Le nostre parole
L’Islam è l’unico sistema di vita completo. Non esiste alcun aspetto della vita umana per il quale l’Islam non offra una guida. In ogni ambito della vita umana sono presenti norme islamiche precise. Nei settori personale, familiare, sociale, statale, economico, culturale, morale, etico e in molti altri, è impressa un’impronta ben ordinata dell’ideale islamico. L’Islam ha proclamato la liberazione dell’umanità dalla schiavitù di altri che non siano Allah e dalle abbaglianti catene delle ideologie concepite dagli uomini, offrendo un’infrastruttura adatta a ogni epoca. L’aspetto pratico dell’insieme delle norme islamiche è la Sharia. I musulmani devono muoversi entro i limiti o confini stabiliti dalla Sharia. Non hanno il diritto di oltrepassarli. Se qualcuno li oltrepassa, cioè viola tali confini, sarà considerato ribelle ad Allah.
Il più ampio campo d’azione della vita umana rientra nella sfera dell’ideale islamico. Anche il sistema dell’amministrazione statale non ne è escluso. Dall’alba della civiltà fino a oggi, tutte le ideologie sorte intorno all’amministrazione dello Stato sono frutto della mente umana. Fa eccezione soltanto il sistema statale islamico. Il suo autore e governatore è Allah Ta‘ala in persona. Pertanto, esso è senza dubbio infallibile. Là dove, nel difficile percorso della vita, è forte la probabilità di inciampare a ogni passo, le ideologie elaborate dagli uomini non possono offrire un contributo adeguato, poiché in esse abbondano le possibilità di errore. È il rispetto delle norme infallibili rivelate da Allah che può condurre l’uomo alla meta desiderata. E il dono più eccellente di esse è il sistema normativo approvato dalla Sharia.
L’Imam Ibn Taymiyya (che Allah abbia misericordia di lui) era un ‘alim di alto rango (muhaddith, faqih) e un celebre mujaddid (riformatore). Per tutta la vita si impegnò a ravvivare, con il messaggio fondamentale del tawhid, la comunità musulmana afflitta da shirk, bid‘a e superstizioni, formando uomini come autentici servi di Allah Ta‘ala. La sua penna era estremamente tagliente. Sradicando le correnti di pensiero non islamiche dal sistema dell’amministrazione statale, desiderava immergere la società musulmana nell’autentico ideale islamico. Da questo punto di vista, l’opera da lui scritta intitolata ***** (in arabo) è un’opera insuperabile. La traduzione bengalese di quest’opera è appunto «Il sistema statale conforme alla Sharia». Il traduttore è il distinto pensatore islamico, giornalista e letterato Maulana Zulfiqar Ahmad Kismati. Il signor Kismati è uno scrittore affermato, versato in quattro o cinque lingue, nonché autore, traduttore e curatore di numerose opere preziose. La sua traduzione è molto chiara e scorrevole.
Poiché, nella presente edizione, il traduttore ha nuovamente curato l’opera, la traduzione ne è risultata ulteriormente arricchita.
Non si può negare la carenza, in lingua bengalese, di opere originali su questo argomento. Confidiamo che questo libro, contenente i princìpi fondamentali del sistema statale conforme alla Sharia e del diritto penale, contribuirà in misura considerevole a colmare una lacuna attesa da molti anni dai musulmani di questo Paese. Per aver potuto mettere nelle mani dei lettori un’opera di questo genere, esprimiamo milioni di ringraziamenti ad Allah, il Misericordiosissimo. Possa Allah accettare questo nostro modesto sforzo. —Amen.
Muhammad Golam Kibria
L’editore
Prefazione dell’autore
Ogni lode spetta a quella Maestosa Essenza che ha inviato i Suoi profeti e messaggeri all’umanità con prove e argomentazioni evidenti; che, insieme ai profeti e ai messaggeri, ha inviato il Libro e la Bilancia, ossia il criterio della giustizia, affinché gli uomini seguissero la retta via e aderissero alla giustizia e all’equità. (A Lui spetta ogni lode.) Egli ha inviato il ferro e i suoi derivati, nei quali da un lato vi sono una forza formidabile e un elemento di timore, e dall’altro innumerevoli strumenti per il bene dell’umanità.
Allah l’Altissimo è il più sapiente in assoluto riguardo a chi debba essere aiutato e a chi debba essere fatto profeta. Egli è l’Unico Onnipotente, il Possente, Colui che, per mezzo di Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha posto fine alla successione della profezia e lo ha reso l’ultimo dei profeti.
*****(arabo)
«Allah l’Altissimo ha inviato il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) con norme e precetti guida e con il vero sistema di vita, affinché egli ne stabilisse la supremazia su tutti i sistemi di vita e gli orientamenti religiosi inventati dagli uomini». (Sura al-Fath: 28)
A sostegno del Grande Profeta, Egli ha inviato anche una «prova possente e coadiuvante», il sapere e la saggezza, la penna, la guida, gli argomenti e le prove, il potere, la forza e la capacità, l’influenza e il prestigio, nonché la spada (simbolo della forza). È superfluo dire che tutte queste qualità sono indispensabili per conseguire onore e dignità e per prevalere sull’ingiustizia e sulla falsità. Proclamo con voce ferma che non esiste alcun essere degno di essere adorato all’infuori di Allah; Egli non ha associati. Non ha collaboratori né pari. Proclamo inoltre che Muhammad, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), è un servo e un messaggero di Allah. Che su di lui discendano le innumerevoli misericordie di Allah. Che la misericordia discenda sulla sua progenie e su tutti i suoi Compagni. Che su di loro discendano pace e un’inesauribile effusione di compassione. Possa questa mia proclamazione e testimonianza possedere quel grado di nobiltà grazie al quale colui che proclama entra per sempre sotto la protezione e la tutela divine.
La motivazione principale della stesura dell’opera
Sebbene si tratti essenzialmente di un’opera concisa, essa espone compiutamente l’ordinamento politico prescritto da Allah e le questioni relative alla rappresentanza del Grande Profeta. Di conseguenza, nessun governante o suddito, re o cittadino, ha in alcuna circostanza la possibilità di mostrare negligenza verso i propri doveri o di esserne esonerato. L’obiettivo principale della composizione di quest’opera è fornire a tutti i funzionari esecutivi dello Stato e ai responsabili e dirigenti della politica nazionale consigli o indicazioni che Allah l’Altissimo ha reso obbligatori per quei governanti e dirigenti. Come ha detto il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui):
*****(arabo)
«Dio è soddisfatto di voi per tre cose: (1) adorerete soltanto Dio; (2) non assocerete a Lui nessuno; (3) tutti insieme vi aggrapperete saldamente alla corda di Dio e non vi separerete gli uni dagli altri; inoltre, darete sinceri consigli a coloro ai quali Dio ha conferito autorità su di voi».
La base fondamentale dell’opera «As-Siyāsatu sh-Sharʿiyya», ovvero Il sistema di governo conforme alla Sharīʿa, è costituita dai versetti del Libro di Dio nei quali si afferma che:
******(arabo)
«O musulmani! Dio vi ordina di restituire i depositi, ossia i diritti delle persone, ai loro proprietari, cioè agli aventi diritto. Quando vi accingete a dirimere le controversie tra la gente, giudicatele secondo giustizia. Quanto è eccellente il consiglio che Dio vi impartisce! Non vi è alcun dubbio che Dio ascolta ogni cosa e vede ogni cosa. O musulmani! Obbedite al comando di Dio, obbedite al comando del Suo Messaggero e obbedite anche al comando dei vostri governanti responsabili (dello Stato). Se poi sorgesse tra voi una qualsiasi divergenza, la condizione per credere in Dio l’Altissimo e nell’Aldilà è che rimettiate la questione controversa a Dio e al Suo Messaggero. Ciò è meglio per voi e, quanto all’esito, è assai più benefico». (Sūra an-Nisāʾ: 58-59)
Secondo l’opinione degli ʿulamāʾ esperti della Sharīʿa, il primo versetto (arabo) è stato rivelato riguardo ai funzionari incaricati di definire la politica statale e a coloro che sono investiti dell’autorità amministrativa. Essi devono far pervenire i diritti del popolo fino alle sue porte e instaurare la giustizia nelle cause giudiziarie e nelle altre lamentele della popolazione.
Attraverso il secondo versetto (arabo) è stato detto alla gente comune e agli appartenenti ai vari corpi militari di obbedire ai propri governanti e funzionari. Sono questi funzionari a distribuire le risorse dello Stato, a impartire gli ordini di guerra e a occuparsi delle guerre e di altre questioni analoghe. Tuttavia, qualunque sia il grado del governante, se ordina qualcosa di contrario all’obbedienza a Dio, non gli si deve obbedire; e se emana una legge o un ordine contrario al comando di Dio, non lo si deve mai eseguire. A questo proposito il Nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
(arabo)
«Quando viene impartito un ordine di compiere un atto di disobbedienza al Creatore, non è lecito obbedirvi».
Pertanto, quando sorge una controversia tra voi riguardo a una questione, rivolgete la vostra attenzione a ciò che dicono il Corano e la Sunna, e poi giudicate conformemente ad essi. Se le parti in conflitto non risolvono la controversia in questo modo, allora è dovere dei funzionari dello Stato agire secondo le disposizioni del versetto sopra citato e rendere effettivo il comando di Allah. Il comando di Allah è:
(in arabo)
«Aiutatevi reciprocamente nelle opere di bene e di pietà, e non aiutatevi nel peccato e nella trasgressione». (Sura al-Māʾida: 2)
Agendo secondo questo versetto, si obbedirà ad Allah e al Suo Messaggero e si adempiranno debitamente anche i loro diritti.
Nel versetto citato viene comandato di adempiere i depositi fiduciari e di far giungere debitamente ai legittimi titolari i loro diritti. È superfluo dire che questi due principi — adempiere i depositi fiduciari, cioè garantire i diritti del popolo, e osservare la giustizia nel farlo — costituiscono gli obiettivi fondamentali del governo giusto, della leadership retta e dello Stato del benessere. È proprio attraverso ciò che i depositi fiduciari saranno adempiuti.
Nota del traduttore
Quest’opera sull’Islam e sulla politica è la traduzione bengalese del celeberrimo libro «As-Siyāsa ash-Sharʿiyya» dello Shaykh al-Islām, l’Imam Ibn Taymiyya (che Allah abbia misericordia di lui), famoso uomo politico e riformatore del VII e dell’VIII secolo dell’Egira, intitolato in bengalese «Ordinamento statale secondo la Sharia». Rendo infinite grazie ad Allah per avermi permesso di presentare questo prezioso libro, in lingua bengalese, al servizio dei lettori e delle lettrici.
L’Imam Ibn Taymiyya (r) scrisse quest’opera in un’epoca in cui l’intero mondo musulmano aveva quasi perso la propria solidità e stabilità politica. L’esistenza politica dei musulmani era diventata travagliata. Si diffusero numerose ideologie reciprocamente contrastanti. Lo Stato islamico diventava sempre più debole, giorno dopo giorno.
In realtà, il settimo secolo dell’Egira fu per i musulmani un’epoca di prova. La causa principale di questo declino fu il male diffuso consistente nel sottrarsi, nel carattere e nelle opere, all’osservanza dei princìpi fondamentali del Corano e della Sunna; il disordine e l’instabilità dello Stato si abbatterono sull’intera comunità sotto forma di castigo di Allah.
Per l’Imam Ibn Taymiyya (r), questa situazione era estremamente dolorosa. Alla fine imbracciò, contro le forze aggressive, le armi della resistenza sia della penna sia della spada. Rivolse alla comunità discorsi infuocati. Le sue parole veritiere colpirono gli interessi di molti, e numerose persone di mentalità ristretta e rozza cominciarono a opporsi. Senza curarsi di alcuna opposizione, continuò con coraggio a proclamare le parole della giustizia e della verità. Infine, tra i musulmani cominciò a risvegliarsi un sentimento di unità e solidarietà.
Oggi, tra la comunità musulmana, si osservano disunione, esitazione, conflitto e senso d’inferiorità riguardo all’ideologia politica. Ciò non è affatto maggiore rispetto a quanto accadeva nel settimo secolo dell’Egira. È un fatto che oggi, in quasi ogni Paese musulmano, i musulmani non riescono a mantenere l’equilibrio e la stabilità politica a livello statale. La causa principale è il loro allontanamento da quei princìpi fondamentali che l’Islam indica come «as-siyāsah ash-sharʿiyyah». L’Allamah Ibn Taymiyya (r), in quest’opera, ha esposto l’ordinamento politico dell’Islam interamente alla luce del Corano e della Sunna. In essa ha chiarito che, per ogni ambito della vita umana — amministrativo, morale, pratico o economico — l’ordinamento stabilito dall’Islam è eterno e definitivo. Senza seguire questi princìpi stabiliti dall’Islam, non è possibile mantenere la società libera dalla corruzione, assicurarne lo sviluppo, il progresso e la prosperità; né è possibile mantenere l’amministrazione e la gestione statale immuni dalla corruzione, forti e stabili.
L’autore di «as-siyāsah ash-sharʿiyyah», lo Shaykh al-Islam Imam Ibn Taymiyya (r), è una personalità di fama mondiale che non ha bisogno di presentazioni. Su ogni argomento sul quale abbia impugnato la penna, ha offerto un’esposizione definitiva. La caratteristica più importante delle sue numerose opere è che le sue argomentazioni si fondano sul Corano e sulla Sunna. In particolare, ha presentato numerose prove tratte da al-Bukhari e Muslim. Compose molte opere, grandi e piccole.
Sebbene l’opera «as-Siyāsah ash-Sharʿiyyah» non sia molto ampia, in essa egli ha esposto chiaramente, attraverso il Corano e la Sunna, i princìpi fondamentali dell’ordinamento statale e amministrativo.
È deplorevole che, nonostante quest’opera preziosa sia disponibile davanti alla comunità musulmana odierna, alcuni musulmani, per senso d’inferiorità e ignoranza, vadano a bussare alle porte altrui quando si tratta di politica statale. Eppure, grazie ai princìpi e alle norme fondamentali sui quali l’Islam ha fondato il governo dei Paesi e l’amministrazione dello Stato, l’intero mondo musulmano può ritrovare nuovamente in sé quella vitalità dell’Islam che esisteva nella sua epoca d’oro. Il vuoto sostanziale dei sistemi politici e amministrativi elaborati dall’uomo nel mondo, e la loro incapacità di portare la pace alla società umana, impongono di riattivare il sistema di governo e amministrazione dello Stato islamico sulla base dei sublimi princìpi dei valori islamici.
Per tutti i governanti e amministratori del mondo, e in particolare per i capi di Stato del mondo musulmano e per coloro che sono legati agli apparati amministrativi, quest’opera è una guida tale che, se la studieranno con profonda attenzione, davanti a loro emergerà senza dubbio un quadro concreto della politica islamica, orientato a una corretta gestione dello Stato e all’offerta di uno Stato al servizio del benessere pubblico. Governando sulla sua base, potranno risolvere i problemi della popolazione, migliorarne il tenore di vita e conquistare il cuore di tutti; potranno offrire al mondo assetato di pace una nuova guida verso la pace universale, il benessere, la stabilità e la prosperità.
Nei punti importanti dell’opera che richiedevano spiegazione, sono state utilizzate sotto forma di note le parole del suo illustre commentatore, Abul Ala Muhammad Ismail, accrescendone ulteriormente l’importanza.
Esprimo i miei sinceri ringraziamenti e le mie congratulazioni ad “Ahsan Publications” per aver pubblicato la traduzione bengalese di questa antica e preziosa opera dell’Allama Ibn Taymiyya sull’ordinamento statale dell’Islam.
L’Allama Ibn Taymiyya (r), il mujahid interamente dedito all’Islam, compose quest’opera perseguendo il sublime obiettivo del bene dell’umanità; lo stesso obiettivo anima anche la sua traduzione bengalese. Per liberare il carattere dei cittadini dalla propensione al crimine in ogni ambito della nostra vita sociale e statale, estirpare ogni forma di corruzione e instaurare la giustizia, è necessaria una legge divina e imparziale. È proprio l’assenza di questa legge e di questo sistema, liberi dalle discriminazioni di classe, a generare nella società la propensione ai crimini derivanti dall’illegalità, dall’ingiustizia e dall’iniquità. Alla fine, quella stessa propensione al crimine alimenta migliaia di ulteriori inclinazioni criminali nel carattere della società. In questo sistema statale divino, fondato sul senso della responsabilità in ogni azione, non vi è spazio per tutto ciò; per questo, sotto una guida retta, esso è capace di portare pace, benessere e prosperità al popolo nella società e nello Stato. Possa quest’opera essere d’aiuto nella “lotta per affermare la supremazia e la dignità della religione di Allah”; possa la sua lettura porre fine a ogni confusione riguardo ai principi e agli ideali della politica statale. Questa è la supplica che rivolgo ad Allah. — Zulfiqar Ahmad Kismati
Breve biografia dell’Imam Ibn Taymiyya (r)
La nazione musulmana ha dovuto avanzare attraversando tanto condizioni favorevoli quanto avverse. La storia del mondo musulmano nei secoli XIII e XIV dell’era cristiana fu profondamente dolorosa e tragica. Ovunque si era levata un’ondata di inquietudine, instabilità e disgregazione. Tutte le loro storie di eroismo storico sembravano essersi trasformate in racconti da Mille e una notte. Codardia e inerzia avevano legato i musulmani mani e piedi.
Proprio in quel periodo, cioè all’inizio del XIII secolo, i nomadi tartari della Mongolia si lanciarono contro il mondo musulmano, guidati dal loro capo Gengis Khan e imitando i barbari selvaggi della preistoria. Dapprima entrarono in conflitto con il sultano Muhammad, allora governatore di Bukhara, oggi sotto occupazione russa. In una vasta pianura a nord del fiume Jihun, i quattrocentoottomila soldati del sultano attaccarono l’esercito di Gengis Khan, e già nel primo giorno di battaglia morirono centosessantamila soldati. Nelle battaglie successive, le truppe del sultano Muhammad furono così brutalmente sconfitte e massacrate. In seguito, le truppe mongole e tartare continuarono ad avanzare, distruggendo uno dopo l’altro gli Stati musulmani. Anche Damasco, ricca di scienza, cultura e sotto altri aspetti, e Baghdad, allora capitale del mondo musulmano, divennero teatro delle atrocità e delle devastazioni dei Tartari.
Parallelamente a questo declino politico, i musulmani giunsero all’estremo della decadenza anche nel pensiero religioso, nella coscienza e nel carattere. A quel tempo, per “persone istruite” si intendevano soltanto gli ulema della società. Tra gli ulema, le divergenze e i contrasti raggiunsero il culmine. Persino per questioni comuni, una fazione musulmana non esitava a uccidere spietatamente l’altra e a colmarla di insulti. A causa dell’invidia, dell’odio reciproco e delle divisioni tra gli ulema, la società musulmana si frantumò in centinaia di fazioni e si indebolì. Approfittando di quella disunione dei musulmani, i nemici devastarono completamente questa nazione.
D’altra parte, superstizioni quali la bid‘a, lo shirk, il culto dei pir e il culto delle tombe, che consumano l’essenza stessa dell’Islam, si diffusero in modo devastante. La definizione autentica del tawhid era ormai prossima a scomparire. Si cominciò a dare maggiore importanza alle parole dei pir e degli shaykh fautori della bid‘a che non all’insegnamento del Corano e della Sunna. La concezione pura dell’Islam e la sua limpida luce erano quasi sul punto di scomparire. Proprio quando l’oscurità dell’ignoranza stava rendendo quasi fioca la luce della fede dei musulmani, nel cielo di Damasco sorse un sole splendente. Egli era l’Allama Taqi al-Din Abu al-Abbas Ahmad ibn Abd al-Halim ibn Abd al-Salam ibn Abd Allah ibn Ibn Qasim, Shaykh al-Islam Ibn Taymiyya al-Hawwani al-Dimashqi.
L’Allama Ibn Taymiyya apparve in questo momento cruciale della storia e si levò apertamente contro le false credenze e convinzioni. Dichiarò una sorta di jihad contro tutto ciò. Il suo movimento riformatore, animato dallo spirito del jihad, era multiforme. La sua resistenza si espresse in ogni modo: attraverso la scrittura, i discorsi e la partecipazione armata alla lotta sul campo di battaglia contro le forze aggressive. In mezzo a ogni forma di opposizione e ignoranza, continuò a operare senza paura insieme ai suoi seguaci. Nel tentativo di mantenere alta la parola della giustizia e della verità, dovette affrontare molte sofferenze e difficoltà. Visse in prigionia. Sopportò le insopportabili pene della vita carceraria grazie alla forza della fede.
Fu colpito dall’ira dei governanti proprio perché protestava e si opponeva al ruolo non islamico di re, sovrani ed emiri. Sono rarissimi gli esempi delle persecuzioni, delle angherie e delle minacce che l’Imam Ibn Taymiyya sopportò dando prova di onestà, altruismo e fermezza nella fede sulla via di Allah. Se, dopo aver superato la dura prova di fuoco del sacrificio di sé per la religione, non avesse indicato la via della lotta, ispirato dallo spirito dell’“Afdal al-jihad”, cioè “dire la giustizia e la verità davanti a un governante tiranno è il jihad migliore”, nelle epoche successive sarebbe mancata chi dicesse la verità di fronte a governanti musulmani corrotti e tirannici e a individui aggressivi accecati dalle superstizioni. Guardando all’intera vita operosa dell’Imam combattente Ibn Taymiyya, non vi è alcun modo di definire esagerate queste affermazioni su di lui. Anche dopo quasi ottocento anni, la domanda e la popolarità delle sue preziose opere non sono diminuite. Nelle innumerevoli biblioteche di paesi come l’Egitto, l’Hegiaz e l’Iran, le opere di Ibn Taymiyya continuano ad arricchire il patrimonio intellettuale delle rispettive società. Le opere erudite di questo pensatore combattente adornano inoltre numerose biblioteche di Berlino, Londra, Francia e Roma.
Con la sua penna affilata, da un lato cercò di purificare la “Sirat al-mustaqim” dell’Islam da ogni impurità; dall’altro invitò tutti ad abbandonare ogni via di smarrimento e ad avvicinarsi al sistema di governo di Allah. Nel suo tempo, la forza taghutica che avanzava bloccando il cammino dell’Islam e dei musulmani si trovò ad affrontare anche la sua spada. Di conseguenza, persino la selvaggia ferocia dei barbari gengiscanidi dovette arrestarsi davanti a essa. È superfluo dire che, se nelle epoche successive la guida islamica di ogni paese musulmano avesse seguito correttamente lo spirito del jihad con cui l’Allama Ibn Taymiyya lottò con tutte le sue forze per ristabilire l’Islam, la storia del mondo musulmano si sarebbe formata diversamente. È proprio perché ciò non è avvenuto che oggi i musulmani sono ovunque alla mercé delle forze taghutiche.
Nascita
Ibn Taymiyya nacque il decimo giorno del mese di Rabi al-awwal dell’anno 661 dell’Egira, in una città chiamata Harran. Quando, all’età di sette anni, la città fu attaccata dai Tatari, lasciò la patria insieme al padre e si trasferì a Damasco. Ricevette in casa l’istruzione primaria, compreso l’apprendimento a memoria del Corano. In seguito completò la sua formazione islamica presso i grandi e competenti maestri di Damasco, allora centro vitale del sapere e delle scienze islamiche.
In breve tempo, la sua erudizione, intelligenza e abilità operativa divennero note ovunque. La sua padronanza della scienza degli hadith crebbe a tal punto che la gente diceva: «L’hadith che l’Imam Taymiyya non riconosce come hadith non è affatto un hadith». Ibn Taymiyya presentava la soluzione di ogni problema alla luce dei versetti coranici. Se nei commentatori delle epoche precedenti vi era qualche errore, lo evidenziava con parole chiare. Aveva acquisito questa erudizione e questa competenza già all’età di vent’anni. La sua voce era profonda, espressiva e dolce; secondo lo storico Ibn Kathir, «ascoltando i meravigliosi e sapienti discorsi esortativi di Ibn Taymiyya, molti grandi peccatori e persino ribelli ad Allah si sono pentiti e hanno seguito la retta via». Lo Shaykh Salih Taj al-Din dice: «Ero solito assistere regolarmente alle lezioni di Ibn Taymiyya. Parlava con la velocità di un’inondazione e fluiva come un fiume impetuoso. Gli ascoltatori sedevano immobili e in silenzio, con gli occhi chiusi. Al termine della lezione sembrava più serio e imponente, eppure parlava agli studenti con un sorriso benevolo e di buon umore. Durante la lezione sembrava muoversi in un mondo invisibile e, un momento dopo, ritornare nel mondo reale». Sebbene trascorresse gran parte della vita in una cella carceraria, durante il breve periodo del suo insegnamento il numero dei suoi studenti raggiunse diverse migliaia. Alcuni suoi discepoli furono, per erudizione, conoscenza, talento, capacità operativa e qualità morali, tra le più grandi personalità del mondo dell’epoca. Tra questi vanno ricordati in particolare l’Allama Ibn Qayyim, l’Allama al-Dhahabi, Hafiz Ibn Kathir, Hafiz Ibn Qudama, il Qadi Sharaf al-Din e lo Shaykh Sharaf al-Din.
La traduzione della filosofia greca in lingua araba iniziò nel secondo secolo dell’Egira. Da allora, il materialismo insito nella filosofia greca esercitò la propria influenza sulla società musulmana. Di conseguenza, le persone persero la prospettiva della pura concezione islamica della vita e cominciarono a considerare ogni cosa alla luce di una visione materialista. All’inizio del dominio abbaside, questo movimento razionalista assunse la forma di un cieco fervore. Il mu‘tazilismo diede origine a violente dispute come quella sulla “creazione del Corano”. Il mu‘tazilismo sconfisse i sostenitori del Corano sotto l’irresistibile influenza della filosofia greca. La scienza del kalam, tenendo la società musulmana occupata in sottili discussioni logiche, la rendeva completamente incurante del mondo dell’azione concreta.
Vedendo il mondo musulmano avviarsi su questa indesiderabile e insensata via dello smarrimento, l’Imam Ibn Taymiyya impugnò la penna contro di essa. Nell’anno 698 dell’Egira scrisse un’opera in cui criticò aspramente le credenze e le concezioni dei “mutakallimun” e, dimostrandone la falsità, stabilì con prove e argomenti inconfutabili il puro modello del Corano e della Sunna. Quest’opera colpì al cuore, come una freccia, i sostenitori delle dottrine errate. Con questo libro introdusse una nuova rivoluzione nel mondo del pensiero. Proprio per questo ebbe inizio la sua vita di persecuzioni.
Quando furono presentate varie denunce contro la dottrina dell’Imam al governatore d’Egitto, Nasir Shah, nell’anno 705 dell’Egira egli ordinò al governatore di Damasco di convocare un’assemblea di ulema locali e di esaminare la dottrina dell’Imam. In diverse riunioni prevalse proprio la posizione dell’Imam.
Come oggi una certa categoria di persone si arricchisce fingendosi guide, faqir e dervisci sotto il nome dei sufi, attirando folle innumerabili, anche allora la società musulmana non era meno oppressa da questa fitna. Quando un gruppo congiunto delle comunità dei faqir ahmadiyya e nizarite mosse aspre critiche contro l’Imam Ibn Taymiyya (r) presso il governatore di Damasco, questi lo convocò. L’Imam rispose senza alcun timore che esistevano due gruppi di faqir: (1) uno meritevole di lode per la sua devozione, santità, moralità e povertà. Tuttavia, la maggior parte di costoro erano falsi faqir, immersi nel fango dello shirk, della bid‘a e delle idee kufr. Avevano abbandonato gli insegnamenti fondamentali dell’Islam, il Corano e gli hadith, facendo della menzogna e dell’inganno il sostegno della propria vita. Ingannavano gli ignoranti della gente comune e li irretivano in varie forme di bid‘a e nelle reti dello shirk. Per riempirsi le tasche, fingevano continuamente santità. Creavano intorno a sé un’atmosfera così velenosa che chiunque entrasse in contatto con loro diventava loro schiavo mentale. Costoro svuotavano le proprie tasche e deponevano ogni loro avere ai piedi di quei faqir dediti alla bid‘a.
L’Imam convocato in Egitto
Sebbene il governatore fosse rimasto in silenzio di fronte alle parole veritiere dell’Imam, altri complottavano segretamente e ferocemente contro di lui. Nasrullah Munshi aizzò i dignitari d’Egitto contro l’Imam. Essi scrissero al governatore di Damasco chiedendo che l’Imam fosse inviato in Egitto. Il governatore rispose: «L’ho incontrato due volte, ma non ho trovato alcun difetto nella sua dottrina». In seguito, tuttavia, gli giunse questo ordine: «Se vuoi il bene, non esitare ad agire secondo il decreto reale». Costretto, il governatore mandò l’Imam in Egitto.
Quando, lunedì 12 Ramadan dell’anno 705 dell’Egira, l’Imam Ibn Taymiyya (r) lasciò Damasco, gli abitanti della città lo seguirono per tre miglia. Coloro che erano accorsi per il congedo guardavano l’Imam con gli occhi pieni di lacrime.
Giunto in Egitto, il venerdì, nella città del Cairo, espose senza timore le sue opinioni a un’assemblea del giudice supremo e dei dignitari di corte, riunita all’interno di una fortezza. Ma non fu comunque risparmiato. Fu trattenuto a causa di altre false accuse. Nell’anno 707 dell’Egira fu liberato. In seguito guidò la preghiera del venerdì nella moschea di Jam‘at al-Hikam e per circa quattro ore espose il tafsir del versetto «Iyyaka na‘budu wa iyyaka nasta‘in» (cioè: «Adoriamo soltanto Te e chiediamo aiuto soltanto a Te»). Trascorrendo così alcuni giorni in Egitto, continuò a diffondere la sua dottrina, cioè l’Islam, e a criticare e contrastare ogni dottrina errata. Continuò a dimostrare l’errore del monismo di Muhyi al-Din Ibn Arabi. Ma ciò era insopportabile per i suoi oppositori. Il sufi Taj al-Din, incitando la gente comune attraverso assemblee e riunioni, presentò alcune accuse contro di lui e chiese al governo di punirlo. Il governo lo sottopose dapprima alla sorveglianza e in seguito lo tenne rinchiuso in prigione. Anche durante la detenzione non rimase inattivo. Cominciò a insegnare l’Islam ai detenuti dediti a vari giochi e divertimenti illeciti e a una vita priva di scopo. Li rese assidui nella preghiera e virtuosi. Così quelle persone smarrite del carcere ritrovarono la propria umanità.
L’Imam Ibn Taymiyya nella cella
Quando i nemici vennero a conoscenza di questa attività dell’Imam Ibn Taymiyya (r), cospirarono e lo trasferirono nella prigione di Alessandria. Durante i diciotto mesi trascorsi qui, in una fortezza, si diffuse più volte la voce della sua morte, facendo piangere e disperare gli abitanti del mondo musulmano. Nell’anno 709 dell’Egira, liberato per ordine del sovrano, partì da Alessandria diretto al Cairo; la popolazione locale organizzò una grande processione, lo accompagnò per un lungo tratto e pregò per lui. Durante il suo soggiorno nel mashhad del Cairo si dedicò alla diffusione del Corano, degli hadith e delle scienze e conoscenze islamiche.
In quel periodo (711 dell’Egira), un gruppo di oppositori giunse alla moschea congregazionale, aggredì l’Imam, lo rinchiuse in una stanza appartata e lo picchiò brutalmente. Quando la notizia si diffuse in città, la gente accorse da lui a frotte e dichiarò l’intenzione di incendiare l’intera città del Cairo, se Sua Eminenza lo avesse permesso. Ma egli, invece di vendicarsi in alcun modo, disse: «Io li ho perdonati». Rimase poi ancora a lungo in Egitto, quindi visitò Bayt al-Muqaddas e tornò nella sua patria, Damasco. Il popolo accolse il suo arrivo con gioia, organizzando una processione.
Il ritorno nella patria, Damasco
Dopo essere giunto a Damasco, si dedicò alla diffusione dell’istruzione religiosa, alla composizione di opere e alle attività al servizio dell’umanità. La sua intrepida operosità e il suo linguaggio franco irritarono gli interessati, radicati nei propri privilegi e accecati dalla superstizione. Quando costoro presentarono nuovamente una denuncia al governo, fu emanato un decreto ufficiale secondo cui Ibn Taymiyya non avrebbe più potuto emettere alcuna fatwa.
Ma l’Imam disse: «Per me è impossibile nascondere la verità». Poiché egli si oppose in tal modo al decreto ufficiale, nel 720 dell’Egira, durante una sessione tenutasi al Dar al-Sa‘adat, fu emanato un nuovo decreto ufficiale per imprigionarlo. Rimase allora recluso nella fortezza per cinque mesi e diciotto giorni. Quando, dopo un anno, fu liberato, riprese il suo antico lavoro. L’Imam si immerse nella diffusione della conoscenza. Vide che le tombe di molti pii venerati erano oggetto di culto. Migliaia di persone accorrevano a frotte alle tombe per rivolgere preghiere ai pii venerati lì sepolti, allo scopo di ottenere ciò che desideravano. Nel 726, l’Imam Ibn Taymiyya emise una fatwa secondo cui «non è lecito viaggiare verso paesi lontani con l’intenzione di visitare le tombe». Dopo l’emissione di questa fatwa, in tutto il paese si creò un’agitazione contro di lui. Gli oppositori tennero grandi assemblee, pronunciarono discorsi infuocati contro di lui e incitarono la gente. Alcuni dicevano che gli si dovesse tagliare la lingua, altri che dovesse essere frustato. Secondo altri, doveva essere tenuto in carcere a vita. Un gruppo chiese al sovrano d’Egitto che fosse messo a morte. In seguito il governo decise di imprigionarlo. Quando la polizia incaricata dell’arresto si recò da lui, egli la seguì sorridendo in carcere. Quando la notizia giunse a Baghdad, i più eminenti ulema di quell’epoca gli espressero il loro sostegno, dichiarando che la fatwa dell’Imam era conforme allo spirito fondamentale dell’Islam. Inviarono due lettere al sovrano. Il succo di quelle lettere era il seguente: l’Imam Ibn Taymiyya era il mujtahid più eminente del suo secolo e la guida della comunità islamica; persino i tesori delle sette regioni del mondo non sarebbero bastati a compensare il suo valore. Era sorprendente che una simile guida della nazione, che avrebbe dovuto risiedere nel palazzo reale, fosse invece tenuta in carcere. Gli erano state rivolte accuse infondate. Avrebbe dovuto essere liberato immediatamente.
Quando gli iracheni udirono delle torture inflitte all’Imam in carcere, in tutto il paese si accese un violento fuoco di dolore interiore. In una dichiarazione congiunta degli ulema si affermava che le parole dell’Imam Ibn Taymiyya erano incontestabilmente vere. Pertanto, si chiedeva che lo Shaykh al-Islam fosse liberato affinché potesse servire la religione. Ciò sarebbe stato un grande favore per i musulmani di tutto il mondo. La lettera dei più eminenti ulema di Baghdad non riuscì a giungere alla corte del sovrano d’Egitto; oppure, se vi giunse, fu in un momento in cui quel luminoso sole dell’Islam, splendente da secoli, era ormai tramontato. Lo Shaykh al-Islam, l’Imam Ibn Taymiyya, uomo di fede e mujahid consacrato all’Islam, lasciò per sempre questo mondo.
Lo Shaykh al-Islam, l’Imam Ibn Taymiyya (che Dio abbia misericordia di lui), trascorreva gli ultimi giorni della sua vita in carcere nella devozione, nella recitazione del Corano e nello studio di esso. Nell’ultima occasione rimase imprigionato per oltre tre anni e tre mesi. Anche quella crudele vita di reclusione trascorse nella composizione delle sue numerose opere originali e preziose.
Quando, nel settimo e nell’ottavo secolo, a causa dell’allontanamento dagli insegnamenti e dagli ideali dell’Islam, giunsero sui musulmani le incursioni dei Tatari come castigo di Allah, nel mondo musulmano vi erano ancora innumerevoli ulema e pii maestri. Tuttavia, erano ben pochi coloro che, rinunciando alle comodità e ai piaceri, potessero affrontare quelle grandi calamità e organizzare le masse musulmane. Fu il solo Imam Ibn Taymiyya (che Dio abbia misericordia di lui) ad assumersi tale compito, grazie alla sua straordinaria conoscenza. L’Islam è giunto invitando a una rivoluzione in tutti gli ambiti della vita umana, non a convivere con la falsità; e l’Imam Ibn Taymiyya ne lasciò la prova attraverso sofferenze e persecuzioni insopportabili. Per instaurare la religione di Allah, scrisse e parlò contro la falsità e, quando necessario, prese le armi; la sua vita combattiva è un luminoso esempio, come un libro aperto, di come si possa superare la prova della fede anche sopportando privazioni e sofferenze.
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[Uno]
Responsabilità e doveri dell’autorità di governo sciaraitico
Il contenuto del primo capitolo riguarda l’esame delle responsabilità e dei doveri dei titolari della leadership, dei funzionari municipali, degli amministratori statali, dei giudici, dei funzionari dei vari livelli, dei funzionari finanziari, dei ministri, dei segretari dei ministeri, nonché degli incaricati della raccolta delle elemosine volontarie e della zakāt statale.
La questione dell’adempimento delle responsabilità e dei doveri è di due tipi. (1) Autorità e leadership. Quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) conquistò Mecca, prese le chiavi della Sacra Kaʿba ai Banū Shayba. ʿAbbās (che Allah si compiaccia di lui), zio del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), chiese quelle chiavi, affinché potesse occuparsi di fornire acqua ai pellegrini e, al contempo, ottenere la custodia della Kaʿba e assumersi personalmente la responsabilità del suo servizio. Tuttavia, Allah non approvò questo suo desiderio. Fece scendere un versetto e ordinò che le funzioni della Sacra Kaʿba fossero affidate proprio ai membri dei Banū Shayba, i suoi precedenti custodi. Da ciò si dimostra dunque che è un dovere del leader affidare gli incarichi dei musulmani a persone che siano più qualificate per quei compiti. Come ha detto il Profeta (pace e benedizioni su di lui):
*******(arabo)
«Dopo aver assunto l’autorità su una questione riguardante i musulmani, se qualcuno nomina governatore una persona mentre in quella regione vi è un musulmano più qualificato di lei, ha tradito Allah e il Suo Messaggero».
********(arabo)
Colui che, in qualità di funzionario statale, nomina come comandante dell’esercito una persona mentre nell’esercito nazionale ve n’è un’altra più qualificata, ha tradito Allah l’Altissimo e il Suo Messaggero. Ha tradito i musulmani. (Al-Hākim lo ha tramandato nella sua raccolta di hadith autentici.)
Alcuni alim lo hanno citato come una dichiarazione di Umar (che Allah sia soddisfatto di lui). Essi hanno detto che Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) rivolse queste parole a suo figlio. Fu proprio il figlio di Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) a narrarle. Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse:
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«Chi, avendo ricevuto la responsabilità di un affare riguardante i musulmani, nomina come funzionario una persona con cui ha un rapporto affettuoso o che è sua parente, escludendo una persona più qualificata, ha tradito Allah, il Messaggero di Allah e i musulmani».
Il primo dovere dei governanti è riflettere profondamente sulla questione. È indispensabile esaminare e consultarsi su quali persone siano realmente qualificate per svolgere responsabilità statali e amministrative e su quale tipo di rappresentanti o funzionari governativi sia opportuno nominare nell’amministrazione delle città e delle aree municipali e locali. Infatti, coloro che saranno comandanti delle unità militari, che guideranno i piccoli e grandi eserciti islamici, che riscuoteranno dai musulmani vari tipi di dazi e imposte e che saranno incaricati della gestione delle finanze pubbliche, saranno i responsabili di tali ambiti. Essi saranno anche i direttori delle attività amministrative governative. Perciò è assolutamente indispensabile che gli alti funzionari e il principale governante nominino alle importanti cariche pubbliche persone considerate migliori e qualificate per i musulmani. Occorre inoltre fare attenzione affinché, quando vi sono persone qualificate, nessuna persona incompetente riceva una nomina. Questo principio deve essere rispettato in tutti i dipartimenti amministrativi dello Stato: per esempio, l’imam e il muezzin nella preghiera, gli insegnanti nel settore dell’istruzione, il predicatore o funzionario durante il pellegrinaggio, gli addetti alla gestione dell’acqua potabile, i responsabili della supervisione di fiumi, canali e sorgenti, i custodi del tesoro statale, le guardie delle caserme, gli armaioli e i sorveglianti degli arsenali, i direttori delle varie forze, grandi e piccole, gli esattori dei dazi nei mercati e i capi rurali e locali. Nella nomina di ciascuno di loro devono essere privilegiati l’onestà e la competenza.
Quando qualcuno diventa guida della società musulmana e detentore dell’autorità di governo, è suo dovere nominare come funzionari subordinati persone oneste, affidabili e competenti ed esperte nel lavoro pertinente. Non si devono assolutamente promuovere persone che desiderano esse stesse ottenere l’autorità o reclamano una carica. Al contrario, per coloro che bramano le cariche, proprio questa brama di ottenerle costituisce una grave incompetenza. È narrato nel Sahih al-Bukhari e nel Sahih Muslim che:
******(arabo)
È narrato dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) che un giorno alcune persone si presentarono alla sua presenza e chiesero di ricevere da lui l’autorità di governo. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Non affidiamo alcuna autorità a chi la chiede volontariamente». (Bukhari-Muslim)
È narrato da Abd al-Rahman ibn Samura che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
*******(in arabo)
«O Abd al-Rahman! Non chiedere di ottenere la guida e l’autorità. Se la guida giunge nelle tue mani senza che tu l’abbia richiesta, riceverai l’aiuto di Allah nell’adempiere alla responsabilità; ma se chiedi di ottenere la guida, l’intera responsabilità delle sue conseguenze positive e negative ricadrà su di te (e non riceverai l’aiuto di Allah)».
Il Nobile Profeta (s.a.s.) ha detto:
*****in arabo
«A colui che desidera la carica di giudice e chiede l’aiuto di qualcuno per ottenerla sarà affidata la responsabilità di tale incarico (con le sue conseguenze positive e negative). Quanto a colui che non reclama la carica di giudice e non chiede l’aiuto di nessuno per ottenerla, Allah l’Altissimo gli invia un angelo. Questo angelo lo guida sulla retta via». (Ahl al-Sunna)
Pertanto, se il capo dello Stato perde la fermezza e, escludendo una persona più onesta e qualificata, nomina a una carica di responsabilità una persona incompetente sulla base dell’amicizia, del favoritismo verso i parenti, del regionalismo, dell’abuso di potere, del nazionalismo — come quello iraniano, turco o romano — o di qualsiasi altro legame, ciò costituirà un tradimento nei confronti di Allah e del Suo Messaggero. Allo stesso modo, se la nomina di qualcuno è motivata da una tangente, da altri vantaggi o da un qualsiasi altro interesse meschino di questo genere, oppure se, a causa dell’ipocrisia e dell’ostilità verso una persona onesta e qualificata, quest’ultima viene esclusa e al suo posto viene nominata una persona incompetente e disonesta, anche questo non sarà altro che un tradimento nei confronti di Allah, del Suo Messaggero e dei musulmani in generale. Allah l’Altissimo ha vietato un simile tradimento, dicendo:
*******in arabo
«O credenti! Non tradite consapevolmente Allah e il Suo Messaggero, né tradite i depositi che vi sono affidati reciprocamente». (Sura al-Anfal: 27)
Poi Allah l’Onnipotente proclama:
******Arabo
«Sappiate che i vostri beni e i vostri figli sono una fitna, ossia una prova. In verità, presso Allah si trova una ricompensa immensa. (Sura al-Anfāl: 28)
Il significato delle parole dell’Onnipotente Allah è che spesso l’uomo, accecato dall’amore per i propri figli e familiari, affida loro importanti incarichi di autorità statale. Rende una persona incapace detentrice del potere. Ciò non è altro che un tradimento dell’affidamento di Allah. Allo stesso modo, il suo desiderio di accumulare ricchezze e montagne di denaro non ha limite. Questa sua avidità di ricchezza lo costringe a dare la preferenza a persone incompetenti e a indulgere nell’ingiustizia. Nel tentativo di ottenere ricchezze con mezzi ingiusti e illeciti, sfrutta il popolo. Alcuni governatori regionali o alti funzionari pubblici di determinate zone hanno un carattere tale da essere abili nell’adulare i superiori. Di conseguenza, nominano persone adulatrici, sebbene incompetenti, a incarichi di responsabilità riservati ai propri familiari. Una simile persona tradisce senza dubbio Allah e il Suo Messaggero, e tradisce il dovere e l’affidamento posti a suo carico.
Se un funzionario governativo responsabile teme Allah, riesce a contenere la propria avidità e a trattenersi dall’abusare del proprio potere, Allah lo aiuta a rimanere saldo nei principi della giustizia. Lo protegge da ogni avversità.
Allah punisce il governante che è schiavo delle proprie passioni. Distrugge completamente i castelli costruiti sui suoi propositi, sulle sue speranze e sulle sue aspirazioni. Mantiene i suoi figli e tutta la sua famiglia in una condizione umiliante. Egli perde le ricchezze acquisite con mezzi illeciti.
A questo proposito esiste un episodio famoso: una volta, uno dei governanti abbasidi convocò alcuni sapienti e disse loro: «Mettete per iscritto alcuni episodi che avete visto o udito». Una volta vidi ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz (che Allah abbia misericordia di lui), quando un uomo venne da lui e disse: «Comandante dei credenti! Hai tenuto i tuoi figli lontani dai beni dello Stato. Li hai lasciati sulla strada che conduce a una condizione di povertà e indigenza. Non hai lasciato loro nulla». ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz (che Allah abbia misericordia di lui) era allora disteso sul letto di morte. Disse: «Va bene, conducete i figli davanti a me». Furono condotti tutti davanti a lui. I figli del califfo erano numerosi. Erano tutti minorenni. Vedendo i suoi figli, egli scoppiò a piangere e disse: «Figli miei! Vi ho dato interamente ciò che vi spettava; non ho privato nessuno di voi. Oltre a questo, non posso darvi alcun bene appartenente al popolo. La condizione di ciascuno di voi sarà una di queste due: o sarete persone rette e virtuose, e Allah è il protettore e l’aiutante dei Suoi servi virtuosi, oppure sarete persone malvagie e corrotte. Non voglio lasciare nulla alle persone malvagie e corrotte, perché in tal caso si dedicheranno alla disobbedienza ad Allah. *****Arabo «Andate, ora tutti potete congedarvi da me; queste sono tutte le mie parole».
Poi racconta: in seguito vidi proprio quei figli del nobile ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz; alcuni di loro possedevano centinaia di cavalli e li donarono per la causa di Allah. I mujāhidīn dell’Islam li cavalcavano per combattere il jihād allo scopo di affermare la giustizia.
Allora quel califfo abbaside disse: «Umar ibn Abd al-Aziz (che Allah abbia misericordia di lui) era il “Califfo dei musulmani”.
A oriente, il paese dei Turchi, e a occidente, il Marocco e la Spagna erano sotto il suo dominio; il suo potere governativo era saldamente stabilito a Cipro, nelle regioni confinanti con la Siria, a Tarso e in altri luoghi. Il suo dominio si estendeva a sud fino all’estremo confine dello Yemen. Nonostante ciò, i suoi figli divennero proprietari soltanto di una parte assai esigua dell’eredità paterna. Si narra che il patrimonio da lui lasciato fosse inferiore a venti dirham per ciascuno dei suoi figli.1(Allah aiuta i Suoi servi virtuosi, come aiutò i figli di Umar ibn Abd al-Aziz (che Allah abbia misericordia di lui): per eredità essi non ricevettero granché. Tuttavia Allah li aiutò in modo tale che ciascuno di loro divenne proprietario di immense ricchezze. Nel Sacro Corano è detto: «Il mio Protettore è Allah, Colui che ha fatto scendere il Libro, ed Egli protegge i giusti» (7:196) — redattore.) Eppure, proprio in quel periodo, ho visto tra i califfi anche governanti che avevano lasciato una quantità così enorme di ricchezze che, dopo la loro morte, quando i figli le divisero tra loro, a ciascuno toccò perfino una quota di seicento crore di ashrafi. Nonostante ciò, alcuni di quei figli finirono per mendicare. Al riguardo, in modo frammentario e sparso qua e là, si trovano innumerevoli racconti, episodi visti con i propri occhi e molti resoconti tramandati dagli antichi. Per le persone assennate, essi contengono numerosi insegnamenti.
Dall’esempio della vita del Profeta risulta chiaramente che anche l’autorità politica, la leadership e il potere di governo sono un’amāna, e che è wajib custodire adeguatamente questa amāna.
In vari modi, erano già stati pronunciati avvertimenti al riguardo. Il Nobile Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse ad Abū Dharr al-Ghifārī (che Allah sia soddisfatto di lui), riguardo alla leadership:
*******Arabo
«La leadership è un’amāna. Questa leadership, in determinate circostanze, diventerà causa di vergogna e rimorso nel Giorno della Resurrezione. Fa eccezione colui che ha esercitato una leadership fondata sulla giustizia e sulla rettitudine e ne ha adempiuto correttamente il diritto». (Muslim)
L’Imam Bukhārī (che Allah abbia misericordia di lui) ha riportato nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī una narrazione di Abū Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui), secondo cui:
************Arabo
Il Nobile Profeta (s.a.) ha detto: «Quando il deposito affidato viene tradito, aspettatevi l’Ora». Gli fu chiesto: «O Messaggero di Allah, che cosa significa “quando il deposito affidato viene tradito”?». Egli rispose: «Quando persone incompetenti vengono poste a occupare le posizioni di autorità, guida e potere di governo, allora aspettatevi l’Ora». (Bukhari)
È proprio in riferimento a questo significato del deposito affidato che si è stabilito l’ijmāʿ della Umma musulmana: se il tutore o il curatore di un orfano, l’amministratore di un bene waqf, oppure un incaricato o rappresentante investito di una responsabilità, si trova nella necessità di spendere dai beni del proprietario interessato, deve farlo nel modo migliore (cioè non deve spendere più della somma riconosciuta e non deve appropriarsi di nulla). Come ha detto Allah l’Altissimo,
********Arabo
«Non avvicinatevi ai beni dell’orfano se non nel modo migliore, finché non abbia raggiunto la maturità».
I governanti e i funzionari dello Stato sono i custodi e gli amministratori del popolo, come il pastore di un gregge. Il Nobile Profeta (s.a.) ha detto:
******Arabo
«Ognuno di voi è custode degli altri. A ciascuno verrà chiesto conto delle azioni di coloro che sono sotto la sua autorità. Al capo della società e dello Stato verrà chiesto conto delle azioni del popolo sottoposto alla sua autorità. La moglie è custode della casa del marito e dovrà rispondere di ciò che, in quella casa, è sotto la sua responsabilità. Il figlio è custode dei beni del padre e gli verrà chiesto conto di essi. Lo schiavo o il servitore è custode dei beni del suo padrone e gli verrà chiesto conto a questo riguardo. Badate! Ricordate che ognuno di voi è custode degli altri e a tutti verrà chiesto conto di coloro che sono sotto la propria autorità».
Il Nobile Profeta (s.a.) ha detto che,
*******আরবী
«Se colui al quale Allah ha affidato la responsabilità e l’autorità di prendersi cura degli altri muore negligente nell’adempimento del proprio incarico, Allah gli proibirà persino l’odore del Paradiso». (Muslim)
Una volta Abu Muslim al-Khawlani (che Allah abbia misericordia di lui) si recò da Muʿawiya ibn Abi Sufyan (che Allah sia soddisfatto di lui) e, rivolgendosi a lui, disse:
******আরবী
«(O salariato! La pace sia con te)»
I dignitari della corte dissero: «Invece di dire “Ayyuhal ajīr”, dica **আরবী». Egli allora disse nuovamente ******আরবী. Gli fu detto ancora: «Dica “Ayyuhal amīr”». Ma Abu Muslim al-Khawlani ripeté la stessa frase tre volte. I presenti gli ricordarono ripetutamente di dire “Ayyuhal amīr”. Alla fine l’emiro Muʿawiya disse: «Lasciate parlare Abu Muslim. Lui conosce meglio di tutti il significato delle sue parole». Allora Abu Muslim disse: «O Muʿawiya! Tu sei un salariato. Il padrone delle pecore ti ha assunto, dietro compenso, per prenderti cura di questo gregge di pecore. Se ti occupi delle pecore affette da malattie della pelle, curi quelle malate e provvedi alla loro custodia, il proprietario delle pecore ti darà il tuo compenso. Ma se non ti interessi delle pecore affette da malattie della pelle, non curi quelle malate e non dimostri la dovuta responsabilità nel custodirle, il loro proprietario ti punirà».
Questo episodio è sufficiente come ammonimento e insegnamento per un governante. Infatti, tutta l’umanità è composta dai servitori di Allah. I funzionari dello Stato sono Suoi rappresentanti incaricati di amministrare i servitori di Allah. A loro è affidata la responsabilità di tutelare la vita, i beni e l’onore del popolo, in ogni loro aspetto.
Nominare a tale incarico una persona inesperta e incompetente in queste materie, nonostante vi siano persone competenti ed esperte nelle questioni commerciali ed economiche del Paese e nelle aree d’origine della produzione agricola, è certamente un atto di slealtà e tradimento. Se l’autorità statale agisce in questo modo, essa sarà traditrice. Infatti, una persona inesperta riguardo all’economia del Paese e alla sua linfa vitale — l’agricoltura, l’industria e il commercio — venderà nel mercato merci e materiali a prezzi ingiusti. Non concedere le merci a un acquirente buono e onesto, pronto a pagare un prezzo superiore o equo, per timore, amicizia o legami di parentela, non è altro che slealtà. Per questo il proprietario delle merci certamente proverà avversione nei suoi confronti e lo condannerà.
Pertanto, è dovere dei funzionari statali di alto rango non nominare come rappresentanti o amministratori del governo persone infedeli, bensì affidare l’incarico di rappresentanti governativi o governanti a persone dotate di una buona esperienza nel commercio, nell’economia del Paese, nella gestione delle terre e in ambiti simili.
[Due]
Idoneità al potere e all’autorità di governo
L’argomento del secondo capitolo è il seguente: si dovrebbe conferire il potere e l’autorità di governo alla persona più idonea. Anche in assenza della persona più idonea, il potere e l’autorità di governo dovrebbero essere conferiti a una persona idonea. A ogni livello dell’amministrazione, si dovrebbero affidare i vari incarichi e le funzioni rappresentative alle persone ideali per tali ruoli. Per l’autorità di governo sono indispensabili forza e affidabilità, affinché sia agevole applicare le norme della Sharia e far valere i diritti del popolo. Le diverse categorie di giudici.
Dopo la discussione precedente, è ora necessario comprendere quale sia il dovere del leader. In breve, egli deve nominare come rappresentanti dello Stato, funzionari o governanti di qualunque regione del Paese persone oneste e idonee. Tuttavia, talvolta si verifica che non si riescano a trovare persone dotate delle qualifiche desiderate per un determinato incarico. In tal caso, il dovere del leader è nominare per quell’incarico la persona relativamente più idonea. Per ogni posizione, deve insediarvi colui che, in termini comparativi, è il più qualificato. Se il leader assolve questo compito applicando piena imparzialità, onestà e discernimento, allora ha adempiuto al proprio dovere e alla propria responsabilità. Solo allora potrà essere definito un leader giusto. Anche presso Allah l’Onnipotente sarà considerato un governante giusto. Naturalmente, non si può affermare con certezza che, nonostante ciò, non si verifichino errori o mancanze in alcuni ambiti per varie ragioni. Tuttavia, che altra possibilità ci sarebbe? Anche Allah l’Onnipotente ha parlato dello sforzo possibile. Come è stato detto:
********Arabo
«O musulmani! Temete Allah per quanto vi è possibile». (Sura At-Taghabun: 16)
********Arabo
« Allah non impone a nessuno un peso superiore alle sue capacità. (Sura al-Baqara: 286)
Nel dare l’ordine del jihad, Allah ha detto:
****Arabo
« Combattete contro i nemici sulla via di Allah. Non siete responsabili di nessun altro se non di voi stessi. Tuttavia, esortate anche gli altri musulmani a ciò. (Sura al-Nisa: 84)
Allah ha inoltre detto:
*******Arabo
« O credenti! Siate consapevoli delle vostre responsabilità. Se rimanete sulla retta via, le persone fuorviate non potranno danneggiarvi». (Sura al-Ma’ida: 105)
Pertanto, a ogni livello amministrativo, se un governante o un’autorità non farà ogni sforzo possibile per nominare persone rette e si impegnerà pienamente nell’adempimento dei propri doveri, si potrà ritenere che egli sia seguace della guida, ossia della retta via.
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
********Arabo
«Quando vi ordino di fare qualcosa, fatela secondo le vostre possibilità». (Bukhari-Muslim)
Tuttavia, se una persona commette una negligenza nell’esecuzione di tale compito adducendo come scusa un’incapacità non riconosciuta dalla Sharia, ciò costituirà un tradimento. Essa sarà punita per il tradimento derivante dalla negligenza del proprio dovere. Pertanto, è suo dovere accertare con cura quale sia la persona più qualificata, competente e benefica, nonché proporre per ogni incarico il nome di una persona qualificata e competente. Infatti, l’autorità e il potere su qualsiasi cosa poggiano su due pilastri: l’uno è la forza, l’altro è l’affidabilità o la lealtà. Come recita il Nobile Corano:
*******Arabo
Il migliore come tuo servitore sarà colui che è forte e leale. (Sura al-Qasas: 26)
Il sovrano d’Egitto disse al profeta Yusuf (pace su di lui):
*******Arabo
«Da oggi sei tra noi una personalità altamente rispettata e degna di fiducia».
A proposito della dignità e delle qualità di Hazrat Jibrāʾīl (a.), Allah l’Altissimo ha detto:
******Arabo
«In verità, il Nobile Corano è una parola trasmessa da un angelo altamente onorato, capace di sostenere il gravoso peso della rivelazione, e che gode di un rango elevato presso il Signore del Trono. Egli è autorevole e degno di fiducia. (Sura al-Takwīr: 19-21)
La forza fondamentale di ogni potere statale e di ogni autorità di governo è la condizione equilibrata del Paese. Sul campo di battaglia, la forza della direzione militare consiste nel valore e nel coraggio del comandante. Egli deve conoscere ed essere esperto in ogni sorta di tattica militare. Deve essere consapevole degli inganni e degli stratagemmi del nemico. Poiché ***Arabo «il combattimento è un altro nome dell’inganno». Il comandante militare deve conoscere le tattiche di guerra. Per agire di conseguenza, deve possedere una competenza completa. (A quel tempo) il comandante militare doveva avere esperienza nel tirare e colpire con le frecce, affinché potesse infliggere un colpo adeguato all’esercito nemico. Doveva essere un abile cavaliere.
Come ha detto Allah l’Altissimo:
******Arabo
«Musulmani! Accumulate equipaggiamenti e mezzi di potenza militare e raccogliete un gran numero di cavalli da guerra; con ciò, preparatevi al meglio per affrontare i miscredenti. (Sura al-Anfāl: 60)
Il Messaggero di Allah (ṣa) ha detto:
******Arabo
«Imparate a tirare con l’arco e addestratevi all’equitazione. Per me il tiro con l’arco è più amato dell’equitazione. Chi impara a tirare con l’arco, poi lo trascura e lo dimentica, non fa parte della mia comunità». In un’altra narrazione si legge: ******Arabo
«Il tiro con l’arco, cioè l’acquisizione di competenze militari, è una benedizione. Chi lo dimentica, rinnega questa benedizione». (Muslim)
Attraverso queste dichiarazioni si è sottolineata l’importanza che i musulmani possiedano ogni forma di forza, comprese le competenze militari, per rimuovere gli ostacoli all’affermazione nella società della conoscenza, della saggezza, della giustizia e delle prescrizioni divine. È un’esigenza sancita dallo stesso Corano e dalla Sunna.
1. L’onestà e la fedeltà sono qualità fondate sul timore di Dio.
2. Non è lecito sacrificare i diritti di Allah in cambio di beni terreni di poco valore.
3. Eliminerà completamente dal cuore il timore degli esseri umani.
Allah l’Altissimo ha reso queste tre nobili qualità indispensabili per ogni governante, leader e persona dotata di autorità.
Nel Nobile Corano Allah ha dichiarato:
*******ARABO
“Non temete gli uomini, ma temete Me. Non usate i Miei versetti per interessi meschini. Coloro che non governano la gente secondo la legge di Allah sono i miscredenti (disobbedienti)1. (Sura al-Mā’ida: 44) (1. Prima di questo Egli ha menzionato gli empi e gli ingiusti.)
Su questa base, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha diviso i governanti e i giudici in tre categorie. Ha detto che due di queste categorie sono destinate all’Inferno, e che soltanto una categoria di giudici è destinata al Paradiso.
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
*********ARABO
“I qadi, governanti e giudici, sono di tre categorie. Due categorie di giudici sono destinate all’Inferno e una categoria di giudici è destinata al Paradiso. Pertanto, colui che comprende la verità e giudica con equità sarà destinato al Paradiso”. (Ahl al-Sunna)
Coloro che dirimono le controversie tra due parti in conflitto sono chiamati qāḍī, ossia giudici. Il giudice impartirà ordini a entrambe le parti. Pertanto, che tra costoro vi sia un califfo o un re, un wālī o un ḥākim, oppure qualcuno che svolga le funzioni di capo dello Stato, e persino chi sia incaricato di occuparsi dell’istruzione dei bambini, tutti rientrano nella medesima disposizione. I nobili Compagni del Profeta lo hanno illustrato proprio in questo modo. Anche loro agivano così, ed è questa la cosa naturale.
[Tre]
Una leadership coraggiosa, devota e attenta al popolo
Nel mondo odierno si trovano ben poche persone nel cui carattere si siano riunite queste due nobili qualità: forza e affidabilità. Tra due persone, una affidabile e l’altra forte, si dovrebbe affidare l’autorità e la leadership a quella grazie alla quale il Paese e la nazione non saranno esposti a danni. Fu chiesto all’Imām Aḥmad (che Dio abbia misericordia di lui): «Tra due uomini, uno coraggioso ed esperto nell’arte della guerra ma peccatore nelle sue azioni, e l’altro virtuoso e devoto ma codardo e privo di coraggio, con chi è opportuno intraprendere il jihād?». Egli rispose: «Si deve intraprendere il jihād al fianco dell’uomo esperto nella guerra e forte, anche se è un “fājir”, cioè un peccatore. Infatti, la sua forza sarà impiegata qui a vantaggio dei musulmani, mentre il suo peccato riguarda la sua stessa vita. La questione della persona virtuosa e devota è del tutto opposta.»
