Introduzione

In questo libro ho cercato di spiegare dettagliatamente il metodo di tabligh dei profeti e degli inviati. Al giorno d’oggi, così come nella mente delle persone vi è una conoscenza incompleta e imperfetta della religione, allo stesso modo esse hanno idee estremamente limitate e imprecise riguardo alla sua diffusione. In questo libro ho presentato l’Islam come un sistema di vita (e nella realtà è proprio così). Di conseguenza, ho discusso dettagliatamente anche i passi da compiere per instaurare questo sistema di vita e gli impegni che devono essere assolti attraverso lo sforzo e la dedizione. Ho posto le basi di ogni capitolo di questo libro sulle solide prove argomentative del Nobile Corano. In seguito, laddove l’ho ritenuto necessario, ne ho fornito la spiegazione anche con l’ausilio degli hadith autentici. Spero che chi leggerà questo libro con profonda attenzione riceverà da esso un aiuto anche nella comprensione del Corano.

Alcuni amici mi rimproverano di presentare gli argomenti in forma molto concisa. Non presto attenzione al fatto che ogni lettore riesca o meno a comprendere bene il discorso. Attraverso questo libro ho cercato di eliminare il rimprovero mosso contro di me. Che Allah l’Altissimo mi conceda il successo in questo intento e permetta alle persone di trarne il massimo beneficio.

Umilmente,
Amin Ahsan

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Errori nel metodo consueto del tabligh

Per un periodo considerevole, non appena si sente la parola tablīgh (predicazione), la mente, l’intelletto e il modo di pensare delle persone corrono spontaneamente verso i mezzi e i metodi che da lungo tempo sono diffusi e accettati tra i musulmani per la diffusione e l’istituzione dell’Islam. Quando una lunga pratica rende un determinato metodo ben noto per lo svolgimento di un’attività, la sua impronta si fissa nel cuore in modo tale che le persone non riescono a pensare a qualcosa separandosi da esso. Si finisce così per considerare quel metodo, e solo quello, come il metodo naturale per realizzare tale attività. Chiunque si accinga a svolgerla adotta anch’egli questo metodo. Talvolta una persona esce di casa con la decisione di evitarlo, ma, proseguendo il cammino, torna nuovamente proprio verso ciò da cui era uscita con l’intenzione di salvarsi. Per questo è necessario, innanzitutto, descrivere brevemente gli errori dell’attuale metodo di tablīgh.
Secondo noi, il metodo consueto del tablīgh presenta errori sia sul piano della conoscenza sia su quello pratico. In altre parole, si può dire che questo metodo del tablīgh è errato anche dal punto di vista filosofico. Per tale ragione, la maggior parte delle iniziative intraprese finora in nome del tablīgh dell’Islam non si è dimostrata soltanto infruttuosa rispetto allo scopo, ma ha anche arrecato un danno considerevole alla da‘wah islamica. Indicherò innanzitutto i difetti teorici di questo metodo.
Errori intellettuali nel metodo consueto del tablīgh
Primo errore: nel presentare l’Islam, il più grande errore commesso fino a oggi è stato che coloro che presentavano la da‘wah non hanno compreso correttamente il ruolo proprio e quello dell’Islam. Per questo non hanno presentato l’Islam nel modo in cui il Nobile Corano lo aveva presentato all’umanità. Il Nobile Corano ha presentato l’Islam come la religione scelta da Allah fin dall’inizio della creazione. Ogni volta e presso ogni popolo che Allah Onnipotente ha inviato un profeta, lo ha inviato con questa religione. I diversi popoli hanno continuamente introdotto difetti e alterazioni nella religione scelta da Allah, e Allah Onnipotente ha continuato a correggere tali difetti per mezzo dei Suoi profeti. Infine, inviando il Suo ultimo Messaggero, Egli ha fatto discendere la religione di tutti i Suoi profeti e messaggeri in una forma completamente corretta e perfetta, preservandola per sempre da ogni possibilità di mescolanza, cambiamento e deformazione. Questa religione è conservata nella forma del Nobile Corano. Non è la religione di una nazione particolare, bensì la religione dell’intera umanità e la religione portata da tutti i profeti di Allah. Chi la accetta sarà conosciuto come musulmano; chi non la accetta sarà considerato non musulmano. Questa religione non fa alcuna distinzione tra i profeti di Allah, non respinge nessuno dei Libri da Lui inviati e non rivendica per sé un’esclusiva superiorità sugli altri. La sua unica pretesa è di essere il riassunto affidabile degli insegnamenti di tutti i profeti e il loro compimento.
I nostri predicatori e scrittori, invece, hanno presentato questa religione in modo del tutto opposto: come la religione della nazione musulmana e come nemica di tutte le religioni del mondo. Per dimostrarne la verità, hanno deriso gli insegnamenti degli altri Libri celesti. Talvolta, trascinati dall’emozione e dall’eccitazione, si sono spinti a tal punto che, pur dichiarandosi musulmani e sostenitori dell’obbligo di credere in tutti i profeti, hanno deriso persino quegli insegnamenti di tali Libri verso i quali avevano la massima responsabilità di nutrire fede. Hanno cercato di dimostrare l’inferiorità del Profeta, pace e benedizioni su di lui, rispetto agli altri profeti. Eppure nel Nobile Corano è stato stabilito un principio preciso: Allah ha conferito a ciascun profeta una dignità sotto determinati aspetti. È stato inoltre indicato chiaramente sotto quale aspetto è stata conferita dignità al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Lo stesso Profeta, pace e benedizioni su di lui, ha severamente proibito di rivendicare una particolare superiorità rispetto agli altri profeti. Ma i musulmani hanno presentato l’Islam e il Profeta, pace e benedizioni su di lui, spinti dall’emozione di un cieco fanatismo religioso. In questo errore non sono sprofondati soltanto i comuni oratori e predicatori professionisti; vi sono caduti anche i nostri eminenti scrittori, autori e compilatori, i cui libri erano l’unico mezzo a disposizione di musulmani e non musulmani per comprendere l’Islam. Aprite i libri dei più noti autori, quelli scritti sull’Islam. In queste opere troverete, riguardo agli altri profeti e ai loro insegnamenti, parole così velenose che, leggendole, apparirà chiaramente come i musulmani siano stati colpiti dalla stessa malattia che aveva colpito gli ebrei e i cristiani: la malattia di creare divisione tra Allah e i Suoi messaggeri. Eppure i musulmani hanno preso in mano tali libri con rispetto e venerazione e ascoltano con entusiasmo questo genere di sermoni e discorsi, perché in essi risplendono il loro orgoglio e il loro senso di gloria.
Al contrario, coloro i cui scritti e discorsi non contenevano questa mescolanza di aspro e dolce non riuscirono a conquistare popolarità tra la gente comune né ottennero importanza negli ambienti più influenti. Non si può negare che anche i critici dell’Islam abbiano avuto una parte considerevole nella produzione di questa letteratura propagandistica velenosa. Tuttavia, secondo noi, furono gli stessi scrittori musulmani a sbagliare. Come conseguenza dell’adozione di questo metodo errato di risposta, nei cuori dei non musulmani si è sviluppato un pregiudizio, ed essi non hanno considerato l’Islam dal punto di vista secondo cui esso è venuto a ricordare loro la verità dimenticata e a ricondurre verso i loro profeti gli eredi dei loro profeti e messaggeri. Al contrario, lo hanno guardato con odio, come un nemico e un predatore che vuole sottrarre loro la propria religione e poi trionfare su di loro.
Secondo errore: il secondo errore intellettuale commesso nel presentare l’Islam è che esso non è stato presentato come un sistema di vita, capace di concentrare in un’unica unità i problemi personali, collettivi, pratici e dottrinali della vita umana e di risolverli secondo la ragione e la natura umana. I nostri muballigh e i nostri polemisti hanno invece speso tutte le loro energie su questioni sorte dai conflitti religiosi con cristiani e indù, come la questione dell’eternità e dell’origine dello spirito e della materia, la dottrina della reincarnazione, la divinità del Messia, pace su di lui, e la disputa sulla Trinità, e simili. In ogni religione esiste un gruppo di polemisti professionisti che prova grande attrazione per questioni di questo genere. Il loro vero successo non consiste nel risolvere questi problemi: il loro obiettivo è renderli ancora più sensibili. Cercare di mettere a tacere persone simili significa consumare le proprie energie e capacità e sprecare il proprio tempo.
I nostri muballigh, tuttavia, hanno consumato la propria vita in questi campi di conflitto. Non hanno nemmeno avvertito la necessità di riflettere sul fatto che tali questioni interessano soltanto gli amanti delle dispute, i quali non desiderano risolverle, ma intendono piuttosto renderle ancora più complesse. Il resto del mondo oggi affronta problemi di natura diversa. Il mondo è diventato inquieto per trovare la soluzione a questi problemi, e la salvezza del mondo dipende proprio dalla loro soluzione. Qualunque religione si faccia avanti e presenti una soluzione accettabile a tali problemi sarà la religione del mondo di domani. Se in un mondo stanco degli esperimenti condotti attraverso metodi escogitati dall’uomo, incapace di trovare una soluzione ai problemi culturali e complessivi della vita, l’Islam fosse stato presentato non come alcune credenze, convinzioni e norme, ma come un sistema di vita completo, oggi l’immagine del mondo sarebbe stata diversa.
Tuttavia, probabilmente coloro che tra noi si sono attivati con l’intento di diffondere l’Islam, o che hanno scritto libri sull’Islam, avevano davanti a sé la concezione cristiana della religione: un insieme di alcune asserzioni prive di qualsiasi rapporto positivo con i problemi concreti della vita. Il risultato è stato che, così come le vuote verbosità del cristianesimo non hanno suscitato alcuna attrazione nella comunità intellettuale del mondo, allo stesso modo la società istruita non ha prestato attenzione alla soluzione islamica di questi problemi. Di conseguenza, l’intera attività di predicazione dell’Islam è rimasta confinata a un numero esiguo di seguaci di una religione ridotta a semplici cerimonie. Non si è ottenuto alcun risultato particolare, se non lo spreco di tempo e risorse.
Terzo errore: un altro errore intellettuale consiste nel fatto che, fino a oggi, i libri scritti nel nostro ambiente sull’Islam sono stati di carattere teorico, polemico, apologetico oppure presentati nello stile della teologia dialettica. Si può affermare senza esitazione che nessuno di questi generi è stato utile alla da‘wah della religione. La trattazione teorica può essere utile soltanto a coloro che desiderano acquisire una conoscenza approfondita di un aspetto particolare dell’Islam. Tuttavia, essa non viene scritta con l’intento della da‘wah e del tablīgh, né possiede la capacità di realizzare tale scopo. La trattazione polemica è anzitutto legata ad alcune questioni particolari e non ha alcun rapporto con la prospettiva dell’Islam. In secondo luogo, contiene pienamente quei difetti che, invece di avvicinare il cuore e la mente all’Islam, li allontanano ancora di più. Con l’espressione “opere scritte in forma apologetica” intendiamo riferirci ai libri sugli argomenti religiosi composti da persone influenzate dall’Occidente e lodati dagli europei. Esse cercano di introdurre nell’Islam correnti di pensiero influenzate dall’Occidente, sebbene non abbiano con l’Islam neppure il più lontano rapporto. Allo stesso modo, hanno raccolto argomenti per dimostrare estranee all’Islam quelle cose che l’Occidente considera riprovevoli, anche quando fanno parte dei pilastri o dei principi fondamentali dell’Islam. Ciò che hanno scritto persone di questo tipo, deboli di carattere e dotate di una mentalità sconfitta, non rappresenta correttamente l’Islam e non possiede quella solida fiducia capace di attirare la mente verso l’Islam e di rivolgere un appello energico alla coscienza.
Ciò che è stato scritto dal punto di vista filosofico è ancora più scoraggiante. Il metodo argomentativo dei teologi dialettici è contrario alla ragione, alla coscienza e alla natura umana. Con esso si può accrescere il groviglio di un problema, ma non è possibile scioglierlo. Questo tipo di argomentazione può forse essere adatto a dispute tortuose. Non contiene né attrattiva né bellezza. Non è in armonia con una coscienza sana né con la natura umana. Farne il mezzo per presentare l’Islam significa spingere le persone a fuggire dall’Islam e creare in loro una cattiva opinione dell’Islam.
L’unico metodo per presentare l’Islam al mondo era quello adottato dal Libro di Allah e dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Ma i nostri teologi dialettici furono talmente influenzati dalla filosofia greca che non si limitarono a ignorare il metodo argomentativo del Corano: fecero un ulteriore passo, criticandolo e svilendolo. Questo errore fu commesso sia dai nostri teologi dialettici tradizionalisti sia dai nostri teologi dialettici moderni, che ne sono rimasti vittime. Il risultato è stato che, di fronte ai non musulmani, e tra quei musulmani istruiti che desideravano mantenersi musulmani o almeno essere considerati tali, si cominciò a dire che l’Islam è qualcosa da accettare soltanto nel cuore, non qualcosa da comprendere attraverso l’uso della ragione e della coscienza. Coloro che erano impavidi e privi di scrupoli iniziarono apertamente a deridere l’Islam. E, salvo il nome, si liberarono completamente dal vincolo dell’Islam in ogni altro aspetto.

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Errori pratici e operativi nel metodo consueto del tabligh

Anche dal punto di vista pratico, nel metodo corrente del tabligh non mancano le deviazioni. Ne indicheremo alcune.
Primo errore: il primo errore pratico consiste nella politica ambivalente dei musulmani. Da un lato affermano di essere una comunità fondamentale, edificata sui principi dell’Islam e dell’iman. Dall’altro, però, hanno accumulato dentro di sé caratteristiche che si trovano nelle nazioni formatesi sulla base della discendenza, della tribù, del regionalismo e della lingua. Da un lato dicono che musulmano è colui che crede in Allah, nel Suo Messaggero, nel Suo Libro e nell’Aldilà, e che segue, in ogni aspetto delle proprie attività, della vita sociale e di tutto il resto, il metodo indicato da Allah e dai Suoi messaggeri. Dall’altro, tra loro vi sono innumerevoli persone delle quali è rimasto soltanto il nome di musulmani e che sono nate in famiglie musulmane. Per il resto, sotto nessun aspetto presentano alcuna conformità con l’Islam.
Da un lato sostengono che la loro guida, in ogni ambito e settore della vita, è Muhammad, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Dall’altro hanno affidato le redini della propria leadership e della propria autorità a persone che, sia sul piano della conoscenza sia su quello delle opere, sono completamente estranee alla guida di Allah e del Suo Messaggero. Da un lato presentano un sistema completo di moralità e di azione e affermano che nessuno può rimanere musulmano dopo essersene allontanato. Dall’altro mostrano personalmente tutti i tipi e le forme di cattiva condotta e di azioni malvagie che si trovano presso le altre nazioni, senza che ciò arrechi loro il minimo danno in quanto musulmani. Da un lato dimostrano di avere ogni rapporto con una religione vera e affermano che non è lecito volgere le spalle ad essa e fuggirla. Dall’altro fanno passare per storia dell’Islam l’intero periodo che va dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fino a Mustafa Kemal (Turchia). Eppure una parte enorme di questa storia non presenta neppure la minima concordanza con il vero ordinamento islamico della vita.
Da un lato affermano che l’Islam è un sistema di vita completo e autosufficiente e che, se oggi esiste una legge capace di garantire la salvezza del mondo, essa consiste nell’adottare questo sistema. Dall’altro viaggiano in Europa e in America per cercare di stabilire se il sistema inglese sia più islamico o lo sia quello americano.
Che i musulmani comprendano o meno questa loro politica ambivalente, non vi è alcun motivo per cui gli appartenenti alle altre nazioni debbano avere difficoltà a comprenderla. Rimangono sbalorditi vedendo la contraddizione tra le parole e le azioni dei musulmani. Se qualcuno tra loro prova anche solo attrazione verso l’Islam, di fronte a questa contraddizione si arresta e pensa che i musulmani siano anch’essi una nazione come le altre. Quale significato può dunque avere abbandonare una nazione di questo genere per entrare a far parte di un’altra?
Se, nonostante questa nostra ambivalenza, qualche non musulmano ha comunque accettato l’Islam, si dovrebbe ritenere che non lo abbia accettato grazie alla nostra da‘wa. Piuttosto, Allah gli ha mostrato chiaramente gli errori dei musulmani insieme agli errori della sua stessa religione. Egli considera l’Islam come qualcosa di distinto dai musulmani.
Secondo errore: il secondo errore pratico consiste nel fatto che i musulmani, imitando i missionari cristiani, concentrano sempre la loro attenzione, per il tabligh, sulle classi inferiori della società. Questo metodo, tuttavia, è completamente sbagliato. Nel rivolgere l’invito alla religione, si dovrebbe innanzitutto parlare alla classe sotto la cui guida intellettuale e filosofica viene amministrata la società. Sono soprattutto gli appartenenti a questa classe a edificare una nazione o a condurla alla rovina. Se si riesce a guidarli sulla retta via, l’intero sistema seguirà spontaneamente la retta via. Se invece rimangono sulla strada dell’errore, nelle classi inferiori non esiste anzitutto una capacità sufficiente a correggerli. E se una simile capacità esiste in loro, costituisce soltanto un’eccezione. Al contrario, la loro mentalità sconfitta accetta molto rapidamente l’errore della classe degli intellettuali. L’esempio è simile a quello del cuore e degli arti. Se il cuore viene risanato, tutto il corpo guarisce spontaneamente. Ma se nel cuore permane una malattia, non serve a nulla massaggiare con olio gli arti.
I missionari cristiani avevano davanti a sé soltanto la questione dell’aumento dei propri numeri. Perciò questo metodo poteva essere efficace per loro. Per i musulmani, invece, non può essere lecito fare tabligh con il solo scopo di aumentare i numeri. Il loro compito consiste nel condurre sulla retta via gli smarriti, stabilire il loro rapporto con Allah e ricostruire la loro vita nella direzione corretta. La ricostruzione dell’individuo è possibile soltanto ricostruendo l’intera società. Si può sperare nella ricostruzione della società quando le sue figure dirigenti avranno accettato il programma di riforma. Chi osserva anche solo moderatamente la società e le organizzazioni non può negare il fatto che le rivoluzioni popolari e i movimenti rivoluzionari possano partire dal basso e sconvolgere l’amministrazione superiore. Ma un invito riformatore e intellettuale può mettere radici solide soltanto quando riesce a esercitare la propria influenza dall’alto verso gli strati inferiori.
Chiunque, tra i musulmani, abbia svolto il lavoro della da‘wa, sia tra i musulmani sia al di fuori di essi, ha generalmente commesso questo errore: la sua attenzione si è sempre rivolta alle classi inferiori. Li ha fatti recitare soltanto la professione di fede o ha insegnato loro la preghiera, convincendosi che ormai fossero stati riformati. Indubbiamente, in questo modo può verificarsi una riforma parziale. Ma non si può produrre così alcun cambiamento nella vita complessiva. Quando l’ambiente generale è corrotto, invece di curare la malattia si dovrebbe cercare di estirparne le cause. Si dovrebbero colmare con la terra i canali pieni di rifiuti che diffondono germi e inquinano l’aria. Altrimenti il processo di riforma sarà come trattenere una persona in una zona colpita da un’epidemia e sottoporla a un’iniezione di vaccino. Forse si potrà impedire temporaneamente l’attacco dell’epidemia, ma non sarà possibile ottenere un risultato permanente.
Per questa ragione i profeti e i messaggeri, invece di rivolgersi innanzitutto alla gente comune, cercarono di trasformare la mentalità e l’atteggiamento delle figure dirigenti della società, facendo della loro riforma il mezzo per riformare il popolo.
Terzo errore: il terzo errore pratico consiste nel fatto che i musulmani hanno adottato soltanto il consiglio verbale come mezzo del tabligh. Non hanno cercato di offrire un esempio concreto della vera vita islamica. Eppure soltanto un numero molto limitato di persone intelligenti e dotate di straordinarie qualità morali può accettare l’Islam contemplando individualmente la bellezza dei suoi principi. La grande maggioranza degli uomini del mondo riconoscerà la verità di tali principi soltanto quando li vedrà operare nella vita reale e produrre buoni risultati. Ma il segreto dello sforzo che qui viene condotto in nome del tabligh dell’Islam è soltanto questo: gli oratori conducono la gente, con voce melodiosa, i predicatori con emozione ed eccitazione e gli scrittori attraverso le loro parole, a visitare il paradiso immaginario del modo di vita islamico. Ancora più curioso è il fatto che, da un lato, riempiono lo spazio tra cielo e terra con le lodi dei benefici sociali e culturali dell’Islam, mentre dall’altro l’intera società musulmana accumula tutte le oscenità della propria ignoranza e dimostra false le loro affermazioni. Il linguaggio silenzioso delle opere è più efficace di ogni linguaggio delle parole. Per questo tutti questi sermoni e ammonimenti si sono dissolti nel nulla e non ne è rimasta alcuna influenza duratura sulla terra.
Pertanto, se invece delle sole dichiarazioni verbali alcuni servitori di Allah avessero cercato di edificare un sistema sociale sulla base dei principi nei quali avevano creduto, anche se non fossero riusciti nell’impresa, avrebbero potuto rendere un servizio più efficace di quello che gli oratori, pur riuscendo nei loro sermoni e ammonimenti, non sono riusciti a rendere. Per dimostrare che l’Islam è benefico per tutta l’umanità non basta raccontare soltanto alcuni episodi meravigliosi della storia passata. Non serve neppure scrivere articoli o pronunciare discorsi e dichiarazioni per sostenere che l’Islam può ancora recare all’umanità i benefici che le recò in passato. L’unico metodo consiste nel fatto che una comunità di persone che credono nei principi fondamentali dell’Islam si unisca e ne offra esempi concreti. È doloroso constatare che tutto è stato fatto, tranne proprio questo.
Quarto errore: il quarto errore consiste nel fatto che anche i musulmani, nella propagazione dell’Islam, hanno adottato alcuni metodi disonesti, come i missionari cristiani. I cristiani hanno convertito le classi degradate del mondo mostrando loro esche di desideri, avidità e interessi; anche i musulmani vogliono adottare gli stessi metodi. I musulmani vogliono usare le stesse esche che la società dei bramini impiega per i propri interessi. Nelle controversie, non sono affatto inferiori agli altri nell’uso dell’esagerazione, dei metodi tortuosi e del pugno minaccioso. Quando un musulmano accetta l’induismo, vittima dell’avidità o di qualche errore, i sostenitori del brahmanesimo fanno risuonare i tamburi della propria vittoria. Allo stesso modo, non appena un indù dichiara di aver accettato l’Islam, i musulmani cercano di innalzarlo fino al cielo.
Come per gli altri, anche tra i musulmani si è ritenuto lecito adescare giovani sciocchi e portarli fuori strada, benché ciò costituisse una parte importante del programma di propaganda religiosa. Se una donna indù, spinta dall’eccitazione emotiva, fosse fuggita tenendo la mano di un musulmano senza freni, ciò veniva considerato una grande vittoria dell’opera di propagazione dell’Islam. Una simile spudoratezza e dissolutezza divennero strumenti di sostegno alla religione. Di conseguenza, innumerevoli donne traviate e uomini dissoluti trasformarono la conversione religiosa in una professione. Al mattino si presentavano come musulmani e si facevano mantenere dai musulmani; alla sera si dichiaravano indù o cristiani e ricavavano da loro denaro.
In un’epoca in cui le organizzazioni della shuddhi esercitavano una grande influenza in diverse regioni dell’India, un anziano musulmano rivolse alle prostitute musulmane di Delhi l’appello a fare tabligh dell’Islam presso i loro clienti non musulmani. Di conseguenza, agli occhi dei non musulmani l’Islam si trasformò in qualcosa di privo di valore. Essi conclusero che l’Islam fosse un sistema il cui unico scopo era aumentare il numero della propria nazione. Pensavano che i musulmani lo presentassero loro come la religione di Allah soltanto per ingannare la gente comune. Era del tutto comprensibile che giungessero a questa conclusione. Infatti, quando videro che i musulmani usavano la propria religione esattamente per lo stesso scopo e nello stesso modo in cui i non musulmani usavano le loro religioni, come avrebbe potuto sorgere nei loro cuori anche solo un barlume della superiorità dell’Islam?
Quinto errore: il quinto errore pratico consiste nel fatto che i musulmani riconoscono la necessità di qualche competenza per qualunque lavoro nel mondo. Tuttavia non ritengono necessaria alcuna competenza per due attività: guidare la preghiera nella moschea e fare tabligh della religione. Vi fu un’epoca in cui la preghiera era guidata dall’emiro dello Stato islamico o dal suo rappresentante. Oggi, invece, i musulmani cercano una persona che non è capace di svolgere alcun lavoro nel mondo per nominarla imam della propria moschea. I musulmani di un’epoca prospera ritenevano che Allah avesse scelto questa ummah proprio perché trasmettesse la religione agli uomini con lo stesso senso di responsabilità, la stessa operosità e la stessa concentrazione con cui il Messaggero di Allah l’aveva trasmessa. E il califfato islamico, con tutti i suoi dipartimenti e funzionari, era uno strumento per adempiere proprio a questa responsabilità della messaggeria. Tale responsabilità era stata affidata a questa ummah da parte del Messaggero di Allah. Oggi, invece, l’intera società musulmana, insieme a tutti i suoi membri intelligenti e operosi, è impegnata al servizio di un sistema fondato sull’ignoranza.
Abbiamo indicato le gravi deviazioni intellettuali e pratiche presenti nel metodo corrente del tabligh. Una valutazione complessiva ne rivelerebbe molte altre, ma non vogliamo prolungare ulteriormente la discussione. Lo scopo di menzionare queste deviazioni è mostrare che il metodo oggi corrente non ha neppure il più lontano rapporto con il metodo con cui i profeti e i messaggeri svolsero la propagazione della religione. L’obiettivo e il fine che stavano davanti ai profeti sono assenti davanti a costoro. Il loro metodo di lavoro non ha alcun legame con quello dei profeti. Nei loro obiettivi, nei loro fini e nel loro metodo si è diffusa l’imitazione delle organizzazioni non musulmane. Per questo vogliamo discutere dettagliatamente con quale scopo i profeti e i messaggeri fecero tabligh e in che modo lo fecero. Indicheremo anche quali mezzi, strumenti e metodi adottarono. Esamineremo quali tappe dovettero attraversare nel loro lavoro di propagazione, come adempirono alle esigenze e alle responsabilità di ogni tappa e quali benefici il mondo ottenne grazie alla loro lotta.

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Perché il Tabligh?

La necessità dei profeti e dei messaggeri

Allah l’Altissimo ha posto nella natura umana la capacità di distinguere il bene dal male, il desiderio di accogliere il bene e di evitare il male. L’uomo può, mediante la propria capacità di comprensione, accettare il bene e allontanarsi dal male, diventando così degno di una ricompensa presso Allah. D’altro canto, adottando, contro la propria natura, la via del male invece di quella del bene, può diventare meritevole di punizione da parte del Creatore. Tuttavia, se da un lato nella sua natura vi sono aspetti di bellezza e perfezione, dall’altro vi sono anche difetti e incompletezze. Per questo Allah l’Altissimo non ha lasciato interamente nelle mani della natura umana la questione della guida e dello sviamento dell’uomo neppure in questo mondo, né ha ritenuto sufficiente, nell’Aldilà, la sola guida naturale per stabilire se egli dovesse essere punito o ricompensato. Al contrario, per rendere manifeste le esigenze della fitrah e le capacità nascoste dell’uomo, e per presentare davanti alle creature la prova definitiva, Egli ha inviato i profeti e i messaggeri. Così, nel Giorno della Resurrezione, le persone non potranno sostenere che non conoscevano la via del bene e quella del male e che per questo erano sprofondate nel pantano dello sviamento. Questa verità è stata esposta nei seguenti versetti del Nobile Corano.
رُسُلًا مُبَشِّرِينَ وَمُنْذِرِينَ لِئَلَّا يَكُونَ لِلنَّاسِ عَلَى اللَّهِ حُجَّةٌ بَعْدَ الرُّسُلِ وَكَانَ اللَّهُ عَزِيزًا حَكِيمً
«Abbiamo inviato i messaggeri come annunciatori di buone novelle e ammonitori, affinché, dopo la venuta dei messaggeri, gli uomini non avessero alcun argomento da opporre ad Allah. Allah è Potente e Sapiente.»
(Sura an-Nisāʾ, 165)
يَا أَهْلَ الْكِتَابِ قَدْ جَاءَكُمْ رَسُولُنَا يُبَيِّنُ لَكُمْ عَلَى فَتْرَةٍ مِنَ الرُّسُلِ أَنْ تَقُولُوا مَا جَاءَنَا مِنْ بَشِيرٍ وَلَا نَذِيرٍ فَقَدْ جَاءَكُمْ بَشِيرٌ وَنَذِيرٌ وَاللَّهُ عَلَى كُلِّ شَيْءٍ قَدِيرٌ
«O Gente della Scrittura! Il Nostro Messaggero è venuto a voi per chiarirvi [la verità], dopo un’interruzione nella successione dei messaggeri, affinché non diciate: “Non ci è giunto alcun annunciatore né ammonitore”. Ecco, vi è giunto un annunciatore e un ammonitore. Allah è onnipotente.» (Sura al-Māʾida, 19)

La legge di Allah riguardo ai profeti

A questo scopo Allah l’Altissimo ha inviato profeti e messaggeri a ogni popolo, affinché la verità divenisse pienamente manifesta davanti agli uomini e non rimanesse loro alcuna scusa per persistere sulla via della deviazione e dello sviamento. La legge di Allah riguardo ai profeti era che, senza alcuna eccezione, tutti provenissero dalla razza umana; non provenivano dagli angeli né dai jinn. Essi furono inviati tra gli uomini affinché, per mezzo di esseri umani, venissero chiarite agli uomini le esigenze della natura umana. Così l’uomo non potesse dire: «Come può la conoscenza e la condotta di un essere non umano, cioè di un’altra creatura, essere un modello per gli uomini?». Per questo Allah l’Altissimo ha inviato a ogni popolo un profeta e un messaggero scelto tra loro, affinché la loro estraneità etnica non diventasse un ostacolo all’accettazione della verità. I profeti di Allah hanno rivolto al proprio popolo l’invito alla religione di Allah nella sua stessa lingua, affinché la verità potesse essere presentata loro con chiarezza. La loro lingua era inoltre limpida, comprensibile e affascinante. I messaggeri non si limitarono a chiamare il popolo verso la verità una sola volta, ma dedicarono a questo scopo tutta la loro vita. Essi stessi praticarono ciò a cui invitavano la gente, e i loro compagni lo misero in pratica nella loro vita operosa. Tutto ciò fu stabilito affinché, nel comunicare alle creature quanto era necessario conoscere per ottenere il compiacimento del Creatore e vivere in questo mondo, non vi fosse alcun difetto o incompletezza, e affinché nel Giorno della Resurrezione gli uomini non potessero attribuire ad Allah la colpa delle proprie cattive azioni.

La venuta dell’ultimo profeta

Finché il mondo non aveva sviluppato mezzi sociali e culturali capaci di riunire l’intera umanità affinché rispondesse all’invito di un solo chiamante, Allah l’Altissimo continuò a inviare separatamente profeti e messaggeri a ogni popolo. Ma quando, attraverso l’insegnamento e l’educazione dei profeti, la coscienza morale e sociale dei popoli divenne così vigile da permettere loro di vivere secondo un sistema di vita universale, e quando i mezzi materiali della società e della cultura si svilupparono al punto che l’invito di un’unica guida poteva giungere facilmente in tutto il mondo, Allah l’Altissimo, per la Sua grazia, inviò nel mondo l’ultimo profeta, Muhammad, Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Per mezzo suo Egli donò agli uomini del mondo un sistema di vita completo. Questo sistema è pienamente conforme, senza distinzione di tribù o classe, alla natura dell’intera umanità e alle sue condizioni, al suo ambiente e alle sue necessità. Questa è la legge di vita divina che conosciamo con il nome di «Islam».

Per la sua essenza spirituale, l’Islam è la stessa religione con la quale sono venuti tutti i profeti. Vi erano soltanto lievi differenze in alcune questioni. I primi profeti insegnarono le credenze secondo la capacità di comprensione dei rispettivi popoli. Il Sigillo dei profeti, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, insegnò agli uomini le loro credenze in conformità con la capacità di comprensione che Allah aveva donato loro. Gli altri profeti, nell’insegnare le leggi e le norme, tenevano conto della particolare indole e delle specifiche malattie dei rispettivi popoli. La legge islamica, invece, non considera una particolare indole etnica o sociale, né specifiche inclinazioni e tendenze, ma considera soltanto l’indole dell’umanità. I sistemi di vita donati da Allah agli altri profeti erano commisurati alle necessità dei loro rispettivi popoli. Il sistema di vita ricevuto dagli uomini del mondo tramite il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non soddisfa soltanto le necessità di un popolo particolare, ma anche tutte le necessità individuali e collettive dell’intera umanità.

I due aspetti della venuta del Messaggero di Allah

Al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è stata affidata la guida dell’intero mondo e la presentazione della prova definitiva davanti a tutta la creazione. Dopo di lui non è necessario che venga alcun altro profeta. Per questo Allah l’Altissimo lo inviò con due responsabilità profetiche: una missione speciale e una missione generale. Fu inviato in modo particolare agli abitanti dell’Arabia. A causa di questo rapporto speciale con gli arabi, è chiamato il Profeta illetterato o il Messaggero arabo, e anche la lingua della rivelazione ricevuta da lui è l’arabo. Sotto questo aspetto, egli assolve direttamente il compito affidatogli, cioè la comunicazione e il completamento della prova.

Egli è stato inviato in modo generale a tutta l’umanità. Per portare a compimento questa missione, Allah l’Altissimo gli ha donato una comunità e ha ordinato alla comunità di continuare a trasmettere agli altri la religione della verità che il Messaggero proclama loro. L’Onnipotente Allah dice:وَكَذَلِكَ جَعَلْنَاكُمْ أُمَّةً وَسَطًا لِتَكُونُوا شُهَدَاءَ عَلَى النَّاسِ وَيَكُونَ الرَّسُولُ عَلَيْكُمْ شَهِيدًا
«Così abbiamo fatto di voi una comunità equilibrata, affinché foste testimoni davanti agli uomini e il Messaggero fosse testimone davanti a voi.» (Sura al-Baqara, 143)وَأُوحِيَ إِلَيَّ هَذَا الْقُرْآنُ لِأُنْذِرَكُمْ بِهِ
«Questo Corano mi è stato rivelato affinché, per mezzo suo, ammonisca voi e tutti coloro ai quali giungerà.» (Sura al-Anʿām, 19)

Due misure speciali per la salvaguardia della religione

Per completare lo scopo della missione generale del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, Allah l’Altissimo ha fatto sorgere una comunità completa. La sua responsabilità è fare in modo che ogni paese, ogni popolo e il mondo intero non abbiano mai più bisogno che la rivelazione giunga in lingue diverse. Poiché dopo di lui non verrà alcun altro profeta, la responsabilità di guidare le creature e di completare la prova della religione della verità è stata affidata pienamente e per sempre alla sua comunità. Per questo Allah l’Altissimo ha predisposto due misure speciali per la salvaguardia della religione.

Primo: ha preservato completamente il Nobile Corano da ogni alterazione, aggiunta, deformazione, correzione o riduzione, affinché gli uomini del mondo non sentissero il bisogno di un nuovo profeta per conoscere la legge di Allah.

Secondo: ha mantenuto per ogni tempo un gruppo di questa comunità saldo nella verità. Ciò è dimostrato anche dagli hadith autentici. Di conseguenza, per coloro che cercano la verità, la conoscenza e la condotta di questo gruppo continueranno a fungere da fiaccola.

Un gruppo di questo genere, per quanto esiguo possa essere, rimarrà all’interno di questa comunità. Qualunque calamità sopraggiunga, questo gruppo virtuoso manterrà viva la conoscenza e la condotta del Messaggero di Allah e dei suoi Compagni. Anche quando l’influenza dello sviamento scorrerà nelle vene di questa comunità come il veleno di un cane rabbioso si diffonde nel corpo di una persona ferita, Allah l’Altissimo proteggerà dallo sviamento una parte di questa comunità. Quando la natura degli uomini del mondo sarà tanto corrotta che la rettitudine verrà considerata ingiustizia e l’ingiustizia e l’immoralità saranno considerate rettitudine e cortesia, e quando il potere degli innovatori sarà cresciuto a tal punto che coloro che invitano alla giustizia appariranno nel mondo come estranei, anche allora queste persone continueranno a chiamare le creature verso la vera religione e, pur incontrando opposizione a ogni passo, si sforzeranno di correggere la corruzione causata dagli uomini.

Lo scopo di Allah nel mantenere attivo in ogni epoca un gruppo di questo tipo è che, così come Egli ha preservato fino al Giorno della Resurrezione la conoscenza della rivelazione nella forma del Corano, allo stesso modo la conoscenza e la condotta del Messaggero di Allah e dei suoi Compagni possano essere conservate per sempre attraverso questo gruppo, e la luce necessaria per guidare le creature e completare la prova del Messaggero non si spenga mai. Secondo le parole di Gesù, che Allah gli conceda la pace, queste persone saranno lampade sulle montagne, con l’aiuto delle quali chi ha smarrito la strada potrà ritrovare il cammino. Saranno il sale della terra, mediante il quale le cose possono essere salate.

La comunicazione della religione come responsabilità della missione profetica

Dalla discussione precedente è ormai chiaro che essere testimoni davanti agli uomini e diffondere la religione non è soltanto un’opera meritoria, né ha come unico scopo l’aumento del numero dei musulmani; è invece proprio ciò che esige il compimento, per mezzo di questa comunità, dello scopo per cui il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è stato inviato in modo generale. Ogni individuo appartenente alla comunità del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha il dovere imprescindibile di assolvere la responsabilità della comunicazione. Egli ha affidato alla sua comunità il compito di diffondere la religione. Se i musulmani vengono meno a questa responsabilità, vengono indirettamente meno alla responsabilità della missione profetica. È Allah l’Altissimo ad aver affidato loro questo compito. La conseguenza inevitabile è che Allah li priverà dell’onore di essere stati elevati al rango della «migliore comunità» proprio affinché assol ando tale responsabilità, e farà ricadere sulle loro spalle tutta la responsabilità dello sviamento degli abitanti del mondo. Essi sono infatti il mezzo attraverso il quale la religione viene presentata in modo definitivo davanti alle creature di Dio. Se non assolvono questo compito, nel Giorno della Resurrezione gli uomini avranno l’occasione di dire ad Allah: «Tu avevi fatto di loro testimoni davanti agli uomini e avevi affidato loro la responsabilità di guidarci, ma essi non ci hanno presentato l’invito alla Tua religione. Altrimenti non saremmo caduti nello sviamento». In quel momento i musulmani non potranno dare alcuna risposta a questa accusa.

Le condizioni della comunicazione

La responsabilità di essere testimoni davanti agli uomini e di svolgere in generale l’opera di comunicazione e diffusione della religione non può essere adempiuta semplicemente perché nel mondo esiste un popolo chiamato musulmano, indipendentemente dal fatto che esso assolva o meno il compito di essere testimone davanti agli uomini. Si tratta di una delle responsabilità più importanti della missione profetica. Per questo, il compito di diffondere la religione di Allah deve essere svolto osservando tutte le condizioni che Allah l’Altissimo ha stabilito per la comunicazione e che i profeti e i messaggeri hanno osservato nel loro operato. Qui menzioneremo alcune importanti condizioni da considerare nell’adempimento di questa responsabilità.

Prima condizione: la prima condizione della diffusione è che noi, testimoni della religione della verità, dobbiamo anzitutto credere sinceramente in essa. I profeti e i messaggeri credevano per primi nella religione alla quale invitavano gli altri. Non si consideravano al di sopra della religione della verità. «Il Messaggero crede in ciò che gli è stato rivelato dal suo Signore, e così fanno i credenti» (il Messaggero e i credenti hanno creduto in tutto ciò che è stato rivelato al Messaggero).

Dopo aver creduto nella vera religione, furono i primi ad abbandonare tutto ciò che appariva contrario ad essa: fosse la religione degli antenati, il legame tribale o settario, oppure il proprio interesse individuale o collettivo. Qualunque pericolo incontrassero nel farlo, dicevano: «Io sono il primo dei credenti, io sono il primo dei musulmani». Non è mai accaduto che si mettessero al sicuro dal pericolo e incitassero gli altri dicendo: «Se volete salvarvi, gettatevi in questo pericolo».

Seconda condizione: la seconda condizione della diffusione della religione della verità è che coloro che hanno creduto in una verità ne diano testimonianza verbalmente. Se una persona, dopo aver creduto in una verità, non la proclama pur avendone la possibilità, è un diavolo muto. Nel Giorno della Resurrezione sarà ritenuta colpevole di aver occultato la verità, come lo sono stati gli ebrei per questo stesso crimine. Dice il Corano:وَإِذْ أَخَذَ اللَّهُ مِيثَاقَ الَّذِينَ أُوتُوا الْكِتَابَ لَتُبَيِّنُنَّهُ لِلنَّاسِ وَلَا تَكْتُمُونَهُ فَنَبَذُوهُ وَرَاءَ ظُهُورِهِمْ وَاشْتَرَوْا بِهِ ثَمَنًا قَلِيلًا فَبِئْسَ مَا يَشْتَرُونَ«Quando Allah strinse il patto con coloro ai quali era stata data la Scrittura: “Dovrete spiegarla agli uomini e non nasconderla”, essi invece la gettarono alle loro spalle e la vendettero per un prezzo vile. Quanto è esecrabile ciò che hanno comprato!» (Sura Āl ʿImrān, 187)

La cautela da osservare in questa materia deve essere adottata nell’interesse stesso della religione della verità. Ciò significa che questa religione deve essere diffusa nel modo corretto, nel luogo appropriato e davanti alla persona adatta. In tal modo l’invito alla vera religione potrà trovare posto nel cuore della persona. Se qualcuno, ignorando completamente la verità e mirando soltanto al proprio interesse personale, si astiene dal diffondere la religione della verità o mostra indifferenza verso tale compito, è o un ipocrita oppure un codardo privo di carattere. È consentito astenersi temporaneamente dal proclamare la verità soltanto in circostanze particolari, per esempio quando ciò comporti un rischio concreto per la propria vita e il predicatore ritenga che, dal punto di vista del servizio alla religione della verità, sia preferibile salvare la propria vita.

Terza condizione: la terza condizione è che non basta dare questa testimonianza soltanto a parole; bisogna darla attraverso le opere concrete. Nell’Islam una testimonianza dietro la quale non vi sia una condotta reale non è considerata attendibile. Alcune persone venivano dal Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e giuravano davanti a lui: «Testimoniamo che tu sei il Messaggero di Allah». Ma Allah l’Altissimo non accettò la loro testimonianza. Disse che erano ipocriti e bugiardi. A conferma di ciò mostrò loro le loro azioni e le loro parole, dalle quali emergevano la loro avversione verso l’Islam e i musulmani e la loro ostilità verso la verità.

Chi ha accettato una verità e invita anche gli altri a seguirla ha il dovere imprescindibile di conformare a quella verità la propria condotta. Altrimenti sarà considerato seguace delle orme di quegli studiosi ebrei che il Nobile Corano ha severamente criticato. Essi invitavano gli altri a diventare devoti ad Allah, ma dimenticavano se stessi. La condotta di una persona o di un gruppo che contraddice il proprio invito costituisce di per sé la prova del rifiuto del proprio messaggio. La prova presentata attraverso le opere concrete è più forte di quella verbale. Le loro stesse azioni portano contro le loro pretese una prova tanto forte che non rimane più alcuna necessità di un’altra prova per respingere il loro invito.

