[Il presente opuscolo consiste essenzialmente nel discorso pronunciato dall’allora amīr della Jamaat-e-Islami, Sayyid Abul A‘la Maududi, alla conferenza annuale della Jamaat-e-Islami, tenutasi il 19 aprile 1945 a Darul Islam, Pathankot]
Vedendo che il nostro movimento, così arido, monotono e privo di attrattiva, è riuscito infine a suscitare nel cuore della gente una curiosità e un entusiasmo superiori a ogni aspettativa, rendiamo milioni di grazie ad Allah l’Altissimo.
In effetti, nel mercato dei movimenti del mondo contemporaneo, sembra che non vi sia merce più invendibile della da‘wa con cui ci siamo levati. Inoltre, anche nella linea d’azione che abbiamo adottato non è presente nessuno dei mezzi normalmente impiegati oggi per ampliare rapidamente un movimento e attirare il popolo verso di esso. Tenere assemblea dopo assemblea, organizzare cortei, riempire il cielo e l’aria di slogan di ogni genere, innalzare bandiere, pronunciare discorsi infuocati: nessuna di queste cose trova posto nella nostra linea d’azione. [In quel periodo, da un lato la competizione tra il movimento del Congresso per un’India indivisa e, dall’altro, il movimento della Lega Musulmana per dividere l’India e instaurare il Pakistan assunse proporzioni sempre più intense. In quel periodo la Jamaat, senza partecipare ai tumulti politici, si dedicò silenziosamente alla da‘wa e all’organizzazione. Perciò allora la Jamaat non aveva ancora iniziato cortei né altre attività politiche.] E tuttavia osserviamo, e nel constatarlo il nostro cuore si inchina riconoscente davanti a Dio, che a poco a poco un gran numero di persone viene attratto dalla nostra da‘wa; gruppi di persone giungono da luoghi lontani per partecipare alle nostre monotone conferenze. Dal nostro punto di vista, l’attrazione esercitata sulle persone non è altro che l’attrazione naturale della verità certa. Infatti, oltre alla verità autentica, non possediamo nient’altro con cui attirare la gente.
Scopo della conferenza
In realtà, lo scopo delle nostre conferenze non è mai attirare le persone verso di noi attraverso esibizioni o creando agitazione. Grazie a questa conferenza, i nostri membri si conosceranno e si uniranno tra loro; non vi sarà fra loro alcuna distanza dovuta all’estraneità, si avvicineranno profondamente gli uni agli altri, individueranno i mezzi per la consultazione e la cooperazione reciproche e stabiliranno i metodi per rimuovere i pericoli, i problemi e gli ostacoli, così da far avanzare il loro lavoro fondamentale: questo è generalmente lo scopo delle nostre conferenze. Oltre a ciò, uno degli obiettivi principali di questa nostra conferenza è offrirci l’opportunità di esaminare il lavoro svolto in passato, comprendere gli errori e le mancanze e riflettere su come eliminarli. Inoltre, questa conferenza offre a coloro che simpatizzano per noi, sostengono i nostri ideali e il nostro modo di pensare, oppure nutrono dubbi sul nostro lavoro, l’opportunità di comprendere direttamente la nostra da‘wa e il nostro operato. Di conseguenza, se il loro cuore approverà senza esitazione i nostri veri principi, potranno unirsi alla nostra Jamaat. Spesso è soltanto la mancanza di incontri e la distanza a generare equivoci di vario genere. Pertanto, per eliminarli, non può esserci mezzo efficace diverso dalla vicinanza, dall’incontro, dal dialogo diretto e dall’instaurazione di rapporti personali (contatto personale). Per questo rendiamo grazie a Dio e ringraziamo anche coloro che, spendendo il proprio tempo e denaro, hanno partecipato alla nostra conferenza soltanto per ascoltare queste nostre parole. Rispettiamo la loro ricerca della verità. Infatti, là dove non è presente nessuno dei consueti elementi capaci di suscitare entusiasmo, essi sono venuti con il solo scopo di esaminare con profonda e sottile attenzione il lavoro iniziato, nel nome di Allah, da alcuni pochi servi di Dio, e di giudicare se tale lavoro sia realmente compiuto per Allah. Se questa ricerca della verità sarà accompagnata da purezza e limpidezza di cuore e di mente, Egli non permetterà che il loro sforzo fallisca. Al contrario, non vi è alcun dubbio che Egli indicherà loro la via della verità.
A questa conferenza sono presenti molte persone che desiderano conoscere nel dettaglio la nostra da‘wa, il nostro scopo e la nostra linea d’azione; per questo desidero innanzitutto parlare di tali argomenti.
La nostra da‘wa
Riguardo alla nostra da‘wa, generalmente si dice che invitiamo a instaurare uno Stato islamico. L’espressione “governo divino” genera di per sé una certa idea errata; alcuni, inoltre, cercano deliberatamente di creare idee errate attorno a essa. In genere la gente pensa, oppure si cerca di convincerla, che con Stato islamico si intenda semplicemente un sistema politico. Si dice anche che il nostro unico scopo sia instaurare quello speciale sistema politico al posto dell’attuale sistema statale. Poiché coloro che si adopereranno per instaurare questo sistema statale ne assumeranno anche la gestione, è facile far credere che noi vogliamo impadronirci del governo. Poi iniziano le prediche sulla devozione religiosa. Veniamo definiti interessati ai vantaggi mondani o terreni. Eppure ai musulmani spetterebbe operare soltanto per la religione — l’Islam — e per l’Aldilà, non per il mondo. In secondo luogo, si dice anche che il governo non è qualcosa da rivendicare, ma che l’uomo lo riceve da Dio come un dono, quale risultato di una vita religiosa. In realtà, in molti casi queste cose vengono dette riguardo a noi senza aver compreso la verità dei fatti. In alcuni luoghi vengono diffuse con particolare astuzia, al solo scopo di riuscire forse, con questo mezzo, a tenere lontani dal grande movimento della verità molti servi di Dio, anche se non noi. Eppure, se chiunque leggesse i nostri libri con spirito ampio e libero, potrebbe comprendere facilmente che il nostro scopo non è semplicemente instaurare un sistema statale. In realtà, il nostro obiettivo finale è produrre nella vita complessiva dell’umanità la completa rivoluzione stabilita dall’Islam. È per questa rivoluzione che Allah l’Altissimo ha inviato i profeti. Attraverso il loro appello e il loro movimento, sotto la guida di tutti i profeti, si è compiuto un unico scopo.
Per presentare il nostro appello in un linguaggio semplice e chiaro, possiamo esporlo nei seguenti tre punti:
1. Invitiamo in generale tutti gli esseri umani, e in particolare i musulmani, ad accettare la servitù nei confronti di Allah.
2. Rivolgiamo a tutti coloro che dichiarano o manifestano di aver accettato l’Islam o di aderirvi questo appello: eliminate dall’esistenza concreta l’ipocrisia e l’incoerenza nelle azioni; e, se sostenete di essere musulmani, preparatevi a diventare autentici musulmani e a conformarvi pienamente all’ideale dell’Islam.
3. L’ordinamento della vita umana oggi esistente deve essere radicalmente trasformato, sottraendolo alla guida dei falsi e perversi miscredenti; la leadership e l’autorità devono essere affidate ai pii servitori di Allah, tanto sul piano ideale quanto su quello concreto. Sebbene questi tre punti siano chiari, poiché su di essi si sono accumulati per lungo tempo strati di idee errate, stanchezza e trascuratezza, oggi è diventato indispensabile spiegarli dettagliatamente non soltanto ai non musulmani, ma anche ai musulmani.
La servitù nei confronti di Dio viene intesa in modi diversi. Alcuni ritengono che sia sufficiente chiamare Dio «Dio» a parole e riconoscere se stessi come Suoi servi. Secondo loro, non vi sarebbe alcun problema nel non riconoscere Dio e nel non ammettere la propria servitù nei confronti di Lui nella vita morale, pratica e collettiva. Oppure ritengono che si debba riconoscere Dio in modo soprannaturale come Creatore, Provveditore e Signore degno di adorazione, ma che non sia sconveniente rimuoverLo ed escluderLo dal campo dell’autorità e della guida nella vita concreta. Un’altra concezione della servitù nei confronti di Dio è che la vita possa essere divisa in due parti, religiosa e mondana, e che sia sufficiente servire Dio soltanto nella vita religiosa, osservando alcune condizioni relative alla fede e alla dottrina, al culto e al lecito e all’illecito. Nelle questioni mondane, invece, nei campi della civiltà, della società, della politica, dell’economia, delle scienze e delle arti e della letteratura, l’uomo sarebbe completamente libero dalla servitù nei confronti di Dio. Per questi ambiti, elaborerebbe da sé alcuni principi oppure adotterebbe quelli elaborati da altri.