Oggi sono davvero poche le persone dotate di queste due nobili qualità: forza, coraggio e affidabilità. Per questo ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) pregava:
*********Arabo
«O Allah! Ti denuncio la brutalità del peccatore e l’impotenza del codardo. Proteggici dalle mani di entrambi!»
Pertanto, per ogni Paese o territorio si dovrebbe cercare una leadership virtuosa e competente, adeguata alle circostanze circostanti. Se il leader di un Paese desidera nominare un governante o un amministratore, è suo dovere affidare tale responsabilità alla persona migliore della regione o del Paese interessato. Se invece vi sono due persone, una affidabile e l’altra forte e coraggiosa, egli dovrà decidere, in base alle circostanze della nomina, in quale regione o regno l’autorità equilibrata di queste due qualità, nell’amministrazione e nel governo, apporterà il maggior beneficio al Paese e alla nazione e ridurrà maggiormente i danni.
Pertanto, nell’ambito della leadership militare, si dovrebbero nominare soltanto persone dotate di forza, coraggio e valore. Anche se la loro pratica religiosa fosse relativamente inferiore, nel campo della guerra e della difesa si dovrebbe dare la preferenza alle persone coraggiose anziché a una leadership militare debole.
Fu chiesto all’Imam Ahmad ibn Hanbal (che Allah abbia misericordia di lui): vi sono due persone, entrambe abituate a comandare in battaglia. Tuttavia, una di loro è fājir, cioè peccatrice, ma possiede maggiore forza e coraggio, mentre l’altra è virtuosa e devota, ma di animo debole. In tale situazione, sotto la guida di quale delle due si dovrebbe combattere? Egli rispose: la robustezza e la forza del fājir sono a beneficio dei musulmani, mentre il suo fujūr, cioè la sua condotta peccaminosa, ricade sulla sua stessa vita. Se la persona virtuosa e devota è debole, la sua virtù e la sua devozione sono a suo beneficio personale; tuttavia, proprio a causa della sua debolezza, essa costituirebbe un fattore di debolezza nella tutela degli interessi dei musulmani.
Pertanto, si dovrebbe combattere il jihād al suo fianco anche se il comandante militare forte è un fājir.
Disse il Messaggero di Allah (sallallahu alayhi wa sallam):
********arabo
«Allah l’Altissimo si serve anche di una persona fājir per aiutare la Sua religione». (In un’altra narrazione, al posto di ****arabo compare *****arabo, cioè: «Egli fa sì che la Sua religione venga aiutata anche per mezzo di persone e comunità che non hanno alcuna parte nelle opere buone».)
Pertanto, quando non si trova alcun comandante militare impavido e non si trova alcun altro comandante adatto a sostituirlo, si nominerà a tale incarico la persona più qualificata e virtuosa sotto il profilo religioso. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) nominò Khalid ibn al-Walid (che Allah sia soddisfatto di lui) comandante dell’esercito dell’Islam. Egli svolse questo incarico fin da quando abbracciò l’Islam. A suo riguardo il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) diceva:
******arabo
«Khalid è una spada che Allah ha sguainato per annientare i politeisti».
Nonostante ciò, per opera di Khalid (che Allah sia soddisfatto di lui) si verificarono alcuni episodi che erano sgraditi al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Una volta, per esempio, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) levò le mani verso il cielo e disse:
*******Arabo
«O Allah! Chiedo di essere sollevato da ogni eccesso commesso da Khalid (in battaglia)».
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) pronunciò questa supplica quando Khalid ibn al-Walid (che Allah sia soddisfatto di lui), dubitando della fede degli appartenenti alla tribù di Juzayma, ne aveva uccisi alcuni e aveva portato via i loro beni e le loro ricchezze. In realtà, ciò era del tutto illecito secondo l’Islam. Gli altri nobili Compagni che si trovavano con lui avevano impedito a Khalid di farlo. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) si recò personalmente dagli appartenenti alla tribù di Juzayma e manifestò loro compassione e solidarietà. Promise di restituire i beni da loro abbandonati sul campo di battaglia. Eppure, nonostante tali errori e sbagli, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mantenne sempre Khalid ibn al-Walid nella carica di comandante dell’esercito islamico. L’unica ragione era che egli era più qualificato degli altri nell’arte della guerra e nella perizia militare. Sbagliava nella valutazione complessiva degli eventi. Al contrario, Abu Dharr (che Allah sia soddisfatto di lui), il soldato della verità, era più qualificato quanto a sincerità e pietà. Ciononostante, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) gli disse:
*******Arabo
«O Abu Dharr! Ti vedo debole. Per te desidero ciò che desidero per me stesso. Non assumere mai la guida nemmeno di due persone. Non assumerti la responsabilità della tutela dei beni di un orfano». (Muslim)
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) proibì ad Abu Dharr di assumere incarichi di guida e di tutela. Eppure, lodando grandemente la sua sincerità e il suo nobile carattere, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
******আরবী
«Abu Dharr sedeva sul vertice più alto della veridicità. [Qui non sono presenti l’uso dei proverbi figurativi “Khazra” e “Gabra” né l’aggettivazione.]
Il Messaggero (s.a.s.) inviò ‘Amr ibn al-‘As (r.a.) alla battaglia di «Dhāt al-Salāsil» perché lì vivevano suoi parenti stretti. Voleva mostrargli un trattamento benevolo. Sebbene vi fossero persone migliori di lui, mandò proprio lui e non qualcun altro.
Una volta il Messaggero di Allah (s.a.s.) nominò Usāma ibn Zayd comandante dell’esercito.
In sintesi, nel contesto della tutela di particolari interessi nazionali, alcune persone venivano nominate governatori, amministratori o comandanti militari in virtù delle loro specifiche qualità. Tuttavia, sotto il profilo della religiosità, della conoscenza, della saggezza e della fede, potevano esistere persone più qualificate di loro.
Analogamente, durante il governo del primo califfo, Abū Bakr al-Siddīq (r.a.), quando la fitna degli «apostati» cominciò a sollevarsi, egli inviò Khālid ibn al-Walīd (r.a.) alla guida dell’esercito per reprimerla. Anche nelle campagne del jihād in Iraq e in Siria fu mandato lui come comandante. Tuttavia, Khālid (r.a.) si rendeva spesso responsabile di comportamenti indesiderati. Si dice che talvolta nelle sue azioni agissero inclinazioni e impulsi personali. Nonostante ciò, non veniva rimosso dalla carica di comandante militare; piuttosto, i superiori lo rimproveravano brevemente e lo lasciavano andare, dando preminenza ai suoi «aspetti benefici» rispetto a quelli «dannosi».1 (1. Tutti i Compagni erano ***আরবী giusti. Forse nelle loro decisioni poteva verificarsi qualche errore, ma non vi era alcuna traccia di interesse personale. Sebbene ‘Umar avesse destituito Khālid, questi continuò a combattere nel jihād come semplice soldato, lasciando un esempio islamico supremo di obbedienza. Erano persone dotate di un carattere esemplare. -Il curatore) Non si pensava di sostituirlo con qualcun altro.
Inoltre, se il principale funzionario dello Stato, cioè il califfo, è poco severo, è senz’altro necessario che il suo sostituto sia severo. Allo stesso modo, se il principale funzionario dello Stato è di carattere molto severo, è indiscutibile la necessità che il suo rappresentante subordinato abbia un carattere flessibile. Prima di diventare califfo, ‘Umar (r.a.) era favorevole a rimuovere il comandante Khālid ibn al-Walīd (r.a.) dal suo incarico. Voleva nominare Abū ‘Ubayda ibn al-Jarrāh (r.a.) comandante, perché anche il carattere di Khālid era severo. D’altra parte, la severità faceva già parte del carattere di ‘Umar ibn al-Khaṭṭāb (r.a.). Abū ‘Ubayda era una persona di indole mite. Abū Bakr al-Siddīq (r.a.) era un fulgido simbolo di mitezza. In quel momento, ciò che fece Abū Bakr era corretto. Khālid ibn al-Walīd fu il comandante supremo delle forze islamiche durante l’epoca di Abū Bakr. Durante il governo di ‘Umar ibn al-Khaṭṭāb, la responsabilità del comando dell’esercito islamico spettava ad Abū ‘Ubayda ibn al-Jarrāh. In questo modo si mantiene l’equilibrio nell’amministrazione. Il Nobilissimo Profeta (s.a.s.) disse riguardo alla propria persona:
********আরবী
«Sono il Profeta della misericordia, sono il Profeta della guerra». Vale a dire che, quando necessario, anche l’uso della forza per autodifesa rientra nella mia missione. Il Santo Profeta (sa) ha detto:
*******Arabo
«Per affermare la giustizia e la verità, combatto con il sorriso sulle labbra, mentre la mia umma è moderata». Riguardo ai nobili Compagni, Allah l’Altissimo ha detto:
**********Arabo
«Sono assai severi nei confronti dei miscredenti, ma compassionevoli tra loro. Li vedrai talvolta inchinarsi in rukūʿ e talvolta prosternarsi in sujūd, intenti a ricercare il dono e il compiacimento di Allah». (Sura al-Fath: 28)
********Arabo
«Sono miti con i musulmani e severi con i miscredenti, cioè con coloro che disobbediscono ad Allah». (Sura al-Māʾida: 54)
Per questo, l’autorità e la leadership di Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra) e di Hazrat Umar Faruq (ra) erano complete. La loro autorità veniva esercitata in modo corretto ed era caratterizzata dall’equilibrio. All’epoca del Santo Profeta (sa), queste due grandi personalità erano considerate le due braccia di Hazrat. Uno era mite di cuore e di indole, mentre l’altro era duro di cuore e di carattere severo. Il Santo Profeta (sa) stesso ha detto riguardo a questi due:
********Arabo
«Dopo di me, obbedite ad Abū Bakr e a ʿUmar».
Si vede dunque che, dopo il Messaggero di Allah, Ḥaḍrat Abū Bakr al-Ṣiddīq (che Allah sia soddisfatto di lui) diede prova di tale valore e coraggio nella lotta contro gli apostati che persino Ḥaḍrat ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) ne rimase stupito. Egli non si sarebbe mai aspettato da Ḥaḍrat Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) un atteggiamento tanto coraggioso. Anche tutti gli altri Compagni ne erano inconsapevoli. Dicevano: «Come puoi combatterli per il solo fatto che rifiutano di pagare la zakāt?»
Pertanto, se la situazione richiede, oltre a qualità quali onestà, rettitudine e affidabilità, anche fermezza e vigore, si dovrà dare la precedenza a una leadership energica. Per esempio, per la salvaguardia dei beni è necessaria una persona dal carattere fermo. Infatti, per riscuotere e conservare i beni sono indispensabili sia la forza sia l’affidabilità. Per questo, l’amministratore e i funzionari locali dovranno essere fermi e forti, affinché, grazie alla loro severità, non venga tollerata alcuna inerzia nella riscossione delle entrate. I segretari, gli scrivani e i tesorieri dovranno essere competenti e affidabili. Solo grazie alla loro competenza e affidabilità sarà possibile salvaguardare adeguatamente i beni. La stessa situazione e la stessa norma valgono anche per il comando e l’autorità sul campo di battaglia. Si nominerà il comandante delle operazioni militari sulla base del consiglio di persone sagge e religiose. In tal modo si terrà conto di entrambi i tipi di competenza, qualità e caratteristiche. In realtà, per ogni autorità amministrativa e per ogni forma di leadership si deve seguire il medesimo criterio e la medesima norma.
Se una singola persona non è in grado di realizzare il fine essenziale e il bene pubblico dell’autorità e della leadership, si potranno incaricare dello stesso compito due, tre o anche più persone. Tuttavia, si darà la precedenza alla persona più qualificata. Se il compito non può essere svolto da una sola persona, si nomineranno, quando necessario, più governatori e funzionari, dando in ogni circostanza la priorità alla persona più qualificata.
Nel conferire l’autorità giudiziaria, la si affiderà alla persona più erudita, specializzata, timorata di Dio e qualificata. Se una persona è più erudita e un’altra è più muttaqī e timorata di Dio, si dovrà verificare se, nei casi di dubbio e conflitto, la conoscenza e la saggezza della prima, oppure gli interessi e le inclinazioni della seconda, possano ostacolare l’applicazione della norma pertinente.
Poiché nel nobile ḥadīth è stato narrato che:
********Arabo
«Allah ama chi è lungimirante e scrupoloso nei momenti di dubbio e di esitazione nel prendere una decisione, e ama quell’intelligenza capace di mantenere l’equilibrio nei momenti in cui prevalgono l’interesse e il desiderio per qualcosa».
È auspicabile, ma non indispensabile, che il qāḍī (giudice) goda del sostegno del principale responsabile degli affari militari, del comandante dell’esercito o del capo dell’amministrazione generale. Nella nomina del giudice devono essere privilegiate una formazione e una conoscenza specialistiche, nonché la qualità della religiosità; tuttavia, se rispetto alla conoscenza e alla religiosità si ritiene maggiormente necessaria la forza e la capacità, si dovrà dare la preferenza a una persona parsimoniosa e autosufficiente.
Ad alcuni ʿulamāʾ, cioè agli esperti di conoscenza islamica, fu chiesto: «Se non si trova una persona qualificata per emettere il verdetto in una causa, oppure, tra quelle disponibili, una è un ʿālim fāsiq e l’altra una persona devota ma ignorante, a chi si deve dare la preferenza?». Essi risposero che, poiché è naturale che nel lavoro religioso si manifestino carenze se in una persona prevale la tendenza ad allontanarsi dalla verità e dalla via del bene, si dovrebbe dare la preferenza alla persona devota. Se, a causa della negligenza dei governanti, continuano a verificarsi carenze nel lavoro religioso, allora si dovrà dare la preferenza all’ʿālim. La maggior parte degli ʿulamāʾ si è espressa a favore della preferenza per la persona devota in questo caso. Infatti, tutti gli imām mujtahid concordano sul fatto che un funzionario o un amīr debba essere una persona giusta e idonea a testimoniare.
Esiste una divergenza di opinioni riguardo alla condizione dell’ʿilm: quale tipo di ʿālim deve essere nominato funzionario per una determinata questione? Deve essere un mujtahid, un muqallid, oppure si deve nominare chiunque sia disponibile? L’argomento è stato discusso dettagliatamente altrove. In questo caso, il margine di scelta è molto limitato. Tuttavia, in sintesi, è lecito, valutando il contesto della situazione, nominare all’occorrenza come governante o funzionario una persona relativamente idonea all’incarico. È infatti doveroso prestare particolare attenzione alle circostanze e all’ambiente, affinché il male possa essere eliminato nella misura del possibile. Una persona può essere più qualificata sotto il profilo della conoscenza e della saggezza, ma forse essere debole nel mantenere la legge e l’ordine in una determinata regione. In tal caso occorre una persona forte, anche se meno saggia.
L’autorità e la leadership ai vari livelli della società esistono per soddisfare le necessità della popolazione. Si deve esaminare come tali necessità possano essere soddisfatte. Per esempio, i cittadini indigenti hanno il dovere di ripagare i debiti da loro contratti. Tuttavia, al momento si dovrebbe esigere da ciascuno soltanto la somma che è in grado di riscuotere. Allo stesso modo, è stato ordinato di accumulare forze in preparazione del jihād e di procurarsi molti cavalli a tal fine, cioè di raccogliere equipaggiamento militare. Ma in tempo di incapacità e impossibilità, questo ordine viene meno per i cittadini. Allora diventa obbligatorio per ciascuno ciò che è nelle sue possibilità. In quel momento il suo dovere consiste nell’adempiere ciò che è obbligatorio. Quanto al ḥajj e agli altri atti di culto, è diverso: questa regola non si applica. Al contrario, compiere il ḥajj e simili rimane obbligatorio per lui.
*******Arabo
«Di chi ha la capacità e i mezzi per recarsi al ḥajj». (Sūra Āl ʿImrān: 97)
Non è obbligatorio che egli si adoperi specificamente per creare la capacità e i mezzi necessari. Infatti, il ḥajj diventa obbligatorio solo quando egli dispone naturalmente dei mezzi e della capacità; perciò non è obbligatorio procurarsi tali mezzi attraverso modalità particolari.
[Quattro]
Obiettivo della leadership e dell’autorità statale nell’Islam:
Insegnamento del Corano e della Sunna, attuazione delle leggi e delle norme
L’identificazione della persona più idonea, lo scopo e l’obiettivo dell’autorità di governo, riconoscibili attraverso la realizzazione di tale scopo, l’obiettivo dell’autorità, che è l’obiettivo della religione: l’istituzione della religione e le riforme necessarie, l’ordinata istituzione della preghiera del venerdì e della preghiera congregazionale, e la correzione religiosa del popolo: questi sono gli argomenti trattati in questo capitolo.
Hazrat Umar ibn al-Khattab (che Allah sia soddisfatto di lui) diceva: «Per questo vi invio governanti e funzionari amministrativi, affinché vi insegnino il Libro di Allah, il Signore Supremo, e la pratica del Profeta, e mantengano attiva e duratura la religione, ossia il sistema di vita islamico».
Si potrà riconoscere la persona più idonea quando si conosceranno lo scopo dell’autorità di governo e il metodo per raggiungere tale obiettivo. Quando l’obiettivo ti sarà chiaro e avrai conosciuto il metodo per raggiungerlo, allora riterrai di aver compreso pienamente ciò che devi fare.
Quando tra i re e i sovrani, ossia tra la classe dirigente, prevalgono gli interessi mondani ed essi abbandonano la religione, l’educazione religiosa e i valori, le autorità di governo promuovono nell’apparato statale proprio quelle persone attraverso le quali possono conseguire maggiormente i loro obiettivi e interessi personali. Quel governante che aspira al potere statale per il proprio interesse personale, nelle nomine e nei trasferimenti darà la precedenza a colui che lo aiuti a mantenere il suo Stato e la sua posizione di autorità. Nell’ideale politico del Grande Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) vediamo che i funzionari e i comandanti incaricati del potere di governo e della conduzione della guerra, rappresentanti del capo dello Stato e comandanti militari, guidavano la preghiera del venerdì e la preghiera congregazionale dei musulmani. Rivolgevano discorsi preziosi al popolo. Per questo, poco prima della sua scomparsa, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) promosse Hazrat Abu Bakr al-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui) all’incarico di guidare la preghiera. Nella comunità musulmana lo poneva inoltre in prima posizione anche in un compito importante come la guida militare.
Quando il Grande Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) nominava qualcuno comandante e lo mandava sul campo di battaglia, nel primo ordine ufficiale impartitogli gli ordinava di istituire la preghiera. Analogamente, quando mandava qualcuno come governatore di una città o di una regione, gli ordinava innanzitutto di pregare in congregazione. Così, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) mandò Attab ibn Usayd (che Allah sia soddisfatto di lui) come governatore della Mecca. Allo stesso modo mandò Uthman ibn Abi al-As (che Allah sia soddisfatto di lui) come governatore di Ta’if. Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) mandò Hazrat Muadh (che Allah sia soddisfatto di lui) e Hazrat Abu Musa (che Allah sia soddisfatto di lui) come governatori dello Yemen. Mandò Amr ibn Hazm (che Allah sia soddisfatto di lui) come governatore di Najran. Essi, in qualità di luogotenenti o rappresentanti del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), guidavano la preghiera congregazionale e istituivano il governo secondo la Sharia, compresi gli hudud e simili. Anche il comandante dell’esercito faceva esattamente la stessa cosa. Dopo la scomparsa del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), anche i califfi suoi successori nello Stato islamico svolgevano nello stesso modo questi compiti statali e religiosi. Così fecero anche i sovrani degli Omayyadi e, salvo una o due eccezioni, i governanti abbasidi. Ciò avveniva perché, nella religione dell’Islam, le questioni più importanti sono la preghiera e il jihad.
È per questo che in molti hadith la preghiera e il jihad sono menzionati insieme.
Quando si recava a visitare un malato, diceva:
********Arabo
“O Allah, guarisci questo tuo servo, affinché possa presentarsi alla preghiera e affrontare i tuoi nemici”.
*******Arabo
“O Muʿādh! La cosa più importante per me è la preghiera”.
Le istruzioni di Hazrat Umar ai governanti e ai funzionari regionali:
I decreti ufficiali che Hazrat Umar ibn al-Khattab (ra) scriveva e inviava ai funzionari e ai governatori incaricati nelle varie regioni dello Stato islamico. In essi era scritto:
*******আরবী
«La cosa più importante per voi, ai miei occhi, è la preghiera. Chi ha salvaguardato la preghiera ha salvaguardato la religione. Chi ha trascurato la preghiera trascurerà ancor più le altre opere».
Il significato di queste parole di Hazrat Umar è che il Messaggero di Allah ha detto:
****আরবী
«La preghiera è il pilastro della religione». Quando gli amministratori salvaguarderanno questo pilastro, la preghiera li proteggerà dall’immoralità, da ogni azione riprovevole e dalla corruzione, e sarà loro d’aiuto nelle altre opere di culto. («Poiché ********আরবী la preghiera distoglie dalle azioni riprovevoli e indesiderabili».)
Allah l’Altissimo ha dichiarato:
******আরবী
«Cercate aiuto nella perseveranza nella religione e nella preghiera, e ricordate che la preghiera è certamente una cosa molto gravosa. Tuttavia, per coloro che temono Allah, essa non è gravosa». (Sura al-Baqara: 45)
********Arabo
«O musulmani, chiedete aiuto mediante la pazienza e la preghiera, rimanendo sempre saldi nella religione. In verità, Allah è con coloro che perseverano nella pazienza». (Sura al-Baqara: 153)
Allah l’Altissimo si è rivolto al Messaggero (pace e benedizioni su di lui), dicendo:
*******Arabo
«O Profeta! Esorta i membri della tua famiglia alla preghiera. Anche tu persevera assiduamente nella preghiera. Non ti chiediamo alcun sostentamento; siamo Noi stessi a provvedere al tuo sostentamento. Il buon esito si trova soltanto nell’adozione della taqwa, ossia di una vita pienamente cauta e timorata di Allah l’Altissimo». (Sura Ta-Ha: 132)
*******Arabo
«Ho creato i jinn e gli esseri umani soltanto perché Mi adorassero, ossia perché prestassero obbedienza assoluta e si sottomettessero a Me. Non mi aspetto da loro alcun sostentamento, né chiedo loro che Mi nutrano. Allah l’Altissimo è il migliore dei Sostentatori, il Possessore di una forza immensa e di una potenza straordinaria». (Sura adh-Dhariyat: 56-58)
Si comprende dunque che lo scopo fondamentale dell’autorità e della leadership è servire le persone e correggerle. Se le persone abbandonano la religione, si troveranno ad affrontare una grave disgrazia, e le benedizioni mondane, le opportunità, le comodità e i piaceri che sono stati loro concessi non saranno mai per loro fonte di bene. Attraverso quelle attività materiali non si realizzerà il beneficio religioso che avrebbero conseguito.
Le cose materiali grazie alle quali l’uomo può ottenere il bene religioso sono di due tipi. Primo: consegnare i beni ai loro legittimi proprietari. Secondo: punire chi si appropria dei beni con prepotenza e ingiustamente. Sappi dunque che chi non oltrepassa i limiti e non commette eccessi si è abituato a operare secondo la propria religione. Per questo il secondo califfo, Ḥazrat ʿUmar (ra), diceva:
*****Arabo
«O gente, vi invio i miei funzionari e governatori affinché vi insegnino il Libro del vostro Signore e la tradizione del Profeta, e stabiliscano la religione tra voi».
Poiché oggi si è verificata una degenerazione sia tra i governanti sia tra i governati, a causa della quale si è diffusa la corruzione nelle attività di ogni ambito, anche la riforma è diventata, com’è evidente, un’impresa assai ardua. Pertanto, coloro che lavoreranno con tutti i mezzi possibili per il bene sia religioso sia terreno della gente saranno considerati i migliori della loro epoca e i migliori muǧāhidūn. Come ha detto il Messaggero di Allah:
******Arabo
«Un giorno di un imam o di un leader giusto è migliore di sessant’anni di adorazione».
Nel libro Musnad dell’Imam Aḥmad è riportato un ḥadīth trasmesso dal Messaggero di Allah, nel quale egli disse:
******Arabo
«Tra gli uomini, la persona più amata da Allah è il governante giusto. E la persona maggiormente esposta all’ira di Allah è il governante tiranno».
È narrato da Abu Hurayra (ra) in Bukhari e Muslim Sharif che il Messaggero di Allah (sa) disse:
***********Arabo
«Nel giorno in cui non ci sarà altra ombra se non quella di Allah, Allah l’Altissimo accoglierà sette categorie di persone sotto l’ombra della Sua misericordia: (1) il governante giusto; (2) il giovane devoto; (3) colui il cui cuore, anche dopo essere uscito dalla moschea al termine della preghiera, rimane assorto nel pensiero di quando vi tornerà; (4) quei due uomini la cui amicizia è unicamente per Allah: si incontrano sulla base di tale amicizia e, anche quando si separano, lo fanno per la stessa ragione; (5) colui che ricorda Allah in solitudine, lontano dagli sguardi della gente, e versa lacrime; (6) colui al quale una donna nobile e avvenente propone un rapporto illecito e che risponde: “Temo Allah, il Signore dei mondi”; (7) colui che fa elemosina così segretamente che, se spende con la mano destra, la mano sinistra non lo sa». (Bukhari e Muslim)
È narrato nel Sahih Muslim Sharif, per autorità di Hayyad ibn Hammad (che Allah abbia misericordia di lui), che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
*********Arabo
«Tre categorie di persone entreranno in Paradiso: (1) il governante giusto, capo dello Stato e del governo; (2) la persona misericordiosa, il cui cuore si scioglie di compassione verso i parenti stretti e i musulmani; (3) il ricco virtuoso e generoso».
È riportato un hadith nei Sunan del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), secondo cui:
********আরবী
“La persona sinceramente impegnata nelle opere di carità è come il mujahid sulla via di Allah. Tuttavia, la carità non deve essere compiuta per ostentazione”.
Allah l’Altissimo ha ordinato il jihad contro le forze terroristiche e aggressive, portatrici dell’oppressione e dell’ingiustizia, dicendo: ********আরবী
“Finché non cesseranno la fitna e i tumulti contro le persone pacifiche della società, e finché nella società non sarà affermato il predominio esclusivo della religione di Allah, continuate a combattere (in modo unito e con ogni mezzo possibile contro quelle forze ostili all’umanità)” (Sura al-Baqara: 193).
Una volta fu rivolto al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) il seguente quesito: «O Messaggero di Allah! Talvolta gli uomini combattono per mostrare il proprio coraggio; talvolta è la motivazione di affermare il proprio onore a dare impulso al loro combattimento, mentre altre volte anche l’ostentazione è attiva dietro la lotta. Quale di queste condizioni può essere chiamata “jihad sulla via di Allah”?». Il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) rispose:
********আরবী
Colui che combatte per tenere alta la parola di Allah l’Altissimo, quella sarà “jihad fi sabilillah”, ossia “jihad sulla via di Allah”. (Questo hadith è riportato da Bukhari e Muslim.)
Si comprende dunque che lo scopo fondamentale del jihad è stabilire ovunque il predominio dell’ordinamento giusto di Allah l’Altissimo, libero da discriminazioni di classe, ossia il predominio della Sua religione, e tenere alta la Sua parola. *****আরবী L’espressione “la parola di Allah” ha un significato ampio. Con essa si intende anche il Libro delle prescrizioni di Allah, il Kalamullah.
Così Allah l’Altissimo ha detto:
********আরবী
«Abbiamo inviato i Nostri messaggeri con prove evidenti. E per mezzo loro abbiamo inviato il Libro e la Bilancia (della giustizia), affinché essi potessero instaurare la giustizia equa dell’Islam». (Sura al-Hadīd: 25)
Lo scopo dell’invio dei diversi profeti e dei Libri è che gli uomini stabiliscano, con equità e giustizia, i diritti di Allah e i diritti dei servi.
Poi Allah l’Altissimo ha detto:
********আরবী
«Abbiamo creato il ferro. In esso vi è una straordinaria forza intimidatoria. E in esso è contenuto anche un beneficio per gli uomini. E in esso è contenuto inoltre questo altro scopo: Allah l’Altissimo vuole sapere direttamente chi, per mezzo di esso, accorre in aiuto a Lui e ai Suoi messaggeri». (Sura al-Hadīd: 25)
Pertanto, riguardo a colui che abbandona le prescrizioni e i principi della Legge di Allah e segue un’ideologia e principi diversi, l’intento di Allah è che, qualora egli promuova la resistenza, debba essere ricondotto dalla via dell’ingiustizia, anche mediante un’arma forgiata con il ferro. Infatti, l’instaurazione, il consolidamento e la stabilità della Dīn dipendono, in determinate circostanze, sia dal Libro di Allah sia dalla spada (simbolo della forza). È narrato da Hazrat Jābir ibn ʿAbd Allah (ra) che il Grande Profeta (s.a.s.) ci ordinò ******আরবী, cioè: «Dobbiamo colpire con la spada, ossia con un’arma adeguata, colui che si fa avanti per annientare i seguaci del Corano dopo essersi allontanato da esso.»
Pertanto, poiché questo è l’obiettivo, è opportuno raggiungerlo secondo il principio «al-aqrab fa-l-aqrab» (il più vicino, poi quello successivamente più vicino). Quanto alla questione dell’autorità e della guida, si sceglieranno due persone di questo tipo e si valuterà quale delle due sia più vicina al conseguimento dell’obiettivo. Tra loro, si nominerà funzionario o governante quella che, per idoneità al raggiungimento dell’obiettivo, è superiore.
Nella questione della guida, chi è opportuno che riceva la precedenza? A questo proposito, è particolarmente degno di nota quanto ha detto il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha dichiarato: ********Arabo
«Nello Stato e nella società islamici, l’imamato o la guida della comunità spetterà a colui che ha letto maggiormente il Libro della legge di Allah e ne ha compreso meglio il significato. Se, a questo riguardo, le capacità di più persone risultassero equivalenti, si darà la precedenza a quella particolarmente esperta nella Sunna, nei princìpi e nell’esempio dell’Eccellenza. Se anche sotto questo aspetto tutti risultassero equivalenti, nella guida avrà la precedenza colui che fu il primo a compiere la migrazione. Se anche l’idoneità a compiere la migrazione fosse uguale per tutti, si sceglierà come guida quello relativamente più anziano. Nessun’altra persona eserciterà la guida nella sua sfera d’influenza, né siederà sul suo seggio d’onore senza autorizzazione». (Muslim)
Se tra più persone vi è parità di idoneità e non si sa quale di loro sia più qualificata, si sceglierà la guida mediante «qurʿa», cioè per sorteggio. È ciò che fece Saʿd ibn Abī Waqqāṣ durante la battaglia di Qādisiyya. Nell’esercito sorse una grande disputa su chi dovesse recitare l’adhān, tanto che si arrivò quasi allo scontro reciproco. Tutti dicevano: «Sarò io a recitare l’adhān». Molti adducevano ragioni per giustificare la propria precedenza. Allora si seguì la seguente direttiva del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).
*******Arabo
«Se, comprendendo l’importanza della ricompensa per l’adhān e per la prima fila nella preghiera, si rende necessario il sorteggio, allora lo si farà».
[Cinque]
Ricchezza, debito, sistema associativo, mudaraba
La pronuncia delle sentenze e così via secondo il metodo indicato da Allah
Un’altra forma dei depositi pubblici comprende i beni e le ricchezze, i prestiti particolari e generali, la custodia fiduciaria, le forme di compartecipazione, il tawakkul, la mudaraba, i beni degli orfani, i waqf e simili. Questo capitolo tratta inoltre delle donazioni e delle elemosine ai poveri, ai miseri e a coloro che sono privi di ogni bene, nonché dei percettori, degli impiegati, degli al-mu’allafat al-qulub, della liberazione degli schiavi, dell’aiuto economico ai debitori e delle donazioni e delle elemosine sulla via di Allah.
La seconda forma dei depositi fiduciari è connessa ai beni e alle ricchezze. Riguardo al prestito, Allah ha detto:
******Arabo
«Se uno di voi affida un deposito a un altro, colui che lo ha ricevuto deve restituirlo a chi glielo ha affidato e temere Allah, il suo Signore». (Sura al-Baqara: 283)
Tra le questioni comprese in questa forma di deposito fiduciario vi sono il capitale, i prestiti particolari e generali, come i beni affidati in custodia; i soci di una compartecipazione, il muwakkil, il mudarib e i beni degli orfani, i beni del waqf, il pagamento del prezzo dei beni acquistati, i debiti, la dote delle donne, la remunerazione delle quote di profitto e così via.
A questo riguardo Allah l’Altissimo ha detto:
********Arabo
«L’uomo è stato creato impaziente. Quando lo colpisce una disgrazia, si agita; e quando lo raggiunge l’abbondanza, diventa avaro. Non così coloro che pregano, quelli che sono sempre assidui nella loro preghiera, e nei cui beni è stabilito il diritto sia del mendicante sia del privo. … E quelli che custodiscono i depositi loro affidati e i propri patti e promesse». (al-Maʿārij: 19-32)
Egli ha inoltre detto:
Arabo
«O Profeta! Ti abbiamo rivelato il Libro con la verità. Giudicherai tra gli uomini nelle loro controversie e nelle loro cause esattamente secondo ciò che Allah l’Altissimo ti ha mostrato. Non difendere i traditori e gli ingannatori». (Sura an-Nisāʾ: 105)
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Arabo
«Restituisci integralmente a chi ti ha affidato qualcosa ciò che ti ha affidato. E se qualcuno ti tradisce e agisce slealmente nei tuoi confronti, non tradirlo né agire slealmente con lui».
Il Nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
********Arabo
«Colui che i musulmani considerano affidabile per quanto riguarda la sicurezza della vita e dei beni è il vero “credente”. Ed è il vero “musulmano” colui dalla cui mano e dalla cui lingua gli altri musulmani sono al sicuro. Il vero “emigrato” è colui che si tiene lontano dalle azioni proibite da Allah. Allo stesso modo, il vero combattente per la fede è colui che lotta contro se stesso per Allah».
Questo è un hadith sahih. Una parte di esso è riportata nel Bukhari e nel Muslim. Alcune parti sono riportate anche nel Tirmidhi Sharif.
Il Messaggero di Allah (s.a.s.) ha inoltre detto:
********Arabo
«Allah provvede alla restituzione dei beni di chiunque prenda i beni altrui con l’intenzione di restituirli. Ma se qualcuno prende denaro o beni da un’altra persona con la piena intenzione di appropriarsene, Allah l’Altissimo li distrugge». (Bukhari)
Allah ha reso obbligatoria la restituzione di ogni bene affidato. È stato ordinato di provvedere alla restituzione, qualunque sia stata la violazione dell’affidamento, il saccheggio, lo scippo, il furto o l’inganno. Allo stesso modo, è obbligatorio restituire il denaro, i beni e gli oggetti ricevuti come prestito o debito.
A questo proposito, il Messaggero di Allah (s.a.s.) ha detto nel sermone del Pellegrinaggio d’Addio:
*********Arabo
«Ciò che è stato preso in prestito deve essere restituito; il cucciolo di cammello deve essere consegnato a colui al quale è stato assegnato. Il debito deve essere saldato. Il capo deve adempiere al dovere che gli è stato imposto. In verità, Allah l’Altissimo ha assegnato a ogni avente diritto il suo haqq (diritto). Pertanto, non vi è disposizione testamentaria a favore dell’erede».
Il principale governante del Paese, i governanti regionali, i funzionari amministrativi e l’intero popolo rientrano tutti in questa categoria. È fard, cioè un dovere, per entrambe le classi, governanti e governati, adempiere correttamente alle responsabilità reciproche. Non è lecito trascurare la concessione dei diritti legittimi al capo dello Stato, al suo sostituto o alla persona da lui nominata, né al popolo. A ogni avente diritto deve essere riconosciuto il suo haqq. È stato loro imposto come fard riconoscere integralmente, e non solo in parte, i loro diritti legittimi. Allo stesso modo, è fard assolvere i diritti del popolo e dello Stato che sono stati loro affidati. Non è lecito avanzare pretese indebite o ingiuste nei confronti dello Stato. Se qualcuno, avanzando una pretesa ingiusta, mette in pericolo la pace, l’ordine e la sicurezza dello Stato, si applicherà loro il significato del seguente versetto, come segue:
***********Arabo
«O Profeta! Tra loro vi sono anche alcuni che ti accusano parlando in tono di rimprovero a proposito della sadaqa e delle elemosine. Quando viene dato loro qualcosa di essa, ne sono lieti; ma se non viene dato loro nulla, subito si risentono. Se avessero accolto con gioia ciò che Allah l’Altissimo e il Suo Messaggero avevano dato loro e avessero detto: “Allah ci basta; che importa se ora non ci è stato dato? In futuro Allah e il Suo Messaggero ci concederanno della Sua grazia. Noi siamo legati ad Allah”, questa sarebbe stata la parola appropriata per loro. Le elemosine spettano soltanto ai poveri e ai bisognosi, a coloro che sono incaricati, in qualità di funzionari, di riscuotere i fondi della sadaqa, a coloro i cui cuori si desidera avvicinare alla religione, per la liberazione degli schiavi, per liberare dai debiti gli indebitati, sulla via di Allah e come sostentamento per il viaggiatore indigente e lontano dalla propria patria. Questi sono i capitoli stabiliti da Allah per la distribuzione della sadaqa. Allah è l’Onnisciente, il Saggio». (Sura al-Tawba: 58-60)
Il popolo non ha il diritto di astenersi dal concedere allo Stato i diritti che esso vanta su di lui. Anche se il governante è tirannico, ciò che esso deve versare nell’interesse dello Stato deve essere versato. A questo proposito, il Grande Profeta (pace e benedizioni su di lui) pronunciò le seguenti parole proprio quando furono mosse accuse di oppressione e persecuzione contro i diversi governanti regionali dello Stato. Ecco:
********Arabo
«Adempiete a questo loro haqq, o diritto, che grava su di voi, poiché Allah l’Altissimo chiederà loro conto dei diritti del popolo».
È narrato da Abu Hurayra (r.a.) che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
*********Arabo
«I Figli d’Israele erano governati dai profeti. Quando uno dei loro profeti moriva, nominavano un altro profeta come suo khalīfa, cioè suo successore. Tuttavia, dopo di me non vi sarà né verrà alcun altro profeta o messaggero; vi saranno invece numerosi khalīfa. I Compagni chiesero: “O Messaggero di Allah, quale istruzione ci dai riguardo a ciò che dovremo fare in quel tempo?”. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) rispose: “Obbedirete loro con assoluta fedeltà. Presterete debitamente il dovere dell’obbedienza a colui che sarà eletto per primo, e poi a colui che verrà dopo di lui. Inoltre, adempirete i diritti che vi sono stati imposti. Allah chiederà conto ai governanti dei diritti spettanti al popolo”. (Sahih al-Bukhari e Sahih Muslim)»
In un altro hadith narrato da Ibn Mas‘ud, riportato nel Sahih al-Bukhari e nel Sahih Muslim, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
*********Arabo
«Dopo di me vedrete molte ricchezze e prosperità, e vedrete cose e ascolterete parole che non vi piaceranno. I nobili Compagni chiesero: “O Messaggero di Allah, diteci cosa dobbiamo fare in un momento simile”. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse:
**********Arabo
«Pagherete i diritti o i crediti spettanti ad altri nei vostri confronti, siano essi pubblici o privati, e chiederete ad Allah i vostri diritti».
Coloro che saranno incaricati della gestione del tesoro pubblico non hanno alcun diritto di agire arbitrariamente nella distribuzione del denaro (abusando del potere). Non considereranno le ricchezze e i beni dello Stato come beni personali. Non spenderanno il denaro pubblico come meglio desiderano. Infatti, colui che sarà incaricato della gestione del tesoro pubblico non ne è il proprietario, ma soltanto il depositario; (non gli sarà consentito agire arbitrariamente su di esso abusando del potere). Il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) ha detto:
********Arabo
«Giuro su Allah: non do a nessuno beni dello Stato ingiustamente, né prendo o trattengo ingiustamente i beni di qualcuno. Distribuisco i beni tra il popolo esattamente come mi è stato ordinato». (Bukhari)
È importante osservare che il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) è il Messaggero del Rabb al-ʿĀlamīn, il Signore dei mondi. Egli ha detto che, riguardo al dare o non dare qualcosa a qualcuno, neppure la sua volontà ha alcun valore. Nella distribuzione non aveva alcuna facoltà di spendere i beni dello Stato secondo la propria volontà, come se ne fosse il proprietario. I governanti mondani e gli alti funzionari praticano il favoritismo in modo del tutto ingiusto e spendono tra i propri familiari i beni dello Stato. Privano molti aventi diritto soltanto perché queste persone non figurano nell’elenco dei loro cari. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) è il servo prediletto di Allah. Egli spendeva i beni proprio nei luoghi in cui Allah aveva ordinato di spenderli.
Anche Hazrat Umar ibn al-Khattab (che Allah sia soddisfatto di lui) seguì lo stesso principio riguardo ai beni dello Stato. Un giorno molte persone vennero da lui e gli dissero: «Avete bisogno di una maggiore agiatezza economica. Sarebbe bene che prendeste qualcosa in più dal Bayt al-Māl». Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Non conoscete il rapporto tra me e il popolo. Esso è simile al caso di alcune persone in viaggio. Tutti affidano i propri beni, le proprie provviste e le proprie ricchezze a uno di loro, dicendogli: “Spenderai questo denaro e questi beni per le nostre necessità”. In una simile situazione, sarebbe forse lecito per il depositario spendere una parte di quelle ricchezze e usarle come desidera?»
Una volta giunsero a Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) molti beni appartenenti al khumus (un quinto del bottino). Vedendoli, egli disse: «Il popolo ha fatto molto bene a consegnare i propri depositi». Alcune delle persone presenti dissero: «Voi spendete correttamente i beni affidati, secondo il comandamento di Allah. Per questo anche il popolo porta regolarmente i propri depositi (la zakat, l’ushr, le imposte e gli altri tributi dovuti allo Stato) e li consegna nelle vostre mani. Se voi li aveste manomessi, anche loro lo avrebbero fatto».
Il popolo dovrebbe sapere che cosa si intende con «ulū al-amr», ossia il leader. È inoltre necessario conoscere quali siano i suoi diritti e la sua dignità. Il leader è in qualche modo paragonabile a un mercato. Al mercato si riceve una quantità di merce proporzionata al prezzo che si paga; perciò Hazrat Umar ibn Abd al-Aziz (che Allah abbia misericordia di lui) diceva: «Se sei sincero, giusto e dimostri lealtà, riceverai in cambio la stessa ricompensa. Al contrario, se dimostri falsità, ingiustizia, iniquità e tradimento, riceverai in cambio lo stesso trattamento».
Pertanto, è dovere religioso del principale governante del Paese e degli altri funzionari a lui subordinati raccogliere le entrate necessarie alla gestione dello Stato attraverso la giustizia e spenderle nel modo appropriato nei luoghi in cui è giusto impiegarle. Non privare gli aventi diritto dei loro diritti.
Una volta giunse al cospetto di Hazrat Ali (ra) la denuncia che alcuni dei suoi “nā’ib” (rappresentanti) opprimevano il popolo. Egli allora chiese perdono ad Allah ed esclamò:
********
«O Allah! Non ho ordinato loro di commettere ingiustizie e oppressioni, né di abbandonare il Tuo diritto».
[Sei]
Le risorse statali sono di tre tipi
Gli argomenti di questo capitolo sono: (1) il bottino di guerra (cioè i beni abbandonati dal nemico sul campo di battaglia), (2) la sadaqa e la beneficenza, (3) il mal-e-fay’. Rispetto a tutti gli altri profeti, al Grande Profeta (pace e benedizioni su di lui) furono concesse cinque cose aggiuntive.
È grazie ai deboli lavoratori che voi, forti, ricevete il vostro sostentamento e ottenete altri aiuti. Distribuirai il bottino soltanto tra i “ghānim” (coloro che hanno ottenuto il bottino). Anche i Banū Umayya e i Banū Abbas fecero lo stesso.
Le risorse statali menzionate nel Corano e negli hadith sono di tre tipi: (1) il bottino di guerra, (2) la sadaqa-zakat, (3) il mal-e-fay’. I beni ottenuti dopo aver combattuto contro i miscredenti sono chiamati bottino di guerra. Nella sura al-Anfal del Nobile Corano, Allah l’Altissimo ha menzionato il bottino di guerra. Questa sura fu rivelata durante la battaglia di Badr. La parola “Anfal” è il plurale di “nafl”. Nafl significa “aggiuntivo”; la sura fu chiamata “Anfal” perché le ricchezze dei musulmani stavano aumentando. Come Allah ha decretato:
*********arabo
“O Profeta! I soldati musulmani ti chiedono le norme per la distribuzione del bottino. Di’ loro che il bottino appartiene ad Allah e al Suo Messaggero. (Sura al-Anfal: 1)
********arabo
E sappiate che, di qualunque bottino venuto in vostro possesso, un quinto spetta ad Allah e al Suo Messaggero, ai parenti prossimi del Messaggero, agli orfani, ai mendicanti indigenti e ai viandanti bisognosi.” (Sura al-Anfal: 41)
Egli afferma inoltre:
*******arabo
“Mangiate dunque le cose del bottino che sono venute in vostro possesso, ritenendole lecite e pure, e temete Allah. In verità, Allah è Perdonatore e Misericordioso. (Sura al-Anfal: 69)
È narrato da Jabir ibn Abd Allah (che Allah sia soddisfatto di lui) nel Sahih Bukhari e nel Sahih Muslim che il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
******Arabo
«Mi sono state concesse cinque cose che non erano state concesse in precedenza ad alcun altro profeta. (1) Mi è stata concessa la vittoria incutendo timore della mia persona nel cuore dei nemici, anche quando si trovano a una distanza di un mese. (2) L’intera superficie della terra è stata resa per me una moschea e il suo suolo un mezzo di purificazione. Pertanto, chiunque della mia comunità giunga all’età della responsabilità e trovi l’ora della preghiera, compia la preghiera. (3) Il bottino di guerra, ossia i beni abbandonati sul campo di battaglia, è stato reso lecito per me. Prima di me non era stato reso lecito a nessuno. (4) Mi è stato conferito il diritto di intercessione. (5) Prima di me, i profeti e gli inviati venivano mandati ciascuno al proprio popolo, mentre io sono stato inviato a tutta l’umanità.»
Il Nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha inoltre dichiarato che:
**********Arabo
«Sono stato inviato con la spada, in vista del Giorno della Resurrezione, affinché gli uomini adorino l’unico Allah, che non ha associati. Il mio sostentamento è stato posto all’ombra della mia lancia. Per chi si oppone a me vi sono umiliazione e ignominia. Chi imita un altro popolo nella sua religione sarà considerato parte di quel popolo». (Musnad di Ahmad)
Pertanto, per quanto riguarda il bottino di guerra, un quinto è obbligatorio. Separerai questa parte dal bottino e la spenderai secondo il comando di Allah. Distribuirai il bottino restante tra coloro che lo hanno acquisito. ʿUmar al-Fārūq (ra) disse: «Hanno diritto al bottino di guerra coloro che partecipano al jihād, sia che combattano sia che non combattano. Al momento di distribuire il bottino di guerra, non si terrà conto del grado, dell’autorità o della posizione di comando di alcuno. Non si mostrerà timore neppure davanti alla nobiltà della stirpe o dell’aristocrazia. Si distribuirà questo bottino con piena giustizia ed equità. Che cosa facevano il Nobilissimo Profeta (sa) e i suoi califfi? Nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī è riportato che Saʿd ibn Abī Waqqāṣ (ra) si considerava superiore agli altri. Come disse il Messaggero di Allah (sa):
************Arabo
«La vostra vittoria e il vostro sostentamento vi vengono concessi per mezzo dei vostri deboli».
Narrato da Saʿd ibn Abī Waqqāṣ nel Musnad di Aḥmad. Egli racconta: «Chiesi al Messaggero di Allah: “O Messaggero di Allah! Un uomo sta combattendo per preservare l’onore e la leadership della propria tribù. La sua parte dovrebbe essere uguale a quella degli altri?”. Il Profeta rispose:»
*********Arabo
«O Ibn Umm Saʿd! Sarebbe meglio per te morire. Non è forse attraverso i vostri deboli che vi vengono concessi sostentamento e vittoria?»
Durante il governo degli Omayyadi e degli Abbasidi, il bottino veniva distribuito tra coloro che lo avevano raccolto. In quel periodo i musulmani erano impegnati nel jihād contro i Romani, i Turchi e i Berberi. Se, durante il jihād, qualcuno compiva un’impresa audace, conduceva una spedizione importante, come la conquista di una fortezza che aprisse la via alla vittoria, oppure attaccava il comandante dell’esercito nemico e sconfiggeva il nemico, o compiva un’azione analoga, a tale persona si poteva concedere un nafal, cioè una quota aggiuntiva. Infatti, il Messaggero di Allah e i suoi califfi concedevano i nafal. Per esempio, nella battaglia di Badhāya, oltre al khumus (un quinto), il Messaggero di Allah concesse anche un quarto. Analogamente, nella spedizione di Rajfā, concesse, oltre al khumus, un terzo. Su questo argomento gli illustri ulamā sono discordi: secondo alcuni, il nafal e la concessione aggiuntiva devono essere assegnati dal fondo del khumus. Secondo altri, devono essere assegnati da un quinto del khumus, affinché non si manifesti la superiorità di un combattente sugli altri.
La posizione corretta è che il nafal e il bottino aggiuntivo vengano concessi da un quarto del khumus; ciò può comportare che venga stabilita la superiorità di alcuni sugli altri. Tuttavia, la concessione del nafal deve rispondere a un interesse religioso: non vi deve essere spazio per il capriccio o l’egoismo personale. Il nobile Profeta concesse più volte il nafal per questo stesso obiettivo. Questa è la posizione dei giuristi siriani, dell’Imam Abū Ḥanīfa, dell’Imam Aḥmad e di altri. In base a questa posizione, è stato detto che un quarto e un terzo possono essere concessi senza condizioni. Se si vuole concedere una quantità maggiore, occorre porre una condizione. Per esempio, il comandante o il capo dell’esercito dirà: “A chi distruggerà quella determinata fortezza” oppure “A chi ucciderà quel determinato membro del gruppo nemico sarà assegnata questa ricompensa”. Alcuni ritengono che il nafal non debba superare un terzo. Tuttavia, può essere concesso ponendo una condizione. Queste sono le due posizioni dell’Imam Aḥmad e di altri.
Secondo la narrazione più corretta, è lecito per il comandante dire: “Ciò che ciascuno ha preso appartiene a lui”. Il nobile Profeta lo disse nella battaglia di Badr. Tuttavia, ciò è ammissibile soltanto quando il beneficio è maggiore e il malcontento minore.
L’Imam o il comandante non ha il diritto di commettere alcuna forma di ingiustizia, inganno o eccesso, né di danneggiare i beni. Chiunque agisca in tal modo dovrà renderne conto ad Allah nel Giorno della Risurrezione. Anche questo genere di azione, infatti, è un tradimento. È altresì illecito saccheggiare il bottino. Il Messaggero di Allah proibì ai musulmani di impadronirsi del bottino saccheggiandolo secondo i propri desideri.
Se, prima della distribuzione del bottino, il comandante concede il permesso generale: “Ciò che ciascuno di voi ha preso appartiene a lui”, ciò sarà lecito e permesso soltanto se avviene dopo il versamento del khumus. Non esiste una formula o un’espressione particolare per concedere tale permesso. È sufficiente che il comandante o l’Imam lo conceda in qualunque modo. Tuttavia, quando non viene concesso un permesso generale, se qualcuno prende qualcosa deve agire con tale senso di giustizia da poter prendere esattamente la quantità di beni che gli sarebbe spettata se avesse ricevuto il permesso.
Se l’imam cessa di raccogliere il bottino e la situazione diventa tale che egli possa decidere liberamente, qualora emergano due opinioni contrapposte, le respingerà entrambe e adotterà una posizione mediana. Infatti, la via della religione di Allah è la moderazione. Nel distribuire il bottino, il criterio di giustizia è che una quota spetti al «pedone», cioè al fante, e tre quote alla cavalleria che monta cavalli arabi. Una quota spetta al cavaliere e due al suo cavallo. Il Profeta, pace e benedizioni su di lui, fece così nella battaglia di Khaybar.
Secondo alcuni faqih, il cavaliere riceve due quote: una per sé e una per il suo cavallo. Tuttavia, la prima opinione è quella corretta. Anche gli hadith autentici la sostengono. Infatti, insieme al cavallo vi sono anche il suo stalliere e altri assistenti. Perciò il cavallo necessita di un sostegno maggiore. Rispetto al «pedone», è attraverso lo stalliere o il cavaliere che si ottiene un beneficio maggiore.
Secondo alcuni faqih, al cavallo arabo e al cavallo «hajin» deve essere assegnata una quota uguale. Secondo altri, al cavallo arabo spettano due quote e al cavallo hajin una quota. Ciò è stato tramandato dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e dai nobili Compagni. Si chiama «hajin» il cavallo la cui madre è nabatea; (1) viene chiamato anche «birzawn» e «bastari». I cavalli castrati e quelli non castrati hanno lo stesso statuto. Gli uomini dei tempi passati attribuivano maggiore importanza al cavallo maschio che non era stato impiegato per la monta di una cavalla, poiché un cavallo di questo tipo è più forte e più veloce.
Se tra i beni del bottino si trova un bene appartenente a un musulmano, sia esso un terreno o un bene mobile, che altri conoscevano prima della distribuzione, quel bene deve essergli restituito. Questa è la decisione unanime della comunità musulmana.
Esistono molte norme relative al bottino e alla sua distribuzione. A questo proposito, dagli studiosi delle generazioni precedenti sono state trasmesse numerose opinioni ed esempi. Qui non vi è spazio sufficiente per discutere quali siano oggetto di consenso unanime e quali siano invece controverse. Sono state presentate soltanto, in termini generali, alcune questioni fondamentali.
[Sette]
Categorie di destinatari della zakat
La zakat sarà distribuita tra otto categorie di persone
La sadaqa e la zakat sono destinate a quelle persone che Allah l’Altissimo ha menzionato nel versetto 60 della sura At-Tawba del Nobile Corano. Quando un uomo venne dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) a chiedere la zakat, egli disse:
*******Arabo
«Nella distribuzione della sadaqa e della zakat, Allah l’Altissimo l’ha suddivisa Egli stesso tra otto categorie di persone, senza rimettersi alla volontà di alcun profeta o di chiunque altro. Se appartieni a una di queste otto categorie, te ne darò anch’io».
(1-2) *****Arabo: faqīr e miskīn: daremo loro quanto basta secondo le loro necessità. La sadaqa e la zakat non sono lecite per il ricco facoltoso. Non sono lecite neppure per la persona sana e forte che può guadagnarsi da vivere lavorando. (Questa è l’opinione personale dell’Imām Ibn Taymiyya.)
(3) ******Arabo: coloro che riscuotono la sadaqa e la zakat: vi rientrano tutti coloro che le raccolgono e le custodiscono, nonché gli scrivani e altri incaricati delle questioni relative.
(4) ********Arabo: coloro i cui cuori devono essere avvicinati nell’interesse della religione. Ne ho parlato nella trattazione dei beni fay’.
(5) ****Arabo: utilizzare il denaro della sadaqa e della zakat per affrancare gli schiavi e liberare i prigionieri. Questa è l’opinione più forte.
(6) ******Arabo: i debitori vengono chiamati “gharimīn”: sono coloro che hanno contratto debiti e sono diventati incapaci di ripagarli in tempo. Si darà loro una somma sufficiente a permettere loro di estinguere i debiti. Se una persona si è indebitata a causa della disobbedienza ad Allah, non le si darà denaro dei bottini di guerra finché non si pentirà e abbandonerà quella condotta.
(7) *****Arabo: persona dedita alla causa di Allah. Vi sono compresi coloro che combattono e che non hanno ricevuto dai beni di Allah una somma sufficiente alle loro necessità. A coloro che sono in grado di recarsi in guerra sarà concessa una somma tale da permettere loro di partecipare al combattimento, oppure da essere interamente spesa per l’equipaggiamento bellico e per il pagamento della loro retribuzione. Anche il pellegrinaggio è compreso nel fī sabīl Allāh. Anche il detto del Messaggero (sa) lo conferma.
(8) *****Arabo: Ibn al-sabīl. Il viaggiatore indigente che si trova in viaggio.
[Otto]
Discussione sui beni del bottino e
sulle commissioni illecite dei funzionari
Che cosa si intende per «māl al-fayʾ»? Quali sono le voci cui deve essere destinato? All’epoca del Profeta non esisteva un ufficio finanziario ufficiale, né un dipartimento delle finanze. Lo stesso valeva per l’epoca di Hazrat Abū Bakr al-Ṣiddīq (ra). Durante l’epoca di Hazrat ʿUmar, quando furono conquistati diversi paesi e cominciarono ad affluire innumerevoli ricchezze come bottino di guerra, egli ordinò di istituire a tale scopo un dīwān (ufficio). La corruzione e le tangenti sono completamente proibite. Anche ciò che viene dato ai funzionari sotto forma di dono con l’intento di ottenere il disbrigo dei propri affari rientra nella corruzione o nella tangente.
I seguenti versetti della sūra al-Ḥashr costituiscono la fonte principale riguardo al «fayʾ». Questi versetti furono rivelati durante la battaglia dei Banū Naḍīr, svoltasi dopo la battaglia di Badr. Allah l’Altissimo ha detto:
*****************Arabo
«Non avete combattuto cavalcando cavalli o cammelli per ciò che Allah aveva concesso al Suo Messaggero senza guerra, ma Allah concede al Suo Messaggero autorità su chi vuole. Allah è onnipotente su ogni cosa. Ciò che Allah ha dato al Suo Messaggero come bottino proveniente dagli abitanti di quei villaggi appartiene ad Allah, al Messaggero, ai suoi parenti prossimi, agli orfani, ai bisognosi e ai viandanti indigenti privi di mezzi. [Questo comando è stato impartito] affinché la ricchezza non circoli soltanto tra i ricchi fra voi. O credenti! Prendete ciò che il Messaggero vi dà e astenetevi da ciò che vi proibisce di prendere. Temete Allah, perché Allah è severo nel castigo. [Tra gli altri aventi diritto ai beni conquistati senza guerra] hanno diritto anche i muhājir bisognosi, che, emigrando a causa dell’oppressione e della persecuzione dei miscredenti nella speranza di ottenere la grazia e il compiacimento di Allah, sono stati espulsi dalle loro case e privati dei loro beni; ora stanno saldamente al servizio di Allah e del Suo Messaggero. Essi sono i veri musulmani. E hanno diritto ai beni conquistati senza guerra anche coloro che già risiedevano a Medina ed erano entrati nell’Islam. Amano coloro che sono emigrati presso di loro. Non nutrono nel cuore alcun desiderio per ciò che viene dato ai muhājir tra i beni del bottino. Nonostante la propria indigenza, danno loro la precedenza rispetto a sé stessi nel concedere loro opportunità e benefici. Coloro che si preservano dall’avarizia della propria anima sono quelli che prosperano. E hanno diritto a ciò anche coloro che sono emigrati dopo i muhājir della prima generazione e che pregano Allah dicendo:»
«O nostro Signore! Perdonaci e perdona i nostri fratelli che hanno creduto prima di noi. E concedici di non nutrire nei nostri cuori alcun rancore verso coloro che hanno creduto prima di noi. O nostro Signore! Tu sei davvero compassionevole e misericordioso». (Sūra al-Ḥashr: 6-10)
In questi versetti Allah ha menzionato i muhājir, gli anṣār e anche coloro che in seguito possiederanno tali qualità e caratteristiche. Pertanto, ogni persona che possieda tali caratteristiche rientra nella terza categoria, e questa disposizione resterà in vigore fino al Giorno della Resurrezione.
*********Arabo
«E coloro che in seguito hanno creduto, sono emigrati e hanno partecipato al jihād insieme a voi, fanno parte di voi». (Sūra al-Anfāl: 75)
Anche in questa parola di Allah viene menzionata la loro condizione:
********Arabo
«E coloro che li seguono con sincerità». (Sūra al-Tawba: 100)
Anche in questo versetto si fa analogamente menzione di loro—
***********arabo
«E anche coloro che non si sono ancora uniti a loro, ma che alla fine si uniranno a loro. Allah è Onnipotente e Saggio». (Sura al-Jumuʿa, 3)
******arabo, cioè non vi siete affannati né vi siete adoperati conducendo cammelli per il jihād; non avete dovuto condurre questi animali allo scopo di combattere. I giuristi islamici, sulla base di questo significato, hanno affermato: «Qualunque bene giunga nelle mani senza combattere contro gli infedeli è chiamato “māl al-fayʾ”. La parola ****arabo è formata da ****arabo. “Iḍāfa” significa combattimento e scontro. *****arabo significa cavalli e cammelli, cioè non avete dovuto entrare in guerra conducendoli».
Questo genere di beni è chiamato “fayʾ” perché Allah ha fatto pervenire questi beni ai musulmani dagli infedeli senza combattimento.
In sostanza, Allah ha concesso ricchezza e beni affinché siano di aiuto agli uomini nell’adorazione. È evidente che lo scopo fondamentale della creazione dell’essere umano è adorare Allah, cioè sottomettersi e obbedirGli pienamente. Pertanto, poiché gli infedeli non adorano Allah e non spendono i propri beni nell’adorazione di Allah, questi beni sono stati resi leciti e permessi ai musulmani — coloro che ostacolano la verità — affinché con essi acquistino forza e possano adorare. Infatti, i musulmani servono soltanto Allah.
Pertanto, il “māl al-fayʾ” è stato assegnato a coloro che ne avevano diritto. È come quando, se l’eredità o il patrimonio di qualcuno viene usurpato, gli viene restituito ciò che gli spetta, qualora in precedenza fosse nelle mani di un altro. Oppure è come la jizya riscossa dagli ebrei e dai cristiani, o come quei beni con i quali si stipula una pace con il nemico, oppure come i beni che il capo dello Stato riceve in dono dai non musulmani. Può essere paragonato anche ai beni spesi, passando attraverso un villaggio cristiano o un altro villaggio, per provvedere alle cavalcature e in altri modi. In breve, il māl al-fayʾ è stato reso lecito e permesso ai musulmani affinché possano trarne forza ed essere in grado di adorare Allah.