Se i musulmani sono testimoni della religione di Allah, la conseguenza necessaria è che credano in questa religione, ne trasmettano l’invito agli altri e la pratichino in ogni aspetto della loro vita individuale e collettiva. Altrimenti non potranno adempiere il diritto di questa testimonianza, per la quale Allah l’Altissimo li ha scelti. Non avere alcun rapporto con questa religione nella vita concreta e, al tempo stesso, testimoniare verbalmente che essa è la vera religione è, dal punto di vista del completamento della prova davanti alle creature, una cosa del tutto ridicola. Se Allah dichiarasse colpevoli le Sue creature sulla base dei sermoni di tali oratori inattivi, ciò sarebbe contrario alla Sua giustizia. La conseguenza inevitabile sarebbe che la prova di questa religione verrebbe definitivamente completata contro i musulmani, i quali nel Giorno della Resurrezione verrebbero chiamati a rispondere proprio sulla base della loro confessione.

Il Corano stesso ha spiegato quali deviazioni dalla religione nella vita concreta possono essere perdonate e ha indicato anche il loro rimedio. Una forma di deviazione perdonabile è che una persona, spinta dall’emozione, dall’agitazione o dai propri desideri, compia un atto contrario alla verità. Il rimedio consiste nel pentirsi immediatamente e chiedere perdono ad Allah. Un’altra forma è quando una persona viene costretta a compiere un atto contrario alla verità. Il rimedio consiste nello sforzarsi al massimo per liberarsi da quella condizione. Se invece, anziché pentirsi e cercare di correggersi, una persona si copre della propria errore; se, invece di pentirsi e correggersi, fa del proprio errore il proprio mantello e il proprio giaciglio e trasforma in una religione la situazione difficile nella quale è caduta, allora tale colpa non è perdonabile. Poiché si è compiaciuta della falsità, sarà rimossa dalla posizione onorevole alla quale era stata elevata come testimone davanti agli uomini.

Quarta condizione: la quarta condizione della comunicazione è mantenere la testimonianza libera da ogni fanatismo etnico e tribale. L’inimicizia o l’amicizia di un popolo non deve farci deviare dal cammino della religione della verità che presentiamo. Il Nobile Corano ci ha insegnato, con le seguenti parole, come rimanere imparziali nei confronti dei nostri oppositori:يَا أَيُّهَا الَّذِينَ آمَنُوا كُونُوا قَوَّامِينَ لِلَّهِ شُهَدَاءَ بِالْقِسْطِ وَلَا يَجْرِمَنَّكُمْ شَنَآنُ قَوْمٍ عَلَى أَلَّا تَعْدِلُوا اعْدِلُوا هُوَ أَقْرَبُ لِلتَّقْوَى وَاتَّقُوا اللَّهَ إِنَّ اللَّهَ خَبِيرٌ بِمَا تَعْمَلُونَ
«O credenti! Siate saldi per Allah e testimoni con giustizia. Non lasciatevi spingere dall’odio verso un popolo a essere ingiusti. Siate giusti: ciò è più vicino alla devozione. Temete Allah: in verità Allah è informato di ciò che fate.» (Sura al-Māʾida, 8)

Il Nobile Corano ha esposto anche nel seguente versetto l’insegnamento sull’imparzialità da mantenere verso i propri amici e familiari:يَا أَيُّهَا الَّذِينَ آمَنُوا كُونُوا قَوَّامِينَ بِالْقِسْطِ شُهَدَاءَ لِلَّهِ وَلَوْ عَلَى أَنْفُسِكُمْ أَوِ الْوَالِدَيْنِ وَالْأَقْرَبِينَ إِنْ يَكُنْ غَنِيًّا أَوْ فَقِيرًا فَاللَّهُ أَوْلَى بِهِمَا فَلَا تَتَّبِعُوا الْهَوَى أَنْ تَعْدِلُوا وَإِنْ تَلْوُوا أَوْ تُعْرِضُوا فَإِنَّ اللَّهَ كَانَ بِمَا تَعْمَلُونَ خَبِيرًا
«O credenti! Siate saldi nella giustizia e testimoni per Allah, anche contro voi stessi, contro i vostri genitori o i vostri parenti, sia che si tratti di un ricco o di un povero: Allah è più degno di entrambi. Non seguite dunque le passioni, affinché non vi allontaniate dalla giustizia.» (Sura an-Nisāʾ, 135)

Quinta condizione: la quinta condizione della diffusione della religione è dare testimonianza dell’intera religione completa e perfetta che ci è giunta da Allah. Nulla di essa deve essere omesso per paura di rimproveri o opposizione. Per quanto riguarda gli aspetti la cui testimonianza riguarda i doveri della vita individuale, ogni persona deve renderne testimonianza nella propria vita: ogni persona deve pregare e digiunare, ogni ricco deve versare la zakat e ogni persona capace deve compiere il pellegrinaggio. Ogni musulmano deve adottare la rettitudine, la fedeltà e una vita pura.

Per gli aspetti la cui testimonianza richiede una vita collettiva, il dovere dell’individuo è sforzarsi con tutte le proprie forze per costruire tale vita collettiva. Quando essa sarà divenuta realtà, egli dovrà dare testimonianza di quegli aspetti. Una persona sola non può, per esempio, costruire l’ordinamento sociale, il sistema economico e le basi politiche del paese. Per plasmarli secondo il modello islamico è necessaria una forza organizzata. Per questo è assolutamente necessario, prima di tutto, formare una comunità virtuosa. Dopo aver istituito questa organizzazione, diventa indispensabile dare testimonianza della religione della verità in ogni ambito della vita collettiva. Riportiamo di seguito alcuni versetti, dai quali si comprenderà con quale insistenza al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è stato ordinato di dare testimonianza dell’intera religione, senza aggiunte né omissioni.
يَا أَيُّهَا الرَّسُولُ بَلِّغْ مَا أُنْزِلَ إِلَيْكَ مِنْ رَبِّكَ وَإِنْ لَمْ تَفْعَلْ فَمَا بَلَّغْتَ رِسَالَتَهُ وَاللَّهُ يَعْصِمُكَ مِنَ النَّاسِ إِنَّ اللَّهَ لَا يَهْدِي الْقَوْمَ الْكَافِرِينَ«O Messaggero! Trasmetti ciò che ti è stato rivelato dal tuo Signore. Se non lo fai, non avrai trasmesso il Suo messaggio. Allah ti proteggerà dagli uomini. In verità Allah non guida il popolo miscredente.» (Sura al-Māʾida, 67)
الَّذِينَ يُبَلِّغُونَ رِسَالَاتِ اللَّهِ وَيَخْشَوْنَهُ وَلَا يَخْشَوْنَ أَحَدًا إِلَّا اللَّهَ وَكَفَى بِاللَّهِ حَسِيبًا
«Coloro che trasmettono i messaggi di Allah, Lo temono e non temono nessuno all’infuori di Allah. Allah è sufficiente come Colui che tiene il conto.» (Sura al-Ahzāb, 39)

«Non obbedire ai miscredenti e agli ipocriti, non curarti delle loro persecuzioni e confida in Allah.» (Sura al-Ahzāb, 48)
فَلِذَلِكَ فَادْعُ وَاسْتَقِمْ كَمَا أُمِرْتَ وَلَا تَتَّبِعْ أَهْوَاءَهُمْ وَقُلْ آمَنْتُ بِمَا أَنْزَلَ اللَّهُ مِنْ كِتَابٍ
«Per questo invita [gli uomini] e rimani saldo come ti è stato ordinato; non seguire le loro passioni e di’: “Credo in tutto ciò che Allah ha rivelato come Scrittura”.» (Sura ash-Shūrā, 15)

Sesta condizione: la sesta condizione della diffusione della religione è che coloro che invitano alla religione di Allah siano pronti, quando necessario, a dare la vita e la diano effettivamente. Questo è il livello più alto della testimonianza. Per questo coloro che si sono impegnati nel jihād per la religione di Allah e hanno testimoniato, persino sotto l’ombra delle spade, la verità di ciò in cui credevano sono stati chiamati martiri. Chi altri, se non coloro che sacrificano la vita, può meritare questo grande titolo? E per chi altro potrebbe essere appropriato?

Migliaia e centinaia di migliaia di persone possono sorgere per adempiere la responsabilità, affidata da Allah a questa comunità, di essere testimoni davanti agli uomini, e ciascuna di esse riceverà da Allah la ricompensa per il proprio sforzo. Ma colui che ha dedicato tutta la propria vita a questa via e ha testimoniato la verità offrendo in cambio la propria vita è precisamente colui che merita il titolo di «martire». Quale testimonianza più grande della verità di qualcosa può esistere del fatto che una persona abbia sacrificato la propria preziosa vita per sostenere la vera religione? Colui che ha dato testimonianza della verità mettendo in gioco la propria vita, oltre il quale non rimane alcun grado ulteriore di testimonianza, è il vero martire.

La responsabilità dei musulmani

È a causa di questa responsabilità della missione profetica che la comunità musulmana è stata chiamata «la migliore comunità». Se i musulmani dimenticano questa responsabilità, diventano soltanto un popolo come gli altri popoli del mondo. Non vi è in loro alcuna bellezza particolare né alcuna ragione per cui meritino una posizione speciale. Ad Allah non importa se vivano nel mondo con onore o in una condizione di umiliazione. Al contrario, dopo aver dimenticato questa responsabilità, anch’essi diventeranno un popolo colpito dalla maledizione di Allah, come accadde ai popoli precedenti ai quali era stata affidata la stessa responsabilità. Quando non assolsero il compito loro affidato, furono maledetti. Perciò il versetto che proclama i musulmani «la migliore comunità» espone chiaramente anche la loro responsabilità e il loro dovere.
كُنْتُمْ خَيْرَ أُمَّةٍ أُخْرِجَتْ لِلنَّاسِ تَأْمُرُونَ بِالْمَعْرُوفِ وَتَنْهَوْنَ عَنِ الْمُنْكَرِ وَتُؤْمِنُونَ بِاللَّهِ وَلَوْ آمَنَ أَهْلُ الْكِتَابِ لَكَانَ خَيْرًا لَهُمْ مِنْهُمُ الْمُؤْمِنُونَ وَأَكْثَرُهُمُ الْفَاسِقُونَ
«Siete la migliore comunità suscitata per gli uomini: ordinate ciò che è conveniente, proibite ciò che è riprovevole e credete in Allah.» (Sura Āl ʿImrān, 110)

Allah l’Altissimo ha indicato personalmente anche il metodo per adempiere questa responsabilità collettiva:

«Ci sia tra voi una comunità che inviti al bene, ordini ciò che è conveniente e proibisca ciò che è riprovevole. Questi sono coloro che avranno successo.» (Sura Āl ʿImrān, 104)

Nel mettere in pratica questo comando, la prima cosa che i musulmani fecero dopo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fu istituire il fondamento del califfato secondo il modello della profezia. Questa istituzione opera come organizzazione per invitare al bene, ordinare la giustizia e impedire il male. I musulmani la fondarono per adempiere la responsabilità collettiva della religione della verità che era stata affidata loro dopo il Messaggero di Allah. Questa istituzione, in rappresentanza dei musulmani, aveva il compito di mantenerli saldi nella verità e di invitare gli uomini del mondo verso di essa. Finché questa istituzione chiamata califfato rimase correttamente stabilita, musulmani e non musulmani furono attivi nell’adempimento delle proprie responsabilità. Fino a quel momento, il compito della comunicazione rientrava nella categoria dell’obbligo collettivo. Il sistema del califfato lo adempiva e liberava così ogni membro della comunità dalla responsabilità di questo obbligo davanti ad Allah.

Quando però questo sistema si disgregò, la responsabilità di testimoniare la verità ricadde nuovamente su ogni membro della società. È come quando, dopo il crollo di un sistema statale, la responsabilità della protezione della vita e dei beni degli abitanti ricade su di loro invece che sullo Stato, e rimane su di loro finché non riescono a ricostruire il proprio sistema statale. Allo stesso modo, dopo il crollo del sistema del califfato, la responsabilità di essere testimoni davanti agli uomini è ricaduta su ogni membro della comunità. Finché non riusciranno a costruire un corretto sistema statale islamico, il peccato derivante dal mancato adempimento di questa responsabilità ricadrà su ogni musulmano. Nel Giorno della Resurrezione ogni individuo dovrà rispondere di ciò.

Riassunto

Il riassunto di tutta questa discussione è il seguente:

(a) Per portare a compimento la responsabilità di diffondere in tutto il mondo, fino al Giorno della Resurrezione, la religione di Allah affidata al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli ha trasferito questa responsabilità, per ordine di Allah, alla comunità. Ora questa comunità continuerà fino al Giorno della Resurrezione a diffondere la religione di Allah in ogni paese, presso ogni popolo e tra tutti coloro che parlano lingue diverse.

(b) Allah l’Altissimo ha stabilito che la diffusione debba avvenire verbalmente, con sincerità e attraverso le opere concrete. L’intera religione deve essere comunicata senza distinzioni né divisioni di classe. Deve essere trasmessa senza parzialità, ignorando le critiche dei detrattori. Quando necessario, il predicatore deve adempiere questa responsabilità sacrificando la propria vita.

(c) Per adempiere questa responsabilità collettiva esisteva l’istituzione chiamata califfato. Finché questa istituzione rimaneva in piedi, ogni musulmano era liberato da tale responsabilità.

(d) Dopo la scomparsa di questa istituzione, la responsabilità della diffusione dell’Islam è ricaduta su ogni membro della comunità. Essa sarà distribuita tra loro secondo le differenze di capacità e di rango.

(e) Ora, per rispondere di questo obbligo e liberarsi da tale responsabilità, i musulmani hanno davanti a sé due vie: o ristabiliranno l’istituzione chiamata califfato, oppure almeno metteranno in gioco la propria vita per ristabilirla.

(f) Se i musulmani non faranno nessuna delle due cose, saranno dichiarati colpevoli per non aver adempiuto la responsabilità della missione profetica affidata loro da Allah. Non dovranno portare soltanto il peso delle proprie colpe, ma anche subire la punizione per lo sviamento dell’intera creazione.

Da questa discussione risulta che la forza motrice principale per adempiere la grande responsabilità di diffondere la religione affidata da Allah ai musulmani è la loro coscienza e la loro sensibilità. La loro attenzione deve essere rivolta a ristabilire il sistema del califfato, affinché l’invito verso il bene possa essere nuovamente istituito. Attraverso questo sistema, i servi di Allah potranno essere guidati facilmente verso la religione di Allah e la prova definitiva potrà essere presentata davanti al mondo. Finché questo sistema non sarà ristabilito nel mondo, lo scopo più importante, più grande e supremo dei musulmani sarà fare qualcosa per ristabilirlo. Da svegli e durante il sonno, questo sarà l’unico pensiero di ogni musulmano. Per questo saranno il loro nutrimento e la loro bevanda, per questo la loro vita e la loro morte.

Se invece la vita dei musulmani è completamente contraria alla volontà di Allah, essi non potranno presentare ad Allah alcuna giustificazione accettabile per questa loro colpa. L’istituzione del califfato di Allah sulla terra di Allah è lo scopo della loro vita. Se dimenticheranno questo scopo, non potranno rivendicare sulla terra un’importanza maggiore di quella degli insetti o della paglia. Non potranno mai ottenere l’onore di essere una comunità equilibrata o la migliore comunità, né potranno sperare di ricevere aiuto e sostegno da parte di Allah.

4

A chi si rivolgevano per primi i profeti e gli inviati?

A quali persone i nobili profeti, pace su di loro, si rivolgevano per prime per diffondere il loro messaggio, e in che modo si rivolgevano a loro?

La prima parte della domanda significa questo: sebbene i profeti siano stati inviati all’intera nazione, all’inizio del loro lavoro invitavano forse tutti i membri della nazione, oppure nelle fasi iniziali si rivolgevano a una classe particolare? E, se si rivolgevano prima a una classe speciale, di quale classe si trattava? Invitavano per primi la gente comune, oppure coloro che guidavano la collettività?

La seconda parte della domanda riguarda un fatto concreto: all’inizio, il messaggio di ogni profeta appariva estraneo alla sua comunità; anzi, essa gli si opponeva con estrema durezza. I profeti cominciavano forse rivolgendosi a tutti come se fossero miscredenti o negatori, dicendo: «O miscredenti, credete! O politeisti, riconoscete Allah come unico Dio!»? Oppure il loro modo di rivolgersi a loro era diverso?

Queste due domande sono molto importanti. Poiché non le hanno comprese correttamente, alcuni hanno sbagliato anche nell’individuare il punto di partenza della predicazione. Inoltre, nel comprendere la propria posizione e quella delle persone alle quali si rivolgevano, sono caduti nell’eccesso. Di conseguenza, o l’intera predicazione è rimasta inefficace perché iniziata da un punto errato, oppure, non avendo stabilito correttamente la posizione di chi invitava e di chi era invitato, essa ha assunto la forma di una fitna e, invece della riforma, ha provocato grandi disordini.

I profeti si rivolsero ai leader contemporanei

In questo paragrafo cercheremo di rispondere alla prima parte della domanda. Alla luce della storia presentata dal Corano, riteniamo che la risposta sia la seguente: i profeti, pace su di loro, invitavano per primi le persone influenti della nazione ad accettare la religione di Allah. Facevano della loro riforma un mezzo per riformare il popolo.

Il profeta Ibrahim, pace su di lui, presentò innanzitutto il messaggio della religione ai membri della propria stirpe. A quel tempo essi ricoprivano le posizioni di guida religiosa del popolo. In seguito presentò il messaggio al sovrano del suo tempo, nelle cui mani era concentrato il potere politico della nazione e che si considerava padrone della vita e della morte delle persone.

«Non hai visto colui che disputò con Ibrahim riguardo al suo Signore, poiché Allah gli aveva dato il regno?» (Sura al-Baqara, 257)

Allah ordinò al profeta Musa, pace su di lui, di invitare innanzitutto il Faraone alla Sua religione.

«Va’ dal Faraone: egli ha oltrepassato i limiti. Digli: “Vuoi purificarti? E vuoi che ti guidi verso il tuo Signore, affinché tu Lo tema?”» (Sura an-Nazi‘at, 17-19)

Il profeta Daniyal, pace su di lui, invitò per primo alla religione il potente sovrano del suo tempo, Nabuchodonosor. Il profeta Irmiyah presentò la propria pretesa profetica davanti al re di Shamal. Il Messia, pace su di lui, si rivolse innanzitutto agli eruditi ebrei. Allo stesso modo, il Corano menziona la predicazione di Nuh, Hud, Lut e Shu‘ayb, pace su tutti loro. Ognuno di essi invitò per primo alla religione di Allah i capi sociali del proprio tempo e gli uomini gonfi di orgoglio e arroganza, attaccando le loro concezioni e dottrine.

Infine apparve il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Gli fu ordinato di ammonire i suoi parenti della stirpe qurayshita riguardo al castigo. Essi erano al vertice della guida religiosa degli arabi e dello Stato governato dai capi tribali. Attraverso di loro egli svolse il compito di guida morale e politica dell’intera Arabia.

Per portare il messaggio dell’Islam al resto del mondo, al di fuori dell’Arabia, egli insegnò alla comunità moderata questo metodo: scrisse ai capi dei vari Stati del mondo e presentò per primi a loro l’Islam. Chiese loro: «Accettate l’Islam e vivrete in pace; altrimenti sarete voi a portare la responsabilità dello smarrimento vostro e di coloro che dipendono da voi». Anche i leader della comunità dovrebbero seguire questo metodo per diffondere generalmente il messaggio, come indicano queste parole.

L’intera storia del Califfato ben guidato testimonia che i nobili Compagni, in quanto testimoni davanti alle nazioni, assolsero nel modo mostrato dal Messaggero il compito della predicazione generale che Allah e il Suo Messaggero avevano affidato loro.

L’invito di Gesù

È un fatto evidente che coloro alle cui porte il sole della guida comincia a diffondere per primo la sua luce sono proprio quelli che rimangono più indietro nell’accettare la religione di Allah. Chi conosce la storia dei profeti non può negarlo. Bilal dell’Abissinia, Suhayb dell’Asia Minore, Salman della Persia e i contadini di Medina venivano da luoghi lontani, accettavano l’Islam e ripartivano. Invece i capi qurayshiti Abu Lahab, Abu Jahl, Umayya ibn Khalaf e altri, così come i nobili di Ta’if davanti ai quali il Messaggero di Allah aveva predicato giorno e notte la verità, rimasero privati dei suoi benefici. Furono piuttosto la gente comune dell’Arabia a ricevere e a ottenere la benedizione di questo messaggio, sebbene esso non fosse ancora giunto loro direttamente, ma indirettamente.

Coloro che ricevono per primi il messaggio restano indietro nell’accettarlo; quelli che lo ricevono più tardi sono spesso i primi ad accoglierlo. La parola del profeta Gesù, pace su di lui, si è dimostrata vera. Egli disse: «Quanti sono primi rimarranno indietro, e quanti sono ultimi verranno avanti».

Nonostante ciò, i profeti non cambiarono l’ordine della loro predicazione. Presentavano dapprima il messaggio agli uomini influenti della società. Quando la loro ostinazione e i loro eccessi li facevano disperare, portavano il messaggio alla gente comune.

Dopo aver ricevuto la profezia, Gesù, pace su di lui, continuò ad attaccare l’intransigenza degli eruditi ebrei. Ma, dopo notevoli sforzi, quando non fu possibile spezzare la pietra del loro orgoglio e della loro politica arrogante, li abbandonò e si recò dai pescatori sulle rive del lago. Li chiamò e disse: «O pescatori! Venite, vi farò pescatori di uomini». Allah gli concesse tra loro una comunità di credenti che divenne famosa nel suo nome.

«Quando Gesù percepì la loro ostinazione nella miscredenza, disse rivolgendosi alla gente comune: “Chi sono i miei aiutanti sulla via di Allah?”. Gli apostoli risposero: “Noi siamo gli aiutanti di Allah. Crediamo in Allah; sii testimone che siamo sottomessi a Lui”». (Sura Al ‘Imran, 52)

Questo versetto allude alla predicazione generale di Gesù, quando egli predicava pubblicamente e aveva perso la speranza che i capi religiosi e sociali del suo tempo accettassero la verità. In quel momento presentò il messaggio ai poveri e alla gente comune. Lo fece con tono appassionato, sciogliendo come cera il cuore dei pescatori sulle rive del fiume. Ma quel messaggio non riuscì a sciogliere il cuore dei raffinati capi religiosi di Gerusalemme. Alla fine, proprio tra quella gente comune, nacque un gruppo di servitori portatori della bandiera della verità, che superò la grande prova della fede e rese vittoriosa nel mondo la religione di Allah. Questa verità è indicata nella Sura as-Saff.

«O credenti, siate gli aiutanti di Allah, come Gesù figlio di Maria disse agli apostoli: “Chi mi aiuterà sulla via di Allah?”. Gli apostoli dissero: “Noi siamo gli aiutanti di Allah”. Così una parte dei Figli d’Israele credette e un’altra parte negò. Noi sostenemmo coloro che credevano contro i loro nemici, ed essi prevalsero». (Sura as-Saff, 14)

Gesù il Messia, pace su di lui, pronunciò parole molto importanti riguardo alla guida e allo smarrimento: «Chi è indietro verrà avanti». Sebbene la gente comune fosse la prima ad avanzare nell’accettare la religione di Allah, i profeti non si rivolgevano direttamente a essa finché non avevano perso la speranza nei leader del loro tempo.

L’invito del Messaggero di Allah

Riflettendo attentamente, questa stessa situazione si riscontra nella predicazione del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Seguendo l’ordine di Allah, egli presentò per primo il messaggio della religione agli uomini della tribù di Quraysh. Allora essi erano i leader religiosi e politici dell’intera Arabia. Egli presentò il messaggio, uno per uno, a ciascun capo qurayshita. Quando da parte loro emersero odio, ostilità e opposizione, pregò Allah per la loro guida. Pregò persino per nome per alcuni di quelli particolarmente importanti. È narrato che disse: «O Allah, rafforza l’Islam guidando ‘Umar o Abu Jahl».

Era così desideroso della loro guida che spesso non badava al proprio riposo né alla propria dignità. Talvolta non trovava nemmeno il tempo di istruire adeguatamente coloro che avevano già accettato l’Islam e avevano bisogno di formazione. Nonostante ciò, per un periodo considerevole continuò a occuparsi di quelle persone e sopportò ogni loro rimprovero, scherno, odio, ostilità e opposizione.

Quando però fu compiuto il dovere di stabilire definitivamente la prova, Allah gli vietò di sprecare altro tempo dietro di loro e gli ordinò di rivolgere l’attenzione a coloro dai quali si poteva sperare la fede. Essi erano liberi dalla particolare malattia della leadership; ci si poteva quindi aspettare che ascoltassero e accettassero il consiglio della verità.

A questo punto Allah ordinò al Suo Profeta di ignorare gli uomini gonfi di orgoglio e arroganza.

«Volgi dunque loro le spalle: non sarai biasimato. Continua ad ammonire, perché l’ammonimento giova ai credenti». (Sura adh-Dhariyat, 54-55)

«Aggrottò la fronte e si allontanò perché da lui era venuto il cieco. E chi può dirti? Forse si sarebbe purificato, oppure avrebbe ricevuto l’ammonimento, che gli sarebbe stato utile. Quanto a colui che si mostra autosufficiente, tu gli vai incontro, mentre non sei responsabile se non si purifica. Invece colui che viene a te con premura e teme Allah, tu lo trascuri. No, davvero! Questa è un’ammonizione: chi vuole, la accolga. È scritta in fogli onorati, elevati e puri, nelle mani di scribi nobili e virtuosi». (Sura ‘Abasa, 1-16)

«Non fissare i tuoi occhi sui beni terreni che abbiamo concesso a gruppi di miscredenti. Non addolorarti per la loro sorte e abbassa l’ala della tua benevolenza sui credenti». (Sura al-Hijr, 88)

La ragione di questo metodo di predicazione

Il fatto che i profeti seguissero questo ordine nella presentazione del messaggio non è casuale. Esistono ragioni precise, alcune delle quali esporremo qui.

Prima ragione: la più grande e più evidente è che la gente comune, nel sapere, nell’azione, nel carattere e nella moralità, segue le persone influenti e autorevoli della società. Si dice: «Il popolo segue il re». Perciò, se i responsabili della società e dello Stato accettano il programma di riforma, la gente comune si correggerà spontaneamente. Se invece ostacolano questo cammino, la gente inizialmente non intraprenderà alcuna azione; e, anche se lo accetterà, il suo effetto svanirà rapidamente.

Seconda ragione: i profeti non si lasciarono coinvolgere in vendette politiche o economiche contro le classi eminenti, né nutrirono un’inutile parzialità per le classi decadute. Non incitarono mai le classi inferiori alla lotta di classe contro quelle superiori, né cercarono di spingere le classi superiori verso il basso e quelle inferiori verso l’alto.

La missione per la quale vennero nel mondo non può riuscire sostituendo un disordine con un altro disordine o un crimine con un altro crimine. Può riuscire soltanto fondando l’intera società sul timore di Allah, sui legami di parentela e sul timore dell’Aldilà. Perciò guardavano con uguale amore e compassione le classi comuni e quelle privilegiate e lavoravano affinché entrambe si liberassero della propria malattia e raggiungessero la salute. Tuttavia, nel lavoro di riforma, davano la precedenza alla riforma della classe privilegiata, perché essa è generalmente la prima a essere malata nella società e contagia le altre. Se viene curata, la guarigione degli altri diventa molto più facile.

Al contrario, coloro che sono spinti da vendetta o risentimento economico contro le classi superiori seguono un metodo completamente opposto a quello dei profeti. Sobillano la gente comune contro i capitalisti e provocano la lotta di classe. Il risultato è l’instaurazione di una dittatura di massa che, secondo loro, sarebbe la chiave di ogni bene e liberazione. In realtà, il sangue e la violenza producono soltanto la fine del dominio esclusivo dei vecchi capitalisti e la sua sostituzione con la dittatura di nuovi capitalisti. Il monopolio dell’oppressione, dell’ingiustizia e della tirannia passa da poche vecchie famiglie a poche nuove famiglie.

Se questa rivoluzione reca qualche beneficio al mondo, esso consiste soltanto nello spegnere il fuoco della vendetta di un gruppo e nell’aprire la strada alla manifestazione dei desideri di violenza, dominio e ostentazione della forza che esso aveva represso, permettendogli di iniziare un nuovo gioco. Chi limita il proprio orizzonte a questo genere di riforma può certamente usare il popolo come strumento per il proprio interesse.

Ma la rivoluzione per la quale vengono i profeti non si compie semplicemente sostituendo lo zar con Stalin e Lenin. Si compie eliminando in grandi e piccoli la tendenza all’oppressione e all’ingiustizia. Per questo il clamore e la violenza delle rivolte sono completamente contrari al loro scopo.

Terza ragione: le persone che occupano posizioni elevate nella nazione sono generalmente superiori anche dal punto di vista intellettuale. È proprio questa superiorità intellettuale che le pone sui seggi della leadership. Perciò una predicazione il cui scopo è una grande rivoluzione del pensiero e dell’azione non può ignorarle.

Se queste persone accettano una concezione corretta, possono dirigere sulla sua base un sistema sempre più vasto. Da questo punto di vista hanno un valore particolare. Distruggerle non danneggia soltanto loro, ma la società che le perde. Se vengono eliminate attraverso una rivoluzione popolare, l’intera società diventa simile al latte privato della panna. Quando, dopo la violenza della rivoluzione, essa cerca di ricostruire la vita secondo un nuovo progetto, si accorge di essere intellettualmente impoverita. Comprende chiaramente che per il lavoro futuro sono necessarie capacità intellettuali e ideologiche, ma ha perso completamente tali capacità.

Questa fu la situazione creatasi dopo la prima fase della rivoluzione russa. Quando la rivoluzione terminò, coloro che ottennero il potere non sapevano affatto come amministrare lo Stato sulla base della propria ideologia. Così non riuscirono a gestire il potere conquistato tra fuoco e sangue e dovettero affidarlo proprio alle persone dalle quali lo avevano sottratto. Quel gruppo si era inchinato davanti alla nuova dottrina sotto la pressione del clamore popolare, ma nascondeva nel cuore un intenso odio e una profonda ostilità verso di essa. Per questo usò il potere statale in modo completamente ipocrita; nelle sue mani, la prima rivoluzione socialista ebbe il destino che hanno le rivoluzioni affidate agli ipocriti.

Il metodo di predicazione dei profeti è completamente puro da errori di questo genere. Essi presentarono il loro messaggio innanzitutto a una comunità dotata di talento. Quando persone di quel livello, unite alla saggezza, possedevano anche un carattere personale elevato, la loro accettazione della predicazione accresceva immediatamente la forza del messaggio.خياركم في الجاهلية خياركم في الاسلام
«I migliori tra voi nell’epoca dell’ignoranza saranno i migliori anche nell’Islam, quando comprenderanno la religione».

Questo hadith allude proprio a tale verità. È una benedizione di questo metodo di predicazione che l’Islam abbia trovato uomini come Abu Bakr e ‘Umar, che Allah sia soddisfatto di loro. Da un lato, grazie al loro talento, assorbirono in sé l’essenza vitale del messaggio al punto da diventare essi stessi interpreti teorici della predicazione. Dall’altro, grazie alle loro eccellenti qualità morali e personali, possedevano una forza tale da fondare e dirigere, sulla base di questo messaggio, un sistema sociale completo, mostrando al mondo ciò che l’Islam intende realizzare nella pratica.

Quarta ragione: questa classe è superiore anche dal punto di vista materiale. La superiorità materiale in sé non è qualcosa di malvagio che debba essere necessariamente odiato. Diventa negativa soltanto quando sostiene e rafforza la falsità. Se invece viene trasformata in un mezzo per aiutare, sostenere e rafforzare la verità al posto della falsità, allora lo splendore di Sulayman, pace su di lui, e il regno di Dhul-Qarnayn furono grandi benedizioni; allo stesso modo, ogni superiorità materiale può essere una grande benedizione di Allah.

Quando il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era così preoccupato di portare il messaggio ai capi qurayshiti, aveva davanti agli occhi anche questo: se quelle persone avessero accettato la predicazione, i mezzi materiali in loro possesso sarebbero stati spontaneamente impiegati al servizio dell’Islam. Da una parte una grande forza sarebbe stata sottratta alla falsità; dall’altra sarebbe passata nelle mani della religione della verità, diventando una potente spada contro la falsità.

Ogni messaggio della verità comincia in una condizione di povertà di mezzi. Poi, gradualmente, conquista i mezzi materiali del proprio tempo e sottopone al proprio servizio le forze delle scoperte, delle invenzioni, della conoscenza e della scienza; in seguito le usa, quando se ne presenta l’occasione, contro la falsità. I nobili profeti desiderano questo, come lo desiderano i leader degli altri movimenti del mondo. Tuttavia esiste una differenza tra il desiderio degli uni e quello dei profeti.

Per i profeti, i mezzi materiali non possono assumere un’importanza tale da rendere irrilevante lo scopo principale. Perciò, quando il desiderio dei mezzi materiali oltrepassa i limiti stabiliti, Allah ferma i Suoi profeti. Egli ordina: «Non rivolgete lo sguardo ai beni dei miscredenti». La vostra predicazione contiene in sé il proprio equipaggiamento, il proprio mezzo, la propria sicurezza e i mezzi del proprio sviluppo. Allah è il Protettore della vostra predicazione e della nostra.وَلَا تَمُدَّنَّ عَيْنَيْكَ إِلَى مَا مَتَّعْنَا بِهِ أَزْوَاجًا مِنْهُمْ زَهْرَةَ الْحَيَاةِ الدُّنْيَا لِنَفْتِنَهُمْ فِيهِ وَرِزْقُ رَبِّكَ خَيْرٌ وَأَبْقَى وَأْمُرْ أَهْلَكَ بِالصَّلَاةِ وَاصْطَبِرْ عَلَيْهَا لَا نَسْأَلُكَ رِزْقًا نَحْنُ نَرْزُقُكَ وَالْعَاقِبَةُ لِلتَّقْوَى
«Non guardare con desiderio ciò con cui abbiamo provveduto alcuni gruppi di miscredenti: è lo splendore della vita terrena, con cui li mettiamo alla prova. Il sostentamento del tuo Signore è migliore e più duraturo. Ordina alla tua gente di pregare e persevera nella preghiera. Non ti chiediamo sostentamento: siamo Noi a sostentarti. Il buon esito appartiene al timore di Allah». (Sura Ta-Ha, 131-132)

Quinta ragione: i nobili profeti, pace su di loro, vennero nel mondo per instaurare un vero ordinamento della vita, fondato sul servizio ad Allah, sulla riflessione propria dei credenti, sulla critica imparziale, sulla ricerca e sul principio di svolgere ogni affare mediante la consultazione reciproca (shura). Qui non vi è posto per il culto della persona.

Per questo essi si rivolgono naturalmente per primi a coloro che possono seguire le loro idee e decisioni invece di adorare le personalità. Chi non possiede questa qualità non è affatto adatto a portare al successo la missione dei profeti. Persone dotate di tale capacità possono trovarsi in ogni classe sociale. Ma le perle si cercano prima nella miniera, non tra i rifiuti. Perciò i profeti si rivolgevano alla classe eminente e non volgevano l’attenzione agli altri finché non avevano perso la speranza in essa.

Al contrario, coloro che vogliono far adorare la propria personalità invece dei principi e degli obiettivi conducono sempre i loro movimenti tra la gente comune, evitando la classe intellettuale. Se possiedono capacità e forza politica, instaurano la propria dittatura. Se non possiedono capacità politica, oppure hanno la capacità ma non la forza necessaria, rimangono semplici leader popolari. Se, nelle questioni religiose, sono esperti di inganno, ipocrisia e astuzia, fondano un commercio di maestri spirituali e discepoli.

Costoro temono la classe dotata di talento come il ladro teme la luce del giorno. Tutto il loro gioco riesce meglio nell’oscurità; per questo amano l’oscurità.

Sesta ragione: se un movimento viene iniziato attraverso la gente comune, escludendo il livello talentuoso della società, coloro che tra la gente comune lo accettano diventano vittime del dubbio. Anzi, cadono in una sorta di inferiorità e, finché alcune persone delle classi elevate non seguono il movimento, non sviluppano quella fiducia in sé che li spinga a rischiare tutto per la rivoluzione.

La ragione psicologica è chiara: sebbene abbiano accettato il movimento con tutto il cuore, vedono nello stesso tempo che le persone la cui superiorità intellettuale e materiale hanno sempre riconosciuto non lo hanno accettato. Pensano allora che la colpa sia del movimento; oppure ritengono che forse vi sia una debolezza nella sua filosofia, visibile ai loro occhi ma non a quelli degli altri. Questa esitazione li rende del tutto inadatti al movimento: pur avendolo accettato, rimangono quasi nella schiera dei suoi negatori.

Il metodo dei nobili profeti è completamente immune da questo difetto. Essi attaccano per primi le idee e le dottrine delle persone sotto la cui guida è organizzata la società. Dopo un periodo di conflitto e di confronto, da un lato abbattono la morale, la politica e la filosofia metafisica del loro tempo; dall’altro depongono coloro che amministrano la società e lo Stato sulla base di filosofie errate.

In quel momento la gente comune rimane neutrale e osserva da quale parte sia la verità. Le persone pensanti comprendono già nella prima fase che la verità è con i profeti e la accettano. Coloro che non possiedono una comprensione acuta rimangono invece per qualche tempo nell’incertezza. Ma quando lo scontro tra verità e falsità raggiunge il punto in cui la falsità ricorre a strumenti meschini per sostenersi e smentire la verità, anche per loro la verità diventa completamente chiara e si inchinano davanti a essa.

Questi due gruppi della gente comune possono essere rispettivamente più avanti o più indietro nell’accettare la verità, ma entrambi la accettano con una visione ampia e lungimirante. Per questo sono protetti dall’inferiorità che colpisce il gruppo menzionato prima. L’influenza degli oppositori della verità scompare completamente dai loro cuori. Vedono che, per legittimare le proprie idee, tali oppositori non possiedono altra prova che la caparbietà, l’ostinazione e la testardaggine. Anche il loro inganno, egoismo e artificio diventano evidenti.

Perciò il rispetto per la loro antica leadership, influenza e prestigio scompare dai cuori della gente. Questa osservazione genera in essa, al posto dell’inferiorità, un senso di superiorità. Invece di cadere nel dubbio e nella paura opponendosi ai «grandi», essa prova, sostenendo la verità, un onore e un’elevatezza straordinari. Queste qualità la innalzano tanto moralmente e psicologicamente che, anche se la sua forza numerica è scarsa, i suoi mezzi limitati e le sue armi logore, schierata davanti a grandi eserciti essa riesce a sconfiggerli.

Settima ragione: per la durata di una predicazione è indispensabile reclutare i suoi servitori tra le persone talentuose e di classe elevata. Se ciò non è possibile, la predicazione non può durare; gli innovatori vi aprono presto una breccia e finiscono per [parola illeggibile nel testo originale, p. 57] l’intero messaggio.

È stato già ricordato che nessuno tra gli eruditi e i notabili dei Figli d’Israele accettò il messaggio di Gesù, pace su di lui. Egli riuscì a raccogliere soltanto alcuni seguaci della gente comune. Non vi è dubbio sulla loro sincerità, devozione e senso di responsabilità: fecero tutto il possibile per diffondere il messaggio. Tuttavia San Paolo deformò presto la religione di Gesù. L’elemento che sfruttò maggiormente fu la propaganda secondo cui i seguaci di Gesù erano persone comuni e ignoranti, incapaci quindi di comprendere il segreto e il significato profondo del suo insegnamento.

Egli stesso era esperto di filosofia greca e di misticismo. Sosteneva di comprendere il significato degli insegnamenti del Messia meglio dei suoi seguaci diretti. In questo modo esercitò il proprio influsso sulla gente comune; la sua propaganda divenne così efficace che non fu possibile contrastarla e la religione di Gesù assunse rapidamente una forma completamente diversa.

Al contrario, tra coloro che accettarono l’Islam vi erano persone talentuose come Abu Bakr e ‘Umar, che Allah sia soddisfatto di loro. Per questo gli innovatori non riuscirono così facilmente ad aprire falle nell’Islam. Quanto al messaggio originario dell’Islam, si può dire che, nonostante migliaia di rivoluzioni, trasformazioni e gli attacchi estremi degli innovatori, esso è rimasto fino a oggi intatto.

Conclusione

Per tutte queste ragioni, il metodo di predicazione dei nobili profeti è sempre stato quello di invitare per primi la comunità dotata di talento. Nei casi in cui, invece di una riforma parziale, sia necessaria una riforma generale, questo è il metodo più efficace.

Se in un luogo è stato instaurato un sistema islamico e al suo interno si è prodotta una deformazione parziale, per correggerla bisogna rivolgersi alle persone responsabili di quella deformazione. Ma dove il sistema islamico non è affatto instaurato e, invece di una riforma parziale, è necessaria una riforma completa, bisogna certamente presentare il messaggio secondo il metodo dei profeti e, in questa predicazione, invitare per primi la classe intellettuale e autorevole del Paese, sia essa legata a una nazione musulmana oppure a una nazione non musulmana. Questa era la prima risposta alla domanda. Ora parleremo della seconda parte.

Il modo in cui i profeti si rivolgevano agli uomini

È chiaro che i profeti giungono in un’epoca in cui diventa impossibile distinguere il vero dal falso e la verità dalla menzogna senza l’aiuto della rivelazione divina, e in cui, di fatto, l’intero sistema della vita passa nelle mani della falsità invece che in quelle della verità. In un’epoca simile, la verità si trova soltanto con i profeti. Al di fuori dei limiti da loro stabiliti si possono forse trovare alcune parti della verità, ma non è possibile trovarla nella sua completezza. Per questo non sarebbe né opportuno né coerente che i nobili profeti si rivolgessero alla gente fin dall’inizio in questo modo. La realtà è infatti che, al di fuori del loro ambito d’azione, non vi sono che miscredenza e politeismo. Tuttavia, chiunque legga la storia dei profeti sa che essi non si rivolgevano così alla gente. Al contrario, si rivolgevano loro con espressioni come: «O gente!», «O uomini!», «O membri del mio popolo!», «O comunità della Gente del Libro!», «O comunità degli ebrei!», «O comunità dei cristiani!», «O credenti!», e simili.
I profeti e i messaggeri continuarono a rivolgersi in questo modo alla loro gente finché la loro ostinazione, la loro caparbietà e la loro opposizione alla verità non li ebbero portati a una tale disperazione da rendere giunto per loro il momento di separarsi dal proprio popolo o di emigrare. Quando una nazione si spinge così avanti nell’opposizione alla verità da non essere affatto disposta a sostenere l’esistenza dei seguaci della verità al suo interno, e quando persino le prove più grandi e più evidenti a sostegno della verità diventano inefficaci di fronte alla sua ostinazione, allora i profeti abbandonano il proprio popolo. È allora che usano chiaramente per loro parole come miscredenti, politeisti e simili.

L’esempio di Abramo

Questa verità è comunque evidente nella predicazione di ogni profeta; tuttavia, chi conosce i diversi stadi della predicazione del profeta Abramo, pace su di lui, e del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non può in alcun modo negarla. Il profeta Abramo, pace su di lui, si rivolse con determinate parole a suo padre, al suo popolo e al sovrano suo contemporaneo. Ma quando, nel corso della predicazione e della trasmissione del messaggio, fu trascorso un periodo considerevole, e la forza complessiva delle prove e dei miracoli non solo divenne inefficace di fronte all’ostinazione del popolo, ma si trasformò persino in una minaccia per esso, allora essi proclamarono la rottura dei rapporti con il proprio popolo, usando parole dalle quali risultava chiaramente che l’ultimo limite possibile di tolleranza e indulgenza verso la miscredenza e il politeismo del popolo era ormai stato raggiunto. In seguito proclamarono anche il loro odio e la loro inimicizia nei confronti dei membri del proprio popolo. Questo conflitto continuò finché essi non credettero nell’unicità divina.قَدْ كَانَتْ لَكُمْ أُسْوَةٌ حَسَنَةٌ فِي إِبْرَاهِيمَ وَالَّذِينَ مَعَهُ إِذْ قَالُوا لِقَوْمِهِمْ إِنَّا بُرَآءُ مِنْكُمْ وَمِمَّا تَعْبُدُونَ مِنْ دُونِ اللَّهِ كَفَرْنَا بِكُمْ وَبَدَا بَيْنَنَا وَبَيْنَكُمُ الْعَدَاوَةُ وَالْبَغْضَاءُ أَبَدًا حَتَّى تُؤْمِنُوا بِاللَّهِ وَحْدَهُ
«Avete un eccellente esempio in Abramo e in coloro che erano con lui, quando dissero al loro popolo: “Noi siamo estranei a voi e a ciò che adorate all’infuori di Allah. Vi rinneghiamo. Tra noi e voi sono stati dichiarati inimicizia e odio per sempre”» (sura al-Mumtahana, 4).

