La schiavitù mentale dei musulmani e le sue cause

Il governo dello Stato, la monarchia, la vittoria e il predominio sono di due tipi: il primo è il predominio mentale e morale, il secondo quello politico e materiale. Il predominio della prima categoria si verifica quando una nazione raggiunge un enorme progresso nel pensiero, nella ricerca, nelle scoperte e nelle capacità intellettuali; allora le altre nazioni, naturalmente, giungono ad avere fede nella sua visione del pensiero. Le sue concezioni, le sue credenze religiose e la sua ideologia pervadono le loro menti e i loro cervelli; la loro mentalità si forma sul suo stesso modello. La sua civiltà si trasforma nella loro civiltà. Essi accettano le sue scienze e il suo sapere come proprie scienze e proprio sapere. Persino ciò che essa considera buono o cattivo, vero o falso, viene da loro considerato il criterio del bene e del male, del vero e del falso. Il predominio del secondo tipo si verifica quando una nazione diventa estremamente potente sotto il profilo della prosperità materiale; allora le altre nazioni, nei suoi confronti, diventano incapaci di preservare la propria indipendenza politica ed economica. In tale situazione, essa si impone, totalmente o parzialmente, sui sistemi economici e politici delle altre nazioni.

Per contro, anche la schiavitù o sottomissione è di due tipi: il primo è mentale e il secondo politico. Le definizioni delle due categorie di predominio date sopra sono esattamente l’opposto delle due categorie di schiavitù.

Sotto un certo aspetto, queste due categorie di predominio sono completamente distinte. Il diffondersi del predominio mentale in un luogo non rende inevitabile l’instaurazione del predominio politico. Né l’instaurazione del predominio politico comporta necessariamente l’affermarsi del predominio mentale: non esiste al riguardo una regola fissa. Tuttavia, la legge della natura è questa: quando una nazione avanza sulla via del pensiero, dell’esercizio intellettuale, della ricerca del sapere e dell’indagine dei fatti, insieme al progresso mentale consegue anche un progresso materiale. Per contro, quando una nazione rimane indietro nella competizione del pensiero e della ricerca della conoscenza, insieme al declino mentale comincia anche il suo deterioramento materiale. Inoltre, poiché il predominio e la forza sono il risultato della sottomissione e della debolezza, quanto più le nazioni deboli e prive di vigore, sotto il profilo mentale e materiale, avanzano sulla via della propria debolezza e impotenza, nella stessa proporzione continuano a cadere vittime della schiavitù e della sottomissione; e le nazioni forti sotto entrambi questi aspetti finiscono per esercitare il loro dominio sulle loro menti, sui loro cervelli e sulla loro stessa persona.

Oggi i musulmani sono vittime di entrambi questi tipi di schiavitù. In alcuni luoghi sono presenti pienamente entrambi i tipi di schiavitù, mentre in altri, sebbene la schiavitù politica sia in qualche misura minore, quella mentale è ancora più forte. Sfortunatamente, oggi nessuna regione musulmana è veramente e completamente libera, sotto il profilo politico e mentale. In alcuni luoghi, pur godendo di indipendenza politica e del diritto all’autodeterminazione, essi non sono affatto liberi dalla schiavitù morale e mentale. Le loro istituzioni educative, i loro uffici e tribunali, i loro mercati, le loro assemblee e associazioni, le loro case e persino i loro stessi corpi testimoniano che la civiltà e la cultura occidentali, il pensiero occidentale e le sue scienze e conoscenze esercitano su di loro un dominio assoluto. Pensano con il cervello dell’Occidente, vedono con gli occhi dell’Occidente e seguono la via indicata dall’Occidente. Che ne siano consapevoli o meno, nelle loro menti si è radicata questa convinzione: ciò che l’Occidente ritiene vero è vero, e ciò che dichiara falso è falso. Secondo loro, in materia di verità, correttezza, civiltà, moralità, cortesia, decoro e simili, i criteri stabiliti dall’Occidente sono l’unico metro infallibile. Persino la propria religione e la propria fede, il proprio pensiero e le proprie concezioni, la propria civiltà e il proprio decoro, il proprio carattere e i propri costumi: tutto viene da loro valutato secondo quel metro. Ritengono giusta ogni cosa che supera pienamente tale criterio; riguardo a essa si sentono completamente rassicurati e si vantano del fatto che essa abbia superato il criterio occidentale. Quanto invece non supera il giudizio di tale criterio, lo considerano erroneo, consapevolmente o inconsapevolmente. Alcuni lo rifiutano apertamente, altri ne provano interiormente fastidio e cercano, in qualche modo e a forza di trascinarlo, di farlo rientrare nei criteri occidentali. [L’autore ha fatto questa osservazione quarantuno anni fa. In questo lungo periodo, la schiavitù politica del mondo musulmano si è indubbiamente allentata in una certa misura, ma la sua schiavitù mentale non si è ridotta neppure minimamente. – Il curatore] Se questa è la condizione delle nostre nazioni indipendenti, quale utilità vi sarebbe ormai nel discutere della schiavitù mentale dei musulmani sottoposti alle nazioni occidentali?

Ora la domanda è: qual è la causa di questa schiavitù? Per spiegarla nei dettagli sarebbe necessario scrivere un libro a parte. In breve, tuttavia, essa può essere riassunta come segue:

Il predominio intellettuale e mentale si fonda sulla riflessione, sulla ricerca e sulla coltivazione del sapere. La nazione che eccelle in questo cammino è quella che occupa il seggio della leadership e dell’autorità nel mondo; il suo modo di pensare avvolge l’intero mondo. Al contrario, la nazione che rimane indietro in questo campo è naturalmente costretta a restare subordinata e seguace degli altri. Le sue idee e la sua ideologia non conservano più alcuna forza capace di esercitare il predominio sulle menti delle persone. La corrente impetuosa delle idee vigorose e delle convinzioni della nazione dedita al sapere e alla ricerca della verità la trascina via. Non le rimane neppure la forza necessaria per restare salda nella propria posizione. Finché i musulmani avanzarono sulla via della ricerca della verità e della coltivazione del sapere, tutte le nazioni del mondo li seguirono e rimasero subordinate a loro. Il pensiero islamico aveva avvolto la concezione del mondo dell’intera umanità. I criteri stabiliti dall’Islam riguardo al bene e al male, alla virtù e al vizio, all’errore e alla verità, consciamente o inconsciamente, erano stati riconosciuti dall’intero mondo come gli unici criteri validi. E gli uomini del mondo, volenti o nolenti, avevano modellato il loro modo di pensare e le loro attività secondo quei criteri. Ma quando cessò di apparire tra i musulmani una guida del pensiero e un ricercatore, quando abbandonarono la riflessione e la ricerca della verità, e si stancarono nel campo della coltivazione del sapere e della ricerca intellettuale, allora sembrò che si ritirassero persino dalla leadership del mondo. Nel frattempo, le nazioni occidentali avanzavano rapidamente in tutti questi campi. Impiegarono la forza della ricerca e della riflessione; si dedicarono a svelare i misteri della natura dell’universo; ricercarono l’origine delle forze insite nella natura. Il risultato inevitabile fu proprio quello che doveva essere. Le nazioni occidentali occuparono il seggio della leadership e dell’autorità nel mondo. Come un tempo gli uomini del mondo avevano ceduto davanti all’autorità dei musulmani, così furono costretti ad accettare anche l’autorità delle nazioni occidentali. Per quattro o cinque secoli i musulmani dormirono profondamente sul giaciglio confortevole preparato dai loro antenati, mentre le nazioni occidentali erano impegnate nel proprio sviluppo. Poi, all’improvviso, le potenze occidentali insorsero e, in appena un secolo, si diffusero sull’intera superficie della Terra. Aprendo gli occhi dal torpore del sonno, i musulmani videro che l’Europa cristiana era equipaggiata sia con la penna sia con la spada e che, grazie a questa duplice forza, esercitava il dominio sull’intero mondo. Un piccolo gruppo cercò di difendersi da essa; ma non possedeva né la forza della penna né il vigore della spada. Di conseguenza, continuò soltanto a subire sconfitte. Il resto della nazione, cioè la maggioranza, adottò la linea d’azione che i deboli e i codardi hanno sempre adottato. Le idee, le ideologie e le consuetudini giunte dall’Occidente, accompagnate dal vigore della spada, dalla forza degli argomenti, dal sostegno delle prove scientifiche e da una bellezza abbagliante, furono elevate dai cervelli inclini alla comodità e dalla mentalità sconfitta alla dignità stessa della fede. Le antiche credenze religiose, i valori morali e le leggi sociali, fondati soltanto su basi consuetudinarie, furono trascinati via come pagliuzze dalla corrente di questa nuova e potente inondazione. E, lungo questa via dell’incoscienza, si radicò nelle menti delle persone la convinzione che tutto ciò che proveniva dall’Occidente fosse vero e costituisse l’unico criterio della civiltà e della purezza.

Tra le altre nazioni che si sono scontrate con la civiltà occidentale, alcune non possedevano affatto una civiltà stabile e distinta. Alcune possedevano sì una civiltà propria, ma essa non era abbastanza forte da preservare la propria individualità di fronte alle altre civiltà. Inoltre, per alcune nazioni non vi era alcuna differenza fondamentale tra la loro civiltà e questa civiltà appena giunta. Perciò tutte queste nazioni si tinsero assai facilmente dei colori della civiltà occidentale e non vi fu alcun bisogno di un grande conflitto. Il caso dei musulmani, invece, era completamente diverso. Essi possiedono una civiltà stabile, distinta e completa. La loro civiltà dispone di un sistema completo e autonomo di principi, norme e ordinamenti, che si estende a ogni ambito della vita, tanto sul piano del pensiero quanto su quello dell’azione. I principi e le basi della civiltà occidentale sono completamente contrari a questa civiltà. Per questo, a ogni passo, tra queste due civiltà sono sorti conflitto e scontro. E, come conseguenza di questo conflitto, si stanno producendo reazioni distruttive in ogni ambito del pensiero, della fede e della vita concreta dei musulmani.

La filosofia e la scienza nel cui grembo è stata allevata la civiltà occidentale hanno avanzato per cinque o sei secoli soltanto lungo le vie dell’ateismo, dell’apostasia e del materialismo. Dal giorno stesso in cui questa civiltà nacque ebbe inizio il suo conflitto con la religione; si può anzi dire che fu proprio lo scontro della ragione e dell’intelletto contro la religione a dare origine a questa civiltà. Sebbene l’osservazione dei fenomeni della natura dell’universo, la scoperta dei suoi molteplici misteri, la ricerca delle sue leggi e dei suoi ordini intrinseci, la riflessione e la ricerca sui suoi aspetti esteriori, nonché la deduzione di conclusioni mediante l’insieme di queste attività, con l’aiuto di supposizioni, testimonianze e prove, non siano affatto azioni contrarie alla religione, tuttavia, quando per le circostanze del momento ebbe inizio in Europa, durante il Rinascimento, il nuovo movimento scientifico, sorse un’aspra opposizione e un violento conflitto con i sacerdoti cristiani. Questo perché quel ceto sacerdotale aveva fondato le basi delle proprie credenze religiose sulla filosofia e sulla scienza dell’antica Grecia. Essi nutrivano la speranza che, se a quelle basi si fosse aperta anche la minima crepa a causa della moderna ricerca scientifica e dell’indagine intellettuale, l’intero edificio della religione sarebbe crollato nella polvere. Dominati da questa concezione errata, si opposero al nuovo movimento scientifico e arrivarono persino a usare la forza per contrastarlo. Istituirono tribunali religiosi e, attraverso di essi, cominciarono a infliggere ai leader e ai portabandiera di questo movimento punizioni severe, spietate e terribili. Ma questo movimento era il risultato di una coscienza e di una consapevolezza mentale inarrestabili; perciò, invece di indebolirsi sotto la persecuzione e l’oppressione, divenne ancora più forte.

Alla fine, persino la corrente impetuosa del libero pensiero spazzò completamente via l’autorità religiosa.

All’inizio questa lotta era limitata ai pionieri del libero pensiero e ai sacerdoti. Ma poiché i sacerdoti combattevano contro i liberi pensatori in nome della religione, ben presto essa si trasformò in un conflitto tra il cristianesimo e i sostenitori del libero pensiero. In seguito, la religione in quanto tale, qualunque religione fosse, fu definita l’avversaria di questo movimento. Si proclamò che il pensiero scientifico fosse del tutto contrario al metodo di pensiero religioso. Si rese obbligatorio per chiunque riflettesse scientificamente sui fenomeni della natura abbandonare le dottrine religiose e seguire la propria strada. Il fondamento essenziale delle dottrine religiose sulla natura è che una potenza superiore a questo universo debba essere dichiarata la causa di tutti i segni e i fenomeni del mondo naturale. Poiché questa era la dottrina dei nemici del moderno movimento scientifico, i promotori di questo nuovo movimento ritennero inevitabile definire antiscientifico ogni metodo volto a svelare i misteri della natura senza ricorrere all’idea di Dio o di un essere soprannaturale, nonché ogni approccio ai fenomeni naturali che tenesse conto dell’idea dell’esistenza di Dio. Così, tra gli scienziati e i filosofi dell’età moderna nacque un intenso odio contro Dio, l’anima, lo spiritualismo e il soprannaturalismo. Eppure ciò non fu affatto il naturale risultato della ragione e del razionalismo; fu piuttosto soltanto il prodotto di un eccesso emotivo. Essi non odiavano Dio perché la Sua non esistenza o assenza fosse stata dimostrata con prove e testimonianze; al contrario, erano irritati con Lui perché era il Signore, il Ma‘būd, di loro e dei loro nemici del libero pensiero. Nei cinque secoli successivi, alla base di tutto ciò che la loro logica, la loro ragione, il loro pensiero e il loro movimento scientifico produssero, agì proprio questa irrazionale emotività.

Quando la filosofia e la scienza occidentali intrapresero il loro vero cammino, la loro meta era orientata in direzione completamente opposta al teismo. Tuttavia, poiché erano ancora circondate da un ambiente religioso, all’inizio procedevano accompagnando il naturalismo al teismo. Ma quanto più avanzavano verso la loro meta, tanto più il naturalismo affermava il proprio predominio sul teismo. Alla fine, perfino l’idea dell’esistenza di Dio e quella di ogni realtà soprannaturale connessa a Lui scomparvero completamente dalla mente dei filosofi e degli scienziati. Giunsero a un estremo tale che, per loro, non rimase alcuna realtà oltre la materia e il movimento. Dichiararono che la scienza fosse sostenitrice del naturalismo. L’intera comunità degli scienziati e dei filosofi finì per credere nel principio secondo cui ciò che non può essere misurato o pesato non esiste.

La storia della filosofia e della scienza occidentali ne è testimone. Cartesio (morto nel 1650), noto come il padre della filosofia occidentale, da un lato credeva profondamente nell’esistenza di Dio, mentre dall’altro riconosceva, accanto alla materia, l’esistenza indipendente dell’anima. D’altra parte, fu proprio lui ad avviare il metodo dell’analisi meccanica dei fenomeni della natura. Non solo: il metodo di pensiero da lui introdotto si trasformò in seguito in materialismo puro. Hobbes (morto nel 1679) fece un ulteriore passo avanti e si oppose apertamente al soprannaturalismo. Dichiarò che la natura e ogni sua realtà erano suscettibili di analisi meccanica, e negò la possibilità di qualunque forza spirituale o incorporea capace di influenzare questo mondo materiale; tuttavia, allo stesso tempo, credeva nell’esistenza di Dio. Infatti, dal punto di vista intellettuale, era necessario riconoscere una simile forza causale. Fu allora che apparve Spinoza (morto nel 1677), il più grande pioniere del razionalismo del XVII secolo. Egli non lasciò più alcuna distinzione tra materia, anima e Dio. Fuse Dio e la natura in un’unica realtà indivisibile e negò l’onnipotenza di Dio. I loro successori, Leibniz (morto nel 1716) e Locke (morto nel 1704), credevano nell’esistenza di Dio. Tuttavia, la disposizione mentale di entrambi era orientata verso il naturalismo.

Si vede dunque che nella filosofia del XVII secolo teismo e naturalismo procedevano fianco a fianco. Allo stesso modo, fino al XVII secolo la scienza non si era ancora trasformata completamente in materialismo. Nessuno tra Copernico, Keplero, Galileo, Newton e gli altri pionieri della scienza era incredulo riguardo all’esistenza di Dio. Tuttavia, per svelare i misteri della natura, essi preferivano mettere da parte la dottrina divina e ricercare le forze e le leggi che governavano questo sistema. Proprio questo abbandono della dottrina divina era, in realtà, simile al seme dell’ateismo e del naturalismo. In seguito, questo seme si sviluppò nell’albero del libero pensiero. Ma gli scienziati del XVII secolo non ne erano affatto consapevoli. Non riuscivano a tracciare una linea di demarcazione tra naturalismo e teismo; ritenevano piuttosto che queste due dottrine potessero procedere fianco a fianco.

Nel XVIII secolo divenne tuttavia evidente che un metodo di pensiero il quale, ignorando l’essenza di Dio, ricercasse i misteri della natura e le sue leggi non poteva fare a meno di giungere al materialismo, all’irreligiosità e al meccanicismo. In questo secolo apparvero John Toland, David Hartley, Joseph Priestley, Voltaire, La Mettrie, Holbach, Cabanis, Denis Diderot, Montesquieu, Rousseau e diversi altri filosofi e scienziati indipendenti e dotati di spirito critico. Essi o negarono apertamente l’esistenza di Dio, oppure, pur riconoscendola, non Gli attribuirono, quanto a dignità, un’importanza superiore a quella di un monarca costituzionale. In altre parole, il Dio da loro riconosciuto mise in moto una volta la natura e poi si ritirò da essa. Ora non aveva più alcun ruolo nel governare questo sistema. I filosofi e gli scienziati di questa categoria non riconoscevano l’esistenza di alcuna realtà oltre la natura, il mondo materiale e il movimento. Secondo loro, era vero soltanto ciò che rientrava nell’ambito dell’osservazione e dell’esperienza. Hume sostenne con forza questo metodo di pensiero mediante il suo empirismo e il suo scetticismo. Dichiarò persino l’esperienza criterio ultimo per la validità delle cose razionalmente dimostrate. Berkeley fece invece ogni sforzo per arrestare il crescente flusso del materialismo. Alla fine, però, neppure lui riuscì a fermarlo. In seguito Hegel tentò di introdurre l’idealismo al posto del materialismo. Ma nessuno accettò l’ideale sottile a confronto con la materia concreta. Kant elaborò una via di mezzo. Disse: «L’esistenza di Dio, la permanenza dell’anima, la libertà della volontà e simili non sono cose comprensibili per noi; pertanto non è possibile aderirvi. Tuttavia si può avere fede in esse, poiché il nostro senso pratico del giudizio esige proprio che si creda in esse». Questo fu l’ultimo tentativo di creare un compromesso tra teismo e naturalismo. Ma anch’esso si concluse con un fallimento. Infatti, dopo che gli errori della ragione e del pensiero avevano dichiarato l’esistenza di Dio una pura invenzione o, al massimo, quella di un essere inattivo e impotente, accettarLo, temerLo e desiderare la Sua soddisfazione soltanto per salvaguardare la moralità era un fatto del tutto irrazionale.

Nel XIX secolo il materialismo raggiunse l’apice del suo sviluppo. Vogt, Büchner, Jolly, Comte, Moleschott e altri scienziati e filosofi negarono l’esistenza di ogni cosa al di fuori della materia e delle sue proprietà. Mill introdusse l’empirismo nella filosofia e l’utilitarismo nell’etica. In seguito Spencer propagò con grande fermezza l’evoluzionismo filosofico, l’idea della generazione naturale dell’universo e quella dell’emergere spontaneo della vita. Inoltre, le scoperte della biologia, della fisiologia, della geologia e della zoologia, l’estremo sviluppo delle scienze innovative e applicate e l’abbondanza dei beni materiali radicarono profondamente nella mente delle persone l’idea che l’universo si fosse creato da sé; che nessuno lo avesse creato; che fosse governato da solo secondo una legge prestabilita; che non avesse alcun governatore determinato; che attraversasse spontaneamente le fasi dell’evoluzione e del progresso; e che su questa macchina automatica non influisse alcun essere soprannaturale. La vita non viene infusa nella materia inanimata per ordine di qualcuno; piuttosto, essa emerge quando la materia continua a evolversi secondo il proprio corso. L’evoluzione, la volontà, la sensibilità, la coscienza, l’intelletto e simili sono caratteristiche qualitative della materia evoluta. Gli esseri umani e gli animali sono tutti soltanto macchine, governate dalle leggi naturali. Compiono esattamente il tipo di azioni corrispondente al modo in cui sono disposti i loro ingranaggi. In essi non esiste alcun ikhtiyār, né alcun «libero arbitrio». Quando il loro ordine e il loro equilibrio vengono alterati e la forza vitale si esaurisce, sopraggiunge la morte. Questa morte non è altro che un nome diverso per la dissoluzione naturale. In altre parole, quando la macchina si è rotta e deteriorata, anche le sue qualità e caratteristiche sono scomparse. Non vi è più alcuna possibilità che essa risorga o ottenga una nuova vita.

L’evoluzionismo di Darwin svolse il ruolo più importante nel consolidare questo naturalismo e materialismo e nel stabilirlo come una dottrina autorevole e coerente. Il suo libro intitolato «L’origine delle specie» (Origin of Species) fu pubblicato per la prima volta nel 1589 dell’era cristiana. Esso fu considerato un’opera capace di suscitare una straordinaria agitazione nel mondo scientifico. La linea argomentativa contenuta in questo libro era, agli occhi degli scienziati del XIX secolo, il metodo di ragionamento migliore. Da essa la dottrina ricevette un sostegno ancora più vigoroso: tutte le attività dell’universo possono svolgersi senza l’esistenza di Dio. Per spiegare i fenomeni e le manifestazioni della natura non è necessaria alcuna causa oltre alle sue proprie leggi. Lo sviluppo e l’evoluzione di tutte le cose, dai livelli più umili della vita fino a quelli superiori, sono il semplice risultato dell’azione sequenziale di una natura priva di ragione e discernimento. Gli esseri umani e gli altri animali non furono creati da un essere saggio e accorto; piuttosto, la macchina vivente che un tempo vagava sotto forma di verme finì per manifestarsi come un essere umano dotato di volontà, sensibilità e capacità percettiva, attraverso la lotta per la sopravvivenza, la sopravvivenza del più adatto e la selezione naturale.

Da questa filosofia nacquero la cultura e la civiltà occidentali. In esse non vi è posto per il timore di un Dio saggio e potente; né vi è alcuna importanza attribuita alla profezia, alla rivelazione (waḥy) o all’ispirazione (ilhām). In esse non vi è spazio per l’idea di un’altra vita dopo la morte, per il pensiero della responsabilità riguardo alle azioni compiute in questa vita, per la questione del senso di responsabilità personale dell’essere umano, né per la possibilità di un fine o di uno scopo superiore agli obiettivi biologici della vita. Questa è una civiltà puramente materialista. La sua intera struttura è libera dalle idee di timore di Dio, semplicità, sincerità, ricerca della verità, buon carattere, senso del dovere, lealtà, rettitudine nelle azioni, pudore, pietà e purezza. Al contrario, proprio su tutte queste idee è fondata la civiltà islamica. In conclusione, l’intera ideologia occidentale è completamente opposta all’ideologia islamica. Il suo cammino è diametralmente opposto a quello seguito dall’Islam. Questa civiltà vuole estirpare le cose sulle quali l’Islam fonda il comportamento umano e la civiltà. D’altra parte, l’edificio dell’Islam non può rimanere in piedi neppure per un istante sulle basi sulle quali questa civiltà vuole costruire il carattere individuale dell’uomo e l’ordinamento sociale. In breve, l’Islam e la civiltà occidentale sono come due giovani donne dirette verso mete opposte. Chi salirà su una delle due dovrà necessariamente abbandonare l’altra. E chi salirà contemporaneamente su entrambe si dividerà in due.

Sfortunatamente, proprio nel secolo in cui questa nuova civiltà giunse all’estremo limite del materialismo, dell’ostilità alla religione e dell’ateismo, l’intero mondo musulmano, dal Marocco all’Estremo Oriente, cadde prigioniero dei tentacoli del potere politico e della supremazia amministrativa delle nazioni occidentali. Di conseguenza, contro i musulmani furono sferrati simultaneamente gli attacchi della spada e della penna occidentali. Per coloro le cui menti erano state soggiogate e intimorite dalla supremazia politica delle potenze occidentali, divenne difficile proteggersi dallo splendore della filosofia, della scienza e della cultura-civiltà da essa elaborata. In particolare, la situazione dei territori musulmani passati direttamente sotto il dominio di un impero occidentale era ancora più delicata. Per salvaguardare i propri interessi materiali, essi furono costretti ad acquisire il sapere occidentale; e poiché tale acquisizione non consisteva in un semplice apprendimento, bensì nel «sedersi umilmente, con una mentalità sconfitta, davanti ai maestri occidentali», le nuove generazioni musulmane furono profondamente influenzate dal pensiero occidentale e dalle teorie scientifiche; la loro visione e la loro mentalità cominciarono a essere modellate sullo stampo occidentale; i loro cuori e le loro menti accettarono la sottomissione alla civiltà occidentale. In loro non si sviluppò neppure la capacità di distinguere il bene dal male e di accogliere il bene assoluto! Non riuscirono a sviluppare alcuna capacità di pensare autonomamente e di prendere decisioni con l’aiuto del giudizio e della ragione personali. Per questo vediamo oggi vacillare l’intera base della civiltà e della cultura islamiche. È stata sconvolta la stessa struttura mentale necessaria per pensare secondo il metodo islamico. In realtà, coloro che pensano alla maniera occidentale e ripongono fiducia nei principi della civiltà occidentale hanno una struttura mentale di natura singolare. Con una simile mentalità, i principi dell’Islam non possono in alcun modo armonizzarsi. E quando i principi fondamentali non si accordano, non è affatto strano che sorgano dubbi di ogni sorta e nuovi interrogativi continui anche nelle questioni minori e nei dettagli.

È indubbio che la maggior parte dei musulmani creda ancora nella civiltà dell’Islam e desideri vivere da musulmana. Tuttavia, sotto l’influsso del pensiero e della civiltà occidentali, le loro menti si stanno progressivamente allontanando dall’Islam, e questo allontanamento cresce di giorno in giorno. Anche tralasciando la supremazia e il dominio politico, l’influenza e il prestigio della scienza, del sapere e dell’intelletto occidentali hanno ormai avvolto le menti di tutti gli uomini in ogni parte del mondo. Di conseguenza, la prospettiva della gente è cambiata; per molti è diventato difficile guardare con una prospettiva musulmana e pensare secondo la tradizione islamica. Pertanto, finché tra i musulmani non emergeranno pensatori indipendenti, questa condizione di sudditanza non avrà fine. In realtà, oggi si è manifestata la necessità di una nuova rinascita dell’Islam. Il patrimonio di conoscenze custodito dagli antichi pensatori e ricercatori islamici non può oggi portare frutto, poiché il mondo è ormai avanzato molto. Non è assolutamente possibile spingere nuovamente indietro il mondo fino alle fasi che aveva attraversato seicento anni fa. Oggi, chi saprà condurre il mondo in avanti sarà anche capace di guidarlo nei campi della conoscenza e dell’azione.

Pertanto, se oggi l’Islam deve nuovamente occupare il posto di guida del mondo, l’unico mezzo consiste nel far emergere nella società musulmana pensatori e ricercatori capaci, attraverso la riflessione, la ricerca e l’indagine, di abbattere dalle fondamenta l’intera civiltà occidentale. Seguendo il metodo di riflessione e ricerca indicato dal Corano, essi osserveranno i segni della natura e indagheranno i suoi misteri, ponendo le basi di una nuova filosofia fondata su un pensiero autenticamente islamico. Costoro edificheranno un nuovo edificio delle scienze naturali secondo il progetto delineato dal Corano. Respingendo le dottrine che si allontanano da Dio, porranno la riflessione e la ricerca sulle fondamenta della dottrina divina. Soprattutto, costruiranno l’edificio del pensiero e della ricerca moderni con tale solidità che esso avvolgerà il mondo intero, e in ogni parte del mondo, al posto della civiltà materialistica occidentale, risplenderà la civiltà dell’Islam, fondata sulla verità e sulla giustizia.

Il significato complessivo di quanto è stato discusso sopra può essere esposto mediante un’analogia nel modo seguente: il mondo è come un treno. A muoverlo è il motore della riflessione, della ricerca e dell’indagine. I pensatori e i ricercatori sono i conducenti di questo motore. Essi guidano il treno nella direzione che desiderano, ed esso corre proprio in quella direzione. I passeggeri del treno, volenti o nolenti, sono costretti ad andare nella direzione del suo movimento. Se un passeggero non vuole procedere in quella direzione, seduto nel treno in corsa non può fare altro che girare qua e là il proprio sedile. Ma voltare il sedile non cambia la direzione del suo movimento; per farlo, bisogna impadronirsi del motore del treno e orientarne il movimento verso la meta desiderata. Solo in questo modo si può cambiare la direzione del proprio cammino.

Attualmente, coloro che hanno il controllo di questo motore sono tutti lontani da Allah e profondamente ignoranti del pensiero islamico. Per questo il treno, con i suoi passeggeri, corre rapidamente sulla via dell’apostasia e del materialismo. Di conseguenza, tutti i passeggeri si allontanano continuamente dalla destinazione dell’Islam. Per cambiare oggi questa direzione, bisogna dunque cercare di prendere il controllo del motore. Finché ciò non sarà fatto, la direzione del treno non potrà in alcun modo cambiare; anzi, nonostante tutte le nostre obiezioni, il nostro disgusto e le nostre grida, il treno continuerà a percorrere la via indicata dai conducenti ribelli ad Allah. (Tarjuman al-Qur’an: settembre 1934)

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Il declino della civiltà islamica nel subcontinente

Dall’esame della storia si vede che la maggior parte dei Paesi dell’attuale mondo musulmano fu conquistata grazie agli sforzi dei mujāhid dell’epoca d’oro. Coloro che conquistarono questi Paesi non abbandonarono le proprie case e non misero a repentaglio la vita per il desiderio di espandere i regni o accumulare ricchezze, ma con lo scopo di innalzare la parola di Allah sulla terra. Erano rapiti non dal desiderio dei piaceri mondani, bensì da quello della felicità nell’Aldilà. Per questo non si limitarono a rendere i conquistati loro sudditi e tributari, ma provvidero anche a tingerli dei colori dell’Islam. Integrarono l’intera popolazione, o la maggior parte di essa, nella comunità islamica. Inoltre, attraverso lo studio e l’impegno pratico, radicarono in loro il pensiero e la civiltà islamici a tal punto che, in seguito, essi stessi divennero portatori della cultura e della civiltà islamiche e maestri delle scienze e del sapere islamici. Gli altri Paesi furono conquistati molto tempo dopo l’epoca d’oro. A quel tempo lo spirito vitale dell’Islam si era indebolito e nel cuore dei conquistatori il desiderio di espandere i regni era diventato assai più forte del jihād sincero sulla via di Allah. Ciononostante, in quei Paesi l’opera di diffusione e affermazione dell’Islam ebbe in larga misura successo. L’Islam giunse persino a essere riconosciuto in quei Paesi come cultura e civiltà nazionale assoluta.

Purtroppo, la situazione del subcontinente è completamente diversa da quella delle due categorie di Paesi menzionate sopra. Nell’epoca d’oro fu conquistata solo una parte molto esigua di questo Paese. E anche in quella piccola parte, l’influenza dell’insegnamento e della civiltà islamici che si era affermata fu cancellata dall’ondata della cosiddetta maʿrifa. Subito dopo ebbe inizio qui la vera serie delle campagne di conquista dei musulmani. Ma allora nei conquistatori non erano presenti le caratteristiche e le qualità dei musulmani dell’epoca d’oro. Essi dedicarono tutte le proprie forze all’espansione del regno, invece di diffondere l’Islam. Chiesero alla gente obbedienza e tributi a loro stessi, invece dell’obbedienza ad Allah e al Messaggero. Di conseguenza, anche dopo aver governato il Paese per diverse centinaia di anni, la maggior parte degli abitanti del subcontinente rimase non musulmana, e la cultura e la civiltà islamiche non riuscirono a radicarsi qui. Inoltre, per gli abitanti del luogo che accettavano l’Islam non fu predisposto alcun particolare sistema di istruzione e formazione islamica. Di conseguenza, tra i nuovi musulmani rimasero, in misura maggiore o minore, le antiche concezioni hindu, le credenze religiose e i costumi. Persino gli stessi antichi musulmani immigrati, frequentando gli abitanti del Paese, cominciarono a trattare con indulgenza la politica politeistica e ad adottare numerose usanze jahilite.

Esaminando la storia dell’India musulmana e la sua situazione attuale, diventa evidente che, anche quando il potere statale dei musulmani era pienamente presente in questo Paese, l’influenza dell’Islam era estremamente debole. L’ambiente qui presente non era autenticamente islamico. Naturalmente, anche la religione e la civiltà degli hindu erano estremamente fiacche. Inoltre, in quanto religione e civiltà di una nazione sconfitta e soggiogata, erano diventate ancora più insignificanti. Tuttavia, poiché, nell’ambiente di liberalità e negligenza dei governanti musulmani, esse rimanevano incontrastate, e poiché i musulmani non ricevevano un’educazione e una formazione pienamente islamiche, anche una parte considerevole dei musulmani di questo Paese non riuscì a diventare, per fede religiosa, cultura e civiltà, musulmana in modo altrettanto maturo e completo quanto avrebbe potuto esserlo in un autentico ambiente islamico.

Infine, nel XVIII secolo dell’era cristiana, anche quel potere statale, il più grande sostegno della civiltà islamica in India, sfuggì dalle mani dei musulmani. Dapprima l’impero musulmano si disgregò e si divise in piccoli Stati. Poi, una dopo l’altra, le ondate dei marathi, dei sikh e degli inglesi giunsero a cancellare l’esistenza della maggior parte di quegli Stati. In seguito, naturalmente, il potere statale del Paese passò nelle mani degli inglesi. In un Paese governato dai musulmani per diversi secoli, essi furono espulsi dall’intero territorio e ridotti a un popolo sconfitto e soggiogato nel giro di appena un secolo. E le forze grazie alle quali in India si erano mantenute in qualche misura la cultura e la civiltà islamiche cominciarono a sfuggire dalle mani dei musulmani non appena gli inglesi estesero il loro dominio. Essi sostituirono il persiano e l’arabo con l’inglese come lingua d’istruzione. Allo stesso tempo abolirono il sistema giuridico islamico, sciolsero i tribunali della sharia e introdussero le proprie leggi nelle questioni civili e penali. Arrivarono persino a limitare l’applicazione della legge islamica, anche per gli stessi musulmani, alle sole questioni del matrimonio, del divorzio e simili; e persino questo potere di applicazione limitata fu affidato, invece che ai qadi, ai comuni tribunali civili. Poiché i giudici di tali tribunali erano generalmente non musulmani, nelle loro mani la cosiddetta «legge maomettana» venne deformandosi sempre più. Inoltre, fin dall’inizio, la politica dei governanti inglesi fu quella di cancellare, mediante la privazione economica e l’oppressione, l’orgoglio e il senso della dignità che, in quanto nazione governante, erano stati coltivati e rafforzati per secoli nel cuore dei musulmani. Così, nel giro di un secolo, riuscirono a rendere questa nazione povera, ignorante, gretto d’animo, priva di carattere, umiliata e insultata.

L’ultimo colpo a questa nazione in declino arrivò durante i disordini del 1857. Quel colpo non pose fine soltanto al potere politico dei musulmani, ma spezzò completamente anche il loro morale. Una notte oscura di disperazione e di senso d’inferiorità scese nei loro cuori. Rimasero talmente ipnotizzati dall’arroganza del potere inglese che in loro non rimase neppure la minima traccia di spirito nazionale. Giunti persino all’estremo dell’umiliazione e dell’insulto, furono costretti a pensare che l’unico mezzo per ottenere pace e sicurezza fosse obbedire agli inglesi; che il modo per conseguire onore e dignità fosse servire gli inglesi; e che l’unico mezzo per lo sviluppo e il progresso fosse seguire e imitare gli inglesi: non esisteva altra via. Al contrario, tutte le ricchezze di sapere, scienza, cultura e civiltà proprie di cui disponevano erano considerate la causa principale della loro miseria e inferiorità.

Quando, nella seconda metà del XIX secolo, i musulmani cercarono nuovamente di rialzarsi, erano presenti in loro due tipi di debolezza. La prima era che, già in precedenza, non erano maturi nei princìpi, nella cultura e nella civiltà islamici, tanto nel pensiero quanto nell’azione. Inoltre, un ambiente non islamico li circondava, con le sue concezioni e la sua civiltà jahilite. La seconda era che la schiavitù, con tutti i suoi difetti e le sue conseguenze, non gravava soltanto sui loro corpi, ma si era imposta anche sui loro cuori e sulle loro anime. Di conseguenza, furono privati delle forze grazie alle quali una nazione può mantenere la propria cultura e civiltà.

In mezzo a questa duplice debolezza, i musulmani aprirono gli occhi e videro che i governanti inglesi avevano chiuso con grande astuzia per loro tutte le porte del progresso economico, lasciandone la chiave nelle scuole e nei college inglesi. A quel punto ai musulmani non rimase altra scelta se non ricevere un’istruzione inglese. Si formò dunque un possente movimento sotto la guida di Sir Sayyid Ahmad. Sotto la sua influenza, tra i musulmani dell’intero subcontinente si risvegliò la consapevolezza della necessità dell’istruzione inglese. L’opposizione degli antichi tradizionalisti a questo proposito si dimostrò completamente inutile. Infatti, coloro nelle cui mani si trovava la vera forza della nazione, in termini di ricchezza, onore, dignità, influenza e prestigio, accolsero con favore questo nuovo movimento e gli offrirono il loro sostegno diretto. Di conseguenza, i musulmani dell’India si avviarono rapidamente verso l’istruzione inglese. La parte inutile e incapace della nazione fu lasciata alle vecchie madrase religiose, affinché potesse svolgere il servizio di imam nelle moschee e quello di insegnante nelle scuole coraniche e nelle madrase. I figli migliori delle classi agiate e privilegiate, invece, furono mandati nelle scuole e nei college inglesi, affinché sui loro animi e sulle loro menti innocenti potessero imprimersi le tracce del sapere, della scienza e delle arti degli stranieri.

Questa era la situazione nell’ultimo quarto del XIX secolo. In Europa il materialismo aveva allora raggiunto il suo massimo sviluppo. Già nel XVIII secolo la scienza aveva completamente sconfitto la religione. Sotto la guida della filosofia moderna e della nuova scienza, tutte le vecchie dottrine della politica, dell’economia, delle scienze sociali e dell’etica furono respinte e ne furono stabilite di nuove. In breve, sulla base di queste moderne dottrine nacque in Europa un particolare tipo di cultura e civiltà. Questa grande rivoluzione espulse dalla vita pratica la religione e le norme da essa prescritte; tuttavia, nel mondo del pensiero e dell’immaginazione, rimaneva ancora una certa influenza delle convinzioni religiose. Perciò ebbe allora inizio una dura lotta contro di esse. Sebbene nessuna legge della scienza e del sapere fosse riuscita a presentare una prova — una prova che potesse davvero essere definita tale — contro la concezione divina dell’universo, gli scienziati continuarono comunque, senza alcuna dimostrazione o prova, per puro impulso emotivo, a essere ostili a Dio e ad avversare la concezione divina. E poiché allora erano loro a occupare il seggio della leadership mondiale nel campo del sapere, della scienza e dell’intelletto, sotto la loro influenza la malattia dell’avversione a Dio (Theophobia) si diffuse come una vasta epidemia. Divenne così una moda negare l’esistenza di Dio, considerare l’universo come una realtà creatasi naturalmente e governata secondo le leggi della natura, definire la devozione a Dio una superstizione, qualificare la religione come inutile e la religiosità come ristrettezza mentale e cecità, e considerare il naturalismo sinonimo di liberalità e di visione limpida. Persino una persona priva della minima conoscenza della filosofia e della scienza, che non avesse compiuto neppure il minimo sforzo di ricerca e d’indagine su tali questioni complesse, sosteneva idee di questo genere soltanto per aspirare a essere considerata nella società una persona illuminata. Di conseguenza, a quei tempi dire o scrivere qualcosa a favore dello spiritualismo o del soprannaturalismo era un delitto simile all’empietà. Persino se un celebre scienziato avesse espresso una simile opinione, avrebbe perso ogni prestigio nell’ambiente degli scienziati, tutti i suoi meriti si sarebbero completamente oscurati e sarebbe diventato indegno di ottenere un posto nella società colta.

Nel 1859 fu pubblicata la celebre opera di Darwin L’origine delle specie (Origin of Species). Quest’opera contribuì ad alimentare il fuoco del naturalismo e dell’ateismo. In realtà, le prove documentarie presentate da Darwin a sostegno della teoria dell’evoluzione da lui elaborata erano estremamente deboli e soggette a dimostrazione. Nella sua arbitraria sequenza evolutiva non mancava soltanto un livello; al contrario, davanti e dietro ciascun livello esistente ne mancavano molti altri. Di conseguenza, gli scienziati allora non poterono raggiungere la certezza riguardo a questa teoria. Persino Huxley, il suo maggiore sostenitore, non riuscì a credervi. Ciononostante, il darwinismo fu accettato per il solo motivo della ribellione a Dio. Non solo: fu condotta una propaganda eccessiva a suo favore e fu usato come una formidabile arma contro la religione. Questo perché tale teoria dimostrava una grande pretesa tra le idee erronee degli scienziati — sebbene anche la pretesa reale del darwinismo fosse soggetta a dimostrazione —, vale a dire che l’intero universo naturale si muove secondo le normali leggi della natura, senza l’aiuto di alcuna forza soprannaturale. I sostenitori della religione si opposero strenuamente a questa teoria. Durante una riunione della British Association, i vescovi di Oxford e di Gladstone pronunciarono discorsi contro di essa, impegnando tutte le loro forze; ciononostante furono sconfitti. Alla fine, i sostenitori europei della religione furono talmente sopraffatti dall’ateismo scientifico che, quando Darwin morì nel 1882, la Chiesa d’Inghilterra lo insignì del massimo onore. Gli fu cioè concesso di essere sepolto nell’Abbazia di Westminster. Eppure egli era il principale tra gli artefici della sepoltura della religione in Europa. Fu lui ad avere il ruolo principale nell’indirizzare il pensiero verso il materialismo, l’ateismo e l’eresia. Fu proprio la mentalità da lui fondata a offrire in Europa l’opportunità allo sviluppo e alla crescita del bolscevismo e del fascismo.

Fu proprio in quel periodo che i nostri giovani furono mandati nelle scuole e nei collegi inglesi, affinché beneficiassero dell’istruzione inglese e della cultura straniera. Erano già inesperti nell’istruzione islamica e immaturi nella cultura islamica. D’altra parte, erano stati sconfitti dalla potenza del dominio inglese ed erano rimasti abbagliati dallo splendore della civiltà straniera. Di conseguenza, non appena entrarono nelle scuole inglesi, la loro struttura mentale cambiò. Le loro inclinazioni e tendenze si allontanarono dalla religione. Il primo effetto di quell’ambiente fu infatti che, quando veniva citato il nome di uno scrittore o ricercatore europeo, lo si accettava senza discutere, mentre se veniva detto qualcosa da parte del Corano, degli hadith o dei sapienti musulmani, se ne esigevano le prove. Con questa mentalità trasformata, studiarono il sapere e la scienza occidentali, i cui principi e la maggior parte dei rami erano contrari ai principi e ai rami dell’Islam.

Nell’Islam, il concetto di religione è quello di un ordinamento della vita umana. Al contrario, nel concetto occidentale la religione è soltanto una convinzione personale, priva di qualsiasi rapporto con la vita reale. Nell’Islam la prima cosa è la fede in Allah, mentre in Occidente l’esistenza di Allah non è affatto riconosciuta. L’intera cultura e civiltà islamica è fondata sulle convinzioni relative alla rivelazione e alla missione profetica. In Occidente, invece, sussistono dubbi sulla veridicità della rivelazione e sulla validità della missione profetica. Nell’Islam la fede nell’Aldilà è il fondamento dell’intero sistema di vita e delle norme di comportamento, mentre in Occidente proprio questo fondamento è considerato privo di fondamento. Le pratiche di culto e le azioni che nell’Islam sono considerate obbligatorie, in Occidente sono soltanto insignificanti usanze dell’epoca dell’ignoranza. In questo modo, l’intera cultura e civiltà islamica è completamente diversa dalla cultura e civiltà occidentale. Nel campo della legge, il principio fondamentale dell’Islam è che Allah è il Legislatore; il Messaggero è l’interprete della legge, mentre l’uomo è soltanto soggetto alla legge. In Occidente, invece, non è riconosciuto a Dio alcun diritto nella legislazione. Là il parlamento è il legislatore e il popolo è l’elettore del parlamento. In politica, l’obiettivo dell’Islam è instaurare il comando divino, mentre quello dell’Occidente è lo Stato nazionale. L’obiettivo dell’Islam è l’internazionalismo, mentre quello dell’Occidente è il nazionalismo. In economia, l’Islam attribuisce importanza al guadagno lecito, al pagamento della zakat e della sadaqa e all’abbandono dell’interesse, mentre l’intero sistema economico occidentale è fondato sull’interesse e sul profitto. Nell’etica, l’obiettivo dell’Islam è il successo nell’Aldilà, mentre quello dell’Occidente è il benessere terreno.

Analogamente, anche nelle questioni sociali la via dell’Islam è quasi sotto ogni aspetto diversa da quella dell’Occidente. Il velo e l’abbigliamento, i rapporti tra uomini e donne, la poligamia, le leggi relative al matrimonio e al divorzio, il controllo delle nascite, i diritti dei genitori, i diritti dei coniugi e moltissime altre questioni mostrano tra queste due civiltà differenze così numerose e profonde che non è necessario esporle dettagliatamente. La ragione di questa differenza è che i principi fondamentali delle due civiltà sono distinti. Quando i nostri giovani, con una mentalità sconfitta e servile, con un’istruzione e una formazione islamica incomplete, ricevettero l’istruzione scientifica e culturale occidentale e furono formati sotto l’influenza della cultura occidentale, il risultato fu inevitabile. In loro non si sviluppò alcuna capacità di distinguere il bene dal male. Accettarono tutto ciò che imparavano dall’Occidente come criterio di autenticità e correttezza. In seguito, con conoscenze incomplete e difettose, cominciarono a valutare secondo quel criterio i principi e le leggi dell’Islam; e, quando constatavano una differenza tra i due in una determinata questione, non riuscivano mai a comprendere l’errore dell’Occidente. Al contrario, ritenendo difettoso l’Islam, si mostrarono pronti a correggerne e modificarne i principi e le leggi.

In conclusione, per quanto l’istruzione moderna possa aver giovato ai musulmani del subcontinente himalayano sotto il profilo economico e politico, il grande danno che essa ha arrecato alla loro religione e alla loro civiltà non può essere compensato da alcun beneficio. (Tarjuman al-Qur’an: ottobre 1934)

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Le nazioni malate dell’epoca moderna

Oggi tutti, senza distinzione tra Oriente e Occidente, musulmani e non musulmani, sono rimasti coinvolti nello stesso pericolo. Vale a dire che una civiltà e una cultura cresciute nel grembo del materialismo puro si sono imposte su tutti. Perciò l’edificio tanto del modo di pensare quanto dei metodi d’azione della civiltà è stato costruito su fondamenta erronee. La sua filosofia, la sua scienza, la sua morale, la sua vita sociale, la sua politica, le sue leggi e ogni altro suo elemento sono partiti da un punto erroneo e hanno raggiunto il loro sviluppo seguendo una via erronea. E ora è giunta a un punto tale che il limite estremo della sua distruzione è ormai molto vicino.

Questa civiltà ebbe origine tra persone presso le quali, in realtà, non era presente alcuna fonte chiara e pura di conoscenza e scienza divine. Là esistevano certamente guide religiose o sacerdoti; tuttavia, presso di loro non erano presenti né intelligenza, né conoscenza scientifica, né alcuna legge divina. La dottrina religiosa corrotta che possedevano, pur volendo guidare l’umanità sulla retta via nel pensiero e nell’azione, era del tutto incapace di farlo. Anzi, poteva soltanto ostacolare il progresso e lo sviluppo della conoscenza e della scienza. Ed è proprio ciò che fece. A causa di questo ostacolo, coloro che desideravano il progresso e l’avanzamento attaccarono la religione e la devozione religiosa e intrapresero una strada diversa. Su quella strada non vi era altra guida se non l’esperienza, l’osservazione, la congettura e la ricerca. Questa guida era completamente inaffidabile e aveva essa stessa bisogno di una guida e della luce. Ciononostante, divenne il loro principale punto d’appoggio. Con il suo aiuto si impegnarono molto nel pensiero e nella riflessione, nella ricerca, nella pratica e nella riorganizzazione delle istituzioni. Ma in ogni campo diedero inizio all’errore; di conseguenza, l’intero corso del loro sviluppo fu indirizzato verso una meta sbagliata. Essi partirono dal centro dell’irreligiosità e del materialismo. Considerarono la natura dell’universo come priva di un Creatore e di un Governatore (Dio). Guardarono all’universo e al mondo degli esseri viventi ritenendo reale soltanto ciò che è oggetto di osservazione e di percezione sensoriale. Oltre questo velo visibile, non esisterebbe alcuna realtà. Così, con l’aiuto dell’esperienza e della congettura, riuscirono certamente a conoscere e comprendere le leggi naturali, ma non riuscirono a giungere fino al Creatore della natura.

Allo stesso modo, si trovarono ad avere sotto il proprio dominio le risorse utilizzabili del mondo e le usarono secondo le necessità. Ma nelle loro menti era del tutto assente la consapevolezza che, in realtà, non ne erano i proprietari e gli amministratori, bensì soltanto i rappresentanti del vero Proprietario. Questa ignoranza e inconsapevolezza li aveva resi privi della nozione fondamentale di responsabilità e di rendiconto. Di conseguenza, l’intera loro cultura e civiltà fu edificata su basi errate. Abbandonarono Allah e divennero adoratori dell’«anima»; e l’«anima», prendendo il posto di Allah, li gettò in una grave sedizione e nello smarrimento. È il culto di quel falso dio che oggi li trascina, in ogni ambito del pensiero e dell’azione, su una via pericolosa. Sebbene le tappe di questa via siano estremamente terrificanti e abbaglianti, il suo esito finale non è altro che la distruzione. Quel falso dio ha trasformato la scienza in uno strumento per la distruzione dell’uomo. Ha modellato la morale secondo lo stampo dell’adorazione di sé, del desiderio di ostentazione, della disobbedienza e della sfrenatezza. Ha imposto l’egoismo e il satanismo al sistema economico. Ha versato il veleno dell’adorazione di sé, dell’amore per il lusso e dell’egocentrismo nelle vene e nei capillari della vita sociale. Ha corrotto la politica con il nazionalismo, il patriottismo, le distinzioni di razza e di tribù e il culto della forza, trasformandola in una delle peggiori maledizioni per l’umanità. In conclusione, il seme dell’albero velenoso piantato in realtà dal Rinascimento occidentale si trasformò, nel giro di pochi secoli, in un enorme albero della cultura e della civiltà. Sebbene i frutti di quell’albero siano dolci, in realtà sono avvelenati; sebbene siano belli e gradevoli alla vista, sono in verità irti di spine; e sebbene i suoi rami siano adornati dalla bellezza della primavera, l’aria velenosa che da essi si diffonde continua ad avvelenare, dall’interno, l’intera umanità.

Gli occidentali che avevano piantato con le proprie mani questo albero velenoso oggi ne sono essi stessi disgustati. Infatti, quell’albero ha creato in ogni aspetto e ambito della vita una tale confusione, complessità e angoscia che ogni loro tentativo porta con sé innumerevoli complicazioni. Qualunque ramo recidano, da lì spuntano innumerevoli rami spinosi. Per esempio, segarono il capitalismo e subito sorse il comunismo. Colpirono la democrazia e immediatamente apparve la dittatura. Cercarono di risolvere i problemi sociali e subito comparvero il femminismo e il controllo delle nascite. Tentarono di applicare la legge per porre rimedio alla dissolutezza morale e, di conseguenza, aumentarono le violazioni della legge e la propensione al crimine. In conclusione, da questo albero velenoso della cultura e della civiltà scaturisce un flusso interminabile di perversione e disordine, e il suo tormento, simile a quello di un enorme ascesso che ricopre la vita occidentale dalla testa ai piedi di sofferenza, dolore e pena, viene avvertito in ogni vena, capillare e centro nervoso.

Oggi le nazioni occidentali gridano sotto il dolore lancinante di quell’ascesso. Il loro cuore e la loro mente sono in tumulto. La loro anima anela spasmodicamente a un qualche nettare d’immortalità. Ma non sanno affatto dove si possa trovare quel nettare. La maggior parte di loro è ancora vittima dell’illusione che la vera origine del problema risieda soltanto nei rami e nei ramoscelli di quell’albero velenoso. Perciò ha dedicato tutto il proprio tempo e le proprie energie a tagliare rami e fronde. Eppure non riesce a comprendere che la corruzione non si trova nei rami e nelle fronde, bensì nelle radici profonde dell’albero. E aspettarsi che da radici malvagie nascano rami buoni non è altro che stoltezza.

D’altra parte, vi è anche un piccolo gruppo che è riuscito a comprendere la malvagità intrinseca delle radici dell’albero della propria civiltà. Tuttavia, poiché da diversi secoli viene allevato all’ombra di quell’albero e la sua ossatura e la sua carne si sono formate con i suoi frutti, la sua mente non è in grado di comprendere che rami buoni possano svilupparsi da radici diverse da quelle. Di conseguenza, la condizione di entrambi i gruppi è diventata la stessa. Essi cercano con estrema ansia qualcosa che allevii le loro sofferenze, ma non sanno quale sia l’oggetto dei loro desideri né dove lo si possa trovare.

In effetti, questo è il momento opportuno per presentare alle nazioni occidentali l’ideale e i principi d’azione del Corano e di Muhammad, pace su di lui. Oggi bisogna dire loro: ciò per cui il vostro cuore e la vostra mente fremono è questo. Ciò per cui siete assetati come il chataka del nettare dell’immortalità è questo. Questo è un albero immenso, puro e sacro, le cui radici, il tronco e i rami sono tutti buoni. I suoi fiori sono profumati e privi di spine; i suoi frutti sono gustosi e vivificanti. La sua brezza è piacevole e rinfresca il cuore e la mente. Qui troverete il discernimento fondato sulla ragione concreta, un punto centrale sicuro per il pensiero e la visione, e la conoscenza necessaria a formare il migliore carattere umano. Qui troverete una spiritualità non destinata ai monaci e agli asceti che rinunciano al mondo, bensì l’unica fonte di pace interiore e serenità mentale per coloro che lottano nel campo d’azione del mondo. Qui vedrete un sistema evoluto e solido di norme morali e giuridiche, fondato su una conoscenza completa della natura umana e incapace di mutare sotto la spinta degli impulsi. Qui troverete principi precisi di cultura e civiltà, che eliminano le illegittime discriminazioni di classe e le artificiali divisioni razziali, organizzando la società umana su basi puramente razionali. Tali principi creano un ambiente forte e armonioso di uguaglianza, giustizia, generosità, carità e buon comportamento, nel quale non vi è alcuno spazio perché tra individui, classi e comunità scoppino conflitti, scontri e lotte per interessi, diritti o necessità; al contrario, tutti possono lavorare con gioia e soddisfazione, sulla base della cooperazione reciproca, per il bene individuale e sociale. Perciò, se volete salvarvi dalla distruzione, cancellate dai vostri cuori ogni ostilità verso l’Islam, prima che un colpo violento frantumi la vostra cultura e civiltà e la aggiunga alle civiltà distrutte della storia. Abbandonate l’odio che avete ereditato dai fanatici religiosi del Medioevo e al quale ancora oggi vi aggrappate, nonostante abbiate reciso i legami con tutte le cose di quell’epoca oscura; e informatevi con animo aperto dei nobili insegnamenti del Corano e di Muhammad, pace su di lui, e accoglieteli.

La condizione delle nazioni musulmane è per certi aspetti diversa da quella delle nazioni occidentali. La loro malattia è diversa, così come ne è diversa la causa. Ma la cura è analoga a quella degli occidentali: consiste nel ritornare alla conoscenza e alla guida che Allah ha inviato attraverso il Suo ultimo Libro e il Suo ultimo Profeta.

La situazione nella quale è entrata in conflitto la civiltà islamica con quella occidentale è completamente diversa dai precedenti conflitti tra l’Islam e le altre civiltà. Quando l’Islam entrò in conflitto con le civiltà romana, persiana, indiana e cinese, esercitava pienamente il proprio dominio sulle capacità di pensiero e d’azione dei suoi seguaci. In loro era attiva una vigorosa corrente di jihad e ijtihad. Sia sul piano spirituale sia su quello materiale, avevano conquistato nel mondo la gloria di una nazione vittoriosa ed erano stati insigniti dell’onore della leadership su tutti gli altri popoli. Allora nessuna civiltà del mondo poteva competere con la loro. Ovunque e presso qualunque popolo giungessero, operavano una trasformazione rivoluzionaria nel suo pensiero, nella sua visione ideologica, nelle scienze, nel carattere e nell’ordinamento sociale. In loro la forza di esercitare un’influenza era molto maggiore della capacità di ricevere influenze esterne. Senza dubbio anch’essi accolsero molte cose dagli altri; ma il carattere della loro civiltà era così saldo e forte che tutto ciò che vi si aggiungeva dall’esterno si adattava perfettamente alla sua natura, e nessuna influenza esterna riuscì a modificarne neppure minimamente l’indole. Al contrario, l’influenza che essi esercitarono sugli altri si rivelò del tutto rivoluzionaria. Di conseguenza, alcune civiltà non musulmane furono assorbite dall’Islam e persero la propria identità. Anche quelle dotate di grande vitalità furono influenzate a tal punto dall’Islam che i loro principi fondamentali cambiarono profondamente. Ma questo avveniva allora, quando nei musulmani la fiamma dell’ideale era intatta e inestinguibile.