Ciò che viene prelevato dai mercanti e commercianti appartenenti alla parte nemica è un decimo del loro patrimonio complessivo, cioè l’ʿushr. Se questi mercanti e commercianti sono dhimmī e, usciti dal proprio territorio, si recano in un altro territorio per commerciare, si riscuote da loro la metà dell’ʿushr, cioè un ventesimo. Il secondo califfo, ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, che Allah si compiaccia di lui, agiva così.
È incluso anche il denaro riscosso come penalità dalla parte di coloro che violano i trattati. Vi rientrano altresì i beni del kharāj, che erano imposti ai miscredenti, sebbene una parte di essi possa essere imposta anche a qualche musulmano. 1 (1. Il caso è il seguente: un tempo una terra era nelle mani di un miscredente, ma ora è passata nelle mani dei musulmani. Poiché originariamente era una terra soggetta al kharāj, anche sul musulmano ricadrà lo stesso kharāj che era stato stabilito sulla terra in origine.)
In seguito, ogni genere di bene sarà depositato insieme al «māl al-fay’». Tutti i beni appartenenti allo Stato saranno depositati nel Bayt al-Māl dei musulmani, come i beni privi di eredi. Può darsi che un musulmano sia morto senza lasciare alcun erede, oppure che si tratti di beni saccheggiati, di beni rinvenuti o affidati in deposito i cui proprietari siano scomparsi. Tali beni possono consistere in terreni o in proprietà immobiliari. Tutti questi beni, insieme agli altri beni dello stesso genere, appartengono ai musulmani e saranno depositati nel Bayt al-Māl, il tesoro pubblico dello Stato.
Nel Nobile Corano si menziona soltanto il «māl al-fay’»; degli altri beni non si fa menzione. Ciò perché, all’epoca del Profeta (pace e benedizioni su di lui), coloro che morivano avevano degli eredi. La genealogia dei nobili Compagni era conosciuta.1 (1. Inoltre, la sfera d’influenza dell’Islam era limitata all’Arabia e la genealogia degli arabi era nota a tutti. Per questo è stata menzionata soltanto una categoria di beni. Nel Nobile Corano si parla soltanto del fay’. Una volta, quando morì un uomo appartenente a una tribù, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) affidò i beni da lui lasciati al capo della tribù interessata. Quel capo era, dal punto di vista genealogico, un parente stretto del nonno del defunto. Questa è l’opinione di una parte dei nobili sapienti, tra cui l’Imam Aḥmad. L’Imam Aḥmad (che Dio abbia misericordia di lui) la spiegò così: quando una persona muore senza lasciare eredi, la sua eredità deve essere assegnata al suo schiavo affrancato. Una grande assemblea di discepoli dell’Imam Aḥmad segue proprio questa opinione.
Quando una persona muore senza lasciare eredi, i beni da essa lasciati saranno distribuiti tra gli abitanti della zona interessata. La politica seguita dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) e dai Califfi ben guidati era che fosse sufficiente la prova del più tenue legame di parentela tra il defunto e coloro che rivendicavano l’eredità.
Il bene che veniva regolarmente riscosso dai musulmani era la zakāt. Ai musulmani non veniva riscosso nulla oltre alla zakāt. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) diceva che il musulmano deve partecipare al jihād sulla via di Allah con la propria vita e i propri beni e deve obbedire ai comandi di Allah.
All’epoca del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e di Ḥaḍrat Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), non esisteva un dīwān o un ufficio completo per distribuire i beni acquisiti. Questi venivano invece distribuiti tra i musulmani secondo modalità giuste. Durante l’epoca di Ḥaḍrat ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb (che Allah sia soddisfatto di lui), si ampliarono sia le ricchezze sia i territori sottoposti al governo. Furono allora istituiti dīwān e uffici per i guerrieri, i mujāhidīn e coloro che ricevevano un’indennità. Fu lo stesso ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) a istituire questi dīwān e uffici. Vi erano registrati i nomi e gli indirizzi dei mujāhidīn e dell’esercito regolare. Questi dīwān e uffici costituivano per i musulmani una realtà estremamente importante e gloriosa. Esisteva un ufficio separato per il kharāj e il fay’ provenienti dalle diverse città e località.
Durante l’epoca fārūqī e prima di essa, i beni che affluivano all’amministrazione statale erano divisi in tre categorie. Su una categoria di beni avevano diritto l’Imām e l’Amīr; erano considerati i titolari di tali beni. Su questo vi sono il Libro di Allah, la Sunna e l’ijmāʿ della comunità musulmana. Esiste poi un’altra categoria di beni che è illecito per l’Imām e l’Amīr accettare. Per esempio, se qualcuno viene ucciso per essere stato coinvolto in un crimine, i suoi beni devono essere riscossi, a beneficio del Bayt al-Māl, da un’altra località, anche se egli ha eredi o è stato sottoposto a un ḥadd, cioè a una pena prevista dalla Sharīʿa.
Esiste infine un’altra categoria di beni riguardo alla quale vi è spazio per l’ijtihād, cioè per l’esercizio del ragionamento. Su questa questione i nobili sapienti sono in disaccordo. Per esempio, una persona muore lasciando dei beni e ha parenti stretti, ma non ha alcun erede tra gli aventi diritto a quote determinate, gli ʿaṣaba o altri eredi dello stesso livello. I nobili sapienti differiscono quanto all’opinione e al metodo da seguire in tale situazione.
La maggior parte della popolazione è oppressa e perseguitata. I governanti e gli alti funzionari dello Stato non si preoccupano minimamente di ciò che è halal o haram. Riscuotono le imposte dal popolo. A volte, però, anche il popolo si astiene dall’adempiere ai propri doveri, ostacolando così il deposito delle ricchezze nel Bayt al-Māl. Di conseguenza, l’esercito e coloro che si dedicano all’agricoltura vengono oppressi. Oppure la popolazione abbandona l’obbligo del jihad. D’altra parte, i governanti depositano denaro nel Bayt al-Māl, ma senza prestare la minima attenzione a ciò che è halal o haram. Puniscono il popolo per il mancato versamento delle entrate pubbliche. Abbandonano le azioni mubāh e obbligatorie e si dedicano ad attività che non sono in alcun modo halal o lecite per coloro che governano lo Stato. In sostanza, se qualcuno possiede beni che ha l’obbligo di versare nel tesoro dello Stato, ma, pur avendone la possibilità, non li consegna, deve essere punito. Esempi di tali beni sono i beni affidati in custodia, i beni derivanti da muḍāraba o da attività commerciali e agricole basate sulla compartecipazione, i beni degli orfani, i beni waqf e i beni del Bayt al-Māl. Se un debitore, pur avendone la possibilità, non restituisce il prestito, i suoi beni devono essere confiscati mediante una punizione. Oppure indicherà dove si trovano i beni, dicendo che sono in un determinato luogo. Quando sarà accertato senza dubbio che egli possiede quei beni, lo si arresterà. Lo si terrà detenuto finché non indicherà dove si trovano i beni. Naturalmente non è necessario percuoterlo. Tuttavia, lo si percuoterà affinché indichi dove si trovano i beni o paghi il debito, così che il diritto dell’avente diritto gli venga restituito o possa essere recuperato. La stessa norma vale anche per la nafaqa-e-wājiba, cioè il mantenimento obbligatorio, se il convenuto, pur essendo in grado di pagarlo, non lo versa. ʿUrwa ibn Sharīd ha riferito da suo padre che il Messaggero di Allah (ṣa) mi disse:
*******Arabo
«È lecito confiscare i beni e punire chi, pur avendone la possibilità, non paga quanto dovuto».
Nel Ṣaḥīḥ di Bukhārī e nel Ṣaḥīḥ di Muslim si legge: —******in arabo
«Il ricco e tiranno che non paga quanto dovuto».
Anche ritardare la restituzione del diritto a chi ne è titolare equivale a non restituirlo ed è un’ingiustizia. E l’ingiusto è certamente un criminale meritevole di punizione. È universalmente riconosciuto che chi si dedica a ciò che è illecito e trascura un obbligo merita una punizione. Pertanto, se la Sharīʿa non stabilisce una pena per lui, l’ulū al-amr, ossia il governante, ricorrerà all’ijtihād in questa materia. Punirà il ricco che non paga quanto dovuto. Chi persiste ostinatamente nel non pagare sarà sottoposto a una punizione corporale, affinché sia costretto a pagare. I faqīh hanno espresso un’opinione chiara al riguardo. I discepoli dell’Imām Mālik, nonché l’Imām al-Shāfiʿī e l’Imām Aḥmad, hanno stabilito compiutamente le relative disposizioni. Nessuno è in disaccordo su questo punto. È una questione universalmente riconosciuta.
L’Imām Bukhārī menziona nel Ṣaḥīḥ di Bukhārī una trasmissione di Ibn ʿUmar. In essa Ibn ʿUmar (ra) riferisce: quando il Messaggero di Allah (ṣa) concluse un accordo di pace con gli ebrei di Khaybar in cambio del loro oro, argento e armi, alcuni ebrei chiesero al Messaggero di Allah (ṣa) informazioni sul tesoro di Ḥuyayy ibn Akhṭab; allora il Profeta (ṣa) disse: **********in arabo
«Tutti quei beni sono stati spesi e la guerra li ha portati via tutti».
Il leader ebreo Sa’id (zio di Huy ibn Akhtab) disse al Messaggero: «Ora abbiamo concluso un accordo con te e, sulla base dell’accordo, la quantità di questa merce è molto maggiore». Il Messaggero di Allah inviò Sa’id da Hazrat Zubayr. Egli lo punì. Il narratore disse: «Ho visto Huy ibn Akhtab aggirarsi in una terra desolata». Allora la gente vi si recò e perquisì accuratamente ogni cosa. Da quella terra desolata estrassero numerosi otri d’acqua. Va notato che quell’uomo era un dhimmi, e un dhimmi non può essere punito senza aver commesso un reato. Questa disposizione sulla punizione riguarda coloro che sono colpevoli di aver occultato beni indispensabili. Pertanto, è punibile per aver omesso un obbligo.
È dovere dell’autorità giusta confiscare agli ufficiali tutte le ricchezze che gli impiegati del dipartimento finanziario hanno riscosso ingiustamente dalla popolazione musulmana. Con il pretesto di doni, omaggi, saluti e regalie, quegli ufficiali avevano usurpato tali ricchezze del popolo abusando del potere durante il proprio governo. Hazrat Abu Sa’id al-Khudri (che Allah ne sia soddisfatto) disse: — ********Arabo
In questo caso, i doni e le regalie sono beni pubblici riscossi con la forza e ingiustamente da una certa categoria di funzionari governativi.
Ibrahim al-Harabi (che Allah abbia misericordia di lui), nella sua opera ******Arabo «Kitab al-Hidaya», riferisce da Ibn Abbas (che Allah ne sia soddisfatto):
********Arabo
«Il Messaggero di Allah dichiarò: “I doni e le regalie offerti ai governanti sono un tradimento dell’affidamento e consistono nel riscuotere con la forza i beni del popolo”».
È narrato da Abu Humayda al-Sa’idi (che Allah abbia misericordia di lui) in Sahih al-Bukhari e Sahih Muslim che il Messaggero di Allah aveva nominato come esattore della zakat un uomo della tribù di Azd, chiamato Ibn al-Lutbiyya. Egli venne, depose davanti al Profeta i beni della zakat e disse: «Questa parte è vostra, mentre quelle sono mie, ciò che la gente mi ha dato come dono». Il Messaggero di Allah disse:
********Arabo
«Che razza di uomo è costui! Gli abbiamo affidato un incarico, un incarico che Allah ha posto sotto la nostra responsabilità. Ora dice: “Questo è il vostro bene, mentre quello mi è stato dato come ‘dono’”. Che vada a sedersi a casa di suo padre e di sua madre e aspetti di vedere se gli arriveranno doni e regali! Giuro per Colui nella cui mano possente è la mia vita: qualunque cosa egli accetti, nel Giorno della Resurrezione gli sarà caricata sul collo. Se sarà un cammello, continuerà a urlare e dalla sua bocca uscirà schiuma; se sarà una vacca, muggirà; e se sarà una capra, belerà: “beee, beee”. Poi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) sollevò entrambe le braccia così in alto che potemmo vedere le sue ascelle. Disse per tre volte: “O Allah, ho trasmesso il Tuo messaggio? L’ho trasmesso?”» (Bukhari e Muslim)
Il significato menzionato di questo hadith si applica anche a quegli “ulul amr” (governanti e funzionari amministrativi regionali) dei diversi livelli della società che aiutano qualcuno nel suo lavoro accettando tangenti, doni, regali e simili. Per esempio, ciò vale anche quando si ottiene un vantaggio in questo genere di attività e transazioni nei vari ambiti del commercio e degli affari (negli uffici), nelle questioni relative all’impiego e allo stipendio, nella muḍāraba, nella musāqāt, nella muzāraʿa e simili. Per questo motivo, ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb (che Allah sia soddisfatto di lui) ridusse della metà lo stipendio di alcuni funzionari. Sebbene possedessero beni e ricchezze, erano anche indebitati. Inoltre, non erano accusati di appropriazione indebita. Il motivo per cui egli trattò così i suoi funzionari era che, abusando del potere in quanto funzionari, avevano accettato doni e regali. ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) li aveva nominati governatori e funzionari. Pertanto, in qualità di leader e governante giusto, adottò questo provvedimento per assicurare un’equa distribuzione delle ricchezze (per garantire la trasparenza nell’amministrazione e mantenere l’equilibrio socioeconomico).
Quando si manifesta una degenerazione tra i governanti e il popolo, è dovere di ogni musulmano impegnarsi ad adempiere correttamente ai propri doveri. Abbandonare ciò che è haram e non considerare haram ciò che Allah ha permesso di fare.
Quando non si offrono regali ai funzionari governativi, spesso il popolo deve affrontare una dura prova di pericolo. Se non si elargiscono regali, non ci si può sottrarre alla tirannia e all’oppressione di tali funzionari. Ciononostante, essi continuano a svolgere i propri compiti opprimendo e maltrattando la gente in questo modo. Riscuotono con la forza dai cittadini una quantità eccessiva di beni della zakat (imposta). Per un interesse materiale, rovinano la propria akhirah. Chi agisce in questo modo per procurare a un altro pace e piacere materiali distrugge la propria akhirah. Il suo dovere era opporsi alla tirannia nella misura del possibile, prestare attenzione alle opportunità e ai vantaggi del popolo, porre rimedio alle necessità e ai reclami della gente, informare il capo dello Stato delle condizioni del popolo e proteggere la società da qualunque sua parte tenti di provocare disordini.
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
************Arabo
«Mi informerete delle necessità e dei reclami di coloro che non riescono a portarmeli? Infatti, Allah Taʿālā renderà saldi sul Ṣirāṭ i piedi di coloro che attireranno l’attenzione dell’autorità governativa sulle necessità e sui reclami del popolo; quel giorno persino i piedi dei grandi personaggi tremeranno (per la terribilità della situazione).»
È narrato da Abū Umāma al-Bāhilī nell’Imām Aḥmad e nel Sunan di Abū Dāwūd che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
**********arabo
«Se qualcuno intercede per un altro fratello e questi gli invia un dono in cambio, ed egli lo accetta, allora è giunto alle soglie dell’usura».
Ibrāhīm al-Ḥarbī (che Dio abbia misericordia di lui) riferisce da ʿAbd Allāh ibn Masʿūd (che Dio sia soddisfatto di lui) che un uomo chiese a un altro di soddisfare una sua necessità. Quando questi ebbe soddisfatto la sua necessità, l’altro gli inviò un dono ed egli lo accettò. Ciò, dunque, è illecito.
Si riferisce da Masrūq che egli aveva parlato con Ibn Ziyād riguardo a un’ingiustizia. In seguito Ibn Ziyād pose fine a quell’ingiustizia. Masrūq, lieto di ciò, gli inviò uno schiavo come dono. Ma egli lo rifiutò e disse: «Ho sentito ʿAbd Allāh ibn Masʿūd (che Dio sia soddisfatto di lui) dire che, se un’ingiustizia o un torto viene rimosso da un musulmano e questi, in cambio, offre al funzionario competente qualcosa, poco o molto che sia, ciò è illecito». Ibn Ziyād disse: «Io dissi: “O Abū ʿAbd al-Raḥmān! Ormai non comprendiamo altro che il suḥt (transazioni illecite)”». Egli rispose: «La tangente, o riswa, è miscredenza».
Pertanto, se un governante o un alto funzionario accetta dai dipendenti qualcosa per sé, benché quella cosa fosse destinata a quella persona e alla sua famiglia, in tal caso non si deve aiutare né il donatore né il ricevente. Entrambi sono ingiusti. È come un ladro che ruba i beni di un altro ladro. Oppure è come la lotta tra due gruppi che combattono per l’orgoglio della propria stirpe, per la guida e per il potere. In una simile situazione, è assolutamente illecito prestare aiuto all’ingiustizia. Infatti, l’aiuto è di due tipi:
1. Aiutare nelle opere buone e di timorato rispetto di Dio, come compiere il jihād e istituire nella società le pene previste dalla Sharīʿa; garantire i diritti delle persone, ossia i diritti umani, e organizzare la restituzione dei diritti ai legittimi titolari, e così via. Dio l’Altissimo ha ordinato nel Corano di prestare questo tipo di aiuto. Dio, il Benedetto e l’Eccelso, e il Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) lo hanno reso obbligatorio. Se qualcuno, a causa di minacce e intimidazioni, si astiene dal compiere opere buone e virtuose e viene terrorizzato dal timore dell’ingiusto, mentre gli altri musulmani non accorrono in aiuto dell’oppresso, ciò costituisce il peccato di abbandonare l’obbligo individuale e l’obbligo collettivo. Se, seguendo il proprio capriccio, qualcuno ritiene di essere dotato di timorato rispetto di Dio e che per questo debba restare lontano dai problemi, ma in tale situazione non aiuta l’oppresso, sarà considerato colpevole di aver trascurato un obbligo. Spesso si confondono la codardia e il timorato rispetto di Dio. Come qualcuno, per codardia, si astiene dall’aiutare altri in una situazione rischiosa, così talvolta si scambia l’indifferenza per timorato rispetto di Dio.
2. Questo tipo di collaborazione consiste nel peccato e nella disobbedienza a Dio: per esempio, uccidere persone innocenti e indifese, saccheggiare o depredare i loro beni, oppure colpire qualcuno che non ha commesso il reato per cui dovrebbe essere percosso. Dio e il Suo Messaggero hanno vietato di prestare aiuto e collaborazione in simili azioni criminali.
Tuttavia, se dei beni pubblici vengono confiscati o sottratti ingiustamente e in seguito, per varie ragioni, diventa impossibile restituirli al loro proprietario, spendere tali beni per il bene pubblico rientra anch’esso nel timorato rispetto di Dio e nelle opere virtuose. Tali beni dello Stato dovrebbero essere spesi per il bene dei musulmani. Per esempio, il jihād, la costruzione di vari fronti per il jihād o la spesa per i mujāhidīn, ossia per la difesa militare, rientrano nel timorato rispetto di Dio e nelle opere virtuose. Anche spendere in questo ambito costituisce collaborazione in un’opera di timorato rispetto di Dio. Infatti, in assenza delle persone i cui beni il governante ha confiscato ingiustamente, o dei loro eredi, spetta ora al governante spendere tali beni per opere di pubblico beneficio. Al contempo, il governante deve pentirsi e implorare il perdono di Dio con rimorso e contrizione. Questa è l’opinione della maggioranza dei giuristi islamici. La stessa opinione è sostenuta dall’Imām Mālik, dall’Imām Abū Ḥanīfa, dall’Imām Aḥmad e da altri. È stata inoltre riferita da molti nobili Compagni. Anche le prove giuridiche della Sharīʿa sostengono questa opinione.
Se qualcun altro prende il denaro (riscosso illegalmente), è dovere del governante restituirlo, dopo averlo recuperato, al suo proprietario o ai suoi eredi, oppure spenderlo a loro beneficio. In alternativa, in loro assenza, deve impiegarlo per qualche opera di pubblica utilità a beneficio dei musulmani. È di gran lunga preferibile spendere la ricchezza per il bene dei musulmani piuttosto che distruggerla. Infatti, la Sharia si fonda sulle parole di Allah:
*********Arabo
«Temete Allah quanto potete». (At-Taghābun: 16)
*******Arabo
«O credenti! Temete Allah come è doveroso temerLo».
La sua spiegazione si basa sul seguente hadith del nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui):
*******Arabo
«Quando vi do un ordine riguardo a qualcosa, fate del vostro meglio per eseguirlo».
Il raggiungimento degli obiettivi degli sforzi per il benessere sociale e la completa eliminazione o riduzione dei disordini dalla società dipendono, rispettivamente, dall’attuazione delle prescrizioni del versetto e dell’hadith sopra citati.
Quando nella società sorga un conflitto tra il bene e il male, tra due cose benefiche si sceglierà quella relativamente più benefica. Tra i danni si eviterà quello più grave.
Chi aiuta l’oppressore è un complice del peccato e della disobbedienza ad Allah. Al contrario, chi aiuta l’oppresso, contribuisce a ridurre una forma di oppressione e persecuzione, oppure si adopera per ottenere riparazione per l’ingiustizia e la tirannia, agisce come avvocato e rappresentante dell’oppresso, non dell’oppressore o del tiranno. È analogo a colui che ha concesso un prestito o che è stato incaricato di amministrare i beni di qualcuno per proteggerli dall’oppressione di un tiranno, come i beni di un orfano o quelli di un waqf. Può accadere che un oppressore voglia appropriarsi ingiustamente di una parte di tali beni; in tal caso, il mutawallī, non potendo evitare del tutto di dargli qualcosa, a causa della propria impotenza, ha tuttavia cercato di dargli il meno possibile. Se, dopo aver compiuto ogni sforzo, il mutawallī riesce a ridurre anche solo in parte ciò che deve concedere, questo sarà un atto meritorio. (Tuttavia, contro quel tiranno criminale sono indispensabili i provvedimenti legali dell’amministrazione statale e la resistenza popolare.)
Sotto questa disposizione rientra anche l’avvocato o rappresentante che testimonia nella riscossione dei beni o partecipa alla loro registrazione. La stessa norma si applica a chi partecipa al sequestro dei beni e alla loro consegna.
Se in una località, in un villaggio, su una strada, in un mercato o in una città si commette un’ingiustizia o un’oppressione, e una persona benefattrice intraprende una mediazione per contrastarla, facendo tutto il possibile, cercando, senza accettare tangenti, di restituire il diritto a chi ne è titolare con giustizia e secondo i principi di equità, e svolgendo questo compito senza paura, ignorando i rimproveri dei censori, allora anch’essa è una persona benefattrice e virtuosa.
Ma oggi chiunque intervenga ingiustamente in un’opera nobile di questo genere presta aiuto come rappresentante proprio di quell’oppressore. Temendo l’oppressore, accetta tangenti da chi cerca giustizia, se ne vanta e prende denaro da chiunque riesca a ottenerlo. Costoro sono oppressori: quale luogo possono avere se non l’Inferno? Anche i loro collaboratori sono destinati all’Inferno. Saranno certamente gettati nell’Inferno.
[9]
Le categorie delle entrate statali
La distribuzione dei fondi dovrebbe avvenire gradualmente, secondo l’ordine d’importanza. Coloro che sono impegnati nel jihād e quelli che sostengono i mujāhidīn hanno più diritto di chiunque altro ai fondi statali (māl al-fayʾ). Riguardo al māl al-fayʾ, tra gli ʿulamāʾ mujtahidīn esiste una divergenza di opinioni: deve essere speso interamente per il benessere pubblico dei musulmani, oppure la sua distribuzione deve essere limitata soltanto ai mujāhidīn? Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) concedeva il māl al-fayʾ anche ai muʾallafāt al-qulūb.
*******Arabo
«Affidate i depositi (i diritti) ai loro legittimi titolari». Ciò significa che—
La spesa e la distribuzione delle ricchezze dovrebbero essere destinate al benessere dei musulmani. In questo ambito è obbligatorio osservare il principio dell’ordine d’importanza. Per esempio, si deve procurare il bene generale ai musulmani comuni. Tra questi rientrano anche coloro che combattono nel jihād e coloro che lo sostengono. Tra tutti, i mujāhidīn dell’Islam sono quelli che hanno maggior diritto al māl al-fayʾ, poiché senza i mujāhidīn non sarebbe possibile acquisirlo. Questo denaro si ottiene proprio tramite i mujāhidīn; perciò i fuqahāʾ, cioè gli esperti di diritto islamico, hanno espresso opinioni divergenti sulla questione se il māl al-fayʾ debba essere speso esclusivamente per i mujāhidīn oppure per ogni genere di attività benefica per la collettività. Qualunque sia la somma, ad eccezione del māl al-fayʾ, essa comprende tutti i musulmani e il loro benessere. Tutti gli imām concordano sul fatto che siano state stabilite le categorie di spesa della sadaqa, della zakāt e del bottino di guerra. Ne hanno diritto le seguenti categorie di persone: dipendenti, titolari dell’autorità suprema e altri. Tra essi rientrano i funzionari governativi, i giudici, gli ʿulamāʾ e coloro ai quali è affidata la responsabilità di raccogliere quel denaro e di custodirlo. Sono inclusi persino gli imām della preghiera, i muezzin delle moschee e altri ancora. Vi rientrano inoltre le retribuzioni per quei lavori i cui benefici giungono alla popolazione: per esempio, la costruzione di fortificazioni alle frontiere, la spesa per gli armamenti, la costruzione di abitazioni indispensabili, la costruzione di strade per la comodità della popolazione e il livellamento dei terreni accidentati. Anche la costruzione, quando necessaria, di opere grandi e piccole, la manutenzione dei sistemi di drenaggio, lo scavo di canali e la ristrutturazione di quelli vecchi: ciascuna di queste attività costituisce una voce di spesa. Vi rientrano anche le persone indigenti.
Tra gli studiosi della giurisprudenza islamica esiste una divergenza di opinioni sulla questione se, al di fuori della zakāt, si debba dare la precedenza agli indigenti nella distribuzione del māl al-fayʾ e di beni simili. Nella scuola dell’imām Aḥmad e di altri esistono due opinioni. Alcuni hanno dato loro la precedenza, mentre altri hanno affermato che debbano avere la precedenza le attività religiose dirette. Secondo una certa opinione, tutti i membri di questa categoria sono considerati uguali partecipanti e aventi diritto allo stesso livello, come gli eredi hanno parti uguali nell’eredità lasciata dal defunto. Tuttavia, l’opinione corretta è che si debba dare la precedenza agli indigenti, poiché il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) dava loro la precedenza. Come disse ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb (che Allah sia soddisfatto di lui):
***********Arabo
«In questo bene c’è una parte per tutti. Ne riceverà una parte colui che ha preso parte per primo al jihād. Ne riceverà una parte anche colui che ha sopportato difficoltà in questa attività. Ne ha diritto colui che ha affrontato la prova di circostanze difficili e avverse. E ne hanno diritto gli indigenti».
Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) distribuiva i beni statali tra quattro categorie di persone:
1. Coloro grazie alle cui spedizioni militari è stato ottenuto il bottino.
2. Coloro che sopportano particolari fatiche e compiono sforzi nell’interesse dei musulmani. Per esempio, i governanti e quegli ʿulamāʾ istruiti che indicano agli uomini la via divina per conseguire il bene nella religione e nella vita terrena, e coloro che, per prevenire danni e mali nella società, sopportano pericoli, avversità e sofferenze indesiderati. Come i mujāhidīn sulla via di Allah che prestano servizio nell’esercito islamico.
3. Quelle persone speciali che sono esperte di guerra e consigliano i soldati, e che sono impegnate a mantenere la società incline al bene attraverso la predicazione e l’esortazione, diffondendo l’educazione, la cultura e gli ideali islamici.
4. Coloro che sono bisognosi.
Quando sarà accertato che questi beni sono destinati a persone appartenenti a queste quattro categorie, si dovrà ritenere che Allah l’Altissimo abbia reso la popolazione prospera mediante tali beni. In seguito, si dovrà dare secondo le necessità o in proporzione al lavoro svolto.
Da ciò si comprende che le risorse finanziarie dello Stato devono essere elargite per il benessere dei cittadini e secondo le loro necessità, e che tali risorse devono essere destinate al bene dei musulmani. Lo stesso vale per la zakāt. Se da essa risultano risorse finanziarie eccedenti, anche in tal caso il diritto sarà limitato alla quota spettante, nella misura in cui spetta agli aventi diritto una parte di beni di questo tipo. Per esempio, i beni del bottino di guerra e le risorse derivanti dall’eredità: anche i loro aventi diritto o titolari sono specificamente determinati.
Se per il governante dello Stato musulmano non è assolutamente lecito dare qualcosa a qualcuno per interesse personale, parzialità o favoritismo verso i propri familiari, in tal caso non si pone neppure la questione di autorizzare la spesa di fondi statali per attività proibite. Per esempio, elargire denaro a hijra, ghātur chorka, cantanti, prostitute, comici, attrici contrarie ai valori islamici, indovini, astrologi e simili. Tuttavia, quando è necessario conquistare il cuore di qualcuno nell’interesse dell’Islam, allora elargirgli denaro è obbligatorio.
Nel Sacro Corano è stata resa lecita la distribuzione della zakāt ai muʾallafāt al-qulūb. Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, elargiva personalmente fondi del fayʾ alla categoria dei muʾallafāt al-qulūb e li concedeva anche a quelle persone che erano capi eminenti delle loro tribù. Per esempio, al-Aqraʿ ibn Ḥābis, capo dei Banū Tamīm; ʿUyayna ibn Ḥiṣn, capo dei Banū Fazāra; Zayd al-Khayr al-ʿAṭṭāʾī, capo dei Banū Nabḥān; e al-Aqʿas ibn ʿAllāma, capo dei Banū Kilāb. Allo stesso modo, egli elargì denaro e beni dal suddetto fondo ai capi dei Quraysh e ad altre persone eminenti, come Ṣafwān ibn Umayya, ʿIkrima ibn Abī Jahl, Abū Sufyān ibn Ḥarb, Muḥayl ibn ʿAmr, al-Ḥārith ibn Hishām e altri. A questo proposito, in un ḥadīth riportato da Abū Saʿīd al-Khudrī, contenuto nelle opere di al-Bukhārī e Ṣaḥīḥ Muslim, si narra che una volta ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, inviò dallo Yemen al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, una collana d’oro. Il Profeta distribuì quella collana d’oro tra quattro persone. Esse erano: al-Aqraʿ ibn Ḥābis al-Ḥanẓalī, ʿUyayna ibn Ḥiṣn al-Fazārī, ʿAlqama ibn ʿAlāmiṭa al-ʿĀmirī e Zayd al-Khayr al-ʿAṭṭāʾī dei Banū Kilāb. Egli era il capo dei Banū Nabḥān.
Abū Saʿīd al-Khudrī (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce che, in seguito a questo sistema di distribuzione, sorse un forte malcontento tra i Quraysh e gli Anṣār. Cominciarono a dire: «Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) ha distribuito ricchezze e beni tra i capi del Najd, mentre ha escluso noi». Quando questa notizia giunse al Profeta (pace e benedizioni su di lui), egli li convocò e disse: «L’ho fatto allo scopo del taʾlīf al-qulūb, ossia di suscitare nei loro cuori una profonda attrazione verso l’Islam». Proprio in quel momento giunse un forestiero dalla barba estremamente folta. Aveva gli zigomi prominenti, gli occhi molto luminosi, la fronte ampia e la testa rasata. Egli disse:
**********Arabo
«O Muḥammad, temi Allah». Il Profeta disse: «Se fossi io stesso a disobbedire ad Allah, chi Gli obbedirebbe? Se tutti gli abitanti della terra mi considerano degno di fiducia, voi forse non mi considererete degno di fiducia?»
Il narratore dell’ḥadīth riferisce che quell’uomo, dopo aver pronunciato queste parole, stava per andarsene. Allora uno dei presenti si alzò e disse: «Uccidetelo». I Compagni illustri hanno riferito che l’uomo che si alzò e pronunciò quelle parole era Khālis ibn al-Walīd (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli si era alzato spinto dall’onore islamico e dall’amore per il Profeta (pace e benedizioni su di lui). Il venerabile Khālid chiese al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) il permesso di uccidere quell’uomo. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
**********Arabo
«Tra i loro discendenti vi sarà un gruppo che reciterà il Corano, ma i loro pugnali non scenderanno. Combatteranno contro i musulmani e inviteranno i politeisti. Usciranno dall’Islam così rapidamente come una freccia esce dall’arco. Se li incontrerò durante la mia vita mentre si oppongono all’Islam, li ucciderò nello stesso modo in cui fu sterminato il popolo di ʿĀd».
Rāfiʿ ibn Khadīj (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) donò centinaia di cammelli ad Abū Sufyān ibn Ḥarb (che Allah sia soddisfatto di lui), a Ṣafwān ibn Umayya, a ʿUyayna ibn Ḥiṣn e ad al-Aqraʿ ibn Ḥābis. Ad ʿAbbās ibn Mirdās ne diede qualcosa in meno. Allora ʿAbbās ibn Mirdās recitò la poesia seguente.
********Arabo
«Stai dando a Uyayna e Aqra i beni raccolti da me e dal mio cavallo ʿUbayd?»
**********Arabo
«Hasan e Habis non possono prevalere su Mardas nelle assemblee.»
*********Arabo
«Sono forse inferiore a quei due sotto qualche aspetto? Ha inclinato la bilancia verso colui che non si poteva sollevare, cioè che era pesante?»
Udite queste parole, il Messaggero di Allah gli diede anch’egli cento cammelli. Questa narrazione è riportata nel Sahih Muslim, e ʿUbayd era il nome del cavallo di Mardas.
«I muʾallafat al-qulūb sono di due tipi: miscredenti e musulmani. La conquista dei cuori dei miscredenti consiste nel nutrire la speranza di ottenere da loro qualche beneficio: forse accetteranno l’Islam, oppure diminuirà il danno che stavano arrecando all’Islam. E quel danno non può essere eliminato senza concedere loro qualcosa.
«I musulmani muʾallafat al-qulūb sono quei nuovi musulmani il cui sostegno finanziario reca beneficio all’Islam. Per esempio, se si donano loro beni e denaro, la loro fede si rafforzerà liberandoli dalle difficoltà economiche, ed essi diventeranno autentici musulmani. Oppure, se musulmani di questo tipo rimangono saldi nell’Islam su fondamenta solide, ciò sarà utile nel confronto con le forze ostili all’Islam. Potranno incutere timore nei nemici. O ancora, la loro amicizia potrà contribuire a svolgere un ruolo favorevole nella protezione dei musulmani. È evidente che, per ottenere ciò da musulmani dalla fede debole, è proprio necessario spendere denaro.»
Questo tipo di ricchezza veniva generalmente dato soltanto ai personaggi eminenti e ai facoltosi, mentre ai deboli e agli incapaci se ne dava ben poco, come fanno di solito i re e i sovrani. Tuttavia, la differenza nell’intenzione è enorme. Il risultato dell’azione dipende dall’intenzione. Se, nel donare ricchezze, lo scopo è il bene della religione e il servizio ai musulmani, allora questa donazione sarà accettata da Allah come le donazioni del Nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) e dei suoi Compagni più illustri. (Egli, infatti, non fece nulla per sé.) Se invece, al momento di donare ricchezze, vi è l’intenzione malvagia di mostrare arroganza e provocare disordini, ciò diventa simile alle donazioni elargite dal Faraone ai suoi adulatori.
Coloro che desiderano creare corruzione e disordini nella religione e che sono sempre guidati da trame malvagie contro l’Islam guardano con disapprovazione a simili donazioni. È il caso di Dhul-Khuwaysira, che guardava con disapprovazione alla distribuzione effettuata dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha detto di lui tutto ciò che era necessario dire. Su di lui è stata scoccata la freccia del suo disappunto.
La tribù di Dhul-Khuwaysira, i Khawarij, si ribellò contro l’Amīr al-Mu’minīn, l’Imam ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui). I Khawarij si opposero alla politica di conciliazione seguita dall’Imam ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) dopo l’incontro arbitrale tenuto per risolvere la controversia con Muʿāwiya (che Allah sia soddisfatto di lui). I Khawarij fecero prigionieri donne e bambini musulmani. Erano proprio coloro contro i quali il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) aveva ordinato di combattere. Infatti, erano seguaci di principi e pratiche falsi e generatori di disordini, per cui non avevano né una vita terrena retta né un’Aldilà prospero.
Spesso nasce confusione, a causa della somiglianza, tra una devozione fuorviante, la timidezza, la codardia e l’avarizia. In tutti questi casi, infatti, si riscontra il difetto di abbandonare l’azione. Si crea confusione tra l’evitare i disordini per timore di Allah e il non spendere denaro nel jihād prescritto a causa della timidezza e dell’avarizia. Come ha detto il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui):
arabo
«Tra gli uomini, le cose peggiori sono l’avarizia e l’avidità». arabo e la viltà e la codardia. (L’Imam Tirmidhi ha dichiarato autentico questo hadith.)
Allo stesso modo, spesso le persone abbandonano le opere e nutrono interiormente, arrivando persino a dichiararlo apertamente, la convinzione che ciò sia proprio il timor di Dio e la devozione. In realtà, però, questo non è altro che arroganza e presunzione della propria grandezza. A questo proposito, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha pronunciato una frase dal significato completo e universale, che può essere considerata un criterio importante per stabilire se le opere siano fruttuose o vane. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
«Il risultato delle azioni viene determinato in base alle intenzioni».
Come l’anima è indispensabile al corpo, così l’intenzione è essenziale per le opere. Altrimenti, quale differenza vi sarebbe tra una persona che si prostra davanti ad Allah e un’altra che china il capo davanti al sole? Entrambe appoggiano la fronte a terra. L’atteggiamento di adorazione rivolto ai loro dèi è identico. Anche la forma e la natura dei due sono uguali. Colui che china il capo davanti ad Allah è un servo amato da Allah e a Lui vicino; al contrario, l’adoratore della luna e del sole è un criminale umiliato, separato da Allah e da Lui allontanato. È unicamente a causa dell’intenzione che si crea questa differenza e questa distanza. Riguardo a coloro che hanno raggiunto la vicinanza del Creatore, Allah l’Altissimo ha detto:
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«Si esortano reciprocamente a rimanere saldi nella religione e a essere compassionevoli gli uni verso gli altri». (Sura al-Balad: 17)
*********Arabo
È stato narrato in un hadith: «La generosità e la tolleranza sono le guide della fede migliore».
In verità, garantire la pace e la sicurezza del popolo, provvedere al suo sostentamento e governarlo non è in alcun modo possibile senza, al contempo, generosità materiale nei suoi confronti, un atteggiamento compassionevole e coraggio. Anzi, bisogna dire che queste due qualità sono indispensabili per riformare e promuovere il bene della religione e del mondo. Pertanto, è necessario sottrarre il potere di governo a chi non possiede tali qualità e affidarlo a chi possiede qualità analoghe. Come è detto nel Nobile Corano:
**********arabo
«O credenti! Che cosa vi succede? Quando vi viene ordinato di partire per la spedizione sulla via di Allah, rimanete aggrappati alla terra. Preferite forse la vita terrena all’Aldilà? Se è così, ricordate che i piaceri della vita terrena sono ben poca cosa rispetto all’Aldilà. Se, nonostante il vostro richiamo, non partirete sulla via di Allah, Egli vi infliggerà un castigo terribilmente doloroso e porrà un altro popolo al vostro posto, affidandogli questo compito; voi non potrete arrecargli il minimo danno. Poiché Allah è onnipotente. (Sura al-Tawba: 38-39)»
Il Sublime Allah dice inoltre:
********Arabo
«Badate: siete invitati a spendere i vostri beni sulla via di Allah, ma tra voi vi sono alcuni che si mostrano avari a questo proposito. In realtà, essi sono avari verso se stessi. Allah è Colui che non ha bisogno di nessuno, pienamente autosufficiente; voi, invece, siete bisognosi di Lui. Se volgerete le spalle, Egli vi sostituirà con un altro popolo, ed essi certamente non saranno come voi». (Sura Muhammad: 38)
Altrove viene affermato con lo stesso significato:
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«Coloro che, tra voi, prima della vittoria, hanno speso i propri beni sulla via di Allah e hanno combattuto non possono essere considerati pari agli altri quanto all’elevato rango. Essi occupano un rango più elevato di coloro che hanno speso beni e vite e combattuto dopo la vittoria, sebbene Allah abbia promesso un trattamento benevolo a entrambi». 1(Sura al-Hadid: 10)
(1. Il motivo per cui la dignità e la ricompensa di coloro che spesero denaro sulla via di Allah e combatterono alla vigilia della conquista della Mecca sono maggiori rispetto a quelle delle generazioni successive è che, allora, l’Islam era limitato alla sola Medina, e Medina era piena di ipocriti e nemici dell’Islam. Nessuno ignora l’ostilità e le cospirazioni dei miscredenti della Mecca contro il Nobile Profeta (pace su di lui) prima dell’Egira. Costretto dalle circostanze, egli si recò a Ta’if nella speranza di ottenere successo. Tuttavia, a causa del loro maltrattamento, dovette tornare da lì pieno di delusione. Inoltre, il Nobile Profeta (pace su di lui), insieme ai Compagni, dovette trascorrere ininterrottamente tre lunghi anni in isolamento sociale a Shi’b Abi Talib. Per necessità, ad alcuni Compagni fu concesso di emigrare in Abissinia. Ma anche lì i miscredenti inviarono una delegazione contro i musulmani. Nella sala di riunione della «Dar al-Nadwa» della Mecca si tenne un’assemblea dei capi miscredenti dei Quraysh. Dopo una lunga discussione, essi decisero all’unanimità di uccidere il Nobile Profeta (pace su di lui). A quel punto egli fu costretto a emigrare. Fu però annunciata una grande ricompensa per la sua cattura. D’altra parte, date le circostanze dell’epoca, il Nobile Profeta (pace su di lui) non era nemmeno in grado di compiere apertamente il culto insieme ai Compagni. Persino quando usciva allo scopo di predicare l’Islam, non era al sicuro neppure là: i miscredenti mandavano uomini alle sue spalle e si adoperavano per diffamare lui. Infine, quando emigrò a Medina, gli ebrei, i cristiani e gli ipocriti locali si impegnarono con tutte le loro forze a opporsi a lui. Giorno e notte tramavano contro i musulmani e continuavano regolarmente a scambiarsi informazioni riservate e notizie con i miscredenti della Mecca. A un certo punto, i miscredenti si riunirono nella Dar al-Nadwa della Mecca e elaborarono vari piani cospirativi. Ne risultarono le sanguinose battaglie di Badr e Uhud.)
In breve, l’Islam era confinato in un luogo determinato e i musulmani erano allora privi di ogni sostegno e risorsa, assediati da ogni parte. La loro situazione economica era tale che procurarsi due pasti al giorno risultava estremamente difficile. I miscredenti, invece, erano agiati e benestanti sotto ogni aspetto, economico e sociale. In tutta la penisola arabica erano loro a esercitare il dominio esclusivo, l’influenza e il prestigio. Chi avrebbe dunque potuto impedire loro di annientare quei musulmani indifesi? Pensavano che, eliminando quel piccolo gruppo di musulmani, avrebbero sradicato il flagello chiamato Islam. Infatti, l’Islam non si era ancora diffuso al di fuori di quella regione determinata. Se i musulmani presenti in quel luogo fossero stati eliminati, in altri luoghi non sarebbero comparsi musulmani capaci di costituire una minaccia per loro. Oggi la situazione è tale che, quando i musulmani vengono espulsi da un Paese non musulmano, si trasferiscono a centinaia di migliaia nei Paesi musulmani confinanti; allora, cioè nell’epoca precedente alla vittoria, le cose non stavano così. Dunque, sarebbe stato difficile eliminare quel piccolo numero di musulmani e sradicare l’Islam? Spinti da questo pensiero, i miscredenti si dedicarono a cospirazioni contro l’esistenza stessa dei musulmani. Ma Allah era il loro sostenitore. Riponendo piena fiducia nella promessa di Allah, il Nobile Profeta (pace su di lui) si adoperò con tutte le sue forze per rendere vittorioso e affermare l’Islam. Per quanto i miscredenti ritenessero facile cancellare l’identità del popolo musulmano, eliminare coloro alle cui spalle vi era l’aiuto dell’Onnipotente Allah era oltre le loro possibilità. Infatti Allah ha dichiarato:
*******Arabo
“Egli è Colui che ha inviato il Suo Messaggero con la guida, la Legge e il vero codice di vita, affinché lo facesse prevalere su ogni altro sistema (umano e vano). Sebbene ciò dispiaccia agli associatori miscredenti”. (Sura al-Tawba: 33)
Pertanto, in una situazione del genere, è facilmente comprensibile quanto sia arduo lottare per instaurare una leadership retta e rovesciare quella malvagia, spendere ricchezze e beni sulla via della religione e mettere in gioco i propri averi e la propria vita. Per questo, coloro che spesero la propria vita e i propri beni prima della conquista della Mecca sono detentori del più alto grado. Il loro contributo nei nostri confronti è immenso e incomparabile. Infatti, è grazie al loro grande sacrificio che l’Islam è giunto a noi e rimarrà vigente fino al Giorno della Resurrezione. Che Allah l’Altissimo ci conceda la capacità di seguire il loro grande esempio. Amin! )
In diversi passi del Corano è stata sopra menzionata la lotta per strappare il potere dalle mani di una leadership malvagia, incompetente e oppressiva, a beneficio dell’umanità, e affidarlo a una leadership retta (affinché le persone sfruttate, private dei loro diritti e oppresse possano beneficiare della giustizia). Riguardo a coloro che a tal fine hanno speso senza esitazione la propria vita e i propri beni, è stato detto: *******Arabo
“Essi (cioè i credenti che lottano per instaurare una leadership retta) fanno il jihad con le proprie vite e i propri beni”. (Sura al-Tawba: 20)
D’altra parte, nel Corano l’avarizia e la codardia sono state definite gravi peccati, ed è stato detto:
*******Arabo
“Coloro che sono avari non devono ritenere che la ricchezza ricevuta da Allah sia un bene per loro; al contrario, la loro avarizia sarà estremamente dannosa per loro. Infatti, la ricchezza accumulata mediante l’avarizia diventerà, nel Giorno della Resurrezione, una catena al loro collo. (Sura Âl ʿImrân: 180)
Altrove si proclama:
*********Arabo
«Annuncia loro un castigo doloroso: coloro che accumulano oro e argento e non li spendono sulla via di Allah». (Sura al-Tawba: 34)
Parimenti, riguardo a coloro che, per instaurare il comando di Allah e stabilire nella società una guida retta, mostrano timidezza e codardia di fronte alle forze del falso, nel Corano si proclama:
**********Arabo
«Coloro che volgono le spalle perché si trovano circondati da una situazione di crisi e di conflitto con le forze del falso, sappiano che sono caduti nell’ira di Allah. La loro dimora sarà l’Inferno, e quello è il luogo peggiore. Se però qualcuno si comporta così per ragioni strategiche di guerra o con l’intento di ricongiungersi al proprio gruppo, questo è un caso diverso». (Sura al-Anfal: 16)
************Arabo
In altre parole: «Essi (cioè gli ipocriti) giurano di appartenere anch’essi a voi, mentre non fanno affatto parte di voi. Al contrario, quelle persone sono codardi e vigliacchi, separati da voi». (Sura al-Tawba: 56)
Nel Corano e negli hadith vi sono innumerevoli affermazioni al riguardo; anzi, tutti gli uomini del mondo sono concordi su questo. Persino a questo proposito esiste un proverbio che dice:
«Non sanno neppure maneggiare la lancia, né sono misericordiosi». Si dice inoltre:
******* Arabo
«Come non sono abili nel cavalcare, così non sono neppure persone nobili d’Arabia».
Tre categorie di persone nella politica e nell’autorità di governo
In materia di politica e autorità di governo si possono osservare tre categorie di persone:
(1) Coloro le cui concezioni sono ottenebrate dall’illusione mondana. Stabilire la propria superiorità sulla terra, ostentare arroganza e creare disordine: questo è l’unico obiettivo delle persone di questa categoria. Sono completamente indifferenti alla responsabilità nell’Aldilà. Credono che l’amministrazione del governo non possa funzionare senza elargire doni e spendere denaro (non si può conservare il trono). E poiché per questo occorre una grande quantità di denaro, di cui non dispongono, ricorrono a mezzi illeciti per procurarselo. Di conseguenza, diventano predoni e banditi sotto le spoglie di governanti. Dicono che possono essere titolari dell’autorità di governo solo coloro che sono capaci di mangiare e anche di dar da mangiare. Questo non è compito delle persone pure. Meritano di essere private del potere statale. A causa di questa concezione di una categoria di governanti, perfino gli amministratori e gli emiri (integri) dello Stato arrivano a essere scontenti e svolgono un ruolo di primo piano nel deporre un simile capo dello Stato. I governanti di questa categoria valutano ogni cosa esclusivamente alla luce dei guadagni e delle perdite mondane. Dimenticano completamente la felicità e la pace della vita nell’Aldilà. Se non avranno la sorte di tornare da questa concezione attraverso il pentimento, subiranno una perdita estrema in entrambi i mondi, terreno e ultraterreno. Pertanto saranno inclusi tra i «distruttori del mondo e dell’Aldilà».
(2) La seconda categoria: coloro che temono Allah e ritengono certamente illecito opprimere e tiranneggiare il popolo, credendo persino nella necessità inderogabile di astenersi dai guadagni haram. Ciononostante, a causa della debolezza della fede, pensano che sia impossibile condurre la politica e l’amministrazione del governo senza raccogliere denaro mediante mezzi ingiusti e haram; scelgono quindi la via di depredare il denaro abusando del potere con mezzi illeciti e, nelle attività politiche, diventano indifferenti al bene del popolo. Vittime della debolezza morale e della codardia, finiscono per considerare con avversione le attività volte al servizio pubblico. Elaborano interpretazioni arbitrarie della religione tali da non provare esitazione nemmeno nell’abbandonare ciò che è wajib, cosa più dannosa persino di alcuni atti haram. Eppure abbandonare ciò che è fard e astenersi dal jihad equivale di fatto ad abbandonare il jihad. Sotto la protezione delle loro interpretazioni arbitrarie, continuano a rimanere indifferenti persino ai doveri religiosi. Alcuni credono inoltre che sia wajib negare le attività sopra menzionate e che, senza combattere, non sia possibile adempiere a questo obbligo. Di conseguenza, arrivano a combattere persino contro i musulmani, come fecero gli appartenenti alla setta kharigita. Per mezzo loro non si realizza né il bene terreno né quello ultraterreno. Tuttavia, in determinati momenti, anche dalle loro attività si producono una o due forme isolate di bene per la religione e per il mondo. Le loro colpe di ijtihad vengono considerate perdonabili e prese in considerazione. Talvolta, però, subiscono anche perdite maggiori. Nel complesso, comunque, i loro sforzi sono erronei, sebbene essi credano di essere impegnati in opere giuste. Le persone che credono in questo principio non riescono a ottenere alcun beneficio neppure per sé, né a offrirne agli altri. Si limitano a compiacere le persone disoneste. E ritengono che spendere qualcosa per «mu’allafat al-qulūb», cioè per attrarre le persone verso la religione, sia ingiusto e haram.
(3) La terza categoria è quella delle persone moderate della umma. Questa categoria segue il din muhammadiano e i califfi ben guidati. Fino al Giorno della Resurrezione, questa è la retta via per tutte le persone, sia d’élite sia comuni, della umma musulmana moderata. Il loro punto di vista consiste nello spendere denaro per opere di pubblica utilità e nel soddisfare i bisogni della popolazione, sia essa ricca o povera. È necessario spendere denaro per garantire alla popolazione dignità, onore e rispetto, soddisfare le necessità terrene, svolgere il compito dell’iqamat al-din e riformare la società. Non è appropriato riscuotere l’imposta per lo sviluppo da chiunque, eccetto dalle persone capaci. In ogni circostanza devono avere la precedenza il timore di Dio e la considerazione del bene comune. Infatti, il sistema di governo fondato sulla sharia non può essere completo senza una responsabilità ispirata al timore di Dio e senza dare priorità al bene pubblico. Dio proclama:
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«Dio l’Altissimo è con coloro che Lo temono, sono pii e compiono opere virtuose». (Sura al-Nahl: 128)
Soprattutto, il punto essenziale è provvedere al cibo e agli abiti della popolazione e garantire il soddisfacimento dei suoi bisogni fondamentali; noi stessi dobbiamo consumare ciò che è halal. Dobbiamo impegnarci a guadagnare denaro con mezzi leciti. Inoltre, è indispensabile che le persone abbienti e ricche siano parsimoniose. Infatti, sono proprio dai ricchi che i bisognosi nutrono maggiori speranze di ricevere qualcosa e di soddisfare le proprie necessità; normalmente tali speranze non vengono riposte nei pii virtuosi di modeste possibilità economiche.1 (1. Per esempio, l’influenza di re, ministri, governatori, attuali capi di Stato democratici, alti funzionari governativi, dirigenti—cioè del gruppo dei governanti di tutto il Paese—e dei notabili della società è considerevole. Se sono giusti e virtuosi, naturalmente la popolazione, e quindi l’intera nazione, diventa virtuosa. Al contrario, se il loro carattere è corrotto e difettoso, è inevitabile che ciò si rifletta sul carattere nazionale. In realtà, il requisito del servizio pubblico è dare priorità all’interesse generale in ogni ambito. A questo proposito, dunque, lo sceicco Saadi dice:
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Cioè: «Fare la guardia non è compito della capra; piuttosto, è la guardia a essere incaricata al suo servizio». Se sono proprio le persone di alto rango ad allungare la mano verso il denaro nero per vie illecite, è vano aspettarsi dai loro subordinati integrità morale e assenza di avidità. Lo sceicco Saadi dice:
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(Cioè: «Se il sovrano accetta ingiustamente cinque uova, i suoi soldati, per vie illecite, infilzeranno allo spiedo mille galli».)
Dare priorità all’interesse pubblico è il fondamento del servizio pubblico. Perciò Shaykh Saʿdī dice:
*******Arabo
Cioè: «Abbi pietà dei deboli, così non cadrai nelle grinfie di un potente nemico».
La verità più evidente è che questo mondo è un regno sottoposto esclusivamente alla sovranità di Allah. Pertanto, qui deve vigere soltanto la Sua legge, e solo attraverso di essa si possono conseguire il bene terreno e quello ultraterreno. A questo riguardo, sugli ʿulamāʾ, sui governanti e su entrambe le comunità ricade la responsabilità del bene e del male dell’intera nazione. Se essi sono buoni, tutto è a posto; altrimenti, tutto va in rovina. Perciò è stato detto:
********Arabo
Cioè: «Solo i circoli dei governanti e i capi religiosi corrotti hanno portato disordine nella religione e nel dīn».
In genere, dalla gente virtuosa ci si aspetta soprattutto una rettificazione del carattere; dai ricchi, invece, non ci si aspetta altrettanto. Correggere il proprio carattere secondo le proprie capacità e con i mezzi possibili è la vera dignità della taqwā e del dīn. Secondo la narrazione di Abū Sufyān ibn Ḥarb, è riportato nel Ṣaḥīḥ di al-Bukhārī e Muslim che l’imperatore Eraclio chiese ad Abū Sufyān: «Che cosa vi insegna quel profeta?». Abū Sufyān rispose: «Egli ci ordina di compiere la preghiera, di adottare la sincerità, di correggere il carattere e di mantenere saldi i legami di parentela». In un altro ḥadīth è riportato che Allah l’Altissimo inviò una rivelazione al profeta Ibrāhīm: «O Ibrāhīm, sai perché ti ho scelto come Mio khalīl (amico)? Perché per te è più caro dare che ricevere. È per questa tua caratteristica morale che sei il Mio khalīl».
In precedenza è stata menzionata la generosità, precisando che in ogni circostanza essa deve essere esercitata secondo il criterio dell’interesse nazionale e pubblico. D’altra parte, per quanto riguarda la collera e la pazienza, il vero coraggio consiste nell’evitare il più possibile i danni; bisogna sempre prestare a questo aspetto un’attenzione vigile. Quanto alla collera, negli esseri umani si manifestano tre condizioni: (1) adirarsi per Allah e per il proprio interesse; (2) non adirarsi né per Allah né per il proprio interesse; (3) coloro che sono chiamati ummat wasat, ossia moderati, si adirano esclusivamente per Allah. Pertanto, non conoscono affatto la collera contaminata dall’interesse personale. A questo proposito, in al-Bukhārī e Muslim è riportata una dichiarazione di ʿĀʾisha. Ella disse:
********arabo
“Il Grande Profeta (pace e benedizioni su di lui) non colpì né ferì mai con la propria mano alcun servitore, alcuna donna, alcun animale o chiunque altro. Naturalmente, il caso del campo di battaglia è diverso. E non lo si vide mai vendicarsi per se stesso. Tuttavia, quando vedeva commettere qualcosa che Allah aveva proibito e i Suoi limiti venivano trasgrediti, allora la sua ira diventava incontenibile”.
Se un governante, adirandosi non per Allah ma per se stesso, riscuote per interesse personale soltanto ciò che gli spetta e non riconosce i diritti altrui, allora è la creatura peggiore del creato di Allah. Per mezzo di una persona simile non è possibile alcun bene né in questo mondo né nell’Aldilà.
La politica e l’amministrazione dei giusti operosi erano eccellenti sotto ogni aspetto. La loro condotta consisteva nell’adempiere correttamente ai doveri essenziali dello Stato. Si tenevano lontani con estrema cautela da tutte le azioni proibite da Allah. Possedevano una tale purezza di carattere che, attraverso la loro generosità, si realizzava un bene immenso per la religione. Dai fondi statali prendevano esattamente la quantità che era loro lecita. La loro ira o il loro malcontento erano esclusivamente per Allah. E anche questo si manifestava soltanto quando veniva commesso un atto proibito da Allah. Per quanto riguardava ciò che spettava loro, erano quasi sempre indulgenti.
Questa era una caratteristica del carattere del Profeta. Egli era completo e perfetto nella gestione delle entrate e delle uscite. Pertanto, coloro che gli sono più vicini nelle qualità morali sono i migliori e i più nobili. Perciò, il primo obbligo dei musulmani è sforzarsi con tutte le proprie forze di avvicinarsi alla condotta, al carattere e all’esempio del Profeta e, dopo aver fatto tutto il possibile, chiedere perdono ad Allah per i propri errori e le proprie mancanze. Inoltre, bisogna consolidare la convinzione che Allah, il Purissimo, abbia inviato il Profeta (pace e benedizioni su di lui) come il migliore esempio di verità e per l’intera vita. A questo proposito, il Corano afferma:
**********Arabo
«Allah vi ordina di restituire i depositi ai loro legittimi titolari».1 (1. Questo è il principio fondamentale del governo islamico, o divino. Perciò, il proverbio ******Arabo, cioè «nella nostra religione, il servizio, vale a dire il servizio al popolo, è la filosofia fondamentale della leadership», è diffuso proprio in questo senso. Nel mondo odierno si osserva l’esistenza di grandi potenze e di grandi Stati. Ma, se si cerca, si può trovare da qualche parte una manifestazione di ******Arabo? Anche guardando ai Paesi musulmani attuali, è difficile trovare l’esistenza di uno Stato nel senso di *******Arabo, cioè «non per se stessi, bensì unicamente per Allah». Oggi, in tutto il mondo, si osserva un’unica scena, dello stesso colore e con un carattere uniforme, simile a quella che si manifestava negli imperi romano e persiano nell’epoca preislamica.
L’Imam dell’India, Hazrat Shah Waliullah Muhaddith Dehlavi (che Allah abbia misericordia di lui), ha descritto magnificamente la condizione dei Romani e dei non arabi nel capitolo «Irtifaqat wa Islah al-Rusum» della sua opera di fama mondiale «Hujjat Allah al-Baligha». Riflettendo su questo e tenendo presente il significato di ******Arabo, bisogna considerare che cosa Allah vuole da noi, in quale direzione stiamo procedendo e quale tipo di rivoluzione e cambiamento il mondo desidera. Di seguito ne presentiamo una sintesi. Shah Sahib scrive: «Poiché i Romani e i non arabi erano rimasti a lungo al potere dello Stato, si abbandonarono ai piaceri e ai lussi mondani. Satana aveva esercitato su di loro una tale influenza che raccogliere grandi quantità di beni di consumo e di articoli di lusso e ostentare tali beni in modo competitivo erano diventati lo scopo e l’obiettivo della loro vita. La loro intelligenza e la loro coscienza venivano impiegate esclusivamente nella ricerca di beni di lusso sempre più raffinati. In seguito, con quei beni, venivano escogitati modi stupefacenti di divertimento e di svago. La quantità di denaro che i loro governanti spendevano per mostrare lo splendore e la magnificenza del potere è dimostrata dal fatto che, per i loro capi, i capitribù facoltosi e gli esponenti della classe dirigente, indossare una corona del valore inferiore a duecentomila taka era motivo di vergogna. Per loro era indispensabile possedere enormi palazzi reali con canali attraversati da ruscelli e splendidi giardini. Era assolutamente necessario avere schiere di schiavi e serve allineati al servizio, nonché mandrie di cavalli nelle scuderie. Consideravano un simbolo di nobiltà avere una tavola imbandita molto ampia e pietanze costose sempre preparate nelle cucine. »
In breve, il tenore di vita veniva determinato sulla bilancia di questi mezzi di sussistenza. Il senso dell’aristocrazia era considerato parte della loro fede e, come una malattia permanente, scorreva nelle vene e nei capillari della loro cultura e civiltà. Ne erano colpiti persino contadini e lavoratori. Per procurarsi i mezzi del proprio lusso e dei propri piaceri, per loro era una cosa comune gettare nel disastro paesi, nazioni e innumerevoli gruppi umani. Tuttavia, poiché non era possibile ottenere tali mezzi senza spendere enormi somme di denaro, il peso delle tasse veniva imposto sulle classi dei contadini, dei commercianti, degli operai e dei lavoratori salariati. Ma, quando non erano in grado di riscuotere queste tasse ingiuste ed eccessive, scatenavano, per mezzo di eserciti di soldati stipendiati, una tempesta di torture e oppressione sui poveri. Coloro che si arrendevano davanti alla prepotenza della forza della classe dominante venivano fatti lavorare come buoi e asini. Di conseguenza, non avevano neppure il minimo spazio per prestare attenzione alla propria felicità e comodità. La situazione era giunta al punto che, dalle concezioni di milioni e miliardi di figli di Adamo, scomparve l’importanza di acquisire la religione e le qualità morali. Ogni piano benefico e orientato allo sviluppo, e ogni grande opera da cui dipendeva il futuro della nazione, furono complessivamente bloccati nella pratica. Non che nel settore industriale non si facesse nulla; tuttavia, si trattava soltanto di articoli destinati al divertimento dei signori o utili ai loro piaceri. Infatti, altrimenti, presso i signori, l’operaio e l’artigiano non avevano alcun valore. Solo la comodità era l’unico mezzo per compiacere il padrone. D’altra parte, sorse un gruppo di poeti e scrittori avidi di denaro, imitatori, cantanti, adulatori, cortigiani e aspiranti, noti come cortigiani o legati alla corte. A loro si unì anche un cosiddetto gruppo di ipocriti religiosi, che in realtà non erano affatto devoti: il loro principale obiettivo era soddisfare i propri interessi e fare commercio della religione sotto il suo falso manto. Di conseguenza, dall’alto al basso della società, a ogni livello, l’interesse personale e la politica opportunistica si diffusero come una malattia contagiosa. L’intero corpo sociale sprofondò nell’immoralità. Così, grazie (!) alla cosiddetta classe dei notabili della società, i semi del timore di Dio e delle qualità morali furono ostacolati nel germogliare e andarono distrutti.