L’esempio del Messaggero di Allah

La situazione della predicazione del profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era esattamente la stessa. In nessuna sura rivelata prima del periodo prossimo all’Egira si trova la prova che egli si rivolgesse apertamente al suo popolo o alla Gente del Libro con parole come miscredenti, politeisti o ipocriti. Le espressioni usate erano invece: «O uomini!», «O umanità!», «O membri del popolo!», e simili. Analogamente, per la Gente del Libro venivano usate espressioni come «O Gente del Libro» o parole di significato equivalente. Persino per gli ipocriti, fino alla conquista della Mecca, continuò a essere usata la consueta espressione «O credenti!». In nessun luogo ci si rivolse apertamente loro dicendo: «O ipocriti!».

Ma quando, dopo un determinato periodo di predicazione e trasmissione del messaggio, la prova definitiva della religione di Allah fu stata pienamente stabilita contro il popolo, e coloro che rifiutavano la religione non si limitarono a respingerla, ma decisero persino di uccidere il suo Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, egli emigrò e si rivolse ai miscredenti coreisciti con l’espressione chiara «O miscredenti», proclamando la rottura dei rapporti con la loro religione. Alla vigilia di questa emigrazione fu rivelata la sura che conteneva non soltanto la proclamazione della rottura dei rapporti con i coreisciti, ma persino una dichiarazione di guerra:قُلْ يَا أَيُّهَا الْكَافِرُونَ (1) لَا أَعْبُدُ مَا تَعْبُدُونَ (2) وَلَا أَنْتُمْ عَابِدُونَ مَا أَعْبُدُ (3) وَلَا أَنَا عَابِدٌ مَا عَبَدْتُمْ (4) وَلَا أَنْتُمْ عَابِدُونَ مَا أَعْبُدُ (5) لَكُمْ دِينُكُمْ وَلِيَ دِينِ (6)
«Di’: “O miscredenti! Io non adoro ciò che adorate; né voi adorate ciò che adoro. Io non adorerò ciò che avete adorato, né voi adorerete ciò che adoro. A voi la vostra religione e a me la mia”». [Alcuni vogliono considerare l’ultima affermazione di questa sura una proclamazione di liberalità e tolleranza. Ma ciò è completamente errato. Essa è in realtà una proclamazione di rottura dei rapporti e una dichiarazione di guerra. Per maggiori dettagli, si veda il Tafsir della sura al-Kafirun del mawlana Hamiduddin Farahi.

La differenza tra il miscredente e colui che si dedica ad atti di miscredenza

I nobili profeti adottavano tutte queste cautele e precauzioni soltanto fino al punto in cui non mostravano alcuna indulgenza nel dichiarare miscredenza e politeismo le azioni tipiche dei miscredenti e dei politeisti. Se per qualche ragione avessero voluto mostrare anche una minima rilassatezza in questo ambito, Allah l’Altissimo non avrebbe concesso loro tale permesso. Anche nelle situazioni di grave conflitto veniva loro impartita la guida di non temere alcun pericolo nel dichiarare miscredenza o politeismo ciò che era miscredenza o politeismo, né di prendere in considerazione interessi sociali o collettivi. La ragione non poteva certo essere che essi — Dio non voglia — volessero dichiarare la gente miscredente e politeista. Piuttosto, si astenevano da ciò soltanto per timore di provocare inutili disordini o per paura che la gente si allontanasse dall’invito alla verità. Se una simile prudenza fosse stata loro lecita, avrebbero potuto accettare le proposte di compromesso avanzate dai miscredenti e risolvere con estrema facilità ogni disputa. Ma nessun profeta prese mai in considerazione una simile prudenza nelle questioni della religione, per quanto grande fosse il pericolo che avrebbe dovuto affrontare. È quindi necessario riflettere profondamente su questa questione: se erano così impavidi e audaci nel dichiarare miscredenza e politeismo la miscredenza e il politeismo, perché furono tanto cauti nel definire miscredenti e politeisti coloro che vi si dedicavano, e perché tardarono tanto a proclamare la rottura dei rapporti con loro?

Le due ragioni di questa differenza

A nostro avviso, vi sono due ragioni molto importanti per cui, pur dichiarando miscredenza e politeismo gli atti di miscredenza e di politeismo, i nobili profeti, pace su di loro, tardarono a definire miscredenti e politeisti coloro che li commettevano e a proclamare la rottura dei rapporti con loro.

La prima ragione: la prima ragione è che il rimprovero e la condanna che, presso Allah l’Altissimo, spettano ai servi vengono inflitti soltanto dopo che è stata presentata la prova definitiva e la trasmissione del messaggio è stata completata. Se fosse stato lecito punire la gente o manifestare il proprio scontento nei suoi confronti senza presentare la prova definitiva e senza completare la trasmissione del messaggio, Allah l’Altissimo non avrebbe inviato i profeti. Perciò, prima di dichiarare miscredente la gente e proclamare la rottura dei rapporti con essa, i profeti dovevano darle il tempo necessario affinché la prova di Allah l’Altissimo fosse pienamente stabilita contro di essa, così che, nel rifiutare la religione di Allah, non le restasse altra ragione se non l’ostinazione e la caparbietà. Per rendere definitiva la prova è necessario diffondere e insegnare la religione per un certo periodo. Durante l’epoca in cui l’arrivo dei profeti è interrotto, l’oscurità della deviazione che ricopre la gente è così profonda che persino le persone più eminenti non riescono a trovare la strada, per non parlare della gente comune. Per questo ogni comunità ha bisogno di diffusione e formazione. Poiché ogni forma di deviazione mette radici nel cuore sotto forma delle usanze degli antenati e poiché gli interessi di alcune persone sono legati a essa, occorre dedicare un periodo considerevole alla lotta per estirparla. I profeti e i messaggeri si impegnano in questa lotta per lungo tempo e con piena pazienza. Alla fine la verità si manifesta così chiaramente che nessuno, eccetto coloro i cui interessi sono legati alla falsità, riesce più a negarla. Quando la trasmissione del messaggio è giunta a questo livello di completezza, diventa lecito per i profeti separarsi da coloro che rifiutano la verità, proclamando apertamente la loro miscredenza e il loro politeismo.

La seconda ragione: la seconda ragione è che, quando l’intero sistema sociale continua a essere fondato sulla falsità invece che sulla verità, diventa impossibile persino per coloro che desiderano seguire la verità seguirla realmente. In quel momento la corruzione penetra in ogni ambito della vita in modo tale che nemmeno una persona consapevole e vigile può respirare senza inghiottirne una parte. Se, in una simile situazione, i profeti e i messaggeri avessero ignorato la delicatezza delle circostanze, avessero imposto alla gente il verdetto di miscredenza e avessero proclamato la rottura dei rapporti con essa, ciò avrebbe comportato una grave ingiustizia per molti. Per questo non iniziarono la loro attività di predicazione dichiarando verdetti di miscredenza e proclamando la rottura dei rapporti. Cercarono invece, attraverso la predicazione e i predicatori, di creare un ambiente adatto nel quale i seguaci della verità potessero vivere secondo i propri principi. Quando questo ambiente comincia a formarsi e si apre una via favorevole alla vita dei seguaci della verità, anche se ancora stretta e difficile, allora giunge il momento di dichiarare gli atti di miscredenza di coloro che abbandonano la via della verità e avanzano rapidamente sulla via della falsità soltanto per soddisfazione personale, lusso, ostentazione e spirito esibizionistico.

Nell’ambiente attuale

Se vogliamo trarre una guida per l’ambiente attuale da questo eccellente esempio dei profeti, è chiaro che l’ambiente oggi prevalente nel mondo intero, sotto molti aspetti, è simile a quello dell’epoca in cui la successione dei profeti era interrotta. Non vi è dubbio che oggi il Libro di Allah è presente tra noi nella sua forma intatta. Perciò il mondo attuale non ha bisogno di un nuovo profeta, né ne avrà bisogno fino al Giorno della Resurrezione. Tuttavia, il sistema approvato dalla nostra Sharia per guidare il creato e mantenere i musulmani saldi nella verità era il sistema del califfato. Tale sistema è scomparso ormai da molto tempo. Per questo si può dire che gli uomini del mondo sono oggi, in larga misura, incapaci di sottrarsi alla corruzione e alla deviazione in cui sono immersi. Abbiamo già spiegato dettagliatamente nel capitolo di questo libro intitolato «Gli errori nei metodi correnti di trasmissione del messaggio» che Allah l’Altissimo ha affidato ai musulmani, per il periodo dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, fino al Giorno della Resurrezione, il compito di presentare definitivamente la prova davanti al mondo. Allah l’Altissimo ha anche indicato il modo per assolvere questo compito: i musulmani devono instaurare il sistema del califfato. Da un lato esso inviterà gli uomini del mondo al bene e alla prosperità; dall’altro manterrà i musulmani saldi sulla retta via attraverso l’ingiunzione del bene e il divieto del male (amr bi-l-maʿruf wa nahi ʿan al-munkar). A causa dell’assenza del sistema del califfato, questo mondo è rimasto prigioniero di un sistema falso. La falsità è talmente diffusa in ogni aspetto e settore della vita, con tanta forza e splendore, che nell’attuale sistema di vita non è rimasto praticamente alcuno spazio per la verità. Il sistema educativo, culturale, sociale, politico e ogni altro settore si sono allontanati dalla verità e sono impegnati ad aiutare e sostenere la falsità. Anche quando sotto di essi viene compiuta un’opera piccola o grande in nome dell’Islam, a causa dell’ambiente sfavorevole del tempo presente essa finisce per aiutare la falsità.

Le persone virtuose, che desiderano sinceramente seguire la verità e la giustizia, oggi non riescono ad avanzare sulla via della verità nemmeno di pochi passi senza ostacoli. Se una persona lontana concede loro spazio anche solo per un po’, quella vicina li mette nei guai e non tollera in alcun modo che avanzino anche solo di due passi sulla via da loro scelta. Il profeta Messia, pace su di lui, disse: «La via del peccato è ampia e numerosi sono i viandanti che la percorrono. Ma la via della virtù è stretta e assai pochi sono i suoi viandanti».

Oggi questa verità è visibile con i propri occhi. Per raggiungere la destinazione della falsità vi è una strada ampia e priva di ostacoli. Ai suoi lati si trovano alberi folti e ombrosi. Vi sono inoltre mezzi di trasporto veloci e guide per la sicurezza. In ogni tappa abbonda il lusso. Si può raggiungere la destinazione sicura in qualunque momento lo si desideri. Sulla via della verità, invece, si incontra un ostacolo già al primo passo. Anche se lo si riesce a rimuovere con coraggio, a ogni passo successivo incombe il pericolo. Dall’inizio alla fine del viaggio non si incontrerà altro che pericoli a ogni passo. Oggi ben pochi hanno l’audacia di intraprendere questa strada portando con sé la propria testa.

In quest’epoca delicata e piena di confusione non vi è da meravigliarsi se le persone si allontanano dalla via della guida e imboccano quella della deviazione. Se vi è qualcosa di cui meravigliarsi, è piuttosto che esse siano oggetto di biasimo: meritano invece di essere lodate e, anziché essere allontanate e respinte, meritano di essere accolte al petto. Se coloro che hanno mantenuto viva la fiaccola della propria fede nonostante condizioni così avverse avessero trovato un ambiente favorevole, sarebbero diventati musulmani eccellenti. Per questo, invece di odiarli e dichiararli privi di fede sulla base dei loro errori o del fatto che siano caduti nella deviazione per ignoranza o per assoluta costrizione, si dovrebbe cercare di suscitare in loro consapevolezza e sensibilità riguardo alle vere esigenze della fede e dell’Islam.
6

La sequenza della predicazione del dīn

I nobili profeti, pace su di loro, seguivano un ordine particolare nel rivolgere l’invito alla gente. Quest’ordine si fondava su una grande strategia dell’opera di predicazione. Se lo si capovolge, quella strategia e quella saggezza vengono meno. Lo abbiamo già detto in precedenza. Analogamente, anche nel presentare alla gente le cose che i profeti e i messaggeri esponevano, essi prestavano attenzione a un ordine particolare. Nell’opera di predicazione della religione, questa successione ha una grande importanza. Se non si presta attenzione a tale continuità, tutto lo sforzo rischia di andare perduto; anzi, può essere compromesso anche lo scopo stesso della predicazione della religione. Per questo, qui parleremo della successione che è assolutamente necessario adottare nel presentare alla gente l’invito della religione.
L’inizio della predicazione dei profeti
I profeti giungono sempre in un’epoca in cui l’ordine della vera religione è completamente sconvolto e un sistema jahilita ha assoggettato l’intera società. Per questo, per prima cosa essi innalzano l’invito a quei principi fondamentali sui quali si costruisce una società islamica autentica. Questi principi fondamentali sono tre:
1. Fede in Allah, con il pieno riconoscimento della Sua unicità.
2. Fede nella messaggeria, con piena obbedienza.
3. Fede nell’Aldilà, con pieno senso di responsabilità.
Quando questi tre elementi vengono deformati, la società comincia a dirigersi verso la jahiliyya. Quando la deformazione si diffonde ampiamente, l’oscurità della jahiliyya ricopre l’intera società. Al contrario, quando questi tre elementi tornano a risplendere, la società comincia ad avanzare verso l’Islam; e quando essi si manifestano pienamente, la società entra nella piena luce della religione. La fede in questi tre elementi è così profondamente radicata nella natura umana che nel mondo essi sono stati raramente negati. Tuttavia, poiché Satana sa bene che il vero ordinamento della vita si fonda su questi tre elementi, da sempre si adopera per creare in essi, in qualunque modo, una qualche breccia. La realtà è dunque che, così come questi tre elementi sono stati raramente negati apertamente, altrettanto raramente sono stati accettati in modo corretto, a causa degli sforzi corruttori di Satana. Nel campo della dottrina e della fede, il mondo non li ha mai respinti del tutto, né li ha mai accettati pienamente nel modo giusto. Piuttosto, nella maggior parte dei casi, all’accettazione si è accompagnato anche il rifiuto. È proprio per liberare la gente da questa condizione che Allah l’Altissimo ha inviato profeti e messaggeri in ogni epoca.
Un problema sul cammino della predicazione
Questa mescolanza di verità e falsità rende difficile e dispendiosa in termini di tempo l’opera della predicazione e della riforma. Se si dovesse affrontare soltanto la falsità, la si potrebbe facilmente sconfiggere. Ma quando verità e falsità sono mescolate e la verità viene usata come scudo per proteggere la falsità, prima di intraprendere qualsiasi azione efficace a sostegno della verità, coloro che invitano alla verità devono affrontare una grande battaglia. Lo scopo di questo jihād è dimostrare alla gente che, se nel sistema vigente è rimasta una qualche parte di verità, ciò non avviene nell’interesse della verità, bensì al servizio della falsità. I profeti e i messaggeri, così come coloro che invitano il mondo alla vera religione, devono generalmente combattere contro persone dalla dottrina corrotta, le quali, raggiungendo un compromesso tra la religione di Allah e i desideri del proprio nafs, costruiscono un sistema nuovo e diverso e lo fanno passare per il vecchio sistema. Poiché queste persone usano la religione di Allah come scudo per proteggere la propria falsità, non è possibile attaccarle direttamente con piena libertà. Occorre invece separare gradualmente la parte di verità dalla parte di falsità presenti nelle loro convinzioni e nelle loro azioni. E poiché ciascuna delle loro falsità continua ad accumularsi sotto forma di verità, separarla diventa così difficile che essi costruiscono una vera e propria fortificazione attorno a ciascuna di esse. Finché non perdono la speranza di difenderle, non sono pronti ad abbandonarle.
Quest’opera richiede moltissimo tempo. Richiede una visione lungimirante, estrema pazienza e profonda comprensione. Quando una persona ritiene che, tra coloro che rifiutano qualcosa, vi sia anche un elemento di accettazione, naturalmente tratta la falsità con indulgenza. Ma da questa indulgenza trae beneficio la falsità, non la verità.
Due elementi da considerare nell’educazione e nella formazione
Come risultato di questo conflitto, coloro che si impegnano con animo sincero ad aderire alla verità pura e a recidere i propri rapporti con la falsità diventano una jamāʿa. I profeti e i messaggeri insegnano innanzitutto a queste persone qualcosa mediante cui, da un lato, il loro rapporto con Allah si stabilisce nel modo migliore e, dall’altro, esse si uniscono come una parete saldata di piombo. I principi per legare correttamente il servo ad Allah derivano dai tre principi menzionati sopra. Per coloro che hanno accettato i tre principi fondamentali già citati, accettare queste regole non presenta alcuna difficoltà. Dopo aver accettato un principio fondamentale, una persona religiosa non può rifiutarsi di accettarne le conseguenze necessarie. Infatti, gli elementi indispensabili di una cosa possono essere considerati la sua spiegazione dettagliata, dopo che il principio fondamentale è stato esposto in forma sintetica. Poiché la gente ha accettato il principio fondamentale, i profeti non hanno però gettato davanti a essa questi elementi indispensabili alla rinfusa, presumendo che li avrebbe accettati facilmente. Al contrario, hanno seguito a questo riguardo una successione razionale. È proprio nella continuità di questa attività che risiede il successo della loro missione. Nel disporre i vari livelli di questa successione, si tengono presenti due elementi: (1) le capacità mentali e intellettuali della jamāʿa; (2) la forza complessiva della jamāʿa. Questi due aspetti richiedono una certa elaborazione.
Le capacità mentali e intellettuali
Con l’espressione capacità mentali e intellettuali intendiamo dire che tra gli ordini e gli insegnamenti della religione esiste una catena, un collegamento. (Qui non si comprende una parola. L’ultima parola dell’ultima riga di p. 68.) Vi sono principi fondamentali dai quali derivano alcuni principi primari; sulla base di questi si costruiscono gli insegnamenti fondamentali e da questi, a loro volta, prendono forma i rami e le diramazioni secondarie. Chi apprende la religione seguendo questa successione, da un lato sviluppa a ogni livello la capacità necessaria per affrontare il livello successivo e, dall’altro, diventa capace di comprendere l’intero sistema contenuto in essa. L’esempio è precisamente questo: a un bambino si insegnano dapprima le vocali e le consonanti, poi a formare le parole con esse, poi a leggere parole e frasi e infine gli si presenta un discorso completo. Poiché egli ha seguito gradualmente una catena che va dalle lettere fino alla frase, a ogni livello ha potuto comprendere spontaneamente la capacità necessaria per quello successivo e nulla è diventato un peso per la sua natura. Poiché ogni capacità esige di essere messa in opera, egli avverte spontaneamente nella propria natura l’impulso a passare da un livello all’altro.
Al contrario, una persona può non aver ricevuto la religione in questo modo; le sue diverse parti possono esserle state presentate senza difficoltà apparenti ma prive di qualsiasi successione. La si può paragonare a un bambino davanti al quale sia stata posta una frase completa senza fargli attraversare i livelli iniziali. Forse riuscirà a recitarla e, con l’aiuto della memoria, anche a impararla a memoria. Tuttavia essa rimarrà per sempre un peso sulla sua memoria e non potrà mai trasformarsi in una parte della sua capacità naturale.
I nobili profeti, pace su di loro, non adottarono mai questo metodo nel presentare la religione. Seguivano invece una successione naturale e razionale. Di conseguenza, chi accettava la religione la accettava spinto dalla propria natura. L’intera religione si radicava profondamente nei suoi pensieri, nella sua coscienza, nel suo cuore e nella sua anima. È attraverso questo processo che nell’individuo nasce una fede incrollabile, che non si separa dal cuore neppure dopo essere stato reciso e diviso in due con una sega. Attraverso questo processo continua a svilupparsi il gusto del taqwā, che non è disposto a tollerare, nemmeno negli angoli più remoti delle molteplici attività della vita, alcunché contrario allo spirito della religione.
Coloro che non vogliono comprendere questo sistema della religione e la bellezza del metodo di predicazione dei profeti, prima di impartire alla gente la conoscenza di Allah, vogliono renderla disciplinata non solo nelle preghiere obbligatorie, ma anche nelle preghiere del tahajjud, dell’ishrāq e simili. Prima di creare nelle persone la convinzione della necessità del profeta e dell’obbedienza a lui, si mettono a misurare la lunghezza e la larghezza della barba, dei baffi, della tunica e dei pantaloni. Prima di infondere una fede salda nell’Aldilà, vogliono vedere nella gente le bellezze del taqwā, del timore di Allah, della sincerità, della cortesia, dell’umiltà e della mitezza. Nel loro sforzo capovolto, la barba diventa lunga una spanna, i pantaloni arrivano al limite più basso; nel camminare, nello stare in piedi e seduti, nel parlare e in ogni cosa può apparire una povertà artificiale; nel mangiare e nel bere, nei cibi da leccare e da sorseggiare, si può forse diventare esteriormente osservanti della Sunna. Ma poiché queste cose vengono prodotte con metodi irrazionali e innaturali, la caratteristica di questo taqwā ostentato non è altro che: «Si scelgono e si scartano le mosche, ma si inghiotte il cammello».
Coloro che possiedono questo genere di taqwā non vedono se il boccone di cibo che scende nella loro gola è puro e lecito oppure è stato guadagnato servendo il ṭāghūt. Tuttavia, dopo aver inghiottito questo boccone illecito, attribuiscono un’importanza straordinaria al bere l’acqua con la mano destra, invece di usare l’altra mano. La concezione religiosa di queste persone è che, se l’intenzione di qualcuno è corretta, egli può compiacere Allah e innalzare la bandiera dell’Islam anche ricoprendo, sotto un sistema falso, incarichi come quelli di ufficiale di polizia, amministratore distrettuale, membro del parlamento e simili. Tra questi devoti si può trovare anche chi si vanta della propria fortuna perché per sua figlia è stato trovato un genero religioso, i cui pantaloni non scendono mai sotto i polpacci e che è discepolo di un certo hazrat. Ma non gli passa mai per la mente che il mezzo scelto da suo genero per guadagnarsi da vivere è qualcosa che nessun musulmano dotato di sensibilità per la fede potrebbe neppure immaginare.
La causa principale di questa bancarotta è che, per lungo tempo, tra i musulmani non è sorta alcuna predicazione capace di presentare l’intera religione con il suo metodo ordinato e di chiarire alla gente, a ogni livello, la parte della religione che doveva essere presentata, insieme alle sue necessarie conseguenze. Al contrario, coloro che hanno iniziato qualche opera di predicazione, per mancanza di consapevolezza della necessità fondamentale e per scarsa conoscenza del sistema della religione, hanno cominciato da dove volevano. E anche quando vi era una certa coscienza religiosa, essa era così deformata e priva di vita che, lungi dal poter essere posta a fondamento di una predicazione corretta, probabilmente non permetteva neppure di avviare una predicazione corretta lasciandola intatta.
La capacità organizzativa
Consideriamo ora anche la forza collettiva alla quale i nobili profeti prestavano attenzione nel presentare la religione. Riflettendo sugli ordini della religione, si comprende che sono di due tipi: (1) ordini individuali; (2) ordini collettivi. Gli ordini individuali riguardano i singoli e devono essere osservati da ciascuna persona a livello individuale, come la preghiera, il digiuno, spendere sulla via di Allah e simili. Gli ordini di livello collettivo riguardano la jamāʿa. Quando la jamāʿa viene all’esistenza, osservare tali ordini diventa obbligatorio per essa, come le norme relative alla società, alla politica e al jihād.
Nel predicare e insegnare gli ordini di livello individuale bisogna tenere conto della capacità di comprensione e di assimilazione della persona. Non è giusto riversare su di lei una pioggia di ordini e divieti; altrimenti potrebbe spaventarsi e abbandonare tutto. Bisogna anche chiedersi se possiede la capacità di sostenere il peso degli ordini del secondo tipo che le si stanno imponendo. Anche questa valutazione organizzativa è estremamente difficile. I profeti, pace su di loro, ricevevano direttamente da Allah la guida a questo riguardo, poiché gli ordini e i divieti venivano rivelati tenendo conto della capacità di comprensione della collettività. Quanto a coloro che vogliono guidare una jamāʿa secondo il metodo dei profeti, devono agire in questa materia interamente attraverso l’ijtihād. Finché non sapranno valutare pienamente le fasi della rivelazione degli ordini della religione, le condizioni particolari del loro tempo e la differenza tra la jamāʿa di un profeta e quella di chi non è profeta, i loro passi non potranno mai cadere sulla strada corretta. Vi è inoltre sempre il timore che l’organizzazione da loro guidata possa urtare contro una roccia e andare in frantumi prima di raggiungere la riva.
Coloro che ignorano questo aspetto, vedendo davanti a sé l’intero Corano glorioso, immaginano che sia stato rivelato tutto in un solo giorno e che tutti i suoi ordini e divieti dovessero entrare in vigore nello stesso momento. Così, da un lato continuano a invitare al tawḥīd e, dall’altro, introducono anche l’ordinamento giudiziario islamico. Da un lato cominciano a spiegare la miscredenza e il ṭāghūt e, dall’altro, inviano anche un ultimatum al ṭāghūt. Da tutto ciò risulta chiaramente che i musulmani ignorano completamente quanto sia necessario valutare correttamente la forza e la capacità complessive dell’organizzazione nel movimento sorto per sostituire con il sistema islamico il sistema jahilita di una certa regione, e quanto danno possa derivare dal più piccolo errore.
Non è necessario spiegare qui in dettaglio che nel Corano glorioso gli ordini relativi alla società e alla politica furono rivelati soltanto quando lo Stato islamico era ormai effettivamente costituito. Nella rivelazione di questi ordini vi è un perfetto equilibrio nella gradualità. Solo quando la forza numerica dei musulmani raggiunse il livello necessario per edificare un sistema sociale autonomo e fu ottenuto un territorio indipendente e sovrano per realizzare tale scopo, venne impartito loro l’ordine finale di recidere i rapporti con il sistema miscredente. Da ciò si può dedurre che anche oggi, quando i musulmani saranno capaci di gestire un sistema sociale ed economico autonomo, potranno entrare in vigore per loro gli ordini relativi alla rottura di ogni tipo di rapporto sociale con il sistema miscredente. In seguito, quando i musulmani avranno raggiunto, come forza invincibile, il livello necessario per applicare e far rispettare la legge di Allah sulla terra di Allah, saranno presentate loro le norme islamiche relative alla politica internazionale. Proprio come le capacità mentali e intellettuali di uno studente, anche la forza materiale e la capacità di un’organizzazione crescono gradualmente. Coloro che guidano tale organizzazione devono misurare questa forza e questa capacità con mente estremamente vigile. Se si riversa sull’organizzazione un peso senza averne valutato correttamente la capacità, il risultato sarà che tutta la forza costruita dall’organizzazione in un lungo periodo verrà completamente distrutta. È proprio a questa verità che ha fatto riferimento ʿĀ’isha, che Allah sia soddisfatto di lei.
Arabo*****
«La prima cosa rivelata nel Corano fu una sūra mufassal, nella quale si menzionavano il Paradiso e l’Inferno. Poi, quando le persone furono entrate nei confini dell’Islam, furono rivelate le norme sul lecito e sull’illecito. Se invece all’inizio fosse stato rivelato l’ordine: “Non bevete il vino”, la gente avrebbe detto: “Non smetteremo mai di bere vino”. E se fosse stato rivelato: “Non commettete adulterio”, la gente avrebbe certamente detto: “Non rinunceremo mai all’adulterio”». (Bukhārī, Faḍā’il al-Qurʾān, sezione: La raccolta e l’ordinamento del Corano.)

7.

Il metodo della da‘wa

In certi ambienti religiosi, Dio sa da dove si sia diffusa l’idea che il metodo ideale della tabligh e quello seguito dai profeti consista nell’uscire a diffondere la religione con un bastone in mano e alcuni ceci nella bisaccia. Non si devono avere scarpe ai piedi né berretto in testa. Bisogna vagare di villaggio in villaggio e, appena si trova qualcuno, cominciare a predicargli, che ascolti o no. Attraversando una città, se in un luogo o a un incrocio si trovano riunite due o quattro persone, bisogna iniziare davanti a loro la predica e l’esortazione. Nei vagoni ferroviari, nelle stazioni, nei mercati e sulle strade, ovunque si veda una folla, si deve cominciare a predicare. Si deve entrare in qualunque riunione e prendere posto in ogni conferenza; appena si sale su una tribuna, la gente, inseguita, si spaventerà e sarà terrorizzata, ma loro, come esercito di Dio, saliranno sul collo di ciascuno e vi si stabiliranno. La gente, temendo le loro domande e risposte, si nasconderà e talvolta, esasperata, arriverà persino alla maleducazione e ai cattivi modi; tuttavia essi continueranno il proprio lavoro con fervore e agitazione. Ovunque si tenga un incontro di predicazione, predicheranno. Ovunque si manifesti interesse per una recitazione del mawlid, lo reciteranno. Ovunque si presenti la necessità di impegnarsi in una guerra dialettica con gli avversari, vi si impegneranno.
Questa sarebbe la vera via della tabligh; questa la concezione di un autentico muballigh, presente nella mente e nel cuore di molti nostri pii. Essi non negano che gli attuali metodi avanzati e scientifici della tabligh e dell’insegnamento abbiano qualche utilità; secondo loro, però, il metodo pieno di bene e di benedizione è quello che, secondo la loro fantasia, adottarono i profeti e gli inviati.
A nostro avviso, il fatto che considerino questo la via dei profeti dipende in parte dalla loro ignoranza riguardo alla via dei profeti e in parte dal desiderio che il metodo da loro adottato — l’unico che siano incapaci di sostituire con un altro — venga dimostrato essere nobile e sacro. Per quanto abbiamo studiato i metodi di tabligh dei profeti, siamo giunti alla conclusione che il metodo adottato dagli inviati era, rispetto alla loro epoca, estremamente avanzato e il migliore possibile. Esso, tuttavia, continua a cambiare con il mutare delle circostanze e con il progresso della civiltà. Ciò dimostra che non è corretto restare rigidamente legati a un solo metodo. Bisogna invece adottare il metodo della verità scoperto nel proprio tempo, quello mediante il quale si possano rendere più produttivi il proprio impegno e le proprie capacità.
Il metodo della da‘wah è progredito insieme allo sviluppo delle scienze e del sapere.
La questione più importante è che i profeti non si affidarono a un unico metodo di da‘wah. Al contrario, man mano che nel mondo progredivano sapere e scienza, cambiavano anche i loro metodi di predicazione e formazione. Nelle prime fasi della civiltà, quando non esistevano ancora le tecniche della lettura e della scrittura, anche la predicazione e la formazione dei profeti si svolgevano oralmente. Insegnavano oralmente alla gente alcuni principi fondamentali della bontà e della veridicità, che essa imparava a memoria. Questi principi giungevano ai seguaci delle generazioni successive sotto forma di trasmissione orale. Infine, quando venivano cancellati dal trascorrere del tempo o si mescolavano ad altri elementi, Dio inviava un profeta, che li riportava in vita in forma completamente nuova. Finché non furono inventate le tecniche della scrittura, la tabligh dipendeva soltanto dall’aiuto personale, dall’esposizione orale, dalla trasmissione e dalla memoria degli ascoltatori. Quando però gli uomini furono capaci di inventare la scrittura e si scoprì un metodo migliore per trasmettere e conservare le cose, anche i profeti lo adottarono. Così il profeta Mosè, invece di insegnare soltanto oralmente, scriveva i precetti della Torah sulle tavolette per la sua gente. Allo stesso modo agli Arabi gli insegnamenti della religione furono impartiti in forma scritta mediante la penna. Dio, ricordando questo Suo favore, ha detto che essi furono istruiti mediante la scrittura invece che oralmente. È un metodo d’insegnamento più evoluto e sicuro. Dice il Sacro Corano:اقْرَأْ وَرَبُّكَ الْأَكْرَمُ الَّذِي عَلَّمَ بِالْقَلَمِ عَلَّمَ الْإِنْسَانَ مَا لَمْ يَعْلَمْ«Leggi! Il tuo Signore è il più generoso, Colui che ha insegnato mediante la penna; ha insegnato all’uomo ciò che egli non sapeva». (Sura al-‘Alaq, 3-5)
Da questi versetti risulta chiaramente che è una particolare grazia di Dio aver insegnato all’uomo l’uso della penna e aver trasformato questo metodo avanzato in uno strumento di predicazione e formazione religiosa. Grazie a ciò essi hanno ricevuto il Corano, la più grande delle benedizioni divine. Il Corano ha inoltre indicato in vari luoghi la superiorità del metodo d’insegnamento fondato sulla penna e sui libri rispetto a quello orale. Non è questo il luogo per una lunga trattazione. Qui vogliamo sottolineare che il metodo di tabligh introdotto dai profeti non è statico, inanimato né immobile. Esso cambia e progredisce insieme allo sviluppo mentale e intellettuale dell’umanità. Con l’evoluzione della scienza e della civiltà sono aumentati anche gli strumenti dell’attività umana e i mezzi di conoscenza. I predicatori della verità sono i primi e i più meritevoli di trarne vantaggio. La condotta dei profeti lo indica. Per esempio, oggi radio, televisione, cinema, stampa e simili hanno portato la capacità umana di propaganda, diffusione e formazione da un livello a un altro. Qualunque discorso, piccolo o grande, può essere trasmesso in pochi minuti da un capo all’altro del mondo. L’intera popolazione consapevole del pianeta può essere informata in pochi giorni di qualunque grande movimento. Anche i discorsi più difficili possono essere spiegati con facilità a tutti, senza distinzione tra gente comune e persone istruite. Oggi i seguaci della falsità utilizzano tali strumenti per diffondere a piacimento le proprie menzogne in ogni parte del mondo. Le invenzioni della scienza moderna hanno accorciato enormemente le distanze. Le montagne invalicabili e i mari che separavano due popoli non costituiscono più un ostacolo significativo. Fino a ieri un insegnante poteva parlare soltanto agli studenti presenti davanti a lui; oggi, volendolo, può far ascoltare le proprie parole nello stesso momento a tutta l’umanità. Ciò che ieri non si riusciva a far comprendere neppure dopo mesi d’insegnamento, oggi può essere spiegato facilmente, con l’aiuto delle moderne apparecchiature scientifiche, a tutti gli abitanti di una città, comuni e istruiti, a intervalli di poche ore.
Per questo oggi è assolutamente necessario impadronirsi di tali strumenti per la diffusione della verità. Se i seguaci della verità li trascurano pensando che i profeti non usarono questi mezzi per diffondere la religione di Dio, ma portarono la da‘wah recandosi fisicamente da ogni persona, e che quindi il metodo migliore per noi sia non toccare mai simili strumenti e andare invece di casa in casa, ciò non sarebbe imitazione del metodo di tabligh dei profeti, bensì un grande inganno di Satana. Egli ha steso questa rete per i predicatori della religione. Mentre, seguendo il loro metodo tradizionale, riusciranno a portare il proprio messaggio a due persone, i seguaci della falsità, usando i mezzi scientifici, diffonderanno in modo assai efficace la propria falsità a migliaia, milioni e persino miliardi di persone. Con questo genere d’inganni Satana ha danneggiato gli sforzi e le capacità della maggior parte dei seguaci della verità e ha fatto pendere la bilancia a proprio favore. Alla fine essi sono rimasti indietro in ogni campo della vita, mentre Satana è avanzato e guida i popoli. Tra gli sforzi dei due gruppi non rimane ormai alcuna proporzione. Questa situazione continuerà finché i seguaci della verità non impareranno a usare questa enorme forza al servizio della verità. Oggi tale forza è interamente nelle mani sataniche e impiegata al servizio della falsità.
Anche il progresso sociale deve essere utilizzato per la da‘wah.
Come il metodo della da‘wah deve essere di livello assai elevato e avanzato dal punto di vista scientifico, così da poter affrontare la falsità con tutte le proprie forze, allo stesso modo bisogna trarre vantaggio dal progresso sociale e generale della vita, per rendere la da‘wah pienamente efficace secondo i criteri del tempo. A tale scopo è indispensabile vivere in armonia nella società, frequentarsi, scambiarsi opinioni, esporre le proprie idee agli altri e ascoltare quelle altrui. Se un metodo di azione collettiva già in uso non contiene alcun danno morale o legale-religioso, anche i seguaci della verità devono prendervi parte e impiegarlo per diffondere la verità. Tra i metodi sociali esistenti ai tempi del Messaggero di Dio, egli utilizzò per la da‘wah quelli che erano adatti a tale scopo. Quando, all’inizio, volle informare del proprio obiettivo i capi della sua famiglia, che erano anche i capi della tribù, adottò questo metodo: ordinò ad ‘Ali di organizzare un banchetto e invitare tutta la tribù dei Muttalib. ‘Ali eseguì l’ordine. Tutti i membri della tribù si riunirono. Hamzah, Abu Talib e ‘Abbas parteciparono al banchetto. Terminato il pasto, il Profeta si alzò e pronunciò un discorso, il cui breve significato era: «Sono venuto a voi con qualcosa che è la chiave della felicità in questa vita e nell’altra». Alla fine chiese ai presenti: «Chi tra voi è pronto a diventare il mio compagno nel portare questo grave fardello?». Tutti rimasero in silenzio. Dopo aver atteso un poco, ‘Ali si alzò da un angolo e disse con voce commossa: «Anche se ho dolore agli occhi, anche se sono debole e anche se sono il più giovane di tutti, sarò io il tuo compagno».
Oltre a questo metodo, il Messaggero adottò anche altri metodi ordinari utili alla tabligh. Per presentare la da‘wah ai capi della Mecca e di Ta’if, andava personalmente a incontrarli. Durante la stagione del pellegrinaggio incontrava i capi delle tribù che piantavano le tende nei dintorni della Mecca e li invitava all’Islam. Inviava delegati a persone importanti di diverse regioni. In Arabia si tenevano fiere stagionali, frequentate da persone di ogni ceto. Non erano soltanto luoghi di compravendita, commercio e divertimento: vi si svolgevano anche fiere della scienza, della cultura e della letteratura. Il Messaggero vi partecipava e creava le condizioni per presentare alla gente la da‘wah della religione. Invitò inoltre molte persone mediante lettere.أَمَّا مَنِ اسْتَغْنَى فَأَنْتَ لَهُ تَصَدَّى وَمَا عَلَيْكَ أَلَّا يَزَّكَّى وَأَمَّا مَنْ جَاءَكَ يَسْعَى وَهُوَ يَخْشَى فَأَنْتَ عَنْهُ تَلَهَّى كَلَّا إِنَّهَا تَذْكِرَةٌ فَمَنْ شَاءَ ذَكَرَهُ فِي صُحُفٍ مُكَرَّمَةٍ مَرْفُوعَةٍ مُطَهَّرَةٍ بِأَيْدِي سَفَرَةٍ كِرَامٍ بَرَرَةٍ«Chi mostra autosufficienza, tu ti occupi di lui, sebbene non ti sia imputabile che egli non si purifichi. Quanto a colui che viene da te con premura e teme Dio, tu lo trascuri. No, mai! Questo è soltanto un ammonimento: chi vuole lo accolga. È scritto in fogli onorati, elevati e puri, nelle mani di scribi nobili e virtuosi». (Sura ‘Abasa, 5-16)
Non è mai lecito che un predicatore, preso dal fervore della tabligh, irrompa in qualunque assemblea e continui a imporre il proprio discorso, che gli ascoltatori siano attenti o no. Non deve inseguire ogni viandante incontrato e non lasciarlo finché non gli abbia fatto ascoltare qualcosa o non abbia ascoltato qualcosa da lui. È narrato da Ibn ‘Abbas: «Non vorrei vederti passare presso un gruppo mentre è occupato nei propri affari e cominciare in quel momento a predicare loro. In tal caso dovresti restare in silenzio. Quando ti daranno la possibilità di parlare, esporrai loro il tuo messaggio; così ti ascolteranno con interesse». (Bukhari)
Bisogna inoltre evitare rigorosamente ogni metodo che trasformi la da‘wah in un peso per la gente, inducendola a stancarsene. È narrato da Shaqiq, il tabi‘i: «‘Abdullah ibn Mas‘ud teneva ogni giovedì una predica davanti alla gente. Un uomo gli disse: “Abu ‘Abd al-Rahman, vorrei che tu ci facessi una predica ogni giorno”. ‘Abdullah rispose: “Ciò che me lo impedisce è che non amo annoiarvi. Per questo vi predico solo di tanto in tanto, come il Messaggero di Dio ci predicava di tanto in tanto per timore di annoiarci”». (Bukhari, Muslim)
Metodi contrari allo scopo da abbandonare
Il predicatore della verità non deve mai adottare un metodo che, per sua natura, sia completamente contrario allo scopo e all’obiettivo della da‘wah. Un esempio è la disputa dialettica. Sebbene per molto tempo questo metodo sia stato considerato il più efficace per la da‘wah e la tabligh, e sebbene i nostri autori abbiano scritto libri su tale argomento, inseriti persino nei programmi delle nostre madrase arabe, nessun altro metodo è altrettanto lontano dall’essenza del movimento della verità. Non vi è dubbio che Dio abbia consentito nel Corano il confronto argomentativo. Tuttavia è completamente errato identificare il tipo di disputa insegnato nei nostri istituti religiosi e praticato per tutto il giorno dai nostri predicatori e polemisti con i termini coranici mujadalah e muhajjah. Poiché i nostri esperti di disputa prendono questi due termini come prova a favore delle loro guerre dialettiche, cercheremo brevemente di spiegarne il significato alla luce del Corano. Così apparirà la differenza tra la mujadalah e la muhajjah dei profeti e le dispute oggi diffuse.
Il tipo di disputa autorizzato dal Corano
Il Corano menziona due tipi di mujadalah, cioè di disputa: la disputa secondo la falsità e la disputa nel modo migliore. Collega la prima ai miscredenti e ai nemici dell’Islam. Le caratteristiche che descrive sono quasi le stesse delle dispute oggi comuni: restare fermi sulla propria opinione senza prove ragionevoli e costringere l’altro ad accettarla; mescolare la questione essenziale con argomenti irrilevanti; sprecare il tempo in discussioni tortuose e inutili; non ascoltare l’argomentazione dell’avversario e impedire agli altri di ascoltarla; la vuota loquacità e l’inutile alzare la voce che caratterizzano generalmente i polemisti contemporanei. Il Corano indica tutto ciò come caratteristica della disputa vana e ordina ai seguaci della verità di evitarla severamente. Consente loro soltanto di discutere nel modo migliore e spiega questo metodo sotto il profilo sia della conoscenza sia dell’azione, affinché chiunque possa comprenderlo bene.
Sul piano intellettuale, il Corano insegna che, invece di ingaggiare una guerra con l’interlocutore, bisogna esporre dettagliatamente davanti a lui quei principi fondamentali sui quali vi è accordo e che egli non rifiuta di accettare. In questo modo sarà disposto ad ascoltare il messaggio del predicatore. Poi bisogna mostrargli le conclusioni che necessariamente derivano dai principi da lui riconosciuti. Egli sarà allora pronto ad accettarle come proprie; non potrà respingerle considerandole una pretesa dell’avversario. Il Corano stesso offre il migliore esempio di ciò.وَلَا تُجَادِلُوا أَهْلَ الْكِتَابِ إِلَّا بِالَّتِي هِيَ أَحْسَنُ إِلَّا الَّذِينَ ظَلَمُوا مِنْهُمْ وَقُولُوا آمَنَّا بِالَّذِي أُنْزِلَ إِلَيْنَا وَأُنْزِلَ إِلَيْكُمْ وَإِلَهُنَا وَإِلَهُكُمْ وَاحِدٌ وَنَحْنُ لَهُ مُسْلِمُونَ«Non disputate con la Gente del Libro se non nel modo migliore, eccetto quelli di loro che commettono ingiustizia. Dite: “Crediamo in ciò che è stato fatto scendere su di noi e in ciò che è stato fatto scendere su di voi. Il nostro Dio e il vostro Dio sono un Dio solo, e a Lui ci sottomettiamo”».
Questo versetto chiarisce anzitutto che non è necessario parlare con persone di natura vile e perturbatrice, abituate soltanto a litigare e prive di qualunque desiderio di comprendere e accettare la verità. Con chi cerca sinceramente, invece, bisogna parlare e dialogare. Il metodo consiste nell’iniziare dai principi riconosciuti tanto da loro quanto da noi.
In base a questo principio, la da‘wah del tawhid deve essere presentata alla Gente del Libro in modo da rendere evidente quanto segue: se il tawhid è riconosciuto come principio fondamentale sia dagli uomini di fede, cioè i musulmani, sia dalla Gente del Libro, perché allora vi dovrebbe essere divergenza riguardo alle sue conseguenze e alle sue implicazioni? Poiché essi riconoscono questo principio, devono accettarne anche le conseguenze necessarie. Il Corano dice:قُلْ يَا أَهْلَ الْكِتَابِ تَعَالَوْا إِلَى كَلِمَةٍ سَوَاءٍ بَيْنَنَا وَبَيْنَكُمْ أَلَّا نَعْبُدَ إِلَّا اللَّهَ وَلَا نُشْرِكَ بِهِ شَيْئًا وَلَا يَتَّخِذَ بَعْضُنَا بَعْضًا أَرْبَابًا مِنْ دُونِ اللَّهِ فَإِنْ تَوَلَّوْا فَقُولُوا اشْهَدُوا بِأَنَّا مُسْلِمُونَ«Di’: “O Gente del Libro, venite a una parola comune tra noi e voi: che non adoriamo altri che Dio, non associamo a Lui nulla e non prendiamo gli uni gli altri come signori all’infuori di Dio”. Se poi volgono le spalle, dite: “Siate testimoni che noi siamo musulmani, ci siamo consegnati soltanto al culto e all’obbedienza di Dio”». (Sura Al ‘Imran, 64)
Riflettendo sull’esempio concreto di disputa presentato e lodato dal Corano, si comprende che la mujadalah consiste essenzialmente nel persuadere l’avversario, per far accettare il proprio messaggio, mediante amore, fiducia, buon carattere e argomenti validi. Alla fine l’avversario, influenzato dalla sincerità, dall’imparzialità e dalla devozione del predicatore della verità, sarà pronto a riflettere sulla veridicità del suo messaggio e ad accettarlo.
Il Corano offre diversi esempi di questo tipo di confronto. Descriverli tutti renderebbe lunga la trattazione; ne citeremo uno solo. Esso mostrerà chiaramente quale espressione affettuosa e quale concentrazione siano indicate e lodate con il termine mujadalah.
Il Corano, lodando la mujadalah che il profeta Abramo intraprese con Dio riguardo al popolo di Lot, afferma che essa fu il frutto della sua sincera compassione, della sua tenerezza e del suo dolore. Vediamo dunque in dettaglio quale fosse la disputa di Abramo lodata dal Corano. Il Corano ne loda soltanto l’atteggiamento, senza descriverne i particolari; perciò abbiamo raccolto la descrizione dettagliata dal libro della Torah. Secondo il racconto della Torah, Abramo disse agli angeli venuti a portare il castigo al popolo di Lot: «Allora Abramo si avvicinò e disse: “Distruggerai forse il giusto insieme al malvagio? Forse nella città vi sono cinquanta uomini giusti e veritieri. Distruggerai il luogo e non lo risparmierai per i cinquanta giusti che vi si trovano? Non puoi fare una cosa simile: far morire il giusto insieme al malvagio e trattare l’uno e l’altro allo stesso modo. Il Giudice di tutta la terra non farà giustizia?”. Dio disse: “Se troverò nella città di Sodoma cinquanta giusti, risparmierò l’intero luogo per riguardo a loro”. Abramo riprese: “Ecco, ho osato parlare con Dio, benché io sia un servo insignificante. Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque: distruggerai tutta la città per cinque persone in meno?”. Egli rispose: “Se vi troverò quarantacinque, non la distruggerò”. Abramo parlò ancora: “E se ve ne fossero quaranta?”. L’angelo rispose: “Anche se ne troverò quaranta, non la distruggerò”. “E se ve ne fossero trenta?”. “Non la distruggerò, se ve ne troverò trenta”. Abramo disse di nuovo: “Ho osato parlare con Dio. Forse ve ne saranno venti”. L’angelo rispose: “Per riguardo ai venti non distruggerò la città”. Abramo disse: “Se Dio non si adira, parlerò ancora una volta. Forse ve ne saranno dieci”. L’angelo rispose: “Per riguardo ai dieci non la distruggerò”. Quando Dio ebbe finito di parlare con Abramo, gli angeli partirono e Abramo tornò a casa». (Genesi, capitolo 18, versetti 23-33)
Questo modo di conversare, questo modo di rivolgersi all’interlocutore, questo metodo di presentare le argomentazioni e questa espressione piena d’affetto sono ciò che il Corano definisce mujadalah e che loda. Se qualcuno vuole usare questo esempio come prova della legittimità delle proprie guerre dialettiche, deve infondere nelle proprie dispute la forza vitale contenuta in questa mujadalah e presentare le proprie argomentazioni all’avversario con bellezza, amore, compassione e partecipazione. Non è ammissibile condurre conflitti e guerre in nome della mujadalah, chiamarli “disputa” e poi ricorrere alla vita dei profeti per dimostrarne la legittimità.
Allo stesso modo il Corano menziona un’altra disputa di Abramo e la esprime con il termine muhajjah. Abramo disse a un sovrano tirannico suo contemporaneo: «Il mio Signore è Colui che dà la morte e dà la vita». Il sovrano rispose: «Sono io che do la morte e do la vita». Allora Abramo disse: «Il mio Signore fa sorgere il sole da oriente; fallo sorgere tu da occidente, se sei capace».
Se si giudicasse questa disputa secondo i principi dell’odierna scienza della polemica, insegnati nei nostri libri di dibattito, Abramo non risulterebbe un oratore particolarmente capace. Avrebbe potuto chiedere molte prove per confutare l’affermazione del re: “Sono io che do la morte e do la vita”, ma non lo fece. Eppure, per un polemista, quella sarebbe stata l’occasione perfetta per costruire una linea difensiva. Egli fece invece qualcosa di completamente contrario ai principi della guerra dialettica. Ritenne opportuno fare un passo indietro. Quando si rese conto che quell’uomo insisteva nella disputa e nei giochi di parole, gli rivolse una frase decisiva e si ritirò rapidamente. Da questo episodio si comprende che, se il predicatore della verità ritiene che l’interlocutore non sia in grado di ascoltare e comprendere, ma voglia soltanto creare opposizione e controversia, non è necessario continuare a inseguirlo. È invece opportuno abbreviare la discussione e allontanarsi.
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La lingua della da‘wa e il modo di esprimersi di coloro che invitano alla verità