Consideriamo errate tutte queste concezioni comunemente diffuse della servitù nei confronti di Dio e vogliamo estirparle. La nostra lotta contro l’ordinamento di vita miscredente è accompagnata da una lotta contro queste concezioni errate della servitù, con altrettanta o persino maggiore intensità. Infatti, tali concezioni hanno completamente deformato il fondamento e la forma stessa della religione dell’Islam. A nostro avviso, l’appello rivolto dal Sacro Corano, da tutti i precedenti Libri celesti, dall’ultimo Profeta e dagli altri profeti inviati nelle diverse regioni della Terra, dopo aver invitato tutti ad accettare la servitù nei confronti di Dio, significa che l’uomo deve riconoscere Dio pienamente come Ilah, Rabb, Ma’būd, Sovrano, Proprietario, Signore, Guida, Legislatore, Colui che chiede conto e Colui che ricompensa; e deve svolgere ogni aspetto della propria vita — personale, sociale, morale, religiosa, civile, politica, economica, scientifica e ideale — interamente sulla base della servitù nei confronti di Dio. Nel Sacro Corano, con le parole «Entrate pienamente nell’Islam», è stato impartito proprio l’ordine di compiere quest’opera. In altre parole, non potete lasciare alcun aspetto o ambito della vostra vita al di fuori della servitù nei confronti di Dio. Servite Dio e sottomettetevi a Lui con tutto il vostro essere; non lasciate che alcun aspetto della vita o alcuna azione sia libero dalla servitù nei confronti di Dio; non vivete abbandonando le Sue istruzioni e le Sue leggi, diventando indipendenti e arbitrari, né seguendo e obbedendo a una persona indipendente e arbitraria. In verità, è questo il significato della servitù nei confronti di Dio che noi predichiamo. Invitiamo tutti gli esseri umani musulmani ad accettare una simile servitù.
Il punto essenziale dell’ipocrisia
In secondo luogo, rivolgiamo anche questo invito: coloro che sostengono di seguire l’Islam, o coloro che hanno abbracciato l’Islam, abbandonino nella vita pratica il principio dell’ipocrisia e mantengano la propria vita pura dalle contraddizioni interiori e dalle incoerenze nelle azioni (Inconsistencies). Per «principio dell’ipocrisia» si intende quella condizione in cui una persona non si adopera affatto per instaurare un sistema di vita completamente conforme alla propria fede e alla propria religione, ma, ritenendo a sé favorevole l’attuale sistema di vita peccaminoso e ribelle a Dio, si occupa di elaborare in esso il proprio «futuro» prospero. Anche qualora tenti di cambiarlo, il suo scopo non è sostituire il sistema di vita peccaminoso con l’instaurazione della religione dell’Islam; il suo scopo diventa piuttosto instaurare una qualche forma di sistema statale peccaminoso. Secondo noi, questa linea d’azione non è altro che una linea d’azione interamente ipocrita. Infatti, avere fede in un tipo di sistema di vita e, in pratica, essere soddisfatti di un sistema di vita di tipo opposto è manifestamente una contraddizione. Il segno della fede sincera è che il sistema di vita nel quale si crede deve essere instaurato come norma e legge della vita concreta e che, qualunque ostacolo o impedimento si presenti sulla via del vivere secondo tale sistema, il nostro cuore deve agitarsi e struggersi in ciascuna di quelle circostanze. La fede autentica, proprio nel suo sviluppo, non è pronta a tollerare neppure il minimo ostacolo di questo genere. E non può assolutamente porsi la questione di vedere l’intera religione sottoposta a un sistema statale di tipo contrario e di sopportare tale situazione. Infatti, in queste condizioni non è possibile attuare alcuna parte della sua religione. In alcuni Paesi, il sistema di vita dominante e instaurato permette, per concessione, che alcune parti specifiche dell’Islam siano praticate, ritenendole innocue; tuttavia, tutti gli altri aspetti della vita umana continuano a essere regolati da norme e principi contrari alla religione dell’Islam. È evidente l’errore di coloro che, anche in questa situazione, pensano che la loro fede non subisca alcun danno. In quei luoghi si ragiona sulle altre attività considerando il sistema dei miscredenti come un destino permanente. Per quanto, dal punto di vista esteriore della giurisprudenza islamica, una fede di questo genere possa avere un qualche valore, dal punto di vista della religione dell’Islam non vi è alcuna differenza tra l’ipocrisia autentica e una fede di questo tipo. Numerosi versetti del Corano la definiscono e la dimostrano infatti come ipocrisia. Il nostro obiettivo è purificare da una simile ipocrisia la vita di tutti coloro che, nel senso sopra indicato, promettono di accettare la servitù a Dio; dobbiamo proseguire instancabilmente questo sforzo con sincera devozione, conformemente alla corretta concezione della servitù a Dio. Infatti abbiamo deciso definitivamente che seguiremo, nella totalità della nostra vita, il sistema di vita, le leggi e le norme, la civiltà, il carattere morale, l’organizzazione sociale e politica, l’economia e le prescrizioni riguardanti il pensiero e l’azione che Allah l’Altissimo ha inviato per mezzo dei Suoi profeti; e che, neppure per un istante, in alcuna azione della nostra vita, nemmeno nella questione più insignificante, riconosceremo la minima influenza di un ideale o di un principio diverso, in luogo della vera norma di vita rivelata da Dio. Nessuno dovrebbe ignorare quanto sia contraria alla fede autentica anche la minima questione relativa a un sistema di vita falso: esserne soddisfatti, partecipare agli sforzi per instaurarlo e mantenerlo, oppure cercare di instaurare, al posto di una forma di ordinamento falso, un’altra norma falsa.
L’essenza della teoria delle incoerenze nelle azioni
Dopo l’ipocrisia, la seconda cosa che invitiamo a rimuovere dalla vita di tutti i musulmani, vecchi e nuovi, è l’incoerenza nelle azioni: la discordanza tra parole e opere. Si definisce incoerenza il compiere azioni contrarie all’ideale al quale una persona afferma a parole di credere. Anche seguire principi diversi è chiamato incoerenza. Pertanto, se qualcuno afferma di voler rendere tutta la propria vita conforme alla servitù di Allah, finché è cosciente non dovrebbe in alcun modo compiere nella propria vita nemmeno una sola azione contraria a tale servitù. Se, a causa della debolezza umana, commette un errore o una deviazione, deve riconoscere immediatamente il proprio errore e tornare alla servitù di Allah. Costruire l’intera vita in piena coerenza, sulla base dell’accettazione della servitù di Allah, è una richiesta imprescindibile della fede. La vera fede non tollera neppure la doppiezza, per non parlare dell’essere multiformi. Se da una parte affermiamo di credere in Allah, nell’Aldilà, nella Rivelazione, nella profezia e nella Shari‘a, mentre dall’altra, per conseguire interessi materiali, onore e superiorità, frequentiamo istituzioni educative materialiste che generano incredulità in Allah e nell’Aldilà, cerchiamo di istituire un simile sistema educativo e incoraggiamo anche altri a farlo, allora, secondo il nostro punto di vista, ciò non è altro che una politica di doppiezza. Da una parte affermiamo di credere nella Shari‘a di Allah, mentre nello stesso tempo diventiamo giudici e avvocati di tribunali istituiti sulla base delle leggi redatte dai nemici di Allah e ci affidiamo interamente ai giudici di tali tribunali per determinare il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto; da una parte andiamo in moschea a pregare, mentre dall’altra, non appena usciamo dalla moschea, nella nostra vita, nelle transazioni, nei mezzi di sostentamento, nei matrimoni, nella distribuzione dell’eredità, nei movimenti politici e in ogni genere di attività terrena, dimenticando Allah e la Shari‘a di Allah, diventiamo in un luogo schiavi del nostro nafs, in un altro delle consuetudini della stirpe, in un altro ancora degli usi e delle norme sociali, e altrove schiavi dei governanti ribelli ad Allah; da una parte promettiamo ripetutamente ad Allah dicendo: «Siamo tuoi servi, adoriamo e serviamo soltanto Te», mentre dall’altra adoriamo tutti quegli «idoli» ai quali sono legati, in un modo o nell’altro, i nostri interessi, il nostro amore, la nostra partecipazione emotiva, le inclinazioni del cuore, le comodità e i vantaggi: tutto ciò non è altro che incoerenza nelle azioni, discordanza e ipocrisia. Solo una persona priva di vista può negare che nella vita dei musulmani di oggi esistano innumerevoli discordie di questo genere. A mio avviso, questa è una malattia devastante della nazione musulmana, che dall’interno la sta rendendo vuota, come un tarlo, nel suo carattere, nella sua natura, nella sua religione e nella sua fede. Anche la debolezza oggi evidente in ogni ambito della vita reale ha come causa principale proprio questa incoerenza e questa discordanza nelle azioni. Da molto tempo alla nazione musulmana viene insegnato che, se si testimonia con la bocca il tawhid e la profezia e si osservano alcune pratiche religiose, come la preghiera e il digiuno, allora ogni dovere è stato assolto; e che, in seguito, anche adottando nelle altre attività della vita principi operativi contrari alla religione e alla fede, la loro fede non subirà il minimo danno e non sorgerà alcun timore riguardo alla loro salvezza. Il limite di questa concessione si è progressivamente ampliato a tal punto che, alla fine, pregare non è rimasto nemmeno una condizione indispensabile per essere musulmani. È stata inoltre radicata nei musulmani l’idea che sia sufficiente professare la fede e l’Islam e che non vi sia alcun danno anche se, nella pratica, si vive tutta la vita secondo ideali completamente contrari all’Islam. Per questo oggi vediamo che ogni forma di empietà, miscredenza, peccato, disobbedienza, oppressione e aperta ribellione contro Allah viene impunemente fatta passare in nome dell’Islam. I musulmani di oggi non riescono neppure a comprendere che la maggior parte delle vie alle quali dedicano interamente il proprio tempo, il lavoro, i beni, le forze, le capacità, l’efficienza operativa e la vita stessa, e degli obiettivi per i quali si impegnano individualmente e collettivamente, è completamente contraria alla loro fede. In realtà, finché permane questa situazione, anche l’adesione all’Islam da parte dei non musulmani perde ogni significato. Infatti, per quante persone entrino separatamente in questa miniera di sale, esse si mescoleranno al sale fino a diventare una cosa sola con esso. Perciò invitare i musulmani a purificare la propria vita da tutte queste disparità e incoerenze nelle azioni è una parte inseparabile e importante della nostra predicazione fondamentale. Invitiamo ogni credente a diventare seguace di un’unica direzione e di un unico principio, fautore di un unico ideale, e, se non è in grado di recidere i rapporti con ogni genere di azione e condotta contraria alla fede e al modo di vivere islamico, a impegnarsi e sforzarsi instancabilmente per riuscirci. Allo stesso modo, diciamo a ogni credente di comprendere in modo profondo e chiaro tutte le esigenze della fede e di essere pronto a soddisfarle.
