La traduzione bengalese della celebre opera in urdu «Islam aur Jadid Ma‘ashi Nazariyat» del più eminente pensatore islamico del secolo presente, Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdudi, che Dio abbia misericordia di lui, fu pubblicata per la prima volta nel 1961 con il titolo «Islam e dottrine economiche moderne».
In quest’opera l’autore ha presentato un’analisi fondamentale, estremamente profonda e sottile, di tutte le dottrine economiche diffuse nel mondo contemporaneo. Attraverso l’esposizione comparativa dei sistemi economici dell’Islam, egli ha dimostrato con successo l’inconsistenza delle moderne dottrine economiche e il fatto che una soluzione corretta e armoniosa ai reali problemi economici dell’umanità è possibile esclusivamente sulla base del sistema economico islamico.
È nostra ferma convinzione che la lettura di questo libro incoraggerà la società istruita a giungere a soluzioni concrete per tutti i suoi problemi economici, sulla base del sistema economico dell’Islam. Che Allah ci assista.
—L’editore

Capitalismo, comunismo e Islam

Fino ai giorni nostri, tutti i sistemi economici elaborati nel mondo possono essere suddivisi, in linea di principio, in tre categorie:
Primo: il sistema capitalistico.
Secondo: il comunismo.
Terzo: il sistema economico proposto dall’Islam.

Il sistema capitalistico

In parole semplici, il punto essenziale del sistema economico capitalistico è che ogni individuo sarà proprietario della ricchezza da lui guadagnata; nessun altro avrà alcuna quota della ricchezza da lui acquisita, né gli sarà riconosciuto alcun diritto su di essa. Egli potrà spendere e utilizzare la ricchezza guadagnata come desidera; potrà accaparrare la quantità di ricchezza e di mezzi di produzione che possiede e rifiutarsi di impiegarla per qualsiasi scopo diverso dal proprio interesse personale. A questo riguardo gode di piena libertà. In realtà, il sistema economico capitalistico è scaturito proprio dall’egoismo naturalmente presente in ogni essere umano. La sua forma pienamente sviluppata si rivela così deleteria che, ai suoi occhi, tutte le qualità e le nobili virtù umane volte al benessere e al progresso della società umana perdono ogni valore. Anche esaminando la questione da un punto di vista puramente economico, senza considerarla sotto il profilo morale, si vedrà chiaramente che, qualora questa dottrina venisse applicata in un luogo qualsiasi, la distribuzione della ricchezza sarebbe inevitabilmente sconvolta. La ricchezza e i mezzi e fattori di produzione diventerebbero progressivamente più limitati, finendo nelle mani di un gruppo di persone fortunate o più accorte, e la società si dividerebbe di fatto in due classi. Una sarebbe quella dei fortunati, proprietari di immense ricchezze; l’altra quella dei poveri sventurati, che non riescono neppure a procurarsi cibo sufficiente per placare la fame di due pasti al giorno. Gli appartenenti alla prima classe si impossesserebbero di tutta la ricchezza e di tutti i mezzi e fattori di produzione e li spenderebbero esclusivamente per il proprio agio, lusso e piacere; inoltre, allo scopo di accrescerne ulteriormente la quantità, non esiterebbero a sacrificare i più ampi interessi della società e della nazione. La schiera dei poveri sventurati, invece, sarebbe privata per sempre di ogni genere di quota e opportunità relative alla ricchezza. Non avrebbe altra scelta che procurarsi i mezzi di sussistenza servendo senza limiti i ricchi. Un sistema economico di questo tipo da un lato genera usurai, strozzini, sfruttatori, proprietari di fabbriche e crudeli proprietari terrieri e feudatari; dall’altro crea una massa di lavoratori e contadini proletari e affamati. Nella società in cui un simile sistema economico può essere applicato, non si troverà naturalmente neppure una briciola di sentimenti umani quali compassione, benevolenza, affetto, tenerezza e aiuto reciproco. Ogni individuo sarà costretto a vivere contando soltanto su se stesso; nessuno sarà amico o aiutante di qualcun altro. La vita dei bisognosi e degli affamati diventerà sempre più angusta. Di conseguenza, ogni individuo della società sarà costretto ad assumere, per conservare la propria vita, un atteggiamento di estremo egoismo e di ostilità nei confronti degli altri. Ognuno si sforzerà di ottenere nella misura più ampia possibile i mezzi di sostentamento economico e i mezzi e fattori di produzione, li accaparrerà per il proprio interesse personale e li impiegherà per aumentarne la quantità. Quanto a coloro che falliranno in questa corsa all’accumulazione del denaro o non saranno in grado di parteciparvi pienamente, sulla faccia della terra non troveranno neppure un angolo in cui rifugiarsi. Se vorranno mendicare, non sarà facile trovare chi dia loro l’elemosina; nel cuore di nessuno nascerà neppure un briciolo di compassione per loro, né alcuna mano si tenderà per aiutarli. Alla fine, o si suicideranno per liberarsi dai tormenti di questa vita, oppure, gettandosi nel fango del vortice di crimini di ogni sorta e di attività contrarie all’umanità, saranno costretti a placare i morsi della fame.

Nella società capitalistica diventa inevitabile che la naturale inclinazione e tendenza degli individui si orienti verso l’accumulazione del denaro e il suo impiego in attività redditizie. Di conseguenza, vi sorgono società a responsabilità limitata, vengono istituiti banche, si avviano fondi di previdenza, cominciano a operare compagnie di assicurazione e si formano società cooperative. Dietro tutti questi mezzi e metodi di produzione della ricchezza agisce un’unica idea: «produrre sempre più ricchezza e accumulare sempre più denaro». Ora, l’accumulazione del denaro può avvenire sia attraverso transazioni commerciali sia mediante attività basate sull’interesse. In realtà, dal punto di vista capitalistico non vi è alcuna differenza sostanziale tra l’interesse e le transazioni commerciali. Per questo, nella società capitalistica, queste due cose non solo sono mescolate l’una con l’altra, ma diventano anche reciprocamente dipendenti in ogni genere di attività e di commercio. Lì l’interesse diventa indispensabile al commercio e il commercio alle transazioni a interesse. Nessuno dei due può prosperare senza l’altro. In realtà, se non vi fosse la possibilità di svolgere attività a interesse, l’intero sistema capitalistico crollerebbe in rovina.

Il sistema economico comunista

Il sistema economico completamente opposto a quello capitalistico è il sistema comunista. Il punto essenziale di questa ideologia è che tutti i mezzi e fattori della ricchezza sono di proprietà collettiva dei membri della società; l’individuo non ha il diritto di appropriarsene personalmente, di interferirvi a proprio piacimento né di ricavarne personalmente un profitto. Gli individui lavoreranno per gli interessi collettivi della società e riceveranno soltanto la loro remunerazione. La società provvederà ai mezzi necessari al loro sostentamento, mentre gli individui lavoreranno in cambio secondo le direttive della società.

Questa ideologia istituisce un’organizzazione economica completamente indipendente dal sistema economico capitalista. In tale organizzazione non vi è il minimo spazio per la proprietà privata; di conseguenza, nessuno può accumulare denaro e impiegarlo privatamente nella produzione. Poiché qui si è prodotta una profonda differenza sul piano degli ideali e dei principi, è cambiato anche il modo di operare. Il sistema economico capitalista non può funzionare senza istituzioni e organizzazioni come quelle bancarie, le assicurazioni sulla vita, le società per azioni e simili. Nel sistema economico comunista, invece, tali istituzioni non solo non hanno spazio nell’ambito delle attività economiche, ma non sono neppure necessarie. Esiste una profonda relazione tra la natura del sistema economico capitalista e le attività e le transazioni basate sull’interesse. Con il sistema economico comunista, invece, sussiste un’ostilità altrettanto profonda. Il sistema economico comunista elimina proprio la causa per cui una persona nella società riceve interesse e un’altra lo paga. Esso non può in alcun caso e in nessun modo riconoscere l’interesse come legittimo. In realtà, è impossibile che una persona che crede nell’economia comunista compia contemporaneamente transazioni a interesse e sia comunista.

È necessario ricordare che qui il comunismo è stato analizzato dal punto di vista dell’idealismo puro. In pratica, invece, il sistema comunista ha compiuto in Russia una grande inversione di rotta e, fallendo nel tentativo di realizzare concretamente la propria ideologia estremista, è tornato verso il sistema capitalista. Oggi lì non vi è alcun ostacolo al fatto che le persone che ricevono stipendi superiori al necessario possano accumulare il denaro eccedente, depositarlo in banca e riscuoterne gli interessi.

In realtà, il capitalismo e il sistema comunista sono due ideali estremi e reciprocamente opposti. Il capitalismo concede agli individui della società i loro diritti naturali; tuttavia, non esiste alcun principio o ideale che li ispiri a servire l’interesse collettivo della società o li obblighi a farlo secondo necessità. Al contrario, esso genera generalmente negli individui una sorta di atteggiamento egoistico. Di conseguenza, ogni individuo viene di fatto spinto a lottare contro la società e la collettività per il proprio interesse personale. Come risultato di questa lotta fondata sull’interesse individuale, l’equilibrio nella distribuzione della ricchezza viene distrutto. Da un lato, allora, una ristretta minoranza si appropria di tutte le ricchezze e di tutti i mezzi della società e della nazione, diventando milionaria e miliardaria, e investendo questo denaro comincia a saccheggiare quantità sempre maggiori di ricchezza, in modo esteso e divoratore. Dall’altro lato, la condizione economica di milioni e milioni di abitanti del Paese comincia progressivamente a peggiorare e la loro quota nella distribuzione della ricchezza, riducendosi sempre più, arriva infine a zero. È certamente vero che, nella fase iniziale, l’enorme ricchezza del capitalismo, attraverso una gloriosa manifestazione, crea nella società e nella civiltà uno splendore abbagliante; tuttavia, come conseguenza finale dell’iniqua distribuzione della ricchezza, la circolazione del sangue nel corpo del mondo economico si arresta completamente, quasi tutte le parti del corpo, per mancanza di sangue, cominciano a seccarsi e a perire, mentre gli organi principali vengono rovinati dalla pressione anormale del sangue.

Il comunismo vuole correggere questo difetto, ma per un obiettivo corretto adotta un metodo d’azione estremamente errato. Vuole realizzare un’equa distribuzione della ricchezza, e questo è senza dubbio un obiettivo molto nobile. Tuttavia, il metodo che adotta a tale scopo equivale in realtà a dichiarare guerra alla natura umana. Privare i comuni individui della società della proprietà privata e trasformare tutti gli uomini in semplici schiavi della società e della collettività non è soltanto dannoso per il sistema economico, ma è ancora più nefasto, in senso ampio, per l’intera civiltà umana. Infatti, ciò porta inevitabilmente a soffocare il battito vitale delle attività economiche e delle istituzioni civili, annientandone la vera motivazione all’azione. In realtà, nell’ambito della civiltà e dell’economia, l’interesse personale spinge l’uomo a impegnare tutte le proprie forze negli sforzi, nelle imprese e nella lotta. Nella prima fase, sul piano del pensiero e dell’idealismo, il comunismo negava questo fatto. Il suo filosofo estremista arrivò ad affermare che non esiste alcuna inclinazione innata dell’uomo, che tutto è prodotto dall’ambiente e che, attraverso l’educazione e l’organizzazione, possiamo creare un atteggiamento di socialità e collettività privo di tendenza all’interesse personale. Ma l’esperienza concreta ha dissipato questo errore dei comunisti. Oggi in Russia, per risvegliare nei comunisti la motivazione al lavoro, si ricorre al metodo di incoraggiare il senso dell’interesse personale. In realtà, si tratta dell’egoismo innato dell’uomo: nessun ragionamento e nessuna scienza possono rimuoverlo dai fili della sua mente e del suo cervello. Lasciando da parte gli individui eccezionali, l’uomo comune può impiegare tutte le forze della propria mente, del proprio cervello, delle mani, dei piedi e delle braccia soltanto in un’attività verso la quale nutra interesse e nella quale intraveda una possibilità dal punto di vista del proprio interesse. Se questa possibilità d’interesse non esiste affatto e gli viene detto che il suo sforzo personale non potrà ottenere neppure il minimo oltre il limite fissato per il suo profitto e il suo interesse, allora la sua capacità di pensiero e d’azione diventerà completamente ottusa. Dopodiché, a parte restare un operaio o un lavoratore comune e vivere ricevendo una determinata quantità di salario, non gli sarà possibile fare altro. In realtà, questa è la condizione interna della società comunista. Il suo aspetto esterno e concreto è ancora più terribile. Il comunismo elimina tutti i capitalisti e crea un unico capitalista onnivoro e supremo: il governo comunista. Tra i capitalisti dei governi non comunisti si osservano sottili sentimenti umani e delicate qualità proprie dell’uomo; nel governo comunista capitalista non se ne può trovare neppure un centesimo. In sostanza, esso fa lavorare le persone come fossero macchine inanimate e, come una macchina, distribuisce loro i mezzi di sussistenza con pieno dispotismo. Presso di esso non c’è posto per la compassione né alcuna manifestazione di misericordia o benevolenza. Non fa lavorare questo «uomo-macchina» trattandolo come un uomo o considerandolo tale; al contrario, lo utilizza considerandolo una semplice parte di una macchina. Per questo, tutta la libertà di pensiero, di opinione e d’azione della popolazione viene confiscata. Senza una tirannia così spietata, lo Stato comunista non può né essere instaurato né, una volta instaurato, durare anche solo per un istante. Infatti, la natura umana è continuamente pronta a ribellarsi contro un dominio altrettanto totale e divoratore. Perciò, se non vengono rinchiusi nella gabbia di ferro di una tirannia eterna, gli Stati comunisti sono destinati a sgretolarsi in un istante. Ed è proprio per questo che il governo sovietico della Russia è più crudele, tirannico e spietato di tutti i governi del mondo. La popolazione è stata rinchiusa in una gabbia di ferro in modo tale che è difficile trovare un esempio simile in qualsiasi governo monarchico o democratico del mondo. Questa barbarie e tirannia non dipendono soltanto dal fatto che, sfortunatamente, sia nato un dittatore come Stalin. In realtà, il governo comunista genera per sua natura governanti tirannici, spietati e dittatoriali; non potrà mai liberarsi da questa caratteristica.

L’ideale islamico

L’Islam propone un sistema equilibrato e giusto, intermedio tra i due sistemi economici di tipo opposto e reciprocamente antagonisti sopra menzionati. Il suo principio fondamentale è che a ogni individuo debbano essere riconosciuti pienamente i suoi diritti personali e naturali. Al tempo stesso, deve essere adeguatamente preservato l’equilibrio nella distribuzione della ricchezza. Da un lato, l’Islam concede all’individuo il diritto alla proprietà privata e il diritto di disporre dei propri beni; dall’altro, impone dall’interno, sull’esercizio di tali diritti, determinate limitazioni morali e, dall’esterno, istituisce il dominio della legge. Di conseguenza, in nessun luogo la ricchezza, i beni e i mezzi di produzione possono concentrarsi e rimanere immobilizzati. Essi continuano a circolare e, grazie a ciò, ogni membro della società ha l’opportunità di riceverne la parte necessaria. Per questo l’Islam ha edificato l’intero sistema economico secondo una forma completamente nuova e con metodi inediti. Per spirito interiore, consuetudini e modalità operative, esso è del tutto distinto sia dal capitalismo sia dal comunismo.

In breve, l’ideologia economica dell’Islam può essere descritta così: secondo la prospettiva islamica, nella vita economica l’interesse personale di ogni individuo e l’interesse complessivo di tutta l’umanità sono profondamente intrecciati. È dunque assolutamente auspicabile che tra essi vi siano piena armonia e cooperazione, anziché conflitto, rivalità e ostacoli reciproci. Se un individuo, agendo contro l’interesse della società, si appropria della ricchezza nazionale e, nel conservarla o spenderla, assume come criterio il proprio interesse personale, ciò non danneggerà soltanto la società e la collettività, ma alla fine finirà per ripercuotersi anche su di lui. Analogamente, se la società, appellandosi alla tutela dell’interesse generale, trascura gli interessi personali dei suoi membri, non saranno danneggiati soltanto gli individui: l’intera società sarà costretta a subire un grave danno. Pertanto, il bene della collettività si realizza attraverso il bene dell’individuo; e, parimenti, affinché prosperi la collettività, è indispensabile che la condizione particolare dei suoi membri sia agiata. Il benessere dell’individuo e quello della collettività dipendono entrambi dal pieno mantenimento dell’equilibrio, tra i membri della società, fra egoismo e altruismo, ossia fra simpatia e benevolenza. Ogni individuo lavorerà per il proprio interesse personale, ma lo farà in modo da non arrecare il minimo danno agli altri. Ognuno potrà guadagnare quanto gli è possibile senza impedimenti; tuttavia, dovrà riconoscere anche agli altri un diritto sulla ricchezza da lui acquisita. Ogni individuo trarrà profitto dagli altri e, al tempo stesso, procurerà profitto agli altri. Per rendere effettiva tale distribuzione dei profitti e tale circolazione della ricchezza, non è sufficiente un insieme di alcune qualità morali negli individui; è invece necessario che le leggi della società siano tali da organizzare, regolare e mantenere in equilibrio entrate e spese in piena armonia. Nessuno dovrebbe avere il diritto di guadagnare denaro mediante mezzi e metodi dannosi, e la ricchezza acquisita con mezzi leciti non dovrebbe concentrarsi in un unico luogo. Al contrario, è assolutamente auspicabile che venga istituito un efficace sistema di circolazione anche per la sua spesa e distribuzione.

Il sistema economico fondato su questa ideologia non può avere come obiettivo che pochi individui diventino proprietari di miliardi, mentre il resto della popolazione rimanga affamato, semiaffamato e indigente, completamente privo di tutto; ma non può neppure avere come obiettivo quello di impedire a chiunque di diventare milionario e di rendere forzatamente «uguali» fin nei minimi dettagli le naturali differenze tra gli esseri umani. Il suo vero ruolo consiste piuttosto nell’adottare una posizione pienamente mediana tra questi due principi estremi. Da un lato, questo sistema economico si assume il compito di soddisfare le necessità personali di ogni individuo della società; dall’altro, garantisce a ciascuno un’opportunità continua di adempiere alle proprie responsabilità verso la collettività. Se ogni individuo di questa società si adopera per guadagnare denaro entro i limiti della propria natura, senza danneggiare gli altri, e se, nel spendere la ricchezza acquisita, segue i principi della parsimonia e dell’aiuto reciproco, in tale società non potranno mai sorgere le disuguaglianze economiche e le differenze finanziarie vertiginose proprie della società capitalistica. Infatti, questo sistema economico, così come non impedisce a nessuno di diventare milionario, allo stesso modo non permette che, diventando milionario, qualcuno provochi la fame o la semifame di migliaia o milioni di persone. Al contrario, esso offre a ogni individuo della società l’opportunità di partecipare alle innumerevoli benedizioni di Allah; tuttavia, è del tutto contrario ai suoi principi imporre ostacoli artificiali al guadagno commisurato alle naturali capacità e alla capacità lavorativa di ciascuno.

Il contesto storico dell’attuale problema della civiltà

È universalmente noto che, nel passato recente, la leadership e l’autorità nel campo del pensiero e dell’idealismo mondiale, nonché in quello dell’organizzazione pratica, erano concentrate esclusivamente nelle mani degli occidentali. Proprio per questo, come naturale conseguenza dei problemi sorti nel mondo e nella vita occidentali e delle complicazioni da essi generate, sono emersi numerosi problemi e complicazioni analoghi nei nostri ambiti politico, civile ed economico. Allo stesso tempo, bisogna considerare come un risultato del tutto naturale il fatto che la maggior parte dei nostri uomini riflessivi e avveduti sia ansiosa di ricevere indicazioni dalle vie proposte dai pensatori e dagli esperti dirigenti dell’Occidente per risolvere tali problemi. Per questo è diventato assolutamente necessario gettare luce sul contesto storico degli attuali problemi sociali e civili. Esamineremo inoltre la storia dell’origine delle vie generalmente proposte o adottate per risolvere i problemi moderni. Alla luce di questa analisi storica, riteniamo che sarà molto facile comprendere il nostro argomento principale.

La società feudale fondata sui feudi

Quando, nel V secolo dell’era cristiana, il sistema dell’Impero romano in Occidente andò in frantumi, l’unità civile, politica ed economica dell’Europa si disgregò. Si spezzò il filo principale che teneva unite le diverse nazioni e i diversi regni. Scomparvero inoltre le condizioni che avevano reso possibile mantenere quei rapporti e quei legami. Sebbene il diritto romano, l’imperialismo romano onnicomprensivo e un’immagine del pensiero politico dei Romani fossero impressi nella mente degli occidentali, la distruzione dell’impero centrale fece sì che tutta l’Europa si dividesse in piccole parti. Ogni area geografica fu frammentata in innumerevoli porzioni; in alcuni luoghi persino persone della stessa stirpe e della stessa lingua non poterono rimanere unite. L’intero impero si disgregò e si frammentò a tal punto che l’amministrazione e il governo di ciascuna parte poterono essere esercitati, di fatto su base locale, soltanto da un capo o da un signore feudale. In questo sistema sociale si manifestarono gradualmente alcune caratteristiche, che nella fase successiva si consolidarono enormemente; esse vengono qui esposte una dopo l’altra:

Uno: la proprietà della terra era la base per ottenere il potere di governo. Ogni onore, preminenza e autorità rimaneva riservato esclusivamente ai proprietari terrieri, come un possesso permanente. Erano loro a ottenere l’autorità di mantenere la pace e l’ordine nei rispettivi territori. Solo con loro si stabilivano rapporti diretti il capo della società, il jagirdar o il sovrano. I contadini senza terra, gli artigiani e i commercianti di quelle regioni erano costretti a vivere come semplici sudditi sotto la loro protezione. Anche tra questi sudditi si crearono diverse classi: alcuni erano sudditi di rango elevato, altri appartenevano alle classi inferiori. In seguito, questa divisione in classi e le straordinarie differenze di onore, dignità e diritti misero radici saldamente nelle profondità della società di allora. In tal modo, la società feudale dei jagirdar assunse la forma di una scala. Ogni persona seduta su un gradino superiore diventava il signore di chi si trovava su ogni gradino inferiore, mentre quelli dei gradini inferiori diventavano servi di chi sedeva su quelli superiori. Al vertice si trovavano le famiglie feudali locali, mentre al livello più basso vi erano i poveri del paese, che non avevano mai avuto l’opportunità di affermare la propria influenza e autorità su qualcun altro.

Due: la Chiesa dei cristiani era stata istituita solo da poco. Le autorità ecclesiastiche parlavano agli uomini invocando il nome di Allah, sebbene presso di loro non esistessero affatto né alcuna legge divina né alcun principio di guida. Anche queste Chiese ormai consolidate finirono per sostenere pienamente il sistema feudale dei jagirdar in via di sviluppo e concessero un certificato religioso a tutte quelle istituzioni tradizionali — con i loro diritti, le loro distinzioni e discriminazioni e le loro norme e proibizioni — che, come elementi complementari di tale sistema, avevano messo salde radici nella società di allora. Ogni antica opinione acquistò la dignità di un credo della Chiesa, e qualsiasi pensiero contrario cominciò a essere definito kufr. Qualunque usanza fosse stata introdotta una volta veniva trasformata in sharia, e si cominciò a ritenere che opporvisi significasse opporsi ad Allah, al Messaggero e alla Sua religione. La forma assunta dalla letteratura, dalla filosofia, dalla società, dalla politica, dall’economia e da altri ambiti all’interno del sistema feudale dei jagirdar fu proclamata dalla Chiesa come una forma donata da Dio; per questo, persino il minimo tentativo di cambiarla divenne non soltanto un crimine, ma un atto chiaramente haram.

Tre: non esisteva allora il governo di un potere centrale capace di costruire le grandi strade, mantenerle in buone condizioni e garantirvi pace e sicurezza. Perciò cessarono tutte le attività di questo genere: viaggiare per lunghe distanze, svolgere commerci su vasta e ampia scala, produrre e distribuire in grandi quantità i beni di prima necessità e così via; anche il commercio, l’industria e l’orientamento degli uomini si restrinsero entro i piccoli confini geografici delle aree sottoposte al governo dei jagirdar.

Quattro: ogni settore dell’industria e del commercio si trasformò in un’enclave di un gruppo di commercianti e professionisti. Nessun membro di questi gruppi poteva abbandonare la propria professione precedente, né gli estranei avevano la possibilità di entrarvi. Ogni gruppo si sforzava con tutte le proprie forze di mantenere le proprie attività confinate entro il proprio ambito ristretto e limitato. Le merci venivano prodotte esclusivamente per soddisfare immediatamente le necessità locali. Tuttavia, venivano vendute anche nelle zone circostanti e scambiate con altri beni. Per tutte queste ragioni, si era chiusa la strada al progresso, all’espansione, alle scoperte e alle innovazioni, ai miglioramenti tecnici e all’accumulazione di capitale.

La fondazione del grande Impero romano non riuscì affatto a eliminare i difetti e le carenze emersi in seguito alla caduta dell’Impero romano. Il Papa e il Kaiser avevano certamente dato all’Europa un vincolo di unità sul piano spirituale, morale e in certa misura politico; tuttavia, non solo la condizione deplorevole in cui erano venute a trovarsi la società, la civiltà e l’economia del sistema feudale dei jagirdar non cambiò, ma essa fu anzi fondata su basi talmente solide che diventò persino inconcepibile immaginare un qualunque altro modo di organizzare la vita.

Il Rinascimento europeo

Il modo e le ragioni per cui questa inerzia totalizzante venne spezzata e il movimento del Rinascimento europeo emerse con tutta la sua forza non rientrano nell’ambito del nostro argomento. In breve, si può dire che, da un lato, la dominazione musulmana sulla Spagna e sull’Andalusia e, dall’altro, le Crociate misero gli occidentali a confronto con le nazioni allora all’avanguardia nella civiltà e nella cultura del mondo. Sebbene il velo calato sugli occhi degli occidentali sotto l’influenza della Chiesa cristiana impedisse loro di sentirsi direttamente attratti dall’Islam, grazie ai contatti con i musulmani riuscirono comunque ad acquisire un immenso patrimonio di idee, scienze e conoscenze e metodi di lavoro più avanzati; alla fine, ciò inaugurò un nuovo capitolo.

Il periodo dal quarto al sedicesimo secolo è noto nella storia europea come un’epoca di transizione, durante la quale l’Europa avanzò dal Medioevo verso l’età moderna. In quel periodo, ogni aspetto della vita degli occidentali divenne dinamico sotto l’influenza del mondo esterno.

Le conoscenze degli occidentali continuarono ad accrescersi nei campi delle scienze agricole e mediche, della matematica, dell’ingegneria e in altri settori. L’invenzione della stampa accelerò enormemente la diffusione del pensiero e l’espansione del sapere. Insieme allo straordinario risveglio nel campo delle scienze e della conoscenza, in ogni ambito della vita sociale cominciarono necessariamente a svilupparsi ininterrottamente attività di critica e di riforma. Il continuo flusso di nuove conoscenze e informazioni, e in generale l’industria, l’agricoltura e il commercio, ridiedero nuova vita all’intera civiltà. Inoltre, la scoperta di nuove aree geografiche ampliò la vastità del pensiero e degli orizzonti. Parallelamente, nei paesi lontani cominciarono a sorgere per gli occidentali nuovi mercati, dove essi potevano vendere i propri prodotti e le materie prime, nonché acquistare i prodotti industriali e le materie prime di altri paesi. Grazie a questa straordinaria e immensa opportunità, attività commerciali rimaste immobili per secoli ricominciarono a prosperare. Nonostante innumerevoli ostacoli e difficoltà, i mercanti internazionali iniziarono a circolare in tutta Europa e al di fuori di essa. Lungo le grandi strade e nei luoghi centrali cominciarono a sorgere nuovi mercati, città e centri urbani. I centri della ricchezza, del potere, dell’ingegno, della civiltà e della cultura cominciarono gradualmente a trasferirsi dai sobborghi soggetti ai jagirdar e ai piccoli principati feudali alle grandi città, poiché queste stavano diventando il fulcro del commercio, dell’industria, delle nuove scienze e conoscenze e della letteratura.

I pionieri di questo nuovo risveglio furono gli appartenenti alla classe «borghese». Tra loro, i mercanti e i grandi commercianti, gli artigiani e gli operatori del commercio marittimo erano i principali. Furono soltanto loro a beneficiare di tutte le opportunità di questo nuovo sviluppo. Erano loro a essere affermati nelle città. Avevano contatti e scambi con il mondo esterno; almeno, erano stati i primi a ricevere l’impatto delle influenze esterne, e proprio tra loro si era risvegliata l’impetuosa aspirazione a trasformare e migliorare l’ordinamento sociale. Tuttavia, gli ostacoli e le barriere creati dalla collusione tra la Chiesa e i feudatari nei campi del pensiero, della morale, della religione, della società, della politica e dell’economia impedivano loro da ogni parte di avanzare e progredire. Ogni volta che osavano oltrepassare i limiti stabiliti da secoli in qualunque ambito della vita, i sacerdoti e i signori feudali si univano per sbarrargli la strada. Per questo ebbe inizio una lotta totale contro queste forze, e questo scontro su tutti i fronti prese avvio in ogni campo della vita. Nel campo della conoscenza e della letteratura fu sfidata l’autocrazia «mentale» instaurata dalla Chiesa, e si attribuì maggiore importanza alla libertà di pensiero e alla necessità della ricerca. In economia, nell’organizzazione sociale e in politica si sviluppò una resistenza contro l’influenza e il potere dei feudatari, e si levò una voce vigorosa contro le divisioni e le discriminazioni instaurate nella società feudale dei jagirdar. Di conseguenza, il vecchio ordinamento sociale cominciò a retrocedere e le nuove forze emergenti ad avanzare. Prima ancora dell’arrivo del XVI secolo, i piccoli jagir dei vari paesi europei cominciarono a frantumarsi e a trasformarsi in grandi Stati nazionali. Il prestigio e l’influenza spirituale della Chiesa in Europa si sgretolarono, e i governanti irreligiosi dei nuovi Stati nazionali cominciarono a confiscare i beni di proprietà della Chiesa. Abbandonando un sistema religioso universale, i diversi popoli si dedicarono alla costruzione delle proprie Chiese nazionali. Così, con la rottura dei vincoli della dominazione congiunta della Chiesa e dei feudatari, la classe borghese si liberò completamente dagli ostacoli sociali e tradizionali creati dal vecchio ordinamento sociale.

Il liberalismo del Medioevo

L’insieme delle dottrine sulla cui base si combatté contro la Chiesa e il sistema feudale prese il nome collettivo di «liberalismo», ossia liberalità illimitata. I pionieri della nuova epoca predicavano, in ogni ambito della vita e in ogni campo del pensiero e dell’azione, l’espansione, la generosità senza riserve, la libertà d’uso e la liberalità senza restrizioni. In tutti i campi, tra cui la religione, la filosofia, la conoscenza e la scienza, la società, la civiltà, la politica e l’economia, fu adottata una politica liberale. Essi si impegnarono a rimuovere dal cammino dei fautori del progresso ogni sorta di vincolo, ostacolo, ristrettezza e rigore.