Ora parleremo della lingua della daʿwa e dello stile espressivo dei profeti. Lo scopo di chi invita non è soltanto esporre una verità, bensì renderla pienamente manifesta, affinché anche le persone più eminenti possano comprenderla nel modo migliore e non rimanga alcuna difficoltà, neppure per la gente comune, nel coglierne il significato. Inoltre, la verità deve essere presentata nel modo più bello, così che coloro tra gli ascoltatori nei cui cuori sia ancora rimasta una certa capacità di accoglierla possano accettarla, e presso chi la rifiuta non rimanga, per respingerla, altra ragione se non la propria bassezza e ostinazione. La necessità essenziale di questo scopo è che la lingua della daʿwa sia altamente efficace e che lo stile di chi invita sia naturale e capace di toccare il cuore. Tuttavia esistono molti metodi artificiali e innaturali per creare attrazione e influenza. Con il loro aiuto si possono conferire apparentemente attrattiva e capacità di toccare il cuore a un discorso. Per esempio, gli indovini dell’Arabia dell’epoca dell’ignoranza cercavano di rendere attraenti i propri discorsi mediante poesie in rima. Gli oratori accrescevano la forza e l’efficacia delle loro parole attraverso la costruzione elaborata delle frasi e discorsi infuocati.
Analogamente, anche nell’epoca attuale gli oratori cercano di dare efficacia ai propri discorsi con poesie e racconti. I giornalisti e i politici ingannatori conducono i propri affari mediante menzogne ed esagerazioni. I medici che si affidano soltanto all’insegna accrescono la propria credibilità con false dichiarazioni solenni. Queste cose producono certamente una certa efficacia nel discorso, ma non sono altro che una patina artificiale. Perciò coloro che si levano nel mondo per diffondere la verità non possono mai fare del proprio metodo l’accrescimento dello splendore della loro daʿwa mediante menzogne modellate sulla forma della verità. Non possono contaminare con simili menzogne né la propria lingua né le proprie parole. Al posto di queste cose false e artificiali, adottano un altro mezzo per raggiungere il proprio scopo. Esso non è soltanto lecito e corretto, ma è anche profondamente conforme alla natura umana. Per questo l’efficacia che ne deriva non si manifesta con la stessa immediatezza di quella della menzogna e dell’artificio. Al contrario, dopo essere stata riscaldata nel crogiolo ardente della prova, la sua brillantezza appare davanti a noi ancora più luminosa.

Il modo di operare di chi invita

L’attività della daʿwa non può basarsi soltanto su forme espressive e discorsi adatti a discussioni erudite e da salotto. La questione è così evidente che non necessita di ulteriori spiegazioni. L’attività di chi invita alla verità è completamente diversa da quella dello storico che narra gli avvenimenti, del giurista che espone gli articoli di legge e del filosofo o matematico che enuncia i principi della filosofia e della matematica. Il suo campo è così vasto da comprendere l’intera vita umana; d’altra parte, coloro ai quali presenta la daʿwa differiscono per temperamento e natura. Differiscono anche per condizione mentale e capacità intellettuale. Inoltre, il rapporto tra la missione della daʿwa e chi invita alla verità della religione non è simile a quello tra l’autore di una relazione e il suo intervento in un seminario, né a quello tra un avvocato e una causa. Egli mette in gioco la propria vita e la propria morte per questa missione. Deve scommettere la propria vita per portarla al compimento definitivo. Non può accontentarsi di simili parole: deve esprimere con chiarezza e bellezza ciò che intende dire, affinché nessun aspetto rimanga oscuro. Deve presentare il proprio discorso in una forma così efficace e capace di toccare il cuore da penetrare nel cuore di chi possieda anche solo una minima capacità di ascoltare l’invito alla verità. Perciò, con questa intensa partecipazione, il profeta Mosè, pace su di lui, rivolse ad Allah questa supplica:قَالَ رَبِّ اشْرَحْ لِي صَدْرِي(25)وَيَسِّرْ لِي أَمْرِي(26)وَاحْلُلْ عُقْدَةً مِنْ لِسَانِي(27)يَفْقَهُوا قَوْلِي
«O mio Signore! Allarga il mio petto, rendi facile il mio compito (il compito della daʿwa della verità) e sciogli il nodo della mia lingua, affinché la gente possa comprendere bene le mie parole.» —(Sura Ṭā Hā, 25-28)
Poi pregò per il profeta Aronne, pace su di lui, chiedendo che fosse associato al suo compito, affinché con la propria eloquenza potesse correggere le lacune del suo discorso e l’incarico della daʿwa affidatogli non rimanesse incompleto.

Le caratteristiche delle parole di coloro che invitano alla verità

Qui discuteremo brevemente le caratteristiche delle parole dei profeti e messaggeri e degli operatori del movimento islamico. Sono proprio queste caratteristiche a rendere efficaci i loro discorsi. In nessuna epoca tali caratteristiche possono essere assenti dalle parole degli operatori del movimento islamico. Dopo la nobile vita dei profeti e il loro insegnamento immacolato, più di qualunque altra cosa esse rendono efficaci le parole di coloro che invitano alla verità.

Prima caratteristica: in ogni tempo e in ogni epoca, la prima caratteristica dei discorsi dei profeti, dei messaggeri e di ogni invitante era che presentavano la daʿwa della religione nella lingua del popolo al quale si rivolgevano, affinché la prova definitiva di Allah potesse compiersi su ogni comunità e su ogni ceto.وَمَا أَرْسَلْنَا مِنْ رَسُولٍ إِلَّا بِلِسَانِ قَوْمِهِ لِيُبَيِّنَ لَهُمْ
«Ogni volta che abbiamo inviato un messaggero, egli ha trasmesso il messaggio nella lingua del suo popolo, affinché potesse spiegarglielo chiaramente.» —(Sura Ibrāhīm, 4)
Il campo autentico della daʿwa di chi invita alla verità dovrebbe essere il proprio popolo. Questa è una cosa naturale e ragionevole. Non è appropriato per lui lasciare il proprio popolo nell’errore e viaggiare per terra e per mare per guidare altri popoli. Inoltre, tra il proprio popolo, chi invita alla verità dovrebbe usare come mezzo per presentare la daʿwa proprio la lingua di quella gente. Questo è il metodo naturale e razionale. Chi si oppone a tale metodo spreca il diritto di coloro che ne hanno diritto e distrugge le proprie capacità operative. Dovrà risponderne davanti ad Allah. Una persona può lavorare tra il popolo in cui è nata con una bellezza che non può raggiungere tra altri popoli. La sua daʿwa può essere forte ed efficace nella propria lingua, ma non nella stessa misura in un’altra lingua. Perciò il corretto metodo di lavoro per ogni operatore del movimento islamico è fare della lingua del proprio popolo il mezzo della propria daʿwa e della propria trasmissione della religione. Per quanto la lingua di un altro popolo possa essere più sviluppata e diffusa della propria, per quanto parlare o scrivere in quella lingua possa permettere alle sue opinioni di raggiungere un numero maggiore di persone e procurargli maggiore onore e fama, egli non deve prestarle alcuna attenzione. La prima preoccupazione di chi invita alla verità non è trovare il mezzo per far arrivare la daʿwa che ha intrapreso al maggior numero possibile di orecchie. Deve invece cercare anzitutto il mezzo più efficace e più vicino per penetrare nel cuore delle persone che Allah e la natura gli hanno affidato affinché le guidasse e servisse. Anche se il mezzo è ristretto e limitato e il suo ricorso ad esso danneggia la sua persona e la sua reputazione, egli non deve curarsene. Al contrario, deve sceglierlo, perché è il mezzo per raggiungere lo scopo che ha davanti a sé. Il contadino che ha nella bisaccia soltanto pochi semi e vuole seminarli nel suo piccolo appezzamento non dovrebbe competere con i grandi proprietari terrieri. Dovrebbe concentrare lo sguardo sul piccolo appezzamento toccatogli in sorte. Il profeta Gesù, il Messia, pace su di lui, disse:
«La quantità di pane che ho è sufficiente soltanto per i bambini. Non posso gettarlo davanti ai cani e lasciare affamati i bambini.»
Un gruppo di persone, cadendo nella stoltezza, ha criticato questa affermazione del profeta Gesù, pace su di lui, accusandola —Dio ce ne scampi— di ristrettezza di vedute. Eppure ciò che disse è pienamente realistico. Ogni persona ha un limite naturale entro il quale operare. Finché mantiene tutti i propri sforzi entro quel limite, può agire in modo corretto e produttivo. Se cerca di oltrepassarlo e di agitarsi in ogni direzione, può illudersi che il campo della propria attività si sia ampliato rispetto al passato; in realtà sta sprecando le proprie energie e il proprio lavoro.

Seconda caratteristica: la seconda caratteristica delle parole dei profeti, dei messaggeri e di coloro che invitano alla verità è la chiarezza. Un discorso chiaro significa che chi invita presenta il proprio messaggio nella lingua parlata corrente del suo tempo, così che ogni membro della sua comunità possa comprenderlo. La sua lingua è estremamente elegante, limpida e bella. Non è oscura né eccessivamente concisa. Non si prolunga senza necessità, non è appesantita dal linguaggio figurato e non abbonda di similitudini. Non contiene un eccesso di metafore tali da gettare l’intelletto nella confusione, non è piena di parole difficili e insolite ed è completamente libera da espressioni sgradevoli e ripugnanti.
Al contrario, impiega un linguaggio limpido, similitudini semplici e facilmente comprensibili, metafore ed esempi che presentano indirettamente la realtà. Inoltre, nei loro discorsi vi sono sincerità invece di ira, mitezza invece di durezza, semplicità e chiarezza invece di ornamenti artificiali. Tra i diversi metodi (stili) diffusi nella sua epoca, chi invita sceglie soltanto quello più adatto e più elevato per conferire serietà, efficacia e chiarezza allo scopo. La sua nobile personalità, lo zelo e la concentrazione nell’attività della daʿwa, la conoscenza che genera fede e fiducia in sé e, inoltre, il desiderio sincero di presentare bene il proprio messaggio elevano a tal punto questo metodo da creare un nuovo stile, proprio di lui. Esso diventa un modello e un esempio da seguire. La caratteristica essenziale di questo metodo è la concentrazione e la capacità di essere compreso. Inoltre, grazie alla sua dinamica, alla sua concentrazione e alla sua dedizione, sviluppa in lui un tale senso della bellezza letteraria che persino le parole degli scrittori più celebri gli appaiono completamente prive di vita. Da ogni sua parola stilla sapore goccia dopo goccia, e in ogni sua frase si trova nutrimento per l’anima. Sotto il suo effetto non cambia soltanto la vita di poche persone, ma quella dell’intera nazione. Nelle mani di chi invita alla verità, questa è una forza che persino un esercito ben equipaggiato non è in grado di affrontare.
Per questo i profeti e i messaggeri pregavano Allah di essere guidati al modo appropriato di esporre il loro messaggio. Ma la situazione oppressa della daʿwa religiosa nel nostro paese induce timore e sgomento: qui coloro che avrebbero potuto assolvere questo obbligo —cioè gli ʿulamāʾ— sono stati continuamente screditati per le loro esposizioni contorte. Innanzitutto, la lingua che qui aveva ottenuto il riconoscimento di «lingua nazionale» cominciò a essere considerata dalla classe degli ʿulamāʾ inadatta alla scrittura e all’espressione orale. In secondo luogo, sebbene avessero iniziato a scrivere e parlare in quella lingua, essa si trasformò in un linguaggio particolare. Poiché era difficile, privo di vivacità e troppo conciso, non era facilmente comprensibile. Tanto che, per suscitare nella gente un’opinione negativa su un libro, bastava dire che lo stile espositivo era completamente «mullahesco». Questa situazione era estremamente irritante. Ancora più triste è il fatto che gli ʿulamāʾ raccolsero soltanto discredito a causa di questo linguaggio difficile, mentre coloro che non avevano rapporti con la religione o che erano contrari ad essa si impadronirono della «lingua del popolo». E ancora oggi, in apparenza, il controllo è rimasto nelle loro mani.

Terza caratteristica: la terza caratteristica delle parole dei profeti e dei diversi invitanti è che essi giungono al medesimo obiettivo attraverso vie differenti. Nella terminologia del Nobile Corano ciò è stato spiegato come «variazione dei versetti», cioè il tentativo di far comprendere la persona alla quale viene presentata la daʿwa religiosa attraverso metodi e forme diverse.
Nelle parole del defunto Mīr Anīs:
«Descrivo un solo fiore
con cento parole»
La presenza di questa caratteristica multiforme nel discorso di chi invita è assolutamente necessaria per il suo scopo autentico: far comprendere il messaggio e stabilire la prova definitiva. Ciò che non viene compreso in un modo, se presentato in un altro modo si radica così profondamente nella mente da sembrare il pensiero stesso della persona alla quale è stata rivolta la daʿwa. Come variano i gusti e le inclinazioni della natura umana, così variano anche le capacità mentali e intellettuali delle persone. A causa della diversità degli ambienti e delle circostanze, cambia anche la loro prospettiva. Chi desidera radicare nel cuore della persona invitata un insegnamento come guida per la vita deve presentarle la daʿwa da angolazioni diverse, tenendo conto delle differenze nelle capacità intellettuali e dei mutamenti della sua prospettiva. Se si rivolge alla persona destinataria seguendo un’unica via e con un unico colore, fallirà completamente nel raggiungere il proprio scopo come invitante. La sua politica unilaterale è infatti del tutto contraria alla natura umana, continuamente mutevole e multiforme. Chi non conosce la natura della responsabilità di chi invita e questa condizione dell’essere umano, quando ascolta un discorso di daʿwa aggrotta le sopracciglia e commenta: il discorso è stato allungato inutilmente; la stessa cosa è stata ripetuta; è estremamente noioso, stancante, e così via. Non considera che il lavoro di chi invita è completamente diverso da quello di un semplice autore di saggi. Lo sguardo dell’autore è rivolto soltanto a esporre la propria opinione davanti a poche persone. Chi invita alla verità, invece, deve impegnarsi a presentare il proprio messaggio a persone di temperamenti, nature e capacità diverse. Per il successo dell’autore di un saggio è sufficiente che riesca a esporre il proprio pensiero nel modo più bello. Per il successo di chi invita alla verità, invece, è necessario che amici e nemici insieme possano dichiarare: hai assolto il tuo dovere di trasmettere la daʿwa.وَكَذَلِكَ نُصَرِّفُ الْآيَاتِ وَلِيَقُولُوا دَرَسْتَ وَلِنُبَيِّنَهُ لِقَوْمٍ يَعْلَمُونَ
«Così esponiamo i segni in forme diverse, affinché possano comprendere bene e dicano: “Hai adempiuto al dovere di spiegare”. E spieghiamo pienamente i segni a coloro che desiderano acquisire conoscenza.» (Sura al-Anʿām, 105)
Quarta caratteristica: la quarta caratteristica dei discorsi di coloro che invitano alla verità è che, così come sono ricchi di prove e argomentazioni decisive, sono anche pieni di emozione e fervore. Non si rivolgono soltanto all’intelletto, come i filosofi aridi, ma fanno appello anche alle nobili emozioni dell’essere umano. Rivolgersi alle emozioni non è un atto cattivo. Ciò che è dannoso è rivolgersi alle passioni animalesche dell’uomo. I seguaci della verità se ne sono sempre astenuti. La forza autentica che mette in movimento l’uomo non è la conoscenza, bensì l’emozione. Perciò chiunque inviti alla verità e si levi per proporre il cambiamento di un sistema di vita, oppure voglia rifondere completamente quel sistema e stabilirlo su nuove basi, non può avanzare di un solo passo verso il proprio obiettivo senza risvegliare le emozioni delle persone. Colui che ha fatto della descrizione dell’eccellenza e della bellezza delle proprie ricerche erudite, con cui entusiasma gli altri e soddisfa se stesso, lo scopo della propria vita considera questo colore proprio dell’invitante come un colore da reclamista. Eppure il fervore e l’entusiasmo presenti nelle parole di chi invita non sono il risultato di una pretesa; sono piuttosto il frutto della sua fede incrollabile, che ribolle nel suo cuore, oppure l’effetto della compassione e della dedizione, la cui fiamma ardente risplende nel suo petto.
Chi non conosce la condizione particolare di chi invita e, poiché è occupato soltanto con carta e penna, considera anche questo un mestiere uguale al proprio, quando vede che il suo discorso non è privo di vita come quello di un saggista, ma vivo e capace di dare vita, collega questa emozione al suo orgoglio e alla sua pretesa. Ma questa concezione è errata. Nonostante la somiglianza nell’aspetto, la natura e il temperamento possono essere diversi. Non è necessario che ogni cosa bianca sia burro. È stato tramandato riguardo al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace:
«Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, pronunciava un sermone, i suoi occhi diventavano rossi, la sua voce si faceva profonda e aumentava la sua emozione e il suo fervore. Al punto che sembrava mettere in guardia dall’imminente attacco di un esercito nemico, come se dicesse: “Essi si abbatteranno su di voi al mattino o alla sera.”» —(Muslim, Libro del venerdì)
È evidente che quel calore nel suo discorso nasceva dalla fiducia in se stesso e dall’emozione scaturita dalla sua compassione per il popolo. In realtà, una condizione simile può manifestarsi in ogni invitante. Non vi è dubbio che alcune persone possano esibire emozione e fervore in modo completamente artificiale. Talvolta possono perfino pronunciare sciocchezze e vaneggiamenti privi di senso. Ma ciò non significa che ogni persona sia così. I bugiardi non riescono a nascondere le proprie menzogne per molto tempo. Il corso del tempo finisce per distinguere il genuino dal falso. Per quanto tempo il corvo può fingersi pavone con piume artificiali e nascondere la propria vera identità?

Quinta caratteristica: la quinta caratteristica dei discorsi di coloro che invitano alla verità è che, pur presentandosi in forme diverse, hanno unità di obiettivo. Scagliano ogni freccia della propria faretra verso il medesimo bersaglio. La loro condizione non è quella degli scrittori e oratori professionisti, che possono essere chiamati a parlare su qualunque palco, incaricati di scrivere un saggio su qualsiasi argomento o di presiedere qualunque assemblea. In ogni loro scritto e discorso si ode la medesima eco. Per quanto un altro argomento possa essere interessante, per quanto parlare o scrivere su di esso possa procurare grande onore e fama, e per quanto vi si possa apparentemente scorgere qualche interesse religioso o nazionale, essi non sprecano la forza della propria bocca e della propria penna su questioni estranee o secondarie. Il Nobile Corano ha spiegato questa cosa come «vagare smarriti per ogni valle» (Sura al-Shuʿarāʾ, 225), dichiarando che i profeti, i messaggeri e i pii ne sono immuni. L’intera storia del mondo testimonia che, se in questo mondo è avvenuta una rivoluzione, buona o cattiva che fosse, essa è stata realizzata dalla penna e dalla parola di persone che hanno speso tutte le proprie energie per un obiettivo determinato. Non hanno mai scagliato frecce a caso nel vuoto.

Sesta caratteristica: la sesta caratteristica dei discorsi dei profeti, dei messaggeri e di coloro che invitano alla verità era che li mantenevano puri da ogni cosa capace di suscitare nell’ascoltatore ostinazione e spirito di opposizione, poiché ciò è completamente contrario al loro obiettivo. Per esempio, durante il dialogo con la persona destinataria non manifestavano la propria superiorità né ricorrevano a critiche sfrenate per sminuire il sistema di vita errato dell’interlocutore. Al contrario, dicevano ogni cosa con mitezza e compassione.اذْهَبَا إِلَى فِرْعَوْنَ إِنَّهُ طَغَى(43)فَقُولَا لَهُ قَوْلًا لَيِّنًا لَعَلَّهُ يَتَذَكَّرُ أَوْ يَخْشَى
«Andate entrambi da Faraone, perché egli si è insuperbito e ribellato. Parlargli con dolcezza; forse accetterà il monito o proverà timore.» (Sura Ṭā Hā, 44-53)
Analogamente, non lasciavano uscire dalla propria bocca parole che, attraverso argomentazioni e prove, potessero ferire i sentimenti religiosi della persona invitata. Confutavano certamente con vigore le sue concezioni errate, ma non danneggiavano con le proprie mani il loro stesso obiettivo usando inutilmente parole scortesi.وَلَا تَسُبُّوا الَّذِينَ يَدْعُونَ مِنْ دُونِ اللَّهِ فَيَسُبُّوا اللَّهَ عَدْوًا بِغَيْرِ عِلْمٍ
«O credenti, non insultate coloro che essi invocano all’infuori di Allah, affinché, per ignoranza e ostilità, non insultino Allah.» —(Sura al-Anʿām, 108)
Rispondevano al comportamento maleducato e al linguaggio aspro della persona invitata con parole dolci. Questo è infatti il cammino attraverso il quale chi invita alla verità può penetrare nel cuore della persona destinataria.وَلَا تَسْتَوِي الْحَسَنَةُ وَلَا السَّيِّئَةُ ادْفَعْ بِالَّتِي هِيَ أَحْسَنُ فَإِذَا الَّذِي بَيْنَكَ وَبَيْنَهُ عَدَاوَةٌ كَأَنَّهُ وَلِيٌّ حَمِيمٌ () وَمَا يُلَقَّاهَا إِلَّا الَّذِينَ صَبَرُوا وَمَا يُلَقَّاهَا إِلَّا ذُو حَظٍّ عَظِيمٍ () وَإِمَّا يَنْزَغَنَّكَ مِنَ الشَّيْطَانِ نَزْغٌ فَاسْتَعِذْ بِاللَّهِ إِنَّهُ هُوَ السَّمِيعُ الْعَلِيمُ
«Il bene e il male non sono uguali. Respingete il male con ciò che vi è di migliore, e allora colui tra voi e il quale vi era inimicizia diventerà come un amico sincero. Ma ciò è concesso soltanto a coloro che perseverano; ciò è concesso soltanto a chi possiede una grande fortuna. E se una tentazione di Satana ti incita, rifugiati in Allah. Egli è Colui che ascolta e conosce ogni cosa.» —(Sura Fuṣṣilat, 34-36)
Essi si tenevano sempre lontani dalle dispute. Persino quando ritenevano che la persona invitata volesse trascinarli in una controversia, chi invitava alla verità si congedava dicendo: «La pace sia su di voi», e si allontanava. Tra la disputa e la daʿwa della verità esiste infatti un’incompatibilità.فَلَا يُنَازِعُنَّكَ فِي الْأَمْرِ وَادْعُ إِلَى رَبِّكَ إِنَّكَ لَعَلَى هُدًى مُسْتَقِيمٍ(67)وَإِنْ جَادَلُوكَ فَقُلِ اللَّهُ أَعْلَمُ بِمَا تَعْمَلُونَ(68)اللَّهُ يَحْكُمُ بَيْنَكُمْ يَوْمَ الْقِيَامَةِ فِيمَا كُنْتُمْ فِيهِ تَخْتَلِفُونَ
«Che non discutano dunque con te a proposito di questa questione. Invita al tuo Signore: certamente sei su una retta via. Se discutono con te, di’: “Allah sa meglio ciò che fate. Allah giudicherà tra voi, il Giorno della Risurrezione, riguardo a ciò su cui divergevate.”» —(Sura al-Ḥajj, 67-69)
E se talvolta entravano in una discussione, lo facevano nel modo migliore e più cortese. Cercavano cioè i punti sui quali loro e la persona invitata erano d’accordo e, partendo da essi, la invitavano alla loro conseguenza necessaria.فَلَا يُنَازِعُنَّكَ فِي الْأَمْرِ وَادْعُ إِلَى رَبِّكَ إِنَّكَ لَعَلَى هُدًى مُسْتَقِيمٍ(67)وَإِنْ جَادَلُوكَ فَقُلِ اللَّهُ أَعْلَمُ بِمَا تَعْمَلُونَ(68)اللَّهُ يَحْكُمُ بَيْنَكُمْ يَوْمَ الْقِيَامَةِ فِيمَا كُنْتُمْ فِيهِ تَخْتَلِفُونَ
«Non disputate con la Gente del Libro se non nel modo migliore, eccetto con coloro tra loro che sono ingiusti. Dite: “Crediamo in ciò che è stato fatto scendere su di noi e in ciò che è stato fatto scendere su di voi. Il nostro Dio e il vostro Dio sono uno solo e noi siamo sottomessi a Lui.”» —(Sura al-ʿAnkabūt, 46)
Settima caratteristica: la caratteristica del discorso di chi invita alla verità è che egli parla tenendo conto dello stato d’animo dell’ascoltatore, per quanto riguarda la lunghezza o brevità delle parole e dei significati, lo stile espositivo e così via. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Annunciate la buona novella e non fate nascere odio tra la gente.» Allo stesso modo, affermò con insistenza: «Quando date un ammonimento, siate brevi nel discorso.» Considerava la capacità di esporre brevemente un discorso un segno d’intelligenza.
«Diceva: “La preghiera lunga di una persona e il sermone breve sono segno della sua intelligenza. Perciò prolungate la preghiera e abbreviate il sermone. In certi discorsi vi è certamente un’efficacia magica.”» —(Muslim, Libro del venerdì)
Se l’ascoltatore possiede poca conoscenza o se l’argomento è sottile, bisogna ripetere le parole affinché possa ascoltarle e comprenderle bene.
«Quando il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, diceva qualcosa, la ripeteva tre volte, affinché la gente potesse comprenderla bene.»
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Il metodo argomentativo dei nobili profeti

Lo scopo per il quale vengono i profeti, gli inviati e coloro che invitano alla Verità è l’invito alla fede. La fede non è qualcosa di negativo, bensì una verità positiva. Il suo vero beneficio si ottiene soltanto quando essa si radica pienamente e saldamente nel cuore. Per rendere salda questa fede è necessario che il suo fondamento poggi su prove solide. Se nella fede non vi è fermezza, essa non può diventare fonte d’ispirazione per la vita; attraverso di essa non possono essere realizzati tutti gli aspetti dottrinali e pratici della religione, né essa può guidare l’uomo nel vasto campo dell’esistenza. Perciò coloro che invitano alla Verità non possono realizzare il loro compito soltanto con l’uso della forza; non possono raggiungere il loro obiettivo mediante l’inganno; gli argomenti sofistici non possono servir loro; e neppure i ragionamenti poetici o oratori, incapaci di fondarsi sulla natura umana e sulla ragione, possono portare a compimento il loro scopo.

Soltanto coloro che vogliono raggiungere i propri obiettivi lasciando l’ascoltatore senza risposta oppure gettandolo nella confusione possono servirsi di argomenti di questo genere. Chi invece non vuole mettere a tacere l’ascoltatore, ma desidera risvegliare tutte le sue forze e capacità affinché proceda sulla retta via; chi non vuole spingere le persone su una strada mediante magia o suggestione, ma vuole risvegliare la loro natura, la loro conoscenza e la loro saggezza in modo tale che ciascuno sia capace di guidarsi sulla Retta Via anche nelle situazioni più difficili; costui, anzitutto, non ricorre a questo genere di prove. E, se vi ricorre, tiene sempre presente che, per raggiungere un obiettivo puro ed elevato, anche i mezzi devono essere assolutamente puri ed elevati. Proprio questo ha reso completamente distinto il metodo argomentativo dei nobili profeti e di coloro che invitano alla Verità dal metodo argomentativo degli altri. Qui indicheremo alcune delle sue caratteristiche evidenti.

Universalità del ragionamento

Gli argomenti e le prove sono una necessità comune, come l’aria e l’acqua. Ogni uomo ha bisogno della fede per vivere nel modo corretto. Una fede salda non può essere raggiunta senza prove forti. Perciò, riguardo alle prove, sono necessarie due cose.

Primo: il metodo delle prove deve essere così naturale, semplice e chiaro che ogni persona, proprio come può raccogliere, secondo il proprio bisogno, l’aria e l’acqua dai beni della terra e del cielo senza incontrare particolari difficoltà, possa allo stesso modo trovare, nei segni della terra e del cielo, tutte le prove che desidera per la tranquillità del proprio cuore, senza aver bisogno di altro che della riflessione e della ricerca.

Secondo: come per la salute fisica dell’uomo è necessario che l’acqua che beve sia pura e che sia pura l’aria che respira, così, per la sua salute intellettuale, è indispensabile che la prova dalla quale ricava i principi della propria vita sia del tutto genuina e pura.

Per conseguire queste due cose, il metodo dei nobili profeti e di coloro che invitano alla Verità consisteva, da una parte, nel tenersi lontani dai metodi artificiali dell’argomentazione e nel ricavare un metodo autonomo. Quando una nazione progredisce nelle scienze e nelle conoscenze, nasce in essa un metodo artificiale per presentare le prove, dal quale, salvo un gruppo ristretto di specialisti, gli altri non riescono a trarre alcun beneficio. I profeti e coloro che invitano alla Verità si sono tenuti lontani da metodi artificiali di questo genere. D’altra parte, hanno valutato le cose impiegate come prove. Tra queste hanno scelto per l’uso argomentativo soltanto quelle che risultavano libere dalla mescolanza con elementi irreali.

Il primo beneficio di questo metodo probatorio è che, in precedenza, un’enorme parte dell’umanità era costretta a seguire, come cieca e sorda, un pugno di persone; ma ben presto essa divenne capace di vedere con i propri occhi e di ascoltare con le proprie orecchie. Il secondo beneficio è che, mentre il cuore e l’anima mostravano i segni della morte a causa dell’ingestione dell’enorme cumulo di prove adulterate accumulato fino ad allora, pochi bocconi di questo tesoro di prove pure, appena attraversata la gola, fecero scomparire quei segni di morte, e colui che se ne nutriva cominciò a sentirsi completamente sano, fresco e attivo.

È proprio grazie a questa caratteristica del metodo probatorio di coloro che invitano alla Verità e dei nobili profeti che, nella loro epoca, la conoscenza umana cambiò direzione e a ogni livello si manifestò un generale risveglio intellettuale. Si creò persino un movimento a un livello dal quale non ci si sarebbe mai aspettati alcuna buona notizia. A ogni livello si aprirono gli occhi della critica, della verifica e della valutazione. Ogni occhio cominciò a vedere e ogni bocca a parlare. I metodi di riflessione e di prova che fino ad allora erano stati estremamente popolari cominciarono a sembrare logori e antiquati. Molte dottrine che avevano usurpato il rango della rivelazione e dell’ispirazione divennero completamente prive di valore e d’importanza.

Presso coloro che consideravano le proprie antiche dottrine più care della Verità si era sviluppata una libertà mentale e intellettuale. Colui che invita alla Verità deve vigilare attentamente affinché essa scorra nel canale giusto e non produca squilibrio o sfrenatezza. Essi tengono sempre presente che la libertà di pensiero concessa al popolo deve diventare per esso un mezzo di liberazione, non una causa di rovina.

Seminare nell’ascoltatore il seme del pensiero corretto

La seconda caratteristica del metodo argomentativo dei nobili profeti e di coloro che invitano alla Verità è che essi non si limitano a presentare le prove, ma sviluppano anche nell’ascoltatore la capacità di presentare prove. La rivoluzione totale alla quale invitano nella vita individuale e collettiva non può stabilirsi su basi durevoli finché non risveglia pienamente le capacità intellettuali e ideologiche dell’uomo.

La vita non è qualcosa di separato o di uniforme, tale che, per guidarla correttamente, basti insegnare alcuni principi essenziali. La vita è l’insieme di innumerevoli esigenze manifeste e nascoste, il vincolo di innumerevoli relazioni individuali e collettive, un tesoro di innumerevoli diritti e doveri personali, familiari e collettivi. Ogni aspetto della vita non si presenta interamente davanti ai nostri occhi. Per questo non è stato stabilito in anticipo un precetto specifico per ogni persona e per ogni situazione. Il suo passato e il suo futuro sono entrambi nascosti dietro il velo dell’invisibile. Solo una piccola parte gli sta davanti: sulla base delle sue indicazioni deve comprendere il passato e, alla sua luce, determinare il futuro.

In tale situazione, per guidare la vita, non può essere sufficiente un sistema di norme soltanto determinato e limitato. Oltre a questo sistema giuridico, è indispensabile che nell’uomo arda una fiamma inestinguibile di pensiero corretto, capace di guidarlo anche nella parte nascosta della vita, là dove non possiede nessun altro mezzo per ricevere una guida. È proprio dal metodo con cui i profeti, gli inviati e coloro che invitano alla Verità presentano le prove che nasce nell’ascoltatore questa capacità di pensiero corretto.

Quando i profeti cominciano a insegnare le questioni fondamentali, le fanno penetrare nell’allievo in modo tale che il terreno del cuore e dell’anima si livella per accogliere il seme del pensiero corretto, e il seme stesso germoglia. Quando poi terminano il loro compito, da una parte appare un giardino verdeggiante della Sharia, mentre dall’altra nel cuore di ogni anima sana viene creato un giardino di saggezza e sapienza. Sebbene non sia visibile davanti agli occhi, la sua primavera permane sempre e i suoi rami sono carichi di frutti in ogni stagione.

Rispetto all’insegnamento fondamentale dei profeti, questo può essere definito una coltivazione accessoria e un sottoprodotto. Tuttavia, per rango, valore e incommensurabile utilità, occupa un posto pari a quello dell’originale. È a questo che allude il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, quando disse: (ARABO*************)
“Cercate di sapere che mi è stato dato il Corano e, insieme al Corano, qualcosa di simile ad esso.” (Abu Dawud, Ibn Majah, Darimi)

Questo è il fiore e il frutto dell’albero benedetto che abbiamo ricevuto sotto forma di hadith. È questa la cosa alla quale il Nobile Corano ha alluso: “Chi ha ottenuto questa cosa ha ottenuto un tesoro inesauribile di bene.” In alcuni hadith essa è stata paragonata a un tesoro che non finisce mai.

Presentare le prove secondo le regole della dialettica

Questa caratteristica creativa non si trova esclusivamente nel metodo probatorio dei nobili profeti e dei seguaci della Verità. I nostri dotti attribuiscono grande importanza agli argomenti e alle prove secondo il metodo della logica. Ma, da questo punto di vista, il metodo logico è il più difettoso. Il massimo onore che si può concedere alla logica è che essa, verificando un argomento sulla propria pietra di paragone, può dire se sia corretto oppure no. Creare la capacità di presentare argomenti è oltre il potere della dialettica. Fino a un limite determinato si può utilizzare la dialettica per questo scopo.

Nel Nobile Corano e nelle parole dei profeti si trovano anche argomenti di natura semplice, che non possono essere pesati sulla bilancia della dialettica come se fossero diamanti. Tuttavia, alcuni dei nostri teologi, avendo attribuito alla dialettica un valore superiore a quello che le spettava, vollero pesare sulla bilancia usata per il carbone anche le monete d’oro del Corano. Di conseguenza finirono per dichiarare quelle monete d’oro meno preziose del carbone.

Quanto ai filosofi, non vi è dubbio che essi addestrino il pensiero umano in modo tale da renderlo capace di mostrarsi brillante nei diversi campi dell’elaborazione e della presentazione delle prove. Ma hanno trasformato in un miscuglio di ogni cosa le tre componenti dei loro argomenti: il contenuto delle prove, il metodo di presentazione e i mezzi dell’argomentazione. Per questo, chi cerca di pensare secondo il loro metodo rimane confuso e incapace di decidere. Sotto la loro guida, anche se le persone avanzano di alcuni passi sulla strada corretta, sono costrette nello stesso tempo ad avanzare di alcuni passi sulla via dell’errore.

Il risultato è che tutta la vita dell’uomo si consuma vagando senza meta in diversi deserti e scagliando frecce di supposizione e congettura. Non ottiene in sorte altro che alcuni pensieri complessi e contraddittori. Sotto questo aspetto, la filosofia antica e quella moderna hanno la stessa condizione. Alla base del pensiero di tutti vi è la complessità, mentre nei risultati del pensiero di ciascuno domina l’instabilità.

Ora il progresso della scienza ha posto al centro di ogni cosa l’esperimento e l’osservazione, e l’uomo è caduto nella follia di non essere disposto ad accettare nulla che non veda con i propri occhi. Il risultato è che non è rimasta alcuna possibilità che l’uomo muova anche un solo passo sulla via semplice e diritta. Tra i principi sui quali, fino a oggi, era stata fondata la filosofia, alcuni erano falsi e altri corretti. Perciò, tra i suoi sogni inquieti emergevano anche alcuni sogni veri. In quel caso l’uomo doveva soltanto distinguere il vero dal falso.

Ora, invece, tutto il sostegno è rimasto affidato alla percezione sensibile e all’osservazione, e si conosce bene quanto siano limitate la portata della percezione sensibile e quella dell’osservazione. Se oggi esiste ancora qualcosa con il nome di filosofia, oltre a questa filosofia materialista, essa è la filosofia degli scettici. Tutta la sua base poggia sull’inaffidabilità della percezione sensibile e della conoscenza. In parole chiare, non è affatto una filosofia; piuttosto, rende completamente negativo ogni sapere, ogni scienza e ogni filosofia. Il mondo non ha ricevuto da essa altro che instabilità.

