevi usando soprannomi. (d) E non sparlate gli uni degli altri né parlate male gli uni degli altri» (49:11-12). Questa è la legge dell’Islam per la tutela dell’onore, davvero molto superiore e migliore della legge occidentale sulla diffamazione. Secondo la Legge islamica, se viene dimostrato che qualcuno ha attentato all’onore di un’altra persona, allora, indipendentemente dal fatto che la vittima sia o non sia in grado di dimostrare di essere una persona rispettabile e onorevole, il colpevole riceverà in ogni caso la punizione che gli spetta. Ma il fatto interessante riguardo alla legge occidentale sulla diffamazione è che la persona che presenta una causa per diffamazione deve prima dimostrare di essere un uomo d’onore e di stimato valore pubblico; durante l’interrogatorio, poi, viene sottoposta agli attacchi infamanti, alle accuse e alle insinuazioni dell’avvocato della difesa, al punto da subire una disgrazia maggiore di quella arrecata all’onore contro il cui attentato aveva bussato alla porta del tribunale. Oltre a ciò, deve anche produrre testimoni che dichiarino in tribunale che, a causa delle accuse diffamatorie del colpevole, l’accusatore è caduto in disgrazia ai loro occhi. Santo cielo! Quale sottigliezza giuridica e quale adesione allo spirito della Legge! Come si può paragonare questa legge ingiusta e iniqua alla Legge divina? L’Islam ha dichiarato la blasfemia un crimine, indipendentemente dal fatto che l’accusato sia o non sia una persona d’onore e dal fatto che le parole usate per la blasfemia abbiano effettivamente disonorato la vittima e danneggiato la sua reputazione agli occhi del pubblico oppure no. Secondo la Legge islamica, la semplice dimostrazione del fatto che l’accusato abbia pronunciato parole che, secondo il comune buon senso, avrebbero potuto danneggiare la reputazione e l’onore del querelante è sufficiente perché l’accusato venga dichiarato colpevole di diffamazione.
3. L’inviolabilità e la sicurezza della vita privata L’Islam riconosce a ogni cittadino del proprio Stato il diritto a non subire indebite interferenze o intrusioni nella propria vita privata. Il Sacro Corano stabilisce il precetto: «Non spiarti a vicenda» (49:12). «Non entrate in alcuna casa diversa dalla vostra, a meno che non siate certi del consenso dei suoi abitanti» (24:27). Il Profeta arrivò al punto di istruire i suoi seguaci che un uomo non avrebbe dovuto entrare nemmeno nella propria casa all’improvviso o furtivamente. Doveva in qualche modo informare o far capire agli abitanti della casa che stava entrando, affinché non vedesse sua madre, sua sorella o sua figlia in una condizione nella quale esse non avrebbero voluto essere viste, e nella quale neppure lui avrebbe voluto vederle. Anche sbirciare nelle case altrui è stato severamente proibito, tanto che esiste un detto del Profeta secondo cui, se un uomo scopre un’altra persona che sta sbirciando segretamente nella sua casa e, come punizione, le acceca uno o entrambi gli occhi, non può essere chiamato a rispondere del suo atto né può essere sottoposto a procedimento giudiziario. Il Profeta ha persino proibito di leggere le lettere altrui; così, se un uomo sta leggendo la propria lettera e un altro le lancia occhiate di traverso e cerca di leggerla, il suo comportamento diventa riprovevole. Questa è l’inviolabilità della privacy che l’Islam concede agli individui. D’altra parte, nel moderno mondo civilizzato, vediamo che non solo le lettere altrui vengono lette e la loro corrispondenza censurata, ma persino le loro copie fotostatiche vengono conservate per uso futuro o per ricatto. Nelle case delle persone vengono perfino installati segretamente dispositivi di intercettazione, così che sia possibile ascoltare e registrare a distanza le conversazioni che si svolgono a porte chiuse. In altre parole, ciò significa che la privacy non esiste e che, a tutti gli effetti pratici, la vita privata dell’individuo non esiste. Questo spionaggio sulla vita dell’individuo non può essere giustificato su basi morali dal governo con il pretesto che sia necessario conoscere i segreti delle persone pericolose. Sebbene, a tutti gli effetti, il fondamento di questa politica sia la paura e il sospetto con cui i governi moderni guardano ai propri cittadini intelligenti e insoddisfatti delle politiche ufficiali del governo. È esattamente ciò che l’Islam ha definito la causa principale della corruzione nella politica. Il precetto del Profeta è: «Quando il governante comincia a cercare le cause dell’insoddisfazione tra il suo popolo, lo corrompe» (Abu Dawud). L’Amir Mu‘awiyah ha detto di aver udito personalmente il Profeta dire: «Se cercate di scoprire i segreti delle persone, certamente le corromperete o almeno le porterete sull’orlo della rovina». Il significato dell’espressione “le corromperete” è che, quando le spie (agenti del C.I.D. o dell’F.B.I.) vengono disseminate in tutto il paese per scoprire gli affari degli uomini, le persone cominciano a guardarsi l’un l’altra con sospetto, al punto che hanno paura di parlare liberamente nelle proprie case, per timore che una parola sfugga dalle labbra delle mogli o dei figli e possa metterle in situazioni imbarazzanti. In questo modo diventa difficile per un cittadino comune parlare liberamente persino nella propria casa, e la società comincia a soffrire di uno stato di generale diffidenza e sospetto.
4. La sicurezza della libertà personale
L’Islam ha inoltre stabilito il principio secondo cui nessun cittadino può essere imprigionato finché la sua colpevolezza non sia stata dimostrata in un tribunale pubblico. Arrestare una persona soltanto sulla base di un sospetto e gettarla in prigione senza regolari procedimenti giudiziari e senza offrirle una ragionevole possibilità di presentare la propria difesa non è lecito nell’Islam. È riferito negli hadith che una volta il Profeta stava tenendo una predica nella moschea, quando durante la predica un uomo si alzò e disse: «O Profeta di Dio, per quale colpa sono stati arrestati i miei vicini?». Il Profeta udì la domanda e continuò il suo discorso. L’uomo si alzò nuovamente e ripeté la stessa domanda. Il Profeta ancora una volta non rispose e continuò il suo discorso. L’uomo si alzò per la terza volta e ripeté la stessa domanda. Allora il Profeta ordinò che i vicini dell’uomo fossero liberati. Il motivo per cui il Profeta era rimasto in silenzio quando la domanda era stata ripetuta due volte in precedenza era che l’ufficiale di polizia era presente nella moschea e, se vi fossero stati validi motivi per l’arresto dei vicini di quell’uomo, si sarebbe alzato per spiegare la propria posizione. Poiché l’ufficiale di polizia non aveva fornito alcun motivo per quegli arresti, il Profeta ordinò che gli arrestati fossero liberati. L’ufficiale di polizia era consapevole della legge islamica e pertanto non si alzò per dire: «L’amministrazione è a conoscenza delle accuse contro gli uomini arrestati, ma esse non possono essere rese pubbliche. Se il Profeta si informasse privatamente sulla loro colpevolezza, lo metterei al corrente». Se l’ufficiale di polizia avesse fatto una simile dichiarazione, sarebbe stato destituito immediatamente. Il fatto che l’ufficiale di polizia non avesse fornito alcun motivo per gli arresti in tribunale pubblico era una ragione sufficiente perché il Profeta ordinasse l’immediata liberazione degli arrestati. L’ingiunzione del Sacro Corano su questo punto è molto chiara: «Quando giudicate tra le persone, giudicate con giustizia» (4:58). E anche al Profeta è stato detto da Dio: «Mi è stato ordinato di amministrare la giustizia tra voi». Fu per questo motivo che il Califfo ‘Umar disse: «Nell’Islam nessuno può essere imprigionato se non in applicazione della giustizia». Le parole qui utilizzate indicano chiaramente che la giustizia significa il rispetto del dovuto procedimento legale. Ciò che è stato proibito e condannato è che una persona venga arrestata e imprigionata senza che la sua colpevolezza sia stata provata in un tribunale pubblico e senza offrirle la possibilità di difendersi da quelle accuse. Se il Governo sospetta che una determinata persona abbia commesso un crimine o che sia probabile che commetta un reato nel prossimo futuro, deve esporre le ragioni del proprio sospetto davanti a un tribunale e al colpevole o al sospettato deve essere consentito di presentare la propria difesa in udienza pubblica, affinché il tribunale possa decidere se il sospetto nei suoi confronti sia fondato su basi solide oppure no; e, qualora vi sia un valido motivo di sospetto, egli deve essere informato della durata della sua detenzione preventiva. Questa decisione deve essere presa in ogni circostanza in un tribunale pubblico, affinché il popolo possa ascoltare le accuse mosse dal governo, così come la difesa presentata dall’accusato, e vedere che nei suoi confronti viene applicato il dovuto procedimento legale e che non è vittima di persecuzione. Il corretto metodo di trattare casi di questo genere nell’Islam è esemplificato dalla celebre decisione del Profeta, presa prima della conquista della Mecca. Il Profeta stava preparando l’attacco alla Mecca, quando uno dei suoi Compagni, Hatib ibn Abi Balta‘ah, inviò tramite una donna una lettera alle autorità della Mecca, informandole dell’imminente attacco. Il Profeta venne a conoscenza del fatto attraverso un’ispirazione divina. Ordinò ad ‘Ali e Zubayr: «Andate rapidamente sulla strada per la Mecca; in un luogo preciso troverete una donna che porta una lettera. Recuperate la lettera e portatemela». Essi andarono e trovarono la donna esattamente nel luogo indicato dal Profeta. Le presero la lettera e la portarono al Profeta. Si trattava certamente di un chiaro caso di tradimento. Informare il nemico di un segreto militare, per di più in tempo di guerra, è un reato gravissimo, equivalente al tradimento. In effetti, durante una guerra è difficile immaginare un crimine più grave del rivelare un segreto militare al proprio nemico. Quale caso avrebbe potuto essere più adatto a un’udienza segreta? Un segreto militare era stato tradito e il buon senso imponeva che l’uomo fosse giudicato a porte chiuse. Ma il Profeta convocò Hatib davanti al tribunale pubblico della Moschea del Profeta e, alla presenza di centinaia di persone, gli chiese di spiegare la propria posizione riguardo alla lettera indirizzata ai capi dei Quraysh, che era stata intercettata durante il viaggio. L’accusato disse: «O Messaggero di Dio (possano essere su di te le benedizioni di Dio), non mi sono ribellato all’Islam, né ho fatto ciò con l’intenzione di tradire un segreto militare. La verità è che mia moglie e i miei figli vivono alla Mecca e lì non ho la mia tribù che possa proteggerli. Avevo scritto questa lettera affinché i capi dei Quraysh si sentissero in debito verso di me e, per gratitudine, proteggessero mia moglie e i miei figli». ‘Umar si alzò e disse rispettosamente: «O Profeta, permettimi di passare a fil di spada questo traditore». Il Profeta rispose: «Egli è uno di coloro che parteciparono alla battaglia di Badr, e la spiegazione che ha dato a sua difesa sembra corretta». Consideriamo questa decisione del Profeta nella giusta prospettiva. Si trattava di un chiaro caso di tradimento e di divulgazione di segreti militari. Tuttavia il Profeta assolse Hatib per due motivi. Primo, il suo passato era del tutto irreprensibile e dimostrava che non avrebbe potuto tradire la causa dell’Islam, poiché, in occasione della battaglia di Badr, quando le forze erano fortemente sfavorevoli ai musulmani, aveva rischiato la vita per loro. Secondo, la sua famiglia era effettivamente in pericolo alla Mecca. Pertanto, se aveva mostrato una certa debolezza umana per i suoi figli e aveva scritto quella lettera, era già una punizione del tutto sufficiente per lui il fatto che il suo reato segreto fosse stato divulgato pubblicamente e che fosse stato disonorato e umiliato agli occhi dei credenti. Dio ha menzionato questo reato di Hatib nel Sacro Corano, ma non ha proposto alcuna punizione per lui, salvo il rimprovero e l’ammonimento. L’atteggiamento e le attività dei Kharigiti ai tempi del Califfo ‘Ali sono ben noti agli studiosi della storia musulmana. Essi insultavano apertamente il Califfo e lo minacciavano di morte. Tuttavia, ogni volta che venivano arrestati per tali reati, ‘Ali li liberava e diceva ai suoi ufficiali: «Finché non commettono effettivamente reati contro lo Stato, il semplice uso di un linguaggio offensivo o la minaccia di usare la forza non costituiscono reati per i quali possano essere imprigionati». L’imam Abu Hanifah ha tramandato il seguente detto del Califfo ‘Ali (A): «Finché non intraprendono una ribellione armata, il Califfo dei credenti non interferirà con loro». In un’altra occasione ‘Ali stava tenendo una predica nella moschea quando i Kharigiti vi pronunciarono il loro slogan caratteristico. ‘Ali disse: «Non vi negheremo il diritto di venire nelle moschee per adorare Dio, né smetteremo di darvi la vostra parte delle ricchezze dello Stato, finché sarete con noi (e ci sosterrete nelle nostre guerre contro i miscredenti), e non intraprenderemo mai un’azione militare contro di voi finché non combatterete contro di noi». Si può immaginare l’opposizione che ‘Ali si trovava ad affrontare: un’opposizione più violenta e ingiuriosa non si può neppure immaginare in uno Stato democratico dei nostri giorni; eppure la libertà che egli aveva concesso all’opposizione era tale che nessun governo è mai riuscito a concedere alla propria opposizione. Non arrestò neppure coloro che lo minacciavano di morte, né li imprigionò.
5. Il diritto di protestare contro la tirannia
Tra i diritti che l’Islam ha conferito agli esseri umani vi è il diritto di protestare contro la tirannia del governo. A questo proposito il Corano dice: «Dio non ama le parole malvagie pronunciate pubblicamente, salvo da parte di chi abbia subito un’ingiustizia» (4:148). Ciò significa che Dio disapprova fortemente il linguaggio ingiurioso o le parole di aspra condanna; tuttavia, alla persona che è stata vittima di ingiustizia o tirannia, Dio concede il diritto di protestare apertamente contro il torto che le è stato inflitto. Questo diritto non è limitato ai soli individui. Le parole del versetto sono generali. Pertanto, se un individuo, un gruppo di persone o un partito usurpa il potere e, dopo aver assunto le redini dell’autorità, comincia a tiranneggiare individui, gruppi di persone o l’intera popolazione del Paese, allora levare apertamente la voce di protesta contro di esso è un diritto dell’essere umano concesso da Dio, e nessuno ha l’autorità di usurpare o negare tale diritto. Se qualcuno tenta di usurpare questo diritto dei cittadini, si ribella contro Dio. Il talismano della Sezione 1444 può proteggere un simile tiranno in questo mondo, ma non può salvarlo dal fuoco dell’Inferno nell’Aldilà.
6. Libertà di espressione L’Islam concede a tutti i cittadini dello Stato islamico il diritto alla libertà di pensiero e di espressione, a condizione che essa sia usata per diffondere la virtù e la verità, e non per propagare il male e la malvagità. Questo concetto islamico della libertà di espressione è molto superiore a quello prevalente in Occidente. In nessuna circostanza l’Islam permetterebbe che il male e la malvagità venissero propagati. Esso inoltre non concede a nessuno il diritto di usare un linguaggio ingiurioso o offensivo in nome della critica. Il diritto alla libertà di espressione al fine di propagare la virtù e la rettitudine non è soltanto un diritto nell’Islam, ma un obbligo. Chiunque cerchi di negare questo diritto al proprio popolo è apertamente in guerra contro Dio, l’Onnipotente. Lo stesso vale per il tentativo di impedire alle persone di compiere il male. Che questo male sia perpetrato da un individuo, da un gruppo di persone, dal governo del proprio Paese o dal governo di un altro Paese, è diritto di un musulmano, nonché suo obbligo, ammonire e rimproverare chi compie il male e cercare di impedirgli di farlo. Inoltre, egli deve condannarlo apertamente e pubblicamente e indicare il cammino della rettitudine che quell’individuo, quella nazione o quel governo dovrebbe seguire. Il Sacro Corano ha descritto questa qualità dei credenti con le seguenti parole: «Essi ordinano ciò che è conveniente e proibiscono ciò che è sconveniente» (9:71). Al contrario, descrivendo le qualità di un ipocrita, il Corano afferma: «Essi ordinano ciò che è sconveniente e proibiscono ciò che è conveniente» (9:67). Il principale scopo di un governo islamico è stato definito da Dio nel Corano come segue: «Se daremo loro autorità sulla terra, assolveranno la preghiera, verseranno l’elemosina prescritta, ordineranno ciò che è conveniente e proibiranno ciò che è sconveniente» (22:41). Il Profeta ha detto: «Se qualcuno di voi si imbatte in qualcosa di male, cerchi di impedirlo con la mano (usando la forza); se non è in grado di impedirlo con la mano, cerchi allora di impedirlo con la lingua (cioè ne parli contro); se non è neppure in grado di usare la lingua, lo condanni almeno nel proprio cuore. Questo è il grado più debole della fede» (Muslim). Questo obbligo di invitare le persone alla rettitudine e di proibire loro di seguire le vie del male incombe su tutti i veri musulmani. Se un governo priva i propri cittadini di questo diritto e impedisce loro di adempiere a questo dovere, allora è in diretto conflitto con l’ingiunzione di Dio. Il governo non è in conflitto con il proprio popolo, ma con Dio. In questo modo è in guerra contro Dio e cerca di usurpare quel diritto del suo popolo che Dio ha conferito non soltanto come diritto, ma anche come obbligo. Quanto al governo che esso stesso propaga il male, la malvagità e l’oscenità e interferisce con coloro che invitano le persone alla virtù e alla rettitudine, secondo il Sacro Corano esso è il governo degli ipocriti.
7. Libertà di associazione L’Islam ha inoltre concesso alle persone il diritto alla libertà di associazione e di formazione di partiti o organizzazioni. Anche questo diritto è soggetto ad alcune regole generali. Deve essere esercitato per propagare la virtù e la rettitudine e non deve mai essere usato per diffondere il male e la corruzione. Non ci è stato soltanto concesso questo diritto per diffondere la rettitudine e la virtù, ma ci è stato ordinato di esercitarlo. Rivolgendosi ai musulmani, il Sacro Corano dichiara: «Siete la migliore comunità suscitata per gli uomini. Ordinate ciò che è conveniente, proibite ciò che è sconveniente e credete in Dio…» (3:110). Ciò significa che è obbligo e dovere dell’intera comunità musulmana invitare e esortare le persone alla rettitudine e alla virtù e proibire loro di compiere il male. Se l’intera comunità musulmana non è in grado di adempiere a questo dovere, allora «vi sia tra voi una comunità che inviti al bene, ordini ciò che è conveniente e proibisca ciò che è sconveniente: questi saranno prosperi» (3:104). Ciò indica chiaramente che, se l’intera nazione musulmana comincia collettivamente a trascurare il proprio obbligo di invitare le persone al bene e di proibire loro di compiere il male, è assolutamente necessario che essa comprenda almeno un gruppo di persone in grado di adempiere a tale obbligo. Come è stato detto in precedenza, questo non è soltanto un diritto, ma un obbligo; dal suo adempimento dipendono il successo e la prosperità sia qui sia nell’Aldilà. È un’ironia nei confronti della religione di Dio che, in un Paese musulmano, l’assemblea e l’associazione costituite allo scopo di diffondere il male e la corruzione debbano avere il diritto di governare il Paese, mentre l’associazione e il partito costituiti per propagare la rettitudine e la virtù debbano vivere nel timore perpetuo di essere perseguitati e dichiarati illegali. Qui le condizioni sono esattamente l’opposto di ciò che è stato prescritto da Dio. Si sostiene che siamo musulmani e che questo è uno Stato islamico5, ma l’opera che viene svolta è orientata a diffondere il male e a corrompere, degradare moralmente e abbrutire le persone, mentre viene esercitato un controllo attivo ed efficace sull’opera compiuta per riformare la società e invitare le persone alla rettitudine. Inoltre, la vita di coloro che si dedicano a diffondere la rettitudine e a contrastare la diffusione del male e della malvagità viene resa intollerabile e difficile da sopportare.
