Parole introduttive

Oggi, in tutto il mondo, innumerevoli carovane umane avanzano con la determinazione di guidare il viaggio della propria vita lungo quella stessa via che Muhammadur Rasulullah (s) ha indicato. Desiderano plasmare la propria vita individuale e collettiva secondo quella guida che il Messaggero di Dio (s) ha lasciato. Da diversi secoli, la carovana umana percorre una via diversa e contraria alla sua. Perciò, nel mondo odierno, seguire la sua via non è affatto cosa da poco. Su questa strada vi sono innumerevoli ostacoli e impedimenti, problemi e crisi senza fine. D’altra parte, anche i viandanti sono deboli e incapaci. I cavalieri sono stanchi, malati e anziani. La strada è colma di massi e difficoltà; ma è motivo di consolazione che, grazie alle sue orme, su questa via persino le pietre del deserto sono morbide come la seta. Per questo, nonostante i mille problemi, il numero delle carovane continua ad aumentare. Il viaggio prosegue senza sosta. Il nome di queste carovane del mondo odierno è movimento islamico.

La carovana che desidera costruire una grande strada per la propria vita e per quella della società umana, per avere successo ha bisogno, oltre alla propria fede, certezza, volontà, determinazione, opere, comportamento, carattere e sacrificio, anche di un eccellente comandante. Come per ogni passo della carovana vi è una sola orma da seguire, quella del Nobile Messaggero, così anche per il capo della carovana il bene e il successo risiedono nel seguire quella stessa orma lasciata dal primo capo, Rasulullah (s). A dire il vero, ogni membro della carovana è capo in qualche ambito. Ognuno di loro ha bisogno della guida e dell’orientamento che si trovano nelle orme del Profeta Mustafa (s).

Io non ho la capacità di rendere le sue orme chiaramente luminose. Su questa via, più della conoscenza, sono necessari come provviste la devozione, le opere e il seguire il Messaggero. Io sono povero sotto tutti questi aspetti. Dire o scrivere qualcosa sulla vita del Messaggero di Dio (s) equivale già a mostrare una lampada al sole. Non è affatto un atto di coraggio da poco.

Tuttavia, durante un evento organizzato a Karachi per iniziativa della Jamiatul Falah, dovetti parlare della sua vita e del suo modello con il titolo «Il Nobile Profeta (s) come guida e maestro». Qualche tempo dopo, quelle parole pronunciate lì mi furono consegnate sotto forma di manoscritto preliminare.

L’importanza dell’argomento mi era chiara. Per questo, facendomi coraggio, realizzai questo libro basandomi proprio su quel discorso. Ora questo scritto, sia per forma sia per genere, non è più come quel discorso che era stato presentato all’assemblea della Jamiatul Falah. Naturalmente, il contenuto fondamentale è stato tratto proprio da quel discorso. Ritengo che forse questo possa soddisfare qualche necessità della carovana del movimento islamico.

Probabilmente non vi è nulla di nuovo in quest’opera. Molto è stato scritto sulla vita del Messaggero. Ma la sua storia è così dolce e soave che, per quanto si prolunghi, rimane sempre incompleta. La verità è che, rispetto a tutto ciò che dovrebbe essere scritto, finora non è stato scritto quasi nulla. È stato questo sentimento a ispirarmi nella composizione di questo opuscolo: se, attraverso di me, qualcuno potesse ottenere anche solo una perla di quel tesoro o un raggio di quel sole, come potrei essere privato di quella ricompensa? Al tempo stesso, nel mio corpo continua a conficcarsi, come una spina nel piede di un cavaliere, anche questa mia certezza e convinzione: ogni forma di eccellenza e tutta la ricchezza delle grazie sono nascoste unicamente nel seguire e imitare il suo modello.

Sono grato a mio fratello Syed Lutfullah Sahib e a Muslim Sajjad, perché mi hanno dato l’opportunità di tenere il discorso e hanno preparato il manoscritto preliminare. Ma la gratitudine più grande la esprimo alla mia compagna di vita, Lum’atun Nur, senza la cui pazienza, sopportazione, aiuto e collaborazione non avrei potuto dedicarmi a quest’opera dalla mattina alla sera per diversi giorni.

Prego Allah l’Altissimo di accettare questo piccolo dono e, prima di tutti, di concedermi la capacità di mettere in pratica queste parole.

Khurram Murad

Islamic Foundation Ltd., Gran Bretagna

1. Modello del Messaggero

Tutta la gratitudine e ogni lode appartengono a quella Maestosa Essenza che è il Signore dei mondi, che ci ha creati, ci ha concesso le benedizioni della vista, dell’udito, del pensiero e della comprensione, e ci ha affidato il grande deposito della libertà della volontà. Per la nostra guida, ha stabilito la continuità della messaggeria.

Offro il tributo dei saluti e dell’obbedienza al servizio dell’ultimo Messaggero (s), che ci ha trasmesso la guida del nostro Signore, ci ha chiamati ad Allah, ci ha dato la buona novella, ci ha messi in guardia e ci ha ammoniti. In ogni momento della vita ci ha fornito formazione e indicazioni per vivere sulla retta via.

Il leader e insegnante esemplare

La vita del Nobile Messaggero (s) è una lampada ardente, «Sirajam Munir».

1. Nel Sublime Corano, con questa stessa parola «sirāj» (lampada), è stato presentato anche il sole come similitudine.

2. Questo sole sopra di noi è un deposito completo di calore, energia e vita, che Allah Ta’ālā ha creato come fonte di calore, energia e vita per tutte le creature dell’intera Terra. I suoi raggi, portando con sé questo deposito di benedizioni, illuminano allo stesso modo ogni parte della Terra. Non esiste un solo suo raggio luminoso al quale si possa attribuire superiorità sugli altri. Riflettendo, si comprende che dividere la sua esistenza in parti diverse non è soltanto impossibile, ma anche contrario alla giustizia.

La condizione della vita sacra del Santo Profeta è esattamente la stessa. Egli è la fonte della vera vita e del calore per l’umanità. La sua vita completa è un’unità indivisibile. Proprio come dal sole, da ogni aspetto e ambito della sua vita si ricevono in egual misura luce e guida. È sufficiente dire che egli era il Messaggero di Allah. In quanto Messaggero di Allah, assolse pienamente la sua responsabilità. In quanto Messaggero di Allah, la sua vita nella sua interezza è per noi un modello da seguire.

Nel suo modello di vita vi è conoscenza per la nostra riflessione e il nostro pensiero. Per lo spirito e l’anima vi sono pace e appagamento. Per le azioni e le opere vi è un modello. In questo senso, quali gemme e perle sceglieremo da questo deposito? Con quali riempiremo la nostra bisaccia? Con quali fiori di questo giardino abbelliremo il nostro vaso? Prendere questa decisione è al tempo stesso difficile e facile. È difficile perché il deposito è infinito, mentre le nostre mani sono limitate. Se ne prendiamo alcune, altre rimarranno indietro. E il nostro sguardo resterà rivolto anche verso ciò che rimarrà; il nostro cuore resterà legato ad esso. Non è difficile decidere che cosa accettare. Piuttosto, è proprio ciò che dobbiamo abbandonare a essere difficile. Ed è facile per questo motivo: qualunque cosa accetteremo non sarà in alcun modo inferiore a quelle che non potremo accettare.

A causa della ristrettezza della nostra capacità di comprensione, dei limiti della nostra visione, delle esigenze del tempo e dell’epoca e per rendere più facile trarne beneficio, siamo costretti a dividere la vita del Santo Profeta in diverse sezioni. Talvolta lo consideriamo come colui che invita ad Allah, talvolta come comandante. In sintesi, studiandolo da prospettive diverse, cerchiamo di ricevere luce da questa lampada.

Oggi desidero rendervi partecipi, insieme a me, di quella benedizione che ho acquisito studiando la vita del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) nella sua guida e nel suo insegnamento. Di ciò che possiedo, potrò presentarvi soltanto una parte, anche se, considerata nella sua completezza, è già molto. Tuttavia, rispetto alle carenze nella capacità di comprensione, nella competenza e nelle possibilità mie e vostre, anche questo è molto. E se vi è il desiderio di mettere in pratica, basta anche una sola parola. Perfino un solo raggio del sole è sufficiente a far sbocciare un bocciolo e a renderlo variopinto e profumato.

È assolutamente vero che dividere la vita del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) in diverse sezioni e render giustizia alla sua vita sacra non è un compito facile. E considerarlo separatamente come guida e come maestro è del tutto impossibile. Infatti, fin dall’inizio della profezia egli fu maestro e guida, e tale rimase fino alla fine. La sua leadership esisteva proprio per dare attuazione a questo insegnamento e a questa guida.

In realtà, l’insegnamento è la responsabilità fondamentale della missione profetica. Fu proprio attraverso l’insegnamento che egli iniziò ad assolvere la responsabilità della sua missione. Dal primo istante fino all’ultimo della sua vita profetica, continuò a guidare gli uomini sulla via maestra di una vita conforme ai versetti di Allah, al Suo Libro e alla sapienza. Quando sorge il sole, gli uomini si destano. La carovana della vita comincia a muoversi. Nasce un movimento nei corpi e nelle menti. Gli uomini si impegnano a perfezionare le proprie responsabilità e i propri doveri. Quale luce di guida ha fatto risplendere per noi, sotto questo aspetto, la lampada luminosa del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui)? Questo è il tema della nostra discussione odierna. Oggi, nei nostri giovani cuori, abbiamo anche deciso che faremo del Messaggero di Allah il comandante della carovana della nostra vita. Ci impegneremo ad assolvere quella responsabilità della missione profetica che egli ci ha lasciato e alla quale aveva consacrato tutta la sua vita.

Il rapporto tra il Corano e la Sīra del Messaggero

Vorrei chiarire un altro punto: qui limiterò la discussione soltanto a quegli aspetti della vita del Messaggero di Dio sui quali si è irradiata la luce del Corano. Lo farò per due ragioni. La prima è che desidero mantenere concisa la trattazione. La seconda è che desidero mettere in evidenza lo stretto rapporto esistente tra il Corano e la Sīra del Profeta.

Di solito consideriamo queste due cose come separate. La ragione è che nelle opere di Sīra riceviamo l’intera narrazione attraverso i trasmettitori, mentre il Corano è quasi privo di dettagliate esposizioni storiche e di riferimenti a luoghi, tempi e persone. Generalmente, gli autori della Sīra hanno attinto assai poco al Corano come prova e testimonianza. D’altra parte, gli esegeti non prestano sufficiente attenzione a illustrare, alla luce del Corano, la Sīra del suo portatore. Per quanto limitata sia la mia conoscenza, sono fermamente convinto che la migliore opera di Sīra sia il Nobile Corano. E la migliore esegesi del Nobile Corano è la Sīra del Santo Profeta. Il Corano è la descrizione perfetta della Sīra, mentre la Sīra è il modello vivente del Nobile Corano.

Per questo ritengo che chi desidera leggere l’esegesi più autentica del Corano, vedere il Corano vivente e leggerlo non attraverso le parole, ma nella lingua dell’azione, debba studiare molto più Muḥammad, il Messaggero di Dio (s), che Ibn Kathīr, al-Kashshāf, al-Rāzī e altri. Deve studiare quella vita il cui inizio era stato «Iqra’» («Leggi») e il cui esito si era compiuto.

Che egli assimili in sé ogni istante della vita del Messaggero di Dio. Solo allora gli sarà possibile comprendere il Corano.

Allo stesso modo, chi desidera vedere il Messaggero Muḥammad (s) dovrebbe studiare il Corano prima di leggere Ibn Isḥāq, Ibn Hishām e Ibn Saʿd. Senza concentrarsi sui tempi, sui luoghi e sulla cronologia degli eventi, dovrebbe ricavare da questo Libro maestoso la sua vera natura, le sue qualità, le sue caratteristiche, i suoi principi e la sua condotta, il suo carattere morale, i suoi obiettivi, le sue finalità e il suo ideale di vita. In particolare, dovrebbe studiare profondamente la sua nobile Sīra in quanto maestro della rivelazione e guida del movimento islamico. Infatti, ogni versetto e ogni parola del Nobile Corano sono intrecciati, come fiori votivi, con queste sue dignità.

Il metodo per studiare la Sīra nel Corano

Il Corano non è, sotto alcun aspetto, un libro come le opere comuni. Secondo le regole consuete e correnti, non è neppure un’opera di Sīra. Non vi sono presentate trattazioni organizzate per argomento. Non sono stati predisposti capitoli né paragrafi. Gli argomenti trattati non sono esposti sotto titoli. Non è stato neppure disposto in paragrafi ordinati. E non vi è alcun indice che permetta alle persone di trovare quali siano, nel Profeta in quanto maestro e guida, le qualità, le caratteristiche, i principi e gli ideali. Per questo è indispensabile conoscere lo stile espositivo del Corano.

Il metodo che seguo per studiare la Sīra e raccogliere informazioni dal Corano si fonda su due principi essenziali:

Primo: tra tutte le direttive e le disposizioni impartite nel Corano Majīd, quelle rivolte direttamente al Nobile Profeta (s.) e alla comunità dei credenti suoi compagni erano effettivamente applicate e incarnate nella sua vita. (Per esempio: «O Messaggero», «O Profeta», «O voi che credete».)

La sua vita pratica si svolgeva precisamente in conformità a esse. La sua Sīra ne era la testimonianza concreta. Lo si può dimostrare anche citando gli episodi riportati nei libri della Sīra. Ma le prove di ciò si trovano persino nel Corano stesso.

Per esempio:

(1) Egli fu il primo musulmano, il primo credente e colui che più di tutti precedeva gli altri nell’agire e nell’obbedire.

(2) Non vi era alcuna contraddizione né incoerenza tra le sue parole e le sue azioni. Ciò che usciva dalla sua bocca non disobbediva al comando del suo Signore.

(3) Non gli fu ordinato soltanto di propagare la religione; gli fu anche affidata la responsabilità di esserne testimone.

In questo modo, ritengo che, se gli fu ordinato di praticare il dhikr o il tasbīḥ, il takbīr o il qiyām al-layl, possiamo dire che egli praticava certamente il dhikr, il tasbīḥ, il takbīr e il qiyām al-layl nella sua vita quotidiana. Allo stesso modo, se gli fu ordinato di compiere il jihād, ciò significa che egli compì il jihād. Se gli fu insegnato a consultarsi, ad agire con mitezza, misericordia e perdono e a non discutere con gli ignoranti, allora queste qualità erano certamente presenti nella sua Sīra. È come se, tra gli ornamenti delle direttive e delle disposizioni, fosse proprio la bellezza della Nobile Sīra a risplendere. E là dove è il Corano stesso a descrivere le sue qualità, ciò risplende come la luce del sole.

In secondo luogo, nei passi del Nobile Corano in cui vengono narrati, discussi e analizzati degli eventi e vengono pronunciate parole di consolazione e solidarietà nei confronti del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui), vengono essenzialmente messi in luce, alla luce del contesto, diversi aspetti della sua nobile Sīrat. Per esempio, il Corano dice: «Non lasciare che le loro parole (quelle degli oppositori) ti rattristino». Da queste parole di consolazione si comprende che si era sollevata una tempesta di opposizione e propaganda. Da ogni parte si susseguivano derisioni e scherni. Come essere umano, egli era rimasto preoccupato. Poi, ricevendo la consolazione della guida divina, allontanò ogni preoccupazione e si dedicò al lavoro della daʿwa e dell’insegnamento. Nel Corano non viene fornita una descrizione dettagliata di questa situazione. Tuttavia, dietro la descrizione sintetica si delinea pienamente il quadro complessivo. E, se non si comprende questo quadro, la comprensione del Corano rimarrà incompleta e resterà ignoranza riguardo alla nobile Sīrat.

Ora vorrei esporre un’altra questione importante. Alcune persone ritengono che tutti i metodi d’azione adottati dal Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui) in qualità di predicatore, insegnante e guida, in una parola in qualità di Messaggero, fossero stati stabiliti da Allah l’Altissimo, e che Egli glieli avesse già insegnati in precedenza mediante la Rivelazione. Gli veniva detto in anticipo: «Ora fai questo, ora fai quello». Quando, nell’adempimento della responsabilità della Risālat, si trovava ad affrontare un problema concreto o doveva elaborare una politica, in tali circostanze non provava in anticipo alcuna inquietudine, esitazione o imbarazzo, non doveva riflettere in alcun modo e non doveva neppure usare la propria ragione e il proprio discernimento.

La mia opinione differisce da quella sopra esposta. Allah ne sa più di tutti ciò che è corretto. Anche se la mia opinione fosse errata, spero nel perdono di Allah. Spero inoltre che Egli abbia riservato per me almeno la ricompensa dell’ijtihād. A mio parere, l’opinione sopra esposta è contraria al Corano e alle prove storiche. Inoltre, una simile opinione costituisce un’ingiustizia nei confronti della nobile personalità del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui). Egli non era certo un oggetto inanimato. Era il migliore degli esseri umani, dotato della massima conoscenza, saggezza e abilità nell’agire.

Era dotato del carattere morale migliore ed era il fiore più bello del giardino dell’umanità. Sono fermamente convinto che egli abbia compreso pienamente il Corano anche sotto il profilo letterale e che lo abbia trasmesso agli uomini parola per parola. Ma colui che fu scelto per ricevere nel suo grande cuore e nella sua personalità un’opera immensa come il Corano — un Corano tale che, se fosse stato fatto scendere su una montagna, questa si sarebbe frantumata — quanto grande e nobile doveva essere il suo cuore e la sua personalità!