Egli disse inoltre: «Dopo che questa calamità senza limiti si abbatté su Rum e Azam, l’ira divina si scatenò e, come decisione di eliminare questa malattia mediante la cura della riforma, giunse nel cuore dell’Arabia un profeta ummī (s.a.s.), al cui carattere puro non si era attaccata alcuna traccia della loro falsa aristocrazia e che era completamente libero dall’ombra delle loro usanze e della loro depravazione. Allah ha inviato il Suo Profeta (s.a.s.) rendendolo simbolo di una vita esemplare e di un carattere elevato. Per mezzo della sua voce ha fatto condannare la depravazione e le azioni prive di timore di Dio dei Romani e dei Persiani, e ha dichiarato vana l’adorazione dei piaceri e del lusso mondano. Ha proibito le usanze non arabe, come i piatti e gli utensili d’oro e d’argento, gli ornamenti d’oro e di gemme, gli abiti di seta, le statue, gli idoli e simili, rendendoli harām. In breve, sotto la guida del Nobile Profeta, gli imperi persiano e romano furono completamente abbattuti. E dalla voce del Profeta fu proclamato:
*********Arabo
«Kisra e Cesare sono scomparsi. Dopo di ciò, non vi sarà più una loro rinascita».
In breve, al tempo dell’avvento del Nobile Profeta, il mondo intero si trovava sotto la sfera del dominio delle grandi potenze dell’epoca, Roma e Persia. Come allora esse furono schiacciate, così oggi il mondo intero è stretto sotto le ali della servitù delle due grandi potenze, anglo-americana e simile; ma, se i musulmani, senza giudicare l’Islam in modo frammentario, si dedicassero come gli altri all’invenzione di un sistema di difesa adeguato ai tempi, secondo le indicazioni divine, e osservassero correttamente gli insegnamenti islamici, anche il destino odierno di queste due grandi potenze, sotto ogni aspetto morale, economico, militare e spirituale, sarebbe inevitabilmente simile a quello di Roma e Persia. In realtà, si proclama a gran voce che gli altri Stati, esclusi le due potenze menzionate, sono apparentemente indipendenti; ma, nella realtà e nel contesto concreto, la società mondiale è legata sotto vari aspetti alle dure catene della loro schiavitù. La loro politica egoistica, la loro cultura e civiltà corrotte, i loro costumi culturali e le loro pratiche indecorose vengono riconosciuti come degni di imitazione. Ci si adopera con particolare impegno per formare il proprio carattere imitando la loro sottocultura e il loro stile di vita dedito al lusso. Eppure, in alcuni ambiti, la civiltà e la cultura moderne dell’Occidente mantengono oggi la società mondiale esposta al pericolo e al disastro.
In sintesi, se il mondo desidera la pace, aspira alla sicurezza della vita ed è interessato alla pace nella vita terrena e nell’Aldilà, deve necessariamente impegnarsi ad applicare integralmente nella vita reale il Libro divino, il Sacro Corano, e l’Islam. Infatti, questa norma non è stata elaborata dall’uomo; è piuttosto una legge eterna della vita donata da Allah. Inoltre, nel mondo creato dal Sommo Allah, la pace può giungere soltanto quando viene applicata unicamente la Sua legge. Il Nobile Profeta (s.a.s.) e i Califfi ben guidati, fondandosi su questo principio, diedero avvio, mediante la rivoluzione islamica, a un’ondata di cambiamento in tutto il mondo. In meno di mezzo secolo, dopo la caduta degli imperi persiano e romano, il governo islamico fu instaurato ovunque. Di conseguenza, gli abitanti del mondo ebbero l’opportunità di respirare sollevati sotto l’ombra fresca di uno Stato sicuro, pacifico e benefico. Inoltre, ******** la potenza illimitata ricoprì il mondo intero. Perciò, alla fine, bisogna dire con tono di rammarico: ahimè! Se la nazione musulmana si fosse nuovamente risvegliata e fosse avanzata seguendo l’obbedienza al Nobile Profeta (s.a.s.) e ai Compagni e le loro orme, questo mondo degli uomini si sarebbe trasformato quasi in un giardino del Paradiso. Ovunque sarebbe scorso un fiume inesauribile di pace.
******Arabo
Cioè: forse Allah creerà in seguito una condizione analoga.»
[Dieci]
Giustizia: il codice penale divino per i reati
Gli «ḥadd» e gli «ḥaqq» della sharīʿa non sono limitati a una comunità particolare; è haram intercedere riguardo agli ḥadd, e chiunque dia, riceva o faccia da intermediario per una tangente allo scopo di annullarli o ridurli è colpevole e peccatore. Il comando di Allah l’Altissimo—
*******Arabo
«Quando dirimete i conflitti e le controversie tra le persone e decidete le cause, giudicate sulla base della giustizia». (Sura an-Nisāʾ, 8° rukūʿ)
Giudicare tra le persone significa emanare verdetti riguardo agli ḥadd e ai ḥuqūq della sharīʿa. Gli ḥadd e i ḥuqūq sono di due tipi. Nessuno dei due tipi è connesso a una particolare tribù, comunità o gruppo. Al contrario, la nazione musulmana trarrà beneficio proprio da questa imparzialità: per esempio, applicando gli ḥadd, ossia il codice penale della sharīʿa, ai ladri, ai banditi, ai predoni, agli adulteri e ad altri simili. I beni dello Stato, i beni pubblici, i beni del waqf e quelli lasciati in eredità mediante testamento non sono riservati ad alcuna tribù o comunità particolare. In queste questioni, tutti — i detentori del potere statale, i funzionari amministrativi e gli altri — devono adottare una speciale prospettiva libera da ogni discriminazione. A questo proposito, Ḥaḍrat ʿAlī (ra) disse:
********Arabo
«Che sia pienamente buono o parzialmente buono, che sia pienamente valido o parzialmente valido, la leadership è indispensabile per le persone». Il popolo domandò: «O Amīr al-Muʾminīn! Abbiamo compreso l’importanza di una leadership giusta; ma qual è il significato della verità parziale?». Egli rispose:
*****Arabo
«Il capo mediante il quale vengono applicate le pene ḥadd (il codice penale per i reati), viene garantita la sicurezza delle strade, sotto la cui guida si può combattere il jihād contro i nemici e attraverso il quale può essere distribuito il fayʾ, cioè il bottino di guerra». In altre parole, anche se la leadership presenta carenze sotto altri aspetti, deve comunque possedere un ruolo energico come quello dell’applicazione delle pene ḥadd. Per diverse ragioni, questa qualità è indispensabile alla leadership dello Stato.
È dovere imprescindibile del capo dello Stato, degli amministratori locali e dei rappresentanti del popolo discutere ed esaminare questa questione; le pene ḥadd devono essere applicate nella società per eliminare i reati, anche senza che nessuno presenti una denuncia. La stessa disposizione vale per la shahāda, cioè la testimonianza: è auspicabile accettare la testimonianza anche senza che nessuno presenti una richiesta o una rivendicazione. Tuttavia, tra gli imam esiste una divergenza di opinioni riguardo al fatto se, per applicare la pena ḥadd consistente nel taglio della mano del ladro, colui al quale è stato rubato il bene debba reclamarne la restituzione. Secondo l’imam Aḥmad e altri, la pena ḥadd non può essere applicata senza una denuncia e una richiesta da parte dell’accusatore. Secondo invece l’opinione concorde di tutti gli altri imam, la pena ḥadd deve essere applicata indipendentemente dal fatto che la richiesta provenga o meno dalla persona cui è stato rubato il bene. Alcuni studiosi impongono come condizione la richiesta del bene affinché non rimanga alcun dubbio riguardo al furto commesso dal ladro.
Questi sono i reati per i quali è obbligatorio applicare la pena ḥadd. Che si tratti di una persona nobile o di umili origini, membro di un grande gruppo o priva di appartenenza a un gruppo, forte o debole, la pena ḥadd deve essere applicata allo stesso modo a tutti. In questo caso non è assolutamente lecito annullare la pena ḥadd per l’intercessione di qualcuno, né per doni, regali, omaggi o per qualsiasi altra ragione. Su colui che annulla la pena ḥadd pur avendo il potere di applicarla ricadrà la maledizione di Allah, del Messaggero, degli angeli e di tutte le persone. In definitiva, non è accettabile alcuna intercessione per evitare l’applicazione della pena ḥadd. Anzi, l’intercessore ********Arabo (cioè «il giudice competente del sistema giudiziario che vende a poco prezzo, ossia per interessi mondani, i versetti di Allah») sarà considerato tra coloro ai quali si riferisce il versetto, se si astiene dall’applicare la pena ḥadd.
Riportato da Abū Dāwūd (raḥimahu Allāh), sulla base della trasmissione di ʿAbd Allāh ibn ʿUmar (raḍiya Allāhu ʿanhumā), il Nobile Profeta (ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam) disse:
********Arabo
«Colui la cui intercessione impedisce l’applicazione di una qualsiasi pena ḥadd di Allah è come se avesse disobbedito ad Allah. E chiunque si impegni consapevolmente in una disputa a favore della falsità e dell’errore, pur sapendo che si tratta di una menzogna, rimarrà nell’ira di Allah finché non desisterà dalla disputa. E chiunque rivolga contro un musulmano una calunnia o un’accusa priva di qualsiasi fondamento, sarà trattenuto nella “Radghat al-khibāl”. I Compagni domandarono: “O Messaggero di Allah, che cos’è la ‘Radghat al-khibāl’?”. Egli rispose: “Il sangue e il pus colati dai corpi degli abitanti dell’Inferno”». (Abū Dāwūd)
Il Nobile Profeta (ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam) ha menzionato in modo particolare i governanti, i testimoni e le parti in causa, poiché sono i pilastri fondamentali della giustizia, e la corretta risoluzione delle varie controversie e cause sorte nella società dipende dalla loro onestà.
L’episodio della donna della tribù dei Banū Makhzūm, relativo all’intercessione e narrato da al-Bukhārī e Muslim per mezzo di ʿĀʾisha (ra), è particolarmente significativo. La donna aveva rubato i beni di una persona. Alcune persone si recarono dal Messaggero di Allah (sallallahu alayhi wa sallam) per parlare della questione e cercare di intervenire a suo favore. Uno di loro disse: «Chi avrebbe il coraggio di parlargliene?». Fu detto: «Soltanto Usāma ibn Zayd (ra) può parlargliene». Così, quando egli presentò la richiesta in favore della donna al cospetto del Nobile Profeta (sallallahu alayhi wa sallam), il Profeta disse:
********Arabo
«Sei venuto a intercedere riguardo a una pena prescritta da Allah? L’unica ragione per cui i Banū Isrāʾīl furono annientati in passato fu che, quando a rubare era una persona nobile, la lasciavano andare; ma se a rubare era una persona debole, applicavano su di lei la pena prescritta. Giuro per Colui nella cui “mano” è la vita di Muhammad: se anche Fāṭima, figlia di Muhammad, avesse rubato, le avrei tagliato la mano». (Bukhārī e Muslim)
È un episodio altamente istruttivo. Infatti, entrambe le principali diramazioni della tribù dei Quraysh erano note per la loro nobiltà: (1) i Banū Makhzūm e (2) i Banū ʿAbd Manāf. È significativo che, in quel giorno, persino la donna della tribù dei Makhzūm non fu risparmiata dal taglio della mano. Secondo alcuni sapienti, tuttavia, la mano era stata tagliata in cambio di un oggetto di poco valore preso in prestito, e in realtà non si trattava di un furto; secondo altri, invece, si trattava di furto. In tal caso, dunque, non si poneva alcuna questione riguardo agli altri. Erano più numerosi per popolazione, appartenevano a una nobiltà assai illustre e, inoltre, Usāma ibn Zayd (ra), l’amato servitore del Nobile Profeta (sallallahu alayhi wa sallam), aveva interceduto in loro favore. Nonostante tutto ciò, il Profeta espresse la sua forte indignazione per tale intercessione, dicendo: «Sei venuto a intercedere per una questione harām e illecita? Non è forse un’intercessione ingiusta riguardo a una pena prescritta da Allah?». Poi citò l’esempio di Fāṭima (ra) per sottolineare l’importanza della questione: neppure in un caso così spregevole sarebbe stata concessa l’esenzione.
È narrato che quella donna, alla quale era stata tagliata la mano, si pentì. In seguito, quando di tanto in tanto si recava dal Nobile Profeta (sallallahu alayhi wa sallam), egli provvedeva alle sue necessità.
È inoltre narrato:
**********Arabo
«Se il ladro si pente sinceramente, la mano che gli è stata tagliata lo condurrà in Paradiso. Se invece non si pente, quella mano tagliata lo condurrà verso la via dell’Inferno».
Nel libro «Muwatta’», l’Imam Malik (rah.) ha narrato che un gruppo di persone catturò un certo ladro e si mise in viaggio verso la corte di Hazrat Uthman (ra). Lungo il cammino, incontrarono Hazrat Zubayr (ra) e gli chiesero di intercedere presso Hazrat Uthman (ra) a favore del ladro. Egli disse: «Dopo che una causa riguardante un hadd è stata presentata alla corte del califfo, la maledizione di Allah ricade sia sull’intercessore sia su colui a favore del quale si intercede».
Una volta, Hazrat Safwan ibn Umayya era sdraiato nella moschea. Un certo ladro arrivò, prese il suo mantello e si mise in cammino. Egli lo catturò e lo condusse alla presenza del Profeta (sallallahu alayhi wa sallam). Safwan (ra) disse: «Gli sarà tagliata la mano per un mio semplice mantello? Io lo perdono». Il venerabile Profeta (sallallahu alayhi wa sallam) disse:
*******Arabo
«Perché non lo hai perdonato prima di condurlo davanti a me? Poi gli impose la pena del taglio della mano». (Sunna)
Con ciò, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) intendeva dire: prima di presentarlo a me avevi la possibilità di perdonarlo, ma dopo averlo condotto davanti al mio tribunale non è assolutamente possibile annullare l’hadd. Nessuno ha il potere di annullare l’hadd in alcun modo, né mediante il perdono, né tramite l’intercessione, né dietro compenso. Per quanto ne so, secondo il consenso unanime degli studiosi di ogni livello, dopo che ladri, briganti, predoni, dirottatori e altri malfattori di tal genere sono stati condotti davanti al giudice, il loro pentimento non è accettabile; il pentimento non annulla la disposizione relativa all’hadd. Al contrario, è obbligatorio mantenere in vigore la disposizione e applicare l’hadd. Se si sono veramente pentiti con assoluta sincerità, questo hadd diventerà per loro un’espiazione. E, se sarà possibile rimanere saldi in tale pentimento, esso diventerà ancora più solido e forte. Ciò è equivalente al completo qisas, o alla piena ritorsione, spettante al titolare del diritto. Il principio fondamentale di ciò si trova nelle parole del Dio Altissimo:
*********arabo
«Chiunque interceda per una buona causa riceverà in ricompensa una parte; chiunque invece interceda per una cattiva causa sarà anch’egli compartecipe delle sue conseguenze malvagie. Allah l’Altissimo osserva pienamente ogni cosa». (Sura an-Nisāʾ: 85)
In realtà, il significato di intercessione è chiedere aiuto e sostegno. In arabo, il pari indica il due, mentre il suo opposto indica il dispari, cioè l’uno. Così, quando il due si unisce all’uno, quest’ultimo sembra trasformarsi in due. Pertanto, quando si presta aiuto in una buona causa, ciò viene considerato «intercessione per una buona causa». Se invece si presta aiuto nell’ingiustizia, nell’oppressione, nell’ostilità e nel peccato, ciò viene considerato «intercessione per una cattiva causa». È superfluo dire che agli uomini è stato ordinato di intercedere per le opere buone e virtuose, mentre è stato loro proibito aiutare attraverso l’intercessione per le cattive azioni. Per esempio, non permettere a nessuno di sostenere le proprie azioni menzognere è una disposizione divina. Allah ha detto: «Allah non permetterà in alcun modo che la trama dei traditori abbia successo». (Sura Yūsuf: 52)
Il Maestoso Allah ha inoltre dichiarato:
*********Arabo
«La punizione per coloro che combattono contro Allah e il Suo Messaggero e si adoperano per diffondere la corruzione sulla terra è questa: le forze incaricate di mantenere l’ordine e la legge dello Stato li cattureranno dopo averli ricercati e, mediante un processo, li faranno giustiziare oppure li crocifiggeranno, o taglieranno loro la mano e il piede da lati opposti, oppure li espelleranno dal Paese. Questa è la loro umiliazione in questo mondo; nell’Aldilà, invece, per loro vi è un tremendo castigo. Ma coloro che si pentono prima che voi li catturiate sono un’eccezione. Sappiate dunque che Allah è Perdonatore, Misericordioso». (Sura al-Mā’ida: 33-34)
Il versetto in esame stabilisce l’esenzione da tale pena proprio per coloro che si pentono sinceramente prima di essere catturati e condotti davanti al tribunale del giudice, e agiscono conformemente al pentimento. Quanto a coloro che si pentono dopo essere stati condotti in tribunale, secondo il significato del versetto in esame il loro pentimento non sarà giuridicamente accettato e sarà obbligatorio applicare loro l’hadd. È evidente che questa disposizione si applicherà soltanto quando il reato sarà provato mediante testimoni e prove adeguate, oppure quando il colpevole confesserà egli stesso il proprio reato e si presenterà personalmente in tribunale per riconoscerlo. Tuttavia, se insieme a ciò egli si pente, su questo punto si osserva una divergenza tra gli imam. Secondo la narrazione più manifesta dell’imam Ahmad ibn Hanbal (che Allah abbia misericordia di lui), in tal caso l’hadd non può essere applicato. Se però egli stesso chiede che l’hadd gli venga applicato, allora esso sarà applicato. Se invece non desidera che gli venga applicato e se ne va, l’hadd non potrà essere applicato. L’hadith di Māʿiz ibn Mālik (che Allah abbia misericordia di lui) allude a ciò. Dopo aver ascoltato dai Compagni la descrizione delle condizioni in cui si trovava Māʿiz quando fu lapidato, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: *****Arabo «Perché non lo avete lasciato andare?». Inoltre, da altri hadith è provato che, se una persona si pente mentre è ancora sotto custodia, prima di essere condotta davanti al giudice, l’hadd non può esserle applicato.
Abū Dāwūd e al-Nasāʾī (che Allah abbia misericordia di loro) hanno narrato, tramite ʿAbd Allāh ibn ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui), che il Nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
*********Arabo
«Perdonatevi a vicenda. Infatti, quando una causa viene portata davanti a me, diventa obbligatorio applicare l’hadd».
Un hadith narrato da Abū Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui) è riportato da al-Nasāʾī e Ibn Mājah; il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
*******arabo
«L’applicazione delle pene hudud sulla terra è più benefica per gli abitanti del mondo della pioggia mattutina che cade per quaranta giorni».
E ciò perché i peccati riducono la misura del sostentamento e instillano nel cuore il timore dei nemici. Questo è dimostrato alla luce del Corano e degli hadith. In realtà, applicando le pene hudud, la disobbedienza ad Allah diminuisce e il livello della criminalità si riduce. Pertanto, con la diminuzione della peccaminosità, aumentano il sostentamento e il benessere dei servi, e giunge il copioso aiuto di Allah.
Non è in alcun modo lecito accettare denaro o beni da un adultero, da un ubriacone, da un ladro, da un brigante, da un rapinatore o da qualunque criminale, per revocare la pena hadd. Non è in alcun caso lecito accettare tale denaro per sé o con il pretesto di versarlo al Bayt al-Mal. Il denaro ricevuto allo scopo di revocare o annullare la pena hadd è interamente haram e proibito. Se un giudice o un governante compie un simile atto, è come se avesse riunito due azioni illecite: (1) ha annullato la pena hadd in cambio di denaro haram; (2) ha trascurato un obbligo e si è dedicato a un atto haram. A questo proposito, Allah l’Altissimo dice:
********Arabo
«Perché i loro (quelli della Gente del Libro) sapienti e capi religiosi non vietavano ai loro seguaci di mentire e di consumare ricchezze haram? Quanto sono riprovevoli le azioni dei loro capi religiosi e dei loro anziani, caratterizzate da tale indulgenza e negligenza!» (Sura al-Māʾida: 63)
Allah l’Altissimo, descrivendo la condizione degli ebrei, disse: — ********Arabo
«Essi si affannano a diffondere false parole e godono del denaro haram». (Sura al-Māʾida: 42)
Perché gli ebrei guadagnavano denaro con mezzi proibiti e illeciti, come l’interesse, la corruzione e simili. Arrivavano persino a chiamare la corruzione «bartal» e «hadia».
Pertanto, se il giudice accetta denaro illecito, dovrà accettare anche la falsa testimonianza. Eppure il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
********Arabo
«Il corruttore, colui che offre la tangente e colui che fa da intermediario tra i due sono tutti peccatori allo stesso modo». (Ahl al-Sunan)
È riportato nel Sahih di Bukhari e nel Sahih di Muslim che due uomini si presentarono al cospetto del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) con una causa. Uno disse: «O Messaggero di Allah! Decidi la nostra controversia secondo il Libro di Allah». Il secondo, più prudente, disse a sua volta: «Sì, o Messaggero di Allah! Che la controversia sia decisa secondo il Libro di Allah, ma chiedo il permesso di dire qualcosa». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Va bene, parla». Egli proseguì: «Mio figlio lavorava come bracciante nella casa di costui. Ma per circostanze fortuite mio figlio commise zina con la moglie di costui. Come riscatto per lui, ho dato cento (100) capre e ho inoltre liberato uno schiavo. Ho preso questo provvedimento dopo aver chiesto il parere giuridico ad altri». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) rispose: «Tuo figlio dovrà ricevere cento frustate e dovrà essere esiliato per un anno. Quanto alla suddetta donna, su di lei dovrà essere applicato l’hadd del rajm». Poi disse:
******Arabo
«Giuro per quell’Essere sublime nella cui mano è la mia vita: giudicherò la vostra causa sulla base della legge di Allah. Pertanto, riprendete il servo e le capre. Dovrete infliggere a vostro figlio cento frustate e inoltre dovrà lasciare il paese per un anno. E tu, Unays, recati da quella donna all’alba e interrogala; se confessa il crimine, applicale il rajm». Quando fu interrogata secondo questa disposizione, ella confessò il crimine. Così fu giustiziata mediante rajm, cioè lapidazione».
È degno di nota che egli non abbia annullato l’hadd dopo aver accettato i beni pervenuti nelle mani dei comuni musulmani, dei poveri indigenti e dei mujahidin. Pertanto, secondo l’ijmaʿ degli ʿulamāʾ, cioè il consenso unanime, non è lecito accettare beni in cambio dell’hadd. Inoltre, tutti concordano sul fatto che i beni accettati da adulteri, ladri, ubriaconi, ribelli contro lo Stato, briganti e simili per salvarli dall’hadd siano completamente illeciti e impuri. In genere, la maggior parte delle persone, vittima di comportamenti contrari all’etica e di bassezza morale, si adopera per annullare la disposizione dell’hadd appellandosi alla ricchezza, al patrimonio, all’onore e al prestigio. Di conseguenza, città e porti, villaggi e campagne, ricchi e poveri, re e sudditi, capi e soldati—in una parola, l’intero corpo sociale—si corrompono. Inoltre, proprio per questa ragione, il prestigio dei governanti al potere e dei giudici viene ridotto in polvere. A causa dell’annullamento dell’hadd dopo aver accettato tangenti, persino le loro posizioni vengono sconvolte. Quando l’hadd viene annullato per una persona, diventa difficile applicarlo a un’altra, poiché essi perdono la forza morale. Alla fine, vengono a trovarsi al livello degli ebrei e dei cristiani. Come si narra in un hadith:
*******আরবী
«Quando la tangente entra da una porta, dall’altra escono l’affidamento e l’integrità».
Il denaro riscosso con il pretesto delle “ta’dībāt”, allo scopo di mantenere intatti il regno e l’autorità, è illecito. A questo proposito è degno di nota il comportamento di quei delinquenti ostinati e prepotenti: commettono qualche misfatto o qualche atto criminale, per il proprio interesse o per quello altrui, e si presentano dai governanti con denaro e beni. Di conseguenza, la loro avidità, cupidigia e sfrontatezza aumentano ulteriormente. In questo modo, mediante le tangenti, riducono in polvere la reputazione e la fama dello Stato. Lo stesso vale per una certa categoria di contadini. E quanto agli ubriachi, non c’è neppure bisogno di parlarne. Quando un ubriacone viene arrestato, si libera pagando del denaro. Ogni ubriaco pensa: “Se vengo arrestato, riuscirò comunque a liberarmi grazie al potere del denaro”. È superfluo dire che nel denaro delle tangenti e nei beni guadagnati con mezzi illeciti non può esserci alcuna benedizione. Al contrario, da ciò nascono disordine e rovina. Allo stesso modo, se una persona facoltosa e rispettabile tende loro una mano d’aiuto e li salva dalla pena hadd — per esempio, se un contadino o un lavoratore commette un reato e si presenta al re, all’emiro, cioè al capo dello Stato o del governo, oppure al suo assistente personale, al segretario o a un rappresentante, e questi lo salva mediante aiuto e intercessione contro Allah e il Messaggero — su un simile aiuto e intercessione sono scese la maledizione di Allah e del Suo Messaggero. L’Imam Muslim, che Allah abbia misericordia di lui, ha narrato da ʿAlī ibn Abī Ṭālib, che Allah sia soddisfatto di lui, che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse:
******আরবী
«Su coloro che introducono un’innovazione religiosa o danno rifugio a un criminale ricade la maledizione di Allah e del Suo Messaggero». (Nella sharīʿa, l’invenzione di una norma o di una regola arbitraria è chiamata bidʿa.) Il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse inoltre:
********আরবী
«Se l’intercessione di qualcuno diventa un ostacolo all’applicazione di una pena hadd stabilita da Allah, ciò equivale in realtà al tentativo di rendere inefficace il comando di Allah». (Muslim)
Pertanto, se coloro cui sono affidati il potere e la responsabilità di applicare le pene hadd perdonano e liberano un criminale in cambio di denaro, è facile immaginare quale enorme calamità ciò provocherà. Lo si è aiutato per timore dell’influenza e del prestigio di qualcuno, oppure si è aiutato chi oltrepassa i limiti della tangente. In secondo luogo, il bene in cambio del quale viene liberato potrebbe appartenere al bayt al-māl oppure al governante. La tangente viene talvolta accettata pubblicamente e talvolta segretamente; in entrambi i casi è vietata e illecita. Questa è la decisione unanime degli esperti di diritto islamico. Per esempio, fare da garante per il gestore di una rivendita di alcolici, procurargli un luogo per la sua attività o trovargliene uno altrove, prestargli aiuto in qualsiasi altro modo oppure autorizzarlo dopo aver ricevuto una tangente: tutti questi sono reati della stessa categoria. Predisporre con la forza un rapporto sessuale illecito e riceverne il compenso, pagare un indovino per la divinazione, vendere un cane e riscuoterne il prezzo: tutto ciò è illecito, e allo stesso modo lo è la tangente. Qui la tangente rientra nella categoria dell’intermediazione finalizzata a un comportamento illecito. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse:
********Arabo
“Il prezzo del cane è impuro, il compenso della zina è impuro e il compenso dell’indovino è impuro”. (Bukhari)
Il compenso della zina e il compenso della prostituta sono completamente haram. Anche la norma riguardante l’eunuco, sia schiavo sia libero, colui che commette atti osceni con tali persone e l’indovino è la stessa. Accettare un compenso in cambio di tali atti haram è anch’esso completamente haram.
La condizione dei giudici e dei governanti che non reprimono i crimini e le azioni malvagie, che non applicano gli hudud, bensì liberano i criminali in cambio di denaro, è simile a quella di chi commette haram e del capo dei ladri. Essi sono simili ai procuratori coinvolti nell’oscenità e nella fornicazione. I corruttori sono allo stesso livello di colui che accetta denaro in cambio di aiutare i fornicatori. Inoltre, la loro condizione è simile a quella della vecchia moglie del venerabile Lut (pace su di lui), che aveva informato i peccatori omosessuali della presenza degli ospiti di Lut (pace su di lui), angeli travestiti da giovani. Riguardo a lei, l’Altissimo Allah ha detto:
*********Arabo
“Perciò salvai Lut e la sua famiglia, eccetto sua moglie, che rimase tra coloro destinati a perire (e non la salvai)”. (Sura al-A‘raf: 83)
Nel Corano è stato inoltre detto rivolgendosi a Lut (pace su di lui):
*******Arabo
«Parti con la tua famiglia durante una parte della notte, nell’ultima parte, ma nessuno di voi si volti a guardare indietro; tua moglie, però, non mancherà di farlo. Su di lei ricadrà dunque lo stesso castigo che ricadrà su quei peccatori». (Sura Hūd: 81)
Pertanto, Allah l’Altissimo incluse quella vecchia mezzana nello stesso castigo che aveva fatto scendere sulla comunità peccatrice. Poiché tutto ciò rientra nella trasgressione, ricevere denaro per questo equivale a prestare un’ingiusta collaborazione. Una persona viene posta al potere affinché adempia debitamente al dovere di ordinare il bene e vietare il male. Questo è lo scopo fondamentale dell’esercizio del potere. Di conseguenza, quando lo stesso governante, prendendo denaro e beni e accettando tangenti, offre alla società l’opportunità di diffondere e propagare qualche azione malvagia, agisce contro lo scopo fondamentale. È come mandare qualcuno a combattere contro il nemico e, una volta giunto sul posto, vederlo mettersi ad aiutare proprio il nemico contro il suo padrone. Un altro esempio è che il denaro venga assegnato per il jihād, ma in realtà sia speso per uccidere i musulmani.
In un altro senso, si può spiegare dicendo che il bene dell’umanità si realizza come conseguenza dell’ordinare ciò che è buono e corretto e del vietare ciò che è cattivo. Infatti, la sicurezza della vita economica e sociale dell’umanità risiede nell’obbedienza ad Allah e al Suo Messaggero. Tale obbedienza può raggiungere la sua completezza fondamentalmente soltanto attraverso l’ordinare il bene e il vietare il male. È su questa base che la comunità musulmana è stata proclamata «khayra ummah», ossia la «migliore comunità», perché è stata creata per il bene dell’umanità intera. Come è stato detto:
*******Arabo
«Voi siete la migliore comunità. Siete stati inviati affinché procuriate il bene dell’umanità ordinando il bene e vietando il male». (Sura Āl ʿImrān: 110)
È stato inoltre detto:
*********Arabo
«Tra voi deve sorgere un gruppo di persone che inviti al bene, ordini il bene e vieti ciò che è cattivo e riprovevole». (Sura Āl ʿImrān: 104)
Nella descrizione della condizione dei Figli d’Israele è stato detto:
*********Arabo
«Non si astenevano dalle azioni riprovevoli alle quali si dedicavano; in verità, erano azioni estremamente esecrabili quelle che compivano». (Sura al-Māʾida: 79)
L’Altissimo Allah ha inoltre detto:
*********Arabo
«Quando poi i ribelli dimenticarono l’ammonimento che era stato loro rivolto, salvai coloro che fra loro vietavano le azioni malvagie; ma feci piombare sui peccatori un castigo severo, per il male che commettevano». (Sura al-Aʿrāf: 165)
In questo versetto si afferma che furono salvate dal castigo quelle persone che si tenevano lontane dai peccati, mentre Allah l’Altissimo fece piombare sui peccatori un castigo severo.
È stato narrato da Hadrat Thābit (ra) che Hadrat Abū Bakr al-Ṣiddīq (ra), una volta, mentre pronunciava un sermone in piedi sul pulpito del Profeta, disse: «O musulmani! Voi recitate questo versetto, ma lo applicate attribuendogli un significato errato:
**********আরবী
«O credenti! Preoccupatevi del vostro bene. Se voi rimanete saldi sulla retta guida, lo smarrimento degli altri non vi recherà alcun danno». (Sura al-Māʾida: 105)
Ho sentito il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) dire:
******আরবী
«Quando le persone vedono una cattiva azione, ma non provvedono a correggerla, vi è il rischio che ben presto il castigo di Allah si abbatta ampiamente su di loro». In un altro hadith si narra:
«Il danno di un peccato commesso in segreto è limitato soltanto al peccatore interessato; ma se esso viene commesso pubblicamente e non si provvede a correggerlo, persino la gente comune ne viene danneggiata. Lo stesso argomento è stato trattato nel capitolo “Hudud divini e diritti di Allah”, il cui scopo principale era comandare il bene e vietare il male.
In effetti, atti virtuosi quali la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio, la zakat, la sincerità, l’onestà, il buon trattamento dei genitori, il mantenimento dei legami di parentela, il buon comportamento verso i familiari e i vicini, e così via, rientrano nell’“amr bil maʿruf”, ossia il comandare il bene. È dovere dei governanti, dei giudici e dei funzionari dell’apparato amministrativo ordinare ai propri sottoposti di pregare e punire chi abbandona la preghiera. Su questo tutti gli esperti musulmani di diritto concordano.
Il secondo consenso unanime riguarda il dovere di combattere contro i gruppi organizzati di persone che, pur identificandosi come musulmani, non pregano e negano la preghiera. Analogamente, è prescritto combattere contro coloro che abbandonano la zakat e il digiuno. Bisogna inoltre dichiarare il jihad contro ciò che è proibito. Per esempio, è obbligatorio combattere contro chi sposa una donna proibita dalla Sharia e contro coloro che provocano disordini nella società, e così via. È altresì obbligatorio combattere contro i gruppi che negano i precetti manifesti e inequivocabili della Sharia, finché la religione di Allah non prevalga. Su questo gli studiosi del diritto islamico sono pienamente concordi.
Se colui che non prega è un individuo isolato, è stato stabilito che venga percosso, punito e tenuto in prigione finché non si attenga regolarmente alla preghiera. Secondo la maggioranza degli esperti, se nega la preghiera, il governo lo condannerà a morte. Tuttavia, la procedura prevede innanzitutto di ordinargli di pentirsi e di iniziare a pregare. Se si pente e comincia a pregare, tanto meglio. Altrimenti, cioè se la nega dopo essere diventato apostata, dovrà essere messo a morte.
La domanda è: su quale base si fonda questa condanna a morte? Sul fatto che, abbandonando la preghiera, sia diventato miscredente, oppure sul fatto che sia diventato peccatore? Al riguardo esistono due opinioni. Secondo la maggioranza degli esperti di diritto islamico, la causa della condanna a morte è il divenire miscredente dopo essere stati musulmani. Questa divergenza riguarda il caso in cui egli riconosca che la preghiera è obbligatoria, ma non la pratichi realmente; se invece nega che la preghiera sia obbligatoria, allora, per consenso unanime, diventa miscredente, cioè apostata, a causa di tale negazione. La disposizione relativa a tutti gli altri obblighi, doveri e divieti è analoga. È indispensabile condannare a morte chi, negandoli, agisce in modo contrario ad essi. In questa situazione, la causa fondamentale della punizione è l’abbandono di ciò che è obbligatorio e l’indulgere nelle cose proibite. Secondo il consenso unanime, è obbligatorio per la comunità musulmana intraprendere il jihad contro un simile gruppo organizzato e disobbediente. Nel Corano e negli hadith vi sono innumerevoli prove a riguardo. Il jihad è inoltre la migliore delle opere del servo. Una volta, qualcuno rivolse al Profeta (pace e benedizioni su di lui) questa richiesta:
*************Arabo
«O Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), indicami un’altra opera paragonabile al jihad sulla via di Allah». Egli rispose: «Non siete in grado di compiere un’opera del genere». Quello disse: «Dimmela». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «È forse possibile per te digiunare continuamente, senza mai interrompere il digiuno per l’iftar, dal momento in cui il gruppo dei mujahidin parte sulla via di Allah fino al suo ritorno, e pregare per tutta la notte senza mai tralasciare la preghiera?». Egli rispose: «Chi sarebbe in grado di fare una cosa simile?». Allora disse: «Soltanto quest’opera può equivalere al jihad sulla via di Allah». (Bukhari e Muslim)
E inoltre disse:
**********Arabo
«In Paradiso vi sono cento gradi. La distanza tra un grado e l’altro è pari a quella tra il cielo e la terra. Questo immenso Paradiso Allah l’Altissimo lo ha preparato per coloro che combattono il jihad sulla Sua via». (Bukhari e Muslim)
Inoltre disse:
*********arabo
«L’Islam (cioè la sottomissione ad Allah) è la base di tutte le opere; la preghiera ne è il pilastro, e il jihād fī sabīlillāh è la migliore di tutte».
A questo proposito Allah ha detto:
**********arabo
«I veri credenti sono soltanto coloro che credono in Allah e nel Suo Messaggero, poi non nutrono alcun dubbio e combattono sulla via di Allah con i loro beni e le loro vite: sono proprio loro i sinceri». (Sura al-Ḥujurāt: 15)
Il Sublime Allah ha inoltre detto:
********arabo
«Avete forse considerato il dare da bere ai pellegrini e il mantenere in buono stato la “Moschea Sacra” equivalente all’opera di colui che crede in Allah e nell’Aldilà e, inoltre, combatte sulla via di Allah? Sappiate che, presso Allah, essi non sono affatto uguali per grado, e Allah non guida sulla retta via il popolo degli ingiusti. Coloro che credono, emigrano e combattono sulla via di Allah con i loro beni e le loro vite hanno presso Allah un grado più elevato: sono proprio loro i vittoriosi. Il loro Signore ha annunciato loro la buona novella della Sua grazia, del Suo compiacimento e di Giardini nei quali vivranno in eterna beatitudine per sempre. Presso Allah vi è certamente un tesoro inesauribile di ricompensa e di compenso». (Sura al-Tawba: 19-22)
undici
Punizione dei briganti e dei rapinatori e, in tempo di guerra,
le azioni vietate alle forze armate
La punizione dei briganti, dei rapinatori e dei saccheggiatori. Quando inviava qualcuno al jihad, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) lo esortava: «Combatterai il nemico, ma non oltrepasserai i limiti. Manterrai le tue promesse e i tuoi impegni; non mutilerai nessuno dell’altra parte tagliandogli le orecchie o il naso. Non ucciderai i bambini piccoli e non ucciderai coloro che, con le proprie armi, se ne stanno inattivi nella loro casa. Se i miscredenti mutilano i musulmani, anche ai musulmani è consentito fare altrettanto agli aggressori, ma è meglio non farlo».
Quanto alla punizione dei briganti che saccheggiano e rapinano i beni dei viandanti e degli emigrati, siano essi abitanti delle campagne o cittadini, agricoltori o soldati immorali, giovani di città o chiunque altro, il testo coranico dice:
**********Arabo
«La punizione per coloro che combattono contro Allah e il Suo Messaggero e si adoperano sulla terra per diffondere la corruzione e il terrorismo distruttivo, secondo il tribunale islamico, è che siano messi a morte o crocifissi, oppure che siano amputati loro mani e piedi da lati opposti, o che siano esiliati. Questa è per loro l’ignominia in questo mondo, mentre nell’Aldilà avranno un castigo tremendo». (Sura al-Māʾida: 33)
Riguardo ai briganti e ai saccheggiatori, Ibn ʿAbbās (che Allah si compiaccia di lui) e altri dicono: l’Imam al-Shāfiʿī (che Allah abbia misericordia di lui) ha riportato nella sua opera Sunan:
************ARABO
«Se commettono un omicidio e saccheggiano i beni, saranno messi a morte come punizione e crocifissi. Se invece commettono soltanto l’omicidio senza saccheggiare i beni, saranno messi a morte, ma non crocifissi. Se si limitano a portare via i beni senza uccidere, dovranno essere loro amputate, rispettivamente, mani e piedi. Se invece si limitano a incutere terrore senza portare via i beni, dovranno essere esiliati».
Questo è il parere dell’Imam al-Shafi‘i, dell’Imam Ahmad e della maggior parte dei giuristi islamici. Inoltre, questa opinione è molto vicina a quella dell’Imam Abu Hanifa.
Tra costoro vi saranno alcuni nei cui riguardi il giudice supremo e l’emiro dovranno esercitare l’ijtihad e compiere una valutazione particolare. In entrambi i casi, sia che si proceda all’uccisione sia che non vi si proceda, dovranno tenere presente ciò che è più benefico. In base alla natura del crimine e alle circostanze, infliggeranno la pena di morte o un’altra pena.
Anche per coloro che non hanno preso denaro, ma sono forti e coraggiosi e avevano la capacità di rapinare, se lo avessero voluto, vale la medesima disposizione. Secondo alcuni, se saccheggiano i beni, dovrà essere loro inflitta la pena dell’amputazione delle mani, senza crocifissione. La maggior parte degli ‘ulama sostiene la prima opinione.
Se una persona commette una rapina e, insieme, un omicidio, in tal caso l’imam, l’emiro, il giudice o il governatore applicherà nei suoi confronti l’hadd e la condannerà a morte. In nessun caso è lecito perdonare una persona simile. Secondo Ibn al-Mundhir, su questo si è stabilito l’ijma‘, cioè il consenso unanime. Ciò non dipende dall’opinione degli eredi della vittima.
Al contrario, se una persona uccide qualcuno a causa di un’ostilità reciproca, di un’inimicizia o per qualche altro motivo, spetta agli eredi della vittima il diritto di chiedere che sia messo a morte, di perdonarlo oppure di accettare il prezzo del sangue. Ciò perché l’omicidio è stato commesso per uno scopo e una ragione specifici.
Il consenso unanime dei fuqaha, cioè degli esperti di diritto islamico, è che tutti i briganti debbano essere messi a morte. Essi hanno infatti saccheggiato e rapinato i beni. Come i ladri, anch’essi costituiscono una causa di grave danno per la società. Pertanto, devono essere messi a morte in applicazione dell’hadd.
Se la vittima non è di condizione equivalente, cioè non è un kufū’ dell’assassino — per esempio, se l’assassino è libero mentre la vittima è un servo o uno schiavo, oppure se l’assassino è musulmano e la vittima è un non musulmano dhimmī o un musta’man (una persona posta sotto la protezione dello Stato) — esiste divergenza d’opinioni sul fatto che sia obbligatorio condannare a morte l’assassino, in quanto omicida, sulla base del principio «una vita in cambio di una vita». Tuttavia, si riscontra un’opinione più autorevole a favore della pena di morte. Infatti, per il bene della società e per timore di disordini diffusi, è opportuno mettere a morte questo genere di criminale in applicazione dell’hadd. Analogamente, per il saccheggio o la rapina si amputa la mano, mentre per la violazione dei diritti altrui si infligge la reclusione.
Se il gruppo combattente organizzato della parte avversa è composto da briganti e ladri, e soltanto uno di loro commette l’omicidio mentre gli altri sono suoi complici, è stato detto che si deve mettere a morte esclusivamente l’assassino. Secondo la maggioranza degli esperti di diritto islamico, invece, devono essere uccisi tutti, per quanto numerosi siano. Questa stessa opinione è stata riferita anche dai califfi ben guidati. ʿUmar (che Allah si compiaccia di lui) fece giustiziare un osservatore complice della parte nemica. Costui sedeva in un luogo elevato, osservava i movimenti dei musulmani e si dedicava a fornire informazioni agli infedeli. Infatti, è grazie alle informazioni e all’aiuto forniti da persone di questo genere che l’assassino riesce a portare a compimento l’omicidio. Pertanto, essi condividono in egual misura la ricompensa e il castigo. Allo stesso modo, i mujāhidūn partecipano tutti in egual misura alla ricompensa e al bottino. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
**********arabo
«Il sangue dei musulmani ha tutto lo stesso valore; persino la responsabilità per il più umile tra loro sarà pienamente assolta. Di fronte al nemico, essi sono come un’unica mano. E quando una piccola unità inviata dai musulmani, dopo aver vinto una battaglia, manda il bottino, anche coloro che sono rimasti nelle retrovie e l’hanno inviata ne sono partecipi in egual misura».
Il significato è che, se un grande esercito musulmano invia in un luogo una piccola unità composta da pochi soldati, dopo la vittoria tutti, compreso l’intero esercito rimasto nelle retrovie che l’ha inviata, parteciperanno in egual misura al bottino da essa conquistato. Infatti, è stato grazie alla loro forza e al loro sostegno che essa ha potuto ottenere la vittoria. È tuttavia un’altra questione concedere ai soldati della piccola unità qualcosa in più rispetto alla loro quota proporzionale. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) assegnò infatti qualcosa in più alle unità di spedizione, le «sariyya» (le spedizioni alle quali egli non partecipava personalmente). In un primo momento concesse loro, dopo il khumus (un quinto), un quarto. In seguito, quando gli uomini tornarono nel Paese e inviarono una sariyya dalla regione, al posto del khumus assegnò loro il thuluth, cioè un terzo. Analogamente, se l’esercito ottiene un bottino, si dovrebbe includere in esso anche la sariyya! Infatti, anche la sariyya è una divisione dell’esercito musulmano; era stata inviata per una necessità particolare. Così, nella battaglia di Badr, furono assegnate spedizioni a Talha (che Allah si compiaccia di lui) e a Zubayr (che Allah si compiaccia di lui). Essi erano stati inviati per il bene della comunità e per esigenze militari. Pertanto, in quanto sostenitori, hanno anch’essi il diritto di beneficiare in egual misura di tale bottino, come gli altri.
La situazione delle persone uccise in guerre vane e ingiuste è la stessa: molti si lasciavano coinvolgere in guerre reciproche fondate sul regionalismo, sul settarismo, sulle rivalità tribali e su questioni stolte tipiche dell’epoca dell’ignoranza. Per esempio, le due tribù di Qays e Yamani furono coinvolte in una guerra ingiusta, ed entrambe vi erano schierate dalla parte del falso. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: ******* (arabo) «Se due musulmani si affrontano con le spade, cercando di uccidersi a vicenda, sia l’assassino sia l’ucciso saranno entrambi nell’Inferno». (Bukhari e Muslim)
In tale situazione entrambe le parti si sforzavano con tutto il cuore di distruggersi a vicenda. Sebbene né l’assassino né la vittima sapessero chi avrebbe ucciso e chi sarebbe morto, entrambi si impegnavano a difendersi con ogni mezzo possibile; tuttavia, nel frattempo, uno di loro veniva ucciso.
Ma se non commettono omicidi e si limitano a saccheggiare ricchezze e beni, come era abitudine della maggior parte degli arabi dell’epoca dell’ignoranza, si deve amputare a ciascuno la mano destra e la gamba sinistra. La maggior parte degli imam, tra cui l’imam Abū Ḥanīfa, l’imam al-Shāfiʿī e l’imam Aḥmad, sostiene questa opinione. Essa trova sostegno anche nel Corano. Per esempio, è stato detto: ********arabo
«Oppure si devono amputare loro mani e piedi dai lati opposti». (Sura al-Māʾida: 33)
Poiché con le mani compiva il saccheggio e con i piedi avanzava lungo la strada, gli si devono amputare questi due arti (nell’interesse di garantire la sicurezza sociale e di estirpare completamente questa inclinazione al crimine). In seguito, allo scopo di fermare il sanguinamento, si deve cauterizzare la ferita con olio d’oliva bollente o con un altro metodo.* (Nota: oggi si adottano vari metodi per fermare il sanguinamento. A tale scopo, a quel tempo si cauterizzava con olio d’oliva.) In modo che non muoia. Anche la mano del ladro deve essere amputata secondo la medesima procedura.
In questo modo, l’amputazione di mani e piedi contiene una punizione e una forma di deterrenza assai più terrificanti della pena capitale. Infatti, quando lo si vede mentre si muove nella società, si dice tra la gente che questa è la conseguenza di un determinato crimine. Ciò suscita timore nell’animo del popolo. Nel Corano è detto: «O voi dotati di intelletto! Nel castigo del qiṣāṣ, cioè vita per vita, mano per mano e, allo stesso modo, membro per membro, vi è la sicurezza della vita degli uomini». Inoltre, la conseguenza della pena capitale può essere dimenticata dalla gente dopo pochi giorni. Per questo alcuni preferiscono essere uccisi o morire piuttosto che subire l’amputazione di mani e piedi. Si può dunque dire che questa pena per il ladro è davvero molto efficace e altamente istruttiva.
Gli avversari armati avevano sguainato le armi, ma non avevano colpito nessuno né saccheggiato beni; al contrario, rinfoderavano le spade, fuggivano oppure evitavano il saccheggio e lo scontro. In tal caso devono essere esiliati. Secondo la spiegazione dell’esilio, non si deve permettere loro di riunirsi in gruppo nei dintorni di una città, di un porto o di un centro urbano, né in alcun villaggio. Secondo alcuni, invece, esilio significa tenerli imprigionati. Riguardo alla sua interpretazione, alcuni hanno affermato che spetta all’imam, all’emiro o al governante, cioè alle autorità statali e giudiziarie, stabilire quale misura sia appropriata — l’esilio, la detenzione o un altro metodo — secondo ciò che è benefico per la nazione. Questo è il significato dell’allontanamento dal paese o dell’esilio.
Secondo la legge della Sharia, la modalità di esecuzione della pena capitale per un criminale la cui colpevolezza sia stata provata consiste nel giustiziarlo con una spada o con un’altra arma affilata; questo è il metodo più semplice. Questa è la disposizione stabilita da Dio per l’esecuzione degli esseri umani e per la macellazione degli animali. Perciò il Nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
«Allah ha prescritto la benevolenza e la misericordia verso ogni essere vivente. Quando giustiziate un criminale riconosciuto colpevole (in sede giudiziaria statale), fatelo nel modo migliore; e quando macellate un animale, macellatelo nel modo migliore. Affilate bene i vostri coltelli, affinché l’animale macellato trovi rapidamente sollievo». (Muslim)
Egli ha inoltre detto: «Sono i credenti a rendere più rasserenante l’esecuzione del criminale». La modalità dell’impalamento (priva di crudeltà) consiste nell’appenderlo in un luogo elevato, affinché la gente possa vederlo pubblicamente e la notizia si diffonda ampiamente. Secondo la maggioranza (jumhūr) degli esperti di diritto islamico, dopo l’esecuzione della pena capitale egli deve essere appeso in questo modo. Secondo alcuni, invece, il criminale deve essere messo al palo e giustiziato.
Alcuni giuristi e ʿulamāʾ ritengono lecito eseguire la pena capitale anche con metodi diversi dalla spada. Non è assolutamente lecito mutilare il cadavere tagliandogli naso e orecchie. Tuttavia, se essi avessero trattato allo stesso modo i musulmani, si sarebbe fatto altrettanto con loro. Nondimeno, si riteneva preferibile non agire in questo modo. Così il Dio Altissimo dice ai credenti:
*********Arabo
«Siate severi con i nemici, nella misura necessaria e nella stessa misura in cui essi lo sono stati con voi. Ma se mostrate pazienza, ciò è certamente meglio per i pazienti. E, o Profeta, abbi pazienza: in verità, senza il sostegno di Allah, non ti è possibile avere pazienza». (Sura An-Nahl: 126-127)
È stato tramandato che il suddetto versetto fu rivelato proprio in seguito al comportamento così barbaro dei miscredenti nei confronti di Hazrat Hamza (ra) e dei martiri di Uhud. Vedendo la scena della mutilazione inflitta loro, il Messaggero di Allah (sallallahu alayhi wa sallam), profondamente addolorato, disse:
*******Arabo
«Se Allah mi darà la vittoria, li mutilerò il doppio di quanto essi hanno fatto a noi». Sebbene il suddetto versetto fosse già stato rivelato in precedenza alla Mecca, fu tuttavia rivelato nuovamente.
*******Arabo
«O Profeta! Ti chiedono riguardo al mistero del ruh. Di’: “Esso è un comando del mio Signore”». (Sura Bani Isra’il: 85)
Come è stato tramandato che il seguente versetto fu rivelato due volte:
*******Arabo
«O Messaggero! Compì la preghiera al mattino e alla sera, nelle due estremità del giorno e nella prima parte della notte. In verità, le opere buone cancellano i peccati». (Sura Hūd: 114)
Analogamente, il versetto della Sura al-Naḥl fu rivelato dapprima alla Mecca e poi nuovamente a Medina. Fu dunque rivelato due volte.
Le istruzioni del Messaggero di Allah per astenersi dall’oppressione sul campo di battaglia
Dopo la rivelazione di questo versetto, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: ******Arabo «Piuttosto, saremo pazienti». Ṣaḥīḥ Muslim riporta, sulla base della testimonianza di Ḥabīb ibn al-Ḥusayn (che Allah sia soddisfatto di lui), che egli disse: ogni volta che il Nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) nominava e inviava qualcuno come comandante di una sarīyya, cioè di una piccola spedizione, o di un grande esercito, dopo aver rivolto a lui e ai suoi compagni speciali esortazioni e ammonimenti alla devozione e al timore di Allah, diceva:
********Arabo
«Combattete nel nome di Allah, combattete sulla via di Allah e combattete contro coloro che, per la loro miscredenza nei confronti di Allah, ostacolano quanti percorrono la via della giustizia e della verità. Tuttavia, non oltrepassate i limiti, non tradite e non praticate la mutilazione. E non uccidete i bambini».1 (Muslim) (1: Questa era la strategia militare e la caratteristica morale del Nobilissimo Profeta, ricca di giustizia e di valori umani; grazie ad essa, in questo breve arco di tempo, durato circa mezzo secolo, metà del mondo, compreso il mondo arabo, entrò sotto l’ombra dell’Islam e ovunque cominciò a sventolare la bandiera dell’Islam. Nell’Arabia di allora, il tribalismo, il favoritismo verso i parenti, il regionalismo e consuetudini superstiziose di questo genere erano così forti da non essere riscontrabili in nessun altro luogo del mondo. Ogni tribù aveva una divinità distinta. Di fronte alla solidarietà tribale, venivano trascurate persino la giustizia, i principi morali e l’umanità. Per quanto grave fosse il crimine commesso ingiustamente da un membro della propria tribù, nei confronti di un’altra tribù non era considerato un crimine, né esistevano per esso alcuna pena o riparazione. Di conseguenza, le grandi potenze dell’epoca, gli imperi persiano e romano, non poterono stabilire qui un dominio permanente. D’altra parte, nessuno riuscì neppure a riunire le tribù locali divise e a costituire uno Stato sotto l’autorità di un’unica potenza. In realtà, era proprio l’idea errata e radicata del tribalismo a costituire il principale ostacolo all’unità degli Arabi. Il Sacro Corano ha raffigurato quella terribile forma di tribalismo rivolgendosi al Nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui).
*******Arabo
È stato detto: «Anche se spendeste tutti i tesori del mondo, non potreste suscitare nei loro cuori sentimenti di unità e armonia; ma solo Allah ha instillato nei loro cuori affetto e amore reciproco. In verità, Egli è Onnipotente e Sapiente». (Sura al-Anfāl)
In realtà, nel mondo contemporaneo, la concezione tribalista era letteralmente operante soltanto nella penisola arabica; per questo questa regione non si è mai fusa negli imperi persiano e romano. E, quand’anche ciò sia accaduto, si è trattato di una situazione temporanea. Pertanto, nessuna grande potenza fu in grado di stabilire in questa regione un’autorità piena. D’altra parte, gli stessi abitanti non riuscirono a dar vita ad alcuno Stato sovrano, indipendente e potente. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) era famoso tra la gente fin dall’infanzia con l’appellativo di “al-Amīn”. Questo era il titolo conferitogli all’unanimità dal popolo. Il suo comportamento era uguale nei confronti di tutti. Dopo l’Egira a Medina, da parte di Allah Onnipotente gli fu affidata la responsabilità del califfato. In appena quattro o cinque anni riuscì a legare le tribù, prima divise tra loro, con il vincolo dell’unità e dell’affetto; sotto la sua sublime guida, l’intera società, liberata dalla maledizione del tribalismo dell’epoca dell’Ignoranza, si fuse in un unico corpo e un’unica anima. Fu proprio grazie a questa unità e disciplina che gli imperi romano e persiano furono costretti a cadere davanti al dominio islamico.
Qui è particolarmente degno di nota che, vedendo lo spettacolo straziante della mutilazione compiuta dai miscredenti sul corpo martirizzato di Ḥamza, sul campo di Uḥud, dalle labbra del Nobile Profeta, con il cuore afflitto, uscirono queste parole: «Se ne avremo l’opportunità, faremo altrettanto». Fu in questo contesto che, da parte di Allah, gli fu rivolto questo ammonimento:
*****Arabo
«O musulmani! Quando sia necessario mostrarsi duri con i nemici, adottate una durezza pari a quella che è stata usata contro di voi; ma se perseverate con pazienza, ciò è migliore per i pazienti. E, o Profeta, sii paziente, ma senza il favore di Allah non ti è affatto possibile essere paziente. (Sūra an-Naḥl: 126-127) Allora egli disse: ********Arabo «Certamente saremo pazienti».
Fu unicamente sulla base del carattere morale che riuscì, in quattro o cinque anni, a instaurare uno Stato islamico nell’intera penisola arabica. Tuttavia, riguardo agli ḥudūd stabiliti da Allah, non fece concessioni a nessuno. Diede letteralmente prova, nella condotta e nei modi, di saldi princìpi, coraggio, lungimiranza, generosità e nobiltà d’animo. Inoltre, con una pioggia di benevolenza e misericordia, si vendicò dell’odio, dell’inimicizia, della ribellione e di ogni ingiustizia e oppressione. Quanto più aumentava il grado dell’oppressione, tanto più si estendeva, in risposta, la mano della sua benevolenza. Attuò pienamente, con la massima devozione, gli scopi e lo spirito del Corano. Nel Corano è stato detto:
***********Arabo
«O Profeta! Il bene e il male non possono essere uguali; respingi il male nel modo migliore. Se agirai così, persino il più acerrimo nemico diventerà un intimo amico. Ma ciò è concesso soltanto a coloro che sono pazienti, ed è concesso soltanto a coloro che sono immensamente fortunati». (Sūra Ḥā-Mīm as-Sajda: 34-35)
È stato inoltre detto:
*******arabo
«Questi sono coloro ai quali, come ricompensa per la pazienza, sarà dato il doppio della ricompensa, (per aver creduto nella Torah e nel Corano), e che respingono il falso con la verità e spendono sulla Mia via i beni che abbiamo loro concesso». (Sura al-Qasas: 54)
È degno di particolare attenzione l’esempio di vita del Santo Profeta: i suoi stessi familiari e membri della sua tribù lo sottoponevano a ogni sorta di persecuzione e gli infliggevano sofferenze; con ingiusti attacchi avevano persino fatto sanguinare il suo corpo sacro. Eppure, in quella situazione, dalle sue labbra benedette uscivano buone preghiere invece di maledizioni. Dopo indicibili persecuzioni, dalle sue labbra uscì:
**********arabo
«O Allah! Perdona il mio popolo, perché non comprende».
In effetti, è proprio un linguaggio simile quello che dovrebbe uscire dalla bocca di un Profeta. Perciò, ciò offre materia di riflessione alle persone dotate di coscienza. L’“ihsan”, cioè la magnanimità e la benevolenza, ha quattro livelli mediante i quali si possono affrontare le ingiustizie e le persecuzioni del popolo: (1) il perdono e la remissione; (2) l’istighfar per loro, cioè pregare Allah affinché perdoni i loro peccati; (3) supplicare Allah a causa delle ingiustizie e delle persecuzioni del popolo, dicendo: hanno agito così soltanto perché non hanno compreso; altrimenti non si sarebbero comportati in questo modo; (4) egli era così benevolo verso il suo popolo da attirare la benevolenza di Allah dicendo: “O Allah! Costoro sono miei congiunti della stessa tribù”. Come una persona parla in favore del proprio figlio, del proprio schiavo o di un amico, dicendo: “È mio figlio, il mio schiavo o il mio amico; esaudisci questa sua richiesta, accogli la sua supplica”. È motivo di riflessione: se una persona amata da qualcuno supplicasse per i propri cari con parole simili, quale influenza avrebbe su di loro? Questa è la sublime manifestazione del carattere del Profeta, il miracolo della sua sincerità e il modello del suo sacrificio di sé, che hanno stupito e scosso il mondo. Egli conquistò tutti con le sue virtù.
In seguito, la conquista della Mecca ebbe luogo con piena magnificenza e solennità. Egli vi entrò nelle vesti del conquistatore. I capi dei Quraysh sconfitti furono condotti proprio al cospetto di quel Profeta, che avevano tormentato e persino costretto all’esilio dalla sua patria.