8. Libertà di coscienza e di convinzione L’Islam concede inoltre ai cittadini di uno Stato islamico il diritto alla libertà di coscienza e di convinzione. Il Sacro Corano ha stabilito l’ingiunzione: «Non vi sia costrizione nella religione» (2:256). Sebbene non vi sia verità e virtù più grandi della religione della Verità, l’Islam, e sebbene ai musulmani sia ordinato invitare le persone ad abbracciare l’Islam e presentare argomenti a suo favore, non viene loro chiesto di imporre questa fede. Non sarà usata alcuna forza per costringerle ad accettare l’Islam. Chiunque lo accetti, lo fa per propria scelta. I musulmani accoglieranno a braccia aperte tale convertito all’Islam e lo ammetteranno nella loro comunità con uguali diritti e privilegi. Ma se qualcuno non accetta l’Islam, i musulmani dovranno riconoscere e rispettare la sua decisione, e non gli sarà esercitata alcuna pressione morale, sociale o politica affinché cambi idea.
9. Tutela dei sentimenti religiosi
Insieme alla libertà di convinzione e alla libertà di coscienza, l’Islam ha riconosciuto all’individuo il diritto a vedere rispettati i propri sentimenti religiosi, e che non venga detto o fatto nulla che possa ledere tale diritto. Dio ha decretato nel Sacro Corano: «Non insultate coloro che essi invocano all’infuori di Dio» (6:108). Queste istruzioni non si limitano agli idoli e alle divinità, ma si applicano anche ai leader o agli eroi nazionali dei popoli. Se un gruppo di persone sostiene una convinzione che, secondo voi, è errata, e nutre grande stima per determinate persone che, secondo voi, non la meritano, allora nell’Islam non è giustificato usare un linguaggio ingiurioso nei loro confronti e ferire così i loro sentimenti. L’Islam non vieta di tenere dibattiti e discussioni su questioni religiose, ma esige che tali discussioni si svolgano con correttezza. «Non discutete con la Gente della Scrittura se non nel modo più cortese» (29:46), dice il Corano. Questo ordine non si limita alla Gente delle Scritture, ma si applica con la stessa forza anche a coloro che seguono altre fedi.
10. Tutela contro la detenzione arbitraria
L’Islam riconosce inoltre il diritto dell’individuo a non essere arrestato o imprigionato per le colpe altrui. Il Sacro Corano ha stabilito chiaramente questo principio: «Nessun portatore di pesi porterà il peso di un altro» (6:164). L’Islam crede nella responsabilità personale. Siamo noi stessi responsabili delle nostre azioni, e le conseguenze delle nostre azioni non possono essere trasferite a qualcun altro. In altre parole, ciò significa che ogni uomo è responsabile delle proprie azioni. Se un altro uomo non ha partecipato a tale azione, non può esserne ritenuto responsabile, né può essere arrestato. È motivo di grande rammarico e vergogna vedere davanti ai nostri occhi questo principio giusto ed equo, che non è stato formulato da alcun essere umano, ma dal Creatore e Sostentatore dell’intero universo, calpestato e violato. Si è arrivati al punto che, se un uomo è colpevole di un crimine o è sospettato, viene arrestata sua moglie per il suo crimine. Le cose sono giunte a tal punto che persone innocenti vengono punite per i crimini altrui. Per fare un esempio recente, a Karachi, in Pakistan, un uomo era sospettato di essere coinvolto in un attentato con lancio di bombe. Nel corso delle indagini della polizia fu sottoposto a terribili torture per estorcergli una confessione. Quando continuò a proclamare la propria innocenza, la polizia arrestò sua madre, sua moglie, sua figlia e sua sorella e le condusse alla stazione di polizia. Furono tutte spogliate nude in sua presenza, e anche lui fu spogliato di tutti i suoi abiti davanti ai loro occhi, affinché gli si potesse estorcere una confessione del crimine. Sembra che, con il pretesto delle indagini su un crimine, nel nostro Paese sia diventato lecito e appropriato spogliare le donne innocenti della famiglia per fare pressione sul sospettato. Questo è davvero oltraggioso e vergognoso. È il culmine della meschinità e della depravazione. Non sto qui riferendo una semplice diceria: sono pienamente informato su questo caso e posso provare le mie accuse davanti a qualsiasi tribunale. Vorrei chiedere qui con quale diritto tali tiranni, che perpetrano questi crimini contro l’umanità, pretendano di dirci di essere musulmani o di amministrare gli affari dello Stato secondo gli insegnamenti dell’Islam, e che il loro Stato sia uno Stato islamico. Essi violano e calpestano una chiara legge del Sacro Corano. Spogliano uomini e donne nudi, cosa severamente proibita nell’Islam. Disonorano e umiliano l’umanità e poi affermano di essere musulmani.
11. Il diritto alle necessità fondamentali della vita L’Islam ha riconosciuto il diritto dei bisognosi a ricevere aiuto e assistenza. «E nei loro beni vi è un diritto riconosciuto per il bisognoso e il diseredato» (51:19). In questo versetto, il Corano non ha soltanto conferito un diritto, sui beni dei musulmani, a ogni uomo che chieda assistenza, ma ha anche stabilito che, se un musulmano viene a sapere che una certa persona è priva delle necessità fondamentali della vita, allora, indipendentemente dal fatto che chieda o meno assistenza, è suo dovere raggiungerla e offrirle tutto l’aiuto che può dare. A questo scopo l’Islam non si è affidato soltanto all’aiuto e alla carità offerti volontariamente, ma ha reso obbligatoria la carità, la zakat, come terzo pilastro dell’Islam, subito dopo la professione della fede e l’adorazione di Dio attraverso le preghiere regolari. Il Profeta ha dato al riguardo questa chiara istruzione: «Sarà prelevato dai loro ricchi e dato a coloro che nella comunità ne hanno bisogno» (al-Bukhari e Muslim). Inoltre, è stato dichiarato che lo Stato islamico deve sostenere coloro che non hanno nessuno che li sostenga. Il Profeta ha detto: «Il capo dello Stato è il tutore di colui che non ha nessuno che lo sostenga» (Abu Dawud, al-Tirmidhi). La parola wali, usata dal Profeta, è molto completa e possiede un’ampia gamma di significati. Se vi è un orfano o un anziano, una persona invalida o disoccupata, se qualcuno è malato o povero e non ha nessun altro che lo sostenga o lo aiuti, allora è dovere e responsabilità dello Stato sostenerlo e assisterlo. Se un morto non ha tutore né erede, è dovere dello Stato provvedere alla sua degna sepoltura. In breve, allo Stato sono stati affidati il dovere e la responsabilità di prendersi cura di tutti coloro che necessitano di aiuto e assistenza. Uno Stato veramente islamico è dunque un autentico Stato sociale, che sarà il tutore e il protettore di tutti coloro che sono nel bisogno.
12. Uguaglianza davanti alla legge
L’Islam garantisce ai suoi cittadini il diritto a un’uguaglianza assoluta e completa davanti alla legge. Per quanto riguarda i musulmani, nel Sacro Corano e negli hadith vi sono chiare indicazioni secondo cui, nei loro diritti e nei loro obblighi, sono tutti uguali: «I credenti sono fratelli gli uni degli altri» (49:10). «Se si pentono, osservano la preghiera e versano l’elemosina obbligatoria, allora sono vostri fratelli nella fede» (9:11). Il Profeta ha detto: «La vita e il sangue dei musulmani hanno lo stesso valore» (Abu Dawud; Ibn Majjah). In un altro hadith ha detto: «La protezione concessa da tutti i musulmani è uguale. Anche un uomo qualunque tra loro può concedere protezione a chiunque» (al-Bukhari; Muslim; Abu Dawud). In un’altra Tradizione del Profeta, più dettagliata, è stato detto che coloro che accettano l’Unicità di Dio, credono nella profezia del Suo Messaggero, abbandonano i pregiudizi primitivi e si uniscono alla comunità e alla fratellanza musulmana, «hanno allora gli stessi diritti e obblighi degli altri musulmani» (al-Bukhari; al-Nisa’i). Vi è dunque un’uguaglianza assoluta tra i nuovi convertiti all’Islam e gli antichi seguaci della Fede. Questa fratellanza religiosa e l’uniformità dei loro diritti e obblighi costituiscono il fondamento dell’uguaglianza nella società islamica, nella quale i diritti e gli obblighi di una persona non sono in alcun modo né maggiori né minori di quelli degli altri. Per quanto riguarda i cittadini non musulmani dello Stato islamico, la norma della Shari‘ah islamica (legge) nei loro confronti è stata espressa molto bene dal califfo ‘Ali con queste parole: «Hanno accettato la nostra protezione soltanto perché le loro vite possono essere come le nostre vite e i loro beni come i nostri beni» (Abu Dawud). In altre parole, le loro vite e i loro beni — quelli dei dhimmi — sono sacri quanto le vite e i beni dei musulmani. La discriminazione delle persone in classi diverse fu uno dei più grandi crimini ai quali, secondo il Corano, il faraone si dedicava: «Aveva diviso il suo popolo in classi diverse»… «E opprimeva un gruppo di loro a vantaggio degli altri» (28:4).
13. I governanti non sono al di sopra della legge
L’Islam insiste chiaramente e richiede che tutti i funzionari dello Stato islamico, dal capo al semplice impiegato, siano uguali davanti alla legge. Nessuno di loro è al di sopra della legge né può rivendicare l’immunità. Anche un cittadino comune nell’Islam ha il diritto di presentare una richiesta o sporgere denuncia legale contro la più alta autorità esecutiva del Paese. Il califfo ‘Umar disse: «Ho visto personalmente il Profeta, che Dio lo benedica, punire se stesso (infliggendosi una pena per una propria mancanza o negligenza)». In occasione della battaglia di Badr, mentre il Profeta raddrizzava le file dell’esercito musulmano, colpì il ventre di un soldato nel tentativo di ricondurlo al suo posto. Il soldato protestò: «O Profeta, mi hai fatto male con il tuo bastone». Il Profeta scoprì immediatamente il ventre e disse: «Mi dispiace molto; puoi vendicarti facendo lo stesso con me». Il soldato si fece avanti, baciò l’addome del Profeta e disse che era tutto ciò che desiderava. Una donna appartenente a una famiglia nobile e illustre fu arrestata in relazione a un furto. Il caso fu portato davanti al Profeta e fu raccomandato di risparmiarle la pena prevista per il furto. Il Profeta rispose: «Le nazioni vissute prima di voi furono distrutte da Dio perché punivano la gente comune per le loro colpe e lasciavano impuniti i dignitari per i loro crimini; giuro per Colui (Dio) nelle cui mani è la mia vita che, anche se Fatimah, figlia di Muhammad, avesse commesso questo crimine, le avrei amputato la mano». Durante il califfato di ‘Umar, Muhammad, figlio di ‘Amr ibn al-‘As, governatore dell’Egitto, frustò un egiziano. L’egiziano si recò a Medina e presentò la sua denuncia al califfo Giusto, che convocò immediatamente a Medina il governatore e suo figlio. Quando comparvero davanti a lui a Medina, il califfo consegnò una frusta all’accusatore egiziano e gli chiese di frustare il figlio del governatore alla sua presenza. Dopo essersi vendicato, quando l’egiziano stava per restituire la frusta a ‘Umar, questi gli disse: «Dai un colpo di frusta anche all’onorevole governatore. Suo figlio certamente non ti avrebbe colpito se non fosse stato per il falso orgoglio che nutriva per l’elevata carica di suo padre». Il querelante rispose: «Colui che mi ha colpito, l’ho già ripagato». ‘Umar disse: «Per Dio, se lo avessi colpito (il governatore), non ti avrei impedito di farlo. Hai scelto di risparmiarlo di tua spontanea volontà». Poi egli (‘Umar) si rivolse con rabbia ad ‘Amr ibn al-‘As e disse: «O ‘Amr, quando avete cominciato a rendere schiava la gente, sebbene fosse nata libera dalle proprie madri?». Quando lo Stato islamico prosperava nel suo originario splendore e nella sua magnificenza, la gente comune poteva allo stesso modo presentare denunce contro il califfo del tempo davanti al tribunale, e il califfo doveva comparire davanti al qadi per rispondere alle accuse. E se il califfo aveva una controversia con un cittadino, non poteva usare i propri poteri e la propria autorità amministrativa per risolvere la questione, ma doveva deferire il caso al tribunale affinché fosse giudicato debitamente.
14. Il diritto di evitare il peccato
L’Islam conferisce inoltre a ogni cittadino il diritto a non ricevere l’ordine di commettere un peccato, un crimine o un reato; e se un governo, un amministratore o il capo di un dipartimento ordina a un individuo di fare qualcosa di sbagliato, egli ha il diritto di rifiutarsi di obbedire all’ordine. Il suo rifiuto di eseguire un crimine o istruzioni ingiuste non sarebbe considerato un reato agli occhi della legge islamica. Al contrario, impartire ai propri subordinati l’ordine di commettere un peccato o fare qualcosa di sbagliato è di per sé un reato, e un reato così grave che l’ufficiale che impartisce questo ordine peccaminoso, quale che sia il suo grado o la sua posizione, è passibile di destituzione immediata. Queste chiare istruzioni del Profeta sono riassunte nel seguente hadith: «Non è lecito disobbedire a Dio obbedendo agli ordini di un essere umano» (Musnad di Ibn Hanbal). In altre parole, nessuno ha il diritto di ordinare ai propri subordinati di fare qualcosa contro le leggi di Dio. Se un simile ordine viene impartito, il subordinato ha il diritto di ignorarlo o di rifiutarsi apertamente di eseguire tali istruzioni. Secondo questa regola, nessun colpevole potrà dimostrare la propria innocenza o sfuggire alla punizione dicendo che il reato è stato commesso per ordine del governo o di superiori. Se si verifica una simile situazione, la persona che commette il reato e quella che ordina che tale reato venga commesso saranno entrambe passibili di procedimento penale. E se un ufficiale adotta misure improprie e ingiuste contro un subordinato che rifiuta di eseguire ordini illegali, il subordinato ha il diritto di rivolgersi a un tribunale per la tutela dei propri diritti e può chiedere che l’ufficiale venga punito per i suoi ordini sbagliati o ingiusti.
15. Il diritto di partecipare agli affari dello Stato Secondo l’Islam, i governi di questo mondo sono in realtà rappresentanti (khulafa’) del Creatore dell’universo, e questa responsabilità non è affidata a un individuo, a una famiglia, a una classe particolare o a un gruppo di persone, bensì all’intera nazione musulmana. Il Sacro Corano dice: «Dio ha promesso di nominare rappresentanti sulla terra coloro tra voi che credono e compiono opere buone» (24:55). Ciò indica chiaramente che il khilafah è un dono collettivo di Dio, nel quale il diritto di ogni singolo musulmano non è né maggiore né minore del diritto di qualsiasi altra persona. Il metodo corretto raccomandato dal Sacro Corano per amministrare gli affari dello Stato è il seguente: «E i loro affari sono condotti attraverso la consultazione tra loro» (42:38). Secondo questo principio, è diritto di ogni musulmano avere voce direttamente negli affari dello Stato, oppure che un rappresentante scelto da lui e dagli altri musulmani partecipi alla consultazione dello Stato. L’Islam, in nessuna circostanza, permette o tollera che un individuo, un gruppo o un partito di individui privi i musulmani comuni dei loro diritti e usurpi i poteri dello Stato. Allo stesso modo, l’Islam non considera giusto né corretto che un individuo insceni una falsa parvenza di istituzione di un’assemblea legislativa e, mediante tattiche subdole quali frode, persecuzione, corruzione, ecc., faccia eleggere nell’assemblea se stesso e gli uomini di sua scelta. Questo non è soltanto un tradimento nei confronti del popolo, i cui diritti vengono usurpati con mezzi illegali e iniqui, ma anche nei confronti del Creatore, che ha affidato ai musulmani il compito di governare questa terra in Suo nome e ha prescritto la procedura di un’assemblea per esercitare questi poteri. La shura, o assemblea legislativa, non significa altro che: 1. Il capo esecutivo del governo e i membri dell’assemblea devono essere eletti mediante la scelta libera e indipendente del popolo. 2. Il popolo e i suoi rappresentanti devono avere il diritto di criticare e di esprimere liberamente le proprie opinioni. 3. Le condizioni reali del Paese devono essere sottoposte al popolo senza occultare alcun fatto, affinché esso possa formarsi un’opinione sul fatto che il governo stia operando correttamente o meno.
4. Deve esservi una garanzia adeguata che a governare il Paese siano soltanto coloro che godono del sostegno delle masse, mentre coloro che non riescono a ottenere tale sostegno devono essere rimossi dalla loro posizione di autorità.
CAPITOLO QUATTRO: I DIRITTI DEI NEMICI IN GUERRA
Dopo aver trattato dei diritti dei cittadini di uno Stato islamico, vorrei discutere brevemente dei diritti che l’Islam ha conferito ai suoi nemici. Nei giorni in cui l’Islam venne alla ribalta, il mondo era completamente ignaro del concetto di regole di guerra umane e dignitose. L’Occidente divenne consapevole di questo concetto per la prima volta attraverso le opere del pensatore del XVII secolo Grozio. Ma la vera codificazione del «diritto internazionale» in materia di guerra ebbe inizio a metà del XIX secolo. Prima di allora, in Occidente non esisteva alcun concetto di comportamento civile in guerra. In guerra venivano perpetrate ogni forma di barbarie e di ferocia, e i diritti di coloro che erano in guerra non erano nemmeno riconosciuti, tanto meno rispettati. Le leggi formulate in questo campo durante il XIX secolo o nel periodo successivo fino ai giorni nostri non possono essere chiamate «leggi» nel vero senso della parola. Hanno soltanto la natura di convenzioni e accordi, e chiamarle «diritto internazionale» è in realtà una sorta di improprietà, perché nessuna nazione le considera vincolanti quando è in guerra, a meno, naturalmente, che anche gli avversari accettino di rispettarle. In altre parole, queste leggi civili implicano che, se i nostri nemici le rispettano, anche noi le osserveremo; e se essi ignorano queste convenzioni umanitarie e ricorrono a metodi barbari e crudeli di condurre la guerra, anche noi adotteremo le stesse tecniche o tecniche analoghe. È evidente che un simile corso d’azione, dipendente dall’accettazione e dall’accordo reciproci, non può essere chiamato «legge». Ed è per questo che le disposizioni di questo cosiddetto «diritto internazionale» sono state violate e ignorate in ogni modo e, ogni volta che sono state rivedute, vi sono state apportate aggiunte o cancellazioni.
