Nota dell’editore
L’Islam è la filosofia di vita, l’ideale di vita e la guida indicati dal grande Allah per gli esseri umani di ogni epoca. Il bene e la salvezza dell’umanità risiedono nell’Islam. Pertanto, la società e la civiltà costruite sulla base dell’ideale islamico di vita sono, in realtà, una società sana e una civiltà autentica. Le società e le civiltà sorte, epoca dopo epoca e paese dopo paese, sulla base di ideologie concepite dall’uomo al di fuori della filosofia islamica di vita, non hanno mai potuto essere società e civiltà orientate al bene. Al contrario, sono diventate civiltà contrarie alla natura, deformate e distruttive dell’umanità.
Le civiltà antidiluviane di ‘Ad, Thamud, Lot e del Faraone, le civiltà greca, romana, persiana e indiana dell’epoca storica, nonché l’attuale civiltà materialista occidentale, sono tutte esempi di civiltà deformate, ostili all’umanità e lontane da Dio.
Uno dei maggiori elementi delle civiltà deformate e corrotte è la nudità e l’impudicizia, che oltraggiano la castità delle donne. È essenzialmente un’opera satanica. La moderna civiltà materialista, in nome dell’uguaglianza tra uomini e donne, cerca da un lato di trascinare le donne in tutti i campi degli uomini, allontanandole così dalle loro autentiche responsabilità materne; dall’altro, offrendo la possibilità di una libera promiscuità tra uomini e donne, cerca di trasformare l’intera civiltà umana in una civiltà corrotta e bestiale. Nel libro intitolato «L’Islam e la donna musulmana moderna», l’erudita autrice ha illustrato con argomentazioni e informazioni eccellenti come il mondo musulmano, cadendo vittima della corrotta propaganda femminista occidentale, stia distruggendo la propria civiltà.
L’emergente scrittore Mofochchhel Ahmad ha tradotto questo libro in uno stile estremamente scorrevole e toccante, lasciando una testimonianza delle proprie capacità. Che il grande Allah accetti questo suo modesto sforzo. Amen!
Moḥammad Nechār Uddin Masud
451, Mir Hajirbag
Dacca-1204
Breve biografia dell’autrice
Mariam Jameela nacque nel 1934 a New York, in una famiglia ebrea americana di origine tedesca. Crebbe a Westchester, il sobborgo più ricco e densamente popolato di New York, e ricevette un’istruzione completamente laica nelle scuole pubbliche. Fin dall’infanzia si rivelò diversa dagli altri studenti: amava lo studio ed era un’accanita lettrice. Non la si vedeva mai senza un libro in mano. I suoi interessi di lettura si estendevano ben oltre i programmi scolastici. Quando, superata l’adolescenza, entrò nella giovinezza, divenne molto emotiva e cominciò a disprezzare tutte le frivolezze della gioventù, cosa insolita per una giovane donna attraente e bella. Gli ambiti che più soddisfacevano la sua sete di conoscenza erano la religione, la filosofia, la storia, l’antropologia, le scienze sociali e la biologia. Le biblioteche pubbliche della scuola e del quartiere e, infine, la Biblioteca pubblica di New York divennero la sua seconda casa.
Dopo aver conseguito il diploma di scuola secondaria, nel 1952 si iscrisse al programma di arti liberali dell’Università di New York. Durante gli studi universitari, nel 1953, si ammalò gravemente. La sua malattia peggiorò giorno dopo giorno e, nel giro di due anni, dovette lasciare l’università senza conseguire alcun diploma. Rimase in cura per due anni (1957-59) in ospedali pubblici e privati. Al ritorno a casa dall’ospedale, scoprì di essere diventata una scrittrice. La traduzione del Corano di Marmaduke Pickthall e due libri scritti da Allama Muhammad Asad, Road to Macca e Islam at the Cross Roads, accesero nel suo cuore la fiamma dell’interesse per l’Islam. Attraverso la corrispondenza con diversi eminenti pensatori musulmani contemporanei dei Paesi islamici e i rapporti amichevoli instaurati con alcuni nuovi musulmani residenti a New York, fu iniziata all’Islam dallo sceicco Daoud Ahmad Faisal presso la Missione islamica di Brooklyn, a New York. Il signor Faisal le cambiò allora il nome da Margaret Marcus a Mariam Jameela.
In seguito iniziò un’ampia corrispondenza con i pensatori islamici di tutto il mondo e continuò a leggere tutti i libri e i periodici islamici pubblicati in inglese. Fu proprio attraverso queste letture che conobbe il pensiero di Maulana Sayyid Abul Ala Mawdudi e, dal 1960, iniziò a corrispondere regolarmente con lui. Nella profumata primavera del 1962, Maulana Mawdudi invitò Mariam Jameela a trasferirsi in Pakistan e a vivere a Lahore come membro della sua stessa famiglia. Mariam Jameela accettò con gioia il suo invito. Un anno dopo essersi trasferita in Pakistan, sposò il signor Muhammad Yusuf Khan, un lavoratore a tempo pieno della Jamaat-e-Islami. In seguito fu proprio Yusuf Khan ad assumersi la responsabilità della pubblicazione di tutti i suoi libri. Mariam Jameela è madre di quattro figli. Visse in una famiglia numerosa insieme alla prima moglie del marito, a tutti i figli di lui e ai suoi parenti mahram. Anche dopo il matrimonio portò avanti con grande successo la sua attività letteraria e tutti i suoi sforzi intellettuali. In effetti, le sue opere più importanti furono completate durante la gravidanza e negli intervalli tra una gravidanza e l’altra. Osserva il purdah con grande rigore.
Fu infine l’odio sconfinato che nutriva verso l’ateismo e il materialismo in tutte le loro forme, passate e presenti, insieme alla sua incessante curiosità per i concetti astratti e trascendenti, a condurla all’Islam, la retta via pura e semplice che soddisfaceva tutte le esigenze della sua conoscenza e delle sue emozioni. L’Islam le offrì una guida corretta riguardo alla vita terrena e a quella ultraterrena.
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Parole del traduttore
Le basi della civiltà si fondano sulla posizione, sulle responsabilità e sui rapporti reciproci tra donne e uomini nella società. Ogni volta che una società ha allontanato la donna dalla sua giusta posizione, quella società è precipitata nella rovina.
La posizione che l’Islam ha assegnato alla donna e all’uomo nella società musulmana è stata ampiamente abbandonata da quest’ultima sotto l’influsso della moderna civiltà materialistica occidentale. In questo opuscolo intitolato “Islam and the Muslim Women Today (Islam e la donna musulmana moderna)”, la celebre pensatrice islamica, raffinata scrittrice e neomusulmana Begum Maryam Jamila, nata in una facoltosa famiglia ebraica nella città americana di New York, centro della corrotta civiltà moderna, ha dipinto con grande abilità il quadro di questa degenerazione della società musulmana, illustrando al contempo la storia della vacuità della civiltà occidentale.
Sebbene la donna e l’uomo appartengano alla stessa specie umana, tra loro esistono profonde differenze sotto il profilo fisico e mentale. Fisicamente, l’uomo è forte, vigoroso, estremamente coraggioso, incline alla creazione, laborioso e resistente alle fatiche. La donna è inerme, debole e incapace di affrontare un lavoro eccessivo e le avversità. A causa delle regolari mestruazioni, della gravidanza e della grave responsabilità di allevare i figli, è inoltre inadatta a lavorare fuori casa.
Mentalmente, l’uomo è risoluto, fiducioso e paziente; la donna è emotiva, fragile e pudica.
Nel corpo femminile prevalgono sostanze magnetiche e alcaline, mentre nel corpo maschile predominano sostanze elettriche e acide. Perciò, proprio come esiste una tendenza all’attrazione reciproca tra il magnetismo e l’elettricità, e tra gli acidi e gli alcali, così esiste naturalmente una forte attrazione biologica tra la donna e l’uomo. Come la luminosità del corpo femminile incanta l’uomo, così l’aura elettrica del corpo maschile affascina la donna. Per evitare la promiscuità sessuale e preservare l’identità della donna, l’Islam ha stabilito la norma del purdah: l’ordine di nascondere la bellezza del proprio corpo e del proprio volto agli uomini estranei.
L’Islam ha stabilito che il principale ambito d’attività della donna sia la sua casa, la famiglia del marito. Anche rimanendo nella propria posizione, la donna può essere istruita, virtuosa, sapiente, benefattrice della società, al servizio del popolo e organizzatrice. L’età d’oro dell’Islam ne offre una testimonianza esemplare.
Come l’uomo, grazie alle sue capacità naturali e alla sua abilità nel lavoro, eserciterà la propria autorità nell’ambito esterno alla casa, così anche la donna, secondo le esigenze della sua natura, svolgerà da dietro il purdah metà dell’opera della civiltà umana.
La civiltà occidentale materialistica, per distruggere la società benefica che l’Islam ha costruito affidando alla donna le responsabilità appropriate alla sua natura, ha suonato il flauto di Niru chiamato “libertà della donna”. Questi sostenitori della libertà femminile hanno liberato le donne dal naturale pudore e dal velo, portandole accanto agli uomini in ogni ambito lavorativo. Di conseguenza, tutte le relazioni umane determinate dal sesso stanno gradualmente scomparendo. La casa e la famiglia si stanno disgregando; i rapporti tra padre e figlio e tra madre e figlia si stanno spezzando.
Per oltre centocinquant’anni, il mondo musulmano è stato governato dall’Occidente.
Nel frattempo, l’istruzione, la filosofia, la cultura, le leggi e i costumi occidentali sono penetrati nella società musulmana; in seguito, sebbene i Paesi musulmani abbiano ottenuto l’indipendenza geografica, ancora oggi non sono riusciti a liberarsi dal cappio della schiavitù delle superpotenze.
Politicamente, la maggior parte dei Paesi musulmani è ancora governata dai figli spirituali dell’Occidente che si fregiano del nome di musulmani, e questi nuovi governanti dipendono dai loro padroni occidentali praticamente in ogni questione riguardante la società e lo Stato. Di conseguenza, nessuno dei valori dell’Islam è al sicuro nelle loro mani. Attraverso di loro, le potenze occidentali si adoperano costantemente per trasformare la società musulmana. Tra le loro innumerevoli cospirazioni vi sono la conversione religiosa attraverso le attività delle ONG e dei missionari, con il pretesto di aiutare i bisognosi, e la deformazione sociale mediante l’uso dell’arma degli aiuti finanziari nella gestione dello Stato. Le proposte delle recenti Conferenze mondiali sulle donne tenutesi al Cairo e a Pechino ne sono l’esempio più evidente.
Nei Paesi musulmani sono pienamente in vigore la politica, l’economia, l’istruzione, la filosofia, la cultura, le leggi e il sistema giudiziario dell’Occidente. Soltanto il sistema familiare è in parte islamico. Essi si stanno impegnando con tutte le loro forze per distruggere anche questo. Il loro obiettivo è sostituire le norme relative al velo e all’abbigliamento, ai rapporti tra donne e uomini, alla poligamia, alle leggi sul matrimonio e sul divorzio, ai diritti dei genitori, ai diritti dei coniugi e all’eredità, e introdurre integralmente le disposizioni legislative occidentali. Nella suddetta opera, l’autrice, profondamente esperta delle civiltà occidentale e islamica, ha presentato splendidamente proprio questo tema.
È proprio per far giungere questa opera ai lettori consapevoli che mi sono dedicato a tradurla in bengalese. Se attraverso questo libro la società musulmana di lingua bengalese, in particolare le donne e gli uomini della generazione attuale cresciuti in un ambiente ostile, riuscirà a trovare almeno in qualche misura la direzione da seguire, il mio lavoro sarà ricompensato, in shā’ Allāh.
Mofachchél Ahmad
28.12.95.