Per questo ritengo che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) svolgesse tutti questi compiti — la predicazione, l’instaurazione e la determinazione dell’interpretazione del Corano, nonché la guida del movimento per l’instaurazione della Dīn — mediante il proprio ijtihād, la propria ḥikmah, la piena conoscenza e il discernimento, e consultandosi con i suoi compagni. Sì, non vi è certamente alcun dubbio che egli fosse in ogni momento sotto la supervisione e la protezione di Allah. La sua compiacenza era tutt’uno con quella di Allah. La sua condizione non era come quella degli uomini comuni, tale che una sua decisione potesse essere contraria alla volontà di Allah. In alcune questioni riceveva una guida, prima o dopo aver preso una decisione, anche attraverso una Waḥy ghayr matlūb. Tuttavia, insieme a tutto ciò, egli era anche un essere umano. Come gli uomini, rifletteva sul corso degli eventi e prendeva decisioni; talvolta provava inquietudine e talvolta era preoccupato. In questo modo, tutte queste caratteristiche umane erano inseparabili dal corso della sua vita. Applicando la guida coranica e la ḥikmah conferitagli da Allah, che aveva dentro di sé, e consultandosi con i suoi compagni, egli prese decisioni di grande importanza durante tutta la sua vita di movimento, determinò il cammino del movimento e avanzò.

La questione è importante perché, senza comprenderla, non è possibile giungere a decisioni risolute alla luce del Corano e della Sunnah. Il ḥalāl è chiaro come la luce del giorno e anche l’ḥarām è chiaramente identificato. Tra questi due, però, si estende un vasto campo. In quel campo bisogna applicare la conoscenza e il discernimento per distinguere il ḥalāl dall’ḥarām. A sostegno della mia opinione possiedo due fondamenti.

In primo luogo,

Nel Nobile Corano, la maggior parte delle decisioni prese durante la sua vita di movimento è stata esaminata da diverse prospettive, e ciò è avvenuto in seguito. Erano decisioni di grandissima importanza. In situazioni estremamente critiche egli determinò il corso del movimento. È del tutto chiaro che, se avesse preso ogni decisione sulla base di una guida già ricevuta in precedenza, la successiva analisi di tali decisioni sarebbe stata priva di significato.

Alla vigilia della battaglia di Badr, avrebbe dovuto combattere contro l’esercito o contro la carovana commerciale? Quale decisione avrebbe preso riguardo ai prigionieri di guerra di Badr? Alla vigilia della battaglia di Uhud, avrebbe dovuto combattere rimanendo all’interno di Medina oppure uscendo da Medina? E avrebbe dovuto accettare o meno le scuse degli ipocriti? In tutte queste questioni non gli era stata fornita in anticipo una guida esplicita; le decisioni venivano prese sulla base della consultazione. Persino la questione di chi sarebbe diventato il califfo dopo di lui fu lasciata alla decisione dei musulmani. Quale prova più grande di questa avrebbe potuto esserci per dimostrare il pensiero, la saggezza e l’intelligenza del Profeta? Quale prova avrebbe potuto essere più grande del suo senso di responsabilità e del suo libero arbitrio?

Inoltre, se riguardo a una questione fosse già giunta una guida da parte di Allah Ta‘ala, essa veniva chiaramente comunicata a tutti. Per esempio, subito dopo la battaglia degli Ahzab, riguardo alla spedizione contro i Banu Qurayza, egli dichiarò chiaramente: «Gibril è venuto e mi ha detto questo». Oppure si consideri l’episodio del trattato di Hudaybiyyah. Persino i più eminenti Compagni non riuscirono a sentirsi rassicurati da quel trattato. In seguito egli spiegò che agire in quel modo era stato un ordine di Allah.

In secondo luogo,

Nel modello esemplare e nella vita del Messaggero (s) è presente per noi ogni guida necessaria. Il suo modello esemplare è per noi il più appropriato da seguire. Egli era infatti un essere umano. Proprio come un essere umano, guidò il suo movimento. Quando gli oppositori obiettarono: «Perché Allah Ta‘ala non ha mandato un angelo come Suo Messaggero?», nel Corano fu data questa risposta: «Se sulla terra avessero camminato angeli, allora sarebbe disceso un angelo per guidarli». Poiché qui vivono esseri umani, fu mandato come Messaggero un essere umano. Egli era come loro: mangiava, beveva e andava al mercato. Per gli esseri umani è possibile seguire un essere umano simile a loro; possono pensare di seguirlo e nutrire la speranza di diventare come lui. L’uomo può invece essere preso da paura e sgomento alla vista di un angelo.

Se ritenessimo che, nella conduzione dell’intero movimento, il suo ruolo fosse stato simile a quello di una macchina o di un robot, senza il minimo diritto di esercitare una propria scelta o esprimere una propria opinione, oppure che dietro di lui ci fosse Allah stesso e che, in realtà, fosse Lui a guidare il movimento, finiremmo anche per pensare che oggi non possa più essere condotto alcun movimento per instaurare l’Islam. Infatti ora non verrà più alcun Messaggero che possa conoscere ogni questione direttamente da Allah Ta‘ala e decidere di conseguenza.

D’altra parte, se ritenessimo che egli abbia generalmente guidato l’intero movimento sulla base dell’ijtihad e della consultazione, allora, sebbene non possiamo neppure pensare di essere all’altezza della polvere dei suoi piedi, né possiamo immaginare di raggiungere il rango dei suoi Compagni, tuttavia, nell’ambito della sottomissione ad Allah e del movimento, possiamo dedicarci allo sforzo di diventare come lui. Anche se in questo sforzo non riuscissimo a raggiungere nemmeno un centesimo del suo livello, né una frazione su mille o su un milione, possiamo almeno desiderare di raggiungere il più piccolo grado al di sotto di ciò. Possiamo almeno sognarlo.

È questo desiderio, questa aspirazione, che ci ha condotti alla soglia del Messaggero di Allah, affinché attraverso il suo insegnamento, la sua leadership, le sue strategie e i suoi metodi d’azione possiamo ricevere una guida per noi stessi.

2. La da‘wah del Messaggero (s) e lo scopo della da‘wah

Gli scopi e gli obiettivi di una da‘wa e di un movimento devono essere chiari e limpidi. Occorre inoltre avere una concezione corretta e una comprensione precisa degli scopi e degli obiettivi. Questi devono essere duraturi, non temporanei; non devono essere soggetti a cambiamenti né deformarsi sotto la pressione delle circostanze e il volgere del tempo. Se gli obiettivi sono molteplici, tra loro deve esserci un ordinamento armonioso e completo. Tale ordinamento non deve essere sovvertito: i rami non devono prendere il posto della radice, né la radice deve diventare priva d’importanza.

Infatti, il compito fondamentale della da‘wat al-dīn e della sua spiegazione e analisi spettava al Corano. Perciò il Corano, attraverso il suo messaggio, fece in modo che il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) osservasse con la dovuta serietà questi principi nel movimento da lui guidato e nella sua attività d’insegnamento.

Il rapporto della da‘wa con Allah

Fin dal primo giorno, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) collegò al proprio Signore, al Dio Altissimo, tutto ciò verso cui chiamava le persone, tutto ciò che faceva loro ascoltare e tutto ciò che comunicava loro. Dichiarò chiaramente che il punto essenziale della da‘wa islamica è questo: per l’intera vita dell’uomo, l’unica fonte della conoscenza è Allah l’Altissimo. Solo Lui può indicare la retta via (la guida).1 Sebbene avesse fatto ascoltare ogni parola del Corano dalla propria bocca, e sebbene non vi fosse alcuna prova naturale che dimostrasse che quei messaggi non fossero parole sue e che la da‘wa non fosse la sua da‘wa, egli ripeteva incessantemente e senza sosta la medesima cosa: il rapporto di questa da‘wa non è con me, bensì con Allah, il Signore dei mondi. In tal modo veniva meno il timore che questa da‘wa potesse rimanere legata al nome del suo predicatore. Anche i predicatori futuri non sarebbero più caduti nell’errore di pensare: «Stiamo invitando le persone ad abbracciare le idee e i capricci di un individuo».

La supremazia dell’unico Allah

Distruggere la supremazia di tutti i falsi dèi e proclamare e stabilire soltanto la supremazia dell’unico Allah, senza associati, era lo scopo fondamentale della da‘wa e del movimento del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui). Dall’inizio alla fine egli operò per questo medesimo obiettivo. Non lo dimenticò neppure per un istante. Fu il suo Signore a dargli questo ordine.

«E proclama la grandezza del tuo Signore».

Qui bisogna ricordare che, per la da‘wa islamica, egli attribuì la dovuta importanza a questi due temi fondamentali e primari. Al tempo stesso prestò la massima attenzione affinché essi non rimanessero soltanto delle dottrine, ma entrassero in ogni momento nei pensieri, nelle menti, nelle parole e in tutte le attività delle persone, rimanendo vivi e attuali. Nella vita di ciascun credente di allora si rifletteva la vita di un singolo mujahid obbediente al Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Il modo in cui fuse «Bismillah» e «Allah Akbar» con la vita di ciascuno dei suoi mujahid mostra chiaramente quanto fosse efficace e di vasta portata il suo metodo d’insegnamento. Allo stesso modo, vigilò con grande attenzione affinché anche gli altri fondamenti e insegnamenti importanti della da‘wa si radicassero saldamente nelle loro vite e rimanessero vivi davanti a loro in ogni momento. Tra questi temi, il tawḥīd, la risāla e il rapporto con Allah erano inoltre quelli di maggiore importanza.

Sulla via della proclamazione e dell’affermazione della supremazia di Allah, il Messaggero (s) attribuì grande importanza ad alcuni aspetti. Essi sono:

A. La preminenza della servitù ad Allah

La questione più importante fra queste era che egli invitava gli uomini a servire e obbedire soltanto ad Allah l’Altissimo e a seguire esclusivamente i Suoi comandi. Non si mostrò mai negligente riguardo a questo punto, neppure per un istante. In seguito si verificarono ogni sorta di altre fasi: furono conseguiti obiettivi politici ed economici, fu svolta opera di riforma sociale, furono impugnate le spade, furono raccolti i bottini di guerra, e vi furono tregue, guerre e trattati con i miscredenti. Tuttavia, in ogni momento, quel messaggio fondamentale rimaneva luminoso e presente:

«Questo è Allah, il vostro Signore. Non vi è altra divinità all’infuori di Lui. Egli è il Creatore di ogni cosa. Servite dunque Lui soltanto e rendeteGli culto.» Sura al-An’am: 103

Talvolta esprimeva proprio questo concetto in una forma estremamente accattivante:

«Accorrete dunque verso Allah.» Sura adh-Dhariyat: 50

Quando scriveva ai re e ai sovrani, questo costituiva l’invito principale. È proprio questo che egli rivendicò presso gli ebrei. Quando giunsero i cristiani di Najran, lasciando da parte tutti gli argomenti pertinenti, rivolse loro proprio questo messaggio fondamentale.

«Venite a una parola comune tra noi e voi: che non serviremo altri all’infuori di Allah, non assoceremo a Lui alcun associato e nessuno di noi prenderà altri che Allah come proprio Signore.» Sura Al ‘Imran: 64

Dopo che i musulmani ebbero assunto la forma di una ummah e di una forza solidamente organizzata, fu loro affidato il dovere del jihad e della testimonianza della verità. Anche l’ordine relativo a questo dovere fu emanato come segue:

“O voi che credete! Inchinatevi, prosternatevi e adorate il vostro Signore………..Combattete sulla via di Allah come si deve combattere………e siate testimoni davanti a tutta l’umanità. Sura al-Hajj: 77-78.”

Per questo il Corano ha definito la responsabilità e il rango del Nobile Profeta (s) come dāʿī ilā Allāh.

B. Il jihad contro i falsi dèi:

Il secondo punto era che, in ogni momento, l’invito verso Allah aveva la precedenza. Coloro che gli uomini avevano assunto come dèi all’infuori di Allah, quelli che si erano proclamati dèi da sé, e quelle forze e istituzioni fondate sulla ribellione contro Allah: egli criticò tutti costoro e intraprese il jihad contro di loro. Non partecipò alle attività di nessuno di loro e non fece compromessi con nessuno. Non dichiarò lecito nessuno di loro, pur mantenendosi entro i limiti. Tuttavia, in nessuna di queste azioni vi fu la minima negligenza. Nei loro confronti si mantenne entro i limiti di ogni elevato ideale morale. Tuttavia, in nessuna di queste azioni vi fu la minima negligenza. Ma non accettò la coesistenza (Co-Existence). Poiché, insieme all’invito a “adorare Allah”, vi era anche l’invito a “dissociarsi dai ṭāghūt e mantenersi lontani da loro”. Egli mise pienamente in pratica anche questo.

Nelle pagine del Corano e della Sīra vi sono innumerevoli prove di ciò. Questo era il metodo d’azione del suo invito. Per questo i suoi oppositori, sconvolti, si impegnarono con tutte le loro forze nella sua opposizione. Si organizzarono contro di lui e dedicarono tutte le loro energie alla sua inimicizia. Perché qui non era in gioco soltanto la questione delle loro statue di pietra. In alcuni casi era in gioco il nome dei padri e degli antenati e la loro dignità; in altri, il fantasma della società e della cultura. Altrove era in gioco la questione della discendenza e della razza. In altri casi, la contesa del nazionalismo. In alcuni luoghi era coinvolta la leadership, in altri la conoscenza e la taqwā. Qualunque fosse la forma dell’idolatria (Idolatry), il Nobile Profeta (s) la colpì in ogni sua manifestazione. Ed è per questo che tutti insieme si schierarono accanitamente contro di lui.

“Ha forse scelto un solo dio invece di tutti gli dèi? Questa è davvero una cosa straordinaria! E i capi del popolo se ne andarono dicendo: ‘Andate, rimanete saldi nei luoghi di culto dei nostri dèi; questa cosa viene detta per un altro scopo.’” Sura Ṣād, 5-6.

C. La tutela dell’invito

Il terzo punto era che il Profeta benedetto (pbsl) non apportò mai alcun cambiamento alla propria da‘wa e al proprio obiettivo. Non vi apportò alcuna diminuzione né alcun incremento. Non si verificò alcun cambiamento nell’essenza della sua da‘wa e del suo obiettivo, né la loro forma venne deformata. A questo proposito fu sottoposto a pressioni esterne e interne. Un’indicazione delle pressioni esterne si trova nell’episodio di Abu Talib. Quando, tramite Abu Talib, gli fu chiesto di adorare certamente il suo unico Dio, ma di abbandonare l’attività di da‘wa e di jihad contro le divinità dei suoi oppositori, essi chiedevano in generale che smettesse di parlare male dei loro idoli. In realtà, però, è noto a tutti che dalle labbra pure del Profeta benedetto (pbsl) non uscì mai alcun insulto. Dietro le loro parole «smettete di parlare male dei nostri idoli» si celava in realtà la richiesta di coesistenza. Era come se dicessero: «Adora con tutto il cuore il tuo Dio, ma non colpire la divinità degli altri». Anche in quell’episodio si può cogliere un’indicazione delle pressioni esterne: gli furono offerti immense ricchezze, le donne più belle e il regno. Egli respinse chiaramente le loro proposte. Nel Nobile Corano è affermato con chiarezza che egli non ha il diritto di apportare alcun cambiamento alla da‘wa affidatagli.

Coloro che non sperano di incontrarMi dicono: «Porta un altro Corano al posto di questo, oppure apporta ad esso qualche cambiamento». Di’: «Non spetta a me apportarvi alcun cambiamento di mia iniziativa. Io seguo soltanto la rivelazione che mi è stata inviata». Sura Yunus, 15.

Quanto ai principi e agli ideali, egli era saldo e incrollabile come l’Himalaya. Per quanto fosse difficile raggiungere l’obiettivo lungo questa via, non fu mai disposto ad apportare il minimo cambiamento alla propria da‘wa e al proprio messaggio. Non fu disposto neppure per un istante ad accettare come lecita la servitù e l’obbedienza ad altre divinità insieme all’unico Allah. Non riconobbe la leadership di altri al posto di un unico leader. Quei capi religiosi, mercanti e capitribù che si erano insediati come divinità della nazione, egli non ammise che alcuno di loro avesse una parte nella leadership. In sostanza, questa politica si fondava su due direttive del Corano: la prima era che egli avrebbe trasmesso fedelmente il messaggio e la missione profetica affidatigli. La seconda direttiva era che avrebbe stabilito la religione, le avrebbe dato completezza e non si sarebbe discostato da questa via.

O Messaggero! Trasmetti alla gente ciò che ti è stato fatto scendere dal tuo Signore. Se non lo fai, non avrai assolto il dovere della trasmissione. Sura al-Ma’ida, 67.

Stabilite questa religione e non dividetevi in essa, diventando fazioni separate. Per i politeisti è assai duro e insopportabile ciò verso cui li inviti, o Profeta. Sura ash-Shura, 13.

D. Prestare attenzione a tutti gli aspetti della da‘wa

Prestava la dovuta attenzione a tutti gli aspetti e a tutte le dimensioni della da‘wa. Manteneva ogni suo aspetto vivo e vigoroso. Qui discuterò in particolare tre aspetti della sua da‘wa. Primo: l’inzar, cioè mettere in guardia e ammonire. Secondo: l’invito a chiedere perdono, vale a dire l’invito al pentimento e al ritorno verso Allah. Terzo: dare la buona novella. Nel passo della sura al-Ahzab in cui si parla del fatto che egli fosse portatore della buona novella e ammonitore, vengono discussi, in quanto Messaggero, diversi aspetti del suo modello, i suoi vari gradi di merito, nonché aspetti importanti delle sue responsabilità, dei suoi doveri e delle sue attività. È evidente che la buona novella è collegata al pentimento e all’istighfar. Questa verità è stata esposta in numerosi passi del Corano.