La legge della guerra e della pace nell’Islam: Le regole formulate dall’Islam per rendere la guerra civile e umana hanno natura di legge, perché sono ingiunzioni di Dio e del Suo Profeta, seguite dai musulmani in ogni circostanza, indipendentemente dal comportamento del nemico. Spetta ora agli studiosi scoprire fino a che punto l’Occidente si sia avvalso delle leggi di guerra date dall’Islam milletrecento anni fa; e, anche dopo aver adottato alcune delle leggi dell’Islam, fino a che punto l’Occidente abbia raggiunto quelle vette di metodi di guerra civili e umani alle quali i musulmani giunsero grazie alle benedizioni dell’Islam. Gli scrittori occidentali hanno spesso sostenuto che il Profeta avesse preso in prestito tutto ciò che insegnava dagli ebrei e dai cristiani. Anziché dire qualcosa per confutare tale affermazione, mi limiterò a raccomandare al lettore di consultare la Bibbia6, affinché possa vedere quali metodi di guerra sono raccomandati dal Libro sacro di questi occidentali che si proclamano paladini della civiltà e della cultura. Abbiamo esaminato con una certa attenzione i diritti umani fondamentali che l’Islam ha conferito all’uomo. Vediamo ora quali diritti e obblighi l’Islam riconosce a un nemico.
I diritti dei non combattenti: L’Islam ha anzitutto tracciato una chiara linea di distinzione tra i combattenti e i non combattenti del paese nemico. Per quanto riguarda la popolazione non combattente, come donne, bambini, anziani, infermi e altri, le istruzioni del Profeta sono le seguenti: «Non uccidete alcun anziano, alcun bambino o alcuna donna» (Abu Dawud). «Non uccidete i monaci nei monasteri» oppure «Non uccidete coloro che siedono nei luoghi di culto» (Musnad di Ibn Hanbal). Durante una guerra, il Profeta vide il cadavere di una donna giacere a terra e osservò: «Ella non combatteva. Come ha potuto dunque essere uccisa?». Da questa dichiarazione del Profeta, gli esegeti e i giuristi hanno dedotto il principio secondo cui coloro che non sono combattenti non devono essere uccisi durante o dopo la guerra.
I diritti dei combattenti: Vediamo ora quali diritti l’Islam ha conferito ai combattenti.
1. Tortura con il fuoco
Nel hadith si trova una parola del Profeta: «La punizione mediante il fuoco non si addice a nessuno tranne che al Signore del Fuoco» (Abu Dawud). L’ingiunzione dedotta da questa parola è che l’avversario non deve essere bruciato vivo.
2. Protezione dei feriti
«Non aggredite un ferito», disse il Profeta. Ciò significa che i soldati feriti, non in grado di combattere e che non stanno effettivamente combattendo, non devono essere aggrediti.
3. Il prigioniero di guerra non deve essere ucciso
«Nessun prigioniero deve essere passato a fil di spada»: un’istruzione molto chiara e inequivocabile impartita dal Profeta (S).
4. Nessuno deve essere legato per essere ucciso
«Il Profeta ha proibito di uccidere chiunque sia legato o si trovi in cattività».
5. Nessun saccheggio né distruzione nel paese nemico
Il Profeta ha inoltre istruito i musulmani che, qualora entrassero nel territorio nemico, non dovessero dedicarsi al saccheggio o alla razzia, né distruggere le zone residenziali, né toccare i beni di alcuno, eccetto quelli che combattono contro di loro. È stato narrato nel hadith: «Il Profeta ha proibito ai credenti il saccheggio e la razzia» (al-Bukhari; Abu Dawud). La sua ingiunzione è: «Il bottino predato non è più lecito della carogna» (Abu Dawud). Abu Bakr al-Siddiq era solito istruire i soldati, mentre li inviava in guerra, dicendo loro: «Non distruggete villaggi e città, non rovinate i campi coltivati e i giardini e non massacrate il bestiame». Il bottino di guerra acquisito sul campo di battaglia è del tutto diverso da questo. Esso consiste nelle ricchezze, nelle provviste e nell’equipaggiamento catturati esclusivamente negli accampamenti e nei quartier generali militari degli eserciti combattenti.
6. L’inviolabilità dei beni
Ai musulmani è stato inoltre proibito prendere qualsiasi cosa dalla popolazione comune di un paese conquistato senza pagarla. Se, durante una guerra, l’esercito musulmano occupa una zona del paese nemico e vi si accampa, non ha il diritto di usare le cose appartenenti alla popolazione senza il loro consenso. Se necessita di qualcosa, deve acquistarla dalla popolazione locale oppure ottenere il permesso dei proprietari. Abu Bakr al-Siddiq, mentre impartiva istruzioni agli eserciti musulmani inviati al fronte, arrivava al punto di dire che i soldati musulmani non dovevano nemmeno usare il latte degli animali da latte senza il permesso dei loro proprietari.
7. L’inviolabilità del cadavere
L’Islam ha categoricamente proibito ai suoi seguaci di oltraggiare o mutilare i cadaveri dei loro nemici, come si praticava in Arabia prima dell’avvento dell’Islam. È stato detto nel hadith: «Il Profeta ci ha proibito di mutilare i cadaveri dei nemici» (al-Bukhari; Abu Dawud). L’occasione in cui fu impartito quest’ordine è altamente istruttiva. Nella battaglia di Uhud, gli increduli mutilarono i corpi dei musulmani caduti sul campo di battaglia e che avevano sacrificato la vita per amore dell’Islam, tagliando loro orecchie e nasi e infilzandoli insieme per appenderli al collo come trofei di guerra. L’addome di Hamzah, lo zio del Profeta, fu squarciato dai Quraysh; il suo fegato fu estratto e masticato da Hind, la moglie di Abu Sufyan, il comandante dell’esercito meccano. I musulmani furono naturalmente indignati da quella scena orribile. Ma il Profeta chiese ai suoi seguaci di non infliggere un trattamento analogo ai cadaveri dei nemici. Questo grande esempio di sopportazione e moderazione è sufficiente a convincere qualsiasi uomo ragionevole, non accecato dal pregiudizio o dalla parzialità, che l’Islam è veramente la religione inviata dal Creatore dell’universo; e che, se le emozioni umane avessero avuto spazio nell’Islam, quella scena orribile sul campo di battaglia di Uhud avrebbe spinto il Profeta a ordinare ai suoi seguaci di mutilare i corpi dei loro nemici nello stesso modo.
8. Restituzione dei cadaveri dei nemici
Nella battaglia di Ahzab fu ucciso un guerriero nemico molto rinomato e temibile, il cui corpo cadde nella trincea che i musulmani avevano scavato per la difesa di Medina. Gli increduli offrirono al Profeta diecimila dinari e chiesero che fosse loro consegnato il cadavere del guerriero caduto. Il Profeta rispose: «Io non vendo cadaveri. Potete portar via il cadavere del vostro compagno caduto».
9. Proibizione della violazione dei trattati
L’Islam ha severamente proibito il tradimento. Una delle istruzioni che il Profeta era solito impartire ai guerrieri musulmani quando li inviava al fronte era: «Non vi rendete colpevoli di violazione della parola data». Quest’ordine è stato ripetuto più volte nel Sacro Corano e nel hadith: se il nemico agisce slealmente, lasciatelo fare; voi non dovete mai venir meno alla vostra promessa. Vi è un episodio famoso del trattato di pace di Hudaybiyyah. Dopo che furono stabilite le condizioni del trattato, Abu Jandal, figlio dell’emissario degli increduli che aveva negoziato quel trattato con i musulmani, arrivò di corsa all’accampamento musulmano, ammanettato e coperto di sangue, implorando aiuto. Il Profeta gli disse: «Poiché le condizioni del trattato sono state stabilite, non siamo nella posizione di aiutarti. Devi tornare con tuo padre. Dio ti offrirà un’altra opportunità per sfuggire a questa persecuzione». L’intero esercito musulmano fu profondamente commosso e addolorato dalla triste sorte di Abu Jandal, e molti furono spinti alle lacrime. Ma quando il Profeta dichiarò: «Non possiamo infrangere l’accordo», nemmeno una sola persona si fece avanti per aiutare lo sventurato prigioniero; così gli increduli lo trascinarono con la forza nuovamente a Makkah. Questo è un esempio senza pari dell’osservanza delle condizioni dell’accordo da parte dei musulmani, e la storia islamica può mostrare molti esempi di natura analoga.
10. Norme sulla dichiarazione di guerra
È stato stabilito nel Sacro Corano: «Se temete un tradimento da parte di un popolo, allora gettate apertamente il patto in faccia a loro» (8:58). In questo versetto, ai musulmani è stato vietato aprire le ostilità contro i loro nemici senza aver debitamente dichiarato loro guerra, a meno, naturalmente, che l’avversario non abbia già iniziato l’aggressione contro di loro. Altrimenti, il Corano ha chiaramente imposto ai musulmani di informare i loro nemici che tra loro non esiste alcun trattato e che sono in guerra con loro. Anche il moderno «diritto internazionale» ha stabilito che le ostilità non debbano essere iniziate senza una dichiarazione di guerra, ma, poiché si tratta di una norma creata dall’uomo, essi sono liberi di violarla ogni volta che ciò sia conveniente. D’altra parte, le leggi per i musulmani sono state stabilite da Dio e, pertanto, non possono essere violate.
Conclusione:
Questa è una breve descrizione di quei diritti che, millequattrocento anni fa, l’Islam conferì all’uomo, a coloro che erano in guerra tra loro e ai cittadini del suo Stato, che ogni credente considera sacri quanto la legge. Da un lato, essa rinnova e rafforza la nostra fede nell’Islam quando ci rendiamo conto che, persino in questa epoca moderna, che proclama con tanta enfasi il progresso e l’illuminazione, il mondo non è riuscito a produrre leggi più giuste ed eque di quelle date 1400 anni fa. Dall’altro lato, ferisce i sentimenti constatare che i musulmani possiedono un sistema giuridico tanto splendido e completo e tuttavia cercano guida proprio in quei leader dell’Occidente che non avrebbero potuto nemmeno sognare di raggiungere quelle vette di verità e giustizia che furono raggiunte molto tempo fa. Ancora più dolorosa è la consapevolezza che, in tutto il mondo, i governanti che affermano di essere musulmani hanno fatto della disobbedienza a Dio e al Profeta la base e il fondamento del loro governo. Che Dio abbia misericordia di loro e conceda loro la vera guida.
Testimone per l’umanità
di Sayyid Abul Al’a Maududi
Tradotto e curato da Khurram Murad Testimone della Verità
La Fondazione Islamica
Lodi e saluti
Il nostro messaggio
Lo scopo e il dovere della Ummah musulmana Responsabilità e doveri
L’unico scopo dell’esistenza
Testimonianza della verità Natura e importanza Responsabilità della Ummah
Come dovremmo testimoniare la verità? Testimonianza con le parole Testimonianza con le azioni
Lo Stato islamico
Dove ci troviamo?
La nostra testimonianza con le parole
La nostra testimonianza mediante le azioni
E con quali conseguenze!
La nostra punizione
In questo mondo
La punizione nell’Aldilà
Qual è il nostro vero problema?
Falsi problemi
Il nostro vero problema
Lode e saluti
Ogni lode spetta a Dio, che solo è il Creatore, il Padrone e il Sovrano dell’universo. È Lui che lo governa con saggezza perfetta, potere assoluto e misericordia infinita. È Lui che ha creato l’uomo, gli ha donato conoscenza e ragione, lo ha reso Suo vicario sulla terra e ha inviato i Suoi Libri e Messaggeri per guidarlo. Che Dio benedica tutti quei Suoi servi giusti e nobili, che furono incaricati di insegnare all’uomo come vivere da veri esseri umani, che gli fecero conoscere il vero scopo della sua vita e gli mostrarono il modo giusto di vivere in questo mondo. Qualunque grado di vera guida, moralità, pietà e altruismo il mondo possieda oggi, lo deve agli insegnamenti di questi servi di Dio, che la pace sia su di loro. Questo è un debito che non potrà mai essere adeguatamente ripagato.
Il nostro messaggio
Fratelli e amici, di solito dividiamo i nostri incontri in due parti. In una parte esaminiamo tra noi le nostre attività e discutiamo i piani per il loro sviluppo. Dedichiamo l’altra parte a comunicare il nostro messaggio alle persone della zona in cui si svolge il nostro incontro. Vi abbiamo dunque chiesto di unirvi a noi in questo incontro affinché possiamo spiegarvi il nostro messaggio. Da un lato, il nostro messaggio è rivolto ai musulmani e, dall’altro, a tutti quegli esseri umani che sono al di fuori dell’Islam. È tuttavia spiacevole che oggi non veda qui persone appartenenti alla seconda categoria. I nostri errori passati e quelli presenti sono responsabili dell’allontanamento di moltissime persone da noi. Pertanto, troviamo assai raramente l’opportunità sia di avvicinarle a noi sia di avvicinarci a loro, affinché possiamo comunicare loro il messaggio inviato da Dio, nel quale tutti crediamo, attraverso i Suoi Messaggeri, per la guida di tutti noi. Poiché tra noi non sono presenti non musulmani, mi concentrerò soltanto su quella parte del nostro messaggio che è destinata ai musulmani. Lo scopo e il dovere dell’Ummah musulmana Responsabilità e doveri Ai musulmani abbiamo una cosa soltanto, molto semplice, da dire: comprendete e adempiere alle responsabilità e ai doveri che ricadono su di voi in virtù del fatto che siete musulmani. Non potete cavarvela limitandovi ad affermare di essere musulmani e di aver accettato Dio come il vostro unico Dio e l’Islam come la vostra religione. Al contrario, non appena riconoscete Allah come il vostro unico Signore e la Sua guida come il vostro modo di vivere, assumete su di voi determinati obblighi e doveri. Dovete essere sempre consapevoli di questi obblighi e sforzarvi sempre di adempiere a questi doveri. Se li eludete, non sfuggirete alle malvagie conseguenze della vostra condotta in questo mondo o nell’Aldilà. Quali sono questi doveri? Non si limitano alla professione di fede in Allah, nei Suoi Angeli, nei Suoi Libri, nei Suoi Messaggeri e nel Giorno del Giudizio. Né si limitano all’esecuzione delle Preghiere, all’osservanza dei Digiuni, al compimento del Pellegrinaggio e al pagamento dell’Elemosina. Né questi doveri si esauriscono nell’osservanza delle ingiunzioni dell’Islam relative al matrimonio, al divorzio e all’eredità. Al di sopra di tutti questi doveri ve n’è uno, il più importante: che le vostre vite rendano testimonianza davanti a tutta l’umanità della Verità che vi è stata data da Dio, della Verità che voi ritenete vera.
L’unico scopo dell’esistenza
Il Corano afferma chiaramente che testimoniare la Verità in modo tale da non lasciare all’umanità alcun motivo giustificabile per negarla è l’unico scopo per cui siete stati costituiti come una Ummah distinta, chiamata musulmana. E così abbiamo fatto di voi una comunità equilibrata, affinché siate testimoni [della Verità] davanti a tutta l’umanità e il Messaggero sia testimone [di essa] davanti a voi (al-Baqarah 2:143). Questa missione è l’unico obiettivo per il quale la vostra Ummah è stata istituita; è la ragion d’essere della sua esistenza come società di esseri umani. Se non la adempite, state sprecando la vostra vita. Poiché questo non è un dovere ordinario; è un dovere imposto su di voi da Dio. È un comando divino e un appello divino: O credenti, siate sempre saldi nel levarvi in piedi per amore di Dio, rendendo testimonianza alla giustizia (al-Ma’idah 5:8). Non è una cosa da poco, ma un mandato solenne e grave, poiché Allah dice anche: E chi è più ingiusto di colui che nasconde una testimonianza affidatagli da Dio? (al-Baqarah 2:140). Siete stati avvertiti delle conseguenze dell’eludere questo dovere. Guardate alla storia del popolo d’Israele. Anch’essi furono incaricati di rendere testimonianza; ma talvolta nascosero la Verità e talvolta testimoniarono contro di essa. Con la loro condotta, di fatto, divennero testimoni della falsità anziché testimoni della Verità. La conseguenza fu che Dio li abbandonò e una maledizione ricadde su di loro. E così furono colpiti dall’umiliazione e dall’impotenza, e si attirarono l’ira di Dio (al-Baqarah 2:61).
Testimoniare la Verità Che cosa implica questo dovere di testimonianza? Consideratelo attentamente: vi è stata data la guida divina, vi è stata mostrata la Verità. Dovete quindi stabilire, mediante la vostra testimonianza, la sua autenticità e veridicità davanti a tutta l’umanità. Questa è una testimonianza che renderà evidente a tutti l’autenticità e la veridicità della guida divina, e una testimonianza che la renderà chiara e incontestabile per ogni persona. Proprio per questo tutti i Messaggeri furono inviati nel mondo; questo era il loro dovere principale. Dopo di loro, ai loro seguaci fu affidato lo stesso dovere. E ora la Ummah musulmana, in quanto successore dell’Ultimo Profeta, su di lui siano benedizioni e pace, è incaricata di questa stessa missione, proprio come egli ne fu incaricato durante la sua vita.
Natura e importanza Qual è l’importanza di questa testimonianza? Ne comprenderete l’importanza soltanto quando capirete che l’uomo è stato chiamato a rispondere della propria condotta e sarà ricompensato o punito nell’Aldilà secondo la Legge divina, che si fonda interamente su questa testimonianza. Dio è il Sapientissimo, il Misericordiosissimo e il Giustissimo. La Sua misericordia, la Sua giustizia e la Sua saggezza non permetterebbero che Egli punisse le persone per aver vissuto contro la Sua volontà senza averne avuto conoscenza, che chiamasse a rispondere coloro che si sono allontanati dalla retta via senza conoscerla, o che ritenesse responsabili le persone di cose di cui erano inconsapevoli. [1] Per prevenire ciò, il primo uomo da Lui creato fu un Messaggero, e dopo di lui molti altri furono inviati di tanto in tanto. [2] Tutti dovevano essere testimoni davanti all’umanità, per farle comprendere e ricordare la volontà di Dio. Dovevano insegnare agli esseri umani il modo corretto di condurre la propria vita, il codice di comportamento da adottare per ottenere il compiacimento di Dio, le azioni da compiere, quelle da evitare e le cose per le quali sarebbero stati chiamati a rispondere. [3] Questa testimonianza fu affidata dai Messaggeri di Allah affinché la gente non potesse dire a Dio: Come possiamo essere puniti per cose riguardo alle quali non siamo stati avvertiti? Il Corano dice: [Inviammo] tutti i Messaggeri come annunciatori di buone novelle e ammonitori, affinché gli uomini non avessero alcun argomento contro Dio dopo [la venuta di] questi Messaggeri; Dio è davvero Potente e Saggio (al-Nisa’ 4:165). In questo modo Dio rese i Suoi Messaggeri responsabili in modo decisivo della guida dell’uomo per Suo conto. Furono quindi incaricati di una responsabilità molto delicata e grave: se avessero reso correttamente testimonianza alla Verità, la gente sarebbe stata chiamata a rispondere delle proprie azioni; ma se avessero fallito nel loro dovere, essi stessi sarebbero stati chiamati a rispondere dello sviamento del loro popolo. In altre parole, se i Messaggeri non avessero reso le persone responsabili della propria condotta offrendo loro una testimonianza conclusiva e incontestabile della Verità, le persone avrebbero ritenuto i Messaggeri responsabili delle proprie malefatte, dicendo: «La conoscenza che Dio ti aveva dato non ce l’hai comunicata; il modo di vivere che Egli ti aveva mostrato non ce l’hai mostrato». [4] Ecco perché tutti i Messaggeri rimasero sempre acutamente consapevoli del peso di questa responsabilità, ed ecco perché si adoperarono con tanta sollecitudine per rendere davanti alla gente testimonianza della Verità loro affidata. [5]
Responsabilità della Ummah Tutti coloro che, attraverso i Messaggeri, furono guidati alla conoscenza della Verità e della guida divina furono costituiti in una comunità, una Ummah. A ogni Ummah fu affidata la stessa missione dei Messaggeri: testimoniare la Verità. In quanto successore dei Messaggeri, ogni Ummah ha lo stesso ruolo decisivo e la stessa responsabilità che essi avevano. Pertanto, se una Ummah adempie correttamente al proprio dovere di testimoniare la Verità e tuttavia la gente non presta ascolto, essa sarà ricompensata e la gente sarà chiamata a rispondere. Se invece la Ummah trascura il proprio dovere, o rende una falsa testimonianza, meriterà di essere punita più severamente della gente. La Ummah sarà chiamata a rispondere non solo delle proprie malefatte, ma anche delle malefatte di coloro che si sono sviati o hanno scelto l’errore e la malvagità perché la testimonianza resa loro dalla Ummah era fuorviante o falsa. Questa, fratelli, è la natura e la logica di quel dovere grave e decisivo che incombe su di me, su di voi e su tutti coloro che si considerano parte della Ummah musulmana, o che hanno acquisito una sufficiente consapevolezza del Libro di Dio e della guida portata dai Suoi Messaggeri.
