Presentazione dell’opera

Quest’opera fu scritta dal celebre pensatore Hazrat Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdudi (r.), fondatore dell’attuale movimento islamico mondiale, quando aveva appena ventidue anni, cinquant’anni fa. Fu composta nei mesi di luglio e agosto del 1925. All’epoca il Maulana era l’unico direttore responsabile del quotidiano al-Jami‘at, pubblicato a Delhi. In precedenza, nel 1920, aveva lavorato come giovane giornalista presso la rivista Taj, pubblicata a Jabalpur, e dal 1921 al 1923 presso la rivista Muslim, pubblicata a Delhi. Quest’opera fu pubblicata in forma di articolo editoriale a puntate, con il titolo «Le fonti della forza dell’Islam», nei numeri di al-Jami‘at del 18, 22, 26 e 29 luglio 1925 e del 10, 14 e 18 agosto. Dopo essere rimasto confinato per quarantquattro anni nelle pagine di al-Jami‘at, il testo originale fu pubblicato per la prima volta in volume nel 1969. Il presente libro è la traduzione di quell’edizione.

Fino a oggi, «Al-Jihad fi al-Islam» (pubblicato nel 1927) è stato considerato la prima opera del Maulana Mawdudi. Ora, tuttavia, si può sperare che «Le fonti della forza dell’Islam» venga considerato il suo primo libro per la data di composizione, anche se non per quella di pubblicazione. Per i lettori è estremamente interessante sapere che entrambe le opere furono scritte sullo sfondo della Shuddhi, un evento assai eccitante e clamoroso dell’India di allora. A causa di questo movimento, guidato da Swami Shraddhanand, tra i musulmani si diffusero grande agitazione e preoccupazione, e si sviluppò un’intensa riflessione su come affrontarlo. Quest’opera fu pubblicata proprio come risposta a tale situazione. «Al-Jihad fi al-Islam», invece, fu scritto dopo il brutale assassinio improvviso di Swami Shraddhanand, quando da parte degli induisti emerse la tendenza ad accusare la religione musulmana di ispirare l’uccisione degli esseri umani. In quell’opera il Maulana, offrendo una spiegazione obiettiva della dottrina islamica del jihad, compì un tentativo davvero brillante e riuscito di lavare via le calunnie rivolte contro l’Islam.

Una caratteristica dell’autore di «Le fonti della forza dell’Islam» colpirà i lettori in modo particolarmente sorprendente. Si tratta della straordinaria coerenza del suo pensiero. Se quest’opera, scritta mezzo secolo fa, viene letta a confronto con tutte le sue opere successive, si osserva che, persino tra i più grandi pensatori del mondo, sono assai rare personalità tanto solide e armoniose dal punto di vista del pensiero. Come prova di questa coerenza, alla fine di questo opuscolo abbiamo riportato un estratto di un discorso pronunciato dall’autore nel 1967. Ci auguriamo che, una volta tradotta e pubblicata, quest’opera sia di grande beneficio per le persone e le istituzioni impegnate nella diffusione dell’Islam. Al tempo stesso, sarà un prezioso documento storico per comprendere anche la fase iniziale dello sviluppo intellettuale e spirituale dell’autore.

Primo volume

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Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole

Uno

Il carattere missionario della comunità musulmana

Da quando, tra alcune comunità di neomusulmani, si è manifestata la tendenza ad abbandonare l’Islam, tra i musulmani dell’India si sono diffuse una grande inquietudine e agitazione. Da ogni parte ha cominciato a levarsi l’appello alla diffusione dell’Islam. Diverse organizzazioni hanno iniziato, secondo le proprie possibilità, a invitare alla vera religione. Nei giornali e nelle riviste si svolgono discussioni e analisi sull’importanza di quest’opera. Si tengono seminari, simposi e altre iniziative per esaminare quali mezzi, strumenti, opportunità e capacità possediamo per la diffusione e la propagazione dell’Islam. In breve, osservando la situazione, sembra che tra i musulmani si sia davvero diffuso un interesse per la propagazione dell’Islam e che siano sorti un risveglio e un entusiasmo. Ma, riflettendo più profondamente sulla questione, ci rendiamo conto che noi, che in quest’epoca siamo conosciuti come musulmani, non siamo affatto consapevoli di quell’ispirazione e di quell’entusiasmo missionario dei musulmani del passato, che un tempo costituivano l’arma più efficace della vittoria universale dell’Islam, della sua autorità e della sua potenza in tutto il mondo. Se oggi quell’ispirazione e quell’entusiasmo fossero presenti tra noi, forse non ci sarebbe neppure bisogno di queste assemblee e associazioni. Non avremmo bisogno di batterci la fronte a causa dell’ostilità dei nemici dell’Islam; al contrario, vedendo la nostra forza sempre crescente, i nemici sarebbero caduti nello smarrimento. Di tanto in tanto ci meravigliamo pensando che questa inquietudine e questa agitazione siano sorte tra i seguaci di una religione i cui elementi costitutivi comprendevano necessariamente l’invito alla verità e alla giustizia e l’impegno a portare l’ultima parola di Allah ai Suoi servi, e i cui seguaci, nell’arco di un solo secolo, avevano completato l’opera di diffusione della vera religione dalle coste dell’Oceano Atlantico fino a quelle del Mar Mediterraneo. Sorge allora la domanda: stiamo davvero seguendo quella vera religione, oppure anche noi musulmani, come i Figli d’Israele, dopo la morte del nostro profeta ci siamo inventati una nuova religione?

Oggi le nostre labbra proclamano con forza la determinazione a diffondere l’Islam. Vogliamo creare diversi gruppi o organizzazioni per la diffusione dell’Islam. Ma è forse la prima volta nella storia dell’Islam che i suoi seguaci si sono sforzati di fondare società missionarie come i cristiani, o hanno fatto appelli alla diffusione dell’Islam in modo tanto scomposto. Se la vera chiave del successo risiedesse nel fondare associazioni o nel fare chiasso, allora in questo campo dovremmo certamente essere più avanzati dei nostri predecessori. Eppure vediamo chiaramente il contrario. Nonostante tutti questi preparativi, i nostri passi avanzano all’indietro, mentre i nostri predecessori, pur nella più assoluta carenza di mezzi, strumenti e preparazione, ottennero un successo tale che proprio grazie a esso oggi vi sono seguaci dell’Islam in ogni angolo della terra. Nella sola India il loro numero ha raggiunto i settanta milioni. [Questo era il dato del 1925. Attualmente, nel subcontinente, il numero dei musulmani è di circa duecento milioni. — Il traduttore] In questa situazione dobbiamo chiederci: qual è la nostra vera carenza? Qual è il segreto fondamentale della diffusione dell’Islam?

In realtà, tutte le debolezze che oggi si manifestano tra i musulmani sono comparse unicamente perché la forza vitale dell’Islam è uscita da loro. Hanno dimenticato quale dignità spetti loro in quanto musulmani. Se comprendessero bene l’Islam e riuscissero a conoscere quale sia la meta e lo scopo della vita di un musulmano, il problema della diffusione dell’Islam si risolverebbe da sé.

Lo scopo della vita dei musulmani

Secondo il professor Max Muller, l’Islam è essenzialmente una religione missionaria. Le sue fondamenta poggiano interamente sul tabligh, ossia sulla predicazione. È grazie alla predicazione che ha progredito e si è sviluppato, e dalla predicazione dipende la sua stessa esistenza. In realtà, se si praticano gli insegnamenti e le esortazioni dell’Islam, diventa chiaro che l’Islam non è altro che un invito alla verità e che lo scopo della vita del musulmano consiste nell’ordinare il bene e proibire il male. Nel Sacro Corano lo scopo della vita del musulmano è descritto nel modo seguente.

كُنتُمخَيرَأُمَّةٍأُخرِجَتلِلنّاسِتَأمُرونَبِالمَعروفِوَتَنهَونَعَنِالمُنكَرِوَتُؤمِنونَبِاللَّهِۗوَلَوءامَنَأَهلُالكِتٰبِلَكانَخَيرًالَهُمۚمِنهُمُالمُؤمِنونَوَأَكثَرُهُمُالفٰسِقونَ

“Siete stati creati come la migliore comunità del mondo, affinché ordiniate agli uomini di compiere il bene, li tratteniate dal male e crediate in Allah” — (Sura Āl ʿImrān, 110)

L’esistenza dei musulmani è necessaria per il mondo soltanto per questo:

وَلتَكُن مِنكُم أُمَّةٌ يَدعونَ إِلَى الخَيرِ وَيَأمُرونَ بِالمَعروفِ وَيَنهَونَ عَنِ المُنكَرِ ۚ وَأُولٰئِكَ هُمُ المُفلِحونَ

«Tra voi deve sorgere un gruppo che inviti soltanto al bene, ordini ciò che è giusto e proibisca ciò che è riprovevole». – (Sura Āl ʿImrān: 104)

Ai musulmani è stato ripetutamente ordinato:

ادعُ إِلىٰ سَبيلِ رَبِّكَ بِالحِكمَةِ وَالمَوعِظَةِ الحَسَنَةِ ۖ وَجٰدِلهُم بِالَّتى هِىَ أَحسَنُ ۚ إِنَّ رَبَّكَ هُوَ أَعلَمُ بِمَن ضَلَّ عَن سَبيلِهِ ۖ وَهُوَ أَعلَمُ بِالمُهتَدينَ

«Invita gli uomini sulla via del tuo Signore con saggezza e buona esortazione». – (Sura an-Naḥl: 125)

فَذَكِّر بِالقُرءانِ مَن يَخافُ وَعيدِ

«Esorta con il Corano colui che teme il Mio avvertimento». – (Sura Qāf: 45)

فَذَكِّر إِنَّما أَنتَ مُذَكِّرٌ

«Esorta. Non hai altro compito se non esortare». — (Sura al-Ghāshiya: 21)

L’influenza di questi insegnamenti fu più forte nella vita del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ed essi produssero una trasformazione totale nella vita dei nobili Compagni. La loro vita pura era costantemente dedicata all’attività della daʿwa e del tablīgh. Il loro stare insieme, il loro camminare e ogni loro azione avevano come obiettivo principale invitare le persone verso Allah e guidare i servi di Allah sulla retta via, il Sirāt al-mustaqīm.

Finché l’influenza di questi insegnamenti del Nobile Corano e dell’esempio del Messaggero rimase intatta nella vita dei musulmani, ogni musulmano era un predicatore e un muballigh.

Essi si dedicarono al commercio, alle arti, all’agricoltura, all’amministrazione dello Stato e a ogni genere di attività mondana. Ma nella loro mente rimanevano sempre attive questa ispirazione e questa consapevolezza: dovevano cercare di trasmettere a tutta l’umanità la grande benedizione e l’inestimabile patrimonio che Allah, il Signore dei mondi, aveva donato loro sotto forma di Islam. Essi consideravano sinceramente l’Islam la benedizione più benefica e migliore per gli abitanti del mondo. E credevano che trasmettere questa benedizione a ogni persona fosse parte della loro responsabilità di fede. Perciò, chiunque, in qualunque situazione si trovasse, adempiva a questa responsabilità proprio nella condizione in cui si trovava. I mercanti e i commercianti la adempivano durante le loro attività commerciali e le loro transazioni; i viaggiatori attraverso i loro viaggi; i prigionieri all’interno delle carceri; gli impiegati negli uffici; e i contadini stando nei campi e nelle fattorie. L’ispirazione alla predicazione e al tablīgh raggiunse un livello tale che persino le donne diffusero l’Islam con grande interesse ed entusiasmo.

La vera fonte della forza dell’Islam

In realtà, proprio questo entusiasmo per la predicazione era la fonte principale della forza dell’Islam. I quattrocento milioni di musulmani che oggi vediamo nel mondo (anche questa era una stima del 1925. Attualmente si può ritenere che il numero sia il doppio — traduttore), così come l’autorità politica dell’Islam presente tra diversi popoli, razze, stirpi e paesi del mondo, sono il risultato del carattere missionario della nazione musulmana.

I nemici dell’Islam sostengono che l’Islam si sia diffuso soltanto con l’aiuto della spada. Ma la storia testimonia che l’Islam si è espanso soltanto attraverso il tablīgh, cioè la predicazione. Se l’avvento dell’Islam fosse avvenuto esclusivamente per mezzo della spada, esso sarebbe ormai scomparso sotto i suoi stessi colpi. Tutti gli attacchi sferrati finora contro di esso sarebbero stati sufficienti a distruggere l’Islam. Eppure vediamo che, nella maggior parte dei casi, dopo essere stato sconfitto dall’uso della forza della spada, esso è tornato vittorioso impiegando l’arma della predicazione. Mentre a Baghdad si perpetrava il massacro di massa dei musulmani, a Sumatra si instaurava il governo islamico. Da una parte l’Islam veniva espulso da Cordova; dall’altra, a Giava, la sua bandiera sventolava. Mentre in Sicilia era in corso una campagna per porre fine all’Islam, a Giava esso acquistava nuova forza vitale. Da una parte i Tatari affondavano il coltello nella gola dell’Islam; dall’altra, i muballigh musulmani conquistavano proprio il cuore di quei Tatari. Da una parte i Turchi imponevano all’Islam le catene della schiavitù; dall’altra, offrivano il proprio cuore alla schiavitù dell’Islam.

Se queste non sono vittorie della predicazione e della diffusione, allora che cosa sono? Guardate oggi intorno a voi, in ogni parte del mondo. Le vittorie dell’Islam che possono essere definite vittorie militari sono scomparse dalla carta geografica del mondo. La Spagna è stata distrutta. La Sicilia è scomparsa. La Grecia è stata devastata. Ma l’Africa centrale, Giava, Sumatra, la Cina e la Malesia, conquistate dall’Islam con l’arma della predicazione, esistono ancora nella loro forma originaria e testimoniano che l’esistenza dell’Islam dipende interamente e definitivamente dalla predicazione e dalla diffusione. Ora la domanda è: questa predicazione fu realizzata da poche associazioni missionarie? Questa grande vittoria fu forse il risultato del genere di chiasso inconcludente che facciamo oggi? È stato forse possibile ottenere tutto ciò attraverso le battaglie cartacee e le temporanee discussioni e valutazioni sui giornali e sulle riviste, come quelle che conduciamo oggi imitando i missionari cristiani? La storia risponde: «No». Nel presente articolo ci accingiamo a discutere proprio questo argomento.

Due

Come si diffuse l’Islam

Dall’esame della storia si apprende che alla base della predicazione e della diffusione dell’Islam sono presenti tre fattori essenziali e determinanti.

Primo: la dottrina di fede dell’Islam, semplice e chiara, e i suoi atti di culto capaci di conquistare il cuore.

Secondo: lo straordinario effetto degli insegnamenti, degli ammonimenti e delle norme islamiche nella vita dei musulmani.

Terzo: il carattere orientato alla predicazione dell’Islam nella vita dei musulmani. Il primo rivolge un appello alla coscienza e all’intelletto. Il secondo risveglia le emozioni e l’entusiasmo, fornendo ispirazione. Il terzo, come una guida benevola e un anziano premuroso, conduce sulla retta via gli erranti e gli smarriti. Nel commercio, la qualità intrinseca di un prodotto non è sufficiente, da sola, a creare una domanda ampia e a favorirne la diffusione; sono perciò necessari alcuni operatori che facciano comprendere alla gente l’eccellenza e l’utilità di quel prodotto. Inoltre, sono necessarie alcune persone che lo utilizzino personalmente e forniscano una testimonianza concreta dei suoi benefici. Allo stesso modo, per la predicazione e la diffusione dell’Islam nel mondo era necessario che questi tre elementi agissero insieme e in egual misura. Ogni volta che uno di essi è venuto a mancare, inevitabilmente la sua assenza ha ridotto l’intensità e la forza della predicazione e della diffusione dell’Islam. Per comprendere come questi tre elementi svolgano il proprio ruolo e quali risultati produca la loro convergenza, è necessaria una discussione alquanto dettagliata.

La semplicità delle dottrine islamiche e la loro armonia con la natura umana

Le dottrine islamiche sono così semplici e toccanti che persino una persona del tutto comune è pronta ad accettarle. In esse non vi è alcuna complessità filosofica, né spazio per superstizioni e fantasie irreali, né posto per discorsi privi di fondamento.

L’Islam presenta alcuni princìpi fondamentali semplici e chiari, facilmente accettabili da persone di ogni livello intellettuale. Non solo: questi princìpi hanno un effetto così benefico che, dopo averli accettati, le persone cominciano a percepire in sé un cambiamento radicale e straordinario. Inoltre, una caratteristica notevole di queste dottrine è che il loro contenuto è chiaro e inequivocabile, senza lasciare il minimo spazio a esitazioni o conflitti interiori. Riguardo a Dio, esse presentano chiaramente la seguente dottrina:

أَنَّما إِلٰهُكُم إِلٰهٌ وٰحِدٌ ۖ فَهَل أَنتُم مُسلِمونَ

“Il vostro Dio è un Dio unico”. – (Sura al-Anbiyāʾ: 108)

In ciò non vi è alcuno spazio per una dualità.

