Parole dell’editore
L’Islam è l’unico sistema di vita concesso da Allah all’umanità. Dopo la scomparsa dell’ultimo profeta e grande uomo della creazione, Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui), l’epoca dei quattro califfi e di Umar ibn Abd al-Aziz (che Allah sia soddisfatto di lui), noto come il quinto califfo, è stata definita l’epoca d’oro dell’Islam. In quest’opera sono state analizzate nei minimi dettagli le condizioni sociali e politiche di quell’epoca, mentre le attività complessive di allora — il timore di Allah da parte del califfo dei musulmani, l’elevato livello morale, il servizio pubblico, il non prendere dal tesoro pubblico nemmeno un quattrino oltre il necessario, la pace sociale, l’ordine, la giustizia, l’affetto reciproco, la compassione e così via — costituiscono un esempio da imitare per tutti i tempi e per tutte le epoche.
Nell’attuale epoca della nuova ignoranza, quest’opera contribuirà, insha’Allah, alla trasformazione radicale della comunità musulmana e a far sì che ogni musulmano acquisisca, nella propria vita personale, una corretta comprensione dell’appello fondamentale dell’Islam.
Che Allah Altissimo conceda ai lettori, attraverso la lettura di quest’opera, la grazia di trarne particolare beneficio. Amin.
La forza vitale fondamentale dell’Islam
Se volgiamo lo sguardo alla splendida storia dell’Islam, vi vediamo sempre attiva la sua forza vitale fondamentale.
Chiunque cerchi di conoscere la vera religione e ne studi la natura, l’indole e la storia sarà in grado di comprendere la sua forza vitale. La vedrà pienamente operante nelle leggi e nei principi dell’Islam. Essa è così potente che nessun essere umano può fare a meno di esserne influenzato. Tuttavia, proprio come un sentimento profondo e un pensiero fondamentale non possono essere descritti entro i limiti del linguaggio, così è estremamente difficile descrivere questa forza vitale. Essa è certamente attiva nelle emozioni e nell’entusiasmo, negli scopi e negli obiettivi, nonché nelle usanze e nei costumi; tuttavia è assai difficile avvolgerla nell’abito limitato delle parole.
Questa stessa forza vitale traccia il profilo di quell’orizzonte elevato e luminoso verso il quale l’Islam ispira e incoraggia i suoi seguaci a dirigersi. L’Islam esorta i suoi seguaci a raggiungere il più alto obiettivo della vita e, a tal fine, li incoraggia a impegnarsi e a sforzarsi volontariamente e con gioia sempre di più, senza limitarsi all’adempimento dei soli doveri indispensabili e delle consuete formalità. La via per raggiungere un obiettivo nobile è estremamente difficile e impervia, e rimanere saldi su di essa dopo averlo raggiunto è ancora più arduo. Gli impulsi e i desideri biologici, insieme alla forte pressione delle necessità quotidiane, diventano catene ai piedi della maggior parte delle persone e ostacolano il cammino verso il più nobile obiettivo della vita. E anche se, talvolta, una persona vi giunge grazie all’intensità delle emozioni e dell’entusiasmo e alla forza della propria determinazione, diventa poi impossibile rimanervi a lungo, superando gli ostacoli, le difficoltà e i pericoli che vi si incontrano. Ciò perché a questo livello elevatissimo sono connesse alcune importanti responsabilità riguardanti la vita e i beni, nonché il pensiero e l’azione. Tra queste, la più grave è la responsabilità affidata a ogni individuo verso se stesso, la propria società, l’umanità e, soprattutto, il proprio Creatore. Mantenere viva dentro di sé la chiara consapevolezza che il suo Creatore osserva sempre con i propri occhi ogni sua azione, grande o piccola, ed è a conoscenza anche dei segreti nascosti nel profondo del suo cuore e delle sue attività silenziose — e anche delle sue attività — costituisce la sua grande responsabilità verso il Creatore. Per fargli comprendere questa grande responsabilità, l’Islam ha reso la sua coscienza sempre vigile e all’erta, e ha reso la sua consapevolezza e la sua saggezza acute e penetranti.
La difficoltà di dirigersi verso la meta suprema e l’ardua fatica di rimanervi dopo averla raggiunta non significano che l’Islam sia una fantasia poetica o un’idea sovrumana, della quale si possa nutrire la pretesa di conquistarla ma che non si possa toccare. La realtà non è questa. Raggiungere quel nobile ed elevatissimo livello di cui si è parlato non è obbligatorio per tutti gli esseri umani di tutte le epoche. Esso è soltanto un limite ideale. Perché l’uomo si sforzi sempre di raggiungerlo, ne sono state indicate le linee fondamentali. Questo sforzo è stato compiuto in passato e dovrebbe proseguire anche oggi e in futuro. La società umana del passato ha cercato di raggiungere questa meta: talvolta vi è giunta, altre volte se ne è allontanata. Si tratta di un ideale che può essere conquistato soltanto attraverso una profonda fiducia nella coscienza dell’uomo e nelle sue forze interiori. Ciò dimostra che non vi è motivo di disperare dell’umanità del futuro. Prima di questa meta suprema si estende una vasta pianura. Essa è abbastanza ampia perché la maggior parte degli uomini possa superare il criterio dello sforzo, dell’impegno e del successo. Una legge permanente di Allah è che Egli non obbliga nessuno a compiere uno sforzo superiore alle proprie capacità.
«Allah non impone a nessun essere umano un compito superiore alle sue capacità.» (Sura al-Baqara, ultimo versetto) La natura dell’Islam è così amante della giustizia e moderata che si accontenta di richiedere alla gente comune soltanto gli atti obbligatori. Infatti:
«Le opere di ciascuno hanno diversi livelli.» In effetti, gli obblighi imposti come doveri sono sufficienti per il successo nella vita. In seguito, la via per raggiungere il livello supremo rimane sempre aperta, e l’Islam continua a proclamare con voce vigorosa il suo nobile invito ad avanzare in quella direzione.
La forza vitale di cui abbiamo parlato sopra ha svolto un ruolo pieno nel dare forma concreta alla società e alla civiltà dell’Islam. L’Islam, che era soltanto il nome di una fede, ha assunto forma concreta attraverso le persone e gli eventi storici. Ora l’Islam non è più soltanto il nome di una dottrina o di un’ideologia; non è neppure un semplice insieme di esortazioni, ammonimenti e guida, né di fantasie irreali. Ha ormai assunto la forma di un carattere umano vivo e vigile, si è manifestato negli eventi della vita reale e, soprattutto, ha fondato istituzioni sociali e realizzato opere di riforma che chiunque può vedere con i propri occhi e udire con le proprie orecchie. Queste istituzioni sociali e opere di riforma hanno esercitato una profonda influenza sull’intera vita e sulla storia dell’umanità. In verità, tutto ciò è opera di quella gloriosa «forza vitale» dell’Islam. Questa forza vitale aveva portato una rivoluzione nella vita di persone ormai prossime alla morte e vi aveva infuso una nuova coscienza e una nuova energia vitale.
In effetti, questa è la corretta spiegazione della comparsa di personalità straordinarie agli inizi della storia dell’Islam e nelle epoche successive, nonché di coloro le cui gloriose vicende, capaci di scuotere la vita, sono conservate nella storia dell’Islam. Anche il mistero di quegli eventi incredibili, che sembrano fiabe nate da un pensiero elevato, è questo.
La purezza dell’anima, l’intrepidezza della coscienza, l’inimmaginabile sacrificio e abnegazione, la risoluzione disperata di raggiungere lo scopo e la meta, l’eccezionale e inconcepibile elevazione del pensiero e dell’anima, nonché gli straordinari risultati conseguiti nei diversi ambiti della vita, che neppure la storia è in grado di descrivere pienamente: tutto ciò è opera di questa forza vitale rivoluzionaria dell’Islam.
Dobbiamo riconoscere l’esistenza di un rapporto profondissimo tra le straordinarie opere e gli eventi disseminati nelle pagine della storia e la forza vitale rivoluzionaria dell’Islam. In sostanza, la forza che si manifesta nella storia dell’Islam ha come fonte originaria proprio questa forza vitale interiore.
Se tentassimo di considerare queste opere separatamente e indipendentemente dalla suddetta forza vitale, il nostro studio rimarrebbe incompleto. A causa di questo studio erroneo, saremmo costretti a cadere in una gravissima confusione riguardo alle forze che agiscono attivamente sulla vita e sul mondo. Il risultato sarebbe che, cercando di individuare l’origine della gloria e dell’onore di ogni personalità gloriosa, daremmo preminenza alla sua grandezza personale e trascureremmo quella «forza vitale», che fu il primo impulso e la causa più influente di tutto ciò. Eppure fu proprio questa forza vitale a influenzare la coscienza e la mente di quei grandi uomini; forti del suo sostegno, essi avevano cambiato il corso della storia e indirizzato il flusso degli eventi nel corso da loro desiderato. In seguito, avevano affidato la storia a una corrente impetuosa, esuberante e dinamica della vita. Ed è appoggiandosi a quella corrente che si erano manifestate quelle indimenticabili opere rivoluzionarie.
Non sarebbe un’esagerazione definire pienamente l’apparizione di grandi uomini gloriosi e la manifestazione delle loro imprese come il contributo di questa rivoluzionaria forza vitale. In realtà, questa forza vitale non è altro che un’ispirazione trascendente. Tutto ciò e tutte le personalità con cui essa è entrata in contatto, sebbene esteriormente costituiscano forze esigue e separate, nella loro essenza sono forze trascendenti. Il criterio della grandezza di ciascuna di queste personalità consiste nel grado di capacità dimostrato nell’accogliere tale ispirazione trascendente. Se dunque si considera la profezia di Muhammad, figlio di Abdullah, come il grado supremo di tale capacità, che cosa vi sarebbe di strano? In realtà, il suo essere aveva accolto pienamente l’ispirazione trascendente ed egli rimase per tutta la vita insediato in quella sublime dignità.
Dopo il grado della profezia esistono numerosi gradi di elevata dignità. I Compagni di Muhammad e i loro successori si insediarono in questi gradi. Quanto più una persona riusciva ad accogliere la forza vitale di questa grande religione, tanto maggiore era la dignità che conseguiva. In verità, solo dopo uno studio estremamente approfondito potremo comprendere fino a che punto questa ispirazione sia riuscita a influenzare le anime umane: come abbia risvegliato la loro vita assopita, rendendole operose e capaci di agire; come le abbia spinte a stabilire esempi straordinari e mirabili; e come, infine, abbia cambiato il corso dell’intera storia dell’umanità.
Vediamo l’influenza di questa ispirazione e di questa forza vitale tanto nei grandi eventi della storia quanto nei piccoli avvenimenti della vita quotidiana. È noto che la grandezza spirituale non può essere misurata in pollici o in iarde; essa riguarda piuttosto la qualità. La sua entità può essere valutata soltanto attraverso l’insieme degli eventi verificatisi in circostanze e ambienti diversi.
Un piccolo gruppo di uomini della Penisola Arabica sottomise in brevissimo tempo due vasti imperi come Roma e la Persia. In tutta la storia dell’umanità non si può presentare un altro esempio di una conquista tanto grande compiuta in così poco tempo. Tuttavia, la gloria e la grandezza di questo evento glorioso non ne risulterebbero minimamente offuscate se dicessimo che la stessa grandezza si manifestò anche nella pazienza dimostrata da Bilal, lo schiavo abissino, da solo, in risposta alla persecuzione e alla tirannia dei Quraysh. Le torture inflitte dai Quraysh al nobile Bilal l’Abissino per costringerlo ad abbandonare l’Islam erano oltre i limiti della sopportazione umana. Sotto di lui lo bruciava la sabbia rovente, sul ventre e sul petto gli era stato posto un pesante masso, il petto gli si spezzava per la fame e la sete intense e, per di più, veniva percosso con estrema violenza. Eppure, in mezzo a quelle torture insopportabili, dalle sue labbra uscivano soltanto queste parole: «Unico, Unico».
Quando questa stessa ispirazione penetra in una persona comune, anche se appartenente alla gente di strada, essa le consente di parlare con fermezza e chiarezza persino davanti a un imperatore tirannico, senza temere le critiche o le condanne di nessuno sulla via di Allah. Quando il califfo ben guidato, sovrano di un vasto impero, manifesta il culmine dell’umiltà, della moderazione e del sacrificio di sé, anche in lui si vede all’opera la medesima forza vitale. Entrambi gli uomini hanno attinto la loro forza dalla stessa fonte: l’invincibile e rivoluzionaria forza vitale dell’Islam.
A proposito della conquista di Roma e della Persia, è necessario osservare che qui la vittoria dell’Islam fu essenzialmente la vittoria di un’ideologia spirituale. Questa ideologia era riuscita a conquistare l’anima interiore degli uomini. Questo evento sostiene l’analisi spirituale della storia, poiché qui un’analisi materiale non è possibile. È impossibile indicare, mediante un’analisi materiale, la causa di questa straordinaria vittoria. Con la sola forza materiale, gli Arabi non avrebbero potuto sottomettere due imperi tanto grandi.
È inoltre necessario ricordare che la rivoluzione psicologica operata dall’Islam nei pensieri e nelle azioni degli Arabi, nei loro obiettivi e nelle loro aspirazioni, nonché nei loro sistemi sociali ed economici, non fu affatto meno importante della conquista di quei paesi; anzi, fu più importante. Essa offre una testimonianza più chiara della superiorità della forza vitale dell’Islam rispetto agli eventi della conquista territoriale. È noto a tutti che, nel periodo compreso tra la profezia di Muhammad e la sua morte, nella Penisola Arabica non si verificò alcuna rivoluzione economica indipendente, oltre alla rivoluzione morale e culturale portata da lui; pertanto, nella situazione economica del paese non avvenne alcun cambiamento fondamentale capace di produrre una rivoluzione tanto grande nei pensieri e nella visione del mondo degli Arabi, nelle loro attività e nel loro sistema sociale. In realtà, tutte queste imprese furono il prodotto di questa ideologia spirituale.
Qui non ci è possibile fornire una descrizione dettagliata di questa rivoluzione. Ne presenteremo un solo esempio. Questo esempio si trova in una dichiarazione pronunciata dagli Arabi di quell’epoca. Essi pronunciarono tale dichiarazione davanti ai nemici dell’Islam, i quali non furono tuttavia capaci di confutarne una sola parola. Si tratta di un episodio dei primi tempi del movimento. Esasperati dalla tirannia e dalle persecuzioni dei Quraysh, i musulmani emigrarono in Abissinia per proteggere la propria religione e la propria fede. Temendo che, una volta giunti in Abissinia, potessero acquistare forza, i Quraysh inviarono due rappresentanti presso il re Negus. Lo scopo era ottenere che i musulmani emigrati fossero espulsi da quel paese. I due rappresentanti erano Amr ibn al-As e Abdullah ibn Abi Rabi’a. Essi giunsero e dissero:
«Maestà! Alcuni giovani sconsiderati del nostro Paese sono venuti a stabilirsi nel vostro Paese. Hanno abbandonato la religione della loro gente, ma non hanno neppure abbracciato la vostra religione. Hanno inventato di propria iniziativa una religione immaginaria, nuova tanto per noi quanto per voi. I loro padri, zii, altri parenti e i notabili della nostra gente ci hanno inviati da voi affinché, per vostra benevolenza, li rimandiate nel loro Paese. Quei notabili sono molto più intelligenti di questi giovani. Sono i nostri capi a comprendere meglio le cose contro cui i giovani obiettano e che considerano malvagie.»
Udite queste parole, il Negus domandò ai giovani musulmani: «Qual è quella religione per la quale avete abbandonato la vostra gente e siete venuti qui, senza abbracciare né la mia religione né alcun’altra religione?»
In risposta, Jaʿfar, figlio di Abu Talib (che Allah sia soddisfatto di lui), disse:
«O re! Eravamo immersi nella più estrema ignoranza e stupidità: adoravamo gli idoli, mangiavamo carogne e praticavamo la fornicazione. Disprezzare i legami di parentela e usurpare i diritti dei vicini erano nostre abitudini quotidiane. Tra noi, i forti opprimevano e sfruttavano i deboli. In tale situazione, Allah inviò a noi uno dei nostri, facendolo profeta. Conoscevamo la sua nobiltà d’origine, la sua integrità e veridicità, la sua affidabilità e la sua purezza. Egli ci invitò ad Allah e ci insegnò a credere che Allah è Unico e ad adorare, venerare e obbedire soltanto Lui. Ci ordinò di abbandonare l’adorazione degli idoli e delle statue di pietra che noi e i nostri antenati adoravamo oltre ad Allah. Ci ordinò l’integrità, la veridicità, l’affidabilità e la benevolenza verso i parenti e i vicini. Ci vietò le azioni oscene e indecenti, la menzogna, l’appropriazione dei beni degli orfani e la calunnia contro le donne caste. Ci ordinò di adorare l’unico Allah e ci vietò di associarGli qualcuno. Ci ordinò inoltre di compiere la preghiera, versare la zakat e osservare il digiuno…»
Entrambi i rappresentanti dei Quraysh erano presenti alla corte. Uno di loro era ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, senza rivali nell’eloquenza e nell’abilità diplomatica. Tuttavia, nessuno dei due contestò il quadro della situazione dell’Arabia preislamica tracciato da Jaʿfar, né la descrizione dell’ordinamento di vita portato dal Messaggero di Allah. Ciò dimostrò che tale descrizione del passato e del presente dell’Arabia era del tutto corretta.
Questa è soltanto una testimonianza storica riguardo alla penisola arabica. Un non musulmano dell’epoca moderna ha fornito una testimonianza analoga riguardo al mondo intero di quel tempo. J. H. Denison ha scritto nel suo libro Emotion as the basis of civilization, sotto il titolo «L’emozione come base della civiltà»:
«Nel V e nel VI secolo, il mondo civilizzato era giunto a una fase terribilmente pericolosa dell’anarchia. Sembrava che la grande civiltà costruita attraverso quattromila anni di sforzi incessanti stesse per andare in frantumi e che l’umanità desiderasse tornare all’epoca primordiale dell’inciviltà e della barbarie. Infuriavano terribili dispute e conflitti tra le tribù. Invece di ordine e legge, si producevano divisione e caos. Era come se i vasti rami di un enorme albero volessero coprire con la propria ombra tutta la terra; ma dall’interno il suo tronco era stato divorato dai tarli fino alle radici, tanto che l’albero poteva crollare al suolo da un momento all’altro. La civiltà di allora si trovava esattamente di fronte a una simile situazione. Proprio quando i segni di una distruzione totale divennero evidenti, nacque colui che avrebbe unificato il mondo intero.»[Tratto da Islam and New World order, scritto da Maulana Muhammad Ali e tradotto in arabo da Ustad Ahmad Jawaduchchhanuhar Islam and New World order].Comunque, presenteremo ora alcuni esempi storici connessi ai princìpi di giustizia sociale dell’Islam.
Esempi della consapevolezza della coscienza
Prima di presentare questi esempi, ritengo necessario menzionare alcuni esempi riguardanti un tema ancora più importante, ossia la coscienza auspicata dall’Islam. Infatti, è proprio su questa coscienza che si fonda l’intero sistema islamico. Ho già detto che l’Islam insegna all’individuo a mantenere la coscienza sempre vigile e a rendere la propria consapevolezza e sensibilità estremamente acute e intense. La storia dell’Islam ha conservato un numero così grande di esempi della consapevolezza e dell’intensità di questa coscienza, che non è possibile descriverli tutti in questo nostro libro dai limiti ristretti. Qui, al posto di numerosi esempi, ne vengono presentati soltanto alcuni di varia natura.
Ḥazrat Burayda (ra) narra che:
«Māʿiz ibn Mālik (ra) si presentò al cospetto del Messaggero di Allah (saw) e disse: “O Messaggero di Allah! Purificami”. Il Messaggero di Allah (saw) gli disse: “Che Allah ti conceda il bene; va’ e pentiti davanti ad Allah”. Māʿiz si allontanò per un breve tratto, poi tornò nuovamente dal Messaggero di Allah (saw) e disse: “O Messaggero di Allah! Purificami”. Il Messaggero di Allah (saw) gli rispose come prima. Ciò accadde tre volte. La quarta volta il Messaggero di Allah (saw) disse: “Da che cosa dovrei purificarti?”. Māʿiz rispose: “Dall’adulterio”. Il Messaggero di Allah (saw) chiese alla gente: “Quest’uomo non è forse ubriaco?”. Tutti risposero che non era ubriaco. Il Messaggero di Allah (saw) chiese: “Ha forse bevuto vino?”. Un uomo andò ad annusare la bocca di Māʿiz e risultò che non aveva bevuto vino. Il Messaggero di Allah (saw) gli chiese di nuovo: “Hai davvero commesso adulterio?”. Māʿiz rispose: “Sì”. Allora egli ordinò di applicare la pena, e la sentenza fu eseguita lapidandolo».
Due o tre giorni dopo questo episodio, il Messaggero di Allah (saw) disse: «Pregate Allah di perdonare Māʿiz. Egli si è pentito con un pentimento tale che, se fosse distribuito tra un’intera nazione, sarebbe sufficiente per tutti loro».
In seguito venne da lui una donna della tribù di Azd. Disse: «O Messaggero di Allah! Purificami». Il Messaggero di Allah (saw) disse: «Che Allah ti conceda il bene; va’ e pentiti davanti ad Allah». Ella disse:
«Vuoi forse rimandarmi indietro come Māʿiz? Sono rimasta incinta a causa dell’adulterio». Il Messaggero di Allah (saw) disse: «Sei davvero rimasta incinta a causa dell’adulterio?». Ella rispose: «Sì». Egli le disse: «Aspetta fino a quando avrai partorito». Poi affidò la donna alle cure di un Anṣārī fino al parto. Dopo alcuni giorni, l’Anṣārī venne a informare il Messaggero di Allah che la donna aveva partorito. Il Messaggero di Allah (saw) disse: «Non la condannerò a morte lasciando il bambino senza nessuno che lo allatti; non farò una cosa simile». Allora un Anṣārī disse: «O Messaggero di Allah! Mi assumo la responsabilità di allattare il bambino». Dopo ciò, il Messaggero di Allah (saw) fece eseguire su di lei la pena di morte.
In un’altra versione si narra che il Messaggero di Allah (saw) disse alla donna: «Va’ e torna dopo aver partorito». Quando ella tornò dopo il parto, il Messaggero di Allah (saw) disse: «Va’ ad allattarlo; torna quando sarà svezzato». Quando il bambino fu svezzato, ella venne dal Messaggero di Allah tenendolo in braccio. Il bambino aveva in mano un pezzo di pane. Ella disse: «O Messaggero di Allah! Ho svezzato il bambino. Ora ha imparato a mangiare pane e simili». Allora egli affidò il bambino a un musulmano e ordinò che la donna fosse condannata a morte. Fu scavata una fossa profonda fino al suo petto; poi, per ordine del Messaggero di Allah (saw), la gente la lapidò. Khālid ibn al-Walīd (ra) avanzò di qualche passo e le scagliò una pietra contro la testa. Per questo, un po’ di sangue schizzò sul volto di Khālid. Allora Khālid rivolse parole ingiuriose alla donna. Il Messaggero di Allah (saw) lo sentì e disse: «Khālid! Modera le tue parole. Giuro per Allah che questa donna si è pentita con un pentimento tale che, se anche un esattore ingiusto si fosse pentito nello stesso modo, sarebbe stato perdonato». In seguito, per suo ordine, fu celebrata la preghiera funebre per la donna ed ella fu sepolta secondo il rito. (Muslim, al-Nasāʾī).
Il carattere di Māʿiz ibn Mālik e di quella donna ci appare con chiarezza. Nessuno dei due ignorava la severa pena prevista per l’adulterio. Nessuno li aveva visti commettere il peccato, né vi erano mezzi per dimostrarlo. Nonostante ciò, entrambi insistettero presso il Messaggero di Allah (saw). Spinto dalla mitezza del cuore e dalla natura fondata sulla giustizia dell’Islam, il Messaggero di Allah (saw) desiderava risparmiare loro la pena sulla base del dubbio. Ma essi insistettero a tal punto che ogni via di salvezza si chiuse davanti a loro. La donna giunse persino a pronunciare parole piuttosto dure, chiedendogli se volesse rimandarla indietro come Māʿiz, come se volesse accusare il Messaggero di Allah (saw) di mostrare indulgenza e liberalità riguardo a una norma indiscutibile della legge islamica.
Perché tutto questo? … Il fatto che dicessero: «O Messaggero di Allah, purificami!» indica che in loro era presente un impulso vivo e impetuoso, più intenso e vitale persino del desiderio di vivere. Questo impulso non era altro che la consapevolezza della coscienza e l’intensità del rimorso. Il desiderio ardentissimo di purificarsi da un peccato che nessuno, tranne Allah, conosceva, e la tremenda vergogna nata dalla consapevolezza di dover comparire davanti ad Allah in stato d’impurità li avevano resi inquieti.
Questo è l’Islam autentico. L’intenso rimorso nel cuore del colpevole, e nel cuore del Profeta dapprima la misericordia e la compassione e, in seguito, dopo che il crimine era stato provato, la fermezza e la saggezza necessarie per applicare la pena senza tener conto della grandezza del pentimento e della confessione del colpevole: tutto ciò è espressione dello stesso Islam. Infatti, ciò che più desideravano sia il colpevole sia il governante era che l’Islam rimanesse fondato sulle sue solide basi e che la sua gloria restasse intatta.
Se questa era la condizione della coscienza musulmana nell’ambito delle norme penali, si può facilmente immaginare quale sarebbe stato il suo ruolo nelle attività sociali per le quali si arrivava persino a sacrificare la vita.
A questo proposito è degno di nota l’episodio della rimozione di Khalid ibn al-Walid dal comando dell’esercito in Siria e della nomina di Abu Ubayda come comandante. Khalid era quel glorioso comandante che fino ad allora non aveva subito una sola sconfitta. Il temperamento e l’abilità del soldato erano penetrati fino al midollo delle sue ossa. Nell’epoca della jāhiliyya e anche dopo aver abbracciato l’Islam, era stato l’unico guerriero incontrastato. Eppure un uomo come Khalid fu rimosso dal comando senza opporsi né nutrire rancore. Né la vergogna né il senso dell’onore lo spinsero a fuggire dal campo di battaglia. Non si può neppure parlare di un pensiero di ribellione. Da solo, sul campo di battaglia, continuò a combattere con lo stesso ardore e lo stesso entusiasmo, animato dal desiderio della vittoria dell’Islam e dal desiderio del martirio, impegnandosi con tutte le sue forze. In quel periodo non diede spazio nel suo cuore ad alcun pensiero o impulso malvagio. La coscienza musulmana consapevole si trova infatti molto al di sopra di pensieri simili. Per lui, tali pensieri non avevano alcuna importanza.
Anche l’altro aspetto dell’episodio è significativo. Anche la rimozione di Khalid da parte di Umar ibn al-Khattab scaturiva dalla stessa coscienza e dallo stesso impulso. Durante il califfato di Abu Bakr, Umar aveva osservato in Khalid ibn al-Walid alcune mancanze che avevano fatto tremare la sua coscienza. Una di esse consisteva nel fatto che Khalid si era affrettato a uccidere Malik ibn Nuwayra e subito dopo aveva sposato sua moglie. In seguito notò un’altra mancanza analoga: il giorno in cui, nella battaglia contro Musaylima il Bugiardo, erano caduti martiri milleduecento Compagni di alto rango, Khalid, all’alba del giorno immediatamente successivo, sposò la figlia di Majjaya.
Di fronte a queste azioni, che a mio avviso erano azioni errate, il califfo non attribuì alcuna importanza al coraggio di Khalid né alle sue vittorie. Indubbiamente Khalid era il più grande dei comandanti. Aveva vinto il maggior numero di battaglie. Inoltre, la nazione musulmana si trovava ad affrontare in Siria e in Iraq le battaglie più importanti e decisive. Lì era assolutamente necessaria l’abilità militare di un comandante invincibile come Khalid. Tuttavia, nessuna di queste qualità di Khalid riuscì a placare l’agitazione e l’inquietudine che le sue gravi mancanze avevano suscitato nella coscienza di Umar. Nessuna di esse riuscì a modificare la sua opinione, favorevole alla rimozione di Khalid dal comando e, in seguito, persino dall’esercito. Vi era anche un’altra ragione: Khalid svolgeva i suoi incarichi in modo estremamente arbitrario, e ciò era contrario al temperamento di Umar. Il suo senso del dovere lo induceva a intervenire e a vigilare persino sui dettagli più minuti. (Dal libro Khalid ibn al-Walid, di Sadiq Urjun).
Qualcuno potrebbe chiedere: se Khalid aveva commesso un errore tanto grave, perché Abu Bakr non lo destituì? La verità è che il giudizio di Abu Bakr su Khalid ibn al-Walid non era severo quanto quello di Umar. Riteneva che Khalid avesse commesso un errore di valutazione e che non avesse compiuto deliberatamente alcuna azione sbagliata o peccaminosa. Per questo, pur essendo adirato con lui, lo perdonò. Naturalmente anche Abu Bakr considerò il secondo episodio con estrema disapprovazione e gli inviò una lettera adirata. Ciononostante, riteneva che gli errori e le mancanze di Khalid fossero perdonabili e alla fine lo perdonò effettivamente.