Dopo aver governato per alcuni secoli con la penna e con la spada, i musulmani finirono per cedere alla stanchezza. La loro forza vitale di jihad si indebolì. La loro capacità di ijtihad si spense. Il grande Libro che aveva fornito loro la luce della conoscenza e la forza dell’azione fu ridotto a un semplice testo sacro della memoria e venne avvolto in un involucro e messo da parte. Essi abbandonarono la pratica del grande condottiero le cui direttive avevano dato alla loro cultura e civiltà la forma di un completo ideale di vita intellettuale e concreta. Di conseguenza, il loro progresso e il loro sviluppo si arrestarono. La corrente impetuosa di un fiume, giunta improvvisamente in una valle immobile, si fermò e si trasformò in un piccolo lago. I musulmani furono rimossi dal seggio della leadership e dell’autorità. Si allentarono i legami del dominio che il loro pensiero, le loro scienze, le arti, la civiltà e il potere politico avevano esercitato sulle altre nazioni del mondo. Inoltre, in Occidente sorse, in opposizione all’Islam, una civiltà diversa. Le nazioni occidentali raccolsero con le proprie mani la bandiera del jihad e dell’ijtihad che i musulmani avevano gettato lontano. I musulmani rimasero comodamente sdraiati, mentre gli occidentali, con quella bandiera abbandonata, avanzarono nei campi della conoscenza, della scienza e dell’azione. Giunsero persino a occupare il seggio della leadership dal quale i musulmani erano stati rimossi. Con le loro spade conquistarono la maggior parte delle regioni del mondo. Il loro pensiero, la loro ideologia, le loro scienze, le arti e i principi fondamentali della loro cultura e civiltà si diffusero in tutto il mondo. La loro autorità e il loro dominio si impadronirono non soltanto dei corpi degli uomini, ma anche dei loro cuori e delle loro menti. Alla fine, risvegliatisi da alcuni secoli di sonno, i musulmani aprirono gli occhi e videro che il campo era completamente sfuggito loro di mano e che altri erano venuti a impadronirsene. Ora tutto ciò che esiste in fatto di conoscenza e scienza, cultura e civiltà, leggi e ordinamento politico è nelle loro mani; ai musulmani non è rimasto più nulla. Hanno soltanto una lampada luminosa ormai priva di luce.

Oggi il conflitto tra l’Islam e la civiltà occidentale si svolge secondo una modalità nuova. Indubbiamente, sotto nessun aspetto la civiltà occidentale è in grado di competere con la civiltà islamica. Anzi, se si giungesse a uno scontro con l’Islam, nessuna potenza al mondo potrebbe resistergli. Ma la questione è: dov’è l’Islam? Tra i musulmani di oggi non vi sono né natura, carattere e moralità islamici, né pensiero islamico e impulso all’azione. Nelle loro moschee, madrase e khanqah non si trova da nessuna parte il vero spirito vivificante dell’Islam. La loro vita concreta non ha alcun rapporto con l’Islam. Nella loro vita privata la legge islamica non è applicata, così come non lo è nella loro vita sociale. Nessun settore della loro civiltà e cultura è organizzato sulla base di un autentico sistema islamico. In queste condizioni, la competizione non è tra l’Islam e la civiltà occidentale; piuttosto, è tra una civiltà viva, dinamica, illuminata dal sapere e fervente nell’azione, da una parte, e la civiltà immobile, decrepita e arretrata dei musulmani, dall’altra. E sta accadendo proprio ciò che ci si poteva aspettare da una competizione così impari. I musulmani arretrano continuamente. La loro civiltà viene sconfitta. A poco a poco si dissolvono nella cultura occidentale. L’occidentalismo si insedia sempre più profondamente nelle loro menti. Si sta formando una struttura mentale plasmata sul modello occidentale. Il loro pensiero e la loro capacità di giudizio vengono affinati alla luce dei principi occidentali. Le loro concezioni, la morale, l’economia, la vita sociale, la politica e ogni altro aspetto vengono tinti dei colori dell’Occidente. Nella mente delle nuove generazioni musulmane si radica l’idea che le norme ricevute dall’Occidente costituiscano il vero ordinamento della vita. Pertanto, questa sconfitta è in realtà la sconfitta dei musulmani, non la sconfitta dell’Islam. Purtroppo, però, viene considerata la disfatta dell’Islam.

In questo grave pericolo non è coinvolto un solo Paese. Non è una sola nazione ad affrontare questa crisi. Oggi l’intero mondo musulmano sta attraversando la fase di questa terribile rivoluzione. In realtà, fin dal momento in cui questa rivoluzione stava iniziando, era dovere degli alim assumere un ruolo consapevole, comprendere i principi e le fondamenta della civiltà imminente e recarsi nei Paesi occidentali per studiarne le conoscenze scientifiche di base. Avrebbero dovuto acquisire, mediante la forza dell’ijtihad, le scoperte scientifiche pratiche e i procedimenti concreti sui quali si fondava il progresso delle nazioni occidentali, e applicarli adeguatamente all’istruzione e alla vita sociale dei musulmani alla luce dei principi islamici. In tal modo si sarebbero compensate le perdite causate da secoli di inattività e anche il cammino dell’Islam avrebbe potuto nuovamente procedere al passo con l’epoca. Ma, cosa deplorevole, proprio gli alim, salvo alcune eccezioni, si erano allora allontanati dal vero spirito vivificante dell’Islam. In loro non vi era né la forza dell’ijtihad né la capacità di riflettere e fare ricerca. Anche la loro intelligenza e la loro energia operativa erano venute meno. Non possedevano alcuna capacità di dedurre dai precetti ideali e pratici del Libro di Dio e della guida del Messaggero di Dio i principi tradizionali e dinamici dell’Islam, per poi applicarli alle condizioni mutevoli dell’epoca. Erano stati completamente contagiati dalla malattia dell’imitazione cieca e rigida dei predecessori, il taqlid. Di conseguenza, cercavano ogni cosa in libri che non erano libri divini eterni. In ogni questione dipendevano da persone prive di quella lungimiranza ampia e libera dai vincoli del tempo e dell’ambiente che caratterizzava i profeti. Come avrebbero dunque potuto guidare con successo i musulmani in condizioni completamente mutate? Allora si era avviata, nel campo delle scienze e delle attività produttive, una trasformazione così rivoluzionaria che solo Dio avrebbe potuto guardarla nella sua interezza. Ma nessun uomo comune possedeva una vista capace di penetrare i veli accumulati attraverso le epoche e arrivare fino a essa.

È indubbio che gli alim abbiano compiuto notevoli sforzi per affrontare la nuova civiltà e cultura. Ma non disponevano dei mezzi, degli strumenti e dell’attrezzatura necessari per tale confronto. Infatti, l’immobilità non può competere con il dinamismo. Non si può cambiare il corso dell’epoca con la forza della logica. Di fronte alle nuove armi, gli strumenti inutilizzabili e arrugginiti non servono a nulla. I metodi con cui gli alim volevano guidare la nazione non offrivano alcuna possibilità di successo. Una nazione circondata dal diluvio della civiltà occidentale, per quanto tempo avrebbe potuto negarne l’esistenza e mettersi al riparo dalla sua influenza bendandosi gli occhi e rendendo inattive le proprie facoltà percettive? Una nazione sulla quale la civiltà e la cultura moderne si erano imposte insieme alla potenza dello Stato, come avrebbe potuto, sconfitta e sottomessa, proteggere la propria vita concreta dall’influenza e dal predominio di quella civiltà? In realtà, in una situazione simile, alla fine accadde proprio ciò che doveva accadere. Dopo la sconfitta in campo politico, i musulmani furono miseramente sconfitti anche nei campi della scienza, della conoscenza e della tahdhib-tamaddun. Oggi vediamo che in ogni Paese del mondo musulmano il turbine dell’occidentalismo si diffonde con la rapidità di un’epidemia. E, trascinate da quella corrente impetuosa, le nuove generazioni musulmane si allontanano sempre più dal centro dell’Islam.

La sfortuna è che i nostri ulema non hanno ancora compreso i propri errori. La medesima politica e il medesimo punto di vista a causa dei quali, all’inizio, gli ulema dovettero sopportare l’umiliazione della sconfitta, ancora oggi, in quasi ogni paese musulmano, essi rimangono saldamente ancorati a quello stesso punto di vista. Se si escludono alcune personalità eccezionali, la condizione generale degli ulema è questa: non fanno alcun tentativo di comprendere l’attuale dinamica dell’epoca e la nuova conformazione della mentalità contemporanea. Sono pronti a manifestare tutto l’odio che vogliono verso quelle cose che allontanano dall’Islam le nuove generazioni musulmane; ma non sono capaci di assumersi il rischio necessario per porre rimedio a quel veleno. Nelle circostanze moderne, sono quasi sempre incapaci di risolvere i complessi problemi scientifici e pratici che si sono creati per i musulmani. La ragione è che tali problemi non possono essere risolti senza l’ijtihad. Eppure essi hanno dichiarato l’ijtihad haram per se stessi. In realtà, il metodo che oggi i nostri ulema adottano per diffondere gli insegnamenti dell’Islam e il suo sistema normativo, invece di far conoscere l’Islam alle persone moderne e istruite, finisce per renderglielo odioso. Talvolta, persino dopo aver ascoltato le loro prediche e ammonimenti o letto i loro scritti, viene spontaneo dire dal profondo del cuore: «Che Dio non permetta che simili vaneggiamenti privi di senso giungano alle orecchie di un non musulmano o di un musulmano traviato!» In breve, i nostri ulema hanno creato intorno a sé un ambiente vecchio di duecento anni. È in quell’ambiente che pensano, è al suo interno che vivono e parlano in modo adatto a esso. Non vi è dubbio che è grazie a questi uomini onorevoli che ancora oggi vengono conservati gli inestimabili tesori del patrimonio mondiale del sapere islamico, e che è grazie ai loro sforzi che l’istruzione islamica ha raggiunto l’attuale diffusione. Tuttavia, proprio l’enorme distanza che essi hanno posto tra se stessi e l’epoca contemporanea ostacola l’instaurazione di qualsiasi rapporto tra l’Islam e il mondo moderno. Di conseguenza, coloro che si dedicano all’istruzione islamica non risultano più adatti ad alcun lavoro nel mondo; e chi vuole diventare capace di svolgere un lavoro nel mondo rimane completamente estraneo all’istruzione islamica. Per questo oggi nel mondo musulmano si osserva l’esistenza di due gruppi del tutto contrapposti. Un gruppo è il portabandiera del sapere e della civiltà islamici, ma è incapace di guidare i musulmani in ogni ambito della vita. Il secondo gruppo ha sì guidato il carro del sapere, delle scienze, delle arti, della letteratura e della politica dei musulmani, ma è completamente ignorante, estraneo e inconsapevole dei principi e delle basi dell’Islam, dell’essenza della civiltà islamica e del sistema sociale e dell’ordinamento culturale dell’Islam. Negli angoli dei loro cuori vi è, è vero, una certa luce della fede; sotto ogni altro aspetto, però, non esiste alcuna differenza tra loro e i non musulmani. Ma poiché il sapere, la scienza e la capacità pratica sono nelle mani di questo gruppo, e poiché sono le sue braccia ad avere la forza per guidare il carro, esso sta trascinando rapidamente l’intero carro della millat sulla via dell’errore e dello sviamento. Oggi non c’è più nessuno capace di trattenerli e ricondurli dalla loro strada, né di indicare loro il cammino giusto.

Osservo questa situazione e posso vedere con i miei occhi anche le sue terribili conseguenze. Sebbene io non possieda il sapere, l’intelligenza, l’esperienza e le capacità necessarie per assumere la guida, né abbia la forza di riformare una nazione così grande in un ambiente tanto deformato, Allah ha tuttavia posto nel mio cuore un dolore. Quel dolore mi ha costretto, con quel poco di sapere e discernimento che oggi Egli mi ha concesso, a invitare i due gruppi di musulmani a rivolgere l’attenzione verso la fonte autentica e originaria dell’insegnamento e della cultura islamici, e a continuare i propri sforzi senza preoccuparsi del successo o del fallimento. Di fronte alla grandezza dell’opera e alla mia debolezza, questo mio sforzo mi appare insignificante persino ai miei stessi occhi; ma il successo o il fallimento, tutto è nelle mani dell’Onnipotente Allah. Il mio compito è soltanto continuare a fare il possibile. Perciò desidero ampliare, secondo le mie capacità, l’ambito dei miei sforzi.

(Tarjuman al-Qur’an: ottobre 1935 d.C.)

4

La legge umana contro la legge di Allah

Nel dicembre del 1933 la legge americana sul proibizionismo degli alcolici fu ufficialmente abrogata. Di conseguenza, dopo quasi quattordici anni, gli abitanti del mondo civile oltrepassarono nuovamente i confini dell’insipidità ed entrarono nel territorio del piacere. In realtà, l’insediamento del signor Roosevelt alla presidenza degli Stati Uniti fu il primo annuncio della vittoria del piacere sull’insipidità. Nell’aprile del 1933, con una legge, furono legalizzate le bevande contenenti il 31,2 per cento di alcol. Dopo appena pochi mesi, fu abrogato il Diciottesimo emendamento della Costituzione americana. In base a tale emendamento, erano stati vietati entro i confini degli Stati Uniti l’acquisto e la vendita di alcolici, la loro importazione ed esportazione e la loro produzione clandestina.

In realtà, questo fu il più grande tentativo di riforma morale e sociale mai intrapreso con l’aiuto della legge. Nella storia del mondo non si trova alcun esempio di un tentativo altrettanto vasto. Prima del Diciottesimo emendamento, un’organizzazione chiamata «Anti-Saloon League» aveva trascorso diversi anni cercando, attraverso giornali e riviste, discorsi, dichiarazioni, opuscoli, disegni, illustrazioni, lanterne magiche, film e moltissimi altri mezzi, di imprimere nella mente degli americani i danni dell’alcol. Per questa gigantesca opera di propaganda, l’organizzazione aveva riversato denaro a fiumi, come acqua. Si è stimato che, dall’inizio del movimento fino al 1926, furono spesi soltanto per la propaganda sessantacinque milioni di dollari, e che il numero complessivo delle pagine dei libri e degli opuscoli pubblicati contro l’alcol fosse all’incirca di nove miliardi!

Inoltre, si è indicato che l’onere complessivo sostenuto dalla nazione americana nei quattordici anni di applicazione della legge sul proibizionismo degli alcolici ammontò approssimativamente a 650 milioni di sterline. D’altra parte, dalle statistiche pubblicate recentemente dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, relative al periodo dal gennaio 1920 all’ottobre 1933, risulta che, nell’applicazione di quella legge, furono uccise complessivamente 200 persone, 534.335 furono imprigionate, furono inflitte multe per 16 milioni di sterline e furono confiscati beni per un valore di 404 milioni di sterline.

Questa terribile perdita di vite e di beni era stata tollerata affinché alla nazione «civilizzata» del XX secolo, il cui sole della conoscenza era giunto allo zenit, fossero resi noti gli innumerevoli danni spirituali, morali e fisici derivanti dalla fonte del vizio. Ma gli sforzi continui compiuti per diversi anni prima e dopo il proibizionismo — ai quali partecipò anche il potere statale — fallirono di fronte alla determinazione della nazione americana riguardo al consumo di alcol e, alla fine, «il più grande tentativo di riforma nella storia del mondo» si rivelò vano.

Il fallimento di questo tentativo di abolire l’alcol e l’abrogazione della legge proibizionista non furono affatto dovuti al fatto che i danni dell’alcol, contro i quali erano state impiegate propaganda e coercizione legale, fossero divenuti benefici, né al fatto che qualche scoperta scientifica avesse dimostrato erronee le concezioni precedentemente sostenute; al contrario, sulla base di esperienze oggi più vaste e abbondanti che in passato, è stato riconosciuto come vero che la prostituzione, l’adulterio, l’omosessualità, il furto, il gioco d’azzardo, l’omicidio e altri crimini morali dello stesso genere sono i parenti più stretti di questo centro del peccato. Inoltre, esso svolge un ruolo enorme nella distruzione della moralità, della salute, dell’economia e della vita sociale dei popoli occidentali. Eppure il governo americano fu costretto a ritirare la propria legge e a rendere halal ciò che era haram, poiché la stragrande maggioranza della nazione americana non era in alcun modo disposta ad abbandonare l’alcol. Perciò l’opinione pubblica americana che quattordici anni prima aveva dichiarato haram l’alcol si è nuovamente mobilitata per renderlo halal.

Per quanto ne sappiamo, finora neppure il più accanito sostenitore degli alcolici ha potuto negare i danni del consumo di alcol, né gli oppositori della legge proibizionista sono riusciti a presentare, riguardo alle «benedizioni dell’alcol», un elenco che potesse essere considerato anche minimamente importante rispetto ai suoi danni. Quando nel Congresso americano fu presentato il Diciottesimo Emendamento costituzionale, sostenuto dall’opinione pubblica, furono allora esaminati minuziosamente tutti gli aspetti della «sobrietà» e del «mare dei piaceri». E fu proprio tenendo conto di quei danni e di quelle nocività che il Congresso approvò il suddetto progetto di emendamento. Quarantasei Stati sostennero tale emendamento e la Camera dei rappresentanti e il Senato approvarono la legge proibizionista in conformità ad esso. Tutto ciò fu compiuto secondo la volontà della nazione americana e, finché la questione del proibizionismo rimase limitata ai documenti e alle parole della gente, l’intera nazione lo sostenne con gioia. Ma non appena questo divieto fu applicato nella realtà, l’aspetto dell’intera nazione americana cambiò. Dopo aver trascorso una sola notte senza vizio, la nazione più civile, istruita, consapevole, amante della verità e progredita del mondo impazzì completamente e, presa dall’emozione della separazione, cominciò a compiere tali follie che si arrivò a dubitare che questa nazione, come gli amanti immaginari della poesia orientale, avrebbe davvero finito per fracassarsi la testa contro un muro.

Di conseguenza, non appena le taverne autorizzate furono chiuse, in tutto il Paese furono istituiti innumerevoli locali clandestini. In questi ritrovi si ricorreva a metodi di ogni genere per consumare e comprare e vendere alcol eludendo la legge. Se qualcuno rivelava a un amico o a una persona cara l’esistenza di questi locali clandestini e i loro segnali convenuti, ciò era considerato un particolare favore. In precedenza il governo poteva controllare il numero delle taverne munite di licenza, il tipo di alcol che vi veniva utilizzato e la condizione di coloro che le frequentavano. Ma questi ritrovi del vizio erano al di fuori del controllo governativo. Il loro numero era diverse volte superiore a quello delle osterie autorizzate prima del proibizionismo. Inoltre, in questi ritrovi si cominciò a vendere alcolici di qualità infima, estremamente dannosi per la salute. Di conseguenza aumentò notevolmente l’afflusso di ragazzi e ragazze minorenni. Vedendo le terribili conseguenze di ciò, negli ambienti intellettuali degli Stati Uniti si diffuse una profonda inquietudine. Il prezzo dell’alcol aumentò diverse volte rispetto al passato. La vendita di alcolici si trasformò in un’attività enormemente redditizia. Di conseguenza, milioni di persone si dedicarono a questo commercio. D’altra parte, oltre ai locali clandestini, comparvero innumerevoli venditori ambulanti di alcol. Questi locali mobili raggiungevano scuole e college, uffici e tribunali, alberghi e ristoranti, luoghi di divertimento e persino le case della gente, vendendo alcolici e procurandosi nuovi clienti. Si stima che, dopo il proibizionismo, il numero dei venditori di alcolici americani sia aumentato di almeno dieci volte rispetto al periodo precedente. Inoltre, questo commercio si estese oltre i confini delle città fino alle campagne. In ogni casa furono installati laboratori clandestini per la produzione di alcol. Prima della proclamazione del proibizionismo, in America vi erano complessivamente quattrocento distillerie autorizzate. Nei soli sette anni successivi alla proclamazione del proibizionismo furono arrestati 79.437 proprietari di distillerie e confiscati 93.831 negozi di alcolici. Nonostante ciò, il commercio degli alcolici non diminuì affatto. Un ex commissario del Dipartimento per l’applicazione della legge dichiarò in un comunicato: «Siamo riusciti a catturare appena un decimo dell’insieme delle distillerie e dei negozi».

In questo modo la quantità di alcol consumata nel Paese aumentò in maniera anomala. Si stima che, durante il periodo del proibizionismo, la popolazione americana si fosse abituata a consumare ogni anno 200 milioni di galloni di alcol. Questa quantità era molto superiore a quella consumata prima della proclamazione del proibizionismo.

L’alcol consumato in quantità così enorme era, dal punto di vista qualitativo, estremamente scadente e dannoso per la salute. A questo proposito, il parere dei medici è il seguente: «Sarebbe più ragionevole chiamare questa sostanza veleno piuttosto che alcol. Infatti, non appena scende attraverso la gola, comincia a produrre effetti tossici sul fegato e sul cervello. Questi due organi rimangono influenzati da essa per un periodo che arriva a due giorni. Sotto il suo effetto, l’uomo non è capace di alcun pensiero né di alcuna azione buona; al contrario, la sua indole e il suo comportamento vengono spinti verso il disordine, la licenziosità e la propensione al crimine.»

A causa dell’eccessivo consumo di questo tipo di alcol, la salute fisica degli americani fu completamente distrutta. A titolo d’esempio, dalle statistiche della città di New York risulta che, prima della proclamazione del proibizionismo, nel 1918 il numero dei malati per effetto dell’alcol era di 3.741 e quello dei morti di 252. Nel 1926, invece, il numero dei malati raggiunse gli 11.000 e quello dei morti circa 7.500. Inoltre, è impossibile stimare il numero di coloro che, colpiti direttamente dagli effetti dell’alcol, morirono o rimasero come morti viventi.

Allo stesso modo, la criminalità, e in particolare la propensione al crimine tra adolescenti e giovani, aumentò in modo anomalo. In una dichiarazione dei giudici americani si legge: «Nella nostra storia non si trova alcun precedente di un numero così elevato di adolescenti arrestati in stato di ebbrezza». Dopo che la propensione al crimine tra adolescenti e minorenni aumentò in misura eccessiva, furono svolte indagini anche sui giovani. Ne risultò provato che, dal 1920, il consumo di alcol e la criminalità nella società aumentavano ogni anno a ritmi enormi. In alcune città, persino nell’arco di otto anni, l’aumento raggiunse il duecento per cento. Nel 1933 il direttore del National Crime Council americano, il colonnello Moss (Col. Moss), rese noto questo dato: «Attualmente, una persona su tre in America è un criminale professionista. Inoltre, da noi i crimini di omicidio sono aumentati del trecento per cento».

In sintesi, questo è il quadro sommario dei risultati emersi in America dopo quattordici anni di proibizione dell’alcol:

– Il rispetto per la legge scomparve dagli animi delle persone e la piaga della violazione della legge si diffuse in tutti gli strati della società.

– L’obiettivo effettivo della proibizione del consumo di alcol non fu raggiunto; al contrario, dopo che fu dichiarato proibito, se ne fece uso in quantità ancora maggiori rispetto a prima.

– L’applicazione della legge proibizionista causò, da un lato, enormi perdite finanziarie al governo e, dall’altro, alla popolazione comune a causa dell’acquisto clandestino di alcol; in tal modo, la spina dorsale dell’intero Paese si spezzò.

– Aumentarono in modo anormale l’incidenza delle malattie, il deterioramento della salute, il tasso di mortalità, la degenerazione del carattere pubblico, la diffusione della corruzione e del peccato in tutti gli strati della società, soprattutto tra le nuove generazioni, e le attività criminali.

Questi furono i risultati morali e civilizzatori di quella legge.

Questi risultati si ottennero in un Paese considerato il più civile dell’epoca illuminata del ventesimo secolo. I suoi abitanti avevano ricevuto un’istruzione e una formazione di alto livello. Le loro menti erano illuminate dalla conoscenza, dalla scienza e dall’intelligenza. Erano pienamente capaci di comprendere ciò che era bene o male per loro e quali fossero i loro vantaggi e svantaggi.

Questo esito si manifestò in una situazione in cui, dopo aver speso decine di milioni di crore e pubblicato diverse centinaia di crore di giornali e libri, l’intera nazione era stata messa in guardia contro i danni dell’alcol.

Questo risultato si manifestò in una situazione in cui una grande maggioranza del popolo americano aveva avvertito la necessità del proibizionismo e la legge proibizionista era stata approvata proprio secondo la sua volontà.

Soprattutto, questo esito si manifestò in una situazione in cui un grande Stato come l’America era rimasto fermo per ben quattordici anni, con l’ausilio della migliore macchina amministrativa del XX secolo, nel tentativo di sradicare il consumo e la vendita di alcolici.

In effetti, fino a quando questo risultato non venne alla luce, la maggioranza sia del governo sia della popolazione era concorde nel proclamare il divieto del consumo di alcolici, ed è per questo che esso fu proibito. Ma quando si comprese che gli abitanti del paese non erano affatto disposti ad abbandonare il consumo di alcolici e che, costringendoli a rinunciarvi, la situazione era diventata peggiore di prima, furono proprio quel governo e quella maggioranza della popolazione a raggiungere nuovamente un accordo sulla legalizzazione degli alcolici.

Ora rivolgete per un momento lo sguardo a un paese i cui abitanti, millecinquecento e più anni fa, vivevano in un’epoca oscura, considerata la più oscura di tutte, ed erano analfabeti. Tra loro non vi era neppure la minima traccia di scienza, conoscenza o arti. Non conoscevano nulla della civiltà e della cultura. Forse si trovava una persona alfabetizzata ogni diecimila abitanti, e anche il suo livello era così basso che persino una persona comune dei nostri giorni possiede più conoscenze di lei. A quel tempo non esistevano affatto le istituzioni organizzative né i mezzi e gli strumenti dell’epoca attuale. La macchina amministrativa dello Stato era in uno stadio del tutto primitivo e, dalla sua istituzione, non erano ancora trascorsi che pochi anni. La popolazione di allora era appassionata e innamorata degli alcolici. Nella loro lingua esistevano circa duecentocinquanta nomi per il vino. Probabilmente nessuna lingua al mondo ne ha mai avuti così tanti. Questa era una prova della loro dipendenza dal vino. Un’altra prova è costituita dalla loro poesia e letteratura: da esse si apprende che il consumo di alcolici era per loro un’abitudine naturale ed era considerato indispensabile per condurre la propria vita.

In questa situazione sorse la questione del vino. Fu chiesto al Messaggero di Allah quale fosse la disposizione della Sharia al riguardo. Egli disse: «Il comando di Allah è questo:

(Arabo)

Significato: «Ti chiedono del vino e del gioco d’azzardo. Di’: in entrambi vi sono grandi danni, sebbene vi siano anche alcuni benefici per gli uomini. Ma il danno di entrambi è molto maggiore del beneficio». (Sura al-Baqara: 219)

Questa non era una disposizione sul vino; piuttosto, vi si descrivevano la natura e le proprietà del vino, affermando che in esso erano presenti tanto il bene quanto il male. Tuttavia, l’aspetto negativo era di gran lunga più forte. In seguito a questa dichiarazione educativa, una parte della comunità abbandonò immediatamente il consumo di alcolici. Nonostante ciò, la maggioranza rimase composta da bevitori.

In seguito furono poste nuovamente domande riguardo al vino, poiché alcune persone, recandosi a pregare in stato di ebbrezza, commettevano errori. In tale circostanza, il Nobile Messaggero, pace e benedizioni su di lui, comunicò questo comando di Allah:

Significato: «O credenti! Non avvicinatevi alla preghiera in stato di ebbrezza; (dovete pregare) quando sappiate ciò che dite». (Sura an-Nisā’: 43)

Non appena udirono questo comando, le persone stabilirono un orario per bere. Da allora, generalmente bevevano tra la preghiera dell’alba e quella di mezzogiorno, oppure dopo la preghiera della notte, così da non dover pregare in stato di ebbrezza e da non trovarsi nella situazione di dover abbandonare la preghiera a causa dell’ubriachezza.

Ma l’aspetto realmente dannoso del vino non era ancora stato rivelato. In stato di ebbrezza, le persone provocavano spesso tumulti e disordini, le cui conseguenze arrivavano fino agli omicidi. Per questo divenne necessario comunicare al riguardo un comando chiaro e definitivo. In seguito fu detto:

(Arabo)

Significato: «O credenti! Il vino, il gioco d’azzardo, gli idoli, il sorteggio con le frecce e simili sono opere immonde ideate da Satana; dunque astenetevene. Si spera che, grazie a questa astensione, possiate ottenere il successo. Satana vuole suscitare tra voi inimicizia e odio per mezzo del vino e del gioco d’azzardo e vuole distogliervi dal ricordo di Allah. Anche dopo aver saputo ciò, non vi asterrete forse da essi? Obbedite ad Allah, ascoltate il Messaggero e astenetevene. Ma se disobbedite, sappiate che al Nostro Messaggero spetta soltanto trasmettere chiaramente il comando». (Sura al-Mā’ida: 90-91)

Non appena fu emanato questo comando, gli amanti del vino e gli appassionati di bevande alcoliche, che erano pronti persino a sacrificare la propria vita per il vino, ne furono disgustati. Appena udirono l’annuncio relativo al divieto del vino, i recipienti furono frantumati. Per i vicoli di Medina scorse un fiume di vino. In una riunione, dieci o undici Compagni avevano bevuto vino e si erano ubriacati. Nel frattempo giunse alle loro orecchie la voce dell’annunciatore del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, il quale proclamava che il vino era stato reso illecito per sempre. Pur nell’ebbrezza, mostrarono una tale riverenza verso il comando divino che i Compagni smisero immediatamente di bere e i recipienti del vino furono frantumati. Un uomo stava bevendo vino in un luogo qualsiasi. Aveva appena portato la coppa alle labbra, quando qualcuno arrivò e gli recitò il versetto relativo al divieto del vino. Immediatamente la coppa si staccò dalle sue labbra, cosicché non riuscì a inghiottire neppure una goccia di vino.

In seguito, chiunque avesse bevuto vino veniva punito con scarpe, bastoni, calci, pugni e simili. Più tardi, come punizione, si cominciarono a infliggere quaranta frustate. Infine fu stabilita la pena di ottanta frustate. Così dal territorio arabo scomparve persino ogni traccia del consumo di vino. Da allora, ovunque sia giunto l’Islam, esso ha naturalmente reso le varie nazioni pie e astinenti, prive di gusto per il vino. Ancora oggi, nonostante l’influenza dell’Islam sia estremamente debole, centinaia di milioni di persone nel mondo continuano ad astenersi completamente dal vino, senza alcuna «legge proibitiva» né codice penale. Se si contasse il numero dei bevitori tra la nazione musulmana, ancora oggi forse la si troverebbe più pia delle altre nazioni del mondo. Inoltre, anche coloro che tra questa nazione bevono vino lo considerano un peccato gravissimo. Il loro cuore se ne pente e spesso si ravvedono spontaneamente, abbandonando questa cattiva abitudine.

In effetti, nel mondo della giustizia, della rettitudine e della ragione, il verdetto finale dipende dall’esperienza e dall’osservazione. La loro testimonianza non può mai essere dimostrata falsa. Qui si presentano davanti a tutti due esperienze: una americana e l’altra islamica. La differenza tra le due esperienze è evidente. Ora è dovere di ogni persona intelligente confrontare queste due esperienze e trarne insegnamento.

In America, per anni è stata condotta una campagna contro le bevande alcoliche. Sono state spese decine di milioni per descriverne e pubblicizzarne i danni. Attraverso la scienza medica, le prove statistiche e gli argomenti razionali, i suoi danni fisici, morali ed economici sono stati dimostrati in modo tale che era assolutamente impossibile negarli. Con l’aiuto di immagini, i danni dell’alcol sono stati mostrati direttamente al pubblico. Si è fatto tutto il possibile affinché la gente comprendesse da sé i danni dell’alcol e fosse pronta ad abbandonarlo. Inoltre, il più grande organo rappresentativo della nazione, il Congresso, approvò a grande maggioranza la proibizione dell’alcol e promulgò le leggi necessarie a tale scopo. Soprattutto, il governo — che allora era una delle maggiori potenze del mondo — impiegò tutte le proprie forze per impedire la vendita, la produzione clandestina e l’importazione e l’esportazione dell’alcol. Ma la nazione — che allora era all’avanguardia tra le nazioni istruite e illuminate — non accettò di abbandonarlo. Alla fine, nel breve arco di quattordici o quindici anni, furono costretti a rendere nuovamente lecito ciò che era haram.

D’altra parte, nello Stato islamico non fu condotta alcuna campagna contro le bevande alcoliche. Non vi fu speso neppure un centesimo per propaganda e pubblicità. Non fu nemmeno costituita una «Lega antialcol». Là il Messaggero di Allah disse soltanto: «Allah ha reso haram per voi il vino». Non appena queste parole uscirono dalla sua bocca, l’intera nazione — una nazione più avanzata persino dell’America nell’amore per l’alcol, e senza pari per conoscenza terminologica e intelligenza — si astenne dal bere. Abbandonarono l’alcol in modo tale che, rimanendo entro i confini dell’Islam, divenne loro impossibile ritornare dall’«assenza di piacere» al «mare del piacere». Inoltre, per rimanere confinati in questa «assenza di piacere», non ebbero bisogno di alcuna disciplina, di alcun interrogatorio né di alcun codice penale. Infatti, anche in assenza di una forza coercitiva, si sarebbero astenuti dal bere. E, soprattutto, non si trattava di un haram tale da poter essere nuovamente reso halal in qualche modo. Anche se tutti i musulmani del mondo votassero unanimemente a favore dell’alcol, questo haram non potrebbe mai diventare halal.

Se si ricerca la causa di questa enorme differenza, si scoprono alcune questioni importanti. Tali questioni non si applicano soltanto al caso dell’alcol, ma costituiscono principi fondamentali per tutte le questioni della legge e dell’etica.

La prima cosa da osservare è che, nell’organizzazione e nella gestione degli affari umani, esiste una differenza fondamentale tra l’Islam e il sistema normativo mondano. Il sistema normativo mondano dipende interamente dall’opinione umana. Per questo è costretto a ricorrere alle opinioni della gente comune o delle persone eminenti non soltanto nelle questioni generali e fondamentali, ma anche in ogni minimo dettaglio. E lo stato dell’opinione umana — sia essa quella della gente comune o delle persone eminenti — è tale che, in ogni momento, essa continua a essere influenzata dalle inclinazioni e dalle tendenze interiori, dalle cause e dalle circostanze esterne e dalle mutevoli indicazioni della conoscenza e dell’intelletto, senza che ciò significhi affatto che sia sempre corretta. A causa di questa influenza, il pensiero e la visione delle cose cambiano continuamente. Come inevitabile conseguenza di tali cambiamenti, continuano a mutare i criteri del bene e del male, dell’errore e della correttezza, del lecito e dell’illecito, dell’haram e dell’halal. E a causa di questi cambiamenti, anche il mutamento delle leggi diventa inevitabile. In tal modo, non può instaurarsi alcun criterio permanente, solido e immutabile della moralità e della civiltà. La varietà degli uomini esercita il proprio dominio sulla legge, e la varietà delle leggi esercita il proprio dominio sulla vita umana. È come se un guidatore inesperto stesse guidando un’automobile, girando irregolarmente il volante da una parte e dall’altra con le sue mani inesperte. A causa di queste sterzate irregolari, anche il movimento dell’automobile sarà irregolare e imprevedibile. Essa non potrà procedere con fermezza lungo una strada determinata. E quando l’automobile continuerà a muoversi in modo disordinato, ciò finirà per ripercuotersi sul guidatore stesso. Talvolta procederà sulla strada diritta, altre volte su una strada tortuosa. A volte finirà in una buca, altre volte si scontrerà con un muro. Altre volte, percorrendo una strada accidentata, in salita e in discesa, procederà a sobbalzi.

Al contrario, l’intero impianto fondamentale della legge e dell’etica islamiche, così come la maggior parte dei suoi dettagli, è stato stabilito da Allah e dal Messaggero. L’opinione umana non vi ha il minimo spazio. Tuttavia, alla luce delle disposizioni fondamentali e degli esempi dettagliati, in rapporto alle condizioni mutevoli della vita, gli uomini hanno il diritto di elaborare, quando necessario, nuove leggi per le questioni secondarie. Ma anche tali leggi devono essere necessariamente formulate alla luce dei principi della Sharia. In realtà, proprio grazie a questa legge divina disponiamo di un criterio permanente e immutabile della moralità e della civiltà. Nei nostri ordinamenti morali e sociali non vi è neppure la minima traccia di varietà o di direzioni divergenti. Ciò che ieri era haram per noi non può diventare halal oggi e poi nuovamente haram domani. Qui ciò che è stato reso haram lo è per sempre, mentre ciò che è stato reso halal rimane halal fino al Giorno della Resurrezione. Abbiamo affidato il volante della nostra automobile alle mani di un guidatore abile ed esperto. Siamo tranquilli, certi che egli guiderà la nostra automobile lungo la strada diritta:

يُثَبِّتُ اللَّهُ الَّذِينَ آمَنُوا بِالْقَوْلِ الثَّابِتِ فِي الْحَيَاةِ الدُّنْيَا وَفِي الْآخِرَةِ ۖ وَيُضِلُّ اللَّهُ الظَّالِمِينَ ۚ وَيَفْعَلُ اللَّهُ مَا يَشَاءُ

Significato: Allah dona ai credenti stabilità e fermezza nella vita terrena e nell’Aldilà mediante una parola salda, mentre svia gli ingiusti e i ribelli, affinché non possano trovare stabilità in alcun luogo.» (Sura Ibrahim: 27)

In tutto ciò è racchiusa un’altra questione importante. Vale a dire che, in uno Stato mondano, per promulgare norme e regolamenti per la vita umana o per adottare misure concrete al fine di correggere il carattere morale, l’ordinamento sociale e la struttura civile, bisogna attendere il consenso del popolo persino nelle questioni più minute. Per rendere effettiva ciascuna disposizione delle sue leggi e dei suoi regolamenti, esso deve dipendere dall’opinione pubblica. Qualunque riforma o legge costruttiva venga attuata contro l’opinione del popolo, alla fine deve essere abrogata. Questa non è soltanto l’esperienza dell’America; al contrario, l’esperienza dell’intero mondo ne porta testimonianza. Da ciò risulta chiaramente che, nel correggere il carattere umano e l’ordinamento sociale, la legge terrena è del tutto incapace e inadeguata. Infatti, essa tenta di correggere una massa umana corrotta e, anche per la sua approvazione o disapprovazione, nonché per il suo ripristino o ritiro, deve dipendere dalla stessa opinione pubblica.

L’Islam ha risolto questa complessità in un altro modo; e, riflettendo più a fondo, si vedrà che, al di fuori di ciò, non esiste altra soluzione a questo problema. Esso consiste nel fatto che, prima di sollevare questioni relative al carattere morale, all’ordinamento sociale e alla civiltà, e prima di esigere l’obbedienza alle norme della sharia, l’Islam invita l’intera umanità ad avere fede in Allah, nel Suo Messaggero e nel Suo Libro. Certamente, credere o non credere dipende dalla volontà dell’essere umano. Ma, dopo aver creduto, non vi è più alcuna questione di sua volontà o riluttanza. In seguito, qualunque ordine il Messaggero impartisca da parte di Allah e qualunque legge il Libro di Allah stabilisca, obbedirvi diventa per lui indispensabile. Una volta stabilita questa base fondamentale, l’intero sistema normativo della sharia islamica sarà applicato a lui. Dopodiché, né nelle questioni minime né in quelle fondamentali vi sarà più spazio per la sua buona volontà o per la sua riluttanza. Per questo, ciò che in America non è stato possibile nonostante lo spreco di centinaia di milioni, una propaganda senza pari e gli sforzi smisurati del potere statale, nello Stato islamico è stato realizzato con una sola dichiarazione del Messaggero da parte di Allah.

La terza lezione è questa: per quanto una società umana possa essere illuminata dallo splendore delle scienze e delle arti e per quanto possa ascendere ai vertici del progresso intellettuale, se non è sottomessa e obbediente alle leggi divine e non vi si sviluppa la forza della fede, non potrà mai liberarsi dalla morsa delle proprie inclinazioni sfrenate. Su di essa prevarranno i desideri irresistibili delle passioni. Di conseguenza, qualunque sia l’oggetto verso cui le sue inclinazioni sono attratte, anche se si rendesse evidente la sua nocività più del chiarore del sole, anche se si facesse comparire la scienza come testimone contro di esso — cioè l’oggetto di culto degli adoratori della ragione — anche se si presentassero prove statistiche a suo sfavore — che, agli occhi degli scienziati, non possono mai essere false — e anche se si dimostrasse la sua dannosità mediante le conoscenze acquisite dall’esperienza e dall’osservazione, essa non abbandonerebbe mai quell’oggetto prediletto. Da ciò risulta evidente che infondere nell’essere umano la coscienza morale, guidarne la ragione e la coscienza e creare in lui la forza necessaria a sottomettere le proprie passioni non è compito della filosofia, della scienza o dell’intelletto. Questo compito non può essere svolto con alcun mezzo diverso dalla fede. (Prima pubblicazione: Tarjumān al-Qur’ān, gennaio 1934)

5

Il suicidio della civiltà occidentale

Lo stupefacente sviluppo e progresso dei popoli occidentali nei campi della politica, del commercio, delle arti e delle scienze ha gettato nella massima paura e inquietudine la mente di una certa categoria di persone. Nella loro mente si è formata l’idea che lo sviluppo e la prosperità di quei popoli siano forse imperituri e indistruttibili. Il loro dominio e la loro egemonia nel mondo si sarebbero stabiliti per sempre. Quanto al regno della terra e al controllo delle sue risorse, sarebbe stato loro concesso un vero e proprio «insediamento perpetuo». La loro forza e il loro potere poggiano su fondamenta così solide che nessuno potrebbe mai abbatterli.

In realtà, non si tratta di un’idea nuova; al contrario, un’idea simile è stata nutrita riguardo ai popoli potenti di ogni epoca. La dinastia dei faraoni d’Egitto, gli ʿĀd e i Thamūd d’Arabia, i Caldei dell’Iraq, i Kisrà dell’Iran, gli eroi conquistatori della Grecia, gli imperatori di fama mondiale di Roma, i mujahidin musulmani conquistatori del mondo e gli eserciti dei Tatari celebri in tutto il mondo: tutti costoro hanno inscenato su questo palcoscenico terreno il medesimo spettacolo di potenza e forza. A turno, ciascuno di essi ha mostrato l’abilità dei propri prodigi e, allo stesso modo, ha stupito gli uomini del mondo. Ogni volta che un popolo ha levato il capo, si è diffuso in tal modo sulla terra. Così ha fatto risuonare in tutto il mondo il tamburo della propria fama, gloria e valore guerriero, e in tal modo gli uomini del mondo hanno creduto che la loro forza e il loro potere fossero imperituri e indistruttibili. Ma quando la durata della loro vita è giunta al termine e il sovrano detentore del potere imperituro e indistruttibile ha decretato la fine del loro dominio, la loro caduta è stata tale che la maggior parte di quei popoli è scomparsa dalla faccia della terra. Anche se di alcuni è rimasto nel mondo il nome e qualche traccia, essi sono sopravvissuti come sudditi dei loro sudditi, schiavi degli schiavi e sottomessi ai sottomessi:

قَدْ خَلَتْ مِن قَبْلِكُمْ سُنَنٌ فَسِيرُوا فِي الْأَرْضِ فَانظُرُوا كَيْفَ كَانَ عَاقِبَةُ الْمُكَذِّبِينَ

Significato: Molte epoche sono trascorse prima di voi. Percorrete la terra e osservate quale fu la sorte di coloro che rinnegarono la legge di Allah!» (Sura Āl ʿImrān: versetto 137)

In realtà, l’intero ordine dell’universo è caratterizzato dal fatto che qui non vi è spazio per alcuna stabilità o pausa. Vi regnano un movimento incessante, il cambiamento e l’alternanza. Nulla vi può rimanere in una sola condizione. Qui la creazione procede di pari passo con la dissoluzione, la ricostruzione con la distruzione, l’ascesa con la caduta. Allo stesso modo vige anche la legge opposta. Oggi un seme del peso di una māshā vola qua e là sospinto dal vento; domani si stabilisce nel terreno e si trasforma in un enorme albero dai molti rami. Il giorno seguente si secca e si riduce a tutt’uno con la terra. Dopodiché le forze vivificanti della natura lo abbandonano e si dedicano a nutrire e allevare un altro seme. Questa è la legge della distruzione e ricostruzione, dell’ascesa e della caduta della vita. Ma quando l’uomo vede una qualsiasi condizione durare un po’ più a lungo, ritiene che essa sia assolutamente eterna. Se quella condizione è discendente, pensa che resterà tale per sempre. Se invece è ascendente, crede che continuerà a esserlo in eterno. In realtà, l’unica differenza consiste nel fatto che il cambiamento può essere più o meno tardivo; nessuna condizione è eterna:

إِن يَمْسَسْكُمْ قَرْحٌ فَقَدْ مَسَّ الْقَوْمَ قَرْحٌ مِّثْلُهُ ۚ وَتِلْكَ الْأَيَّامُ نُدَاوِلُهَا بَيْنَ النَّاسِ وَلِيَعْلَمَ اللَّهُ الَّذِينَ آمَنُوا وَيَتَّخِذَ مِنكُمْ شُهَدَاءَ ۗ وَاللَّهُ لَا يُحِبُّ الظَّالِمِينَ

Significato: Faccio alternare tra gli uomini le vicende del tempo, nell’ascesa e nella caduta.» (Sura Āl ʿImrān: versetto 140)

L’intero ambiente del mondo si muove secondo una sorta di ciclo. Nascita e morte, giovinezza e vecchiaia, forza e debolezza, inverno e primavera, aridità e vitalità: tutto ciò non è che una diversa forma di questo ciclo. Nel corso di questa alternanza, ogni cosa, a turno, conosce il proprio periodo favorevole. Allora hanno inizio il suo sviluppo e la sua crescita, si manifestano il suo valore e il suo vigore, ed essa raggiunge il culmine della propria forma e bellezza. Un giorno giunge persino al massimo livello di progresso e sviluppo. A quel punto diviene esile, rattrappita, debole e incapace, e le stesse forze che avevano dato inizio al suo sviluppo e alla sua crescita finiscono per distruggerla.

Questa è la legge stabilita da Allah l’Altissimo nell’intero universo creato. Come per tutte le altre cose del mondo, essa si applica pienamente anche agli esseri umani. Sia che li si consideri individualmente, sia da una prospettiva nazionale, l’onore e il disonore, la felicità e la sofferenza, il progresso e il declino, e tutti gli altri fenomeni analoghi, vengono distribuiti tra individui e nazioni secondo questo ciclo. Non vi è nessuno che, in questa distribuzione, sia stato completamente privato di qualcosa, né alcuna condizione che sia stata resa eterna per qualcuno. Né i tempi favorevoli né quelli sfavorevoli fanno eccezione a questa regola:

سُنَّةَ اللَّهِ فِي الَّذِينَ خَلَوْا مِن قَبْلُ ۖ وَلَن تَجِدَ لِسُنَّةِ اللَّهِ تَبْدِيلًا

Significato: Questa era la consuetudine di Allah riguardo a coloro che sono vissuti in passato. Non troverai mai alcun cambiamento nella consuetudine di Allah. (Sura al-Aḥzāb: versetto 62)

In ogni angolo di questa terra possiamo vedere molte tracce delle nazioni del passato. Esse hanno lasciato numerose testimonianze della loro cultura e civiltà, delle loro opere artistiche e della loro abilità tecnica. Osservando tali testimonianze, sembra che non fossero affatto inferiori alle nazioni progressiste e potenti di oggi; anzi, la loro influenza e il loro prestigio sulle nazioni contemporanee erano persino maggiori:

أَوَلَمْ يَسِيرُوا فِي الْأَرْضِ فَيَنظُرُوا كَيْفَ كَانَ عَاقِبَةُ الَّذِينَ مِن قَبْلِهِمْ ۚ كَانُوا أَشَدَّ مِنْهُمْ قُوَّةً وَأَثَارُوا الْأَرْضَ وَعَمَرُوهَا أَكْثَرَ مِمَّا عَمَرُوهَا وَجَاءَتْهُمْ رُسُلُهُم بِالْبَيِّنَاتِ ۖ فَمَا كَانَ اللَّهُ لِيَظْلِمَهُمْ وَلَٰكِن كَانُوا أَنفُسَهُمْ يَظْلِمُونَ

Significato: Essi erano più forti di loro. Lavorarono bene la terra e la coltivarono più di quanto abbiano fatto costoro.» (Sura Ar-Rum: versetto 9)

Ma quale fu, nonostante tutto, la loro sorte? Furono ingannati dall’ebbrezza di una felicità apparente. La ricchezza e il lusso li precipitarono nell’arroganza. L’agiatezza divenne per loro una calamità (fitna). Inorgogliti dal prestigio e dal potere statale, si trasformarono nell’incarnazione dell’iniquità. Così, attraverso le proprie malefatte, cominciarono a opprimere se stessi:

فَلَوْلَا كَانَ مِنَ الْقُرُونِ مِن قَبْلِكُمْ أُولُو بَقِيَّةٍ يَنْهَوْنَ عَنِ الْفَسَادِ فِي الْأَرْضِ إِلَّا قَلِيلًا مِّمَّنْ أَنجَيْنَا مِنْهُمْ ۗ وَاتَّبَعَ الَّذِينَ ظَلَمُوا مَا أُتْرِفُوا فِيهِ وَكَانُوا مُجْرِمِينَ

Significato: Gli ingiusti erano dediti a gustare quei beni che erano stati loro concessi in abbondanza. Ed erano grandi peccatori.» (Sura Hud: versetto 116)

Nonostante la loro ribellione e disobbedienza, Allah concesse loro una dilazione:

وَكَأَيِّن مِّن قَرْيَةٍ أَمْلَيْتُ لَهَا وَهِيَ ظَالِمَةٌ ثُمَّ أَخَذْتُهَا وَإِلَيَّ الْمَصِيرُ

Significato: Quante città erano ingiuste! Dapprima ho concesso loro una dilazione, poi le ho afferrate. (Sura al-Hajj: versetto 48)

E questa dilazione non era affatto una dilazione ordinaria; piuttosto, a diverse nazioni fu concessa una dilazione per secoli e secoli. Ma ogni dilazione finì per diventare per loro una nuova calamità:

وَيَسْتَعْجِلُونَكَ بِالْعَذَابِ وَلَن يُخْلِفَ اللَّهُ وَعْدَهُ ۚ وَإِنَّ يَوْمًا عِندَ رَبِّكَ كَأَلْفِ سَنَةٍ مِّمَّا تَعُدُّونَ

Significato: presso Allah, tuttavia, un giorno equivale a mille anni secondo il vostro computo. (Sura al-Hajj: versetto 47)

Pensarono che Allah fosse impotente di fronte alla loro astuzia. Dunque, ormai, sulla terra non regnava Allah, bensì loro. Ma alla fine l’ira di Dio si sollevò impetuosa. Il Suo favore si distolse da loro. Al posto dei giorni felici si addensarono giorni funesti. In risposta ai loro intrighi, anche Allah mise in atto una strategia terribile. Ma essi non riuscirono neppure a comprendere quella strategia di Allah; come avrebbero potuto opporvi resistenza?

(Arabo)

Significato: Essi ordirono una cospirazione, mentre anche Noi avevamo preparato un piano di cui non si erano affatto accorti. (Sura an-Naml: versetto 50)

Il piano di Allah non si manifesta mai direttamente; al contrario, i suoi effetti velenosi cominciano dall’interno dell’essere umano stesso, dopo essersi insinuati nel suo cuore e nella sua mente. Esso attacca la coscienza e l’intelligenza dell’uomo, i suoi sentimenti, il suo senso del giudizio, la sua capacità di pensare e di comprendere. Acceca la sua vista interiore. Non rende ciechi, è vero, i suoi occhi fisici, ma acceca gli occhi della sua conoscenza:

(in arabo)

Significa: «In realtà, non sono gli occhi a diventare ciechi, bensì diventano ciechi i cuori che sono nei petti». (Sura al-Hajj, versetto 46)

Cieco! E quando anche l’occhio del cuore diventa cieco, qualunque astuzia escogiti per il proprio bene finisce per diventare dannosa per lui. Il passo che compie nella speranza del successo lo conduce verso la rovina. Tutte le sue forze proclamano la ribellione contro di lui. La sua stessa mano gli stringe spontaneamente la gola:

(in arabo)

Significa: Getta una sola occhiata e guarda quanto è stata terribile la conseguenza della loro cospirazione: li ho annientati completamente, insieme al loro popolo. (Sura an-Naml, versetto 51)

Nella storia della famiglia del Faraone e dei Figli d’Israele vediamo un quadro completo dei giorni felici e dei giorni nefasti. Quando gli Egiziani raggiunsero il culmine del progresso e dello sviluppo, si dedicarono con tutte le loro forze alla tirannia, all’oppressione e alle attività ribelli. Il loro re, il Faraone, rivendicò la dignità divina. Poco tempo prima, durante l’epoca del profeta Yusuf, pace su di lui, i Figli d’Israele vi si erano stabiliti. Il Faraone trasformò quel popolo debole nel bersaglio della tirannia e della persecuzione. Alla fine, la disobbedienza degli Egiziani oltrepassò ogni limite. Perciò Allah decise di umiliarli e di elevare quel popolo da essi disprezzato. Alla fine, si compì la decisione di Allah. Da quel popolo debole fu fatto nascere il profeta Musa, pace su di lui. Fu allevato nella casa del Faraone e proprio per mano sua. In seguito gli fu affidato il compito di liberare il proprio popolo dalla schiavitù degli Egiziani. Egli spiegò umilmente la verità al Faraone, ma questi non desistette. Da parte di Allah, il Faraone e il suo popolo furono avvertiti ripetutamente; si susseguirono carestie e inondazioni, e dal cielo piovvero torrenti di sangue. A causa dell’invasione delle locuste, i loro campi coltivati furono ridotti a deserto.

Furono tormentati dai pidocchi e dalle rane. Eppure la loro arroganza non diminuì neppure in minima parte:

(in arabo)

Significato: essi si erano abbandonati all’arroganza ed erano un popolo arrogante. (Sura Al-A‘raf: versetto 133)

Quando, una dopo l’altra, tutte le argomentazioni e le prove giunsero a compimento, la decisione del castigo divino fu attuata. Per ordine di Allah, il profeta Musa, pace su di lui, lasciò l’Egitto portando con sé il suo popolo. Il Faraone fu fatto annegare in mare insieme ai suoi seguaci. Di conseguenza, il potere statale dell’Egitto fu così sconvolto che per diversi secoli non riuscì più a rialzare la testa:

(Arabo)

Significato: afferrammo lui e il suo esercito, poi li facemmo annegare nel mare. Guarda quale terribile fine hanno avuto questi ingiusti. (Sura Al-Qasas: versetto 40)

Poi venne il turno di Israele. Dopo aver sconvolto la nazione egiziana, il Signore dell’universo conferì proprio a quel popolo umiliato e disprezzato il potere statale sulla terra:

(Arabo)

Significato: al loro posto rendemmo gli oppressi eredi dell’oriente e dell’occidente di quella regione, che avevamo colmato di abbondanza. E così la promessa benefica del tuo Signore si compì a favore dei Figli d’Israele, per la pazienza che avevano dimostrato. (Sura Al-A‘raf: versetto 137)

E gli concesse superiorità su tutte le nazioni del mondo:

(Arabo)

Significa: «E vi avevo concesso la superiorità sulle nazioni del mondo». (Sura al-Baqara: versetto 47)

Ma questa superiorità e questo potere statale erano subordinati alla condizione delle buone opere e della buona condotta. Era già stato annunciato per bocca del profeta Mosè, pace su di lui, che vi sarebbe stato certamente concesso il califfato sulla terra; ma si sarebbe prestata attenzione anche a come avreste agito (*****). In realtà, questa condizione non riguardava soltanto i Figli d’Israele, bensì veniva imposta a ogni nazione alla quale fosse conferito il potere statale nel mondo:

(Arabo)

Significato: Poi vi abbiamo resi successori sulla terra al posto loro, per vedere come avreste agito. (Sura Yunus: versetto 14)

Perciò, quando i Figli d’Israele si ribellarono al loro Signore, corruppero e distorsero la Sua parola e il Suo kalam, sostituirono la verità con la menzogna, adottarono la pratica di consumare ciò che è haram, mentire, tradire e violare le promesse, divennero avidi di ricchezze, bramosi, codardi e amanti delle comodità, cominciarono a uccidere i profeti di Dio, iniziarono a nutrire ostilità verso coloro che invitavano alla via della verità, mostrarono insofferenza verso la leadership retta e prestarono obbedienza alla leadership corrotta; allora anche il favore di Allah, il Signore dei mondi, si ritirò da loro. Furono privati della leadership e dell’autorità sulla terra. Furono sottomessi dai formidabili imperatori dell’Iraq, della Grecia e di Roma. Furono cacciati dalle loro case. Come vagabondi, furono costretti a girare di paese in paese, tra umiliazioni e disonore. Il potere statale fu loro strappato dalle mani. Per duemila anni rimasero così avvolti nella maledizione che non riuscirono a trovare in alcun luogo del mondo nemmeno un posto minimamente onorevole.

([Alcuni anni dopo la pubblicazione di questo articolo fu istituito lo Stato d’Israele in Palestina. Di conseguenza, nella mente delle persone potrebbe sorgere il dubbio che ciò sia contrario alla profezia del Corano sul futuro. In realtà, però, questo Stato non fu istituito con le proprie forze; fu fondato piuttosto facendo affidamento su America, Inghilterra e Francia, e per mantenerlo in vita gli ebrei stanno giungendo da ogni parte del mondo e radunandosi in questo piccolo lembo di terra. Ma il giorno in cui queste potenze occidentali saranno coinvolte in una grande guerra e non saranno più in grado di sostenere Israele, su di esso scenderà il messaggio della morte, e gli Stati arabi confinanti raccoglieranno questo involucro di spazzatura e lo getteranno in mare. In realtà, con l’aiuto delle potenze occidentali, gli ebrei sono riusciti a stabilire con la forza la propria patria in terra araba; a prima vista ciò sembra un loro successo. Ma in realtà non è altro che il nome di una loro enorme punizione])

(Arabo)

Significato: Di conseguenza, furono sopraffatti dall’umiliazione, dalla decadenza e dalla miseria, e furono circondati dall’ira di Allah. (Sura al-Baqara, versetto 61)

Oggi vediamo nuovamente ripetersi la legge divina. Il frutto delle azioni dal quale le nazioni precedenti erano state circondate ha oggi avvolto le nazioni occidentali. È stato fatto quasi tutto ciò che era possibile fare per metterle in guardia. Le calamità della Grande Guerra, le difficoltà economiche, l’elevata disoccupazione, la diffusione di malattie ripugnanti e il crollo dell’istituzione familiare sono chiari segni di ciò. Se avessero avuto occhi, avrebbero potuto comprendere, solo osservando queste cose, quali siano le conseguenze dell’oppressione, della disobbedienza, dell’adorazione di sé e della distorsione della verità. Ma non traggono insegnamento da quei segni; al contrario, si è manifestata continuamente la loro ostinazione nel voltare le spalle alla verità. Il loro sguardo non giunge fino alla causa fondamentale della malattia. Vedono soltanto i sintomi e spendono tutti i loro sforzi e le loro cure nel tentativo di porvi rimedio. Per questo, quanto più vengono applicate medicine, tanto più la malattia continua ad aggravarsi. Ora, osservando la situazione, appare evidente che la fase degli ammonimenti e delle prove razionali sta giungendo al termine e che il momento del giudizio finale è ormai imminente.

