L’unica religione

[L’opuscolo è in origine un discorso del Maulana. Il Maulana pronunciò questo discorso il 21 marzo 1943 presso la «Jamia Islamia» di Delhi.]

Il Sacro Corano invita tutta l’umanità verso l’ideale di vita da esso stesso proclamato, dicendo:ان الدين عند الله الاسلام .

Questo breve versetto costituisce l’argomento di cui tratterò in questo opuscolo. Non è questa la sede per una trattazione dettagliata; cercherò di spiegarlo nel modo più conciso possibile. Che cosa affermi realmente questo breve versetto sarà chiaramente comprensibile dalla spiegazione che segue. Inoltre, discuterò in modo particolare se sia opportuno accettare tale affermazione e, qualora si accetti questa affermazione del Corano, quali siano i nostri doveri, come si debba organizzare la vita dell’umanità credendo in essa; infine, cercherò di analizzare anche questo.

Di solito si attribuisce a questo breve versetto un significato molto semplice. Da tempo immemorabile ne avete sentito il significato espresso così: «La religione scelta da Allah è soltanto l’Islam». E riguardo all’Islam si è generalmente radicata nella mente di tutti l’idea che esso sia una religione predicata in Arabia circa milletrecentocinquant’anni fa e fondata per la prima volta dal Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Ho usato intenzionalmente l’espressione «fondata per la prima volta». Infatti, non soltanto i non musulmani, ma anche innumerevoli musulmani, persino musulmani colti e dotti, considerano il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) «l’iniziatore e fondatore dell’Islam» e scrivono ciò in vari modi nei libri. Essi credono che il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sia stato il primo predicatore dell’Islam e che sia stato lui a porne le prime fondamenta nel mondo. Per questo, quando una persona non musulmana legge questo versetto studiando il Sacro Corano, ritiene che, proprio come tutte le religioni del mondo definiscono soltanto se stesse «l’unica vera religione» e considerano false le altre religioni, così anche il Corano abbia rivendicato che la religione da esso presentata è l’unica vera: non c’è nulla di strano. Il lettore non musulmano, soggiogato da questa idea, procede molto rapidamente senza avvertire alcuna necessità di riflettere sull’originalità e sulla fondatezza di tale pretesa. D’altra parte, anche un musulmano non avverte una particolare necessità di riflettere su questo punto, proprio perché crede anch’egli che la religione definita in questo versetto «l’unica vera religione» sia la vera religione. Anche quando qualcuno avverte talvolta la necessità di riflettere sulla questione, cerca soltanto di dimostrarne la verità confrontando l’Islam con il cristianesimo, l’induismo e altre religioni simili. In realtà, però, questo breve versetto del Sacro Corano è estremamente importante; è assolutamente necessario riflettervi molto più profondamente di quanto si sia fatto finora. Per comprendere chiaramente la pretesa del Corano menzionata in questo versetto, occorre innanzitutto comprendere in dettaglio il significato intrinseco delle due parole «ad-Dīn» (الدين) e «al-Islām» (الاسلام),

Analisi della parola «ad-Dīn» (الدين)

Nella lingua araba la parola «dīn» viene usata con più significati. Uno dei suoi significati è signoria e preminenza, forza e dominio. Il secondo è obbedienza e servitù. Il terzo è ricompensa e conseguenza delle opere, e il quarto è via, metodo, sistema, legge. Nel versetto citato, la parola «dīn» (دين) è usata in quest’ultimo significato. Cioè, la parola «dīn» indica il modo di vivere o il metodo dell’agire: una via o un metodo che può essere seguito nella vita umana.

Ma bisogna ricordare che il Corano non ha detto semplicemente «dīn»: il Corano dice «ad-Dīn», (الدين). Nella lingua inglese, la differenza di significato prodotta dal dire This is the way (questa è l’unica via) invece di This is a way (questa è una via) è esattamente la stessa che sussiste, quanto al significato, tra le parole «dīn» (دين) e «ad-Dīn» (الدين). In altre parole, il Corano non dice: «L’Islam è una religione (scelta) presso Allah», bensì afferma: «Presso Allah, l’Islam è l’unico sistema di vita autentico, puro e infallibile, ovvero l’unico metodo di pensiero e d’azione». Inoltre, bisogna ricordare che il Corano non ha usato la parola «ad-Dīn» in un senso limitato e ristretto: nel Corano il suo significato è estremamente ampio.

Con l’espressione «ordinamento della vita» non si intende l’ordinamento di un particolare aspetto o settore della vita; essa significa l’ordinamento completo dell’intera vita: non soltanto, separatamente, quello della vita personale di ogni singolo individuo, ma, nel suo insieme, l’ordinamento dell’intera società. Qui non si parla dell’ordinamento della vita di un determinato Paese, di una determinata nazione, di un’epoca o di un secolo particolare; si parla invece dell’ordinamento di tutti gli esseri umani di ogni epoca e, sia individualmente sia collettivamente, dell’intera società. È dunque chiaro che la pretesa del Corano non significa che l’Islam sia, presso Allah, soltanto un insieme di atti di culto, di credenze in concezioni soprannaturali e di fede nella vita ultraterrena; né significa che l’Islam sia una forma del pensiero religioso e del metodo d’azione dell’individuo (nel senso in cui il termine «religioso» viene usato nella terminologia occidentale contemporanea). D’altra parte, non significa neppure che l’Islam sia un puro ordinamento della vita destinato soltanto agli Arabi, oppure valido fino a un determinato secolo o periodo, per esempio per gli uomini vissuti dopo la rivoluzione industriale; al contrario, il Sacro Corano afferma con parole chiare e con voce solenne che «per tutta l’umanità di ogni epoca, per vivere sulla terra e per ogni settore della vita umana, presso Allah è puro e prescelto un unico modo e metodo»: quel metodo naturale si chiama Islam.

Sono rimasto profondamente stupito nell’apprendere che in un Paese situato tra l’Asia e l’Europa è stata pubblicata una nuova interpretazione del Sacro Corano, nella quale si afferma che la parola «dīn» (دين) indica soltanto le questioni relative al rapporto personale tra Allah e l’uomo e non ha alcun rapporto con il vasto campo dello Stato e della civiltà. Se questa interpretazione è stata davvero ricavata dal Corano, è certamente degna di essere osservata; tuttavia, basandomi sull’approfondita ricerca dei significati del Sacro Corano che ho condotto ininterrottamente per diciotto lunghi anni, con particolare cura e acuto discernimento, posso dichiarare senza timore e con parole chiare che il Corano, pur sostenendo l’arbitrio di questi nuovi interpreti, non ha mai usato la parola «ad-dīn» (الدين) in un senso limitato; al contrario, l’ha proclamata come l’unico ordinamento corretto del pensiero e dell’azione umani per tutti gli uomini e per ogni epoca.

Al-Islam (الاسلام)

