Presentazione dell’autore
Nascita, istruzione e carriera di Sayyid Qutb
Il nome di Sayyid Qutb era Sayyid. Qutb era il titolo della sua famiglia. I suoi antenati giunsero dalla Penisola Arabica e si stabilirono nella regione settentrionale dell’Egitto. Suo padre si chiamava Hajj Ibrahim Qutb. Ibrahim Qutb ebbe cinque figli: Sayyid Qutb, Muhammad Qutb, Hamid Qutb e Amina Qutb. Il nome della quinta figlia non è noto. Sayyid Qutb era il maggiore tra i fratelli; tutti loro ricevettero un’istruzione superiore, fecero il jihad per l’instaurazione dell’ideale di vita islamico e dimostrarono fermezza in dure prove del fuoco.
Sayyid Qutb nacque nel 1906 nel villaggio di Musha, nel distretto egiziano di Assiut. Sua madre, Fatima Gossain Osman, era una donna profondamente religiosa e timorata di Allah. Il padre di Sayyid, Hajj Ibrahim, si dedicava all’agricoltura, ma era anch’egli estremamente religioso e di nobile carattere.
Sayyid Qutb iniziò gli studi nella scuola primaria del villaggio. Secondo il desiderio della madre, imparò a memoria il Corano già durante l’infanzia. In seguito, suo padre si stabilì in un luogo chiamato Helwan, alla periferia del Cairo. Dopo aver completato gli studi presso la madrasa Tajhiziyatu Darul Ulum, Sayyid si iscrisse alla celebre madrasa Darul Ulum del Cairo. Nel 1933 conseguì presso quella madrasa la laurea e vi fu nominato professore.
Dopo aver insegnato per qualche tempo, fu nominato ispettore scolastico presso il Ministero dell’Istruzione. In Egitto tale incarico è considerato estremamente prestigioso. Proprio da parte del Ministero dell’Istruzione fu mandato negli Stati Uniti per studiare i metodi dell’istruzione moderna. Dopo aver completato un corso biennale, tornò in patria dall’estero. Durante il soggiorno in America osservò la miserevole condizione della società materialista. Nacque in lui la ferma convinzione che solo l’Islam potesse realmente condurre la società umana sulla via del bene.
Subito dopo il ritorno dall’America, iniziò a esaminare l’ideologia, gli obiettivi e il programma del movimento dei Fratelli Musulmani. Nel 1945 ne divenne membro. Durante la Seconda guerra mondiale, il governo britannico promise di concedere l’indipendenza all’Egitto al termine della guerra. Non appena la guerra finì, i Fratelli Musulmani avviarono un movimento per chiedere il ritiro degli inglesi dall’Egitto. Di conseguenza, la loro popolarità aumentò enormemente. In appena due anni, il numero degli attivisti del movimento raggiunse i due milioni e cinquecentomila. Il numero dei membri ordinari, dei sostenitori e dei simpatizzanti era diverse volte superiore a quello degli attivisti. Il governo britannico e il governo egiziano autocratico, spaventati dalla popolarità dei Fratelli Musulmani, si dedicarono congiuntamente a complottare contro il movimento.
Nel luglio del 1952 si verificò in Egitto una rivoluzione militare. Nello stesso anno il movimento dei Fratelli Musulmani fu nuovamente legalizzato. Il dottor Hasan al-Hudaybi fu eletto guida generale del movimento. Sotto la sua direzione, il dipartimento incaricato di diffondere l’ideologia del movimento e di ampliarne l’attività iniziò ad avanzare. Egli si dedicò completamente al lavoro del movimento.
Nel millenovec cinquantaquattro fu eletto redattore della rivista «Ikhwan al-Muslimun», diretta dai Fratelli Musulmani. Dopo appena sei mesi, il governo del colonnello Nasser fece chiudere la rivista. Quell’anno, infatti, il governo egiziano aveva stipulato un nuovo accordo con gli inglesi e la rivista lo aveva criticato. Dopo la chiusura della rivista, il governo di Nasser iniziò a perseguitare questo gruppo. Con l’accusa di un falso complotto per assassinare il presidente, l’organizzazione Ikhwan al-Muslimun fu dichiarata illegale e i suoi dirigenti vennero arrestati.
Arresto e tortura
Tra i dirigenti dei Fratelli Musulmani arrestati vi era anche Sayyid Qutb. Fu trasferito in varie prigioni dell’Egitto. Al momento dell’arresto era affetto da una febbre altissima. Un ufficiale dell’esercito lo arrestò in quelle condizioni. Gli furono messe catene alle mani e ai piedi. Non solo: Sayyid Qutb, ancora colpito da una febbre violenta, fu costretto a raggiungere la prigione a piedi. Durante il tragitto svenne più volte e cadde a terra. Quando riprendeva conoscenza, diceva: ———— (Allahu Akbar wa lillahil hamd).
Non appena entrò nella prigione, gli agenti penitenziari cominciarono a picchiarlo, e la tortura proseguì per due ore. Poi gli fu aizzato contro un cane addestrato. Il cane gli afferrò una gamba con i denti e lo trascinò per il cortile della prigione. Dopo questo primo «benvenuto», fu interrogato ininterrottamente per sette ore. Il suo stato di salute non era più in grado di sopportare simili torture. Ma, grazie alla forza della sua fede incrollabile, continuava a pronunciare, come se uscissero dalla pietra: —————– (Allahu Akbar wa lillahil hamd).
La buia cella della prigione veniva chiusa a chiave durante la notte. Di giorno, invece, era costretto a fare regolarmente il giro di parata. Si ammalò gravemente. Fu tormentato da varie malattie, tra cui dolori al petto, debolezza cardiaca e dolori articolari in tutto il corpo. Ciononostante, continuavano a marchiargli il corpo con il fuoco. I cani della polizia gli laceravano il corpo con gli artigli e i denti. Gli versavano sulla testa acqua molto calda e, subito dopo, acqua gelida. Calci, percosse, pugni e insulti osceni erano ormai la quotidianità.
Il tredici luglio del millenovecentocinquantacinque, al termine del processo davanti al tribunale popolare, fu condannato a quindici anni di lavori forzati. A causa della malattia non poté comparire in tribunale. Dopo che ebbe scontato un anno di prigione, il governo di Nasser gli fece una proposta: sarebbe stato liberato se avesse chiesto pubblicamente perdono attraverso i giornali. La risposta che l’uomo credente diede a questa proposta rimarrà indelebile nelle pagine della storia. Egli disse:
«Sono estremamente stupito nell’udire che si chieda all’oppresso di implorare il perdono dell’oppressore. Giuro su Dio! Anche se alcune parole di richiesta di perdono potessero salvarmi persino dalla forca, non sono disposto a pronunciarle. Desidero comparire davanti ad Allah in una condizione tale che io sia soddisfatto di Lui e Lui sia soddisfatto di me.»
In seguito, ogni volta che gli veniva consigliato di chiedere perdono, rispondeva sempre con le stesse parole: «Se sono stato davvero imprigionato per un crimine, allora ne sono soddisfatto. Ma se le forze del falso mi hanno fatto prigioniero ingiustamente, non chiederò in alcun modo perdono al falso.»
Verso la metà del 1964, il presidente iracheno Abdus Salam Arif si recò in Egitto. Poiché raccomandò la liberazione di Sayyid Qutb, il colonnello Nasser lo fece liberare e poi lo tenne agli arresti domiciliari nella sua stessa abitazione.
Nuovo arresto e condanna
Prima ancora che fosse trascorso un anno, (?) egli fu nuovamente arrestato con l’accusa di aver tentato di impadronirsi del potere con la forza. Eppure era ancora sottoposto a una stretta sorveglianza della polizia. Non fu arrestato soltanto lui: furono arrestate anche più di ventimila persone, tra cui suo fratello Muhammad Qutb e le sue sorelle Hamida Qutb e Amina Qutb. Circa settecento di loro erano donne.
Nel 1965, mentre il colonnello Nasser si trovava in visita a Mosca, annunciò in una dichiarazione che i Fratelli Musulmani avevano cospirato per assassinarlo. Subito dopo tale annuncio ebbe inizio in tutto l’Egitto una vasta retata di dirigenti e militanti dei Fratelli Musulmani. In virtù di una nuova legge promulgata il 26 marzo 1964, al presidente furono conferiti poteri penali quali l’arresto di chiunque e la confisca dei suoi beni. Fu inoltre dichiarato che non sarebbe stato possibile contestare davanti ad alcun tribunale la legittimità dei provvedimenti adottati dal presidente. Dopo qualche tempo, il loro processo ebbe inizio davanti a un tribunale militare speciale. Inizialmente fu annunciato che le immagini del processo sarebbero state trasmesse in televisione. Tuttavia, poiché gli imputati si rifiutarono di confessare i reati e rivelarono le torture fisiche inflitte loro, le trasmissioni televisive furono interrotte. In seguito, il processo continuò a porte chiuse. Gli imputati non avevano alcun avvocato. Avvocati provenienti da altri Paesi chiesero di difendere gli imputati, ma la richiesta fu respinta. William Thorp, già presidente dell’Ordine degli avvocati francese, e due avvocati marocchini presentarono regolare richiesta di difendere gli imputati, ma anch’essa fu respinta. Due avvocati sudanesi giunsero al Cairo, si iscrissero all’Ordine degli avvocati locale e si presentarono in tribunale. La polizia li cacciò dal tribunale spingendoli fuori e li costrinse a lasciare l’Egitto. Durante il processo, nei mesi di gennaio e febbraio del 1966, Sayyid Qutb e gli altri imputati dichiararono davanti al tribunale di essere stati sottoposti a disumane torture fisiche per costringerli a confessare i reati. Il presidente del tribunale non prestò ascolto ad alcuna delle loro parole.
Nell’agosto del 1966, a Sayyid Qutb e a due suoi compagni fu annunciata la condanna a morte da parte del tribunale militare. In tutto il mondo si levò un’ondata di proteste. Tuttavia, il 25 agosto 1966, la condanna fu eseguita.
Il sapere e l’attività letteraria di Sayyid Qutb
Sayyid Qutb fu uno dei più celebri sapienti e letterati dell’Egitto. Iniziò la sua carriera letteraria con la letteratura per l’infanzia. Diede prova del suo talento scrivendo, per i più piccoli e con un linguaggio attraente, racconti sui profeti. Scrisse storie per suscitare nei bambini una visione islamica e migliorarne il carattere. In seguito compose un romanzo permeato di ispirazione islamica, intitolato «Ashwaq» (Tagli). Successivamente scrisse altri due romanzi dello stesso genere: uno intitolato «Tifl min al-Qarya» (Il ragazzo del villaggio) e l’altro «Madinat al-Mashur» (La città incantata).