لا تَتَّخِذوا إِلٰهَينِ اثنَينِ ۖ

“Non prendete due dèi”. – (Sura an-Naḥl: 51)

Egli non ha bisogno di alcun aiutante, poiché è onnipotente.

 إِنَّ اللَّهَ عَلىٰ كُلِّ شَيءٍ قَديرٌ

«In verità, Allah è onnipotente su ogni cosa». – (al-Baqara: 20)

وَيَفعَلُ اللَّهُ ما يَشاءُ

«Allah fa ciò che vuole». – (sura Ibrahim: 27)

يَحكُمُ ما يُريدُ

«Egli decide secondo la propria volontà». – (sura al-Ma’ida: 1)

La Sua essenza è libera e pura dalle caratteristiche della paternità e della filiazione; nessuno può essere paragonato a Lui.

لَم يَلِد وَلَم يولَد

وَلَم يَكُن لَهُ كُفُوًا أَحَدٌ0

«Egli non ha generato nessuno, né appartiene ad alcuna stirpe. Nessuno è pari a Lui». – (Sura al-Ikhlas: 3-4)

Egli è libero da ogni debolezza umana.

 الحَىُّ القَيّومُ ۚ لا تَأخُذُهُ سِنَةٌ وَلا نَومٌ

«Egli è il Vivente, l’Eterno; il sonno e la sonnolenza non Lo sfiorano». – (Sura al-Baqara: 255)

Nei cieli e sulla terra non c’è nessun altro, oltre a Lui, al quale gli uomini possano chiedere aiuto e soccorso.

أَلَم تَعلَم أَنَّ اللَّهَ لَهُ مُلكُ السَّمٰوٰتِ وَالأَرضِ ۗ وَما لَكُم مِن دونِ اللَّهِ مِن وَلِىٍّ وَلا نَصيرٍ

«Non sai forse che ad Allah appartiene tutta la sovranità dei cieli e della terra? In verità, per voi non c’è, oltre a Lui, alcun protettore né alcun soccorritore». – (Sura al-Baqara: 107)

Solo Lui è degno di essere adorato:

أَعبُدَ اللَّهَ مُخلِصًا لَهُ الدّينَ

“Adorarlo dedicando la completa obbedienza ad Allah”.

Allo stesso modo, anche riguardo alla dignità del Messaggero è stata esposta un’affermazione inequivocabile.

Non è stato lasciato spazio ad alcun dubbio circa una sua natura divina. È stata esposta chiaramente la dottrina secondo cui il Messaggero non è altro che un essere umano. Allah ha semplicemente scelto un uomo come Messaggero per trasmettere ai Suoi servi il Suo messaggio.

إِنَّما أَنا۠ بَشَرٌ مِثلُكُم يوحىٰ إِلَىَّ

“Sono un essere umano come voi. Soltanto, mi viene inviata la ‘rivelazione’”. – (Sura al-Kahf: 110)

Non esiste sulla terra alcuna nazione alla quale Allah non abbia inviato una guida:

وَلِكُلِّ قَومٍ هادٍ

«Per ogni popolo vi è una guida». – (Sura ar-Raʿd: 7)

Riguardo alle attività terrene dell’uomo, alle sue responsabilità e alle loro conseguenze, l’Islam ha chiaramente ammonito che in questo ambito non vi è alcuna possibilità di espiazione né di sostituzione. Ogni individuo è personalmente responsabile delle proprie azioni e ciascuno riceverà una ricompensa conforme a ciò che avrà fatto:

فَمَن يَعمَل مِثقالَ ذَرَّةٍ خَيرًا يَرَهُ

 وَمَن يَعمَل مِثقالَ ذَرَّةٍ شَرًّا يَرَهُ

«Chiunque compia anche solo il peso di una particella di bene ne riceverà la ricompensa, e chiunque compia anche solo il peso di una particella di male ne subirà la conseguenza». – (Sura az-Zalzala: 7-8)

Riguardo all’Aldilà, nessun’altra religione al mondo ha presentato una dottrina di fede tanto chiara quanto quella esposta dall’Islam. In essa non vi è posto per l’incomprensibile dottrina buddhista della liberazione, né per la complessa e tortuosa dottrina hindu della reincarnazione, né per la dottrina materialista della completa dissoluzione. Al contrario, essa afferma in modo estremamente semplice e lineare che l’uomo raccoglierà nella vita successiva i frutti delle azioni della sua vita presente, e che quella sarà la vera vita.

Queste dottrine di fede sono così semplici e lineari che la coscienza e l’intelletto umano le accettano senza difficoltà. Il motivo dell’ampio successo degli annunciatori dell’Islam nella loro opera di predicazione è che essi non presentano alcuna tesi che la coscienza e l’intelletto comuni siano incapaci o riluttanti ad accettare. Un celebre filosofo e professore francese, Monteit, ha scritto riguardo alle dottrine di fede dell’Islam:

«Un credo così semplice e chiaro, tanto libero da complicazioni filosofiche e così facilmente comprensibile per il comune buon senso, deve possedere un potere straordinario e sorprendente di conquistare la mente e il cuore dell’umanità; e, in effetti, possiede tale potere».

Quanto profondamente questi credi influenzino la mente e il cuore degli uomini lo si può facilmente comprendere da un episodio. Una volta, uno schiavo della tribù africana dei Gara fu portato dalla costa dello Zanj e venduto a Gedda. In seguito lo schiavo fu liberato e abbracciò l’Islam. In quel periodo un viaggiatore europeo lo incontrò. Gli chiese: «Non provi forse rabbia verso coloro che ti catturarono senza alcun diritto, ti portarono via in quel modo e ti vendettero come una bestia?». Lo schiavo nero rispose:

«Sì, naturalmente sono adirato con loro. Tuttavia, una cosa mi ha risarcito: proprio a causa loro sono stato liberato dalla cecità dell’incredulità. Considero una grazia di Allah il fatto di essere giunto in questo Paese e di aver potuto conseguire il meraviglioso dono dell’Islam. Credetemi, non esiste nulla che abbia un gusto e una dolcezza maggiori di quelli della fede. Questa dolcezza si può percepire soltanto con il cuore; non la si può esprimere a parole».

Il fascino dell’adorazione nell’Islam

Gli atti di adorazione islamici possiedono questa caratteristica. Racchiudono una forza così affascinante che, secondo Montenكو, nessun cuore può fare a meno di esserne influenzato. Un neomusulmano, già ebreo apostata, originario di Alessandria, scrisse:

«Sono diventato musulmano soltanto osservando gli atti di adorazione dei musulmani. Una volta andai alla moschea congregazionale per assistere alla preghiera. La prima cosa che esercitò un’influenza sulla mia mente fu la predica. Ogni parola della predica influenzava il mio animo. In particolare, quando il predicatore disse:

إِنَّ اللَّهَ يَأمُرُ بِالعَدلِ وَالإِحسٰنِ وَإيتائِ ذِى القُربىٰ وَيَنهىٰ عَنِ الفَحشاءِ وَالمُنكَرِ وَالبَغىِ

«In verità, Allah ordina la giustizia, la benevolenza e il dono ai parenti, e proibisce l’oscenità, il male e la trasgressione». – (Sura an-Nahl: 90)

Udendo queste parole dalla bocca del predicatore, il mio cuore si riempì di una riverenza sconfinata per questa religione, il cui Dio insegna principi di così alto livello. Poi, quando iniziò la preghiera e i musulmani si disposero in file, mi sembrò che fossero tutti angeli in piedi e che Allah fosse apparso apertamente davanti a loro. Il mio cuore esclamò: «Con i figli d’Israele Allah parlò soltanto due volte, mentre con questa comunità parla cinque volte ogni giorno».

La preghiera è un atto di culto per il quale non occorre né un sacerdote né un religioso, né vi è alcun obbligo di tempio o chiesa. Ogni musulmano può essere imam. Le sue moschee si trovano ovunque e ogni persona, indipendentemente dal rango, dall’appartenenza etnica o dal colore della pelle, può parteciparvi. La preghiera esercita un’influenza così straordinaria che persino i più accaniti oppositori dell’Islam sono costretti a lodarla. Essa suscita una tale devozione verso un Dio invisibile, e da ogni movimento di alzarsi e sedersi traspare un senso così profondo di riverenza e timore, che persino i cuori di pietra si sciolgono.

Forse molti ricordano ancora le sensazionali discussioni del sacerdote Lefèvre con gli ulema dell’India. Egli ha scritto nella sua opera Mankind and Church:

«Nessuno può assistere al culto dei musulmani senza rimanerne colpito. Dovunque e in qualunque condizione si trovi un musulmano — che cammini per strada, stia in piedi alla stazione ferroviaria, sieda in un negozio o si aggiri per i campi — non appena viene pronunciata la chiamata alla preghiera, abbandona ogni attività e si pone a capo chino davanti all’unico Dio. Questa scena non può non lasciare un’impressione nell’animo umano. In particolare, chiunque abbia visto quindicimila o ventimila musulmani pregare nella moschea congregazionale di Delhi, durante la preghiera del Venerdì dell’Addio, con la massima umiltà, devozione e assoluto silenzio, non può non esserne rimasto colpito. Alla vista di questa scena si può percepire chiaramente la forza insita nei riti religiosi dell’Islam. Inoltre, nella regolarità con cui i musulmani pregano cinque volte al giorno e nell’adempimento sereno e composto del proprio dovere persino in mezzo al frastuono più assordante vi è un fascino particolare».

L’influenza degli insegnamenti dell’Islam sulla vita dei musulmani

Dopo i principi di fede e gli atti di culto, ciò che, grazie alla sua efficacia, contribuisce maggiormente alla diffusione e alla propagazione dell’Islam è la vita islamica dei musulmani. Se l’Islam si fosse limitato a presentare dei principi e se nei suoi insegnamenti e precetti non vi fosse stata quell’influenza rivoluzionaria che aveva elevato le nazioni completamente prive di civiltà a un livello superiore di umanità, probabilmente gli uomini del mondo non ne sarebbero stati tanto attratti. Ma l’Islam, insieme ai suoi principi, ha presentato anche esempi concreti della loro applicazione. In realtà, è proprio la forza magnetica di questi esempi concreti ad attirare verso di esso i cuori degli uomini.

L’insegnamento islamico sull’unicità di Allah, sulla Sua onnipotenza e sul chiedere aiuto esclusivamente a Lui ha reso i musulmani tanto dignitosi, pazienti e riconoscenti, tanto tolleranti, consapevoli della propria individualità e dotati di personalità, che non temono nessuno al mondo, non tendono le mani in supplica a nessuno e non si disperano davanti ad alcuna calamità, per quanto grande possa essere. Gli insegnamenti islamici sulla ricompensa, la retribuzione e il giudizio nell’Aldilà hanno fatto nascere in loro un tale coraggio, valore ed eroismo che, considerando transitoria la vita presente, sono sempre pronti a sacrificarla per Allah. Il calore del loro sangue non ha eguali sulla terra. Gli insegnamenti sulla pietà e sul timore di Allah hanno creato in loro qualità di giustizia e altruismo di natura straordinaria; inoltre, nell’evitare l’ubriachezza, il furto e le colpe morali, sono superiori ai seguaci di ogni altra religione del mondo. Gli insegnamenti islamici sull’uguaglianza e sulla fratellanza hanno fatto nascere in loro valori democratici tali che nella loro società non esistono differenze di casta o di lignaggio, né differenze di status tra ricchi e poveri, né il fanatismo delle disparità basate sulla nazionalità geografica. Dopo aver abbracciato l’Islam, chiunque diventa membro della società islamica: nero o bianco, ricco o povero, padrone o schiavo. In ogni situazione i musulmani lo accoglieranno come un fratello, ed egli potrà stare nella preghiera congregazionale accanto a qualunque musulmano di nobile rango.

Anche l’influenza degli altri insegnamenti dell’Islam sulla vita dei musulmani merita di essere menzionata. Per esempio, non appena abbracciarono l’Islam, tra i musulmani si diffuse un fervore per l’acquisizione del sapere e per lo sviluppo della civiltà e della cultura. I missionari cristiani europei sono rimasti stupiti nel vedere che, persino tra le nazioni africane prive di civiltà, subito dopo l’adesione all’Islam apparvero i segni di una vita civile. La costruzione di moschee, l’istituzione di scuole, lo sviluppo della vita sociale, dell’organizzazione, del commercio e della prosperità economica, e qualità e caratteristiche analoghe, trasformarono la vita sociale dei popoli africani privi di civiltà in una vita altamente civilizzata e colta. Vedendo e ascoltando tutto ciò, anche le altre nazioni incivili furono attratte verso l’adozione di quella religione, poiché essa aveva elevato i loro stessi connazionali a una posizione di altissimo onore in un tempo brevissimo. È divenuto ampiamente noto nella storia che, nel VI secolo dell’Egira, quando uomini della stirpe berbera cominciarono a predicare l’Islam a Jenne, il regno più potente della Nigeria, vi sorse un gran numero di ulema. Infine, quando il re costituì un consiglio per l’adesione all’Islam, a quel consiglio parteciparono duemilaquattrocento ulema. Non è necessario descrivere qui lo straordinario influsso che questo ruolo civilizzatore dell’Islam esercitò sull’Arabia, sull’India, sull’Egitto e sulla Spagna. La storia ne offre fulgidi esempi.

L’influenza dell’uguaglianza islamica

L’elemento più influente dello stile di vita islamico era l’uguaglianza. A causa delle usanze locali e dell’egoismo dei potenti, alcuni popoli erano stati costretti a scendere al di sotto della gente comune; per loro l’Islam era giunto come una misericordia. L’Islam era giunto per loro come un liberatore. La storia testimonia che l’Islam aveva innalzato migliaia di popoli di questo genere dalla condizione subumana fino alle vette dell’onore e della dignità. Questo straordinario esempio di uguaglianza era stato il fattore più efficace nella diffusione e nella propagazione dell’Islam. In particolare, nelle regioni abitate da popoli oppressi di questo tipo, questa era l’unica ragione della popolarità dell’Islam. Sir William Hunter, parlando della diffusione dell’Islam tra le classi emarginate dell’allora Bengala, scrive:

«Per questi poveri pescatori, cacciatori e contadini delle classi inferiori, l’Islam era disceso come una pioggia di misericordia celeste. Non era soltanto la religione della razza dominante, ma conteneva anche una tale uguaglianza che, accettandola, essi potevano ottenere più vantaggi degli aristocratici hindu che li disprezzavano. Per questa ragione la bandiera dell’Islam fu innalzata nella provincia più prospera dell’India. Sebbene in alcuni luoghi si trovino esempi di diffusione dell’Islam mediante la forza, anche in quei casi, in realtà, la forza non svolse il ruolo principale; il ruolo principale fu svolto dalle sue qualità intrinseche. L’Islam si appellò alla coscienza degli abitanti di questo paese e pose dinanzi a loro un alto ideale di umanità. L’Islam aveva instaurato uno straordinario principio di fratellanza umana, quale essi non avevano mai visto, e aveva spezzato e distrutto tutte le catene della discriminazione tra gli esseri umani».]

Nell’India meridionale l’Islam aveva trionfato sull’induismo soprattutto grazie a questa uguaglianza. Venticinque o vent’anni fa, nella regione di Tinnevelly, si verificò un episodio istruttivo. In quella regione vive una comunità chiamata Sānar. All’epoca questa comunità era considerata una comunità di casta inferiore. Grazie al proprio talento e alle proprie capacità, i suoi membri erano diventati abbastanza ricchi e, nell’istruzione e nelle pratiche sociali, avevano raggiunto una posizione molto più elevata rispetto agli hindu comuni. Tuttavia, gli hindu continuarono a trattarli con la stessa umiliazione riservata agli intoccabili. Ciò ferì profondamente i membri della comunità Sānar, che cominciarono ad avversare l’induismo. Alla fine, una volta, scoppiò un violento conflitto tra loro e gli hindu. Poiché alcuni Sānar erano entrati in un tempio, gli hindu li picchiarono duramente. In seguito a ciò, l’intera comunità Sānar decise di convertirsi all’Islam. Quel giorno stesso circa seicento Sānar abbracciarono l’Islam. Quando i Sānar dei dintorni vennero a sapere la notizia, anch’essi cominciarono ad abbracciare l’Islam uno dopo l’altro.

Anche tra i neri dell’Africa, l’uguaglianza umana e la fratellanza islamica erano state il fattore più efficace nella diffusione e nella propagazione dell’Islam. Il signor Blyden, nella sua opera Cristianesimo, Islam e razza nera (Christanity Islam and Negro Race), scrive:

«Ogni volta che i seguaci di Muhammad vengono a sapere che un nero pagano desidera abbracciare l’Islam, quel nero, per quanto possa appartenere alla classe più spregevole, viene immediatamente accolto come un membro di pari dignità della società musulmana e viene onorato non soltanto allo scopo di conquistare il suo cuore, ma considerandolo sinceramente come un fratello. Di conseguenza, egli può sentire che l’Islam è davvero per lui una benedizione straordinaria. In realtà, questa è la ragione principale per cui in Africa l’Islam ha prevalso sul cristianesimo.»