1. L’ammonimento

Egli iniziò l’opera di ammonimento fin dai primissimi tempi. Si dice infatti che essa gli fu affidata già nella Sura al-Muddaththir. In seguito, lo stesso tema è stato menzionato in innumerevoli passi dell’intero Corano. Quest’opera comprendeva l’ammonimento riguardo al grado di allontanamento dalla guida divina, di ribellione a Dio, di arroganza e di imitazione degli arroganti. Qui è importante osservare innanzitutto che, parlando delle conseguenze di tali atteggiamenti, egli menzionò sia le conseguenze terrene sia quelle ultraterrene. Attribuì importanza a entrambe e, al contempo, concentrò l’attenzione e il pensiero delle persone sulle conseguenze dell’Aldilà, chiarendo che proprio queste sono le conseguenze reali e permanenti. In secondo luogo, quest’opera non si limitava a rimproverare e a incutere timore; piuttosto, per dirlo con la terminologia moderna, nell’opera di ammonimento egli stabilì prove sia critiche sia empiriche e teoriche. Non vi è qui spazio per discuterne nei dettagli.

2. L’invito a chiedere perdono

Anche l’invito al pentimento e all’istighfār costituiva un elemento fondamentale della sua opera di daʿwa. L’importanza e l’enfasi attribuite a queste due cose, nonché la promessa di grande successo e di lieti annunci ad esse collegata, dimostrano che non si trattava semplicemente di invitare a recitare il tasbīḥ «astaghfirullāh». Piuttosto, si trattava di una richiesta volta al raggiungimento di un grande obiettivo.

Esaminare le proprie attività personali e collettive significa riconoscere che siamo tenuti a rispondere davanti al Signore dell’universo. Egli è il possessore della conoscenza, della potenza e dell’onore. Egli chiederà conto e amministrerà la giustizia. Anche il significato dell’istighfār è che il risultato dell’Aldilà è il vero risultato. Questi aspetti sono stati esposti chiaramente nel Corano e negli ḥadīth. Il Profeta — pace e benedizioni su di lui — attribuì grande importanza a tali aspetti nel suo insegnamento e nella sua opera di daʿwa.

3. Dare il lieto annuncio

Dare il lieto annuncio era un elemento importante della sua opera di daʿwa. Questo lieto annuncio riguardava sia questo mondo sia l’Aldilà. Al tempo stesso veniva chiarito che la ricompensa dell’Aldilà è la ricompensa autentica e duratura: se sarete veri credenti, da una parte sarete vittoriosi in questo mondo. Vi è la promessa che vi sarà affidato il califfato sulla terra. Per voi saranno aperte le porte delle benedizioni dei cieli e della terra. Dall’altra, otterrà il Paradiso, la cui ampiezza è pari a quella dei cieli e della terra. Otterrà il perdono, la misericordia, le benedizioni eterne, la vita perpetua e il compiacimento di Dio. Inoltre, otterrete tutto ciò che desidererete, e nei tesori di Allah vi sono ancora moltissime altre benedizioni che Egli vi concederà.¹ A questo proposito è particolarmente degno di nota il fatto che egli riversasse tutte le attività e le azioni dei suoi compagni in uno stampo solido, emotivo e vivo, mantenendo in ogni momento uno sguardo vigile su di esse, affinché tali cose non rimanessero soltanto oggetti di consenso e di comprensione. Al contrario, desiderava che esse occupassero completamente le loro menti e i loro cuori, diventassero costantemente argomento di discussione, fossero sottoposte a esame e autocritica e li rendessero pienamente fiduciosi in tali promesse, sia che si trattasse di impugnare la spada, di applicare le pene o di richiedere un contributo economico. In breve, il desiderio di ottenere queste benedizioni doveva diventare la loro principale preoccupazione.

e. Organizzazione

Il quinto aspetto era che il Profeta — pace e benedizioni su di lui — organizzò in modo ordinato le diverse parti e componenti della daʿwa. Dispose ogni componente secondo la sua importanza e la sua natura, in una successione coerente. In questa disposizione, talvolta vi era un rapporto tra seme e frutto; altre volte, invece, la struttura era quella di fondamenta, pilastri ed edificio. Alcuni componenti assunsero il valore di fondamenta, mentre altri quello di ornamento e bellezza. Infatti, il suo compito non consisteva soltanto nel presentare idee come un filosofo, nel dare consigli come un predicatore e nel continuare a invitare come un esortatore. Il suo compito consisteva piuttosto nel formare e costruire una umma ben organizzata e disciplinata. Per questo non si dedicò alla costruzione di istituzioni, alla creazione di organizzazioni sociali o alla fondazione di khānqāh. Egli mantenne sempre una chiara distinzione, nell’opera religiosa, tra gli obiettivi e le forme rituali, prestando piena attenzione all’ordine e ai rapporti reciproci tra ogni livello. Vigilò affinché le istituzioni e le formalità non prendessero il posto degli obiettivi. A questo proposito vi sono molti versetti coranici e numerosi ḥadīth. È sufficiente menzionare un versetto del Corano, nel quale si dice, in sostanza: «Se siete veramente credenti». Tutti dovrebbero inoltre studiare quei versetti coranici nei quali viene spiegato chi è credente e chi non lo è. Anche gli ḥadīth relativi a questo tema dovrebbero essere studiati da tutti. Qui citerò un versetto del Corano riguardo all’importanza di un’adeguata organizzazione:

Ritenete forse che abbeverare i pellegrini e servire e custodire la Masjid al-Haram equivalga all’opera di colui che ha creduto in Allah e nell’Aldilà e ha combattuto con tutte le sue forze sulla via di Allah? Presso Allah, queste due categorie di persone non sono uguali. Sura at-Tawbah, 19

3. Il Nobile Profeta (s) e la da‘wat al-dīn

Finora abbiamo discusso alcuni aspetti importanti dell’esempio del Rasul (s) riguardo alla da‘wat. Proseguendo oltre, vedrete che esiste un contenuto ampio e importante: il rapporto tra il suo stato d’animo e la dignità della da‘wat, la consapevolezza dell’enorme responsabilità che essa comporta, l’ardente desiderio del suo cuore per essa, la sua preparazione dottrinale, spirituale, morale e pratica a tale scopo, nonché il suo stato mentale lungo questo cammino. Il Sacro Corano ha fatto ampia luce su questo argomento. Da lì abbiamo raccolto qui soltanto alcune gemme.

La consapevolezza della grande responsabilità, la riflessione e l’ardente zelo incessanti

La da‘wat ilā Allāh, la shahādat al-haqq e l’iqāmat al-dīn sono attività estremamente complesse e gravide di responsabilità. Ma è superfluo dire che, per colui che è il comandante della carovana, il peso di questa enorme responsabilità è mille volte più gravoso e complesso. Se qualcuno si assume questa responsabilità come un impiego o una professione, oppure sotto la pressione delle circostanze o per trovare conforto interiore, non può adempiere correttamente al suo vero diritto. Una persona può adempiere correttamente a questa responsabilità solo quando la considera un incarico affidatole dal proprio Signore.

Perché questo cammino è molto difficile. Le sue esigenze sono estremamente complesse. Ed è il leader a dover affrontare più di tutti le crisi e le difficoltà. Su questo cammino deve possedere, più di chiunque altro e in modo completo, altruismo, sincerità e dedizione. Deve essere dotato di un carattere morale elevato e puro al massimo grado. Di fronte all’opposizione più aspra, deve necessariamente adottare il sabr. Deve rimanere fermo e irremovibile; per lui è un dovere imprescindibile. Anche quando non si intravede alcuna possibilità di successo, deve continuare con pieno vigore il proprio lavoro. Al male si deve rispondere con il bene. Agli insulti si deve rispondere con un sorriso. Le spine devono essere attraversate con il sorriso sulle labbra. Dopo aver ricevuto pietre, si deve pregare per la loro hidāyah. Non si può adottare la politica di deridere gli oppositori o di considerarli piccoli e insignificanti. Deve possedere un coraggio immenso per attraversare, insieme ai compagni deboli e incapaci, le salite e le discese di questo cammino impervio. Deve inghiottire in silenzio tutti gli eccessi della propria gente. Deve proteggersi completamente dalla fitnah dell’orgoglio e dell’autocompiacimento che può sorgere dopo aver ottenuto, da parte di Allah Ta‘ālā, il successo nell’adempimento di una responsabilità. In altre parole, le sue caratteristiche morali devono essere la concretizzazione vivente del Corano. Il Rasul (s) raggiunse il culmine di tutte queste qualità. In realtà, questo era il suo mi‘rāj. Fu proprio dopo aver ottenuto il successo nel difficile campo di Tā’if che ebbe luogo il suo mi‘rāj celeste. Gli Arabi e gli Ajam furono sottomessi ai suoi piedi.

Il Rasul (s) non nutriva il minimo dubbio che la responsabilità che stava adempiendo e il cammino che stava percorrendo gli fossero stati affidati da Allah stesso. La sua yaqīn al riguardo era completamente singolare e superiore a quella di tutti gli esseri umani. Mi sembra che nessuno possa neppure avvicinarsi a una yaqīn di quel genere. Infatti, Allah Ta‘ālā stesso gli parlava. Jibrīl Amīn (a) veniva da lui. La wahy veniva fatta scendere sul suo cuore benedetto.

La parte che spetta a noi, membri della ummah, consiste soltanto in ciò che ricaviamo dal tipo di yaqīn con cui ci accostiamo a queste parole del Corano. Questo ci è sufficiente, se riusciamo ad acquisirlo esattamente così.

E così abbiamo fatto di voi (musulmani) una comunità equilibrata, affinché foste testimoni per la gente del mondo. Sura al-Baqara, 143

O voi che credete! Diventate sostenitori di Allah. Sura as-Saff, 14

Chi, tra voi, è disposto a concedere ad Allah un «prestito benevolo»? Allora Egli glielo restituirà moltiplicato molte volte». Sura al-Baqara, 245

Nei passi del Nobile Corano in cui, rivolgendosi al Profeta (pace e benedizioni su di lui), gli viene detto di non essere fra quelli che dubitano, dietro tale appellativo viene espressa collera e insoddisfazione proprio nei confronti degli oppositori.

a. Il modo di considerare l’opera di Allah

Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) compiva tutte le sue opere con la consapevolezza e la fiducia che questa fosse l’opera di Allah. Quando veniva rivelato il Corano, venivano presentate spiegazioni e analisi per rendere questa fiducia ancora più profonda e salda. In lui veniva suscitata una chiara comprensione del fatto che questa rivelazione scendeva proprio da Allah. Tu sei nella verità e sulla retta via. In verità, sei tra gli inviati. In questo modo cresceva, insieme a quella del Profeta, anche la fiducia e la certezza dei nobili Compagni. In realtà, gli veniva ricordato questo in ogni momento. Perché, non appena fosse apparsa una debolezza in questa consapevolezza, la deviazione avrebbe subito rialzato la testa. Di fatto, ogni volta che si manifesta una debolezza in questa consapevolezza, la deviazione rialza certamente la testa. Se qualcuno volesse esprimere in una sola parola le caratteristiche del carattere del Nobile Profeta, quella parola sarebbe sabr, la pazienza. Non voglio usare questa parola nel suo senso ristretto, bensì nel suo senso ampio. E tutta la sua pazienza era rivolta al suo Signore, poiché tutte le sue attività erano dedicate al suo Signore.

E per il tuo Signore, persevera con pazienza.

b. Sotto la supervisione del Signore

Questo è un tema importante. Il Messaggero (pace su di lui) compiva tutte le sue opere al cospetto e sotto la supervisione di quel Signore che gli aveva ordinato di assumersi questa responsabilità. Egli era il suo compagno costante: ascoltava e vedeva tutto ciò che gli oppositori dicevano e facevano, tutto ciò che i suoi compagni dicevano e facevano, e tutto ciò che egli stesso faceva e diceva.

(O Profeta,) sii paziente fino a quando giungerà il giudizio definitivo del tuo Signore. In verità, tu sei sotto il Nostro sguardo. Sura At-Tur: 48

Io sono con entrambi voi; ascolto e vedo ogni cosa. Sura Ta-Ha: 46

Ovunque voi siate, Egli è con voi. Sura Al-Hadid: 4

Noi siamo più vicini a lui della sua vena giugulare. Sura Qaf: 16

Non abbiate paura: Allah è con noi. Sura At-Tawba: 40

Quando tre persone tengono una consultazione, Allah è il loro quarto. Sura Al-Mujadila: 7

La condizione che emerge davanti a noi dai versetti in esame presenta due aspetti. Da un lato vi è un immenso tesoro di consolazione, serenità, fiducia, tawakkul, coraggio, assenza di paura, coinvolgimento emotivo e rinnovato slancio in ogni momento. Un esempio aureo di ciò è l’episodio della caverna di Thawr. In effetti, l’intera vita del Santo Profeta era colma di simili eventi. Nei ventitré anni dell’intera vita profetica non vi fu un solo momento in cui egli fosse caduto nella stagnazione mentale, in cui il fervore e lo slancio si fossero affievoliti, o in cui avesse perso il coraggio.

Il secondo aspetto consiste nella consapevolezza della dignità e della delicatezza della responsabilità. Per chi si sta lavorando? Questa riflessione rende consapevoli della dignità dell’opera. Quando una persona comprende che Allah stesso osserva ciò che sta facendo, come può il suo stato d’animo liberarsi dall’intensa consapevolezza della responsabilità? In realtà, quanto più riuscirà ad apprezzare la grandezza del Signore, tanto più sarà capace di percepire la Sua opera come eccelsa e nobile.

c. Il senso della dignità e della responsabilità

Il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) era sempre consapevole della dignità, del peso e della delicatezza del proprio compito, anche nel momento della rivelazione. Quando ricevette la rivelazione, si recò da Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) e, appena arrivato, disse: «Avvolgimi in una coperta». Con ciò, il Corano ha qui indicato, insieme agli altri stati, anche questa sua condizione.

Davanti a lui si presentava un’opera immensa, una grande responsabilità. Il timore di essa gli opprimeva il cuore. In una fitta oscurità, una scintilla di luce: bisognava illuminarla. Un appello composto da poche parole: bisognava risvegliare tutti gli ascoltatori a questo richiamo. Un piccolo seme: bisognava piantarlo e trasformarlo in un albero le cui radici affondassero saldamente nella terra e i cui rami si estendessero verso il cielo; un albero che producesse sempre frutti e dalle cui foglie e dai cui frutti traesse beneficio carovana dopo carovana. Così, il Corano trasformò, attraverso la condizione dell’essere avvolto nella coperta, l’inquietudine del cuore, la disperazione dell’animo e la montagna di responsabilità che gli appariva davanti.

Allo stesso tempo, egli aveva compreso che il significato della da‘wa della Verità e la responsabilità della leadership consistevano nel fatto che i giorni trascorsi a dormire con le gambe distese erano finiti. Ora doveva rimboccarsi le maniche e prepararsi. Doveva svolgere questo compito incessantemente. Doveva dedicarsi con coraggio, stando sul campo, all’opera di mettere in guardia e ammonire il mondo intero e alla vivace lotta per affermare la grandezza di Allah. Doveva perseverare.

d. La Parola gravosa

Il messaggio di Iqra’ giunto al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non era soltanto un invito a viaggiare nel regno della conoscenza; era piuttosto una Parola gravosa. In questa Parola gravosa era incluso l’ordine di attraversare le dure fasi della da‘wa, dell’egira e del jihad. La rivelazione non fu fatta scendere soltanto per la recitazione e per conseguire ricompense. Era invece un gravoso fardello di responsabilità. Non si trattava soltanto di un peso concettuale e interiore: gocce di sudore si raccoglievano sul suo corpo benedetto.

Quando in quel momento era seduto sulla sua cavalcatura, questa si accasciava sotto la gravosa pressione. Il Nobile Corano lo ha affermato chiaramente.

In verità ti faremo pervenire una parola gravosa. Sura al-Muzzammil: 5

Per lui non era una parola di gioco e di scherzo; al contrario, era una missione talmente legata all’intera vita da spezzargli la schiena. Un fardello che stava per essere alleggerito solo un poco per grazia del Misericordioso.

E ti abbiamo sollevato da quel fardello gravoso che ti spezzava la schiena. Un fardello che stava per essere alleggerito solo un poco per grazia del Misericordioso.