L’elenco delle sue opere è il seguente:
(1) —————– (La scena del Giorno del Giudizio dipinta dal Corano). Tra le 114 sure del Sacro Corano, il Giorno del Giudizio è menzionato in 150 passi di 80 sure. Sayyid ha dipinto con grande abilità, traendo da queste descrizioni, la scena del campo della resurrezione, dell’Inferno e del Paradiso.
(2) ——————- In quest’opera di 200 pagine, Sayyid Qutb ha discusso la lingua, il ritmo, la retorica e lo stile avvincente del Corano.
(3)———————- (L’Islam e la giustizia sociale). Finora sono state pubblicate sette edizioni dell’opera. L’opera è stata tradotta in varie lingue del mondo, tra cui l’inglese, il persiano, il turco e l’urdu.
(4) ———————- Un contributo incomparabile di Sayyid Qutb. Un oceano di conoscenza, completato in otto volumi. Non è propriamente un tafsir; piuttosto, egli ha messo per iscritto le riflessioni sorte nella sua mente durante lo studio del Corano e ha spiegato con maestria gli aspetti nascosti in ogni versetto, come i mezzi per correggere la daʿwa, gli avvertimenti e la conoscenza di Allah.
(5)—————(Il conflitto tra l’Islam e il capitalismo).
(6)—————– (La pace mondiale e l’Islam).
(7)——— (Scritti islamici).
(8)——————-(I principi e i metodi della critica letteraria).
(9)——————— (Recensione del libro intitolato «La cultura futura»).
(10) —————– (Opere e personalità).
(11)————– (Il quadro della società islamica).
(12)————(L’America che ho visto).
(13)—————- (Le idee di quattro fratelli e sorelle). In quest’opera sono stati raccolti insieme gli scritti di Sayyid Qutb, Muhammad Qutb, Amina Qutb e Hamida Qutb.
(14)——— (Raccolta di poesie).
(15)———– (Storie dei profeti).
(16) ————(Raccolta di poesie).
(17)————-(Raccolta di poesie).
(18) ————- (Il vero compito del poeta nella vita).
(19)————— (Il corso della rivoluzione sociale).
——— Fu proprio per aver scritto questo libro che il governo egiziano accusò Sayyid Qutb, e per tale accusa egli fu condannato a morte. Nel n. 446 della rivista delle forze armate egiziane, pubblicato il 1° ottobre del sessantacinque, il resoconto delle accuse mosse in precedenza contro di lui riportava quanto segue, in sintesi:
“L’autore ha opposto una dura resistenza sia alla civiltà e alla società occidentali sia al pensiero marxista. Egli sostiene che tali ideologie non contengono nulla per il genere umano. Secondo lui, il mondo attuale è sprofondato nella jahiliyya. Al posto della sovranità di Allah è stata ingiustamente instaurata la sovranità dell’uomo. L’autore insiste sulla necessità di ravvivare la prospettiva coranica e di sradicare quella jahiliyya, invitando a sacrificare per questo tutto ciò che si possiede.
Egli definisce taghut tutti i governanti ad eccezione di Allah. L’autore afferma che dichiarare il jihad contro il taghut è una condizione della fede per ogni musulmano. Definendo erroneo il senso di unità fondato sulla lingua, sul colore della pelle, sulla discendenza, sulla regione e così via, egli incita i musulmani a costruire l’unità sulla base dell’‘aqida islamica e a condurre una lotta senza compromessi contro questa ideologia.
Attraverso quel libro, l’autore presenta un piano per condurre il jihad contro il governo costituito, avviare attività sovversive in tutto l’Egitto e rovesciare il governo costituito.”
Introduzione
La difficile condizione dell’umanità
Oggi l’umanità è giunta sull’orlo di un abisso senza fondo. Questa situazione non è sorta semplicemente perché la distruzione dei tempi presenti minaccia di annientarla completamente. Piuttosto, tale situazione è soltanto un sintomo della malattia. La vera malattia non è questa. La causa fondamentale del pericolo cui oggi l’umanità si trova di fronte è che essa ha perduto i valori della vita necessari al proprio sviluppo integrale e al vero progresso. Persino al mondo occidentale è ormai divenuta evidente la propria bancarotta spirituale, ed esso avverte oggi di non possedere alcun valore della vita capace di guidare l’umanità sulla retta via. Esso sa di non avere alcun patrimonio con cui soddisfare la propria coscienza e preservarne l’autonomia.
Nei paesi occidentali la democrazia è risultata inefficace ed è sfociata nel fallimento; per questo sembra che essi siano costretti ad adottare le idee, le dottrine e gli ordinamenti di vita dell’Oriente. La prova più evidente è che stanno introducendo in Occidente il sistema economico orientale in nome del socialismo. Anche il blocco orientale si trova nella stessa condizione. In un primo momento, i loro ordinamenti sociali, in particolare la dottrina marxista, avevano attirato l’attenzione di un gran numero di persone in Oriente e in Occidente. Ciò avvenne perché questa dottrina era stata elaborata sulla base di una specifica credenza fondamentale.
Ma sul piano del pensiero la dottrina marxista ha subito la sconfitta. Oggi non è affatto un’esagerazione dire che, nel mondo attuale, non esiste neppure un paese veramente marxista. Questa dottrina è complessivamente contraria alla natura innata dell’essere umano e ai suoi bisogni fondamentali. L’ideale marxista può diffondersi soltanto in una società decaduta o in una società inerte, schiacciata per lungo tempo sotto il giogo della dittatura. Ma oggi anche in società di questo tipo il suo sistema economico materialista non riesce a risolvere i problemi. Eppure l’economia materialista è il fondamento della dottrina marxista. La Russia, maestra dei paesi comunisti, oggi si trova ad affrontare la penuria di cibo. Proprio quel paese che sotto il dominio dello zar produceva eccedenze alimentari oggi importa cibo dall’estero in cambio dell’oro che ha nelle sue riserve. La causa di questo fallimento è l’agricoltura basata sulle fattorie collettive. In altre parole, si può dire che la dottrina marxista si trova di fronte al fallimento proprio a causa dell’introduzione di un sistema contrario alla natura umana.
La necessità di una nuova leadership
Oggi l’umanità desidera una nuova leadership. La leadership dell’Occidente è oggi in declino. La ragione non è la povertà materiale della civiltà occidentale né la debolezza della sua forza finanziaria o militare. Il mondo occidentale è stato costretto a cedere il posto della leadership dell’umanità perché oggi non possiede più quelle qualità fondamentali capaci di infondere vitalità che un tempo lo avevano posto alla guida.
La nuova leadership dei giorni a venire dovrà, oltre a preservare e sviluppare i contributi del genio creativo europeo, presentare all’umanità anche ideali e valori sublimi che finora sono rimasti inesplorati. Inoltre, la leadership del futuro dovrà presentare all’umanità un ordinamento di vita positivo, costruttivo e concreto, pienamente conforme alla natura umana.
Soltanto l’ordinamento islamico è in grado di offrire i valori e l’ordinamento di vita sopra menzionati.
Anche il prestigio della scienza è giunto al termine. Il movimento rinascimentale, iniziato nel XVI secolo e giunto all’apice del suo trionfo nei secoli XVIII e XIX, oggi si è spento e ha perso la sua forza di rinascita. Tutte le dottrine nazionaliste e di acceso sciovinismo sorte nell’epoca moderna, così come i movimenti e i modelli di vita edificati su di esse, oggi sono divenuti privi di vita. In breve, tutti i sistemi di vita creati dall’uomo sono sfociati nel fallimento.
In questo delicato e confuso momento di crisi è giunto il tempo che l’Islam e la società musulmana assolvano alle proprie responsabilità. L’Islam non ha mai ostacolato la ricerca delle risorse materiali del creato. Quando Allah l’Altissimo inviò l’essere umano sulla terra affidandogli la responsabilità del califfato, dichiarò che adempiere al compito di guidare l’umanità sulla retta via, a determinate condizioni, era adorazione di Allah. Non solo: Egli fece sapere che questo era anche lo scopo della creazione dell’essere umano:
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E quando il tuo Signore disse agli angeli: «Sto per nominare sulla terra un mio califfo». — Al-Baqara: 30
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Non ho creato i jinn e gli esseri umani se non allo scopo di adorare Me. — Adh-Dhariyat: 56
Questo riguarda il califfato e l’adorazione. Ma, allo stesso tempo, è giunto il momento di adempiere anche alla responsabilità che Allah l’Altissimo ha affidato ai Suoi servi nei confronti dell’umanità.
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In questo modo vi abbiamo costituiti come una umma mediana, affinché possiate essere testimoni nei confronti dell’umanità e il Messaggero possa essere testimone nei vostri confronti. — Al-Baqara: 143
Siete la migliore umma, suscitata per il bene dell’umanità. Ordinerete agli uomini di compiere il bene, li dissuaderete dal male e crederete profondamente in Allah.
__ Āl ʿImrān: 110
Il ruolo dell’Islam
L’Islam non può svolgere il proprio ruolo se non prende forma concreta nel seno di una società, cioè di una nazione. In particolare, nell’epoca attuale gli uomini non sono disposti ad accettare una dottrina semplicemente ascoltandone gli elogi. Possono giudicare facilmente soltanto un sistema realizzato nella pratica. Da questo punto di vista possiamo dire che, nel corso degli ultimi secoli, la nazione musulmana ha perduto la propria esistenza. Ed è proprio per questo che oggi non sarà in grado di indicare un territorio in cui l’Islam sia presente nella sua pienezza. Guardando i musulmani di oggi, non si riesce affatto a credere che i loro antenati del passato recente fossero seguaci devoti dell’Islam. In realtà, musulmani è il nome dato a un gruppo di persone i cui costumi, concezioni, leggi e valori fondamentali sono tutti derivati dalle fonti islamiche. Dal momento in cui il gruppo musulmano dotato di caratteristiche proprie è scomparso dalla faccia della terra.
Per ristabilire nuovamente l’Islam nella posizione di guida dell’umanità, la umma musulmana deve recuperare la propria forma originaria. Da secoli e secoli la umma musulmana è sepolta sotto i rifiuti delle norme create dall’uomo. Oggi la umma musulmana è oppressa dal peso di leggi e usanze erronee che non hanno neppure il più lontano rapporto con gli insegnamenti islamici. Ciononostante, i musulmani provano compiacimento chiamando i propri territori «mondo islamico».
So che tra questi due compiti — la ricostruzione di sé stessi e il recupero della guida dell’umanità — si è creato un enorme divario. Infatti, da lungo tempo l’esistenza della umma musulmana è scomparsa dal mondo visibile. E la guida dell’umanità è da molto tempo passata sotto il controllo di altri ideali, concezioni non islamiche, diversi sistemi di vita e nazioni non musulmane.
Nel periodo in questione il genio europeo ha compiuto progressi straordinari nei campi della scienza, della cultura, delle leggi e della produzione materialistica; di conseguenza, nella società umana le capacità creative e le tecniche per costruire strumenti di utilità materiale hanno raggiunto livelli molto più elevati. Non è facile indicare i difetti e le carenze di queste straordinarie invenzioni. Soprattutto quando il mondo islamico è completamente privo di talento creativo, è ancora più difficile criticare gli inventori occidentali di strumenti meccanici.