L’interpretazione precedente dell’episodio è pienamente coerente con l’alto livello raggiunto dalla coscienza collettiva musulmana in quell’epoca. Tuttavia, sono rimasto davvero stupito dall’interpretazione che una persona come il dottor Haykal ha dato della politica di Abu Bakr e Umar nei confronti di Khalid. Questa interpretazione di Haykal non ha alcun rapporto con la forza vitale dell’Islam. È invece perfettamente coerente con la sporca politica di quest’epoca. Alle pagine 150-152 del libro intitolato al-Siddiq Abu Bakr, il dottor Haykal scrive:
“Il lettore ha certamente compreso fino a che punto fosse giunto il dissenso tra Abu Bakr e Umar riguardo a Malik ibn Nuwayra. È indubbio che entrambi desiderassero il bene dell’Islam e dei musulmani. La questione da esaminare è questa: l’errore di Khalid era forse enorme agli occhi dell’uno e insignificante agli occhi dell’altro, oppure il vero dissenso era sorto sulla definizione della politica corretta nella delicata situazione della comunità musulmana della penisola arabica, tormentata da una vasta ribellione e dall’apostasia?”
A mio parere, il vero dissenso riguardava la definizione della politica da seguire. Alla luce della differenza tra i caratteri dei due califfi, tale dissenso era del tutto naturale. Umar (che Dio sia soddisfatto di lui) era il simbolo della giustizia inflessibile. Dal suo punto di vista, Khalid aveva commesso un’ingiustizia contro un musulmano. Perciò era necessario rimuoverlo dall’esercito, affinché in futuro non avesse più l’opportunità di compiere atti tanto indegni e lesivi dell’immagine pubblica. Anche se si fosse potuto perdonare Khalid, ammettendo che nel caso di Malik avesse sbagliato giudizio e discernimento — cosa che Umar (che Dio sia soddisfatto di lui) non avrebbe potuto accettare —, sarebbe stato comunque del tutto sconveniente non punire il suo comportamento indecoroso con Layla, la moglie di Malik.[Se l’opinione di Umar fosse stata davvero così severa ed estremista, durante il suo califfato avrebbe certamente applicato la pena per adulterio — l’autore.]“È un comandante invincibile”, “è la spada di Dio”: queste parole non sarebbero bastate ad assolverlo. Avrebbero infatti significato rendere lecito ciò che è proibito per uomini come Khalid. E, così facendo, si sarebbe dato ai musulmani il peggiore esempio di disprezzo per la legge di Allah. Per questa sua opinione, Umar (che Dio sia soddisfatto di lui) richiamò ripetutamente l’attenzione di Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui). Alla fine, Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui) convocò Khalid (che Dio sia soddisfatto di lui) e lo ammonì severamente per la sua condotta.
D’altra parte, agli occhi di Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui) la situazione era così delicata che non era possibile attribuire importanza a questioni di questo genere. In quel momento l’esistenza dell’intero paese era in pericolo e in ogni parte dell’Arabia stavano sollevando la testa le ribellioni. In una simile situazione, quale importanza poteva avere l’uccisione, per errore o deliberatamente, di una o più persone? Il comandante accusato di una condotta errata era il mezzo più potente per salvare il paese da quel terribile pericolo. Sposare una donna prima del termine della sua ʿidda non era contrario alle consuetudini degli arabi, soprattutto per un comandante vittorioso, poiché proprio a causa della guerra egli acquisiva il diritto di proprietà sulle prigioniere.[Solo chi non conosce neppure l’alfabeto della legge islamica può fare simili affermazioni. Se davvero Khalid avesse violentato la moglie di un musulmano, sarebbe stato indispensabile applicare contro di lui la pena per adulterio. Inoltre, poiché Malik era musulmano, non si poneva affatto la questione di rendere schiava sua moglie.]Non era indispensabile applicare con rigore la legge nel caso di un uomo straordinario come Khalid, soprattutto in una situazione in cui un simile provvedimento sarebbe stato contrario agli interessi dello Stato e avrebbe potuto metterne in pericolo l’esistenza. In quel momento la spada di Khalid era assolutamente necessaria ai musulmani. Il giorno stesso in cui Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui) lo convocò per ammonirlo, i musulmani avevano più che mai bisogno di Khalid. Nei pressi di al-Battah, Musaylima si era accampato ad al-Yamama con quarantamila giovani di Banu Hanifa pronti alla guerra. La sua ribellione contro l’Islam e i musulmani era la più terribile di tutte. Aveva catturato Ikrima (che Dio sia soddisfatto di lui), uno dei comandanti musulmani, e allora ogni speranza di vittoria dipendeva interamente dalla spada di Khalid. In tali circostanze, come si sarebbe potuto rimuovere Khalid (che Dio sia soddisfatto di lui) per l’uccisione di Malik ibn Nuwayra o per via della straordinaria bellezza di Layla, che aveva affascinato Khalid, lasciando così all’esercito musulmano l’occasione di subire una miserevole sconfitta per mano di Musaylima? Non si sarebbe forse esposto in questo modo il credo di Allah al più grave pericolo sulla terra? Khalid era il vessillo di Dio, era la spada di Dio; perciò Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui) ritenne che la condotta più appropriata fosse convocarlo, limitarsi a rimproverarlo e ordinargli di recarsi immediatamente ad al-Yamama per affrontare Musaylima.
Questa è, a mio avviso, la vera natura della differenza tra la politica di Abu Bakr e quella di Umar riguardo a Khalid ibn al-Walid. Quando il falso pretendente alla profezia di Banu Hanifa catturò Ikrima (che Dio sia soddisfatto di lui), Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui) mandò Khalid ad affrontarlo. Probabilmente intendeva far comprendere agli abitanti di Medina e ai sostenitori dell’opinione di Umar che Khalid era il più grande alleato dell’Islam nel momento della sua calamità. Con quest’ordine, Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui) sottopose Khalid a una dura prova. Il suo intento era che Khalid o morisse da martire sul campo di battaglia — e quella sarebbe stata una punizione migliore dell’ingiustizia commessa contro Malik e sua moglie — oppure riportasse la vittoria, e che tale vittoria lo purificasse dal peccato. Alla fine egli vinse e tornò nella capitale con un immenso bottino. In questo modo liberò i musulmani da un pericolo così grande. Di fronte a quel pericolo, gli errori e le mancanze da lui commessi durante la permanenza ad al-Battah non avevano alcuna importanza.
Questa è la forma che la situazione assume agli occhi del dottor Haykal. Mi stupisce vedere come un uomo possa, dispiegando le ali della propria immaginazione, entrare nella prima epoca della storia islamica e scrivere all’ombra di quelle coscienze vigili e consapevoli. Eppure la sua stessa coscienza e la sua mente, nell’interpretare gli eventi, non solo non riescono a elevarsi al di sopra della moderna visione materialistica, ma ne sono profondamente influenzate. La sua prospettiva non ha alcun rapporto né con la forza vitale fondamentale dell’Islam né con la storia reale di quell’epoca particolare. Questa è piuttosto la politica dell’epoca contemporanea. Secondo la prospettiva di tale politica, è pienamente lecito ricorrere a procedure e mezzi vili per conseguire fini nobili. Essa rende la coscienza e la ragione umane schiave delle circostanze e delle necessità, chiamando tutto ciò “diplomazia superiore” e alta efficienza e abilità operativa.
Chiunque abbia occhi per vedere può rendersi conto di quanto la personalità di Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui) sia stata abbassata e svilita nel quadro che il dottor Haykal ha presentato e che ha proclamato essere l’unico quadro autentico.
Per fortuna, la personalità di Abu Bakr si trova molto al di sopra del telescopio attraverso il quale gli uomini della società meschina e decadente di oggi sono abituati a guardare. Con quel telescopio è assolutamente impossibile osservare quel livello così elevato dell’umanità. Soprattutto, se l’osservatore è ignorante anche della legge islamica, la questione diventa ancora più confusa.
Nel suo libro «Al-Faruk Umar», il dottor Haykal è tornato a discutere di questo argomento. Ha cercato anche lì di esaminare lo stato d’animo di Omar quando prese la decisione di destituire Khaled. Anche in questo caso egli è stato influenzato dalla moderna civiltà decadente. Nella mente dell’autore si è radicato il carattere di un capo di partito per il quale, al di là dell’apparente bene e delle necessità regionali, nulla ha importanza—un capo incapace di comprendere la forza vitale dell’Islam. Alle pagine 99 e 100 egli scrive:
«Non si comprende perché Omar (che Allah si compiaccia di lui) abbia preso una decisione tanto pericolosa come la destituzione di Khaled (che Allah si compiaccia di lui). Eppure tutta la forza militare dei musulmani in Siria era sotto il comando di Khaled. Per l’esercito musulmano era un momento estremamente difficile. Si trovava di fronte alle truppe romane. Non era in corso una battaglia aperta, ma nessuna delle due parti riusciva a sottomettere l’altra. La situazione esistente prima dell’arrivo di Khaled dall’Iraq rimase invariata anche dopo il suo arrivo. Entrambe le parti attendevano l’occasione opportuna per attaccare. Il califfo avrebbe dovuto comprendere che la destituzione di Khaled avrebbe fatto diminuire l’entusiasmo e il morale dei musulmani, rendendo la situazione ancora più pericolosa. In realtà, il califfo avrebbe dovuto aspettare che Khaled facesse superare ai musulmani quel momento pericoloso; dopo avrebbe potuto emanare qualunque ordine desiderasse».
«Nel corso delle alterne vicende della guerra, queste questioni sono estremamente importanti ed è assolutamente necessario prestarvi attenzione. Abu Ubayda (che Allah si compiaccia di lui), ignorando il malcontento e il dissenso del califfo, ha prestato piena attenzione a tali questioni. Omar, invece, ha considerato la faccenda da un altro punto di vista. Se avesse rinviato la destituzione di Khaled fino alla fine della guerra, la sua politica sarebbe stata compromessa e la questione si sarebbe complicata. Era certo che in guerra i musulmani avrebbero riportato o la vittoria o la sconfitta. Se fossero stati sconfitti, non sarebbe servito a nulla destituire Khaled. Ma se i musulmani avessero vinto sotto la guida di Khaled, Omar non avrebbe potuto destituirlo, privandolo della gloria della vittoria e del successo. Sarebbe stato un atto estremamente sbagliato.»
«Nel complesso, Omar (che Allah si compiaccia di lui) aveva preso la decisione irrevocabile di non mantenere Khaled al comando dell’esercito né in Siria né altrove. Per questo si affrettò a emanare l’ordine di destituzione. La sua giustificazione era che Khaled (che Allah si compiaccia di lui) non aveva seguito correttamente le istruzioni di Abu Bakr (che Allah si compiaccia di lui). Tuttavia, poiché i musulmani avevano riportato la vittoria, nessuno poteva sollevare obiezioni contro Omar. Egli fece ciò che riteneva giusto. Anche Khaled si trovava in una situazione tale che non si poteva accusare di ingiustizia colui che lo aveva destituito».
Questa è la linea di pensiero di Haykal «Pascià», uomo del ventesimo secolo, che egli cerca di imporre a Omar al-Faruq del primo secolo dell’Egira. In precedenza aveva fatto lo stesso anche riguardo ad Abu Bakr. Solo una persona il cui spirito non è riuscito neppure a sfiorare quello di Abu Bakr (che Allah si compiaccia di lui) e di Omar, e che, pur avendo respirato per qualche tempo nell’ambiente islamico, non è riuscita neppure per un istante a liberarsi dalla sporcizia e dalla bassezza del ventesimo secolo, può pronunciare affermazioni tanto audaci. È del tutto evidente che l’autore non è riuscito a liberarsi dai tratti peggiori della civiltà moderna e dall’opportunismo che ignora la coscienza, la veridicità e la religione—ogni cosa. Inoltre, la filosofia della menzogna e dell’inganno propria di quest’epoca ha ottenebrato il suo pensiero e il suo sguardo.
La domanda è: che cosa ha pensato il signor Haykal di Omar al-Faruq (che Allah si compiaccia di lui)? Se la situazione fosse stata diversa e non si fosse presentata una simile opportunità, Omar (che Allah si compiaccia di lui) avrebbe forse lasciato libero Khaled (che Allah si compiaccia di lui)? Eppure, secondo la stessa descrizione di Haykal Pascià, la coscienza di Omar era pienamente certa che, nella vicenda di Malik ibn Nuwayra e nei confronti di Allah e della Sua religione, l’operato di Khaled era completamente errato e ingiusto.
Quell’Omar (che Allah si compiaccia di lui) che avrebbe potuto spostare le montagne, ma non avrebbe mai deviato dai princìpi; quell’Omar la cui fede avrebbe potuto volgere la direzione della velocità di una tempesta, ma che egli stesso non si sarebbe mai lasciato turbare: come avrebbe potuto costui arrendersi alle circostanze?
Azioni di questo genere erano compiute dai sovrani omayyadi e abbasidi. La gente definiva tali azioni «diplomazia» e «astuzia». Omar (che Allah si compiaccia di lui) e Abu Bakr (che Allah si compiaccia di lui), invece, erano molto al di sopra di tutto ciò. Se oggi qualcuno ha cominciato a pensarla in questo modo anche riguardo a loro, ciò è l’effetto della meschina mentalità e dei bassi valori morali dell’epoca contemporanea.
Ho dedicato una certa attenzione e una descrizione alquanto dettagliata alla presentazione di questa corrente di pensiero e alla dimostrazione dei suoi errori. Perché, senza di ciò, non è possibile salvare le menti e gli animi colpiti dalle distruttive confusioni dell’epoca moderna. Alcuni vogliono spiegare, alla luce dell’attuale modo di pensare materialista, il modo di pensare diffuso nell’epoca del massimo splendore della forza vitale dell’Islam. Eppure, il modo di pensare odierno è molto lontano dalla coscienza spirituale e dal risveglio allora diffusi. Desidero confutare questa fuorviante interpretazione. Perché essa potrebbe danneggiare gravemente la coscienza umana e le forze insite in essa.
Naturalmente, non desidero presentare le persone del primo secolo avvolte in una veste artificiosa, né mostrarle come libere da ogni debolezza umana. Desidero soltanto che l’umanità impari nuovamente a fare affidamento sulla propria coscienza. A tal fine, voglio presentare il vero volto della vita dei musulmani. In questo modo, quelle coscienze che possiedono la capacità di avanzare verso il suddetto livello superiore potranno comprendere tale testimonianza.
Ora presenterò nuovamente esempi della consapevolezza morale dimostrata dai musulmani del primo secolo nei diversi ambiti della vita.
Un giorno si vide l’Amir al-Mu’minin Umar ibn al-Khattab (che Allah si compiaccia di lui) portare sulle spalle un otre d’acqua. Suo figlio gli chiese indignato: «Perché fate una cosa simile?». Egli rispose: «Il mio animo si era lasciato prendere dall’orgoglio e dalla vanagloria; perciò ho deciso di umiliarlo». Osservate l’intensità della sua coscienza! Per un istante, in un angolo della mente di quest’uomo aveva levato il capo il minimo accenno di vanità riguardo al califfato, alla conquista dei regni e all’onore e al prestigio dei tempi futuri. Egli non lo tollerò e cominciò immediatamente, davanti a tutti, a reprimere i propri impulsi. Non si soffermò neppure per un istante a pensare che era il comandante supremo di un immenso impero, che comprendeva, oltre alla penisola arabica, anche Roma e la maggior parte dei territori dell’Impero persiano.
Un altro giorno si vide Ali ibn Talib tremare violentemente per il freddo intenso. Non indossava abiti adeguati a proteggerlo dal freddo. Il Bayt al-Mal era nelle sue mani. Ma la sua consapevolezza morale non gli permetteva di toccare nemmeno una moneta.
Abu Ubayda (che Allah si compiaccia di lui) aveva posto il campo con il suo esercito ad Amwas. Ad Amwas scoppiò una terribile epidemia. Umar (che Allah si compiaccia di lui) temette che potesse accadere qualcosa di male all’Amin al-Umma (Abu Ubayda). Gli scrisse quindi una lettera, invitandolo a raggiungerlo per proteggerlo dall’epidemia. Nella lettera scrisse:
«Dopo i saluti, è necessario che ci incontriamo e parliamo di persona riguardo a una questione urgente. Ti ordino con la massima fermezza: dopo aver letto questa lettera, parti e vieni da me prima ancora di averla riposta». Non appena lesse la lettera, Abu Ubayda (che Allah si compiaccia di lui) intuì il vero intento. Capì che il califfo aveva cercato un modo per salvarlo dall’epidemia. Esclamò immediatamente: «Allah perdoni l’Amir al-Mu’minin». Poi scrisse a Umar la seguente risposta:
«Ho compreso per quale motivo avete bisogno di me: in questo momento l’intero esercito musulmano è con me. Non desidero separarmi dai giovani musulmani. Finché Allah non avrà portato a compimento il destino stabilito per me e per loro, non posso lasciarli. Amir al-Mu’minin, per tutte queste ragioni vi chiedo di non costringermi a obbedire a quest’ordine. Lasciatemi rimanere con i miei giovani».
Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui), dopo aver letto la lettera, cominciò a piangere. I presenti chiesero: «Abu Ubayda è forse morto?». Egli rispose con voce soffocata dall’emozione: «No».
In realtà, furono proprio questi due fattori — la fede incrollabile nel destino e il riconoscimento a ogni soldato sulla via di Allah della stessa dignità che attribuiva a se stesso — a costringere Abu Ubayda (che Allah sia soddisfatto di lui) a rimanere saldo di fronte alla morte.
Abu Ruwayha al-Khashʿami, fratello nell’Islam di Hazrat Bilal ibn Rabah, il muezzin dell’Inviato di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), insistette presso Bilal affinché lo presentasse ad alcuni yemeniti in vista del suo matrimonio. Hazrat Bilal disse a quegli uomini: «Io sono Bilal ibn Rabah, e questo è mio fratello Abu Ruwayha. La sua religione e il suo carattere sono entrambi cattivi. Se volete imparentarvi con lui, fatelo; altrimenti, non fatelo».
Parlò con assoluta chiarezza. Non li ingannò nascondendo i difetti del proprio fratello.
La consapevolezza di essere il mediatore di una proposta matrimoniale non lo fece dimenticare che avrebbe dovuto rispondere delle proprie azioni dinanzi ad Allah. Gli yemeniti, colpiti dalla sua sincerità, accettarono di concludere il matrimonio. Per loro era motivo di sufficiente onore che un uomo così sincero avesse portato una proposta per la loro figlia.
È degno di nota il carattere dell’Imam Abu Hanifa: mandò alcuni tessuti al suo socio in affari Hafs ibn Abd al-Rahman perché li vendesse. Gli disse che il compratore doveva essere informato del fatto che uno dei tessuti presentava un difetto. Hafs vendette quel tessuto, ma dimenticò di menzionare il difetto. Incassò il prezzo intero in cambio del tessuto difettoso. Il valore di quella partita ammontava a trenta o trentacinquemila dirham. Abu Hanifa (che Allah abbia misericordia di lui) chiese al suo socio di rintracciare il compratore, ma, nonostante molti tentativi, non fu possibile trovarlo. In seguito si separò dal suo socio e donò per la causa di Allah l’intero valore della partita. Non volle mescolarlo neppure ai propri beni puri.[Tratto dall’opera di Abd al-Halim al-Jundi, «Abu Hanifa, campione della libertà e della tolleranza nell’Islam».]
Si narra che il celebre Imam Yunus ibn Ubayd tenesse in vendita tessuti di diverso prezzo. Un tipo di tessuto costava quattrocento dirham al paio, mentre un altro tipo costava duecento dirham al paio. Lasciò suo nipote nel negozio e andò a pregare. In quel momento arrivò un uomo e chiese un paio del valore di quattrocento dirham. Il ragazzo gli mostrò un paio del valore di duecento dirham. All’uomo piacque e lo acquistò soddisfatto. Mentre tornava a casa con il tessuto, incontrò per strada Yunus. Riconoscendo il tessuto, Yunus gli chiese a quale prezzo lo avesse acquistato. L’uomo rispose: «Quattrocento dirham». Yunus disse: «Ma questo è un tessuto del valore di duecento dirham. Torna a restituirlo». Egli rispose: «Nel nostro paese questo tessuto si trova a cinquecento dirham. Perciò l’ho acquistato volentieri». Yunus disse: «Devi assolutamente restituirlo. Nulla può essere migliore del desiderare il bene dei musulmani». Detto questo, lo condusse al negozio e gli restituì duecento dirham. Poi rimproverò suo nipote dicendo: «Non ti sei vergognato? Nel tuo cuore non è sorto il timore di Dio? Realizzi un profitto del cento per cento senza preoccuparti del bene dei musulmani?». Il ragazzo giurò che il compratore aveva acquistato il tessuto di sua spontanea volontà. Allora egli disse: «Hai dimenticato che ciò che desideri per te stesso devi desiderarlo anche per gli altri?»
Si narra da Muhammad ibn al-Munkadir che, durante la sua assenza, il suo servo vendette a una persona per dieci dirham un tessuto del valore di cinque dirham. Quando lo seppe, trascorse l’intera giornata a cercare quel compratore. Alla fine lo trovò e gli disse: «Il servo, per errore, ti ha venduto a dieci dirham un tessuto del valore di cinque». L’uomo, meravigliato, rispose: «Ma io li ho pagati volentieri». Egli replicò: «Puoi essere contento quanto vuoi; io desidero per te ciò che desidero per me stesso». Così dicendo, gli restituì cinque dirham. (Ar-Risalat al-Khalida, di Abd al-Rahman Azzam)
La chiave più potente per svelare il mistero di questi tre episodi è la frase di Yunus ibn Ubayd: «Non ti sei vergognato?». Senza dubbio, vergognarsi davanti alla propria coscienza e temere Allah sono le uniche forze attive dietro tutti questi episodi. Quando la coscienza, la natura e la mente dell’essere umano accolgono la forza vitale dell’Islam, e tale forza vitale si fonde con il suo midollo, allora l’Islam crea in lui, con tutta la sua potenza, un carattere di questo genere.
Oltre a questi pochi esempi, ve ne sono molti altri. Tuttavia, per guidarci verso il sommo obiettivo che l’Islam pone davanti a sé per la purificazione della coscienza umana, questi pochi esempi sono sufficienti. L’Islam vuole elevare la coscienza dell’essere umano al di sopra di ogni attrazione esercitata dai bisogni materiali, dai legami e dalle relazioni, dalla vita, dai beni e dalle cariche. Vuole spronare l’essere umano a compiere adeguatamente tutte le responsabilità della vita, mantenendosi sempre vigile, coscienzioso e dotato di una sensibilità profonda.
Esempi di uguaglianza
L’Islam venne con il messaggio della piena uguaglianza per il genere umano. Venne per liberare l’umanità dalle catene di tutti quei valori che avevano creato ostacoli sul cammino dell’uguaglianza. Ora vogliamo vedere come questa dottrina sia stata tradotta nella vita concreta.
A quel tempo, in tutto il mondo, la classe degli schiavi esisteva come una classe distinta e separata dall’umanità libera. La stessa situazione esisteva nella Penisola Arabica. Quando consideriamo le azioni del Profeta Muhammad, vediamo che diede in sposa Zaynab, sua cugina, figlia del clan hascemita della tribù dei Quraysh, al suo schiavo liberato Zayd. Il matrimonio è una questione estremamente delicata: in esso l’uguaglianza delle due parti diventa più importante di ogni altra considerazione.
Nessun altro individuo oltre al Grande Profeta, e nessun’altra forza oltre all’Islam, avrebbe potuto compiere un’impresa tanto grande e straordinaria; anzi, ancora oggi essa non è possibile in alcun luogo al di fuori del mondo musulmano. Negli Stati Uniti d’America la schiavitù è certamente illegale, ma a un nero è vietato per legge sposare una donna bianca, per quanto questa possa essere spregevole. Non solo: ancora oggi a un nero è vietato sedere accanto a un bianco su un autobus o su un altro mezzo di trasporto, in un ristorante, in un teatro o in qualsiasi altro luogo.
Nei primi tempi dell’Egira, quando il Messaggero di Allah stabilì un vincolo di fratellanza tra gli Ansar e i Muhajirun, il suo schiavo liberato Zayd fu unito da tale vincolo di fratellanza a suo zio Hamza; Hazrat Abu Bakr e Kharija ibn Zayd furono uniti come fratelli. Tra Khalid ibn Ruwayha al-Khashyani e Bilal ibn Abi Rabah fu stabilita la fratellanza. Questa fratellanza non rimase limitata alle parole, ma assunse la forma di un rapporto saldo e consolidato come un legame di sangue. Tra loro si instaurò una parentela in ogni questione riguardante la vita e i beni.
In seguito, il Messaggero di Allah inviò Zayd come comandante nella battaglia di Mu’ta. Poi nominò suo figlio Usama comandante, nella guerra contro Roma, di un esercito composto in maggioranza da Muhajirun e Ansar. In questo esercito vi erano anche Hazrat Abu Bakr e Omar, che erano tra i compagni più vicini e i ministri del Messaggero di Allah e che in seguito furono eletti califfi con pieno consenso. Nell’esercito guidato da Usama si trovava anche Sa‘d ibn Abi Waqqas, stretto parente del Messaggero di Allah. Apparteneva al clan dei Banu Zuhra, il gruppo della famiglia materna del Messaggero di Allah. Inoltre, era uno degli uomini dei Quraysh che avevano abbracciato l’Islam nei primi tempi della profezia. Allah gli concesse la grazia di abbracciare l’Islam a soli diciassette anni. Era un uomo molto ricco e di grande prestigio. Era anche un comandante militare assai esperto e, allo stesso tempo, animato da spirito di jihad.
Dopo la morte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), quando Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) decise di inviare nuovamente in guerra l’esercito di Usama, mantenne anche il comandante nominato dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Quando uscì da Medina per congedare il comandante, Usama procedeva cavalcando, mentre il califfo dei musulmani camminava a piedi. Usama si sentì profondamente a disagio. Non riusciva ad accettare che lui cavalcasse mentre l’anziano califfo camminava a piedi. Perciò Usama disse: «Califfo del Messaggero! Salite anche voi sulla cavalcatura, altrimenti scenderò». Il califfo giurò: «Per Dio! Non scendere. Per Dio! Non scendere. Per Dio! Io non salirò sulla cavalcatura. Se camminerò per un po’ sulla via di Allah, non ne avrò alcun danno». Poi Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) ricordò improvvisamente che Umar avrebbe potuto essergli necessario. La difficoltà era che Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) era un soldato dell’esercito di Usama. Poiché il comandante di quell’esercito era Usama, per trattenere Umar era necessaria l’autorizzazione di Usama. Il califfo disse: «Se lo ritenete opportuno, vi prego di lasciare Umar per aiutarmi».
A questo punto, il corso della storia si arresta per lo stupore. «Se lo ritenete opportuno, vi prego di lasciare Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) per aiutarmi». Non abbiamo parole adeguate per spiegare con quale elevatissima dignità il califfo potesse rivolgersi in questo modo al suo semplice comandante.
La storia avanza ancora. Vediamo che Umar ibn al-Khattab (che Allah sia soddisfatto di lui) nomina governatore di Kufa Ammar ibn Yasir (che Allah sia soddisfatto di lui), il quale proveniva anch’egli dalla classe degli schiavi. La nostra immaginazione si amplia ulteriormente quando vediamo che Hazrat Umar, mentre Amr ibn Hisham, suo figlio Suhayl, Abu Sufyan ibn Harb e gli altri capi dei Quraysh erano in piedi, fa chiamare per primi i due ex schiavi Suhayb (che Allah sia soddisfatto di lui) e Bilal (che Allah sia soddisfatto di lui). Infatti, essi erano Compagni del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e soldati della battaglia di Badr. Di fronte a questa precedenza, Abu Sufyan pronunciò con voce sommessa e adirata una frase dell’epoca dell’ignoranza: «Non ho mai visto una cosa simile. Noi siamo stati lasciati in piedi alla porta, mentre quegli schiavi sono stati fatti entrare».
Un giorno Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) stava passando in un luogo della Mecca. Vide che i servi non si erano seduti a mangiare con i loro padroni, ma stavano in disparte. Adirato, disse ai padroni: «Che cosa significa? Perché si tratta così in modo discriminatorio i propri servi?». Poi chiamò quei servi e li fece sedere con la forza al banchetto insieme ai loro padroni.
Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) nominò Nafi ibn al-Harith governatore della Mecca. Quando il califfo lo incontrò a Usfan, gli chiese: «Quali notizie porti? Chi hai lasciato come tuo successore?». Nafi rispose: «Ho lasciato Ibn Abza come mio successore. È uno dei nostri schiavi liberati». Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Come? Hai lasciato uno schiavo liberato come tuo successore a capo degli abitanti della Mecca?». Gli fu risposto: «È esperto del Corano, erudito nella Sharia e giusto nei giudizi». Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «È proprio così! Il nostro Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto che Allah, per mezzo di questo Libro, eleverà molti e abbasserà molti».