La necessità di un cambiamento radicale nella leadership
Il terzo aspetto della nostra da‘wa islamica consiste nello sforzo di realizzare un cambiamento radicale nella leadership. I due argomenti che abbiamo spiegato in precedenza devono essere considerati come la causa inevitabile di questo terzo punto. Se vogliamo sottometterci alla servitù di un unico Dio e cercare di essere totalmente sinceri in questa materia, senza lasciare alcuna breccia a ipocrisia o incoerenza, dobbiamo necessariamente impegnarci a creare una rivoluzione nell’attuale sistema di vita e di governo. Attualmente il nostro sistema di vita e di governo è fondato sulla miscredenza, sull’ateismo, sullo shirk, sulla dissolutezza e sull’immoralità. Gli statisti che ne elaborano i piani, lo riflettono e ne dirigono le attività, senza eccezione alcuna, disobbediscono a Dio e alla Sua legge. In realtà, finché l’autorità e la leadership resteranno nelle mani di queste persone, finché esse deterranno le chiavi fondamentali di ogni cosa nei settori della scienza e della conoscenza, delle arti e della letteratura, dell’istruzione, della propaganda e della radio, della promulgazione e dell’applicazione delle leggi, delle finanze, del commercio e dell’industria, dell’agricoltura, dell’amministrazione dello Stato, della gestione e delle relazioni internazionali, vivere nel mondo come veri musulmani e adottare la servitù di Dio come ideale di vita non sarà soltanto concretamente difficile: sarà del tutto impossibile lasciare alle generazioni future la fede nell’Islam. Inoltre, cercare di eliminare dal mondo, secondo il compiacimento e la legge di Dio, le condizioni distruttive e catastrofiche e di instaurare pace, sicurezza, serenità e prosperità è il principale dovere di ogni sincero servo di Dio. Ma finché l’autorità sul Paese e sullo Stato non sarà affidata ai servi virtuosi di Dio, questo grande e nobile obiettivo non potrà in alcun modo essere raggiunto. In realtà, se i dissoluti e libertini, i ribelli contro Dio e i servi più devoti di Satana rimangono i leader, gli amministratori e i dirigenti del mondo, ciò è del tutto contrario all’eliminazione dell’ingiustizia, dell’oppressione, dell’inquietudine, della devastazione, del crollo morale e del generale declino. Pertanto, se siamo musulmani, diventa nostro dovere indispensabile impegnarci e sforzarci con ogni mezzo per porre fine per sempre alla leadership dei capi traviati dal mondo, spezzare il predominio della miscredenza e dello shirk e instaurare la dīn dell’Islam, il vero e corretto sistema di vita.
Come avverrà il cambiamento della leadership
Ma questo cambiamento della leadership non può essere realizzato semplicemente desiderandolo o volendolo. Allah attribuisce certamente grande importanza al buon ordine della Terra, e per governare e amministrare il mondo sono necessarie determinate capacità, forze e qualità. Se esse non vengono acquisite adeguatamente, nessun gruppo umano può assumere nelle proprie mani la grave responsabilità della guida del mondo e amministrarla correttamente. Se un gruppo organizzato di buoni servi di Dio non è idoneo a governare il mondo, allora, secondo la legge di Dio, l’amministrazione e la direzione del mondo vengono affidate alle mani dei miscredenti e dei malvagi. Ma se esiste realmente un gruppo dotato di fede autentica, veramente virtuoso, e le cui qualità indispensabili, la cui forza e la cui capacità operativa per governare il mondo sono superiori a quelle dei miscredenti, allora si deve ricordare che la legge di Dio non è mai ingiusta né promotrice della rovina. In una simile situazione, dunque, non si può assolutamente pensare che la leadership del mondo resti nelle mani dei dissoluti e dei miscredenti. Perciò il mio scopo non è soltanto trasferire l’autorità del mondo dalle mani dei dissoluti e dei miscredenti a quelle delle persone virtuose e dotate di fede; il nostro obiettivo principale è anche formare attivamente un gruppo modello di persone credenti e virtuose. Il nostro invito è a costituire un gruppo e un’organizzazione di persone credenti e salih, che non siano forti soltanto sotto il profilo della fede, né soltanto sinceri seguaci dell’Islam, né abbiano soltanto un carattere personale e collettivo puro e retto, ma che, allo stesso tempo, dimostrino con sincerità una superiorità di molte volte rispetto ai sistemi di vita concreti del mondo e alla gestione della società e dello Stato.
L’opposizione e le sue cause
Questo è, in breve, il nostro obiettivo. È in questa direzione che invitiamo gli abitanti del mondo. Ma è davvero sorprendente che la prima opposizione a questo movimento sia venuta dai musulmani. I non musulmani — che potrebbero opporsi a questo movimento — finora non hanno detto una sola parola contro di esso, né nessuno ha manifestato concretamente alcuna opposizione in alcun luogo. Non posso dire se questa situazione continuerà anche in futuro, né è possibile prevedere per quanto tempo rimarrà tale. Eppure, dopo aver ascoltato il nostro invito sopra menzionato, non sono stati i non musulmani a storcere il naso, a considerarlo un presagio di pericolo o ad avanzare per opporvisi: fino a oggi, tutte queste cose sono state fatte dai nostri fratelli musulmani. Probabilmente è proprio in una situazione di questo genere che fu detto alla Gente del Libro — agli ebrei e ai cristiani —: ( ) «Non siate i primi a rinnegarlo.»
Abbiamo discusso di questo argomento con indù, sikh e inglesi. Dopo aver ascoltato attentamente le nostre conversazioni o letto i nostri libri, nessuno di loro ha finora detto che ciò «non è vero», né ha manifestato la necessità di opporvisi. Molti non musulmani sono arrivati a dire che, se la da‘wa dell’Islam fosse stata presentata in questo Paese molto tempo prima e se tutti i musulmani, sia forestieri sia locali, avessero cercato di affermarla, la situazione del Paese avrebbe potuto essere completamente diversa. Molti non musulmani hanno persino detto che, se una società o un gruppo avesse agito secondo questo ideale con sincera dedizione e avesse consacrato la propria vita e la propria morte a tale scopo, i non musulmani non avrebbero esitato né provato alcuna riluttanza a entrarvi. Nonostante ciò, proprio i musulmani sono diventati i più solerti nell’opporsi a noi. Sono stati loro a farsi avanti per diffondere calunnie contro di noi e sollevare accuse infondate di ogni genere. E, tra i musulmani, il gruppo religioso mostra ancora maggiore solerzia. La cosa più singolare è che, fino a oggi, nessuno ha avuto il coraggio di dichiarare invalido il nostro obiettivo e la nostra da‘wa, o di dire che «non sono veri». Probabilmente l’unica ragione è che nessuno è in grado di lanciare contro la nostra da‘wa e il nostro movimento un attacco frontale. Perciò, a volte, li si attacca da dietro, a volte da destra e a volte da sinistra. Talvolta si dice: «Quello che dite è corretto, non vi è dubbio; ma tra gli appartenenti al movimento vi sono questi difetti o queste mancanze». Qualcuno dice: «La verità di ciò è indiscutibile, ma per dirigere un movimento simile servono persone come i Compagni; e dove si possono trovare oggi persone del genere?». Talvolta si dice: «Questa è senza dubbio la da‘wa dell’Islam, ma nella nostra epoca non può assolutamente essere applicata». Qualcuno dice: «Nessuno può pronunciare una sola parola contro la verità di questa da‘wa, ma, date le attuali condizioni politiche ed economiche dei musulmani, accettarla sarebbe per loro pericoloso». E non finisce qui. Se tra i musulmani un servo di Dio accetta la nostra da‘wa, si impegna a eliminare dalla propria vita l’ipocrisia autentica e la contraddizione tra parole e azioni, e decide di sottomettere tutta la propria vita al servizio di Dio, allora sono proprio suo fratello, i suoi genitori, i parenti e gli amici a risolversi per primi a opporglisi. Si sono visti molti religiosi e timorati di Dio, con il segno della prosternazione sulla fronte e la lingua continuamente impegnata, ventiquattr’ore su ventiquattro, in discussioni religiose, i quali tuttavia non provano il minimo scrupolo nell’opporsi a lui. Non sono affatto disposti a tollerare che il loro figlio, fratello o parente aderisca a questo movimento. In realtà, il fatto che l’opposizione al nostro movimento provenga innanzitutto dai musulmani, e che tra questi siano proprio i religiosi a opporvisi più della gente del mondo, è senza dubbio il segno di una malattia gravissima. Sebbene questa malattia fosse ricoperta da un’apparenza splendente, non vi è alcun dubbio sulla sua antichità. Se avessimo presentato la da‘wa come un semplice movimento intellettuale e di ricerca