Esaminiamo ora la parola «Islam». In arabo, «Islam» (الاسلام) significa sottomettersi, inchinarsi, riconoscere l’obbedienza, affidare volontariamente se stessi a qualcuno. Ma occorre prestare particolare attenzione al fatto che il Corano non ha detto soltanto «Islam»: aggiungendo l’articolo alif-lām, ha detto «al-Islam»; questo è un termine coranico. Pertanto, il significato di questo specifico termine tecnico è inchinarsi dinanzi ad Allah, riconoscere la Sua obbedienza, rinunciare davanti a Lui a ogni propria libertà e affidare completamente se stessi a Lui. Ma questa sottomissione, obbedienza e accettazione della subordinazione non significa affidarsi alle leggi della natura (law of nature): coloro che cercano di attribuirle questo significato sono in errore. Né significa obbedire alle concezioni immaginarie della soddisfazione e del comando di Allah elaborate dai pensieri e dalle fantasie dell’uomo, dalle sue osservazioni personali e dalla sua esperienza, sebbene alcuni, per errore, abbiano talvolta concepito la questione in questo modo. In realtà, significa accettare integralmente il metodo di pensiero e d’azione che Allah stesso ha rivelato agli uomini per mezzo del Suo Messaggero e, rinunciando alla libertà del proprio pensiero e della propria azione, ossia alla propria autonomia nel pensiero e nell’azione, accettarne l’obbedienza: questa è la via scelta e gradita da Allah. È questo che il Corano ha indicato con l’espressione «al-Islam». In realtà, l’Islam non è una religione creata in un’epoca recente, ed è un grave errore pensare che sia stato fondato per la prima volta dal profeta Muhammad (pace su di lui) in Arabia, milletrecentocinquant’anni fa. In verità, fin dal primo giorno in cui ebbe inizio l’insediamento degli uomini sulla superficie della terra, Allah aveva detto chiaramente all’umanità: «Per voi, questo al-Islam è l’unico ordinamento corretto della vita». In seguito, tutti i profeti inviati da Allah per guidare gli uomini di ogni epoca nelle diverse regioni del mondo, senza eccezione, hanno invitato tutta l’umanità a questo unico al-Islam. Infine, anche il Profeta universale Muhammad (pace su di lui) ha guidato tutti gli uomini verso di esso. È certamente vero che, in seguito, i seguaci di Mosè (pace su di lui), mescolando innumerevoli dottrine diverse, si sono costruiti una religione distinta chiamata «ebraismo», e che anche i seguaci di Gesù (pace su di lui) hanno dato origine, allo stesso modo, a una religione cristiana. Così, in India, in Iran, in Cina e in altri Paesi, le comunità dei profeti inviati hanno costruito, attraverso la fusione di diverse dottrine, religioni differenti e con nomi diversi. Ma Mosè, Gesù e tutti gli altri profeti, conosciuti e sconosciuti, hanno invitato insieme a questo unico Islam, e non ad altro.

La pretesa del Corano

Dopo l’analisi precedente, la pretesa del Corano emerge davanti a noi in modo estremamente chiaro e limpido. In sintesi, essa consiste in questo: chinare il capo in obbedienza davanti ad Allah e seguire i principi di pensiero e d’azione indicati dagli onorati profeti inviati da Allah costituisce, per tutta l’umanità, l’unico corretto ordinamento della vita, ossia l’unica religione. Questa è precisamente la ferma pretesa del Corano. Dobbiamo esaminare e valutare con particolare saggezza se tale pretesa sia realmente accettabile. Dobbiamo verificare gli argomenti che il Corano stesso ha presentato per dimostrarne la verità. Ma prima di farlo, applicando le nostre capacità di pensiero e di ricerca, possiamo esaminare una volta la questione: abbiamo davvero un’altra possibilità, oltre ad accettare senza esitazione questa pretesa del Corano?

La necessità di un ordinamento della vita

Non occorre presentare argomentazioni o prove particolari per dimostrare che, affinché l’essere umano possa condurre una vita ordinata nel mondo, è indispensabile un ordinamento della vita. L’essere umano non è un fiume; perciò il suo percorso non può definirsi spontaneamente, come quello di un fiume, attraverso i dislivelli del terreno. L’essere umano non è un albero: il suo percorso non può essere determinato, come quello di un albero, dalle leggi naturali. L’essere umano non è neppure un semplice animale: per un animale è sufficiente la guida della natura innata, ma non lo è per l’essere umano. Sebbene una parte considerevole della sua vita sia soggetta a leggi naturali e spontanee, nelle innumerevoli altre sfere della sua vita egli non può fare neppure un passo secondo una regola rigida, come un animale. In realtà, in queste sfere davanti a lui si aprono le porte di innumerevoli vie, e deve sceglierne e adottarne una. La natura dell’universo pone davanti alla mente pensante dell’essere umano innumerevoli questioni complesse da esaminare e studiare, ma non offre una soluzione chiara a nessuna di esse. Per riflettere profondamente su tali questioni e giungere a una corretta decisione, l’essere umano ha bisogno di un chiaro metodo di pensiero. Secondo le leggi generali della natura, mediante i sensi, innumerevoli informazioni e conoscenze teoriche si accumulano nella mente dell’essere umano; tuttavia, all’inizio esse rimangono disperse e distinte, poiché la natura non le ordina né le organizza. Perciò, al fine di sistematizzare questa massa di conoscenze, è indispensabile un percorso determinato per il sapere umano. Nella vita individuale, la natura umana gli presenta innumerevoli e diverse esigenze, ma egli non trova una via precisa per soddisfarle. Per questo è necessario stabilire un principio fondamentale per la condotta personale dell’essere umano. È indispensabile un percorso determinato anche per la sua vita familiare, per preservare i rapporti di parentela, per le attività economiche, per organizzare l’ordine del paese e dello Stato, per stabilire le relazioni internazionali e per innumerevoli altre sfere della vita: un percorso lungo il quale l’essere umano possa procedere non soltanto individualmente, ma anche come gruppo, nazione o comunità. Secondo le leggi della natura, la vita umana ha molti obiettivi; tuttavia, la natura non presenta tali obiettivi in modo chiaro e non stabilisce alcun percorso per raggiungerli.

L’unità indivisibile della vita umana

Per l’essere umano è indispensabile adottare le medesime regole e prescrizioni nelle innumerevoli dimensioni e sfere della vita. Infatti, queste dimensioni e sfere non sono realmente in conflitto tra loro, autosufficienti e indipendenti l’una dall’altra. Per questo l’essere umano non può adottare, in alcun ambito, vie separate e prescrizioni diverse. Se adottasse opinioni e vie diverse nelle diverse sfere della vita, se gli obiettivi e i mezzi di ciascuna di tali opinioni e vie fossero completamente distinti, se il modo e il metodo di seguirle fossero diversi, se lo scopo del loro percorso fosse differente e se anche la meta e la destinazione finale fossero separate, la vita dell’essere umano sarebbe necessariamente resa estremamente penosa. Se si cerca di comprendere l’essere umano e i problemi della vita umana con uno sguardo un po’ più penetrante e una riflessione profonda, si giungerà certamente a sapere e si sarà costretti ad ammettere che, nel suo insieme, la vita umana è un’entità indivisibile. Ogni sua dimensione, ogni sua sfera e ogni sua parte sono intimamente intrecciate tra loro da un legame profondo e indissolubile. È assolutamente impossibile separare queste parti e sfere l’una dall’altra. Inoltre, esse esercitano inevitabilmente un’influenza reciproca e ciascuna è influenzata dall’altra. Nelle vene di tutte scorre lo stesso sangue. La stessa forza vitale le anima tutte e le mantiene coscienti, e ciò che nasce dalla loro stretta unione si chiama vita. Di conseguenza, l’essere umano non ha bisogno di innumerevoli mete e di scopi diversi. Ha bisogno di un solo scopo centrale. Tutti gli scopi, grandi e piccoli, saranno collegati e uniti a questo medesimo scopo in piena armonia e concordia, in modo tale che, perseguendo il conseguimento di un unico scopo, egli possa raggiungere spontaneamente anche tutti gli altri. L’essere umano non ha bisogno di innumerevoli vie: gli occorre una sola via, lungo la quale possa dirigere l’intera vita, con tutte le sue dimensioni e sfere, verso il proprio obiettivo, in piena unità e armonia. Per il pensiero e la ricerca, le scienze e il sapere, la letteratura e le arti, l’educazione e la formazione, la religione e il carattere, l’ordinamento sociale, l’economia, la politica, le leggi e le norme dello Stato e così via, l’essere umano non ha bisogno di opinioni, vie e principi separati. Ha bisogno di un ordinamento ampio, sotto il quale tutte queste dimensioni siano riunite e integrate in piena unità e armonia. In tale ordinamento ampio saranno presenti, per tutte queste sfere dell’essere umano, ordinamenti distinti che condividono la medesima natura e il medesimo orientamento; seguendoli, l’individuo, la razza umana e, nel suo insieme, l’intera umanità potranno raggiungere il loro obiettivo più alto e ultimo. Nell’oscura epoca della barbarie si riteneva possibile dividere la vita umana in diverse sfere autosufficienti e indipendenti. Se anche oggi esistono sostenitori di una simile opinione assurda, o vivono ancora completamente avvolti nella cieca mentalità antica e sono dunque degni di compassione, oppure, pur avendo compreso la verità, la diffondono spudoratamente per interesse personale. Essi hanno potuto dire che nella società umana vivono innumerevoli persone le cui opinioni sono opposte all’ordinamento che intendono instaurarvi. Per ingannare tali persone, proclamano a gran voce: «Nel sistema che vi proponiamo potrete godere di piena libertà e sicurezza negli ambiti della vostra vita che vi sono più cari». Eppure, se si segue un certo tipo di prescrizione in determinate sfere della vita e la si viola in alcune altre, ciò è, dal punto di vista scientifico, impossibile, contrario alle leggi naturali e, di fatto, del tutto irrealizzabile. Mi sembra che coloro i quali vanno ripetendo simili parole comprendano nel profondo che ciò è realmente impossibile; ogni ordinamento centrale modella l’insieme delle sfere della vita secondo il proprio orientamento e la propria natura. È una verità universalmente nota: tutto ciò che cade in una miniera di sale viene trasformato dalla miniera stessa in sale.