Tra i prigionieri vi è anche colui che aveva deposto le viscere di un cammello sulla schiena del Profeta mentre era prostrato nella preghiera; sono oggi presenti anche gli emissari che erano andati in Abissinia per conto dei Quraysh contro i musulmani che vi erano emigrati e avevano trovato rifugio presso il sovrano d’Abissinia, il Negus. Vi sono coloro che avevano ferito gravemente con percosse Hazrat Siddiq-e-Akbar (ra) perché predicava la Kalima del Tawhid; coloro che, in una riunione consultiva nella sala di Dar an-Nadwa, avevano proposto di uccidere il Grande Profeta (sa) e avevano partecipato all’accordo per il suo assassinio; i capi che per tre anni avevano tenuto il Grande Profeta (sa) confinato nella “Gola di Abu Talib”; gli oppressori che lo avevano costretto ad abbandonare la sua amata patria, Mecca; i miscredenti che avevano preso parte alle battaglie di Badr, Uhud e del Fossato; il peccatore che aveva ucciso Hazrat Hamza e ne aveva mutilato il corpo; coloro che avevano incitato le tribù arabe contro il Profeta e i principali artefici delle cospirazioni contro l’Islam e il Profeta. In breve, i nemici giurati del Profeta sono oggi presenti, prigionieri e a capo chino, davanti al Grande Profeta come criminali di guerra; eppure, nonostante sia entrato a Mecca nelle vesti del vincitore, dalla bocca del Grande Profeta (sa) riguardo a questi criminali meritevoli di morte vengono pronunciate le parole:
**********Arabo
“Chiunque entri nella casa di Abu Sufyan sarà al sicuro; a chiunque chiuda la porta della propria casa e a chiunque entri nella moschea sarà concessa la sicurezza”.
Poi, stando presso la porta della Kaaba Sharif, proclamò:
********Arabo
“Non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah. Egli è Uno e non ha associati. Ha reso vera la Sua promessa, ha aiutato il Suo servo e da solo ha sconfitto tutte le tribù. Sappiate che ogni prezzo del sangue, ogni spargimento di sangue e ogni bene rivendicabile sono posti sotto i miei piedi. Tuttavia, la responsabilità della custodia delle chiavi della Casa di Allah e del servizio di fornire acqua ai pellegrini rimane presso coloro che la detenevano in precedenza”.
Poi il Grande Profeta si rivolse ai Quraysh della Mecca e proclamò con voce molto solenne:
*********Arabo
«O Quraysh! Che tipo di trattamento vi aspettate oggi da me?»
In risposta, i Quraysh dissero: «Benevolo, perché siete nostro fratello misericordioso e il nostro nobile nipote». In risposta a loro, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), nella sua storica proclamazione, disse: «Andate, oggi siete tutti liberi e indipendenti». La sua misericordia e benevolenza sono motivo di gloria per l’umanità. Quanto alla vendetta per le loro malefatte passate, come la esercitò?
Questa è la misericordia e la grazia del Nobile Profeta, il timore di Dio del leader del califfato islamico: il migliore esempio per l’umanità e la sua eterna carta della liberazione.
*******Arabo )
Se i miscredenti avanzano armati verso un insediamento musulmano con l’intento di saccheggiarne le ricchezze, devono essere chiamati «muḥārib», ossia aggressori che dichiarano guerra? Su questo esiste divergenza d’opinioni. Secondo alcuni, non si possono chiamare aggressori «muḥārib»; sono piuttosto briganti e teppisti antisociali, contro i quali gli abitanti delle città e degli insediamenti accorrerebbero spontaneamente non appena venisse chiesto loro aiuto. Secondo la maggioranza, una grande città e una distesa desertica disabitata sono soggette alla medesima norma. Sostengono questa opinione l’Imām Mālik, l’Imām al-Shāfiʿī, la maggior parte dei discepoli dell’Imām Aḥmad e alcuni discepoli dell’Imām Abū Ḥanīfa. In realtà, tuttavia, rispetto al brigantaggio e al saccheggio nelle campagne e nelle distese disabitate, è auspicabile una punizione più severa per questo genere di criminali nelle città e nei porti. Ciò perché nelle città e negli insediamenti la sicurezza è maggiore e gli abitanti possono accorrere rapidamente in aiuto gli uni degli altri. Pertanto, in luoghi simili, solo un gruppo potente può intraprendere atti di brigantaggio e saccheggio. È proprio perché dispongono di un coraggio tanto grande che osano entrare nelle abitazioni dei cittadini e tentare audacemente di impadronirsi con la forza delle loro ricchezze e dei loro beni. I viandanti, invece, hanno con sé ben poche cose. Perciò è facile aggredirli con una forza modesta. Questa è, riguardo a loro, l’opinione più corretta e razionale.
Se costoro ingaggiano uno scontro con bastoni o pietre, saranno anch’essi chiamati «muḥārib». A questo proposito è stata riferita dai giuristi la seguente opinione: *******Arabo «Lo scontro può avvenire soltanto con armi affilate». Alcuni hanno riferito a sostegno di ciò il consenso unanime degli ʿulamāʾ, secondo cui lo scontro condotto con armi affilate e armi pesanti è chiamato «muḥāraba». In ogni caso, vi sia o non vi sia divergenza su questo punto, l’opinione corretta è quella sulla quale si è stabilito il consenso dei musulmani. Essa consiste nel fatto che chi ricorre all’uccisione e al saccheggio con l’intento di depredare le ricchezze, comunque provochi lo scontro, merita di essere definito «muḥārib», brigante, predone e simili. Come il miscredente che combatte contro i musulmani viene chiamato «ḥarbī»: comunque combatta e qualunque cosa utilizzi — spada, lancia, pietre o altro — sarà chiamato «ḥarbī», mentre i musulmani suoi avversari saranno chiamati «mujāhid sulla via di Allah». Vi sono poi coloro che uccidono segretamente per impadronirsi dei beni: per esempio, costruiscono negozi, locande e alberghi residenziali in luoghi importanti ai margini delle strade, offrendo così ospitalità ai forestieri; quindi, quando capita a tiro un viaggiatore straniero, lo uccidono e gli portano via tutto ciò che possiede. Alcuni, inoltre, chiamano a casa con il pretesto di pagare un compenso sarti, medici e guaritori, poi li ingannano, li uccidono e depredano tutti i loro beni. Dopo un simile saccheggio, costui deve essere chiamato «muḥārib» e deve essere applicata nei suoi confronti la pena ḥadd? A questo riguardo si riscontrano due opinioni tra i giuristi. (1) Egli rientra nella categoria dei muḥārib. Infatti, l’uccisione palese e quella compiuta con l’inganno appartengono allo stesso ordine, poiché in entrambi i casi è difficile salvare la propria vita. Anzi, rispetto all’uccisione palese, quella cospiratoria è più pericolosa: dall’uccisione palese può forse essere possibile difendersi, mentre è molto più difficile salvarsi da un’uccisione segreta. (2) In senso proprio, è muḥārib soltanto chi uccide apertamente. Inoltre, il caso di chi uccide con l’inganno rientra nei diritti degli eredi della vittima. Tuttavia, la prima opinione è più conforme ai principi della Sharīʿa, poiché in questo caso il rischio di danno è maggiore che nel caso del muḥārib.
Qual è la norma nel caso in cui qualcuno uccida il capo dello Stato? A questo riguardo si osserva una divergenza d’opinioni tra i giuristi. Per esempio, sono stati martirizzati ʿUthmān — che Allah sia soddisfatto di lui — e ʿAlī — che Allah sia soddisfatto di lui. Ora, gli assassini di costoro sono muḥārib? Deve essere applicata loro la pena ḥadd? Oppure la competenza sul caso deve essere affidata agli eredi? Su questo esiste divergenza d’opinioni. Dall’Imām Aḥmad sono state tramandate due opinioni al riguardo. Secondo una di esse, si tratta di un muḥārib, perché l’uccisione di una persona di così alto rango nell’autorità dello Stato comporta un grave rischio di disordine e sconvolgimento nella società.
[Sezione]
La questione della punizione degli assassini del capo del governo o dello Stato
Se al muḥārib che ha ucciso il sultano o il califfo debba essere applicato l’ḥadd oppure se la decisione debba essere lasciata agli eredi: qualora il presidente successivo o il suo rappresentante convochi l’assassino, ma i membri della sua tribù o del suo gruppo accorrano in suo aiuto e si preparino allo scontro, i giuristi islamici concordano sul fatto che sia obbligatorio per i musulmani combatterli finché l’assassino e i suoi sostenitori non siano sconfitti e arrestati.
Se il sultano, il vice del sultano, il presidente, il capo del governo o il ḥākim convoca in tribunale l’assassino del capo dello Stato allo scopo di applicargli l’ḥadd secondo giustizia e legalità, e in quel momento i sostenitori dell’assassino si preparano a ingaggiare uno scontro, allora è obbligatorio per tutti i musulmani lanciarsi nel jihād contro di loro, con il sostegno delle forze governative. La lotta dovrà continuare finché non saranno sconfitti. Su questo tutti i giuristi islamici, a ogni livello, hanno un’opinione concorde. Se non si sottomettono se non di fronte alla pena capitale, devono essere repressi con ogni mezzo possibile. Per preservare la legge e l’ordine, questi ribelli, compresi i sostenitori dell’assassino, devono essere sottoposti alla pena di morte su larga scala. Infatti, quello era un problema di applicazione dell’ḥadd, mentre questo è uno scontro contro l’Islam. Pertanto, trattandosi propriamente di jihād, la sua importanza è maggiore. Riuniti in bande, provocano disordini nella società, saccheggiano ricchezze, distruggono i raccolti dei campi e causano perdite di vite umane, dedicandosi ad attività distruttive per la società. Il loro scopo non è instaurare la religione né servire il Paese. Sono allo stesso livello di coloro che combattono contro l’Islam, i quali si appostano in fortezze, sulle cime delle montagne o nelle valli, depredano i viandanti di tutto ciò che possiedono e commettono uccisioni ingiuste. Se il re, il ḥākim, il governatore o l’esercito li invita a obbedire e chiede loro di pentirsi, implorare il perdono, unirsi alla comunità dei musulmani e sottoporsi all’applicazione dell’ḥadd, essi rispondono iniziando la guerra e adottando misure di autodifesa. La loro condizione è simile a quella di coloro che saccheggiano i beni dei pellegrini e dei viandanti, oppure a quella dei banditi e dei predoni appostati sulle colline delle montagne, o ancora a quella dei rapinatori che assalgono all’improvviso i viaggiatori diretti verso altri Paesi. Ciononostante, affrontare costoro non equivale ad affrontare i kāfir, poiché non sono kāfir. Prima che saccheggino i beni altrui, non è lecito depredare i loro averi. E se essi compiono un saccheggio, bisogna esigere da loro un risarcimento di pari valore, qualora non sia possibile identificare il saccheggiatore. Se invece il vero saccheggiatore viene identificato, allora il saccheggiatore e tutti i suoi aiutanti sono colpevoli allo stesso modo, come è stato discusso in precedenza. Pertanto, una volta provata con certezza la colpevolezza del saccheggiatore, gli sarà richiesto, a titolo di ammenda, un bene di valore equivalente a quello dei beni saccheggiati. Altrimenti, la responsabilità ricadrà sui suoi congiunti della stessa tribù che siano facoltosi. Se però è difficile riscuotere da loro l’ammenda, bisogna stabilire uno stipendio mensile per i soldati che combattono contro di loro nell’interesse della nazione. Infatti, questa guerra viene condotta allo scopo di applicare l’ḥadd e prevenire i disordini sociali. Se qualcuno di questi nemici dell’Islam e del popolo rimane gravemente ferito, spetta a loro provvedere alle sue cure. Se muore, che muoia senza medicine. Se fuggono, non è necessario inseguirli qualora non vi sia il timore che la sicurezza pubblica venga compromessa. Tuttavia, se su qualcuno di loro è obbligatorio applicare l’ḥadd o sorge il timore che la sicurezza della popolazione sia minacciata, è indispensabile inseguirli.
A coloro che tra loro vengono catturati deve essere applicato l’ḥadd, come agli altri. Alcuni faqīh preferiscono una politica ancora più severa: riscuotere da loro i beni di guerra e separarne il khums, cioè un quinto. La maggioranza dei faqīh, tuttavia, è contraria a questa opinione. Se però trovano rifugio in un altro Paese esterno allo Stato islamico e da lì partecipano attivamente a complotti contro i musulmani, devono essere condannati a morte per il crimine di aver preso le armi contro i musulmani.
Vi è un gruppo di persone che non pratica il brigantaggio né la rapina, ma riscuote dai viandanti e dai musāfir una somma fissa per persona e per animale, come cammelli e altri animali, in cambio della sorveglianza delle carovane e della garanzia della loro sicurezza; ciò rientra nella categoria dei dazi. Pertanto devono essere puniti come coloro che riscuotono ingiustamente i dazi. I giuristi islamici dissentono riguardo all’uccisione di questo tipo di criminali, poiché non sono briganti né rapinatori, mentre, anche senza di loro, le strade e le vie di transito rimangono sicure. Costoro ******** saranno sottoposti a una severa punizione nel Giorno della Resurrezione.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse riguardo a una donna della tribù dei Ghāmid:
**********In arabo
«Ha compiuto un pentimento tale che, se i riscossori militanti dei tributi avessero fatto un pentimento simile, anch’essi sarebbero stati perdonati».
E per coloro i cui beni l’esercito musulmano sta recuperando combattendo contro i muḥāribūn, non è assolutamente lecito spendere denaro finché non sono in grado di combattere. Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
*********Arabo
«Chi viene ucciso mentre difende i propri beni è un martire; chi viene ucciso per salvare la propria vita è un martire; chi viene ucciso per difendere la propria religione è un martire; e anche chi viene ucciso difendendo l’onore e la dignità della propria famiglia è un martire».
I faqīh hanno usato in questo caso la parola ****araba, il cui significato è: un oppressore privo di taʾwīl o di autorità statale.
Se non è possibile sottometterli se non mediante la guerra, si dovrà necessariamente ricorrere alla guerra. Tuttavia, se è possibile distoglierli da questa cattiva strada spendendo del denaro a fini di riforma, senza ricorrere allo scontro, anche questo è lecito.
Ma se il loro intento è offendere l’onore di qualcuno, violare la dignità della madre, della sorella, della moglie o della figlia di qualcuno, oppure commettere atti osceni con una donna o con un bambino, bisogna affrontarli anche a costo della vita e dei propri beni. Se necessario, bisogna persino combatterli. In altre parole, in nessuna circostanza si deve permettere un simile comportamento peccaminoso. Tuttavia, se è possibile raggiungere lo scopo pagando del denaro, ciò è lecito. Ciononostante, non si può tollerare la violazione del proprio onore o di quello delle donne.
E se il loro intento è uccidere qualcuno, allora è assolutamente necessario salvare la vita e adottare misure di autodifesa.
A questo proposito si riscontrano due opinioni tra gli ʿulamāʾ, nella scuola dell’Imam Aḥmad e nelle scuole di altri studiosi. Si tratta soltanto di una misura militare da adottare finché nel Paese esiste un sultano o un’autorità governante. Ma, “Dio non voglia”, se nel Paese scoppia una grande fitna a causa della lotta per il potere tra due governanti, allora il popolo dovrebbe mantenere la neutralità senza schierarsi con alcuna delle due parti. Anche su questo argomento esistono due opinioni nella scuola dell’Imam Aḥmad e nelle scuole degli altri studiosi.
Se il sovrano riesce ad arrestare ladri, teppisti, briganti e saccheggiatori, deve recuperare da loro i beni saccheggiati, restituirli ai legittimi proprietari e applicare loro l’hadd. Lo stesso vale per il ladro. Quando si dispone di prove valide, deve, se necessario, punirli anche con percosse, recuperare da loro la refurtiva, restituirla al proprietario e tenerli rinchiusi in carcere. In seguito, essi presenteranno i beni saccheggiati tramite un rappresentante oppure indicheranno dove sono stati nascosti. Devono ricevere la stessa punizione prevista per coloro che impediscono ai creditori di ottenere ciò che spetta loro. Analogamente, se marito e moglie rifiutano di adempiere reciprocamente ai propri diritti, oppure se la moglie è disobbediente, anche in questo caso la Shariah prevede una punizione. Anzi, poiché non adempiono ai diritti di chi ne ha titolo, meritano una punizione ancora più severa. Tuttavia, il proprietario conserva il diritto di perdonare il colpevole e, se lo ritiene opportuno, può anche condonargli la pena. La questione dell’hadd, però, è diversa. Nessuno ha il diritto di impedire l’applicazione dell’hadd o di concedere il perdono. Si tratta di una disposizione definitiva stabilita da Allah.
È dovere dell’imam o del giudice esigere dal ladro il risarcimento se egli ha distrutto la refurtiva, proprio come si esige il risarcimento da chi ha sottratto un bene. L’imam al-Shafi‘i e l’imam Ahmad sostengono questa opinione. Tuttavia, in caso d’indigenza, gli si deve concedere del tempo. Alcuni hanno detto che la multa e l’amputazione della mano non possono essere applicate entrambe contemporaneamente; questa è l’opinione dei sostenitori dell’imam Abu Hanifa. Secondo altri, la disposizione relativa alla multa si applica soltanto a chi gode di agiatezza economica; questa è l’opinione dei sostenitori dell’imam Malik. Non è lecito per il governo riscuotere dal proprietario le spese, i compensi e simili sostenuti per affrontare ladri e briganti o per cercare i beni. Le autorità governative non possono in alcun modo costringere il proprietario a pagare compensi per loro stesse o per i soldati. Al contrario, affrontarli è simile al jihad. Pertanto, anche in questo caso le spese devono essere sostenute con i fondi dai quali si finanzia il jihad. Se ai mujahidin sono state assegnate terre oppure il governo ha stabilito per loro uno stipendio, ciò è sufficiente; altrimenti si provvederà alle loro necessità dal Bayt al-Mal. Anche questo, infatti, rientra nel “jihad fi سبيل الله”.
Se un viaggiatore che non ha pagato la zakat viene accidentalmente catturato insieme a un ladro, si deve riscuotere da lui la zakat e spenderla per il jihad in questione, così come si spendono fondi per i soldati inviati contro i briganti.
Poiché costoro sono diventati potenti, qualora si renda necessario un aiuto finanziario per conquistarne i cuori, si dovrà prelevare dai fondi del fay’ e della zakat e darlo soltanto ai capi, a condizione che conducano gli altri davanti alle autorità oppure cessino le attività terroristiche. È lecito per l’imam adottare una simile misura, poiché ciò ne indebolirà la forza. Essi rientreranno inoltre nella categoria dei mu’allafat al-qulub. Il Corano, la Sunnah, i principi della Shariah, l’imam Ahmad e gli altri eminenti imam sostengono questa posizione.
Per affrontare ladri, briganti e terroristi non si devono inviare persone deboli, viaggiatori, commercianti o ricchi. Il governante dovrebbe piuttosto ottenere un aiuto finanziario dai benestanti e inviare in questa missione persone forti, coraggiose e fidate. Se però non si trovano persone di questo tipo, si può naturalmente ricorrere a un’alternativa.
Alcuni funzionari governativi, leader, viceleader, capi, governanti e alti ufficiali militari sostengono e appoggiano, apertamente o segretamente, direttamente o indirettamente, terroristi, criminali e ladri nemici della società, appropriandosi di una parte dei beni da loro saccheggiati. Costoro inducono il denunciante ad acconsentire in cambio di una piccola somma di denaro, ed egli finisce per accettare suo malgrado. Questo è un grave crimine. Sono criminali ancora più pericolosi dei capi dei ladri e dei briganti, perché questi ultimi possono essere repressi, mentre è difficile reprimere loro.
Pertanto, la disposizione riguardante costoro è la seguente: poiché sostengono i nemici della società, anch’essi sono colpevoli di un reato punibile. Perciò, se i briganti uccidono, secondo l’opinione di Hazrat ‘Umar e della maggior parte degli ulema, anch’essi devono essere condannati a morte. Se i briganti saccheggiano beni, anche a costoro devono essere amputati la mano destra e il piede sinistro. Se sono coinvolti sia nell’omicidio sia nel saccheggio, devono essere messi a morte e crocifissi. Secondo un gruppo di ulema, si devono amputare loro mani e piedi, ucciderli e poi appenderli alla croce. Secondo altri, si può scegliere una delle due pene: l’uccisione oppure la crocifissione. Infatti, sebbene di fatto non abbiano partecipato al saccheggio o alla rapina, né abbiano dato un’autorizzazione pubblica, si sono appropriati di una parte dei beni saccheggiati. Inoltre, dopo la loro cattura, hanno abusato del potere per interesse personale e per avidità di denaro, sovvertendo la disposizione della Shariah. Eppure era loro obbligo applicare l’hadd. È inoltre un obbligo adempiere ai diritti di Allah e ai diritti degli esseri umani. Dando loro rifugio e proteggendoli, hanno preso parte allo stesso modo agli omicidi e ai saccheggi. Sono quindi anch’essi criminali sui quali sono ricadute la maledizione di Allah e quella del Suo Messaggero. Pertanto, nel Sahih Muslim è riportato, secondo la trasmissione di Hazrat ‘Ali, che il Nobile Profeta ha detto:
*********Arabo
«Il criminale, il peccatore e chi dà rifugio al criminale: Allah li ha maledetti».
Se è provato che qualcuno ha dato rifugio a un individuo ostile alla società, si deve ordinare a colui che gli ha dato rifugio di condurre il criminale davanti alle autorità o di indicarne il luogo. Se esegue correttamente l’ordine, tanto meglio; altrimenti, finché il criminale non viene arrestato, non è illecito trattenere colui che gli ha dato rifugio e, se necessario, per conoscere il suo luogo, sottoporlo a percosse e maltrattamenti fisici. È stato già detto sopra che non vi è alternativa al punire chi impedisce o cerca di eludere il pagamento dei beni dovuti.
Chiunque sia a conoscenza del luogo in cui si trovano il bene o la persona ricercati ha l’obbligo di rivelare tale informazione. Non gli è affatto lecito tenerla segreta. Ciò infatti costituisce collaborazione al bene, e collaborare alla taqwā e alle opere buone è obbligatorio. Se invece si cercano informazioni sui beni o sulla persona di qualcuno con l’intento ingiusto di opprimerlo e tiranneggiarlo, non è affatto lecito rivelare tale informazione, poiché in sostanza ciò equivale ad aiutare il peccato e le opere malvagie. Al contrario, è obbligatorio tenerla segreta e impedire tale ingiustizia, poiché è obbligatorio aiutare l’oppresso. Secondo una trasmissione di Anas ibn Mālik (che Allah sia soddisfatto di lui), il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse:
*********Arabo
“Aiuta il tuo fratello, sia egli ingiusto o oppresso.” Io dissi: «O Messaggero di Allah (ṣa)! Aiutare il fratello oppresso è certamente giusto. Ma come posso aiutare l’ingiusto?». Egli disse: «Impediscigli di commettere ingiustizia; questo significa aiutarlo».” (Bukhārī, Muslim)
È narrato da al-Barāʾ ibn ʿĀzib (ra), in Bukhārī e Muslim, che il Nobile Profeta (ṣa) mi ordinò sette cose e mi proibì sette cose. Mi ordinò di visitare il malato, partecipare alla preghiera funebre, rispondere allo starnuto, adempiere al giuramento, accettare l’invito e aiutare l’oppresso. E mi proibì di usare anelli d’oro, bere da recipienti d’argento, indossare abiti di seta di qualsiasi tipo—grossolana, fine o sottile—e giocare d’azzardo.
In sintesi, se una persona che conosce il luogo in cui si trova un criminale rifiuta di fornire l’informazione, è lecito detenerla finché non la comunica, oppure infliggerle un’altra pena. Tuttavia, prima di infliggere la pena, deve essere dimostrato con certezza che essa conosce l’indirizzo. Il «governatore», i giudici e tutti gli interessati dovranno applicare questa disposizione con la massima serietà, in modo tale che, prima di punire una persona informata di questo genere, si dimostri necessariamente, mediante un’indagine accurata, che essa conosce l’informazione segreta. La questione non è che fosse obbligatorio soltanto per lei informare, mentre non fosse obbligatorio per voi adempiere al vostro dovere; né si tratta del fatto che la pena di uno debba essere inflitta a un altro. Infatti, nel Corano è detto—
********Arabo
«Nessun peccatore porterà il peso del peccato altrui». (Sura an-Najm: 38)
Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
«Sappi che ogni peccatore pecca a proprio danno». In altre parole, sarà lui stesso a subirne le conseguenze nefaste.
Un esempio è il seguente: chiedere del denaro a una persona che non si è fatta garante né avvocato di qualcuno e che non possiede alcun bene dal quale poterlo riscuotere; oppure punire qualcuno per il crimine commesso da un suo parente o vicino, quando egli non è colpevole di aver trascurato alcun obbligo, non ha commesso alcun atto proibito e non conosce realmente l’indirizzo dell’oppressore. Pertanto non è lecito punirlo. La punizione spetta soltanto a chi è il vero colpevole. Tuttavia, se ne è a conoscenza, è suo obbligo renderlo noto. Prestare tale collaborazione è per lui obbligatorio sulla base del Corano, degli hadith e dell’ijma. Se invece, come fanno i settari e i faziosi, rifiuta o si astiene dal rivelare l’indirizzo dell’oppressore per timore di lui, allo scopo di offrirgli un’ingiusta assistenza e un favore, oppure nasconde l’informazione per inimicizia personale nei confronti dell’oppresso, allora a questo proposito Allah ha detto quanto segue:
*******arabo
«Che l’ostilità verso un popolo non vi induca a essere ingiusti. Siate giusti: ciò è più vicino alla pietà» (Sura al-Māʾida, 8).
Oppure può darsi che l’imputato rifiuti di collaborare all’affermazione della giustizia e di sostenere la religione per codardia, oppure che rifiuti con l’intento di sminuire la religione di Allah, come fanno coloro che sono avversi alla religione. Quando viene detto loro: «Venite a combattere sulla via di Allah», essi, indifferenti, si siedono a terra. In breve, secondo gli alim di ogni orientamento, tali persone sono passibili di punizione.
Coloro che sono attivi su questa via violano le pene hadd stabilite da Allah e i diritti dei servi. Queste persone, deboli per forza, potere, coraggio e valore, sono come colui che possiede i beni di un oppressore e di un impostore, ma non li consegna al giudice e governante giusto che sta adempiendo al proprio dovere religioso. Di conseguenza, a causa della sua mancata collaborazione, essi vengono ostacolati nell’adempimento dei loro doveri. Pertanto, costoro sono criminali passibili di punizione. Tuttavia, il motivo per cui non ne dà notizia o non consegna il criminale oppure i beni sottratti è che colui che li reclama potrebbe a sua volta opprimerlo e maltrattarlo. Altrimenti, egli sarebbe una persona benevola e virtuosa; è però estremamente difficile stabilire quale sia la collaborazione illecita e quale la situazione sorta dal desiderio di salvarsi dall’oppressione e dai maltrattamenti. Qui è presente la possibilità che il dubbio e l’impulso delle passioni si combinino. Spetta dunque al giudice distinguere il vero dal falso.
Questa situazione si verifica generalmente tra i benestanti delle campagne o delle città. Non appena un parente, un amico o qualcuno in cerca di protezione chiede il loro aiuto, nei loro cuori si accende il fuoco di questo ingiusto favoritismo. Inoltre, è il desiderio di affermare la propria influenza e il proprio prestigio negli ambienti delle persone moralmente corrotte della società a incoraggiarli in questa ingiustizia. Così privano sia l’oppressore sia l’oppresso dei loro legittimi diritti e dei loro dovuti beni. Soprattutto quando l’oppresso è un benestante loro pari, considerano la consegna del richiedente asilo un’umiliazione per sé e contraria al proprio onore. Eppure ciò è il frutto illecito di un pensiero jahilita generato dall’ignoranza. In realtà, proprio costoro sono la principale fonte dei disordini sia nella religione sia nel mondo terreno. Si tramanda che la maggior parte delle guerre e degli scontri sanguinosi dell’epoca della jahiliyya siano scoppiati per questa ragione. Fu l’impulso del favoritismo verso i propri congiunti e del tribalismo a spingere i Banū Bakr e i Banū Taghlib allo scontro sanguinoso passato alla storia come la “Harb al-Basūs” (guerra di Basūs).* (Nota: la causa della guerra chiamata “Harb al-Basūs”, combattuta tra le celebri tribù arabe dei Bakr e dei Taghallub, fu la seguente: un giorno il potente capo tribale Kulayb Wā’il ibn Rabīʿa vide una cammella sconosciuta pascolare insieme alla propria; apparteneva a un ospite di Basūs bint Munqidh, della tribù dei Tamīm. Che una cammella altrui pascolasse e mangiasse l’erba nel suo terreno insieme alla propria? Ciò ferì profondamente il suo orgoglio. Immediatamente colpì con una freccia la mammella di quella cammella e la scacciò. Quando la cammella ferita tornò a casa, Basūs, vedendola, si mise le mani sulla testa e gridò: ****“Oh, quale umiliazione!” Fu allora che nella tribù dei Bakr si diffuse una grande agitazione. Un uomo della tribù dei Bakr uccise immediatamente Kulayb con un colpo di lancia. Di conseguenza scoppiò uno scontro sanguinoso tra le due tribù, che nell’891 d.C. continuò incessantemente per quarant’anni. Alla fine, innumerevoli vite andarono perdute da entrambe le parti e innumerevoli famiglie furono devastate e rovinate. Eppure alla sua origine non vi era alcun avvenimento davvero significativo. Le cause principali di quella guerra furono soltanto un artificioso orgoglio etnico, l’onore del lignaggio, l’ingiusta prevaricazione e il funesto desiderio di vendetta.)
Fu proprio con le fiamme del pensiero tribale dell’epoca dell’ignoranza e dell’orgoglio che i barbari turco-tartari riuscirono a devastare il mondo musulmano. Per la stessa ragione fu loro agevolato il cammino per imporre il proprio dominio sui sultani e sui sovrani di Mā warāʾ an-Nahr, del Khurasan e di altre regioni. Dietro il medesimo jahilismo, il tribalismo, l’orgoglio etnico e il falso splendore dell’aristocrazia, riuscirono a inghiottire l’impero musulmano e a ridurre in polvere la civiltà musulmana costruita nell’arco di mille anni.* (Nota: tra gli altri fattori responsabili del crollo dell’Impero abbaside, esteso da un orizzonte all’altro, furono in larga misura l’aristocrazia e l’ingiusto orgoglio. I suoi confini si estendevano su un vasto territorio, dagli Arabi e dai non Arabi, dall’Iran e da Roma fino al Sindh. L’Europa e l’Asia rientravano nella sua sfera d’influenza. Potenti imperatori come al-Mansūr l’Abbaside, Hārūn ar-Rashīd e al-Maʾmūn ar-Rashīd avevano aperto le porte del sapere e delle scienze per favorire lo sviluppo della civiltà umana. Furono loro a insegnare al mondo i metodi di governo; grazie alle loro politiche liberali, gli Europei poterono mettersi alla ricerca del sapere. Nel vasto territorio dell’impero, furono proprio i loro impulsi a portare alla fondazione di centri d’eccellenza del sapere e delle scienze e di celebri università. In una parola, non sarebbe esagerato definirli i maestri dell’intero mondo. In quanto potenza dell’epoca, si trovavano al culmine del prestigio. Ma, dopo essersi allontanata dalla via della religione (dopo il 107 dell’Egira), l’intera nazione, diventata vittima delle divisioni — il tribalismo jahilita, i conflitti tra scuole giuridiche, le dispute tra sciiti e sunniti e altre ancora — si ridusse debole e impotente, ricordando la condizione degli Ebrei e dei Cristiani al tempo del Profeta (pace e benedizioni su di lui). La cui condizione possiamo comprendere dalle parole del Corano, come segue:
***********Arabo
«E gli ebrei dicevano: “La religione dei nazareni! Questa non è affatto una religione”. D’altra parte, i nazareni dicevano che anche la religione degli ebrei era priva di valore, sebbene entrambi leggessero il Libro». (Sura al-Baqara: 113) Comunque, nei villaggi e nelle campagne, nelle città e nei centri abitati, nelle moschee e nelle madrase, in una parola ovunque, dai cittadini fino ai soldati, si diffusero i semi della disunione e del tribalismo. Come conseguenza di tale discordia interna, cominciarono a combattersi e a massacrarsi tra loro. La comunità sciita pensò di istituire un proprio Stato. Alla fine, giunse persino a trovare l’occasione per farlo. Alqami, il primo ministro sciita del califfato abbaside, approfittando delle divisioni settarie, invitò Gengis Khan ad attaccare il califfato. La nazione era già rimasta intrappolata nella rete della disunione, dietro il tribalismo e il settarismo. Chi avrebbe dunque potuto ormai fermare i briganti tatari? Così Baghdad fu sommersa da un fiume di sangue. La grande città di Baghdad rimase immersa nel sangue sacro di quasi centocinquantamila musulmani, la maggior parte dei quali erano ʿulamāʾ, uomini virtuosi, emiri, ricchi e comandanti militari. In breve, come conseguenza delle discordie interne e del settarismo religioso, la civiltà islamica, edificata attraverso secoli e secoli di impegno, fu ridotta in un istante in polvere. Neppure in una situazione simile la nazione tornò in sé. I contrasti reciproci tra lo Shāh del Khwarazm e i califfi abbasidi erano allora giunti al culmine. A Ghor, in Afghanistan e in India regnava allora la dinastia ghuride. Per mano di Saladino ayyubide veniva sterminata in Egitto la dinastia fatimide. Fu proprio in tale situazione che i feroci Tatari, sostenuti dallo Shāh del Khwarazm, sferrarono un colpo devastante all’Impero islamico. Di conseguenza, l’Impero islamico, l’Asia e i Paesi dell’Europa orientale passarono sotto il dominio dei Tatari. Così, la civiltà islamica e l’impero musulmano, edificati pazientemente e poco a poco attraverso sforzi durati più di mille anni, scomparvero nella terribile morsa dell’autodistruzione. Perciò, ****** pensatore arabo, o uomo sapiente!
Quel califfato, le cui fondamenta furono poste dallo stesso Profeta (pace e benedizioni su di lui) nella Medina Tayyiba e che Hazrat Siddiq Akbar (possa Allah compiacersi di lui) e Hazrat Faruq Azam (possa Allah compiacersi di lui) amministrarono secondo il principio «nella nostra religione, lo sviluppo della leadership avviene soltanto attraverso il servizio», aveva come principi fondamentali il Corano e la Sunna e come costituzione una rivelazione discesa dal cielo; quel califfato che in meno di mezzo secolo aveva sottomesso metà del mondo, la cui irresistibile espansione dell’influenza in tutto il mondo aveva garantito all’umanità pace e sicurezza, che era considerato il centro vitale della sicurezza dell’umanità, che aveva instaurato nella società umana fraternità, uguaglianza, compassione, timore di Dio, giustizia e rettitudine, che era una grazia divina per il bene dell’umanità, che garantiva la riforma complessiva della religione e del mondo, che era il punto d’incontro delle tribù discordi dell’Arabia e verso il quale persino gli angeli del cielo desideravano stabilire il proprio nido: la sua forma concreta svanì così nel grembo del passato. Allo stesso modo in cui ingiustizia, oppressione, amore del lusso e dissolutezza distruggono dalle fondamenta l’individuo, la famiglia, la tribù e quindi la nazione, così la pigrizia, l’avidità, la brama, l’aristocrazia e l’orgoglio nazionalistico spezzano la spina dorsale politica ed economica di una nazione. *******Arabo «Pertanto, i saggi dovrebbero riflettere profondamente». Nella storia esistono innumerevoli prove di ciò. Chi si umilia per Allah, Allah lo innalza. Chi amministra la giustizia e considera se stesso insignificante, Allah lo onora. Infatti, presso Allah, sono onorati e più elevati soltanto coloro che Lo temono, i timorati e i devoti. Ma chi cerca di ottenere prestigio negando la verità e ricorrendo alla forza e all’oppressione è un peccatore; Allah lo umilia ed egli viene disonorato dalle proprie azioni. Allah dice:
*******Arabo
«Chi desidera l’onore sappia che l’onore appartiene soltanto ad Allah». (Sura Fatir: 10)
Riguardo agli ipocriti, Allah dice:
**********Arabo
«Gli ipocriti dicono: “Quando torneremo a Medina, gli onorevoli tra la sua gente espelleranno gli umiliati”; eppure il vero onore appartiene ad Allah, al Suo Messaggero e ai credenti, ma gli ipocriti non lo sanno». (Sura al-Munafiqun: 8)
Riguardo a persone di questo carattere è stato inoltre detto:
*******Arabo
«O Profeta! Vi sono persone le cui parole sulla vita terrena ti affascinano e che prendono Allah a testimone di ciò che celano nei loro cuori; eppure sono i più accaniti litigiosi tra i tuoi nemici. Quando se ne vanno, si adoperano con particolare zelo per diffondere la corruzione nel paese. Si impegnano a distruggere i raccolti dei campi, la discendenza degli esseri umani e degli animali; ma Allah non ama la corruzione e il disordine. Quando a una persona simile viene detto: “Temi Allah!”, il suo vano orgoglio e il senso della propria grandezza la spingono a peccare. Perciò per una persona siffatta basta la Gehenna, che è la peggiore e più abietta dimora» (Sura al-Baqara: 204-206).
Pertanto, è dovere di chi offre rifugio verificare se colui che lo chiede sia davvero un mazlum, cioè una persona oppressa. Se è realmente vittima di persecuzione e oppressione, gli offrirà rifugio. Ma non si dimostra di essere mazlum semplicemente avanzando una pretesa: devono esservi ragioni fondate e un effettivo coinvolgimento nei fatti. Infatti, spesso accade che una persona si lamenti proclamandosi oppressa, mentre è essa stessa una zalim, un’ingiusta persecutrice. Per questo occorre informarsi presso la gente dei suoi dintorni, interrogando anche un eventuale avversario, per conoscere i fatti reali. Se dall’indagine risulta che è davvero una zalim, si cercherà di persuaderla e di dissuaderla dallo zulm; con un atteggiamento umile e benevolo si tenterà di ricondurla sulla retta via; se possibile, si convocheranno entrambe le parti per cercare una soluzione conciliatoria e, ove necessario, si ricorrerà alla forza. Se tutti gli sforzi falliscono, la si consegnerà alle autorità incaricate di applicare la legge dello Stato.
Se la situazione è tale che ciascuna delle due parti è al contempo zalim (oppressore) e mazlum (persona oppressa), come accade abitualmente agli schiavi del nafs e ai materialisti, per esempio alle tribù dei Qays e degli Yamani, cosa che si osserva spesso tra gli abitanti delle città e quelli delle campagne; oppure se nessuna delle due parti è zalim, ma esse sono entrate in conflitto a causa di un sospetto o di un’errata interpretazione, allora si dovrà cercare di risolvere la questione fondamentale della controversia, ricorrendo all’arbitrato qualora fosse necessario. Allah ha detto:
************Arabo
«Se due gruppi di credenti vengono alle armi tra loro, ristabilite la pace tra di loro; e se uno dei due aggredisce l’altro, combattete contro il gruppo zalim (oppressore) finché non ritorni al comando di Allah. Poi, se ritorna, ristabilite la pace tra loro con equità e giustizia. In verità, Allah ama coloro che agiscono con giustizia. I credenti sono fratelli gli uni degli altri. Perciò ristabilite la pace tra i vostri fratelli e temete Allah, affinché vi sia concessa misericordia». (Sura al-Hujurat: 9-10)
È inoltre detto:
*************Arabo
«Nella maggior parte delle loro consultazioni non vi è alcun bene; tuttavia, chi raccomanda l’elemosina, le opere buone e consigli volti al bene tra le persone, e chi fa ciò cercando il compiacimento di Allah, riceverà da Me una ricompensa immensa». (Sura an-Nisa: 114)
È narrato da Abū Dāwūd che al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) fu chiesto: «Aiutare un membro della propria tribù nella causa della verità è forse il settarismo dell’epoca dell’ignoranza?» Egli rispose (***আরবী): «No». Disse inoltre:
*******আরবী
Al contrario, è settarismo aiutare un membro della propria tribù in un’azione ingiusta. Disse:
********আরবী
«Tra voi, il miglior difensore è colui che difende la propria tribù senza commettere alcun crimine».
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
*********আরবী
«Chi aiuta la propria tribù in un’azione ingiusta è come quel cammello che, caduto in un pozzo, agita la coda».
Egli ordina inoltre:
*********Arabo
«Colui riguardo al quale venite a sapere che ha innalzato lo stendardo dell’ignoranza, sradicatelo dalle radici, affinché non possa crescere».
In breve, ogni appello, invito, esortazione e interpretazione di carattere genealogico, territoriale, etnico, religioso o di qualsiasi altro genere, contraria all’invito dell’Islam e del Corano, è tutta oscurità dell’ignoranza della jāhiliyya, ossia dell’epoca preislamica. Chiunque agisca in tal modo è come se avesse innalzato lo stendardo dell’ignoranza. I Muhājirūn e gli Anṣār, invece, sono simili a quei due uomini che, quando per caso entrarono in conflitto tra loro, il Muhājir gridò: «*******Arabo (O Muhājirūn!)», mentre l’Anṣār gridò: «******Arabo (O Anṣār!)». Perciò, in quella situazione, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) dovette dire: *******Arabo
«Vi siete forse precipitati in nome dell’ignoranza, mentre io sono presente tra voi?»
In breve, egli manifestò una profonda disapprovazione per il loro comportamento.
[tredici]
Sulla base di una testimonianza o della propria confessione
La questione del taglio della mano del ladro
Quando il furto è provato mediante testimonianza o mediante la confessione dello stesso ladro, gli si deve tagliare immediatamente la mano. È illecito incarcerarlo o lasciarlo libero in cambio di denaro.
Tagliare la mano del ladro è obbligatorio. Ciò è comprovato dal Corano, dagli hadith e dall’ijma‘. L’Onnipotente Allah ha detto:
********আরবী
«Tagliate la mano al ladro e alla ladra: è una punizione per ciò che hanno commesso, una disposizione proveniente da Allah. In verità, Allah è potente e saggio. Quanto a chi, dopo aver commesso il crimine, si pente e si corregge, Allah accetta il suo pentimento. In verità, Allah è perdonatore, misericordioso». (Sura al-Mā’ida, 38-39)
Dopo che il reato di furto è stato provato mediante testimonianza o confessione, si deve applicare immediatamente il ḥadd e rendere esecutiva la pena prescritta; non è lecito ritardare. Non lo si può trattenere in carcere né lasciarlo libero in cambio di una fidya, cioè di denaro. La mano deve essergli tagliata alla luce del giorno, nell’orario stabilito. Infatti, proprio come il jihad sulla via di Allah è un atto di culto, così l’applicazione del ḥadd è annoverata tra gli atti di culto; e bisogna conservare nel cuore la convinzione che l’applicazione del ḥadd sia una speciale grazia di Allah per gli esseri umani.
Pertanto, i governanti, i giudici e i responsabili dello Stato devono essere severi in questa materia, senza lasciarsi guidare dalla compassione o dalla pietà, e il ḥadd non deve essere in alcun modo annullato. Devono nutrire nel cuore la convinzione che abbiamo intrapreso il passo di applicare il ḥadd come una grazia di Allah verso il popolo e allo scopo di distogliere le persone inclini al crimine dalle azioni malvagie: non per superbia né per collera, ma come un padre educa il figlio. Se un padre, sottraendosi al compito di educare civilmente il figlio, lo affidasse alla madre, questa, a causa della tenerezza materna, non riuscirebbe a formarlo adeguatamente. Di conseguenza, il carattere del ragazzo si rovinerebbe. In realtà, è proprio sotto la severa disciplina del padre che il figlio cresce civile, pacifico, istruito e virtuoso. Questo è il principale dovere della paternità e la sua autentica benevolenza verso il figlio.1 (Nota 1: alcune persone dalla mentalità superficiale del mondo moderno definiscono il taglio della mano per il furto una legge barbara e una pena severa. Tuttavia, la realtà dimostra esattamente il contrario di questa concezione. Quando, in un villaggio, una comunità o una contrada in cui si verificano furti, vengono tagliate le mani di una o due persone, l’intera contrada diventa pacifica e sicura, e nessuno osa più rubare. Si vede dunque che questo taglio della mano reca un bene incalcolabile alla società. Al contrario, la pena per il furto introdotta oggi dalle leggi elaborate dall’uomo, per dirla con le parole del poeta, è diventata intensa dopo aver ricevuto la pena della notte del peccato……». Pene di questo tipo danneggiano la società e non portano alcun beneficio. Andando in carcere e mescolandosi con i vecchi ladri, il nuovo ladro ne esce esperto. Se invece si applicasse la pena prescritta dall’Islam, la possibilità dei furti verrebbe completamente eliminata. Allah ne sarebbe compiaciuto e, inoltre, nella società scenderebbero pace, sicurezza e tranquillità. Dopo aver conosciuto i benefici e il mistero fondamentale del ḥadd, anche il condannato ne sarebbe soddisfatto, pensando che almeno si è aperta una via per liberarsi dalla dura pena dell’Aldilà. Ciò potrebbe inoltre indurre il colpevole ad adottare la taqwa. Così si stabiliscono felicità e pace nella società e nello Stato.
In sintesi, nella disposizione della sharia relativa al ḥadd sono racchiuse innumerevoli benedizioni e molteplici benefici. La pace discende sia nella vita terrena sia in quella ultraterrena. Allah conceda agli abitanti del mondo la capacità di comprendere l’importanza della questione. Anche se non tutto il mondo, almeno i Paesi musulmani dovrebbero impegnarsi ad applicare questa legislazione penale islamica e ad avere l’opportunità di godere dei suoi benefici. ) Oppure sono come quel medico benevolo che, allo scopo di curare il malato, gli prescrive una medicina amara. O come quell’organo putrefatto del corpo umano che, una volta reciso mediante un intervento chirurgico, permette di salvare il resto del corpo. Oppure come quando si provoca una ferita nel corpo applicando la ventosa, nella speranza di estrarre il sangue corrotto, e si sopporta temporaneamente quel dolore pensando al bene futuro. In sintesi, è per guarire dalla malattia e raggiungere il benessere che l’essere umano sopporta tutte queste sofferenze. Anche il mistero del ḥadd consiste nel fatto che, attraverso la pena, il colpevole possa ottenere la pace eterna.
Nell’applicare le pene hudud, il governante e il giudice dovrebbero avere come obiettivo il conseguimento del bene generale del popolo, la repressione dei malvagi e la cura dei virtuosi. Inoltre, dovrebbero intendere che, attraverso ciò, da un lato viene attuato il comando di Allah e, dall’altro, che questa pena sia sufficiente per l’accusato e diventi un mezzo di salvezza nell’Aldilà. Ciò avviene perché essa porta alla sua purificazione spirituale. Allo stesso modo, l’applicazione delle hudud, cioè l’attuazione del codice penale islamico, non è altro che l’immensa grazia diretta di Allah per tutti.
Al contrario, se l’obiettivo delle autorità statali è rendere schiavi i servi di Allah, mantenere la propria autorità, dimostrare la propria superiorità e conseguire interessi personali o di gruppo e vantaggi economici, il risultato sarà opposto. Deviando dall’obiettivo principale, ci si allontanerà dal vero scopo delle hudud.
È riportato che ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz, che Allah abbia misericordia di lui, prima di essere nominato califfo era governatore di Medina per conto di al-Walīd ibn ʿAbd al-Malik. Si dedicò pienamente all’adempimento dei suoi doveri nell’amministrazione e nel servizio pubblico. Una volta, al-Hajjāj ibn Yūsuf giunse a Medina dall’Iraq e chiese agli abitanti del luogo informazioni riguardo a ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz:
«Qual è la sua influenza su di voi?» La gente rispose: «Che cosa possiamo dire della sua influenza? Per paura, non riusciamo nemmeno a guardarlo». Al-Hajjāj chiese: «Qual è il vostro amore per lui?» Essi risposero: «Ci è più caro persino dei nostri familiari». Al-Hajjāj chiese: «Com’è il suo comportamento nel governarvi?» Essi risposero: «Ci infligge da tre a dieci frustate». Dopodiché al-Hajjāj disse:
«Questo amore, timore, influenza e condotta di governo sono discesi dal cielo; così è anche la legge di Allah».
Dopo l’amputazione della mano, è auspicabile applicare immediatamente un impacco di olio caldo sul punto amputato.1 (Nota 1: oggi si utilizzano altri medicinali a questo scopo. L’obiettivo principale è arrestare l’emorragia ed evitare la morte provocata dalla perdita di sangue.) È inoltre mustahabb appendere la mano amputata al collo del colpevole. Se commette un furto per la seconda volta, gli si deve amputare il piede sinistro. Quanto alla pena da applicare in caso di un terzo furto, si osserva un dissenso tra i Compagni e i successivi esperti di diritto islamico. Secondo alcuni, se ruba per la terza o la quarta volta, gli si deve amputare la mano sinistra o destra. ʿAbū Bakr al-Ṣiddīq (ra), l’Imam al-Shāfiʿī e, secondo una trasmissione, l’Imam Aḥmad sostengono questa opinione. La seconda opinione dell’Imam Aḥmad è che debba essere incarcerato. ʿAlī (ra) e i sufi sostengono questa opinione. 1 (Nota 1: a questo proposito, l’opinione di Abū Ḥanīfa è che, nei casi di amputazione della mano, si debba tenere conto della situazione socioeconomica: nella società esiste o no un sistema di equa distribuzione della ricchezza? Inoltre, il furto è dovuto alla necessità o è spinto dall’abitudine?)
La mano deve essere amputata solo quando viene raggiunto il niṣāb del furto. Secondo l’Imam Mālik, l’Imam al-Shāfiʿī, l’Imam Aḥmad e altri dotti, gli abitanti dell’Hijaz e gli esperti di ḥadīth, la quantità è un quarto di dīnār oppure 3 dirham. Secondo alcuni, il niṣāb per l’amputazione della mano è un dīnār oppure dieci dirham. In al-Bukhārī e Muslim, Ibn ʿUmar (ra) riferisce dal Nobile Profeta (saw) che il Nobile Profeta ordinò di amputare la mano per il furto di un mijanna, cioè di uno scudo, del valore di tre dirham. Pertanto, l’adorazione del musulmano consiste nel—
************Arabo
«Gli tagliò la mano per aver rubato uno scudo del valore di tre dirham». ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei) riferisce che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
*******Arabo
«Un quarto di dīnār o un valore superiore: per il furto si deve recidere la mano». Nella stessa raccolta di Muslim è inoltre riferito:
**********Arabo
«La mano del ladro deve essere recisa soltanto per il furto di un oggetto del valore di un quarto di dīnār o superiore».
In una narrazione di al-Bukhārī, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
*******Arabo
«Recidete la mano per il furto di un quarto di dīnār; non recidetela per un valore inferiore». A quel tempo il valore di un dīnār era di tre dirham, mentre il valore monetario di un dīnār intero equivaleva a 12 dirham. Il valore di un dīnār era di tre dirham, mentre il valore monetario di un dīnār intero equivaleva a 12 dirham.
Il reato di furto sarà riconosciuto soltanto dopo la sottrazione di un bene custodito.
Per esempio, la sottrazione di beni deteriorati o non custoditi, dei frutti e dei fiori di alberi nei campi, sia circondati da mura sia privi di recinzione, oppure di animali senza pastore e simili, non sarà considerata un furto punibile con l’hadd. Pertanto, per la sottrazione di tali beni non si potrà tagliare la mano. Tuttavia, al sottrattore dovrà essere inflitto il taʿzīr, ossia una pena disciplinare, e dovrà essere riscosso un risarcimento doppio, come è stato detto negli hadith.
Gli studiosi divergono riguardo all’entità del risarcimento. Rāfiʿ ibn Khadīj (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce: Ho sentito il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) dire: *******আরবী «Non si deve tagliare la mano per i frutti e per i datteri maturi». (Sunan)
Il nonno di ʿAmr ibn Shuʿayb dice: Ho sentito un uomo della tribù dei Banū Muzayna porre una domanda al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui):
*******আরবী
«Sono venuto da voi per chiedervi riguardo a un cammello smarrito».
Egli disse:
*******আরবী
«Il suo nutrimento è con lei: mangerà foglie e piante e berrà acqua presso l’abbeveratoio. Lasciala andare, affinché chi la cerca possa raggiungerla».
L’uomo disse: *******Arabo «Qual è la tua disposizione riguardo a una capra smarrita?» Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
********Arabo
«Sarà per te, per tuo fratello o per il lupo; custodiscila finché non giunga chi la cerca». Egli disse:
******Arabo
«La “harīsa”, cioè ciò che viene portato via dalla custodia del pastore». Egli disse:
*******Arabo
«Si dovrà pagare il doppio del valore e infliggere il taʿzīr. E se il valore dell’animale sottratto dalla stalla è pari a quello di uno scudo, si dovrà amputare la mano».
Quell’uomo chiese: «O Messaggero di Allah! E se ruba della frutta?». Sua Eminenza (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose:
*********Arabo
«Chi ne mette una parte in bocca senza sbucciarla non sarà punito. Ma se ne porta via una parte con sé, dovrà pagarne il doppio del valore e ricevere un taʿzīr. Se invece la porta via insieme al cespuglio e il suo valore è pari a quello di uno scudo, gli si dovrà amputare la mano; se il suo valore è inferiore a quello di uno scudo, dovrà pagare una multa doppia e ricevere un taʿzīr mediante frustate». (Sunan)
Poi aggiunse:
*******Arabo
«Non si amputa la mano al predone, al rapinatore né all’appropriatore infedele».
Secondo l’opinione più corretta degli ʿulamāʾ, si deve amputare la mano al borseggiatore e a chi sottrae beni custoditi in un fazzoletto o nella manica.
[Quattordici]
La pena per gli adulteri e gli omosessuali: la lapidazione
La pena dell’adultero consiste nel dare la morte per lapidazione all’adultero sposato. La pena del “lawāṭ”, cioè dell’omosessualità. Sia l’omosessuale sia colui con il quale viene compiuto questo atto abominevole devono essere uccisi.
La pena dell’adultero sposato è il “rajm”, ossia la morte per lapidazione. Il Messaggero di Allah (sa) fece lapidare Māʿiz ibn Mālik al-Aslamī e la donna della tribù di Ghāmid* (*Nota: la donna della tribù di Ghāmid, menzionata negli hadith, aveva commesso adulterio. Nessun altro ne era a conoscenza e nessuno lo aveva neppure immaginato. Ella però credeva che Allah l’Onnipotente fosse a conoscenza del suo peccato e che il Suo castigo fosse molto più doloroso di ogni sofferenza terrena. Perciò si presentò dal Profeta (sa), gli raccontò dettagliatamente il peccato commesso e lo supplicò: “Purificami infliggendomi la pena dovuta”. Quando il Profeta (sa) non diede grande importanza alla cosa, ella lo supplicò nuovamente: “O Messaggero di Allah! Ciò che dico non è il vaneggiamento di una folle. Sto dichiarando tutto volontariamente e consapevolmente. Fammi lapidare, affinché possa essere liberata dal castigo dell’Aldilà”. Disse inoltre: “Credo di essere rimasta incinta in seguito a un rapporto illecito”. Dopo aver ascoltato il racconto, il Profeta (sa) disse: “Se è così, ora non può esserti applicata la pena hadd. Torna dopo il parto”.
Dopo il parto, quella serva di Allah si presentò al cospetto del Profeta (sa) con il bambino in braccio e lo supplicò: “O Messaggero di Allah! Sono quella donna peccatrice. Ho partorito, perciò purificami infliggendomi la pena”. Il Profeta (sa) disse: “Il bambino dipende ancora dal latte materno. Torna quando sarà svezzato e comincerà a mangiare il pane”. In seguito, quando il bambino fu in grado di mangiare il pane, ella si presentò dal Profeta (sa) con un pezzo di pane in mano. Il bambino stava allora masticando il pane. Lo supplicò: “O Messaggero di Allah! Sono quella peccatrice. Il mio bambino non ha più bisogno del latte; guardi, sta mangiando il pane. Ora affida lui a qualcuno e provvedi alla mia liberazione dal castigo dell’Aldilà”.
Pertanto, la donna fu uccisa per lapidazione. Tra coloro che lanciavano le pietre, uno aveva fatto un commento ingiurioso. Quando il Profeta (ra) lo seppe, chiese a quel Compagno: “Perché hai fatto una cosa simile? Sai che ella si è pentita con un pentimento tale che, se fosse distribuito tra tutti gli abitanti di Medina, sarebbe sufficiente per la salvezza di tutti?”. Allahu Akbar! Quale meraviglioso esempio di preoccupazione per l’Aldilà.)
E fece lapidare anche alcuni ebrei. Dopo di lui, i Califfi ben guidati e i musulmani applicarono il rajm come punizione per la zina.
Si deve dunque infliggere prima il castigo di cento frustate e poi procedere al rajm? Su questa questione esiste una divergenza tra gli esperti di diritto islamico. Nella scuola dell’Imam Aḥmad ibn Ḥanbal (rah) si riscontrano due opinioni.
(1) Se l’adultero non è muḥṣan (sposato), secondo la disposizione del Libro di Allah gli devono essere inflitte cento frustate.
(2) In conformità alle indicazioni degli hadith del Nobile Profeta (s.a.), oltre alle cento frustate deve essere ordinato l’esilio o la deportazione per un anno. Tuttavia, secondo alcuni alim, l’esilio per un anno non è obbligatorio.
Secondo la maggior parte dei giuristi islamici, la pena hadd non può essere applicata al fornicatore finché non siano accolte le testimonianze di quattro testimoni oppure egli stesso non abbia confessato quattro volte. Alcuni giuristi, tuttavia, affermano che non sia assolutamente necessario confessare quattro volte; è sufficiente confessare una sola volta. Se qualcuno, dopo aver confessato inizialmente, in seguito nega? In tal caso, secondo alcuni alim, la hadd sarà revocata nei suoi confronti. Secondo altri, invece, la hadd non sarà revocata, ma dovrà essere applicata.
Si definisce «muhsan» colui che è «azad», «hur», mukallaf (idoneo a osservare le disposizioni della sharia) e che, dopo un matrimonio valido, ha avuto almeno una volta un rapporto con la propria moglie.
Qui si pone anche la questione se colui o colei con cui è stato consumato il rapporto sessuale rientri nella categoria dei muhsan, qualora siano presenti le condizioni sopra menzionate. A questo proposito si riscontrano due opinioni tra gli alim.
(1) La ragazza è murahiqa (prossima a raggiungere la pubertà), ma ha commesso zina con un uomo pubere. Oppure l’uomo è murahiq (prossimo a raggiungere la pubertà) e ha commesso zina con una donna pubere.
Lo stesso principio si applica poi anche ai dhimmi. Se è muhsan, secondo la maggior parte degli alim sarà sottoposto al rajm. Questa è, tra le altre, l’opinione dell’Imam Shafi‘i e dell’Imam Ahmad.
Infatti, il Nobile Profeta (s.a.) fece applicare il rajm agli ebrei davanti alla porta della propria moschea, e questo fu il primo rajm nell’Islam.
Se una donna senza marito viene trovata incinta, inoltre non ha alcun padrone o signore presente e non vi è alcun possibile dubbio riguardo alla gravidanza, allora nelle scuole giuridiche dell’Imam Ahmad (raḥ.) e di altri si riscontrano due opinioni.
(1) Non si deve applicare l’hadd contro di lei. Infatti, è possibile che sia rimasta incinta in seguito a una violenza sessuale, oppure che sia stata rapita con la forza, oppure che abbia avuto un rapporto con lui ritenendolo, in qualche circostanza, il proprio marito.
(2) L’hadd deve essere applicato contro di lei. L’esenzione è attestata dai califfi ben guidati ed è conforme ai principi della Sharia; inoltre, questa è anche la posizione della scuola giuridica degli abitanti di Medina. Ciò perché si tratta di una possibilità remota, e non è opportuno attribuire importanza a simili possibilità.
Per esempio, potrebbe aver reso una confessione falsa, oppure potrebbe sussistere la possibilità che la testimonianza dei testimoni si dimostri falsa.
Riguardo alla punizione del lutī (colui che pratica la sodomia) e del liwāṭ (sodomia), alcuni giuristi affermano che anche a lui debba essere applicato un hadd analogo a quello della zina, cioè la medesima pena. Secondo alcuni, per il reato di liwāṭ, ossia di omosessualità, è prescritto infliggere una pena più lieve di quella prevista per la zina. D’altra parte, tutti i nobili Compagni (che Allah si compiaccia di loro) sono concordi nel ritenere che sia il praticante di sodomia muḥṣan sia quello non muḥṣan, così come colui che subisce la sodomia, ******arabo, debbano essere condannati a morte. Infatti, in un hadith tramandato da Ibn ʿAbbās (che Allah si compiaccia di lui), il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
********arabo
«Chiunque troviate compiere un atto simile a quello del popolo di Lot (sia colui che lo pratica sia colui che lo subisce), uccidete entrambi».
Abū Dāwūd narra, sulla base della trasmissione di Ibn ʿAbbās (che Allah si compiaccia di lui): se si trova un giovane lutī non sposato insieme a una donna, egli deve essere sottoposto al rajm. Anche ʿAlī (che Allah si compiaccia di lui) sostiene la medesima opinione in proposito. Gli altri Compagni (che Allah si compiaccia di loro), invece, dissentirono riguardo alla sua uccisione ed espressero opinioni diverse. Abū Bakr al-Ṣiddīq (che Allah si compiaccia di lui) ordinò che fosse bruciato nel fuoco.
Gli altri Compagni (che Allah si compiaccia di loro) dissero invece che doveva essere messo a morte. Alcuni dissero che la pena di morte doveva essere eseguita facendolo schiacciare sotto un muro. Altri dissero che doveva essere rinchiuso in un luogo putrido e maleodorante, affinché morisse in quelle condizioni. Altri ancora dissero che doveva essere gettato a terra dalla cima del muro più alto della zona e che poi gli si dovessero scagliare pietre dall’alto. È in questo modo che l’Onnipotente Allah punì il popolo di Lot. Questa è una delle trasmissioni riferite da Ibn ʿAbbās (che Allah si compiaccia di lui).
Secondo un’altra sua trasmissione, egli deve essere lapidato (messo a morte mediante lapidazione). Questa è anche l’opinione della maggior parte dei pii predecessori. A sostegno di tale opinione essi affermano che Dio Onnipotente lapidò il popolo di Lot e che, per analogia con ciò, è stata stabilita la punizione del fornicatore mediante lapidazione. Quanto ai due peccatori colpevoli di sodomia, entrambi devono essere lapidati, una volta raggiunta la pubertà, siano liberi o schiavi, oppure sia schiavo soltanto uno dei due.