Tre

Il contributo dei santi sufi alla diffusione dell’Islam

Nelle pagine precedenti sono stati discussi due importanti mezzi per diffondere l’Islam. Esaminiamo ora l’aspetto pratico e vediamo quanto si siano adoperati coloro che hanno creduto in questa verità divina per diffonderne la luce in ogni parte del mondo. È vero che sono le qualità intrinseche dell’Islam a svolgere il ruolo principale nel renderlo accetto al cuore degli uomini. Tuttavia, per quanto riguarda le cose del mondo, vediamo giorno e notte che persino il prodotto migliore non viene venduto se non è adeguatamente pubblicizzato. E se il venditore è capace, riesce a trovare molti acquirenti anche per un prodotto scadente. Di norma, nessuno è attratto da qualcosa se non ne conosce le qualità e se non si è suscitato nel suo animo interesse per essa. Pertanto, il successo di ogni prodotto dipende dall’attività, dalla competenza e dalla capacità promozionale dei suoi venditori. Questo principio si applica allo stesso modo anche alla diffusione e alla propagazione della religione. Per quanto l’Islam sia una religione vera e buona, le sue qualità intrinseche non sono sufficienti per diffonderlo e propagarlo; è inoltre necessario che i suoi seguaci possiedano un carattere incline alla predicazione. In verità, proprio questo carattere incline alla predicazione è il mezzo concreto ed efficace fra i tre mezzi indispensabili per la diffusione e la propagazione dell’Islam.

La diffusione universale del carattere missionario dei musulmani

Noi musulmani inattivi di quest’epoca non riusciamo neppure a immaginare adeguatamente il carattere missionario e l’attività dei musulmani pii del passato. Persino ai nostri giorni, il carattere dedito alla predicazione presente tra i musulmani dell’Africa, della Cina e dell’arcipelago malese è al di là della nostra comprensione. —[All’epoca in cui fu scritto questo libro, in Cina non era ancora stato istituito un governo comunista. —Traduttore]

Il compito più importante del loro programma quotidiano era far giungere sempre più agli uomini l’eccellenza dell’Islam. I loro cuori erano illuminati dalla luce dell’Islam. Avevano profondamente radicata nell’animo, come incisa nella pietra, la convinzione che il loro unico scopo nella vita, in quanto musulmani, fosse invitare gli uomini al bene, ordinare il bene e proibire il male. Ovunque andassero, questo scopo li accompagnava e necessariamente entrava in ogni loro azione. Si recarono in Abissinia per salvarsi dalle persecuzioni dei Quraysh; anche là si dedicarono soltanto a questo compito. Quando, usciti dalla Mecca, trovarono a Medina una vita di pace, dedicarono ancora tutte le loro forze alla diffusione dell’Islam. Quando fu loro affidato il compito di demolire i palazzi ormai prossimi alla rovina delle civiltà sasanide e romana, anche in Siria, Iraq e nei territori romani assolsero quella sacra responsabilità.

Quando Allah affidò loro il califfato sulla terra, essi lo usarono non per procurarsi i mezzi di una vita agiata, ma per proseguire l’opera di diffusione e propagazione della religione di Allah. Continuarono quest’opera finché, da un lato, le onde tempestose dell’Oceano Atlantico e, dall’altro, le alte mura della Cina non divennero ostacoli sul loro cammino. Anche quando viaggiavano di paese in paese portando merci per il commercio, questo desiderio occupava le loro menti e i loro cuori; così diffusero i raggi della luce dell’Islam nei deserti roventi dell’Africa, nelle verdi vallate dell’India, nelle remote isole dell’Oceano Atlantico e nelle terre europee imbiancate e devastate dall’infedeltà.

L’entusiasmo per la diffusione dell’Islam era divenuto così intenso che il suo richiamo non si affievoliva nei loro cuori neppure mentre sopportavano le dure sofferenze della prigione. Predicavano l’Islam ai loro compagni di prigionia nelle buie celle carcerarie. Persino quando, al patibolo, un ultimo desiderio li agitava, non era altro che questo: l’aspirazione che gli ultimi momenti della loro vita trascorressero portando la parola della religione di Allah ai Suoi servi.

A questo proposito merita di essere ricordato un episodio del Congo Belga. Il governo belga condannò a morte un capo musulmano del luogo. Tuttavia, proprio poco prima di lasciare questo mondo, egli convertì all’Islam il sacerdote che era andato da lui per convertirlo al cristianesimo.

Analogamente, si narra a proposito di Sayyid Mujaddid Sirhindi, che Allah abbia misericordia di lui, che i due anni trascorsi nella prigione dell’imperatore Jahangir furono da lui dedicati esclusivamente alla diffusione dell’Islam. Al momento della sua liberazione, diverse centinaia di prigionieri indù avevano abbracciato l’Islam. In tempi recenti, anche Hazrat Maulana Jafar Thaneshwari aveva abbracciato l’Islam. Merita inoltre di essere ricordato l’esempio di Hazrat Maulana Jafar Thaneshwari (che Allah abbia misericordia di lui). Quando fu esiliato alle Andamane con l’accusa di mantenere rapporti con i mujahidin della frontiera, fece abbracciare l’Islam a un gran numero di prigionieri del luogo. La storia registra anche che la diffusione della luce dell’Islam in tutta l’Europa orientale fu opera esclusiva di un solo sapiente musulmano. Fu catturato mentre combatteva il jihad contro i cristiani. Durante la detenzione, fu legato mani e piedi e inviato nella valle situata tra i corsi del Danubio. Là il fulgore della sua fede si diffuse in modo tale che, in breve tempo, dodicimila persone abbracciarono l’Islam. Gradualmente, fino alla metà del VI secolo dell’Egira, quasi tutta la regione finì per essere illuminata dalla luce dell’Islam.

Le donne nella propagazione dell’Islam

Anche le donne musulmane non furono escluse da questo impegno totale nella propagazione. Se qualcuno ebbe il merito di strappare dalle mani degli invasori tatari-mongoli la spada del massacro dei musulmani e di porre al loro collo le catene dell’obbedienza all’Islam, furono proprio queste nobili donne, deboli ma forti nella fede. Erano donne che quegli invasori avevano portato via dai paesi musulmani come schiave. Fu la moglie a convertire all’Islam Ol, fratello di Ghazan Shah, e grazie a ciò il governo degli Ilkhan fu riconosciuto come governo islamico. La dinastia Chagatai era il più grande nemico dei musulmani. Tuttavia Korrai, moglie musulmana di Hulagu Khan, fu la prima a diffondere la conoscenza dell’Islam tra gli appartenenti a quella dinastia; sotto la sua influenza, Mubarak Shah e Barak Khan divennero musulmani. Migliaia di soldati tatari avevano portato con sé donne musulmane. Queste nobili donne non abbandonarono la propria religione per adottare quella dei loro mariti. Al contrario, iniziarono all’Islam proprio i loro mariti e, soprattutto, i loro figli. Fu grazie alla loro influenza che l’Islam si diffuse in tutto il territorio tataro. Allo stesso modo, anche in Abissinia furono le donne a propagare l’Islam. Nei libri di storia si trovano riferimenti a numerosi capi neri che furono iniziati all’Islam dalle loro mogli. Quanto ai propagatori senussiti, nell’Africa centrale organizzavano regolarmente la propagazione dell’Islam attraverso istituzioni femminili. Ancora oggi vi si trovano numerose istituzioni educative islamiche gestite da donne.

Il contributo dei santi sufi alla propagazione dell’Islam in India

Ma il gruppo tra i musulmani che fu più attivo, con il massimo interesse ed entusiasmo, nella propagazione e diffusione della religione di Allah fu proprio il gruppo di questi santi sufi, che oggi, nell’India — [qui si intende l’India indivisa, cioè gli attuali Pakistan, Bangladesh e India] — è quasi completamente inattivo in questo campo. La fermezza incomparabile e la devozione religiosa con cui gli awliya e i sufi diffusero la luce dell’Islam in India offrono profonde lezioni ai propagatori del tasawwuf di oggi. Il più grande propagatore dell’Islam fu qui Hazrat Khwaja Muinuddin Chishti (r), grazie al quale l’Islam fu diffuso nel Rajputana. I suoi murid diretti e indiretti si dispersero nelle regioni più remote del paese e diffusero il messaggio dell’Islam. Hazrat Khwaja Qutbuddin Bakhtiyar Kaki (r) svolse questo compito nei dintorni di Delhi; Hazrat Fariduddin Ganjshakar (r) nella regione del Punjab; Hazrat Nizamuddin Mahbub-e-Ilahi (r) a Delhi e nei suoi dintorni; Hazrat Saiyid Muhammad Gesudaraz (r), Hazrat Sheikh Burhanuddin (r), Hazrat Sheikh Zainuddin (r) e, più tardi, Hazrat Nizamuddin (ra) di Aurangabad nel Deccan; e, in epoca ancora successiva, Hazrat Shah Kalimullah Jahanabadi (r) a Delhi: tutti compirono questa stessa opera, vale a dire la grande opera di invitare alla verità e propagare l’Islam. Anche gli awliya kiram di altre silsila diedero prova di grande competenza e sacrificio in questo compito. Il primo a propagare l’Islam nel Punjab fu Hazrat Saiyid Ismail Bukhari (r), che giunse a Lahore nel V secolo dell’Egira. Si narra che migliaia di persone venissero da lui ad ascoltare i suoi preziosi wa‘z. Chiunque ascoltasse una volta il suo wa‘z non poteva fare a meno di accettare l’Islam. Nel Punjab occidentale, il merito maggiore della propagazione dell’Islam spetta a Hazrat Baha-ul-Haq Zakariya Multani (r). L’Islam fu diffuso nel Bahawalpur e nel Sindh orientale grazie agli sforzi di Hazrat Saiyid Jalal Bukhari (r). Il suo discendente, Hazrat Makhdum Jahaniyan (r), iniziò all’Islam numerose tribù del Punjab. Anche altri due venerabili, Hazrat Saiyid Sadruddin (r) e suo figlio Hazrat Hasan Kabiruddin (r), furono propagatori dell’Islam di altissimo livello nel Punjab. Della personalità di Hazrat Hasan Kabiruddin (r) la storia racconta che possedesse un’eccezionale forza di attrazione. Bastava guardarlo perché nel cuore delle persone si imprimessero la verità e la grandezza dell’Islam, e la gente accorreva spontaneamente a radunarsi intorno a lui.

Il periodo propriamente detto della propagazione dell’Islam nel Sindh è quello successivo alla caduta dell’Islam dalla struttura statale. Circa seicento anni fa Hazrat Saiyid Yusufuddin (r) giunse in quella regione e, grazie a lui, settecento famiglie della comunità Lohana accettarono l’Islam. Nel Kutch e nel Gujarat l’Islam fu propagato grazie agli sforzi di Hazrat Imam Shah Pirānvi (r) e Malik Abdul Latif (r). In Bangladesh, il primo a propagare l’Islam fu Sheikh Jalaluddin Farsi (r), murid di Hazrat Sheikh Shihabuddin Suhrawardi (r), che innalzò la bandiera dell’Islam come un derviscio chiamato Shah Jalal (r). Sotto la sua influenza, lo stesso re accettò l’Islam. Nella storia questo re è noto come Sadruddin. In seguito, nel VII secolo dell’Egira, Saiyid Ali Hamadani (r) giunse là con settecento discepoli e diffuse la luce dell’Islam in tutto il territorio del Kashmir. Durante il regno dell’imperatore Aurangzeb, Saiyid Shah Fariduddin convertì all’Islam il re di Kayyab e, con il suo aiuto, l’Islam fu propagato in tutta la regione. Nel Deccan, l’Islam ebbe inizio con Mahavir Khamdayet, che giunse a Bijapur circa settecento anni fa. Un altro venerabile, discendente di Hazrat Sheikh Abdul Qader Jilani (r), diffuse il messaggio dell’Islam nella regione del Konkan. Gli abitanti di Dharwad accettarono l’Islam grazie a Hazrat Hashem Gujarati (r), il pir di Ibrahim Adil Shah. Nella regione di Nasik si riconosce ancora oggi il contributo di Hazrat Muhammad Sadiq Sarmast (r) e di Khwaja Akhund Mir Husseini (r). Tra i venerabili che propagarono l’Islam a Madras, i più famosi furono Hazrat Saiyid Nesar Shah (r), Saiyid Ibrahim Shahid (r) e Shah al-Hamed (r). A New Ganda l’Islam fu propagato da Hazrat Baba Fakhruddin (r), che iniziò all’Islam il re di quella regione.

Il risultato dell’attività di propagazione di questi signori sufi è stato che una grande parte degli indù, pur non diventando musulmana, è devota ai pir e ai dervisci musulmani. Nel censimento del 1891, 232.643 indù dell’attuale stato dell’UP dichiararono di non essere adoratori di alcuna divinità, bensì devoti di qualche pir musulmano. È deplorevole che, sebbene quei venerabili pir abbiano lasciato l’influenza dell’Islam su una grande parte degli indù, noi non siamo riusciti a utilizzare tale influenza per alcuno scopo.

Fuori dall’India

Anche in alcuni paesi diversi dall’India, l’attività missionaria di questi pii servitori di Dio ha prodotto risultati straordinari. È soprattutto un fatto innegabile della storia medievale che, quando l’Impero islamico cadde sotto l’invasione dei Tartari, in tutta l’Asia centrale rimase soltanto la forza spirituale dei sufi a contrastarla. Alla fine, fu proprio questa forza a prevalere su questi grandi nemici dell’Islam. La possente potenza dei Tartari non riuscì a fermare l’avanzata dell’Islam. Anzi, per opera di questa forza, la potenza tartara giunse quasi a essere completamente sconfitta in tutta l’Asia centrale. È una sventura per i musulmani che oggi questa formidabile forza sia ormai del tutto paralizzata. A dire il vero, essa è stata anche in gran parte sopraffatta dalla civiltà non islamica.

In Africa

Oggi questa forza è rimasta viva soltanto in Africa. Lo straordinario successo di questo gruppo nella predicazione dell’Islam costituisce una grande lezione per i sufi del nostro paese.

Uno di questi gruppi sufi è il gruppo Amirghani. Il suo fondatore, Muhammad Uthman Amirghani, dal 1835 al 1853 aiutò i musulmani del Sudan orientale nella purificazione spirituale e convertì all’Islam numerose tribù politeiste.

L’altro gruppo è la confraternita Qadiriyya. Nell’Africa occidentale, i membri di questa silsila sono presenti fin dal IX secolo dell’Egira. Nel XIX secolo una nuova vita si risvegliò in loro, ed essi costituirono organizzazioni dal Sudan occidentale fino a Timbuctù e al Senegal, convertendo all’Islam numerose tribù idolatre. La loro regola è questa: quando convertono all’Islam alcune persone di un villaggio, mandano i ragazzi più dotati del luogo presso la loro organizzazione centrale per ricevere una formazione. Quando riconoscono in loro una maggiore capacità, li mandano a Kairouan, Fès, Tripoli oppure ad al-Azhar; dopo il loro ritorno, li incaricano nella loro stessa zona della predicazione e della formazione. Inoltre, questo gruppo ha istituito numerose madrase nell’interno dell’Africa, dove ai ragazzi delle tribù prive della luce della civiltà vengono impartite formazione ed educazione islamiche.

In Africa è attivo anche un altro gruppo missionario islamico, chiamato “Tijaniyya”. Fu fondato per la prima volta in Algeria. Il suo metodo di predicazione è simile a quello della silsila Qadiriyya. La sola differenza è che questo gruppo pratica anche il jihad insieme alla predicazione e alla diffusione dell’Islam. Per questo, i missionari cristiani hanno trovato un pretesto per ottenere l’aiuto dell’imperialismo europeo contro di esso. La sua area organizzativa è principalmente il Nordafrica e il suo predicatore più attivo è al-Hajj Umar. La fama dell’onestà e della giustizia di al-Hajj Umar si estendeva dall’Africa fino all’Arabia Saudita. Egli iniziò l’opera di predicazione dell’Islam nel 1933 e, dopo aver convertito all’Islam le tribù miscredenti della Nigeria e del Senegal, fondò un vasto Stato islamico. Infine, l’imperialismo francese fece cadere questo Stato islamico.