La divisione geografica e tribale della vita

Se è assurdo parlare di dividere la vita umana in diverse categorie, è ancora più assurdo suddividerla in regioni geografiche o in ambiti tribali. Gli esseri umani sono sparsi nelle diverse parti del mondo; nessuno può negare che fiumi, montagne, foreste e mari, oppure confini artificiali, li abbiano dispersi e separati. D’altra parte, in questo mondo esistono innumerevoli tribù e innumerevoli nazioni, ed è altrettanto innegabile che, per innumerevoli ragioni storiche, psicologiche e di altro genere, lo sviluppo e la natura dell’umanità conferiscano loro forme diverse. Ma non vi è il minimo dubbio che siano degli stolti coloro che, basandosi su tali differenze, sostengono che sia auspicabile un diverso sistema di vita per gli appartenenti a ogni tribù, a ogni nazione e a ogni regione. Il loro sguardo grossolano e limitato ha considerato soltanto le differenze delle manifestazioni esteriori, dei vincoli esteriori e delle cause esteriori; essi non hanno colto, all’interno di questa molteplicità esteriore, l’indivisibile unità della grande essenza dell’umanità. Se queste differenze esteriori sono realmente importanti e, sulla loro base, si ritiene necessario che anche i sistemi di vita degli esseri umani siano diversi, allora l’uomo dovrà affrontare una difficile domanda. Lasciando da parte le differenze e le divergenze esistenti tra gli abitanti di due paesi e tra gli appartenenti a due tribù, si prendano invece in considerazione anche le differenze esistenti semplicemente tra due individui distinti, un uomo e una donna, e tra due figli della stessa madre.

Analizzate quindi scientificamente entrambi i tipi di differenza. Posso affermare con certezza che si dimostrerà che, tra questi due tipi di differenza, il secondo è assai più profondo e marcato del primo. Se ciò è vero, si dovrà concludere che il sistema di vita e il modo di vivere di ogni singolo individuo debbano essere completamente distinti e diversi. Eppure anche voi riconoscerete che ciò è contrario alla realtà. Ma quando osservate, tra innumerevoli individui, tra innumerevoli uomini e donne e tra innumerevoli famiglie, una tale unità e armonia permanenti da poter costituire la base di una dottrina nazionale, regionale o tribale, e su tale fondamento ritenete che sia appropriato seguire lo stesso sistema di vita per gli innumerevoli abitanti di una nazione o di una regione, perché non scorgete, tra le differenze nazionali, tribali e regionali, una grande e fondamentale unità sulla cui base si possa elaborare una concezione completa e ampia dell’umanità universale e sulla cui base si possa avvertire la necessità di un medesimo «dīn», o sistema di vita, per tutta l’umanità? Nonostante tutte le differenze geografiche, tribali e nazionali, tutti gli esseri umani del mondo vivono secondo le stesse leggi naturali; tutti gli esseri umani sono stati creati secondo le medesime leggi fisiche; proprio per le medesime peculiarità e caratteristiche la specie umana è definita una creazione distinta dalle altre creature del mondo; in tutti gli esseri umani sono presenti le medesime sensazioni naturali, la medesima coscienza e le medesime inclinazioni; in tutti gli esseri umani è presente lo stesso tipo di forza interiore; e anche i processi naturali, psicologici, storici, culturali ed economici che si svolgono incessantemente nella vita umana sono del tutto dello stesso tipo. Se questo è vero, chi può dire che non sia vero? Allora il principio o l’ideale che, in quanto esseri umani, può essere benefico per tutta l’umanità dovrebbe essere universale e di portata mondiale. Non vi è alcuna ragione perché differisca in base all’appartenenza nazionale, tribale o regionale. Naturalmente, le diverse nazioni e tribù possono esprimere, sotto l’autorità di quel principio fondamentale, le proprie particolari inclinazioni e possono in parte svolgere le proprie attività secondo modalità diverse; anzi, ciò diventa per loro indispensabile. Ma il puro sistema di vita necessario all’uomo in quanto essere umano deve essere certamente uno e identico: non vi è il minimo dubbio al riguardo. La sana ragione e la coscienza dell’uomo non possono in alcun modo ammettere che ciò che è vero per una nazione sia falso per un’altra e, viceversa, che ciò che è falso per una nazione sia vero per un’altra.

La divisione temporale della vita

Un’altra categoria di persone cerca di suddividere la vita umana secondo il tempo. La loro tesi è che l’ordinamento di vita dimostratosi vero e accettabile per l’uomo in un’epoca diventi, nell’epoca successiva, nullo e da respingere. Secondo loro, infatti, i problemi della vita e le questioni a essi connesse assumono un aspetto diverso in ogni epoca, e dal carattere effettivo di tali problemi e questioni dipende che un ordinamento di vita sia vero oppure da respingere. In realtà, questa bizzarra dottrina non può essere definita altro che la massima stoltezza della nuova era scientifica. Particolarmente sorprendente è il fatto che una dottrina così insensata venga propagata con piena certezza e fermezza. È ancora più gravemente pericolosa. Mentre si diffonde una simile dottrina riguardo alla vita umana, si parla contemporaneamente anche dell’evoluzionismo e se ne ricercano le leggi attive nella storia. Dalle esperienze passate di quella vita si traggono insegnamenti per il presente e si formulano principi e norme per il futuro. Si proclama inoltre, a gran voce, che nella vita umana esiste qualcosa chiamato «natura umana». Vorrei chiedervi: lungo questo incessante corso storico dell’umanità, disponete forse di uno strumento o di un criterio affidabile per indicare i limiti delle epoche o dei periodi storici? Entro quei limiti determinati, potete forse indicare con il dito uno di essi e dire che il problema della vita esistente al di là di quel limite, una volta giunti al di qua, sia cambiato radicalmente? E che tutte le circostanze cui la vita aveva dovuto far fronte al di là del limite siano, una volta giunti al di qua, completamente scomparse? Se fosse realmente possibile dividere la vita umana in siffatti differenti periodi temporali, si dovrebbe allora affermare che la parte passata della vita è del tutto priva di significato e inutile per la parte successiva. Tutto ciò che l’uomo ha fatto in quel periodo del tempo, insieme al suo divenire passato, sarebbe svanito; e con esso sarebbero svanite anche tutte le sue opere. L’uomo dell’epoca passata, per quanto avesse acquisito esperienza, non potrebbe trarne alcun insegnamento nell’epoca successiva. Infatti, l’esperienza maturata dall’uomo in quel periodo, adottando determinati metodi e principi tra le circostanze e i problemi di allora e sforzandosi di raggiungere determinati obiettivi, in seguito sarebbe ormai completamente esaurita. Perciò tale esperienza non potrebbe offrire alcun insegnamento nella successiva epoca della vita. Se ciò fosse vero, allora chiedete: perché si parla dell’evoluzionismo con tanta insistenza? Perché questa ricerca di norme per la vita? Qual è la logica di questa ricerca storica dei fatti? In realtà, se si ammette l’evoluzionismo, bisogna necessariamente riconoscere che esiste tuttora una determinata realtà, divenuta il centro vitale di tale evoluzione e trasformazione, la quale, mantenendosi intatta anche nel tumultuoso flusso del cambiamento, continua a procedere senza interruzione. Quando discuterete delle norme della vita, dovrete necessariamente ammettere che, dentro questa condizione temporanea, dentro questa espressione in movimento e questa cornice di distruzione e ricostruzione, esiste una verità stabile ed eterna, dotata di una propria natura e di proprie norme e modalità. Quando, attraverso la ricerca storica dei fatti, scoprite una teoria, ciò significa che lungo questo vastissimo cammino della storia esiste un viandante che ha attraversato i diversi periodi del tempo, dotato di una propria identità e di una propria natura; di esso si può dire che agisce in forme diverse in tempi diversi: in un momento accetta alcune cose, mentre in un altro respinge proprio quelle cose e desidera ottenerne altre. È forse questa verità vivente, questa realtà stabile e mutevole, questo eterno viandante sulla grande strada della storia, che voi chiamate «umanità». Ma quando cominciate a parlare delle diverse tappe del cammino, delle loro differenti condizioni e dei molteplici problemi da esse derivati, vi immergete talmente nel discorso da dimenticare completamente il viandante stesso. Vi chiedo: quando cambiano le tappe del cammino, le loro condizioni e i problemi da esse derivati, cambiano forse anche il viandante stesso e la verità profonda che egli racchiude? La nostra esperienza ci dice che, dall’inizio della creazione fino a oggi, la sua struttura e la sua natura non sono affatto cambiate. Gli elementi costitutivi dell’uomo di migliaia di anni fa sono ancora esattamente gli stessi oggi. La sua natura e il suo carattere, l’espressione del suo carattere, la sua forza e le sue qualità, le sue debolezze e capacità, le sue azioni e reazioni, ciò che accetta e ciò che rifiuta, l’insieme delle forze che lo influenzano e il suo ambiente naturale: tutto è rimasto come prima; in nulla di tutto ciò, dal primo giorno della creazione fino a oggi, si è osservato il minimo cambiamento o la minima eccezione. Nessuno può avere l’ardire di sostenere che, nel lungo e ininterrotto cammino della storia, a causa del mutare delle diverse condizioni e dei problemi della vita derivati da tali condizioni, sia cambiata l’«umanità» stessa o siano mutati progressivamente anche gli elementi fondamentali a essa connessi. Se ciò è vero, allora è del tutto insensato sostenere che ciò che ieri era veleno per l’«umanità» oggi sia diventato nettare, o che ciò che ieri era vero oggi abbia perso ogni valore.

