Prefazione
Un vasto gruppo di scrittori occidentali e di studiosi orientali influenzati da loro sostiene l’idea che la cultura islamica derivi dalle culture precedenti, in particolare da quella greca e romana, e che abbia assunto la forma di una cultura distinta soltanto perché la mente araba ha riorganizzato questi antichi elementi secondo un nuovo stile, modificandone l’aspetto esteriore. È proprio a causa di questa prospettiva che persone di questa categoria cercano gli elementi della cultura islamica nelle culture persiana, babilonese, sarmena, fenicia, egizia, greca e romana. In seguito, cercano nella natura araba gli elementi di quella mentalità che avrebbe preso da tali culture, secondo la propria convenienza, il materiale necessario e lo avrebbe organizzato secondo il proprio stile.
Un’idea errata
Ma si tratta di un’idea gravemente errata. È vero, infatti, che il presente dell’umanità è sempre influenzato dal passato e che, di conseguenza, ogni nuova costruzione trae aiuto dagli elementi strutturali precedenti. Tuttavia, è innegabile che la cultura islamica, nella sua essenza vitale e nei suoi elementi fondamentali, sia completamente islamica e che su di essa non vi sia la minima influenza di alcuna cultura non islamica. Naturalmente, nei suoi aspetti esteriori e secondari, il pensiero arabo, la tradizione araba e le culture precedenti e successive hanno esercitato una certa influenza. Un aspetto di un edificio è il suo progetto, la sua tecnica costruttiva e il suo sviluppo in conformità allo scopo: questa è la sua sostanza autentica e fondamentale. Un altro aspetto è costituito dal colore, dalla varietà, dagli ornamenti e dallo splendore estetico: questi sono i dettagli e gli elementi secondari. Se dunque si giudica l’edificio della cultura nel suo complesso e sotto il profilo sostanziale, si vede che l’edificio della cultura islamica è interamente il risultato del processo costruttivo dell’Islam. Il suo progetto è originale. A questo riguardo non è stato tratto aiuto da alcun altro progetto. La sua tecnica costruttiva è una sua propria invenzione; in questo campo non è stato imitato alcun modello. Il suo scopo costruttivo è del tutto autonomo e originale; quanto allo scopo, nessun altro edificio è stato costruito né prima né dopo di esso.
Allo stesso modo, la cultura islamica ha assunto esattamente la forma di costruzione necessaria per conseguire questo scopo. In tutto ciò che ha edificato a tale fine, nessun ingegnere esterno aveva il potere di apportare correzioni o modifiche, né di aggiungervi alcunché. Restano soltanto i dettagli e gli elementi secondari;
Anche sotto questo aspetto l’Islam ha preso ben poco dalle altre culture. Si può persino dire che la maggior parte di ciò appartenga all’Islam stesso. Naturalmente, i musulmani hanno attinto dalle altre culture materiali relativi al colore, alla varietà, agli ornamenti e allo splendore estetico, arricchendo in una certa misura questo aspetto. Ed è proprio questo che è diventato così evidente agli occhi degli osservatori, al punto che essi cercano di attribuire all’intero edificio l’accusa di imitazione.
Definizione di cultura
Per risolvere questa questione, occorre innanzitutto ottenere una risposta alla domanda: che cos’è la cultura? La gente ritiene che per cultura si intendano le conoscenze scientifiche, la letteratura e la filosofia, le arti e le tecniche, le belle arti, i costumi sociali, lo stile di vita, la politica statale e così via di una nazione; in realtà, però, queste non sono l’essenza autentica della cultura, bensì soltanto i suoi risultati e le sue manifestazioni esteriori. La cultura non è né la radice né il tronco dell’albero, ma soltanto i suoi rami, i suoi germogli e il suo fogliame. Non si può determinare il valore di una cultura sulla base di questi segni esteriori e di questo involucro. Dobbiamo quindi, lasciando da parte tali elementi, raggiungere l’essenza vitale della cultura e ricercarne le basi e gli elementi fondamentali.
Gli elementi fondamentali della cultura:
Da questo punto di vista, la prima cosa da ricercare in una cultura è quale concezione essa abbia della vita terrena. Quale dignità attribuisce all’essere umano in questo mondo? Che cos’è il mondo ai suoi occhi? Qual è il rapporto dell’uomo con questo mondo? In che modo l’uomo deve godere e servirsi di questo mondo? In realtà, tutte queste concezioni esercitano una profonda influenza su ogni attività della vita. Quando questa visione cambia, l’intera fisionomia della cultura cambia radicalmente.
La seconda questione profondamente connessa alla filosofia della vita è il fine ultimo della vita. Qual è lo scopo della vita umana nel mondo? A che cosa servono tutti i progetti, tutti gli sforzi, tutta la fatica e il lavoro, tutti i conflitti e le lotte dell’uomo? Verso quale meta desiderata dovrebbe correre l’essere umano? Per raggiungere quale destinazione è dovere dei figli di Adamo impegnarsi e perseverare? Quale esito dovrebbe essere ricordato dall’uomo in ogni sua azione e in ogni suo sforzo? In realtà, è proprio la questione di questo fine e di questa aspirazione a determinare e dirigere il corso della vita concreta dell’uomo; e, di conseguenza, nella vita vengono adottati metodi d’azione e vie del successo conformi ad essa.
La terza questione è questa: sulla base di quali principi fondamentali e concezioni viene formato il carattere umano nella cultura in esame? In che modo essa modella la mente e la psiche dell’uomo? Quali pensieri suscita nella sua mente e nel suo cervello? E quale forza operante possiede al suo interno, capace di spingere l’uomo, in relazione alla sua meta e al suo scopo, ad adottare una particolare concezione pratica della vita? Su questo non vi è spazio per alcuna controversia: la forza d’azione dell’uomo è influenzata dalla sua capacità di pensiero. La coscienza che rende operativi le sue mani e i suoi piedi proviene dalla sua mente e dal suo cervello. E qualunque credo, pensiero, riflessione o concezione si insedi nella sua mente e nel suo cervello, tutta la sua forza d’azione si attiverà precisamente sotto la sua influenza. In altre parole, nello stampo in cui viene plasmata la sua mente e la sua psiche nasceranno allo stesso modo emozioni, sentimenti, desideri e aspirazioni, e sotto il loro comando continueranno ad agire le sue membra. In realtà, nessuna cultura del mondo può affermarsi senza un credo fondamentale e una concezione di base. Perciò, per comprendere e valutare qualsiasi cultura, è anzitutto necessario comprenderne il credo e la concezione del mondo e misurarne i pregi e i difetti, così come, per conoscere la solidità e la durata di un edificio, è indispensabile conoscerne la profondità e la consistenza delle fondamenta.
La quarta questione è questa: in quale tipo di persona forma l’essere umano la cultura in esame? In altre parole, con quale tipo di formazione morale prepara l’uomo a condurre una vita compiuta secondo il proprio ideale? Quali disposizioni naturali, qualità e atteggiamenti interiori suscita nell’uomo e cerca di sviluppare e accrescere? In quale tipo di persona lo trasforma attraverso la sua speciale educazione morale? Sebbene il vero scopo della cultura sia la riorganizzazione dell’ordinamento sociale, la società viene costruita con gli elementi costituiti dagli individui. E la solidità e la durata di questo edificio dipendono dal fatto che ogni pietra sia tagliata correttamente, ogni mattone sia ben cotto e resistente, ogni trave sia robusta, che in nessun punto vi sia legno tarlato e che in nessun punto vengano impiegati materiali immaturi, scadenti o deboli. La quinta questione è questa: in che modo, in quella cultura, vengono stabiliti i rapporti tra le persone nelle diverse circostanze? Quale tipo di rapporto viene mantenuto con la propria famiglia, con i vicini, con gli amici, con le persone che vivono insieme a lui, con i suoi subordinati, con i suoi superiori, con i seguaci della propria cultura e con coloro che ne sono estranei? Quali diritti sono stabiliti per lui sugli altri e quali diritti hanno gli altri su di lui? A quali limiti viene sottoposto? Quando gli viene concessa la libertà, quanta libertà gli viene accordata, e quando viene privato della libertà, fino a che punto viene limitato? In realtà, queste questioni comprendono tutti gli aspetti del carattere morale, della socialità, delle leggi, della politica e delle relazioni internazionali. Ed è proprio da ciò che si può comprendere quale tipo di famiglia, società e Stato formi la cultura in esame.
Da questa discussione è emerso che ciò che viene chiamato cultura è costituito da cinque elementi fondamentali:
(1) La concezione della vita terrena,
(2) Il fine ultimo della vita,
(3) Credenza fondamentale e orientamento del pensiero
(4) Formazione dell’individuo e (5) organizzazione sociale.
Ogni cultura del mondo è stata costituita da questi cinque elementi fondamentali. È superfluo dire che anche la cultura islamica è nata con l’aiuto di tali elementi. Nel presente volume ho esaminato tre elementi della cultura islamica e ho illustrato su quale particolare concezione della vita, quale specifico obiettivo della vita e quali convinzioni fondamentali e orientamenti del pensiero essa sia stata fondata, nonché come questi elementi le abbiano conferito la forma di una cultura particolare, distinta da tutte le altre culture del mondo. In quest’opera non è stato discusso nulla riguardo ai due elementi rimanenti. Per quanto concerne l’organizzazione dell’individuo, saranno utili i miei due libri intitolati “Uno sguardo analitico all’adorazione islamica” e “Khutbat” *1 (discorsi dal n. 20 al n. 28). Quanto all’“organizzazione sociale”, se ne potrà trovare un quadro generale nelle mie conferenze radiofoniche pubblicate con il titolo “Il sistema di vita dell’Islam”.
Fonte:
1: È una raccolta di nove conferenze dell’autore, pubblicata in vari opuscoli, intitolati rispettivamente: La realtà dell’Islam, La realtà della fede, La realtà del jihād, La realtà del pellegrinaggio, La realtà della zakāt e La realtà della preghiera e del digiuno.
Uno
La concezione dell’Islam riguardo alla vita terrena:
L’essere umano ha sempre nutrito, fin dall’inizio, un’idea enormemente errata di sé stesso, e ancora oggi questa sua falsa concezione permane. Talvolta segue la via dell’eccesso e finisce per considerarsi l’essere più evoluto del mondo. La sua mente e il suo cuore si riempiono di insolenza, arroganza e spirito di ribellione. Non è disposto a considerare alcuna forza superiore alla propria, e neppure a ritenerne una al suo stesso livello. Al contrario, pronuncia le parole *********** (Chi è più potente di me?) e ************ (Io sono il vostro signore supremo), e, ritenendosi completamente privo di responsabilità, si manifesta come il dio della tirannia e l’incarnazione stessa dell’ingiustizia, dell’oppressione, della distruzione e della rovina. Altre volte, invece, è colpito dal complesso di inferiorità e arriva a considerarsi l’essere più vile del mondo. Si inchina davanti a ogni cosa — alberi, pietre, fiumi, montagne, animali, vento, fuoco, nuvole, fulmini, luna, sole e stelle — in cui scorge una qualche forma di potere o la capacità di arrecare beneficio o danno. Persino se scorge una qualche forza in un altro essere umano simile a lui, non esita neppure per un istante ad accettarlo come dio e mabūd.
L’identità fondamentale dell’essere umano:
L’Islam ha respinto queste due concezioni estreme e ha presentato all’essere umano la sua vera identità. Esso dice: *************
«L’essere umano dovrebbe riflettere su ciò da cui è stato creato. È stato creato da un’acqua emessa con impeto, che fuoriesce tra la schiena e le ossa del petto». – (Sura at-Tāriq: 5-7)
*****************************
«L’essere umano non considera forse che lo abbiamo creato da una goccia d’acqua? Eppure ora è diventato un aperto avversario e ci presenta esempi, dimenticando la propria origine».
( **************************************)
«Egli ha dato inizio alla creazione dell’essere umano dalla terra; poi ha continuato la sua discendenza dall’essenza della terra, che è un’acqua spregevole. Quindi ne ha perfezionato la conformazione e vi ha insufflato il Suo spirito». [Sura as-Sajda: 7-9]
( ****************)
«Vi abbiamo creati dalla terra, poi da una goccia d’acqua, quindi da sangue coagulato e infine da un grumo di carne, completo o incompleto, affinché vi mostrassimo la Nostra potenza. E tratteniamo nel grembo materno, per un periodo stabilito, la goccia seminale che vogliamo; poi vi facciamo uscire come bambini; quindi vi facciamo crescere fino a raggiungere la maturità. Alcuni di voi muoiono, mentre altri giungono a un’età così decrepita da tornare incapaci di comprendere, dopo aver acquisito la capacità di intendere.» [Sura al-Hajj: 5]
(****************)
«O uomo! Che cosa ti ha ingannato riguardo al tuo Rabb misericordioso, Colui che ti ha creato, ha armonizzato le tue membra, ha equilibrato le tue forze e ha composto i tuoi elementi nella forma che ha voluto?» [Sura al-Infitar: 6-8]
«E Allah vi ha fatti uscire dal ventre delle vostre madri; quando siete usciti, non sapevate nulla. Egli vi ha dato l’udito, la vista e i cuori, affinché foste riconoscenti.»
( *************)
«Avete mai riflettuto sulla goccia seminale che versate nei grembi delle donne? Siete voi a creare da essa un bambino, oppure siamo Noi a crearlo? E Noi non siamo forse capaci di trasformare i vostri corpi e di crearvi sotto un’altra forma che non conoscete? Voi conoscete certamente la vostra prima creazione: perché dunque non traete una lezione da essa? Avete mai osservato ciò che coltivate? Siete voi a farlo crescere oppure siamo Noi a farlo crescere? Se volessimo, lo ridurremmo in paglia secca, e voi continuereste soltanto a lamentarvi: “Siamo stati danneggiati; anzi, siamo stati completamente privati del raccolto”. Avete mai osservato l’acqua che bevete? Siete voi a farla scendere dalle nuvole oppure siamo Noi a farla scendere? Se volessimo, la renderemmo amara. Perché dunque non mostrate gratitudine? Avete poi osservato il fuoco che accendete? Siete voi a creare il legno con cui viene alimentato oppure siamo Noi a crearlo? Lo abbiamo creato come richiamo e come sostentamento per i viandanti. Dunque, o uomo, proclama la santità del tuo Rabb glorioso.» – (Sura al-Waqiʿa: 58-74)
(***************)
«Quando, in mare, vi colpisce una violenta tempesta, dimenticate tutte le vostre false divinità e allora ricordate soltanto Allah. Ma quando Egli vi salva e vi porta sulla terraferma, tornate nuovamente alla ribellione; l’uomo è davvero molto ingrato. Vi sentite forse al sicuro dal fatto che Allah possa farvi sprofondare nella terra, oppure mandarvi contro una tempesta di vento, senza che possiate trovare alcun soccorritore? Vi sentite forse al sicuro dal fatto che Egli possa ricondurvi in mare e mandarvi contro un vento impetuoso che, a causa della vostra disobbedienza, vi sommerga, senza che possiate trovare alcun aiuto contro di Noi?» – (Sura Bani Isra’il: 67-69)
In questi versetti l’orgoglio e l’arroganza dell’essere umano sono stati completamente demoliti. Qui si richiama la sua attenzione dicendogli: osserva con attenzione la tua vera natura. Una goccia di acqua impura e insignificante, giunta nel grembo materno, cresce attraverso diverse forme di impurità e si trasforma in un grumo di carne. Se Allah volesse, potrebbe non infondere affatto la vita in quel grumo, che potrebbe uscire in uno stato ancora incompleto. Ma Allah, con la Sua potenza, infonde la vita in quel grumo di carne, vi crea la sensibilità e la coscienza e lo dota delle forze e degli strumenti necessari all’essere umano nella vita terrena. Così vieni al mondo. Tuttavia, la tua condizione iniziale è questa: arrivi trasformato in un bambino indifeso, incapace di soddisfare da solo anche una sola delle tue necessità. È Allah, con la Sua potenza, a predisporre le cose in modo che tu venga allevato e cresca; entri nella giovinezza; diventi forte e potente; poi comincia nuovamente il declino delle tue forze e capacità, e passi dalla giovinezza alla vecchiaia; finché, a un certo punto, una condizione di impotenza, simile a quella dell’infanzia, si impadronisce di te. La tua facoltà di coscienza ti abbandona; le tue forze e capacità si indeboliscono, la tua conoscenza e la tua ragione svaniscono; infine la lampada della tua vita si spegne per sempre. Lasciando ricchezze, figli, amici e parenti, devi rifugiarti nella tomba. In questa breve vita non sei capace di mantenerti in vita da solo neppure per un istante. Al contrario, una potenza superiore a te ti mantiene in vita e, quando lo vuole, ti costringe ad abbandonare il mondo. Inoltre, finché vivi, devi aggrapparti alle leggi della natura. Quest’aria, quest’acqua, questa luce, questo calore, i raccolti di questa terra e tutte queste risorse naturali, dalle quali dipende la tua vita, non sono soggetti al tuo controllo. Non sei tu a crearli, né essi obbediscono ai tuoi comandi. Quando proprio queste cose si rivoltano contro di te, diventi del tutto impotente di fronte a esse. Una raffica di vento rade al suolo i vostri insediamenti. Un’alluvione devastatrice vi sommerge. Un terremoto vi riduce in polvere. Per quanto tu sia equipaggiato di armi, per quanti mezzi escogiti con la tua conoscenza e la tua ragione — che non sono opera tua — e per quanti strumenti raccolga con il tuo discernimento — che non hai acquisito da te stesso — tutto ciò diventa inutile di fronte alle forze della natura. Eppure, dotato di una forza simile, ti vanti, ti esalti nella gioia, non ti curi di nessuno, mostri il culmine della superbia faraonica e nimrodiana, diventi un tiranno spietato, un oppressore senza limiti o un superbo estremo, ti ribelli davanti ad Allah, ti insedi come divinità degli servi di Allah e diffondi disordine e corruzione nel mondo di Allah.
La dignità dell’essere umano nella natura dell’universo:
Questo riguarda dunque la rimozione dell’arroganza. D’altra parte, l’Islam ha spiegato all’essere umano che non è così insignificante come egli stesso ha finito per ritenersi. Dice infatti: ( **************)
«Abbiamo onorato i figli di Adamo, abbiamo provveduto loro i mezzi di trasporto sulla terra e sul mare e abbiamo concesso loro una superiorità su molte delle cose che abbiamo creato.» – (Sura al-Isrāʾ: 70)
(****************)
«O essere umano! Non osservi forse che Allah ha sottomesso per voi tutto ciò che si trova sulla terra?» – (Sura al-Ḥajj: 65)
( ****************)
(***********)
«Egli ha creato anche il bestiame, nel quale per voi vi sono materiali per proteggervi dal freddo e altri vantaggi; e di alcuni di essi vi nutrite. In essi vi è per voi anche una sorta di bellezza, quando al mattino li portate al pascolo e alla sera li riportate indietro. Essi trasportano i vostri pesi verso luoghi che non potreste raggiungere se non con grande fatica. In verità, il vostro Signore è molto benevolo e misericordioso. Egli ha creato cavalli, muli e asini perché li cavalchiate e come ornamento della vita. Allah crea anche molte altre cose che ancora non conoscete. Egli fa scendere l’acqua dal cielo: una parte è destinata a voi come bevanda e un’altra serve a nutrire le piante, con le quali ottenete il foraggio per il vostro bestiame. Con quest’acqua Allah produce per voi i raccolti, gli ulivi, i datteri, l’uva e ogni sorta di frutti. In queste cose vi è un segno per coloro che riflettono. Egli ha assoggettato per voi la notte e il giorno, il sole e la luna; e anche le stelle sono sottomesse per ordine di Allah. In ciò vi sono segni per coloro che usano l’intelletto. Egli ha creato per voi sulla terra cose di colori diversi; in ciò vi è un grande segno per coloro che traggono ammonimento. Ed è Lui che ha assoggettato il mare, affinché ne mangiaste carne fresca (pesce) e ne traeste ornamenti (perle e simili) da indossare. E vedete le navi solcare il mare fendendo l’acqua. Il mare è stato assoggettato affinché cerchiate il favore di Allah (cioè, perché possiate commerciare); forse sarete riconoscenti. Egli ha posto sulla terra montagne, affinché essa non vacillasse con voi, e ha creato fiumi e strade, così che possiate trovare la via verso la vostra destinazione; ha creato inoltre molti altri segni, tanto che gli uomini si orientano persino grazie alle stelle. E se contaste i benefici di Allah, non riuscireste a enumerarli.»
— (Sura an-Nahl: 5-18)
Nei versetti sopra citati è stato detto all’uomo che tutto ciò che esiste sulla terra è stato assoggettato al suo servizio e al suo beneficio; e lo stesso vale per le cose del cielo. Questi alberi e piante, questi fiumi, questo mare, queste montagne, questi animali, questa notte e questo giorno, questa luce e questa oscurità, questo sole e questa luna, queste stelle: in breve, tutto ciò che vedi è al tuo servizio, è stato destinato al tuo beneficio e creato in modo da esserti utile. Hai ricevuto superiorità su tutte queste cose; ti è stato conferito un onore maggiore del loro e sei stato creato idoneo a servirtene. Perché allora ti prostri davanti a quei tuoi servitori? Perché li consideri capaci di soddisfare i tuoi bisogni? Perché tendi verso di loro la mano della supplica? Perché chiedi loro aiuto? Perché li temi e ne sei intimorito? Perché celebri la loro superiorità e la loro grandezza? Così facendo, sei tu stesso a umiliarti e a disonorarti, a compromettere la tua dignità e a trasformarti nel servitore dei tuoi servitori e nello schiavo dei tuoi schiavi!»
L’uomo è il rappresentante di Allah
Da ciò si è compreso che l’uomo non possiede una dignità tanto elevata quanto egli, per superbia, ritiene di avere, ma neppure è tanto vile e spregevole quanto si è ridotto a essere. Ora sorge la domanda: quale è dunque la giusta posizione dell’uomo nel mondo? L’Islam risponde: (******************)
«E quando il tuo Signore disse agli angeli: “Voglio porre sulla terra un califfo (rappresentante)”, essi dissero: “Vuoi porre su di essa chi vi causerà corruzione e verserà sangue, mentre noi celebriamo la Tua gloria e proclamiamo la Tua santità?”. Allah disse: “Io so ciò che voi non sapete”. Ed Egli insegnò ad Adamo i nomi di tutte le cose, poi le presentò agli angeli e disse: “Datemi i loro nomi, se siete sinceri”. Essi dissero: “Gloria a Te! Non sappiamo altro se non ciò che Tu ci hai insegnato. In verità, Tu sei il Sapiente, il Saggio”. Allah disse: “O Adamo, riferisci loro i nomi di queste cose”. Quando Adamo ebbe riferito loro i nomi, Allah disse: “Non vi avevo forse detto che conosco l’invisibile dei cieli e della terra e che conosco ciò che manifestate e ciò che nascondete?”. E quando ordinai agli angeli: “Prosternatevi davanti ad Adamo”, tutti si prosternarono, eccetto Iblis, che rifiutò, si insuperbì e divenne uno dei miscredenti. E dicemmo ad Adamo: “O Adamo, abita tu e tua moglie nel Paradiso e mangiatevi con soddisfazione tutto ciò che vi si trova, ma non avvicinatevi a quell’albero, altrimenti sarete tra gli ingiusti”. Ma Satana li fece scivolare fuori dal Paradiso e li fece uscire dalla prosperità in cui si trovavano». (Sura al-Baqara: 30-36)
«…………………Testo arabo……………»
«E quando il tuo Signore disse agli angeli: “Voglio creare un essere umano dall’argilla secca e scura. Quando gli avrò dato una forma armoniosa e avrò soffiato in lui parte del Mio spirito, allora prosternatevi davanti a lui”. Tutti gli angeli si prosternarono, eccetto Iblis, che rifiutò di essere tra coloro che si prosternavano. Allah disse: “O Iblis, che cosa ti impedisce di essere tra coloro che si prosternano?”. Iblis disse: “Non sono certo uno che possa prosternarsi davanti a quell’essere umano che Tu hai creato dall’argilla secca, scura e alterata”. Allah disse: “Esci da qui: sei reietto. Su di te sarà la maledizione fino al Giorno della Retribuzione”». (Sura al-Hijr: 28-35)
Questo tema è stato descritto in diversi passi del Sacro Corano, in forme differenti. In sintesi: Allah ha creato l’essere umano come Suo rappresentante (nā’ib) sulla terra, gli ha dato una conoscenza superiore a quella degli angeli, ha posto la sua conoscenza al di sopra della glorificazione e della celebrazione della purezza da parte degli angeli, e ha ordinato agli angeli di prosternarsi davanti a quel Suo rappresentante. Gli angeli si prosternarono davanti a lui e così tutti gli angeli chinarono il capo davanti a lui; ma Iblīs rifiutò e, in tal modo, la potenza satanica non si inchinò davanti a lui. A quel tempo, egli era ancora soltanto una vile statuetta d’argilla; ma Allah, soffiando in lui lo spirito e donandogli la conoscenza, lo rese degno di rappresentare Allah. Gli angeli riconobbero la sua superiorità e chinarono il capo davanti a lui. Satana, invece, non lo riconobbe. Per questo crimine, la maledizione ricadde su Satana. Egli, tuttavia, ottenne una dilazione fino al Giorno del Giudizio per indurre gli esseri umani in tentazione. Così tentò l’essere umano, ne causò l’espulsione dal Paradiso e da allora ebbe inizio il conflitto tra l’essere umano e Satana. Allah disse all’essere umano: «Se seguirai la guida che ti invierò, potrai entrare in Paradiso; ma se obbedirai agli ordini di Satana, il tuo antico nemico, la tua dimora sarà l’Inferno».
L’importanza della carica di rappresentante:
Da questa discussione si sono appresi i seguenti punti:
La dignità dell’essere umano in questo mondo consiste nel fatto che egli è il khalīfa di Allah. Khalīfa significa vicario o rappresentante. Il compito del rappresentante è obbedire a Colui del quale è rappresentante. Non può obbedire a nessun altro, né può trasformare i sudditi, i servitori, gli assistenti e gli schiavi del proprio padrone in propri sudditi, propri servitori, propri assistenti e propri schiavi. Se lo facesse, sarebbe accusato di ribellione e in entrambi i casi riceverebbe una punizione. Nel luogo in cui è stato nominato rappresentante, può utilizzare i beni del proprio padrone, governare i suoi sudditi, ricevere il loro servizio e prendersi cura di loro; ma non in quanto egli stesso sia il padrone, né in quanto sia subordinato a qualcuno diverso da quel padrone, bensì in quanto è il rappresentante del proprio padrone e, su tutto ciò che è sottoposto alla sua autorità, è un custode fiduciario nominato dal padrone. Per questo può essere un rappresentante sincero, gradito e degno di ricompensa soltanto quando non tradisce il deposito affidatogli dal proprio padrone, segue la guida da lui impartita e non viola le sue leggi; quando, nel governare i suoi beni, i suoi sudditi, i suoi servitori, i suoi assistenti e i suoi schiavi, nel ricevere il loro servizio, nel trattarli e nel prendersi cura di loro, osserva le norme stabilite proprio da lui. Se non fa così, non sarà un rappresentante, ma un ribelle; non sarà gradito, ma reietto; non sarà degno di ricompensa, ma meritevole di punizione. Allah dice:
«…………………testo arabo……………»
«Coloro che seguiranno la guida che ho dato loro non avranno motivo di temere alcuna punizione né di provare alcuna afflizione. Quanto a coloro che disobbediranno e vorranno dichiarare false le Mie parole e i Miei segni, per loro vi è il fuoco dell’Inferno, nel quale rimarranno in eterno». (Sūra al-Baqara: 38-39)
Il rappresentante o custode fiduciario non è mai libero al punto da poter fare tutto ciò che desidera secondo la propria volontà, da poter agire come vuole riguardo alle ricchezze del proprio padrone e ai suoi sudditi, senza che nessuno lo interroghi su tali questioni. Al contrario, deve rendere conto davanti al proprio padrone, deve fornire il resoconto di ogni singola transazione; il suo padrone può interrogarlo su ciascuna delle sue azioni e, affidandogli la responsabilità di tutto ciò che ha fatto riguardo al deposito affidatogli, ai suoi beni e ai suoi sudditi, può ricompensarlo oppure punirlo.
Il primo dovere del rappresentante è obbedire a Colui del quale è rappresentante e riconoscere il Suo governo e la Sua suprema autorità. Se non è disposto a farlo, non potrà comprendere l’importanza della propria carica di rappresentante, né potrà formarsi nella mente una corretta concezione della sua investitura alla carica di custode fiduciario; non nascerà in lui alcuna consapevolezza della propria responsabilità e del proprio dovere di rendere conto, né acquisirà la capacità di adempiere correttamente alle proprie responsabilità e ai propri doveri riguardo al deposito affidatogli. Non è assolutamente possibile che l’essere umano adotti dapprima un codice di condotta fondato sul concetto di questo deposito fiduciario e di questa rappresentanza, e poi segua lo stesso codice fondandosi su un concetto diverso. E anche se si ammettesse che l’impossibile diventi possibile per lui, ciò non avrebbe alcun valore. Infatti, avendo già rifiutato di obbedire al padrone, è diventato un ribelle. Ora, se anche compisse opere buone mentre segue i propri desideri e impulsi oppure obbedisce a qualcun altro, dovrebbe chiedere la ricompensa a colui al quale ha obbedito. Per il suo padrone, quelle opere buone sarebbero del tutto prive di valore.
Per la sua essenza originaria, l’uomo non è altro che una creatura insignificante. Ma tutto l’onore che ha ricevuto deriva soltanto dallo spirito insufflatogli e dal fatto che gli è stata affidata la rappresentanza di Allah sulla terra. La salvaguardia di questo onore dipende ora dal fatto che egli non contamini il proprio spirito obbedendo a Satana e non si allontani dalla dignità della rappresentanza, degradandosi al livello della ribellione. Se trascurerà questa responsabilità, dovrà rimanere quella creatura insignificante che è.
Le forze del mondo malakūtī, ossia del mondo invisibile, hanno riconosciuto la rappresentanza dell’uomo da parte di Allah e, proprio in quanto rappresentante di Allah, si sono inchinate davanti a lui; le forze sataniche, invece, non riconoscono la sua rappresentanza, ma vogliono renderlo loro sottomesso. Se l’uomo adempirà al dovere della rappresentanza in questo mondo e seguirà la via indicata da Allah, le forze del mondo malakūtī lo assisteranno. Per lui scenderanno gli eserciti degli angeli. Il mondo malakūtī non si allontanerà mai da lui. Con l’aiuto di tutte queste forze, egli sconfiggerà Satana e i suoi seguaci. Ma se esiterà ad adempiere pienamente al diritto della rappresentanza e non seguirà la via indicata da Allah, le forze del mondo malakūtī interromperanno ogni rapporto con lui; infatti, in tal modo egli stesso si allontanerà dalla dignità della propria rappresentanza. E quando non resterà più alcuna forza in grado di aiutarlo, ed egli si sarà ridotto a una semplice statua d’argilla, le forze sataniche prevarranno su di lui. Allora Satana e i suoi seguaci saranno i suoi unici sostenitori e aiutanti; egli obbedirà alle loro norme e prescrizioni, e il suo destino sarà come il loro.
In quanto rappresentante di Allah, la dignità dell’uomo è superiore ed elevata al di sopra di tutte le cose del mondo. Ogni cosa del mondo è sottoposta a lui, è stata messa a sua disposizione, ed egli ha il diritto di trarne beneficio secondo il modo indicato da Allah. Per lui sarebbe estremamente umiliante inchinarsi davanti a tali cose sottoposte. Se si inchinasse davanti a esse, farebbe torto a se stesso e decadrebbe dalla dignità della rappresentanza di Allah. Esiste però un Essere davanti al quale inchinarsi e obbedire costituisce per lui un dovere imprescindibile (farḍ), e nel prosternarsi davanti al quale sono racchiusi il suo onore e la sua dignità. Chi è questo Essere? Allah è il suo Signore, Colui che ha scelto l’uomo come Suo rappresentante.
Non è un individuo o una classe particolare dell’umanità a essere rappresentante di Allah; è l’intera umanità a essere stata insignita della dignità della rappresentanza, e, in quanto rappresentante o khalīfa, ogni uomo è uguale agli altri. Per questo nessun uomo dovrebbe inchinarsi davanti a un altro uomo, né qualcuno ha il diritto di umiliare un altro essere umano davanti a sé. Un uomo può soltanto esigere da un altro uomo l’obbedienza agli ordini del Signore e alla Sua guida. Sotto questo profilo, l’obbediente sarà l’‘āmir (colui che ordina), mentre il disobbediente sarà il ma’mūr (colui al quale viene ordinato). Infatti, chi ha adempiuto al diritto della rappresentanza è superiore a chi non lo ha adempiuto. Ma la superiorità non significa che egli stesso sia il suo Signore.
Ogni uomo ha ricevuto personalmente l’affidamento e la dignità della rappresentanza. Perciò ciascun individuo sarà interrogato, nella propria posizione, riguardo alla responsabilità connessa a questa dignità. Né a uno sarà attribuita la responsabilità delle azioni compiute dagli altri, né uno potrà trarre beneficio dalle azioni compiute da un altro. Analogamente, nessuno potrà liberare un altro da questa responsabilità, né il peso delle colpe di qualcuno sarà posto sulle spalle di un altro.
Finché l’uomo rimane nel mondo e permane il rapporto tra la statua d’argilla, cioè il corpo umano, e lo spirito insufflatovi da Allah, egli rimane un rappresentante. Non appena questo rapporto si interrompe, egli decade dalla dignità del califfato sulla terra. Le sue azioni compiute durante il periodo della sua rappresentanza dovrebbero essere esaminate e valutate; si dovrebbe rendere conto dell’affidamento posto sotto la sua responsabilità e si dovrebbe indagare sul modo in cui ha assolto il dovere affidatogli in quanto rappresentante. Se avrà mostrato tradimento, violazione della fiducia, disobbedienza, ribellione e irresponsabilità, dovrà essere punito. Al contrario, se avrà adempiuto al proprio dovere con sincerità, fedeltà, senso di responsabilità e obbedienza, dovrà ricevere anche la sua ricompensa.
La concezione islamica della vita
Dalle due parole «califfato» e «rappresentanza» citate sopra si ricava un’altra importante indicazione. Il vero dovere del rappresentante consiste nel cercare di adempiere pienamente al diritto della rappresentanza sui beni e sui possedimenti del proprio Signore e, per quanto possibile, nell’utilizzarli e amministrarli nel modo in cui li utilizza e amministra il loro vero Proprietario. Se un re nomina qualcuno come rappresentante (nā’ib) presso i suoi sudditi, il modo migliore per esercitare il potere della rappresentanza sarà che egli assuma, nella tutela dei sudditi, nell’affetto e nella benevolenza, nella sicurezza, nella giustizia e, quando necessario, nel rigore, esattamente il ruolo che assume il re stesso; e che utilizzi e amministri i beni, i possedimenti e le ricchezze del re con la stessa intelligenza (ḥikma), saggezza, discernimento e prudenza.
Pertanto, il significato dell’appellativo di califfo-rappresentante di Allah attribuito all’uomo è questo: egli potrà adempiere pienamente al compito di rappresentare Allah e al dovere del califfato soltanto se, nel trattare con le creature di Allah, seguirà una condotta simile a quella di Allah stesso. In altre parole, con la stessa grandezza propria di chi provvede, con cui Allah protegge e accudisce le Sue creature, l’uomo, nell’ambito limitato delle sue attività, conserverà e coltiverà le cose che Allah ha posto sotto il suo controllo. Analogamente, tratterà ciò che è stato posto sotto la sua autorità e subordinato a lui con una grandezza relativamente minore, ma dello stesso genere di quella con cui Allah, nella Sua misericordia, utilizza i Suoi beni; con la stessa equità e imparzialità con cui Egli mantiene l’ordine tra le Sue creature; e con lo stesso tipo di misericordia e compassione con cui manifesta gli attributi di “jabr” e “qahr” (ossia attributi indicativi di spietatezza).
È proprio questo significato a essere racchiuso nella sapiente parola di ******. Ma l’uomo può raggiungere questa elevata dignità morale soltanto quando comprende pienamente che, in questo mondo, non è un sovrano indipendente, bensì soltanto il rappresentante del Sovrano autentico. Questo è il vero dovere della funzione di rappresentante. Ed è ciò che definisce la natura e i limiti del suo rapporto con ogni cosa del mondo, persino con il proprio corpo e con le proprie forze fisiche e mentali.
Nel Corano glorioso si trova una spiegazione dettagliata di ogni punto esposto finora nell’analisi della rappresentanza. Da ciò emergono con chiarezza e luminosità tutti gli aspetti del rapporto reciproco tra il mondo e l’uomo.
L’uomo è rappresentante, non proprietario
Nel Corano è detto:
***********
«È Lui che vi ha costituiti rappresentanti sulla terra e ha elevato alcuni di voi al di sopra degli altri in grado, per mettervi alla prova riguardo a ciò che vi ha dato.» — (Sura al-Anʿām: 165)
قَالُوا أُوذِينَا مِن قَبْلِ أَن تَأْتِيَنَا وَمِن بَعْدِ مَا جِئْتَنَا ۚ قَالَ عَسَىٰ رَبُّكُمْ أَن يُهْلِكَ عَدُوَّكُمْ وَيَسْتَخْلِفَكُمْ فِي الْأَرْضِ فَيَنظُرَ كَيْفَ تَعْمَلُونَ
“(Mosè) disse ai Figli d’Israele: Ben presto Allah distruggerà il vostro nemico e vi renderà Suoi vicari sulla terra, affinché possa vedere come agite.” – (Sura al-A‘raf: 129)
***********
“O Davide: Noi ti abbiamo nominato vicario sulla terra; giudica dunque tra gli uomini secondo verità e non seguire la tua passione, perché essa ti allontanerà dalla via di Allah. Coloro che si allontanano dalla via di Allah subiranno un castigo severo, perché hanno dimenticato il Giorno del Rendiconto.” – (Sura Sad: 26)
*******
“Allah non è forse il Sovrano di tutti i governanti?” – (Sura at-Tin: 8)
********
“Il potere appartiene solo ad Allah.” – (Sura al-An‘am: 57)
*********
“Di’: O Allah, Sovrano di tutti i regni! Tu concedi il regno a chi vuoi e lo sottrai a chi vuoi. Onori chi vuoi e umili chi vuoi.”
**********
“Obbedite soltanto a ciò che è stato fatto scendere su di voi dal vostro Signore e non obbedite ad alcun protettore all’infuori di Lui.” – (Sura al-A’raf: 3)
**********
“Di’: In verità, la mia preghiera, il mio culto, la mia vita e la mia morte appartengono tutte ad Allah, il Signore dei mondi.” – (Sura al-An’am: 162)
Da questi versetti risulta chiaramente che, di tutte le cose del mondo sottoposte al godimento, all’uso e all’autorità dell’uomo, egli non possiede nulla, neppure la propria persona. Il loro vero proprietario, sovrano e amministratore è Allah. L’uomo non ha il diritto di godere e utilizzare queste cose secondo il proprio arbitrio, come se ne fosse il vero proprietario. Nel mondo, la sua posizione è quella di un semplice rappresentante; la sua facoltà si limita a seguire il cammino indicato da Allah e a godere e utilizzare tali cose secondo il modo da Lui mostrato. Oltrepassare questi limiti stabiliti, seguire i propri desideri o obbedire agli ordini di un sovrano diverso dal vero Sovrano non è altro che ribellione e traviamento.
La condizione preliminare per il successo nella vita terrena:
Nel Corano è detto:
*************
«Coloro che hanno creduto nella falsità e hanno rinnegato Allah, in verità sono proprio tra i perdenti.» – (Sura al-Ankabut: 52)
********
«Chiunque tra voi rinunci alla propria religione (cioè all’obbedienza ad Allah) e muoia da miscredente, vedrà vanificate le proprie opere in questo mondo e nell’Aldilà.»
*****
«Chiunque rifiuti di credere vedrà vanificate tutte le proprie opere e nell’Aldilà sarà tra i perdenti.» – (Sura al-Ma’ida: 5)
Da questi versetti si è appreso che il successo dell’essere umano, nella vita terrena, in quanto vicereggente di Allah, dipende dal riconoscere l’autorità e il dominio del proprio Signore e dal compiere ogni azione considerandosi Suo rappresentante e depositario. Senza tale riconoscimento, tutto ciò di cui egli usufruirà e che utilizzerà tra le ricchezze e i beni di Allah sarà soltanto un uso ribelle. Ed è cosa di comune buon senso che, se un ribelle conquistasse un paese e desse persino un eccellente esempio di servizio al paese, il vero re di quel paese non riconoscerebbe affatto le sue «buone azioni». Agli occhi del re, un ribelle rimane un ribelle. Che il suo carattere personale sia buono o cattivo, che governi il paese con ordine dopo essersi ribellato oppure no, ciò non cambia nulla.
Il mondo è fatto per essere goduto e utilizzato
Nel Corano è detto:
«O uomini! Mangiate ciò che è lecito e puro sulla terra e non obbedite a Satana in alcuna questione; infatti egli è per voi un nemico manifesto. Egli vi ordina la turpitudine, l’impudicizia e di dire su Allah ciò che non sapete» – (Sura al-Baqara: 168-169)
****
«O credenti! Non dichiarate illecito per voi ciò che Allah vi ha reso lecito tra le cose pure e non oltrepassate i limiti; infatti Allah non ama coloro che oltrepassano i limiti. E mangiate ciò con cui Allah vi ha provvisto di sostentamento lecito e puro e temete di disobbedire ad Allah, nel quale credete» – (Sura al-Ma’ida: 87-88)
********
«(O Profeta! Di’: “Chi ha dunque proibito gli ornamenti (zinat) che Allah ha fatto apparire per i Suoi servi
***********
«(Il nostro Profeta) ordina loro di compiere il bene e li trattiene dall’ingiustizia e dalla turpitudine; rende lecite per loro le cose pure e illecite quelle impure, e li libera dai pesi e dai vincoli che gravavano su di loro»
– (Sura al-Aʿrāf: 157)
*******
«Cercate il favore del vostro Signore (cioè il sostentamento attraverso il commercio); in ciò non vi è alcun danno per voi.»
**********
«I seguaci del Messia inventarono da sé il monachesimo, solo nella speranza di ottenere il compiacimento di Allah; Noi non lo avevamo prescritto per loro.»
– (Sura al-Ḥadīd: 27)
**********
«Abbiamo creato molti jinn e uomini per l’Inferno. Hanno cuori, ma con essi non riflettono; hanno occhi, ma con essi non vedono; hanno orecchie, ma con esse non ascoltano; sono come bestiame, anzi ancora peggio. Costoro sono immersi nella negligenza.» – (Sura al-Aʿrāf: 179)
Questi versetti rendono chiaro che rinunciare al mondo non è compito dell’essere umano. Questo mondo non è qualcosa che debba essere abbandonato, dal quale ci si debba tenere lontani, né le cui attività, questioni, mezzi di godimento e bellezze si debbano dichiarare illeciti per sé. Questo mondo è stato creato proprio per l’essere umano; pertanto, il suo compito è goderne e farne uso, goderne e farne ampio uso. Tuttavia, deve farlo tenendo conto della distinzione tra bene e male, puro e impuro, appropriato e inappropriato. Allah gli ha dato gli occhi per vedere. Se l’essere umano non utilizza le proprie membra, i propri sensi e le proprie facoltà mentali, oppure li utilizza nella direzione sbagliata, non vi è alcuna differenza tra lui e un animale.
Il mistero della vita terrena:
**************
«La promessa di Allah riguardo all’Aldilà è certamente vera; dunque, non lasciatevi ingannare dalla vita terrena e non lasciate che il seduttore vi inganni riguardo ad Allah.» — (Sura Fatir: 5)
********************
«Coloro che hanno fatto torto a se stessi: ciò che era stato loro concesso dei piaceri e dei godimenti terreni è rimasto indietro; costoro erano i colpevoli.» — (Sura Hud: 116)
*********
«Presenta loro l’esempio della vita terrena: è come se avessimo fatto scendere acqua dal cielo, grazie alla quale la terra si è ricoperta di vegetazione rigogliosa. Ma alla fine quelle colture sono diventate paglia secca, che i venti impetuosi disperdono qua e là. Allah è onnipotente su ogni cosa. Le ricchezze e i figli sono soltanto gli ornamenti della vita terrena; ma, agli occhi del tuo Signore, le buone opere durature sono migliori, sia come ricompensa sia come speranza per il futuro.»
– (Sura al-Kahf: 45-46)
********
«O credenti! Che i vostri beni e i vostri figli non vi distolgano dal ricordo di Allah. Coloro che lo faranno sono, in verità, i perdenti.» – (Sura al-Munāfiqūn: 9)
**********
«I vostri beni e i vostri figli non sono cose che possano avvicinarvi a Noi. Soltanto coloro che hanno creduto e compiuto opere buone sono vicini a Noi.»
«Sappiate che la vita terrena non è altro che gioco, divertimento, ornamento esteriore, reciproco vanto tra voi e ricerca di superiorità gli uni sugli altri nella ricchezza e nei figli. Il suo esempio è quello della pioggia: la vegetazione che ne nasce rallegra il contadino; poi essa matura, e tu la vedi ingiallire; infine diventa paglia.»
– (Sura al-Ḥadīd: 20)
********
«State forse erigendo, in ogni luogo elevato, inutili monumenti commemorativi e grandi edifici, pensando che rimarrete qui per sempre?»
—(Sura ash-Shuʿarāʾ: 128-129)
«Pensate forse di essere lasciati indisturbati tra queste cose che si trovano qui: questi giardini, queste sorgenti, questi campi coltivati e questi palmeti dalle belle spate? E scavate case nelle montagne, vivendo nella gioia.»
—(Sura ash-Shuʿarāʾ: 146-149)
«Ovunque vi troviate, la morte vi raggiungerà, anche se foste in fortezze ben fortificate.»
—(Sura an-Nisāʾ: 78)
«Ogni persona dovrà morire; poi sarete tutti ricondotti a Noi.»—(Sura al-ʿAnkabūt: 57)
«Pensate forse che vi abbiamo creati senza uno scopo e che non sarete ricondotti a Noi?»
In precedenza è stato detto che il mondo è stato creato per voi; godetene e utilizzatelo nel modo migliore. Ora viene presentato l’altro aspetto della questione. Si dice che, sebbene il mondo sia per voi, voi non siete fatti per il mondo. Né esso è stato creato perché il mondo si serva di voi e voi finiate per dissolvervi in esso. Non lasciatevi ingannare dalla vita terrena, fino a pensare che dobbiate rimanervi per sempre. Sappiate molto bene che tutti questi beni, ricchezze, splendori e oggetti sono cose transitorie. Tutto ciò non è che un inganno del tempo. Il destino di ogni cosa è la distruzione. Ogni cosa, come voi, si mescolerà alla terra. In questo mondo transitorio, l’unica cosa destinata a rimanere è la bontà dell’essere umano: la bontà del suo cuore e della sua anima; la bontà delle sue opere e della sua condotta.
Responsabilità e rendiconto delle proprie azioni
In seguito è stato detto:
«L’Ora del giudizio che intendiamo tenere nascosta giungerà certamente, affinché ciascuno riceva la ricompensa secondo il proprio sforzo». — (Sura Tā-Hā, 15)
«Vi sarà forse data una ricompensa per qualcosa di diverso dalle vostre opere?» — (Sura an-Naml, 90)
«L’uomo otterrà soltanto ciò per cui si è adoperato; il suo sforzo sarà presto visto. Poi riceverà pienamente la sua ricompensa. Infine, tutti dovrete ritornare presso il vostro Signore».
— (Sura an-Najm, 39-42)
«Chi in questo mondo è cieco, nell’Aldilà sarà cieco anch’egli e ancora più lontano dalla retta via». — (Sura Banī Isrāʾīl, 72)
«Qualunque buona opera anticipiate per voi stessi da questo mondo, proprio quella troverete presso Allah. Qualunque cosa facciate, Allah la vede tutta.»
-(Sura al-Baqara: 110)
«Temete il Giorno in cui sarete ricondotti ad Allah. Allora ciascuno riceverà la ricompensa delle proprie opere e nessun torto sarà mai fatto loro.» -(Sura al-Baqara: 281)
«Quel Giorno ciascuno troverà davanti a sé ogni buona opera compiuta e ogni cattiva opera compiuta.» -(Sura Āl ʿImrān: 30)
«Quel Giorno la valutazione di tutte le opere compiute sarà una verità certa. Coloro le cui bilance delle opere saranno pesanti, soltanto essi avranno successo; coloro le cui bilance saranno leggere, essi saranno quelli che avranno causato la propria perdizione, poiché erano ingiusti verso i Nostri segni.»
«Chiunque compia anche solo il peso di un atomo di bene lo vedrà ricompensato, e chiunque compia anche solo il peso di un atomo di peccato lo vedrà ricompensato.» -(Sura az-Zalzala: 7-8)
«Allah ha accolto la loro invocazione e ha detto: “Non permetterò che vada perduta l’opera di nessuno di voi che compie opere, sia egli uomo o donna.”» -(Sura Āl ʿImrān: 195)
«Spendete di ciò che vi abbiamo concesso prima che giunga la morte a qualcuno di voi. Allora egli dirà: “Mio Signore, se mi concedessi ancora un breve periodo, spenderei sulla Tua via e sarei tra i virtuosi.” Ma quando giunge il termine stabilito di qualcuno, Allah non gli concede mai alcun rinvio.» -(Sura al-Munāfiqūn: 10-11)
(Arabo************)
«Ahimè!» Se solo tu potessi vedere il momento in cui il colpevole starà davanti al suo Signore, con il capo chino, e dirà: «O nostro Signore! Ora abbiamo visto e abbiamo anche udito; rimandaci dunque, affinché possiamo compiere il bene: ora siamo diventati certi». Ma gli sarà detto: «Ora gustate il frutto della vostra negligenza, a causa della quale avevate dimenticato che in questo giorno sareste comparsi davanti a Noi. Oggi anche Noi vi dimentichiamo. Gustate dunque oggi, in cambio delle opere che compivate, il castigo eterno».» -(Sura as-Sajda: 12-14
Qui si afferma che il mondo è il campo delle opere, il luogo dello sforzo e dell’impegno. La vita dell’aldilà, invece, è il campo in cui si ricevono le ricompense; il luogo in cui si raccolgono i frutti del bene e del male e si riceve la ricompensa delle proprie opere. L’essere umano ha la possibilità di agire nel mondo fino al momento della sua morte. Dopo di ciò non avrà mai più l’opportunità di compiere opere. Pertanto, in questa vita deve agire ricordando che ogni sua azione, ogni suo comportamento e ogni sua opera, buona o cattiva, possiede un effetto e un’importanza propri, e che proprio in base a tale effetto e importanza riceverà nell’aldilà un buon risultato oppure uno cattivo. Tutto ciò che riceverò, lo riceverò come riflesso degli sforzi, dell’impegno e delle opere compiute in questa vita; nessuna delle mie buone azioni andrà perduta e nessun peccato sarà trascurato.
Responsabilità personale
Per rafforzare ulteriormente questo senso di responsabilità, è stato anche dichiarato che ogni individuo è responsabile delle proprie azioni. Per quanto riguarda questa responsabilità, nessun altro ne è compartecipe, né qualcuno può salvare un’altra persona dalle conseguenze delle sue azioni.
«Avete la responsabilità di voi stessi. Se siete guidati, nessuno di quelli che si sono sviati potrà arrecarvi alcun danno.» — (Sura al-Māʾida: 105)
(Arabo***********)
«Ogni persona è responsabile di ciò che consegue; il suo peso ricade su di lei; nessuno porta il peso di un altro.» -(Sura al-Anʿām: 164)
(আরবী**********)
«Nel Giorno della Resurrezione i vostri parenti e i vostri figli non vi saranno di alcuna utilità. In quel giorno Allah giudicherà tra voi, e il Suo sguardo è rivolto alle vostre opere.» – (Sura al-Mumtahana: 3)
(আরবী*************)
«Se compirete opere buone, le compirete per voi stessi; e se commetterete il male, sarà anch’esso contro voi stessi.» – (Sura Banī Isrāʾīl: 7)
(আরবী***************)
«Nessuno porterà il peso del peccato di un altro; e se qualcuno, gravato da un pesante fardello di peccati, chiamerà qualcuno affinché gli porga una mano d’aiuto, questi non porterà sulle proprie spalle alcuna parte del suo fardello, anche se fosse un parente.» – (Sura al-Fāṭir: 18)
(আরবী***************)
«O umanità! Temete il vostro Signore e temete quel giorno in cui nessun padre potrà essere d’aiuto al proprio figlio, né il figlio potrà essere d’aiuto al proprio padre in alcun modo.» – (Sura Luqmān: 33)
(Arabo*************)
«Chi ha commesso kufr porta su di sé il peso del proprio kufr, mentre coloro che compiono opere buone spianano la via al proprio bene.» — (Sura ar-Rum: 44)
Qui la responsabilità delle azioni buone e cattive è stata attribuita personalmente a ogni individuo. Non vi è spazio per coltivare la speranza che qualcuno espierà i nostri difetti, le nostre mancanze o la nostra negligenza; né vi è motivo di aspettarsi che, grazie a qualche legame di parentela o relazione, saremo esonerati dalla responsabilità dei nostri peccati. Non vi è neppure ragione di temere che la cattiva condotta di qualcuno possa influire sulle nostre opere buone, o che la soddisfazione di qualcuno diverso da Allah possa avere un’influenza sul riconoscimento o sul rifiuto delle nostre azioni. Se qualcuno mette la mano nel fuoco, nulla può proteggerlo dal suo naturale bruciore. Allo stesso modo, se qualcuno beve miele, nulla può impedirgli di percepirne il sapore dolce. Nessuno può condividere con un altro il dolore del bruciore, né può privare un altro del gusto dolce. Allo stesso modo, per quanto riguarda le conseguenze del peccato e i benefici delle buone azioni, ogni individuo è solo e indipendente dagli altri. Pertanto, è indispensabile che ogni persona abbia pieno senso di responsabilità nell’uso e nel godimento del mondo. Dovrebbe distogliere lo sguardo dal mondo e dalle cose che contiene e vivere pensando di essere personalmente responsabile di ogni sua azione: il peso del peccato ricade soltanto su di lui, mentre il beneficio delle buone azioni sarà goduto da lui soltanto.
Nella spiegazione della concezione islamica della vita terrena esposta sopra sono stati esaminati i suoi diversi elementi e componenti. Ora osserviamo la sua struttura e la sua disposizione; vediamo quanto la concezione completa che emerge dall’integrazione delle parti disperse sia conforme alla natura e alla realtà, quale posizione possa occupare rispetto alle concezioni della vita terrena proprie delle altre culture e in quale forma particolare la cultura fondata su questa filosofia di vita plasmi il pensiero e l’azione dell’essere umano.
La concezione naturale della vita
La concezione naturale della vita. Per un momento, allontanate dalla mente le concezioni che le altre religioni hanno presentato del mondo e della vita terrena. Poi, da osservatori perspicaci, volgete lo sguardo al mondo circostante e osservate attentamente quale sia la vostra posizione nell’intero ambiente che vi circonda. Da questa osservazione vi appariranno con estrema chiarezza alcune cose.
Vedrete che la portata di tutte le facoltà che possedete è estremamente limitata. Le facoltà sensoriali da cui dipende la vostra conoscenza non possono oltrepassare i confini dell’ambiente più vicino. Gli organi e gli arti da cui dipende tutta la vostra attività possono tenere sotto il vostro controllo soltanto poche cose. Le innumerevoli cose che vi circondano sono molto più grandi del vostro corpo e delle vostre forze, e in confronto a esse la vostra individualità appare estremamente insignificante e debole. Nessuna delle immense forze attive in questa grande fabbrica del mondo è sotto il vostro controllo; al contrario, di fronte a tali forze vi sentite del tutto impotenti. Dal punto di vista fisico siete un animale di media grandezza: prevalete sulle cose più piccole di voi, ma siete sconfitti dalle cose più grandi di voi.
Tuttavia, un’altra forza presente dentro di voi vi ha dato superiorità su tutte quelle cose. Grazie a questa forza esercitate il dominio su tutti gli esseri della vostra stessa specie e li sottoponete alla vostra autorità, sebbene la loro forza fisica sia molto maggiore della vostra. È grazie a questa forza che utilizzate e traete vantaggio dalle cose intorno a voi, ricavandone il servizio secondo la vostra volontà. È grazie a essa che scoprite nuove fonti di energia, le portate alla luce e le utilizzate con metodi sempre nuovi. È grazie a essa che accrescete i mezzi e gli strumenti per acquisire conoscenza e raggiungete persino quelle cose che sono al di là della portata delle vostre forze naturali. In breve, grazie a questa particolare forza tutte le cose del mondo diventano vostre serve, e voi ottenete la fortuna di ricevere il loro servizio.
Inoltre, anche tutte le forze superiori dell’officina dell’universo che non sono sotto il vostro controllo operano in modo tale che, in generale, non si possono definire vostre nemiche o avversarie; al contrario, sono vostre sostenitrici e favorevoli al vostro benessere e ai vostri vantaggi. L’aria, l’acqua, la luce, il calore e tutte le altre forze di questo genere dalle quali dipende la vostra vita operano sotto l’autorità di un ordine particolare il cui scopo è aiutarvi. In questo senso potete dire che le suddette cose vi sono obbedienti.
Quando osservate attentamente tutto questo ambiente, vedete all’opera una legge onnipotente. Dagli oggetti più piccoli ai più grandi, ogni cosa è ugualmente avvinta nella stretta di questa potente legge. Eppure la stabilità dell’intero mondo dipende assolutamente dal suo ordine e dal suo controllo. Anche voi siete soggetti a quella legge. Ma tra voi e le altre cose del mondo esiste una differenza enorme. Le altre cose non possiedono neppure la minima capacità di ribellarsi a quella legge. Voi, invece, avete la capacità di opporvi ad essa. Non solo: quando volete contravvenire ad essa, essa stessa vi aiuta in questo. Tuttavia, ogni simile atto lascia immediatamente una certa reazione, e neppure voi potete sfuggire alle sue cattive conseguenze dopo esservi ribellati.
Sotto questa legge universale e immutabile vedete le varie scene della creazione e della distruzione. In tutto l’universo continua ininterrottamente il processo del disgregare e del costruire. Secondo la stessa legge in base alla quale una cosa viene generata e allevata, essa viene anche distrutta e annientata. Nessuna cosa al mondo è libera dai vincoli di quella legge. Anche esaminando attentamente quelle cose che in apparenza sembrano esserne libere e che si sospettano immobili e inerti, si comprende che anche in esse continuano i processi di rotazione e cambiamento e che neppure esse sono esenti dalla presa della creazione e della distruzione. Poiché le altre cose della natura universale non possiedono coscienza e capacità percettiva, o almeno noi non ne abbiamo alcuna conoscenza, per questo non avvertiamo in esse alcun segno di gioia o tristezza come conseguenza di questa creazione e distruzione. Ma, poiché l’essere umano è una creatura dotata di coscienza e capacità percettiva, osservando i cambiamenti intorno a sé avverte una forte reazione di gioia e tristezza. Talvolta, vedendo manifestarsi qualcosa di favorevole, prova una gioia così intensa da dimenticare del tutto che in questo mondo è possibile anche la distruzione. Altre volte, vedendo qualcosa di sfavorevole, la sua tristezza diventa così intensa che vede in questo mondo soltanto distruzione e distruzione, dimenticando la verità che è ancora possibile la creazione.