In questa lotta e in questo conflitto, da un lato la ristrettezza mentale delle autorità ecclesiastiche e dei feudatari aveva raggiunto il suo culmine, mentre dall’altro la liberalità illimitata e spregiudicata dei borghesi era giunta a un estremo opposto. Da entrambe le parti l’egoismo estremo aveva assunto proporzioni molto intense. Nessuna delle due aveva il minimo rapporto con l’onestà, la giustizia, una conoscenza corretta delle scienze o un pensiero sano e imparziale. Mentre una parte, nel tentativo di conservare diritti ottenuti attraverso credenze infondate, discriminazioni e differenze ingiustificate, nonché attraverso una coercizione e un’oppressione disumane, usava il nome di Allah, della din e della moralità, l’altra, spinta dalla pura ostinazione, cominciò, in nome del libero pensiero e della liberalità, a indebolire le fondamenta delle verità eternamente riconosciute della religione e della moralità. Fu proprio allora che venne reciso il rapporto, da sempre riconosciuto, tra politica e moralità. Machiavelli iniziò a sostenere apertamente questa dottrina, affermando che, nel perseguire interessi politici e nell’ottenere vantaggi e opportunità, non poteva esservi alcuna necessità di osservare norme morali. Fu in quest’epoca che, in opposizione alla Chiesa e al feudalesimo, venne concepita la forma dello Stato nazionale, e proprio da allora cominciarono ad accumularsi i vapori velenosi del vulcano distruttivo di conflitti e inimicizie internazionali che si è formato nel mondo contemporaneo. Da quel momento si cominciò per la prima volta a considerare lecito l’interesse. Eppure, da tempo immemorabile, tra i credenti di tutto il mondo, le persone dotate di coscienza morale e i giuristi esisteva pieno consenso sul fatto che l’interesse fosse haram. Non soltanto la Torah e il Nobile Corano lo avevano dichiarato haram: anche Aristotele e Platone lo consideravano haram. Esso era vietato anche secondo il diritto greco e romano. Ma quando, nell’epoca del Rinascimento, la classe borghese levò la bandiera della ribellione contro la Chiesa cristiana, si cominciò a definire l’interesse un «peccato inevitabile». Persino i riformisti cristiani, influenzati dalla potente propaganda, iniziarono a considerarlo lecito in quanto debolezza umana. In seguito, gradualmente, tutti i discorsi morali dei pensatori più illustri finirono per concentrarsi su quale dovesse essere il tasso d’interesse. Essi attribuirono tutta la loro importanza al dibattito secondo cui il tasso d’interesse avrebbe dovuto essere «ragionevole». Alla fine si radicò nelle loro menti l’idea che nel commercio e negli affari non potesse esservi alcuna questione di religione o di moralità. Dal punto di vista economico, l’interesse era una cosa del tutto naturale e ragionevole. Come non si può muovere alcuna obiezione contro il dare e prendere in affitto una casa, allo stesso modo non si poteva presentare alcun argomento decisivo contro l’interesse.

La cosa particolarmente interessante è che, durante il Rinascimento, la classe borghese, proclamando la propria liberalità libera e senza riserve, aveva estromesso dal campo sacerdoti, feudatari e proprietari terrieri; poi essa stessa venne a occupare proprio quel vuoto. L’ebbrezza della sua estrema liberalità le aveva fatto dimenticare che al di sotto di essa esisteva una vasta classe popolare e che proprio questa era stata maggiormente schiacciata dal macigno del sistema feudale. Pertanto, anch’essa aveva il diritto di beneficiare di una parte dei grandi vantaggi dell’attuale sistema sociale liberale. Quando in Inghilterra ebbe inizio il governo parlamentare e il vero potere del Parlamento passò dalle mani dei lord a quelle del popolo (i Comuni), tutti questi poteri e prerogative furono accaparrati dalla borghesia liberale. Gli argomenti con cui aveva conquistato per sé il diritto di voto furono completamente dimenticati quando si rifiutò di concedere il diritto di voto alle classi inferiori del popolo.

La rivoluzione industriale

La rivoluzione iniziata durante il Rinascimento si accrebbe di cento volte nel XVIII secolo grazie all’invenzione delle macchine. Nuove teorie scientifiche, dati e scoperte furono applicati allo sviluppo dell’industria, dell’agricoltura e dei sistemi di comunicazione. Da allora, la produzione delle merci, l’approvvigionamento delle materie prime e la vendita dei prodotti realizzati in ogni angolo del mondo cominciarono a funzionare in modo straordinariamente efficace.

Tutte le opportunità di agio, forza, capacità e dominio che questa grande rivoluzione aveva aperto furono sfruttate esclusivamente dalla classe borghese emersa durante il Rinascimento. Infatti, l’industria e il commercio erano nelle sue mani. Anche sulla scienza, sul sapere e sulla letteratura esercitava un dominio esclusivo. Combinando capitale, abilità operativa e capacità organizzativa, essa creò un nuovo sistema dell’industria e del commercio, chiamato «capitalismo moderno». Sotto questo sistema, nelle città e nei centri urbani furono istituiti grandi stabilimenti industriali e imprese commerciali. Il corporativismo dei professionisti fu frantumato. L’ambito delle piccole fabbriche, delle attività private e dei negozianti con capitali ridotti si restrinse sempre più. I lavoratori delle campagne furono costretti ad affluire nelle città e a presentarsi alle porte dei proprietari delle grandi fabbriche come lavoratori e braccianti giornalieri. Ai piccoli commercianti e agli uomini d’affari non rimase altra scelta che lavorare per i grandi industriali e i grandi commercianti o accettarne l’agenzia. Di conseguenza, tutta la forza derivante dalle nuove scoperte scientifiche fu acquisita esclusivamente dalla borghesia e la sua sfera d’influenza cominciò ad ampliarsi ulteriormente.

Tuttavia, sulla via dell’espansione di questa sfera, gli Stati nazionali creati dal movimento rinascimentale si rivelarono il maggiore ostacolo. I sovrani autocratici di questi Stati pretendevano di possedere il «diritto divino». I capi dell’antico sistema feudale divennero adulatori di quei sovrani, mentre le Chiese nazionali offrirono loro sostegno religioso e spirituale. Il dominio di questa triplice alleanza cominciò a creare diversi ostacoli e impedimenti sul cammino della borghesia. Tali ostacoli non ne frenavano il progresso soltanto nei campi dell’industria e degli affari: anche nella civiltà e nella società sopravvivevano molti elementi dell’epoca feudale che costituivano per questa classe in ascesa una situazione intollerabile.

Il liberalismo moderno

In quest’epoca, il «liberalismo», vincitore delle guerre precedenti, rialzò la testa, equipaggiato di armi nuove. In politica cominciò a proclamare l’assenza di religione; nei campi della civiltà, della società e della letteratura, l’assoluta libertà individuale; e in economia, la politica libera e aperta (politica del laissez-faire). Dichiarò che né la Chiesa, né lo Stato, né la società avevano alcun diritto di creare ostacoli al tentativo dell’individuo di svilupparsi e alle attività favorevoli al suo profitto. Era assolutamente necessario che ogni individuo avesse la libera opportunità di utilizzare le proprie forze, capacità e competenze secondo le proprie inclinazioni e di progredire e migliorare quanto più possibile. E in effetti, se ogni individuo potesse ottenere una libertà illimitata, se potesse godere di un’assoluta libertà in ogni settore e ambito della vita e in ogni attività, ciò produrrebbe in sostanza un immenso bene per la società stessa. Era auspicabile che ogni individuo della società fosse libero, in ogni questione, dalle influenze e dagli impedimenti esterni, dalle regole e dai principi, dai vincoli delle consuetudini, dalle restrizioni religiose e morali, dalle leggi e dall’intervento della società.

In questo modo, i sostenitori e alfieri della nuova dottrina impiegarono tutte le loro forze per rendere effettivi ovunque gli slogan della liberalità, dell’assenza di vincoli, della legittimità di ogni cosa e dell’individualismo — termini che, nella loro terminologia, dovevano essere razionali e logici.

In ambito politico, essi credevano nell’ideale di ridurre al minimo il potere del governo e di rendere la libertà dell’individuo ampia e illimitata. Secondo loro, il governo doveva essere soltanto una forza imparziale: doveva impedire le reciproche ingerenze degli individui nella sfera altrui e salvaguardare la libertà personale. Inoltre, tutte le attività della vita civile ed economica dovevano svolgersi interamente sulla base dell’iniziativa libera e assoluta degli individui e della loro riflessione e ricerca. In questo ambito, il governo non poteva intervenire neppure minimamente, né in qualità di forza operativa né in quella di guida. In campo politico, essi sostenevano inoltre che il potere di governo e la sovranità non potevano essere proprietà di alcuna dinastia reale né appartenere al ceto dei proprietari terrieri; al contrario, dovevano rientrare nella competenza della gente comune del Paese. Poiché tutte le attività del governo venivano finanziate dalle imposte da essa versate, la sua formazione, dissoluzione e trasformazione dovevano avvenire esclusivamente secondo il suo giudizio, e anche in materia di legislazione e di ordine amministrativo doveva essere riconosciuta soltanto l’influenza della sua voce. Le suddette idee e convinzioni furono assunte come fondamento della nuova democrazia affermatasi nel mondo nell’ultima parte del XVIII secolo.

In ambito economico, essi cominciarono a propagandare con grande enfasi il principio secondo cui, se si lascia alle leggi e alle regole naturali dell’economia la possibilità di operare senza influenze, ostacoli e interventi esterni, gli sforzi individuali possono spontaneamente realizzare opere di grande portata a beneficio della società. La produzione aumenterà e anche la sua distribuzione potrà avvenire secondo modalità più efficienti. A tal fine, è necessario garantire alle persone piena libertà di sforzo e di attività, nonché impedire qualsiasi intervento artificiale del governo in questo processo naturale. Questo principio fondamentale dell’economia senza restrizioni (Free Enterprise) costituisce la formula basilare della moderna economia capitalistica. Nell’illimitata liberalità dell’epoca della Rivoluzione industriale, come nell’assoluta liberalità dell’epoca del Rinascimento, erano presenti in misura considerevole le correnti della verità e dell’onestà; non vi è dubbio che proprio questo abbia infine determinato l’inizio della vittoria. Tuttavia, a questa onestà erano intimamente congiunte due grandi debolezze della mentalità occidentale: l’egoismo e la mentalità estremista; ed esse erano attive fin dall’epoca del papismo e del feudalesimo.

Il colmo dell’egoismo consisteva nel fatto che, alla base delle rivendicazioni di diritti e giustizia avanzate dalla maggior parte di loro, vi era una spaventosa mancanza di sincerità e di disinteresse. Non presentavano principi corretti perché fossero seguaci della verità e della giustizia; l’unica ragione era piuttosto che ciò favoriva e serviva il perseguimento dei loro interessi. Ne era prova il fatto che non erano affatto disposti a riconoscere ai propri operai e alle masse indigenti i diritti che rivendicavano per sé.

La loro mentalità estremista emergeva chiaramente, parola dopo parola, nei discorsi dei loro eruditi e scrittori. Accettarono alcuni ideali veri e ne ampliarono irragionevolmente i limiti. Al contempo, respinsero completamente diversi altri principi veri. E nella loro vita pratica affermarono i principi veri da loro scelti nella posizione e con l’importanza che avevano deciso di attribuire loro. È tuttavia universalmente noto che, quando un principio vero oltrepassa i propri limiti, non può più rimanere un principio vero: diventa un principio del tutto falso e cominciano a manifestarsene gli effetti opposti. In effetti, in ogni aspetto dell’ordinamento di vita elaborato sotto l’influenza di queste idee di assenza di vincoli, individualismo e democrazia, è fortemente presente un tale squilibrio. Tuttavia, poiché questa trattazione è limitata esclusivamente all’aspetto economico, non si discuterà affatto degli altri aspetti. Vogliamo limitarci a esaminare questo aspetto per mostrare quanto squilibrato fosse il sistema economico da loro elaborato combinando l’ordine economico naturale con l’egoismo e la mentalità estremista, e quanto gravi siano state le sue conseguenze.

L’economia capitalistica moderna

Nel saggio precedente ho detto brevemente che il nome tecnico del sistema economico fondato sulla politica del saccheggio economico senza restrizioni e liberale è capitalismo moderno (Modern Capitalism).

I principi fondamentali dell’economia senza restrizioni

I principi fondamentali del capitalismo e dell’economia non regolamentata sono sette; li esporremo qui di seguito nell’ordine:

Uno: il diritto alla proprietà privata

Nell’economia capitalistica non regolamentata, la proprietà privata non viene riconosciuta soltanto sui comuni beni di uso quotidiano, quali abiti, utensili, mobili, abitazioni, mezzi di trasporto, animali domestici e simili; al contrario, viene affermato anche il diritto alla proprietà privata dei beni produttivi, quali macchinari, armi, terreni, materie prime e simili. Ogni sistema economico ha riconosciuto senza contestazioni il diritto alla proprietà privata sui beni del primo tipo; ma è proprio sulla questione se i mezzi di produzione e i veicoli possano o debbano essere proprietà privata che è sorta una grande divergenza di opinioni tra i diversi sistemi economici. Naturalmente, anche in questo campo l’economia capitalistica ha riconosciuto pienamente la proprietà privata. Non solo: essa costituisce il fondamento dell’economia capitalistica ed è una delle sue principali caratteristiche.

Due: la libertà del diritto al guadagno

Gli abitanti della società capitalistica, individualmente o organizzandosi in piccoli gruppi, godono della piena libertà di impiegare il proprio capitale e i propri mezzi e risorse nella produzione. Di conseguenza, sia i profitti sia le perdite devono essere sopportati interamente da loro; così come devono assumersi il rischio delle perdite, non incontrano alcun ostacolo nel costruire montagne di profitti. Godono inoltre della piena libertà di aumentare o ridurre la quantità della produzione. Anche la determinazione del prezzo dei beni prodotti dipende esclusivamente dalla loro volontà. Hanno piena libertà di assumere persone al lavoro in cambio di un salario o di uno stipendio determinato, di accettare nel proprio commercio qualsiasi condizione o responsabilità e di stabilire a tal fine norme e regolamenti. In breve, tutti i rapporti reciproci tra compratori e venditori, lavoratori salariati e proprietari, padroni e servitori devono svolgersi in piena libertà, ed è indispensabile avere la piena libertà di applicare qualsiasi accordo reciproco raggiunto, quali che siano le condizioni.

Tre: il profitto personale come fonte dell’incentivo al lavoro

L’economia capitalistica dipende interamente, per lo sviluppo della produzione dei beni necessari, dall’avidità dell’interesse personale e dalla brama di saccheggio. Questa avidità dell’interesse personale e brama di profitto sono naturalmente presenti in ogni essere umano, e sono proprio esse a motivare l’uomo al lavoro e a spingerlo a tuffarsi nel lavoro produttivo. Secondo i sostenitori del capitalismo, nulla è migliore di questo — anzi, nessun’altra cosa — per creare nell’uomo la motivazione e l’entusiasmo al lavoro. Se si riduce l’ammontare dei profitti, il desiderio di guadagno, il lavoro e il livello dell’impegno e della fatica delle persone diminuiranno considerevolmente. Ma se le porte del profitto rimangono libere e aperte e ogni individuo riceve la piena opportunità di guadagnare quanto più possibile secondo il proprio lavoro, impegno e capacità, allora ciascuno cercherà di svolgere il lavoro nella quantità massima e della migliore qualità. Di conseguenza, la quantità della produzione aumenterà spontaneamente e anche la sua qualità continuerà gradualmente a migliorare. Tutti i possibili mezzi e risorse cominceranno a essere utilizzati al massimo, e il campo dell’offerta dei beni necessari si amplierà. In questo modo, la brama di profitto personale renderà, a vantaggio dell’interesse generale, un servizio straordinario che non è in alcun modo possibile realizzare con altri mezzi.

Quattro: concorrenza e competizione

I sostenitori dell’economia capitalistica, nel difendere il capitalismo e lo sfruttamento senza restrizioni, affermano che la concorrenza e la competizione proprie di questo tipo di sistema economico sono il massimo sviluppo degli individui e l’unico strumento per mantenere l’armonia e l’equilibrio tra loro. Anche questo sistema è naturale e spontaneo. Quando in un mercato aperto vi sono numerosi produttori dello stesso bene, molti commercianti e molti compratori, sotto la pressione della concorrenza e della competizione si stabiliscono gradualmente armonia ed equilibrio nei prezzi delle merci. Per effetto di ciò, la ricerca del profitto non può oltrepassare stabilmente i limiti. Il tasso di profitto non può nemmeno diminuire completamente; naturalmente, le variazioni improvvise dei prezzi delle merci e i loro aumenti, diminuzioni e oscillazioni costituiscono una questione distinta. Analogamente, lavoratori e proprietari, ciascuno dalla propria posizione, continuano a determinare, attraverso la concorrenza e la competizione, un livello reciprocamente accettabile dei salari. Tuttavia, questa concorrenza e competizione devono svolgersi pubblicamente e in piena libertà, e non è consentito restringerle mediante alcun tipo di monopolio (diritto esclusivo).

Cinque: la differenza tra i diritti dei proprietari e quelli dei lavoratori

Nel sistema economico capitalistico, i dipendenti associati a ciascuna impresa commerciale sono divisi in due parti. Da una parte vi sono i proprietari dell’impresa. Sono loro, sotto la propria responsabilità, ad avviare e dirigere l’attività commerciale o industriale e, in definitiva, a rispondere dei suoi profitti e delle sue perdite. Dall’altra parte vi sono i lavoratori salariati e i dipendenti retribuiti. Essi non hanno alcun rapporto con i profitti e le perdite dell’impresa principale. Mettono a disposizione di questa attività soltanto il proprio tempo, il proprio lavoro e le proprie capacità e competenze professionali. Spesso l’attività subisce delle perdite. Tuttavia, i lavoratori salariati si accontentano semplicemente del proprio salario. Talvolta l’intera impresa va in rovina e la parte proprietaria rimane completamente spogliata di tutto. Ma nessuna di queste conseguenze si ripercuote sui lavoratori. Per loro, l’unica differenza è che, dopo la rovina del luogo in cui oggi lavorano per un salario, sono costretti soltanto a cercare un impiego altrove.

I sostenitori del capitalismo affermano che proprio questo quadro della situazione dimostra che, secondo giustizia, la quota di profitto dovrebbe spettare a colui sul quale grava il peso della perdita e che deve sopportare il rischio dell’impresa. I lavoratori salariati hanno soltanto diritto a ricevere un salario adeguato, e tale salario sarà quello considerato equo, secondo le tariffe di mercato, alla luce del tipo, della natura e della quantità del loro lavoro. Se l’impresa realizza un profitto, non vi è alcun motivo per aumentare l’ammontare del salario invocando tale profitto; d’altra parte, anche se l’impresa subisce una perdita, non si può sostenere che il salario debba essere ridotto per tale ragione. Il compito del lavoratore consiste semplicemente nel lavorare ricevendo un salario stabilito; è questo che gli conferisce il diritto a ricevere il salario. Qualsiasi diminuzione o aumento in questo ambito avverrà secondo la legge naturale della diminuzione o dell’aumento dei prezzi delle altre merci. Se diminuisce il numero delle persone che assumono lavoratori e aumenta quello di coloro che cercano lavoro, il salario diminuirà spontaneamente; e, se accade il contrario, l’ammontare del salario aumenterà. Analogamente, il lavoro di un lavoratore competente e avveduto otterrà naturalmente un salario più elevato. Per il proprio interesse e profitto, i proprietari dell’impresa continueranno a soddisfarlo concedendogli ricompense e promozioni. Nella misura del salario che riceverà, il lavoratore presterà altrettanto strenuamente la propria opera per lo sviluppo e il buon funzionamento dell’impresa. La parte proprietaria penserà naturalmente a ottenere il massimo profitto con il minor costo possibile; perciò cercherà di mantenere il salario il più basso possibile. Al contrario, le masse lavoratrici cercheranno naturalmente di soddisfare i propri bisogni con il massimo comfort e benessere possibile e di migliorare, almeno in qualche misura, il proprio tenore di vita. Per questa ragione è naturale che compiano sforzi sinceri per aumentare i salari. Da questa opposizione nascerà naturalmente un conflitto; ciononostante, come accade per molte altre attività del mondo, anche questa questione procederà attraverso numerose diminuzioni, aumenti, ascese e cadute, e i salari continueranno a essere determinati secondo una misura accettabile per entrambe le parti.

Sei: la dipendenza dal naturale funzionamento dell’evoluzione progressiva

I sostenitori del capitalismo affermano che, poiché nell’attività commerciale ogni profitto dipende dalla produzione maggiore ottenuta a costi inferiori, l’imprenditore, nel proprio interesse, deve sforzarsi di adottare nella misura possibile metodi più scientifici, mantenere macchine e attrezzature nelle migliori condizioni, procurarsi grandi quantità di materie prime a basso prezzo e perfezionare ulteriormente tutti i metodi e l’organizzazione della propria attività. In un sistema economico libero e senza restrizioni, l’organismo interno porta a termine da sé questo compito, senza alcuna influenza esterna né organizzazione artificiale. Attraverso gli sforzi individuali di un gran numero di persone e gruppi separati e dispersi, la legge naturale realizza opere volte al progresso e al benessere della collettività sociale che neppure con l’aiuto di un piano generale potrebbero essere compiute in modo così ordinato. In realtà, si tratta di una particolare pianificazione della natura, che opera in modo inconsapevole.

Sette: l’inattività dello Stato e del governo

Secondo i sostenitori del sistema economico capitalistico, se gli individui hanno l’opportunità di agire in piena libertà, senza alcun ostacolo o impedimento, la natura ha stabilito, conformemente ai principi sopra menzionati, un equilibrio tale da promuovere il benessere e il progresso della società: quando le persone continuano a lavorare insieme, alla fine il beneficio va a tutti, sebbene nella pratica ciascuno lavori per il proprio interesse personale. Come è stato detto sopra, quando gli individui, grazie ai propri sforzi, possono conseguire profitti immensi come ricompensa, impiegano tutte le proprie forze, capacità e competenze nella produzione di ricchezza in quantità enorme ed eccessiva. Di conseguenza, necessariamente continueranno a essere prodotti in grande quantità beni di qualità superiore per tutti. Quando sul mercato aperto cominciano la concorrenza e la rivalità tra commercianti, industriali e fornitori di materie prime, si stabilisce naturalmente un equilibrio nei prezzi delle merci, la qualità dei prodotti migliora spontaneamente e si viene a sapere da sé quale prodotto e in quale quantità siano necessari alla società. In tutte queste questioni, lo Stato e il governo non possono in alcun modo avere il diritto di intervenire inutilmente nel naturale processo di produzione della ricchezza e di distruggere questo equilibrio naturale. Al contrario, è loro compito creare le condizioni più favorevoli alla tutela della libertà d’azione individuale. È loro dovere mantenere la pace e la sicurezza in tutto il Paese. Spetta loro proteggere la proprietà privata dei cittadini. Devono applicare leggi e potere coercitivo per garantire il rispetto dei contratti e delle promesse reciproche. È responsabilità dello Stato proteggere il Paese, i suoi commerci, le sue attività economiche e le sue ricchezze dalle aggressioni esterne, dalle ostilità e da ogni pericolo. Il dovere dello Stato consiste nell’assolvere il compito di amministrare la giustizia, proteggere e regolamentare. Non può essere in alcun modo auspicabile che esso stesso diventi commerciante, industriale o proprietario terriero, oppure che ostacoli il lavoro di commercianti, industriali e latifondisti creando ripetutamente impedimenti.

Le cause del disastro

Fin dall’epoca della nascita del moderno sistema economico capitalistico, questi principi sono stati presentati al mondo. E, nonostante le esagerazioni che vi erano contenute, sono stati generalmente sostenuti in tutto il mondo, poiché, dal punto di vista della realtà, racchiudevano una notevole verità. In realtà, non vi era in essi nulla di nuovo. Da tempo immemorabile, le attività dell’economia umana sono state condotte proprio sulla base di questi principi. L’unica novità consisteva nell’eccessiva e rigorosa esasperazione con cui la classe borghese applicava alcuni di tali principi nell’economia dell’epoca della Rivoluzione industriale. Inoltre, l’economia borghese non si era sviluppata sulla base dei suddetti principi naturali, bensì vi erano stati associati numerosi principi errati. Avevano anche abbandonato alcuni principi errati ma indispensabili per il normale sistema economico. In realtà, questi erano importanti quanto i suddetti principi dell’economia libera e assoluta. Spinti da un puro egoismo, negarono molti dei principi da loro stessi enunciati. La combinazione di questi quattro elementi ha reso possibile la nascita di tutte le calamità scaturite dal sistema economico capitalistico, che hanno assunto una forma talmente terribile da suscitare le proteste dell’intero mondo contro di esso.

Qui viene presentato un breve esame e una valutazione dei difetti e delle carenze del sistema economico capitalistico:

Primo: le cosiddette leggi naturali, invocate ripetutamente a sostegno di un sistema economico libero e assoluto, non sono affatto vere, se confrontate con le loro dichiarazioni e con i loro metodi di applicazione. Lord Keynes ha giustamente affermato che nel mondo non esiste un governo sufficientemente solido di leggi morali e naturali tale da garantire spontaneamente l’armonia tra l’interesse individuale e quello sociale. Non è affatto corretto ricavare dai principi dell’economia l’idea che l’egoismo più sfrenato si adoperi sempre per il benessere sociale. Né è corretto affermare che l’egoismo sia sempre generoso. Infatti, spesso accade che una persona impegnata a perseguire il proprio interesse individuale sia talmente ignorante e debole che, lungi dal riuscire a realizzare stabilmente un qualsiasi interesse generale e nazionale, non riesca nemmeno a conseguire il proprio interesse.

In realtà, quelle affermazioni eccessivamente esasperate non erano infondate soltanto dal punto di vista della logica; i capitalisti borghesi hanno anche dimostrato con le loro stesse azioni che il loro egoismo non aveva nulla di generoso. Hanno formato un’alleanza contro i consumatori comuni, i lavoratori e il governo garante della pace e della sicurezza—contro tutti e tre simultaneamente—e hanno cospirato insieme per impadronirsi interamente dei veri benefici della Rivoluzione industriale. La loro collusione reciproca ha mandato in frantumi proprio il più grande argomento da essi avanzato a sostegno dell’economia libera e assoluta. È stato cioè dimostrato che è del tutto falsa l’affermazione secondo cui, attraverso il naturale processo di disgregazione e ricostruzione, l’equilibrio dei profitti si stabilirebbe spontaneamente tra tutti. Per questo Adam Smith, il più grande sostenitore del sistema economico libero e assoluto, fu infine costretto a dire: “È assai raro che persone dedite al commercio si riuniscano e che la loro riunione non si concluda con qualche cospirazione contro il pubblico o con qualche progetto volto ad aumentare i prezzi. Persino l’occasione di incontrarsi e sedersi insieme durante diverse feste e celebrazioni non viene da loro lasciata inutilizzata per questo atto criminoso.”

Analogamente, è estremamente esagerata e arbitraria anche la pretesa dei sostenitori del capitalismo secondo cui, grazie alla proprietà privata e alla possibilità di iniziativa e di lavoro indipendenti, il popolo acquisirebbe alcuni diritti che non dovrebbero in alcun modo essere sottoposti a controllo. Se una persona, nell’esercizio della propria proprietà, intraprende attività tali da danneggiare la vita e i mezzi di sostentamento di migliaia di persone, oppure se, per perseguire il proprio interesse individuale, adotta metodi di azione e di lavoro tali da compromettere la salute, il carattere e la sicurezza dell’intera società, quale razionalità può esserci nel concederle una libertà assoluta di agire in tal modo e nel non applicare la legge per impedirle di danneggiare l’interesse sociale in nome dei propri diritti individuali? Essi hanno inoltre esteso il principio della neutralità del governo ben oltre i suoi limiti ragionevoli, cosicché non poteva non produrre conseguenze negative. Se persone potenti cominciano a sfruttare un numero enorme di individui attraverso un’alleanza, mentre il governo rimane un silenzioso spettatore a guardare lo spettacolo o comincia a tutelare proprio gli interessi dei potenti, è del tutto naturale che ne derivi inevitabilmente una reazione violenta. E quando si manifesta una simile reazione, non è affatto detto che segua sempre metodi appropriati e ordinati secondo la legge.

Secondo: non vi è dubbio che, soprattutto nell’epoca della Rivoluzione industriale, l’esasperazione e l’eccesso dei principi del sistema libero e assoluto fossero profondamente errati. A causa della Rivoluzione industriale si verificò un cambiamento fondamentale nei metodi di produzione. Là dove in precedenza si utilizzavano la forza umana e quella animale, nell’epoca della Rivoluzione industriale si cominciarono a usare le macchine. L’installazione di una «macchina» consentiva a dieci persone di svolgere il lavoro di mille. Un simile metodo di produzione, per sua natura, dà lavoro a pochi e pone migliaia di persone di fronte al problema della disoccupazione. In un simile sistema produttivo, la pretesa del diritto alla proprietà privata, all’iniziativa e alla libera competizione senza vincoli, nonché all’adozione da parte del governo di una politica neutrale, è ingiusta persino sul piano dei principi. Una persona o un gruppo apre improvvisamente una grande fabbrica grazie ai propri mezzi e risorse; ma non si preoccupa minimamente del genere di disastro che ciò provoca nella vita di migliaia di lavoratori, produttori individuali e piccoli produttori: come può essere considerato giusto? Naturalmente, ciò non significa che qui si neghi la legittimità dell’uso della forza meccanica nella produzione industriale. Il punto è che l’uso della forza meccanica non avrebbe dovuto essere cieco e completamente indiscriminato; e il governo avrebbe avuto il dovere, fin dal primo giorno, di pensare e predisporre l’occupazione per coloro che questa forza industriale stava rendendo disoccupati. Tuttavia, poiché non fu adottata alcuna misura del genere, non appena il metodo di produzione meccanizzato divenne operativo, nella società umana emerse il problema della disoccupazione come un problema enorme e permanente, con il quale la storia precedente non aveva avuto la minima familiarità. È universalmente noto che la disoccupazione non è il nome di una singola realtà, bensì il capostipite di innumerevoli problemi complessi della vita biologica, spirituale, morale e civile dell’uomo. Ma la questione è questa: quale diritto può avere una persona, o un esiguo numero di persone, di intraprendere, nell’ambito della propria proprietà, attività tali da creare nella vita sociale una complicazione così grave e pericolosa? E quale persona dotata di buon senso oserebbe definire simili iniziative una tutela dell’interesse generale e, sul piano individuale, un egoismo generoso e innocuo? Inoltre, è impossibile descrivere quanto sia gravemente stolto che il governo nazionale rimanga silenzioso e inerte, concedendo libertà illimitata e manifesta a un simile arbitrio individuale, senza riflettere minimamente sulla terribile catastrofe che le attività di pochi individui possono abbattere sulla vita dell’intera nazione.