La forma dell’ordinamento di vita necessario all’uomo

In realtà, sulla base degli ordinamenti di vita che l’uomo individuale e l’uomo collettivo hanno adottato di volta in volta nei diversi periodi della storia — dopo aver frainteso l’umanità e le realtà fondamentali a essa connesse, mostrando entusiasmo ed eccessivo trasporto emotivo nell’accettare alcune verità e rivelandosi incapaci di percepirne altre — e che la grande umanità (l’umanità nel suo insieme), dopo averli riconosciuti erronei attraverso l’esperienza diretta, è stata costretta ad abbandonare per adottarne di nuovi, essi hanno concluso che in ogni nuova epoca sia necessario per l’umanità un nuovo ordinamento di vita, connesso soltanto alle condizioni e ai problemi di quella determinata epoca e volto a risolverli. In realtà, da questo fatto è più ragionevole trarre la conclusione che, sottoponendo ripetutamente a prova e verifica tali ordinamenti di vita legati al tempo e alle epoche — in altre parole, tali raccolti stagionali — e sperimentandone un altro dopo il fallimento di ciascuno, la grande umanità sprechi molto del suo tempo prezioso e che il suo sviluppo venga poi reso più difficile, mentre il suo cammino verso la crescita e la perfezione viene ostacolato. Ciò di cui la grande umanità ha realmente, e più che mai, bisogno è un ordinamento di vita che, dopo essere stato conosciuto e compreso e dopo averne afferrato tutti i principi teorici connessi, permetta di fondare un principio ampio, universale, eterno e perenne; un ordinamento con il quale l’umanità possa avanzare con estrema libertà attraverso tutte le condizioni evolutive presenti e future, risolvendo adeguatamente i problemi da esse derivati e giungendo alla meta prefissata sulla grande strada della vita, non procedendo in modo angusto, bensì con passo incessante.

È l’uomo stesso capace di elaborare un simile sistema di vita??

Per l’uomo, il «dīn», o sistema di vita, è assolutamente indispensabile; sopra ne sono già state esposte la forma concreta e la natura. Ora dobbiamo esaminare con particolare attenzione se, qualora l’uomo stesso tentasse di elaborare un simile sistema di vita, senza l’aiuto di Allah, tale tentativo potrebbe mai riuscire. Non vi chiederò se in passato l’uomo sia stato capace di elaborare un simile sistema di vita; perché, nel rispondere, tutti voi dovreste certamente dire «no», senza il minimo margine di dubbio. Anche coloro che oggi presentano a gran voce il «dīn», o sistema di vita, da loro stessi elaborato, e che per questo si impegnano in lotte mortali gli uni contro gli altri, consumandosi a poco a poco, non possono sostenere che il «dīn», o sistema di vita, di qualcuno di loro possa essere sufficiente a soddisfare tutte le necessità dell’uomo in quanto essere umano. Il «dīn» di alcuni è tribale ed etnico; quello di altri è destinato a una particolare regione geografica; quello di altri ancora è di classe; e un altro fu elaborato in base alle necessità di un’epoca passata. Perciò non è possibile prevedere se sarà minimamente efficace nel risolvere le condizioni e i problemi delle epoche future. Infatti, le necessità storiche dell’epoca attuale non sono ancora state verificate. Dunque non vi chiederò se l’uomo sia stato capace di elaborare un simile sistema di vita; chiederò invece: può l’uomo riuscire in questo tentativo?

In realtà, questa è una questione estremamente complessa e importante. Pertanto non sarebbe opportuno discuterne in modo superficiale. Dobbiamo quindi innanzitutto comprendere bene che cosa sia realmente ciò che qui si propone di elaborare; e quali siano la competenza e la capacità di colui che intende elaborarlo.

La natura del «dīn»

Il «dīn», o unico sistema di vita, la cui necessità per l’uomo ho appena dimostrato, non è un codice dettagliato, né è necessario che contenga istruzioni per ogni questione, grande o piccola, nei suoi minimi particolari, di ogni epoca. In realtà, questo unico sistema di vita consiste in una legge universale, eterna e fondamentale, capace di guidare l’uomo in ogni circostanza, di indicare la direzione corretta al suo pensiero e alla sua ricerca, ai suoi sforzi e alle sue aspirazioni, e di salvarlo dallo spreco di tempo, fatica ed energie nell’acquisire esperienze errate. A tal fine, è innanzitutto necessario che l’uomo sappia con certezza — non attraverso semplici supposizioni e congetture, ma mediante una conoscenza certa — quale sia la realtà profonda di lui stesso e dell’universo naturale, e quale sia il suo posto in questo immenso universo. Poi deve sapere, e non gli basta averlo semplicemente compreso: deve saperlo molto bene — se la vita terrena sia l’unica vita, oppure soltanto il capitolo iniziale dell’intera esistenza. Questo viaggio incessante dell’uomo è forse limitato dalla nascita alla morte, oppure la vita terrena è soltanto un capitolo di un viaggio interminabile? Dopodiché deve necessariamente stabilire uno scopo e una meta della vita: uno scopo e una meta che possano essere realmente il fine dell’esistenza umana, per il quale l’uomo è stato originariamente creato. È auspicabile che tale scopo e tale meta siano tali da poter essere adottati, in ogni epoca e senza conflitti né contrasti, come propri fini da ogni individuo, da ogni gruppo e, collettivamente, dall’intera umanità. In seguito, per il carattere morale dell’uomo è necessaria una norma solida e completa, capace di armonizzarsi con tutte le caratteristiche della natura e di adattarsi a tutte le condizioni possibili, tanto ipotetiche quanto reali. Solo così egli potrà formare il proprio carattere sulla base di tale norma; e tale norma potrà guidarlo e risolvere adeguatamente, in ogni tappa del cammino della vita, tutte le condizioni e i problemi connessi. Di conseguenza, non sarà necessario elaborare continuamente nuove norme morali in conformità alle condizioni mutevoli e ai problemi che si presentano ogni giorno; in altre parole, egli non sarà costretto a vivere privo di principi e opportunisticamente (privo di carattere e opportunista).