Ma, per quanto dentro di voi possano esistere sentimenti contrapposti di gioia e tristezza, e per quanto, sotto la loro influenza, possiate adottare una visione rigida o esagerata della vita terrena, siete costretti, per la vostra stessa natura, a utilizzare concretamente questo mondo e a mettere in funzione l’insieme delle forze che sono dentro di voi. Nella vostra natura esiste il desiderio di vivere e, per soddisfare questo desiderio, dentro di voi è stata posta una forza tremenda chiamata fame, che vi spinge continuamente all’azione. La natura vuole impegnarvi nel compito di preservare la vostra discendenza; per questo ha infuso in voi una forza indomabile chiamata impulso sessuale, che vi induce a realizzare il suo scopo. Allo stesso modo, nella vostra indole sono state riunite diverse altre forze per altri scopi, e ciascuna di esse cerca di realizzare, attraverso di voi, il proprio obiettivo. Che adempiate nel modo migliore o peggiore questi molteplici scopi della natura, che li portiate a compimento con gioia o sotto la pressione della costrizione, dipende interamente dalla vostra conoscenza e dalla vostra ragione. Non solo: la natura stessa vi ha conferito una particolare capacità di adempiere o non adempiere ai compiti necessari a realizzare tali scopi. Ma, insieme a ciò, la natura ha stabilito anche questa legge: realizzare con gioia e bene i suoi scopi è benefico per voi, mentre rifiutarvi di realizzarli, o realizzarli male, è dannoso per voi stessi.
Le concezioni delle diverse religioni e ideologie:
Quando una persona dalla natura sana e dalla lungimiranza osserva il mondo e, alla luce di questo mondo
osserva la propria condizione, ogni singolo aspetto descritto sopra si presenterà ai suoi occhi. Tuttavia, i diversi gruppi dell’umanità hanno osservato questo intero quadro da prospettive differenti, e spesso è accaduto che abbiano elaborato una concezione della vita terrena sulla base dell’aspetto che ai loro occhi appariva più evidente, senza nemmeno tentare di rivolgere lo sguardo agli altri aspetti.
A titolo d’esempio, si può dire che un gruppo, osservando la debolezza e l’impotenza dell’essere umano e, al loro confronto, l’influenza e la potenza delle grandi forze della natura, è giunto alla conclusione che l’uomo nel mondo è una cosa del tutto insignificante e che queste forze benefiche e nocive del mondo non sono soggette ad alcuna legge universale, bensì sono indipendenti o semi-indipendenti. Questo modo di pensare ha preso un tale sopravvento sulle loro menti che ogni altra cosa è scomparsa dal loro campo visivo. Hanno dimenticato l’aspetto luminoso della propria esistenza e, riconoscendo eccessivamente la propria debolezza e incapacità, hanno sacrificato il senso della propria dignità e del proprio onore. L’adorazione degli idoli, degli alberi, degli astri e delle altre forze naturali è il risultato diretto di questa concezione.
Un altro gruppo ritenne che il mondo terreno fosse soltanto un teatro di calamità. L’intero universo sarebbe governato unicamente allo scopo di far patire agli esseri umani sofferenze, dolori e persecuzioni. Tutte le relazioni del mondo terreno non sarebbero altro che trappole per avvolgere l’uomo nella rete dell’inquietudine e del pericolo. Ma perché parlare soltanto dell’uomo? L’intero universo è prigioniero della tristezza e della distruzione. Qui tutto ciò che nasce, nasce per essere distrutto. La primavera arriva affinché l’inverno venga poi a sottrarle il suo verde splendore. L’albero della vita si riveste di foglie e di germogli affinché Satana, sotto le sembianze della morte, venga a saccheggiarne la bellezza. La bellezza dell’ordine e della stabilità si manifesta con tanta perfezione affinché il dio della distruzione abbia ampie opportunità di giocare con essa. Questa dottrina non lasciava a quelle persone alcuna attrattiva per il mondo terreno e per la sua vita. Esse vedevano la via della liberazione nella rinuncia al mondo, nell’automortificazione e nell’austerità, con cui estinguere tutti i sentimenti interiori, e nella rottura di quella legge della natura che ha trasformato l’uomo in uno strumento al solo scopo di far funzionare la propria fabbrica.
Un altro gruppo osservò che nel mondo terreno esistono abbondanti mezzi di gioia e di piacere e che l’uomo ha l’opportunità di assaporarli per un breve periodo. Il sentimento del dolore e della tristezza rende amaro questo godimento; dunque, se l’uomo eliminasse tale sentimento e non permettesse a nulla di diventare per lui causa di dolore e tristezza, qui si vedrebbero soltanto gioia e divertimento. Tutto ciò che esiste per l’uomo si trova in questo mondo terreno; tutti i piaceri che può godere deve goderli in questa vita terrena. Dopo la morte non rimarranno né l’uomo, né il mondo, né le sue gioie e i suoi divertimenti: tutto sprofonderà nell’abisso dell’oblio.
Esiste poi un altro gruppo, diametralmente opposto, che considera peccaminosi tanto i piaceri e i divertimenti del mondo terreno quanto l’intera vita terrena. Secondo loro, per l’anima umana le risorse materiali del mondo terreno equivalgono a una forma di impurità e contaminazione. Nel godere e utilizzare questo mondo, nel partecipare alle sue attività e nell’assaporarne le gioie e i piaceri, non vi è per l’uomo alcuna purezza né alcun bene. Chi desidera essere reso felice dal regno celeste dovrebbe tenersi lontano dal mondo terreno. E chi desidera la ricchezza e il potere del mondo terreno e il godimento della vita terrena dovrebbe sapere con certezza che nel regno celeste non vi è posto per lui. Questo gruppo si è anche reso conto che l’uomo, spinto dalla propria natura, è costretto a godere e utilizzare il mondo terreno e a partecipare alle sue attività; per quanto attraente possa essere l’idea di entrare nel regno celeste, essa non può in alcun modo essere tanto potente da permettere all’uomo, confidando in essa, di opporsi alla propria natura. Perciò hanno escogitato una scorciatoia per raggiungere il regno celeste: chiunque creda in un essere speciale sarà liberato, grazie alla sua espiazione, dalla responsabilità delle proprie azioni.
Un altro gruppo, osservando l’ampiezza delle leggi naturali, è giunto a considerare l’uomo come un essere del tutto incapace e debole. Ha visto che l’uomo non è affatto un essere libero e unico: le testimonianze della psicologia, della fisiologia, della biologia e delle leggi dell’ereditarietà hanno confermato proprio questa verità. La legge naturale lo tiene strettamente vincolato. Contro questa legge egli non può pensare nulla, né desiderare alcunché, né ha la capacità di compiere un’azione. Di conseguenza, non gli può essere attribuita alcuna responsabilità per le sue azioni.
Secondo un altro gruppo, invece, del tutto opposto, l’uomo non è soltanto un essere dotato di volontà, ma non è neppure sottoposto o sottomesso ad alcuna volontà superiore, né è tenuto a rispondere delle proprie azioni davanti a qualcun altro, se non alla propria coscienza e alle leggi del regno umano. Egli è il padrone di questo mondo terreno. Tutto ciò che esiste nel mondo è sottoposto a lui. Ha il diritto di godere e utilizzare liberamente ogni cosa. Per costruire bene la propria vita e mantenere un ordine e una disciplina adeguati nelle proprie azioni e nella propria condotta, egli stesso si è imposto, nella vita privata, regole e divieti. Ma, nel complesso, è completamente libero, e l’idea che debba rispondere di ciò davanti a un essere superiore è del tutto priva di senso.
Queste sono le diverse concezioni della vita terrena proprie delle diverse religioni e ideologie. Sulla base della maggior parte di tali concezioni sono stati edificati i diversi edifici culturali. La vera ragione per cui negli edifici delle varie culture osserviamo forme e nature differenti, ciascuna con il proprio carattere distintivo, è che alla loro base si trova una particolare concezione della vita terrena. È questa concezione a esigere l’assunzione di quella forma specifica. Se esaminassimo ciascuna di esse in dettaglio e indagassimo come abbia dato origine a un determinato tipo di cultura, sarebbe certamente una discussione interessante. Ma una simile trattazione non ha alcun rapporto con il tema che stiamo affrontando. Noi vogliamo soltanto mettere in luce con chiarezza le caratteristiche della cultura islamica. Il nostro punto è che tutte le concezioni della vita esposte finora sono soltanto il risultato del considerare il mondo terreno da un particolare punto di vista. Nessuna di queste dottrine è sorta dopo aver rivolto uno sguardo completo all’intero universo e aver determinato correttamente il posto di ogni cosa in questo mondo. Per questo, quando abbandoniamo una particolare prospettiva e osserviamo il mondo da un’altra, la dottrina costruita sulla base della prima prospettiva ci appare falsa e fallace. E quando consideriamo il mondo terreno nel suo insieme, l’errore di tutte le dottrine diventa evidente.
Caratteristiche della concezione islamica:
Ora si può comprendere molto chiaramente che, in realtà, tra tutte le dottrine, è proprio quella islamica a essere conforme alla natura e alla realtà. Soltanto questa dottrina ha stabilito una relazione corretta tra il mondo terreno e l’uomo. In essa vediamo che il mondo terreno non è qualcosa di spregevole o da rifiutare, ma non è neppure qualcosa per cui l’uomo debba provare attaccamento fino a dissolversi nei suoi mezzi di piacere. Qui non è in corso né un processo di edificazione completa né una distruzione unilaterale. Non è giusto evitarlo, ma non è neppure opportuno sprofondarvi completamente. Esso non è interamente contaminato e impuro, ma non è nemmeno tutto puro e privo di impurità. Il rapporto dell’uomo con questo mondo terreno non è come quello di un re con il proprio regno. Né è simile al rapporto di un prigioniero con una prigione. L’uomo non è così insignificante che ogni forza del mondo terreno sia degna della sua prosternazione, né è così potente e autorevole da ricevere la prosternazione di ogni cosa del mondo terreno. Non è così incapace e indifeso che la sua volontà e le sue intenzioni personali non abbiano alcun valore, ma non è neppure così potente che i suoi desideri e le sue inclinazioni siano al di sopra di ogni cosa. Non è il sovrano assoluto della natura universale, ma non è nemmeno lo schiavo indifeso di milioni di padroni. Il suo posto reale si trova in una posizione intermedia fra questi estremi.
Fin qui, la natura e la retta coscienza ci guidano. Ma l’Islam si spinge oltre e definisce con precisione quale sia la vera dignità dell’essere umano. Esso chiarisce: quale rapporto esiste tra l’uomo e il mondo? Con quale intenzione l’uomo deve usufruire del mondo? Esso apre gli occhi all’uomo dicendogli: tu non sei come le altre creature. Tu sei piuttosto il rappresentante responsabile di Allah, il Signore dei mondi (Viceroy), sulla terra. Il mondo e le sue forze sono stati sottomessi a te. Tu governi tutti, ma sei governato da Uno; obbedisci a tutti, ma sei soggetto soltanto a Uno. Sei onorato al di sopra di tutta la creazione; tuttavia puoi essere degno di questo onore soltanto quando ti sottometti e obbedisci a Colui che, consacrandoti alla dignità di Suo rappresentante, ti ha conferito questo onore sulla terra, e quando segui le norme e i precetti da Lui stabiliti. Sei stato mandato sulla terra affinché tu ne faccia uso. Poi, qualunque cosa tu compia nella vita terrena, buona o cattiva, pura o impura, sulla base di essa vedrai il bene o il male nella vita dell’aldilà. Pertanto, durante questa vita transitoria sulla terra, dovrebbe rimanere sempre viva in te la consapevolezza della responsabilità personale e della resa dei conti; e non dovresti dimenticare neppure per un istante che di ogni cosa che Allah, il Signore dei mondi, ti ha affidato in quanto Suo rappresentante, ti sarà chiesto un resoconto minuzioso.
Non vi è dubbio che questa concezione non sia presente in modo ampio e approfondito nella mente di ogni musulmano. Anzi, al di fuori di una particolare parte della comunità istruita, nessuno possiede al riguardo una concezione chiara. Tuttavia, poiché questa concezione è insita nel cuore stesso della cultura islamica, anche se il carattere dei musulmani si è molto allontanato dalla sua vera dignità e dalle sue autentiche caratteristiche, essi non si sono ancora liberati completamente della sua influenza. Per quanto il comportamento e le azioni del musulmano cresciuto nell’ambito della cultura islamica possano essere divenuti spregevoli sotto l’influsso esterno, il senso della dignità e dell’onore personale, il non inchinarsi davanti a nessuno se non ad Allah, il non temere nessuno se non Allah, il non considerare padrone e signore nessuno all’infuori di Allah, il sentirsi personalmente responsabile nel mondo, il credere che il mondo sia il campo delle opere e l’aldilà il campo della ricompensa, il ritenere che il successo e il fallimento nell’aldilà dipendano esclusivamente dalla bontà o dalla malvagità delle proprie opere personali, il considerare transitori il mondo, le sue ricchezze e i suoi mezzi di godimento, e permanenti soltanto le opere personali e i loro risultati: tutte queste cose penetreranno inevitabilmente in ogni sua vena. E una persona dotata di acuto discernimento percepirà certamente, nelle sue parole e nelle sue attività, l’influenza — per quanto debole possa essere — di quella fede e di quella convinzione radicate nel profondo della sua anima e del suo cuore.
Esaminando la storia della cultura islamica, chiunque potrà comprendere chiaramente questa verità: finché al suo interno fu presente l’Islam autentico nel senso pieno del termine, essa rimase una cultura genuinamente concreta. Per i suoi seguaci, il mondo era il campo dell’aldilà. Essi cercavano di dedicare ogni istante della vita terrena alla coltivazione, alla semina e ad attività simili in quel campo, affinché nella vita dell’aldilà potessero raccogliere un raccolto più abbondante. Usufruivano del mondo in una posizione equilibrata, a metà tra ascetismo ed edonismo, un equilibrio di cui non scorgiamo neppure la traccia in alcun’altra cultura. La concezione del califfato di Allah li incoraggiava a impegnarsi pienamente nella vita terrena e a svolgere con ogni energia le sue attività; al tempo stesso, il senso della responsabilità e della resa dei conti non permetteva loro di oltrepassare mai i limiti. In quanto rappresentanti di Allah, possedevano un fortissimo senso della propria dignità. E proprio questa concezione impediva loro di diventare arroganti e superbi. Erano affezionati a ogni bene terreno necessario per adempiere correttamente al compito del califfato. Ma, nello stesso tempo, non nutrivano alcun attaccamento per ciò che immerge l’uomo nello sfarzo dei godimenti terreni e lo fa dimenticare delle proprie responsabilità e dei propri doveri. In sostanza, svolgevano le attività del mondo come se non dovessero rimanervi per sempre; e si astenevano dal lasciarsi assorbire dal suo sfarzo pensando che questo mondo fosse per loro una stazione di passaggio, nella quale si erano stabiliti soltanto per pochi giorni.
In seguito, con il declino dell’influenza dell’Islam e sotto l’influsso di altre culture, nel carattere dei musulmani non rimasero più intatte le caratteristiche islamiche nella loro pienezza. Di conseguenza, essi fecero tutto ciò che era contrario alla concezione islamica della vita terrena. Si abbandonarono al lusso e ai piaceri. Costruirono imponenti edifici. Si lasciarono attrarre dalla musica, dalla pittura, dalla scultura e dalle belle arti. Nella vita sociale e nelle consuetudini si abituarono a uno spreco e a uno sfarzo del tutto contrari al gusto islamico. Nel governo dello Stato, nella politica e negli altri ambiti materiali seguirono metodi completamente non islamici. E tuttavia, la concezione islamica della vita terrena che si era radicata nei loro cuori manifestava qua e là la sua chiara influenza. Ed era proprio questa influenza a conferire loro una dignità particolare rispetto agli altri. Un sovrano musulmano costruì sulle rive della Yamuna un enorme edificio e al suo interno predispose ogni sorta di svaghi e di splendori, allora impensabili. Tuttavia, sul retro del più piacevole centro di divertimento di quell’edificio, cioè sul lato della qibla, fu inciso questo poema:
“I tuoi piedi sono incatenati, il tuo cuore è imprigionato,
i tuoi occhi sono bruciati dal fuoco e i tuoi piedi sono feriti dalle spine;
desideri viaggiare verso occidente,
eppure procedi rivolto verso oriente,”
Chi sei tu che cammini lasciandoti la meta alle spalle
Sii ancora vigile.”
Quel palazzo non era incomparabile per le sue caratteristiche peculiari. Tra gli altri popoli del mondo si trovano palazzi più grandiosi del suo. Ma nessun altro popolo del mondo offre un esempio di una concezione capace di ammonire i costruttori del paradiso sulla terra con queste parole: «Chi sei tu che, lasciandoti la meta alle spalle, ti dirigi verso l’incertezza? Sii prudente».¹
1. Si tratta del Forte Rosso di Delhi.
Nella storia islamica si trovano innumerevoli esempi di sovrani del tipo di Cesare e Cosroe che, invece di sconfiggere un nemico ed esibire l’arroganza della propria potenza, si sono prostrati in sajda davanti all’Onnipotente Allah. Quando grandi governanti tirannici e superbi volevano contravvenire alla Sharia islamica, qualche servitore di Allah li rimproverava apertamente, e allora essi tremavano per timore di Allah. Persino persone profondamente malvagie e viziose diventavano consapevoli in seguito a una semplice parola, e subito il corso della loro vita cambiava. Nei cuori di coloro che erano invaghiti delle ricchezze mondane si risvegliava il pensiero della transitorietà del mondo e del rendiconto nell’aldilà; ed essi distribuivano immediatamente ogni cosa tra i servitori di Allah, adottando una vita esemplare e moderata. In breve, per quanto le influenze non islamiche si siano diffuse nella vita dei musulmani, in ogni aspetto della loro vita nazionale si scorgerà sempre, in una forma o nell’altra, lo splendore della dottrina islamica. E, vedendo ciò, si avrà l’impressione che all’improvviso sia apparsa la luce in mezzo alle tenebre.
।।।।Due।।
L’obiettivo della vita
Dopo la filosofia della vita, la seconda domanda di particolare importanza per determinare il grado di eccellenza o di decadenza di una cultura è questa: quale obiettivo propone all’essere umano? La domanda è importante perché tutti i desideri e gli sforzi concreti di colui che stabilisce quale obiettivo e scopo della propria vita un determinato bene, finiscono per seguire proprio quell’obiettivo. Dalla purezza o impurità di tale obiettivo dipendono la bontà o la malvagità della mentalità e la rettitudine o corruzione del suo modo di vivere. Dal suo progresso o declino dipendono il progresso o il declino del pensiero e delle correnti ideologiche, l’eccellenza o la decadenza del carattere morale e il progresso o il declino dell’economia e della vita sociale. Dalla sua chiarezza e precisione dipendono l’ordine o la dispersione dei desideri e delle riflessioni dell’essere umano, la disciplina o il disordine di tutte le sue attività e la concentrazione o dispersione delle sue capacità, delle sue attitudini e del suo talento. In una parola, è grazie a questo obiettivo della vita che l’essere umano sceglie un’unica via tra le molteplici vie del pensiero e dell’azione e vi dedica le proprie forze fisiche e mentali, nonché i propri mezzi materiali e spirituali. Pertanto, per esaminare una cultura secondo un criterio esatto, è assolutamente indispensabile ricercarne l’obiettivo fondamentale.
Caratteristica indispensabile di un obiettivo complessivo corretto:
Prima di procedere nella discussione e nell’indagine, dovremmo stabilire che cosa si intenda per obiettivo della cultura. È evidente che, quando pronunciamo la parola «cultura», non intendiamo con essa la nostra cultura individuale, bensì la nostra cultura complessiva. Per questo, l’obiettivo della vita individuale di ogni persona non può costituire l’obiettivo della cultura. Al contrario, ciò che sarà l’obiettivo di una cultura deve necessariamente diventare l’obiettivo della vita individuale di ciascuno dei suoi seguaci, ne siano essi consapevoli o meno. Da questo punto di vista, consciamente o inconsciamente, ciò che sarà l’obiettivo della vita complessiva collettiva di una grande massa di persone costituisce l’obiettivo della cultura; e tale obiettivo deve prevalere a tal punto sugli obiettivi della vita individuale di queste persone che ciascun individuo debba adottare quell’obiettivo della vita collettiva come obiettivo della propria vita.
Una condizione indispensabile per un simile obiettivo della vita complessiva è che esso sia pienamente conforme e armonico con gli obiettivi della vita individuale delle persone e possieda in sé la capacità di essere, simultaneamente, un obiettivo della vita individuale e della vita complessiva. Infatti, se l’obiettivo della vita complessiva è contrario agli obiettivi della vita individuale delle persone, sarà innanzitutto difficile che possa diventare un obiettivo della vita complessiva. Un’idea che le persone non accettano individualmente non può mai assumere la dignità di idea collettiva. Anche se, sotto l’influenza di un potente nemico, essa dovesse trasformarsi in un obiettivo della vita complessiva, tra l’obiettivo della vita dell’individuo e quello della società continuerebbe comunque a svolgersi, inconsapevolmente, un conflitto. Non appena l’influenza di quella forza vittoriosa comincerà a diminuire, le persone torneranno a volgersi verso i propri obiettivi di vita. E insieme a ciò scomparirà l’obiettivo della vita della società. L’attrattiva e la forza di coesione dell’entità sociale svaniranno e, alla fine, della cultura si cancellerà persino ogni traccia. Per questo, ciò che sarà l’obiettivo naturale della vita dell’essere umano può essere, in realtà, proprio l’obiettivo corretto della cultura. La vera caratteristica di una cultura consiste nel fatto che essa deve proporre un obiettivo complessivo della vita che possa essere, alla lettera, anche un obiettivo della vita individuale.
Da questo punto di vista, ci si presentano due questioni e, senza risolverle entrambe, non possiamo procedere:
Primo: qual è, naturalmente, l’obiettivo della vita individuale dell’essere umano?
Secondo: in quale misura gli obiettivi proposti dalle altre culture del mondo sono conformi a questo obiettivo naturale della vita dell’essere umano?
L’obiettivo naturale della vita dell’essere umano
La questione dell’obiettivo naturale della vita dell’essere umano è questa: per quale scopo l’essere umano si adopera naturalmente nel mondo e quale cosa desidera la sua natura? Se, per scoprirlo, chiedeste a ogni individuo quale sia il suo scopo nel mondo, ricevereste risposte diverse da persone diverse. E probabilmente non trovereste nemmeno due persone i cui obiettivi, desideri, speranze e aspirazioni siano completamente identici. Tuttavia, analizzando tutte le risposte, vedrete che le cose che le persone definiscono come propri obiettivi non sono affatto obiettivi in sé, bensì soltanto mezzi per raggiungere un determinato obiettivo; e quell’obiettivo particolare è il benessere e la tranquillità mentale. Per quanto una persona sia elevata nel pensiero e dotata di capacità intellettuali, per quanto sia colta e raffinata, e qualunque sia l’ambito della vita in cui operi, alla base di tutti i suoi sforzi e delle sue attività vi è un unico obiettivo: che possa ottenere pace, sicurezza, gioia e serenità. Pertanto, possiamo definirlo l’obiettivo naturale della vita dell’essere umano in quanto individuo.
Due popolari obiettivi collettivi e il loro esame
Esaminando minuziosamente gli obiettivi collettivi proposti dalle diverse culture del mondo, si constaterà che tra essi esistono molte differenze. Non è nostro scopo determinarle qui, né sarebbe possibile farlo. Tuttavia, dal punto di vista dei principi fondamentali, possiamo dividerli in due categorie:
Primo: le culture le cui fondamenta non sono state poste su alcuna concezione religiosa o spirituale hanno proposto ai loro seguaci l’obiettivo di conseguire superiorità e predominio. Questo obiettivo è costituito da alcuni elementi fondamentali. I suoi elementi particolarmente importanti sono i seguenti:
* Il desiderio di conseguire predominio e egemonia politica.
* L’aspirazione a conseguire la superiorità su tutti quanto a ricchezza e beni, sia attraverso la conquista di Paesi, sia estendendo il proprio predominio nel campo dell’industria e del commercio.
* Il desiderio di ottenere la precedenza su tutti nel progresso sociale, sia nel campo delle scienze, del sapere e delle arti, sia quanto a splendore e magnificenza nel campo della cultura e della civiltà.
A prima vista, questo obiettivo collettivo di vita non sembra contrario all’obiettivo di vita individuale sopra menzionato. Infatti, si può affermare senza la minima riflessione che, una volta stabilito questo obiettivo per la società, viene determinato insieme ad esso anche l’obiettivo di vita dell’individuo. È proprio a causa di questo apparente enigma di tale obiettivo che milioni e milioni di persone di una nazione dissolvono in esso il proprio obiettivo di vita individuale. Tuttavia, la lungimiranza e l’esperienza pratica hanno dimostrato che, in realtà, questo obiettivo collettivo è assolutamente contrario al naturale obiettivo di vita dell’individuo. È evidente che nel mondo non vi è una sola nazione desiderosa di conseguire predominio e superiorità; al contrario, nella stessa epoca, più nazioni nutrono questo obiettivo e si adoperano tutte per raggiungerlo. Come conseguenza inevitabile, tra loro iniziano aspri conflitti e scontri politici, economici e civili; si crea un tremendo caos di resistenza, competizione e rivalità, e in mezzo a questo tumulto e disordine diventa quasi impossibile per l’individuo ottenere pace, serenità, comodità e tranquillità mentale. Oggi, davanti ai nostri occhi, nei Paesi occidentali prevale esattamente questa situazione. Ma anche supponendo che in una determinata epoca una sola nazione si impegni a conseguire questo obiettivo e che nessun’altra nazione le impedisca il cammino, il successo di tale obiettivo non può comunque consentire la presenza di obiettivi di vita individuali nelle persone. È infatti nella natura di un simile obiettivo collettivo non soltanto creare rivalità internazionali, ma anche suscitare uno spirito di competizione reciproca tra i membri della stessa nazione. Di conseguenza, l’espansione del dominio sui membri delle altre nazioni, il conseguimento della superiorità su tutti quanto a ricchezza, potere, forza, splendore e lusso, l’appropriazione della chiave del sostentamento altrui, l’instaurazione del proprio monopolio esclusivo su tutti i possibili mezzi e strumenti di guadagno, il desiderio che il profitto e l’interesse spettino a sé mentre le perdite e i fallimenti ricadano sugli altri, e il tentativo di rendere se stessi comandanti e gli altri subordinati e obbedienti diventano l’obiettivo di vita di ogni individuo della nazione. In primo luogo, i desideri e le aspirazioni di persone di questo genere non giungono mai a una conclusione e perciò rimangono sempre inquieti e incerti. In secondo luogo, quando questo tipo di rivalità nasce tra gli abitanti di una nazione, ogni casa e ogni mercato si trasformano in un campo di battaglia. Di conseguenza, per quanto grandi siano le ricchezze, il potere e i piaceri accumulati, la pace e la serenità, la sicurezza e la tranquillità, la gioia e la comodità diventano estremamente rare.
Inoltre, è naturale che il puro progresso materiale — nel quale non vi è posto per la spiritualità — non possa mai dare serenità all’essere umano, poiché il conseguimento del semplice piacere sensoriale è un obiettivo meramente biologico; e se è vero che l’uomo non è soltanto un essere vivente comune, ma occupa una posizione superiore ad esso, allora deve essere certamente vero anche che l’uomo non può sentirsi appagato conseguendo soltanto quelle cose il cui godimento è sufficiente a soddisfare i meri desideri biologici.
Secondo: le culture fondate su concezioni religiose e spirituali hanno generalmente proclamato la liberazione, o salvezza, come proprio obiettivo. Indubbiamente, all’interno di questo obiettivo è presente quell’elemento spirituale che dona all’essere umano conforto e tranquillità interiore. Ed è vero che la liberazione può essere l’obiettivo di una nazione. Tuttavia, esaminandola un po’ più a fondo, si comprende che neppure questa può essere, in realtà, un obiettivo di vita del tutto impeccabile. Vi sono alcune ragioni.
In primo luogo, nell’obiettivo della liberazione è celata una sorta di egocentrismo. La sua natura consiste nell’indebolire la totalità e nel rafforzare l’individualità. Infatti, quando l’individuo può conseguire la liberazione compiendo soltanto alcune azioni specifiche, all’interno di questo obiettivo non rimane più nulla che possa indurlo, invece di anteporre a tutto l’individuo, a riconoscere la dignità della totalità e ad adottare, insieme alla società, gli stessi principi d’azione per organizzarla in modo ordinato. Pertanto, questa concezione dell’individualismo assoluto è del tutto contraria al vero obiettivo della cultura.
In secondo luogo, la questione della liberazione è in realtà profondamente legata ai mezzi per conseguirla. Perciò la validità o l’invalidità di questo obiettivo dipende in larga misura dalla validità o dall’invalidità dei mezzi escogitati per raggiungerlo. Per esempio, le religioni che hanno indicato nella rinuncia al mondo e nell’ascetismo la via della liberazione non possono fare della liberazione né un obiettivo della vita individuale né un obiettivo collettivo. Alla fine, i seguaci di tali religioni sono stati costretti a separare la religione dal mondo e a escogitare mezzi intermedi per la liberazione dei mondani, come il servizio ai religiosi, l’espiazione e simili. Il risultato è stato che questo obiettivo non è più rimasto un obiettivo comune e condiviso dall’individuo e dalla società. Inoltre, fatta eccezione per un numero insignificante di persone religiose, esso non ha conservato, per l’intera società, alcuna grandezza, importanza o forza d’attrazione capace di mantenerlo intatto. Per questo, tutti i mondani lo hanno abbandonato e si sono precipitati verso il suddetto obiettivo materiale. D’altra parte, tra le religioni che hanno dichiarato la liberazione dipendente dalla soddisfazione di diverse divinità e signori del culto, non si mantiene alcuna unità. I diversi gruppi si volgono verso divinità diverse e viene meno proprio quella vera unità che costituisce il compito essenziale della cultura: stabilire l’unità nell’obiettivo e riunire tutti i seguaci attraverso il legame che li connette ad esso. Pertanto, anche i seguaci di tali religioni, se vogliono percorrere la via del progresso terreno e rendere coesa la propria società, sono costretti ad adottare un obiettivo diverso.
Esiste inoltre un altro tipo di religione, il cui appello non è rivolto all’intera umanità, bensì a una particolare stirpe o tribù, oppure a una nazione che vive in una determinata area geografica. Di conseguenza, secondo la sua prospettiva, la liberazione è riservata soltanto a quella particolare tribù o nazione. Senza dubbio, nelle fasi iniziali della civiltà e della cultura, questo obiettivo può trasformarsi in un valido obiettivo collettivo. Tuttavia, non supera pienamente neppure il criterio di una ragione e di un discernimento impeccabili. In particolare, l’intelletto e la coscienza umana non accettano l’idea che la liberazione sia riservata a una particolare tribù. Per questo, non appena avanzano di alcuni passi sulla via del progresso razionale, i seguaci di tali religioni si ribellano essi stessi contro questo obiettivo, lo cancellano dal proprio cuore e ne adottano un altro.
In terzo luogo, per quanto l’obiettivo della liberazione possa apparire sacro dal punto di vista religioso e spirituale, dal punto di vista terreno non contiene nulla capace di ispirare una nazione e di generare la consapevolezza, l’entusiasmo, la forza e l’operosità necessari al progresso nazionale. Per questo, finora nessuna nazione desiderosa di progredire lo ha adottato come proprio obiettivo collettivo; piuttosto, tra le nazioni la cui religione ha proposto quest’unico obiettivo, esso ha sempre ricevuto la dignità di obiettivo individuale.
Per tutte queste ragioni, né l’obiettivo materiale né quello spirituale superano pienamente l’esame secondo un criterio impeccabile. Ora vedremo quale realtà la cultura islamica ha proclamato come proprio obiettivo e quali sue caratteristiche naturali lo hanno stabilito come un obiettivo impeccabile.
L’obiettivo della cultura islamica e le sue caratteristiche:
Fin dall’inizio di questa discussione è necessario ricordare bene che la questione dell’obiettivo della vita è in realtà profondamente legata a quella della concezione della vita. L’idea che ci formiamo della vita terrena e la dottrina in cui crediamo riguardo alla nostra posizione nel mondo e al valore del mondo per noi determinano naturalmente un obiettivo della vita e ci spingono a impiegare tutte le nostre forze e capacità per raggiungerlo. Se consideriamo il mondo come un pascolo e concepiamo la vita soltanto come un’occasione per appagarci del cibo, delle bevande e dei piaceri terreni, questa concezione biologica susciterà indubbiamente in noi un obiettivo biologico della vita e per tutta la vita ci sforzeremo soltanto di raccogliere i mezzi del godimento sensoriale. Al contrario, se ci consideriamo peccatori per nascita e peccatori per natura, e riteniamo che, a causa di quel peccato originario, questo mondo sia per noi una prigione e un luogo di detenzione, allora si risveglierà in noi il desiderio di liberarci da questa prigionia e, per questo, proclameremo la liberazione come obiettivo della nostra vita. Ma se la nostra concezione del mondo è superiore a quella di un pascolo o di una prigione e, in quanto esseri umani, ci consideriamo dotati di una dignità più elevata di quella dei semplici animali e dei peccatori, allora cercheremo certamente un obiettivo superiore a entrambi: la ricerca dei beni materiali e il conseguimento della salvezza; e il nostro sguardo non si poserà su alcuna realtà futile o insignificante.
Tenendo presente questo principio, quando vedrete che l’Islam ha proclamato l’essere umano vicario di Allah e Suo rappresentante sulla terra, la vostra ragione e il vostro buon senso giungeranno naturalmente all’obiettivo che, secondo questa concezione della vita, può e deve sorgere spontaneamente. Quale altro obiettivo può avere un rappresentante se non ottenere la soddisfazione e il compiacimento del proprio padrone, ed essere considerato ai suoi occhi un dipendente eccellente, obbediente, fedele e diligente? Se è sincero e animato da buone intenzioni, può forse avere altro scopo, nell’obbedire agli ordini del padrone, se non ottenere la sua soddisfazione? Adempirà forse al proprio dovere allettato dalla speranza di aumentare il salario, ottenere qualche vantaggio personale, una promozione o una ricompensa, oppure accrescere fama, prestigio e posizione? Naturalmente, se il padrone, compiaciuto, gli concede tali cose, questo è un altro discorso. Il padrone può anche promettergli di concedergliele in cambio di un servizio svolto bene; può perfino sapere che, adempiendo correttamente al proprio dovere, il padrone, lieto, gli conferirà determinate ricompense. Ma se egli fa della ricompensa il proprio obiettivo e adempie al dovere esclusivamente per ottenere un vantaggio personale, quale persona assennata potrebbe definire un simile dipendente un lavoratore diligente? Attraverso questo esempio potete comprendere anche il rapporto tra Allah e il Suo rappresentante. Quando l’essere umano è il rappresentante di Allah sulla terra, quale altro può essere il suo obiettivo nella vita se non ottenere il compiacimento e la soddisfazione di Allah?
«Sì, chi si è sottomesso ad Allah e ha compiuto il bene, avrà la sua ricompensa presso il suo Signore; per costoro non vi sarà alcun timore, né saranno mai afflitti.» — (Sura al-Baqara: 112)
«Sappiate che è mediante il ricordo di Allah che si ottengono la serenità e la tranquillità dell’anima.» — (Sura ar-Raʿd: 28)
La seconda cosa che l’essere umano desidera ottenere nella vita terrena è il benessere, cioè una vita libera da preoccupazioni e ansie. Il Corano afferma che, se si crede in Allah, ci si protegge dalla Sua ira e si adottano, per Lui, la pietà e le opere buone, anche questo bene si ottiene naturalmente.
«Se gli abitanti di queste città avessero creduto e avessero praticato la pietà, avremmo aperto per loro le porte delle benedizioni dal cielo e dalla terra.» — (Sura al-Aʿraf: 96)
«Chiunque compia il bene, uomo o donna, essendo credente, gli faremo certamente vivere una vita felice. E certamente daremo a tali persone una ricompensa molto migliore delle loro opere.» — (Sura an-Nahl: 97)
La terza cosa più desiderata e ambita dall’essere umano è il potere statale e di governo, nonché il dominio e l’elevata posizione. Il Corano afferma che, se vi consacrate ad Allah, questo bene verrà da sé ai vostri piedi.
«Chiunque prenda per alleati Allah, il Suo Messaggero e i credenti, si è unito alla schiera di Allah; e certamente la schiera di Allah sarà vittoriosa.» — (Sura al-Maʾida: 56)
«Abbiamo scritto nei Salmi, dopo l’ammonimento e l’esortazione, che i Nostri servi virtuosi erediteranno la terra.»
«Allah ha promesso a coloro che, tra voi, hanno creduto e compiuto opere buone che certamente li renderà califfi sulla terra, come rese califfi coloro che li precedettero. E certamente darà stabilità alla religione che ha scelto per loro e, dopo il loro timore, concederà loro sicurezza.» — (Sura an-Nūr: 55)
Analogamente, la salvezza nell’aldilà è ciò che l’essere umano desidera ardentemente. Anche a questo proposito il Corano afferma che essa è esclusivamente il risultato del conseguimento del compiacimento di Allah:
«O anima serena, ritorna al tuo Signore, soddisfatta di Lui ed Egli soddisfatto di te; entra dunque tra i Miei servi ed entra nel Mio Paradiso.» — (Sura al-Fajr: 27-30)
Da ciò si comprende che l’Islam non ha rivolto neppure lo sguardo verso tutte le cose che gli altri hanno dichiarato desiderabili e auspicabili; piuttosto, ha fatto del proprio obiettivo quella cosa dal cui conseguimento tutte queste cose si ottengono spontaneamente. Agli occhi del musulmano non è minimamente utile impegnare, anche per un solo istante, il proprio cuore nella ricerca delle cose che gli altri definiscono propri obiettivi. Davanti a lui vi è infatti un obiettivo grande, più elevato e sublime di tutti quegli obiettivi e di ogni cosa del creato. Egli sa bene che, quando raggiungerà questo obiettivo supremo, otterrà spontaneamente ogni cosa subordinata ad esso. Come, salendo all’ultimo piano di un edificio, i piani intermedi restano sotto i piedi di chi sale, così il musulmano, raggiunto il proprio obiettivo, vede esattamente questa stessa condizione.
Sesto: la taqwā, il migliore incentivo alla virtù — Un’altra caratteristica di questo obiettivo è che esso è l’unico obiettivo nobile e puro capace di spingere gli esseri umani a seguire l’elevato livello di devozione e di opere buone stabilito dall’Islam e le norme di ciò che è giusto e ciò che è ingiusto da esso prescritte.
Non mancano coloro che sostengono che le buone azioni nel mondo debbano essere compiute soltanto perché sono buone e che le cattive azioni debbano essere evitate soltanto perché sono cattive. Tuttavia, coloro che dicono cose del genere non ne conoscono neppure il vero significato. Compiere il bene soltanto per il bene significa che il bene non ha alcun rapporto con il beneficio e l’utilità; il bene è bene in sé e, proprio per questo, può diventare l’obiettivo dell’essere umano. Analogamente, astenersi dal male soltanto perché è male significa che, separato da ogni danno e nocività, il male è male per la sua stessa natura, come se fosse proprio la sua natura a renderlo qualcosa che l’essere umano deve evitare. In realtà, però, per gli esseri umani nel mondo non esiste un bene puro, privo di ogni beneficio e vantaggio che possa essere attribuito alla persona umana. Né esiste un male puro, privo di ogni nocività capace di influire sulla persona. La verità è piuttosto che nell’animo umano la concezione del bene e del male è sorta dall’esperienza del profitto e del danno, dell’utilità e della nocività. L’essere umano chiama bene quell’azione che gli reca realmente un beneficio, anche se esteriormente contiene qualche elemento dannoso. E chiama male quell’azione che gli arreca effettivamente un danno, anche se, a prima vista, contiene qualche elemento utile. Se si libera un’azione dalle qualificazioni di profitto e danno, lasciandola come una mera azione, non possiamo chiamarla né bene né male. È indubbio che, dopo aver consolidato l’abitudine al bene e raggiunto un livello intellettuale più elevato, l’essere umano possa compiere il bene per il bene e astenersi dal male per il male stesso, anche liberandosi dalla concezione del profitto e del danno. Ma, in primo luogo, ciò è soltanto dimenticare l’origine del bene e del male, non eliminarla; in secondo luogo, è soltanto l’ascesa al cielo immaginario dei filosofi: nella pratica, neppure ai più grandi scienziati è toccata la fortuna di giungere a questo punto. Come possono dunque le persone comuni assumere come proprio obiettivo il semplice praticare il bene e l’evitare il male?
Da ciò è diventato evidente che non si può separare la concezione del bene e del male da quella del profitto e del danno. Finché nel bene non sarà insito un beneficio, esso non potrà essere benefico per l’essere umano. Allo stesso modo, se nel male non è celata una nocività, non lo si può definire qualcosa da evitare. Ora, se vogliamo elevare la devozione e le opere buone dal livello meschino dell’egoismo a quello elevato del disinteresse e della sincerità assoluta, e farne il fondamento di una norma morale imparziale e universale, il modo migliore consiste nello stabilire un criterio del profitto e del danno superiore al materialismo e all’egoismo; un criterio in base al quale una buona azione, pur essendo colma di ogni sorta di perdita materiale e umana, appaia agli occhi dell’essere umano soltanto come benefica, mentre un’azione peccaminosa, pur essendo sotto ogni aspetto vantaggiosa, gli appaia soltanto come dannosa. L’Islam ha adottato proprio questa via. Ha dichiarato che il conseguimento o il mancato conseguimento del compiacimento di Allah è l’unico criterio del profitto e del danno. Questo criterio è completamente puro dalle impurità dell’egoismo materialistico. Secondo tale criterio, una persona virtuosa, sacrificando per ottenere il compiacimento di Allah la propria vita, i propri beni, i figli, la reputazione, la fama e così via, mantiene la convinzione di aver tratto profitto. Al contrario, una persona malvagia, pur avendo attirato su di sé l’ira di Allah e ottenuto tutti i vantaggi materiali ed egoistici del mondo, teme di trovarsi nella perdita. È proprio questo a spingere l’essere umano, rendendolo incurante dei profitti e delle perdite terrene, ad adottare con animo disinteressato la devozione e le opere buone.
Finora sono stati spiegati due aspetti. Primo: quale cosa l’Islam ha proclamato come scopo della vita? Secondo: per quali ragioni essa è stata considerata uno scopo eccellente? Ora dobbiamo rivolgere la nostra attenzione al terzo aspetto della questione. Esso è il seguente: quale ruolo svolge questo scopo nel conferire alla cultura islamica la forma di una cultura distinta, e quale particolare dignità le ha conferito?
L’influenza della determinazione dello scopo sulla definizione dei metodi
In precedenza è stato indicato che, in tutte le attività della vita, è indispensabile definire uno scopo, così come è indispensabile determinare i metodi per raggiungerlo. E un metodo non può mai essere stabilito sulla base di qualcosa di diverso dal rapporto con lo scopo. Se una persona non ha davanti a sé alcun obiettivo preciso, oltre al semplice vagabondare, e si limita a spazzare la polvere delle strade e dei vicoli, la definiamo pazza o vagabonda. Se invece possiede uno scopo, ma non segue alcun metodo particolare tra i diversi metodi per raggiungerlo, ed è semplicemente pronta ad adottare qualunque metodo le sembri orientato verso il suo obiettivo, anche lei viene definita stolta. Infatti, secondo la ragione e il buon senso, chi cerca di raggiungere un luogo particolare percorrendo dieci strade diverse non può mai arrivare alla propria destinazione. Analogamente, se qualcuno proclama una determinata cosa come proprio obiettivo, ma per raggiungerla adotta un metodo diretto nella direzione opposta, non lo consideriamo intelligente. È come quel beduino che, per andare verso la Kaaba, prende la strada per il Turkestan. Pertanto, per il successo concreto dell’essere umano è necessario innanzitutto stabilire una meta per il proprio cammino, poi orientare verso di essa tutti i propri desideri, aspirazioni, sforzi e iniziative, e, qualora esistano diverse strade per raggiungerla, adottare la migliore tra esse e abbandonare tutte le altre.
Questa scelta e questo rifiuto sono pienamente conformi alla ragione. Il risultato della determinazione di uno scopo è che si deve adottare il metodo più particolarmente conforme a tale scopo e abbandonare tutti gli altri. Quando una persona intelligente intraprende un viaggio, procede lungo la strada migliore per raggiungere la destinazione. Anche se durante il viaggio scopre altre dieci o venti strade, non si volta nemmeno a guardarle. Uno studente intelligente sceglie, nel percorso verso il proprio obiettivo, il ramo del sapere che gli è più utile per raggiungerlo. Non ama spendere il proprio tempo in altri rami che non hanno rapporto con il suo obiettivo. Un commerciante intelligente e lungimirante adotta per sé il metodo commerciale che considera il mezzo migliore per ottenere il successo. Considera stoltezza investire il capitale in un’attività qualsiasi o spendere il proprio lavoro in una professione qualsiasi. Un critico può soltanto esprimere un giudizio sul fatto che il metodo seguito nella scelta e nel rifiuto sia o meno il migliore per raggiungere la meta. Non è però possibile sollevare obiezioni contro la scelta e il rifiuto in quanto tali.
Questa verità si applica tanto ai dettagli della vita quanto alla vita nel suo complesso. Se una persona non persegue alcuno scopo nella propria vita, oppure se il suo unico scopo è vivere semplicemente per restare in vita, può adottare qualunque metodo desideri per vivere. Per lei sarebbe del tutto privo di significato distinguere tra il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, il migliore e il peggiore dei diversi metodi; può soddisfare i propri desideri e bisogni come preferisce. Anche se le circostanze esteriori la costringessero in certa misura a seguire un metodo particolare, non potrebbero tuttavia indurla a conformare l’intera vita a una regola, a una disciplina e a un sistema di norme, perché in lei non esisterebbe alcuna motivazione fondamentale per la disciplina e l’ordine. Al contrario, se persegue uno scopo nella vita, o se, per dirla chiaramente, nella sua mente si radica uno scopo umano razionale superiore allo scopo biologico innato della vita, allora distinguerà necessariamente tra i diversi metodi. E, se è davvero una persona intelligente, dovrà certamente adottare, tra i diversi modi di vivere, quello più adatto al raggiungimento del proprio scopo. Dopo aver stabilito una meta, non sarebbe affatto giusto che continuasse a godere della stessa libertà nella scelta dei metodi di cui gode l’uomo privo di uno scopo.
Estendiamo ora un po’ questo principio. Sostituiamo all’individuo la società e osserviamo: lo stesso principio si applica in modo identico anche a una moltitudine di persone. Finché una società si trova allo stadio iniziale della civiltà e non ha davanti a sé alcuno scopo elevato, superiore agli obiettivi biologici innati della vita, resta libera nei propri costumi e nei propri comportamenti proprio come una persona priva di uno scopo. Ma, quando, con il progressivo sviluppo dell’intelligenza e il raggiungimento di un livello più alto di civiltà, nasce in essa una cultura e questa cultura stabilisce uno scopo razionale per la sua vita complessiva, diventa assolutamente necessario elaborare, in funzione di tale scopo, un sistema particolare per le credenze, le concezioni, i rapporti economici, il carattere morale, la vita sociale, l’economia e così via; rendere i seguaci della cultura conformi a tale sistema e, sotto la sua autorità, non concedere a nessuno la libertà di adottare credenze o norme di condotta estranee ad esso.
Una severità assoluta nella salvaguardia del proprio sistema di norme è del tutto conforme alla natura stessa di una cultura. Una cultura i cui vincoli si allentino sotto questo aspetto e il cui sistema di norme mostri debolezza e lassismo non può mai sopravvivere. Infatti, la sua esistenza dipende dal fatto che i suoi seguaci osservino le credenze e i metodi di condotta da essa elaborati. Quando i seguaci non osservano più le proprie credenze e i propri metodi di condotta, e concezioni, costumi, regole e pratiche estranei a tali metodi ricoprono la loro vita concreta, allora, di fatto, non rimane più alcuna esistenza della cultura. È dunque pienamente legittimo che una cultura esiga dai propri seguaci l’osservanza del sistema da essa stessa elaborato e faccia pressione affinché interrompano i rapporti con altri sistemi estranei. Un critico può al massimo discutere della validità o dell’infondatezza del suo scopo, giudicare se quel particolare metodo sia adeguato a tale scopo, oppure esprimere un’opinione sulla possibilità di seguire quel metodo in ogni circostanza. Non può però in alcun modo affermare che la cultura in questione non abbia il diritto di esigere dai propri seguaci l’osservanza del sistema da essa stessa elaborato.
Inoltre, una volta riconosciuto il principio secondo cui il particolare cammino e metodo stabilito per la vita interiore e pratica dipende in realtà dalla natura dell’obiettivo, e che la diversità degli obiettivi rende necessaria anche la diversità dei cammini e dei metodi, bisogna ammettere altresì che le culture i cui obiettivi sono orientati in direzioni diverse devono necessariamente differire tra loro anche nei metodi pratici e dottrinali. Alcune parti di tali metodi possono presentare somiglianze, e alcuni dettagli di un metodo possono confluire in un altro; tuttavia, da queste piccole somiglianze non si può dedurre una somiglianza complessiva, né il fatto che si prendano in prestito alcuni dettagli rende inevitabile che l’intero metodo sia preso in prestito.
Da questo principio fondamentale scaturiscono anche altri due corollari:
Il primo è che, per verificare il metodo pratico di una cultura che persegue un determinato obiettivo, non si può assumere come criterio il metodo di una cultura che persegue un obiettivo diverso. In altre parole, non è corretto giudicare tale metodo in base alla sua somiglianza o meno con quell’altro metodo.
Il secondo è che non si può conservare una cultura sostituendo i suoi metodi pratici e dottrinali con quelli di un’altra. Né si possono introdurre in un metodo gli elementi fondamentali di un altro. Chi ritiene possibile o legittima una simile mescolanza ignora i principi fondamentali della cultura ed è incapace di comprenderne l’indole e la natura.
Nella struttura della cultura islamica
Il ruolo del suo obiettivo fondamentale
Tenendo presenti queste considerazioni preliminari, si può comprendere facilmente quale sia il ruolo del suo obiettivo fondamentale nel conferire alla cultura islamica la forma di una cultura completamente distinta e peculiare. Nella discussione precedente è stato illustrato dettagliatamente che l’obiettivo che l’Islam ha stabilito per la vita è fondamentalmente diverso dagli obiettivi delle altre religioni e culture. È stato inoltre dimostrato che la diversità degli obiettivi determina anche l’instaurarsi di metodi fondamentali diversi nella fede e nell’azione. Ne consegue logicamente che l’obiettivo dell’Islam ha dato origine a una cultura peculiare, fondamentalmente diversa dalle altre culture, e che presenta differenze fondamentali rispetto ai loro metodi dottrinali e pratici. Alcune parti di questo metodo possono forse trovarsi anche in altri metodi; tuttavia, qui esse non sono inserite nello stesso modo in cui lo sono negli altri. Una volta inserita in un metodo, una parte perde la propria natura e assume quella dell’insieme; e quando la natura di un insieme differisce da quella di un altro insieme, anche la natura di ciascuna delle sue parti deve necessariamente differire da quella delle parti dell’altro, per quanto l’aspetto esteriore di alcune di esse possa somigliare a quello di alcune parti dell’altro.
È stato detto in precedenza che l’Islam ha proclamato l’uomo rappresentante di Allah sulla terra e ha stabilito come obiettivo della sua vita il conseguimento della soddisfazione del grande Signore di cui egli è rappresentante. Poiché questo obiettivo è l’obiettivo dell’intera sua vita, tutte le sue attività devono essere orientate verso di esso; tutte le energie del suo corpo e del suo spirito devono essere impiegate sulla via di tale obiettivo, e il suo dominio deve estendersi sui suoi pensieri, sulle sue immaginazioni, sulle sue riflessioni e sui suoi movimenti. La sua vita e la sua morte, il suo sonno e la sua veglia, il suo mangiare e il suo bere, i suoi rapporti e le sue transazioni, le sue relazioni, le sue amicizie e le sue inimicizie, la sua economia e la sua vita sociale — in una parola, ogni cosa di lui — dovrebbe essere consacrata a quell’unico obiettivo. Inoltre, questo obiettivo deve esercitare dentro di lui un’influenza così forte e attiva che egli sia vivo e operoso proprio grazie a questa coscienza vitale. Ora è evidente che chi persegue un simile obiettivo nella propria vita e vive proprio per esso non può mai vivere come una persona priva di obiettivi o orientata verso un obiettivo diverso. Secondo la sua stessa natura, questo obiettivo trasforma l’uomo in un operatore esperto e in un servitore attivo: un operatore e un servitore che vive soltanto per conseguire l’obiettivo della propria vita.
Pertanto, dopo aver stabilito questo obiettivo, l’Islam sceglie, tra i vari modi di vivere, un modo particolare e obbliga a non sprecare il proprio tempo prezioso e le proprie energie seguendo qualunque altro modo. In conformità alla natura e alle caratteristiche di questo obiettivo, elabora un sistema autonomo di credo e di azioni e chiede agli esseri umani di non oltrepassare in nessuna circostanza i limiti di questo sistema specifico. Proclama esplicitamente che tale sistema consiste nell’obbedienza e nella sottomissione, e per questo lo denomina dīn, cioè obbedienza e sottomissione. Dice: «Presso Allah, la religione è soltanto l’Islam».
È sulla base di questo dīn che l’Islam traccia una distinzione tra i suoi seguaci e coloro che non lo sono. Coloro che, in conformità a questo obiettivo particolare, seguono tale sistema vengono chiamati «muslim» (sottomessi) e «mu’min» (credenti). Quanto a coloro che non condividono quell’obiettivo e non seguono questo sistema, l’Islam li dichiara «kāfir» (miscredenti)¹. Esso elimina ogni distinzione e discriminazione fondata sulla discendenza, sulla tribù, sulla nazione, sulla comunità, sulla lingua, sul paese e su tutte le altre categorie di questo genere,
¹ Anche nell’uso della parola kāfir è adottata una forma espressiva di altissimo livello. Nei dizionari arabi, il significato fondamentale di kufr è «nascondere». Per questo la notte, poiché nasconde le cose, viene chiamata kāfir. Anche il contadino viene chiamato kāfir, perché nasconde il seme nella terra, e la buccia viene chiamata kāfūr, perché nasconde il frutto al suo interno. Per analogia, nascondere le benedizioni e non rendere grazie è stato definito kufr o kufrān. L’Islam ha dichiarato che la parola kufr è l’opposto di īmān. Con ciò si allude a questa profonda verità: coloro che rifiutano di accettare l’Islam, in realtà, stendono un velo sulla propria natura originaria.
Esso abolisce tutte queste distinzioni e innalza, tra i figli di Adamo, quest’unica distinzione tra kufr e īmān. Chiunque segua questo sistema, sia egli dell’Oriente o dell’Occidente, è un suo congiunto. Al contrario, chi non segue questo sistema, anche se abitasse proprio sotto le mura della Ka‘ba e il suo corpo fosse formato soltanto dai datteri della Mecca e dall’acqua di Zamzam, non è un suo congiunto.
Sulla base di queste attività e pratiche del credo, esso ha stabilito tra gli uomini la distinzione tra «kufr» e «īmān», e allo stesso modo ha istituito, nei modi di vivere e in tutte le cose del mondo, la distinzione tra harām e halāl, jā’iz e nājā’iz, makrūh e mustahabb. Le attività e le consuetudini che favoriscono il raggiungimento di tale obiettivo e l’adempimento della responsabilità del califfato sono, ciascuna secondo la propria condizione, halāl, jā’iz o mustahabb. Quelle invece che costituiscono ostacoli e impedimenti su questa via sono, secondo i rispettivi casi, harām, nājā’iz o makrūh. Il mu’min che mostra rispetto per questi segni distintivi è un «muttaqī» (pio), mentre colui che non li rispetta è un «fāsiq» (trasgressore). Tra gli appartenenti al partito di Allah, la distinzione tra grandi e piccoli, tra elevati e umili, non si fonda sulla ricchezza, sulla nobiltà di stirpe, sul rango sociale, né sul colore della pelle o sulla razza; essa nasce invece sulla base della «taqwā».
(***********)
«In verità, i più nobili tra voi presso Allah sono i più muttaqī tra voi.» — (Sura al-Ḥujurāt, 13)
In questo modo, nell’insieme dei suoi aspetti — concezioni e idee, pensiero e immaginazione, indole e natura, carattere morale, economia, vita sociale, cultura, civiltà, politica e governo dello Stato — in una parola, in ogni ambito della vita umana, la via della cultura islamica si distingue completamente da quella delle altre culture. Infatti, la concezione islamica della vita è del tutto diversa da quella delle altre culture. Anche l’obiettivo che l’Islam stabilisce per la vita è di natura diversa da quello stabilito dalle altre culture. Di conseguenza, il comportamento e i principi d’azione che l’Islam adotta, secondo la propria concezione, nei confronti del mondo e delle cose in esso contenute, così come il metodo di vita che elabora per conseguire il proprio obiettivo, sono fondamentalmente diversi dal comportamento e dal metodo d’azione adottati dalle altre culture. Vi sono molti pensieri e fantasie, numerosi desideri e inclinazioni delle passioni, e molte vie di vita che, dal punto di vista delle altre culture, non solo sono conformi alla ragione, ma talvolta sono persino ritenuti indispensabili alla cultura. L’Islam, invece, è costretto a dichiarare alcune di queste cose nājā’iz, altre makrūh e, in certi casi, harām. Ciò avviene perché esse sono perfettamente conformi alla filosofia di vita di quelle culture e contribuiscono al conseguimento dei loro obiettivi vitali, mentre non hanno alcun rapporto con la filosofia di vita dell’Islam o costituiscono un ostacolo al raggiungimento del suo obiettivo di vita. Per esempio, nelle numerose culture del mondo le belle arti sono considerate l’essenza stessa della vita, e le persone abili ed esperte in tali arti ottengono lo status di «eroi nazionali». L’Islam, invece, dichiara alcune di esse harām, altre makrūh e altre ancora ammesse solo in certa misura. Le sue leggi consentono l’amore per la bellezza e il godimento della bellezza artificiale soltanto nella misura in cui l’uomo possa, insieme a ciò, ricordarsi di Allah, agire per ottenere la Sua soddisfazione e adempiere alla responsabilità del califfato. Ma quando l’amore per la bellezza diventa più forte del senso del dovere, quando l’eccesso del piacere trasforma l’uomo da adoratore di Allah in adoratore della bellezza, quando il gusto per le belle arti lo fa cadere nell’ebbrezza dell’amore per il lusso, rendendo sorde le orecchie del cuore alla voce della coscienza e impedendogli di conservare l’obbedienza e il senso di responsabilità necessari per ascoltare il richiamo del dovere, proprio a quel punto l’Islam innalza il muro del disprezzo, dell’illiceità e del divieto. Per questo il suo obiettivo non è creare Tansen, Bandadin, Manī e Bahzād (1), Charlie Chaplin e Mary Pickford; vuole invece creare Abū Bakr Ṣiddīq (che Allah sia soddisfatto di lui), ʿUmar Fārūq (che Allah sia soddisfatto di lui), ʿAlī ibn Abī Ṭālib (che Allah sia soddisfatto di lui), Ḥusayn ibn ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) e Rābiʿa Baṣrī (che Allah sia soddisfatto di lei).