Tre: In questo modo, quando la meccanizzazione e la produzione lasciarono senza lavoro milioni di persone, ed esse, uscite dai propri villaggi, campagne, quartieri e baraccopoli, cominciarono ad affollarsi presso i proprietari delle grandi fabbriche e i commercianti, cercando l’opportunità di ottenere un impiego e un salario, questi uomini ormai avviati alla morte furono costretti, per procurarsi il pane quotidiano, a lavorare giorno e notte fino a spezzarsi la schiena, ricevendo dai capitalisti il salario minimo da essi stabilito. Tuttavia, non tutti i disoccupati trovarono lavoro: una parte enorme rimase ancora permanentemente senza occupazione, mentre anche coloro che avevano trovato lavoro non avevano alcuna possibilità di negoziare con i capitalisti e concludere un contratto a condizioni migliori. Infatti, erano usciti essi stessi, in una condizione di totale impotenza, alla ricerca dei mezzi di sussistenza. Se non avessero accettato le condizioni volute dai capitalisti, non avrebbero avuto alcun modo di procurarsi il pane per quella sera. Ciononostante, se avessero cercato di negoziare, migliaia di altri lavoratori affamati erano pronti e ansiosi di privarli persino di questa opportunità. In tal modo fu pubblicamente dimostrata la vacuità dell’argomentazione avanzata dai sostenitori del capitalismo, secondo cui, nell’ambiente della libera concorrenza, un salario adeguato e giusto tra lavoratore e proprietario si determina spontaneamente attraverso la contrattazione. Infatti, la possibilità di concorrenza realmente esistente qui non è affatto libera né aperta. Un solo individuo ha già assunto in modo assoluto il controllo di tutti i mezzi e di tutte le risorse necessari al pane e al sostentamento di migliaia di persone. E quando migliaia di lavoratori, tormentati dalla fame, giunsero ansimando alla sua porta, egli offrì un impiego non a tutti, ma soltanto a un decimo, o al doppio di tale numero, dei candidati. In una situazione simile, tutto il potere di determinare i salari rimane nelle mani di una sola parte, e nessuno tra le migliaia di aspiranti al lavoro ha la capacità di persuadere il proprietario ad accettare condizioni conformi alla propria volontà. Per questo, con l’espansione del capitalismo moderno nell’epoca della rivoluzione industriale, oltre al problema della disoccupazione, le calamità della povertà e della miseria assunsero nella società proporzioni terribili. Coloro che si erano radunati presso i grandi centri industriali e commerciali per ottenere un salario e un impiego furono costretti a offrire un lavoro eccessivo e a dedicare un tempo eccessivo in cambio di una paga irrisoria. In realtà, cominciarono a lavorare proprio come bestie. Abitarono nelle case anguste e buie delle città, simili a gabbie per piccioni, e di conseguenza la loro salute cominciò a deteriorarsi. Al tempo stesso, il loro atteggiamento e la loro disposizione d’animo si abbassarono in modo indescrivibile. Ovunque si formò un ambiente sordido, incentrato sull’egoismo e caratterizzato da un’estrema ricerca dell’interesse personale. Persino tra padre e figlio non rimase alcuna traccia di rispetto, affetto o compassione. Per i genitori i figli, e per i mariti le mogli, divennero un peso insopportabile. In breve, il veleno di questo sistema economico errato, unilaterale, libero e assoluto ha gravemente tormentato e sconvolto ogni settore della vita.

Quattro: Per di più, la cosa curiosa è che questi sedicenti sostenitori di una liberalità illimitata e della democrazia, che avevano combattuto contro i proprietari terrieri e ottenuto il riconoscimento del proprio diritto di voto, e che erano diventati gli unici proprietari e arbitri del pane e del sostentamento di milioni e milioni di persone, non erano disposti a concedere a quelle stesse moltitudini neppure il minimo diritto di voto. Essi godono pienamente del diritto di costituire proprie associazioni tra i proprietari delle imprese dello stesso settore e di determinare i prezzi delle merci, gli stipendi degli impiegati e i salari degli operai; ma non sono affatto disposti a concedere agli impiegati e ai lavoratori il diritto di organizzarsi e di tentare collettivamente di stabilire i livelli dei salari e degli stipendi. Persino quando chiudevano le fabbriche a loro piacimento, mettendo nello stesso momento migliaia di impiegati e lavoratori di fronte alla disoccupazione e costringendoli così, affamati, ad accettare di lavorare per un salario più basso, pretendevano ripetutamente di avere pieno diritto di farlo; tuttavia non erano assolutamente disposti a concedere ai servi e agli operai il diritto di cercare, attraverso lo sciopero, di aumentare i propri salari. Se un lavoratore, mentre lavorava nelle loro imprese, diventava anziano, malato o incapace di lavorare, le autorità volevano godere del pieno diritto di licenziarlo immediatamente; ma non avevano alcuna risposta al lamento angoscioso del lavoratore licenziato: “Ho consumato la mia salute, la mia forza e la mia giovinezza per lo sviluppo dei vostri affari; ora, in questa condizione d’impotenza, dove andrò e come placherò i morsi della fame?”. La classe borghese, che considera il conseguimento dell’interesse personale l’unica fonte della motivazione al lavoro, in circostanze come quelle sopra descritte dimentica completamente anche questo argomento da essa ripetutamente sostenuto. Sebbene, riguardo a se stessa, non possa dimenticare neppure per un istante che, solo quando esistono illimitate opportunità di profitto, essa sarà animata da un irresistibile entusiasmo per il lavoro e che proprio così saranno possibili il progresso generale e il benessere, quando si tratta di servi e lavoratori dimentica del tutto che per loro la possibilità di ottenere un profitto non è soltanto limitata, ma assolutamente angusta; e coloro il cui presente è sconvolto e il cui futuro è oscuro, per quale motivo dovrebbero lavorare con tutte le loro forze?

Cinque: Inoltre, i capitalisti borghesi, abbandonando le modalità naturali e appropriate degli affari, adottarono, per perseguire l’interesse personale, metodi completamente contrari all’interesse della società; di conseguenza i prezzi delle merci aumentano artificialmente e, invece di accrescere la ricchezza, lo sviluppo e il progresso rallentano. A titolo d’esempio, si possono menzionare alcuni aspetti:

A questo proposito si adotta il metodo di acquistare, grazie alla forza del capitale, i beni di prima necessità e conservarli nei magazzini, così che, riducendosi l’offerta rispetto al fabbisogno e aumentando la domanda, i prezzi delle merci aumentano.

È in uso anche il metodo per cui innumerevoli persone, interponendosi tra gli autentici produttori e gli autentici acquirenti delle merci, continuano ad acquistare e vendere beni in modo invisibile, usando soltanto il denaro delle banche e il telefono; così i prezzi delle merci aumentano enormemente, sebbene questi intermediari non abbiano alcun rapporto con la produzione delle merci, con la loro importazione o esportazione, né con il renderle adatte all’uso. Di conseguenza, non possono avere alcun diritto legittimo di ricavarne un profitto. Al punto che i prodotti vengono bruciati appiccando loro il fuoco o gettati in mare, per timore che il loro prezzo diminuisca semplicemente perché la quantità prodotta è eccessiva.

Si investono ingenti quantità di capitale nella produzione di beni di lusso e si adottano metodi per renderne intensa la domanda mediante la pubblicità, la distribuzione gratuita, ogni sorta di discorsi privi di senso e l’incitamento al desiderio; tali beni vengono poi imposti con la forza sulle spalle dei poveri e degli appartenenti alla classe media, impotenti e incapaci persino di adempiere pienamente ai propri doveri nella vita, come se fossero necessità quotidiane.

Si è anche visto che, invece di impiegare capitale e lavoro nella produzione e nella distribuzione dei beni necessari e assolutamente indispensabili alla popolazione, essi vengono spesi, secondo un principio liberale e senza restrizioni, nell’acquisizione di beni del tutto superflui. Soltanto perché nel secondo tipo di attività esiste una maggiore possibilità di ricavare profitti rispetto al primo.

Nella società capitalistica, una persona o un gruppo, facendo leva soltanto sul capitale, rende attraenti e appariscenti merci estremamente dannose per la salute, il carattere e la civiltà e la cultura. Si incita apertamente la bramosia delle classi inferiori del popolo, inducendole ad acquistare tali prodotti, e alla fine le si costringe a iscrivere il proprio nome nel registro dei falliti. Al punto che, alla fine, esse non sono più nemmeno in grado di procurare cibo a sufficienza per sé e per i propri familiari.
Il metodo più grave e distruttivo consiste nel privare varie nazioni deboli dei loro diritti naturali per conseguire i propri interessi commerciali e finanziari. Dividendo il mondo in diverse regioni, i grandi ricchi mercanti, usurai, industriali e commercianti di ciascuna nazione hanno reso i rispettivi popoli innaturalmente e illimitatamente egoisti, spingendoli gli uni contro gli altri in un conflitto e una lotta perpetui. Di conseguenza, questa situazione non può essere controllata né attraverso la guerra né mediante trattati di pace.

Alla luce della discussione precedente, si può porre la domanda: si può forse sperare che, se agli individui si concede la libertà di agire in modo indipendente e senza restrizioni per il proprio interesse personale, l’interesse generale venga automaticamente perseguito? Con ciò essi hanno piuttosto dimostrato davanti al mondo intero che il principio dello sfruttamento economico assoluto e senza freni non può mai essere liberale e disinteressato. In particolare, se anche il potere economico e quello politico sono concentrati in un unico centro, e se gli stessi individui sono anche legislatori, la maggior parte degli sforzi individuali non sarà diretta al bene sociale; al contrario, gli interessi della nazione e della collettività saranno costretti a immolarsi sul rogo dell’interesse personale.

Sei: Oltre a queste attività rovinose, i capitalisti hanno adottato un altro principio estremamente dannoso. Hanno concesso agli individui della società il diritto illimitato di accumulare capitale e investirlo a interesse. Come pratica peccaminosa e abominevole, l’usura è rimasta in vigore da sempre in quasi tutte le società del mondo. Anche le leggi del mondo, talvolta, l’hanno tollerata con ripugnanza.

Tuttavia, dopo l’antica giahiliyya araba, furono proprio i pensatori borghesi della moderna giahiliyya occidentale a elevare questa pratica al rango dell’unico metodo razionale di fare affari e dell’unica base sana dell’intero sistema economico, creando nel paese condizioni favorevoli all’emanazione di leggi tali da tutelare gli interessi di chi riscuoteva gli interessi, anziché quelli di chi prendeva in prestito. Si potrà discutere altrove in dettaglio di questo enorme errore e delle sue conseguenze; qui, per il momento, sarà sufficiente indicare brevemente che il risultato del concedere e contrarre prestiti a interesse e dell’adottarlo come base finanziaria è stato il seguente: a causa della rivoluzione industriale senza freni, i flussi di potere, ricchezza, influenza, prestigio, tutti gli interessi e i profitti hanno cominciato a scorrere con un’intensità ancora maggiore rispetto al passato e, di conseguenza, lo squilibrio nella vita sociale è giunto al suo stadio estremo.

In seguito, coloro che erano riusciti in qualche modo ad accumulare una certa ricchezza divennero gli unici privilegiati della società. Rispetto alla persona capace di investire capitale in attività fondate sull’interesse e di starsene tranquillamente a casa, i commercianti più intelligenti e laboriosi, coloro che elaboravano piani e fondavano organizzazioni, e quanti lavoravano con tutte le proprie forze per gestire gli affari in ogni circostanza e svolgere tutte le attività necessarie alla produzione e alla fornitura dei beni indispensabili, furono considerati del tutto inferiori e trascurabili. Infatti, il profitto di tutte queste attività è completamente incerto e indeterminato, mentre il profitto delle attività usurarie è determinato e assolutamente garantito. Nelle attività suddette esiste la possibilità di una perdita; nella prima, invece, un profitto determinato e puro è del tutto certo. Quelle persone sono costrette a preoccuparsi del buon o cattivo andamento degli affari, della loro crescita o del loro declino; l’usuraio, invece, si interessa esclusivamente dell’interesse. Quando osserva un miglioramento negli affari, continua a investirvi capitale senza esitazione. Ma quando alla fine scompare ogni possibilità di ottenere profitti e gli affari entrano in crisi, non tende una mano per aiutare; al contrario, comincia a ritirare il capitale precedentemente investito. Di conseguenza, in tutto il mondo commerciale si crea una grave depressione. In ogni circostanza, sono gli altri a dover sopportare perdite, difficoltà e pericoli; chi opera con l’interesse deve affrontare soltanto variazioni, aumenti o diminuzioni, del proprio profitto. Non soltanto commercianti, industriali e proprietari terrieri, ma persino i governi nazionali diventano suoi schiavi. Il governo realizza strade, ponti, canali e altre opere di sviluppo con il denaro da lui fornito, e per riscuotere il denaro gli vengono consegnate imposte prelevate da una singola persona non solo per alcuni anni, ma per diversi secoli, fino a raggiungere la sua casa. Persino se la nazione si trova ad affrontare una guerra, il tesoro nazionale non è affatto disposto ad assumersi la responsabilità di coloro che vi moriranno, delle cui case e abitazioni verrà fatta rovina, o che perderanno il padre, il figlio o il marito. Ma per restituire, nell’arco di cento o duecento anni, il denaro prestato per la guerra da quella ristretta minoranza della nazione, sono proprio i caduti in guerra a dover pagare il tributo. In tal modo, il sistema economico fondato sull’interesse commette, sotto ogni aspetto e in ogni direzione, la più grande ingiustizia nei confronti dei principali fattori produttivi della ricchezza sociale ((Main factors). Questo sistema economico ha affidato il controllo dell’intera economia nazionale nelle mani di pochi capitalisti. Costoro non mostrano alcun interesse per il minimo benessere o progresso della società e, analogamente, non compiono alcuna opera benefica per la società e la collettività. Tuttavia, poiché il capitale, cioè l’anima dell’intera attività economica, è in loro possesso e la legge nazionale ha concesso loro il pieno diritto di accumularlo e investirlo in cambio di interesse, essi non solo sono diventati i principali beneficiari della ricchezza prodotta dal lavoro complessivo della società, ma hanno anche acquisito il potere di rendere l’intera società schiava dei propri interessi e di giocare una partita pericolosa con il destino di diverse nazioni e paesi.

Sette: Nella nuova società sorta sulle basi sopra menzionate dell’economia capitalistica moderna, non vi è alcun posto per la compassione, la cooperazione, la misericordia, la benevolenza o qualità analoghe. In un simile sistema sociale non è riconosciuto alcun diritto a ricevere aiuto da un altro fratello, per non parlare poi delle altre persone. Da un lato, l’invenzione di ogni nuovo macchinario rende in un istante centinaia di migliaia di persone disoccupate. Dall’altro, né il governo, né la società, né i proprietari delle fabbriche hanno alcuna responsabilità verso questi disoccupati, privi di mezzi di sostentamento, incapaci e invalidi. E non è tutto: questo nuovo sistema ha creato una situazione e una tale morale tra il popolo che in nessuno è rimasto il senso del dovere di rialzare chi è caduto, prendendolo per mano. Tutti i rimedi che questa società ha proposto per gli incidenti, le malattie, la morte, la vecchiaia e ogni altra avversità sono stati predisposti per le persone che percepiscono un reddito e per coloro che guadagnano abbastanza da poter risparmiare oltre il necessario. Ma coloro che non riescono a guadagnare nulla, o che guadagnano appena quanto basta a sopravvivere, da dove potranno ricevere aiuto nel momento della loro grave difficoltà? L’unica risposta dei capitalisti moderni è che una persona così indifesa prenderà un prestito dal creditore a interesse annuo del tre per cento, dando in pegno i propri abiti, utensili domestici o i gioielli della moglie. E, se alla fine non riuscirà a rimborsare il prestito con gli interessi, contrarrà nuovamente un prestito a interesse proprio presso quel medesimo creditore per poterlo estinguere.

In effetti, se milioni di persone nella società sono prive di mezzi di sostentamento e se decine di milioni guadagnano così poco da non poter acquistare i beni di prima necessità, nonostante i negozi ne siano pieni, come può cominciare il progresso dell’industria e del commercio? Per questo assistiamo a una situazione davvero sorprendente: nel mondo esistono in abbondanza mezzi e risorse utilizzabili, decine di milioni di persone capaci di lavorare vagano senza occupazione e, nonostante la carenza di beni necessari, esistono anche decine di milioni di persone desiderose di acquistare beni di lusso; e tuttavia le fabbriche del mondo producono una quantità di merci inferiore persino a quella proporzionata alle loro capacità. Anche queste merci rimangono ammucchiate sul mercato, e vi rimangono soltanto perché coloro che ne hanno bisogno non dispongono di risorse finanziarie sufficienti per acquistarle. Non è possibile impiegare al lavoro decine e decine di milioni di persone, perché persino la modesta quantità di merci prodotta rimane invenduta e ammucchiata sul mercato. D’altra parte, anche il capitale e le risorse naturali non possono essere utilizzati in misura adeguata. Infatti, persino l’esigua parte che viene utilizzata difficilmente riesce a essere produttiva; tanto meno si può osare impiegare capitale e risorse naturali aggiuntivi. Una simile situazione dimostra spontaneamente che l’argomentazione con cui i pensatori borghesi sostengono il capitalismo — secondo cui, in un sistema economico libero e assoluto, la ricerca del profitto privato provvederebbe spontaneamente allo sviluppo dei mezzi e delle risorse e all’aumento della produzione — è del tutto priva di fondamento. In realtà, in condizioni simili, altro che progresso e aumento della produzione: l’esperienza ha dimostrato che, a causa della propria ignoranza, essi hanno finito per ostacolare persino la via del conseguimento di un profitto reale per sé stessi.

Socialismo e comunismo

Proprio per le ragioni analizzate nel capitolo precedente, nella società e nel sistema economico sorti dalla rivoluzione industriale sono comparsi diversi difetti, mali e disastri. Se si riflette e si conduce un’approfondita ricerca sull’esposizione e sull’analisi che ne abbiamo fatto nelle pagine precedenti, risulterà chiaramente dimostrato che i difetti e i disastri in questione non sono sorti a causa dei principi naturali che gli appartenenti alla classe borghese avevano proposto a sostegno dell’economia libera; la loro causa fondamentale risiedeva invece negli altri errori che essi avevano mescolato a quei principi corretti.

Pertanto, se fosse stato possibile rendersi conto di questi errori al momento opportuno e gli occidentali fossero riusciti, in questa nuova fase rivoluzionaria, a costruire un sistema economico equilibrato e giusto, la rivoluzione industriale sarebbe apparsa, per loro e per tutta l’umanità, come una straordinaria benedizione e un immenso beneficio. Ma è assai triste che, come avevano già mostrato più volte in passato, anche in questa fase la mentalità e il carattere occidentali abbiano manifestato la medesima debolezza. Così, come erano stati sviati in passato, anche la storia successiva continuò a correre sulla via di questa incoerenza e di questo squilibrio. La classe borghese ha oggi occupato esattamente il posto in cui in passato si ergevano i proprietari terrieri, i dirigenti e i capi della Chiesa e le dinastie regnanti, praticando il bigottismo, l’oppressione e gli eccessi indesiderabili; e il posto che in passato i borghesi avevano occupato, diventando l’incarnazione delle rivendicazioni dei diritti, delle lamentele, dell’ira e della protesta, è oggi occupato dalle masse lavoratrici. In passato, nella società feudale, le classi soddisfatte e appagate avevano cercato di mettere a tacere le masse private dei loro diritti, usando in modo distorto alcune verità religiose, morali e conformi alla legge naturale per sostenere le proprie differenze e disuguaglianze indesiderabili, i propri diritti illegittimi e i propri vincoli oppressivi; oggi, nel sistema capitalistico, gli appartenenti alle classi appagate hanno cominciato a fare esattamente la stessa cosa. In passato, invece di comprendere i veri errori dei feudatari e dei sacerdoti e di opporvisi e correggerli adeguatamente, con ira, ostinazione e irritazione i borghesi spendevano il massimo delle proprie energie proprio contro le verità fondamentali cui ricorreva il loro partito avversario; oggi, allo stesso modo, le masse lavoratrici e i loro dirigenti, sotto la pressione irresistibile dell’ira e dell’odio, hanno perso completamente armonia ed equilibrio e, invece di colpire i veri difetti e gli errori della civiltà della società borghese, attaccano proprio quei principi autentici e naturali sui quali, fin dall’origine della creazione, sono state ricostruite la società umana, la civiltà e l’economia.

Gli appartenenti alla classe media, nonostante le loro mille debolezze e mancanze, possedevano comunque una certa intelligenza e istruzione. Per questo, pur nella veemenza delle loro lamentele e della loro inflessibilità, riuscivano in una certa misura a conservare l’equilibrio mentale; ma quando le masse oppresse e schiacciate da secoli — nelle quali mancavano evidentemente conoscenza, talento, capacità di riflessione, esperienza e ogni altra qualità — divennero, per il dolore e la sofferenza, agitate e angosciate, e il loro cuore traboccò di privazioni e lamentele, allora divennero davvero feroci e tumultuose. In quel momento non si poneva loro nemmeno la questione di sottoporre al vaglio dell’intelligenza e della ragione qualsiasi idea prima di accettarla. La politica o il metodo che sembrava più efficace nel soddisfare con la massima intensità e veemenza il loro odio, la loro ira e il loro desiderio di vendetta riuscì ad attrarre maggiormente le loro menti.

In realtà, il figlio che nasce nel mondo delle ideologie dalla dichiarazione, dall’ira e dal rancore della classe povera viene chiamato, in termini tecnici, “socialismo”. Nota: il significato originario di “socialismo” è socialità. Questo termine è stato coniato per esprimere il significato opposto all’individualismo, fondamento della società capitalistica moderna. Già prima di Karl Marx si era cominciato a presentare, con questo nome, un gran numero di ideologie diverse e di ideali di pensiero e immaginazione; il loro obiettivo comune era costruire un sistema di vita nel quale l’intera società potesse trarre beneficio in modo generale e collettivo. In pratica, però, rimasero tutte soltanto stampate sulla carta. In risposta a questa rivendicazione generale, Marx propose una forma particolare di socialismo, chiamata “socialismo scientifico”, “marxismo”, “comunismo” e con denominazioni simili. È di questo che si tratta qui, poiché esso ha messo radici sulla terra. Abbiamo volutamente abbandonato le sottigliezze terminologiche e qui useremo le parole correnti, familiari al lettore comune e di facile comprensione. Esso nacque entro mezzo secolo dalla nascita del capitalismo moderno e, prima che fosse trascorso mezzo secolo dalla sua nascita, la coppa della Terra era già traboccata delle sue catastrofi totalizzanti e delle sue attività distruttive.

Il socialismo e i suoi principi fondamentali

Gli autori di questa nuova dottrina attaccarono innanzitutto il «diritto di proprietà». Dissero che questa era la causa fondamentale di ogni sorta di calamità. Se gli abiti, gli utensili di uso quotidiano, i mobili e altri oggetti simili rimangono di proprietà privata, non vi è nulla di male. Ma la proprietà privata non dovrebbe mai essere stabilita sulla terra, sui campi, sulle fabbriche tessili, sugli strumenti e su altre forze e beni produttivi di ricchezza. Infatti, non appena qualcuno diventa proprietario di uno di questi beni, con esso produrrà ricchezza; e, producendo ricchezza, certamente la raccoglierà e la accumulerà. Acquisterà allora altra terra, altri campi o altre fabbriche tessili, ampliando ulteriormente i mezzi di produzione della ricchezza. Dopo averli ampliati, farà lavorare altre persone sulla base di salari, paghe o contratti di entità determinata; e, nel momento stesso in cui farà ciò, agirà esattamente come il capitalismo borghese. Dunque, estirpate proprio la radice dalla quale nasce un simile pericolo. «Se non ci sarà il bambù, non suonerà il flauto.»

Sorse la questione: il diritto alla proprietà privata dei mezzi di produzione, come quello dei beni di consumo, non è affatto qualcosa di nuovo nella società umana, né è una semplice invenzione arbitraria dei capitalisti borghesi. In realtà, è il fondamento della vita sociale; fin dall’antichità, la società umana e l’economia sono state costruite su di esso. È davvero così facile decidere di estirpare un sistema fondamentale di questo genere?

In risposta, fu subito elaborata e presentata una storia completa, e si disse che, fin dai primi giorni della società umana, nessun diritto alla proprietà privata dei mezzi di produzione era stato riconosciuto; erano stati soltanto gli appartenenti alle classi potenti delle epoche successive, spinti dai propri interessi, a instaurarlo nel seno della società.

Si disse che tutte le religioni del mondo, tutti i precetti morali e tutte le leggi del mondo avevano riconosciuto da tempo immemorabile questo diritto alla proprietà privata, e che nessuno di essi aveva mai considerato errata una società e un’economia fondate sulla proprietà privata dei mezzi di produzione. In risposta, senza riflettere neppure per un istante, si disse che religione, morale e legge erano state utilizzate in ogni epoca come strumenti nelle mani degli uomini influenti. Un tempo si era instaurato il monopolio di alcuni sugli strumenti di produzione; per proteggere e consolidare la loro proprietà esclusiva si era resa necessaria l’elaborazione di alcune dottrine, consuetudini e disposizioni di legge. Coloro che le avevano concepite e presentate secondo i propri scopi avevano ottenuto nella società la dignità di profeti, messaggeri, saggi e asceti, maestri di morale, legislatori religiosi e autori di leggi. I lavoratori erano rimasti a lungo immersi in questo labirinto di inganni, ma ora lo avrebbero frantumato a ogni costo.

Si disse che, per eliminare i diritti, sarebbe stato necessario creare un duro e totale conflitto e una lotta senza fine, e che gli appartenenti alle diverse correnti di ogni popolo avrebbero dovuto impegnarsi in una lotta reciproca; nei villaggi e nei quartieri il fuoco del conflitto di classe sarebbe divampato furiosamente. In risposta, fu immediatamente elaborata e presentata una nuova filosofia della storia. In essa si sosteneva che l’intero sviluppo della civiltà umana si era compiuto attraverso la lotta di classe. Non poteva esistere alcun’altra via per il progresso.

Sorse poi un’altra questione: agire per il proprio profitto e interesse personale è una concezione fondamentale insita nella natura di ogni essere umano; ogni bambino nasce dal grembo materno con questa inclinazione. Se si sottrae agli individui il diritto di proprietà sui mezzi di produzione e non si offre loro la possibilità di ottenere un profitto proporzionato ai propri sforzi, l’inclinazione innata al lavoro e all’impegno si estinguerà completamente. E ciò, alla fine, si dimostrerà estremamente dannoso per la civiltà e la cultura umane.

Immediatamente si rispose: l’idea di inclinazioni naturali e innate, ereditate, non è altro che un’invenzione e una serie di discorsi dei borghesi. Nell’essere umano non esiste affatto nulla di simile. Tutte le sue inclinazioni e concezioni sono esclusivamente il risultato dell’ambiente sociale. Basta sostituire un ambiente con un altro e la sua mente inizierà a pensare e a concepire le cose in modo completamente diverso. Il suo cuore si animerà di concezioni differenti. La sua mente acquisirà una prospettiva nuova. Finché resterà in vigore il sistema della proprietà privata, esisterà una «mentalità individualistica». Non appena sarà instaurato il sistema della proprietà sociale, tutti gli uomini diventeranno dotati di una «mentalità sociale».

Si chiese: come si potrà dirigere l’intera attività economica dopo aver abolito la proprietà privata? Si rispose che tutti i mezzi di produzione — terre, campi, fabbriche e imprese commerciali e industriali di ogni genere — sarebbero stati sottratti al controllo degli individui e trasformati in proprietà nazionale. I profitti sarebbero stati distribuiti tra coloro che lavoravano in tali istituzioni. L’intero sistema economico sarebbe stato diretto dai gestori eletti con il voto degli stessi lavoratori.

Sorse la domanda: quale sarà il mezzo per porre fine alla proprietà di coloro che oggi possiedono terre, fabbriche e altri mezzi di produzione, e per instaurare una proprietà sociale e nazionale? In risposta a questa domanda furono formulate due posizioni distinte:

1. I seguaci di una posizione risposero che, per conseguire questo obiettivo, si sarebbe adottato il metodo democratico. Occorreva modificare l’opinione pubblica e impadronirsi del potere statale; quindi, mediante l’emanazione di leggi, l’agricoltura, le proprietà, le industrie e le attività commerciali sarebbero state gradualmente trasformate in proprietà nazionale e collettiva (talvolta con risarcimento e talvolta senza risarcimento). Coloro che sostengono questa posizione sono chiamati in particolare socialisti. Talvolta questa posizione viene definita «socialismo evolutivo».

2. Gli aderenti all’altra posizione ritengono che l’azione democratica non possa avviare alcun cambiamento fondamentale. Perciò sarebbe necessario e indispensabile un programma rivoluzionario. Le masse lavoratrici prive di mezzi sarebbero organizzate, e contro la classe dei proprietari si combatterebbe e si ingaggerebbe una lotta con ogni mezzo e metodo possibile. Le fondamenta del governo borghese sarebbero sradicate e sarebbe instaurato il dominio dittatoriale dei salariati e dei lavoratori. In seguito, le terre sarebbero sottratte con la forza ai proprietari terrieri, le fabbriche ai loro proprietari e le attività commerciali ai commercianti; chiunque fosse venuto a ostacolare questo obiettivo sarebbe stato gettato nelle fauci distruttive della rovina. Eliminando ogni forma di distinzione di classe, tutti gli abitanti del Paese sarebbero trasformati in un’unica classe, quella di coloro che guadagnano attraverso il lavoro delle proprie mani, e per legge si vieterebbe di assumere chiunque a livello individuale in cambio di un salario e di appropriarsi del suo profitto. [Nota: bisogna ricordare che, dal punto di vista della dottrina comunista, è lecito che un sarto o un cuoco confezioni personalmente abiti o prepari pane e li consegni ad altri. Ma se egli assume qualcuno in cambio di un salario o di una paga e si avvale del suo aiuto nel proprio lavoro, allora diventa un «borghese». Tutta la sua attività si trasforma in un crimine così grave che la pena minima consiste nella confisca dei beni.]

Quando così la rivoluzione avrà raggiunto il suo compimento e non resterà più alcun timore che la classe capitalista possa risorgere, questo regime dittatoriale cadrà spontaneamente, come una foglia secca (come ciò avverrà, lo sa solo Allah). In seguito, spontaneamente (ma come?), al suo posto si insedierà una forma di Stato nella quale tutti i settori della vita continueranno a funzionare armoniosamente, senza apparati governativi né coercizione, sulla base della volontà reciproca, della soddisfazione, della consultazione e della cooperazione delle persone. Questo metodo e questa concezione del cambiamento sociale sono chiamati «socialismo rivoluzionario». Esso è denominato anche «bolscevismo». Il suo nome filosofico è «marxismo», ma oggi è conosciuto e famoso nel mondo con il nome di «comunismo».