————Testo arabo——-
È superfluo dire che Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) non pose quella domanda per obiettare, bensì per conoscere l’identità di Ibn Abza. Altrimenti, quando lasciò le sue disposizioni al consiglio di sei membri incaricato di scegliere il califfo successivo, non avrebbe detto: «Se Salim, lo schiavo di Hudhayfa, fosse stato vivo, lo avrei nominato califfo». Da ciò si comprende che lo riteneva migliore di ciascuno dei sei membri del consiglio. Questi erano Uthman, Ali, Talha, Zubayr, Abd al-Rahman ibn Awf, Sa’d ibn Abi Waqqas e Abdullah ibn Umar (che Allah sia soddisfatto di lui).
Una volta, uno schiavo liberato espresse a un uomo appartenente ai Quraysh il desiderio di sposare sua sorella e si offrì di darle una considerevole somma di denaro. Ma egli respinse la proposta. Quando Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) lo seppe, gli chiese: «Per quale motivo non hai voluto dare tua sorella in sposa a quest’uomo? È una persona eccellente e voleva anche dare a tua sorella molti beni e denaro». L’uomo disse: «Noi apparteniamo a una famiglia di alta nobiltà. Egli però non è dello stesso rango di mia sorella». Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Quest’uomo è nobile sia in questo mondo sia nell’Aldilà: è nobile in questo mondo perché è molto ricco, ed è nobile nell’Aldilà perché teme Dio e compie opere giuste. Se la ragazza è d’accordo, datela in sposa a quest’uomo». L’uomo chiese il parere di sua sorella e scoprì che era consenziente. Quindi la diede in sposa a quell’uomo.
Gli schiavi avevano piena libertà di elevarsi, nel campo che desideravano, a gradi sempre più alti. Perciò Ikrima, schiavo di ʿAbd Allah ibn ʿUmar, Nafiʿ, schiavo di ʿAbd Allah ibn ʿAbbas, Ibn Sirin, schiavo di Anas ibn Malik, e Ibn Hurmuz, schiavo di Abu Hurayra, divennero figure inseparabili e indimenticabili della storia. Hasan al-Basri a Basra, e Mujahid ibn Jubayr, ʿAta ibn Abi Rabah e Tawus ibn Kaysan alla Mecca, furono celebri faqih, e tutti provenivano da famiglie di schiavi. Analogamente, Yazid ibn Abi Dhib, il mufti d’Egitto ai tempi del venerabile ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAziz, era stato schiavo di un uomo chiamato Dinkalar al-Aswad. (Abu Hanifa: ʿAbd al-Halim Jundi).
Anche nei confronti dei lavoratori la politica dei musulmani era analoga. Coloro che si guadagnavano da vivere con il lavoro delle proprie mani godevano di grande considerazione nella vita sociale dei musulmani. La dignità del lavoro in sé era elevatissima. Pertanto ogni lavoratore, qualunque fosse la professione alla quale era dedito, riceveva lo stesso rispetto. La professione di un lavoratore non poteva impedirgli di acquisire conoscenza; non gli era d’ostacolo neppure sulla via per diventare un grande erudito e maestro.
L’Imam Abu Hanifa era commerciante di tessuti, e molti celebri sapienti venuti dopo di lui furono commercianti o artigiani. L’Imam Ahmad ibn ʿAmr era calzolaio. Suo padre era compagno dell’Imam Abu Hanifa e discepolo di Muhammad e Hasan. Egli si guadagnava da vivere fabbricando scarpe e, al contempo, compose per il califfo al-Muhtadi bi-Allah il «Kitab al-Kharaj», ossia «La politica fiscale dell’Islam». In quel periodo compose anche le proprie opere preziose sulla giurisprudenza islamica. Sulle mani di al-Kaffal si vedevano i segni della fabbricazione di serrature; Ibn Qatandubaga faceva il sarto; il celebre Imam al-Jassas era fabbricante di recipienti di vetro. Allo stesso modo, vengono davanti a noi, a testimoniare nelle pagine della storia, venditori di recipienti di ottone (Saffar), venditori di profumi (Saydalani), figli di venditori di halwa (Halwari), venditori di farina (Daqaq), venditori di sapone (Sajuni), calzolai (Naʿali), venditori di verdure (Baqqali), venditori di pentole (Quduri) e altri ancora.
Già all’alba della civiltà islamica, cioè nel primo secolo, i musulmani realizzarono ciò che il mondo occidentale non riuscì a realizzare neppure dopo secoli di sforzi: nessuna professione è intrinsecamente umile o nobile; sono gli esseri umani, in realtà, a possedere qualità superiori oppure a esserne privi. (Abu Hanifa: Jundi)
Libertà individuale e libertà di parola
Non sarà possibile fornire una descrizione completa dell’elevata dignità dell’uguaglianza umana finché non saremo adeguatamente informati sulla politica della società islamica nei confronti delle persone di alto rango. L’autentica uguaglianza potrà essere instaurata soltanto quando i grandi staranno in fila accanto ai piccoli e l’unico fondamento della superiorità e della nobiltà sarà il carattere, non la nobiltà di nascita, la posizione sociale o la ricchezza. Il solo onore e rispetto accordato ai piccoli non può instaurare una vera uguaglianza.
L’Imam Abu Yusuf ha scritto nel suo «Kitab al-Kharaj»: «Una volta il venerabile ʿUmar ordinò ai suoi funzionari di incontrarlo durante il pellegrinaggio. Quando essi si presentarono al momento stabilito, il venerabile ʿUmar pronunciò un discorso rivolto a loro e alla folla riunita:
«Fratelli! Ho nominato questi funzionari soltanto per sorvegliarvi e servirvi con onestà. Non li ho incaricati di attentare alla vostra vita, ai vostri beni o al vostro onore. Pertanto, se qualcuno di voi ha una lamentela contro un funzionario, deve alzarsi e manifestarla». Quel giorno soltanto un uomo si alzò e disse: «Comandante dei credenti! Un certo funzionario da voi nominato mi ha frustato ingiustamente cento volte».
Hazrat ʿUmar (che Allah sia compiaciuto di lui) chiese: «Anche tu vuoi colpirlo? Avanti, prenditi la tua rivalsa». Allora ʿAmr ibn al-ʿĀṣ si alzò e disse: «Comandante dei credenti! Se cominciate a trattare così i funzionari, per loro sarà una faccenda estremamente difficile. Diventerà una consuetudine consolidata e anche coloro che verranno dopo di voi agiranno di conseguenza».
Hazrat ʿUmar (che Allah sia compiaciuto di lui) disse: «E per questo dovrei forse impedire a quest’uomo di ottenere giustizia per rappresaglia? Eppure io stesso ho visto il Messaggero di Allah accettare una rappresaglia nei miei confronti. (Rivolgendosi all’uomo) Avanti, prenditi la tua rivalsa». ʿAmr ibn al-ʿĀṣ disse: «Dateci l’opportunità di soddisfare quest’uomo».
Hazrat ʿUmar (che Allah sia compiaciuto di lui) diede il permesso. Allora soddisfecero quell’uomo dandogli duecento dinari. Dovettero dargli due dinari per ogni frustata. È vero che ʿAmr ibn al-ʿĀṣ rimosse il pericolo che incombeva sull’altro funzionario, ma quando suo figlio fu accusato di aver picchiato un giovane egiziano, ʿUmar (che Allah sia compiaciuto di lui) fece ottenere giustizia per rappresaglia al giovane e non permise ad ʿAmr di sollevare alcuna obiezione. Mentre faceva applicare la rappresaglia, Hazrat ʿUmar (che Allah sia compiaciuto di lui) disse: «Colpisci il figlio di questo nobile». Anche ʿAmr ibn al-ʿĀṣ era ormai inevitabilmente destinato a subire la punizione. Ma l’egiziano lo perdonò e rinunciò a colpirlo.
Un altro giorno, Hazrat ʿUmar (che Allah sia compiaciuto di lui) era seduto e distribuiva del denaro tra i musulmani. La folla riunita divenne molto fitta. Saʿd ibn Abī Waqqāṣ avanzò e, spingendo gli altri, riuscì a raggiungere Hazrat ʿUmar. Questo Compagno era figlio di una famiglia nobile e illustre. Hazrat ʿUmar gli assestò una sferzata dicendo: «Tu non riconosci la maestà del governo di Allah sulla terra, ma ho ritenuto necessario mostrarti che, dal punto di vista del governo di Allah, la tua influenza e il tuo prestigio non valgono neppure un centesimo».
Qualcuno potrebbe dire: egli era pur sempre un califfo. Chi può essere paragonato a lui? Per questo ora vedremo fino a che punto i sudditi dei califfi e dei re dimostrarono libertà di spirito e coraggio nell’esprimere le proprie opinioni e nel criticarli. La vera fonte di questa libertà di spirito e di questo coraggio nell’esprimere le proprie opinioni è la libertà di coscienza e di saggezza concessa dall’Islam, insieme alla piena uguaglianza attuata nelle parole e nelle azioni.
Nel pronunciare un discorso in qualità di califfo, Hazrat ʿUmar (che Allah sia compiaciuto di lui) disse: «Se vedete in me qualche stortura, raddrizzatemi». Uno dei musulmani riuniti esclamò: «Se vedremo in te qualche stortura, ti raddrizzeremo con una spada affilata». Udendo ciò, ʿUmar (che Allah sia compiaciuto di lui) disse: «Mille grazie ad Allah, che durante il califfato di ʿUmar ha fatto nascere anche una persona capace di raddrizzarlo con una spada affilata». Una volta, i musulmani ottennero come bottino alcune coperte yemenite. Come tutti gli altri musulmani, anche Hazrat ʿUmar ricevette una coperta e ne diede una anche a suo figlio ʿAbdullah. Poiché al califfo serviva una veste, ʿAbdullah gli cedette la propria parte, affinché le due coperte potessero essere unite per confezionare una veste. Indossando quella veste, Hazrat ʿUmar (che Allah sia compiaciuto di lui) si alzò per tenere un discorso e disse: «Ascoltatemi e obbeditemi». Immediatamente Salmān si alzò e disse: «Non ascolteremo né obbediremo più alle tue parole». ʿUmar (che Allah sia compiaciuto di lui) domandò: «Perché?». Salmān disse: «Prima rispondi: come hai fatto a confezionare questa veste? Di certo anche tu hai ricevuto una sola coperta, e sei un uomo molto alto». Egli disse: «Non emettere giudizi affrettati». Poi chiamò ʿAbdullah ibn ʿUmar e disse: «Ti scongiuro per Allah: dimmi, la coperta con cui ho confezionato la veste è la tua?». Egli rispose: «Sì». Allora Salmān disse: «Ora dicci tu quale disposizione dobbiamo seguire. Ascolteremo e obbediremo».
Qualcuno potrebbe dire: questa è pur sempre una questione riguardante ʿUmar (che Allah sia compiaciuto di lui). Chi può essere paragonato a lui?
Prendete l’esempio di Abū Jaʿfar al-Manṣūr. Lo Stato da lui fondato non aveva come base giuridica la Sharīʿa, bensì, secondo la nostra terminologia, i costumi sociali, gli usi e le consuetudini. Sufyān al-Thawrī si recò da lui e disse: «Comandante dei credenti! Tu spendi i beni di Allah e dei musulmani senza il loro desiderio e il loro consenso. Dimmi, quale risposta hai da dare a questo?». Una volta Hazrat ʿUmar (che Allah sia compiaciuto di lui) aveva compiuto il pellegrinaggio con spese pubbliche; per lui e per i suoi compagni erano stati spesi complessivamente sedici dinari. Ciononostante, ʿUmar (che Allah sia compiaciuto di lui) aveva detto: «Mi sembra che abbiamo imposto un enorme peso al Bayt al-Māl». Tu certamente sai quale ḥadīth ci aveva trasmesso Manṣūr ibn ʿAmmār, poiché anche tu eri presente in quella riunione e fosti il primo a mettere per iscritto quel ḥadīth. Narrato da Ibn Masʿūd, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «Per chiunque disponga a proprio piacimento dei beni di Allah e del Suo Messaggero, il fuoco dell’Inferno è inevitabile». A ciò lo scriba di nome Abū ʿUbayda, consumato adulatore del re, esclamò: «Come! Questo modo di parlare al Comandante dei credenti!». Sufyān lo rimproverò duramente e disse: «Taci, disgraziato! Hāmān e Faraone si distrussero a vicenda proprio adulandosi in questo modo». Detto ciò, uscì dalla corte.
Per quanto possa essere forte la tirannia dei governanti dispotici, essi non potevano interferire con una persona il cui cuore era illuminato e che, elevandosi al di sopra delle necessità materiali, si era completamente sottomessa ai comandamenti di Allah.
Anche Wasik era un governante dispotico. Una volta, un filosofo musulmano si recò da lui. Gli rivolse il saluto, ma Wasik gli rispose: «La sallamallahu alayka» (cioè: «Che Allah non faccia scendere la pace su di te»). Non appena udì queste parole, egli rimproverò aspramente Wasik, dicendo: «I tuoi maestri ti hanno insegnato a comportarti in modo estremamente maleducato». Allah l’Altissimo ha detto:
«Quando vi viene rivolto un saluto, ricambiatelo con uno migliore oppure con uno equivalente». E tu, invece di ricambiarmi con un saluto migliore, non mi hai rivolto neppure una risposta equivalente. (Abu Hanifa-Jundi).
Il giudice Abu Yusuf è seduto in udienza. Un uomo si presenta davanti a lui con una causa. Ha una disputa con il sovrano abbaside Hadi riguardo a un giardino. Abu Yusuf ritiene che il giardino spetti a quell’uomo. La difficoltà, però, è che il sovrano ha dei testimoni. Egli dichiara: «Il ricorrente sostiene che il sovrano deve giurare che i suoi testimoni sono veritieri». Hadi considera il giuramento un’umiliazione per sé, lo rifiuta e restituisce il giardino al suo proprietario. In un’altra causa, Abu Yusuf obbliga Harun al-Rashid a rendere una dichiarazione sotto giuramento. Quando Fadl ibn al-Rabi si presenta come testimone a favore di Harun al-Rashid, egli respinge la sua testimonianza. Il califfo, irritato, domanda: «Perché la testimonianza di Fadl è stata respinta?». Abu Yusuf risponde: «L’ho sentito dire: “Sono un tuo schiavo”. Se le sue parole sono vere, allora la testimonianza di uno schiavo non è accettabile; e se è un bugiardo, la testimonianza di un bugiardo non può essere accolta». (Abu Hanifa-Jundi)
La fiaccola della libertà individuale che l’Islam aveva acceso nella coscienza degli uomini rimase inestinguibile anche nell’epoca più oscura della storia. In ogni epoca storica si incontrano numerosi esempi di questa libertà gloriosa della coscienza.
In Egitto, Ahmad ibn Tulun nutriva un profondo rispetto per il qadi hanafita Bakkar ibn Qutayba. Quando Ahmad gli chiese di maledire il principe abbaside al-Muwaffaq, egli rimase per un momento in silenzio, poi disse:
—-TESTO ARABO—-
«Attenzione! La maledizione ricada sugli oppressori». A questo punto, qualcuno disse ad Ahmad ibn Tulun che Bakkar aveva maledetto proprio lui, Ahmad. Di conseguenza, Ibn Tulun chiese la restituzione di tutti i doni che gli aveva fatto. Li ricevette nello stesso stato sigillato in cui li aveva consegnati. In seguito, Ibn Tulun fece rinchiudere Bakkar in una casa presa in affitto. Molte persone si recavano da Ibn Tulun per ottenere il permesso di incontrarlo. Bakkar conversava con loro attraverso la finestra. Poi Ibn Tulun fu colpito da una malattia così grave che non rimase alcuna speranza per la sua vita. Allora ordinò la liberazione di Bakkar. Al messaggero venuto a portare la notizia della liberazione disse: «Di’ a Ibn Tulun: sono diventato molto vecchio e lui è malato. Presto ci incontreremo. Tra noi vi è soltanto Allah». Quando Ibn Tulun morì, Bakkar diceva: «Ahimè! Il poveretto è morto!». (Abu Hanifa-Jundi)
Con l’espressione «Il poveretto è morto!» si è resa concreta la sua sensazione: Ibn Tulun era davvero al potere, ma era inferiore e impotente rispetto a lui.
Durante il dominio ayyubide, Ismail, re d’Egitto, collaborò con gli inglesi nella guerra crociata. Avendo ricevuto da loro la promessa che lo avrebbero aiutato contro il sultano Najm al-Din Ayyub, cedette agli inglesi alcune zone, tra cui Sidone. Ma quando Izz al-Din ibn Abd al-Salam protestò con fermezza, il re, adirato, lo fece arrestare. Poi gli mandò un emissario per intimidirlo e tentarlo con promesse. L’emissario gli disse: «Se non interferirete nelle azioni del re, sarete reintegrato nella vostra precedente carica e riceverete anche ulteriori promozioni». Izz al-Din rispose: «Per Dio! Anche se il re venisse a baciarmi la mano, non lo tollererei. In realtà, voi appartenete a un mondo e io a un altro» (Abu Hanifa – Abd al-Halim Jundi).
Durante il regno di Zahir Baybars, lo shaykh Muhyi al-Din al-Nawawi risiedeva a Damasco. Spesso impartiva buoni consigli a Zahir, talvolta per lettera e talvolta oralmente. L’allama Jalal al-Din al-Suyuti ha citato, nella sua celebre opera «Hunsul Mahadara», molte delle sue lettere scritte al re. Nella maggior parte di esse, menzionando le difficoltà economiche del popolo, chiedeva l’abolizione delle imposte. In una lettera scrisse: «Quest’anno non sono cadute piogge sufficienti. A causa dell’aumento dei prezzi, della grave penuria di alimenti, della moria del bestiame e di altri fattori, gli abitanti della Siria sono caduti in una condizione deplorevole. In una situazione simile, dovreste mostrare la vostra benevolenza verso la popolazione povera. Ve lo dico per il bene vostro e del popolo, poiché desiderare il bene è il principio fondamentale dell’Islam».
Il re non solo respinse questo consiglio, ma espresse anche profondo malcontento per la mancata collaborazione degli ulema e disse: «Dov’erano questi signori quando i Tatari attaccavano il paese e lo saccheggiavano?». Lo shaykh Muhyi al-Din gli diede una risposta severa a quella provocazione. Ribadendo la propria opinione e il consiglio già esposto, disse: «La questione degli invasori non musulmani e quella dei governanti musulmani del paese non possono essere considerate uguali. Quando quei ribelli miscredenti non nutrivano neppure un briciolo di fede nella nostra religione, quale consiglio avremmo potuto dare loro e quale vantaggio ne sarebbe derivato? Voglio dichiarare chiaramente che nessuno potrà impedirmi di dire la verità e di dare buoni consigli. Sono fermamente convinto che questo sia un dovere indispensabile per me e per gli altri come me. E qualunque pericolo si debba affrontare nell’adempimento del dovere, esso sarà presso Allah causa di grande bene e contribuirà ad accrescere la dignità. Mi sottometto completamente ad Allah. Allah è pienamente consapevole della condizione dei Suoi servi. Il Messaggero di Allah ci ha esortato a continuare in ogni circostanza a dire la verità e a non curarci, a questo proposito, delle critiche di alcun biasimatore. Noi amiamo sempre il re e desideriamo il suo bene in questo mondo e nell’Aldilà».
Animato da questo sincero desiderio del bene, lo shaykh continuò a scrivere lettere. Ma Zahir, senza prestare ascolto ai suoi consigli, continuò a riscuotere le imposte con il pretesto dei preparativi per la guerra imminente. Il re aveva raccolto le fatwa degli ulema a sostegno della propria opinione. Quegli ulema avevano emesso le loro fatwa secondo le sue direttive. Convocò lo shaykh e gli chiese di firmare le fatwa degli altri ulema. Lo shaykh assunse allora un atteggiamento estremamente fermo. Disse: «So che eri uno schiavo prigioniero. Eri insolvente. Poi Allah ti ha concesso la Sua grazia e ti ha elevato alla dignità di re. So che possiedi mille schiavi vestiti di abiti ricamati e cento schiave ornate d’oro dalla testa ai piedi. Ora, se spendessi questi abiti ricamati degli schiavi e i gioielli delle schiave, emetterei una fatwa secondo cui sarebbe lecito per te riscuotere le imposte dai sudditi».
Udite queste parole, Zahir esplose in una collera furiosa e lo espulse immediatamente da Damasco. Lo shaykh continuò a vivere a Nawa, in Siria. In seguito, tutti gli ulema e i fuqaha dissero al re: «Egli è il nostro studioso più stimato e il migliore di tutti. Fatelo tornare a Damasco». Il re gli permise allora di ritornare a Damasco, ma lo shaykh rifiutò dicendo: «Finché Zahir sarà là, io non verrò». Un mese dopo, Zahir cadde in punto di morte. (Da «Ibn Taymiyya» del professor Abu Zuhra).
Anche nella storia dell’epoca moderna non sono rari gli esempi di personaggi così nobili. Ne citerò soltanto due.
Durante il regno di Ismail, una volta il sultano Abd al-Aziz giunse in Egitto. Ismail contava i giorni nell’attesa del suo arrivo, poiché la sua venuta era estremamente necessaria per ottenere il titolo di khedivè. Inoltre, grazie alla visita del sultano, vi erano molte possibilità che l’Egitto ottenesse numerosi vantaggi politici. In quel periodo fu predisposto un programma per le udienze del sultano con gli ulema
Si faceva così. Durante questa cerimonia di udienza venivano praticate molte usanze contrarie all’Islam. Tra queste vi era l’obbligo per chi arrivava di inginocchiarsi e battere la testa a terra, rendendo omaggio secondo il costume turco. I funzionari del palazzo reale avevano il compito di far esercitare gli ulema giunti alla corte in tutte queste usanze, affinché non commettessero errori davanti al sultano.
Poi si avvicinò il momento dell’udienza; gli ulema cominciarono a entrare uno dopo l’altro e, spinti dalla brama di meri interessi mondani, si inchinavano davanti a una creatura come loro. Quindi uscivano avanzando all’indietro, con il volto rivolto verso il sultano, secondo il metodo loro insegnato. Soltanto un ulema si salvò da questa esecrabile pratica. Era lo sceicco Hasanul Adadi. Egli disprezzò e ignorò con sdegno i meschini interessi mondani, mantenendo viva la consapevolezza che ogni potere risiede nelle mani di Allah. Entrò a testa alta, come un uomo libero, e giunto davanti al sultano lo salutò secondo il costume islamico dicendo: «As-salāmu ʿalaykum». Poi, come dovrebbe fare un ulema quando incontra il governante, gli consigliò di temere Allah e di trattare le persone con giustizia e benevolenza. Terminato il discorso, lo salutò di nuovo e uscì ancora a testa alta, come un uomo libero e senza paura.
Vedendo tutto ciò, i funzionari della corte e lo stesso khedivè furono sul punto di perdere i sensi. Pensarono che la situazione fosse sfuggita al controllo e che probabilmente non vi sarebbe stato limite all’ira del sultano. Poiché il loro accurato addestramento era fallito, crollarono nella disperazione.
Ma l’effetto della verità non può mai fallire. Con la stessa forza e autorevolezza con cui esce dal cuore, essa si imprime nei cuori degli altri. Anche qui accadde così. Il sultano dichiarò, quasi suo malgrado: «Qui, tra voi, c’è un solo ulema». Il sultano ricompensò soltanto lui e privò tutti gli altri della ricompensa.
Il secondo episodio avvenne tra il khedivè Tawfiq Pascià e lo sceicco Hasanouvil, al «Dar al-Ulum».
Lo sceicco Hasanouvil era professore al Dar al-Ulum. Indossava una veste di tipo ordinario, di poco prezzo (jalbab). Un giorno, il direttore del Dar al-Ulum venne a sapere che il khedivè sarebbe presto venuto a visitare la madrasa. Immediatamente iniziò a far pulire e decorare la madrasa. Fu chiesto allo sceicco Hasanouvil di cambiarsi d’abito e di venire indossando un kaftano e una jubba (abiti relativamente più aristocratici). Lo sceicco acconsentì alla richiesta con un cenno.
Nel giorno stabilito, lo sceicco arrivò indossando ancora i suoi vecchi abiti. Tuttavia, teneva in mano un fagotto avvolto in un fazzoletto. Quando il direttore lo vide con quei vecchi abiti, il suo volto impallidì. Con voce alquanto adirata, domandò: «Sceicco! Dov’è la jubba e dov’è il kaftano?». Egli indicò il fazzoletto, mostrando che erano lì dentro. Il direttore pensò che, quando l’arrivo dell’ospite fosse stato imminente, forse lo sceicco si sarebbe cambiato d’abito.
Dopo qualche tempo arrivò l’ospite atteso. Un’ondata di gioia attraversò l’intera madrasa. Subito dopo ebbe luogo uno straordinario episodio. Lo sceicco Hasanouvil si presentò davanti al khedivè con il fagotto in mano e disse con assoluta calma: «Mi è stato detto che dovevo assolutamente venire indossando la jubba e il kaftano. Se desiderate la vostra jubba e il vostro kaftano, eccoli qui; se invece desiderate Hasanouvil, eccomi: Hasanouvil è presente».
Naturalmente, Khadev rispose che voleva il suo Hasanunovīl.
Questa è la vera condizione dei credenti. Non desiderano altro onore se non quello dell’Islam. La loro mente, il loro cuore e la loro coscienza non attribuiscono alcuna importanza ai valori meschini e inconsistenti né agli interessi transitori. Comprendono il vero significato dell’Islam e lo mettono pienamente in pratica nella loro vita. Dopo aver acquisito l’indomita forza vitale dell’Islam, non sentono il bisogno di compiacere alcun essere umano. In verità, questo è il vero Islam.
Il trattamento riservato ai paesi conquistati
Ora esamineremo il trattamento riservato agli abitanti dei paesi conquistati e alle popolazioni non musulmane dei paesi musulmani. Ciò è strettamente legato all’uguaglianza, alla giustizia e alla libertà di coscienza. L’uguaglianza e la giustizia introdotte dall’Islam si sono estese oltre l’individuo, il gruppo e i confini dell’Islam, abbracciando l’intera umanità.
Quando si discutono i paesi conquistati, viene naturalmente alla luce la questione del vero scopo, dell’obiettivo e delle modalità dell’Islam riguardo alla conquista dei paesi. È un argomento che richiederebbe una lunga trattazione. Noi ne discuteremo soltanto quanto è indispensabile e connesso alla giustizia sociale universale dell’Islam.
La predicazione islamica si rivolge alla coscienza, alla mente e all’intelletto dell’essere umano. In essa non vi è spazio per la coercizione o la costrizione. L’Islam non ha approvato neppure quella coercizione psicologica, diffusa nelle religioni precedenti sotto forma di eventi miracolosi. L’Islam è l’unico ordinamento che ha mostrato pieno rispetto per la coscienza, la ragione, la consapevolezza e i sentimenti dell’essere umano: invece di ipnotizzarlo mediante eventi miracolosi o prodigi e di sedurlo con mezzi psicologici, si è limitato a rivolgersi a lui con un linguaggio semplice e diretto. Non ha mai adottato il metodo di costringerlo ad accettare mediante la forza della spada.
————Testo arabo——
«Non vi è costrizione riguardo all’ordinamento della vita».
————Testo arabo——
«Invita sulla via del tuo Signore con la buona esortazione e la saggezza, e discuti nel modo migliore».
Ma i Quraysh, fin dal primo giorno, hanno ostacolato con la forza materiale questa nuova legge di vita. Chiunque Allah abbia messo in condizione di abbracciare l’Islam è stato sottoposto alle loro disumane persecuzioni. Hanno separato alcuni musulmani dalle loro case, dalle mogli, dai figli e dai familiari, espellendoli dal paese. Hanno complottato per lasciarli morire di fame, tenendoli confinati nelle grotte delle montagne e sottoponendoli a un ‘boicottaggio’ sociale. In breve, non hanno tralasciato alcun mezzo per usare la forza materiale al fine di tenere la gente lontana dall’Islam.
In tali circostanze, non vi era altra scelta che proteggere i seguaci dell’Islam dall’oppressione—
————Testo arabo——
«È stato concesso il permesso di impugnare le armi a coloro contro i quali è stata scatenata la guerra, perché sono oppressi. Certamente Allah è capace di aiutarli».
————Testo arabo——
«Combattete, sulla via di Allah, coloro che vi combattono. Ma non trasgredite, poiché Allah non ama i trasgressori».
In seguito, a un certo punto, l’intera penisola arabica entrò sotto l’ombra dell’Islam. La serie delle conquiste territoriali oltrepassò i confini dell’Arabia. Sorge la domanda: quali erano lo scopo e l’obiettivo di queste conquiste?