Con l’aiuto di questo esempio si possono supporre le condizioni generali della società, della civiltà e di molte altre questioni. In particolare, per quanto riguarda i rapporti tra uomini e donne, il comportamento dei ricchi verso i poveri, le relazioni tra governanti e sudditi e il comportamento reciproco delle altre classi umane, il metodo indicato dall’Islam è, per principio, diverso dai metodi elaborati da tutte le civiltà antiche e moderne. In questo ambito, fare dei metodi seguiti dalle altre civiltà il criterio per valutare il metodo adottato dall’Islam è fondamentalmente un segno di errore. Coloro che compiono simili operazioni sono del tutto superficiali e profondamente ignoranti della verità reale.
«Tre»
Credenze fondamentali e orientamenti di pensiero
1. Il significato e l’importanza della fede
Dopo la concezione della vita e lo scopo della vita, si pone ora davanti a noi la terza domanda: su quale fondamento l’Islam ricostruisce il carattere umano?
Il carattere e il suo fondamento psichico
La fonte di tutte le azioni e attività dell’uomo è la sua mente. In quanto fonte delle azioni, la mente presenta due stati. Il primo stato è quello in cui nessun particolare orientamento di pensiero si radica stabilmente; vi penetrano continuamente pensieri diversi, separati e dispersivi, e quello tra essi che risulta più forte diventa lo stimolo all’azione. Il secondo stato, invece, è quello in cui la mente non rimane un campo di movimento per pensieri dispersi; al contrario, alcuni orientamenti di pensiero specifici si radicano in essa così saldamente che l’intera vita concreta dell’uomo ne rimane permanentemente influenzata. Così, invece di azioni disordinate, egli compie attività organizzate e coerenti. Il primo stato può essere paragonato a una strada maestra, libera e aperta a ogni viaggiatore. In essa non vi è nulla di caratteristico. Il secondo stato è simile a uno stampo: dal suo interno viene continuamente modellato e fuori ne esce un oggetto di forma e aspetto determinati. Quando la mente dell’uomo si trova nel primo stato, diciamo che egli non possiede alcun carattere. Può essere un demonio oppure un angelo. La sua natura presenta inclinazioni molteplici. Non vi è alcuna certezza su quale tipo di azioni egli possa compiere in un dato momento. Se invece giunge al secondo stato, diciamo che possiede un carattere proprio. La sua vita concreta presenta ordine, disciplina e continuità. Inoltre, si può dire con certezza quale azione compirà in una determinata situazione.
Prima condizione della disciplina dell’azione:
Da ciò si è compreso che l’adozione di un ordine e di una disciplina affidabili nella vita reale dell’essere umano dipende dalla formazione di un carattere determinato. Per formare un carattere di questo tipo, la sua mente deve essere liberata dalla confusione delle idee; al suo interno devono radicarsi alcuni pensieri distinti e bisogna infondere in tali pensieri una stabilità, una fermezza e un’incrollabilità tali da impedire che altre idee vi penetrino e provochino confusione nel suo mondo interiore. Quanto più profondamente questi pensieri saranno radicati, tanto più solido sarà il carattere e tanto più ordinata, coerente e affidabile sarà la vita reale dell’essere umano. Al contrario, quanto maggiore sarà la debolezza e quanto più spazio sarà lasciato alle idee contrarie, tanto più debole sarà il carattere e, nella stessa misura, tanto più disordinata e inaffidabile sarà la vita reale.
Il significato dell’īmān:
Nel linguaggio del Corano, proprio questa base mentale del carattere viene chiamata «īmān». La parola īmān deriva dalla radice «amn» (*******). Il significato originario di «amn» è ottenere serenità dell’anima e assenza di paura. Da essa deriva anche «amānat», parola opposta a tradimento: ciò che non comporta il timore del tradimento è dunque un’amānat. Amīn viene chiamato così perché, riguardo alla sua buona condotta, il cuore si sente tranquillo e ci si fida del fatto che non agirà male. Allo stesso modo, il cammello docile e obbediente viene chiamato amūn (***), poiché da esso non si teme disobbedienza né danno. Dalla stessa radice deriva un’altra forma, «īmān» (****). Il suo significato è che una convinzione deve essere radicata nella mente con una certezza profonda e con tale adesione alla verità da non lasciare alcun timore che qualcosa di contrario possa trovare una via per penetrarvi. La debolezza dell’īmān significa che la mente non è completamente certa di quella convinzione, che il cuore non ha raggiunto una serenità completa e che, al contrario, esiste ancora la possibilità che idee opposte penetrino nella mente. Di conseguenza il carattere si è indebolito, ed è proprio questo ad aver creato disordine nella vita reale. La forza e la fermezza dell’īmān sono l’opposto di ciò. Un īmān saldo significa che il carattere è stato fondato su una base solida e sicura. Si può allora confidare nel fatto che le azioni concrete saranno compiute esattamente in conformità ai pensieri e alle idee radicati nella mente, dai quali è stata plasmata la forma del carattere.
Il posto dell’īmān nella fondazione della civiltà:
Se persone diverse credono in diversi tipi di credenze e idee, e i loro caratteri sono fondati su basi diverse e contrapposte, non può formarsi alcuna organizzazione sociale e collettiva. Il loro esempio è quello di molte pietre sparse in un campo: ogni pietra possiede certamente una propria solidità, ma tra loro non vi è alcun legame. Se invece un’unica concezione coerente si radica come īmān nella mente di un gran numero di persone, proprio l’unità di quell’īmān le trasformerà in una nazione, così come quelle pietre sparse, cementate con calce, malta e cemento, diventerebbero un muro solidissimo. A quel punto tra loro inizieranno regolarmente l’aiuto e la cooperazione, e di conseguenza il ritmo del loro progresso diventerà sempre più rapido. Un īmān di questo tipo creerà armonia nei loro caratteri e somiglianza nelle loro azioni concrete. Ne risulterà il trionfo di una particolare civiltà, emergerà una cultura distinta, nascerà una nuova nazione e l’edificio della cultura verrà costruito secondo un metodo nuovo.
Da questa discussione si è compreso che l’importanza, nella civiltà, dell’idea fondamentale che si radica come īmān tra i suoi seguaci è estremamente ampia e di vasta portata.
Due tipi di īmān:
Ora dobbiamo esaminare quale sia la condizione delle diverse civiltà del mondo dal punto di vista dell’īmān. La parola īmān è in realtà un termine religioso. Tuttavia, poiché qui la utilizziamo nel senso di concezione fondamentale, in questo senso può essere divisa in due categorie: una di tipo religioso e l’altra di tipo mondano. L’īmān di tipo religioso può costituire la base fondamentale soltanto di una cultura fondata sulla religione; infatti, in tal caso, lo stesso īmān esercita autorità sia nel campo della religione sia in quello mondano. Ma in una cultura non fondata sulla religione, l’īmān mondano si separa da quello religioso e l’īmān religioso non esercita alcuna influenza sulla vita individuale e nazionale.
Fede religiosa:
La fede religiosa è generalmente costituita da tutto ciò che forma il carattere umano su basi spirituali e morali: per esempio, una o più divinità dotate di qualità eminenti, i libri riconosciuti come rivelati e gli insegnamenti, le norme e i precetti delle guide religiose, sui quali si fondano la convinzione e l’azione. Escludendo la prospettiva religiosa, dal semplice punto di vista mondano, il successo di una fede di questo tipo dipende da due cose. La prima è che gli oggetti che la religione presenta come veri e dei quali esige l’adesione debbano essere conformi alla verità dal punto di vista della ragione e del giudizio. La seconda è che tali oggetti debbano essere concepiti in modo da permettere, sulla loro base, una corretta ricostruzione del carattere umano. In altre parole, il carattere deve essere formato in modo che la sua spiritualità ponga le basi di un sistema morale elevato e che il suo carattere morale, insieme alla propria purezza e integrità, renda l’uomo capace di conseguire successo e realizzazione anche nella vita terrena.
La necessità della prima condizione è evidente: se la fede fosse semplicemente un insieme di superstizioni, oppure contenesse molte superstizioni e poca ragione, il suo predominio nella mente umana resterebbe completamente soggetto all’ignoranza e alla stoltezza. Non appena le conoscenze e l’intelligenza dell’uomo iniziassero ad avanzare verso livelli più elevati di sviluppo, comincerebbe la disillusione nei confronti delle false superstizioni, le fondamenta della fede inizierebbero a vacillare e, insieme a esse, l’intero sistema su cui erano state costruite le basi del carattere individuale e nazionale, spirituale e morale, andrebbe in frantumi. Come esempio possiamo ricordare le concezioni e le credenze che varie religioni fondate sullo shirk presentano riguardo agli dèi, alle divinità, ad Allah e alle guide religiose. La coscienza e la ragione imparziali rifiutano di riconoscere come vere le qualità di cui essi sono stati rivestiti, le azioni che sono state loro attribuite e le storie che sono state inventate su di loro, e rifiutano di prestare fede a tutto ciò. Si osserva inoltre spesso che le nazioni che professano tali credenze non diventano affatto capaci di conseguire sviluppo e progresso nel mondo. Le false superstizioni esercitano sulla loro mente un’influenza così perniciosa che le loro migliori energie operative vengono completamente paralizzate. Sotto la loro ispirazione non nasce grandezza, né vi è fermezza nella determinazione. Il loro sguardo non acquista ampiezza, nel loro cervello non si accende la luce e nel loro cuore non nasce il coraggio morale. Alla fine, proprio questo diventa per quella nazione la causa di una povertà permanente, dell’umiliazione, dell’inettitudine e della schiavitù. Al contrario, le nazioni presso le quali si apre la via del progresso, quanto più avanzano in conoscenza e intelligenza, tanto più perdono la fede nel proprio Signore, nelle divinità e nelle guide religiose. All’inizio, tuttavia, per la sola sicurezza dell’ordine sociale, si cerca di mantenere quella falsa fede nonostante le notevoli difficoltà. Ma gradualmente la mente e il pensiero si ribellano contro di essa con tale veemenza che, alla fine, nel cuore della nazione non rimane più alcun vincolo a essa. La si lascia soltanto a un piccolo gruppo spirituale, perché la professi con fede autentica o di professione. Nel cuore e nella mente del resto dell’intera nazione prende il sopravvento un altro tipo di fede, quella che abbiamo definito fede mondana.
La necessità della seconda condizione è del tutto evidente. La fede che non riesce a preparare l’uomo al successo nella vita terrena rimane limitata alla vita morale e spirituale e non riesce a estendersi alla vita materiale. Quanto alle conseguenze, anche in questo caso si presentano due possibilità. O la nazione che vi crede non farà alcun progresso, oppure, anche se progredirà, si libererà ben presto dai suoi vincoli; la fede religiosa lascerà il posto alla fede culturale e, quando l’attività della nazione negli sforzi della vita materiale aumenterà, essa si libererà dall’influenza della moralità, della spiritualità e della fede religiosa.
Non desidero intenzionalmente andare alla ricerca dei difetti di alcuna religione. Per questo non discuterò qui ampiamente le convinzioni delle diverse religioni. Se esaminerete con attenzione le religioni del mondo, comprenderete certamente come la fede delle varie religioni abbia impedito ai loro seguaci di progredire nella vita terrena e come esse non abbiano saputo accompagnare il progresso della conoscenza e dell’intelligenza. Vedrete inoltre che le altre nazioni hanno mantenuto la fede nei propri principi religiosi durante il declino e li hanno abbandonati durante l’ascesa. Il musulmano, al contrario, era tanto più saldo nella propria fede quanto più era sviluppato e progredito nel mondo. E proprio quando rimase indietro nella conoscenza, nell’intelligenza e nel progresso terreno, e le altre nazioni prevalsero su di lui, la sua fede cominciò a indebolirsi. Oggi i musulmani si trovano in una condizione di estremo declino e, insieme a ciò, sono gravemente colpiti dalla malattia della debolezza della fede. Ma mille duecento anni fa erano al culmine del progresso e, nello stesso tempo, erano estremamente saldi nella propria fede. Al contrario, quando i cristiani d’Europa e i buddhisti del Giappone erano autenticamente cristiani e buddhisti, si trovavano al culmine della decadenza. Quando invece conseguirono sviluppo e progresso, non conservarono più la fede nel cristianesimo e nel buddhismo. In verità, questa è una differenza così luminosa tra la fede dell’Islam e quella delle altre religioni che qualunque persona intelligente e perspicace può comprenderla senza difficoltà.
La fede mondana
Consideriamo ora gli oggetti che abbiamo definito fede mondana. In questa fede non esiste alcun elemento religioso. Qui non vi è né alcun dio né alcuna guida religiosa; non vi è né alcun libro rivelato né alcun insegnamento capace di formare il carattere umano su basi morali e spirituali. Si tratta di una questione puramente mondana.
L’elemento più importante al suo interno è la «nazione» o la «comunità nazionale». Le persone che vivono entro un determinato confine geografico ne fanno una divinità e la adorano con piena devozione e concentrazione. In questo senso, tutti gli «adoratori della nazione» credono che la nazione sia padrona dei loro beni e della loro vita, che servirla sia un dovere assoluto e che consacrarle corpo, mente, ricchezza e vita sia una suprema fortuna. Non solo: credono anche che soltanto la loro nazione sia nel giusto, che siano loro gli eredi e i legittimi titolari della terra, che tutte le terre del mondo siano bottino di guerra destinato a loro e che tutte le altre nazioni siano simili a prigionieri di guerra. Perciò è dovere di ogni individuo far sventolare la bandiera della propria nazione in tutto il mondo.
La seconda divinità è costituita dalle «leggi e norme» del paese. Sono loro stessi a crearle e sono loro stessi ad adorarle. Questo culto è ciò che garantisce il loro ordine sociale e generale.
La terza divinità è il loro stesso «nafs», ossia le loro passioni. Essi si preoccupano costantemente di alimentarlo, di soddisfarne i desideri e le necessità e di appagare le sue pretese e aspirazioni.
La quarta divinità è la «conoscenza» e la «saggezza» (ʿilm e ḥikma). Avendo fede in esse, avanzano sulla via del progresso e dello sviluppo alla loro luce e sotto la loro guida.
Questa fede è certamente alquanto benefica per la vita terrena. Ma, anche lasciando da parte la questione di quale sia il suo valore dal punto di vista della verità e dell’onestà, si può affermare che, persino da un punto di vista meramente terreno, il suo beneficio non è né autentico né duraturo. Il suo difetto più grave è che in essa non esiste alcun elemento spirituale o morale; pertanto, non appena i vincoli della religione si allentano, si apre la porta alla corruzione morale. Inoltre, non è compito della legge creare una coscienza morale nel cuore delle persone né, in realtà, stabilire un qualsiasi criterio di moralità. Essa non contiene neppure alcuna forza capace di preservare la moralità nella vita individuale e sociale. La sua influenza e il suo campo d’azione sono assai limitati. Soprattutto quando le leggi e le norme sono create dalle persone stesse, la sua impotenza in questo ambito diventa ancora più evidente. Perciò allentare e restringere i vincoli di tali leggi dipende interamente dalla volontà delle persone; quanto più cresce in loro il desiderio della libertà d’azione, tanto più i vecchi vincoli morali vengono percepiti come angusti e intollerabili. E quando questo sentimento riguardo ai vincoli morali si diffonde, sotto la pressione dell’opinione pubblica la legge è costretta spontaneamente ad allentare i propri vincoli. Così, a poco a poco, tutti i vincoli della moralità si sciolgono e comincia un vasto declino morale. Il declino morale è qualcosa i cui effetti distruttivi non possono essere arginati né dall’abbondanza delle ricchezze, né dalla potenza dello Stato, né dai mezzi materiali, né dalla conoscenza e dall’intelletto. La corrosione comincia dall’interno e fa crollare, insieme ai suoi ornamenti, anche l’edificio più solido e robusto.
Inoltre, gli altri effetti nocivi del culto della nazione e del culto di sé sono così evidenti che non è necessario descriverli ampiamente e in ogni dettaglio. Oggi, per comprenderli, non è più necessaria alcuna discussione né riflessione, poiché hanno superato il livello delle teorie e sono giunti a quello dell’esperienza e dell’osservazione. Oggi possiamo vedere con i nostri stessi occhi che proprio a causa loro una grande civiltà è giunta sull’orlo della distruzione e della rovina. Questi sono gli inevitabili esiti di tutto ciò la cui sicura manifestazione oggi tiene il mondo intero impaurito e terrorizzato.
Alcuni principi generali
Dall’intera discussione si ricavano alcuni principi generali. Prima di procedere alla discussione successiva, è necessario radicarli saldamente nel cuore, nella loro corretta successione reciproca.
Primo: l’ordine e l’armonia di tutte le azioni dell’essere umano dipendono dalla formazione di un carattere stabile e ben definito. Senza un carattere stabile, la vita concreta dell’essere umano rimane disordinata, mutevole e inaffidabile.
Due: Sono i concetti che si radicano profondamente nella mente dell’uomo con tutta la loro forza e acquistano un predominio tale da far agire tutte le sue energie sotto la propria influenza, sui quali si fonda il carattere. Nella terminologia islamica, questo radicamento è chiamato «iman», mentre chiamiamo «imaniyat» tutti i concetti così radicati.
Tre: Il bene e il male, la correttezza e l’errore, la solidità e la debolezza del carattere dipendono interamente dalla correttezza e dalla solidità di quegli «imaniyat», cioè degli articoli della fede. Se essi sono corretti, anche il carattere sarà corretto; se sono saldi, anche il carattere sarà saldo. Altrimenti, la situazione sarà esattamente l’opposto. Pertanto, per instaurare nella vita dell’uomo un ordine corretto e di alto livello, è indispensabile fondare il suo carattere su una fede infallibile e saldissima.
Quattro: Come la fede è necessaria per liberare le attività della vita individuale dalla dispersione e renderle coerenti e disciplinate, così, per sottrarre molti individui alla discordia e all’isolamento e formare una società ordinata e fortemente coesa, è indispensabile radicare saldamente questa fede indivisa nel cuore di tutti loro. È questo che la società e la civiltà richiedono.
Cinque: Quando, sotto l’influenza di una fede indivisa, tra molti individui si forma un carattere nazionale indiviso e, sotto l’influenza di tale carattere, nasce una certa uniformità nelle attività della loro vita, allora nasce una cultura di un determinato tipo e natura. Da questo punto di vista, in ogni cultura, i contenuti della fede che determinano il carattere nazionale e ne stabiliscono la solidità esercitano un’influenza estremamente grande sull’organizzazione e sulla fondazione della cultura stessa.
Sei: Per una nazione la cui fede comprende elementi spirituali, religione e cultura sono una cosa sola e identica. Invece, per una nazione la cui fede comprende elementi mondani, la cultura rimane separata dalla religione. In quest’ultimo caso, nella vita individuale e nazionale non rimane alcuna particolare influenza della religione.
Sette: La separazione della cultura dalla religione finisce per diventare causa di decadenza morale e di distruzione.
Otto: Affinché la cultura rimanga sotto l’influenza della religione, gli «imaniyat» della religione devono comprendere elementi spirituali tali da poter contribuire allo sviluppo dell’intelletto umano, dal livello ordinario fino a quello più elevato. Inoltre, il carattere dell’uomo deve essere formato mediante elementi tali da consentirgli di essere simultaneamente una persona di alta religiosità e dedita al mondo. Anzi, la sua vita mondana deve trasformarsi esattamente in vita religiosa, e la sua vita religiosa esattamente in vita mondana.
Nove: Per una nazione la cui religione e cultura sono una cosa sola e identica, la sua fede non è soltanto una fede religiosa, ma è anche simultaneamente una fede mondana. Pertanto, l’instabilità della sua fede è fatale sia per la sua religione sia per la sua cultura, ed è distruttiva tanto per il suo din quanto per la sua dunya.
È proprio alla luce di questi principi generali che dobbiamo esaminare criticamente il ruolo dell’Islam riguardo alla fede.
Dopo aver considerato il significato della fede, la sua importanza fondamentale nel carattere individuale e il suo ruolo essenziale nella cultura sociale e complessiva, vediamo ora verso quali cose l’Islam ha invitato a professare la fede. In quale misura i suoi articoli di fede superano il vaglio della critica razionalistica? Qual è il ruolo della fede nel suo sistema di vita? E in quale misura essa influisce sul carattere individuale dell’uomo e sul carattere complessivo dell’umanità?
2. Gli oggetti della fede nell’Islam
Nel Nobile Corano si è discusso degli oggetti della fede in modo così ampio che non vi è spazio per alcuna divergenza al riguardo. Tuttavia, tra coloro che non hanno compreso lo stile espositivo del Corano o non sono riusciti a seguirne l’argomentazione, si è formata una certa idea errata. Lo stile espositivo del Corano consiste nel fatto che talvolta espone l’intero credo nel suo insieme, mentre in altri casi, secondo il tempo e l’occasione, espone alcune sue parti e pone l’accento proprio su di esse. Da ciò alcuni hanno ritenuto che il credo dell’Islam possa essere suddiviso e frammentato. In altre parole, sarebbe sufficiente professare la fede in uno o in alcuni dei suoi elementi, mentre l’uomo potrebbe conseguire la salvezza anche negandone altri. Eppure la decisione definitiva del Corano è che è necessario riconoscere tutto ciò che esso ha presentato come materia del credo. Non è assolutamente possibile separare uno di questi elementi dagli altri. Tutti insieme formano un’unica realtà indivisa e integra, ed è dovere accettarli nel loro complesso. Se anche uno solo di essi viene negato, tale negazione annullerà il riconoscimento di tutti gli altri.
In un passo del Corano si dice:
*********
«In verità, coloro che dicono: “Il nostro Signore è Allah”, e poi rimangono saldi, su di loro scendono gli angeli.» (Sura Fussilat: 30)
In questo versetto si menziona soltanto la fede in Allah e si dichiara che da essa dipende il successo tanto in questo mondo quanto nell’Aldilà.
In un altro passo viene menzionato, insieme ad Allah, anche il Giorno del Giudizio:
*********
“Coloro che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno e compiono opere buone avranno una ricompensa presso il loro Signore”. (Sura al-Baqara: 62)
Lo stesso contenuto si trova anche nelle sure Āl ʿImrān (12), al-Māʾida (10) e ar-Raʿd (4).
In un terzo passo viene rivolto l’invito a credere in Allah e nel Suo Messaggero:
*******
“Credete dunque in Allah e nei Suoi messaggeri. Se credete e adottate la taqwā, avrete una grande ricompensa”. (Sura Āl ʿImrān: 179)
Un’affermazione analoga si trova anche nella sura al-Ḥadīd (4).
In un altro passo, colui che ha creduto in Allah e in Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è stato definito credente:
********
«In verità, sono credenti coloro che hanno creduto in Allah e nel Suo Messaggero». (Sura An-Nur: 62)
In Muhammad (4), Al-Jinn (2) e Al-Fath (2) viene ribadita questa stessa questione.
In un passo viene ordinato di credere in queste tre cose: Allah, Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e il Corano:
*******
«Credete dunque in Allah, nel Suo Messaggero e nella Luce (il Corano) che abbiamo fatto discendere». (Sura At-Taghabun: 8)
In un passo vengono menzionate queste quattro cose: Allah, il Libro di Allah, il Corano e il Giorno del Giudizio:
********
“E i credenti credono in ciò che è stato fatto scendere su di te e in ciò che è stato fatto scendere prima di te… e credono in Allah e nell’Ultimo Giorno”. (Sura an-Nisa: 162)
Altrove, il rifiuto di Allah, degli angeli, dei profeti e del Corano è stato dichiarato kufr e fisq:
********
“In verità, Allah è nemico dei miscredenti. E in verità abbiamo fatto scendere su di te versetti evidenti; nessuno li rifiuta se non un fasiq”. (Sura al-Baqara: 98-99)
In un altro passo, colui che professa la fede in Allah, nei Suoi angeli, nel Libro di Allah, nei profeti e nel Corano è chiamato mu’min:
********
“Il Messaggero ha creduto in ciò che è stato fatto scendere su di lui dal suo Signore, e così anche i credenti. Tutti hanno creduto in Allah, nei Suoi angeli, nei Suoi Libri e nei Suoi messaggeri”. (Sura al-Baqara: 285)
In un altro passo vengono esposte le cinque componenti della fede: la fede in Allah, nell’Ultimo Giorno, negli angeli, nel Libro di Allah e nei profeti.
********
«La vera pietà consiste piuttosto nel fatto che l’uomo creda sinceramente e con devozione in Allah, nell’Aldilà, negli angeli, nel Libro rivelato da Allah e nei Suoi profeti. Costoro sono i veri seguaci della verità, costoro sono i timorati di Dio». (Sura al-Baqara: 177)
Oltre ai cinque argomenti menzionati nella sura, è stata sottolineata anche la fede in Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e nel Corano; chi nutre incredulità verso queste cose è stato definito miscredente e traviato.
In un passo viene attribuita particolare importanza al riconoscimento dell’Ultimo Giorno e il suo rifiuto viene indicato come causa della perdizione.
*********
La medesima affermazione è ripetuta nelle sure al-A‘raf (17), Yunus (1), al-Furqan (2), an-Naml (1) e as-Saffat (1).
In un altro passo, insieme al Giorno del Giudizio, anche l’incredulità verso il Libro di Allah viene indicata come causa del più severo castigo:
*********
«Essi non si aspettavano alcun rendiconto e negavano le Nostre rivelazioni, considerandole completamente false».
(Sura an-Naba’: 27)
In un terzo passo, anche il Corano è stato incluso tra gli elementi della fede insieme al Giorno Ultimo e al Libro di Allah.
**********
«Credono nel Libro che è stato fatto scendere su di te (cioè il Corano) e nelle Scritture che sono state fatte scendere prima di te, e hanno una ferma certezza dell’Aldilà. In verità, proprio persone di questo tipo seguono il sistema di vita rivelato loro da Allah e sono loro ad avere diritto alla prosperità.»
(Sura al-Baqara: 4-5)
In un quarto passo si afferma che, a causa dell’incredulità nel Giorno Ultimo, nel Libro di Allah e nei profeti, tutte le azioni diventano vane. Tale persona incredula è destinata all’Inferno e le sue ‘opere’ non hanno alcun valore.
Sopra è stato più volte ricordato l’obbligo di credere nei Libri di Allah, e sono stati menzionati esplicitamente la Torah, il Vangelo, i Salmi e i Fogli di Abramo. Tuttavia, in venti passi del Corano è stato anche chiaramente dichiarato che non è sufficiente credere soltanto in quei Libri: è necessario credere anche nel Corano. Se una persona crede in tutti i Libri, ma non crede nel Corano, è miscredente proprio come colui che non crede in nessuno dei Libri.
[Nota: al-Baqara (11, 12, 14, 16), an-Nisa (7), al-Ma’ida (2-10), ar-Ra’d (3), al-‘Ankabut (5) e az-Zumar (4)]
Non solo questo: è obbligatorio credere in ogni Libro inviato da Allah.
«Se una persona crede in una parte di esso e non crede in un’altra, anch’essa è miscredente».
(Sura al-Baqara, 10)
Analogamente, riguardo ai profeti è stato chiaramente detto che è necessario credere in tutti loro. Bisogna credere singolarmente in quelli i cui nomi sono stati menzionati e in generale in quelli i cui nomi non sono stati menzionati. Ma se una persona crede in tutti i profeti e non crede soltanto nella profezia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), è certamente miscredente. Nel Corano ciò è stato detto non in un solo luogo, ma in venti passi, ed è stato dichiarato che riconoscere la profezia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), insieme a quella di tutti gli altri profeti, è una condizione necessaria della fede.
[Nota: al-Baqara (14), an-Nisa (23), al-Ma’ida (3-11), al-An’am (19), al-A’raf (19-20), al-Anfal (3), al-Mu’minun (4), ash-Shura (5), Muhammad (1) e at-Talaq (2)] Nella maggior parte dei versetti contenuti in questi passi, le comunità di Mosè e di Gesù (pace su di lui) sono state esortate a credere nel Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), ed è stato detto che non potrete ricevere la retta guida finché non crederete nel Corano e in Muhammad (pace e benedizioni su di lui).
Da questa discussione si è compreso che nell’Islam gli oggetti della fede sono cinque: (1) Allah, (2) gli angeli, (3) i Libri di Allah, tra i quali è compreso anche il Corano, (4) i profeti, tra i quali è incluso anche Muhammad (pace e benedizioni su di lui), (5) l’Ultimo Giorno, cioè la Resurrezione.
Questa è una presentazione sommaria della fede. Qual è la dottrina dettagliata relativa a ciascuno dei suoi elementi, quale rapporto intercorre tra essi, per quale ragione non possono essere separati, e perché il rifiuto di uno di essi rende inevitabile il rifiuto di tutti gli altri; inoltre, quale beneficio comporta includere ciascuno di essi tra gli articoli della fede: tutti questi argomenti saranno esposti più avanti.
La critica razionalistica
Queste cinque convinzioni appartengono tutte alla sfera dell’invisibile e si trovano completamente al di là del mondo materiale. Secondo la nostra classificazione, sono dunque convinzioni religiose e spirituali. La loro caratteristica, tuttavia, è che l’Islam non ha fondato su di esse soltanto il proprio sistema spirituale, ma anche i propri sistemi morale, politico e civile. Esso ha elaborato, conciliando la religione e il mondo, un ordinamento nel cui ambito ogni aspetto e ogni settore della vita umana continua a operare. Tutta la forza necessaria per l’istituzione, la stabilità e il funzionamento di tale ordinamento viene attinta da queste cinque convinzioni. Esse costituiscono per esso una fonte inesauribile di energia, il cui flusso non si interrompe mai. Ora vedremo quale valore, dal punto di vista della ragione, meritino quegli articoli della fede attraverso i quali è stata compiuta un’opera tanto grande, e in quale misura siano idonei a fungere da fondamento e fonte di forza per un sistema così ampio e progressivo.
Prima di cercare la risposta a questa domanda, dobbiamo imprimere saldamente nella nostra mente che l’Islam desidera porre le basi di una cultura che sia autenticamente umana. In altre parole, essa non è legata agli abitanti di un determinato paese o di una determinata tribù, né presenta alcuna particolarità propria di una razza o di un popolo che parli una determinata lingua; il suo obiettivo è invece il bene dell’intera umanità. Inoltre, sotto la sua influenza, aspira a istituire un ordinamento sociale nel quale venga coltivato ogni bene e ogni cosa benefica per l’essere umano, mentre venga eliminato tutto ciò che gli è dannoso e nocivo. Le basi di una cultura autenticamente umana non possono affatto essere fondate su articoli della fede legati al mondo materiale. Questo perché esistono due possibili rapporti tra gli esseri materiali e gli oggetti percepibili dai sensi e l’insieme degli esseri umani: o il rapporto con essi è uguale per tutti, come nel caso del sole, della luna, della terra, dell’aria, della luce e così via; oppure non è uguale per tutti, come nel caso del paese, della tribù, della razza e della lingua. Tra gli elementi della prima categoria non ve n’è alcuno che possa essere oggetto di fede, poiché credere nella loro esistenza è del tutto privo di senso, e credere che essi esercitino un’influenza volitiva sul bene dell’umanità è erroneo anche dal punto di vista della conoscenza e della ragione. Inoltre, sotto nessun aspetto la fede in essi produce alcun beneficio nella vita morale, spirituale e pratica dell’essere umano. Restano poi gli elementi della seconda categoria. È evidente che essi non possono costituire la base di una cultura umana più ampia, poiché sono il prodotto della discriminazione e dello spirito di separazione, non dell’unità o dell’unicità. È dunque assolutamente indispensabile fondare una cultura di questo genere su articoli della fede distinti dalla materia e dagli oggetti percepibili dai sensi.
Ma non è sufficiente che essi siano semplicemente distinti dalla materia e dagli oggetti percepibili dai sensi; è necessario che possiedano anche alcune ulteriori caratteristiche.
Primo: non saranno superstizioni o nozioni irrazionali; al contrario, la sana ragione sarà incline a riconoscerne la veridicità.
Secondo: non saranno realtà lontane, ma saranno profondamente legate alla nostra vita.
Terzo: in essi sarà insita una forza latente tale che l’ordinamento culturale potrà trarne pieno aiuto nell’esercitare il proprio dominio sul pensiero e sulla capacità d’azione degli esseri umani.
Considerando da questo punto di vista gli articoli della fede islamica, possiamo constatare che essa supera pienamente queste tre prove.
In primo luogo, nella concezione che l’Islam presenta riguardo ad Allah, agli angeli, alla rivelazione, alla profezia e all’aldilà non vi è nulla di irrazionale. Non è affatto impossibile che anche solo uno di questi elementi sia vero. E la sana ragione non si rifiuta mai di accettare nessuna delle sue affermazioni. È certamente vero, tuttavia, che l’intelletto non può definirne i limiti, né giungere fino ai loro confini, né comprenderne pienamente il significato profondo. Ma questa è la condizione di tutte le realtà di cui i nostri dotti scienziati hanno finora dimostrato l’esistenza. Non abbiamo riconosciuto l’esistenza dell’energia (Energy), della vita, dell’attrazione, dell’evoluzione e di altre realtà analoghe perché ne avessimo compreso pienamente il significato profondo. Le abbiamo invece riconosciute perché, a nostro giudizio, la loro esistenza è necessaria per spiegare le cause e i fattori fondamentali dei vari fenomeni distinti che abbiamo osservato. Inoltre, le teorie che abbiamo elaborato riguardo all’organizzazione invisibile delle realtà visibili richiedono proprio l’esistenza di tali realtà. Pertanto, per riconoscere la verità delle realtà invisibili alle quali l’Islam chiede di credere, non è necessario che il nostro intelletto ne comprenda pienamente il significato recondito e ne definisca i limiti. È sufficiente, come argomento, comprendere soltanto questo: che la natura dell’universo e
la concezione dell’Islam riguardo all’essere umano non è affatto irrazionale; la sua validità è evidente e implica l’esistenza di tutti e cinque gli elementi della fede presentati dall’Islam.
La concezione dell’Islam è la seguente: primo: l’intero ordine dell’universo è stato stabilito da un Potere sovrano, ed è Lui stesso a governarlo. Secondo: sotto l’autorità di quel Potere sovrano, un’altra categoria di innumerevoli poteri sorveglia l’universo secondo il Suo comando. Terzo: il Creatore dell’essere umano ha posto nella sua natura due inclinazioni, quella al bene e quella al male; in lui si sono riunite tanto l’intelligenza quanto la stoltezza, tanto la conoscenza quanto l’ignoranza. Egli può seguire sia la via giusta sia quella errata. Tra queste forze contrapposte e queste inclinazioni di diversa natura, l’essere umano finisce per seguire quella che prevale. Quarto: per sostenere le inclinazioni al bene nel conflitto tra il bene e il male e per guidare l’umanità sulla retta via, il suo Creatore sceglie tra gli esseri umani una persona eccellente e la incarica di guidare gli uomini sulla via del bene, dandole una conoscenza infallibile. Quinto: l’essere umano non è un essere irresponsabile né sottratto al giudizio. È tenuto a rispondere davanti al proprio Creatore di tutte le sue azioni volontarie. Un giorno dovrà rendere conto di ogni atomo e subire il bene o il male come conseguenza delle proprie azioni.
Questa concezione postula l’esistenza di tutte e cinque le realtà: Allah, gli angeli, la rivelazione, la profezia e il Giorno del Giudizio finale. Nulla di ciò che essa afferma è irrealistico dal punto di vista della ragione. Nessuno di questi elementi può essere definito una superstizione o una credenza irrazionale. E quanto più riflettiamo su tutto questo, tanto più cresce il nostro interesse per la sua verità.
Il significato di Allah può non essere comprensibile alla nostra mente, ma non possiamo fare a meno di riconoscere la Sua esistenza. Si tratta di una necessità tale che, senza di essa, è assolutamente impossibile risolvere il complesso enigma dell’universo.
Non possiamo individuare i segni dell’esistenza degli angeli, ma non vi è motivo di dubitare della loro esistenza. Tutti gli studiosi e gli scienziati del mondo l’hanno riconosciuta in un modo o nell’altro. Naturalmente, però, non li hanno chiamati con il nome con cui il Corano li designa.
L’avvento del Giorno della Resurrezione e il fatto che, prima o poi, l’intero ordine della terra andrà in frantumi non sono soltanto altamente probabili dal punto di vista dell’inferenza intellettuale, ma quasi certi.
È vero che la responsabilità dell’uomo davanti al proprio Allah e il fatto che egli sia meritevole di ricompensa o punizione per le proprie azioni non possono essere dimostrati con prove e argomenti inconfutabili; tuttavia, fra tutte le dottrine elaborate riguardo alla condizione dell’uomo dopo la morte e allo stato della morte, la dottrina proposta dall’Islam è senza dubbio la migliore, la più feconda e quella più vicina a ciò che una sana ragione può ammettere come plausibile: almeno questo, il sano giudizio è costretto a riconoscerlo.
Resta la questione della rivelazione e della profezia; è del tutto evidente che non se ne può fornire alcuna prova scientifica. Tuttavia, riflettendo attentamente sul significato dei Libri presentati come rivelazioni di Allah e sulla vita e il carattere di coloro che sono stati definiti Messaggeri di Allah, possiamo giungere alla conclusione che nessun altro libro o leader ha mai esercitato sul pensiero e sul modo di agire dell’umanità un’influenza altrettanto profonda, ampia, forte e benefica. Ciò è sufficiente per credere che in essi vi fosse certamente qualcosa di straordinario e unico, di cui i libri scritti dagli uomini e i comuni leader umani sono stati privati.
Da questa discussione emerge con assoluta chiarezza che gli oggetti della fede nell’Islam non sono contrari alla ragione. Non vi è nulla che permetta all’intelletto di negarli. In essi non esiste alcun elemento che costringa l’uomo, una volta raggiunto un determinato stadio dell’evoluzione scientifica e intellettuale, a respingerli. Al contrario, l’intelletto testimonia proprio la loro certezza. Resta la questione della fede e della convinzione. Essa non riguarda l’intelletto, bensì il cuore e la coscienza. In realtà, l’esistenza di tutte le cose invisibili e incorporee in cui crediamo dipende dalla nostra coscienza. Se non vogliamo accettare una realtà invisibile, o se il nostro cuore non ne è convinto, nessuna prova intellettuale può obbligarci a riconoscerla come vera. A titolo d’esempio, tutte le prove e gli argomenti addotti sull’esistenza dell’“etere” (Ether) non possono dimostrarla con certezza né liberarla completamente dal dubbio e dall’incertezza. Infatti, sulla base di quelle stesse prove, alcuni filosofi credono nell’etere, mentre altri le ritengono insufficienti e rifiutano di prestarvi fede. Pertanto, la fede e la conoscenza della verità dipendono in sostanza dalla serenità interiore e dalla testimonianza della coscienza. Naturalmente, l’intelletto esercita su di esse almeno questa influenza: quando si stabilisce che la conoscenza della verità di determinate realtà è contraria alla ragione, sorge un conflitto tra coscienza e intelletto e, di conseguenza, la fede si indebolisce. Invece, riguardo alle realtà la cui conoscenza veritiera non contrasta con le conclusioni dell’intelletto, o la cui conoscenza veritiera è in parte sostenuta dall’intelletto stesso, cresce la serenità interiore e, di conseguenza, la fede acquista forza.
In secondo luogo, la maggior parte degli oggetti invisibili è di natura teorica; vale a dire che non ha alcun rapporto con la nostra vita concreta. Vi sono, per esempio, l’etere (Ether), la forma originaria e la forma generale della materia, la sostanza, la natura e le leggi naturali, la legge di causalità e molte altre questioni o ipotesi teoriche, la cui accettazione o negazione non produce alcun effetto sulla nostra vita. Gli oggetti invisibili ai quali l’Islam ci ha invitato a prestare fede, invece, non sono questioni meramente teoriche. Al contrario, sono profondamente legati alla nostra vita morale e concreta. Il motivo per cui la loro accettazione viene definita fonte dei principi è che essi non sono soltanto verità teoriche: una conoscenza corretta di tali realtà e una fede completa in esse esercitano un’influenza intensa sulle nostre qualità e sulla nostra indole, sulle nostre azioni personali e sulle nostre questioni sociali e collettive.
In terzo luogo, per stabilire l’autorità della cultura islamica e dell’ordinamento della vita islamica su una vasta società umana composta da persone di diversi livelli intellettuali ed educativi, fino agli ambiti più segreti e minuti della loro vita, e per mantenerne saldi i vincoli, è necessaria una forza che può essere ottenuta soltanto mediante quella professione di fede proposta dall’Islam. La convinzione che un Allah onnisciente e onniveggente, potente e maestoso, misericordioso e benevolo eserciti autorità su di noi, che le Sue innumerevoli schiere siano presenti ovunque e in ogni circostanza, che Egli abbia inviato i profeti agli uomini, che le norme da essi trasmesseci non siano di loro composizione, ma provengano interamente da Allah, e che noi dovremo certamente subire le buone o cattive conseguenze della nostra obbedienza o disobbedienza racchiude una forza tanto immensa e vasta, che non può essere ottenuta in alcun altro modo. La forza materiale può circondare soltanto il corpo; l’influenza morale dell’educazione e dell’addestramento può raggiungere soltanto i ceti elevati della società umana. La legge può essere efficace soltanto là dove i suoi custodi riescono ad arrivare. La forza di questa convinzione, invece, conquista la mente e il cuore dell’uomo. Avvolge in sé tutti, comuni e straordinari, ignoranti e istruiti, intelligenti e stolti. Svolge la propria opera nella solitudine della foresta e nell’oscurità della notte. Là dove non vi è nessuno che possa impedire l’ingiustizia e la dissolutezza, biasimarle e rimproverarle, né persino assistervi, la convinzione che Allah sia presente e vigile, la fede nella verità dell’insegnamento impartito dal profeta e la certezza dell’interrogatorio nel Giorno della Resurrezione compiono ciò che nessun agente di polizia, giudice di tribunale o insegnamento di un professore potrebbe in alcun modo compiere. Inoltre, il modo in cui questa convinzione ha riunito sulla terra innumerevoli persone disperse, di orientamenti diversi e in conflitto reciproco, le ha fuse formando una grande nazione, ha creato la massima uniformità nei loro pensieri, nelle loro azioni e nelle loro consuetudini, ha diffuso una sola cultura nonostante le differenze ambientali e intellettuali esistenti fra loro, e ha suscitato in essi lo spirito di sacrificarsi per il più alto degli scopi, non trova esempio in alcun altro luogo.
Tutto ciò che è stato dimostrato finora è questo: nella terminologia islamica, per fede si intende credere in Allah, negli angeli, nei Libri, nei Messaggeri e nell’Ultimo Giorno del Giudizio. Queste cinque convinzioni formano un’unica realtà indivisibile. In altre parole, tra esse esiste un rapporto così inscindibile che negare una sola di queste parti rende inevitabile la negazione dell’intera fede. Inoltre, mediante un esame razionale, è stato dimostrato che, per il tipo di cultura che l’Islam vuole instaurare, soltanto questi oggetti possono assumere il rango di articoli di fede e che una simile fede è necessaria. Del resto, in essa non vi è nulla che sia incapace di accompagnare il progresso scientifico e intellettuale.
Ora dobbiamo rivolgere la nostra attenzione alla terza questione. E cioè: quale è il valore della fede, e perché possiede proprio tale valore? Nel cercare di comprendere questa domanda, le persone hanno commesso molti errori e alcuni illustri studiosi sono inciampati su questo punto. Perciò è necessario esporre la questione con una certa chiarezza.
L’importanza della fede nell’Islam
Se si chiedesse quale sia il tema centrale dell’invito del Sacro Corano, si potrebbe rispondere con una sola parola: la fede. Lo scopo della rivelazione del Sacro Corano e della venuta del Profeta (s) è proprio invitare le persone alla fede. Il Corano afferma con parole chiare, riguardo a colui che lo porta e lo trasmette, che egli è un convocatore alla fede.
Versetto
«O nostro Signore, abbiamo certamente risposto all’invito di un convocatore che invita alla fede».
E dichiara inoltre riguardo a se stesso che guiderà sulla retta via soltanto coloro che sono disposti a credere nelle realtà invisibili, cioè nei suddetti articoli della fede.
Versetto
«Il Corano è una guida per i timorati di Dio, i quali credono nell’invisibile». (Sura al-Baqara: 2-3)
Con esortazioni e ammonimenti, buoni consigli, promesse e impegni, argomentazioni e racconti, invita le persone proprio verso quella direzione. La sua prima richiesta agli uomini è di credere. Poi li conduce verso la purificazione dell’anima, la riforma morale e l’adozione delle leggi sociali e statali. Ai suoi occhi, la fede è verità, sincerità, conoscenza, guida e luce. L’assenza della fede, cioè la miscredenza, equivale invece a ignoranza, ingiustizia, falsità, menzogna e traviamento.
Il Sapiente Corano traccia una linea di demarcazione netta e divide tutta l’umanità in due categorie. Una è quella dei credenti, l’altra quella degli increduli. Agli occhi del Corano, la prima categoria si attiene alla verità ed è ricca di conoscenza e di luce; per essa sono aperte la via della guida e le porte del timore di Dio e della pietà; soltanto essa è degna di conseguire la felicità. La seconda categoria, ai suoi occhi, è composta da miscredenti, ingiusti, stolti e avvolti nelle tenebre; la via della guida è preclusa per essa. Non ha alcuna parte nel timore di Dio e nella pietà. Per essa sono stati decretati perdita, rovina e fallimento. Il Corano presenta l’esempio di queste due categorie in questo modo: una è cieca e sorda, mentre l’altra possiede vista e udito. Dice che la via della fede è la «retta via», il sentiero diritto. E che tutte le altre vie devono essere abbandonate. Ha dichiarato con assoluta chiarezza che chi crede in Dio, nel Suo Messaggero e nel Suo Libro possiede una lampada luminosa, grazie alla quale può camminare sulla via retta. Finché questa lampada è presente, non corre alcun rischio di smarrirsi. Vedrà la via retta completamente distinta da quella tortuosa e giungerà sano e salvo alla meta della felicità. Al contrario, chi non possiede la lampada della fede non ha alcuna luce. Per lui distinguere la via retta da quella tortuosa è estremamente difficile. Come un cieco, avanzerà tastando cautamente il terreno nell’oscurità, affidandosi a congetture e supposizioni. Può darsi che, per caso, qualche suo passo finisca sulla via retta; ma ciò non costituisce un mezzo sicuro per percorrerla. Anzi, è molto più probabile che se ne allontani. Talvolta potrebbe cadere in una fossa, altre volte rimanere impigliato tra le spine.
Questo è ciò che il Corano afferma riguardo al primo gruppo:
{আরবী}
«Pertanto, coloro che hanno creduto nel Messaggero, lo hanno aiutato e sostenuto, e hanno seguito la luce fatta discendere con lui, sono proprio coloro che conseguiranno il bene». — (Sura al-Aʿrāf: 150)
Altrove è detto:
{আরবী}
«O uomini, temete Allah e credete nel Suo Messaggero; Egli vi concederà una doppia parte della Sua misericordia, vi predisporrà una luce mediante la quale potrete camminare e vi perdonerà».
— (Sura al-Ḥadīd: 28)
E riguardo al secondo gruppo è detto:
{আরবী}
«Sai a chi obbediscono coloro che invocano altri associati oltre ad Allah? Essi seguono soltanto supposizioni e procedono basandosi esclusivamente su congetture». — (Sura Yunus, 66)
{আরবী}
«Essi seguono soltanto supposizioni; e la natura della supposizione è tale che non rende in alcun modo indipendente dalla verità». — (Sura An-Najm, 28)
{আরবী}
«Chi è più traviato di colui che segue le proprie passioni invece della guida concessagli da Allah? Allah non guida mai sulla retta via tali ingiusti». — (Sura Al-Qasas, 50)
{আরবী}
«Per colui al quale Allah non ha dato luce, non vi è alcuna luce». — (Sura An-Nur, 40)
L’interpretazione dell’intero argomento si trova nella sura al-Baqara. Da essa emerge chiaramente questa verità: quale enorme differenza si determina tra questi due gruppi dell’umanità in conseguenza della differenza tra fede e miscredenza.
{আরবী}
«Nella religione non c’è costrizione: la via della retta guida è stata distinta da quella dell’errore; pertanto, chiunque rinneghi il tāghūt (la potenza satanica) e creda in Allah si sarà aggrappato a una salda corda indissolubile. Allah ascolta ogni cosa e conosce ogni cosa. Allah è il protettore dei credenti; li conduce dalle tenebre alla luce. Quanto agli infedeli, il loro protettore è Satana, che li conduce dalla luce alle tenebre. Essi sono gli abitanti dell’Inferno e vi rimarranno in eterno».
La preminenza della fede sulle opere
Inoltre, la differenza tra fede e miscredenza ha prodotto una differenza anche nelle azioni umane. Secondo il Corano, solo il credente può essere timorato di Dio e virtuoso. Senza la fede, l’attributo della taqwā e della rettitudine non può essere applicato a nessuna opera, per quanto agli occhi degli abitanti del mondo quell’azione possa essere considerata un’opera buona. Il Corano dice:
{আরবী}
«Colui che ha portato la verità e colui che l’ha riconosciuta: solo costoro sono i timorati di Dio». – (Sura az-Zumar: 33)
{আরবী}
«Il Corano è una guida per i timorati di Dio, per coloro che credono nelle realtà invisibili, compiono la preghiera e spendono di ciò che abbiamo loro concesso; per coloro che credono in ciò che è stato fatto discendere su di te e in ciò che è stato fatto discendere prima di te, e che hanno certezza dell’Aldilà». – (Sura al-Baqara: 2-4)
Dunque, secondo il Corano, l’īmān è il fondamento essenziale della taqwā e della pietà. Le opere buone di chi possiede l’īmān si adornano di frutti e fiori proprio come gli alberi piantati nei giardini, in una buona terra e sotto un clima favorevole, diventano rigogliosi e si colmano di frutti e fiori. Al contrario, chi continua ad agire senza īmān è come colui che pianta un giardino in una terra sterile e sassosa e sotto un clima avverso.¹ [1. Questo argomento è stato esposto nel Nobile Corano con una similitudine quasi analoga. Si veda la sura al-Baqara, ruku‘ 36.] Per questo motivo, nel Nobile Corano l’īmān è stato ovunque anteposto alle opere buone. E in nessun luogo le opere buone prive di īmān sono state dichiarate un mezzo di salvezza e di prosperità.² [2. Si vedano, ad esempio, al-Baqara (3-9, 38), an-Nisā’ (24), al-Mā’ida (2), Hūd (2), an-Nahl (13), Tā-Hā (3-6), at-Tīn e al-‘Asr.] Anzi, leggendo il Nobile Corano con attenzione, comprenderete che tutti gli insegnamenti morali e le disposizioni giuridiche da esso presentati sono rivolti ai credenti. Tali versetti o cominciano con **********, oppure, attraverso lo stile espositivo, viene comunque indicato in un modo o nell’altro che l’appello è rivolto esclusivamente ai credenti. Quanto ai miscredenti, essi non sono stati invitati alle opere buone, bensì all’īmān; ed è stato chiaramente dichiarato che le azioni di coloro che non sono credenti non hanno alcun valore: sono vane, prive di significato e destinate a svanire completamente.
***********
«L’esempio delle opere di coloro che hanno negato la fede è quello di un miraggio nel deserto. L’assetato lo crede acqua da lontano; ma quando vi giunge, non trova nulla». – (Sura an-Nūr: 39)
**********
«Di’: “Volete che vi diciamo chi sono, quanto alle loro opere, le persone più perdenti? Sono coloro i cui sforzi nella vita terrena sono andati inutilmente perduti, mentre pensavano di compiere opere eccellenti. Sono quelli che hanno negato i segni del loro Signore e non hanno nemmeno riconosciuto la verità che dovranno comparire dinanzi a Lui. Per questo le loro opere sono diventate vane. Nel Giorno della Resurrezione non attribuiremo loro alcun valore e entreranno nell’Inferno. Questa è la ricompensa per aver negato la fede e deriso i Miei segni e i Miei messaggeri”». – (Sura al-Kahf: 103-106)
La stessa questione è stata esposta nelle sure al-Mā’ida (ruku‘ 1), al-An‘ām (10), al-A‘rāf (17), at-Tawba (3), Hūd (2), az-Zumar (7) e Muhammad (1). E nella sura at-Tawba è stato chiaramente dichiarato che, anche se il miscredente compie apparentemente opere buone, non potrà mai essere uguale al credente:
***********
«Avete forse considerato pari a colui che offre acqua ai pellegrini e mantiene in attività la Moschea Sacra e colui che crede in Allah e nell’Ultimo Giorno e combatte sulla via di Allah? Costoro non possono mai essere uguali agli occhi di Allah. E Allah non guida gli ingiusti. Coloro che hanno creduto, sono emigrati e hanno combattuto sulla via di Allah con i loro beni e le loro vite sono i più onorati presso Allah. E sono proprio loro i vittoriosi». — (Sura at-Tawba, 19-20)
Riepilogo
Da questa trattazione e dai versetti del Nobile Corano presentati a suo sostegno risultano indubbiamente provate alcune questioni:
Primo: la fede è la pietra angolare dell’ordinamento della vita islamica. Su di essa è costruito l’intero edificio di questo ordinamento. La differenza tra miscredenza e Islam si fonda unicamente sulla differenza fondamentale tra fede e assenza di fede.
Secondo: la prima richiesta dell’Islam all’uomo è la fede; solo dopo aver accettato questa richiesta una persona entra entro i confini dell’Islam. Ed è proprio per questo che esistono tutte le norme morali e le leggi sociali dell’Islam. Al contrario, chi respinge questa richiesta si trova al di fuori dei confini stabiliti dell’Islam: nei suoi confronti non si applica né alcuna norma morale né alcuna legge sociale.
Terzo: dal punto di vista dell’Islam, la fede è il fondamento delle opere. Soltanto l’opera compiuta sulla base della fede è, ai suoi occhi, preziosa e importante. Là dove questo fondamento non esiste affatto, invece, tutte le opere sono sterili e prive di significato.
Una domanda:
Alcune persone non riescono a comprendere questa importanza della fede. Dicono che nell’accettare alcune dottrine intellettuali non vi sia alcun mistero tale da poter dividere, sulla loro base, l’intera umanità in due gruppi; secondo noi, ciò che conta davvero sono la moralità e la natura del carattere, e su di esse si fonda la distinzione tra bene e male, vero e falso, giusto e ingiusto. Chi possiede una moralità elevata, una natura pura e un buon carattere, riconosca o non riconosca quelle dottrine, ossia le convinzioni dell’Islam, noi lo chiameremo comunque una persona virtuosa e lo includeremo tra i benfatti. Quanto a chi non possiede tali qualità, per lui la differenza dottrinale tra fede e miscredenza è del tutto priva di significato. Qualunque credo professi, noi lo considereremo comunque malvagio. Secondo costoro, resta poi un’altra questione: l’importanza delle opere e il loro valore dipendono dalla fede, e senza fede nessuna opera può essere considerata un’opera buona. In realtà, ciò è indice di ristrettezza mentale. Non si può ammettere, senza alcuna prova razionale, che la superiorità morale e le buone opere di chi dissente dall’Islam esclusivamente riguardo ad Allah, al Messaggero, al Libro o al Giorno della Resurrezione vengano annullate. Se l’Islam considera vera una determinata dottrina, può certamente proclamarla, invitare le persone a seguirla e chiamarle ad avere fede in essa; ma fino a che punto è ragionevole estendere la questione della fede al campo della moralità e delle opere, e rendere la superiorità morale, la purezza del carattere e l’eccellenza delle azioni dipendenti dalla fede?
A quanto pare, questa domanda è così importante che persino alcuni musulmani, influenzati da essa, sono stati pronti a correggere i principi fondamentali dell’Islam. Ma, dopo aver compreso il significato della fede e il suo rapporto con la natura e il carattere, questa obiezione si dissolve da sé.
Determinare la verità o la falsità della questione
Anzitutto è necessario sapere che la differenza tra il bene e il male negli esseri umani dipende essenzialmente da due basi distinte. La prima è la natura innata dell’uomo; il suo grado di perfezione o imperfezione non è soggetto alla sua stessa forza di volontà. La seconda è ciò che egli acquisisce; il fatto che sia buono o cattivo dipende in realtà dall’uso corretto o perverso dell’intelletto e della capacità di pensare, nonché della volontà e delle facoltà. Queste due cose sono così intimamente intrecciate nella vita umana, quanto ai rispettivi effetti, che non possiamo separare l’una dall’altra, né distinguere i limiti della loro influenza. Tuttavia, come dottrina, sappiamo almeno questo: nella vita intellettuale e pratica dell’uomo, queste due basi della perfezione e dell’imperfezione esistono separatamente. La perfezione o l’imperfezione fondata sulla natura innata non può avere alcuna importanza, in sé considerata, secondo il criterio di giudizio. Importanza può avere soltanto quella perfezione o imperfezione che si fonda su ciò che viene acquisito.¹ [1. Proprio questo è stato dichiarato nel Corano. ************ In altre parole, Allah non rende nessuno responsabile di un atto che ecceda le sue capacità. Riceverà il beneficio di tutto ciò che ha acquisito. Sarà responsabile di tutto ciò che ha acquisito. Quanto alla natura innata, Allah l’ha concessa a ciascuno nel modo che ha voluto. *********** E Allah sa molto bene quale parte della natura innata e quale parte di ciò che viene acquisito siano presenti nella vita di ogni uomo. ***********] Per quanto impegno si dedichi all’istruzione, ai buoni consigli, alla cultura e ad altro, nulla di tutto ciò è collegato alla prima base, cioè alla natura innata, poiché è impossibile trasformare la sua perfezione in imperfezione o la sua imperfezione in perfezione. Tutto ciò è invece collegato alla seconda base, cioè a ciò che viene acquisito. Attraverso un’istruzione corretta e un addestramento adeguato si può orientare l’uomo verso la perfezione, mentre attraverso un’istruzione errata e un addestramento fuorviante lo si può orientare verso l’imperfezione.