L’Onnipotente Allah ha imposto alle nazioni occidentali due terribili demoni. Essi le trascinano verso la distruzione e l’annientamento. Uno è il demone dello sterminio della stirpe, e il secondo è il demone del nazionalismo. Il primo si è insediato negli individui, mentre il secondo si è insediato nelle loro nazioni e nei loro Stati. Il primo ha corrotto la coscienza e l’intelletto dei loro uomini e delle loro donne. Li induce a sterminare la propria discendenza con le loro stesse mani. Insegna loro le tecniche della contraccezione, li spinge all’aborto e fa loro comprendere i vantaggi della sterilizzazione. Di conseguenza, distruggono con le proprie mani le forze necessarie alla loro stessa esistenza. Questo demone li ha resi così privi di cuore che uccidono con le proprie mani i loro stessi figli. In breve, questo demone li spinge gradualmente al suicidio.

Il secondo demone ha sottratto ai loro grandi uomini di Stato e ai loro comandanti militari la capacità di elaborare pensieri lucidi e di adottare una linea d’azione corretta. Ha suscitato in loro le brutte disposizioni d’animo dell’egocentrismo, della rivalità, della vendetta, dell’odio, dell’ostilità, dell’avidità e della brama. Li sta dividendo in vari gruppi e fazioni, in conflitto e ostili gli uni verso gli altri:

(in arabo)

Significato: Oppure Egli vi dividerà in gruppi e fazioni diversi e farà gustare ad alcuni di voi la forza degli altri. (Sura al-Anʿām, versetto 65)

Li ha spinti a far gustare gli uni agli altri la propria forza e potenza. Anche questa è una forma di castigo divino. In breve, li ha preparati a un terribile suicidio collettivo. Non avverrà gradualmente, bensì all’improvviso. Ha accumulato munizioni in tutto il mondo e predisposto centri di pericolo in vari luoghi. Ora attende soltanto un momento particolare. Non appena quel momento arriverà, darà fuoco a uno dei depositi di munizioni. Poi, in un batter d’occhio, esploderà una devastazione tale che farà impallidire persino quella delle nazioni precedenti.

In tutto ciò che ho detto finora non vi è spazio per alcuna esagerazione. Al contrario, vedendo gli enormi preparativi per la prossima grande guerra in Europa, America e Giappone ([qui va ricordato che l’articolo fu scritto alcuni anni prima della Seconda guerra mondiale]), persino i loro stessi leader lungimiranti sono stati presi dal terrore e, pensando alle conseguenze di questa guerra spaventosa, sono rimasti profondamente smarriti. Recentemente, l’ex membro dello Stato Maggiore militare americano Sergel Neuman (sergel neuman) ha scritto un articolo sulla guerra imminente. In esso ha affermato che la guerra imminente non sarà soltanto una lotta tra soldati, ma sarà più appropriato definirla un massacro su vasta scala. In questa carneficina non saranno risparmiati nemmeno donne e bambini. Gli scienziati hanno sottratto ai soldati la responsabilità della guerra intellettuale e l’hanno affidata alle sostanze chimiche e alle macchine inanimate. Queste armi letali sono del tutto incapaci di distinguere tra militari e civili. Inoltre, ora lo scontro tra le potenze belligeranti non avverrà sui campi di battaglia o nelle fortezze, bensì nelle città, nei porti e nei centri abitati. Secondo la strategia della guerra moderna, infatti, la vera forza del nemico non risiede nell’esercito, ma nelle sue popolazioni, nei centri commerciali e negli stabilimenti industriali. Perciò dagli aerei da guerra verranno sganciate bombe di vario genere. Da esse si sprigioneranno sostanze incendiarie, gas velenosi e germi patogeni, che simultaneamente ridurranno alla rovina milioni di persone. Tra queste vi è un tipo di bomba automatica, un solo proiettile della quale può ridurre in frantumi il più grande edificio di Londra ([in seguito sono state inventate armi letali ancora più terribili, chiamate bomba atomica e bomba all’idrogeno, e a Nagasaki e Hiroshima è stato offerto anche un piccolo esempio della loro devastazione]). Un tipo di gas velenoso è noto con il nome di gas Green Cross (green cross gas). La sua caratteristica è che chiunque lo inspiri attraverso il naso avrà la sensazione di essere annegato nell’acqua. Un altro tipo di gas velenoso si chiama gas Yellow Cross (yellow cross gas). La sua natura è simile a quella del veleno di serpente. Quando penetra nel naso, provoca un’intossicazione esattamente come un morso di serpente. Esistono molti altri gas di questo genere. Questi gas sono quasi invisibili. All’inizio non se ne avverte affatto l’effetto. Quando lo si avverte, però, non vi è più alcuna possibilità di neutralizzarlo o curarlo. Tra questi ve n’è un tipo particolare che sale a grande altezza e si diffonde. Se un aereo attraversa la zona contaminata, il suo pilota diventa improvvisamente cieco. Si è stimato che, se una tonnellata di alcuni gas velenosi venisse rilasciata sulla città di Parigi, nel giro di un’ora l’intera città potrebbe essere completamente distrutta. E per compiere quest’opera sarebbero sufficienti appena cento aerei.

Recentemente è stato inventato un proiettile elettrico incendiario. Il suo peso è di appena un chilogrammo. Eppure, dentro un proiettile così piccolo vi è una tale quantità di energia che, quando entra in collisione con un oggetto, produce improvvisamente una temperatura di tremila gradi Fahrenheit e provoca un’eruzione di fuoco così violenta da non poter essere spenta in alcun modo. Se vi si getta dell’acqua, questa agisce come la benzina. Finora la scienza non è riuscita a inventare alcun metodo per spegnerlo. Si presume che esso verrà lanciato sui grandi mercati delle città portuali, così che il fuoco si propaghi da un’estremità all’altra. Poi, quando la gente, presa dal panico e dal terrore, comincerà a fuggire, il disastro sarà completato sganciando dagli aerei bombe contenenti gas velenosi.

Alla vista dell’invenzione di queste armi mortali, gli esperti militari hanno stimato che, con l’aiuto di appena alcuni bombardieri, si potrebbe ridurre in polvere entro due ore anche la capitale più grande e meglio protetta del mondo. Le abitazioni di milioni di persone potrebbero essere avvelenate in modo tale che, sebbene la notte esse vadano a dormire tranquillamente, al mattino nessuno si alzerebbe vivo. In questo modo, mediante sostanze velenose, si potrebbero avvelenare gli animali di un intero paese, distruggere il bestiame e cancellare campi, fattorie, orti e giardini. Ancora oggi non è stato scoperto alcun metodo efficace di difesa contro questo attacco totale. In tal caso, le due parti belligeranti potrebbero soltanto attaccarsi a vicenda e finire distrutte; nessuno potrebbe salvarsi dalla distruzione.

Questa è una breve descrizione dei preparativi per la prossima grande guerra. Per saperne di più, consultate il libro intitolato What would be The Character of a New War. Questo libro è stato pubblicato dall’organizzazione denominata Unione interparlamentare di Ginevra, dopo le consuete ricerche e indagini.

Leggendolo, potrete facilmente capire come la civiltà occidentale abbia raccolto con le proprie mani gli strumenti della propria distruzione. Ora la sua durata si estende soltanto fino alla data della sua dichiarazione di guerra.¹ ([Un esempio di ciò che accadde durante la Seconda guerra mondiale, dal 1939 al 1945, si può vedere nella devastazione di Nagasaki. Per un esempio più ampio, leggete il libro di Lord Russell intitolato Seourge of Swastika e osservate come una civiltà priva di Dio possa trasformare un’intera nazione in esseri peggiori delle bestie feroci.])

Il giorno in cui scoppierà una guerra tra le due grandi potenze del mondo, si dovrà ritenere che il decreto divino per la distruzione della civiltà occidentale sia entrato in vigore, poiché, una volta che le due grandi potenze saranno scese in campo, la guerra non potrà fare a meno di assumere una dimensione mondiale. E se la guerra sarà mondiale, anche la distruzione sarà mondiale, non vi è dubbio.

(Arabo)

Significato: A causa di ciò che le persone hanno compiuto con le proprie mani, è apparsa la corruzione ovunque, sulla terra e sul mare, affinché possano assaporare alcune delle conseguenze delle loro azioni. Forse potranno ancora ritornare (sulla retta via).” (Sura ar-Rum: 41)

In ogni caso, è ormai imminente il momento di adottare un nuovo assetto riguardo alla guida e all’autorità del mondo e, dopo aver fatto cadere gli ingiusti e gli oppressori, di elevare un’altra nazione — probabilmente una nazione oppressa — alla dignità del califfato del mondo. Chi Allah, il Signore dei mondi, sceglierà per questa dignità: è questo ciò che ora bisogna osservare.

Dopodiché, quale popolo sarà elevato nel mondo, non abbiamo modo di saperlo. È una questione interamente soggetta alla volontà di Allah l’Altissimo. Egli toglie il potere a chi vuole e lo concede a chi vuole:

(Arabo)

Significato: Di’: «O Allah, Sovrano di ogni regno e impero! Tu concedi il regno a chi vuoi e lo togli a chi vuoi». (Sura Āl ʿImrān: 26) Tuttavia, anche in questa questione esiste una legge prestabilita. Egli l’ha esposta nel Suo nobile Libro. Essa è questa: Egli insedia una nazione che non sia malvagia e disobbediente come quel popolo maledetto.

(Arabo)

Significato: Se disobbedirete, Egli innalzerà al vostro posto un’altra nazione. Essa non sarà come voi. (Sura Muḥammad: versetto 38)

Per questo, osservando i segni esteriori, sembra che le deboli nazioni soggette di oggi, che imitano la civiltà occidentale e, abbandonando le virtù dei popoli europei — quelle poche che ancora rimangono in loro — hanno adottato i loro vizi e difetti, che sono la causa della loro maledizione, non abbiano alcuna possibilità di riuscire nella rivoluzione imminente. (Prima pubblicazione: Tarjumān al-Qurʾān, ottobre 1932)

6

Il lamento della civiltà occidentale

(Il discorso di Lord Lothian)

[L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel marzo 1939 sulla rivista Tarjuman-ul-Qur’an.]

Nell’ultima settimana di gennaio del 1938, in occasione della cerimonia di convocazione (la sessione per la consegna dei titoli) dell’Università di Aligarh, Lord Lothian pronunciò un discorso. Questo suo discorso è particolarmente degno di attenzione per i modernisti e i tradizionalisti della comunità istruita dell’India (non ancora divisa). Esso contiene numerosi insegnamenti per entrambi. In questo discorso, davanti a noi, un uomo ha sollevato il velo dei propri pensieri e sentimenti: un uomo che non ha osservato da lontano il sapere moderno, la scienza e la civiltà da essi generata, ma è nato egli stesso nel grembo di quella civiltà e ha trascorso ben cinquantasei anni della sua vita nel vortice di quel mare. Per nascita e per lignaggio è europeo ed è stato istruito a Oxford. Fu direttore della celebre rivista Round Table e per circa ventuno anni ricoprì importanti incarichi di responsabilità nel governo britannico. Non è un osservatore straniero: è un uomo della stessa casa della civiltà occidentale. Ed è proprio in questa veste che ci ha descritto la vera corruzione di quella casa, le sue cause e ciò di cui oggi gli abitanti della casa sono assetati.

Da un lato, questo discorso è ancora più istruttivo per i nostri moderni istruiti. Da esso potranno apprendere che il sapere e la scienza occidentali, insieme alla civiltà da essi generata, non sono interamente un elisir di vita; al contrario, contengono anche una considerevole mescolanza di veleno. Coloro che hanno preparato questa medicina e l’hanno sperimentata per alcune centinaia d’anni, oggi vi avvertono essi stessi di non assumerla completamente. Dicono: «Questa cosa ci ha condotti sull’orlo della distruzione e distruggerà anche voi. Noi stessi aspettiamo un autentico elisir di vita. Sebbene non ne siamo certi, supponiamo che quell’elisir sia presente proprio presso di voi. Perciò non riducete in polvere il vostro elisir di vita per mettervi ad assaggiare la nostra medicina avvelenata.»

D’altra parte, questo discorso offre abbondante materia di riflessione anche ai nostri alim e alla comunità religiosa. Da esso potranno comprendere quali aspetti degli insegnamenti islamici sia necessario mettere in luce davanti al mondo nel quale oggi vivono. Questo mondo, dopo aver sperimentato per diversi secoli la civiltà materialistica, è oggi esausto. Alcuni secoli fa avevamo fornito agli europei l’elisir dello spirito investigativo e del libero pensiero; essi, per pura ignoranza, lo hanno mescolato con il veleno dell’irreligiosità e del materialismo, dando vita a un nuovo elisir della civiltà. Grazie alla propria forza, quell’elisir li ha elevati ai vertici del progresso, ma nello stesso tempo la sua azione velenosa è rimasta costantemente operante. Anzi, oggi quell’elisir è diventato completamente avvelenato. Dopo averne sperimentato appieno le amare conseguenze, ora essi guardano di nuovo in ogni direzione alla ricerca di un nuovo elisir di vita. Hanno compreso quali sostanze velenose siano contenute nel loro elisir e quali gravi reazioni esse stiano provocando nella loro vita. Oggi riescono anche a percepire quale tipo di elisir sia loro necessario per eliminare tali reazioni. Ma non sanno che l’elisir che stanno cercando non si trova presso nessuno al mondo tranne che nell’Islam, né che l’ultima pillola sarà reperibile proprio nella stessa farmacia dalla quale avevano ricevuto la prima. Se, anche dopo essere giunti a questo punto, continueranno ad agitarsi alla ricerca dell’elisir desiderato e, non trovandolo, continueranno ad avvelenare il mondo intero con l’halāhal, allora, in questo grande peccato, la nostra comunità di alim dovrà essere considerata ugualmente compartecipe insieme a loro. Oggi la comunità degli alim non ha tempo da dedicare a dispute e controversie sulla teologia, sul soprannaturalismo e sulle questioni giuridiche minuziose. Se il Rasul, pace su di lui, possedesse o no una conoscenza dell’invisibile; se Allah possa o no dire il falso; se sia possibile un paragone con il Rasul; quale sia lo status shar‘i dell’invio della ricompensa spirituale ai defunti e della visita alle tombe; se si debba pronunciare l’amīn ad alta voce e praticare il «raf‘ al-yadayn»; quale differenza debba esservi tra il minareto e il minbar della moschea: oggi i nostri capi religiosi sprecano tutte le loro energie e capacità nella soluzione di problemi minuziosi di questo genere. Ma nel mondo odierno tali problemi non hanno alcuna importanza, e la loro soluzione non può porre fine alla lotta mondiale tra verità e falsità, tra retta guida e smarrimento. Al contrario, il bisogno più grande di oggi è comprendere adeguatamente i problemi complessi sorti dall’evoluzione del sapere, della scienza, della società e della civiltà sulla base dell’allontanamento da Allah e dell’irreligiosità protrattisi per alcuni secoli; e il compito autentico del presente consiste nell’analizzarli completamente e nel proporne soluzioni accettabili alla luce dei princìpi islamici. Se la nostra comunità di alim non si rende idonea a questo compito e non si adopera per portarlo a compimento in modo corretto, allora, oltre al destino che attende l’Europa e l’America, anche il mondo musulmano verrà completamente distrutto. Infatti, gli stessi problemi dai quali sono tormentati i paesi occidentali stanno oggi sorgendo con estrema intensità in tutto il mondo musulmano e in India. E poiché non viene proposta alcuna soluzione corretta, oggi tutti, musulmani e non musulmani senza distinzione, continuano a usare la «noskha» di coloro che sono affetti da queste malattie. Pertanto, la questione non riguarda più soltanto l’Europa e l’America; riguarda invece la nostra stessa casa e i problemi delle nostre future generazioni.

Per tutte queste ragioni, è dovere della nostra società moderna istruita e della comunità degli alim prestare attenzione al discorso di Lord Lothian. Per permettere di cogliere il senso profondo delle sue parole, riportiamo qui di tanto in tanto il discorso, accompagnandolo con le spiegazioni necessarie.

Lord Lothian esordisce nel suo discorso dicendo:

Oggi desidero richiamare la vostra attenzione su un’altra questione degna di esame. L’India può forse sottrarsi alle gravi conseguenze negative dell’istruzione scientifica e intellettuale dell’epoca moderna, di cui oggi soffrono l’Europa e l’America? Il progresso della scienza moderna ha prodotto in Occidente due enormi conseguenze. Da un lato, ha ampliato notevolmente il potere dell’uomo di controllare la natura e le sue forze. Dall’altro, ha indebolito, tra i giovani istruiti nelle università e, in generale, in tutto il mondo, l’osservanza religiosa ereditata dalla tradizione. Almeno metà della corruzione del mondo moderno è scaturita da queste due cause. L’uomo civilizzato di oggi è certamente inebriato dalle forze scoperte dalla scienza, ma, parallelamente al progresso del sapere, della scienza, della società e della civiltà, non è riuscito a realizzare un analogo progresso sul piano morale. Eppure proprio questo avrebbe potuto garantire che le forze scientifiche fossero impiegate per il bene dell’uomo, anziché per la sua distruzione.»

In questa introduzione Lord Lothian ha in realtà indicato il problema fondamentale della civiltà e della cultura umane. La scienza, considerata in sé, non è altro che il desiderio di esercitarsi nella riflessione, nella ricerca e nell’indagine. Grazie ad essa l’uomo viene a conoscenza della condizione delle forze insite nella natura dell’universo e raccoglie i mezzi e gli strumenti necessari per utilizzarle. Quando l’uomo comincia a impiegare nella vita quotidiana le nuove forze che acquisisce grazie allo sviluppo di questo patrimonio di conoscenze, ciò viene chiamato progresso della civiltà. Ma queste due cose, da sole, non possono garantire il benessere dell’umanità. Possono essere causa di benessere, così come possono diventare causa di distruzione. Invece di lavorare con le mani, l’uomo ha cominciato a lavorare con l’aiuto delle macchine. Invece di viaggiare a dorso di animali, ha iniziato a spostarsi in treno, automobile, nave e aeroplano. Invece dei messaggeri postali, le notizie vengono scambiate tramite il telegrafo elettrico e la telegrafia senza fili. Ciò non significa che l’uomo sia diventato più felice e prospero di prima. Nella stessa misura in cui queste cose possono accrescere il suo benessere, possono anche aumentare i pericoli e le possibilità di distruzione che lo minacciano. Infatti, rispetto all’epoca in cui l’uomo possedeva soltanto armi come archi, frecce e spade, la civiltà che gli ha messo in mano mitragliatrici, gas velenosi, aeroplani e sottomarini può essere assai più micidiale. Che il progresso della scienza e della cultura sia causa di benessere o di distruzione dipende interamente dalla civiltà sotto la cui influenza si sviluppano la scienza, le arti, la cultura e il progresso civile. In realtà, è compito della civiltà determinare la direzione del processo di sviluppo, lo scopo degli sforzi umani e i campi di applicazione delle forze acquisite. Essa determina la natura delle relazioni reciproche fra gli uomini, stabilisce le norme della loro vita sociale e crea regole morali per le questioni individuali, nazionali e internazionali. In definitiva, è proprio essa a rendere la mente umana capace di decidere come applicare nella propria civiltà le forze acquisite grazie al progresso della scienza, con quale scopo e in quale modo utilizzarle, e quali, fra i vari sistemi d’impiego, rifiutare e quali accettare.

In realtà, l’osservazione del mondo materiale e l’acquisizione della conoscenza delle leggi naturali non possono costituire da sole il fondamento di una civiltà superiore. Infatti, alla loro luce, la dignità dell’uomo non è superiore a quella di un essere intelligente. Con il loro aiuto è possibile fondare soltanto una concezione materialistica della vita. In altre parole, per l’uomo questa vita terrena sarebbe l’unica vita. Il suo fine ultimo e supremo consisterebbe nel soddisfare il più possibile i propri desideri e bisogni biologici. Egli accetta come verità ultima le leggi operative nella natura universale, quali la lotta per la sopravvivenza, la selezione naturale e la sopravvivenza del più adatto, e considera il principale campo d’impiego della forza l’instaurazione del proprio dominio su tutto, schiacciando ogni essere creato che lo circonda. Questa filosofia della vita costituisce il fondamento della cultura e della civiltà seguite dall’Europa. Di conseguenza, tutte le forze che il progresso della scienza e della civiltà ha messo nelle mani dell’uomo hanno cominciato a essere impiegate, invece che per il bene dell’umanità, sulla via della sua distruzione. Oggi gli stessi europei possono rendersi conto della necessità di una civiltà umana superiore alla loro civiltà biologica. E il fondamento di tale civiltà non può essere altro che la religione.

Proseguendo, Lord Lothian dice:

Non vi è dubbio che lo spirito scientifico abbia gradualmente eliminato dagli uomini le antiche superstizioni, ampliato i confini della scienza e, in tal modo, liberato uomini e donne da molti vincoli dei tempi antichi; ma, nello stesso tempo, ha reso l’uomo terribilmente dipendente dalle verità spirituali e religiose. Eppure non è riuscito a indicargli alcuna via per giungere alla verità. Oggi la maggior parte degli occidentali è immersa nella frenesia infantile, nella ricerca della varietà e nell’ebbrezza dei piaceri sensoriali. La capacità di vivere una vita semplice è quasi del tutto scomparsa da loro. In realtà, non hanno alcun legame con le verità originarie, infinite ed eterne presentate dalla religione.

La religione è una guida indispensabile per l’uomo. È l’unico mezzo per raggiungere gli obiettivi morali, la dignità e il significato necessari alla vita umana. Con il restringersi della sua capacità di controllo, vediamo che il mondo occidentale si è lasciato prendere dalle astuzie politiche fondate sull’ereditarietà e sulle classi, e ha riposto la propria fede nella scienza che considera lo sviluppo materiale il fine supremo e rende la vita ogni giorno più complessa e insopportabile. Inoltre, per l’Europa odierna è diventato difficile realizzare quell’unità fra spirito e vita che è necessaria per liberarsi dalla morsa del nazionalismo, la più grande calamità dell’epoca presente. Anche questo è un risultato significativo della diminuzione dell’autorità religiosa.

In seguito, Lord Lothian pose questa domanda agli uomini moderni istruiti dell’India:

Le due grandi religioni dell’India, l’induismo e l’Islam, riusciranno ad affrontare le critiche e lo spirito d’indagine dell’epoca moderna con maggiore successo dell’ostilità religiosa dell’Occidente? Questa è la domanda più importante. Se si vuole salvare l’India dai pericoli che si sono abbattuti sull’Occidente, i pensatori e i capi religiosi di questo paese dovrebbero concentrare la loro attenzione su questa domanda. È indubbio che lo spirito d’indagine eliminerà gradualmente dal popolo indiano i prodotti della superstizione e dell’ignoranza, e ciò sarà un’ottima cosa. Ma questo processo eliminerà anche dalla mente dei futuri capi della vita politica, culturale e artistica dell’India i principi morali e spirituali di entrambe le religioni? Non pretendo di conoscere a fondo la vita interiore dell’induismo e dell’Islam. Tuttavia, ritengo che fra queste due religioni vi siano elementi capaci di rendere l’una o l’altra adatta a mantenere sotto il proprio controllo gli uomini e le donne istruiti nelle università. Il cristianesimo, sotto questo aspetto, ha fallito a causa di alcuni vincoli derivati da false credenze, che hanno finito per nascondere la verità presentata dal grande fondatore di questa religione.

Qui Lord Lothian stesso ha ammesso di non conoscere in realtà molto né dell’induismo né dell’Islam. Da lontano egli ha scorto soltanto alcune caratteristiche rilevanti dell’induismo e dell’Islam. A suo giudizio, queste caratteristiche possono riuscire a mantenere le persone istruite saldamente fondate su principi morali e spirituali superiori, di fronte alle moderne correnti critiche e d’indagine. Ma per coloro che conoscono la condizione interna di entrambe queste religioni, e di tutte le religioni dell’India, non è affatto un segreto che, se si vuole resistere alle correnti critiche e d’indagine, soltanto l’Islam può farlo; anzi, per dirlo nel modo più chiaro, nessuna religione, se non l’Islam, possiede la capacità di avanzare con i propri seguaci in presenza di tali correnti e di essere riconosciuta come religione dell’intera umanità nell’era del progresso e della luce. Perché il cristianesimo ha fallito? Semplicemente perché non è un’ideologia sociale; al contrario, è radicalmente ostile alla vita associata. Esso si occupa soltanto della salvezza dell’individuo e, anche per tale salvezza, indica come unica via il distacco dal mondo e la dipendenza dal regno celeste. Per questo, mentre le nazioni d’Europa cominciavano a incamminarsi sulla via dello sviluppo e del progresso, il cristianesimo, invece di sostenerle, divenne un ostacolo. Di conseguenza, esse dovettero avanzare spezzandone i vincoli. La condizione dell’induismo è analoga. Neppure in esso esistono una concezione progressista della vita, un sistema morale razionale o un ordinamento sociale in espansione. Fino a oggi, la forza maggiore che ha agito per tenere gli indù legati a un sistema sociale e per impedire loro di subire l’influenza delle altre civiltà è stato il loro sistema delle caste e degli stadi della vita. Ma ciò è destinato ad accadere, e questa struttura verrà certamente spezzata. Dopo di allora, nulla potrà salvare la società indù dalla disgregazione. Di conseguenza, le sue porte chiuse si apriranno alle influenze esterne. Inoltre, va osservato che l’antica civiltà e l’ordinamento sociale degli indù, le vecchie superstizioni idolatriche e le loro concezioni filosofiche irrazionali e antiscientifiche non possono resistere di fronte al progresso scientifico e alla coscienza sociale dell’epoca moderna. Pertanto, gli indù si stanno avvicinando sempre più a un momento decisivo nel quale sarà determinato il loro destino e, in larga misura, quello dell’India. Forse, come i cristiani dell’Europa nell’epoca del Rinascimento, diventeranno ostili e accecati dall’odio verso l’Islam e adotteranno la via della civiltà materialistica; oppure continueranno a entrare nell’Islam a schiere.

Questo verdetto dipende in larga misura dall’operato dei musulmani, soprattutto di quelli istruiti secondo l’educazione antica e moderna. Infatti l’Islam non può compiere alcun miracolo soltanto grazie al proprio nome. Se i suoi principi e ideali restano scritti soltanto sulle pagine dei libri, neppure allora può compiere alcun miracolo. Nella situazione di disunione, disordine e inattività in cui oggi sono immersi i musulmani, nell’inerzia e nella stagnazione che avvolgono la loro comunità degli ʿulamāʾ e nella timidezza e ritrosia quasi femminili che si osservano tra le loro nuove generazioni istruite, non si può sperare che i sostenitori dell’Islam riescano a rimanere saldi nella propria posizione, per non parlare della conquista dell’anima dell’India. È impossibile che una nazione rimanga ferma di fronte alla corrente impetuosa della rivoluzione. O dovrà lasciarsi trasportare dalla corrente, oppure dovrà levarsi con piena energia e invertirne la direzione. Questa seconda possibilità può realizzarsi soltanto nel modo seguente: anzitutto occorre correggere la condizione morale dei musulmani comuni e risvegliare in loro lo spirito fondamentale della vita islamica. In secondo luogo, gli ʿulamāʾ e i musulmani di recente istruzione devono comprendere insieme i problemi moderni della vita alla luce dei principi islamici e presentarne una soluzione adeguata tanto sul piano ideale quanto su quello pratico, così che ogni persona razionale, salvo gli ostili accecati dall’odio, sia costretta a riconoscere che, per una società progressista, non esiste alcun fondamento più valido e incontestabile della cultura e della civiltà islamiche.

In India [si può osservare che questo saggio fu scritto nel 1938. Considerata la situazione dell’India indivisa di allora, i problemi menzionati in questo saggio sono tuttora presenti nei vari Paesi dell’India divisa. — Traduttore], il conflitto che oggi si svolge tra religione e scienza è dello stesso tipo di quello esistente in Europa cinquant’ o sessant’anni fa. Ma anche in India, che si nutre degli avanzi dell’Europa, il quadro sta per cambiare molto presto. Non è dunque lontano il giorno in cui non esisterà più, almeno sul piano della ragione e della conoscenza, questa ostilità verso la religione. Naturalmente, a condizione che ci prepariamo fin d’ora a sfruttare adeguatamente tale opportunità. Lord Lothian ha indicato brevemente anche questa verità profonda: sessant’anni fa non vi era alcuna speranza che la lotta allora in corso tra scienza e religione giungesse al termine; anzi, riguardo a questa guerra tra le concezioni spirituale e meccanica della vita era sorta una tale incertezza che si pensava che essa non sarebbe finita prima della morte di una delle due. Oggi, però, entrambe le parti in conflitto hanno abbandonato il campo. Né lo scienziato né il religioso affermano oggi con fermezza di aver svelato tutti i misteri della natura universale e di aver risolto ogni complessità; al contrario, nella mente di entrambi è sorto un dubbio tale da chiedersi se, in realtà, sappiano qualcosa di questo mistero. È quindi apparsa oggi una possibilità che, in mezzo ai continui nuovi progressi della conoscenza e della scienza, sembrava impossibile.

Lord Lothian, naturalmente, non è libero dall’influenza delle concezioni cristiane sulla religione. Inoltre, non ha trovato neppure la concezione razionale dell’Islam riguardo alla religione. Per questo, al massimo, può pensare che oggi sia possibile una qualche conciliazione tra religione e scienza. Noi, invece, consideriamo del tutto priva di senso la conciliazione tra religione e scienza. Se oggi esiste qualche ostacolo al fatto che l’Islam diventi l’essenza stessa della scienza, tale ostacolo non è un difetto intrinseco dell’Islam; è piuttosto l’infinita pigrizia dei suoi seguaci e l’ignoranza e l’ostilità di tipo jāhilī dei portabandiera della scienza. Una volta rimossi questi due ostacoli, l’Islam rimarrà certamente l’essenza stessa della scienza, all’interno della sua gabbia.

Proseguendo, l’erudito oratore ha gettato luce su un’altra questione. Si tratta di questo: quale tipo di religione può resistere di fronte al risveglio scientifico e alla critica fondata sulla ragione dell’epoca attuale? Quali caratteristiche dovrebbe possedere la religione che l’uomo cerca nell’attuale epoca illuminata? E per quali esigenze fondamentali l’uomo contemporaneo va cercando la guida della religione?

Questo è l’aspetto più degno di nota del discorso in questione. Egli ha detto:

Se la mia concezione della situazione non è errata, bisogna necessariamente riconoscere questa verità: la religione del tempo presente si trova ad affrontare una dura prova. Potrà superarla con successo soltanto quando le nuove generazioni, esaminando e verificando il suo sistema normativo intrinseco, saranno pienamente certe che in essa sono racchiuse soluzioni adeguate a tutti i problemi, gli interrogativi e le complessità concrete della vita. Il tempo della religione personale è ormai finito. Quel giorno è tramontato da tempo. Oggi nessuno ha bisogno di una religione fondata soltanto sul sentimento. Anche l’epoca della religione capace al massimo di offrire un certo aiuto nel regolare la condotta morale degli uomini e di promettere, nel migliore dei casi, la salvezza nell’aldilà è ormai conclusa. L’uomo razionalista dell’epoca attuale vuole verificare ogni cosa, persino la verità, secondo il criterio dei risultati concreti. Se deve obbedire alla religione, prima di tutto essa deve rispondere alla sua domanda: quali soluzioni offre ai suoi problemi reali? La speranza di raggiungere infine il nirvana dopo aver attraversato molte nascite e reincarnazioni, oppure l’attesa di giungere al regno celeste dopo aver superato la soglia della morte, non sono cose sulle quali egli accetterà una religione facendo affidamento soltanto su di esse. A causa della sua ricerca filosofica, la religione deve anzitutto fornirgli una chiave con cui possa trovare una soluzione soddisfacente agli arcani segreti della natura dell’universo. Inoltre, deve dimostrare con metodi rigorosamente scientifici il rapporto diretto tra causa ed effetto, tra motivo e risultato, spiegando come possa porre sotto controllo quelle forze arroganti e indisciplinate che oggi minacciano di distruggere l’umanità invece di contribuire al suo benessere. Deve indicare, allo stesso modo, come eliminare la disoccupazione, le disuguaglianze irragionevoli, l’ingiustizia e l’oppressione, lo sfruttamento economico, le guerre e gli altri mali sociali; come impedire le lotte reciproche tra gli uomini e il crollo dell’istituzione familiare, e così via. Sono infatti proprio questi problemi ad aver strappato agli esseri umani ogni gioia. L’unica ragione per cui oggi l’uomo dipende così tanto dalla religione è che la scienza, invece di risolvere i suoi problemi, li ha aggravati. Per questo non era mai stato tanto ansioso quanto oggi di ottenere dalla religione una soluzione ai propri dubbi e problemi. Se dunque la religione vuole proteggere il proprio ambito e recuperare la dignità perduta, deve fornire risposte spirituali ma scientificamente fondate alle domande sopra menzionate, affinché la loro validità possa essere verificata e messa alla prova secondo il criterio dei risultati già in questo mondo. In altre parole, tali risposte non possono essere accantonate per il mondo dopo la morte. Noi occidentali sappiamo che questo è il problema più grande della nostra epoca. Voi abitanti dell’India, quale risposta potete dare?

Dopo aver letto questa parte del discorso di Lord Lothian, si ha davvero l’impressione che una persona assetata si contorca dal tormento. Non sa nulla dell’acqua; tuttavia percepisce perfettamente i sintomi della sete e dichiara con chiarezza quali qualità debba possedere la cosa che il fuoco delle sue viscere desidera. Se in questa situazione gli si portasse dell’acqua, la sua stessa natura esclamerebbe: «È proprio per questa cosa che sono tormentato dalla sete». Non esiterebbe minimamente neppure a prendere il recipiente e a berne un sorso. Questa condizione non riguarda soltanto Lord Lothian; ovunque in Europa, in America e nel mondo gli uomini siano stati bruciati dal fuoco della civiltà occidentale e, dopo aver attraversato la verde fascia ai margini del deserto della filosofia e della scienza, siano giunti nella distesa centrale, priva di erbe e rampicanti, tutti oggi sono assetati allo stesso modo e, come Lord Lothian, desiderano una cosa dotata delle medesime qualità. Nessuno di loro conosce il nome dell’acqua, né sa dove si possa trovare; continuano però a gridare di tanto in tanto: «Portate presto ciò che può spegnere il fuoco delle nostre viscere!»

Il nome dell’acqua lo hanno certamente sentito; ma non ne hanno mai visto la vera natura. Anzi, dai loro antenati ignoranti e accecati dall’odio hanno continuato a sentirsi dire: «Attenzione! Non avvicinatevi neppure all’acqua: è una sostanza velenosa e terribile». Per questo hanno sempre avuto paura di quel nome. Oggi però la situazione è giunta a un punto tale che, se si presentasse loro la cosa autentica nascondendone il nome, certamente esclamerebbero: «Sì, era proprio per questa cosa che avevamo sete». E se poi si dicesse loro: «Signori! Questa è proprio l’acqua del cui nome avete paura», essi, stupiti e sbalorditi, direbbero: «Per tutto questo tempo, in quale inganno siamo vissuti!»

L’uomo razionalista dell’epoca attuale ha esaminato molto attentamente il cristianesimo. È diventato evidente come la luce del giorno che questa religione non è alcun rimedio al suo male. Talvolta rimane affascinato dalla filosofia enigmatica delle religioni hindu e buddhista e dalla loro reazionarietà storica, ma il primo colpo della critica e dell’analisi scientifica rende manifesta la loro fallacia. Il buddhismo è, in larga misura, una versione indiana del cristianesimo. L’induismo, invece, continua a creare proprio quei problemi e quelle complicazioni dai quali l’uomo razionalista dell’epoca presente spera di liberarsi e per i quali sente il bisogno della religione. È entro i suoi confini che si osservano le più gravi disuguaglianze irragionevoli tra gli esseri umani. La forma peggiore di sfruttamento economico — cioè il prestito a interesse e l’usura — è divenuta una parte inseparabile del suo sistema normativo. La causa fondamentale delle guerre, vale a dire la divisione degli uomini in gruppi e l’ostilità, è penetrata nelle sue stesse fondamenta. Il sistema sociale da esso instaurato non unisce gli uomini; al contrario, li divide in innumerevoli classi e gruppi. Le sue norme sociali sono così antiche e decrepite che, nell’epoca dell’attuale coscienza scientifica e realistica, perfino gli hindu di stirpe tradizionale da migliaia di anni sono costretti a trasgredirle. La loro base, infatti, non è costituita dalla conoscenza, dall’intelletto e dal razionalismo, bensì dall’odio e dalla superstizione. Oltre a tutte queste questioni terrene, esso appare ancora più inefficace nel campo dell’etica e della spiritualità. Non possiede alcuna chiave capace di risolvere in modo soddisfacente i misteri segreti della natura dell’universo. Le sue convinzioni sono soltanto fantasie e non è possibile addurre alcuna prova scientifica o razionale a sostegno di nessuna di esse. Quanto all’etica, crea certamente una rete magica di fantasie affascinanti, proprio come una rete simile è stata creata anche dal Mahatma Gandhi. Ma essa è completamente priva di argomentazioni, prove e saggezza pratica (Practical wisdom). Si può dunque affermare con certezza che, nell’epoca dell’attuale coscienza scientifica, il suo fallimento diventerà manifesto molto presto.

Dopo di ciò rimane soltanto l’Islam. In realtà, l’Islam supera pienamente ciascuno dei criteri che l’uomo razionalista di oggi ha proposto, o può proporre, per la religione da lui desiderata.

L’idea che la religione sia una questione puramente privata e che riguardi soltanto la morale individuale è ormai invecchiata. In realtà, non è altro che una particolare bizzarria del XIX secolo. Eppure, persino nel quarto decennio del XX secolo, una certa categoria di reazionari del nostro Paese continua a propagare questa dottrina. Sebbene queste persone gridino continuamente «progresso, progresso», sono fermamente decise a rimanere sempre cinquant’anni indietro rispetto al mondo in cammino. Oggi si può dire che sia quasi universalmente riconosciuto che l’individuo non può essere concepito separatamente dalla società. Ogni individuo nella società è legato agli altri da innumerevoli rapporti, grandi e piccoli. In linea generale, la società è simile a un corpo. In essa, la posizione dell’individuo è come quella degli organi di un corpo vivente. Se la religione è necessaria, non lo è soltanto per la soddisfazione interiore dell’individuo o per la sua salvezza nell’aldilà; è necessaria piuttosto per l’organizzazione dell’intera società e per la gestione di tutte le attività della vita terrena. E, se non è necessaria, non lo è né per l’individuo né per la società. Affermare che l’ordinamento della società debba essere di un tipo, mentre la fede e la pratica religiosa dell’individuo debbano essere di un altro, non è altro che un’asserzione puerile. Se la fede e la pratica religiosa non hanno alcun rapporto con la vita sociale, allora tale fede e tale comportamento sono del tutto privi di senso. Non solo sono privi di senso: là dove non sono disposti a cooperare con le altre parti dell’ordinamento sociale, la loro scomparsa è inevitabile. Pertanto, tra le due vie se ne può adottare una sola: o si deve rendere l’intero sistema sociale completamente privo di religione ed espellere definitivamente la religione dalla vita umana secondo la dottrina comunista, oppure si deve edificare la vita sociale interamente sul fondamento della religione e, come esige l’Islam, riconoscere la religione come unica guida tanto nel campo delle scienze e del sapere quanto in quello della cultura e della civiltà. La prima via è stata messa alla prova dagli uomini per lungo tempo. Da essa possono derivare, e sono derivate, proprio quelle conseguenze avvelenate di cui ha parlato Lord Lothian. E anche in futuro non vi sarà alcuna eccezione a questa regola. In tali circostanze, la salvezza del mondo risiede soltanto nella seconda via, e la possibilità che essa venga attuata diventa ogni giorno più evidente.

Ma, come ho detto in precedenza, sfruttare pienamente questa opportunità oppure perderla per sempre dipende interamente dalla volontà dei musulmani. Gli eventi reali hanno condotto il mondo, e il nostro Paese in quanto parte del mondo, a un punto dal quale il corso del suo cammino può volgersi verso l’Islam, ma può anche giungere nell’abisso senza fondo del materialismo e dell’anarchia morale. Finora il suo corso sembra essere diretto verso la seconda via, perché da lunghissimo tempo il mondo procede lungo questa strada. Tuttavia, vedendo i numerosi pericoli e gli orrori di questa via, è diventato impaurito e inquieto; e guarda intorno, con occhi indagatori, per esaminare se esista una qualche via di salvezza. Ma non riesce a scorgere alcuna via di scampo. In realtà, sta aspettando guide forti capaci di liberare la sua vista dai veli e di dimostrare che la via semplice e retta dell’Islam è l’unica via della salvezza. Se tra i musulmani sorgesse un gruppo di simili mujāhid e mujtahid, essi potrebbero diventare guide per il mondo intero. In tal caso, potrebbero riconquistare il posto d’onore al quale un tempo erano stati elevati e che oggi desiderano vedendo le nazioni occidentali insediatevi. Ma se la maggioranza di questa comunità continua a rimanere seduta, come oggi, nella disperazione e nello scoraggiamento; se i suoi giovani considerano il nutrirsi degli avanzi altrui il massimo compimento; se i suoi ʿulamāʾ rimangono coinvolti in discussioni sterili sull’antico fiqh e sul kalām; se la mentalità meschina dei suoi dirigenti politici considera l’imitazione delle orme delle nazioni straniere il più alto ideale dello «spirito del jihād» e considera una grande impresa e prova d’intelligenza gettare la propria nazione nella trappola del più grande inganno del XX secolo — in breve, se l’intera persona di questa grande nazione, dalla testa ai piedi, rimane immersa nell’inerzia e nell’incapacità di agire, e se neppure alcuni mard-e muʾmin tra questi milioni e milioni di persone riescono ad avanzare con fermezza per dedicarsi al jihād, all’ijtihād e alla lotta sulla via di Allah, allora anche questa nazione sarà un giorno gettata nell’abisso verso il quale il mondo sta precipitando. Allora l’ira di Allah tuonerà ancora una volta:

(Arabo)

(Significato: Perisca la comunità degli ʿulamāʾ.)

7

Il conflitto della Turchia tra Oriente e Occidente

[L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel febbraio 1936 nella rivista mensile Tarjumān al-Qurʾān. – L’editore]

Il discorso di Khalida Edib Khanum

[La pronuncia turca del nome è «Halide Edib Hanum».]

La celebre studiosa e combattente turca Khaleda Edib Khanum venne in India a metà del 1935, su invito della «Jamia Islamia». I discorsi da lei pronunciati a Delhi furono tradotti in urdu e pubblicati dal professor della Jamia, dottor Sayyid Abid Husain, con il titolo «Il conflitto tra Oriente e Occidente in Turchia». Nel presente articolo getteremo una certa luce su quei discorsi.

Nel mondo musulmano, attualmente, due Stati sono stati insigniti, sotto due aspetti diversi, dell’onore di guidare l’intero mondo islamico: l’Egitto sul piano intellettuale e la Turchia su quello politico. Il rapporto della nazione musulmana con l’Egitto è relativamente più profondo, perché la sua lingua è la nostra stessa lingua internazionale: l’arabo. I suoi libri e le sue pubblicazioni circolano tra i musulmani di tutto il mondo. La sua influenza intellettuale si estende dalla Cina al Marocco. In una parola, l’Egitto è l’unico tramite di contatto, comprensione e conoscenza reciproca tra i musulmani. D’altra parte, la vita combattiva della nazione turca, la sua valorosa difesa contro le offensive occidentali e i suoi immensi sacrifici per l’onore nazionale hanno indubbiamente influenzato l’intero mondo musulmano. Per questo essa occupa nel mondo islamico il seggio della guida e dell’autorità. Tuttavia, la distanza linguistica e la mancanza di contatti e di comprensione reciproca hanno creato una profonda barriera tra la Turchia e la maggior parte dei Paesi musulmani. Di conseguenza, la nostra conoscenza dello sviluppo intellettuale della nazione turca, della sua formazione culturale e dei suoi progressi sociali, politici, religiosi e scientifici è assai limitata. In particolare, abbiamo avuto ben poche occasioni di conoscere e comprendere le cause profonde e l’idea fondamentale della grande rivoluzione avvenuta in Turchia negli ultimi dieci o dodici anni. Molti sono estremamente scontenti dei turchi; altri, invece, hanno di loro una buona opinione. Alcuni hanno persino considerato il loro favore per l’Occidente come una prova definitiva a sostegno della propria adorazione dell’Occidente. Ma nessuno di costoro dispone di informazioni autorevoli e affidabili. Anche quando alcuni possiedono qualche informazione, essa è del tutto insufficiente per comprendere l’essenza della Turchia moderna.

In questa situazione, è nostra grande fortuna che una delle eminenti artefici della Turchia moderna sia venuta qui a esporre la condizione interna della propria nazione. Non fu soltanto un’attrice sulla scena della rivoluzione recente; fu piuttosto una delle sue forze attive più importanti. Inoltre, per grazia di Allah, possiede una lungimiranza da studiosa, una comprensione da filosofa e un’intelligenza da pensatrice. Perciò sa comprendere le cause interne al corso degli eventi esteriori e sa anche spiegarle. Per la prima volta abbiamo avuto l’opportunità di conoscere e comprendere correttamente la Turchia attraverso una fonte così autorevole e affidabile. Ella ha cercato di svelarci l’essenza della Turchia moderna. Ci ha riferito con piena onestà e fedeltà quale sia realmente la condizione interna della nazione che oggi non solo guida politicamente il mondo musulmano, ma cerca anche di conquistarne la guida intellettuale; quali elementi la compongano, quali forze agiscano al suo interno, quali cause l’abbiano trascinata fino alla posizione attuale e in quale direzione stia avanzando oggi. Questo archivio di informazioni autorevoli ci è estremamente utile sotto diversi aspetti. Il suo unico vantaggio non consiste nel fatto che la reale condizione della nazione turca si sia manifestata davanti a noi; un grande vantaggio consiste anche nel fatto che comprendiamo molto meglio l’idea fondamentale dell’orientamento che oggi la Turchia offre alle nostre nuove generazioni. In breve, abbiamo ottenuto un’ulteriore occasione per comprendere le cause interne della rivoluzione che attualmente sta per compiersi nel mondo musulmano.

Naturalmente, prima di cercare di comprendere la Turchia moderna attraverso Khaleda Khanum, è necessario comprendere bene lei stessa. È indubbio che il cuore di Khaleda Khanum sia interamente musulmano e colmo di consapevolezza della fede. E questa fede non è affatto ordinaria: è degna d’invidia. Perché è la fede di una donna combattente. [Purtroppo, studi successivi mi hanno impedito di rimanere fermo su questa opinione (1943)]

Nel suo modo di pensare non si scorge neppure la minima traccia di ateismo o irreligiosità. Nutre un profondo amore per l’Islam; è l’amore di una donna musulmana autentica.

Ma se il suo cuore è musulmano, il suo intelletto non lo è altrettanto. Ha ricevuto un’educazione interamente occidentale e ha studiato soltanto il sapere e le scienze dell’Occidente. Ha guardato il mondo, l’Islam e la propria nazione attraverso gli occhiali dell’Occidente, e tutti i suoi pensieri e la sua visione del mondo si sono formati secondo uno stampo occidentale. Naturalmente, l’Islam latente nel suo cuore e il suo amore per l’Oriente contrastano in larga misura il predominio intellettuale e mentale dell’occidentalismo. Grazie a questa resistenza, il suo pensiero mostra un notevole equilibrio rispetto a quello degli altri dirigenti rivoluzionari della nazione turca. Ma tale resistenza non è riuscita a proteggerla completamente dal predominio dell’amore per l’Occidente.

Sembra che la sua conoscenza dell’Islam sia assai limitata. Al tempo dedicato allo studio della filosofia, della storia e della sociologia occidentali, probabilmente non ha dedicato neppure un decimo del tempo allo studio del Corano, della Sunna e della storia dell’Islam. Per questo, nel lampo della sua concezione dell’Islam che abbiamo colto nei suoi discorsi, vi è certamente una buona intenzione, ma ben poca profonda comprensione e lungimiranza.

Nel suo ultimo discorso disse: «La personalità di Gandhi è un esempio perfetto dell’Islam moderno». Una cosa simile può dirla soltanto chi non sa affatto che cosa sia l’Islam, quanto esso sia grande e superiore persino al confronto tra antico e moderno, e in che cosa consista il suo esempio perfetto. Agli occhi di chiunque presti anche solo un minimo di attenzione alle caratteristiche del carattere islamico e ne abbia intravisto appena un bagliore, quale importanza può avere Gandhi? Persino i grandi eroi della storia mondiale risultano privi di valore al suo cospetto. Non è un’affermazione dettata da odio nazionale; è piuttosto una verità storica innegabile. Mettete davanti agli occhi il carattere di Abu Bakr al-Siddiq (r.a.), Umar al-Faruq (r.a.), Ali al-Murtada (r.a.), Hasan ibn Ali (r.a.), Abu Hanifa (r.), Ahmad ibn Hanbal (r.), Abd al-Qadir al-Jilani (r.) e di altri ancora. Poi dite con equità: esclusi i profeti, quale personalità della storia mondiale può essere posta di fronte a questi caratteri?

Nella formazione della società politica della nazione ottomana si osserva l’influenza di ogni cosa, dalle antiche caratteristiche ereditarie della nazione turca fino alla Grecia, a Bisanzio, a Roma e persino alla democrazia di Platone. Non si scorge, invece, l’influenza del Corano e degli insegnamenti di Muhammad (s.a.s.). Eppure fu proprio questo elemento a portare nelle mani dei turchi nomadi dell’Asia centrale la fiaccola della cultura e della civiltà, a sviluppare in loro le capacità necessarie per un’espansione mondiale e una fama universale, e a trasformarli da una forza distruttiva per l’umanità in una forza ben organizzata. Khalida Khanum riuscì a scorgere tra gli Ottomani, al massimo, una certa influenza dell’uguaglianza e della giustizia dell’Islam. Anche in questo caso, quando il sultano Selim volle propagare l’Islam tra i suoi sudditi con la forza della spada, lo shaykh al-Islam Jamal Effendi gli ordinò di desistere, e persino un sovrano dispotico come Selim chinò il capo davanti a quell’ordine. Tuttavia, in questo grande avvenimento Khalida Khanum scorge, anziché la giustizia islamica, il sentimento della «nazionalità ottomana» e l’impulso a preservare la «politica di governo dello Stato ottomano». Non comprende che nella fatwa di Jamal Effendi era insito lo spirito dell’espressione «la ikraha fi d-din» («non c’è costrizione nella religione»).

Fu la forza della sincera devozione islamica a dargli il coraggio di emanare una fatwa davanti a Selim. E furono la superiorità e la grandezza dell’Islam a costringere Selim a chinare il capo davanti alla sua fatwa.

Khalida Khanum sembra essere scontenta del secolarismo estremista, dell’oppressione e delle persecuzioni, dell’organizzazione sociale imposta con la forza, dell’amore sconfinato per l’Occidente, della mentalità materialista e dell’atteggiamento verso la religione dell’attuale classe dirigente turca. Desidera un’integrazione equilibrata tra i costumi e le pratiche dell’Oriente e dell’Occidente. È favorevole a stabilire un’armonia tra «materialismo» e «spiritualismo». Riconosce anche che la sintesi realizzata dall’Islam tra queste due concezioni della vita è la migliore. Tuttavia, quanto all’Islam, non possiede personalmente una visione pienamente lungimirante. Per questo non sa quale sia, secondo i principi islamici, il modo corretto di realizzare tale sintesi né quale sia la retta linea dell’equilibrio tra i due estremi. Nondimeno, mettendo da parte le sue opinioni personali, nei suoi discorsi possiamo trovare una descrizione chiara e accurata della mentalità della Turchia moderna, delle sue correnti di pensiero e delle cause storiche della recente rivoluzione; ed è proprio questo ciò che desideriamo.

Quando la nazione turca entrò nell’Islam, era già iniziato il declino morale e spirituale dei musulmani. [Qui, con «nazione turca», si intende la Turchia ottomana.] In loro era rimasto, sì, lo spirito del jihad, ma quello dell’ijtihad era morto. Erano allora scomparsi i pensatori lungimiranti sull’Islam e i faqih eruditi (giuristi). La cultura e la civiltà islamiche erano mezze morte e il pensiero islamico era quasi privo di vita. Nel campo delle norme shariatiche dominava il taqlid cieco. Nella società e nella civiltà erano penetrate le usanze degli arabi e dei romani. Sul tasawwuf si era radicata l’influenza dell’orientalismo, e sulla filosofia quella del neoplatonismo. Era venuta a mancare la gente capace di acquisire direttamente la conoscenza dal Corano e dalla Sunna. La maggior parte degli ulema si dedicava alle complesse dispute del kalam, impigliandosi nei cavilli delle parole, e lasciava soffiare venti tempestosi di interpretazioni e analisi lungo la via già seguita dai predecessori. La maggior parte dei governanti era occupata a imitare ciecamente Cesare e Cosroe. Le confraternite sufi e i capi spirituali avevano abbandonato il vero sufismo dell’età d’oro dell’Islam e seguivano le orme degli asceti e degli yogi. Il progresso dei musulmani nelle scienze, nelle conoscenze e nelle arti si era arrestato. Nel campo del pensiero, della ricerca e delle scoperte, il loro avanzamento era quasi completamente cessato. In breve, dopo l’ascesa, i chiari segni del declino erano allora visibili in tutto il mondo musulmano.

Così, l’apparizione dei turchi nella storia dell’Islam recava in sé una debolezza fondamentale. E proprio nel periodo in cui in Europa iniziavano l’evoluzione intellettuale e l’impresa scientifica, venivano poste, più o meno nello stesso tempo, le fondamenta dell’Impero ottomano.

Naturalmente, nei primi due o due secoli e mezzo gli Ottomani sconfissero ripetutamente l’Europa e innalzarono il vessillo della vittoria dell’Islam. Ma in quell’epoca anche i turchi, insieme alle altre nazioni musulmane, scendevano gradualmente verso il declino, mentre le nazioni occidentali loro rivali avanzavano rapidamente verso il progresso materiale e intellettuale. Nel diciassettesimo secolo dell’era cristiana la situazione assunse un aspetto completamente diverso. L’organizzazione militare e la forza materiale e umana dei Franchi crebbero a tal punto che, nella battaglia di San Gottardo, per la prima volta essi sconfissero miseramente i turchi in declino. Ma neppure questo aprì gli occhi ai turchi. Essi continuarono a sprofondare nel declino, mentre i Franchi salivano in proporzione verso il vertice del progresso. Tanto che, nel XVIII secolo, la condizione morale, religiosa, politica, intellettuale e civile dei turchi giunse a un estremo degrado, mentre il predominio dei Franchi divenne pienamente manifesto.

All’inizio del XIX secolo, il sultano Selim percepì questa debolezza complessiva della nazione turca. Avviò la riforma dell’amministrazione, la diffusione delle conoscenze e delle scienze moderne, una nuova organizzazione militare e l’introduzione delle moderne armi da guerra occidentali. Ma le confraternite sufi ignoranti e stolte e gli ulema di mentalità ristretta, ignari dell’insegnamento e dello spirito dell’Islam, si opposero a queste riforme in nome della religione. Definirono eretica l’organizzazione militare sul modello europeo. Chiamarono l’uniforme militare moderna un’imitazione dei cristiani. Secondo loro, usare la baionetta era un peccato. Inoltre, diffusero contro Selim l’accusa che, introducendo i princìpi degli infedeli, egli avesse deformato l’Islam.

Lo Shaykh al-Islam Ataullah Afandi emanò una fatwa: il sovrano che agisce contro il Corano non è degno di regnare. Infine, nel 1707 dell’era cristiana, Selim fu deposto. Per la prima volta, i capi religiosi, con la loro ignoranza e cecità, fecero nascere l’idea che l’Islam fosse un ostacolo al progresso.

Le condizioni dell’epoca stavano cambiando rapidamente, e rispetto agli altri musulmani i Turchi subirono l’impatto di questo cambiamento in modo estremamente intenso. Si trovavano proprio di fronte all’Europa ed erano inoltre in guerra gli uni contro gli altri. Avevano profondi rapporti politici, civili e commerciali proprio con le nazioni occidentali. Persino le nazioni europee sottoposte al loro dominio stavano adottando rapidamente l’influenza occidentale. Ma i capi religiosi turchi, privi di una profonda conoscenza islamica e della capacità di esercitare l’ijtihad, e completamente ignoranti dei veri insegnamenti dell’Islam, rimasero del tutto indifferenti a quel cambiamento. Di conseguenza, costrinsero la nazione turca a non avanzare neppure di un passo oltre la situazione di settecento anni prima.

Dopo Selim, il sultano Mahmud tentò di attuare delle riforme. La comunità degli ulema e i capi religiosi si opposero nuovamente a lui. Dopo aver superato numerosi ostacoli e difficoltà, nel 1826 Mahmud riuscì a introdurre i principi dell’organizzazione militare moderna. Ma gli ulema e i sufi continuarono incessantemente a propagandare l’idea che riforme di questo tipo fossero una forma di bid‘a e che con esse si stesse deformando l’Islam; che il sultano fosse diventato irreligioso e che i musulmani, arruolandosi in un esercito organizzato secondo criteri moderni, avrebbero inevitabilmente perso la fede.

Fu in quest’epoca che tra gli intellettuali turchi nacque una consapevolezza generale del declino nazionale. Rifletterono sulle ragioni del progresso delle nazioni occidentali, studiarono il loro sapere scientifico, i loro usi e costumi, osservarono attentamente il loro sistema amministrativo; al contempo, cercarono di modificare le norme e le leggi del proprio Stato, gli affari amministrativi, le istituzioni educative e l’organizzazione militare, introducendo riforme tali da consentire loro di progredire allo stesso ritmo delle nazioni occidentali. Nelle parole di Khaleda Khanum, nelle vene e nei capillari di questi uomini scorreva la linfa vitale del pensiero islamico. Erano musulmani sia nel cuore sia nella mente. Certamente avevano consapevolezza delle proprie debolezze, ma non nutrivano affatto un senso d’inferiorità di fronte all’Occidente. Non erano affascinati dall’Occidente. Non erano pronti ad accettare indiscriminatamente ogni sua cosa; al contrario, il loro unico obiettivo era eliminare le debolezze del proprio Stato e della propria nazione servendosi degli aspetti migliori dell’Occidente e competere con gli Europei, in ogni ambito della vita, a parità di condizioni. Durante il regno del sultano Abdülmecid Khan riformarono l’amministrazione e riorganizzarono le forze armate. Infusero nuova vitalità nella cultura e nella civiltà della propria nazione. Fondarono nuove scuole e collegi. In tal modo, nel giro di pochi anni, crearono una nuova nazione, dotata anche di menti elevate capaci di pensare e studiare, con tutti i tesori della civiltà islamica al proprio interno. Fino alla deposizione del sultano Abdülaziz (1876), questo gruppo, nonostante gli innumerevoli ostacoli interni ed esterni, portò a compimento nel migliore dei modi l’opera di ricostruzione nazionale. Fu così che emersero generali come Omar Pascià, organizzatori come Midhat Pascià e autentici pensatori e letterati musulmani come Namık Kemal e Abdülhak Hamid.