e avessimo invitato la gente a cercare di affermare concretamente questo obiettivo, potremmo dire che, invece di opposizione, il nostro lavoro avrebbe ricevuto da ogni parte una pioggia di elogi e ringraziamenti. Quale musulmano potrebbe accettare che si debba servire qualcuno diverso da Dio, oppure che i musulmani debbano essere coinvolti nell’ipocrisia e in azioni contrarie alla fede, oppure che l’autorità e la guida della vita umana debbano rimanere nelle mani dei miscredenti e non dei musulmani virtuosi, oppure che nel mondo debbano vigere leggi kufr invece della Sharī‘a di Dio? Ma posso affermare con piena fermezza che, finora, non abbiamo presentato nessuna delle nostre affermazioni come una mera teoria scientifica; insieme a esse abbiamo sempre invitato all’azione concreta conforme a tali principi. Se non lo avessimo fatto e le avessimo presentate soltanto come una teoria, nessun musulmano avrebbe avuto il coraggio di pronunciare una sola parola contro di esse. Ma il punto è che non possiamo farlo. La nostra da‘wa consiste, dal punto di vista della fede, nel realizzare anzitutto ogni verità nella nostra vita, e poi nell’affermarla concretamente nel nostro ambiente e nel mondo intero. Dal punto di vista storico si può dire che anche nella vita di Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) si era già verificata esattamente una situazione di questo genere. Chiunque conosca la poesia e la letteratura dell’Arabia jāhilī riconoscerà che il tawḥīd e il codice morale presentati dal Profeta non erano affatto una novità in Arabia. Anche numerosi poeti e oratori dell’epoca jāhilī avevano esposto idee e dottrine analoghe al tawḥīd e avevano enunciato molte delle norme morali islamiche. La differenza, però, era che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva presentato la verità pura e incontaminata come un sistema di vita completo, aveva invitato a eliminare dalla vita concreta ogni corrente di pensiero contraria al vero tawḥīd e a costruire l’intera vita sulla base di questo tawḥīd. Insieme a ciò, aveva invitato a stabilire concretamente i principi del carattere morale come fondamento della vita reale nella sua totalità. Proprio per questo, poiché parliamo e predichiamo tali cose, invitiamo piuttosto ad abbandonare tutti i vantaggi legati al sistema falso e a seguire la dīn dell’Islam con piena dedizione, concentrazione e coerenza; inoltre, quando invitiamo a consacrare ogni cosa — vita e beni, tempo e fatica — allo sforzo per affermare la verità, tutti possono comprendere che questo «crimine gravissimo» (?) non è davvero degno di perdono. Se si accettassero le nostre parole come vere. Se si dicesse che questa è precisamente la richiesta della dīn dell’Islam, che per adempierla è doveroso essere sinceramente e interamente orientati verso un’unica direzione, che in realtà il credente deve creare un conflitto con il sistema falso e non scendere a compromessi con esso, e che per questo sono auspicabili confronto e lotta, allora non resterebbe altro da fare se non adottare una delle due vie seguenti: o sopportare il sacrificio dei propri interessi e gettarsi concretamente in questo movimento — ma la durezza e la gravità di quest’opera sono tremende — oppure, dopo averlo riconosciuto, restare lontani da questo movimento appellandosi soltanto alla debolezza del cuore.
Ma anche riconoscere questa verità non è un compito facile. Perché, accettandola, non si perde soltanto la certezza e la garanzia della salvezza nell’Aldilà: anche nel campo religioso e spirituale vengono intaccati la superiorità e il prestigio che essi hanno consolidato da tempo immemorabile. Accettare una perdita simile è davvero difficile. Per questo, in tale questione, un grande gruppo ha adottato una terza via. Non può certo definire errate la nostra da‘wa e il nostro movimento, perché non vi è da nessuna parte il minimo spazio per sostenerlo. Tuttavia, pur riconoscendone esplicitamente la verità, lascia da parte il principio fondamentale e, scagliandosi contro qualche persona in particolare, rende la questione il più possibile confusa, così da dimostrare la ragionevolezza del tenersi lontani dal movimento della verità. A questo proposito voglio dire soltanto che oggi dovrebbero riflettere sul fatto che, nel Giorno del Giudizio, non potranno chiudere neppure la bocca di Dio con gli argomenti e le ragioni che oggi adducono nel tentativo di chiudere la bocca agli uomini.
La nostra metodologia d’azione
In seguito cercherò di esporre brevemente la metodologia d’azione adottata per questo nostro movimento. Come la nostra dawah fondamentale, anche la nostra metodologia d’azione è stata desunta dal Corano e dalla metodologia d’azione dei profeti. A coloro che accettano la nostra dawah chiediamo innanzitutto di costruire concretamente la propria vita secondo la sottomissione ad Allah e di dimostrare, in quest’opera, la loro sincera dedizione e concentrazione. Chiediamo loro anche di purificare la propria vita da tutte le azioni contrarie alla fede. È proprio da qui che iniziano la purificazione del carattere, la formazione della natura e delle inclinazioni e la loro verifica. Coloro che hanno ricevuto un’istruzione elevata, coltivando grandi e nobili obiettivi, devono abbattere con le proprie mani i palazzi dei sogni vertiginosi che hanno costruito e intraprendere un percorso di vita nel quale non si intravedano, non solo nella loro stessa vita ma neppure per diverse generazioni successive, prospettive di onore, prestigio o agiatezza economica. E coloro la cui prosperità economica si fonda su ricchezze saccheggiate, quote sottratte ai soci, beni ottenuti negando i diritti degli eredi e proprietà terriere acquisite ingiustamente, entrando in questo movimento devono rinunciare a tutto ciò e ridursi a nullatenenti. L’unica ragione è che Allah, che essi hanno riconosciuto come il loro Proprietario e Signore, non approva affatto che si prenda ingiustamente la proprietà altrui. Per coloro i cui mezzi di sostentamento erano contrari alla sharia o legati a un sistema statale illegittimo, diventa insopportabile perfino inghiottire un boccone del cibo procurato con il mezzo attuale, per non parlare del sognare il progresso. Di conseguenza, si sforzano con tutte le forze di abbandonare l’attuale mezzo di sostentamento e di adottarne uno diverso e lecito, per quanto umile possa essere. Inoltre, come ho detto sopra, non appena una persona accetta concretamente questo ideale, i suoi congiunti più prossimi diventano suoi nemici. Sono proprio suo padre e sua madre, i fratelli e gli amici, la moglie e i figli e i parenti più stretti a entrare per primi in conflitto con la sua iman. Non appena accettano questo comando, per molti la casa pacifica e affettuosa si trasforma in un nido di vespe. In realtà, questo è il primo centro di addestramento dei membri del movimento islamico. Attraverso questo centro otteniamo operatori dal carattere onesto, devoto e affidabile, con una natura salda. Questa è una condizione naturale favorevole al movimento islamico, proveniente da Allah. Coloro che falliscono in questa prova preliminare del fuoco vengono spontaneamente espulsi da questo movimento e da questa organizzazione, senza che noi dobbiamo sopportare particolari difficoltà. Coloro invece che vi riescono dimostrano l’esistenza in loro della dedizione iniziale, della concentrazione, della pazienza, della perseveranza, della ferma determinazione, dell’amore per la verità e di una natura profondamente salda; tutte qualità indispensabili per compiere almeno il primo passo sulla via di Allah e superare il primo capitolo della prova. Possiamo ritenere relativamente più affidabili coloro che hanno superato con successo questo capitolo e farli avanzare verso il secondo. In questo capitolo, infatti, si presenta una prova ancora più difficile della precedente. Essa crea un altro crogiolo, che, come prima, seleziona le “monete false” e le getta lontano, conservando presso di noi quelle autentiche e genuine. Per quanto ne sappiamo, possiamo affermare con fermezza che questo è il metodo eterno e immutabile per separare, dalla miniera umana, gli elementi autentici ed efficaci e renderli maggiormente capaci di operare. La taqwa che si forma in questo crogiolo, anche se non supera la misura della scienza del fiqh e rimane incompleta secondo gli standard della khanqah di un pir, è in realtà proprio il tipo di taqwa capace di assumere la grave responsabilità di governare il mondo e di portare il peso insostenibile di questa enorme amanah. La taqwa che si forma nella khanqah non può essere capace di portare neppure un centesimo di questo peso.