Tuttavia, nonostante tutti questi ostacoli e impedimenti, la rivoluzione islamica è indispensabile. Vi è certamente una grande distanza e vi sono innumerevoli ostacoli tra la rinascita dell’ideale islamico e il recupero del posto di guida del mondo. Ciononostante, come primo passo, è necessario iniziare a operare senza perdere tempo per realizzare la rinascita dell’ideale islamico.
Le qualità necessarie per la leadership mondiale
Se vogliamo operare con conoscenza e discernimento, dobbiamo assolutamente sapere quali qualità sia necessario acquisire affinché la Ummah musulmana possa assolvere la responsabilità della leadership mondiale conferitale da Allah. Dobbiamo acquisire le conoscenze necessarie affinché, nell’iniziare l’opera di riforma e ricostruzione, non ci capiti di inciampare.
L’odierna Ummah musulmana è incapace di mostrare all’umanità la capacità di compiere scoperte materiali o un talento promettente. Che l’umanità del mondo attuale, riconoscendo la superiorità della Ummah musulmana, le assegni il posto di guida: data questa incapacità, una simile speranza è pura illusione. Sotto questo aspetto, la mente creativa dell’Europa è molto più avanzata e non possiamo neppure immaginare di sconfiggere l’Europa nella competizione per i prossimi secoli e conquistarci la superiorità nel campo del progresso meccanico. Dobbiamo quindi acquisire qualità di cui la civiltà moderna è priva.
Ciò non significa che trascureremo affatto il progresso materiale. Al contrario, attribuiremo la dovuta importanza anche al benessere e alle comodità terrene. Infatti, il progresso materiale non è necessario soltanto per guidare l’umanità; è inoltre indispensabile per preservare la nostra esistenza e quella dell’Islam. L’Islam ha conferito all’essere umano la dignità di khalifa di Allah sulla terra e ha dichiarato che l’adempimento della responsabilità del khalifa e l’adorazione di Allah sono lo scopo della creazione dell’essere umano. Pertanto, in quanto khalifa di Allah, per noi è obbligatorio sviluppare il Suo mondo.
Per guidare l’umanità, oltre al progresso materiale dovremo offrire qualcosa in più. Si tratta di una fede fondamentale (iman) riguardo alla vita umana e di un sistema di vita fondato su tale fede. Questo sistema di vita conserverà tutti i contributi della scienza moderna e delle conoscenze tecniche. Allo stesso tempo, sarà in grado di mantenere il livello delle straordinarie iniziative e organizzazioni con cui le conoscenze scientifiche moderne hanno provveduto al comfort e al benessere dell’essere umano, soddisfacendo i bisogni fondamentali dell’umanità. E questa fede (iman) e questo sistema di vita assumeranno forma concreta e si manifesteranno nella società umana, cioè nella società musulmana.
La jahiliyya dell’epoca moderna
Osservando le origini dello stile di vita moderno, diventa chiaro che oggi il mondo intero si agita nel vortice della jahiliyya e che, accanto a tutti i moderni mezzi e strumenti del benessere e delle comodità e alla straordinaria capacità d’invenzione, è chiaramente visibile anche l’ignoranza. Il comportamento ribelle contro la sovranità di Allah è la prova della jahiliyya. Di conseguenza, la sovranità, una delle più grandi qualità di Allah, è stata trasferita agli esseri umani e alcuni di loro hanno esteso il proprio dominio sulla società umana. Questa jahiliyya, naturalmente, non nega direttamente Allah come avveniva nell’antichità e nelle epoche primitive. Al contrario, la ribellione viene proclamata nella pratica attraverso la determinazione dei criteri del bene e del male, l’emanazione di leggi per la vita collettiva, la formulazione di un sistema di vita e la rivendicazione del diritto di scegliere. Infatti, nessun essere umano può compiere tali azioni se non rifiutando le direttive impartite da Allah riguardo a queste questioni. L’inevitabile conseguenza di questa ribellione contro l’autorità di Allah è l’ingiustizia e la persecuzione inflitte alle Sue creature.
Nella società comunista l’umanità è sottoposta alla più estrema umiliazione, mentre, a causa dell’avidità di ricchezza della società capitalista e dell’atteggiamento imperialista, le masse comuni e le nazioni deboli sono sottoposte a spietato sfruttamento e oppressione. Questa è la conseguenza inevitabile della ribellione contro l’autorità di Allah e del rifiuto della dignità conferita da Allah all’essere umano.
Considerando la questione da questo punto di vista, si vedrà che l’Islam è l’unico ordinamento di vita. Infatti, sotto ogni altro ordinamento di vita, in una forma o nell’altra, l’essere umano è costretto ad accettare la servitù nei confronti di altri esseri umani. Soltanto l’ordinamento di vita islamico permette all’uomo di liberarsi completamente dalla servitù degli esseri umani, di sottomettersi soltanto ad Allah secondo i Suoi comandamenti e divieti e di dedicarsi esclusivamente alla Sua adorazione.
La differenza tra l’Islam e la jāhiliyya
È proprio da qui che il cammino dell’Islam si distingue da quello degli altri ordinamenti di vita. Possiamo presentare alla società umana proprio quell’ordinamento di vita che è stato elaborato sulla base di questa nuova concezione della vita ed è pienamente adeguato alla vita reale. La società umana odierna ignora questo messaggio fondamentale dell’Islam. Esso non è una filosofia di vita concepita dagli scopritori occidentali, né il prodotto del pensiero di persone di talento europee o orientali e occidentali.
Non vi è alcun dubbio che la concezione della vita in cui crediamo sia perfetta sotto ogni aspetto. Questa caratteristica dell’Islam è ancora oggi sconosciuta agli abitanti del mondo. Essi non sono inoltre in grado di proporre alcun ordinamento di vita migliore o equivalente a esso.
Ho già menzionato che, se l’Islam non viene attuato concretamente in un determinato ambito, non è possibile comprenderne appieno la bellezza di questo sistema. È quindi assolutamente necessario edificare una società sotto questo sistema e offrirla al mondo come modello. Proprio per realizzare questo obiettivo è indispensabile ristabilire la società islamica in un paese musulmano. Nel prossimo futuro, sarà il gruppo che aspira alla rinascita della società islamica ad assumere la leadership del mondo.
La rinascita della società islamica
Come è possibile la rinascita della società islamica? A tal fine, un gruppo d’avanguardia deve fissare la propria destinazione e avanzare attraversando l’oceano sconfinato e divoratore del mondo della jāhiliyya. Durante il cammino, i soldati di questo gruppo devono proteggersi dal contatto con la jāhiliyya onnipresente e, allo stesso tempo, trarne anche aiuto.
Questo gruppo d’avanguardia deve assolutamente conoscere il punto giusto da cui iniziare il viaggio, l’orientamento generale del cammino, i suoi vicoli e sentieri secondari, tutti i pericoli e le difficoltà lungo il percorso, nonché lo scopo del viaggio, lungo e gravoso. Non solo: deve scendere in campo con una conoscenza completa di dove e in quale misura la jahiliyyah abbia messo radici nel mondo intero, di quando e con chi sia necessario cooperare e in quale momento separarsene, di quali qualità e caratteristiche sia necessario acquisire e di quali caratteristiche possieda la jahiliyyah circostante; deve sapere con quale linguaggio parlare ai portatori e sostenitori della jahiliyyah, quali questioni e problemi inserire nell’ordine del giorno della discussione e come e da dove ottenere la guida necessaria.
La fonte della forza della nostra fede è l’insegnamento fondamentale del Sacro Corano. Sarà il nostro viatico quell’insegnamento e quel messaggio coranico dai quali, nell’epoca d’oro, si accese nei cuori dei portabandiera dell’Islam la fiaccola della luce. Muniti di questo viatico, in passato gli uomini scelti da Allah, per ordine di Allah stesso, furono capaci di cambiare il corso della storia umana.
Ho scritto quest’opera proprio per i protagonisti di questa rivoluzione e ho cercato di presentarvi anche i necessari metodi pratici d’azione.
Quest’opera è stata realizzata apportando alcuni lievi cambiamenti, in pochi punti, ai quattro capitoli di un’altra mia opera intitolata «Fi Zilal al-Qur’an», allo scopo di renderli conformi all’argomento qui trattato.
Ho scritto la sua introduzione e gli altri capitoli in momenti diversi, e qui ho cercato di esporre le profonde verità che ho colto riflettendo e studiando la visione della vita presentata dal Sacro Corano. A prima vista, questa serie di riflessioni può sembrare frammentaria e priva di collegamenti reciproci. Tuttavia, una cosa è certa: le mie riflessioni sono il viatico lungo il cammino e indicano i sentieri da abbandonare. Questi miei scritti sono soltanto la prima parte di un’opera organica. In futuro, con l’aiuto di Allah Ta‘ala, desidero scrivere ancora qualcosa su questo argomento.
E la misericordia di Allah Ta‘ala è il principale sostegno di quest’opera.
L’autore
Capitolo primo
Il gruppo portatore del messaggio nel Sacro Corano
In ogni epoca e in ogni paese, coloro che proclameranno il messaggio dell’Islam devono necessariamente conoscere il metodo per presentare l’invito alla società umana e ricevere una formazione al riguardo. Un tempo il Corano formò un gruppo di uomini. Erano i nobili Compagni del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Non soltanto nella storia dell’Islam, ma nell’intera storia dell’umanità, non esiste alcun paragone per queste figure memorabili. Dopo quell’epoca d’oro dell’Islam, nessun gruppo di uomini dotati di virtù così complete è mai nato al mondo. È certamente vero che, in epoche diverse e in vari luoghi della terra, sono nati alcuni saggi di quel genere; tuttavia, in nessuna epoca della storia si è mai visto un gruppo organizzato di uomini dotati delle elevate qualità sopra menzionate, come quello dell’epoca d’oro.
Questa è una verità storica innegabile. Dobbiamo quindi riflettere profondamente sulla questione per svelarne il mistero.
Perché non si trovano persone paragonabili ai nobili Compagni?
Il messaggio del Sacro Corano è ancora oggi conservato presso di noi nella sua forma intatta. Inoltre, gli hadith del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui), le sue istruzioni riguardo alla sua vita pratica e tutta la sua biografia sono conservati presso di noi. Il messaggio del Corano e gli insegnamenti del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sono oggi presso di noi esattamente come lo erano davanti alla Ummah musulmana dell’epoca d’oro. Soltanto la persona fisica del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non è presente tra noi. È forse per questo che in nessun paese del mondo la società islamica è stata pienamente istituita?