Il metodo argomentativo dei profeti non era sterile come quello dei dialettici, né instabile come quello dei filosofi. Al contrario, essi addestravano il pensiero umano in modo tale che procedesse spontaneamente sulla retta via, e imprimevano in esso una tale sicurezza nella determinazione della meta da fargli percepire che la via seguita era corretta e infallibile.

Anzitutto richiamavano l’attenzione sulle prove evidenti: cioè sulle prove contenute nell’universo aperto e immenso e nell’uomo stesso. Con l’universo si intendono i segni dell’ordine cosmico e le leggi che ogni persona può comprendere semplicemente osservandoli. Con le prove presenti nell’uomo si intende la sua forza, la sua capacità, il suo potere e la fiducia in sé che egli possiede. Ogni individuo può vedere e sentire queste cose dentro di sé.

I profeti indicavano con il dito questi segni e ponevano davanti agli occhi il loro esito necessario. Talvolta, attraverso queste prove, l’intero argomento si manifestava davanti a lui con la chiarezza della luce del giorno. Altre volte, per educarlo, si limitavano a indicare l’esito necessario, lasciando che la persona invitata avanzasse da sola verso la conclusione.

Uno dei benefici è che nell’invitato nasce la capacità di determinare il risultato corretto, capacità che gli è utile in ogni tappa del cammino della vita. Il secondo beneficio è che egli non respinge immediatamente l’invito considerandolo un discorso altrui; piuttosto, considerandolo il frutto del proprio pensiero, procede verso la sua accettazione. Il terzo beneficio è che con questo metodo si crea un rapporto tra colui che si rivolge all’altro e colui al quale ci si rivolge. Nell’invitato non può quindi nascere il senso d’inferiorità di essere arrivato alla conclusione tenuto per mano da un altro. Egli pensa invece che il risultato corretto sia stato raggiunto grazie allo sforzo comune di entrambi.

È evidente che il metodo di presentare le prove tratte dalla natura dell’universo e dai segni presenti nell’uomo è quello più conforme alla natura umana. Perciò profeti, inviati e coloro che invitano alla Verità seguivano soprattutto questo metodo. Quando l’uomo osserva qualcosa nell’universo aperto, oppure sente nella propria natura una certezza interiore al riguardo, non può negarne l’esito necessario. La condizione è che queste prove siano presentate davanti a lui nel corretto ordine.

Se poi egli le nega, potrà farlo soltanto con la bocca, mentre il suo cuore non sosterrà tale negazione. Potrà rimanere fermo nella negazione soltanto se sarà ostinato e testardo. Il significato dell’esito necessario di una cosa è il seguente. La questione è stata descritta brevemente in precedenza; ora viene esposta in dettaglio.

Finché in una persona rimane anche la minima capacità di seguire e sostenere la verità, si può sperare che non si tiri indietro dall’accettare la forma dettagliata e le conseguenze della questione nella quale ha creduto in linea generale. Coloro che hanno riflettuto profondamente sulle prove argomentative del Nobile Corano riconosceranno la verità di quanto diciamo: la maggior parte degli argomenti coranici è di questo tipo. Perciò chi studierà il Nobile Corano con animo puro potrà sentire che è lui stesso a leggere il Libro. Ogni suo invito gli sembrerà il proprio invito.

È vietato fondarsi su una conclusione errata

La terza importante caratteristica del metodo argomentativo dei nobili profeti e dei seguaci della Verità è che, diversamente dai dialettici comuni, essi non fondavano l’invito su una conclusione errata dell’interlocutore. Se una persona sostiene una credenza falsa, bisogna cercare di correggerla. Ma non si può costringerla ad accettare molte altre falsità a causa di un suo errore.

Chi vuole lasciare senza risposta il proprio interlocutore, costringerlo a sottomettersi alle proprie parole o gettarlo nell’errore, inserisce in larga misura questo elemento nel proprio metodo argomentativo. I seguaci della Verità, invece, non seguono mai questo metodo errato. Anche quando hanno l’occasione di fondare una loro verità su una conclusione sbagliata dell’interlocutore, non la accettano. Ai loro occhi non ha alcun valore una verità il cui fondamento sia stato posto sulla falsità.

Una cosa così vuota e priva di fondamento può essere accettabile soltanto per i dialettici professionisti. Può perfino mostrare per qualche istante il proprio splendore, ma non può servire a nulla nella lotta della vita. Nella battaglia dell’esistenza può servire soltanto la Verità, le cui radici si estendono in profondità nella natura umana. Questa estensione avvolge l’intero ambiente sotto la propria ombra.

L’errore generalmente commesso dai nostri teologi è il seguente: quando non riuscivano a stabilire una base propria per dimostrare la verità di un principio islamico, prendevano come fondamento una dottrina o un’idea altrui e su di essa costruivano il palazzo delle proprie fantasie. Il danno arrecato all’Islam da questa falsa difesa non è stato inferiore a quello causato dall’opposizione dei nemici dell’Islam.

Il fatto che un principio islamico non possa essere dimostrato mediante un ragionamento intellettuale e naturale corretto non significa, Dio non voglia, che non esistano ragioni intellettuali e naturali a sostegno della verità dei principi dell’Islam. Significa soltanto che i dialettici professionisti hanno talmente corrotto il proprio gusto con un’intelligenza innaturale da non riuscire nemmeno a comprendere il valore e il rango dell’intelligenza islamica.

In questa situazione, la via corretta per loro sarebbe stata occuparsi dei loro interessi precedenti invece di assumersi il compito di difendere l’Islam. Tuttavia, l’attrazione che sentivano nel cuore per l’Islam, considerato la religione dei loro antenati, continuava a spingerli a fondare sui principi intellettuali la verità della religione di cui pronunciavano il nome.

A causa del loro gusto deformato e della privazione della luce del Corano, l’intelletto islamico non suscitava in loro alcuna attrazione. Perciò cercavano di dimostrare la verità dell’Islam secondo il criterio dell’intelletto che, nella loro epoca, era accettato da tutti, comuni e specialisti. Il risultato di questo loro sforzo errato fu che spostarono l’intero edificio degli insegnamenti solidi e corretti dell’Islam dalle sue fondamenta robuste e lo collocarono su fondamenta estremamente deboli e fragili.

Per quanto avessero agito con intenzioni sincere, la conseguenza fu terribile. Quando il corso dei tempi e le scoperte scientifiche dimostrarono infondata una dottrina che fino al giorno precedente era generalmente apprezzata, il colpo ricadde su quei principi dell’Islam che si era tentato di fondare su dottrine errate. Per questo, nella mente di molte persone legate all’Islam nacque l’idea che, così come quella dottrina era diventata antiquata, anche l’Islam fosse diventato antiquato.

Nel creare questa cattiva impressione hanno avuto una parte sia i nostri antichi teologi sia quelli dell’epoca attuale. L’errore comune dei due gruppi è di non aver ritenuto sufficiente la Verità per sostenere la Verità, considerando invece necessario l’aiuto della falsità. Ma il significato della Verità è che essa è saldamente stabilita, dimostrata da sé e ferma. Le sue radici si estendono profondamente nella conoscenza e nella natura.

I nostri teologi, tuttavia, si erano abituati a tal punto a seguire i metodi di pensiero e di argomentazione indicati dai filosofi greci, da non riuscire a comprendere la sottigliezza e la bellezza del metodo coranico di presentare le prove. Se avessero cercato di comprendere il metodo sapiente di argomentazione del Corano e dei profeti, abbandonando il metodo contrario alla natura delle prove, avrebbero capito che ogni affermazione del Corano poggia su prove tanto solide da essere completamente libera da tutti i limiti del tempo e dello spazio e da tutti gli effetti delle rivoluzioni del pensiero.

Ricercare il punto d’unione

La quarta caratteristica del metodo argomentativo di coloro che invitano alla Verità è che essi ricercano un punto d’unione tra sé e la persona invitata e lo assumono come base della discussione e del ragionamento. Non cercano inutilmente, in ogni circostanza, di manifestare la propria solitudine e diversità.

Per quanto l’umanità possa apparire diversa e dispersa nelle sue differenze esteriori, nel profondo di tale diversità e dispersione si trovano innumerevoli principi e credenze sui quali tutti concordano. Nelle leggi e nell’ordine della natura, nelle conclusioni della storia, nelle convinzioni della natura umana e nei principi fondamentali della morale vi sono molte cose sulle quali orientali e occidentali, arabi e non arabi, condividono la stessa visione.

Se si assumono queste cose come base del ragionamento e si procede nella discussione, le persone di indole equilibrata non esiteranno ad accettarne le conseguenze necessarie. La maggior parte delle divergenze che sorgono negli aspetti secondari dei principi della vita condivisi da entrambi nasce dalla cattiva intelligenza e dal fanatismo. Se tali divergenze vengono eliminate mediante uno sforzo sincero, ogni persona continuerà a guardare questi principi con rispetto e considerazione, sulla base di una partecipazione comune.

I profeti e gli inviati hanno sempre adottato questo metodo per presentare le prove. Nel Nobile Corano è contenuta una descrizione dettagliata del modo in cui il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, presentava le prove agli idolatri arabi e alla Gente del Libro. Studiandola, non si trova mai l’idea che sia stato loro richiesto qualcosa di completamente estraneo e nuovo. Le sue radici erano presenti nella loro storia, nei loro costumi, nel loro senso del giusto e dell’ingiusto, nelle loro credenze e nella loro morale.

La differenza osservabile riguardava soltanto l’interpretazione e l’analisi di quella radice e dei suoi rami. Perciò la richiesta del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era che essi eliminassero il conflitto sorto tra la radice e i suoi aspetti secondari. Se ciò che dice il Corano è corretto, che lo accettino; e se ciò di cui essi si dichiarano sostenitori è vero, che lo dimostrino corretto.

Il beneficio di presentare le prove in questo modo è che non può nascere riguardo all’invitante l’idea errata che egli sia una persona la quale, immaginandosi sola, voglia negare tutto il passato e sia occupata a imporre l’influenza della propria personalità. Al contrario, si pensa di lui che sia venuto per restituirci l’eredità dei nostri antenati. Se alcune persone, spinte dalla loro natura malvagia, vogliono diffondere contro di lui una cattiva opinione, non potranno farlo a lungo. Il sole della verità sorgerà e dissolverà rapidamente le tenebre.

Coloro che non conoscono il beneficio e la bellezza di questo metodo di argomentazione dei seguaci della Verità adottano generalmente una condotta del tutto opposta. Non cercano alcun punto d’unione; e, anche se ne trovano uno, lo trasformano in un punto di divergenza. Secondo loro, la vera bellezza della loro argomentazione e del loro invito consiste nel dimostrare che nessuno, prima di loro, ha mai detto ciò che essi affermano, né sulla terra né sotto il cielo.

I nostri dialettici che non conoscono il vero spirito dell’invito islamico sono generalmente immersi in questa deformazione. Ogni volta che presentano una verità dell’Islam, ritengono che il proprio merito consista nel dimostrarla una verità rara e senza precedenti. Ciò, invece di suscitare amore nella natura umana, genera odio; e la gente, invece di accoglierla come qualcosa di proprio, la considera bizzarra e la respinge.

Evitare il metodo argomentativo polemico

La quinta caratteristica del metodo argomentativo di coloro che invitano alla Verità è che essi non adottano mai il metodo polemico dell’argomentazione e della replica. Un esempio è sollevare, a partire dagli insegnamenti di un’altra religione, un’obiezione dello stesso genere. I nostri dialettici e filosofi, adottando questo metodo, pensano di aver salvato l’Islam dalle accuse.

In realtà, una risposta di questo tipo è fondamentalmente errata. Il fatto che l’errore altrui non trasformi il nostro errore in verità, tanto meno fa sì che la nostra verità diventi certa: al contrario, la rende dubbia. Se da questo metodo di argomentazione si ricava qualche beneficio, esso consiste soltanto nel mettere a tacere l’accusatore o l’oppositore e nel dare soddisfazione al nostro animo orgoglioso. Ma in questo modo l’avversario non può ottenere la prova della verità dell’Islam, né i nostri cuori possono aprirsi. Anzi, ciò dimostra la nostra stessa debolezza, che siamo noi a mostrare agli altri.

Ogni verità porta in sé la prova della propria verità. La sua prova non può trovarsi nella falsità altrui. Perciò il metodo corretto consiste soltanto nel presentare la prova a favore della verità a partire dalla verità stessa.

Sotto questo aspetto, il metodo dei nostri teologi è errato per due ragioni. La prima è che, influenzati dalla propaganda degli oppositori, talvolta arrivarono a considerare dubbia ai propri occhi la verità di alcuni principi corretti dell’Islam. Perciò non vedevano altra via che rispondere polemicamente agli oppositori e lasciarli senza risposta.

La seconda ragione è che queste persone non riuscirono a limitare il proprio compito di difesa e assistenza ai confini dell’Islam. Vittime di un cieco spirito di appartenenza nazionale, si caricarono sulle spalle anche il compito di difendere l’intera storia della Umma musulmana. Di conseguenza il loro campo di battaglia si ampliò enormemente. Dovettero dimostrare la verità di molte cose che non potevano essere dimostrate vere finché non avessero dimostrato vere anche innumerevoli falsità altrui.

Tutti gli scritti dei nostri teologi dell’ultimo mezzo secolo, nei quali vengono trattati il jihad, la schiavitù, la poligamia, il divorzio, la legittimità delle azioni dei re e dei sovrani musulmani e altri temi simili, testimoniano quanto è stato detto sopra. Leggendoli, talvolta nasce compassione per la loro condizione impotente e influenzata, mentre altre volte viene voglia di battersi la testa contro il muro per i loro passi errati.

Se non si fossero lasciati confondere dalla propaganda altrui e non si fossero caricati sulle spalle le controversie degli altri, ma avessero limitato la propria assistenza ai confini dell’Islam, si sarebbero potuti evitare molti argomenti privi di senso.
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Prestare attenzione allo stato d’animo della persona interpellata

Per la crescita e il progressivo sviluppo di una piantina non basta prestare attenzione soltanto alle qualità della piantina; occorre considerare anche la fertilità del terreno e la favorevolezza della stagione. Allo stesso modo, nel presentare l’invito alla professione della parola della vera religione, non si dovrebbe fare affidamento soltanto sull’effettiva validità della verità; durante l’invito bisogna anche osservare, da un punto di vista psicologico, quale sia lo stato delle persone davanti alle quali essa viene presentata. Come la terra, anche il cuore e la mente hanno le loro stagioni. Come il contadino conosce le stagioni e semina nella terra soltanto in quella favorevole, così chi invita alla verità deve conoscere le stagioni del cuore. Coloro che agiscono contrariamente a questo principio, sia per semplicità o errore, sia perché convinti che la verità possa conquistare da sola un posto nel cuore grazie alla propria bellezza e attrattiva, senza che occorra considerare altro, riceveranno il castigo del proprio errore attraverso il fallimento del loro invito. La loro buona intenzione non potrà salvarli dalle conseguenze della loro imprudenza. Perciò è assolutamente necessario tenere conto dello stato psicologico di colui al quale viene rivolto l’invito.

Dieci principi per considerare l’aspetto psicologico della persona interpellata

Chi invita alla verità deve rapportarsi con persone di natura diversa. Tenendo conto del loro stato psicologico, deve adottare metodi differenti. Non è possibile fornire qui una spiegazione completa di tutto ciò. Tuttavia, a titolo esemplificativo, menzioneremo alcuni principi fondamentali che possiamo ricavare dal metodo seguito dai profeti e dagli inviati. Partendo da questi principi, si potranno ricavare ulteriori principi necessari. Essi riguardano la comune ragione umana. Se un invitante dotato di sano intelletto, animato da buone intenzioni e pienamente consapevole del proprio obiettivo terrà presenti questi esempi, si può sperare che riuscirà rapidamente a rendere il proprio metodo d’invito conforme al metodo dei profeti. I principi che riteniamo necessario menzionare qui sono dieci.

Primo principio: una stessa cosa può avere diversi aspetti. Da alcuni punti di vista può risultare facile da comprendere, da altri difficile. Se viene presentata anzitutto a una persona nel suo aspetto comprensibile, non le sembrerà affatto estranea. Ma se già al primo incontro viene presentata dal suo lato difficile, la persona invitata ne sarà spaventata e fuggirà. Forse non sarà più disposta a trovarsi davanti a colui che la invita. Anche la situazione della vera religione è, in misura maggiore o minore, simile. Persino a una persona del tutto estranea essa può risultare, sotto certi aspetti, gradita e attraente. Se l’invito alla religione le viene presentato da questo lato, essa diventerà gradualmente familiare con la religione e ne accetterà ogni aspetto, facile o difficile. D’altra parte, anche una persona molto familiare con essa può considerare alcuni aspetti della religione difficili e gravosi. Se la religione le viene presentata proprio da questo lato difficile, lungi dal diventare più familiare con essa, perfino la sua precedente familiarità può trasformarsi in paura e apprensione.

Quando persone che non conoscono i diversi aspetti di una cosa e le differenze tra essi, oppure non sanno da quale aspetto presentarla per la prima volta alla persona destinataria, o che per natura amano condurre esperimenti su un terreno roccioso e considerano in ogni circostanza la severità come la piena religiosità, si dedicano all’invito alla religione, il risultato è che la gente, invece di avvicinarsi a loro, fugge lontano. La ragione è che il metodo da loro adottato per presentare l’invito è completamente contrario alla disposizione mentale delle persone. Al posto della buona novella diffonde odio e, invece dell’attrazione, insoddisfazione. Per impedire questo, il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse: «Date la buona novella e non diffondete repulsione», e indicò ai predicatori della verità il metodo corretto dicendo: «Siete stati inviati per rendere le cose facili, non per imporre difficoltà».

Secondo principio: dal punto di vista psicologico, la seconda cosa cui chi invita deve prestare attenzione è questa: in nessuna circostanza deve dare alla persona invitata l’opportunità di far emergere l’ostilità dell’ignoranza. Ogni predicatore della verità deve ricordare che, come egli è legato alle proprie convinzioni, così gli appartenenti a ogni popolo hanno, in misura maggiore o minore, un legame analogo con le proprie convinzioni. Se questo è un legame errato, la via per correggerlo consiste nel rimuovere le idee sbagliate che lo mantengono. Non è affatto corretto, lasciandosi trascinare dall’emozione o sopraffare dall’agitazione contro la falsità, attaccare direttamente questo legame falso invece di correggerne le cause ideologiche. Il risultato di un simile attacco diretto è soltanto che la persona invitata, esaltata dall’entusiasmo dell’ostilità ignorante, si impegna a fondo per opporsi all’invito. In tale fervore diventa così cieca e sorda da raccogliere qualunque mattone o pietra abbia a portata di mano e lanciarla contro chi la invita. Nella sura al-Anʿām, i predicatori della verità sono stati ammoniti a stare lontani da un simile metodo d’azione,وَلَا تَسُبُّوا الَّذِينَ يَدْعُونَ مِنْ دُونِ اللَّهِ فَيَسُبُّوا اللَّهَ عَدْوًا بِغَيْرِ عِلْمٍ كَذَلِكَ زَيَّنَّا لِكُلِّ أُمَّةٍ عَمَلَهُمْ«Non insultate coloro che essi invocano all’infuori di Allah, affinché essi, per ostilità e ignoranza, non insultino Allah. Così abbiamo reso belle, a ogni comunità, le sue azioni» (sura al-Anʿām, 108).

In armonia con ciò, il Corano ha impartito anche un’altra indicazione: nell’opera di diffusione della verità, l’intera discussione deve essere mantenuta entro i limiti dell’obiettivo essenziale. Se la persona invitata compie qualche atto provocatorio, tale da poter provocare uno scontro di classe tra i seguaci e i capi dei due gruppi, è dovere dei predicatori della verità cercare di indirizzare la situazione verso il corso giusto invece di lasciarsi coinvolgere nella rete ingannevole della disputa, e, anziché umiliare i capi e i seguaci della parte invitata, mostrare loro il rispetto cui hanno effettivamente diritto.وَقُلْ لِعِبَادِي يَقُولُوا الَّتِي هِيَ أَحْسَنُ إِنَّ الشَّيْطَانَ يَنْزَغُ بَيْنَهُمْ إِنَّ الشَّيْطَانَ كَانَ لِلْإِنْسَانِ عَدُوًّا مُبِينًا(53)رَبُّكُمْ أَعْلَمُ بِكُمْ إِنْ يَشَأْ يَرْحَمْكُمْ أَوْ إِنْ يَشَأْ يُعَذِّبْكُمْ وَمَا أَرْسَلْنَاكَ عَلَيْهِمْ وَكِيلًا(54)وَرَبُّكَ أَعْلَمُ بِمَنْ فِي السَّمَاوَاتِ وَالْأَرْضِ وَلَقَدْ فَضَّلْنَا بَعْضَ النَّبِيِّينَ عَلَى بَعْضٍ وَآتَيْنَا دَاوُودَ زَبُورً«Di’ ai Miei servi di dire ciò che è migliore. In verità, Satana semina discordia tra loro; Satana è certamente per l’uomo un nemico manifesto. Il vostro Signore vi conosce meglio. Se vuole, avrà misericordia di voi; se vuole, vi punirà. Noi non ti abbiamo inviato come garante per loro. Il tuo Signore conosce meglio chi è nei cieli e sulla terra. Abbiamo certamente favorito alcuni profeti rispetto ad altri e abbiamo dato a Davide il Salterio» (sura al-Isrāʾ, 53-55).

Anche questa indicazione mira a insegnare che chi invita alla verità deve evitare le parole capaci di spingere sulla via dell’ostilità dell’ignoranza.

Terzo principio: vi sono persone che, occupando posizioni di onore, prestigio e leadership, sono abituate a ricevere dagli altri forme di appellativo e di conversazione rispettose e reverenziali. Se si teme che contraddirle risvegli il diavolo del loro animo orgoglioso e impedisca loro di ascoltare la verità, chi invita alla verità deve, entro un certo limite, tener conto di questa loro malattia, affinché, oltre agli ostacoli presenti nel loro animo, non ne sorga uno nuovo da parte dell’invitante. Tenendo presente questo aspetto, a Mosè, pace su di lui, fu impartita la seguente indicazione:اذْهَبَا إِلَى فِرْعَوْنَ إِنَّهُ طَغَى () فَقُولَا لَهُ قَوْلًا لَيِّنًا لَعَلَّهُ يَتَذَكَّرُ أَوْ يَخْشَى«Andate da Faraone: egli ha trasgredito. Parlate entrambi a lui con parole miti; forse rifletterà o avrà timore» (sura Ṭā Hā, 44).

Tuttavia, anche il rispetto dovuto alla posizione della persona invitata ha un limite. Nel farlo, non si devono oltrepassare la dignità e la gravità della verità che l’invitante le presenta. Se, nel prestare tale attenzione, si arreca in qualche modo un’offesa alla grandezza e alla dignità della verità, ciò non è lecito. Nel Corano è stata espressamente impartita una proibizione a questo riguardo.

Quarto principio: come un medico esperto prescrive la dieta del paziente tenendo conto della sua età, del suo temperamento e della gravità o lievità della sua malattia, così chi invita alla verità ha il dovere di presentare l’invito alla persona destinataria considerando le sue capacità, le sue esigenze e la sua capacità di comprensione. Per valutare correttamente questo aspetto non basta considerare soltanto le capacità personali e la capacità individuale di comprensione della persona invitata; bisogna anche tenere conto delle sue caratteristiche etniche e della sua condizione personale. Se non si considerano questi elementi, non si può sperare nel successo di alcun invito. È per questo che il Nobile Corano è stato rivelato gradualmente, a piccole parti.وَقُرْآنًا فَرَقْنَاهُ لِتَقْرَأَهُ عَلَى النَّاسِ عَلَى مُكْثٍ وَنَزَّلْنَاهُ تَنْزِيلًا«Abbiamo fatto scendere il Corano separatamente, affinché tu lo recitassi alla gente con calma, e lo abbiamo fatto scendere in modo graduale» (sura al-Isrāʾ, 106).

Dal Corano si apprende inoltre che, nell’invito coranico, molte cose sono state formulate tenendo conto della disposizione profondamente radicata negli Arabi. Poiché erano inflessibili e litigiosi (un popolo ostinato), nei loro confronti furono adottati metodi di dialogo e disputa adatti a una nazione litigiosa e intransigente. Inoltre, il modo in cui il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, presentava l’invito alla vera religione alle persone provenienti dalle campagne era completamente diverso dal modo in cui lo presentava agli abitanti della Mecca e di Medina. Una delegazione della tribù di ʿAbd al-Qays gli riferì: «Tra noi e voi si frappone la tribù dei Quraysh. A causa della loro ostilità non possiamo venire da te in nessun mese, eccetto quelli sacri (Muḥarram, Rajab, Dhū al-Qaʿda e Dhū al-Ḥijja). Perciò dicci alcune nozioni fondamentali che noi stessi possiamo seguire e cui possiamo invitare gli altri». Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, considerando le loro necessità e la loro condizione, ordinò loro di compiere soltanto quattro cose e di astenersi da altre quattro. Disse inoltre loro di ordinare queste cose ai membri della propria gente e di impedir loro quelle altre. Non disse loro altro.

È evidente che questa differenza nel metodo dell’invito si basava unicamente sulle differenze psicologiche tra quei gruppi. A coloro le cui differenze rientravano nella normalità e che erano di natura semplice e schietta venivano presentati gli insegnamenti semplici della religione, affinché potessero metterli in pratica. Invece, per le persone di natura complessa, l’invito veniva portato avanti continuamente secondo una successione appropriata, allo scopo di purificare la loro mente.

Quinto principio: come un contadino non deve seminare senza preparare la terra e senza una stagione favorevole, e come un medico non deve somministrare medicine a un paziente in agonia, così, quando la persona invitata inclina alla contestazione, alla replica e alla critica, chi invita alla verità non deve presentarle l’invito in quel momento. Non è necessario astenersi dal presentare l’invito soltanto in questa situazione: se, anche dopo che l’invito è stato presentato, la persona invitata diventa polemica, l’invitante deve porre fine alla discussione invece di prolungare le obiezioni e le contro-obiezioni, allontanarsi e attendere il momento opportuno. Quando la persona invitata avrà una mente aperta, o almeno sarà scomparsa la sua tendenza alla polemica, si dovrà presentarle nuovamente l’invito.وَإِذَا رَأَيْتَ الَّذِينَ يَخُوضُونَ فِي آيَاتِنَا فَأَعْرِضْ عَنْهُمْ حَتَّى يَخُوضُوا فِي حَدِيثٍ غَيْرِهِ وَإِمَّا يُنْسِيَنَّكَ الشَّيْطَانُ فَلَا تَقْعُدْ بَعْدَ الذِّكْرَى مَعَ الْقَوْمِ الظَّالِمِينَ«Quando vedi coloro che si perdono in discussioni sui Nostri versetti, allontanati da loro finché non intraprendano un altro discorso. E se Satana ti fa dimenticare, dopo il ricordo non restare seduto con gli ingiusti» (sura al-Anʿām, 68).

Nonostante una proibizione così chiara, è sorprendente come la nostra classe degli studiosi abbia potuto considerare leciti, per la diffusione della religione, i metodi delle gare di disputa e dibattito! Entrambi i gruppi si affrontano soltanto con l’intenzione di respingere e dimostrare falsa l’argomentazione dell’avversario, anche quando essa sia in realtà vera. Chi ha una certa esperienza degli eventi di disputa e dibattito sa che in tali eventi prevale soltanto il gusto distorto di umiliare l’avversario. A questo proposito, l’ordine del Corano è che, non appena percepisce questo odore, chi invita alla verità si ritiri con dignità. Ma i nostri oratori professionisti sono così influenzati da questo odore che quanto più esso aumenta, tanto più crescono il loro interesse e il loro entusiasmo.

Sesto principio: se la persona cui deve essere presentato l’invito alla religione è così immersa in un’attività per lei attraente che separarsene per prestare attenzione all’invito della verità le risulterebbe fastidioso, chi invita alla verità deve astenersi dal rivolgerle l’invito in quel momento. Sebbene questa condizione sia diversa da quella dell’invidia, dell’ostilità e dell’opposizione, dal punto di vista dell’impreparazione psicologica della persona invitata non vi è alcuna differenza tra le due situazioni. Nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī è riportato da ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās, che Allah sia soddisfatto di lui:

«Riferito da ʿIkrima: Ibn ʿAbbās mi disse: “Ammonisci la gente una sola volta alla settimana. Se non accettano, fallo due volte; se anche questo non li soddisfa, fallo tre volte. In ogni caso, non rendere il Corano odioso alla gente. E non accada che tu vada da persone impegnate in una loro conversazione, inizi a predicare loro e, interrompendo il loro discorso, le infastidisca. Piuttosto, in quel momento taci. Quando si rivolgeranno verso di te, ammoniscile; allora ascolteranno le tue parole con interesse”.»

Settimo principio: chi invita alla verità deve anche fare attenzione affinché la richiesta monotona dell’invito, le discussioni inutili e i lunghi discorsi privi di valore non producano noia negli ascoltatori.

«Riferito da Shaqīq [un Tābiʿī]. Egli disse: ʿAbd Allāh ibn Masʿūd, che Allah sia soddisfatto di lui, ammoniva la gente ogni giovedì. Un uomo gli disse: “O Abū ʿAbd al-Raḥmān, desidererei che ci ammonissi ogni giorno”. Egli rispose: “Ciò che mi impedisce di farlo è che non desidero annoiarvi; per questo vi ammonisco lasciando degli intervalli, proprio come il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ci ammoniva di tanto in tanto per timore di annoiarci”» (al-Bukhārī, Muslim).

Mentre scriviamo queste parole ci appare davanti agli occhi l’immagine di una certa categoria di predicatori e dei loro sfortunati e oppressi ascoltatori. La loro maggiore abilità consiste nella prolissità dei loro discorsi privi di significato. Non sanno nemmeno questa semplice verità: anche le parole migliori diventano insipide se vengono ripetute inutilmente e, inseguendo la gente per farle ascoltare prediche, non soltanto si vanifica lo scopo dell’invito alla religione, ma lo si danneggia gravemente.

Il Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e i suoi Compagni ammonivano la gente a intervalli, affinché non provasse noia. I suoi sermoni erano estremamente brevi. È inoltre riportato negli ḥadīth che egli disse: «Quando ammonite, siate brevi». In altre narrazioni si dice che considerò il sermone conciso un segno della saggezza e dell’intelligenza dell’oratore, affermando: «In alcuni discorsi vi è un’attrazione magica». Con ciò si allude al fatto che il discorso deve essere breve e significativo, così da esercitare sul cuore un effetto simile a quello della magia. Il sermone non deve essere tale da ottundere l’umore e la disposizione naturale dell’ascoltatore, lasciandolo privo della capacità di ascoltare e accogliere qualsiasi parola.

Ottavo principio: chi invita alla verità deve valutare con estrema attenzione e competenza l’ambiente circostante. Deve osservare con vigilanza quando giunga il momento adatto per seminare il seme dell’invito. Non appena percepisce che si è creata un’occasione per raggiungere il proprio scopo, deve cercare di sfruttarla senza indugio. Il miglior esempio si trova nella vita del profeta Giuseppe, pace su di lui:وَدَخَلَ مَعَهُ السِّجْنَ فَتَيَانِ قَالَ أَحَدُهُمَا إِنِّي أَرَانِي أَعْصِرُ خَمْرًا وَقَالَ الْآخَرُ إِنِّي أَرَانِي أَحْمِلُ فَوْقَ رَأْسِي خُبْزًا تَأْكُلُ الطَّيْرُ مِنْهُ نَبِّئْنَا بِتَأْوِيلِهِ إِنَّا نَرَاكَ مِنَ الْمُحْسِنِينَ(36)قَالَ لَا يَأْتِيكُمَا طَعَامٌ تُرْزَقَانِهِ إِلَّا نَبَّأْتُكُمَا بِتَأْوِيلِهِ قَبْلَ أَنْ يَأْتِيَكُمَا ذَلِكُمَا مِمَّا عَلَّمَنِي رَبِّي إِنِّي تَرَكْتُ مِلَّةَ قَوْمٍ لَا يُؤْمِنُونَ بِاللَّهِ وَهُمْ بِالْآخِرَةِ هُمْ كَافِرُونَ(37)وَاتَّبَعْتُ مِلَّةَ آبَائِي إِبْرَاهِيمَ وَإِسْحَاقَ وَيَعْقُوبَ مَا كَانَ لَنَا أَنْ نُشْرِكَ بِاللَّهِ مِنْ شَيْءٍ ذَلِكَ مِنْ فَضْلِ اللَّهِ عَلَيْنَا وَعَلَى النَّاسِ وَلَكِنَّ أَكْثَرَ النَّاسِ لَا يَشْكُرُونَ(38)يَا صَاحِبَيِ السِّجْنِ أَأَرْبَابٌ مُتَفَرِّقُونَ خَيْرٌ أَمِ اللَّهُ الْوَاحِدُ الْقَهَّارُ(39)مَا تَعْبُدُونَ مِنْ دُونِهِ إِلَّا أَسْمَاءً سَمَّيْتُمُوهَا أَنْتُمْ وَآبَاؤُكُمْ مَا أَنْزَلَ اللَّهُ بِهَا مِنْ سُلْطَانٍ إِنِ الْحُكْمُ إِلَّا لِلَّهِ أَمَرَ أَلَّا تَعْبُدُوا إِلَّا إِيَّاهُ ذَلِكَ الدِّينُ الْقَيِّمُ وَلَكِنَّ أَكْثَرَ النَّاسِ لَا يَعْلَمُونَ(40)يَا صَاحِبَيِ السِّجْنِ أَمَّا أَحَدُكُمَا فَيَسْقِي رَبَّهُ خَمْرًا وَأَمَّا الْآخَرُ فَيُصْلَبُ فَتَأْكُلُ الطَّيْرُ مِنْ رَأْسِهِ قُضِيَ الْأَمْرُ الَّذِي فِيهِ تَسْتَفْتِيَانِ«Con lui entrarono in prigione due giovani. Uno dei due disse: “Mi sono visto mentre facevo il vino”; l’altro disse: “Mi sono visto mentre portavo sul capo del pane, dal quale mangiavano gli uccelli. Spiegaci la sua interpretazione; in verità ti vediamo tra i virtuosi”. Giuseppe disse: “Prima che vi venga portato il cibo che vi è destinato, vi informerò della sua interpretazione. Questo fa parte di ciò che il mio Signore mi ha insegnato. In verità ho abbandonato la religione di gente che non crede in Allah e nega l’Aldilà. Ho seguito la religione dei miei padri, Abramo, Isacco e Giacobbe. Non ci è concesso associare ad Allah alcunché. Questo è un favore di Allah verso di noi e verso l’umanità, ma la maggior parte della gente non è riconoscente. O miei due compagni di prigione, sono forse migliori signori diversi o Allah, l’Unico, il Dominatore? Voi non adorate all’infuori di Lui se non nomi che avete dato, voi e i vostri padri, e riguardo ai quali Allah non ha fatto scendere alcuna autorità. Il giudizio appartiene soltanto ad Allah. Egli ha ordinato di non adorare altri che Lui. Questa è la religione retta, ma la maggior parte della gente non sa. O miei due compagni di prigione, quanto a uno di voi, egli darà da bere vino al suo signore; quanto all’altro, sarà crocifisso e gli uccelli mangeranno dalla sua testa. È stata decretata la questione sulla quale mi avete interrogato”» (sura Yūsuf, 36-41).

Osserviamo brevemente questo passo e portiamo davanti agli occhi dell’immaginazione il quadro completo dell’evento. Due persone furono imprigionate insieme al profeta Giuseppe, pace su di lui. Entrambi fecero un sogno e nacque in loro il desiderio di conoscerne l’interpretazione. Tra tutti gli abitanti della prigione, per qualsiasi ragione, soltanto Giuseppe apparve loro come colui al quale potevano rivolgersi a questo scopo. Così, con sentimenti di cordialità e rispetto, gli raccontarono i propri sogni. Giuseppe non si limitò a congedarli dopo aver interpretato i loro sogni, né cercò di soddisfare un interesse personale sfruttando la loro benevola considerazione per imporre su di loro il prestigio delle proprie qualità. Al contrario, considerò questa loro attrazione un’occasione preziosa e presentò loro l’invito alla religione, riuscendo a farlo penetrare nei loro cuori.

D’altra parte, presentò la religione in modo tale che il discorso religioso sembrasse inserirsi naturalmente nella conversazione. Non creò deliberatamente un’occasione per parlarne. Da questo episodio emerge una verità importante: come il contadino attende pazientemente la pioggia per seminare, così chi invita alla verità deve osservare l’ambiente circostante, aspettando il momento in cui nel cuore di qualcuno nasca un’attrazione verso di lui, capace di costituire la stagione favorevole per seminare il seme del suo invito.

Si apprende inoltre che, se per grazia di Allah qualcuno ottiene una simile occasione, non deve sprecarla né utilizzarla per un fine diverso dal nobile obiettivo dell’invito. Quando un’opportunità di questo genere capita nelle mani di persone egoiste, esse cercano di trasformarla in uno strumento per soddisfare i propri interessi personali, invece di impiegarla nell’opera dell’invito. Ai nostri giorni, in generale, la nostra classe degli studiosi e i nostri shaykh e pii maestri sono affetti da questa malattia. Quando vedono qualcuno attratto verso di loro, provano una grande gioia. Tuttavia, la natura della loro gioia è diversa da quella provata dal profeta Giuseppe, pace su di lui. La loro gioia può piuttosto essere paragonata a quella di un ragno. Il ragno tende la sua rete intorno a sé e attende l’arrivo di una mosca. Quando ne vede una avvicinarsi, comincia a danzare, fuori di sé dalla gioia: una preda grossa e ben nutrita è caduta nelle sue mani.

Nono principio: ogni predicatore della verità deve tener conto, quando espone una discussione e le relative prove, delle capacità e del livello della persona invitata. Il modo e il linguaggio con cui ci si rivolgerà agli intellettuali saranno diversi da quelli da usare con la gente comune. Non è affatto corretto che chi invita alla verità, ritenendo semplicemente di possedere la verità completa, metta insieme in un’unica categoria e condanni tutti i gruppi che non possiedono la verità completa. Deve invece valutare correttamente ogni gruppo, assegnargli il grado che gli spetta e presentargli l’invito di conseguenza. Per esempio, riguardo al modo di rivolgere l’invito alla comunità della Gente del Libro, il Nobile Corano ha impartito questa indicazione:وَلَا تُجَادِلُوا أَهْلَ الْكِتَابِ إِلَّا بِالَّتِي هِيَ أَحْسَنُ إِلَّا الَّذِينَ ظَلَمُوا مِنْهُمْ وَقُولُوا آمَنَّا بِالَّذِي أُنْزِلَ إِلَيْنَا وَأُنْزِلَ إِلَيْكُمْ وَإِلَهُنَا وَإِلَهُكُمْ وَاحِدٌ وَنَحْنُ لَهُ مُسْلِمُونَ«Non disputate con la Gente del Libro se non nel modo migliore, eccetto coloro tra loro che sono ingiusti. Dite: “Crediamo in ciò che è stato fatto scendere su di noi e in ciò che è stato fatto scendere su di voi. Il nostro Dio e il vostro Dio sono uno solo, e noi siamo sottomessi a Lui”» (sura al-ʿAnkabūt, 46).

Qui viene indicato anche il modo migliore con cui è consentito discutere e dialogare con la Gente del Libro. Esso consiste nel riconoscere gli aspetti nei quali essi sono vostri pari o le questioni che condividete con loro. In tal modo, invece di creare odio e ostilità tra loro e voi, nasceranno amicizia e amore; invece della distanza, si creerà vicinanza. In seguito si dovrà chiedere loro di concordare con noi anche su ciò che diventa necessariamente da accettare sulla base di questa verità riconosciuta.

L’effetto psicologico di questo metodo d’invito sulla persona invitata sarà il seguente: quando vedrà che l’invitante non si considera qualcosa di straordinario e non presenta il proprio invito come una nuova invenzione, ma riconosce anche la parte di verità già presente in tale invito, inizierà a riflettere sulla questione. Se non è ostinata, testarda e disobbediente, potrebbe persino accettare l’invito. Se invece non si procede così e gli intellettuali e la Gente del Libro vengono interpellati nello stesso modo degli ignoranti e degli analfabeti, coloro che rivendicano, come l’invitante, conoscenza, saggezza e una Scrittura celeste si sentiranno naturalmente offesi nella propria dignità. Ciò costituirà un grave ostacolo all’accettazione della verità.

Decimo principio: se chi invita alla verità percepisce nella persona invitata segni di disobbedienza, inflessibilità e ostinazione, non deve creare da parte propria alcuna occasione perché questa malattia aumenti; deve invece fare tutto il possibile per evitarlo. Anche se la persona interpellata si oppone a una delle prove dell’invitante con un’obiezione che, manifestamente, non è altro che litigiosità, invece di inseguire quell’argomento e presentare ulteriori prove a suo sostegno, dovrebbe adottare la strategia di presentare la verità da un altro punto di vista, così da non darle l’opportunità di manifestare la propria ostinazione. Se possiede la capacità di accettare la verità, la accetterà; e se è soltanto ostinata, almeno rimarrà sconcertata e non avrà l’occasione di disputare e litigare. Nel Nobile Corano è menzionata la disputa tra il profeta Abramo, pace su di lui, e un re. Questo è il miglior esempio in proposito:أَلَمْ تَرَ إِلَى الَّذِي حَاجَّ إِبْرَاهِيمَ فِي رَبِّهِ أَنْ آتَاهُ اللَّهُ الْمُلْكَ إِذْ قَالَ إِبْرَاهِيمُ رَبِّيَ الَّذِي يُحْيِي وَيُمِيتُ قَالَ أَنَا أُحْيِي وَأُمِيتُ قَالَ إِبْرَاهِيمُ فَإِنَّ اللَّهَ يَأْتِي بِالشَّمْسِ مِنَ الْمَشْرِقِ فَأْتِ بِهَا مِنَ الْمَغْرِبِ فَبُهِتَ الَّذِي كَفَرَ وَاللَّهُ لَا يَهْدِي الْقَوْمَ الظَّالِمِينَ«Non hai visto colui che disputò con Abramo riguardo al suo Signore, poiché Allah gli aveva dato il regno? Quando Abramo disse: “Il mio Signore è Colui che dà la vita e dà la morte”, egli rispose: “Sono io che do la vita e do la morte”. Abramo disse: “Allah fa sorgere il sole da oriente: fallo sorgere tu da occidente”. Allora il miscredente rimase sbalordito. Allah non guida la gente ingiusta» (sura al-Baqara, 258).

La prova presentata dal profeta Abramo, pace su di lui, non subì il minimo danno a causa dell’obiezione dell’avversario. Avrebbe potuto aggiungere molte altre parole. Ma, dopo aver valutato lo stato psicologico della persona invitata, se avesse continuato ad argomentare, ciò sarebbe stato completamente contrario al metodo insegnato dal Nobile Corano:ادْعُ إِلَى سَبِيلِ رَبِّكَ بِالْحِكْمَةِ وَالْمَوْعِظَةِ الْحَسَنَةِ وَجَادِلْهُمْ بِالَّتِي هِيَ أَحْسَنُ«Invita alla via del tuo Signore con saggezza e con una buona esortazione, e disputa con loro nel modo migliore» (sura al-Naḥl, 125).

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Il metodo di formazione dei profeti

Nessun invito alla vera religione può avere successo nel mondo se non è accompagnato da un programma di formazione ordinato e permanente. Un simile programma è necessario per ogni tipo di movimento, ma nel caso dell’invito alla verità costituisce in modo particolare una parte inseparabile di esso. Non si può neppure concepire l’invito alla verità senza un programma di formazione. Questa rivoluzione non influenza un solo aspetto della vita; al contrario, dona una nuova luce a tutti i suoi aspetti, manifesti e nascosti. Questo movimento non nasce per chiedere un cambiamento parziale; piuttosto, propone un modello e un piano completamente nuovi per la nostra vita individuale e collettiva. Perciò la natura stessa del movimento esige che, così come esso procede seguendo una determinata gradualità, debba esistere anche un programma di formazione completo ed equilibrato, organizzato secondo una sequenza analoga. Esso non è meno importante dell’invito originario. Anzi, non sarebbe eccessivo affermare che l’importanza della formazione è in qualche misura persino maggiore di quella dell’invito originario. È infatti grazie a questa formazione che un invito riesce a mettere radici nei cuori; poi cresce gradualmente e infine si ricopre di fiori e frutti. Alla fine, un giorno, colma l’intera società dei propri benefici e della propria bontà.