Secondo questo principio, quale può essere il corretto metodo d’azione per chi desidera orientare verso la perfezione le facoltà acquisite dall’uomo e svilupparle proprio in quella direzione? Consiste nell’acquisire una conoscenza corretta dell’uomo e, alla luce di tale conoscenza, elaborare per lui un metodo di addestramento capace di plasmare la sua moralità e il suo carattere (nella misura in cui sono collegati a ciò che egli acquisisce) secondo un modello eccellente. A questo riguardo, è assolutamente indispensabile che la conoscenza abbia la precedenza sull’addestramento. Nessuna persona intelligente può negare questa priorità. Infatti, la conoscenza, o ‘ilm, è il fondamento dell’azione; senza una conoscenza corretta, nessuna azione può essere impeccabile.
Consideriamo ora la conoscenza. Un tipo di conoscenza riguarda i dettagli della nostra vita concreta. La impariamo o la insegniamo nelle scuole e nei college, ed è costituita dall’insieme di innumerevoli discipline scientifiche e artistiche. Il secondo tipo è la conoscenza autentica, che nella terminologia coranica viene definita (******), ossia l’unica conoscenza. Essa non è collegata alle nostre attività pratiche, bensì a «noi». Il suo oggetto è: chi siamo? Qual è la nostra posizione in questo mondo nel quale viviamo? Chi ha creato noi e questo mondo? Qual è il nostro rapporto con quel Creatore? Qual è il modo corretto di vivere per noi — la guida e la retta via — e come possiamo conoscerlo? Qual è la meta cui tende il nostro viaggio nella vita? In realtà, tra questi due tipi di conoscenza, è il secondo a poter rivendicare il carattere fondamentale. Tutte le nostre conoscenze particolari non sono che suoi rami e diramazioni, e dalla correttezza o dall’errore di questa conoscenza dipende la rettitudine o la corruzione dell’intero nostro pensiero e delle nostre azioni. Pertanto, qualunque sistema venga elaborato per l’istruzione e la cultura dell’uomo, dovrà fondarsi proprio su questa conoscenza autentica. Se la conoscenza fondamentale è corretta e impeccabile, anche il sistema educativo e culturale sarà valido. Ma se in quella conoscenza vi è una distorsione, l’intero sistema dell’istruzione e della cultura verrà distorto da tale alterazione.
Le concezioni menzionate nel Corano riguardo ad Allah, agli angeli, al Libro, ai messaggeri e al Giorno del Giudizio sono collegate proprio a questa conoscenza fondamentale. Il motivo per cui viene richiesto con un linguaggio tanto energico di credere in tali concezioni è che l’intero sistema culturale ed educativo dell’Islam dipende esclusivamente da questa conoscenza fondamentale. Dal punto di vista dell’Islam, soltanto il sistema di perfezionamento delle facoltà acquisite dall’uomo e di organizzazione della cultura che si fonda unicamente sulla conoscenza corretta è un sistema corretto. Un sistema istituito senza la conoscenza autentica, o che non si fonda sulla conoscenza corretta, è essenzialmente errato. Esso ha orientato le facoltà acquisite dall’uomo verso una via fuorviante. Per quanto gli sforzi profusi lungo tali vie possano apparire esteriormente corretti, in realtà è il loro impiego a essere errato. Il loro movimento non è diretto verso la giusta meta cui tende la vita. Non possono mai giungere al livello del successo. Per questo saranno distrutti e l’uomo non potrà ricavarne alcun beneficio. Per questo l’Islam ha definito il proprio percorso
la «retta via», o il cammino facile e diritto, e ha richiesto di respingere tutte le vie fondate sull’ignoranza o sulla conoscenza errata:
********************************************* E per questo l’Islam proclama che tutte le opere di colui la cui fede non è pura sono vane, e che alla fine egli resterà certamente sconfitto. *************
Le convinzioni proposte dall’Islam sono, per esso, l’unica conoscenza, l’unica verità, l’unica guida e l’unica luce. Se questa è la loro natura, allora le convinzioni opposte devono necessariamente essere soltanto ignoranza, falsità, traviamento e oscurità. Se l’Islam non pretendesse di respingerle con tanta fermezza e attribuisse ai seguaci di quelle convinzioni erronee lo stesso valore dei possessori della fede autentica, ammetterebbe indirettamente che le proprie convinzioni non sono l’unica verità e che esso stesso non ha piena certezza della loro verità, della loro funzione di guida e della loro luce. In tal caso, proporre quelle convinzioni, elaborare sulla loro base un sistema di educazione e cultura e invitare le persone ad aderirvi diventerebbe del tutto inutile. Infatti, se ammettesse che altre conoscenze, contrarie a questa conoscenza assoluta, sono altrettanto valide, oppure che non vi sia alcun danno anche in assenza di una conoscenza assoluta, allora proporre tale conoscenza assoluta e invitare ad avere fede in essa diventerebbe completamente inutile. E se ammettesse inoltre che, sulla base di conoscenze contrarie a questa conoscenza assoluta o anche senza alcuna conoscenza assoluta, il sistema di educazione e cultura così elaborato possa anch’esso portare l’uomo al bene, allora anche l’invito ad adottare il sistema islamico perderebbe completamente ogni rilevanza.
Inoltre, ricordando la precedente discussione sul significato della fede, si comprenderà facilmente perché l’Islam abbia attribuito tanta importanza alla fede. Gli abitanti del mondo dell’immaginazione possono costruire palazzi sulla sabbia, sull’acqua e persino sull’aria. Ma l’Islam è una religione fondata sul discernimento. Non può edificare il palazzo della propria educazione e cultura su fondamenta fragili. Piuttosto, prima di ogni altra cosa, pone fondamenta solide nelle profondità dell’anima umana e della sua facoltà di pensiero.
Su queste fondamenta erige un edificio tale che non vacilla per quanto qualcuno possa scuoterlo. Anzitutto imprime saldamente nella mente dell’uomo questa verità: sopra di te vi è un unico Allah, che è il tuo giudice e legislatore tanto in questo mondo quanto nell’Aldilà; non puoi in alcun modo sottrarti al Suo regno e alla Sua autorità. Nulla di ciò che dici Gli è nascosto. Per guidarti, Egli ha inviato i messaggeri e, tramite il Messaggero, ti ha donato il Libro e la Sharia. Seguendoli, puoi ottenere la soddisfazione del vero Sovrano, Giudice e Legislatore. Se compi azioni contrarie a Lui, per quanto segreta possa rimanere la tua disobbedienza, Egli certamente ti chiamerà a risponderne e non mancherà di punirti per essa. Dopo aver impresso profondamente questo segno nel cuore dell’uomo, l’Islam gli insegna la rettitudine e la buona condotta. Stabilisce le norme e i divieti riguardanti il giusto e l’ingiusto e, grazie alla forza di quell’impronta della fede, induce le persone a seguire i propri insegnamenti e a obbedire alle proprie norme e ai propri divieti. Quanto più profonda sarà questa impronta, tanto più completa sarà l’osservanza delle persone, tanto più salda sarà l’obbedienza e tanto più forte sarà il metodo di cultura e formazione. Ma se questa impronta è debole e superficiale, oppure non è affatto presente, o se nella mente non è stata impressa al suo posto un’altra impronta, allora l’intero sistema dell’educazione morale diventa completamente privo di significato, le norme e i divieti relativi al giusto e all’ingiusto diventano del tutto deboli e privi di efficacia, e l’intero sistema dell’educazione e della cultura si trasforma in una casa per i giochi dei bambini. In pratica, dunque, non vi è alcuna garanzia della loro affermazione o stabilità. Può darsi che sia magnifico, ampio e imponente, ma dove sono la sua solidità e la sua stabilità? Proprio questa realtà il Nobile Corano ha illustrato con una similitudine:
**************
«Non hai visto come Allah ha proposto la similitudine della buona parola (la convinzione autentica)? Essa è come un buon albero: le sue radici sono saldamente piantate nel sottosuolo e i suoi rami si elevano fino al cielo. Esso dà continuamente i suoi frutti, con il permesso del suo Signore. Allah propone similitudini agli uomini, affinché riflettano e traggano insegnamento. La similitudine della parola cattiva (la convinzione erronea), invece, è come un albero cattivo: può essere sradicato fin dalla superficie della terra e non possiede alcuna solidità né stabilità. Allah rafforza i credenti con una parola salda (una fede matura) nella vita terrena e nell’Aldilà, mentre lascia gli ingiusti nel loro traviamento. Allah fa ciò che vuole.» — (Sura Ibrahim, 24-27)
Finora sono stati esaminati sommariamente i cinque elementi compresi nella fede. Ora occorre vedere in dettaglio quale convinzione propone l’Islam riguardo a ciascuno di essi, quale sia la necessità e la ragione di ciascuna convinzione, quale influenza essa eserciti sulla facoltà di pensiero dell’uomo e come, una volta radicatasi nella mente e nel cuore delle persone, si formi e si strutturi un carattere retto e saldo.
3. La fede in Allah
L’importanza della fede in Allah
Nel sistema complessivo delle convinzioni e delle pratiche dell’Islam, la prima cosa fondamentale è la fede in Allah. Tutti gli altri aspetti e ambiti della convinzione e della fede non sono che rami e ramificazioni di quell’unico tronco principale. Tutte le norme morali e tutte le leggi sociali dell’Islam traggono forza da quel centro. L’essenza di Allah è l’origine e il luogo del ritorno di ogni cosa contenuta in questo sistema. Il motivo per cui si deve credere negli angeli è che essi sono gli angeli di Allah. Il motivo per cui si deve credere nei profeti è che essi sono inviati da Allah. Il motivo per cui si deve credere nel Giorno della Resurrezione è che esso è il giorno del giudizio e del rendiconto stabilito da Allah. Gli obblighi religiosi sono tali perché Allah li ha prescritti. I diritti reciproci sono chiamati diritti perché dipendono dal comando di Allah. Promuovere il bene e impedire il male è necessario perché Allah lo ha comandato. In breve, ogni elemento dell’Islam, sia esso una convinzione o una pratica, si fonda sulla fede in Lui (Allah). Se si recide quest’unico elemento, gli angeli e il Giorno della Resurrezione perdono completamente la loro importanza. I profeti, gli inviati e i Libri da loro portati diventano indegni di obbedienza. Gli obblighi religiosi, i doveri, l’obbedienza, i diritti e tutto il resto perdono il loro significato. Nei comandi, nei divieti e nelle norme non rimane alcun carattere vincolante. In definitiva, non appena viene rimosso quest’unico centro, l’intero sistema dell’Islam crolla e va in frantumi; anzi, non rimane più nulla che si possa chiamare Islam.
Il concetto esteso della fede in Allah
La convinzione che funge da centro e fonte di forza in questo vasto sistema ideologico e pratico non consiste soltanto nell’affermare: «Allah esiste». Essa contiene anche una concezione completa e corretta degli attributi di Allah (per quanto è possibile all’essere umano concepirli) e da questa concezione degli attributi si ricava una forza che si estende e domina l’intero complesso delle forze ideologiche e pratiche dell’uomo. Il semplice riconoscimento dell’esistenza del Creatore non è qualcosa che si possa definire una caratteristica distintiva dell’Islam. Anche altri popoli hanno riconosciuto in qualche forma l’esistenza del Creatore. In realtà, ciò che ha conferito all’Islam superiorità su tutte le religioni e le vie religiose è il fatto che esso ha presentato una concezione corretta, completa ed estesa degli attributi del Creatore. Inoltre, facendo di tale conoscenza una fede, anzi la base della fede, e servendosene, sono state compiute opere così grandi nella purificazione dell’anima, nella riforma morale, nell’organizzazione delle attività, nella diffusione del bene, nella prevenzione del male e nella fondazione della civiltà, che nessuna religione o nazione del mondo è riuscita a compiere.
La forma concisa della fede in Allah è la formula «La ilaha illallah», la cui professione verbale e sincera convinzione sono state dichiarate condizioni iniziali e necessarie per entrare nell’Islam. Ciò significa riconoscere con la bocca e credere con il cuore che, oltre all’Essere sublime conosciuto con il nome di Allah, non esiste alcun altro «ilah» (signore). In altre parole, significa separare la «divinità» (******) da tutte le cose dell’universo e attribuirla esclusivamente a un unico Essere; e collegare a quell’unico Essere tutti i sentimenti, le percezioni, le riflessioni, le concezioni, le convinzioni e gli atti di culto e di obbedienza prescritti per la divinità (*******). Gli elementi fondamentali di questa breve formula sono tre:
Primo: la concezione relativa alla signoria (******).
Secondo: il suo rifiuto nei confronti di tutte le cose.
Terzo: la sua affermazione esclusivamente per Allah.
In realtà, tutto ciò che nel Nobile Corano è stato detto sull’essenza e sugli attributi di Allah non è che una spiegazione estesa di questi tre punti.
Innanzitutto, essa ha presentato una concezione completa e corretta della «divinità» (*****), quale non possiamo trovare in alcun libro o religione del mondo. È indubbio, naturalmente, che tale concezione esista in qualche forma presso tutte le nazioni e comunità. Tuttavia, ovunque essa è erronea o incompleta. In alcuni luoghi, con «divinità» (*****) si è inteso l’inizio; altrove la si è accettata soltanto nel senso di origine. In alcuni casi la si è considerata sostenitrice della forza e del potere, mentre in altri è rimasta soltanto oggetto di paura e terrore. In alcuni luoghi essa è soltanto il centro dell’amore; altrove il suo significato consiste esclusivamente nel soddisfare i bisogni e nell’accogliere le invocazioni. In alcuni luoghi è stata contaminata da idoli e immagini. In alcuni casi essa dimora nei cieli, mentre in altri discende sulla terra assumendo sembianze umane. Tutte queste concezioni erronee e incomplete sono state purificate e perfezionate esclusivamente dal Sublime Libro, il Corano. È proprio questo Libro sacro ad aver conferito purezza e grandezza alla divinità (******). Esso ci ha detto che può essere soltanto «Ilah», o Signore, quell’Essere che è indipendente da ogni cosa, autosufficiente e vivente in eterno, che è esistito da sempre e resterà per sempre, che è sovrano assoluto e onnipotente, la cui conoscenza pervade ogni cosa, la cui misericordia e benevolenza si estendono a tutti, la cui potenza prevale su ogni cosa, nella cui saggezza e intelligenza non vi è alcun difetto, nella cui equità e giustizia non vi è neppure la minima traccia di oppressione, che dà la vita e fornisce i mezzi necessari al suo mantenimento; quell’Essere che possiede ogni potere sul bene e sul male, sul beneficio e sul danno, del cui favore e protezione tutti hanno bisogno, verso il quale ritornano tutte le creature, che chiama tutti a rendere conto ed è l’unico padrone del castigo e della ricompensa. Inoltre, questi attributi della divinità non sono divisibili né frazionabili, così che possano esistere simultaneamente più divinità (*****) dotate degli attributi menzionati o di una loro parte; né sono qualcosa di temporaneo o soggetto al tempo, per cui una divinità possieda talvolta tali attributi e talvolta no; né sono qualcosa di trasferibile, così che oggi li si trovi in una divinità e domani in un’altra.
Dopo aver presentato questa concezione completa e pura della divinità, il Corano ha dimostrato, con il suo stile espositivo unico, che non è appropriato applicare questo significato a nessuno degli esseri o degli insiemi di forze della natura. Infatti, tutte le creature del mondo dipendono da altro, sono soggette e destinate alla distruzione e alla dissoluzione. Non solo esse non possono essere benefiche o nocive per altri, ma non sono nemmeno capaci di allontanare da sé il danno. L’origine delle loro azioni e dei loro effetti e reazioni non risiede nella loro stessa essenza; al contrario, tutte ricevono altrove la forza vitale, la capacità d’agire e la forza d’influenza. Pertanto, nella natura non esiste alcuna cosa che possieda neppure il minimo requisito per la signoria e che possa avere il diritto di ricevere anche solo una parte della nostra schiavitù e obbedienza.
Dopo questa negazione, essa riserva la divinità a un unico Essere, il cui nome è «Allah». Al tempo stesso chiede agli uomini di respingere tutti gli altri e credere soltanto in Lui, prosternarsi davanti a Lui, onorare Lui solo, amare Lui solo, temere Lui solo, rivolgere a Lui le proprie speranze, chiedere a Lui, confidare in Lui in ogni circostanza, ricordare sempre che un giorno si dovrà tornare a Lui e rendere conto davanti a Lui, e che il vostro esito buono o cattivo dipende dal Suo giudizio.
Benefici morali della fede in Allah
La fede in Allah che si radica nel cuore umano insieme a questa vasta concezione degli attributi della divinità racchiude benefici straordinari, che non possono essere conseguiti mediante alcun’altra fede o convinzione.
Ampiezza della visione
Il primo beneficio della fede in Allah è che essa amplia la prospettiva dell’uomo tanto quanto è vasto l’infinito regno di Allah. Finché l’uomo guarda al mondo considerando il proprio interesse, la sua vista rimane confinata entro un ambito ristretto, nel quale sono limitate la sua forza e il suo potere, la sua conoscenza e la sua ragione, i suoi desideri e le sue passioni; ed è proprio entro questo ambito che cerca ciò che soddisfi i suoi bisogni. Entro questo ambito teme e si rimpicciolisce davanti ai potenti, mentre esercita il dominio sui deboli e sugli indifesi. Entro questo stesso ambito sono limitati la sua amicizia e la sua inimicizia, il suo affetto e il suo odio, il suo rispetto e il suo disprezzo; per tutto ciò egli non possiede altro criterio che l’interesse personale. Ma dopo aver creduto in Allah, la sua vista supera i confini del proprio ambiente e si estende all’intero universo. Da quel momento guarda l’universo non dal punto di vista del proprio interesse, bensì in rapporto al Nobilissimo Signore. Ora si instaura in lui un rapporto diverso con ogni cosa di questo vasto mondo. Ora non vede in esse alcun soddisfattore di bisogni, alcun potente, alcun nocivo o benefico. Ora non trova nessuno degno di onore o disprezzo, di timore o di speranza. La sua amicizia o inimicizia, il suo affetto o odio, non sono più determinati per se stesso, bensì per Allah. Egli osserva che l’Allah in cui credo non è soltanto il Creatore e il Sostentatore mio, della mia stirpe o dei miei connazionali, ma è il Creatore dei cieli e della terra e il Signore di tutti i mondi. La Sua autorità e il Suo regno non sono limitati al mio paese; Egli è invece il Re dei cieli e della terra e il Sostentatore di tutta la creazione. Non sono soltanto io a compiere la Sua adorazione e devozione: tutte le cose dei cieli e della terra sono sottomesse davanti a Lui. ************* (**********)********** Tutti sono occupati a lodarLo, a proclamarne la santità e la gloria. **********************(********)******* In questa prospettiva, quando egli guarda l’universo, nessuno rimane nascosto alla sua vista: tutti si presentano spontaneamente davanti ai suoi occhi. La sua compassione, il suo amore e il suo servizio non rimangono confinati entro un ambito i cui limiti siano determinati dalle sue relazioni personali.
Perciò chi crede in Allah non può mai avere una visione ristretta. La sua prospettiva è così ampia che persino la parola «internazionalismo» (Internationalism) risulta troppo limitata nel suo caso. Dovrebbe piuttosto essere definito «universale» e «creazionista».
Dignità di sé
Inoltre, è proprio questa fede in Allah che salva l’essere umano dall’umiliazione e lo eleva ai più alti livelli di dignità e rispetto di sé. Finché non conosceva Allah, si inchinava davanti a ogni cosa potente del mondo, a ogni cosa benefica o nociva, a ogni oggetto imponente e splendido. Ne temeva la potenza. Tendeva le mani verso di essa. Rivolgeva a essa preghiere e speranze. Ma quando ha conosciuto Allah, ha compreso che coloro verso i quali tendeva le mani dipendono essi stessi da altri e sono bisognosi(************)-**************; coloro che egli adorava e obbediva erano soltanto schiavi e servi come lui. :***********
Coloro dai quali si aspettava aiuto non erano capaci di aiutare nemmeno se stessi, per non parlare di aiutare lui. *************(*********)-*********** Poiché il vero possessore della forza è Allah. (************)-*************** Egli è il Sovrano, il Legislatore e Colui che ordina. (*************)-************** Al di fuori di Lui non esiste alcun soccorritore, protettore o sostenitore. *********** L’aiuto viene soltanto da Lui.
****(************)-************ Egli solo è il Datore del sostentamento. (**************)-**************** Le chiavi dei cieli e della terra sono nelle Sue mani. *************(*********)-***** Egli solo dà la morte e dà la vita; senza il Suo permesso, nessuno può uccidere né salvare alcuno. *************
Il vero potere di recare beneficio o danno è interamente nelle Sue mani. *************
Dopo aver acquisito tale conoscenza, diventa indipendente, audace e intrepido di fronte a tutte le forze del mondo. Non si inchina davanti ad alcuna forza se non ad Allah. Non tende le mani davanti a nessuno se non ad Allah. Nel suo cuore non trova posto la superiorità o la grandezza di nessuno se non di Allah. Non rivolge preghiere né speranze a nessuno se non ad Allah.
Umiltà e modestia
Ma questa dignità non è una falsa dignità acquisita grazie alla sua forza, alla sua ricchezza, alle sue capacità o al suo talento. Questa dignità non è neppure quella che nasce, persino in una persona traviata, dall’orgoglio e dall’arroganza. È piuttosto il risultato della corretta comprensione del rapporto tra sé, Allah e l’intero creato. Per questo, tra coloro che credono in Allah si instaura un legame indissolubile tra dignità e umiltà, tra rispetto di sé, modestia e dolcezza. Egli sa che, davanti alla forza e alla potenza di Allah, io sono completamente impotente. *********** Né io né alcun altro essere possiamo sottrarci all’autorità di Allah. ************** Che cosa sono io, in confronto? L’intero universo dipende da Allah, mentre Allah è indipendente e non ha bisogno di nessuno. *********** Tutto ciò che è nei cieli e sulla terra appartiene ad Allah. *********** E anch’io ho ricevuto da Allah ogni grazia e ogni bene che possiedo. Dopo una simile fede, dove possono esserci orgoglio e arroganza? Il frutto inevitabile della fede in Allah è proprio questo: rendere l’essere umano umile dalla testa ai piedi.
************
«I servi speciali del Misericordioso sono coloro che camminano sulla terra con umiltà e, quando gli ignoranti rivolgono loro parole ignoranti, se ne vanno dicendo: “Pace”.» — (Sura al-Furqān: 63)
Scomparsa delle vane aspettative
Un altro beneficio derivante dalla corretta conoscenza del rapporto tra il Creatore e la creatura è che essa pone fine a tutte le vane aspettative e alle false speranze causate dall’ignoranza di tale rapporto. Al contempo, l’uomo comprende perfettamente che per lui non esiste altra via verso la salvezza e il bene se non una fede corretta e opere virtuose. Al contrario, alcuni di coloro che sono privi di questa conoscenza pensano che vi siano molte piccole divinità associate all’opera di Allah; le aduleremo e otterremo da loro l’intercessione. ************ Alcuni pensano che Allah abbia un figlio e che questo figlio abbia espiato per noi, garantendoci il diritto alla salvezza. Altri credono che noi stessi siamo figli di Allah e suoi prediletti. ************ Qualunque cosa facciamo, non possiamo essere puniti.
Molte aspettative erronee di questo genere tengono continuamente le persone intrappolate nel peccato e nel circolo vizioso delle trasgressioni. Infatti, confidando in esse, diventano negligenti nella purificazione dell’anima e nella rettificazione delle proprie azioni. Ma nell’insegnamento coranico della fede in Allah non vi è alcun spazio per le vane aspettative. Esso afferma che nessuna nazione o comunità ha un rapporto speciale con Allah. Tutti sono Sue creature ed Egli è il Creatore di tutti*********** Qualunque grandezza e distinzione esistano dipendono dalla taqwā. **************** Allah non ha né figli, né associati o sostenitori. ***************** Coloro che voi considerate Suoi figli o Suoi associati sono tutti Suoi servi e schiavi. (আরবী*****) Nessuno ha l’ardire di intercedere senza il Suo permesso. (আরবী*****) Se disobbedite, nessun intercessore o sostenitore potrà salvarvi dalla Sua presa. (আরবী*****)
Speranza e serenità interiore
Insieme alla fede in Allah, nell’uomo si sviluppa un atteggiamento colmo di speranza, che in nessuna circostanza viene sopraffatto dalla disperazione e dallo scoraggiamento. In effetti, per il credente la fede è un inesauribile tesoro di speranze e aspirazioni, dal quale continua ad attingere una fonte permanente e ininterrotta di forza interiore e di serenità spirituale. Anche se gli vengono chiuse tutte le porte del mondo, viene privato di ogni mezzo e, uno dopo l’altro, i mezzi e gli strumenti lo abbandonano, il sostegno dell’Unico Allah non lo abbandona mai. Confidando in Lui, egli rimane sempre animato dalla speranza e dalle aspirazioni. La ragione è che Colui nel quale egli ha creduto ha detto: “Sono molto vicino a voi e ascolto le vostre invocazioni”. (আরবী*****) “Non temete da parte Mia l’ingiustizia, perché Io non sono ingiusto”. (আরবী*****) “Piuttosto, sperate nella Mia misericordia, perché la Mia misericordia si estende su ogni cosa”. (আরবী*****) “Dalla Mia misericordia disperano soltanto coloro che non credono in Me”. (আরবী*****) Per il credente, invece, non vi è alcun posto per la disperazione. Se commette una colpa, chiedaMi perdono e Io lo perdonerò. (আরবী*****) Altrove (আরবী*****) è detto: “Se i mezzi e le risorse del mondo non lo sostengono, abbandoni la fiducia in essi e si aggrappi a Me; allora paura, timore e apprensione non si avvicineranno a lui”. Il Mio ricordo è (আরবী*****) ciò mediante cui il cuore umano trova stabilità e serenità. (আরবী*****)
Pazienza, perseveranza e affidamento (আরবী*****)
Inoltre, questo stesso ottimismo si sviluppa e ascende ai vertici della pazienza, della perseveranza e dell’affidamento ad Allah, dove il cuore del mu’min diventa saldo e incrollabile come una dura terra rocciosa. Anche se tutte le calamità, le ostilità, i dolori, le sofferenze, le perdite e le forze avverse del mondo intero si unissero, non potrebbero farlo vacillare dalla sua posizione. L’essere umano non può acquisire questa forza in alcun modo se non attraverso la fede in Allah. Infatti, chi non crede in Allah si affida a mezzi e strumenti materiali o immaginari che in realtà non possiedono alcuna forza. Chi dipende da essi, in definitiva, si aggrappa a una ragnatela. (arabo*****) Per chi fonda la propria vita su un sostegno tanto fragile, diventare debole è inevitabile. (arabo*****) Ma chi fa affidamento su Allah, chi si è aggrappato ad Allah, ha un sostegno così forte che non può mai andare in frantumi. (arabo*****) Egli ha con sé la potenza invincibile del Rabb dell’universo: quale forza potrebbe prevalere su di essa? Anche se tutte le calamità e le disgrazie del mondo intero si unissero, non potrebbero allontanarlo dalla pazienza, dalla perseveranza, dalla determinazione e dalla fermezza. Per lui, infatti, ogni cosa, buona o cattiva, proviene da Allah. (arabo*****) Qualunque calamità o sventura sopraggiunga, sopraggiunge secondo il decreto stabilito da Allah, e nessuno, tranne Allah, può ritardarla. (arabo*****)
La forza sovrumana con cui i profeti hanno affrontato nel mondo terribili calamità, combattuto da soli contro grandi imperi e nazioni potenti, avanzato con la determinazione di conquistare il mondo senza mezzi materiali e continuato la propria missione anche di fronte alla furiosa tempesta delle avversità, è la forza del sabr e del tawakkul, cioè della pazienza, della perseveranza e dell’affidamento ad Allah. Si veda, ad esempio, la storia della vita di Hadrat Ibrāhīm (A). Egli discusse con il tirannico sovrano del suo paese, si gettò senza paura nel fuoco e infine, dicendo (arabo******), lasciò il paese senza alcun mezzo o sostegno. Allo stesso modo, si consideri la storia della vita di Hadrat Hūd (A). In che modo sfidò la terribile potenza del popolo di ʿĀd:
(arabo*****************************)
«Mettete in atto tutti insieme i vostri complotti contro di me e non concedetemi alcun indugio. Io ho riposto la mia fiducia in Allah, il mio Signore e il vostro Signore. Non vi è creatura alcuna della quale Egli non tenga il ciuffo sotto il Suo dominio. — (Sura Hūd: 55-56)
Allo stesso modo, guardate alla storia della vita del venerabile Mūsā (pace su di lui). Affidandosi unicamente ad Allah, egli affrontò la tremenda potenza del Faraone. Quando il Faraone lo minacciò di morte, egli rispose: «Ho cercato rifugio presso Colui che è il Signore mio e tuo, contro ogni superbo». (arabo******) Quando lasciò l’Egitto, il Faraone lo inseguì con tutte le sue truppe. Il suo popolo timoroso, preso dal panico, disse: «I nemici ci hanno circondati». (arabo*****) Ma egli rispose con estrema serenità d’animo: «Niente affatto, Allah è con me; Egli mi guiderà sulla via della pace e della sicurezza». (arabo*******) Infine, guardate al Profeta arabo (pace e benedizioni su di lui). Al momento dell’Egira, egli trovò rifugio in una grotta di montagna. Con lui vi era soltanto un compagno. I miscredenti assetati di sangue erano giunti proprio fino all’ingresso della grotta. Eppure nemmeno allora egli mostrò alcuna agitazione. Al contrario, disse al suo compagno: (arabo******) «Non avere affatto paura, Allah è con noi». Da che cosa si possono ottenere, se non dalla fede in Allah, una forza così invincibile, una determinazione così dura come l’acciaio e una stabilità simile a una montagna?
Coraggio
In modo analogo, dalla fede in Allah nasce in maniera straordinaria un’altra qualità: il coraggio, l’ardimento, il valore e la prodezza. Due cose rendono l’essere umano timoroso e codardo. La prima è l’amore per la propria vita, per la famiglia e per i beni. La seconda è la paura, originata dalla falsa convinzione che il potere effettivo di arrecare danno e distruzione risieda negli oggetti usati come armi. La fede in Allah elimina entrambe queste cose dal cuore dell’essere umano. Nelle vene e nelle arterie del mu’min scorre la convinzione che Allah sia Colui che più di tutti merita di essere amato. (arabo********) Nel suo animo si radica saldamente la consapevolezza che ricchezze e figli non siano altro che gli ornamenti della vita terrena; la loro distruzione, prima o poi, è inevitabile. Ciò che proviene da Allah è imperituro e incorruttibile: non sarà mai distrutto. (arabo*******) La vita terrena dura soltanto pochi giorni; per quanto ci sforziamo in mille modi di preservarla, è certo che un giorno arriverà la morte. (arabo********)
Dunque, perché non consacrare questa vita effimera a quella vita gioiosa e felice che si otterrà da Allah? (arabo******)
Non dedicheremo i fugaci piaceri del mondo e gli interessi temporanei alla ricerca del compiacimento di Allah, che è il vero proprietario delle nostre vite e dei nostri beni, e che ha il potere di concederci in cambio una vita migliore e un bene ancora maggiore?
(Arabo******************)
Ora si parla della paura e del timore. Al credente è stato insegnato che il vero potere di arrecare danno e distruggere non risiede negli uomini, negli animali, nelle munizioni, nella spada, nel legno o nella pietra, bensì è racchiuso nella presa dell’onnipotente forza di Allah. Anche se tutte le forze del mondo si unissero per arrecare danno a qualcuno, se Allah non lo permettesse, non potrebbero torcergli neppure un capello. (Arabo*****) Nessuno può morire prima del momento della morte che Allah ha stabilito. ***** E quando giunge il momento stabilito della morte, nessuno può ritardarlo con alcun pretesto. (Arabo*****) Dunque, poiché le cose stanno così, si dovrebbe temere Allah, anziché temere gli uomini. (Arabo****) In verità, Egli solo è l’Essere che è doveroso temere. (Arabo****) Esitare a lottare sulla via di Allah è proprio di coloro nei cui cuori non vi è fede, poiché temono gli uomini più di Allah. (Arabo***) Al contrario, il vero credente, invece di spaventarsi alla vista del nemico, diventa ancora più coraggioso e intrepido, perché non si affida ad alcuna forza terrena, bensì ad Allah. Nella sura Āl ʿImrān è detto: (Arabo****)
Appagamento con poco e soddisfazione interiore
È proprio questa fede in Allah a rimuovere dal cuore dell’uomo le odiose inclinazioni dell’avidità e dell’invidia, che lo spingono ad adottare mezzi spregevoli e illeciti per perseguire i propri interessi, provocando calamità nella società umana. Insieme alla fede nasce nell’uomo la contentezza per ciò che è poco e la soddisfazione interiore. Egli non compete né rivalizza con gli altri. Non si affretta mai a vendicare l’oppressione e l’ingiustizia. Cerca sempre, con mezzi onorevoli, i beni della grazia del suo Signore; e qualunque cosa riceva, in misura maggiore o minore, la considera un dono di Allah e l’accetta con reverenza. Al credente è stato insegnato che l’eccellenza e la preminenza sono nelle mani di Allah; Egli le concede a chi vuole. (Arabo************************) Il sostentamento è nelle mani di Allah; Egli lo concede in misura maggiore o minore a chi vuole. (Arabo************) Il potere dello Stato e l’autorità di governo sono sotto il dominio di Allah l’Altissimo; Egli rende governante chi vuole. (Arabo***********) La ricchezza e l’onore sono nelle Sue mani; Egli onora chi vuole e umilia chi vuole. (Arabo************) Inoltre, è Allah ad aver stabilito che alcuni ricevano in misura maggiore e altri in misura minore gli onori, le ricchezze, il potere, la bellezza, la fama e gli altri beni della grazia terrena. Allah conosce meglio di chiunque altro la saggezza e la giustezza delle Sue opere. Non è appropriato che l’uomo tenti di modificare l’ordine da Lui stabilito, né vi è alcuna possibilità di successo in tale impresa. (Arabo*************)
Riforma della moralità e disciplina delle azioni
La vita sociale è quella che trae il massimo beneficio dalla fede in Allah. Grazie ad essa si risveglia negli appartenenti alla società il senso del dovere. Nelle loro anime nasce la purezza e nelle loro opere la pietà. I rapporti reciproci e le transazioni tra le persone diventano sani e corretti; si risveglia il senso dell’obbedienza alla legge; nascono la capacità di obbedire, la moderazione e la disciplina, e le persone, purificate interiormente da una potente forza invisibile, diventano adatte a fondare una società retta e coesa. In realtà, questa è la capacità miracolosa (miracolo) della fede in Allah, ed è proprio per questo che essa è stata prescritta. Nessuna forza terrena, per quanto accorta, né alcuna istruzione o esortazione religiosa può svolgere il compito di riformare la moralità e instaurare la disciplina delle azioni in modo così esteso e su fondamenta così profonde. La portata delle forze terrene non raggiunge l’anima, ma soltanto il corpo; e neppure sul corpo il loro controllo è universale e costante. Anche l’influenza dell’istruzione e delle esortazioni religiose si limita alla ragione e agli impulsi; essa non solo non rimane sempre libera dalla propria influenza, ma non manca di sopraffare e offuscare persino la ragione. La fede è qualcosa che, con tutta la sua forza riformatrice e organizzatrice, penetra fino alle regioni più profonde del cuore e dell’anima umani. Là fa nascere una coscienza potente e vigile, che sempre e ovunque continua a guidare l’uomo sul sentiero semplice e diretto del timore reverenziale di Allah e dell’obbedienza. Essa non manca di esercitare una certa influenza di rimprovero e biasimo persino sugli impulsi più malvagi.
Questo beneficio inimmaginabile si ottiene unicamente dalla convinzione riguardo alla potenza di Allah, che è una parte indispensabile della fede. In diversi passi del Nobile Corano gli uomini sono stati avvertiti che la conoscenza di Allah abbraccia ogni cosa e che nulla può rimanere nascosto a Lui.
(Arabo**************)
A Allah appartengono l’Oriente e l’Occidente; ovunque volgiate il volto, là è presente Allah. In verità, Allah è immenso e sapiente.
(Arabo***************)
«Ovunque voi siate, Allah vi chiamerà tutti a Sé; in verità, Allah è potente su ogni cosa.»
(Arabo*************)
In verità, nulla nei cieli e sulla terra è nascosto ad Allah. – (Sura Āl ʿImrān: 5)
(Arabo**************)
«Presso di Lui sono le chiavi dell’invisibile, che nessuno conosce all’infuori di Lui. Egli conosce tutto ciò che è sulla terraferma e nel mare. Non cade una foglia senza che Egli lo sappia; non vi è un solo seme nelle tenebre della terra, né cosa alcuna, umida o secca, che non sia registrata in un Libro luminoso.» – (Sura al-Anʿām: 59)
(Arabo************)
«Siamo Noi ad aver creato l’uomo e sappiamo ciò che la sua anima concepisce. Noi siamo più vicini a lui della sua vena giugulare.» – (Sura Qaf: 16)
(Arabo***********)
«Non vi sono conversazioni segrete tra tre persone senza che Allah sia il quarto, né tra cinque senza che Allah sia il sesto. E non vi è riunione, né di meno né di più, senza che Egli sia con loro, ovunque si trovino.» – (Sura al-Mujādila: 7)
(Arabo************)
«Possono nascondersi alla gente, ma non possono nascondersi ad Allah. Egli è con loro quando, di notte, tengono conversazioni contrarie al Suo compiacimento. E Allah abbraccia tutto ciò che fanno.» – (Sura an-Nisāʾ: 108)
(Arabo************)
«Non sanno forse che Allah conosce tutto ciò che fanno, in segreto e in pubblico?» – (Sura al-Baqara: 77)
(Arabo***********)
«Due angeli incaricati della sorveglianza siedono a destra e a sinistra di ciascuno e lo sorvegliano; dalla sua bocca non esce una parola senza che vi sia un sorvegliante pronto a registrarla.» – (Sura Qāf: 17-18)
(Arabo***********)
«Sia che qualcuno tra voi parli segretamente o ad alta voce, sia che si nasconda nell’oscurità della notte o cammini alla luce del giorno, davanti e dietro di lui sono posti osservatori occulti di Allah, che ne sorvegliano i movimenti per ordine di Allah.» – (Sura ar-Raʿd: 10-11)
Insieme a ciò, è stato profondamente impresso nella mente dell’essere umano che un giorno dovrà certamente comparire davanti ad Allah (arabo***********) e dovrà rendere conto di ogni cosa. (arabo*****************) La presa di Allah è estremamente severa. (arabo**************)
Questa convinzione, che si è cercato in vari modi di radicare nella mente dell’essere umano, costituisce in realtà la forza efficace dell’intero sistema giuridico dell’Islam. Qualunque limite l’Islam abbia stabilito tra ciò che è ḥarām e ciò che è ḥalāl, e qualunque norma abbia prescritto riguardo alla moralità, alla vita sociale e ai rapporti reciproci, la sua attuazione non dipende in realtà dall’esercito, dalla polizia, dall’istruzione o dai buoni consigli; essa trae invece la propria forza efficace dalla convinzione che il suo legislatore sia un Sovrano onnipotente, la cui conoscenza e il cui potere pervadono ogni cosa. Chi disobbedisce ai Suoi comandi e alle Sue prescrizioni non è in grado né di nascondere il proprio crimine, né di salvarsi in alcun modo dal Suo interrogatorio. Per questo, in diversi passi del Nobile Corano, dopo aver menzionato i comandi e le prescrizioni, è stata pronunciata questa ammonizione: questi sono i limiti stabiliti da Allah; fate attenzione, non trasgreditevi. (arabo***************) Ricordate: qualunque cosa facciate, Allah vede tutto. (arabo************)
4. La fede negli angeli
Lo scopo della fede negli angeli
La fede negli angeli è in realtà il perfezionamento della fede in Allah e soltanto il suo necessario corollario. Il suo scopo non è soltanto riconoscere l’esistenza degli angeli, bensì comprendere il loro giusto posto nell’ordine dell’universo, affinché la fede in Allah si fondi sul tawhid puro e sia liberata da ogni commistione di shirk e di culto rivolto ad altri oltre ad Allah.
Come è stato già detto, una concezione sommaria degli angeli è presente in una forma o nell’altra presso tutte le nazioni e tutte le religioni. Su questa concezione, le diverse religioni hanno edificato costruzioni dottrinali di vario genere. Secondo alcuni, gli angeli sono figli della natura e forze naturali che governano i diversi rami dell’ordine universale. Secondo altri, sono divinità, ciascuna delle quali presiede a un reparto della fabbrica dell’universo: alcuni sono signori del vento, altri della pioggia, altri della luce, altri del calore e altri ancora del fuoco. Secondo la convinzione di alcuni, sono rappresentanti e aiutanti di Allah. Agli occhi di altri, sono signori della varietà; secondo altri ancora, sono pura coscienza; per altri, non sono che una fantasia di Allah. E alcuni li considerano figli di Allah.
Altri ancora credono che siano esseri dotati di corpi materiali. Alcuni li hanno considerati astratti e incorporei. Altri li hanno identificati con le stelle luminose e gli astri in movimento. E altri ancora hanno elaborato su di loro concezioni meravigliose di altro genere. In breve, tra i fondatori delle religioni è generalmente diffusa, riguardo agli angeli, l’idea che essi siano in qualche modo associati ad Allah nella Sua divinità. Per questo sono state loro rivolte preghiere; sono stati definiti esauditori dei bisogni, ascoltatori delle lamentele e intercessori. Ed è per questa ragione che il dominio dello shirk nel mondo è tanto potente.
Il posto degli angeli nell’ordine dell’universo: da un lato, il Corano ha stabilito il tawhid puro e completo riguardo all’esistenza, agli attributi e alle azioni di Allah; dall’altro, per chiudere per sempre la porta dello shirk, ha presentato una concezione corretta e autentica degli angeli. Il Corano non ha discusso il mistero degli angeli, perché una simile discussione è del tutto futile e priva di qualsiasi sostanza. Non vi è in essa alcun beneficio per l’essere umano, né l’essere umano è in grado di comprenderla. La questione veramente decisiva era quale fosse il posto degli angeli nell’ordine dell’universo. Il Nobile Corano ha dato a questa domanda una risposta estremamente chiara. È stato detto che gli angeli non sono figli di Allah, né Suoi associati nelle Sue opere; sono soltanto Suoi servi e schiavi.
(arabo***************)
«I miscredenti dissero: “Il Misericordioso si è preso un figlio”. Gloria a quell’Essere! Essi (gli angeli) non sono altro che Suoi servi onorati; non possono nemmeno parlare davanti a Lui senza il Suo permesso. Fanno soltanto ciò che Egli ordina. Allah conosce tutto ciò che è davanti a loro e ciò che è dietro di loro. Essi non possono intercedere a favore di nessuno, se non di colui di cui Allah è compiaciuto». – (Sura al-Anbiya: 26-28)
Essi sono amministratori o segretari esecutivi (arabo*******). In altre parole, si occupano soltanto di amministrare i compiti che Allah affida loro. Altro che essere associati a Lui nella divinità: non possiedono nemmeno una forza sufficiente a far muovere una sola cosa. Il loro compito consiste soltanto nel culto, nella servitù e nell’obbedienza. Non smettono mai, neppure per un istante, di pregare e recitare le loro litanie; al contrario, trascorrono ogni momento lodando il loro Signore e proclamando la Sua purezza.
(arabo*************)
“Il fulmine glorifica la Sua santità con lode, e gli angeli glorificano la Sua santità con timore. (Sura ar-Ra‘d: 13)”
“Tutto ciò che è nei cieli e ogni creatura che si muove sulla terra si prostra davanti ad Allah. Anche gli angeli non si ribellano né disobbediscono: temono il loro Signore glorioso e compiono ciò che viene loro ordinato.” – (Sura an-Nahl: 49-50)
(Arabo*************)
“Tutto ciò che è nei cieli e sulla terra e ciò che è presso di Lui appartiene a Lui. Essi (gli angeli) sono Suoi
Non disobbediscono nell’adorazione, non si stancano; al contrario, giorno e notte sono impegnati nella Sua lode e non mostrano mai alcuna negligenza.” – (Sura al-Anbiyāʾ: 19-20)
(Arabo*************)
“Non disobbediscono mai all’ordine che Allah ha impartito loro e fanno soltanto ciò che viene loro comandato.”
In questa concezione non vi è alcuno spazio per lo shirk. Infatti, coloro riguardo ai quali si sarebbe potuta concepire una natura divina sono stati riconosciuti come servi obbedienti e sottomessi, proprio come noi. Chi altri, dunque, può essere il centro della nostra adorazione e devozione, della nostra sottomissione e obbedienza, delle nostre suppliche di aiuto e del nostro affidamento, se non Allah?
La dignità comparativa degli esseri umani e degli angeli: non è tutto qui. Il Nobile Corano è andato oltre, illustrando anche la dignità comparativa degli esseri umani e degli angeli, affinché l’essere umano possa comprendere adeguatamente la propria dignità rispetto a loro. Nel Verbo di Allah, là dove viene menzionata la creazione di Adamo, anche questo argomento è stato esposto con chiarezza. Quando Allah l’Altissimo conferì al progenitore dell’umanità, il venerabile Adamo (pace su di lui), la dignità del califfato, ordinò agli angeli di prosternarsi davanti a lui; e tutti si prosternarono davanti a lui, eccetto Iblis. (al-Baqara: 4; al-A‘raf: 2; Bani Isra’il: 7; al-Kahf: 7; Ta-Ha: 7; Sad: 5) Gli angeli rivendicarono la propria superiorità rispetto ad Adamo (pace su di lui), basandosi sulle loro lodi e sulla loro proclamazione della purezza di Allah. Allora Allah l’Altissimo respinse la loro pretesa e dimostrò, attraverso una prova, di aver dato ad Adamo (pace su di lui) una conoscenza maggiore della loro. Iblis, avendo considerato il materiale della sua creazione come criterio di superiorità, rifiutò di riconoscere l’elevata dignità del venerabile Adamo (pace su di lui) e di inchinarsi in prosternazione davanti a lui. Perciò fu espulso per sempre dalla presenza di Allah e fu fatto deviare.
Ciò, da un lato, risveglia nell’essere umano il senso della propria dignità e, dall’altro, riunisce ogni suo desiderio di adorazione attorno al culto di Allah. Da ciò risulta che, nell’universo, nessuno è superiore all’essere umano, ad eccezione del solo Allah l’Altissimo. Sebbene gli angeli siano servi onorati (arabo*******) e superiori alle altre creature, anch’essi si sono inchinati in prosternazione davanti all’essere umano. Chi altri, dunque, oltre al solo Allah, saggio, degno dell’adorazione e della prosternazione dell’essere umano, suo soccorritore e ascoltatore delle sue suppliche, potrebbe esserci?
Così, quando la fede negli angeli si fonda su una conoscenza divina autentica e sulla saggezza, anche la fede in Allah diventa completamente sincera, incontaminata e pura.
Il secondo scopo della fede negli angeli
Nel Nobile Corano è menzionato un altro onore degli angeli. Esso consiste nel fatto che Allah l’Altissimo, per mezzo loro, invia ai profeti la Sua parola e i Suoi precetti. Ed è sempre per mezzo loro che Egli provvede affinché questo messaggio giunga ai profeti libero da ogni alterazione, dubbio e supposizione. In primo luogo, questi angeli sono essi stessi obbedienti e di natura virtuosa, liberi e puri da ogni inclinazione malvagia ed egoismo. Temono Allah e obbediscono senza esitazione ai Suoi comandi. Per questo, nel messaggio trasmesso per mezzo loro, non apportano di propria iniziativa alcuna aggiunta o diminuzione. In secondo luogo, sono così potenti che nessuna forza satanica può interferire neppure in minima misura nella trasmissione e nella custodia di questo messaggio. Questo argomento è esposto in vari passi del Nobile Corano:
(Arabo**************)
«È contenuto in scritti onorati, elevati e puri, messi per iscritto da scribi altamente rispettabili e virtuosi.» – (Sura ‘Abasa: 13-16)
(Arabo**************)
«Indubbiamente, questa è la descrizione di un angelo nobile, potentissimo, di altissimo rango presso il Signore del Trono, obbediente e degno di fiducia.»
(Arabo***************)
«Egli (Allah) è il Conoscitore dell’invisibile. Non informa nessuno del Suo invisibile, eccetto il messaggero che ha scelto. Poi pone attorno a lui angeli custodi, affinché si sappia che i messaggeri hanno trasmesso fedelmente i messaggi del loro Signore. E Allah li abbraccia e conta ogni cosa.» – (Sura al-Jinn: 26-28)
****************
«Lo Spirito Santo (l’anima santa) lo ha fatto discendere, con verità, da parte del tuo Signore.» – (Sura an-Nahl: 102)
****************
«In verità, è una Scrittura fatta scendere dal Signore dei mondi, che lo Spirito Fedele (lo spirito degno di fiducia) ha fatto discendere.» – (Sura ash-Shuʿarāʾ: 192-193)
***************
«In verità, questo nobile Corano è trascritto in un Libro custodito. Nessuno lo può toccare se non i puri (angeli). È una rivelazione da parte del Rabb dell’universo». – (Sura al-Wāqiʿa: 77-80)
Da ciò si apprende che credere negli angeli è necessario non soltanto per credere in Allah, ma anche per credere nel Libro e nel Messaggero. In definitiva, credere negli angeli significa riconoscere come fedele e affidabile il mezzo attraverso il quale la parola di Allah giunge al Messaggero. La fede in quella parola e nei profeti che la trasmettono non può essere completa finché non crediamo pienamente nel mezzo che costituisce il legame tra Allah e i Suoi profeti.
Terzo obiettivo
Nel Nobile Corano è stata esposta anche un’altra dignità degli angeli: essi sono funzionari del regno di Allah l’Altissimo. Gli angeli sono i funzionari attraverso i quali Allah l’Altissimo fa amministrare l’intero ordine della natura e del mondo. La posizione che i funzionari (Services) occupano negli Stati terreni è esattamente quella che essi occupano nel regno di Allah. Per loro mezzo Egli fa discendere il castigo su alcuni e la misericordia su altri. Fa morire alcuni e dona la vita ad altri. In un luogo fa cadere la pioggia, in un altro fa scendere la carestia. Essi continuano a registrare le azioni, le parole e persino i pensieri e le idee di ogni essere umano, osservando ogni sua attività. Finché l’uomo opera entro il termine concessogli da Allah, questi funzionari, pur conoscendo ogni suo bene e ogni suo male, continuano per ordine di Allah a collaborare con lui e a portare a compimento tutte le sue opere. Ma non appena il suo periodo di attività giunge al termine, la macchina del suo califfato, che egli stava facendo funzionare… Il vento grazie alla cui forza un tempo l’uomo viveva, all’improvviso sconvolge i suoi insediamenti. L’acqua con cui l’uomo sostiene la propria vita, improvvisamente lo fa annegare. La terra sulla quale l’uomo vive tranquillo, come nel grembo di una madre, all’improvviso, con una sola scossa, lo riduce in polvere. Basta il ritardo di un solo ordine: non appena esso arriva, il più vicino attendente del califfo gli mette immediatamente le manette. Questa scena è stata rappresentata con grande vividezza in diversi passi del Nobile Corano.
Da questo punto di vista, credere negli angeli è una parte indispensabile della fede in Allah. Ciò significa che l’uomo deve riconoscere, insieme al Sovrano dell’universo, anche i Suoi funzionari. Altrimenti, in questo vasto impero, non può né comprendere correttamente la propria posizione (Position), né agire mantenendone piena consapevolezza.
5.
La fede nel Messaggero
Il significato della profezia
Dopo il tawḥīd, la seconda credenza fondamentale dell’Islam è la profezia (risālat). Come il tawḥīd è la vera religione nell’ambito della fede, così la profezia è la vera religione nell’ambito dell’obbedienza. Il significato letterale di profezia (risālat) è profezia o messaggero. Colui che porta il messaggio di una persona a un’altra è chiamato nabī (rasūl), ossia portatore del messaggio. Nella terminologia islamica, invece, si chiama profeta colui che trasmette la parola di Allah ai Suoi servi e li guida sulla retta via secondo il comando di Allah. Per questo motivo, nel Corano è stata usata anche la parola «guida» per indicare il profeta o il messaggero. In altre parole, egli non si limita a trasmettere il messaggio, ma guida anche le persone sulla via facile e diritta.
Allah ha stabilito una guida proprio nell’animo dell’essere umano. Alla luce dell’ispirazione divina, essa distingue tra i pensieri buoni e cattivi e tra le azioni erronee e corrette, mostrando all’essere umano la via retta del pensiero e dell’azione. Come è stato detto:
(Arabo************)
«Per l’anima umana e per Colui che l’ha resa armoniosa, poi le ha ispirato la sua dissolutezza e la sua pietà! In verità, ha prosperato chi l’ha purificata, ed è fallito chi l’ha repressa.» – (Sura ash-Shams: 7-10)
Ma poiché la guida di questo orientatore non è chiara, anzi, per attirare l’essere umano verso le azioni malvagie, ad esso si sono unite numerose forze psichiche ed esteriori, la guida esclusiva di questo orientatore naturale non può essere sufficiente all’uomo per individuare, tra le innumerevoli vie tortuose del mondo, la retta via della verità e percorrerla senza timore. Per questo Allah l’Altissimo ha colmato dall’esterno tale mancanza e ha inviato i Suoi profeti agli uomini, affinché potessero assistere questo orientatore interiore alla luce della conoscenza e della sapienza divine. E affinché il bagliore dell’ispirazione naturale, divenuto fioco sotto la pressione dell’ignoranza e delle forze fuorvianti, fosse reso chiaro mediante segni luminosi.
Questa è la vera base della dignità della profezia. A coloro che sono stati insigniti di tale dignità, Allah l’Altissimo ha concesso una conoscenza e un’intuizione straordinarie. Grazie ad esse, essi hanno compreso il significato di questioni sulle quali la gente comune è solita divergere, non sulla base di congetture, supposizioni o fantasie, bensì sulla base della conoscenza certa. Inoltre, con l’aiuto di questa intuizione, hanno riconosciuto con precisione, tra le vie tortuose del mondo, la retta e limpida via della verità.
La differenza tra i profeti e i leader comuni
Gli uomini hanno riconosciuto in ogni epoca la necessità di una guida esteriore. Nessuno ha mai sostenuto che, per l’essere umano, fosse sufficiente soltanto la guida del suo orientatore interiore. I nobili tra gli antenati, le stirpi, i clan e le nazioni, gli insegnanti e gli eruditi, le guide religiose, i leader politici, i riformatori sociali e altre persone di questo genere, la cui intelligenza era ritenuta affidabile, venivano spesso elevati al rango di guide e venivano seguiti. Ma ciò che conferisce a un profeta una superiorità sugli altri leader è la «conoscenza divina». Gli altri leader non possiedono la conoscenza divina. Formulano le loro opinioni e prendono le loro decisioni soltanto sulla base di congetture, supposizioni e fantasie. Nei loro giudizi e nelle loro decisioni si insinuano anche i desideri delle passioni. Per questo, nelle convinzioni e nelle leggi che elaborano si trova una mescolanza di verità e falsità. Nei sistemi da loro stabiliti non vi è mai una verità completamente integra. È proprio verso questa verità profonda che il Corano ha continuamente rivolto il suo ammonimento:
(Arabo**********) «Ciò che seguono non è altro che congettura e desiderio delle passioni.» – (Sura an-Najm: 23)
«Non possiedono alcuna conoscenza autentica; seguono soltanto supposizioni e congetture. Ma la congettura non soddisfa affatto il bisogno della verità.» – (Sura an-Najm: 28)
(Arabo**************)
«Ma gli ingiusti seguirono le proprie passioni senza alcuna conoscenza.» – (Sura ar-Rum: 29)
(Arabo**************)
«Tra gli uomini ve n’è qualcuno che, volgendosi via con arroganza, disputa riguardo ad Allah senza alcuna conoscenza, guida o Libro illuminante, per sviare gli uomini dalla via di Allah.» – (Sura al-Hajj: 8-9)
(Arabo************)
«E chi è più traviato di colui che segue la propria passione invece della guida proveniente da Allah?»
D’altra parte, al profeta o messaggero viene conferita da Allah la «conoscenza». La sua guida non è condizionata da supposizioni né dai desideri delle passioni; al contrario, guida gli uomini verso quella retta via che vede chiaramente e distintamente alla luce della conoscenza donatagli da Allah. Perciò, ogni volta che nel Corano si menziona l’investitura dei profeti alla dignità della «profezia» (risālat), si afferma anche che è stata loro conferita la «conoscenza». Ad esempio, la proclamazione della profezia di Ḥazrat Ibrāhīm (pace su di lui) è riportata come segue:
(আরবী*************)
«O caro padre! Credi: mi è giunta una conoscenza che non ti è giunta. Seguimi dunque; ti guiderò sulla retta via.» – (Sūra Maryam: 43)
La concessione della profezia a Ḥazrat Lūṭ (pace su di lui) è menzionata così:
(Arabo**************)
«A Ḥazrat Lūṭ abbiamo conferito capacità di giudizio e conoscenza.» – (Sūra al-Anbiyāʾ: 74)
Riguardo a Ḥazrat Mūsā (pace su di lui) è stato narrato:
(Arabo**************)
“Quando raggiunse la piena maturità e divenne un uomo completo, gli concedemmo capacità di giudizio e conoscenza.” – (Sura al-Qasas: 2)
Anche il conferimento della profezia a Davide (pace su di lui) e Salomone (pace su di lui) viene menzionato nello stesso modo:
(Arabo**************)
“A ciascuno di loro concedemmo saggezza e conoscenza.”
Al profeta finale, Hazrat Muhammad (pace su di lui), fu detto:
(Arabo**************)
«Se, anche dopo aver acquisito la conoscenza, seguirai le loro passioni, non avrai da parte di Allah alcun protettore né alcun soccorritore che possa proteggerti.» – (Sura al-Baqara: 120)
La dignità della profezia: dopo aver messo in luce la superiorità e le caratteristiche del profeta rispetto ai comuni leader, ora dovremmo rivolgere la nostra attenzione ai principi concernenti la profezia presentati dal Corano.