Per settanta o ottant’anni questa nuova concezione del socialismo continuò a diffondersi in Europa e nei Paesi da essa influenzati, con innumerevoli ramificazioni e diversi metodi di pensiero. All’inizio era la follia di alcuni uomini traviati. I suoi argomenti, metodi, prove e risultati erano tutti soltanto vaneggiamenti privi di senso. Ed essa conquistò popolarità esclusivamente tra i salariati e gli operai adirati e agitati (non grazie ad alcuna base intellettuale o conoscitiva, ma soltanto sulla base di emozioni e slanci passionali esasperati e tumultuosi). Tuttavia, tra le innumerevoli debolezze degli occidentali ve n’è una notevole e singolare: qualsiasi forma di estremismo e qualsiasi atteggiamento rivoluzionario li affascina e li attrae. Soprattutto quando si tratta di qualcosa di assolutamente scadente, di una follia priva di senso, e viene presentata con voce solenne e animo intrepido, negando e ignorando spudoratamente ogni verità universalmente accettata; quando, inoltre, le proprie pretese vengono ordinate e rifinite in una certa misura secondo un metodo scientifico e, di conseguenza, ne scaturisce un sistema [Nota: alla base di questa affermazione non vi è alcuna ostilità o avversione geografica. La condizione di coloro che in Oriente hanno una mentalità filoccidentale è ancora peggiore rispetto a quella descritta. La condizione mentale degli occidentali è invece relativamente più evoluta. Essi sono attratti da parole energiche e apprezzano un sistema o un metodo e una procedura scientifici. Quanto a coloro di questo Paese che hanno una mentalità servile, essi accettano ciecamente le parole di qualunque leader occidentale e ne rimangono affascinati e influenzati.], allora non c’è più nulla da dire. Nel socialismo scientifico qui esaminato queste qualità erano presenti in piena misura. Per questo motivo innumerevoli persone di talento della piccola borghesia, nonché alcuni folli o individui astuti della classe borghese, furono attratti da questa dottrina. Cominciarono a sorgere cumuli di libri, giornali e periodici per spiegarne e analizzarne i contenuti e per diffonderne la propaganda. In varie parti del mondo si organizzarono innumerevoli partiti e gruppi sostenitori delle idee socialiste, e alla fine moltissime persone cominciarono a ritenere con particolare convinzione possibile fondare, sulla base di questa dottrina, un sistema sociale, civile ed economico.

Il comunismo e i suoi vantaggi e svantaggi

Finora il comunismo regolamentare o evolutivo non ha presentato al mondo alcun merito o contributo; perciò non ci è possibile formarci un’idea del processo concreto con cui il capitalismo privato verrebbe trasformato in un sistema socialista, né dei suoi risultati. Per questo, invece, esamineremo e valuteremo le opere del comunismo rivoluzionario. Esso approfittò della Prima guerra mondiale del 1914-1918 per provocare di fatto una rivoluzione in Russia e riuscì a instaurare, secondo ideali, dottrine e concezioni permanenti, un sistema sociale e statale completo. [Nota: è necessario ricordare che la differenza tra socialismo e comunismo riguarda la linea d’azione. Entrambi concordano pienamente sulla nazionalizzazione di tutti i mezzi di produzione. Sotto questo aspetto non esiste tra loro la minima divergenza. Pertanto, tutto ciò che verrà scritto sulla nazionalizzazione dei beni e dei mezzi di produzione e sui suoi risultati, fatta eccezione per la linea d’azione, sarà applicabile a entrambe le dottrine.]

Fino a pochi anni fa il comunismo russo è rimasto oggetto di aspri dibattiti. Di conseguenza, nella valutazione dei suoi vantaggi e svantaggi, sia i sostenitori sia gli oppositori hanno dato luogo a notevoli contrasti e dispute.

I suoi sostenitori hanno annoverato tra i suoi meriti molte cose che in realtà non sono proprie del comunismo, ma sono soltanto il risultato del fatto che il sistema di governo è finito nelle mani di persone dotate e capaci. I suoi oppositori, d’altra parte, cercano di attribuirgli alcune colpe e manchevolezze che fondamentalmente non sono colpe del comunismo, ma sono emerse perché persone tiranniche e di vedute ristrette sono giunte al potere.

Uno dei principi dei sostenitori russi è il seguente: confrontano la situazione scientifica, intellettuale, artistica e civile della Russia dell’epoca degli zar e attribuiscono interamente al comunismo, nel suo bilancio attivo, tutti i progressi risultanti dalla differenza. Non vi è dubbio, tuttavia, che questo sia, in linea di principio, un enorme errore. Se si confrontano tutti i progressi compiuti dalla Russia in trentadue o trentatré anni con le opere di sviluppo realizzate nello stesso periodo in America, Giappone o Germania, probabilmente il tasso di progresso di questi ultimi Paesi risulterà maggiore. Per esempio, si può dire che i progressi compiuti dal Giappone nel 1818 nei campi dell’istruzione, dell’industria e del commercio, dell’utilizzazione delle risorse naturali e della produzione della ricchezza furono ancora maggiori in quei settori quando, nel 1904, il Giappone sconfisse la Russia. Quale livello non aveva raggiunto la Germania, dalla situazione in cui si trovava nel 1870 fino all’inizio del XX secolo, quanto alla situazione scientifica e intellettuale dei suoi abitanti e al tasso di produzione dei suoi mezzi e risorse economici? Se si confronta lo sviluppo russo con quello conseguito nello stesso arco di tempo attraverso tali attività di sviluppo, quale parte dell’onore spetterà alla Russia? Dovremmo dunque accettare il principio secondo cui, se un Paese consegue, in un determinato periodo, alcuni progressi straordinari, tutti gli elogi che gli spettano andranno attribuiti anche al suo sistema di vita, alla sua economia e al suo metodo di governo? Eppure, molte volte, anche quando l’intera attività della vita sociale procede secondo principi erronei, le capacità personali e l’efficienza dei dirigenti, insieme alla dedizione dei loro collaboratori, possono produrre risultati di tale portata. Analogamente, tra i difetti e le manchevolezze contro i quali si conduce propaganda nella Russia comunista, ve ne sono molti che si riscontrano pienamente anche nell’amministrazione dei potenti governanti comunisti. Per quale motivo, allora, invece di considerarli responsabilità di persone malvagie, li si dovrebbe collegare al sistema sociale e all’economia di quel Paese?

Meriti

Se, tralasciando gli aspetti irrilevanti, esaminiamo i risultati del comunismo originario che si sono manifestati davanti a noi grazie all’esperienza concreta del comunismo russo, tra i suoi meriti possiamo individuare i seguenti elementi:

Primo: il fatto di sottrarre terre, fabbriche e ogni attività commerciale alle mani dei privati ha prodotto il risultato che il profitto tra il prezzo dei prodotti, i costi e il loro prezzo di mercato, che in precedenza veniva distribuito tra proprietari terrieri, proprietari di fabbriche e commercianti, ha poi cominciato ad accumularsi direttamente nelle casse dello Stato. Inoltre, è diventato molto facile destinare il denaro di tali profitti ad attività di beneficio generale.

Secondo: poiché i mezzi di produzione dell’intero Paese sono stati posti sotto un’unica gestione, da un lato è diventato possibile utilizzarli, secondo un piano ben concepito, per uno sviluppo maggiore e per attività relativamente più orientate al benessere. Dall’altro, è stato possibile attuare una gestione coordinata per soddisfare i bisogni dell’intero Paese.

Terzo: quando il governo assunse il controllo di tutti i mezzi di produzione e cominciò a gestirli secondo un piano generale, divenne possibile impiegare nel lavoro tutte le persone del Paese capaci e idonee a lavorare; inoltre, grazie all’istruzione e alla formazione impartite secondo uno schema ben concepito, divenne molto più facile preparare un numero adeguato di lavoratori per i compiti e gli incarichi urgenti dell’intero sistema economico.

Quarto: poiché i profitti dell’agricoltura, dell’industria e del commercio menzionati al primo punto passarono sotto il controllo del governo, una parte di essi fu destinata alla «social insurance», cioè a fornire assistenza, attraverso un fondo nazionale comune, a tutte le persone del Paese incapaci di svolgere un lavoro o un’attività remunerativa, temporaneamente o permanentemente inabili, oppure bisognose di aiuto a causa di malattie, del parto e di molte altre circostanze.

Danno

In effetti, non si può negare che, grazie all’operazione del comunismo, si stia portando a compimento una cura efficace delle malattie comparse nella vita sociale a causa dell’economia liberale. Ma la sua inconsistenza emergerà chiaramente non appena si esaminerà quale prezzo la Russia abbia dovuto pagare per questo e quale nuova malattia sia comparsa al posto di quella precedente dopo averla eliminata:

Uno: sottrarre ai singoli il possesso e il controllo delle terre, delle fabbriche e degli altri mezzi di produzione, e considerare tutto ciò proprietà nazionale, in ogni caso non poteva essere realizzato come un gioco o uno scherzo. In realtà, si trattava di un compito estremamente difficile e arduo. Esso fu portato a compimento mediante anni di oppressione e repressione continue e ininterrotte, condotte con estrema durezza. È facile comprendere che, se si decide di strappare con la forza a milioni di persone i loro beni, grandi e piccoli, esse non saranno affatto disposte a sottomettersi facilmente. Ovunque e ogni volta che si proceda in questo modo, ciò richiederà lo scatenamento di un bagno di sangue generale e di un’orgia di massacri. Per realizzare quest’opera in Russia, i rivoluzionari dovettero gettare nelle fauci della morte circa un milione e novecentomila persone. Due milioni di persone furono sottoposte a varie pene. E quattro o cinque milioni di persone dovettero essere espulse, deportate e disperse dalla loro patria, morendo dopo aver subito le violenze del mondo in luoghi diversi. Molti stessi sostenitori protestarono a gran voce contro il modo terribile in cui furono distrutti diverse centinaia di migliaia di proprietari terrieri di ceto basso e medio (Kulaks), al solo scopo di attuare la politica nazionale di gestione dell’agricoltura.

Due: se si tenta di privare con la forza dei loro diritti di proprietà e di espellere coloro che, secondo le norme religiose, morali e giuridiche universalmente riconosciute nel mondo, sono legittimi proprietari dei propri beni, per attuare il progetto arbitrario e innovativo di una determinata persona o di un gruppo di persone, allora costoro dovranno negare apertamente anche tutte quelle norme religiose, morali e civili che sono contrarie alla loro ideologia. Non solo: insieme alla distruzione della proprietà, dovranno impiegare tutte le loro forze per estirpare dalle radici anche quelle norme religiose e morali. Inoltre dovranno elaborare una nuova filosofia politica per attuare il loro progetto con l’aiuto di ogni sorta di brutalità, crudeltà, oppressione, menzogna e inganno. Essa dovrà costituire la base sulla quale ogni forma di oppressione, ingiustizia, tirannia, repressione, brutalità e durezza sarà considerata pienamente conforme alle regole. Proprio per questo i dirigenti e i funzionari comunisti furono costretti a condurre un’ampia propaganda contro Allah e la religione per portare a compimento la rivoluzione da loro progettata; nello stesso tempo, insieme alla classe borghese, estirparono con durezza le persone religiose dalle società musulmana e cristiana, e dovettero elaborare una nuova ideologia riguardo al carattere e alla moralità. Nelle parole di Lenin, tale ideologia è la seguente:

«Respingiamo ogni sorta di filosofia morale fondata sulla fede in un mondo superiore o desunta da pensieri contrari alle concezioni e alle fantasie derivanti dalle differenze di classe. Secondo noi, la moralità è interamente e esclusivamente subordinata alla lotta di classe. Qualunque azione o cosa si ritenga necessaria per eliminare l’antico ordinamento sociale fondato sul profitto e per organizzare i lavoratori è, dal punto di vista morale, coerente e legittima. Per moralità intendiamo soltanto questo: dobbiamo essere molto forti e ben organizzati e dobbiamo lottare con piena consapevolezza contro la classe degli sfruttatori. Non riconosciamo affatto alcun principio morale originario ed eterno. Ci limiteremo a squarciare il velo di questo inganno. Il carattere comunista non può essere altro che combattere per consolidare fermamente il dominio assoluto degli operai.»

«Per compiere quest’opera, è assolutamente indispensabile ricorrere a ogni sorta di astuzia e inganno, frode, procedura contraria alla legge, pretesto e menzogna.»

In effetti, per instaurare la società comunista in Russia si dovette pagare questo enorme prezzo nella seconda fase. In altre parole, non soltanto la vita di dieci milioni di persone, ma anche la religione, la fede, il carattere morale, l’umanità, la dignità e l’onore costituivano un ostacolo formidabile sulla via dell’attuazione di una simile ideologia e di un simile progetto «inediti».

Tre: nel nostro Paese abbiamo constatato direttamente che, quando da un lato i vincoli morali si allentano e dall’altro vari beni di prima necessità vengono sottoposti al controllo dello Stato, un’ondata di corruzione, tangenti, appropriazione fraudolenta, saccheggio e inganno travolge l’intera società. Ogni bene di prima necessità la cui disponibilità dipenda dall’ottenimento di un permesso, di una licenza, di una tessera annonaria o di una quota costringe il popolo ad affrontare ogni sorta di difficoltà. Bisogna implorare l’aiuto dei funzionari statali di alto grado. In tali circostanze si può facilmente prevedere che, quando da un lato vengono estirpate le fondamenta di tutte le norme morali universalmente riconosciute e si imprime nella mente della gente l’idea che, per raggiungere lo scopo, tutto ciò che è necessario è vero e deve essere fatto, mentre i dirigenti del Paese mostrano essi stessi il culmine di una simile nuova moralità ricorrendo a un’oppressione e a una repressione disumane, e dall’altro non soltanto pochi beni di prima necessità, ma tutte le ricchezze del Paese e ogni mezzo di sostentamento vengono sottoposti al controllo dello Stato, non può esservi alcun dubbio che si produca una violenta alluvione di tangenti, corruzione, tradimento, saccheggio e vessazione delle persone. Non lo si afferma soltanto per supposizione; tra le notizie che, dopo essere state vagliate e selezionate, giungono comunque al mondo esterno da dietro la cortina di ferro della Russia, ve n’è una particolarmente grave: i funzionari pubblici e i direttori delle varie istituzioni del settore finanziario hanno creato un enorme problema di corruzione. E non è affatto sorprendente né inaudito che un simile problema emerga in un Paese come la Russia. Sarebbe stato piuttosto sorprendente se non si fosse verificato. È molto facile frantumare un sistema consolidato sotto i colpi dell’assenza di moralità, ma è estremamente difficile far funzionare correttamente un sistema nuovo fondato sull’assenza di moralità. In realtà, per amministrare correttamente un simile sistema sono necessarie persone di carattere eccellente e saldo. Ma lì il carattere era stato già estirpato dalle radici.

Quarto: per gestire in modo ordinato e proficuo il sistema economico del Paese sulla base della proprietà sociale e nazionale, dopo aver abolito la proprietà privata, è indispensabile compiere anzitutto alcuni passi. A tal fine, è necessario estirpare dalla mente delle persone l’egoismo e la brama di profitto personale. Al posto di tali idee, bisogna rafforzare nella loro mente la propensione a lavorare per il bene collettivo, fino a renderla così forte da diventare la principale fonte della loro motivazione all’azione. I comunisti sostenevano che la natura umana, il carattere e le inclinazioni ereditarie fossero soltanto un inganno della filosofia e della scienza borghesi. In realtà, dicevano, non esiste affatto qualcosa che possa essere chiamato con questo nome. Noi espelleremo e allontaneremo dagli esseri umani l’idea del profitto personale e dell’egoismo orientato al guadagno, e, modificando l’ambiente, creeremo una mentalità collettiva e nazionale. Tuttavia, nel tentativo di realizzare questa pretesa infondata, i comunisti hanno fallito in modo tragico. Nella misura in cui un atteggiamento e una visione collettivi sono naturalmente presenti nei popoli di ogni Paese, i comunisti non sono riusciti ad accrescere neppure di un briciolo tale elemento tra il popolo del loro Paese e tra i funzionari e dipendenti economici e sociali. Lungi dall’eliminare l’egoismo e la brama di profitto dal popolo e dai funzionari, non sono riusciti neppure a ridurne minimamente il livello. Al contrario, alla fine, stanchi, sono stati costretti a riconoscerli apertamente e a stimolare proprio l’egoismo delle persone per ottenere da loro il lavoro. Sotto questo aspetto, si trovano allo stesso livello del sistema sociale borghese. Ma ciò che li ha precipitati in una rovina ancora maggiore rispetto alla società borghese è questo: quando, per soddisfare la brama di profitto personale del popolo, chiusero le vie naturali dell’agricoltura, dell’industria, del commercio e delle altre attività redditizie, e mediante una propaganda artificiale dichiararono ingiustamente e con la forza riprovevole la manifestazione semplice e ragionevole di tale brama di profitto, allora questa idea sprofondò nelle profondità della mente e, come le altre idee accumulate nell’animo umano, divenne perversa (Pervert). Per manifestarsi all’esterno, imboccò una strada così sbagliata da corrodere dall’interno le fondamenta della società, svuotandola di ogni sostanza. Nella società comunista, l’influenza smisurata di questo fenomeno è alla radice della crescita e della prevalenza di tangenti, corruzione, tradimento, furto, rapimento, saccheggio e di numerosi altri gravi vizi e difetti di questo genere. Nella società comunista vi è una sola cosa proibita: nessun individuo può impiegare la ricchezza da lui stesso guadagnata per ottenere ulteriore ricchezza o per investirla in attività produttive. Per il resto, ogni altro uso della ricchezza è lì liberamente consentito, proprio come nelle altre società del mondo. Ogni individuo può spendere quanto desidera per acquistare i propri abiti, alimenti, abitazioni, mezzi di trasporto, mobili e ogni genere di beni di lusso e di piacere. Può innalzare quanto vuole il proprio tenore di vita. Anzi, tutti i mezzi che nella società occidentale possono essere adottati per soddisfare il lusso, il benessere, le comodità e il desiderio di divertimento possono essere adottati liberamente anche nella società comunista. Tutto il denaro che rimane in eccedenza può inoltre essere risparmiato. Questo denaro accumulato può essere investito in attività redditizie tramite il sistema statale (anche se non direttamente dalla persona stessa), e su di esso si possono percepire interessi annui fino all’otto o al dieci per cento. Si può persino morire lasciando questa ricchezza accumulata ai propri eredi.

Quinto: tutto questo spargimento di sangue su così vasta scala, queste devastazioni e questa tragica distruzione e rovina della religione, del carattere e dell’umanità erano state tollerate per un unico scopo: affinché il profitto intermedio tra il costo di produzione delle merci e il loro prezzo di vendita (plusvalore), invece di essere depredato soltanto dai proprietari terrieri, dai proprietari delle fabbriche e dalla classe dei commercianti e di finire nelle tasche di pochi individui, fosse accumulato nel tesoro complessivo della società. E affinché da lì potesse essere distribuito tra tutti con piena uguaglianza e giustizia. Anche questo era lo scopo dell’abolizione della proprietà privata. Se fosse stato realmente possibile conseguirlo, lo si sarebbe potuto considerare un grande vantaggio della proprietà collettiva e nazionale. Ma questo scopo è stato davvero raggiunto? Esaminate una volta come viene distribuito il profitto dell’agricoltura, dell’industria e del commercio che, dopo l’abolizione della proprietà privata, viene accumulato nel tesoro nazionale.

In tutti i dipartimenti del governo russo e nelle attività economiche, tra gli stipendi dei dipendenti di basso livello e quelli degli alti funzionari di tutte le istituzioni esiste, proprio come in qualsiasi società borghese, una differenza enorme. Da un lato, gli stipendi e il tenore di vita dei dipendenti comuni sono deplorevolmente inferiori a quelli dei salariati e degli operai d’America e d’Inghilterra. Sebbene la loro condizione sia alquanto migliore rispetto a quella dei lavoratori dell’India e del Pakistan, è indubbio che non sia di gran lunga superiore. Dall’altro lato, i redditi dei direttori, dei manager, dei funzionari statali, degli ufficiali militari, degli attori e delle attrici, nonché degli autori e dei compilatori di libri, sono aumentati fino a raggiungere diverse centinaia di migliaia di rubli all’anno. Di conseguenza, anche se non in misura completa, il profitto del commercio e dell’industria viene distribuito in modo estremamente diseguale tra le classi alte e basse. E ciò avviene esattamente come veniva distribuito tra i lavoratori e i borghesi nell’epoca prerivoluzionaria.

Inoltre, il fuoco dell’odio, dell’ostilità e dell’ira totale alimentata dal desiderio di vendetta, che è stato acceso tra le masse lavoratrici e i borghesi allo scopo di provocare la rivoluzione comunista, ha reso antirussa la società non comunista e i popoli dell’intero mondo. Per questa ragione, dopo aver abolito la proprietà privata, la Russia è stata costretta ad accumulare nelle casse dello Stato il profitto del commercio e della produzione industriale, invece di distribuirlo tra i borghesi, e a destinarne una parte enorme alla preparazione militare.

Dopo essere stata impiegata in questi due grandi settori, soltanto la parte del profitto nazionale spettante ai lavoratori può essere destinata al «Social Insurance». Ma quanto rappresenta rispetto al profitto totale? Anche esagerando molto, non può in alcun modo superare l’uno o il due per cento.[Nota—In Russia, per raccogliere il fondo del «Social Insurance», dal dieci al venti per cento dell’importo complessivo speso in ciascun dipartimento per gli stipendi dei dipendenti viene versato, secondo una norma speciale, come contributo al piano di «Social Insurance». In questo modo, il quattordici per cento dell’ammontare complessivo degli stipendi e dei salari dell’intero Paese viene impiegato per il benessere generale dei dipendenti. E questo rappresenta soltanto l’uno o il due per cento del profitto finanziario complessivo.]

Ma la questione è questa: se una somma pari a questa, o persino molto maggiore, può essere reperita per essere spesa per il benessere collettivo con qualche altro mezzo, quale necessità e quale giustificazione possono mai esistere per imporre a un popolo innocente, come nella rivoluzione russa, un sistema sociale artificiale fondato sulla proprietà nazionale, insieme all’abolizione della proprietà privata, della religione e della moralità, attraverso una violenza totale, tirannia, persecuzione e oppressione?

Sei: il tumulto di distruzione dei beni e delle vite, della religione e della moralità, ossia dell’umanità, che si è svolto in Russia per instaurare la proprietà nazionale, la disciplina del governo militare e la pianificazione nazionale, non è che il costo iniziale di questa esperienza. Ora però, dopo la sua attuazione, è necessario presentare anche un’analisi comparativa dei benefici che essa ha recato nella vita quotidiana del popolo e del prezzo che, in cambio, gli è stato fatto pagare.

Esaminando ciò che l’attuale sistema complessivo della Russia offre al popolo, si riscontreranno i seguenti elementi:

Per ogni individuo è stato assicurato almeno un reddito sufficiente a procurarsi due pasti al giorno, una quantità di vestiario adeguata a coprire il corpo e un riparo, per quanto modesto. È stato ottenuto anche quel minimo di beneficio sociale consistente nel provvedere a un alloggio per l’individuo nei periodi difficili. In sostanza, il nuovo sistema russo ha dato agli abitanti del paese soltanto queste due cose, e nulla di più.

Ora bisogna vedere quanto e che cosa la Russia abbia preteso dal popolo in cambio di ciò.

Per rendere effettivo il sistema della proprietà nazionale al posto di quello della proprietà privata, è stato inevitabile affidare nelle mani del Partito Comunista, portatore di questo ideale, l’intero potere del paese. Dall’ideologia di questo partito e da questa sua inevitabile pretesa è stato instaurato sul paese un regime dittatoriale assoluto. Il partito ha dovuto usare tutto il potere per distruggere il sistema della proprietà privata e introdurre il nuovo ordinamento con la ferrea pressione di una mano inflessibile. Questo regime dittatoriale è stato chiamato dittatura del proletariato (Dictatoship of the prolatariat); ma è universalmente noto che i lavoratori salariati, i contadini e tutti i dipendenti dei diversi settori e comparti della società russa non appartengono al Partito Comunista. Tra il popolo russo, probabilmente, gli iscritti al partito non sono più del 5 per cento. Pertanto, se esteriormente viene definita «dittatura dei lavoratori», in realtà non è altro che la dittatura del Partito Comunista imposta ai lavoratori salariati.

E questo regime dittatoriale non è affatto una cosa di poco conto. L’instaurazione della proprietà nazionale significa che tutti i proprietari terrieri sono stati eliminati e che il governo è divenuto l’unico e indivisibile proprietario di tutte le terre e i campi del paese. Non esiste più alcun individuo che sia proprietario di fabbrica o capitalista commerciale; dopo averli estromessi, ha preso il posto di tutti un capitalista le cui prerogative monopolistiche assolute comprendono ogni aspetto e ogni forma dei mezzi di produzione. Al tempo stesso, anche l’intero potere statale del paese si è concentrato sotto la sua dittatura. Questa è la realtà del Partito Comunista russo.

Ora, se si constata che coloro che esercitano l’intero potere economico, civile e politico della Russia sono stati eletti proprio dai voti della gente comune del paese, si può davvero chiamare tutto ciò democrazia? Anche se avesse l’audacia di competere con il Partito Comunista, in un paese immenso come la Russia avrebbe forse qualche mezzo per procurarsi cibo e riparo? Potrebbe usare una stampa qualsiasi per diffondere parole contro il governo?… Per far giungere le proprie parole al popolo, viaggiando nel paese su qualche mezzo di trasporto, quanto tempo gli occorrerebbe per attraversare la distanza tra la vita e la morte?

La verità è che, nel sistema della proprietà nazionale, nelle mani del governo si concentra una quantità di potere così grande quale, in nessun capitolo della storia dell’umanità, è mai stata a disposizione di qualcuno. Né nelle mani di Gengis Khan, di Hulagu Khan, dello zar o del Kaiser si è mai riunito un potere tanto smisurato. In realtà, qualunque partito riesca una volta a impadronirsi di un potere simile, di fronte ad esso anche le decine di milioni di abitanti del paese diventano completamente impotenti. Sostituire un governo comunista diventa difficile o impossibile in misura ben maggiore di quanto lo sia cambiare qualunque governo malvagio del mondo.

In un simile sistema di governo, il partito al potere utilizza la stampa, la radio, il cinema, gli istituti d’istruzione, ossia l’intero apparato amministrativo (Administrative Machinary), e tutte le attività economiche del Paese secondo un metodo particolare, allo scopo di dirigere e rendere efficaci i piani e i programmi (Plan) che ha adottato per la vita complessiva della nazione. Affinché un simile piano abbia successo, il diritto di pensare, formulare giudizi e prendere decisioni in tutto il Paese deve appartenere esclusivamente a quel ristretto numero di persone che, seduto al vertice dell’apparato centrale di governo, elabora il piano. A parte costoro, le decine di milioni di persone comuni del Paese saranno soltanto mani e piedi incaricati di agire secondo le loro direttive, senza poter commettere il minimo errore nell’obbedire agli ordini. In un simile sistema, per coloro che criticano, individuano colpe ed esprimono giudizi contrari non può esserci altro luogo che la prigione o il patibolo. Se un simile critico viene esiliato, bisogna capire che gli è stato concesso un grandissimo favore. Proprio per questa ragione, anche i principali dirigenti e funzionari dello stesso Partito Comunista russo sono stati condannati a morte o all’ergastolo. Eppure fu proprio grazie ai loro sforzi sinceri, alle loro capacità e operosità e al loro sacrificio che, un tempo, questo esperimento del comunismo aveva iniziato ad avanzare verso il successo. Ciononostante, il solo ardire di dissentire dal partito al potere li ha esposti a una simile sorte.

Non solo: chiunque sia stato arrestato per il reato di aver manifestato dissenso è stato accusato di atti gravi e terribili. Dinanzi ai tribunali comunisti, secondo le accuse presentate dal partito al potere, ogni imputato è stato costretto a recitare egli stesso, «a raffica», l’elenco dei propri crimini; e non lo ha pronunciato con parole indistinte, ma ha confessato con chiarezza di essere un grandissimo traditore della patria, un agente dei capitalisti e un serpente velenoso allevato e cresciuto all’interno della Russia. Da un lato, tutto ciò rivela la forma ripugnante e abietta della morale comunista; dall’altro, di fronte agli stupefacenti prodigi dei tribunali comunisti, gli abitanti del mondo non possono fare a meno di rimanere sbalorditi.

In secondo luogo: poiché il sistema comunista è stato instaurato soltanto dopo l’abolizione della proprietà privata e la repressione con la forza più brutale dei gruppi religiosi, le persone sulle cui tombe di sentimenti, fede, speranze e aspirazioni è stato edificato questo palazzo comunista non sono ancora state completamente eliminate dal mondo e dal suolo della Russia; perciò il governo dittatoriale comunista vive in ogni momento nel terrore del pericolo della controrivoluzione (Counter Revolution). Inoltre, i funzionari comunisti sanno e comprendono perfettamente che, per quanto lo neghino, esiste una cosa chiamata natura e carattere umano, la quale reclama chiaramente il profitto personale ed è impegnata con vigore a ristabilire un ordinamento sociale fondato sulla proprietà privata. Per queste ragioni, da un lato il Partito Comunista è continuamente impegnato a «purificare» il proprio sistema e sottopone sempre a una dura epurazione anche coloro nei quali si scorge un solo briciolo di simpatia per il sistema precedente o il minimo sentore di riforma. [Nota: finora questa epurazione è stata condotta su diverse centinaia di migliaia di membri del Partito Comunista. In Russia ciò non significa semplicemente privare dell’adesione le persone inadatte a essere membri del Partito Comunista e poi lasciarle in pace; al contrario, dopo il completamento di tale operazione, ben pochi fortunati sono riusciti a sfuggire al supplizio di essere condotti nelle camere di tortura della polizia segreta russa (Torture Chambers). La via d’uscita da queste camere di tortura conduceva o verso il cimitero oppure verso i campi di lavoro forzato (Concentration Camps), dove gli esseri umani erano costretti a subire, da vivi, il tormento dell’inferno.] Dall’altro lato, il governo del partito è continuamente impegnato a sradicare per sempre, in tutto il Paese, anche la minima traccia del sospetto o della più remota idea di un possibile pericolo controrivoluzionario. Esso ha steso sull’intero Paese una vasta e immensa rete di soldati e polizia segreta. I suoi innumerevoli funzionari cercano tracce di oppositori del progresso in ogni istituzione, in ogni casa e famiglia e in ogni assemblea pubblica. Questa rete invisibile e misteriosa della polizia segreta ha eretto un muro di sospetto e diffidenza perfino tra mariti e mogli. Persino i figli non esitano a svolgere il compito della polizia segreta contro i propri genitori. Secondo l’accurata e ponderata opinione della polizia e della CID russa (?), se per errore vengono arrestati e uccisi alcune centinaia o alcune migliaia di innocenti, ciò è di gran lunga preferibile al fatto che alcuni colpevoli sfuggano e aprano loro la strada per creare una controrivoluzione. Per questo perlustrano fabbriche, stabilimenti, uffici e ogni istituzione: se un operaio o un dipendente disapprova l’amministrazione del Paese o del proprio reparto, oppure manifesta una qualche inquietudine o insoddisfazione, viene naturalmente arrestato non solo se ha effettivamente compiuto qualcosa del genere, ma persino se si sospetta che abbia soltanto pensato in tal modo. Poiché simili eventi sono all’ordine del giorno, quando un lavoratore non torna a casa la sera, sua moglie comprende naturalmente che è stato arrestato. Il giorno seguente comincia a portare spontaneamente alla stazione di polizia gli oggetti necessari a lui, il marito; e il fatto che tali beni vengano accettati significa che ciò che aveva immaginato era esatto. Se domanda qualcosa, naturalmente dall’ufficio non riceve alcuna risposta. Talvolta accade persino che gli oggetti da lei inviati tornino indietro; e quando ciò accade, bisogna capire che suo marito è stato sacrificato al «grande Lenin». Ora, se quella donna stessa non vuole andare incontro a una sorte analoga, è suo dovere cominciare a trascorrere le giornate in completo silenzio, come una compagna fidata, senza pronunciare neppure una parola al riguardo; e dovrebbe anche cercarsi un marito sul quale non ricada alcun sospetto di essere «reazionario».