Tra queste organizzazioni missionarie islamiche africane, la più potente è la confraternita Sanusiyya. Nel 1833, il celebre erudito algerino signor Muhammad ibn Ali al-Sanusi fondò l’organizzazione Sanusiyya. I suoi obiettivi erano la riforma dei musulmani, la resistenza all’imperialismo britannico e la predicazione dell’Islam. In soli ventidue anni egli creò un’organizzazione così potente che la sua disciplina era persino più rigorosa di quella statale. Ogni suo membro viveva assorto nel sogno di realizzare lo scopo e gli obiettivi dell’organizzazione; ciascun membro era stato formato secondo un’autentica educazione islamica e reso un vero musulmano. In essa, l’osservanza parola per parola del Sacro Corano era una condizione preliminare indispensabile. In questa organizzazione erano vietati il culto dei santi, il culto delle tombe, il consumo di caffè e tabacco e i rapporti con ebrei e cristiani. Ogni persona conduceva una vita come quella di un mujahid autentico. Le sue khanqah erano presenti dall’Egitto al Marocco e dalla costa di Tripoli fino all’estremità del deserto del Sahara. La sua influenza si estendeva, oltre all’Africa, anche all’Arabia, all’Iraq e fino alla Malaysia.

Gli appartenenti alle tribù africane che erano musulmani solo di nome divennero veri musulmani grazie alla confraternita Sanusiyya. Inoltre, diffusero la luce dell’Islam in ogni angolo dell’Africa. Come i membri della silsila Qadiriyya non si limitano alla sola predicazione e all’esortazione, ma, dopo averli convertiti, addestrano i neomusulmani a diffondere l’Islam tra i membri della loro stessa tribù, così anche i predicatori Sanusiyya, insieme all’opera di predicazione, formano ogni neomusulmano come un predicatore dell’Islam.

A proposito della nuova vita che questi gruppi di predicatori dell’Islam hanno infuso nelle tribù analfabete e prive di civiltà di quelle regioni, un viaggiatore europeo ha scritto:

«Quando partii lungo le rive del fiume Niger in direzione dell’Africa centrale, per le prime duecento miglia non avvertii alcuna necessità di modificare l’idea che mi ero fatto della rozzezza, della barbarie e del cannibalismo delle tribù africane. Ma quando giunsi nei pressi del Sudan centrale, vidi nella vita delle tribù indigene segni di progresso che cominciarono a cambiare la mia opinione. Notai che lì non vi era alcuna tendenza a mangiare carne umana, né esisteva l’idolatria; l’ubriachezza e la dipendenza dalle bevande inebrianti erano quasi del tutto scomparse. Gli appartenenti a tutte le tribù indossavano abiti. Mantenevano puliti e decorosi i loro vestiti e osservavano la buona educazione nei comportamenti. Era evidente che il loro livello morale era molto più elevato di quello delle altre tribù di pari condizione. Tutto in loro era progressivo. La natura dei negri sembrava trasformarsi in una natura superiore, e tutto ciò avveniva grazie all’Islam. Dopo aver superato il luogo chiamato “Lokoja”, giunsi al principale centro di predicazione islamica e vi vidi all’opera un’amministrazione altamente organizzata e disciplinata. In tutti gli insediamenti circostanti si manifestavano ovunque i segni della civiltà. Il commercio, l’industria e l’artigianato si erano ampiamente diffusi, e mi sembrava di essere giunto in un paese altamente civilizzato».

Quattro

La diffusione dell’Islam in Africa

Ho già detto che tra i musulmani non è mai esistita un’organizzazione regolare di predicatori religiosi. La ragione principale è che l’Islam non ha riservato il compito della predicazione a un gruppo particolare, bensì ha reso ugualmente obbligatorio per ogni musulmano consacrare tutte le proprie forze al servizio della religione. Tra i cristiani, come una persona o un gruppo, al di fuori di una particolare categoria, non partecipa alle attività religiose né vi mostra alcun interesse, così, se anche tra i musulmani fosse stato creato uno speciale gruppo religioso, forse l’interesse per la predicazione dell’Islam sarebbe rimasto limitato soltanto a un esiguo numero di persone e i musulmani comuni ne sarebbero stati del tutto privati.

L’Islam è una religione democratica. Dal punto di vista dell’Islam, soltanto le buone azioni costituiscono il criterio della superiorità. Pertanto, questa religione non può fare a meno di lasciare aperte a tutti le porte del bene e della felicità. Per questo l’Islam è l’unica religione al mondo i cui seguaci nutrono il desiderio più intenso e vigoroso di predicare la propria fede, e ogni suo seguace è, in sostanza, un predicatore. Abbiamo già discusso dell’ampiezza di questo desiderio di predicazione e della sua presenza tra la generalità dei musulmani. Ora vedremo come questo desiderio universale di predicare abbia conquistato un paese dopo l’altro e per opera di chi l’Islam abbia potuto diffondersi così ampiamente. Lasciamo da parte il subcontinente, l’Iran, l’Egitto e il mondo arabo, poiché in quei luoghi i musulmani un tempo erano anche al potere. Gli oppositori dell’Islam potrebbero quindi sostenere che forse, in quei paesi, anche l’uso della forza abbia avuto un certo ruolo nella diffusione dell’Islam.

Prenderemo in esame gli esempi dell’Africa, della Cina e della Malaysia. Anche il più accanito nemico dell’Islam dovrà riconoscere che in questi paesi l’Islam non ha mai avuto l’opportunità di ricorrere alla forza. Soprattutto, è necessario discutere in modo particolare dei paesi tatari e del Turkestan. Perché, riguardo a questi paesi, la chiara conclusione della storia è che qui l’Islam disarmato ha affrontato l’infedeltà armata e l’ha sconfitta. Presentando questi esempi, vogliamo mostrare ai lettori in quale modo i musulmani dotati di devozione religiosa abbiano servito questa sacra religione. E se ci mettessimo all’opera con un simile entusiasmo religioso, potremmo adempiere con estrema facilità al compito di diffondere e proteggere l’Islam. A questo proposito, parleremo anzitutto dell’Africa.

L’alba dell’Islam in Africa

Furono proprio quei neomusulmani appartenenti a popoli come i «Berberi», che si recavano nel Sudan occidentale per motivi commerciali, a diffondere per primi l’Islam in quella regione. Tra queste tribù «berbere», le due tribù chiamate Lamtuna e Guddala, durante il governo di Yusuf ibn Tashfin, illuminarono con la luce dell’Islam quasi tutto il Sudan occidentale. Nel quinto secolo dell’Egira, furono ancora questi mercanti «berberi» a convertire all’Islam il regno negro del Ghana, allora esistente. In seguito, anche il più antico regno del Sudan, il Songhai, fu convertito all’Islam per opera loro. Nel sesto secolo dell’Egira, la loro influenza si estese in regioni lontane. In quel periodo, la celebre città commerciale di Timbuctù divenne il più grande centro di diffusione dell’Islam. I neri vi giungevano per commerciare e, ricevendo dai mercanti «berberi» l’inestimabile patrimonio dell’Islam, lo diffondevano in tutto il Sudan e in Nigeria. La loro devozione e sincerità verso l’Islam erano così grandi che, quando Ibn Battuta vi giunse, scrisse di loro:

«Essi amano il Corano. E sono così devoti e dediti alla preghiera che, se il venerdì mattina non ci si reca presto in moschea per prendervi posto, è impossibile trovarne uno».

Tra questi popoli neomusulmani, il popolo più attivo nella diffusione dell’Islam era quello mandé. Grazie alle loro abitudini e alla loro buona condotta, erano un popolo assai rinomato in tutta l’Africa. Il loro più grande merito fu che, grazie ai loro sforzi, il popolo hausa, noto come il popolo più talentuoso, laborioso e dedito al commercio dell’Africa centrale, abbracciò l’Islam. Il popolo hausa esercitava un controllo esclusivo sul commercio di quasi tutto il Sudan e della Nigeria, e le sue carovane mercantili percorrevano regolarmente la tratta dalla Guinea al Cairo. Il prezioso contributo di questo popolo di mercanti alla diffusione dell’Islam sarà esaminato più avanti.

Nel Sudan orientale furono i mercanti egiziani a diffondere l’Islam. In particolare, quando in Egitto cadde il califfato fatimide, molti arabi fuggirono e trovarono rifugio nel Sudan. Essi diffusero l’Islam in lungo e in largo in questa regione. Anche i mercanti arabi di Tunisi e della Tanzania svolsero il compito di diffondere l’Islam in quest’area. In particolare, la diffusione dell’Islam nel Sudan sud-occidentale fu opera esclusiva loro. In seguito, un arabo di nome Ahmad istituì anche un governo islamico a «Daracor», che rimase in vigore per diverse centinaia d’anni, fino a quando Muhammad Ali Pascià lo incorporò nel proprio Stato.

Nell’ultima parte del XVIII secolo

Nell’ultima parte del XVIII secolo si verificò un nuovo risveglio per la diffusione dell’Islam tra i musulmani dell’Africa centrale. Il primo appello a questo risveglio venne dallo sceicco Uthman dan Fodio. Influenzato dagli insegnamenti dello sceicco Abd al-Wahhab al-Najdi, egli ravvivò la sunna dell’amr bi-l-ma‘ruf wa nahy ‘an al-munkar (ordinare il bene e proibire il male). In particolare, suscitò tra i Fulani un tale entusiasmo islamico che essi cominciarono ad agire con spirito di sacrificio al servizio dell’Islam. Essi eliminarono lo shirk e l’idolatria dall’antico regno di Gobir e purificarono l’intero Hausaland dall’infedeltà. Quando Uthman dan Fodio morì, nel 1816, era il sovrano assoluto dell’Hausaland, e in nessun luogo del suo intero impero rimaneva neppure la minima traccia di shirk e idolatria. Nel 1900 gli inglesi posero fine a questo impero islamico. Tuttavia, lo zelo dei Fulani e degli Hausa per la diffusione dell’Islam non si affievolì neppure minimamente. Una prova lampante è che, proprio nel XX secolo, essi eliminarono l’idolatria dalla regione Yoruba e vi diffusero la luce dell’Islam. Estesero la vera religione fino alla riva meridionale del fiume Niger. Nella regione di Ujibu iniziarono la predicazione nel 1894 e in pochi anni ottennero progressi tali che, nel 1908, in una città della regione furono costruite venti moschee e in un’altra dodici.

Allo stesso modo, dopo il 1898 iniziarono a diffondere l’Islam sulla riva meridionale del fiume Niger e, entro il 1910, quasi tutte le tribù avevano riposto la propria fede nella religione di Allah.

Le regioni costiere dell’Africa occidentale costituivano un altro campo di diffusione per i musulmani. Nelle regioni costiere della Guinea, della Sierra Leone, della Liberia e del Mande — una regione situata circa 100 miglia a sud della Sierra Leone — i mercanti musulmani cominciarono a diffondere l’Islam circa centoventicinque anni fa e in breve tempo trasformarono la cecità e l’ignoranza di quelle popolazioni in civiltà. Nel 1802, una compagnia inglese della Sierra Leone presentò una petizione alla Camera dei Comuni britannica. Vi si leggeva:

«A circa 40 miglia da qui, 70 anni fa, alcuni mercanti musulmani vennero a stabilirsi. Come i musulmani in altri luoghi, anche qui iniziarono a fondare madrase e altre istituzioni per diffondere l’istruzione religiosa, e presero la decisione che chiunque avesse abbracciato l’Islam non sarebbe stato venduto come schiavo. In breve tempo cominciarono a manifestarsi i segni di una cultura e di una civiltà di alto livello. La popolazione aumentò e, con essa, crebbe anche la prosperità. Gradualmente, l’influenza dell’Islam in questa regione prevalse su ogni cosa. La gente entrava a gruppi nella religione dei musulmani. Sembra che presto l’intera regione abbraccerà l’Islam».

A proposito della diffusione dell’Islam in Sierra Leone, il dottor Vemar ha scritto:

«Tra i musulmani di qui non esiste alcun gruppo specificamente incaricato di diffondere l’Islam; al contrario, ogni singolo individuo è un predicatore dell’Islam. Ovunque si siano stabilite cinque o sei famiglie musulmane, è sorta una moschea. E quella piccola costruzione è diventata il centro della diffusione dell’Islam nella regione. Anche le loro regole sono molto semplici. Chi recita la professione di fede, si impegna a pregare e a rinunciare all’alcol, diventa membro della loro famiglia universale».

In Guinea, i mercanti della comunità hausa, i più attivi propagatori dell’Islam, attirano fortemente verso di sé le tribù incivili grazie alle loro raffinate consuetudini sociali e ai loro costumi distintivi, e con successo le conducono all’Islam. A Dahomey e nell’Ashanti l’opera è iniziata da pochissimo. Per questo, in tutta l’Africa occidentale, soltanto in queste due regioni si possono ancora trovare alcune scarse tracce di miscredenza e idolatria. A Lagos la forza dei musulmani è straordinariamente grande. Il loro numero ha raggiunto circa quindicimila persone. Tra loro sono presenti membri di tutte e tre le comunità: fulbe, hausa e mandingo. Per motivi commerciali devono recarsi in luoghi molto lontani. Grazie a loro, dunque, l’intera costa nigeriana e la Costa d’Oro si stanno illuminando della luce dell’Islam. Lungo la costa, estesa per duemila miglia da circa la foce del Senegal fino a Lagos, si può dire che non esista un solo insediamento privo almeno di una moschea e di un mawlavi. Ogni musulmano che vive in queste regioni, sia egli commerciante oppure dipendente della Gran Bretagna, della Francia o del Belgio, considera suo primo dovere, ogni volta che incontra un miscredente o un idolatra, presentargli anzitutto l’invito del Corano. Un simile intenso zelo missionario ha infranto tutte le aspirazioni dei missionari cristiani».

Anche l’Africa orientale ricevette dai mercanti arabi il dono supremo dell’Islam. Fino al XX secolo essi diffusero la luce dell’Islam lungo tutta la costa di Zanzibar, e qua e là sorsero insediamenti musulmani. Tuttavia, la vera opera di predicazione ebbe inizio quando Germania, Inghilterra, Italia e altre potenze stabilirono colonie in questi paesi e completarono tutti i preparativi necessari per raggiungerne l’interno. A quel tempo, per instaurare l’amministrazione statale, non vi era altra scelta che ricorrere all’aiuto dei musulmani di quelle colonie. Di conseguenza, i musulmani furono arruolati nell’esercito, nella polizia, nella magistratura, nelle istituzioni educative, nell’amministrazione delle entrate: in altre parole, in ogni settore. Raggiunto l’interno dell’Africa, essi divennero estremamente attivi nella diffusione dell’Islam. Nella prima parte del XX secolo convertirono quasi completamente all’Islam le tribù Bondi e Vahendi. Dopo il 1905 si dispersero per diffondere l’insegnamento del Corano verso ovest, fino al Tanganica, verso nord, fino all’Usambara, e verso sud, fino al Nyasa. Nel 1891 nell’Usambara non vi era neppure un musulmano; anzi, la presenza di un musulmano era guardata con disprezzo. Ma, non appena fu instaurato un governo regolare e gli ufficiali musulmani vi si recarono, la popolazione, entrando in contatto con quegli ufficiali, cominciò a convertirsi all’Islam una persona dopo l’altra. Anche nelle istituzioni educative in cui era stato nominato un insegnante musulmano l’Islam iniziò a diffondersi. Così anche nel Nyasaland l’Islam ha compiuto progressi straordinari nel giro di dieci anni. I missionari cristiani riconoscono che, in queste regioni, diventare musulmani equivale semplicemente a diventare esseri umani.

Nel territorio del Capo, la diffusione dell’Islam fu promossa dai mercanti musulmani dell’Arcipelago Malese. Poiché erano soggetti al governo olandese, vi rimasero per lungo tempo e diffusero l’Islam con grande discrezione. Nel 1809 Colbrooke scrisse:

«Nonostante gli sforzi più intensi dei nostri missionari, i predicatori musulmani stanno convertendo con successo all’Islam gli schiavi neri e le persone libere. I nostri predicatori spendono molto tempo e denaro e, con enorme difficoltà, riescono a convertire al cristianesimo solo un numero esiguo di persone. I predicatori musulmani, invece, riescono ad attirare a sé un numero enorme di persone senza alcuno sforzo».

Negli ultimi cinquanta o sessant’anni anche musulmani provenienti dall’esterno hanno raggiunto quelle regioni e hanno infuso nuova energia nella diffusione dell’Islam. Attualmente, in particolare a Cleramint, la diffusione dell’Islam procede con slancio ancora maggiore. Qui un numero enorme di bambini e adolescenti orfani e privi di genitori ha abbracciato l’Islam.

-[La situazione dell’Islam in Africa discussa in questo capitolo risale al periodo in cui quest’opera fu pubblicata, cioè a cinquant’anni fa. È superfluo dire che oggi la situazione dell’Islam in Africa è molto più consolidata di allora. -Traduttore]

Cinque

La diffusione dell’Islam in Cina

Dopo l’Africa, il secondo campo delle vittoriose campagne di diffusione dei musulmani è l’Estremo Oriente. Qui soltanto mercanti, soldati e musulmani comuni di varie professioni diffusero l’Islam, spinti dal loro naturale zelo missionario e dal fervore religioso. Pur non ricevendo mai sostegno finanziario o statale e, anzi, essendo nella maggior parte dei casi vittime di attacchi persecutori, ottennero risultati sorprendenti nella propagazione della propria religione. Proprio grazie a tali successi, oggi in Cina e nell’arcipelago malese vivono complessivamente almeno 80-90 milioni di musulmani.