Se la presenza fisica del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fosse indispensabile per l’attuazione e la diffusione della legge di Allah, Allah l’Altissimo non avrebbe mai fatto scendere il sistema di vita islamico come unica religione per tutti gli uomini del mondo, né lo avrebbe dichiarato l’ultimo messaggio rivelato agli abitanti della terra e una religione valida per ogni tempo e ogni epoca.
Allah l’Altissimo ha assunto personalmente la responsabilità di preservare il Sacro Corano. Egli sapeva infatti che, anche dopo la morte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), il sistema di vita islamico avrebbe potuto essere attuato e procurare il bene dell’umanità. Per questo, dopo ventitré anni di vita profetica, Allah l’Altissimo chiamò presso di Sé il Suo amato Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e dichiarò che l’Islam sarebbe rimasto in vigore fino all’ultimo istante dell’esistenza della terra. L’assenza fisica del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non costituisce alcun ostacolo all’attuazione della legge islamica.
Prima ragione: Nel cercare la vera causa, si vedrà anzitutto che l’acqua della sorgente limpida dalla quale i musulmani dell’epoca d’oro avevano placato la loro sete si è mescolata ad altre sostanze. Dobbiamo anche esaminare quale formazione ricevevano i musulmani di quell’epoca. Forse anche il metodo di formazione si è mescolato a impurità.
La fonte dalla quale i Compagni del Profeta bevvero fino a saziarsi dell’acqua della vita era il Sacro Corano. Lo ripeto: soltanto il Corano. Perché gli hadith e le altre indicazioni del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non sono altro che il corso d’acqua di quella stessa fonte. Quando alla Madre dei credenti, la venerabile Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei), fu chiesto del carattere del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), ella rispose con parole chiare: «Il Sacro Corano era il suo carattere».
Fu proprio dal Sacro Corano che i Compagni del Profeta (che Allah sia soddisfatto di loro) placarono la loro sete, e fu esclusivamente sul modello del Corano che plasmarono la loro vita. Il fatto che il Corano fosse la loro unica guida non dipendeva dall’assenza, in quell’epoca, di civiltà, cultura, scienza, letteratura o scuole. In realtà, la civiltà, la cultura e la letteratura romane dell’epoca, insieme al diritto romano, sono ancora oggi considerate il fondamento della civiltà europea. In quel periodo era forte anche l’influenza della civiltà greca. La logica, la filosofia, le arti e le scienze greche sono tuttora considerate fonti del pensiero occidentale. La civiltà persiana era potente per la sua arte, la scienza, la poesia, le leggende, la religione e l’organizzazione dello Stato. Anche in altre regioni vicine e lontane fiorivano diverse civiltà. Si possono citare, per esempio, le civiltà indiana e cinese. A nord e a sud della penisola arabica erano affermate le civiltà romana e persiana. E gli ebrei e i cristiani vivevano nel cuore della penisola arabica. Pertanto, i musulmani di quell’epoca non accettarono il Libro di Allah come unica guida della vita per l’ignoranza derivante dalla mancanza di civiltà e cultura; vi giunsero invece dopo profonde riflessioni. Come esempio si può citare l’episodio in cui il venerabile Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) si presentò al cospetto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) portando con sé alcuni brani del Libro della Torah. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), adirato, disse al venerabile Umar (che Allah sia soddisfatto di lui): «Per Allah! Se oggi il venerabile Mosè fosse ancora vivo, anche per lui sarebbe obbligatorio obbedirmi».
Da questo episodio si comprende chiaramente che, nella fase iniziale della formazione dei suoi primi seguaci, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) aveva stabilito che traessero conoscenza soltanto dalla parola di Allah. E l’insieme di quella parola è il Sacro Corano. Egli aveva deciso che i suoi compagni avrebbero consacrato la propria vita esclusivamente al Libro di Allah e avrebbero plasmato la loro vita unicamente secondo i suoi insegnamenti. Per questo, non appena vide il venerabile Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) rivolgere la propria attenzione a un altro libro, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) manifestò il suo disappunto.
In realtà, il Messaggero di Allah desiderava formare un gruppo di persone le cui menti, cuori e facoltà intellettive fossero completamente liberi da ogni impurità e da ogni forma di corruzione. Fu Allah l’Altissimo stesso, il Legislatore del Sacro Corano, a insegnare loro il metodo della formazione.
Le persone sopra menzionate bevvero fino a saziarsi dalla fonte di serenità del Corano e conquistarono un posto tra i possessori di qualità incomparabili. In seguito, alcune sostanze adulteranti provenienti da altre fonti si mescolarono al puro corso del Corano. Le fonti dalle quali le generazioni successive attinsero i loro materiali furono la filosofia e la logica greche, le antiche leggende e correnti di pensiero persiane, i testi e le consuetudini degli ebrei, il sistema sacerdotale dei cristiani e, insieme a questi, alcuni frammenti dispersi di altre religioni e civiltà. Gli esegeti del Corano inclusero tali elementi nelle loro trattazioni erudite e, di conseguenza, essi si intrecciarono con i principi fondamentali trasmessi dal Sacro Corano. Le generazioni successive attinsero conoscenza proprio da questa fonte adulterata. Perciò non poterono mai possedere qualità e carattere pari a quelli del gruppo formatosi nella prima generazione.
Possiamo affermare senza esitazione che la differenza sorta tra i musulmani dell’epoca d’oro e quelli delle epoche successive dipende dal fatto che la dottrina formatasi dalla mescolanza dell’ideale islamico puro con altri ideali perse le proprie caratteristiche islamiche.
Secondo motivo: Anche a questo proposito va menzionato un altro motivo. Anche il metodo di apprendimento dei musulmani dell’epoca d’oro era straordinario. Essi non studiavano il Corano allo scopo di soddisfare la sete di cultura, informazioni o conoscenza. Nessuno di quell’epoca studiava il Corano per ampliare il proprio patrimonio intellettuale, trovare la soluzione a un problema scientifico o giuridico, oppure colmare una lacuna del proprio intelletto. Al contrario, si rivolgevano al Sacro Corano per conoscere quali precetti e divieti Allah l’Onnipotente aveva rivelato per loro e per l’intera comunità. Proprio come il soldato impegnato in battaglia si adopera ogni giorno per osservare le istruzioni militari, così i credenti di quell’epoca mettevano in pratica gli ordini del Corano. Non studiavano in una sola volta una grande parte del Corano, poiché comprendevano bene quanto fosse difficile portare il peso di un numero eccessivo di precetti e divieti. Al massimo, ciascuno di loro leggeva, memorizzava e metteva in pratica il significato di dieci versetti alla volta. Possiamo conoscere tutto ciò da un hadith narrato da Abdullah ibn Mas‘ud (che Allah sia soddisfatto di lui).
«Lo scopo della rivelazione dei precetti è osservarli.» Questa consapevolezza aprì agli uomini di quell’epoca le porte dello sviluppo spirituale e dell’ampliamento della conoscenza; se avessero studiato il Corano soltanto per discutere, acquisire sapere e raccogliere informazioni, quelle porte non si sarebbero mai aperte per loro. Inoltre, proprio grazie a questa consapevolezza, per loro divenne facile osservare i precetti e i divieti del Corano, e il peso della responsabilità si fece più lieve. Essi manifestarono il Corano in modo tale nella loro vita quotidiana e nel loro comportamento che ognuno di loro divenne l’immagine vivente della fede. Questa fede non era nascosta in un libro né nella mente; divenne invece concreta attraverso un movimento rivoluzionario in marcia, dotato di un programma per la trasformazione radicale della vita umana.
In verità, il Corano non apre mai il suo tesoro di conoscenza a coloro che, pur conoscendo i suoi precetti e divieti, non desiderano vivere conformemente ad essi. Il Corano non è una semplice opera di discussione erudita, di esercizio letterario, di raccolta di racconti o di storia. Eppure tratta proprio questi argomenti. Il Corano ha portato una legge di vita. Il suo principio fondamentale è la sottomissione ad Allah. Per questo l’Altissimo Allah non ha fatto scendere l’intero Corano in una sola volta; lo ha invece fatto scendere poco a poco, a intervalli:———————————————–
Abbiamo fatto scendere il Corano poco a poco, affinché tu, o Profeta, lo recitassi agli uomini a intervalli; e così abbiamo fatto scendere la rivelazione gradualmente.— Banī Isrāʾīl: 106
L’intero Corano non fu fatto scendere in una sola volta; al contrario, le sue diverse parti furono fatte scendere gradualmente per risolvere i nuovi problemi della società islamica in espansione, per adeguarsi al progresso della vita sociale secondo il corso degli atteggiamenti e dei pensieri degli uomini e per rispondere alle domande che la società musulmana aveva incontrato nella vita reale. In relazione a particolari circostanze ed eventi venivano fatti scendere uno o più versetti. Quei versetti rispondevano alle domande sorte nella mente della gente riguardo alla questione in esame, presentavano il quadro di un evento specifico e indicavano tutto ciò che doveva essere fatto in quella particolare situazione. Questi versetti correggevano gli errori della conoscenza, dell’intelletto e delle azioni degli uomini, li avvicinavano ad Allah e spiegavano gli attributi di Allah e la natura della creazione. Perciò essi compresero chiaramente che ogni momento della loro vita era sotto la guida e il controllo del Creatore onnipotente e che trascorrevano i giorni della loro vita sotto la protezione della misericordia di Allah. Fu proprio grazie alla consapevolezza di questo profondo rapporto della vita con Allah che si sforzarono costantemente di conformare la propria vita alla legge di vita data da Allah.
In questo modo, i musulmani dell’età dell’oro si erano abituati a tradurre nella vita reale tutte le direttive riguardanti la vita. I musulmani delle epoche successive trasformarono la legge di vita in materia di discussione erudita e di diletto. E si può senza dubbio affermare che questa è una delle cause del cambiamento osservato tra i musulmani delle epoche successive.
Terza ragione: Nella storia dei musulmani si riscontra anche una terza ragione, che dobbiamo conoscere. All’epoca del Messaggero di Allah, chiunque abbracciasse la fede recideva ogni rapporto con la jāhiliyya. Dopo essersi rifugiato all’ombra della pace dell’Islam, iniziava una nuova vita. I nuovi musulmani si separavano completamente dalla vita precedente, immersa nell’ignoranza riguardo alla legge di Allah, e si univano alla nuova società. Pentito del modo erroneo in cui aveva vissuto nell’epoca dell’ignoranza, viveva sempre nel timore e credeva pienamente che, dopo essere entrato nell’Islam, fosse sconveniente mantenere qualsiasi rapporto con il vecchio sistema. Se talvolta, a causa della debolezza umana, il vecchio stile di vita cominciava a esercitare su di lui la propria influenza, oppure, attratto dalle vecchie abitudini, cadeva in qualche errore o deviazione nell’osservanza delle direttive dell’Islam, allora diventava agitato dal rimorso e dal pentimento e si affrettava immediatamente verso il Corano per correggersi.