Ma con l’arrivo del sultano Abdülhamid l’intero corso degli eventi cambiò improvvisamente. Il suo regno durò complessivamente trentatré anni, dal 1876 al 1909. In quello stesso periodo, un’altra nazione orientale, il Giappone, salì la scala del progresso e giunse da una condizione all’altra. Quanto a questo sultano egoista, egli impiegò il suo tempo soltanto a ostacolare, per l’ossessione del proprio potere personale, il progresso mentale, intellettuale, civile, politico e amministrativo della nazione turca e a soffocarne l’energia vitale. Qui non c’è spazio per una critica dettagliata delle imprese di quest’uomo. In sintesi, si può dire che egli dedicò alle attività distruttive il periodo migliore per l’opera costruttiva — ogni sua ora era estremamente preziosa. Mandò in rovina i più grandi talenti della nazione turca. Arrivò persino a distruggere una personalità incomparabile come Jamaluddin Afghani. Ma il danno più grande che, per sua colpa, subì non soltanto la nazione turca bensì l’intero mondo musulmano fu questo: egli utilizzò la forza religiosa del califfato e l’influenza degli ulema e dei capi religiosi reazionari per sradicare le fondamenta poste dai riformatori turchi dell’epoca dell’organizzazione e le loro riforme politiche e amministrative. A causa di questa sua opera egoistica e miope, tra i giovani turchi nacque una reazione rivoluzionaria. Di conseguenza, essi finirono per considerare direttamente la religione stessa un ostacolo al progresso. Le loro menti e i loro cuori si ribellarono agli insegnamenti islamici. L’odio e l’avversione che naturalmente erano sorti in loro contro gli ulema e i capi religiosi reazionari, sotto l’eccesso del rivoluzionarismo, finirono per rivolgersi contro la religione. Essi pensarono — e gli ulema e i capi religiosi ignoranti li costrinsero a pensare — che l’Islam fosse una religione immobile e priva di dinamismo; che non avesse la capacità di stare al passo con i tempi; che le sue leggi e norme non potessero adattarsi ai mutamenti delle circostanze; che, a parte alcune credenze fondamentali, non contenesse nient’altro di solido e vigoroso. Le persecuzioni di quei trentatré anni — che sfortunatamente avevano assunto una veste religiosa — generarono tra le nuove generazioni turche l’ateismo, il materialismo, l’infatuazione per l’Occidente, l’imitazione cieca del pensiero occidentale, l’ostilità verso le proprie tradizioni, la ribellione contro ogni cosa antica e un intenso odio per il califfato e l’unità islamica, che il sultano Abdülhamid aveva trasformato in strumenti per il conseguimento dei propri interessi personali. Insieme a ciò, fu radicata in loro anche la convinzione che, per progredire e prosperare nel mondo, fosse necessario abbattere tutte le fondamenta del passato e costruire l’edificio del turchismo secondo criteri completamente occidentali.

La rivoluzione del 1908 depose il sultano Abdülhamid dal trono. Di conseguenza, il potere assoluto dello Stato passò nelle mani di giovani eccessivamente entusiasti, inclini alla ribellione e facilmente eccitabili. Secondo le parole di Khaleda Khanum, costoro erano di natura diversa dai riformisti dell’epoca dell’Organizzazione. Nessuno di loro era pari ai pensatori dell’epoca dell’Organizzazione per istruzione, riflessione, ricerca e intelligenza raffinata. Dinanzi a loro non vi era quel grande ideale, né nel loro carattere vi era una fermezza analoga. In quanto a cortesia, gentilezza e formazione, non vi era alcun paragone tra loro e noi. Non possedevano né quel fervido sentimento nazionale, né la capacità di giudizio necessaria per comprendere correttamente la differenza tra antico e moderno. Questo ristretto gruppo di giovani era ignorante delle scienze e del sapere islamici e immaturo nella formazione islamica. Naturalmente, non possedeva neppure una conoscenza profonda delle scienze e del sapere occidentali. Nei loro cuori e nelle loro menti era maturato un odio intenso contro la propria religione, civiltà, sapere, scienze, usi e costumi e antiche istituzioni sociali. I progressi e lo sviluppo dell’Occidente li avevano completamente affascinati. Erano diventati inquieti, desiderosi di cambiare ogni cosa che apparteneva loro. Quando il potere dello Stato cadde nelle loro mani, fu come se l’acqua stagnante e inquinata di trentatré anni fosse fuoriuscita con la furia di un’alluvione. In quell’epoca, il demone del nazionalismo e dell’orgoglio etnico turanico [La parola turanico deriva da «Tura» o «Turan», il nome di un luogo situato in Asia centrale, patria originaria dei Turchi. Probabilmente, durante le invasioni mongole, un ramo delle tribù «turche» di quella regione si stabilì nell’attuale Turchia, dando origine da lì ai «Turchi ottomani» o alla Turchia moderna] si insediò sui Turchi. Cominciò a manifestarsi indifferenza verso l’unità islamica. Ebbe pienamente inizio l’opera di critica della religione. Si cominciarono a impiegare enormi energie per adottare integralmente l’antica civiltà preislamica. Fu proposta l’adozione dell’alfabeto latino, al fine di recidere i legami con il passato e avvicinarsi all’Occidente. Un gruppo di ʿulamāʾ ufficiali si fece avanti per modellare l’Islam secondo lo stampo delle ideologie moderne. Ziya Gökalp era il capofila di questo gruppo. Quest’uomo condusse una vigorosa propaganda a favore dell’unità turanica, contrapponendola all’unità islamica. Risvegliò nei Turchi odio e avversione verso la storia dell’epoca islamica e i suoi celebri figli eroici, insegnando loro a essere orgogliosi degli antichi barbari Tatari, tra i quali spiccavano soprattutto Gengis Khan e Hulagu. Cercò di liberare la lingua turca dall’influenza della letteratura islamica. Insistette sulla completa imitazione dell’Occidente nella società, nella civiltà, nella cultura, negli usi e costumi e in tutti i comportamenti della vita concreta dei Turchi. Un uomo con una simile visione divenne il capofila del moderno partito rivoluzionario. Insieme ai suoi seguaci, cercò di fornire un’interpretazione degli insegnamenti islamici tale da permettere di modificare ogni elemento dell’Islam, salvo alcune poche credenze e norme morali, e di modellarlo sullo stampo occidentale.

Mentre da una parte prendeva avvio una rivoluzione così grande nella nazione turca, dall’altra gli ʿulamāʾ e i capi religiosi turchi non erano ancora pronti a uscire dall’atmosfera del settimo secolo; la loro incapacità, superstizione, reazionarismo e assoluta indisponibilità ad adeguarsi ai tempi continuavano esattamente come nell’epoca del sultano Selim. Continuavano ad affermare che, dopo il quarto secolo dell’Egira, la porta dell’ijtihād era stata chiusa. Eppure, proprio davanti ai loro occhi, si spalancava la porta dell’eresia. Erano ancora impegnati nello studio e nell’insegnamento di libri di filosofia e di kalām, mentre il corso dei tempi, dopo averli gettati lontano, era avanzato di cinquecento anni. Nei loro sermoni e ammonimenti continuavano a esporre quei vecchi tipi di tafsīr del Corano e quegli ḥadīth deboli che, ascoltandoli, le persone di cento anni prima si lamentavano, ma che gli uomini intelligenti dell’epoca contemporanea, dopo averli uditi, finivano per provare avversione non solo verso quei mufassir e quei muḥaddith, bensì verso lo stesso Corano e gli ḥadīth. Continuavano ancora ostinatamente a voler introdurre tra i Turchi il sistema giuridico contenuto nello «Shāmī» e nel «Kanz al-daqāʾiq»; e, anche se a causa di tale ostinazione i Turchi avessero abbandonato l’obbedienza alle norme stabilite dal Corano e dalla Sunna, essi non erano disposti a cambiare opinione.

In conclusione, gli ʿulamāʾ e i capi religiosi seguivano una politica così errata da aver fatto precipitare la nazione turca, in appena cent’anni, dalla fase dell’organizzazione a questo stadio del rivoluzionarismo. D’altra parte, i capi rivoluzionari della nazione turca, pur essendo musulmani con il cuore e con l’anima, si allontanavano gradualmente dall’Islam nel mondo concreto del pensiero, dell’intelletto e dell’azione. Proprio allora risuonò il rullo dei tamburi della Prima guerra mondiale. In quella guerra, gli sventurati musulmani arabi e indiani tagliarono la gola ai Turchi, alleandosi con i nemici dell’Islam. Poi, quando, al termine della guerra mondiale, i Turchi si impegnarono nella lotta per salvare la propria vita nazionale dalla distruzione totale, furono il califfo e lo Shaykh al-Islām dell’epoca a opporsi loro più strenuamente. Questi ultimi colpi inferti alla coscienza islamica, già moribonda, dei rivoluzionari e dei Turchi furono distruttivi. Il risultato inevitabile di tutto ciò lo vediamo nella modernità senza misura della nuova Turchia. La corrente di pensiero rivoluzionaria che nel 1908 era ancora immatura, e che le preoccupazioni per la guerra di Tripoli, le guerre balcaniche e l’attacco greco avevano impedito di maturare, dopo la conferenza di Losanna [È una città della Svizzera. Nel 1923 vi si tenne un’importante conferenza tra Inglesi e Turchi. Fu proprio dopo la conferenza che la Turchia venne completamente gettata nelle grinfie del secolarismo] maturò improvvisamente e cominciò ad assumere una forma del tutto concreta. Ne seguirono: la piena applicazione dei princìpi occidentali nella società e nella civiltà; la completa affermazione del nazionalismo nella lingua, nella letteratura e nella politica; dopo la caduta del califfato, la separazione tra religione e Stato che, secondo le parole di Khaleda Khanum, liberò lo Stato dall’influenza della religione e rese la religione stessa subordinata allo Stato. Furono introdotte le leggi della Svizzera al posto della legge islamica; furono persino modificate le chiare disposizioni del Corano riguardo all’eredità, al matrimonio, al divorzio e ad altre questioni; le donne furono abbandonate a una libertà sfrenata, completamente opposta agli insegnamenti islamici e simile a quella delle donne europee dopo la guerra mondiale. Tutto ciò fu la naturale conseguenza dell’incapacità degli ʿulamāʾ ignoranti, degli errori dei sufi adoratori di se stessi, dell’egoismo dei sultani che traevano vantaggi illegittimi dalla loro posizione califfale e dell’ignoranza assoluta dei capi rivoluzionari riguardo alla conoscenza del Corano e della Sunna. È deplorevole che, in questo secolo, la nazione turca non abbia prodotto neppure un talento dotato di una profonda competenza nel Corano e negli ḥadīth e capace di comprendere la concezione fondamentale degli insegnamenti islamici: qualcuno che potesse osservare con acutezza le condizioni mutevoli dell’epoca, usare la forza dell’ijtihād, applicare a tali condizioni i princìpi islamici e costruire uno stile di vita equilibrato, fondato sul Corano e sulla Sunna e capace di procedere al passo con il corso dei tempi.

Coloro che non conoscono questo corso della storia turca cadono in un errore singolare. Le persone dalla vecchia mentalità religiosa continuano a pronunciare fatwā di kufr e di empietà contro i nuovi Turchi. Ma non sanno che gli ʿulamāʾ e i capi religiosi turchi sono più colpevoli di quei nuovi Turchi. L’incapacità di questi ʿulamāʾ e capi religiosi ha spinto verso l’occidentalizzazione la nazione combattente che per cinquecento lunghi anni aveva lottato da sola per l’Islam. Se un giorno una simile incapacità spingesse in quella direzione anche altre nazioni musulmane, non ci sarebbe nulla di cui meravigliarsi.

D’altra parte, i progressisti presentano ai musulmani ogni «rivelazione» discesa da Ankara come se il Corano fosse stato abrogato e la missione profetica di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fosse giunta al termine. Ora, se esiste una guida, essa si trova soltanto nel modello di vita di Atatürk; e se esistono raggi di conoscenza, essi si trovano soltanto nella «rivelazione» discesa dal cielo di Ankara. Eppure, la condizione del povero Atatürk e dei suoi seguaci è questa:

(arabo)

(Eppure non hanno alcuna conoscenza al riguardo. Seguono soltanto supposizioni. – Sura az-Zukhruf: 20)

8

L’inganno del razionalismo

[L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel dicembre 1934 nel mensile Tarjuman al-Qur’an]

Uno

Quanto profondamente l’istruzione, la cultura e la civiltà occidentali influenzino la concezione religiosa dei giovani ancora immaturi nell’educazione islamica, o del tutto inesperti in essa, lo si può dedurre dagli scritti e dai discorsi pubblicati da persone di questa categoria. A titolo d’esempio, ci è recentemente capitato di leggere un articolo di un laureato musulmano delle Province Unite. Nel suddetto articolo egli scriveva, descrivendo le proprie esperienze durante un viaggio in Cina e in Giappone:

I nostri compagni cinesi sono terribilmente ghiotti e dediti al bere. La carne di maiale è per loro come la vita stessa. Ora ho compreso il segreto della diffusione del cristianesimo. I cinesi considerano l’adesione alla loro antica religione incompatibile con l’istruzione moderna. Se riuscissero a comprenderlo, non avrebbero difficoltà ad abbracciare l’Islam. Ma l’Islam li priva di tutti i loro cibi preferiti; perciò, costretti, abbracciano il cristianesimo. In queste condizioni, se in futuro il cristianesimo dovesse diventare la religione ufficiale della Cina, non ci sarebbe nulla di cui stupirsi. Quanto alla carne di maiale, sono favorevole a concedere qualche agevolazione ai neomusulmani d’Europa e della Cina. Ho persino dei dubbi sul fatto che il Corano la dichiari esplicitamente haram. Al massimo, potrebbe essere stata resa haram per gli arabi per qualche ragione particolare. Ma in un paese in cui, senza di essa, diventa impossibile vivere — «famanid turba ghaira baghiyin wa la ‘adin» (cioè: diventa impossibile andare avanti) — quale danno può esserci nel consumarla? In breve, non ho compreso il significato di quest’unica prescrizione coranica, vale a dire la ragione del suo divieto generale. Altrimenti, se la religione può stabilire per noi un regime alimentare, nonostante una distanza tanto grande, in linea di principio, tra lo stomaco e la coscienza morale, perché non dovrebbe insegnarci anche la lavorazione del ferro, la fabbricazione di ornamenti, la sartoria e così via? A mio parere, la ragione profonda per cui l’Islam non si è sviluppato e diffuso nel mondo è che priva l’uomo di tutti i suoi diritti umani e lo trasforma in una massa inerte e in un bambino del tutto incapace di comprendere. Di conseguenza, egli perde persino la via del proprio progresso terreno. Altrimenti, la nostra religione dovrebbe essere esattamente come i cristiani hanno compreso che deve essere la loro.

In seguito, descrivendo la situazione di Shanghai, scrive:

Guardando questa innumerevole gente felice e prospera, creata da Dio, il mio animo non riesce in alcun modo ad accettare l’idea che, dopo appena pochi anni, essa si trasformi in combustibile dell’Inferno, come se l’unico scopo di Dio nel crearla fosse proprio questo. Inoltre, se tutti gli altri, salvo alcune persone, sono miscredenti e idolatri, sarà forse considerato una colpa sufficiente per gettarli nell’Inferno il fatto che abbiano reso prospero e bello il mondo di Dio? Non uccidono i pellegrini né praticano il brigantaggio! Non c’è tra loro la depravazione del popolo di Lot. Non si appropriano dei beni altrui né adducono argomentazioni per dichiararli «halal». Conducono la loro vita pacificamente e ordinatamente. Nonostante tutto ciò, perché dovrebbero essere considerati degni dell’Inferno? La concezione politeistica è indubbiamente una cosa sciocca e priva di sostanza. Ma ditemi: se una persona ritiene per natura una certa entità padrona della propria vita e della propria morte, ma è incapace, proprio come noi, di coglierne il mistero profondo, oppure non crede che l’arabo sia la lingua di Dio, diventerà vostro nemico e voi diventerete suoi nemici soltanto per questo? Ma no: secondo voi, non è necessario neppure tutto ciò. Vi occorre soltanto indossare un particolare tipo di pigiama e un abito dal taglio particolare. Dovete mangiare cibi di un tipo speciale. Dovete portare sul volto una barba lunga quattro dita. Non vi sarà permesso entrare negli istituti d’istruzione del paese, perché lì non si insegnano la lingua e le discipline religiose.

A proposito del porto di Kobe, in Giappone, scrive:

Per due ore ho visitato il porto di Kobe. Non ho visto un solo mendicante in alcun luogo, né mi è capitato di vedere un povero vestito di abiti logori e laceri. Questa nazione, che non conosce neppure la religione o il nome di Dio, è così progredita!

Dopodiché egli stesso cominciò a dispensare i suoi «buoni consigli»:

Ricordate: l’«ihsan» è l’essenza stessa della religione. Ma non dipende da alcuna lingua o disciplina religiosa. Il suo scopo naturale è renderci responsabili, nella vita futura o in questa vita terrena, delle nostre azioni. Questa è la vera religione islamica. Tutto ciò che, oltre a questo, avete chiamato religione non è altro che autoinganno o distorsione mentale. Il giorno in cui limiterete la religione a queste due cose e spezzerete tutti i vincoli della sharia, anche voi potrete raggiungere il vertice del progresso insieme alle altre nazioni; anzi, diciamo che quel giorno risveglierete la coscienza e l’intelligenza tra i popoli. Se il dominio del mondo non viene tolto dalle mani di qualcuno, neppure il «regno celeste» verrà meno. Voi non siete una nazione in sé, bensì riformatori delle altre nazioni. Ma, per amor di Dio, non permettete che si dica che una certa nazione è salita al vertice del progresso, mentre la condizione dei musulmani al suo interno è estremamente miserevole. È indubbio che a rendere miserevole la loro condizione è la loro religione di natura singolare.

Questo brano citato è un chiaro esempio dello stato mentale generale della nostra giovane società di neoistruiti. Sono nati in famiglie musulmane, sono stati allevati come membri della società musulmana e sono legati ai musulmani dai vincoli della società e della civiltà. Per questo l’attaccamento all’Islam, la simpatia per i musulmani e il desiderio di vivere come musulmani sono loro connaturati. Questo desiderio si è radicato nelle loro menti senza l’influenza della loro volontà, del loro intelletto e della loro capacità di riflettere. Sarebbe stato però assolutamente necessario trasformare, con l’istruzione e la formazione, questo Islam involontario e inconsapevole in un Islam deliberato e consapevole; comprendere pienamente l’insegnamento islamico prima di dichiararsi musulmani; e sviluppare la capacità di mettere alla prova, nella vita concreta, le norme, i precetti e le leggi islamiche. Ma prima di ciò furono mandati a scuola e al college per ricevere un’istruzione inglese. Lì, in mezzo a un’educazione completamente antislamica, si svilupparono la loro mente, la loro disposizione interiore e la loro capacità di pensare. La civiltà e il pensiero occidentali esercitarono una profonda influenza sulle loro menti. Di conseguenza, guardarono ogni cosa con occhi occidentali e cominciarono a giudicare ogni problema secondo una mentalità occidentale. In breve, divenne loro impossibile riflettere e osservare liberandosi dalla totale influenza dell’occidentalismo. Dall’Occidente appresero la lezione del razionalismo, è vero; ma non possedevano alcuna capacità razionale propria. Il loro raziocinio era preso in prestito dall’Europa. Per questo il loro razionalismo si trasformò essenzialmente in un razionalismo europeo e cessò del tutto di essere un razionalismo indipendente. Dall’Occidente appresero anche la lezione della critica; ma neppure questa era una critica indipendente. Il nocciolo di tale insegnamento era piuttosto questo: considerare infallibili gli usi e i costumi occidentali, verificare alla loro stregua ogni cosa orientale, ma ritenere gli stessi usi e costumi occidentali al di sopra di ogni critica.

Dopo una simile educazione e formazione, quando oltrepassarono i confini del college ed entrarono nel campo delle attività della vita, emerse una grande distanza tra il loro cuore e la loro mente. Il loro cuore era musulmano, ma la loro mente non lo era. Vivevano nella società musulmana. Giorno e notte svolgevano ogni attività insieme ai musulmani. Erano legati ai musulmani dai vincoli della società e della civiltà. Intorno a sé osservavano soltanto le attività religiose e culturali dei musulmani. I loro rapporti di amore e simpatia erano legati esclusivamente ai musulmani; tuttavia, tutta la loro capacità di pensare, riflettere, giudicare e formarsi un’opinione era plasmata secondo il modello occidentale. Nulla di ciò era in reale armonia con le pratiche dell’Islam o con il comportamento dei musulmani. Di conseguenza, cominciarono a giudicare ogni cosa dell’Islam e dei musulmani secondo i criteri occidentali. Considerarono erroneo e bisognoso di correzione tutto ciò che contrastava con tali criteri, fosse esso un principio fondamentale o un dettaglio dell’Islam, oppure un comportamento dei musulmani. Alcuni di loro studiarono anche alquanto l’Islam per condurre ricerche e osservazioni. Ma i criteri delle loro critiche e delle loro ricerche erano ugualmente di tipo occidentale. Come poteva dunque il chiodo diritto dell’Islam entrare nel foro storto della loro mentalità?

Quando questi signori esprimono opinioni in materia religiosa, dalle loro parole appare chiaramente che continuino a tenere discorsi interminabili senza alcuna riflessione. La loro impostazione non è né coerente né organizzata secondo le regole della logica. Non fanno neppure il minimo sforzo per giungere a una conclusione corretta. La cosa più sorprendente è che, mentre parlano, non definiscono nemmeno la propria posizione. A proposito della stessa questione assumono disinvoltamente posizioni diverse: mentre stanno esponendo una determinata posizione, all’improvviso ne adottano un’altra e cominciano essi stessi a parlare contro quella precedente. Il pensiero superficiale è una caratteristica notevole delle loro discussioni religiose. Su qualsiasi argomento diverso dalla religione parlano con estrema attenzione e cautela. Sanno bene che, se lì pronunciassero qualcosa di incoerente, perderebbero ogni prestigio agli occhi degli ambienti colti. Ma, poiché per loro la religione non ha alcun valore o importanza, quando ne parlano non ritengono affatto necessario esercitare la propria mente. Proprio per questo, in questo campo possono parlare con assoluta sicurezza in modo sconnesso. Dal loro atteggiamento sembra che, sdraiati su una poltrona dopo il pasto, stiano semplicemente scambiando qualche battuta piacevole; perciò non sentono neppure il bisogno di rispettare le regole del parlare in materia.

Negli scritti di persone di questo genere si trova chiaramente, in secondo luogo, la rozzezza del loro pensiero e la povertà delle loro conoscenze. Su nessun argomento diverso dalla religione oserebbero parlare con una conoscenza tanto scarsa e riflessioni tanto insignificanti. Temono infatti di perdere il rispetto altrui se parlano di qualcosa senza conoscere i fatti reali. In materia religiosa, invece, non ritengono affatto necessario indagare, studiare e riflettere. Sulla base di ciò che apprendono superficialmente, formulano le proprie conclusioni e le espongono senza alcuna esitazione. Qui, infatti, non temono di essere messi alle strette. Forse saranno i mullah a farlo; ma è stato preventivamente dato per certo, in modo accuratamente pianificato, che i mullah siano ciechi, antiquati e di mentalità ristretta.

Nel saggio in questione dell’autorevole scrittore entrambe queste caratteristiche sono pienamente presenti. Dal suo articolo, innanzitutto, non si riesce affatto a capire se egli parli come musulmano o come non musulmano. Eppure, chi parla dell’Islam può assumere soltanto due posizioni: o assume la posizione dei musulmani, oppure parla come non musulmano. Chi parla come musulmano, qualunque cosa sia — ortodosso, di spirito indipendente o riformista — deve necessariamente parlare entro i confini dell’Islam. In altre parole, deve accettare senza esitazione il Sacro Corano come autorità finale e i principi religiosi e le norme della sharia stabiliti dal Corano. Infatti, se non crede all’autenticità del Corano e ritiene di poter criticare qualcosa dimostrato dal Corano, deve uscire dall’Islam. Dopo aver oltrepassato in tal modo i limiti, non può più parlare nella posizione di un musulmano. Se, al contrario, assume la seconda posizione, cioè se si dichiara non musulmano, può criticare liberamente i principi e le norme del Corano, poiché non riconosce il Corano come prova definitiva. Ma, dopo aver assunto questa posizione, non può avere alcun diritto di parlare come musulmano, di fingere di essere musulmano per spiegare ai musulmani il significato dell’Islam e per indicare la via del progresso all’Islam. Quando una persona intelligente e consapevole discute deliberatamente dell’Islam, terrà conto anche delle condizioni razionali relative alla posizione che può legittimamente assumere tra queste due. Infatti, dichiararsi musulmano e al tempo stesso criticare i principi e le norme stabiliti dal Corano, oppure mettere in discussione l’autenticità del Corano e contemporaneamente impartire consigli ai musulmani, non può essere l’operato di una persona intelligente. Non è altro che un vano tentativo di riunire due cose contraddittorie. Ciò significa che, nello stesso momento, una persona si presenta con entrambi i nomi, musulmano e non musulmano; nello stesso momento si trova sia dentro sia fuori dai confini dell’Islam.

Non nutriamo un’opinione così sfavorevole riguardo alla preparazione scolastica e all’intelligenza dell’autore da pensare che, se avesse dovuto parlare di un argomento diverso dall’Islam, avrebbe assunto allo stesso modo due posizioni reciprocamente contraddittorie. Né ci aspettiamo da lui che, seduto nella corte dell’imperatore dell’India — si ricordi che l’articolo fu scritto nel 1934 —, critichi l’ordinamento giuridico introdotto proprio dall’imperatore dell’India. Non ci aspettiamo neppure da lui l’audacia di rivendicare l’adesione a una religione o a una scuola di pensiero e poi dedicarsi alla critica dei suoi stessi princìpi fondamentali. Ma la cosa sorprendente è che, riguardo all’Islam, egli ha assunto due posizioni del tutto contraddittorie. Anzi, non si rende nemmeno conto di cambiare posizione continuamente. Da un lato si proclama musulmano, si presenta come tale, si rammarica delle disgrazie dei musulmani, manifesta interesse per il progresso dell’Islam e impartisce ai musulmani consigli in nome dell’«ihsān», cioè della «religione pura». Dall’altro, critica spregiudicatamente i princìpi fondamentali e l’ordinamento giuridico del Libro sul quale si fonda l’Islam e la cui accettazione come prova definitiva è una condizione indispensabile per essere musulmani. Il Corano ha dichiarato esplicitamente illecita la carne di maiale non in uno o due passi soltanto, ma almeno in quattro luoghi: al-Baqara, versetto 173; al-Māʾida, versetto 3; al-Anʿām, versetto 145; al-Naḥl, versetto 115. Eppure egli è favorevole a concedere alla gente una facilitazione in questa materia. La cosa curiosa è che anche questo desiderio di concedere una facilitazione sarebbe, a quanto pare, «per il progresso dell’Islam»! Sembra quasi che la preoccupazione per il progresso dell’Islam lo abbia preso più della preoccupazione per il Corano. Oppure che sia diventato impaziente di promuovere un Islam estraneo al Corano! In realtà, però, il Corano, proprio come fa per ogni altra cosa, stabilisce anche un regime alimentare per gli esseri umani e distingue tra ciò che è lecito e illecito, puro e impuro, tra gli alimenti. Dice persino con chiarezza: «Non avete il diritto di dichiarare lecito o illecito qualcosa secondo i vostri desideri». al-Naḥl, versetto 116. Ma egli insiste sui propri diritti in questa materia e mostra esitazione nel riconoscere i diritti del Corano. In altre parole, non è affatto disposto ad accettare qualsiasi intervento della religione in fatto di alimentazione! In realtà, diversamente dai seguaci di san Paolo — non di Gesù Cristo —, il Corano non ha confinato la religione in un ambito particolare. Al contrario, stabilisce norme per ogni aspetto: abbigliamento, cibo e bevande, matrimonio e divorzio, eredità, transazioni, politica, tribunali, diritto penale e così via. Eppure egli considera tutto questo un ostacolo al progresso e allo sviluppo dell’Islam. Ha sostenuto che questa legge trasforma l’essere umano in un cadavere inerte e in un bambino incapace di intendere. Perciò ha proposto che la nostra religione debba essere esattamente come la intendono i cristiani — in realtà, i seguaci di Paolo. Il Corano stesso ha stabilito le norme della sharīʿa e, definendole limiti fissati da Allah, ha ordinato di obbedirvi. Ma egli ha definito queste delimitazioni della sharīʿa delle catene. Come san Paolo, ritiene necessario spezzare tali catene per la diffusione e il progresso della religione. Secondo il Corano, la fede è la prima e indispensabile condizione della salvezza. Riguardo a chi non crede in Allah, il Corano proclama con parole inequivocabili che diventerà combustibile dell’Inferno. al-Anbiyāʾ, versetto 98. Non importa che siano una moltitudine incalcolabile o pochi, ricchi o poveri. Il suo atteggiamento, però, è il seguente: vedendo le innumerevoli masse di miscredenti e idolatri felici, agiate e prosperose, il suo animo non riesce in alcun modo ad accettare che, dopo pochi anni, essi diventeranno combustibile dell’Inferno! Non riesce proprio a capire quale altro delitto abbiano commesso, se non quello di aver reso prospero e magnifico il mondo di Dio! La domanda è: come può egli rimanere musulmano mentre mantiene un dissenso tanto aperto nei confronti del Corano? O, essendo musulmano, come può dissentire dal Corano? Se è musulmano, non dovrebbe dissentire dal Corano. E se desidera dissentire, dovrebbe farlo soltanto uscendo dai limiti stabiliti dall’Islam. Chi non è soddisfatto dei princìpi fondamentali e dell’ordinamento giuridico di una religione, chi non sente il proprio animo incline ad accettarne la verità, chi è incapace di comprenderne la validità, le cause e la razionalità, e considera discutibili alcuni o la maggior parte dei suoi aspetti, ha davanti a sé soltanto due strade: o uscirà da quella religione, acquistando il diritto di criticare senza riserve qualsiasi sua norma o disposizione; oppure, se desidera rimanervi con animo insoddisfatto, si asterrà dal manifestare pubblicamente il proprio risentimento contro di essa e, senza atteggiarsi a «mujtahid» e accanirsi contro il suo ordinamento, cercherà di dissipare i propri dubbi come farebbe un autentico studente. Secondo il sano giudizio e la ragione, soltanto queste due condotte possono essere logiche. E quando una persona dotata di vera coscienza si trova in una simile situazione, adotterà l’una o l’altra di esse. Ma la condizione dell’illustre autore e di molti altri che hanno ricevuto un’educazione occidentale è questa: non possiedono il coraggio morale di scegliere la prima strada, e si vergognano anche di seguire la seconda. Per questo hanno adottato una via intermedia e irrazionale: da una parte si uniscono ai musulmani, desiderano il progresso e lo sviluppo dell’Islam e mostrano agitazione per le sofferenze dell’Islam e dei musulmani; dall’altra dicono e fanno contro l’Islam tutto ciò che soltanto i non musulmani potrebbero dire e fare. Non esitano a criticare perfino il Sacro Corano, per non parlare degli hadith e del fiqh. Colpiscono senza ritegno ogni fondamento dell’Islam. Questi signori sostengono di essere gli unici razionalisti della società e, di conseguenza, di non poter accettare nulla di contrario alla ragione. La loro più grave accusa contro i «mullah» è poi che costoro non applicano il buon senso e la capacità di giudizio a nessuna questione. Eppure essi stessi, quando si tratta di religione, pronunciano apertamente affermazioni contraddittorie, adottano linee d’azione opposte e continuano a confutare una propria affermazione con un’altra: che razionalismo è mai quello che i ricercatori progressisti hanno scoperto, conquistandosi così il merito?

Ora esaminate più attentamente l’ampiezza delle loro conoscenze e la profondità del loro pensiero.

L’illustre autore ritiene necessario, per il progresso dell’Islam, abolire tutte le prescrizioni e i divieti della legge religiosa, come nel cristianesimo, e ridurre l’Islam a una religione fondata unicamente sulla fede. Egli ha infatti compreso che il segreto del progresso del cristianesimo risiede nel fatto che lì non esiste alcun confine tra lecito e illecito, né alcun vincolo derivante da norme morali. Lì all’uomo non sono stati sottratti i suoi diritti umani per trasformarlo in un cadavere inanimato e in un bambino incapace di intendere; al contrario, gli è stata concessa la libertà di fare ciò che vuole, purché creda in Cristo. Ma egli non ha riflettuto a fondo sul fatto che ciò che viene chiamato Islam si trova nel Corano. E il Corano ha definito Islam il nome complessivo sia della fede sia delle opere buone. Inoltre, ha stabilito confini chiari per le opere buone, ha fissato norme e disposizioni e ha indicato un sistema completo di vita pratica per l’esistenza individuale e collettiva. Senza un sistema del genere, l’Islam non può in alcun modo affermarsi come religione e come civiltà. E nessun musulmano ha ricevuto il diritto di abolire quel sistema e quei confini, perché la loro abolizione non è altro che l’abolizione dell’Islam stesso. E se l’Islam venisse abolito, quale significato potrebbe mai avere il suo progresso? Se vuole, può inventare egli stesso una religione e predicarla; ma quale diritto ha di spacciare per Islam ciò che è contrario al Corano e di chiamarne il progresso “progresso dell’Islam”?

Egli vuole chiamare Islam una semplice credenza, vale a dire questa: siamo responsabili delle nostre azioni nella vita terrena e nell’Aldilà. Probabilmente lo ha affermato nella speranza che, in tal modo, l’Islam rimanesse circoscritto, assumesse una natura semplice e mite e continuasse a diffondersi rapidamente.

Ma, se avesse riflettuto più a fondo sul significato di questa credenza, avrebbe potuto comprendere che l’Islam, anche dopo essere stato così limitato, non potrebbe soddisfarlo. Infatti, per definire religiosa questa credenza, occorre anzitutto credere nella vita ultraterrena. Inoltre, la responsabilità e il rendiconto dipendono da tre elementi. Primo: determinare la natura di Colui davanti al quale si dovrà rendere conto e riconoscerne la sovranità. Secondo: determinare la natura del rendiconto e, di conseguenza, distinguere nella vita concreta tra le azioni riuscite e quelle fallimentari. Terzo: determinare i diversi esiti del successo e dell’insuccesso quanto al rendiconto. Infatti, se successo e insuccesso avessero lo stesso esito, oppure non avessero alcun esito, il rendiconto diventerebbe del tutto privo di significato. Questa è la conseguenza logica della credenza che l’illustre autore vuole definire “religione pura”. Anche se, secondo la sua proposta, si facesse poggiare l’Islam su questa credenza, il problema dal quale egli vuole salvarsi finirebbe comunque per imporsi. Di conseguenza, diventerebbe nuovamente necessario credere in quel Dio senza il quale il Giappone sembra essere asceso al vertice del progresso. Si ricreerebbero quei vincoli della legge religiosa e quelle discipline morali che egli vuole spezzare e nei quali ritiene risieda il segreto per cui l’Islam non progredisce. Tornerebbe a manifestarsi anche la questione del castigo e della ricompensa, cioè della punizione e del premio; e, vedendo felici e prosperi in questa vita gli innumerevoli esseri creati da Dio senza credere in Lui, il suo animo si rifiuterebbe di accettare che, dopo appena pochi anni, essi vengano gettati nel castigo.

Dunque, dopo averci riflettuto, chiami piuttosto Islam qualcosa in cui non vi sia alcun vincolo derivante da norme o divieti, e in cui credenti e non credenti abbiano lo stesso esito finale. Qualcosa per cui, ai fini del successo nell’Aldilà, sia sufficiente rendere prospero e ben ordinato il mondo di Dio, e che permetta al suo animo, vedendo felici e prosperi gli innumerevoli esseri che non credono in Lui, di accettare che dopo alcuni anni tutti costoro saranno trasformati in usignoli del Paradiso.

Secondo le disposizioni del Corano, l’autore non considera corretta né comprovata la questione dell’assoluta illiceità della carne di maiale. Ha nutrito il dubbio che forse essa sia stata resa illecita per una ragione particolare riguardante gli Arabi. Ma, prima di esprimere questa opinione, gli sarebbe bastato aprire il Nobile Corano e leggerlo per dissipare il suo dubbio. Nel Corano si afferma chiaramente:

(in arabo)

Significato: O Profeta! Di’: “In ciò che mi è stato rivelato non trovo vietato ad alcun consumatore alcun alimento, eccetto la carne di animale morto, il sangue versato e la carne di maiale, poiché sono certamente impuri; oppure l’animale macellato invocando un nome diverso da quello di Dio, per disobbedienza. Ma chi si trova costretto e ne mangia, senza essere disobbediente né trasgredire i limiti, sappia che il tuo Signore è perdonatore e misericordioso”. (Sura al-An‘am, 145)

In questo versetto, la carne di maiale è stata resa illecita per ogni “consumatore” (in arabo). Come motivo della sua proibizione viene indicato il fatto che essa è “impura” (in arabo). La domanda è: con il termine consumatore si intende forse il consumatore arabo? Inoltre, una stessa cosa può essere pura per gli Arabi e impura per i non Arabi? Seguendo questa logica, l’autore vorrebbe forse concedere la stessa agevolazione anche ai mangiatori di cadaveri? Se vuole concedere un’agevolazione riguardo alla carne di maiale, lo faccia a titolo personale. Ma dove ha trovato il diritto di sostenere, contro la chiara dichiarazione del Corano, che la sua assoluta illiceità secondo il Corano non è una questione certa?

Gli odierni neo-mujtahid hanno escogitato un principio singolare per l’ijtihad. Uno dei loro principi distintivi è il seguente: riguardo a quella norma dell’Islam alla quale intendono opporsi, dichiarano senza esitazione che tale disposizione era stata stabilita per gli Arabi. Sebbene nel Corano non vi sia il minimo indizio a sostegno di questa restrizione, né alcun argomento o esempio in suo favore, essi non provano affatto imbarazzo nel fare simili affermazioni. Se questa tendenza continuerà, in un futuro non lontano forse arriveranno persino a voler destinare un giorno il Corano stesso esclusivamente agli Arabi.

Inoltre, ricorrere all’espressione (in arabo) — «chi si trova costretto, senza essere disobbediente né trasgressore» — per sostenere una simile argomentazione è talmente ridicolo da far venire voglia di lodare l’intelligenza e il buon senso dell’autore del resoconto di viaggio. Probabilmente egli ha interpretato il versetto in questo modo: «Quando ti nascerà spontaneamente il desiderio di mangiare carne di maiale, mangiane pure, ma non mangiarla seduto in giardino e non farne un’abitudine».

In realtà, solo chi non comprende il significato di una delle parole «costretto», «disobbediente» e «avvezzo» potrebbe ricavare da questo versetto un’agevolazione per gli Europei e i Cinesi riguardo alla carne di maiale. Altrimenti, chi conosce il significato di queste parole non potrebbe mai mostrare una simile audacia. In realtà, il versetto non significa che tutti coloro che sono assuefatti a mangiare carogne o a bere sangue, oppure che farebbero di tutto per la carne di maiale, o tra i quali sia generalmente diffuso il consumo di animali macellati invocando un nome diverso da quello di Allah, rientrino nella categoria di chi è privo di alternative. Se fosse così, l’intero divieto diventerebbe privo di senso. Infatti, se il divieto si applicasse ai consumatori di tali cose, essi continuerebbero a mangiarle secondo le proprie abitudini approfittando della situazione eccezionale; e se invece il divieto fosse rivolto a coloro che già si astengono spontaneamente da tali cose, non ve ne sarebbe alcuna necessità. In realtà, l’eccezione è stata introdotta aggiungendo all’espressione «costretto» la condizione «senza essere disobbediente né trasgressore». Ciò significa che, se una persona è sul punto di morire di fame e non riesce a procurarsi altro che cibo illecito, può mangiarne soltanto per salvare la vita, a condizione però di non oltrepassare i limiti dell’autorizzazione. In altre parole, non deve mangiarne più di quanto sia indispensabile per salvarsi la vita, né deve nutrire nel cuore il desiderio di trasgredire i limiti stabiliti da Allah. È proprio così che altrove viene formulata questa disposizione riguardo al divieto della carne di maiale, delle carogne e di simili alimenti:

(in arabo)

In altre parole, se qualcuno si trova costretto dalla fame e nel suo cuore non vi è attrazione per il peccato, in una simile condizione può mangiare cibo illecito». Da una parte c’è la norma coranica, dall’altra l’arringa dell’autore in favore degli Europei e dei Cinesi. Poiché gli abitanti di quei Paesi farebbero di tutto per la carne di maiale, proprio per questo, sfruttando l’eccezione indicata (in arabo), si dovrebbe rendere lecita per loro la carne di maiale, e per di più allo scopo di farli entrare nell’Islam: quale argomentazione assurda! Se si avviasse una tendenza a concedere facilitazioni nelle norme islamiche tenendo conto delle inclinazioni e delle passioni di ogni popolo, allora bisognerebbe rendere leciti, uno dopo l’altro, il vino, la fornicazione, l’usura e tutti gli altri oggetti proibiti di questo genere. La domanda è: che necessità c’è di far entrare nell’Islam coloro che non sono disposti a obbedire alla legge di Allah, a rispettare i limiti da Lui stabiliti e persino a considerare illecito ciò che è illecito? Quando mai l’Islam è dipeso da persone simili, al punto da dover trattare con loro per convincerle?

All’inizio l’autore non riusciva a comprendere neppure il motivo per cui la carne di maiale fosse illecita. Ma dopo aver riflettuto un poco, ha capito che, in linea di principio, esiste una grande distanza tra lo stomaco e la coscienza morale. È così giunto alla conclusione che la religione non ha alcun diritto di stabilire una distinzione tra lecito e illecito negli alimenti. Dalle sue parole è emerso anche questo mistero: di ciò che sa sul Corano non sa affatto più di quanto sappia sulle scienze fisiche (Physical Science). Certo, non conoscere il Corano non è motivo di particolare vergogna per una persona istruita e illuminata; ma un’ignoranza così grande della scienza è senza dubbio profondamente vergognosa. Ancora oggi egli non sa nemmeno quale sia il rapporto tra l’anima dell’uomo e la sua costituzione fisica, né quello tra la costituzione fisica e l’alimentazione. È sorprendente non che la sostanza che fornisce i componenti consumati del corpo e mediante la quale si formano tutte le arterie, le vene e il sistema nervoso del corpo non eserciti un’influenza naturale sul cuore e sull’anima; sorprendente sarebbe il contrario. Anche il mondo scientifico era stato in precedenza generalmente indifferente a questa verità; ma dalle recenti ricerche sulla dietetica (Dietetics) è emerso chiaramente che l’alimentazione esercita necessariamente un’influenza sul carattere morale dell’uomo e sulle sue facoltà mentali. Perciò gli scienziati moderni stanno conducendo ricerche sugli effetti esercitati dai diversi tipi di alimentazione sull’anima e sulla capacità di pensiero. Sembra che le conoscenze scientifiche del nostro amico laureato non siano affatto aggiornate (Up-to-Date). Altrimenti non avrebbe potuto sostenere con tanta sfacciataggine che, in linea di principio, esiste una grande distanza tra lo stomaco e la coscienza morale.

9

L’inganno del razionalismo

[L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel giugno 1936 sulla rivista mensile Tarjuman al-Qur’an — il curatore.]

Due

Da due decenni gli occidentali promuovono con grande vigore il razionalismo (Rationalism) e il naturalismo (Naturalism). Chi può negare la potenza della propaganda? Se una certa cosa viene continuamente, ripetutamente e insistentemente posta davanti agli occhi della gente e fatta penetrare nei suoi orecchi, per quanto tempo essa potrà proteggere la propria mente e il proprio cervello dalla sua influenza? Così, alla fine, per la gloria della propaganda, il mondo ha accettato l’idea che la conoscenza, la scienza e la civiltà dell’Occidente siano fondate su un razionalismo puro e sul naturalismo. Eppure, uno studio critico della civiltà occidentale rende assolutamente evidente che essa non poggia né sul razionalismo né su alcuna legge naturale; al contrario, l’intera struttura della civiltà occidentale è fondata esclusivamente sui sentimenti, sui desideri e sulle necessità. In realtà, il Rinascimento occidentale non fu altro che una violenta ribellione contro l’intelletto e la natura. Esso, abbandonando il discernimento, avanzò sulla via delle sensazioni e del materialismo. Si affidò ai sentimenti invece che alla ragione. Respinse le indicazioni della coscienza, le prove conformi alla ragione e gli impulsi naturali, proclamando invece i risultati materiali percepibili dai sensi come unico criterio reale e autentico. Considerò erronee le indicazioni della natura e assunse desideri e necessità come proprie guide. Ritenne insensata e priva di fondamento ogni cosa che oltrepassasse i limiti della misurazione. Definì inutile e superflua ogni cosa dalla quale non si potesse ricavare alcun interesse materiale percepibile dai sensi. In un primo momento, questa verità rimase nascosta persino agli stessi occidentali. Perciò, sebbene procedessero contro la ragione e la natura, essi coltivarono l’idea di aver inaugurato una nuova era del «libero razionalismo» fondata sul «razionalismo» e sul «naturalismo». In seguito, tuttavia, il vero segreto venne alla luce. Ma non ebbero il coraggio morale di riconoscerlo. Così, con estrema astuzia, stendevano un velo di prove razionali e di naturalismo sull’idolatria della materia, sulla schiavitù agli impulsi e sulla totale soggezione ai sensi. Ma, secondo il proverbio inglese, oggi «il gatto è completamente uscito dal sacco». L’irrazionalità e l’opposizione alla natura sono diventate così evidenti che non è più possibile stendervi sopra alcun velo. Per questo oggi si proclama apertamente la ribellione tanto contro la ragione quanto contro la natura. Dal sacro orizzonte della conoscenza e della scienza fino alla società, all’economia e alla politica, ovunque è stata innalzata la bandiera della ribellione. Di conseguenza, fatta eccezione per un gruppo di ipocriti «rivolti al passato», tutti i leader del mondo moderno hanno riconosciuto sulla propria civiltà soltanto il dominio dei desideri e delle necessità.

Gli occidentalisti e i filo-europei sono ancora diversi passi indietro rispetto ai loro maestri. Poiché la loro formazione intellettuale si è sviluppata nell’ambito di quell’istruzione, di quell’ambiente umano, di quella cultura e di quella civiltà, era naturale che anche in loro si sviluppassero il culto delle sensazioni e del materialismo e la schiavitù ai desideri e alle necessità. Ed è proprio ciò che sta accadendo. Tuttavia, non sono ancora giunti al punto in cui il gatto esce dal sacco. Attraverso i loro discorsi e i loro scritti, continuano ad affermare: noi riconosciamo soltanto le indicazioni della ragione e della natura. Presentateci soltanto prove razionali. Se una cosa non viene dimostrata mediante argomenti razionali e prove naturali, non accetteremo nulla. Ma nel sacco di queste grandi parole è nascosto un gatto che non è né razionale né naturale. Analizzando i loro scritti, si comprenderà chiaramente che la loro mente e il loro cervello sono del tutto incapaci di cercare e comprendere le prove razionali e gli impulsi naturali. Esaminando il significato di ciò che essi chiamano «benessere prodotto dalla ragione», si scoprirà che in realtà si tratta di «benessere derivato dall’esperienza». E il benessere derivato dall’esperienza è qualcosa di solido, pesante, calcolabile e misurabile. Essi non sono affatto disposti ad ammettere una cosa il cui beneficio o utilità non possa essere dimostrato calcolandolo secondo regole matematiche, pesandolo su una bilancia o misurandolo con un metro. E finché la sua utilità, in questo senso particolare, non sarà dimostrata, ai loro occhi credere in essa e obbedirle è assolutamente un atto «irrazionale». Anche il mistero della loro pretesa di seguire le indicazioni della natura diventa evidente se la si esamina più a fondo. Secondo loro, per natura non s’intende la natura umana, bensì la natura biologica. E nella natura biologica non vi è posto per la ragione cosciente né per i sentimenti del cuore: essa è fatta soltanto di sensazioni, desideri e completa soggezione ai sensi. Per loro sono degne di fede soltanto le cose capaci di influenzare i sensi dell’uomo, di soddisfare i suoi desideri e le sue passioni e di appagare le sue esigenze fisiche e mentali; sono affidabili soltanto le cose la cui utilità possa essere facilmente verificata, mentre il cui danno non sia visibile o sia meno evidente della loro utilità. Al contrario, le cose che appartengono alla natura autentica dell’uomo, la cui importanza egli percepisce attraverso la propria coscienza e il cui beneficio o danno non è materiale né sensibile, bensì spirituale e interiore, sono per loro superstizione, assurdità, inutilità e superfluità.

Attribuire una qualche importanza a cose del genere — e persino riconoscerne l’esistenza — equivale, secondo loro, a cecità, superstizione e antiquatezza. Da un lato, una simile avversione per la ragione e la natura; dall’altro, la pretesa di essere razionalisti e progressisti! La loro ragione e la loro coscienza sono giunte a un tale livello di bancarotta da non riuscire a percepire la contraddizione reciproca.

L’educazione, la cultura e la civiltà dovrebbero arrecare all’animo umano almeno questo beneficio: il suo pensiero, la sua coscienza e le sue riflessioni non dovrebbero essere dispersi, sconnessi e disordinati. Egli dovrebbe adottare un metodo di pensiero chiaro e semplice. Ordinando correttamente il corso degli eventi, dovrebbe giungere a conclusioni accurate. Dovrebbe evitare gli errori evidenti, come le contraddizioni e le assurdità prive di senso. Tuttavia, salvo alcune eccezioni, i nostri comuni gentiluomini istruiti sembrano privi persino di questi benefici fondamentali dell’elevazione mentale. Prima di discutere di una questione, non si riscontra in loro alcuna capacità di individuare da sé la posizione corretta, di comprendere le conseguenze intellettuali di tale posizione e, tenendone conto, di seguire una linea argomentativa coerente con essa. Conversando con loro o dando un’occhiata ai loro scritti, si ha fin dal primo momento l’impressione che il loro modo di pensare sia estremamente sconnesso. Dopo aver iniziato la discussione da una certa premessa, poco dopo cambiano posizione e, avanzando ancora, ne assumono addirittura una completamente diversa. Non selezionano con ponderazione i dati necessari a dimostrare la loro tesi, né li dispongono secondo i principi della logica. Qual è la loro vera tesi? Quale questione cercavano di esaminare quanto a verità o falsità, e quale conclusione hanno infine raggiunto? Cercando dall’inizio alla fine, non si riesce a trovare risposta a queste domande. La ragione profonda di questa situazione è che l’obiettivo principale della civiltà contemporanea e del moderno sistema educativo sottoposto alla sua influenza è rivolto esclusivamente al sensualismo e al materialismo. Esso risveglia la cupidigia e i desideri dell’uomo, stimola il suo senso dei bisogni e imprime profondamente nel suo cuore e nella sua mente l’importanza degli oggetti percepibili dai sensi, ma non ne sviluppa l’intelletto e la mentalità. Certo, suscita in lui la presunzione del discernimento, della riflessione e della capacità critica, e tale presunzione lo spinge a sottoporre ogni cosa a una critica «razionale» e a negare tutto ciò che, ai suoi occhi, non è «ragionevole»; in realtà, però, il suo animo è del tutto avverso al razionalismo. In lui non può svilupparsi affatto la capacità di risolvere una questione o di prendere una decisione seguendo una linea di ragionamento impeccabile.

La prova più evidente dell’irrazionale «razionalismo» di questi moderni orgogliosi della propria istruzione si trova nelle questioni religiose. Ciò perché, sotto ogni aspetto, le dottrine occidentali sono in conflitto con le basi spirituali, morali, sociali e culturali della religione.

Per dimostrare la verità di quanto detto, discuta di una questione religiosa con una persona istruita all’inglese e, per verificare il suo stato mentale, gli chieda di dichiararsi musulmano. Poi gli presenti un precetto della Sharia e gli esponga le prove a suo sostegno. Subito quel gentiluomo si scuoterà e dirà con aria di grande intelligenza: «Questa è nient’altro che mera “mollacrazia”. Portatemi argomenti e prove. Se non avete argomenti e prove, oltre a semplici descrizioni o citazioni, non accetterò nulla di ciò che dite». Ebbene, già da queste poche parole si rivelerà il mistero: il soffio del razionalismo non ha neppure sfiorato quel gentiluomo. Nonostante anni di istruzione, formazione e studio, il poveretto non è riuscito a comprendere quale sia la conseguenza intellettuale del pretendere argomenti e prove riguardo a una questione, né quale sia l’effettiva posizione di chi avanza tale pretesa.

Dal punto di vista dell’Islam, per diritto l’uomo può trovarsi soltanto in una delle due condizioni: o sarà musulmano, oppure non musulmano, cioè miscredente. Essere musulmano significa aver riconosciuto con il cuore e con l’anima Allah e il Suo Messaggero. Significa anche aver riconosciuto che qualunque comando il Messaggero trasmetta da parte di Allah, egli lo obbedirà senza discutere. In tale situazione, non ha più il diritto di esigere argomenti e prove a sostegno separatamente di ciascun precetto. In quanto musulmano, il suo compito è soltanto accertare se il Messaggero di Dio abbia impartito una determinata disposizione. Dopodiché, anche se tale disposizione non è dimostrata mediante la consueta logica, egli dovrebbe obbedirvi immediatamente. Naturalmente può chiedere argomenti e prove per ottenere tranquillità mentale e lungimiranza. Ma tale richiesta può essere avanzata soltanto quando egli sia pronto a obbedire alla disposizione. Esigere argomenti e prove come condizione preliminare all’obbedienza e rifiutarsi di obbedire qualora tali argomenti e prove non vengano forniti, oppure qualora non si raggiunga la tranquillità mentale, significa in realtà negare l’autorità del Messaggero di Dio; e questa negazione equivale alla miscredenza. Eppure, all’inizio egli si era proclamato musulmano. Se ora assume il ruolo del miscredente, il suo posto legittimo non è entro i confini dell’Islam, bensì al di fuori di essi. Prima di tutto dovrebbe avere il coraggio morale di uscire da una religione in cui in realtà non crede affatto. Solo allora acquisirà il diritto di esigere argomenti e prove, e sarà possibile rispondere a tale richiesta.

Questa è la regola conforme alla sana ragione e al sano giudizio. Altrimenti, nessun sistema normativo al mondo potrebbe essere istituito. Se i cittadini di uno Stato pretendessero la giustificazione razionale di ogni ordine governativo e si rifiutassero di obbedire agli ordini senza argomentazioni, quello Stato non potrebbe sopravvivere neppure per un istante. Se ogni soldato di un esercito chiedesse la ragione di ogni ordine del comandante e ponesse in ogni questione la propria tranquillità mentale come condizione preliminare dell’obbedienza, in realtà nessun esercito potrebbe essere costituito. In breve, sulla base del principio secondo cui si dovrebbe cercare di soddisfare ogni persona coinvolta e nessuno dovrebbe eseguire un ordine finché non abbia raggiunto la tranquillità, non sarebbe possibile istituire alcuna scuola, università, associazione o, in una parola, alcun sistema sociale. In genere, una persona entra a far parte di un’istituzione con questa convinzione primaria e fondamentale: avere piena fiducia nell’autorità superiore dell’istituzione e riconoscerne l’autorità. Finché farà parte di tale istituzione, sarà suo dovere obbedire agli ordini dell’autorità superiore; anche se non riuscisse a essere soddisfatta di una questione secondaria, sarebbe comunque suo preciso dovere obbedire. Naturalmente, è un’altra cosa disobbedire a un ordine commettendo un’infrazione. Una persona può restare membro di un’istituzione pur disobbedendo in questioni di poco conto; ma se qualcuno dichiara che, persino nelle questioni più insignificanti, la soddisfazione personale è una condizione preliminare all’obbedienza, bisogna capire che rifiuta di riconoscere l’autorità dell’autorità superiore. Ciò equivale a una ribellione manifesta. Se un simile principio operativo venisse adottato in uno Stato, contro quella persona verrebbe intentato un processo per tradimento dello Stato. Se accadesse in un esercito, sarebbe sottoposta alla corte marziale. Se accadesse in una scuola o in un’università, verrebbe immediatamente espulsa. Se accadesse nell’ambito della religione, verrebbe emessa contro di essa una fatwa di miscredenza. A nessuno può essere riconosciuto, dall’interno di un’istituzione, il diritto di esigere argomenti e prove di questo genere. Il posto effettivo di chi avanza una simile pretesa non è all’interno, bensì all’esterno. Pertanto, dovrebbe innanzitutto uscirne. Dopo di ciò, potrà avanzare tutte le obiezioni e le proteste che desidera.

Nell’ambito dell’organizzazione dell’Islam, questo è un principio fondamentale, una base. L’Islam non ha impartito anzitutto ordini all’uomo; piuttosto, per prima cosa lo ha invitato ad avere fede in Allah e nel Messaggero. A sostegno di questa sola verità sono state presentate tutte le argomentazioni e le prove. Attraverso ogni prova accompagnata da argomentazioni e attraverso i segni della natura, si è cercato di rassicurare l’uomo sul fatto che Allah è il suo Signore e che Muhammad, sallallahu alayhi wa sallam, è il Messaggero di Allah. Potete esaminare e verificare questa questione fondamentale con tutte le argomentazioni e le discussioni che desiderate. Se nessuna argomentazione o prova riuscisse a soddisfarvi, non sareste mai costretti ad accettare l’Islam. Nessuna norma o disposizione islamica sarebbe applicata nei vostri confronti. Ma nel momento stesso in cui accettaste volontariamente l’Islam, diventereste un ‘musulmano’. E la parola musulmano significa proprio sottomesso. Dopodiché, non è affatto necessario mostrarvi argomentazioni e prove riguardo a ogni comandamento dell’Islam né lasciare l’osservanza dei comandamenti alla vostra tranquillità mentale; al contrario, qualunque comandamento vi giunga da parte di Allah e del Messaggero, manifestare la propria obbedienza nei suoi confronti senza obiezioni è il primo dovere di un musulmano:

(Arabo)

Significato: Il dovere dei credenti è questo: quando vengono chiamati ad Allah e al Messaggero, affinché il Messaggero possa giudicare tra loro, devono dire: «Abbiamo ascoltato e obbediamo». (Sura an-Nur, 51)

In verità, esigere argomentazioni e prove come condizione della fede e dell’obbedienza è qualcosa di completamente contraddittorio. Conciliare queste due cose è assolutamente contrario alla sana ragione. Nessun credente può esigere argomentazioni e prove in questo modo. D’altra parte, neppure un razionalista di questo genere può essere un credente:

(Arabo)

Significato: Quando Allah e il Messaggero hanno decretato una decisione in una questione, i credenti, uomini e donne, non hanno alcun diritto di prendere una decisione autonoma al riguardo. (Sura al-Ahzab, 36)

Alla base del grande successo ottenuto dall’Islam nel campo della riforma e dell’organizzazione vi fu l’influenza diretta di questo principio. Dopo aver radicato nelle persone lo spirito della fede, quando veniva proibita una cosa, l’intera comunità dei credenti se ne asteneva. Al contrario, quando veniva impartito un ordine, bastava un solo cenno perché esso fosse messo in pratica da milioni e milioni di persone. Se fosse stato necessario presentare argomentazioni e prove in ogni questione, e se l’osservanza della legge fosse dipesa dalla comprensione della razionalità e del significato di ogni proibizione e di ogni comandamento, allora ciò che il Messaggero, sallallahu alayhi wa sallam, riuscì a riformare e a organizzare nel carattere e nel comportamento umano in soli ventitré anni non sarebbe stato possibile neppure fino al Giorno del Giudizio.