In secondo luogo, ai membri della jama‘at viene affidata anche la responsabilità di diffondere l’ideale. Diffondere tra tutte le persone dell’ambiente circostante la luce della verità che hanno ricevuto è uno dei loro doveri principali. È considerato loro compito impegnarsi affinché, anche in questi ambienti, alcune persone accettino questa verità. Qui comincia un’altra prova. Innanzitutto, sotto la pressione di quest’opera di predicazione, la vita stessa del predicatore comincia a diventare irreprensibile. Infatti, non appena inizia quest’opera, innumerevoli telescopi e luci di ricerca (SEARCH-LIGHT) vengono puntati sulla sua vita e sul suo carattere. Di conseguenza, anche se nella vita del predicatore rimane qualcosa di minimo contrario alla iman, grazie a questo sforzo gratuito di correzione ciò gli appare chiaramente e, sotto i colpi incessanti della frusta, rende la sua vita perfetta e pura. Se il predicatore ha veramente creduto in questa dawah con sincera dedizione, non si adirerà né si offenderà affatto per queste critiche e non cercherà mai di nascondere i propri errori ricorrendo a giustificazioni artificiose. Al contrario, alla luce delle critiche della gente, anche se mosse esclusivamente dal desiderio di purificarlo, avrà l’opportunità di purificarsi senza fatica e senza spese. Un recipiente che centinaia di mani si sforzino di lavare e strofinare, per quanto possa esservi accumulata sporcizia, alla fine diventerà certamente puro e limpido: non vi è alcun dubbio.
Non solo questo: grazie a un simile processo di predicazione, nei nostri operatori si sviluppano e si affinano molte qualità e caratteristiche che in seguito possono essere utilizzate autonomamente in opere più grandi. Mentre il predicatore avanza attraverso ogni sorta di situazione avversa e scoraggiante, in alcuni luoghi viene colpito da piogge di sarcasmo, in altri è costretto ad ascoltare parole umilianti, viene accolto con innumerevoli rimproveri e con ogni sorta di azioni stupide; altrove la sua vita viene gravata da varie accuse e imputazioni, e in altri luoghi si ricorre a metodi nuovi per coinvolgerlo in ogni sorta di fitna, litigi e controversie. In alcuni luoghi viene cacciato di casa, privato dell’eredità, le amicizie e i rapporti di parentela vengono recisi e la sua vita nel proprio ambiente viene resa insopportabile. Anche in tali condizioni, il nostro operatore non perde il coraggio, non abbandona questo movimento della verità, non è disposto a sottomettersi ai seguaci della falsità, non si agita fino a perdere l’equilibrio del proprio giudizio e della propria ragione; al contrario, con un metodo d’azione scientifico, profonda intelligenza, fermezza flessibile, stabilità, onestà, senso della giustizia, taqwa e una mente sinceramente devota, si sforza instancabilmente di conformare la propria vita al suo ideale. Non vi può essere il minimo dubbio che in lui si svilupperanno pienamente e si perfezioneranno qualità superiori e nobili. E, in realtà, proprio queste qualità e caratteristiche sono assolutamente indispensabili nei capitoli successivi del movimento islamico.
Per la diffusione dell’ideale abbiamo cercato di insegnare ai nostri operatori proprio il metodo d’azione presentato nel Corano. Vale a dire: invitare le persone alla via di Dio con l’aiuto dell’argomentazione, della conoscenza, dell’intelligenza e del nobile ammonimento; cercare gradualmente e secondo un ordine del tutto naturale di costruire davanti a loro la vita concreta sulla base dei principi iniziali e fondamentali della religione islamica. Agli operatori viene specialmente proibito di compiere azioni antiscientifiche, come fornire a qualcuno un nutrimento spirituale superiore alle sue capacità, presentare i dettagli prima dei principi fondamentali o perdere tempo cercando di eliminare i difetti esteriori invece di rimuovere quelli essenziali. Il nostro compito è curare la vera malattia dell’uomo con la compassione e il desiderio del suo bene, come un medico esperto, senza trattare con odio e disprezzo le persone oppresse dall’abbattimento e dagli errori nella fede e nelle azioni. Insegnare a rispondere al rimprovero e al lancio di pietre con opere benefiche, mantenere la pazienza di fronte alla tirannia e alla persecuzione, non lasciarsi coinvolgere in dispute sterili e conflitti dettati dall’interesse con gli ignoranti e gli stolti, ignorare le parole prive di senso come farebbe uno spirito nobile ed elevato: queste sono le caratteristiche dei nostri operatori. Invece di inseguire coloro che cercano di rimanere lontani dall’ideale della verità, è doveroso rivolgere maggiore attenzione alle persone desiderose di conoscere la verità, per quanto umili possano essere dal punto di vista della posizione sociale. In questa attività di impegno e di sforzo, è dovere dei nostri operatori tenersi lontani dalle azioni ipocrite e ostentate, non cercare di attirare l’attenzione della gente presentando con orgoglio il conto delle proprie imprese, compiere ogni azione unicamente per Dio e sperare di riceverne il frutto soltanto da Lui. Devono avere nel cuore la consapevolezza che Allah vede tutte le loro azioni e certamente darà loro la ricompensa di tutte le loro opere. Che la gente del mondo ne comprenda o meno il valore, che gli uomini diano loro beneficio o punizione, ciò non ha alcuna importanza. In realtà, questo metodo d’azione richiede una pazienza, una sopportazione e uno sforzo instancabile senza pari. Anche dopo aver lavorato continuamente per lungo tempo, forse non si otterrà alcun risultato; sebbene con un metodo d’azione artificioso e ostentato si possano ottenere risultati enormi e allettanti lavorando per breve tempo, i nostri operatori non lo accetteranno affatto. Di conseguenza, nei nostri operatori si sviluppano profonda perspicacia, serietà, intelligenza, efficienza operativa e prontezza di spirito. Queste qualità hanno la massima importanza nelle fasi estremamente critiche e laboriose di questo movimento. Anche se, per effetto di ciò, il movimento procede a un ritmo alquanto lento, ogni suo passo viene posto su basi solide e profonde. Soltanto con questo tipo di metodo d’azione è possibile attirare nel movimento la parte migliore della società. Invece di creare una grande folla di persone incapaci e dalla vista superficiale, è proprio mediante il metodo d’azione sopra descritto che si possono ottenere come operatori del movimento le persone più oneste della società. Non vi può essere dubbio che un simile operatore sia infinitamente più prezioso e più forte di mille persone incapaci e inutili. Una parte considerevole del nostro metodo d’azione consiste nel fatto che ci siamo privati dell’aiuto delle leggi e dei tribunali dell’apparato di governo illegittimo. Non ricorreremo ad alcun aiuto dell’apparato statale illegittimo per proteggere i nostri diritti umani, la nostra vita e i nostri beni, il nostro onore e la nostra dignità, né alcuna altra cosa; tuttavia ciò non è stato imposto come obbligo a tutti i nostri membri, bensì è stato presentato a tutti come uno standard elevato, lasciando a ciascuno la libertà di adottarlo. Se lo desiderano, possono raggiungere questo standard superiore; altrimenti, sconfitti dagli urti e dai contraccolpi nelle circostanze avverse, cadranno nella degradazione. Naturalmente, anche per il livello inferiore è stato fissato un limite. A coloro che oltrepasseranno persino questo limite estremo, a coloro che cadranno ancora più in basso, non sarà più concesso di rimanere nella Jamaat. Nella Jamaat-e Islami non vi può essere posto per chi intenti una causa falsa, renda falsa testimonianza o venga coinvolto in una causa senza una ragione legittima; né per chi partecipi a una causa per puro egoismo, per soddisfare la propria bramosia o per salvaguardare, senza fondamento, l’onore di un’amicizia o di una parentela.
A prima vista, molti non riescono a comprendere la logicità del principio da noi seguito riguardo alla legge e ai tribunali, e per questo sollevano domande di vario genere, prive di fondamento. Ma basta riflettere un poco per comprendere l’enorme valore che esso racchiude. In primo luogo, grazie a esso possiamo dimostrare con i fatti che siamo una Jamaat idealista. Occorre ricordare che non si tratta di uno scherzo o di un divertimento; per questo bisogna sottoporsi a una prova del fuoco estremamente amara e ardua. Quando affermiamo che nessuno, all’infuori di Allah, ha il diritto di emanare leggi per la vita umana; quando sosteniamo che la sovranità appartiene esclusivamente ad Allah e che nessuno può avere il diritto di governare o esercitare il potere sulla terra senza obbedire a Dio e osservare la Sua legge; quando la nostra stessa fede è che chi giudica e decide sulle questioni degli uomini al di fuori della legge divina è kafir, fasiq e zalim, allora non è in alcun modo giusto che i nostri diritti siano stabiliti secondo la nostra fede e le nostre rivendicazioni, sulla base della legge di Dio. Se riusciamo a dimostrare che, anche in tempi di difficoltà e di pericolo, possiamo adempiere correttamente al nostro dovere senza affidare naturalmente al potere dello Stato illegittimo il giudizio tra il vero e il falso, ciò costituirà una prova evidente della nostra sincerità, della nostra natura, della nostra fermezza, del nostro idealismo e della profonda coerenza tra la nostra fede e le nostre azioni concrete. Al contrario, se un interesse, una speranza, un desiderio, il timore di un pericolo o il colpo di una tirannia e di una persecuzione ci costringesse ad agire contro il nostro iman, ciò renderebbe evidente la nostra debolezza interiore e il vuoto della nostra natura; dopo di ciò non sarebbe più necessaria alcuna prova. In secondo luogo, ciò costituisce per noi un criterio indiscutibile per dimostrare la fedeltà dei nostri membri. Grazie a esso possiamo sapere con precisione quali tra noi siano degni di fiducia e saldi, e da quali prove si possa sperare che siano in grado di uscire vittoriosi.