E ti abbiamo sollevato da quel fardello gravoso che ti spezzava la schiena. Sura Alam Nashrah: 2-3

Il senso di responsabilità della testimonianza della verità gravava continuamente sul suo cuore benedetto come un fardello insopportabile. Secondo il racconto di ʿAbdullah ibn Masʿud (r), una volta il Santo Profeta (s) gli ordinò di recitare il Corano. In un primo momento si turbò molto, pensando: «Dovrei recitare il Corano davanti a colui al quale è stata rivelata la Rivelazione?» Poi, quando il Profeta (s) glielo ordinò nuovamente, recitò davanti a lui alcuni versetti della Sura an-Nisa. Mentre recitava, allora egli-

Poi pensa a ciò che faranno quando farò venire un testimone da ogni comunità e presenterò te come testimone riguardo a tutto ciò. Sura an-Nisa: 41

Quando giunse a questo versetto, si udì una voce: «ʿAbdullah, fermati!». ʿAbdullah racconta: «Allora alzai la testa e vidi le lacrime scorrere dai suoi due occhi.»

e. Meditazione e preoccupazione incessanti:

La consapevolezza e il senso acuto della grandezza del compito affidato e della gravità della responsabilità ebbero come conseguenza che egli non poteva considerare la posizione della da‘wa e del movimento come una tunica da indossare e con cui andare in giro con gioia. Al contrario, questo compito divenne la causa della sua costante meditazione e della sua inquietudine. Esso aveva trovato posto nel santuario più intimo del suo cuore e vi aveva esteso una rete di radici nelle sue profondità. In ogni momento, questa preoccupazione manteneva inquieti il suo cuore e la sua mente. Dall’alba al tramonto, questo era il suo zikr. Questo era il suo fikr. Questo era il suo business. Per ogni esigenza di questo compito, il suo desiderio era che tutti gli uomini fossero illuminati dalla luce della hidaya, comprendessero la verità e diventassero seguaci della retta via. Il Corano Majid ha raffigurato così questa meditazione del suo cuore, questa inquietudine, questo desiderio impetuoso, questo dolore e questa angoscia:

(O Profeta,) forse distruggerai te stesso per il dolore che costoro non credono. Sura ash-Shu‘ara’: 3

Con questa preoccupazione, questa meditazione e questa inquietudine, egli stava spingendo la propria vita verso la distruzione. In nessuna circostanza il movimento islamico può procedere senza una simile ansia per la hidaya degli uomini.

A causa di questa ansia del nobile Profeta, il Corano Majid dovette più volte tirarlo per la manica. Dovette fargli comprendere che illuminare ogni persona con la luce della fede non rientrava tra le sue responsabilità. Egli non era stato inviato per diventare un ufficiale di polizia, un avvocato o un feldmaresciallo. La sua responsabilità fondamentale era trasmettere la da‘wa. Accettare o rifiutare era affare di ciascun individuo. A ogni persona era stata concessa la libertà di scegliere il proprio cammino di vita. Questi versetti del Corano esprimono principalmente anche lo stato di inquietudine e di ansia del Profeta (pace e benedizioni su di lui), indicano la posizione del dā‘ī della verità e alludono all’estensione del suo compito in quanto maestro.

(O Profeta!) Puoi forse far udire la voce a gente sorda come questa? O guidare i ciechi? Quanto a colui che Allah lascia traviare, Egli non lo guida più. Sura an-Nahl: 37

Il tuo popolo nega ciò, sebbene questa sia la vera realtà. Di’ loro: «Non sono stato nominato vostro sorvegliante». Sura al-An‘am: 66

La propria preparazione:

Dal primo giorno in cui il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) iniziò il lavoro di tabligh, da‘wa e movimento per il Kalām sacro, iniziò nello stesso momento anche il lavoro della propria preparazione. Si trattava di una preparazione globale e completa. Qui discutiamo alcuni aspetti di questa preparazione.

a. Un rapporto intimo con il Corano:

Il vertice di questa preparazione complessiva era il Nobile Corano. Questa Parola veniva rivelata proprio a lui. Egli la riceveva, la comprendeva e vi si dedicava a profonde riflessioni e ricerche. Acquisiva il tesoro della conoscenza racchiuso in essa. Custodiva questa Parola perfetta nel cuore. La amava più della propria vita, vi immergeva la propria anima e forgiava se stesso secondo il suo modello.

Da un lato, questo era un compito indispensabile per la sua preparazione erudita, spirituale e morale. Dall’altro, proprio questo Corano costituiva il fulcro dell’adempimento delle responsabilità della missione profetica, della da‘wah e del movimento. La recitazione dei suoi versetti, l’insegnamento dei suoi precetti, la formazione alla hikmah e la purificazione delle persone erano infatti i suoi compiti fondamentali.

Ho inviato a voi un Messaggero, scelto tra voi stessi, che vi recita i Miei versetti, vi purifica, vi insegna il Libro e la hikmah e vi insegna ciò che non sapevate. Sura al-Baqarah: 151

Ho inviato tra voi stessi un Messaggero, che vi recita i Miei versetti, vi purifica, vi insegna il Libro e la hikmah e vi insegna ciò che non sapevate. Sura al-Baqarah: 151

Il suo rapporto con il Nobile Corano non era un rapporto di costrizione. Era invece un rapporto di intensa attrazione e amore. Da esso, infatti, traeva il nutrimento per ogni sua attività. Riguardo al suo amore e alla sua intensa attrazione per il Corano, la Rivelazione afferma:

O Profeta, non muovere la lingua per affrettarti a memorizzare questa Rivelazione. Sura al-Qiyamah: 16

Spiegando questo versetto, Maulana Amin Ahsan Islahi ha scritto:

È impossibile esprimere a parole l’immagine delle impetuose onde d’amore e attrazione che si sollevarono nel cuore del Nobile Profeta (s). Dopo la trepidante attesa del lungo intervallo nella discesa della rivelazione, quando, tra la tempesta dell’estrema ostinazione degli oppositori, Hazrat Jibril (a) giungeva portando il messaggio del Signore del Trono, sarebbe stato possibile esprimere a parole ciò che allora si risvegliava nel suo cuore, amore e attrazione? Era come un bambino tormentato dalla fame e dalla sete: non appena sua madre lo prende al seno e gli accosta la bocca al capezzolo, egli sembra voler bere in un solo respiro tutto il latte del suo petto. Come un viandante nel deserto arroventato dal sole che, dopo aver percorso un lungo cammino con il petto spaccato dalla sete, trovi a portata di mano una brocca d’acqua fresca e dolce e desideri berne in un solo respiro fino all’ultima goccia. Allo stesso modo, dopo una lunga separazione, quando riceve la lettera del proprio Mahbub (amato), la sua anima ansiosa, con lo sguardo ardentemente attratto, desidera leggere in un unico istante tutte le parole della lettera.

b. L’intenso desiderio di acquisire la conoscenza:

Dopo l’ordine di Allah, il rapido movimento della lingua per memorizzare la rivelazione venne certamente controllato. Ma l’attrazione e l’ansia del cuore rimasero indomabili. Per esprimere e portare a compimento questa attrazione e questa ansia, sulle sue labbra benedette si manifestò un intenso desiderio di accrescere la profondità della conoscenza:

«E prega: “Signore mio, accresci la mia conoscenza”». Sura Ta-Ha: 144

La meta che si trova davanti alla da‘wat al-din non può essere raggiunta se non attraverso l’acquisizione della conoscenza nella scuola della rivelazione. Quest’opera non può essere compiuta senza abbondanza di conoscenza e di ‘ilm. A tal fine sono necessarie vaste capacità di comprensione, mentalità e riflessione. È necessario un tesoro completo di hikmat. Il Rasul (s) ricevette questo ‘ilm e questa hikmat proprio dal Nobile Corano. Su questa base, egli edificò per l’umanità le fondamenta dell’ordinamento della vita. In lui non vi era soltanto l’attrazione e l’ansia per la conoscenza che devono trovarsi in un leader; riguardo a ciò, egli si rivolse piuttosto al Signore del Trono. A Lui rivolse le sue suppliche. In Lui riponeva la propria fiducia. Su di Lui faceva affidamento. Perché è Lui la fonte della conoscenza e della hikmat.

In seguito, ogni volta che riceveva una parte del Corano, la trasformava immediatamente nel nutrimento del proprio spirito. In realtà, questa era la hikmat della graduale e lenta rivelazione del Corano, poco a poco. Ogni momento della sua vita era legato a questo Corano.

c. Qiyam al-layl e tartil al-Qur’an:

Qual era il suo metodo? All’inizio abbandonava il comfort del letto e trascorreva gran parte della notte in piedi davanti alla porzione di Corano, con le mani giunte. Talvolta lo faceva per metà della notte, talvolta per più della metà, talvolta per meno, talvolta per un terzo e talvolta per due terzi. Non può esservi metodo più efficace per assimilare il Corano e fonderlo con il proprio essere.

Di notte resta in piedi nella preghiera, ma solo per poco. Non si asteneva dal pregare per metà della notte o per una parte di essa. Persino in età avanzata, dopo essere rimasto a lungo in piedi, gli si gonfiavano i piedi. Inoltre, era sempre assorto nella recitazione del Corano. Nel benedetto Ramadan completava l’intero Sacro Corano. Di solito recitava una lunga qirāʾa nella preghiera del fajr.

(O Profeta!) Recita il Libro che ti è stato rivelato mediante la rivelazione e compi la salāt. Sūra al-ʿAnkabūt: 45

Compi la preghiera dal momento in cui il sole declina verso occidente fino a quando l’oscurità della notte si diffonde. E attieniti stabilmente alla recitazione del Corano all’alba, poiché alla recitazione del Corano all’alba si assiste. E prega il tahajjud durante la notte. Questo è per te un’aggiunta. Non è impossibile che il tuo Rabb ti innalzi a una posizione gloriosa, al maqām maḥmūd. Sūra Banī Isrāʾīl: 78-79

d. Il dhikr divino:

Nel Corano è menzionata insieme la preghiera. Il rapporto tra queste due cose è inscindibile. Perciò dirò che la preghiera era il più grande rifugio del Nobile Profeta. Attraverso di essa riceveva aiuto. Quando qualcosa lo gettava nella preoccupazione, cominciava a pregare.

Oltre a recitare il Corano e a compiere la salāt, praticava moltissimo il dhikr di Allah. Lodava Lui e Gli rendeva grazie. Di notte e di giorno, mattina e sera, in ogni momento e in occasione di ogni azione, esprimeva questi sentimenti con brevi formule. Aveva inoltre stabilito un numero per questi dhikr. Aveva stabilito anche dei tempi. Egli stesso seguiva questa regola e ingiungeva ai suoi compagni di fare altrettanto. In tal modo, nella vita comunitaria, aveva fuso l’espressione del rapporto con Allah con il flusso della vita. Allo stesso modo, in ogni situazione, aveva stabilito e insegnato loro preghiere toccanti, emotive e ricche di significato per ogni occasione e necessità. In particolare, praticava regolarmente l’istighfār. Insieme all’adorazione di Allah e alle suppliche rivolte a Lui, aveva fatto dell’istighfār una parte fondamentale della daʿwa. Egli stesso praticava moltissimo l’istighfār. Lo faceva in modo tale che i suoi compagni sapevano che stava chiedendo perdono. Al termine di ogni azione e prima di ogni riunione o assemblea, praticava l’istighfār. Uno dei suoi compagni lo vide chiedere perdono più di settanta volte al giorno. Anche i suoi compagni lo seguivano in questo.

e. La pazienza:

Il Nobile Profeta era un modello completo di qualità come l’ʿibāda, l’ikhlāṣ, la maḥabba, lo shukr e il tawakkul verso il proprio Rabb. Anche per quanto riguardava l’obbedienza al Rabb, il Nobile Profeta era al grado più elevato; quanto all’obbedienza al Rabb, egli era anch’esso al grado più elevato. Si sacrificava sulla Sua via ed era il primo di tutti a donare ogni cosa. Qui non c’è l’opportunità di discutere estesamente tutti questi aspetti. Tuttavia, ritengo necessario discutere alcuni aspetti dell’immenso tesoro di carattere morale che possedeva nella forma della pazienza. In verità, il suo carattere completo è un oceano insondabile, nelle cui profondità infinite è impossibile immergersi e arrivare. Soltanto la pazienza presenta aspetti così numerosi e vasti che è difficile determinarne il numero.

4. Il comportamento dell’Inviato di Dio nei confronti degli oppositori

Alcuni elementi fecero avanzare la da‘wah e il movimento dell’Islam; alcuni provenivano dagli oppositori. Altri, proprio a causa della loro opposizione, si rafforzarono come una muraglia di piombo e avanzarono senza compromessi. Egli svolse il suo compito con sabr. Queste considerazioni sono molto concise e fondamentali. Tuttavia, è necessario conoscerne alcuni dettagli. Il sabr è anche il fondamento delle nobili qualità, come opporre il bene al male, la misericordia e il perdono. Ora dobbiamo esaminare quali aspetti avesse l’opposizione da parte degli oppositori e della loro condizione, poiché per noi è importante conoscere il modo in cui egli esercitò il sabr di fronte ad essa.

A. L’opposizione verbale:

Sopportare le violenze e le persecuzioni fisiche, rimanere saldi e irremovibili nella propria posizione di fronte ad esse e continuare l’avanzata: questo è un requisito inevitabile del sabr. Ma in una lunga, incessante e logorante lotta, ciò che costituisce la prova e la calamità più dolorosa, più pericolosa e più terribile è l’opposizione che giunge verbalmente. Il Nobile Corano l’ha spiegata con le parole «ciò che dicono». Infatti, le calamità fisiche non durano a lungo, perché la resistenza del corpo umano è limitata. A causa delle persecuzioni fisiche, una persona può forse diventare debole e arretrare in parte dalla propria posizione. Ma non è possibile che, pur ritenendosi nel giusto, rimanga prigioniera nella rete dell’inganno e delle cospirazioni, segua una via errata, sprofondi nel dubbio e nell’incertezza, perda entusiasmo e vigore, cada nella disperazione e nell’ansia e si allontani dal movimento fino a diventare inerte.

Al contrario, l’opposizione verbale lacera il cuore, frantuma vene e capillari, spezza e riduce in pezzi l’animo e sprofonda la mente e la disposizione interiore nel dubbio e nell’incertezza. Questa situazione continua incessantemente. Infatti, ferire qualcuno con le frecce delle parole è molto più facile che alzargli le mani addosso. Un atto di cortesia (?). Gli oppositori dell’Inviato (pace su di lui) facevano proprio questo continuamente. Perciò, fin dall’inizio, il Nobile Corano gli insegnò ad adottare il «sabr» contro l’opposizione verbale, e in seguito continuò a esortarlo con la stessa insistenza.

«Sii paziente per le parole che la gente va inventando e allontanati da loro con cortesia.» Sura al-Muzzammil: 10

Gli oppositori negavano la veridicità di tutte quelle parole che egli possedeva. Spargevano pettegolezzi e calunnie. Oltre alle frecce delle parole, ricorrevano anche ai gesti. Dubitavano delle sue intenzioni e della sua sincerità. Travisavano le sue parole e ne alteravano il significato. Egli tenne sotto controllo la caparbietà e l’ostinazione, mantenne il controllo delle proprie parole, preservò la lingua dal rispondere al male con il male e rimase saldo e irremovibile sulla via verso la propria meta.

Oltre a rimanere saldo nella propria fede e nella propria certezza e a dedicarsi all’adempimento del proprio dovere, egli adottò il principio del pieno sabr di fronte a prove continue, simili alle perle di una collana. Le forme di questo sabr erano varie.

Una forma di pazienza consisteva nel fatto che egli non rispondeva a queste parole degli oppositori. Non si lasciava coinvolgere in discussioni, litigi o dispute con loro. Si allontanava. Infatti, anche se avesse discusso con loro, essi non avrebbero accettato la verità. Non l’avrebbero accettata. Soltanto il suo tempo sarebbe andato sprecato. Inoltre, partecipare a quegli incontri di scherno e derisione era dannoso per la sua religione e per lui stesso.

In secondo luogo, non si poneva neppure la questione di stringere amicizia o nutrire affetto per queste persone. Tuttavia, quando si separava da loro, non lo faceva con ostilità, invidia o litigiosità. Continuava a trattarli con solidarietà umana. Proseguiva anche nell’opera di invito alla fede. Il Sacro Corano ha descritto proprio questo atteggiamento come il separarsi mantenendo la cortesia e interrompendo i rapporti. Anche nei versetti è stata raffigurata questa stessa situazione. Un’istruzione analoga è stata data con l’espressione «non sedete con loro». È stato detto:

«E quando gli ignoranti si rivolgono loro, rispondono: “Pace a voi”» (Sura al-Furqān, 63).

«E allontanati dagli ignoranti» (Sura al-Aʿrāf, 199).

«Quando sentirete che si rinnega e si deride il significato dei versetti di Allah, non sedete con quelle persone finché non si occupino di un altro argomento. Altrimenti sareste come loro» (Sura an-Nisāʾ, 140).

«Quando vedrai persone intent[e] a trovare difetti nei Miei versetti, allontanati da loro» (Sura al-Anʿām, 68).

Una dignità ancora più grande consisteva nel fatto che egli li perdonava. Invece di rispondere agli insulti con altri insulti, pregava per loro. Rispondeva al male con il bene. Di questo parleremo più avanti.

Quando le persone continuano a negare senza criterio, non ascoltano l’appello alla verità, si abbandonano all’arroganza e alla presunzione e considerano spregevole e insignificante colui che invita alla verità, è inevitabile, per la natura umana, che il cuore si appesantisca per il dolore e la sofferenza. Anche il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) si trovava in questa condizione. Ma, con l’aiuto del Corano, la superava e trionfava su tale stato. Dopo aver ricevuto conforto da Allah l’Altissimo, suo Protettore, si dedicava nuovamente con pieno slancio all’adempimento della propria responsabilità.

«Pertanto, non lasciare che ciò che questa gente dice ti renda ansioso e triste. Noi conosciamo tutte le loro parole, manifeste e segrete.» Sura Yā Sīn: 76

«Dunque, non lasciare che il kufr di chi commette kufr ti preoccupi. Essi dovranno tornare a Me; allora dirò loro tutto ciò che hanno fatto.» Sura Luqmān: 23

Allo stesso modo, le cospirazioni e le azioni sconsiderate degli oppositori, i loro sforzi per far fallire la daʿwa islamica, il fatto che alcune persone invitate alla daʿwa si mescolassero al kufr e si alleassero con i kāfir lo preoccupavano e gli opprimevano il cuore. Anche a questa situazione egli faceva fronte con l’aiuto del Corano.