Il lavoro di chi invita alla verità può essere illustrato efficacemente attraverso quello di un contadino. Come il semplice spargere alcuni semi in un campo non basta a raggiungere lo scopo di un agricoltore, allo stesso modo il compito di chi invita alla verità non può considerarsi concluso dopo aver fatto ascoltare alla gente alcuni sermoni e ammonimenti. Per completare il proprio obiettivo, egli deve mantenere un legame profondo con l’invito che si è diffuso dentro di lui, proprio come il contadino diligente rimane legato ai semi. Vigila costantemente affinché le piantine possano mettere radici nella terra, ricevano l’acqua al momento opportuno, siano protette dalle avversità delle stagioni, non siano ostacolate dalle erbacce nella loro crescita e siano al sicuro dagli attacchi degli insetti, dei parassiti e degli animali. Per occuparsi di tutti questi aspetti, rinuncia al sonno della notte e al riposo del giorno. Continua a lavorare incessantemente, occupandosi del campo coltivato. Poi, a un certo momento, raccoglie il frutto della propria fatica. Allo stesso modo, anche chi invita alla verità, giunto a una certa fase, vede il proprio invito ricoprirsi di fiori e frutti, quando possiede il coraggio e la capacità di sostenere, insieme all’invito, l’intensa e prolungata pratica della formazione. Altrimenti, come i semi piantati da un contadino negligente vengono distrutti dalle condizioni sfavorevoli della terra e del clima e dagli attacchi degli animali, degli uccelli e degli insetti, così anche l’invito di un predicatore può trasformarsi in un grido sterile nel deserto.

Se si riflette con profonda attenzione sui metodi dell’invito e della formazione dei profeti, tra i principi che si ricavano per la formazione organizzativa ne menzioneremo qui alcuni importanti.

Primo principio della formazione organizzativa

Il primo e più importante principio della formazione organizzativa è che chi invita deve astenersi dalla fretta nel lavoro dell’invito e della formazione. Deve sempre verificare se il nutrimento educativo e formativo che ha fornito è stato ben assimilato e si è trasformato in parte del pensiero e dell’azione delle persone. Se si offre ulteriore nutrimento senza averne valutato correttamente l’assimilazione, il risultato si manifesterà sotto forma di disturbi allo stomaco e cattiva digestione. Chi ha studiato la storia di coloro che hanno invitato alla verità non ignora che ogni invitante può avere diverse ragioni per affrettarsi nella propria attività d’invito.

Coloro che hanno accettato l’invito hanno appena conosciuto il gusto della verità. Questa nuova conoscenza suscita in loro un interesse per la verità tale che il programma formativo graduale appare loro molto difficile. Si lasciano talmente assorbire dal desiderio della verità da non riuscire a valutare correttamente né la propria fame né la propria capacità di assimilazione, e non sono disposti a tenere conto delle debolezze degli altri membri deboli dell’organizzazione. Sopravvalutano se stessi rispetto al proprio reale valore e sopravvalutano anche i propri compagni rispetto alle loro effettive capacità. Per questo, da parte loro, sorge continuamente la richiesta: «C’è ancora altro?»

Oltre a questi, esiste un altro gruppo, ancora identificato come oppositore dell’invito. Esso cerca costantemente i punti deboli dell’invito. Se non trova l’opportunità di intromettersi nel programma che gli viene presentato, avanza la richiesta: «Presentate il vostro piano completo». Il loro unico scopo è che, se non viene presentato immediatamente qualcosa in risposta alla loro richiesta, possano dire pubblicamente che si tratta di un gruppo privo di scopo e di obiettivo, che non ha davanti a sé alcuna meta precisa e neppure un programma chiaro e completo per raggiungerla. Se invece viene presentato qualcosa e non riescono a trovarvi una lacuna, cercano di crearne una.

Inoltre, nel vero invitante alla verità è insito un intenso desiderio della verità. Esso è così forte che, se la saggezza concessagli da Allah non lo sostenesse, egli oltrepasserebbe tutti i limiti e le condizioni della pazienza, dell’attesa, della gradualità e della formazione. Quando questo interesse viene stimolato dalle due richieste appena menzionate, accade spesso che chi invita si allontani dalla via della moderazione. Eppure l’adozione di questa via è assolutamente necessaria per il successo del suo obiettivo e per la corretta formazione dell’organizzazione. Sebbene il vero amore per la verità richieda che nell’essere umano vi sia, per la verità, una fame avida, capace di renderlo inquieto, impaziente e incline alla fretta, anche le esigenze della formazione dell’organizzazione non sono meno importanti delle esigenze del rispetto e dell’amore per la verità. Perciò il predicatore deve mantenere un corretto equilibrio tra queste due esigenze. Se la prima lo spinge con ansia ad affrettarsi, la seconda deve obbligarlo ad aspettare. Se il desiderio di invitare alla verità e l’impulso ad aiutare la verità gli impediscono di lasciare assetati gli interessati e non gli permettono di fermarsi prima di aver presentato una prova decisiva a coloro che ostacolano il cammino della religione, allora, comprendendo l’importanza della formazione, egli non deve versare nel recipiente più acqua di quanta esso possa contenere.

Se talvolta l’impulso della prima esigenza è stato così forte da non permettere di prestare piena attenzione alla seconda, nella formazione dell’organizzazione è rimasta una lacuna che in seguito non è più stato possibile correggere. Attraverso quella breccia Satana è entrato nell’organizzazione, ha prodotto uova e progenie, e l’intera comunità è stata travolta dalla corruzione e dal disordine da lui diffusi. L’esempio più doloroso di ciò lo vediamo nella storia dei Figli d’Israele. Quando il profeta Mosè, su di lui la pace, uscì dall’Egitto e giunse nella valle del Sinai, Allah lo fece salire sul monte Tūr per informarlo delle prescrizioni della Legge e fissò a questo scopo un giorno determinato. Il profeta Mosè, su di lui la pace, arrivò al monte Tūr prima del giorno stabilito. Il desiderio che nutriva di conoscere i comandi di Allah e ottenere la Sua soddisfazione era, anzitutto, così intenso che, dopo aver ricevuto l’indicazione da parte di Allah, gli risultava difficile attenersi all’orario e alla data. In secondo luogo, questo desiderio potrebbe essere stato ulteriormente eccitato dalle richieste che la sua gente avanzava una dopo l’altra. Sebbene si trattasse di un impulso elevato e lodevole, il fatto di essere giunto al monte Tūr prima del tempo stabilito dimostrava, da un altro punto di vista, quanto fosse impaziente e ansioso di conoscere i comandi di Allah.

Tuttavia, vi era un aspetto per il quale questa condotta poteva essere criticata, un aspetto che il profeta Mosè, su di lui la pace, non aveva considerato. Quando Allah stabilì per lui un tempo speciale, invece di chiamarlo immediatamente, il Suo intento era che Mosè (su di lui la pace) impiegasse quel periodo nella formazione della sua gente e imprimessero saldamente nei loro cuori i principi che erano stati loro insegnati. In tal modo, anche dopo aver affrontato prove e difficoltà, avrebbero potuto preservare la propria fede e il proprio Islam.

Ma il desiderio di ricevere da Allah ulteriori comandi esercitò su di lui un’influenza così grande che la consapevolezza dell’importanza della formazione fu sopraffatta da quel desiderio. La conseguenza fu che i nemici della religione di Allah sfruttarono pienamente la sua assenza e la debolezza del popolo, inducendo una parte considerevole della gente ad abbandonarsi all’adorazione del vitello. In relazione a questa grave trasgressione, Allah attribuì la responsabilità alla propensione del profeta Mosè, su di lui la pace, alla fretta. Sebbene egli fosse impegnato proprio nel lavoro dell’educazione, della formazione e dell’invito, quella fretta fu considerata causa della sua negligenza riguardo al dovere della formazione. Perciò il Nobile Corano menziona la sua fretta e le sue conseguenze nelle parole che seguono:

«E tu, o Mosè, perché hai lasciato il tuo popolo e sei venuto prima del tempo stabilito?». Egli rispose: «Essi stanno seguendo le mie orme. E sono venuto in fretta da Te, o mio Signore, affinché Tu sia compiaciuto». Egli disse: «Ebbene, ascolta! Abbiamo messo alla prova il tuo popolo dopo la tua partenza e as-Sāmirī li ha traviati». – (Sura Ṭā Hā, 83-85)
وَمَا أَعْجَلَكَ عَنْ قَوْمِكَ يَا مُوسَى () قَالَ هُمْ أُولَاءِ عَلَى أَثَرِي وَعَجِلْتُ إِلَيْكَ رَبِّ لِتَرْضَى () قَالَ فَإِنَّا قَدْ فَتَنَّا قَوْمَكَ مِنْ بَعْدِكَ وَأَضَلَّهُمُ السَّامِرِيُّDa questo versetto apprendiamo che, proprio come è dovere imprescindibile di chi invita informare il popolo sui comandamenti di Allah e sulle Sue leggi, così è suo dovere imprescindibile educarlo con piena serietà e lungimiranza. In tal modo l’insegnamento della religione si radicherà così saldamente nella sua coscienza e nella sua vita pratica che, anche di fronte a prove difficili, esso potrà rimanervi fermo. L’invitante che si occupa soltanto dell’insegnamento e della formazione, e che viene talmente assorbito dall’attrattiva di quest’opera da non riuscire ad adempiere pienamente al dovere di pazienza e calma richiesto dalla formazione, assomiglia al conquistatore impaziente che, senza preoccuparsi di consolidare la propria posizione nel territorio conquistato, continua soltanto ad avanzare. L’unico risultato di una simile fretta può essere che, da un lato, la ribellione si diffonda nel territorio come un incendio in una foresta.
Nella Sura Ṭā Hā, presentando questo istruttivo esempio del popolo del profeta Mosè, pace su di lui, Allah l’Altissimo mise in guardia il Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, dalla fretta che era presente in lui nel desiderio di conoscere i comandamenti di Allah. Anche il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, per il suo naturale desiderio di conoscenza e per l’impazienza del suo popolo, desiderava che la rivelazione di Allah scendesse rapidamente. Così avrebbe potuto appagare il proprio desiderio di acquisire conoscenza e soddisfare la richiesta del suo popolo. Pertanto, quando giungeva la rivelazione, per l’eccesso di questo desiderio si affrettava ad apprenderla, come uno studente entusiasta. Allah l’Altissimo lo avvertì in diversi passi del Sacro Corano di non affrettarsi a far scendere l’intero Corano prima del termine stabilito per il completamento della rivelazione. Questo tempo e questo intervallo vi sono concessi per rafforzare i vostri cuori e per educare il vostro popolo. In tal modo potrai assimilare ciò che ti viene insegnato e il tuo popolo potrà acquisire la capacità di accoglierlo.
وَلَا تَعْجَلْ بِالْقُرْآنِ مِنْ قَبْلِ أَنْ يُقْضَى إِلَيْكَ وَحْيُهُ وَقُلْ رَبِّ زِدْنِي عِلْمًا(114)وَلَقَدْ عَهِدْنَا إِلَى آدَمَ مِنْ قَبْلُ فَنَسِيَ وَلَمْ نَجِدْ لَهُ عَزْمًا«Non affrettarti riguardo al Corano prima che la sua rivelazione ti sia stata completata. [Piuttosto] continua a dire: “O mio Signore, accresci la mia conoscenza!”. In precedenza avevamo affidato un incarico ad Adamo, ma egli lo dimenticò e non trovammo in lui una ferma risolutezza». – (Sura Ṭā Hā, 114-115)
Nella parte finale di questi versetti vengono esposti con chiarezza l’astenersi dalla fretta e l’importanza della formazione. Vi si afferma che nell’essere umano esiste una debolezza naturale: di fronte alle speranze, alle aspirazioni e al desiderio, la sua determinazione si indebolisce. Perciò è necessario educarlo adeguatamente, affinché sviluppi piena consapevolezza e sensibilità riguardo alla responsabilità che gli sarà affidata. Allora potrà rimanere saldo anche quando sarà sottoposto a una prova.
In accordo con le esigenze di questa formazione, il Sacro Corano veniva rivelato gradualmente. Gli oppositori impazienti sollevavano contro ciò un’obiezione: se il Sacro Corano è il Libro di Allah, perché viene rivelato poco a poco? La conoscenza di Allah abbraccia ogni cosa, presente e futura; Egli non ha bisogno di riflettere né di esaminare e provare, né di tener conto di un bene generale. Perché dunque non fa scendere l’intero Corano in una sola volta? Ciò dimostra chiaramente, sostenevano, che esso è un libro composto da Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, il quale presenta soltanto quanto riesce a produrre dopo riflessione, fatica ed esercizio.
Questa obiezione influì naturalmente anche su molti musulmani e risultava estremamente dolorosa persino al cuore puro del Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui. Tuttavia Allah l’Altissimo non attribuì alcuna importanza né alle accuse degli oppositori né al dolore causato al Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, e ai suoi Compagni da tali accuse e dal loro naturale desiderio di conoscenza. Piuttosto, disse: le esigenze della formazione tua e dei tuoi Compagni richiedono che i Miei comandamenti siano rivelati poco a poco e in successione. Così il tuo cuore diventerà pienamente forte per sopportarli e sia i forti sia i deboli della comunità potranno accoglierli bene. Se ti affretti, nella tua comunità rimarrà debolezza; e, come as-Sāmirī traviò i Figli d’Israele, nella tua comunità potrebbe sorgere un sāmirī che li getti nell’errore.
La successione che osserviamo nella rivelazione del Corano fu seguita esattamente dai Compagni e da coloro che vennero dopo di loro anche nell’apprenderlo e nell’insegnarlo. Il bene generale consisteva proprio nel fatto che chi lo apprendeva lo facesse in modo tale che esso si imprimessero nella sua mente e nel suo cuore e che la sua vita reale ne fosse colorata. Ciò era possibile soltanto impartendo alle persone la conoscenza coranica gradualmente, poco a poco, e formandole contemporaneamente secondo tale conoscenza. È dunque narrato da ʿAbd Allāh ibn Masʿūd, che Allah sia soddisfatto di lui, che disse: (Arabo****************************)
«Chiunque tra noi imparasse dieci versetti del Corano non procedeva oltre prima di averne compreso il significato e di aver conformato ad esso la propria vita pratica».
Secondo principio
Il secondo principio della formazione organizzativa è che l’invitante presti maggiore attenzione alla qualità che alla quantità. Talvolta accade che il desiderio di “cercare la pecora smarrita” prenda a tal punto il sopravvento sull’invitante che egli diventi negligente verso le pecore del gregge. Il risultato di questa negligenza è che egli percorre campagne e foreste alla ricerca delle pecore smarrite, mentre quelle del gregge muoiono per mancanza di cibo oppure un lupo entra nel recinto e le sbrana. Questo desiderio di trascurare i propri e di rendere propri gli estranei nasce nell’invitante della Verità da un sentimento certamente nobile. L’entusiasmo per l’attività di predicazione diventa così forte che il senso di responsabilità verso la formazione ne viene sopraffatto o almeno relegato in secondo piano. Egli comincia a dare maggiore importanza all’idea che coloro che sono ribelli ad Allah e disobbedienti diventino prima persone che pronunciano il nome di Allah, mentre la loro formazione e correzione potranno venire in seguito.
In apparenza si tratta di una buona intenzione; ma, esaminandola in profondità, si vedrà che proprio qui risiede la ragione principale per cui si dà la precedenza alla quantità sulla qualità. Procedendo ancora oltre, nasce la visione distorta per cui le persone si rassicurano completamente sulle statistiche delle teste invece che sulla trasformazione dei cuori. Per proteggere gli invitanti da questo errore, il Sacro Corano insegna loro che il desiderio di chiamare e rendere propri coloro che non conoscono l’invito alla Verità non dovrebbe diventare così forte da ledere i diritti di coloro che hanno accettato l’invito e che ora attendono la formazione e la purificazione spirituale, sentendone il bisogno.
لَا تَمُدَّنَّ عَيْنَيْكَ إِلَى مَا مَتَّعْنَا بِهِ أَزْوَاجًا مِنْهُمْ وَلَا تَحْزَنْ عَلَيْهِمْ وَاخْفِضْ جَنَاحَكَ لِلْمُؤْمِنِينَ«Non volgere i tuoi occhi verso ciò con cui abbiamo concesso godimento a diverse categorie di loro [i miscredenti] e non rattristarti per il loro rifiuto e la loro negazione; piuttosto, accogli i credenti sotto l’ombra della tua benevola protezione». – (Sura al-Ḥijr, 88)
وَاصْبِرْ نَفْسَكَ مَعَ الَّذِينَ يَدْعُونَ رَبَّهُمْ بِالْغَدَاةِ وَالْعَشِيِّ يُرِيدُونَ وَجْهَهُ وَلَا تَعْدُ عَيْنَاكَ عَنْهُمْ تُرِيدُ زِينَةَ الْحَيَاةِ الدُّنْيَا«Rendi saldo il tuo cuore accanto a coloro che invocano il loro Signore al mattino e alla sera, desiderando il Suo compiacimento. Non distogliere da loro il tuo sguardo, desiderando gli ornamenti della vita terrena». – (Sura al-Kahf, 28)
عَبَسَ وَتَوَلَّى () أَنْ جَاءَهُ الْأَعْمَى () وَمَا يُدْرِيكَ لَعَلَّهُ يَزَّكَّى () أَوْ يَذَّكَّرُ فَتَنْفَعَهُ الذِّكْرَى () أَمَّا مَنِ اسْتَغْنَى () فَأَنْتَ لَهُ تَصَدَّى«Aggrottò la fronte e si allontanò, perché da lui era venuto un cieco. E tu come puoi sapere? Forse egli si sarebbe purificato, oppure avrebbe ricevuto il monito, che gli sarebbe stato utile. Quanto a colui che si considera autosufficiente, tu ti dedichi a lui». – (Sura ʿAbasa, 1-6)
Tutti i versetti citati guidano l’invitante a non sprecare, dietro persone influenti, il tempo che dovrebbe essere impiegato nella formazione di coloro che hanno accettato l’invito: sebbene siano pochi in numero e ordinari per rango, essi ne hanno diritto. Infatti, anche se l’influenza di quelle persone potrebbe forse essere utile all’invito, esse sono ubriache di orgoglio e arroganza e scontente dell’invito.
Terzo principio
Il terzo principio della formazione organizzativa è che nessun settore dell’organizzazione si allontani dai principi sui quali essa è fondata, né abbia l’opportunità di diffondere la malattia della ribellione contro di essi. Se si vede emergere un simile disordine, è dovere dei dirigenti e dei funzionari dell’organizzazione pensare a sradicarlo prima che si diffonda. Nell’adempimento di questo dovere, nessun interesse, indulgenza, minaccia o affetto personale deve poter costituire un ostacolo. Una minima negligenza in questa materia può causare un danno enorme. È così che, approfittando di una simile negligenza, una parte considerevole del popolo di Mosè, pace su di lui, si dedicò al culto del vitello invece di adorare Allah. Per sradicare questo tipo di disordine, ai dirigenti dell’organizzazione non basta avere cuori forti; non è neppure un difetto che possiedano una certa fermezza. Così potranno estirpare senza pietà il disordine con tutte le sue radici e gettarlo lontano.
Quando il profeta Mosè, pace su di lui, venne a sapere che la fitna dello shirk si era diffusa nel suo popolo, tornò dal monte Ṭūr e per prima cosa rimproverò duramente coloro che erano stati incaricati di sorvegliare il popolo durante la sua assenza e la cui morbidezza e indulgenza avevano permesso che la calamità si diffondesse. Poi fece uccidere i veri colpevoli dagli appartenenti alle loro stesse tribù, affinché fosse chiaro a tutti che coloro che avessero diffuso un simile disordine all’interno dell’organizzazione non avrebbero potuto sperare in alcun aiuto o solidarietà neppure dai propri parenti di sangue. Inoltre distrusse completamente l’idolo costruito da as-Sāmirī, affinché nel popolo non rimanesse neppure una traccia della fitna. Inflisse ad as-Sāmirī una punizione esemplare, che rimase per tutta la sua vita come una catena al collo.
Per liberare l’organizzazione da simili calamità, l’Islam ha stabilito che, quando in una persona dell’organizzazione si riscontra una deviazione dai principi organizzativi, è responsabilità dell’intera organizzazione tentare di contrastarla e correggerla. Se l’organizzazione non lo fa e lascia invece che le persone agiscano come vogliono, le conseguenze dei loro crimini non resteranno limitate a loro. Al contrario, tutti i membri dell’organizzazione, i peccatori e i pii, ne diverranno partecipi. Il Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, spiegò il significato di ciò con la similitudine di una nave. Se un passeggero si accinge a perforarne il fondo e gli altri passeggeri non glielo impediscono, l’inevitabile conseguenza sarà che la nave affonderà e tutti subiranno la punizione per la malefatta di una sola persona. Allo stesso modo, se un’organizzazione tratta con indulgenza i malfattori che si trovano al suo interno, l’inevitabile conseguenza è che tutta l’organizzazione sarà vittima del pericolo provocato da quei malfattori. Il Sacro Corano ha messo in guardia da questo pericolo con le seguenti parole:
وَاتَّقُوا فِتْنَةً لَا تُصِيبَنَّ الَّذِينَ ظَلَمُوا مِنْكُمْ خَاصَّةً وَاعْلَمُوا أَنَّ اللَّهَ شَدِيدُ الْعِقَابِ«Guardatevi da una calamità le cui conseguenze nefaste non colpiranno esclusivamente coloro tra voi che hanno commesso il peccato. E sappiate che Allah è severo nel castigo». – (Sura al-Anfāl, 25)
Per adempiere questo obbligo, i metodi varieranno secondo i diversi livelli dell’organizzazione. Ma l’organizzazione non può in alcuna circostanza liberarsi dalla responsabilità dell’obbligo fondamentale.
Nella fase iniziale, quando l’organizzazione non possiede alcuna forza o influenza politica, essa comincia a selezionare ed espellere dal proprio interno coloro che violano i suoi principi. Anzitutto non accoglie persone che non siano profondamente impregnate del suo spirito. Se, in qualche modo, persone apatiche di questo genere riescono comunque a entrare nell’organizzazione, non possono rimanervi, proprio come una mosca, pur entrando nello stomaco di una persona sana, non può restarvi a lungo. Se già nella fase iniziale un’organizzazione permette che al suo interno siano allevate indisturbate persone che violano i suoi principi, ciò significa che in essa non si è formato alcuno spirito organizzativo e che molto presto sarà vittima della disgregazione.
Nella seconda fase, cioè quando l’organizzazione acquisisce forza politica, l’istituzione politica dell’organizzazione si adopera affinché al suo interno non nascano né penetrino elementi capaci di creare disordine. Per contrastarli utilizza i normali mezzi di predicazione e formazione e, se lo ritiene necessario, anche la forza. Se questa istituzione politica adempie la propria responsabilità con pieno senso del dovere, l’intera organizzazione ne è sollevata. Ma, Dio non voglia, se questa istituzione devia, è responsabilità dell’intera organizzazione avanzare sotto la bandiera dell’«amr bi-l-maʿrūf e nahy ʿan al-munkar» (promuovere il bene e impedire il male) per correggerla, senza poter dormire sonni tranquilli finché non sarà stata corretta. Coloro che invitano a questa correzione non devono accontentarsi di aver semplicemente levato la voce; devono anche manifestare indignazione e repulsione verso il comportamento dei colpevoli e liberare se stessi da questo crimine.
Quarto principio
Il quarto principio della formazione organizzativa è che, nella fase iniziale dell’invito, si esorti per quanto possibile la gente a rimanere collegata al centro principale dell’insegnamento e dell’invito e si predispongano i mezzi necessari. Nella fase in cui lo spirito dell’organizzazione si sta appena formando, un ambiente adeguato e il collegamento diretto con il centro principale sono gli elementi più necessari per una corretta formazione. Se in questa fase si trascurano queste due cose, saranno ben pochi i membri dell’organizzazione abbastanza forti, sul piano intellettuale e morale, da poter essere essi stessi permeati di questo spirito e trasmetterlo anche agli altri. Al contrario, nasceranno molte persone sulle quali il colore dell’invito resterà così tenue da svanire al superamento di una sola prova difficile. Tali persone non saranno abbastanza mature intellettualmente da suscitare negli altri la corretta coscienza dell’invito, né abbastanza solide nella condotta da continuare la propria attività di predicazione in condizioni favorevoli o avverse. Il risultato sarà che, finché sarà presente una personalità influente, l’invito resterà vivo tra la gente; ma non appena essa scomparirà, ogni clamore si spegnerà.
Nel comando islamico dell’egira erano racchiuse molte saggezze; una delle principali era che tutti i musulmani potessero beneficiare della vicinanza diretta del Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, e che, vivendo in un ambiente favorevole, il colore dell’Islam li ricoprisse pienamente. Secondo quanto richiede l’invito, le persone dotate di talento e virtuose di ogni regione dovrebbero recarsi al centro dell’invito e della formazione e, dopo aver acquisito la conoscenza della religione, tornare nella propria regione e informare la gente sulla religione.
وَمَا كَانَ الْمُؤْمِنُونَ لِيَنْفِرُوا كَافَّةً فَلَوْلَا نَفَرَ مِنْ كُلِّ فِرْقَةٍ مِنْهُمْ طَائِفَةٌ لِيَتَفَقَّهُوا فِي الدِّينِ وَلِيُنْذِرُوا قَوْمَهُمْ إِذَا رَجَعُوا إِلَيْهِمْ لَعَلَّهُمْ يَحْذَرُونَ«Non era possibile che i credenti partissero tutti insieme per acquisire la conoscenza. Perché allora non fosse partita da ogni gruppo una rappresentanza, affinché acquisisse una profonda conoscenza della religione e, al ritorno presso la propria gente, la ammonisse? Forse così avrebbero adottato la via del timore di Allah». – (Sura al-Tawba, 122)
Quinto principio
Il quinto principio della formazione organizzativa è prestare piena attenzione agli errori, alle mancanze e all’inerzia dell’organizzazione durante le prove che le si presentano. Quando il momento della prova sarà passato e giungerà l’occasione di tirare un respiro di sollievo, bisognerà esaminare imparzialmente ogni errore e ogni forma d’inerzia. Bisogna esporre chiaramente alla gente le debolezze intellettuali che indicano una stagnazione nelle convinzioni. In un primo momento questa revisione dovrebbe essere rivolta in modo generale. Il suo beneficio sarà che ogni persona potrà mettersi in guardia nella propria situazione e, se possiede per natura la capacità di correggersi, trarne vantaggio. Se già nella prima fase si rimproverano specificamente gli errori chiamando ciascun colpevole per nome, in loro si risveglia un senso di umiliazione. Invece di creare le condizioni per la correzione, ciò genera ostinazione e atteggiamento caparbio. Tuttavia, quando, dopo ripetute indagini su un gruppo, risulta che esso non viola i principi dell’organizzazione soltanto per una complicazione psicologica o per circostanze fortuite, ma ha deliberatamente trasformato la politica dell’ipocrisia in un’abitudine, bisogna ammonirlo direttamente riguardo ai suoi errori e modificare nei suoi confronti il metodo della riservatezza e della benevolenza. Questa sarà per loro l’ultima ammonizione. Se, nonostante ciò, non si correggeranno, sarà dovere dell’organizzazione estirpare dal proprio interno persone di questo genere.
Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni di Allah su di lui, adottò proprio questo metodo nei confronti degli ipocriti, ed esso è conforme alla ragione e alla natura umana dal punto di vista della formazione organizzativa. Chi mantiene lo sguardo fisso sul Sacro Corano sa che, nella storia dell’Islam, la battaglia di Badr fu la prima occasione di prova. In quella battaglia si dimostrò che all’interno dell’organizzazione si nascondevano alcuni ipocriti. Dopo il superamento delle circostanze della battaglia, il Sacro Corano criticò severamente le loro azioni; se ne trova testimonianza nella Sura al-Anfāl. Tuttavia, in quel momento non furono rimproverati rivolgendosi loro direttamente e specificamente, né furono espulsi dall’organizzazione. In seguito, a ogni prova, queste persone continuarono a manifestare la propria debolezza. Ma, oltre alla critica generale e all’ammonimento, il Sacro Corano non li colpì direttamente. Questa situazione perdurò fino al periodo vicino alla battaglia di Tabūk. Quando però le prove contro di loro divennero definitive e fu completamente dimostrato che le loro malefatte e la loro arroganza non erano il risultato d’ignoranza o di uno scoraggiamento temporaneo, ma che agivano consapevolmente e a mente fredda, furono estirpati ed espulsi dall’organizzazione.
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Responsabilità e doveri di chi invita alla Verità

Che si tratti di chi invita alla verità o di chi invita alla falsità, Allah l’Altissimo non ha concesso a nessuno di loro alcun potere oltre quello dell’invito e dell’ispirazione. Nessun profeta aveva il potere di infondere la guida nel cuore di qualcuno, né Satana ha il potere di indurre una persona sulla via dell’errore. Ciascuno di loro possiede soltanto la capacità di invitare le creature di Allah verso la propria via. Adottare la guida o lo smarrimento dipende dalla scelta della persona invitata e dallo speciale aiuto o dalla facilità concessa da Allah. Per questo aiuto e questa facilità, Allah l’Altissimo ha stabilito una regola. Secondo tale regola, Egli concede ai Suoi servi dalla natura sana e desiderosi della guida la possibilità di seguire la via dei profeti, mentre concede ai servi dalla natura perversa e inclini allo smarrimento la facilità di seguire la via di Satana. Per mezzo del seguente versetto, questa verità fu presentata al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace:إِنَّكَ لَا تَهْدِي مَنْ أَحْبَبْتَ وَلَكِنَّ اللَّهَ يَهْدِي مَنْ يَشَاءُ وَهُوَ أَعْلَمُ بِالْمُهْتَدِينَ“Tu non puoi guidare chi ami; è Allah che guida chi vuole. E tu, per quanto lo desideri, non puoi fare sì che la maggior parte della gente creda.” — (Sura al-Qasas: 56)إِنْ تَحْرِصْ عَلَى هُدَاهُمْ فَإِنَّ اللَّهَ لَا يَهْدِي مَنْ يُضِلُّ وَمَا لَهُمْ مِنْ نَاصِرِينَ“Se desideri ardentemente che siano guidati, sappi che Allah non guida coloro che lascia smarrire; ed essi non avranno alcun soccorritore.” — (Sura an-Nahl: 37)كِتَابٌ أَنْزَلْنَاهُ إِلَيْكَ لِتُخْرِجَ النَّاسَ مِنَ الظُّلُمَاتِ إِلَى النُّورِ بِإِذْنِ رَبِّهِمْ إِلَى صِرَاطِ الْعَزِيزِ الْحَمِيدِ“Questo è un Libro che abbiamo fatto scendere su di te affinché, con il permesso del loro Signore, tu faccia uscire gli uomini dalle tenebre verso la luce.” — (Sura Ibrahim: 1)إِنَّ عِبَادِي لَيْسَ لَكَ عَلَيْهِمْ سُلْطَانٌ إِلَّا مَنِ اتَّبَعَكَ مِنَ الْغَاوِينَ“Sui Miei servi tu non avrai alcun potere; lo avrai soltanto su coloro che ti seguiranno tra gli sviati.” — (Sura al-Hijr: 42)وَمَا كَانَ لِيَ عَلَيْكُمْ مِنْ سُلْطَانٍ إِلَّا أَنْ دَعَوْتُكُمْ فَاسْتَجَبْتُمْ لِي فَلَا تَلُومُونِي وَلُومُوا أَنْفُسَكُمْ“Tu non avevi alcuna autorità su di noi. Ti sei limitato a chiamarci e noi abbiamo risposto al tuo richiamo. Perciò non rimproverate me, ma rimproverate voi stessi.” — (Sura Ibrahim: 22)
Alla luce di questi fatti, chi invita alla verità non si preoccupa e non dovrebbe preoccuparsi del fatto che la gente ascolti attentamente il suo invito. Non si tormenta chiedendosi se l’epoca sia favorevole al suo invito, né ha bisogno di farlo. Dopo aver preso una decisione ed essersi convinto pienamente che il fatto che la gente accetti o rifiuti l’invito dipende dal successo o dal fallimento del proprio sforzo e dall’esito dell’invito alla verità, egli riconosce che il suo dovere è invitare la gente verso ciò che crede vero e che considera ugualmente benefico per tutto il mondo. Dopo questa decisione, non si agita chiedendosi se coloro che accettano il suo invito stiano compiendo il proprio dovere o se Allah diffonderà tale invito sulla terra.
Quanto all’accettazione o al rifiuto dell’invito da parte della gente, il suo dovere rimane pienamente valido in entrambe le condizioni, rispondano o meno al suo richiamo. Se accettano il suo invito, si aprirà per loro la via del successo e della salvezza in questo mondo e nell’aldilà, mentre egli riceverà da Allah la ricompensa per aver compiuto il proprio dovere e per aver invitato. Se invece non accettano l’invito, attraverso di lui la prova definitiva di Allah sarà compiuta nei loro confronti e chi invita sarà dichiarato libero da ogni responsabilità: avrà cioè adempiuto al proprio dovere.
Nel Nobile Corano è riportata la risposta di un gruppo di coloro che invitavano alla verità. Era stato loro impedito di presentare il proprio invito a persone che non lo avrebbero accettato in alcun modo. Da questa risposta si comprende chiaramente la natura del dovere di chi invita alla verità: accettino o non accettino l’invito, il suo dovere è continuare a invitare. Se lo accettano, otterranno la guida; se non lo accettano, egli sarà dichiarato libero da ogni responsabilità dinanzi ad Allah.وَإِذْ قَالَتْ أُمَّةٌ مِنْهُمْ لِمَ تَعِظُونَ قَوْمًا اللَّهُ مُهْلِكُهُمْ أَوْ مُعَذِّبُهُمْ عَذَابًا شَدِيدًا قَالُوا مَعْذِرَةً إِلَى رَبِّكُمْ وَلَعَلَّهُمْ يَتَّقُونَ“E quando una comunità tra loro disse: ‘Perché ammonite gente che Allah distruggerà oppure punirà con un castigo severo?’, risposero: ‘Per avere una giustificazione dinanzi al vostro Signore e affinché forse siano timorati’.” — (Sura al-A‘raf: 164)
Quanto all’aiuto e al sostegno di Allah, è sufficiente dire questo: quando Allah l’Altissimo ha reso evidente a una persona la verità, ciò crea nel suo cuore la certezza che, se avanzerà con la decisione di invitare a questa verità, di far sì che la gente la accetti e di diffonderla nel mondo, Allah certamente la aiuterà in quest’opera. Essa non può mai sospettare di un Signore misericordioso e benevolo, il quale ha dichiarato che una determinata via è la retta e facile via, che percorrerla sia impossibile, né che il sistema di vita da Lui indicato come naturale sia così complicato e così impossibile da praticare che la gente non possa accettarlo. Allo stesso modo, chi invita con giustizia non può sospettare del suo Signore benevolo che, dopo avergli imposto un dovere e avergli detto: ‘Questo è ciò che devi fare; in esso vi sono la tua salvezza e la Mia grazia’, quando egli cominci a compierlo e si trovi davanti alle difficoltà, Egli lo abbandoni senza aiuto.
Ogni persona che invita nutre verso Allah questa buona opinione e questa fiducia: seguire la via da Lui indicata non è difficile, il sistema di vita da Lui donato non è complicato e praticarlo non è arduo; Egli non la abbandonerà nell’impotenza e certamente le concederà il Suo aiuto. Quando gli oppositori cominciano a porre ostacoli sul suo cammino e sembra esteriormente che non sia più possibile portare avanti quest’opera, questa fiducia infonde nel suo cuore fermezza e vigore: poiché Allah stesso ha indicato con il dito la via verso la quale ha detto ‘questa è la via della verità’, chi la percorre giungerà certamente alla meta; per quanto dure siano le difficoltà, alla fine giungerà l’aiuto di Allah. Questo è il rapporto di chi invita alla verità con Allah e questa è la sua fiducia in Lui. Il seguente versetto della sura Ibrahim lo esprime:وَمَا لَنَا أَلَّا نَتَوَكَّلَ عَلَى اللَّهِ وَقَدْ هَدَانَا سُبُلَنَا وَلَنَصْبِرَنَّ عَلَى مَا آذَيْتُمُونَا وَعَلَى اللَّهِ فَلْيَتَوَكَّلِ الْمُتَوَكِّلُونَ“Perché mai non dovremmo confidare in Allah, se Egli ci ha guidato sulle nostre vie? Sopporteremo certamente ciò con cui ci affliggerete. E in Allah confidino coloro che confidano.” (Versetto: 12)
Talvolta accade che chi invita commetta l’errore di definire male i limiti della propria responsabilità. Comincia a pensare che il suo dovere non si limiti a trasmettere correttamente la verità alla gente, ma si estenda fino a far sì che essa accetti la verità. Una conseguenza inevitabile di questo errore è, anzitutto, che invece di presentare la verità pura, in chi invita nasce la tendenza a scendere a compromessi con le false credenze e i falsi pensieri degli oppositori. In secondo luogo, caricandosi di una responsabilità erronea, egli getta la propria vita in pensieri gravosi e complicazioni. Per salvarci da questo errore, il Nobile Corano ha fornito una guida dettagliata. Ad esempio,وَمَا عَلَى الَّذِينَ يَتَّقُونَ مِنْ حِسَابِهِمْ مِنْ شَيْءٍ وَلَكِنْ ذِكْرَى لَعَلَّهُمْ يَتَّقُونَ“Coloro che temono Allah non saranno ritenuti responsabili delle loro azioni; spetta loro soltanto ammonirli, affinché forse si astengano dalle loro false condotte e dai loro cattivi caratteri.” — (Sura al-An‘am: 69)اتَّبِعْ مَا أُوحِيَ إِلَيْكَ مِنْ رَبِّكَ لَا إِلَهَ إِلَّا هُوَ وَأَعْرِضْ عَنِ الْمُشْرِكِينَ(106)وَلَوْ شَاءَ اللَّهُ مَا أَشْرَكُوا وَمَا جَعَلْنَاكَ عَلَيْهِمْ حَفِيظًا وَمَا أَنْتَ عَلَيْهِمْ بِوَكِيلٍ“Segui ciò che ti è stato rivelato dal tuo Signore: non vi è divinità all’infuori di Lui. Non affliggerti per i politeisti. Se Allah avesse voluto, avrebbe potuto impedire loro di associare altri a Lui; ma non ti abbiamo posto come loro custode. E tu non sei responsabile di loro, affinché credano.” — (Sura al-An‘am: 107, 107)فَإِنَّمَا عَلَيْكَ الْبَلَاغُ وَعَلَيْنَا الْحِسَابُ“Su di te incombe soltanto la trasmissione completa; a Noi spetta il rendiconto.” (Sura ar-Ra‘d: 40)طه () مَا أَنْزَلْنَا عَلَيْكَ الْقُرْآنَ لِتَشْقَى () إِلَّا تَذْكِرَةً لِمَنْ يَخْشَى“Ta Ha. Non ti abbiamo fatto scendere il Corano affinché tu sia infelice, ma soltanto come ammonimento per chi teme Allah.” — (Sura Ta Ha: 1-3)
Nell’epoca attuale, coloro che, vedendo in tutto il mondo il predominio delle forze ribelli contro Dio, restano con le mani in mano e non vedono alcuna possibilità di invitare alla verità, oppure, non vedendo la possibilità che tale invito si diffonda, si dedicano alla propaganda della falsità, sono immersi nell’errore sopra menzionato. Se comprendessero che chiarire o non chiarire questa verità alla gente e il fatto che questo invito si diffonda o meno non dipendono da loro, ma da Allah l’Altissimo, non si impiglierebbero nella complicazione delle possibilità e impossibilità, né si caricherebbero della responsabilità di propagare la falsità. Al contrario, propagherebbero la verità secondo le proprie capacità e spererebbero in Allah, sapendo che, poiché Egli ama la verità e coloro che la amano, certamente la diffonderà.
Essi però vollero caricarsi sulle spalle, insieme al proprio peso, anche la responsabilità di Allah. Quando si resero conto che si trattava di un peso enorme, impossibile da portare per loro, furono costretti a dichiarare: ‘In ogni caso, il sistema pieno di bene e benedizione è quello presentato dall’Islam; tuttavia, poiché nell’epoca attuale non è possibile instaurarlo ampiamente, non vi è altra scelta che propagare un sistema non islamico e accettarlo.’ In questa idea è celato lo smarrimento.
Non è necessario esporre tutto ciò, né vi è qui l’occasione per farlo. Desideriamo però richiamare l’attenzione su un punto. Queste persone hanno abbandonato consapevolmente la via della verità e adottato quella della falsità, vittime dell’idea che percorrendo questa via avrebbero potuto raggiungere facilmente il proprio obiettivo. Eppure, anche se su questa via giungesse un successo — quello che essi considerano successo — esso potrebbe giungere soltanto per ordine di Allah, non grazie ai loro sforzi e ai loro piani. Invece di lasciarsi guidare su una via errata e attendere che Allah concedesse loro l’occasione di presentarsi davanti a Lui, se anch’essi avessero percorso la via della verità, invitato gli altri a percorrerla e atteso da Allah il Suo aiuto e il successo, non sarebbe stato forse meglio?
Essi non hanno saputo definire correttamente i limiti dei propri doveri e responsabilità in quanto persone che invitano alla verità. Questo grave errore ha indirizzato tutti i loro sforzi verso una via completamente sbagliata. Non si sono limitati a considerare loro dovere trasmettere alla gente, senza alterazioni, aggiunte o omissioni, la verità alla quale Allah li aveva guidati; hanno invece ritenuto loro responsabilità trasformare la gente in seguace della verità. Quando questo compito è apparso loro difficile, hanno abbandonato la verità e adottato la falsità. Questo passo erroneo conduce inevitabilmente chi invita lontano dalla via dell’Allah Misericordioso e lo colloca sulla via di Satana. Egli non rimane più soltanto una persona che invita, ma diventa un pretendente che interferisce nei diritti di Allah e si presenta come propugnatore di una nuova dottrina religiosa.
Se chi invita fosse pienamente consapevole della propria posizione, non ci si aspetterebbe mai da lui che rimanesse disperato e dubbioso, oppure che cominciasse a propagare la falsità invece della verità. Tuttavia, proprio perché non deve pensare che la sua responsabilità si limiti alla sola predicazione, deve sorvegliarsi attentamente affinché in lui non nascano noncuranza e leggerezza. Per proteggersi da ciò, deve tenere sempre davanti agli occhi la responsabilità e il dovere di chi invita. Se non presta attenzione a questo, rischia di essere chiamato a rispondere dinanzi ad Allah con l’accusa di non aver adempiuto all’obbligo della trasmissione o della testimonianza nel modo prescritto.
Quanto ai nobili profeti, il senso di responsabilità della missione era in loro così intenso che spesso dimenticavano persino il riposo necessario. Arrivavano perfino a non ricordare la propria dignità e grandezza né quella del proprio invito. La loro straordinaria agitazione mostrava piuttosto che si consideravano responsabili della miscredenza e della fede della gente. Allah l’Altissimo ha rimproverato i Suoi profeti, con affetto, per questo eccesso di preoccupazione. In precedenza abbiamo già menzionato alcuni esempi. Evitare questo genere di agitazione e di eccesso dovrebbe essere una caratteristica di ogni persona che invita alla verità.
13

Gli oppositori dell’appello alla verità

Ogni invito alla verità deve affrontare tre tipi di avversari:
1. il nemico irriducibile
2. il gruppo degli attendisti
3. gli inconsapevoli
Le qualità e lo stato mentale di ciascuna di queste categorie differiscono completamente dagli altri. Perciò un medico esperto deve comportarsi con ognuna di esse in modo del tutto diverso. Il successo dell’invito dipende in larga misura proprio da questa differenza di trattamento. Se un predicatore non sa distinguere queste diverse categorie e ignora il loro particolare comportamento e le loro inclinazioni, non si può sperare che il suo invito abbia successo. Considerata l’importanza della questione, discuteremo dettagliatamente le caratteristiche distintive e le inclinazioni di ciascuna di queste categorie di avversari.