Il terzo e grande beneficio sarà che, dopo aver adottato questo principio, i nostri membri saranno spontaneamente costretti a fondare i propri rapporti con la società sulla giustizia e sulla moralità, invece che sulla legge. Dovranno elevare il proprio carattere morale a un livello tanto alto e divenire, nell’ambiente in cui vivono, simboli concreti dell’ideale della verità, della devozione alla religione, del timore di Dio e delle opere benefiche, a tal punto che gli abitanti della società si sentiranno spontaneamente obbligati a proteggere i loro diritti, il loro onore e la loro dignità, la loro vita e i loro beni. Infatti, senza questa protezione morale, nel mondo non hanno alcun altro mezzo per difendersi. In tali condizioni, se non riuscissero a ottenere sicurezza morale, la loro situazione sarebbe senza dubbio simile a quella di un capretto in mezzo a un branco di sciacalli nella fitta foresta.
Quarto: in questo modo vogliamo esporre completamente la condizione morale della società attuale, gettando in pericolo noi stessi e tutti i nostri interessi e diritti. Poiché non ricorriamo alla protezione della polizia e dei tribunali, quando, sapendo ciò, da ogni parte verranno sferrati attacchi predatori contro i nostri diritti, la condizione morale del nostro Paese e della nostra società sarà resa manifesta davanti al mondo. Allora si potrà comprendere quanti tra noi si siano atteggiati a «persone rispettabili» soltanto per paura della legge, dell’autorità e della polizia, e quanti si siano nascosti sotto il falso velo della religione, della moralità e dell’umanità, e che, non temendo di essere arrestati, potrebbero dimostrare apertamente la legittimità della predazione. Ciò dimostrerà inoltre che, se avessero tempo e opportunità, questi «rispettabili» praticanti della religione potrebbero offrire prove concrete della più abietta depravazione morale, dell’irreligiosità e della bestialità. In realtà, ciò è come una piaga nel carattere morale della nostra nazione e la sta conducendo verso la distruzione. Come risultato di questa nostra politica d’azione, questa malattia interiore verrà resa manifesta davanti alla gente. Vedendola, gli occhi della nostra società potranno aprirsi e potrà nascere una corretta consapevolezza della gravità della terribile malattia che finora è stata ignorata. (La politica di non ricorrere alla protezione della legge e dei tribunali era in vigore durante l’epoca britannica. Durante l’epoca pakistana tale politica è stata abbandonata. Durante l’epoca del Bangladesh essa è rimasta in vigore. Sarebbe molto positivo se qualcuno riuscisse a seguire questa difficile politica dell’epoca britannica. Naturalmente, non è una politica da imporre, bensì da praticare.)—Traduttore
Esaminate con profonda attenzione questa nostra daʿwa e politica d’azione; sottoponetela a un esame condotto con spirito di critica rigorosa; comprendete verso quale direzione invitiamo le persone e quanto sia vera la politica d’azione che abbiamo adottato a tale scopo. Verificate attentamente se essa sia conforme alle prescrizioni di Allah e del Suo Messaggero e in quale misura possa essere un rimedio alle malattie individuali e collettive della società attuale. Riflettete anche su quanto possa essere efficace il grande scopo per il quale portiamo avanti questo movimento: rendere la religione di Allah vittoriosa su tutto e sradicare le dottrine false.
In seguito discuterò alcune perplessità e alcuni dubbi e presenterò le mie risposte al riguardo.
L’appello agli ʿulamāʾ e agli shaykh sufi
Viene riproposta in forma nuova una vecchia domanda. È forse possibile che i grandi ʿulamāʾ e gli shaykh sufi del Paese non conoscano bene la religione islamica? Non hanno potuto comprendere già prima la forma che oggi essa ha assunto attraverso la Jamaat-e-Islami? Inoltre, come è stato detto, non l’accettano nonostante siano stati invitati ripetutamente a farlo. Non solo: non sono nemmeno disposti a offrirle la propria collaborazione. Qual è dunque il motivo? Ciò dimostra forse che tutto quanto viene divulgato dalla Jamaat riguardo alla religione islamica è in realtà estraneo alla religione islamica?
La risposta breve a questa domanda è che ho sempre cercato di comprendere la religione islamica dal Corano e dalla Sunna del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), anziché cercare di comprenderla attraverso le persone del presente o del passato. Perciò, per sapere che cosa la religione di Allah richieda da me e dagli altri credenti, non ho prestato alcuna attenzione a ciò che una persona venerabile facesse o dicesse. Al contrario, ho sempre cercato di comprendere il metodo d’azione del Corano e del Messaggero. Pertanto anch’io attirerò la vostra attenzione su questo metodo per acquisire la conoscenza. Giudicate soltanto, con uno sguardo limpido e imparziale, se la direzione verso la quale vi invito e la politica d’azione adottata a tale scopo siano indubbiamente comprovate dalle prescrizioni del Sacro Corano e dalle azioni dei profeti. Se ciò è dimostrato dal Corano e dalla Sunna, e se siete disposti ad acquisire la conoscenza dal Corano e dalla Sunna, allora accettate il mio invito e unitevi anche voi a me. Se nella nostra daʿwa e nella nostra politica d’azione vi è qualcosa di contrario al Corano e alla Sunna, dimostratelo senza esitazione. Se fosse davvero dimostrato che in qualche punto ci siamo allontanati anche solo di un poco dal Corano e dalla Sunna, non tarderemo neppure un istante ad accettare la verità autentica. Ma se, per dimostrare ciò che è vero e ciò che è falso, fate affidamento su singole persone invece che sul Corano e sulla Sunna, questa è una vostra scelta. Se oggi volete affidare il vostro futuro proprio nelle mani di singole persone e ritenete di poter rispondere davanti ad Allah dicendo che avete lasciato la vostra religione nelle mani delle persone invece che del Corano e della Sunna, allora potete farlo tranquillamente; a questo proposito non ho nulla da dire.
La derisione del misticismo
È stato detto: «La Jamaat-e-Islami è semplicemente un gruppo di dervisci o di persone che hanno rinunciato al mondo. Si è recata in un angolo e si è seduta lì, recidendo ogni rapporto con le questioni concrete del mondo e con la politica attuale. Eppure, nell’attuale momento di crisi dei musulmani, è dovere avanzare e preoccuparsi del futuro dell’intera nazione. Non solo i musulmani, ma anche i non musulmani sono costretti innanzitutto a dedicarsi alla costruzione del proprio futuro politico. Pertanto, coloro che rivolgono la propria attenzione ai problemi della vita reale non possono partecipare a questo movimento. Naturalmente, soltanto alcune persone che hanno rinunciato al mondo e persone orientate religiosamente possono unirvisi?»
La domanda è sarcastica e rivela una visione superficiale. Anche i nostri politici contemporanei sono scesi nell’arena dell’azione con una simile superficialità. Essi considerano importanti soltanto i problemi politici e i cambiamenti dell’apparenza esteriore, e vogliono trovare per questa via la soluzione a tutti i loro problemi. Ma il loro sguardo non arriva fino alle fondamenta sulle quali è costruito il palazzo della politica. Per quale ragione l’attuale problema politico ha assunto una forma così complessa? La risposta è questa: non è perché la società, il carattere morale, le credenze, il pensiero, la civiltà e la cultura, la forza d’azione e le capacità di questo Paese fossero altamente sviluppati che coloro che venivano da migliaia di miglia di distanza riuscirono a sottometterlo. Approfittando della lunga decadenza, della trascuratezza e della debolezza della nazione musulmana di questo Paese, anche durante questa sottomissione le nazioni vicine sono diventate più forti di essa. Di conseguenza, per i musulmani si presentò questo difficile problema: avrebbero dovuto prima salvarsi dal nemico interno o proteggersi dal nemico esterno? In verità, questo è il breve riassunto della politica musulmana dell’India sottomessa. I musulmani e le altre nazioni indiane vicine vogliono risolvere questo problema mediante un semplice cambiamento esteriore dell’ordinamento statale del Paese. Ritengo del tutto privo di senso e sconsiderato questo modo di fare politica e di risolvere i problemi. A mio avviso, spendere anche solo un po’ di tempo in ciò è inutile. Non soltanto in India, ma in tutto il mondo, il nocciolo delle attuali complicazioni e dei problemi politici è, secondo me, questo: «Gli uomini hanno perso il loro posto naturale nel mondo e tentano invano di ottenere ciò che non è il loro posto naturale; hanno posto le fondamenta del proprio carattere morale, della propria civiltà e cultura, economia e politica sulla ribellione a Dio. Di conseguenza, oggi si è prodotta una grande catastrofe in tutto il mondo. Si è levata una tremenda tempesta di empietà e kufr. Il tentativo di consolidare questo esito micidiale mediante il semplice cambiamento della forma dell’ordine mondiale è ciò che viene chiamato “politica mondiale”. Ma, a mio avviso, e in fondo secondo la prospettiva dell’Islam, questa politica è completamente priva di senso, il semplice prodotto di una visione superficiale. Sulla base degli insegnamenti dell’Islam che ho potuto conoscere, posso dire che esiste una sola soluzione a tutti i problemi e a tutte le complicazioni politiche dei musulmani dell’India, di tutti gli abitanti dell’India, del mondo musulmano e, anzi, di tutti gli uomini del mondo: dobbiamo tutti insieme servire un unico Dio, accettare le Sue leggi e i Suoi precetti come ordinamento della nostra vita, e sottrarre il potere di dirigere l’ordine mondiale dalle mani dei ribelli a Dio, dei fasici e dei kafiri, per affidarlo alle mani dei pii e retti servi di Dio. Coloro ai quali questa politica non è gradita e che vogliono risolvere i propri problemi mediante un’altra forma di politica seguono una via completamente diversa. La loro via non ha alcun rapporto con la mia. Provate dunque a risolvere i vostri problemi secondo le vostre convinzioni. Ma io e i miei collaboratori, dopo profonda riflessione, impiegheremo tutte le nostre forze nell’ideale e nella linea d’azione nei quali riteniamo risieda il bene del nostro Paese, della nostra nazione e dell’intera Terra. Se gli uomini della Terra presteranno attenzione alle nostre parole, il beneficio sarà loro; se non lo faranno, il danno sarà loro. Noi non ne ricaveremo né danno né vantaggio.»