Così, dopo aver abbracciato l’Islam, la vita dei musulmani scorreva in una direzione del tutto diversa da quella della precedente vita nella jāhiliyya. Poiché chi abbracciava l’Islam compiva il passo dopo aver riflettuto attentamente in anticipo, accettava pienamente i precetti e i divieti dell’Islam e recideva ogni rapporto con la jāhiliyya. Tuttavia, essi abbandonavano la jāhiliyya continuando i rapporti commerciali e materiali con i politeisti. Infatti, i rapporti materiali e il compromesso sui princìpi sono due cose completamente diverse.
Alla base dell’abbandono dell’ambiente, dei costumi, dei comportamenti e dei modi di pensare della jāhiliyya vi erano l’adozione di una visione della vita fondata sul tawḥīd, in luogo delle erronee concezioni politeistiche riguardo ad Allah e al mondo, l’ingresso nel gruppo dei musulmani, l’accettazione della guida di questa nuova società e la piena obbedienza.
Abbracciare l’Islam significava vivere secondo una nuova via: una nuova vita libera dall’influenza di tutti i valori e di tutte le concezioni della jāhiliyya. A parte le persecuzioni della parte avversa, i musulmani non incontrarono altre difficoltà. Ma, ancor prima di muovere i passi sulla via dell’Islam, avevano deciso nel profondo del cuore di rimanere saldi di fronte a ogni tormento disumano. Perciò le crudeli persecuzioni degli oppressori non poterono provocare alcun turbamento nell’incrollabile pazienza dei musulmani.
Il nostro dovere
Anche noi oggi siamo rimasti intrappolati, proprio come la gente di quell’epoca, nella morsa della gāhiliyya, e la gāhiliyya odierna è ancora più letale di quella di allora. Tutto il nostro ambiente, le credenze e gli ‘aqīda della gente, i costumi, il carattere e le consuetudini: tutto è gāhiliyya. Persino gli elementi che conosciamo come cultura islamica, fonti islamiche, filosofia islamica e pensiero islamico sono anch’essi prodotti della gāhiliyya.
Per questo, i veri valori islamici non trovano posto nei nostri cuori. Per questo, i nostri cuori non si illuminano mai alla luce della concezione e della fede islamiche. Ed è per questo che tra noi non sorgono persone dotate delle stesse qualità dei pionieri nati nell’età d’oro dell’Islam.
Perciò, all’inizio del movimento islamico e nelle prime fasi della nostra formazione, dobbiamo separarci completamente dall’ambiente attuale, influenzato dalla gāhiliyya. Dobbiamo attingere la conoscenza da quella fonte incontaminata dalla quale i Compagni del Profeta, che Allah sia soddisfatto di loro, trovarono la guida per il cammino. E dobbiamo preservare con cura quella fonte, liberandola da ogni contaminazione e commistione. Da essa dobbiamo acquisire la conoscenza del corso dell’universo creato e del rapporto tra il creato e la natura umana da un lato, e Allah l’Altissimo, la vera e suprema Essenza, dall’altro. Dalle medesime fonti dobbiamo ricavare i concetti fondamentali riguardanti l’amministrazione dello Stato, la politica, l’economia e gli altri ambiti della vita.
Non torneremo alle fonti fondamentali dell’Islam per limitarci a discussioni erudite e al piacere intellettuale. Al contrario, seguiremo questa via allo scopo di obbedire ad Allah e osservare le norme islamiche. Ci formeremo esattamente nel modo in cui l’Islam ci chiede di diventare. Allo stesso tempo, continueremo a studiare il valore letterario del Corano, il suo stile espositivo incomparabile, le rappresentazioni del Giorno della Resurrezione, la logica e altri tesori di questo genere. Trarremo certamente beneficio da questi aspetti, ma essi non costituiscono lo scopo principale dello studio del Corano. Dal Corano vogliamo sapere quale tipo di sistema di vita esso ci propone; quale visione del creato ci insegna, come presenta Allah, quali norme morali e quali comportamenti insegna, e quale tipo di legge e di ordinamento di governo prescrive di istituire per la società umana nel mondo.
Al contempo, dobbiamo liberarci completamente dalla sociologia, dalle concezioni, dai costumi della gāhiliyya e dalla presa della leadership gāhilita. Non possiamo scendere a compromessi con l’ordinamento sociale della gāhiliyya. Non ci è possibile accettare tale ordinamento e vivere sotto il suo dominio. Non è possibile stabilire rapporti amichevoli con quella società, perché tale ordinamento è falso. Dobbiamo quindi prima cambiare la nostra vita e poi trasformare quella società.
Il nostro obiettivo principale sarà trasformare tutte le consuetudini della società gāhilita. Questo cambiamento dovrà partire dalle fondamenta stesse della società. Infatti, la società gāhilita è fondata su dottrine errate; per questo è contraria all’Islam e, mediante la sola forza brutale e l’oppressione, ci tiene lontani da tutti i benefici del sistema di vita scelto da Allah.
Innanzitutto dobbiamo liberarci dai vincoli del sistema di vita costruito sui valori e sulle concezioni gāhiliti. Non cambieremo affatto i nostri valori allo scopo di scendere a compromessi con la società falsa già instaurata. Il nostro ordinamento sociale e l’attuale ordinamento sociale vano seguono percorsi completamente diversi. Se percorressimo la via della gāhiliyya, non potremmo mai raggiungere la destinazione.
Siamo consapevoli che, non appena muoveremo i primi passi su questa via, molte difficoltà e ostacoli si ergeranno a sbarrare il nostro cammino e dovremo accettare numerosi sacrifici. Tuttavia, se vogliamo seguire le orme di quei grandi uomini oppressi dell’epoca d’oro attraverso i quali Allah l’Altissimo instaurò la Sua religione nel mondo e calpestò l’ignoranza, non possiamo tirarci indietro a causa di tali difficoltà e ostacoli.
Dobbiamo avere una conoscenza chiara del cammino che ci attende. Dobbiamo iniziare il nostro viaggio solo dopo aver compreso bene quale via intraprendere, quali situazioni dovremo affrontare lungo il percorso, quali vicoli dovremo attraversare prima di raggiungere, dalle tenebre profonde dell’ignoranza, la luminosa strada maestra dell’Islam e come i nobili Compagni del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) conseguirono il successo.
Secondo capitolo
Gli insegnamenti fondamentali del sacrificio dell’epoca meccana
La parte del Sacro Corano rivelata alla Mecca nell’arco di tredici anni attribuì importanza a un solo tema. Senza modificarne il messaggio fondamentale, il tema fu presentato in forme sempre nuove, nello stile narrativo proprio del Corano. Di conseguenza, ogni volta sembrava che fosse trattato per la prima volta. Quel tema era la prima e principale questione fondamentale del nuovo sistema di vita. E la questione riguardava la fede nel Creatore, nell’umanità e nella relazione tra i due.
La questione fu posta dinanzi all’intera umanità. Che fossero arabi o abitanti di qualunque altra regione, appartenessero a quell’epoca o a qualsiasi epoca successiva, la questione era la stessa per tutti gli esseri umani e anche la risposta era identica.
Le domande fondamentali della mente umana non cambiano mai. La posizione dell’uomo nell’universo creato, la destinazione della vita umana, la sua dignità nel creato e il suo rapporto con il mondo, nonché la natura del rapporto tra l’uomo e il suo Creatore, sono questioni identiche per gli uomini di tutte le epoche e di tutte le regioni. Non è possibile modificare queste questioni fondamentali, perché sono intimamente legate all’esistenza dell’uomo.
Nel periodo meccano della rivelazione del Corano furono spiegati i misteri nascosti nell’uomo e nel mondo che lo circonda. Da dove è venuto l’uomo, quale è la sua identità, con quale scopo è venuto al mondo, quale è la sua destinazione, chi gli ha dato l’esistenza dal nulla e quale sarà il suo destino: di questi temi si discusse nella prima fase della rivelazione coranica. Vi sono molte realtà della creazione che l’uomo può vedere e toccare. Ve ne sono però anche molte la cui esistenza può essere percepita, ma che non possono né essere viste né toccate. In questa fase il Corano diede all’uomo la conoscenza di entrambi questi tipi di realtà e di esseri creati. Inoltre, già nella fase meccana furono trattate le questioni riguardanti chi ha creato questo grande universo e chi ha determinato la forma e la natura di tutte le cose create. Allo stesso modo, il Corano indicò all’uomo come stabilire i rapporti reciproci tra il Creatore, il mondo materiale e l’essere umano. Questa è la questione importante da cui dipende l’esistenza dell’uomo e da cui continuerà a dipendere fino alla dissoluzione del creato.
Per questo, nel corso dei tredici anni del periodo meccano, la risposta a questa questione importante e fondamentale fu spiegata sotto vari aspetti. Poiché le altre questioni connesse alla vita umana scaturiscono proprio da questo problema fondamentale.
Nella fase meccana, il Corano stabilì come tema principale la questione dell’‘aqīda fondamentale, e in quel periodo non fu detto nulla riguardo alle altre questioni sorte da essa. L’Onnisciente Allah aveva decretato che le altre prescrizioni non sarebbero state presentate a quel gruppo di persone finché la fede non fosse stata pienamente e saldamente radicata nei loro cuori. Infatti, era indispensabile che, anzitutto, una fede forte fosse radicata nei cuori di coloro che in seguito avrebbero stabilito la Sua religione sulla terra.
Coloro che diffondono il messaggio della religione di Allah e desiderano attuare il sistema di vita da essa proposto devono ricordare in modo particolare che, per tredici anni, il Sacro Corano presentò esclusivamente l’invito alla fede e rinviò la diffusione delle leggi dettagliate e delle prescrizioni e proibizioni del sistema di vita fondato su quella fede.
L’inizio dell’attività di da‘wa
Nell’infinito tesoro della conoscenza di Allah era stato stabilito che il contenuto della da‘wa iniziale del Messaggero di Allah fosse limitato alla fede e all’‘aqīda. Il primo messaggio che il Messaggero di Allah presentò agli uomini fu la testimonianza che non esiste altro signore né altra divinità all’infuori di Allah. Al contempo, egli si dedicò a far conoscere agli uomini la loro vera divinità e a spiegare la ragione per cui soltanto Lui dovesse essere adorato.