Il rapporto tra la fede in Allah e la fede nel Profeta
La prima cosa da dire è che, poiché il Profeta possiede una fonte di conoscenza straordinaria e Allah gli ha concesso una perspicacia eccezionale, soltanto la fede da lui esposta riguardo ad Allah può essere corretta. Se una persona stabilisce le proprie convinzioni sulla base delle proprie riflessioni o di quelle di altri scienziati e filosofi, la sua convinzione riguardo ad Allah non solo non sarà corretta, ma non potrà neppure acquisire una conoscenza autentica delle questioni fondamentali della religione e delle realtà soprannaturali che oltrepassano i limiti della facoltà di giudizio e della ragione umana ordinaria. In conclusione, la rettitudine della fede e della convinzione dipende interamente dalla fede nel Profeta. È assolutamente impossibile, recidendo questo legame, colmare il recipiente della mente con una conoscenza corretta. Per questo motivo, in diversi passi del Nobile Corano è stata attribuita grandissima importanza alla fede nel Profeta. È stato detto:
(Arabo**************)
«Quante città abbiamo chiamato a un severo rendiconto per aver disobbedito al comando del loro Signore e dei Suoi profeti. E abbiamo inflitto loro grandi castighi, affinché assaggiassero il frutto delle loro azioni. Alla fine, la loro sorte è stata funesta.» – (Sura At-Talaq: 8-9)
(Arabo**************)
«In verità è miscredente chi rinnega Allah e il Suo Messaggero, vuole fare distinzione tra Allah e il Suo Messaggero e dice: “Noi crediamo in alcuni e rinneghiamo altri”, desiderando trovare una via intermedia. Per i miscredenti abbiamo preparato un castigo umiliante. Quanto a coloro che credono in Allah e nei Suoi messaggeri e non fanno distinzione tra nessuno di loro, Allah darà loro presto la loro ricompensa. Allah è certamente Perdonatore, Misericordioso.» – (Sura An-Nisa: 150-152)
(Arabo*************)
«Chi si oppone al Messaggero dopo che la retta via gli è divenuta chiara e segue una via diversa da quella dei credenti, lo lasceremo seguire la via che ha scelto e infine lo getteremo nella Jahannam; e quale terribile destinazione!» – (Sura An-Nisa: 115)
In numerosi versetti di questo genere è stato detto con estrema chiarezza che il rapporto tra la fede in Allah e la fede nel Messaggero è inscindibile. Chi nega i profeti di Allah e non vuole accogliere i loro insegnamenti, che riconosca Allah oppure no, è ugualmente traviato in entrambi i casi. Infatti, la fede che si forma riguardo ad Allah senza una conoscenza autentica, anche se fondata sul tawḥīd, difficilmente può essere corretta e pura.
L’unità della professione di fede
Il secondo punto importante è che soltanto la fede nel Profeta può unire l’intera umanità sulla base di un’unica credenza. La base delle divergenze è in realtà l’ignoranza. Quando le persone non conoscono il significato di qualcosa, prendono decisioni basandosi su semplici supposizioni e, di conseguenza, tra loro sorgono naturalmente divergenze. Infatti, decidere con l’aiuto delle supposizioni e dell’immaginazione è come brancolare nel buio. Se non c’è luce, cinquanta persone che tastino lo stesso oggetto ne daranno cinquanta descrizioni diverse. Ma, quando arriva la luce, non rimarrà più alcuna divergenza; al contrario, tutti coloro che vedono giungeranno alla stessa conclusione sulla medesima questione. Pertanto, poiché ai profeti sono state conferite una conoscenza miracolosa e un’intuizione straordinaria, è del tutto impossibile che sorgano divergenze nelle loro concezioni, nei loro insegnamenti e nelle loro vie d’azione. Per questo il Corano ha detto che tutti i profeti appartengono allo stesso gruppo e che i loro insegnamenti e la loro religione sono essenzialmente gli stessi. Tutti hanno invitato alla stessa retta via. Per il credente è inoltre obbligatorio avere fede in tutti loro. Chiunque neghi anche uno solo dei profeti sarà ritenuto colpevole di averli rinnegati tutti e nel suo cuore non resterà neppure il minimo segno della fede. Infatti, l’insegnamento che egli nega non è soltanto quello di un profeta, bensì è l’insegnamento di tutti i profeti.
****************
«O profeti! Mangiate delle cose pure e compite il bene; appartenete essenzialmente a un’unica comunità e Io sono il vostro Signore. Temete dunque Me. Ma in seguito le persone si sono divise tra loro e hanno separato le proprie religioni. E ora la situazione è tale che ciascuno si rallegra di ciò che possiede.» — (Sura al-Mu’minun: 51-53)
*************
«O Muhammad! Ti abbiamo rivelato la rivelazione così come l’avevamo rivelata a Noè e ai profeti venuti dopo di lui. E nello stesso modo abbiamo inviato la rivelazione ad Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe, alla discendenza di Giacobbe, a Gesù, Giobbe, Giona, Aronne e Salomone, e abbiamo dato a Davide il Zabur. E abbiamo inviato quei profeti di cui ti abbiamo parlato in precedenza, e anche quei profeti di cui non ti abbiamo parlato. E prima di te Allah l’Altissimo parlò anche con Mosè.» — (Sura an-Nisa: 163-164)
Numerosi versetti di questo genere dimostrano che tutti i profeti vennero per invitare le persone alla stessa vera religione e furono inviati a ogni popolo.
************
È necessario avere una fede esplicita nei profeti tra quelli menzionati chiaramente nel Nobile Corano. Quanto ai profeti i cui nomi non ci sono stati comunicati, la convinzione corretta è che tutti fossero chiamati a invitare all’Islam. Tuttavia, le diverse nazioni hanno alterato i loro insegnamenti e, entrando in disaccordo tra loro, hanno creato religioni distinte per sé. Non possiamo definire profeti Buddha, Krishna, Zarathustra, Confucio e altri simili, poiché nel Corano non vi è alcuna menzione esplicita di loro. La nostra convinzione, tuttavia, è che i profeti di Allah siano giunti in India, Cina, Giappone, Iran, Africa, Europa e in tutti gli altri paesi, invitando tutti alla stessa religione dell’Islam, proprio come fece Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Pertanto non intendiamo dichiarare falsi i maestri religiosi di alcuna nazione; neghiamo soltanto le false opinioni e le vie errate oggi diffuse nel mondo, deviate dalla retta via dell’Islam, lo Ṣirāṭ al-Mustaqīm.
Obbedienza e imitazione del profeta
La conseguenza inevitabile della fede nella profezia è che si deve seguire il metodo adottato dal Messaggero di Allah non soltanto nelle questioni della fede e dell’adorazione, ma in tutti gli ambiti concreti della vita. Infatti, grazie alla «conoscenza» e all’«intuizione» con cui Allah li aveva onorati, essi potevano distinguere con assoluta certezza i metodi errati da quelli corretti. Per questo, tutto ciò che rifiutavano o accettavano e ogni ordine che impartivano, lo facevano sotto l’ispirazione di Allah. Anche dopo anni, persino dopo epoche di esperienza, la gente comune non avrebbe potuto riuscire pienamente a distinguere l’errore dalla verità; e, anche qualora avesse conseguito un certo successo, questo non sarebbe stato fondato su una base solida di fede incontestabile, ma sarebbe dipeso soltanto da supposizioni e ricerche, lasciando inevitabilmente spazio al rischio di errore. I profeti di Allah, invece, adottarono nelle attività della vita e insegnarono il cammino da seguire sulla base della conoscenza. Per questo in esso non vi è alcuna possibilità di errore. È anche per questo che il Nobile Corano ordina ripetutamente di obbedire ai profeti e di seguirli. Definisce il metodo da loro seguito come Sharia, retta via e Ṣirāṭ al-Mustaqīm, e insiste affinché si abbandoni l’obbedienza agli altri esseri umani e si obbedisca soltanto ai profeti, seguendo esclusivamente le loro orme. Infatti, obbedire loro equivale esattamente a obbedire ad Allah, e seguirli significa seguire la volontà divina.
****************
«Abbiamo inviato ogni profeta soltanto affinché gli si obbedisse, con il permesso di Allah.» — (Sura an-Nisāʾ: 64)
***************
«Chi obbedisce al profeta obbedisce ad Allah stesso.» — (Sura an-Nisāʾ: 80)
**************
«O Muhammad! Di’: “Se amate Allah, seguitemi; Allah vi amerà e perdonerà i vostri peccati. Allah è il Perdonatore, il Misericordioso”. Di’: “Obbedite ad Allah e al Messaggero”. Se poi si allontanano, sappiano con certezza che Allah non ama i miscredenti». — (Sura Āl ʿImrān: 31-32)
****************
«O credenti! Obbedite ad Allah e al Suo Messaggero e non allontanatevi da Lui mentre ascoltate il Suo comando. Non siate come coloro che dicono: “Abbiamo ascoltato”, ma in realtà non ascoltano nulla. Presso Allah, le peggiori bestie sono coloro che non comprendono nulla». — (Sura al-Anfāl: 20-22)
****************
«Quando Allah e il Suo Messaggero hanno deciso una questione, non è lecito a nessun uomo credente né a nessuna donna credente conservare alcun diritto di decisione riguardo a se stessi. E chi disobbedisce ad Allah e al Suo Messaggero è stato certamente gettato in un evidente traviamento». — (Sura al-Aḥzāb: 36)
************
«Se poi non ti obbediscono, sappi che seguono soltanto i desideri delle loro passioni. E chi è più traviato di colui che abbandona la guida di Allah e segue la propria passione?» (Sura al-Qaṣaṣ: 50)
In molti altri versetti di questo genere viene sottolineata l’importanza dell’obbedienza e del seguire il Profeta. Inoltre, nella sura al-Ahzab, ciò viene affermato con estrema chiarezza: per coloro che sperano nel successo nell’Aldilà e nella ricompensa da parte di Allah, la vita del Messaggero di Allah costituisce un modello da imitare.
***************
«In verità, nella vita del Messaggero di Allah vi era il modello migliore per chiunque sperasse in Allah e nell’Ultimo Giorno e ricordasse molto Allah.» — (sura al-Ahzab: 21)
L’importanza della fede nella profezia
La convinzione relativa alla profezia, insieme alle direttive concernenti l’obbedienza e il seguire, è in realtà l’anima della cultura edificata dall’Islam, la sua forza vitale, la sua forza fondatrice e il fondamento essenziale della sua natura peculiare.
In ogni cultura e sistema sociale, tre elementi svolgono il ruolo di fondamenti essenziali. Primo: il sistema di pensiero; secondo: i principi morali; terzo: l’ordinamento sociale. In tutte le culture del mondo, questi tre elementi vengono raccolti in tre modi diversi. Il sistema di pensiero viene ricavato dagli insegnamenti di pensatori e scienziati che, per una ragione o per l’altra, hanno finito per esercitare un’influenza sulla mentalità di grandi gruppi umani. I principi morali vengono assunti da statisti, riformatori e capi religiosi che, in epoche diverse, hanno acquisito autorità su determinati popoli. L’ordinamento sociale viene elaborato da persone sulla cui competenza e abilità si fa affidamento nei diversi aspetti e settori della vita. In tal modo, nel sistema sociale che viene instaurato si osservano inevitabilmente tre difetti fondamentali:
Primo: gli elementi raccolti da questi tre diversi metodi danno origine a una miscela eterogenea, il cui equilibrio può richiedere forse un intero secolo per stabilizzarsi. Tuttavia, al suo interno rimangono molte incoerenze, disuguaglianze e disarmonie. Nel mondo esistono innumerevoli scienziati e filosofi. Il sistema di pensiero di ciascuno è diverso e fondamentalmente distinto da quello degli altri. In genere, essi non hanno alcun rapporto stretto con i problemi concreti della vita umana; anzi, la maggior parte di loro è nota per l’avversione nei confronti degli esseri umani. È da fonti di questo genere che gli uomini del mondo traggono i propri sistemi di pensiero. Anche tra il gruppo dal quale viene ricavato il secondo elemento si osservano profonde divergenze quanto a concezioni personali, idee e mentalità. Se vi è qualcosa che accomuna i membri di questo gruppo, è il fatto che ciascuno di essi abita nel mondo dell’immaginazione e segue una tendenza eccessivamente emotiva ed entusiastica. Il loro rapporto con i problemi puramente concreti è assai limitato. Anche le fonti del terzo elemento sono diverse tra loro; tuttavia, esse hanno una cosa in comune: in loro vi è ben poca sensibilità. L’eccessivo realismo li ha resi crudeli e aridi. È evidente che una miscela corretta ed equilibrata di elementi tanto eterogenei e contraddittori è estremamente difficile; la loro discordanza e il loro contrasto non possono fare a meno di mettere in risalto le rispettive caratteristiche.
Secondo: i tre elementi ottenuti attraverso questi metodi non possiedono né la forza della stabilità né la capacità di diffondersi ampiamente. Su popoli diversi esercitano la loro influenza diversi pensatori, leader politici e legislatori, e di conseguenza si delineano differenze fondamentali nei loro sistemi di pensiero, nei principi morali e negli ordinamenti sociali. Inoltre, anche all’interno di un singolo popolo, l’influenza degli eminenti pensatori, statisti e legislatori che esercitano il loro ascendente nella prima epoca non si mantiene nei periodi successivi; al contrario, con il mutare delle epoche cambiano sia coloro che esercitano tale influenza sia l’influenza da loro esercitata. In questo modo, da un lato le culture assumono un carattere nazionale e, a causa del loro contrasto, tra i popoli si accende un fuoco di conflitto simile, in realtà, a una folgore che appicca il fuoco a un cumulo di paglia destinato alla pace. Dall’altro lato, la cultura e la civiltà proprie di ogni popolo rimangono permanentemente in una condizione vacillante e instabile e, invece di svilupparsi lungo una direzione definita, talvolta si muovono verso l’evoluzione e talvolta verso la rivoluzione.
Terzo: nessuna delle fonti menzionate dei tre elementi reca anche il minimo segno di sacralità. Il metodo di pensiero che una nazione riceve dai suoi pensatori, le norme morali che riceve dalle sue guide e l’ordinamento sociale che riceve dai suoi legislatori sono tutti frutto dello sforzo umano, e anche i loro seguaci sono pienamente consapevoli di tale origine umana. La conseguenza inevitabile è che l’adesione non raggiunge mai la perfezione. Nemmeno al culmine della loro adesione i seguaci riescono a essere pervasi dallo spirito della fede. Essi stessi si rendono conto che negli elementi fondamentali della loro cultura esiste la possibilità dell’errore e la necessità di correzione. Inoltre, l’esperienza concreta e le verifiche continuano a dimostrarne gli errori. Di conseguenza sorgono naturalmente dubbi, esitazioni e conflitti interiori. In tal modo, nessun sistema di pensiero o di diritto riesce mai a esercitare un controllo completo sulla nazione e a stabilizzare la società e la civiltà.
Al contrario, la cultura fondata sulla fede nel Profeta rimane libera dalle tre deviazioni e deformazioni sopra menzionate.
Primo: in essa i tre elementi della cultura sono attinti dalla medesima fonte. La stessa persona definisce il metodo di pensiero, stabilisce le norme morali e formula anche i principi dell’ordinamento sociale. Egli è al tempo stesso guida nel mondo del pensiero, nel mondo morale e nel mondo dell’azione. Il suo sguardo si estende in egual misura ai problemi di tutti e tre i mondi. In lui si realizza un armonioso equilibrio tra tolleranza, sensibilità delicata e abilità operativa; con la giusta proporzione di ciascun elemento, egli li integra nella cultura in modo tale che nessuna parte risulti eccessiva o insufficiente. Tra le sue parti non si riscontrano disarticolazione né disarmonia. Questo è, in realtà, al di sopra delle forze e delle capacità umane. Tuttavia, senza la guida del Signore, è assolutamente impossibile realizzarlo.
Secondo: nessuno dei suoi elementi è legato a una particolare nazione o epoca. Il metodo di pensiero, le norme morali e l’ordinamento sociale stabiliti dal Profeta di Allah non si fondano su inclinazioni nazionali o caratteristiche temporali, bensì sulla verità e sulla rettitudine. La verità e la rettitudine sono realtà che trascendono tutti i confini tra Oriente e Occidente, tra neri e bianchi, tra non-ari e ari, tra antico e moderno. Ciò che è vero e fondato sulla verità rimane ugualmente vero e fondato sulla verità in ogni angolo del mondo, presso ogni nazione e in ogni avvicendarsi del tempo e delle epoche. Il sole è sole in Giappone così come a Gibilterra. Come era il sole mille anni fa, così resterà anche tra mille anni. Pertanto, se una cultura può diventare universale, umana e durevole, essa non può essere altro che la cultura istituita dal Messaggero di Allah. Soltanto essa possiede infatti la capacità di adattarsi a ogni paese, nazione ed epoca, mantenendo immutati i propri principi e fondamenti essenziali.
Terzo: questa cultura possiede la dignità della piena sacralità. I suoi seguaci nutrono la convinzione e la fede che il fondatore di questa cultura sia il Profeta di Allah e che egli possieda la conoscenza conferitagli da Allah. Nella sua conoscenza non vi è la minima traccia di dubbio o esitazione. (*******) Nelle sue parole non vi è posto né per congetture e supposizioni, né per l’impulso delle passioni. Qualunque cosa egli presenti, la presenta da parte di Allah. Non vi è alcuna possibilità che egli inciampi o venga guidato su una via errata. (***************) «Il vostro compagno non si è smarrito né è stato sviato. Non parla di propria volontà. Questo non è altro che una rivelazione che gli è stata trasmessa. Gliel’ha insegnata Colui che è dotato di immensa potenza». — (Sura al-Najm, 2-5) Quando questa fede e questa convinzione penetrano nelle vene e nelle arterie dei seguaci del Profeta, essi continuano a seguire il Profeta con piena serenità mentale. Nel loro cuore non rimane posto per alcun dubbio, esitazione o conflitto interiore. Nel loro cuore non sorge mai il timore che questo metodo possa non essere infallibile e che un altro metodo sia invece fondato sulla verità o almeno migliore di esso. È evidente che una cultura di questo tipo sarà solida al livello desiderato; la sua adesione sarà assai salda e in essa si osserverà un senso della disciplina maggiore che nelle altre culture del mondo. Nel suo metodo di pensiero, nelle sue norme morali e nel suo ordinamento sociale si affermeranno maggiore coesione, equilibrio e stabilità.
In realtà, i profeti di Allah furono i costruttori stessi di questa cultura. Per centinaia di anni prepararono il terreno per essa in ogni parte del mondo. Quando il terreno fu completamente pronto, l’ultimo Profeta, Muhammad (pace e benedizioni su di lui), venne e ne edificò la costruzione completa.
La natura distintiva della profezia muhammadiana
Tutto ciò che è stato esposto finora riguardava le disposizioni generali relative alla profezia. Vi sono tuttavia anche alcuni aspetti specificamente legati alla profezia muhammadiana (pace e benedizioni su di lui). È indubbio che, quanto al rango profetico, non vi sia in sostanza alcuna differenza tra Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e gli altri profeti. Infatti, la chiara dichiarazione del Nobile Corano è questa: (***************) non è lecito fare alcuna distinzione tra i profeti. Pertanto, in linea di principio, ciò vale per tutti i profeti: tutti sono stati inviati da parte di Allah; a tutti sono state donate la «saggezza» e la «conoscenza»; tutti invitano verso la medesima retta via; tutti sono guide e orientatori per l’umanità; l’obbedienza a tutti è obbligatoria e la vita di ciascuno di loro costituisce un modello da imitare per l’umanità. Tuttavia, di fatto, Allah l’Altissimo ha conferito all’ultimo Profeta, il venerabile Muhammad (pace e benedizioni su di lui), una particolare distinzione rispetto agli altri profeti sotto alcuni aspetti. Questa distinzione non è affatto una questione ordinaria e marginale, tale che il tenerne conto o meno non produca alcun effetto; al contrario, essa riveste un’importanza fondamentale nell’intero sistema dell’Islam. Di fatto, tutte le convinzioni e tutte le leggi dell’Islam poggiano su questa posizione distintiva della profezia muhammadiana. Per questo la fede di una persona riguardo alla profezia non può essere pura finché essa non crede in Muhammad, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), tenendo conto di questa sua posizione distintiva e particolare.
La differenza tra le profezie precedenti e quella di Muhammad
Per comprendere questo aspetto, è necessario tenere presenti alcune questioni.
Primo: dagli indizi coranici, dalla storia antica e dalle deduzioni razionali risulta che il numero dei profeti dovrebbe ammontare a diverse migliaia. Il Corano dice: (***************) «Non vi fu mai alcun popolo al quale non fosse stato inviato un ammonitore». È evidente, inoltre, che nel mondo sono passati così tanti gruppi umani che la nostra storia non è stata né è in grado di fornire notizie su tutti loro. Pertanto, anche supponendo che sia venuto un solo profeta per ogni popolo, il numero dei profeti dovrebbe comunque superare il migliaio. Anche alcuni hadith offrono sostegno a questa tesi: in essi il numero dei profeti è indicato come pari a centoventiquattromila. Tuttavia, tra questa enorme moltitudine, i profeti i cui nomi sono menzionati nel Nobile Corano si possono contare sulle dita di una mano. Anche includendo i nomi di quei maestri religiosi la cui profezia non è neppure accennata nel Nobile Corano, il numero non supera comunque le decine. Il fatto che persino il nome e le tracce di innumerevoli profeti siano andati cancellati, e che siano scomparse le testimonianze dei loro insegnamenti, dimostra che essi erano venuti per epoche e popoli particolari. Non possedevano nulla che potesse conferire stabilità e durata ai loro insegnamenti, né estenderli universalmente.
Secondo: d’altra parte, sulle biografie e sugli insegnamenti dei profeti e dei maestri religiosi di cui conosciamo i nomi si è depositato un velo così fitto di leggende e deformazioni che la nostra ignoranza su di loro è incomparabile. Se, abbandonando ogni fede immaginaria nelle testimonianze che di loro sono ancora presenti nel mondo, le si sottopone a una verifica condotta secondo il solo criterio storico, si deve ammettere che non ci si può affidare a nessuna di esse. Non siamo nemmeno in grado di indicare con certezza il loro vero periodo di vita, né conosciamo persino i loro veri nomi. Non possiamo neppure affermare in modo definitivo che siano realmente esistiti nel mondo. Gli storici hanno persino dubitato che personaggi celebri come Buddha, Zarathustra e Gesù siano state figure storiche, ritenendo che fossero soltanto personaggi immaginari. Inoltre, tutto ciò che sappiamo della loro vita è così breve e oscuro che non è possibile assumerli come modelli da imitare in alcun ambito dell’esistenza; lo stesso vale, in gran parte, per gli insegnamenti da loro predicati. Nessuna delle scritture e delle dottrine diffuse a loro nome può essere fatta risalire autenticamente a loro. Al contrario, esistono prove solide, sia interne sia esterne, che dimostrano come tali scritture e insegnamenti abbiano subito ampie modifiche e alterazioni. Da ciò risulta chiaramente che, prima di Muhammad — che Allah lo benedica e gli conceda pace —, la profezia e la guida religiosa di tutti i profeti e maestri religiosi che erano venuti al mondo si erano ormai concluse.
Terzo: riguardo a quasi tutti i profeti e i maestri religiosi è evidente di per sé che i loro insegnamenti erano destinati precisamente ai popoli presso i quali erano venuti. Alcuni di loro lo dichiararono personalmente, mentre nel caso di altri lo dimostrarono gli stessi eventi. Gli insegnamenti di Abramo, Mosè, Confucio, Zarathustra e Krishna non oltrepassarono mai i confini dei loro rispettivi popoli. Lo stesso vale per gli altri profeti e maestri religiosi dei popoli semitici e ariani. È vero che i seguaci di Buddha e di Gesù riuscirono a diffondere i loro insegnamenti presso altri popoli. Tuttavia, essi stessi non si adoperarono mai a tale scopo e non affermarono mai che il loro messaggio fosse destinato al mondo intero. Anzi, nel Vangelo stesso viene riferito da Gesù — che la pace sia su di lui — che egli era venuto al mondo soltanto per guidare i Figli d’Israele.
Quarto: tra tutti i profeti e i maestri religiosi, Muhammad — che Allah lo benedica e gli conceda pace — è l’unico uomo riguardo alla cui vita e ai cui insegnamenti disponiamo di informazioni autentiche, precise e certe, sulla cui veridicità non vi è il minimo motivo di dubitare. Perciò si può affermare, senza timore di alcuna obiezione, che oggi non esiste alcun personaggio storico del mondo riguardo al quale sia disponibile una raccolta di informazioni altrettanto precisa e affidabile. Se perfino una persona scettica nutrisse dubbi sulla sua autenticità, dovrebbe gettare nel fuoco l’intero patrimonio storico del mondo. Dopo aver dubitato della veridicità di una raccolta documentaria così vasta, infatti, dovrebbe necessariamente ammettere che tutto il sapere storico non è altro che un cumulo di menzogne, e che non ci si può affidare nemmeno a una sua singola parola.
Quinto: così, tra tutti i profeti e i maestri religiosi, soltanto la vita e la biografia di Muhammad — che Allah lo benedica e gli conceda pace — sono giunte fino a noi in modo dettagliato. Non soltanto tra i maestri religiosi dei popoli, ma tra tutti i personaggi storici del mondo, non esiste, oltre a Muhammad — che Allah lo benedica e gli conceda pace —, alcun uomo i cui più minuti dettagli biografici siano stati preservati nelle pagine della storia. Se vi fosse una differenza tra l’epoca di Muhammad — che Allah lo benedica e gli conceda pace — e il tempo presente, consisterebbe soltanto nel fatto che allora la sua presenza fisica era tra noi, mentre oggi non lo è più. Ma se non si considera l’esistenza fisica una condizione necessaria della vita, possiamo dire che egli è ancora vivo e che vivrà finché nel mondo rimarrà la sua biografia. Nelle raccolte di hadith e nelle opere biografiche, ancora oggi gli uomini possono osservare la vita di Muhammad — che Allah lo benedica e gli conceda pace — con la stessa vicinanza con cui potevano osservarla i suoi contemporanei. È dunque del tutto ragionevole affermare che, tra i profeti e gli altri maestri religiosi, soltanto Muhammad — che Allah lo benedica e gli conceda pace — può essere seguito in modo autentico e completo.
Sesto: lo stesso vale per gli insegnamenti di Muhammad — che Allah lo benedica e gli conceda pace. Come è stato già detto, tra i profeti e i maestri religiosi non vi è nessuno il cui libro sacro portato agli uomini e i cui insegnamenti predicati siano ancora oggi conservati nella loro forma autentica, e che possano essere collegati in modo certo e affidabile al loro portatore e predicatore originario. Di questa fortuna è invece il possessore Muhammad — che Allah lo benedica e gli conceda pace. Il libro da lui portato, il Corano, è ancora presente esattamente nella lingua nella quale egli lo presentò. E, oltre al Corano, sono stati conservati in forma quasi del tutto autentica anche gli insegnamenti che egli impartì con le proprie parole. E, se Allah vuole, saranno conservati per sempre. Pertanto, tra i profeti e i maestri religiosi, soltanto gli insegnamenti di Muhammad — che Allah lo benedica e gli conceda pace — possono essere seguiti con serenità e senza alcun dubbio.
Settimo: prendete in esame il patrimonio di informazioni oggi disponibile nel mondo sugli insegnamenti e sulle vite dei profeti e dei maestri religiosi del passato. Tutti gli esempi sacri di verità e sincerità, bene e beneficio, nobile carattere e buona condotta che vi troverete, li troverete ciascuno negli insegnamenti e nella vita di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Allo stesso modo, negli insegnamenti e nelle vite dei leader comparsi nella società umana dopo di lui, non troverete alcuna verità, sincerità, virtù o bene che non sia già presente negli insegnamenti e nel carattere di vita di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Inoltre, negli insegnamenti e nella vita di Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) si trova un patrimonio ancora più ricco di vera conoscenza, operosità virtuosa e buoni principi, quale non si può trovare negli insegnamenti e nelle vite di alcun maestro religioso del passato o del presente. La cosa più importante è che, riguardo alla conoscenza divina, al carattere morale e alla condotta mondana, l’uomo non può concepire alcuna affermazione corretta al di fuori dell’Islam. È dunque una verità innegabile che gli insegnamenti e il carattere di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) costituiscono la somma di ogni bene. Egli ha manifestato tutto ciò che vi era di vero e ha reso luminosa quella che veniva chiamata la retta via. Ha esposto chiaramente tutti i buoni principi e le buone regole possibili per mantenere sano, sul piano individuale e collettivo, il carattere morale e la condotta degli esseri umani e per vivere correttamente nel mondo. Ora non vi è più alcuna possibilità di aggiungervi o apportarvi ampliamenti.
Ottavo: tra l’intero gruppo dei profeti e dei maestri religiosi, soltanto Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ha affermato che il suo invito era rivolto a tutta l’umanità; inoltre, durante la sua stessa vita, inviò effettivamente lettere d’invito ai sovrani di diversi paesi, e il suo invito raggiunse ogni angolo della terra e ogni gruppo dell’umanità. Nessuno, a parte Hazrat (pace e benedizioni su di lui), ha conseguito questa peculiarità. Alcuni non hanno neppure rivendicato l’universalità, né hanno ottenuto una dignità universale. La religione di altri ha sì acquisito una dignità universale, ma essi stessi non l’hanno mai rivendicata né si sono adoperati per essa. In realtà, Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è l’unica persona che ha rivendicato l’universalità, si è adoperata per essa e l’ha effettivamente conseguita.
Nono: possono esservi soltanto tre ragioni per l’invio dei profeti nel mondo. Primo, che in precedenza non sia venuto alcun profeta per guidare una determinata nazione e che, secondo **********, essa necessiti di uno o più profeti. Secondo, che in precedenza sia venuto un profeta, ma che i segni della sua profezia siano scomparsi; che i suoi insegnamenti e il Libro da lui recato siano stati alterati; che le tracce relative alla sua vita siano state cancellate e che sia diventato impossibile per la gente seguire il suo eccellente esempio. Terzo, che gli insegnamenti del profeta o dei profeti precedenti siano incompleti e richiedano quindi ulteriori aggiunte e ampliamenti. Al di fuori di queste tre ragioni non ve n’è una quarta per l’invio dei profeti, né può esservi dal punto di vista della ragione.¹ Se per una nazione è già venuto un profeta, i suoi insegnamenti e la sua vita sono stati preservati in modo impeccabile, non vi è alcuna necessità di aggiunte o ampliamenti e, nonostante ciò, le fosse inviato in seguito un secondo profeta, ciò sarebbe assolutamente impossibile. La dignità della profezia non è una semplice questione di prestigio, da conferire come ricompensa per una buona azione. È piuttosto un particolare tipo di servizio, affidato a qualcuno, secondo necessità, per un compito determinato. Inoltre, questa dignità non è così piccola e insignificante da essere conferita a qualcuno soltanto per richiamare l’attenzione su un insegnamento precedente. Per questo compito sono sufficienti gli eruditi fedeli alla verità e i mujaddid. Pertanto, la ragione esige in modo definitivo che nessun profeta possa venire finché non si verifichi una delle tre ragioni menzionate. Dalla nostra discussione precedente è stato dimostrato che, con la profezia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), tutte e tre queste ragioni sono venute meno. Il suo invito è rivolto a tutta l’umanità; dunque ora non vi è alcuna necessità che vengano profeti distinti per le diverse nazioni. Il Libro da lui recato e i segni della sua profezia sono conservati in modo completamente integro; non vi è alcuna necessità che giungano un nuovo Libro o una nuova guida. I suoi insegnamenti e la sua guida sono completi e perfetti. In questo ambito, non è rimasto nascosto nulla della vera conoscenza, né è rimasto nulla da presentare come guida e modello da seguire per le buone azioni
¹ Una ragione può certamente essere la necessità di inviare un altro profeta insieme a un profeta, per aiutarlo. Nel Corano si trovano alcuni esempi di questo genere. Ma questo non è l’argomento della nostra discussione. Infatti, la profezia del profeta ausiliario è soltanto un’appendice di quella profezia per la cui assistenza egli viene nominato ministro.
in materia. Pertanto, non vi è alcuna necessità di qualcuno che vi apporti ampliamenti. Quando queste tre ragioni non sono presenti — sebbene l’invio di un profeta dipenda proprio da esse — si deve naturalmente riconoscere che, dopo la profezia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), la porta della profezia si è definitivamente chiusa. Se oggi questa porta fosse aperta, ciò significherebbe che Allah compie anche azioni futili, mentre Allah ne è libero, puro e santo. Egli non compie mai alcuna azione futile.¹
Il Corano ha esposto in modo estremamente ampio e chiaro le tre prerogative distintive della profezia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui).
L’invito universale
Il Corano dice
«Di’: “O uomini! Io sono il Messaggero di Allah inviato a tutti voi, di Colui al quale appartiene il regno dei cieli e della terra; non vi è altra divinità all’infuori di Lui, Egli dà la vita e dà la morte. Credete dunque in Allah, nel Suo Profeta e Messaggero ummī, che crede in Allah e nelle Sue parole. Seguitelo, affinché possiate camminare sulla retta via”.» — (Sura al-Aʿrāf: 158)
«(O Muhammad!) Ti abbiamo inviato come annunciatore di buone novelle e ammonitore per tutta l’umanità, ma la maggior parte degli uomini non ne è consapevole.» — (Sura Saba’: 28)
1. La questione non consiste soltanto nel fatto che l’invio di un profeta senza necessità sarebbe un atto vano; esso sarebbe anche contrario alla ragione. Una volta compiuta l’opera della profezia, la sua porta dovrebbe necessariamente chiudersi, affinché gli uomini di tutto il mondo possano unirsi seguendo un unico profeta. Altrimenti, se questa porta rimanesse aperta, l’avvento di ogni nuovo profeta introdurrebbe nuovamente tra gli uomini una distinzione tra miscredenza e fede, e coloro che erano uniti comincerebbero a separarsi gli uni dagli altri.
«O uomini! Questo Profeta è venuto a voi con la verità da parte del vostro Signore. Credete dunque: ciò è meglio per voi. Ma se persistete nella miscredenza, sappiate che ad Allah appartiene il dominio dei cieli e della terra.» — (Sura an-Nisā’: 170)
«(O Muhammad!) Ti abbiamo inviato come misericordia per tutti i mondi.» — (Sura al-Anbiyā’: 107)
«Glorioso è Colui che ha fatto scendere sul Suo servo il Libro che distingue la verità dalla falsità, affinché egli fosse un ammonitore per tutti i mondi.» — (Sura al-Furqān: 1)
Da ciò risultano evidenti alcune questioni:
Primo: l’invito di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non è destinato a un’epoca, a una nazione o a un paese particolare; egli è invece, per l’eternità, la guida e il condottiero dell’intera umanità.
In secondo luogo, tutta l’umanità è stata incaricata di credere in lui e di seguirlo.
In terzo luogo, non si può trovare la retta via se non credendo in lui e seguendolo.
Questi tre punti rientrano tutti nella dottrina della certezza, poiché l’universalità e l’infinità della cultura universale chiamata Islam dipendono proprio da questa certezza. In realtà, se si ammettesse che si possa trovare la retta via anche al di fuori della religione predicata dal Nobile Profeta, la vocazione universale dell’Islam scomparirebbe e anche l’universalità dell’ideale islamico perderebbe ogni significato.
La perfezione della religione islamica
************
È Lui che ha inviato il Suo Messaggero con la guida e la vera religione, affinché la facesse prevalere su ogni religione». — (Sura al-Tawba, 33)
***********
«Oggi ho perfezionato per voi la vostra religione, ho completato su di voi il Mio favore e ho scelto per voi l’Islam come religione». Da ciò si comprende che ciò che viene chiamato guida e ciò che si intende con vera religione è stato inviato in modo completo e perfetto attraverso il Profeta arabo (pace e benedizioni su di lui). La sua profezia si è estesa a tutte le religioni. Attraverso di lui la religione è stata portata a compimento. E il flusso inesauribile della guida, che attraverso i profeti precedenti scendeva a poco a poco, questa volta è giunto al grado della perfezione. Dopo di ciò, nella guida, nella religione e nella vera conoscenza non è rimasto nulla per la cui manifestazione fosse necessario l’arrivo di un altro profeta o messaggero. Come naturale conseguenza della proclamazione, in termini così chiari, della perfezione della religione e del completamento del favore, il rapporto di obbedienza e di seguace con le profezie precedenti doveva interrompersi, e la porta della profezia doveva necessariamente chiudersi per il futuro. Questi due elementi, ossia l’abrogazione delle religioni precedenti e la conclusione della profezia, costituiscono le caratteristiche distintive della missione di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Nel Nobile Corano entrambi questi elementi sono stati esposti con parole esplicite.
***********
L’abrogazione delle religioni precedenti
***********
Il significato dell’espressione «abrogazione delle religioni precedenti» è che tutto ciò che i profeti precedenti avevano presentato è ormai stato abrogato. È certamente necessario credere in linea generale alla loro missione profetica e alla loro veridicità, poiché tutti erano chiamati a diffondere l’invito islamico. Credere in loro equivale a credere nell’Islam. Tuttavia, sul piano pratico, il rapporto di obbedienza e di seguire il loro esempio si è ormai reciso nei loro confronti e si è collegato soltanto all’insegnamento e al modello di vita di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Ciò perché, in linea di principio, dopo la perfezione non vi era alcuna necessità di imperfezione. In secondo luogo, gli insegnamenti e le biografie dei profeti precedenti sono stati alterati e sono scomparsi; di conseguenza, non era più possibile seguirli correttamente. Per questo, ovunque nel Nobile Corano viene impartito l’ordine di obbedire al Messaggero e di seguirlo, sono state usate le parole **** oppure ****. Con ciò si intende in modo particolare Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Come viene detto:
«Di’: Obbedite ad Allah e al Messaggero. Se poi non accettano il vostro invito, Allah non può certo amare coloro che rifiutano di obbedire a Lui e al Messaggero». (sura Āl ʿImrān: 32)
Obbedite ad Allah. Obbedite al Messaggero e anche a coloro che, tra voi, hanno la responsabilità degli affari generali. (sura an-Nisāʾ: 59)
«Chi obbedisce al Messaggero obbedisce in realtà ad Allah». (
Ed è per questo motivo che anche ai popoli che credono in uno dei profeti precedenti è stato ordinato di credere in Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e di seguirlo. Perciò viene detto:
*************
«O gente del Libro! Vi è giunto il Mio Messaggero, che vi esporrà molte cose che avevate nascosto del Libro, e vi perdonerà molte altre. Vi è giunta, da parte di Allah, una luce e un Libro chiaro. Attraverso di esso Allah guiderà sulla via della pace coloro che seguono ciò che Gli è gradito; li farà uscire dalle tenebre verso la luce e li guiderà sulla retta via». (Sura al-Māʾida: 15-16)
Altrove è detto:
«Tra la gente del Libro vi sono coloro che credono: essi seguono questo Profeta-Messaggero illetterato, di cui trovano menzione nella loro stessa Torah e nel Vangelo. Egli ordina loro il bene e proibisce loro il male; rende loro lecite le cose pure e proibisce loro quelle impure, e li libera dai loro pesi e dalle catene che gravavano su di loro. Dunque, coloro che credono in lui, lo sostengono e lo aiutano e seguono la luce che è stata fatta discendere con lui, sono loro i prosperi. O Muḥammad, di’: “O uomini! Io sono il Messaggero di Allah inviato a tutti voi, di Colui al quale appartiene il regno dei cieli e della terra. Non vi è altra divinità all’infuori di Lui; Egli dà la vita e dà la morte. Credete dunque in Allah, nel Suo Messaggero illetterato e Profeta, che crede in Allah e nelle Sue parole, e seguitelo, affinché possiate seguire la retta via”». (Sura al-Aʿrāf: 157-158)
Questi chiari versetti spiegano l’abrogazione delle religioni precedenti, chiarendone il significato e la portata. Ne viene esposta anche la ragione e viene indicata la sua naturale conseguenza. Viene inoltre dichiarato che, d’ora in poi, il conseguimento della guida e della prosperità è strettamente legato al seguire il Profeta illetterato (pace e benedizioni su di lui). Viene altresì spiegato che la religione predicata dal Profeta illetterato (pace e benedizioni su di lui) è in realtà la riforma e il perfezionamento della religione che era stata inviata ai credenti nella Torah e nel Vangelo e agli altri popoli.
Il sigillo della profezia
Allo stesso modo, nel Sacro Corano è espresso con parole ancora più chiare l’altro esito della perfezione della religione: il sigillo della profezia. È detto:
«Muḥammad non è il padre di nessuno dei vostri uomini, bensì il Messaggero di Allah e il sigillo dei profeti. Allah è onnisciente su ogni cosa». — (Sura al-Aḥzāb: 40)
Questa dichiarazione sulla chiusura della porta della profezia è così chiara che, se nel cuore di qualcuno non vi sono perversione e malizia, dopo di essa non può trovare alcun margine per riaprire la porta della profezia nell’Islam. La parola menzionata nel versetto, sia letta con la vocale fatḥa sulla lettera indicata, sia con la kasra, conduce in entrambi i casi allo stesso risultato: la porta della profezia è stata chiusa per sempre in conformità alla conoscenza di Allah, Colui al cui sapere nulla può essere contrario.
Elementi essenziali della fede nella profezia muhammadiana
La perfezione della religione dell’Islam, l’abrogazione delle religioni precedenti e il sigillo della profezia sono, in realtà, tre credenze appartenenti al credo islamico; e alla base della profezia, la fede in esse costituisce una componente essenziale. Il fondamento della missione universale dell’Islam è questo: per l’umanità è stata istituita, sotto forma della missione muhammadiana, una religione completa, nella quale sono state colmate tutte le incompletezze delle missioni precedenti. Per il futuro non è stata lasciata alcuna incompletezza che possa mai aver bisogno di essere completata. Questa religione completa ha stabilito per sempre una distinzione precisa e permanente tra Islam e kufr, tra il vero e il falso. Da allora fino al Giorno della Risurrezione non sarà necessaria in essa alcuna diminuzione né aggiunta. In verità, tutto ciò che è Islam e verità, Muhammad lo ha chiaramente indicato. Dopo di lui non vi è la possibilità che giunga qualcosa di nuovo dal cui riconoscimento dipendano l’essere musulmano e l’appartenenza alla verità. Al contrario, ciò che Muhammad ha definito kufr e falso rimarrà per sempre kufr e falso. Nulla di ciò che egli ha indicato può oggi diventare verità e Islam; allo stesso modo, sulla base di qualcosa di diverso da ciò che egli ha indicato, non si può creare una nuova distinzione tra kufr e Islam. Su fondamenta così solide e immutabili è stato edificato l’elevato edificio della millat universale e permanente e della cultura islamica. Esso è stato costruito su tali fondamenta affinché gli uomini del mondo possano rimanere uniti per sempre seguendo la stessa millat, la stessa religione e la stessa cultura. Sarà una millat della cui perfezione e stabilità essi non avranno motivo di dubitare. La missione universale dell’Islam è fondata sulla fiducia e sulla certezza, e su di esse dipendono la stabilità e la permanenza dell’Islam. Chi afferma che, anche dopo la rivelazione dell’Islam, sia lecito seguire le religioni precedenti, in realtà vuole privare l’Islam del diritto alla missione universale. Infatti, se fosse possibile ottenere la guida attraverso vie diverse dall’Islam, invitare tutta l’umanità verso l’Islam diventerebbe privo di senso. E chi afferma che gli insegnamenti di Muhammad possano essere corretti, modificati e ampliati in ogni epoca secondo le necessità e le circostanze, in realtà vuole privare l’Islam del diritto alla permanenza. Poiché, se una religione è incompleta e soggetta a modifiche e aggiunte, la sua pretesa di essere un mezzo di guida per tutti i tempi è falsa. Al contrario, chi afferma che nell’Islam vi sia ancora spazio per l’arrivo di un profeta dopo Muhammad, in realtà vuole colpire la stabilità stessa dell’Islam. Infatti, lasciare aperta la porta della profezia significa che nell’unità e nella coesione dell’Islam rimarranno sempre presenti il rischio della divisione e della frammentazione. Inoltre, con l’arrivo di un nuovo profeta sorgerebbe una nuova distinzione tra kufr e Islam e, in ogni caso del genere, coloro che credono in Allah, in Muhammad e nel Corano uscirebbero dall’Islam a gruppi. Perciò aprire la porta della profezia equivale, in realtà, ad aprire la porta della fitna e dello smarrimento. Tra tutte le possibili cause dello sradicamento dell’Islam, la pretesa di una nuova profezia è la causa più grave e pericolosa. L’organizzazione della comunità musulmana è stata fondata su questo principio: tutti coloro che credono in Muhammad e nel Corano sono musulmani e credenti. Essi appartengono a un’unica millat e a un’unica nazione. Sono fratelli gli uni degli altri. Nella gioia e nel dolore, nella felicità e nella tristezza, condividono gli uni la sorte degli altri. Ora, se alcuni venissero a dire che non è sufficiente credere in Muhammad e nel Corano, ma che è necessario credere anche in me, e che chi non crede in me è un miscredente, nonostante creda in Muhammad e nel Corano, costui, basandosi su tale pretesa, crea tra i musulmani una distinzione tra kufr e Islam, divide la nazione costituita da Muhammad, spezza il legame fraterno tra coloro che il Corano ha reso fratelli, separa le loro preghiere e altre pratiche, infrange i loro rapporti matrimoniali e giunge persino a non lasciare più tra loro alcun rapporto di assistenza ai malati, di cordoglio e solidarietà, di partecipazione ai funerali e simili: chi potrebbe allora essere più nemico dell’Islam, della nazionalità islamica, della cultura islamica e dell’ordinamento sociale islamico?
Da questa discussione si può facilmente comprendere quanto siano importanti, in relazione alla profezia muhammadiana, la perfezione della religione dell’Islam, l’abrogazione delle religioni precedenti e la fede nel sigillo della profezia, e perché la loro inclusione nella fede sia necessaria per la stabilità e la permanenza dell’Islam e per la sua istituzione.
6
La fede nel Libro
Nella terminologia islamica, con «Libro» si intende il testo fatto discendere da Allah sul Messaggero per guidare gli uomini. In questo senso, il Libro è la dichiarazione ufficiale del messaggio (Official Version), o, secondo la terminologia islamica, la «Parola divina», per trasmettere la quale agli uomini, per spiegarla e interpretarla e per tradurla nella pratica, vengono inviati i profeti nel mondo. Non è questa la sede per discutere in quale senso il «Libro» sia la parola di Allah e quale sia la natura del suo essere la Parola di Allah. Si tratta di una discussione esclusivamente teologica, che non ha rapporto con l’argomento qui trattato. A questo proposito ci limiteremo a mettere in luce quale sia il ruolo della fede nel Libro nella costruzione delle fondamenta della cultura islamica. A tal fine è sufficiente sapere che i princìpi e gli elementi fondamentali dell’insegnamento destinato a essere impartito agli uomini per mezzo del profeta vengono ispirati da Allah al cuore del profeta. Né nella lingua né nel significato vi è la minima ingerenza dell’intelletto e del pensiero propri del profeta, né della sua volontà o dei suoi desideri. Per questo, sia per le parole sia per il significato, esso è la parola di Allah e non una composizione propria del profeta. Il profeta, in qualità di messaggero fidato, trasmette questa parola ai servi di Allah. Inoltre, con l’intuizione concessagli da Allah, ne spiega il significato e la portata. Sulla base di tutti questi princìpi divini, egli costruisce una struttura completa di moralità, vita sociale e civiltà-cultura. Attraverso l’insegnamento, la predicazione, i buoni ammonimenti e il proprio carattere puro e virtuoso, produce un cambiamento fondamentale nelle concezioni, nelle inclinazioni e nel modo di pensare delle persone. Infonde in loro lo spirito del timore reverenziale di Allah, della purezza, della limpidezza e della buona condotta. Mediante l’educazione e la guida pratica li consolida in modo tale che nasce una nuova società, con una nuova mentalità, nuovi pensieri e concezioni, nuove consuetudini e nuove leggi. Inoltre lascia tra loro il Libro di Allah e, insieme a esso, tali esempi dei propri insegnamenti e del proprio carattere puro e virtuoso da fungere sempre da faro per questa società e per le generazioni successive.
Il rapporto tra la profezia e il Libro
Sia la «profezia» sia il «Libro» provengono dall’unico Allah. Entrambi sono parti essenziali della medesima realtà divina e mezzi per il compimento del medesimo scopo e della medesima daʿwa. La conoscenza di Allah e la Sua saggezza sono presenti nel Messaggero così come nelle pagine del Libro. L’insegnamento la cui esposizione verbale è chiamata «Libro» ha la sua esemplificazione concreta nella vita del Messaggero.
La natura umana (fiṭra) è fatta in modo tale che dall’insegnamento puramente libresco non riesce a trarre alcun beneficio straordinario. Oltre alla conoscenza, essa ha bisogno anche di un maestro e di una guida umani, che, attraverso il proprio insegnamento, radichino quella conoscenza nei cuori delle persone e, facendone la propria incarnazione, infondano in loro, con le proprie azioni, lo spirito vivificante che quell’insegnamento intende suscitare. Nella storia dell’umanità non troverete neppure un esempio di una nazione del mondo la cui mentalità, visione e modo di vivere siano stati rivoluzionati soltanto da un libro, senza la guida e l’educazione di un maestro umano. Se le guide che hanno prodotto profonde rivoluzioni nel pensiero e nelle attività di diverse nazioni non fossero nate come realizzazione completa e concreta dei propri insegnamenti, e se il loro insegnamento, educazione e ideale si fossero manifestati soltanto in forma scritta, nessun audace mistico della natura umana avrebbe potuto sostenere che le rivoluzioni prodotte dall’insegnamento concreto di tali guide si sarebbero verificate allo stesso modo esclusivamente per mezzo di quel Libro.
D’altra parte, è anch’essa una caratteristica della natura umana desiderare, insieme a una guida umana, un’interpretazione autentica e affidabile del suo insegnamento: che essa sia messa per iscritto sulla carta oppure custodita nella memoria. Se i principi sui quali una guida fonda il pensiero, le attività, la moralità e la civiltà di una nazione non vengono preservati nella loro forma originaria, l’impronta del suo insegnamento comincia a scomparire gradualmente. Con il venir meno di tale impronta, anche le basi dello stile di vita individuale e dell’ordinamento sociale, delle norme e delle leggi, si indeboliscono progressivamente. Alla fine, a quella nazione non restano altro che racconti e leggende. Essa non conserva più la forza necessaria a mantenere intatte una società e una civiltà forti. È per questo che i seguaci delle guide i cui insegnamenti non sono stati preservati sono caduti nel vortice dell’errore e dello sviamento. Le nazioni da esse organizzate sono rimaste coinvolte in ogni sorta di deformazione del pensiero, della fede, della condotta, della moralità e della civiltà. Dopo la loro scomparsa, non è rimasto nulla che potesse conservare quei principi esatti e corretti sui quali, all’inizio, tali nazioni erano state organizzate.
Il Creatore dell’universo era pienamente consapevole di questa natura delle Sue creature. Perciò, fin dal momento in cui assunse la responsabilità di guidare l’umanità, istituì per essa simultaneamente i due percorsi della profezia e della rivelazione. Da una parte elevò alla dignità della guida uomini dotati del carattere migliore; dall’altra fece discendere su di loro la Sua stessa Parola, affinché queste due cose potessero soddisfare entrambe le esigenze della natura umana. Se il profeta fosse venuto senza il Libro, o il Libro fosse venuto senza il profeta, lo scopo della ragione non sarebbe mai stato compiuto.
L’esempio coranico della fiaccola e della guida
Il Corano Majid ha illustrato questo rapporto tra la profezia e il Libro mediante una similitudine. In diversi passi ha paragonato il profeta a un pioniere e a una guida, il cui compito è indicare la retta via a coloro che si sono smarriti. Così è stato detto:
*************
D’altra parte, ha qualificato il Libro con attributi quali «splendore» (***), «luminosità» (***), «luminoso» (***), «prova» (***), «discriminante» (***), «illuminante» (***), «illustratore» e altri ancora. Come è stato detto:
**************
Queste similitudini non sono mera poesia; piuttosto, indicano una verità importante. Il loro significato essenziale è che l’uomo comune non riceve dalla ragione naturale e dalle conoscenze acquisite una luce e una guida sufficienti «con le quali» possa procedere sulla via semplice e retta della verità. Su questo sentiero conosciuto e oscuro ha bisogno di un eccezionale pioniere, pienamente informato delle regole di quel cammino. Nelle sue mani deve esserci una fiaccola, affinché, con il suo aiuto, egli possa avanzare sapendo dove si trovano le buche, dove si può scivolare, dove vi sono cespugli spinosi, da dove si diramano sentieri tortuosi ed errati e così via. Anche i suoi seguaci, alla luce di quella fiaccola, possono riconoscere i segni del cammino, conoscere gli indizi della via retta ed essere consapevoli delle svolte e delle curve dei sentieri tortuosi, seguendolo con piena lungimiranza. In realtà, il rapporto che si crea, nell’oscurità della notte, tra il pioniere e la fiaccola è esattamente lo stesso che esiste tra il Profeta e il Libro. Se strappassimo la fiaccola dalle mani del pioniere e cominciassimo a procedere da soli con lui, lungo il cammino incontreremmo tanti bivi, incroci e strade di ogni sorta, davanti ai quali dovremmo fermarci, smarriti e perplessi, oppure imboccare una via errata alla luce di quella fiaccola. Infatti, la semplice esistenza della lampada non rende l’uomo indipendente dall’aiuto del pioniere. Allo stesso modo, se il pioniere non avesse una fiaccola in mano, dovremmo soltanto aggrapparci a lui e seguirlo come seguaci ciechi; senza la luce non nascerebbe in noi neppure quel minimo di lungimiranza che ci permetta di distinguere la via retta da quella tortuosa e di riconoscere i punti delicati della via retta, dove l’uomo inciampa o mette il piede in fallo. Pertanto, così come per attraversare nell’oscurità della notte un sentiero sconosciuto abbiamo bisogno di una guida esperta e familiare con il cammino, nonché di una lampada adatta a mostrarne i segni, e non possiamo fare a meno di nessuna delle due, allo stesso modo, nel mondo sconosciuto delle realtà oltre i sensi — dove la sola luce della nostra coscienza e del nostro intelletto non serve a nulla — abbiamo ugualmente bisogno del nostro Messaggero e del Libro. Abbandonando il seguito di uno dei due, non possiamo trovare la via retta.
Il Profeta è un pioniere esperto che, con la lungimiranza donatagli da Allah, ha conosciuto la retta via della guida. È pienamente informato di ogni dettaglio di questo cammino, come un pioniere che, dopo aver percorso innumerevoli volte una strada, ne conosce minuziosamente ogni singolo passo.
Questa lungimiranza viene chiamata «saggezza» (***), «conoscenza» (***), «comprensione completa» (******), «insegnamento divino» (*********) e «guida divina» (**********); nel Corano viene ripetutamente menzionato che essa è stata conferita in modo particolare ai profeti. Come è stato detto:
*************
E il Libro è una fiaccola di luce splendente, mediante la quale il Profeta non si limita a guidare i suoi seguaci sulla retta via, ma li riveste anche dello splendore della conoscenza, della luce del pensiero e del fulgore della verità, che egli ha ricevuto da Allah a un livello superiore. Inoltre, attraverso l’educazione e la formazione, li rende tanto capaci che, se seguono le sue orme e tengono in mano quella fiaccola, non soltanto troveranno essi stessi la retta via, ma diventeranno guide e orientatori anche per gli altri.
************
«Abbiamo fatto scendere questo Libro su di te affinché tu conduca le persone dalle tenebre alla luce». (Sura Ibrāhīm: 1)
***************
«Abbiamo fatto scendere su di te il Ricordo (il Corano) affinché tu renda chiara alle persone la guida che è stata fatta scendere per loro; forse rifletteranno. (Sura
Inoltre, con un’espressione elevata, ha chiarito anche che la differenza esistente nel mondo materiale tra la lampada e la guida non esiste, nel mondo spirituale, tra il Profeta e il Libro. Al contrario, tra questi due vi è un unico legame. Perciò, in alcuni passi, la stessa cosa con cui è stato paragonato il Libro è stata usata altrove per paragonare il Messaggero. È stato fatto anche il paragone opposto:
******************
«O Profeta! Ti abbiamo inviato come testimone, portatore di buone novelle e ammonitore, come colui che invita a Lui con il permesso di Allah e come lampada luminosa». Di nuovo
****************
«In verità, questo Corano guida verso la via completamente diritta». In questo versetto il Libro è definito una guida.
Da ciò si è appreso che il rapporto tra il Libro e il Messaggero è, per sua natura, inseparabile. Per il conseguimento della guida da parte dell’umanità, entrambi sono ugualmente necessari. Per preservare intatti e inalterati l’instaurazione, la stabilità e la responsabilità del sistema intellettuale e pratico di vita, nonché della cultura e della civiltà che l’Islam mira a fondare, è indispensabile mantenere sempre il suo legame con la profezia e il Libro. È proprio sulla base di questa pressante necessità che la profezia e il Libro sono stati dichiarati separatamente due componenti indispensabili della fede, ed è stata ripetutamente sottolineata la necessità di credere in ciascuno di essi. Se l’obiettivo non fosse stato quello di sottolinearlo, non vi sarebbe stata alcuna necessità di procedere in tal modo, poiché riconoscere la veridicità del Messaggero dimostra la veridicità del Libro da lui recato, mentre riconoscere la veridicità del Libro equivale a dimostrare la veridicità di colui che lo ha recato.
La fede in tutti i Libri celesti
Proprio in relazione a questa fede, l’Islam ha ordinato di credere in tutti i Libri che sono stati rivelati da Allah ai Suoi profeti. Come è necessario, per diventare musulmani, credere in tutti i profeti e messaggeri, così è necessario credere anche in tutti i Libri. Perciò nel Corano viene ripetutamente detto:**************
“I timorati di Dio sono coloro che credono nel Libro rivelato a te e nei Libri rivelati prima di te”. (Sura al-Baqara: 4)
***************
“Il Messaggero e tutti i credenti hanno creduto in Allah, nei Suoi angeli, in tutti i Suoi Libri e nei Suoi profeti”. (Sura al-Baqara: 285)
***************
“Allah ha fatto scendere su di te il Libro con la verità, confermando la veridicità di tutti i Libri venuti prima”. (Sura Āl ʿImrān: 3)
***************
“Di’: Abbiamo creduto in Allah, nel Libro rivelato a noi, nei Libri rivelati ad Abramo, a Ismaele, a Isacco e ai discendenti di Giacobbe, e in ciò che fu dato a Mosè, a Gesù e agli altri profeti da parte del loro Signore. Non facciamo distinzione tra nessuno di loro e siamo a Lui sottomessi”. – (Sura Āl ʿImrān: 84)
************
“Coloro che hanno negato questo Libro e gli altri Libri con i quali abbiamo inviato i profeti conosceranno ben presto le conseguenze della loro azione. Quando avranno al collo catene e ceppi, saranno trascinati nell’acqua bollente e poi gettati nel Fuoco ardente”. – (Sura al-Mu’min: 70-72)
************
“In verità, abbiamo inviato i profeti con prove evidenti e abbiamo fatto discendere con loro il Libro e la Bilancia, affinché gli uomini si attenessero alla giustizia”. – (Sura al-Hadīd: 25)
A questa descrizione generale si aggiunge anche l’ordine di credere in alcuni Libri menzionati per nome. Per esempio, la Torah è stata definita guida, luce (***), Furqān, splendore (****), guida e misericordia – (al-Qaṣaṣ: 5, al-Māʾida: 6, al-Anbiyāʾ: 4, al-Aḥqāf: 2) – e anche l’Injīl è stato chiamato guida, luce (***) e ammonimento (***), (al-Māʾida: 4). In conclusione, è uno dei principi fondamentali dell’Islam credere in dettaglio nei Libri menzionati ampiamente nel Corano e in generale in quelli che non vi sono menzionati. Secondo la concezione islamica, non esiste al mondo alcun popolo al quale un profeta di Allah non abbia portato un Libro da parte Sua. E tutti i Libri giunti nelle diverse regioni del mondo e presso i diversi popoli erano ruscelli sgorgati dalla stessa sorgente, raggi di luce irradiati dallo stesso sole. Tutti i Libri erano giunti recando la verità, la veridicità, la guida e la luce (***) chiamate “Islam”. Per questo ogni musulmano crede in tutti loro. E chiunque neghi anche uno solo di questi Libri è colpevole di aver rinnegato tutto e di aver negato la fonte originaria.