Come ho già detto, l’Islam vi ha presentato un’ideologia internazionale e un ordinamento di vita universale. Esso non può confinarsi entro i limiti di una particolare motivazione. Vuole portare il proprio messaggio di bene in ogni angolo del mondo e all’intera umanità. Ma sulla sua strada si ergono i due vasti imperi di Roma e della Persia. Essi restano in agguato, pronti a distruggerlo. Queste potenze non erano disposte a permettere ai portatori dello stendardo del movimento islamico di viaggiare per il mondo e di trasmettere alle genti il messaggio essenziale dell’Islam. In tali circostanze, l’Islam non aveva altra scelta che rimuovere la potenza statale che si era frapposta tra la legge divina e la gente comune. Dopo aver eliminato questo ostacolo, esso offre agli uomini la possibilità di sottomettersi esclusivamente ad Allah e di liberarsi dalla sottomissione e dalla schiavitù agli uomini. Questo è il significato dell’instaurazione dell’ordinamento islamico al posto del sistema falso. In tal modo l’uomo ottiene piena libertà di parola. Dopo la rimozione dell’ostacolo costituito dalla potenza statale e la vittoria della legge di Allah, l’obbedienza viene riservata esclusivamente ad Allah e l’uomo si libera dalla schiavitù dell’uomo. Dopodiché, chi vorrà abbraccerà l’Islam volontariamente, con gioia e in piena libertà; chi non vorrà, non lo abbraccerà. Ogni individuo, infatti, ha il pieno diritto di determinare da sé il proprio principio di vita. Questo è il significato della dichiarazione coranica che la religione, o obbedienza, è riservata esclusivamente ad Allah:
————Testo arabo——
«Combattete contro questi miscredenti finché l’obbedienza non sia riservata interamente ed esclusivamente ad Allah». Qui la parola religione significa obbedienza. Il senso è che l’uomo, liberatosi dall’autorità e dalla sovranità degli uomini, sarà sottoposto all’autorità e alla sovranità di Allah. In seguito, senza ostacoli, impedimenti o coercizione, sceglierà autonomamente le proprie convinzioni e la propria fede.
Alla luce di questa spiegazione, diventa chiaro che gli eventi di conquista territoriale dell’Islam sono del tutto diversi dalle guerre espansionistiche e imperialistiche condotte contro popoli stranieri allo scopo di sfruttare e opprimere nazioni rese arroganti dalla loro potenza. Il significato di queste guerre risiede unicamente nel fatto che furono una lotta per rimuovere la potenza statale che frapponeva ostacoli tra la nuova fede e ideologia portata dall’Islam e gli altri popoli. Per i popoli, questa era una lotta morale e spirituale; contro le potenze statali che si erano imposte su di essi come divinità, mediante la forza materiale, era invece una lotta materiale e armata.
L’Islam considera se stesso la legge per l’intera umanità e non ricorre alla forza materiale per la propria predicazione e diffusione. In conformità a questo principio fondamentale, ha posto davanti a tutti i popoli del mondo tre possibilità. Ogni popolo deve accettarne una: abbracciare l’Islam, mostrare collaborazione e sottomissione pagando la jizya, oppure la guerra.
Il suo invito ad abbracciare l’Islam, rivolto agli abitanti del mondo, è senza dubbio giusto. Questa, infatti, è l’unica via della retta guida. È la concezione più moderna e completa riguardo a Dio, all’uomo, alla vita e all’universo. È quella grande porta attraverso la quale, una volta entrato, un non musulmano diventa fratello di tutti i musulmani; i suoi diritti e i suoi doveri vengono stabiliti esattamente come quelli dei musulmani. Nessun altro musulmano può pretendere di essere superiore a questo nuovo musulmano per razza, discendenza, ricchezza o prestigio, sotto alcun aspetto.
Analogo è l’invito a pagare la jizya. Per difendere il paese, i musulmani devono sacrificare persino la vita. Inoltre pagano la zakat per salvaguardare gli interessi della società. Anche un non musulmano, sotto lo Stato islamico, gode di piena pace e sicurezza. Nel godimento delle opportunità e dei vantaggi interni, esterni e di ogni altro genere, è uguale a tutti gli altri membri dello Stato islamico. In vecchiaia o in caso di incapacità, può beneficiare anche del sistema di sicurezza sociale. In tali circostanze, secondo quanto esigono l’equità e la giustizia, è giusto che partecipi anch’egli a tutte queste attività con i propri mezzi. Poiché nella zakat prevale l’aspetto dell’adorazione più che quello di un’imposta finanziaria, l’Islam non li obbliga a compiere questo atto di culto. L’Islam, infatti, considera con rispetto anche i sentimenti e le sensibilità di coloro che non lo hanno abbracciato. Per questo riscuote da loro un’imposta sotto forma di jizya, invece della zakat. Nel fissare la jizya si è tenuto conto del fatto che, qualora fosse necessario sacrificare la vita per il paese, a farlo sarebbero soltanto i musulmani. Inoltre, la jizya è un segno di obbedienza e sottomissione. Da ciò si comprende che coloro che pagano la jizya non ostacoleranno con la forza il cammino dell’Islam e che nessuno impedirà di portare l’Islam alla gente. Questo era l’obiettivo dell’Islam.
L’ultima strada è la guerra. Rifiutare entrambe, l’Islam e la jizya, significa essere determinati a rimanere un ostacolo tra l’Islam e la gente comune. In tali circostanze diventa inevitabile eliminare e porre fine, con la forza, a questa arroganza esibita da chi si sente forte. Perché non esiste altro rimedio.
Nei paesi conquistati l’Islam ha attuato in modo adeguato il proprio programma umanitario e internazionale. Se accettavano l’Islam, concedeva agli abitanti gli stessi diritti dei musulmani in ogni ambito. Anche quando pagavano la jizya, li arricchiva di tutti i più elevati diritti umani. Persino in situazioni di guerra, nel modo in cui li trattava, ha dato luminosi esempi di giustizia e umanità.
Dopo che il governatore di un paese conquistato accettava l’Islam, l’Islam lo lasciava regolarmente in carica come governatore di quel paese. Hazrat Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui) mantenne il persiano di origine Bazan come governatore dello Yemen. Allo stesso modo mantenne al suo posto il persiano Firoz, governatore di Sana’a. Quando Qays ibn ʿAbd Yaghus, di origine araba, espulse Firoz da quel luogo, Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui) aiutò il musulmano persiano contro il musulmano arabo, lo riportò nuovamente là e lo reintegrò nella sua precedente carica. Allo stesso modo, i musulmani mantennero nei loro incarichi i funzionari subordinati e gli ufficiali non musulmani di grado inferiore agli emiri.
Secondo la legge islamica, è del tutto lecito che tutte le ricchezze dei ribelli che non accettano l’Islam, non acconsentono neppure a pagare la jizya e scelgono invece la via della guerra vengano confiscate dal conquistatore. Ciononostante, quando la Persia fu conquistata durante l’epoca di Hazrat Umar (che Dio sia soddisfatto di lui), egli introdusse un’altra politica, in conformità con i valori morali e umanitari dell’Islam. Riconobbe ai proprietari terrieri i diritti di proprietà sulla terra, ma vi impose un tributo fondiario. Egli tenne conto contemporaneamente di due interessi. Il primo era quello degli stessi paesi conquistati: sebbene avessero combattuto contro i musulmani, non voleva privarli dei loro mezzi di sussistenza. Il secondo interesse era quello dei discendenti delle generazioni future di musulmani. Se tutte le terre fossero state assegnate ai conquistatori dell’epoca, i discendenti futuri sarebbero stati privati dei loro frutti. Perciò ritenne migliore riscuotere un tributo dalla terra. In questo modo il denaro ricavato avrebbe potuto essere sempre speso per il bene pubblico, e anche i discendenti delle generazioni future avrebbero continuato a riceverne una parte ragionevole.
È una verità universalmente riconosciuta che l’Islam ha sempre trattato i paesi conquistati con un livello elevatissimo di umanità. Ha offerto agli uomini un’opportunità libera e incondizionata di trarre beneficio dalla sua bellezza, dalle sue peculiarità e dalle sue qualità benefiche. Inoltre, li ha invitati tutti, senza distinzione di razza, origine, lingua, nazionalità o religione, a trarre beneficio da tali qualità. Ha dato a ciascuno la possibilità di fare tutto ciò che era possibile per il bene della società. In un settore specifico dell’Islam, cioè nelle scienze della legge e del fiqh, gli abitanti dei paesi conquistati e le persone appartenenti alla classe degli schiavi raggiunsero una particolare competenza. In nessun settore importante della vita pubblica gli arabi ebbero il monopolio del potere. Persino nelle cariche di emiro e governatore venivano nominati uomini che destinavano innanzitutto le entrate fiscali eccedenti del paese interessato al bene di quel paese e versavano nel Bayt al-mal centrale soltanto ciò che rimaneva. I paesi conquistati non erano colonie, né i conquistatori avevano la possibilità di utilizzare la vita e i beni degli abitanti per il proprio comfort e piacere. Allo stesso modo, l’Islam ha concesso agli abitanti dei paesi conquistati una libertà incomparabile nel praticare le cerimonie religiose. L’Islam ha assunto personalmente la responsabilità di proteggere i loro luoghi di culto, le khanqah, le chiese, gli ulema e il clero. Ha rispettato i trattati e le promesse stipulati con loro con una tale onestà e dedizione che è difficile trovare un simile esempio nella storia delle relazioni internazionali. Ancora oggi, a questo riguardo, resta in vigore la pratica introdotta dall’Islam.
Quando confrontiamo il comportamento dell’odierna civiltà occidentale verso le sventurate colonie con quello dell’Islam, vediamo l’Islam risplendere, in ogni epoca della sua storia, come l’ideale più liberale, più nobile e più puro. Oggi vediamo che i paesi coloniali vengono sistematicamente privati dei pregi e delle caratteristiche della civiltà occidentale per quanto riguarda la ricerca scientifica e il progresso e lo sviluppo economico, affinché possano essere munti come vacche da latte il più a lungo possibile. Inoltre, sacrificare la dignità e le buone maniere umane a livello individuale e collettivo, diffondere deliberatamente l’anarchia morale, creare e ampliare l’odio tra gruppi e fazioni e praticare lo sfruttamento e l’oppressione economica sono diventate cattive abitudini delle potenze imperialiste.
Gli occidentali oggi pronunciano certamente grandi discorsi sulla libertà religiosa, ma la loro storia precedente è macchiata dalle punizioni bestiali dei cosiddetti tribunali spagnoli e dalla brutalità delle Crociate in Oriente. Ancora oggi la libertà religiosa è soltanto una messinscena. Per esempio, nel Sudan meridionale i missionari cristiani godono di ogni opportunità e privilegio, mentre ai musulmani è vietato entrare. Durante l’ultima grande guerra, quando il generale inglese Allenby entrò a Bayt al-Muqaddas, espresse la mentalità di ogni europeo dicendo: «In realtà, oggi le Crociate sono giunte alla fine». Dopo aver celebrato una rivolta a Damasco nel 1940, il generale francese Cattò si fermò là e disse: «Siamo discendenti dei crociati. Chi non piace al nostro governo può andarsene da qui». Parole dello stesso genere furono pronunciate nel 1945 in Algeria da un suo correligionario.
La situazione nel mondo socialista è ancora più terribile. Là è in corso una campagna per cancellare gradualmente i musulmani. In appena un quarto di secolo, il numero dei musulmani in Russia è sceso da quarantadue milioni a ventisei milioni. Oggi vengono privati persino delle tessere annonarie, senza le quali là è impossibile procurarsi i mezzi necessari per vivere. Viene detto loro: «Avete il permesso di pregare quando volete. Ma il governo non può darvi da mangiare. Chiedete il cibo al vostro Dio». Un trattamento analogo viene riservato loro anche in Jugoslavia e in altri paesi.
L’Islam ha sempre offerto un esempio così elevato di giustizia sociale integrale e universale, al quale la civiltà europea non è mai riuscita neppure ad avvicinarsi. Né vi riuscirà mai, poiché si tratta di una civiltà meramente materialista e fondata sul culto della materia. Le sue basi poggiano interamente sull’omicidio, sul saccheggio, sullo spargimento di sangue, sulla violenza e sulla brutalità. [Per uno studio dettagliato sull’argomento, si vedano l’opera dell’autore “As-Salam al-‘Alami: l’Islam (La pace mondiale e l’Islam)” e il capitolo “La natura e il significato delle conquiste territoriali dell’Islam” di “Dirasatun Islamiyya”.]
La cooperazione reciproca e il sistema di sicurezza sociale
Presenterò alcuni esempi concreti tratti dalla storia delle qualità di misericordia, compassione, benevolenza e cooperazione reciproca che l’Islam auspica tra i forti e i deboli, i ricchi e i poveri, l’individuo e la società, il governante e i governati e, analogamente, tra tutti gli esseri umani. La storia dell’Islam è ricca di esempi di questo genere.
Al momento della sua conversione all’Islam, Abu Bakr (r.a.) possedeva quarantamila dirham, ricavati dai profitti del commercio. Anche dopo aver abbracciato l’Islam continuò a commerciare e accumulò ingenti ricchezze. Tuttavia, il giorno in cui emigrò a Medina insieme al suo grande amico, il Profeta Muhammad (s.a.w.s.), gli restavano soltanto cinquemila dirham di quel capitale. Spese tutto il capitale rimanente per liberare gli schiavi musulmani perseguitati e oppressi, e da quella ricchezza aiutava i poveri e i diseredati.
Hazrat Umar (r.a.) era estremamente povero. A Khaybar ricevette un appezzamento di terra. Si recò dal Messaggero di Allah (s.a.w.s.) e disse: «Ho ottenuto un appezzamento di terra a Khaybar. Non ho mai posseduto una proprietà tanto preziosa. Qual è la vostra disposizione al riguardo?». Il Messaggero di Allah (s.a.w.s.) gli disse: «Se lo desideri, conserva la terra stessa sotto la tua proprietà e devolvi in carità i suoi proventi».
Hazrat Umar (r.a.) la destinò in waqf ai poveri e agli indigenti, ai parenti bisognosi, alla liberazione degli schiavi, all’aiuto dei deboli e degli incapaci e alle opere di pubblica utilità. Donando così per la causa di Allah il bene che gli era più caro, dimostrò la veridicità di questa affermazione del Corano:
————testo arabo——
«Non potrete conseguire il vero bene finché non spenderete per la causa di Allah i beni che più amate».
Prima del califfato, giunse dalla Siria una carovana commerciale presso ʿUthmān. La carovana trasportava grano, olio d’oliva e mille cammelli carichi di uva passa. In quel periodo, a causa della carestia, i musulmani erano caduti in condizioni estremamente misere. Molti mercanti vennero da lui e dissero: «Sapete bene quanto sia intensa la domanda di generi alimentari nel Paese. Vendete a noi queste provviste». ʿUthmān disse: «Posso vendervele volentieri, ma ditemi quanto profitto mi darete». I mercanti risposero: «Ti daremo il doppio del prezzo». ʿUthmān disse: «Mi è stato offerto un profitto molto maggiore di questo». Essi, meravigliati, chiesero: «La vostra carovana è appena arrivata e, non appena è giunta, tutti i mercanti di Medina siamo venuti qui. Nessun altro vi ha incontrato prima di noi. Chi, dunque, vi ha offerto un profitto tanto elevato?». ʿUthmān disse: «Allah l’Altissimo mi ha promesso un profitto decuplicato. Potete offrirmi più di questo?». Essi risposero: «No». Allora ʿUthmān dichiarò, prendendo Allah a testimone: «Dono in elemosina ad Allah tutti i beni di questa carovana commerciale, destinandoli ai poveri e ai bisognosi».
Un giorno, nella famiglia di ʿAlī, c’erano soltanto tre pani d’orzo. Egli li donò rispettivamente a un orfano, a un indigente e a un prigioniero. Dopo averli sfamati fino a saziarli, andò a dormire, insieme alla sua famiglia, a digiuno.
I debiti di Ḥusayn si erano accumulati. La sorgente di Abū Nayzar era di sua proprietà e, se avesse voluto, avrebbe potuto venderla per estinguere i propri debiti. Tuttavia, poiché i musulmani poveri vi praticavano l’irrigazione, non la vendette. Così, pur essendo figlio della nobile famiglia dei Banū Hāshim, continuò a portare il peso dei debiti.
A Medina, gli Anṣār resero i Muhājirūn partecipi delle loro proprietà, delle loro case e di ogni loro bene. Li accolsero come propri fratelli. Pagarono per loro il diya (il risarcimento economico per un omicidio colposo o per una ferita involontaria) e riscattarono i loro prigionieri pagando il fidya. In una parola, li considerarono completamente dei loro. Nelle parole del Corano:
————Testo arabo——
«Non provano nel cuore alcuna riluttanza o esitazione riguardo a ciò che danno ai Muhājirūn. Ante pongono l’interesse altrui al proprio, anche se dovessero rimanere senza cibo».
In verità, finché i Paesi musulmani rimangono liberi dall’influenza della civiltà occidentale, questa forza vitale resta attiva nella loro vita sociale. Il signor ʿAbd al-Raḥmān ʿAẓẓām ha scritto nel suo libro «Al-Risāla al-khālida»:»
«Ho visto la tribù dei Tuareg dell’Africa settentrionale vivere sulla base della cooperazione reciproca e della sicurezza. Nella loro tribù nessuno vive soltanto per se stesso, bensì per l’intera società. Provano il massimo orgoglio proprio per ciò che fanno per la società. Un episodio straordinario attirò la mia attenzione su di loro. Un abitante della città emigrò dalla zona dei francesi, si stabilì presso i Tuareg a Fazzān e cominciò a vivere grazie alla loro benevolenza. In seguito partì alla ricerca di un mezzo di sostentamento. Era inoltre deciso a ricambiare la loro generosità. Lasciò la propria famiglia sotto la tutela di quella tribù musulmana. Purtroppo, però, non riuscì a trovare lavoro. Venne da noi, nel luogo chiamato Misurata, chiedendo aiuto. Gli demmo una somma sufficiente a permettergli di tornare dalla sua famiglia. Ma, dopo quasi un anno, tornò nuovamente da noi. Pensammo che stesse rientrando dalla sua famiglia. Egli, invece, smentì la nostra supposizione dicendo di essere ormai in condizione di recarsi dalla propria famiglia. Gli chiedemmo: “Come mai?”. Rispose: “Con il denaro che avevo ricevuto durante il nostro ultimo incontro ho fatto commercio. Ora, con il denaro che ho accumulato, posso recarmi dai Tuareg”. Gli chiedemmo: “Andrai dalla tua famiglia o dai Tuareg?”. Rispose: “Prima andrò dai Tuareg, perché durante la mia assenza si sono presi cura della mia famiglia. Ora andrò a provvedere al mantenimento delle famiglie di coloro che tra loro sono lontani dalle proprie famiglie, e distribuirò il denaro da me guadagnato tra i miei figli e quelli dei miei vicini”. Gli chiedemmo: “Nella vostra società i rapporti reciproci tra vicini sono davvero così?”. Rispose: “Sì, tutti condividiamo le gioie e i dolori gli uni degli altri. Ci vergogniamo profondamente di tornare a casa dall’estero a mani vuote, perché anche i nostri vicini ci attendono proprio come la nostra famiglia”.
Dopo aver descritto questa esperienza, l’autore, esaminandola, fornisce una spiegazione estremamente precisa dell’accaduto:
«Questo singolare sistema della vita sociale non è limitato soltanto alle tribù tuareg o ai nomadi beduini. Non è neppure il risultato del loro tribalismo. Questo è il vero sistema islamico. Un’ampia diffusione di questo sistema sociale si osserva proprio tra quelle tribù che sono molto lontane dalla moderna civiltà materialista e fondata sul feticismo della materia. Ho visto molte città e molti porti dell’Occidente e dell’Oriente permeati dallo spirito islamico, e ho osservato la diffusione di un simile sistema sociale tra i loro abitanti, senza distinzione tra bianchi e neri, arabi e non arabi. In molti luoghi ho visto ancora oggi i musulmani vivere una vita estremamente felice, fondata sull’aiuto e sulla collaborazione reciproci. Essi sono indubbiamente più felici e prosperi dei milioni di persone adoratrici della civiltà materialista occidentale. Ancora oggi sono molto vicini al sistema sociale istituito dal Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Gli adoratori dell’Occidente credono nella priorità del proprio interesse personale, anche a costo di un grave danno e di una grande rovina per la società. Per soddisfare i propri capricci personali e i desideri delle proprie passioni, quando necessario non esitano neppure a danneggiare gli interessi della propria famiglia; quanto al buon comportamento nell’interesse del vicino, non se ne parla nemmeno.»
La realtà è che questo sistema di sicurezza reciproca è una creazione della stessa forza vitale dell’Islam. Tuttavia, non è stato lasciato soltanto alla coscienza dell’individuo e della società, né alla loro compassione e benevolenza. Anche il governo provvedeva a renderlo effettivo. Ne è un esempio eccellente il fatto che Hazrat Omar (che Allah sia soddisfatto di lui) stabilì, attingendo al Bayt al-Mal, assegni mensili per i bambini svezzati, gli anziani e i malati. È significativo che queste voci di spesa fossero completamente distinte dalle note categorie di spesa della zakat. Per natura e caratteristiche, questa voce può essere definita «sistema di sicurezza sociale» (Social security). Durante la carestia egli abolì la pena per il furto, poiché forse una fame intensa aveva spinto qualcuno a rubare. Nell’Islam la pena viene sospesa sulla base del dubbio. Il seguente episodio offre l’esempio più luminoso dell’attuazione del sistema di sicurezza sociale e rende chiari la vera natura e i limiti della proprietà privata.
Si narra che alcuni schiavi di Abd al-Rahman ibn Hatib al-Balta’a rubarono un cammello appartenente alla tribù di Muzayna. Quando furono catturati e condotti davanti a Hazrat Omar (che Allah sia soddisfatto di lui), confessarono il furto. Hazrat Omar ordinò a Qasir ibn al-Shalat di tagliare loro le mani. Quando questi si mosse per eseguire l’ordine, Omar (che Allah sia soddisfatto di lui) lo fermò e disse: «Ascolta, ho saputo che traete un grande lavoro da quegli schiavi, e tuttavia li lasciate affamati? La loro fame diventa perfino così intensa che, anche se mangiassero qualcosa di illecito, ciò sarebbe loro lecito. Giuro su Dio che, se non lo avessi saputo, avrei fatto tagliare loro le mani». Poi disse ad Abd al-Rahman ibn Abi Hatib ibn Abi al-Balta’a: «È vero, non ho fatto tagliare loro le mani, ma ti imporrò una multa tale che ne sentirai il peso». Chiese all’uomo della tribù di Muzayna: «Quanto vale il tuo cammello?». Quello rispose: «Quattrocento dirham». Omar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse a Ibn Hatib: «Va’ e dagli ottocento dirham». Perdonò agli schiavi la pena del furto, perché il loro padrone li aveva costretti a rubare lasciandoli affamati.
Nella storia dell’Islam, il sistema di sicurezza socioeconomica riveste una particolare importanza anche per un altro aspetto: la sua universalità. Esso infatti rimane intatto anche oltre i confini dell’Islam.
Una volta Hazrat Omar (che Allah sia soddisfatto di lui) vide un vecchio cieco chiedere l’elemosina di porta in porta. Interrogandolo, scoprì che era ebreo. Gli chiese: «Perché chiedi l’elemosina?». Quello rispose: «La jizya, la povertà e la vecchiaia, tutte e tre insieme, mi hanno costretto a chiedere l’elemosina». Hazrat Omar lo condusse per mano a casa sua e gli diede una somma sufficiente a soddisfare le sue necessità immediate. Poi mandò a dire al responsabile del Bayt al-Mal: «Cerca quest’uomo e gli altri che si trovano in condizioni simili. Per Dio, non è affatto giustizia che in gioventù beneficiamo del frutto del suo lavoro e in vecchiaia lo cacciamo con disprezzo. La zakat spetta ai poveri e ai diseredati. E quest’uomo è un diseredato appartenente alla Gente del Libro». Esentò lui e gli altri che si trovavano in condizioni simili dal pagamento della jizya.
Durante un viaggio verso Damasco, passò vicino a un villaggio. Apprese che vi abitavano alcuni cristiani affetti da lebbra. Ordinò di assisterli con i fondi della zakat e di fornire loro cibo razionato.
Sono trascorsi più di milletrecento anni. La forza vitale dell’Islam elevò Omar a quel sublime livello di umanità dal quale conferì alla sicurezza sociale lo status di diritto umano universale. Per ottenere questo diritto non era richiesta l’appartenenza a una religione o a una comunità particolare: non era necessario verificare quale sharīʿa si seguisse né quale fosse la propria ʿaqīda.
Questo è quel sublime livello al quale i piedi dell’umanità si sono stancati di giungere, e dal quale essa è ancora molto lontana.
Sistema politico
La storia testimonia che è trascorsa un’epoca rara e ideale dell’Islam, caratterizzata da un sistema politico ed economico ben organizzato. È motivo di profondo rammarico che quest’epoca dell’Islam non abbia potuto durare a lungo. In seguito cercheremo di comprendere la vera causa di ciò. Alcuni ritengono che tale causa risieda nella natura stessa dei fondamenti del sistema politico ed economico dell’Islam. Ma discuteremo più avanti se essa risieda effettivamente al suo interno o al di fuori di esso. Innanzitutto parleremo del sistema politico, poiché il sistema economico è sempre subordinato a quello politico e ne segue la natura.
Quando si avvicinò il momento della morte del nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), un giorno egli ordinò ad Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) di guidare la preghiera. A ciò Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) obiettò, sostenendo che il cuore di Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) era estremamente tenero. Pertanto, se avesse guidato la preghiera, la gente non avrebbe potuto sentire la sua voce, e lo pregò di riconsiderare il suo ordine. Allora il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si adirò e insistette affinché Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) fosse convocato per guidare la preghiera.
La domanda è: ciò significa forse che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) lo avesse nominato califfo? I musulmani lo avevano forse inteso chiaramente in questo senso?
A nostro parere, entrambe queste affermazioni sono del tutto irragionevoli. Se il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) avesse deciso di nominare un califfo e se nell’Islam fosse esistita una disposizione relativa alla nomina del califfo, l’avrebbe dichiarata nello stesso modo chiaro con cui proclamò le altre norme e i principi dell’Islam. E se i musulmani avessero compreso chiaramente che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) aveva nominato Abu Bakr califfo, non si sarebbe posto il problema del dibattito sul califfato svoltosi tra i Muhajirun e gli Ansar nel luogo chiamato Saqifa. Infatti, gli Ansar non erano persone capaci di opporsi alla decisione del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).
In realtà, l’intera questione del califfato fu lasciata alla consultazione reciproca dei musulmani. L’intento era che il popolo scegliesse, con piena libertà e consenso, la persona più degna del califfato. Se, dopo la discussione tenutasi a Saqifa, fu deciso che il califfo sarebbe stato scelto tra i Muhajirun, ciò non costituiva una disposizione specifica dell’Islam, bensì una decisione adottata all’unanimità dopo la consultazione reciproca dei musulmani. Se gli Ansar si fossero opposti a tale decisione, nessuno avrebbe potuto obiettare. In realtà, però, gli Ansar accettarono il califfato di Abu Bakr, poiché egli era la persona più qualificata di tutti. Naturalmente, a Medina, le tribù Aws e Khazraj tentarono di intorbidire la questione alimentando l’ostilità basata sul regionalismo, ma gli Ansar fecero fallire quella cospirazione.
In questo caso, la decisione secondo cui il califfo sarebbe stato scelto tra i Muhajirun non significa che dovesse necessariamente appartenere alla tribù dei Quraysh. Se fosse stato così, quando nominò il consiglio consultivo, Umar non avrebbe detto: «Se Salem, il mawla di Hudhayfa, fosse vivo, lo nominerei califfo». È noto che Salem (che Allah sia soddisfatto di lui) non era di origine qurayshita. Inoltre, secondo i principi fondamentali dell’Islam, non si può considerare un qurayshita superiore agli altri musulmani soltanto perché è qurayshita e discende dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Lo stesso nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
——-Testo arabo——
«Colui che viene lasciato indietro dalle proprie azioni non potrà essere fatto avanzare dal proprio lignaggio e dal proprio prestigio.»
Hazrat Abu Bakr (ra) aveva designato Hazrat Umar (ra) come califfo. Ma ciò non significava che avesse costretto i musulmani ad accettarlo. Essi avevano il pieno diritto di annullare tale designazione. Hazrat Umar (ra) divenne califfo non grazie alla designazione di Abu Bakr, bensì in seguito alla scelta del popolo. Allo stesso modo, Hazrat Umar (ra) costituì un consiglio consultivo composto da sei membri. Prima di morire, incaricò quel consiglio di scegliere tra i propri membri un califfo. Tuttavia, i musulmani non erano obbligati ad accettare come califfo uno di quei sei. In piena libertà e spontaneamente, scelsero uno di loro. Infatti, in quel momento, quei sei erano le persone più adatte tra i membri della comunità musulmana.
Al momento dell’elezione di Hazrat Ali (ra) sorsero divergenze. A causa di tali divergenze, per la prima volta scoppiò una guerra tra i musulmani. Di conseguenza si verificarono, uno dopo l’altro, eventi tanto strazianti che la forza vitale dell’Islam, i suoi principi politici ed economici e il pensiero da esso introdotto negli altri ambiti della vita subirono gravi danni.
Da questo breve resoconto emerge chiaramente la vera concezione dell’Islam riguardo al sistema di governo. Essa consiste nel fatto che una persona può assumere la dignità di governante soltanto sulla base di un’elezione libera e imparziale da parte dei musulmani. Hazrat Ali (ra) era cugino paterno, genero e stretto parente del Messaggero di Allah (s). Pur sapendo tutto ciò, i musulmani lo insediarono sul trono del califfato solo dopo molto tempo. Forse ritardare in tal modo l’insediamento di Hazrat Ali, soprattutto dopo Hazrat Umar, equivaleva a ledere il suo diritto. Ma è innegabile che proprio questo ritardo rese possibile la valutazione più accurata del sistema di governo islamico. Ne derivò il beneficio più grande: l’idea della successione ereditaria non riuscì nemmeno ad avvicinarsi al trono del califfato. Infatti, tale idea è quella più lontana dall’essenza vitale dell’Islam e dai suoi principi fondamentali. Anche se ciò comportò una certa ingiustizia personale nei confronti di Hazrat Ali, non vi è dubbio che la concreta realizzazione di questo ideale fosse ancora più importante di lui.