Dalla conoscenza limitata dell’uomo si potrebbe dedurre che, nella fase iniziale, quel piccolo insieme di parole della da‘wa non riuscì a conquistare i cuori degli Arabi. In realtà, gli Arabi comprendevano perfettamente la propria lingua madre e perciò non ebbero alcuna difficoltà a capire il significato delle parole ilah e «la ilaha illallah». Sapevano che la parola uluhiyya significa potere sovrano e comprendevano anche che, come conseguenza dell’attribuire la sovranità esclusivamente ad Allah, ogni autorità sarebbe stata strappata ai sacerdoti, ai capi tribali e ai governanti ricchi, per essere affidata ad Allah. La conseguenza concreta sarebbe stata che, nel pensiero degli uomini, nei riti religiosi, nella distribuzione delle ricchezze, nell’amministrazione della giustizia e negli altri ambiti della vita nazionale, in breve, nell’anima e nel corpo dell’uomo, la proclamazione dell’instaurazione dell’autorità esclusiva di Allah costituiva una vera e propria sfida contro ogni autorità stabilita nella società. Equivaleva a una ribellione contro tutta la politica e l’organizzazione sociale allora vigenti, nonché a una dichiarazione di guerra contro il potere legislativo e l’autorità di governo di tutte le forze diverse da Allah. Agli abitanti dell’Arabia non era certo ignoto il significato della proclamazione «la ilaha illallah», pronunciata nella loro lingua madre, né la sua ripercussione sul loro modo di vita abituale. Perciò si adirarono di fronte a questo messaggio rivoluzionario e opposero una forte resistenza a tale proclamazione. Questo è noto a tutti.
Perché l’invito alla religione iniziò in questo modo? Perché mai Allah aveva deciso di sottoporre il messaggio della Sua religione a una prova già nella fase iniziale?
Nazionalismo e invito alla religione
Quando il Messaggero di Allah (s.a.) iniziò a diffondere il messaggio di Allah, la terra e le ricchezze degli Arabi non erano nelle loro mani, bensì erano sotto il controllo di altri. A nord, la Siria era occupata dai Romani. Analogamente, a sud, lo Yemen faceva parte dell’Impero persiano. Gli Arabi locali governavano quella regione riconoscendo la sovranità del re persiano. Soltanto nelle regioni dell’Higiaz, di Tihama e del Najd era affermata l’autorità degli Arabi, ma quelle zone erano semplicemente desertiche. Fatta eccezione per alcune oasi, l’intera regione era una distesa sabbiosa priva d’acqua.
È inoltre universalmente noto che i suoi parenti e vicini avevano conferito a Muhammad (s.a.) i titoli di al-Amīn e as-Sādiq (affidabile e veritiero). Quindici anni prima che ricevesse la profezia, i capi della tribù dei Quraysh lo scelsero come arbitro nella controversia riguardante la ricollocazione della Pietra Nera della Kaaba e furono estremamente soddisfatti della sua decisione. Egli apparteneva alla tribù dei Banū Hāshim, che era nota come la più nobile tra le tribù dei Quraysh. Si può dunque affermare senza esitazione che Muhammad (s.a.) avrebbe potuto facilmente unire gli abitanti di quella società innalzando lo slogan del nazionalismo arabo. I Quraysh avrebbero risposto con grande facilità all’appello all’unità araba, poiché erano esasperati dalla continua successione di guerre tribali e spargimenti di sangue. Egli avrebbe potuto riunire gli Arabi, divisi in centinaia di fazioni, mediante un appello all’unità basata sulla lingua, liberare le terre arabe occupate dagli Imperi romano e persiano e fondare uno Stato arabo unito; nulla di tutto ciò sarebbe stato difficile per lui.
Dopo aver sopportato per tredici anni persecuzioni disumane, di fronte a una forte opposizione, il Messaggero di Allah (s.a.) avrebbe potuto ottenere facilmente il sostegno del popolo appellandosi al nazionalismo invece di invitare alla religione, e la sua leadership su tutti gli Arabi sarebbe stata riconosciuta.
Si può anche dire che, dopo aver unito e consolidato in questo modo l’intera terra araba sotto la sua leadership e la sua autorità, avrebbe potuto preparare il popolo a credere nell’unicità di Allah l’Altissimo; e, dopo aver accettato la sua autorità, essi sarebbero stati facilmente indotti ad accettare anche il loro Signore, Allah l’Altissimo, seguendo i suoi consigli e i suoi insegnamenti.
Ma Allah l’Altissimo, fonte di ogni conoscenza e Sapiente di ogni cosa, non permise al Suo Profeta di seguire quella via. Al contrario, gli ordinò, mediante una proclamazione pubblica, di negare l’autorità di chiunque all’infuori di Allah e ordinò al Messaggero di Allah stesso e ai suoi pochi compagni di affrontare con pazienza una strenua opposizione.
La domanda è: perché tutto questo? Il Messaggero di Allah (s.a.) e i suoi amati Compagni non furono trasformati senza motivo in vittime di persecuzioni. Egli sapeva che lo scopo non poteva essere raggiunto in altro modo. L’obiettivo di questo movimento non era liberare la terra araba dall’oppressione romana e persiana per instaurarvi poi un’oppressione araba. Ogni oppressione, sia indigena sia straniera, è identica. La terra appartiene ad Allah e deve essere mantenuta pura e consacrata alla Sua autorità; il mondo non può essere purificato se non attraverso il messaggio della kalima «لا إله إلا الله». L’essere umano è servo soltanto di Allah e soltanto sotto l’influsso della kalima «لا إله إلا الله» può vivere come un servitore obbediente di Allah. L’arabo era la loro lingua madre. Perciò compresero chiaramente che il significato di quel messaggio era: «Non esiste alcuna potenza sovrana all’infuori di Allah; nessuno, all’infuori di Allah, ha il diritto di emanare leggi; e nessun essere umano può esercitare autorità o dominio su un altro». Infatti, l’unico detentore di ogni autorità è Allah l’Altissimo. L’Islam ha proclamato che la base dell’unità degli esseri umani sarebbe stata la fede. E secondo il criterio della fede, Arabi, Romani e Persiani sono tutti uguali. Per questo l’invito alla religione fu iniziato fondandolo sul messaggio della kalima.
La rivoluzione economica e il messaggio della religione
Al tempo in cui il Messaggero di Allah (s.a.) ricevette la profezia, in Arabia non esisteva alcun sistema per un’equa distribuzione della ricchezza. Di conseguenza, anche la giustizia era assente da quella società. Un ristretto numero di persone aveva accaparrato tutte le ricchezze e il commercio e li accresceva mediante attività usurarie. Un numero enorme di abitanti del Paese era povero e affamato.
Soltanto i ricchi erano considerati nobili e superiori, mentre alla gente comune non erano negati soltanto i beni materiali: nella società non veniva riconosciuta neppure la loro dignità umana.
Si può anche dire che Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) avrebbe potuto guidare un movimento di rivoluzione sociale dichiarando guerra ai ricchi e ai nobili della società, impadronendosi delle ricchezze dei facoltosi e distribuendole tra i poveri.
Tutti ammetteranno inoltre che, se il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) avesse iniziato un movimento di questo genere, la società araba si sarebbe divisa in due e un gran numero di poveri vi avrebbe preso parte. Essi, infatti, erano tormentati dall’oppressione di pochi individui ricchi, nobili e potenti. Al contrario, a causa della predicazione del messaggio del tawhid, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) dovette affrontare ostacoli e avversità a ogni passo; di conseguenza, nessuno, salvo pochissime persone nobili d’animo della società, rispose a questo appello.
Bisogna anche riconoscere che, dopo aver conquistato il consenso della maggioranza della società, Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui), in qualità di loro leader, avrebbe potuto impadronirsi delle immense ricchezze di quei pochi ricchi e, facendo valere la propria influenza e autorità, avrebbe potuto indurre la gente della società a credere anche nel tawhid, allo scopo di adempiere al compito della profezia. Dopo aver riconosciuto l’autorità del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), non avrebbero sollevato alcuna obiezione ad accettare l’unicità di Allah l’Altissimo secondo i suoi ordini e insegnamenti.
Ma Allah l’Altissimo, il Possessore di una conoscenza onnisciente e infallibile, non guidò il Suo amato Profeta neppure per questa via.
Allah l’Altissimo sa meglio di chiunque altro che questa non è la via corretta. Egli sa che una vera giustizia sociale può sorgere soltanto attraverso la completa sottomissione ad Allah. L’intera società deve prepararsi ad accettare il principio di distribuzione giusta stabilito da Allah. Tutti i membri della società, grandi e piccoli, donatori e beneficiari, devono credere senza alcun dubbio che, osservando la legge di Allah, non otterranno soltanto il bene, ma saranno anche ricompensati nell’Aldilà. Non è mai auspicabile che alcuni membri della società diventino folli per l’avidità di ricchezze e che una grande massa di persone sia costretta a vivere in uno stato di agitazione. In una società fondata sul rifiuto dell’autorità di Allah, ogni questione viene decisa con le armi. Nella società in cui paura e terrore sono eventi quotidiani, la maggior parte della popolazione è costretta a vivere come morta, con il cuore spezzato e priva di entusiasmo e incoraggiamento.
L’inizio del movimento attraverso un’organizzazione morale
Quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) iniziò il suo lavoro di predicazione, il paese arabo era giunto al livello più basso dal punto di vista morale. In quella società non esisteva alcun codice morale, fatta eccezione per alcune consuetudini tribali dell’epoca antica.
L’oppressione e la persecuzione erano eventi quotidiani in quella società. Il celebre poeta Zuhayr ibn Abī Sulmā ha narrato:
«Chi non si difende armato, avrà inevitabilmente la morte come destino.»
«E chi non opprimerà, sarà certamente oppresso.»
Un altro proverbio dell’epoca dell’ignoranza recitava così:
«Aiuta tuo fratello in ogni circostanza, sia egli oppressore o oppresso.»
Il consumo di alcolici e il gioco d’azzardo facevano parte delle consuetudini sociali, e la gente si vantava di tali abitudini. Tutta la poesia di quell’epoca era composta incentrandosi sull’alcol e sul gioco d’azzardo.
In ogni parte di quella società erano diffusi vari tipi di adulterio, e le persone immerse nell’ignoranza antica e contemporanea ne andavano orgogliose secondo le loro consuetudini. ʿĀʾisha ha descritto la società di allora con le seguenti parole:
«All’epoca della jāhiliyya erano diffusi quattro tipi di matrimonio. Un tipo era proprio come il matrimonio praticato oggi. In altre parole, l’uomo che desiderava sposarsi presentava la proposta di matrimonio al padre della donna o al suo tutore e, in tale occasione, gli offriva alcuni doni. Un secondo metodo consisteva nel fatto che un uomo diceva a sua moglie di concepire un figlio avendo rapporti, nel periodo compreso tra due mestruazioni, con un determinato altro uomo. In quel periodo il marito si asteneva dal toccare sua moglie e non aveva con lei alcun rapporto sessuale prima che comparissero i segni della gravidanza. Dopo la comparsa dei segni della gravidanza, il marito aveva rapporti con la moglie a propria discrezione. Lo scopo di adottare questo metodo era ottenere un figlio di nobile stirpe. Il terzo metodo era la poliandria, cioè un gruppo composto da non più di dieci uomini aveva rapporti con una sola donna. Alcuni giorni dopo il concepimento e la nascita del bambino, la donna convocava e radunava gli uomini che avevano avuto rapporti con lei. Nessuno aveva il diritto di rifiutare tale convocazione. Quando erano tutti riuniti, la donna diceva: “Avete certamente conosciuto il risultato. Ho partorito un bambino”. Poi indicava uno degli uomini presenti e dichiarava: “È proprio quest’uomo il padre di questo bambino”. Successivamente il bambino riceveva il nome dell’uomo indicato e veniva considerato appartenente a quell’uomo. Quell’uomo non aveva il diritto di rifiutarsi di assumersi la responsabilità del bambino.»