Ciò non significa che le norme dell’Islam siano contrarie alla ragione o che anche una sola delle loro disposizioni minuziose sia priva di significato. Né significa che l’Islam esiga dai suoi seguaci una cieca taqlid e vieti loro di ricercare la base razionale e naturale delle sue norme e di comprenderne il significato. La realtà è l’opposto. Per seguire correttamente l’Islam sono assolutamente indispensabili un’intelligenza acuta e discernimento. Quanto più profondamente una persona comprenderà il significato e la razionalità delle norme islamiche, tanto più perfettamente potrà seguirle. L’Islam non vieta questo tipo di comprensione e lungimiranza; anzi, lo incoraggia. Tuttavia, tra la ricerca intellettuale successiva alla manifestazione dell’obbedienza e la valutazione preliminare, posta come condizione dell’obbedienza, vi è una differenza enorme. Il musulmano manifesta anzitutto un’obbedienza incondizionata. In seguito cerca di comprendere il significato e la razionalità delle norme islamiche. Ma ciò non significa che riuscirà a comprendere la razionalità di ogni singola norma. In realtà, egli ha piena fiducia e soddisfazione riguardo alla signoria di Allah e alla profezia del Messaggero. Dopodiché desidera acquisire una soddisfazione ancora maggiore anche nelle questioni minuziose, per raggiungere una piena lungimiranza. Se ottiene tale soddisfazione, manifesta gratitudine verso Allah; ma se non riesce a ottenerla, sulla base della piena soddisfazione nei confronti di Allah e del Messaggero, continua senza esitazione a obbedire alle norme islamiche. Che confronto può esserci tra lui e colui che pretende argomentazioni e prove a ogni passo, dicendo: «Andrò avanti solo se riuscirete a soddisfarmi, altrimenti tornerò indietro»?

Recentemente è giunto alla nostra attenzione un opuscolo pubblicato da un gruppo musulmano. Questo gruppo è composto da musulmani altamente istruiti. I suoi membri non sono contrari alla religione; anzi, secondo la loro stessa concezione, stanno rendendo grandi servigi alla religione. Tra gli argomenti che diffondono in nome della «riforma» religiosa, uno dei più significativi è il divieto rivolto ai musulmani di compiere il sacrificio ogni anno durante la festa di Bakar Eid. Inoltre consigliano ai musulmani di destinare il denaro che spendono per macellare gli animali al sostegno delle istituzioni nazionali, al mantenimento degli orfani e delle vedove e alla creazione di posti di lavoro per i disoccupati. Non siamo entrati in possesso del resoconto completo dell’obiezione sollevata da un musulmano in merito a questa propaganda. Tuttavia, in risposta alla sua obiezione, è stato detto:

Finora nessuno, al di là della mera osservanza rituale e dell’imitazione cieca, ha mai messo in luce i benefici razionali e pratici del sacrificio. … Se qualcuno ci informerà della ragionevolezza del sacrificio, gliene saremo grati.

Questo è il campione degli scritti di coloro che si proclamano «istruiti» e «illuminati». Da una parte, una pretesa urlata di «razionalismo»; dall’altra, un tale culmine dell’«irrazionalità»! Queste due frasi, scaturite dalla «sacra penna» di un certo individuo, dimostrano che egli non ha ancora definito il proprio corretto ruolo. Se vuole parlare in quanto musulmano, dovrebbe inchinarsi davanti alla «tradizione». Solo dopo può avere il diritto di esigere ragioni e prove. Ma non come condizione dell’obbedienza; soltanto per la propria soddisfazione mentale. Se invece pretende ragioni e prove prima di manifestare obbedienza, e se questa diventa una condizione della sua obbedienza, allora non ha il diritto di parlare in quanto «musulmano». Chi esige argomentazioni di questo tipo dovrebbe innanzitutto assumere il ruolo di un non musulmano. Solo allora avrebbe il diritto di sollevare liberamente obiezioni su qualunque questione. Ciò non gli darebbe però il diritto di atteggiarsi a «mufti» e di emettere fatwa su questioni religiose riguardanti i musulmani. Egli svolge contemporaneamente due ruoli contraddittori, senza tuttavia assumersi la responsabilità intellettuale di uno di essi. Da una parte non si è limitato a essere un «musulmano», ma si è persino atteggiato a «mufti dell’Islam»; dall’altra, proprio lui considera inutile la «tradizione autorevole». Quando una prescrizione viene dimostrata mediante una «tradizione autorevole», egli rifiuta di obbedirvi e pone come condizione che, innanzitutto, se ne mettano in luce la razionalità e i benefici pratici. In altre parole, non è disposto a obbedire a un comando soltanto perché è il comando di Allah e del Messaggero; vi obbedirà invece sulla base della sua razionalità e dei suoi benefici pratici. Se non riesce a percepire tali benefici, oppure se secondo i suoi criteri essi non risultano utili, allora abrogherà la prescrizione divina e condurrà una propaganda contro di essa. La definirà una pratica «irrilevante», «priva di senso», «superflua», anzi dannosa e dispendiosa. Non solo: impiegherà tutte le proprie energie per impedire ai musulmani di seguirla. Può qualcuno considerare ragionevole e sensato un comportamento così contraddittorio e l’assunzione di ruoli tanto incompatibili? Non c’è dubbio che la pretesa dell’autore di avere ragioni e prove sia legittima. Ma dimostri innanzitutto di essere egli stesso una persona dotata di giudizio e discernimento.

Il beneficio razionale e quello derivante dall’esperienza non sono il nome di una cosa particolare e definita; sono piuttosto qualcosa di relativo e qualitativo. Il discernimento di una persona considera utile una cosa, mentre il discernimento di un’altra esprime un’opinione contraria. Una terza persona ammette una certa utilità in quella cosa, ma non le attribuisce affatto importanza; considera invece più utile un’altra cosa. Quanto al beneficio derivante dall’esperienza, le divergenze sono ancora maggiori. Ciò accade perché ciascuno ha una concezione diversa dell’utilità. In base a tale concezione, ogni persona, sulla base della propria esperienza o di quella altrui, giudica una cosa utile o dannosa. Per una persona è desiderabile soltanto il vantaggio apparente e va evitato soltanto il danno apparente. Le sue preferenze saranno necessariamente diverse da quelle di una persona dotata di lungimiranza. Inoltre, nella maggior parte delle cose vi sono un certo tipo di vantaggio e un altro tipo di danno. Una persona accetta tali cose perché considera trascurabile il danno rispetto al vantaggio; un’altra invece le evita perché ritiene il danno maggiore del vantaggio.

Inoltre, talvolta si osserva un contrasto tra il beneficio razionale e quello derivante dall’esperienza. Dal punto di vista dell’esperienza, una cosa può essere dannosa; tuttavia, secondo il giudizio del discernimento, si dovrebbe sopportare quel danno in vista di un beneficio razionale di grande portata. Un’altra cosa può essere utile dal punto di vista dell’esperienza, ma, secondo il comando della coscienza, è doveroso evitarla per sfuggire a un danno razionale. Finché esistono contrasti o conflitti di questo genere, è impossibile giungere a una decisione unanime sui benefici «razionali» e «derivanti dall’esperienza» di una cosa. Ed è ugualmente impossibile che tutti siano d’accordo sull’utilità di una cosa, senza lasciare ad alcuno la possibilità di avere un’opinione diversa o di negarla. Perché parlare soltanto del sacrificio? Tra la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio, l’elemosina obbligatoria e gli altri comandi e divieti della Sharia, vi è forse qualcosa la cui razionalità e i cui benefici derivanti dall’esperienza siano apparsi chiari come la luce del giorno, e che tutti gli esseri umani abbiano accettato di obbedire dopo averli compresi? Se fosse così, non si troverebbe al mondo neppure una persona che abbandonasse la preghiera o il digiuno, o che non credesse nel pellegrinaggio e nell’elemosina obbligatoria. Per questo la norma religiosa non dipende dal discernimento e dall’esperienza di ogni singola persona; il suo fondamento è invece la fede e l’obbedienza. Il musulmano non ripone mai la propria fede nella razionalità e nei benefici derivanti dall’esperienza; la sua fede è riposta in Allah e nel Suo Messaggero. La sua religione non consiste nell’accettare una cosa soltanto quando ne siano dimostrate la razionalità e l’utilità, e nel rifiutarla non appena ne risultino evidenti l’irrazionalità e l’inutilità. La sua religione consiste piuttosto in questo: ciò che è dimostrato essere un comando di Allah e del Messaggero è obbligatorio da osservare, mentre ciò che non è autorevolmente dimostrato non merita di essere osservato.

Dunque, la questione che ora si pone è questa: la fede dell’autore è riposta nella razionalità e nell’utilità, oppure in Allah e nel Messaggero? Se è vera la prima ipotesi, egli non ha il minimo rapporto con l’Islam. Con quale diritto, allora, parla fingendosi musulmano e consiglia alla gente di «abbandonare la cosiddetta sunna del deserto»? Se invece è vera la seconda ipotesi, non dovrebbe assumere la razionalità e l’utilità come base della discussione. Dovrebbe piuttosto porsi questa domanda: il sacrificio è forse soltanto una pratica inventata dai musulmani? Oppure è un atto di culto scelto da Allah e dal Messaggero, che lo stesso Messaggero di Allah ha istituito tra la sua comunità?

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Le vuote parole del progressismo

(L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel giugno 1933 sulla rivista Tarjuman al-Qur’an — Redazione)

Nel numero di giugno 1933 della rivista «Nigar», il signor Niaz Fatehpuri ha pubblicato un’ampia recensione del «Tarjuman al-Qur’an», da me diretto. Per questo rendo grazie al signor Fatehpuri. In genere non è consuetudine polemizzare o pubblicare una contro-recensione in risposta alle critiche apparse sui periodici. Tuttavia, nel suo articolo il valente critico ha espresso alcune opinioni legate ai principi fondamentali della sua particolare concezione della religione progressista, e uno dei principali obiettivi del Tarjuman al-Qur’an è proprio correggere tali principi. Per questa ragione ritengo assolutamente necessario cogliere questa prima occasione per esprimere al riguardo il mio personale punto di vista. Egli ha scritto:

Lo scopo di questa rivista è evidente già dal suo nome: diffondere correttamente tra la gente il significato, la portata e gli insegnamenti del Corano. Nessuno può certamente negare l’utilità di questo obiettivo. Tuttavia, come ha riconosciuto lo stesso valente direttore, nel nostro tempo il suo conseguimento non è affatto facile. In passato, infatti, per religione si intendevano soltanto l’imitazione cieca degli antenati e attività rivolte al passato. A quel tempo non era affatto difficile atteggiarsi a predicatore o riformatore religioso. Ma le moderne conoscenze scientifiche e le nuove scoperte scientifiche hanno dato una forma completamente nuova al «pensiero e all’azione» dell’uomo, arricchendo la sua mente con la «libertà di pensiero e di espressione delle proprie opinioni». Oggi, dunque, non è possibile mantenere in vita la religione mostrando soltanto come prova i comportamenti, i princìpi d’azione e le correnti di pensiero degli antenati. Un tempo si poteva forse discutere o dibattere dell’unicità di Allah; oggi, invece, si considera addirittura impossibile l’esistenza di Allah. Nei tempi passati si poteva forse dimostrare, con l’aiuto dei miracoli, la guida del Messaggero, pace e benedizione su di lui; oggi, proprio sulla base di quei miracoli, la «scienza magnetica» si accinge a creare innumerevoli profeti e messaggeri. In passato un predicatore poteva rivolgersi ad Allah, Signore del Trono e del Kursī, guardando verso il cielo; oggi, invece, non esiste neppure qualcosa chiamato cielo. In tali circostanze, un simile comportamento non può essere affatto benefico. In conclusione, non è più il tempo della «fede nell’invisibile»: è giunto il tempo della fede nell’esperienza e nell’osservazione. In un momento così critico, accorrere in aiuto della religione non è affatto facile. Tanto più che oggi la stessa idea di religione non è molto accettabile agli occhi della gente, e per questo il compito appare ancora più difficile.

Proseguendo, egli ha scritto inoltre:

Il Sacro Corano è diviso, quanto al significato, in tre parti. La prima contiene insegnamenti morali. La seconda espone le credenze dell’‘aqīda. La terza comprende racconti ed esempi storici. Non è necessario scrivere molto sulla prima parte, né occorre addurre prove documentarie al riguardo, perché l’etica di tutte le religioni è pressoché identica. E tutti sono costretti a riconoscere che l’etica islamica non è né diversa né inferiore a quella delle altre religioni. Si dovrebbe invece dedicare maggiore attenzione alla seconda e alla terza parte, perché le moderne conoscenze scientifiche e le scoperte scientifiche hanno suscitato nella gente dubbi e perplessità riguardo a entrambe. E, a dire il vero, chiunque riuscisse a dissipare tali dubbi e sospetti verrebbe riconosciuto come il mujaddid del secolo presente. Per questo suggerirei di aprire al riguardo una sezione permanente. Attraverso tale sezione si dovrebbero esaminare tutti i versetti coranici relativi alle credenze dell’‘aqīda e ai racconti. In seguito, dopo aver determinato il vero scopo e significato di questi versetti, sarebbe necessario confutare tutte le obiezioni e le contestazioni sollevate dagli studiosi e dai ricercatori moderni.

In conclusione, egli scrive:

In futuro lo invito innanzitutto a discutere il significato della rivelazione e dell’‘ilm, poiché dalla comprensione di queste cose dipende la comprensione profonda della Parola di Allah. Dovrebbe essere affrontata anche la questione dell’Ākhira, perché dalla sua soluzione dipende la questione della religiosità e dell’irreligiosità. Desidero vedere quale spiegazione egli offrirà della Parola divina e dell’Ākhira. Solo dopo presenterò i miei dubbi, le mie perplessità e le mie obiezioni; se egli riuscirà a dissiparli con i suoi sforzi, ne sarò estremamente lieto. Infatti oggi molti sono tormentati dalla terribile maledizione del «fingersi musulmani per necessità». Una delle sue principali cause è la fede nell’Aldilà.

Tralasciando i dettagli ai quali il valente critico ha accennato in questo brano, desidero concentrarmi soltanto sulle questioni fondamentali.

Egli ha diviso la trattazione del Nobile Corano in tre parti. Noi, tuttavia, possiamo dividerla agevolmente in due. Il contenuto della prima parte è al di là dei limiti della nostra conoscenza, della ragione e della capacità di giudizio. Non possiamo definire in modo definitivo nessuno dei suoi argomenti né falso né vero. Perciò, riguardo a essi, il Corano ci invita ad avere fede nell’invisibile. Gli argomenti della seconda categoria non sono al di là dei limiti della nostra conoscenza, e ci è possibile giungere a una conclusione ragionata su di essi. In questa prospettiva, oltre all’esistenza e agli attributi di Allah, agli angeli, alla rivelazione, ai Libri divini, al significato della profezia, alla resurrezione dopo la morte, alla punizione e alla ricompensa nell’aldilà e ad altri argomenti simili, appartengono alla prima categoria anche tutti gli argomenti menzionati nelle narrazioni storiche e negli esempi che sono al di là dei limiti della conoscenza, della ragione e della capacità di giudizio. Che questi argomenti siano al di là della capacità di giudizio umana comune, oppure che la nostra incapacità consista nel decidere, allo stadio intellettuale e scientifico attuale, riguardo alla loro verità e correttezza, non cambia nulla. Al contrario, gli insegnamenti morali dell’Islam, la purificazione dell’anima e tutti gli argomenti relativi alla vita umana appartengono alla seconda categoria.

Secondo il qualificato critico, non vi è alcuna necessità di discutere della seconda parte, poiché a questo riguardo gli insegnamenti dell’Islam sono analoghi a quelli delle altre religioni. A suo parere, invece, è assolutamente necessario discutere della prima parte, perché è proprio riguardo agli argomenti che vi rientrano che sono sorti tra la gente dubbi e perplessità. Ma la domanda è: perché sorgono dubbi e perplessità riguardo a questi argomenti? Egli ha risposto che in passato, a causa dell’arretratezza e dell’ignoranza, la gente aveva fede nelle realtà invisibili. Oggi, però, la moderna conoscenza scientifica e le nuove scoperte e invenzioni scientifiche hanno dato una forma nuova al pensiero e all’azione dell’uomo, arricchendo la sua mente mediante la libertà di pensiero e di coscienza. Per questo oggi non è più il tempo della «fede nell’invisibile», bensì è giunto il tempo di avere «fede nell’esperienza e nell’osservazione».

Questa opinione si fonda su diversi errori. Il primo consiste nel non comprendere la reale differenza tra il passato e il presente. Purtroppo, il signor Niaz non è il solo; al contrario, una grande schiera è immersa nella falsa convinzione che la lampada della religione potesse diffondere luce soltanto nelle tenebre delle epoche passate, ma che, dopo il sorgere del sole della moderna conoscenza scientifica, non possa più risplendere. Eppure, quella scienza razionale che essi definiscono raggio di luce non è un patrimonio esclusivo della nostra epoca. Queste conoscenze scientifiche hanno già accecato allo stesso modo la vista della gente nei tempi passati. E anche coloro la cui vista era stata accecata in passato pensavano che la lampada della religione non potesse più risplendere. Secondo loro, anche la moderna conoscenza scientifica e le nuove scoperte scientifiche di quei tempi avevano dato una forma nuova al pensiero e all’azione, e avevano arricchito a tal punto le menti delle persone con la ragione del pensiero e della coscienza che, in quell’epoca così luminosa, non vi era più spazio per avere fede nell’invisibile. Non era forse questa la situazione dal II al IV secolo dell’Egira? Quando le idee di filosofi e scienziati come Platone, Aristotele, Epicuro, Zenone, Berkeley, Alessandro, Ferdowsi, Plotino e altri si diffusero nei paesi musulmani, inaugurando una nuova epoca nel pensiero filosofico e nella ricerca intellettuale, non vi era forse allora un gruppo di persone che sosteneva la medesima opinione? La libertà del pensiero e dell’intelletto di quei tempi, nonché la nuova forma dei comportamenti e delle concezioni, non produssero forse proprio in questo modo dubbi e perplessità nella fede religiosa della gente? Ma che cosa accadde poi? Molte delle dottrine filosofiche e delle conclusioni speculative alle quali la gente di allora aveva prestato fede furono in seguito dimostrate false. La violenta luce del sapere scientifico alla quale la lampada della religione sembrava loro sul punto di spegnersi si affievolì completamente in una sola svolta dei tempi. La loro «moderna conoscenza scientifica» divenne una cosa antiquata. Le loro nuove «scoperte scientifiche» persero la capacità di dare una nuova forma al pensiero e all’azione. Ciò a cui avevano dato una nuova forma fu considerato ormai vecchio. Persino la maggior parte degli argomenti e delle prove da loro addotti confidando pienamente nelle scoperte scientifiche contemporanee, e delle dottrine filosofiche da essi fondate su tali basi, oggi non esiterebbe neppure per un istante a definirla priva di senso e inutile persino uno studente mediocre.

Stando così le cose, se qualcuno dicesse che la lampada della religione poteva ardere soltanto nell’epoca oscura del passato, ma che oggi non è capace di ardere nell’epoca luminosa, saremmo costretti a concludere che la storia si sta ripetendo. Siamo certi che la maggior parte di ciò che oggi, come in passato, verrà rivendicato come moderna conoscenza scientifica e nuova scoperta o invenzione finirà per subire la sorte della «moderna conoscenza scientifica» e delle nuove scoperte dei popoli precedenti, diventando, insieme alle «nuove forme del pensiero e dell’azione», vecchia e antiquata con il mutare dei tempi. Il critico rivolga uno sguardo profondo a tutte le conoscenze scientifiche e alle scoperte di cui va fiero, e chieda ai loro veri ideatori e scopritori: allora comprenderà che, come nelle conoscenze scientifiche del passato, anche in esse vi è ben poco di certo. Tra queste conoscenze scientifiche non ve n’è quasi nessuna della quale si possa affermare con animo tranquillo che non vi sia alcuna possibilità che si dimostri errata. Le restanti cose si fondano soltanto su supposizioni, immaginazioni, dubbi, opinioni ed esitazioni. Si può affermare con piena fermezza e certezza che, quanto più il corso dei tempi avanzerà verso il progresso, tanto più «queste moderne conoscenze scientifiche» e «le nuove scoperte incessanti» si trasformeranno in cose antiche e antiquate. E insieme a esse, anche i nuovi metodi di pensiero e di azione dipendenti da queste fragili conoscenze scientifiche e scoperte saranno costretti a lasciare il posto a qualche altro metodo nuovo.

Poiché dunque questa è la situazione, nessuna persona consapevole e dotata di una visione matura ha motivo di lasciarsi prendere dal timore pensando al futuro della religione. La «moderna conoscenza scientifica» e le «nuove scoperte e invenzioni» hanno oggi creato nuove basi per il pensiero e l’azione e hanno arricchito le menti delle persone mediante la «libertà del pensiero e dell’intelletto»; non vi è quindi motivo di lasciarsi atterrire dall’ansia chiedendosi quale sarà il destino della religione: solo Allah lo sa. Basta esaminare con occhio scrutatore tutte queste conoscenze scientifiche e scoperte per vedere se ciò che è in contrasto con la religione sia dimostrato e indiscutibile. Se fosse realmente dimostrato e indiscutibile e risultasse inoltre in contrasto con le credenze fondamentali della religione, allora egli si troverebbe senza dubbio di fronte alla domanda: a quale delle due, alla religione o alla scoperta scientifica, dovrà prestare fede? Ma se si tratta soltanto di qualcosa fondato su supposizioni, immaginazioni, dubbi e perplessità, non vi è motivo di turbarsi per il suo contrasto con la religione. Infatti, se la religione si fonda sulla fede e sulla certezza, di fronte ad essa supposizioni, immaginazioni, dubbi e incredulità non hanno alcuna importanza. D’altra parte, se la religione fosse una cosa congetturale e immaginaria, anche le moderne dottrine scientifiche dipendono da supposizioni e immaginazioni. Quale ragione vi sarebbe dunque per stabilire una differenza tra le due?

È degno di chi è rimasto sopraffatto dalle moderne scienze e dalle continue nuove scoperte e ha maturato in sé la ferma convinzione che ogni cosa nuova sia una scoperta scientifica, e che dunque, per stare al passo con il progresso dei tempi, sia assolutamente necessario accettarla o avere fede in essa, rivolgere uno sguardo di disapprovazione alla religione. Anche se si tratta soltanto di qualcosa di ipotetico e immaginario, e non è stato sottoposto a verifica mediante una rigorosa lungimiranza scientifica e criteri infallibili, bisogna comunque accettarlo. In effetti, è proprio tra le persone dotate di una simile prospettiva che oggi è sorto l’interesse per «elaborare nuovi metodi di pensiero e di azione». Eppure esse non sanno neppure come si elaborino nuovi metodi di pensiero e di azione, quale metodo sia ragionevole e quale invece sia meramente infantile. Analogamente, pretendere di essersi arricchiti grazie alla libertà di pensiero e d’intelletto è diventato un tratto distintivo di questa categoria di persone dalla vista ottusa. Ma non si rendono minimamente conto che la semplice libertà di pensiero e d’intelletto è una fitna, anzi qualcosa di terribile. Soprattutto, se non è accompagnata da un sapere ampio e maturo, da una visione profonda e matura e da una facoltà di pensiero equilibrata e limpida, è destinata ad assumere proporzioni gravi. E la natura non ha elargito con tanta generosità queste qualità quanto oggi si tende a credere.

La seconda opinione nata dalla dottrina menzionata per prima è questa: non siamo più nell’epoca della «fede nell’invisibile»; siamo invece nell’epoca della «fede nell’esperienza e nell’osservazione». Nonostante molte riflessioni e meditazioni, non sono riuscito a comprendere che cosa l’oratore intenda realmente con queste parole. Se il significato è che nell’epoca attuale non si ammette nulla che appartenga all’invisibile o all’occulto e non si accetta alcuna cosa senza esperienza e osservazione, allora ciò è semplicemente errato. In altre parole, il suo significato sarebbe che gli uomini del tempo presente hanno deciso di confinarsi entro un ambito così ristretto nel quale soltanto l’esperienza e l’osservazione possono costituire per loro strumenti di conoscenza, e nel quale soltanto i sensi possono rimanere attivi. L’uomo avrebbe abbandonato il compito di riflettere su ciò che è al di fuori di questo ambito e di giungere, mediante supposizioni e indagini, a conclusioni al riguardo. Ma chi abbia studiato anche solo sommariamente le «moderne scienze e le più recenti scoperte» non accetterà affatto questa tesi. Lasciamo pure da parte la filosofia e il soprannaturalismo, poiché l’intero oggetto di entrambi è costituito dalle realtà invisibili. Prendiamo invece la stessa scienza fisica e la fisica della materia, sulle quali il rispettabile critico fonda il suo appello alla «fede nell’esperienza e nell’osservazione». Quale settore di questa disciplina, nelle sue ricerche e indagini, non dipende dall’ammissione di potere, energia, leggi naturali, principi fondamentali, causalità e questioni simili? Quale fisico non crede in queste cose? Ma provate ad andare da uno scienziato eminente e chiedetegli: quale dei misteri profondi di queste cose conosce? Quanto è riuscito a comprendere di ciascuna di esse? Di quale ha potuto constatare e osservare direttamente l’esistenza, e a favore di quale può presentare una prova autentica? In realtà, che altro si può chiamare tutto ciò se non fede nell’invisibile?

Il secondo significato di queste parole potrebbe essere che, nell’epoca attuale, vengono accettate soltanto le cose che ogni persona è in grado di percepire direttamente e che l’intera società umana ha percepito e osservato. Ma parole di questo genere non possono uscire dalla bocca di una persona intelligente. È infatti del tutto evidente che nessun essere umano possiede personalmente l’intero patrimonio del sapere umano; piuttosto, in ampi settori di esso, la competenza appartiene a determinati gruppi e individui. Ogni settore di questo speciale patrimonio di conoscenze è direttamente accessibile soltanto agli specialisti competenti, mentre rimane invisibile a tutti gli altri. In una simile situazione, la gente comune deve nutrire una fede nell’invisibile nei confronti proprio di quegli specialisti e di quei gruppi di esperti.

Il terzo significato dell’affermazione potrebbe essere anche questo: gli uomini dell’epoca attuale riconoscono soltanto ciò che deriva dalla loro esperienza e osservazione personali e non credono in nulla che sia invisibile ai loro occhi. In realtà, dalla mente umana non potrebbe uscire un’idea più irreale di questa. Perché persone di questo genere non sono mai esistite in passato, non si trovano neppure oggi e non vi è alcuna possibilità che se ne trovino fino al Giorno del Giudizio. Se una persona simile esistesse davvero da qualche parte, non si dovrebbe perdere neppure un istante per trovarla. Perché sarebbe la scoperta più importante tra le «scoperte recenti». In conclusione, per quanto si esamini tale affermazione da qualunque punto di vista, non vi si potrà trovare alcuna traccia di verità. È proprio l’esperienza e l’osservazione a testimoniare che anche l’epoca attuale, come quelle passate, crede nell’invisibile, e che l’essere umano non potrà mai liberarsi da questa fede nell’invisibile. Ogni persona è costretta, nella stragrande maggioranza dei casi — più di 999 su 1000 — a credere nell’invisibile. Se allora decidesse di credere soltanto sulla base della propria esperienza e osservazione, dovrebbe rinunciare a tutto l’immenso patrimonio di conoscenze che aveva accumulato confidando negli altri. Dovrebbe abbandonare ogni mezzo e ogni fonte di conoscenza, fatta eccezione per la propria esperienza e osservazione. In una simile situazione, non solo non potrebbe svolgere alcuna attività nel mondo, ma non riuscirebbe neppure a mantenere la propria esistenza. In realtà, negare completamente la fede nell’invisibile e affidarsi interamente all’esperienza e all’osservazione non è possibile in quest’epoca, né vi sarebbe la minima possibilità che lo sia in un’epoca più illuminata di questa. In ogni epoca e in qualunque circostanza, l’essere umano è costretto ad accettare moltissime cose affidandosi agli altri, senza ricorrere alla propria esperienza e osservazione. Alcune cose devono essere accettate soltanto come opinioni correnti; per esempio, è opinione comune riguardo a un certo veleno che, se lo si ingerisce, si muore. Eppure non tutti lo hanno ingerito personalmente per verificarlo, né hanno visto qualcuno ingerirlo e morire. Altre cose devono invece essere accettate sulla base della narrazione di una o più persone affidabili. Se, per esempio, non si prestasse fede alle testimonianze rese in tribunale, il meccanismo della giustizia non potrebbe funzionare neppure per un istante. In altri casi, bisogna semplicemente credere alle parole di uno studioso o di uno specialista. Per gli studenti delle scuole e dei college questa è una cosa del tutto normale. Se non credessero ciecamente alle ricerche, alle scoperte e alle concezioni degli studiosi e degli specialisti delle varie discipline, non potrebbero fare neppure un passo avanti nel campo del sapere e delle scienze. Di conseguenza, non riuscirebbero mai ad acquisire capacità pari a quelle di quegli studiosi e specialisti nel conoscere, fare ricerca e indagare sui fatti.

Da ciò risulta che, nelle questioni riguardo alle quali non abbiamo acquisito conoscenza mediante l’esperienza e l’osservazione, siamo costretti a riporre ciecamente la nostra fiducia in altre persone. Rimane ora soltanto la questione di stabilire in quale materia e verso chi sia opportuno riporre una fiducia cieca; e proprio da questo dipende la decisione. In linea di principio, tutti ammetteranno che, in una materia riguardo alla quale ci siamo convinti che una determinata persona o gruppo possiede una buona conoscenza e dispone anche di validi mezzi per acquisirla, si dovrebbe riporre fiducia soltanto in quella persona o in quel gruppo. Secondo questa regola generale, un malato, invece di rivolgersi a un medico, non chiede consiglio a un avvocato. In una causa giudiziaria nessuno ricorre a un ingegnere lasciando da parte un esperto di diritto. Eppure è proprio nelle questioni di teologia e spiritualità che si osserva un disaccordo su questo punto. Solo qui sorge la domanda: in tali questioni si devono accettare le opinioni dei filosofi e dei logici, oppure ascoltare le parole delle guide religiose e spirituali? Riguardo alle realtà invisibili, quali Allah, gli angeli, la rivelazione, l’ispirazione divina, l’anima, la resurrezione e le pene e ricompense dell’aldilà, si devono ascoltare le dichiarazioni di Kant, Spencer, Einstein, Bergson e altri, oppure quelle di Abramo, Mosè, Gesù e Muhammad, pace su di loro? La disposizione mentale di coloro che rivendicano la «libertà di pensiero e di intelletto» tende verso il primo gruppo. Essi sottopongono le parole dei profeti ai criteri da loro stessi raccolti e accettano soltanto ciò che supera tale verifica. Non riconoscono quella verità in quanto parola dei profeti; la accettano piuttosto perché filosofi e scienziati ne hanno certificato l’attendibilità (sfortunatamente, tali questioni sono pochissime, anzi si può dire che non ve ne siano affatto). Al contrario, ciò che non supera questo criterio viene respinto come inaffidabile. D’altra parte, i «tradizionalisti» e i seguaci dell’autorità sostengono: non chiedete ai teologi e agli spiritualisti il loro parere sul naturalismo e sul razionalismo. Poiché i rispettivi ambiti di attività sono completamente distinti, è fondamentalmente errato chiedere a uno specialista di una disciplina il parere su un’altra disciplina. Per quanto filosofi e scienziati siano esperti nei propri ambiti, nella teologia e nella spiritualità non hanno una posizione superiore a quella di una persona comune. Infatti, i mezzi di cui dispongono per raccogliere conoscenze e informazioni su tali questioni sono esattamente gli stessi di cui dispone una persona comune. In realtà, questa disciplina è riservata esclusivamente ai profeti. Sono loro gli esperti in questo campo; e sono loro a possedere i veri mezzi per acquisire le conoscenze e le informazioni che lo riguardano. Pertanto, in queste questioni si dovrebbe riporre in loro la «fede nell’invisibile». Al massimo, si potrebbe sollevare la questione se essi siano davvero veritieri e dotati di una visione completa nella teologia. Ma, una volta dimostrato che possiedono realmente tale competenza, si deve accettare come vero tutto ciò che hanno affermato secondo la loro visione e conoscenza. Negare le verità da loro predicate e avanzare argomenti contro di esse equivale a negare, da parte di un cieco, l’esistenza del sole e a presentare documenti contro l’esistenza del sole per fuorviare una persona vedente. Per quanto un simile individuo possa ritenersi un grande filosofo, è superfluo spiegare quale opinione avrà di questo cieco colui che ha visto il sole con i propri occhi.

Il critico potrebbe dire che quanto i profeti hanno affermato riguardo alle realtà invisibili non è sostenuto dalle «scienze moderne» e dalle «recenti scoperte e innovazioni». Per questo la gente, gettata nel «dubbio e nell’ambivalenza», ha subito la maledizione di «fingersi musulmana per necessità». Ma io domando: quale certezza si trova mai, proprio in queste scienze e scoperte, che sia contraria ai principi islamici? Se esiste una simile questione, indicatela, affinché anche noi possiamo riflettere su quale delle due cose seguire: il Sacro Corano o le moderne scoperte scientifiche! Se tale questione non esiste — e non può assolutamente esistere, come dimostrano anche le vostre espressioni «dubbio e ambivalenza» e «fingersi musulmani per necessità» — allora nell’arsenale delle scienze moderne e delle recenti scoperte e innovazioni sono forse presenti soltanto le armi delle supposizioni, delle fantasie e delle congetture, sulle quali si fa affidamento per dichiarare la ribellione contro la religione? E, vedendo soltanto lo splendore apparente di quelle armi, gli adoratori del «libero pensiero» hanno forse sperato che la religione, udendone il nome, sarebbe stata costretta ad abbandonare il campo? Per quanto valore attribuiate a quelle scienze e scoperte, ricordate tuttavia che, riguardo alle realtà invisibili, esse non costituiscono affatto una certezza. Al massimo, sotto la loro influenza, potreste essere voi stessi gettati nel «dubbio e nell’ambivalenza» e dire che non possiamo giungere ad alcuna conclusione positiva o negativa riguardo alla rivelazione, all’ispirazione divina, alla resurrezione, alle pene e ricompense dell’aldilà, all’esistenza degli angeli e persino all’esistenza di Allah. Ma queste scienze non possono aiutarvi in alcun modo né a liberarvi dalla maledizione di «fingersi musulmani per necessità», né a farvi ottenere la benedizione di «fingersi miscredenti con gioia». Infatti, in queste scienze non può esservi alcuna prova capace di negare definitivamente le questioni sopra menzionate. Inoltre, per giungere a una conclusione sull’inesistenza di qualcosa, non è sufficiente il solo argomento che le «scienze moderne» e le «recenti scoperte» vi conducono soltanto al culmine del «dubbio e dell’ambivalenza»; e, dal punto di vista mentale e intellettuale, questa è la condizione peggiore. In realtà, una scienza che non può offrire certezza, tranquillità e convinzione, che getta l’uomo in una condizione di sospensione nel vuoto senza lasciargli la minima possibilità di trovare stabilità, e che lo riduce alla vergognosa situazione di «non diventare miscredente, ma diventare musulmano per necessità», è senza dubbio peggiore dell’ignoranza.

Da questa situazione critica può salvare l’uomo soltanto l’«īmān bi-l-ghayb», ossia la fede nell’invisibile. Se una volta accettate qualcuno come profeta e riconoscete inoltre che egli possiede piena competenza nella scienza divina e non dice mai il falso, allora nella vostra mente non può più rimanere spazio per il dubbio e l’ambivalenza riguardo alle realtà invisibili. Di conseguenza, la vostra fede e convinzione religiosa si fondano su una base così solida da non poter essere scosse da alcuna scienza moderna o nuova scoperta, da alcun nuovo indirizzo del pensiero e dell’azione, né da alcuna poderosa influenza del «libero intelletto». Per questo nel Corano è stato dichiarato con parole chiare che questo Libro è una guida per i timorati di Allah. E il primo segno distintivo dei timorati di Allah è che credono nelle realtà invisibili:

(Arabo)

Significato: «Questo Corano è una guida per i timorati di Allah, i quali credono nell’invisibile».

In realtà, l’intero edificio della religione è fondato sull’«īmān bi-l-ghayb», ossia sulla fede nell’invisibile. Pertanto, se una volta distruggete questa base fondamentale, non potrete più giungere ad alcuna decisione certa riguardo a queste dottrine fondamentali della religione, i cui profondi misteri non avete alcun mezzo per conoscere. In tali condizioni, non avrete piena fiducia nella correttezza della decisione che prenderete, né potrete persuadere gli altri della sua verità.

L’ultima domanda al riguardo è: come si può sapere che una persona è un profeta di Allah e possiede una conoscenza completa della teologia? Come possiamo comprendere che egli è talmente veritiero che, anche quando parla di questioni invisibili al di là dei limiti della nostra conoscenza e della nostra ragione, noi crederemo in lui e proclameremo con fermezza che egli non dice mai il falso? La soluzione di questa domanda dipende da due cose. Primo, dobbiamo esaminare il suo carattere personale con tutti i mezzi possibili e secondo i criteri più rigorosi. Secondo, dobbiamo analizzare, tra gli insegnamenti da lui presentati, quelli che rientrano nella nostra conoscenza, nella nostra ragione e nella nostra capacità di giudizio. Se, attraverso entrambe queste prove, una persona dimostra di essere incomparabilmente veritiera e, inoltre, nessuno è in grado di indicare un difetto nel sistema saggio e benefico da lui offerto per ogni aspetto e settore del pensiero e dell’azione umana, non vi è alcun motivo per non riconoscerla come veritiera. Né vi è alcuna ragione per nutrire il sospetto che egli abbia ordito, senza alcuna ricerca o conoscenza, soltanto per ingannare gli abitanti della terra, una vasta cospirazione riguardante Allah, gli angeli, il Trono, il Kursī, la rivelazione, l’ispirazione, la resurrezione, il Paradiso e l’Inferno — Allah ce ne scampi.

Pertanto, il terzo errore del signor Niyaz consiste nel fatto che egli non considera degna di discussione la prima parte del Corano (che noi abbiamo indicato come la seconda parte); al contrario, ritiene che «a questo riguardo tutte le religioni siano pressoché uguali e che l’insegnamento dell’Islam non sia diverso né inferiore a quello delle altre religioni». Noi invece sosteniamo che, secondo la sua stessa analisi, per determinare la verità della seconda o della terza parte del Corano (oppure della prima parte, secondo la nostra analisi), è indispensabile esaminare la vita e il carattere di Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, nonché le questioni invisibili ed extramondane contenute nel Corano. Inoltre, non è sufficiente accontentarsi dell’idea che questa parte dell’insegnamento islamico «non sia diversa né inferiore a quella delle altre religioni»; è invece necessario dimostrare, con argomenti e prove, che essa è superiore e migliore di tutte le religioni non islamiche. Pertanto, introdurre altri argomenti prima di giungere a una conclusione su questo tema è, in linea di principio, errato. Inoltre, finché questo tema non sarà risolto, non sarà possibile risolvere neppure gli altri.

Il signor Niyaz desidera che ci dedichiamo all’analisi e alla valutazione dei versetti riguardanti l’aldilà, la Parola divina, i dogmi e la storia. Secondo noi, però, questa discussione ha due aspetti distinti e riguarda due gruppi differenti. Il primo gruppo è composto da coloro che non credono nemmeno nella profezia del Nobile Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, e che proprio per questo nutrono dubbi su tali questioni. Il secondo gruppo è composto da coloro che riconoscono la sua profezia, ma sono dubbiosi riguardo alle questioni invisibili. Anche il metodo di dialogo con questi due gruppi è diverso. Pertanto, finché non sapremo a quale dei due gruppi appartiene l’obiettore, non possiamo iniziare a discutere con lui.

Discutere con il primo gruppo dell’aldilà, della Parola divina e delle altre questioni invisibili è del tutto privo di senso. Infatti, mantenendo il disaccordo sulle questioni fondamentali, non è possibile giungere a una conclusione discutendo di questioni secondarie. La base della fede e della convinzione che nutriamo riguardo all’aldilà, alla Parola divina e persino all’esistenza e agli attributi di Allah non consiste nel fatto che, attraverso le nostre personali ricerche intellettuali o le nostre esperienze e osservazioni individuali, abbiamo acquisito una conoscenza definitiva e certa, contro la quale non si possa addurre alcun argomento o prova. Se fosse così, si potrebbe certamente discutere della profezia. La nostra fede incrollabile in queste questioni, invece, si fonda in realtà sulla convinzione che Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, sia veritiero. Tutto ciò che egli ha dichiarato riguardo alla propria profezia e alla Parola divina è assolutamente infallibile. Proprio per questa ragione fondamentale, non accettiamo di discutere di alcun dettaglio con chi non crede in Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, finché non riconosca questa questione basilare.

Non riconosciamo al secondo gruppo il diritto di riconoscere la veridicità di Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, e poi sollevare interrogativi sulla verità o falsità delle descrizioni del Nobile Corano e di Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, riguardo alle questioni invisibili. Infatti, assumendo una simile posizione, essi entrerebbero immediatamente a far parte del primo gruppo. In realtà, per rimanere nel secondo gruppo, devono riconoscere che ogni parola del Corano è infallibile e che tutto ciò che Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, ha presentato è completamente privo di errore. Naturalmente, su questo punto possono sollevare interrogativi sotto due aspetti. Primo: se nel Sacro Corano siano effettivamente descritte questioni di questo genere e se il Nobile Messaggero, pace e benedizioni di Allah su di lui, abbia davvero pronunciato tali parole. Secondo: quale possa essere il significato e il senso corretto di tutto ciò che il Corano e la Sunna riportano al riguardo.

Infine devo aggiungere un’altra cosa. Il signor Niyaz ha chiesto di aprire una sezione di dibattito in «Tarjuman al-Qur’an». Ha inoltre espresso l’intenzione di presentare in quella sezione tutti i suoi dubbi, interrogativi e obiezioni. Io, tuttavia, mi sono sempre tenuto lontano dalle dispute e dalle polemiche professionali e desidero continuare a farlo. Non sono infatti affatto favorevole a quei dibattiti il cui scopo è esercitare una mente mediocre e raccogliere applausi mostrando abilità intellettuali. Sono però sempre pronto a partecipare a discussioni erudite e fondate, purché il loro scopo sia la ricerca della verità e purché entrambe le parti vi prendano parte con tale sincerità da accettare la verità una volta dimostrata. Di conseguenza, i dubbi e le obiezioni che saranno pubblicati sul periodico «Nigar» verranno riproposti in «Tarjuman al-Qur’an», insieme alle relative risposte. Analogamente, se il signor Niyaz farà commenti sulla risposta di «Tarjuman al-Qur’an», spero che citerà insieme ad essi anche la risposta originale, affinché i lettori di entrambe le pubblicazioni siano informati dei due aspetti della discussione e possano a loro volta giungere a una conclusione. Al contrario, menzionare soltanto un aspetto ed evitare l’altro lo considero un riconoscimento della propria debolezza.

[Nota: i lettori forse saranno sorpresi nell’apprendere che, in risposta a questo articolo, lo scambio con il periodico «Nigar» è stato interrotto e, fino a oggi, rimane sospeso. Una certa categoria di persone può certamente dedicarsi a confondere i nostri giovani immaturi con alcune frasi accattivanti; ma quando viene regolarmente invitata a discutere sulla base della conoscenza e dei fatti, la sua vacuità interiore diventa del tutto evidente.]

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Il giusto metodo per la ricostruzione nazionale

[L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel luglio del 1934 sulla rivista Tarjuman-ul-Quran. —Il redattore]

Sia la riforma sia la rivoluzione hanno come obiettivo il cambiamento di una situazione degenerata. Tuttavia, tra le loro motivazioni e i loro metodi d’azione esiste una differenza fondamentale. Lo sforzo riformatore nasce dalla riflessione. In esso l’uomo, ponderando con animo sereno, esamina la situazione, ricerca le cause della degenerazione e del disastro, ne misura i confini, escogita i mezzi per eliminarla e, per rimuoverla, impiega soltanto la quantità di forza distruttiva assolutamente necessaria. La rivoluzione, al contrario, nasce da un violento incendio d’ira e da un’intensa sete di vendetta. A una degenerazione si risponde importandone un’altra. L’eccesso che aveva prodotto la degenerazione viene affrontato con un altro eccesso, il quale, insieme al male, finisce per cancellare anche il bene. È indubbio che talvolta anche un riformatore debba compiere azioni adatte a un rivoluzionario. Entrambi intervengono chirurgicamente sulle parti incancrenite del corpo. La differenza è che il riformatore innanzitutto individua dove si trova la degenerazione e quale sia la sua estensione. Poi applica gli strumenti nella misura esatta necessaria a eliminarla. Inoltre, prima dell’intervento chirurgico, provvede a procurarsi la medicina per far guarire la ferita. Il rivoluzionario, invece, accecato dall’eccesso della propria collera, continua a maneggiare il bisturi alla cieca e taglia via ogni cosa, senza distinguere tra bene e male. Così, dopo aver praticato numerosi tagli e mutilazioni e aver fatto scomparire dal corpo una parte ancora perfettamente sana, quando si rende conto del proprio errore, forse allora si ricorda della medicina.

In genere, là dove la degenerazione supera ogni limite, la gente perde pazienza e sangue freddo. A causa delle sofferenze patite in quell’ambiente corrotto, non trova neppure l’occasione di avviare serenamente e con ponderazione uno sforzo riformatore. Per questo, in situazioni di questo genere, invece di un movimento riformatore acquista normalmente vigore un movimento rivoluzionario. Tra i gruppi conservatori e quelli rivoluzionari si sviluppa un aspro conflitto. Di conseguenza, il fuoco dell’ira e della vendetta riceve ulteriore alimento. Entrambe le parti giungono all’estremo dell’ostinazione e della precipitazione. Entrambe affondano spietatamente il coltello nella gola della verità e dell’onestà. Una parte impiega ogni sua forza per difendere la menzogna al posto della verità; l’altra attacca indiscriminatamente tutti, senza distinguere tra vero e falso. Alla fine, quando i rivoluzionari riportano la vittoria, distruggono completamente ogni cosa appartenente ai conservatori, senza distinguere tra vero e falso, bene e male. In realtà, la rivoluzione avanza con la forza di un’inondazione. Travolge tutti indistintamente, buoni e cattivi, e li spinge verso l’orlo della distruzione. Poi, dopo molte rovine, quando la ragione recupera serenità ed equilibrio, si avverte la necessità della ricostruzione. Ma anche qui la mentalità rivoluzionaria escogita una soluzione originale. Cerca di respingere ogni cosa appartenuta agli antichi conservatori. Per quanto una cosa possa essere corretta, se era legata al sistema precedente, agli occhi della rivoluzione non esiste colpa più grande. Così, per un certo periodo, si tenta di edificare la vita sui principi rivoluzionari. Quando, a causa di nuove esperienze, prove e fallimenti, la mente rivoluzionaria si esaurisce, è costretta a tornare, da una parte o dall’altra, sulla via dell’equilibrio, quella che i riformatori avevano avuto davanti fin dall’inizio. In altre parole, gli intelligenti fanno ciò che fanno gli sciocchi, ma solo dopo aver intorbidito molto le acque.

Nel nostro tempo, un esempio lampante di ciò è la rivoluzione bolscevica in Russia. Quando l’estrema degenerazione dell’ordinamento sociale esistente nella Russia monarchica divenne del tutto insopportabile per la popolazione, come reazione si sviluppò un movimento rivoluzionario. In Russia cominciarono a svilupparsi le dottrine socialiste e democratiche dell’Europa. D’altra parte, la dinastia e le classi a essa asservite ricorrevano alla forza dispotica per preservare i propri interessi illegittimi. Di conseguenza, si accese un violento incendio d’ira non soltanto contro l’autocrazia zarista e l’iniqua distribuzione delle ricchezze, ma anche contro l’ordinamento civile tramandato per eredità da secoli. Alla fine, il fantasma di Karl Marx assunse la forma di Lenin. Il regime zarista fu completamente rovesciato. Insieme a esso furono simultaneamente cancellati tutti i principi politici, economici, civili, morali e religiosi sui quali era fondata l’organizzazione sociale dell’epoca prerivoluzionaria. Dopo questa distruzione di proporzioni immense, si iniziò a costruire una nuova società sulla base di principi comunisti completamente nuovi. I nuovi organizzatori impiegarono tutte le proprie energie intellettuali affinché nella struttura di questa nuova società non potesse essere incluso neppure un elemento abbandonato dalla classe borghese. Perfino ad Allah fu notificato di lasciare la Russia sovietica. Ma, col passare dei giorni, l’intelligenza costruttiva cominciò a prendere sempre più il posto della frenesia rivoluzionaria. Così, il bolscevismo estremo che era stato attivo all’inizio della rivoluzione iniziò gradualmente a tornare sulla via dell’equilibrio.

Una simile tendenza estremista si manifestò anche durante la Rivoluzione francese. Anche allora, nell’entusiasmo rivoluzionario, si cercava di cancellare tutto ciò che apparteneva al passato e si elaboravano e introducevano continuamente nuovi principi rivoluzionari. Ma proprio a causa di questa mentalità rivoluzionaria estrema, ancora oggi nella natura politica, sociale e morale della Francia non si è potuto stabilire un equilibrio completo. Oggi, in nessun aspetto o settore della sua vita nazionale esiste una stabilità pari a quella della Gran Bretagna.

Un altro esempio è la rivoluzione turca. Anche lì la stessa mentalità rivoluzionaria cercò, come per magia, di trasformare da un giorno all’altro un’intera nazione in una nazione diversa. Nel corso di questo tentativo, insieme all’intervento chirurgico praticato su foruncoli e pustole, fu recisa anche una parte perfettamente sana del corpo turco, mentre al suo posto furono presi in prestito dall’Europa alcuni nuovi organi e innestati. Perfino al posto del vecchio cervello fu procurato un nuovo cervello munito di un nuovo copricapo. Ma, con il progresso del tempo, i turchi rivoluzionari hanno imparato sempre più che il principio generale da loro adottato — considerare cattiva ogni cosa vecchia e buona ogni cosa nuova — non è affatto infallibile. Perciò, dopo aver causato enormi danni attraverso l’esperienza e le prove, sono costretti a tornare dalla via degli eccessi verso quella dell’equilibrio.

Il motivo per cui dico queste cose è che oggi tra i musulmani indiani si osserva una mentalità rivoluzionaria estrema. Prima che si manifestino le conseguenze negative di questa estremizzazione, desideriamo invitare tanto il gruppo tradizionalista quanto quello rivoluzionario a riflettere.

In realtà, la condizione degenerata che prevaleva e tuttora prevale in Turchia e negli altri Paesi musulmani è esattamente quella dell’attuale situazione. Da diversi secoli, il gruppo che detiene il controllo della leadership religiosa ha trasformato l’Islam in una cosa inerte e inattiva. Probabilmente, per loro, il progresso del tempo si è arrestato dopo il sesto o il settimo secolo dell’Egira. Nelle loro discussioni sulla filosofia e sulla giurisprudenza, naturalmente, leggevano e insegnavano che il mondo è mutevole e che ogni mutamento costituisce qualcosa di nuovo. Ma, in realtà, hanno chiuso gli occhi di fronte ai cambiamenti del mondo, all’evoluzione delle epoche, al progresso del tempo e alle novità. Quanto è cambiato il mondo, trasformandosi e giungendo da un luogo all’altro; quanti cambiamenti e trasformazioni sono avvenuti nella condizione del mondo, nelle idee, nelle correnti di pensiero, nelle ideologie e così via! Quanti sconvolgimenti si sono verificati nelle questioni e nei problemi sociali! Eppure i nostri capi religiosi si sono ancora considerati immersi nell’ambiente di cinque o seicento anni fa. Non hanno compiuto alcun progresso al passo con l’avanzare dei tempi! Sono rimasti immuni dall’influsso dei continui cambiamenti! Non hanno mantenuto alcun rapporto con i nuovi problemi della vita. Hanno cominciato a impedire al proprio popolo di avanzare insieme ai tempi; anzi, hanno continuato a trascinarlo dal futuro verso il passato. Un simile tentativo poteva avere successo soltanto per qualche tempo, e così è stato. Ma è impossibile che tali tentativi abbiano successo per sempre. Per quanto tempo può un popolo che intrattiene contatti e rapporti con il mondo rimanere immune dall’influenza delle idee del mondo e dei nuovi problemi della vita? Se i suoi dirigenti non lo guidano, precedendolo, lungo vie nuove, scientifiche, intellettuali e pratiche, esso sarà naturalmente pronto a togliersi dalle spalle il giogo della loro leadership e a scagliarlo lontano.

In realtà, la radice principale di questa degenerazione è un’altra cosa. I nostri capi religiosi si sono immersi a tal punto nei dettagli che, di conseguenza, il fondamento stesso è sfuggito loro di mano. In seguito, i dettagli hanno preso il posto dei princìpi fondamentali, e da essi sono scaturiti innumerevoli altri dettagli, che sono stati definiti il vero Islam. Eppure nell’Islam essi non avevano affatto alcuna importanza. In realtà, l’edificio della nazionalità islamica era stato fondato sulla seguente sequenza: prima il Nobile Corano, poi la Sunna del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e infine l’ijtihad degli eruditi e dei saggi. Purtroppo, questa sequenza è stata completamente capovolta e ne è stata elaborata una nuova: prima l’ijtihad degli eruditi di una determinata epoca, poi la Sunna del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e infine il Nobile Corano! È proprio questa nuova sequenza a essere responsabile di tutta l’inerzia e l’impotenza che hanno trasformato l’Islam in una cosa inutile e inattiva.

Nessuno può negare il sapere, l’erudizione e il rango dei giuristi, dei teologi del kalam, dei commentatori del Corano e dei muhaddith (che Allah abbia misericordia di loro). Ma erano esseri umani. I mezzi e i metodi con cui acquisirono il sapere erano gli stessi della gente comune. Non ricevevano la rivelazione; piuttosto, con l’aiuto del proprio giudizio, della propria ragione e della propria competenza, riflettevano e studiavano la Parola di Allah e la Sunna del Profeta. In questo modo, sulla base dei princìpi che sembravano loro corretti, stabilivano i dettagli delle leggi e delle dottrine. Tutti questi loro ijtihad possono esserci d’aiuto e fungere da guida; ma non possono costituire essi stessi i princìpi e il fondamento. Sia che una persona compia l’ijtihad facendo affidamento esclusivamente sul proprio giudizio e sulla propria ragione, sia che lo compia con l’aiuto di informazioni ricavate da un Libro rivelato, in nessun caso il suo ijtihad può acquisire per il mondo il rango di una norma permanente e di una regola immutabile. Poiché la conoscenza e il giudizio umano sono sempre confinati entro i limiti dello spazio e del tempo.

Al di sopra di tutti i limiti dello spazio e del tempo vi è soltanto Allah, il Signore dei mondi. Presso di Lui si trova il vero tesoro della conoscenza. Nel corso del tempo, nel regno della Sua conoscenza non si produce né si manifesta il minimo cambiamento. Il riflesso di tale conoscenza si è manifestato nei versetti del Sacro Corano e nel petto puro di colui che lo porta e lo trasmette. In realtà, questa è una fonte di conoscenza dalla quale gli uomini di ogni epoca possono sempre attingere scienza e sapere, concezioni e sistemi normativi, in rapporto alle proprie particolari condizioni e necessità. Finché gli ulema attingevano il sapere da questa fonte e da questo fondamento e risolvevano i problemi ideologici e pratici mediante l’ijtihad, con una capacità di pensiero e un giudizio corretti, l’Islam procedeva anch’esso al passo con il movimento dei tempi. Ma dal giorno in cui si è abbandonato lo studio e la riflessione sul Corano, si è cessato di ricercare la verità degli hadith e di esaminarli criticamente, è iniziata l’imitazione cieca e indiscriminata dei precedenti commentatori e muhaddith, gli ijtihad degli antichi giuristi e teologi del kalam sono stati trasformati in norme rigide ed eterne, e si sono abbandonati i princìpi del Corano e della Sunna per assumere come princìpi fondamentali i dettagli escogitati dai venerabili maestri, proprio quel giorno il progresso dell’Islam fu sbarrato. Al posto del suo avanzamento iniziò la regressione. Coloro che lo portavano e lo trasmettevano, invece di guidare il mondo nei nuovi campi della conoscenza e dell’azione, si dedicarono alle spiegazioni e alle analisi di argomenti antichi e della scienza e del sapere del passato. Continuarono a impegnarsi in dispute sui dettagli più insignificanti. Continuarono a creare nuovi madhhab e sette su questioni controverse sempre più minute. Di conseguenza, furono persino emesse liberamente fatwa di kufr e di empietà contro i musulmani, cosicché la gente del mondo, invece di assistere allo spettacolo di «persone che entrano a schiere nella religione di Allah», si trovò ad assistere a quello di «persone che escono a schiere dalla religione di Allah». D’altra parte, al posto della scena dei «duri verso i miscredenti e misericordiosi tra loro», apparve ovunque quella dei «credenti misericordiosi verso i miscredenti e duri tra loro». Infine, riguardo agli ipocriti e ai miscredenti, la condizione descritta come «li credereste uniti, mentre i loro cuori sono separati gli uni dagli altri» finì per diventare la condizione stessa dei musulmani.

Questa è la naturale reazione al comportamento sopra descritto, che oggi vediamo manifestarsi sotto forma di una terribile rivoluzione. Quando i musulmani hanno visto che i loro capi religiosi non assolvevano al compito della loro leadership, ma invece di condurli avanti li trascinavano indietro, sono usciti dalla loro autorità. Poi, come un esercito disperso, hanno cominciato a vagare qua e là. Un gruppo ha addossato alla religione stessa tutta la colpa degli errori e delle debolezze dei portatori della sua bandiera. Ha proclamato che la religione era il più grande ostacolo sulla via del loro progresso. Ha cominciato a dichiarare apertamente la necessità di imitare ciecamente le nazioni «progredite», abbandonando la religione. Un altro gruppo ha fatto dell’insultare gli ulema e i capi religiosi una propria abitudine, come se la chiave del benessere e del progresso dei musulmani risiedesse proprio in tali insulti e nella vuota loquacità. Un altro gruppo ancora ha iniziato senz’altro a tagliare e modificare la religione. Qualcuno ha cominciato a diffondere calunnie contro gli imam e i giuristi. Altri hanno posto gli hadith sullo stesso piano del fiqh. Altri ancora hanno ritenuto necessarie riforme nell’educazione coranica e nei suoi sistemi normativi. E qualcuno ha sostenuto la separazione tra religione e mondo. Secondo costoro, la religione dovrebbe riguardare soltanto le dottrine e gli atti di culto, mentre nelle questioni mondane la religione o i precetti religiosi non dovrebbero avere alcuna autorità.