Le responsabilità sociali della donna musulmana
Coloro che credono nella superiorità dello stile di vita moderno considerano valori islamici come (1) la tutela delle figlie nel matrimonio, (2) la poligamia, (3) il divorzio e (4) il sistema del velo, dannosi per la posizione sociale delle donne.
In tutti i Paesi musulmani del mondo è oggi in corso un movimento chiamato «movimento riformista», che vuole sottoporre a giudizio le norme considerate islamiche fin dagli inizi dell’Islam e intende introdurre, in tutti questi ambiti, le norme vigenti nei Paesi non musulmani.
In questo articolo descriverò dunque dettagliatamente la naturale superiorità degli insegnamenti islamici riguardanti il genere femminile e il fatto che il trattamento ingiusto riservato alle donne in questo ambito provochi gravi danni sociali. Le moderne sostenitrici dell’uguaglianza femminile considerano assai deplorevole la preminenza dell’opinione dei genitori o del tutore nella scelta del marito per una ragazza musulmana, e la descrivono come una crudele oppressione paterna nei suoi confronti e un’ingerenza nella libertà individuale. Nessun’altra norma dell’Islam è stata da loro condannata così aspramente quanto la poligamia. Esse l’hanno presentata come la massima umiliazione della femminilità musulmana e come prova di arbitraria lussuria. Queste «riformiste» ritengono che essa sia una pratica adatta soltanto alle società estremamente degradate e sostengono che possa essere accettata esclusivamente in circostanze del tutto eccezionali.
Dobbiamo comprendere chiaramente che questa penosa ammissione dei nostri modernisti non ha affatto le sue basi nel Corano o negli hadith. È interamente il risultato della loro servitù mentale nei confronti della civiltà occidentale.
La ragione per cui la società occidentale guarda alla poligamia con un odio così intenso è che è fortemente influenzata da un’idea esasperata dell’esclusività coniugale e, in tale ambito, non considera l’adulterio altrettanto orrendo.
È motivo di grande vergogna e dolore il fatto che, anche in molti Paesi a maggioranza musulmana, le norme familiari dell’Islam siano state mutilate a tal punto che, secondo le loro leggi contemporanee, il Profeta (s), i suoi nobili Compagni (ra) e gli altri grandi uomini che praticarono la poligamia vengono considerati criminali. Essi hanno accusato con altrettanta asprezza la legge islamica relativa al divorzio. Indicano come ulteriore prova dell’umiliazione inflitta alle donne musulmane il fatto che la sharia islamica permetta a un uomo di divorziare dalla propria moglie. Hanno proclamato a gran voce che il ripudio unilaterale della moglie, come il divorzio, è necessariamente un crimine imperdonabile, poiché permette a un uomo di abbandonare la propria moglie per ragioni molto futili e insignificanti. Pertanto, il divorzio deve essere un reato punibile, e si dovrebbe poter divorziare soltanto con l’autorizzazione del tribunale, quando si verifichi una grave situazione come l’adulterio o una follia incurabile.
Laddove la sharia islamica offre a una coppia infelice, incapace di tollerare la reciproca convivenza, una soluzione bella e dignitosa ai propri problemi, quei «riformisti» hanno sostenuto che anche questi due uomini e donne dai temperamenti incompatibili debbano essere costretti a mantenere il loro vincolo matrimoniale.
Se un uomo e una donna non riescono a trovare soddisfazione reciproca, poiché nessuna morale priva di religione può costringerli ad amarsi, essi finiranno inevitabilmente per cercare l’amore altrove. Per liberarsi da questa insopportabile convivenza segnata dall’insoddisfazione reciproca, rimane loro un’unica possibilità: indurre il tribunale a concedere il divorzio mediante menzogne e calunnie. E poiché queste false accuse provocano loro disonore sociale, l’intera vicenda conduce al loro degrado morale e alla loro rovina.
Chi divorzia dalla propria moglie senza una valida ragione dimostrabile in tribunale può essere considerato una persona malvagia. Ma, secondo qualsiasi giudizio umano, non è certo un male concedere alla donna l’opportunità di sciogliere il vincolo matrimoniale a sua scelta, invece di costringerla a sopportare per tutta la vita tormenti psicologici. Ciononostante, i nostri moderni riformisti si sono impegnati con ogni mezzo a elaborare leggi che, anche in una simile situazione, costringano la donna a vivere per tutta la vita tra litigi e sofferenze psicologiche.
Neppure il sistema di separazione mediante il velo, o dall’inopportuna mescolanza tra donne e uomini, viene considerato con meno ira dai moderni istruiti. Essi sono decisi, proprio come i non musulmani, a svelare il corpo femminile. Perciò hanno istituito per le donne l’istruzione mista, il diritto di voto, la possibilità di accettare lavori fuori dal Paese e la piena partecipazione a ogni attività pubblica.
La massima espressione di questa “libertà femminile” introdotta dalle autorità statali è costituita da ragazze con il niqab scoperto che, sulle strade, sfilano freneticamente agitando striscioni al ritmo dell’inno nazionale; dalle donne che votano accanto agli uomini nelle elezioni; dalle donne nell’esercito vestite con l’uniforme dei soldati uomini; dalle donne che lavorano con gli uomini nelle fabbriche; e dalla scena in cui i giudici dei concorsi di bellezza nazionali osservano il corpo e la bellezza delle avvenenti fanciulle partecipanti, esposte come animali addobbati nelle bancarelle di regali di una fiera del divertimento.
Nella civiltà moderna, il rispetto e l’onore della donna vengono determinati dalla sua partecipazione a tutte le attività degli uomini e, insieme a ciò, dall’esposizione di tutta la sua bellezza e dolcezza. Di conseguenza, nella società contemporanea, tutte le attività che distinguono le donne dagli uomini si confondono completamente.
L’insegnamento islamico non può in alcun modo tollerare valori culturali sessualizzati e devianti di questo genere.
L’Islam non ha affidato alla donna la responsabilità della leadership nella sfera degli uomini. La sua responsabilità è stata stabilita nella sua casa, nella famiglia del marito. La sua realizzazione e il suo successo sono stati determinati dalla sua obbedienza e fedeltà al marito e dall’educazione dei suoi figli preziosi. Tutte le donne musulmane prediligono la riservatezza; per questo il velo è il mezzo indispensabile.
Nella scena del dramma della vita in cui l’uomo sarà l’eroe della storia, la donna, dietro il velo, sarà colei che sostiene tutte le sue attività. Sebbene le attività della donna siano meno eccitanti, sono più umili e non sono affatto meno importanti nel preservare la stabilità, lo sviluppo e la purezza di uno stile di vita sano e ordinato.
La responsabilità della donna musulmana in quanto madre
La responsabilità primaria di una madre musulmana è ispirare i figli secondo gli insegnamenti del Corano e della Sunna.
Nelle regioni non arabe, la maggior parte delle donne musulmane che ogni mattina leggono devotamente il Corano non ne conosce neppure il minimo significato, né si sforza di conoscerlo.
Molte ragazze religiose, ma formatesi nell’istruzione moderna, studiano il Corano, gli hadith e la letteratura islamica. Tuttavia, considerano queste opere alla stregua di romanzi o drammi, oppure le concepiscono come una sorta di filosofia astratta. Perciò questi studi sull’Islam non riescono neppure per un momento a trattenerle dal guardare film osceni, ascoltare musica volgare, esibirsi in movimenti al ritmo delle canzoni o partecipare a eventi sociali indossando abiti indecenti e aderenti al corpo.
A questo proposito, è dovere delle madri musulmane spiegare ai propri figli e figlie ormai cresciuti che ciò che fanno gli altri loro compagni a scuola e al college non è in realtà giusto. Le donne musulmane dovrebbero leggere il Corano e gli hadith affinché i loro insegnamenti vengano applicati nella vita quotidiana.
In molte case musulmane si vede il Sacro Corano riposto su uno scaffale, avvolto in un bel panno di seta, quasi fosse stato messo lì soltanto perché vi si depositasse la polvere. Questi innumerevoli Corani inutilizzati gridano implorando: «O uomini, liberatemi dai miei vincoli, leggetemi e seguitemi».
Le madri abituate a leggere riviste femminili finiscono facilmente per sostenere anche il forte atteggiamento ribelle dei loro figli adolescenti nei confronti della moralità e dei valori religiosi radicati nella società da lungo tempo. Arrivano persino a incoraggiare la loro forte attrazione per comportamenti insensati e spregevoli e per futili frivolezze, nonché la loro totale avversione verso la conformità alle consuetudini. Queste madri pensano: «L’ateismo e il materialismo sono una realtà biologica ereditata dai giovani adolescenti. Essi li accetteranno certamente come un cambiamento rivoluzionario. Pertanto, è meglio lasciarli in balia di questa tendenza così diffusa».
È una menzogna assoluta. Non può avere alcuna giustificazione logica. Al contrario, nella maggior parte dei casi, sono state proprio le propagande dei cosiddetti progressisti a gettarli in questa disperazione.
Poiché ciò che ascoltano e vedono nei mezzi di comunicazione di massa e ciò che imparano nelle loro istituzioni educative non ha alcuna corrispondenza con i valori praticati o insegnati nelle loro case, diventano naturalmente ribelli. Se questi mezzi di comunicazione insegnassero il modo di vivere islamico invece di quello occidentale, questi giovani e queste giovani potrebbero diventare completamente diversi nei pensieri, nelle convinzioni, nei sentimenti e nei comportamenti. Nel realizzare questo cambiamento indispensabile, soltanto le madri istruite possono svolgere il ruolo principale, esercitando sui propri figli un’influenza estremamente efficace.
L’insegnamento islamico relativo al velo e alla segregazione richiede che le donne vivano in solitudine con dignità e rispetto, rimanendo per la maggior parte del tempo nella propria casa, salvo uscire per incontrare parenti e amici uomini in caso di assoluta necessità. Una madre può offrire un buon esempio ai propri figli cresciuti attraverso le attività che pratica nella sua vita privata. La madre che si dedica sempre alle faccende domestiche, si occupa di cucinare, vigilare e prendersi cura dei bambini, recita regolarmente le preghiere, studia il Corano ed è impegnata in altre pratiche di culto, è proprio colei che può creare nella propria famiglia un ambiente islamico favorevole. Grazie a tale ambiente, i suoi figli ne saranno profondamente influenzati e, crescendo e iniziando a frequentare l’ambiente esterno, non saranno attratti da comportamenti indesiderati. Per questo, ai bambini si dovrebbe impartire l’educazione islamica fin dalla più tenera età. Dagli hadith apprendiamo che i figli dei Compagni del Messaggero di Allah, persino quando erano ancora abbastanza piccoli da stare nudi, sapevano recitare il Corano.
Quando i bambini imparano a parlare, si dovrebbe insegnare loro la kalima, nonché espressioni cariche di sentimento islamico come Bismillah, Alhamdulillah, Allahu Akbar, Insha’Allah e Mashallah. Non appena il bambino impara a stare in piedi e a camminare, si dovrebbe incoraggiarlo a esercitarsi nella namaz, imitando la madre. Quando il bambino compie sette anni, le madri dovrebbero insistere perché preghi, e, se a dieci anni non prega ancora, sarebbe necessario punirlo. Educandoli in questo modo, i bambini si abitueranno ad adempiere ai propri doveri verso il Creatore e verso gli esseri umani molto prima di diventare consapevoli.
Si dovrebbe fornire ai bambini una spiegazione semplice, chiara e comprensibile dell’importanza di adempiere a tutti questi doveri, in base alla loro età e alle loro capacità intellettive. A questo proposito, è compito delle madri far conoscere ai bambini le vite emozionanti e le opere delle grandi personalità musulmane del passato e del presente, suscitando in loro un intenso desiderio di seguire quei valori nella propria vita. Quando i bambini crescono un po’ e sono in grado di leggere libri di propria iniziativa, nella casa si dovrebbero tenere libri islamici di quel genere da cui siano attratti.