Tuttavia, se uno dei due sodomiti, attivo o passivo, è minorenne, deve ricevere una pena inferiore alla pena capitale; l’adulto, invece, deve essere messo a morte.
[quindici]
Punizione degli ubriachi
La punizione per il consumo di vino è stabilita sulla base degli hadith del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e dell’“ijmāʿ” (consenso unanime) dei giuristi islamici. Chiunque beva vino deve essere frustato. Se lo beve nuovamente, deve essere nuovamente frustato. È tramandato che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) abbia frustato più volte gli ubriachi. Inoltre, questa è anche l’opinione dei califfi ben guidati, dell’ijmāʿ e della maggior parte degli ulama.
Punizione per il consumo di vino: la punizione per il consumo di vino è stabilita sulla base della sunna del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e dell’“ijmāʿ” (consenso unanime) dei musulmani.
A questo proposito, gli esperti degli hadith e i trasmettitori hanno fornito descrizioni dettagliate attraverso diverse catene di trasmissione. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
********Arabo
«Chiunque beva vino, fustigatelo; se beve una seconda volta, colpitelo nuovamente con le verghe; se beve ancora, fustigatelo di nuovo; poi, se beve una quarta volta, condannatelo a morte».
Inoltre, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) inflisse più volte la pena della fustigazione per il reato di ubriachezza. In seguito, anche i Califfi ben guidati e i musulmani applicarono la pena della fustigazione per lo stesso reato. Perciò, sulla base di ciò, gli ʿulamāʾ ritengono che la pena di morte per il reato di ubriachezza sia stata abrogata. Secondo alcuni, tuttavia, questa pena è muḥkam, cioè una disposizione permanente. Secondo altri, invece, la condanna a morte era esclusivamente un taʿzīr, vale a dire una misura disciplinare. Pertanto, quando lo ritenga necessario, anche l’imām, il capo dello Stato o il giudice ha il diritto di applicare tale pena.
È attestato che il Grande Profeta (pace e benedizioni su di lui), per il reato di aver bevuto vino, inflisse quaranta colpi di verga e percosse con una scarpa. Allo stesso modo, Ṣiddīq al-Akbar (che Allah sia soddisfatto di lui) inflisse quaranta colpi di verga per questo reato. Al contrario, durante il suo califfato, ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) fece applicare la fustigazione. ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui), invece, talvolta ordinò quaranta colpi, a seconda delle circostanze, e talvolta ottanta. Alcuni ʿulamāʾ hanno affermato che quaranta colpi di verga sono obbligatori. Tuttavia, se una persona diventa dipendente dal consumo di vino e quaranta colpi non bastano a dissuaderla, l’applicazione di una pena più severa dipende dalla decisione dell’imām o del giudice. Oppure, qualora sussista un’altra ragione analoga, si possono infliggere più di quaranta, fino a ottanta colpi. Se invece il numero dei bevitori è esiguo, oppure qualcuno ha bevuto soltanto occasionalmente e per caso, in tal caso quaranta colpi sono sufficienti. In realtà, questa opinione è la più realistica e ragionevole. Anche l’imām al-Shāfiʿī (che Allah abbia misericordia di lui) la sostiene. Secondo una trasmissione, anche l’imām Aḥmad (che Allah abbia misericordia di lui) era di questa opinione.
Poiché durante il califfato di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) aumentarono le accuse di ubriachezza, egli inasprì anche la misura della pena. Per questo esiliò alcuni e umiliò altri rasando loro la testa. Si trattava dunque di pene aggiuntive di natura disciplinare. Se, dopo aver inflitto due volte quaranta colpi al bevitore, si rende ancora necessario applicare il taʿzīr (pena aggiuntiva), è preferibile privarlo del vitto ed esiliarlo.*(Nota: Abū Shahjān al-Saqafī (che Allah abbia misericordia di lui) un tempo era dipendente dal consumo di vino. ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) lo fece fustigare secondo la disposizione della sharīʿa; ma egli non desistette. Bevve di nuovo, e al-Fārūq al-Aʿẓam (che Allah sia soddisfatto di lui) gli inflisse per la seconda volta la pena secondo la stessa procedura. Ma anche questo non servì a nulla: continuò a bere vino secondo la sua abitudine e a sopportare i colpi di verga. Alla fine, ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) ordinò che fosse imprigionato ed esiliato. A quel punto lo affidò a Saʿd (che Allah sia soddisfatto di lui), dicendogli: «Ovunque tu sia o vada, portalo con te. Inoltre, mettilo separatamente, dopo avergli messo i ceppi». Saʿd (che Allah sia soddisfatto di lui) prese Abū Shahjān con sé e gli mise i ceppi ai piedi. Da allora, ovunque andasse, lo portava con sé. Così, dopo aver attraversato diverse tappe, giunse infine al lontano campo di battaglia di Qādisiyya, in Iran.)
In quel terribile frangente di Qādisiyya, Saʿd (che Allah sia soddisfatto di lui) era il comandante supremo dell’esercito musulmano. In quella feroce battaglia, il nemico prese il sopravvento ed esercitò una forte pressione sull’esercito musulmano, costringendo le truppe musulmane a ritirarsi per trecentosessanta miglia. Dietro quella ritirata, l’esercito islamico, rafforzato da un nuovo slancio, si preparò pienamente per la vittoria finale. Il comandante Saʿd (che Allah sia soddisfatto di lui), a causa di una lieve ferita riportata in precedenza, non poté essere presente sul campo di battaglia vero e proprio. Sedeva tuttavia sul tetto di un edificio e osservava l’andamento dello scontro. Nel frattempo, a un certo punto, la battaglia si fece violentissima. Vedendo la ritirata dei musulmani, incapaci di resistere ai furiosi attacchi del nemico, egli ripeteva con tono addolorato: ********ARABO
«Continuava a recitare questa preghiera che infonde forza». Per caso, Abū Māhǧan (che Allah sia soddisfatto di lui) venne a sapere di quella situazione critica. Infatti era tenuto incatenato al piano inferiore della casa in cui abitava Saʿd (che Allah sia soddisfatto di lui). Vedendo la triste condizione dei musulmani, egli continuò a recitare ripetutamente quella poesia con voce soffocata dalle lacrime e dall’emozione. Essa diceva: ********ARABO
«Oggi, per il mio dolore interminabile e la mia sofferenza infinita, è già abbastanza che altri facciano correre i cavalli sul campo di battaglia contro il nemico, mentre io, con i piedi incatenati, muoio lamentandomi». Recitando quei versi ritmati, continuava a versare lacrime. Ma che cosa poteva fare? Non c’era alcuna via d’uscita. Incapace infine di sopportare il tormento interiore, rivolse la sua supplica alla moglie di Saʿd (che Allah sia soddisfatto di lui): «O donna virtuosa! O figlia di Ḥafṣa! Per amore di Allah, liberami e scioglimi le catene dai piedi. I musulmani stanno combattendo, mentre io sono privato del merito del jihād e della sua benedetta ricompensa. Una grave calamità si è abbattuta sui musulmani, mentre io trascorro il tempo in catene. Giuro per Allah che, se potrò tornare sano e salvo dal campo di battaglia, mi rimetterò con le mie mani le catene ai piedi e me le farò mettere di nuovo come ora». Allora la moglie di Saʿd (che Allah sia soddisfatto di lui), senza preoccuparsi del disappunto del marito, sciolse i ceppi dai piedi di Abū Māhǧan.
Appena liberato, Abū Māhǧan supplicò: «O donna virtuosa! Procurami un cavallo per poterlo montare». Così la moglie di Saʿd, senza il permesso del marito, prese il cavallo pezzato di Saʿd (che Allah sia soddisfatto di lui), la sua armatura di ferro, la lancia e la spada, e li consegnò ad Abū Māhǧan (che Allah sia soddisfatto di lui). Abū Māhǧan (che Allah sia soddisfatto di lui) montò subito a cavallo, lo lanciò al galoppo e in un batter d’occhio raggiunse il campo di battaglia, gettandosi nello scontro. Con valore eroico, squarciò le linee difensive del nemico e cominciò a falciarlo con attacchi impetuosi. Sotto i suoi colpi valorosi e irresistibili, l’esercito nemico si disperse e si trovò di fronte a una disastrosa sconfitta. Nel frattempo, tutti i presenti cominciarono a dirsi l’un l’altro: «Allah ha fatto scendere dal cielo degli angeli in aiuto dei musulmani, ed egli sta compiendo imprese miracolose». Anche il comandante Saʿd (che Allah sia soddisfatto di lui), assistendo a quella straordinaria dimostrazione di valore bellico, continuava a dire:
**********Arabo
«A giudicare dalla velocità del cavallo e dal suo slanciarsi nei pericoli, sembra che sia proprio il mio cavallo pezzato; e osservando il successo e la vittoria, sembra che questa sia la vittoria di Abū Mihjan. Eppure Abū Mihjan sta contando i giorni in catene e in prigionia».
Alla fine, in questa battaglia i musulmani ottennero una vittoria straordinaria. D’altra parte, il nemico subì una sconfitta miserabile, dando così inizio a un nuovo capitolo della storia dell’Islam. Nel frattempo, Abū Mihjan (ra) tornò dal campo di battaglia, si legò le catene ai piedi come aveva promesso e si sedette al suo posto. Tuttavia, il valore di Hazrat Abū Mihjan e questo evento storico non potevano rimanere nascosti. Hazrat Saʿd (ra), sceso ormai dal tetto della casa, si rivolse alla moglie Bint Ḥafṣa e cominciò a dire: «I musulmani erano sull’orlo di una sconfitta certa, ma quando il Sommo Allah fece scendere gli angeli dal cielo, la loro sconfitta si trasformò in vittoria. Eppure il suo cavallo era proprio come il mio. Anche la lancia e l’armatura erano simili a quelle dei miei cavalli. Appena sceso sul campo, sterminò i nemici in modo tale che nell’esercito avversario si levò un lamento e le loro file si dispersero. Poi quell’angelo scomparve chissà dove».
La moglie di Hazrat Saʿd (ra) disse con umiltà: «Riesci a riconoscere chi era? È quell’eroico uomo chiamato Abū Mihjan, che sta contando i giorni in catene nella tua casa. Quando udì la notizia della sconfitta dei musulmani, giurò e continuò a dirmi: “Liberami e lasciami combattere sul campo del jihād. Se resterò vivo, tornerò e mi rimetterò personalmente le catene ai piedi”. Fidandomi delle sue parole, gli sciolsi i legami. Poi, quando chiese il tuo cavallo, glielo diedi. E quando domandò la tua spada, la lancia, il giavellotto e le altre armi, gliele consegnai tutte. Montato a cavallo con tutte le armi e l’equipaggiamento, si lanciò sul campo del jihād. Dopo la vittoria dei musulmani, tornò, si rimise le catene ai piedi e si sedette al suo posto». Il comandante Hazrat Saʿd (ra), ascoltato il racconto reale del coraggio, della sincerità, della devozione e del sacrificio di Abū Mihjan (ra), emise un grido. Tra le lacrime continuava a dire: «È mai possibile che un braccio valoroso come quello di Abū Mihjan debba rimanere continuamente incatenato e detenuto per ordine del califfo?». Immediatamente mise per iscritto tutti i dettagli riguardanti Hazrat Abū Mihjan (ra) e inviò una lettera al servizio del Comandante dei Credenti, Hazrat ʿUmar (ra). Dopo aver letto la lettera e appreso ogni dettaglio, Hazrat ʿUmar (ra) scrisse subito una lettera indirizzata a Hazrat Abū Mihjan (ra):
*********Arabo
«Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole. Dal servo di Allah, ʿUmar, ad Abū Mihjan. Che Allah ti conceda ancora più tawfīq, o Abū Mihjan!».
Il comandante Hazrat Saʿd (ra) continuava a dire con stupore: «Per Allah! Non colpirò mai una persona simile. In secondo luogo, non è neppure appropriato tenerla ancora in catene. Avete potuto osservare in quale terribile difficoltà fossero circondati i musulmani: tra l’Islam e la miscredenza era in corso una lotta inconciliabile. Nel momento culminante di una prova così dura, il sacrificio e il meritorio zelo di Abū Mihjan rimarranno iscritti a lettere d’oro nella storia dell’Islam». Subito dopo queste parole di elogio, Hazrat Abū Mihjan (ra) esclamò: «Per Allah! Non nominerò mai più il consumo di vino per tutta la mia vita; da questo momento mi pento della mia vita passata. Per il resto della mia vita, prometto e mi pento di non toccare mai più il vino o qualsiasi bevanda inebriante». In seguito, Allah l’Altissimo concesse a Hazrat Abū Mihjan (ra) la grazia di rimanere fermamente e incrollabilmente fedele al proprio pentimento fino alla morte.)
Dopo aver ricevuto la notizia che alcuni suoi vice o rappresentanti avevano composto poesie e versi in lode del vino, Hazrat ʿUmar (ra) lo destituì. Il vino che il Nobile Profeta (sallallāhu ʿalayhi wa sallam) dichiarò «harām» e per il cui consumo prescrisse la fustigazione è quello che provoca ebbrezza e fa venir meno l’intelletto, la coscienza e la ragione, qualunque ne siano gli ingredienti e qualunque sia la sostanza con cui venga preparato: per esempio, uva, datteri, fichi e simili; oppure ortaggi o verdure, come grano, orzo e simili; oppure liquidi come il miele e sostanze affini; o ancora, anche se viene preparato con latte animale.
Ogni tipo di bevanda alcolica rientra tra quelle proibite. Inoltre, quando fu rivelato al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) il versetto coranico che proibiva le bevande alcoliche, a Medina non vi era neppure traccia di uva.
L’uva veniva importata dalla Siria e da altri Paesi. Nell’Arabia di allora, le bevande alcoliche venivano generalmente preparate con i datteri oppure con l’acqua in cui erano stati immersi. Tuttavia, ciò che è comprovato dagli autentici hadith del Profeta (pace e benedizioni su di lui), dai Califfi ben guidati e dai nobili Compagni è che ogni sostanza inebriante è haram. Il Nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha dichiarato haram ogni sostanza inebriante che fa venir meno la facoltà di giudizio e di ragionamento e distrugge la capacità di comprendere e riflettere. In effetti, i nobili Compagni bevevano abitualmente il dolce nabīdh al-tamr (acqua in cui erano stati immersi i datteri), preparato lasciando i datteri nell’acqua e consumandolo a piacere dopo che era trascorso un determinato periodo di tempo. Ciò perché l’acqua dell’Higiaz era generalmente salata e l’acqua potabile costituiva una risorsa rara nella vita della popolazione locale. Tuttavia, è lecito bere il nabīdh solo finché non vi compaia alcun effetto inebriante o intossicante. Questa è l’opinione unanimemente condivisa da tutti gli eruditi musulmani e dall’intera Ummah musulmana. Infatti, esso non provoca ebbrezza. È lecito bere il succo d’uva finché non diventi inebriante. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) proibì di preparare il nabīdh in recipienti di legno o in contenitori metallici stagnati. Ordinò invece di prepararlo in recipienti di terracotta la cui apertura potesse essere chiusa. La ragione è che, una volta divenuto inebriante, tali recipienti di terracotta si rompono; così è facile capire se il nabīdh conservato sia diventato inebriante o no. Al contrario, il nabīdh contenuto in recipienti metallici stagnati non fa rompere il recipiente quando diventa inebriante, né vi appare esteriormente alcun segno.
Pertanto, non vi è alcun rischio che chi lo beve venga tratto in inganno o commetta un errore. Tuttavia, un’altra narrazione dimostra che in seguito il Nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) autorizzò la preparazione del nabīdh in recipienti metallici stagnati.
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
***********Arabo
«Vi avevo proibito di preparare il nabīdh in recipienti metallici stagnati. Ma ora preparatelo in essi; tuttavia, quando diventa inebriante, non bevetelo».
A questo proposito si osserva una divergenza di opinioni tra i Compagni e gli eruditi delle epoche successive. Coloro che non erano a conoscenza dell’abrogazione della disposizione precedente, oppure presso i quali era stata tramandata la proibizione di preparare il nabīdh in recipienti di questo tipo, ritenevano vietato prepararlo in tali recipienti.
Al contrario, coloro che ritenevano abrogata la disposizione precedente ne autorizzavano la preparazione in questi recipienti.
D’altra parte, quando un gruppo di faqīh seppe che alcuni Compagni bevevano nabīdh, ritenne che si trattasse di nabīdh inebriante. Pertanto autorizzò il consumo di vari tipi di sciroppi o bevande, a condizione che non fossero preparati con uva, datteri e simili. Al contrario, autorizzò il consumo del nabīdh al-tamr e del succo o estratto di uva passa, purché non fossero inebrianti.
Ma la via autentica e corretta è questa — ed è l’opinione unanimemente condivisa dall’intera Umma musulmana, cioè dalla maggioranza dei dotti: ogni sostanza inebriante che fa perdere la ragione è considerata khamr, ossia vino. E a chi la beve deve essere applicato l’hadd, sia che ne abbia bevuta una sola coppa, sia che l’abbia assunta come medicinale. Infatti, quando gli fu chiesto: «E se non si trova alcun medicinale diverso dal khamr?», il Profeta nobile (s) rispose:
******Arabo
«Questa non è una malattia né una medicina; certamente Allah l’Altissimo non ha posto la guarigione dalle malattie della mia Umma in una sostanza proibita».
Quando vi sono testimoni del consumo di vino, oppure il bevitore lo confessa personalmente, è obbligatorio applicare l’hadd al bevitore. Tuttavia, se dalla sua bocca proviene odore di vino o di bevanda alcolica, se la gente lo ha visto vomitare, oppure se si osserva in lui qualche altro segno di consumo di vino, in tal caso si è stabilito che non gli si può applicare l’hadd. Infatti, in queste circostanze rimane la possibilità che si trattasse di una bevanda non inebriante, che l’abbia bevuta inconsapevolmente o che sia stato costretto a berla, e simili. Piuttosto, se la bevanda era inebriante, deve essere frustato. I sostenitori di questa opinione sono i Califfi ben guidati, i Compagni illustri, tra cui ʿUthmān, ʿAlī e Ibn Masʿūd (r), e altri. Anche la Sunna profetica indica questa posizione, e la pratica concreta della gente è conforme ad essa. Inoltre, questa è anche l’opinione dei madhhab dell’Imām Mālik e dell’Imām Aḥmad (r), che ne hanno fornito una spiegazione dettagliata.
Anche la bevanda preparata facendo fermentare uva e datteri è proibita, e chi la beve deve essere punito con la frustazione. Essa è persino più abietta del khamr o del vino, poiché distrugge sia la ragione sia l’equilibrio dell’animo. Sotto il suo effetto, persino una persona sana può diventare impotente e nel suo carattere può svilupparsi una disposizione da dayyūth. In secondo luogo, il vino o khamr è più nocivo e turpe perché provoca nella società gravi tensioni, come dispute, litigi, risse e aggressioni, e genera ripugnanti malattie morali. Inoltre, così come distoglie il servo dal ricordo di Allah, allo stesso modo lo allontana dalla preghiera.
Alcuni faqīh delle epoche successive si sono astenuti dal pronunciarsi sull’applicazione dell’hadd per il reato di consumo di vino. Secondo loro, si deve applicare una pena inferiore all’hadd, cioè il taʿzīr, poiché esso può provocare la corruzione della ragione e del carattere, analogamente al consumo di bhang. D’altra parte, non si trova alcuna prova di una decisione o di una sentenza al riguardo da parte dei dotti ulema e degli esperti di diritto islamico dei mutaqaddimīn (delle prime epoche). Queste erbe, invece, non sono così: la gente le consuma con piacere e con tale desiderio da volerle mangiare ancora, ritenendo che una quantità maggiore ne richieda un consumo maggiore, proprio come accade con il vino e il khamr. Per la maggior parte del tempo ciò porta a difetti come il disinteresse per il ricordo di Allah. Se se ne consuma una quantità eccessiva, si verificano anche mancanze e irregolarità nella preghiera. Inoltre, provoca dayyūthismo e impotenza, e distrugge la ragione, l’intelletto e la mente.
Ma se è denso e solido, viene usato come alimento accessorio e non appartiene alla categoria del vino, allora tra i faqīh si riscontrano tre diverse opinioni riguardo alla sua impurità o contaminazione rituale.
(1) Secondo la scuola giuridica dell’Imam Ahmad (che Allah abbia misericordia di lui) e di altri, anch’esso è impuro come il vino. Questa è l’opinione corretta e attendibile.
(2) Secondo alcuni, non è impuro poiché è jāmid, cioè solido.
(3) Alcuni hanno distinto tra ciò che è solido e ciò che è liquido. In definitiva, anch’esso rientra tra le cose rese illecite da Allah e dal Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui).
Poiché, sia in senso letterale sia in senso sostanziale, è vino, sharāb, khamr e una sostanza inebriante.
È narrato da Abū Mūsā al-Ashʿarī (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli chiese al Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui): «O Messaggero di Allah, pronunci una decisione riguardo ai due tipi di vino chiamati “Tubā” e “Mīzār”, preparati nel nostro Yemen. Il “Tubā” è prodotto dal miele. Quando acquistano forza e raggiungono lo stato di ebbrezza, quale norma si applica loro?». Il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) possedeva il dono di esprimere molto in poche parole. Perciò rispose:
********Arabo
«Ogni sostanza inebriante è illecita». (Bukhārī e Muslim)
È narrato da Nuʿmān ibn Bashīr (che Allah sia soddisfatto di lui) che il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse:
*********Arabo
Dal grano si prepara un tipo di bevanda alcolica. La si prepara anche con l’orzo, l’uva passa, i datteri e il miele. Dichiaro haram ogni sostanza che provoca ubriachezza e intossicazione. (Abu Dawud)
Tuttavia, nella raccolta di Bukhari e Muslim, la suddetta narrazione è identificata come una dichiarazione di Hazrat Umar (ra). Stando sul pulpito del nobile Profeta (saws), egli commentò:
******Arabo
«Khamr è ciò che fa perdere la ragione».
In un’altra narrazione è riportato…
******Arabo
«Ogni sostanza che provoca ubriachezza è khamr, e ogni tipo di khamr è haram». L’Imam Muslim lo ha narrato in entrambe le versioni nella sua raccolta di hadith, il celeberrimo Sahih Muslim.
Narrato da Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei). Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
*******arabo
«Ogni sostanza che provoca ebbrezza è haram. E qualunque sostanza provochi ebbrezza se se ne beve la misura di un matka, anche una manciata di essa è haram».
Gli studiosi degli hadith hanno narrato attraverso diverse catene di trasmissione che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
*******arabo
«Qualunque cosa provochi ebbrezza se se ne beve molto, anche una piccola quantità è haram».
Gli studiosi degli hadith hanno riconosciuto la narrazione come autentica.
Narrato da Jabir (che Allah sia soddisfatto di lui): un uomo chiese al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui): «Nella nostra regione si prepara una bevanda da un tipo di seme chiamato mīzar. Qual è il suo giudizio al riguardo?». In risposta, egli gli rivolse una domanda:
*********Arabo
«Produce ebbrezza?»
L’uomo rispose: «Sì».
Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
*******Arabo
«Ogni sostanza che produce ebbrezza è haram. E chiunque beva una bevanda inebriante è minacciato da Allah di dover bere “Tīnat al-Khabāl”» . I Compagni chiesero:
******Arabo
«O Messaggero di Allah, che cos’è “Tīnat al-Khabāl”?» Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
*******Arabo
il sudore (che fuoriesce dai corpi) degli abitanti dell’Inferno, cioè una sostanza liquida e maleodorante». (Sahih Muslim)
È stato riferito da Ibn ‘Abbas (che Allah ne sia compiaciuto) che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
*******Arabo
«Ogni sostanza inebriante è khamr e ogni sostanza inebriante è haram». (Abu Dawud)
In definitiva, sono stati riferiti innumerevoli hadith a questo proposito. Poiché le parole del Venerabile Profeta (pace e benedizioni su di lui) sono jawami‘ al-kalim (espressioni dal significato ampio e comprensivo), è sua caratteristica esprimere ogni cosa in forma concisa e completa. Egli ha detto che ogni sostanza che fa perdere la ragione e la facoltà d’intendere, e che provoca ebbrezza, è haram, sia essa un alimento o una bevanda.1 (Nota 1: Le sostanze stupefacenti estremamente dannose per il corpo umano hanno distrutto la vita di figli intelligenti e sani di tante famiglie, in questo Paese come in molti altri; ciò si può comprendere dai terribili e dolorosi esempi presenti nella vita sociale del Bangladesh e nelle diverse famiglie.) Pertanto, lo sharab o khamr è haram proprio perché provoca ebbrezza. I mutaqaddimin non discussero alcuna delle sue qualità, poiché la sua produzione iniziò nel VI secolo dell’Egira, o in un periodo ad esso vicino. Allo stesso modo, numerosi tipi di bevande alcoliche venivano prodotti nell’epoca successiva al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Tuttavia, rientrano tutti sotto quella medesima causa e sotto la grande espressione dal significato ampio e comprensivo menzionate nel Corano e negli hadith.
[Sedici]
La pena per la calunnia
La pena per la calunnia (qadhf): attribuire falsamente la zina a una persona di condotta irreprensibile e infliggere al calunniatore la pena della fustigazione—
Tra le pene hudud per le quali esistono prove nel Corano e negli hadith e sulle quali, inoltre, si è stabilito l’ijmaʿ, cioè il consenso della comunità musulmana, rientra anche l’hadd del qadhf. Se qualcuno accusa falsamente una persona di condotta irreprensibile (muhsan) di zina o di liwatat (omosessualità), diventa obbligatorio che il giudice infligga al calunniatore ottanta frustate. In questo caso, per muhsan si intende una persona libera, indipendente, pura e di carattere irreprensibile. Invece, riguardo alla pena della zina, il termine muhsan indica una persona che abbia avuto rapporti con la propria moglie sulla base di un matrimonio valido secondo la sharia (come già illustrato in precedenza).
[Diciassette]
I reati la cui pena non è determinata
e lasciata alla discrezione del governante e del giudice
Per quei peccati o reati la cui pena non è determinata e per i quali non è stata indicata neppure alcuna kaffara, la sanzione, cioè la pena educativa, dipende dalla decisione del giudice o dell’autorità governativa. Il ruolo loro spettante nel prescrivere una pena adeguata, secondo il luogo, il tempo, le persone e le circostanze specifiche, costituisce l’argomento di questo capitolo.
Tra i reati per i quali non è indicata alcuna pena specifica né alcuna kaffara vi sono, per esempio, baciare un ragazzo minorenne o una donna estranea, dedicarsi ad attività preliminari al rapporto sessuale, eccetto il rapporto stesso, consumare sostanze proibite come sangue versato, carne di animali morti e simili, muovere una falsa accusa diversa dalla zina, rubare beni non custoditi, rubare beni di valore inferiore al «nisab»1 (Nota 1: si chiama nisab la quantità di denaro e beni il cui possesso rende obbligatoria la zakat.) inferiore al nisab, tradire un deposito affidato (violare la fiducia), come fanno il tesoriere del Bayt al-mal e il mutawalli, il mutawalli dei beni waqf, i tutori di orfani privi del padre o i soci di un’impresa comune. Per esempio: tradire la fiducia, ingannare nei rapporti e nelle transazioni, frodare riguardo agli alimenti, ai beni di consumo o ai tessuti, alterare le quantità nelle misure, incoraggiare a rendere falsa testimonianza, prendere tangenti, emanare decisioni contrarie agli ordini di Allah, commettere ingiustizie, soprusi e persecuzioni contro i sudditi o la popolazione, pronunciare espressioni dell’epoca della jahiliyya o avanzare pretese proprie di quell’epoca, dedicarsi ad attività vietate dalla sharia e simili. Per i responsabili di tali reati, stabilire pene esemplari, volte a formare il carattere e a correggere ed educare, rientra interamente nella competenza del giudice o dell’autorità governativa. In questi casi essi stabiliranno la pena dopo aver valutato le circostanze, compreso se la gravità del reato sia maggiore o minore. Se la tendenza a delinquere aumenta o supera i limiti normali, è auspicabile che la pena sia più severa e rigorosa. Se invece la quantità e la gravità degli atti criminosi rimangono entro i limiti normali, anche la pena dovrebbe essere proporzionalmente più lieve. In breve, se la popolazione comincia a dedicarsi ampiamente ad attività criminose e vi si abitua, è auspicabile una pena severa e grave. Al contrario, per i reati lievi e di modesta entità è prescritta una pena leggera.
La pena dovrebbe essere determinata in proporzione alla gravità maggiore o minore del reato. Per esempio, la pena di chi, occasionalmente, molesta con cattive intenzioni una donna o un ragazzo dovrebbe essere inferiore a quella di chi incita e molesta continuamente donne e ragazzi per scopi disonesti. Ora, quale sarà l’entità del taʿzir, cioè della pena educativa, disciplinare ed esemplare? Non è indicata in modo preciso. Lo scopo fondamentale del taʿzir è infliggere sofferenza e dolore. Esso può essere attuato mediante parole o azioni, interrompendo le conversazioni con la persona o cessando di trattarla come la si trattava in precedenza, oppure attraverso ordini e ammonimenti, o ancora mediante intimidazioni, avvertimenti e richiami alla prudenza. In breve, bisogna infliggerle una sofferenza tale da realizzare l’atto di taʿzir o di disciplina. Talvolta questo scopo può essere raggiunto anche recidendo i rapporti e interrompendo saluti, conversazioni e ogni comunicazione.
In realtà, lo scopo è sottoporlo al taʿzīr finché non si penta di un simile comportamento. È come quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui), a causa della mancata partecipazione al jihad, ordinò di interrompere i saluti, le conversazioni e ogni rapporto con tre Compagni.1 (Nota 1: quei tre Compagni erano Kaʿb ibn Mālik, Hilāl ibn Umayya e Murārah ibn Rabī (che Allah sia soddisfatto di loro). Riguardo all’accettazione del pentimento di questi tre, nel Nobile Corano è detto:
*******Arabo
«E anche per i tre la cui decisione era stata rinviata in attesa del comando di Allah: la terra, per quanto vasta e ampia, divenne angusta per loro, ed essi arrivarono a provare avversione persino per la propria vita. Inoltre, si convinsero fermamente che non vi fosse per loro alcun rifugio dalla presa di Allah, se non presso di Lui. Poi Allah accolse il loro pentimento, affinché perseverassero nel pentimento. In verità, Allah è Colui che accetta grandemente il pentimento, il Misericordioso» (Sura al-Tawba, 118).
Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ordinò a tutti di interrompere i rapporti sociali con questi tre Compagni e, di fatto, di boicottarli. Fece cessare i saluti, le conversazioni e ogni comunicazione con loro. Persino i membri delle loro famiglie smisero di frequentarli e di parlare con loro. La loro condizione divenne quindi quella descritta nel versetto citato.
Questo accadde durante la guerra di Tabūk, svoltasi nel decimo anno dell’Egira. La guerra di Tabūk fu una dura prova per i musulmani. Da un lato, era la stagione del caldo intenso e il viaggio era lunghissimo; non disponevano praticamente di alcun mezzo o risorsa. Inoltre, per gli abitanti di Medina, l’approvvigionamento alimentare per l’intero anno coincideva con la piena stagione della raccolta dei datteri. Tutti erano quindi preoccupati e si chiedevano come fosse possibile partire per la guerra in quelle condizioni.
Pertanto, in questa guerra gli abitanti di Medina si divisero in cinque gruppi. (1) Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), i Muhājirūn e gli Anṣār: in qualunque circostanza, si prepararono completamente, fermamente determinati a partire per la guerra. (2) Alcuni tra i Muhājirūn e gli Anṣār inizialmente esitarono a partire per la guerra, ma alla fine si prepararono e partirono con l’intenzione di parteciparvi. (3) Questo gruppo era composto soltanto da tre uomini, che per negligenza e pigrizia si astennero dal partire per la guerra. Dopo il ritorno del Nobile Profeta a Medina, anch’essi si presentarono al cospetto del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Quando fu chiesto loro perché non avessero partecipato al jihad, senza ricorrere alla menzogna raccontarono sinceramente i fatti: la colpa era soltanto nostra; ci eravamo astenuti dal recarci al jihad senza alcuna ragione. Dal tribunale profetico giunse l’ordine di boicottare socialmente questi tre. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse loro di attendere la rivelazione: qualunque ordine fosse giunto da Allah, quello sarebbe stato messo in pratica. (4) Il quarto gruppo era costituito dagli ipocriti. Nella Sura al-Tawba essi sono trattati ampiamente, con aspri rimproveri e condanne. (5) Erano coloro che non avevano potuto partecipare a quella guerra a causa di una valida scusa o di un’incapacità. In questo versetto si fa riferimento alla grazia e alla misericordia di Allah. A ciascuno fu quindi concessa una parte della grazia, della misericordia e della benevolenza di Allah secondo la propria condizione. Il dono di Allah, la “grazia”, al Nobile Profeta, ai Muhājirūn e agli Anṣār consistette nel fatto che non ebbero alcuna esitazione riguardo alla partenza per la guerra; al contrario, erano dotati di ferma determinazione e di una volontà salda e incrollabile. Quanto a coloro che avevano esitato, la benevolenza di Allah verso di loro consistette nel fatto che alla fine si recarono in guerra come compagni del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Inoltre, la benevolenza di Allah verso questi tre — Kaʿb, Hilāl e Murārah (che Allah sia soddisfatto di loro) — consistette nel fatto che confessarono la propria colpa, e Allah accolse il loro pentimento.
In sintesi, se, grazie al boicottaggio sociale, il colpevole trae una lezione e si astiene dal commettere il reato, anche questo può essere considerato efficace, qualora produca effetto in tribunale.
In conclusione, per tutti quei reati per i quali non è stata stabilita una pena hadd, ma per i quali si intende applicare il taʿzīr, è dovere dell’imām, del governante o del giudice applicare il taʿzīr o infliggere una pena in base alla condizione del colpevole, impedendogli così di perseverare nel reato.)
Se un tutore, un giudice o un governante commette un crimine per il quale non è stata stabilita alcuna hadd, il califfo, cioè il capo dello Stato, deve rimuoverlo dal suo incarico, come fecero il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e i Compagni (che Allah si compiaccia di loro). In alcuni casi, invece, dovrebbe essere sottoposto a taʿzīr mediante il congedo obbligatorio e temporaneo dal servizio. Può darsi che qualcuno presti servizio nelle forze militari e di difesa dei musulmani, impegnate a combattere contro i miscredenti, con le spade che si affrontano faccia a faccia; se, in tale situazione, un membro dell’esercito musulmano fugge, sebbene fuggire dal campo di battaglia sia un grave peccato, allora, di conseguenza, sospendergli lo stipendio, le indennità e il vitto costituisce anch’esso una forma di taʿzīr o punizione.
Analogamente, se un emiro, un giudice o un governante si dedica a un’attività riconosciuta dalla società come riprovevole e detestabile, deve essere rimosso dal suo incarico o destituito. Per lui, questa sarà considerata una forma di taʿzīr.
Talvolta il colpevole deve essere punito con la reclusione. A seconda delle circostanze e della persona, si dovrà imbrattargli il volto di calce e nerofumo, farlo salire al contrario su un asino e condurlo per mercati, bazar e luoghi pubblici, umiliandolo e disonorandolo davanti alla gente, come forma di taʿzīr. È riportato, per esempio, che ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb (che Allah si compiaccia di lui) inflisse una simile forma di taʿzīr a un falso testimone. Con le sue menzogne, il bugiardo si è sporcato da sé il volto; perciò, come conseguenza delle sue azioni, il suo volto è stato annerito. In secondo luogo, poiché aveva capovolto la parola semplice e diretta, fu punito facendolo cavalcare al contrario sul dorso di un asino.
Nel taʿzīr non si devono infliggere più di dieci colpi. Tuttavia, secondo un numero considerevole di esperti di diritto islamico, il taʿzīr dovrebbe essere tale da non raggiungere il limite della hadd. Anche riguardo al taʿzīr si riscontrano tra loro due opinioni. Secondo alcuni, esso dovrebbe arrivare fino a tale limite. La hadd per una persona libera consiste in almeno quaranta o ottanta frustate; pertanto non è corretto infliggere nel taʿzīr quel numero di frustate. In realtà, è opportuno che il taʿzīr dello schiavo non raggiunga la quantità minima della hadd prevista per lo schiavo. Per esempio, la hadd dello schiavo è di venti o quaranta frustate; di conseguenza, il taʿzīr non dovrebbe ammontare allo stesso numero.
D’altra parte, alcuni sostengono che, sia che il colpevole sia libero sia che sia schiavo, non è appropriato che il taʿzīr raggiunga la misura della hadd dello schiavo. Una terza opinione afferma invece che, per le persone libere, il taʿzīr dovrebbe essere pari alla loro hadd. La forma e il tipo di taʿzīr da infliggere non devono però eccedere di molto la hadd. Per esempio, se un ladro ruba beni da un luogo non custodito, non gli si deve tagliare la mano come punizione, ma si deve ricorrere a un’altra forma di taʿzīr, anche se tale taʿzīr arriva fino alla hadd del qadhf. Se necessario, gli si dovranno infliggere più frustate di quelle previste per la hadd del qadhf. Per esempio, chi non ha commesso zinā, ma ha compiuto azioni connesse, come baciare una donna, giacere con lei nello stesso letto o compiere altre azioni analoghe collegate allo zinā, non può essere sottoposto a cento frustate come taʿzīr. Tuttavia, è ammissibile che il taʿzīr superi quello del qadhf. È riportato, per esempio, che al tempo di ʿUmar (che Allah si compiaccia di lui) un uomo aveva fatto realizzare un anello lavorato e vi aveva incastonato qualcosa rubato dal Bayt al-Māl. Dopo che ciò fu provato, il primo giorno ʿUmar (che Allah si compiaccia di lui) gli inflisse cento frustate. È riportato dai califfi ben guidati che una notte un uomo fu trovato a letto sotto la stessa coperta con una donna estranea. Come punizione, furono inflitte cento frustate a ciascuno dei due.
È riportato dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) che, se un uomo ha rapporti sessuali con la schiava di sua moglie, deve essere lapidato a morte. Questa è l’opinione dell’imām Aḥmad (che Allah abbia misericordia di lui). Le prime due posizioni seguono invece la scuola giuridica dell’imām al-Shāfiʿī (che Allah abbia misericordia di lui). È riportato dall’imām Mālik (che Allah abbia misericordia di lui) e da altri che esistono alcuni crimini per i quali non è stata stabilita una hadd specifica, ma il loro taʿzīr, ossia la loro punizione, può arrivare fino alla pena di morte. Anche alcuni discepoli dell’imām Aḥmad (che Allah abbia misericordia di lui) seguono questa opinione. Per esempio, se un musulmano si dedica allo spionaggio a favore dei miscredenti e dei nemici, mettendo così a rischio la vita e i beni dei musulmani, l’imām Aḥmad (che Allah abbia misericordia di lui) si astiene dal pronunciarsi e mantiene il silenzio; secondo invece alcuni imām hanbaliti, come l’imām Mālik (che Allah abbia misericordia di lui) e Ibn ʿUqayl, egli dovrebbe essere condannato a morte. Al contrario, secondo l’opinione dell’imām Abū Ḥanīfa (che Allah abbia misericordia di lui), dell’imām al-Shāfiʿī (che Allah abbia misericordia di lui) e di un altro imām hanbalita come Abū Yaʿlā, non è appropriato condannarlo a morte.
Se qualcuno introduce una bidʿa o una pratica contraria alla Sharīʿa e opposta al Corano e agli ḥadīth, oppure invita la gente ad adottarla e ne promuove la diffusione, il tribunale può condannarlo a morte. Molti discepoli dell’imām Mālik (che Allah abbia misericordia di lui) sostengono anch’essi questa opinione. D’altra parte, l’imām Mālik (che Allah abbia misericordia di lui) e altri imām hanno ordinato la condanna a morte dei Qadariyya. Il loro ordine non si fondava sul fatto che i Qadariyya fossero murtadd, cioè apostati, bensì sul fatto che essi provocavano fasād fī al-arḍ, vale a dire disordine nello Stato e nella società.
Analogamente, alcuni hanno espresso l’opinione che anche i maghi debbano essere condannati a morte. La maggior parte degli ʿulamāʾ sostiene la stessa opinione. A questo proposito è stata trasmessa una narrazione da Jundub (che Allah si compiaccia di lui), sia secondo la trasmissione mawqūf sia secondo quella marfūʿ.1(Nota 1: l’episodio di Jundub (che Allah si compiaccia di lui) è stato riportato con la catena dei trasmettitori, cioè la fonte della narrazione, nel libro al-Aghānī, scritto da Abū al-Faraj al-Iṣfahānī. Nel resoconto dell’episodio si afferma:
Una volta, alla corte di al-Walīd ibn ʿUqba, si presentò un mago. Recitando formule magiche, entrava e usciva agevolmente dal ventre di una vacca. Per caso, Ḥaḍrat Jundub (ra) si trovava lì e osservò la scena. Si alzò senza farsi notare da nessuno, uscì dalla stanza e tornò con una spada in mano. Nel bel mezzo dell’esibizione, non appena il mago entrò nel ventre della vacca, con un poderoso colpo di spada la tagliò in due insieme al mago. E continuò a recitare ad alta voce:
Arabo
«Siete venuti a praticare la magia consapevolmente?» (Sura degli Anbiyāʾ: 3)
Comprendendo la gravità della situazione, tutti i presenti furono presi dal terrore. Per ordine di al-Walīd, governatore dell’Iraq, Jundub fu arrestato e mandato in prigione. Fu inoltre inviata al califfo ʿUthmān (ra) una lettera nella quale veniva registrato dettagliatamente l’accaduto. Per caso, il carceriere era cristiano. Ḥaḍrat Jundub (ra) si alzava nel cuore della notte per pregare il taḥajjud e digiunava durante il giorno. Vedendo ciò, il carceriere cristiano pensava tra sé: «Per Dio! Se lo stato dei criminali, degli impostori e dei malvagi di quel popolo è questo, allora quel popolo e quella religione devono essere certamente veri e puri». Affidò la responsabilità della prigione a un’altra persona e si recò personalmente a Kūfa. Lì cominciò a osservare il comportamento della gente e a chiedere agli abitanti del luogo chi fosse la persona più onesta e virtuosa della città. Essi risposero che era Ashʿath ibn Qays. Egli fu ospite nella sua casa e notò che questi dormiva di notte e mangiava al mattino. Poi chiese nuovamente agli abitanti di Kūfa: «Chi è la persona migliore qui?». Essi risposero: «Jarīr ibn ʿAbd Allāh». Quel cristiano lo trovò simile a Ḥaḍrat Ashʿath ibn Qays. Poi si rivolse verso la qibla e cominciò a proclamare:
*********Arabo
«Colui che è il Signore di Jundub è anche il mio Signore e Sostentatore, e la religione di Jundub è la mia religione». Subito dopo aver pronunciato queste parole, recitò la kalima ṭayyiba e abbracciò l’Islam. Nell’opera “Sunan al-Kubrā”, l’Imam al-Bayhaqī menziona l’episodio con lievi variazioni nel modo seguente: al-Walīd ibn ʿUqba era allora il governatore dell’Iraq. Un mago si presentò al suo cospetto e cominciò a esibire i suoi giochi mediante i propri incantesimi. Recise la testa a un uomo. Poi gridò a gran voce pronunciando il nome dell’ucciso. A quel punto la testa mozzata tornò da sola, si riattaccò al corpo e l’uomo riprese vita. Vedendo questa scena, la gente presente esclamò con stupore e meraviglia **********Arabo «Subḥān Allāh! Ecco, lo vediamo dare la vita ai morti». Il giorno seguente, dopo aver assistito a una simile situazione, un uomo dei Muhājirūn si presentò sul luogo con una spada in mano. Quando il mago iniziò i suoi giochi di prestigio come il giorno precedente, egli avanzò dalla folla e, con un solo colpo di spada, gli separò la testa dal corpo. Poi commentò: «Se è veramente capace di dare la vita ai morti, allora torni in vita da solo». A quel punto al-Walīd ordinò al carceriere di nome Dīnār di arrestarlo e gettarlo in prigione. In sintesi, la magia è un’attività contraria all’Islam, poiché con essa le persone vengono ingannate. Pertanto, l’unico criterio della verità e della religione è il Libro di Allāh e la Sunna del Messaggero (ṣa); tutto ciò che concorda con questi due è vero. Al contrario, tutto ciò che li contraddice sarà riconosciuto come traviamento. Per questo motivo, gli studiosi esperti di diritto islamico hanno espresso un parere favorevole alla pena capitale per il mago. In questo caso, l’episodio dell’invio in prigione costituisce un’assunzione privata dell’amministrazione della giustizia.)
*****Arabo
«La pena hadd o la punizione del mago consiste nell’eseguire la sua pena capitale mediante un colpo di spada». (al-Tirmidhī)
Secondo Hazrat Umar (ra), Hazrat Uthman (ra), Hazrat Hafsa (ra), Hazrat Abdullah ibn Umar (ra) e gli altri Compagni, la punizione per il mago è la pena di morte. Tuttavia, tra loro vi è discordanza riguardo alla ragione di ciò. Secondo alcuni ulema, il mago deve essere messo a morte perché è diventato anch’egli un kafir. Altri hanno detto che il mago è certamente meritevole di essere ucciso, ma ciò è dovuto al fasad fil ard’ ******Arabo, cioè alla diffusione del disordine nella società. Secondo la maggioranza degli ulema, tuttavia, egli è un criminale meritevole della pena capitale in base all’hadd della Sharia.
Analogamente, quando si ripete un crimine della categoria di quelli la cui punizione rende obbligatoria la pena di morte, l’Imam Abu Hanifa (ra) si è pronunciato a favore della pena capitale come taʿzir. Per esempio, se una persona continua a praticare ripetutamente la liwat, cioè la pederastia, oppure se inganna le persone e, ricorrendo alla frode, si appropria del loro denaro, è obbligatorio condannarla a morte. Allo stesso modo, se viene dimostrato che, riguardo a una persona, non esiste altro mezzo per proteggere la società dalle sue attività nocive e distruttive se non uccidendola, in tal caso deve essere messa a morte.
L’Imam Muslim ha riportato nella sua celeberrima raccolta di hadith, Sahih Muslim, la trasmissione di Hazrat ʿArfaja al-Ashjaʿi (ra). Egli dice: Ho udito il Messaggero di Allah (saw) dire:
******Arabo
«Chiunque venga nella vostra società con l’intento di creare divisione, disordine e discordia, è meritevole della pena di morte».
In un altro hadith si legge:
********Arabo
«Quando le fitna continueranno a sorgere una dopo l’altra, se qualcuno tenterà deliberatamente di creare divisione tra questa comunità e si adopererà per distruggere la vostra unità e coesione, chiunque egli sia, dovrà essere condannato a morte con un colpo di spada, dopo essere stato giudicato».
Riguardo al consumo di bevande alcoliche è stato detto analogamente che, se una persona non desiste nonostante abbia ricevuto più volte una punizione taʿzīr, la quarta volta dovrà essere condannata a morte. A sostegno di questa opinione, nel libro è riportata dall’Imam Aḥmad una narrazione trasmessa da Dailam al-Ḥimyarī (ra). Dailam (ra) chiese: «O Messaggero di Allah! Provengo da una regione in cui, con l’aiuto del vino, si portano a termine grandi imprese. Esso viene usato per curare. Noi prepariamo vino dal grano e ricaviamo una considerevole forza dal vino. In questo commercio otteniamo anche un buon successo. Inoltre, nella nostra regione fa molto freddo e con esso si mantiene caldo il corpo». Il Profeta (sallallahu ʿalayhi wa sallam) disse:
«Esso provoca ebbrezza?». Risposi: «Sì». Egli disse: «State lontani da esso». Insistetti nuovamente: «O Messaggero! La gente non rinuncerà in alcun modo a questa bevanda».
A questo punto il Profeta disse: — Arabo
«Se non vi rinunciano, allora dovranno essere condannati a morte».
In realtà, la ragione fondamentale di questa disposizione è che ciò provoca nella società fitna, corruzione e disordine. (Oltre ai danni arrecati al corpo umano e ad altri danni.) In secondo luogo, è paragonabile a un aggressore nocivo. Pertanto, come è lecito e necessario uccidere un aggressore feroce per autodifesa, così, considerati i danni diffusi delle sostanze stupefacenti, anche la loro disposizione giuridica è dello stesso ordine. Tutti concordano sul fatto che le pene siano di due tipi: (1) la pena per i reati commessi in passato, che il colpevole sconta già in questo mondo e mediante la quale si libera dal dispiacere di Allah, come la fustigazione dell’ubriacone e di chi lancia false accuse, il taglio della mano al ribelle e al ladro, e simili; (2) il mancato adempimento di un diritto reso obbligatorio per lui e il perseverare continuamente nel peccato. Lo scopo di punire un simile colpevole è fargli adempiere ciò che gli spetta e costringerlo ad assumere una ferma decisione di astenersi dal peccato in futuro. Un esempio è l’apostata che rinnega l’Islam. Anzitutto bisogna invitarlo al pentimento e ad accettare l’Islam. Se risponde all’invito e, pentendosi, torna musulmano, tanto meglio; altrimenti dovrà essere condannato a morte. Analogamente, nel caso di chi abbandona la preghiera o il digiuno, o di chi non adempie i diritti altrui oppure li viola, gli si deve concedere l’opportunità di adempiere ai diritti e agli obblighi. In caso contrario, si dovrà intervenire contro di lui.
Pertanto, per i reati del secondo tipo si deve applicare il taʿzīr con maggiore severità che per quelli del primo tipo. Così, chi abbandona la preghiera o il digiuno deve essere ammonito colpendolo ripetutamente, finché non adempia gli obblighi che gli incombono.
A questo proposito riportiamo di seguito un hadith di al-Bukhari e Muslim. Il Santo Profeta (sallallahu ʿalayhi wa sallam) disse:
— Arabo
«Non si devono infliggere più di dieci frustate, eccetto nel caso degli ḥudūd stabiliti da Allah». Nell’interpretazione, alcuni studiosi ritengono che il significato di questo ḥadīth sia che gli ḥudūd stabiliti da Allah sono stati resi inviolabili in quanto diritto di Allah. Infatti, il significato di ḥudūd, come menzionato nel Corano e negli ḥadīth, è la linea di demarcazione tra il lecito e l’illecito: vale a dire il confine situato tra il limite estremo del lecito e il limite iniziale dell’illecito. Riguardo al limite estremo del lecito, Allah dice:
***********Arabo
«Questi sono i confini stabiliti da Allah. Pertanto, non li oltrepasserete». D’altra parte, riguardo ai confini iniziali dell’illecito, la parola di Allah è:
********Arabo
«Questi sono i limiti stabiliti da Allah. Non avvicinatevi dunque nemmeno ad essi».
Ora la questione è: perché la suddetta punizione viene chiamata ḥadd? Si può rispondere che si tratta di un nuovo termine tecnico. Il suo significato è stato discusso in precedenza.
Lo scopo del ḥadīth menzionato è il seguente: se, nel tentativo di far valere il proprio diritto, la questione arriva fino a un episodio di aggressione e percosse, allora per lui diventa lecito infliggere più di dieci colpi. A titolo di esempio, può accadere che sorga discordia tra un marito e una moglie e che una delle due parti commetta un’ingiustizia o ecceda; in una situazione simile, è necessario punire l’ingiusto per garantire il diritto dell’oppresso. Tuttavia, nel caso della pena della fustigazione, non si devono superare i dieci colpi.
[Diciotto]
Il tipo di frusta con cui si punirà il colpevole
e le parti del corpo sulle quali non si deve usare la frusta
Secondo la Sharia, la frusta con cui si ordina di punire il colpevole deve essere di media intensità. Infatti il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
Arabo
«In altre parole, è preferibile adottare una via di mezzo».
Hazrat Ali (che Dio sia soddisfatto di lui) dice: il colpo non deve essere sferrato con eccessiva forza, ma neppure essere del tutto lieve. La verga non deve essere né troppo grande né eccessivamente piccola. Non si deve colpire con un pezzo di legno, né con un oggetto munito di spine. In questo caso la dorra non è sufficiente; piuttosto, la dorra deve essere usata per il taʿzīr, ossia per una punizione educativa. Nel caso dell’hadd della Sharia, la pena deve essere inflitta esclusivamente con la frusta.
Hazrat Umar ibn al-Khattab (che Dio sia soddisfatto di lui) usava la dorra allo scopo di impartire l’educazione a qualcuno. Tuttavia, quando applicava l’hadd della Sharia, faceva portare la frusta. Al momento di frustare, non si devono togliere tutti gli indumenti del colpevole; si devono invece rimuovere soltanto quegli indumenti la cui presenza attenuerebbe l’intensità dei colpi. Si deve fare attenzione affinché l’azione dei colpi non raggiunga i nervi o gli intestini. Salvo particolare necessità, la persona condannata non deve essere legata. Non si deve colpire il volto del colpevole. Lo scopo fondamentale è educarlo, non togliergli la vita. I colpi devono essere inferti in misura tale che ogni parte del corpo li percepisca e sia tormentata dal dolore. Per esempio, si deve colpire la schiena, le spalle e le cosce.
[Diciannove]
Classificazione delle pene e dei condannati
Le pene inflitte per la disobbedienza ad Allah e al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) sono di due tipi. (1) Il primo tipo viene applicato a una, due o più persone, come già descritto. (2) Il secondo tipo viene applicato contro una forza, un gruppo o una fazione potente, che non può essere controllata se non mediante la pena di morte. Rientra in questa categoria il «jihad» sotto l’autorità dello Stato, cioè la guerra condotta contro l’aggressione dei nemici di Allah e del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).
Nonostante l’ampia diffusione e proclamazione della religione, coloro che non accettano l’Islam e, anzi, si dedicano a cospirazioni aggressive contro di esso devono combattere il jihad. Finché la fitna e la corruzione contro la religione non saranno sradicate e la religione di Allah non sarà stabilita e vittoriosa, questo jihad1 (1. Nota: jihad significa impegnarsi con ogni mezzo per raggiungere l’obiettivo di stabilire la religione di Allah. Il ricorso alla forza per esigenze di difesa ne costituisce soltanto la forma estrema.) dovrà essere mantenuto nonostante ogni avversità.
Agli inizi dell’Islam, al Grande Profeta (pace e benedizioni su di lui) era stato ordinato soltanto di trasmettere l’invito all’Islam. Il jihad non era ancora stato autorizzato. Quando, a un certo punto, fu costretto a emigrare verso Medina e anche lì i nemici dell’Islam mossero guerra contro di lui e i suoi compagni, Allah l’Altissimo concesse al Grande Profeta (pace e benedizioni su di lui) e ai Compagni il permesso di intraprendere il jihad in una situazione di autodifesa.
A questo proposito, la parola di Allah l’Altissimo è:
**********Arabo
«È stato concesso il permesso di combattere contro i miscredenti anche a quei musulmani contro i quali i miscredenti combattono, perché essi sono perseguitati. E certamente Allah è pienamente capace e potente di aiutarli. Essi sono gli oppressi e i perseguitati che sono stati ingiustamente espulsi dalle loro terre per il solo motivo di aver dichiarato: “Il nostro unico Signore e Sostentatore è Allah”. Se Allah non avesse predisposto che un gruppo di uomini fosse trattenuto da un altro, sarebbero state certamente distrutte da tempo le chiese dei cristiani, i luoghi di culto degli ebrei e le moschee dei musulmani, nelle quali Allah è ricordato in abbondanza. E Allah aiuterà certamente coloro che aiuteranno la Sua religione. In verità, Allah è il più forte e il più potente.
(Questa dovrebbe essere la caratteristica dei musulmani:) “Se concediamo loro autorità e potere di governo in una terra, essi vi stabiliranno la preghiera, verseranno la zakat, ordineranno il bene e proibiranno il male. E ad Allah appartiene l’autorità di determinare l’esito di tutte le cose”» (Sura al-Hajj: 39-41).
Successivamente fu rivelato il versetto che dichiarava obbligatorio il jihad per i musulmani—
***********Arabo
«O musulmani! Il jihad vi è stato reso obbligatorio, sebbene vi sia sgradito. E sappiate che forse una cosa vi è sgradita, ma alla fine è un bene per voi; al contrario, forse una cosa vi è molto gradita, ma in realtà è dannosa per voi. In verità, Allah conosce l’esito, mentre voi non lo conoscete». (Sura al-Baqara: 216)
In seguito, nelle sure medinesi, sono state spiegate l’importanza e la necessità del jihad, il jihad è stato reso obbligatorio e sono stati biasimati coloro che lo abbandonano.
Inoltre, chi abbandona il jihad è stato definito malato nel cuore. Allah proclama, ad esempio:
**********Arabo
«O Profeta! Di’ ai musulmani: se temete che i vostri padri, i vostri figli, i vostri fratelli, le vostre mogli, i vostri parenti, le ricchezze che avete guadagnato, gli affari commerciali di cui temete il ristagno e le case in cui amate abitare vi siano più care di Allah, del Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e del jihad sulla via di Allah, allora aspettatevi che Allah realizzi ciò che vuole. E Allah non guida sulla retta via la gente che disobbedisce al Suo comando». (Sura al-Tawba: 24)
Allah dice inoltre:
*********Arabo
“I veri credenti sono soltanto coloro che credono in Allah e nel Suo Messaggero, poi combattono senza esitazione sulla via di Allah con le loro vite e i loro beni1 (1. Nota: il significato letterale di jihad è compiere ogni sforzo possibile per raggiungere un obiettivo. Nel linguaggio islamico significa compiere ogni sforzo possibile per stabilire la religione di Allah, i principi e gli ideali islamici nella vita individuale e collettiva; se qualcuno ostacola gravemente questo cammino, il suo significato marginale è combattere per autodifesa. – Traduttore.)
; in verità, sono proprio loro i sinceri, i veri musulmani”. (Sura al-Hujurāt: 15)
Egli dice inoltre:
*********Arabo
“E quando viene rivelata una sura inequivocabile contenente l’ordine di combattere, vedrai, o Profeta, coloro nei cui cuori vi è la malattia dell’ipocrisia guardarti con uno sguardo come quello di chi è sopraffatto dal terrore della morte. Guai a loro! Dalle loro bocche risuonano dichiarazioni di obbedienza e belle parole. Ma quando viene impartito l’ordine definitivo, se fossero sinceri verso Allah riguardo alla loro promessa, ciò sarebbe stato migliore per loro. Se dunque vi allontanate, potreste forse essere sul punto di seminare corruzione sulla terra o di spezzare i legami di parentela?”. (Sura Muhammad: 20-22)
Nel Nobile Corano sono presenti molti versetti di questo genere. Allo stesso modo, la superiorità e l’importanza del jihad e dei mujāhidīn sono state illustrate nella Sura as-Saff.
L’Onnipotente Allah ha inoltre detto:
********Arabo
«O credenti! Volete che vi indichi un commercio che vi salverà dal doloroso castigo dell’aldilà? Esso consiste nel credere in Allah e nel Suo Messaggero e nel combattere sulla via di Allah con le vostre vite e i vostri beni. Questo è meglio e più benefico per voi, se siete dotati di saggezza e discernimento. (Se compirete queste opere,) Allah perdonerà i vostri peccati e vi farà entrare nei Giardini di ʿAdn, sotto i quali scorrono i fiumi, e in dimore incantevoli nei giardini eterni. Questa è la suprema riuscita. Inoltre vi sarà concessa un’altra grazia che amate: l’aiuto da parte di Allah e una vittoria imminente. (O Profeta!) Annuncia questa buona novella ai credenti». (Sura as-Saff: 10-13)
Nel Sublime Corano è inoltre detto:
***********Arabo
«Considerate forse pari l’abbeverare i pellegrini e il mantenere in buono stato la Moschea Sacra, cioè la Kaʿba, a colui che crede in Allah e nel Giorno della Resurrezione e combatte sulla via di Allah? Essi non sono affatto uguali agli occhi di Allah. E Allah non guida mai gli ingiusti. Coloro che credono, emigrano e combattono sulla via di Allah con le proprie vite e i propri beni hanno presso Allah un rango altissimo. Inoltre, proprio costoro sono i pienamente riusciti. Il loro Signore annuncia loro, da parte Sua, misericordia, compiacimento e giardini nei quali godranno di una beatitudine perpetua, e vi dimoreranno in eterno. In verità, presso Allah vi è una ricompensa immensa». (Sura at-Tawba: 19-22)
Il Dio Altissimo ha inoltre detto:
******Arabo
«O voi che credete! Se qualcuno di voi rinnega la propria religione, Allah farà presto sorgere un popolo che Egli amerà e che Lo amerà. Saranno miti con i musulmani e severi con i miscredenti; combatteranno sulla via di Allah e non temeranno il biasimo di alcun denigratore. Questa è una grazia speciale di Allah: Egli la concede a chi vuole. Allah è il Signore delle risorse illimitate ed è Onnisciente». (Sura al-Māʾida: 54)
A questo proposito Allah dice inoltre:
*******Arabo
«Questo perché essi (i combattenti nel jihad) hanno patito, sulla via di Allah, la sete, la fatica e i tormenti della fame; perché hanno intrapreso azioni che suscitano l’ira dei miscredenti e hanno ottenuto qualcosa dal fronte nemico: tutto ciò viene loro computato come opera buona. In verità Allah non vanifica la ricompensa delle opere dei virtuosi sinceri. E tutto ciò che essi spendono sulla via di Allah, poco o molto, e ogni valle o campo che attraversano (durante la guerra), viene registrato a loro nome. In tal modo Allah concederà loro una ricompensa migliore per ciò che hanno compiuto». (Sura al-Tawba, 120-121)
In seguito, menzionando la situazione determinatasi a causa di tutte queste attività sociali, è stato prescritto il jihad. Il jihad è menzionato in molti passi del Corano e degli hadith. Inoltre, a questo punto, è stato anche detto che il jihad è l’opera migliore. Sulla base di ciò, il verdetto unanime degli ʿulamāʾ è che il jihad sia superiore all’hajj, alla ʿumra e al digiuno volontario. Anche il Corano e gli hadith ne forniscono la prova. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
********Arabo
«L’Islam è l’opera più eccellente, la preghiera ne è il pilastro e il jihad è l’atto di culto più eccellente dell’Islam».