Poi venne l’epoca dei Banu Umayya. Essi non si limitarono a confinare il califfato islamico nella dinastia dei Banu Umayya, ma lo trasformarono in un sistema monarchico autocratico. Ciò non fu il risultato degli insegnamenti dell’Islam, bensì dell’influenza della «jahiliyya». Questa influenza della jahiliyya aveva soffocato la forza vitale dell’Islam.
La questione diventerà chiara presentando alcune narrazioni su come furono realizzate la nomina di Yazid e la bayʿa a lui.
Dopo aver ottenuto in Siria la «bayʿa» a favore di Yazid, Muawiya affidò a Saʿid ibn al-ʿAs il compito di ottenere, in qualunque modo, il sostegno degli abitanti dell’Hijaz. Ma Saʿid fallì. In seguito, Muawiya stesso si recò alla Mecca con un’imponente schiera di soldati e comandanti, radunò i musulmani più eminenti e disse loro:
«Vedete, conoscete bene il modo in cui vi ho trattati e il rispetto che ho sempre mostrato per i vostri legami di parentela e per le vostre relazioni. Yazid è vostro fratello, il figlio di vostro zio. Il mio desiderio è che accettiate Yazid come califfo soltanto di nome. Sarete voi a occuparvi di tutte le nomine e destituzioni, della riscossione e della distribuzione delle imposte e di ogni altra questione.»
Abdullah ibn al-Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose: «Dovreste seguire una delle due vie: o fare come il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), che designò una persona estranea alla propria stirpe, oppure costituire un consiglio imparziale, come fece Umar (che Allah sia soddisfatto di lui), formando un consiglio composto da sei persone che non fossero suoi parenti stretti.»
Muʿawiya (che Allah sia soddisfatto di lui) sembrò infiammarsi d’ira. Domandò: «Non hai una terza via da proporre?» Ibn al-Zubayr rispose: «No». Muʿawiya si rivolse agli altri e chiese: «Qual è la vostra opinione?» Tutti risposero all’unisono: «La nostra opinione è la stessa espressa da Ibn al-Zubayr». Allora Muʿawiya li minacciò dicendo: «Quando si dà un segnale di avvertimento prima di adottare una misura estrema, in seguito non c’è più spazio per obiezioni. Ho pronunciato un discorso davanti a voi e subito uno di voi si è alzato per contestare pubblicamente le mie parole. Ho sopportato la cosa e vi ho perdonato.»
«Ma ora mi sono alzato per pronunciare una parola definitiva. Vi avverto: se qualcuno di voi pronuncerà anche una sola parola in risposta, la spada gli separerà la testa dal corpo prima ancora che si possa udire una seconda parola. Ora ciascuno dovrebbe preoccuparsi di salvare la propria vita.»
Dopo aver predisposto queste misure, Muʿawiya dispose due uomini ciascuno, con le spade sguainate, sopra le teste dei principali esponenti dell’Hegiaz contrari alla nomina di Yazid, e ordinò al comandante della sua guardia del corpo che, se qualcuno di loro avesse pronunciato anche una sola parola a sostegno o contro la sua proclamazione, entrambi lo colpissero simultaneamente con la spada.
Dopo aver predisposto tutto ciò, Muʿawiya salì sul pulpito e disse: «Questi uomini sono i capi dei musulmani e i migliori tra loro; nulla dovrebbe essere fatto senza il loro parere. Essi hanno prestato il “bayʿa” al califfato di Yazid, accettandolo: prestate anche voi il bayʿa nel nome di Allah». Immediatamente la gente prestò il «bayʿa».[Ibn al-Amir,, Hawadith, anno 56 dell’Egira. Non desideriamo insistere troppo sull’accettazione di questo racconto come veritiero. Tuttavia, per proteggere i principi fondamentali dell’Islam dalla distorsione, diremo certamente che, se questa tradizione fosse autentica, un atto di questo genere sarebbe stato completamente contrario alla natura originaria dell’Islam. Nessun argomento, giustificazione o pretesto può dimostrare che tale atto fosse corretto. – L’autore]
Questa è la base del governo di Yazid. L’Islam non può mai accettare una simile base. E che tipo di uomo era lo stesso Yazid? È degna di nota la testimonianza di ʿAbdullah ibn Hanzala (che Allah sia soddisfatto di lui) sul suo conto.
«Per Dio! Iniziammo il movimento contro Yazid quando tememmo che una pioggia di pietre dal cielo si abbattesse su di noi. Quest’uomo sposa contemporaneamente la madre e la figlia, nonché più sorelle, beve vino e abbandona la preghiera. Per Dio! Anche se nessun altro fosse stato mio compagno, mi sarei sacrificato da solo sulla via di Allah.»
Forse si tratta dell’esagerazione di un nemico di Yazīd. Tuttavia, le azioni ignobili che Yazīd commise in seguito, come l’uccisione di Ḥusayn in un modo così vile, l’assedio della Kaʿba e il lancio di pietre contro di essa, dimostrano che i nemici di Yazīd non avevano affatto fornito una descrizione esagerata. Qualunque fosse la situazione reale, nessuno può avere l’ardire di sostenere che, nonostante la presenza tra i musulmani dei Compagni del Profeta e dei Tābiʿūn, Yazīd fosse la persona più degna del califfato. In realtà, l’obiettivo di tutto ciò era limitare il governo alla sola dinastia omayyade e trasformarlo in un sistema monarchico. Questa tendenza equivaleva a una pugnalata al cuore dell’Islam e della legge islamica.
Il vero scopo per cui presentiamo queste informazioni non è condannare alcuna persona, bensì mostrare chiaramente che il sistema monarchico iniziato nell’Islam senza alcuna legittimazione conforme alla sharīʿa non ha alcun rapporto con la forza vitale e i principi fondamentali dell’Islam. Abbiamo intrapreso questa discussione per purificare l’Islam e il sistema politico islamico dalle contaminazioni e rivelarne la vera natura.
Alcuni esempi di sistemi di governo
Per aiutarci a comprendere correttamente questa verità, cercheremo di presentare alcuni esempi concreti di sistemi di governo tratti dalle diverse epoche del califfato dei Rashidun, vale a dire dall’epoca di Abū Bakr e ʿUmar, da quella di ʿUthmān e Marwān, poi da quella di ʿAlī, e analogamente dalle epoche abbaside e omayyade.
Quando i musulmani insediarono Abū Bakr sul trono del califfato, ai suoi occhi non vi era altro compito che attuare tra i musulmani la religione di Allah e la sharīʿa. Non gli passò neppure per la mente che le azioni che in precedenza gli erano proibite in quanto semplice cittadino sarebbero diventate lecite grazie a questa carica. Né pensò di ricevere nuovi diritti che prima non possedeva, o di essere sollevato dalle responsabilità e dai doveri che fino ad allora aveva avuto.
Quando a Saqīfa si concluse la cerimonia della sua investitura, pronunciò il seguente discorso: «Se adempirò correttamente alle mie responsabilità, voi mi aiuterete e mi sosterrete. Ma se comincerò a percorrere una via tortuosa, voi mi raddrizzerete. La sincerità è affidabilità, mentre la menzogna è tradimento. Colui che tra voi è più debole è ai miei occhi il più forte, finché non gli avrò restituito il suo diritto. E colui che è più forte è ai miei occhi il più debole, finché non avrò fatto valere nei suoi confronti il diritto dello Stato. Ricordate che ogni volta che una nazione si ritira dal jihād, Allah la umilia e la disonora. E ogni volta che una nazione si colma di oscenità, Allah l’Altissimo fa scendere su tutti un castigo generale. Finché obbedirò ad Allah e al Suo Messaggero, voi obbedirete ai miei ordini. Ma se mi allontanerò dall’obbedienza ad Allah e al Suo Messaggero, non avrete più il dovere di obbedire ai miei ordini».
La casa di Abū Bakr si trovava a Sānh, nei pressi di Medina. Era una casa piccola e molto modesta. Anche dopo essere diventato califfo, non la fece neppure ristrutturare. Da quella casa a Medina andava e veniva ogni giorno a piedi, mattina e sera. Talvolta usava un cavallo, ma non apparteneva al Bayt al-Māl: era di sua proprietà. In seguito, quando il carico di lavoro aumentò, si trasferì a Medina.
Si guadagnava da vivere con il commercio. Il giorno dopo essere stato eletto califfo, mentre si apprestava a partire per i suoi affari, i musulmani lo fermarono e gli dissero: «Non è possibile assolvere le responsabilità del califfato e occuparsi contemporaneamente di commercio e affari». Egli domandò: «Come potrò vivere, se non conosco altro mezzo per procurarmi da vivere?». Tutti presero in considerazione la sua situazione e, in cambio del fatto che non avrebbe più potuto commerciare e che avrebbe svolto a tempo pieno le responsabilità del califfato, stabilirono per lui, dal Bayt al-Māl, uno stipendio sufficiente al sostentamento della sua famiglia.
Ciononostante, sul letto di morte dispose che tutto ciò che aveva preso dal Bait al-Mal fosse conteggiato e prelevato dalle sue terre e dagli altri suoi beni, per essere poi versato nel Bait al-Mal.
Animato dall’influenza della consapevolezza e del senso di responsabilità che l’Islam risveglia nella coscienza e nella mente dei governanti e dei governati, Hazrat Abu Bakr (r.a.) si riteneva personalmente responsabile di alleviare i bisogni e le lamentele di ogni suddito. Durante il suo soggiorno a Sanh mungeva ogni giorno le capre dei suoi vicini deboli e indigenti. Quando assunse la carica di califfo, una bambina, figlia di una sua vicina, gli disse: «Ora non mungerete più le nostre capre, vero?». Abu Bakr (r.a.) rispose: «Perché non dovrei? Certamente continuerò a farlo». E continuò davvero a mungere il loro latte. Talvolta chiedeva alla bambina, proprietaria delle capre: «Devo soltanto mungere il latte o devo anche fare il burro?». A volte lei rispondeva: «Fai il burro». Altre volte diceva: «Lascia soltanto il latte». In breve, egli faceva esattamente ciò che lei gli chiedeva.
Durante il califfato di Hazrat Abu Bakr, Hazrat Umar (r.a.) si prendeva cura a Medina di una donna cieca. Dopo qualche tempo si accorse che, ogni giorno, qualcuno arrivava prima di lui e svolgeva le faccende della donna. Un giorno si nascose e rimase in agguato. Vide allora Hazrat Abu Bakr (r.a.) arrivare e svolgere tutte le faccende della donna. Il califfato e le sue gravose responsabilità non gli avevano impedito di compiere quel servizio. Non appena lo vide, Hazrat Umar (r.a.) esclamò: «Siete certamente voi. Per Dio, siete proprio voi (a compiere ogni giorno questo servizio)».
Questi sono alcuni esempi comuni della politica di governo di Hazrat Abu Bakr! Quando Hazrat Umar gli succedette, questa politica rimase immutata. Umar (r.a.) non considerò mai il califfato un diritto aggiuntivo personale; lo considerò invece certamente una responsabilità aggiuntiva. Non occorre dire che tale responsabilità consisteva unicamente nell’applicare la legge di Allah.
Nel discorso pronunciato durante la cerimonia della bay’a disse: «Fratelli! Sono uno di voi e non sono nulla più di voi. Se fosse stato giusto rifiutare la richiesta del Khalifat al-Rasul (Hazrat Abu Bakr), non avrei mai accettato da voi questa responsabilità».
In un altro discorso disse: «Su di me sono state affidate alcune responsabilità nei vostri confronti; ve le espongo. Riguardo a esse, chiedetemi sempre conto. È mia responsabilità riscuotere da voi il tributo e le tasse. Distribuirò equamente tra voi le ricchezze, non vi getterò in situazioni di pericolo, non vi terrò troppo a lungo sui confini e, quando sarete all’estero per la guerra, mi prenderò cura delle vostre famiglie».
Diceva: «Considero il patrimonio di Allah, per quanto mi riguarda, alla stregua dei beni di un orfano. Non lo toccherò se non ce n’è bisogno; e, quando ce ne sarà bisogno, ne prenderò con onestà».
Una volta gli fu chiesto: «Quanto del patrimonio di Allah ritenete lecito prendere per voi?». Rispose: «Per la mia famiglia, due abiti, uno per l’inverno e uno per l’estate; una cavalcatura per l’Hajj e l’Umrah; e cibo equivalente a quello di una famiglia qurayshita di condizioni medie. Dopodiché sono un musulmano come tutti gli altri musulmani. Ciò che riceveranno loro, riceverò anch’io».
Di solito viveva in questo modo. Tuttavia, talvolta applicava una straordinaria severità persino riguardo a ciò che aveva dichiarato lecito per sé. Un giorno si ammalò. Gli fu consigliato di usare il miele come rimedio.
Nel Bayt al-Mal c’era molto miele. Salì sul minbar e disse: «Se mi date il permesso, posso usare il miele; altrimenti per me sarà proibito». Tutti i presenti gli diedero immediatamente il permesso.
Vedendo questa severità di ʿUmar, alcuni musulmani si recarono da sua figlia, la Madre dei Credenti Ḥafṣa (che Allah sia soddisfatto di lei), e dissero: «ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) ha oltrepassato i limiti dell’austerità nei propri confronti. Attualmente Allah ha concesso l’agiatezza. Dovrebbe prendere dal bottino di guerra secondo il suo desiderio e le sue necessità. Da parte dei musulmani ha piena autorizzazione a farlo». Quando Ḥafṣa (che Allah sia soddisfatto di lei) riferì queste parole a ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui), egli rispose: «Ḥafṣa, hai parteggiato per la tua gente e ti sei comportata da malintenzionata nei confronti di tuo padre. I membri della mia famiglia hanno diritti sulla mia persona e sui miei beni, ma non hanno alcun diritto sulla mia religione e sulla mia fedeltà al deposito affidatomi».
Attribuiva la massima importanza all’uguaglianza tra sé e i propri sudditi. Quando si verificò la famosa carestia dell’ʿĀm al-Ramāda, ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) giurò che non avrebbe toccato né burro chiarificato né carne finché non fossero tornate le condizioni normali. Mantenne questa promessa alla lettera. Di conseguenza, nutrendosi di olio, la pelle del suo corpo si seccò e divenne nera. Qualche tempo dopo, al mercato comparvero in vendita due recipienti di latte e di burro chiarificato. Un servo di ʿUmar li comprò per quaranta dirham e glieli portò. Gli disse: «Ora Allah ha fatto sì che tu possa mantenere la tua promessa. Al mercato sono comparsi latte e burro chiarificato; li ho comprati e te li ho portati». Ma quando ʿUmar seppe quanto erano costati, disse: «Li hai comprati a un prezzo troppo elevato; distribuiscili entrambi in elemosina. Non mi piace mangiare in modo dispendioso». Rimase per qualche istante a capo chino e poi disse: «Se non condividessi anch’io le difficoltà che colpiscono il popolo, come potrei comprenderne l’importanza?»
ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) riteneva che dovesse essere privato di ciò di cui erano privati i sudditi. Come egli stesso disse, non vi era neppure un angolo della sua mente in cui fosse presente l’idea che, essendo stato investito della carica di califfo, avesse acquisito qualche privilegio speciale. Riteneva che, se in questa materia non fosse rimasto saldo sull’uguaglianza e sulla giustizia, non avrebbe avuto alcun diritto di ottenere l’obbedienza del popolo. Da ciò si ricava un importante principio della politica e dell’ordinamento statale islamici: un governante, anche se applica la legge di Allah e riconosce la sovranità di Allah, non può essere degno dell’obbedienza se non osserva equità e giustizia nei propri giudizi e nelle proprie decisioni. Questo principio dell’Islam era profondamente radicato nell’animo di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui), e la consapevolezza al riguardo rimaneva sempre vigile.
Una volta contrattò l’acquisto di un cavallo con un uomo. In seguito vi salì e lo fece correre per esaminarlo e metterlo alla prova. Nel frattempo il cavallo inciampò, cadde e si ferì. ʿUmar volle restituirlo, ma il proprietario rifiutò di riprenderlo. Alla fine entrambi si recarono in tribunale dal giudice Shurayḥ per sottoporre la controversia al giudizio. Dopo aver ascoltato le dichiarazioni di entrambe le parti, Shurayḥ disse: «Amīr al-Muʾminīn! Tieni ciò che hai acquistato; altrimenti restituiscilo nelle condizioni in cui lo avevi preso». ʿUmar esclamò involontariamente: «Questa sì che è giustizia!» In seguito, soddisfatto della sua equità, nominò Shurayḥ giudice di Kufa.
Se la politica di ʿUmar era tanto severa nei propri confronti, non si poneva neppure la questione di un trattamento discriminatorio verso i parenti del califfo o gli altri cittadini. Per esempio, quando suo figlio ʿAbd al-Raḥmān bevve del vino, divenne indispensabile applicargli la pena prevista dalla legge islamica. Il suo caso è universalmente noto. Analogamente, quando il figlio di ʿAmr ibn al-ʿĀṣ maltrattò un ragazzo egiziano, fu punito secondo il codice penale della sharīʿa.
Per quanto riguardava i funzionari, la sua politica consisteva nel sottoporli a rendiconto per i beni eccedenti che venivano trovati in loro possesso dopo che avevano assunto il potere. Si indagava scrupolosamente per stabilire se quei beni fossero stati accumulati danneggiando i musulmani o abusando del potere. «Come è stata acquisita la ricchezza?» era una domanda fondamentale; di conseguenza, ogni volta che nutriva il sospetto di corruzione nei confronti di un funzionario, ʿUmar gli chiedeva spiegazioni. Proprio in base a questo principio, metà dei beni di ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, governatore dell’Egitto, fu confiscata e depositata nel Bayt al-Mal. Applicò la stessa politica anche a Saʿd ibn Abī Waqqāṣ, suo rappresentante a Kufa. Allo stesso modo confiscò i beni di Abū Hurayra, governatore del Bahrein.
Il sommario della politica di Hazrat Umar è questo: i sudditi devono obbedire al governo e desiderare il suo bene, rimanendo entro i confini dell’Islam, mentre il governo deve amministrare la giustizia e promuovere il benessere generale del popolo. Per questo egli accettò l’affermazione di un suo suddito comune: «Se vedremo in te una deviazione, ti raddrizzeremo con la spada». In altre parole, riconobbe che i sudditi hanno il diritto di criticare e correggere il governante. Un giorno, durante un discorso, disse: «Non ho nominato i funzionari perché interferiscano ingiustamente nella vostra vita, nei vostri beni e nel vostro onore. Li ho nominati per insegnarvi gli insegnamenti concreti del Corano e della Sunna. Se un funzionario opprime o tiranneggia qualcuno, non lo tollererò in alcun modo. La persona interessata deve presentare a me una denuncia contro di lui». In questo modo definì i limiti dei poteri dei funzionari e proibì loro di oltrepassarli.
Proprio alla luce di una responsabilità così grave del governante, egli non desiderava che un secondo califfo fosse scelto tra i discendenti di Khattab. Lasciò istruzioni esplicite affinché Abdullah non fosse eletto califfo. Tuttavia lo incluse nel consiglio consultivo. L’affermazione che pronunciò in quell’occasione rappresenta fedelmente la sua concezione del califfato. Disse:
«Non desideriamo affatto esercitare autorità su di voi. Io stesso non ho trovato felicità nel farlo. Pertanto non voglio che nessun altro tra i miei discendenti assuma questa responsabilità. Se essa è stata adempiuta veramente bene, tutti noi abbiamo ricevuto la nostra giusta parte. Altrimenti, è sufficiente che, tra tutti i discendenti, solo Umar sia chiamato a rendere conto».
Il metodo di governo di Hazrat Uthman
Non vi è dubbio che, durante il califfato di Hazrat Uthman, questa concezione del metodo di governo subì qualche cambiamento. Tuttavia, nonostante tale cambiamento, essa rimase complessivamente nell’ambito dell’Islam.
Quando Hazrat Uthman ricevette la responsabilità del califfato, era già un uomo di oltre ottant’anni. Marwan approfittò della sua vecchiaia e adottò, in molte questioni, politiche contrarie all’Islam. D’altra parte, a causa della mitezza di Hazrat Uthman e del suo affetto e della sua straordinaria benevolenza verso i parenti, furono adottate alcune misure che apparvero particolarmente discutibili ai Compagni. Tali misure provocarono reazioni estremamente negative. Il terribile tumulto e il disordine che ne seguirono danneggiarono gravemente l’Islam.
Nel giorno delle nozze, Hazrat Uthman donò duecentomila dirham dal Bayt al-Mal a suo genero Harith ibn Hakam. La mattina seguente, il tesoriere del Bayt al-Mal, Zayd ibn Arqam, venne dal califfo con il volto triste e gli occhi pieni di lacrime, chiedendogli di sollevarlo dal suo incarico. Quando gli chiese la ragione, seppe che voleva dimettersi proprio perché il genero del califfo aveva ricevuto una donazione dal tesoro dei musulmani. Hazrat Uthman disse con stupore: «Ibn Arqam, piangi perché ho trattato bene i miei parenti?». Quell’uomo, dotato di una sensibilità profondissima per lo spirito dell’Islam, rispose: «No, Amir al-Mu’minin! Non è questo il punto. Piango pensando che forse hai accettato questa somma come compenso per le ingenti ricchezze che donavi ai musulmani durante la vita del Messaggero di Allah. Giuro su Dio che anche se gli avessi dato cento dirham, sarebbero stati troppi». Hazrat Uthman si adirò con quell’uomo, la cui coscienza non riteneva giusto spendere neppure cento dirham per i parenti del califfo, e disse: «Ibn Arqam! Lascia qui la chiave. Troverò certamente qualcun altro».
Numerosi esempi di questo genere si riscontrano nel comportamento di Hazrat Uthman. Una volta donò seicentomila a Zubayr, duecentomila a Talha e un quinto dell’Africa a Marwan ibn Hakam. Quando un gruppo di Compagni guidati da Hazrat Ali sollevò una forte obiezione, il califfo rispose: «Ho molti parenti e dovrei trattarli con benevolenza». La gente considerò questa risposta ancora più discutibile e domandò: «Hazrat Abu Bakr e Umar non avevano forse dei parenti?». Hazrat Uthman rispose: «Abu Bakr e Umar si astenevano dal dare ai parenti, aspettandosi da Allah una ricompensa migliore, mentre io desidero ottenere merito facendo loro delle donazioni». Allora essi, adirati, se ne andarono dicendo: «Giuro su Dio! Se è così, la politica di quei due ci è più cara della vostra».
Quanto alle cariche e agli incarichi, oltre alle ricchezze, essi erano stati elargiti ai parenti di ʿUthmān come una pioggia. Uno dei principali beneficiari fu Muʿāwiya. ʿUthmān ampliò i confini del governatorato di Muʿāwiya, includendovi anche la Palestina e Homs. Lo nominò comandante supremo dell’intero esercito e gli spianò la strada affinché, rafforzato da tutta la potenza finanziaria e militare, potesse aspirare al califfato contrapponendosi ad ʿAlī. Tra questi parenti che beneficiavano degli incarichi vi erano al-Ḥakam ibn Abī al-ʿĀṣ, respinto dal Messaggero di Allah, suo figlio Marwān ibn al-Ḥakam e il suo fratello di latte ʿAbd Allāh ibn Saʿd ibn Abī Sarḥ. Nominò Marwān suo principale visir.
I Compagni, considerando le inevitabili e terribili conseguenze di tutte queste azioni, si recavano ripetutamente a Medina e si adoperavano per proteggere i principi islamici dalla distorsione e il califfo dei musulmani dal pericolo. Ma il califfo, a causa della vecchiaia e della debolezza, non aveva alcun controllo su Marwān. È vero che non vi è motivo di dubitare della presenza dello spirito islamico in ʿUthmān, né di muovergli alcuna accusa. Tuttavia è difficile considerarlo completamente esente da errori. A nostro avviso, la causa degli errori non fu altro che il visirato di Marwān e l’alterazione mentale di ʿUthmān dovuta alla vecchiaia.
Una volta, il popolo si riunì e mandò ʿAlī a discutere con ʿUthmān. Egli si recò da lui e disse:
«Sono venuto come rappresentante del popolo. Mi hanno riferito molte cose riguardo a voi, ma non riesco a capire che cosa dirvi. Ciò che so non vi è ignoto, né sono in grado di insegnarvi qualcosa; voi comprendete ogni cosa da voi stesso. Nessuno di noi possiede più conoscenza di voi. Prima di voi non avevamo acquisito alcuna conoscenza dell’Islam. Non esiste alcuna informazione che soltanto noi conosciamo e che ora sia necessario comunicarvi. Non ci è stato insegnato nulla nascondendovelo. Avete visto il Messaggero, avete ascoltato le sue parole, siete rimasto in sua compagnia e avete avuto con lui un rapporto di parentela. Abū Bakr e ʿUmar non erano più vicini di voi al bene. Sia per il legame di sangue sia per quello di suocero e genero, voi eravate più vicini al Messaggero di Allah di entrambi. Nessuno dei due vi precedeva in questo. Temete dunque Allah per ciò che vi riguarda. Non avete bisogno di essere condotto dalle tenebre alla luce o dall’ignoranza alla conoscenza. La retta via è del tutto luminosa e chiara, e i simboli dell’Islam sono ancora intatti. O ʿUthmān, sappiate che il migliore degli uomini presso Allah è il governante giusto che rimane sulla retta via, guida anche gli altri, istituisce la Sunna e abolisce l’innovazione. Per Dio, tutto è chiaro: la legge di Allah è ancora saldamente stabilita e il Suo vessillo ancora sventola. Il più vile degli uomini presso Allah è colui che abolisce la Sunna e diffonde l’innovazione. Ho sentito il Messaggero di Allah dire che, nel Giorno della Resurrezione, il governante ingiusto sarà condotto davanti a Dio in una condizione di estrema impotenza; le sue scuse non saranno ascoltate e sarà gettato nella Geenna.» (al-Ṭabarī)
ʿUthmān rispose: «So che ciò che hai detto è quanto dice anche la gente. Ascolta! Giuro per Dio che, se fossi stato al tuo posto, non ti avrei biasimato né criticato e non ti avrei lasciato indifeso di fronte alle critiche. Non avrei sollevato obiezioni chiedendo: “Perché hai mostrato benevolenza verso i parenti? Perché hai aiutato i poveri e gli indigenti? Perché hai nominato governatori coloro che ʿUmar nominava a tali cariche?”. ʿAlī, ti chiedo per Dio: non sai forse che al-Mughīra ibn Shuʿba ricopre quella carica?»
Egli disse: «Sì, lo so.»
ʿUthmān: «Sai che fu ʿUmar a nominarlo governatore?»
ʿAlī: «Sì.»
Othman: «Allora, se ho nominato Ibn Amir governatore per via della parentela, perché mi criticate per questo?»
Ali: «Vi dirò la verità. Chiunque Omar (che Dio sia soddisfatto di lui) nominasse governatore, aveva le scarpe di Omar sulla testa. Non appena udiva anche solo una parola contro di lui, lo convocava immediatamente e non si dava pace finché non aveva risolto definitivamente la questione. Voi, invece, non fate altrettanto. Siete diventato debole e avete cominciato a trattare con benevolenza i vostri parenti.»
Othman: «E lo faccio anche con i tuoi parenti.»
Ali: «Non c’è dubbio che io abbia con loro una stretta parentela, ma ci sono altre persone migliori di loro.»
Othman: «Sai certamente che Omar (che Dio sia soddisfatto di lui) mantenne Muawiya nella carica di governatore per tutta la durata del suo califfato. Anch’io l’ho mantenuto come governatore.»
Ali: «Vi chiedo, per Dio: non sapete forse che Muawiya temeva Omar ancora più di quanto lo temesse lo schiavo Yarfa?»
Othman: «Sì.»
Ali: «Ma ora la situazione è tale che Muawiya prende decisioni senza consultare la vostra opinione, mentre voi non ne siete nemmeno informato. Fa passare tra la gente i propri ordini come se fossero ordini di Othman. Tutte queste cose giungono a voi, ma voi non contestate le dichiarazioni di Muawiya.»
Alla fine ebbe inizio una terribile insurrezione contro Hazrat Uthman, nella quale si mescolarono cause di ogni genere, tanto vere quanto false, tanto buone quanto cattive. Tuttavia, osservando la questione nel suo complesso dal punto di vista islamico, non si può fare a meno di riconoscere che questa insurrezione fu, in linea generale, un’esplosione popolare della sensibilità islamica. Naturalmente, esprimendo questa opinione, non ignoriamo il fatto che dietro tale esplosione fosse attiva anche la mano nascosta del maledetto capo terrorista ebreo Ibn Saba.