L’Islam cominciò a diffondersi in Cina durante l’epoca degli Omayyadi. In realtà, i mercanti arabi che si erano sparsi dai mari fino al Mediterraneo avevano già diffuso la luce dell’Islam anche sul territorio cinese durante la gloriosa epoca dei califfi ben guidati. Tuttavia, questo popolo conobbe veramente l’Islam durante il governo degli Omayyadi, quando furono stabilite relazioni diplomatiche con la Cina. In seguito, quando un cospiratore depose l’imperatore Xuanzong, furono inviati in suo aiuto quattromila soldati; grazie alla loro forza, l’imperatore Xuanzong riuscì a tornare sul trono. Questi soldati furono veri propagatori dell’Islam. In seguito non fecero più ritorno nel loro Paese, ma si stabilirono in Cina e lì si sposarono. Cominciarono gradualmente a diffondere l’Islam tra il comune popolo cinese. Di conseguenza, nel giro di alcuni secoli, l’intera regione di Canton fu illuminata dalla luce dell’Islam.

La diffusione dell’Islam, fase dopo fase

Seicento anni dopo questo evento, altri propagatori dell’Islam entrarono nuovamente in Cina dall’estero e si dispersero in tutto il Paese. Erano emigrati provenienti dall’Arabia, dall’Iran e dalla Turchia. Nel VII secolo dell’Egira, lasciarono le loro terre a causa delle invasioni mongole e vennero qui. Grazie a loro, nel giro di cento-centocinquant’anni l’Islam si diffuse nella maggior parte delle regioni della Cina. In particolare, vaste aree della Cina nord-occidentale abbracciarono l’Islam. Nel XIII secolo Marco Polo scrisse che quasi tutta la provincia dello Yunnan era diventata musulmana. Un altro storico del XIV secolo scrisse: «Tutti gli abitanti di Talifu sono musulmani». A proposito della Cina meridionale, Ibn Battuta scrisse che in tutte le città vi erano quartieri musulmani. Tutti gli abitanti di questi quartieri erano musulmani ed erano particolarmente famosi per la loro cortesia e pulizia. I musulmani sposavano donne cinesi e intrattenevano con loro rapporti stretti. Per questo l’Islam si diffondeva molto rapidamente. Nel XV secolo, un mercante musulmano di nome Ali Akbar scrisse che a Pechino vivevano circa trentamila famiglie musulmane. All’inizio del XVII secolo, un grande gruppo di ebrei cinesi si convertì all’Islam. Nel XVIII secolo, dopo aver represso la rivolta di Jinlong nella regione dello Xinjiang, vi reinsediò diecimila famiglie. Tutte queste diecimila famiglie, influenzate dalla popolazione musulmana vicina, si convertirono all’Islam. Durante una carestia nella regione dello Shandong, i musulmani accolsero diecimila bambini cinesi, i quali in seguito abbracciarono tutti l’Islam. Durante un’altra carestia, nella regione del Guangdong, circa diecimila bambini cinesi finirono nelle mani dei musulmani e furono tutti allevati dopo aver ricevuto una formazione islamica.

Oltre a circostanze così straordinarie, anche in condizioni normali i musulmani svolgevano attività di propagazione su una scala talmente ampia che, secondo la testimonianza di un musulmano cinese di nome Sayyid Sulayman, era difficile finire di contare ogni anno il numero dei nuovi convertiti all’Islam.

Anche ai nostri giorni, tra i musulmani cinesi vi è l’inclinazione a diffondere l’Islam. Oltre ai commercianti e agli artigiani, anche i funzionari musulmani del governo diffondono gli insegnamenti dell’Islam nei rispettivi ambienti di conoscenze. Anche i soldati e gli ufficiali musulmani dell’esercito cinese sono consapevoli di questa responsabilità. I musulmani cinesi hanno compreso la reale importanza della diffusione dell’Islam. Per questo furono istituite madrase dapprima nella provincia di Gansu e poi in altre dieci province. Il numero dei musulmani giunti in Cina dall’esterno forse non supera il centinaio di migliaia. Ma proprio questo zelo universale per la predicazione ha portato il loro numero a cinquanta milioni.

Vedendo tutto ciò, un osservatore russo ha affermato con preoccupazione che, se questo ritmo di diffusione dell’Islam fosse continuato, un giorno i musulmani avrebbero forse finito per trasformare completamente l’assetto politico dell’Estremo Oriente. — [Questo ritmo di diffusione dell’Islam in Cina risale al 1925. Dopo l’insurrezione comunista, non solo tale ritmo non è continuato, ma secondo il censimento del 1961 il numero dei musulmani in Cina è stato indicato in dieci milioni. Non è stata ancora trovata alcuna spiegazione soddisfacente per questa statistica. — Il traduttore]

Sei

La diffusione dell’Islam nell’arcipelago malese

Nell’arcipelago malese furono i mercanti arabi e indiani a diffondere l’Islam. Prima dell’inizio del colonialismo marittimo portoghese, questi mercanti detenevano il monopolio dei commerci con la Cina e con l’intero arcipelago delle Indie orientali. Non giunsero come conquistatori, al pari degli spagnoli e dei portoghesi, né desideravano diffondere la religione con la forza della spada. Non possedevano alcuna forza grazie alla quale avrebbero potuto affermarsi come potenza dominante. Avevano soltanto la forza della fede. Portavano con sé un messaggio di verità e giustizia. Con quest’arma conquistarono l’arcipelago malese. Grazie a essa assoggettarono i governi. Fu proprio per la forza di questa potenza che divennero tanto influenti che, nell’arco di seicento anni, quasi quaranta milioni dei cinquanta milioni di abitanti dell’intero arcipelago divennero musulmani. Le antiche concezioni pagane ostacolarono il loro cammino a ogni passo; l’ardente brama coloniale di Spagna e Portogallo levò ripetutamente la spada contro di loro. E l’imperialismo cristiano olandese non risparmiò gli sforzi per spezzare il loro morale. Ma nulla riuscì a sconfiggere il loro indomabile desiderio di servire l’Islam. Non impiegarono il proprio talento e le proprie ricchezze per accrescere il loro prestigio e la loro influenza, bensì per accrescere la forza dell’Islam. La storia del modo in cui, grazie ai loro sforzi, l’Islam si è diffuso nell’arcipelago malese nel corso degli ultimi sei secoli è estremamente istruttiva.

Sumatra

A Sumatra, l’Islam ebbe origine nell’Itza. Qui un nobile di nome Abdullah Arik fu il primo a proclamare ad alta voce il messaggio dell’Islam.

In seguito, il suo discepolo Burhanuddin Pariaman diffuse l’Islam lungo tutta la costa occidentale, fino a Pariaman. Nel 1205 l’intero regno di Itza abbracciò l’Islam e lo stesso re divenne musulmano. Gli fu conferito il titolo di «Jahanshah». Da qui l’Islam raggiunse il nord di Sumatra a bordo delle navi mercantili. A Perlak e Pasuri furono istituiti empori commerciali musulmani. Nel XIV secolo, alcuni sapienti di Mecca giunsero a Sumatra sotto la guida dello sceicco Ismail e illuminarono con la luce dell’Islam l’intera regione costiera, da Lambri ad Aru. Infine, il re del regno di Masudra divenne musulmano e gli fu conferito il titolo di «al-Malik al-Salih». Grazie ai suoi sforzi, anche il regno di Palakak abbracciò l’Islam. Quando Ibn Battuta giunse qui durante il suo viaggio, il sovrano era «al-Malik al-Zahir», figlio di «al-Malik al-Salih», e intratteneva rapporti diplomatici con il sultano Muhammad Tughlaq.

A Palembang l’influenza della religione indù era più forte che altrove. Radan Rahmat, il più illustre predicatore dell’Islam a Giava, vi predicò l’Islam, e anche dopo di lui la sua diffusione continuò. In seguito, quando in questa regione si instaurò il governo olandese e i musulmani intrapresero instancabili sforzi per contrastare i missionari cristiani, la diffusione dell’Islam cominciò qui ad affermarsi veramente. Fin dall’inizio del XX secolo, gli abitanti pagani del luogo iniziarono ad abbracciare l’Islam in massa.

L’Islam si diffuse nella Sumatra meridionale per ultima. Il primo predicatore dell’Islam in questa regione fu un capo giavanese, Minak Kumala Bumi. Egli abbracciò l’Islam a Iti Bat e in seguito acquisì conoscenze islamiche alla Mecca, poi convertì all’Islam numerose tribù pagane a Lampung. Quando questa regione era circondata da ogni parte da regni musulmani, non aveva ancora trovato rifugio nell’Islam. Ma dopo l’instaurazione del governo olandese, persecutore dei musulmani, fu rapidamente convertita all’Islam. L’Olanda tentò di impedire la diffusione dell’Islam con la forza, ma ciò rese ancora più intenso lo zelo missionario dei musulmani, che sconfissero i predicatori cristiani. Un missionario ha raccontato che una volta un intero villaggio, pur avendo ricevuto l’iniziazione preliminare al cristianesimo, abbracciò improvvisamente l’Islam. Allo stesso modo, grazie agli sforzi di un imam di una moschea, tutti gli abitanti di un distretto chiamato «Sepruf» divennero musulmani. A proposito di un altro predicatore, i missionari cristiani hanno detto che, dopo aver tentato per dieci anni, liberò una tribù pagana dall’influenza del cristianesimo e la convertì all’Islam. La cosa più sorprendente è che persino i funzionari musulmani stipendiati dal governo olandese predicavano l’Islam, e il governo, per quanto lo disapprovasse, non riuscì a impedirlo.

Dall’isola di Sumatra l’Islam giunse nella penisola malese. Nel XII secolo, numerosi mercanti musulmani di Sumatra si stabilirono a Singapore per motivi commerciali. Un secolo dopo fondarono una colonia nei pressi del porto di Malacca. Grazie ai loro sforzi, la maggior parte degli insediamenti commerciali della costa abbracciò l’Islam, che attraverso di loro si diffuse nell’interno della Malesia. Nel XIV secolo anche il sovrano di questa regione abbracciò l’Islam per mano di un mercante arabo di nome Abdul Aziz. In seguito il suo nome fu cambiato in Sultan Muhammad Shah. All’inizio del XVI secolo anche il regno meridionale malese di «Kedah» cadde sotto l’influenza dell’Islam e nel 1505 il suo re, Peraong Mahawongsa, abbracciò l’Islam per mano di un erudito musulmano di nome Sheikh Abdullah. Il suo nome fu cambiato in Sultan Muzalaf Shah. Questo re dedicò tutta la sua vita alla predicazione dell’Islam e, prima di morire, liberò una vasta parte del regno di Kedah dalla maledizione del paganesimo.

Dalla Malesia la luce dell’Islam giunse in Thailandia. In seguito, i mercanti musulmani di Singapore la portarono fino all’Indocina. L’influenza dell’Islam oggi visibile in questi paesi è interamente frutto degli sforzi di quei mercanti.

 

Giava

–[Questo avvenne nel 1925. Oggi Giava è una provincia dell’Indonesia.]

Tra le isole dell’arcipelago malese, l’influenza del paganesimo e della religione indù era più forte sull’isola di Giava. Nonostante l’istruzione superiore dei musulmani, su di loro esercitavano un’influenza varie dottrine erronee e credenze infondate, nonché concezioni illusorie, derivanti dal culto di divinità immaginarie. La storia dimostra che fino al 1768 era in vigore il codice religioso di Manu. Tuttavia, nel giro di pochi secoli, i silenziosi predicatori dell’Islam eliminarono quelle profonde influenze. Così oggi possiamo vedere che, ad eccezione di una piccola minoranza, gli abitanti dell’intera isola di Giava sono diventati musulmani. Inoltre, tra gli abitanti musulmani delle isole delle Indie Orientali, i giavanesi sono quelli che amano maggiormente l’Islam.

L’inizio di questo straordinario avvenimento a Giava fu opera di un mercante giavanese, Haji Purwa. Era figlio del re di Pajajaran. Lasciò la corona e il trono reale – che gli spettavano per eredità – al suo fratello minore e partì per l’India con le sue merci commerciali. Giunto qui, invece dei beni terreni trovò i beni dell’Aldilà. Da allora, portare questo tesoro inestimabile ai suoi connazionali divenne l’unico obiettivo della sua vita. Raggiunse Giava insieme a un erudito arabo e continuò a servire l’Islam per tutta la vita. In seguito, i mercanti e i viaggiatori arabi e indiani furono attratti da quell’isola. Vi giunsero in gran numero e cominciarono a diffondere la luce dell’Islam nelle zone costiere. Il più grande gruppo di questi viaggiatori arrivò nel XIV secolo sotto la guida di Maulana Sayyid Ibrahim e si stabilì in un luogo chiamato Gresik. Grazie all’attività di predicazione di questo gruppo, il re del regno di Barman abbracciò l’Islam, e da lì la sua diffusione cominciò a estendersi ai regni circostanti. Nella storia di Giava, un successo tanto grande toccò per la prima volta proprio a questo gruppo.

L’ascesa di Radan Rahmad

Radan Rahmad, il più grande predicatore dell’Islam dell’isola di Giava, nacque nel XV secolo. Fu lui a sollevare l’Islam, in questa regione, dalle capanne squallide della povertà e a condurlo nei palazzi reali e al seggio dell’autorità. Fu allevato nel fasto dell’aristocrazia e nel lusso. Avrebbe potuto, se avesse voluto, diventare egli stesso possessore di un trono; ma il suo cuore era colmo del desiderio di servire l’Islam invece di servire se stesso. Per questo stabilì che la predicazione e la diffusione dell’Islam fossero l’unico scopo della sua vita. Seguendo la rivelazione di Allah: «Ammonisci i tuoi parenti più prossimi», iniziò innanzitutto l’opera di predicazione nella propria famiglia. Invitò all’Islam il re di Ciampa, suo nonno materno. Poi si recò a Palpabang e convertì all’Islam il governatore del luogo, suo parente e fratello, Aghdamir. In seguito andò nel regno di Maja Pahit insieme a Maulana Juma Dal Kubra e invitò all’Islam il re del luogo, che era anche suo zio materno. Il re non accettò personalmente l’Islam; tuttavia lo nominò governatore della regione di Emple, concedendogli la possibilità di predicare l’Islam in piena libertà. Durante il suo governatorato convertì all’Islam circa tremila famiglie di Emple e inviò una grande schiera di predicatori dell’Islam in tutte le isole e i regni vicini. Shaykh Khalifa Husayn, colui che illuminò Mudera con la luce dell’Islam, era stato inviato proprio da Radan. Anche Maulana Ishaq, che predicò l’Islam nel regno di Balmingan, era un suo discepolo. E quel Radan che estirpò il paganesimo nella regione di Grisk era anch’egli un discepolo addestrato da lui. Anche i suoi due figli furono famosi predicatori dell’Islam a Giava. Il più grande merito dei suoi due stretti parenti, Radan Patta e Radan Husayn, fu di far sottomettere definitivamente all’Islam Maja Pahit, la più potente roccaforte dell’induismo. Radan Husayn invitò all’Islam in qualità di comandante dell’esercito di Majapahit, mentre Radan Patta, nel 1478, sconfisse per l’ultima volta la dottrina degli infedeli e trasformò Majapahit in uno Stato islamico.

Nella parte occidentale di Giava l’opera di predicazione dell’Islam era ancora più difficile, poiché gli induisti di quella regione erano molto più fanatici dei comuni giavanesi. Qui, tuttavia, predicatori come Maulana Hasanuddin Chaibibuni diffusero ampiamente l’Islam. Nonostante ciò, per lungo tempo gli induisti continuarono a opporsi all’Islam. Alla fine, nel XVI secolo, si ebbe la vittoria definitiva della verità e il regno induista di Pajajaran fu interamente convertito all’Islam. Così, nell’arco di quattrocento anni, dal XII al XVI secolo, l’isola di Giava fu completamente convertita all’Islam. La dottrina induista si sottomise all’Islam senza alcuno spargimento di sangue, soltanto grazie alla forza della predicazione.