Per i ragazzi e le ragazze ormai abbastanza grandi o entrati nell’adolescenza, non basta proibire semplicemente di guardare nei cinema film osceni e programmi insensati alla radio e alla televisione; bisogna piuttosto spiegare loro e far comprendere gli aspetti negativi di tali contenuti. Se in casa c’è una radio o un televisore, le madri dovrebbero impedire completamente ai figli di ascoltare qualsiasi programma, ad eccezione della recitazione del Corano, dei notiziari, della recitazione di buona poesia e dei programmi di educazione sanitaria. In nessuna circostanza si dovrebbe permettere ai bambini di ascoltare musica peccaminosa, poiché non esiste alcun altro programma capace di esercitare un’influenza morale peggiore sul carattere dei bambini. Se un bambino, dopo averli ascoltati dalla radio o dalla televisione dei vicini, comincia a cantare quei cattivi brani, le madri dovrebbero costringerlo a tacere e rimproverarlo, dicendogli che dovrebbe vergognarsi di cantare simili canzoni oscene.
Le madri musulmane non dovrebbero in nessun caso acconsentire a mandare i propri figli a studiare in scuole missionarie cristiane o in conventi. In tali istituti, infatti, bambini e bambine saranno inevitabilmente influenzati dal cristianesimo e dalla cultura cristiana. Anche nelle scuole statali non ci si può aspettare, per quanto riguarda l’educazione morale, risultati particolarmente buoni.
Pertanto, in questo ambito, se ne hanno i mezzi, si può compensare l’educazione materialistica impartendo ai bambini l’insegnamento della lingua araba, del Corano e degli hadith tramite un insegnante privato; se non ne hanno i mezzi, li si può mandare alla moschea. Se ne è capace, anche la madre può impartire personalmente ai propri figli questo tipo di educazione.
Ogni madre dovrebbe leggere attentamente tutti i libri di testo scolastici dei propri figli. Dovrebbe indicare loro quali contenuti vi sono falsi, errati e dannosi, e dimostrarne con prove incontrovertibili la falsità.
Le madri musulmane dovrebbero rendere la casa attraente, nei limiti delle proprie possibilità. Quasi tutte le abitazioni di questo Paese, comprese spesso quelle della classe media, sono sporche e trascurate. Molte donne lasciano rifiuti sparsi sul pavimento, soprattutto nel cortile e in cucina. Hanno la cattiva abitudine di vivere tra la sporcizia senza tuttavia pulirla con le proprie mani. L’insegnamento islamico insegna certamente alle donne la pulizia e la disciplina. Una donna musulmana non dovrebbe mai vergognarsi di spazzare o pulire personalmente la casa, né è giusto dipendere sempre dalla servitù a questo riguardo. Se è benestante, deve sempre evitare il lusso ostentato e lo spreco, nonché rinunciare a costosi articoli d’arredamento come divani, tavoli da toeletta, giocattoli e simili in stile occidentale. Si possono decorare le pareti della casa con calligrafie artistiche contenenti parole del Corano e degli hadith. In tal modo, da un lato si abbellirà la casa e, dall’altro, ciò ricorderà a tutti che si tratta anche di una casa musulmana. Non è affatto giusto incorniciare e appendere in casa immagini contrarie agli insegnamenti islamici, né fotografie singole o di gruppo della famiglia o degli amici. L’insegnamento islamico insegna a una ragazza, in vista dei lavori domestici, almeno i principi fondamentali della pulizia, il primo soccorso e i metodi per preparare cibi halal gustosi. Molte donne musulmane sono completamente ignoranti riguardo al valore nutritivo degli alimenti. Perciò, pur avendo a disposizione una grande quantità di cibo necessario e utile, non sanno darlo da mangiare ai propri figli.
Una donna musulmana ignorante e indifferente non può in alcun modo contrastare l’influenza non islamica che danneggia i suoi figli giorno e notte. Soltanto una donna musulmana istruita, intelligente ed estremamente sollecita può affrontare con coraggio l’attuale ambiente sfavorevole.
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L’emancipazione femminile e Qasim Amin
Le pratiche della salvaguardia della castità sessuale di donne e uomini, dell’osservanza del velo, della permanenza delle donne in casa come mogli fedeli, dell’impegno delle donne nella cura dei figli e nelle mansioni domestiche, del riconoscimento del marito come capofamiglia e sostentatore, nonché del diritto dell’uomo al divorzio dalla moglie e alla poligamia, sono state osservate nella società musulmana per oltre tredici secoli, fin dall’epoca del Profeta (S), dei suoi nobili Compagni e degli imam. Nessun faqih né alcun sapiente di una qualsiasi scuola giuridica aveva mai sollevato domande al riguardo. Tutti avevano accettato senza esitazione queste norme. Fino a quando l’imperialismo europeo non sottrasse l’indipendenza al mondo musulmano, nessun musulmano, nemmeno nominale, aveva osato muovere la benché minima critica contro questa posizione sociale della donna musulmana, indicata dal Corano e dalla Sunna.
Il primo musulmano nominale della storia a parlare contro la pratica del velo fu Qasim Amin (1865-1904). Qasim Amin era un curdo, di professione giudice. Era discepolo dello Shaykh Muhammad Abduh. Trascorse la maggior parte della sua vita al Cairo. Durante il periodo in cui studiava il persiano, la propaganda dei missionari cristiani gli fece credere che il velo, la poligamia e il divorzio fossero le uniche cause dell’arretratezza della società musulmana. Quanto più questa educazione francese gli forniva argomenti a favore dell’eccellenza della civiltà occidentale, tanto più in lui si consolidava un’idea di inferiorità riguardo a se stesso. In seguito scrisse: «La vera civiltà sarà fondata sulla scienza. Poiché l’Islam ha raggiunto la sua pienezza prima dello sviluppo della vera scienza, non può dunque essere considerato un modello di civiltà». Affermò inoltre che le basi morali dell’Islam erano deboli. Disse: «I musulmani, persino quelli dell’epoca del Profeta (S), non erano migliori degli altri in alcun aspetto». Secondo lui, «la via della perfezione e della superiorità assoluta è la scienza. Quanto più l’Europa è avanzata nella scienza, tanto più è progredita anche nella superiorità sociale». Scrisse inoltre: «L’Europa è più avanzata di noi sotto ogni aspetto. Sebbene ci rallegri l’idea che gli europei siano più ricchi di noi materialmente, ma che noi siamo superiori a loro sotto il profilo morale, ciò non è vero. Gli europei sono molto più progrediti di noi moralmente. In tutte le loro classi esiste una moralità sociale. In Europa la libertà femminile non è nata da alcuna consuetudine o sentimento; al contrario, si fonda sulla scienza e sulla moralità. Pertanto è privo di senso adottare la scienza europea escludendone l’aspetto morale. Queste due cose sono indissolubilmente collegate. Dobbiamo dunque prepararci a trasformare ogni aspetto e ogni settore della nostra vita».
Fu questa concezione a spingere Qasim Amin, nel 1901, a cominciare a scrivere il libro contrario al velo intitolato «La nuova donna». In quest’opera egli raffigurò in modo estremamente negativo la vita familiare musulmana. Nel suo libro Qasim Amin citò il seguente passo tratto dall’opera di uno scrittore occidentale di nome Samuel Gemmer, intitolata «L’infanzia nel mondo musulmano»: «Nella società musulmana l’uomo è il padrone assoluto della donna. La donna è per lui un oggetto di piacere, come un giocattolo con cui può giocare come vuole. Tutto il sapere appartiene agli uomini, mentre la donna è stolta e tutta l’ignoranza è riservata a lei. Il cielo libero e tutta la luce sono per l’uomo, mentre per la donna vi sono soltanto tenebre e reclusione. L’uomo impartirà ordini e la donna li obbedirà in silenzio. Tutto appartiene all’uomo, e la donna è soltanto una parte insignificante di tutte queste cose». Questo stesso Qasim Amin fu il primo musulmano nominale a consigliare di riorganizzare e ricostruire la famiglia musulmana secondo il modello occidentale. A questo proposito, nel suo libro citò nel modo seguente un passo tratto dall’opera di Albert Hourani intitolata «Il pensiero arabo nell’età liberale»: «Guardate verso i paesi orientali: vedrete le donne prigioniere nelle catene della schiavitù presso gli uomini. Gli uomini sono i loro governanti. L’uomo è tiranno e continua a esercitare questa tirannia finché rimane in casa. Guardate invece verso i paesi europei: lì ogni governo ha garantito i diritti umani e la libertà individuale, e ha concesso alla donna maggiore libertà e dignità nel pensiero e nell’azione».
Qasim Amin scrisse inoltre nel suddetto libro: «La causa principale del declino dei musulmani è la distruzione dei valori sociali dovuta all’ignoranza. Questa ignoranza comincia dalla famiglia. Per migliorare tale situazione è necessario introdurre l’educazione occidentale. Attraverso questa educazione la donna non solo sarà salvata dai problemi familiari, ma potrà anche rendersi autosufficiente per proteggersi dalle mani dell’uomo oppressore. Questa educazione libererà la donna dal velo, dall’isolamento e dall’oppressione». Qasim Amin ritiene dannosa la permanenza della donna in casa, sostenendo che essa derivi dalla diffidenza degli uomini nei confronti delle donne. L’uomo non rispetta la donna e la tiene confinata in casa, perché non la riconosce pienamente come essere umano. L’uomo nega le qualità umane della donna perché desidera godere soltanto del suo corpo. Anche riguardo alla poligamia Qasim Amin sostiene la medesima concezione. Secondo lui, nessuna donna può condividere il proprio marito con un’altra donna. Se un uomo prende una seconda moglie, ciò può avvenire solo ignorando la volontà e i desideri della prima moglie. Egli considera con avversione anche la pratica del divorzio. Afferma che, se tale pratica deve essere mantenuta, anche alla donna deve essere riconosciuto un uguale diritto al riguardo. Esprime l’opinione che non vi sia alcuna ragione per cui le donne non debbano godere degli stessi diritti degli uomini in ambito politico. Tuttavia insiste sul fatto che le donne dovrebbero ricevere un’educazione per un lungo periodo prima di partecipare attivamente.
«La nuova donna» di Qasim Amin è una chiara dichiarazione volta a incatenare la moderna donna musulmana agli ideali cristiani e umanistici. Chiunque legga questo libro farà davvero fatica a credere che il suo autore sia un musulmano e non un predicatore cristiano.
Le argomentazioni contenute nel libro «La nuova donna» contro la società musulmana non hanno alcun fondamento reale. Ciò che Qasim Amin ha affermato è interamente il risultato dell’accettazione cieca di tutti gli attacchi dei missionari cristiani, senza il minimo tentativo di esaminare in modo imparziale e con mente aperta la condizione reale delle donne musulmane. La verità è che, persino in quest’epoca di declino, dalla maggior parte delle famiglie musulmane si irradia lo splendore dell’amore reciproco e della compassione. Tra tutti i paesi del mondo, è proprio nei paesi musulmani che i legami familiari sono più saldi. Grazie a questa struttura familiare tradizionale, le donne musulmane ricevono grande onore, rispetto e dignità in quanto madri e spose della famiglia. Non osservano il velo per paura del cosiddetto oppressore maschile; lo fanno piuttosto sapendo che in esso è racchiuso per loro un grande bene. Non è vero che ciò imponga loro di sopportare qualche pressione psicologica. Se una pressione esiste, non è dovuta alla loro umiliazione sociale, bensì al degrado morale e alla privazione prevalenti.