Egli ha inoltre detto:
*******Arabo
«In Paradiso vi sono cento gradi; tra due gradi vi è una distanza pari a quella tra il cielo e la terra. Allah l’Altissimo ha riservato questi gradi a coloro che combattono sulla via di Allah». (al-Bukhari, Muslim)
Egli disse inoltre:
*******Arabo
«Trascorrere un giorno e una notte sulla via di Allah è migliore che digiunare volontariamente per un mese e vegliare durante la notte per un mese intero. Se egli dovesse morire in tale condizione, a questo riguardo esistono trasmissioni nelle raccolte dei Sunan. Ad esempio, il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — disse:
******Arabo
«Ogni comunità compie un viaggio; il viaggio della mia comunità consiste nel partire per una spedizione di jihad sulla via di Allah, quando necessario».
La trattazione del jihad è stata resa assai lunga e ampia. Sono state trasmesse così tante hadith riguardo al significato del jihad, alla pratica del jihad, alla ricompensa e al merito che ne derivano, ai suoi frutti, alle sue virtù e ad altri aspetti, che nessun’altra questione o pratica è stata oggetto di un numero analogo di hadith. Riflettendoci, la cosa diventa evidente. Infatti, i benefici e i frutti del jihad sono ampi per il mujahid stesso, per la religione e per la vita terrena, nonché per tutti gli altri. Tutti gli atti di culto, esteriori e interiori, manifesti e segreti, rientrano nel suo ambito. Infatti, l’amore per Allah, l’ikhlas e il tawakkul — in relazione all’affermazione della giustizia e della verità e al superamento della prova della fede — fanno tutti parte del jihad sulla via di Allah. Esso comprende anche l’offerta ad Allah della propria vita e dei propri beni, la pazienza, la pietà, il ricordo di Allah e ogni buona azione. Non si trova alcuna pratica, al di fuori del jihad, nella quale siano riunite insieme tutte queste azioni.
Chiunque, e qualunque comunità, si dedichi al jihad, trae beneficio da due forme di bene: (1) l’aiuto e la vittoria di Allah; (2) oppure l’ingresso in Paradiso adornato dell’onore del martirio. Per l’essere umano, la questione della vita e della morte è assai complessa. Nel jihad sono contenute la fortuna della religione e della vita terrena. Esso offre dunque una soluzione estremamente semplice a questo difficile problema. Al contrario, abbandonare il jihad conduce a essere completamente privati della fortuna di questo mondo e dell’Aldilà, oppure a subirne la perdita. Alcune persone ricorrono a pratiche difficili, compiendo duri sforzi per correggere la propria anima e conseguire il successo nella religione e nella vita terrena. Tuttavia, nonostante ciò, il beneficio che ne ricavano è assai limitato. Il jihad, invece, è una pratica o un’opera più feconda di tutte le altre pratiche difficili. Talvolta si osserva che una persona, per correggere spiritualmente se stessa e progredire nella dimensione spirituale, rischia la vita e si dedica a una dura disciplina, affrontando la morte. Ma, quando lo richiedono le necessità concrete, la morte del martire è più facile e migliore di ogni altra forma di morte.
Rendere il jihad conforme alla sharia è il principale obiettivo della guerra e dello scontro; il fulcro del jihad è che la religione (vale a dire tutte le attività e tutti i pensieri dell’intera vita dell’essere umano) si conformi esclusivamente alla legge di Allah, e che la Parola di Allah ottenga una supremazia assoluta in ogni ambito. Pertanto, secondo il consenso dell’intera umma (ijmāʿ al-umma), il verdetto unanime è che si debba combattere, sotto l’autorità dello Stato, contro coloro che si oppongono al jihad, lo vietano, ne ostacolano lo svolgimento o intraprendono uno scontro contro di esso, fino a eliminarli. Quanto invece a coloro che non oppongono resistenza e non sono direttamente coinvolti in uno scontro contro i musulmani — come donne, bambini, capi religiosi, anziani, vecchissimi, ciechi, zoppi, paralitici, mutilati, storpi e altri simili — l’opinione unanime della maggioranza degli studiosi islamici è che non possano essere uccisi sul campo di battaglia. Sono passibili di uccisione soltanto coloro che, con le parole e con le azioni, sono coinvolti in uno scontro e in una guerra contro i musulmani. Tuttavia, alcuni hanno espresso un’opinione opposta. La prova a sostegno della loro posizione è che, poiché i ribelli sono miscredenti, devono essere sottomessi con la guerra e, se necessario, condannati a morte da un tribunale islamico. Essi vietano invece di uccidere donne e bambini. La prima opinione è quella corretta e autentica. Infatti, il jihad è stato prescritto in questo contesto: quando presentiamo l’invito alla religione, propaghiamo l’Islam e ci adoperiamo a stabilire la pace attraverso la diffusione e l’espansione della vera religione, allora essi ci dichiarano guerra, ci ostacolano e impediscono l’attività di tablīgh e di predicazione.
Pertanto, la parola del Maestoso Allah è:
(Arabo*********)
“(O musulmani! instaurate la giustizia e la verità) Combattete coloro che combattono contro di voi; combattete anche voi contro di loro sulla via di Allah. Tuttavia, non eccedete né oltrepassate i limiti violando i principi islamici della guerra. Allah non ama affatto coloro che oltrepassano i limiti.
È stato narrato nei «Sunan» che il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) vide in un luogo una folla di persone. Là giaceva il cadavere di una donna. In tale circostanza disse:
(Arabo*******) «Questa donna non era certo una persona capace di uccidere qualcuno». In un’altra occasione, il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse a un uomo—
(Arabo**********)
«Vai a incontrare Khaled e digli di non uccidere i bambini piccoli, i lavoratori e gli schiavi.»
(È riportato nella medesima raccolta di Sunan che il nobile Profeta (s) disse—
(Arabo**********)
«Non uccidete gli anziani decrepiti, i bambini piccoli e le donne.»
Il jihad è stato reso lecito esclusivamente per il bene del creato e per porre fine all’oppressione. Nell’Islam, dietro il comando di mettere a morte coloro che ostacolano l’instaurazione della giustizia, dei principi morali e della pace, vi è il bene complessivo dell’umanità e dell’intero creato. Poiché Allah dice—
(Arabo*********)
«La fitna e i disordini sono un crimine più grave dell’omicidio.» Naturalmente anche l’omicidio è un crimine punibile, ma il kufr e la fitna-fasād provocata dai kāfir sono un crimine ancora più grave. Pertanto, il kufr di chi non ostacola la diffusione della religione e l’instaurazione delle giuste leggi dell’Islam, né crea resistenza a tale opera, è dannoso soltanto per lui stesso e non per i musulmani. Da questo punto di vista, i faqīh hanno affermato che inventare una bidʿa contraria al Corano e agli hadith, invitare la gente ad aderirvi e diffonderla equivale a insultare direttamente la religione e a opporvisi apertamente. Perciò sia l’inventore sia il propagatore della bidʿa devono essere puniti. Tuttavia, se qualcuno rimane neutrale o in silenzio al riguardo senza parteciparvi attivamente, non può essere punito.»
È riportato negli hadith—
(Arabo********)
«Se il peccato viene commesso in segreto, è causa di danno soltanto per il peccatore coinvolto; ma quando il peccato viene commesso pubblicamente e non gli si pone alcun freno, allora danneggia la popolazione su vasta scala.»
È per questo che la Sharia ha reso obbligatorio il jihad contro i miscredenti. Tuttavia, il jihad contro gli incapaci e gli indifesi non è stato reso obbligatorio. Al contrario, se qualcuno conduce una guerra segreta contro i musulmani, dà consigli in merito, indica la rotta marittima a imbarcazioni o navi, compie qualsiasi altra attività bellica, induce i musulmani sulla strada sbagliata o suggerisce loro qualche strategia, in casi simili è indispensabile che il capo dello Stato islamico, cioè l’imam, il wali o il governante, adotti un approccio clemente invece di misure estremamente severe. Dovrà ricorrere alla saggezza e all’intelligenza per trovare un modo di evitare tale situazione e ordinare al capo della parte avversaria interessata di astenersi da questa attività. In breve, in base alla natura e al carattere del crimine, qualora non sia possibile correggerlo, il tribunale gli infliggerà la pena di morte; oppure, per misericordia, lo lascerà libero, gli concederà la libertà su cauzione o farà ciò che riterrà opportuno. Questa è l’opinione della maggior parte dei faqih, ossia degli esperti di diritto islamico, ed è comprovata anche dal Corano e dagli hadith.
Tuttavia, alcuni faqih considerano abrogato e nullo il rilascio in cambio di benevolenza, clemenza o riscatto. La disposizione della Sharia riguardo alla Gente del Libro e ai magi (adoratori del fuoco) è che si debba continuare a combatterli finché non abbraccino pienamente l’Islam oppure non paghino la jizya. Esiste una divergenza di opinioni tra i faqih riguardo all’accettazione della jizya dagli altri popoli, oltre a queste due categorie. Tuttavia, la maggior parte dei faqih non è favorevole alla riscossione della jizya dagli altri.
È obbligatorio combattere in jihad contro qualsiasi gruppo o comunità legata all’Islam e chiamata musulmana che impedisca ad altri di osservare le disposizioni manifeste e mutawatir (ininterrotte) della Sharia, oppure che le disobbedisca personalmente. Questa è l’opinione unanime dei musulmani. Tuttavia, finché la religione non sarà pienamente attuata, è obbligatorio continuare il jihad contro coloro che resistono. Un esempio è il jihad condotto da Abu Bakr al-Siddiq (ra) e da tutti i Compagni contro coloro che rifiutavano di pagare la zakat. Sebbene inizialmente alcuni avessero espresso il loro dissenso, in seguito anch’essi giunsero a un accordo. Umar (ra), rivolgendosi ad Abu Bakr al-Siddiq (ra), disse:
(Arabo***********)
«Come potrete fare il jihad contro la gente? Eppure il Profeta (s) ha detto: Mi è stato ordinato di combattere la gente finché non attesti che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah e che Muhammad è il Messaggero di Allah. Quando avranno reso questa testimonianza, la loro vita e i loro beni saranno al sicuro. Tuttavia, se qualcuno vanta un diritto o un credito, la relativa controversia sarà giudicata separatamente, mentre il loro rendiconto è affidato ad Allah». Abu Bakr al-Siddiq (ra), rispondendo a questa argomentazione, disse:
(Arabo***********)
«La zakat è il diritto stesso della kalima. Per Allah! Anche se si rifiutassero di consegnare al governo persino quella minima parte che consegnavano al Messaggero di Allah (s), l’azione armata contro di loro continuerebbe.»
In seguito, ʿUmar (che Allah si compiaccia di lui) era solito dire: «Certamente Allah l’Altissimo aveva aperto il cuore di Abū Bakr (che Allah si compiaccia di lui) riguardo alla guerra. Ora comprendo pienamente che egli era dalla parte della verità».
È stato tramandato attraverso diverse catene di trasmissione che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ordinò di intraprendere il jihād contro le comunità estremiste. Pertanto, in al-Bukhārī e Muslim è stato tramandato da ʿAlī ibn Abī Ṭālib (che Allah si compiaccia di lui) che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
(ARABO************)
«Alla fine dei tempi apparirà un gruppo di persone giovani d’età e stolte, dedite ai sogni e alle fantasie. Parleranno certamente del migliore degli esseri creati, ma la fede non oltrepasserà le loro gole né penetrerà nei loro cuori. Come una freccia scoccata dall’arco, anche la religione uscirà da loro con la stessa rapidità. Pertanto, quando queste persone dalla fede effimera avanzeranno con attacchi armati per annientare l’esistenza dell’Islam e dei musulmani, combattetele in formazione ovunque vi sia uno scontro con loro e, ovunque le troviate sul campo di battaglia, conducetele alla morte. Chiunque le ucciderà avrà diritto a una ricompensa nel Giorno della Resurrezione».
In un altro ḥadīth riportato da ʿAlī (che Allah si compiaccia di lui) in Ṣaḥīḥ Muslim si legge che egli disse: «Ho sentito il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) dire:
(ARABO*************)
«Dalla mia ummah sorgerà un gruppo di persone che reciteranno il Corano; rispetto alla loro recitazione, la vostra recitazione non sarà nulla, e lo stesso vale per il vostro digiuno rispetto al loro digiuno. Reciteranno il Corano e penseranno che esso sia una prova a loro favore, mentre in realtà il Corano testimonierà contro di loro. La loro recitazione del Corano non oltrepasserà le loro gole. Usciranno dai confini dell’Islam come una freccia esce dall’arco».
Pertanto, ogni esercito al quale giungerà questa decisione del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) dovrà certamente comprenderne il significato e agire di conseguenza.
Abū Saʿīd (ra) ha narrato aggiungendo, insieme al suddetto ḥadīth, un’altra trasmissione:
(Arabo************)
«Uccideranno i musulmani e inviteranno anche gli idolatri a partecipare a questa azione. Se li avessi incontrati, li avrei uccisi come il popolo di ʿĀd, maledetto.» (Bukhārī, Muslim)
In un’altra trasmissione di Muslim si legge:
(Arabo************)
«La mia comunità si dividerà in due gruppi. Da entrambi i gruppi sorgerà un gruppo di apostati; allora i seguaci della verità li annienteranno.»
Questi sono coloro contro i quali Ḥaḍrat ʿAlī (ra) combatté, poiché avevano provocato conflitti e divisioni tra gli Iracheni e gli abitanti della Siria. I Compagni li identificarono con il nome di «Harūriyya».
Il Nobile Profeta (s) descrisse entrambi questi gruppi come espulsi dalla propria comunità e i compagni di Ḥaḍrat ʿAlī (ra) come seguaci della verità, saldi nel ḥaqq. In quel momento, il Profeta (s) non incitò a combattere nessun altro, oltre ai suddetti (*******) apostati, (che recitavano esteriormente la kalima). Al contrario, ordinò di combattere e di compiere il jihād proprio contro coloro che si erano separati dall’Islam, avevano abbandonato la comunità islamica e avevano reso leciti e legalmente appropriabili per sé la vita e i beni dei musulmani.
Pertanto, è dimostrato dal Corano, dagli hadith e dall’«ijmāʿ della comunità» che è lecito combattere contro quei musulmani che oltrepassano i limiti della sharīʿa islamica, anche se proclamano verbalmente la professione di fede della shahāda (Arabo************).
I giuristi affermano: se un grande gruppo organizzato si oppone alla sunna mu’akkada, la nega ed è pronto ad abbandonarla, per esempio negando la sunna della preghiera dell’alba, secondo entrambe le opinioni lo Stato dovrà adottare provvedimenti contro di esso. Se invece nega un obbligo o qualcosa di chiaramente comprovato come illecito, secondo il consenso unanime si dovrà ricorrere anche contro di esso alla forza dello Stato, finché quel gruppo organizzato non osservi correttamente le prescrizioni dell’Islam, come la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio e la zakat, e non cessi di compiere atti proibiti, come sposare la propria sorella, consumare cose impure e ordinare ai musulmani di compiere tali atti. È obbligatorio adottare ufficialmente misure severe contro persone di questo genere. Tuttavia, tale obbligo sorge soltanto quando l’invito e il messaggio del Profeta nobile (S) siano giunti loro in modo adeguato.
Ma se sono essi stessi a iniziare per primi la guerra contro i musulmani, allora tuffarsi nel jihād contro di loro e affrontarli con valore diventa, in generale, un obbligo per ogni musulmano. Il confronto deve avvenire nel modo in cui essi attaccano i musulmani e nel modo in cui si affrontano gli oppressori, come nel caso di una banda di briganti tirannici. Anzi, è ancora più obbligatorio combattere contro coloro che rifiutano di versare la zakat, si oppongono ai precetti della sharīʿa e provocano sedizione come i khārijiti.
Va ricordato che, riguardo alla guerra, la forma migliore è quella della guerra difensiva, ed essa è un «farḍ kifāya». Se alcuni musulmani partecipano al jihād, l’obbligo del jihād sarà assolto a nome di tutti. Tuttavia, il merito e il rango di coloro che vi partecipano attivamente sono maggiori. A questo proposito, Allah dice:
(Arabo**********)
“I musulmani che, senza una scusa o una ragione, si astengono dal partecipare al jihād non potranno mai essere uguali, quanto al merito, a coloro che vi partecipano spontaneamente.” (Sura al-Nisāʾ: 95)
Se il nemico lancia un attacco improvviso contro i musulmani, in tal caso partecipare generalmente alla guerra difensiva diventa un obbligo per ogni musulmano. Il motivo per cui respingere questo attacco è un obbligo per i musulmani colpiti è che è un obbligo accorrere in aiuto dei musulmani in difficoltà. Come dice Allah:
(Arabo**********)
«Se chiedono il vostro aiuto per la causa della religione, è vostro preciso dovere aiutarli. Ma non contro quella comunità o tribù con la quale avete stipulato un patto reciproco.»
Nello stesso contesto, il Nobile Profeta (s) disse: (আরবী**********) «Un musulmano aiuterà un altro musulmano.»
In effetti, i musulmani devono essere aiutati, sia che si riceva o meno un compenso o un’indennità. Naturalmente, è preferibile che lo Stato corrisponda uno stipendio. In questo caso, è dovere di tutti i musulmani aiutare lo Stato islamico con la propria vita e i propri beni, secondo le proprie possibilità. E tale aiuto è un obbligo per loro. Ognuno deve prestare aiuto e assistenza in ogni circostanza, nella misura delle proprie capacità, siano esse minori o maggiori, andando a piedi oppure a cavallo. Così, dopo l’attacco dei miscredenti durante la battaglia del Fossato, il jihād era diventato obbligatorio per ogni musulmano secondo la propria situazione.
Nessun musulmano aveva alcuna autorizzazione a sottrarsi alla partenza per questa guerra, proprio come non l’aveva avuta nei primi tempi dell’Islam. In tale situazione, Allah l’Altissimo descrisse i musulmani divisi in due gruppi: (1) i qāʿid, cioè coloro che non parteciparono alla guerra; (2) i khārij, cioè coloro che si unirono al jihād, sia non combattenti sia combattenti. Anche in questa situazione, riguardo a coloro che si erano rivolti al Nobile Profeta (s) chiedendo il permesso di non andare in guerra, Allah fece scendere un versetto di rimprovero e disse:
(আরবী**********)
«Uno di loro aveva chiesto al Messaggero di Allah (s) il permesso di tornare a casa, dicendo: “Le nostre case sono indifese”, sebbene in realtà non lo fossero. Il loro vero intento era fuggire.
Questa guerra era esclusivamente difensiva, intrapresa per proteggere la propria religione, il proprio onore e la propria dignità, la vita, i beni e così via. Fu necessario condurla perché vi si era costretti. La guerra menzionata in precedenza, invece, aveva come obiettivo l’espansione dell’Islam e l’affermazione della preminenza della religione: esercitare la propria influenza sui nemici, mantenerli intimoriti e terrorizzati, affinché il nemico non potesse mai rialzare la testa. La battaglia di Tabūk ne è la prova concreta.
Pertanto, questa misura offensiva costituisce un mezzo repressivo contro quel gruppo di ribelli potente. Tuttavia, se la forza ribelle non è significativamente potente, ma è debole e commette soltanto uno o due episodi isolati, tale misura non è applicabile contro di loro. Se invece sono potenti e la loro presenza si manifesta anche nei centri abitati e nei villaggi musulmani, è dovere dell’emiro o del governante abituare queste persone alle pratiche e agli atti di culto obbligatori, necessari, sunniti, raccomandabili e così via, insegnare loro i princìpi fondamentali dell’Islam e le questioni indispensabili della religione, e costringerli ad agire in conformità a tali insegnamenti. Inoltre, è dovere dell’imām dello Stato costringerli ad acquisire qualità quali l’onestà nei modi di vivere e nei comportamenti, l’adempimento dei patti e il mantenimento delle promesse.
Pertanto, coloro che non pregano, e le donne, che generalmente sono negligenti nella preghiera, devono ricevere severe disposizioni affinché preghino. Nonostante ciò, coloro che continueranno a non pregare devono essere puniti, finché non cominceranno a pregare. Questo è l’ijmāʿ, cioè il verdetto unanime, degli studiosi musulmani esperti di diritto fiqh. Esiste inoltre un’altra opinione: chi non prega deve prima pentirsi, dopodiché gli si deve ordinare di pregare. Se ciò produce effetto e comincia a pregare, tanto meglio; altrimenti deve essere condannato a morte. La domanda è: sulla base di quale colpa gli si deve infliggere la pena di morte? Perché, non pregando, sarebbe diventato un «kāfir»? Oppure perché sarebbe diventato un murtadd e un fāsiq?
In risposta, secondo il madhhab dell’Imam Ahmad e di altri, si riscontrano due opinioni. Secondo una di esse, egli diventa kāfir, mentre secondo la seconda diventa fāsiq. Per questo deve essere condannato a morte. Secondo la maggioranza degli studiosi salaf, cioè degli esperti tra i predecessori, egli diventa kāfir; pertanto è doveroso condannarlo a morte. Questa pena si applica a un cittadino musulmano quando egli accetta e riconosce verbalmente che la preghiera è obbligatoria, ma in pratica non prega. Se invece nega che la preghiera sia obbligatoria, allora, secondo il consenso unanime, è kāfir.
Pertanto, è dovere dei tutori ordinare ai bambini e alle bambine minorenni di pregare già dall’età di sette anni. E, compiuti i dieci anni, devono abituarli alla preghiera persino per mezzo di percosse e frustate. Il Profeta (s.) disse:
(Arabo**********)
«Quando il bambino compie sette anni, ordinagli di pregare; e, se, pur avendo compiuto dieci anni, non prega, percuotilo e separa i loro letti.»
Allo stesso modo, è dovere insegnare ai figli le questioni necessarie riguardanti la preghiera, la purificazione rituale e le altre questioni indispensabili. Tra gli aspetti connessi alla preghiera rientrano anche il mantenimento della moschea in attività, la nomina dell’imam della moschea e così via. Si deve ordinare loro di pregare e di insegnare a pregare secondo il modo del Messaggero di Allah (s.). Infatti, il Messaggero di Allah (s.) ha detto: (arabo**********)
«Pregate proprio come mi avete visto pregare.» (Bukhari)
Una volta condusse i Compagni vicino al minbar e guidò la preghiera; poi disse:
(Arabo**********)
«Ho stabilito questo metodo affinché mi seguiate e impariate il modo corretto di compiere la preghiera.»
È responsabilità dell’imam prestare piena attenzione alla preghiera della comunità, affinché nelle loro preghiere non vi siano difetti o irregolarità di alcun genere. Durante la guida della preghiera, l’imam deve farla eseguire in modo completo: è questo il suo dovere. Non deve guidarla come se pregasse da solo, poiché nella preghiera individuale essa può essere abbreviata per una ragione valida. Prestare attenzione ai difetti e alle irregolarità e provvedere a correggerli è una responsabilità particolare dell’imam.
Per l’imam del pellegrinaggio vale la medesima disposizione: deve occuparsi di tutti i problemi e delle necessità dei pellegrini e predisporre l’insegnamento delle questioni necessarie al loro pellegrinaggio. Lo stesso principio, insieme a quello della preghiera, si applica anche al comandante dell’esercito. Egli deve prestare attenzione alle condizioni, ai vantaggi e ai problemi dei soldati sottoposti alla sua autorità. Un esempio concreto renderà la questione ancora più chiara. Come l’avvocato si occupa dei beni del proprio cliente e il responsabile delle compravendite, il wali (manager), cura, protegge e sorveglia i beni del suo padrone, così essi adottano i metodi più efficaci e produttivi a questo scopo. Persino quando, per caso, i propri beni subiscono un danno, trascurano il proprio interesse e proteggono i beni e gli interessi del cliente e del padrone. Rispetto a tale responsabilità dell’autorità verso i subordinati, questa è una questione religiosa ancora più importante. I faqih hanno chiarito ulteriormente che, quando i leader responsabili, cioè i governanti del Paese, si adoperano per correggere la religione della popolazione, entrambi i gruppi saranno preservati nella religione e nel mondo. Governanti e governati, re e sudditi, tutti giungeranno alle soglie del successo. Altrimenti il problema diventerà grave e per i leader governare diverrà difficile, se non impossibile. Desiderare il bene dei governati, dei sudditi, cioè della popolazione, nutrire sincerità e mantenere buone intenzioni: il risultato essenziale di tutto ciò è il benessere terreno e la crescita della religione. E si deve riporre fiducia unicamente in Allah. Infatti, ikhlās e tawakkul sono due qualità dalle quali dipendono il successo e il benessere di tutti: governati e governanti, popolo, ricchi e poveri. Perciò ci è stato ordinato di recitare nella preghiera: (Arabo**********) «Adoriamo soltanto Te e chiediamo aiuto soltanto a Te.» A proposito di queste due frasi è stato detto che in esse è racchiusa l’essenza di tutti i Libri celesti. Pertanto il Profeta (pace su di lui) dice: quando il servo: (Arabo**********)
(«Padrone del Giorno del Giudizio, adoriamo soltanto Te e chiediamo aiuto soltanto a Te»), quando lo recita, la testa posta sulle spalle del servo trema. Nel Corano vi sono molti versetti dello stesso significato. Ad esempio: (Arabo**********) «Adora soltanto Lui e confida soltanto in Lui». (Sura Hūd: 123)
È stato inoltre detto: di’: (Arabo**********) «Io confido soltanto in Lui e a Lui ritornerò». (Sura Hūd: 88)
Il Profeta (pace su di lui), mentre sgozzava l’animale sacrificale, diceva: (Arabo**********) «O Allah! Questo mi è stato dato da parte Tua ed è offerto esclusivamente per Te».
Come il governo e il popolo di Allah l’aiuto ottengono
L’aiuto di Allah giunge in misura maggiore al governante e al popolo attraverso tre cose: (1) ikhlas (sincerità), (2) tawakkul (affidamento ad Allah) e (3) du’a. Queste qualità possono essere acquisite salvaguardando il cuore durante la namaz e preservando il corpo dai peccati.
In secondo luogo, giovare alle persone mediante elemosine, sadaqa, zakat e aiuti finanziari, cosa che viene chiamata “ihsan”, è anch’esso un mezzo per ottenere l’aiuto di Allah.
In terzo luogo, avere pazienza quando si è ricevuto dolore o un’offesa da parte di qualcuno. Continuate ad agire con sabr. Per questo è stato detto: (Arabo**********) «Cercate l’aiuto di Allah mediante la pazienza e la preghiera». (Sura al-Baqara: 45)
È stato inoltre detto:
(Arabo**********)
“(Soprattutto) compi la namaz nelle due parti del giorno, ossia al mattino e alla sera, e nella prima parte della notte. (Non trascurarla,) poiché le buone azioni cancellano i peccati. Questo è un ammonimento per coloro che ricordano Allah. Sopporta la fatica dell’adorazione. Certamente Allah non vanifica la ricompensa dovuta ai virtuosi.”
Egli disse inoltre—
(Arabo**********)
«Sopporta, senza lasciarti turbare, ciò che dicono. E, prima dell’alba e prima del tramonto, recita il tasbih glorificando il tuo Signore e celebra la Sua lode.» (Sura Ṭā Hā: 130)
A questo proposito, nel Corano viene inoltre detto:
«Conosco perfettamente ciò che dicono e per cui ti rattristi. Perciò recita il tasbih glorificando il tuo Signore e prosternati davanti a Lui.» (Sura al-Ḥijr: 97-98)
In numerosi passi del Corano la preghiera e la zakat sono menzionate insieme. In verità, attraverso la preghiera, la zakat e la pazienza, tutti—governanti e governati, ricchi e poveri—conseguono collettivamente la purificazione dell’anima. Quando una persona riesce a comprendere pienamente questo significato, comprende la maestà dei nomi divini di Allah, prega con consapevolezza, si dedica al ricordo di Allah, eleva le mani in supplica davanti ad Allah, recita il Sacro Corano, compie la preghiera con sincerità e affidamento ad Allah, serve la comunità mediante la zakat e l’elemosina, soccorre chi è in difficoltà economiche, aiuta i poveri colpiti dalle avversità e soddisfa i bisogni dei bisognosi, allora Allah gli apre la strada. È narrato da al-Bukhārī e Muslim, a partire dal Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui): «Ogni buona azione rientra nella categoria della sadaqa.»
Nel termine (****) sono comprese ogni forma di ihsan o di buona azione. Parlare con il sorriso, pronunciare la kalima ṭayyiba e dire parole buone: tutto ciò rientra nelle forme dell’ihsan. (al-Bukhārī, Muslim)
È narrato da ʿAlī ibn Ḥātim (che Allah sia soddisfatto di lui): il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
(Arabo**********)
«Il vostro Signore parlerà con ciascuno di voi in una condizione tale che tra lui e Allah non vi saranno né un guardiano né un interprete. Egli guarderà alla sua destra e vedrà ciò che ha mandato innanzi; guarderà alla sua sinistra e gli appariranno le opere che ha mandato innanzi. Poi guarderà davanti a sé e non vedrà altro che il Fuoco. Perciò, se qualcuno tra voi desidera salvarsi dal Fuoco, anche donando un pezzo di dattero, lo faccia. Se qualcuno non possiede neppure tanto, si adoperi per liberarsi dal Fuoco almeno con una buona parola. Secondo una narrazione delle Sunan, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
(Arabo**********)
«Non considerate trascurabile nessuna buona azione, anche se consiste nell’incontrare vostro fratello con il volto sorridente. E anche se versate dell’acqua dal vostro recipiente nel recipiente di una persona assetata.»
Nelle Sunan è inoltre narrato che il Profeta (pace su di lui) disse:
(Arabo**********)
«Tra tutte le cose pesate sulla Bilancia, ossia sul piatto delle buone azioni, la più pesante sarà il buon carattere.» In un altro hadith, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), rivolgendosi a Umm Salama, disse:
(Arabo**********)
«O Umm Salama! Tutto il bene di questo mondo e dell’Aldilà è stato conquistato dal carattere più nobile.»
Sopportare le sofferenze e le offese inflitte dagli altri, reprimere l’ira, perdonare le persone, opporsi alle cattive inclinazioni dell’animo e ai desideri passionali, abbandonare le azioni ingiuste e l’orgoglio e simili virtù rientrano nella pazienza. A questo proposito, Allah dice:
(Arabo**********)
«Se facciamo gustare all’uomo una parte della Nostra misericordia e poi gliela sottraiamo, egli diventa certamente disperato e ingrato. E se, dopo le calamità che lo hanno colpito, gli facciamo gustare una qualche forma di felicità, egli certamente dirà: “Tutte le mie calamità sono passate”. Allora diventa oltremodo esultante e superbo. Ma coloro che sono pazienti e compiono opere buone — essi ne sono l’eccezione — avranno un perdono speciale e una grande ricompensa». (Sura Hūd: 9-11)
In un altro versetto, rivolgendosi al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), è detto:
(Arabo**********)
«O Profeta! Il bene e il male non sono uguali. Allontana la malvagia inclinazione mediante il comportamento o il metodo migliore possibile per reprimerla. Così vedrai che colui che era tuo nemico si sarà trasformato in un intimo amico. Questa qualità è concessa soltanto a coloro che hanno pazienza; e soltanto i fortunati possono raggiungere tale grado. Inoltre, se percepisci una qualche tentazione da parte di Satana, cerca rifugio presso Allah. Egli ascolta e conosce ogni cosa». (Sura Hā Mīm as-Sajda: 34-36)
Allah l’Altissimo dice inoltre:
(Arabo**********)
«La ricompensa del male è un male equivalente. Ma quanto a coloro che perdonano e ristabiliscono la concordia, la loro ricompensa spetta ad Allah. Allah non ama affatto gli ingiusti». (Sura ash-Shūrā: 40)
Hasan al-Basri (r) disse: (আরবী**********)
Nel Giorno della Resurrezione, gli angeli proclameranno da sotto il Trono: «Si alzino coloro ai quali Allah deve ricompensa e premio». Allora soltanto chi perdona e riforma potrà rispondere a questo appello e alzarsi».
Trattare bene e con gentilezza i sudditi e il popolo non significa dover concedere loro tutto ciò che chiedono, sia esso ragionevole o irragionevole, né dover soddisfare ogni loro richiesta. E non significa neppure doverli lasciare impuniti, perdonando indiscriminatamente qualunque ingiustizia o crimine commettano. A questo proposito, Allah dice:
(আরবী**********)
“Se la verità avesse mai seguito i capricci di quelle persone, l’ordine dei cieli, della terra e dei suoi abitanti sarebbe crollato.” (Al-Mu’minun: 71)
Rivolgendosi ai Compagni, Allah dice:
(Arabo**********)
“Sappiate bene che il Messaggero di Allah è presente tra voi; se egli accettasse ciò che dite in molte questioni, voi stessi vi trovereste in gravissime difficoltà.” (Sura al-Hujurat: 7-8)
Si chiama «ihsan» compiere ciò che è bene per la vita terrena e per l’Aldilà, anche se essi non lo gradiscono. Questa cosa è utile per il popolo, ma esso la considera dannosa. Non vuole comprenderne i benefici. In tali circostanze, è dovere dell’emiro o del governante persuaderli e ottenere il loro consenso con modi gentili e parole dolci. È riportato in al-Bukhari e Muslim che il Nobile Profeta (s) disse:
(আরবী**********)
«Quando si usa la gentilezza in una questione, essa porta come risultato bene e gentilezza; al contrario, quando si adotta la durezza in una questione, alla fine essa porta danno.» In un altro hadith, il Messaggero (s) disse:
(আরবী**********)
«Indubbiamente, Allah è mite e misericordioso, e la mitezza è ciò che Egli predilige. A una persona misericordiosa e mite Egli concede ciò che non concede a una persona aspra, priva di compassione e di natura dura.»
Hazrat Umar ibn Abd al-Aziz (r) dice: «Talvolta decido di separare e distribuire loro le rispettive quote dal Bayt al-mal, ma temo che finiscano per non gradirlo; perciò continuo ad avere pazienza. In seguito, ogni volta che giungono in mio possesso beni piacevoli del mondo, pago immediatamente loro ciò che spetta loro. Se non lo gradiscono, mi adopero per accontentarli con qualcos’altro.»
Anche il Nobile Profeta (s) si comportava così: quando una persona bisognosa si presentava da lui, alleviava la sua necessità oppure la congedava dopo averla soddisfatta con parole dolci. Una volta, i suoi parenti manifestarono il desiderio di essere nominati amministratori dei beni waqf, chiedendo che venisse stabilita per loro un’indennità prelevata da quei beni. In risposta, egli disse:
(Arabo**********)
«La sadaqa non è lecita per Muhammad e per la sua famiglia.» Egli rifiutò categoricamente di dare loro la sadaqa. Tuttavia li congedò dopo aver dato loro qualcosa dal fay’, cioè dai beni ottenuti in guerra. Una volta, riguardo all’affidamento della figlia di Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui), ʿAli (che Allah sia soddisfatto di lui), Zayd (che Allah sia soddisfatto di lui) e Jaʿfar (che Allah sia soddisfatto di lui) avanzarono rivendicazioni uguali. Ciascuno lo fece spinto dal legame di parentela. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), senza pronunciarsi a favore di nessuno di loro, affidò direttamente la figlia di Hamza alla zia materna affinché se ne prendesse cura. In effetti, la zia materna è come una madre. Poi rese tutti soddisfatti con parole dolci e li congedò di buon animo. Disse ad ʿAli (che Allah sia soddisfatto di lui):
(testo arabo**********) «Tu ed io siamo un’unica cosa.» Disse a Jaʿfar (che Allah sia soddisfatto di lui): (testo arabo**********) «In te vi è una somiglianza con il mio carattere.» E rivolgendosi a Zayd (che Allah sia soddisfatto di lui), disse: (testo arabo**********) «Tu sei nostro fratello e nostro amico.»
Pertanto, i governanti, i detentori del potere e i giudici devono comportarsi in questo modo nella distribuzione dei beni dello Stato e nell’emanazione degli altri decreti. Infatti, il popolo chiede e spera continuamente dai governanti e dai giudici cose che forse non è possibile o opportuno concedergli, come ottenere raccomandazioni in questioni di Stato, nell’esercizio dell’autorità amministrativa, riguardo a denaro e ricchezze, ai profitti dei beni e alla riduzione degli hudud, cioè delle pene della sharia. Eppure è al di là del loro potere soddisfare tali richieste. In simili circostanze, si dovrebbe cercare di mantenerli contenti concedendo loro qualcos’altro in modo diverso, oppure soddisfarli con gentilezza, cortesia, parole dolci e un buon comportamento. Non è giusto trattarli con ingiusto disprezzo, trascuratezza o durezza. Infatti, quando la richiesta di chi supplica viene respinta, egli prova inevitabilmente dolore nel cuore. In particolare, non è appropriato ferire i sentimenti di coloro la cui benevolenza è ritenuta particolarmente necessaria per gli interessi dell’Islam. L’Altissimo Allah dice:
(testo arabo**********)
«Non rimproverare chi chiede o implora.» (Sura ad-Duha: 10)
In un altro versetto del Corano Allah dice: (testo arabo**********)
«Continua a riconoscere il diritto dei parenti, dei poveri e dei viandanti, ma non sperperare i beni dissipandoli inutilmente. In verità, gli sperperatori sono fratelli di Satana, e Satana è ingrato verso il suo Signore. E se proprio devi distoglierti da loro, mentre speri nella misericordia del tuo Signore, allora parla con tono gentile a questi poveri e bisognosi.» (Sura Bani Isra’il: 26-28).
Ordinare qualcosa contro la richiesta di qualcuno gli causa certamente sofferenza. Perciò, in simili circostanze, mantenere soddisfatto il richiedente con le parole, le azioni e il comportamento è il segno di un autentico governo politico e di lungimiranza. Un esempio è quello del medico che, dopo aver somministrato al paziente una medicina amara, gli offre in cambio qualcosa di migliore che la compensi. Allah l’Altissimo ordinò al profeta Musa (pace su di lui) e a suo fratello di recarsi dal Faraone e disse loro:
(Arabo**********)
«Parlategli con tono mite, affinché possa comprendere o tema il Mio castigo» (Sura Ṭā Hā: 44)
(Arabo**********)
«Tratterai la gente con gentilezza, non con durezza; la manterrai soddisfatta e non causerai il suo malcontento; vi comporterete gli uni con gli altri con cordialità e non creerete divisioni.»
Una volta, un ignorante contadino urinò nella moschea; i Compagni cominciarono a rimproverarlo, ma il Santo Profeta (s.) disse:
(Arabo**********)
«Non interrompete la sua minzione.» Poi fece portare un secchio d’acqua e lo versò sull’urina, quindi disse ai Compagni:
(Arabo**********)
«Siete stati inviati per essere miti, non per essere duri e aspri.» (Entrambi gli hadith sono stati narrati da al-Bukhari e Muslim.)
Un governo di questo genere è necessario per il bene delle persone, delle loro famiglie e per la protezione dei sudditi e del popolo da parte della classe dirigente. Infatti, per natura, l’essere umano non è incline ad accettare la verità prima di aver ricevuto la garanzia dei beni che ama e prima che siano soddisfatte le sue necessità fondamentali. Pertanto, trattare le persone bene e comportarsi con bontà nei loro confronti rientra nel culto di Dio. Tali comportamenti saranno considerati culto di Allah quando l’intenzione sarà sincera. Non sapete forse che il cibo, gli abiti, l’abitazione e simili rientrano nelle necessità fondamentali dell’essere umano e nei beni indispensabili alla vita? Per chi è costretto, è persino lecito mangiare animali morti nella misura necessaria a salvare la vita; anzi, in determinate circostanze ciò è obbligatorio. A questo riguardo esistono anche i responsi degli studiosi. Pertanto, se una persona, trovandosi in una situazione senza alternative, morisse per non aver mangiato una carcassa, sarebbe peccatrice e destinata all’Inferno. Senza preservare la vita non è possibile compiere il culto. E ciò senza cui non è possibile adempiere un obbligo diventa anch’esso obbligatorio. Per questo è indispensabile procurare il cibo dando la precedenza alla propria famiglia e alla salvaguardia della propria vita rispetto agli altri. È narrato da Abu Hurayra, che Allah sia soddisfatto di lui, nei Sunan: egli disse: «Date in elemosina». Un uomo chiese: «O Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace! Possiedo un solo dinaro». Il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispose:
«Dallo in elemosina per te stesso». Egli disse: «Possiedo un altro dinaro». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse:
«Spendilo per le necessità di tua moglie». L’uomo disse: «Possiedo ancora un terzo dinaro». Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse:
«Spendilo per le necessità di tuo figlio». Egli disse: «Ho anche un quarto dinaro». Egli disse:
«Spendilo per il tuo servitore». L’uomo disse: «Mi rimane ancora un dinaro nei miei risparmi». Il Nobile Profeta rispose: «Tu sai meglio dove spenderlo». È narrato nel Sahih Muslim da Abu Hurayra, che Allah sia soddisfatto di lui, che il Santo Profeta disse:
(Arabo**********)
«Se spendi un dinaro sulla via di Allah, un dinaro per liberare uno schiavo, un dinaro per fare l’elemosina a un povero e un dinaro per le necessità della famiglia, tra queste spese quella sostenuta per le necessità della famiglia sarà la più ricompensata.» (Sahih Muslim)
È riportato nel Sahih Muslim da Abū Umāma (ra) che il Messaggero di Allah (s) disse:
(Arabo**********)
«O figli di Adamo! È meglio per te spendere la ricchezza eccedente piuttosto che trattenerla. Non è biasimevole spendere secondo necessità. Inizia a spendere per coloro il cui sostentamento è affidato a te. In verità, la mano superiore (quella del donatore) è migliore della mano inferiore (quella del beneficiario).» (Muslim.
Inoltre, vi è un versetto coranico che recita: (Arabo**********)
«Ti chiedono quanto devono spendere. Di’ loro: ciò che eccede il necessario.» Anche il significato di questo è il medesimo.
(******) significa ricchezza eccedente. Infatti, provvedere al sostentamento di sé stessi e della propria famiglia è fard ʿayn. Al contrario, il jihād fī sabīlillāh (il jihād sulla via di Allah), spendere nella guerra islamica e fare elemosina ai poveri sono fard kifāya oppure mustaḥabb. Tuttavia, in determinate circostanze e situazioni, possono diventare anche fard ʿayn. Ciò avviene quando non è presente alcun altro donatore. Infatti, nutrire l’affamato è fard ʿayn. A questo proposito, è riportato in un hadith:
(Arabo**********)
«Se il questuante è sincero, non vi è alcun bene nel rimandarlo a mani vuote.»
Abū Ḥātim al-Bustī (r) ha narrato nella sua opera autentica una lunga e dettagliata riwāya, ricca di insegnamenti profondi. «Una delle sagge parole della gente di Dāwūd (a) è che tra i doveri dei sapienti e degli eruditi vi è anche quello di dividere il proprio tempo in quattro parti. Una parte la trascorreranno nella munājāt, nella duʿāʾ e nel dhikr davanti ad Allah; una seconda parte nell’autoesame; una terza in compagnia degli amici, affinché possano indicare loro i propri difetti e mancanze; e nella quarta parte del tempo gusteranno il piacere di godere delle cose che amano. Infatti, questa parte contribuisce a sostenere le altre tre.»
Alla luce della riwāya in questione emerge che è necessario dedicare una parte del tempo a uno svago conforme alla Sharīʿa e lecito. Ciò rafforza gli altri momenti. A questo proposito, i fuqahāʾ, ossia i pensatori islamici, hanno detto: correggere e migliorare l’animo è vera rettitudine. Per questo Abū al-Dardāʾ (ra) diceva: talvolta mi svago anche con ciò che è vano, affinché ciò mi aiuti a seguire la via della verità e della giustizia. In realtà, Allah l’Altissimo ha creato le cose amate e piacevoli affinché le creature ne traggano beneficio. Per esempio, l’ira è stata creata proprio affinché attraverso di essa sia possibile proteggersi dalle cose dannose. Quanto alle cattive inclinazioni e al desiderio di piacere, è stato proibito soltanto ciò che è dannoso nella vita umana. Ma il piacere che aiuta a seguire la verità è annoverato tra le opere pie, ossia tra le buone azioni. Per questo è stato narrato in un ḥadīth autentico che il Messaggero di Allah (s) disse: (arabo**********)
«Anche il rapporto coniugale con le vostre mogli è una sadaqa. I Compagni chiesero: “O Messaggero di Allah (s), si riceve una ricompensa anche soddisfacendo i propri desideri?” Al-Huḍūr (s) rispose:
(arabo**********)
“Pensate forse che, se fosse stato speso in modo illecito, non vi sarebbe stato peccato?” I Compagni dissero: “Come potrebbe non esservi? Certamente vi sarebbe.” Egli disse:
(arabo**********)
“Allora tenete conto di ciò che è illecito, ma non terrete conto di ciò che è lecito?”
È narrato nei due Ṣaḥīḥ secondo la riwāya di Saʿd ibn Abī Waqqāṣ (ra) che il nobile Profeta (s) gli disse:
(Arabo**********)
«Tutto ciò che spendi nella speranza di ottenere il compiacimento di Allah accresce certamente il tuo onore e il tuo prestigio; persino il boccone che porti alla bocca di tua moglie ti procura una ricompensa.» (Bukhārī, Muslim)
Esistono numerosi ḥadīth al riguardo. In verità, se il servo credente compie le proprie azioni con devozione e sincerità, può meritare un’immensa ricompensa in ogni istante.
Inoltre, attraverso le opere buone lecite e conformi alla Sharīʿa, può correggere la propria anima e il proprio spirito e formarli liberi da ogni impurità. Al contrario, sotto la perversa influenza della mente corrotta dell’ipocrita, anche le sue intenzioni diventano macchiate. È a causa delle sue azioni malvagie che l’ipocrita viene punito. La sua adorazione si riempie di ostentazione, cosicché, invece di recargli beneficio, diventa per lui fonte di danno. Pertanto, nel Ṣaḥīḥ di Bukhārī è narrato che il Nobile Profeta (ṣ) disse:
(Arabo**********)
«Sappiate con certezza che nel corpo vi è un pezzo di carne: se esso è sano, tutto il corpo è sano; ma se è malato e corrotto, tutto il corpo si ammala e si corrompe. Sappiate che esso è il cuore, o l’interiorità, dell’essere umano.»
[Venti]
Farḍ-–wājib per l’osservanza e l’harām dalla protezione proprio per la punizione
La pena è stata stabilita proprio per indurre all’osservanza degli obblighi farḍ e wājib e per proteggere dalle cose ḥarām. Occorre dunque proporre incentivi attraenti che incoraggino il popolo verso il bene e l’obbedienza. D’altra parte, è necessario impedire al popolo di avvicinarsi a ciò che lo induce al male.
La pena è stata stabilita proprio per astenersi da ciò che è ḥarām e osservare ciò che è wājib. Ogni mezzo utile a questo scopo è stato reso conforme alla Sharīʿa. Si dovrebbe quindi adottare ogni metodo capace di accrescere l’incoraggiamento verso la via del bene e l’obbedienza e di dimostrarsi loro sostegno e ausilio. È auspicabile ricorrere a tutti i mezzi possibili per attirare il popolo verso il bene e l’obbedienza. Per esempio, è necessario spendere per i propri figli e familiari, mentre gli ufficiali dello Stato e i governanti devono spendere per il popolo. Tuttavia, si deve spendere in modo da risvegliare la loro consapevolezza, incoraggiandoli e infondendo loro nuovo vigore, sia attraverso denaro, beni e ricchezze o elogi, sia mediante qualsiasi mezzo alternativo. Per questo motivo sono stati dichiarati conformi alla Sharīʿa l’impiego delle proprie energie e l’esercizio del corpo nelle gare di corsa di cammelli e cavalli, nel tiro con l’arco e nel lancio della lancia, e in attività simili. Il Grande Profeta (s) in persona e i Califfi ben guidati facevano partecipare i cavalli alle gare. Analogamente, nel caso dei muʾallafa al-qulūb, si dovrebbe mostrare loro benevolenza e buone maniere. In una narrazione si riferisce che un uomo si trasformò in un musulmano sincero e autentico, tanto che l’Islam divenne per lui la cosa più cara, più di ogni bene del mondo e di tutte le persone.
Anche per quanto riguarda le cattive azioni e i peccati, la situazione è la stessa. Pertanto, la leadership dello Stato dovrebbe sradicare dalla società le radici della propensione al peccato, al crimine e all’ingiustizia. È suo imprescindibile dovere chiudere tutte le vie e ogni possibile apertura verso l’ingiustizia e il crimine. È necessario continuare con ogni energia la lotta per contrastare tutte le attività che incoraggiano a percorrere la via del peccato, finché non emerga una ragione valida e razionale per fare il contrario, cioè restare seduti in silenzio e assumere il ruolo di spettatori silenziosi. Un esempio di ciò si trova nelle parole del Grande Profeta (s). Egli disse:
(Arabo**********)
«Nessun uomo estraneo deve appartarsi in intimità con una donna estranea. Infatti, Satana diventa il terzo della loro compagnia.»
Egli disse inoltre:
(arabo**********)
«La donna che crede in Allah e nell’Aldilà non può intraprendere un viaggio verso un luogo distante due giorni, se non con il marito o con un mahram (colui con il quale il matrimonio non è lecito).»
Il nobile Profeta (s) proibì di incontrare donne estranee e di viaggiare da solo con loro, affinché l’ingiustizia, la criminalità e la dissolutezza fossero estirpate dalla società.
È narrato dall’Imam Shaʿbī: una delegazione della tribù degli ʿAbd al-Qays si presentò al cospetto dell’Onorato (s). Nel gruppo vi era anche un giovane bello e avvenente. Dopo averlo visto, egli ordinò al giovane di sedersi dietro di lui e disse: «Questo sguardo fu la causa dell’errore del profeta Dāwūd (a).»
Una volta ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb (ra) ascoltò la recitazione di una poesia da parte di una donna; uno dei suoi versi era:
(Arabo**********)
«Esiste forse un modo per procurarsi del vino da bere…? Ci sarà forse per me un modo di incontrare Nasr ibn Hajjaj…?
Hadrat ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb (ra) fece immediatamente chiamare Nasr ibn Hajjaj: era un giovane bello, ben proporzionato e dal volto luminoso. Hadrat ʿUmar (ra) gli fece rasare la testa. Ma ciò accrebbe ancora di più la luminosità e la grazia del suo volto. Infine gli ordinò di lasciare il Paese, affinché le donne di Medina non cadessero nella fitna.
Altrove si riferisce da Hadrat ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb (ra) che, venuto a sapere di un uomo in compagnia del quale i ragazzi erano soliti intrattenersi, proibì ai ragazzi di sedersi presso di lui e di recarsi da lui.
Hadrat ʿUmar (ra) proibiva di recarsi presso e frequentare persone la cui compagnia potesse far temere che uomini e donne cadessero nella fitna o che ne costituisse la causa. È dovere dei tutori di tali ragazzi non permettere loro di uscire senza necessità, vietare loro di agghindarsi e di usare profumi, e non permettere loro di recarsi nei bagni pubblici; se proprio devono andarvi, devono fare in modo che non si spoglino del tutto. Devono inoltre tenerli lontani dalle riunioni accompagnate da musica e canti. In tali questioni è particolarmente necessario sottoporli a una disciplina rigorosa e a un’attenta sorveglianza.
Pertanto, colui riguardo al quale sia stata presentata un’accusa pubblica, secondo cui è dedito in modo preminente a malefatte e peccati, deve essere impedito dal possedere o avere come proprietario uno schiavo bello e avvenente, e deve essere separato da uno schiavo di tale genere. Infatti, i giuristi sono concordi sul fatto che la testimonianza di chi è dedito a peccati notori e pubblici non è accettabile. La controparte ha inoltre il diritto legittimo di contestare la sua testimonianza. Mentre il corteo funebre di un uomo passava davanti al Messaggero di Allah (s), i presenti ne pronunciarono parole di elogio. Egli disse: (****) «È divenuto obbligatorio». Poi, quando passò un altro corteo funebre, la gente commentò: «Costui era un uomo molto malvagio». Egli disse: (*****) «È divenuto obbligatorio». I Compagni chiesero: «O Messaggero di Allah, riguardo a entrambi hai detto (*****): qual è la ragione e che cosa è divenuto obbligatorio?». Egli disse:
(আরবী**********)
«Avete elogiato il primo defunto, perciò ho detto che il Paradiso è divenuto obbligatorio per lui. Al contrario, avete biasimato il secondo defunto, perciò ho detto che l’Inferno è divenuto obbligatorio per lui. Poiché voi siete testimoni di Allah sulla terra».
All’epoca del Profeta (s), una donna dissoluta commetteva pubblicamente peccati; a proposito di lei egli diceva:
(আরবী**********)
«Se avessi lapidato qualcuno senza testimoni, avrei certamente lapidato questa donna.» Il motivo è che, nella Sharia, non è previsto stabilire un ḥadd senza testimoni o confessione. Tuttavia, per le persone di tale carattere, riguardo alla testimonianza e all’affidabilità, non è necessaria alcuna osservazione diretta; è sufficiente la voce comune. E se la loro reputazione è relativamente poco diffusa, si dovrà fornire la prova considerando i loro compagni e amici. ʿAbdullah ibn Masʿud (che Allah sia soddisfatto di lui) disse(আরবী**********)
«Giudicate una persona in base ai suoi amici.»
In altre parole, bisogna osservare la sua frequentazione e la sua compagnia con persone di quel carattere e valutarlo sulla base di tale carattere. Quali persone di quale carattere sono i suoi amici più intimi? Se sono di cattivo carattere, è necessario tenersene lontani, proprio come è necessario proteggersi dai nemici. A questo proposito, Hazrat Umar ibn al-Khattab (che Allah sia soddisfatto di lui) disse:
(আরবী**********)
«Guardatevi dai cattivi sospetti della gente.»
Questa è l’istruzione di Hazrat Umar (ra). Tuttavia, non è lecito infliggere alcuna punizione sulla base del sospetto.
[Ventuno]
Oscenità,, omicidi,, parenti stretti,, deboli,, beni altrui, appropriazione forzata, da cui tenersi lontani
L’argomento di questo capitolo comprende gli hudud e i diritti, l’uccisione di qualcuno senza motivo, il fatto che nel Giorno della Resurrezione il giudizio per l’uccisione ingiusta sarà il primo a essere celebrato, e che nel qisas, ossia nella vendetta per l’omicidio, vi è la possibilità di una nuova vita. Inoltre, comprende la condanna a morte di qualcuno per l’uccisione di una determinata persona o in cambio di un diritto, e questioni analoghe.
A questo proposito, Allah l’Altissimo dice:
(আরবী**********)
«Di’: Venite, vi reciterò ciò che il vostro Signore vi ha proibito: non associateGli nulla; trattate bene i genitori; non uccidete i vostri figli per timore della povertà — siamo Noi a provvedere al sostentamento vostro e loro — e non avvicinatevi alle turpitudini, manifeste o nascoste. Non uccidete la vita che Allah ha reso sacra, se non secondo giustizia; e ciò è un’altra questione quando avviene attraverso il procedimento giudiziario dello Stato. Queste sono le cose che Allah vi ha comandato, affinché comprendiate. Inoltre, non avvicinatevi ai beni dell’orfano, se non nel modo migliore, finché non raggiunga la maturità. E misurate e pesate con giustizia, in modo corretto e completo. Noi non imponiamo a nessuno un peso superiore alle sue capacità. Quando parlate, siate giusti, anche se si tratta di un parente stretto, e mantenete il patto stipulato con Allah. Queste sono le cose che Allah vi ha comandato, affinché ne traiate ammonimento. Questa è la Mia retta via; seguitela dunque e non seguite le vie ingiuste, che vi allontanerebbero dalla Sua via. Questo è ciò che Allah vi ha comandato, affinché diventiate timorati di Dio.» (Sura al-Anʿām: 151-153)
L’Onnipotente Allah ha inoltre detto:
(arabo**********)
«A nessun musulmano è lecito uccidere un altro musulmano, salvo che ciò avvenga per errore; questa è un’altra questione. … E chiunque uccida intenzionalmente un musulmano, la sua ricompensa sarà l’Inferno, nel quale dimorerà in eterno. Su di lui ricadranno l’ira e la maledizione di Allah; inoltre, Allah gli ha preparato un castigo terribile.» (Sura an-Nisāʾ: 92-93)
L’Onnipotente Allah dice inoltre: (arabo**********)
«Per questo ho prescritto ai Figli d’Israele che chiunque uccida una persona, non in cambio di un omicidio né come punizione per aver diffuso corruzione sulla terra, ma ingiustamente, è come se avesse ucciso tutta l’umanità; mentre chi salva la vita di una persona è come se avesse salvato la vita di tutta l’umanità.» (Sura al-Māʾida: 32)
È riportato in Sahih al-Bukhari e Muslim che il Nobilissimo Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
(arabo**********)
«Nel Giorno della Resurrezione, il primo caso giudicato sarà quello dell’uccisione ingiusta». A questo proposito, si segnala che l’omicidio è di tre tipi:
(1) Qatl al-ʿamd (omicidio intenzionale): quando non vi è alcuna possibilità di errore, sbaglio o falsa identificazione. Ciò significa uccidere qualcuno ingiustamente, nel modo in cui generalmente si commette un omicidio: colpendolo con una spada, un pugnale, un coltello, un martello, una pala, una vanga, un’ascia, uno scudo o simili, oppure sparandogli; bruciandolo, annegandolo nell’acqua o gettandolo da un luogo elevato; strangolandolo, esercitando una forte pressione sui testicoli, soffocandolo premendogli la bocca, oppure togliendogli la vita con il veleno. Per un omicidio di questo genere deve essere applicato l’hadd, vale a dire che l’assassino deve essere messo a morte. Tuttavia, gli eredi della vittima hanno il pieno diritto di scegliere una delle tre possibilità seguenti: (1) ucciderlo; (2) perdonarlo; oppure (3) lasciarlo libero accettando la diyah, ossia il prezzo del sangue. Gli eredi della vittima, però, non hanno il diritto di uccidere qualcuno diverso dall’assassino. A questo proposito, Allah l’Altissimo ha detto:
(Arabo**********)
«Non uccidete ingiustamente la persona che Allah ha proibito di uccidere, se non per una valida ragione. Quanto a colui che sia stato ucciso ingiustamente e da oppresso, abbiamo concesso al suo erede l’autorità. Ma egli non deve eccedere nell’uccisione per vendetta. In verità, egli è assistito e vittorioso [nel conseguire la giusta retribuzione]». (Sura Banī Isrāʾīl: 33)
Nel commento a questo versetto è stato detto che la pena di morte è lecita soltanto per l’assassino; non è lecito condannare a morte una persona diversa. È stato riferito da Ḥaḍrat Abū Shurayḥ al-Khuzāʿī (ra) che il Nobile Profeta (s) disse:
(Arabo**********)
«Se una persona viene uccisa, oppure viene trovata in condizioni critiche e poi muore, in tal caso vi sono soltanto tre possibilità: (1) mettere a morte l’assassino; (2) perdonarlo; (3) lasciarlo libero accettando il prezzo del sangue. Se, oltre a queste tre possibilità, qualcuno ne segue una quarta, il suo atto equivale a un’ingiustizia; perciò per lui vi è l’Inferno, nel quale dimorerà per sempre». (Sunan al-Tirmidhī)
Mettere a morte l’assassino dopo averlo perdonato o dopo aver accettato il prezzo del sangue è un peccato gravissimo, persino un crimine più esecrabile del primo omicidio. A questo proposito, alcuni ʿulamāʾ hanno persino affermato che egli debba essere ucciso secondo la norma dell’hadd. Infatti, dopo aver accettato il prezzo del sangue, gli eredi della vittima non hanno alcun diritto di ucciderlo».
A questo proposito, la parola del Sommo Allah è:
(Arabo**********)
«È stato prescritto per voi, riguardo a coloro tra voi che sono stati uccisi, che il libero sia punito per il libero, lo schiavo per lo schiavo e la donna per la donna. Se però il fratello dell’ucciso concede una parte del qiṣāṣ, si dovrà esigere da lui con gentilezza, secondo la disposizione della Sharīʿa; d’altra parte, l’uccisore dovrà corrispondere adeguatamente agli eredi dell’ucciso, con un comportamento corretto. Questa è una facilitazione e una misericordia da parte del vostro Signore. Dopo ciò, chi oltrepassa i limiti avrà un castigo dolorosissimo. O uomini dotati di intelletto! Nel qiṣāṣ vi è la sicurezza della vostra vita, affinché vi teniate lontani dall’uccisione». (Sūra al-Baqara: 178-179)
Nell’analizzare questo versetto, gli ʿulamāʾ affermano che i cuori degli eredi dell’ucciso sono colmi di collera e di desiderio di vendetta. Quando ne hanno la possibilità, arrivano, accecati dalla furia, a voler sterminare persino l’uccisore e i suoi eredi. Così, talvolta, la situazione giunge al punto che non si limitano a uccidere l’assassino, ma uccidono insieme a lui anche i suoi parenti e persino i capi e gli anziani della tribù. È una situazione estremamente terribile. Infatti, benché l’uccisore abbia commesso per primo l’ingiustizia, gli eredi dell’ucciso, nel vendicare l’assassinio, compiono ingiustizie e soprusi smisurati che neppure il vero assassino aveva commesso. Inoltre, intraprendono azioni contrarie alla Sharīʿa; nell’epoca dell’ignoranza, abitanti delle campagne e delle città vi prendevano parte tutti insieme, e ciò continuava di generazione in generazione. Gli eredi dell’ucciso impiegavano tutte le loro forze nel tentativo di uccidere gli eredi dell’assassino. A loro volta, quelli dell’altra parte continuavano a ucciderli. Alla fine, entrambi i gruppi raccoglievano i propri alleati e, organizzandosi in fazioni, si impegnavano in guerre durature, in un ambiente disperato di scontri, massacri e violenza, mantenendo per lungo tempo conflitti sanguinosi.
In questo modo, sotto il manto del reciproco aiuto e della collaborazione, tra tribù continuavano a divampare incessantemente le fiamme dell’odio e della vendetta, mentre il torrente ardente dell’inimicizia scorreva senza tregua. La ragione principale era che, abbandonando la via della giustizia e dell’equità, non credevano nel principio del «qiṣāṣ», cioè «un’uccisione in cambio di un’uccisione», né lo ritenevano sufficiente. Di conseguenza, invece di cercare la punizione legale dell’uccisione secondo la via prescritta dalla Sharīʿa, trasformavano l’episodio in un massacro generalizzato. Eppure il Sommo Allah ha reso il qiṣāṣ obbligatorio per noi, con l’obiettivo di istituire un sistema giudiziario fondato sull’equità per gli omicidi ingiusti e di eliminare dalla società l’ingiustizia e l’oppressione.