Note di Khurram Murad
1. La legge di Dio per il giudizio: il Corano ha spiegato in considerevole dettaglio la legge secondo la quale la responsabilità dell’uomo nel Giorno del Giudizio dipende dalla testimonianza della Verità resa davanti a lui da coloro che la portano. È importante comprendere ciò che il Corano dice a questo proposito. Primo: perché l’uomo è stato posto sulla terra? Affinché utilizzi tutto il suo enorme potenziale per comportarsi nel modo giusto, quello che darà compimento al significato della sua vita. Ed Egli è Colui che ha creato i cieli e la terra in sei giorni, mentre il Suo Trono era sulle acque, affinché vi mettesse alla prova per vedere chi di voi si comporta nel modo migliore (Hud 11:7). Colui che ha creato la morte e la vita, affinché vi mettesse alla prova per vedere chi di voi si comporta nel modo migliore (al-Mulk 67:2). Abbiamo fatto di tutto ciò che è sulla terra un ornamento per essa, affinché mettessimo alla prova chi di loro si comporta nel modo migliore (al-Kahf 18:7). Secondo: qual è il significato e lo scopo della vita dell’uomo? Che egli viva come il suo Creatore desidera che viva: sottomesso e dedito all’adorazione di Lui solo. Non perché Dio abbia in alcun modo bisogno della sua adorazione, ma perché l’uomo ha bisogno di adorare soltanto il suo Creatore e nessun altro, affinché la sua stessa natura non venga pervertita e corrotta e affinché non viva in opposizione al suo carattere intrinseco. Inoltre, solo vivendo in questo modo la sua vita terrena sarà indirizzata sulla retta via e prospererà, portandogli pace e felicità (tutto ciò che il Corano chiama falah). E non ho creato i jinn e gli uomini se non perché Mi servano e Mi adorino. Non desidero da loro alcun sostentamento, né desidero che Mi nutrano (al-Dhariyat 51:57). Terzo, e di conseguenza, la vita terrena dell’uomo deve essere giudicata. Egli deve rendere conto della propria condotta e affrontare le conseguenze del modo in cui vive la sua vita. Ovviamente, per essere giudicato con equità, questo giudizio deve aver luogo solo dopo che la sua vita terrena è giunta al termine e soltanto da parte di Colui che gli ha dato questa vita, che conosce ogni cosa, che è Onnipotente e assolutamente Giusto. Solo allora egli potrà essere giudicato equamente, debitamente ricompensato e punito, per ogni cosa: dai pensieri interiori più nascosti alle conseguenze della sua condotta che si estendono in lungo e in largo e oltre la vita, fino alle generazioni future. Il giudice, in altre parole, deve essere il Re e il Padrone del Giorno del Giudizio. Pensavate forse che vi avessimo creati per gioco e che non sareste tornati a Noi? Ma Dio, il Re, il Vero, è troppo eccelso! Non vi è divinità all’infuori di Lui, il Signore del Trono nobilissimo (al-Mu’minun 23:115-116). Non abbiamo creato i cieli e la terra e tutto ciò che è fra loro per gioco; li abbiamo creati soltanto con verità [significato e scopo], ma la maggior parte di loro non lo comprende (al-Dukhan 44:38-39). Oppure coloro che commettono il male pensano forse che li porremo sullo stesso piano di coloro che credono e compiono opere virtuose, nella loro vita e nella loro morte? Quanto è cattivo il loro giudizio! Dio ha creato i cieli e la terra con verità [significato e scopo], affinché ogni essere umano sia ricompensato per ciò che ha guadagnato e non subisca alcun torto (al-Jathiyah 45:21-22). Ogni essere umano assaporerà la morte; e nel Giorno della Risurrezione riceverete certamente per intero la vostra ricompensa; chiunque allora sarà salvato dal Fuoco e ammesso in Paradiso avrà certamente conseguito il trionfo; la vita terrena non è che un godimento illusorio (Al ‘Imran 3:185). Nel Giorno della Risurrezione stabiliremo bilance giuste e nessun essere umano subirà il minimo torto; anche se si trattasse del peso di un seme di senape, lo porteremo alla luce, e siamo sufficienti come contabili (al-Anbiya’ 21:47). Egli conosce lo sguardo furtivo e ciò che i cuori celano (Ghafir 40:19). Quarto: perciò, il destino ultimo dell’uomo risiede nella vita futura, nell’Akhirah. Altrettanto importante è il fatto che il resoconto dell’Akhirah fornito dal Corano dimostra chiaramente e sottolinea ripetutamente che là ciascuno sarà giudicato secondo il giusto procedimento della giustizia, con equità e imparzialità, con misericordia e benevolenza. Nessuno subirà torto né sarà trattato ingiustamente neppure del peso di un atomo. Gareggiate dunque gli uni con gli altri, affrettandovi verso il perdono del vostro Signore e verso un Paradiso esteso quanto i cieli e la terra, preparato per coloro che sono coscienti di Dio (Al ‘Imran 3:133). O popolo mio, questa vita terrena non è che un breve godimento; certamente l’altra vita è la dimora permanente. Là, chiunque compia un’azione malvagia sarà ricompensato soltanto con il suo equivalente; mentre coloro, uomini o donne, che compiono opere virtuose e sono credenti entreranno in Paradiso, dove saranno provvisti di benedizioni senza misura (Ghafir 40:39-40). Certamente Dio non farà torto neppure del peso di un atomo (al-Nisa’ 4:40). Quinto: dunque, per pura equità, l’uomo deve essere informato di come debba vivere la propria vita terrena. In altre parole, deve conoscere il suo Creatore e Signore, ciò che Egli desidera da lui, il modo in cui vuole che Lo adori e si sottometta a Lui. Finché l’uomo non conosce tutto questo, non può essere ritenuto pienamente responsabile e chiamato a rendere conto se persegue un modo di vita errato. Questa conoscenza gli è stata data nella sua stessa natura, nell’universo che lo circonda e nelle rivelazioni inviate attraverso i Messaggeri di Dio. E quando il tuo Signore trasse dai lombi dei Figli di Adamo la loro discendenza e li fece testimoniare contro se stessi: «Non sono forse Io il vostro Signore?». Essi dissero: «Sì, lo attestiamo», affinché nel Giorno della Risurrezione non diceste: «Eravamo ignari di ciò». Oppure diceste: «I nostri padri in passato associarono dei consimili a Dio e noi eravamo soltanto loro discendenti dopo di loro. Ci distruggerai forse per ciò che fecero i vanificatori?» (al-A’raf 7:172-173). Quanti segni vi sono nei cieli e sulla terra, davanti ai quali passano senza riflettere e ai quali volgono le spalle! E la maggior parte di loro non crede in Dio senza associarGli dei consimili (Yusuf 12:105-106). [E Dio dirà:] «O comunità di jinn e uomini, non sono forse venuti a voi Messaggeri scelti tra voi, che vi recitavano le Mie rivelazioni e vi avvertivano dell’incontro con questo vostro giorno?» … Ciò perché il tuo Signore non distruggerebbe ingiustamente le comunità mentre la loro gente è ignara (al-An’am 6:130-131). Sesto: per numerose ragioni, che non è possibile discutere qui nella loro totalità, soltanto Dio, e nessun altro, può fornire all’uomo la conoscenza della retta guida. In primo luogo e soprattutto, perché soltanto Lui può dirgli come rapportarsi a Lui. In secondo luogo, perché soltanto il Creatore può dirgli come rapportarsi a se stesso, agli altri esseri umani e a tutte le altre cose nell’universo. Infine, perché soltanto Dio può dare all’uomo una guida applicabile universalmente e per tutti i tempi. Di’: «Vi è forse, tra coloro che associate a Dio, qualcuno che guidi alla Verità?». Di’: «Solo Dio guida alla Verità». Chi dunque guida alla Verità merita maggiormente di essere seguito, o colui che non può guidare se non viene guidato? Che cosa vi prende? Come giudicate? E la maggior parte di loro segue soltanto congetture, ma la congettura non può mai sostituire la verità (Yunus 10:35-36). Di’: «Invocheremo forse, all’infuori di Dio, ciò che non ci reca né beneficio né danno? E torneremo sui nostri passi dopo che Dio ci ha guidati sulla retta via? Come colui che i demoni hanno attirato allo smarrimento sulla terra, mentre ha compagni che lo chiamano alla guida: “Vieni da noi!”. Di’: “La guida di Dio è l’unica vera guida e ci è stato ordinato di sottometterci al Signore dei mondi”» (al-An’am 6:71). Questa, dunque, è la legge divina per il giudizio dell’uomo. Al centro di questa legge vi è il fatto che la Verità sia testimoniata davanti all’umanità pienamente, fedelmente e con ogni mezzo possibile. Senza la guida di Dio, infatti, la vita terrena dell’uomo, individuale e collettiva, produrrà miseria e sofferenza. Ma, cosa ancora più importante, senza quella guida l’uomo non sarà mai in condizione di rendere glorioso il proprio destino ultimo. 2. La promessa di Dio di guidare: secondo il Corano, Adamo non è né una figura mitica né semplicemente un simbolo della razza umana. È menzionato come Messaggero insieme a Noè e ad Abramo. Dio ha scelto Adamo, Noè, la famiglia di Abramo e la famiglia di ‘Imran al di sopra di tutti i mondi; discendenti gli uni degli altri (Al ‘Imran 3:33). Gli furono date conoscenza e guida (2:31-35); quando errò e le sue debolezze gli divennero manifeste, Dio si volse a lui con misericordia, lo elevò, lo guidò e promise a lui e alla sua progenie una guida continua (20:115-127, 2:38-39). Adamo disobbedì al suo Signore e così errò. In seguito il suo Signore lo scelse, si volse a lui e lo guidò. Disse: «Scendete entrambi da qui, ciascuno di voi nemico dell’altro. Tuttavia vi giungerà certamente da parte Mia una guida; chi seguirà la Mia guida non si smarrirà né sarà infelice. Ma chiunque si allontanerà dal Mio ricordo avrà una vita angusta e nel Giorno della Risurrezione lo faremo risorgere cieco». Egli dirà: «O mio Signore, perché mi hai fatto risorgere cieco, mentre prima vedevo?». Dio dirà: «È così. Le Nostre rivelazioni ti sono giunte, ma tu le hai dimenticate; e oggi sarai dimenticato» (Ta Ha 20:121-126). 3. I Messaggeri e la loro missione: fu per adempiere questa promessa all’umanità che, innanzitutto, Dio inviò i Suoi Messaggeri con la Sua guida e con la Verità a ogni popolo: di alcuni il Corano ha fatto il nome, di altri no. Ti abbiamo inviato con la Verità, come portatore di lieti annunci e ammonitore; non vi è comunità alla quale non sia già giunto un ammonitore (al-Fatir 35:24). In verità ti abbiamo rivelato come rivelammo a Noè e ai Profeti dopo di lui; e come rivelammo ad Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e alle loro discendenze, compresi Gesù, Giobbe, Giona, Aronne e Salomone; e a Davide demmo i Salmi. Vi sono Messaggeri di cui ti abbiamo parlato in precedenza e Messaggeri di cui non ti abbiamo parlato; e Dio parlò direttamente a Mosè. Messaggeri portatori di lieti annunci e ammonitori, affinché l’umanità non avesse alcun argomento contro Dio dopo la venuta dei Messaggeri; Dio è Onnipotente e Saggio (al-Nisa’ 4:163-165). In secondo luogo, Egli affidò a tutti loro questa missione e questo dovere: comunicare la Verità, invitare le persone ad adorare soltanto l’Unico Dio e a sottomettersi a Lui come al loro unico Signore, con le parole e con l’esempio. In altre parole, testimoniare la Verità davanti agli uomini e alle donne ai quali erano stati inviati, affinché non avessero alcuna scusa da presentare davanti a Dio, affinché potessero essere interrogati sul modo in cui avevano vissuto la propria vita, affinché coloro che vivevano secondo la Verità fossero ricompensati e coloro che non lo facevano fossero puniti. Non abbiamo inviato prima di te alcun Messaggero senza rivelargli: «Non vi è divinità all’infuori di Me; serviteMi e adorate soltanto Me» (al-Anbiya’ 21:25). Questo fu il Nostro argomento che demmo ad Abramo contro il suo popolo. Eleviamo per gradi chi vogliamo; il tuo Signore è certamente Saggio, Sapiente. E gli demmo Isacco e Giacobbe, e guidammo entrambi; e prima guidammo Noè e, tra i suoi discendenti, Davide, Salomone, Giobbe, Giuseppe, Mosè e Aronne. Così ricompensiamo coloro che fanno il bene: Zaccaria, Giovanni, Gesù ed Elia, ciascuno dei quali era tra i giusti; e Ismaele, Eliseo, Giona e Lot. Tutti li abbiamo preferiti agli altri uomini. E guidammo anche alcuni dei loro antenati, della loro discendenza e dei loro fratelli. Li scegliemmo e li guidammo sulla retta via. Questa è la guida di Dio: Egli guida per mezzo di essa chi vuole tra i Suoi servi. Se avessero associato altri a Dio, sarebbe stato vano tutto ciò che avevano compiuto. Essi sono coloro ai quali demmo il Libro, il giudizio e la profezia. Se questi lo rinnegano, lo abbiamo affidato a gente che non lo rinnega. Essi sono coloro che Dio ha guidato: segui dunque la loro guida. Di’: «Non vi chiedo alcuna ricompensa per questo; esso non è che un richiamo per tutti i mondi» (al-An’am 6:83-90). In verità inviammo i Nostri Messaggeri con prove evidenti e facemmo scendere con loro il Libro e la Bilancia, affinché l’umanità stabilisse la giustizia (al-Hadid 57:25). Il Profeta Muhammad fu l’ultimo di loro. Non portò alcuna nuova Verità, messaggio o guida; venne con la stessa Verità e gli furono affidati la stessa missione e lo stesso dovere affidati a tutti i Messaggeri che lo avevano preceduto. Questo dovere e questa missione sono stati espressi in diversi modi: ammonire (indhar), portare lieti annunci (tabshir), invitare e chiamare (da‘wah), comunicare (tabligh), ricordare (dhikr), insegnare (ta‘lim), trasmettere e diffondere (tilawah), ordinare e promuovere ciò che è buono e giusto e vietare ed eliminare ciò che è falso e cattivo (amr bi ‘l-ma‘ruf wa nahy ‘ani ‘l-munkar), stabilire il Din (iqamah), stabilire la giustizia (qist), far prevalere la guida divina e il Din (izhar), o testimoniare (shahadah). Tutte queste espressioni si riferiscono alla stessa missione, sebbene da prospettive diverse e con accenti differenti. O Profeta, ti abbiamo inviato come testimone [della Verità], portatore di lieti annunci e ammonitore, come colui che invita a Dio con il Suo permesso e come lampada luminosa (al-Ahzab 33:45-46). O Messaggero, trasmetti ciò che ti è stato fatto scendere dal tuo Signore; se non lo farai, non avrai trasmesso il Suo messaggio (al-Ma’idah 5:67). Così abbiamo inviato tra voi, scelto tra voi stessi, un Messaggero che vi recita le Nostre rivelazioni, vi purifica, vi insegna il Libro e la sapienza e vi insegna ciò che non conoscevate (al-Baqarah 2:151). Egli è Colui che ha inviato il Suo Messaggero con la guida e la religione della Verità, affinché la facesse prevalere su ogni altro modo di vita; e Dio è sufficiente come testimone (al-Fath 48:28; anche 9:33, 61:9). … e coloro, tra i seguaci di Mosè, che seguono il Messaggero, il Profeta illetterato, che trovano menzionato presso di loro nella Torah e nel Vangelo, il quale ordinerà loro ciò che è giusto e proibirà loro ciò che è sbagliato, renderà loro lecite le cose buone e illecite le cose cattive, li solleverà dai loro fardelli e dai vincoli che li opprimevano. Coloro che credono in lui, lo sostengono e lo aiutano e seguono la luce che è stata fatta scendere con lui: costoro sono i prosperi (al-A’raf 7:157). 4. La responsabilità dell’uomo e la testimonianza: la testimonianza resa dai Messaggeri e da tutti coloro ai quali è affidato lo stesso dovere è la base della responsabilità dell’uomo nell’Akhirah e della conseguente ricompensa o punizione. La Verità viene testimoniata davanti a loro affinché non resti loro alcun argomento contro Dio; saranno chiamati a risponderne perché l’hanno ricevuta. Questa posizione è stata espressa nel Corano in molti luoghi e da molte prospettive diverse, come abbiamo visto in precedenza. Chi segue la retta via lo fa a proprio vantaggio e chi si smarrisce lo fa a proprio danno; nessun portatore di pesi porterà il peso di un altro. E non puniamo mai finché non abbiamo inviato un Messaggero (al-Isra’ 17:15). Così, nel Giorno del Giudizio, chiameremo certamente a rendere conto tutti coloro ai quali fu inviato il messaggio e chiameremo certamente a rendere conto i portatori del messaggio; poi riferiremo loro con conoscenza il loro conto, poiché non siamo mai stati assenti (al-A’raf 7:6-7). E quando stringemmo un patto con tutti i Profeti, con te [o Profeta], con Noè, Abramo, Mosè e Gesù figlio di Maria, stringemmo con loro un patto solenne, affinché Egli interrogasse i sinceri sulla loro sincerità; e ha preparato per coloro che negano la verità un castigo doloroso (al-Ahzab 33:7-8). Il Giorno in cui Dio riunirà tutti i Messaggeri e dirà: «Quale risposta vi è stata data?». Essi diranno: «Non abbiamo conoscenza; Tu sei il Conoscitore delle cose invisibili» (al-Ma’idah 5:109). [E Dio dirà:] «O comunità di jinn e uomini, non sono forse venuti a voi Messaggeri scelti tra voi, che vi recitavano le Mie rivelazioni e vi avvertivano dell’incontro con questo vostro giorno?». Essi diranno: «Testimoniamo contro noi stessi». La vita terrena li aveva ingannati e testimonieranno contro se stessi di essere stati miscredenti (al-An’am 6:130). Poi i miscredenti saranno condotti a gruppi verso Jahannam e, quando vi giungeranno, le sue porte saranno aperte e i suoi custodi diranno loro: «Non sono forse venuti a voi Messaggeri scelti tra voi, che vi recitavano le rivelazioni del vostro Signore e vi avvertivano dell’incontro con questo vostro Giorno?». Diranno: «Sì, certamente!». Ma la parola del castigo si sarà compiuta contro i miscredenti. E sarà detto loro: «Entrate dalle porte di Jahannam, per rimanervi in eterno. Quanto è cattiva la dimora dei superbi!» (al-Zumar 39:71-72). Certamente aiuteremo i Nostri Messaggeri e coloro che hanno creduto nella vita terrena e nel Giorno in cui tutti i testimoni si ergeranno: il Giorno in cui le loro scuse non gioveranno ai malvagi; su di loro sarà la maledizione e loro sarà la dimora malvagia (Ghafir 40:51-52). 5. Il senso di responsabilità: il Corano offre un resoconto profondamente commovente di come i Messaggeri di Dio si dedicarono con tutta serietà alla loro missione, di come lavorarono duramente per adempiere il loro dovere e di come soffrirono gravemente per la loro causa. La loro storia ne è un’ampia testimonianza. Ma qui basteranno due esempi: quello del Profeta Noè e quello del Profeta Muhammad, su entrambi loro siano benedizioni e pace. In verità inviammo Noè al suo popolo, e dimorò tra loro mille anni meno cinquanta (al-‘Ankabut 29:14). Egli [Noè] disse: «Mio Signore, ho chiamato il mio popolo notte e giorno, ma il mio invito non ha fatto che accrescere la loro fuga. Ogni volta che li chiamavo affinché Tu li perdonassi, si mettevano le dita nelle orecchie, si avvolgevano nelle vesti, insistevano e si mostravano superbi con grande arroganza. Poi li ho chiamati apertamente, poi ho parlato loro pubblicamente e ho parlato loro in segreto» (Nuh 71:5-9). Ti tormenterai forse fino a morire [o Profeta] perché essi rifiutano di credere? (al-Shu‘ara’ 26:3). Lo scopo e il dovere della Ummah musulmana Responsabilità e doveri Ai musulmani abbiamo una sola cosa, molto semplice, da dire: comprendete e adempite le responsabilità e i doveri che ricadono su di voi in virtù del fatto che siete musulmani. Non potete cavarvela semplicemente affermando di essere musulmani e di aver accettato Dio come vostro unico Dio e l’Islam come vostra religione. Al contrario, non appena riconoscete Allah come vostro unico Signore e la Sua guida come vostro modo di vivere, assumete su di voi determinati obblighi e doveri. Dovete rimanere sempre consapevoli di questi obblighi e dovete sempre sforzarvi di adempiere questi doveri. Se li eludete, non sfuggirete alle conseguenze malvagie della vostra condotta né in questo mondo né nell’Aldilà. Quali sono questi doveri? Non si limitano alla professione di fede in Allah, nei Suoi angeli, nei Suoi Libri, nei Suoi Messaggeri e nel Giorno del Giudizio. Né si limitano all’esecuzione delle preghiere, all’osservanza dei digiuni, al compimento del pellegrinaggio e al pagamento dell’elemosina. Né questi doveri si esauriscono nell’osservanza delle ingiunzioni dell’Islam relative al matrimonio, al divorzio e all’eredità. Al di sopra di tutti questi doveri ve n’è uno, il più importante: che la vostra vita renda testimonianza davanti a tutta l’umanità della Verità che vi è stata data da Dio, della Verità che voi credete vera.