In una lettera personale scrittami il 1° aprile 1961, il Maulana Sayyid Abul Ala Maududi affermò: «La civiltà occidentale si è dimostrata estremamente crudele nei confronti delle donne. Da un lato, questa civiltà costringe la donna ad adempiere ai doveri della sua femminilità naturale; dall’altro, l’ha portata fuori casa affinché partecipi contemporaneamente a molteplici attività proprie degli uomini, schiacciandola così tra due macine. Inoltre, la loro propaganda ha indotto le donne a rendersi competitivamente attraenti agli occhi degli uomini. In questa competizione, esse hanno abbandonato la naturale modestia, arrivando a indossare abiti insufficienti e persino alla nudità. In tal modo sono diventate giocattoli nelle mani degli uomini. Solo l’Islam può salvare la donna da questa degradazione. Infatti, l’Islam destina una donna a un solo uomo e, garantendole sicurezza nello svolgimento delle sue funzioni naturali, l’ha elevata a una posizione onorevole. La civiltà occidentale, invece, ha trasformato la donna in una serva destinata al divertimento di innumerevoli uomini. E ha inculcato nel suo cuore una falsa concezione della vergogna riguardo a tutte quelle attività che sono veramente decorose per una donna. I princìpi islamici concernenti la famiglia e le attività domestiche sono quelli più appropriati per una donna e pienamente conformi alla sua natura».
A causa della sua cieca devozione alla civiltà occidentale, nel 1901 Qasim Amin non riuscì a comprendere che questa propaganda occidentale per la liberazione della donna avrebbe condotto le generazioni successive verso la soddisfazione di una sessualità sfrenata, universale e illecita, recidendo completamente i naturali legami familiari dell’essere umano.
All’inizio del XX secolo, il sostegno totale dei missionari cristiani e degli imperialisti occidentali alla tempesta di propaganda che Qasim Amin aveva sollevato attraverso il suo libro contro il purdah delle donne musulmane produsse un cambiamento straordinario nella società musulmana. Come conseguenza di questa propaganda, in ogni Paese musulmano emerse, come erbaccia, un gruppo di donne indisciplinate, determinate a distruggere il corretto senso del dovere delle donne musulmane e a rendere il loro stile di vita indistinguibile da quello delle donne occidentali corrotte.
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La libertà della donna e l’Islam
Nel mondo moderno forse non si troverà un solo Paese musulmano che non sia stato vittima della devastante propaganda delle sostenitrici occidentali della liberazione della donna, che non abbia definito il purdah una norma religiosa reazionaria o che non abbia accettato la cosiddetta liberazione della donna come parte indispensabile dell’emancipazione sociale ed economica. Per esempio, in un articolo pubblicato dal Pakistan Times il 19 ottobre 1976, il dottor Muhammad Muqaddam, vice rettore dell’Università di Teheran, dichiarò: «Nessun Paese può essere modernizzato se le donne di quel Paese non vengono completamente liberate dal fanatismo religioso. In molti Paesi orientali, il contatto con la modernità è arrivato tardi proprio a causa del fanatismo e delle credenze primitive radicate tra la popolazione riguardo alla concessione della libertà alle donne. Se non riusciremo a tenere il passo con gli altri Paesi del mondo, neppure noi potremo sopravvivere come nazione indipendente. Il ruolo delle donne è evidente in tutti i Paesi in via di sviluppo dell’Asia e dell’Africa. Per lo sviluppo del Paese, esse devono necessariamente partecipare a tutte le attività sociali, culturali e politiche. Ma la cosa più deplorevole è che alcuni abitanti del Paese non vogliono affatto comprendere questo punto».
Commenti esattamente dello stesso tenore della dichiarazione precedente furono pronunciati nel seminario intitolato «I diritti delle donne nei due decenni dalla fondazione del Pakistan», tenutosi a Lahore nell’agosto 1976 su iniziativa del Consiglio per l’Unità Nazionale del Pakistan. Se affermiamo di essere musulmani e consideriamo l’Islam la base ideologica della fondazione del nostro Paese, non è forse nostro dovere sapere che cosa l’Islam ci ha insegnato riguardo alla libertà della donna?
Esprimendo un punto di vista sui diritti delle donne, nella sura an-Nisa, versetto 34, si afferma: «Gli uomini sono i tutori delle donne, perché Allah ha creato gli uomini con maggiori capacità rispetto alle donne e perché gli uomini spendono il loro denaro per le donne».
Il significato di ciò è che nessuna donna musulmana è obbligata a guadagnarsi da vivere finché non abbia i mezzi necessari per il proprio sostentamento, a meno che suo marito non muoia, che non venga divorziata o che non vi sia un parente maschio in grado di provvedere al suo mantenimento.
Secondo gli insegnamenti del Corano, il marito è per sua moglie un amico e un’autorità. È dovere del marito dimostrare verso la moglie giustizia, amore e misericordia; in cambio, è responsabilità della moglie obbedire al marito e sottomettersi a lui, accordandogli una fiducia sincera affinché egli non diventi moralmente dissoluto.
Nel Corano al marito è stato assegnato un grado superiore a quello della moglie non perché debba essere un crudele oppressore, ma affinché attraverso di lui si stabilisca la protezione della famiglia. In una famiglia in cui la moglie è finanziariamente indipendente, il marito perde naturalmente il ruolo di autorità familiare. Al contrario, quando aumenta l’autorità della madre nella famiglia, diminuisce il rispetto dei figli verso il padre.
Nei versetti 30-31 della sura An-Nur agli uomini musulmani è stato vietato rivolgere lo sguardo alle donne non-mahram, e alle donne musulmane di rivolgerlo agli uomini non-mahram. È stato ordinato sia agli uomini sia alle donne di abbassare reciprocamente lo sguardo. Alle donne è stato detto di coprirsi il capo con un velo e di coprire con il suo lembo il volto e il petto. È stato loro vietato mostrare la propria bellezza davanti a chiunque, eccetto i loro mariti e i parenti stretti con cui il matrimonio è proibito. In pratica, questo versetto vieta di applicare cosmetici sul volto e di indossare abiti capaci di suscitare attrazione sessuale.
Dagli hadith si apprende che un giorno Hazrat Asma, la sorella minore di Hazrat Aisha, moglie del Messaggero, si presentò davanti al Messaggero indossando un abito di stoffa sottile; allora il Profeta la rimproverò dicendo che, quando una donna raggiunge la pubertà, non dovrebbe mostrare nulla del proprio corpo, eccetto il volto e le mani. Nel versetto 55 della sura Al-Ahzab, Allah l’Altissimo ha vietato agli uomini non-mahram e alle donne estranee di entrare nelle stanze delle mogli del Profeta; nel versetto 59 è stato vietato alle donne musulmane di uscire indossando abiti e ornamenti attraenti, nonché di mostrare in pubblico, attraverso l’abbigliamento e il comportamento, qualsiasi cosa possa suscitare l’attrazione degli uomini verso di loro.
Le donne possono parlare liberamente soltanto con gli uomini mahram della famiglia, con i servitori e con gli schiavi.
Nel versetto 53 della sura Al-Ahzab ai credenti è stato ordinato di mostrare il dovuto rispetto alle mogli del Messaggero e, qualora desiderassero chiedere loro qualcosa, di farlo da dietro una cortina. Nel versetto 59, quando per qualche motivo una donna musulmana deve uscire di casa, le è stato ordinato di coprire l’intero corpo con un velo, affinché possa essere riconosciuta come una donna devota e non venga molestata. Il Corano ha ordinato alle mogli del Profeta e, in pratica, a tutte le donne musulmane che, quando devono incontrare un uomo non-mahram per una necessità urgente, non usino con lui un modo di fare così emotivo da suscitare sentimenti amorosi nel suo cuore. Al contrario, la conversazione deve essere semplice e formale. Negli hadith alle donne musulmane è stato vietato intraprendere da sole lunghi viaggi con chiunque, eccetto il marito e i parenti stretti con cui il matrimonio è proibito, cioè senza la compagnia di un uomo mahram.
Se la maggior parte degli hadith autentici ha scoraggiato le donne musulmane dal riunirsi nella moschea per la preghiera comunitaria e ha descritto la preghiera compiuta nell’angolo appartato della casa come più gradita a Dio, come si può allora tollerare che una donna musulmana ricopra il ruolo di segretaria privata, impiegata di banca, hostess, cameriera d’albergo, modella pubblicitaria, cantante, ballerina o attrice nel cinema, in televisione e alla radio?
Nei versetti 1-24 della sura An-Nur, coloro che intrattengono rapporti sessuali extraconiugali sono minacciati di una severa punizione in questo mondo e nell’Aldilà. Nell’Islam non esiste alcun doppio criterio al riguardo. Il Corano e gli hadith non fanno alcuna distinzione tra le pene inflitte alle donne e agli uomini che intrattengono rapporti sessuali illeciti. Per entrambi viene menzionata la medesima severa punizione. Oltre a questa prova del Corano e degli hadith, quale ulteriore prova potrebbe essere necessaria a sostegno del velo islamico? Questa restrizione alla libertà di movimento delle donne musulmane è stata imposta unicamente per proteggerle e per trattenere gli uomini dal compiere passi malvagi nei loro confronti. L’Islam è l’unica religione al mondo che non si limita a definire immorale l’immoralità, ma ordina anche agli uomini di tenersi lontani da qualsiasi attività sociale che la incoraggi.
I primi promotori del movimento per l’emancipazione femminile furono Marx ed Engels, fondatori del comunismo. Nel loro libro Il manifesto comunista, pubblicato nel 1848, scrissero: «La casa e la famiglia non sono altro che una maledizione, perché incatenano per sempre le donne alla schiavitù». Dissero: «Bisogna liberare le donne dai vincoli familiari e offrire loro l’opportunità di raggiungere la piena indipendenza economica attraverso un’occupazione permanente nelle fabbriche e negli stabilimenti». I successivi sostenitori femministi insistettero per offrire a uomini e donne l’opportunità di una sessualità libera attraverso la coeducazione, la presenza di colleghi di entrambi i sessi negli stessi luoghi di lavoro fuori casa, la mescolanza di uomini e donne nelle riunioni sociali, gli incontri amorosi prematrimoniali con abiti seminudi e il consumo di alcol e droghe, nonché il ballo e il canto, nelle feste collettive. A tale scopo chiesero che, sotto la gestione dello Stato, fossero predisposti contraccettivi, sistemi di sterilizzazione, l’interruzione delle gravidanze indesiderate e asili nido e convitti statali per allevare i figli illegittimi. Questa è l’idea fondamentale della moderna teoria dei «diritti delle donne».
Durante un seminario tenutosi presso la Scuola di economia domestica di Gulberg, a Lahore, il vicerettore dell’Università di Teheran cercò di spiegare agli ascoltatori che «i mali aggiunti dalla civiltà moderna sono molto meno gravi delle idee reazionarie di un conservatorismo estremamente ansioso». Ma qualcuno conosce le ragioni di questa paura? Guardate piuttosto quali conseguenze sta subendo l’Occidente dalla libertà delle donne!
Lo storico e columnist americano Max Lerner dice: «Viviamo in una società babilonese. L’enfasi posta sul piacere dei sensi e sulla libertà sessuale ha spezzato tutti i vecchi vincoli morali ed etici della società». Fino a poco tempo fa erano la Chiesa, lo Stato, la famiglia e la comunità a stabilire ciò che poteva o non poteva essere mostrato in pubblico. Oggi, però, tutte queste istituzioni sono state sconfitte dalle richieste del pubblico. Il loro compito ora consiste soltanto nell’ascoltare e nel guardare. In tutti gli Stati Uniti, ogni giorno gli spettatori si riuniscono nelle gallerie d’arte e nei teatri per accrescere l’eccitazione sessuale guardando gli spettacoli pornografici di danza e canto della quasi nuda attrice svedese nella serie «Io sono una donna». Il regista cinematografico italiano Michelangelo Antonioni, nel suo film «Blow-Up», ha calpestato tutti i divieti religiosi contro la nudità. L’attrice francese Jane Fonda, nella pellicola estremamente seducente Barbarella, si sposta da una scena di nudità a un’altra ancora più nuda, mentre celebra le virtù dell’amore libero. Il film intitolato «Portrait of Jason», della durata di almeno due ore, che narra il viaggio dell’anima corrotta di un uomo nero prostituto, viene ora proiettato apertamente in quasi tutti i cinema americani, restringendo gli aspetti della vita umana. Il teologo cristiano padre Walter J. Ong afferma: «Presto avremo l’opportunità di vivere una vita più libera di quanto sia mai stato possibile in qualsiasi momento del passato conosciuto…». (Dall’articolo «Tutto va nella direzione in cui va la società», pubblicato nel numero di aprile 1968 del Reader’s Digest).