È proprio per modificare quella condizione degenerata che sono sorti diversi gruppi e sottogruppi. Tuttavia, il loro interesse non è rivolto alla riforma, bensì alla rivoluzione. Non si sono mai fermati a riflettere con calma su quale fosse la vera degenerazione, dove avesse origine, quale fosse la sua portata e quale il modo corretto di eliminarla. Basandosi su semplici congetture, hanno dato per scontato che la degenerazione esistesse e, per rimuoverla, stanno usando le armi contro il corpo della umma. Non si riflette abbastanza sul fatto che, così facendo, insieme alla malattia potrebbe andare perduto anche il malato.

Nei Paesi indipendenti si può certamente dire, e sarebbe in parte ragionevole farlo, che non abbiamo altra scelta se non l’azione rivoluzionaria. Lì il potere dello Stato è concentrato nelle mani di un solo partito. Se un altro partito vuole porre fine al suo dominio, potrebbe non riuscire senza un’azione rivoluzionaria impetuosa. Al tempo stesso, va osservato che, quando la responsabilità effettiva della gestione dello Stato ricade sui dirigenti rivoluzionari, l’esperienza dell’epoca consolida molto rapidamente il loro discernimento. Di conseguenza, essi sono costretti ad abbandonare la via degli eccessi e a seguire quella dell’equilibrio. Ma non dobbiamo dimenticare che attualmente (si parlava del 1934; tra la struttura politica dell’India britannica di allora e quella dell’odierno Bangladesh e dell’India e Pakistan indipendenti si sono verificati molti cambiamenti politici) stiamo vivendo sotto il dominio straniero. La nostra situazione è completamente diversa da quella dei Paesi indipendenti. Qui, anzitutto, non c’è bisogno di alcuna azione rivoluzionaria, perché non vi è alcun ostacolo tanto possente e forte da impedire il successo di un movimento riformatore equilibrato. In secondo luogo, se un’azione rivoluzionaria venisse avviata e avesse successo, per lungo tempo non vi sarebbe alcuna possibilità che essa ritrovasse la via dell’equilibrio. Infatti, ai portabandiera della rivoluzione non verrebbe affidata alcuna responsabilità piena e vincolante, capace di orientare il loro estremismo verso l’equilibrio. Perciò, qui un’azione rivoluzionaria non è appropriata. Anzi, a dire il vero, se vari tipi di azione rivoluzionaria si protraggono a lungo, le loro conseguenze diventano estremamente gravi. Le fondamenta sulle quali è eretta la società musulmana comincerebbero a vacillare e non sarebbe possibile stabilire al loro posto una base abbastanza solida sulla quale edificare un nuovo ordinamento sociale. Inoltre, è da considerare in quale profondo abisso di decadimento morale verrebbe gettata una nazione già sottoposta alla dominazione straniera e all’impotenza, qualora il suo ordinamento sociale fosse così mandato in frantumi.

Per questo talvolta siamo costretti ad affrontare i rivoluzionari con maggiore severità di quanto facciamo con i conservatori. Per il resto, siamo d’accordo con loro sulla necessità di modificare la condizione degenerata. Anche noi desideriamo trasformare in dinamismo l’immobilità e l’inattività introdotte nell’Islam. Tuttavia, secondo noi, per creare questo dinamismo non è affatto corretto abbandonare le norme islamiche e aggrapparsi all’europeismo; né è corretto iniziare ciecamente a mutilare la religione senza alcuno studio, ricerca o riflessione. Non è nemmeno corretto abbattere senza motivo il grandioso edificio che i mujtahid dell’antichità avevano costruito con duro lavoro, sforzo e lotta; e non è certo una via infallibile gettare nel fuoco l’intero patrimonio degli hadith. Allo stesso modo, non è la vera via apportare, mediante il giudizio umano, correzioni e cambiamenti alla Parola divina. In realtà, nessuna di queste è una via di riforma; è piuttosto la via per creare una calamità ancora più grave di quella precedente. L’unico rimedio corretto consiste nel rimettere in ordine la successione che è stata capovolta. Bisogna restituire al Corano la dignità di guida di cui un tempo era investito. Alla Sunnah bisogna conferire oggi la stessa dignità che, nell’epoca della profezia, i Compagni del Nobile Messaggero e i membri della sua famiglia attribuivano alle sue parole e alle sue azioni. Ai giuristi, ai teologi, agli esegeti e ai muhaddithin dobbiamo attribuire soltanto la dignità che essi stessi avevano conferito alle proprie opere.

In definitiva, bisogna trarre beneficio da tutti loro. Le cose che non hanno bisogno di essere cambiate devono essere mantenute così come sono. Ma non si deve mai ritenere che tutto ciò che i sapienti hanno scritto costituisca una norma immutabile e irrevocabile; né che i libri scritti ci abbiano dispensato dal riflettere sul Nobile Corano e dal ricercare la verità negli hadith del Messaggero; o che, da allora, si sia chiusa la porta dell’acquisizione diretta della conoscenza dal Corano e dalla Sunnah.

Se questa successione verrà ristabilita, anche il veicolo immobile dell’Islam tornerà a muoversi. La vera causa dell’immobilità è infatti che il motore è stato separato dal veicolo e lasciato indietro. Anche il conducente è stato allontanato dal motore e fatto sedere in uno dei vagoni posteriori, mentre si è riposta sul vagone di testa la fiducia che esso, muovendosi da solo, avrebbe condotto con sé l’intero convoglio.

Ma in quest’opera non c’è alcun bisogno di ira. L’ira può essere giustificata soltanto quando qualcuno ha commesso volontariamente un’ingiustizia. Qui, invece, nulla di ciò che è accaduto è avvenuto intenzionalmente. Nessuno può dire che gli ulema si siano riuniti in qualche assemblea e abbiano deciso: manterremo l’Islam nell’immobilità e nell’inattività e impediremo al suo veicolo di avanzare. In realtà, ciò non è altro che il risultato del continuo declino che, a partire dal sesto o settimo secolo dell’Egira, si è manifestato nelle capacità mentali, scientifiche e intellettuali dei popoli musulmani insieme al declino delle loro forze politiche, militari, economiche e civili. Tale declino ha spento lo spirito combattivo dei musulmani e, allo stesso modo, ha fatto arrugginire la loro coscienza storica e creativa. Come è mutata la visione dei musulmani riguardo all’insieme dei problemi della vita, così è cambiata anche la loro visione delle questioni religiose ed educative. Di conseguenza, a poco a poco e inconsapevolmente, l’ombra nera della morte è calata sull’intera loro forza mentale. Non si possono accusare di questo né gli ulema né alcuno dei loro seguaci. Al massimo si può muovere un’accusa contro la natura. Ma, oltre al fatto che tale accusa non porterebbe ad alcun risultato, né l’ira devastatrice né l’impulso distruttivo produrrebbero alcun bene. L’unico metodo corretto per il bene e la riforma consiste nel determinare con animo sereno le cause e la portata della degenerazione e, con intelligenza, risvegliare il bene al posto della degenerazione.

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L’emergere della ribellione

[L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel febbraio 1935 sulla rivista Tarjuman al-Qur’an. – L’editore]

Una nazione è composta da due classi di persone: una classe costituita dalla gente comune e l’altra dalle persone eminenti. La gente comune è numerosa, e anche la forza numerica della nazione dipende da essa. Tuttavia, questa classe non possiede menti capaci di riflettere e di guidare. Queste persone non sono ricche né di sapere né di risorse finanziarie. Allo stesso modo, non godono di un alto rango e il potere dello Stato non è nelle loro mani. Per questo non spetta a loro guidare la nazione; il loro compito è piuttosto seguire coloro che la guidano. Esse non elaborano né scoprono da sole alcuna via, ma continuano a percorrere quella che viene loro tracciata. Tracciare la via e guidare lungo di essa l’intera nazione è in realtà compito delle persone eminenti. Infatti, dietro ogni loro parola e azione vi sono il sostegno dell’intelligenza, del sapere, della ricchezza, dell’onore e del potere dello Stato. E il popolo, volente o nolente, deve seguire le loro orme. Non sarebbe dunque inesatto dire che la forza motrice della nazione non è il suo popolo, bensì le sue persone eminenti. Da loro dipendono l’ascesa e la caduta della nazione, così come la sua edificazione e la sua distruzione. La loro buona condotta diventa causa della buona condotta dell’intera nazione, mentre la loro dissolutezza diventa causa della dissolutezza dell’intera nazione. Quando giungono tempi prosperi nella vita di una nazione, sorgono in essa molte persone eminenti di questo genere. Esse camminano sulla retta via e, allo stesso modo, guidano l’intera nazione sulla retta via:

(Arabo)

Significato: «Li poniamo a guide, ed essi guidano secondo il Nostro comando; e ispiriamo loro di compiere opere benefiche». (Sura al-Anbiyāʾ, versetto 73)

D’altra parte, quando si avvicina il momento della distruzione di una nazione, la sua degenerazione ha inizio proprio per opera di quelle persone eminenti. A causa della loro traviamento e della loro immoralità, alla fine l’intera nazione si abbandona alla cattiva condotta e alla dissolutezza:

Significato: «Quando vogliamo distruggere una città, rendiamo i suoi malvagi inclini alla trasgressione. Così il destino di quella città viene stabilito e allora la distruggiamo completamente». (Sura al-Isrāʾ, versetto 16)

Nel linguaggio del Corano queste persone eminenti sono chiamate ————–. Vale a dire, sono persone che Allah ha colmato di abbondanti favori. Secondo la testimonianza di Allah, è sempre accaduto che siano proprio queste persone eminenti (———) a dare per prime inizio nella società alla dissolutezza, alla ribellione contro Dio, all’oppressione e all’ingiustizia. In seguito, l’intera comunità viene coinvolta nella malvagità e nella cattiva condotta.

Vi è forse spazio per dubitare della veridicità di questa testimonianza? Basta osservare la condizione della nostra stessa nazione: anche la sua degenerazione non è forse iniziata proprio per opera delle nostre persone eminenti? Sono proprio queste persone che hanno abbandonato la via dei pionieri fedeli alle prescrizioni divine e hanno cominciato a seguire la via satanica. Sono proprio loro che, per amore del culto delle passioni, hanno iniziato ad allentare i vincoli della sharīʿa. Sono proprio loro che, come il Faraone e Cesare, hanno cominciato a farsi servire come schiavi dai servi di Dio, e hanno abituato la propria nazione, invece di adorare Allah, a venerare i governanti e i funzionari. Sono proprio loro che hanno insegnato alla gente a inchinarsi davanti ai servi di Dio anziché davanti ad Allah. Sono proprio loro che, seduti in palazzi splendidi e vestiti con abiti sfarzosi, hanno reso affascinanti la dissolutezza e le cattive azioni. Sono proprio loro che, nutrendosi di ricchezze illecite, hanno creato nella propria nazione l’abitudine a consumare e distribuire ciò che è illecito. Sono proprio loro che hanno usato il sapere e la scienza per la deviazione, l’intelligenza per la malvagità, l’ingegno per l’inganno e le cospirazioni, la ricchezza per comprare la fede, il potere dello Stato per l’oppressione e la tirannia, e la forza per l’arroganza. Inoltre, sono proprio loro che hanno chiuso la maggior parte delle vie legittime attraverso le quali la gente poteva ottenere i propri diritti, il proprio benessere e il proprio progresso, costringendola a raggiungere i propri obiettivi attraverso vie spregevoli come l’adulazione, la corruzione e le false cospirazioni. In breve, non vi è alcuna degenerazione del carattere morale e della condotta la cui origine non risalga a queste persone eminenti. Esse hanno usato nella direzione sbagliata i beni e i favori con cui Allah le aveva colmate. Si sono corrotte e, insieme a loro, hanno corrotto l’intera nazione.

Tutto ciò andava avanti da diversi secoli e la degenerazione morale stava consumando dall’interno la forza nazionale dei musulmani. Eppure, nei cuori della gente era ancora presente almeno la luce della fede. Anche se i comandi di Allah e del Suo Messaggero non venivano osservati, nei loro cuori permaneva il senso della superiorità di Dio e del Suo Messaggero. Per quanto si contravvenisse alla legge islamica, il rispetto per quella legge non era ancora completamente scomparso dai loro cuori; per quanto fossero scontenti dell’ordinamento statale islamico, non avevano mai avuto l’audacia di ribellarsi contro di esso; al contrario, ciò che l’Islam aveva dichiarato vero veniva riconosciuto come vero. Per quanto ci si abbandonasse agli eccessi nel seguire la menzogna dopo aver rifiutato quella verità, nessuno aveva ancora l’impudenza di definire o considerare falsa la verità indicata dall’Islam, vera la menzogna, superfluo e irrilevante ciò che era farḍ, cioè obbligatorio, illecito ciò che era lecito, lecito ciò che era ḥarām, cioè proibito, buona azione ciò che era peccato e atto meritorio ciò che era peccato. Certamente si commettevano atti peccaminosi. La gente si dedicava senz’altro a crimini e malefatte. In molti ambiti si oltrepassavano i limiti della sharīʿa. Ma, nello stesso tempo, il cuore provava vergogna. Per il rimorso, le loro teste si chinavano. Almeno nei loro cuori riconoscevano di disobbedire ad Allah e al Suo Messaggero.

La ragione è che, nonostante la debolezza della fede e la degenerazione dei comportamenti, l’edificio della civiltà dei musulmani poggiava ancora sulle fondamenta gettate dall’Islam. Sebbene, in seguito all’importazione delle correnti di pensiero greche e iraniche, si fossero diffuse molte deviazioni, esse non riuscirono mai a modificare completamente la prospettiva dei musulmani né a rendere la loro struttura mentale ostile all’Islam. Non riuscirono mai a influenzare a tal punto la loro intelligenza, il loro modo di pensare e la loro capacità di giudizio da indurli ad abbandonare del tutto il modo di vedere musulmano e il pensiero musulmano. Analogamente, sebbene lo sviluppo della cultura e della civiltà, a causa delle influenze esterne, avesse seguito una direzione in larga misura diversa da quella stabilita dall’Islam, i princìpi fondamentali sui quali erano state fondate la cultura e la civiltà erano ancora presenti alla base, come prima, e i princìpi di un’altra cultura e civiltà non ne avevano preso il posto. Il sistema educativo dei musulmani si era notevolmente deteriorato, ma la teologia vi occupava ancora un posto importante. Nessun musulmano istruito era privo almeno delle nozioni fondamentali dei dogmi islamici, delle prescrizioni e dei divieti della sharīʿa e delle consuetudini nazionali. Nella vita concreta dei musulmani, il vincolo della legge islamica si era notevolmente allentato; tuttavia, in tutti i loro affari vigeva un’unica legge, ed era la legge islamica. In definitiva, nonostante tutte le deformazioni, l’Islam esercitava ancora una profonda influenza sulle concezioni, sul carattere e sui comportamenti dei musulmani. Essi professavano con devozione la fede nei suoi princìpi; almeno entro i confini della loro fede, i princìpi contrari all’Islam non avevano avuto modo di penetrare. Inoltre, i valori stabiliti dall’Islam per quanto riguardava il carattere e i comportamenti non erano stati completamente sconvolti, né si era verificato un cambiamento tale da permettere ad altri valori contrari di sostituirli.

Ma, dopo aver perso il potere statale nel XIX secolo, gli uomini eminenti della nostra comunità si accorsero che, insieme al potere statale, stavano perdendo ogni posizione, prestigio, onore e ricchezza, e che, per proteggerli in una condizione di sudditanza e compensare le ingenti perdite, non vi era altra via se non acquisire padronanza della civiltà occidentale e delle scienze. In quel periodo si delineò un ulteriore cambiamento nella loro linea d’azione; in realtà non si trattava soltanto di un cambiamento, bensì di una «rivoluzione». Perché cambiamento significa trasformarsi, mentre rivoluzione significa capovolgimento. E in effetti fecero una capriola tale che cambiarono completamente la loro meta, la loro mentalità e la loro prospettiva: tutto venne a trovarsi esattamente nella direzione opposta a quella dell’Islam.

La vergogna e il rimorso che inizialmente si provavano quando si contravveniva alla legge islamica cominciarono gradualmente a scomparire dopo l’inizio di questa rivoluzione; anzi, andò perdendo terreno persino la consapevolezza di commettere un peccato e una colpa violando le prescrizioni della sharīʿa. Poi, a poco a poco, al posto della vergogna e del rimorso comparvero il coraggio e l’impudenza. Si cominciò a contravvenire apertamente a ogni legge e, invece della vergogna, si iniziò a ostentare orgoglio per questo. Ma l’ondata della rivoluzione non si arrestò neppure a questo punto. Oggi, tutto ciò che si sente e si vede negli ambienti vicini all’Occidente mostra i segni di una ribellione manifesta contro l’Islam, che va oltre la semplice impudenza. La situazione è ormai giunta al punto che una persona, pur contravvenendo apertamente alla legge islamica, non solo non si pente della propria colpa, ma cerca al contrario di far vergognare chi ancora segue quell’antica legge. Sembra che oggi chi viola la legge islamica non sia più il colpevole o il peccatore; i colpevoli sarebbero invece proprio coloro che seguono l’Islam. Oggi non ci si limita ad abbandonare la preghiera e il digiuno: se ne va addirittura fieri. Si fa propaganda in pubblico a favore dell’abbandono della preghiera e del digiuno. Coloro che pregano, recitano il Corano e osservano il digiuno vengono derisi pubblicamente. Inoltre, si coltiva la speranza che coloro che osservano la preghiera e il digiuno, soprattutto se istruiti, finiscano per vergognarsi a loro volta delle proprie azioni. Per una persona, non abbandonare la preghiera e il digiuno, bensì osservarli, viene considerato un atto colpevole e vergognoso. Persino quando un orante commette un’azione riprovevole, si dice con tono fortemente sarcastico: «E quello sarebbe un orante?». In altre parole, la vera ragione per cui quell’uomo viene considerato colpevole sarebbe proprio il fatto di compiere un atto che Allah l’Altissimo ha dichiarato essere un deterrente contro la corruzione e l’oscenità e che il Suo Messaggero ha definito l’azione migliore.

Questa ribellione non si limita soltanto alla preghiera e al digiuno; si è invece estesa a quasi ogni ambito della vita. Oggi l’obbedienza alle prescrizioni islamiche viene definita «mullahismo». E il mullahismo, nel linguaggio della nostra epoca moderna, è un altro nome per indicare una spregevole miscela di ristrettezza mentale, cecità, ignoranza, arretratezza e stupidità. In altre parole, l’intento è questo: il musulmano fermamente convinto e fedele alla sharīʿa viene chiamato «mullah», e il «mullah» sarebbe una persona che non ha il minimo rapporto con la civiltà e l’illuminismo, una persona incapace di adattarsi in alcun modo persino alla società civile. Questa è soltanto una delle innumerevoli ingiurie. Per esprimere odio e disprezzo, invece di usare alcune parole indigene, i nostri «firangi neri» riversano tutta la loro ostilità nella parola «mullah», facendone il ricettacolo di ogni colpa. (Questo scritto risale al 1934. Oggi è il 2002. Nel frattempo, per colpire i musulmani autentici, sono stati loro imposti molti altri appellativi, come terrorista, estremista, fondamentalista, talebano, al-Qāʿida e altri.)

Oggi non è affatto considerato una prova a sostegno di una parola o di un’azione il fatto che essa sia conforme al Corano e agli hadith. Non soltanto i non musulmani, ma persino quei musulmani che, purtroppo, sono noti come «istruiti e illuminati», respingono senza alcuna esitazione l’autorità probatoria del Corano e degli hadith. In proposito non provano neppure un briciolo di vergogna; al contrario, si aspettano che sia proprio colui che presenta come prova l’attestazione della legge islamica a doversi vergognare. Per non parlare dell’accettare il Corano e gli hadith come autorità probanti: ci è capitato persino di assistere a una situazione in cui, non appena una questione viene presentata in nome dell’Islam, nasce immediatamente un’avversione nei suoi confronti. Eppure, se quella stessa questione viene presentata con argomenti e prove, oppure descritta con l’ausilio di una citazione di uno scrittore occidentale, diventa senz’altro incontestabile. In breve, ogni volta che viene menzionato l’Islam, nella mente dei nostri musulmani filo-occidentali cominciano a sorgere, sotto varie forme, dubbi e sospetti. Nella loro mente si radica il dubbio che debba esserci necessariamente qualche debolezza. È come se, ai loro occhi, oggi l’autorità probatoria del Corano e degli hadith non rafforzasse una questione, ma al contrario la rendesse ancora più debole e bisognosa di dimostrazione.

Alcuni anni fa questa malattia era limitata soltanto alla nostra società maschile, mentre quella femminile ne era al sicuro. Per quanto riguarda almeno la civiltà islamica, possiamo dire che l’«andur» è il suo ultimo rifugio. È qui che l’Islam coltiva e protegge la propria tahdhib e il proprio tamaddun. Uno dei principali motivi per cui l’Islam desidera che la donna rimanga nel velo prescritto dalla sharia è che almeno il seno dal quale il bambino musulmano prende il latte deve essere illuminato dalla luce della fede. Il grembo nel quale viene allevato il bambino musulmano deve almeno essere al riparo dall’incredulità e dall’erramento, dall’immoralità e dalla depravazione. Intorno alla culla nella quale il figlio musulmano trascorre le prime fasi della sua vita deve almeno regnare un ambiente genuinamente islamico. Le quattro mura entro le quali vengono tracciate nella mente semplice e innocente del bambino musulmano le prime immagini dell’educazione e dell’esperienza devono essere al riparo dalle influenze esterne. Perciò l’andur è in realtà la più solida fortezza della civiltà islamica. Anche questa fortezza sta per essere distrutta. L’epidemia dell’occidentalizzazione sta oggi penetrando rapidamente persino nei nostri appartamenti. I nostri nobili filo-occidentali trascinano oggi fuori anche le loro mogli e le loro figlie, affinché anch’esse possano essere colpite dalla stessa influenza velenosa. Le ragazze della nostra comunità vengono oggi mandate, per apprendere l’erramento, l’incredulità, l’immoralità e la civiltà occidentale, in istituti d’istruzione che in precedenza hanno insegnato tutto ciò ai nostri ragazzi, rendendoli ribelli all’Islam.

A nostro giudizio, quest’ultima fase porterà la rivoluzione sopra menzionata al suo pieno compimento. Non si tratta soltanto di una nostra supposizione; abbiamo purtroppo anche avuto modo di vedere e ascoltare i segni di questo compimento della rivoluzione. Oggi si è giunti al punto che una donna musulmana, disobbedendo senza esitazione alle chiare prescrizioni del Corano e degli hadith, va mostrando la bellezza del proprio corpo; si reca negli alberghi e nei ristoranti inglesi a consumare «pranzo e cena», si siede tra gli uomini nelle sale cinematografiche e fa acquisti senza alcun imbarazzo nei mercati. Ciò che è ancora più deplorevole è che, invece di vergognarsi e pentirsi per aver compiuto tutte queste azioni violando la legge islamica, esse descrivono le proprie attività con ancor maggiore orgoglio. Inoltre, considerano degna di biasimo la poveretta che dapprima, in conformità alla legge islamica, si è rifiutata di abbandonare il velo prescritto dalla sharia, e che poi, dopo essere stata trascinata fuori con la forza dal marito, prova vergogna nel mostrare spudoratamente il proprio corpo tra gli uomini; e soprattutto colei che non ha preferito passeggiare nei mercati, godere dei divertimenti dei night club, respirare l’aria dei luoghi turistici e simili al tedio di rimanere entro i limiti stabiliti dai comandi di Allah e del Messaggero. Ciò significa che la mentalità ribelle contro l’Islam sta rapidamente oltrepassando i limiti degli uomini e diffondendosi anche tra le donne. Come gli uomini, anch’esse ritengono che non sia la disobbedienza alla legge islamica, bensì la sua osservanza, a essere motivo di vergogna e di pentimento per una donna musulmana.

Per amore di Allah, qualcuno mi dica: se questa è la condizione di costoro, nonostante siano state allevate nel grembo di donne antiche e devote, quale sarà allora il futuro dei figli allevati nel grembo delle nuove donne filo-occidentali, se le ragazze delle loro stesse case diventano estranee al decoro della fede ed escono dai limiti dell’obbedienza ad Allah e al Messaggero? Si può forse sperare che un bambino il quale, appena apre gli occhi, vedrà intorno a sé soltanto i segni dell’occidentalizzazione, il cui sguardo innocente non scorgerà neppure un segno della tahdhib e del tamaddun islamici, alle cui orecchie non giungerà mai la parola di Allah e del Messaggero, e nella cui mente, come su una tavola immacolata, sarà impressa fin dall’inizio l’immagine dell’occidentalizzazione, possa formarsi come musulmano sotto un qualsiasi aspetto—nei sentimenti e nelle emozioni, nei pensieri e nelle concezioni, nel carattere morale o nelle azioni, in una parola, sotto qualsiasi profilo?

Il primo stadio della colpa è quello in cui una persona commette un reato, ma lo considera un reato e se ne vergogna. Reati di questo tipo non sono considerati punibili soltanto in base alla loro gravità intrinseca; anzi, se si fa ritorno a Dio o ci si pente, possono essere perdonati. In tal caso, infatti, la responsabilità viene attribuita soltanto alla debolezza umana.

Il secondo stadio della colpa è quello in cui una persona commette un reato e, invece di considerarlo una colpa, lo considera una virtù, esibendolo per di più pubblicamente con orgoglio. Ciò significa che nel cuore della persona interessata non vi è il minimo rispetto per la legge che dichiara colpevole il suo comportamento.

L’ultimo stadio della colpa è quello in cui una persona non si limita a commettere un reato contro una legge, ma, in base a un’altra legge contrapposta a essa, considera legittimo e virtuoso il proprio reato. Inoltre, deride la legge che dichiara tale comportamento un reato e considera ingiusti coloro che la seguono. Una persona simile non si limita a disobbedire alla legge, ma la disprezza apertamente e si dedica alla ribellione manifesta contro di essa.

Qualunque persona dotata anche solo di un minimo di buon senso ammetterà che, quando l’uomo giunge a quest’ultima fase, non può più rimanere entro i limiti della legge contro la quale proclama apertamente la propria ribellione. Eppure Satana, il maledetto, dà agli uomini questa falsa certezza: potete deridere e disprezzare la legge islamica e, dichiarando virtuosa la disobbedienza e riprovevole l’obbedienza ad essa, continuare comunque a essere musulmani. Da una parte, dunque, chiamano cattivo ciò che Allah e il Messaggero hanno dichiarato buono, e buono ciò che hanno dichiarato cattivo; considerano i loro peccati meriti e i meriti peccati; deridono i loro comandamenti e, invece di vergognarsi di disobbedire alle leggi da loro stabilite, cercano al contrario di far vergognare coloro che vi obbediscono. Dall’altra, sostengono di avere fede in Allah e nel Messaggero, di riconoscerne la dignità e la superiorità e di seguire la religione da loro scelta, l’Islam. Può mai una persona intelligente riconoscere come fondata una simile pretesa in presenza di un tale comportamento? Se l’incredulità potesse coesistere con la fede e il disprezzo con il rispetto; se fosse possibile onorare qualcuno nel cuore e deriderlo con la bocca; se si potesse considerare obbediente e sottomesso chi si vanta della disobbedienza e si vergogna dell’obbedienza, allora bisognerebbe chiamare la ribellione obbedienza, il disprezzo rispetto e l’incredulità fede. Si dovrebbe dunque accettare questa logica capovolta: chi colpisce è colui che ama; chi deride è colui che in realtà rispetta; chi mente è colui che si dimostra veritiero!

In realtà, l’Islam non è altro che sottomissione, e la vera sottomissione non può essere autentica senza la fede. La prima esigenza della fede è che, non appena il comando di Allah e del Messaggero giunge all’uomo, egli chini il capo e non osi mai rialzarlo rifiutandolo:

(Arabo)

Significato: Il comportamento dei credenti deve essere questo: quando vengono chiamati ad Allah e al Messaggero affinché venga emesso un giudizio tra loro, dicono: «Abbiamo ascoltato e obbediamo». Questi sono, in verità, coloro che prospereranno. (Sura an-Nur: 51)

Inoltre, questa sottomissione non deve avvenire controvoglia e con irritazione, bensì volontariamente e con entusiasmo. Non si deve serbare nel cuore neppure il minimo risentimento o malcontento nascosto contro il comando di Allah e del Messaggero. Chi china il capo soltanto esteriormente, mentre prova irritazione nel cuore, non è un credente, bensì un ipocrita:

(Arabo)

Significato: «Quando è stato detto loro: “Venite al giudizio rivelato da Allah e al Messaggero”, hai visto gli ipocriti allontanarsi da te con esitazione. …Per il giuramento del tuo Signore! Non saranno mai credenti finché non ti riconosceranno come giudice nelle loro controversie e poi accetteranno senza alcun risentimento interiore ciò che avrai deciso, sottomettendosi completamente davanti a te». (Sura an-Nisa: 61-65)

Ma chi disobbedisce apertamente alla legge di Allah, abbandona la legge di Allah e del Messaggero per seguire un’altra legge e la considera vera e giusta, deride la legge di Allah e del Messaggero mentre segue una legge diversa e considera riprovevole obbedirvi, non può in alcun modo essere un credente. Non importa se una persona del genere si proclama musulmana, se porta un nome musulmano o se nei registri del censimento è riconosciuta come musulmana. L’uomo può rimanere credente anche commettendo un peccato, ma a condizione che consideri il peccato un peccato e se ne penta. Inoltre, chi ha commesso un reato contro una legge per mera debolezza caratteriale deve riconoscere tale legge. Ma quando al peccato si aggiungono spudoratezza e audacia, quando se ne va fieri e orgogliosi e si biasima e si rimprovera chi si astiene dal compierlo ritenendolo invece un atto virtuoso, allora, per Allah, la fede non può mai rimanere insieme a una simile malvagità. Prima di entrare in questa fase, ognuno deve decidere se desidera rimanere musulmano oppure se, abbandonando l’Islam, vuole entrare nella sfera di obbedienza della legge che segue e della quale va fiero.

Per grazia di Allah, le masse musulmane sono rimaste finora al sicuro da questa piena di occidentalismo e di ribellione di stampo kufr. Finora nei loro cuori è rimasta la venerazione per le prescrizioni di Allah e del Messaggero. Tra loro si osserva, in misura maggiore o minore, l’osservanza della legge islamica. Tuttavia, come in passato i comportamenti delle classi nobili hanno esercitato un’influenza sul carattere, sulla disposizione e sulla condotta della gente, così vi è il rischio che le nuove usanze esercitino gradualmente un’influenza distruttiva anche sulla loro fede. Il crescente abbandono della preghiera e del digiuno, le azioni malvagie e le pratiche peccaminose, l’imitazione delle consuetudini occidentali e l’interesse sempre maggiore, tra i musulmani comuni, per i giochi e i divertimenti abbaglianti che costituiscono l’involucro della civiltà occidentale, non sono altro che il rintocco d’allarme dell’imminente pericolo. Se il modo di pensare e la visione delle nostre classi nobili non si purificano e la loro avversione verso il ṣirāṭ al-mustaqīm dell’Islam continua in questo modo, non è lontano il giorno in cui l’intera nazione annegherà in questo mare di peccato e anche questa sunnah di Allah giungerà a compimento:

(arabo)

Significato: Quando vogliamo distruggere una città, ordiniamo ai suoi malvagi abitanti di abbandonarsi alla trasgressione. Così il destino di quella città viene decretato. Allora la distruggiamo completamente. (Sura al-Isrāʾ, versetto 16)

13

Le cause delle calamità sociali e il modo per salvarsi

[L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel marzo del 1935 sulla rivista Tarjumān al-Qurʾān. – L’editore]

Nel Nobile Corano questa verità è stata enunciata come principio generale: se un popolo è virtuoso, Allah l’Altissimo non lo distruggerà senza motivo; Egli non è certo un ingiusto:

(Arabo)

Signore vostro non è tale da distruggere ingiustamente le città, se i loro abitanti sono virtuosi. (Sura Hūd: 117)

Distruggere e annientare non significa soltanto devastare le città e gettarne gli abitanti in faccia alla morte; piuttosto, una sua forma particolare consiste nel disperdere e separare le comunità, spezzarne la forza complessiva e renderle vinte e sottomesse, umiliate e disonorate. Tuttavia, in base al principio sopra menzionato, nessuna distruzione e nessun annientamento possono abbattersi su una comunità finché essa non abbandoni la via del bene e della riforma e continui a percorrere quella del male, del disordine, della disobbedienza e della ribellione, attirando così su di sé l’ingiustizia. Alla luce di questo principio, ovunque Allah l’Altissimo abbia menzionato che una comunità è stata gettata nel castigo, ha subito descritto anche i suoi crimini, affinché la gente sappia pienamente che è per colpa delle proprie azioni che la loro vita terrena e l’aldilà sono andati in rovina:

(Arabo)

Significato: «Abbiamo punito ciascuno di loro per il suo peccato. Allah non fu ingiusto nei loro confronti; furono invece loro stessi a essere ingiusti verso se stessi». (Sura al-ʿAnkabūt: 40)

Il secondo punto derivante da questo principio è che la causa della distruzione e dell’annientamento non è la corruzione individuale, bensì la corruzione collettiva, cioè nazionale. In altre parole, se la distorsione della fede e della condotta compare tra le persone in modo disperso, ma nel complesso il livello religioso e morale della popolazione è elevato e la sua influenza tiene nascoste le trasgressioni individuali, allora, per quanto i singoli possano essere cattivi separatamente, la comunità nel suo insieme continua a vivere. In tale situazione non nasce alcuna sedizione che possa causare la distruzione dell’intera comunità. Ma quando la distorsione della fede e della condotta supera l’individuo e si diffonde nell’intera comunità, quando il senso religioso e la coscienza morale della comunità vengono completamente corrotti e, invece del bene, continua a crescere e svilupparsi il male, allora lo sguardo della misericordia di Allah l’Altissimo si ritira del tutto da quella comunità. In seguito essa scende dal piedistallo dell’onore ai livelli più bassi dell’umiliazione. Infine, giunge un momento in cui il fuoco dell’ira di Allah l’Altissimo si accende contro di essa, ed essa viene completamente distrutta e annientata.

Nel Nobile Corano sono stati menzionati moltissimi esempi di ciò.

Quando, tra il popolo di Noè, la distorsione della fede e della condotta mise radici e si diffuse ovunque, e insieme a ciò scomparve completamente ogni speranza di ottenere frutti dolci da quell’albero velenoso, allora esso fu distrutto. Alla fine, il profeta Noè (pace su di lui), costretto dalle circostanze, pregò al cospetto del Signore dei mondi:

(Arabo)

Significato: Mio Signore! Non lasciare in vita sulla terra neppure uno di questi miscredenti. Se li lasci vivere, svieranno i Tuoi servi e dalla loro discendenza nasceranno soltanto malfattori e irriducibili miscredenti. (Sura Nuh: 26-27)

La comunità di ‘Ad fu distrutta quando la corruzione morale aveva messo radici profonde nel suo seno, gli oppressori, i malfattori e i corruttori avevano ottenuto la dignità di capi e governanti, e nel sistema sociale e collettivo non era rimasto alcun posto per le persone desiderose del bene e della prosperità:

(Arabo)

Significato: La comunità di ‘Ad disobbedì al comando del suo Signore, disobbedì ai Suoi messaggeri e ciascuno obbedì a ogni arrogante nemico della verità. (Sura Hud: 59)

La comunità di Lot fu distrutta quando la sua coscienza morale subì un estremo declino e la spudoratezza crebbe a tal punto che i rapporti sessuali illeciti venivano praticati persino nelle assemblee pubbliche, nei mercati e nei bazar; tanto che tra la gente non rimase neppure la sensibilità di considerare tali rapporti come adulterio:

(Arabo)

Significato: (Disse Lot:) Perché vi accostate agli uomini invece di alle donne, molestate i viandanti e commettete apertamente adulterio mentre siete seduti nelle assemblee?

(Sura al-‘Ankabut: 9)

L’ira si abbatté sugli abitanti di Madian proprio quando l’intera nazione si trasformò in un popolo infedele, ingannatore e traditore. Dare meno nel peso e prendere di più non era più considerato un atto riprovevole. La coscienza morale della nazione era svanita a tal punto che, quando venivano rimproverati per simili azioni riprovevoli, invece di chinare il capo per la vergogna, rimproveravano a loro volta chi li rimproverava. Non riuscivano nemmeno a comprendere che una loro azione potesse essere degna di biasimo. Non consideravano l’adulterio un atto riprovevole; al contrario, ritenevano traviato e degno di biasimo proprio colui che definiva malvagia tale pratica:

(Arabo)

Significato: (Shuʿayb disse:) «O popolo mio! Misurate e pesate con equità, non diminuite la merce altrui e non diffondete la corruzione sulla terra». Essi dissero: «O Shuʿayb! Gran parte di ciò che dici non riusciamo a comprenderla. Ti vediamo davvero debole. Se non fosse stato per la tua tribù, ti avremmo lapidato». (Sura Hūd: 85-91)

La decisione di gettare i Figli d’Israele nell’umiliazione, nell’ignominia, nell’ira e nella maledizione divenne effettiva proprio quando essi cominciarono a precipitarsi verso l’oppressione, la malvagità e il consumo di beni illeciti. Tra i loro capi nazionali si diffuse la malattia dell’opportunismo. Tra la gente comune nacque un atteggiamento di compromesso con la peccaminosità, e non rimase più alcun gruppo di persone che definisse l’ingiustizia ingiustizia e ne impedisse la pratica:

(Arabo)

Significato: Vedi molti di loro correre verso la peccaminosità, la trasgressione dei limiti stabiliti da Dio e il consumo di beni illeciti. Quanto erano ripugnanti le azioni che commettevano! Perché i loro maestri spirituali e i loro dotti non proibivano loro di pronunciare parole malvagie e di consumare beni illeciti? Quanto erano ripugnanti le azioni che commettevano! (Sura al-Māʾida: 62-63)

(Arabo)

Significato: Tra i Figli d’Israele che rinnegarono la fede fu pronunciata la maledizione per bocca di Davide e di Gesù figlio di Maria, perché si ribellarono e trasgredivano i limiti. Non si impedivano reciprocamente di compiere il male. (Sura al-Māʾida: 78-79)

I hadith narrati dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) a proposito dell’interpretazione di quest’ultimo versetto chiariscono ancora più esplicitamente il significato del Sacro Corano. In sintesi, i hadith affermano che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:

Quando tra i Figli d’Israele cominciò a diffondersi la dissolutezza, la situazione era questa: se un uomo vedeva suo fratello, il suo amico o il suo vicino commettere una cattiva azione, lo ammoniva e gli diceva: «Ehi, temi Dio e comportati rettamente». Ma poi quell’uomo continuava a frequentarlo e a stare in sua compagnia. Anzi, pur assistendo alle sue malefatte, non si asteneva dal frequentarlo e dal condividere con lui cibo e bevande. Quando la situazione giunse a tal punto, gli uni finirono per influenzare gli altri. Di conseguenza, Allah li tinse tutti dello stesso colore e li maledisse per bocca dei loro profeti Davide e Gesù, figlio di Maria.

Il narratore riferisce che, nel corso del sermone, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), giunto a questo punto, si sedette per l’eccesso dell’emozione e disse:

Giuro per Colui nelle cui mani è la mia vita! È vostro preciso dovere ordinare alla gente di compiere il bene, impedirle di commettere il male, fermare chiunque vediate compiere una cattiva azione e guidarlo sulla retta via, senza mostrare la minima indulgenza in questa materia. Altrimenti Allah farà sì che alcuni di voi influenzino i cuori degli altri e vi maledirà proprio come maledisse i Figli d’Israele.

In realtà, la degenerazione della fede e della condotta è simile a un’epidemia. Qualsiasi epidemia colpisce dapprima alcune persone deboli. In tale situazione, se il clima è favorevole, se gli sforzi delle autorità sanitarie sono adeguati, se le disposizioni per ripulire sporcizia e rifiuti sono sufficienti e se i malati vengono curati per tempo, la malattia non può più trasformarsi in una vasta epidemia; al contrario, la popolazione può rimanere al sicuro dal suo attacco. Ma se, nella stessa situazione, i medici sono negligenti e irresponsabili, le autorità sanitarie indifferenti e gli addetti alla pulizia tollerano sporcizia e rifiuti, i germi della malattia cominciano a diffondersi lentamente tutt’intorno e, mescolandosi all’aria, rendono l’ambiente estremamente malsano. Di conseguenza, esso diventa favorevole alla malattia anziché alla salute. Alla fine, quando la gente comune della società non trova più nulla — aria, acqua, cibo, abiti, case, in breve, nessuna cosa — libero da sporcizia e cattivi odori, la sua forza vitale comincia a indebolirsi e l’intera società viene gettata nelle grinfie di una vasta epidemia. In tali circostanze, perfino per una persona molto forte diventa difficile proteggersi dalla malattia. Persino i medici, gli addetti alla pulizia e i responsabili della sanità pubblica finiscono per essere colpiti dalla malattia. Di conseguenza, anche coloro che, per quanto li riguarda, adottano almeno le misure di tutela della salute e assumono regolarmente medicine non sfuggono alla distruzione. Infatti, quale rimedio hanno contro la tossicità dell’aria, la sporcizia dell’acqua, la contaminazione degli alimenti e l’impurità del suolo?

Alla luce di ciò si può comprendere la degenerazione della moralità e della condotta, nonché la deviazione del pensiero e della fede. Gli alim sono i medici della nazione. I governanti e i ricchi sono responsabili della sua pulizia e della tutela della sua salute. L’onore della fede della nazione e la coscienza morale della società equivalgono alla forza vitale. L’ambiente sociale corrisponde all’aria, all’acqua, al cibo, agli abiti e alle case. Nella vita nazionale, dal punto di vista della religione e della moralità, ordinare il bene e impedire il male equivale, dal punto di vista della salute fisica, agli sforzi per la pulizia e la tutela della salute. Quando, in tali circostanze, gli alim e i governanti, rinunciando al loro vero dovere — ossia impedire il male — continuano a scendere a compromessi con la malvagità e la degenerazione, nella nazione cominciano a diffondersi disordine, dissolutezza e immoralità. Di conseguenza, l’onore della fede della nazione si indebolisce progressivamente. Alla fine, perfino l’intero ambiente sociale viene corrotto dalla degenerazione. L’ambiente della vita nazionale diventa sfavorevole al bene e alla rettitudine e favorevole al male e alla corruzione. Le persone cominciano a fuggire dal bene e, invece di odiare il male, ne diventano attratte. I valori morali delle persone cambiano completamente. Il vizio prende il posto della virtù e la virtù quello del vizio. In tali circostanze, la perdizione, la cattiva condotta e l’immoralità fioriscono e si adornano di fiori. Nessun seme di bene e di rettitudine ha più la capacità di germogliare e di sviluppare rami e foglie. La terra e l’aria, tutto, rifiuta di nutrirlo, perché tutte le loro forze vengono impiegate nello sviluppo e nella crescita dell’albero velenoso. In realtà, quando la condizione complessiva di una nazione giunge a questo stadio, essa diventa pronta a ricevere il castigo divino. Su di essa comincia ad abbattersi una tale distruzione che nessuno può sfuggirle. Anche chi si nascondesse in una khanqah e fosse occupato giorno e notte nell’adorazione e nella devozione non avrebbe scampo. È proprio a questa situazione che si riferisce il Sacro Corano quando dice:

(in arabo)

Significato: Temete la fitna che non colpirà con la calamità soltanto i malvagi e i peccatori tra voi. (Sura al-Anfal: 25)

A proposito dell’interpretazione di questo versetto, Hazrat Ibn ʿAbbās (raḍiya Allāhu ʿanhu) disse: «Con ciò Allah l’Altissimo intende dire: non permettete che la malvagità metta salde radici davanti ai vostri occhi; infatti, se scenderete a compromessi con essa e le darete l’opportunità di diffondersi, da parte di Allah si abbatterà un castigo generale e tutti, buoni e malvagi senza distinzione, ne saranno travolti». Da un hadith si apprende che lo stesso Profeta nobile (sallallāhu ʿalayhi wa-sallam), spiegando questo versetto, disse:

(In arabo)

Il significato è: «Allah non punisce la gente comune per le azioni delle persone eminenti; ma quando essi vedono la malvagità davanti ai propri occhi e, pur avendo la capacità di opporvisi, non si fanno avanti per contrastarla, allora Allah getta nel castigo sia le persone eminenti sia la gente comune».

Il mezzo più efficace per mantenere intatta la salute morale e religiosa di una nazione consiste nel fatto che in ogni suo individuo siano presenti il senso d’onore derivante dalla fede e la coscienza morale. Il Profeta nobile (sallallāhu ʿalayhi wa-sallam) ha designato ciò con il termine ampio e significativo «ḥayāʾ», generalmente tradotto come pudore. Il ḥayāʾ è in realtà un ramo della fede. Egli disse: (in arabo) Il pudore è parte della fede. Una volta, inoltre, fu detto a Sua Eccellenza che il ḥayāʾ era in realtà una parte della religione. Egli rispose: (in arabo) — Al contrario, è l’intera religione.

Il significato della parola «ḥayāʾ» menzionata nell’hadith è che, non appena vedranno la malvagità e il peccato, nelle persone sorgerà spontaneamente l’impulso a contrastarli e il loro cuore e la loro mente manifesteranno disgusto nei loro confronti. Chi possiede questa qualità non si limiterà ad astenersi dall’ingiustizia, ma non tollererà neppure che essa esista negli altri. Non mostrerà indulgenza verso la malvagità. Per lui sarà impossibile scendere a compromessi con l’oppressione e il peccato. Quando davanti a lui verrà commessa una cattiva azione, il suo senso d’onore derivante dalla fede si risveglierà immediatamente. Cercherà di eliminarla con la mano o con la parola oppure, se non altro, il suo cuore e la sua mente saranno scossi dal desiderio di eliminarla:

(In arabo)

Il significato è: «Chiunque tra voi veda una cattiva azione, la elimini con la propria mano; se non ne è capace, lo faccia con la parola; e se non ne è capace neppure in questo modo, la condanni nel proprio cuore; e questo è il segno della fede più debole!» (Musnad Aḥmad)

(In arabo)

La religione e la fede della nazione in cui questa qualità sarà generalmente presente resteranno protette. La sua coscienza morale non subirà mai un declino. Poiché ogni individuo sarà per gli altri un custode e un ammonitore. In essa, la corruzione delle convinzioni e della condotta non troverà alcuna via per insinuarsi.

In realtà, l’obiettivo del Nobile Corano è costruire una società ideale nella quale ogni individuo, spinto da una sincera inclinazione, dal naturale pudore e senso dell’onore e dal richiamo della propria coscienza, adempia al dovere di vigilare e chiedere conto, e svolga, senza alcun compenso, il compito di magistrato della legge divina:

(Arabo)

Significato: «Così abbiamo fatto di voi una comunità giusta e moderata, affinché siate custodi degli uomini e il Messaggero sia custode su di voi». (Sura al-Baqara: 143)

Per questo è stato ripetutamente detto ai musulmani che ordinare il bene e impedire il male costituiscono la vostra caratteristica nazionale. Ciò dovrebbe manifestarsi in ogni uomo e donna credente:

(Arabo)

Significato: «Siete la migliore comunità; siete stati creati per il bene degli uomini. Ordinate il bene, impedite il male e credete in Allah». (Sura Āl ʿImrān: 110)

(Arabo)

Significato: Gli uomini e le donne credenti sono gli uni sostenitori degli altri; ordinano il bene e impediscono il male. (Sura At-Tawba: 71)

(arabo)

Significato: Essi ordinano il bene, impediscono il male e custodiscono i limiti stabiliti da Allah. (Sura At-Tawba: 112)

(arabo)

Significato: Se concedessimo loro il potere sulla terra, essi istituirebbero la preghiera, verserebbero la zakat, ordinerebbero il bene e impedirebbero il male. (Sura Al-Hajj: 41)

Se la condizione dei musulmani fosse questa, li si potrebbe paragonare a una località in cui ogni abitante possiede il senso della pulizia e dell’igiene. Essi non manterrebbero puliti soltanto il proprio corpo e la propria casa; piuttosto, ogni volta che vedessero sporcizia e rifiuti in un punto qualsiasi della località, li eliminerebbero. Non sarebbero disposti a permettere che in alcun luogo rimangano sporcizia, rifiuti e cattivi odori. È evidente che l’aria di una simile località sarebbe necessariamente pulita e salubre. Qui i germi delle malattie non avrebbero alcuna possibilità di svilupparsi. Se per caso qualcuno si indebolisse e si ammalasse, verrebbe comunque curato tempestivamente; oppure, almeno, la sua malattia rimarrebbe limitata a un caso individuale e, non trasmettendosi agli altri abitanti, non assumerebbe le proporzioni di una vasta epidemia.

Ma se la comunità musulmana non fosse in grado di mantenere questo elevato livello morale, dovrebbe comunque esserci necessariamente al suo interno almeno un gruppo incaricato di preservare la salute religiosa e morale della società. Questo gruppo sarebbe sempre pronto a svolgere tale servizio e continuerebbe a rimuovere la sporcizia dai pensieri e dalle convinzioni delle persone, nonché l’impurità dai loro costumi e dal loro carattere.

(arabo)

Significato: Deve esserci necessariamente tra voi un gruppo che inviti al bene, ordini ciò che è giusto e impedisca ciò che è riprovevole. (Sura Āl ʿImrān: 104)

Questo gruppo è costituito congiuntamente dagli ʿulamāʾ e dai governanti. Per esso, dedicarsi a ordinare il bene e a impedire il male è altrettanto necessario quanto lo è per il dipartimento incaricato della pulizia della città e della tutela della salute essere vigile nell’adempimento delle proprie responsabilità. Se le persone di questa categoria diventano negligenti nell’adempiere al proprio dovere e nella nazione non rimane neppure un gruppo che inviti al bene e distolga dal male, allora la rovina della nazione sotto il profilo religioso e morale è certa quanto è certa, sotto il profilo fisico e vitale, la distruzione di una località priva di servizi di pulizia e di tutela della salute. La ragione per cui le antiche nazioni furono colpite dalla distruzione è che allora non esisteva alcun gruppo capace di impedire loro il male e di mantenerle salde nel bene:

(Arabo)

Significato: Perché tra le nazioni che vi hanno preceduto non vi furono almeno persone istruite e sapienti che impedissero alla gente di diffondere la corruzione sulla terra, salvo quei pochi che Noi salvammo tra loro? (Sura Hūd: 116)

(Arabo)

Significato: Perché i loro ʿulamāʾ e i loro pīr non impedivano loro di pronunciare parole malvagie e di consumare ciò che è illecito? (Sura al-Māʾida: 63)

Da ciò risulta dunque che la responsabilità degli ʿulamāʾ, dei pīr e dei governanti della nazione è la più importante. Essi non sono responsabili soltanto delle proprie azioni; piuttosto, su di loro ricade in larga misura la responsabilità delle azioni dell’intera nazione. Che dire poi dei governanti tirannici, oppressori e dediti al lusso, e degli ʿulamāʾ e dei pīr che li adulano! È superfluo menzionare quale sarà il loro destino presso Allah. Ma neppure quei governanti, ʿulamāʾ e pīr che, seduti nelle proprie località, nelle proprie case e nelle proprie khanqah, mostrano il massimo grado di taqwā, pietà, adorazione e ascetismo, sfuggiranno all’interrogatorio presso Allah. Quando infatti tempeste di traviamento e immoralità avanzano da ogni parte contro la loro nazione, il loro compito non è starsene semplicemente seduti in casa con il capo chino; al contrario, il loro compito è gettarsi nell’arena come uomini valorosi e, con l’aiuto di tutta la forza, l’autorità e l’influenza che Allah ha loro concesso, opporsi a quelle tempeste. Non è loro imposto il compito di allontanare le tempeste, ma è certamente loro imposto il dovere di impiegare contro di esse tutte le proprie forze possibili. Se mostrano anche la minima negligenza in questo compito, la loro adorazione personale, la loro devozione, la loro taqwā e la loro pietà non li libereranno affatto dal rendiconto nell’Aldilà. Se in una città scoppiasse un’epidemia e migliaia di persone cominciassero a morire, e in tale situazione un dipendente del dipartimento della pulizia e della tutela della salute rimanesse seduto in casa cercando soltanto di salvare la vita propria e dei propri figli, nessuno considererebbe mai un simile dipendente un responsabile innocente. Se lo facesse un comune cittadino, sarebbe relativamente meno biasimevole; ma se lo facesse un funzionario del dipartimento della pulizia e della tutela della salute, non vi sarebbe alcun dubbio sulla sua colpevolezza.

14

Fede e obbedienza

[L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel dicembre del 1934 sulla rivista Tarjumān al-Qur’ān. – Redattore]

Qualunque sia il tipo e qualunque sia lo scopo di un sistema sociale, per la sua fondazione, stabilità e prosperità sono sempre necessarie due cose. Primo: il principio sulla cui base verrà costruita una società deve essere profondamente radicato nell’intera società e in ciascuno dei suoi membri, e ogni individuo della società deve nutrire per esso la massima devozione. Secondo: nella società deve essere presente uno spirito di obbedienza e sottomissione. In altre parole, colui che essa riconosce come autorità deve obbedire pienamente alle sue direttive, attenersi rigorosamente alle norme da essa stabilite e non oltrepassare mai i limiti da essa fissati. Queste sono condizioni indispensabili per il successo di qualsiasi organizzazione. Che l’organizzazione sia militare o politica, sociale o religiosa e morale, senza queste due condizioni non può né essere costituita né riuscire a raggiungere il proprio obiettivo.

Esaminate l’intera storia del mondo. Nessuno riuscirà a trovare un esempio di un movimento che abbia avuto successo, e sia rimasto in vita fino alla fine, composto da codardi, ipocriti, disobbedienti e insubordinati. A questo proposito non è nemmeno necessario consultare i libri di storia. Guardate semplicemente intorno a voi. Che idea si può avere di un esercito che non è leale e obbediente al proprio Stato e al comandante supremo, i cui soldati rifiutano di osservare le regole militari, nessuno dei quali è disposto a muoversi dal proprio posto quando suona la tromba per la parata, e che ignorano gli ordini del comandante? Si può forse chiamare «esercito» un simile assembramento di soldati? Ci si può aspettare che una forza così disorganizzata vinca una guerra? Che cosa si può dire di uno Stato i cui sudditi non hanno alcun rispetto per la legge, le cui norme vengono apertamente violate, nei cui uffici non esiste alcuna disciplina, e i cui funzionari non sono disposti a eseguire gli ordini delle autorità superiori? Può forse uno Stato con sudditi di questo genere e simili governanti durare a lungo sulla terra? Oggi, davanti agli occhi del mondo intero, sono presenti gli esempi della Germania e dell’Italia[Si tratta di un’osservazione risalente a prima della Seconda guerra mondiale. – Redattore]. Il mondo intero è al corrente dell’immensa potenza acquisita da Hitler e Mussolini. Ma sapete quale fu la causa fondamentale del loro successo? Quelle due cose: la fede e l’obbedienza. Se i partiti nazista e fascista non avessero avuto una convinzione tanto salda nei propri principi e ideali, e non fossero stati così rigorosamente obbedienti ai loro leader, non avrebbero mai potuto diventare tanto potenti e avere tanto successo.

Non vi è alcuna eccezione a questa regola generale. La fede e l’obbedienza sono, in realtà, l’anima stessa di un’organizzazione. Quanto più salda è la fede e quanto più completa è l’obbedienza, tanto maggiore sarà il successo dell’organizzazione. Al contrario, quanto più debole sarà la sua fede e quanto più essa sarà riluttante all’obbedienza, tanto più l’organizzazione si indebolirà e, in proporzione, fallirà nel raggiungere il proprio obiettivo. È assolutamente impossibile che in una società o organizzazione si diffondano le malattie dell’ipocrisia, dell’incredulità, della discordia nelle idee, della ribellione, della disobbedienza e del disordine, e che, nonostante ciò, vi si mantengano disciplina e ordine e la si veda avanzare verso il progresso in ogni ambito della vita. Queste due condizioni sono del tutto contraddittorie. Dal giorno in cui gli esseri umani hanno cominciato ad abitare il mondo fino a oggi, non si è mai verificata una conciliazione tra le due. Se la legge della natura è immutabile, anche questa legge è immutabile: le due condizioni suddette non possono mai conciliarsi.

Volgiamo ora lo sguardo alla comunità che si presenta come musulmana. Quale forma di ipocrisia e incredulità, tra quelle che l’uomo può immaginare, non è forse presente tra i musulmani? Oggi fanno parte della società islamica anche persone che non conoscono nemmeno gli insegnamenti fondamentali dell’Islam e continuano ad aggrapparsi alle credenze dell’epoca dell’ignoranza. Vi sono anche persone che nutrono dubbi persino sui principi fondamentali dell’Islam e vanno diffondendo pubblicamente tali dubbi. In questa società vi sono persone che hanno manifestato apertamente insoddisfazione e avversione verso la religione e la devozione religiosa. Vi sono persone che, in opposizione agli insegnamenti impartiti da Allah e dal Messaggero, hanno dato la precedenza alle idee e alle concezioni ricevute dagli infedeli. Vi sono persone che antepongono le usanze dell’epoca dell’ignoranza e le leggi dell’infedeltà alle norme stabilite da Allah e dal Messaggero. In questa società vi sono persone che, per compiacere i nemici di Allah e del Messaggero, continuano a oltraggiare i precetti islamici. Vi sono inoltre persone pronte, per i propri interessi più meschini e insignificanti, a infliggere gravi danni all’istituzione islamica: aiutano l’infedeltà contro l’Islam, servono gli infedeli a danno degli interessi dell’Islam e dimostrano con il loro comportamento che l’Islam non è per loro nemmeno un bene minimamente caro, poiché non sono disposte a sopportare per esso neppure la più piccola perdita. In conclusione, fatta eccezione per un’esigua minoranza di musulmani dalla fede salda e dalle convinzioni corrette, la maggior parte di questa comunità è composta da ipocriti e persone dalle credenze errate di questo genere.