L’unico scopo dell’esistenza
Il Corano afferma chiaramente che testimoniare la Verità in modo tale da non lasciare all’umanità alcun motivo legittimo per negarla è l’unico scopo per cui siete stati costituiti come una Ummah distinta, chiamata musulmana. E così abbiamo fatto di voi una comunità equilibrata, affinché siate testimoni [della Verità] davanti a tutta l’umanità e il Messaggero sia testimone [di essa] davanti a voi (al-Baqarah 2: 143). Questa missione è l’unico obiettivo per cui la vostra Ummah è stata fatta esistere; è la ragion d’essere della sua esistenza come società di esseri umani. Se non la adempite, state sprecando la vostra vita. Poiché questo non è un dovere ordinario; è un dovere imposto da Dio. È un comando divino e un appello divino: O credenti, siate sempre saldi nel sostenere la giustizia per amore di Dio, rendendo testimonianza alla giustizia (al-Ma’idah 5: 8). Non è una cosa da poco, ma un mandato solenne e grave, poiché Allah dice anche: E chi è più ingiusto di colui che nasconde una testimonianza affidatagli da Dio (al-Baqarah 2: 140). Siete stati avvertiti delle conseguenze dell’elusione di questo dovere. Guardate alla storia dei figli d’Israele. Anch’essi furono incaricati di testimoniare; ma talvolta nascosero la Verità e talvolta testimoniarono contro di essa. Con la loro condotta, in realtà, divennero testimoni della falsità anziché testimoni della Verità. La conseguenza fu che Dio li abbandonò e una maledizione ricadde su di loro. Così furono colpiti da umiliazione e impotenza, e si attirarono l’ira di Dio (al-Baqarah 2: 61).
Testimoniare la Verità Che cosa implica questo dovere di testimonianza? Riflettete attentamente: vi è stata concessa la guida divina, vi è stata mostrata la Verità. Dovete dunque stabilire, mediante la vostra testimonianza, la sua autenticità e veridicità davanti a tutta l’umanità. Questa è una testimonianza che renderà evidente a tutti l’autenticità e la veridicità della guida divina, e una testimonianza che la renderà chiara e indiscutibile per ogni persona. Proprio per questo furono inviati nel mondo tutti i Messaggeri; questo era il loro dovere primario. Dopo di loro, ai loro seguaci fu affidato lo stesso dovere. E ora la Ummah musulmana, in quanto successora dell’Ultimo Profeta, su di lui siano benedizioni e pace, è incaricata di questa stessa missione, proprio come egli ne fu incaricato durante la sua vita.
Natura e importanza Qual è l’importanza di questa testimonianza? Ne comprenderete l’importanza solo quando capirete che l’uomo è stato reso responsabile della propria condotta e sarà ricompensato o punito nell’Aldilà secondo la Legge divina, che si fonda interamente su questa testimonianza. Dio è Onnisciente, Misericordiosissimo e assolutamente giusto. La Sua misericordia, la Sua giustizia e la Sua saggezza non sono tali da punire le persone per aver vissuto contro la Sua volontà quando non ne avevano conoscenza; da chiamarle a rispondere per essersi allontanate dalla retta via che ignoravano; da ritenerle responsabili di cose di cui non erano consapevoli. [1] Fu per prevenire ciò che il primo uomo da Lui creato fu un Messaggero e che, dopo di lui, molti altri furono inviati di tanto in tanto. [2] Tutti dovevano essere testimoni davanti all’umanità, per farle comprendere e ricordare la volontà di Dio. Dovevano insegnare agli esseri umani il modo corretto di condurre la propria vita, il codice di comportamento da adottare per ottenere il favore di Dio, le azioni da compiere, quelle da evitare e le cose per le quali sarebbero stati chiamati a rispondere. [3] Questa testimonianza fu affidata dai Messaggeri di Allah affinché la gente non potesse dire a Dio: Come possiamo essere puniti per cose di cui non siamo stati avvertiti? Il Corano dice: [Inviammo] tutti i Messaggeri come annunciatori di lieti presagi e ammonitori, affinché gli uomini non avessero alcun argomento contro Dio dopo [la venuta di] questi Messaggeri; Dio è davvero Onnipotente e Saggio (al-Nisa’ 4: 165). In questo modo Dio fece ricadere sui Suoi Messaggeri la cruciale responsabilità di guidare l’uomo per Suo conto. Fu dunque affidata loro una responsabilità molto delicata e grave: se avessero testimoniato correttamente la Verità, il popolo sarebbe stato responsabile delle proprie azioni; ma se avessero mancato al loro dovere, sarebbero stati chiamati essi stessi a rispondere dello sviamento del loro popolo. In altre parole, finché i Messaggeri non avessero reso le persone responsabili della propria condotta dando loro una testimonianza conclusiva e indiscutibile della Verità, le persone avrebbero ritenuto i Messaggeri responsabili delle proprie cattive azioni, dicendo: «La conoscenza che Dio vi ha dato non ce l’avete comunicata; il modo di vivere che Egli vi ha mostrato non ce l’avete mostrato». [4] Per questo tutti i Messaggeri rimasero sempre profondamente consapevoli del peso di questa responsabilità, e per questo si adoperarono con tanto impegno per testimoniare davanti al popolo la Verità loro affidata. [5]
Responsabilità della Ummah Tutti coloro che furono guidati dai Messaggeri alla conoscenza della Verità e alla guida divina furono costituiti in una comunità, una Ummah. A ogni Ummah fu affidata la stessa missione dei Messaggeri: testimoniare la Verità. In quanto successore dei Messaggeri, ogni Ummah ha lo stesso ruolo cruciale e la stessa responsabilità che essi avevano. Pertanto, se una Ummah adempie correttamente al proprio dovere di testimoniare la Verità e tuttavia la gente non presta attenzione, essa sarà ricompensata e la gente sarà chiamata a rispondere. Se invece la Ummah trascura il proprio dovere o rende una falsa testimonianza, meriterà di essere punita più severamente della gente. La Ummah sarà ritenuta responsabile non solo delle proprie cattive azioni, ma anche di quelle di coloro che si sono sviati o si sono rivolti all’errore e alla malvagità perché la testimonianza resa loro dalla Ummah era fuorviante o falsa. Fratelli, questa è la natura e la logica di quel dovere grave e cruciale che incombe su di me, su di voi e su tutti coloro che si considerano parte della Ummah musulmana, o che hanno acquisito una sufficiente consapevolezza del Libro di Dio e della guida portata dai Suoi Messaggeri.
Note di Khurram Murad
1. La legge di Dio per il giudizio: Il Corano ha spiegato con considerevole dettaglio la legge in base alla quale la responsabilità dell’uomo nel Giorno del Giudizio dipende dalla testimonianza resa davanti a lui alla Verità da coloro che la portano. È importante comprendere ciò che il Corano dice al riguardo. In primo luogo, perché l’uomo è stato posto sulla terra? Affinché possa usare tutto il suo enorme potenziale per comportarsi nel modo giusto, che darà compimento al significato della sua vita. Ed Egli è Colui che ha creato i cieli e la terra in sei giorni, mentre il Suo Trono era sulle acque, affinché vi mettesse alla prova per vedere chi di voi si comporta meglio (Hud 11:7). Colui che ha creato la morte e la vita, affinché vi mettesse alla prova per vedere chi di voi si comporta meglio (al-Mulk 67:2). Abbiamo fatto di tutto ciò che è sulla terra un ornamento per essa, e affinché mettessimo alla prova chi di loro si comporta meglio (al-Kahf 18:7). In secondo luogo, qual è il significato e lo scopo della vita dell’uomo? Che egli viva come il suo Creatore desidera che viva: nella sottomissione e nell’adorazione di Lui solo. Non perché Dio abbia in alcun modo bisogno della sua adorazione, ma perché l’uomo ha bisogno di adorare soltanto il suo Creatore e nessun altro, affinché la sua natura non venga pervertita e corrotta e affinché non viva in opposizione al suo carattere intrinseco. Inoltre, solo vivendo in questo modo la sua vita terrena sarà orientata sulla retta via e prospererà, portandogli pace e felicità (tutto ciò che il Corano chiama falah). E non ho creato i jinn e gli uomini se non perché Mi servano e Mi adorino. Non desidero da loro alcun sostentamento, né desidero che Mi nutrano (al-Dhariyat 51:56-57). In terzo luogo, e di conseguenza, la vita terrena dell’uomo deve essere sottoposta a giudizio. Egli deve rendere conto della propria condotta e deve affrontare le conseguenze del modo in cui vive la sua vita. Ovviamente, per essere giudicato equamente, questo giudizio deve avvenire soltanto dopo la fine della sua vita terrena e soltanto da parte di Colui che gli ha dato questa vita, che conosce ogni cosa, che è onnipotente e sommamente giusto. Solo allora potrà essere giudicato equamente e ricevere debitamente ricompensa o punizione, per ogni cosa: dai pensieri interiori più nascosti fino alle conseguenze della sua condotta, che si estendono in lungo e in largo e oltre la vita, alle generazioni future. Il giudice, in altre parole, deve essere il Re e Signore del Giorno del Giudizio. Pensavate forse che vi avessimo creati per semplice gioco e che non sareste tornati a Noi? Esaltato sia dunque Dio, il Re, la Verità! Non vi è dio all’infuori di Lui, il Signore del Trono Nobile (al-Mu’minun 23:115-116). E non abbiamo creato i cieli, la terra e tutto ciò che è fra loro per gioco; non li abbiamo creati se non con verità [significato e scopo], ma la maggior parte di loro non comprende (al-Dukhan 44:38-39). Oppure coloro che commettono cattive azioni pensano che li porremo sullo stesso piano di coloro che credono e compiono opere giuste, nella loro vita e nella loro morte? Quanto è cattivo il loro giudizio! Dio ha creato i cieli e la terra con verità [significato e scopo], affinché ogni essere umano riceva la ricompensa di ciò che ha guadagnato e non subisca alcun torto (al-Jathiyah 45:21-22). Ogni essere umano assaporerà la morte; e nel Giorno della Risurrezione riceverete certamente per intero la vostra ricompensa; chiunque allora sarà salvato dal Fuoco e ammesso al Paradiso avrà ottenuto la vittoria; la vita terrena non è altro che un godimento illusorio (Al ‘Imran 3:185). Nel Giorno della Risurrezione erigeremo bilance giuste e nessun essere umano subirà alcun torto, neppure del peso di un seme di senape; lo porteremo alla luce, e Noi siamo sufficienti come esattori dei conti (al-Anbiya’ 21:47). Egli conosce lo sguardo furtivo e ciò che i cuori celano (Ghafir 40:19). In quarto luogo, dunque, il destino ultimo dell’uomo si trova nella vita futura, nell’Akhirah. Altrettanto importante è il fatto che il resoconto dell’Akhirah fornito dal Corano dimostra chiaramente e sottolinea ripetutamente che lì si sarà giudicati secondo un giusto procedimento, equamente e imparzialmente, con misericordia e benevolenza. Nessuno subirà torto né sarà trattato ingiustamente, neppure del peso di un atomo. Gareggiate dunque gli uni con gli altri, affrettandovi al perdono del vostro Signore e a un Paradiso vasto quanto i cieli e la terra, preparato per i timorati di Dio (Al ‘Imran 3:133). O popolo mio, questa vita terrena non è che un breve godimento; certamente l’altra vita è la dimora eterna. Lì, chiunque compia una cattiva azione sarà ricompensato soltanto con il suo equivalente; mentre coloro che compiono opere giuste, uomini o donne, ed è credente, entreranno in Paradiso, dove saranno provvisti di benedizioni senza misura (Ghafir 40:39-40). In verità, Dio non farà torto neppure del peso di un atomo (al-Nisa’ 4:40). In quinto luogo, dunque, per giustizia, l’uomo deve essere informato di come dovrebbe vivere la sua vita terrena. In altre parole, deve conoscere il suo Creatore e Signore, ciò che Egli desidera da lui, come vuole che Lo adori e si sottometta a Lui. Se l’uomo non conosce tutto questo, non può essere ritenuto pienamente responsabile e chiamato a rendere conto se persegue un modo di vita errato. Questa conoscenza gli è stata data nella sua stessa natura, nell’universo che lo circonda e nelle rivelazioni inviate attraverso i Messaggeri di Dio. E quando il tuo Signore trasse dai figli di Adamo, dai loro lombi, la loro discendenza e li fece testimoniare contro se stessi: «Non sono forse Io il vostro Signore?». Risposero: «Sì, lo attestiamo», affinché nel Giorno della Risurrezione non diciate: «Eravamo inconsapevoli di ciò». O affinché non diciate: «I nostri padri in passato associavano altri a Dio, e noi eravamo soltanto loro discendenti dopo di loro. Ci distruggerai forse per ciò che fecero gli uomini vani?» (al-A’raf 7:172-173). Quanti segni vi sono nei cieli e sulla terra, davanti ai quali passano distrattamente e ai quali volgono le spalle! La maggior parte di loro non crede in Dio, ma Gli associano dei partner (Yusuf 12:105-106). [E Dio dirà:] «O comunità di jinn e uomini, non sono forse venuti a voi Messaggeri scelti fra voi, che vi hanno comunicato le Mie rivelazioni e vi hanno avvertito dell’incontro con questo vostro giorno? …». Ciò perché il tuo Signore non avrebbe distrutto ingiustamente le comunità mentre la loro gente era ignorante (al-An’am 6:130-131). In sesto luogo, per numerose ragioni, che non è possibile discutere qui, soltanto Dio, e nessun altro, può fornire all’uomo la conoscenza della retta guida. Innanzitutto e soprattutto, perché soltanto Lui può dirgli come deve rapportarsi a Lui. In secondo luogo, perché soltanto il Creatore può dirgli come deve rapportarsi a se stesso, agli altri esseri umani e a tutte le altre cose dell’universo. Infine, perché soltanto Dio può dare all’uomo una guida applicabile universalmente e in ogni tempo. Di’: «Vi è forse, tra coloro che associate a Dio, qualcuno che guidi alla Verità?». Di’: «Soltanto Dio guida alla Verità». Chi dunque guida alla Verità merita maggiormente di essere seguito, o colui che non può guidare se non è guidato? Che cosa vi accade? Come giudicate? La maggior parte di loro segue soltanto congetture, e la congettura non può mai sostituire la verità (Yunus 10:35-36). Di’: «Invoceremo forse, all’infuori di Dio, ciò che non ci giova né ci nuoce, e saremo ricondotti sui nostri passi dopo che Dio ci ha guidati sulla retta via? Come colui che i satana hanno attirato allo smarrimento sulla terra, mentre egli ha compagni che lo chiamano alla guida: “Venite da noi!”». Di’: «La guida di Dio è l’unica vera guida; ci è stato dunque ordinato di sottometterci al Signore dei mondi» (al-An’am 6:71). Questa, dunque, è la legge divina per il giudizio dell’uomo. Centrale a questa legge è che la Verità sia testimoniata davanti all’umanità pienamente, fedelmente e con ogni mezzo possibile. Senza la guida di Dio, infatti, la vita terrena dell’uomo, individuale e collettiva, sfocerà nella miseria e nella sofferenza. Ma, cosa ancora più importante, senza quella guida l’uomo non sarà mai in grado di rendere glorioso il proprio destino ultimo.
2. La promessa di Dio di guidare: Secondo il Corano, Adamo non è né una figura mitica né semplicemente un simbolo della razza umana. È menzionato come Messaggero insieme a Noè e Abramo. Dio ha scelto Adamo, Noè, la famiglia di Abramo e la famiglia di Imran al di sopra di tutti gli esseri umani, discendenti gli uni degli altri (Al ‘Imran 3:33). Gli furono date conoscenza e guida (2:31-35); quando sbagliò e le sue debolezze gli divennero note, Dio si rivolse a lui con misericordia, lo esaltò, lo guidò e promise a lui e alla sua progenie una guida continua (20:115-127, 2:35-39). Adamo disobbedì al suo Signore e così errò. In seguito il suo Signore lo scelse, si rivolse a lui e lo guidò. Disse: «Scendete entrambi da qui, ciascuno nemico dell’altro. Tuttavia vi giungerà certamente da Me una guida; chi seguirà la Mia guida non si smarrirà e non sarà infelice. Ma chi si allontanerà dal Mio ricordo condurrà una vita angusta e nel Giorno della Risurrezione lo risusciteremo cieco». Dirà: «O mio Signore, perché mi hai risuscitato cieco, mentre prima vedevo?». Dio dirà: «Così è. Le Nostre rivelazioni ti sono giunte, ma tu le hai dimenticate; oggi, dunque, sei dimenticato» (Ta Ha 20:121-126).