Vediamo ora quali effetti ha avuto sui Paesi musulmani questo degrado sociale dell’Occidente. Il cinema è uno dei principali ed efficaci strumenti della libertà femminile e del declino morale. «Ogni ragazza del quartiere Hira Mandi di Lahore aspira a diventare attrice. Tutte desiderano diventare protagoniste cinematografiche. Sono disposte a compiere qualsiasi sacrificio per realizzare questo desiderio. Un gran numero di queste ragazze è disposto a presentarsi in qualsiasi luogo per compiacere i cosiddetti registi e produttori cinematografici, a condizione di realizzare il proprio sogno di diventare attrici. Sono proprio queste le ragazze che l’industria cinematografica inganna con grande facilità e naturalezza. La maggior parte di loro è felice anche solo di ottenere qualche piccola occasione di recitare. Molte altre ragazze entrano così in contatto con il cinema. Solo poche di loro, naturalmente, raggiungono il successo. Molti alberghi della città vengono utilizzati per i cosiddetti “momenti felici”. Alcuni direttori d’albergo svolgono il ruolo di intermediari. La maggior parte dei ristoranti viene utilizzata come luogo d’incontro tra i clienti e le ragazze immorali. Queste ragazze si possono vedere anche alle autostazioni della città. I cinema della città sono inoltre luoghi molto noti per adescare i clienti. Non è vero che i cinema vengano utilizzati esclusivamente per guardare film. In tutti questi casi, il ruolo della polizia è molto indulgente». (Dal reportage «La prostituzione a Lahore», pubblicato il 29 e 30 marzo 1968 sul Pakistan Times).
La formazione di un esercito di donne come Christine Keeler o Marilyn Monroe può forse essere parte del nostro sviluppo nazionale?
La propaganda a favore della libertà femminile, diffusa da giornali, radio e cinema, ha disprezzato e sminuito il ruolo della donna come moglie e madre dei figli. Questa propaganda ha descritto la permanenza delle donne in casa per allevare i figli come una perdita imperdonabile, dovuta all’assenza della metà della forza lavoro dalle attività economiche nazionali.
La rapida diffusione della coeducazione nei Paesi musulmani sotto l’autorità dello Stato ha fatto aumentare a tal punto la libera frequentazione tra ragazzi e ragazze e la tendenza ai reati sessuali da spingere innumerevoli giovani verso la rovina e da accrescere enormemente il numero degli atti peccaminosi. La coeducazione si fonda sull’erronea idea che non vi sia alcuna differenza innata tra donne e uomini e che, pertanto, entrambi debbano prepararsi a svolgere lo stesso lavoro nello stesso ambito professionale. Di conseguenza, le ragazze che ricevono un’istruzione mista si preparano molto male al matrimonio e alla maternità. Eppure le sostenitrici della libertà femminile continuano ad affermare che la responsabilità primaria delle ragazze si trova nella casa del marito. Ciò significa, in altri termini, che le donne moderne devono svolgere un doppio compito. Anche dopo aver lavorato tutto il giorno fuori casa per guadagnarsi da vivere, al ritorno devono adempiere a quasi tutti gli obblighi, pressoché impossibili, come allevare i figli, sistemare la casa e soddisfare le necessità del marito. È forse questa giustizia?
Nei Paesi musulmani, le leggi familiari recentemente promulgate sul modello delle leggi occidentali hanno davvero prodotto qualche miglioramento nella condizione delle nostre donne? Queste leggi stabiliscono con cura un limite d’età per il matrimonio, ma dimenticano completamente di imporre qualsiasi divieto ai rapporti sessuali illeciti tra ragazzi e ragazze al di sotto di tale età, cioè dell’età minima per contrarre matrimonio.
Nella maggior parte dei Paesi musulmani, i modernisti hanno violato la legge del Corano e della Sunna, dichiarando la poligamia estremamente limitata o persino vietata. Non vogliono mai comprendere se sia meglio per una moglie condividere l’amore del marito con un’altra moglie, che vive sotto la sua protezione e i cui figli ricevono l’amore e le cure del padre, oppure se sia meglio vedere il marito intrattenere segretamente una relazione illecita con qualche donna, poiché la legge nazionale gli impedisce di prendere un’altra moglie senza prima divorziare da quella attuale e senza cacciarla via insieme ai suoi figli.
Non sarebbe forse meglio per quella donna, che non riesce a vivere serenamente con il marito, che egli le concedesse personalmente il divorzio, così che i coniugi potessero separarsi pacificamente e poi contrarre nuovamente matrimonio con la persona di loro scelta? Oppure è meglio che la loro questione venga portata in tribunale e che il marito, costretto ad accusare falsamente la moglie di comportamento immorale e di follia per soddisfare le «condizioni necessarie» del divorzio stabilite dal tribunale e liberarsi del vincolo matrimoniale, la esponga a un disonore sociale, distruggendo per sempre tutta la reputazione e la buona fama di quella povera donna?
In realtà, le sostenitrici del femminismo non si interessano della felicità e del benessere personale delle donne. In un simposio organizzato a Lahore dal Consiglio panpakistano delle donne, la signora Satnam Mahmud, una sostenitrice attiva del Consiglio, ammise candidamente nel suo intervento che, sebbene le donne occidentali godano di abbondanza materiale, piena libertà sociale e parità di diritti, non sono tuttavia felici della felicità desiderata. Disse che, se l’obiettivo è la felicità spirituale, non si può trovare la soluzione nella cosiddetta libertà delle donne. Nel suo intervento, la signora Kaisera Anwar Ali, assistente sociale opportunista e una delle membri del suddetto Consiglio delle donne, espresse una tale disperazione riguardo alle donne altamente istruite che ignorano la propria religione, cultura e lingua nazionale, da sembrare inconsapevole del fatto che la sua organizzazione sostiene e promuove proprio questa arroganza nelle ragazze.
Qual è il vero scopo della propaganda secondo cui «in tutti i Paesi musulmani deve essere costruito un movimento per la libertà delle donne»? In realtà, si tratta di una cospirazione devastante che vuole distruggere le nostre case, le nostre famiglie e persino l’intero sistema sociale. Slogan a buon mercato come «diritti delle donne», «libertà delle donne» e «sviluppo delle donne» servono soltanto a nascondere il vero obiettivo sotto un velo di nebbia.
Nel mondo musulmano, il movimento di liberazione delle donne condurrà proprio all’estrema conseguenza che oggi si verifica in altre parti del mondo. Il comportamento vergognoso al quale l’umanità odierna si è abbandonata in materia sessuale, su scala mondiale, supera persino la coscienza delle bestie selvatiche. Come conseguenza inevitabile di tale comportamento, i legami di ogni moralità sociale, compresi il sistema domestico e quello familiare, si spezzeranno completamente e si diffonderanno ampiamente la criminalità minorile, la corruzione, l’oppressione, l’instabilità politica e l’inefficacia della legge. Tutta la storia passata è una testimonianza eloquente del fatto che, ogni volta che il peccato e l’immoralità si sono diffusi ampiamente in una società, quella società non ha potuto sopravvivere ancora a lungo.
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Il movimento femminista e la donna musulmana
Il movimento femminista è uno dei movimenti radicali più influenti dell’epoca attuale, che ha reclamato la trasformazione dell’intera struttura sociale e di tutte le relazioni umane. È più conosciuto con il nome di “movimento di liberazione delle donne”.
Il “movimento di liberazione delle donne” non è una creazione esclusiva dell’epoca moderna. Il suo retroterra storico risale fino all’antichità. Platone, nella sua opera “La Repubblica”, reclamò la fine della vita familiare e delle relazioni sociali caratterizzate dai ruoli di uomini e donne. Questa concezione femminista è stata anticipata nell’antica commedia Lysistrata e, nel XX secolo, nella pièce “Casa di bambola” scritta da Henrik Ibsen (1828-1906). L’economista e filosofo dell’epoca vittoriana John Stuart Mill e il filosofo socialista Friedrich Engels fornirono le basi teoriche del movimento di liberazione delle donne nel saggio “La soggezione delle donne” (Subjection of women), scritto nel 1869. Nel 1884 Engels dichiarò pubblicamente: “Il matrimonio è una forma di schiavitù priva di gioia”. Propose di abolire l’istituzione matrimoniale e di affidare l’educazione dei figli all’amministrazione statale.
In America il movimento per la “liberazione delle donne” iniziò come parte accessoria dell’abolizionismo e del movimento contro l’alcol. Le donne che parteciparono a questo movimento si resero conto che, per rafforzare le proprie richieste, avevano bisogno di potere politico. La Convenzione di Seneca Falls del 1848 (Seneca Falls Convention) fu pioniera del “movimento di liberazione delle donne”. Nella dichiarazione di questa convenzione si reclamavano il pieno controllo delle donne sui propri beni e sui propri guadagni, il diritto della moglie di divorziare dal marito, la tutela materna dei figli, l’eliminazione della discriminazione tra uomini e donne nel lavoro con la determinazione di pari salari e benefici per lo stesso lavoro, nonché il diritto di voto e di rappresentanza delle donne nelle elezioni.
Quando iniziò la campagna per il suffragio femminile, le femministe più conservatrici concentrarono tutti i loro sforzi esclusivamente su questa questione. Quando nel 1920 fu introdotto il XIX emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti, si vide che ciò che le attiviste e il pubblico avevano previsto, vale a dire il diritto di voto delle donne alle elezioni, era stato pienamente recepito nella Costituzione. Da allora, per più di quarant’anni, il movimento femminista rimase latente.
Il 14 dicembre 1961 il presidente F. Kennedy firmò un ordine esecutivo per la costituzione di una Commissione presidenziale sulla condizione sociale delle donne. L’oggetto dell’ordine era individuare le idee, le consuetudini, gli usi e le norme vigenti che ostacolavano l’attuazione dei “diritti delle donne” e raccomandare rimedi al riguardo. La costituzione di questa Commissione presidenziale fu il primo provvedimento ufficiale relativo alla determinazione della condizione delle donne negli Stati Uniti. Così, già nella prima parte degli anni Sessanta, il movimento femminista rimasto latente per cinquant’anni tornò a manifestarsi attraverso riunioni, assemblee, marce e programmi di protesta, e le studentesse dei college e delle università cominciarono a partecipare a queste attività politiche. Le donne presenti alla Convenzione di Seneca Falls del 1848 avevano chiesto soltanto di protestare contro gli insulti e i maltrattamenti da parte dei mariti ubriachi, nonché diritti legali per le donne nel matrimonio, la tutela della proprietà, il diritto al lavoro e la parità di salario tra donne e uomini per lo stesso lavoro. Le loro eredi, tuttavia, erano molto più estremiste di loro.
La più grande e spettacolare manifestazione femminista della storia si svolse il 26 agosto 1970. Quel giorno migliaia di donne si radunarono sulla Fifth Avenue di New York portando cartelli. Sui cartelli si leggeva: “Le casalinghe sono soltanto schiave senza salario”, “Vogliamo un’indennità statale per il lavoro domestico”, “Donne maltrattate, non cucinate il riso, tenete il marito a digiuno tutta la notte”, “Dimenticate la compassione umana”, “Non sposatevi”, “Lavare gli asciugamani non è un lavoro da donne”, “Legalizzate l’aborto”, “La sottomissione non è auspicabile per una vita sana”, e così via.