In realtà, in cambio di due pasti al giorno e di una sicurezza ottenuta nei momenti difficili, gli abitanti della Russia comunista hanno dovuto pagare questo enorme prezzo. Ma la domanda è: si può davvero definire molto conveniente questo affare, considerando il prezzo pagato? È vero che talvolta una persona affamata, sopraffatta dai colpi violenti della fame fino ad arrendersi, finisce per preferire la vita in prigione alla propria libertà gravata dal dolore, soltanto perché lì otterrà almeno due pasti al giorno, qualcosa con cui coprirsi e un riparo in cui vivere. Ma oggi si è forse presentato all’intera umanità un problema tale da impedirle di ottenere insieme cibo e libertà? Trasformare l’intera superficie terrestre in una prigione e nominare alcuni compagni suoi «carcerieri» e guardiani delle porte è forse, oggi, l’unico e ultimo mezzo per procurarsi il cibo?

Reazione

Le persecuzioni e le oppressioni su vasta scala perpetrate dal comunismo per instaurare un sistema statale fondato sui propri ideali, e l’olio che il suo successo ha versato sulle fiamme ardenti della lotta di classe in ogni Paese del mondo, hanno costretto i pensatori di tutti i Paesi non comunisti a dedicarsi a nuove riflessioni. Essi si sono impegnati a correggere le regole e i principi del sistema economico liberista, a eliminare le privazioni e le lamentele dei lavoratori e a escogitare i mezzi per liberare i propri Paesi dal pericolo della rivoluzione comunista. Sebbene tutti i difetti e le carenze interne del sistema economico liberista fossero stati indicati e se ne fossero sempre criticati e segnalati i difetti e le carenze, proprio al momento dell’instaurazione del moderno sistema capitalistico essi erano diventati chiari e manifesti; se ne stavano sempre criticando e indicando i difetti e le carenze e se ne stavano apportando qua e là correzioni esteriori, superficiali e parziali; tuttavia, la necessità del cambiamento e della riforma fu realmente avvertita soltanto dopo aver osservato direttamente l’attività, l’influenza e i risultati del comunismo russo. Questa reazione assunse due forme opposte in due grandi aree del sistema capitalistico.

Nei Paesi in cui il terribile colpo della Prima guerra mondiale aveva frantumato l’intero tessuto della vita di intere nazioni, nei quali il pericolo della distruzione definitiva si era aggravato a causa della breve lotta di classe comunista e in cui la democrazia non era riuscita a mettere radici salde, nacquero il fascismo e il nazismo.

Le nazioni presso le quali la democrazia era saldamente fondata e che la guerra non aveva sconvolto in modo particolare nel loro sistema di vita cercarono invece di mantenere il loro antico capitalismo liberale, aperto e democratico sulle sue basi ideali, apportando soltanto alcune correzioni alla sua libertà illimitata e incondizionata, così da eliminarne le potenziali conseguenze dannose.

Fascismo e nazismo

I comunisti cercano generalmente di accusare i movimenti del fascismo italiano e del nazismo tedesco di essere una reazione dei capitalisti. Hanno sostenuto che i capitalisti borghesi, temendo di essere sconfitti nella lotta, avevano fatto emergere Hitler e Mussolini. Ma la realtà è che essi non erano agenti malintenzionati al servizio degli interessi particolari di una determinata classe. Anche loro, come Marx e Lenin, erano portatori di un particolare ideale. Erano persone altrettanto devote, dotate e astutamente ingegnose quanto loro. Videro che, da un lato, il colpo tragico e totalizzante della guerra aveva prostrato a tal punto la loro nazione da gettare nella polvere tutta la gloria e la dignità accumulate in diversi secoli. Dall’altro lato, i difetti interni del sistema economico liberista e lo splendore esteriore del comunismo stavano per trascinare persone di diverse correnti della nazione in una dura guerra sanguinosa reciproca e in un conflitto micidiale. Per questo si dedicarono a escogitare mezzi efficaci per porre fine al conflitto latente degli interessi di classe e salvare la propria unità nazionale dalla distruzione. Allo stesso tempo si misero a rafforzare la potenza economica, culturale e politica delle rispettive nazioni e a ristabilirne in modo nuovo la superiorità e il predominio. Tuttavia, essi e tutti i loro sostenitori e seguaci erano eredi dei difetti storici e delle debolezze della mentalità occidentale. Come i pensatori e i leader precedenti, anch’essi adottarono alcuni principi veri ed eterni e vi mescolarono alcune idee e politiche estremamente esagerate. Respinsero alcuni principi veri e al loro posto aggiunsero alcune erronee assurdità. In questo modo, attraverso tale confuso amalgama, posero le basi di un sistema di vita privo di equilibrio.

Si può esaminare in quale proporzione e secondo quali regole, nel sistema di vita da loro composto attraverso quel confuso amalgama, furono mescolati principi buoni e cattivi, errati e corretti, e quale fu il risultato netto dei suoi vantaggi e dei suoi danni. Sebbene, dopo essere state sconfitte nella Seconda guerra mondiale, queste due “sorelle gemelle” abbiano esteriormente ceduto, sono ancora presenti in vari Paesi sotto nomi innovativi e modificati e con forme diverse, da esse propagati. Anche il nostro Paese non è al di sopra di tali pericoli né ne è immune. Perciò è diventato estremamente urgente individuare gli aspetti buoni e le parti cattive del fascismo e del nazismo. Questa necessità è oggi altrettanto pressante quanto lo era prima della guerra.

Le opere buone e benefiche

I comunisti sostengono che l’odio reciproco, l’inimicizia e la guerra tra le classi dei proprietari terrieri e dei capitalisti della società e della nazione, da una parte, e la classe lavoratrice, dall’altra, costituiscano il rapporto reale e naturale. Ma i fascisti e i nazisti contestano questa tesi. La loro contestazione è pienamente fondata. Secondo loro, l’elemento essenziale non è la “classe”: la società e la nazione sono la realtà fondamentale. Le loro diverse parti e i loro diversi organi svolgono varie opere benefiche per l’insieme e per il tutto. La verità di questa concezione dei fascisti e dei nazisti è innegabile. In realtà, il rapporto autentico tra la società e la nazione e i lavoratori non è un rapporto di inimicizia, di guerra e di conflitto; tra loro esiste piuttosto un rapporto di sostegno, cooperazione e azione reciproca. Il loro compito è produrre i beni necessari a tutti e accrescere la produzione a livello complessivo e nazionale, aumentando così la forza e la ricchezza della nazione. Qualora si riscontri una qualsiasi carenza, incompletezza o deviazione in questo sostegno e aiuto reciproco e in questa cooperazione, è opportuno eliminarla. Quando sorgono conflitti e divergenze d’opinione, è necessario eliminarli. Non è affatto auspicabile permettere che si accrescano e che le diverse parti della stessa società si apprestino a distruggersi reciprocamente e a produrre.

I comunisti sostengono che, nell’interesse collettivo, la proprietà privata e la ricerca del profitto personale siano fondamentalmente dannose e che sia auspicabile eliminarle. I fascisti e i nazisti hanno dimostrato falsa anche questa tesi. La loro concezione secondo cui queste due cose sono di per sé benefiche e assolutamente necessarie all’interesse collettivo è assai corretta. Tuttavia, a questa condizione: che, come nel caso del «sistema economico libero», esse non siano illimitate, bensì che sia doveroso fissare loro determinati limiti. Essi hanno affermato che ogni individuo ha il diritto di impegnarsi e adoperarsi per ottenere il proprio profitto e interesse; ma ciò non è in contrasto con il fatto che tale diritto debba essere subordinato all’interesse collettivo e utilizzato a suo favore. La finanza centrale (High Finance), le risorse minerarie, la costruzione e la gestione delle navi, gli armamenti, l’industria e altre grandi imprese analoghe (Big Business) non dovrebbero essere sottoposti alla proprietà privata. Le concessioni e le attività monopolistiche nelle quali l’interesse collettivo viene sacrificato a quello privato devono essere eliminate senza indugio. La speculazione deve essere certamente estirpata dal campo commerciale. Gli interessi nel sistema di concessione e riscossione dei prestiti devono essere aboliti completamente. [Nota: sebbene non siano riusciti a porre di fatto fine agli interessi, fu lo stesso Stato a prendere prestiti e a pagarli con gli interessi. Alcuni nazisti e fascisti consideravano entrambi gli interessi un’ingiustizia ed erano favorevoli alla loro abolizione.]

Il commercio deve essere organizzato secondo un insieme di norme tali da essere compatibili con gli interessi di tutte le persone coinvolte, e non soltanto favorevoli agli interessi di una singola classe. Se poi un proprietario di fabbrica stabilisce correttamente il prezzo dei prodotti, fabbrica beni di buona qualità, riesce a mantenere agiati e soddisfatti gli operai, si adopera per sviluppare la propria industria e, in cambio di tutto ciò, percepisce un profitto entro limiti ragionevoli, quale crimine commette perché lo si debba considerare ingiustamente un nemico della nazione e della società?

Essi hanno respinto, con piena ragione, anche la concezione liberale e imparziale secondo cui il governo dovrebbe limitarsi alle funzioni di polizia e dei tribunali, senza prestare alcuna attenzione o rivolgere alcuno sguardo alle vaste attività economiche e alla vita economica. Hanno affermato che armonizzare le diverse componenti dell’economia nazionale, instaurare sostegno e cooperazione tra esse ed eliminare le cause di conflitto e di lotta rientrano tra i doveri essenziali dello Stato nazionale. Da un lato hanno cercato di affrontare gli scioperi e, dall’altro, di utilizzare i mezzi e le forze della produzione. [Nota: quando il Partito nazista salì al potere nel 1933, in Germania c’erano quasi otto milioni di persone disoccupate e prive di lavoro; tuttavia, nel giro di pochi anni la situazione cambiò e si manifestò una carenza di lavoratori.] Hanno vietato per legge la proclamazione della «serrata» nelle fabbriche. Hanno istituito consigli comuni dei proprietari e dei dipendenti. Hanno cercato di definire equamente diritti e doveri tra loro e hanno creato un sistema ben regolato per risolvere le controversie mediante colloqui reciproci, la nomina di collegi arbitrali e, in ultima istanza, una decisione giudiziaria.

Nel sistema capitalistico non si assume alcuna responsabilità per i disoccupati, gli invalidi e gli inabili. Il fascismo e il nazismo hanno però cercato di eliminare questa deficienza del capitalismo. I nazisti e i fascisti hanno compreso il grave danno che può derivare dal lasciare senza sostegno le persone prive di mezzi di sussistenza e hanno istituito, su larga scala, un sistema di «assicurazione sociale» e di sicurezza sociale. Esso consentiva di assistere i dipendenti in caso di malattia, vecchiaia, disoccupazione e incidenti. Inoltre hanno creato enormi istituzioni per la maternità, la cura dei bambini, il benessere infantile, l’assistenza agli invalidi e agli inabili, l’aiuto ai mutilati di guerra, l’assistenza agli anziani privi di eredi e altre opere analoghe di carattere assistenziale. Prima della guerra, le istituzioni di questo genere operanti in Germania provvedevano alla sicurezza e al mantenimento di quasi cinque milioni di persone.

Nel capitalismo tutte le attività economiche procedono senza alcun piano, riflessione o coordinamento. Di conseguenza, le risorse e i mezzi economici non possono essere utilizzati pienamente; e ciò che viene utilizzato, nella misura in cui lo è, non mantiene un equilibrio. I fascisti e i nazisti hanno rivolto tutta la loro attenzione a eliminare questo difetto dell’economia libera. A tale scopo hanno affidato allo Stato, cioè al governo, la pianificazione dell’economia nazionale e il coordinamento dell’organizzazione. Hanno istituito consigli speciali per tutti i settori della vita economica e, mediante un sistema e un metodo ben organizzati e coordinati, hanno così accresciuto in modo sorprendente il volume della produzione, avviando un progresso armonioso tra i diversi settori.

Stupidità e danni

Gli aspetti benefici del fascismo e del nazismo sono stati discussi dettagliatamente sopra. Tuttavia, è necessario esaminare anche quale grande prezzo l’Italia e la Germania abbiano pagato per ottenere tali benefici.

Per contrastare i terribili effetti dell’odio di classe, i partiti nazista e fascista predisposero l’ebbrezza del vino inebriante del culto della nazione, l’ubriacatura dell’orgoglio e della vanità della stirpe, l’eccitazione dell’odio, dell’invidia, dell’ira e dell’ostilità contro gli altri popoli, nonché l’esaltazione dell’entusiasmo per la conquista del mondo e l’occupazione degli Stati. Ma i risultati di simili azioni non sono mai stati benefici per alcuna nazione. La corretta elevazione e crescita di una nazione possono fondarsi soltanto su una moralità costruttiva e su un obiettivo di vita puro e sacro. Il leader che, invece di questa via, adotta l’odio, l’assunzione di rischi e la creazione di eccitazione come mezzi per formare, sviluppare e rafforzare la nazione, finisce per corrompere il carattere e la natura stessa del proprio popolo. E non può esserci il minimo dubbio che una nazione elevata e plasmata in questo modo sia destinata, prima o poi, a subire un colpo devastante.

Invece di attuare in modo semplice, diretto e razionale il programma di riforme economiche e civili che avevano elaborato per il benessere delle rispettive nazioni, essi hanno costruito una filosofia della società e dello Stato del tutto priva di senso e di sostanza. In essa si sono accumulate innumerevoli esagerazioni, astuzie, assurdità pratiche e sciocchezze. Per questo hanno formulato come primo principio: il singolo trova la propria affermazione nell’ordine sociale; altrimenti l’individuo non ha alcun valore. Proseguendo, hanno affermato: è desiderabile che chi non è integrato nell’ordine sociale, o chi costituisce un ostacolo alla sua stabilità e al suo funzionamento, non esista e non diventi nulla. Poi, edificando un palazzo di ragionamenti, hanno detto: il vero funzionamento e la manifestazione dell’ordine sociale sono possibili soltanto attraverso lo Stato nazionale, e l’organizzazione, la direzione e il consolidamento dello Stato nazionale dipendono interamente da quel partito che si presenta facendo di un programma di unità e di progresso nazionale il proprio programma. Così gli slogan «Sei tedesco? Allora entra nel partito nazista» e «Sei italiano? Allora sii fascista» hanno trasformato completamente la nazione e lo Stato, nonché il governo e il partito al potere, in una cosa sola e identica. Chiunque abbia osato dissentire in qualunque questione dal partito al potere è stato proclamato nemico della nazione e dello Stato nazionale. La critica, il dibattito e la libera espressione delle opinioni sono stati trasformati in qualcosa di terribile. In tutto il Paese non è stato consentito a nessun altro partito di vivere, oltre a quello unico. Le elezioni sono state trasformate in una farsa, in un gioco privo di senso. Per impadronirsi completamente e globalmente della mente e della coscienza nazionale, il governo ha posto sotto il proprio controllo assoluto la polizia, la radio, le scuole, le arti, la letteratura, il teatro e tutto il resto, affinché all’orecchio della nazione non potesse giungere alcuna voce oltre a una sola. Non solo: sono state adottate tutte le misure necessarie perché nella mente della gente non potesse sorgere alcuna opinione diversa da quella del partito al potere; e se in una mente ribelle fosse sorta un’idea contraria al pensiero e all’opinione dei «padroni assoluti» della nazione, essa avrebbe dovuto rimanere sepolta nella sua stessa mente, oppure sarebbe stata sepolta sotto terra insieme all’intera testa del suo proprietario. Essi hanno apparentemente elaborato un’ideologia assai ragionevole. Tale ideologia sostiene che, se nella vita sociale e nazionale non viene predisposto un piano centrale, nascono disordine, particolarismi e conflitti reciproci e, in generale, si verifica un enorme spreco di energie, capacità e mezzi. Perciò l’intera vita nazionale deve essere organizzata e tutti gli abitanti del Paese devono lavorare ordinatamente, come le diverse parti di una macchina, secondo il piano e il programma stabiliti da una forza centrale sotto un governo centralizzato. Secondo loro, questo è il mezzo per portare molto rapidamente in avanti le attività produttive e quelle volte allo sviluppo e al benessere. In base a questa ideologia, essi hanno avvinto ogni aspetto e settore della vita degli abitanti dell’intero Paese — economico, civile, religioso, culturale e politico — con i legami indissolubili di un unico sistema regolamentare. Hanno cominciato a dirigere ogni cosa secondo regole prestabilite. Nel loro modo di vivere tutto era definito e organizzato: erano definiti i compiti di ogni istituzione, i salari; erano definiti i prezzi, i diritti e i doveri, il modo di utilizzare le forze e le capacità, i settori di impiego del capitale, dei mezzi e delle risorse. Là erano definiti perfino il pensiero e l’immaginazione, la ricerca e le vie di espressione delle inclinazioni e delle correnti interiori. E per tutte queste cose erano stabiliti persino programmi dettagliati della durata di diversi anni. Ora, come potrebbero tollerare la critica di un individuo e il fatto che, mediante la critica, si turbassero le menti della gente comune, coloro che, soltanto per il bene della nazione, avevano sopportato tante sofferenze e impiegato tanto ingegno per elaborare un piano così grande per l’intera vita nazionale? Come si potrebbe tollerare che i funzionari, i quali dovrebbero dedicarsi ai compiti loro assegnati, fossero invece coinvolti in discussioni e che venisse distrutta la fiducia del popolo in un piano elaborato con un lavoro e una fatica così immensi? Pertanto, proprio per la tendenza intrinseca di questa vita «pianificata», essi non erano minimamente disposti a tollerare la libera possibilità di criticare e di esprimere le proprie opinioni. Al contrario, la loro pretesa categorica era che, se qualcuno voleva esprimere un’opinione, dovesse farlo in accordo e a sostegno del programma stabilito dai governanti. In caso contrario, ciascuno doveva tenere la bocca chiusa; vale a dire che, una volta pianificato tutto, bisognava chiudere la bocca e, insieme, porre fine anche all’attività del pensiero e dell’immaginazione. Doveva essere chiusa la via del dissenso, chiuso il dibattito, chiusa la critica, chiuse le domande e le verifiche; in una parola, dovevano essere definitivamente bloccati e resi inerti anche il pensiero e la riflessione dell’intera nazione, fatta eccezione per il cervello di pochi uomini.

Qui torna a sorgere la domanda iniziale. Ciò che le dottrine nazista e fascista offrono è forse degno di essere accettato in cambio di un prezzo così straordinario? Soltanto pochi individui, nell’intera nazione, saranno esseri umani, mentre tutti gli altri saranno simili ad animali, anzi soltanto parti di una macchina priva di vita. Soltanto pagando questo prezzo si può ottenere là la sicurezza di procurarsi il cibo necessario; altrimenti no.

Riforme e correzioni interne del sistema capitalistico

Ora esamineremo che tipo di correzioni e riforme abbiano attuato gli abitanti dei Paesi in cui le radici della democrazia liberale erano profondamente consolidate, mantenendo il sistema capitalistico fondato sulle sue basi originarie, e quali siano stati i risultati di tali interventi.

Come è già stato accennato, nel XVIII secolo la classe borghese, da un lato, presentava l’«economia libera» per favorire i propri interessi economici, mentre, dall’altro, la stessa classe borghese scuoteva cielo e terra con gli slogan della democrazia, dell’uguaglianza, della parità dei diritti e della sovranità popolare, allo scopo di conseguire i propri interessi politici. Rivendicava la libertà di esprimere le proprie opinioni, la libertà di pensiero e di ricerca, la libertà di scrivere, parlare e tenere discorsi, nonché il diritto alla libertà di riunione e di associazione. Arrivava persino a proclamare con parole estremamente energiche che, in risposta a una persecuzione, un’oppressione e un uso della forza intollerabili, il popolo poteva dichiarare la propria ribellione contro il governo. In un primo momento, quando esprimeva queste opinioni, si rivolgeva esclusivamente alle dinastie regnanti, ai proprietari terrieri e ai sacerdoti e ministri della Chiesa. Erano questi gli unici che vedeva davanti ai propri occhi, e contro di loro vedeva soltanto se stessa. Per questo non riuscì neppure a percepire o immaginare che il sistema economico fondato sull’individualismo senza limiti e il sistema statale fondato sulla democrazia e sull’uguaglianza civile che intendeva instaurare potessero, in qualunque momento, entrare in contraddizione tra loro e impegnarsi entrambi in un duro conflitto.

Grazie ai loro sforzi, quando in vari Paesi cominciò a realizzarsi una democrazia più moderna e il diritto di voto si estese dai proprietari terrieri fino agli uomini d’affari, agli industriali e agli usurai, non fu più possibile, con alcun argomento, privarne gli operai, i lavoratori e le masse contadine. Tuttavia, il gruppo borghese continuò a cercare di escluderli. Di conseguenza, le loro stesse tattiche scorrette cominciarono ad agire contro di loro. Alla fine furono costretti ad accettare gradualmente il diritto di voto dell’intero popolo, proprio come poco tempo prima gli stessi proprietari terrieri erano stati costretti ad accettare il loro diritto di voto. In seguito non fu più possibile trovare alcun argomento sulla cui base si potesse ritenere ragionevole che i proprietari potessero organizzarsi, mentre non fosse lecito agli operai fare altrettanto. Né si poté più sostenere che i proprietari potessero imporre agli operai le proprie condizioni e regole con l’aiuto della forza collettiva, mentre i lavoratori non avessero il diritto di far accettare le proprie condizioni e richieste mediante la forza del proprio gruppo: tutto ciò fu dimostrato irragionevole e infondato. Così, a poco a poco, si riconobbe che gli operai e gli impiegati avevano il pieno diritto di costituire proprie associazioni; di negoziare, non individualmente ma con la forza del gruppo, sui salari e sulle altre condizioni; di ricorrere allo sciopero per soddisfare le proprie necessità e lamentele; e di organizzare la resistenza per rendere efficace lo sciopero.

L’antica concezione politica secondo cui il compito dello Stato consisteva soltanto nel proteggere la libertà individuale e lo Stato nazionale non aveva alcun dovere o responsabilità positiva scomparve con la fine del XIX secolo. Al suo posto cominciarono a prendere forma nuove concezioni dei diritti popolari e della democrazia. Uno Stato democratico è l’espressione dell’opinione collettiva degli abitanti del Paese; il popolo trasforma il proprio potere politico nella forma dello Stato e lo concentra e organizza nell’appartenenza statale. Perché, allora, si dovrebbe ancora cercare di limitare l’ambito d’azione (giurisdizione) del governo democratico come quello dei precedenti governi monarchici? Il dovere del governo democratico non dovrebbe essere soltanto negativo: è auspicabile che la sua responsabilità consista nell’agire positivamente per l’interesse generale. Se nella società si verificano forme di oppressione, ingiustizia o abuso, dovrebbe rientrare nei doveri del governo democratico porvi rimedio sia mediante l’emanazione di leggi sia mediante interventi amministrativi.

Fu proprio in una situazione del genere che rimbombarono i tamburi della Prima guerra mondiale. In seguito ebbe luogo la rivoluzione comunista in Russia. Questa rivoluzione aggiogò le donne e i bambini della classe borghese alle macchine produttive come buoi da giogo. Successivamente, in Germania e in Italia, se ne osservò la reazione sotto forma, rispettivamente, di fascismo e nazismo. In tal modo, tanto la borghesia quanto le masse lavoratrici rimasero prigioniere dei tentacoli di un duro sistema di governo oppressivo. Questi eventi resero il sistema capitalistico alquanto «liberale» e, in parte sotto la pressione della forza popolare in costante crescita e in parte per propria volontà, introdussero i seguenti cambiamenti nell’antico sistema economico del libero mercato:

Primo: fu debitamente riconosciuto il diritto degli operai e degli impiegati a organizzazioni rappresentative in ogni settore della vita economica. Allo stesso tempo, si riconobbe la possibilità di adottare, in una certa misura secondo la consuetudine e la legge, determinati strumenti concreti che i sindacati degli operai e degli impiegati potevano utilizzare per ottenere le proprie rivendicazioni e fare a tal fine la massima pressione possibile. In tal modo, sebbene il conflitto e il continuo contrasto tra capitale e lavoro non fossero definitivamente cessati, il lavoro e la fatica non rimasero più impotenti di fronte al capitale come nella fase del libero mercato.

Secondo: aumenti salariali, riduzione dell’orario di lavoro, miglioramento delle condizioni di lavoro, imposizione di restrizioni all’impiego di donne e bambini come lavoratori, maggiore attenzione alla vita e alla salute degli operai, tentativi di migliorare le loro abitazioni e l’ambiente circostante rispetto al passato, risarcimenti in caso di danni fisici, mutilazioni e simili, nonché l’attuazione di alcuni programmi di sicurezza sociale: sebbene tutto ciò non avesse raggiunto il livello desiderato, la condizione degli operai e degli impiegati di livello inferiore non rimase più così misera come prima.

Terzo: nel conflitto reciproco tra lavoro e capitale, il governo fu accettato come giudice e «conciliatore». Furono stabiliti vari metodi e strumenti conformi alla legge per eliminare tale conflitto e risolvere le controversie. Sebbene ciò non sia stato realizzato su vasta scala, sebbene su questa base non sia possibile determinare pienamente i diritti e i doveri con giustizia tra operai e proprietari in ogni settore economico, e sebbene il governo non abbia ancora assunto direttamente il compito di fornire una composizione giudiziaria delle controversie economiche, tuttavia, in linea di principio, furono riconosciuti questo diritto e questo dovere del governo.

Quarto: fu riconosciuto come principio che fosse necessario imporre limiti all’accaparramento del profitto privato, affinché esso non diventasse contrario all’interesse sociale e generale. E imporre tali limiti è dovere del governo.

Quinto: molti governi assunsero la responsabilità di svolgere attività economiche che non potevano essere realizzate a livello privato, oppure la cui affidazione ai privati avrebbe potuto danneggiare l’interesse generale. Per esempio, i servizi postali e telegrafici, il sistema dei trasporti, la costruzione e la manutenzione delle strade, la gestione e distribuzione delle foreste, l’approvvigionamento idrico e l’irrigazione, la produzione e distribuzione dell’energia idroelettrica, la distribuzione e il controllo monetario. Inoltre, il governo assunse sotto la propria concessione anche le risorse minerarie. Cominciò inoltre a gestire direttamente le grandi industrie.

Sesto: sono state predisposte misure per i lavoratori e gli impiegati a basso reddito, affinché possano risparmiare poco alla volta e acquistare quote a basso prezzo di società commerciali, aziende industriali e fabbriche. In molti luoghi, inoltre, secondo norme speciali, gli impiegati e gli operai ricevono una parte della loro retribuzione in contanti, mentre un’altra parte viene incorporata, per loro conto, nel capitale della società. In questo modo, un numero incalcolabile di lavoratori e impiegati è diventato anche comproprietario della propria società o corporazione. In molte fabbriche rinomate, dall’80 al 90 per cento degli operai e degli impiegati è entrato a far parte della proprietà, e poiché è facile acquistare quote a rate, la loro partecipazione nelle aziende industriali cresce progressivamente.

I difetti residui della società capitalistica

Tuttavia, anche dopo tutti questi cambiamenti, correzioni e riforme, i difetti fondamentali della società capitalistica sono ancora presenti così come prima e non sono stati affatto eliminati.

Finora non è stato possibile sradicare il problema della disoccupazione dalla società capitalistica. Anzi, fatta eccezione per i periodi di guerra, essa è diventata una malattia permanente della società capitalistica in ogni tempo e circostanza. In un Paese come l’America, che ha raggiunto vette straordinarie nell’industria, nel commercio e nella produzione della ricchezza, non appena diminuiscono le attività legate alla guerra, più di 3,2 milioni di persone rimangono disoccupate. Tra aprile e maggio del 1149 il loro numero aumentò fino a superare i 3,5 milioni, raggiungendo i 4 milioni nel mese di giugno. In realtà, sia quando il mercato degli affari, dell’industria e del commercio è fiorente, sia quando è in recessione, la disoccupazione rimane una componente inevitabile della società capitalistica.

Il mistero sorprendente al quale abbiamo alluso in precedenza è rimasto ancora incomprensibile e irrisolto. Da una parte, miliardi di persone soffrono per la mancanza dei mezzi di sussistenza e desiderano persino beni di lusso; sono accumulati beni e risorse naturali in quantità illimitata, che potrebbero essere utilizzati per produrre ancora più merci; e vi sono anche milioni di persone che potrebbero essere impiegate. D’altra parte, però, persino i pochi beni che il sistema capitalistico produce — molto meno di quanto richiederebbero i bisogni del mondo e il suo potenziale consumo — rimangono invenduti sul mercato. Infatti, la gente non dispone del denaro necessario per acquistarli. E quando persino questa scarsa quantità di beni non viene venduta, non si può osare impiegare un numero maggiore di persone né utilizzare le risorse e i mezzi naturali. E quando non si riesce a impiegare le persone, non vi è neppure alcun modo di creare in loro potere d’acquisto.

Non è tutto: nel sistema capitalistico esiste un altro difetto. Ogni anno, invece di immettere sul mercato enormi quantità di merci, raccolti, frutta e altri prodotti, essi vengono deliberatamente distrutti. Eppure miliardi di persone soffrono per la mancanza di tali beni. Il capitalista è disposto a distruggere queste merci e a spendere milioni per tale distruzione; ma non è minimamente disposto a immetterle sul mercato per abbassarne il prezzo e renderle accessibili, a un costo relativamente contenuto, a chi ne ha bisogno.

Un altro difetto del sistema capitalistico è estremamente grave. Lo Stato, la società, la classe ricca — in una parola, nessuno — si considera responsabile del sostentamento e del soddisfacimento dei bisogni delle innumerevoli persone indigenti. Tra queste ve ne sono molte che, pur essendo abili al lavoro, sono disoccupate o non sono ancora diventate capaci di lavorare, oppure sono temporaneamente o permanentemente invalide e paralizzate. Nella società capitalistica hanno ancora diritto alle cure soltanto i malati che hanno denaro in tasca; l’istruzione viene impartita soltanto all’orfano il cui padre è morto lasciando una polizza di assicurazione sulla vita. Dopo aver subito un incidente, può ancora rialzarsi soltanto colui il cui periodo prospero è trascorso e che aveva provveduto da sé a procurarsi un sostegno per i tempi difficili. In una parola, finora la responsabilità delle persone indigenti, bisognose e prive di ogni via d’uscita non è stata affidata a nessuno; il fatto che qualcuno riesca occasionalmente a ricevere un aiuto è naturalmente un’altra questione.