Seguire esclusivamente il Corano
Tuttavia, dopo la fede inizia qui il limite dell’adesione pratica: è necessario recidere i legami con gli altri libri e mantenere un legame esclusivamente con il Corano. Vi sono alcune ragioni:
Primo: molti dei Libri celesti sono ormai scomparsi. E tra quelli che oggi sono disponibili, nessun libro, tranne il Corano, è rimasto integro nella lingua e nel significato originari. In essi, alla parola divina si è aggiunta quella umana, sia sotto il profilo linguistico sia sotto quello del significato. In tali libri, come inevitabile conseguenza dell’adorazione delle passioni, la deviazione si è mescolata alla guida. Oggi è diventato difficile distinguere quanto vi sia in essi di vero e quanto di falso. Questa è la condizione dei libri sui quali diverse nazioni hanno fondato la propria religione e che si sospetta essere Libri celesti. In alcuni non è rimasta nemmeno l’idea che siano stati rivelati da Allah. Di alcuni non si sa neppure a quale profeta e in quale epoca sarebbero stati rivelati da Allah. In altri la lingua è talmente morta che oggi è difficile persino determinarne il significato corretto. In alcuni si osserva una chiara mescolanza di desideri umani, dottrine errate e superstizioni. In altri vi sono chiari insegnamenti di shirk, di adorazione di altri all’infuori di Allah e di altre convinzioni e pratiche analogamente errate, che non possono in alcun modo essere vere. Libri in tale condizione non possono mai offrire agli esseri umani una conoscenza infallibile e la luce della verità. E l’uomo, seguendoli, non può neppure salvarsi dalla deviazione.
Secondo: tutti i libri oggi esistenti oltre al Corano, siano essi celesti o ritenuti tali, presentano nei loro insegnamenti e nei loro ordinamenti o una marcata influenza di uno stretto nazionalismo tribale, oppure il predominio delle esigenze di un’epoca particolare. Non sono mai stati, né possono diventare, uno strumento di guida e orientamento per tutta l’umanità in ogni epoca.
Terzo: è indubbio che ciascuno di questi libri contenga alcune verità e alcuni insegnamenti autentici, nonché molti buoni principi e precetti per la purificazione della natura, del carattere e della condotta umani; tuttavia, nessun libro riunisce in sé tutto ciò che è virtù e bene, e nessuno, da solo, è in grado di fornire una guida infallibile a ogni aspetto e settore della vita umana.
Ma il Nobile Corano è completamente libero da queste tre carenze:
Primo: il Corano è rimasto preservato esattamente nella lingua in cui il Nobile Messaggero (s.a.s.) lo presentò. Fin dal primo giorno, in ogni epoca, centinaia di migliaia e milioni di persone lo hanno memorizzato. Miliardi di persone lo recitano quotidianamente. Le sue copie sono state sempre trascritte. Non si è mai verificata alcuna differenza nel suo significato o nella sua recitazione. Pertanto, non vi è spazio per alcun dubbio o sospetto al riguardo: il Corano udito dalle labbra del Nobile Profeta (s.a.s.) è quello oggi presente nel mondo e rimarrà presente per sempre. In esso non è mai stata alterata, né potrà mai esserlo, una sola parola.
Secondo: il Corano è stato rivelato in lingua araba, che è ancora oggi una lingua viva. Oggi nel mondo esistono centinaia di milioni di arabofoni. I libri che, all’epoca della rivelazione del Corano, costituivano la letteratura migliore e più esemplare di questa lingua esistono ancora oggi. Le difficoltà che si incontrano nel comprendere i libri delle lingue morte non si presentano in misura analoga nel cogliere il significato e il senso profondo di questa letteratura.
Terzo: il Corano è interamente vero e infallibile, e dall’inizio alla fine è colmo di insegnamenti divini. In nessun punto vi si può trovare la minima traccia di emozioni umane, brama delle passioni, egoismo nazionale o tribale, né della deviazione generata dall’ignoranza. Al suo interno non si è potuta mescolare neppure in minima misura la parola umana con la parola di Allah.
Quarto: in esso è tutta l’umanità a essere invitata, e vengono presentati una dottrina e una fede, principi morali e norme di comportamento che non sono specifici di alcun paese, popolo o epoca. Ogni suo insegnamento è universale e, al tempo stesso, eterno.
Quinto: in esso sono raccolte tutte le verità, i principi fondamentali, il bene e le opere virtuose esposti nelle precedenti Scritture celesti. Da nessuna scrittura religiosa si potrà citare una verità o una buona azione che non sia menzionata nel Corano. Di fronte a una Scrittura così completa, l’uomo diventa naturalmente indipendente dagli altri libri.
Per tutte queste ragioni, l’Islam ha reciso il rapporto di adesione a tutte le Scritture e ha dichiarato che soltanto il Corano è degno di essere seguito, invitando il mondo intero ad adottare esclusivamente questo Libro come codice e metodo d’azione.
**************
إِنَّا أَنزَلْنَا إِلَيْكَ الْكِتَابَ بِالْحَقِّ لِتَحْكُمَ بَيْنَ النَّاسِ بِمَا أَرَاكَ اللّهُ وَلاَ تَكُن لِّلْخَآئِنِينَ خَصِيمًا
«Ti abbiamo rivelato questo Libro con la verità, affinché tu possa giudicare tra la gente secondo la conoscenza della verità che Allah ti ha donato.» (Sura an-Nisa: 105)
«Pertanto, coloro che hanno creduto in questo Profeta, lo hanno aiutato e sostenuto e hanno seguito la luce rivelata con lui, sono coloro che hanno ottenuto la prosperità» – (Sura al-A‘raf: 157)
Ed è per questa ragione che anche i popoli ai quali era già stata data una Scrittura celeste sono stati invitati a credere nel Corano e a seguirlo. Perciò nel Corano viene ripetutamente ordinato:
******************
“O gente cui è stato dato il Libro! Credete in questo Libro che abbiamo fatto scendere (il Corano), che conferma la veridicità dei Libri che possedete.” – Sura an-Nisāʾ: 47)
************
“O gente del Libro! È giunto a voi il Nostro Messaggero: egli vi espone molte cose che nascondevate del Libro e ve ne condona molte altre. Vi è giunta da Allah una luce e un Libro chiaro; attraverso di esso Allah guida sulla via della pace coloro che seguono il Suo compiacimento, li conduce, con il Suo permesso, dalle tenebre alla luce e li guida sulla retta via.” – (Sura al-Māʾida: 15-16)
****************
“Abbiamo fatto scendere su di te versetti chiari, e soltanto i trasgressori ne negano la verità.” – (Sura al-Baqara: 99)
La convinzione approfondita riguardo al Corano
Il Libro che è stato definito per l’umanità come guida infallibile per il pensiero e la fede, e che è stato stabilito come norma obbligatoria da osservare nella vita concreta, non può essere seguito pienamente finché l’uomo non nutra la ferma convinzione della sua infallibilità, della sua veridicità e della sua libertà da ogni difetto e imperfezione. Infatti, se sorgesse un qualunque dubbio riguardo alla sua purezza, egli non avrebbe più fiducia e certezza in esso e non potrebbe seguirlo con piena dedizione. Per questa ragione, gli elementi essenziali della fede nel Corano (della fede nel Corano) sono stati esposti proprio nel Nobile Corano. Essi sono:
Primo: il Corano è rimasto integro nel significato in cui fu rivelato. Non vi è stata alcuna aggiunta né diminuzione. I seguenti versetti ne recano testimonianza:
*****************
«Raccoglierlo e farlo recitare spetta a Noi; perciò, quando lo recitiamo, segui quella recitazione. Inoltre, spiegarne il significato spetta a Noi» — (Sura al-Qiyama: 17-19)
*****************
«Ti faremo recitare in modo tale che non potrai dimenticare, salvo ciò che Allah vorrà farti dimenticare» — (Sura al-A‘la: 6-7)
*****************
«Siamo Noi ad aver fatto scendere questo Ricordo (il Corano), e siamo Noi a custodirlo» — (Sura al-Hijr: 9)
****************
«Recita ciò che ti è stato rivelato dal tuo Signore; nessuno ha il potere di cambiare le Sue parole.» – (Sura al-Kahf: 27)
Due: nella rivelazione del Corano non vi è il minimo coinvolgimento di alcuna forza satanica.
******************
«Satana non è disceso con esso; non spetta ad alcuno di loro compiere ciò, né potrebbero farlo. Anzi, sono stati tenuti lontani dall’ascolto della rivelazione.» – Sura ash-Shuʿarāʾ: 210-212)
Tre: nel Corano non vi è posto neppure per i desideri e le inclinazioni personali del Profeta.
*****************
«Egli non parla secondo il proprio desiderio; ciò non è altro che una rivelazione a lui rivelata.» – (Sura an-Najm: 3-4)
Quattro: nel Corano non vi è assolutamente posto per la menzogna e la falsità.
*****************
«Certamente, questo è un Libro saldo e protetto; la falsità non può giungervi né davanti né da dietro. Esso è stato rivelato da un Essere sapiente e degno di lode.» – (Sura Fussilat: 41-42)
Cinque: il Corano è verità dall’inizio alla fine; non è stato rivelato sulla base di congetture o supposizioni, bensì sulla base della vera conoscenza. In esso non vi è posto per alcuna deviazione o tortuosità; esso indica agli uomini la retta via.
****************
«Coloro che possiedono conoscenza considerano questo Libro, rivelato a te dal tuo Signore, come la verità; esso guida gli uomini verso Allah, il Potente, il Degno di lode.» – (Sura Saba: 6)
**************
«Senza dubbio, questa è la verità certa.» – (Sura al-Haqqah: 51)
«Abbiamo portato loro un Libro che, sulla base della vera conoscenza, abbiamo reso una guida completa e una misericordia per i credenti.» – (Sura al-A’raf: 52)
**************
«O Muhammad! Di’: Colui che conosce tutti i misteri dei cieli e della terra è Lui che ha fatto scendere questo Libro.» – (Sura al-Furqan: 6)
«In questo Libro non è stato detto nulla sulla base del dubbio.»
****************
«Allah non vi ha posto alcuna tortuosità: esso è assolutamente retto.»
***************
«In verità, questo Corano guida verso una via assolutamente retta.»
**************
Nessuno, nemmeno il Profeta stesso, ha il diritto di apportare modifiche alle norme e agli insegnamenti del Corano.
«(O Muhammad!) Di’: “Non ho il diritto di modificare questo Libro di mia iniziativa. Io seguo soltanto la rivelazione che mi viene fatta. Se disobbedissi al mio Signore, temerei il castigo di un giorno terribile”» – (Sura Yunus: 15).
Settimo: nulla di ciò che è contrario al Corano è degno di essere seguito.
************
«Seguite ciò che vi è stato rivelato da parte del vostro Signore e non seguite, all’infuori di esso, altri protettori» – (Sura al-A‘raf: 3).
Questa è la concezione complessiva dell’Islam riguardo al Nobile Corano, ed è indispensabile credere in ogni sua parte. Chiunque non abbia nella propria convinzione anche solo una di queste parti non potrà mai seguire il Corano in modo corretto e completo. Anzi, si allontanerà dalla retta via chiamata «Islam».
Le fondamenta della cultura islamica
La fede in un unico Libro e in un unico Messaggero, l’obbedienza e la conformità a lui, la ricostruzione della mentalità secondo il modello da lui plasmato, la derivazione da quell’unica fonte dell’intero credo, del culto, della morale, delle transazioni e delle norme sociali, nonché l’unificazione dell’intera società musulmana attraverso quella fede, obbedienza e conformità, fanno dell’Islam una cultura duratura e, nonostante ogni differenza ereditaria, linguistica, razziale e geografica, trasformano i musulmani in un’unica nazione. Certamente, le differenze nell’intelletto, nella ricerca, nell’indagine, nella prospettiva e nelle inclinazioni possono dar luogo a divergenze nell’elaborazione delle leggi a partire dai versetti del Corano e dalla Sunna del Messaggero, così come nella comprensione del loro significato e dei loro obiettivi. Ma tali divergenze riguardano esclusivamente questioni minori e secondarie; esse non trasformano le diverse scuole del fiqh e del kalam in religioni separate, né i loro seguaci in nazioni distinte. Il fondamento essenziale della comunità islamica consiste nell’accettare Muhammad, in quanto Messaggero di Allah, come l’unico da seguire, nel riconoscere il Nobile Corano, in quanto Libro di Allah, come l’unico libro legislativo, e nel dichiarare entrambe queste cose fonte dell’intero credo e di tutta la legge. Coloro che concordano su questa questione fondamentale costituiscono tutti insieme un’unica nazione, per quanto possano divergere nelle questioni secondarie. Quanto a coloro che non concordano su questa questione fondamentale, per quante nazioni possano dividersi tra loro, agli occhi del Corano costituiscono una nazione diversa.
In verità, il Corano è la compilazione completa di tutto ciò su cui si fonda l’Islam. Chi ha creduto nel Corano ha creduto anche in Allah, nei Suoi angeli, nel Suo Libro, nei Suoi profeti e nell’Aldilà. Infatti, nel Corano è contenuta l’ampia esposizione dell’intero complesso della fede. E il beneficio certo della «fede nel Corano» è il conseguimento da parte dell’uomo di una fede completa. Allo stesso modo, nel Nobile Corano sono menzionati tutti i principi fondamentali e le norme essenziali della legge islamica, e il Legislatore della Sharia ha chiarito tali principi e norme con le proprie parole e azioni. Pertanto, chi proclama, con una fede senza errori, il Corano e la Sunna del Messaggero come leggi obbligatorie da osservare in ogni aspetto della vita, è certamente musulmano tanto nella fede quanto nelle opere. E l’insieme di tale fede e dell’osservanza della legge è chiamato Islam. Là dove saranno presenti queste due cose, vi sarà anche l’Islam; e là dove entrambe saranno assenti, non vi sarà neppure l’Islam.
7.
La fede nell’Ultimo Giorno
Per Ultimo Giorno si intende la vita successiva alla morte. Per questo viene chiamata anche vita dell’Aldilà e vita ultraterrena. Probabilmente non si troverà neppure una pagina del Nobile Corano in cui non vi sia qualche menzione dell’Aldilà. Questo tema è stato trattato in modi e forme diversi, ed è stato radicato nel cuore degli uomini. Ne sono state fornite prove e argomentazioni sulla sua verità. Ne è stata data un’ampia descrizione. Ne è stata spiegata l’importanza. È stato rivolto l’invito a credere in esso. È stato detto con chiarezza: chi non crede in questa vita ultima vede vanificarsi tutte le proprie opere:
«In verità, chiunque consideri false le Nostre prove e neghi di essere chiamato a comparire davanti al tribunale nell’Aldilà, vedrà vanificarsi tutte le sue opere.» – (Sura al-A‘raf: 147)
«Sono perduti coloro che hanno considerato falsa la notizia del loro incontro con Allah.» – (Sura al-An‘am: 31)
In verità, la fede nell’Aldilà, presentata con tanta importanza, può essere considerata una risposta ad alcune domande sorte naturalmente nella mente umana.
Alcune domande naturali
L’essere umano percepisce più dolore che felicità e più sofferenza e afflizione che agio. È del tutto naturale che ciò che colpisce maggiormente i sentimenti dell’uomo renda tanto più attiva la sua capacità di pensare. Quando otteniamo qualcosa, nella gioia non ci chiediamo da dove sia venuta, come sia venuta e quanto a lungo durerà. Ma quando perdiamo qualcosa, il dolore della perdita colpisce la nostra capacità di pensare come una frustata violenta, e allora continuiamo a chiederci: come è stato possibile perderla? Dove è andata? Dove si trova? Potremo mai riaverla? Per questo la questione della vita e del suo sorgere ha per noi un’importanza minore rispetto alla questione della morte e delle sue conseguenze. Sebbene, osservando il palcoscenico del mondo e la nostra stessa esistenza in esso, ci sorga inevitabilmente la domanda: che genere di tumulto è questo? Come è stato creato? Chi lo ha creato? Tuttavia, tutti questi sono pensieri del momento. A eccezione delle persone eminenti e profondamente riflessive, la gente comune non si tormenta la mente con tali questioni. D’altra parte, ogni essere umano deve affrontare la morte e la sua amarezza. Nella vita di ciascuno giungono molti momenti in cui egli vede con i propri occhi parenti, familiari, amici e persone care morire. Muoiono anche gli indifesi e i deboli, così come muoiono i potenti e i forti. Avvengono morti dolorose, e si vedono anche morti istruttive. Vedendo tutti avviarsi in questo modo, nasce nel cuore di ogni individuo la ferma convinzione che anch’egli dovrà percorrere questa via. È forse impossibile trovare una persona che, osservando tali scene, non venga sconvolta dalla questione della morte, che non si chieda che cosa sia la morte, dove vada l’uomo dopo aver attraversato questa porta, che cosa vi sia dietro di essa e, anzi, se vi sia davvero qualcosa.
Questa è una domanda comune, sulla quale riflettono tanto le persone ordinarie quanto quelle straordinarie. Dal semplice contadino fino al grande filosofo e allo scienziato, tutti si sono tormentati la mente al riguardo. Ma vi sono, in proposito, anche alcune altre domande che pungolano quasi ogni persona riflessiva, e le numerose esperienze amare della vita rendono ancora più forte questo pungolo. I pochi anni della nostra vita terrena, ogni suo momento, ogni suo istante, vengono spesi in un’attività o in un tentativo qualsiasi. Anche ciò che consideriamo immobilità è una forma di movimento. Anche ciò che riteniamo inattività è una sorta di attività. In ogni azione, è assolutamente necessario che il bene produca un buon risultato e il male un cattivo risultato. Il frutto degli sforzi virtuosi e la conseguenza degli sforzi malvagi dovrebbero necessariamente manifestarsi. Ma in questa vita terrena riceviamo davvero l’esito di tutti i nostri sforzi, il risultato di ogni nostro tentativo e la ricompensa di tutte le nostre azioni? Un malfattore ha trascorso tutta la vita compiendo azioni malvagie. Di alcune ne ha certamente raccolto il frutto in questo mondo. A causa di alcune si è ammalato; a causa di altre è stato coinvolto in dolore, sofferenza, calamità e inquietudine. Ma, allo stesso tempo, in questo mondo non ha subito pienamente le conseguenze di molte delle sue malefatte. Molte azioni malvagie sono rimaste nascoste agli occhi della gente, e per questo egli non ha nemmeno subito discredito o umiliazione. E anche se fosse stato screditato, quale riparazione è stata arrecata al poveretto che egli aveva oppresso, per il danno e la perdita subiti? Dunque, la violenza e l’oppressione di questo malfattore e la pazienza e la perseveranza degli indifesi oppressi saranno forse state vane? Le conseguenze di tutto ciò non si manifesteranno mai?
Lo stesso vale per le buone azioni. Molte persone virtuose hanno compiuto il bene per tutta la vita, senza riceverne pienamente il beneficio in questo mondo. Al contrario, per alcune delle loro buone azioni hanno dovuto sopportare discredito e umiliazione. Per alcune opere virtuose sono state perseguitate e sottoposte a dure punizioni. E alcune buone azioni non sono state affatto rese note al mondo. Dunque, tutte le buone azioni di queste povere persone sono state forse vane? Dopo una fatica e uno sforzo così grandi, è forse sufficiente come unico risultato aver raggiunto la tranquillità del cuore?
Questa questione riguarda soltanto l’individuo e la persona singola. Ma vi è poi un’altra domanda, connessa al destino delle nazioni, delle classi, delle cose e dell’intero mondo. Vediamo che gli esseri umani muoiono e al loro posto nascono altri esseri umani. Alberi e piante, animali e uccelli scompaiono, e al loro posto ne sorgono altri. Ma il ciclo della nascita e della morte continuerà forse in questo modo per sempre? Non giungerà mai a una fine? L’intera macchina del mondo, che viene condotta secondo un ordine particolare con l’aiuto dell’aria, dell’acqua, della terra, della luce, del calore e delle forze naturali, è forse tutta imperitura? È forse priva di una durata stabilita? Non si verificherà mai alcun cambiamento nel suo ordine, nella sua disciplina e nel suo sistema organizzativo?
L’Islam ha fornito una soluzione adeguata a tutte queste domande. In effetti, la fede nella vita dell’Aldilà è la risposta naturale a tali interrogativi. Prima di discutere questa soluzione, la sua veridicità e le sue conseguenze morali e civili, è però necessario esaminare fino a che punto l’essere umano sia riuscito, da parte sua, nel tentativo di risolvere queste questioni.
La negazione della vita dell’Aldilà
Alcuni sostengono che tutto ciò che si intende per vita si esaurisca nella vita terrena. La morte significherebbe la completa distruzione e scomparsa; dopo di essa non esisterebbero più né coscienza della vita, né percezione, né ricompensa delle azioni.
“Costoro dicono: non vi è altro che la nostra prima morte e non saremo resuscitati.” (Sura Ad-Dukhan, 34-35)
«Questa gente dice: “Non esiste altra vita se non quella della nostra vita terrena. Qui soltanto vi sono la vita e la morte. Nessuno ci distrugge, se non il trascorrere del tempo”» (Sura al-Jāthiya, 24).
Al contrario, questa macchina cosmica continuerà a funzionare eternamente nello stesso modo in cui funziona ora. Il suo ordine e la sua disciplina sono tali che essa non potrà mai essere sconvolta.
Coloro che sostengono simili cose non le affermano sulla base di una qualche fonte di conoscenza che abbia permesso loro di apprendere, come fatto dimostrato, che dopo la morte non esiste realmente nulla e che questa macchina cosmica è davvero indistruttibile. Al contrario, lo dicono basandosi soltanto sulle proprie percezioni sensoriali. Il motivo della loro conclusione è che non hanno percepito alcuna condizione successiva alla morte. Né hanno visto alcun segno di sconvolgimento dell’ordine dell’universo. Ma la domanda è: il fatto di non percepire qualcosa è forse una prova sufficiente per negarla? Dunque, è la nostra percezione a indicare l’esistenza delle cose, e l’assenza di percezione a indicarne l’inesistenza? Se così fosse, direi: la cosa che percepisco nasce in realtà proprio nel momento in cui la percepisco, e quando esce dall’ambito delle mie percezioni avviene anche la sua naturale scomparsa. Il fiume che avevo visto scorrere sarebbe nato proprio quando l’ho visto scorrere, e quando è scomparso dal mio campo visivo anche la sua esistenza sarebbe cessata. Una persona intelligente accetterebbe come ineccepibile una simile affermazione? Se non lo farebbe, come potrebbe allora una persona intelligente ritenere vera l’affermazione secondo cui, poiché la condizione successiva alla morte non è stata colta dalle nostre osservazioni e dalla nostra esperienza, dopo la morte non esiste alcuna condizione?
Inoltre, è tanto errato fondare sulle sole percezioni sensoriali una conclusione riguardo alla morte e alla distruzione, quanto lo è fondare su di esse le conclusioni riguardanti la vita e l’esistenza: tali conclusioni non hanno alcun fondamento. Se fosse corretta la conclusione secondo cui questo ordine cosmico è eterno e indistruttibile solo perché non lo abbiamo visto sconvolgersi, allora anch’io, guardando un edificio solido, potrei dire che resterà in piedi per sempre, poiché non l’ho mai visto crollare e non ho notato alcuna crepa che indichi un suo futuro crollo. Sarebbe forse accettabile per le persone intelligenti il mio modo di ragionare?
L’influenza dell’incredulità nell’Aldilà sul carattere:
Filosofi e scienziati sono oggi quasi concordi sul fatto che questo ordine cosmico, prima o poi, sarà inevitabilmente sconvolto. Probabilmente oggi non esiste più, negli ambienti eruditi, alcun sostenitore dell’antica dottrina dell’eternità dell’universo. Tuttavia vi sono ancora molti che definiscono la morte distruzione definitiva, e questa suddetta concezione irrazionale costituisce il fondamento della loro dottrina. Ma, anche prescindendo dalla sua irrazionalità, è una verità innegabile che tale dottrina non può mai dare all’essere umano la serenità interiore. Al contrario, di fronte agli eventi della vita, lascia irrisolta la maggior parte delle domande che sorgono nella mente umana. Soprattutto, se la vita e la formazione del carattere umano vengono fondate su questa dottrina, si presenteranno inevitabilmente due situazioni. In primo luogo, quando le circostanze saranno avverse, questa dottrina farà gravare sull’essere umano una terribile disperazione, frustrazione e mancanza di entusiasmo. Infatti, quando non vedrà nel mondo alcun risultato delle sue buone azioni, la sua energia operativa si indebolirà e si affievolirà. Quando non vedrà alcun mezzo per porre rimedio all’ingiustizia e all’oppressione, il suo morale crollerà. Quando vedrà nel mondo il proliferare della malvagità, della corruzione e dell’oppressione, penserà spontaneamente che, nell’universo creato, il successo e la prosperità appartengano soltanto alla malvagità, mentre per il bene e le buone azioni vi sia soltanto declino. Al contrario, quando le circostanze saranno favorevoli, l’essere umano, sotto l’influsso di questa dottrina, si trasformerà in una bestia adoratrice di sé stessa. Penserà che sia degno di essere vissuto soltanto il giorno trascorso nel lusso, negli agi e nei piaceri. Se sarà privato di qualche piacere o godimento terreno, non avrà più un’altra vita in cui poterlo recuperare. Perciò eserciterà senza scrupoli violenza e oppressione, usurperà i diritti altrui e non esiterà a compiere le azioni più abiette per ottenere il proprio benessere e soddisfare i desideri delle proprie passioni. Nella concezione di una simile persona troveranno posto, al massimo, quelle buone azioni, quella cortesia e quella decenza che le consentano di ottenere fama, reputazione, onore o qualche altro beneficio terreno. Analogamente, considererà reati e peccati soltanto quelli le cui conseguenze si manifestino sotto forma di una punizione terrena, di una sofferenza fisica o di una perdita materiale. Ai suoi occhi, compiere quelle buone azioni i cui benefici non sono destinati a manifestarsi in questo mondo non sarà altro che stoltezza. E quelle malvagità dalle quali non deriverà alcun danno in questo mondo saranno, ai suoi occhi, considerate esattamente come azioni meritorie.
Se in un luogo l’intero sistema morale della società venisse fondato su una simile dottrina e mentalità, la sua concezione morale nel complesso cambierebbe. L’intero sistema morale verrebbe edificato sulle fondamenta dell’egoismo e dell’auto-adorazione. In quella società la buona azione sarebbe sinonimo di beneficio terreno, mentre la malvagità sarebbe soltanto un altro nome per il danno materiale. La menzogna verrebbe considerata un peccato solo se causasse un danno terreno, mentre, se fosse un mezzo per ottenere un beneficio, verrebbe riconosciuta come una vera azione meritoria. Se l’onestà fosse un mezzo per ottenere un beneficio nel mondo, sarebbe una virtù; se invece risultasse dannosa, non vi sarebbe malvagità più grande. L’adulterio sarebbe considerato una benedizione ai fini del lusso, degli agi e dei piaceri, e diventerebbe una pratica riprovevole solo se dannosa per la salute. In breve, là dove non vi sia né il timore né la speranza di una conseguenza buona o cattiva dopo questa vita terrena, l’essere umano si preoccuperà soltanto dei risultati delle azioni che possono manifestarsi in questo mondo; e ciò produrrà nei suoi valori morali relativi alle proprie azioni un cambiamento tale da renderli del tutto inadatti a una società civile. Anzi, sarebbe più appropriato dire che, con simili criteri morali, un gruppo umano non avrebbe altra scelta se non scendere a un livello peggiore di quello degli animali.
Qualcuno dirà che, per la punizione e la ricompensa, nel mondo non contano soltanto i vantaggi e gli svantaggi materiali e fisici, ma che nell’essere umano esiste anche una facoltà chiamata coscienza. Il suo tormento, il suo grido, costituiscono già in questo mondo una punizione sufficiente per la malvagità, mentre la sua serenità è una ricompensa sufficiente per le buone azioni. Io però dirò che nel mondo esistono molte malvagità per il cui vantaggio materiale l’essere umano si prepara a sopportare i morsi della coscienza; e, d’altra parte, per molte buone azioni l’essere umano deve compiere sacrifici così grandi che la sola serenità della coscienza non può esserne una ricompensa sufficiente. In secondo luogo, riflettendo sulla natura della coscienza, si vedrà che non è suo compito creare una dottrina morale; piuttosto, in seguito a una particolare educazione e formazione, la coscienza comincia a sostenere l’ideale morale che è stato inculcato nella mente umana. Per questo motivo, ciò per cui la coscienza di un induista si sente tormentata non provoca alcun tormento nella coscienza di un musulmano. Pertanto, se in una società cambia la dottrina morale e cambiano anche i criteri del bene e del male, insieme ad essi cambierà direzione anche la coscienza. Per quelle azioni che la società lascerà ingiustamente impunite, la sua coscienza non proverà alcun tormento; e per quelle azioni che non saranno riconosciute come buone, non proverà alcuna serenità.
Reincarnazione
Il secondo gruppo sostiene la dottrina della reincarnazione. In sintesi, la morte non significa distruzione definitiva, bensì soltanto il passaggio da un corpo a un altro. Dopo aver lasciato questo corpo, l’anima assume un altro corpo. E il secondo corpo, o, per dirlo in modo più appropriato, la seconda gabbia, è adatto alla capacità che l’essere umano ha acquisito nella sua prima vita grazie alle proprie azioni e alle proprie inclinazioni. Se le sue azioni sono malvagie e, per effetto di esse, in lui si sviluppano capacità inferiori, la sua anima scenderà a un livello biologico o vegetale più basso. Se invece, grazie alle buone azioni, riesce a sviluppare capacità migliori, la sua anima progredirà verso un livello superiore. In conclusione, secondo questa dottrina, castigo e ricompensa sono interamente confinati a questo mondo e a questa realtà corporea. Le anime continuano a cambiare la gabbia di questo mondo soltanto per sperimentare i risultati delle azioni compiute in precedenza.
Un tempo questa dottrina era molto popolare. Alcuni secoli prima di Gesù (pace su di lui), in Grecia ne furono sostenitori filosofi come Pitagora, Empedocle e altri. Se ne osserva una certa influenza anche nella storia antica dell’Egitto. La reincarnazione penetrò anche tra gli ebrei per effetto di influenze esterne. Oggi, però, questa dottrina si trova nelle religioni originarie dell’India, come il brahmanesimo, il buddhismo, il giainismo e altre, oppure tra i popoli incivili o semicivilizzati dell’Africa occidentale, dell’Africa meridionale, dell’Australia centrale, dell’Indonesia e dell’America settentrionale e meridionale. Tutti gli altri popoli civili l’hanno rifiutata. Infatti, per quanto l’umanità abbia progredito finora nella conoscenza e nell’intelletto e abbia compreso il mondo e il suo modo di vivere, ciò nega tutte le basi della reincarnazione. Se esaminiamo la storia di questa dottrina nelle stesse religioni originarie dell’India, vediamo che nell’antica India vedica si credeva che, dopo la morte, l’essere umano ottenesse un’altra vita, del tutto confortevole per i virtuosi e completamente dolorosa per i malvagi. Poi, improvvisamente, questa dottrina cominciò a trasformarsi e nella letteratura indiana delle epoche successive la reincarnazione appare come una credenza filosofica. La causa di questo cambiamento non è stata ancora indagata. Alcuni ricercatori ritengono che questa idea sia giunta agli ariani dai dravidi. Altri sostengono che fosse già presente tra le classi inferiori degli ariani. Su questa supposizione delle epoche successive è stata costruita una grande struttura. Analogamente, nella letteratura buddhista si trova sì un’elaborata concezione della reincarnazione, ma all’inizio essa non esisteva in questa religione. Dalla letteratura antica si apprende che, alle origini, la credenza buddhista era la seguente: l’essere vivente è come un fiume che scorre continuamente tra incessanti rotazioni e cambiamenti. Questa idea si sviluppò fino ad assumere la forma secondo cui nell’intero universo sono presenti un’unica anima e un’unica vita, che cambiano forma dopo forma e gabbia dopo gabbia. Da ciò risulta chiaramente che, in origine, i popoli indiani sostituirono la conoscenza che avevano ricevuto dalla rivelazione e dall’ispirazione con una dottrina filosofica enigmatica, da loro stessi elaborata. Questa dottrina era interamente frutto della loro immaginazione.
Critica intellettuale
Qui non è possibile discutere ampiamente della reincarnazione. Tuttavia, per mostrare che il fondamento della reincarnazione è completamente contrario alla ragione e al discernimento e che contraddice tutto il sapere e la scienza umani acquisiti riguardo alla vita e al mondo, è necessario farne almeno qualche cenno. Secondo i sostenitori della reincarnazione, ogni individuo riceve in questo stesso mondo il risultato delle proprie azioni: grazie alle buone azioni ascende ai livelli superiori della vita, mentre per effetto delle azioni malvagie discende ai livelli inferiori. Per esempio, se un essere umano compie azioni malvagie in questa vita, discenderà al livello animale o vegetale. Se invece un animale compie buone azioni nella propria vita, ascenderà al livello umano. In altri termini, la vita animale e vegetale è il risultato delle cattive azioni della vita umana, mentre la vita umana è il risultato delle buone azioni della vita vegetale e animale. In altre parole, coloro che oggi sono esseri umani lo sono perché in precedenza avevano compiuto buone azioni nella vita vegetale e animale. E coloro che oggi sono piante o animali si trovano in questa condizione perché avevano compiuto azioni malvagie nella vita umana. Per accettare questa dottrina, è necessario ammettere ancora alcune cose, tutte contrarie alla ragione e al discernimento. Per esempio:
Primo: non è possibile determinare alcun inizio della successione ciclica della reincarnazione. Infatti, per diventare esseri umani, prima si dovrebbe essere stati piante e animali. E, per diventare piante e animali, prima sarebbe necessario essere stati esseri umani. La ragione e il discernimento dichiarano irreale una simile successione ciclica senza principio.
Secondo: se il ciclo della reincarnazione è infinito, bisogna ammettere che non saranno infinite soltanto le anime che cambiano ripetutamente, ma anche le sostanze che forniscono loro le gabbie. Saranno dunque infinite questa Terra, questo sistema solare e l’insieme delle energie attive al suo interno. Ma la ragione e il discernimento lo esigono, e la ricerca scientifica lo testimonia: questo sistema solare non è senza principio né infinito.
Terzo: bisogna ammettere che tutte le caratteristiche di piante, animali ed esseri umani riguardano il loro aspetto corporeo, non la loro vita. Infatti, la stessa vita che, entrando nella gabbia umana, ha acquisito ragione, discernimento e capacità di pensiero, entrando nella gabbia animale è diventata priva d’intelligenza. E, entrando nella gabbia vegetale, quella poveretta ha addirittura perso la volontà e la capacità di agire.
Quarto: soltanto le azioni compiute con riflessione e consapevolezza possono essere definite buone o cattive, morali o immorali. Sotto questo profilo, le azioni umane possono essere morali o immorali, e per esse si possono infliggere punizioni o concedere ricompense; ma non è ragionevole definire morali o immorali le azioni delle piante e degli animali, né è ragionevole punirli o ricompensarli per esse. Per giungere a una simile conclusione, si dovrebbe anche ammettere che piante e animali possiedano la capacità di agire con riflessione e consapevolezza.
Quinto: se la vita futura è il risultato delle azioni compiute nella nostra vita presente, allora naturalmente il risultato delle cattive azioni dovrebbe essere cattivo. E se nella seconda vita riceviamo proprio quel cattivo risultato, come sarebbe possibile compiere buone azioni a partire da esso? Naturalmente, esso produrrebbe soltanto cattive azioni, il cui risultato nella terza vita sarebbe ancora peggiore. In questo modo, l’anima dell’uomo malvagio continuerebbe a scendere verso livelli sempre più bassi nel ciclo delle rinascite. Non si potrebbe mai sperare che essa risalisse. Ciò significa anche che un uomo può diventare un animale, ma che per un animale diventare uomo sarebbe impossibile. Ora la domanda è: grazie a quali buone azioni gli uomini attuali sono diventati uomini, e da dove sono venuti?¹ [Per una critica più approfondita della dottrina della reincarnazione, si veda la nota 30 al capitolo al-Aʿrāf di «Tafhīm al-Qurʾān».]
L’influenza della dottrina della reincarnazione sulla società e sulla civiltà
Inoltre, per molte altre ragioni, il sano giudizio non può accettare la dottrina della reincarnazione. Per questo, quanto più l’umanità progredisce intellettualmente e nelle scienze, tanto più la reincarnazione viene abbandonata. Oggi, infatti, questa dottrina è diffusa soprattutto tra i popoli più arretrati sul piano intellettuale e scientifico. Bisogna inoltre riconoscere che la reincarnazione reprime il coraggio virtuoso e il morale dell’uomo, rendendo insensibile anche la forza vitale che alimenta il progresso. Da questa dottrina è scaturito il principio della non violenza, estremamente distruttivo per la vita individuale e nazionale dell’uomo. In un popolo che crede in un simile principio, lo spirito combattivo scompare naturalmente. La sua forza fisica si indebolisce; anzi, esso viene privato delle migliori motivazioni che sviluppano la forza fisica. La popolazione di tale popolo diventa debole non solo fisicamente, ma anche mentalmente. A causa di questa duplice debolezza, esso rimane sconfitto e soggiogato e alla fine o scompare dalla faccia della terra oppure si dissolve tra altri popoli più potenti.
Il secondo danno della reincarnazione è che essa è l’eterno nemico della civiltà e della cultura. Trascina l’uomo verso l’ascetismo e la rinuncia al mondo. Secondo i sostenitori della reincarnazione, è il desiderio a rendere l’anima contaminata dal peccato. Per questo l’anima viene ripetutamente rinchiusa in una gabbia corporea e subisce le conseguenze delle proprie azioni. Pertanto, se l’uomo reprime i desideri e non si lascia coinvolgere dal mondo e dal suo labirinto, l’anima può liberarsi dal ciclo delle rinascite. E questa è l’unica via per ottenere la liberazione. Infatti, dopo essersi coinvolto nelle questioni terrene, per l’uomo è impossibile liberarsi dei desideri e delle loro esigenze. La conseguenza inevitabile è che coloro che anelano alla liberazione devono farsi asceti e ritirarsi nelle foreste, nelle giungle o tra le montagne; mentre coloro che non sono disposti a farlo devono rinunciare alla speranza della liberazione e prepararsi a reincarnarsi al livello degli animali e delle piante. Può forse una simile concezione essere minimamente utile al progresso della civiltà e della cultura? E può mai un popolo che nutra una simile convinzione progredire nel mondo?
Non vi è dubbio che, sotto diversi aspetti, la reincarnazione sia migliore almeno del considerare la morte come distruzione definitiva o come separazione eterna. L’uomo nutre infatti un naturale desiderio di permanere per sempre, e la reincarnazione può in certa misura appagare tale desiderio. Inoltre, poiché questa dottrina contiene l’idea della punizione e della ricompensa, nonché del risultato delle azioni buone e cattive, sulla sua base potrebbe essere costruito un sistema morale valido e solido. Ma abbiamo anche indicato più volte questa verità innegabile: una dottrina contraria alla ragione e alla conoscenza e d’ostacolo al progresso della civiltà e della cultura non può mantenere la propria presa sulla mente e sull’intelletto umano, a ogni livello dello sviluppo scientifico e intellettuale e in ogni fase del progresso della civiltà e della cultura, con la medesima
forza. E quando la sua presa non può mantenersi, la sua semplice permanenza sulle pagine dei libri come dottrina filosofica non può essere minimamente utile alla stabilità e alla solidità del sistema morale. Essa potrà essere considerata utile soltanto quando, invece che sulle pagine dei libri, sarà radicata nelle pagine del cuore e la gente crederà pienamente in essa.
In secondo luogo, questa dottrina ha perso anche il proprio valore morale in considerazione della sua conseguenza ultima. Essa induce infatti l’uomo a credere che il ciclo delle rinascite sia proprio come una macchina, nella quale il risultato stabilito per ogni azione si manifesterà inevitabilmente: nessun pentimento, perdono o espiazione può modificarne l’effetto e il risultato. In tali circostanze, dopo aver commesso una volta un peccato, una persona rimarrà per sempre intrappolata nel ciclo del peccato; allora penserà: se devo necessariamente diventare un animale o una pianta, perché non dovrei godere appieno di tutte le comodità, i piaceri e i godimenti di questa vita umana?
La fede nella vita ultraterrena
Sono state esposte sopra due categorie di concezioni riguardo al destino del mondo e dell’uomo. Da ciò si è appreso anche che queste due concezioni, oltre a non essere corrette dal punto di vista del giudizio e della ragione, non forniscono una risposta completa e soddisfacente alle domande che sorgono spontaneamente nell’animo umano alla vista dei segni della decadenza e della distruzione nel mondo. Inoltre, esse non possiedono la necessaria capacità di sostenere un sistema morale saldo e infallibile. Ascoltiamo ora la terza concezione. Essa è la seguente:
Primo: come ogni cosa del mondo ha una propria durata della vita, oltre la quale sorgono naturalmente in essa disordine e sconvolgimento, così anche l’universo ha una durata determinata, oltre la quale l’intera macchina del mondo andrà in frantumi e sarà sostituita da un altro mondo, le cui leggi naturali saranno completamente diverse da quelle di questo.
Secondo: dopo che questo universo sarà andato in frantumi, Allah l’Altissimo istituirà un tribunale, nel quale sarà esaminato il conto di ogni cosa. Quel giorno l’uomo riceverà una nuova vita corporea. Egli comparirà davanti al suo Signore
comparirà. Tutte le azioni compiute nella sua vita precedente saranno esaminate e valutate con precisione. Il suo caso sarà giudicato con verità e giustizia. Riceverà una ricompensa per le opere buone e una punizione per quelle cattive.
Terzo: la vita terrena dell’uomo è fondamentalmente soltanto un’introduzione alla sua vita ultraterrena. Questa vita è transitoria, quella è eterna. Questa è incompleta, quella è perfetta. In questa vita transitoria non si manifesta pienamente il risultato di tutte le azioni. Non ogni germoglio può dare frutto, secondo il suo sviluppo naturale, in questo mondo incompleto. Questa incompletezza raggiungerà la perfezione nella seconda vita. Al contrario, tutto ciò che qui è rimasto sterile e privo di utilità manifesterà là il suo autentico risultato e il suo vero significato. Pertanto, nella vita di questo mondo, l’uomo non dovrebbe rivolgere la propria attenzione soltanto ai risultati incompleti e talvolta ingannevoli delle sue azioni. Dovrebbe invece valutarle tenendo conto dell’intero corso dei loro risultati.
In verità, è proprio questa la concezione esposta dai profeti di Allah. E il glorioso Corano ha rivolto con forza l’umanità verso di essa. Tuttavia, prima di discutere le conseguenze morali di questa concezione e il suo rango e la sua importanza nella cultura islamica, desideriamo esaminare quali argomenti e prove la sostengano e fino a che punto il giudizio e la ragione la accettino.
Il metodo corretto per la ricerca intellettuale della verità
In realtà, la domanda se esista o meno una vita dopo la morte riguarda una realtà che oltrepassa i limiti delle nostre percezioni sensoriali e dell’esperienza acquisita attraverso i sensi. Al massimo, percepiamo soltanto che la persona che fino a pochi istanti prima respirava e agiva secondo la propria volontà ora è stata privata di tutti i segni della vita. Dal suo corpo è scomparsa una certa cosa, che aveva infuso in questa materia inerte, immobile e inattiva l’energia necessaria allo sviluppo, all’intelligenza e al movimento. Ora può sorgere la domanda: dove è andata questa cosa? Esiste ancora, pur essendosi separata dal corpo, oppure è scomparsa? E in seguito, il suo rapporto con questo corpo, o con un altro corpo simile, verrà mai ristabilito? Con l’aiuto delle nostre percezioni sensoriali e delle conoscenze derivate dall’esperienza non possiamo dare a questa domanda né una risposta negativa né una positiva. Infatti, non abbiamo mai percepito concretamente quella cosa, né la percepiamo tuttora. Perciò bisogna comprendere fin dall’inizio che la scienza, cioè la conoscenza pratica o fondata sull’esperienza, non ha alcun rapporto con questa domanda. Se la scienza non è in grado di formulare una conclusione positiva al riguardo, non ha neppure il diritto di formularne una negativa. La scienza può dire soltanto: «Non so che cosa accada dopo la morte». Ma se, allontanandosi dalla giustizia e dall’equità, pretendesse: «Poiché non so che cosa accada dopo la morte, so che dopo la morte non accade nulla», allora oltrepasserebbe certamente i limiti del razionalismo.
Dopo la percezione sensoriale, la seconda fonte di conoscenza per noi è la riflessione. L’essere umano ha sempre rifiutato di confinarsi entro i limiti delle cose percepite dai sensi. E la sua natura mentale ha reclamato l’impiego della facoltà di pensare per conoscere le verità celate che si trovano al di là delle realtà percepibili. Questa ricerca intellettuale è chiamata riflessione. Essa ha due metodi:
Il primo metodo consiste nel chiudere gli occhi, o nel procedere con grande temerarietà, di fronte ai segni del mondo e della stessa esistenza umana, traendo conclusioni da pure considerazioni intellettuali e continuando infine la corsa sfrenata dell’intelletto. Questo è il campo della filosofia fondata soltanto sulle congetture, e questa dimora tenebrosa è la fonte di ogni traviamento. Da qui sono nate le dottrine filosofiche nelle quali l’uomo si immerge e, entrando nel mondo dell’immaginazione, si smarrisce. Da qui sono sorte le diverse e reciprocamente contraddittorie dottrine riguardanti Allah, gli angeli, l’ordine dell’universo e la vita ultraterrena: esse non sono altro che il risultato del procedere a tentoni nelle tenebre, affidandosi a supposizioni, congetture e immaginazione.
Il secondo metodo consiste nel guardare con gli occhi aperti la natura dell’universo e la propria esistenza, osservando i segni che fungono da fiaccole indicatrici del sentiero della verità, e, alla luce di queste lampade, giungere con l’aiuto del sano giudizio, della ragione e di una corretta facoltà di pensiero alla verità fondamentale celata dietro tali segni. Con questo metodo, scienza e filosofia avanzano entrambe insieme. Certamente, neppure questo è un cammino sicuro per giungere alla verità assoluta; tuttavia, se si esclude la guida celeste, per l’essere umano esso è l’unica fonte della ricerca della verità. Con l’aiuto di questa fonte è possibile giungere alla verità autentica, o almeno avvicinarsi ad essa. Naturalmente, a condizione che la capacità di osservazione dell’uomo sia acuta, che la sua facoltà percettiva sia pura e penetrante e che egli possieda notevoli capacità e talento per la riflessione e la ricerca. Secondo la concezione filosofica, lo sviluppo e il progresso dell’umanità dipendono dall’integrazione tra osservazione e riflessione. Nessuna delle dottrine sulle quali oggi si fonda la filosofia, né alcuno dei principi senza credere nei quali uno studente di scienze non può compiere neppure un passo avanti, dipende esclusivamente dall’esperienza e dall’osservazione. Ogni dottrina e ogni principio si fondano sulla concezione intellettuale della realtà, per la quale esperienza e osservazione vengono utilizzate come elementi costitutivi. Le leggi della natura, il principio di attrazione e repulsione, la causalità, il principio della relatività, l’evoluzionismo, il principio della sopravvivenza del più adatto e tutti gli altri principi e leggi ai quali i grandi filosofi prestano fede sono il risultato della riflessione e della ricerca sui fenomeni esteriori e sui segni naturali, unite all’applicazione di inferenze intellettuali. Altrimenti, finora nessuno avrebbe mai osservato sensorialmente nessuna di queste leggi e di questi principi.
Inoltre, la fiducia che un uomo comune acquisisce mediante l’osservazione sensoriale di una cosa è pari alla convinzione che un filosofo trae dalle proprie osservazioni e congetture. Ciononostante, neppure il più grande filosofo può costringere un miscredente ad accettare quella conclusione. Infatti, finché una persona non osserva i fenomeni esteriori e i segni visibili dalla stessa particolare prospettiva del filosofo e non applica, come i filosofi, la propria capacità di pensiero e di ricerca, l’unico modo per muovere i primi passi sulla via della filosofia e progredire in essa può consistere nel riporre fiducia nell’intelligenza e nel discernimento del filosofo, abbandonando le conclusioni ricavate dalle proprie osservazioni e riflessioni e prestando invece una fede invisibile alle conclusioni da lui adottate.
È necessario imprimere saldamente questa premessa nel cuore. Infatti, per comprendere la descrizione e il ragionamento del Sacro Corano riguardo alle realtà soprannaturali, è indispensabile coglierla. È proprio la mancata comprensione di ciò ad aver generato molte concezioni errate. Ora rivolgeremo la nostra attenzione all’insegnamento del Sacro Corano riguardo alla vita ultraterrena.
Le domande dei miscredenti riguardo alla vita ultraterrena
Quando il Sacro Corano presentò la dottrina della vita ultraterrena, i miscredenti sollevarono contro di essa una domanda. La loro domanda era identica a quella degli odierni miscredenti. In realtà, riguardo a questo tema è possibile sollevare una sola domanda, ossia: la risurrezione dopo la morte non è forse del tutto contraria alla ragione e alla comprensione? Come possiamo accettare che una persona morta, il cui corpo si è decomposto e si è dissolto nella terra, le cui membra si sono disperse qua e là nella terra, nell’aria e nell’acqua, torni nuovamente alla vita?
Arabo*************
«Dissero: Quando saremo dissolti nella terra, verremo forse creati di nuovo?» — (Sura as-Sajda: 10)
Arabo************
«Dissero: Quando la carne si sarà dissolta e di noi resteranno soltanto le ossa, e saremo ridotti in polvere, verremo forse riportati in vita con una nuova creazione?
”-(Sura dei Figli d’Israele: 49)
Arabo**************
“Dopo essere morti e divenuti polvere, risorgeremo forse di nuovo? Un tale ritorno è al di là della ragione e dell’immaginazione.”-(Sura Qaf: 3)
Arabo***************
«Chi lo farà rivivere dopo che le ossa saranno marcite e dissolte?» (Sura Ya-Sin: 78)
La linea argomentativa del Sacro Corano
Per affrontare questo dubbio, il Sacro Corano ha adottato una linea argomentativa incomparabile. Esso ha innanzitutto invitato le persone a osservare i segni della potenza di Allah e a riflettere e meditare su di essi.
Dice:
«Mostreremo loro i Nostri segni negli orizzonti e dentro loro stessi, affinché divenga loro chiaro che questa è la verità». (Sura Ha-Mim as-Sajda: 53)
Arabo**************
«Non riflettono forse sul governo dei cieli e della terra?
» (Sura al-A’raf: 185)
Arabo*************
«Nel cielo e sulla terra vi sono molti segni, che essi oltrepassano senza riflettere su di essi» (Sura Yūsuf: 105)
Con questa indicazione si è detto che all’uomo non è stata concessa la capacità di osservare con i propri occhi le cose nascoste ai suoi sensi, né di determinarne la natura mediante l’esperienza. Tuttavia, se osserva a occhi aperti i segni che gli vengono presentati giorno e notte, contempla l’ordinamento del cielo e della terra, volge lo sguardo alla propria stessa creazione e, riflettendo e indagando sui dati percepiti dai sensi e acquisiti mediante l’osservazione, cerca di giungere alla verità, comprenderà facilmente che tutto ciò che è stato detto è esatto, autentico e razionale.
La possibilità della vita nell’Aldilà
In seguito, il Corano presenta alle persone quelle cose tra i segni esteriori e manifesti che sono del tutto evidenti, e attraverso di esse dimostra che ciò che considerate al di là dell’intelletto e della comprensione, per quanto impossibile possa apparire al vostro intelletto e alla vostra comprensione, in realtà non è affatto impossibile.
Arabo************
«Egli è Allah, che ha innalzato il cielo senza colonne visibili per voi, poi si è innalzato sul Trono. Ha assoggettato il sole e la luna. Ciascuno di essi procede fino a un termine stabilito. Egli dirige l’ordine dell’intero universo. Egli espone chiaramente i Suoi segni, affinché siate convinti, riguardo al vostro Signore,
di incontrarLo» (Sura ar-Raʿd: 2)
Arabo***********
«È più difficile creare voi o creare il cielo? Egli ha creato (una cosa) così grande.» — (Sura An-Nāziʿāt: 27)
Per mezzo di questi grandiosi segni celesti viene dimostrata questa verità: soltanto Allah ha creato un universo così vasto. Egli ha vincolato i grandi pianeti e le stelle alle leggi proprie dell’universo. È la Sua potenza ad aver fatto funzionare questo immenso mondo attraverso un ordinamento perfetto. Perciò nessun pianeta può deviare dalla propria orbita neppure della misura di un capello; non può discostarsi nemmeno per un istante dalla durata della vita stabilita per esso. È la Sua forza infinita ad aver fondato i vari livelli dell’universo su basi invisibili, impercettibili e al di là della capacità umana. Ritenere che un Allah così potente e onnipotente non sia capace di distruggere una creatura insignificante come l’essere umano e poi riportarla nuovamente in vita: quale prova più grande di capriccio e d’ignoranza potrebbe mai essere una simile idea su di Lui?
Arabo************
“Non vedono forse che Allah, il quale ha creato i cieli e la terra, è capace di creare esseri umani come loro?”—(Sura Banī Isrāʾīl: 99)
Dopo il cielo, il Corano richiama la nostra attenzione sull’ambiente a noi più vicino, ossia sui segni della Terra:
Arabo************
“Percorrete la terra e osservate come Allah ha dato inizio alla creazione.
E proprio quel Dio ridà vita a tutte le cose. Certamente, Dio ha potere su ogni cosa» (Sura al-ʿAnkabūt, 20).
Arabo****************
«Per loro, la terra morta è un segno; le abbiamo ridato vita e da essa abbiamo prodotto raccolti di cui essi si nutrono.»—(Sura Yāsīn: 33)
Arabo****************
“Guardate il segno della misericordia di Dio: come Egli ridà vita alla terra dopo che è morta. In verità, Egli darà certamente vita anche ai morti. Egli è onnipotente su ogni cosa.”-(Sura ar-Rūm: 50)
Arabo************
“Tra i Suoi segni vi è questo: vedete la terra arida e desolata. Ma quando facciamo cadere su di essa la pioggia, subito germoglia e si riveste di frutti e fiori. Dunque, Colui che ha dato vita alla terra darà vita anche ai morti
In verità, Dio è onnipotente su ogni cosa.”-(Sura Hā-Mīm as-Sajda: 39)
Arabo**********
«Allah guida i venti. Poi essi sollevano e trasportano le nubi.
In seguito conduciamo quelle nubi verso una terra priva di acqua, erba e vegetazione. Poi Egli fa rivivere con la pioggia quella terra morta e desolata. Così dunque (anche nel Giorno della Resurrezione) dovrete risorgere» (Sura Fātir: 9).
Poi il Corano dice: chiudi gli occhi a tutto ciò che ti circonda e rifletti profondamente sulla tua stessa esistenza. Allora vedrai che la prova della potenza di Allah nel ridare vita ai morti è presente proprio dentro di te.
Arabo****************
«In verità, è trascorso sull’uomo un periodo dell’eternità in cui egli non era nulla di degno di menzione» (Sura ad-Dahr: 1).
Arabo***************
«Eravate morti e Allah vi ha dato la vita. Poi vi farà morire nuovamente e vi darà nuovamente la vita. Infine dovrete ritornare a Lui» (Sura al-Baqara: 28).
Arabo***************
«Se avete dubbi sulla resurrezione dopo la morte, sappiate dunque che vi abbiamo creati da una materia inanimata simile alla terra» (Sura al-Hajj: 5)
Arabo**************
«Egli disse: “Chi lo farà rivivere dopo che le ossa si saranno dissolte?”. Di’: “Lo farà rivivere Colui che gli diede la vita la prima volta”» (Sura Ya-Sin: 78-79)
Arabo***************
«Di’ loro: “Diventate pietra, ferro o qualsiasi altra cosa che, secondo il vostro giudizio, sia inconcepibile che possa tornare in vita”. Poi domanderanno: “Chi ci farà rivivere?”. Di’: “Egli” (vi farà rivivere)
che vi ha creati la prima volta» (Sura Bani Isra’il: 50-51)
*****************
«Abbiamo creato l’essere umano da un’argilla, poi abbiamo trasformato quell’argilla in una goccia di sperma e l’abbiamo posta in un luogo sicuro. Quindi abbiamo trasformato la goccia di sperma in un grumo di sangue. Poi abbiamo dato al grumo di sangue la forma di un grumo di carne. In seguito abbiamo creato uno scheletro per il grumo di carne. Poi abbiamo rivestito lo scheletro di carne. Quindi lo abbiamo fatto sorgere come una creatura diversa. Benedetto dunque è Allah, il migliore dei creatori. Dopo ciò, certamente morirete. Poi, nel Giorno della Resurrezione, sarete certamente risuscitati. — (Sura al-Mu’minun, 12-16)
*****************
«L’essere umano non era forse una goccia di sperma, eiaculata nell’utero? Poi divenne un grumo di sangue. Quindi Allah gli diede forma umana e lo conformò armoniosamente nella sua costituzione. Poi ne fece due categorie e creò la coppia maschio e femmina. Ebbene, Colui che ha fatto tutto ciò non è forse capace di ridare la vita ai morti?» — (Sura al-Qiyāma, 37-40)
Dopo aver presentato queste prove chiare e manifeste, vicine alla nostra osservazione e alla nostra esperienza sensoriale, il Sacro Corano ha addotto un argomento strettamente legato al senso comune. Esso afferma che ricreare qualcosa nella sua forma originaria dopo che si è dispersa e disgregata è più difficile che crearla dal nulla. Pertanto, se la potenza che non è stata incapace di compiere l’azione più difficile non sarà forse capace di compiere quella più facile? Se una persona è capace di inventare e costruire un motore, si può forse concepire che, dopo averne separato e disgiunto i singoli componenti, non sia in grado di riassemblarli? Questo esempio mostra che il Creatore dell’universo, che vi ha creati dal nulla, non può essere affatto incapace di ricrearvi dopo la morte.
************
«Non vedono forse come Allah dà inizio alla creazione? Poi la ripeterà nello stesso modo. E ciò è certamente più facile per Allah.» — (Sura al-‘Ankabut, 19)
*************
«Egli dà inizio alla creazione, poi la ripete; e questa ripetizione è per Lui facilissima.» — (Sura ar-Rum, 27)
************
«Eravamo forse incapaci di creare per la prima volta? No, essi non negano la prima creazione, ma nutrono dubbi sulla nuova creazione» (Sura Qāf: 15).