Le femministe contemporanee sono fortemente contrarie a qualsiasi attività sociale determinata dalle differenze di genere. Reclamano un’uguaglianza assoluta e incondizionata tra donne e uomini, persino sul piano della conformazione fisica. Le femministe non ammettono che possano esistere differenze naturali tra donne e uomini. Pertanto non accettano che la moglie debba essere casalinga e madre dei figli, mentre il marito debba essere il sostentatore e il capofamiglia. Credono che anche la donna debba svolgere un ruolo attivo nei rapporti sessuali come l’uomo e che non possa rimanere passiva. Per questo reclamano la piena libertà sessuale delle donne attraverso l’abolizione del matrimonio, della vita domestica e dell’istituzione familiare, nonché l’introduzione di un sistema di allevamento dei figli sotto la gestione statale. Insistono affinché tutte le donne esercitino il pieno controllo sulla propria vita sessuale. Per questo chiedono con forza la revoca del divieto statale su tutti i mezzi contraccettivi, affinché se ne possa pubblicizzare la vendita e tutte le ragazze, sposate o nubili e di qualsiasi età, possano acquistarli in qualunque farmacia senza prescrizione medica. Reclamano la rimozione di tutte le restrizioni relative all’aborto e il pieno diritto della donna all’interruzione della gravidanza a qualsiasi età. Non basta consentire l’aborto solo in caso di necessità; occorre predisporre, sotto la gestione statale, servizi abortivi gratuiti affinché le donne povere possano abortire quando lo desiderano. Nelle scuole deve essere introdotta la coeducazione in tutte le materie. L’economia domestica non deve essere riservata soltanto alle ragazze, né il commercio e l’istruzione tecnica soltanto ai ragazzi. Nelle palestre e nell’educazione fisica devono essere abolite le strutture separate per ragazzi e ragazze. Le ragazze devono essere autorizzate a praticare sport e a partecipare a gare di educazione fisica insieme a ragazzi di tutte le età. I mezzi di comunicazione devono promuovere l’idea che “donne e uomini sono uguali nel lavoro e nella produzione”, evitando persino le parole che indicano differenze sessuali. Le femministe criticano i libri per bambini perché non presentano esempi di famiglie con una sola madre o un solo padre e non mostrano come modello la maternità di una donna nubile o separata dal marito. Affermano che alle madri si debbano dare giocattoli meccanici per giocare e ai ragazzi bambole meccaniche. Le femministe estremiste propongono di abolire tutti i metodi tradizionali relativi al matrimonio, alla vita domestica e alla famiglia, trasformando tutti gli uomini e le donne che vivono in piccole comunità in un’unica grande zona sessuale, e chiedono che l’allevamento dei figli sia posto interamente sotto la gestione statale. Per questo chiedono l’apertura gratuita, sotto la gestione statale, di centri per l’infanzia in tutte le zone, così come in America sono stati creati in quasi tutte le località parchi, biblioteche e altre strutture per il tempo libero della popolazione. La loro richiesta è che la femminilità non costituisca alcun ostacolo alla scelta di una professione.
Nel 1971, in un articolo intitolato “La rinascita del femminismo”, pubblicato sul giornale “The New York Times”, si leggeva:
«Molte donne possono dire di voler seguire la via tradizionale. Ma non riescono a farlo perché la considerano molto spaventosa o perché è difficile perfino pensarci. Sì, le vecchie regole possono sembrare offrire una forma di sicurezza. Tuttavia è come quando qualcuno acquisisce un certo potere in prigione e finisce per considerare terribile anche il mondo esterno. Forse tutte queste donne hanno paura e non riescono a decidere quale cosa preferirebbero. Non vogliamo imporre nulla alle donne. Vogliamo soltanto presentare loro le diverse alternative che potrebbero essere per loro accettabili. Abbiamo individuato tutte quelle opzioni desiderabili che, se adottate, possono permettere a una persona di diventare veramente umana. Vogliamo dare agli esseri umani piena libertà. Non vogliamo incatenarli con alcuna consuetudine, legge o schiavitù mentale. Se nella natura non c’è posto per questo, allora la natura sarà costretta a fargli posto.»
Tra le «scelte alternative» che le femministe hanno individuato per le donne vi è l’omosessualità femminile (lesbismo). Un ramo del movimento di liberazione femminile è l’organizzazione omosessuale nota come «The Daughters of Bilitis». Il suo obiettivo è promuovere l’omosessualità femminile.
In un altro punto del libro «La rinascita del femminismo» si legge: «Vi sono molte membri del movimento di liberazione femminile che erano lesbiche già prima dell’inizio del movimento, e alcune che lo sono diventate dopo avervi partecipato. Tra quelle diventate lesbiche in seguito, ve ne sono alcune che lo hanno scelto come forma di protesta politica. Secondo queste femministe radicali, l’“omosessualità femminile” è un mezzo di autodifesa delle donne contro l’oppressione degli uomini.»
In un’antologia intitolata «The New Woman», pubblicata a New York nel 1970 sul tema degli obiettivi della liberazione femminile, si legge: «In America le lesbiche sono una minoranza, ma il loro numero non è inferiore a dieci milioni. Le lesbiche sono donne che provano per le donne un’attrazione maggiore di quella che provano per gli uomini. I due eminenti psichiatri dottor Joel Fort e dottor Joe K. Adams hanno espresso, probabilmente, le osservazioni più ragionate e meno eccentriche sull’omosessualità. Ecco la loro dichiarazione, pubblicata nel 1966: gli omosessuali, come gli eterosessuali, appartengono allo stesso gruppo umano. Nessuna legge, organizzazione sociale o datore di lavoro può considerarli un gruppo umano distinto. Le leggi relative alla condotta sessuale devono essere riformate affinché possano occuparsi dei comportamenti antisociali dei giovani, dello stupro, delle molestie e di altri fenomeni simili. Qualsiasi comportamento sessuale compiuto privatamente tra adulti consenzienti non deve essere considerato una questione che giustifichi l’intervento statale o governativo.»
Ora riflettete su quale sarà l’esito di questo movimento di liberazione femminile in evoluzione e su quale tipo di sistema sociale desiderino.
Alle pagine 122-125 dello stesso libro si legge: «In questo modo la donna è per l’uomo come l’adoratore è per la divinità. La divinità può accettare il culto dell’adoratore, ma non lo farà proprio; anzi, in seguito lo respingerà con un calcio. La divinità e l’adoratore non potranno mai diventare una cosa sola. Per quanto riguarda la vita sessuale, il nostro insegnamento sociale è che durante i primi dieci anni dello sviluppo della sessualità si deve osservare una rigorosa continenza (persino la masturbazione viene considerata, nel migliore dei casi, una colpa simile a un’incapacità). Dopo di ciò, per tutta la vita si deve avere una sola persona come partner sessuale. In realtà la società cerca di mantenerci ignoranti e diffidenti nei confronti di una vita sessuale evoluta e vuole convincerci che il frutto proibito della sessualità promiscua non potrà mai essere migliore di ciò che ricevono le persone moralmente integre. Che ostacolo è la protesta convenzionale! Se riuscissimo a superare questo ostacolo e a soddisfare le nostre inclinazioni e curiosità omosessuali, allora potremmo giudicare fino a che punto le nostre emozioni siano morali o immorali; solo allora sarebbe possibile conoscerne gradualmente le conseguenze apparenti, le qualità e gli scopi, e adottare misure efficaci per porvi rimedio. Che cosa accadrebbe se l’uomo rinnegasse la propria virilità e accettasse tutti i valori dell’unità, dell’umiltà, del dialogo reciproco, della ponderazione, della cooperazione, del rifiuto cortese e del dissenso? Come non possiamo negare l’elevazione della nostra immaginazione riguardo alla sessualità, così non possiamo negare tutti gli elementi sessuali naturali delle nostre relazioni. Il modo in cui si realizza questa relazione sessuale, cioè la conversazione, il contatto, i gesti, le dichiarazioni d’amore e così via, deve essere separato dal modello di purezza morale dei conservatori e lasciato alla nostra scelta innocente.»
È meglio restare appesi per tutta la vita al vincolo del matrimonio con una sola persona, oppure è preferibile una vita molteplice? Prima di sposare qualcuno, molti desiderano avere una relazione preliminare. Questa relazione preliminare è molto necessaria e costituisce un atto degno di lode. Se qualcuno la considera un problema, lo fa per impedirci di cadere nelle grinfie di una ragazza dissoluta. È una mentalità di fuga. È un’ingiustizia. Ma non perché si sia avuta una relazione sessuale con qualcuno; piuttosto, a causa della mentalità che porta a sottrarsi alla costruzione di una relazione con qualcuno. Perciò il problema rimarrà.
Tendiamo a mantenere eccessivamente riservati tutti i nostri rapporti di parentela. Vogliamo allentarli, affinché tutti possano esprimere apertamente e direttamente il proprio desiderio sessuale. Una simile libertà di donne e uomini distruggerà il sistema familiare tradizionale americano? Io penso proprio di sì. Perché questa famiglia è un’istituzione che costituisce il terreno d’origine di molti problemi. La famiglia è il banco di prova della privazione, delle lamentele, dell’espressione delle capacità e dello sforzo collettivo di molti individui che vivono insieme e si guadagnano da vivere.
Per fortuna, nei Paesi musulmani il movimento femminista non ha ancora assunto proporzioni così estreme. Tuttavia, a causa delle politiche di modernizzazione, cioè di occidentalizzazione, la consuetudine del purdah sta rapidamente scomparendo; le donne si stanno ribellando alle tradizioni religiose e si stanno modellando sullo stile delle ragazze occidentali.
Nel libro intitolato «La donna nel mondo moderno», scritto da Raphael Patai e pubblicato a New York nel 1967, si legge:
«Le donne urbane, benestanti e di stile convenzionale, soprattutto quelle di Teheran, oggi dedicano pochissimo tempo alle faccende domestiche. Trascorrono quasi tutto il loro tempo in attività sociali, professionali, ricreative e filantropiche; andare dalla sarta e dal parrucchiere, recarsi in alberghi e ristoranti per la colazione e il pranzo con le amiche e partecipare a varie manifestazioni è diventato il loro impegno quotidiano. Inoltre, trascorrono il tempo fuori casa praticando sport e godendosi le vacanze. Un numero considerevole di donne di questa classe si è sentito sempre più attratto dalle attività culturali e filantropiche. (p. 77)»
Nelle varie città del Libano il numero delle donne che escono di casa è in forte aumento. Ogni domenica, tra la folla che si raduna sulle spiagge di Beirut, il numero delle donne non è affatto inferiore a quello degli uomini. Si tratta quasi tutte di giovani ragazzi e ragazze della nuova generazione.
Questa promiscuità sulle spiagge è senza dubbio una prova dell’allentamento dei vincoli sociali. In Libano non si pone molta resistenza neppure alle donne delle classi alte e medie, orientate verso l’Occidente, che desiderano andare in giro vestite all’occidentale. Le ragazze appartenenti a quasi tutte le classi sociali mostrano una straordinaria attenzione per l’abbigliamento, non solo sulle spiagge o nei luoghi di divertimento, ma anche in tutte le manifestazioni. Le studentesse universitarie indossano certamente abiti invernali durante l’inverno, ma in estate portano abiti di seta attillati oppure gonne e camicette leggere. A ciò si aggiungono scarpe con il tacco alto, calze di nylon e un trucco attraente. Alcune ragazze musulmane che non sono studentesse universitarie portano sul viso un niqab molto sottile e puramente simbolico. Fino a pochi anni fa le ragazze si vergognavano di fare il bagno in mare. Ora lo fanno con entusiasmo e molte si tuffano in mare indossando costumi a due pezzi molto succinti.»