Quanto poi alla derisione suscitata parlando della formazione di un gruppo di dervisci e di persone che rinunciano al mondo, la nostra risposta è questa: non dovrebbe esserci spazio per alcuna falsa idea o falsa interpretazione al riguardo. In realtà vogliamo formare un gruppo nel quale ogni individuo, da un lato, sia superiore ai comuni devoti e muttaqi della società nel campo del taqwa e della pietà, e dall’altro sia molto più avanzato della gente comune attaccata al mondo quanto a capacità e abilità nel governare il mondo. Secondo noi, una delle principali cause di tutte le disgregazioni e catastrofi del mondo è che, per mancanza di una corretta concezione dell’onestà e della bontà, si considera pietà il ritirarsi in un angolo della casa e recidere ogni rapporto con il lavoro e le attività del mondo reale. Di conseguenza, il compito di governare l’intero mondo finisce nelle mani degli uomini più disonesti. Anche quando il nome della bontà viene pronunciato dalle labbra di questi uomini disonesti, ciò serve soltanto a ingannare il popolo; essi non hanno alcun rapporto con essa. Questa calamità può essere corretta in un solo modo: bisogna formare una Jamāʿat ben organizzata dei pii servi di Dio. Ogni membro di questo gruppo dovrà essere timorato di Dio, giusto e degno di fiducia, adornato del carattere e delle qualità volute da Dio e, nello stesso tempo, possedere al massimo grado la capacità di governare il mondo, così da poter sconfiggere gli uomini del mondo attuale proprio nel campo dei loro interessi mondani. Ai nostri occhi, non può esistere politica più grande di questa. Inoltre, non può esistere movimento politico più adeguato ai tempi e più efficace del rendere ben organizzati i giusti. In verità, finché un gruppo simile non sarà formato, gli attuali dirigenti privi di carattere morale e di ideali continueranno ad aggirarsi liberamente nei pascoli del mondo. Ma quando questo gruppo sarà formato, credetemi: non soltanto la politica di questo Paese, ma la politica, l’economia, le scienze, la letteratura, la giustizia e ogni altra cosa del mondo intero saranno affidate nelle mani di questo nuovo gruppo idealista. Allora qui la lampada dei fasici e dei kafiri non potrà più ardere affatto. Non posso dire come questa rivoluzione sarà compiuta. Ma ho una fede indubitabile che essa avverrà, pari alla certezza del sorgere del sole domani. A una condizione, però: bisogna formare e organizzare un gruppo di uomini retti.
Consigli agli operatori della Jamāʿat
Concludendo qui la discussione generale, desidero ora rivolgere agli operatori della Jamāʿat alcune parole particolarmente importanti.
Anzitutto, ciò che desidero dirvi, benché lo abbia detto in ogni assemblea, è proprio ciò che vi dirò anche oggi. Sentite profondamente l’importanza della grande responsabilità che avete assunto sulle vostre spalle, dopo aver promesso consapevolmente e con piena cognizione di causa davanti ad Allah. Il vostro dovere a questo riguardo non può dirsi affatto compiuto semplicemente perché osservate voi stessi nel modo più scrupoloso la legge di Allah, perché la vostra fede, le vostre parole e le vostre azioni sono coerenti, e perché avete conformato ogni aspetto e ogni ambito della vostra vita all’ideale dell’Islam. Al contrario, una delle principali esigenze di questa religione dell’Islam nei vostri confronti è che vi impegniate e vi sforziate per liberare l’umanità dall’insieme delle altre religioni, dei sistemi di vita e delle pratiche distruttive e corruttrici del mondo, e per diffondere e far traboccare su di essa l’Islam, nel quale avete creduto, l’ideale che avete riconosciuto come la religione del vostro Signore e la via che considerate la verità eterna e l’unica via per tutta l’umanità, cosicché essa venga inondata dalla vera religione e da un’incommensurabile benevolenza. Per l’Islam dovrete mostrare una dedizione e uno spirito di sacrificio molto maggiori di quelli mostrati dai seguaci degli attuali sistemi sociali falsi del mondo a sostegno delle loro rispettive dottrine false e distruttive. Sotto i vostri stessi occhi, innumerevoli persone sopportano senza esitare i pericoli più terribili, l’enorme spreco dei propri beni, perdite irreparabili di vita e di persona, la distruzione di paese dopo paese e il sacrificio dei propri figli e dei propri parenti, soltanto perché desiderano rendere vittorioso in tutto il mondo, e non soltanto nei propri paesi, il sistema di vita che ritengono infallibile e il sistema nel quale credono sia racchiuso il proprio benessere. Dovrete superarli nella pazienza, nel sacrificio di sé, nel lavoro e nell’impegno, nelle sofferenze e nelle calamità, nella sopportazione e nell’amore per lo scopo della loro vita. Ma, considerando l’attuale livello delle vostre donazioni, del tempo e del lavoro che dedicate, dell’amore per il vostro obiettivo e del sacrificio che siete disposti a compiere per esso, non avete nemmeno il diritto di nutrire la minima speranza che questa bandiera venga spiegata nelle vostre mani. In secondo luogo, vi è una cosa della quale sento sempre il bisogno di parlarvi: dovete comprendere l’importanza dei principi e delle questioni fondamentali della religione dell’Islam. Finora è stata attribuita troppa importanza alle questioni secondarie e marginali. Abbandonate questa malattia, dalla quale l’intera società religiosa è stata colpita ed è divenuta decrepita. Avverto che, nonostante gli strenui sforzi miei e di alcuni altri eminenti membri della Jamaat, nella nostra Jamaat è ancora presente la malattia di attribuire eccessiva importanza alle questioni secondarie. Talvolta questa malattia si manifesta con tale intensità che, invece di abbandonarla secondo il nostro consiglio, si tenta invano di coinvolgere proprio noi stessi nelle questioni marginali. È necessario comprendere profondamente la questione. Per quanto importanti possano essere le questioni secondarie sulle quali disputate, in realtà Allah Ta‘ala non ha inviato i profeti per stabilire nemmeno una di esse. Lo scopo della venuta dei profeti e della rivelazione del Libro di Allah era stabilire la vera religione di Allah. L’obiettivo fondamentale di tutti i loro sforzi era liberare l’umanità da ogni forma di servitù, rendendola obbediente e sottomessa all’unico Allah. Tutti dovevano essere costretti a vivere osservando esclusivamente la legge di Allah. Dovevano temere soltanto Allah e obbedire soltanto al comando di Allah. La distinzione tra verità e falsità e la guida verso la retta via nella vita: è accettabile soltanto ciò che Allah ha dato. È inoltre un dovere essenziale del tawhid eliminare ogni sistema d’ingiustizia e di peccato contrario ai principi di Allah e istituire ogni sistema di benevolenza scelto da Allah. Il nostro obiettivo è stabilire questa religione dell’Islam. In quanto musulmani, ci è stato ordinato proprio di compiere quest’opera. Cercate di comprenderne profondamente l’importanza. Siate certi che, se quest’opera si arrestasse, nel mondo prevarrebbe il sistema di vita falso e, come conseguenza, l’ira divina potrebbe abbattersi sugli abitanti del mondo. Sappiate inoltre che l’unico mezzo per salvarsi da quell’ira e ottenere il compiacimento di Allah è consacrare alla causa dell’instaurazione della religione di Allah, l’Islam, le proprie forze, ricchezze, tempo, vita e anima, mente, parola: ogni cosa. In verità, se riuscirete a sentire questa realtà nel cuore e nell’animo, non vi lascerete mai coinvolgere in queste discussioni vane. A mio parere, la causa principale per cui ci si lascia coinvolgere in queste dispute e in questi sofismi è proprio l’incapacità di comprendere correttamente la natura profonda della religione dell’Islam e le sue esigenze.