Inoltre, per l’uomo è necessario un principio civilizzazionale completo e universale, elaborato tenendo conto dei principi fondamentali e degli scopi della società umana, nonché delle sue inclinazioni innate. In esso non vi sarà spazio né per un’eccessiva rigidità o lassismo, né per attività incoerenti. Esso terrà necessariamente conto dell’interesse e del beneficio complessivi dell’intera umanità. Seguendolo, sarà possibile, in ogni epoca, impegnarsi e adoperarsi per la realizzazione concreta, la riforma e il perfezionamento di ogni aspetto della vita umana.

Per guidare il comportamento individuale, le attività sociali e gli sforzi dell’uomo lungo una via pura e corretta, e per proteggerlo dalle disastrose conseguenze della via errata, è necessaria una linea di demarcazione precisa, che, come un segnale stradale sulla grande arteria della vita, a ogni svolta, a ogni crocevia e nelle situazioni critiche, lo renda vigile e consapevole e possa dirgli: «La tua via non è da quella parte, ma da questa».

Per l’uomo sono necessarie anche alcune norme d’azione chiare, che egli possa seguire come metodo universale e permanente e che possano mantenere la sua vita collegata agli scopi e alle mete dell’esistenza, all’ideale morale, ai principi sociali e civilizzazionali e ai limiti dell’azione stabiliti da questo «dīn».

La questione di elaborare un simile sistema di vita si presenta dinanzi all’uomo. Ora occorreva riflettere in modo particolare se l’uomo possieda davvero i requisiti, la capacità o i mezzi necessari per elaborare un simile «ad-Dīn», ossia un ordinamento della vita.

Analisi dei mezzi e delle risorse dell’uomo

L’uomo dispone soltanto di quattro mezzi e metodi per elaborare un «dīn», ossia un sistema di vita per l’umanità. Il primo mezzo è la volontà dell’uomo, il secondo è il suo intelletto, il terzo è l’osservazione diretta e l’esperienza pratica, e il quarto è il patrimonio storico delle esperienze passate. Al di fuori di questi quattro mezzi, è quasi impossibile individuarne un quinto. Esaminate e mettete alla prova questi quattro mezzi fin dove ciò può essere possibile, e giudicate se, con il loro aiuto, sia in qualche modo possibile elaborare per l’uomo l’«ad-Dīn», ossia l’unico sistema di vita. Personalmente ho trascorso una parte considerevole della mia vita nello studio approfondito e nella verifica sperimentale di tali questioni, e infine sono giunto alla conclusione che questi mezzi non possono contribuire neppure minimamente all’elaborazione di un sistema di vita per l’uomo. Tuttavia, se un essere sovrumano, fungendo da guida, presenta all’uomo un sistema di vita, allora questi mezzi umani possono certamente contribuire in qualche misura a comprenderlo, assimilarlo, esaminarlo e verificarlo, nonché a elaborare, in conformità ad esso, le disposizioni dettagliate della vita rendendole adeguate al tempo e all’azione. Ma per elaborare l’«ad-Dīn», ossia il sistema di vita completo di cui l’uomo ha bisogno, essi non possiedono alcuna capacità.

La volontà

Cominciamo con l’esaminare la volontà dell’uomo. La domanda è: può essa fungere da guida per l’uomo? Sebbene questa facoltà sia il fattore che dischiude la vera fonte dell’ispirazione umana, tuttavia, a causa delle debolezze presenti nella sua natura fondamentale, non può in alcun modo essere idonea a guidare l’uomo. Non solo è ben lontana dal guidarlo: spesso porta persino fuori strada la conoscenza e l’intelletto umano. Per quanto, dopo averle impartito ogni sorta di educazione, istruzione e addestramento, si renda questa facoltà moderna, vigorosa e luminosa, non vi è dubbio che, ogni volta che le venga affidata la responsabilità di prendere la decisione finale su una questione importante, essa emetterà una decisione erronea in almeno il novantanove per cento dei casi. Infatti, le tendenze presenti al suo interno non la aiutano a prendere la decisione corretta; al contrario, la costringono ad adottare una decisione favorevole a ottenere immediatamente, in un modo o nell’altro, il vantaggio desiderato. Questa è una particolare debolezza naturale della volontà umana. Pertanto, che questa facoltà appartenga a un singolo individuo, a una determinata classe, oppure sia, secondo l’espressione di Rousseau, la volontà generale (general will), nessuna volontà possiede per sua natura l’idoneità a elaborare per l’uomo un sistema di vita completo. Inoltre, la volontà umana non è in grado di fornire alcuna soluzione ai problemi superiori (ultimate problems) riguardanti la realtà profonda della vita umana, il suo scopo, il suo corso e il suo esito.

L’intelletto

Esaminiamo ora l’intelletto umano. La capacità dell’intelletto è straordinaria, e la sua idoneità e il suo talento sono innegabili. Nessuno può ignorare la sua importanza e la sua dignità nella vita umana. Inoltre, non si può negare che esso sia, nell’interiorità dell’uomo, una forza propulsiva estremamente intensa; ma il problema è questo: se gli si affidasse il compito di elaborare un sistema di vita per l’uomo, quale intelletto dovrebbe farlo? L’intelletto di Zayd o quello di Bakr? Oppure l’intelletto dell’intera umanità? O quello di un particolare gruppo o classe di uomini? L’intelletto degli uomini dell’epoca presente? Oppure quello degli uomini di un’epoca passata? O ancora quello degli uomini delle epoche future? Lasciamo pure da parte questa domanda, poiché non è possibile darle una risposta corretta. A questo proposito desidero porre soltanto una domanda semplice: osservando ed esaminando i confini dell’intelletto umano, è mai appropriato affidargli un compito così vasto e complesso come quello di elaborare un sistema di vita per l’uomo?

In realtà, la decisione dell’intelletto riguardo a qualsiasi cosa dipende interamente dalle informazioni raccolte dai cinque sensi. Se raccoglie informazioni errate, l’intelletto è costretto a prendere decisioni errate. Se gli vengono presentate informazioni incomplete, la sua decisione sarà necessariamente incompleta; e riguardo alle questioni sulle quali i sensi non possono raccogliere alcuna informazione, se possiede consapevolezza dei propri limiti, non oserà affatto prendere alcuna decisione. Ma se è cieco e arrogante, scagliando nel buio una freccia di legno, fallirà certamente. Non può essere assolutamente ragionevole affidare a un intelletto la cui portata è così limitata e ristretta il compito di elaborare per l’umanità un sistema di vita completo. I cinque sensi non sono in grado di offrire la soluzione nemmeno a uno dei problemi superiori, la cui soluzione è indispensabile fin dall’inizio per elaborare un sistema. Dunque, si risolveranno forse questi problemi facendo affidamento su concezioni e credenze irreali, fantasie infondate, superstizioni e racconti fantastici? Esso è del tutto incapace di raccogliere i valori morali permanenti necessari per elaborare l’«ad-dīn», ossia un sistema di vita completo. In tali circostanze, si può forse nutrire anche solo la minima fiducia che l’intelletto umano sia capace di determinare valori morali puri, autentici e completi? Allo stesso modo, per elaborare un simile sistema di vita (ad-dīn), non è affatto possibile raccogliere, con l’aiuto dei sensi, materiali esatti, puri e completi riguardo alle questioni necessarie che ho menzionato. Perciò è evidente perché l’intelletto umano non sia capace di elaborare un sistema di vita ampio e completo. Inoltre, accanto all’intelletto umano esiste un’altra realtà, chiamata volontà, dotata di un’esistenza distinta, come il pianeta Saturno. Essa ostacola a ogni passo l’intelletto nell’adottare decisioni ordinate e scientifiche e, impedendogli di procedere sulla via semplice e corretta, non cessa di guidarlo su percorsi tortuosi ed errati. Pertanto, anche supponendo che l’intelletto umano non commetta alcun errore nell’ordinare correttamente le informazioni raccolte dai sensi e nel trarne argomentazioni, è comunque evidente che, a causa della sua debolezza interna, non possiede alcuna capacità di sostenere un compito enorme come quello di elaborare un sistema di vita. Se questo compito gli viene imposto ingiustamente, da un lato si commetterà un’ingiustizia contro di esso e, dall’altro, non si commetterà un’ingiustizia minore anche contro noi stessi.