«Non rattristarti per le loro azioni e non affliggere il tuo cuore a causa delle cospirazioni che hanno escogitato.» Sura al-Naḥl: 127

«O Profeta! Non lasciare che ti preoccupino coloro che si affrettano sulla via del kufr, siano essi quelli che dicono con la bocca: “Abbiamo creduto”, mentre in realtà i loro cuori non hanno creduto, oppure quelli che sono diventati ebrei.» Sura al-Māʾida: 41

Il desiderio di ottenere subito qualcosa e l’aspirazione a raccoglierne i frutti sono caratteristiche eterne dell’animo umano. Per affrontarle è necessaria una grande pazienza. Anzi, alcuni dicono che ṣabr sia proprio un altro nome per il non avere fretta. La pazienza del Nobile Profeta aveva diverse forme. Una di esse si manifestava quando, nonostante i suoi sforzi estremi e la sua assoluta sincerità, la gente non accettava la sua daʿwa: naturalmente desiderava che si realizzasse almeno una delle richieste o condizioni da loro poste, affinché ottenessero prove e segni concreti e accettassero la daʿwa. Un’altra forma consisteva nel desiderio che vedessero con i propri occhi una parte della distruzione loro promessa. Gli sorgeva anche il pensiero che la carovana della verità e del retto cammino raggiungesse rapidamente la meta desiderata.

In tutte queste situazioni egli adottava, sulla base della guida coranica, il principio della pazienza e del ṣabr. Lasciando direttamente ad Allah ogni questione — il soddisfacimento di richieste prive di fondamento, il verificarsi o meno del castigo di Allah e il raggiungimento della meta desiderata — egli si dedicava alle proprie attività. E Allah l’Altissimo gli aveva chiaramente fatto sapere che non esiste alcun’altra via verso il successo se non quella della lotta strenua e della prova.

«O Profeta! So che ciò che costoro vanno dicendo ti causa grande pena. Ma essi non stanno disobbedendo soltanto a te: questi ingiusti, in realtà, negano i messaggi e i segni di Allah. Anche prima di te molti Messaggeri sono stati smentiti; tuttavia essi sopportarono questa negazione e le persecuzioni e i tormenti inflitti loro. Infine il Mio aiuto giunse loro. Nessuno può cambiare le parole di Allah. Le notizie dei profeti precedenti sono già giunte fino a te. Se, nonostante ciò, ti è difficile sopportare la loro riluttanza e il loro rifiuto, allora, se ne hai la forza, cerca un passaggio sotterraneo nella terra o una scala verso il cielo e prova a presentare loro un segno. Se Allah avesse voluto, avrebbe riunito tutta questa gente sulla guida. Non essere dunque come gli ignoranti.» Sura al-Anʿām: 33-35

«Pertanto, o Profeta, abbi pazienza, come ebbero pazienza i Messaggeri dotati di ferma risolutezza. E non avere fretta riguardo a questa gente». Sura al-Ahqaf: 35

«Pertanto, o Profeta, segui la guida che ti è stata rivelata e abbi pazienza fino a quando giungerà il giudizio di Allah». Sura Yunus: 109

B. Confronto e jihad

Quanto a coloro che si sono accaniti ostinatamente nell’opposizione, hanno manifestato estrema ostilità con le parole e con le azioni, ed è persino divenuto evidente che non avrebbero più accettato la verità; coloro che sono scesi in campo con le spade sguainate, hanno cercato di sradicare la predicazione e il movimento del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e hanno tessuto una rete di complotti; e coloro che, pur dichiarando di aver creduto, hanno aiutato i miscredenti e cercato di pugnalare alle spalle il movimento: con tutti costoro il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) adottò severità e combatté il jihad contro di loro. Non farlo sarebbe stato estremamente dannoso per il grande obiettivo che gli era stato affidato. Tuttavia, in quest’azione non commise il minimo eccesso né oltrepassò i limiti. Sollevò la spada, è vero, ma salvaguardò tutti i limiti della giustizia e della moralità:

«O Profeta, non obbedire mai ai miscredenti e combatti contro di loro con questo Corano con un grande jihad». Sura al-Furqan: 52

«O Profeta, combatti il jihad contro i miscredenti e gli ipocriti e sii severo con loro». Sura at-Tawba: 73; Sura at-Tahrim: 9

«E combattete sulla via di Allah coloro che vi combattono, ma non trasgredite. In verità, Allah non ama i trasgressori». Sura al-Baqara: 190

«L’ostilità verso un certo gruppo non vi induca a tal punto all’eccitazione da farvi abbandonare la giustizia. Siate giusti: ciò è infatti profondamente conforme alla devozione a Dio». Sura al-Ma’ida: 8

Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) non adottò la suddetta linea di condotta nei confronti di quegli oppositori la cui opposizione non era giunta al punto dell’ostilità, della lotta e della cospirazione, né nei confronti di coloro riguardo ai quali non era stato dimostrato con certezza che non sarebbero tornati sulla via della guida.

c. Eccellente moralità:

Tuttavia, la cosa più importante riguardo al modo in cui trattava queste due categorie di persone è che non le insultava mai, non le derideva, non scherzava a loro spese, non le umiliava, non si comportava con loro in modo vile e non prendeva in giro nessuno. Non si lasciava dominare dall’invidia o dall’odio. Non usava mai neppure una parola scortese. Non insultava nemmeno i loro idoli e le loro false divinità. Eppure li criticava pienamente. Inoltre, il linguaggio usato dal Corano nella critica degli studiosi e degli ebrei è molto più mite rispetto al linguaggio di quella critica che i profeti israeliti, Hazrat Yasa‘a, Hazrat Yarmiyah e Hazrat Isa, pace su di lui, usarono nella Bibbia. Non si adirava mai in questo modo con chi gli poneva una domanda. Non lo rimproverava mai. Non trattava nessuno con bassezza. Non si infuriava con nessuno. Non gonfiava mai le guance e non aggrottava mai le sopracciglia. Anche sotto questo aspetto, il suo comportamento era un modello completo del Corano:

“O voi che credete! Che alcuni uomini non deridano altri uomini: può darsi che questi siano migliori di loro. E che alcune donne non deridano altre donne: può darsi che queste siano migliori di loro. Non calunniatevi a vicenda e non chiamatevi con epiteti ingiuriosi.” Sura al-Hujurat: 11

“Non voltare il viso alle persone e non camminare sulla terra con arroganza. In verità, Allah non ama nessun arrogante e vanaglorioso.” Sura Luqman: 18

“Non respingere il mendicante e proclama la grazia del tuo Signore.” Sura ad-Duha: 10-11

“O voi che credete! Non insultate coloro che essi invocano all’infuori di Allah.” Sura al-An‘am: 108

d. Rispondere al male con il bene:

In realtà, nel modo di trattare gli oppositori, nessuno occupò una posizione più elevata del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Egli era Rahmatul lil-‘Alamīn, la misericordia per i mondi. Era l’incarnazione della benevolenza e della dolcezza. Perdonava chi si comportava in modo oltraggioso nei suoi confronti. A coloro che lo trattavano nel modo peggiore, egli rispondeva con il comportamento migliore. Anche sotto questo aspetto, la sua nobile Sīra era un modello tratto dal Corano:

«(O Profeta!) Adotta la mitezza e la politica del perdono.» Sūra al-A‘rāf: 199

«La ricompensa del male è un male equivalente. Ma chi perdona e si riconcilia, avrà la sua ricompensa presso Allah.» Sūra ash-Shūrā: 40

«E il bene e il male non sono uguali. Respingi l’ingiustizia e il male con ciò che è migliore. Allora vedrai che colui con il quale eri in inimicizia diventerà un intimo amico.» Sūra Hā-Mīm as-Sajda: 34

L’episodio di Tā’if:

A questo proposito è opportuno ricordare un episodio della nobile Sīra: il suo viaggio a Tā’if. Quando a Mecca la maggior parte della gente rifiutò il suo invito e non rimase alcuna possibilità di fare di quella città il centro del movimento islamico, egli si recò a Tā’if. Sperava che gli abitanti di Tā’if gli avrebbero offerto quel centro. Sperava di trovare lì un territorio per lui e per il suo movimento. Da lì sarebbe sorta una umma. Vi sarebbe stato stabilito il dīn di Allah.

I tre capi di Tā’if lo accolsero tutti nel modo più ignobile. Uno disse: «Allah non ha trovato nessun altro, oltre a te, da nominare Suo Messaggero?» Il secondo disse: «Non si è forse squarciato il velo della Ka‘ba per aver nominato Messaggero una persona come te?» Il terzo disse: «Se non sei un vero profeta, io non sono degno di parlare con te; e se sei un impostore, tu non sei degno di parlare con noi.» Dopo averlo rimproverato e cacciato, tutti e tre i capi gli aizzarono contro dei ragazzi scatenati. Essi cominciarono a insultarlo e a lapidarlo. Il sangue gli colava dal corpo e si raccoglieva nei suoi sandali. Alla fine egli trovò rifugio in un giardino. In quel momento Jibrā’īl Amīn venne da lui. Con lui giunsero gli angeli delle montagne. Jibrā’īl disse: «Gli angeli delle montagne sono venuti con me; non appena me ne darai l’ordine, potrò schiacciare gli abitanti di Tā’if tra le due montagne.» Il Messaggero di Allah, l’invitante alla via di Allah, disse: «No, non ho perso la speranza che tra questa gente nasceranno persone che adoreranno Allah.»

Questo era, in verità, il suo nobile carattere morale. Per questo le persone furono attratte verso di lui come falene e si riunirono intorno a lui. Fu proprio questo suo carattere a conquistare il cuore degli oppositori. La sua clemenza e il suo perdono verso coloro che gli avevano fatto sanguinare il volto nella battaglia di Uhud, verso coloro che per lungo tempo gli avevano inflitto indicibili sofferenze alla Mecca e verso coloro che avevano calunniato la sua amatissima moglie, ebbero la vittoria su tutto.

Tra coloro che hanno risposto «labbayk» al suo appello, vi era un gruppo di persone che aveva ascoltato il suo appello, fino a quando il messaggio del Corano era giunto alle loro orecchie. Secondo le mie limitate conoscenze, il loro numero era molto esiguo. Vi era poi un altro gruppo: coloro che lo avevano visto con i propri occhi, avevano osservato il suo carattere, conosciuto la sua sīra e visto il suo volto benedetto. Dopo averlo visto, dissero: «Questo volto non può essere quello di un mentitore». Attratti dalla sua generosità e magnanimità, credettero. Il loro numero era maggiore. In sostanza, fu il magnetismo della grande personalità dell’uomo che li chiamava a riunire coloro che il movimento islamico aveva trovato come gruppo di persone dedite al sacrificio di sé.

5. Il comportamento del Messaggero (s) con i compagni del movimento:

Riunire le persone attorno a una certa ʿaqīda, a una fede e a uno scopo non è un compito facile. Ma ancora più difficile è mantenerle unite attorno a essi; vale a dire, legare saldamente l’una all’altra. Infilare ciascuna nell’unico filo, come perle di una collana, e trasformarle in un’unità. Creare armonia nei loro temperamenti. Mantenere vivi e duraturi l’entusiasmo e l’attrazione. Farle rimanere salde nello scopo attraverso le salite e le discese del movimento e condurle verso la meta desiderata.

La frattura e la disgregazione penetrano facilmente in ogni unità organizzata e la indeboliscono. In una situazione di unità, il compito di un leader capace e saggio è mantenere saldamente unite nel movimento le persone che hanno risposto «labbayk» alla chiamata.

Oltre al fascino insito nella chiamata del movimento e alle qualità morali del suo leader, anche la pressione dell’ambiente, i discorsi, la propaganda scritta e gli slogan riescono a riunire le persone e ad attirare folle. Ma trasformare questa folla in una forza organizzata e impiegare tale forza in modo che, dall’inizio alla fine, rimanga al fianco del leader come sua compagna, con amore e sincerità, è un compito estremamente difficile.

In realtà, per questo compito è necessario un leader dotato di qualità completamente diverse. E la sīra del Profeta nobile (s) è un modello esemplare di tale leadership.

Anche gli altri leader del mondo hanno riunito le persone e si sono serviti di loro per portare a termine i propri compiti. Lo hanno fatto i leader sia della verità sia della falsità. Ma, in genere, i loro collaboratori, giunti a una fase o all’altra del movimento, hanno manifestato una qualche insoddisfazione. Soltanto i compagni del Profeta, anche dopo molti anni, conservarono nei suoi confronti la stessa devozione e lo stesso affetto limpido che avevano mostrato il primo giorno.

Raʾūfur-Raḥīm:

Che cosa ha creato questa situazione straordinaria? Anche questa era una caratteristica unica del suo carattere. Qui discuteremo alcuni aspetti di questa sua straordinaria personalità. Tuttavia, credo che queste straordinarie qualità del suo carattere possano essere riassunte in due parole. Il Corano ha usato proprio queste due parole per descriverlo. In altre parole, verso i suoi compagni e verso la comunità dei credenti egli era «Ra’ufur Rahim»: un compagno misericordioso e pieno di compassione.

«Sappiate che vi è giunto un Messaggero, uno dei vostri. Gli è penoso e doloroso che voi subiate un danno. Desidera ardentemente il vostro bene in ogni aspetto. Verso i credenti è pieno di compassione e misericordia». Sura at-Tawba: 128

Queste due parole sono state usate anche come attributi: è come se Allah l’Altissimo avesse impiegato, per descrivere il comportamento e le caratteristiche morali del Suo Messaggero, proprio quei due termini che ha usato per Sé. È noto che il Corano Majid ha espresso con un’unica parola l’esistenza del Nobile Profeta, la sua missione profetica e la sua guida per tutta la creazione e l’umanità, la storia dei suoi ammonimenti e dei suoi lieti annunci, la sua fermezza nella giustizia e la sua grandezza morale. Questa parola è «Rahmatul lil-‘Alamin». Esaminate qualunque aspetto del rapporto e del comportamento del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) con i suoi compagni: vedrete delinearsi sempre la stessa immagine, un’immagine di amore, benevolenza e misericordia dalla testa ai piedi.

Osservate queste due parole con una prospettiva ancora più ampia. Tutte le qualità nobili e le caratteristiche morali sono racchiuse nel loro significato: l’amore e l’affetto verso i compagni, il riconoscimento del loro valore, il desiderio del loro bene, il servizio, la purificazione, l’educazione, il consultarsi con loro, la benevolenza e il perdono nei loro confronti; vi rientrano persino l’insegnamento delle buone maniere e l’inflizione di una punizione. Se Allah ha usato un altro termine come Nome della Sua Essenza, questo è Rahman. Rahman è un attributo che abbraccia quasi tutti i Suoi attributi. E se il Messaggero del Rahman non fosse Ra’ufur Rahim, che altro potrebbe essere?

Nel versetto del Corano Majid in cui vengono menzionati questi due termini fondamentali riferiti al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), se ne trova anche la spiegazione. In Ra’ufun (pieno di compassione) prevale un significato negativo: l’allontanamento del danno e del male. Significa consacrarsi a eliminare ogni cosa che possa essere causa di danno, sofferenza o male. Nella misericordia, invece, prevale il significato positivo, cioè il dono del bene: una compassione e una benevolenza tali da aprire le porte del beneficio, del progresso, del successo e del bene.

Dal Corano è evidente, e ciò risplende nell’intera sua vita benedetta, che fin dall’inizio la sua misericordia e la sua compassione erano così vaste che qualunque cosa potesse in qualche modo causare un danno ai suoi compagni gli procurava grande sofferenza. Per indicare l’intensità dello stato che si manifestava allora nel suo cuore e nel suo comportamento, nel Sacro Corano è stata usata la parola «‘Aziz», che significa dotato di un’influenza pervasiva. Ciò non comprende soltanto il fatto che nessuno abbia mai ricevuto alcuna sofferenza da una sua parola o da una sua azione: egli non insultava nessuno, non umiliava nessuno, non calunniava nessuno, non sparlava di nessuno, non ledeva l’onore di nessuno e non alzava mai le mani contro nessuno; comprende anche il fatto che, nelle esigenze della religione, nelle responsabilità del movimento e nelle norme della Sharia, non imponeva nulla di insopportabilmente gravoso. È bene precisare che ciò non include gli inviti a quei sacrifici e a quelle rinunce che aprono le porte del successo in questo mondo e nell’Aldilà.

D’altra parte, il suo stato era tale da poter essere spiegato soltanto con la parola «brama» o «desiderio sincero». Il significato di questa parola è il seguente: pronunciare ogni parola e compiere ogni azione esclusivamente per il bene, il beneficio e il progresso. E per quanto si parli e si agisca in questo modo, il cuore non si sente appagato: forse qualcosa è rimasto fuori. Il cuore desidera fare ancora di più e continuare a farlo in ogni momento. Questo pensiero e questa preoccupazione lo tenevano costantemente inquieto! Questa era la natura del suo desiderio. Questa era la sua condizione.

Il suo cuore e le sue opere erano modellati su queste due grandi qualità. Da esse si sono manifestate innumerevoli forme; non è possibile contare tutti i fiori, i germogli e i frutti che ne sono scaturiti. Tuttavia, dovremmo illuminare il cuore e il cammino della nostra vita con la luce che si irradia da alcune forme importanti. Ognuno dei suoi compagni era prezioso. Ed egli distoglieva lo sguardo da tutte le bellezze lussuose del mondo per rivolgerlo esclusivamente ai suoi compagni. In ogni momento era impegnato nella loro educazione e purificazione. Li trattava con benevolenza, dolcezza, affetto e amore. Si comportava con ciascuno secondo le sue capacità e le sue forze intellettuali e morali. Li coinvolgeva nelle consultazioni. Guardava ai loro errori con indulgente perdono. Egli era l’incarnazione della misericordia e del perdono.