Rimane ancora il dubbio su come, una volta distrutte e scomparse le membra dei morti, esse possano nuovamente trasformarsi nel corpo originario. Qualcuno è morto annegato e le sue ossa e la sua carne sono diventate cibo per i pesci e per gli animali acquatici. Qualcuno è morto bruciato dal fuoco, oppure è stato bruciato dopo la morte, e l’intero corpo si è trasformato in cenere e fumo. Qualcuno è stato sepolto nella terra e il suo corpo si è dissolto nel suolo. Come sarebbe dunque possibile restituirgli il corpo originario e infondervi nuovamente lo stesso spirito? Alcuni hanno cercato di alimentare questo dubbio sostenendo che, per ridare all’anima la vita corporea, non sia indispensabile restituirle il corpo originario. Potrebbe invece accadere che l’anima rimanga la stessa e che le venga dato un altro corpo simile a quello precedente. Ma il Corano afferma che Allah è certamente capace di restituire il corpo originario. Non è vero che le membra del corpo umano siano semplicemente svanite nel nulla; ogni loro parte esiste ancora, dispersa in qualche luogo. Nell’aria, nell’acqua, nella terra, nei corpi delle piante o degli animali e nelle sostanze minerali, le sue parti sono disseminate in vari modi. La conoscenza di Allah è così universale che Egli conosce il luogo in cui si trova ciascuna di esse. La Sua forza e il Suo potere sono così illimitati che Egli è capace di riunire quelle membra disperse e restituire loro la forma originaria.
************
«Noi sappiamo ciò che la terra consuma di loro, e presso di Noi vi è un Libro nel quale è custodita la registrazione di ogni cosa» (Sura Qāf: 4).
************
«Presso di Lui sono le chiavi dell’invisibile; nessuno le conosce all’infuori di Lui. Egli conosce tutto ciò che è sulla terra e nel mare. Non cade una foglia senza che Egli lo sappia. Non vi è un solo seme nelle tenebre della terra, né alcuna cosa umida o secca, che non sia contenuta in un Libro esplicito» (Sura al-Anʿām: 59).
Tutto ciò che è stato detto sopra ha lo scopo di rimuovere i dubbi posti alla base dell’incredulità nell’aldilà. Naturalmente, la causa principale dell’incredulità non è che gli increduli abbiano appreso in modo definitivo e chiaro, attraverso l’esperienza, l’osservazione o qualche altra fonte certa di conoscenza, l’impossibilità della vita dopo la morte. L’unico fondamento della loro incredulità è che la resurrezione dopo la morte non è loro comprensibile. Non hanno mai visto una scena simile; al contrario, hanno sempre visto che chi muore non ritorna più. Perciò, quando si dice che colui che è morto tornerà nuovamente, considerano questa affermazione contraria alla natura irreale, impossibile ed estranea alla ragione e al pensiero. Tuttavia, basta avanzare di un solo passo sulla via della riflessione e della ricerca perché questi dubbi scompaiano e ciò che prima sembrava impossibile appaia perfettamente possibile. Le persone considerano possibili, anzi reali e concrete, le cose alle quali sono abituate ad assistere e che osservano abitualmente. Un seme entra nella terra, germoglia e si manifesta sotto forma di un enorme albero dai grandi rami. Una goccia di sperma giunge nel grembo materno e da lì esce sotto forma di essere umano completo. Dalla combinazione di due arie si forma l’acqua. E, secondo una determinata legge, dall’acqua si forma ripetutamente il vapore e dal vapore l’acqua. Nell’immensa distesa dello spazio, miliardi di pianeti e stelle corrono come palle e rimangono strettamente collegati tra loro senza alcun legame materiale. Nei movimenti, nelle orbite e nei sistemi di rotazione di questi pianeti e stelle non si verifica la minima irregolarità. Le persone sono molto abituate a vedere tutte queste cose e per questo le considerano ordinarie. Ma se tali fenomeni non si manifestassero davanti a loro e fossero invece abituate a un altro ordine, considererebbero proprio queste cose estranee alla ragione e alla comprensione e ne negherebbero con decisione la possibilità. Prendiamo come esempio Marte, dove non crescono piante. Se agli abitanti di quel pianeta si dicesse che, piantando nel terreno un seme del peso di una māsha, esso si trasforma in un albero gigantesco e diventa migliaia, anzi centinaia di migliaia di volte più grande della sua forma originaria, ciò sembrerebbe agli abitanti di Marte altrettanto sorprendente quanto appare agli abitanti della Terra la resurrezione dopo la morte. Anch’essi respingerebbero la cosa nello stesso modo. Ma è evidente che questo giudizio di impossibilità non si fonderebbe sulla conoscenza né sui dati; non sarebbe il risultato di un discernimento prodotto dall’ignoranza e dalla stoltezza, bensì dell’inaccessibilità alla comprensione. Lo stesso vale per l’incredulità riguardo all’aldilà. Se le persone comprendessero la natura della meraviglia e dell’incredulità, capirebbero spontaneamente che il fatto che qualcosa sia al di là della loro ragione e della loro comprensione non costituisce alcuna prova della sua impossibilità o irrealtà. Le cose che gli esseri umani stanno scoprendo oggi erano, cento anni fa, al di là della loro ragione e della loro comprensione. Oggi però i fatti hanno dimostrato che in realtà non erano impossibili. Allo stesso modo, ciò che oggi gli esseri umani considerano impossibile diventerà possibile per mano loro tra cento anni, e i fatti dimostreranno che non vi era nulla di impossibile in esso. Dunque, se questo è il rapporto tra la ragione umana, ciò che è al di là di essa e i misteri che essa comprende, non si può definire impossibile una cosa solo perché non è accessibile a questa ragione limitata.
Per affermare l’esistenza di qualcosa di occulto e al di là delle facoltà sensoriali, occorre anzitutto stabilirne la possibilità. Perciò il Sublime Corano, mediante prove e argomentazioni inconfutabili, elimina tutti i dubbi e le perplessità riguardo alla vita ultraterrena e ne dimostra la possibilità. In seguito, come secondo passo, occorre dimostrarne la necessità. Allora l’intelletto umano accetterà facilmente che una realtà del genere debba necessariamente esistere.
L’ordine dell’universo è un ordine saggio
Questo universo naturale è forse opera di un Essere saggio, oppure si è formato spontaneamente, senza alcuna saggezza? In realtà, la necessità della vita ultraterrena dipende proprio dalla soluzione di questa questione. L’uomo devoto alla scienza dell’epoca attuale sostiene che nessun artefice saggio abbia creato quest’ordine universale. Esso si sarebbe formato spontaneamente e procederebbe come una macchina automatica, con tutti i suoi organi e componenti, tra i quali è compreso anche l’uomo. Nel giorno in cui cesserà l’interazione reciproca tra materia ed energia, anche questo sistema si disgregherà e andrà completamente in rovina. È evidente che cercare uno scopo o una saggezza in un sistema governato da una natura cieca, priva di conoscenza, intelletto, coscienza, volontà e saggezza, è un’inutile fatica. Per questo la scienza materialista odierna non si è limitata a escludere dal proprio ambito la causalità teleologica delle direttive naturali, ma ha dichiarato del tutto irrilevante e privo di senso un simile modo di pensare. Essa ha sostenuto categoricamente che dietro la natura dell’universo, e dietro alcuna delle sue cose o dei suoi fenomeni, non vi è alcuno scopo. Per esempio, l’occhio non esiste per vedere; la vista sarebbe piuttosto il risultato della particolare organizzazione della materia all’interno dell’occhio. Analogamente, il cervello non è il centro del pensiero, delle sensazioni e della coscienza; il pensiero, la riflessione e l’immaginazione scaturirebbero dal cervello proprio come la bile viene secreta dal fegato. In realtà, definire come loro scopo i processi naturali e spontanei delle cose materiali e cercare intelligenza e saggezza nella loro creazione non è altro che un puro errore.
Se si accetta questa dottrina, non rimane alcuna ragione logica per ammettere la necessità di un’altra vita dopo quella terrena. Infatti, l’universo, il cui ordine è governato da una natura ignorante, stupida e incosciente, senza alcuna meta o finalità, non può avere dignità maggiore di quella di un giocattolo. Un universo e ogni sua cosa, essendo privi di scopo, saranno distrutti quando tale mancanza di scopo giungerà al suo compimento. È del tutto impensabile che una natura cieca possa essere adornata della qualità della giustizia o che ci si possa attendere da essa un rendiconto e l’equità. E anche se si potesse supporre che essa possieda la qualità della giustizia, poiché l’uomo nelle sue mani si muove come un pupazzo indifeso e non è padrone, di fatto, neppure della propria capacità e volontà, per non parlare del poter fare qualcosa con le proprie forze, non si dovrebbe attribuirgli alcuna responsabilità per le sue azioni buone o cattive, così come non si attribuisce a un motore la responsabilità di percorrere una strada diritta o tortuosa. Abbandonata la questione della responsabilità, viene meno anche la questione del giudizio, della giustizia, della pace e della ricompensa nel mondo; a maggior ragione, non si può ammettere la necessità di una vita distinta destinata a tale scopo.
Ma questa dottrina è completamente contraria alla ragione. Per dimostrarla non è stata presentata alcuna prova intellettuale né alcuna testimonianza scientifica. Finora, a suo sostegno, si è detto più o meno quanto segue: non vediamo alcun creatore o governatore della natura dell’universo e non comprendiamo alcuno scopo della sua creazione. La vediamo in movimento e in attività senza alcun creatore. Inoltre, non ci è possibile conoscere lo scopo di questo movimento, né vediamo la necessità di conoscerlo. Tuttavia, non conoscere la causa efficiente e la causa finale di qualcosa non dimostra che essa ne sia priva. Immaginiamo che un bambino veda una macchina da stampa in funzione. Non riesce a comprendere per quale scopo venga azionata. Per questo pensa che sia soltanto un giocattolo, messo in funzione senza alcuna meta o finalità particolare. Vede che, proprio come la macchina produce rumore, le sue parti si muovono e il terreno trema, allo stesso modo da essa escono fogli stampati. Perciò conclude che, così come quei fenomeni sono conseguenze del funzionamento della macchina, anche l’uscita dei fogli stampati è un risultato naturale del suo movimento. Non riesce affatto a capire che, tra tutte le attività della macchina, una sola, cioè la stampa e l’uscita dei fogli, costituisce lo scopo per cui l’intera macchina è stata realizzata, mentre tutte le altre attività sono conseguenze naturali del suo funzionamento. Il suo sguardo indagatore, ancora infantile, non ha acquisito la capacità di comprendere la disposizione, l’assemblaggio e l’ordine delle parti della macchina. Non comprende neppure che la forma in cui ogni parte è stata fabbricata e il luogo in cui è stata collegata sono quelli più adatti a essa, e che, per svolgere la propria funzione all’interno della macchina, è necessario che si trovi proprio in quella forma e in quel luogo. Per questo il bambino, con la sua intelligenza immatura, ritiene che la macchina si sia formata spontaneamente dall’unione di alcuni pezzi di ferro. Non possiede una facoltà intellettiva abbastanza sviluppata da dedurre, osservando il funzionamento e la varietà della disposizione della macchina, che dietro di essa vi è certamente un Creatore saggio, il quale l’ha realizzata secondo il metodo migliore e un piano eccellente, senza lasciare alcuna sua parte inattiva, inadatta, sconnessa o superflua; né riesce a comprendere che una cosa costruita con tale intelligenza e saggezza non può essere priva di causa, di scopo e di significato. Ora, se quel bambino sciocco, sulla base di questa osservazione incompleta e del suo pensiero immaturo riguardo alla macchina da stampa, elaborasse la dottrina secondo cui la macchina non ha alcuna causa efficiente o finale, che nella sua creazione non è stata impiegata alcuna intelligenza o saggezza e che davanti a essa non vi è alcuna nobile finalità, un adulto intelligente e maturo accetterebbe forse come corretta e valida questa dottrina del bambino sulla macchina?
Se ciò non è vero nel caso di una macchina da stampa, come potrebbe esserlo riguardo all’ordine dell’universo, di cui ogni atomo testimonia la conoscenza, l’intelligenza, la volontà, la saggezza e la lungimiranza del suo Creatore? Un bambino dall’intelligenza immatura e dalla vista limitata può dire ciò che vuole. Ma una persona intelligente, che abbia osservato a occhi aperti i segni di questo universo, non può dire a suo piacimento nulla riguardo alla creazione, allo scopo e al governo di un sistema così saggio, ordinato, disciplinato e mirabilmente pianificato. In realtà, non può nutrire neppure per un istante il dubbio che un sistema nel quale nulla è privo di causa o inutile, nulla è insufficiente o eccessivo rispetto alla necessità, ogni parte è perfettamente adatta al proprio posto e alla propria funzione e nelle cui regole e nel cui ordine non si osserva alcuna deviazione, possa essere stato creato e governato senza conoscenza, intelligenza, saggezza o volontà.
Un ordine saggio non può essere privo di scopo e di significato
Gli argomenti esposti nel Sacro Corano riguardo alla vita ultraterrena si fondano su questa dottrina fondamentale. In sintesi: il Creatore dell’universo è un Essere sapiente. Nessuna delle Sue opere è priva di lungimiranza, e non Gli si può attribuire nulla che sia contrario alla lungimiranza. Dopo aver stabilito questo fondamento, il Corano dice
أَفَحَسِبْتُمْ أَنَّمَا خَلَقْنَاكُمْ عَبَثًا وَأَنَّكُمْ إِلَيْنَا لَا تُرْجَعُونَ{115}فَتَعَالَى اللَّهُ الْمَلِكُ الْحَقُّ لَا إِلَهَ إِلَّا هُوَ رَبُّ الْعَرْشِ الْكَرِيمِ{116}
«Avete forse pensato che vi abbiamo creati senza scopo e che non sarete ricondotti a Noi? Allah, il Sublime, il Re veritiero, è al di sopra di ciò (cioè, Egli non compie alcuna opera priva di scopo).» — (Sura al-Mu’minun: 115-116)
أَيَحْسَبُ الْإِنسَانُ أَن يُتْرَكَ سُدًى{36}
«L’uomo pensa forse di essere stato lasciato senza scopo?» — (Sura al-Qiyama: 36)
} وَمَا خَلَقْنَا السَّمَاوَاتِ وَالْأَرْضَ وَمَا بَيْنَهُمَا لَاعِبِينَ{38}مَا خَلَقْنَاهُمَا إِلَّا بِالْحَقِّ وَلَكِنَّ أَكْثَرَهُمْ لَا يَعْلَمُونَ{39}إِنَّ يَوْمَ الْفَصْلِ مِيقَاتُهُمْ أَجْمَعِينَ{40}
«Non abbiamo creato i cieli, la terra e tutto ciò che vi è tra loro come un gioco. Li abbiamo creati secondo quanto esige la sapienza. Ma la maggior parte degli uomini non lo sa. In verità, per loro è stato stabilito un termine fino al Giorno del Giudizio.» — (Sura ad-Dukhan: 38-40)
أَوَلَمْ يَتَفَكَّرُوا فِي أَنفُسِهِمْ مَا خَلَقَ اللَّهُ السَّمَاوَاتِ وَالْأَرْضَ وَمَا بَيْنَهُمَا إِلَّا بِالْحَقِّ وَأَجَلٍ مُّسَمًّى وَإِنَّ كَثِيرًا مِّنَ النَّاسِ بِلِقَاء رَبِّهِمْ لَكَافِرُونَ{8}
«Non hanno forse riflettuto nei loro cuori sul fatto che Allah ha creato con saggezza i cieli, la terra e tutto ciò che vi è fra loro, e ha stabilito per loro un termine? Ma molti non credono all’incontro con il loro Signore». — (Sura ar-Rum, 8)
Nei versetti sopra citati si allude al fatto che, se questa vasta fabbrica dei cieli e della terra continuasse a esistere soltanto per qualche tempo e poi venisse distrutta e annientata senza alcun risultato né esito, ciò sarebbe un atto privo di causa e di senso, soltanto un gioco e un passatempo. Ciò non può mai essere opera di una persona saggia. Se gli uomini credono che questa fabbrica sia stata creata da Allah e considerano Allah un’Essenza saggia, allora dovrebbero comprendere, con l’aiuto della ragione, che nulla nella creazione è stato creato senza uno scopo e che nulla è destinato a dissolversi inutilmente e senza senso. In particolare, l’essere umano è la migliore delle creature dell’universo, l’ashraf al-makhlūqāt. La sua essenza cosciente è la chiave dello sviluppo e dell’intero movimento di questo mondo. È stato dotato, con infinita saggezza, di conoscenza, intelletto, facoltà di pensiero, lungimiranza e volontà. Un essere umano simile non può vivere in questo mondo soltanto per pochi anni, come una macchina, e poi essere distrutto e annientato: lo scopo della sua creazione non può essere così privo di senso.
Quale esito dovrebbe avere l’ordine dell’universo secondo le esigenze della saggezza
Dalla discussione precedente risulta che la creazione e la gestione dell’universo non sono un gioco vano e frivolo, e che nulla in esso è privo di causa e di scopo. Ora la seconda questione è questa: secondo quanto esige la ragione, quale altro esito può avere questa vasta fabbrica oltre alla distruzione e all’annientamento? Una risposta dettagliata a questa domanda è presente nel Nobile Corano. Dopo aver ascoltato tale risposta, una sana ragione si sente completamente rassicurata e soddisfatta. Tuttavia, prima di comprendere questa risposta, è assolutamente necessario imprimere fermamente nel cuore alcuni concetti.
Primo: tutti i segni della creazione testimoniano che, in questo ordine, l’intero corso delle trasformazioni e dei cambiamenti è orientato verso lo sviluppo progressivo. Condurre l’imperfezione delle cose verso la perfezione e trasformarne la forma incompleta in una forma perfetta è lo scopo di tutta la loro evoluzione.
Secondo: poiché il principio dello sviluppo progressivo opera sotto forma di cambiamento, ogni creatura necessita di una dissoluzione. La creazione di una forma implica naturalmente la distruzione o dissoluzione della forma precedente. E la scomparsa di una forma incompleta costituisce l’inizio stesso della creazione della perfezione. Questo ciclo e questi cambiamenti avvengono in ogni momento, ma solo dopo numerosi cambiamenti nascosti ha inizio un enorme cambiamento manifesto, nel quale si verifica un’enorme dissoluzione manifesta. È questo secondo tipo di dissoluzione che nel linguaggio comune chiamiamo «morte» o caduta. E chiamiamo «vita» il periodo che va dalla creazione di una forma fino alla sua morte o dissoluzione definitiva.
Terzo: ogni forma richiede un particolare sostegno o ambiente adatto alla propria condizione. Nessuna forma può abitare in un ambiente che non sia adatto alla sua condizione. Per esempio, il corpo di un animale è inadatto alla forma vegetale. Analogamente, l’essenza umana esige proprio la particolare struttura corporea che è stata predisposta per l’essere umano. Pertanto, per conferire a una cosa una forma superiore, è assolutamente indispensabile demolire l’abitazione costruita per la forma inferiore e costruire un’abitazione adatta alla nuova forma.
Quarto: chi ha compreso adeguatamente l’ampiezza del principio dello sviluppo progressivo nelle diverse parti dell’universo non può in alcun modo ignorare la sua estensione all’intero ordine cosmico. Non possiamo dire, osservando questo ordine, quanti altri ordini siano esistiti prima dell’inizio del processo di creazione dell’ordine attuale; ciascuno di essi ha compiuto la propria durata e ha lasciato il posto a un ordine più evoluto, finché il processo della creazione, attraversando i successivi stadi dello sviluppo progressivo, è giunto fino al nostro ordine. Allo stesso modo, neppure questo ordine è l’ultimo. Quando anch’esso raggiungerà la perfezione possibile e non avrà più la capacità di elevarsi a uno stadio superiore della perfezione, sarà anch’esso frantumato e al suo posto verrà istituito un altro ordine. Le leggi e le norme di quell’ordine saranno diverse, ed esso possiederà anche la capacità di elevarsi a uno stadio più perfetto della creazione.
Cinque: riflettendo profondamente sull’attuale assetto dell’universo, si può percepire chiaramente che esso è un sistema incompleto e che necessita di una maggiore perfezione. Le realtà fondamentali insite nelle cose di questo sistema sono talmente coperte dall’impurità materiale che le realtà fondamentali sono considerate mere illusioni insignificanti, mentre il loro involucro materiale ha acquisito dignità persino rispetto alle realtà fondamentali. Quanto più una cosa è sottile e libera dall’impurità materiale, tanto più essa è nascosta, velata e lontana dalla portata dell’intelletto e della coscienza in questo sistema universale. Qui hanno importanza i corpi puramente materiali, ma le realtà sottili e incontaminate non hanno alcuna importanza. Qui si possono pesare alberi, pietre e simili, ma in questo sistema universale non esiste alcun mezzo per misurare o pesare il discernimento, il pensiero e l’immaginazione, la meditazione e la riflessione, i desideri e le aspirazioni, le invocazioni e le sensazioni, la lungimiranza. Qui si possono pesare gli alimenti, ma non esiste alcun criterio per pesare l’amore e l’odio. Qui esiste un sistema per misurare i tessuti, ma non è presente alcuno strumento per misurare la collera e l’invidia. Qui si può determinare il valore del denaro, ma non è possibile valutare il valore delle disposizioni interiori che agiscono dietro la generosità e l’avarizia. Questa è la carenza dell’attuale sistema universale. Perciò l’intelletto esige naturalmente un sistema superiore a quello attuale, nel quale le realtà fondamentali si manifestino chiaramente, senza dipendere dal loro involucro materiale; nel quale la sottigliezza prevalga sulla grossolanità e le cose oggi nascoste e velate divengano luminose e più evidenti. Analogamente, un’altra carenza di questo mondo è che qui prevalgono le leggi materiali; di conseguenza si manifestano soltanto i risultati delle azioni conformi alle leggi materiali. Invece non si manifestano affatto risultati corrispondenti al discernimento, alla lungimiranza e alla saggezza. Qui, se scoppia un incendio, bruceranno tutte le materie combustibili; se si versa dell’acqua, si bagneranno le cose capaci di assorbire umidità e bagnato; ma, se si compie una buona azione, il suo risultato non si manifesterà sotto forma di merito — che è la sua naturale conseguenza fondata sull’intelletto. Al contrario, si manifesterà in una forma conforme alle leggi materiali, anche se ciò fosse una cattiva azione, completamente opposta al merito. Di fronte a queste imperfezioni, l’intelletto esige naturalmente che, dopo questo sistema, venga istituito un sistema superiore, nel quale, al posto delle leggi materiali, siano introdotte leggi fondate sull’intelletto e nel quale si manifesti correttamente il naturale risultato delle azioni, che nell’attuale sistema non riesce a manifestarsi a causa del predominio delle leggi materiali.
La conclusione dell’ordine universale
Dopo aver compreso queste considerazioni preliminari, vedremo ora quale risposta alla questione fondamentale si trovi nel quadro della Resurrezione e della rinascita nell’Aldilà delineato dal Corano sapiente.
Il Corano dice:
مَا خَلَقْنَا السَّمَاوَاتِ وَالْأَرْضَ وَمَا بَيْنَهُمَا إِلَّا بِالْحَقِّ وَأَجَلٍ مُّسَمًّى
«Abbiamo creato i cieli, la terra e ciò che vi è fra loro secondo quanto esige la saggezza e per un termine stabilito».
— (Sura al-Ahqāf: 3)
وَسَخَّرَ الشَّمْسَ وَالْقَمَرَ كُلٌّ يَجْرِي لأَجَلٍ مُّسَمًّى
“Egli ha sottoposto il sole e la luna a una legge particolare. Tutto ciò prosegue per un periodo determinato”.
-(Sura ar-Raʿd: 2)
Poi descrive la condizione della Resurrezione come segue:
وَإِذَا الْقُبُورُ بُعْثِرَتْO وَإِذَا الْبِحَارُ فُجِّرَتْO وَإِذَا الْكَوَاكِبُ انتَثَرَOإِذَا السَّمَاء انفَطَرَتْO
Quando il cielo si squarcerà, le stelle si disperderanno, i mari erutteranno e le tombe vomiteranno”.
-(al-Infitar: 1-4)
وَإِذَا الْجِبَالُ سُيِّرَتْ O وَإِذَا النُّجُومُ انكَدَرَتْOإِذَا الشَّمْسُ كُوِّرَتْ
“Quando il sole sarà oscurato, le stelle saranno sconvolte e le montagne saranno messe in movimento”. -(Sura at-Takwir: 1-3)
وَإِذَا الْجِبَالُ نُسِفَتْ O وَإِذَا السَّمَاء فُرِجَتْ O فَإِذَا النُّجُومُ طُمِسَتْ
«Quando le stelle si oscureranno, il cielo sarà squarciato e le montagne saranno disperse al vento». — (Sura al-Mursalat: 8-10)
وَجُمِعَ الشَّمْسُ وَالْقَمَرُ O وَخَسَفَ الْقَمَرُOفَإِذَا بَرِقَ الْبَصَرُ
«Quando gli occhi esploderanno, la luna si oscurerà e il sole e la luna saranno uniti». — (Sura al-Qiyamah: 7-9)
وَحُمِلَتِ الْأَرْضُ وَالْجِبَالُ فَدُكَّتَا دَكَّةً وَاحِدَةً
«La terra e le montagne saranno fatte scontrare e, con un unico colpo, saranno ridotte in frantumi». — (Sura al-Haqqah: 14)
يَوْمَ تُبَدَّلُ الأَرْضُ غَيْرَ الأَرْضِ وَالسَّمَاوَاتُ وَبَرَزُواْ للّهِ الْوَاحِدِ الْقَهَّارِ
«Nel Giorno in cui la terra sarà trasformata in un’altra terra, e così anche i cieli, tutti compariranno davanti ad Allah, l’Unico, l’Onnipotente». — (Sura Ibrahim: 48)
Questi versetti indicano proprio che l’attuale ordinamento dell’universo ha una durata prestabilita. Non è un ordinamento eterno. Quando la sua durata giungerà al termine, l’intero sistema sarà sconvolto e ridotto in frantumi. Il sole, la Terra, la luna e tutti gli altri pianeti e satelliti, sulla cui rotazione si fonda questo ordinamento, saranno dispersi e separati; entreranno in collisione gli uni con gli altri e questo palazzo temporaneo crollerà e andrà in frantumi. Ciò, tuttavia, non significa che l’universo sarà completamente annientato o che il processo della creazione verrà arrestato. Significa piuttosto che questa particolare concezione della creazione, governata dall’ordinamento attuale, sarà modificata e che per l’universo verrà istituito un ordinamento diverso. È proprio questo che viene indicato nel versetto […………………].
Quale sarà l’ordinamento della vita nell’Aldilà?
Qui può sorgere una domanda: come sarà quell’ordinamento? Dalla descrizione del Nobile Corano si comprende chiaramente che esso sarà il completamento delle imperfezioni dell’ordinamento attuale, la sua forma sviluppata ed evoluta, perfettamente conforme alle esigenze della ragione e del discernimento. In quell’ordinamento tutto sarà sottoposto a pesatura, misurazione e rendiconto. Ma ciò non riguarderà gli oggetti materiali; riguarderà invece i principi sottili, fondamentali e le realtà essenziali. Vi saranno pesati il bene e il male, la giustizia e l’ingiustizia, il beneficio e il danno, la fede e la miscredenza, la moralità e l’immoralità. Saranno misurate le intenzioni, i pensieri, le volontà e i desideri delle persone. Le attività segrete dell’animo saranno misurate e pesate. Là non si terrà conto del pane o del denaro dato al povero, ma si chiederà conto dell’intenzione che ha agito dietro quella generosità. Perché, a differenza di questo mondo, le leggi vigenti là non saranno materiali, bensì intellettuali.
إِنَّ السَّمْعَ وَالْبَصَرَ وَالْفُؤَادَ كُلُّ أُولـئِكَ كَانَ عَنْهُ مَسْؤُولاً
«Gli occhi, le orecchie e il cuore: di tutto ciò si chiederà conto» (Sura Bani Isra’il: 36)
وَنَضَعُ الْمَوَازِينَ الْقِسْطَ لِيَوْمِ الْقِيَامَةِ فَلَا تُظْلَمُ نَفْسٌ شَيْئًا وَإِن كَانَ مِثْقَالَ حَبَّةٍ مِّنْ خَرْدَلٍ أَتَيْنَا بِهَا وَكَفَى بِنَا حَاسِبِ
«Nel Giorno della Resurrezione porremo bilance esatte. Nessuno subirà la minima ingiustizia. Anche se si tratterà di un’azione del peso di un granello di senape, la porteremo alla luce. E siamo sufficienti per il rendiconto» (Sura al-Anbiya: 47).
O وَالْوَزْنُ يَوْمَئِذٍ الْحَقُّ فَمَن ثَقُلَتْ مَوَازِينُهُ فَأُوْلَـئِكَ هُمُ الْمُفْلِحُونَ
وَمَنْ خَفَّتْ مَوَازِينُهُ فَأُوْلَـئِكَ الَّذِينَ خَسِرُواْ أَنفُسَهُم
«Quel Giorno le opere saranno certamente pesate. Allora colui il cui peso delle opere sarà maggiore conseguirà il bene; invece coloro il cui peso delle opere sarà leggero saranno i perdenti» (Sura al-A‘rāf: 8-9).
O فَمَن يَعْمَلْ مِثْقَالَ ذَرَّةٍ خَيْرًا يَرَهُ Oيَوْمَئِذٍ يَصْدُرُ النَّاسُ أَشْتَاتًا لِّيُرَوْا أَعْمَالَهُمْ
وَمَن يَعْمَلْ مِثْقَالَ ذَرَّةٍ شَرًّا يَرَهُ
«Quel Giorno gli uomini usciranno separatamente, per vedere le proprie opere. Chiunque compia anche il bene del peso di un atomo lo vedrà, e chiunque compia anche il male del peso di una particella lo vedrà» (Sura az-Zalzalah: 6-8).
Nell’attuale ordinamento materiale, a causa dei vincoli delle leggi materiali, tutte le cose che sono nascoste in segreto, lontano dagli occhi della gente, in questo secondo ordinamento diventeranno manifeste. Le verità nascoste, celate e sottili si presenteranno chiaramente davanti agli occhi. E il valore autentico e reale di ogni cosa si rivelerà in modo luminoso.
لَقَدْ كُنتَ فِي غَفْلَةٍ مِّنْ هَذَا فَكَشَفْنَا عَنكَ غِطَاءكَ فَبَصَرُكَ الْيَوْمَ حَدِيدٌ
«Sarà detto all’uomo: “Eri incurante di questa cosa; allora abbiamo rimosso da te il tuo velo, e oggi la tua vista è acutissima”» (Sura Qāf: 22).
يَوْمَئِذٍ تُعْرَضُونَ لَا تَخْفَى مِنكُمْ خَافِيَةٌ
Quel giorno sarete condotti davanti a Lui. Nessuno dei vostri segreti rimarrà nascosto. — (Sura al-Haqqah: 18)
Lì si manifesterà il vero risultato delle azioni, secondo la ragione, la saggezza e la giustizia. Sotto l’influenza delle leggi materiali e dei mezzi e strumenti materiali dell’ordinamento attuale, il risultato autentico e razionale delle azioni non può manifestarsi. Là tali leggi, mezzi e strumenti non avranno alcuna efficacia. Perciò tutte le cose che qui ostacolano la giustizia e impediscono che si manifesti il risultato esatto diventeranno là inattive e prive di effetto. Per esempio, qui la ricchezza, l’abbondanza di mezzi materiali, il potere degli amici e dei conoscenti, gli sforzi e le pressioni, l’intercessione, l’influenza familiare, la propria astuzia, la prudenza e altre cose simili proteggono l’uomo dalle conseguenze di molte delle sue azioni. Ma là l’influenza di tutte queste cose verrà completamente meno, e si manifesterà esattamente il risultato che, secondo la giustizia e la verità, dovrebbe manifestarsi per ogni cosa.
هُنَالِكَ تَبْلُو كُلُّ نَفْسٍ مَّا أَسْلَفَتْ
«Lì ogni persona esaminerà le azioni che ha compiuto in precedenza». — (Sura Yunus: 30)
وَوُفِّيَتْ كُلُّ نَفْسٍ مَّا كَسَبَتْ وَهُمْ لاَ يُظْلَمُونَ
«A ogni persona sarà data pienamente la ricompensa delle proprie azioni, e non subiranno la minima ingiustizia». — (Sura Āl ʿImrān: 25)
يَوْمَ تَجِدُ كُلُّ نَفْسٍ مَّا عَمِلَتْ مِنْ خَيْرٍ مُّحْضَرًا وَمَا عَمِلَتْ مِن سُوَءٍ
«Quel giorno, ogni persona troverà davanti a sé ogni bene e ogni male che avrà compiuto». (Sura Āl ʿImrān: 30)
وَاتَّقُواْ يَوْماً لاَّ تَجْزِي نَفْسٌ عَن نَّفْسٍ شَيْئاً وَلاَ يُقْبَلُ مِنْهَا شَفَاعَةٌ وَلاَ يُؤْخَذُ مِنْهَا عَدْلٌ وَلاَ هُمْ يُنصَرُونَ
«Temete il giorno in cui una persona non sarà di alcuna utilità per un’altra; nessuna intercessione sarà accettata a suo favore, né sarà preso da essa alcun riscatto, e nessun aiuto sarà loro prestato». (Sura al-Baqara: 48)
O فَإِذَا نُفِخَ فِي الصُّورِ فَلَا أَنسَابَ بَيْنَهُمْ يَوْمَئِذٍ وَلَا يَتَسَاءلُونَ
O فَمَن ثَقُلَتْ مَوَازِينُهُ فَأُوْلَئِكَ هُمُ الْمُفْلِحُونَ
وَمَنْ خَفَّتْ مَوَازِينُهُ فَأُوْلَئِكَ الَّذِينَ خَسِرُوا أَنفُسَهُمْ فِي جَهَنَّمَ خَالِدُونَ
«Poi, quando sarà suonata la Tromba, quel giorno non vi saranno più legami di parentela tra loro, né si rivolgeranno domande gli uni agli altri. Quel giorno, coloro le cui bilance delle opere saranno pesanti saranno quelli che avranno successo; e coloro le cui bilance saranno leggere saranno quelli che avranno subito la perdita». (Sura al-Mu’minūn: 101-103)
إِلَّا مَنْ أَتَى اللَّهَ بِقَلْبٍ سَلِيمٍ O يَوْمَ لَا يَنفَعُ مَالٌ وَلَا بَنُونَ
«Quel giorno né ricchezze né figli saranno di alcun beneficio; solo colui che si presenterà davanti ad Allah con cuore puro avrà diritto alla salvezza» — (Sura ash-Shuʿarāʾ: 88-89)
***********
«Siete venuti a Noi soli, come vi creammo la prima volta. Avete lasciato alle vostre spalle tutto ciò che vi avevamo dato come ornamento e sostentamento. Oggi non vediamo più presso di voi quegli intercessori che consideravate associati ad Allah nella vostra provvidenza e nel vostro sostentamento; ogni legame tra voi è stato reciso e tutto ciò su cui contavate vi ha abbandonati».
— (Sura al-Anʿām: 94)
(**********)
«Nel Giorno della Risurrezione i vostri parenti e i vostri figli non vi saranno di alcuna utilità. Allah giudicherà tra voi. Egli ha visto tutto ciò che fate».
— (Sura al-Mumtaḥana: 3)
(********)
«Quel giorno l’uomo fuggirà da suo fratello, da sua madre, da suo padre, da sua moglie e dai suoi figli. Quel giorno ciascuno sarà assorbito dalla propria situazione.»
— (Sura ʿAbasa: 34-37)
Un enorme difetto dell’attuale sistema è che la distribuzione delle risorse concesse da Allah non dipende dalle azioni compiute dall’uomo né dalle sue qualità. Essa dipende piuttosto da numerosi fattori, tra i quali le azioni personali, le capacità e i talenti costituiscono soltanto una causa parziale. Gli altri fattori più potenti indeboliscono l’influenza delle azioni individuali, e talvolta la annientano completamente. Per questo, nella distribuzione delle risorse concesse, il diritto personale a ciò che si merita non ha alcun posto oppure, se ne ha uno, è assai limitato. In questo sistema, una persona può, nonostante abbia trascorso tutta la vita nella tirannia, nell’oppressione e nella trasgressione, essere ornata di prosperità, agiatezza e ricchezza mondana. Un’altra, invece, pur avendo trascorso tutta la vita nella fede e nella devozione, può rimanere afflitta da miseria, sofferenza e privazioni. È necessario completare ciò che è incompleto. La ragione e il senso della giustizia richiedono che l’attuale sistema venga migliorato e trasformato in un sistema nel quale, secondo giustizia, le conseguenze buone e cattive siano distribuite equamente e ciascuno riceva, in base alle proprie qualità, esattamente ciò che gli è appropriato. Il Corano afferma che il sistema della vita nell’Aldilà sarà proprio così. Per esempio:
(******)
«Dovremmo forse rendere uguali coloro che diffondono disordine e corruzione sulla terra e i credenti e i virtuosi? Dovremmo forse porre sullo stesso piano i timorati di Allah e coloro che Gli disobbediscono?»
(*******)
«I malvagi hanno forse pensato che li avremmo resi uguali ai credenti e ai virtuosi, e che la loro vita e la loro morte sarebbero state uguali? Quanto è malvagio il loro giudizio!»
(********)
«A ciascuno sarà dato un compenso esattamente corrispondente alle sue opere.»
— (Sura al-Anʿām: 132)
(*********)
«Il Paradiso sarà avvicinato ai timorati di Dio, mentre l’Inferno sarà mostrato ai traviati.»
— (Sura ash-Shuʿarāʾ: 90-91)
In verità, questo è il quadro sintetico del secondo mondo di cui il venerabile Muhammad (s.) e gli altri profeti hanno parlato come di ciò che verrà dopo il mondo presente. Coloro che considerano questo mondo e tutto il suo apparato come uno spettacolo, un luogo di divertimento, un’agitazione vana e un labirinto completamente privo di scopo, non troveranno certo nulla di credibile in questo progetto e nelle sue testimonianze e prove; ma coloro che considerano l’ordine dell’universo una creazione di Allah e credono che Allah sia un Essere saggio e dotato di giudizio, dopo aver riflettuto su quelle testimonianze e prove saranno certamente costretti a riconoscere la necessità di un ordine universale di questo tipo. E poiché è stata dimostrata la possibilità di una seconda vita dopo la morte, per credere che l’Allah saggio e prudente creerà certamente un mondo di questo genere è sufficiente dimostrare la necessità di tale possibilità.
Da questa discussione è diventato chiaro che la richiesta dell’Islam di credere nella vita dell’Aldilà non è affatto contraria alla ragione; al contrario, è pienamente conforme alle esigenze della ragione e della saggezza. Nessun progresso della conoscenza, della scienza e dell’intelletto può indebolire minimamente questa fede, purché tale progresso non sia esteriore e meramente apparente, bensì reale e autentico. (1)
La necessità di credere nell’Aldilà
Dalla discussione fin qui svolta è dimostrato che, dopo questa vita terrena, l’esistenza di una seconda vita è altamente probabile e conforme alle esigenze della ragione. La sana ragione e l’autentica conoscenza scientifica non pongono alcun ostacolo alla fede in questa seconda vita presentata dal Corano; al contrario, spingono ancor più l’essere umano verso di essa. Ma la domanda è: è forse necessario credere in questa concezione della vita ultraterrena? Perché essa è stata inclusa tra gli elementi costitutivi della fede e della certezza? Perché le è stata attribuita tanta importanza? Perché, per diventare musulmani, la fede in essa è stata resa indispensabile, al punto che senza tale fede diventerebbe impossibile essere musulmani? Perché, se la si nega, la fede in Allah, nel Rasul e nel Libro non avrebbe alcun valore? Perché tutte le virtù e le buone azioni della vita andrebbero perdute?
Qualcuno potrebbe dire che la dottrina relativa alla vita ultraterrena non è altro che una dottrina soprannaturale, al pari delle altre dottrine soprannaturali. Ammettiamo pure che essa sia stata resa molto solida e forte mediante prove e argomenti e che vi siano sufficienti ragioni per credervi. Tuttavia, il fatto che una dottrina soprannaturale sia dimostrata mediante prove e argomenti non significa che si debba necessariamente credere in essa e che da essa debbano dipendere la fede e la miscredenza. Esistono molte altre dottrine soprannaturali, come quella della vita ultraterrena, e anche a sostegno di esse si trovano argomenti e prove forti. Perché, allora, non sono state incluse anch’esse nella fede?
Per una trattazione più approfondita dell’Akhirat, si veda il commento alla voce «Akhirat» nel secondo volume di Tafhim al-Qur’an e il saggio intitolato «La vita ultraterrena», incluso nell’appendice di quest’opera.
La risposta è questa: se la concezione della vita ultraterrena fosse soltanto una dottrina soprannaturale, questa domanda sarebbe certamente una domanda molto forte. In tal caso, non vi sarebbe alcuna ragione logica per includere tale dottrina nella fede e nella certezza. Infatti, se una dottrina fosse soltanto soprannaturale e non avesse alcun rapporto con la nostra vita reale, il fatto che noi non ne fossimo consapevoli o la negassimo non avrebbe alcuna influenza sul nostro carattere morale e sulle nostre azioni. Ma riflettendo più profondamente sulla dottrina relativa alla vita ultraterrena, si comprende che essa non è una semplice dottrina filosofica; essa ha un rapporto profondo con la vita morale e operativa dell’essere umano. Credere in essa muta radicalmente la prospettiva dell’uomo sulla vita terrena e su tutte le sue attività. Accettare questa dottrina significa che l’uomo considererà se stesso un essere responsabile e tenuto a rendere conto. In tutte le attività della vita agirà pensando di essere responsabile di ogni azione e di ogni atto. Nella vita futura dovrà rispondere di tutto ciò che ha compiuto, e la sua futura felicità o infelicità dipenderà dalle sue buone o cattive azioni.
Al contrario, non accettare questa dottrina significa che l’uomo considererà se stesso un essere privo di responsabilità. Pianificherà la propria vita terrena nella convinzione che non dovrà rendere conto, in un’altra vita, di ciò che ha compiuto in questa. Dalle azioni e dalle attività di questa vita non scaturirà in futuro alcun risultato buono o cattivo. Così, l’inevitabile conseguenza dell’ignorare questa dottrina o del negarla sarà che l’attenzione dell’uomo si concentrerà soltanto sui risultati delle azioni che si manifestano in questo mondo. Egli stabilirà quali azioni siano utili e quali dannose basandosi esclusivamente su tali risultati. Si asterrà certamente dal bere veleno e dal mettere la mano nel fuoco, perché sa che in questo mondo stesso dovrà subirne le cattive conseguenze. Ma, poiché le conseguenze complete di azioni come l’oppressione, la tirannia, l’ingiustizia, la menzogna, la calunnia, la violazione della fiducia e l’adulterio non si manifestano in questo mondo, egli eviterà tali azioni soltanto nella misura in cui vi sarà il timore che le loro cattive conseguenze si manifestino qui. Al contrario, ogni volta che non si manifesterà alcuna cattiva conseguenza di esse, o nascerà la speranza di ricavarne un vantaggio, non proverà la minima esitazione nel compierle.
In definitiva, secondo questa dottrina, agli occhi dell’uomo nessuna azione morale possiederà un determinato valore morale. Piuttosto, il bene o il male di ogni sua azione dipenderà dai risultati buoni o cattivi che si manifestano in questo mondo. Al contrario, chi crede nell’Akhirat non guarderà soltanto ai risultati di un’azione morale manifestatisi in questo mondo, ma terrà conto anche dei risultati che si manifesteranno nella vita successiva e, alla luce di tali risultati, determinerà l’utilità o il danno dell’azione. Come crederà nel potere distruttivo del veleno e nel potere ustionante del fuoco, così crederà anche nel potere distruttivo e ustionante della violazione della fiducia e della menzogna. Come considererà utili il cibo e le bevande, così considererà utili anche la giustizia, la fedeltà e la purezza. Crederà che ogni sua azione abbia un risultato preciso e certo, anche se tale risultato potrebbe non manifestarsi affatto in questa vita o potrebbe manifestarsi in forma opposta. Per lui le azioni morali avranno un valore morale determinato, e i vantaggi o gli svantaggi terreni non produrranno il minimo cambiamento in tale valore. Nel suo sistema morale, l’onestà, la giustizia e il mantenimento delle promesse saranno necessariamente considerati virtù e buone azioni, anche se il loro effetto in questo mondo potrà essere soltanto dannoso o potrà non recare alcun vantaggio. Al contrario, la menzogna, l’oppressione e la violazione delle promesse saranno necessariamente riconosciute come peccato e cattiva azione, anche se il loro effetto nel mondo potrà essere soltanto vantaggioso e non arrecare il minimo danno.
Pertanto, essere indifferenti alla vita ultraterrena o non credervi non significa soltanto che l’uomo è indifferente a una dottrina soprannaturale o che l’ha respinta. Significa piuttosto che è diventato indifferente alla propria dignità di essere responsabile e tenuto a rendere conto. Ha finito per considerarsi un essere libero, arbitrario e privo di responsabilità. Si è accontentato della vita esteriore del mondo e dei suoi risultati incompleti, anzi talvolta ingannevoli. Indifferente ai guadagni e alle perdite finali della vita, si è affidato ai guadagni e alle perdite iniziali, temporanei e inaffidabili. E, in base a ciò, ha stabilito per le proprie azioni valori morali completamente mutevoli e ingannevoli. È rimasto privo di un ordinamento morale preciso e saldo, che può essere acquisito soltanto attraverso il senso di responsabilità, una salda attenzione ai risultati finali e determinati valori morali. Così, ingannato dall’apparenza incompleta e imperfetta del mondo, ha trascorso tutta la vita assoggettato a un ordinamento morale debole e fallace, nel quale la perdita reale si è trasformata in guadagno, e la perdita reale si è trasformata in guadagno, mentre il vero guadagno e la vera perdita hanno ricevuto tali denominazioni. In esso ciò che è realmente bello è diventato brutto e ciò che è realmente brutto è stato definito bello; analogamente, il vero peccato è diventato virtù e la vera virtù si è trasformata in peccato.
In effetti, è proprio queste conseguenze del non credere nell’Aldilà che il Nobile Corano ha descritto in modo estremamente dettagliato. Esaminando i versetti coranici al riguardo, si vedrà che in essi sono state menzionate complessivamente le deviazioni che sorgono nella vita morale e pratica dell’uomo come conseguenza del non credere nell’Aldilà.
Primo: l’uomo considera se stesso un essere privo di scopo, arbitrario e irresponsabile; ritiene nel complesso la propria vita vana e priva di senso. Pensando di non avere alcun supervisore né alcuno che gli chieda conto delle sue azioni, compie ogni sorta di azione:
(*************)
«Avete forse pensato che vi abbiamo creati invano e che non ritornerete a Noi?» — (Sura al-Mu’minun, 115)
(*************)
«L’uomo ha forse pensato che sarebbe stato lasciato così, invano?»
— (Sura al-Qiyamah, 36)
(************)
«L’uomo pensa forse che nessuno abbia potere su di lui? Dice: “Ho speso una grande quantità di denaro”. Pensa forse che nessuno lo abbia visto?» – (Sura al-Balad: 5-7)
Secondo: lo sguardo di una persona simile si posa soltanto sull’aspetto esteriore della vita terrena; considera i risultati iniziali e temporanei come risultati definitivi e reali e, ingannato da ciò, giunge a decisioni errate:
(**************)
«Conoscono soltanto l’aspetto esteriore della vita terrena e sono completamente incuranti dell’Aldilà.» – (Sura ar-Rum: 7)
(***********)
«Coloro che non sperano nell’incontro con Noi e si sono accontentati e rassicurati della vita terrena.» – (Sura Yunus: 7)
(**********)
«No! Voi amate il risultato che si ottiene prontamente e abbandonate quello dell’Aldilà.» – (Sura al-Qiyama: 20-21)
(***********)
“Voi date la precedenza alla vita terrena, mentre l’aldilà è migliore e più duraturo”
– (Sura al-Aʿlā: 16-17)
“La vita terrena li ha ingannati.”
Terzo: la conseguenza di questa visione superficiale è che il giudizio dell’uomo sul valore delle cose si capovolge completamente. A causa della sua attenzione ai vantaggi apparenti, considera utili proprio quelle cose che, in realtà, sono dannose in vista del risultato finale; osservando i risultati iniziali, comincia a considerare benefiche proprio quelle azioni che, per le loro conseguenze ultime, sono errate. Per questo i suoi sforzi e le sue attività terrene deviano dalla retta via e alla fine risultano vani.
(***********)
“Coloro che desideravano il bene della vita terrena dissero: «Ah, se avessimo anche noi ciò che è stato dato a Qārūn! Egli è davvero molto fortunato». E coloro ai quali era stata data la conoscenza dissero: «Guai a voi! La ricompensa di Allah è migliore per chi ha creduto e ha compiuto opere buone».”
– (Sura al-Qaṣaṣ: 79-80)
(************)
«Per coloro che non credono nell’Aldilà, rendiamo molto attraenti le loro azioni, ed essi rimangono sviati» – (Sura an-Naml: 8)
(***********)
«Sono forse immersi nell’illusione di essere da Noi favoriti nel loro benessere, solo perché li sosteniamo con ricchezze e figli? Ma non percepiscono la realtà»
– (Sura al-Mu’minun: 55-56)
(**********)
«Dobbiamo dirvi chi sono coloro che subiranno la perdita più grande per le loro opere? Sono coloro i cui sforzi nella vita terrena sono stati sviati, mentre pensavano di compiere opere eccellenti. Sono proprio costoro ad aver negato i segni del loro Signore e l’incontro con Lui. Per questo le loro opere sono state vanificate» – (Sura al-Kahf: 104-105)
Quarto: questo genere di persone non può mai accettare la vera religione. Se gli vengono proposti ideali morali, opere virtuose e principi di buona condotta, li rifiuta; mentre, se gli vengono proposti credo e pratiche contrari a tutto ciò, li accetta. Infatti, tutte le norme della vera religione richiedono il sacrificio di molte comodità, utilità e numerosi piaceri della vita terrena. Il suo principio e il suo insegnamento sono questi: per ottenere il bene migliore ed eterno dell’Aldilà, bisogna sacrificare il bene temporaneo e passeggero di questo mondo. Ma chi non crede nell’Aldilà considera il bene di questo mondo il bene supremo. Per questo non può prepararsi ad alcun sacrificio di questo genere, né può accettare le norme della religiosità che richiedono un simile sacrificio. Dunque, l’incredulità nell’Aldilà e il seguire la vera religione sono due cose reciprocamente contraddittorie. Chi non crede nell’Aldilà non può mai essere seguace della vera religione.
(***********)
«Coloro che si comportano con arroganza sulla terra senza alcun diritto, li distoglierò dai Miei segni. Anche se vedessero ogni segno, non crederebbero in esso; anche se vedessero la retta via, non la seguirebbero; ma se vedessero la via dell’errore, la percorrerebbero. Ciò perché hanno negato i Miei segni e sono rimasti incuranti di essi. Le opere di coloro che negano i Miei segni e l’incontro nell’Aldilà saranno rese vane. Non riceveranno forse una ricompensa diversa da quella corrispondente alle loro opere?» – (Sura al-Aʿrāf: 146-147)
Quinto: il rifiuto dell’Aldilà influenza l’intera vita morale e pratica dell’uomo. Egli diventa arrogante e ribelle:
(*************)
«I cuori di coloro che non credono nell’Aldilà continuano a negare la verità e diventano arroganti.» – (Sura an-Naḥl: 22)
(************)
«Faraone e le sue schiere si comportarono con arroganza sulla terra senza alcun diritto e pensarono che non sarebbero mai tornati a Me. Il suo comportamento e le sue opere divennero corrotti.»
– (Sura al-Qaṣaṣ: 39)
(************)
«La rovina è inevitabile per quei malvagi che, quando prendono dagli altri, misurano con piena misura, ma quando misurano per gli altri danno meno. Non ricordano forse che saranno risuscitati in un giorno terribile?» – (Sura al-Mutaffifin: 1-5)
Diventa duro di cuore, ristretto nella visione, ostentatore, egoista e si allontana dal culto di Allah:
(************)
«Hai visto colui che nega il Giorno della Retribuzione? È lui che scaccia bruscamente l’orfano e non esorta a dar da mangiare al povero. Guai dunque a coloro che pregano, ma sono incuranti della propria preghiera; essi compiono il bene soltanto per farsi vedere e si rifiutano persino di prestare le piccole cose di uso comune necessarie alla gente.»
– (Sura al-Ma’un: 1-7)
In conclusione, ignorare la verità e dedicarsi alle azioni peccaminose è l’inevitabile conseguenza del negare l’Aldilà
(************)
«Solo coloro che hanno mostrato indifferenza verso la verità e si sono dedicati al peccato negano il Giorno della Retribuzione.»
– (Sura al-Mutaffifin: 12)
In verità, nessuna persona assennata può negare le conseguenze dell’indifferenza o dell’incredulità verso la fede nell’aldilà. In particolare, abbiamo avuto l’opportunità di vedere i risultati di quella civiltà che è stata edificata esclusivamente sugli obiettivi mondani e materiali della vita, dopo essere stata abbagliata dallo splendore esteriore dell’esistenza terrena, e nella quale la fede nell’aldilà è stata completamente respinta. Dopo ciò, non ci è concesso in alcun modo negare la verità che, insieme all’incredulità nell’aldilà, sia del tutto impossibile istituire la devozione ad Allah, la religiosità e gli ideali morali.
Eppure, è degno di nota che l’Islam desidera istituire pienamente proprio queste cose. Esso invita l’essere umano al nobile carattere e alle buone opere. Per questo è necessario rinunciare ai numerosi interessi e piaceri materiali del mondo. Esso esorta l’essere umano ad adorare Allah e a correggere se stesso, cosa dalla quale non si può ravvisare alcun vantaggio o beneficio nella vita terrena; al contrario, il corpo e l’anima devono essere sottoposti a molteplici sofferenze e afflizioni. Esso distingue tra ciò che è haram e halal, tra purezza e impurità, in tutte le questioni della vita e nell’uso degli ornamenti e dei beni del mondo. Per conseguire obiettivi spirituali più elevati, esige dall’essere umano il sacrificio degli interessi personali, dell’amore e dell’affetto e, talvolta, persino della vita e dei beni. Esso vuole ordinare la vita umana secondo una legge morale che attribuisce a ogni cosa un particolare valore, senza prestare la minima attenzione ai guadagni o alle perdite terrene. In verità, avrebbe potuto l’essere umano riuscire a istituire una simile religione e legge religiosa senza credere nell’aldilà? Pur essendo indifferente o incredulo verso una simile dottrina, avrebbe potuto accogliere un simile insegnamento? Se la risposta è negativa — e certamente lo sarà — bisogna riconoscere che, per istituire un simile ordinamento religioso e una simile legge morale, è anzitutto indispensabile radicare profondamente nell’animo umano la fede nell’aldilà. In verità, è proprio per questo che l’Islam ha incluso ciascuna di queste realtà tra i fondamenti della fede e, dopo la fede in Allah, ha attribuito a essa la massima importanza.
Vediamo ora in quale forma l’Islam ha presentato questa convinzione e quale effetto essa esercita sul carattere e sul comportamento dell’essere umano.
La precedenza dell’aldilà sul mondo
La prima cosa che il Nobile Corano ha cercato di radicare nell’animo umano è questa: il mondo è una dimora temporanea per l’essere umano. Non è la sua unica vita; dopo di essa ve n’è un’altra, migliore ed eterna. Il bene di quella vita è molto più ampio di quello della vita presente, e il male che vi si trova è molto più severo del male di qui. Chi, ingannato dallo splendore esteriore di questo mondo, si lascia coinvolgere dalla speranza di ottenere i suoi piaceri e i suoi interessi e, a causa degli sforzi compiuti per conseguirli, viene privato dei beni e degli interessi della vita futura, acquista davvero una cosa pessima. Anzi, in realtà, tutta la sua attività commerciale è un affare estremamente rovinoso. Allo stesso modo, chi considera il danno di questo mondo come la perdita definitiva e, nel tentativo di sfuggirvi, rende se stesso meritevole della perdita della vita futura, agisce con la massima stoltezza; il suo comportamento non può in alcun modo essere definito intelligente. Questo tema è stato esposto così dettagliatamente nel Nobile Corano che non è possibile riunire qui tutti i versetti a esso relativi. A titolo d’esempio, ne vengono citati qui alcuni:
(***********)
«Questa vita terrena non è altro che gioco e divertimento. La vera dimora della vita è l’Aldilà». (Sura al-ʿAnkabūt: 64)
(***********)
«Di’: “O Muḥammad, i piaceri e le ricchezze di questo mondo sono ben poca cosa. Per colui che vive con taqwā, l’Aldilà è migliore”». (Sura an-Nisāʾ: 77)
(************)
«Vi siete forse accontentati della vita terrena invece dell’Aldilà? I piaceri e le ricchezze della vita terrena sono ben poca cosa rispetto all’Aldilà». (Sura at-Tawbah: 38)
(***********)
«Voi date la preferenza alla vita terrena, mentre l’Aldilà è migliore e più duraturo». (Sura al-Aʿlā: 16-17)
(*************)
“Ogni persona dovrà assaporare la morte. E nel Giorno della Risurrezione riceverete pienamente la ricompensa di questa vita. Pertanto, colui che quel Giorno sarà salvato dal castigo dell’Inferno e sarà fatto entrare in Paradiso, questi sarà davvero il vincitore. E la vita terrena non è altro che un mezzo d’inganno”. -(Sura Āl ʿImrān: 185)
(************)
“Coloro che hanno fatto torto a se stessi si sono lasciati assorbire dai piaceri loro concessi, e proprio questi sono i colpevoli”. -(Sura Hūd: 116)
(************)
“(O Muḥammad!) Di’: sono in una perdizione gravissima coloro che, nel Giorno della Risurrezione, hanno gettato se stessi e i propri figli nella perdizione. Questa è la vera e manifesta perdizione”. -(Sura az-Zumar: 15)
(***********)
“In seguito, colui che si è ribellato e ha dato la preferenza alla vita terrena, avrà come dimora l’Inferno. Invece, colui che ha temuto di comparire davanti al suo Signore e ha preservato la propria anima dai desideri, avrà come dimora il Paradiso”. -(Sura an-Nāziʿāt: 37-41)
(***********)
«Sappiate che nella vita terrena vi sono divertimento e svago, ornamento e bellezza, reciproca superbia e competizione nell’accumulare ricchezze e figli. Il suo esempio è quello della pioggia: grazie alla pioggia, i raccolti crescono rigogliosi e il contadino se ne rallegra. Poi essi maturano e si seccano; e tu li vedi diventare grigi e dissolversi nella terra. In seguito vi sarà la vita dell’Aldilà, dove per alcuni vi sarà un castigo severo e per altri il perdono e il compiacimento concessi da Allah. La vita terrena non è altro che un effimero mezzo d’inganno». — (Sura al-Hadid: 20)
(**********)
«È stato reso attraente agli uomini l’amore per le donne, i figli, i cumuli d’oro e d’argento, i cavalli contrassegnati, il bestiame e i raccolti. Queste sono le ricchezze e le comodità della vita terrena. Ma presso Allah vi è una dimora migliore di questa. O Muhammad, di’: “Volete che vi annunci qualcosa di migliore di tutto ciò?”. Per coloro che hanno adottato la taqwā, presso il loro Signore vi sono Giardini sotto i quali scorrono i ruscelli; vi rimarranno in eterno, avranno sposi puri e saranno benedetti dal compiacimento di Allah». — (Āl ʿImrān: 14-15)
Nell’Islam, l’insegnamento di dare la precedenza all’Aldilà rispetto alla vita terrena, di sacrificare i vantaggi temporanei per il successo eterno dell’Aldilà e di sopportare le perdite transitorie di questo mondo per salvarsi dalla perdita eterna dell’Aldilà è stato impartito in modo estremamente incisivo e coinvolgente. Il suo scopo è che la persona che crede nel Corano e in Muhammad (pace e benedizioni su di lui) compia, spinta non da alcuna costrizione, ma dal sincero impulso del cuore, ogni atto che Allah e il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) hanno indicato come mezzo per il successo nell’Aldilà. Allo stesso modo, si asterrà da ogni cosa che entrambi hanno definito causa di rovina nell’Aldilà, indipendentemente dal fatto che nella vita terrena essa sia considerata utile o dannosa.