Nella società capitalistica, finora, i prezzi delle merci vengono fatti aumentare artificialmente; attraverso piani elaborati con cura, si crea la penuria di determinati beni. E questo non è affatto un difetto di poco conto. Le diverse regole e pratiche delle compravendite oscure e della speculazione commerciale continuano ancora a sconvolgere giorno e notte la natura dell’economia nel suo complesso. Ancora oggi, se una persona riesce in qualche modo ad accumulare una quantità sufficiente di capitale, può produrre, per avidità di profitto personale, qualsiasi merce nella quantità che desidera e cercare di imporla in qualunque modo agli abitanti della società. Che essa sia necessaria o meno alla società, non vi è alcun ostacolo a tale attività; persino se il bene è dannoso per la società, può comunque essere prodotto e venduto. Ancora oggi vengono sospese le attività di cui la società e la nazione hanno urgente bisogno, mentre lavoro e capitale vengono spesi in enorme quantità per produrre beni di lusso destinati al divertimento e allo svago, per procurare oggetti atti a soddisfare desideri bestiali e per creare montagne di piaceri, agi, godimenti e voluttà. Non è forse una cosa sorprendente? Ancora oggi i re dell’industria e del commercio e gli imperatori della finanza applicano segretamente e apertamente ogni sorta di stratagemmi e manovre diplomatiche per promuovere i propri interessi, facendo divampare il fuoco dei conflitti internazionali, dell’odio, dell’ostilità e delle guerre.

Nel sistema capitalistico, la società esercita ancora il dominio sullo Stato attraverso i ricchi capitalisti, i proprietari delle banche e gli usurai. Essi valutano l’intero valore nazionale secondo il criterio del tasso d’interesse e lo fanno ruotare ciclicamente attorno a quel centro. Sono ancora gli stessi capitalisti a decidere per quali attività il capitale debba essere impiegato e per quali non debba esserlo. Nel prendere tali decisioni, non prestano la minima attenzione alle necessità e al benessere della società e della nazione. Guardano invece soltanto a quali attività possano garantire un profitto pari o superiore al tasso d’interesse corrente del mercato. Di conseguenza, se esportare alcolici offre maggiori prospettive di profitto che fornire acqua o irrigare, non esiteranno né si vergogneranno minimamente a dedicarsi alla ricerca di idee e mezzi per fornire alcolici alle persone dedite al lusso, lasciando il popolo assetato per mancanza d’acqua.

Nel corpo della società capitalistica è ancora presente la malattia del ciclo commerciale (Trade Cycle). Di conseguenza, dopo ogni periodo di prosperità che dura alcuni anni, nell’economia mondiale si crea un ciclo di depressione. Il mondo degli affari e del commercio continua a muoversi liberamente, con grande intensità e regolarità, senza lasciarsi coinvolgere; poi, all’improvviso e inaspettatamente, gli uomini d’affari si accorgono che le merci accumulate nei loro magazzini non escono né vengono vendute al ritmo giusto. Allora sospendono per qualche tempo gli ordini di nuove merci. Vedendo questa situazione, gli industriali riducono in parte la produzione. Non appena il capitalista riceve il segnale di questo pericolo, smette di concedere prestiti e cerca anche di recuperare quelli già concessi. Di conseguenza, le fabbriche cominciano a chiudere, il problema della disoccupazione si aggrava e i prezzi delle merci diminuiscono progressivamente. Gli uomini d’affari e gli acquirenti sospendono temporaneamente gli ordini e gli acquisti, nella speranza che i prezzi scendano ancora. Le fabbriche che continuano a funzionare riducono il ritmo della produzione. La disoccupazione diventa così ancora più grave. Vedendo diminuire le entrate, i governi riducono le voci di spesa, e la depressione del mercato peggiora ulteriormente. In questo modo, ogni passo indietro diventa causa di un arretramento ancora maggiore. Quando infine ci si avvicina al limite di una bancarotta completa e generale, il movimento cambia improvvisamente direzione. I prezzi delle merci cominciano gradualmente a salire e ricomincia quindi il periodo di prosperità. Questo ciclo è diventato una malattia permanente della società capitalistica. E fino a oggi non è stato avviato alcun trattamento né alcun rimedio contro di esso.

Nell’attuale sistema capitalistico regolamentato e riformato permangono ancora numerosi difetti, grandi e piccoli, di questo genere, proprio come nel sistema capitalistico libero e violento del XIX secolo. Ciò dimostra con chiarezza che la democrazia non ha compiuto il minimo sforzo, né adottato alcun metodo efficace, per comprendere e rimuovere con prudenza e discernimento le cause fondamentali dei difetti intrinseci di questo sistema economico. È accaduto soltanto che, con l’aumento della pressione delle masse lavoratrici e operose, o con l’intensificarsi del crescente terrore del comunismo, la classe borghese ha introdotto numerose correzioni e modifiche nelle proprie regole, nei propri principi e nei propri metodi d’azione. Di conseguenza, le lamentele del popolo si sono ridotte a tal punto che gli imbroglioni comunisti non riescono a trarne un vantaggio molto grande.

La lezione della storia

Se si getta uno sguardo d’insieme sull’analisi storica dei sistemi economici esposta finora, davanti a chiunque appariranno con assoluta chiarezza alcune questioni importanti.

Da questa analisi si possono anzitutto conoscere con chiarezza la storia economica dei Paesi occidentali e i problemi e le complessità comuni della nostra vita collettiva attuale. Si vede che qui il sistema feudale è ancora presente nella sua concretezza e in piena attività, con molte caratteristiche particolari. Accanto ad esso si è sviluppato anche il capitalismo moderno, con i suoi numerosi difetti. Alcune malattie le abbiamo ereditate dalla nostra epoca di declino. Altre ci sono giunte grazie alla rivoluzione industriale e al sistema capitalistico dell’Occidente. La sola differenza è che qui non esistono né il papato né un sistema di dominio ecclesiastico. Non esiste neppure una classe sacerdotale (Priest Class) che possa stabilire legami e alleanze con i ricchi e, invocando Allah e la religione, fornire sostegno e appoggio a un’ingiusta supremazia, a privilegi e a diritti coercitivi.

Ogni lettore può comprendere dall’analisi storica sopra esposta da dove provengano le divertenti proposte che i cosiddetti pezzi grossi del nostro Paese avanzano continuamente allo scopo di risolvere i problemi e le complessità del Paese e della società. Sentiamo dire che alcuni illustrano l’importanza della pianificazione sociale, altri esprimono il desiderio di apportare cambiamenti «rivoluzionari» al sistema economico del Paese, altri ancora affermano che sia necessario liberare i terreni e i campi dalla proprietà privata e trasformarli in proprietà nazionale; da un’altra parte si leva nuovamente il grido della nazionalizzazione dell’intera industria pesante; e qualche «medico» inesperto, dopo aver svolto di recente profonde riflessioni e ricerche, propone l’eccezionale ricetta per abolire la proprietà privata della terra. Tutto questo non è altro che materiale rubato dai «quaderni di brutta copia» degli inesperti pensatori dei Paesi occidentali. Ora qui si cerca di applicare proprio quei piani sperimentali che in precedenza sono stati attuati in Russia, Germania, Italia, America e Inghilterra. Anche in questo caso, tuttavia, esiste una differenza tra noi e loro, nonostante la somiglianza. Persino gli inesperti di quei Paesi pensano in modo indipendente. I pezzi grossi del nostro Paese, invece, si sono limitati ad aprire una farmacia. Sono inesperti e, nello stesso tempo, ciechi seguaci e imitatori degli stessi inesperti. Quando vedono che le loro iniziative causano danni, gli inesperti dei Paesi occidentali modificano perfino la ricetta originaria. Qui, salvo che non giunga da quei Paesi la notizia di qualche cambiamento, i medici continueranno a somministrare al paziente le medicine secondo la medesima ricetta fino all’ultimo, fino alla sua agonia. Non sentiranno il minimo bisogno di apportarvi alcuna modifica.

Nella società, nella civiltà e nella cultura occidentali, nonché nel pensiero, nella ricerca e nelle attività, è emerso in modo assai evidente un altro aspetto della storia. In una parola, quella storia è la storia di un incessante conflitto e lotta, di tensioni e contrasti, dispute e controversie, guerre e ostilità. Un gruppo prende possesso del campo della vita e comincia a trascinare in una determinata direzione la moralità, la religione, il diritto, i costumi e l’intero sistema sociale e culturale. Di conseguenza, nei confronti dell’altro gruppo viene commessa la massima ingiustizia. In seguito, qualcuno tra questi gruppi oppressi si solleva e dà origine a un conflitto e a uno scontro con gli oppressori. Insieme alla malvagità delle loro azioni, finisce per negare apertamente anche l’importanza delle azioni buone e, riportando l’intero sistema del pensiero, della ricerca e dell’azione dall’estremo iniziale all’estremo opposto, lo conduce fino all’altra riva. Ne deriva una situazione estrema di oppressione e ingiustizia. Poi, superata la fase delle lamentele e degli attacchi, nasce una terza rivolta. Il flusso dell’odio, dell’inimicizia, dell’ostinazione e della testardaggine trascina via, insieme alla menzogna, anche la verità. Alla fine viene instaurato un sistema ancora più estremo di quelli precedenti. Vedendo la violenza di questa corrente e di questa inondazione, nonché la sua distruttività apocalittica, nasce nella direzione opposta un’altra controcorrente. Anche i suoi esponenti non sono affatto meno estremisti dei loro predecessori. A causa di queste continue tensioni e oscillazioni, la storia dell’Occidente sembra procedere come un ubriaco che attraversa la strada con passo incerto e seguendo un percorso tortuoso e obliquo, invece di avanzare con passo fermo e rettilineo come una persona cosciente e sana di mente. Hegel e Marx, osservando questo spettacolo, hanno creduto che questo fosse il modo naturale dello sviluppo progressivo della civiltà umana; in realtà, tutto ciò è la conseguenza di una sola cosa: gli occidentali vivono da lungo tempo senza la legge di Allah e senza la luce di Allah. La dottrina cristiana che avevano ricevuto attraverso San Paolo si era già separata dalla Sharia originaria. Presso di loro, oltre ad alcune preziose parole di ammonimento di Gesù, pace su di lui, non era rimasta affatto alcuna parte della guida di Allah. Di conseguenza, per costruire l’enorme palazzo della loro civiltà, economia e politica, non disponevano di alcuna fondazione divina. Nell’Antico Testamento della Bibbia, alle parole divine si erano mescolate per il due per cento parole inventate dagli uomini per il novantotto per cento. Per questo, anche se in seguito vi si sono rivolti con una fede a metà e un’incredulità a metà, non sono riusciti a riceverne una guida particolare. Subito dopo la disgregazione dell’Impero romano e proprio all’inizio delle tenebre medievali, l’Islam era stato presentato all’Europa; ma l’Europa, che aveva accettato il cristianesimo a condizione di liberarsi dai vincoli della Sharia, non poteva in alcun modo avvicinarsi all’Islam e avanzare verso di esso allo scopo di ottenere la guida. L’Islam, infatti, non è affatto disposto a presentare soltanto la religione e la fede, escludendo la Sharia. Per questo motivo, e in parte a causa dell’odio e dell’inimicizia fomentati dai sacerdoti cristiani, l’Europa non riuscì ad accogliere la luce dell’Islam, che si diffondeva come un’inondazione. In seguito, agli europei non rimase altra possibilità se non elaborare per se stessi un modo di vivere e un sistema basati esclusivamente sulla propria ragione e sul proprio giudizio. Ed è proprio ciò che fecero; tuttavia l’uomo non è affatto capace di assumere una decisione razionale in modo completamente puro. È evidente e universalmente noto che, insieme alla sua ragione, gli resta continuamente attaccato anche Satana, il quale svia attraverso le passioni. Né è ignoto a nessuno che l’intera umanità non elabori collettivamente un sistema di vita. Sono alcune persone dotate di intelligenza e spirito vigile a elaborare un modo di vivere. Per questo, tale sistema di vita può risultare conforme ai desideri e accettabile soltanto per persone che condividono la loro stessa mentalità e la loro stessa inclinazione ostile. Proprio per questa ragione, tutti i sistemi e i modi di vivere elaborati di tanto in tanto in Europa sono squilibrati. E, come inevitabile conseguenza di questo squilibrio, in quel paese continuano con estrema intensità conflitti, lotte e incessanti tensioni.

Ma, in realtà, in questo mondo non ci è stato affatto donato alcun libro capace di dissipare la nebbia dell’ignoranza riguardo a una qualsiasi guida, al pensiero e alla fede, alla vera conoscenza e scienza, e al modo di vivere. Per risolvere i complessi problemi cui ci hanno esposto, fondendosi e mescolandosi, l’ignoranza degli antichi indù, il sistema di governo hegeliano del Medioevo e la civiltà e cultura occidentale dell’epoca moderna, dobbiamo forse adottare anche noi i mezzi e i metodi cui sono ricorsi nei paesi occidentali il comunismo, il nazismo, il fascismo e il capitalismo? Inoltre, non abbiamo proprio altra via d’uscita?… Non possediamo forse davvero una fiaccola di luce con l’aiuto della quale possiamo elaborare un sistema di vita armonioso?

Chiunque possieda anche solo un briciolo di conoscenza e consapevolezza dell’Islam non può mai rispondere affermativamente a questa domanda.

Il vero problema – la vera complessità

Come possiamo risolvere correttamente questi problemi sulla base degli ideali e dei principi islamici? Per comprendere questo, dobbiamo anzitutto capire con chiarezza quale problema e quale complessità ci troviamo realmente ad affrontare oggi, come abitanti del mondo e come esseri umani. In breve, la natura di questa complessità, di questo problema, è la seguente:

Se adottassimo anche noi un sistema economico secondo il quale ogni individuo può appropriarsi liberamente dei mezzi di produzione secondo la propria volontà e i propri desideri, può impegnarsi e sforzarsi come vuole per riempire fino all’orlo il tesoro dei propri profitti e, secondo il quale, per instaurare nella società equità e giustizia, si deve fare affidamento esclusivamente sulla concorrenza, sulla demolizione e ricostruzione e sulle leggi già stabilite, ne deriverebbe inevitabilmente l’insorgere di ogni sorta di difetti e vizi imputati al sistema capitalistico, e nella nostra società riemergerebbero inevitabilmente tutti i difetti del sistema feudale già esaminati in precedenza. (Nota: l’argomento è stato discusso dettagliatamente nel saggio intitolato «Il capitalismo moderno».)

D’altra parte, se aboliamo il principio della proprietà privata e sottoponiamo invece tutti i mezzi di produzione all’autorità della proprietà nazionale, la maggior parte di questi difetti viene certamente eliminata; ma, in primo luogo, un cambiamento fondamentale di questo genere non può in alcun modo essere realizzato senza un’immensa rovina di vite e beni e senza proclamare, proprio come in Russia, una ribellione aperta contro la religione e la morale. In secondo luogo, anche ammettendo che ciò possa essere realizzato in modo del tutto pacifico e ordinato, non può esservi alcun dubbio che la proprietà nazionale e il principio totalizzante (il socialismo) eliminino completamente la libertà degli individui. Instaurare il socialismo per vie ordinate e democratiche equivale, in realtà, alla fine definitiva della democrazia per mezzo della democrazia. Infatti, affinché la democrazia possa funzionare correttamente, è assolutamente indispensabile che nella società e nella nazione vi sia un gran numero di persone indipendenti e capaci di guadagnarsi da vivere autonomamente. Nel socialismo, invece, si produce esattamente la situazione opposta: tutte le persone che possiedono una professione e un mezzo di sostentamento indipendenti ne vengono private per sempre. In realtà, qualunque settore dell’economia venga sottoposto alla proprietà nazionale, tutti i suoi dipendenti diventeranno esattamente come gli impiegati statali. Nessuno ignora quanta libertà di espressione e di azione godano gli impiegati statali nei vari Paesi. Quanto più questa politica economica verrà modificata e ampliata, tanto più si restringerà e si ridurrà l’ambito della libertà di pensiero, di parola, di riunione, di organizzazione, di scrittura e pubblicazione e di azione: su questo non può esservi alcun dubbio. Alla fine, nel giorno in cui sarà completata la nazionalizzazione dell’intera economia, tutti gli abitanti del Paese si saranno trasformati in impiegati statali. E la natura stessa di un sistema complessivo di questo genere è tale che, una volta insediatosi al potere, qualunque gruppo non potrà mai più essere spodestato.

Invece di eliminare il sistema economico fondato sulla proprietà privata, se vi imponiamo un saldo controllo governativo (Government Control) e gestiamo l’intera economia nazionale secondo un piano centralizzato, come avviene nel fascismo e nel nazismo, si rimedierà a molti dei difetti del sistema capitalistico; tuttavia, anche un controllo di tale entità può rivelarsi fatale per la libertà individuale. Il suo risultato sarà, di fatto, analogo a quello del socialismo: su questo non vi è dubbio.

Se invece manteniamo il sistema economico capitalistico fondato sulle sue basi originarie e vi apportiamo alcune modifiche, come è avvenuto finora in Paesi quali l’America e l’Inghilterra, forse la democrazia e la proprietà privata rimarranno in vigore, ma nessuna delle grandi cause per cui il sistema economico capitalistico si è trasformato in un grave pericolo e in una grande maledizione per il mondo verrà eliminata.

In altre parole, se da un lato si spalanca un enorme abisso, dall’altro ve n’è proprio uno altrettanto enorme. Quando si adotta un sistema di benessere collettivo, la libertà dell’individuo viene eliminata. E se si preserva la libertà dell’individuo, il benessere collettivo viene ostacolato e mandato in frantumi. Il mondo non è riuscito a trovare un sistema di vita sotto il quale la rivoluzione industriale potesse procedere correttamente, con tutti i suoi contributi e i suoi benefici, continuando a svilupparsi, e nel quale sia la libertà individuale sia il benessere sociale collettivo potessero operare contemporaneamente, insieme e in perfetto equilibrio. In realtà, il futuro del mondo dipende proprio dal conseguimento di un simile sistema di vita. Se ciò non sarà davvero possibile, gli abitanti del mondo si suicideranno con la pistola della rivoluzione industriale. Ma se sarà davvero possibile ottenerlo, lo Stato che riuscirà a presentare al mondo una sua forma compiuta diventerà il leader indiscusso del mondo futuro.

I principi fondamentali del sistema economico islamico

L’Islam ha adottato un piano economico intermedio tra il comunismo e il capitalismo. In conformità con questo piano, per costruire un edificio sociale, stabilisce tra l’individuo e la società alcune fondamenta morali e pratiche, affinché tali fondamenta possano sostenere saldamente sul proprio dorso l’edificio dell’economia islamica. A questo scopo forma adeguatamente la mente e il cuore di ogni individuo della società e cerca di crearvi correttamente una mentalità di quel genere, assolutamente indispensabile in coloro che devono amministrare questo sistema economico equilibrato. L’Islam impone agli individui alcuni limiti e obblighi nell’azione, affinché essi, invece di danneggiare l’interesse collettivo, possano contribuirvi positivamente e recargli beneficio. Anche nella società l’Islam stabilisce determinate norme e regole, che eliminano i fattori capaci di distruggere la vita economica.

Per comprendere correttamente la soluzione proposta dall’Islam per eliminare le complessità economiche moderne, è assolutamente necessario comprendere i suddetti principi fondamentali del sistema economico islamico.

Uno: distinzione tra mezzi leciti e illeciti per guadagnare denaro

La prima questione è che l’Islam non ha concesso ai suoi seguaci una libertà illimitata di procurarsi ricchezze e beni. Al contrario, tra i mezzi e i metodi per guadagnare ha stabilito, dal punto di vista dell’interesse nazionale e generale, una distinzione tra ciò che è lecito e illecito, valido e invalido. Questa distinzione si fonda su un principio particolare: tutti i metodi e i mezzi di guadagno mediante i quali il profitto di una persona arreca danno a un’altra persona o ad altre persone sono stati dichiarati illeciti. Sono invece leciti e corretti quelli in cui il profitto e il beneficio vengono distribuiti equamente tra le parti interessate. Nel Nobile Corano questo principio fondamentale è esposto nel modo seguente:

بأَيُّهَا الَّذِينَ آمَنُوا لَا تَأْكُلُوا أَمْوَالَكُم بَيْنَكُم بِالْبَاطِلِ إِلا أَنْ تَكُونَ تِجَارَةًعن تراض مِنْكُمْ قد وَلَا تَقْتُلُوا أَنْفُسَكُمْ ، إِنَّ اللَّهَ كَانَ بِكُمْ رَحِيْمَانَ وَمَنْ يفعل ذلك عنوانًا وظُلْمًا فسوف تصليه نارا – – النساء : ٢٩-٣٠

«O credenti! Non consumate ingiustamente i beni gli uni degli altri; ogni transazione deve avvenire sulla base del reciproco consenso e della reciproca volontà. E non uccidete voi stessi. In verità, Allah è misericordioso con voi. Chiunque commetta questo atto oltrepassando i limiti e agendo ingiustamente, lo getterò nel Fuoco dell’Inferno.» — Sura an-Nisāʾ, 29-30

In questo versetto si dichiara che le transazioni reciproche possono essere lecite a due condizioni. La prima è che tutte le transazioni siano concluse sulla base del reciproco consenso e della reciproca soddisfazione. La seconda è che tale transazione non debba tutelare il vantaggio e l’interesse di una persona arrecando danno e pregiudizio all’altra. In questa prospettiva, l’espressione «non uccidete voi stessi» è ricca di significato e di profondo valore. Può avere due significati, ed entrambi sono intesi qui: il primo è che non dovete uccidervi gli uni gli altri; il secondo è che non dovete distruggere voi stessi. In altre parole, chi danneggia un altro per il proprio interesse è come se ne bevesse il sangue e, alla fine, aprisse la strada alla propria rovina definitiva. Nel furto, nella corruzione e nelle tangenti, nel gioco d’azzardo, nell’inganno e nella frode, nell’usura e in ogni tipo di commercio vietato dall’Islam, queste due ragioni dell’illiceità sono pienamente presenti. Sebbene in alcuni casi vi possa essere un certo margine di consenso reciproco, in essi non sono presenti le altre condizioni contenute nell’espressione del versetto «non uccidete voi stessi»; al contrario, vi si trova la causa della propria autodistruzione.

Due: il divieto di accumulare ricchezze

Il secondo ordine importante è che le ricchezze ottenute con mezzi leciti non possono essere accumulate e trasformate in capitale. Ciò infatti ostacola la circolazione della ricchezza e impedisce di mantenere un equilibrio nella distribuzione e nella diffusione dei beni. Accumulando e capitalizzando le ricchezze, una persona non viene colpita soltanto da una grave malattia morale; in realtà commette un grave crimine contro l’intera società umana. Di conseguenza, per essa comincia la più estrema sventura. Per questo il Corano si oppone con fermezza all’avarizia e alla politica di Qārūn. Il Corano dice:

ولا يَحْسَبَنَّ الَّذِينَ يَبْخَلُونَ بِمَا أَنَّهُمُ اللَّهُ مِنْ فَضْلِهِ هُوَ خَيْرًا لَّهُمْ بَلْهوَ شَرٌّ لَّهُمْ – – ال عمران : ۱۸۰

«Coloro che sono avari del favore che Allah ha loro concesso non pensino che ciò sia un bene per loro. Al contrario, è davvero un male per loro.» — Sura Āl ʿImrān, 180

وَالَّذِينَ يَكْذِرُونَ الذَّهَبَ وَالْفِضَّةَ وَلَا يُنْفِقُونَهَا فِي سَبِيلِ اللَّهِفيشر هم بعذاب اليمن – التوبة : ٣٤

«A coloro che accumulano oro e argento (denaro) e non lo spendono sulla via di Allah, annuncia un castigo doloroso.» — Sura at-Tawba: 34

Ciò colpisce duramente le fondamenta del capitalismo. Accumulare il denaro eccedente e non investire la ricchezza accumulata nella produzione di ulteriore ricchezza è il principio fondamentale del capitalismo. Ma l’Islam non approva affatto l’accumulazione e la conservazione, come capitale e risparmio, della ricchezza eccedente il necessario.

Tre: l’ordine di spendere e investire

Invece di accumulare e conservare la ricchezza, l’Islam ordina di spenderla e investirla. Tuttavia, l’ordine di spendere non significa affatto che, approfittando di questa possibilità, l’uomo debba sperperare il denaro in agi personali, comodità, lusso e soddisfazione delle proprie bramosie. L’ordine di spendere è subordinato alla condizione che ciò avvenga «sulla via di Allah». In altre parole, tutto ciò che rimane a una persona in eccedenza rispetto alle proprie necessità deve essere speso e investito per il bene della nazione e della collettività. Questa è infatti la via di Allah.

ويَسْئَلُونَكَ مَاذَا يُنْفِقُونَه قُل العقود – البقرة : ۲۱۹

«Ti chiedono che cosa devono spendere. Di’: ciò che eccede le necessità, ciò che rimane in sovrappiù, spendetelo.» — Sura al-Baqara: 219

وبالوالدين إحسانًا وبذي القربى واليتمى والمسكين والجاردي القربى والجَارِ الْجُنُبِ َالصَّاحِبِ بِالْجَنبِ وَابْنِ السَّبِيلِ ، وَمَا مَلَكَتَْيْمَانُكُمْ – – النساء : ٣٦

«Tratta bene i tuoi genitori, i parenti prossimi, gli orfani e i bisognosi, il vicino parente e il vicino non parente, il compagno al tuo fianco, l’amico, il viandante e gli schiavi e le schiave.»—Sura an-Nisa: 36

وَفِي أَمْوَالِهِمْ حَقٌّ لِلسَّائِلِ وَالْمَحْرُومِ . – الذاريات : ١٩

«Nei loro beni vi è un diritto per i questuanti e per i bisognosi.»—Sura adh-Dhariyat: 19

A questo proposito, la concezione dell’Islam è completamente indipendente e del tutto diversa da quella capitalistica.

Il capitalista ritiene che, spendendo le proprie ricchezze, la povertà sia inevitabile. E che sia possibile diventare ricchi solo accumulandole. Ma l’Islam proclama che spendendo si ottiene la benedizione e aumenta l’agiatezza; la ricchezza non si consuma né diminuisce, bensì cresce sempre più.

الشيطنُ يَعِدُكُمُ الْفَقْرَ وَيَأْمُرُكُمْ بِالْفَحْشَاءِ وَاللَّهُ يَعِدُكُمْ مَّغْفِرَةً مِّنْهُوفضلاً – – البقرة : ٢٦٨

«Satana vi spaventa con la povertà e il bisogno e vi incita a compiere azioni vergognose, come l’avarizia. Ma Allah vi promette il perdono e un’ulteriore generosità.»—Sura al-Baqara: 268

L’Islam ritiene che ciò che viene speso non vada perduto: il suo miglior beneficio ritorna a te.

ومَا تُنْفِقُوا مِنْ خَيْرٍ يوف اليكم وانتم لا تُظْلَمُونَ – البقرة : ۲۷۲

«Qualunque cosa spendiate in opere buone, vi sarà restituita integralmente e non subirete mai alcuna ingiustizia.» — Sura al-Baqara: 272

وَانْفَقُوا مِمَّا رَزَقْتُهم سراً وعلانية يُرْجُونَ تِجَارَةً أَنْ تَبُورَ ، لِيُوفِّيهمأجورهم ويزيدهم من فَضْلِهِ – – فاطر : ۲۹-۳۰

«Coloro che spendono, in segreto e pubblicamente, parte delle ricchezze che ho concesso loro, sperano in un commercio che non subirà mai perdite. Allah darà loro in cambio la ricompensa completa.» — Sura al-Fatir: 29-30

I capitalisti ritengono che, accumulando e capitalizzando le ricchezze e investendole in attività usurarie, si otterranno profitti considerevoli e aumenterà la quantità dei beni. L’Islam afferma che ciò non è corretto: nelle attività usurarie, al contrario, la ricchezza diminuisce; il modo giusto per accrescere i beni consiste nello spenderli in opere buone.

يَمْحَقُ الله الربوا وَيُربي الصدقت – – البقرة : ٢٧٦

«Allah annienta l’interesse e fa crescere le elemosine e la carità.» — Sura al-Baqara: 276

ومَا أَتَيْتُمْ مِنْ رِبًا لِيَرْبُوا فِي أَمْوَالِ النَّاسِ فَلَا يَرْبُوا عِنْدَ اللَّهِ ، وَمَاَتَيْتُمْ مِنْ زَكَاةٍ تُرِيدُونَ وَجْهَ اللَّهِ فَأُولَئِكَ هُمُ الْمُضْعِفُونَ

«Voi date questo interesse nella speranza che, grazie ad esso, aumentino i beni delle persone; sappiate che presso Allah esso non aumenta affatto. L’incremento si verifica soltanto nei beni che versate come zakat allo scopo di ottenere il compiacimento di Allah.» — Sura ar-Rum: 39

In realtà, questa è una concezione ideologica originale dell’Islam, completamente opposta a quella capitalistica. L’aumento della ricchezza in seguito alla spesa e il fatto che il denaro speso non vada distrutto, ma venga recuperato pienamente, insieme al profitto aggiuntivo e al beneficio che ne derivano; per contro, il mancato aumento della ricchezza derivante dalle attività basate sull’interesse, anzi il suo progressivo impoverimento, mentre grazie alla zakat e alla sadaqa la quantità dei beni aumenta invece di diminuire: questa è una concezione che, a prima vista, appare davvero sorprendente. L’ascoltatore ne ricava l’impressione che forse tali affermazioni riguardino soltanto la ricompensa dell’Aldilà. Non vi è il minimo dubbio che esse siano collegate anche alla ricompensa dell’Aldilà. Che, secondo la prospettiva islamica, risiedano in ciò il loro autentico valore e la loro importanza è altrettanto indiscutibile; tuttavia, riflettendo un po’ più profondamente, si comprende che questo genere di concezione poggia, anche dal punto di vista economico terreno, su basi estremamente solide e robuste. È inevitabile che l’accumulo della ricchezza e il suo impiego in attività basate sull’interesse portino alla sua concentrazione, goccia dopo goccia, nelle mani di pochi individui, alla progressiva diminuzione del potere d’acquisto (Purchasing Power) della maggioranza degli abitanti, alla comparsa di una depressione nei settori dell’industria, del commercio e dell’agricoltura, alla rovina della vita economica della nazione e, infine, all’assenza, per il capitalismo, di opportunità per investire nella produzione della ricchezza da esso accumulata. (Nota: qui si allude a un hadith nel quale il nobile Profeta — pace e benedizioni su di lui — disse:

ان الربا وان كثير فان عاقبته تصير إلى اقل

«Per quanto grande possa essere l’ammontare dell’interesse, alla fine esso è destinato a diminuire.» — Ibn Majah, Bayhaqi, Ahmad)

L’esito dell’economia islamica è l’opposto. In questo sistema, la conseguenza della spesa delle ricchezze e della distribuzione della zakat e della sadaqa è che, grazie a ciò, tali ricchezze vengono immesse e diffuse fino a raggiungere ogni individuo della nazione, e ciascuno può acquisire un adeguato potere d’acquisto. La produzione industriale aumenta, i campi e le fattorie diventano rigogliosi di messi, e il commercio raggiunge livelli straordinari di prosperità. In una società simile, anche se qualcuno non diventa milionario, non vi è comunque alcun danno; infatti tutti saranno agiati e sereni, e vivranno senza preoccupazioni e felici. Per comprendere la verità di questa dottrina economica dai risultati benefici, si può osservare l’attuale situazione economica sotto il sistema capitalistico; infatti, in esso, l’equilibrio nella distribuzione della ricchezza è stato compromesso unicamente a causa del sistema dell’interesse. La depressione dell’industria e del commercio ha condotto la vita economica della popolazione sull’orlo della rovina. Considerate, invece, la situazione dei primi tempi della società islamica. Quando il sistema economico islamico fu pienamente instaurato, nel giro di appena pochi anni la prosperità finanziaria della popolazione raggiunse livelli elevatissimi. La gente si mise allora a cercare persone idonee a ricevere la zakat. Tuttavia, se ne trovavano ben poche che non fossero idonee a versare la zakat e fossero invece idonee a riceverla. Basta esaminare comparativamente queste due condizioni reciprocamente opposte per comprendere con chiarezza come Allah «distrugga l’interesse e faccia crescere e sviluppare progressivamente la zakat e la sadaqa».