Il femminismo è il prodotto di un movimento anormale, artificiale e deliberato volto a distruggere l’ordinamento sociale tradizionale. Il suo obiettivo è negare tutte le credenze invisibili, i valori morali e quelli spirituali. Saranno proprio gli studenti di antropologia e di storia a poter fornire una prova certa dell’inconsistenza e dell’irrazionalità di questo movimento femminista. Infatti, da tutte le civiltà umane e dai comportamenti degli esseri umani nelle epoche preistoriche e storiche risulta chiarissimo che nella società esisterà sempre una distinzione tra donne e uomini e che la società si forma dall’integrazione di queste due entità distinte, la donna e l’uomo. Nelle società in cui la separazione della casa e della famiglia, l’abolizione dell’autorità paterna nella famiglia e il disordine sessuale si sono diffusi ampiamente, alla fine tutte queste società sono decadute e sono andate distrutte.
Qualcuno potrebbe dire: se è così, come ha fatto l’Occidente, nonostante il suo decadimento morale e la sua corruzione, a rimanere tanto dinamico, vigoroso e potente nella leadership mondiale?
Nel valoroso libro «Il purdah e l’Islam», Sayyid Abul A‘la Maududi ha trattato questo argomento nella sezione intitolata «La dignità della donna»:
“Quando nella società la dissolutezza morale, l’adorazione di sé e la degenerazione sessuale raggiungono livelli estremi; quando uomini e donne, giovani e anziani, si perdono nella frenesia sessuale; in altre parole, quando l’intera popolazione di una società diventa completamente sessualmente perversa, quella società si avvia naturalmente verso l’inevitabile destino della distruzione. Coloro che assistono al progresso e alla prosperità di una società di questo tipo, destinata alla distruzione, stanno in realtà osservando una società che si trova sull’orlo di un abisso di fuoco e che, da un momento all’altro, vi precipiterà con tutta la sua superbia. Essi pensano che una società raggiunga l’apice della prosperità solo quando tutti i suoi membri abbandonano la moralità e diventano egoisti. Ma anche questa è una conclusione deplorevole. Quando in una società gli elementi distruttivi e quelli costruttivi operano fianco a fianco, e gli elementi costruttivi prevalgono in qualche modo su quelli distruttivi, è del tutto ingiusto ritenere che le attività distruttive abbiano trionfato su quelle costruttive. Prendiamo, per esempio, un abile uomo d’affari che, grazie al duro lavoro, alla vasta esperienza e all’intelligenza, ha ottenuto profitti ingenti. Tuttavia, li spende in alcol, gioco d’azzardo e uno stile di vita sfrenato. Questa parte della sua attività potrà forse procurargli prosperità e benessere? La verità è che, così come le qualità del primo tipo lo conducono al progresso, quelle del secondo tipo lo trascinano nella decadenza. Se egli progredisce grazie alle sue buone qualità, ciò non significa che le sue qualità malvagie siano inefficaci. È possibile che il demonio del gioco d’azzardo gli porti via tutte le ricchezze in un solo istante; che, a causa dell’alcolismo, subisca un incidente così terribile da ridurlo in bancarotta; ed è anche possibile che il demonio della perversione sessuale lo spinga al suicidio, all’omicidio o a un’altra situazione dolorosa. Il fatto che ora si trovi nella prosperità, nel lusso e in un’apparente allegria non autorizza nessuno ad affermare con certezza che un giorno non cadrà in una di queste dolorose condizioni. Allo stesso modo, una nazione riceve inizialmente l’impulso al progresso dalle forze costruttive. In seguito, però, per mancanza di un’adeguata supervisione, intorno a essa cominciano a essere seminati i semi della distruzione. A poco a poco questa forza costruttiva perde il proprio slancio, e le forze malvagie attive tutt’intorno la gettano in un abisso sempre più profondo.”
Dove risiede la salvezza dell’umanità? Dal punto di vista dell’organizzazione della società, la sharia islamica attribuisce alla famiglia la centralità come unità fondamentale della società. La parola “famiglia” ha qui un significato ampio. Non si tratta di una concezione della famiglia ridotta alle forme atomica e subatomica dei tempi odierni.
Il grande successo del Nobile Profeta (s.) a Medina fu riuscire a sradicare ogni consuetudine e superstizione diffusa tra gli abitanti locali e gli arabi beduini, e a costruire una nuova società interamente fondata sulla religione. I legami di questa nuova società erano, da un lato, connessi all’intera comunità musulmana e, dall’altro, a ciascuna famiglia musulmana. Le famiglie musulmane sono ciascuna una miniatura della società musulmana e il fondamento stesso della società. Nella natura comunitaria dell’Islam, il padre è l’imam o il capo della famiglia. È lui il principale responsabile delle attività religiose della famiglia. Il padre enuncia le credenze religiose, i comportamenti e le norme della famiglia e ne assicura l’attuazione. Il padre è il rappresentante di Allah nella famiglia; la sua autorità, in senso simbolico, è l’autorità stessa di Allah. Un uomo è onorato nella famiglia perché ne è la guida religiosa. È lui a provvedere a tutte le necessità religiose dei membri della famiglia. Quando gli uomini hanno smesso di provvedere a queste necessità religiose della famiglia e hanno fallito nell’esercitare l’autorità propria dell’uomo, in alcuni paesi musulmani le donne hanno osato adottare comportamenti apostatici. E quegli uomini hanno risposto al comportamento irreligioso di tali donne “emancipate” rinunciando alla propria virilità e facendosi seguaci delle donne.
Nel libro “Ideali e realtà dell’Islam” (Ideals and realities of Islam), scritto da Seyyed Hossein Nasr e pubblicato a Londra nel 1966, si legge:
La famiglia tradizionale e ortodossa è una delle unità della società stabile. Il fatto che un uomo musulmano possa sposare contemporaneamente quattro donne è come un simbolo di stabilità, simile alla Kaaba quadrangolare. Molti forse non riescono a comprendere perché l’Islam approvi una simile struttura familiare e per questo criticano la poligamia islamica. I modernisti musulmani nutrono, come la comunità cristiana, ostilità verso l’Islam per questa ragione e arrivano persino a sostenere che la poligamia sia immorale.
Per ridurre le relazioni sessuali illecite, arrivano persino a raccomandare gradualmente la promiscuità sessuale (Promiscuity) all’interno della struttura sociale. A questo proposito, l’atteggiamento di questa piccola comunità musulmana modernista è molto più dannoso di quanto non sia grave quello degli osservatori occidentali. Infatti, essi non vogliono comprendere gli insegnamenti della sharia islamica e non sono in alcun modo disposti a porre la sharia al di sopra delle moderne concezioni sociali occidentali.
Indubbiamente, una parte piccola ma assai importante delle donne dell’attuale società musulmana si sta ribellando alle pratiche islamiche tradizionali e consolidate. Nella storia di ogni civiltà si osserva l’attività di un gruppo reazionario che si oppone alle forze esistenti. Nell’induismo l’aspetto della maternità è sempre stato forte. Nell’Islam, invece, è predominante l’autorità dell’uomo. Le donne moderniste di natura estremista hanno fatto di questa pratica dell’Islam il principale bersaglio dei loro attacchi. La ribellione di queste donne musulmane moderniste è in realtà il risultato degli sforzi compiuti per quattordici secoli dai nemici interni della società musulmana allo scopo di disgregarla. È l’autoritarismo maschile a rendere reazionarie queste donne. Queste donne, pochissime rispetto agli uomini, vogliono che ogni cosa sia di stampo occidentale. Desiderano diventare occidentali nel carattere e nell’abbigliamento, con intensa passione. Sarebbe difficile comprendere la causa di questo fervore senza analizzare i motivi psicologici che vi stanno dietro.
Dal punto di vista islamico, parlare di uguaglianza tra donna e uomo è irragionevole quanto affermare che la rosa e il gelsomino abbiano le stesse qualità. Infatti, entrambi questi fiori possiedono profumi, colori, forme e bellezze differenti. Allo stesso modo, donna e uomo non sono uguali. Ciascuno ha una costituzione e un comportamento diversi. Come le donne non possono essere uguali agli uomini, così gli uomini non possono essere uguali alle donne. Perciò l’Islam non li ha posti l’uno di fronte all’altra come rivali, ma li ha considerati collaboratori reciproci. In conformità con la propria costituzione, ha assegnato a ciascuno responsabilità e doveri distinti.
Poiché l’uomo deve svolgere molti compiti importanti e difficili, gli viene concessa la possibilità di godere di alcuni privilegi e vantaggi sociali, come l’autorità e la leadership.
Innanzitutto, deve assumersi la grande responsabilità economica. È lui a dover sostenere tutte le spese della famiglia. D’altra parte, anche se la moglie è ricca, persino se è economicamente indipendente, il suo mantenimento resta a carico del marito. Nella società musulmana ideale, la donna non deve preoccuparsi del proprio sostentamento. Qui esiste un contesto familiare così ampio che ella può trovare il proprio posto in un modo o nell’altro. Anche in assenza del marito o del padre, questo sistema familiare le offre riparo e una via per proteggersi dalle pressioni economiche. In questa grande famiglia islamica, il responsabile non si occupa soltanto del mantenimento della moglie e dei figli, ma, quando necessario, presta aiuto anche alla madre, alle sorelle, alle zie paterne e materne, alle cognate, alla suocera e persino alle cugine e agli altri parenti più lontani. Pertanto, a differenza della vita urbana, in cui una donna musulmana deve spendere tutte le proprie energie per trovare un lavoro, poiché ogni famiglia è un’unità economica e tutte le necessità familiari vengono soddisfatte dall’interno o mediante sforzi comuni, la donna non deve coinvolgersi inutilmente in attività economiche.
In secondo luogo, una donna musulmana non può cercarsi da sola un marito né esibire la propria bellezza per attrarre qualcuno e sperare di poterlo avere in futuro come marito. Di conseguenza, è completamente libera dalla terribile preoccupazione di trovare un marito e dall’insopportabile dolore di non trovarlo. Secondo le naturali esigenze del suo carattere, ella rimane in casa finché i genitori o i tutori non le trovano un pretendente adeguato. Questo tipo di matrimonio è quello autenticamente conforme alla religione, ed è proprio in esso che trovano stabilità i legami familiari e sociali. I matrimoni celebrati sotto l’impulso di un’emozione momentanea spesso non riescono a durare. Al contrario, quelli conclusi dopo la ponderata valutazione dei tutori sono spesso duraturi e in genere in tali matrimoni non si verificano divorzi.
In terzo luogo, salvo rare e specifiche necessità, le donne musulmane sono esonerate dalla partecipazione diretta alle guerre sanguinose e alla politica. A molti ciò può sembrare una privazione. Tuttavia, giudicando alla luce delle reali esigenze della natura femminile, si vedrà che per la maggior parte delle donne partecipare a tali attività si dimostra molto gravoso e difficile. Persino nelle società moderne in cui è in corso un processo di parificazione tra donne e uomini secondo un sistema «egualitario», le donne vengono tenute lontane dalla partecipazione alle forze armate finché non si verifica una situazione estrema.
Altrove, nel libro «Gli ideali e la realtà dell’Islam», Seyyed Hossein Nasr afferma: «In cambio delle opportunità e dei vantaggi che l’Islam ha concesso alla donna, ella deve svolgere alcuni compiti specifici. Il più importante consiste nel donare alla famiglia un nido di pace e nel crescere adeguatamente i figli. Nella famiglia, il ruolo della moglie è quello di un’imperatrice. L’uomo, invece, nella propria famiglia è l’ospite onorato della moglie. La casa e il vasto ambiente familiare in cui vive costituiscono il mondo della donna musulmana. Per la donna, essere separata dalla casa significa essere separata dal mondo o gettarsi tra le braccia della morte. La donna musulmana trova il senso della propria esistenza all’interno della grande struttura familiare, e proprio in questa famiglia si trovano tutti gli elementi necessari a soddisfare i suoi bisogni e la sua realizzazione interiore.»