Il registro delle opere e il tribunale di Allah
Un’altra verità che il Nobile Corano ha cercato di radicare fermamente nella mente degli uomini è questa: qualunque atto una persona compia in questa vita terrena, per quanto segretamente lo compia, ne viene conservata una registrazione accurata e precisa. Nel Giorno della Resurrezione, proprio questa registrazione sarà presentata in tribunale. Ogni particella legata alle azioni dell’uomo testimonierà riguardo alle sue opere. Persino le sue stesse membra si presenteranno al banco dei testimoni per testimoniare contro di lui. Inoltre, il suo registro delle opere, o resoconto delle azioni, sarà pesato con assoluta precisione. Su un piatto della bilancia della giustizia vi saranno le sue buone opere, sull’altro le cattive. Se il piatto delle buone azioni sarà più pesante, il successo nell’Aldilà gli andrà incontro e la sua dimora sarà il Paradiso. Ma se sarà più pesante il piatto delle cattive azioni, la sua sorte sarà la distruzione e la rovina, e gli sarà assegnato il peggiore dei luoghi: l’Inferno. In quel tribunale di Allah, ciascuno comparirà da solo con il proprio resoconto delle azioni. Lì non gli servirà nessuno dei mezzi terreni, come onore e prestigio, orgoglio di stirpe, sforzi e intercessioni, ricchezze, forza e potere.
Anche questo argomento è stato esposto dal Corano in modo molto ampio e coinvolgente. A titolo d’esempio, riportiamo qui alcuni versetti:
A proposito dello stato del registro delle azioni, è stato detto:
(***********)
«Chi tra voi parla in segreto e chi parla a voce alta, chi si nasconde nell’oscurità della notte e chi si muove alla luce del giorno: la condizione di entrambi è la stessa. Certamente, davanti e dietro ciascuno sono stati posti dei sorveglianti, i quali, per ordine di Allah, registrano ogni sua parola.» – (Sura ar-Raʿd: 10-11)
وَوُضِعَ الْكِتَابُ فَتَرَى الْمُجْرِمِينَ مُشْفِقِينَ مِمَّا فِيهِ وَيَقُولُونَ يَا وَيْلَتَنَا مَالِ هَٰذَا الْكِتَابِ لَا يُغَادِرُ صَغِيرَةً وَلَا كَبِيرَةً إِلَّا أَحْصَاهَا ۚ وَوَجَدُوا مَا عَمِلُوا حَاضِرًا ۗ وَلَا يَظْلِمُ رَبُّكَ أَحَدًا
«Quando sarà presentato il registro delle opere, vedrai che i colpevoli saranno terrorizzati da ciò che vi è scritto e diranno: “Ahimè per noi! Che cos’ha questo Libro? Non ha tralasciato nulla, né piccolo né grande, senza averlo enumerato”. Troveranno davanti a sé tutto ciò che hanno compiuto.» – (Sura al-Kahf: 49)
La testimonianza delle membra e la confessione dell’essere umano:
يَوْمَ تَشْهَدُ عَلَيْهِمْ أَلْسِنَتُهُمْ وَأَيْدِيهِمْ وَأَرْجُلُهُمْ بِمَا كَانُوا يَعْمَلُونَ
«Quel Giorno le loro stesse lingue, le loro mani e i loro piedi testimonieranno contro di loro riguardo a ciò che facevano.» – (Sura an-Nur: 24)
حَتَّىٰ إِذَا مَا جَاءُوهَا شَهِدَ عَلَيْهِمْ سَمْعُهُمْ وَأَبْصَارُهُمْ وَجُلُودُهُمْ بِمَا كَانُوا يَعْمَلُونَ
وَقَالُوا لِجُلُودِهِمْ لِمَ شَهِدْتُمْ عَلَيْنَا ۖ قَالُوا أَنْطَقَنَا اللَّهُ الَّذِي أَنْطَقَ كُلَّ شَيْءٍ وَهُوَ خَلَقَكُمْ أَوَّلَ مَرَّةٍ وَإِلَيْهِ تُرْجَعُونَ
وَمَا كُنْتُمْ تَسْتَتِرُونَ أَنْ يَشْهَدَ عَلَيْكُمْ سَمْعُكُمْ وَلَا أَبْصَارُكُمْ وَلَا جُلُودُكُمْ وَلَٰكِنْ ظَنَنْتُمْ أَنَّ اللَّهَ لَا يَعْلَمُ كَثِيرًا مِمَّا تَعْمَلُونَ
«Quando vi giungerà, allora il suo udito, i suoi occhi e la sua pelle testimonieranno contro di lui riguardo alle sue opere. Egli dirà alla sua pelle: “Perché hai testimoniato contro di me?”. Essa risponderà: “Mi ha dato la parola Allah, Colui che dà la parola a ogni cosa. … Voi agivate di nascosto e non sapevate che il vostro stesso udito, i vostri occhi e la vostra pelle avrebbero testimoniato contro di voi riguardo alle vostre opere. Anzi, pensavate che Allah fosse all’oscuro di molte delle vostre azioni”». -(Sura Ha-Mim as-Sajdah: 20-22)
وَشَهِدُوا عَلَىٰ أَنْفُسِهِمْ أَنَّهُمْ كَانُوا كَافِرِيَ
«Essi testimonieranno contro se stessi, ammettendo di essere stati servi ingrati». -(Sura al-An‘am: 130)
Con tale registro delle opere e con questi testimoni, l’uomo comparirà davanti al tribunale di Allah. E quale sarà la condizione in cui comparirà? Si presenterà completamente solo e impotente, e si ergerà sul banco degli accusati.
وَلَقَدْ جِئْتُمُونَا فُرَادَىٰ كَمَا خَلَقْنَاكُمْ أَوَّلَ مَرَّةٍ وَتَرَكْتُمْ مَا خَوَّلْنَاكُمْ وَرَاءَ ظُهُورِكُمْ ۖ وَمَا نَرَىٰ مَعَكُمْ شُفَعَاءَكُمُ الَّذِينَ زَعَمْتُمْ أَنَّهُمْ فِيكُمْ شُرَكَاءُ ۚ لَقَدْ تَقَطَّعَ بَيْنَكُمْ وَضَلَّ عَنْكُمْ مَا كُنْتُمْ تَزْعُمُونَ
«Oggi sei venuto da Noi solo, proprio come ti abbiamo creato la prima volta. Hai lasciato tutto ciò che ti avevamo donato». -(Sura al-An‘am: 94)
Lì, ciascuno presenterà il proprio rendiconto:
وَكُلَّ إِنْسَانٍ أَلْزَمْنَاهُ طَائِرَهُ فِي عُنُقِهِ ۖ وَنُخْرِجُ لَهُ يَوْمَ الْقِيَامَةِ كِتَابًا يَلْقَاهُ مَنْشُورًا
اقْرَأْ كِتَابَكَ كَفَىٰ بِنَفْسِكَ الْيَوْمَ عَلَيْكَ حَسِيبًا
«Abbiamo appeso al collo di ciascuno il registro delle sue opere buone e cattive. Nel Giorno della Risurrezione gli faremo uscire un libro, che troverà aperto davanti a sé. Gli sarà detto: “Leggi il registro delle tue opere. Oggi tu stesso sei sufficiente come colui che tiene il conto di te stesso”.» – (Sura Banī Isrāʾīl: 13-14)
Lì, l’influenza e il prestigio ereditari non serviranno a nulla:
لَنْ تَنْفَعَكُمْ أَرْحَامُكُمْ وَلَا أَوْلَادُكُمْ ۚ يَوْمَ الْقِيَامَةِ يَفْصِلُ بَيْنَكُمْ ۚ وَاللَّهُ بِمَا تَعْمَلُونَ بَصِيرٌ
«Nel Giorno della Risurrezione, i vostri legami tribali e la vostra progenie non vi saranno di alcuna utilità.» – (Sura al-Mumtaḥina: 3)
Lì, nessun beneficio deriverà dall’intercessione:
مَا لِلظَّالِمِينَ مِنْ حَمِيمٍ وَلَا شَفِيعٍ يُطَاعُ
«Per gli ingiusti non ci sarà alcun amico, né sarà ascoltata la parola di alcun intercessore.» (Sura al-Mu’min: 18)
Lì non ci sarà alcun traffico di tangenti:
يَوْمَ لَا يَنْفَعُ مَالٌ وَلَا بَنُونَ
«Quel giorno non serviranno né ricchezze né figli.» (Sura ash-Shu‘ara’: 88)
Le azioni compiute dagli uomini saranno pesate e sarà contabilizzato ogni atomo:
وَنَضَعُ الْمَوَازِينَ الْقِسْطَ لِيَوْمِ الْقِيَامَةِ فَلَا تُظْلَمُ نَفْسٌ شَيْئًا ۖ وَإِنْ كَانَ مِثْقَالَ حَبَّةٍ مِنْ خَرْدَلٍ أَتَيْنَا بِهَا ۗ وَكَفَىٰ بِنَا حَاسِبِينَ
«Nel Giorno della Risurrezione porremo bilance esatte. Nessuno subirà la minima ingiustizia. E se vi fosse un’opera del peso di un granello di senape, la presenteremo. E siamo sufficienti come contabili.» (Sura al-Anbiya’: 47)
Là ogni pace e ricompensa saranno commisurate alle opere:
الْيَوْمَ تُجْزَوْنَ مَا كُنْتُمْ تَعْمَلُونَ
«Oggi riceverete la ricompensa esattamente per le opere che compivate» (Sura al-Giāthiya, 28).
وَلِكُلٍّ دَرَجَاتٌ مِمَّا عَمِلُوا
«Per ciascuno vi saranno gradi corrispondenti a ciò che ha compiuto» (Sura al-Anʿām, 132).
In realtà, è proprio il timore di questa polizia e di questo tribunale che viene radicato nel cuore dell’uomo. Non si tratta della polizia terrena, dal cui sguardo l’uomo possa nascondersi. Né si tratta di un tribunale terreno, dalla cui presa l’uomo possa sfuggire perché non siano state raccolte prove e testimonianze, perché siano state raccolte false testimonianze o perché sia stata esercitata un’influenza illegittima. Al contrario, questa polizia lo sorveglia sempre e in ogni circostanza. Egli non può in alcun modo sottrarsi allo sguardo dei testimoni di questo tribunale. Presso di esso è conservato il registro di ogni pensiero e di ogni azione dell’uomo. Il suo giudizio è così perfettamente giusto che nessun misfatto può sfuggire alla punizione e nessuna buona azione può essere privata della ricompensa.
I benefici della fede nell’Aldilà
In questo modo, l’Islam ha fatto della fede nell’Aldilà una base fondamentale per il suo codice morale e per il sistema della Sharia. In essa è presente, da un lato, la motivazione razionale ad attenersi alla virtù e al bene e a proteggersi dalla distruzione e dalla rovina; dall’altro, vi sono la certezza della ricompensa per le buone azioni e il timore della punizione certa per le malefatte. Per la sua solidità e stabilità, questo codice e questo sistema dell’Islam non dipendono da alcuna forza materiale né da alcun potere amministrativo. Al contrario, mediante la fede nell’Aldilà, esso risveglia nella mente umana una potentissima forza della coscienza. Tale forza, senza alcuna tentazione o intimidazione esterna, spinge naturalmente l’uomo a compiere quelle buone azioni che l’Islam ha definito tali in considerazione del loro esito finale. Analogamente, lo motiva a proteggersi da quelle malefatte che l’Islam ha giudicato tali alla luce del loro esito finale.
Basta guardare al Nobile Corano per vedere che, in vari punti, questa convinzione è stata utilizzata per impartire insegnamenti di carattere morale. Subito dopo aver ordinato alle persone di temere Allah e di osservare la pietà religiosa, viene detto: وَاتَّقُوا اللَّهَ وَاعْلَمُوا أَنَّكُمْ مُلَاقُوهُ«Temete Allah e sappiate che dovrete comparire davanti a Lui» (sura al-Baqara: 223). Insieme all’incoraggiamento al sacrificio di sé sulla via di Allah, viene data anche la certezza che, quando morirete, non morirete veramente, ma conseguirete invece la vita eterna. وَلَا تَقُولُوا لِمَنْ يُقْتَلُ فِي سَبِيلِ اللَّهِ أَمْوَاتٌ ۚ بَلْ أَحْيَاءٌ وَلَٰكِنْ لَا تَشْعُرُونَ(sura al-Baqara: 154). A proposito dell’esortazione a perseverare nelle difficoltà e nelle sofferenze, viene inoltre detto che presso Allah vi sono misericordia e grazia inesauribili per coloro che perseverano:
أُولَٰئِكَ عَلَيْهِمْ صَلَوَاتٌ مِنْ رَبِّهِمْ وَرَحْمَةٌ
L’impulso all’ardimento e al coraggio è stato suscitato così:
قَالَ الَّذِينَ يَظُنُّونَ أَنَّهُمْ مُلَاقُو اللَّهِ كَمْ مِنْ فِئَةٍ قَلِيلَةٍ غَلَبَتْ فِئَةً كَثِيرَةً بِإِذْنِ اللَّهِ
«Coloro che pensavano che avrebbero dovuto comparire davanti ad Allah dissero: “Per volontà di Allah, un piccolo gruppo prevale su un grande esercito”» (sura al-Baqara: 249).
È stata infusa la forza di rimanere saldamente in piedi di fronte alle prove più dure, dicendo:
نَارُ جَهَنَّمَ أَشَدُّ حَرًّاۚ«Il fuoco dell’Inferno è molto più intenso del calore terreno» (at-Tawba: 81)
È stato esortato a spendere il proprio denaro in opere buone, dicendo:
وَمَا تُنْفِقُوا مِنْ خَيْرٍ يُوَفَّ إِلَيْكُمْ وَأَنْتُمْ لَا تُظْلَمُونَ
«Qualunque cosa doniate, ne riceverete piena ricompensa e non subirete la minima ingiustizia.» (Sura al-Baqara: 172)
Per dissuadere dall’avarizia, è stato detto:
وَلَا يَحْسَبَنَّ الَّذِينَ يَبْخَلُونَ بِمَا آتَاهُمُ اللَّهُ مِنْ فَضْلِهِ هُوَ خَيْرًا لَهُمْ ۖ بَلْ هُوَ شَرٌّ لَهُمْ ۖ سَيُطَوَّقُونَ مَا بَخِلُوا بِهِ يَوْمَ الْقِيَامَةِ
«Coloro che, nonostante Allah li abbia arricchiti con la Sua grazia, sono avari, non credano che ciò sia un bene per loro; al contrario, è un grave male. Nel Giorno della Resurrezione, ciò di cui sono stati avari sarà trasformato in una catena e posto attorno ai loro colli.» (Sura Āl ʿImrān: 180)
Si è messo in guardia dalle pratiche usurarie dicendo:تُرْجَعُونَ فِيهِ إِلَى اللَّهِ«Temete il Giorno in cui ritornerete ad Allah.» (Sura al-Baqara: 281)
È stato insegnato a non lasciarsi abbagliare dagli ornamenti del mondo né a invidiare il benessere dei malfattori, in questo modo:
لَا يَغُرَّنَّكَ تَقَلُّبُ الَّذِينَ كَفَرُوا فِي الْبِلَادِ مَتَاعٌ قَلِيلٌ ثُمَّ مَأْوَاهُمْ جَهَنَّمُ ۚ وَبِئْسَ الْمِهَادُ لَٰكِنِ الَّذِينَ اتَّقَوْا رَبَّهُمْ لَهُمْ جَنَّاتٌ تَجْرِي مِنْ تَحْتِهَا الْأَنْهَارُ خَالِدِينَ فِيهَا نُزُلًا مِنْ عِنْدِ اللَّهِ ۗ وَمَا عِنْدَ اللَّهِ خَيْرٌ لِلْأَبْرَارِ
«O Profeta, non lasciarti ingannare dal viavai degli infedeli nei paesi del mondo. È solo un godimento effimero. Poi tutti finiranno nell’Inferno, la peggiore delle dimore. Invece, per coloro che vivono temendo il loro Signore, vi sono giardini ai cui piedi scorrono i ruscelli; vi rimarranno in eterno. Questa è l’accoglienza offerta loro da parte di Allah. E ciò che si trova presso Allah è quanto vi è di migliore per i servi virtuosi». — (Sura Āl ʿImrān, 196-198)
8.
L’importanza della fede nella cultura islamica
Esame complessivo dei contenuti della fede
Sono stati discussi ampiamente i cinque contenuti della fede. È emerso chiaramente, riguardo a ciascuno di essi, quale sia la concezione articolata dell’Islam, quale il suo valore intellettuale secondo criteri rigorosi, quale la sua influenza sul carattere umano e quale il suo ruolo nella costruzione delle fondamenta della cultura. Ora è necessario esaminare la fede nel suo complesso.
Nei capitoli iniziali di quest’opera è stato detto che la pietra angolare della cultura islamica è una particolare concezione della vita terrena. Essa consiste nel fatto che la dignità dell’essere umano in questo mondo non è pari a quella delle semplici creature, bensì che egli è stato inviato qui come rappresentante del Signore dell’universo. Alla luce di questa concezione, diventa una conclusione logica che il conseguimento del compiacimento del proprio Creatore e Signore costituisca il fine naturale della vita umana; e per raggiungere tale fine diventa necessario:
Primo: acquisire una conoscenza corretta riguardo ad Allah.
Secondo: considerare soltanto Allah degno di comandare e proibire, di emanare leggi e norme, di ricevere adorazione e obbedienza, e sottoporre tutte le proprie capacità e facoltà decisionali interamente alla legge divina.
Terzo, conoscere i metodi e le modalità specifiche per conseguire il compiacimento di Allah.
Quarto, conoscere i benefici del compiacimento di Allah e le conseguenze negative del Suo disappunto, affinché nessuno venga ingannato dai risultati incompleti della vita terrena.
In realtà, le cinque convinzioni discusse ampiamente in precedenza soddisfano proprio questa necessità fondamentale.
Tutto ciò che nel Corano è stato esposto sull’Essenza e sugli attributi di Allah ha lo scopo di permettere all’uomo di acquisire una conoscenza corretta di Colui da parte del quale è stato inviato nel mondo come rappresentante e il cui compiacimento costituisce il fine supremo della sua vita. Analogamente, tutto ciò che è stato detto sugli angeli ha lo scopo di impedire all’uomo di considerare signore una qualsiasi delle forze attive della natura e di proclamare, in materia di signoria, qualcuno diverso da Allah come Suo associato. Dopo aver acquisito una conoscenza così corretta, il significato della fede in Allah è che, così come sulla natura e persino sull’aspetto inconsapevole della vita umana regna l’autorità assoluta di Allah, allo stesso modo l’uomo riconosca soltanto l’autorità di Allah anche sull’aspetto cosciente e consapevole della vita. In ogni questione riconoscerà Allah come Legislatore e se stesso come obbediente a quella legge. Subordinerà il proprio potere e la propria facoltà di scelta ai limiti stabiliti da Allah. In verità, soltanto una tale forza della fede può spingere l’uomo a inchinarsi volontariamente e con entusiasmo davanti alla signoria e all’autorità di Allah. Grazie a essa, nel credente si forma un particolare tipo di coscienza e si sviluppa un particolare carattere, non imposto dalle leggi e dalle disposizioni di Allah, ma assolutamente necessario per obbedirvi volontariamente.
La fede nella profezia e nel Libro soddisfa la terza necessità. È attraverso questi due elementi che l’uomo acquisisce una conoscenza approfondita delle leggi, delle norme e dell’ordinamento stabiliti da Allah per lui. È attraverso questi due elementi che egli può riconoscere i limiti entro i quali Allah ha sottoposto il potere e la facoltà di scelta dell’uomo. «Īmān bi’r-risālat» e «īmān bi’l-kitāb» significano considerare l’insegnamento del Messaggero come l’insegnamento di Allah e il Libro da lui presentato come il Libro di Allah. È grazie a questa fede che nell’uomo può svilupparsi la capacità di osservare con fermezza e determinazione le norme, le leggi e le consuetudini mostrate dal Messaggero di Allah e dal Suo Libro.
Per soddisfare la quarta, o ultima, necessità, vi è la conoscenza dell’Aldilà. Essa rende lo sguardo dell’uomo così acuto da permettergli di scorgere, dietro l’apparenza di questa vita terrena, l’esistenza di un mondo distinto. Egli comprende chiaramente che il bene e il male, l’utilità e il danno di questo mondo non costituiscono il criterio del compiacimento o del disappunto di Allah. Il beneficio e il danno delle azioni stabiliti da Allah non si esauriscono in questo mondo; il loro giudizio e risultato finale saranno invece annunciati in un mondo distinto. E tale giudizio sarà completamente corretto e affidabile. Per ottenere successo e vittoria in quel giudizio, l’unico mezzo consiste nell’osservare correttamente in questo mondo le leggi e le disposizioni divine e nel custodire pienamente i limiti da Lui stabiliti. La ferma convinzione in questa conoscenza e in questa fede è chiamata Īmān bi’l-ākhira, ossia fede nell’Aldilà. In verità, dopo la fede in Allah, essa è la forza più efficace nell’incoraggiare l’uomo a seguire le leggi islamiche. Inoltre, svolge un ruolo enorme nel rendere l’uomo mentalmente idoneo e capace di partecipare alla cultura islamica.
Da questa discussione è emerso chiaramente che le convinzioni fondamentali qui esaminate hanno organizzato e fondato la cultura proprio lungo le linee già tracciate dalle concezioni peculiari e dagli obiettivi specifici dell’Islam riguardo alla vita terrena. Dal punto di vista intellettuale, le convinzioni fondamentali necessarie a una cultura di questo genere possono essere costituite da questi cinque elementi. Nessun’altra convinzione possiede la capacità di fungere da fondamento per una cultura di questo particolare tipo, perché nessun’altra convinzione è compatibile con questa concezione specifica della vita e con questi obiettivi.
La struttura della cultura islamica
Basta rivolgere lo sguardo all’ampia discussione precedente riguardo all’iman, cioè alla dottrina di fede dell’Islam, perché ci si presenti davanti una struttura completa della cultura edificata sulle sue fondamenta. Le caratteristiche più rilevanti di tale struttura sono le seguenti:
Uno: l’organizzazione di questa cultura è simile all’amministrazione di un regno. In essa, la posizione di Allah non è, secondo la comune concezione religiosa, semplicemente quella di una «divinità da adorare». Secondo la concezione terrena, Egli è anche il Sovrano supremo. In realtà, Egli è il re, il sovrano dei sovrani di questo vasto regno. Il Messaggero è il Suo rappresentante. Il Corano è il Suo codice di legge. Chi riconosce la Sua sovranità, obbedisce al Suo rappresentante e segue il Suo codice di legge è suddito di questo regno. Essere musulmani significa accettare senza obiezioni le norme che quel Sovrano ha stabilito per mezzo del Suo rappresentante e del Suo codice di legge, che la loro applicazione e la loro razionalità risultino comprensibili oppure no. Per chi non accetti di porre questa suprema autorità di Allah e le Sue norme legislative al di sopra delle decisioni personali e sociali, e pretenda di riservare a sé il diritto di obbedire o disobbedire ai Suoi comandi, non vi è il minimo spazio in alcun luogo del regno.
Due: lo scopo principale di questa cultura è preparare l’uomo al successo supremo, cioè a essere onorato nell’aldilà con il compiacimento del Signore dei mondi; secondo la sua concezione, il conseguimento di tale successo dipende dalla correttezza della condotta umana nella vita presente. D’altra parte, l’uomo non è in grado di sapere quali azioni siano vantaggiose e quali dannose in rapporto all’esito finale; soltanto Allah, che emetterà il giudizio nell’aldilà, ne è pienamente informato. Per questo tale cultura esige dall’uomo che segua, in ogni ambito della vita, la via indicata da Allah e che limiti e sottoponga la propria libertà d’azione alla sharia divina. Allo stesso modo, questa cultura è una sublime sintesi tra din e dunya. Non può essere definita «religione» nel comune senso ristretto del termine. È piuttosto un sistema di vita più ampio, che abbraccia tutti gli aspetti del pensiero e dell’immaginazione umani, dell’indole e del carattere, dei costumi e dei comportamenti, delle attività familiari, delle azioni sociali, dell’attività politica, della civiltà e della socialità. L’insieme dei metodi e delle norme che Allah ha stabilito in tutti questi ambiti si chiama «din dell’Islam», ovvero «cultura islamica».
Tre: questa cultura non è una cultura nazionale, nel senso geografico o linguistico, né locale o tribale. Nel senso autentico, è invece una cultura umana. Essa si rivolge all’uomo in quanto semplice essere umano. Accoglie entro i propri confini chiunque creda nel tawhid, nella risalat, nel Libro e nell’aldilà. In tal modo essa forma un nazionalismo universale e aperto, nel quale possono entrare tutti gli uomini, senza distinzione di razza, tribù o lingua. Possiede una straordinaria capacità di estendersi su tutta la terra, nonché quella di unire tutti i figli di Adamo mediante un unico legame nazionale e di renderli tutti seguaci della medesima cultura. Tuttavia, instaurando questa fraternità umana universale, il suo vero obiettivo non è semplicemente aumentare il numero dei propri seguaci; il suo scopo principale è rendere tutta l’umanità partecipe dei benefici della conoscenza autentica e della retta condotta che il Signore dell’umanità ha donato per il suo bene e la sua prosperità. Per questo, come condizione preliminare per entrare in questa fratellanza, essa ha richiesto l’iman e, allo stesso tempo, ha scelto per farne parte soltanto coloro che sono pronti a sottomettersi alla suprema autorità di Allah e desiderano osservare i limiti e le norme stabiliti dal Messaggero di Allah e dal Suo Libro. Soltanto persone di questo genere, infatti, per quanto esigue possano essere di numero, possono adattarsi a questo sistema culturale e soltanto attraverso di loro può essere instaurato un sistema di vita corretto e saldo. La presenza, in questo sistema, di miscredenti, ipocriti o persone dalla fede debole non è un segno della sua forza, bensì della sua debolezza.
Quattro: insieme all’illimitatezza e all’universalità, una caratteristica rilevante di questa cultura è la sua rigorosa disciplina e i suoi forti vincoli. Grazie a essi, essa rende i propri seguaci obbedienti alle proprie leggi, sia individualmente sia socialmente. Ciò è dovuto al fatto che, prima di promulgare le leggi e fissare i limiti, essa predispone i mezzi per far rispettare le leggi e osservare i limiti. In altre parole, prima di impartire gli ordini, assicura che essi vengano attuati. Per questo, innanzitutto, fa sì che l’uomo riconosca la signoria e l’autorità di Allah. Poi gli garantisce che la norma trasmessa per mezzo del Messaggero e del Libro è la norma di Allah stesso e che obbedirvi equivale esattamente a obbedire ad Allah. Inoltre, colloca nel suo animo una sentinella vigile, che lo esorta sempre e in ogni circostanza a osservare la norma divina, lo rimprovera per la sua trasgressione e lo ammonisce con il timore della punizione nell’aldilà. Quando, in questo modo, si radica nella mente e nella coscienza di ogni individuo questa forza operante e si crea nei seguaci la capacità di osservare spontaneamente e volenterosamente la legge, di rispettare i precetti e i divieti e di adornarsi di buone qualità, allora essa presenta loro le proprie norme, stabilisce per loro i limiti dell’azione, elabora per loro un modello di vita e chiede loro sacrifici sempre più grandi per raggiungere il proprio obiettivo. In verità, si tratta di un metodo d’azione estremamente scientifico: non può esistere metodo più saggio. Seguendo questo metodo, la cultura islamica ha acquisito un’influenza e un’autorità immense, che nessun’altra cultura è riuscita a conseguire.
Cinque: dal punto di vista terreno, questa cultura mira a instaurare un sistema sociale corretto e a formare una comunità onesta e pura. Tuttavia, una simile società non può essere costituita finché coloro che ne fanno parte non saranno adornati di buon carattere e di virtù. Perciò è assolutamente necessario riformare il carattere individuale dei suoi membri, affinché in loro si formi un carattere saldo, capace di condurli in modo del tutto naturale alla pratica delle buone opere. In verità, l’Islam ha osservato pienamente questo principio nel proprio sistema culturale. Per la formazione delle persone, l’Islam imprime innanzitutto saldamente in loro l’iman e la fede, poiché questo è l’unico modo per creare in esse un carattere forte e di alto livello. Grazie alla forza di questa fede, esso sviluppa nelle persone la sincerità, la lealtà, il buon carattere, l’autoeducazione, l’amore per la verità, l’autocontrollo, lo spirito organizzativo, la generosità, l’ampiezza di vedute, il senso dell’onore, l’umiltà e la modestia, l’ambizione elevata, il coraggio morale, il sacrificio di sé, il senso del dovere, la pazienza, la fermezza, il valore, l’autosoddisfazione, l’obbedienza ai capi, l’osservanza della legge e altre eccellenti virtù. Allo stesso tempo, rende le persone capaci di far sì che, come naturale conseguenza della loro unione, si formi una comunità eccellente.
Sei: nel credo di questa cultura sono presenti, da un lato, tutte le forze necessarie a creare, coltivare e preservare un buon carattere e nobili virtù. Dall’altro, vi è insita anche la forza capace di rendere l’uomo idoneo a utilizzare nel modo migliore i mezzi e le risorse terrene e ad applicare armoniosamente le energie che Allah gli ha donato. Inoltre, è proprio questo credo a sviluppare nell’uomo le eccellenti qualità necessarie al reale progresso del mondo. In esso è presente una straordinaria forza per coordinare l’energia operativa dell’uomo e impiegarla secondo un piano ben concepito. Al tempo stesso, vi è insita anche la forza per impedirle di oltrepassare i limiti e di deviare dalla vera via del bene. Così, tutte le qualità che si trovano separatamente negli altri credi religiosi e terreni sono presenti nel credo islamico in modo unitario e perfetto. E questo credo è completamente libero dalle deformazioni riscontrabili nei vari credi religiosi e terreni.
L’importanza della fede nella cultura islamica
Questa è una breve struttura della cultura consolidata dell’Islam. Se, per esempio, la consideriamo un edificio, dobbiamo dire che, per renderlo solido, il terreno delle sue fondamenta è stato scavato in profondità. Poi sono stati scelti con grande cura mattoni ancora più resistenti, che sono stati cementati con un ottimo cemento. In seguito l’edificio è stato costruito in modo così maestoso che, in altezza, si è innalzato fino al cielo e, in larghezza, si è esteso fino all’orizzonte. Eppure, nonostante la sua ampiezza e la sua altezza, le sue pareti e i suoi pilastri non tremano neppure minimamente; al contrario, restano saldi come montagne. Le porte e le finestre di questo edificio sono state costruite in modo tale che la luce esterna e l’aria pura possano entrarvi piacevolmente, mentre non consentono affatto l’ingresso a polvere, sabbia, rifiuti e aria inquinata. Tutte queste qualità e caratteristiche dell’edificio in questione sono state generate da un’unica cosa, e questa è la fede. È essa ad aver reso solide le sue fondamenta. È essa ad aver scartato gli elementi inutili e inattivi, accogliendo quelli eccellenti. È essa ad aver trasformato la terra cruda, dopo la cottura, in mattoni resistenti. Da essa dipendono l’ampiezza, l’altezza e la solidità dell’edificio; essa gli ha conferito tali qualità e, al tempo stesso, lo ha protetto dai danni esterni, permettendo a ogni cosa pura e incontaminata di entrarvi. Perciò la fede è come l’anima di questo edificio. Senza di essa non solo non potrebbe rimanere in piedi, ma non potrebbe nemmeno essere costruito. E se essa si indebolisse, ciò significherebbe che l’intera fondazione dell’edificio è debole, i suoi mattoni sono crudi, la sua calce e il suo cemento sono scadenti, i suoi pilastri vacillano e le sue pareti non sono ben consolidate. Esso non avrebbe alcuna capacità di estendersi in ampiezza e in altezza. Non avrebbe la forza di respingere i danni esterni e di proteggere le proprie cose pure e incontaminate.
In conclusione, l’assenza della fede equivale all’assenza stessa dell’Islam. Analogamente, la debolezza della fede equivale alla sua debolezza, mentre la forza della fede è un altro nome per la sua forza. Inoltre, poiché l’Islam non è soltanto una religione, ma l’insieme di civiltà, cultura, moralità, vita sociale e politica, l’importanza della fede in questo contesto non è affatto simile a quella di un semplice assetto religioso; al contrario, da essa dipendono interamente l’intero comportamento morale e il modo di vivere delle persone. Essa è il principale sostegno della salute e della purezza delle loro relazioni reciproche. È essa a unirle e a trasformarle in una nazione. È essa a garantire la sicurezza della loro nazionalità e della loro cultura. È essa l’essenza vitale della loro civiltà, della loro vita sociale e della loro politica. Senza di essa, l’Islam non potrebbe affermarsi non solo come semplice “religione”, ma nemmeno come civiltà, cultura e sistema statale. Quando la fede si indebolisce, non si può parlare soltanto di un indebolimento della credenza religiosa; ciò significherebbe piuttosto che la vita morale dei musulmani è decaduta, che il loro carattere si è indebolito, che le loro relazioni reciproche si sono corrotte, che la loro civiltà e il loro ordinamento sociale sono crollati, che il vincolo della loro nazionalità si è spezzato e che essi sono diventati incapaci di vivere come una nazione indipendente, onorata e potente. È precisamente per questo che, nell’ordinamento islamico, la fede è stata assunta come criterio di distinzione tra Islam e miscredenza. Quando una persona accetta la fede, entra nella nazione musulmana; diventa partecipe in egual misura della civiltà, della vita sociale e della politica dei musulmani, e tutte le loro consuetudini, norme e leggi diventano obbligatorie anche per lei. Ma se non accetta la fede, non può in alcun modo entrare nei confini dell’Islam. Non potrà in alcun modo partecipare alla comunità islamica, perché per lei sarebbe del tutto impossibile adattarsi a questo ordinamento. Non può in alcun modo osservare le sue leggi, le sue norme e il suo sistema regolamentare.
Il pericolo dell’ipocrisia
La situazione di coloro che rifiutano apertamente l’invito alla fede è chiara. Tra loro e i musulmani esiste una linea di demarcazione nettissima e invalicabile tra miscredenza e fede. Non possono mai oltrepassare quella linea, entrare nell’Islam e arrecare danno. Ma l’esistenza di coloro che, pur non essendo credenti, pretendono di avere fede e si sono infiltrati tra i musulmani, di coloro nei cui cuori si nasconde la malattia del dubbio o la cui fede è estremamente debole, è gravissima per l’ordinamento islamico. Infatti, sebbene siano entrati nei confini dell’Islam, non hanno adottato il carattere islamico né il modo di vivere islamico. Non hanno seguito la legge islamica né rispettato i precetti di Allah; al contrario, con il loro carattere e il loro comportamento deviati stanno corrompendo anche la civiltà e la cultura dei musulmani, con l’aiuto delle loro malattie interiori stanno sradicando le radici della nazionalità e dell’ordinamento politico dei musulmani, e partecipano attivamente alla creazione, dall’interno e dall’esterno, di ogni sorta di sedizione contro l’Islam. Nel Nobile Corano proprio queste persone sono chiamate ipocriti, o falsi credenti, e vi sono descritte dettagliatamente anche le sedizioni che la loro infiltrazione provoca nella società musulmana.
Il segno distintivo di questa categoria di persone è che esse pretendono di avere fede, ma in realtà non sono credenti:
———— Testo arabo ——————-
«Dicono: “Abbiamo creduto in Allah e nell’Aldilà”, mentre in realtà non sono credenti.» – (Sura al-Baqara: 8)
Parlano con i musulmani come musulmani e con i miscredenti come miscredenti:
———— Testo arabo ——————-
«Quando incontrano i credenti, dicono: “Abbiamo creduto”; ma quando si recano dai loro demoni, dicono: “Siamo con voi”.» – (Sura al-Baqara: 14)
Si fanno beffe della Parola divina e, diffondendo tra la gente dubbi e perplessità, la sviano:
———— Testo arabo ——————-
«Quando vedrete che rinnegano i versetti di Allah e ne fanno oggetto di scherno, non sedetevi con loro» – (Sura an-Nisa: 140)
Provano ritrosia nell’adempiere ai doveri religiosi e, anche quando li adempiono, lo fanno soltanto per costrizione e per farsi vedere dai musulmani; in realtà, i loro cuori sono profondamente restii a obbedire alle prescrizioni di Allah:
———— Testo arabo ——————-
«Quando si alzano per la preghiera, vi si alzano con estrema riluttanza e lo fanno soltanto per mostrarsi alla gente; altrimenti non ricordano Allah. E anche quando Lo ricordano, lo fanno ben poco. Sono in una condizione di esitazione intermedia; non sono completamente né da una parte né dall’altra.» – (Sura an-Nisāʾ: 142-143)
———— Testo arabo ——————-
Non si recano alla preghiera se non con riluttanza e non spendono sulla via di Allah se non controvoglia.» – (Sura at-Tawba: 54)
———— Testo arabo ——————-
«Vi sono alcuni beduini che considerano ciò che spendono sulla via di Allah come una multa obbligatoria.» – (Sura at-Tawba: 98)
Essi professano sì l’Islam, ma non seguono la legge islamica; anzi, nelle proprie questioni seguono le leggi della miscredenza:
———— Testo arabo ——————
«Non hai visto coloro che sostengono di credere in te e nel Libro rivelato prima di te, ma vogliono sottoporre le proprie controversie ai giudici satanici? Eppure è stato loro ordinato di non obbedire ai suoi ordini (a quelli delle forze sataniche).» – (Sura An-Nisāʾ: 60)
Non solo compiono essi stessi azioni malvagie, ma cercano anche di corrompere la fede e le pratiche dei musulmani:
————- Testo arabo —————–
«Ordinano agli uomini la malvagità, li distolgono dalle buone azioni e tengono le loro mani serrate, senza compiere il bene. Hanno dimenticato Allah, e perciò anche Allah li ha dimenticati.» – (Sura At-Tawba: 67)
————– Testo arabo ——————-
«Desiderano che anche voi rinneghiate la fede, come l’hanno rinnegata loro, affinché siate uguali.» – (Sura An-Nisāʾ: 89)
Essi restano con i musulmani soltanto finché ne traggono un interesse. Laddove non vi sia alcun interesse, o ve ne sia poco, abbandonano immediatamente la compagnia dei musulmani.
————– Testo arabo —————
«Alcuni di loro ti deridono per il modo in cui distribuisci le elemosine; se ricevono una parte di esse, sono contenti, ma se non la ricevono, si irritano». (Sura al-Tawba: 58)
Così, quando sull’Islam e sui musulmani si addensano le avversità, essi rifiutano di combattere; poiché non nutrono alcun vero amore per l’Islam, non sono disposti a compiere alcun sacrificio per esso, né sperano di ricevere una ricompensa per tale sacrificio. Non credono neppure nella verità dell’Islam; per questo non sono pronti a mettere a repentaglio la propria vita per la sua causa. Cercano in vari modi di tenersi lontani dalla guerra e di salvare la propria vita. E anche quando partecipano a una guerra, lo fanno con estrema riluttanza. Di conseguenza, la loro partecipazione diventa per i musulmani una causa di debolezza anziché di forza. Questa loro condizione è stata descritta dettagliatamente nella sura Āl ʿImrān (rukuʿ 12-17), nella sura al-Nisāʾ (rukuʿ 10, 11, 12, 20), nella sura al-Tawba (rukuʿ 7, 11, 12) e nella sura al-Aḥzāb (rukuʿ 2).
La loro caratteristica più grave è questa: quando sui musulmani si abbattono le avversità, essi si schierano dalla parte dei miscredenti. Forniscono loro informazioni riservate sui musulmani e mostrano loro simpatia. Si rallegrano delle difficoltà dei musulmani. Tradiscono il proprio popolo e ottengono dai miscredenti vantaggi e prestigio. Partecipano in prima linea a ogni fitna ostile all’Islam e continuano a tramare per creare disunione e disordine tra i musulmani. Anche questa loro caratteristica è stata descritta ampiamente nelle sure Āl ʿImrān, al-Nisāʾ, al-Tawba, al-Aḥzāb e al-Munāfiqūn.
Da ciò si può facilmente comprendere che, per l’instaurazione, la stabilità e il consolidamento dell’ordinamento della vita islamica, una fede pura, impeccabile e autentica è assolutamente indispensabile. La debolezza della fede svuota di ogni sostanza l’intero sistema, dalle radici fino ai rami. Nulla può sottrarsi ai suoi effetti devastanti: né la civiltà, né la cultura, né la moralità, né la vita sociale, né la politica.
9
La vita ultraterrena
Esiste una vita dopo la morte? E, se esiste, che tipo di vita è? In realtà, questa domanda oltrepassa i limiti della nostra conoscenza e della nostra ragione. Non abbiamo occhi con cui scrutare ciò che si trova oltre il confine della morte, né orecchie con cui ascoltare una voce proveniente dall’aldilà. Non disponiamo neppure di alcuno strumento con cui sapere con certezza se, oltre quel confine, esista davvero qualcosa. Pertanto, dal punto di vista scientifico, questa domanda è completamente al di là dei suoi limiti. Chi, appellandosi alla scienza, nega la vita dopo la morte, sostiene senza dubbio qualcosa di antiscientifico. Dal punto di vista della scienza, non si può affermare né che lì esista una vita, né che non esista alcuna vita. Di conseguenza, finché non si trovi almeno una fonte di conoscenza certa al riguardo, il corretto atteggiamento scientifico potrebbe essere quello di non accettare né rifiutare la vita ultraterrena.
Ma nella vita reale è possibile adottare questo atteggiamento scientifico? Assolutamente no. Dal punto di vista intellettuale, può essere possibile non formulare alcun giudizio, positivo o negativo, su qualcosa finché non si siano completamente acquisiti i mezzi e gli strumenti per conoscerla. Ma quando la nostra vita concreta viene a essere collegata a quella cosa, non vi è più modo di determinare la nostra condotta senza basarla sulla sua accettazione o sul suo rifiuto. Si può fare questo esempio: non sapete nulla di una certa persona. Se dovete avere a che fare con lei, siete costretti ad agire considerandola o affidabile o disonesta. Potete certamente pensare tra voi: «Finché non sarà dimostrato se questa persona è affidabile o disonesta, agirò con animo dubbioso»; tuttavia, agendo considerando dubbia la sua affidabilità, in pratica il vostro comportamento sarà identico a quello di chi la ritiene disonesta. Pertanto, nella realtà, la condizione di dubbio tra accettazione e rifiuto può esistere soltanto nella mente; la condotta concreta non può mai essere determinata sulla base dell’incertezza. Per essa, l’accettazione o il rifiuto sono assolutamente indispensabili.
Basta riflettere un poco più a fondo per comprendere che la questione della vita ultraterrena non è affatto una semplice questione filosofica, ma ha un rapporto profondo con la nostra vita reale. In realtà, tutta la nostra concezione morale dipende da questa questione. Se ritengo che ogni cosa nella vita finisca con questa esistenza terrena e che dopo di essa non vi sia un’altra vita, allora il mio comportamento morale sarà di un certo tipo. Ma se nutro la convinzione che dopo questa vita ve ne sia un’altra, nella quale dovrò rendere conto di tutte le azioni della mia vita presente e nella quale, sulla base delle opere compiute in questa vita, dovrò subire una buona o una cattiva sorte, allora certamente il mio comportamento morale sarà completamente diverso. Facciamo un esempio. Immaginate che una persona viaggi con la convinzione di dover andare soltanto da qui a Karachi. Una volta giunta a Karachi, il suo viaggio non solo terminerà per sempre, ma lì si troverà anche completamente al di fuori della portata della polizia, dei tribunali e di tutte le autorità incaricate degli interrogatori.
Al contrario, un’altra persona ritiene che il viaggio da qui a Karachi sia soltanto una tappa. In seguito dovrà recarsi in un altro Paese oltre il mare, il cui sovrano è anche il sovrano di questo Paese. Nell’ufficio di quel sovrano è conservato un registro segreto di tutte le sue azioni compiute durante la permanenza in Pakistan. Là, esaminando e valutando tale registro, si stabilirà quale posizione egli meriti in base alle sue opere. Ora potete facilmente immaginare quanto saranno opposte le regole di condotta di questi due individui. Il primo si preparerà soltanto al viaggio da qui a Karachi, mentre il secondo si preparerà anche per le lunghe tappe successive. Il primo penserà che tutti i profitti e tutte le perdite si esauriscano con l’arrivo a Karachi, e che dopo non vi sia più nulla; il secondo riterrà invece che il vero profitto e la vera perdita non si trovino nella prima fase del viaggio, bensì nella sua fase conclusiva. Il primo terrà conto soltanto di quei risultati delle proprie azioni che potranno manifestarsi durante il viaggio fino a Karachi. Il secondo, invece, rivolgerà la propria attenzione a quei risultati che si manifesteranno una volta giunto in quel Paese oltre il mare. È evidente che la differenza tra le regole di condotta dei due individui è il risultato diretto delle loro diverse concezioni del viaggio. Allo stesso modo, la nostra concezione della vita dopo la morte influenza profondamente la nostra vita morale e ne determina definitivamente l’orientamento. Quando, nella pratica, dobbiamo adottare una linea d’azione, la direzione di tale azione dipende proprio dalla questione se stiamo agendo considerando questa vita come la prima e l’ultima, oppure tenendo conto di una vita successiva e dei suoi risultati. Nel primo caso la nostra azione sarà di un certo tipo, mentre nel secondo sarà completamente diversa.
Da ciò si è compreso che la questione della vita ultraterrena non è affatto una questione meramente filosofica e intellettuale, bensì una questione della vita reale. In tali circostanze non vi è alcun margine per il dubbio e l’esitazione al riguardo. Qualunque prospettiva si adotti in una condizione di dubbio o nella vita, alla fine sarà pur sempre la prospettiva dell’incredulo. Pertanto, da qualunque punto di vista la si esamini, siamo obbligati a giungere a una conclusione definitiva sulla questione se esista o meno una vita dopo la morte. Se la scienza non ci aiuta in questa materia, dovremo ricorrere all’aiuto delle argomentazioni e delle prove intellettuali.
Esaminiamo ora quali strumenti abbiamo a disposizione per le argomentazioni e le prove intellettuali. Il primo elemento che abbiamo davanti è l’essere umano, mentre il secondo è questo ordine universale. Esamineremo l’essere umano sullo sfondo di questo ordine universale, per vedere se tutte le sue esigenze e pretese in quanto essere umano vengono soddisfatte all’interno di tale sistema, oppure se, poiché qualcosa rimane insoddisfatto, sia necessario per lui un ordinamento diverso. Osservate il corpo umano: è una combinazione di numerose sostanze minerali, sali, acqua e gas. Allo stesso modo, nell’universo sono presenti terra, pietre, metalli, sali, gas, fiumi e altre cose di questo genere. Perché tali elementi possano svolgere la loro funzione nei rispettivi ambiti, è necessaria una legge. Questa legge è attiva in ogni parte dell’universo. È tale legge a concedere, nell’ambiente esterno, alle montagne, ai fiumi e all’aria la possibilità di svolgere ciascuno la propria funzione; allo stesso modo, anche il corpo umano ha la possibilità di operare sotto di essa.
In secondo luogo, il corpo umano riceve nutrimento dagli oggetti che lo circondano e si sviluppa e cresce. Una regola di questo genere è presente anche nel mondo della creazione, negli alberi, nelle piante rampicanti, negli arbusti, nell’erba e così via; anche qui si osserva l’esistenza delle leggi necessarie per gli esseri dotati di un corpo in crescita.
In terzo luogo, il corpo umano è un essere vivente che si muove di propria volontà, procura da sé il proprio nutrimento, provvede autonomamente alla propria protezione e organizza da sé la conservazione della propria discendenza. Nel mondo della creazione esistono molte altre forme di vita di questo genere: nelle acque, sulla terraferma e nell’atmosfera si osservano innumerevoli esseri viventi, e anche qui sono pienamente operanti leggi e norme adatte ad abbracciare l’intero corso della loro vita.
Oltre a tutto ciò, l’essere umano possiede un’altra dimensione, che chiamiamo dimensione morale. In lui esiste il senso di compiere il bene e il male. Possiede la capacità di distinguere tra il bene e il male. Ha la forza di compiere il bene e il male. La sua natura si aspetta le buone conseguenze del bene e le cattive conseguenze del male. Egli distingue spontaneamente tra diverse qualità morali, quali l’oppressione, la giustizia, la veridicità, la menzogna, il giusto e l’ingiusto, la misericordia, la crudeltà, la gratitudine, la generosità, l’avarizia e il tradimento di ciò che gli è stato affidato. Queste qualità si osservano concretamente nella sua vita. Non sono cose immaginarie; al contrario, esercitano la loro influenza sulle società e sulle civiltà umane della realtà concreta. Perciò l’essere umano, per sua natura, si aspetta intensamente le conseguenze morali delle proprie azioni, proprio come si aspetta le loro conseguenze naturali.
Ma osservate attentamente l’ordine attuale del mondo: in questo sistema, i risultati morali delle azioni umane possono manifestarsi pienamente? Posso affermare con certezza che qui non vi è alcuna possibilità in tal senso. Per quanto ne so, qui non esiste alcun altro essere dotato di coscienza morale. Inoltre, l’intero universo è regolato secondo le leggi naturali. In nessun luogo si vede operare una legge morale. Qui l’argento possiede sia peso sia valore, ma la verità non possiede né peso né valore. Qui dal seme del mango nasce sempre un albero di mango; invece, verso coloro che seminano i semi della verità, talvolta piovono fiori e talvolta — anzi, nella maggior parte dei casi — vengono lanciate scarpe. Qui esistono leggi precise per gli elementi materiali, e secondo tali leggi si manifestano sempre risultati determinati. Ma per gli elementi morali non esiste alcuna legge precisa, e il loro operare non produce sempre risultati determinati. A causa dell’autorità e della predominanza delle leggi naturali, qui un risultato morale non può mai manifestarsi pienamente; e anche quando si manifesta, lo fa soltanto nella misura consentita dalle leggi naturali. Anzi, spesso accade che, sebbene dal punto di vista morale un’azione abbia la possibilità di produrre un determinato risultato, a causa dell’intervento delle leggi naturali il risultato si trasformi in qualcosa di completamente opposto. Anche l’uomo, attraverso i propri sistemi sociali, culturali e politici, ha cercato in qualche misura di ottenere secondo regole prestabilite i risultati morali delle sue azioni. Ma questo tentativo si è dimostrato molto limitato e altamente imperfetto. Da un lato, le leggi naturali lo hanno mantenuto limitato e imperfetto; dall’altro, le debolezze proprie dell’uomo hanno ulteriormente accresciuto tale imperfezione.
Vorrei chiarire il mio discorso con alcuni esempi; supponiamo che una persona sia nemica di un’altra e dia fuoco alla sua casa: la casa brucerà. Questo è il risultato naturale o fisico della sua azione. Come risultato morale, quella persona dovrebbe subire una punizione proporzionata al danno arrecato a una famiglia. Ma il manifestarsi di questo risultato dipende da diverse condizioni: che l’incendiario venga individuato, consegnato alla polizia, riconosciuto colpevole, che il tribunale valuti correttamente i danni subiti dalla famiglia colpita dall’incendio e dai suoi futuri discendenti, e che infligga al colpevole, con giustizia, una pena esattamente proporzionata. Se anche una sola di queste condizioni non viene soddisfatta, il risultato morale non si manifesterà affatto, oppure se ne manifesterà soltanto una minima parte. Può anche accadere che, dopo aver completamente distrutto il proprio nemico, quella persona continui a vivere nel mondo nella più grande felicità.
Prendiamo un esempio ancora più significativo. Alcune persone acquistano un’enorme influenza sulla propria nazione, e l’intera nazione procede al loro cenno. Approfittando di questa situazione, instillano nel popolo un esasperato spirito di culto della nazione e una frenesia imperialista. In questo modo provocano guerre con le nazioni vicine, uccidono milioni di innocenti, distruggono paese dopo paese e costringono decine di
milioni di persone a vivere nell’umiliazione e nella degradazione. Le loro imprese produrranno naturalmente una tremenda reazione nella storia dell’umanità, e tale reazione continuerà di generazione in generazione, per secoli. Pensate che queste poche persone potranno mai ricevere, in questa vita terrena, una punizione adeguata e giusta per il grande crimine che hanno commesso? Si può affermare con chiarezza che, anche se si tagliasse tutta la carne dai loro corpi, o li si bruciasse vivi, o si infliggesse loro qualunque altra dura pena alla portata degli uomini, non potrebbero mai ricevere una punizione pari al danno arrecato a milioni e milioni di persone e ai loro futuri discendenti. Infatti, secondo le leggi naturali che governano l’ordine attuale del mondo, è assolutamente impossibile che una pena sia proporzionata al crimine.
Analogamente, si può parlare dei grandi uomini esemplari del mondo. Essi hanno insegnato all’umanità l’onestà e la giustizia e le hanno indicato una via luminosa per vivere. Grazie alla loro generosità, innumerevoli persone hanno continuato a trarre beneficio, di generazione in generazione e per secoli, e non si può sapere per quanto tempo ancora ne trarranno in futuro. Potranno forse questi grandi uomini ricevere in questo mondo la piena ricompensa delle loro opere? Potete immaginare che, secondo le leggi naturali attuali, una persona possa ricevere la ricompensa per un’opera i cui effetti potrebbero estendersi, anche dopo la sua morte, a innumerevoli persone per migliaia di anni?
Ho già detto che, innanzitutto, nell’ordine attuale del mondo, governato dalle leggi vigenti, non vi è alcuna possibilità di ricevere pienamente il risultato morale delle azioni umane. In secondo luogo, le ripercussioni delle azioni compiute dall’uomo in questa vita transitoria sono così vaste e durature che, per fruire dei loro risultati completi, sarebbe necessaria una vita lunga migliaia, anzi milioni di anni. Ma secondo le leggi naturali attuali, all’uomo non è possibile vivere così a lungo. Da ciò risulta che, per gli elementi terreni, corporei e biologici dell’essere umano, sono sufficienti il mondo naturale attuale (Physical World) e le sue leggi naturali. Ma per il suo elemento morale questo mondo è del tutto insufficiente. È necessario un altro ordine del mondo, nel quale la legge morale sia la legge dominante (Governing Law), mentre la legge naturale, subordinata a essa, operi soltanto come ausilio. Lì la vita non sarà limitata, ma infinita, e tutti i risultati morali che qui rimangono inespressi o si manifestano in forma diversa vi si manifesteranno in modo giusto e pieno. Lì, invece dell’oro e dell’argento, avranno peso e valore le opere buone e la verità. Lì il fuoco brucerà soltanto colui che, per ragioni morali, merita di essere bruciato. Lì i buoni godranno felicità e pace, mentre i malvagi soffriranno. L’intelletto, la natura e la disposizione innata richiedono spontaneamente proprio un simile ordine del mondo.
A questo proposito, l’intelletto porta il suo compito a termine conducendoci soltanto fino a ciò che «dovrebbe essere». Ora, né il nostro intelletto né la nostra conoscenza sono capaci di giungere a una conclusione definitiva riguardo all’effettiva esistenza di un mondo di questo genere. In questa materia, soltanto il Corano ci viene in aiuto. Esso proclama che ciò che il vostro intelletto e la vostra natura esigono, in realtà accadrà proprio così. Un giorno l’ordine mondiale fondato sulle attuali leggi naturali sarà frantumato, e quindi sarà istituito un nuovo ordine. Là, i cieli, la terra e tutto ciò che si trova fra essi assumeranno una forma diversa. In seguito, Allah Ta‘ala farà risorgere tutti coloro che sono comparsi nel mondo dall’inizio della creazione fino al Giorno della Resurrezione, e tutti si presenteranno insieme davanti a Lui. Là, il registro delle azioni di ogni individuo, di ogni nazione e dell’intera umanità sarà conservato in modo integro e perfetto. Là sarà disponibile il resoconto completo di tutte le conseguenze prodotte nel mondo da ogni singola azione di ciascun individuo. Ogni gruppo umano coinvolto in tali conseguenze sarà presente al banco dei testimoni. Anche le particelle e gli atomi sui quali si sono impressi i pensieri e le azioni degli esseri umani presenteranno ciascuno la propria testimonianza. Le stesse mani e i piedi, gli occhi e le orecchie, la lingua e gli altri organi dell’uomo testimonieranno riguardo agli usi ai quali erano stati destinati. Quindi il Giudice Supremo, sulla base di tutti questi resoconti, dichiarerà con perfetta giustizia chi è degno di quale ricompensa e di quale punizione. L’estensione di questa ricompensa o punizione sarà così vasta che sarà impossibile persino comprenderla sulla base delle limitate misure del mondo attuale. Là le misure del tempo e dello spazio saranno diverse, e anche le leggi naturali saranno differenti. Là si potrà ricevere pienamente il contraccolpo delle buone azioni dell’uomo, le cui conseguenze nel mondo sono durate per migliaia di anni. La morte, la malattia e la vecchiaia non potranno turbare minimamente la sua felicità e la sua pace. Allo stesso modo, egli dovrà subire la punizione completa per le sue malefatte, le cui conseguenze nel mondo si sono estese per migliaia di anni fino a innumerevoli persone. Né la morte né l’incoscienza potranno salvarlo da quella punizione.
Provo compassione per la ristrettezza mentale di coloro che ritengono impossibili una vita e un mondo di questo genere. Se il nostro attuale ordine mondiale può esistere insieme alle attuali leggi naturali, perché un altro ordine mondiale non potrebbe esistere insieme ad altre leggi naturali? Naturalmente, la possibilità di un mondo simile non può essere stabilita mediante alcuna prova o testimonianza empirica. A questo scopo è assolutamente necessaria la fede nell’invisibile, o Īmān bil-Ghayb.
— Fine —