Scienza

Ora desidero discutere il terzo mezzo. La scienza indica la conoscenza acquisita attraverso l’esperienza concreta e l’osservazione. Quanto al rispetto e alla venerazione dovuti a questa conoscenza, non sono certo più arretrato di qualsiasi studioso di scienze, né gradisco affatto che essa venga sminuita anche di un solo punto. Tuttavia, non posso fare a meno di definire un comportamento assolutamente antiscientifico il considerarla più ampia, vasta e dotata di poteri illimitati, ignorandone i naturali limiti. Poiché, in realtà, nella scienza tale potere non esiste. Chiunque abbia esperienza dei principi profondi della scienza umana sarà costretto ad ammettere che la scienza non ha la capacità di fornire indicazioni sulle questioni soprannaturali e sulle questioni remote della materia. Infatti, neppure la conoscenza di quei principi profondi offre realmente all’uomo un mezzo per giungere al mondo del mistero. Inoltre, l’uomo non possiede la capacità di osservare direttamente e in modo immediato, né di trarre, con l’aiuto della massa di dati e conoscenze acquisiti attraverso l’esperienza, una decisione che si possa chiamare in qualche modo «scienza». Le questioni importanti la cui corretta soluzione è innanzitutto indispensabile per elaborare un sistema di vita (ad-dīn) si trovano al di fuori dell’ambito della scienza. In seguito, può certamente sorgere la domanda se, con l’aiuto della scienza, si possano determinare gli standard morali, scegliere i principi fondamentali della civiltà e della cultura e stabilire limiti per impedire di seguire la via errata. Ma a ciò si contrapporrà la domanda: anche ammettendo che sia possibile, quale scienza — di quale individuo, di quale gruppo o di quale epoca — svolgerà questo compito? Pertanto, senza entrare in discussioni prive di senso, esamineremo la questione soltanto come principio. Per prima cosa analizzeremo quali condizioni fondamentali siano necessarie per portare a termine questo compito con un metodo puramente scientifico. Innanzitutto è necessaria una raccolta completa della conoscenza teorica di tutte le leggi naturali alle quali l’uomo è soggetto vivendo in questo mondo. In secondo luogo, è indispensabile il pieno sviluppo dei diversi tipi di sapere e di scienza connessi alla vita stessa dell’uomo. In terzo luogo, è necessario riunire e integrare la totalità delle informazioni appartenenti a queste due categorie di conoscenza: quella cosmico-naturale e quella umana. È poi indispensabile una facoltà di riflessione completa, capace di classificare reciprocamente questo insieme di informazioni, di applicarvi correttamente il ragionamento e di determinare per l’uomo i valori morali e i principi sociali e civili, indicandogli i mezzi per salvarsi da ogni sorta di errore e traviamento. Ma, a dire il vero, finora non è stato affatto possibile soddisfare queste condizioni né raccogliere i materiali necessari a tale scopo. Né si può sperare che ciò diventi mai possibile, anche dopo altri cinquemila anni. Certo, potrebbe forse diventare possibile il giorno prima della distruzione dell’intera umanità insieme al mondo; ma allora nulla di tutto ciò avrebbe più alcun valore.

Storia

L’ultimo mezzo attraverso cui l’uomo acquisisce la conoscenza è la storia. In altre parole, la si può definire l’accumulo storico delle esperienze degli uomini del passato, o il loro registro delle opere. Non nego l’importanza e il valore di questa cosa. Tuttavia, voglio dire che, riflettendo più profondamente, anche voi sarete costretti ad ammettere che il patrimonio della conoscenza storica non è affatto sufficiente per portare a compimento un compito grande e gravoso come quello di elaborare un sistema di vita per l’uomo. Non voglio sollevare la questione se questo patrimonio della storia ci sia giunto dal passato con piena purezza e ampiezza. Inoltre, quale individuo elaborerà per l’uomo un sistema di vita servendosi di un simile patrimonio storico? Hegel? Oppure Marx? Oppure Ernst Haeckel? Oppure qualcun altro? Non porrò questa domanda. Voglio chiedere soltanto questo: fino a quale data del passato, del presente o del futuro potrà il registro storico raccogliere i materiali necessari per elaborare un sistema di vita per l’uomo? Se fosse davvero possibile indicare una simile data, si dovrebbe dire che gli uomini delle epoche successive sarebbero davvero fortunati. Quanto a coloro che se ne sono già andati, non abbiamo bisogno di preoccuparci di loro.

L’oscurità della disperazione

Con questo concludo la discussione sugli elementi umani indispensabili per elaborare un sistema di vita per l’uomo. Credo di non aver commesso alcun errore nell’applicazione della scienza o della ragione in questa discussione e analisi. Se l’analisi che ho svolto dei mezzi attraverso i quali l’uomo acquisisce la conoscenza è vera, posso ora annunciare chiaramente la mia conclusione. Per le ragioni esposte si è radicata in me la ferma e indubitabile convinzione — e non può esistere alcuna ragione per distruggerla — che l’uomo possa forse riuscire, con l’aiuto di questi mezzi, a elaborare per sé qualche sistema incompleto, irreale, pieno di errori e difetti, regionale o temporaneo; ma per l’uomo è assolutamente impossibile elaborare con questi mezzi un sistema di vita completo (الدين) e ciò non era possibile in passato, non è possibile oggi, né resta altra scelta, per il futuro che verrà, se non disperare della sua possibilità.

Ora, se davvero non esiste alcun «Signore» per guidare l’uomo, come ritengono i miscredenti ribelli ad Allah, egli non ha altra via se non il suicidio. Un viandante che non ha alcuna guida, che non conosce la strada e non conosce neppure alcun modo per individuarla, non può che cadere nella disperazione estrema e assoluta. In una simile situazione, che altro aiuto potrebbe offrirgli una persona bene intenzionata, se non consigliargli di sbattere la testa contro una pietra sulla pubblica via e risolvere così ogni difficoltà? E se davvero esiste qualcuno chiamato «Allah», oppure, pur esistendo, non è in grado di indicare all’uomo la via della vita operosa, come credono alcuni filosofi e scienziati, ciò è ancora più doloroso. Se proprio quell’Allah che ha predisposto un sistema perfetto per l’esistenza, la crescita e il progressivo sviluppo di ogni cosa nel mondo non avesse dato all’uomo ciò di cui ha più bisogno — senza il quale la vita umana sarebbe completamente priva di significato — e non avesse predisposto alcun mezzo per questo, allora per l’uomo sarebbe assolutamente impossibile vivere nel mondo da Lui creato. In tal caso la vita dell’uomo diventerebbe una vita difficile e un pericolo enorme, un pericolo più grande del quale non si può neppure immaginare l’esistenza. In una simile situazione, a che servirebbe piangere per le sofferenze delle masse povere, infelici, spogliate di tutto, malate, ferite, oppresse e sfruttate? Se proprio si deve piangere, si pianga allora per la sofferenza senza limiti dell’intera umanità. In una simile situazione si dovrebbe dire che l’uomo è stato gettato in un oceano infinito di dolore. Questa è la sua condizione: continua a fare esperienze sbagliate e a fallire. Cade sotto colpi ripetuti, viene fatto a pezzi, poi si rialza e ricomincia a camminare; ma nuovamente colpito, ricade e si rotola nella polvere. A ogni colpo, paese dopo paese e nazione dopo nazione vengono devastati e distrutti. È profondamente doloroso che questo uomo ignorante non sappia neppure quale sia lo scopo della sua vita e della sua nascita. Non sa per quale fine debba sforzarsi, dedicarsi, lavorare e sopportare fatiche e sofferenze, né secondo quale metodo e quale procedimento debba farlo. Ma quell’Allah che ha visto con i propri occhi questa tragica condizione dell’umanità, dopo aver creato l’uomo in questo mondo, si è forse limitato a questo? Non ha forse alcuna responsabilità nel guidarlo e governarlo correttamente?