A. Senso della dignità e rapporto profondo:

Chiunque sia diventato suo compagno sulla via della devozione ad Allah, abbia stretto la sua mano prestando bayʿa e, abbandonando tutti, lo abbia seguito, era per lui il bene più prezioso. Aveva un posto nel suo cuore. Con lui aveva un rapporto d’amore. Si era identificato con lui. In ciò non vi era né alcun interesse mondano né alcun desiderio del nafs: il suo cuore era purissimo e libero da tutto questo. I compagni erano per lui più puri di ogni cosa mondana. Non accadde mai che, distogliendo lo sguardo da loro o abbandonandoli, egli rivolgesse anche solo uno sguardo agli splendori mondani, a qualche interesse o profitto, oppure a una posizione elevata o alla fama:

E mantieni il tuo cuore saldo nella compagnia di coloro che invocano il loro Signore al mattino e alla sera, desiderando il Suo compiacimento. E non distogliere mai lo sguardo da loro. Preferisci forse gli splendori e il fasto mondani? Sura al-Kahf: 28

La ragione è evidente, chiara. Il loro rapporto era rivolto esclusivamente a Quell’Essere il cui compiacimento e la cui grazia essi cercavano, cosa tutt’altro che insignificante. Questo rapporto non era fondato su una necessità temporanea, così da instaurarlo quando si voleva e spezzarlo quando si voleva; innalzarlo sul capo quando si voleva e calpestarlo sotto i piedi quando si voleva. Questo rapporto profondo e questo senso della dignità erano, in sostanza, una grande fonte della sua affettuosa dolcezza.

In quanto rapporto rivolto ad Allah, esso era estremamente prezioso. Ma il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) sapeva anche che il più grande mezzo per ottenere l’aiuto di Allah era la comunità dei mu’min che erano suoi compagni. Quanto più saldi fossero stati i loro rapporti reciproci, tanto più certa sarebbe stata la realizzazione dell’obiettivo; e quanto più il loro leader avesse mantenuto con loro un rapporto d’amore, tanto più ciò si sarebbe manifestato concretamente nei loro rapporti reciproci. Egli sapeva inoltre che Allah avrebbe concesso il successo alla comunità dei mu’min proprio grazie alla loro compagnia e alla loro unità. E nessun essere umano possiede la capacità o l’autorità di ottenere quella ricompensa divina che si può raggiungere soltanto per la Sua misericordia:

È Lui che ti ha sostenuto con i mu’min mediante il Suo aiuto e ha unito i cuori dei mu’min gli uni agli altri. Anche se avessi speso tutte le ricchezze della terra, non avresti potuto unire i cuori di queste persone; ma Allah ha unito i loro cuori. In verità, Egli è onnipotente e sapientissimo. O Profeta, Allah è sufficiente per te e per i mu’min che ti seguono. Sura al-Anfal: 62-64

Come conseguenza di tale unione e di tale rapporto, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) riuscì, abbattendo e riducendo in frantumi tutti gli idoli del colore della pelle, della discendenza e dell’onore delle comunità tribali arabe, ad aggiungere un capitolo straordinario alla storia umana. Fondò la fratellanza e l’ummah sulle basi della ʿaqida e delle opere. Creò un rapporto di fratellanza tale che non è stato possibile cancellarlo neppure dopo quattordici secoli.

E come conseguenza di ciò si è verificato questo miracolo: per quanto innumerevoli fossero coloro che si unirono a lui, nessuno gli si oppose. Nessuno mosse contro di lui alcuna accusa o calunnia.

Egli raccoglie tutti all’ombra del proprio amore in modo tale da tenerli uniti. Poi li protegge, li conduce alla perfezione e li rende capaci di spiegare le ali e volare:

e abbassa le tue ali verso i credenti che ti seguono (cioè, trattali con affetto, tenerezza, dolcezza e benevola compassione).

Sura ash-Shu‘arā’: 215

b. Ta‘līm e tazkiya:

Una delle attività fondamentali del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) era l’insegnamento. Tuttavia, il modo in cui istruiva i compagni del proprio movimento era raro a paragone. Attraverso la recitazione dei versetti, li trasformava in Qur’an viventi. Mediante l’insegnamento del Libro e la hikma, li rendeva personificazioni della conoscenza, dell’intelligenza e dell’obbedienza. Attraverso la tazkiya purificava le loro anime da ogni forma di instabilità e le conduceva all’apice dell’umanità. La vita meccana ne è testimone, e anche la vita medinese. Dopo il lavoro di da‘wa, tutti i suoi pensieri e i suoi obiettivi si concentrarono proprio su questa attività.

Un gruppo dei suoi compagni seguiva le sue orme nel qiyām al-layl e nella recitazione cadenzata del Qur’an. Un gruppo partecipava con lui a questo compito:

E anche alcuni tra i tuoi compagni compiono questo. Sura al-Muzzammil: 20

Uno dei suoi centri era Dār al-Arqam. Qui egli soggiornava (in segreto). Distribuiva conoscenza e guida dal deposito (come la gente attinge l’acqua da un pozzo riempiendo i secchi). Faceva ascoltare il Qur’an. I compagni imparavano. Inoltre, probabilmente, vi esistevano anche altre forme di organizzazione. È vero che non troviamo una descrizione dettagliata di ciò nei libri di sīra. Tuttavia, il Qur’an vi allude chiaramente. Egli si alzava per la recitazione del Qur’an. Si muoveva tra i compagni, prestando loro attenzione e informandosi della loro situazione:

Egli ti vedeva anche quando stavi in piedi. E osservava i tuoi movimenti tra coloro che si prostrano. Sura ash-Shu‘ara’: 218-219

Il suo compito non consisteva soltanto nel far ascoltare o recitare il Corano. Al contrario, era suo compito anche spiegarlo e farlo penetrare interamente nei pensieri e nelle azioni della gente. A questo scopo insegnava il Corano poco per volta. Hazrat ‘Abdullah ibn ‘Umar (ra) disse: «Abbiamo imparato la sura al-Baqara dal Messaggero (s) nell’arco di dieci anni». Un altro Compagno disse: «Dopo aver appreso alcuni versetti dal Nobile Profeta (s) e averli memorizzati, imparavamo poi altri versetti». Il Corano stesso è stato rivelato poco per volta. Ed egli istruì e insegnò i suoi Compagni proprio in questo modo. Il suo metodo d’insegnamento è molto chiaro: «E abbiamo fatto scendere il Corano gradualmente, affinché tu lo recitassi alla gente a intervalli, e lo abbiamo fatto scendere in modo progressivo». Sura Bani Isra’il: 106

I miscredenti dicono: «Perché non è stato fatto scendere tutto il Corano su quest’uomo in una sola volta?». Sì, è stato fatto così perché lo imprimessimo saldamente nella tua mente e, proprio a questo scopo, abbiamo disposto questo Libro in parti distinte, secondo un ordine particolare. Sura al-Furqan: 32

Da una parte, insieme alla recitazione con tartil, vi era la recitazione del Corano, fonte della conoscenza, soprattutto la sua recitazione durante la veglia notturna. Dall’altra, la perseveranza nell’adorazione, specialmente nella preghiera, sulla quale di lì a poco si sarebbe innalzato l’edificio della religione e dello Stato. Attraverso queste due cose egli formò la mentalità dei suoi Compagni. Purificò i loro cuori. Elevò il loro carattere morale e purificò i loro cuori. Elevò il loro carattere morale e li rese abili nelle loro azioni. Continuò a compiere quest’opera fino all’ultimo respiro. Abbiamo già discusso del fatto che egli rese il ricordo di Allah elemento inseparabile da ogni aspetto dell’intero sistema di vita.

Quest’opera di educazione e purificazione intellettuale, spirituale e morale non sarebbe stata affatto sufficiente da sola, se il Nobile Profeta (s), parallelamente, non avesse impegnato i suoi Compagni nella da‘wa concreta e nelle attività del jihad sul campo, facendoli immergere in ogni sorta di prova del fuoco affinché diventassero oro puro. In realtà, non si auspicava una purificazione spirituale e morale di quel genere. Sfidando i falsi dèi, criticando duramente il sistema statale del falso, proclamando che la sovranità e la leadership appartengono esclusivamente ad Allah ed esigendo una completa obbedienza a lui, il Nobile Profeta (s) aprì la vera scuola della tazkiya e della purificazione. A ogni passo continuò a risvegliare nei cuori dei Compagni la profonda convinzione che la via del successo passa attraverso questo deserto tormentoso. La pretesa della fede deve necessariamente essere vagliata e separata.

La gente pensa forse che, dicendo soltanto: «Abbiamo creduto», sarà lasciata libera e non sarà messa alla prova? Eppure abbiamo certamente messo alla prova anche coloro che vissero prima di loro. Allah deve certamente manifestare chi è sincero e chi è bugiardo. Sura al-‘Ankabut: 2-3

Allah non lascerà certamente i credenti nello stato in cui vi trovate ora. Separarà certamente i puri dagli impuri. Sura Al ‘Imran: 179

Istruendo nel Corano, nella preghiera, nella da‘wa e nel jihad, nelle khanqah in continuo movimento e nelle scuole sempre in attività, il Nobile Messaggero (s) formò quel gruppo il cui rapporto con il proprio Signore era fondato su profondo amore e compassione. Il cui legame con la propria da‘wa e il proprio movimento era saldo e duraturo. E la cui sollecitudine per essi scaturiva dalle profondità del cuore.

Al contempo, prestava un’attenzione acuta alle parole:

Primo:

Suscitare nell’animo sincerità e lillāhiyyat. In altre parole, qualunque cosa si faccia, la si farà per il proprio Signore. Lo scopo della vita sarà ottenere il compiacimento di Allah. Ogni passo sarà compiuto li-wajhillāh, per il compiacimento di Allah.

Secondo:

Suscitare un intenso desiderio di sacrificare i propri beni. Infatti, per l’essere umano non vi è fitna più grande dell’attrazione esercitata dalla ricchezza. In questo contesto, il Profeta nobile (s) insegnò a vivere sulla terra mantenendo il cuore indipendente da essa. Invece di attribuire importanza al guadagno mondano e all’affermazione nel mondo, insegnò a rappresentare nel cuore questo mondo come un bene di breve durata e uno strumento di ostentazione.

Terzo:

Fissa il punto focale della vita sulla ricompensa dell’Akhira. La presenta come la realtà autentica. Nella rappresentazione della vita, il suo disegno continua a fluttuare davanti agli occhi delle persone. Esse comprendono che questo è il bene migliore da ottenere e che questo è il conseguimento eterno.

Per far comprendere queste tre cose, da una parte continuavano a essere rivelate, come una catena, diverse parti del Corano. Dall’altra, anche nelle assemblee del Profeta nobile (s), le persone rimanevano animate dall’ispirazione suscitata dalla discussione di queste tre cose.

C. Supervisione e iḥtisāb:

Un leader e maestro deve anche confrontarsi con le debolezze, le trasgressioni e le mancanze dei propri compagni e discepoli. Più avanti verrà trattato il modo in cui il Nobile Profeta (pace su di lui) si comportava con perdono e misericordia di fronte a gravissimi errori e crimini. Tuttavia, anche sotto questo aspetto, alcuni suoi princìpi sono di grandissimo valore e svolgono un ruolo decisivo nel riformare la vita organizzativa.

Egli non andava in cerca delle debolezze dei suoi compagni. A tale scopo non istituì neppure alcun sistema di spionaggio. Era immensamente soddisfatto quando le debolezze e i difetti delle persone non giungevano alla sua attenzione e le persone correggevano da sole se stesse. Aveva inoltre vietato che la gente presentasse a lui lamentele riguardo ai propri fratelli nella religione. Aveva stabilito che non gli fossero riferiti i difetti di nessuno. Non si lasciava mai sprofondare nel sospetto e nel dubbio riguardo ai suoi compagni. Finché una notizia su qualcuno non diventava manifesta, egli nutriva nei suoi confronti una buona opinione. Non li diffamava alle loro spalle in alcuna assemblea.

Era assolutamente fuori discussione rimproverare o umiliare qualcuno a causa dei suoi crimini e dei suoi errori. Il punto fondamentale era l’obbedienza ad Allah e al Suo Messaggero. Inoltre, non considerava una persona immersa nel peccato soltanto per questo. Finché una notizia su qualcuno non diventava manifesta, egli nutriva nei suoi confronti una buona opinione. Non li diffamava alle loro spalle in alcuna assemblea.

Era assolutamente fuori discussione rimproverare o umiliare qualcuno a causa dei suoi crimini e dei suoi errori. Il punto fondamentale era l’obbedienza ad Allah e al Suo Messaggero. Inoltre, nessuno veniva considerato spregevole soltanto perché era caduto nel peccato.

Tuttavia, se qualcosa giungeva alla sua attenzione, impartiva il consiglio necessario. Lo faceva con grande affetto; in tali circostanze, ignorare qualcosa avrebbe potuto persino causare una grave rovina. Un episodio ordinario relativo alla correzione offre un fulgido esempio del suo affetto e della sua saggezza. Una volta, un uomo entrò nella Moschea del Profeta e cominciò a urinare stando sul pavimento della moschea. I presenti vollero impedirglielo, ma egli disse: «Ora lasciatelo prima finire di urinare». Quando ebbe terminato, lo chiamò vicino e gli spiegò: «Questa è la casa di Allah; è vietato sporcarla». Poi ordinò ai nobili Compagni di versare dell’acqua e pulire l’urina.

Quando veniva a conoscenza dell’errore o della mancanza di qualcuno, non ne parlava in alcuna assemblea. Non raccontava l’accaduto facendo il nome della persona. Non la esponeva alla vergogna. Piuttosto, di solito diceva: «Che cosa è successo alle persone, che fanno cose simili…»

Il suo insegnamento non era privo di correzione e di punizione, oltre che di iḥtisāb. Una volta, un uomo costruì una cupola molto alta. Egli si astenne dal rispondere al suo saluto e arrivò persino a far demolire e distruggere quella cupola. Un’altra volta, un uomo stava pregando in fretta, senza prestare attenzione agli arkān e agli aḥkām. Corresse anche lui attraverso il rimprovero. Laddove era necessario applicare una pena, la applicava. Dopo il ritorno dalla battaglia di Tabūk, impose un boicottaggio sociale a tre Compagni. Stabilì il sistema del kaffāra. Attraverso l’esazione della zakāt e dei beni compiva inoltre un’opera di purificazione e di rettificazione.

Tuttavia, il suo controllo e ammonimento non erano quelli di un funzionario di polizia o di un governante autocratico. Egli sorvegliava e osservava i suoi compagni come un padre affettuoso e un insegnante. Il suo principale impegno e insegnamento consistevano sempre nel fare in modo che le persone esaminassero da sole la propria coscienza, mantenessero vivo il senso di dover rispondere davanti ad Allah e chiedessero continuamente perdono. Quando le persone venivano da lui per confessare i propri errori, egli le indirizzava ancora in questa direzione e pregava personalmente Allah di perdonarle:

Se, quando si fossero fatti torto, fossero venuti da te e avessero chiesto perdono ad Allah, e il Messaggero avesse chiesto perdono per loro, avrebbero certamente trovato Allah indulgente e misericordioso. Sura an-Nisāʾ: 64

In questo modo correggeva i loro errori e apriva loro la via per ottenere il perdono dei peccati nell’Aldilà. Infatti, la vera ricompensa è quella dell’Aldilà, e la vera punizione è quella dell’Aldilà.

d. Comportarsi secondo le capacità e le possibilità

Nel campo della guida e dell’insegnamento, un aspetto della misericordia e dell’affetto del Nobile Profeta era che trattava ogni persona secondo le sue capacità e possibilità. Prestava grandissima attenzione al fatto che le persone che avevano scelto di accompagnarlo non fossero tutte uguali né dello stesso tipo. Anche per quanto riguardava la fede e l’obbedienza, tra loro vi erano differenze. Ognuno poteva avere successo in attività diverse. Ognuno poteva avere successo in attività diverse. Non si potevano esigere le stesse cose da tutti. Non amava imporre a nessuno un peso superiore alle proprie forze e capacità. Non rimproverava i suoi compagni per le loro debolezze umane; al contrario, ne riconosceva la realtà.

Un uomo venne da lui e chiese quali fossero gli obblighi dell’Islam. Egli rispose: la shahāda, cioè la testimonianza dell’unicità di Allah e della missione profetica, e compiere il pellegrinaggio una volta. L’uomo domandò: «C’è qualcos’altro oltre a questo?». Egli rispose: «No, nient’altro». L’uomo se ne andò dicendo: «Non farò né meno né più di questo». Il Nobile Profeta disse ai suoi compagni: «Se volete vedere un uomo del Paradiso, guardate quest’uomo».

Tuttavia, non agiva in questo modo con tutti. Da alcuni otteneva il giuramento di emigrare con lui, abbandonando case e terre. Ad altri chiedeva di promettere di mettere a rischio la vita e i beni. Da alcuni otteneva l’impegno a non chiedere l’elemosina. Ad altri chiedeva di dominare la collera e l’ira. Di alcuni diceva che, se non avessero compiuto l’Egira, non sarebbero stati annoverati tra i credenti. Di altri diceva che, sebbene pregassero, digiunassero e si dichiarassero musulmani, a causa di alcuni peccati non appartenevano al nostro gruppo. In un altro caso, ritenne sufficiente affermare che chiunque avesse adottato la nostra qibla come qibla e avesse mangiato la carne degli animali macellati da noi apparteneva al nostro gruppo.