3. I Messaggeri e la loro missione: In adempimento di questa promessa all’umanità, Dio inviò innanzitutto i Suoi Messaggeri con la Sua guida e con la Verità a ogni popolo, alcuni dei quali sono nominati dal Corano e altri no. Ti abbiamo inviato con la Verità, come portatore di buone novelle e ammonitore; non vi è comunità alla quale non sia giunto un ammonitore (al-Fatir 35:24). Ti abbiamo rivelato ciò che avevamo rivelato a Noè e ai Profeti dopo di lui, ciò che avevamo rivelato ad Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e ai loro discendenti, fra cui Gesù, Giobbe, Giona, Aronne e Salomone, e ciò che abbiamo dato a Davide nei Salmi; e vi sono Messaggeri di cui ti abbiamo parlato in precedenza e Messaggeri di cui non ti abbiamo parlato; e Dio parlò direttamente a Mosè. Messaggeri portatori di buone novelle e ammonitori, affinché l’umanità non avesse alcun argomento contro Dio dopo [la venuta dei] Messaggeri; e Dio è potente e saggio (al-Nisa’ 4:163-165). In secondo luogo, Egli affidò a tutti loro questa missione e questo dovere: comunicare la Verità, invitare le persone ad adorare soltanto l’Unico Dio e a sottomettersi a Lui come loro unico Signore, con la parola e con l’esempio. In altre parole, testimoniare la Verità davanti agli uomini e alle donne ai quali erano stati inviati, affinché non avessero alcuna scusa davanti a Dio, affinché potessero essere interrogati su come avevano vissuto la loro vita, affinché coloro che vivevano secondo la Verità fossero ricompensati e coloro che non lo facevano fossero puniti. Non abbiamo inviato prima di te alcun Messaggero senza rivelargli: «Non vi è dio all’infuori di Me; servite dunque e adorate soltanto Me» (al-Anbiya’ 21:25). Questo fu il Nostro argomento che demmo ad Abramo contro il suo popolo. Eleviamo per gradi chi vogliamo; il tuo Signore è saggio e sapiente. E gli demmo Isacco e Giacobbe, entrambi guidati, e prima di lui guidammo Noè; e fra i suoi discendenti guidammo Davide, Salomone, Giobbe, Giuseppe, Mosè e Aronne; così ricompensiamo coloro che fanno il bene: Zaccaria e Giovanni, Gesù ed Elia, tutti fra i giusti; e Ismaele, Eliseo, Giona e Lot. Tutti li abbiamo preferiti agli altri popoli. E guidammo anche alcuni dei loro antenati, dei loro discendenti e dei loro fratelli. Li scegliemmo e li guidammo sulla retta via. Questa è la guida di Dio; con essa Egli guida chi vuole fra i Suoi servi. Se avessero associato altri a Dio, sarebbero state vane tutte le loro opere. Essi sono coloro ai quali abbiamo dato il Libro, il giudizio e la profezia. Se questi non credono in essa, l’abbiamo affidata a gente che non vi miscrederebbe. Essi sono coloro che Dio ha guidato; segui dunque la loro guida. Di’: «Non vi chiedo alcuna ricompensa per questo; esso non è che un monito per tutti gli esseri umani» (al-An’am 6:83-90). In verità, abbiamo inviato i Nostri Messaggeri con prove chiare e abbiamo fatto scendere con loro il Libro e la Bilancia, affinché l’umanità stabilisse la giustizia (al-Hadid 57:25). Il Profeta Muhammad fu l’ultimo di loro. Non portò alcuna nuova Verità, messaggio o guida; venne con la stessa Verità e gli fu affidata la stessa missione e lo stesso dovere di tutti i Messaggeri che lo avevano preceduto. Questo dovere e questa missione sono stati espressi in vari modi: ammonire (indhar), annunciare buone novelle (tabshir), invitare e chiamare (da’wah), comunicare (tabligh), ricordare (dhikr), insegnare (ta’lim), trasmettere e propagare (tilawah), ordinare e promuovere ciò che è buono e giusto e proibire ed eliminare ciò che è errato e cattivo (amr bi ‘l-ma’ruf wa nahl ‘ani ‘l-munkar), instaurare il Din (iqamah), stabilire la giustizia (qist), far prevalere la guida divina e il Din (izhar), oppure testimoniare (shahadah). Tutte queste espressioni si riferiscono alla stessa missione, sebbene da prospettive diverse e con accenti differenti. O Profeta, ti abbiamo inviato come testimone [della Verità], portatore di buone novelle e ammonitore, come colui che chiama a Dio con il Suo permesso e come lampada luminosa (al-Ahzab 33:45-46). O Messaggero, comunica ciò che ti è stato fatto scendere dal tuo Signore; se non lo farai, non avrai comunicato il Suo messaggio (al-Ma’idah 5:67). Allo stesso modo, abbiamo inviato tra voi un Messaggero scelto fra voi, che vi comunica le Nostre rivelazioni, vi purifica, vi insegna il Libro e la saggezza e vi insegna ciò che non conoscevate (al-Baqarah 2:151). È Lui che ha inviato il Suo Messaggero con la guida e la religione della Verità, affinché la facesse prevalere su ogni altro modo di vita; e Dio è sufficiente come testimone (al-Fath 48:28; anche 9:33, 61:9). … e coloro, fra i seguaci di Mosè, che seguono il Messaggero, il Profeta illetterato, che trovano scritto presso di loro nella Torah e nel Vangelo, il quale ordinerà loro ciò che è giusto e proibirà loro ciò che è riprovevole, renderà lecite per loro le cose buone e illecite le cose cattive, e li libererà dai loro pesi e dai ceppi che gravavano su di loro. Coloro che credono in lui, lo sostengono e lo aiutano e seguono la luce fatta scendere con lui, sono i prosperi (al-A’raf 7:157).
4. La responsabilità dell’uomo e la testimonianza: La testimonianza resa dai Messaggeri e da tutti coloro ai quali è affidato lo stesso dovere è la base della responsabilità dell’uomo nell’Akhirah e della conseguente ricompensa e punizione. La Verità viene testimoniata davanti a loro affinché non abbiano alcun argomento contro Dio; saranno chiamati a risponderne perché l’hanno ricevuta: questa posizione è stata espressa nel Corano in molti passi e da molte prospettive diverse, come abbiamo visto in precedenza. Chi segue la retta via lo fa a proprio vantaggio, e chi si smarrisce si smarrisce a proprio danno; nessun portatore di pesi porterà il peso di un altro. Non puniamo mai prima di aver inviato un Messaggero (al-Isra’ 17:15). Nel Giorno del Giudizio chiameremo certamente a rendere conto tutti coloro ai quali fu inviato il messaggio e chiameremo certamente a rendere conto i portatori del Messaggio; poi riferiremo loro ciò che fecero con piena conoscenza, poiché non siamo mai stati assenti (al-A’raf 7:6-7). E quando stringemmo un patto con tutti i Profeti, con te [o Profeta], con Noè, Abramo, Mosè e Gesù figlio di Maria, stringemmo con loro un patto solenne, affinché Egli interrogasse i sinceri sulla loro sincerità; e ha preparato per coloro che negano la Verità un castigo doloroso (al-Ahzab 33:7-8). Il giorno in cui Dio radunerà tutti i Messaggeri e dirà: «Quale risposta vi fu data?». Essi diranno: «Non abbiamo conoscenza; Tu sei il Conoscitore delle cose invisibili» (al-Ma’idah 5:109). [E Dio dirà:] «O comunità di jinn e uomini, non sono forse venuti a voi Messaggeri scelti fra voi, che vi hanno comunicato le Mie rivelazioni e vi hanno avvertito dell’incontro con questo vostro giorno?». Diranno: «Testimoniamo contro noi stessi». La vita terrena li ha illusi e testimonieranno contro se stessi di essere stati miscredenti (al-An’am 6:130). Poi i miscredenti saranno condotti a gruppi verso Jahannam e, quando vi giungeranno, le sue porte saranno aperte e i suoi custodi diranno loro: «Non sono forse venuti a voi Messaggeri scelti fra voi, che vi hanno comunicato le rivelazioni del vostro Signore e vi hanno avvertito dell’incontro con questo vostro Giorno?». Diranno: «Sì, certamente!». Ma la parola del castigo si sarà abbattuta sui miscredenti e sarà detto loro: «Entrate dalle porte di Jahannam, per rimanervi in eterno. Quanto è terribile la dimora degli arroganti!» (al-Zumar 39:71-72). Certamente aiuteremo i Nostri Messaggeri e coloro che hanno creduto nella vita terrena e nel Giorno in cui tutti i testimoni sorgeranno: il giorno in cui le loro scuse non gioveranno ai malvagi, che avranno la maledizione e la dimora peggiore (Ghafir 40:51-52).
5. Senso di responsabilità: Il Corano offre un resoconto molto commovente di come i Messaggeri di Dio si dedicarono con la massima serietà alla loro missione, di come lavorarono duramente per compiere il loro dovere e di come soffrirono gravemente per la loro causa. La loro storia ne è una testimonianza ampia. Ma qui bastino due esempi: innanzitutto quello del Profeta Noè e, in secondo luogo, quello del Profeta Muhammad, su entrambi loro siano benedizioni e pace. In verità, inviammo Noè al suo popolo, e rimase tra loro mille anni, meno cinquanta… (al-‘Ankabut 29:14). Egli [Noè] disse: «Mio Signore, ho chiamato il mio popolo notte e giorno, ma il mio richiamo non ha fatto che accrescere la loro fuga. Ogni volta che li chiamavo affinché Tu li perdonassi, si mettevano le dita nelle orecchie, si avvolgevano nelle loro vesti, insistevano e si gonfiavano d’orgoglio. Poi li chiamai apertamente, poi parlai loro pubblicamente e parlai loro in privato» (Nuh 71:5-9). Forse vorresti [o Profeta] tormentarti fino alla morte perché essi rifiutano di credere? (al-Shu’ara’ 26:3).
Come dobbiamo testimoniare la Verità? Vediamo ora in quale modo dobbiamo assolvere il nostro dovere di testimoniare la Verità. La testimonianza è di due tipi: la testimonianza mediante le parole, o testimonianza verbale; e la testimonianza mediante gli atti e le opere, o testimonianza mediante le azioni. [6]
Testimonianza verbale
In che modo le nostre parole devono testimoniare la Verità? Attraverso il nostro parlare e il nostro scrivere, dobbiamo proclamare e spiegare al mondo la guida che ci è giunta attraverso i Messaggeri di Dio. In sintesi, questa è la testimonianza verbale. Impiegando tutti i possibili metodi di educazione, usando tutti i possibili mezzi di comunicazione e propagazione, padroneggiando tutta la conoscenza offerta dalle arti e dalle scienze contemporanee, dobbiamo informare l’umanità del modo di vita che Dio ha stabilito per l’uomo. La guida che l’Islam offre all’umanità nel pensiero e nella fede, nella morale e nel comportamento, nella cultura e nella civiltà, nell’economia e negli affari, nella giurisprudenza e nell’amministrazione della giustizia, nella politica e nell’amministrazione civile, cioè in tutti gli aspetti delle relazioni tra esseri umani, deve essere esposta davanti all’umanità con chiarezza e completezza. Mediante un discorso razionale e prove convincenti, dobbiamo stabilirne la verità e la solidità. Mediante una critica fondata su argomentazioni corrette, dobbiamo confutare tutto ciò che è contrario alla guida data da Dio. Il compito è enorme. Non gli si può rendere piena giustizia se il pensiero di guidare l’uomo sulla retta via non pervade l’intera Ummah con la stessa intensità con cui pervadeva personalmente ogni Messaggero. È inoltre essenziale che questo compito diventi l’obiettivo centrale di tutti i nostri sforzi collettivi, che dedichiamo a questa causa tutti i nostri cuori e le nostre menti, tutte le nostre risorse. Questo obiettivo deve essere al di sopra di ogni nostra azione. In nessuna circostanza dobbiamo permettere che una voce dentro di noi testimoni contro la Verità e la guida divina che possediamo.
Testimonianza mediante le azioni
In che modo i nostri atti e le nostre opere devono testimoniare la Verità? A questo scopo, dobbiamo mettere in pratica la guida che riteniamo vera. Le nostre azioni devono dimostrare i principi nei quali professiamo di credere. In parole semplici: facciamo che le nostre vite dicano la verità e che il mondo la ascolti non soltanto dalle nostre labbra, ma anche dalle nostre opere; facciamo che l’umanità veda tutte le benedizioni che la guida divina porta nella vita umana. Facciamo che il mondo assapori nella nostra condotta, individuale e collettiva, quella dolcezza e quel sapore che soltanto la fede nell’Unico Dio può imprimere al carattere e alla morale. Facciamo che il mondo veda quali nobili esempi di umanità l’Islam forgia, quale società giusta viene instaurata, quale sano ordine sociale emerge, quale civiltà pura e nobile sorge, come la scienza, la letteratura e l’arte fioriscono e si sviluppano secondo linee corrette, quale economia giusta, compassionevole e libera dai conflitti viene realizzata. In verità, come ogni aspetto della vita viene corretto, sviluppato e arricchito. Non assolveremo il nostro dovere verso questo compito finché le nostre vite, individuali e collettive, non diventeranno un’incarnazione vivente dell’Islam: finché i nostri caratteri personali non saranno una prova vivente della sua verità, le nostre case non saranno permeate dai suoi insegnamenti, le nostre attività e le nostre fabbriche non saranno illuminate dalle sue regole e leggi, le nostre scuole e istituzioni non saranno modellate dalle sue idee e norme e la nostra letteratura e i nostri mezzi di comunicazione non rifletteranno i suoi principi. Anzi, finché tutta la nostra politica nazionale e la vita pubblica non renderanno manifesta e autoevidente la sua verità. In breve, ovunque e ogni volta che un individuo o un popolo entra in contatto con noi, è nostro dovere convincerlo, con il nostro esempio, che i principi e gli insegnamenti che l’Islam proclama veri sono davvero veri e che migliorano la qualità della vita umana, elevandola a livelli migliori e più alti.
Lo Stato islamico
Infine, devo affermare ancora una cosa importante. Questa nostra testimonianza non sarebbe completa se non istituis simo uno Stato fondato sui principi e sugli insegnamenti dell’Islam. Traducendo i suoi ideali e le sue pratiche, le sue norme e i suoi valori, le sue regole e le sue leggi in politiche e programmi pubblici, tale Stato dimostrerebbe come la guida divina conduca all’equità e alla giustizia, alla riforma e al progresso, a un’amministrazione attenta ed efficiente, al benessere sociale, alla pace e all’ordine, a elevati standard morali nei funzionari pubblici, alla virtù e alla rettitudine nelle politiche interne, all’onestà nelle politiche estere, a una condotta civile in guerra, all’integrità e alla lealtà in tempo di pace. Una simile condotta pubblica sarebbe una testimonianza vivente per tutta l’umanità: l’Islam è davvero il vero garante del benessere umano e solo seguendo i suoi precetti si può assicurare il bene dell’umanità. Solo quando la Verità sarà testimoniata in questo modo, con le parole e con le azioni, la responsabilità cruciale affidata alla Ummah musulmana sarà pienamente assolta. Solo allora non resterà all’umanità alcun motivo per negare o allontanarsi dalla guida divina. Solo allora, nell’Aldilà, la Ummah musulmana sarà nella condizione di deporre sul banco dei testimoni dopo il Profeta, benedizioni e pace su di lui, e dichiarare: Qualunque verità e guida ci siano state trasmesse da questo Profeta, noi le abbiamo comunicate all’umanità; coloro che non le hanno seguite devono attribuire a se stessi la colpa di essersi smarriti, non a noi. Questo è il vero significato e la vera portata della testimonianza che noi musulmani avremmo dovuto offrire al mondo, con le nostre parole e con le nostre azioni. Ma ora volgiamoci allo stato effettivo delle cose ed esaminiamo la testimonianza che di fatto stiamo rendendo a favore della guida divina.
Note di Khurram Murad
6. Tipi di testimonianza: La testimonianza con la parola può essere considerata, in senso ampio, compresa nella terminologia coranica dell’ammonimento (indhar), dell’annuncio di buone novelle (tabshir), dell’invito e della chiamata (da‘wah), della comunicazione (tabligh), dell’insegnamento e dell’istruzione (ta‘lim), della trasmissione e della propagazione (tilawah). La terminologia relativa alla testimonianza con le azioni comprende l’instaurazione dell’Islam (iqamatu ‘d-din), il far prevalere la guida di Dio e il modo di vita da Lui indicato su tutti gli altri (izhar), l’instaurazione della giustizia (qist), l’ingiunzione del bene e il divieto del male, e il Jihad. Dove ci troviamo?
La nostra parola – Testimonianza
Per prima cosa, osserviamo la testimonianza resa dalla nostra parola-testimonianza. Tra noi sono pochi coloro che usano la lingua e la penna per testimoniare la verità dell’Islam. Ancora meno sono quelli che lo fanno in modo appropriato e adeguato. Per il resto, sotto quasi ogni aspetto, i musulmani nel loro insieme rendono testimonianza contro l’Islam e non a suo favore, come dovrebbero.
Qual è la testimonianza dei nostri proprietari terrieri? Che la legge islamica sull’eredità è sbagliata e che sono corrette le consuetudini tramandate dai tempi preislamici. Qual è la testimonianza dei nostri avvocati e giudici? Che tutte le leggi dell’Islam sono cattive leggi e che la loro stessa base — la sovranità di Dio — è inaccettabile. Ci dicono che sono buone leggi soltanto quelle create dagli uomini e giunte a noi attraverso gli inglesi. Qual è la testimonianza dei nostri insegnanti e delle nostre istituzioni educative? Che in filosofia e scienza, storia e sociologia, economia e politica, diritto ed etica, l’unica conoscenza e l’unico pensiero veri e validi sono quelli derivati dalla visione secolare occidentale del mondo. Che in tutte queste discipline l’approccio islamico non è neppure degno di considerazione. Qual è la testimonianza dei nostri scrittori? Che la loro letteratura trasmette lo stesso messaggio di quella degli scrittori atei dell’Occidente secolare. Dimostrano che, in quanto musulmani, non possiedono un proprio approccio letterario distintivo. Qual è la testimonianza della nostra stampa e dei nostri media? Che le uniche questioni e gli unici dibattiti che ritengono importanti e che li assorbono, nonché gli unici metodi e criteri di comunicazione che considerano adatti all’impiego, sono quelli che recano il marchio dei media non musulmani. Qual è la testimonianza dei nostri uomini d’affari e industriali? Che le regole stabilite dall’Islam per le transazioni economiche sono impraticabili e che gli affari possono essere condotti soltanto con i metodi elaborati dai Kafir.* Qual è la testimonianza dei nostri capi e governanti? Che hanno gli stessi slogan del nazionalismo e della patria per mobilitare il popolo, gli stessi obiettivi da perseguire a livello nazionale, gli stessi metodi per risolvere i problemi nazionali, gli stessi principi di politica e di elaborazione costituzionale praticati dai Kafir. Dichiarano che, sotto questo aspetto, l’Islam non ha alcuna guida da offrire. E qual è la testimonianza delle nostre masse? Attestano di non avere nulla da dire se non sulle questioni mondane, di non possedere alcun Din che desideri essere propagato o che esiga da loro di dedicare a questo scopo una parte del proprio tempo. Questa, dunque, è la testimonianza resa con le parole dalla nostra intera Ummah. È così non solo in questo Paese, ma in tutto il mondo.