A difesa di Hazrat Uthman desideriamo osservare che la responsabilità del califfato gli fu affidata quando era ormai giunto alla tarda età. Era un uomo ultranovantenne e gli uomini della tribù degli Omayyadi lo avevano circondato. Ali aveva fornito la descrizione più precisa della sua situazione. Disse: «Se resto seduto in casa, egli (Uthman) dirà: “Mi hai dimenticato e hai ignorato i miei diritti e i nostri legami”. E se discuto con lui, anche allora egli agisce soltanto secondo i propri capricci. Marwan lo induce a fare tutto ciò che vuole. Nonostante avesse avuto la compagnia del Messaggero di Allah, a causa della vecchiaia è caduto completamente nella loro rete. Lo guidano nella direzione che desiderano».
In realtà, durante la vecchiaia del terzo califfo, il fatto che questo dinamico sistema di vita fosse passato nelle mani del circolo omayyade gli arrecò un danno irreparabile. Infatti, non fu più possibile prolungare il tempo necessario a mantenere le sue pratiche concrete fondate sulle sue basi ideologiche.
Durante il suo lungo califfato, l’influenza, il prestigio e la forza del circolo omayyade divennero estremamente potenti e solidi. Essi ebbero l’opportunità di consolidare il proprio potere in Siria e in altri paesi. Inoltre, come risultato naturale della politica seguita da Hazrat Uthman, la concentrazione della ricchezza aumentò eccessivamente. Di conseguenza, l’insurrezione popolare contro di lui indebolì le fondamenta della umma musulmana già nei primi tempi dell’Islam.
Da un lato, la storia di quest’epoca reca la testimonianza di alcune rare qualità della vera religione. Dall’altro, accanto a ciò, reca anche i segni di una potente rivoluzione intellettuale riguardo alla società, allo Stato e ai diritti dei governanti e dei governati. Naturalmente, non sono meno gravi i pericolosi effetti, profondi e di lunga portata, del disordine che ne scaturì.
Hazrat Uthman dopo
Quando Hazrat Uthman morì, di fatto il dominio omayyade era già stato instaurato. Fu il califfo stesso a offrire loro questa opportunità. Essi riuscirono a stabilire il proprio potere in tutto il paese, soprattutto in Siria. Si impadronirono dei bottini di guerra e di ogni altra ricchezza. Cominciarono a trascurare la fratellanza, la priorità degli interessi altrui, la garanzia della sicurezza sociale ed economica e simili compiti. E tutto ciò continuò a essere coltivato e alimentato sotto l’egida del califfato di Hazrat Uthman. Per questo, tra la nazione musulmana, la forza vitale e lo spirito dell’Islam divennero estremamente deboli e spenti.
Come reazione ad alcune decisioni del califfo, nell’animo del popolo si creò, talvolta naturalmente e talvolta irragionevolmente, un intenso e amaro sentimento. I musulmani cominciarono a protestare, accusando il califfo di trattare in modo discriminatorio i propri parenti e di elargire loro milioni di dirham in dono. Per nominare governatori i nemici del Messaggero di Allah, egli rimosse i suoi amati Compagni e perseguitò un Compagno di nobile carattere come Abu Dharr soltanto perché si opponeva alla concentrazione della ricchezza e agli eccessi del lusso e dei divertimenti delle classi elevate. Abu Dharr esortava a diffondere la generosità e la spesa sulla retta via, nonché a creare un ambiente di decoro e purezza.
Tutte queste azioni rattristavano e turbavano i musulmani. Quando tali tendenze si diffusero ampiamente, in alcuni nacque la ribellione, mentre in altri sorse un senso di inferiorità. Coloro nei cui cuori l’ideale islamico era profondamente radicato cominciarono a considerare peccaminoso rimanere in silenzio di fronte a tali azioni. Questo sentimento li spinse a manifestare la propria ribellione. Quanto a coloro che usavano l’Islam soltanto come un’etichetta, l’avidità e i desideri mondani li rendevano egoisti; e coloro che cambiavano continuamente i propri obiettivi insieme alla direzione del vento divennero sfrenati e corrotti. Fu questa situazione a porre fine al califfato di Hazrat Uthman.
Quando Hazrat Ali (che Dio sia soddisfatto di lui) salì sul trono del califfato, non era facile riportare la situazione sotto controllo. Coloro che, soprattutto tra i Banu Umayya, si erano dedicati ai profitti illeciti durante l’epoca di Uthman compresero bene che Hazrat Ali non sarebbe rimasto in silenzio riguardo alle loro azioni. Riflettendo su tutto ciò, si schierarono con Mu’awiya per il proprio interesse.
Hazrat Ali giunse al potere con l’obiettivo di ristabilire il popolo e il governo sui veri ideali politici dell’Islam. La sua situazione era tale che sua moglie macinava il grano con le proprie mani, ed egli si nutriva proprio di quello. Una volta stava imprimendo il sigillo ufficiale su un sacco di grano di sua proprietà, per consegnarlo al Bayt al-Mal. Disse: «Voglio introdurre nel mio stomaco soltanto ciò della cui liceità sono certo». A volte arrivò persino a dover vendere la propria spada per acquistare cibo e vestiario. A Kufa risiedeva nel Palazzo Bianco; è degna di attenzione la descrizione di Ibn Mansur riguardo al suo modo di vivere. Egli racconta:
«Andai da Hazrat Ali e vidi davanti a lui latte acido dall’odore sgradevole e pane secco. Gli chiesi: “Amir al-Mu’minin! Mangiate davvero queste cose?”. Egli rispose: “Il Messaggero di Dio indossava abiti ruvidi e mangiava pane ancora più secco. Se non seguissi la sua condotta, temo di non poter essere suo compagno”».
Analogamente, Harun ibn Antara ha raccontato: «Mi recai a incontrare Hazrat Ali nel luogo chiamato Khawarnaq. Era inverno. Hazrat Ali indossava una vecchia coperta logora e tremava intensamente. Dissi: “Amir al-Mu’minin! Dio ha stabilito in questa ricchezza una parte per voi e per la vostra famiglia. Eppure siete così severo con voi stesso”. Ali rispose: “Per Dio! Non lederò i vostri diritti. Questa è la coperta che portai con me da Medina”».
Naturalmente, quando Hazrat Ali adottò una simile politica nei confronti di sé stesso e della propria famiglia, sapeva bene che l’Islam gli permetteva di ricevere molto più di questo. L’Islam non obbliga nessuno a privarsi di ogni comodità e a vivere come un completo asceta. Egli sapeva che, persino come semplice cittadino, stava prendendo dal tesoro del Bayt al-Mal molto meno di quanto gli spettasse. Inoltre, in quanto governante costantemente impegnato negli affari del popolo, gli spettava ancora di più. Avrebbe potuto almeno ricevere uno stipendio pari a quello che Hazrat Umar stabiliva per i governatori delle diverse regioni. Hazrat Umar aveva fissato uno stipendio mensile di seicento dirham per Ammar ibn Yasir, governatore di Kufa, e per i suoi collaboratori. Le quote delle elemosine che ricevevano, come la gente comune, erano separate da questo. Inoltre ricevevano ogni giorno mezza capra e mezzo sacco di farina. Allo stesso modo, per insegnare gli insegnamenti dell’Islam agli abitanti di Kufa e occuparsi del Bayt al-Mal, nominò Abd Allah ibn Mas’ud e stabilì per lui uno stipendio mensile di cento dirham e ogni giorno un quarto di capra. Per Uthman ibn Hunayf stabilì un’assegnazione annuale di cinquemila dirham, un quarto di capra al giorno e uno stipendio mensile di centocinquanta dirham.
Hazrat Ali non adottò per sé quella via rigorosa senza conoscere tutte queste circostanze. La prospettiva secondo cui adottò tale politica era questa: il governante deve sempre essere un modello per il popolo, ma su di lui possono facilmente sorgere sospetti. Poiché il tesoro pubblico è sotto la sua autorità, può nascere anche il sospetto di appropriazione indebita. Egli deve quindi essere un modello di onestà e moderazione per il popolo e per i funzionari sottoposti alla sua autorità. Per questo fece di sé un seguace della politica di moderazione di Hazrat Abu Bakr e Hazrat Umar. Per coloro che erano succeduti al Messaggero di Dio nella guida della religione di Dio, questo elevato criterio era il più appropriato.
Hazrat Ali si impegnò con tutte le sue forze a rendere l’intero sistema statale conforme all’esempio del Profeta e dei due califfi che gli succedettero.
Una volta, dopo aver trovato la propria armatura presso un cristiano, egli lo prese con sé e si recò dal giudice Shuraih, presentando contro di lui una causa come un comune cittadino. Affermò che quell’armatura era sua. Shuraih chiese al cristiano quale fosse la sua risposta alla rivendicazione dell’Amir al-Mu’minin. Il cristiano disse: «L’armatura è certamente mia, ma non voglio neppure definire bugiardo l’Amir al-Mu’minin». Shuraih disse: «O Amir al-Mu’minin, avete qualche prova?». Hazrat Ali rise e disse: «Non ho alcuna prova». Shuraih decretò che l’armatura doveva essere consegnata al cristiano. Questi partì con l’armatura, mentre l’Amir al-Mu’minin rimase a guardarlo impotente. Dopo aver percorso alcuni passi, tornò indietro e disse: «Rendo testimonianza che la religione il cui califfo mi presenta personalmente davanti a un giudice, e il cui giudice emette una sentenza contro di lui, è certamente la vera religione». Detto ciò, recitò la professione di fede e dichiarò di aver abbracciato l’Islam. Poi disse: «O Amir al-Mu’minin, giuro per Dio che questa armatura è vostra. Quando marciaste verso Siffin, io seguivo l’esercito nelle retrovie. L’armatura è caduta dal vostro cammello bruno». Hazrat Ali disse: «Poiché hai abbracciato la fede, te la dono». (Abqariyya Imam– Ustad Abbas Mahmud al- Aqqad)
Egli delineò il sistema di governo che avrebbe seguito già nel discorso pronunciato durante la cerimonia della sua investitura:
«Fratelli! Io sono un uomo come voi. Ho gli stessi diritti che avete voi. Le responsabilità che sono affidate a voi sono affidate anche a me. Vi governerò secondo la politica del vostro Profeta e applicherò la sua legge. Ascoltate! Tutte le terre e tutti i beni del tesoro di Dio che Uthman aveva assegnato a qualcuno saranno restituiti al Bayt al-Mal. Nulla può cambiare la realtà. Anche se vedrò che questi beni dello Stato sono stati spesi per matrimoni o per l’acquisto di schiave, oppure sono stati dispersi all’estero, li reclamerò comunque. Poiché per chi trova insopportabile la giustizia e l’equità, l’ingiustizia e la tirannia saranno ancora più insopportabili».
«Fratelli! State in guardia! Quando priverò di tutte queste cose coloro sui quali, fino a poco tempo fa, gli interessi mondani avevano prevalso e che erano diventati proprietari di grandi palazzi, cammelli, cavalli, schiavi, schiave e servitori, e li ricondurrò entro i limiti dei loro autentici diritti, non comincino a dire che il figlio di Abu Talib li ha privati dei loro diritti. Sappiate che, se qualcuno tra i Compagni del Messaggero di Dio, i Muhajirun e gli Ansar ritiene di avere, grazie alla vicinanza e alla compagnia del Messaggero di Dio, una precedenza e una superiorità sugli altri, sappia che il riconoscimento di tale superiorità e precedenza si otterrà soltanto presso Dio, e soltanto presso di Lui se ne riceverà la giusta ricompensa. Sappiate che chiunque risponderà all’appello di Dio e del Messaggero, accetterà la nostra comunità, entrerà nella nostra vera religione e si rivolgerà verso la nostra qibla, godrà di tutti i diritti conferiti dall’Islam e sarà tenuto ad adempiere alle responsabilità e ai doveri che gli sono stati assegnati. Siete tutti servi di Dio, e questa ricchezza appartiene a Dio. Sarà distribuita equamente tra voi. A questo riguardo, nessuno riceverà la precedenza sugli altri. Presso Dio vi è la migliore ricompensa per i timorati».
I gruppi di profittatori, fautori delle discriminazioni, interessati e opportunisti non potevano essere soddisfatti della politica di equa distribuzione di Hazrat Ali, ed era naturale che fosse così. Perciò, alla fine, questo gruppo si unì al campo ribelle degli Omayyadi. Entrati in quel campo, si adoperarono per salvaguardare fino all’ultimo i propri meschini interessi, sacrificando la giustizia e l’equità.
Coloro ai cui occhi Muʿāwiya appare più astuto, perspicace, prudente e capace di Ḥazrat ʿAlī, e che per questo ritengono che alla fine Muʿāwiya abbia trionfato, osservano erroneamente la situazione e non riescono a formulare un giudizio corretto sul reale valore di Ḥazrat ʿAlī e sull’adempimento del suo autentico dovere. Il primo e l’ultimo dovere di Ḥazrat ʿAlī consistevano nel ristabilire la tradizione islamica nella sua autentica forza e nell’infondere nuovamente vigore vitale nel corpo quasi privo di vita della vera religione. Una delle missioni principali di Ḥazrat ʿAlī era liberarla dalla corruzione e dalla bassezza con cui gli intriganti della dinastia omayyade, approfittando della debolezza e della vecchiaia di Ḥazrat ʿUthmān, avevano contaminato la forza vitale dell’Islam.
Se, nella lotta per portare a compimento questa missione, egli avesse adottato il metodo d’azione di Muʿāwiya, la sua stessa missione sarebbe fallita. Ciò avrebbe significato che aveva combattuto per ottenere il califfato soltanto per interesse personale. In tal caso, la sua lotta non avrebbe avuto alcun valore. ʿAlī doveva rimanere «ʿAlī»; altrimenti, anche se gli fossero stati sottratti il califfato e, insieme ad esso, la vita, egli non avrebbe avuto motivo di opporsi: questo era il proposito di Ḥazrat ʿAlī. Tale proposito non vacillò nella sua mente neppure per un istante. Secondo una narrazione — sebbene, naturalmente, solo qualora sia autentica — Ḥazrat ʿAlī avrebbe detto: «Giuro su Dio, Muʿāwiya non è più astuto di me, ma è un ingannatore. Disobbedisce apertamente. Se avessi amato l’inganno e la frode, sarei stato il più astuto di tutti».
Dopo la morte di Ḥazrat ʿAlī giunse l’epoca dei Banū Umayya. Per gli Omayyadi, la fede di Ḥazrat ʿUthmān, il suo timore di Dio e la dolcezza del suo cuore costituivano un ostacolo. Ma quell’ostacolo era già stato rimosso. Ora, con la morte di Ḥazrat ʿAlī, fu eliminata anche l’ultima barriera e la via alla sfrenatezza rimase aperta.
Anche in seguito l’Islam continuò a espandersi nel mondo. Tuttavia, non vi è alcun dubbio che la forza vitale dell’Islam si fosse gravemente contratta. Se nella natura stessa dell’Islam non fosse stata nascosta una forza poderosa e la sua forza spirituale non avesse posseduto la capacità di dinamizzarsi, l’epoca omayyade sarebbe stata sufficiente a deviarlo dal suo vero cammino. Ma la sua forza vitale continuò a lottare incessantemente e ad acquisire vigore. Ancora oggi in esso è celata una forza segreta di lotta e di vittoria.
A partire dall’epoca omayyade, il tesoro dei musulmani divenne eccessivamente prodigo e si trasformò nel bottino dei sovrani, dei loro adulatori e dei loro cortigiani. Le fondamenta della giustizia e dell’equità islamiche crollarono. I governanti divennero privilegiati e i loro adulatori beneficiari di doni. In breve, il califfato si trasformò in una monarchia, e per di più nella peggiore forma di monarchia dispotica. Fu proprio riguardo a questo dispotismo che il Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, aveva profetizzato. La conseguenza fu che dovemmo ascoltare numerosi racconti di cantanti, poeti e adulatori ricompensati. Un sovrano omayyade ricompensò il poeta di nome Maʿbad con dodicimila dinari, mentre il sovrano abbaside Hārūn al-Rashīd donò al cantante Ismāʿīl ibn Jāmiʿ quattromila dinari per una sola canzone, oltre a una bella e piacevole casa ornata da pregevoli decorazioni. Così continuò il corso del tempo: talvolta si interrompeva per un breve periodo, per poi riprendere la sua corsa a piena velocità.
Omar ibn Abd al- Aziz
È ora necessario menzionare l’epoca di Omar ibn Abd al-Aziz. Quest’epoca fu una continuazione del califfato dei Ben Guidati. Fu un intenso bagliore che illuminò l’intero cammino. Egli inaugurò la propria epoca califfale restituendo al suo legittimo proprietario, la nazione musulmana, il potere di governo usurpato illegalmente. Infatti, secondo la prospettiva dell’Islam, l’unico metodo legittimo per formare un governo consiste nel fatto che la nazione musulmana scelga il proprio governante per libera volontà, e non attraverso la forza militare o per successione ereditaria. In piedi sul minbar, disse:
«Fratelli! Mi è stato affidato questo difficile incarico senza il consenso né mio né della nazione. Io stesso mi libero del peso della vostra obbedienza che grava su di voi. Scegliete voi stessi qualcuno».
La gente esclamò gridando: «Amīr al-Mu’minīn! Siamo noi a scegliere te. Abbiamo piena fiducia nella tua guida».
In questo modo egli rianimò il metodo originario per eleggere il governante. Infatti, nessuno può essere nominato governante senza il consenso e la consultazione della comunità.
Poi, rivolgendosi alla gente, disse:
«Amici! Prima di me sono passati alcuni governanti. Erano oppressori. Voi li avete sostenuti soltanto per proteggervi dalla loro oppressione. Ricordate: non si può obbedire alle creature disobbedendo al Creatore. È obbligatorio obbedire a chi riconosce l’obbedienza ad Allah. Ma non si deve obbedire a chi disobbedisce ad Allah. Finché obbedirò ad Allah nel governare voi, anche voi seguirete i miei ordini. Ma se disobbedirò ad Allah, non sarà vostro dovere eseguire i miei ordini».
Dopo essere salito al potere, cominciò innanzitutto a restituire i beni usurpati e confiscati illegalmente. Iniziò dai propri beni. Esaminando l’origine dei proventi di tutte le sue proprietà immobiliari, scoprì che erano state ottenute illegalmente. Restituì immediatamente tutti quei beni. Aveva persino un anello in mano. Dopo averlo guardato, disse: «Al-Walīd me lo aveva dato ingiustamente con il denaro riscosso nelle regioni occidentali». Lo consegnò immediatamente al Bayt al-Māl. Restituì tutte le concessioni fondiarie che possedeva. Erano di sua proprietà alcune concessioni di Imāma, Yaman Muqaydis, Jabal al-ʿUrus e Fadak: le abbandonò tutte e le restituì ai musulmani, conservando per sé soltanto una sorgente nel luogo chiamato Suwayda. L’aveva scavata con il proprio denaro. Ogni anno ne riceveva i proventi, che ammontavano a circa centocinquanta dīnār.
Quando decise di restituire ai musulmani tutto ciò che era in suo possesso, ordinò di invitare la popolazione a restituire tutti i diritti dei musulmani acquisiti ingiustamente. In piedi sul minbar, pronunciò un discorso davanti alla folla riunita:
«Cittadini, ci avevate dato molte cose che non avremmo dovuto accettare né avremmo dovuto donare ad alcuno. Tutti questi beni erano finiti nelle mie mani. Nessuno, tranne Allah, avrebbe potuto chiedermi conto di ciò. Ascoltate: ho deciso di restituire tutti i beni di questo genere. Tuttavia, comincio dai miei beni personali.
Muhājem! Comincia a leggere».
In precedenza erano stati portati, dentro una borsa, i documenti pertinenti. Muhajem cominciò a leggere i documenti uno dopo l’altro. Al termine di ogni lettura, Umar prendeva il documento; teneva in mano un paio di forbici e con esse li tagliava. Alla fine, nessuno dei documenti sfuggì alle sue forbici. Poi esaminò il caso di sua moglie Fatima bint Abd al-Malik. Le disse: «Consegna i tuoi gioielli al Bait al-Mal, oppure chiedimi il permesso di separarmi da te. Scegli una delle due cose. Per me è impossibile vivere in casa insieme a quei gioielli». Fatima rispose: «Amir al-Mu’minin! Sceglierò te. Che valore può avere un solo diamante? Anche se fosse stato qualcosa mille volte più prezioso, avrei preferito te a esso». In seguito, per suo ordine, il diamante fu depositato nel Bait al-Mal. Quando Umar ibn Abd al-Aziz morì e Yazid ibn Abd al-Malik salì al trono, disse a sua sorella Fatima: «Se vuoi, il tuo diamante può esserti restituito». Ella rispose: «Lo avevo consegnato con grande gioia durante la vita di Umar; ora, dopo la sua morte, non lo accetterò in alcun modo».
Umar ibn Abd al-Aziz non si limitò a restituire i beni acquisiti illegalmente; secondo quanto riferiscono gli storici, non prendeva nulla neppure dal Bait al-Mal per sé. Non spendeva nemmeno un centesimo del bottino di guerra per le proprie necessità personali. Eppure Hazrat Umar al-Faruq (r.a.) aveva stabilito per sé un’indennità giornaliera di due dirham proveniente dai beni ottenuti come fay’. Quando fu chiesto a Hazrat Umar ibn Abd al-Aziz di essere considerato uguale a Hazrat Umar al-Faruq, egli rispose: «Umar ibn al-Khattab non possedeva affatto beni personali; quanto a me, i beni personali che possiedo mi bastano».
Egli indusse i discendenti di Marwan a restituire metà dei beni ai loro legittimi proprietari. Si narra che un non musulmano di Homs si recò da lui e disse: «Amir al-Mu’minin! Ti chiedo di risolvere la mia controversia secondo la legge di Allah». Egli domandò: «A proposito di che cosa?». L’uomo rispose: «Abbas ibn Walid ibn Abd al-Malik mi ha sottratto la mia terra». Abbas era seduto proprio lì. Umar gli chiese: «Abbas, che cosa hai da dire?». Abbas rispose: «Me l’aveva donata mio padre, Walid ibn Abd al-Malik. Mi aveva anche consegnato un documento scritto al riguardo». Egli disse al visitatore: «Qual è ora la tua dichiarazione?». L’uomo rispose: «Amir al-Mu’minin! Giudica la mia causa secondo il Libro di Allah». Umar disse: «Sì, il comando di Allah è certamente più importante del documento di Walid ibn Abd al-Malik. Restituiscigli questa terra». Immediatamente egli restituì la terra.
Walid aveva un figlio di nome Rawh. Poiché era stato allevato in campagna fin dall’infanzia, aveva un aspetto completamente rustico. Alcune persone presentarono a Umar una causa riguardante alcuni negozi situati a Homs. In realtà quei negozi appartenevano agli accusatori, ma Walid li aveva intestati a Rawh. Umar convocò Rawh e gli ordinò di restituire loro i negozi. Rawh rispose che, secondo il documento scritto da Walid, i negozi appartenevano a lui. Umar replicò: «Il documento di Walid non ti serve a nulla. Sono state trovate testimonianze e prove che i negozi appartengono a loro. Restituiscili». A quel punto Rawh e un abitante di Homs si alzarono e cominciarono a lasciare la corte. Lungo la strada, Rawh minacciò l’uomo di Homs. Questi tornò da Umar e lo informò della minaccia. Umar ordinò a Ka‘b ibn Hamed, comandante delle sue guardie del corpo: «Vai da Rawh e digli di restituire i negozi ai loro proprietari. Se li restituisce, bene; altrimenti portami la sua testa decapitata». Sentendo queste parole, un amico di Rawh uscì dalla corte e gli riferì l’ordine dell’Amir al-Mu’minin. Nell’udirlo, Rawh fu sul punto di perdere i sensi. Ka‘b arrivò da lui con la spada parzialmente sguainata. Non appena Ka‘b glielo ordinò, egli andò a liberare i negozi.
La gente continuava incessantemente a presentarsi alla sua corte per denunciare oppressioni, abusi di potere e vessazioni. Gli venivano sottoposti tutti i casi di beni sottratti illegalmente, ed egli li restituiva ai loro legittimi proprietari, indipendentemente dal fatto che fossero in possesso dell’usurpatore o di qualcun altro. Recuperava anche dai Banu Marwan i beni sottratti con la forza e li restituiva ai loro proprietari originari. Rimediva a simili soprusi anche senza prove inconfutabili e considerava sufficiente persino una prova minima; ogni volta che riteneva che qualcuno fosse stato vittima di un’ingiustizia riguardo a un bene, decideva immediatamente di restituirne la proprietà. Sapeva infatti che i governanti precedenti avevano trattato ingiustamente il popolo. Si narra che, restituendo le ricchezze ottenute attraverso l’oppressione, svuotò il Bait al-Mal dell’Iraq. Di conseguenza, divenne necessario trasferirvi ricchezze dalla Siria.
Sulayman ibn Abd al-Malik fece dono di ventimila dinari ad Ambrasa ibn Sa’id ibn al-As, appartenente agli Omayyadi. Dopo essere passata per vari uffici governativi, l’ordinanza giunse all’ufficio dei sigilli, e proprio quando restava soltanto da riscuotere il denaro, Sulayman morì. Ambrasa era amico di Umar ibn Abd al-Aziz. All’alba si recò da Umar per parlargli di quel dono. Quando arrivò, vide che davanti alla sua porta stavano gli uomini dei Banu Umayya. Anch’essi chiedevano di essere ricevuti per discutere dei propri affari. Vedendo Ambrasa, pensarono: «Prima di parlare noi stessi, vediamo come viene trattato costui». Ambrasa si avvicinò a Umar e disse: «O Principe dei credenti! Sulayman aveva emanato un’ordinanza per concedermi ventimila dinari. L’ordinanza era giunta all’ufficio dei sigilli e restava soltanto da riscuotere il denaro. Proprio allora egli morì. Sono convinto che tu completerai questo atto di generosità, tanto più che il mio rapporto con te è più stretto di quello che avevo con Sulayman». Umar domandò: «Quanto denaro?». Egli rispose: «Ventimila dinari». Umar ibn Abd al-Aziz disse: «Ventimila dinari basterebbero per quattromila famiglie musulmane. Come potrei dare una somma simile a un solo uomo? Non posso farlo in alcun modo». Ambrasa racconta: «Udendo queste parole, gettai lontano il documento sul quale era scritta la somma. Umar disse: “Puoi anche tenere il documento presso di te, perché dopo di me potrebbe salire al potere qualcuno più audace di me riguardo a questo denaro pubblico e potrebbe consegnarti la somma indicata nel documento”». Udendo ciò, raccolsi il documento, uscii e raccontai agli uomini dei Banu Umayya come il califfo mi aveva trattato. Essi esclamarono: «Dopo questo, non ci resta più alcuna speranza. Va’ dal califfo e chiedigli di permetterci di stabilirci in un’altra regione». Tornai da lui e dissi: «O Principe dei credenti! Gli uomini della tua famiglia stanno davanti alla tua porta e chiedono che continuino a essere erogati gli stipendi che venivano loro assegnati in precedenza». Umar rispose: «Per Dio! Questo denaro non è mio, e non vedo alcuna possibilità di fare simili elargizioni». Dissi: «O Principe dei credenti! Allora chiedono il permesso di recarsi in un’altra regione per tentare la fortuna». Egli disse: «Hanno il mio permesso di fare ciò che vogliono». Anch’io dissi: «Anch’io desidero partire». Egli disse: «Sì, do il permesso anche a te. Tuttavia, secondo me, sarebbe meglio che tu restassi qui. Possiedi un capitale sufficiente. Nel frattempo venderò i beni lasciati da Sulayman. Può darsi che tu riesca ad acquistare qualcosa con il ricavato, così da compensare la tua perdita». Ambrasa racconta: «Rimasi ad aspettare e acquistai, tra i beni abbandonati da Sulayman, merci per centomila dinari; le portai in Iraq e le vendetti per duecentomila dinari. Conservai anche quel documento. Dopo la morte di Umar, mi recai da Yazid ibn Abd al-Malik con il documento, ed egli mi versò quei ventimila dinari».
Hazrat Omar ibn Abd al-Aziz convocò un discendente di Marwan e gli disse: «Allah vi ha concesso immense ricchezze e opulenza. A mio avviso, possedete la metà, o forse i due terzi, della ricchezza complessiva della Umma. Restituite dunque al popolo ciò che gli spetta e che si trova presso di voi. Non costringetemi a ricorrere alla forza». Ma nessuno rispose a queste parole. Egli disse: «Rispondete alle mie parole». Allora uno di loro esclamò: «Non possiamo rinunciare ai nostri beni ancestrali. Non possiamo impoverire in questo modo i nostri figli e discendenti, né mostrare ingratitudine verso i nostri antenati, anche se ciò dovesse costarci la decapitazione». Omar disse: «Giuro su Dio! Se non temessi che voi coinvolgeste proprio il popolo per i cui diritti mi sto adoperando con tanto impegno, vi avrei sicuramente sottomessi in breve tempo. Ma temo disordini. Se Allah mi concede di vivere ancora qualche giorno, non mi fermerò finché non avrò restituito a ogni cittadino il suo giusto diritto».(Omar ibn Abd al- Aziz, Ahmad, Zaki, Safwat)।
Ma non gli fu concesso di vivere abbastanza a lungo, secondo il suo desiderio, da poter restituire a tutti i loro diritti. I governanti che gli succedettero seguirono la via degli Omayyadi invece di quella da lui indicata. Poi anche gli Abbasidi salirono al potere come sovrani. Quando arrivarono, nel paese si erano diffusi disastri e confusione, e la popolazione si era allontanata dall’Islam. Infatti, per lungo tempo i governanti omayyadi l’avevano tenuta lontana dal modo di vita islamico. In realtà, il governo abbaside non fu migliore di quello omayyade. Anch’esso era una forma dello stesso governo monarchico e dispotico.