Fu proprio grazie a questo metodo di agire che persone di diversa natura divennero suoi compagni. Pur seguendolo con differenze nella fede, nelle opere, nelle capacità e nelle possibilità, tutti erano soddisfatti e rassicurati, sapendo che ciò che offrivano veniva accettato.

e. Mitezza e facilità

Un aspetto notevole della sua mitezza era che possedeva un cuore colmo di benevolenza verso i suoi compagni. La condizione del suo cuore puro era tale che in esso non vi era la minima traccia di durezza o di ricorso alla forza verso i compagni della retta via. D’altra parte, il suo comportamento, i suoi rapporti e le sue relazioni, le sue parole e il suo modo di agire erano privi di qualsiasi durezza, maleducazione o cattivo umore. Di conseguenza, chiunque si recasse da lui si univa al suo gruppo, non si allontanava dalle sue orme e, al suo cenno, non esitava minimamente a sacrificare la vita e i beni. Il Corano ne ha tracciato così il quadro:

(O Profeta!) È per grande misericordia da parte di Allah che tu sei stato dolce nei loro confronti. Se invece fossi stato rude e dal cuore duro, si sarebbero allontanati tutti da te. Sura Āl ʿImrān: 159

Gli episodi della mitezza, della semplicità e della pazienza del Nobile Messaggero (s) sono innumerevoli. Se ne trovano esempi nella sua vita quotidiana, nella sua vita organizzativa, nei momenti gravi e difficili, con gli amici e persino con i nemici.

Hazrat Anas ibn Malik (ra) rimase al suo fianco per molti anni e lo servì. Egli racconta: il Messaggero di Allah non mi ha mai rimproverato né biasimato. Non mi disse mai nemmeno: «Perché hai fatto una cosa del genere?» oppure: «Perché non hai fatto una cosa del genere?». Qualsiasi semplice musulmano, persino un’anziana, poteva fermarlo mentre camminava. Egli si fermava e ascoltava con piena attenzione tutto ciò che aveva da dire, risolvendo il suo problema. Un creditore veniva, lo afferrava per il mantello intorno al collo e lo tirava. Egli sorrideva e passava sopra alla sua insolenza. Quando i compagni cercavano di impedirglielo, diceva: «Lasciatelo parlare, lasciatelo fare, perché ne ha il diritto».

La gente veniva alle sue assemblee e, attraverso giochi di parole nei saluti, nei discorsi e nel modo di rivolgersi a lui, lo insultava e lo denigrava. Egli però non si limitava a non rispondere: ignorava completamente tali comportamenti. E anche quando rispondeva, lo faceva in questo modo: soltanto le persone malintenzionate feriscono gli altri con le proprie azioni. I capi e gli eruditi ebrei si comportavano così con lui. Trasformavano «as-salāmu ʿalayka» in «as-sāmu ʿalayka» («che la morte sia su di te»). In risposta, il Nobile Profeta (s) diceva: «E su di voi». Hazrat Aisha (ra) non riuscì a restare in silenzio davanti a quelle parole e disse loro: «Che la morte venga su di loro! Che la maledizione di Allah ricada proprio su di voi!». Il Santo Profeta (s) disse: «O Aisha! Allah non ama le parole volgari e le espressioni cattive». Hazrat Aisha (ra) disse: «O Messaggero di Allah, non hai sentito ciò che hanno detto queste persone?». Egli rispose: «E tu non hai sentito ciò che ho risposto loro? Ho detto: “E anche su di voi”». 1

La sua pazienza e la sua tolleranza erano straordinarie. Durante gli incontri e le conversazioni nelle sue assemblee, le persone si concedevano ogni libertà nei suoi confronti. Gli ignoranti oltrepassavano persino i limiti della buona educazione e delle buone maniere. Questo gli procurava una profonda sofferenza, ma sopportava tutto e rimaneva paziente. Dalla sua lingua pura non usciva mai una parola dura o scortese. In tutte queste circostanze giungeva la rivelazione da parte di Allah, per insegnare alla gente la buona educazione, le buone maniere e la cortesia. Invitava la gente a un banchetto.

Alcuni, dopo aver finito di mangiare, rimanevano seduti a chiacchierare. Non si curavano affatto del disagio che ciò procurava al Santo Profeta. Egli sopportava in silenzio anche questa situazione. A proposito del banchetto nuziale in occasione del matrimonio di Hazrat Zaynab (ra), Sahih Muslim riporta da Hazrat Anas (ra) che, durante la notte, la gente fu invitata al banchetto. La gente comune finì di mangiare e se ne andò. Tuttavia, due o tre persone rimasero sedute a conversare. Risentito, il Messaggero (s) tornò dopo aver fatto il giro degli appartamenti delle altre mogli. Anche al suo ritorno li vide ancora seduti. Allora se ne andò e si recò nella stanza di Hazrat Aisha, dove si sedette. Dopo che fu trascorsa una parte considerevole della notte, quando seppe che se n’erano andati, si recò nella stanza di Hazrat Zaynab. (Tafhim al-Qur’an, vol. 4, p. 120; citato sulla base di Muslim, Nasa’i e Ibn Jarir.) In seguito a questo episodio giunse dal cielo una guida.

Ma quando avete finito di mangiare, andatevene. Non trattenetevi a conversare. Il vostro comportamento di questo genere reca molestia al Profeta, ma egli, per pudore, non dice nulla. Allah, invece, non si vergogna di dire la verità. Sura al-Ahzab: 53

Allo stesso modo, alcune persone venivano a fargli visita in momenti inopportuni e, giunte presso la stanza del Profeta, lo chiamavano ripetutamente. Ciò gli procurava grande sofferenza. Tuttavia, grazie alla nobiltà del suo carattere, sopportava anche questo comportamento.

Scrive Maulana Maududi:

Coloro che, vivendo in compagnia del Nobile Profeta (s), avevano ricevuto una formazione nelle norme e nell’etichetta islamiche, prestavano sempre attenzione al suo tempo. Comprendevano quanto fosse impegnato nella causa della religione di Allah e che, tra queste gravose attività, che lo lasciavano stanco e sfinito, fosse necessario riservare una parte del tempo al suo riposo, una parte alle altre importanti responsabilità e una parte allo svolgimento delle attività della sua vita familiare. Tuttavia, spesso si presentavano da lui persone maleducate, prive di decoro e antisociali, che ritenevano che coloro i quali si occupano di invitare verso Allah e di riformare la società non avessero neppure bisogno di dedicare un po’ di tempo al riposo. Secondo loro, dunque, tali persone dovevano essere sempre pronte a riceverli ogni volta che desiderassero presentarsi, di giorno o di notte. Tra coloro che nutrivano questo atteggiamento, soprattutto fra quelli provenienti dalle varie regioni dell’Arabia, ve n’erano alcuni talmente maleducati e privi di buone maniere che, venendo a far visita al Nobile Profeta, non erano disposti nemmeno a compiere la piccola fatica di farlo annunciare all’interno da un servitore. Al contrario, giravano intorno alle stanze delle mogli del Profeta e continuavano a chiamare il Nobile Profeta (s) dall’esterno.

O Profeta! La maggior parte di coloro che ti chiamano da fuori delle stanze è priva d’intelligenza. Se avessero pazientato fino alla tua uscita, sarebbe stato meglio per loro. Allah è perdonatore e misericordioso. Sura al-Hujurat: 4-5

Secondo la narrazione di Abd al-Rahman ibn Zayd al-Aslami, c’erano persone che rimanevano a lungo sedute nell’assemblea del Nobile Profeta (s). Cercavano di restare fino all’ultimo momento. Ciò spesso gli procurava sofferenza e ostacolava il suo riposo e le sue attività.1 Tuttavia, la personalità, la pazienza e le qualità caratteriali del Nobile Profeta (s) sopportavano silenziosamente ogni cosa. Da un lato, il Nobile Profeta (s) era sempre disponibile ad aiutare ogni musulmano e a soddisfare ogni sua necessità. A questo proposito diceva persino: «Per me è più caro dedicare un’ora a soddisfare l’aiuto e il bisogno di un musulmano che compiere due mesi di ritiro spirituale nella mia moschea». Dall’altro lato, ascoltava con estrema attenzione ciò che ciascuno aveva da dire. Se qualcuno desiderava parlargli in privato, esaudiva anche questo desiderio. Non mostrava il minimo fastidio. Di norma, prestava fede alle parole dei musulmani. A causa di questa sua indole mite e accomodante, gli ipocriti lo biasimavano. Dicevano: «Quest’uomo ascolta tutto e crede a chiunque. Chiunque lo desideri si presenta da lui, gli riempie le orecchie con qualunque cosa voglia dire, ed egli gli crede».

Tra loro vi sono alcuni che offendono il Profeta con le loro parole. Dicono: «Quest’uomo ascolta tutto ciò che gli si dice». Di’: «Egli fa così per il vostro bene. Crede in Allah e presta fede ai credenti. È una completa manifestazione di misericordia per coloro tra voi che credono». Sura al-Tawba: 61

Anche il fatto che alcuni desiderassero parlargli in privato per vantarsi, altri per motivi insignificanti e altri ancora per ragioni realmente importanti era una conseguenza della sua immensa misericordia e benevolenza. Zayd ibn Aslami dice: ogni persona che chiedeva di parlare in segreto e in privato con il Nobile Profeta (s) riceveva da lui l’opportunità di farlo. Non privava nessuno di tale possibilità. Così, chiunque lo desiderasse veniva a dirgli: «Vorrei parlarti un momento in privato», ed egli provvedeva immediatamente. Anzi, molte persone lo affliggevano chiedendo un colloquio privato anche per questioni per le quali non ve n’era affatto bisogno.1 In considerazione di questa situazione, Allah Onnipotente giunse a ordinare che chiunque desiderasse parlare in privato con il Profeta dovesse prima offrirgli un dono. Tuttavia, quell’ordine fu abrogato subito dopo. Ma ciò mette in luce la somma mitezza del Nobile Profeta (s) e completa anche l’insegnamento.

Dalla vita quotidiana ordinaria e dalla vita sociale personale, la sua dolcezza e la sua semplicità si estendevano fino alle varie situazioni e attività critiche del movimento, abbracciando ogni cosa. Che si trattasse delle debolezze e degli errori dei compagni sinceri, oppure delle attività degli ipocriti. Il versetto della sura Āl ʿImrān in cui la sua dolcezza viene definita una misericordia fu rivelato alla vigilia della battaglia di Uḥud. La situazione era allora tale che il gruppo degli ipocriti non aveva lasciato nulla di intentato per danneggiare lui e la sua comunità. D’altra parte, anche un gruppo di credenti, spinto dall’avidità per i beni terreni, finì per disobbedire al suo ordine. La vittoria conquistata sfuggì loro di mano. In quel momento, se avesse trattato duramente gli ipocriti, li avesse puniti e fosse stato severo con i credenti colpevoli, dal punto di vista politico ciò sarebbe stato senza dubbio del tutto corretto e appropriato. Tuttavia, non attribuì alcuna importanza al crimine di un gruppo, anzi lo ignorò. Alla fine, grazie a ciò, un gran numero di quelle persone divenne sincero. Perdonò l’altro gruppo, e anche Allah li perdonò. Alla fine essi si dimostrarono soldati dell’Islam pronti a sacrificare la vita. Se avesse adottato una politica di punizione e severità, si sarebbero allontanati dal gruppo. In realtà, anche il loro essersi incamminati sulla via della disobbedienza ad Allah sarebbe apparso come una trascurabile mancanza di una guida, e il loro smarrimento sarebbe stato dannoso anche per il suo gruppo e la sua organizzazione:

Quando qualcuno diceva: «Vorrei parlare un po’ in privato», egli provvedeva sempre a organizzare ciò. Molte persone arrivavano persino a tormentarlo chiedendo un colloquio privato per questioni per le quali non ve n’era affatto bisogno.¹ In tale situazione, a un certo punto Allah l’Altissimo impartì l’ordine che, qualora qualcuno avesse voluto parlare in privato con il Profeta, ciò fosse abrogato. Tuttavia, questo mette in evidenza l’estrema dolcezza del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e completa anche l’insegnamento.

Dalla vita quotidiana ordinaria e dalla vita personale e sociale, la sua dolcezza e la sua semplicità si estendevano fino alle varie situazioni e attività critiche del movimento, abbracciando ogni cosa. Che si trattasse delle debolezze e degli errori dei compagni sinceri, oppure delle attività degli ipocriti. Il versetto della sura Āl ʿImrān in cui la sua dolcezza viene definita una misericordia fu rivelato alla vigilia della battaglia di Uḥud. La situazione era allora tale che il gruppo degli ipocriti non aveva lasciato nulla di intentato per danneggiare lui e la sua comunità. D’altra parte, anche un gruppo di credenti, spinto dall’avidità per i beni terreni, finì per disobbedire al suo ordine. La vittoria conquistata sfuggì loro di mano. In quel momento, se avesse trattato duramente gli ipocriti, li avesse puniti e fosse stato severo con i credenti colpevoli, dal punto di vista politico ciò sarebbe stato senza dubbio del tutto corretto e appropriato. Tuttavia, non attribuì alcuna importanza al crimine di un gruppo, anzi lo ignorò. Alla fine, grazie a ciò, un gran numero di quelle persone divenne sincero. Perdonò l’altro gruppo. Alla fine essi si dimostrarono soldati dell’Islam pronti a sacrificare la vita. Se avesse adottato una politica di punizione e severità, si sarebbero allontanati dal gruppo. In realtà, anche il loro essersi incamminati sulla via della disobbedienza ad Allah sarebbe apparso come una trascurabile mancanza di una guida, e il loro smarrimento sarebbe stato dannoso anche per il suo gruppo e la sua organizzazione:

Ma quando vi siete mostrati deboli, avete disputato tra voi riguardo ai vostri compiti e, quando Allah vi ha mostrato ciò che amavate — cioè il bottino — avete disobbedito all’ordine del vostro comandante. Infatti, tra voi c’erano alcuni che cercavano i beni terreni. Allora Allah vi fece arretrare davanti ai miscredenti, per mettervi alla prova. E la verità è che, nonostante tutto ciò, Allah vi perdonò, poiché Allah è benevolo verso i credenti. Sura Āl ʿImrān: 152

Quanto a coloro tra voi che voltarono le spalle il giorno dello scontro, fu perché Satana li fece scivolare approfittando di una loro debolezza. Allah li ha perdonati. In verità, Allah è indulgente e paziente. Sura Āl ʿImrān: 155

Considerata la situazione delicata e critica che il movimento islamico aveva dovuto affrontare, fu stabilito che nessuno potesse ritirarsi di propria iniziativa dalle attività del gruppo, soprattutto dal jihad, finché non avesse ottenuto il permesso dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). A lui fu conferita l’autorità di concedere o negare tale permesso:

I credenti sono soltanto coloro che credono sinceramente in Allah e nel Suo Messaggero. Quando si riuniscono con il Messaggero per un’attività collettiva, non se ne vanno senza il suo permesso. O Profeta, coloro che ti chiedono il permesso sono proprio quelli che credono in Allah e nel Messaggero. Quando dunque chiedono il permesso per una loro necessità, concedilo a chi vuoi tra loro. E chiedi ad Allah il perdono per questo genere di persone. Sura An-Nūr: 62

Tuttavia, la sua politica consisteva nell’accettare ogni genere di giustificazione presentata dalle persone. Le giustificazioni autentiche erano naturalmente evidenti. Egli accettava le giustificazioni che gli ipocriti presentavano prima o dopo il jihad. Concedeva loro il permesso di assentarsi, oppure perdonava o ignorava le loro attività. Il Nobile Corano ha richiamato la sua attenzione con parole colme di amore e affetto, e al tempo stesso ha delineato un’immagine di misericordia e dolcezza.

(O Profeta!) Che Allah ti perdoni. Perché hai concesso a queste persone il permesso di rimanere indietro? Sura al-Tawba: 43

Maulana Amin Ahsan Islahi ha scritto: ignorare le colpe e le mancanze delle persone è una necessità propria di una personalità nobile. Proprio come il Profeta (pace e benedizioni su di lui) era il simbolo di ogni genere di virtù ed eccellenza, così possedeva pienamente la qualità di ignorare le colpe e le mancanze delle persone. Gli ipocriti cercavano di trarre illecito vantaggio da questa nobiltà della sua personalità. Per sottrarsi ai doveri religiosi, soprattutto all’obbligo del jihad, si recavano da lui presentando varie false scuse e chiedendo il permesso di restare a casa. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) era pienamente consapevole della natura inventata di quelle scuse. Tuttavia, per la sua immensa benevolenza e misericordia, li perdonava e concedeva loro il permesso.

Quanto è consolatorio il linguaggio dell’ammonimento! Le parole iniziano con la proclamazione del perdono; in altre parole, viene chiarito che lo scopo non è rimproverare, bensì richiamare l’attenzione.¹

Anche quando l’ostilità di alcuni ipocriti era ormai chiaramente manifesta, egli si comportava con loro con pazienza, tolleranza, perdono e saggezza. In particolare, nel nobile e mite trattamento che riservò al capo degli ipocriti, Abdullah ibn Ubayy, sono racchiusi molti preziosi insegnamenti riguardo alla leadership.