1. Il nemico irriducibile

Con «nemici irriducibili» si intendono coloro che, non appena comprendono la natura e l’influenza dell’invito, scendono in campo decisi a opporvisi con tutte le loro forze. Nella loro opposizione operano in generale diversi tipi di atteggiamento, ma tre sono essenziali e fondamentali: primo, l’ostilità brutale; secondo, l’orgoglio, l’odio e l’avversione; terzo, la preoccupazione per gli interessi personali. Questi tre atteggiamenti sono identici quanto alla loro funzione di opposizione alla verità, ma differiscono completamente nella loro natura interiore.

La malattia dell’ostilità brutale è fondamentalmente il risultato della fedeltà e dell’attaccamento al sistema dell’ignoranza preislamica. Di solito ne sono colpiti coloro che sono fedeli e fidati servitori del sistema ignorante della loro epoca. Quando vedono sorgere un invito che vuole frantumare il sistema da loro diretto e instaurare al suo posto un nuovo ordinamento, si agitano. Vi scorgono il disastro politico ed economico della propria gente. Vedono che questo nuovo invito sta creando divisioni nella loro tribù e distruggendo l’organizzazione da loro edificata. Comprendono inoltre che esso è completamente contrario ai metodi conosciuti dei padri e degli antenati e all’antica politica. Per questo il loro cuore si rattrista nei suoi confronti.

Tutto ciò suscita in loro, contro il predicatore e contro l’invito, un dolore profondo e una violenta agitazione; così si preparano a combatterlo con ogni energia e persino a sacrificare la vita. Tuttavia, poiché la loro opposizione si fonda in gran parte sulla lealtà nazionale, contiene meno bassezza, abiezione e meschinità. È un’opposizione virile. Vi è agitazione, ma essa non è priva di educazione, cortesia e nobiltà. In questo tipo di opposizione, una volta dissipati i malintesi, rimane la possibilità che l’ostilità si trasformi in amore. E, se ciò accade, anche quell’amore può assumere una forma indomabile, simile all’ostilità appassionata e indomabile di prima.

Nella storia dell’invito islamico, il migliore esempio di ciò è l’opposizione di Abū Jahl e di ʿUmar. Tutti sanno con quale zelo Abū Jahl si oppose all’invito islamico fino all’ultimo respiro. Eppure, nonostante questa estrema ostilità, non cercò mai di rivolgere al Messaggero di Allah un’accusa infamante. Quando il Messaggero usciva per svolgere il suo compito, Abū Jahl lo seguiva come un’ombra, spinto dallo zelo della sua opposizione, affinché nessuno potesse ascoltarlo. Ma, quando si opponeva, parlava in questo modo: «O Muḥammad! Non sto dicendo che tu menti; tuttavia il tuo invito è contrario alla via dei padri e degli antenati». La sua ira derivava soprattutto dal fatto che l’invito di Muḥammad stava lacerando l’unità dei Quraysh. La principale calunnia che rivolgeva al Messaggero di Allah era: «Ha separato il figlio dal padre e il fratello dal fratello, rendendoli nemici gli uni degli altri».

Quando, nella battaglia di Badr, vide che l’invito islamico aveva schierato i Quraysh contro gli stessi Quraysh, pregò Allah con intensa emozione: «O Allah! Domani sconfiggi tra noi colui che ha reciso maggiormente i legami di parentela ed è l’inventore di questa innovazione». Sebbene questa preghiera fosse immersa nel veleno dell’inimicizia dell’ignoranza, non si può negare che in essa apparissero il senso di cortesia di Abū Jahl e il suo aspetto di adoratore della propria nazione.

Per quanto questi avversari siano attivi nell’opporsi all’invito, in loro emerge la bellezza dell’amore per la propria gente. Per questo, agli occhi di chi invita alla verità, possiedono un particolare onore. Questi desidera sempre nel proprio cuore che tale bellezza venga impiegata al servizio della verità invece che della falsità. Perciò il Messaggero di Allah pregò in modo particolare affinché Abū Jahl e ʿUmar accettassero l’Islam tra tutti gli oppositori dell’invito islamico: la loro conversione avrebbe conferito forza e prestigio all’invito islamico.

Questa preghiera fu esaudita nel caso di ʿUmar. Ogni studente di storia dell’Islam sa che, subito dopo la sua conversione, la situazione cambiò improvvisamente. Prima di accettare l’Islam, aveva combattuto l’Islam e i musulmani con entusiasmo impetuoso, zelo, forza e ostilità; dopo la conversione cominciò a dedicare la propria vita all’Islam con una determinazione e un coraggio ancora maggiori. Non appena il suo odio jahilita assunse il colore dell’Islam, amici e nemici percepirono che nelle file dell’Islam era entrato un uomo credente, dotato di forza leonina.

Nella vita di ʿUmar erano presenti qualità capaci di servire da lievito per tutte le eccellenti virtù umane. Ma tali qualità erano sepolte sotto innumerevoli idee ignoranti. Quando, per effetto dell’invito alla religione del Profeta, furono rimosse le scorie di queste concezioni false, da sotto di esse emerse oro puro. Alla fine il suo splendore abbagliò gli occhi del mondo.

Il rapporto di ʿUmar con il sistema ignorante della sua epoca non si fondava su interessi egoistici. Prima di accettare l’Islam, egli considerava quel sistema vero; lo riteneva l’eredità dei propri nobili antenati e vedeva in esso la salvaguardia dell’onore della propria gente. Per questo giudicava suo dovere religioso e nazionale prendere per amici i seguaci di quel sistema e considerare nemici i suoi oppositori. Ma quando gli divenne chiaro che ciò che aveva compreso non era vero e che la verità era l’opposto, impiegò al servizio e a sostegno dell’Islam quell’entusiasmo che lo aveva reso un servitore fedele del sistema jahilita.

Le persone dotate di qualità così elevate, poiché si tengono al di sopra degli interessi meschini, dopo che una verità si è manifestata non si adoperano per respingerla, né, dopo aver accettato qualcosa, si tirano indietro dal soddisfarne le necessarie esigenze. Al contrario, hanno il coraggio di accogliere una verità una volta dimostrata e sono capaci di sacrificare per essa ogni interesse personale. Grazie a questo aspetto del loro carattere e della loro moralità, ovunque si trovino possiedono una dignità e una posizione particolari.

In questo gruppo vi sono persone diverse. In alcuni l’ostilità oltrepassa ogni limite e assume la forma della presunzione e dell’arroganza; fino all’ultimo respiro non hanno la fortuna di uscire dalla trappola della jahiliyya, come Abū Jahl. Altri, dopo un piccolo conflitto e un lieve avvertimento, si ravvedono e trovano la retta via, come ʿUmar e Ḥamza. Per altri ancora occorre molto tempo per attraversare il velo della jahiliyya, come nel caso di Abū Sufyān.

Ma tutti condividono una caratteristica: quando abbandonano la jahiliyya e accettano l’Islam, si collocano immediatamente nelle prime file dell’Islam, così come fino al giorno precedente occupavano le prime file della jahiliyya.خياركم في الجاهلية خياركم في الاسلام«I migliori tra voi nel periodo della jahiliyya sono i migliori anche nell’Islam, purché acquisiscano una profonda conoscenza della religione». (Bukhārī, Kitāb al-Manāqib e Kitāb al-Anbiyāʾ; Muslim, Kitāb al-Faḍāʾil)

Coloro che, dominati dall’orgoglio, dall’arroganza, dall’invidia e dall’odio, si oppongono di solito all’invito alla verità sono persone che, grazie a una religiosità artificiale e alla ricchezza ereditata, occupano posizioni di comando e autorità nel sistema jahilita. Poiché sono abituati a stare davanti, sono arrivati a considerare per sé un ostacolo il seguire la verità. Perciò, invece di seguire la verità, vogliono costringerla a seguirli.

La mentalità tipica di chi ha ricevuto la religiosità in eredità è questa: considera la verità l’eredità dei padri e una proprietà personale. Cresciuti in un ambiente sacerdotale e prestigioso, non riescono nemmeno a immaginare che possa esistere una verità al di fuori della loro persona e del loro ambiente. La situazione di chi ha ereditato l’abbondanza è tale che prende lo splendore e il fasto mondani come prova di essere dalla parte della verità e pensa che, essendo onorato e rispettato, debba necessariamente avere pensieri e azioni conformi alla verità.

Quando persone con questa mentalità vengono sfidate da un invito contrario alla loro religiosità esteriore, o quando l’invito colpisce i loro desideri, si agitano e si schierano risolutamente contro di esso. Soprattutto quando l’invito nasce da un ambiente diverso dal loro, la loro opposizione diventa estrema. Sono immersi nell’orgoglio che la verità sia con loro e rimanga per sempre con loro. Anche ammettendo che essa scompaia dalla loro comunità, quando ricomparirà nel mondo si manifesterà nuovamente proprio tra loro. Perciò è quasi impossibile che persone prigioniere di questa superbia accettino una verità il cui predicatore non siano loro stessi.

L’intera storia dell’invito alla verità testimonia dunque che assai pochi di coloro che soffrono di questa malattia hanno avuto la fortuna di credere nella verità. I notabili di Mecca e Ṭāʾif, che dicevano: «Se Allah avesse voluto inviare un profeta, avrebbe mandato qualcuno tra noi», erano affetti proprio da questa malattia. Negavano che l’Islam fosse la vera religione e la religione rivelata da Allah perché pensavano: «Se fosse davvero la verità e una religione inviata da Allah, non sarebbe stata data prima di noi a questo uomo miserabile e oppresso dalla povertà». Anche gli ebrei partecipavano a questo atteggiamento. Alla base della loro opposizione all’Islam agiva soprattutto il timore che, accettando questa verità, tutto l’onore e il prestigio della loro guida religiosa sarebbero stati calpestati.

Sebbene persone di questo tipo presentino varie accuse e dubbi contro l’invito alla verità, per rendere la loro opposizione legittima e razionale, in realtà tali accuse e dubbi vengono costruiti soltanto per nascondere le cause fondamentali dell’opposizione, dell’orgoglio e dell’odio. Questi oppositori vedono in se stessi più disperazione che speranza riguardo al predicatore della verità. Solo pochissimi tra loro hanno la fortuna di accettare la verità. Dominati dall’arroganza, si siedono sul trono di Dio e, finché non sono costretti ad abbandonarlo, non sono pronti a scendere da esso.

Nel Corano l’orgoglio è annoverato tra i maggiori ostacoli all’accettazione della vera religione. Per questo, in diversi passi, al Messaggero di Allah è stato impedito di sprecare troppo tempo dietro a tali persone. Esse sono inebriate dal loro orgoglio a causa dell’abbondanza dei beni mondani o della leadership religiosa e terrena. Gesù, in riferimento all’orgoglio e all’arroganza degli eruditi e dei giuristi suoi contemporanei, disse: «Beati i poveri di cuore: sono loro che entreranno nel regno dei cieli». Disse inoltre: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio». Il corso del tempo ha dimostrato la verità di questa profezia.

Dai Vangeli e dal Corano si apprende che nessuno tra gli eruditi e i giuristi di Gerusalemme credette all’invito di Gesù. Alla fine, disperando di loro, egli dovette rivolgere il proprio invito ai pescatori sulle rive del fiume. Tra loro trovò alcuni servitori di Allah che assunsero il compito di diffondere l’invito alla verità.

Quando anche il Profeta presentò l’invito alla religione, si verificò quasi la stessa situazione. Solo una manciata di eruditi della comunità della Gente del Libro accettò l’Islam; tutti gli altri rimasero ostacoli alla verità, per orgoglio del proprio ruolo sacerdotale e della propria nobiltà. Ovunque il Corano menzioni le qualità speciali di coloro che credettero, indica come una delle più importanti questa caratteristica:انهم لا يستكبرون«E non sono arroganti». (al-Māʾida, 82)

Da ciò si comprende che il cuore di queste persone non era stato colpito dalla malattia della leadership religiosa e mondana e che non si consideravano superiori alla verità. Un’altra caratteristica particolare di tali persone è che, all’inizio, a causa della loro arroganza, guardano l’invito con disprezzo e non gli attribuiscono alcuna importanza. Ma, quando l’invito avanza e vedono venir meno il terreno sotto i propri piedi, la loro invidia e il loro odio diventano intensi. A quel punto fanno contro l’invito e contro il predicatore tutto ciò che possono fare persone immerse nell’orgoglio e nell’odio.

Di solito si oppongono all’invito alla verità proprio le persone egocentriche, spinte dal culto dell’interesse personale. Tutta la loro visione morale e sociale parte da se stesse e continua a ruotare incessantemente intorno a loro. L’essere umano, in quanto creatura sociale, non può vivere isolato; per questa debolezza naturale tali persone entrano in un ordinamento sociale, ma in ogni passo cercano il proprio vantaggio e non sono mai pronte a portare il peso della responsabilità. Per loro il criterio della verità e della falsità è il proprio essere: è vero ciò che favorisce i loro interessi e falso ciò che danneggia il loro interesse personale.

Coloro le cui idee morali e sociali sono così vili si oppongono a qualunque invito contrario ai loro interessi. In loro non sono mai presenti elevate qualità umane. Perciò, per un ordinamento fondato sulla verità, la loro esistenza è naturalmente tanto inutile quanto lo è, per una moglie, un marito eunuco. A causa della loro indole meschina e del loro egoismo, sono attratti da qualunque invito falso o falso sistema di vita. Anche il loro rapporto con esso, però, è interamente ipocrita e interessato; non sono pronti a sopportare per esso alcun colpo con sincero entusiasmo.

Nella storia della diffusione dell’Islam, l’esempio concreto è Abū Lahab. La sua intera opposizione all’invito del Profeta nasceva soltanto dal fatto che la predicazione del Profeta stava portando alla luce, davanti alla gente, tutti i difetti del carattere di Abū Lahab. Tutte le ricchezze che aveva accumulato attraverso l’egoismo e l’avidità erano ormai in pericolo. Da una parte occupava la posizione più alta nel sistema jahilita instaurato dai Quraysh; dall’altra, il suo unico legame con quel sistema consisteva nelle numerose opportunità di arricchirsi offertegli dalla posizione prestigiosa e dalla supervisione della Kaʿba. Non provava alcuna maggiore simpatia per la propria gente e non nutriva interesse per il bene o il male del sistema jahilita di cui era uno dei massimi capi.

La prova più evidente è che, pur essendo tra i primi a opporsi all’invito del Messaggero di Allah e pur mostrando pubblicamente che si trattava di un invito volto a distruggere il sistema fondato dai padri e dagli antenati, quando tutti i capi dei Quraysh parteciparono alla battaglia di Badr con fervore religioso, egli, che pretendeva di essere il più grande erede della tradizione abramitica, rimase assente e mandò al suo posto un mercenario. Eppure, agli occhi dei Quraysh, quella era una battaglia decisiva.

Il rapporto naturale di persone di questo tipo con qualunque invito alla verità non può essere che l’opposizione, ed esse diventano effettivamente oppositori. Sono così radicate e abili nella bassezza e nella degradazione che un invito alla morale elevata, alla compassione, all’uguaglianza e alla fratellanza, un invito al sacrificio, alla rinuncia agli interessi personali e alla dedizione della vita, non suscita in loro alcuna risposta. Le loro orecchie sono sorde a un simile invito e i loro cuori quasi morti. Non provano alcuna attrazione o inclinazione verso di esso, ma al contrario odio e avversione.

Anche la loro opposizione, a causa della loro degradazione morale, non è un’opposizione basata su principi elevati: ricorrono piuttosto al pettegolezzo, alla calunnia e ad altri mezzi simili, cercando di preservare l’orgoglio della propria leadership attraverso gli insulti e la diffusione dei difetti altrui.

2. Il gruppo degli attendisti

Con «attendisti» (mutarabbisīn) si intendono coloro che riconoscono fino a un certo punto che l’invito alla verità è verità, ma non possiedono sufficiente forza morale per accettarla in quanto tale e mettere in gioco la vita per essa. Intellettualmente non sono neppure abbastanza sviluppati da prevedere, prima che il sistema della verità venga applicato nella pratica, la possibilità del suo successo, i cui segni sono già contenuti in esso. A causa di questa debolezza, invece di giudicare con la propria ragione e conoscenza se una verità sia veramente tale, affidano la decisione al futuro e aspettano. Se il futuro le permette di giungere alla vittoria, la accetteranno; altrimenti concluderanno la vita così come è trascorsa.

A causa della loro debolezza morale e intellettuale, vivono in un conflitto e in una tensione interiori. Per questo non sono molto attivi nell’opporsi all’invito alla verità. Tuttavia, sotto l’influenza del sistema vigente, si uniscono alla parte avversa all’invito. Durante il conflitto tra verità e falsità cercano di creare qualche forma di compromesso, affinché verità e falsità possano mescolarsi e procedere fianco a fianco. Il ruolo degli ipocriti tra gli oppositori della verità è precisamente analogo al ruolo che gli ipocriti svolgono tra i sostenitori della verità. Anche dopo una grande vittoria della verità, a causa della loro debolezza morale, la loro attesa non finisce.

Nella fase iniziale dell’invito islamico, coloro che si trovavano in questa condizione mentale dicevano, al tempo della battaglia di Badr: «Se Muḥammad e i suoi compagni vinceranno questa guerra, riconosceremo il suo invito come verità e ci uniremo a lui». Ma, una volta terminata la battaglia e usciti vittoriosi i musulmani, rinviarono la decisione all’esito delle guerre future. Quando anche l’esito di quelle guerre fu sfavorevole ai Quraysh e la loro forza temporanea venne praticamente distrutta, cominciarono ad aspettare: «Vediamo quale sarà la posizione dell’Islam di fronte alla forza organizzata degli ebrei». Quando anche la forza degli ebrei fu sconvolta, la loro attesa avrebbe dovuto terminare; eppure rimase tra loro un gruppo che attese l’esito dello scontro tra i musulmani e i Romani. Così la loro attesa non sarebbe mai finita, finché rimanere nel sistema della miscredenza non fosse diventato per loro impossibile.

La loro debolezza fondamentale è che non vogliono verificare la verità con l’intelletto e poi credere; desiderano invece credere dopo averne visto la vittoria con i propri occhi. La loro aspirazione è identica a quella di coloro che desideravano vedere Allah con i propri occhi prima di credere in Lui. È un desiderio infantile, al quale Allah e il Suo Messaggero non hanno attribuito alcun valore. Hanno invece chiaramente insegnato che è affidabile la fede compresa attraverso la ragione, non la fede basata sulla visione degli occhi.

Chi riconosce una verità come tale soltanto perché ne vede davanti a sé i buoni risultati e assiste con i propri occhi alla cattiva sorte dei suoi oppositori, in realtà non ha creduto nella verità: è un adoratore dell’interesse personale oppure una persona terrorizzata dal timore del danno. Chi scende a questo livello di adorazione dell’apparenza conserva con l’animale soltanto la differenza della struttura fisica. Non può in alcun modo aderire a un sistema morale i cui risultati non si manifestino oggi, ma siano attesi domani.

Questo è il vero segreto per cui persone di questo tipo non hanno alcun valore agli occhi di chi invita alla verità. La loro mentalità ama l’imitazione cieca. Sono abituati a salire sul veicolo in movimento, indipendentemente dalla direzione in cui proceda. Seguono la miscredenza perché il sistema della miscredenza è vittorioso; diventerebbero compagni di viaggio dell’Islam se esso occupasse il posto del vincitore. Non possiedono la virilità interiore che li spinga verso la verità per attrazione; vi corrono invece sotto pressione.

Per questo tali persone non aumentano la forza dell’organizzazione, ma la diminuiscono. Nella fase iniziale dell’Islam la forza e il coraggio dei credenti erano tali che uno di loro bastava contro dieci miscredenti. Dopo la conquista di Mecca, quando si unirono a loro molti nuovi convertiti, quella forza diminuì fino al rapporto di un musulmano contro due miscredenti.

A causa della loro debolezza intellettuale e morale, persone con questa mentalità non possono mai credere in un invito alla verità quando esso avanza attraverso conflitti e prove di ogni genere. È possibile che segretamente esprimano qualche buona parola a favore dell’invito, che nel loro cuore nasca il desiderio del suo successo, che non considerino interiormente buoni coloro che gli si oppongono, o persino che sperino di ottenere da esso un aiuto finanziario o morale. Tutto ciò è possibile. Ma non possiedono la capacità di raccogliere tavole sparse, costruire con esse una barca, calarla tra le onde impetuose del fiume, affrontare il tempo avverso e cercare di condurla fino alla riva.

Il loro stato mentale cambia secondo le diverse circostanze favorevoli o sfavorevoli dell’invito. Talvolta, vedendo i segni del successo, provano nel cuore il desiderio di avanzare e accettarlo. Talvolta, di fronte ai pericoli, alle calamità e agli ostacoli, si spaventano, tacciono completamente e cominciano a definire l’invito follia e il predicatore stupido e pazzo. Ma solo raramente si preparano, con lo zelo degli oppositori, a sradicare l’invito, oppure vi credono pubblicamente e si dedicano con tutte le forze a sostenerlo.

Se desiderano lo sradicamento dell’invito, non lo desiderano in modo da correre personalmente qualche rischio per realizzarlo; vogliono piuttosto che la barca urti da sola contro una roccia e si frantumi. Analogamente, se desiderano il successo dell’invito, non vogliono che ciò comporti per loro la sopportazione di qualche colpo. Desiderano che altri consacrino ricchezze e vita all’invito, lo portino al culmine del successo e che loro possano goderne i frutti.

3. Il gruppo degli inconsapevoli

Con «inconsapevoli» (mughāfilīn) si indica quella parte della gente comune che, occupata a procurarsi il sostentamento e a soddisfare i bisogni quotidiani, non trova mai neppure un momento libero per partecipare in prima linea al processo di trasformazione della società. Sia mentalmente sia moralmente, sono seguaci e portatori, o facchini, del sistema contemporaneo. Considerano una grande benedizione vivere sotto quel sistema e ritengono grazia e favore dei capi il fatto che esso sia mantenuto sotto la loro guida.

Di solito sono estranei alla corruzione morale in cui sono immersi gli oppositori della verità religiosa. Perciò non partecipano attivamente all’opposizione a un invito alla verità, né hanno motivo di farlo. Tuttavia sono seguaci ciechi dei capi religiosi e politici della loro epoca e nutrono verso di loro una benevolenza ereditata. Per questo, una parola contraria alle opinioni dei loro capi politici e religiosi non riesce dapprima ad attrarre il loro cuore; e, se riesce ad attrarlo, all’inizio la percepiscono come qualcosa di estraneo. Vogliono prima che i loro capi facciano il primo passo; allora li seguiranno passo dopo passo.

Per le ragioni già menzionate, i loro capi scelgono invece la via dell’opposizione anziché quella della collaborazione e cercano di trascinare con sé i propri seguaci. In quel momento la gente comincia a conoscere l’invito e, gradualmente, durante il conflitto con la falsità, ha l’opportunità di valutare il carattere imparziale del predicatore e la forza d’attrazione del suo invito. Di conseguenza, alcuni tra loro, dotati di saggezza e forza morale, diventano sostenitori dell’invito.

Quando i capi contemporanei vedono che i loro seguaci sfuggono dalle loro mani, scendono in campo con tutte le loro forze contro l’invito e contro il predicatore e cominciano a usare ogni strumento della propaganda calunniosa per mantenere il popolo legato a sé. Sebbene ciò getti molti nel dubbio sull’invito, offre loro anche un’eccellente occasione per confrontare il nobile carattere del predicatore e la forza del suo invito con il carattere dei propri capi e la forza del loro invito.

Il risultato è che il popolo diventa gradualmente diffidente verso i propri capi precedenti e comincia a essere influenzato dal nuovo invito. Sebbene i vincoli di una lunga imitazione cieca non si sciolgano rapidamente, il loro coraggio, la loro impavidità e il loro carattere elevato permettono di oltrepassare l’ignoranza del culto della persona e aprono la via al culto della verità. Così, uno dopo l’altro, una parte considerevole delle persone di questo livello entra nell’abbraccio della verità.

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Il gruppo che sostiene l’invito alla verità

Come gli oppositori di ogni appello, anche i sostenitori sono divisi in tre categorie:
1. il gruppo degli avanguardisti (as-Sābiqūn al-Awwalūn);
2. il gruppo dei migliori seguaci (al-Muttabiʿūna bi-Iḥsān);
3. il gruppo dei deboli di spirito e degli ipocriti.

Il gruppo degli avanguardisti
Tra i sostenitori dell’appello della Verità, il gruppo degli avanguardisti è il migliore e quello che possiede il rango più elevato. Appena l’appello della Verità sorge, coloro che lo accettano e si preparano senza esitazione a consacrarvi la propria vita sono gli avanguardisti. Sono persone dalla natura sana, che già prima di ricevere l’appello avvertono interiormente ciò che gli appelli della Verità fanno sentire agli uomini. Sono così evoluti sul piano intellettuale da non accontentarsi soltanto dell’aspetto esteriore del mondo, ma da osservare e comprendere anche i segni del suo aspetto invisibile. Ai loro occhi, il vero valore appartiene più a questi misteri nascosti che all’apparenza. Non sono schiavi dei desideri come gli animali; cercano invece di conoscere le esigenze della ragione, della coscienza e della natura, dando loro la precedenza in ogni fase della vita.

La loro intelligenza è così forte e operosa che non accettano mai di restare impotenti, prigionieri delle abitudini degli antenati e delle consuetudini tramandate. Cercano di conoscere il bene e il male di ogni cosa, la sottopongono al criterio dell’esame e dell’osservazione, e accettano ciò che trovano conforme alla ragione, alla coscienza e alla natura. Sono liberi dal settarismo, dal fanatismo organizzativo e dall’imitazione cieca. Secondo loro, la verità non può essere legata al lembo della veste di una persona particolare, né rinchiusa in un determinato partito o gruppo; non è una proprietà abbandonata da trasmettere agli eredi. Ritengono sufficiente, per riconoscere qualcosa come vero, la testimonianza della ragione e della natura. Non si preoccupano affatto di sapere chi sia contrario o favorevole a una determinata affermazione. Non sono discepoli del passato né schiavi del presente. All’infuori di Allah e del Suo Messaggero, non riconoscono a nessun leader, per quanto grande, il rango di prova o autorità definitiva.

Allo stesso modo, queste persone sono molto elevate sul piano morale e nell’azione. Quando la loro conoscenza presenta loro la verità di una cosa, il loro coraggio morale le prepara ad accettarla e a sopportare qualsiasi perdita per essa. Possiedono una sensibilità acuta per aiutare la Verità; non possono vederla oppressa. Per questo il loro cuore è sempre colmo di dolore. Partecipano a ogni iniziativa della loro epoca nella quale scorgono un aspetto del bene collettivo. Se qualcuno opera per la Verità, mentre altri soffrono, sacrificano la vita e i beni per essa, la loro personalità non può tollerare di assistere in silenzio come spettatori. Al contrario, diventano attivi nell’estendere questo appello e si offrono per compiere sacrifici sempre maggiori.

Cercano di vivere una vita buona e pura anche negli ambienti peggiori e, per questo, lottano contro l’ignoranza della loro epoca. Là dove le mani di tutti sono piene di oppressione e ingiustizia, lavorano per instaurare equità e giustizia. Là dove i diritti degli orfani vengono usurpati, dove le figlie vengono sepolte vive e le vedove sono lasciate senza compagno né aiuto, restituiscono agli orfani i loro diritti, si assumono a proprie spese la cura delle figlie degli uomini ingiusti e assistono le vedove. Là dove il gioco d’azzardo, il vino, la fornicazione, il brigantaggio e il saccheggio sono considerati astuzia e motivo di orgoglio, mostrano carattere elevato attraverso generosità, liberalità, servizio alle creature, ospitalità, assistenza ai poveri e agli afflitti, aiuto agli oppressi e altre virtù.

In loro, al posto dell’orgoglio e dell’arroganza, si vedono umiltà, mitezza e amore sincero. Invece dell’invidia e dell’odio, cercano di vivere e di avanzare sulla via della Verità. Al posto dell’egocentrismo e dell’egoismo, sono pieni di sacrificio personale e di spirito di servizio al creato. Dopo aver riconosciuto come vera una determinata realtà, considerano estremamente vile non accorrere in suo aiuto per paura dell’umiliazione o perché verrebbero meno le comodità. Allo stesso modo, dopo aver riconosciuto qualcosa come falso, considerano abominevole non abbandonarlo per il fatto di avere con esso un interesse mondano. Non giudicano disonorevole aiutare la Verità perché un’opera buona potrebbe comportare una perdita, perché il falso è potente, perché non sembra possibile affrontarlo, oppure perché le circostanze dell’epoca sono così ostili che pronunciare il nome della Verità significherebbe attirare dolore e calamità. Per una personalità virile, anche non diventare sostenitori della Verità è quindi una vergogna.

L’idea stessa di questo comportamento non può nascere nei loro cuori aperti; e, se per caso vi nasce, il loro alto morale è presto capace di eliminarla. Così si preparano con rinnovata energia a compiere l’opera alla quale sono chiamati nel profondo del cuore.

Un gruppo così puro e sincero è presente in ogni epoca all’interno del sistema ignorante. Come le lucciole mostrano lampi di luce in una notte buia e piovosa, così queste persone si muovono come luci nell’oscurità della loro epoca. Nel loro respiro rimane un’immagine della luce del tempo. Tuttavia la loro forza è dispersa; perciò è indispensabile che sorga un chiamatore alla Verità, capace di riunirli e di legarli in un vincolo di unità. Nonostante raccolgano in sé tali bellezze e capacità, dipendono da un chiamatore alla Verità per due ragioni.

La prima è che, nella loro epoca, la Verità non è presente nella sua forma completa e collettiva: ne esistono soltanto alcune parti separate, come accade nei periodi tra due profeti. In simili tempi, questo gruppo di uomini retti vive in una condizione di calamità e inquietudine. Vede nel mondo il diffondersi generale della corruzione e ne è sconvolto, ma non sa come correggerla. Si mantiene quanto più possibile libero dalla corruzione della propria epoca, tuttavia davanti a sé non ha la grande strada della bontà e della felicità; non può quindi invitare gli altri a percorrerla. Avverte chiaramente di non conoscere il metodo dell’adorazione e dell’obbedienza dirette, né di avere un mezzo per conoscerlo.

Erano persone di questa categoria coloro che, prima della venuta del Messaggero di Allah, ripugnando alla religione pagana dei Quraysh, adoravano Allah a modo loro. Appoggiandosi alle pareti della Kaʿba dicevano con profondo rammarico: “O Allah, non conosciamo il modo di adorarTi; altrimenti Ti adoreremmo in quel modo”. Tra loro vi erano anche poeti di elevata sensibilità. Lo stile della loro poesia era così diverso da quello, generalmente diffuso nella loro epoca, dominato dai sensi e da contenuti non compresi, che il Profeta stesso, pace e benedizioni su di lui, lodò la loro poesia dicendo: “Essi furono sul punto di diventare musulmani”. Vi erano anche oratori, i cui discorsi sono ancora presenti; chi li legge può comprendere che bussavano alla porta della verità, benché non fossero riusciti ad aprirla. Tra loro vi erano uomini intrepidi come Waraqa ibn Nawfal, ʿAbdullah ibn Jahsh, ʿUthmān ibn Huwayrith e Yazīd ibn ʿAmr ibn Nufayl. Dicevano apertamente: “È un’azione assurda e priva di senso inchinarci davanti a una pietra che non ode, non vede, non può nuocere né recare beneficio a nessuno”.

Queste persone cercavano la verità, ma ai loro tempi la Verità completa non era presente. Perciò avevano bisogno di un uomo che venisse con la Verità e li guidasse. Quando apparve il Profeta, pace e benedizioni su di lui, e proclamò la voce della Verità, tutti i cercatori della Verità di quell’epoca si raccolsero attorno a lui. Conoscevano il sapore della Verità e quindi non ebbero difficoltà a riconoscerla. Ogni parola del Profeta sembrava loro la parola del proprio cuore. Sapevano distinguere facilmente una persona semplice e sincera da un bugiardo. Dopo aver visto il suo carattere puro e immacolato, non potevano nemmeno immaginare che quell’uomo potesse mentire. Riconobbero la sua profezia dal suo appello e dal suo volto, e proclamarono:رَبَّنَا إِنَّنَا سَمِعْنَا مُنَادِيًا يُنَادِي لِلْإِيمَانِ أَنْ آمِنُوا بِرَبِّكُمْ فَآمَنَّا“O nostro Signore! Abbiamo udito un chiamante che invitava alla fede: ‘Credete nel vostro Signore’. E abbiamo creduto” (Sura Āl ʿImrān, 193).

Poiché queste persone aspettavano la Verità, quando la trovarono non si misero a discutere. Dopo averla ottenuta, il loro stato d’animo divenne simile a quello di chi, dopo molto tempo, ritrova un amico perduto.وَإِذَا سَمِعُوا مَا أُنْزِلَ إِلَى الرَّسُولِ تَرَى أَعْيُنَهُمْ تَفِيضُ مِنَ الدَّمْعِ مِمَّا عَرَفُوا مِنَ الْحَقِّ يَقُولُونَ رَبَّنَا آمَنَّا فَاكْتُبْنَا مَعَ الشَّاهِدِينَ“Quando ascoltano ciò che è stato fatto scendere sul Messaggero, vedi i loro occhi traboccare di lacrime per ciò che hanno riconosciuto della Verità. Dicono: ‘O nostro Signore! Abbiamo creduto; annoveraci dunque tra i testimoni’” (Sura al-Māʾida, 83).

Seconda ragione: la loro dispersione e disorganizzazione dipendono anche dal fatto che la Verità può essere presente davanti a loro, cosicché non abbiano bisogno della venuta di un profeta o della rivelazione di un Libro per comprenderne le esigenze e i doveri; tuttavia manca loro una guida capace di indirizzare verso un’unica via le loro forze disperse. In una società ricoperta dall’ignoranza come da una notte profondamente buia, non tutti, pur conoscendo la retta via, hanno la capacità di assumersi spontaneamente il compito di guidare la carovana e dirigere la comunità. Gli ambiziosi del potere e della guida si fanno avanti, spesso ciechi, per guidare gli altri; le persone pie, invece, consapevoli dei vantaggi e degli svantaggi della leadership, cercano quanto più possibile di sottrarsi a questo grande compito.

Per timore di Dio e senso di responsabilità, anzitutto valutano se stessi con grande imparzialità. Se commettono un errore nel valutarsi, non lo fanno consapevolmente. Non cercano mai di far pendere la bilancia a proprio favore; anzi, per prudenza, stimano le proprie capacità inferiori a quelle reali. Questa sottovalutazione è una necessaria esigenza della cautela e del timore di Dio. Quanto gli incapaci e gli indegni sono avidi di politica e di leadership, tanto i capaci e idonei ne sono timorosi. Abbiamo davanti a noi il dettagliato racconto di come Abū Bakr as-Siddīq e ʿUmar al-Fārūq, che Allah sia soddisfatto di entrambi, cercarono a Saqīfa Banī Sāʿida di sottrarsi all’incarico del califfato. Conosciamo anche le guerre e gli spargimenti di sangue con cui, nelle epoche successive al califfato ben guidato, persone indegne e ambiziose si combatterono tra loro per ottenere questo incarico.

Coloro che temono Dio cercano quanto possibile che siano altri ad assumere la guida, invece di avanzare per prenderla loro stessi. Questo sentimento è fondamentalmente benefico, ma ha un limite preciso. Se lo si supera, l’idea della bontà individuale finisce per dominare i pii, rendendo impossibile condurre collettivamente il movimento per instaurare la Verità. I servi di Allah capaci di comprendere l’importanza dell’azione collettiva non possono tollerare una simile situazione. Sanno che gli atti individuali e gli sforzi dispersi e separati non sono sufficienti a realizzare le esigenze della religione della Verità.

Quando questo sentimento diventa così forte in una persona da non poter più essere represso, essa si alza da sola con Allah e comincia a invitare alla lotta per instaurare la religione. Questo richiamo attira verso di sé coloro che aspettavano di pregare in congregazione. Non litigano con chi ha lanciato il richiamo chiedendogli perché lo abbia fatto, poiché sanno che era giunto il momento. Non si consumano d’invidia chiedendosi perché l’abbia fatto lui e non loro; al contrario, gli sono riconoscenti per aver compiuto ciò che essi aspettavano sdraiati a letto, girandosi da una parte all’altra senza avere il coraggio di alzarsi.

Non ritengono necessario verificare se egli sia un asceta perfettamente devoto e dedito alla veglia notturna. Sanno che tutti gli asceti e i devoti sono addormentati e che a quest’uomo è stata concessa la capacità di riconoscere il dovere del momento. Non si chiedono neppure se domani saprà svolgere il proprio compito come lo ha svolto oggi. Sperano piuttosto che, come ha compiuto oggi il suo dovere, gli sia concesso di compiere allo stesso modo quello di domani. Se non gli verrà concessa tale capacità, Allah farà sorgere un altro servo per il compito del giorno seguente.

A quale tribù appartiene? Quale titolo possiede? Com’è stato il suo passato? Queste domande non li interessano. La verità non è proprietà ereditaria di un gruppo o di un istituto d’istruzione. Chi ha compreso quale sia il dovere del presente non ha tempo di sciogliere i nodi del passato. Le persone di animo limpido, che già da prima desideravano elevare la parola della Verità, trovano nell’appello del momento la cura delle proprie sofferenze. Perciò lo accettano immediatamente e si impegnano nella lotta per condurlo alla vittoria.

In questo gruppo si trovano ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, cittadini e contadini, giovani e anziani, uomini e donne. Tuttavia nessuno di loro è moralmente vile. Ciascuno possiede già, nel proprio ambiente, un rango distinto per le sue qualità ed è riconosciuto dagli altri come affidabile. Il chiamatore alla Verità non deve compiere grandi sforzi per riunirli: sono loro ad essere attratti da ogni luogo e a raccogliersi intorno a lui. Egli non deve andarli a cercare; sono loro a trovare lui.

Sono assetati. Non aspettano che il fiume venga da loro, ma attraversano deserti e montagne per raggiungere la fonte. L’olio limpido della loro natura è pronto ad accendersi ancora prima di essere toccato dal fuoco; perciò si infiammano appena vedono il fiammifero. Non chiedono miracoli, né domandano il nome, la genealogia o l’albero familiare del chiamatore. Non suscitano discussioni inutili né ammassano argomentazioni sofistiche. Guardano soltanto se ciò verso cui egli invita è vero e se egli stesso segue quella via. Quando ne sono certi, diventano suoi seguaci con totale concentrazione.

Non dichiarano falsa una verità concreta del presente per paura di un possibile pericolo futuro. Sono certi che la conoscenza grazie alla quale oggi distinguono la Verità dal falso e scelgono la Verità sarà presente anche domani per distinguere ancora tra Verità e falso. Se vedono che, a un certo punto, la via del chiamatore si è allontanata dalla grande strada della Verità, interrompono da quel punto il rapporto con lui e cominciano il proprio cammino sulla via della Verità, senza contaminare il loro obiettivo.

2. Il gruppo dei migliori seguaci
La seconda categoria tra coloro che accettano l’appello della Verità è quella dei migliori seguaci: persone che avanzano verso la Verità seguendo l’esempio degli avanguardisti. Non sono allo stesso livello degli avanguardisti per intelligenza, carattere e moralità. Per questo non possono intraprendere da soli grandi iniziative e hanno paura di muovere il passo su una via nuova. Non possiedono capacità di leadership. Il coraggio e l’eroismo di coloro che hanno abbracciato l’Islam prima di loro li influenzano più della forza intellettuale e probatoria dell’appello della Verità.

Quando vedono sorgere un appello della Verità, alcuni uomini avanzare e accettarlo coraggiosamente, procedere con esso e assumersi ogni rischio per diffonderlo nel mondo, preparandosi a sopportare anche quelli futuri, ciò tocca il loro cuore. Essi cominciano allora a mettere alla prova il proprio coraggio e la propria forza per sostenerlo. Le loro capacità e i loro ostacoli sono diversi, e perciò questa lotta interiore richiede tempo. Ma osservando gli sforzi continui dei chiamatori alla Verità, la loro pazienza e fermezza di fronte alle calamità, alla fine anche il colore dei loro cuori diventa limpido. Con coraggio escono uno dopo l’altro dal falso e si uniscono alla Verità.

Sebbene diventino sostenitori dell’appello della Verità seguendo gli avanguardisti, quando sostengono lo fanno pienamente, senza mostrare debolezza, dubbi, codardia, fragilità mentale o ipocrisia. Pur non essendo persone di prima fila sul piano intellettuale e morale, sono personalità elevate della seconda fila. A causa della debolezza del loro amor proprio sono certamente influenzati dall’ignoranza della loro epoca, ma la coscienza della Verità non muore del tutto in loro. Perciò continuano a trascinare il carro del sistema falso con fatica e inquietudine, conservando nel profondo del cuore il rispetto per la Verità.

Il loro legame con il sistema falso talvolta si restringe e talvolta si amplia, ma non si spezza mai completamente. Non possiedono, senza dubbio, la capacità di lottare contro il proprio ambiente e trasformarlo; sono quindi costretti a rassegnarsi al sistema ignorante dell’epoca. Tuttavia, sotto questa rassegnazione rimane nascosto un dolore. Quando un appello della Verità giunge davanti a loro, il dolore riaffiora. Crescendo oltre i limiti della sopportazione, li spinge coraggiosamente sulla via nella quale vedono camminare alcune persone sincere.

Poiché vengono di propria volontà, non sotto la pressione altrui, e poiché il loro passo nasce dal coraggio, non da un interesse egoistico nascosto, possiedono una riserva di pazienza e lungimiranza. Essa protegge la loro fede nelle fasi successive e nelle calamità, impedendo loro di inciampare anche nelle prove più grandi.

Per attirare queste persone verso la Verità, il chiamatore deve compiere notevoli sforzi. Come abbiamo detto, non sono abbastanza avanzate intellettualmente da accogliere la Verità senza vederne un esempio concreto, né abbastanza elevate moralmente da prepararsi subito ad aiutarla. A causa di queste due debolezze, il chiamatore deve confrontarsi con loro per un certo tempo. Anzitutto hanno bisogno che la Verità sia esposta davanti a loro in modo chiaro, senza lasciare alcun aspetto oscuro. Occorre eliminare i dubbi sorti nella loro mente e cercare, per quanto possibile, di dissipare anche quelli che altri potrebbero suscitare in loro, finché il loro cuore, sul piano intellettuale, si stabilisca pienamente sulla verità dell’appello.

Quando ciò è avvenuto, per rafforzare il loro morale occorre presentare loro esempi di fermezza e di eroismo. Tali esempi accrescono la forza del loro animo, eliminano inquietudine e dubbi e mostrano loro come seguire la via della Verità anche in un ambiente ostile. Così la loro ragione e il loro cuore diventano entrambi pienamente vivi e vigili. Se poi il favore di Allah li assiste, si preparano a camminare sulla strada della Verità.

3. Il gruppo dei deboli di spirito e degli ipocriti
Riuniamo i deboli di spirito e gli ipocriti nella stessa categoria soltanto per la loro somiglianza esteriore; quanto all’intenzione e allo scopo, sono due gruppi distinti. Perciò esporremo brevemente e separatamente le loro qualità e caratteristiche.