L’atteggiamento che l’Islam instaura tra la gente è completamente opposto alla mentalità capitalistica. Un capitalista non riesce neppure a concepire l’idea di dare il proprio denaro a un altro senza interesse. In cambio del prestito, non si limita a riscuotere l’interesse, ma, per recuperare il capitale e l’interesse, non esita nemmeno a sequestrare gli indumenti e gli oggetti del debitore. Ma l’insegnamento dell’Islam è completamente opposto. L’Islam insegna all’uomo non soltanto a concedere un prestito al bisognoso e al necessitato, ma anche che, se questi si trova davvero in ristrettezze, non deve esercitare la minima severità nel reclamare la restituzione del prestito. Anzi, se non ha la possibilità di restituirlo, deve condonarglielo.

وَإِنْ كَانَ نُو عُسرة فنظرة إلى ميسرة ، وَأَنْ تَصَدِّقُوا خَيْرٌ لَّكُمْ إِنْ كُنتُمْ تَعْلَمُونَ – البقرة : ٢٨٠

«Se il debitore si trova in difficoltà, concedetegli una dilazione fino a quando la sua situazione non migliori. Ma se gli condonate il debito, ciò è certamente un’opera assai migliore per voi. Se avete conoscenza, potete comprendere il beneficio che ne deriva.» — Sura al-Baqara: 280

Nella società capitalistica esiste un sistema di aiuto reciproco; ma il suo funzionamento è tale che bisogna prima diventare membri dell’istituzione cooperativa versando personalmente del denaro. Poi, in caso di necessità, questa istituzione concederà a un membro un prestito a un tasso inferiore a quello d’interesse corrente. Chi non possiede denaro non può ricevere alcun aiuto da un’istituzione cooperativa di questo tipo. La concezione islamica dell’«aiuto reciproco» è completamente opposta. Le persone capaci e benestanti, nel momento del bisogno, non devono soltanto concedere prestiti a coloro che hanno meno possibilità di loro, ma devono anche aiutarli, per amore di Allah, a restituire il prestito. Per questo, tra le categorie specificamente destinate alla spesa della zakāt vi è «al-ghārimīn», cioè il pagamento dei debiti degli indebitati.

Anche quando il capitalista spende denaro per una buona causa, dietro a ciò rimane fortemente presente l’intento di mettersi in mostra e di ottenere buona reputazione e fama. Infatti, per una persona di vedute ristrette, ricevere in cambio della spesa almeno buona reputazione, fama, popolarità, influenza e prestigio diventa indispensabile e estremamente importante. L’Islam, invece, ha prescritto che nell’impiego del denaro non debba esservi alcun atteggiamento ostentato. Qualunque cosa tu spenda, pubblicamente o in segreto, non dovrebbe essere tuo obiettivo ottenere immediatamente, in una forma o nell’altra, un guadagno in cambio. Dovete piuttosto rivolgere lo sguardo alle conseguenze dell’azione. Per quanto lontano giunga il vostro sguardo, da questo mondo fino all’Aldilà, vedrete che la vostra spesa si adorna di fiori e frutti e continua a produrre «profitto» dopo «profitto». In verità, l’esempio di chi spende i propri beni soltanto per mettersi in mostra è quello di un terreno roccioso ricoperto di terra, nel quale sono stati seminati i semi; ma una corrente d’acqua sopraggiunge e porta via tutto lo strato di terra. L’esempio di chi, invece, spendendo per ottenere il compiacimento di Allah, mantiene pura la propria intenzione è quello di un giardino piantato in una terra buona e fertile: quando cade la pioggia, produce il doppio dei frutti; e anche quando non piove, gli basta una lieve pioggerella.

إِنْ تُبْدُوا الصَّدَقْتِ فَنِعِمَّا هِيَ ، وَإِنْ تُخْفُوهَا وَتُؤْتُوهَا الْفُقَرَاء فَهُوَخَيْرٌ لَّكُمْ – – البقرة : ٢٧١

«Se fate l’elemosina pubblicamente, è cosa buona; ma se la fate in segreto e la fate giungere ai poveri, ciò sarà per voi un’opera migliore.» — Sūra al-Baqara: 271

Anche quando il capitalista compie una buona azione, lo fa con estrema riluttanza, cercando di liberarsene dando i beni peggiori. E colui al quale dà qualcosa viene tormentato per metà, attraverso la sua lingua aspra e i suoi continui rimproveri. L’Islam non approva minimamente tutto ciò. L’Islam ordina all’uomo di spendere per Allah i beni migliori e più eccellenti e gli vieta, dopo aver dato qualcosa a qualcuno, di ricordargli il proprio favore. È del tutto sconveniente desiderare persino, nel proprio intimo, che colui che ha ricevuto il beneficio della tua elemosina manifesti di esserti riconoscente.

انْفِقُوا مِنْ طَيِّبَتِ مَا كَسَبْتُمْ وَمِمَّا أَخْرَجْنَا لَكُمْ مِّنَ الْأَرْضِ مَن وَلَا تَيَمَّمُواالخبيث مِنْهُ تُنْفِقُونَ – البقرة : ٢٦٧

«Spendete sulla via di Allah le cose migliori di ciò che avete guadagnato e di ciò che abbiamo fatto uscire per voi dalla terra. Non scegliete appositamente le cose peggiori per spenderle.» — Sūra al-Baqara: 267

لا تُبْطِلُوا صَدَقَتِكُمْ بِالْمَنِّ وَالأذى ٧ – البقرة : ٢٦٤

«Non rendete vane e infruttuose le vostre elemosine ricordando il favore concesso e arrecando sofferenza a colui che le ha ricevute.» – Sura al-Baqara: 264

يُطْعِمُونَ الطَّعَامَ عَلَى حُبِّهِ مِسْكِينًا وَيَتِيمًا وَأَسِيرَانِ إِنَّمَا نُطْعِمُكُمْ لوَجْهِ اللَّهِ لَا نُرِيدُ مِنْكُمْ جَزَاءً وَلَا شُكُورًا – الدهر : ۸-۹

«Essi danno da mangiare, per amore di Allah, al misero, all’orfano e al prigioniero. E dicono loro: “Vi diamo da mangiare soltanto per il compiacimento di Allah. Non ci aspettiamo da voi alcuna ricompensa, alcun premio né gratitudine.”» – Sura ad-Dahr: 8-9

Tralasciando pure la differenza che esiste tra questi due tipi di disposizione d’animo dal semplice punto di vista morale, si può giudicare, anche dal solo punto di vista economico, quale ideologia, tra queste concezioni del profitto e della perdita, sia più solida e lungimirante, e quale, quanto alle conseguenze, sia più equilibrata e corretta. Inoltre, se la concezione dell’Islam riguardo al profitto e alla perdita, al danno e al beneficio, è quella sopra esposta, come potrebbe mai l’Islam tollerare in qualche forma il commercio basato sull’interesse? Come potrebbe ciò essere possibile?

Quarto: la zakat

Come ho già detto, l’obiettivo dell’Islam è impedire che la ricchezza si concentri e si accumuli in un unico ambito. L’Islam ordina che coloro tra i membri della comunità che, grazie a una capacità relativamente maggiore o alla buona sorte, hanno potuto acquisire ricchezze superiori alle proprie necessità non le tengano accumulate presso di sé. Al contrario, è loro dovere spenderle. Devono essere spese in quei settori e ambiti dai quali, attraverso la circolazione della ricchezza, le persone meno fortunate della società possano ottenere una quantità adeguata di beni. A questo scopo, da un lato l’Islam vuole creare un sincero spirito di generosità e di autentico aiuto reciproco, ricorrendo agli efficaci strumenti dell’educazione morale, dell’incoraggiamento e dell’ammonimento. In tal modo le persone, per effetto delle loro naturali inclinazioni, arrivino a detestare profondamente l’accumulo e la conservazione della ricchezza e siano invece più desiderose e propense a spenderla. Dall’altro lato, l’Islam ha stabilito anche alcune norme giuridiche: nonostante questi straordinari insegnamenti e ammonimenti sulla generosità, da coloro che, per l’influenza della loro natura perversa, si saranno abituati maggiormente a depredare il denaro e ad accumulare ricchezze, oppure da coloro presso i quali la ricchezza si sarà accumulata in un modo o nell’altro, dovrà comunque essere prelevata una parte determinata dei loro beni, affinché sia spesa per il bene della collettività. Questo è lo scopo fondamentale delle suddette norme. E questa è la zakat. Nell’economia islamica la zakat è così importante da essere considerata uno dei pilastri dell’Islam. Subito dopo la salat, su di essa è stata posta la massima enfasi. È stato dichiarato con assoluta chiarezza che la ricchezza accumulata e raccolta da una persona non può in alcun modo essere lecita se da essa non viene regolarmente versata la zakat.

خُذْ مِنْ أَمْوَالِهِمْ صدقة تطهر هم وتزكيهم بها – التوبة : ١٠٣

«Preleva dai loro beni la zakat e, per mezzo di essa, purificali e rendili leciti.» – Sura at-Tawba: 103

La parola zakat dimostra di per sé che la ricchezza accumulata presso una persona facoltosa non può mai essere lecita per lei, se il proprietario non ne spende ogni anno almeno il due e mezzo per cento sulla via di Allah.

Che cosa significa l’espressione «sulla via di Allah»? Allah è al di sopra di ogni bisogno e non dipende da nessuno. Nessuna ricchezza giunge a Lui, né Egli ne ha bisogno in alcun modo. La Sua via consiste nel fatto che il ricco, mediante la spesa del proprio denaro, si impegni personalmente a rendere autosufficienti i poveri e i bisognosi, e spenda e investa per promuovere opere benefiche i cui vantaggi possano essere goduti dall’intera comunità, senza distinzione.

انما الصدقات للفقراء والمسكين والعملينَ عَلَيْهَا وَالْمُؤَلَّفَةِ قُلُوبُهُمْوفِي الرِّقَابِ وَالْغَارِمِينَ وَفِي سَبِيلِ الله وابن السبيل – التوبة : ٦٠

«Le sadaqa e la zakat sono destinate principalmente ai poveri e ai bisognosi, agli incaricati della riscossione della sadaqa e della zakat, a coloro il cui cuore si intende conquistare, alla liberazione delle persone dalla schiavitù, agli indebitati, alla spesa sulla via di Allah e ai viandanti in difficoltà.»

In realtà, questa è la cooperativa di mutuo soccorso dei musulmani. Ed è anche la loro «assicurazione sulla vita». Svolge inoltre la funzione del loro fondo previdenziale. È il fondo di assistenza accumulato per i disoccupati e per coloro che non hanno guadagni. È il mezzo per provvedere al mantenimento degli incapaci, degli invalidi, degli storpi, dei malati, degli orfani e delle vedove. Soprattutto, la zakat è un sistema che libera completamente il musulmano dalle preoccupazioni per il futuro. La sua regola semplice e lineare è questa: voi che ora siete benestanti, aiutate gli altri. Se in futuro diventaste poveri, saranno gli altri ad aiutare voi. Nessuno deve preoccuparsi e caricarsi d’ansia pensando a ciò che accadrà qualora diventasse povero, a ciò che ne sarebbe della moglie e dei figli dopo la sua morte, a come affrontare una grave calamità improvvisa, una malattia, la distruzione della casa per un incendio, l’essere travolti da un’alluvione o il fallimento, né a quale situazione si troverebbe ad affrontare se rimanesse senza mezzi in terra straniera o a come riuscirebbe a vivere. Infatti, soltanto la zakat può liberare l’uomo da tutte queste preoccupazioni e garantirgli serenità. All’uomo si chiede soltanto di versare il due e mezzo per cento della ricchezza accumulata e assicurarsi presso la compagnia assicurativa sulla vita di Allah. Ora, infatti, puoi anche fare a meno di questo denaro. Esso sarà speso per il bene degli altri bisognosi. Ma se in futuro tu stesso diventassi bisognoso, oppure i tuoi figli si trovassero in grave difficoltà, ti sarà restituito non soltanto ciò che hai dato, ma molto più di quello.

Qui si osserva ancora una volta la contrapposizione e la divergenza complessiva tra le norme e i metodi operativi del capitalismo e quelli dell’Islam. L’obiettivo del capitalismo è raccogliere e accumulare ricchezza e, per accrescerla ulteriormente, riscuotere interessi, così che la ricchezza dispersa e presente separatamente presso queste persone si concentri e si accumuli in un unico luogo.

L’obiettivo dell’Islam è posto in una direzione del tutto opposta. L’obiettivo dell’Islam è, innanzitutto, che la ricchezza non diventi concentrata e capitalizzata in un unico centro. Ma se dovesse esserlo, dal suo lago devono scorrere i ruscelli della zakat, affinché i campi secchi e aridi tutt’intorno possano essere irrigati e tutta la terra circostante possa diventare verdeggiante di messi e ricca di fiori e frutti. Nella società capitalistica lo scambio della ricchezza è bloccato e il suo ambito è limitato; nell’Islam, invece, è libero, aperto e senza ostacoli. Nel sistema della ricchezza della società capitalistica, per prendere acqua dallo stagno bisogna avervi depositato in precedenza la propria «acqua». Altrimenti nessuno può riceverne neppure una goccia; ma le regole del centro dell’acqua nell’Islam sono del tutto opposte. Chi possiede acqua in eccesso deve versarla nello stagno, mentre chi ne ha bisogno la prenderà da lì. È evidente che questi due sistemi e metodi sono contrapposti per principio e per natura, e che tali due elementi non possono mai coesistere nella medesima economia.

Cinque: La legge ereditaria

Dopo aver soddisfatto i propri bisogni, speso per la causa di Allah e versato la zakat, l’Islam ha adottato un metodo particolare per disperdere e distribuire la ricchezza che si fosse accumulata in un determinato luogo. Questo metodo particolare è la «legge dell’eredità». Lo scopo di questa legge è frammentare il patrimonio lasciato, sia esso esiguo o ingente, distribuirlo tra i parenti prossimi e lontani e ripartirlo secondo le rispettive categorie. Anche qualora una persona non abbia alcun erede, o non si riesca a rintracciare alcun erede, non le si può concedere il diritto di mantenere il patrimonio concentrato nominando un figlio adottivo; il suo patrimonio sarà versato nel Bayt al-mal dei musulmani, affinché l’intera comunità possa trarne beneficio. Una legge sulla distribuzione dell’eredità quale esiste nell’Islam non è presente in nessun altro sistema economico. Lo scopo degli altri sistemi economici vigenti nel mondo rimane limitato a una sola persona o a poche persone (anche la legge della primogenitura e il sistema della famiglia congiunta mirano a questo); l’Islam, invece, non approva che la ricchezza venga concentrata e accumulata. Il suo obiettivo è disperderla, distribuirla tra molte persone e rendere così più agevole la circolazione della ricchezza.

Sei: distribuzione del bottino o dei beni conquistati

Anche per quanto riguarda la distribuzione del bottino e dei beni e patrimoni conquistati, questo obiettivo dell’Islam è pienamente operativo. È stato stabilito che la ricchezza catturata dai soldati durante una guerra islamica venga divisa in cinque parti. Quattro parti saranno distribuite tra i soldati, mentre una parte sarà depositata nel Bayt al-mal allo scopo di essere spesa per il bene generale della comunità.

وَاعْلَمُوا أَنَّمَا غَنِمْتُمْ مِّنْ شَيْءٍ فَإِنَّ لِلَّهِ خُمُسَهُ وَلِرَّسُولِ وَلِذِي الْقُرْبي واليتمى والمسكين وابن السبيل – – الانفال : ٤١

«Sappiate che, di tutto ciò che avete conquistato come bottino, un quinto è destinato ad Allah, al Suo Messaggero, ai parenti prossimi, agli orfani, ai bisognosi e ai viandanti indigenti.» — Sura al-Anfal, 41

Con la quota di Allah e del Suo Messaggero si intende la parte destinata agli scopi sociali e al bene collettivo. Essa viene affidata al governo islamico secondo le disposizioni di Allah e del Suo Messaggero.

La ragione particolare per cui ai parenti prossimi del Messaggero è stata riservata una quota del bottino è che non è stata loro assegnata alcuna parte della zakat.
Inoltre, all’interno di questo quinto sono state riservate specificamente quote ad altre tre categorie:

a. I bambini orfani della comunità: con questa quota si provvederà alla loro istruzione e formazione. Essa sarà impiegata per renderli idonei a partecipare agli sforzi e alle attività necessarie nella lotta per la vita.

b. Tra questi rientrano persone di ogni genere: poveri, vedove, persone mutilate, incapaci, malati e bisognosi.

c. Viandanti e stranieri. Attraverso i propri insegnamenti morali, l’Islam ha suscitato nelle persone uno speciale spirito di ospitalità verso gli ospiti. Inoltre, il diritto dei viaggiatori e dei viandanti è stato riconosciuto anche nell’elemosina obbligatoria (zakāt), nell’elemosina volontaria (sadaqa) e nei beni di bottino di guerra. In realtà, nell’Islam questa è una disposizione di grandissima importanza. Grazie ad essa, nei Paesi musulmani gli spostamenti delle persone per motivi commerciali, turistici, educativi, di studio e per visitare monumenti commemorativi e vestigia del passato sono diventati più agevoli.

È stata emanata una legge speciale affinché tutti i terreni e i beni che, in seguito alla guerra, passeranno sotto il controllo dello Stato islamico restino di esclusiva proprietà dello Stato.

ما أَفَاءَ اللَّهُ عَلَى رَسُولِهِ مِنْ أَهْلِ الْقُرَى فَلِلَّهِ وَلِرَّسُولِ وَلِذِي الْقُرْبي واليتمى والمسكين وابن السبيل ( كى لا يَكُونَ دُولَةً بَيْنَ أَغْنِيَاء مِنْكُمْ . الفُقَرَاءِ الْمُهَاجِرِينَ الَّذِينَ أُخْرِجُوا مِنْ دِيَارِهِمْ … وَالَّذِينَ تَبَوَّهُ الدَّارَ والإِيمَانَ مِنْ قَبْلِهِمْ …. وَالَّذِينَ جَاءُوا مِنْ بَعْدِهِمْ – الحشر : ٧-١٠

«I beni che Dio ha concesso al Suo Messaggero dagli abitanti dei villaggi sono destinati a Dio, al Suo Messaggero, ai parenti prossimi del Messaggero, agli orfani, ai poveri e ai viandanti, affinché tale ricchezza non circoli soltanto tra i ricchi di voi. In essa vi è anche una parte per i muhājirūn bisognosi, che sono stati cacciati dalle loro case e privati dei loro beni e delle loro proprietà. E in essa vi è una parte anche per coloro che, prima dell’arrivo dei muhājirūn, avevano abbracciato la fede a Medina. E vi è una parte anche per le generazioni future, che verranno in seguito.» — Sura al-Hashr: 7-10

Nel versetto sopra citato sono stati descritti con chiarezza i destinatari della spesa dei beni ottenuti come fay’. Non solo: con parole limpide è stato espresso anche l’obiettivo che l’Islam si prefigge non soltanto riguardo alla distribuzione dei beni del fay’, ma nell’intero sistema economico. Esso è:

كي لا يَكُونَ دُولَةً بَيْنَ الْأَغْنِيَاء مِنْكُمْ.

«Affinché tutta la ricchezza non rimanga concentrata soltanto tra i ricchi di voi.» — Sura al-Hashr: 7

Nel Sacro Corano ciò è stato espresso in una frase assai breve; tuttavia, costituisce la pietra angolare del palazzo del sistema economico islamico.

Sette: l’ingiunzione di adottare il principio della moderazione

Da un lato, l’Islam ha predisposto un sistema per far circolare la ricchezza tra i membri della nazione e rendere i poveri partecipi dell’opulenza dei ricchi (la spiegazione dettagliata è stata fornita in precedenza); dall’altro, ha ordinato a ogni individuo di adottare moderazione e parsimonia nella spesa del denaro. Lo scopo è che, adottando la parsimonia e una linea moderata nella spesa, gli individui non compromettano l’equilibrio della distribuzione della ricchezza utilizzando i propri mezzi finanziari con ristrettezza o eccesso, avarizia o spreco. L’ampio insegnamento del Sacro Corano su questo argomento è esposto nel seguente versetto:

ولا تجعل يدك مغلولة الى عنقك ولا تبسطها كُلَّ الْبَسْطِ فَتَقْعُدَملوما محسورا – بنى اسرائي : ٢٩

«Non tenere la tua mano legata al collo (come se non dovesse mai essere sciolta); e non aprirla completamente. Altrimenti, in seguito, sarai costretto a rimanere seduto, pentito e disperato.» — Sura Bani Isra’il: 29

وَالَّذِينَ إِذَا أَنْفَقُوا لَمْ يُسْرِفُوا وَلَمْ يَقْتُرُوا وَكَانَ بين ذلك قومًا .

«I servi devoti di Allah sono coloro che, quando spendono il denaro, non sprecano né spendono inutilmente, e non praticano alcuna forma di avarizia. Piuttosto, procedono saldamente a metà tra questi due estremi.» — Sura al-Furqan: 67

Lo scopo di questo insegnamento coranico è che ogni individuo spenda il denaro entro i limiti dei propri mezzi e dei propri guadagni: non oltrepassi mai i limiti e non spenda più del proprio reddito. Altrimenti, alla fine, a causa delle sue spese inutili, sarà costretto a tendere la mano alle porte altrui. Sottrarrà il sostentamento e i mezzi di vita degli altri e contrarrà prestiti dalla gente senza una reale necessità. Oppure prenderà in prestito il denaro altrui senza restituirlo, o si indebiterà a tal punto che, per rimborsare e recuperare i debiti, spenderà tutti i propri mezzi finanziari e, come conseguenza delle proprie azioni, si ritroverà annoverato tra i poveri e i miseri. Non c’è dubbio che questa sia una condizione estremamente dolorosa.

D’altra parte, non si deve neppure essere estremamente avari. È del tutto sconveniente non spendere nemmeno quanto i propri mezzi economici consentono di spendere. Inoltre, spendere entro i limiti del proprio reddito non significa che, qualora si riesca a guadagnare bene, si debba destinare tutto il proprio guadagno ai piaceri, alle comodità e allo sfarzo personali. Infatti, i propri parenti prossimi, gli amici e i vicini potrebbero vivere in condizioni di estrema difficoltà; e un simile atteggiamento egoistico, per cui si rimane immersi nel lusso mentre essi soffrono, è anch’esso considerato dall’Islam una forma estrema di spreco.

وات ذا القربي حقه والمسكين وابن السبِيلِ وَلا تُبَذِّرْ تَبْنيران انالمُبَذِّرِينَ كَانُوا إِخْوَانَ الشَّيطين ، وَكَانَ الشَّيْطَنُ لِرَبِّهِ كَفُورًا.

«Dai al tuo parente il suo diritto, e anche al povero e al viandante. Non sperperare. In verità, gli sperperatori sono fratelli di Satana; e Satana è ingrato verso il suo Signore.» — Sura Banī Isrāʾīl: 26-27

L’Islam non si è limitato a impartire insegnamenti morali su questo tema, né ha ritenuto sufficiente limitarsi a ciò. Ha inoltre emanato le leggi necessarie per contrastare le forme più spregevoli dell’avarizia e dello spreco, e ha cercato di porre fine a tutte le norme e consuetudini che turbano l’equilibrio nella distribuzione della ricchezza. L’Islam ha dichiarato il gioco d’azzardo ḥarām. Ha proibito completamente il consumo di vino, i divertimenti e le spese per il piacere e lo svago, nonché numerose cattive abitudini dispendiose. La loro inevitabile conseguenza, infatti, è lo spreco di tempo e risorse. L’Islam non permette che la naturale attrazione per il canto e la musica giunga a un punto in cui, oltre a provocare l’insorgere di numerosi difetti morali e spirituali, diventi causa di sconvolgimenti anche nella vita economica. Esso sottopone inoltre l’interesse per l’aspetto e la bellezza a limiti particolari. Nelle norme trasmesse dal Nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui, riguardo agli abiti di grande valore, agli ornamenti tempestati di diamanti e gioielli, ai recipienti d’oro e d’argento, alle immagini e alle statue, sono racchiuse autentici benefici e profonde ragioni. Un principio di grande e fondamentale beneficio in questo ambito è il seguente: destinare esclusivamente al proprio corpo e alla propria casa ricchezze che potrebbero essere impiegate per soddisfare i bisogni minimi di innumerevoli fratelli poveri e per fornire loro i beni e gli articoli indispensabili alla vita non è affatto indice di buon gusto. Al contrario, ciò dimostra soltanto estrema durezza di cuore e spregevole egoismo. In sintesi, mediante tanto l’educazione morale quanto le norme penali, l’Islam incoraggia l’uomo a condurre una vita semplice e sobria. La vita semplice e sobria alla quale l’Islam esorta l’uomo non lascia che i bisogni e il campo per appagare i desideri si allarghino al punto che egli non riesca a condurre una vita di livello medio con il proprio reddito, arrivando piuttosto a dover oltrepassare i limiti naturali e a partecipare ai mezzi di sostentamento e di guadagno altrui. D’altra parte, anche se qualcuno riesce a guadagnare più del livello medio, non può verificarsi una situazione in cui debba spendere tutta la propria ricchezza esclusivamente per sé, senza poter destinare nulla a coloro che guadagnano meno del livello medio.

La soluzione islamica ai moderni problemi economici

Nel trattare la «lezione della storia», abbiamo menzionato alcuni problemi economici; nella fase attuale esporremo come essi possano essere risolti sulla base dei princìpi fondamentali proposti dall’Islam. A questo proposito, riteniamo anzitutto necessario tenere presenti alcune verità fondamentali.

Alcune verità fondamentali

Per comprendere correttamente l’organizzazione della società islamica, è anzitutto necessario sapere che, secondo la prospettiva islamica, l’importanza fondamentale appartiene all’individuo, non alla società, alla nazione o alla collettività. In realtà, la collettività o la nazione non esiste per l’individuo e per la nazione o la collettività; è piuttosto la collettività o la nazione a esistere per l’individuo. Dinanzi ad Allah, una società, una nazione o una collettività non sarà obbligata a rendere conto nel suo insieme; ogni singola persona, in quanto entità individuale dotata della propria piena dignità e autonomia, sarà responsabile e obbligata a rendere conto. Su questo fondamento della responsabilità e della resa dei conti individuali si basano l’intero valore morale e la dignità dell’essere umano. Lo scopo essenziale della vita sociale non è soltanto il benessere collettivo; ciò che si ricerca in realtà è il benessere dell’individuo autonomo. Il vero criterio per giudicare se un ordinamento sociale sia buono o cattivo, benefico o dannoso, consiste nella risposta alla domanda se esso favorisca e sostenga, oppure ostacoli, il perfezionamento e lo sviluppo progressivo dell’individualità autonoma delle persone e l’espressione delle loro capacità e della loro attitudine all’azione. Per questo motivo, l’Islam non può in alcun modo considerare appropriata una forma di organizzazione sociale o un’amministrazione istituita in nome del bene collettivo che costringa gli individui a perdere la propria individualità e una grande moltitudine di persone a rimanere prigioniera nelle mani di pochi governanti, come parti di una macchina.

Senza la libertà assoluta di pensiero e di azione, l’individualità dell’essere umano non può svilupparsi correttamente, né è possibile la giusta espressione della sua personalità. A tal fine non è sufficiente la libertà di esprimere le proprie opinioni, di scrivere e parlare, di impegnarsi e sforzarsi, né quella di tenere assemblee, conferenze e organizzazioni; è altrettanto necessaria la libertà di guadagnarsi da vivere. Questa è una verità naturale ed evidente di per sé, che non richiede una lunga discussione per essere dimostrata. Per comprenderne la necessità e l’indispensabilità è sufficiente il semplice buon senso. Anche un uomo comune sa bene che chi non possiede la libertà di provvedere alla propria vita e al proprio sostentamento non può godere di alcun tipo di libertà: non può avere libertà di esprimere le proprie opinioni, né di parlare, né di scrivere, né di impegnarsi e sforzarsi. Pertanto, l’unica società davvero benefica per l’umanità è quella in cui un servo di Allah può procurarsi, grazie ai propri sforzi, il cibo per i due pasti quotidiani senza dover vendere se stesso. Nell’epoca della rivoluzione industriale, questa possibilità è assai limitata: le industrie pesanti, le imprese commerciali e l’agricoltura su vasta scala hanno ristretto a tal punto la vita degli artigiani individuali, degli operai specializzati, dei piccoli commercianti e dei contadini, che essi non riescono a mandare avanti con successo le proprie attività e professioni indipendenti competendo con i grandi. Tuttavia, in una società in cui è riconosciuto il principio della proprietà privata, le persone facoltose e capaci di lavorare possono avere l’opportunità di fondare una propria industria, attività commerciale o azienda agricola indipendente. D’altra parte, anche per i lavoratori privi di mezzi rimane almeno questo margine: se una persona non desidera lavorare come dipendente o salariato presso una determinata impresa, può rivolgersi a qualunque altra porta. Ma là dove tutti o la maggior parte dei mezzi di produzione vengono posti sotto la proprietà nazionale, oppure là dove, nonostante sia ammessa la proprietà privata, tutte le attività economiche vengono sottoposte al controllo assoluto dello Stato secondo metodi nazisti o fascisti e gestite sulla base di una pianificazione totalizzante e generale, in una società simile la libertà economica individuale dei cittadini non può in alcun modo essere preservata. E con la sua scomparsa, anche la libertà mentale, sociale e politica è destinata a essere completamente eliminata. Perciò, un sistema di vita che ama l’individualità dell’essere umano e attribuisce un’importanza deliberata allo sviluppo e al perfezionamento della personalità umana non può fare altro che respingere con forza ogni principio, ideale e dottrina di assistenza sociale concepiti allo scopo di nazionalizzare le terre, le fabbriche e le attività commerciali, oppure di far funzionare l’intero apparato economico secondo una gestione centralizzata sottoposta al dominio assoluto dello Stato.