L’arcipelago delle Molucche

Dopo Giava, il secondo centro della potenza islamica era l’arcipelago delle Molucche. Qui l’Islam fu predicato molto più tardi. Nella maggior parte dei casi, il commercio spagnolo e portoghese e l’Islam giunsero insieme. I mercanti musulmani predicarono con vigore e successo l’Islam, affrontando il cristianesimo militante. Tra il XV e il XVI secolo, i mercanti giavanesi e malesi iniziarono qui a predicare l’Islam. Grazie alla loro opera di predicazione, in breve tempo l’Islam si diffuse in tutto l’arcipelago delle Molucche e vi furono istituiti quattro potenti governi islamici. Uno era il governo di Ternate. Il suo sultano governava su una vasta parte di Al-Mahera. Il secondo era il governo di Tidore. Esso comprendeva l’intera Tidore, una parte di Al-Mahera, una parte di Seram e la parte occidentale della Nuova Guinea. Il terzo era il sultanato di Gurula, i cui territori comprendevano la parte centrale di Al-Mahera e il nord di Seram. Il quarto governo era quello dell’isola di Hejan. Il suo dominio si estendeva sull’isola di Tejan e sull’arcipelago di Obi. Dopo aver brillato per qualche tempo, tutti e quattro questi regni furono distrutti dai venti velenosi dell’imperialismo cristiano. Tuttavia, l’esistenza dell’Islam non dipendeva dalla benevolenza di questi governi, né era comparsa grazie alla loro benevolenza. Anche dopo che potenze imperialiste cristiane come l’Olanda li ebbero inghiottiti, l’Islam continuò a diffondersi rapidamente nell’arcipelago delle Molucche. Si può affermare con certezza che presto verrà il giorno in cui lì non ci sarà posto per alcuna religione se non l’Islam.

Tra queste isole, la prima a essere convertita all’Islam fu l’isola di Tidore. Nel XV secolo, un mercante arabo chiamato Shaykh Mansur convertì all’Islam il re del luogo e gli diede il nome di Jamaluddin. Quando nel 1521 giunse qui il secondo gruppo di mercanti spagnoli, il sovrano era Sultan Mansur, figlio di Jamaluddin, e in quel luogo l’Islam aveva appena cinquant’anni. Secondo il racconto dei mercanti portoghesi, l’Islam era apparso a Ternate prima che a Tidore. Quando nel 1521 vi giunse la spedizione portoghese, l’opera di predicazione dell’Islam aveva già ottant’anni. Esiste una storia curiosa sulla predicazione dell’Islam in quest’isola. Un mercante giavanese chiamato Wato Molla Husayn vi si stabilì per commerciare. Ogni mattina recitava ad alta voce il Sacro Corano. I pagani rimanevano affascinati ascoltando la sua recitazione e si radunavano intorno a lui. Così, in breve tempo, convertì all’Islam molte persone. Alla fine, nel 1495, anche il re stesso si recò a Grisk e abbracciò l’Islam.

Ad Ambuina un commerciante locale chiamato Patiputa predicò l’Islam e, portando l’insegnamento islamico da Giava, lo diffuse lungo tutta la costa di Ambuina. Era l’epoca dell’ascesa del colonialismo portoghese. I portoghesi cercarono con la forza di arrestare l’avanzata di questa religione. In realtà volevano vendicarsi delle guerre crociate. Ma, nonostante la dura opposizione dei portoghesi, la diffusione della vera religione non si arrestò; al contrario, guadagnò ancora maggiore popolarità tra la gente comune. Poi, nel XVI secolo, quando il Portogallo cadde in una crisi interna, gli abitanti di Ambuina uccisero e cacciarono tutti i missionari cristiani e cominciarono a convertirsi all’Islam a gruppi. Grazie ai rapporti commerciali con queste isole, anche le restanti isole delle Molucche divennero musulmane.

L’isola del Borneo

Nel 1521 il re di Gululur abbracciò l’Islam. In questo secolo il Borneo fu illuminato dalla luce dell’Islam. Per primo fu islamizzato il regno di Bancher Masim. Poi, a nord, il regno del Brunei, nel Borneo, divenne musulmano. In seguito, nel 1550, i mercanti di Palembang diffusero l’Islam nel regno di Sokodna e nel 1590 il sovrano più potente del Borneo divenne musulmano. Gli fu dato il nome di sultano Muhammad Safwuddin. Quando, nel 1600, un viaggiatore occidentale giunse nel Borneo, constatò che l’intera zona costiera aveva abbracciato l’Islam e che soltanto nelle aree interne rimaneva una lieve influenza dell’empietà e del paganesimo. Dall’inizio del XVIII secolo l’Islam cominciò a diffondersi anche nell’interno del Borneo. Da un lato, i capitalisti e i gruppi cristiani ben organizzati propagavano la propria religione; dall’altro, poveri e isolati mercanti musulmani diffondevano l’invito all’Islam. Ma il mondo rimase stupito nel vedere che i cristiani fallivano e i musulmani avevano successo. In pochi anni di sforzi riuscirono a convertire all’Islam una grande comunità del Borneo settentrionale, gli Idan. Anche la comunità dei Daik, nel Borneo centrale, considerò l’Islam migliore del cristianesimo.

L’isola di Celebes

Anche a Celebes l’Islam si diffuse secondo questa regola generale. In un primo momento, i mercanti giavanesi e malesi portarono l’Islam nelle zone costiere. Poi, con l’aiuto dei mercanti locali, esso raggiunse l’interno del paese. Quando, nel 1540, giunsero qui i colonizzatori portoghesi, la diffusione dell’Islam era appena iniziata e soltanto a Gowa vivevano alcuni musulmani. In appena sessant’anni essa progredì a tal punto che l’intera zona costiera divenne musulmana e anche il re di Makassar abbracciò l’Islam. Da Makassar l’Islam si diffuse tra le comunità Alfur e Bugis. Tra i Bugis l’influenza dell’Islam fu tale da risvegliare tutte le loro doti e capacità innate. Il loro ingegno e la loro operosità li trasformarono nel popolo più civile e colto dell’arcipelago malese. Oggi questo popolo è conosciuto in tutta la regione come una comunità dedita alla diffusione dell’Islam. I suoi mercanti viaggiano con le proprie flotte dalla Nuova Guinea fino a Singapore. Grazie alla loro influenza, l’Islam si sta diffondendo con estrema rapidità. È per merito loro che l’Islam fu diffuso in tutte le isole, tra cui Sumbawa, Lombok e le Isole del Sandalo, e che persino nella stessa Celebes il cristianesimo fu miseramente sconfitto. Nel XVIII secolo i missionari cristiani riuscirono a convertire al cristianesimo il re dei regni di Bolaang e Mëngondow. Sotto la sua influenza, l’intero regno divenne cristiano. Tuttavia, nel giro di un secolo, i mercanti bugis lo liberarono dalla morsa del cristianesimo e nel 1844 lo stesso re Giacobbe abbracciò l’Islam.

Nell’arcipelago delle Filippine

La più miracolosa impresa dell’Islam disarmato si è manifestata nell’arcipelago delle Filippine. Un mercante malese, Sharif Kabung Suan, pose qui le fondamenta dell’Islam. Giunse a Mindanao con alcuni compagni e vi si stabilì. Qui convertì all’Islam un gran numero di abitanti delle Filippine. Qui convertì all’Islam un gran numero di abitanti delle Filippine. In seguito, con l’arrivo dei mercanti musulmani, la diffusione dell’Islam continuò per lungo tempo. Quando i colonizzatori giunsero qui, presso le popolazioni selvagge della regione, notarono una netta differenza nella società, nella civiltà e nei comportamenti dei musulmani e dei non musulmani. Si meravigliarono, chiedendosi come fosse possibile che, in così poco tempo, si fosse verificata una trasformazione tanto grande nella vita di popolazioni pagane prive di civiltà. Poiché qui l’influenza dell’Islam era ancora molto recente, intrapresero campagne estremamente crudeli per scacciarlo e diffondere il cristianesimo, convertendo le tribù con la forza della spada. Questa attività proseguì fino all’inizio del XX secolo, nell’epoca moderna e civilizzata. La Spagna continuò a infliggere ogni sorta di oppressione e persecuzione in nome della religione. Nonostante ciò, l’Islam si diffuse con grande rapidità in opposizione al cristianesimo. Gli abitanti delle Filippine giungevano a migliaia nei regni musulmani di Mindanao e Sulu e abbracciavano l’Islam in massa. È sorprendente che, quando alla fine del XIX secolo il dominio americano si estese qui e terminarono le coercizioni e le persecuzioni religiose, quell’impeto nella diffusione dell’Islam non sia continuato. Tuttavia, i mercanti musulmani si sono sparsi ampiamente nelle regioni circostanti. Le notizie più recenti riferiscono che nelle Filippine l’opera di diffusione silenziosa dell’Islam è nuovamente iniziata.

Nuova Guinea

In Nuova Guinea la diffusione dell’Islam è un fenomeno dei tempi più recenti. Qui l’Islam rimane principalmente limitato alle zone costiere. In origine la sua regione occidentale era sotto il dominio del sultano di Tezian. Perciò, nel XVI secolo, l’influenza dell’Islam divenne più ampia nella Guinea nord-occidentale. Nel 1606 i mercanti musulmani lo diffusero anche sulla costa occidentale e portarono l’Islam tra le popolazioni pagane della penisola di Unim. Tuttavia, la vera epoca della diffusione dell’Islam in queste regioni è il XIX secolo. Nella metà del XIX secolo l’isola di Adi abbracciò l’Islam. All’inizio del XX secolo, i mercanti musulmani di Ceram e Goram convertirono all’Islam le isole di Pulau e altre. Nell’isola di Kai, fino alla metà del XIX secolo, non vi era neppure traccia di musulmani. Vi risiedevano soltanto alcuni mercanti dell’isola di Banda. Improvvisamente, nel 1878, ebbe inizio l’opera di diffusione. I mercanti musulmani di Madura, Giava e Bami convertirono in breve tempo così tanti abitanti dell’isola di Kai che oggi il numero dei musulmani supera i sedicimila, cioè quasi la metà della popolazione complessiva.

Questo straordinario successo dell’Islam nell’arcipelago malese è il frutto di sei secoli di predicazione silenziosa. A svolgere principalmente quest’opera di divulgazione furono i mercanti e i semplici viaggiatori. Non avevano né spade né alcuna forza dominante; possedevano soltanto un irresistibile slancio e fervore nel diffondere la religione di Allah. Fu grazie a questo fervore che rimasero dediti al servizio dell’Islam tra i pericoli e i rischi dei viaggi all’estero e nel pieno di una vita commerciale dominata dall’estremo materialismo e dalla ricerca del profitto. Per questo erano animati da una tale devozione e sincerità da porre ogni altro obiettivo in secondo piano e adottare la diffusione dell’Islam come scopo principale. Anche nell’epoca moderna, quando i musulmani di tutto il mondo, tranne quelli dell’Africa, sono diventati negligenti nel compito di diffondere l’Islam, tra i musulmani dell’arcipelago delle Indie Orientali esistono ancora grande interesse e fervore a questo riguardo. Vediamo che ancora oggi, oltre ai mercanti, persino i funzionari del governo olandese svolgono il compito di diffondere l’Islam. Hanno pubblicato in lingua malese un numero così elevato di libri e opere islamiche che nessun funzionario non musulmano può imparare il malese come lingua ufficiale senza subirne l’influenza islamica. Nella maggior parte dei casi, non gli resta altra scelta che diventare musulmano.

Sette

Un appello ad adottare misure concrete

Non ho narrato questa lunga storia soltanto per fare chiacchiere. Il mio unico scopo è dimostrare che la fonte principale della forza religiosa e terrena dell’Islam consiste nell’invitare al bene, ordinare il compimento delle opere buone e impedire quelle malvagie. È da ciò che dipende l’intera vita e il progresso dell’Islam. Ed è proprio per questo compito che Allah l’Altissimo ha creato la nazione chiamata musulmana. Poiché è nella natura stessa di ogni messaggio essere trasmesso alla persona cui è destinato, la divulgazione, o tabligh, è una richiesta intrinseca dell’Islam. L’Islam è in realtà un messaggio di Allah l’Altissimo, e questo messaggio è stato inviato a ogni figlio di Adamo sulla terra. Pertanto, chiunque riceva questo messaggio è incaricato e responsabilizzato da parte di Allah di trasmetterlo al maggior numero possibile di figli di Adamo. Questa verità è proclamata nel seguente versetto del Nobile Corano:

كُنتُم خَيرَ أُمَّةٍ أُخرِجَت لِلنّاسِ تَأمُرونَ بِالمَعروفِ وَتَنهَونَ عَنِ المُنكَرِ وَتُؤمِنونَ بِاللَّهِ

«Voi siete la migliore comunità mai suscitata per l’umanità: ordinate ciò che è buono, proibite ciò che è riprovevole e credete in Allah». — (Āl ʿImrān, 110)

Allah l’Altissimo ha creato la nazione musulmana al solo scopo di realizzare questo unico obiettivo:

وَلتَكُن مِنكُم أُمَّةٌ يَدعونَ إِلَى الخَيرِ وَيَأمُرونَ بِالمَعروفِ وَيَنهَونَ عَنِ المُنكَرِ ۚ

«Tra voi deve esserci un gruppo di persone che inviti al bene, ordini ciò che è giusto e proibisca ciò che è male». – (Sura Āl ʿImrān: 104)

Nei capitoli precedenti è stata fornita una brevissima descrizione degli straordinari risultati che questo senso di responsabilità ha prodotto nei tredici secoli di vita dell’Islam. Studiando questa breve descrizione, il lettore avrà compreso che coloro tra i musulmani che erano consapevoli delle responsabilità e dei doveri propri della loro appartenenza all’Islam…

ادعُ إِلىٰ سَبيلِ رَبِّكَ بِالحِكمَةِ وَالمَوعِظَةِ الحَسَنَةِ

Essi hanno realizzato con grande abilità questo comando divino: «Invita alla via di Allah con saggezza e buoni consigli». E, conformemente a questo comando, soltanto con la forza dell’esortazione e della predicazione hanno fatto sì che una vasta regione si sottomettesse all’Islam. Il modo in cui, nel vasto continente africano, milioni di persone hanno abbracciato l’Islam senza alcuna forma di allettamento, coercizione o inganno; il modo in cui, in Cina, una dopo l’altra, intere popolazioni hanno accettato la sottomissione all’Islam senza l’impiego di alcuna forza materiale o autoritaria; il modo in cui, nell’Arcipelago malese, quattro quinti della popolazione sono diventati devoti all’unico Allah per mano di mercanti disarmati e privi di potere; e il modo in cui, nella terra dei Tartari, deboli donne e dervisci privi di mezzi hanno fatto chinare il capo davanti all’Islam a quei barbari musulmani, assassini e uccisori: abbiamo presentato ai nostri fratelli musulmani questa istruttiva storia proprio per mostrare i frutti di quel senso di responsabilità. Lo scopo di questa presentazione è suscitare nei nostri fratelli, in qualche forma, lo stesso senso di responsabilità.

Le attività di predicazione successive al 1857

Durante la fallita guerra d’indipendenza del 1857, il colpo doloroso inferto al senso dell’onore islamico dei musulmani dell’India risvegliò per qualche tempo i loro sentimenti religiosi; per questo, dopo il 1885 e per circa quarant’anni, l’opera di predicazione dell’Islam proseguì con grande rapidità. Ma è motivo di rammarico che, sotto l’influsso del dominio non musulmano, quel sentimento religioso e quello zelo per la predicazione siano venuti meno. Il grande risveglio creatosi per qualche tempo al servizio dell’Islam cominciò a essere consumato nello scambio reciproco di fatwā d’accusa di empietà e nelle reciproche rivolte e discordie. Studiando la storia della seconda metà del XIX secolo, ci si imbatte in questo fatto straordinario: nonostante all’epoca non esistesse alcun sistema regolare per la predicazione dell’Islam, il numero dei neomusulmani continuava ad aumentare ogni anno, da diecimila fino a seicentomila. Si formò allora un grande gruppo di ʿulamāʾ e predicatori. Essi avevano dedicato la loro vita alla predicazione dell’Islam e, con le proprie capacità personali, andavano di città in città, conducendo migliaia di persone all’Islam. Inoltre, tra i musulmani comuni si destò un tale impulso a predicare l’Islam che, dagli impiegati d’ufficio fino ai semplici negozianti, tutti si dedicavano alla sua predicazione. Dai vecchi rapporti dell’Anjuman-i Ḥimāyat-i Islām di Lahore risulta che, a quel tempo, si dedicavano alla predicazione dell’Islam gli insegnanti delle scuole e delle madrase, i funzionari governativi, i piccoli commercianti e persino un conducente di carro per cammelli.

La situazione attuale

Riflettendo sulle cause della grande lentezza con cui oggi procede la predicazione dell’Islam, si comprende chiaramente che la piena responsabilità ricade sulla nostra negligenza e sulla nostra indifferenza religiosa. Altrimenti, non c’è bisogno di dire che l’Islam è oggi esattamente quello che era prima. Nella sua natura non è intervenuto alcun cambiamento, né potrebbe mai intervenirne. Il cambiamento, invece, è avvenuto in noi. Il nostro carattere è mutato. Le nostre emozioni e i nostri sentimenti sono cambiati. È per questo che oggi ci troviamo in tale declino. Pertanto, il delicato problema sorto oggi nel subcontinente riguardo alla predicazione dell’Islam non si risolverà semplicemente organizzando assemblee e associazioni, né soltanto pubblicando giornali e riviste, e nemmeno perdendo tempo in clamori e chiasso. La vera soluzione consiste nel rendere musulmani i nostri musulmani, infondere in loro il corretto entusiasmo islamico e la forza vitale, e plasmare la loro vita secondo il giusto modello islamico. Bisogna eliminare da loro tutte le false credenze e convinzioni, le usanze e i costumi innovati e le abitudini errate. Queste cose sono nate in loro dopo aver convissuto per centinaia di anni con una nazione politeista. Dobbiamo impegnarci a suscitare tra i musulmani un tale entusiasmo religioso da trasformare ogni musulmano in un attivo predicatore dell’Islam.