Questa era la questione della fede. Volgiamo ora lo sguardo all’obbedienza. Se un osservatore si recasse in un quartiere musulmano, vi vedrebbe una scena singolare. Viene recitata la chiamata alla preghiera; ma tra molti musulmani non esiste nemmeno la consapevolezza di chi il muezzin stia chiamando e per quale motivo. L’ora della preghiera arriva e passa; ma, fatta eccezione per una minoranza esigua, tutti gli altri musulmani non sono disposti ad abbandonare per Allah i propri affari e i propri divertimenti. Ogni anno arriva il mese di Ramadan; ma in molte famiglie musulmane non si trova nemmeno la consapevolezza di quanto sia importante questo mese. Durante questo periodo molti musulmani mangiano e bevono pubblicamente e non provano il minimo imbarazzo per non osservare il digiuno; anzi, cercano al contrario di mettere in imbarazzo proprio coloro che digiunano. Inoltre, anche tra coloro che osservano il digiuno, sono ben pochi quelli che lo praticano con pieno senso di responsabilità e del dovere; alcuni lo fanno soltanto come consuetudine, altri perché lo ritengono benefico per la salute, mentre altri ancora, pur digiunando, compiono tutto ciò che Allah e il Messaggero hanno vietato. L’osservanza della zakat e del pellegrinaggio è di livello ancora più basso. Tra i musulmani sta quasi scomparendo la capacità di distinguere tra lecito e illecito, tra puro e impuro. In realtà, quale cosa vietata da Allah e dal Messaggero i musulmani non stanno forse rendendo lecita? Quale limite stabilito da Allah e dal Messaggero non stanno forse oltrepassando? Quale norma istituita da Allah e dal Messaggero non stanno forse violando? Dal punto di vista del censimento, il numero dei musulmani ammonta a decine di milioni. Ma tra queste decine di milioni, non uno su cento o su mille: quanti ve ne sono ogni centomila che siano fedeli alle norme di Allah e del Messaggero e osservino correttamente il sistema giuridico islamico?

In realtà, i musulmani stanno subendo esattamente il destino che dovrebbe toccare a una nazione in cui si diffonde la malattia dell’ipocrisia e della debolezza della fede, in cui non esiste alcun senso di responsabilità e del dovere e dalla quale sono scomparsi l’obbedienza e il rispetto della legge. Oggi i musulmani sono soggetti e sconfitti in tutto il mondo. Anche là dove possiedono un proprio potere statale, non sono liberi dal dominio morale, mentale e materiale altrui. La loro ignoranza, analfabetismo, povertà e miseria sono ormai proverbiali. Il declino morale li ha condotti al limite estremo dell’umiliazione. Un tempo, grazie alle loro qualità di onestà, lealtà, veridicità, rispetto delle promesse e simili, occupavano il posto più elevato; oggi tali qualità sono passate da loro ad altri, e al loro posto sono subentrati la violazione della fiducia, la menzogna, l’inganno, la violazione delle promesse e la cattiva condotta. Quanto al timore di Dio, alla pietà e alla purezza morale, stanno ormai diventando quasi del tutto privi di sostanza. Il senso dell’onore sociale e nazionale sta scomparendo ogni giorno di più tra loro. Non possiedono neppure la minima traccia di ordine e disciplina. I loro cuori si sono riempiti di avversione e disgusto reciproci. Non conservano più la capacità di lavorare insieme per un interesse o uno scopo comune. Agli occhi delle altre nazioni sono profondamente umiliati e disprezzati. La fiducia delle altre nazioni nei loro confronti è venuta meno e continua a venire meno anche quel poco che ne resta. La loro forza nazionale, sociale e complessiva si è indebolita. La loro civiltà e cultura nazionale stanno scomparendo. Sono diventati incapaci di salvaguardare i propri diritti e di tutelare la dignità nazionale. È vero che l’istruzione si è diffusa tra loro e che cresce anche la percentuale di laureati, post-laureati e persone formate in Europa; aumenta di giorno in giorno il numero di coloro che abitano in bungalow moderni, viaggiano in automobile, indossano abiti con giacca e pantaloni, possiedono grandi titoli e ricoprono alte cariche. Ma oggi sono completamente privi delle elevatissime qualità morali che un tempo li adornavano. Dell’influenza e del prestigio che un tempo esercitavano sulle nazioni vicine non rimane oggi neppure il nome. Dell’onore, del rispetto e della forza di cui erano in possesso in passato non resta più nulla, e in futuro si manifesteranno sintomi ancora più gravi.

Nei confronti di una religione, di una civiltà o di un sistema sociale, per una persona possono essere accettabili soltanto due linee di condotta. Se ne fa parte, deve nutrire piena fede nei suoi principi fondamentali e conformarsi completamente alle sue leggi, norme e disposizioni. Se non è in grado di farlo, non può farne parte oppure, anche qualora ne faccia parte, deve uscirne apertamente. Tra queste due possibilità non può esservi una terza via ragionevole. Non può essere considerato razionale che una persona appartenga a un sistema statale, sia riconosciuta come una sua componente e pretenda di essergli leale, mentre al tempo stesso ne rifiuta in tutto o in parte i principi fondamentali, contravviene alle leggi da esso stabilite e si sottrae all’osservanza delle sue consuetudini e disposizioni. L’inevitabile risultato di una simile linea di condotta è la formazione di un carattere ipocrita nelle persone. La sincerità e il disinteresse abbandoneranno i loro cuori. Non potranno nascere nei loro cuori entusiasmo e ferma determinazione per alcuno scopo nobile. Il senso di responsabilità, la coscienza del dovere, l’obbedienza alla legge e la disciplina li abbandoneranno. Di conseguenza, non possiederanno più la capacità di diventare membri utili e civili di alcun sistema sociale. Con una simile debolezza, incapacità e difetti, qualunque società di cui entrino a far parte subirà una grande maledizione. Nella civiltà nel cui corpo penetreranno si dimostreranno proprio come i germi della lebbra. La religione che seguiranno la distorceranno completamente. Con tutte queste qualità, sarebbe cento volte meglio che, invece di diventare musulmani, entrassero a far parte del gruppo i cui principi e ideali approvano interiormente e la cui linea di condotta desiderano seguire. In realtà, un miscredente che creda con tutto il cuore nella propria religione e civiltà e ne osservi consuetudini e disposizioni è comunque migliore di un musulmano ipocrita.

Coloro che considerano l’istruzione occidentale, la civiltà moderna, la prosperità economica e l’ottenimento dei diritti politici come il rimedio alle malattie nazionali dei musulmani si sbagliano senza dubbio. Per Dio! Anche se ogni musulmano diventasse un laureato, un PhD o un avvocato, si arricchisse enormemente, si adornasse dalla testa ai piedi con abiti occidentali e occupasse tutti gli incarichi dello Stato e tutti i seggi dei consigli [è bene ricordare che qui si fa riferimento agli incarichi pubblici e ai seggi dei consigli dell’India britannica. – Editore]

li occupasse, e nei loro cuori rimanesse nascosta la malattia dell’ipocrisia, se non riconoscessero il dovere come dovere e si abituassero alla disobbedienza, alla ribellione e alla condotta sfrenata, rimarrebbero immersi, come oggi, nell’umiliazione, nel disprezzo e nella debolezza. In realtà, nessuna di queste cose — istruzione, educazione, stile di vita, ricchezza o potere statale — potrà salvarli dal profondo abisso nel quale sono caduti a causa della loro indole, del loro carattere e della loro moralità [qui «abisso» significa sottomissione]. Se i musulmani vogliono progredire e svilupparsi e affermarsi come una nazione forte e dignitosa, devono innanzitutto acquisire le qualità della fede e dell’obbedienza alla legge. Senza di ciò, non potranno accumulare forza nella loro vita individuale, né l’ordine e la disciplina potranno tornare nella loro vita nazionale. Inoltre, la loro forza complessiva non potrà mai raggiungere un’intensità tale da permettere loro di elevarsi nella vita terrena. Una nazione dispersa e disgregata, la cui condizione morale e interiore è quanto mai deplorevole, non potrà mai sollevare il capo di fronte alle nazioni solide, potenti e organizzate del mondo. Per quanto grande possa essere un cumulo di paglia, non potrà mai essere considerato una fortezza.

Coloro che diffondono incredulità e disobbedienza tra i musulmani sono i peggiori nemici dell’Islam e dei musulmani. Appartengono alla peggiore categoria degli ipocriti; la loro esistenza è per i musulmani più pericolosa di quella dei miscredenti armati. Infatti non attaccano mai dall’esterno; piuttosto, seduti all’interno della casa, continuano segretamente a disseminare dinamite. Vogliono umiliare i musulmani sia nella religione sia nella vita terrena. Nel Sacro Corano è detto riguardo a questa categoria di persone che, così come sono diventate miscredenti, desiderano rendere miscredenti anche voi: (arabo) «Vogliono che anche voi siate miscredenti, come lo sono diventati loro, e che siate dunque tutti uguali». (Sura an-Nisāʾ: 89) Il minimo modo per salvarsi dalle loro malefatte è che coloro che sono musulmani con tutto il cuore e desiderano rimanere musulmani interrompano i rapporti con loro: (arabo) «Non prendete loro per amici e protettori»; altrimenti il Corano ha decretato per loro questa punizione estrema: bisogna combatterli.

(arabo)

(Se non accettano ciò, catturateli e uccideteli ovunque li troviate.)

15

Il vero significato della parola «musulmano»

[L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel novembre del 1933 sulla rivista Tarjuman-ul-Qur’an. – L’editore]

Nelle nostre conversazioni quotidiane usiamo spesso alcune parole ed espressioni che, sebbene siano pronunciate da tutti, sono comprese nel loro significato da pochissime persone. A furia di essere usate, nella mente della gente si è semplicemente sedimentato un significato approssimativo. Quando chi parla pronuncia queste parole, ha in mente proprio quel tipo di significato. E quando chi ascolta le sente, ne coglie anch’egli quel medesimo significato. Ma il significato ampio e profondo per il quale queste parole furono coniate non è noto nemmeno a molti grandi eruditi, per non parlare degli ignoranti.

Come esempio si possono citare le due parole «Islam» e «musulmano». Con quale enorme frequenza vengono pronunciate queste due parole, e quanto profondamente esse influenzano il nostro linguaggio! Ma quanti di coloro che le pronunciano lo fanno comprendendole davvero? E quanti ascoltatori ne comprendono il vero significato, quello per il quale furono coniate? Lasciamo pure da parte i non musulmani. Più del 99 per cento degli stessi musulmani si presenta come «musulmano» e pronuncia la parola Islam per esprimere la propria fede religiosa; ma che cosa significa essere «musulmano»? E quale è il vero significato della parola «Islam»? Essi non lo sanno. Perciò presentiamo qui una breve spiegazione di queste due parole.

Esaminando la condizione delle persone dal punto di vista della fede e della condotta religiosa, si trovano generalmente tre categorie di individui:

1. La prima categoria è costituita da coloro che rivendicano la libertà di pensiero e di azione. In ogni questione si affidano alla propria opinione. Ritengono infallibile il giudizio della propria coscienza e della propria ragione. Adottano la linea d’azione che, secondo la loro personale concezione, è corretta. Non hanno alcun rapporto con l’adesione a una religione particolare.

2. Le persone della seconda categoria apparentemente seguono una religione, ma in realtà seguono le proprie concezioni. Non si rivolgono alla religione per l’‘aqida, le credenze e le norme di condotta; piuttosto, in base alla propria natura mentale, alle proprie inclinazioni, ai propri interessi e alle proprie necessità, radicano nella propria mente alcune credenze e convinzioni, adottano alcuni metodi d’azione inventati da loro e poi cercano di plasmare la religione secondo essi, come se non fossero loro a seguire la religione, bensì fosse la religione a seguire loro.

3. Le persone della terza categoria non compiono alcuna azione avvalendosi del proprio discernimento e della propria ragione. Mantengono inattiva la coscienza e la ragione e, a occhi chiusi, si limitano a imitare gli altri — siano essi i loro padri e antenati oppure altri contemporanei — praticando il taqlid.

Il primo gruppo sacrifica la propria vita in nome della libertà, ma non sa quali siano i suoi giusti confini. Non vi è dubbio che la libertà di pensiero e d’azione sia legittima entro certi limiti. Tuttavia, quando oltrepassa i propri confini, diventa causa di errore. Chi, in ogni questione, si affida alla propria opinione e in ogni cosa segue soltanto le indicazioni della ragione, è in realtà vittima dell’illusione che la propria ragione abbia abbracciato ogni aspetto del mondo della conoscenza, che nessuna verità o complessità le sia nascosta, che conosca le vie e i sentieri verso ogni meta, che sia perfettamente consapevole della validità logica di ogni dottrina e che conosca, come l’inizio di ogni via, anche il suo termine ultimo. Questa concezione della propria conoscenza e consapevolezza non è in realtà che una pura illusione. Se l’uomo facesse davvero della propria razionalità il suo legislatore, la razionalità stessa gli direbbe che, in realtà, egli non possiede le qualità di cui il suo cieco seguace lo crede adornato. Chi lo considera l’unica guida e desidera procedere affidandosi soltanto alle sue indicazioni non può in alcun modo sfuggire ai colpi, agli inciampi, alle deviazioni, agli errori e alla rovina.

In realtà, questo tipo di libertà di pensiero e d’azione è deleterio per la cultura e la civiltà. La rivendicazione della libertà consiste nel fatto che l’individuo coltivi soltanto quella credenza religiosa che, secondo la propria concezione, gli sembri infallibile e segua soltanto la via che, dal punto di vista della sua razionalità, considera corretta. Al contrario, la cultura e la civiltà esigono che coloro che vivono all’interno di questo ordinamento sociale concordino su alcuni principi e idee fondamentali e seguano nella loro vita concreta le norme e le disposizioni stabilite per organizzare e governare la vita associata. Vi è dunque una chiara contraddizione tra la libertà di pensiero e d’azione e la cultura e la civiltà. La libertà genera nell’individuo arroganza, intemperanza e anarchia. La civiltà gli richiede obbedienza, conformità, disciplina e sottomissione. Là dove vi sarà libertà assoluta, non vi saranno civiltà né vita associata. E là dove vi sarà civiltà, l’individuo dovrà sacrificare in larga misura la libertà di pensiero e d’azione.

La condizione del secondo gruppo è peggiore di quella del primo. Il primo gruppo è soltanto errato; il secondo, oltre a ciò, è menzognero, ipocrita, ingannatore e invidioso. Se, entro i ragionevoli limiti dell’interpretazione e dell’analisi, una persona riesce a creare armonia tra la propria religione, il proprio modo di pensare e le proprie inclinazioni, allora può obbedire alla religione anche mantenendo la libertà di pensiero e d’azione. Se le inclinazioni dell’uomo sono contrarie alla religione e, nonostante ciò, egli considera corretta la religione e erronee le proprie inclinazioni, si potrà tuttavia considerare in larga misura veritiera la sua pretesa di seguire realmente la religione di cui dichiara di essere seguace. Ma se l’insegnamento esplicito della religione

è completamente diverso dalle sue credenze e dal suo comportamento, e se egli considera vere le proprie concezioni e falso l’insegnamento della religione, ma ciononostante cerca di plasmare l’insegnamento religioso secondo le proprie concezioni e consuetudini per mantenersi entro i confini della religione, non lo chiameremo stolto; infatti, come potrebbe uno stolto compiere un’azione tanto cauta? Siamo costretti a chiamarlo infedele. Dobbiamo inoltre ritenere che gli manchi il coraggio sincero necessario per dichiarare apertamente la propria ribellione contro la religione; per questo si è presentato come seguace della religione percorrendo la via dell’ipocrisia. Altrimenti, se l’insegnamento della religione è contrario alle sue conclusioni razionali e completamente opposto ai suoi pensieri e alle sue convinzioni autentiche, che cosa gli ha impedito di abbandonarla? E chi gli ha vietato di seguire le vie che desidera percorrere con tutto se stesso?

Il terzo gruppo è il peggiore dal punto di vista intellettuale. L’errore dei primi due gruppi consiste nel voler esigere dalla razionalità un lavoro che essa non è in grado di compiere. L’errore di questo gruppo, invece, consiste nel non applicare affatto la razionalità o, anche quando la applica, nel farlo come se non la applicasse! Che cosa potrebbe esserci di più vergognoso per una persona intelligente del fatto che, a sostegno della dottrina religiosa in cui crede, non abbia altra prova se non che anche i suoi antenati vi credevano o che una certa nazione progredita aderisce a quella dottrina? Analogamente, chi segue determinate pratiche religiose o mondane soltanto perché vengono tramandate dai tempi dei suoi antenati, oppure adotta certe pratiche soltanto perché sono diffuse tra le nazioni influenti del suo tempo, dimostra in realtà di non possedere nella propria mente alcuna capacità di distinguere il vero dal falso e il corretto dall’errato. Poiché per caso è nato in una famiglia indù, ha ritenuto corretta la religione indù. Se fosse nato in una famiglia musulmana, avrebbe considerato l’Islam la religione della verità. E se fosse stato figlio di cristiani, avrebbe sacrificato la propria vita per il cristianesimo. Allo stesso modo, per una mera casualità, nella sua epoca ha considerato i costumi degli occidentali il criterio della civiltà. Se i cinesi fossero stati potenti, certamente avrebbe riconosciuto nei costumi cinesi il criterio della civiltà. E oggi comincerebbe a considerare i neri del mondo il metro dell’umanità.

Non è una prova della verità e della correttezza di una cosa il fatto che essa ci sia stata trasmessa dai nostri antenati o che oggi sia praticata nel mondo. Anche in passato nel mondo sono state compiute molte azioni insensate, e ancora oggi se ne compiono. Non è nostro compito seguire ciecamente quelle insensatezze.

Né è nostro compito continuare a seguire, a occhi chiusi, una pratica qualsiasi dell’antichità o dell’epoca moderna, né avanzare spalla a spalla con un passante qualunque, sia che ci conduca verso una foresta di spine o verso un’enorme voragine. Dio ci ha dato l’intelletto e la conoscenza affinché distinguessimo il bene dal male nel mondo, esaminassimo la differenza tra l’imitazione e l’originale e, prima di accettare qualcuno come guida, verificassimo attentamente verso quale direzione ci conduce. L’Islam considera sviati tutti e tre questi gruppi.

A proposito del primo gruppo, dice che, così come queste persone non riconoscono come guida nessuno che abbia ricevuto la luce, allo stesso modo non possiedono alcun raggio di luce utile a orientarle nel cammino. Il loro esempio è quello di una persona che procede tastando la strada nell’oscurità, affidandosi soltanto a congetture. Talvolta potrà camminare sulla retta via, ma altre volte potrà cadere in una fossa. Infatti, la congettura non è qualcosa di certo: in essa sono possibili tanto l’errore quanto la correttezza, anzi la possibilità dell’errore è maggiore:

وما يتبع الذين يدعون من دون الله شركاء ان يتبعون الا الظن وانهم ال يخرصون

Significato: Coloro che ritengono divinità diverse da Allah Sue associate e le invocano, di chi seguono l’esempio, lo sai? Seguono soltanto supposizioni e fantasie, e procedono basandosi sul puro congetturare». (Sura Yunus: 66)

ان يتبعون الا الظن وان الظن لايغنى من الحق شيئا

Significato: Seguono soltanto le supposizioni; ma la supposizione non guida verso la verità nemmeno per la minima quantità» (Sura an-Najm: 28)

ان يتبعون الا الظن وما تهوى الانفس ولقد جاءهم من ربهم الهدى ط ام للانسان ما تمنى

Significato: Non seguono altro che le supposizioni e i desideri delle passioni. Eppure è giunta loro la guida da parte del loro Signore. È forse vero per l’uomo soltanto ciò che egli desidera?» (Sura an-Najm: 23-24)

افرءيت من اتخذ الهه هوه واضله الله على علم وختم على سمعه وقلبه وجعل على بصره غشاوة فمن يهديه من بعد الله

Significato: Hai visto colui che ha preso la propria passione come suo dio? Allah lo ha sviato nonostante la sua conoscenza, ha posto un sigillo sul suo udito e sul suo cuore e ha steso un velo sui suoi occhi. Chi potrà dunque guidarlo dopo Allah?» (Sura al-Jathiya: 23)

ومن اضل ممن اتبع هواه بغير هدى من الله ط ان الله لا يهدى القوم الظلمين

Significato: Chi è più sviato di colui che segue la propria passione invece della guida concessa da Allah? Allah non guida mai gli ingiusti di tal genere». (Sura al-Qasas: 50)

Al tempo della rivelazione del Corano, i Figli d’Israele erano i rappresentanti del secondo gruppo. Essi sostenevano di essere seguaci di Mosè (pace su di lui) e di attenersi alla Torah. Tuttavia, la maggior parte delle loro convinzioni e dei loro comportamenti era contraria alla via seguita da Mosè (pace su di lui) e agli insegnamenti esposti nella Torah. Inoltre, la cosa sorprendente era che non provavano la minima vergogna per tali ingiustizie. Invece di conformare i propri pensieri e le proprie azioni agli insegnamenti della Torah, ne alteravano il testo e il significato, adattandola ai propri pensieri e alle proprie azioni. Nascondevano i veri insegnamenti della Torah e divulgavano le proprie concezioni come se fossero gli insegnamenti della Torah. Coloro che, a causa di queste deviazioni e di questi comportamenti fuorvianti, li ammonivano e li invitavano a seguire la parola divina contro i loro desideri, venivano insultati da loro, accusati di mentire e persino uccisi. Per questo il Corano dice a loro proposito:

يحرفون الكلم من مواضعه ونسوا حظا مما ذكروا به ولا تزال تطلع على خائنة منهم الا قليلا منهم

Significato: Essi alterano le parole, allontanandole dal loro significato originario, e hanno dimenticato gran parte dei saggi ammonimenti loro impartiti. Continuerai a venire a conoscenza di qualche loro atto di tradimento; solo pochi di loro ne sono rimasti immuni». (Sura al-Ma’ida: 13)

يااهل الكتب لم تلبسون الحق بالباطل وتكتمون الحق وانتم تعلمون

Significato: O gente della Scrittura! Perché mescolate la verità con la falsità e perché nascondete deliberatamente la verità pur conoscendola?». (Sura Āl ʿImrān: 71)

كلما جاءهم رسول بما لاتهوى انفسهم فريقا كذبوا وفريقا يقتلون

Significa: «Quando un profeta portava loro un messaggio contrario ai desideri delle loro passioni, alcuni li accusavano di menzogna e altri li uccidevano». (Sura al-Māʾida: 70)

In seguito fu detto loro chiaramente:

(Arabo)

Significa: «Non troverete la retta via finché non osserverete la Torah e il Vangelo e non crederete nel Libro che è stato fatto scendere su di voi da parte del vostro Signore (cioè il Corano)». (Sura al-Māʾida: 68)

Riguardo al terzo gruppo, il Corano dice:

(Arabo)

Significato: Ogni volta che è stato detto loro: «Seguite le norme stabilite da Allah», hanno risposto proprio così: «Noi seguiremo soltanto la via sulla quale abbiamo visto camminare i nostri antenati». Anche se i loro antenati non avessero compreso nulla, non avessero saputo nulla e non avessero trovato la retta via, continuerebbero forse a seguire i loro antenati? (Sura al-Baqara, 170)

(Arabo)

Significato: ogni volta che è stato detto loro: «Venite verso ciò che Allah ha rivelato e verso il Messaggero», hanno risposto: «Per noi è sufficiente la via sulla quale abbiamo visto camminare i nostri padri e antenati». Ma anche se i loro padri e antenati non avessero saputo nulla e non avessero trovato la retta via, sarebbe forse sufficiente per loro quella via?» (Sura al-Mā’ida: 104)

(Arabo)

Significato: se obbedisci alla maggior parte degli abitanti della terra, essi ti faranno deviare dalla via di Allah; essi seguono soltanto supposizioni. La loro via si fonda interamente su congetture e supposizioni.» (Sura al-Anʿām: 116)

Coloro che non usano la propria ragione e non distinguono il vero dal falso, ma seguono ciecamente soltanto l’imitazione degli altri, il Corano li ha definiti ciechi, muti e sordi:

(Arabo)

Significa: «Sono ciechi, muti e sordi. Perciò non comprendono nulla». (Sura al-Baqara: 171)

E sono stati paragonati al bestiame, anzi, sono stati definiti peggiori di esso. Poiché gli animali, in effetti, non possiedono facoltà di giudizio; essi invece, pur possedendo capacità di giudizio, non la usano:

(Arabo)

Il loro esempio è quello del bestiame; anzi, sono ancora peggiori di esso e sono incuranti.” (Sura al-A‘raf: 179)

Dopo aver respinto questi tre gruppi estremisti, il Corano intende costituire un gruppo composto da persone che aderiscano unite alla via mediana (arabo). Questo gruppo rimarrà sempre saldo nell’equità e nella giustizia” (arabo).

Che cos’è questa via mediana? È necessario squarciare il velo che le antiche consuetudini e l’istruzione moderna hanno steso sugli occhi delle persone; bisogna aprire gli occhi alla limpida luce del sano discernimento e esaminare a fondo che cosa sia vero e che cosa sia falso. Bisogna stabilire se sia corretta l’ateismo o la dottrina divina; se sia corretto il tawhid o lo shirk; se la guida divina sia necessaria o meno affinché l’essere umano percorra la retta via; se gli Anbiya, pace su di loro, e Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fossero veritieri oppure — che Dio ci perdoni — menzogneri; se la via di vita proposta dal Corano sia retta o tortuosa. Se il cuore delle persone testimonia che la fede in Allah è una richiesta naturale della natura umana e che, in realtà, Egli è Allah, senza alcun associato; se la coscienza riconosce che, affinché l’uomo percorra la retta via, è assolutamente necessaria la luce concessa da Allah, e che questa è la luce portata dagli Anbiya, le guide autentiche dell’umanità, pace su di loro; se, osservando la vita pura di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, le persone giungono a credere che un uomo di carattere così elevato non avrebbe mai potuto ingannare il mondo e che la sua pretesa di essere il Messaggero di Allah è senza dubbio vera; se, dopo aver studiato il Corano, il loro discernimento giunge alla conclusione che tutto ciò che questo Libro sublime ha presentato costituisce l’unica retta via per le convinzioni e la condotta dell’essere umano, allora è assolutamente doveroso credere in ciò della cui verità la coscienza delle persone dà testimonianza, senza lasciarsi intimorire dalla condanna e dall’opposizione del mondo intero, purificando il cuore e la mente da ogni timore di perdita e da ogni allettamento del guadagno.

Inoltre, quando con l’aiuto del sano intelletto si è distinta la verità dalla falsità, si è abbandonata la falsità e si è creduto nella verità, anche il compito dell’intelletto di verificare, esaminare e criticare è giunto al termine. Dopo aver abbracciato la fede, il potere di decidere e di impartire direttive è passato dalle mani dell’intelletto a quelle di Allah, del Suo Messaggero e del Suo Libro. Da quel momento non spetta alle persone prendere decisioni; il loro compito è piuttosto accogliere con sottomissione ogni precetto di Allah e del Suo Messaggero. Esse possono usare il proprio intelletto per comprendere tali precetti, scoprirne le sottigliezze e la razionalità e applicarli ai dettagli della propria vita. Tuttavia, nessuno ha il diritto di apportare la benché minima modifica a un precetto divino. Che la razionalità e la convenienza di un precetto siano comprese o meno dalle persone, che esso superi o meno il criterio dell’intelletto, che il comando di Allah e l’ingiunzione del Messaggero siano conformi o contrari agli usi, alle consuetudini e alle tradizioni del mondo, il compito delle persone è sottomettersi ad esso senza condizioni. Dopo aver accettato Allah, riconosciuto il Messaggero come Messaggero di Allah e creduto che tutto ciò che il Messaggero presenta proviene da Allah e non è qualcosa da lui inventato (arabo), la conseguenza logica di questa fede e convinzione è che le persone diano la precedenza al Libro di Allah e alla Sunnah del Messaggero rispetto al proprio intelletto e si astengano dal sottoporre a verifica, secondo il criterio del proprio intelletto, della propria erudizione, esperienza o del pensiero e dell’operato di altri uomini, tutte le convinzioni e le norme che il Messaggero ha illustrato in nome di Allah. Chi si proclama credente e contemporaneamente disobbedisce ai precetti divini contraddice con ciò stesso la propria pretesa. Non sa infatti che tra la fede e la disobbedienza esiste una contraddizione evidente. Non sa neppure che l’ordine e la disciplina (arabo) si stabiliscono soltanto attraverso l’osservanza e l’obbedienza. La disobbedienza non è altro che un altro nome per l’anarchia. Questo equilibrio e questa via mediana si chiamano Islam. E coloro che seguono questa via sono chiamati musulmani.

Islam significa obbedienza, sottomissione agli ordini e accettazione. Colui che accetta senza protestare il comando di chi ordina e il divieto di chi proibisce è chiamato musulmano. Questo nome, dunque, indica da sé questa verità: abbandonati i tre gruppi menzionati e le vie da essi seguite, questo quarto gruppo è stato fondato su una nuova ideologia, affinché obbedisca ai comandi di Allah e del Messaggero e chini il capo davanti a essi. Non è compito di questo gruppo seguire in ogni questione soltanto il proprio giudizio e il proprio intelletto. Né può accettare della legge di Allah soltanto ciò che è conforme ai propri interessi e respingere ciò che è contrario a essi; e neppure può abbandonare il Libro di Allah e la Sunnah del Messaggero per seguire indiscriminatamente tutti gli uomini, vivi o morti: neppure questo può essere il suo comportamento.

In verità, la spiegazione del Nobile Corano su questo argomento è estremamente chiara. Il Corano dice che, quando giunge il comando di Allah e del Messaggero in una qualunque questione, ai credenti non rimane alcuna facoltà di accettarlo o rifiutarlo:

(arabo)

Significato: nessun credente, uomo o donna, ha il diritto, quando Allah e il Suo Messaggero hanno deciso una questione, di riservarsi la facoltà di decidere autonomamente in quella materia; chi disobbedisce al comando di Allah e del Suo Messaggero è caduto in un evidente traviamento.” (Sura al-Ahzab: 36)

Egli dice: abrogare una parte del Libro di Allah è estremamente umiliante in questo mondo e nell’Aldilà:

(Arabo)

Significa: «Credete forse in una parte del Libro (di Allah) e ne negate un’altra? La ricompensa per chiunque di voi faccia ciò non sarà altro che l’umiliazione estrema nella vita terrena, mentre nell’Aldilà sarà spinto verso il più duro dei castighi. Allah non è incurante di ciò che fate». (Sura al-Baqara: 85)

Egli dice: il giudizio deve essere emesso secondo il Libro di Allah, che piaccia o non piaccia alla gente:

(Arabo)

Significa: «Giudica dunque tra loro secondo ciò che Allah ha fatto scendere e non seguire i loro desideri, abbandonando la verità giunta da Allah». (Sura al-Mā’ida: 48)

Egli dice: chi non giudica secondo il Libro di Allah è un fāsiq:

(Arabo)

Significato: e ogni giudizio contrario al Libro di Allah è un giudizio jahilita.» (Sura al-Ma’ida: 47)

(Arabo)

Significato: desiderano forse il giudizio della jahiliyyah? E chi può emanare un giudizio migliore di quello di Allah per i credenti?» (Sura al-Ma’ida: 50)

Egli dice: O credenti! Obbedite ad Allah, al Suo Messaggero e a coloro che detengono l’autorità tra voi. E se credete veramente in Allah e nell’Aldilà, qualunque controversia sorga tra voi, ritornate ad Allah e al Suo Messaggero per dirimerla: questa è la via migliore ed è anche la migliore quanto all’esito. (O Profeta!) Hai visto coloro che sostengono di aver creduto nel Libro fatto scendere su di te e nei Libri fatti scendere prima di te? Eppure vogliono prendere come giudici, nelle loro questioni, coloro che disobbediscono ad Allah, mentre avevano ricevuto l’ordine di ripudiarli. E Satana vuole soltanto traviarli e allontanarli dalla retta via. Quando è stato detto loro: «Venite al Libro fatto scendere da Allah e venite al Messaggero», hai visto gli ipocriti allontanarsi da te. … Non abbiamo inviato alcun Messaggero se non affinché fosse obbedito secondo la legge di Allah. … No, per il giuramento del tuo Signore! Essi non saranno affatto credenti finché non ti avranno preso come giudice nelle loro controversie. E non basta questo; devono inoltre non provare nel loro cuore alcuna esitazione riguardo a qualunque decisione tu emetta e sottomettersi completamente ad essa.» (Sura an-Nisa’: versetti 59-65)

Da questa spiegazione è emersa chiaramente la logica delle denominazioni «Islam» e «musulmano». Ora tutti dovremmo riflettere profondamente su quanto il termine «musulmano» possa essere applicato a noi, che ci siamo fatti registrare come musulmani nei registri del censimento, e su quanto sia appropriato definire Islam il nostro comportamento e il nostro modo di agire.

16

La vera fonte della forza dei musulmani

[L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel gennaio 1935 sulla rivista Tarjuman-ul-Qur’an. — L’editore]

Si era agli inizi del secondo secolo dell’Egira. Sajistan e Durkhaj

[Antico nome dell’attuale Afghanistan.]

Il sovrano dell’epoca, il cui titolo dinastico era Ruttbil, aveva smesso di versare il tributo al rappresentante dei Banu Umayya. Per questo venivano condotte continuamente spedizioni militari contro di lui. Ma egli non volle sottomettersi in alcun modo. Una volta, Yazid ibn Abd al-Malik inviò un emissario per riscuotere da lui il tributo. Allora egli chiese all’emissario musulmano: «Dove sono finiti quelli che venivano in precedenza a riscuotere il tributo? Avevano il ventre aderente alla schiena come quello degli affamati, la fronte segnata da macchie nere e indossavano foglie di palma».

Gli fu risposto: «Sono ormai morti». Ruttbil disse: «Sebbene i vostri volti siano più belli dei loro, essi erano più fedeli alle promesse di voi e più forti».

Gli storici riferiscono che, dopo aver pronunciato queste parole, Ruttbil rifiutò di versare il tributo e rimase indipendente dallo Stato islamico per quasi mezzo secolo.

Era il tempo in cui vivevano numerosi tabiʿin e tabiʿ al-tabiʿin. Era l’epoca degli imam mujtahid. Da allora era trascorso appena un secolo dalla scomparsa del Nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui. I musulmani dominavano il mondo come una nazione viva e potente. Avevano ottenuto il potere di governo in Iran, Iraq, Roma, Egitto, Africa, Spagna e in altri paesi. Per equipaggiamento, splendore e ricchezza, nessuna nazione del mondo era allora loro pari. Tutto ciò era pienamente presente. Anche la fede nei loro cuori era viva. L’osservanza delle norme della Sharia era molto maggiore di oggi. Esistevano l’autorità della leadership e un sistema per obbedire ai suoi ordini. In tutta la nazione vigeva una disciplina estremamente rigorosa. Eppure, quando coloro che erano venuti a misurarsi con gli affamati, i poveri e gli abitanti del deserto dell’epoca dei Compagni percepirono la differenza tra il cielo e la terra fra quegli uomini riccamente equipaggiati e quelli privi di tali ornamenti, quale fu la natura di questa differenza? Gli storici forse vorranno definirla soltanto come la differenza tra una civiltà rurale e una civiltà antica. Diranno che gli antichi abitanti del deserto erano più resistenti alle privazioni, mentre quelli venuti dopo erano diventati amanti del lusso grazie alla ricchezza e al progresso civile. Ma io dirò che, in realtà, questa era la differenza tra la fede, la sincerità, le virtù morali e l’obbedienza ad Allah e al Suo Messaggero. La vera forza dei musulmani risiedeva proprio in queste cose. L’abbondanza numerica, la ricchezza dell’equipaggiamento, la prosperità materiale, l’abilità nelle scienze, nelle conoscenze e nelle arti, i mezzi della cultura e della civiltà: nessuna di queste cose era la fonte della loro forza. Essi avanzavano affidandosi soltanto alla fede e alle buone opere. Era questa la cosa che li aveva elevati nel mondo. Era questa ad aver assicurato loro un posto d’onore nei cuori delle altre nazioni. Quando possedevano questo patrimonio di forza e prestigio, erano forti e rispettati nonostante la loro inferiorità numerica e la scarsità dei loro mezzi. Quando invece questo patrimonio scomparve da loro, cominciarono a diventare deboli e privi di prestigio, nonostante l’abbondanza numerica e la profusione dei mezzi.

Ciò che Ruttbil disse da nemico è più istruttivo di migliaia di sermoni pronunciati da amici e benevoli consiglieri. Egli mise in luce proprio questa verità: la vera forza di una nazione non risiede nel suo esercito ben equipaggiato, nelle sue armi, nei suoi esperti soldati e comandanti né nell’abbondanza dei suoi mezzi e delle sue risorse; risiede invece nella sua rettitudine, nel carattere saldo, nella condotta impeccabile e nel pensiero elevato. È una forza spirituale che esercita la propria autorità nel mondo anche senza strumenti materiali. Essa permette a coloro che siedono per terra di trionfare su quelli assisi sui troni. Non fa loro conquistare soltanto la terra, ma anche i cuori degli uomini. Grazie a questa forza, uomini che indossavano foglie di palma, magri e scheletrici, con volti spenti e avvolti in stracci, portando spade, poterono fondare nel mondo una fama, un prestigio, un valore, un coraggio, un onore, una dignità e un’autorità di governo tali che, senza quella forza, neppure uomini vestiti di abiti splendidi, dal corpo grande e robusto, dal volto luminoso, dotati di corti magnifiche, di grandi cannoni e di tremendo potere avrebbero potuto fondare. In verità, l’abbondanza della forza morale può compensare la mancanza di mezzi materiali, ma l’abbondanza dei mezzi materiali non può mai compensare la mancanza della forza morale. Anche se, senza questa forza, si può ottenere prestigio attraverso i soli mezzi materiali, esso sarà incompleto e temporaneo: non sarà mai pieno e saldo, non farà mai chinare i cuori degli uomini; si piegheranno soltanto le teste. E anche quelle resteranno pronte a ribellarsi alla prima occasione.

Un edificio non acquista stabilità grazie alla varietà dei suoi colori, ai suoi ornamenti, al fasto e alla bellezza, ai cortili fioriti e all’apparenza esteriore. L’abbondanza degli abitanti, la profusione degli arredi e la ricchezza dei mezzi non possono renderlo solido. Se le sue fondamenta sono deboli, se le pareti sono fragili e i pilastri sono stati divorati dai tarli, per quanto sia pieno di abitanti, per quanto contenga beni e suppellettili del valore di milioni, per quanto i suoi ornamenti abbaglino gli occhi della gente e incantondano i loro cuori, nulla di tutto ciò potrà impedirgli di crollare. Gli uomini guardano soltanto l’aspetto esteriore e il loro sguardo rimane confinato alla superficie visibile. Ma il corso degli eventi di un’epoca non viene a confrontarsi con l’apparenza esterna: viene a misurarsi con la realtà interiore. Mette alla prova la solidità delle fondamenta dell’edificio. Verifica la robustezza e la consistenza delle sue pareti. Esamina la disposizione e l’installazione dei pilastri. Se queste cose sono corrette, solide e stabili, il corso degli eventi sarà costretto a scontrarsi con un simile edificio e ad andarsene sconfitto. Anche se quell’edificio fosse privo di ornamenti o di bellezza, trionferà certamente sul corso degli eventi. Altrimenti lo scontro con gli eventi finirà per ridurlo in frantumi, ed esso crollerà portando con sé tutti i suoi abitanti e tutti i suoi ornamenti.

Lo stato della vita nazionale è analogo. Una nazione non viene resa viva, forte e prospera soltanto dalle sue abitazioni, dai suoi abiti, dai suoi mezzi di trasporto, dai suoi beni di lusso, dalle belle arti, dalle fabbriche e dalle scuole e università; ciò che invece la rende prospera e forte sono l’ideale fondamentale della sua civiltà, il radicamento di tale ideale nel suo cuore e l’affermazione della sua autorità nella sua condotta. Queste tre cose, cioè la fede salda nella purezza dell’ideale e la sua piena autorità nella vita reale, hanno nella vita nazionale un’importanza pari a quella che, per un edificio, hanno le sue solide fondamenta, le sue pareti ben costruite e i suoi robusti pilastri. La nazione in cui queste tre cose saranno pienamente presenti trionferà nel mondo. La sua parola sarà quella che prevarrà. Nel mondo di Allah sarà la sua autorità a prevalere. Nei cuori degli uomini sarà la sua fama a occupare il posto d’onore. Le loro fronti si piegheranno davanti ai suoi comandi. Anche se abitasse in una capanna cadente, indossasse abiti ridotti a brandelli, avesse la pelle del ventre incollata alla schiena per la fame, non possedesse nemmeno un’università nel suo paese, non avesse nemmeno una fabbrica nei suoi centri abitati e fosse completamente arretrata nelle scienze e nelle arti industriali, sarebbe essa, nel mondo, a meritare rispetto. Le cose che la gente considera strumenti del progresso sono soltanto gli ornamenti dell’edificio, non le sue pareti né i suoi pilastri. Eppure, anche rivestendo d’oro una parete fragile, non è possibile impedirle di crollare. Questo stesso concetto è stato ripetutamente esposto nel Nobile Corano.

Il Corano ha affermato, riguardo ai principi fondamentali dell’Islam, che la norma dell’Islam è conforme alla natura immutabile e incorruttibile secondo la quale Allah ha creato l’essere umano. Pertanto, il dīn fondato su tale principio è il “dīn ben saldo”, cioè un dīn che stabilisce ogni questione relativa a questo mondo e all’Aldilà secondo il metodo corretto:

(arabo)

Significa: volgiti con devozione esclusiva verso questo dīn. Non vi è alcun cambiamento nella natura secondo la quale Allah ha creato gli esseri umani. Questo è il dīn corretto. Tuttavia, la maggior parte delle persone non lo sa. (Sura ar-Rūm, 30)

Poi dice: rimanete saldamente ancorati a questo dīn ben consolidato, abbiate fede in esso e agite di conseguenza. I suoi benefici si manifesteranno da sé. Sarete voi a essere elevati nel mondo. A voi sarà conferito il potere di governo sulla terra. Sarete voi a essere investiti della dignità del califfato.

(arabo)

Al contrario, coloro che apparentemente sono entrati nei confini del dīn dell’Islam, ma nei cui cuori non si è stabilito il dīn e l’Islam non è diventato il sistema che regola la loro vita: il loro aspetto esteriore è senza dubbio molto sfarzoso;

(arabo)

Anche il loro modo di parlare è molto dolce; (in arabo)

Ma in realtà sono pupazzi di legno privi di vita” (in arabo)

Temono gli uomini più di quanto temano Allah: ” (in arabo)

Le loro azioni sono come un miraggio; sebbene alla vista sembri acqua, in realtà non è nulla: ” (in arabo)

Tali persone non possono mai acquisire una forza collettiva. Perché i loro cuori restano separati gli uni dagli altri. Non possono partecipare uniti, con devozione e sincerità, a nessuna opera: ” (in arabo)

Non possono mai essere dotati di una forza pari a quella dei credenti e dei virtuosi: ” (in arabo) Non possono mai conquistare il posto di guida nel mondo: ” (in arabo) Per loro, tanto in questo mondo quanto nell’Aldilà, non c’è altro che umiliazione e disonore nel mondo e un severo castigo nell’Aldilà: ” (in arabo)

Forse molti si stupiranno del fatto che il Corano abbia dichiarato soltanto la fede e le opere buone l’unico mezzo per il progresso dei musulmani, per il conseguimento della loro forza e autorità e per la vittoria su tutte le altre nazioni. Si meraviglieranno che in nessun luogo si ordini ai musulmani di costruire università, aprire scuole e collegi, fondare fabbriche, costruire navi, costituire società, aprire banche, inventare strumenti scientifici o imitare le nazioni progredite nel vestiario, nelle relazioni sociali e nei modi di comportarsi. D’altra parte, il Corano ha definito soltanto l’ipocrisia come causa dell’arretratezza, della decadenza e dell’umiliazione e del disonore in questo mondo e nell’Aldilà; in nessun luogo ha indicato come causa della rovina la mancanza delle cose che oggi vengono considerate cause del progresso.

Ma, se si riesce a comprendere la concezione fondamentale del Corano, questo stupore svanirà naturalmente. La prima cosa da comprendere al riguardo è che ciò che viene chiamato “musulmano” si fonda esclusivamente sull’Islam. La sua identità di musulmano può essere determinata soltanto dall’Islam. Se crede nel messaggio portato da Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) e obbedisce alle norme rivelate per mezzo suo, il suo Islam raggiunge la perfezione anche se non possiede presso di sé nient’altro che sia estraneo all’Islam. Al contrario, se è adornato di tutti i mezzi di bellezza della vita terrena, ma nel suo cuore non vi è l’influenza della fede e nella sua vita concreta è libero dall’obbedienza alle norme islamiche, può essere laureato, medico, industriale, banchiere, comandante militare e tutto il resto, ma non può essere musulmano. Pertanto, se il messaggio essenziale dell’Islam non si radica innanzitutto nell’individuo o nella nazione, nessun loro progresso può essere definito il progresso di un individuo o di una nazione musulmana. In tal caso, per quanto grande possa essere il progresso realizzato, non potrà in alcun modo essere considerato il progresso dei musulmani. Ed è evidente che un simile progresso non può mai essere l’obiettivo dell’Islam.

Se, naturalmente, una nazione non è affatto musulmana e le basi fondamentali del suo pensiero, della sua moralità e del suo ordinamento sociale sono diverse dall’Islam, allora il discorso è diverso. Indubbiamente, una nazione di questo genere può fondarsi su principi morali, sociali, politici, economici e sociologici differenti dall’Islam, e può persino raggiungere il culmine del progresso cui aspira. D’altra parte, però, è del tutto diverso che il pensiero, la moralità, l’economia e la politica di una nazione siano fondati sull’Islam, mentre essa sia debole sia nella convinzione sia nella condotta proprio riguardo all’Islam. Per quanto una nazione simile possa accumulare abbondanti mezzi e strumenti di progresso materiale, per essa è assolutamente impossibile sorgere come nazione salda e forte e conquistare una posizione elevata nel mondo. La ragione è che sono deboli le basi stesse della sua identità nazionale, della sua moralità, della sua civiltà e della sua cultura. La debolezza delle sue fondamenta è così grave che i meri ornamenti esteriori non possono mai eliminarla.

Ciò non significa negare la reale importanza delle scienze, delle arti e degli altri mezzi e strumenti del progresso materiale. Il suo vero significato è che, per la nazione musulmana, l’importanza di queste cose è secondaria. La solidità e la stabilità delle fondamenta hanno la precedenza su tutte queste cose. Quando le fondamenta sono stabili, si possono adottare, e si devono adottare, tutti i mezzi materiali ad esse conformi. Ma se proprio queste fondamenta si indeboliscono, se le loro radici non sono saldamente ancorate nel cuore e il loro controllo si allenta nella vita reale, allora, tanto sul piano individuale quanto su quello sociale, la moralità, l’indole, la natura e le attività della nazione si deformano, si sconvolgono e cadono nel disordine; il suo ordinamento sociale si indebolisce, le sue forze e capacità si disperdono e si frammentano, e la sua importanza nella competizione internazionale diminuisce. Al punto che, di conseguenza, altre nazioni possono persino imporre il loro dominio su di essa. In tali condizioni, l’abbondanza dei mezzi materiali, la moltitudine di diplomati e studiosi e lo sfarzo della bellezza e dell’apparenza esteriore non servono a nulla.

Vi è una questione ancora più importante. Il Nobile Corano ha proclamato con estrema fermezza: «Se siete credenti, sarete voi a prevalere», «Il partito di Allah sarà vittorioso» e «Coloro che saranno adornati di fede e di opere buone otterranno certamente il califfato sulla terra». Su quale base poggia questa certezza? Per quanto le altre nazioni possiedano mezzi e strumenti materiali, su quale fondamento si è avanzata una pretesa tanto grande: che i musulmani, soltanto con l’arma della fede e delle opere buone, trionferanno su di esse?

È il Corano stesso a risolvere questa complessa questione:

(Arabo)

Significato: O uomini! Viene proposta una similitudine; ascoltatela attentamente. Coloro che invocate all’infuori di Allah non sono capaci di creare neppure una mosca, anche se si riunissero tutti per compiere questa impresa e vi impiegassero le loro forze. E se una mosca sottraesse loro qualcosa, non avrebbero neppure la capacità di riprendersela. Colui che invoca è debole quanto ciò che viene invocato. Costoro non attribuiscono ad Allah la considerazione che Gli è dovuta. Eppure Allah è il Possessore della vera potenza e del vero onore». (Sura al-Hajj: 73-74)

(Arabo)

Significato: Coloro che prendono come protettori potenze diverse da Allah sono paragonabili al ragno: si costruisce una casa, ma in verità la casa del ragno è la più debole di tutte le case». (Sura al-‘Ankabut: 41)

Cioè, coloro che fanno affidamento soltanto sulla forza materiale dipendono da cose tali che esse stesse non possiedono alcuna forza. Come naturale conseguenza del confidare in questo insieme di cose prive di forza, anch’essi diventano privi di forza. La fortezza inespugnabile che costruiscono secondo la propria convinzione è fragile come una tela di ragno. Coloro che sono veramente potenti e autorevoli si ergono confidando in Allah; costoro non potranno mai sviluppare in sé la forza necessaria per affrontarli:

(in arabo)

Significato: chi ha rinnegato il ṭāghūt, le forze ribelli a Dio, e ha creduto in Allah, si è aggrappato a una corda saldissima che non potrà mai spezzarsi.» (Sura al-Baqara: 256)

Il Corano ha altresì affermato con fermezza che, ogni volta che vi sarà un confronto tra credenti e miscredenti, saranno i credenti a ottenere la vittoria.

(in arabo)

Significato: se i miscredenti combattono contro di voi, certamente volgeranno le spalle; poi non troveranno né un alleato né un soccorritore. Questa è la legge di Allah, in vigore da tempo immemorabile. E non troverete mai alcuna eccezione nella legge di Allah.» (Sura al-Fath: 22-23)

(in arabo)

Significato: infonderemo il timore nei cuori dei miscredenti, perché hanno associato ad Allah cose alle quali Egli non ha conferito alcuna dignità.» (Sura Āl ʿImrān: 151)

La ragione è che chi combatte per Allah riceve il sostegno della forza di Allah, e contro colui che Allah assiste nessuno può prevalere:

(Arabo)

Significato: La ragione è che Allah è il sostenitore dei credenti, mentre gli infedeli non hanno alcun sostenitore.» (Sura Muhammad: 11)

(Arabo)

Significato: Quando hai scagliato le frecce, non sei stato tu a scagliarle; piuttosto, è stato Allah a scagliarle.» (Sura al-Anfal: 17)

Questa è la forza dei credenti e degli uomini retti. D’altra parte, è anche legge eterna di Allah che per chi è credente e virtuoso, il cui comportamento e le cui azioni sono liberi dalla contaminazione dell’egoismo, e che, invece di seguire le inclinazioni dei propri istinti e i desideri biologici, osserva debitamente la legge stabilita da Allah, si stabilisce nel cuore delle persone un posto di affetto. I loro cuori sono naturalmente attratti verso di lui. I loro sguardi rispettosi si posano su di lui. Ci si può affidare a lui con piena tranquillità nelle transazioni e negli affari. Amici e nemici senza distinzione lo considerano veritiero e confidano nella sua modestia, nella sua giustizia e nella sua lealtà:

(Arabo)

Significato: Coloro che hanno creduto e compiuto buone opere, Allah susciterà per loro amore nei cuori delle persone.» (Sura Maryam: 96)

(Arabo)

Significa: «Allah rende saldi i credenti mediante una parola incrollabile, nella vita terrena e anche nell’Aldilà». (Sura Ibrahim: 27)

(Arabo)

Significa: «Chiunque compia il bene, uomo o donna, purché sia credente, certamente gli concederemo una vita buona e lo ricompenseremo secondo le sue migliori opere». (Sura an-Nahl: 97)

Ma di che cosa sono il risultato queste cose? Non sono il risultato del semplice pronunciare con le labbra “la ilaha illallah”, del chiamarsi musulmani, dell’adottare alcune determinate consuetudini sociali e dell’osservare alcune ritualità e usanze prestabilite. Perché questi risultati si manifestassero, il Corano sapiente ha posto come condizione la fede e le opere buone. Il suo obiettivo è che la sua autorità si stabilisca ovunque: nel loro modo di pensare, nelle loro concezioni, nel loro carattere morale e nelle loro attività. Il loro intero stile di vita dovrà essere plasmato secondo il vero modello di questa sacra parola; nelle loro menti non troverà posto alcuna idea contraria a essa, né si impegneranno in alcuna azione che le sia ostile. In verità, il risultato del pronunciare con le labbra “la ilaha illallah” dovrà manifestarsi in modo tale che, nell’istante stesso della pronuncia, si produca una tremenda rivoluzione nella vita delle persone e lo spirito del taqwa penetri nelle loro vene e arterie. Non si inchineranno davanti ad alcuna potenza all’infuori di Allah. Non tenderanno le mani davanti a nessuno all’infuori di Allah. Nei loro cuori non vi sarà timore di nessuno all’infuori di Allah. Il loro amore e la loro inimicizia non saranno per nessuno all’infuori di Allah. Nella loro vita non sarà applicata alcuna legge se non quella di Allah. Saranno sempre pronti a sacrificare, per il compiacimento di Allah, i propri desideri, tutte le loro brame e ciò che desiderano e amano. Di fronte al comando di Allah e del Suo Messaggero, non avranno altra parola né altra azione se non dire: “Abbiamo ascoltato e obbediamo”. Quando si sarà creata una simile condizione, la loro forza non sarà soltanto quella delle loro vite e dei loro corpi; sarà piuttosto la forza dell’Onnipotente, davanti al quale ogni cosa nei cieli e sulla terra è sottomessa. Risplenderanno dello splendore di quella Luce suprema, che è il vero Amato e l’Amato desiderato di tutti i mondi.

Questo era ciò che i musulmani possedevano ai tempi del Nobile Profeta, pace e benedizioni su di lui, e dei Califfi ben guidati. La storia è testimone dei risultati che ne scaturirono. In quell’epoca, chiunque pronunciasse la frase “la ilaha illallah” cambiava completamente aspetto. Da rame grezzo si trasformava all’improvviso in oro puro; in lui si sviluppava una tale forza d’attrazione che i cuori delle persone erano naturalmente attratti verso di lui. Non appena qualcuno lo guardava, avvertiva come se stesse contemplando l’incarnazione vivente del taqwa e della devozione. Poteva essere analfabeta, povero, digiuno, vestito di abiti laceri e seduto su una stuoia; eppure nei cuori delle persone suscitava un timore reverenziale tale che nemmeno i grandi sovrani, avvolti nello splendore, riuscivano a ottenere. L’esistenza di un musulmano era come un’isola: ovunque si trovasse o andasse, diffondeva tutt’intorno il proprio splendore. Con l’aiuto di quella lampada si accendevano milioni di altre lampade. Inoltre, possedeva anche la capacità di bruciare e ridurre in cenere chi non accogliesse quella luce o volesse scontrarsi con essa.

Tali erano i musulmani, dotati di una simile forza della fede e del carattere, che quando erano appena circa trecentocinquanta lanciarono una sfida all’intera Arabia, invitandola a misurarsi con loro. E quando il loro numero crebbe fino a raggiungere alcune centinaia di migliaia, avanzarono con l’irresistibile determinazione di sottomettere il mondo intero; allora qualunque potenza si schierasse contro di loro veniva fatta a pezzi.

Come si è detto sopra, la vera forza dei musulmani è appunto la forza della fede e del buon carattere. Questa forza può essere acquisita soltanto come risultato del radicarsi profondamente nel cuore e nella mente del significato della frase “la ilaha illallah”. Ma se questo significato non si radica saldamente nel cuore, se la parola continua a essere pronunciata soltanto con le labbra e non si produce alcuna rivoluzione nella visione del mondo e nella vita pratica; se, anche dopo aver detto “la ilaha illallah”, la condizione dell’uomo rimane esattamente quella di prima, se teme il ghayrullah come coloro che non credono in questa kalima, ne desidera il compiacimento e si lascia prendere dall’amore per lui; se diventa schiavo dei desideri e delle passioni come loro; se abbandona la legge di Allah per seguire le leggi umane o le proprie passioni; se nei suoi pensieri, desideri, brame e facoltà intellettuali rimane la stessa impurità dei pensieri, dei desideri e della mente di un non musulmano; e se anche le sue parole, le sue azioni e il suo comportamento sono identici a quelli di un non musulmano, su quale base il musulmano potrà prevalere sul non musulmano? Se non possiede la forza della fede e del taqwa, il musulmano non è altro che un uomo esattamente come il non musulmano! Di conseguenza, la competizione tra musulmani e non musulmani si svolgerà soltanto sulla base della forza fisica e dei mezzi materiali, e in questa competizione il più forte sarà vittorioso sul più debole.

La differenza tra queste due condizioni emerge così chiaramente anche nelle pagine della storia che la si può riconoscere a colpo d’occhio. In certi casi si vedrà che pochi musulmani hanno sconfitto grandi potenze statali e hanno esteso il dominio dell’Islam dalle due rive dell’Attock [un affluente del Sindhu situato tra il Punjab e la Frontiera] fino alle coste dell’Atlantico. D’altra parte, oggi vediamo che milioni e milioni di musulmani vivono nel mondo, eppure sono soggetti al dominio di potenze non musulmane. Inoltre, persino nelle regioni in cui milioni di musulmani vivono da diversi secoli, oggi prevalgono il kufr e lo shirk.

17

La religione è per gli uomini coraggiosi, non per i codardi

[L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel maggio del 1936 sulla rivista Tarjumān al-Qur’ān.]