In questa materia l’Islam ha assunto esattamente tale posizione. Il motivo del contrasto tra l’Islam e il comunismo non è soltanto questo. I comunisti ricorrono alla forza e a disumane violenze e persecuzioni per sottrarre i mezzi di produzione alla proprietà privata e trasferirli al livello della proprietà nazionale. Ma anche se, per attuare questo progetto, non si adottasse il metodo della spoliazione fondata sull’oppressione e sulla tirannia, e si seguisse invece il principio del socialismo progressivo, trasformando gradualmente per legge i terreni e le imprese industriali e commerciali in proprietà nazionale, la natura dell’Islam non potrebbe in alcun modo accettarlo. Infatti, una simile politica sociale è per sua stessa natura letale e distruttiva per l’umanità. Anche la regimentazione e il metodo della pianificazione propri dei sistemi nazista e fascista sono completamente contrari alla natura dell’Islam. Perché, qualunque sia l’interesse generale di tali principi e ideali, essi sono chiaramente incompatibili con la crescita progressiva e il pieno sviluppo della personalità umana.

Vi è inoltre un altro aspetto da considerare. Il fondamento della mentalità e della prospettiva morale che l’Islam vuole creare nell’essere umano è il timore di Allah e il forte senso della propria responsabilità riguardo al rendere conto davanti ad Allah. Se queste due qualità sono presenti nelle persone o nei membri di una società e si affida loro la responsabilità delle attività generali e nazionali, essi non possono essere disposti a instaurare e dirigere un sistema nel quale, oltre a comprendere la propria responsabilità individuale, si assumano sulle proprie spalle anche la responsabilità personale di milioni e milioni di persone. Il Profeta, pace e benedizioni su di lui, disse proprio questo durante una carestia a Medina. Gli era stato chiesto, poiché i prezzi delle merci aumentavano rapidamente, di fissarli egli stesso. Il Profeta, pace e benedizioni su di lui, rifiutò esplicitamente di farlo. Spiegando la ragione della sua incapacità in proposito, disse:

إِنِّي أُرِيدُ أَنَّ الْقَى اللَّهَ وَلَيْسَ لِأَحَدٍ عِنْدِي مَظْلَمَةٌ يَطْلُبْنِي بِهَا .

«Desidero incontrare Allah in una condizione tale da non avere contro di me alcuna lamentela, neppure minima, per aver commesso un’ingiustizia verso qualcuno, né che qualcuno venga a reclamarla da me.»

Nota: ciò non significa che il Profeta, pace e benedizioni su di lui, fosse favorevole a lasciare che il rincaro dei prezzi procedesse senza limiti, né che non avesse prestato alcuna attenzione alla sua prevenzione e al suo rimedio. In realtà, ciò che egli rifiutò di fare fu sconvolgere il complesso sistema dei prezzi mediante l’intervento artificiale del governo. Evitando questo metodo, dedicò le proprie energie alla riforma morale dei commercianti. Attraverso una predicazione e un’educazione continue e incessanti, fece nascere in loro la convinzione che aumentare deliberatamente eccessivamente i prezzi fosse un peccato gravissimo. La sua predicazione e il suo insegnamento non furono vani: se ne osservarono risultati eccellenti. In breve tempo, i prezzi di tutte le merci cominciarono a scendere verso livelli normali.

Inoltre, l’Islam vuole mantenere l’essere umano, in ogni ambito, il più vicino possibile alla sua condizione naturale. L’Islam non approva affatto l’artificiosità in nessun aspetto della vita. In realtà, nel campo dell’economia umana, la condizione naturale può essere questa: gli individui prendano sotto il proprio controllo tutti i mezzi di vita e di sostentamento che Allah ha creato sulla terra, li utilizzino e ne traggano beneficio individualmente o collettivamente. Essi devono continuare a scambiare liberamente le merci, il lavoro e le attività. Da tempo immemorabile, il meccanismo del sostentamento umano ha funzionato proprio in questo modo. Soltanto un sistema naturale di questo tipo può consentire a una persona, pur vivendo nella società, di essere libera per quanto riguarda il proprio sostentamento e stabile e autosufficiente nella vita. Le innumerevoli ideologie, grandi e piccole, gli «ismi», elaborate da persone inesperte o dotate di un’esperienza incompleta, propongono tutte qualche società e sistema economico artificiale; secondo tali sistemi, l’essere umano non ha la possibilità di vivere come personalità autonoma, cosciente, dotata di un’anima propria e di un’importanza finalizzata. Là è costretto a rimanere una parte inanimata di una macchina sociale.

L’Islam non approva neppure una linea d’azione rivoluzionaria, così come non approva i mezzi artificiali. Molti dei metodi con cui gli Arabi si procuravano il sostentamento nell’epoca della jāhiliyya furono in seguito dichiarati dall’Islam harām e profondamente detestabili. Tuttavia, l’Islam non sollevò alcuna questione riguardo alle ricchezze e ai beni che erano già pervenuti alle persone, né proclamò alcuna disposizione per confiscare le ricchezze acquisite in precedenza con mezzi harām. Non ritenne nemmeno necessario interrogare usurai, prostitute e persino ladri e briganti sulle loro azioni e imprese passate. La legge civile islamica riconobbe a ciascuno il diritto di proprietà su ciò che possedeva. Naturalmente, per il futuro, essa chiuse ogni via di guadagno harām e, mediante la legge successoria islamica, distribuì gradualmente le proprietà precedenti, suddividendole in parti sempre più piccole.

Diagnosi della malattia

Dopo aver compreso le teorie sopra menzionate, occorre richiamare brevemente alla memoria le discussioni iniziali dell’opera. All’inizio di questo libro abbiamo detto che, sebbene nell’epoca della rivoluzione industriale il sistema sociale capitalistico, sviluppatosi fin da tempi immemorabili, fosse fondato su consuetudini e pratiche economiche, fin dall’inizio erano presenti quattro cause fondamentali della sua grave crisi, che alla fine divennero la causa della sua violenta reazione. Queste quattro cause sono:

Primo: i fondatori e amministratori di questo sistema esagerarono enormemente nell’applicazione di quei principi eterni, sebbene ciò non fosse affatto appropriato per un’altra epoca industriale.

Secondo: aggiunsero alcuni principi errati a quei principi eterni e naturali.

Terzo: trascurarono alcuni principi fondamentali del sistema economico conforme alla natura, sebbene fossero importanti quanto i sette principi fondamentali della società capitalistica.

In seguito, in questi capitoli abbiamo spiegato dettagliatamente che tutti i tentativi compiuti, da un lato, dal socialismo, dal comunismo, dal fascismo e dal nazismo e, dall’altro, per curare le deficienze e le malattie generate dal sistema capitalistico, sono falliti unicamente perché nessuno di essi è stato capace di individuare la causa reale e fondamentale della malattia. Un gruppo cominciò a considerare come vera causa della malattia proprio le pratiche utilizzate fin dall’antichità e, eliminandole, soppresse anche l’individualità della persona. L’altro gruppo concentrò tutta la propria attenzione soltanto nel confutare le accuse, lasciando che le cause fondamentali dei difetti e delle calamità rimanessero intatte. Nel sistema sociale da esso istituito la libertà individuale rimase, ma in pratica divenne altrettanto dannosa per l’interesse collettivo quanto lo era stata nel tenebroso periodo del capitalismo.

Riflettendo un poco su questo metodo di diagnosi della malattia, si deve facilmente ammettere che, per la vera umanità, è necessario un sistema economico scientifico, armonioso ed equilibrato, che

Primo: conserverà i normali principi dell’economia — poiché sono indispensabili alla libertà individuale — ma, invece di eccedere nell’applicarli, disciplinerà la libertà degli sforzi e delle attività degli individui in modo che essi non rimangano nemici dell’interesse e del benessere sociale e collettivo. Non solo: di fatto diventeranno loro servitori.

Secondo: terrà completamente lontana dall’intero sistema economico ogni forma di mescolanza dei principi errati con i suddetti principi naturali.

Terzo: insieme a tali principi, renderà operativi anche gli altri principi fondamentali dell’economia conforme alla natura.

Quarto: non permetterà agli individui di opporsi a quei principi naturali né di continuare a negare le loro effettive esigenze.

Il rimedio dell’Islam

L’Islam ha adottato esattamente questa via. Ha trasformato il «sistema economico senza restrizioni» in un «sistema economico libero» e lo ha sottoposto, entro determinati divieti, obblighi e limiti, a vincoli del tutto analoghi a quelli con cui limita la libertà umana in tutti gli altri ambiti della società e della civiltà. Allo stesso tempo, ha completamente sbarrato ogni via alla formazione, nell’economia libera, degli effetti specifici e delle conseguenze nocive del sistema economico capitalistico distruttivo. Cercheremo ora di esporre, per quanto possibile dettagliatamente, quale sistema economico si forma sulla base dei principi dell’Islam.

1. La proprietà della terra

Nell’Islam, come per le altre cose, è stata riconosciuta e sostenuta anche la proprietà privata della terra. La terra, al pari degli altri beni, può diventare proprietà di una persona secondo tutte le forme giuridiche stabilite per costituire e rendere effettiva la proprietà di qualcuno su una cosa. Non è fissato alcun limite al riguardo: per quanta terra si possieda, da un metro quadrato a diverse migliaia di acri, se essa è stata acquisita da qualcuno con mezzi e procedure conformi alla legge, egli ne sarà certamente il legittimo proprietario, ed essa sarà considerata un bene di sua lecita proprietà. Non è neppure una condizione della validità di tale proprietà che ciascuno debba coltivare personalmente la propria terra. Come si possono dare in affitto le case e gli arredi, allo stesso modo si può concedere in affitto la terra. L’agricoltura può inoltre essere praticata secondo il sistema della partecipazione al raccolto. Se si dona la terra a qualcuno senza affitto, o la si concede a qualcuno perché la coltivi senza ricevere una quota del raccolto, ciò sarà considerato una sadaqa o una donazione. Sono invece leciti e conformi alla legge, come l’affitto di qualunque bene, la partecipazione a un’impresa basata sull’affitto, sul canone annuo e sulla ripartizione del raccolto, nonché l’esecuzione di attività su tali basi. Tuttavia, i difetti e le carenze del sistema feudale presenti nella nostra società non sono semplicemente il risultato del sistema zamindari, né l’abolizione della proprietà privata della terra può costituire una cura o una correzione. D’altra parte, neppure l’imposizione di obblighi artificiali, come le riforme agrarie proposte dai mezzi-medici di quest’epoca, può essere benefica. Al contrario, la loro cura corretta, fondata sui principi dell’ideale islamico, può essere la seguente:

Primo: è necessario eliminare tutti gli ostacoli e le restrizioni introdotti nel percorso di acquisto e vendita della terra e rendere le sue transazioni facili, proprio come quelle degli altri beni comuni del mondo.

Secondo: è necessario abolire per sempre, sotto ogni aspetto e in ogni forma, la consuetudine di stabilire una distinzione permanente tra le classi agricole e non agricole.

Terzo: è auspicabile abrogare legalmente tutte le disposizioni relative ai diritti speciali riconosciuti ai proprietari terrieri nella nostra vita e nella nostra società.

Quarto: i diritti reciproci, i doveri e le responsabilità del proprietario terriero e del coltivatore devono essere definiti dal punto di vista della legge. E, oltre a quei diritti specificamente stabiliti, ai proprietari terrieri non deve essere riconosciuto alcun altro tipo di diritto sui coltivatori.

Quinto: la zamindari, nel senso semplice di proprietà della terra, sarà autorizzata a sussistere soltanto in una forma particolare: tra il proprietario e il coltivatore sarà consentito soltanto un rapporto analogo a quello esistente tra due soci paritari nell’attività commerciale restante. Per contro, quelle zamindari che fungono da strumenti di oppressione, persecuzione e sfruttamento, ottenendo l’opportunità di diventare uno «Stato nello Stato», oppure che vengono trasformate ingiustamente in mezzi per ottenere «potere» politico, essendo al di fuori dell’ambito della zamindari legittima e conforme alla ragione, non potranno ricevere la stessa tutela riservata alla proprietà lecita, neppure in quanto zamindari conforme alla ragione.

Sesto: devono essere eliminate tutte le consuetudini contrarie all’Islam attualmente in vigore riguardo alla distribuzione dell’eredità. I beni attuali dei proprietari terrieri devono essere distribuiti tra i loro eredi viventi secondo le disposizioni della Sharia e, in futuro, la legge islamica sull’eredità deve essere applicata correttamente anche ai beni agricoli.

Settimo: è necessario imporre un controllo sull’abbandono dei terreni agricoli senza coltivarli. Per esempio, se i terreni che il governo ha assegnato gratuitamente a qualcuno vengono lasciati incolti per più di tre anni, tale «concessione» deve essere annullata. Analogamente, se anche i terreni acquistati vengono lasciati inutilizzati, dopo il decorso di un determinato periodo deve essere imposta su di essi una tassa.

Ottavo: dai raccolti prodotti dai proprietari terrieri e dai coltivatori deve essere prelevata una quota determinata, allo scopo di destinarla alle categorie specificamente stabilite per la zakat.

Nove: per svolgere attività agricole su vasta scala con metodi scientifici moderni, occorre istituire organizzazioni di mutuo aiuto tali che i piccoli proprietari terrieri, mantenendo i propri diritti di proprietà privata, trasformino di comune accordo e con reciproca soddisfazione le loro proprietà in grandi aziende agricole e ne svolgano collettivamente le attività come un’unica organizzazione.

Una volta attuate queste misure correttive, non può rimanere alcun difetto del sistema zamindari e della proprietà terriera su vasta scala che possa essere ragionevolmente addotto.

2. Gli altri mezzi di produzione

Dal punto di vista dell’Islam non è ammessa alcuna distinzione tra i beni destinati all’uso e i mezzi di produzione; pertanto, non è mai accettabile che la proprietà privata sia consentita in un caso e non sia lecita nell’altro. L’Islam considera lecito che una persona produca o procuri per altri un bene di uso quotidiano e lo venda loro. Può svolgere questo lavoro con le proprie mani oppure farlo svolgere da altre persone in cambio di un salario. Può essere proprietaria delle materie prime, degli strumenti e dei luoghi di lavoro impiegati nella produzione o nell’approvvigionamento di tali beni. Ciò era lecito tanto nella fase precedente alla rivoluzione industriale quanto nelle fasi successive. Tuttavia, l’industria e il commercio senza restrizioni non erano mai leciti in precedenza, né possono essere considerati oggi appropriati sotto alcun aspetto. In conformità con le norme dell’Islam, era doveroso obbligarli a osservare le seguenti regole; e lo è tuttora.

Uno: prima di applicare nell’industria, nell’agricoltura e nel commercio un’invenzione o innovazione tecnica che apra la strada all’uso della forza delle macchine in sostituzione della forza, del lavoro e della fatica umani, è assolutamente necessario esaminare e valutare con attenzione quanti mezzi di sostentamento essa distruggerà e come sarà garantito il sostentamento dei disoccupati; senza tale esame, non si può in alcun modo autorizzare l’impiego di detta invenzione o innovazione.

Due: la definizione dettagliata dei diritti e dei doveri reciproci tra lavoratori e datori di lavoro, delle condizioni di lavoro e di ogni altro aspetto simile deve essere affidata all’intesa reciproca delle due parti. Tuttavia, il governo deve stabilire autonomamente alcune regole fondamentali di giustizia, come il livello minimo del salario o della paga di un lavoratore, l’orario massimo di lavoro, le cure mediche in caso di malattia, il risarcimento per le lesioni fisiche e il diritto minimo a una pensione in caso di totale inabilità al lavoro, oltre ad altre questioni analoghe.

Tre: il governo deve assumersi direttamente la responsabilità di risolvere le controversie tra lavoratori e datori di lavoro e, a tal fine, deve stabilire un sistema di accordo reciproco, arbitrato e tribunali tale da impedire il verificarsi di circostanze che possano portare alla proclamazione di uno sciopero o di una serrata (Lock-out).

Quattro: occorre vietare definitivamente l’accaparramento (Hoarding) (Nota: nella terminologia islamica si chiama “iḥtikār” l’accumulo graduale di beni di prima necessità allo scopo di aumentarne il prezzo e la loro trattenuta senza metterli in vendita), la speculazione (Speculation), il gioco d’azzardo commerciale e le compravendite occulte. Inoltre, devono essere vietati per legge tutti i metodi con cui si esercita un’influenza artificiale sui prezzi delle merci.
(Nota: la legislazione della Sharia islamica in materia commerciale è fondamentalmente un importante mezzo per riformare la vita economica. Tuttavia, gli abitanti del mondo non hanno cercato di applicarla per trarne beneficio. Anzi, la stessa società musulmana ha mostrato nei suoi confronti una gravissima e colpevole negligenza. Non vi è qui spazio per presentarne una descrizione dettagliata. Inshā’Allāh, sarà scritto e pubblicato un libro distinto su questo argomento. Qui si intende soltanto sottolineare che tutte le norme e le pratiche commerciali pericolose e dannose per l’interesse generale devono essere vietate per legge.)

Cinque: la distruzione intenzionale dei prodotti e dei raccolti deve essere considerata un reato.

Sei: tutti i settori dell’industria e del commercio devono essere resi, per quanto possibile, aperti e liberi alla concorrenza. Non si può concedere a nessuna persona o gruppo un diritto speciale e discriminatorio permettendogli di gestire un’attività monopolistica, né si possono privare gli altri di tale possibilità.

Sette: non si può consentire lo svolgimento di quelle attività industriali e commerciali che sono dannose per il carattere morale o per la salute della popolazione. Se un’attività di questo tipo è ritenuta, sotto qualche aspetto, indispensabile, si devono imporre all’industria e al commercio in questione ostacoli e controlli adeguati alla necessità.

Otto: il governo non porterà certamente l’intera industria e il commercio sotto il proprio completo controllo secondo il sistema nazista, ma dovrà necessariamente provvedere all’orientamento e al coordinamento, affinché l’industria e il commercio del mondo non prendano una direzione errata e si instauri piena armonia in tutti i settori della vita economica.

Nove: con l’aiuto della legge islamica dell’eredità, anche i patrimoni accumulati dagli industriali e dai commercianti devono essere continuamente distribuiti, come le proprietà dei proprietari terrieri, affinché non possa formarsi una classe permanente di ricchi.

Dieci: come per gli agricoltori, si deve necessariamente prelevare una parte dei redditi di commercianti, industriali e uomini d’affari, destinandola alle categorie di spesa della zakat.

Le disposizioni economiche dell’Islam

Nel campo dell’economia, l’Islam sostiene i diritti dell’individuo. L’Islam non pone alcun ostacolo a chi risparmi la parte del proprio reddito eccedente le necessità, la conceda ad altri sotto forma di prestito, la investa in una propria attività commerciale oppure investa il proprio capitale in un’attività industriale o commerciale, partecipando ai relativi profitti e perdite. Sebbene, dal punto di vista dell’Islam, l’impiego del denaro eccedente in opere di assistenza sociale sia l’azione migliore, esso dichiara comunque lecite anche le quattro forme di attività sopra menzionate. Per questo, tuttavia, è assolutamente necessario osservare adeguatamente le seguenti norme e disposizioni.

Uno: qualora si accumulino ricchezze e beni, da essi deve essere prelevata obbligatoriamente ogni anno la zakat nella misura del 2,50 per cento, e tale somma deve essere impiegata per le finalità previste per la spesa della zakat. Quando egli sarà in punto di morte, tutti i suoi beni dovranno essere distribuiti tra i suoi eredi secondo la legge islamica sull’eredità.

Due: quando una somma viene concessa a qualcuno come prestito, egli potrà recuperare soltanto il capitale da lui prestato. In nessuna circostanza avrà il diritto di ricevere interessi. È lo stesso sia che il beneficiario del prestito lo abbia contratto per sostenere le proprie spese, sia che lo abbia contratto allo scopo di investirlo in un’attività industriale o commerciale; analogamente, se, per garantire il recupero del prestito concesso, egli avesse ricevuto dal debitore un terreno o un bene in pegno, non potrà trarne alcun beneficio. Qualunque beneficio si riceva in cambio del prestito costituirà interesse. Pertanto non può essere accettato in alcun modo. Sulla base di questa questione si può facilmente fare questo «qiyas»: non è lecito neppure stabilire un prezzo per le merci negli acquisti in contanti e un altro prezzo negli acquisti a credito.

Tre: quando si investe direttamente capitale nell’industria, nel commercio o nell’agricoltura, devono essere necessariamente rispettate le norme e le procedure illustrate riguardo alla terra e agli altri mezzi di produzione.

Quattro: nel caso di un’attività svolta in società, entrambi i soci devono partecipare in misura uguale agli utili e alle perdite. Entrambi devono essere soci secondo una percentuale determinata. Saranno legalmente respinte e illecite tutte quelle attività societarie nelle quali il proprietario del capitale partecipi soltanto agli utili e debba necessariamente ricevere un profitto secondo una percentuale determinata, senza dover sopportare alcuna parte delle perdite.

Zakat

L’Islam non ha imposto alla società e allo Stato il compito di procurare lavoro e mezzi di sostentamento ai cittadini. Infatti, salvo instaurare un dominio attraverso la statalizzazione di tutti i mezzi di produzione, almeno secondo il metodo nazista, non sarebbe mai possibile adempiere al compito di procurare lavoro. Ma la sua erroneità e i suoi gravi danni sono già stati esposti in precedenza. Ciononostante, l’Islam non può approvare che, nella vita sociale, gli individui siano lasciati completamente ai propri mezzi, alle proprie risorse e alle proprie condizioni, senza assumersi alcuna responsabilità di assistere le persone in difficoltà. Da un lato, l’Islam impone individualmente a ogni persona il dovere morale di aiutare, secondo le proprie possibilità, chiunque incontri — familiare o estraneo — che abbia bisogno di aiuto e sostegno. D’altro lato, l’Islam esige dagli industriali, dai commercianti e dai proprietari terrieri che riconoscano debitamente i diritti di tutti coloro che impiegheranno nelle loro attività. Al di sopra di tutto ciò, ha imposto all’intera società e a tutto l’apparato statale la responsabilità di fare in modo che, entro i confini della sua autorità, nessuna persona resti priva dei bisogni fondamentali minimi. È responsabilità dello Stato fornire l’aiuto e l’assistenza necessari a tutti coloro che nella società sono disoccupati e privi di mezzi di sostentamento, che sono incapaci di lavorare per una causa temporanea, permanentemente inabili oppure colpiti da una calamità o da un incidente improvviso. È dovere dello Stato predisporre l’assistenza e il mantenimento dei bambini indifesi. Rientra inoltre tra le responsabilità del governo provvedere alla liberazione dai debiti delle persone indebitate e incapaci di estinguerli. In realtà, si tratta di un vasto progetto di sicurezza sociale (assicurazione sociale), che deve essere attuato direttamente sotto la gestione dello Stato. Per raccogliere le risorse finanziarie necessarie a questo compito, l’Islam ha proposto i seguenti metodi:

Uno: chiunque abbia accumulato un capitale superiore a una determinata quantità di ricchezza dovrà versare annualmente, dal proprio capitale, la zakat nella misura del 2,50 per cento.

Due: ogni proprietario terriero e agricoltore-coltivatore dovrà necessariamente destinare a questo scopo il dieci per cento del raccolto delle proprie terre irrigate naturalmente e il cinque per cento del raccolto delle terre irrigate con mezzi artificiali.

Tre: ogni industriale e commerciante verserà, alla fine di ogni anno, il 2,50 per cento del valore delle proprie merci commerciali.

Quattro: ogni allevatore che possieda un numero di animali superiore a una determinata soglia depositerà ogni anno nel Bayt al-Mal dello Stato una parte del proprio patrimonio zootecnico, secondo un’aliquota e un calcolo prestabiliti.

Cinque: si dovrà prelevare, a questo titolo, un quinto dei minerali e dei tesori sepolti.

Sei: qualora si verifichi una guerra, a questo scopo verrà prelevato il 20 per cento del bottino di guerra.

Le ricchezze accumulate attraverso questi mezzi saranno accantonate come “riserva”, da impiegare nelle categorie della zakat e del khumus indicate nel Corano. Tra queste categorie rientra in larga misura la gestione della sicurezza sociale menzionata in precedenza.

L’intervento limitato dello Stato

L’Islam non approva in linea di principio che lo Stato diventi esso stesso industriale, commerciante o proprietario terriero. Dal punto di vista islamico, il compito del governo dovrebbe limitarsi all’amministrazione, all’instaurazione della giustizia, all’eliminazione delle calamità, dei danni e dei disordini, e alla promozione del benessere generale della società. Infatti, non è assolutamente possibile tollerare, per il bene di alcuni vantaggi esteriori, conseguenze così negative come quelle derivanti dalla fusione delle attività commerciali con la forza e il potere politici. Tuttavia, l’Islam consente allo Stato di gestire, attraverso l’amministrazione pubblica, soltanto quelle industrie e attività indispensabili alla vita nazionale, ma che i privati non sono disposti a gestire, oppure la cui gestione in forma privata rischierebbe sostanzialmente di danneggiare l’interesse generale della società. Anche se, al di fuori di tali attività, lo Stato avviasse direttamente altre industrie o imprese per lo sviluppo e il benessere del Paese, sarebbe suo dovere gestirle con successo solo entro determinati limiti e poi affidarle ai privati affinché le conducano personalmente.

I quattro principi fondamentali di un sistema economico equilibrato

In precedenza, nella trattazione del «moderno sistema capitalistico», abbiamo menzionato sette principi fondamentali ragionevoli riguardo all’economia. Se a questi si potessero integrare i limiti, le regole, le procedure e le misure correttive sopra descritte, sarebbe possibile estirpare tutti i difetti e le imperfezioni del feudalesimo e del capitalismo. Inoltre, su questa base potrebbe essere costruito un sistema economico equilibrato, nel quale sia l’individualità e la libertà personali sia il benessere collettivo sarebbero adeguatamente garantiti con pura giustizia; e ciò non ostacolerebbe minimamente il progresso dell’attuale rivoluzione industriale.

Qui si possono menzionare i quattro principi fondamentali di questo sistema economico equilibrato:

Uno: un sistema economico libero e non vincolato, con alcune limitazioni e controlli di natura giuridica e amministrativa.
Due: l’obbligatorietà della zakat.
Tre: la legge successoria.
Quattro: la proibizione dell’interesse.

Tutti coloro davanti ai quali sono state messe a nudo la rovina dell’odierno capitalismo senza restrizioni e la maledizione del comunismo e del fascismo hanno cominciato ad appoggiare, in linea di principio, il primo dei quattro principi menzionati. Naturalmente, riguardo ai suoi dettagli, nelle menti delle persone persistono ancora alcune esitazioni e difficoltà. Ma speriamo che, leggendo ciò che abbiamo detto in questo capitolo sulla terra e sugli altri mezzi di produzione, tali esitazioni e difficoltà scompaiano. Anche un’altra nostra opera, intitolata «La proprietà della terra», contribuirà molto a dissipare questa complessità e queste esitazioni.

L’importanza del secondo principio è ormai divenuta quasi evidente agli occhi degli abitanti del mondo. Il comunismo, il fascismo e la democrazia capitalistica hanno presentato, con queste tre dottrine, un sistema vasto e ampio di sicurezza sociale; rispetto ad esso, la zakat è capace di realizzare un sistema di sicurezza sociale di portata molto maggiore. Tuttavia, poiché le disposizioni dettagliate della zakat sono sconosciute, anche su questo tema sorgono nella mente umana molte complicazioni. Per le persone diventa difficile comprendere come la zakat e il khums possano essere inseriti armoniosamente nel sistema finanziario dello Stato moderno. L’opuscolo intitolato «Le disposizioni della zakat» riuscirà a infondere loro una profonda serenità al riguardo.

Quanto al terzo principio, l’Islam ha adottato una via e un metodo propri, distinti da ogni altro tipo di legge vigente nel mondo. In passato le persone non conoscevano la sua razionalità e per questo sollevavano in proposito domande e obiezioni di ogni genere. Ma ora l’intera società umana ha cominciato gradualmente a volgersi in questa direzione. Persino il comunismo russo è stato costretto a imitarlo.

[Nota: nella nuova legge successoria della Russia sovietica, figli, moglie, marito, genitori, fratelli e sorelle e figli adottivi sono stati riconosciuti come eredi. È stata inoltre stabilita la regola secondo cui ogni persona può lasciare per testamento i propri beni a parenti stretti bisognosi e a istituzioni per il benessere sociale. Tuttavia, i diritti dei parenti hanno la precedenza. Allo stesso tempo, è stato dichiarato vietato fare testamento allo scopo di privare dei loro diritti i figli minorenni o gli eredi poveri. Alla luce di questa legge, nessuno può fare a meno di concludere che i «progressisti comunisti» nel 1945 siano tornati a quella legge che era stata promulgata nel 625.]

Ma le persone dell’epoca attuale incontrano una particolare difficoltà nel comprendere la razionalità di questo quarto principio del programma economico dell’Islam. Nell’economia borghese, da un secolo a questa parte, si è radicata profondamente l’idea che considerare l’interesse haram sia soltanto un impulso emotivo e che concedere a qualcuno un prestito senza interesse sia nient’altro che un atto di cortesia. E che la religione abbia avanzato una simile pretesa soltanto per un’inutile esagerazione. Altrimenti, dal punto di vista della logica, l’interesse sarebbe una cosa pienamente comprensibile e razionale; dal punto di vista economico non solo non sarebbe sconveniente, ma sarebbe in pratica anche estremamente utile e necessario. È sotto l’influenza di questa falsa ideologia e della sua intensa propaganda che tutti i difetti del capitalismo moderno vengono colti dagli occhi dei critici. Ma nessuno rivolge la propria attenzione al sistema più fondamentale e gravemente difettoso, cioè l’interesse. Persino i comunisti russi continuano a coltivare questa suprema pratica diabolica del capitalismo, proprio come la Gran Bretagna e l’America. E non è tutto: proprio quei musulmani che erano stati i più grandi nemici dell’interesse nel mondo sono oggi gravemente influenzati dalla fuorviante propaganda dei Paesi occidentali. Tra i nostri religiosi dalla mentalità sconfitta si è diffusa l’errata convinzione che l’interesse possa essere sconveniente soltanto quando viene riscosso da chi prende denaro in prestito per spenderlo per le proprie necessità. Ma si ritiene che, sui prestiti contratti per investimenti industriali e commerciali, le operazioni a interesse siano del tutto razionali, appropriate e giuste, e che siano pure e halal. Di conseguenza, secondo i principi della religione islamica, della moralità, della ragione e dell’economia, non potrebbero contenere in alcun modo alcun difetto. Esistono inoltre molte altre forme di autocompiacimento. Si ritiene che l’interesse riscosso dagli antichi mercanti-usurai e l’odierno sistema bancario basato sull’interesse siano due cose diverse. Si ritiene inoltre che gli affari «puliti» di queste banche siano attività completamente pure e che sia appropriato avere con esse rapporti di ogni genere.

Tuttavia, anche coloro che si sono liberati da tutte queste e simili concezioni erronee non riescono a comprendere come, in quest’epoca, sia possibile gestire il sistema economico dopo aver vietato legalmente l’usura.

È necessario scrivere un’opera distinta su questi argomenti. In questo piccolo libro non vi è spazio per esporli dettagliatamente. La mia opera «L’usura e il sistema bancario moderno» è dedicata proprio alla trattazione di questi temi; pertanto, coloro che desiderano liberarsi dalle idee errate al riguardo dovrebbero studiare il libro intitolato «L’usura e il sistema bancario moderno».

Fine