Ho ribadito più volte che i musulmani non hanno mai predicato l’Islam creando organizzazioni missionarie sul modello dei cristiani. Naturalmente, ciò non significa che siamo contrari a lavorare in modo organizzato. Il punto è che questo compito non spetta esclusivamente a uno o a pochi gruppi. Al contrario, tra i musulmani deve nascere un entusiasmo generale e universale per la diffusione e la propagazione dell’Islam, affinché ogni musulmano cominci a considerarsi responsabile di questa nobile opera.

Soltanto gruppi di predicatori o un entusiasmo universale per la predicazione?

Se tra i musulmani comuni non si risvegliano questo entusiasmo totale e questa fervente aspirazione alla predicazione, e se la responsabilità di tale compito viene affidata soltanto a una o a poche associazioni, bisogna sapere con certezza che non riusciremo mai ad avere successo nel confronto con i non musulmani. Infatti, ovunque è stato l’entusiasmo universale dei musulmani per la predicazione ad avere successo. Se in Africa non fosse esistito questo entusiasmo universale dei musulmani e ci si fosse limitati ad affidare il compito del tabligh e della predicazione soltanto ad alcune associazioni, essi non avrebbero potuto conseguire, neppure fino al Giorno del Giudizio, il successo che hanno realmente ottenuto contro associazioni cristiane molto più potenti e ricche di loro; un successo che ha lasciato stupefatto e attonito l’intero mondo cristiano. Analogamente, se nell’arcipelago malese non fosse rimasto attivo un ampio entusiasmo per la predicazione della religione tra mercanti e viaggiatori di ogni ceto, e se il compito di rivolgere l’invito all’Islam fosse stato svolto soltanto dai predicatori e dagli studiosi arabi e indiani che arrivavano di tanto in tanto, probabilmente non si sarebbe udita, nonostante la resistenza congiunta degli idolatri e degli imperialisti cristiani, la voce dell’adhan che ancora oggi si ode più intensamente dalle rive del Mediterraneo. È vero che la predicazione dell’Islam è un fard kifaya. Se un gruppo si dedica all’adempimento di questo compito, ciò è sufficiente per l’intera ummah. Tuttavia, questa disposizione indulgente della shari’a non è stata stabilita semplicemente per garantire ai musulmani comodità, liberarli dalla responsabilità del servizio religioso e renderli incuranti. Il significato di questa indulgenza è che la responsabilità ricade comunque su tutti i musulmani e che tutti devono adempiervi. Deve però esistere almeno un gruppo che continui necessariamente a svolgere questo compito in ogni momento. E non occorre dire che tale gruppo deve essere composto dagli ulema e dai pii.

Pertanto, a mio parere, il metodo migliore per predicare l’Islam consiste, invece di rivolgersi ai non musulmani, nel rivolgersi agli stessi musulmani e suscitare in loro un risveglio e un’ispirazione religiosi tali che ogni musulmano diventi un predicatore. In questo modo non solo la responsabilità della predicazione dell’Islam sarà adempiuta nel modo migliore, ma guariranno anche molte delle nostre malattie religiose.

Alcune proposte di riforma

Alla luce dell’esperienza acquisita nella predicazione in vari Paesi del mondo, qui menziono alcune misure di riforma che, a mio avviso, favorirebbero la predicazione dell’Islam in questo Paese. Spero che i leader musulmani riflettano su di esse:

(a) Abolizione delle discriminazioni di classe

Occorre abolire le discriminazioni di classe sorte tra i musulmani a causa della loro vicinanza ai vicini indù. Uno dei principi fondamentali dell’Islam è che nessun essere umano è impuro o vile per nascita. È proprio questo principio ad aver portato una perfetta uguaglianza nella società musulmana, e questa convinzione è stata una delle grandi ragioni del suo successo. Ora dobbiamo nuovamente considerare questo principio come un principio fondamentale in ogni nostra questione.

(b) Abolizione della discriminazione basata sulla discendenza

Nel nostro Paese, in generale, i nuovi musulmani, cioè coloro che sono diventati musulmani per conversione, sono considerati inferiori a quelli musulmani per discendenza. Questo è un comportamento del tutto antislamico e deve essere eliminato con la massima fermezza. Bisogna ravvivare la pratica dei matrimoni tra uomini e donne nuovi musulmani e musulmani per discendenza. Le persone dell’élite del nostro Paese evitano questa pratica. Tuttavia, neppure il più nobile dei nostri nobili può pretendere di essere più nobile del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), che sposò le figlie di due nuovi musulmani, Hazrat Abu Bakr Siddiq (che Allah si compiaccia di lui) e Hazrat Umar Faruq (che Allah si compiaccia di lui), e diede le proprie figlie in matrimonio ad altri due nuovi musulmani, Hazrat Uthman (che Allah si compiaccia di lui) e Hazrat Ali (che Allah si compiaccia di lui).

(c) Rinnovamento della fratellanza islamica

Bisogna suscitare tra i musulmani uno spirito di fraterna solidarietà islamica, affinché i non musulmani, vedendolo, siano invogliati a entrare nella società islamica.

(d) Correzione delle condizioni religiose e morali generali

Per correggere la vita interiore dei musulmani potrebbe essere necessario un movimento di riforma più profondo. Tuttavia, è indispensabile imprimere almeno nella loro vita esteriore un’impronta così luminosa da attirare spontaneamente i non musulmani verso di loro. Per esempio, bisogna esortare tutti a pregare in congregazione e a osservare il digiuno, ad astenersi dalle usanze legate allo shirk e alle innovazioni religiose, nonché da ogni attività proibita dalla sharia; in particolare, bisogna compiere ogni sforzo possibile per eliminare i reati morali tra i musulmani. Infatti, se la condizione morale dei musulmani migliorerà, nei cuori dei non musulmani nascerà rispetto per loro.

(e) Diffusione dell’educazione religiosa e incoraggiamento alle attività di predicazione

Bisogna impartire ai musulmani un’educazione religiosa attraverso i sermoni del venerdì, le assemblee serali, gli istituti d’istruzione e i giornali e periodici. Bisogna spiegare chiaramente, mediante semplici discussioni comparative, le differenze tra l’Islam e le altre religioni. In particolare, avviare questo movimento tra gli insegnanti, i dipendenti pubblici e i comuni commercianti è molto proficuo, poiché hanno maggiori occasioni di frequentare il popolo e sono in grado di svolgere l’opera di predicazione con grande successo.

Parola finale

È un compito estremamente importante. Per svolgerlo, i nostri ulema e i signori pir devono uscire dalle rispettive hujra e khanqa. La responsabilità degli ulema non necessita di spiegazioni. Il titolo di «timorati di Dio» conferito loro nel Corano e il paragone che negli hadith viene fatto tra loro e i profeti dei Figli d’Israele non sono stati attribuiti loro senza motivo. Al contrario, è stata affidata loro la grandissima responsabilità di correggere e guidare questa umma. Se commetteranno anche il minimo errore nell’adempimento di tale responsabilità, non sfuggiranno alla severa presa di Allah. Desidero tuttavia ricordare anche ai venerabili pir e ai signori sufi il loro gravoso compito. I gloriosi seggi su cui oggi siedono un tempo erano dedicati alla grande opera di invitare i servi di Allah alla via di Allah. Essi non sono soltanto eredi della grandezza spirituale e dei vantaggi terreni dei loro predecessori, ma anche di numerose responsabilità e doveri. Il senso di tali responsabilità e doveri era così intenso nei sufi e nei pir delle generazioni precedenti che non avevano neppure il tempo di pensare ad altro. Dopo aver accolto un musulmano come murid, ai pir viene affidata la responsabilità della sua riforma; se ancora oggi sentissero tale responsabilità, molti problemi dei musulmani potrebbero essere risolti. I murid dei grandi custodi dei seggi e dei signori pir saranno almeno tra i dieci e i quindici milioni. Essi esercitano una tale influenza su questa enorme massa di musulmani che un loro semplice cenno può trasformarne il carattere e la vita. Se riuscissero a suscitare l’ispirazione islamica in un numero così grande di musulmani, in appena pochi anni il volto di questo Paese potrebbe cambiare completamente. In queste circostanze, non possiamo forse sperare che queste persone rispettabili escano dai loro nidi di pace e, in questo momento di calamità, si adoperino un poco per Allah e per la Sua vera religione?

Seconda parte

L’attacco del falso contro l’Islam e le sue cause

I missionari cristiani di questo Paese hanno recentemente adottato alcune proposte, annunciando la decisione di invitare i musulmani del Paese verso la religione cristiana. Tali proposte sono state anche pubblicate su giornali e riviste. Non so quanti lettori, dopo averle lette, siano rimasti afflitti e abbiano intrapreso passi efficaci, né quanti, provando un lieve rammarico, si siano dedicati alle proprie occupazioni. Una cosa, però, è certa: la propensione a fare chiasso è diventata una malattia radicata in noi. Oggi abbiamo preso l’abitudine, ogni volta che veniamo a conoscenza di un grande attacco o di un piano particolare degli avversari, di trasalire subito e di adottare, in uno stato di agitazione e ansia, alcune misure avventate. Non appena il pericolo diminuisce anche solo un poco, ci sediamo tranquilli e ci sentiamo al sicuro. Sono ormai trascorsi cinquant’anni da quando i missionari cristiani e i propagandisti ariani hanno iniziato a diffondere le rispettive religioni. Durante questo lungo periodo hanno lavorato in grande silenzio. Non è trascorso un solo anno senza che convertissero alla propria religione un certo numero di persone. Noi, però, abbiamo considerato il loro silenzio un segno della stessa inattività che era nostra e non abbiamo mai provveduto a difenderci. La nostra condizione è simile a quella degli abitanti dei villaggi di Ma’rib. Essi consideravano la diga costruita dai loro antenati una diga edificata dagli dèi. Pensavano che non fosse possibile che quella diga crollasse o si indebolisse. Anche quando i topi cominciarono a praticarvi dei fori, rimasero seduti con tranquillità, convinti che una diga costruita dagli dèi non potesse essere abbattuta dai topi. Ma quei topi, continuando i loro tentativi per molti anni, ebbero tanto successo che l’acqua cominciò a filtrare dalla diga. In seguito, in parte per la forza dell’acqua e in parte per il cedimento della parete, accadde che un giorno la diga crollò improvvisamente del tutto, e perfino gli insediamenti lontani furono distrutti. La nostra situazione è la stessa. Confidiamo nel fatto che la diga dell’Islam sia estremamente solida. In realtà, è giusto avere tale fiducia. Ma, a causa dei nostri stessi difetti, la stiamo rendendo debole. Di conseguenza, i topi cercano di praticarvi dei fori e in alcuni casi ci riescono.

Il successo degli altri è soltanto il risultato della nostra incapacità

Dovremmo riflettere sul motivo per cui i propagandisti ariani e i missionari cristiani osano affrontarci. Esaminate la loro religione: vedrete che è un insieme di usanze così ridicole che, lungi dal presentarle a noi, essi stessi si vergognerebbero di mettersi a riflettere su di esse. Come possono dunque presentarsi sul mercato con una merce tanto scadente e come riescono ad avere successo? Deve esserci una ragione. Riflettendo su questa domanda, appare chiaramente che il loro successo non è dovuto alla loro capacità, bensì alla nostra incapacità. Lo splendore del loro commercio non dipende dal fatto che la loro merce sia buona e abbia domanda sul mercato. Essa viene venduta soltanto perché siamo stati noi stessi a distruggere il valore della nostra merce sul mercato. Siamo fermamente convinti che, una volta abbracciato l’Islam, nessuna forza al mondo possa allontanare una persona da questa vera religione. Ma, se l’insegnamento dell’Islam non viene presentato, se presso i musulmani comuni rimane soltanto un Islam ricevuto per tradizione ed eredità, e se non viene spiegata loro l’eccellenza dell’Islam, come si può confidare nella sua solidità e durata? E anche se si confida in essa, dove si trova la garanzia che tale fiducia durerà?

La causa principale del pericolo: la fonte permanente delle nostre calamità religiose

A un esame e a una riflessione un po’ più approfonditi si comprenderà che è soltanto a causa delle nostre debolezze che i predicatori non musulmani osano propagare la propria religione nella società musulmana e convertirne i membri. Finché queste debolezze e carenze persisteranno tra noi, persisterà anche il rischio di questo pericolo. I nostri sfortunati organi uditivi continueranno invariabilmente a sentire notizie come queste: oggi gli ariani e i cristiani hanno attaccato un certo luogo; oggi, in un altro luogo, i musulmani sono caduti nella trappola dei miscredenti. Questa piaga non scomparirà adottando superficialmente alcune misure per proteggerci temporaneamente da tali pericoli e poi rimanendo tranquillamente seduti, persuasi di essere al sicuro. Anzi, dopo qualche tempo si rischia di giungere a una situazione in cui ci abitueremo ad ascoltare queste notizie e smetteremo persino di prestarvi attenzione. Se si vuole porre un rimedio efficace, dobbiamo concentrarci sulla cura delle nostre debolezze fondamentali e adottare misure efficaci per eliminarle definitivamente. Così verrà rimosso dal nostro interno proprio quell’elemento che incoraggia i nemici ad attaccarci. A mio avviso, le nostre debolezze sono di tre tipi, e sono esse la fonte originaria di ogni male:

(1) Ignoranza

In primo luogo, una parte assai consistente dei musulmani è ignorante e rozza. In particolare, la loro ignoranza riguardo all’Islam è giunta a tal punto che molti non sanno nemmeno recitare la professione di fede. A dire il vero, pur essendo nati in famiglie musulmane, molti non sono musulmani neppure di nome. Per questo i nemici riescono facilmente ad allontanare dall’Islam persone di questo genere.

(2) Povertà

In secondo luogo, i musulmani sono estremamente poveri. L’ignoranza e la povertà, fondendosi, li rendono facili prede degli attacchi dei predicatori non musulmani benestanti.

(3) Insufficienza delle istituzioni educative islamiche

In terzo luogo, a causa dell’insufficienza delle proprie istituzioni educative, i musulmani sono costretti a mandare i loro figli piccoli nelle istituzioni scolastiche missionarie. Lì, fin dall’infanzia, l’impronta del cristianesimo comincia a imprimersi sulle loro menti semplici. In seguito, proprio questa impronta facilita una conversione segreta o manifesta.

Questa è la fonte permanente della nostra confusione religiosa. –[Questa è la risultanza di un’osservazione del 1925. A un’attenta valutazione si vedrà che, anche nella nostra epoca, queste sono più o meno le principali fonti dell’arretratezza e della confusione religiosa dei musulmani. –Traduttore] Le cause di questa confusione sono così numerose che non si possono enumerare tutte, né è possibile discuterle qui in dettaglio. In linea generale, tuttavia, si può dire che alcune delle più importanti e fondamentali sono le seguenti:

La sottomissione dei musulmani, l’indifferenza della classe degli ulema, la diffusione di usanze e costumi non islamici nella società musulmana, la frammentazione in molte parti della forza musulmana mondiale e la mancanza, tra i musulmani, di una consapevolezza concreta del potere del denaro: questi sono tra i principali fattori dell’aumento della loro povertà.