Tra i nostri operatori si osserva un’altra mancanza. Forse hanno compreso bene la Jamaat dal punto di vista dell’ideale, dello scopo e della dottrina, ma non hanno affatto compreso la linea d’azione. Per questo la loro attenzione viene continuamente richiamata e, mescolando e rimaneggiando la nostra finalità con le linee d’azione degli altri gruppi, si sforzano in modo particolare di creare una nuova e singolare confusione. Quando si vieta loro di fare ciò, pensano che si stia trascurando inutilmente una linea d’azione dinamica. Pensano forse che lo si faccia soltanto per invidia. La sfrontatezza di alcuni è giunta a tal punto che, quando li si mette in guardia contro questo genere di attività, essi rispondono immediatamente: «Si pronuncerà il nome della Jamaat, non quello degli altri». Forse hanno immaginato che lo scopo di tutti questi sforzi e di questa aspirazione sia semplicemente lanciare un marchio registrato della Jamaat. Ancora più sorprendente è il fatto che, pur avendo compreso ciò, siano tuttora legati a noi. Alcune delle nostre sezioni della Jamaat sono state gravemente colpite da questa malattia. In molti altri si manifesta inoltre il desiderio e l’idea di adottare una linea d’azione intensa e dinamica e di realizzare immediatamente qualcosa di grandioso. In realtà, ciò non è altro che l’antica malattia dell’azione priva di riflessione. Essa è rimasta contagiosa tra i musulmani per generazioni. Pertanto, non è meno pericolosa del pensiero privo di azione. Voglio affermare con certezza che, se negli attuali gruppi religiosi e politici vi fosse realmente qualcosa che si potesse definire «vitalità», forse esiteremmo a fondare un nuovo gruppo. Ma, confidando nella ragione, nella conoscenza e nell’intuizione che Allah mi ha concesso, posso dire con parole chiare che nessuno degli altri movimenti e delle altre leadership attualmente esistenti possiede la reale capacità di curare la grave malattia dei musulmani. Per non parlare dell’instaurazione dell’Islam e del soddisfacimento delle sue esigenze, tutto ciò che questi gruppi dicono riguardo ai problemi e alle malattie dei musulmani è estremamente superficiale. Non hanno alcuna concezione delle vere esigenze dell’Islam. Non sono neppure riusciti a individuare correttamente la causa reale del trionfo dilagante del kufr e del fisq e della debolezza della religione dell’Islam. Inoltre, pur non definendo errati i movimenti condotti con una visione superficiale e la linea d’azione intensamente dinamica applicata per tale motivo, pur non criticandone difetti e mancanze e pur rendendo omaggio al loro intento interiore, non vi è assolutamente alcun dubbio sul loro fallimento, poiché non hanno compreso a fondo quali azioni debbano essere compiute, in quali ambiti e secondo quale progressione, per trasformare questa situazione. Posso affermare senza esitazione che, anche se movimenti di questo tipo continuassero per diversi secoli consecutivi, con pieno successo e suscitando grande agitazione, non potrebbero produrre neppure la minima rivoluzione nell’organizzazione della vita umana. Se mai dovesse verificarsi una vera rivoluzione, essa sarà il risultato proprio di questo movimento islamico; e per questo la linea d’azione da noi adottata può essere l’unica naturale ed efficace. Essa è stata infatti adottata solo dopo un profondo studio e una verifica autentici della religione dell’Islam e della sua storia. Non vi è però alcun dubbio che la nostra linea d’azione richieda grandissima pazienza, sia lenta e non consenta di aspettarsi risultati percepibili in breve tempo; al contrario, esige una pratica instancabile per un lungo periodo. Ma non vi è neppure alcun dubbio che questa sia l’unica via per ottenere il successo in quest’opera e che, al di fuori di essa, non si possa raggiungere questo scopo in alcun modo. Coloro ai quali non piace né il nostro scopo né la nostra linea d’azione non potranno in alcun modo cercare di correggere, modificare o ampliare, secondo il proprio desiderio, l’uno o l’altra di questi due elementi della Jamaat. Chi desidera procedere insieme a noi dovrà seguire il nostro ideale e la nostra linea d’azione con sincero e totale sostegno interiore. Quanto a coloro che nutrono un’inclinazione verso altri movimenti, possono verificare e valutare quella via e quella dottrina.
Recentemente si è avuta una prova della grave debolezza che oggi si osserva generalmente tra i musulmani: la superficialità, la mentalità esibizionistica e la fretta. Alcuni mesi fa avevo proposto un metodo per l’educazione degli adulti. Tuttavia esso non è riuscito ad attirare né a ispirare l’animo di nessuno. D’altra parte, da vari luoghi molti chiedono di formare gruppi, andare di villaggio in villaggio e di strada in strada e adottare una linea d’azione capace di produrre immediatamente grandi risultati. Eppure, per quanto grandi possano apparire a prima vista i risultati di una simile linea d’azione, non vi è il minimo dubbio che siano effimeri. Nonostante glielo si spieghi ripetutamente, essi non desistono da questo genere di tentativo sorprendente. Una forma di linea d’azione consiste nel radunare alcuni ignoranti, istruirli per un anno o più e formarli secondo l’ideale dell’Islam. Occorre trasformarli, sotto ogni aspetto — le loro credenze e convinzioni, il carattere morale, le attività quotidiane, lo scopo della vita e il criterio del bene e del male — secondo gli insegnamenti dell’Islam, e nominarli operatori della Jamaat. Gli operatori formati attraverso questo metodo di educazione degli adulti possono essere facilmente impiegati come lavoratori salariati, agricoltori e operatori del movimento islamico del Fronte Popolare.
Un’altra forma di linea d’azione consiste nel radunare migliaia di persone in un tempo brevissimo, diffondere tra loro alcuni insegnamenti fondamentali dell’Islam e suscitare immediatamente in esse una certa attività. Tuttavia, un’attività nata da un entusiasmo improvviso di questo tipo non può in alcun modo produrre un beneficio duraturo. Tra questi due metodi d’azione, vedo che l’entusiasmo della gente per il primo è assai scarso, mentre verso l’ultimo essa si dirige a frotte. Il primo tipo di linea d’azione è essenzialmente produttivo di risultati duraturi, ma richiede tempo, impegno e pazienza. Riflettendo su questa situazione, emergono chiaramente due debolezze dei musulmani; in realtà, sono proprio queste debolezze che da sempre li hanno costretti a sprecare le proprie forze, il proprio lavoro, il proprio tempo e i propri beni in attività di entusiasmo temporaneo. A questo proposito posso dire soltanto questo: finché la responsabilità della guida della Jamaat-e-Islami sarà affidata a me, cercherò di impegnare i miei collaboratori in un lavoro corretto, autentico e realmente efficace; consapevolmente, non li impiegherò mai in sforzi infruttuosi.
Prima di concludere il mio discorso, desidero dirvi un’ultima cosa importante. Tra i membri della nostra Jamaat ve ne sono alcuni che, nelle attività di tabligh e di propaganda, adottano un comportamento estremamente duro e spietato. Dalle domande che mi vengono rivolte si può facilmente dedurre che essi si preoccupano più di isolare le persone appartenenti al nostro stesso gruppo che di trovare il modo di attirare verso l’Islam gli smarriti e guidarli sulla retta via. L’entusiasmo religioso ha suscitato in loro molto più odio, disprezzo e ira che compassione e desiderio del bene altrui. Per questo mi chiedono: perché coloro che hanno questa o quella debolezza non recidono i rapporti con la Jamaat? Perché dovrei pregare insieme a loro? Oppure perché non dovrebbero essere chiamati kāfir e mushrik? Tuttavia, coloro che pongono queste domande non hanno ritenuto necessario chiedere nulla sui mezzi e sui metodi con cui attirare gli smarriti sulla via della verità. La loro stanchezza, il loro disprezzo e la loro durezza sono penosi; è nostro dovere cercare di illuminarli con la luce dell’Islam. Mi sembra che coloro i quali, per grazia di Dio, hanno trovato la retta via abbiano lasciato che questa conquista generasse in loro arroganza invece che gratitudine. Sarebbe un bene se la mia impressione fosse errata. Tuttavia, a questo proposito, desidero affermare con assoluta chiarezza che ogni membro della Jamaat ha il dovere di esaminare attentamente il proprio cuore. In questa materia, il timore di Dio dovrebbe essere vivo nel cuore di ciascuno, ed è dovere di ognuno vigilare in ogni momento contro gli inganni di Satana. Ciò che accade ad alcune persone sane in una località colpita da un’epidemia è esattamente ciò che accade, nella società oggi sconvolta, a coloro ai quali è stata concessa la fortuna di possedere una conoscenza corretta e di compiere opere buone. Se in quella località i pochi sani possiedono una qualche competenza in materia di cura e dispongono di alcuni medicinali, qual è il loro vero dovere? Dovrebbero mostrare odio verso i malati dell’epidemia? Oppure dovrebbero scacciarli lontano, o lasciarli in quello stato e cercare di fuggire loro stessi? O dovrebbero esporsi al pericolo e adoperarsi per curare e assistere i malati? Anche se, nel corso di questo sforzo, un po’ di sporcizia venisse a contatto con il loro corpo, sarebbe loro dovere sopportarla con animo sereno. Posso affermare con fermezza che, se adottassero il primo metodo, sarebbero dichiarati colpevoli davanti a Dio; e il fatto di essere sani, di avere esperienza nelle cure e di disporre dei medicinali necessari li renderebbe ancora più colpevoli. Comprendendo a fondo questo esempio, riflettete anche su quale sia la via corretta che coloro i quali, dal punto di vista del dīn islamico, godono di buona salute spirituale, possiedono una conoscenza autentica del dīn islamico e dispongono di metodi efficaci per correggere la società secondo l’ideale della verità devono seguire per ottenere il compiacimento di Dio.
— Fine —