La nostra azione – Testimonianza
Ora passiamo alla testimonianza delle nostre azioni e osserviamo la testimonianza resa dalle nostre azioni e dalle nostre opere. Qui la nostra condotta è ancora più scandalosa di quella relativa alla nostra testimonianza mediante le parole. Non c’è dubbio che vi siano alcuni buoni musulmani le cui vite sono un vero esempio dell’Islam. Ma consideriamo come si comporta la stragrande maggioranza della Ummah, la società nel suo complesso. Quale testimonianza rende la vita di un musulmano tipico e ordinario? Che le persone plasmate e formate dall’Islam non sono in alcun modo migliori, né diverse, da quelle preparate dal Kufr. Se mai, le prime sono peggiori delle seconde: per esempio, è più probabile che un musulmano dica una bugia, che tradisca e violi una fiducia riposta in lui, che opprima le persone e faccia loro del male, che venga meno alla sua promessa, che rubi e derubi, che si dedichi a comportamenti disordinati e violenti, che si abbandoni a ogni sorta di atti indecenti. In effetti, riguardo a tutte queste azioni immorali, il livello della «prestazione» dei musulmani non è inferiore a quello di qualsiasi popolo Kafir. Quale testimonianza offre la nostra vita sociale? Guardiamo ai nostri stili di vita, alle nostre usanze e cerimonie, alle nostre feste, alle nostre fiere e riunioni religiose, ai nostri incontri e cortei: sotto nessun aspetto rappresentiamo veramente l’Islam. Anzi, al contrario, la nostra vita sociale è una patetica testimonianza del fatto che i seguaci dell’Islam considerano i modi non islamici migliori e preferibili a quelli islamici. Lo stesso vale per la testimonianza delle nostre altre istituzioni sociali e attività collettive. Quando istituiamo scuole e università, importiamo dai Kafir tutto: le nostre conoscenze, il nostro sistema educativo, la nostra filosofia, il nostro spirito e il nostro obiettivo. Quando formiamo partiti e associazioni, modelliamo tutto sui modelli stabiliti dai Kafir: i nostri ideali e obiettivi, le nostre strutture e costituzioni, le nostre politiche e i nostri metodi. Quando, come popolo, intraprendiamo una lotta, la nostra causa, i nostri slogan e le nostre rivendicazioni, le nostre questioni e i nostri dibattiti, i nostri programmi e le nostre procedure, le nostre risoluzioni, dichiarazioni e discorsi sono tutti vere repliche delle pratiche delle comunità e delle nazioni Kafir. Si è giunti al punto che persino i nostri Stati indipendenti, là dove esistono, hanno preso in prestito dai Kafir le loro costituzioni, i loro codici di legge e le loro politiche e i loro principi guida. In alcuni Stati, la legge islamica è stata ridotta a una semplice legge personale; in altri, persino questa legge personale è stata modificata. Uno scrittore inglese osserva con scherno: Considerate le numerose accuse rivolte dagli indiani all’amministrazione britannica, è importante rendersi conto che i britannici furono straordinariamente lenti nell’introdurre innovazioni nel diritto… [In effetti] per quanto riguarda l’Islam, il risultato del rapporto dei britannici con l’India è stato quello di stabilire su basi più solide il diritto personale e religioso musulmano… mentre tutto il resto della shari’a è stato abolito… D’altra parte, l’Albania e la Turchia sono entrambe diventate Stati secolari [adottando codici penali e civili europei, e modificando persino il diritto penale musulmano]… [Così si può dire, come afferma Lindsay, che] «La dottrina musulmana secondo cui la legislazione non rientra nella competenza di un sovrano terreno non fu mai, in realtà, nient’altro che una pia finzione…» Questa, dunque, è la testimonianza resa dalle azioni di quasi tutti i musulmani. Anche questa testimonianza è contro l’Islam. Non è a suo favore. Per quanto omaggio a parole possiamo rendere all’Islam, la nostra condotta pubblica dimostra che non approviamo alcun aspetto dell’Islam, che non riteniamo le sue leggi buone e favorevoli al nostro benessere. E con quali conseguenze!
La nostra punizione
Alla luce della nostra condotta, siamo colpevoli di rendere falsa testimonianza, di spergiuro e di occultare la Verità. Di conseguenza, stiamo subendo esattamente la stessa punizione che la Legge di Dio ha prescritto per crimini così gravi e abominevoli. Qual è questa legge? Quando un popolo rifiuta e respinge la guida di Dio, quando è colpevole di spergiuro e slealtà verso il proprio Creatore, e quando si rende traditore nei Suoi confronti, allora Dio lo punisce severamente sia in questo mondo sia nel mondo futuro. [7] Questa legge fu applicata ai Figli d’Israele. [8] Ora siamo noi, la Ummah musulmana, a trovarci sul banco degli imputati. Dio non nutriva alcun rancore personale nei confronti degli ebrei, tale da dover punire soltanto loro. Né ha alcun legame di parentela o rapporto speciale con i musulmani, per cui dovrebbe liberarci, sebbene ora stiamo commettendo lo stesso crimine che essi commisero allora. [9]
In questo mondo
La punizione inflitta ai musulmani per i loro crimini in questo mondo è sotto gli occhi di tutti. In verità, l’entità e la rapidità del nostro declino sono state esattamente proporzionate all’entità e alla rapidità della nostra negligenza e del nostro fallimento nel compiere il dovere di testimoniare la Verità, nonché al nostro «progresso» nel testimoniare la falsità. Durante gli ultimi cento anni, dal Marocco all’Indonesia, paese dopo paese ci è stato sottratto e assoggettato a potenze straniere; un popolo musulmano dopo l’altro è caduto sotto il giogo del dominio e della colonizzazione. La parola «musulmano» non rappresenta più dignità, né impone più rispetto; al contrario, è diventata un marchio di degradazione, umiliazione, grave arretratezza e totale impotenza. Quanto siamo diventati impotenti? Abbiamo perso ogni onore e rispetto agli occhi del mondo. In alcuni luoghi il nostro sangue è scorso come acqua e siamo stati sottoposti a massacri su larga scala; in altri siamo stati cacciati dalle nostre case; in altri ancora siamo stati torturati e perseguitati; e in altri siamo stati ridotti a vivere come servi della gleba. Se in alcuni luoghi gli Stati musulmani sono sopravvissuti, hanno subito sconfitta dopo sconfitta, fino a essere ridotti a una posizione di timore e impotenza di fronte alle potenze straniere. Se soltanto avessero testimoniato l’Islam con le loro parole e le loro azioni, le potenze secolari sarebbero rimaste intimorite dinanzi a loro. Perché andare così lontano? Guardate semplicemente la vostra situazione in India. + Poiché avete eluso il vostro dovere di testimoniare la verità dell’Islam, anzi, poiché siete andati oltre e avete reso falsa testimonianza contro di esso sia con le vostre parole sia con le vostre azioni, l’intero paese è stato strappato al vostro controllo. Prima foste sconfitti dai Maratha e dai Sikh, e in seguito la servitù sotto il dominio britannico divenne il vostro destino. E ora calamità ancora più grandi vi stanno di fronte. Oggi il vostro status di minoranza è diventato la vostra più grande angoscia; vivete nel timore della maggioranza indù, affinché essa non vi assoggetti e non subiate la stessa sorte degli intoccabili. Ma, per amore di Dio, ditemi: una maggioranza avrebbe potuto minacciarvi se foste stati soltanto autentici testimoni dell’Islam? Questo problema di maggioranza e minoranza non scomparirebbe nel giro di pochi anni se oggi le vostre parole e le vostre azioni rendessero autentica testimonianza all’Islam? In Arabia, una maggioranza estremamente ostile e oppressiva si mise a sterminare un’insignificante minoranza, composta da circa una persona su centomila. Con quale risultato? Nel giro di dieci anni, questa minoranza, grazie alla sua testimonianza veritiera e degna di fiducia a favore dell’Islam, si trasformò in una maggioranza del cento per cento. In seguito, quando questi testimoni dell’Islam uscirono dall’Arabia, nel giro di venticinque anni, dal Turkestan al Marocco, popolo dopo popolo si fidò dell’integrità della loro testimonianza e si unì alla loro fede. Là dove un tempo vivevano soltanto zoroastriani, cristiani e pagani, ora vivono soltanto musulmani. Nessuna intransigenza, nessuno sciovinismo, nessun fanatismo religioso si dimostrò abbastanza forte da resistere alla testimonianza viva e autentica della guida divina offerta dai musulmani. Se oggi siete calpestati, se domani temete catastrofi ancora più grandi, non è forse questa la punizione per la vostra falsa testimonianza e per aver occultato la Verità?
Punizione nel mondo futuro Questa è la punizione che state ricevendo in questo mondo; ma nel mondo futuro è probabile che vi venga inflitta una punizione più severa. Come potreste essere assolti dalla colpa per ogni male e ogni ingiustizia cui l’umanità è stata sottoposta soltanto perché avete mancato di compiere il vostro dovere in quanto testimoni della Verità? Se non compite il vostro dovere, qualunque oppressione e corruzione venga perpetrata nel mondo e qualunque immoralità e malvagità prevalga, non vi è motivo per cui non dobbiate esserne ritenuti responsabili. Forse non siete responsabili di averli originati voi stessi, ma siete certamente responsabili, a causa della vostra falsa testimonianza, del loro mantenimento e perpetuazione, del fatto che altri li abbiano originati e del fatto di averne permesso la diffusione.
Note di Khurram Murad
7. Conseguenze del fallimento e della negligenza: la missione di testimoniare la Verità e invitare l’umanità ad arrendersi al suo Creatore ha lo status di un patto con Dio. Coloro che abbandonano questa missione, o non riescono ad adempierla, o la trascurano, sono colpevoli di aver violato il loro patto. Perciò sono maledetti da Dio e privati delle Sue benedizioni. Sono maledetti anche dagli angeli, perché la luce da loro portata è stata spenta da tali persone mentre l’umanità brancola nelle tenebre; e sono maledetti dall’umanità stessa, poiché le sue sofferenze e miserie sono dovute principalmente alla condotta di coloro ai quali quella luce era stata affidata. Coloro che nascondono i chiari messaggi e la guida che abbiamo fatto scendere, dopo averli resi chiari all’umanità nel Libro, saranno maledetti da Dio e da coloro che maledicono; ma quanto a coloro che si pentono, si correggono e rendono noto [il Libro], Io mi volgerò verso di loro. Io sono Colui che accetta il pentimento, il Misericordioso. Ma coloro che rimangono nello stato di negazione e muoiono negando, su di loro ricada la maledizione di Dio, degli angeli e di tutta l’umanità… (al-Baqarah 2: 159-61). E li colpirono umiliazione e impotenza, e si attirarono l’ira di Dio; tutto ciò perché persistevano nel negare i messaggi di Dio e nell’uccidere i Profeti contro ogni diritto; tutto ciò perché si ribellarono [contro Dio] e persistettero nel trasgredire [i limiti stabiliti da Dio] (al-Baqarah 2: 61). Il dovere viene evidentemente trascurato o abbandonato per amore dei guadagni mondani. Il Qur’an descrive questi guadagni come una misera cosa, che procura l’ira di Dio a coloro che vengono meno al loro dovere. La punizione per questo crimine, menzionata dal Qur’an, è davvero unica nel suo genere, poiché una punizione simile non viene menzionata per nessun altro crimine. In verità, coloro che nascondono ciò che Dio ha fatto scendere nel Libro e lo barattano per un prezzo irrisorio, non ingoiano altro che fuoco nei loro ventri. Dio non parlerà loro nel Giorno della Resurrezione, né li purificherà; per loro vi è un castigo doloroso. Sono coloro che hanno comprato l’errore al prezzo della guida e il castigo al prezzo del perdono. Quanto pazientemente hanno accettato il Fuoco! Tutto ciò perché Dio ha fatto scendere il Libro con la Verità; coloro che disputano a proposito del Libro sono immersi nel più profondo errore (al-Baqarah 2: 174-6; anche 3: 77-8).
8. L’esempio ebraico: la storia del popolo d’Israele è narrata dal Qur’an con notevole ricchezza di particolari. Essa offre l’esempio più istruttivo di un popolo guidato da alcuni dei più grandi Messaggeri di Dio. Essi strinsero un patto con Dio: sarebbero stati soltanto Suoi servi, avrebbero obbedito soltanto a Lui e sarebbero stati Suoi testimoni. Raggiunsero grandi vette e contribuirono molto al bene dell’umanità adempiendo il loro patto. Ma alla fine violarono il loro patto, soffrirono terribilmente e divennero così una lezione su come coloro che sono stati scelti da Dio per testimoniare la Sua guida possano smarrirsi e attirarsi l’ira di Dio. Lo scopo di narrare la loro storia non è né creare odio contro una particolare religione o popolo, né trarre piacere e conforto dalla loro sofferenza e umiliazione. Ciò risulta evidente dal fatto che, nonostante le severe accuse rivolte dal Qur’an al popolo d’Israele, i giorni più pacifici e gloriosi della storia ebraica, negli ultimi duemila anni, sono stati vissuti sotto il dominio islamico. In realtà, la loro storia deve fungere da specchio che il Qur’an pone davanti ai musulmani, affinché possano riconoscersi quando si smarriscono e restino consapevoli delle dolorose conseguenze di tale condotta. Un altro scopo era naturalmente quello di risvegliare gli ebrei ai tempi del Profeta, su di lui siano le benedizioni e la pace, e invitarli a credere nell’Ultimo Profeta e a sostenerlo, come esigeva la loro stessa missione. Il racconto coranico è simile a quello biblico; anzi, per tono e linguaggio è molto più mite.
Anzitutto, il Qur’an mostra che Dio aveva concesso grandi benedizioni al popolo d’Israele, la più grande delle quali era il Libro e la guida provenienti da Lui, e che essi erano stati scelti per essere Suoi servi speciali. O figli d’Israele, ricordate la Mia grazia con la quale vi ho colmato e come vi ho preferiti a tutti gli altri popoli (al-Baqarah 2: 47). E quando Mosè disse al suo popolo: «O popolo mio, ricordate la grazia di Dio su di voi, quando suscitò tra voi dei Profeti, vi fece re e vi diede ciò che non aveva dato a nessun altro essere» (al-Ma’idah 5: 20). E quando stringemmo un patto con i Figli d’Israele: «Non servirete e non adorerete altri che Dio; siate buoni con i genitori, con i parenti, con gli orfani e con i bisognosi; dite parole buone agli uomini, compite la preghiera e pagate l’elemosina» (al-Baqarah 2: 83). E quando stringemmo un patto con voi [o Figli d’Israele] e sollevammo sopra di voi il Monte: «Tenetevi saldamente, con tutte le vostre forze, a ciò che vi abbiamo dato e ricordate ciò che contiene, affinché possiate essere consci di Dio». Poi vi allontanaste dopo ciò… (al-Baqarah 2: 63-4). In verità facemmo scendere la Torah, nella quale vi erano guida e luce; con essa i Profeti che si erano sottomessi [a Dio] giudicavano tra gli ebrei, e così facevano gli uomini di Dio e i rabbini, secondo quella parte del Libro di Dio che era stata loro affidata; ed essi ne testimoniavano la verità (al-Ma’idah 5: 44).
La Bibbia offre un racconto simile: fate questo perché appartenete al Signore vostro Dio. Fra tutti i popoli della terra Egli vi ha scelti come Suo popolo speciale. Il Signore non vi ha amati e scelti perché foste più numerosi degli altri popoli; eravate la nazione più piccola della terra (Deut. 7: 6-7). Sul monte Sinai il Signore nostro Dio strinse un patto non soltanto con i nostri padri, ma con tutti noi che siamo oggi viventi. Là, sul monte, il Signore vi parlò faccia a faccia dal fuoco… Il Signore disse: «Io sono il Signore, il vostro Dio, che vi ha fatto uscire dall’Egitto, dove eravate schiavi. Non adorate altro dio all’infuori di Me» (Deut. 5: 2-7). Israele, ricorda questo! Il Signore, e il Signore soltanto, è il nostro Dio. Ama il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. Non dimenticare mai questi comandamenti che oggi ti do. Insegnali ai tuoi figli. Ripetili quando sei in casa e quando sei fuori, quando riposi e quando lavori. Legali alle tue braccia e portali sulla fronte come ricordo. Scrivili sugli stipiti delle tue case e sulle tue porte (Deut. 6: 4-9). [Questa è un’ottima esegesi delle parole coraniche «e ricordate».] Non dimenticare mai il Signore tuo Dio e non rivolgerti ad altri dèi per adorarli e servirli. Se lo farai, oggi ti avverto che sarai certamente distrutto (Deut. 8: 19). Popolo d’Israele, voi siete i Miei testimoni; vi ho scelti come Mio servo, affinché Mi conosciate, crediate in Me e comprendiate che Io sono l’unico Dio. Accanto a Me non vi è altro dio; non ve ne fu mai e non ve ne sarà mai (Isa. 43: 10).
In secondo luogo, il Qur’an esorta e invita il popolo d’Israele, come fa la Bibbia, ad adempiere il proprio patto con Dio, a credere nel Suo ultimo messaggio e a testimoniarne la verità, ricordando loro la promessa e la minaccia che erano state rivolte a loro. O figli d’Israele, ricordate la Mia grazia con la quale vi ho colmato e adempiate il Mio patto [con voi], e Io adempirò il vostro patto [con Me]; e di Me solo abbiate timore reverenziale! (al-Baqarah 2: 40). Ricordate che il Signore vostro Dio è l’unico Dio e che Egli è fedele. Manterrà il Suo patto e mostrerà il Suo amore costante per mille generazioni a coloro che Lo amano e obbediscono ai Suoi comandamenti, ma non esiterà a punire coloro che Lo odiano (Deut. 7: 9-10). Se obbedirete al Signore vostro Dio e farete tutto ciò che Egli comanda, Egli vi farà Suo popolo, come ha promesso… Il Signore vostro Dio vi farà capo fra le nazioni e non coda; prospererete sempre e non fallirete mai… Ma se disobbedirete al Signore vostro Dio e non osserverete fedelmente tutti i Suoi comandamenti e le leggi che oggi vi do, tutte queste cose malvagie vi accadranno… il Signore maledirà tutto ciò che farete… (Deut. 28: 9-19). Io sarò il vostro Dio e voi sarete il Mio popolo (Lev. 26: 12).