Il quarto metodo era il seguente: «Molti uomini si recavano dalla stessa donna, e la donna accettava tutti. In realtà, costoro erano prostitute. Alla porta delle loro case vi era un particolare tipo di bandiera. Chiunque lo desiderasse poteva avere rapporti sessuali con loro. Dopo che una donna di quel tipo rimaneva incinta e partoriva, molti uomini si riunivano e, tramite un esperto, determinavano la paternità del bambino in base alla sua conformazione e ai suoi lineamenti. Colui che gli uomini riuniti dichiaravano essere il padre del bambino era obbligato ad assumersene la responsabilità. Non vi era alcun modo per sottrarsi a tale responsabilità». (Bukhari, capitolo sul matrimonio)
Hazrat Muhammad (s.a.) avrebbe potuto anche avviare un movimento di riforma morale, con un programma per elevare il carattere, purificare la società e riformare l’anima. Come ogni riformatore sociale, non sarebbe stato impossibile per lui ottenere la collaborazione di alcune persone coraggiose e attive di quella società, desiderose di riformarla.
Si può facilmente affermare che, se il Messaggero di Allah (s.a.) avesse avviato un movimento di questo tipo, avrebbe potuto radunare un certo numero di persone. Grazie al loro elevato livello morale, costoro avrebbero accettato facilmente il messaggio del tawhid e si sarebbero preparati ad assumere le responsabilità successive; procedendo in questo modo, il messaggio della formula «La ilaha illallah» non avrebbe incontrato un’opposizione così veemente.
Ma Allah, l’Onnisciente, sapeva molto bene che questa non era la via corretta. Egli sapeva che la moralità si costruisce unicamente sulla base della fede. È la fede a indicare la ricerca di un’autorità superiore, origine dei criteri del bene e del male. Tale autorità stabilisce la ricompensa per l’accettazione di questi valori e la punizione per il loro rifiuto. Se non si conosce questa autorità, tutti i valori e i criteri morali si dimostrano transitori: non rimangono né il senso di dover rispondere davanti a un’autorità, né la speranza di ricevere una ricompensa per le buone azioni.
La rivoluzione totale
Quando, dopo un duro lavoro, la fede si consolidò; quando, attraverso le azioni concrete, si manifestò piena obbedienza al Signore nel quale avevano creduto; quando gli uomini riconobbero il loro vero Creatore, Signore e Sostentatore e cominciarono a glorificare e lodare unicamente Lui; quando si liberarono in ogni cosa dall’influenza dei desideri e delle passioni altrui, persino delle proprie; e quando la formula «La ilaha illallah» si incise nei loro cuori, allora Allah l’Altissimo concesse loro il Suo aiuto in ogni ambito. La terra di Allah fu liberata dalla subordinazione a Roma e alla Persia; ma questa liberazione non mirava a sostituire il dominio degli stranieri con quello degli Arabi, bensì a stabilire la sovranità di Allah. L’obiettivo di questa rivoluzione era eliminare tutte le forze ribelli ad Allah, fossero esse romane, persiane, arabe o di altra origine.
Con l’istituzione dell’ordinamento sociale islamico ebbe fine ogni forma di oppressione e persecuzione. Fu stabilita una giustizia completamente imparziale, valutata secondo i criteri fissati da Allah l’Altissimo. In nome di Allah fu innalzato lo stendardo della giustizia. Quello stendardo è conosciuto con il nome di Islam. Su di esso non era scritto nulla se non «La ilaha illallah».
Il carattere migliorò, i cuori e le menti si purificarono e, di conseguenza, salvo in pochi casi, non si presentò quasi mai la necessità di applicare le pene estreme stabilite da Allah l’Altissimo. Infatti, in quel periodo, la coscienza degli uomini divenne spontaneamente desiderosa di osservare la legge. Al posto della polizia e dei tribunali, nei cuori degli uomini trovarono posto il desiderio di ottenere il compiacimento di Allah, la speranza di ricevere una ricompensa da Lui e il timore di incorrere nella Sua ira.
Il genere umano raggiunge vette elevate quanto agli standard morali di una società libera dalle impurità e agli altri valori della vita.
In precedenza il genere umano non aveva mai raggiunto un livello di vita così elevato, né in seguito sarebbe stato possibile raggiungere tale livello attraverso alcun mezzo diverso dall’Islam.
Come giunse la rivoluzione?
Ciò fu possibile perché coloro che introdussero l’Islam come sistema di vita, ordinamento statale e insieme di norme giuridiche avevano innanzitutto radicato questo sistema nei propri cuori attraverso la fede, il carattere morale, l’adorazione e le regole per mantenere i rapporti reciproci. A coloro che lottarono per introdurre questo sistema non fu promessa alcuna ricompensa terrena, come la vittoria in guerra, il potere politico o l’instaurazione della religione per mano loro. Fu garantita loro una sola ricompensa. E quella ricompensa era il Paradiso. «Allah
non c’è alcun signore» — di fronte alla feroce opposizione dei portabandiera dell’ignoranza consolidata e degli interessi costituiti, insorti contro questo messaggio, ai credenti fu promessa, in cambio della lotta condotta con incrollabile fermezza e infinita pazienza, una sola ricompensa.
Allah li sottopose a una prova. Essi diedero prova di fermezza e dimenticarono le gioie e i piaceri personali. Allah vide che non bramavano i vantaggi e le comodità terrene. Non agivano con il limitato obiettivo di vedere, durante la propria vita, la vittoria e l’instaurazione di questo messaggio. Quando i loro cuori furono liberati dall’orgoglio legato alla nobiltà ereditaria, alla nazionalità, alla patria e alla tribù, e agli occhi di Allah Ta‘ālā furono considerati cuori puri, allora Egli affidò loro una responsabilità sacra, vale a dire l’incarico del califfato. Erano possessori di una fede limpida e sincera. E questa era la necessità primaria per adempiere alla responsabilità del califfato. Infatti, il principale ambito in cui si afferma la sovranità di Allah è il cuore e la coscienza, nonché le condotte morali e le modalità adottate nei rapporti, nelle transazioni e nelle relazioni sociali. Allah Ta‘ālā ebbe la certezza che, dopo aver ottenuto il potere politico allo scopo di instaurare le leggi e le norme di Allah, essi avrebbero salvaguardato accuratamente questo sistema. Ebbe la prova che non avrebbero usato il potere politico per i propri interessi personali, familiari, tribali o nazionali; al contrario, avrebbero applicato correttamente, sotto la Sua autorità e al fine di ottenere il Suo compiacimento, questo sistema ricevuto da Allah come un affidamento. In verità, si erano preparati a essere portabandiera della verità.
Se la da‘wa islamica non fosse iniziata dal messaggio del tawḥīd e se la carovana del movimento non fosse avanzata lungo un cammino apparentemente arduo e pieno di pericoli, questo grande ideale di vita non avrebbe mai potuto essere instaurato nel mondo reale. Se il movimento fosse iniziato in nome degli interessi nazionali, del miglioramento del tenore di vita o della riforma sociale, e se fosse stato mescolato a «lā ilāha illā Allāh» qualsiasi altro slogan, questo auspicato sistema di vita non avrebbe mai potuto prendere forma nella realtà.
La fase meccana del Sacro Corano compì quest’opera gloriosa: radicò nella mente e nel cuore degli uomini la convinzione che non vi è alcun signore all’infuori di Allah e incoraggiò i musulmani ad avanzare con passo fermo lungo una via che, esteriormente, appare estremamente difficile.
In quella fase, nella parte del Corano che fu rivelata, si attribuì importanza esclusivamente al rafforzamento della fede. La descrizione dettagliata dell’ordinamento della vita che sarebbe stato costruito sulla base della fede fu allora rimandata. Coloro che desiderano dedicarsi all’opera di predicazione della religione devono prestare grande attenzione a questo aspetto. In realtà, l’ordinamento islamico della vita esige proprio questo metodo. Infatti, questa religione è interamente fondata su una profonda fede nel tawhid, e tutte le norme e le leggi necessarie per vivere sono tratte proprio da quella grande fede. Questa religione può essere paragonata a un albero imponente. Un albero enorme e altissimo estende i suoi rami e le sue fronde su una vasta area, elevando la sua cima verso il cielo. Un albero così grande, naturalmente, affonda le proprie radici nel profondo della terra e, secondo la sua forma, le estende tutt’intorno su un’ampia superficie. Lo stesso vale esattamente per questa religione. Questo ordinamento della vita contiene norme relative a ogni aspetto, grande o piccolo, connesso alla vita umana. Esso non offre norme soltanto per la vita terrena, ma anche per l’aldilà. Svela i misteri tanto del mondo visibile quanto di quello invisibile. Non si limita a occuparsi del mondo materiale, ma corregge anche il pensiero e la riflessione. In tal modo, esso è simile a un albero alto, solido e imponente, le cui radici penetrano nelle profondità della terra mantenendo proporzione con la forma dell’albero.
Da questo particolare aspetto dell’ordinamento islamico della vita comprendiamo che il movimento e l’affermazione dell’ideale sono possibili soltanto piantando nel cuore il seme della fede. Questo metodo è assolutamente necessario per uno sviluppo corretto. Infatti, solo attraverso di esso è possibile mantenere il collegamento tra i rami dell’albero islamico, che si innalzano verso l’ampio cielo, e le radici sparse qua e là nelle profondità della terra.
Quando la fede in «lā ilāha illā Allāh» si radica saldamente nel cuore, si estende a ogni ambito della vita, diventando così l’interpretazione concreta della professione di fede. In questo modo, i credenti sono interiormente preparati ad accettare l’ordinamento islamico già prima dell’entrata in vigore delle leggi; e, non appena le leggi vengono applicate, proprio per la prima esigenza della fede e per questo atteggiamento, accettano con interesse e gioia tutte le norme e le leggi dell’Islam.
Perciò, non appena viene impartito un ordine, chinano il capo. Per applicare la legge è sufficiente che ascoltino l’ordine. È in questo modo che abbandonano tutte le abitudini e le inclinazioni dell’epoca dell’ignoranza. Alcuni versetti del Corano o poche parole pronunciate dal Profeta di Allah sono sufficienti a compiere un cambiamento così vasto. Si confronti questo aspetto dell’Islam con il metodo di promulgazione delle leggi degli Stati secolari dell’epoca attuale. A ogni livello, gli Stati secolari devono fare affidamento sui parlamenti legislativi, sulla costituzione, sulla polizia, sulla forza militare, sugli apparati di propaganda e sulla stampa. Eppure riescono a reprimere solo in parte le violazioni pubbliche della legge. Di conseguenza, la società rimane colma di attività illegali e proibite.