La sharia indica nella società i compiti e la posizione di donne e uomini come complementari, secondo la loro natura. Essa conferisce all’uomo una supremazia sociale e politica perché egli si assume tutte le responsabilità della famiglia e la protegge da ogni pressione economica, sociale e di altro genere. Sebbene l’uomo regni nel mondo esterno alla casa e sia il capo della famiglia, in casa accetta con rispetto l’autorità della moglie.
In ogni famiglia musulmana, il marito e la moglie accettano, attraverso la comprensione reciproca, le diverse responsabilità che il Dio Altissimo ha assegnato alla donna e all’uomo, e costruiscono così una famiglia dalle solide fondamenta, che costituisce un’unità fondamentale dell’intera sana struttura sociale.»
Nel mondo cristiano, coloro che sostengono il movimento per la liberazione della donna, ribellandosi ai valori morali, culturali e spirituali e negando l’indispensabilità del sistema familiare, stanno in realtà rinnegando l’intera eredità della propria civiltà e ribellandosi contro di essa.
L’Europa moderna sa molto bene che, nonostante i mali del sistema feudale e le persecuzioni dei sacerdoti nella società cristiana medievale, vi erano coesione sociale, pace, stabilità e unità. Di seguito viene riportata, tratta dalla cronaca familiare del celebre pittore tedesco Albrecht Dürer (1471-1528), che era un cristiano devoto, una splendida descrizione dei valori praticati nelle famiglie cristiane dell’Europa medievale: questa vita familiare, descritta da un membro della famiglia Dürer, era molto vicina al modello familiare islamico.
«Mio venerato padre, Albrecht Dürer, andò in Germania e vi rimase a lungo in una zona rurale e umile. Poi giunse a Norimberga nel giorno di Sant’Eligio dell’anno 1455 (25 luglio). Quel giorno si celebrava il matrimonio di Philipp Pirkheimer. Per l’occasione la casa era stata addobbata e sotto un grande tiglio era stato predisposto il ricevimento degli invitati. In seguito, fino al 1468, il mio caro padre Albrecht Dürer si prese cura dell’anziano Hieronymus Hoper. Poi Hoper gli diede in sposa sua figlia Barbara, una ragazza di quindici anni, bella, robusta e devota. Il matrimonio ebbe luogo otto giorni prima della festa di San Vito (8 giugno). La mia nobile madre diede alla luce otto figli e li allevò. Talvolta dovette affrontare malattie contagiose e gravi infermità e sopportare terribili carestie, derisioni, scherni, disprezzo e ansie; ma non coltivò mai nel cuore né inquietudine né desiderio di vendetta. Tutti i figli del mio caro padre, i miei fratelli e le mie sorelle, morirono, alcuni in giovane età e altri da adulti. Soltanto noi tre fratelli siamo ancora vivi e vivremo finché il Signore vorrà. Noi tre siamo io, Albrecht, mio fratello Andreas e Hans, come un fratello per me. Hans non è figlio di mio padre. Mio padre era anche il maggiore tra i suoi fratelli. Per tutta la vita lavorò duramente. Provvide con le proprie mani al mantenimento suo, di sua moglie e dei suoi figli. La sua vita fu piena di dolori, tentazioni e avversità.»
Grato a Dio, benevolo verso gli uomini, paziente e umile, quest’uomo era un cristiano esemplare. Tutti coloro che lo conoscevano lo lodavano. Aveva ben poche pretese nei confronti della società. Era un uomo di poche parole e timorato di Dio. Mio padre, grande com’era, si preoccupava molto di insegnare ai suoi figli il timore di Dio. La sua più grande speranza era educare i suoi figli a essere virtuosi agli occhi di Dio e degli uomini. Per questo ci esortava sempre ad amare Dio e a comportarci bene con gli altri. Poiché ero molto interessato allo studio, aveva per me una particolare predilezione. Per questo mi mandò a scuola. Quando imparai a leggere e a scrivere, mi ritirò da scuola e mi insegnò l’arte e le tecniche dell’oreficeria. Quando divenni esperto in quell’arte, sentii che era meglio diventare pittore piuttosto che orafo. Quando comunicai questa decisione a mio padre, egli non poté esserne lieto e si rammaricò del tempo perduto mentre ero apprendista sotto la sua guida. Tuttavia, alla fine mi permise di seguire la mia inclinazione e, nel giorno di Sant’Andrea dell’anno 1486 (30 novembre), mio padre mi mise a bottega per tre anni presso Michael Wolgemut. Anche in quel periodo il Signore mi diede la forza di lavorare e fu allora che imparai bene il mestiere. Tuttavia, fui sottoposto a grandi maltrattamenti da parte degli assistenti del mio maestro. Quando, terminato l’apprendistato, tornai a casa, Hans Frey, dopo aver consultato mio padre, decise di darmi in sposa sua figlia Agnes. Insieme ad Agnes mi diede anche duecento fiorini. Il nostro matrimonio fu celebrato lunedì 7 luglio 1494, poco prima della festa di Santa Margherita.
Poco tempo dopo, mio padre fu colpito dalla dissenteria e nessuna cura riuscì a guarirlo. Quando si rese conto che la morte si stava avvicinando, si affidò ad essa con grande calma e pazienza e mi ordinò di prendermi cura di mia madre e di vivere tutti secondo i comandamenti di Dio. Trascorse l’ultimo giorno dei sacramenti della sua vita (il giorno della comunione cristiana) e morì della morte di un devoto cristiano. Lasciò mia madre vedova. Finché fu in vita, mio padre lodava sempre grandemente mia madre davanti a me. Diceva: «Tua madre è una donna davvero buona». Per questo ho deciso di non dimenticare mai mia madre.
O miei amici, vi scongiuro nel nome di Dio: quando leggerete il racconto della morte del mio pio padre, pregate Cristo e la Madre Maria per il bene della sua anima nell’aldilà e per il vostro stesso bene, dicendo: «Possa Dio concederci, attraverso il Suo servizio, una vita compiuta e una morte beata». È impossibile che una persona viva una vita virtuosa e abbia una morte infausta. Perché Dio è misericordioso.
Ora vi informo che, il martedì precedente il giorno delle Rogazioni del 1513, mia madre, che avevo preso sotto la mia tutela due anni dopo la morte di mio padre, quando era rimasta senza un soldo, si ammalò gravemente dopo essere stata per nove lunghi anni sotto le mie cure. Quella mattina sfondammo la porta della sua stanza e la portammo fuori. Era infatti diventata così debole da non avere la forza di aprire la porta, e sfondarla era l’unico modo per uscire. La portammo al piano inferiore e per lei furono celebrati entrambi i sacramenti (la comunione in onore del Signore). Perché tutti pensavano che stesse morendo. Dalla morte di mio padre non era mai più stata fisicamente bene.
Più di un anno dopo il giorno in cui si era ammalata, il 17 maggio dell’anno cristiano 1514, due ore prima che calasse l’oscurità della notte, la mia nobile madre Barbara Dürer lasciò questo mondo; e, tramite i sacerdoti del papa, fu celebrata una cerimonia religiosa per la remissione dei suoi peccati e delle sue sofferenze. Prima di morire, pregò per me chiedendo benedizioni e bene nell’aldilà, e mi diede molti consigli affinché mi tenessi lontano dai peccati. Sebbene fosse molto spaventata dalla morte, dichiarò di non avere affatto paura di incontrare Dio. Ero così addolorato per la morte di mia madre che non posso esprimerlo a parole. Che Dio benedica la sua anima. Provava grande serenità nel lodare sempre Dio e nel vedere che noi Lo rispettavamo. Aveva l’abitudine di andare regolarmente in chiesa. Se commettevo qualche errore, si arrabbiava molto e mi rimproverava aspramente. Temeva sempre che io o i miei fratelli commettessimo qualche ingiustizia. Ogni volta che uscivamo di casa o vi rientravamo dall’esterno, diceva: “Che Dio sia il tuo aiuto”. Ci rendeva sempre consapevoli della nostra anima, della nostra natura biologica e della nostra religione. Non potrei finire di descrivere tutte le sue opere, la sua benevolenza verso gli altri e gli aspetti degni della sua lode. Quando morì aveva 63 anni, e la seppellii nel modo migliore possibile, secondo le mie capacità. Che il Signore Magnifico conceda anche a me la morte di un vero cristiano, mi dia la grazia di riunirmi con Lui e con i Suoi servitori celesti, mio padre, mia madre e i miei amici, e ci conceda una vita eterna colma di bene nell’aldilà. Amen! Per tutta la vita, mia madre sognò una felicità maggiore nell’aldilà dopo la morte.”
La società unisessuale (Uni-sexual) proposta dai fautori della parità assoluta è una società in cui non viene riconosciuta alcuna differenza sociale o culturale tra donne e uomini; è inoltre una società in cui il matrimonio, la vita domestica e la famiglia, il pudore, la castità e la maternità sono considerati detestabili e non come simboli di “progresso” e “libertà”, bensì come cause di estrema degenerazione. Il suo risultato non può essere altro che pura anarchia, disordine illimitato e completa disorganizzazione sociale.
Se è così, perché allora il femminismo (Feminism) è tanto popolare? Nel saggio “Religione e civiltà”, scritto da Abu al-Hasan Ali al-Nadwi e pubblicato a Lucknow nel 1970, si legge:
“Il sistema sociale fondato sul materialismo è molto antico e anche molto popolare. Nessun altro sistema sociale è mai stato così facilmente accettabile, soddisfacente e agevole da sviluppare per la maggior parte delle persone di qualunque paese e di qualunque epoca. Esso esercita sul popolo un’attrazione così profonda e seducente che non è necessario far penetrare le sue radici nel profondo della società, né risvegliare l’intelligenza delle persone per sostenerlo. Non richiede neppure sacrifici o rinunce. In esso nessuno deve sopportare sofferenze o difficoltà per qualcun altro. Basta seguire il flusso della massa, tenendo il passo con i tempi. La storia testimonia che nessun altro sistema sociale ha mai avuto, come il materialismo, l’opportunità di esercitare un’autorità tanto vasta e così grande sull’umanità.”
In nessun’altra epoca, come in quella attuale, la degenerazione morale e il declino sociale si sono diffusi in modo tanto universale sull’umanità. L’idea dell’uguaglianza tra donna e uomo ha portato l’umanità a un livello inferiore persino a quello degli animali. L’animale è guidato dal suo istinto innato e non può fare nulla contro la propria natura. Tra gli animali non esiste omosessualità. Il maschio di una stessa specie è attratto soltanto dalle femmine di quella specie. Nessun animale maschio prova mai desiderio per un altro maschio, e nessuna femmina prova mai desiderio per un’altra femmina. Tra gli animali, quando i piccoli crescono e imparano a provvedere da soli a se stessi, il rapporto materno si interrompe completamente. Nella maggior parte delle specie animali maschili non si osserva alcun interesse verso la propria progenie. Tra gli animali non esistono il pudore, la castità, il matrimonio né i legami familiari, comprese le figlie e i figli, e simili. Queste idee e questi legami sono considerati soltanto parti inseparabili della cultura umana. Le fautrici dell’uguaglianza femminile vogliono distruggere proprio queste qualità che caratterizzano la natura umana e indebolire gradualmente le basi di tutti i rapporti esistenti tra gli esseri umani e tutti i legami sociali. Il risultato sarà il suicidio. E quel suicidio non riguarderà una singola nazione, ma l’intera specie umana.
— Fine —