Monarchia
Poiché qui non intendiamo discutere dello Stato islamico e del suo sistema di governo, bensì la storia della vitalità islamica nell’ambito dell’ordinamento politico, ci limiteremo a presentare tre discorsi dell’epoca del governo monarchico, così da analizzare i diversi gradi di deformazione di tale vitalità e delle tracce di oscuramento che la contaminarono. Se si confrontano questi tre discorsi con i tre già menzionati dell’epoca del Califfato ben guidato, la grande differenza tra gli uni e gli altri risulta subito evidente.
Dopo la tregua, Muʿāwiya, rivolgendosi alla folla di Kufa, disse: «O abitanti di Kufa! Pensavate forse che avessi combattuto contro di voi a proposito della preghiera, della zakāt e del ḥajj? So molto bene che osservate regolarmente la preghiera, la zakāt e il ḥajj. In realtà ho combattuto per imporre il mio dominio sui vostri colli. Nonostante la vostra opposizione, Allah ha realizzato il mio desiderio. Sappiate che, qualunque sia stata la perdita di vite e di beni in questo tumulto, non sarà corrisarcito nulla. E quanto a tutte le promesse che avevo fatto, eccole: le ho calpestate tutte sotto i miei piedi». Allo stesso modo, rivolgendosi agli abitanti di Medina, disse:
«Per Dio! Per quanto ne so, non ho ottenuto il potere come frutto del vostro affetto e del vostro amore. So anche che non ne siete stati felici. Ho combattuto con questa spada. Per quanto riguarda voi, volevo seguire la condotta di Abū Bakr e di ʿUmar, ma non sono riuscito a convincermene. Ho quindi deciso di guidare me stesso lungo una via che portasse al bene tanto mio quanto vostro. Tutti dovranno mangiare e bere insieme in perfetta armonia. Anche se non mi considerate il migliore dei governanti, sono comunque il miglior governante per voi».
Al-Manṣūr al-ʿAbbāsī portò la tradizione del dominio omayyade sulla via della più estrema degenerazione e fece radicare nella mente del popolo l’idea che la regalità e la monarchia fossero una realtà divina, giusta e vera, proveniente da Dio. Eppure, per l’Islam, questa idea è del tutto estranea. Dopo aver compiuto tale misfatto, al-Manṣūr pronunciò il seguente discorso:
«O popolo! Sono il suo vicario sulla terra di Allah. Con il Suo aiuto e il Suo sostegno governerò su di voi. Sono il custode da Lui incaricato dei Suoi beni. Secondo la Sua volontà e con il Suo permesso, li spendo oppure li dono a qualcuno. Allah mi ha fatto chiave del tesoro pubblico. Se vuole che io lo apra, lo apro per distribuire cibo o fare doni tra voi; e se vuole che lo chiuda, lo chiudo».
In seguito, il sistema di governo fu completamente estromesso dall’ambito dell’Islam e dei suoi princìpi fondamentali.
Economico sistema
Nell’età dell’oro, il sistema economico era subordinato al sistema politico. L’economia dei governanti era conforme alla concezione che essi avevano del metodo di governo e al modo in cui concepivano i diritti dei governanti e dei governati. All’epoca di Ḥazrat Muḥammad, di Ḥazrat Abū Bakr, di Ḥazrat ʿUmar e di Ḥazrat ʿAlī, l’ideale islamico era attivo; vigeva cioè il principio secondo cui tutte le ricchezze pubbliche appartenevano alla nazione e al popolo. Il governante poteva prenderne qualcosa soltanto dimostrando il proprio diritto o quello dei suoi parenti. Allo stesso modo, era tenuto a dare a ogni persona esclusivamente quanto le spettava realmente, poiché sotto questo aspetto il governante e gli altri erano uguali. All’epoca di Ḥazrat ʿUthmān si manifestò una lieve deviazione da questo principio, ma anche allora il popolo otteneva tutti i propri diritti. Tuttavia, probabilmente a causa dell’abbondanza delle ricchezze, anche dopo aver distribuito alla gente gli stipendi stabiliti e simili, rimaneva una grande quantità di denaro. Il califfo riteneva di avere il pieno diritto di fare doni ai propri parenti e ad altre persone secondo la propria volontà. Poi, quando il potere passò nelle mani di governanti tirannici, ogni limite e ogni restrizione furono rimossi, e i governanti cominciarono a distribuire o negare ai sudditi i beni a loro piacimento. Fu spalancata la porta del godimento illimitato delle ricchezze dei musulmani per i governanti, i loro figli e discendenti, i loro seguaci servili e i loro adulatori. Essi continuarono a oltrepassare, sotto questo aspetto, tutti i confini dell’Islam.
Questa è una descrizione sommaria della situazione. Ora ne presenteremo un resoconto dettagliato attraverso alcuni esempi storici.
Le fonti di entrata del Bayt al-Māl che erano in vigore fin dall’epoca del Messaggero di Allah erano le seguenti:
Primo: zakāt–— essa viene prelevata sui diversi tipi di beni dei musulmani, come oro, argento, prodotti agricoli, frutta, bestiame, merci commerciali, minerali e tesori sepolti, e simili. In generale, l’aliquota media della zakāt è un quarantesimo. Essa viene spesa in otto categorie ben note.
Secondo: jizya–— è una particolare imposta versata allo Stato dai non musulmani residenti nello Stato islamico. Essa è considerata equivalente alla zakāt e al sacrificio fisico dei musulmani.
Terzo: ‘fay’’-— sono i beni e le ricchezze ottenuti dai politeisti senza combattere e senza alcuno sforzo. Secondo le chiare disposizioni del Sacro Corano, l’intero ammontare di tali beni spetta ad Allah, al Suo Messaggero, ai parenti, agli orfani, ai bisognosi e ai viandanti.
Quarto:i beni del bottino, ossia i beni conquistati in guerra–— i quattro quinti spettano ai combattenti, mentre la parte restante è analoga al fay’ e sarà spesa nelle stesse categorie.
Oppure, al posto del bottino, il kharāj: una particolare imposta applicata alle terre dei politeisti che, in seguito alla guerra, passano sotto il controllo dei musulmani; come fece il califfo ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, riguardo alle terre della Persia.
All’epoca del Messaggero di Allah, le entrate del Bayt al-Māl non erano sufficienti. I Muhājirūn avevano abbandonato le proprie case ed erano giunti a Medina, mentre gli Anṣār li avevano accolti, li avevano fatti loro fratelli e li avevano resi compartecipi dei propri beni. In quel periodo il numero dei musulmani era limitato. Prima delle guerre, l’unica fonte di entrata dei musulmani erano le donazioni volontarie.
Quando ebbe inizio la successione delle campagne militari e, nel secondo anno dell’Egira, la zakāt divenne obbligatoria, alla fonte principale di entrata, cioè la zakāt, se ne aggiunse un’altra: i beni del bottino. Un quinto di essi veniva dato ai combattenti. Il Messaggero di Allah assegnava una quota al fante e due quote al cavaliere; secondo un’altra narrazione, assegnava al cavaliere tre quote. In tal modo stabilì il principio secondo cui «la quota di ciascuno è proporzionata al suo sacrificio e alla sua abnegazione». Al celibe assegnava una quota e al coniugato due quote. Stabilì inoltre un secondo principio: «la quota di ciascuno è proporzionata alle sue necessità». Le categorie di spesa del quinto restante del bottino sono già state menzionate in precedenza.
In seguito accadde qualcosa di nuovo. Durante la spedizione contro i Banu Nadir fu ottenuto per la prima volta il fay. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) lo destinò ai Muhajirun. Soltanto due poveri tra gli Ansar ne ricevettero una parte. In seguito, in un versetto del Corano, fu proclamato questo principio:
«Affinché la ricchezza non circoli soltanto tra i ricchi fra voi.»
Con la conquista inarrestabile dei territori e l’espansione dell’Impero islamico, le entrate del Bayt al-Mal continuarono ad aumentare. Grazie alla prosperità e all’abbondanza, i musulmani divennero gradualmente autosufficienti. Infatti, secondo la quota stabilita dall’Islam, tutti erano uguali beneficiari delle risorse del Bayt al-Mal.
Quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) morì e alcuni apostati rifiutarono di pagare la zakat, il ruolo assunto da Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) rimase indimenticabile nella storia. Egli proclamò con voce tonante:
«Per Allah! Se si rifiuteranno di consegnare anche una sola corda con cui si legano i cammelli e gli altri animali soggetti alla zakat, combatterò contro di loro.» A questo proposito prese una decisione contraria all’opinione di Umar ibn al-Khattab. In seguito anche Umar sostenne l’opinione di Abu Bakr e l’accettò con animo sereno. All’inizio, tuttavia, la sua opinione era che non fosse giusto combattere contro di loro, poiché professavano: «Non vi è divinità all’infuori di Allah». Il suo dissenso era così forte che esclamò con tono piuttosto aspro: «Come possiamo impugnare le armi contro di loro?», quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) aveva detto:
«Mi è stato ordinato di combattere contro gli uomini finché non diranno che non vi è altra divinità all’infuori di Allah e che Muhammad è il Messaggero di Allah. Chi lo dirà avrà da parte mia salvi i suoi beni e la sua vita, salvo nei casi in cui sia necessario intervenire secondo la legge islamica. In tal caso, spetta interamente ad Allah giudicare le loro intenzioni.» Abu Bakr rispose con assoluta fermezza: «Per Allah! Combatterò contro chiunque faccia distinzione tra la preghiera e la zakat, poiché la zakat è un diritto specificamente imposto sui beni.» Subito Umar esclamò: «Per Allah! Ho compreso che Allah ha aperto il cuore di Abu Bakr alla guerra. Ora anch’io ho capito che questa è la via corretta.»
Con l’adozione di questa grande e rivoluzionaria decisione, egli dimostrò nella storia l’applicazione concreta di un principio fondamentale dell’Islam. Dimostrò che è legittimo combattere per riscuotere il diritto che Allah ha stabilito sui beni a favore della società, nella misura e secondo le modalità da Lui fissate.
Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) continuò a seguire l’esempio del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) nell’impiegare i fondi della zakat, del bottino di guerra, del fay e di altre entrate per gli scopi stabiliti. Egli riceveva per sé il modesto stipendio stabilito per la popolazione musulmana, che ammontava ad appena due dirham al giorno. In seguito distribuiva alla popolazione gli stipendi stabiliti. Dopodiché destinava i fondi rimanenti alle spese militari.
Durante l’epoca di Abu Bakr si verificò un’altra divergenza di opinioni tra lui e Umar. Abu Bakr riteneva che, nella distribuzione della ricchezza, si dovesse assegnare una quota uguale a tutti: a coloro che avevano abbracciato per primi l’Islam e a quelli che lo avevano abbracciato in epoche successive, agli uomini liberi e agli schiavi, alle donne e agli uomini. Umar, che Allah si compiaccia di lui, e un gruppo di Compagni erano invece favorevoli a riconoscere una precedenza graduale a coloro che per primi si erano mossi verso l’Islam. Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, disse loro: «Sono perfettamente consapevole della superiorità e della precedenza di cui parlate. Ma in realtà si tratta di qualcosa la cui ricompensa Allah l’Altissimo concederà nell’Aldilà. Questa, invece, è una questione economica. In questo ambito il principio dell’uguaglianza è migliore di quello della precedenza.»
In effetti, si continuò a seguire il principio dell’uguaglianza, e quanto più aumentavano gradualmente le entrate, tanto più si continuava a condurre in egual misura i musulmani verso il benessere e la prosperità. Infine giunse l’epoca di Umar ibn al-Khattab, che Allah si compiaccia di lui. Egli continuava allora a sostenere la stessa opinione. Diceva: «Non posso attribuire lo stesso rango a chi ha combattuto contro il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e a chi ha combattuto dalla parte del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.»
Un giorno Abu Hurayra, che Allah si compiaccia di lui, governatore del Bahrein, si presentò alla corte del califfo portando una grande quantità di ricchezze. Racconta: «Incontrai Umar la sera, portando con me cinquecentomila dirham. Dissi: “Comandante dei credenti! Ecco il denaro.” Egli chiese: “Quanto denaro?” Risposi: “Cinquecentomila dirham.” Disse: “Sai quanto fanno cinquecentomila?” Risposi: “Sì, cinquecentomila.” Ma egli non volle credermi. Disse: “Mi sembra che tu non sia in buone condizioni mentali. Va’ a riposarti stanotte e torna domattina.” Trascorsi la notte riposando e, all’alba, tornai a dire: “Comandante dei credenti! Prenda il denaro.” Egli chiese di nuovo: “Questo denaro è stato acquisito in modo lecito?” Risposi: “Per quanto ne so, è stato acquisito in modo lecito.” Allora Umar, che Allah si compiaccia di lui, si rivolse ai presenti e disse: “Fratelli! Ci è giunta una grande quantità di denaro. Potete dividerla come desiderate, misurandola o pesandola.” Un uomo si alzò e disse: “Comandante dei credenti, prepari come di consueto i registri contabili e distribuisca il denaro tra la gente secondo quanto riportato nei registri.” Umar, che Allah si compiaccia di lui, approvò la proposta. Stabilì un’assegnazione di cinquemila dirham pro capite per i Muhajirun, tremila pro capite per gli Ansar e dodicimila dirham pro capite per le mogli del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.»
Abbiamo citato questa narrazione per rendere chiara la politica di Umar, che Allah si compiaccia di lui, riguardo alla concessione della precedenza. Inoltre, essa offre una corretta idea dell’abbondanza di quell’epoca. Allora mezzo milione di dirham sembrava un sogno, al punto che pareva impossibile che una persona sana di mente potesse pronunciare una simile cifra. In epoche successive, tuttavia, la situazione cambiò completamente a seguito delle grandi conquiste.
L’Imam Abu Yusuf scrive nel suo Kitab al-Kharaj: «Umar, che Allah si compiaccia di lui, disse: “Per Dio! Ogni cittadino ha diritto a una parte di questa ricchezza (la ricchezza del Bait al-mal). Nessuno ha in essa un diritto maggiore di quello di un altro. In una questione di questo genere anch’io sono uno di voi. Tuttavia, le differenze tra i nostri ranghi saranno determinate alla luce del Libro di Allah e in proporzione alla vicinanza al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Si dovrà tenere conto di quanto ciascuno ha sopportato di sofferenze e sacrifici per l’Islam e di quanto tempo prima abbia abbracciato l’Islam; si terrà conto anche del suo benessere o della sua povertà durante il periodo in cui è stato musulmano. Per Dio! Se resterò in vita, persino il pastore che pascola le pecore sulle montagne di San‘a riceverà la sua quota di ricchezza, rimanendo semplicemente seduto al suo posto, senza fatica.”»
«Egli stabilì un sussidio annuo di cinquemila dirham per ciascuno dei partecipanti alla battaglia di Badr, di quattromila dirham per ciascuno dei partecipanti alla battaglia di Uhud e di coloro che erano emigrati in Abissinia, e un sussidio di duemila dirham pro capite per i figli dei combattenti di Badr. Stabilì un sussidio annuo di cinquemila dirham per Hasan, che Allah si compiaccia di lui, e per Husayn, che Allah si compiaccia di lui. Per ciascuno di coloro che erano emigrati prima della conquista della Mecca stabilì un sussidio annuo di tremila dirham; per coloro che avevano abbracciato la fede dopo la conquista della Mecca, duemila dirham pro capite; e stabilì un sussidio analogo anche per i giovani figli degli Ansar e dei Muhajirun. Nel fissare i sussidi per i musulmani comuni, adottò come criteri il loro rango sociale, la conoscenza del Corano e il jihad sulla via dell’Islam. Tutti gli altri li mise sullo stesso piano. A qualunque musulmano giunto a Medina per stabilirvisi veniva assegnato un sussidio di venticinque dinari. Come in Siria e in Iraq, anche agli abitanti dello Yemen venivano assegnati sussidi rispettivamente di duemila, mille, novecento, cinquecento e trecento dirham. Nessuno ne riceveva meno di trecento. Diceva: “Se la ricchezza aumenterà ancora, assegnerò a ciascuno quattromila dirham: mille per il viaggio, mille per le armi, mille da lasciare per il mantenimento della famiglia e mille per il suo cavallo e il suo mulo.”» (Al-Faruq Umar, volume II; dottor Muhammad Husayn Haykal)
Nell’applicare il criterio da lui stabilito per l’assegnazione dei sussidi, Umar, che Allah si compiaccia di lui, ritenne necessario non seguirlo nel caso di alcune persone. A costoro assegnò un sussidio maggiore di quello degli altri appartenenti al loro stesso rango.
Per Umar ibn Abi Salama stabilì quattromila dirham. Egli era il figlio della Madre dei credenti, Umm Salama. Muhammad ibn Abd Allah ibn Jahsh espresse la sua obiezione al Comandante dei credenti, dicendo: «In base a quale criterio dai a Umar la precedenza su di noi? Come suo padre, anche i nostri padri emigrarono e parteciparono alla battaglia di Badr.» Il Comandante dei credenti gli rispose: «Gli do la precedenza in base al rango che aveva presso il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Chiunque obietti a questo proposito venga con una madre come Umm Salama e accoglierò la sua richiesta.» Stabilì quattromila dirham per Usama ibn Zayd. A ciò Abd Allah ibn Umar disse: «Per me hai stabilito tremila dirham e per Usama quattromila, sebbene io abbia partecipato a molte battaglie alle quali Usama non ha partecipato?» Umar, che Allah si compiaccia di lui, gli rispose: «Gli ho dato di più perché era più caro di te al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Anche suo padre era più caro di tuo padre al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.» Stabilì mille dirham per Asma bint Umays, moglie di Abu Bakr, che Allah si compiaccia di lui, mille dirham per Umm Kulthum bint Uqba e mille dirham per la madre di Abd Allah ibn Mas‘ud. A tutte queste donne diede più delle altre donne del loro stesso rango, perché gli uomini di cui erano mogli o madri godevano di una precedenza sugli altri uomini.» (Al-Faruq Umar, volume II, Haykal)(Al-Faruq Umar, volume II, Haykal)
Qui emergono due opinioni diverse riguardo alla distribuzione della ricchezza, quella di Abu Bakr e quella di Omar. L’opinione di Omar si fondava su questo principio: «Non posso considerare pari a coloro che combatterono dalla parte del Messaggero di Allah coloro che impugnarono le armi contro di lui». Inoltre, nell’Islam vi è una base per assumere come criterio la sopportazione delle sofferenze e dei sacrifici sulla via dell’Islam. Tale base è il principio di uguaglianza tra il lavoro e la remunerazione del lavoro. Allo stesso modo, anche l’opinione di Abu Bakr si fondava su questo principio: «La gente ha abbracciato l’Islam per compiacere Allah, e la ricompensa per questo è nelle Sue mani. Egli la concederà pienamente nel Giorno del Giudizio. In questo mondo nessuno ha diritto a più di quanto sia necessario per soddisfare i propri bisogni fondamentali».
Tuttavia, senza alcuna esitazione o riserva, daremo la precedenza all’opinione di Abu Bakr, perché essa è la più efficace nel realizzare l’uguaglianza tra i musulmani. Ed è noto che l’uguaglianza è uno dei principi fondamentali più importanti dell’Islam. Questo principio è anche il mezzo più efficace per evitare le terribili conseguenze che si manifestarono in seguito all’adozione della politica discriminatoria. La ricchezza di una classe di persone era aumentata e continuava a crescere gradualmente, anno dopo anno, grazie ai profitti. Dal punto di vista dell’economia, è una verità universalmente riconosciuta che, quando la ricchezza cresce attraverso i profitti, essa aumenta molto più che in proporzione all’incremento del capitale. Vedendo le terribili conseguenze della politica da lui seguita, verso la fine della sua vita Omar promise che, se fosse rimasto in vita fino all’anno successivo, avrebbe reso uguali le indennità di tutti. In quel periodo divenne celeberrima questa sua dichiarazione:
«Se avessi l’opportunità di rivedere le decisioni che ho preso in precedenza, prenderei la ricchezza eccedente i bisogni dei ricchi e la distribuirei tra i poveri».
Ma, purtroppo, il tempo passò e la situazione sfuggì al suo controllo. Le conseguenze negative della politica di distribuzione discriminatoria sconvolsero l’equilibrio dell’intera società islamica. In seguito, quando iniziarono le azioni arbitrarie di Marwan e Uthman continuò a tollerarle, la società cadde in una grave calamità.
Dopo aver visto gli effetti negativi della distribuzione della ricchezza secondo le differenze di rango, Omar abbandonò la propria opinione e adottò quella di Abu Bakr. Anche Ali aveva un’opinione uguale a quella del primo califfo.
È necessario ricordare qui che consideriamo il califfato di Ali la naturale continuazione del califfato dei primi due califfi. Consideriamo invece l’epoca di Uthman una lacuna che aveva eretto un muro di divisione tra Ali e i due califfi precedenti. Infatti, in quel periodo il vero dirigente del governo era Marwan. Perciò ora parleremo di Ali e in seguito discuteremo dell’epoca di Uthman.
Ali adottò il principio di uguaglianza nella distribuzione delle indennità. Già nel suo primo discorso dichiarò chiaramente:
«Ascoltate! Tra i compagni del Messaggero di Allah, chiunque, sia ansar sia muhajir, ritenga di avere, grazie alla compagnia del Messaggero di Allah, una superiorità e una precedenza sugli altri, sappia che tale precedenza la otterrà presso Allah nel Giorno del Giudizio e che lì ne riceverà anche la ricompensa. Comprendete bene! A chiunque risponda alla chiamata di Allah e del Suo Messaggero, riconosca la nostra identità nazionale, accetti il nostro ordinamento di vita e si volga verso la nostra qibla, sono attribuiti tutti i diritti e i doveri dell’Islam. Voi siete tutti servi di Allah, e tutti questi beni appartengono ad Allah. Essi saranno distribuiti equamente tra tutti. In questa materia nessuno avrà la precedenza sugli altri. Quanto ai timorati di Allah, presso Allah vi è per loro la ricompensa migliore».
Questa è la vera disposizione islamica, pienamente conforme all’ideale islamico di uguaglianza. Essa garantisce il mantenimento dell’equilibrio nella società islamica e consente di accrescere la ricchezza soltanto mediante il duro lavoro e l’impegno. Questo principio non lascia spazio a concedere a qualcuno, per un’attività redditizia, maggiori opportunità e vantaggi fornendogli più denaro che ad altri.
Nell’ultima parte della sua vita, Hazrat Umar (ra.) desiderò applicare questo principio, ma non ne ebbe il tempo. A causa del suo improvviso martirio, non poté realizzare due suoi desideri. Il primo era prendere dai ricchi la ricchezza eccedente e distribuirla tra i poveri, poiché tale ricchezza aggiuntiva si era accumulata soltanto a causa dell’iniqua distribuzione dei fondi pubblici. Il secondo desiderio era introdurre il principio della parità dei diritti nella distribuzione della ricchezza.
Quando Hazrat Uthman (ra.) divenne califfo, non ritenne necessario attuare nessuna di queste due decisioni. Lasciò il denaro eccedente nelle mani dei suoi proprietari e mantenne la disparità nella distribuzione degli stipendi. Inoltre, continuò a elargire loro doni con grande generosità. Il risultato fu che i ricchi divennero ancora più ricchi e i poveri ancora più poveri. Naturalmente, talvolta anche i poveri riuscivano a vivere nell’agiatezza. Egli concesse ingenti somme persino a coloro che non avevano alcuna necessità di ricchezza. Diede ai Quraysh la piena libertà di svolgere attività commerciali in tutto il mondo. Permise inoltre ai grandi ricchi di acquistare edifici, terreni e proprietà nella regione del Sawad o all’estero. Di conseguenza, verso la fine del suo califfato, nell’intera società musulmana si creò una enorme disparità nella distribuzione della ricchezza. Che Allah abbia misericordia di lui.
Hazrat Abu Bakr (ra.), e dopo di lui Hazrat Umar (ra.), applicavano con grande rigore il principio di obbligare un gruppo considerevole dei capi dei Quraysh a risiedere stabilmente a Medina. Perciò Abu Bakr (ra.) e Umar (ra.) non permettevano loro di circolare liberamente nei territori conquistati. Temevano che, grazie alla loro vicinanza al Messaggero di Allah (s.a.w.s.), ai loro sacrifici per l’Islam e al loro ruolo preminente nel jihad, il popolo potesse diventare particolarmente devoto e affezionato a loro, e che allora in questi uomini potessero nascere ambizioni di ricchezza, prestigio e potere. Ciò non può essere considerato contrario al principio islamico della libertà individuale, poiché nell’Islam la libertà individuale è subordinata alle condizioni del bene più ampio della società. Quando giunse l’epoca di Hazrat Uthman, egli concesse loro la libertà di circolare senza restrizioni ovunque. Inoltre li incoraggiò ad acquistare case, terreni e proprietà nei territori conquistati. E lo fece dopo aver già donato loro centinaia di migliaia di dirham.
Indubbiamente, tutto ciò era stato fatto come gesto di generosità e benevolenza verso i musulmani, e in particolare verso i dirigenti musulmani. Ma questa politica ebbe conseguenze estremamente gravi. Tali conseguenze non erano sfuggite all’attenzione di Abu Bakr (ra.) e Umar (ra.). Ne risultò una enorme disparità economica e sociale nella società musulmana. Si formò una classe oziosa e inattiva. Nonostante la loro completa inattività, la loro ricchezza non aveva limiti. Senza alcuno sforzo, trascorrevano seduti una vita estremamente agiata.
In tal modo il lusso rialzò nuovamente la testa. Eppure l’Islam aveva continuamente dichiarato guerra a questo lusso, sia attraverso le proprie leggi sia attraverso i propri principi. Anche i due califfi precedenti a Hazrat Uthman avevano combattuto contro di esso e si erano adoperati affinché non potesse in alcun modo rialzare la testa. Quando la situazione giunse a questo punto, in alcuni individui esplose la forza vitale islamica. Tra loro, la figura più importante fu Hazrat Abu Dharr. Egli era il più franco e il più rivoluzionario.
È deplorevole che, definendo erronea la posizione di Hazrat Abu Dharr, la Dar al-Ifta d’Egitto abbia recentemente cercato, attraverso una fatwa, di ostentare una comprensione dell’Islam superiore a quella di Abu Dharr. La religione di Dio sembra essersi trasformata per loro in una merce commerciale.
Abu Dharr (ra.) sfidò con tutte le sue forze il lusso delle classi elevate della società musulmana, poiché esso era assolutamente contrario all’Islam. Criticò i Banu Umayya e Hazrat Muawiya per aver patrocinato questo lusso, poiché, a causa di tale politica, continuavano ad aumentare soltanto la ricchezza dei ricchi e il lusso dei gaudenti.
Abu Dharr (ra) venne a sapere che Uthman (ra) aveva donato a Marwan un quinto delle entrate dell’Africa, ad al-Harith duecentomila dirham e a Zayd ibn Thabit centomila dirham. Ciò era insopportabile per la sua coscienza. Egli protestò energicamente e pronunciò il seguente discorso in un’assemblea pubblica:
«Al giorno d’oggi si compiono azioni che la mia ragione non riesce a comprendere. Per Dio! In nessun luogo del Corano di Allah o negli hadith del Messaggero vi è alcun fondamento per queste azioni. Per Dio! Vedo chiaramente che la verità viene calpestata, la falsità viene riportata in vita, le persone veritiere vengono dimostrate bugiarde e si dà la precedenza alle persone senza riguardo per la taqwa e il timore di Dio. O ricchi! Trattate i poveri con benevolenza. Annunciate a coloro che accumulano denaro e non lo spendono sulla via di Allah che saranno marchiati con il fuoco sulla fronte, sulla schiena e sui fianchi. O capitalisti! Sappiate che nella ricchezza vi sono tre soci:Primo: il destino। Esso può, in qualsiasi momento, portarvi via la ricchezza senza il vostro permesso, attraverso la distruzione o la morte. Secondo: l’erede। Egli aspetta sempre che i tuoi occhi si chiudano, per appropriarsi della tua ricchezza. Terzo: il tuo diritto। Se non vuoi essere il più debole fra questi tre soci, devi certamente impegnarti a tal fine. Allah l’Altissimo dice:
«Non potrete ottenere il vero bene finché non spenderete sulla via di Allah ciò che vi è più caro.» Amici! Avete ormai cominciato a usare tende di seta e cuscini di velluto. Oggi è diventato difficile per voi dormire su materassi provenienti dall’Azerbaigian. Eppure il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) dormiva soltanto su una stuoia. Voi oggi mangiate cibi di ogni genere, mentre il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non riusciva neppure a procurarsi abbastanza pane d’orzo per saziarsi.»