La nostra ingenuità e miopiacontrol’astuzia e la lungimiranza dei nemici

Tra le cause e le debolezze sopra menzionate, non ce n’è una sola per la quale possiamo incolpare qualcuno all’infuori di noi stessi. Nessuna di esse ha origine nei nostri oppositori. Ora, se per contrastarle avviassimo campagne di propaganda, organizzassimo seminari e simposi, oppure inviassimo i nostri predicatori nei luoghi in cui i musulmani si stanno allontanando dall’Islam, ciò non curerebbe la malattia presente né ci metterebbe al riparo da quelle future. Eppure è proprio questo il genere di attività che abbiamo svolto finora. Se il metodo dei nostri oppositori fosse stato simile, forse avremmo potuto ottenere un certo successo in questo modo. Ma essi organizzano campagne di propaganda e prediche-ammonimenti soltanto come complotto per tenerci occupati. In realtà, il loro metodo è completamente diverso. Sfruttano pienamente la nostra schiavitù politica ed economica, l’indifferenza dei nostri ulema, la nostra disunione nazionale e tutte le altre nostre debolezze. Hanno fondato migliaia di ospedali, dove promuovono la propria religione. Hanno aperto migliaia di orfanotrofi, dove a innumerevoli bambini e bambine orfani viene fatta ingoiare la pillola del cristianesimo. Hanno organizzato le loro attività con tale perfezione che, ovunque si verifichi una carestia o un’altra calamità naturale, danno rifugio a tutti gli indigenti e promuovono la propria religione distribuendo aiuti sotto forma di cibo e vestiario. Hanno fondato migliaia di istituti educativi in tutta l’India, dove, molto lentamente e gradualmente, si incoraggiano bambini e bambine a convertirsi. Hanno sviluppato tra loro una tale pazienza e perseveranza, un tale spirito di sacrificio e servizio e una devozione religiosa così sincera, che trascorrono anni nello stesso luogo, in completa solitudine e austerità. Vivono come yogi, asceti, faqir e dervisci e promuovono con grande discrezione la propria religione tra la gente. Possiedono un’intelligenza così profonda che, anche se non sempre in modo del tutto sincero, almeno esteriormente conducono davanti alla gente una vita di grande pietà, semplice e priva di ostentazione, e mostrano un carattere morale così elevato che la loro buona condotta concreta diventa un mezzo di propaganda più efficace dei consigli orali e stampati. Inoltre, approfittando della nostra povertà, ottengono il dominio economico su di noi. Nessuno dovrebbe avere difficoltà a comprendere quanto sia profondo ed efficace questo metodo. È come la furia di una terribile inondazione che, allo stesso tempo, produce un fragore spaventoso, abbatte e riduce in macerie gli edifici e fa crollare persino le fondamenta dei grandi palazzi. Contro di essa, costruire una diga con assi ordinarie o applicare una misura superficiale analoga non serve a nulla. Perciò anche noi dobbiamo adottare misure profonde ed efficaci, come i nostri oppositori. Altrimenti sarà impossibile che i nostri tentativi di autodifesa abbiano successo.

I mezzi di difesa

Ho già discusso delle debolezze interne della società musulmana e delle altre difficoltà a causa delle quali, in futuro, l’Islam potrebbe, nel subcontinente indiano, cadere in una condizione estremamente indifesa, anche se non dovesse essere completamente estirpato. Ho inoltre illustrato ai lettori le profonde ed estremamente efficaci cospirazioni che i nemici dell’Islam stanno portando avanti per spezzare la forza dell’Islam. Da quella discussione è diventato chiaro che, finché anche noi non adotteremo strategie altrettanto ampie ed efficaci, sarà impossibile ottenere successo nella difesa e nella diffusione dell’Islam. Ora discuterò di come dovrebbe essere organizzato quel sistema di difesa e di quali strategie dovremmo adottare.

1 – Ampia diffusione dell’istruzione islamica e risveglio dell’ispirazione religiosa

Ho già detto che l’ignoranza è la nostra debolezza principale. Una vasta parte dei musulmani è completamente ignorante degli insegnamenti della propria religione, delle sue credenze e delle pratiche giuridiche. È proprio questo che aiuta più di ogni altra cosa i nemici a farli apostatare. Da questo punto di vista, la nostra prima necessità è diffondere l’insegnamento dell’Islam tra tutti i musulmani ignoranti dell’India — qui si fa riferimento all’India indivisa del 1925 —; occorre radicare nelle loro menti le semplici credenze dell’Islam e suscitare in loro una motivazione religiosa tale da renderli assidui nella preghiera e nel digiuno. A tal fine, dovremo generalmente nominare, nelle campagne e nei piccoli centri abitati, una persona che possa impartire alla popolazione un’istruzione religiosa nel tempo libero, molto lentamente e gradualmente, e spiegare nella lingua a loro comprensibile le importanti norme dell’Islam e i loro benefici. Insieme a ciò, si potrà anche invitare i non musulmani all’Islam. Tuttavia, per il momento, dobbiamo concentrare tutta la nostra attenzione non sul rendere musulmani gli infedeli, ma sul rendere autenticamente musulmani i musulmani. Se riusciremo a risvegliare la motivazione religiosa sopita dei musulmani, potremo proteggere la struttura interna della nostra società dagli attacchi esterni. In seguito avremo maggiori opportunità di rivolgere la nostra attenzione agli altri.

2 – Istituzione di scuole religiose primarie

Insieme a questo, la seconda cosa necessaria è istituire villaggio per villaggio strutture per impartire ai bambini e alle bambine musulmani un’istruzione religiosa di base. A tal fine non sono necessari regolamenti elaborati né uno speciale programma scolastico. Per renderli musulmani è sufficiente imprimere saldamente nella loro mente, con parole molto semplici, i principi dell’Aqida islamica. Bisogna far loro memorizzare le regole fondamentali riguardanti il wudu, la purificazione dalle impurità, la preghiera, il digiuno e simili, e insegnare loro a leggere il Sacro Corano. Anche la semplice recitazione del Sacro Corano come un pappagallo esercita sull’essere umano un’influenza tale da imprimere nel cuore l’impronta della grandezza dell’Islam; in seguito, rimuovere quell’influenza non è affatto facile. Pertanto, se non siamo capaci di impartire ai nostri bambini un’istruzione efficace, dovremmo almeno imprimere nei loro cuori teneri l’impronta del Corano, affinché non siano colpiti dall’incantesimo della miscredenza.

Questo è il minimo indispensabile. Non dovremmo tardare neppure un istante a compiere questo lavoro. Non ha alcuna utilità mandare in giro una forza separata di muballigh per questo scopo. Servono invece persone che rimangano stabilmente in un luogo e che, come i missionari ariani, sappiano sopportare le difficoltà della vita rurale e servire l’Islam con piena dedizione e fermezza. Devono possedere tanta pazienza da riuscire ad affrontare con successo il comportamento insensato della gente. Non devono perdersi d’animo di fronte ai primi fallimenti. Anche se occorressero diversi anni per eliminare i costumi politeistici e innovativi, non dovrebbero perdere il morale né, per la fretta, scontrarsi con gli ignoranti. Dovrebbero invece rendere gradualmente le persone interessate alla correzione del carattere mediante esortazione, istruzione e predicazione. Inoltre, devono avere uno spirito di sacrificio tale da chiedere a questa povera comunità, per il servizio dell’Islam, il compenso più basso possibile. È evidente che questa comunità non ha la possibilità di far scorrere denaro a fiumi, come fanno i cristiani. Il loro carattere morale deve essere così puro e irreprensibile che gli abitanti semplici dei villaggi non provino avversione vedendo il loro operato, ma ne siano piuttosto attratti, affascinati dalla loro nobile condotta. Devono essere capaci di offrire nella propria persona un esempio di carattere islamico, affinché la gente apprenda da loro l’insegnamento concreto dell’akhlaq islamico.

3 — Misure permanenti per il reinsediamento delle vittime delle calamità naturali

Quanto discusso finora riguardava il lavoro del primo livello. Il secondo livello consiste nell’istituire sistemi regionali di reinsediamento per proteggere i musulmani dagli effetti dannosi delle calamità naturali e simili. È proprio per la mancanza di tali sistemi che i musulmani colpiti dalle calamità diventano dipendenti dalla misericordia dei predicatori cristiani e ariani. Per esempio, durante carestie e inondazioni, migliaia di uomini, donne e bambini rimangono senza casa. In quei momenti di pericolo non c’è nessuno che offra loro riparo. Sono quindi costretti a vendere la propria religione e la propria fede, ricevendo dai facoltosi missionari cristiani riso per sfamarsi e vestiti per coprire la propria nudità. Allo stesso modo, i bambini privi di tutori vagano giorno e notte come nomadi soltanto perché non hanno un rifugio e, nella maggior parte dei casi, trovano accoglienza negli orfanotrofi dei predicatori cristiani o ariani. Sono le vittime eterne della cospirazione ordita dai nemici dell’Islam per allontanare i musulmani dalla loro religione. È soltanto l’indifferenza dei musulmani a strappare questi bambini dal grembo dell’Islam e a gettarli nel vortice della miscredenza. Per salvarli da questo pericolo sono necessari orfanotrofi permanenti. Non si sta dicendo che sia indispensabile adottare subito un sistema molto esteso. Per il momento è sufficiente approntare quanto basta a salvarli dalle grinfie dei missionari. Occorrerà invece esaminare separatamente quali misure adottare per affidare loro un lavoro e renderli capaci di lavorare. Per ora il nostro unico obiettivo dovrebbe essere salvaguardare il loro Islam. Ciò può essere possibile affidandoli all’accoglienza di famiglie musulmane. Bisogna inoltre assicurarsi che in tali famiglie non siano trattati come schiavi, ma ricevano un trattamento benevolo, come quello riservato a un servitore. Se qualcuno conosce un mestiere, gli si può assegnare un lavoro. Si può affermare senza dubbio che la condizione degli orfani e dei bambini privi di genitori è assolutamente intollerabile. Tuttavia, anche se nella nostra comunità non vi fosse abbastanza sensibilità da permetterle di predisporre un’adeguata cura per i propri bambini e adolescenti, resta una verità certa: è di gran lunga preferibile che un adolescente musulmano rimanga musulmano e diventi un servitore, piuttosto che accetti la miscredenza e diventi battista.

4 — Boicottaggio delle istituzioni educative missionarie

Un compito urgente consiste nel condurre un forte movimento per ritirare i ragazzi musulmani dalle scuole e dai collegi missionari. Lo scopo di queste istituzioni educative non è diffondere la luce della conoscenza e delle scienze. Il loro scopo è allontanare i bambini e le bambine dalla loro religione e convertirli al cristianesimo, la religione inventata da San Paolo. In generale, il risultato inevitabile dell’istruzione impartita in queste istituzioni è che, anche se gli studenti non abbandonano apertamente l’Islam, diventano comunque, almeno, avversi alla propria religione. Nei loro cuori non rimane più alcun rispetto per l’Islam. Si allontanano chiaramente dalla fede e dalle dottrine islamiche. Cominciano a considerare l’adorazione come un gioco. Violano apertamente le norme islamiche. Il loro rapporto con l’Islam rimane soltanto nominale, per il legame ereditario e sotto la pressione sociale. È vero che, secondo l’esperienza del signor Arnold, in alcuni casi l’istruzione ricevuta nelle istituzioni missionarie ha prodotto risultati completamente opposti. Alcuni studenti, venuti a conoscere i difetti e le carenze della religione cristiana, sono diventati oppositori ancora più accaniti. Tuttavia, il numero di queste anime fortunate e virtuose è assai ridotto. In generale, la condizione degli studenti e delle studentesse delle istituzioni educative missionarie è proprio quella che abbiamo discusso sopra. Liberarli dal pericolo dell’irreligiosità è certamente un servizio grandissimo reso all’Islam.

Viene spesso avanzata un’argomentazione contro questo tipo di movimento. Si dice che i musulmani siano già arretrati nell’istruzione e nella formazione e che tra loro non esista alcuna buona struttura in questo ambito. Se poi si boicottano anche le scuole e i collegi missionari, dove studieranno i nostri ragazzi? Ma io dico che le istituzioni educative islamiche e governative attualmente esistenti possono colmare la carenza delle istituzioni missionarie. In realtà, l’istruzione impartita in queste istituzioni è di gran lunga migliore della loro. Tuttavia, anche se non fosse possibile colmare tale carenza, dal punto di vista di un musulmano autentico non si può sacrificare la religione per il semplice conseguimento di un’istruzione superiore. Se per ottenere un’istruzione superiore i musulmani non hanno altra possibilità che ricorrere alle istituzioni missionarie, allora è meglio rinunciarvi piuttosto che conseguirla in tal modo. Infatti, è una calamità molto più grave che i nostri figli si allontanino dall’Islam di quanto non lo sia il fatto che rimangano ignoranti. Occorre dunque condurre una campagna contro le istituzioni educative missionarie. Ma la sola campagna non basta: bisogna anche incoraggiare ogni musulmano a ritirare i propri figli da tali istituzioni.

5 – Liberazione dalla schiavitù economica

L’ultimo compito, e il più urgente nella situazione attuale, è liberare i musulmani dalla loro attuale schiavitù economica. In passato era proprio il governo il principale sostegno al benessere economico dei musulmani indiani. Essi, naturalmente, non hanno mai avuto una particolare inclinazione per il commercio e l’organizzazione del capitale. Possedevano soltanto una naturale predisposizione per varie professioni artigianali. I benefici economici di tali professioni dipendevano interamente dal governo e dalle persone ad esso collegate. Questi ne apprezzavano il valore e attribuivano loro un prezzo adeguato. Quando il governo venne meno, con esso si prosciugarono anche le fonti della loro prosperità e ricchezza. Di conseguenza, oggi la situazione è tale che tutti i musulmani che sono artigiani esperti e agricoltori nelle diverse professioni sono schiavi dei capitalisti indù. E coloro ai quali Allah ha concesso ricchezze ereditate le stanno continuamente dissipando a causa della loro cultura e dei loro gusti corrotti, nonché delle loro errate abitudini di spreco, facendole confluire nei debiti. Il risultato di questa schiavitù economica è che la forza degli indù negli affari e nel commercio è cresciuta a tal punto da diventare distruttiva per i musulmani. Sono progrediti così tanto in questo campo che, quando vogliono, possono imporre un blocco e mettere i musulmani in difficoltà. Nelle città e nei porti questo fenomeno è forse limitato alla sola schiavitù economica. Ma nelle campagne più remote è diventato il più grande strumento per allontanare i musulmani dalla loro religione. I predicatori non musulmani, con tutte le loro forze, stanno cercando di convertire gli ignoranti musulmani delle campagne. Pertanto, per mettere al sicuro l’Islam, è più che mai necessario curare questa malattia. Anzi, alla luce della situazione attuale, non sarebbe forse un’esagerazione dire che proprio il pericolo economico costituisce una minaccia per l’esistenza dell’Islam in India.

L’importanza dell’unità nazionale

Quale linea d’azione si possa adottare per salvare i musulmani dal pericolo economico è una questione da trattare separatamente. Qui non vi è spazio per discuterne in dettaglio. È tuttavia certo che, per portare a compimento un compito tanto importante, la nostra disunione e la molteplicità dei gruppi nazionali non sono affatto appropriate. Siamo ancora intenti a formare gruppi separati, mentre in questo campo è necessaria la forza unita dell’intera comunità. Ci aspettiamo risultati enormi in poco tempo, mentre per questo compito occorrono anni di lavoro instancabile. Proviamo ancora pieno gusto nel fare clamore, mentre qui sono necessarie una dedizione profonda allo scopo e un autentico sacrificio paziente. Abbiamo imparato soltanto ad accenderci all’improvviso come il fuoco, mentre qui non ce n’è bisogno. Ci occorre invece un calore molto lieve, un calore capace di maturare interiormente per anni e di produrre gemme e perle. Finché non avremo appreso il metodo corretto di operare, dunque, tutte le proposte saranno inutili. Se nei vari movimenti continua ad agire soltanto questa emotività e noi, invece di affrontare gli altri, restiamo costantemente impegnati a scontrarci tra noi; se tutte le nostre attività continuano a seguire la via della disunione invece di quella dell’unità e della cooperazione reciproca, allora sarà meglio abbandonare ogni tentativo di riforma e correzione, recitare tutti insieme la Fātiḥa per l’Islam e dedicarsi ciascuno all’attività di propria scelta. Come per costruire un edificio occorre più l’abilità del muratore che una grande quantità di materiali, così per noi è più necessaria una maggiore capacità di agire bene che non l’abbondanza di buone proposte e linee d’azione. Per quanto buona sia una medicina, se il medico non è competente essa non recherà alcun beneficio al malato. Pertanto, se gli uomini saggi della nostra comunità — cioè della umma musulmana — comprendono correttamente l’importanza e la delicatezza del momento, devono abbandonare ogni altra preoccupazione e pensare innanzitutto a come ristabilire l’unità della comunità musulmana. La disunione e la frammentazione oggi presenti in tutti i movimenti nazionali devono essere eliminate al più presto.

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I musulmani e la daʿwa

«La testimonianza della storia dimostra che il venerabile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, continuò a svolgere l’attività di daʿwa e di predicazione persino sul campo di battaglia. Invitare i servi di Allah alla Sua adorazione è un compito talmente importante che in nessuna circostanza un musulmano può abbandonarlo. Questa attività di daʿwa è una parte inseparabile della vita del musulmano e della sua identità personale. Solo quando saremo capaci di proseguire questa daʿwa anche attraverso la dura lotta della vita reale, lo scopo della nostra vita sarà compiuto e la meta sarà raggiunta. La differenza tra noi e i missionari cristiani è soltanto questa: essi sono un gruppo di predicatori professionisti. La predicazione del musulmano, invece, si svolge in ogni ambito della vita operosa. Egli non predica mai sedendosi separatamente da qualche parte e limitandosi a fare il wāʿiẓ. Al contrario, se un musulmano lavora in un mercato, da una parte conduce i propri affari e dall’altra invita le persone verso la religione di Allah. Ovunque si trovi e qualunque cosa faccia, in ogni situazione egli è innanzitutto un invitante alla religione di Allah, e solo dopo qualcos’altro».

Maulana Maududi

Jhelum

14 novembre 1967