A questo proposito è stato anche dichiarato: «Nel qiṣāṣ vi è la vostra vita». Infatti, grazie al qiṣāṣ, si arresta lo spargimento di sangue da parte degli eredi e dei tutori dell’uccisore, si salvano vite e vengono eliminati la fitna e il disordine. [Grazie al qiṣāṣ, l’uccisore non ha l’opportunità di commettere ulteriori omicidi.] Inoltre, anche se una persona nutrisse il segreto desiderio di uccidere qualcuno, quando apprende che in seguito neppure la sua preziosa vita sarebbe risparmiata e che morirebbe a sua volta come qiṣāṣ, certamente si asterrà dall’assumersi un rischio così grave e letale.
È riportato da ʿAlī ibn Abī Ṭālib (ra) e da ʿAmr ibn Shuʿayb (ra) che il Nobile Profeta (s) disse:
(Arabo**********)
«Il sangue di tutti i musulmani è uguale»: su questo tutti sono concordi e tutti si impegnano a trattare bene i dhimmi. Attenzione! Non si deve uccidere una persona vincolata da un patto finché rimane fedele al proprio accordo, né un musulmano in contrapposizione a un miscredente.» (Ahmad, Abu Dawud)
A questo proposito il Nobile Profeta (s) ha dichiarato: il sangue di tutti i musulmani, senza distinzione tra piccoli e grandi, nobili e umili, è dello stesso valore. Egli non ha accordato alcuna superiorità all’arabo sull’ajami non arabo, al Qurayshita hascemita sul non Qurayshita hascemita, all’uomo libero sullo schiavo liberato, allo studioso sull’ignorante, né al re sul suddito. Questo è il parere unanime di tutti i musulmani e una decisione universalmente riconosciuta. Tuttavia, poiché i portatori delle concezioni dell’epoca dell’ignoranza e le classi dirigenti ebraiche emanavano decreti egoistici sotto la protezione di politiche contrarie e fuorvianti, l’intero mondo arabo si abbandonò a lotte e reciproche uccisioni.
Nei centri abitati nei pressi di Medina risiedevano due tribù ebraiche, i Banu Nadir e i Banu Qurayza. La tribù dei Banu Nadir aveva subito un numero maggiore di uccisioni rispetto ai Banu Qurayza; per questo avevano riconosciuto il Nobile Profeta (s) come giudice. Gli ebrei avevano modificato la norma relativa alla pena per la fornicazione al punto che, invece della lapidazione, marchiavano con il ferro il corpo del colpevole. In seguito si recarono dai musulmani e dissero: «Se il vostro Profeta emetterà questa sentenza, essa costituirà per noi una prova; altrimenti sarà dimostrato che avete abbandonato la norma della Torah». In tale circostanza, Allah l’Altissimo rivelò il seguente versetto:
(ARABO**********)
«O Messaggero! Non lasciare che le attività miscredenti della gente ti rattristino e ti affliggano: sono quelli che dicono soltanto con la bocca: “Abbiamo creduto”, mentre nei loro cuori non hanno creduto….
Pertanto, o Profeta! Se vengono da te per una decisione, spetta a te decidere se giudicare o meno tra loro; ma, se ti allontani da loro o ti astieni, essi non potranno arrecarti il minimo danno. Se invece devi giudicare, giudica tra loro secondo giustizia, poiché Allah l’Altissimo ama coloro che sono giusti ed equi….
Non temete gli uomini; temete Me, e non barattate i Miei versetti per un prezzo vile. Coloro che non giudicano secondo il Libro rivelato da Allah sono miscredenti. Nella Torah avevo prescritto agli ebrei: vita per vita, occhio per occhio, naso per naso, orecchio per orecchio, dente per dente e ferita per ferita della stessa entità.» (Sura al-Ma’ida: 41-45)
Nel versetto in esame Allah l’Altissimo ha spiegato che tutte le vite appartengono allo stesso livello e che non vi è spazio per la superiorità dell’una sull’altra. Eppure gli ebrei manifestavano questo tipo di discriminazione nelle transazioni e nei comportamenti.
(Arabo**********)
«O Profeta! Ti abbiamo rivelato il Libro con la verità, che conferma i Libri rivelati prima di esso ed è anche custode di essi. Giudica dunque tra loro in base a ciò che Allah l’Altissimo ti ha rivelato, e non seguire i loro desideri e le loro passioni dopo che ti è giunta la verità. Per ciascuno di voi abbiamo stabilito una via particolare e una sharia….
Desiderano forse ancora il giudizio dell’epoca dell’ignoranza? E chi può essere un giudice migliore di Allah per coloro che credono?» (Sura al-Mā’ida: 48-50)
In questo versetto Allah l’Altissimo ha decretato che la vita, l’anima e il sangue di tutti i musulmani, senza distinzione tra elevati e umili, hanno lo stesso valore e lo stesso rango; tuttavia, nell’epoca dell’ignoranza, la maggior parte degli omicidi, degli assassinii, delle ferite e simili veniva commessa secondo le richieste delle passioni e dei capricci. Di conseguenza, tutte le località, comprese città, porti e villaggi appartati, venivano colpite dai suoi effetti velenosi. Qualunque ne fosse la causa apparente, la responsabilità esclusiva ricadeva in realtà sulle tendenze ribelli ad Allah presenti nei cuori e sull’assenza di un ruolo efficace dei principi di giustizia e di equità nell’amministrazione della giustizia. Tra tribù continuava incessantemente la competizione per affermare il predominio, la superiorità e il potere reciproci — che si trattasse di omicidi e spargimenti di sangue oppure di ricchezza e beni — e l’estensione del dominio sugli altri era considerata una questione d’onore e di gloria. Abbandonati i principi di giustizia, nessuno dei due gruppi teneva in alcun conto la pazienza, la generosità e la magnanimità. Tutte le parti, tanto quella offensiva quanto quella avversa, commettevano ingiustizie, soprusi, violenze e persecuzioni l’una contro l’altra. Ciò che faceva una parte, l’altra non faceva in alcun modo meno. Questo era il quadro concreto della giustizia sociale dell’epoca. Pertanto, in un ambiente così inquieto e anarchico, il Sacro Corano ordinò di attuare equità, giustizia e principi di rettitudine, dichiarando abolite tutte le forme di leggi, norme e decreti dell’epoca dell’ignoranza allora vigenti nella società. Quando un mujaddid o un riformatore si presenta sulla scena assumendo il compito e adottando misure concrete per la riforma della società, deve procedere fin dall’inizio proprio sulla base dell’equità, della giustizia e dei principi di rettitudine. Questa è la tradizione che si è protratta attraverso le epoche.
A questo proposito, il giudizio del Sacro Corano è il seguente:
(Arabo**********)
«E se due gruppi di musulmani combattono tra loro, ristabilite la pace tra loro. Se poi uno dei due aggredisce l’altro con ingiustizia e violenza, combattete il gruppo aggressore finché non ritorni al comando di Allah. Quando poi ritorna, ristabilite la pace tra entrambe le parti con equità e giustizia. In verità, Allah l’Altissimo ama coloro che sono giusti ed equi. I musulmani sono in verità fratelli gli uni degli altri; riconciliate dunque i vostri fratelli e stabilite tra loro armonia e reciproca benevolenza.» (Sura al-Ḥujurāt: 9-10)
Per quanto riguarda la vendetta per un omicidio, la via migliore consiste innanzitutto nel chiedere perdono agli eredi della persona uccisa. Infatti, nel Corano è dichiarato:
(Arabo**********)
«La retribuzione per una ferita è una ferita equivalente. Poi, se la persona oppressa perdona la ritorsione per l’ingiustizia subita, ciò sarà per lei un’espiazione dei propri peccati.» (Sura al-Māʾida: 45)
È narrato da Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) che egli disse: (Arabo**********)
«Quando un caso o una causa passibile di qiṣāṣ veniva sottoposto al Profeta nobile (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), egli ordinava di perdonare.» (Abū Dāwūd)
Nel Ṣaḥīḥ Muslim, secondo la catena di trasmissione di Abū Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui), è narrato che il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse:
(Arabo**********)
«La ṣadaqa non diminuisce la ricchezza; chi perdona un altro, Allah accresce certamente il suo onore e la sua dignità; e chi si mostra umile per Allah, Allah gli concede un rango elevato.» (Muslim)
Si è discusso del principio egualitario dell’Islam; dalla discussione è emerso chiaramente che tutti i musulmani appartengono alla stessa classe e godono del diritto all’uguaglianza. Tuttavia, quanto al medesimo rango, il kāfir dhimmī e il musulmano non possono trovarsi sullo stesso piano, poiché tra loro sussiste una differenza di fede. Tutti gli ʿulamāʾ sono concordi su questo punto. Analogamente, se un kāfir dhimmī giunge in una città a maggioranza musulmana per viaggiare o commerciare, secondo il consenso unanime non sarà considerato dello stesso rango dei musulmani, né sarà ritenuto meritevole dei medesimi diritti dei musulmani.
Tuttavia, alcuni ʿulamāʾ hanno osservato che anche nel caso del dhimmī si applica il «kufū», vale a dire l’uguaglianza islamica, e che egli ha diritto a godere di tutti i benefici e delle opportunità al pari di un cittadino musulmano.
La seconda categoria di omicidio è il «qatl al-khaṭāʾ» (uccisione involontaria), che è quasi analogo al (******), ossia all’«omicidio intenzionale». A questo proposito il Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
(ARABO**********)
«State attenti! Come pena per l’omicidio intenzionale commesso con un colpo di frusta o di bastone, analogo al “qatl al-khaṭāʾ”, si devono dare cento cammelli, dei quali quaranta devono essere cammelle gravide.»
In realtà, questo è stato definito «shibh al-ʿamd», poiché chi colpisce con una frusta o un bastone commette certamente un atto di ingiustizia. Infatti, nel colpire non è riuscito a mantenersi entro una misura e un limite ragionevoli. Tuttavia, è anche vero che questo genere di percosse non causa sempre la morte; anzi, spesso si osservano casi diversi.
La terza categoria di omicidio è il «qatl al-khaṭāʾ», ossia l’uccisione involontaria. Per esempio, una persona spara un proiettile o scocca una freccia durante la caccia, ma il colpo raggiunge il corpo di un essere umano, senza che vi fossero da parte sua alcuna intenzione o piano. Di conseguenza si verifica questo evento del tutto imprevedibile. Pertanto, in cambio di ciò non viene applicata la pena di ḥadd, ossia la pena capitale; piuttosto, in casi simili la legge della Sharīʿa prescrive l’espiazione, la diya e il pagamento del prezzo del sangue. Molte questioni relative a ciò sono riportate nelle numerose opere compilate o redatte dai sapienti.
[Ventidue]
Qiṣāṣ per le ferite e per gli organi e le membra
Per le ferite, il qisās:, in cambio di–una mano o di un piede, la mano–o il piede deve essere tagliato;, se viene rotto un dente, deve essere rotto;, se a qualcuno viene tagliata la testa, in cambio la testa deve essere tagliata.।
Il qiṣāṣ, o la rappresaglia, per le ferite è obbligatorio. Ciò è comprovato dal Corano, dagli ḥadīth e dall’ijmāʿ. La condizione, tuttavia, è che si rimanga entro i limiti del mantenimento dell’uguaglianza. Se qualcuno rompe la mano di un’altra persona dal polso, allora, come rappresaglia, è lecito per la persona ferita rompergli la mano dal polso; come rappresaglia, è lecito per la persona ferita rompergli la mano dal polso. Se a qualcuno viene rotto un dente, è lecito, per rappresaglia, rompere il dente dell’avversario. Se la testa e il volto vengono feriti in modo tale che siano visibili persino le ossa interne, è lecito ferire il volto e la testa dell’aggressore nella stessa misura. (Naturalmente, tutto ciò deve avvenire tramite l’autorità giudiziaria.)
In realtà, se la ferita è di una gravità tale che non sia possibile ristabilire l’uguaglianza mediante una rappresaglia equivalente — per esempio, se le ossa interne sono state fratturate, oppure se la ferita è a un livello tale che le ossa interne non risultano visibili — in tal caso non si può applicare il qiṣāṣ; si deve invece riscuotere un risarcimento proporzionato alla ferita.
La forma del qiṣāṣ, o della rappresaglia, consiste nel colpire con la mano oppure nel percuotere con un bastone. Per esempio, si può dare uno schiaffo, colpire con un pugno o con il pugno chiuso, oppure colpire con un bastone. Secondo alcuni dotti, nella situazione in esame non si applica la norma del qiṣāṣ; si deve invece comminare il taʿzīr, cioè una punizione disciplinare ed educativa. Ciò perché in questo caso non è possibile stabilire un’uguaglianza proporzionata. Tuttavia, nelle dichiarazioni dei califfi ben guidati e degli altri Compagni si riscontra, in questo caso, il riconoscimento del qiṣāṣ come conforme alla Sharīʿa.
L’Imam Aḥmad (che Allah abbia misericordia di lui) e gli altri imam hanno espresso questa stessa opinione, e anche gli ḥadīth del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) hanno un significato in tal senso. Abū Firās (che Allah abbia misericordia di lui) disse: A questo proposito, ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb (che Allah sia soddisfatto di lui) pronunciò una volta un sermone citando un ḥadīth, il cui testo era:
(Arabo**********)
«Fate attenzione! Ricordate che, per Allah, io non vi mando i governanti affinché vi percuotano, né li mando con l’intento di impadronirsi delle vostre ricchezze e dei vostri beni; li mando invece per istruirvi sulla vostra religione e sugli insegnamenti e l’esempio del Grande Profeta. Pertanto, se uno di loro compie un’azione contraria a ciò, sia condotto davanti a me. Giuro per Colui nella cui mano è la mia vita: certamente applicherò il “qiṣāṣ”, o la rappresaglia, nei confronti di quegli uomini (i funzionari governativi oppressori).»
Allora ʿAmr ibn al-ʿĀṣ (che Allah sia soddisfatto di lui) si alzò e disse: O Comandante dei Credenti! Se un emiro o un governatore si occupa della protezione dei musulmani ed è incaricato di formare il carattere del popolo e impartirgli un’educazione morale, applicherete il qiṣāṣ anche nei suoi confronti? ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose: Sì, per Allah! Se commette un’ingiustizia analoga, applicherò il qiṣāṣ anche nei suoi confronti. E non sono soltanto io ad applicare il qiṣāṣ: persino il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) lo applicava nei confronti della propria persona e del proprio essere. State in guardia! Non percuotete i musulmani, non li umiliate e non calpestate i loro diritti. Infatti, come conseguenza di tutto ciò, non sarebbe sorprendente che tra loro emergesse una tendenza alla miscredenza.» (Musnad di Aḥmad)
Il sunto della narrazione in esame è questo: i giudici, i magistrati, i governanti regionali e i governatori non devono percuotere né punire ingiustamente nessuno. Se, per un motivo legittimo, viene percosso qualcuno del popolo e la percosse o l’aggressione vengono inflitte secondo le norme della Sharīʿa, allora, per ijmāʿ, cioè per consenso unanime, non si applica la norma del qiṣāṣ ai funzionari sopra menzionati. Ciò perché la percossa, l’aggressione e la ferita legittime e conformi alla Sharīʿa saranno talvolta obbligatorie, oppure lecite e raccomandabili, cioè mustaḥabb. E in nessuno di questi tre casi si applica il qiṣāṣ.
Ventitré
Diversi tipi di qisas per la diffamazione
dell’onore–e della dignità è anch’esso lecito;, insultare è un reato.। Anche questo ha un qiṣāṣ stabilito dalla legge.। Se qualcuno riguardo al padre–e agli antenati,, alla discendenza e alla tribù di un’altra persona, pronuncia espressioni oscene e dichiarazioni offensive,, in risposta, poi, contro il padre,–gli antenati,, la discendenza e la tribù dell’avversario, analoghe espressioni non è lecito rivolgere.। Poiché essi infatti nei suoi confronti, alcun torto non hanno commesso.।
Anche vendicarsi dell’onore e della dignità di qualcuno è conforme alla Sharia. Ciò avviene, per esempio, quando una persona maledice qualcuno o pronuncia contro di lui una maledizione: in risposta, è lecito per la seconda persona rivolgere alla prima parole analoghe. Se qualcuno insulta veramente, senza alcuna mescolanza di menzogna, anche l’altro può insultarlo in risposta. Tuttavia, perdonare è preferibile. L’Onnipotente Allah dice:
(Arabo***********)
«La ricompensa del male è un male equivalente; ma chi perdona e ristabilisce la concordia, avrà la sua ricompensa presso Allah. In verità, Egli non ama gli ingiusti. E contro coloro che, dopo aver subito un’ingiustizia, si vendicano, non vi sarà alcun provvedimento punitivo. (Sura ash-Shura: 40-41)»
Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
(Arabo***********)
«Chi pronuncia un insulto faccia a faccia riceverà lo stesso trattamento, ma sull’iniziatore ricadrà qualcosa in più, finché non commetterà un’ingiustizia contro l’oppresso.»
È proprio questo (****) che si chiama ritorsione. In secondo luogo, anche l’insulto che non contiene la minima traccia di menzogna può essere oggetto di ritorsione, come rendere pubblici i difetti presenti nel carattere morale di quella persona, oppure chiamarla cane, asino e simili. Ma se qualcuno accusa falsamente un’altra persona e le attribuisce colpe inventate, non è lecito, per vendicarsi, rivolgerle accuse analoghe, inventate e false. Se qualcuno, senza motivo, chiama un’altra persona kafir o fasiq, non gli è lecito chiamarla a sua volta kafir o fasiq. Se qualcuno maledice il padre, il nonno, la stirpe, la tribù o gli abitanti della città di un’altra persona, non è lecito rispondergli con parole analoghe. Questa è ingiustizia e oppressione. Infatti, costoro non gli hanno fatto nulla. Piuttosto, l’ingiustizia e l’oppressione commesse contro di lui sono state compiute dalla persona direttamente coinvolta. A questo proposito, l’Onnipotente Allah dice:
(Arabo***********)
O voi che credete! Rimanete saldi nel rendere testimonianza con giustizia per Allah; non permettete che l’odio verso un popolo, ossia il vostro desiderio di vendetta, vi spinga a commettere ingiustizia. Siate invece giusti. Ciò è più vicino alla taqwā, cioè al timore di Allah. (Sura al-Māʾida: 8)
Pertanto, diffamare qualcuno e opprimerlo ledendone l’onore e il rispetto è haram. In effetti, è possibile vendicarsi di ciò: per esempio, se una persona rivolge una maledizione contro un’altra, l’oppresso può rivolgere contro la prima una maledizione equivalente, senza esagerare né oltrepassare i limiti. Tuttavia, se ciò coinvolge un diritto di Allah, come quando egli ha mentito, non gli è lecito rispondere con una menzogna.
Analogamente, la maggior parte dei giuristi islamici afferma: se qualcuno uccide una persona bruciandola, annegandola nell’acqua, strangolandola o togliendole la vita in un altro modo, come forma di ritorsione si può adottare, per ordine del tribunale, lo stesso metodo da lui utilizzato. Naturalmente, bisogna assicurarsi che la pena retributiva non sia haram. Per esempio, se qualcuno gli fece bere del vino, anche a lui si potrà far bere del vino in cambio. Oppure, se aveva commesso liwāṭ, si potrà commettere liwāṭ con lui come ritorsione.
Secondo alcuni giuristi islamici, la pena per aver bruciato qualcuno, averlo annegato o averlo strangolato deve consistere nella decapitazione mediante un colpo di spada. Tuttavia, il parere precedentemente citato a questo riguardo è più conforme al Corano e agli hadith.
[ventiquattro]
Zina–e adulterio calunnia di chi la pronuncia punizione riguardo a
Per la falsa accusa non vi è qiṣāṣ, ma è prevista una pena. Per chi rivolge una falsa accusa di adulterio contro musulmani sposati, liberi e innocenti, non sarà applicato l’hadd del qadhf. Anche chi accusa di zina, cioè di adulterio, una persona apertamente dedita al peccato non sarà sottoposto all’hadd del qadhf. Contro le invenzioni e le false accuse non è previsto il qiṣāṣ, bensì una pena. Tra le false accuse rientra anche l’hadd del qadhf, comprovato dal Corano, dagli hadith e dall’ijmāʿ. Allah l’Altissimo dice:
Testo arabo
«Coloro che accusano di adulterio le donne caste e non riescono a presentare quattro testimoni a sostegno dell’accusa, siano puniti con ottanta frustate e non si accetti mai più la loro testimonianza; costoro sono i trasgressori. Tuttavia, se in seguito si pentono e si correggono, la disposizione è diversa: Allah è certamente indulgente, misericordioso.» (Sura an-Nur: 4-5)
Se una persona retta viene accusata di zina o di liwat (rapporti omosessuali), si applica la hadd del qadhf (la pena per l’accusa calunniosa di adulterio). In tal caso gli saranno inflitte ottanta frustate. Se invece viene accusata di qualcos’altro, le si dovrà applicare il taʿzir, cioè una pena disciplinare.
La persona diffamata (*****) è l’unica titolare del diritto a questa hadd. Pertanto, essa sarà applicata soltanto quando la persona ne farà richiesta. Questo è il parere unanime degli esperti. Se la persona diffamata perdona, la hadd può essere annullata. Anche su questo vi è il consenso assoluto degli ulema, poiché in questo caso prevale il diritto della persona lesa, come nei diritti individuali relativi al qisas per i beni e simili. Alcuni, tuttavia, sostengono che la hadd non possa essere perdonata, poiché vi è coinvolto anche il diritto di Allah. Pertanto, come le altre pene hadd, neppure questa può essere perdonata.
La hadd del qadhf si applica soltanto se il maqdhuf, cioè colui contro il quale è stata rivolta l’accusa, è sposato, musulmano, libero e irreprensibile. Pertanto, non si applica la hadd quando si calunnia una persona già macchiata da varie accuse e atti peccaminosi. Allo stesso modo, non si applica la hadd per una falsa accusa rivolta contro un miscredente o uno schiavo; tuttavia, nei loro confronti deve essere applicato il taʿzir. È lecito per il marito rendere pubblica l’accusa di adulterio contro la moglie se ella ha commesso adulterio, anche qualora non sia rimasta incinta a causa della zina. Ma se la moglie è rimasta incinta per zina e ha partorito, è obbligatorio accusarla di adulterio e disconoscere il figlio dicendo: «Non è mio», affinché non gli venga attribuito ciò che appartiene ad altri.
Se il marito accusa la moglie di zina, ella potrà o confessare l’adulterio oppure ricorrere al liʿan, come prescritto nel Corano e negli hadith. Se il qadhif, cioè colui che formula la calunnia, è uno schiavo, nei suoi confronti si applica la metà della hadd. La stessa disposizione vale per le pene della zina, cioè dell’adulterio, e del consumo di bevande alcoliche: gli deve essere inflitta metà della pena. A proposito degli schiavi e delle schiave, il Corano afferma:
(Arabo***********)
«Se, dopo essersi sposate, commettono adulterio, la loro pena, cioè quella delle schiave, sarà la metà di quella delle donne libere.» (Sura an-Nisa’: 25)
Tuttavia, quando la pena hadd prevede l’uccisione o l’amputazione della mano, essa non sarà dimezzata; al contrario, dovrà essere applicata integralmente: la pena capitale dovrà essere eseguita completamente e la mano dovrà essere amputata nella misura prevista. In questo caso la pena non può essere ridotta della metà.
[venticinque]
Marito–moglie reciproci rapporti e diritti
Il diritto ai rapporti sessuali tra marito e moglie, i rapporti tra marito e moglie, il mahr, il mantenimento e i diritti reciproci riguardanti le questioni domestiche costituiscono l’argomento di questo capitolo.
Nella vita coniugale, è obbligatorio per entrambi mantenere buoni rapporti reciproci tra marito e moglie e agire secondo il comando di Allah per adempiere adeguatamente ai diritti dell’altro. La parola dell’Altissimo Allah è:
(Arabo***********)
«Dopodiché, o la terrete secondo le norme, presso di voi, oppure la libererete con benevolenza.» (Sura al-Baqara: 229)
È un obbligo per entrambi i coniugi impegnarsi, nella vita coniugale, ad adempiere adeguatamente e di buon animo ai diritti reciproci, con gioia e serenità. La moglie ha un diritto sui beni del marito. Durante la vita del marito, questo consiste nel mahr e nel mantenimento. Quanto al diritto fisico, il marito deve soddisfare il desiderio sessuale della moglie in modo lecito e corretto e usarla adeguatamente. A questo proposito, se il marito giura alla moglie, dicendo: «Non avrò rapporti con te», cioè pronuncia l’ila, allora, in tale situazione, secondo il consenso unanime degli ulema di ogni livello, la moglie avrà il diritto di chiedere il divorzio. Anche se il marito ha un pene mutilato o è eunuco ed è incapace di avere rapporti, è suo obbligo avere rapporti con la moglie e giacere con lei nello stesso letto. Alcuni hanno detto che, se ciò è dovuto a una condizione congenita, egli non è obbligato ad avere rapporti. Ma l’opinione corretta è che i rapporti siano obbligatori. Il Corano, gli hadith e i principi fondamentali della sharia (****) sostengono proprio questa opinione. Il Nobile Profeta (s) vide Abd Allah ibn Umar (r), che digiunava molto e trascorreva molto tempo nella preghiera; allora il Profeta (s) disse: (Arabo***********) «Anche tua moglie ha un diritto su di te.»
Pertanto, avere rapporti è obbligatorio. Ma ogni quanto tempo devono avvenire tali rapporti? Su questo vi è divergenza d’opinioni. Alcuni hanno detto che è obbligatorio avere rapporti almeno una volta ogni quattro mesi. Altri hanno detto: no, piuttosto, l’obbligo dipende dalla capacità del marito e dal desiderio della moglie, così come il mantenimento diventa obbligatorio. In realtà, questa è la conciliazione più ragionevole. D’altra parte, anche la moglie ha diritti sul marito. Ciò significa che egli può avere rapporti con lei quando lo desidera. Tuttavia, a condizione che la moglie non subisca alcun danno e non diventi incapace di adempiere a un altro diritto obbligatorio. È dovere della moglie dare al marito l’opportunità di un rapporto che gli procuri soddisfazione. Inoltre, è vietato alla moglie lasciare la casa coniugale senza il permesso del marito o senza l’autorizzazione della sharia.
Vi sono divergenze tra i giuristi riguardo ai lavori domestici. Per esempio, gli esperti di diritto islamico dissentono sul fatto che spetti alla moglie stendere i letti, spazzare la casa, mantenerla pulita e ordinata, preparare riso e curry, cucinare e svolgere attività simili. Secondo alcuni, compiere questi lavori è obbligatorio per la moglie; secondo altri, non lo è. Un altro gruppo afferma che per la moglie è obbligatorio prestare un servizio di entità moderata.
[Ventisei]
Ricchezze–e beni: nel dirimerne le questioni, la bilancia della giustizia va mantenuta in vigore
Le questioni relative alle ricchezze e ai beni devono essere risolte sulla base della giustizia; adottare giustizia e rettitudine nei rapporti e nei comportamenti è la chiave della felicità e della pace, e attraverso di esse si purificano sia la vita terrena sia l’Aldilà.
Le questioni relative alle ricchezze e ai beni devono essere risolte secondo i principi di giustizia e rettitudine, in conformità agli ordini di Allah e del Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Per esempio, è dovere distribuire l’eredità tra gli eredi alla luce della Sunna, sebbene su alcune mas’ala vi siano divergenze. Allo stesso modo, nelle transazioni e negli scambi — come la compravendita, l’ijara, la nomina di un agente, le attività in società, la hiba, il waqf e la wasiyya — è obbligatorio decidere e giudicare sulla base della giustizia e dell’equità. Nei rapporti in cui la compravendita e la presa di possesso costituiscono una condizione, è obbligatorio garantire giustizia ed equità, poiché la stabilità del mondo dipende dalla giustizia. In sua assenza, non possono realizzarsi la limpidezza e la purificazione né in questo mondo né nell’Aldilà. Ogni persona dotata di senno è in grado di comprendere la necessità della giustizia e dell’equità in tali questioni. Per esempio, l’acquirente è tenuto a pagare immediatamente il prezzo dell’oggetto acquistato. D’altra parte, il venditore è tenuto a consegnare la merce venduta nelle mani dell’acquirente. Diminuire o aumentare ingiustamente il peso è assolutamente haram. Nella compravendita è obbligatorio dire la verità e fornire una descrizione corretta. Al contrario, mentire, tradire, violare la fiducia, adulterare le merci e ingannare sono haram. È obbligatorio restituire i debiti, esprimere gratitudine al creditore e lodarlo.
In genere, nei comportamenti e nei rapporti vietati dal Corano e dagli hadith non può essere applicato il principio di giustizia o di equità; nelle azioni proibite si verificano, in misura maggiore o minore, oppressione e ingiustizia. Per esempio, è illecito ottenere guadagni in modo ingiusto, come attraverso l’interesse e il gioco d’azzardo. Queste pratiche furono vietate dal Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui). Pertanto, ogni forma di gioco d’azzardo e di interesse è haram. Inoltre, è haram comprare e vendere mediante inganno e frode. È vietato vendere uccelli in volo senza averli catturati, vendere pesci sott’acqua senza averli catturati, vendere senza stabilire il termine, vendere qualcosa sulla base di supposizioni e congetture, vendere merce adulterata o deteriorata spacciandola per pura e integra, vendere frutti prima che siano commestibili, svolgere attività in società in modo illecito, effettuare transazioni che provocano dispute tra i musulmani o che contengono qualche forma di danno, compiere compravendite dubbie e quelle che alcuni considerano lecite e conformi alla giustizia mentre altri considerano ingiuste e oppressive. Tutte queste compravendite sono fasid. È obbligatorio e necessario che siano annullate dallo Stato. È quindi indispensabile evitarle. Allah dice:
(Arabo************)
«Se credete in Allah e nell’Ultimo Giorno, obbedite ad Allah, obbedite al Messaggero e a coloro che detengono l’autorità tra voi. Se sorgono divergenze tra voi su una questione, ricorrete ad Allah e al Suo Messaggero. Questo è il bene e l’interpretazione migliore.» (Sura an-Nisa: 59)
Il principio fondamentale in questo ambito è che tutte le transazioni e attività commerciali che, secondo il Corano e la Sunna, sono haram, sono haram. E ogni atto di culto conforme alla Sharia e comprovato dal Corano e dagli hadith è culto. Allah l’Altissimo ha biasimato quelle persone che avevano dichiarato haram per sé cose che, in realtà, Allah non aveva dichiarato haram. Al contrario, avevano dichiarato lecite e legittime per sé cose per le quali non esisteva alcuna prova giuridica conforme alla Sharia della loro liceità.
(Arabo************)
«O Allah! Concedici la capacità di considerare halal ciò che Tu hai reso halal. Allo stesso modo, concedici il tawfiq di considerare haram ciò che Tu hai reso haram.»
E concedici, o Dio, il tawfiq di osservare quella normativa che Tu hai stabilito.
Ventisette
Stato nella gestione basato sulla consultazione sistema
È doveroso per l’emiro, per chi detiene il potere e per il governante ricorrere alla consultazione. Allah l’Altissimo ordinò al Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui): «Consulta con loro le questioni importanti». Coloro che si consultano, Allah li loda:
«È indispensabile che le autorità al potere si consultino reciprocamente».
Allah ha ordinato al Suo Messaggero (s): (Arabo************)
«Perdona loro, implora il perdono per loro e consultati con loro nelle questioni; quando poi avrai preso una decisione ferma su una questione, confida in Allah. In verità, Allah ama coloro che confidano in Lui.» (Sura Āl ʿImrān: 159)
È narrato da Hazrat Abū Hurayra (ra). Egli disse: (Arabo************)
«Nessuno consultava i propri Compagni più del Messaggero di Allah (s).»
È stato detto che al Messaggero di Allah (s) fu ordinato di consultarsi proprio per ottenere la soddisfazione dei nobili Compagni. Inoltre, lo scopo era che in seguito la consultazione divenisse un principio, seguendo l’esempio del Messaggero di Allah (s). Quando una questione non è stata risolta mediante la rivelazione, come nel caso delle guerre e delle questioni secondarie, è necessario considerare le opinioni delle persone nel prendere una decisione. Se il Profeta nobile (s) si consultava nelle questioni in cui lo faceva, gli altri hanno ancor più bisogno di consultarsi. Persino Allah (benché non abbia bisogno di consultarsi, ha mostrato ai Suoi servi un esempio analogo attraverso l’episodio della consultazione delle opinioni degli angeli prima della creazione dell’uomo) ha elogiato coloro che si consultano. Pertanto è stato detto:
(Arabo************)
«Ciò che è presso Allah è migliore e più duraturo. Esso è destinato a quei credenti musulmani che confidano nel loro Signore: questo bene migliore e duraturo. E coloro che si tengono lontani dai peccati gravi e dalle azioni oscene, che perdonano gli altri anche quando sono adirati, che rispondono all’invito del loro Signore, istituiscono la salāt, conducono i loro affari consultandosi tra loro e spendono di ciò che Noi abbiamo loro concesso come sostentamento: anch’essi saranno destinatari di quel bene migliore e duraturo.» (Sura al-Shūrā: 36-38)
«Ulil amr», cioè l’autorità dotata di potere o il leader. Quando, attraverso la consultazione e sulla base del Corano, degli hadith e dell’ijmāʿ, si giunge a una decisione, è vietato seguire chiunque in contrasto con essa. Anche per gli «ulil amr» diventa obbligatorio accettare la decisione adottata e agire conformemente ad essa. Questa stessa regola vale per tutti i problemi, grandi e piccoli, della religione e del mondo. In questo caso non è lecito seguire nessun altro. A questo proposito, il comando di Allah è:
(Arabo************)
«O voi che credete, obbedite ad Allah e obbedite al Messaggero, e a coloro tra voi che hanno autorità e responsabilità complessive.» (Sura an-Nisāʾ: 59)
Ma se, riguardo a un problema sorto, emerge un dissenso tra i musulmani, allora in una simile situazione è particolarmente necessario sollecitare il consiglio della gente. Pertanto si dovrà seguire il parere e il consiglio più conformi e vicini al Corano e agli hadith. Il comando di Allah, il Purissimo, è:
(Arabo************)
Ma se, riguardo a un problema sorto, emerge un dissenso tra i musulmani, allora in una simile situazione è particolarmente necessario sollecitare il consiglio della gente. Pertanto si dovrà seguire il parere e il consiglio più conformi e vicini al Corano e agli hadith. Il comando di Allah, il Purissimo, è:
(Arabo************)
«Se divergete su una questione, ricorrete ad Allah e al Messaggero, se credete in Allah e nell’Ultimo Giorno. Questo è migliore e più eccellente quanto a esito.» (Sura an-Nisāʾ: 59)
Gli «ulil amr», ossia la leadership al potere, sono di due tipi: (1) i governanti, (2) gli ʿulamāʾ. Se essi sono virtuosi, anche il popolo diventerà virtuoso. Pertanto, responsabilità di entrambe queste categorie è verificare ed esaminare ogni loro atto e parola. Quando si trova una soluzione chiara al problema alla luce del Corano e degli hadith, è obbligatorio metterla in pratica. Quando emerge una questione difficile, occorre analizzare minuziosamente il problema sorto, con profonda attenzione e concentrazione, per stabilire in che modo sia possibile seguire Allah e il Messaggero (s) nel prendere una decisione.
Si deve prestare attenzione alla direzione indicata dal Corano e dalla Sunna. Si dovrà giungere a una decisione dopo un esame e una valutazione estremamente scrupolosi. Se, per la scarsità di tempo, l’indisponibilità di chi deve verificare, l’esistenza di prove contraddittorie o per qualsiasi altra ragione, non fosse possibile giungere rapidamente a una soluzione, allora sarà dovere di coloro che detengono l’autorità seguire una persona la cui saggezza, lungimiranza e devozione religiosa siano universalmente riconosciute. Questa è la soluzione corretta.
È stato anche detto che non è lecito fare taqlīd, cioè seguire ciecamente qualcuno». Questi tre approcci sono riportati nel madhhab dell’imam Ahmad e di altri. Si deve inoltre verificare se i giudici e coloro che detengono il potere possiedano tutte le qualità e le caratteristiche morali indispensabili. La stessa regola vale per tutte le pratiche di culto, come la preghiera e il jihād: si deve agire e operare secondo le proprie forze e capacità. Se le persone interessate non ne hanno la forza e sono incapaci, non è nella norma di Allah imporre a qualcuno ciò che supera le sue capacità.
Anche le questioni relative alla tahāra e alla purità rituale si fondano su questo stesso principio. In primo luogo, è prescritto conseguire la purità mediante l’acqua. Tuttavia, se l’acqua è scarsa o si teme che il suo uso possa arrecare danno — per esempio, quando il freddo è estremamente intenso oppure si teme che l’uso dell’acqua aggravi una ferita — in tali circostanze è prescritto conseguire la purità mediante il tayammum. Fu proprio in questa situazione che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), rivolgendosi a ʿImrān ibn Ḥusayn (che Allah ne sia compiaciuto), disse:
(in arabo)
«Recita la preghiera in piedi; se non ti è possibile, recitala seduto. Se non hai neppure la forza di stare seduto, recitala sdraiato.»
Allo stesso modo, Allah l’Altissimo ha ordinato di compiere la preghiera nel suo tempo stabilito, nel modo possibile secondo la propria condizione. A questo proposito è stato proclamato:
(Arabo************)
«Siate assidui nelle preghiere, specialmente nella preghiera mediana, e state umilmente davanti ad Allah. Se temete [un pericolo], pregate camminando o cavalcando, in qualunque condizione vi troviate; quando poi sarete al sicuro, ricordate Allah nel modo in cui Egli vi ha insegnato ciò che non sapevate.» (Sūra al-Baqara: 238-239)
Allah l’Altissimo ha reso la preghiera obbligatoria per tutti: per chi è al sicuro e per chi è impaurito, per il sano e per il malato, per il ricco e per il povero, per il residente e per il viaggiatore; ciò è dimostrato dal Corano e dagli hadith. Allo stesso modo, ha stabilito la purità, la pulizia, la copertura dell’awra e il volgersi verso la qibla, e così via, come condizioni preliminari della preghiera. Tuttavia, ha esentato da tali condizioni chiunque sia incapace di soddisfarle. Persino se la barca di qualcuno affonda, i ladri gli saccheggiano i beni e gli strappano gli abiti che indossa, in tal caso egli pregherà nudo, in conformità alla situazione in cui si trova. In questa circostanza, l’imam si porrà in mezzo a tutti in modo tale che l’awra di nessuno risulti visibile. Se qualcuno non conosce la qibla, cercherà di individuarla per quanto gli è possibile e pregherà soltanto dopo aver compiuto il massimo sforzo. Se non trova alcuna prova che permetta di stabilire una determinata direzione, pregherà rivolto nella direzione che gli sarà possibile scegliere, come si pregava ai tempi del Nobile Profeta (s).
La stessa situazione vale per il jihad, per l’amministrazione dello Stato e per tutte le questioni religiose. Proprio in questo contesto, Allah l’Altissimo ha proclamato nel Corano il seguente principio:
(Arabo************)
“O musulmani, temete Allah per quanto potete.” (Sura at-Taghabun: 16)
E il Nobile Profeta (s) ha detto: (Arabo************)
“Quando vi ordino di compiere qualcosa, mettetela in pratica per quanto potete.”
Analogamente, Allah l’Altissimo ha dichiarato da un lato haram il consumo di alimenti e bevande khabīth, ossia impuri, immangiabili e difettosi, e dall’altro ha inoltre detto:
(Arabo************)
«Chi è costretto, senza desiderarlo né trasgredire (anche se mangia carne di animale morto quanto basta a salvargli la vita) non commette peccato. Allah è perdonatore, misericordioso.» (Sura al-Baqara: 173)
Egli ha inoltre detto: (Arabo************)
«Egli non vi ha imposto alcuna difficoltà nella vostra religione.» (Sura al-Hajj: 78)
Altrove ha detto: (Arabo************)
«Allah non vuole rendervi la vita difficile.» (Sura al-Ma’ida: 6)
Pertanto, il Magnifico Allah ha reso obbligatorio solo ciò che rientra nelle capacità dell’essere umano. Al contrario, ciò che è al di là della sua capacità e possibilità non è obbligatorio. Perciò non ha proibito ciò senza cui, in stato di necessità, non vi è altra scelta. Di conseguenza, il servo non commette peccato se, trovandosi senza alternative, usa o compie in misura limitata qualcosa di proibito: non avrà alcun peccato.
[Ventotto]
Assumere il potere e governare è una grande opera religiosa
Assumere il potere, governare e amministrare lo Stato costituiscono i pilastri più importanti della religione e una responsabilità fondamentale; anzi, l’esistenza e la stabilità della religione sono strettamente legate a ciò.
A questo proposito, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: (Arabo************)
«Quando tre persone partono per un viaggio, devono scegliere una di loro come guida (imām).» (Abū Dāwūd)
Assumere il potere e governare lo Stato costituiscono la responsabilità più grande e importante della religione; anzi, l’esistenza e la stabilità della religione sono strettamente legate a ciò. Infatti, il bene nazionale e collettivo degli esseri umani non è possibile senza uno sforzo unificato. I bisogni e le necessità di alcune persone sono tali che la loro soluzione è del tutto impossibile senza un gruppo o una jamāʿat. Poiché la jamāʿat è obbligatoria e indispensabile, è dunque obbligatorio che essa abbia un amīr o una guida.
L’imām Aḥmad riferisce nel suo Musnad, attraverso ʿAbd Allāh ibn ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui), che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
(Arabo************)
«Se tre persone viaggiano in una regione desertica, è assolutamente necessario che nominino una di loro come amīr.» (Musnad Aḥmad)
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse che è obbligatorio nominare un amīr tra i membri di un gruppo, per quanto piccolo esso sia e qualunque sia la situazione, anche se del tutto temporanea o durante un viaggio. Ciò deve servire da monito per tutti gli altri gruppi: se è obbligatorio scegliere un amīr o una guida persino quando soltanto tre persone si riuniscono per viaggiare, a maggior ragione questa norma deve essere applicata agli altri gruppi. Infatti, Allah l’Altissimo (****) ha reso obbligatorio (ordinare il bene) e (*****) (vietare il male). E senza un amīr, gli altri non sono in grado di adempiere adeguatamente a questa responsabilità.
Analogamente, non è possibile attuare gli obblighi e i doveri religiosi, come il jihad, l’instaurazione della giustizia, il compimento dell’hajj, l’istituzione della preghiera del venerdì e delle preghiere delle due feste, l’assistenza agli afflitti e agli oppressi, l’applicazione degli hudud e simili, senza forza, autorità e la guida di un capo. A questo proposito è stato riferito: (আরবী************)
«In verità, il sultano o governante giusto è come l’ombra di Allah sulla terra.»
Inoltre, è stato detto che il governo per sessant’anni di un sultano o governante ingiusto e tirannico è preferibile al trascorrere di una sola notte senza un governante. Anche l’esperienza concreta indica che è più auspicabile l’esistenza di un re tirannico e oppressore che vivere senza un governante. In questo contesto, Fadl ibn Iyad, l’imam Ahmad ibn Hanbal e altri pii predecessori hanno pronunciato affermazioni di questo genere:
(Arabo************)
«Se le nostre suppliche fossero sicuramente accolte, pregheremmo per il sultano.»
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto:
(Arabo************)
«Tre cose rendono Allah l’Onnipotente soddisfatto di voi. Primo: adorare soltanto Lui e non associare nulla a Lui. [Il popolo non può in alcun modo vivere senza un emiro e un governante, poiché, in una simile situazione, le persone si opprimerebbero e commetterebbero ingiustizie e soprusi l’una contro l’altra. Di conseguenza, si distruggerebbero, perché non vi sarebbe nessuno a impedire né a proteggerli dall’oppressione ingiusta. I corrotti continuerebbero a tiranneggiare liberamente e senza timore e si deprederebbero a vicenda dei propri beni. In seguito, tra loro sorgerebbero anche anarchia e disordine. In questo modo si distruggerebbero essi stessi e finirebbero per condurre anche gli altri alla rovina. Perciò è estremamente necessario che vi sia un sultano, ossia un governante, anche se è ingiusto e tirannico. È in questo contesto che è stato detto: “Essere governati per sessant’anni sotto un governante ingiusto è meglio che trascorrere una sola notte senza un’autorità di governo”.] Secondo: aggrapparsi tutti insieme alla corda di Allah e non dividersi. Terzo: consigliare la persona che Allah l’Altissimo ha nominato vostro governante e desiderare il suo bene». (Muslim)
Ha inoltre detto: (Arabo************)
«Il cuore del musulmano non può mostrarsi avaro in tre questioni: (1) nel compiere le proprie opere con la massima sincerità per Allah; (2) nel dare consigli benevoli ai governanti del Paese; e (3) nell’aggrapparsi alla comunità dei musulmani. Poiché la loro supplica li circonda alle loro spalle.» (Ahl al-Sunan)
Nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī è stato riportato un hadith del Nobile Profeta (s):
(Arabo************)
«La religione è il consiglio sincero; la religione è il consiglio sincero; la religione è il consiglio sincero.» (al-Bukhārī)
I Compagni chiesero: «O Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), per chi è il consiglio sincero?» Egli rispose: «Per Allah, per il Suo Libro, per il Suo Messaggero, per la comunità musulmana e per i suoi imam, ossia i suoi capi.»
Pertanto, i musulmani dovrebbero creare una leadership islamica e instaurare il governo islamico, ponendo davanti a sé la religione e il conseguimento della vicinanza ad Allah, così da poter ottenere tale vicinanza. Infatti, obbedire ad Allah e al Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è la forma suprema di culto. Infatti, obbedire ad Allah e al Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è la forma suprema di culto. Tuttavia, nel frattempo sorgono sedizione, corruzione e disordine. Si nutre il desiderio di acquisire ricchezze sotto la protezione del potere statale e si fa di esso un mezzo per ottenere i beni desiderati. Di conseguenza, distruggendo la propria religione e l’Aldilà, si finisce per diventare un recipiente di (Arabo****). Così, Kaʿb ibn Mālik (che Allah sia soddisfatto di lui) narrò un hadith del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Sua Eccellenza (pace e benedizioni su di lui) disse:
(Arabo**********)
«È come se due lupi affamati fossero stati lasciati in mezzo a un gregge di pecore e si fossero messi a sbranarle. Uno è l’attaccamento e l’avidità degli uomini per le ricchezze; l’altro è il desiderio di onore e prestigio nell’ambito della religione.» (Tirmidhi lo ha definito un hadith hasan)
A questo proposito il Grande Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha messo in guardia, spiegando che l’attaccamento alle ricchezze e al potere sono due cose capaci di distruggere la religione. Anche nella realtà si osserva che la maggior parte delle fitna e delle corruzioni nasce proprio a causa di questi due lupi affamati. Sono proprio questi due lupi affamati, in sostanza, a fare a pezzi e depredare il gregge dell’umanità.
Allah l’Altissimo ha riferito la vicenda di una persona il cui registro delle opere sarà posto nella mano sinistra. Vedendolo, essa esclamerà:
(Arabo**********)
«Le mie ricchezze non mi sono servite a nulla. Il mio potere è venuto meno.» (Sura al-Haqqa: 28-29)
La sorte degli avidi di regno e di potere è come quella del Faraone, mentre la condizione di chi accumula ricchezze è come quella di Qārūn.
Allah l’Altissimo, nel Nobile Corano, ha indicato la condizione del Faraone e di Qārūn e ha dichiarato:
(Arabo**********)
«Non viaggiano forse sulla terra? Avrebbero così potuto vedere quale fu la sorte di coloro che li precedettero. Essi erano più forti di loro sulla terra e più potenti per forza e opere. Poi Allah li punì per i loro peccati, e nessuno poté proteggerli dal castigo di Allah.» (Sura al-Mu’min: 21)
Allah dice inoltre: (Arabo**********)
«Questa è la dimora dell’Aldilà, che assegno a coloro che non desiderano affermare la propria superiorità sulla terra né seminare corruzione. E il buon esito appartiene soltanto ai timorati di Allah.» (Sura al-Qasas: 83)
In genere, gli esseri umani sono di quattro tipi.
(1) Coloro che aspirano all’alto rango, alla leadership, all’autorità e al comando: costoro diffondono disordine e corruzione sulla terra di Allah. Per ottenere un rango elevato e il potere, ritengono leciti l’ipocrisia, l’inganno, la frode e simili pratiche. Eppure ciò è un peccato grave e abominevole. Re, sovrani, presidenti e capi malfattori di questo genere appartengono alla schiera del Faraone e dei suoi seguaci. Nel mondo creato da Allah, essi sono le creature peggiori. Allah l’Altissimo dice:
(Arabo**********)
«In verità, il Faraone si era innalzato con arroganza nella sua terra e aveva diviso i suoi abitanti in fazioni, indebolendo una di esse: ne uccideva i figli maschi e lasciava vivere le donne. Egli era certamente un seminatore di corruzione.» (Sura al-Qasas: 4)
È riportato nel Sahih Muslim, secondo una narrazione di Ibn ‘Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui), che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:
(Arabo***********)
«Chi ha nel cuore anche solo un briciolo di arroganza non entrerà in Paradiso, e non entrerà all’Inferno colui nel cui cuore vi sia anche solo un briciolo di fede.» (Muslim)
Qualcuno domandò: «O Messaggero di Allah (s)! Mi piace molto che i miei abiti e le mie vesti e scarpe siano belli. Anche questo rientra nell’arroganza e nella superbia?» Egli rispose:
(Arabo***********)
«No: questa non è superbia né arroganza. Piuttosto, Allah l’Altissimo è bello e ama la bellezza. L’arroganza consiste nel negare e calpestare la verità e nel considerare le persone spregevoli e detestabili. Questa è la condizione di coloro che aspirano al potere, alla leadership e all’autorità, desiderano onore e prestigio e provocano disordine nella società.»
(2) Vi sono coloro che provocano corruzione sulla terra e sono fautori del disordine, ma che in realtà non hanno alcun rapporto con l’alto rango, la leadership o l’autorità, come ladri, rapinatori, teppisti e malviventi. Questi criminali sono generalmente persone di basso rango che provocano disordine nella società.
(3) Vi sono coloro che desiderano onore, prestigio e rispetto, ma non sono interessati a provocare disordine e corruzione nella società. Appartengono alla classe dei religiosi, coloro che possiedono il dīn. Ed è proprio attraverso questo dīn che desiderano ottenere onore e rispetto tra le persone.
(4) A questo livello si trovano coloro che sono realmente destinati al Paradiso: sono persone devote ad Allah e fedeli alla verità. Non desiderano onore né prestigio. Inoltre, non provocano corruzione sulla terra; ciononostante, possiedono un rango elevato. Come è stato detto nel Nobile Corano:
(Arabo***********)
«Non vi lasciate abbattere e non rattristatevi: sarete voi i vincitori, se siete credenti.» (Sura Āl ʿImrān: 139)
In essa è stato inoltre detto: (Arabo***********)
«Non mostrate debolezza e non proponete la pace: sarete voi i vincitori. Allah è con voi e non vanificherà mai le vostre opere.» (Sura Muḥammad: 35)
Allah ha inoltre detto: (Arabo***********)
«La potenza e l’onore appartengono ad Allah, al Suo Messaggero e ai credenti.» (Sura al-Munāfiqūn: 8)
In breve, vi sono persone arroganti del proprio potere e altamente ambiziose che, ciononostante, sono le più odiate, umiliate e calpestate, sprofondate nel colmo dell’ignominia. D’altra parte, vi sono anche persone di elevatissima dignità che, pur tenendosi lontane dal provocare discordia, corruzione e disastri, dimorano sulla vetta della gloria. Ciò è dovuto al fatto che nutrire l’idea di dominare sulle creature di Allah equivale a commettere un’ingiustizia contro di loro. L’intera umanità, infatti, appartiene alla stessa classe e alla stessa stirpe. In tale situazione, se un individuo, animato dal desiderio di dominare sui propri simili, si dedica all’uso della forza e dell’astuzia affinché gli altri entrino nella sfera della sua autorità, ciò costituisce la forma estrema della tirannia. È dunque naturale che nella società sorgano odio, inimicizia e risentimento verso persone di questo genere. Al contrario, per una persona giusta è inconcepibile anche solo immaginare di estendere il proprio dominio sul fratello e costringerlo a condurre una vita disumana. Il tiranno oppressore, invece, desidera che il proprio predominio e la propria signoria si affermino su tutti. Anche costoro possiedono coscienza e intelletto. Essi osservano che ad alcuni è stata accordata una superiorità sugli altri, come è stato menzionato nella parte del versetto: (Arabo***********). È stato inoltre detto in precedenza che il corpo umano, dotato di forma e struttura, non può essere riformato senza la testa, il suo organo principale. A questo proposito, Allah l’Altissimo ha detto:
(Arabo***********)
«Egli è Colui che vi ha costituiti vicari sulla terra e ha elevato alcuni di voi al di sopra di altri in dignità, per mettervi alla prova riguardo a ciò che vi ha dato.» (Sura al-Anʿām: 165)
Allah ha inoltre detto: (Arabo***********)
«Nella loro vita terrena siamo Noi a distribuire tra loro i mezzi di sussistenza e ad elevare alcuni di loro al di sopra di altri in dignità, affinché gli uni possano impiegare gli altri al proprio servizio.» (Sura az-Zukhruf: 32)
La Sharīʿa islamica ha impartito l’ordine categorico di destinare completamente lo Stato e le ricchezze alla via di Allah e di spenderli adeguatamente al servizio del Dīn. Anche lo scopo dello Stato è questo: attraverso di esso ottenere la vicinanza ad Allah e, in secondo luogo, fare sì che il Dīn di Allah sia stabilito e rafforzato. Pertanto, quando le ricchezze vengono spese sulla via di Allah, ne consegue inevitabilmente il bene di entrambi i mondi, quello del Dīn e quello terreno. Al contrario, se l’amīr, il sultano, ossia il governante, si allontana dall’Islam, ogni aspetto morale, caratteriale e spirituale del popolo rischia di andare in rovina.
La differenza tra i servi obbedienti di Allah l’Altissimo e i peccatori e disobbedienti si manifesta nelle loro intenzioni e nelle loro buone opere. A questo proposito, in un hadith di al-Bukhārī e Muslim narrato dal Profeta (pace e benedizioni su di lui), è riportato che egli disse:
(Arabo***********)
«Allah l’Altissimo non guarda il vostro aspetto, i vostri volti né i vostri beni; piuttosto, guarda i vostri cuori e le vostre opere.» (al-Bukhārī e Muslim)
La maggior parte dei presidenti, governanti, amīr e capi è immersa nel fascino del mondo. Ricchezze e beni, orgoglio del lignaggio, prestigio e simili vengono utilizzati per interessi terreni e fini mondani. Essi sono direttamente privati dello spirito fondamentale della fede e del Dīn nella sua completezza. Certo, alcuni di loro possiedono una forte coscienza religiosa, ma, non conoscendo ciò attraverso cui se ne consegue la perfezione, hanno finito per abbandonare queste questioni. D’altra parte, alcuni forse ne percepiscono la necessità, ma ciononostante se ne tengono lontani. E ciò perché hanno ritenuto il governo dello Stato, la leadership, il comando e simili attività contrarie all’Islam. In realtà, la loro convinzione è che tali attività siano contrarie al Dīn dell’Islam. Secondo loro, il Dīn è sinonimo di umiliazione e disonore. Essi sono fondamentalmente privati e sprovvisti dell’elevato seggio dell’onore, del rispetto e della dignità.
La condizione dei seguaci della religione ebraica e cristiana è la stessa, quasi identica. Considerano incompleta la propria religione e ritengono di essere incapaci e peccatori. Inoltre, di fronte alle varie difficoltà e calamità che incontrano nell’opera di instaurare il dīn, si scoraggiano e si indeboliscono. Considerano il dīn una cosa umiliante e lo abbandonano. Di conseguenza, l’ambito del dīn continua a restringersi e, in tal modo, attraverso la religione non si realizza alcun bene né per loro stessi né per gli altri; perciò abbandonano la religione originaria. Un tempo esistevano due dīn, due vie, di questo genere. Un gruppo ritenne incompleto il proprio dīn e, vedendo poi i numerosi ostacoli e impedimenti all’instaurazione del dīn, si spaventò. Di conseguenza, la via religiosa divenne estremamente difficile. Considerando il dīn una cosa umiliante, lo abbandonarono. Inoltre, per instaurare il dīn sono indispensabili il potere, le ricchezze e la conoscenza delle strategie militari. La loro religione era di fatto incapace di soddisfare le loro esigenze; perciò, con disgusto, abbandonarono la religione originaria e se ne allontanarono.
L’altra parte trovava nel proprio ordinamento religioso lo Stato, le ricchezze, la raccolta dei mezzi e degli strumenti militari e, quando necessario, le direttive per la guerra e i conflitti; tuttavia, poiché l’assunzione della responsabilità di instaurare il dīn era estranea ai suoi obiettivi, abbandonò la vera religione e tirò un sospiro di sollievo. Le due parti sono gli ebrei (maledetti) e i cristiani (traviati). Gli ebrei stanno abbandonando il regno religioso, il governo e la leadership; i cristiani hanno abbandonato la religione originaria.
Pertanto, la Sirāt al-Mustaqīm (la via semplice e diritta) è la via percorsa da coloro sui quali è discesa la speciale misericordia e benevolenza di Allah.
A questo proposito è stato detto: (arabo***********)
«Questa è la via di coloro ai quali Allah ha concesso una grazia speciale: i profeti, i veridici, i martiri e i virtuosi.»
Questa stessa via, questa stessa tarīqa, fu quella di Hazrat Muhammad (s), poi dei Khulafāʾ al-Rāshidūn, dei nobili Compagni e, in seguito, dei loro seguaci.
A questo proposito, la parola eterna del Corano è: (arabo***********)
«Quanto ai Muhājirūn e agli Anṣār che furono i primi ad avanzare secondo la professione della fede, e a coloro che li seguirono con sincerità, Allah si è compiaciuto di loro ed essi si sono compiaciuti di Lui. Egli ha preparato per loro giardini sotto i quali scorrono ruscelli, nei quali rimarranno in eterno. Questa è la grande vittoria.» (Sura al-Tawba: 100)
Pertanto, per ogni musulmano è un obbligo individuale, o un dovere imprescindibile, impegnarsi al massimo delle proprie possibilità per l’istituzione del dīn. Colui al quale sono affidati il potere statale e il governo ha, a questo riguardo, la responsabilità e il dovere maggiori. Attraverso ciò egli adempirà al compito di obbedire ad Allah, istituire il dīn e operare per il bene dei musulmani; e proprio questo è anche lo scopo del conseguimento del potere statale. È dunque necessario, a tal fine, salvaguardare lo Stato e il potere di governo. Il governante si asterrà personalmente, per quanto possibile, dalle cose harām e si adopererà per proteggere anche gli altri. Non gli sarà chiesto conto di ciò che è al di là delle sue capacità.
È opportuno ricordare che non si dovrebbe conferire il potere a persone malvagie. Tuttavia, chiunque sia incapace di assumersi, attraverso la leadership e il comando, la responsabilità di istituire il dīn e di combattere sulla via di Allah, presterà il servizio nella misura delle proprie capacità. Si dedicherà con sincerità e devozione al bene della nazione e pregherà Allah per l’amore reciproco e il bene della comunità di Muhammad. Inoltre, si impegnerà a promuovere il bene per quanto possibile. Infatti, Allah l’Altissimo non impone né ordina a nessuno una responsabilità superiore alle sue capacità. L’istituzione del dīn è possibile seguendo la guida del Libro di Allah, il Corano, poiché esso è una guida. A questo riguardo, anche gli hadīth del Messaggero svolgono un ruolo concreto. Facendo di entrambi delle guide, si può ottenere l’aiuto di Allah. Allah stesso ha esposto nel Corano, a questo proposito, i comandamenti e le disposizioni.
Pertanto, è obbligatorio per ogni musulmano dare priorità al Nobile Corano e agli hadīth del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sopra ogni altra cosa. Dopodiché, continuerà a chiedere aiuto e bene esclusivamente ad Allah. È da ricordare che il mondo esiste affinché venga impiegato al servizio del dīn. Come disse Hazrat Muʿādh ibn Jabal (che Allah sia soddisfatto di lui):
(Arabo***********)
«O figli di Adamo! Hai bisogno del tuo mondo e delle tue ricchezze; allo stesso modo, nell’Aldilà hai bisogno di ciò che hai accumulato, ma hai un bisogno ancora maggiore delle provviste per l’Aldilà. Inizia dunque ad agire occupandoti della tua parte nell’Aldilà. Al tempo stesso, impegnati anche un po’ per la tua parte nel mondo. Ma se rivolgi innanzitutto la tua attenzione alla ricerca delle ricchezze mondane, perderai la tua ricchezza nell’Aldilà, e il mondo diventerà per te pericoloso.»
Un hadīth del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), trasmesso da Tirmidhī, sostiene le sue parole. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
(Arabo***********)
«Colui che inizia il mattino facendo della preoccupazione per l’Aldilà la sua principale occupazione, Allah l’Altissimo ristabilirà il suo stato, infonderà nel suo cuore la serenità dell’abbondanza e il mondo gli si presenterà umiliato. Al contrario, colui che inizia il mattino facendo del mondo il suo principale obiettivo, Allah disperderà i suoi beni e la povertà gli apparirà davanti agli occhi. In verità, nel mondo egli otterrà soltanto la quantità che Allah l’Altissimo ha stabilito per lui.»
In realtà, il significato fondamentale di questo hadith è anch’esso contenuto nel Nobile Corano, come segue:
(Arabo**********)
«Ho creato gli uomini e i jinn soltanto perché Mi adorassero e Mi obbedissero senza riserve. Non chiedo loro alcun sostentamento, né desidero che provvedano al Mio nutrimento. In verità, Allah è l’unico Provveditore ed è il Possente, l’Invincibile.» (Sura adh-Dhāriyāt: 56-58)
Appendice e preghie’ra
Nel cospetto del Glorioso Allah, eleviamo le mani in preghiera dicendo: O Allah! Concedi a noi, ai nostri fratelli nella religione e a tutti i membri della comunità musulmana ciò che Ti è caro e di cui sei soddisfatto.
(Arabo**********)
Fine