La vicenda è molto lunga, ma qui non vi è l’opportunità di discuterla nei dettagli. Dopo ogni sorta di ostilità, disonestà, complotti e tradimenti, alla vigilia della spedizione contro i Banu al-Mustaliq, nel sesto anno dell’Egira, egli fomentò una fitna che avrebbe potuto fare a pezzi l’organizzazione dei musulmani. Da una parte, complottò insieme agli ansar e ai muhajirun, dicendo che, una volta giunti a Medina, avrebbe preso provvedimenti contro il Profeta. Disse: «Voi avete nutrito, vestito e ingrassato i vostri cani, e ora volete che siano loro a farvi a pezzi. Questa similitudine si applica perfettamente a noi e a questi mendicanti qurayshiti, i compagni di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Rompete dunque i rapporti con loro. Ritirate il vostro sostegno. Allora resteranno senza radici. Per Allah! Una volta giunti a Medina, la parte onorata espellerà quella disprezzata e umiliata».

Il giovane compagno ansarita Zayd ibn Arqam fece in modo che il resoconto dell’accaduto giungesse al Profeta (pace e benedizioni su di lui). Abdullah ibn Ubayy era coinvolto in un complotto evidente. Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) consigliò di decapitarlo. Ma il Profeta disse: «No, non farlo. La gente dirà che Muhammad ha ucciso i propri compagni». La conseguenza di questa sua strategia fu che tutti gli ansar esplosero d’ira contro Abdullah ibn Ubayy. Alla fine, quando la carovana stava entrando a Medina, si vide che il figlio di Abdullah ibn Ubayy, Abdullah ibn Abdullah ibn Ubayy, si era posto davanti al padre con la spada sguainata e gli diceva: «Tu avevi detto che, una volta giunti a Medina, gli onorati avrebbero espulso i disprezzati. Ma ora saprai chi è l’onorato: tu oppure Allah e il Suo Messaggero. Per Allah! Non potrai entrare a Medina finché il Messaggero di Allah non lo avrà permesso». Poi, ottenuto il permesso del Messaggero, Abdullah (che Allah sia soddisfatto di lui) gli lasciò libero il passaggio e rinfoderò la spada. Così Abdullah ibn Ubayy riuscì a entrare a Medina.

In quel momento Allah l’Altissimo fece scendere il decreto secondo cui per simili ipocriti non vi era perdono. Tuttavia il Profeta (pace e benedizioni su di lui), per la sua immensa misericordia, chiese perdono per loro.¹ Poi, alla vigilia della battaglia di Tabuk, Allah l’Altissimo dichiarò con tono ancora più severo: «O Profeta! Anche se chiedessi perdono per loro settanta volte, simili nemici di Dio non saranno perdonati»:

O Profeta! Chiedi perdono per loro oppure non chiederlo; anche se chiedessi perdono per loro settanta volte, Allah non li perdonerà in alcun modo. Sura al-Tawba: 80

Il Maulana Amin Ahsan Islahi ha scritto:

Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) era l’incarnazione della misericordia, della benevolenza e della compassione; per questo, nonostante tutte le cospirazioni, le discordie e i disordini fomentati dai nemici, la riforma e la salvezza degli ipocriti gli stavano tanto a cuore. Così come chiedeva continuamente perdono per tutta la Umma, allo stesso modo pregava per la loro salvezza. 2

Persino quando morì un ipocrita come Abdullah ibn Ubayy, la sua misericordia e compassione nei suoi confronti non ebbero limiti. Suo figlio, Hazrat Abdullah ibn Abdullah, era un musulmano sincero. Si presentò al servizio del Nobile Profeta e gli chiese la sua veste per usarla come sudario del padre. Egli gliela concesse con somma generosità. In seguito, Hazrat Abdullah lo pregò di guidare la preghiera funebre per suo padre. Egli si preparò ad andare per guidarla. Hazrat Umar ripeteva: «O Messaggero di Allah! Pregherai forse per un uomo che faceva tali cose?». Ma, ascoltate queste parole, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) sorrideva; e, spinto da quella sua immensa misericordia e compassione, offerte tanto agli amici quanto ai nemici, non esitò a pregare per questo acerrimo nemico. 1

Infine, quando si mise in piedi per la preghiera funebre, fu rivelato questo versetto: 2

E in futuro non pregare mai per nessuno di loro quando morirà, né sostare presso la sua tomba. In verità, essi hanno rinnegato Allah e il Suo Messaggero e sono morti da empi. Sura At-Tawba: 84

VI. Perdono e clemenza:

Il suo atteggiamento di misericordia e perdono si estendeva a tutti, senza distinzione tra amici e nemici. Anche in questo si manifestava la sua benevolenza. Si è parlato di ciò subito dopo aver menzionato la sua mitezza. Un aspetto sorprendente della natura umana è che spesso è facile perdonare un nemico; invece, perdonare i propri familiari e le persone care diventa molto difficile. Anche questa qualità del Nobile Profeta era uguale nei confronti di tutti. Ho già parlato del suo perdono verso i nemici. Quando le persone a lui vicine commettevano errori morali o giuridici, il suo atteggiamento non era diverso da questo.

L’episodio di Hazrat Hatib ibn Abi Balta’a è molto famoso. Quando gli abitanti della Quraysh violarono il trattato di Hudaybiyya, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) iniziò a prepararsi per attaccare Mecca. Tuttavia, ad eccezione di alcuni Compagni eminenti, non informò nessun altro del luogo in cui intendeva condurre la spedizione. Per caso, in quel periodo, una schiava dei Banu Abd al-Muttalib giunse a Medina per chiedere assistenza finanziaria. Mentre si apprestava a tornare a Mecca, Hazrat Hatib (che Allah sia soddisfatto di lui) la incontrò e le consegnò segretamente una lettera indirizzata ad alcuni capi miscredenti. Le diede dieci dinari (monete d’oro), affinché non divulgasse questa informazione segreta e consegnasse la lettera in silenzio alle persone interessate. La donna mandò Medina ibn Aswad (che Allah sia soddisfatto di lui) a seguirla…..

(Essi recuperano la lettera e la portano al cospetto del nobile Profeta (s). La lettera viene aperta e letta. Si scopre che in essa era stato comunicato ai Quraysh che il nobile Profeta (s) si stava preparando ad attaccarli. Il nobile Messaggero (s) chiede a Hazrat Hatib: «O Hatib! Che razza di cosa è questa?». Egli risponde: «Non affrettarti a emettere una decisione definitiva sul mio conto. Non ho fatto ciò perché sia diventato un kāfir e un apostata, né perché abbia cominciato a preferire la miscredenza all’Islam. La realtà è che mia moglie, i miei figli e i miei familiari si trovano alla Mecca. Io non appartengo alla tribù dei Quraysh; vivevo là soltanto sotto la protezione di alcuni membri dei Quraysh. Anche le famiglie degli altri muhājirūn si trovano là, ma si può sperare che i membri delle loro tribù le proteggano. Io, invece, non ho alcuna tribù là. Di conseguenza, non c’è nessuno che possa proteggere i miei familiari. Per questo avevo inviato là la lettera. Pensavo che in tal modo avrei mostrato un favore ai Quraysh e che, per questo motivo, essi non avrebbero messo in difficoltà la mia gente…».

Dopo aver ascoltato le parole di Hazrat Hatib, il nobile Messaggero (s) disse: «Hatib vi ha detto la verità; cioè, questa è la vera natura e la vera ragione di ciò che ha fatto: non lo ha fatto con l’intenzione di abbandonare l’Islam e di aiutare e sostenere la miscredenza». Hazrat Umar al-Fārūq si alzò e disse: «Datemi il permesso: spaccherò in due la testa di questo munāfiq. Egli ha tradito Allah, il Suo Messaggero e i musulmani». Il nobile Profeta (s) disse: «Ho detto rivolgendomi a coloro che parteciparono alla battaglia di Badr: …». Udendo ciò, Umar (r.a.) scoppiò a piangere e disse: «Allah e il Messaggero sanno meglio di chiunque altro». 1

La questione fondamentale era questa: chi appartiene alla propria gente e quale è il suo passato in fatto di attività e di condotta? Chi, nella sua natura fondamentale, appartiene alla propria gente, è obbediente e sincero, vive essenzialmente una vita di obbedienza. Anche se commette un grave errore, che sotto qualunque legge rientrerebbe nella definizione di tradimento, egli rimane comunque meritevole di misericordia e clemenza. Che gli venga concesso il perdono o meno dipenderà dalla situazione dell’organizzazione. Tuttavia, perdonare invece di punire e lasciare libero invece di arrestare è certamente preferibile; egli era molto mite e misericordioso nell’imporre la punizione, e sommamente generoso nel concedere il perdono.

g. La consultazione:

Subito dopo aver parlato di mitezza e perdono, il Corano rivela un altro aspetto delle sue caratteristiche morali. Egli coinvolgeva i suoi compagni nel processo decisionale su tutte le questioni importanti del movimento e si consultava con loro. La sua vita costituiva una testimonianza concreta del principio «wa shāwirhum fī al-amr». Non era che avesse bisogno di ricevere consigli. Da un lato, riceveva la guida attraverso la Rivelazione; dall’altro, il suo nobile petto era colmo della luce della conoscenza e della saggezza, nonché della capacità adeguata di acquisire conoscenza e prendere decisioni. Ma la realtà è che nessun gruppo può acquisire forza finché i suoi membri non partecipano alle decisioni. A testimonianza di ciò si possono citare innumerevoli episodi della sua vita. Qui ne menzioniamo soltanto alcuni di particolare importanza.

Dopo il suo arrivo a Medina, la battaglia di Badr fu il primo evento critico che dovette affrontare. Erano deboli per forza, pochi di numero e quasi privi di cavalcature. I muhājirūn erano giunti qui abbandonando le proprie case. Gli Anṣār avevano stretto il patto di combattere fino alla morte se il nemico avesse attaccato. Da una parte c’era la carovana commerciale dei Quraysh; dall’altra, le forze armate dei Quraysh, ben equipaggiate. A quel punto, la strategia a lungo termine della predicazione e del movimento richiedeva di combattere le forze armate dei Quraysh e di spezzarne la potenza. Questa era anche la volontà di Allah stesso. Se avesse comunicato tale ordine sulla base di una propria decisione, i nobili Compagni non avrebbero mostrato la minima mancanza nell’obbedirgli. Egli, invece, convocò e riunì i muhājirūn e gli Anṣār e presentò loro il problema. Tra i muhājirūn, Hazrat Miqdad ibn Amr disse: «O Messaggero di Allah! Procedi nella direzione che il tuo Signore ti ha indicato; noi siamo con te. Non diremo, come i Banū Isrā’īl: “Va’, tu e il tuo Signore, a combattere; noi resteremo qui seduti”. Al contrario, diciamo: “Andiamo: tu e il tuo Signore combattete, e anche noi siamo con voi”. Finché uno solo di noi resterà in vita, parteciperemo alla guerra al tuo fianco». Il nobile Profeta (s) non pronunciò ancora la decisione. Attese di ascoltare il parere degli Anṣār.

Allora Hazrat Saʿd ibn Muʿādh (r.a.), tra gli Anṣār, disse: «O Messaggero di Allah! Fa’ ciò che hai deciso. Giuro per Colui che ti ha inviato con la verità: se tu giungessi con noi fino alla riva del mare che ci sta davanti e vi entrassi, noi saremmo certamente con te. Nessuno di noi rimarrebbe indietro». Allora il volto del Messaggero (s) si illuminò, ed egli annunciò la decisione di affrontare le forze armate.

Alla vigilia della battaglia di Uḥud (terzo anno dell’Egira), quando si pose la questione se organizzare la difesa rimanendo assediati in città oppure uscire dalla città per affrontare il nemico, anche allora il nobile Profeta (s) prese la decisione dopo essersi consultato con i suoi compagni. Secondo una narrazione, egli decise sulla base dell’opinione della maggioranza dei giovani pieni di entusiasmo: i giovani, che a causa della loro giovane età non avevano potuto partecipare alla battaglia di Badr, ora erano impazienti di rischiare la vita. Di conseguenza, i musulmani subirono delle perdite.

Il momento della battaglia degli Ahzab (il 5° anno dell’Egira) era estremamente delicato. Tutta l’Arabia assunse il ruolo di nemica. Migliaia di soldati circondarono la sacra Medina. Anche in quella circostanza egli organizzò la difesa attraverso la consultazione. Fece scavare il fossato seguendo il consiglio di Salman al-Farisi (ra). Alle loro spalle si trovavano le fortezze e gli avamposti degli ebrei. Da parte loro si temeva in ogni momento un tradimento. I Quraysh mantenevano i contatti con loro. Anzi, erano sul punto di violare il patto stipulato con i musulmani. Comprendendo la delicatezza della situazione, il Nobile Profeta (s) avviò trattative per una tregua con i Banu Ghatafan. Voleva che essi ricevessero un terzo dei raccolti prodotti a Medina, abbandonassero l’alleanza con i Quraysh e tornassero dopo aver concluso un accordo di pace con i musulmani.

Tuttavia, anche riguardo a questa questione egli si consultò con i suoi compagni. Tra gli Ansar, Sa‘d ibn ‘Ubadah (ra) e Sa‘d ibn Mu‘adh gli chiesero: «O Messaggero di Allah (s), questa è una tua decisione personale o un ordine di Allah?». Egli rispose: «No, è una mia decisione. Voglio proteggervi e spezzare la forza dei nemici». I due capi dissero: «Quando ancora non eravamo musulmani, queste tribù non riuscivano a riscuotere da noi alcun tributo. Ora dunque riscuoteranno un tributo da noi?». Con queste parole stracciarono di fatto la bozza dell’accordo, alla quale mancava soltanto la firma. Ciò non significa che nel Nobile Profeta (s) vi fosse una qualsiasi debolezza. Al contrario, il ricorso alla consultazione era un atto di saggezza e intelligenza. In tal modo venne eliminata l’idea di concludere una tregua e fu raggiunto l’obiettivo di mantenere viva e salda la determinazione a combattere e a lottare. Il morale della gente si rafforzò e in essa si risvegliarono nuove forze, motivazione ed entusiasmo.

In queste questioni, invece di imporre le decisioni come un leader potente e dittatoriale, il Nobile Profeta (s) rendeva i suoi compagni partecipi di ogni atto e decisione. E se a un leader fosse spettato il diritto di prendere personalmente una decisione e imporla, quel diritto sarebbe spettato soltanto al Nobile Profeta (s), e a nessun altro. Eppure colui al quale si obbediva con tutto il cuore e con tutta l’anima era il Messaggero di Allah (s), poiché egli non era un leader come gli uomini comuni: era il Messaggero di Allah.

I partecipanti a queste assemblee consultive parlavano in piena libertà. Esponevano le proprie opinioni, discutevano e analizzavano le questioni, presentavano argomenti e prove. In tali questioni non vi erano restrizioni né divieti. Anche gli ipocriti partecipavano a queste assemblee. Dalla guida pervenuta nel Corano a questo proposito si può comprendere che cosa accadesse in quelle riunioni. Qualcuno cercava di affermare la propria opinione urlando a squarciagola; voleva che si ascoltassero soltanto le sue parole, che si seguissero soltanto le sue parole e che le sue parole fossero anteposte persino a quelle di Allah e del Messaggero. In simili circostanze vi erano discorsi seducenti, abbondanza di argomentazioni e prove, una profusione di giuramenti, orazioni interminabili: accadeva tutto questo. 1

g. Umiltà:

Vorrei concludere questa trattazione con un’ultima osservazione sul Nobile Profeta (s). Egli non si è mai attribuito, in alcun modo e sotto alcun aspetto, grandezza o magnificenza. Se lo avesse fatto, non sarebbe stato ingiusto: era lui più di chiunque altro ad avere il diritto di essere considerato il più grande. Chi avrebbe potuto essere più orgoglioso di lui? Egli non era soltanto un uomo: era il Messaggero di Allah. Nel suo petto discendeva la rivelazione. La gente era devota a lui come una falena alla fiamma; e tuttavia, nonostante tutto ciò, egli adottò sempre il principio dell’umiltà. Si sedeva, si alzava, camminava e mangiava con i compagni comuni proprio come loro. Indossava abiti come i loro. Non adottava sotto alcun aspetto un atteggiamento di distinzione rispetto agli altri. Quando la gente giungeva da lontano all’assemblea, chiedeva: «Chi è Muhammad?». Egli proibì alle persone di alzarsi in suo onore. Qualcuno disse che egli era superiore a Mosè (as), ma egli lo fermò e gli vietò di dirlo. Un’altra persona disse: «Ciò che Allah e il Suo Messaggero vogliono», ed egli gli impedì di esprimersi in quel modo. Chiudendo completamente la porta che faceva di lui l’oggetto della devozione, volle costruire il legame e l’attaccamento autentici degli uomini esclusivamente con Allah.

Muhammad non è altro che un Messaggero. Prima di lui sono trascorsi molti messaggeri. Se dunque egli morisse o fosse ucciso, tornereste forse sui vostri passi? Sura Āl ‘Imrān: 144

Aspirazione

Infine, desidero dire che questa è la sīra di Muhammad (pace e benedizioni su di lui): quella luce della personalità e dell’etica con cui i portatori della bandiera del movimento della daʿwa nel mondo odierno dovrebbero accendere le loro lampade. Nessuno di noi può neppure sognare di raggiungere il suo livello. Tuttavia, poiché egli è il modello vivente del movimento, dobbiamo illuminare quanto più possibile, con questa luce, il nostro carattere morale, il nostro intimo e la nostra vita pratica. Quanto più riusciremo ad avvicinarci a lui, tanto più il nostro Rabb ci amerà, eliminerà le nostre debolezze, perdonerà i nostri errori e le nostre mancanze e ci concederà il successo in questo mondo e nell’aldilà.

(O Profeta!) Di’ alla gente: «Se amate veramente Allah, seguitemi; allora Allah vi amerà e perdonerà i vostri peccati. Egli è il Perdonatore per eccellenza, il Misericordioso». Sūra Āl ʿImrān: 31

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