Per deboli di spirito intendiamo coloro che accettano consapevolmente la Verità e intendono vivere secondo essa, ma possiedono una volontà e una determinazione deboli. Per questo, pur avendo un’intenzione sincera, avanzano sulla via della Verità in modo incerto, inciampando a ogni passo. Cadono più volte e si rialzano. Ogni volta, però, si rialzano proprio per continuare sulla via della Verità. Non accade che, dopo essere caduti, non si rialzino più, oppure che, rialzandosi, comincino a seguire la via del falso invece di quella della Verità.

Riconoscono i propri errori, se ne vergognano e se ne pentono, cercando continuamente di cancellare questa vergogna attraverso il pentimento e la richiesta di perdono. Per mentalità e intenzione non sono di rango inferiore. Tra loro si trovano anche persone buone che hanno il coraggio di accettare l’appello fin dal suo inizio; tuttavia, nel momento della prova, la debolezza della loro volontà si manifesta e, dall’inizio alla fine, hanno bisogno di ogni forma di educazione e correzione. La Sura at-Tawba allude a persone di questo tipo:وَآخَرُونَ اعْتَرَفُوا بِذُنُوبِهِمْ خَلَطُوا عَمَلًا صَالِحًا وَآخَرَ سَيِّئًا عَسَى اللَّهُ أَنْ يَتُوبَ عَلَيْهِمْ إِنَّ اللَّهَ غَفُورٌ رَحِيمٌ“E ve ne sono altri che hanno riconosciuto i propri peccati: hanno mescolato una buona azione a un’altra cattiva. Forse Allah accetterà il loro pentimento. In verità Allah è perdonatore, misericordioso” (versetto 102).

Per infondere in queste persone coraggio e fermezza, occorre ricercare attentamente le cause della debolezza della loro determinazione e della loro volontà e cercare di eliminarle. Se tali cause sono di natura psicologica o intellettuale, bisogna informarli sugli attributi speciali di Allah, sulla Sua forza e potenza, sulla Sua saggezza e sulle Sue leggi stabilite e salde, secondo le quali Egli tratta coloro che procedono con Lui. Se sono dominati dall’avidità e dall’amore per i beni mondani, bisogna abituarli a spendere ricchezze sulla via di Allah; così questa malattia può scomparire. Se in loro sono forti l’attaccamento alla vita e il timore della morte, occorre mostrare chiaramente la certezza della morte e il buon esito dei seguaci della Verità.

Le persone di questa categoria traggono profitto dalle opportunità di educazione e formazione. Perciò, benché il loro progresso sia lento a causa della debolezza della volontà, non rimangono ferme. Al contrario, cercano di utilizzare le occasioni di educazione e formazione per avanzare. Di persone così è stato detto:خُذْ مِنْ أَمْوَالِهِمْ صَدَقَةً تُطَهِّرُهُمْ وَتُزَكِّيهِمْ بِهَا وَصَلِّ عَلَيْهِمْ إِنَّ صَلَاتَكَ سَكَنٌ لَهُمْ وَاللَّهُ سَمِيعٌ عَلِيمٌ“Preleva dai loro beni un’elemosina con la quale li purificherai e li farai crescere, e prega per loro: in verità la tua preghiera sarà per loro una tranquillità. Allah è Colui che tutto ascolta e tutto conosce” (Sura at-Tawba, 103).

Il gruppo degli ipocriti segue l’appello della Verità fino al limite della professione verbale, ma il loro cuore rimane attaccato al falso. Talvolta si uniscono alla Verità soltanto per l’influenza temporanea di una circostanza; quando poi cominciano gli ostacoli, le difficoltà e le prove, si pentono dell’errore di averla accettata e desiderano tornare da dove erano venuti. Tuttavia, per un falso senso di vergogna, restano costretti e legati alla Verità.

Talvolta entrano nel campo dei seguaci della Verità con cattive intenzioni, cercando un’occasione per creare disputa e disordine. Mostrano compassione e benevolenza verso la Verità soltanto per apparire tali, mentre in realtà agiscono come agenti dei suoi nemici. Altre volte, vedendo crescere la forza della Verità, ne sono influenzati e desiderano conservare con essa qualche rapporto esteriore per proteggere i propri vantaggi mondani. Per queste e altre ragioni parlano pubblicamente a favore della Verità e cercano, per quanto possono, di mantenere tale atteggiamento; tuttavia, a ogni passo, i loro errori e le loro malefatte smascherano il loro vero volto.

Il lavoro del chiamatore alla Verità è danneggiato più di tutto da queste persone. Nessun gruppo di oppositori è tanto pericoloso per il movimento della Verità quanto questo gruppo di ipocriti che, dietro le quinte, si presenta come benevolo verso di essa. Fingono di essere persone vicine e lavorano per realizzare gli scopi altrui, con una perfezione tale che nessun altro saprebbe imitarli. Diffondono tra la gente innumerevoli idee false contro l’appello e contro chi lo proclama. Poiché sono considerati persone del gruppo e parlano fingendo sincerità e affetto, la gente cade nelle loro confusioni.

Tentano continuamente di provocare divisioni nell’organizzazione e raccolgono con cura ogni scintilla, conservandola al sicuro per poterla ravvivare al momento opportuno e accendere il fuoco della disputa e del disordine. All’interno dell’organizzazione svolgono il ruolo di agenti delle forze nemiche. Organizzano ritrovi per realizzare i propri scopi e poi dichiarano che tali riunioni sono state convocate per servire la Verità. Cospirano continuamente con i nemici della Verità per opporvisi, sostenendo pubblicamente che tutto ciò viene fatto per il suo bene.

Amano ogni parola capace di spegnere l’entusiasmo e lo slancio dei seguaci della Verità e si divertono particolarmente a diffonderla. Al contrario, ogni parola che rafforza la loro energia e il loro coraggio diventa per loro motivo di preoccupazione e disperazione. Sulla via della Verità vedono pericoli a ogni passo e, in nome del bene dell’organizzazione, cercano costantemente di imprimere in ogni cuore la paura di tali pericoli. Per nascondere la propria codardia, attraverso varie macchinazioni cercano di reprimere negli altri l’emozione, l’entusiasmo, il valore, l’eroismo e lo spirito di sacrificio.

La vittoria della Verità diventa per loro motivo di disperazione; nel futuro vedono per essa soltanto pericoli e distruzione. Sul piano dell’azione sono praticamente nulli. Per mantenere il proprio orgoglio all’interno dell’organizzazione ricorrono quindi a pretese infondate, false giuramenti e calunnie. Guardano con odio ogni successo della Verità. Se, Dio non voglia, una calamità colpisce i seguaci della Verità, provano dentro di sé sollievo.

Poiché queste persone diffondono deliberatamente disordine, discordia e sedizione, possiedono ben poca capacità di accettare la correzione. Soltanto coloro che, per una momentanea disattenzione o negligenza, sono caduti vittime delle cospirazioni ipocrite altrui e hanno commesso un atto d’ipocrisia possono accettare il processo di correzione. Quando la verità si manifesta davanti a loro, si vergognano sinceramente dei propri errori, se ne pentono e cercano di correggere il proprio punto di vista.

Ma coloro che hanno fatto del male la propria religione e sono diventati pienamente esperti e abili in questa professione rendono vana ogni iniziativa di correzione e non sono disposti ad apportare nemmeno il minimo cambiamento alla propria visione. Nei loro confronti, il metodo del chiamatore alla Verità consiste nel fare ogni sforzo per proteggere l’organizzazione dalla loro sedizione. La sua strategia è permettere loro di rimanere apertamente all’interno dell’organizzazione finché la loro educazione, formazione e purificazione interiore possano essere trasformate in strumenti dell’educazione, della formazione e della purificazione dell’organizzazione. Quando questo scopo sarà raggiunto, bisognerà separarli immediatamente dall’organizzazione. Dopodiché non dovrà rimanere in alcun modo alcun rapporto tra loro e l’organizzazione.

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Le fasi della daʿwa della verità

Perché ogni daʿwa della verità giunga fino all’ultima meta del successo, generalmente [si deve tenere in particolare considerazione la parola «generalmente». Non è indispensabile che ogni daʿwa della verità attraversi queste tre fasi per giungere al culmine del successo. Il significato è soltanto che, in linea generale, queste tre fasi si presentano. Altrimenti, nell’epoca della democrazia, è anche possibile che soltanto la prima fase porti la daʿwa della verità al successo] è necessario attraversare tre fasi:

Daʿwa
Hijra
Jihad

Nell’epoca attuale, la maggior parte delle persone conosce le rivoluzioni di paesi come Europa, America, Russia, Turchia e altri. Per questo ritiene che le fasi attraversate da tali rivoluzioni debbano essere attraversate nel caso di ogni rivoluzione. Pensa inoltre che i metodi sperimentati per realizzare queste rivoluzioni possano essere efficaci per qualsiasi movimento. Questa è un’idea errata. Essi sono caduti in tale errore soltanto perché non hanno davanti a sé la storia di una rivoluzione realizzata secondo il metodo islamico. Altrimenti avrebbero saputo che la rivoluzione realizzata sotto la guida dei nobili profeti, o di coloro che agirono secondo il loro metodo, è completamente diversa per caratteristiche da queste rivoluzioni. Per eliminare questa concezione errata, qui discuterò brevemente le peculiarità e le esigenze di ciascuna fase.

Prima fase: la daʿwa

La prima fase, o livello, è la fase della daʿwa. Le prime persone a cui viene rivolta la daʿwa sono i detentori del potere e i leader della società. Tuttavia, questa categoria è completamente sicura della propria posizione ed è immersa nei propri piaceri e lussi. Il chiamante mette in evidenza, sotto ogni aspetto, i difetti dei contemporanei sistemi di pensiero, dell’ordinamento morale, del sistema politico e dell’organizzazione sociale, e mostra quale esito attenda alla fine il sistema falso. Ma esteriormente il veicolo del falso continua a viaggiare a grande velocità; perciò è difficile per i contemporanei credere che la carrozzeria di quel veicolo sia decrepita e che esso presto precipiterà in un burrone. Quando l’apparenza esteriore è favorevole, non è facile mettere in guardia gli incauti sulle debolezze interne di un sistema. A causa della loro disattenzione e della loro follia, queste persone non soltanto guardano esclusivamente alle proprie debolezze e malefatte, ma dimostrano anche che proprio tali debolezze e malefatte sono bellezza e perfezione, e insultano come stupidi e sciocchi coloro che le definiscono cattive e malvagie.

La filosofia seguita da queste persone non riconosce affatto alcun fondamento morale per alcuna cosa. Secondo loro, l’intero mondo è o il risultato di un incidente oppure ruota vorticosamente soltanto sulla spina dorsale della forza. Per questo, i consigli e le esortazioni presentati loro dal chiamante della verità sembrano privi di significato. Nei piani superiori dei loro altissimi palazzi, innanzitutto, la voce di un povero chiamante non può proprio giungere. E anche se giunge, la considerano una chiamata fuori tempo, fingono di non averla udita e continuano a immergersi nelle proprie fantasie. Non vedono alcun difetto nemmeno nei propri pensieri, non vedono alcun difetto nel proprio sistema di vita e non avvertono alcun vuoto nel loro sistema di vita. Dopo molte chiamate, se qualcuno di loro si risveglia dal sonno profondo e una parola del chiamante riesce a toccarlo, allora o l’ebbrezza dell’orgoglio e dell’arroganza gli impedirà di riconoscere la verità, oppure la prudenza dell’egoismo e dell’individualismo eserciterà la sua influenza e lo separerà da essa.

Naturalmente, le persone di natura sana vengono certamente influenzate da queste chiamate, si scontentano dell’attuale sistema falso o, almeno, non mantengono con esso alcun rapporto d’interesse. Queste persone avanzano per accettare la daʿwa della religione. La maggior parte di loro è finanziariamente indigente. Non sono assorbite dal pensiero della leadership e non si trovano davanti al problema di tutelare interessi personali. Non hanno neppure un’inutile ostinazione nel sostenere l’attuale ordine sociale. Si può dire che siano in gran parte lontane dai mezzi e dagli strumenti che potrebbero coinvolgerle in sedizione e disordine. Per questo i loro cuori non diventano simili a cadaveri; vi rimane invece un po’ di respiro e, al minimo urto, in essi comincia a pulsare la vita. Tra le persone di questa fase, sono innanzitutto i giovani energici e intraprendenti ad avanzare verso la daʿwa.

Nel Nobile Corano è menzionato, a proposito di Mosè, su di lui la pace, che per primi credettero alla sua daʿwa alcuni giovani del suo popolo. Anche nella daʿwa del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, si osserva più o meno la stessa situazione. La maggior parte di coloro che credettero nella fase iniziale della sua profezia erano giovani. La ragione è che nel sangue dei giovani vi è entusiasmo e nel loro carattere vi sono coraggio e audacia. Il loro delicato senso dell’onore è in parte naturalmente desto e può essere facilmente risvegliato in una certa misura. Sono poco influenzati dall’opposizione e attribuiscono scarsa importanza agli interessi personali. Quando percepiscono la verità di una parola, non si preoccupano affatto dei possibili pericoli e del rischio di perdite di vita e di beni derivanti dall’accettarla. Ignorano questi timori e accettano la verità. E le amare esperienze del pericolo, invece di raffreddare il loro entusiasmo, lo rendono ancora più ardente.

Nella fase iniziale della daʿwa, le prove cui devono far fronte i seguaci della verità non sono create dagli uomini al potere contemporanei. All’inizio, i detentori del potere non prestano alcuna attenzione alla daʿwa né a chi la proclama. Tutti gli ostacoli e le difficoltà di questa fase iniziale sorgono dall’ambiente più vicino al chiamante. In questa fase insorgono conflitti tra padre e figlio, madre e figlia, fratello e fratello, zio paterno e nipote, zio materno e nipote, marito e moglie, padrone e schiavo, studente e insegnante. Il padre ricorre a ogni mezzo, dolce o duro, per impedire al figlio di accettare la verità. Gli ricorda i propri diritti e le proprie esperienze passate. Gli parla delle proprie difficoltà economiche e della vecchiaia. Continua a mostrargli le responsabilità e i doveri del figlio. Gli espone, una per una, tutte le difficoltà di questa via. Piange ricordando le gravi perdite della famiglia. Canta il lamento della fine di ogni speranza e fiducia. Infine minaccia di cacciarlo di casa e di privarlo dei suoi beni. Così comincia la serie delle persecuzioni.

Perché si fa tutto questo? Perché, se il figlio ha deciso di accettare la verità, si possa farlo tornare indietro; e, se l’ha già accettata, si possa farlo recedere da essa. La madre con la figlia, il fratello con il fratello, lo zio paterno con il nipote, lo zio materno con il nipote, la moglie con il marito, il padrone con lo schiavo e l’insegnante con lo studente adottano esattamente lo stesso atteggiamento. Chiunque abbia, sotto un certo aspetto, autorità sull’altro usa tale autorità per impedirgli di accettare la verità. Essi fanno valere i propri diritti genealogici, legali e morali sull’altro solo a condizione che, in cambio, colui che accetta la verità adori il falso da loro seguito e, per rispettare i loro diritti, si ribelli contro il Più Grande Titolare dei diritti, Allah.

Gli ostacoli, le difficoltà e le calamità di questa epoca sono descritti nella sura al-ʿAnkabūt del Nobile Corano, insieme alle direttive fondamentali necessarie per risolverli. Non abbiamo qui l’opportunità di una discussione dettagliata. Perciò concluderò indicando soltanto quanto è necessario. La prima questione fondamentale esposta in questo contesto è che Allah l’Altissimo ha stabilito la regola secondo cui, per distinguere la verità dalla falsità, i seguaci della verità saranno sottoposti a prove di vario genere, affinché si verifichi se sono sinceri o menzogneri nella loro pretesa di essere seguaci della verità. Per questo non devono infastidirsi né diventare inclini al dubbio quando affrontano le prove della fede; devono invece affrontarle con volto sorridente e pazienza. Devono essere certi che, se riusciranno a superare questa fase della prova, avranno certamente successo.الم () أَحَسِبَ النَّاسُ أَنْ يُتْرَكُوا أَنْ يَقُولُوا آمَنَّا وَهُمْ لَا يُفْتَنُونَ () وَلَقَدْ فَتَنَّا الَّذِينَ مِنْ قَبْلِهِمْ فَلَيَعْلَمَنَّ اللَّهُ الَّذِينَ صَدَقُوا وَلَيَعْلَمَنَّ الْكَاذِبِينَ“Alif-Lam-Mim. Gli uomini pensano forse che saranno lasciati dire: «Abbiamo creduto», senza essere messi alla prova? In verità, abbiamo già messo alla prova coloro che li hanno preceduti. Allah deve certamente rendere manifesto chi è sincero e chi è bugiardo.” (Sura al-‘Ankabut: 1-3)
In seguito sono state date indicazioni fondamentali riguardo agli ostacoli e alle difficoltà che i sostenitori della verità devono affrontare da parte dei genitori. Questa guida si applicherà anche ai casi in cui coloro che pongono ostacoli sul cammino della verità siano persone di rango equivalente a quello dei genitori.وَوَصَّيْنَا الْإِنْسَانَ بِوَالِدَيْهِ حُسْنًا وَإِنْ جَاهَدَاكَ لِتُشْرِكَ بِي مَا لَيْسَ لَكَ بِهِ عِلْمٌ فَلَا تُطِعْهُمَا«Abbiamo ordinato agli uomini di trattare bene i genitori. Ma se essi ti fanno pressione affinché tu associ a Me una divinità, della quale non hai conoscenza, allora non obbedire loro» (Sura al-ʿAnkabūt: 8).
Ciò significa che, poiché il diritto di Allah è superiore a quello dei genitori, non è lecito preoccuparsi dell’opposizione dei genitori nell’obbedire ad Allah. A questo proposito è stata anche respinta la supplica carica di emozione dei genitori e degli anziani autorevoli, che essi generalmente rivolgono ai giovani: «Continuate a seguire i nostri consigli. Se ritenete che ciò sia errato, noi accetteremo di buon grado la punizione e la ricompensa. Voi non dovrete assumervi alcuna responsabilità né della punizione né della ricompensa».وَقَالَ الَّذِينَ كَفَرُوا لِلَّذِينَ آمَنُوا اتَّبِعُوا سَبِيلَنَا وَلْنَحْمِلْ خَطَايَاكُمْ وَمَا هُمْ بِحَامِلِينَ مِنْ خَطَايَاهُمْ مِنْ شَيْءٍ إِنَّهُمْ لَكَاذِبُونَ(12)وَلَيَحْمِلُنَّ أَثْقَالَهُمْ وَأَثْقَالًا مَعَ أَثْقَالِهِمْ وَلَيُسْأَلُنَّ يَوْمَ الْقِيَامَةِ عَمَّا كَانُوا يَفْتَرُونَ«I miscredenti dicono ai credenti: “Seguite le nostre usanze e noi porteremo il peso dei vostri errori e delle vostre colpe”. Eppure non sono affatto disposti a portare alcuna parte dei loro errori e delle loro colpe. In verità, essi dicono menzogne. Ma certamente porteranno il peso dei propri peccati, oltre a molti altri pesi insieme al proprio. Nel Giorno della Resurrezione saranno certamente interrogati riguardo alle loro false invenzioni, quelle che ora stanno compiendo» (Sura al-‘Ankabut: 12-13).
Dopo aver impartito questa guida fondamentale, sono stati presentati gli esempi di tre profeti dotati di ferma determinazione: Noè, Abramo e Lot, che Allah sia compiaciuto di tutti loro. Dai modelli delle loro opere concrete si può comprendere chiaramente quale atteggiamento debba assumere un servo della Verità di fronte agli ostacoli e alle opposizioni dei suoi parenti più stretti e più amati. Da qui si può anche comprendere come, per il bene della Verità, si debba diventare indipendenti dall’amore per i legami familiari e dal favoritismo verso i propri congiunti. I parenti più amati sono di tre tipi: il rapporto con il figlio, quello con i genitori e quello con la moglie. Il profeta Noè, che Allah sia compiaciuto di lui, per il bene della Verità trasformò il proprio cuore in pietra per quanto riguardava una persona amata come un figlio. Il profeta Abramo, che Allah sia compiaciuto di lui, proprio per amore di questa Verità annunciò la rottura dei rapporti con una personalità affettuosa e rispettata come un padre. Il profeta Lot, che Allah sia compiaciuto di lui, per questa stessa Verità abbandonò una persona cara come una moglie. Tutti gli altri legami familiari sono subordinati a questi tre e, per amore e rispetto, sono di grado inferiore rispetto ad essi. Dunque, se per il bene della Verità è stato ordinato di recidere rapporti di questo genere e i sinceri servi di Allah non se ne sono affatto rammaricati, che cosa si può dire degli altri legami familiari?
Dopo aver presentato questi esempi, è stato anche chiarito che, sebbene recidere tali legami di sangue significhi devastare con le proprie mani la propria intera famiglia, Allah riempie nuovamente la casa devastata di colui che si prepara a giocare questa partita dell’amore per la Verità e vi mette in gioco la propria vita. Egli gli concede in questo mondo molte volte più di ciò che ha perduto e nell’Aldilà gli prepara benedizioni inesauribili. Pertanto, dopo aver menzionato l’emigrazione del profeta Abramo, che Allah sia compiaciuto di lui, Allah l’Altissimo ha espresso la sua benevolenza con le seguenti parole:وَوَهَبْنَا لَهُ إِسْحَاقَ وَيَعْقُوبَ وَجَعَلْنَا فِي ذُرِّيَّتِهِ النُّبُوَّةَ وَالْكِتَابَ وَآتَيْنَاهُ أَجْرَهُ فِي الدُّنْيَا وَإِنَّهُ فِي الْآخِرَةِ لَمِنَ الصَّالِحِينَ«E gli concedemmo Isacco e Giacobbe, e nella sua discendenza ponemmo la profezia e il Libro. Gli concedemmo la sua ricompensa in questo mondo, e nell’Aldilà egli sarà certamente tra i virtuosi». (Sura al-ʿAnkabūt: 27)

La cosa più importante che rende codardo un uomo nel combattere contro il proprio ambiente circostante è la sua difficoltà economica. Recidere, per amore della verità, i legami d’affetto è certamente un atto di grande coraggio; tuttavia, anche se una persona riesce ad attraversare con coraggio questo ostacolo, in seguito non le sembra affatto facile scrollarsi di dosso il proprio ambiente e rialzarsi, poiché fino a quel momento è dipesa dai mezzi e dalle risorse economiche di quell’ambiente, mentre il mondo al di fuori della sua sfera le è completamente sconosciuto. Per dissipare questo dubbio, proprio nella sura al-ʿAnkabūt il Nobile Corano ha insegnato che il diritto di adorare Allah deve essere adempiuto in ogni modo, anche se a tal fine l’uomo deve abbandonare la casa e ogni suo bene. Per colui la cui casa rimarrà vuota per l’ardore dell’obbedienza e della devozione ad Allah, l’ampia terra di Allah non diventerà angusta. Se la morte lo raggiunge su questa via (e la morte raggiungerà certamente ogni persona), per lui vi saranno le infinite grazie e i benefici del Paradiso di Dio. Se invece rimane in vita, perché dovrebbe preoccuparsi di ciò che mangerà? Esiste forse sulla terra un essere vivente che porta con sé il proprio sostentamento, legato al proprio corpo? Eppure, ovunque egli vada, Allah gli fa pervenire la parte di sostentamento che gli è destinata. Dunque l’essere umano ha presso Allah un valore e un onore molto maggiori di questi animali. Perché allora, alla fine, Egli dovrebbe privarlo del sostentamento?»يَا عِبَادِيَ الَّذِينَ آمَنُوا إِنَّ أَرْضِي وَاسِعَةٌ فَإِيَّايَ فَاعْبُدُونِ () كُلُّ نَفْسٍ ذَائِقَةُ الْمَوْتِ ثُمَّ إِلَيْنَا تُرْجَعُونَ () وَالَّذِينَ آمَنُوا وَعَمِلُوا الصَّالِحَاتِ لَنُبَوِّئَنَّهُمْ مِنَ الْجَنَّةِ غُرَفًا تَجْرِي مِنْ تَحْتِهَا الْأَنْهَارُ خَالِدِينَ فِيهَا نِعْمَ أَجْرُ الْعَامِلِينَ () الَّذِينَ صَبَرُوا وَعَلَى رَبِّهِمْ يَتَوَكَّلُونَ () وَكَأَيِّنْ مِنْ دَابَّةٍ لَا تَحْمِلُ رِزْقَهَا اللَّهُ يَرْزُقُهَا وَإِيَّاكُمْ وَهُوَ السَّمِيعُ الْعَلِيمُ () وَلَئِنْ سَأَلْتَهُمْ مَنْ خَلَقَ السَّمَاوَاتِ وَالْأَرْضَ وَسَخَّرَ الشَّمْسَ وَالْقَمَرَ لَيَقُولُنَّ اللَّهُ فَأَنَّى يُؤْفَكُونَ () اللَّهُ يَبْسُطُ الرِّزْقَ لِمَنْ يَشَاءُ مِنْ عِبَادِهِ وَيَقْدِرُ لَهُ إِنَّ اللَّهَ بِكُلِّ شَيْءٍ عَلِيمٌ«O Miei servi che avete creduto, la Mia terra è certamente vasta ed estesa. Adorate dunque soltanto Me. Ogni essere vivente dovrà gustare la morte. Poi sarete tutti ricondotti a Me. Quanto a coloro che hanno creduto e compiuto opere buone, li sistemeremo nelle alte dimore del Mio Paradiso, sotto le quali scorrono i ruscelli; vi rimarranno per sempre. Quanto è eccellente la ricompensa di coloro che compiono il bene! Di coloro che hanno perseverato e ripongono la loro fiducia nel loro Signore. Quante creature vi sono che non portano con sé il proprio sostentamento: Allah provvede loro il sostentamento, e anche a voi. Egli è Colui che ascolta e conosce ogni cosa. Se domandi loro chi ha creato i cieli e la terra e chi ha sottomesso il sole e la luna, certamente diranno: “Allah”. Da dove dunque si sono lasciati ingannare? Allah amplia il sostentamento a chi vuole tra i Suoi servi e lo restringe a chi vuole. In verità, Allah conosce ogni cosa». (Sura al-‘Ankabut: 56-62)

Coloro che si dimostrano saldi e incrollabili nella lotta condotta contro l’ambiente che li circonda e che, per amore della verità, non si curano affatto dei propri legami di sangue e di parentela, naturalmente cercano di stabilire rapporti e legami del cuore con persone che, sebbene non siano loro unite da vincoli di sangue, seguono tuttavia le loro stesse idee e il loro stesso modo di agire, e che, come loro, sono impegnate in conflitti e scontri con il proprio ambiente per amore della verità. Per sua natura, l’essere umano è fatto in modo tale da non poter vivere isolato. Per questo, quando raccoglie il giaciglio delle sue relazioni precedenti, si sforza con tutte le sue energie di instaurare nuove relazioni. Questa è una sua necessità naturale. Senza di essa non è possibile un vero progresso nella sua vita. Perciò, quanto più la lotta dei seguaci della verità contro l’ambiente loro prossimo diventa intensa, tanto più i rapporti tra loro diventano forti e solidi. Alla fine acquistano nella società il valore di una società distinta e di una famiglia, e gradualmente la loro esistenza diventa così evidente che viene percepita come quella di un’organizzazione. Anche l’ordine sociale contemporaneo comincia a essere influenzato dalla loro influenza.

Quando gli invitatori alla verità giungono a questo stadio, i detentori del potere dell’epoca, che fino ad allora non avevano prestato attenzione alla questione, cominciano a rendersi conto che ciò che avevano finora considerato l’inganno e la follia di una manciata di persone è una realtà importante. Se ora non prendono provvedimenti immediati al riguardo, ciò non sarà affatto vantaggioso per il sistema che essi seguono, di cui sono essi stessi i portabandiera e sulle cui forze vitali sono fondati tutta la loro influenza, il loro prestigio, la loro gloria e il loro orgoglio. Percependo questo pericolo, si preparano a sconfiggere l’appello alla verità e iniziano a infliggere senza discriminazione oppressioni e persecuzioni. Poiché questa persecuzione proviene dai detentori del potere, in essa vengono impiegati tutti i metodi di tortura che possono essere utilizzati per tormentare gli esseri umani. La storia passata del mondo testimonia che i seguaci della verità sono stati gettati da parte dei governanti contemporanei in fornaci di fuoco ardente, fatti a pezzi da incessanti colpi di spada, divisi in due con seghe, sbranati da bestie feroci, lasciati distesi sulla sabbia rovente dei deserti, imprigionati nelle segrete e cacciati dalle loro terre. Sebbene il mondo contemporaneo abbia cominciato, in linea di principio, a riconoscere la libertà di pensiero, per i portabandiera dell’appello della religione, che vuole sottrarre ogni aspetto e settore della vita alla sottomissione a Satana e condurlo sotto l’obbedienza ad Allah, la storia del mondo probabilmente non è ancora cambiata. Oggi i seguaci della verità devono essere pronti ad attraversare le stesse difficili prove e calamità attraverso le quali dovettero avanzare i seguaci della verità del passato.أَمْ حَسِبْتُمْ أَنْ تَدْخُلُوا الْجَنَّةَ وَلَمَّا يَأْتِكُمْ مَثَلُ الَّذِينَ خَلَوْا مِنْ قَبْلِكُمْ مَسَّتْهُمُ الْبَأْسَاءُ وَالضَّرَّاءُ وَزُلْزِلُوا حَتَّى يَقُولَ الرَّسُولُ وَالَّذِينَ آمَنُوا مَعَهُ مَتَى نَصْرُ اللَّهِ أَلَا إِنَّ نَصْرَ اللَّهِ قَرِيبٌ“Pensavate forse che vi sarebbe stato concesso di entrare facilmente in Paradiso? Eppure non vi è ancora giunto ciò che giunse a coloro che vi precedettero. Essi furono colpiti da molte sofferenze e da dure calamità, e furono scossi da ogni sorta di tormento, fino a quando il Messaggero e i credenti insieme a lui esclamarono: «Quando giungerà l’aiuto di Allah?». Fu allora detto loro, per confortarli: «In verità, l’aiuto di Allah è vicino».” (Sura al-Baqara: 214)

Sebbene quest’epoca sia molto difficile per i sostenitori della verità, se essi riusciranno ad avanzare con passo fermo e, nonostante tutte le persecuzioni dei governanti, resteranno saldi nella loro da‘wa e nelle proprie convinzioni, allora, grazie alla forza morale che emanano, essa si insedierà persino nei cuori dei loro oppositori. Per la loro organizzazione e la loro ideologia si creeranno, nel pensiero e nel sistema contemporanei, possibilità tali che persino coloro i quali non erano mai stati disposti ad ascoltare neppure il nome di questa da‘wa cominceranno a cercare una via di mezzo per giungere a un compromesso, sulla quale entrambi i gruppi possano accordarsi e mediante la quale si possa in qualche modo porre fine a questa disputa. Ma, per quanto riguarda i princìpi fondamentali, non può esservi alcun compromesso. Per questo motivo, così come i sostenitori della verità hanno affrontato le indicibili ingiustizie e persecuzioni del gruppo dominante, allo stesso modo sono costretti ad affrontare anche questo vano desiderio, dimostrando di non essere disposti ad allontanarsi neppure di un centimetro dalla dottrina di cui sono propagatori. In questa fase fu rivelato il seguente versetto, come guida per i sostenitori della verità:وَإِذَا تُتْلَى عَلَيْهِمْ آيَاتُنَا بَيِّنَاتٍ قَالَ الَّذِينَ لَا يَرْجُونَ لِقَاءَنَا ائْتِ بِقُرْآنٍ غَيْرِ هَذَا أَوْ بَدِّلْهُ قُلْ مَا يَكُونُ لِي أَنْ أُبَدِّلَهُ مِنْ تِلْقَاءِ نَفْسِي إِنْ أَتَّبِعُ إِلَّا مَا يُوحَى إِلَيَّ إِنِّي أَخَافُ إِنْ عَصَيْتُ رَبِّي عَذَابَ يَوْمٍ عَظِيمٍ“Quando vengono recitate loro le Nostre chiare parole, coloro che non nutrono speranza di incontrarci dicono: «Porta un altro Corano al posto di questo, oppure apporta qualche modifica a esso». Di’: «Non spetta a me apportarvi alcuna modifica di mia iniziativa. Io seguo soltanto ciò che mi viene rivelato da parte di Allah. Se disobbedissi al mio Signore, avrei paura di dover affrontare un giorno terribilmente angoscioso»”. (Sura Yunus: 15)
Per recidere alla radice questa aspirazione dei seguaci della falsità, attraverso la bocca del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, viene nuovamente esposta con chiarezza la dottrina della verità, affinché ogni possibilità di compromesso venga completamente eliminata:قُلْ يَا أَيُّهَا النَّاسُ إِنْ كُنْتُمْ فِي شَكٍّ مِنْ دِينِي فَلَا أَعْبُدُ الَّذِينَ تَعْبُدُونَ مِنْ دُونِ اللَّهِ وَلَكِنْ أَعْبُدُ اللَّهَ الَّذِي يَتَوَفَّاكُمْ وَأُمِرْتُ أَنْ أَكُونَ مِنَ الْمُؤْمِنِينَ () وَأَنْ أَقِمْ وَجْهَكَ لِلدِّينِ حَنِيفًا وَلَا تَكُونَنَّ مِنَ الْمُشْرِكِينَ“(O Profeta) Di’: O gente! Se avete qualche dubbio sulla mia religione, sappiate allora che io non adoro coloro che adorate all’infuori di Allah. Piuttosto, adoro soltanto Allah, che vi dà la morte. Mi è stato ordinato di essere tra coloro che credono. (Mi è stato inoltre ordinato:) rivolgi te stesso con sincerità alla religione e stabilisciti correttamente su questa religione. E non essere mai tra gli associatori.” (Sura Yunus: 104, 105)
Una proposta di compromesso di questo tipo spesso influenza anche alcune persone tra i sostenitori della verità. Anche costui, dominato da un’idea errata, vede il bene nel giungere a un compromesso moderato. Per porre rimedio a questa loro debolezza, è stato dato il seguente consiglio:فَلَعَلَّكَ تَارِكٌ بَعْضَ مَا يُوحَى إِلَيْكَ وَضَائِقٌ بِهِ صَدْرُكَ أَنْ يَقُولُوا لَوْلَا أُنْزِلَ عَلَيْهِ كَنْزٌ أَوْ جَاءَ مَعَهُ مَلَكٌ إِنَّمَا أَنْتَ نَذِيرٌ وَاللَّهُ عَلَى كُلِّ شَيْءٍ وَكِيلٌ ()أَمْ يَقُولُونَ افْتَرَاهُ قُلْ فَأْتُوا بِعَشْرِ سُوَرٍ مِثْلِهِ مُفْتَرَيَاتٍ وَادْعُوا مَنِ اسْتَطَعْتُمْ مِنْ دُونِ اللَّهِ إِنْ كُنْتُمْ صَادِقِينَ () فَإِلَّمْ يَسْتَجِيبُوا لَكُمْ فَاعْلَمُوا أَنَّمَا أُنْزِلَ بِعِلْمِ اللَّهِ وَأَنْ لَا إِلَهَ إِلَّا هُوَ فَهَلْ أَنْتُمْ مُسْلِمُونَ () مَنْ كَانَ يُرِيدُ الْحَيَاةَ الدُّنْيَا وَزِينَتَهَا نُوَفِّ إِلَيْهِمْ أَعْمَالَهُمْ فِيهَا وَهُمْ فِيهَا لَا يُبْخَسُونَ«Rimani saldo come ti è stato ordinato, e anche coloro che si sono pentiti insieme a te. Non oltrepassate i limiti della servitù. Egli osserva pienamente tutto ciò che fate. Non inclinatevi minimamente verso questi ingiusti, altrimenti sarete toccati dal Fuoco e non troverete alcun protettore all’infuori di Allah. Poi non sarete aiutati in alcun modo. Compi la preghiera ai due estremi del giorno e in alcune ore della notte. In verità, le buone azioni cancellano le cattive. Questo è un monito per coloro che ricordano Dio. E sii paziente: Allah non lascia mai andare perduta la ricompensa dei virtuosi». (Sura Hūd: 112-115)

Quando i sostenitori della verità superano con successo questa fase e, senza lasciarsi influenzare dal timore degli oppositori né dalle loro proposte di compromesso, rifiutano di apportare qualunque cambiamento o modifica all’opera della predicazione, continuando invece a svolgere integralmente e senza paura la loro attività, allora il gruppo al potere escogita un nuovo piano per sconfiggerli. Cerca ora in ogni modo di catturare i capi della predicazione nella rete delle tentazioni. A questo scopo offre generosamente al predicatore tutto ciò che si desidera ottenere nella vita terrena: abbondanza di ricchezze, alte cariche di comando, piena partecipazione agli interessi del tempo e così via. In cambio chiede soltanto che accetti di apportare qualche modifica alla predicazione, la quale sta distruggendo il loro benessere e la loro tranquillità.

Per i sostenitori della verità questo pericolo, splendido e seducente, è più grave di tutti i pericoli terribili del passato. Perciò, quando l’imām Aḥmad ibn Ḥanbal, che Allah abbia misericordia di lui, fu crudelmente frustato dal sovrano del suo tempo a causa della dottrina della «creazione del Corano», non si curò affatto delle frustate. In vari libri si racconta che, se lo stesso numero di colpi fosse stato inflitto a un elefante, esso avrebbe urlato con voce terribile. La pioggia di frustate continuò, ma dalla bocca dell’imām non uscì neppure un gemito. In seguito, però, quando il sovrano, sconfitto dalla sua fermezza, cambiò posizione e al posto delle frustate cominciò a ricoprirlo di doni e onori, egli esclamò: «Per Allah! Queste ricompense e questi doni mi sembrano più duri delle frustate».

Questa epoca è davvero un’epoca di prova per la predicazione della verità. La prosperità del mondo è molte volte più dura e più difficile della calamità di una morte indesiderata. Vi sono grandi capi capaci di spezzare catene di ferro con un solo sforzo, ma che indossano con avidità catene d’oro e d’argento come fossero ornamenti, senza neppure pensare di liberarsene. Il demonio della cupidigia e della seduzione disperde con estrema facilità coloro che lo spettro del pericolo non riesce a influenzare, come se avessero già perso ogni forza e coraggio.

Il miglior modello da seguire, nella storia della verità, per affrontare le prove di quest’epoca è la vita del Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Quando i Quraysh lo gettarono, insieme ai suoi compagni, in pericoli sempre più gravi e videro che non intendevano abbandonare la loro predicazione né accettare alcuna modifica, andarono da lui e gli chiesero: «Che cosa desideri? Ricchezze? Se è questo che vuoi, siamo pronti a darti molte volte più di quanto chiedi. Vuoi sposare la figlia di una famiglia nobile? Se lo desideri, siamo pronti a soddisfare anche questo desiderio. Vuoi la guida della nazione? Allora interrompi la tua predicazione e smetti di tentare di cambiare la religione dei tuoi padri e dei tuoi avi».

Il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — non rispose con una sola parola a tutte queste proposte allettanti; recitò invece alcuni versetti del Nobile Corano. In quei versetti, con parole efficaci, veniva ribadito proprio lo scopo per il quale egli, sopportando indicibili persecuzioni per mano dei Quraysh, predicava la sua missione. Ascoltata la risposta, i Quraysh caddero nella più completa disperazione.

Quando i predicatori della verità, con la grazia di Allah, superano anche questa tappa, da una parte la predicazione della verità e la presentazione della prova decisiva giungono al loro compimento. Persino coloro nei quali rimane una minima sensibilità morale o dichiarano apertamente di accettare la verità e si uniscono ai sostenitori della verità, oppure almeno la accettano interiormente e attendono il momento favorevole per renderla manifesta. Dall’altra parte, gli oppositori della verità, disperando di tutti i tentativi per soffocare la predicazione, prendono la decisione definitiva di eliminarla completamente e, incuranti di qualsiasi possibile conseguenza, vogliono distruggere sia il predicatore sia la predicazione.

È giunti a questa fase che il profeta Ibrāhīm — pace su di lui — fu gettato nel fuoco; che fu ordita una congiura per uccidere il profeta Mūsā — pace su di lui; che si tentò di crocifiggere il profeta ʿĪsā — pace su di lui; e che, riguardo al Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — tutti i principali capi dei Quraysh si riunirono nel luogo di assemblea chiamato Dār al-Nadwa e presentarono varie proposte. Uno disse che gli si mettessero i ceppi ai piedi e lo si imprigionasse in una stanza chiusa. Un altro propose di espellerlo dal paese. Alla fine tutti concordarono sulla proposta di Abū Jahl: un uomo di ogni tribù dei Quraysh sarebbe stato pronto e tutti insieme lo avrebbero colpito, così che il clan degli Hāshim non avrebbe potuto vendicare la sua uccisione.

Quando la situazione giunge al punto in cui, persino all’interno della propria nazione, non rimane alcuna sicurezza per la vita dei predicatori della verità, la predicazione entra nella fase della rottura dei legami e dell’emigrazione.

Seconda fase — Rottura dei legami ed emigrazione

Il secondo stadio della predicazione della verità è la rottura dei legami e l’emigrazione. Questo momento arriva quando i predicatori della verità hanno agitato il proprio ambiente come si agita il latte per separarne il burro, lasciando alla società del tempo soltanto il siero, sotto il profilo delle sue qualità morali. Quelli che possiedono anche la minima capacità diventano seguaci della verità, mentre coloro il cui cuore è completamente morto giungono all’estremo limite dell’ira e dell’odio contro la predicazione. Perduta ogni speranza di soffocarla o di raggiungere un compromesso con essa, si rimboccano le maniche per sradicare e annientare completamente il predicatore e la predicazione.

Quando arriva questo momento e i predicatori della verità si rendono conto che, in quell’ambiente, non solo è impossibile svolgere l’opera della predicazione, ma è diventato persino impossibile respirare, sono costretti ad annunciare la rottura dei legami con il proprio ambiente e a lasciare quel luogo per trasferirsi in un ambiente nel quale possano sperare di vivere secondo la propria dottrina o, almeno, nel quale sia possibile vivere mantenendo la fede.

Nel caso dei nobili profeti — pace su tutti loro — il momento e il luogo dell’emigrazione vengono stabiliti da Allah l’Altissimo. Egli ordina loro direttamente, attraverso un sogno o una rivelazione, al momento opportuno: ora il dovere della predicazione è stato adempiuto; in quel determinato momento devi uscire da qui e recarti in quel determinato luogo.

Lo scopo fondamentale dell’invio dei profeti è la trasmissione del messaggio e la presentazione della prova decisiva. Per questo Allah li trattiene nella loro nazione finché la loro presenza è necessaria, affinché il dovere della trasmissione sia adempiuto completamente e non rimanga alcuna mancanza nella presentazione della prova finale. Quando tale dovere è stato compiuto, ricevono il permesso di emigrare. Senza questo permesso non è loro lecito abbandonare la propria gente, poiché può accadere che, per l’intensità del senso della propria dignità, per l’ardore nel difendere la verità o per un’altra ragione, un profeta abbandoni la sua nazione prima che il compito della trasmissione e della presentazione della prova sia terminato.

Questo errore fu commesso dal profeta Yūnus — pace su di lui. Egli abbandonò la propria gente prima del momento stabilito per l’aiuto e il sostegno della verità. Per questo Allah manifestò il Suo disappunto nei suoi confronti e lo rimandò da loro affinché completasse il compito della predicazione. In quella seconda predicazione, la maggior parte della sua gente accettò l’Islam.

Per gli altri predicatori della verità, diversi dai profeti e dai messaggeri, il momento dell’emigrazione deve essere determinato attraverso il proprio sforzo interpretativo. A questo proposito occorre tenere presenti alcuni principi.

Primo: l’emigrazione non è una condizione indispensabile per ogni predicazione della verità; dipende piuttosto dalla necessità e dalle circostanze. Il compito principale dei predicatori della verità è rendere le persone seguaci dell’ordine della verità attraverso la predicazione e la trasmissione del messaggio. Quando esse ne diventano seguaci, i predicatori devono rendere effettivo quell’ordine

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