In terzo luogo, il Qur’an accusa il popolo d’Israele di aver violato il proprio patto e trascurato il dovere di adorare e obbedire soltanto a Dio e di essere Suo testimone. Non solo essi stessi si allontanarono dal messaggio del loro Signore, ma impedirono anche ad altri di accettarlo e seguirlo. O Gente del Libro, perché negate i segni di Dio mentre voi stessi ne testimoniate [la verità]? O Gente del Libro, perché rivestite la verità di falsità e nascondete la verità, pur sapendolo? (Al ‘Imran 3: 70-1). Di’: O Gente del Libro, perché sbarrate la via di Dio a coloro che credono, cercando di renderla tortuosa, mentre voi stessi siete testimoni della sua verità? (Al ‘Imran 3: 99). In verità Dio strinse un patto con i Figli d’Israele quando scegliemmo tra loro dodici capi, e Dio disse: «Io sono con voi. Se assolverete la preghiera, pagherete l’elemosina, crederete nei Miei Messaggeri, li sosterrete e farete a Dio un prestito buono, cancellerò certamente le vostre cattive azioni e vi farò entrare in Giardini sotto i quali scorrono i ruscelli. Ma chiunque di voi, dopo ciò, rinnegherà, si sarà certamente smarrito dalla retta via». Poi, per aver violato il loro patto, li maledicemmo e rendemmo duri i loro cuori… (al-Ma’idah 5: 12-13). In verità stringemmo un patto con i Figli d’Israele e inviammo loro dei Messaggeri; ogni volta che giungeva loro un Messaggero con qualcosa che non gradivano [si ribellavano], ad alcuni davano del bugiardo e altri li uccidevano (al-Ma’idah 5: 70). La Gente del Libro ti chiederà di far scendere su di loro un Libro dal cielo; ma chiesero a Mosè qualcosa di ancora più grande, dicendo: «Mostraci Dio apertamente», e il fulmine li colpì per la loro empietà. Poi presero il vitello [come oggetto di adorazione], dopo che era giunta loro la Verità evidente; tuttavia perdonammo loro ciò e demmo a Mosè un’autorità evidente [a sostegno della Verità]. Sollevammo sopra di loro il Monte, prendendo da loro un patto, e dicemmo loro: «Entrate dalla porta prostrandovi»; e dicemmo loro: «Non trasgredite il Sabato»; e stringemmo con loro un patto solenne. [Li maledicemmo] dunque per aver violato il patto, per aver negato i segni di Dio, per aver ucciso i Profeti senza diritto e per aver detto: «I nostri cuori sono chiusi [alla falsa guida]»; anzi, Dio li ha sigillati per la loro miscredenza, e così non credono se non pochi; e per la loro miscredenza, per aver pronunciato contro Maria una calunnia enorme e per aver detto: «Abbiamo ucciso il Messia, Gesù figlio di Maria, il Messaggero di Dio» (al-Nisa’ 4: 153-7). I miscredenti tra i Figli d’Israele furono maledetti per bocca di Davide e di Gesù figlio di Maria; ciò perché si ribellarono [contro Dio] e persistettero nella trasgressione. Non si proibivano a vicenda le azioni malvagie che commettevano. Quanto erano malvagie le cose che facevano! (al-Ma’idah 5: 78-9).
La Bibbia parla nello stesso senso. La sua accusa non è diversa da quella del Qur’an, sebbene sia espressa con maggiore durezza e con rimproveri più severi. Inoltre, i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo seguirono il peccaminoso esempio delle nazioni circostanti, adorando gli idoli, e profanarono così il Tempio che il Signore stesso aveva reso santo. Il Signore, Dio dei loro antenati, continuò a mandare profeti per ammonire il Suo popolo, perché voleva risparmiare loro e il Tempio. Ma essi derisero i Messaggeri di Dio, ignorando le Sue parole e schernendo i Suoi profeti, finché alla fine l’ira del Signore contro il Suo popolo fu così grande che non vi fu più scampo (2 Cr. 36: 14-16).
Dio mi disse di scrivere in un Libro come è il popolo, affinché rimanesse una testimonianza permanente della sua malvagità. Si ribellano sempre contro Dio, mentono sempre e rifiutano sempre di ascoltare gli insegnamenti del Signore. Dicono ai profeti di tacere. Dicono: «Non parlateci di ciò che è giusto. Diteci ciò che vogliamo ascoltare. Lasciateci conservare le nostre illusioni. Toglietevi di mezzo e smettete di ostacolare il nostro cammino. Non vogliamo sentir parlare del vostro santo Dio d’Israele» (Isa. 30: 8-11). Ma il Tuo popolo si ribellò e Ti disobbedì; Ti voltò le spalle e abbandonò la Tua legge. Uccisero i profeti che li ammonivano e dicevano loro di tornare a Te. Ti insultarono più volte, così lasciasti che i loro nemici li conquistassero e li governassero (Neh. 9: 26-7). I figli che ho allevato si sono ribellati contro di Me. Il bestiame conosce il suo padrone e gli asini sanno dove il loro padrone dà loro da mangiare. Ma il Mio popolo Israele non sa neppure questo. Non comprende affatto… La città un tempo fedele si comporta come una prostituta! Un tempo era piena di uomini giusti, ma ora vi rimangono soltanto assassini. Gerusalemme, un tempo eri come argento, ma ora non vali nulla;… I tuoi capi sono ribelli e amici dei ladri; accettano sempre doni e tangenti. Non difendono mai gli orfani in tribunale e non ascoltano quando le vedove presentano la loro causa (Isa. 1: 2-23).
E così Gesù rimprovera il popolo d’Israele. Gerusalemme, Gerusalemme! Tu uccidi i profeti e lapidi i Messaggeri che Dio ti ha mandato!… E così il tuo tempio sarà abbandonato e deserto (Mt. 23: 37-8). Legano sulle spalle della gente pesi gravosi e difficili da portare, ma non sono disposti neppure ad alzare un dito per aiutarla a portarli. Fanno ogni cosa affinché la gente li veda. Guardate le fasce con i versetti della Scrittura che portano sulla fronte e sulle braccia, e osservate quanto sono grandi! Osservate anche quanto sono lunghe le frange dei loro mantelli! Amano i posti d’onore nei banchetti e i primi seggi nelle sinagoghe; amano essere salutati rispettosamente nelle piazze e sentirsi chiamare «Maestro»… Ipocriti! Chiudete in faccia alla gente la porta del regno dei cieli; voi stessi non entrate e non lasciate entrare quelli che cercano di farlo!… Pulite l’esterno della coppa e del piatto, mentre all’interno sono pieni di ciò che avete ottenuto con la violenza e l’egoismo… Siete come tombe imbiancate, che all’esterno sembrano belle, ma dentro sono piene di ossa e di cadaveri in decomposizione… Così ammettete voi stessi di essere discendenti di coloro che uccisero i profeti! Ebbene, andate avanti e portate a compimento ciò che i vostri antenati hanno iniziato! Serpenti, razza di vipere! Come pensate di sfuggire alla condanna dell’inferno? Perciò vi dico che vi manderò profeti, uomini saggi e maestri; ne ucciderete alcuni, ne crocifiggerete altri, altri ancora li flagellerete nelle sinagoghe e li inseguirete di città in città (Mt. 23: 4-34).
Forse il racconto più commovente del destino d’Israele si trova nelle lamentazioni del Profeta Isaia, pace su di lui. Descrivendo Israele come una vigna piantata da Dio, egli narra dapprima come Dio l’abbia benedetta con ogni bene, poi come essa abbia prodotto frutti aspri e come Dio l’abbia punita, in modo molto simile a ciò che Sayyid Mawdudi ha detto dei musulmani. Il mio amico aveva una vigna su una collina molto fertile. Zappò il terreno e lo liberò dalle pietre; vi piantò le viti migliori. Costruì una torre per sorvegliarla e scavò un tino per pigiare l’uva. Aspettò che l’uva maturasse, ma ogni acino era aspro. Ora il mio amico dice: «Voi che abitate a Gerusalemme e in Giuda, giudicate tra me e la mia vigna. C’è forse qualcosa che non ho fatto per essa? Perché allora ha prodotto uva aspra invece dell’uva buona che mi aspettavo? Questo è ciò che farò alla mia vigna: toglierò la siepe che la circonda, abbatterò il muro che la protegge e lascerò che gli animali selvatici la divorino e la calpestino. Lascerò che sia invasa dalle erbacce. Non poterò le viti né zapperò il terreno; lascerò invece che rovi e spine la ricoprano. Impedirò persino alle nuvole di far cadere la pioggia su di essa» (Isa. 5: 1-4).
Infine, il Qur’an chiarisce anche che, dopo Israele, sono stati i musulmani a essere incaricati di adempiere la stessa missione affidata a Israele. In verità demmo ai Figli d’Israele il Libro, il giudizio e la profezia; provvedemmo loro cose buone e li preferimmo a tutti gli altri popoli. Demmo loro prove chiare riguardo alla questione [del loro Din]; ma essi non si divisero in vie diverse dopo che era giunta loro la conoscenza, se non per reciproca trasgressione… poi ti ponemmo [o Muhammad] sulla Via [Shari‘ah] riguardante la questione [del tuo Din]; seguila dunque e non seguire i desideri di coloro che non sanno (al-Jathiyah 45: 18).
9. Illusioni e scuse: quando una fede totale, pervasiva, profonda e dinamica come l’Islam — vivere nella sottomissione all’unico Dio, che è una vocazione e un impegno — si trasforma in una religione ereditaria e settaria, i suoi seguaci inventano certe credenze popolari per tranquillizzare e mettere a tacere la propria coscienza. Sulla base di tali illusioni e scuse, riescono a vivere serenamente pur non adempiendo al loro impegno totale verso Dio. Trascurano la missione che Egli ha affidato loro e rifiutano inoltre ogni invito a rinnovare la loro fede e ad assumere il proprio dovere. Il Qur’an menziona alcune di queste nozioni popolari che erano diventate parte della fede ebraica e le respinge categoricamente. Ancora una volta, lo scopo non è condannare per sempre una determinata fede o un determinato popolo, né alimentare l’odio contro di essi, ma indurli a correggere le loro false credenze e, soprattutto, mettere in guardia i musulmani affinché si guardino da tali nozioni. È ironico che oggi si ritrovino tutte queste credenze popolari anche nella fede dei musulmani; per esempio, che la nostra Ummah sia l’amata di Dio, che i musulmani, qualunque sia lo stato della loro fede e della loro condotta, abbiano il monopolio del Paradiso, che le misericordie e le ricompense di Dio siano riservate esclusivamente a loro e che, anche se vengono puniti, la loro punizione durerà soltanto pochi giorni.
E gli ebrei e i cristiani dicono: «Siamo figli di Dio e Suoi prediletti». Di’: «Perché allora vi punisce per i vostri peccati? No, voi siete esseri umani tra quelli che Egli ha creato. Egli perdona chi vuole e punisce chi vuole» (al-Ma’idah 5: 18).
E dicono: «Nessuno entrerà in Paradiso se non sarà ebreo o cristiano». Queste sono le loro pie illusioni! Di’: «Portate la vostra prova, se siete veritieri!». No, chiunque sottometta interamente il proprio essere a Dio e operi il bene avrà la ricompensa presso il suo Signore; non vi sarà timore per loro e non saranno afflitti (al-Baqarah 2: 111-12).
E dicono: «Il Fuoco non ci toccherà se non per pochi giorni». Di’: «Avete forse stretto un patto con Dio? Dio non verrà meno al Suo patto. Oppure attribuite a Dio qualcosa di cui non avete conoscenza?». No, chiunque commetta il male e sia circondato dalle proprie trasgressioni, quelli sono gli abitanti del Fuoco… (al-Baqarah 2: 81).
E quando viene loro detto: «Credete in ciò che Dio ha fatto scendere», rispondono: «Crediamo in ciò che è stato fatto scendere su di noi»; e negano ciò che viene dopo, sebbene sia la verità che conferma ciò che è presso di loro. Di’: «Perché allora in passato uccidevate i Profeti di Dio, se eravate credenti?» (al-Baqarah 2: 91).
Di’: «Se la dimora dell’aldilà è riservata soltanto a voi, a esclusione di tutti gli altri uomini, allora desiderate la morte, se siete veritieri!». Ma non la desidereranno mai, a causa di ciò che le loro mani hanno commesso in precedenza; Dio conosce gli ingiusti… (al-Baqarah 2: 95).
Qual è il nostro vero problema?
Falsi problemi
A questo punto, fratelli, dovreste aver compreso come noi, in quanto musulmani, avremmo dovuto vivere e comportarci, e come invece viviamo e ci comportiamo realmente. Dovreste anche aver capito quali gravi conseguenze stiamo subendo a causa della nostra condotta. Non dovreste, quindi, avere difficoltà a comprendere che i problemi che i musulmani considerano cruciali per le loro società e che fanno di tutto per risolvere con vari espedienti — alcuni inventati da loro, ma per lo più copiati da altri — non sono il loro vero problema. Il tempo, l’energia e le risorse che impiegano per risolvere questi problemi vengono semplicemente sprecati. Per esempio, ci consideriamo una minoranza sommersa da un’imponente maggioranza straniera, oppure una maggioranza privata della propria sovranità nel proprio territorio, oppure una nazione soggiogata e sfruttata da una potenza straniera, oppure un popolo che soffre di arretratezza e povertà. Poi dedichiamo tutti i nostri sforzi al conseguimento di obiettivi che derivano da queste concezioni e immagini di noi stessi. Per esempio, obiettivi quali salvaguardare e assicurare la nostra posizione in un Paese in quanto minoranza, oppure conquistare la sovranità entro i nostri confini territoriali, oppure ottenere la libertà dal dominio straniero, oppure raggiungere gli stessi livelli di progresso e sviluppo economico delle nazioni avanzate. Queste e altre questioni analoghe possono costituire le principali preoccupazioni di coloro che non sono musulmani, che non accettano Dio come loro Signore e Guida, e possono rappresentare il fulcro dei loro sforzi. Ma per noi musulmani esse non sono i problemi primari; li affrontiamo solo perché abbiamo trascurato, e continuiamo a trascurare, il nostro dovere. Se fossimo stati veri testimoni dell’Islam, non ci saremmo ritrovati smarriti in una giungla così fitta di problemi complessi e inestricabili. Se ora indirizzassimo tutta la nostra attenzione e i nostri sforzi all’adempimento del nostro dovere, invece di dissipare le nostre energie per disboscare questa foresta, essa scomparirebbe in un attimo, non solo per noi, ma per tutta l’umanità. Infatti, mantenere il mondo pulito e migliorarlo è nostra responsabilità; poiché abbiamo abbandonato il dovere che ci è stato assegnato, il mondo si è infestato di boschi spinosi. E non c’è da meravigliarsi che la parte più spinosa sia toccata a noi. Purtroppo, i nostri leader religiosi e politici non cercano di comprendere questa realtà semplice ma cruciale. Ovunque continuano a convincere i musulmani che i loro problemi sono quelli di una minoranza contrapposta a una maggioranza, del progresso materiale, della sicurezza nazionale, della conquista della libertà e dell’indipendenza in quanto Stato-nazione. Inoltre, persino le soluzioni che raccomandano sono state prese in prestito dai non musulmani. Ma proprio come credo in Dio, così credo che vi stiano sviando e che, seguendo tali strade, non raggiungerete mai il vostro benessere e il vostro destino.
Il nostro vero problema
Qual è dunque il nostro vero problema? Se non ve lo dicessi chiaramente, senza alcuna riserva, vi farei un grave torto. A mio avviso, il vostro destino, ora e sempre, dipende da un’unica questione: come vi comportate nei confronti della guida di Dio che vi è giunta attraverso il Suo Messaggero, benedizioni e pace siano su di lui? È grazie a questa guida che siete musulmani. È grazie a questa guida che, che vi piaccia o no, avete accettato di diventare ambasciatori dell’Islam presso il mondo intero. Pertanto, solo se seguirete l’Islam totalmente e con devozione, se le vostre parole e le vostre azioni renderanno autentica testimonianza ai suoi insegnamenti, se la vostra condotta sociale e pubblica rappresenterà fedelmente ogni aspetto dell’Islam, allora ascenderete di gloria in gloria in questo mondo e riceverete i più alti onori nell’aldilà. Allora, in brevissimo tempo, le oscure nubi della paura e dell’ansia, del disonore e dell’umiliazione, della sottomissione e della schiavitù si disperderanno. Allora, la verità del vostro messaggio e la virtù del vostro carattere conquisteranno mente dopo mente e cuore dopo cuore. Allora, il vostro prestigio e la vostra reputazione, la vostra influenza e la vostra autorità, domineranno il mondo. Le speranze di assicurare la giustizia saranno riposte in voi, ci si fiderà della vostra integrità e della vostra onestà, a voi saranno affidate le prospettive della virtù e al vostro mondo sarà accordata l’autorità. Al contrario, i leader del secolarismo perderanno ogni credibilità e autorità. La loro filosofia e visione del mondo, le loro ideologie economiche e politiche, si dimostreranno false e spurie quando saranno messe a confronto con la vostra verità e la vostra retta condotta. Le forze che oggi appartengono al campo secolare se ne distaccheranno una dopo l’altra e si uniranno al campo dell’Islam. Verrà allora un tempo in cui il comunismo temerà per la propria stessa sopravvivenza persino a Mosca, in cui la democrazia capitalista tremerà al pensiero di doversi difendere persino a Washington e New York, in cui il secolarismo materialista non riuscirà a trovare posto nemmeno nelle università di Londra e Parigi, in cui il razzismo e il nazionalismo non conquisteranno neppure un solo seguace nemmeno tra i bramini e i tedeschi. L’attuale era di abietta umiliazione sarà allora consegnata alle pagine della storia. Servirà soltanto a ricordarci i giorni in cui i seguaci di una fede universale e potente come l’Islam furono ridotti a una tale stupidità da tremare di fronte a bastoni e corde mentre tenevano sotto il braccio il bastone di Mosè. Questo futuro è vostro! Ma solo se seguirete l’Islam con sincerità ed esclusività e sarete suoi testimoni fedeli. La vostra condotta attuale, tuttavia, è del tutto contraria. Siete stati benedetti dalla guida divina, ma, come un serpente che custodisce un tesoro, non ne traete beneficio voi stessi né permettete ad altri di beneficiarne. Chiamandovi musulmani, vi siete assunti la posizione di rappresentanti dell’Islam, ma la testimonianza congiunta delle vostre parole e delle vostre azioni viene resa soprattutto a favore dell’Ignoranza (Jahillyah), dell’idolatria, del materialismo e dell’immoralità. Avete con voi il Libro di Dio, ma lo avete messo sullo scaffale e, per cercare una guida, vi rivolgete a ogni sorta di persone che conducono al Kufr e a fonti che vi sviano. Dichiarate di essere i servitori dell’unico Dio, ma in realtà servite ogni falso dio, ogni Satana e ogni potere ribelle contro Dio. Avete amici e nemici, ma sono sempre i vostri interessi personali ed egoistici a determinare la vostra amicizia e la vostra inimicizia. In entrambi i casi usate l’Islam come parte a sostegno della vostra causa. Così, da un lato, la vostra condotta ha privato le vostre vite delle benedizioni che l’Islam vi offre e, dall’altro, state allontanando l’umanità invece di attrarla all’Islam. Se continuate a comportarvi in questo modo, non potrete ottenere alcun bene, né in questo mondo né nell’aldilà. Secondo la Legge di Dio, il risultato è quella miserevole situazione in cui vi trovate. Ciò che il futuro vi riserva potrebbe essere molto peggio. A essere sinceri, forse, se rimuoveste da voi l’etichetta dell’Islam e segu }]}]} len? We got cut due? Need complete exact JSON. Must continue translated_text, cannot partial. Recompose maybe token budget enough? We have 7k, translation ~2500 words? Actually source 1300 words, Italian 1600, within. Need complete. Ensure output valid. I’ll provide entire maybe current was cut at