Un raggio di luce della speranza

Il Corano Sharif ha risposto a questa domanda. Alla condizione estremamente miserevole dell’uomo descritta sopra, il Corano Sharif ha contrapposto l’apertura di una nuova dottrina del tutto opposta. Il Corano dice: Allah Ta‘ala non è soltanto il Creatore, ma è anche Colui che guida l’uomo sulla retta via. Egli ha guidato ogni cosa del mondo materiale secondo le esigenze della sua natura:

الذى اعطى كل شئ خلقه ثم هدى

Quanto sia autentica questa guida si può dimostrare in modo inconfutabile osservando una qualsiasi formica, un’ape o un ragno. Allah Ta‘ala ha fatto conoscere per istinto a queste piccolissime creature la strada, ha insegnato loro le loro attività e il modo di svolgerle; allo stesso modo ha stabilito la via per la vita operosa dell’uomo. Perciò è assolutamente dovere dell’uomo, anzitutto dimenticando la propria arroganza, sottomettersi ad Allah e seguire il sistema di vita completo (الدين) che Egli ha fatto discendere per mezzo dei Suoi profeti.

Ora ci troviamo davanti a due conclusioni: una è stata raggiunta dopo aver analizzato tutte le forze e capacità dell’uomo e l’insieme dei mezzi e degli strumenti attraverso i quali acquisisce la conoscenza; l’altra è la conclusione del Corano. Ora gli uomini del mondo devono accettare il messaggio e la conclusione del Corano, oppure saranno gettati in un abisso oscuro della disperazione, nel quale non si irradia neppure un raggio di luce della speranza. Se per ottenere l’«ad-din», o sistema di vita, l’uomo avesse davanti a sé due mezzi e gli si chiedesse quale dei due scegliere, sarebbe certamente molto più semplice. Ma qui non si tratta affatto di questo; neppure questa è la domanda.

Il punto essenziale è questo: l’ordinamento completo della vita (الدين) può essere ottenuto dall’essere umano in un solo modo. Ora, davanti all’uomo è sorta questa domanda: accetterà la vita ottenuta mediante quest’unico mezzo, oppure, rifiutando di affidarsi a quest’unica via, deciderà di vivere nell’oscurità della jāhiliyya e dello smarrimento? All’uomo è stata concessa soltanto la libertà di scegliere senza difficoltà una di queste due vie.

Gli argomenti del Corano

Da tutto ciò che è stato discusso finora possiamo trarre soltanto questa conclusione: non vi è alcun modo di conseguire il bene eterno dell’umanità senza accettare la pretesa del Corano e la via da esso indicata. In altre parole, si potrebbe dire: «Non c’è modo di essere miscredenti, dunque diventate musulmani per necessità». Tuttavia, le argomentazioni e le prove presentate dal Corano a sostegno della veridicità della propria pretesa sono ben al di sopra di questa situazione coercitiva: sono molto più profonde e inconfutabili. Il Corano non ha ordinato agli uomini di diventare musulmani perché costretti dalle circostanze. Al contrario, li ha incoraggiati a diventare musulmani per propria volontà e ispirazione. Sono proprio gli argomenti del Corano a suscitare questo desiderio nei loro cuori. Tra le prove del Corano su questo argomento, le quattro seguenti sono argomentazioni estremamente forti. Per questo tutte e quattro sono state menzionate ripetutamente.

Primo: per l’essere umano l’Islam è l’unico ordinamento di vita corretto. Perché esso corrisponde alla realtà oggettiva e alla verità autentica. Tutte le altre vie, invece, sono completamente contrarie alla verità oggettiva.

اَفَغَيۡرَ دِيۡنِ اللّٰهِ يَبۡغُوۡنَ وَلَهٗۤ اَسۡلَمَ مَنۡ فِىۡ السَّمٰوٰتِ وَالۡاَرۡضِ طَوۡعًا وَّكَرۡهًا وَّاِلَيۡهِ يُرۡجَعُوۡنَ.‏

«Desiderano forse una via diversa dalla dīn di Allah, mentre tutto ciò che si trova nei cieli e sulla terra si è sottomesso a quell’unico Allah, volontariamente o involontariamente, e alla fine tutti ritorneranno a Lui». (Sura Āl ʿImrān: 83).

Secondo: per l’essere umano questo è l’unico ordinamento di vita corretto e infallibile, perché è l’unica verità. Esaminando la questione con attenzione, nessun’altra via può essere infallibile e autentica.

اِنَّ رَبَّكُمُ اللّٰهُ الَّذِىۡ خَلَقَ السَّمٰوٰتِ وَالۡاَرۡضَ فِىۡ سِتَّةِ اَيَّامٍ ثُمَّ اسۡتَوٰى عَلَى الۡعَرۡشِ يُغۡشِىۡ الَّيۡلَ النَّهَارَ يَطۡلُبُهٗ حَثِيۡثًاۙ وَّالشَّمۡسَ وَالۡقَمَرَ وَالنُّجُوۡمَ مُسَخَّرٰتٍۭ بِاَمۡرِهٖۤ‌ؕ اَلَا لَهُ الۡخَلۡقُ وَالۡاَمۡرُ‌ؕ تَبَارَكَ اللّٰهُ رَبُّ الۡعٰلَمِيۡنَ.

«In verità, il vostro “Rabb”, il Padrone e il Re, è Allah l’Altissimo, Colui che ha creato i cieli e la terra in due periodi del tempo e poi si è insediato sul Suo “Trono”. Egli avvolge il giorno con la veste della notte, e subito dopo la notte il giorno sopraggiunge rapidamente. Il sole, la luna e le stelle sono tutti soggetti e obbedienti a Lui. Sappiate che a Lui appartiene la creazione e che solo Lui eserciterà la legge e il governo. Allah, il Rabb di tutti i mondi, è immensamente grande.» (Sura al-A‘raf: 54).

Terzo: per l’uomo questa è la via giusta, questa è la via autentica. Solo Allah l’Altissimo può possedere una conoscenza precisa dell’intera verità e solo Lui può fornire una legislazione infallibile.

اِنَّ اللّٰهَ لَا يَخۡفٰى عَلَيۡهِ شَىۡءٌ فِىۡ الۡاَرۡضِ وَلَا فِىۡ السَّمَآءِؕ‏.

«In verità, nulla nei cieli e sulla terra è nascosto ad Allah.» (Sura Āl ‘Imrān: 5)

يَعۡلَمُ مَا بَيۡنَ اَيۡدِيۡهِمۡ وَمَا خَلۡفَهُمۡ‌ۚ وَلَا يُحِيۡطُوۡنَ بِشَىۡءٍ مِّنۡ عِلۡمِهٖۤ اِلَّا بِمَا شَآءَ‌‌ۚ

«Egli conosce ciò che hanno davanti e ciò che è loro nascosto e ignoto. Essi non possono in alcun modo circoscrivere la Sua conoscenza. Tuttavia, se Allah stesso concede agli uomini una conoscenza, allora il caso è diverso.» (Sura al-Baqara: 225).

قُلْ إِنَّ هُدَى اللّهِ هُوَ الْهُدَىَ.

«O Profeta! Di’: la guida di Allah è l’unica norma che indica all’uomo la vera via.» (Sura al-An‘ām: 71).

Quarto: questa è l’unica via giusta per l’uomo, poiché senza di essa non è possibile instaurare la vera giustizia. Qualunque altra via l’uomo scelga, prima o poi si trasformerà in oppressione.

ومن يتعد حدود الله فاولئك هم الظلمون .

«Sono gli ingiusti coloro che oltrepassano i limiti stabiliti da Allah.»

وَمَن لَّمْ يَحْكُم بِمَا أنزَلَ اللّهُ فَأُوْلَـئِكَ هُمُ الظَّالِمُونَ .

«Sono gli ingiusti coloro che non giudicano tutte le proprie azioni secondo la rivelazione di Allah.» (Sura al-Māʾida: 45).

Alla luce di queste argomentazioni e prove del Corano, sottomettersi dinanzi ad Allah e vivere secondo la rivelazione ricevuta da Lui è il dovere di ogni persona dotata di intelletto.

Il criterio per verificare la Legge di Allah

A questo punto può sorgere nella mente di ogni persona la domanda: come si può dimostrare quale sia la Legge di Allah e quale no? Potrebbe venire qualcuno a dire: «Questa è la Legge di Allah, accettala»; e noi dovremmo accettarla immediatamente? Se non è così, esiste forse un criterio per distinguere il sistema di Allah da quello elaborato dall’uomo? È una domanda che può sorgere nella mente di chiunque; ed è naturale che sorga. Essa è sorta anche nella mia mente mentre riflettevo profondamente. Per dare una risposta corretta a questa domanda sarebbe necessaria un’analisi molto ampia e dettagliata. Ma in questo piccolo opuscolo non c’è spazio per farlo. Qui cercherò di rispondere brevemente.