Malik ibn Abd Allah ibn Ziyad riferisce che una volta Abu Dharr (ra) espresse il desiderio di incontrare Uthman (ra). Quando questi lo convocò per l’incontro, Abu Dharr (ra) si presentò alla corte con un bastone in mano. In quel momento Uthman (ra) stava chiedendo a un Compagno chiamato Ka‘b: «Ka‘b, Abd al-Rahman è morto. Ha lasciato molto denaro. Qual è la tua opinione al riguardo?» Ka‘b rispose: «Se ha assolto da quel denaro il diritto spettante ad Allah, allora non vi si può più interferire.» Non appena udì queste parole, Abu Dharr (ra) sollevò il bastone e colpì Ka‘b. Disse: «Ho sentito il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) dire:
«Se possedessi oro quanto questa montagna, lo spendessi sulla via di Allah e Allah continuasse ad accettarlo, non vorrei lasciare nemmeno sei uqiyya d’oro.» Dopo aver riferito questo hadith, chiese per tre volte a Uthman (ra), scongiurandolo per Dio: «Hai sentito questo hadith?» Egli rispose: «Sì!» (Hadith n. 453 — Musnad Ahmad)
Marwan e Mu‘awiya (ra) non potevano tollerare appelli di questo genere. Perciò continuarono incessantemente a incitare Uthman (ra) contro di lui. Alla fine Abu Dharr (ra), senza aver commesso alcun reato riconosciuto dalla sharia, fu costretto all’esilio e a recarsi a Rabdha.
Questo nobile appello proveniva da una coscienza vigile che, nonostante l’abbondanza illimitata di ricchezze nel Paese, non era stata sopraffatta dall’avidità del denaro. A quel tempo la concentrazione della ricchezza era diventata così evidente che la società islamica rischiava di dividersi in diverse classi e i principali princìpi dell’Islam rischiavano di scomparire. Presentiamo alcuni esempi dell’abbondanza finanziaria di quell’epoca, riferiti da Mas‘udi. Egli narra:
«Durante il califfato di ʿUthmān, che Dio sia soddisfatto di lui, i Compagni accumularono enormi ricchezze. Il giorno in cui ʿUthmān, che Dio sia soddisfatto di lui, subì il martirio, presso il suo tesoriere erano depositati in contanti centocinquantamila dinari e un milione di dirham. Il valore dei suoi terreni a Wādī al-Qurā, Ḥunayn e in altri luoghi ammontava a centomila dinari. Inoltre lasciò numerosi cavalli e cammelli. Dopo la morte di Zubayr, che Dio sia soddisfatto di lui, il valore di una sola delle proprietà da lui lasciate era di cinquantamila dinari. Lasciò inoltre mille cavalli e mille schiave. Ṭalḥa, che Dio sia soddisfatto di lui, ricavava ogni giorno mille dinari dall’Iraq e una somma ancora maggiore da Sarāt. Nelle scuderie di ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf c’erano mille cavalli; possedeva inoltre mille cammelli e diecimila capre e pecore. Dopo la sua morte, il valore di un quarto dei suoi beni ammontava a ottantaquattromila dirham. Zayd ibn Thābit lasciò una quantità d’oro e d’argento così grande che bisognava tagliarla con un’ascia. A ciò si aggiungevano tutti i beni immobili e mobili che aveva lasciato. Zubayr costruì un palazzo ciascuno a Bassora, in Egitto, a Kufa e ad Alessandria. Analogamente, Ṭalḥa, che Dio sia soddisfatto di lui, costruì un enorme palazzo a Kufa. A Medina costruì anche una grande dimora con legno di teak e malta di calce. Saʿd ibn Abī Waqqāṣ costruì ad al-ʿAqīq un alto palazzo con una vasta corte e una cupola. Al-Miqdād fece costruire, dentro e fuori Medina, uno splendido palazzo riccamente decorato. Yaʿlā ibn Munabbih lasciò cinquantamila dinari in contanti e terreni del valore di trecentomila dirham.» (ʿUthmān – Ustād Ṣādiq Urjūn)(ʿUthmān – Ustād Ṣādiq Urjūn)
Durante il califfato di ʿUmar, che Dio sia soddisfatto di lui, questa sproporzionata abbondanza di ricchezze ebbe origine come inevitabile conseguenza delle differenze di rango nella distribuzione dei beni. Il venerabile ʿUmar, che Dio sia soddisfatto di lui, era fermamente deciso a porre fine a questa politica e ai suoi effetti. Vi avrebbe certamente posto fine, se non fosse stato trafitto al petto da un pugnale. Dopo il suo martirio, questa abbondanza continuò gradualmente ad aumentare. Il venerabile ʿUthmān, che Dio sia soddisfatto di lui, mantenne quella politica e, di conseguenza, la situazione divenne ancora più complessa. Oltre alla distribuzione iniqua, i doni, le elargizioni, le concessioni fondiarie e simili accordati dal venerabile ʿUthmān, che Dio sia soddisfatto di lui, contribuirono anch’essi a rafforzare le tendenze plutocratiche nella società musulmana. In seguito emersero diversi fattori che fecero espandere in modo anormale l’iniqua abbondanza delle ricchezze. In particolare, il concentrarsi di varie proprietà mobili e immobili precedentemente disperse e il fatto che i mezzi e gli strumenti delle attività redditizie finissero nelle mani di pochi portarono a una grande diffusione delle tendenze capitalistiche nella società musulmana. Anche l’opposizione e l’indifferenza verso l’appello profondo e sincero scaturito dal cuore di Abū Dharr fecero sì che la situazione sfuggisse al controllo. Se il suo appello avesse avuto successo e fosse riuscito a convincere il capo dello Stato ad adottare il suo punto di vista, egli possedeva la capacità di riportare la situazione sotto controllo. In tal modo si sarebbe realizzata l’ultima volontà del venerabile ʿUmar, che riguardava il prelievo delle ricchezze eccedenti dei ricchi e la loro distribuzione ai poveri. Per proteggere la nazione dalla maledizione del capitalismo, un simile provvedimento da parte del capo dello Stato non era soltanto pienamente legittimo, ma costituiva anche un dovere indispensabile in nome del bene sociale più ampio.
Da un lato, la ricchezza si concentrava. Nella vita dei membri di poche famiglie aristocratiche si riversava un’ondata di abbondanza. Dall’altro, con la stessa intensità e forza, fame, povertà e miseria colpivano la vita della gente comune. Naturalmente, ciò fece emergere odio e collera. Tutti questi fattori continuarono ad accumularsi incessantemente e alla fine diedero inizio a una terrificante rivolta violenta. Da questa rivolta trassero beneficio soltanto i nemici dell’Islam, ed essa causò la morte del venerabile ʿUthmān. Allo stesso tempo, la pace e la sicurezza della comunità musulmana furono gravemente compromesse, ed essa fu gettata nel vortice più profondo del disordine e dell’agitazione. Il fuoco del disordine non si spense finché la stessa forza vitale dell’Islam non fu avvolta dal fumo di quelle fiamme e la comunità non fu colpita dagli artigli feroci di un governo dispotico.
Dopo ʿUthmān, che Dio sia soddisfatto di lui, la politica di uguaglianza e giustizia adottata da ʿAlī, che Dio sia soddisfatto di lui, suscitò l’ira degli ambienti capitalistici e di coloro che avevano tratto enormi benefici dalla distribuzione iniqua delle ricchezze; non era affatto qualcosa di inaspettato. Essi consigliarono al venerabile ʿAlī di abbandonare quella politica e manifestarono il timore che, a causa di essa, potesse scoppiare una ribellione contro di lui. Alla luce della fiaccola dell’Islam che ardeva nella sua coscienza vigile, era naturale che egli rispondesse: «Volete forse consigliarmi di opprimere i miei concittadini e di cercare l’aiuto di qualcun altro? Anche se questa ricchezza fosse mia, la distribuirei con equità. E poiché appartiene ad Allah, come potrei agire ingiustamente? Sappiate che dare ingiustamente la ricchezza a qualcuno rientra nello spreco. Senza dubbio, ciò può conferire per un certo tempo una posizione onorevole al donatore in questo mondo, ma nell’Aldilà una simile politica lo umilierà inevitabilmente.»
I Banū Umayya seguirono una politica diversa in materia finanziaria. Infine, quando giunse l’epoca di ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz, egli adottò una politica rigorosa di restituzione delle ricchezze acquisite ingiustamente e di prevenzione dello spreco. Ne abbiamo già parlato in precedenza. In quel periodo, i Banū Umayya ottennero, per quanto riguardava le ricchezze della Bayt al-Māl, gli stessi diritti degli altri sudditi. I poeti adulatori e i cantori encomiastici non ebbero più alcuna parte in essa. Egli ruppe ogni rapporto con i poeti e abolì la politica di ricompensarli dalla Bayt al-Māl.
Una volta il poeta Jarīr recitò una poesia in sua lode. Il venerabile ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz gli disse: «Jarīr! Sei forse figlio degli Emigrati, così che io debba darti ciò che do loro? Sei forse figlio degli Anṣār, così che io debba darti ciò che do loro? Oppure sei un povero, così che io debba ordinare di darti qualcosa dal fondo della ṣadaqa e della zakāt della tua gente?»
Egli rispose: «Amīr al-Muʾminīn! Non sono nessuna di queste cose. Al contrario, sono figlio della famiglia più agiata. I governanti precedenti mi davano, come ricompensa, quattromila dirham, oltre a vesti preziose e cavalcature. Ho preso l’abitudine di ricevere queste cose; perciò chiedo a voi quella ricompensa.»
Umar rispose: «Ciascuno riceverà presso Allah la ricompensa delle proprie opere. Tuttavia, per quanto ne so, tu non hai alcun diritto sui beni di Allah (il tesoro dello Stato). Aspetta dunque finché io riceva la mia indennità personale. Calcolerò quanto occorre durante tutto l’anno per il mantenimento della mia famiglia. Tratterrò quanto basta e, se resterà qualcosa, te la darò». Jarir disse: «No, non ne ho bisogno. Desidero che Allah conceda all’Amir al-Mu’minin ancora più beni e che egli riceva ancora maggiori lodi. Me ne vado pienamente soddisfatto». Egli disse: «Questo è il modo che preferisco». Quando Jarir uscì da lì, Umar pensò: «Potrebbe anche sparlare di me. Bisogna provvedere a evitarlo». Con questo pensiero ordinò di richiamarlo. Quando Jarir tornò, gli disse: «Possiedo quaranta dinari e due paia di abiti. Lavo un paio e indosso l’altro. Posso darti la metà di queste cose. Tuttavia, Allah l’Altissimo è testimone che Umar ha più bisogno di queste cose di quanto ne abbia tu». Jarir disse: «Amir al-Mu’minin! Che Allah ti conceda ancora di più. Per il Signore, me ne vado con animo soddisfatto. Non ho alcun bisogno di queste cose». Egli disse: «Bene! Dal momento che l’hai affermato sotto giuramento, voglio dirti che il fatto che tu, rifiutando questa richiesta e questa ricompensa, ci abbia liberati da una ristrettezza mi ha colpito più delle tue poesie e delle tue lodi. D’ora in poi sii mio amico».
I beni dei musulmani sono stati conservati in questo modo e consegnati ai loro legittimi aventi diritto, non c’è dunque nulla di sorprendente nel racconto dei narratori secondo cui, all’epoca di Umar ibn Abd al-Aziz, la gente era diventata così agiata che non si trovava nessuno disposto a ricevere la zakat, poiché, avendo ricevuto i propri diritti, sia quelli legittimi sia quelli che erano stati loro negati, non avevano più bisogno della zakat.।
Yahya ibn Sa‘d racconta: «Umar ibn Abd al-Aziz mi mandò in Africa per raccogliere la zakat e la sadaqa. Dopo aver raccolto la zakat e la sadaqa di quella regione, cercai dei poveri ai quali distribuirle. Ma non trovai alcun povero. Nessuno era disposto ad accettare denaro, perché Umar ibn Abd al-Aziz aveva reso tutti ricchi. Alla fine acquistai degli schiavi con quel denaro e li liberai».
La realtà è che la povertà e l’indigenza sono soltanto il prodotto della concentrazione della ricchezza. In ogni epoca i poveri sono vittime dell’oppressione, della persecuzione e dello sfruttamento dei grandi capitalisti; e questi grandi capitalisti emergono grazie a grandi donazioni, omaggi, ricompense, concessioni fondiarie, sfruttamento, oppressione e ricerca del profitto.
Durante il dominio omayyade e quello abbaside che lo seguì, il tesoro pubblico era diventato per i sovrani «lecito» quanto i loro beni personali. In quel periodo furono istituiti due tesori distinti: uno generale e l’altro speciale. Quanto a quest’ultimo, era diffusa l’idea che le sue entrate e le sue spese fossero destinate al sovrano. Tuttavia, accadeva spesso che il denaro destinato a una voce generale fosse versato nel tesoro speciale, mentre una spesa speciale fosse sostenuta dal tesoro generale.
Il professor Adam Mez afferma nella sua opera «La civiltà islamica nel quarto secolo»:
Per le indennità e per le spese connesse alla capitale si prelevavano fondi dal tesoro generale. Possediamo un documento storico dell’inizio del quarto secolo nel quale sono descritte dettagliatamente le voci delle entrate del tesoro speciale:
1. I beni lasciati dal padre ai figli e ai discendenti: si tramanda che Harun al-Rashid lasciò la maggiore ricchezza, vale a dire quarantotto milioni di dinar. Durante il suo regno, al-Mu’tadid (279-289 dell’Egira) risparmiava ogni anno dieci milioni di dinar dalle entrate speciali, dopo aver provveduto a tutte le spese e agli stanziamenti. In questo modo accumulò presso di sé nove milioni di dinar. Sperava che, una volta raggiunti i dieci milioni di dinar, avrebbe fuso il denaro per farne un grande lingotto; inoltre aveva deciso di appendere quel lingotto nell’udienza pubblica, per far nascere l’idea che, possedendo dieci milioni di dirham, non avesse più alcuna brama di denaro. Promise che, una volta accumulati dieci milioni di dirham, avrebbe esentato per un anno un terzo dei tributi della popolazione. Ma morì prima che questo desiderio si realizzasse.
Dopo al-Muʿtaḍid venne il regno di al-Muktafī (289-295). Egli portò le entrate del tesoro a quattordici milioni.
2. Dalla Persia e dal Kirmān, una media annua di 23 milioni di dinar in tasse e proventi delle proprietà statali, nel periodo dal 299 al 320 dell’Egira, dopo aver detratto le spese. Di questi, quattro milioni venivano versati nel tesoro generale e i restanti diciannove milioni nel tesoro speciale. Naturalmente, si riteneva necessario detrarre da tale somma le spese sostenute per le esigenze urgenti di quei paesi. Per esempio, nell’anno 303 dell’Egira (915 d.C.), egli spese più di sette milioni per conquistare quei paesi.
3. Le entrate provenienti dall’Egitto e dalla Siria: per esempio, la jizya riscossa dai non musulmani veniva depositata nel tesoro del califfo invece che in quello pubblico. Poiché era l’Amīr al-muʾminīn, in linea di principio essa costituiva un suo legittimo diritto.
4. I guadagni dei visir, dei segretari e dei funzionari statali deposti, nonché i loro beni confiscati. Inoltre, il califfo diventava proprietario dei guadagni dei propri servitori senza figli e degli schiavi senza figli della famiglia reale. Poiché essi erano generalmente funzionari di alto rango e altamente remunerati, in tal modo nel tesoro del califfo affluiva una somma ingente.
5. Le entrate provenienti da Sawād, Ahwāz e dalle altre regioni orientali e occidentali, ricavate dalle proprietà statali: anche queste venivano versate nel tesoro speciale.
6. Le somme accumulate dai califfi: per esempio, gli ultimi due califfi del III secolo dell’Egira, al-Muʿtaḍid e al-Muktafī, accumulavano ogni anno un milione di dinar. Anche al-Muqtadir accumulava una somma analoga. Così, in quindici anni, la somma accumulata raggiunse i quindici milioni, cioè quasi la metà della ricchezza del califfo Hārūn al-Rashīd.
Da questa descrizione risulta chiaramente come questi sovrani, che portavano il nome di «califfi», intervenissero nelle ricchezze del popolo musulmano e quanto la struttura dell’amministrazione finanziaria fosse diventata diversa dai principi islamici.
Da un lato, l’abbondanza delle ricchezze, l’amore per le comodità e il lusso erano giunti all’estremo; dall’altro, accanto a tutto ciò, lo spettacolo della privazione, della fame e della povertà era terribilmente desolante. La società islamica, essendosi allontanata dalle norme islamiche e deviata dai principi islamici, era giunta al livello più basso del degrado.
Alcuni principi fondamentali
Tuttavia, nonostante tutto ciò, la prassi concreta dell’Islam ha stabilito numerosi principi riguardo all’economia. È una grave sventura per l’umanità che, a causa dei governanti omayyadi, l’Islam abbia dovuto affrontare corruzione e sconvolgimenti già nella sua prima epoca. Ciononostante, la storia islamica ha dimostrato concretamente molti degli ideali dell’Islam.
La storia concreta ha stabilito in modo definitivo che:
1. Nell’Islam, i poveri hanno più diritto dei primi ad abbracciare l’Islam alle risorse del Bayt al-Mal। È narrato nel Musnad di Ahmad: «Adi ibn Hatim racconta: mi recai dal venerabile Omar ibn al-Khattab insieme ad alcuni uomini della mia tribù. Egli stava assegnando un’indennità di duemila a ciascuno di alcuni uomini di quella tribù. Adi dice: tornai a presentarmi davanti a lui. Tuttavia, non mi prestò attenzione. Tornai ancora a presentarmi davanti a lui, ma continuò a ignorarmi. Dissi: “Comandante dei credenti! Mi riconosci?”. Il venerabile Omar scoppiò a ridere. Poi disse: “Per Dio! Ti conosco molto bene. Quando tutti rimanevano saldi nella miscredenza, tu credesti; quando gli altri si ritiravano, tu avanzavi; quando molti ingannavano, tu dimostravi una lealtà sincera. Ricordo molto bene che il primo denaro della zakat alla cui vista i volti del Messaggero di Dio e dei Compagni si illuminarono di gioia era il denaro della zakat di quella tribù. Fui io stesso a portarlo alla presenza del Messaggero di Dio”. Dopodiché il venerabile Omar cominciò a scusarsi, dicendo: “Ho assegnato un’indennità tratta da questo denaro soltanto a quelle persone che soffrono la fame perché non riescono a fornire cibo ai propri familiari a carico. Infatti, sono i personaggi di spicco della tribù”».
Questa affermazione, pronunciata proprio da Omar, che era favorevole a dare la precedenza a coloro che erano stati i primi ad abbracciare l’Islam, è estremamente significativa e dimostra molte cose. In realtà, nella società islamica, il “bisogno” è il fondamento primario del diritto. Da questo principio si comprende quanto l’Islam sia un grande nemico della povertà e della miseria e quanto attribuisca agli sforzi per eliminarle un’importanza superiore a quella di ogni altro sforzo.
2. L’Islam non è assolutamente disposto a tollerare che una classe della società si lasci trasportare dalla corrente sfrenata dell’abbondanza illimitata, mentre un’altra rimanga priva, indigente e completamente spogliata। In una situazione di questo genere, l’Islam conferisce al governo piena autorità di adottare, secondo le circostanze, misure volte a correggerla. Si tratta di un principio storicamente attestato dal Messaggero di Dio. Egli distribuì interamente tra i poveri muhajirun le risorse del fay’ raccolte dai Banu Nadir, affinché si stabilisse fin dalla prima occasione un certo equilibrio nella società islamica. Vi associò soltanto due poveri ansar. In seguito, il Corano intervenne a sostegno di questo esempio storico:
«Affinché la ricchezza non circoli soltanto tra i ricchi tra voi».
Questo esempio è estremamente significativo e importante. Alla sua luce, il governo musulmano che governa secondo la legge di Allah ha sempre l’autorità di fornire, dal Bayt al-Mal, un aiuto adeguato ai bisognosi e ai poveri, al fine di instaurare l’equilibrio economico nella società musulmana. È assoluto dovere del governo adottare misure adeguate affinché tra le persone dei diversi livelli sociali non permangano disparità tali da compromettere l’equilibrio generale.
3. È indispensabile differenziare l’aliquota fiscale in proporzione alla capacità e all’incapacità contributiva। Quando si imponeva la jizya ai non musulmani, alle persone delle loro diverse categorie venivano applicate le seguenti aliquote:
a. Classe agiata: 48 dirham all’anno per persona.
b. Classe media: 24 dirham all’anno per persona.
c. Lavoratori poveri: 12 dirham all’anno per persona.
La jizya era esentata per le persone completamente indigenti, insolventi, incapaci di lavorare e fisicamente o mentalmente disabili. Dovevano pagare la jizya soltanto gli uomini liberi e sani di mente. Le donne e i bambini non dovevano pagarla.
Nell’anno della carestia, Hazrat ʿUmar, che Dio si compiaccia di lui, non mandò funzionari a riscuotere la zakat; al contrario, ne sospese la riscossione finché la carestia non fosse terminata. Al termine della carestia mandò gli esattori e chiese ai benestanti una zakat doppia. Una quota era quella dell’anno della carestia, la seconda quella dell’anno in corso. Perdonò il debito agli incapaci. Poi ordinò che l’esattore consegnasse una parte del doppio importo riscosso a tali persone incapaci e portasse l’altra parte nella capitale.
4. Era vietato riscuotere le imposte ricorrendo alla forza o privando qualcuno del denaro necessario alla vita। Hazrat ʿAlī, che Dio si compiaccia di lui, ordinò a uno dei suoi funzionari: «Quando andrai da loro, per riscuotere le imposte non vendere i loro abiti estivi o invernali, i loro alimenti o i loro animali da cavalcare; non colpire nessuno, neppure con una frustata, e non costringere nessuno a stare su un solo piede, per quanto arretrate possano essere le imposte o i tributi. Infatti ci è stato ordinato di riscuotere soltanto ciò che eccede i bisogni della gente».
5. Accanto al principio «a ciascuno secondo il proprio sacrificio», è indispensabile applicare anche il principio «a ciascuno secondo il proprio bisogno»। Il nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui, stabilì una quota del bottino per i celibi e due quote per i coniugati. Ciò dimostra che, nel determinare le indennità, bisogna tenere conto del bisogno oltre che dello sforzo. Altrimenti è noto che, nel jihād, coniugati e celibi devono compiere lo stesso sforzo. Poiché il bisogno del coniugato è doppio, fu stabilito di assegnargli un’indennità doppia. Ciò dimostra inoltre che il solo «bisogno» può costituire nell’Islam un mezzo distinto per acquisire la proprietà. Questo principio è estremamente importante per quanto riguarda la «sicurezza sociale».
6. Disposizioni di sicurezza sociale per ogni persona incapace e bisognosa। Hazrat Omar stabilì un sussidio di cento dirham per ogni neonato. Quando il bambino cresceva un po’, gli venivano dati duecento dirham, e dopo aver raggiunto la maggiore età ne riceveva ancora di più. Per il bambino abbandonato venivano dati cento dirham e un’indennità aggiuntiva a chi lo allevava; le spese per allattarlo e per il suo mantenimento erano sostenute dal Bayt al-Mal, e quando cresceva riceveva un sussidio pari a quello degli altri ragazzi.
La generosità di Hazrat Omar fu in realtà il risultato diretto della generosità dell’Islam, poiché il bambino abbandonato è completamente innocente per quanto riguarda se stesso. Non è minimamente responsabile dei peccati dei suoi genitori colpevoli. Abbiamo già menzionato che Hazrat Omar aveva stanziato aiuti dal Bayt al-Mal per i lebbrosi ebrei e cristiani ciechi. Anche nella natura di Omar la generosità era rivolta a tutti gli esseri umani, non soltanto ai musulmani. Questa è una misura di sicurezza sociale contro la povertà, l’incapacità e la privazione.
7. È estremamente importante risolvere la questione fondamentale: «Da dove è stata acquisita la ricchezza?»। Poiché la società musulmana ha il diritto di chiedere se la ricchezza in possesso del governante appartenga in realtà alla nazione o a lui personalmente, egli non ha alcun modo di sottrarsi al controllo dei cittadini su tale questione. Grazie alla definizione del principio della verifica dei conti, il tesoro nazionale è diventato in larga misura al sicuro dalle ingerenze degli amministratori. Prima di fare qualcosa del genere, il governante deve rifletterci più volte. Hazrat Omar applicò questo principio a tutti i suoi governatori. Anche Hazrat Ali adottò talvolta una politica simile.
8. Il sistema della zakat non fu sospeso nemmeno nell’epoca più buia della storia: sebbene quell’epoca fosse stata allontanata di molto dalla forza vitale dell’Islam. Dopo la guerra contro gli apostati, combattuta all’inizio dell’epoca di Hazrat Abu Bakr, fino a oggi nessuno ha negato la zakat, né a parole né nei fatti. Soltanto nella nostra epoca, quando la civiltà occidentale si è insediata sul trono del vincitore, come conseguenza di ciò anche l’ultimo dei principi islamici, la zakat, è scomparso dalla vita concreta della società musulmana.
9. Sistema generale di sicurezza sociale: secondo questo sistema, gli abitanti di ogni località sono ritenuti responsabili di chiunque muoia di fame in quel luogo. Tale responsabilità ricade su di loro in base al diritto penale. Per la persona morta in questo modo, tutti gli abitanti della località interessata devono pagare collettivamente una multa, ossia la diya. Poiché l’intera società viene considerata responsabile dell’uccisione di colui che, appartenendo a essa, è morto lentamente di fame.
Questa disposizione è sostenuta anche da un’altra norma della Sharia. Essa stabilisce che, se una persona tormentata dalla fame e dalla sete teme di morire per tale causa, le è consentito, come ultima risorsa, combattere contro chi possiede cibo o bevande; e se uccide una persona in tali circostanze, non subirà alcuna pena o ammenda in questo mondo né alcun castigo nell’Aldilà.
10. Principio dell’abolizione dell’usura e della proroga del termine per il rimborso dei prestiti in condizioni di povertà: Fino a quando la civiltà moderna non dichiarò lecita l’usura, essa rimase debitamente vietata nella società musulmana. La legge francese impose questa maledizione sulle nostre spalle e la trasformò in uno dei pilastri della nostra vita economica quotidiana. Eppure non ve n’era alcuna necessità. Essa si diffuse soltanto perché l’influenza dei valori morali era scomparsa dalla nostra vita concreta e dal cuore degli uomini erano svaniti l’onestà e lo spirito di cooperazione reciproca. L’Islam, invece, assume questo spirito come fondamento della società e delle transazioni reciproche.
Oltre a queste disposizioni, esistono numerosi principi e valori di solidarietà reciproca e di sicurezza sociale che non possono essere attuati con la forza della legge. Il nostro passato recente stesso testimonia l’esistenza dell’influenza dei valori islamici sulla società musulmana. Questa influenza non l’hanno osservata con i propri occhi i nostri nonni, bensì i nostri padri, nelle regioni abitate dai musulmani. Nonostante il predominio assoluto della civiltà materialistica occidentale sul mondo musulmano, questa influenza è ancora oggi in gran parte intatta. Per rendere effettivi tali valori non vi era affatto bisogno di leggi né di coercizione. I vari dipartimenti degli awqāf che si osservano oggi tra i governi contemporanei — utilizzati oggi contro il loro vero scopo e accaparrati da diverse classi sfruttatrici, sotto nomi e attraverso schieramenti differenti — recano in realtà testimonianza del sacro spirito di misericordia, solidarietà, rettitudine, sicurezza sociale e cooperazione reciproca presente nei cuori dei musulmani del passato remoto e recente. La brutalità occidentale, la coscienza spenta e la stagnante civiltà materialistica non sono riuscite a deformare la loro anima.
Nella nostra epoca d’oro, lo spirito di garantire la sicurezza sociale ai deboli era divenuto così forte che non ne beneficiarono soltanto gli esseri umani, ma anche gli animali. In molti luoghi furono destinati in waqf alcuni terreni alla creazione di rifugi per gli animali deboli, affinché potessero recarvisi e liberarsi dalla fame e dalla sofferenza.
Nonostante i danni di vasta portata causati da una certa distorsione nei metodi di governo e nelle attività economiche nelle fasi iniziali, questo è l’Islam autentico.
Questo è il ruolo dell’Islam sul palcoscenico reale della storia, reso evidente attraverso diversi eventi. Quanto ai suoi principi generali, si può dire che esso possiede, ha posseduto e possiederà in eterno la piena capacità di soddisfare le esigenze delle situazioni nuove e di risolvere i problemi inediti. Nella società che sarà fondata sui principi dell’Islam in futuro e nella quale la sharia islamica sarà elevata al rango di legge dello Stato, l’Islam sarà capace di soddisfare tutte le esigenze e le necessità di quella società con la massima ampiezza e il dovuto equilibrio. Mentre l’odierna società umana, attraverso le ideologie e gli esperimenti umani, viene continuamente sospinta e colpita passando da un estremo all’altro, e mentre l’umanità sacrifica in questi urti e contraccolpi molte delle sue risorse più preziose, l’Islam la proteggerà e la porrà per sempre al riparo da queste perdite irreparabili.(Si veda il capitolo «Ansia e smarrimento» dell’opera dell’autore «L’Islam e la crisi della civiltà».)
…….. Fine ……..