Dopo aver letto il mio libro (L’interesse e il sistema bancario moderno), viene ripetutamente formulata un’osservazione. Essa è la seguente: nell’epoca attuale, il sistema capitalistico, sostenuto dal potere politico, domina il mondo economico che ci circonda. L’intero carro dell’economia procede lungo la strada indicata dai principi capitalistici. A guidarlo sono soltanto i capitalisti, e con il loro aiuto avanzano sulla via del progresso quelle nazioni che, nella produzione e nella spesa della ricchezza, non hanno alcun vincolo religioso o morale. D’altra parte, oggi le nostre forze sociali e collettive sono disgregate e disperse. Per non parlare del cambiare l’intero sistema economico del mondo, non siamo nemmeno capaci di instaurare pienamente il sistema economico islamico all’interno della nostra stessa comunità. In queste condizioni, se i nostri vincoli religiosi ci impediscono di partecipare pienamente al sistema economico vigente della nostra epoca, per la nostra comunità non resterà altro, quanto alla possibilità di beneficiare dei mezzi dello sviluppo e della prosperità economica, che rimanere indietro rispetto alle altre nazioni. Di conseguenza, noi diventeremo sempre più poveri, mentre le nazioni vicine diventeranno sempre più ricche. Inoltre, questa debolezza economica ci renderà fiacchi e impotenti anche sotto il profilo morale, politico e civile. Non si tratta soltanto di supposizioni o congetture; anzi, da anni vediamo la stessa condizione anche nel mondo reale. E i segnali del destino cui dovremo far fronte in futuro non sono neppure così poco chiari da sfuggire agli occhi di chiunque. A che serve dunque limitarci a formulare le leggi della sharia? E quale vantaggio ricaviamo dal proclamare i principi economici dell’Islam? Piuttosto, in questa situazione vogliamo sapere se esista una via che, insieme all’osservanza della legge islamica, consenta di porre rimedio alla nostra miseria economica e di procedere verso un progresso sempre maggiore. Se non esiste, dovremo necessariamente affrontare una delle due condizioni: o i musulmani saranno completamente distrutti, oppure, come le altre nazioni, si libereranno dai vincoli di quelle leggi incapaci di tenere il passo con il corso dei tempi. Ma a questo proposito la nostra posizione è che la questione non si limita affatto all’interesse: la sua portata è estremamente vasta e ampia. Se, tra tutti gli aspetti e i settori della vita, soltanto nel settore economico fosse stato instaurato un commercio non islamico, la questione sarebbe forse stata relativamente meno grave. Ma la situazione reale è diversa. Guardate il mondo che vi circonda: esaminate proprio la vostra condizione. Quale aspetto della vita è rimasto libero dall’influenza e dal predominio non islamici? Nelle credenze religiose, nel modo di pensare e nelle ideologie, non prevalgono forse il materialismo e l’ateismo, o almeno il dubbio e l’incertezza? Sull’istruzione non domina forse l’allontanamento da Dio? Sulla cultura e sulla civiltà non si è forse affermato il predominio dell’occidentalizzazione? L’occidentalismo non ha forse messo radici fino alle profondità più remote della società? Il carattere morale è forse al sicuro dalla sua influenza? È forse libero dal suo predominio nei rapporti economici? Vi è forse un solo elemento — le leggi e la politica statale, le politiche e le attività governative, le ideologie e le azioni — che sia libero dalla sua influenza?

Se questa è la situazione, perché volete limitare la questione in esame a un solo suo aspetto, e per di più a un aspetto soltanto? Rendete la questione più ampia e più vasta e diffondetela sull’intera vita. Dite piuttosto che il fiume della vita ha cambiato corso. Prima scorreva lungo la via dell’Islam, ora scorre lungo una via non islamica. Noi non siamo capaci di cambiarne il corso. Non abbiamo neppure la forza e la capacità di nuotare contro la sua corrente. E tuttavia anche restare fermi significa esporsi allo spettro della morte. In queste condizioni, ci venga indicata una via che ci permetta di rimanere musulmani e, al tempo stesso, di lasciar galleggiare la nostra barca sulla corrente di questo fiume impetuoso. In altre parole, resteremo pellegrini diretti alla Kaaba e manterremo anche rapporti con la carovana diretta verso il Turkestan. Nel nostro modo di pensare, nelle nostre ideologie, nei nostri obiettivi di vita, nei nostri ideali di vita e nelle nostre modalità d’azione saremo non musulmani e al contempo resteremo musulmani. Se nessuno è in grado di indicarci una via per conciliare queste contraddizioni, allora, come conseguenza, o resteremo seduti sulla riva di questo fiume, oppure un giorno strapperemo l’etichetta dell’Islam fissata sulla nostra barca. Dopodiché si vedrà anche la nostra barca, insieme alle altre, procedere allo stesso modo nella corrente del fiume.

Quando i nostri «illuminati» e «progressisti» discutono di un problema, come argomento finale — che per loro è considerato l’argomento più forte — dicono: questa è la religione dell’epoca, il vento soffia in questa direzione, così vanno le cose nel mondo! Dunque, come possiamo opporci? E, opponendoci, come possiamo sopravvivere? Quando si solleva la questione della morale, essi dicono che gli standard morali del mondo sono cambiati. In altre parole, come possono i musulmani aggrapparsi ancora a quei vecchi standard morali? Riguardo al velo, dicono che l’uso del velo è scomparso dal mondo. Cioè, come possono i musulmani non eliminare qualcosa che è scomparso dal mondo? Quando si discute di istruzione, come prova conclusiva sostengono che nel mondo non vi è domanda per l’istruzione islamica. L’intento è questo: come può un bambino musulmano diventare qualcosa di cui non c’è domanda sul mercato? E perché non dovrebbe diventare un prodotto del tipo per cui vi è domanda? Non appena si solleva un’obiezione all’interesse, dicono che oggi il mondo non può funzionare senza interesse. E come può un musulmano evitare qualcosa che è assolutamente indispensabile per mandare avanti gli affari del mondo? In breve, in qualunque ambito della vita — istruzione, morale, società, civiltà, economia, leggi, politica e ogni altro settore — quando vogliono abbandonare i principi islamici e seguire l’occidentalizzazione, per loro la religione dell’epoca, la direzione del vento e il corso del mondo diventano prove inconfutabili. E questa prova viene presentata come uno strumento per legittimare l’imitazione dell’Occidente, ossia l’abbandono parziale della religione; si ritiene quindi che ogni parte dell’edificio islamico contro cui sia possibile usare tale prova debba essere abbattuta.

Noi diciamo: invece di presentare separatamente queste proposte di demolizione, perché non ne formulate una completa che le riunisca tutte? Elaborare proposte distinte per demolire una parete, un pilastro e una stanza dell’edificio, e discutere separatamente ogni questione, significa sprecare inutilmente tempo. Perché non dite piuttosto che bisogna abbattere l’intera casa? Perché il suo colore è diverso da quello dell’epoca, il suo corso è contrario alla direzione del vento e la sua struttura è incompatibile con quella degli edifici comunemente diffusi nel mondo.

È inutile discutere con coloro che nutrono davvero una simile mentalità. La risposta semplice e chiara da dare loro è questa: perché vi siete assunti il rischio di demolire questa casa e costruirne un’altra al suo posto? Andate ad abitare in una delle altre case belle, eleganti e piacevoli che vi piacciono. Se desiderate lasciarvi trasportare dalla corrente del fiume, perché dovreste sopportare la fatica di strappare l’etichetta da questa barca? Prendete posto in una delle barche che già navigano con la corrente. Per coloro che non sono musulmani in nessun aspetto del loro pensiero, della loro morale, della loro vita sociale, della loro economia, della loro istruzione o, in generale, della loro vita, e che non desiderano restare musulmani, non vi è alcun vantaggio per l’Islam nel rimanere musulmani solo di nome; al contrario, il danno è molto maggiore. Essi non adorano Dio: adorano il vento. Se nel mondo prevalesse l’idolatria, inizierebbero certamente ad adorare gli idoli. Se nel mondo si diffondesse la nudità, si toglierebbero certamente i vestiti. Se nel mondo si cominciassero a consumare cose impure, chiamerebbero senza dubbio l’impurità purezza e la purezza impurità. La loro mente e il loro intelletto sono schiavi, perciò bramano la schiavitù. Nella loro vita prevale l’occidentalizzazione, ed è proprio per questo che desiderano diventare occidentali in ogni ambito, dal più nascosto al più manifesto. E se domani prevalessero gli abissini, cercherebbero naturalmente di diventare abissini: si spalmererebbero di nero il volto, renderebbero più carnose le labbra, arriccierebbero i capelli come gli abissini e comincerebbero ad adorare ogni cosa proveniente da loro. L’Islam non ha alcun bisogno di simili schiavi. Se dai registri di decine di milioni di persone si cancellassero i nomi di questi ipocriti e di coloro che hanno un’inclinazione alla schiavitù:

(Arabo)

Significato: Essi amano Allah e Allah ama loro. Sono umili verso i credenti e severi verso gli infedeli. Combattono e si adoperano sulla via di Allah e, in questo, non temono il biasimo di nessuno.» (Sura al-Māʾida: 54)

Se rimanessero soltanto poche migliaia di musulmani dotati di un simile carattere, l’Islam sarebbe molto più forte di quanto non sia oggi. L’uscita di quelle decine di milioni di persone sarebbe per esso come l’espulsione del sangue corrotto dal corpo di un malato.

(Arabo) «Temiamo che una disgrazia si abbatta su di noi.» Non è una voce nuova. Questa voce è stata pronunciata dalle labbra degli ipocriti fin da molto tempo. È proprio questa voce a rivelare l’ipocrisia nascosta nei cuori delle persone. Coloro che la pronunciano guardano sempre verso il campo avverso all’Islam. Considerano continuamente i limiti e i divieti stabiliti da Allah come catene ai piedi e cappi al collo. L’obbedienza ad Allah e al Suo Messaggero è sempre stata loro sgradita. Essi hanno sempre visto nell’obbedienza ad Allah un danno alla vita e ai beni, e nella disobbedienza a Lui ogni successo della vita terrena. Pertanto, per compiacere costoro, la legge di Allah non è mai stata cambiata in passato, non può essere cambiata ora e non sarà cambiata in futuro. La legge di Allah non è stata rivelata per i vili e i codardi. Non è stata rivelata per gli schiavi dell’ego e del mondo. Non è stata rivelata per la paglia trascinata dalla forza del vento, per gli insetti trasportati dalla corrente dell’acqua né per gli incolori che assumono ogni colore. È stata rivelata per quei coraggiosi leoni umani che nutrono la ferma volontà di cambiare la direzione del vento, che hanno il coraggio di lottare contro le onde del fiume e di deviarne la corrente; per coloro che amano il colore di Allah più di tutti i colori del mondo e desiderano tingere con quel colore il mondo intero. Chi è musulmano non è stato creato per lasciarsi trasportare dalla corrente del fiume. Lo scopo stesso della sua creazione è dirigere il fiume della vita lungo la via retta e lineare indicata dalla sua fede e dalla sua convinzione. Se il fiume devia la propria corrente da quella via retta e una persona acconsente a lasciarsi trasportare da quella corrente mutata, allora la sua pretesa di essere musulmana è del tutto falsa. In verità, chi è un vero musulmano lotterà contro questa corrente diretta verso l’errore e tenterà con tutte le sue forze di cambiarne il corso, senza preoccuparsi del successo o del fallimento. Accetterà qualsiasi possibile danno derivante da questa lotta. Anche se, mentre combatte contro la corrente del fiume, il suo braccio dovesse spezzarsi, o le sue forze venissero meno, e i colpi delle onde dell’acqua lo scagliassero su una riva mezzo morto, la sua anima non accetterebbe mai la sconfitta. Nel suo cuore non nascerebbe neppure per un istante il rimpianto per questo fallimento esteriore, né vi troverebbero spazio l’invidia o la benevolenza verso il successo degli infedeli e degli ipocriti trasportati dalla corrente del fiume.

Il Corano è davanti ai musulmani. Davanti a loro vi sono l’esempio e la biografia dei profeti. Davanti a loro vi sono la vita e la storia degli immortali alfieri dell’Islam, dall’inizio fino a oggi. Da tutto ciò stanno forse imparando che voleranno nella direzione in cui soffia il vento? Che galleggeranno nella direzione in cui scorre l’acqua? Che si tingeranno del colore assunto dall’epoca? Se questo fosse lo scopo, quale necessità ci sarebbe stata di far discendere un Libro e di inviare un profeta? Per guidarli sarebbero bastati il vento e le onde, per indicare loro la via sarebbe bastato il corso della vita mondana e, per insegnare loro il carattere della lucertola, sarebbe bastata l’assenza di colore dell’epoca. Allah non ha fatto discendere alcun Libro per un insegnamento così impuro, né ha inviato alcun profeta a tale scopo. Lo scopo del messaggio giunto dalla Maestà divina è proprio questo: abbandonare le vie errate lungo le quali il mondo procede, costruire una via retta, cancellare le vie opposte e cercare di allontanare il mondo da esse. Occorre formare una comunità di credenti, e tale comunità non solo percorrerà essa stessa la via retta, ma cercherà anche di trascinarvi il mondo.

I profeti, gli inviati e i loro seguaci hanno sempre combattuto per questo scopo. In questo jihad non si sono limitati a sopportare sofferenze e difficoltà, ma hanno compiuto sacrifici illimitati, arrivando persino a offrire la propria vita. Eppure nessuno di loro, per paura del pericolo o per il richiamo dell’interesse personale, ha mai assunto il corso dell’epoca come proprio criterio. Ora, se una persona o un gruppo vede danno, difficoltà o pericolo nel seguire la via indicata dalla guida celeste e, intimorito da tali cose, vuole percorrere una strada i cui viandanti sembrano agiati, affermati e in progresso, può recarsi liberamente sulla via che preferisce. Ma quale tentativo sta facendo quell’uomo stolto e avido di ingannare sé stesso e il mondo intero, sostenendo di seguire il Libro di Allah e il metodo indicato dal Profeta, pur avendoli abbandonati? La disobbedienza è già di per sé una grave colpa; quale vantaggio si potrà ottenere aggiungendovi menzogna, inganno e ipocrisia?

L’idea che, una volta che il fiume della vita abbia preso una direzione, non si possa più fargli cambiare corso è erronea dal punto di vista logico, e l’esperienza e l’osservazione ne forniscono una testimonianza contraria. Nel mondo le rivoluzioni non sono avvenute una sola volta, ma innumerevoli volte, e ciascuna di esse ha cambiato il corso del fiume. L’esempio più luminoso è presente proprio nella storia dell’Islam. Quando Hazrat Muhammad, pace e benedizioni su di lui, giunse nel mondo, in quale direzione scorreva allora questo fiume della vita? Non predominavano forse allora il kufr e lo shirk in tutto il mondo? Non erano forse instaurati governi oppressivi e tirannici? L’ingiusta discriminazione della divisione in classi non aveva forse insozzato l’umanità? Non prevalevano forse l’oscenità nella moralità, il culto dell’io nella vita sociale, il feudalesimo e il capitalismo oppressivi nell’economia e l’ingiustizia nelle leggi e nei regolamenti? Eppure un solo uomo si levò e sfidò il mondo intero! Abolì tutti i pensieri erronei, le dottrine e i metodi fallaci del mondo di allora; proclamando una propria dottrina e attraverso il jihad, ne invertì il corso e cambiò così anche il colore dell’epoca.

L’esempio più recente è il movimento comunista. Nel XIX secolo il dominio del capitalismo aveva raggiunto il suo apice. Che fosse possibile rovesciare un sistema instaurato nel mondo sotto la protezione di una forza politica e militare tanto terribile: nessuno stolto o codardo avrebbe potuto allora anche solo immaginarlo. Eppure, proprio in una situazione simile, un uomo chiamato Karl Marx iniziò a propagare il comunismo. I governi di diversi paesi si opposero a lui. Fu espulso dal proprio paese. Vagò da un paese all’altro, affrontando privazioni, sofferenze e difficoltà. Ma prima di morire riuscì a creare un potente partito comunista. In soli quarant’anni, questo partito non si limitò a rovesciare la più terribile potenza della Russia; fece anche tremare le fondamenta del capitalismo in tutto il mondo. Inoltre presentò un sistema economico e culturale così potente che oggi il numero dei suoi seguaci nel mondo continua ad aumentare di giorno in giorno.

Persino le leggi dei paesi in cui l’autorità del capitalismo è profondamente radicata ne sono oggi influenzate. [Si noti che qui si parla dell’epoca del trionfo del governo comunista in Russia. L’articolo fu scritto nel 1936.] Ma questa rivoluzione si è compiuta sotto l’influsso della forza, e la forza consiste nel plasmare, non nell’essere plasmati. In altre parole, è forza far cambiare direzione, non cambiare direzione a propria volta. Nel mondo i codardi e gli stolti non hanno mai creato una rivoluzione. Nella storia dell’umanità non si trova alcuna impresa degna di nota compiuta da persone che non hanno principi propri né una meta nella vita, che non desiderano sacrificarsi per un grande scopo, che non hanno il coraggio di affrontare sofferenze, difficoltà e pericoli, ma aspirano esclusivamente alle comodità e ai vantaggi, facendo della propria natura l’adattarsi a qualsiasi stampo e il piegarsi sotto qualsiasi pressione. La storia, infatti, può essere creata soltanto dagli uomini valorosi. Sono loro che, con instancabile impegno, sacrificio e jihad, hanno fatto cambiare corso al fiume della vita. Hanno cambiato le idee del mondo. Hanno creato una rivoluzione nei comportamenti e nei principi d’azione. Inoltre, invece di tingersi dei colori dell’epoca, hanno colorato l’epoca con i propri colori.

Pertanto non vi è alcun motivo per dire: «Non si può far tornare il mondo dalla via lungo la quale procede; non vi è altra scelta che seguire la religione dell’epoca». Invece di avanzare la falsa pretesa dell’impotenza, si dovrebbe riconoscere la verità della propria debolezza. E, una volta riconosciuta, bisogna ammettere anche che per i deboli non può esistere nel mondo né una religione, né alcun principio o norma. Una persona simile dovrà infatti piegarsi davanti a chiunque sia potente e rimanere paralizzata per paura di ogni uomo forte. Non può mai essere fedele ad alcun principio o norma. E se una religione continua a modificare i propri principi per adattarsi a lui, allora, in realtà, non è affatto una religione.

«Le ingiunzioni e i divieti dell’Islam sono un ostacolo alla prosperità e al progresso»: anche questa non è altro che un inganno. La domanda è: quale delle ingiunzioni e dei divieti dell’Islam osservano i musulmani? Quale limite non hanno oltrepassato? Delle cose che li stanno distruggendo, quale ha autorizzato l’Islam? Si stanno rovinando a causa dello spreco e dello sperpero. Per questo, ogni anno miliardi di taka passano dalle loro tasche alle casse degli usurai. Proprietà per miliardi di taka sfuggono loro di mano. L’Islam ha forse dato loro il permesso di fare questo? Sono le loro stesse cattive abitudini a distruggerli. Persino in questa estrema povertà, i cinema e i divertimenti sono pieni della loro gente. Ogni individuo spende per l’abbigliamento e i prodotti di bellezza più di quanto gli consentano le proprie possibilità. Ogni mese, dalle loro tasche vengono spesi milioni di taka in usanze prive di senso, attività ostentate e divertimenti sciocchi. Quale di queste cose ha reso lecita per loro l’Islam? Ciò che li sta distruggendo più di tutto è la negligenza nel pagamento della zakat e l’atteggiamento spregiudicato verso la reciproca solidarietà. L’Islam non ha forse reso obbligatorie per loro queste cose? La realtà, dunque, è che il loro dissesto economico non è il risultato dell’osservanza delle ingiunzioni e dei divieti islamici; al contrario, è la conseguenza del loro essersene liberati. Rimane soltanto il divieto dell’interesse; ma dove mai viene rispettato? Almeno il novantacinque per cento dei musulmani contrae prestiti a interesse senza alcuna reale incapacità a farne a meno. È questo che si intende per ingiunzioni e divieti della legge islamica? Una parte molto consistente dei musulmani ricchi percepisce interessi in una forma o nell’altra. Che differenza fa non esercitare direttamente il mestiere dell’usuraio! La maggior parte dei musulmani benestanti percepisce gli interessi di banche, assicurazioni, obbligazioni governative, fondi previdenziali e simili! Dov’è allora l’esistenza di quelle norme sull’interesse che essi accusano di essere responsabili della propria miseria economica?

È ancora più sorprendente e curioso che si sostenga che il prestigio e la forza nazionale dei musulmani dipendano dalla ricchezza, e la ricchezza dalla liceità dell’interesse! Sembra che quei ragionatori ignorino proprio da che cosa dipendano in realtà il prestigio e la forza. In verità, la semplice ricchezza non ha mai reso una nazione rispettabile e potente. Anche se ogni musulmano diventasse milionario o miliardario, se mancasse loro la forza morale, credetemi, nessuno al mondo li rispetterebbe. Al contrario, se possiedono un autentico carattere islamico, sono sinceri e degni di fiducia, liberi dalle tentazioni e dalla paura, saldi nei princìpi e corretti nei rapporti, riconoscono la verità come verità e il dovere come dovere, vigilano sempre sulla distinzione tra ciò che è haram e ciò che è halal e, grazie alla loro forza morale interiore, nessun timore di una perdita né l’allettamento di un guadagno riesce a deviarli dalla giustizia e dall’equità, né a comprare la loro fede a qualunque prezzo, allora la loro buona reputazione si affermerà nel mondo. Nei cuori della gente il loro prestigio occuperà un posto d’onore. Le loro parole avranno più peso dell’intera ricchezza di un milionario. Anche se vivessero in una capanna di foglie e indossassero abiti rattoppati, sarebbero guardati con maggiore rispetto di coloro che siedono su cumuli di ricchezze. Come nazione acquisirebbero una forza tale da non poter mai essere sconfitti. Quanto erano poveri i musulmani dell’epoca dei Compagni! Vivevano sotto coperte, in tende e capanne di foglie. Erano completamente estranei allo splendore della civiltà urbana. Il loro abbigliamento, il cibo e le armi non erano adeguati; non possedevano neppure cavalcature sontuose. Eppure la fama e la reputazione di cui godevano non furono raggiunte né dai musulmani dell’epoca omayyade e abbaside, né dai musulmani di alcun periodo successivo. Non possedevano ricchezze, ma avevano forza morale: fu questa forza a consolidare le fondamenta del loro prestigio e della loro superiorità. Gli uomini delle epoche successive accumularono ricchezze e ottennero il potere statale, costruendo città magnifiche e civiltà splendide; ma nulla di tutto ciò poté sostituire la loro debolezza morale.

I musulmani hanno certamente dimenticato l’insegnamento della storia islamica; ma possono guardare alla storia di qualunque nazione del mondo. Non troveranno neppure un esempio di una nazione che abbia conquistato forza e prestigio soltanto attraverso l’opportunismo, l’amore per le comodità e il culto dei propri interessi. Non troveranno alcuna nazione rispettabile ed elevata che non segua un principio e una disciplina, che non sia capace di sopportare sofferenze, lavoro, fatica e durezza per un grande obiettivo, e che non nutra la motivazione a sacrificare le proprie inclinazioni e il proprio essere per i princìpi e gli scopi. Ovunque vedranno qualche forma di disciplina, di fedeltà ai princìpi e di rinuncia alle comodità e agli interessi personali per un grande obiettivo. Nell’Islam essa assume una forma. Anche uscendo da esso e entrando in un’altra società, dovranno comunque seguire, in una forma diversa, qualche insieme di regole. Dovranno accettare i vincoli di una qualche disciplina. Saranno certamente incatenati a determinati princìpi e verrà loro chiesto un sacrificio in nome di un principio e di un obiettivo. Se in loro non vi è alcun desiderio di tutto ciò, se bramano soltanto morbidezza e dolcezza e non hanno la forza di accettare alcuna durezza o amarezza, allora possono uscire dai vincoli delle norme islamiche e andare dove vogliono: non troveranno un posto d’onore da nessuna parte. Da nessuna parte potranno acquisire forza. L’Islam enuncia questa regola generale in sole quattro parole. E tutta la storia del mondo testimonia la verità di queste quattro parole: «In verità, con la difficoltà c’è la facilità». Questa facilità è sempre legata alla difficoltà. Chi non ha la forza di sopportare la difficoltà non può mai essere adornato della virtù della facilità.

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La malattia e il suo rimedio

[L’articolo fu pubblicato per la prima volta nel dicembre 1937 sulla rivista Tarjumān al-Qurʾān. — L’editore]

L’Islam non è semplicemente una fede, né un insieme di alcune cerimonie e usanze «religiose»; è piuttosto un ampio schema (Scheme) per l’intera vita dell’essere umano. In esso la fede religiosa, gli atti di culto e le norme della vita pratica non sono separati, ma tutte queste cose insieme formano un complesso unitario e indivisibile, le cui parti sono reciprocamente collegate proprio come lo sono gli organi e le membra di un corpo vivente.

Tagliate le mani e i piedi di una persona viva. Staccatele gli occhi, le orecchie e la lingua. Estraetele lo stomaco e il fegato. Separate i polmoni e la vescica. Asportatele anche alcune parti del cervello, in misura maggiore o minore, e lasciatele nel petto soltanto il cuore. Potrà questa cosa mantenere in vita il resto del corpo? E, anche se lo mantenesse in vita, sarebbe adatto a qualche funzione?

Anche la condizione dell’Islam è esattamente questa. La convinzione, o fede, è il suo cuore. E l’atteggiamento mentale, l’ideale di vita, lo scopo della vita e i valori scaturiti da tale convinzione sono il suo cervello. Gli atti di culto sono le sue membra. È contando su di essi che sta in piedi e continua ad assolvere i propri doveri. I principi che l’Islam ha stabilito riguardo all’economia, alla vita sociale, alla politica e all’amministrazione complessiva costituiscono il suo stomaco, il suo fegato e gli altri organi importanti. Ha bisogno di occhi sani e limpidi e di orecchie integre, affinché possano fornire al cervello informazioni corrette sugli eventi del tempo e il cervello possa trarne decisioni esatte. Ha bisogno di una lingua che padroneggi, così da poter esprimere adeguatamente la propria individualità. Ha bisogno di un’aria pulita e salubre per respirare. Ha bisogno di cibo puro e incontaminato, capace di produrre sangue buono in armonia con il suo stomaco.

In questo intero sistema, il cuore — cioè la convinzione — è certamente importante, ma la sua importanza deriva dal fatto che infonde energia vitale a tutte le membra. Quando la maggior parte delle membra viene recisa, separata dal corpo o distrutta, come può il cuore, da solo, continuare a vivere insieme alle poche membra rimaste, paralizzate e malate? E, anche se rimanesse in vita, quale valore potrebbe avere quella vita?

Ora, riflettete un momento sulla condizione dell’Islam che si osserva in questa India (Bengala, Pakistan e India). [Si tenga presente che l’articolo fu scritto nel 1937, con riferimento all’epoca della dominazione straniera; tuttavia, il suo contenuto è pienamente applicabile anche nell’attuale ambiente indipendente. — L’editore] Qui la legge islamica è quasi completamente inattiva. In fatto di moralità, vita sociale, economia e ogni altro aspetto dell’esistenza, i principi islamici non sono applicati per più del cinque per cento. L’istruzione, l’addestramento e l’ambiente non islamici hanno reso le menti e i cuori delle persone, in alcuni casi completamente e in altri più o meno, non musulmani. I loro occhi vedono, ma il loro punto di vista è cambiato. Le loro orecchie odono, ma il loro filtro è cambiato. Dalle loro bocche escono parole, ma il modo di parlare è diverso. Poiché tutt’intorno regna un’atmosfera velenosa, i loro polmoni non riescono ad aspirare aria pura. Poiché l’intero deposito di viveri è avvelenato, il loro stomaco non riceve cibo puro e incontaminato. Delle membra del corpo islamico che sono gli atti di culto, il sessanta per cento è paralizzato. Anche se il restante quaranta per cento è sano, non se ne osserva alcun effetto, perché non ha alcun rapporto con gli altri organi. Per questo la malattia della paralisi si è progressivamente diffusa tra di essi. In tali condizioni, si può chiamare Islam completo ciò che abbiamo davanti? Alcuni suoi organi sono stati recisi, altri sono stati scartati; altri ancora, pur essendo rimasti, sono malati e incapaci di funzionare correttamente. Insieme a essi è rimasto soltanto un cuore, che a sua volta è malato. Infatti, così come esso dava energia vitale a quegli organi, traeva da essi la propria forza. Dunque, quando le funzioni del cervello, dei polmoni, dello stomaco, del fegato e degli altri organi sono state distrutte, come può il cuore, da solo, rimanere sano e forte? Eppure, grazie all’enorme forza racchiusa in quel cuore, esso non solo è vivo, ma riesce anche, in qualche modo, a far funzionare gli organi rimasti. Ma possiede dentro di sé la forza necessaria per affermare la propria influenza sulla vita degli abitanti del paese? Anzi, Dio non voglia, voglio porre proprio questa domanda: mentre l’impeto dell’ondata della calamità avanza di giorno in giorno con intensità crescente, potrà, trovandosi in tali condizioni, salvare gli organi rimasti da ulteriori mutilazioni e salvare se stesso dalla morte? In realtà, proprio per questo, nella società musulmana si sta rapidamente diffondendo la malattia della ribellione e dell’avversione verso l’Islam, del tutto contraria al fatto che essi entrino a frotte nella religione di Allah. In tutta l’India e nei territori circostanti non si vede da nessuna parte il modo di vita islamico operare con il suo apparato completo. Perciò la gente non riesce neppure a contemplarne la bellezza e la perfezione, né a riconoscere l’albero dai suoi fiori. Vedendo soltanto questo Islam privo delle sue membra, pensa: «Ecco, questo è tutto l’Islam». Dopo aver visto ciò, alcuni dichiarano apertamente: «Noi non siamo musulmani». Altri non negano, è vero, la propria appartenenza all’Islam, ma dalle loro parole non si riesce a trovare alcuna differenza tra loro e coloro che non credono nell’Islam. Molti hanno già distolto il cuore, ma, poiché la ribellione non si è ancora manifestata apertamente, continuano a essere annoverati tra i musulmani insieme agli ipocriti. Tuttavia, affinché, quando inizieranno i disordini su vasta scala, possano anch’essi schierarsi con una bandiera in mano, spargono segretamente i semi della ribellione. La gente, anche senza dirlo apertamente, lo sussurra: «Preparatevi a dissolvervi nel nuovo nazionalismo e nella civiltà ancora più nuova. Infatti il cadavere con cui siete seduti non solo non può procurarvi alcun beneficio, ma vi impedisce anche di trarre vantaggio dalle possibilità di prosperità che potreste ottenere dissolvendovi negli altri». Secondo alcuni, l’unica soluzione a questo problema consiste nel fare a pezzi l’Islam. Essi dicono che si dovrebbe rimanere musulmani soltanto per quanto riguarda le pratiche religiose; per il resto della vita, invece, dovremmo adottare ciò che gli non musulmani ci insegnano e i programmi da loro seguiti. Non so se queste persone siano esse stesse vittime di un inganno o vogliano ingannare gli altri. Hanno però dimenticato, oppure cercano di far dimenticare, questa verità: dopo aver adottato ideologie non islamiche in ogni ambito della vita ed essersi abituati a norme e regole non islamiche, la convinzione religiosa e le pratiche religiose sono destinate a indebolirsi completamente. Infatti la convinzione e gli atti di culto sono il fondamento stesso: sono stati posti per costruire l’intero edificio della vita. Se questo edificio viene costruito su fondamenta diverse, per quanto tempo potrà conservarsi l’attrattiva inutile e superflua di questi antichi simboli? Il bambino cresciuto secondo un nuovo modo di vita e giunto all’età adulta chiederà certamente: «Perché hanno messo al mio collo le catene di alcune credenze prive di senso e di alcune consuetudini? Perché dovrei leggere il Corano, dal momento che tutte le sue norme e prescrizioni sono ormai diventate inefficaci, e perché dovrei credere in esso? Perché dovrei riconoscere come Messaggero di Allah quell’uomo che è scomparso più di mille e trecento anni fa? Se egli non può fornirmi alcuna guida nella mia vita, quale vantaggio vi è nel riconoscere a parole la sua profezia, e quale danno nel negarla? Nel modo di vita che seguo, quale differenza fa pregare o non pregare, digiunare o non digiunare? Quale rapporto esiste tra questo modo di vita e queste pratiche? Perché dovrebbero essere cucite insieme alla mia vita in modo tanto sconveniente?». Questa è la conseguenza del tutto naturale della separazione tra religione e mondo. Quando tale separazione sarà completa, nei principi e nella pratica, un simile risultato si manifesterà inevitabilmente. Come il cuore diventa completamente inutile dopo essere stato separato dal corpo, così, una volta private di ogni rapporto con la vita reale, anche la convinzione e gli atti di culto perdono ogni importanza. La convinzione e gli atti di culto conferiscono energia vitale alla vita islamica, mentre la vita islamica fornisce forza alla convinzione e agli atti di culto. Come ho detto sopra, tra queste due cose esiste in realtà un rapporto simile a quello tra le membra di un corpo vivente. Recidendo tale rapporto, la morte di entrambe diventa inevitabile. Inoltre, unire la convinzione e gli atti di culto islamici a un modo di vita non islamico sarebbe una stranezza pari a quella di innestare il cervello o le mani e i piedi di un essere umano sul corpo di un gorilla.

Nessuno pensi che soltanto un piccolo gruppo di persone istruite secondo i criteri moderni sia influenzato dall’attuale triste condizione dell’Islam: non è affatto così. Oggi, tutti coloro che sono musulmani sinceri e nei cui cuori sono presenti amore e venerazione per questa religione, giovani e anziani senza distinzione, sono influenzati, in misura maggiore o minore, da questa situazione. Il crollo dello stile di vita islamico è una calamità generale: nessun musulmano è al sicuro dalle sue naturali conseguenze, né è possibile rimanerne al sicuro. Tutti ne riceviamo una parte, secondo le nostre rispettive capacità. In ciò i nostri ulama e i nostri pir sahib sono partecipi tanto quanto le persone istruite nelle scuole e nei college.

Ma nella calamità più grande si trovano i nostri milioni e milioni di connazionali che abitano questa vasta regione, estesa per sedici lakh di miglia quadrate. Di loro non è rimasto altro che il nome dell’Islam, per il quale nutrono anche un amore straordinario. Tuttavia, si può dire che, dal punto di vista della conoscenza, non sappiano affatto nulla della realtà per la quale si sacrificano in questo modo. E, sul piano pratico, non esiste neppure uno stile di vita capace di proteggerli dall’influenza non islamica. Qualunque forza fuorviante può approfittare della loro ignoranza per allontanare la loro iman, la loro aqida e la loro vita concreta dalla Sirat al-Mustaqim dell’Islam. È sufficiente persuaderli che lo smarrimento e la deviazione presentati loro siano la vera retta via, o almeno che non siano contrari all’Islam. Dopodiché li si può spingere a piacimento verso il qadianismo, il comunismo, il fascismo o qualsiasi altra direzione. Infatti, nella situazione attuale, caotica e confusa, nessuno sta tentando di risolvere alla luce dei principi islamici i problemi sorti dalla loro crescente povertà e dalla loro terribile miseria.

Di fronte al comunismo odierno, tra i musulmani non esiste alcun gruppo organizzato capace di avanzare con gli ideali economici e civili dell’Islam e di proporre soluzioni ai problemi di vitale importanza per la gente comune. Di conseguenza, queste decine di milioni di musulmani poveri e affamati sono diventati una preda facile per i propagandisti comunisti. Tra la classe borghese, coloro che sono alquanto temerari e assetati di potere cercano continuamente nuovi stratagemmi per conquistare il potere statale. Dopo la rivoluzione russa, gli appartenenti a questa classe hanno trovato una nuova tattica: fingendosi amici dei contadini e degli operai, stringere nelle proprie mani la gente povera; accendere in loro il fuoco dell’egoismo, della bramosia e della vendetta; allettarli con la promessa di dare loro più ricchezze di quanto spetti loro di diritto; promettere di sottrarre perfino i beni legittimi delle comunità abbienti e di distribuirli tra di loro. In questo modo, dopo aver stretto nelle proprie mani la maggioranza della popolazione, vogliono strappare il potere statale dalle mani degli imperatori, dei direttori e dei magnati del sistema capitalistico. Sono più fiduciosi nei confronti delle masse musulmane che di quelle non musulmane, perché dal punto di vista economico sono proprio i musulmani a trovarsi nella situazione peggiore! Per conquistare i loro cuori, stanno aprendo una via dal lato dello stomaco, poiché, in tutto il corpo dell’uomo affamato, questa è la parte più vulnerabile! Dicono loro: “Venite, vi indicheremo la via per cancellare la disuguaglianza tra ricchi e poveri e portare il benessere economico”. Udendo queste parole, il povero musulmano affamato corre dietro di loro nella speranza di ottenere due pezzi di pane e una manciata di riso. Allora gli consigliano di adottare, al posto dell’adorazione di Dio, la religione dell’adorazione dello stomaco. Cercano cioè di instillare l’idea che la religione e l’iman non servano a nulla, e che la cosa essenziale sia il cibo per il ventre. La sua religione diventa così il modo con cui procurarselo, e in ciò risiedono la sua salvezza e il suo benessere:

“I nullatenenti, i poveri e gli schiavi non hanno alcuna religione né civiltà. La loro religione più grande è un pezzo di pane. La loro civiltà più grande è un abito vecchio. La loro iman più grande è liberarsi dalla povertà e dall’umiliazione. Perché, per procurarsi quel pane e quei vestiti, sono costretti a rubare. Nel mondo odierno della povertà e della schiavitù non hanno altra religione”.

Questa è la prima lezione della religione comunista (Communism). Nel impartire questa lezione, al povero e ignorante musulmano viene anche offerta la falsa rassicurazione: “Noi non interferiamo in alcun modo con la vostra religione. State tranquilli:”

Perché mai la religione e la fede religiosa dovrebbero temere qualcosa riguardo a queste questioni? E quale rapporto hanno con esse? La religione è sempre viva e splendente grazie alla propria forza morale e spirituale. [Queste due parti sono tratte da un articolo di un autore musulmano. L’articolo era stato pubblicato su una rivista musulmana di ampia diffusione.]

Chiunque sia informato sa quale influenza il comunismo abbia esercitato in vent’anni sui giovani musulmani della Russia. Anche davanti ai musulmani del subcontinente si avvicina, con una minaccia terribile, un futuro così calamitoso. Il fuoco dello stomaco ha fatto divampare le proprie fiamme per incenerire il patrimonio della loro iman. La breccia è ancora piccola e può essere chiusa con un’unica cucitura. Ma se, nell’indifferenza, trascorreranno ancora alcuni anni in questo modo, essa arriverà con una forza d’inondazione tanto grande che persino gli argini più imponenti saranno trascinati via come paglia e fuscelli.

In questa situazione, andare in giro a fare proselitismo per l’Islam soltanto alla maniera dei missionari cristiani è del tutto privo di senso. Per purificare l’aqida e la fede, anche se si pubblicassero non uno, ma milioni di opuscoli, la situazione non cambierebbe. Che vantaggio c’è nel magnificare l’eccellenza dell’Islam soltanto a parole o per mezzo della penna? Oggi è necessario dimostrare, instaurandone la bellezza nel mondo reale, che cosa sia l’Islam. Il semplice fatto di dire che la soluzione dei nostri problemi esistenziali è contenuta nell’ideale islamico non risolverà automaticamente i nostri problemi. È necessario rendere operative tutte le forze e tutte le bellezze presenti nell’Islam. Questo mondo è un mondo di conflitto e di lotta. Non è possibile cambiarne il corso con sole parole. Per cambiarlo è necessario un jihad rivoluzionario. Se i comunisti, con il loro falso ideale, sono riusciti in mezzo secolo a stabilire la propria influenza e il proprio potere su una vasta parte del mondo; se i fascisti, adottando un metodo incoerente, sono riusciti a conquistare fama e prestigio sulla scena mondiale; se la politica non violenta di Gandhi, pur essendo qualcosa di anormale, è riuscita a manifestarsi grazie al semplice sforzo e alla perseveranza, allora non vi è alcuna ragione per cui i musulmani, portatori degli eterni ideali di onestà e giustizia, non possano ristabilirsi nel mondo. Ma questo ristabilimento non si otterrà soltanto con sermoni, esortazioni e buoni consigli. Sono indispensabili sforzi e iniziative concrete, e occorre agire secondo il metodo scelto da Allah.

«La lotta rivoluzionaria» è un’espressione vaga. Nella pratica essa comprende molti metodi, e se ne possono concepire ancora altri. Tuttavia, qualunque sia il tipo di rivoluzione che si desidera realizzare, si dovrà adottare un metodo pienamente adeguato alla natura della rivoluzione. Per la rivoluzione che vogliamo realizzare non è necessario cercare un metodo nuovo, perché una simile rivoluzione è già stata realizzata nel mondo in passato. Il grande uomo che per primo la realizzò conosceva perfettamente anche la sua natura. Seguendo il cammino da lui tracciato, è ancora possibile realizzare oggi questa rivoluzione. La vita e il carattere di quel grande uomo sono qualcosa di straordinario. Ma, sotto un altro profilo, costituiscono anche un modello impeccabile. Chi potrebbe oggi offrire un esempio così elevato di carattere, pietà, discernimento, giustizia, personalità vigorosa e qualità degne di un grande uomo? E chi potrebbe realizzare una rivoluzione di un livello tanto alto? Sotto questo aspetto, la sua vita e il suo carattere sono davvero qualcosa di straordinario, e non vi è dubbio che tale meraviglia affascinerà l’umanità fino al Giorno della Risurrezione. Tuttavia, il modello lasciato da quel grande uomo è rivoluzionario nello spirito e nella natura proprio come lo era milletrecentocinquanta anni fa. Quanto più quel modello sarà seguito e imitato, tanto più evidenti saranno i risultati rivoluzionari. Inoltre, quanto più ciò avverrà, tanto più tali risultati si avvicineranno alla rivoluzione realizzata grazie alla forza del modello originario. Anche sotto questo aspetto, non vi è dubbio che esso costituisca un modello impeccabile. Questo modello può essere imitato dagli esseri umani fino al Giorno della Risurrezione. Seguendo questo grande modello, una rivoluzione di questo tipo può essere realizzata in qualsiasi epoca e in qualsiasi paese: nel ventesimo o nel ventiquattresimo secolo, in questo subcontinente, in America o in Russia.

Non è possibile descrivere qui in dettaglio il metodo con cui il Nobile Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui) realizzò una rivoluzione nel mondo milletrecentocinquanta anni fa. Il mio unico scopo è dare qui soltanto un’indicazione: il progetto dell’istituzione Darul Islam [Questa istituzione fu fondata nel 1938. In seguito, quando nell’agosto del 1941 fu costituita la Jamaat-e-Islami, l’istituzione venne incorporata in essa.] scaturì da uno studio approfondito di quel grande modello.

Quando il Nobile Profeta (pace su di lui) apparve, nel mondo non vi era neppure un musulmano. In una simile situazione egli presentò il suo invito al mondo. Gradualmente, qua e là, una o due persone alla volta cominciarono ad abbracciare l’Islam. Queste persone possedevano una fede più salda delle montagne. Erano così votate all’Islam che non esiste al mondo un esempio paragonabile. Tuttavia, poiché erano isolate e circondate dai miscredenti, erano naturalmente indifese e deboli. Perciò, combattendo incessantemente contro il proprio ambiente, le loro forze si consumavano soltanto; ma non riuscivano a trasformare la situazione che essi e il loro grande capo si sforzavano con tutte le loro energie di cambiare. Così il Nobile Messaggero di Dio (pace su di lui) proseguì per tredici anni nel suo sforzo incessante. Durante questo periodo riuscì a organizzare soltanto un piccolo gruppo di credenti votati al sacrificio. In seguito, Allah l’Altissimo gli ordinò di adottare un metodo diverso. Esso consisteva nell’abbandonare l’ambiente miscredente insieme a quei credenti votati al sacrificio, riunirli in un unico luogo e creare un ambiente islamico, costruire una dimora adatta a rendere operativo l’intero programma dello stile di vita islamico, creare un centro per produrre tra i musulmani una forza sociale e collettiva, concentrare tutta l’energia elettrica in un unico luogo e distribuirla secondo un metodo ben regolato, nonché costruire una centrale elettrica (Power House) capace di illuminare con essa ogni angolo della terra. A questo scopo egli emigrò a «Medina la Purissima». A tutti i musulmani che si trovavano dispersi tra le diverse tribù dell’Arabia fu ordinato di riunirsi in quel centro. Qui l’Islam fu reso operativo mediante l’esercizio pratico. In quell’atmosfera pura e sacra, l’intero gruppo ricevette una formazione nello stile di vita islamico tale che ogni suo membro si trasformò in un Islam vivente. Guardando una qualunque persona, si poteva comprendere che cosa fosse l’Islam e perché fosse giunto. Essi furono tinti così profondamente del colore di Allah:

(arabo)

che non accettassero il colore altrui, ma tingessero gli altri del proprio colore. Fu infusa in loro una tale forza di carattere che non fossero mai influenzati dagli altri; al contrario, chiunque entrasse in contatto con loro ne sarebbe stato influenzato. L’obiettivo dello stile di vita islamico fu fatto penetrare nelle loro vene e arterie in modo tale da ricevere la priorità in ogni atto della vita, mentre tutti gli altri obiettivi mondani avrebbero avuto un’importanza secondaria. Grazie all’istruzione e alla formazione furono resi così capaci da applicare, a qualunque costo, lo stile di vita prescritto dal Corano e dalla Sunna, e da demolire ogni situazione corrotta per ricostruirla alla sua luce.

Ogni aspetto di questa straordinaria organizzazione merita di essere studiato e attentamente considerato. L’intera attività di questa organizzazione era stata suddivisa in quattro grandi parti:

1. Formare un gruppo di persone affinché acquisiscano una profonda competenza nella religione dell’Islam e spieghino adeguatamente alla gente le norme e le disposizioni dell’Islam:

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2. Occorre preparare alcune persone affinché consacrino la propria vita alla realizzazione del codice di condotta islamico e alla sua divulgazione e diffusione. È dovere dell’organizzazione sollevarle dalla responsabilità di procurarsi i mezzi di sostentamento. Esse, tuttavia, non se ne preoccuperanno affatto. Indipendentemente dal fatto che vengano o meno predisposti mezzi per il loro sostentamento, spinte dal loro fervido desiderio e ignorando ogni sorta di sofferenza e difficoltà, continueranno a dedicarsi alla realizzazione del fine supremo della loro vita:

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3. Occorre infondere in ogni membro del gruppo una mentalità tale da fargli considerare la propagazione della parola di Allah lo scopo della propria vita. Essi continueranno a occuparsi delle attività mondane, ma terranno sempre questo obiettivo davanti a sé in ogni loro attività. Il commerciante non lo dimenticherà mai nei suoi affari, il contadino nel suo lavoro agricolo, l’industriale nella sua attività produttiva e l’impiegato nel suo servizio. Ricorderanno sempre che queste attività servono a vivere e che vivere serve a questo compito. Qualunque sia il campo in cui operano, osserveranno i princìpi e gli ideali dell’Islam nelle loro parole, nelle loro azioni, nel carattere e nel comportamento; qualora sorga un conflitto tra gli interessi mondani e gli ideali islamici, calpesteranno i propri interessi, ma non si allontaneranno dai princìpi recando disonore all’Islam. Inoltre, dedicheranno al servizio dell’Islam tutto il tempo e le ricchezze che riusciranno a risparmiare rispetto alle proprie necessità personali e aiuteranno e sosterranno coloro che consacrano la propria vita a questo compito: (arabo)

4. Occorre permettere alle persone esterne di venire a Darul Islam, affinché possano comprendere meglio il Corano attraverso uno stile di vita concreto conforme alla Parola di Allah e in un ambiente islamico, e possano poi tornare indietro con un’impressione relativamente più profonda:

(arabo)

In questo modo, in soli otto anni, la centrale elettrica (Power House) di Medina, la più grande guida e pioniera del mondo, generò un’enorme energia; in breve tempo, quell’energia illuminò l’intera terra d’Arabia. In seguito, quei raggi di luce uscirono dall’Arabia e si diffusero in ogni parte del mondo. Tanto che, ancora oggi, dopo il trascorrere di oltre milletrecentocinquant’anni, quella centrale elettrica è colma di energia e di risorse.

Subito dopo il califfato dei Rashidun, quando nel sistema di vita islamico sorsero disordini di vario genere, anche la nostra comunità sufi, imitando questo processo, istituì khanqah in diversi luoghi. Oggi il termine khanqah ha subito una tale distorsione di significato che, appena lo si sente, nella mente delle persone appare l’immagine di un luogo bizzarro, privo di luce e di aria. In realtà, questa khanqah era soltanto un’imitazione dell’ideale fondato a Medina dal Profeta dell’universo, pace su di lui. Gli stimati sufi individuavano le persone dotate di un certo talento, le separavano dal mondo esterno e le trattenevano per qualche tempo nella khanqah, dove impartivano loro una formazione di alto livello, sul modello del Nobile Profeta, pace su di lui, e dei suoi Compagni.

Anche coloro che oggi desiderano creare una rivoluzione di tipo islamico dovrebbero adottare un processo simile. Se fuori da questo subcontinente non si trova un ambiente libero adatto a istituire un «Darul Islam» come quello di Medina, occorre almeno fondare in questo Paese un centro di formazione nel quale venga creato un ambiente autenticamente islamico: un luogo in cui si riflettano il carattere e la socialità islamici, si sviluppi un modo di pensare concretamente musulmano e si manifestino ovunque la mentalità e le forme dell’Islam. Un luogo in cui soltanto il permesso o l’ordine di Allah e del Suo Messaggero sia sufficiente a dichiarare qualcosa infallibile, e in cui il divieto o la disapprovazione di Allah e del Suo Messaggero sia riconosciuto come l’unico criterio per considerare qualcosa erroneo. Un luogo in cui non esistano né questa disobbedienza onnicomprensiva e questo ambiente ribelle, né questa circostante non islamica; un luogo che disponga almeno della capacità di accogliere le influenze esterne favorevoli alla mentalità islamica e di proteggere il proprio stile di vita, la propria mente e il proprio cuore dalle influenze contrarie. Un luogo in cui possiamo creare un ambiente adatto a pensare come musulmani, a sviluppare una sensibilità interiore musulmana e a far rifiorire le virtù quasi estinte nell’atmosfera velenosa di Darul Kufr. Soprattutto, un luogo in cui possiamo purificare la nostra vita dalle oscenità e dalle impurità penetrate nei nostri pensieri e nelle nostre azioni perché siamo nati e cresciuti in un ambiente non islamico; impurità che talvolta non percepiamo e che, anche quando le percepiamo, si ergono con una forza così terribile che, nonostante ogni sforzo, non riusciamo a proteggerci da esse. In questo tipo di centro di formazione saranno riunite soltanto le persone sinceramente desiderose di servire l’Islam, che vi riceveranno un’educazione e una formazione adeguate e saranno preparate a questo servizio. Qui occorre adottare il piano seguito dal Nobile Profeta, pace su di lui. Analogamente, bisogna suddividere l’intero lavoro in varie parti e, in ciascun settore, ricostruire l’umanità plasmandola secondo lo stampo dell’Islam.

1. Una sezione dovrà essere composta da persone altamente qualificate. Coloro che tra loro sono esperti nelle scienze e nelle conoscenze islamiche dovranno essere introdotti alle lingue occidentali e alle moderne scienze e conoscenze. A coloro invece che hanno studiato le moderne scienze e conoscenze dovranno essere insegnate la lingua araba e le scienze e conoscenze islamiche. Inoltre, dovranno studiare approfonditamente il Corano e la Sunna, acquisendo competenza e discernimento nella religione dell’Islam. In seguito dovranno essere suddivisi in diversi gruppi. Ogni gruppo si occuperà di un ramo del sapere, integrandovi i principi e l’ideologia islamici secondo metodi moderni, e cercherà soluzioni ai problemi della vita moderna alla luce dei principi islamici. Inoltre, eliminerà la visione occidentale penetrata nei fondamenti delle scienze e delle conoscenze, riorganizzandole da una prospettiva islamica, e produrrà una letteratura autentica, capace di creare una rivoluzione mentale a favore dell’Islam mediante la propria ricerca e le proprie indagini.

2. Nella seconda sezione si dovrà cercare di formare lavoratori qualificati per il servizio dell’Islam. Vi dovranno essere accolte soltanto persone di buona indole, dal carattere fermo, risolute e pronte a sacrificare ogni cosa per il proprio obiettivo. Esse si organizzeranno nella forma di un potente gruppo rivoluzionario. Il loro stile di vita sarà semplice e sobrio. Tra loro saranno presenti resistenza alle difficoltà e piena disciplina. La loro vita concreta sarà quella di autentici musulmani. Questo gruppo avanzerà con un programma volto a costruire, sulla base dei principi islamici, un nuovo ordinamento sociale e una nuova civiltà; presenterà tale programma alle masse, accumulando la massima forza politica possibile, e infine prenderà il controllo dell’apparato statale per trasformare l’attuale sistema di governo oppressivo in un sistema di governo fondato sulla giustizia.

3. La terza sezione dovrà accogliere persone che, dopo essere rimaste per qualche tempo nel centro di formazione, torneranno alla loro vita precedente. Saranno congedate dopo aver ricevuto una corretta formazione intellettuale e morale. Ovunque vivano, vivranno da musulmani. Invece di lasciarsi influenzare dagli altri, eserciteranno la propria influenza su di loro. Rimarranno salde nei principi e ferme nelle proprie convinzioni. Non vivranno mai senza uno scopo. Avranno sempre davanti a sé un obiettivo chiaro. Guadagneranno il proprio sostentamento con mezzi halal e saranno pronte ad aiutare in ogni modo possibile coloro che operano nella seconda sezione. Forniranno loro anche assistenza finanziaria e parteciperanno alle loro attività concrete. Inoltre, cercheranno di rendere il proprio ambiente favorevole al gruppo rivoluzionario.

4. La quarta sezione sarà destinata a musulmani e non musulmani che desiderino recarsi temporaneamente al centro di formazione per trarne qualche beneficio educativo oppure per osservarne lo stile di vita. Si dovranno offrire loro le migliori condizioni e opportunità, affinché possano tornare portando con sé una profonda impronta dell’Islam e dei suoi insegnamenti.

Questo è un piano generale. È soltanto una bozza dell’organizzazione che consideriamo indispensabile per creare una rivoluzione islamica. Il successo di questa organizzazione dipende interamente dalla sua sostanza e dalle sue qualità. Per ottenere tale auspicato successo, occorrerà renderla quanto più simile possibile all’ordinamento sociale ideale istituito a Medina dal nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui).

Stabilire una somiglianza con Medina la Splendente non significa che siamo favorevoli a una somiglianza esteriore o che desideriamo abbandonare l’attuale livello della civiltà per tornare al livello civile dell’Arabia di milletrecentocinquant’anni fa. È del tutto errata questa concezione dell’obbedienza al nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e ai suoi illustri Compagni. Purtroppo, la maggior parte dei nostri religiosi nutre proprio questa concezione errata. Secondo loro, imitare quei venerabili antichi e quei grandi sapienti consiste nel vestirsi e nel mangiare come loro. Allo stesso modo, ritengono che sia dovere dei loro seguaci conservare fino al Giorno della Resurrezione, in forma identica e fossilizzata, le loro consuetudini familiari, la loro civiltà e la loro cultura; chiudere gli occhi di fronte ai cambiamenti esterni al proprio ambiente; innalzare un muro attorno alla propria mente, al proprio pensiero e al proprio stile di vita; e non permettere che al suo interno penetrino il corso del tempo e i cambiamenti delle epoche. In realtà, questa concezione, che per diversi secoli dell’epoca del declino ha esercitato la propria influenza sulle menti dei musulmani religiosi, è completamente contraria allo spirito islamico. Infatti, non è affatto insegnamento dell’Islam rimanere, da vivi, reperti del passato e trasformare la propria vita in un dramma storico dell’antica civiltà. Esso non insegna mai l’ascetismo né il reazionarismo. L’obiettivo dell’Islam non è creare nel mondo una nazione che cerchi soltanto di ostacolare il cambiamento e lo sviluppo progressivo; al contrario, vuole creare una nazione che si sforzi di ricondurre il cambiamento e lo sviluppo progressivo dalla via errata a quella corretta e di guidarli lungo quest’ultima. L’Islam ci dona non l’involucro, ma la sostanza. Vuole che, qualunque siano gli innumerevoli involucri della vita creati fino al Giorno della Resurrezione dai cambiamenti dello spazio e del tempo, noi continuiamo a infondere in essi proprio questa sostanza. Questo è il nostro scopo nel mondo in quanto musulmani. Lo scopo per cui siamo stati resi la migliore comunità non è che rimaniamo attaccati come retroguardia a coloro che avanzano sulla via dello sviluppo progressivo; il nostro compito è invece offrire l’imamato e la guida. Siamo stati creati per essere pionieri, e il segreto per cui siamo la migliore comunità è celato nelle parole (arabe):

Il vero modello del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e dei suoi nobili Compagni, che abbiamo il dovere di seguire, consiste nel fatto che essi usarono le leggi naturali alla luce delle leggi morali e assolsero pienamente il loro diritto di esercitare la vicegerenza divina nel mondo. All’interno dell’involucro della civiltà allora esistente, infusero l’essenza vitale della civiltà islamica. Resero servitrici di questa civiltà le forze naturali allora sottoposte al dominio dell’uomo. Nell’utilizzare tutti i mezzi e gli strumenti che la civiltà del loro tempo aveva raccolto per il progresso e la potenza, furono più avanzati dei miscredenti e dei politeisti, affinché la civiltà dei devoti a Dio potesse prevalere su quella dei ribelli a Dio. Dio l’Altissimo ha insegnato proprio questo nel Suo Libro (in arabo): era stato loro insegnato che, nell’utilizzare le forze create da Dio, i musulmani avevano più diritto dei miscredenti; anzi, i musulmani erano i legittimi titolari di tale diritto. Pertanto, la vera fedeltà al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e ai suoi Compagni consiste nel cercare di rendere, proprio come nella prima epoca, servitori della civiltà islamica i mezzi e gli strumenti oggi raccolti grazie allo sviluppo della civiltà e alla scoperta delle forze naturali. In questi strumenti non vi è alcuna sporcizia o impurità; essa risiede nella civiltà miscredente che se ne serve. La radio non è una cosa impura; impura è piuttosto la civiltà che ha trasformato il direttore della radio in un organizzatore di danze e canti, o in un divulgatore di menzogne e falsità. L’aeroplano non è una materia impura; impura è piuttosto la civiltà che, invece della legge divina, ne ha sfruttato il servizio secondo complotti satanici, sottraendolo all’angelo dell’aria. Allo stesso modo, nemmeno il cinema o le immagini cinematografiche sono cose impure; impura è in realtà la civiltà che impiega questa forza creata da Dio nella diffusione dell’oscenità e della sfacciataggine. [Ciò si applica ugualmente alla televisione dei nostri giorni – editore] La ragione per cui oggi la civiltà impura si sviluppa e prospera è che oggi tali forze vengono impiegate per il suo sviluppo e la sua espansione. Se oggi vogliamo adempiere correttamente il dovere impostoci di promuovere lo sviluppo e la crescita della civiltà divina, dobbiamo utilizzare proprio quelle stesse forze. In realtà, queste forze sono come una spada: chi la utilizza, sia che la impieghi per uno scopo impuro o per uno scopo puro, avrà successo. Se chi persegue uno scopo puro, confidando nella purezza del proprio intento, si limita a restare seduto senza usare la spada, ciò costituirà un grave peccato, e dovrà necessariamente subirne la punizione. Poiché, in questo mondo governato dal nesso di causa ed effetto, la legge stabilita da Dio non può essere modificata per riguardo a qualcuno.

Da questa spiegazione risulta chiaramente che il movimento che mi accingo a presentare non è un movimento reazionario, né un movimento progressista il cui unico obiettivo sia il progresso materiale. Per il centro di formazione che ho in mente, Gurukul Kangri, Satyagraha Ashram, Santiniketan e Dayal Bagh [si tratta di istituzioni simili agli ashram degli indù – editore] non costituiscono alcun modello. Allo stesso modo, per il partito rivoluzionario che concepisco, nemmeno il Partito Fascista d’Italia e il Partito Nazionalsocialista tedesco costituiscono un modello. Il suo unico modello si trova nella Comunità di Allah (il partito di Allah), fondata dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) nella Città del Messaggero.

— Fine —