Esistono quattro grandi criteri per distinguere il pensiero umano dalla sapienza di Allah. Qui vengono menzionati in successione.

La prima caratteristica del pensiero umano è che in esso sono inevitabilmente presenti l’errore e la limitatezza della conoscenza. Al contrario, nel sistema di Allah si manifestano spontaneamente i segni evidenti di una conoscenza illimitata e di verità corrette e incontestabili. In effetti, nessuna affermazione del sistema che proviene da Allah sarà in contrasto con una verità scientifica di qualunque epoca, né si potrà mai dire al riguardo: «Il legislatore non ha esaminato adeguatamente tutti gli aspetti della questione». Tuttavia, nell’applicare questo criterio di analisi e verifica, non bisogna dimenticare che tra la conoscenza autentica, l’immaginazione scientifica e la prospettiva scientifica esiste una differenza grande quanto quella tra il cielo e la terra. In ogni epoca, le immaginazioni e le prospettive scientifiche che tengono soggiogata la mente degli uomini vengono spesso erroneamente considerate «scienza». In realtà, la loro possibilità di essere corrette è esattamente pari alla loro possibilità di essere errate. Nella storia della conoscenza e della scienza si trovano ben pochi esempi di concezioni, immaginazioni e dottrine umane che alla fine si siano dimostrate scienza infallibile.

Un’altra grave debolezza della ricerca e del pensiero umano è la limitatezza e la ristrettezza della prospettiva. Nel sistema di Allah, invece, il pensiero e la visione sono ampi e lungimiranti. Qualunque aspetto del sistema di Allah si osservi, si avrà senza dubbio l’impressione che colui che lo ha ordinato possa vedere direttamente con i propri occhi ogni cosa, dall’inizio alla fine. Egli vede l’intero universo creato, e tutta la verità e l’intera realtà sono chiaramente presenti davanti a Lui nel loro insieme. Al confronto, le ricerche dei più grandi filosofi e scienziati appariranno come il pensiero di un bambino. La terza caratteristica del pensiero umano è che in esso la scienza e la ragione sembrano chiaramente stringere, in un punto o nell’altro, un accordo o una cospirazione con le emozioni, gli slanci e i desideri dell’uomo. Il sistema di Allah è completamente libero da tutto questo. In esso si manifesta luminosamente una conoscenza limpida, una ragione pura e un’intelligenza incontaminata. Nei suoi comandi e nelle sue direttive non si scorge affatto la torbidezza delle emozioni, degli slanci o della parzialità.

Un’altra debolezza del pensiero umano è che nel sistema di vita che l’uomo elaborerà personalmente saranno inevitabilmente presenti il favoritismo, le indesiderabili disuguaglianze tra gli esseri umani e la tendenza ad attribuire a una persona superiorità sull’altra su basi non scientifiche. Ciò accade perché ogni essere umano possiede qualche interesse personale o la debolezza di nutrire sentimenti favorevoli verso determinate persone; per questo l’uomo è costretto a elaborare un sistema unilaterale e fazioso. Il sistema di Allah, invece, è completamente libero e puro da tutte queste impurità.

Ogni sistema di vita che cerca di dimostrare di essere il sistema di Allah o «ad-Dīn» deve essere verificato secondo questo criterio. Se è libero dalle caratteristiche sopra menzionate del pensiero e della ricerca umani, non vi può essere alcuna obiezione a crederlo «ad-Dīn», cioè il sistema di vita completo dell’uomo.

La pretesa della fede

Ora la domanda è questa: se si accetta questa pretesa del Corano e si adotta il sistema di vita che si crede essere stato rivelato da Allah, quale dovere ne deriva per l’uomo? È precisamente questa la domanda che desidero esaminare in conclusione.

È stato già detto che il significato dell’Islam è sottomettersi, arrendersi e affidare completamente se stessi. Con questa sottomissione e resa non possono conciliarsi né l’orgoglio né la libertà assoluta del pensiero e dell’azione. Qualunque sia il sistema di vita in cui l’uomo crede, deve affidargli completamente la propria intera persona. Non potrà lasciare fuori da esso neppure una sola questione della vita. Il significato dell’īmān è che il «Dīn», cioè il sistema di vita, eserciti pieno dominio sulla mente e sul cuore dell’uomo; esso sarà la religione dei suoi occhi e delle sue orecchie, delle sue mani e dei suoi piedi, del suo stomaco e del suo corpo, della sua penna e della sua bocca, di tutti i suoi sforzi e delle sue opere per tutta la vita, del suo amore e del suo odio, della sua amicizia e della sua inimicizia. In breve, nessun aspetto o settore della persona umana potrà rimanere fuori da una religione simile. È assolutamente indubbio che ogni attività o aspetto della vita che venga sottratto all’influenza di un Dīn o sistema di vita, e ogni attività o aspetto della vita in cui si abbandoni l’osservanza di questo sistema di vita, aggiungerà altrettanta falsità e inganno alla pretesa di avere fede in esso. È quindi dovere di ogni uomo intelligente e sincero mantenere la propria vita libera dalla corruzione della falsità e dell’inganno. Nella prima parte di questo libro è stato anche detto che la vita dell’uomo è un’entità complessiva e indivisibile; non può essere suddivisa in parti diverse. Perciò, per la vita completa dell’uomo può esistere un solo Dīn o sistema di vita. Nessuno può seguire contemporaneamente più sistemi di vita. Farlo dimostrerebbe infatti una condizione incerta dell’īmān, la particolarità e l’incoerenza delle proprie opinioni e l’incapacità di giungere a una decisione ferma su questioni complesse. In realtà, quando l’uomo accetta un «ideale» come «ad-Dīn», cioè come sistema di vita, e crede in esso dopo aver deciso fermamente che esso è il proprio sistema di vita, allora esso deve essere «l’unico sistema» per l’intera sua vita, in ogni aspetto e settore; deve necessariamente accettarlo in questo modo, perché non esiste altra alternativa.

Se lo si accetta come ordinamento della vita individuale, esso sarà l’ordinamento della casa, dell’educazione dei figli, della loro istruzione e degli istituti educativi; sarà l’ordinamento delle sue attività e occupazioni, degli affari, del commercio e dei guadagni, della vita domestica e della politica nazionale, della politica e della civiltà, della letteratura e delle arti. In realtà, non vi può essere alcuna ragione per cui, quando una perla viene infilata nello stesso filo insieme a molte altre perle, essa cessi di essere una perla e diventi un cece o un fagiolo: una cosa simile è inconcepibile. Allo stesso modo, non riesco a comprendere come si possa seguire individualmente un certo ordinamento, ma, quando si organizza la vita di più persone in una comunità, alcuni aspetti di quella vita organizzata e sociale possano rimanere al di fuori dell’ambito di tale ordinamento. La vacuità di simili affermazioni è evidente.

La cosa più importante riguardo alla fede è questa: quando si crede in un ordinamento e lo si accetta come ordinamento della vita, è un dovere imprescindibile offrire all’intera nazione l’opportunità di accoglierne i benefici e la bellezza, ed è auspicabile impegnarsi per affermarlo come ordinamento del mondo intero. Come la verità, per sua natura, tende a trionfare su tutto, così chi ama la verità non può fare a meno di adoperarsi affinché essa prevalga sulla falsità. Se una persona vede direttamente che la falsità sta divorando da ogni parte la terra e i suoi abitanti, ma, dinanzi a questo spettacolo, non sorgono in lei alcuna sollecitudine, angoscia, dolore o inquietudine, allora bisogna ritenere che nel suo cuore non vi sia veramente alcuna partecipazione per la verità, né un amore autentico per essa. E, se pure vi sono, sono completamente avvolti dall’incoscienza e da un sonno profondo. È tuttavia auspicabile adottare per tempo le misure necessarie, affinché questo sonno della coscienza e della sensibilità non si trasformi infine nel sonno della morte.

— Fine — —