Un ordinamento della vita concreto
È degno di nota anche un altro aspetto di questo ordinamento della vita. Anzi, si tratta di un ordinamento della vita orientato alla realtà. L’Islam è un ordinamento della vita concreto. Il suo scopo è regolare gli aspetti concreti della vita umana. Perciò, esamina le pratiche vigenti nella società umana e pronuncia il suo giudizio sul mantenerle, correggerle oppure modificarle completamente. Pertanto, nella società che ha riconosciuto la sovranità di Allah, l’Islam elabora le leggi solo dopo aver considerato la situazione esistente in quel momento.
L’Islam non è semplicemente un insieme di principi fondati su idee e concezioni astratte. Perciò, prima di introdurre questo ordinamento della vita, è indispensabile che si formi una società musulmana. Questa società crederà che non si possa obbedire a nessuno al di fuori di Allah. Una società dotata di una fede e di una dottrina di questo genere è costretta a negare a tutti gli altri, al di fuori di Allah, l’autorità e il potere di legiferare.
Quando, dopo la nascita di una società di questo genere, essa si trova ad affrontare diversi problemi nel campo concreto dell’azione e avverte la necessità di un metodo specifico per elaborare leggi e norme, allora l’Islam redige la costituzione, promulga le leggi e introduce le consuetudini. Le norme islamiche si applicano soltanto a quella società che, in linea di principio, ha riconosciuto l’autorità di queste leggi e ha abrogato le leggi e le norme non islamiche.
La necessità del potere per l’attuazione dell’ideale
Coloro che credono in questa ideologia devono possedere il potere di introdurre l’ordinamento islamico della vita e applicare la legge islamica nella propria società. È inoltre assolutamente necessario che abbiano il potere di elaborare leggi per risolvere i problemi quotidiani che si presentano nella vita di ogni giorno.
A Mecca i musulmani non avevano il potere di promulgare le leggi necessarie per se stessi. Non esercitavano alcuna influenza in quella società. Non erano ancora riusciti a organizzarsi stabilmente in una forma adatta a vivere secondo la legge di Allah. Per questo, durante il periodo meccano, Allah l’Altissimo non fece scendere sui musulmani alcuna norma adatta alla loro vita collettiva. In quella fase furono insegnati loro soltanto la fede e i principi morali fondamentali ad essa connessi. In seguito, dopo l’istituzione a Medina di uno Stato autonomo, si crearono le condizioni adatte a soddisfare le necessità della società musulmana e fu acquisito il potere di introdurre leggi e regolamenti. Solo dopo la creazione di questa situazione cominciarono a essere rivelate ai musulmani le norme generali.
Nella fase meccana Allah l’Altissimo non fece scendere tutte le leggi e i regolamenti, né concesse un ordinamento completo della vita da attuare dopo il trasferimento a Medina. Ciò non sarebbe stato conforme all’ideale islamico. L’Islam è più realistico e molto più lungimirante. Questo ideale non si affretta a risolvere problemi ipotetici. Esamina innanzitutto la situazione esistente nella società e, se secondo i suoi criteri la condizione della società e il contesto circostante presentano le caratteristiche di una società musulmana e implicano una completa sottomissione alla legge di Allah, allora l’ideale islamico della vita provvede a elaborare leggi conformi alle esigenze e alle condizioni di quella società.
Attualmente, in nessuna società del mondo si vede la Sharia di Allah istituita al posto delle norme create dagli uomini, né esiste una forza politica capace di assumersi una responsabilità di questo genere. Nonostante constatino con i propri occhi questa situazione, coloro che chiedono di dare una forma concreta all’ideale islamico e di elaborare, in conformità ad esso, un sistema di governo completo e relative leggi vogliono raggiungere il loro obiettivo per una via breve. Sono spinti dalla mentalità di sconfitta nata in loro dal conflitto con l’imperfetto ordinamento della vita creato dagli uomini, dopo aver alterato i caratteri, la natura e la tradizione dell’ideale islamico della vita. Vorrebbero inoltre considerare l’ordinamento islamico della vita come un insieme di principi irrealistici e di qualità puramente nominali. Ma Allah l’Altissimo vuole che esso venga ristabilito esattamente secondo il metodo con cui l’ideale islamico fu affermato in passato. Anzitutto, una fede incrollabile in una determinata verità deve radicarsi profondamente nella mente e nel cuore degli uomini. E questa verità della fede è che l’uomo non si inchinerà davanti ad alcun potere all’infuori di Allah e non accetterà le leggi e le norme di alcuna altra autorità. Solo quando un gruppo di persone dotate di menti e cuori formati secondo questa fede sarà completamente preparato e avrà acquisito il controllo effettivo di una società, sarà possibile emanare leggi secondo le necessità di quella società, mantenendo intatta la fede fondamentale. Allah l’Altissimo ha stabilito questo metodo per attuare l’ordinamento islamico della vita. E nessun altro metodo può essere accettabile se viola ciò che Egli ha stabilito.
Il modo corretto di instaurare la religione
Coloro che invitano all’ordinamento islamico della vita devono sapere che inviteranno innanzitutto gli uomini ad avere una fede completa nei principi fondamentali della dottrina islamica. Sebbene dichiarino di essere musulmani e sebbene nei registri ufficiali siano indicati come musulmani, coloro che invitano all’ordinamento islamico dovranno prima spiegare loro che l’Islam consiste nell’accettare la formula «non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah» nel suo corretto significato. Il corretto significato di questa formula consiste nel riconoscere la sovranità di Allah in ogni aspetto e ambito della propria vita e nel rifiutare l’autorità di coloro che rivendicano per sé una sovranità contraria a quella di Allah. Dopo aver accettato questo significato della dottrina islamica, è indispensabile che tale fede si rifletta nella mente, nel modo di vivere e nella condotta.
Chiunque inizi il movimento per ristabilire l’ordinamento islamico della vita deve attribuire a questo punto la massima importanza come primo passo. È così che ebbe inizio il primo movimento dell’Islam. Durante la fase meccana della rivelazione del Corano, furono impiegati tredici anni proprio per radicare saldamente questo principio. Solo l’insieme di coloro che, dopo aver compreso il significato sopra esposto del movimento islamico, vi aderiscono può essere definito una vera organizzazione islamica o una società islamica; e soltanto tale comunità o società è idonea ad attuare l’ideale islamico nella vita collettiva. Questo perché ha deciso volontariamente di tradurre l’ideale islamico nell’intera propria vita e di non accettare la sovranità di nessuno all’infuori dell’unico e indivisibile Allah l’Altissimo.
Quando, in questo modo, nascerà una società del tipo sopra descritto e l’insegnamento islamico sarà assunto come fondamento di tale società, allora essa procederà a elaborare le norme islamiche in funzione delle proprie necessità ambientali. Questo è il metodo pratico e saggio per introdurre l’ideale di vita islamico.
Una certa categoria di persone devote, che non hanno compreso le caratteristiche dell’ideale di vita islamico, si affretta al riguardo. Non comprendono che il vero bene è insito nel metodo che Allah Taʿālā, l’Onnisciente e il Sapientissimo, ha stabilito per l’instaurazione della religione. Essi ritengono che, non appena avranno informato le persone sui princìpi fondamentali e sulle norme dell’ideale islamico, queste avanzeranno spontaneamente e di propria iniziativa per affermarlo. In realtà, questa è una concezione illusoria propria di coloro che hanno l’atteggiamento di voler fare qualcosa in fretta e a ogni costo.
Se questa concezione fosse stata proposta al Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e, invece, egli avesse invitato il popolo al nazionalismo geografico, alla rivoluzione economica o a un movimento riformista, il suo compito sarebbe stato molto più facile. Ma egli non scelse quella via. Prima di informare le persone sulle norme dettagliate dell’ideale di vita islamico e di attirarle verso di esso, è assolutamente necessario infondere nei loro cuori una fede profonda in Allah, abrogare tutte le altre norme e sottomettersi completamente alla norma impartita da Allah. L’amore per la Sharīʿa di Allah nascerà come conseguenza della completa sottomissione ad Allah e del rifiuto di accettare ogni altra forma di servitù umana, non dal riconoscimento della superiorità della norma di Allah rispetto alle altre norme. Naturalmente, non vi è alcun dubbio che la norma impartita da Allah sia sotto ogni aspetto superiore a quella elaborata dagli esseri umani. Essa infatti è stata elaborata dal Creatore stesso, e una norma elaborata dal Creatore e una elaborata dalla creatura non possono mai trovarsi sullo stesso piano. Tuttavia, la superiorità delle norme non può costituire il fondamento del movimento islamico. Il suo fondamento è accettare senza esitazione la Sharīʿa divina e rifiutare direttamente ogni tipo di norma estranea alla Sharīʿa. Questo è il significato dell’Islām, e al di fuori di ciò nient’altro è Islām. Chi sarà attratto dal fondamento stesso dell’Islām non avrà bisogno che gli si spieghino nei dettagli le differenze tra l’Islām e le altre norme. Questo è il nocciolo della fede.
L’Islām di fronte alla jāhiliyya
Esaminiamo ora come il Corano abbia formato la fede e lʿaqīda durante i tredici anni della vita meccana. Il Corano non ha presentato la questione della fede e dellʿaqīda come una semplice teoria o una concezione spirituale, né ha adottato il metodo della composizione di opere proprio degli eruditi e dei dotti. Il Corano ha sempre richiamato l’attenzione sulla natura umana e ha incoraggiato l’uomo a osservare il proprio essere e gli innumerevoli segni del Creatore disseminati intorno a lui. Il Corano ha liberato la facoltà di pensiero dell’uomo dalle superstizioni e dal fanatismo, affinando la sua intelligenza latente. In tal modo ha conferito alla sua capacità di comprensione, arrugginita, l’idoneità a cogliere i sottili meccanismi dei misteri della creazione. Questo era un aspetto generale dell’insegnamento coranico. L’aspetto rivoluzionario del suo insegnamento consisteva nell’avviare, all’interno della società fondata sul tawḥīd, una lotta contro ogni forma di jāhiliyya e contro le ideologie oppressive. Nel momento in cui il macigno delle ideologie errate schiacciava la società umana, la semplice predicazione di esortazioni morali era priva di senso. Perciò il Corano iniziò con fermezza una lotta senza compromessi, allo scopo di squarciare il velo delle ideologie errate e abbattere e ridurre in frantumi le mura della menzogna. L’insegnamento coranico non fu diffuso neppure attraverso le teorie erudite, la dialettica e la logica che furono introdotte in seguito. Il Corano iniziò a combattere contro l’intero sistema sociale elaborato dagli esseri umani. Esso espose il proprio messaggio rivolgendosi all’umanità oppressa dalla corruzione, dall’ingiustizia e dalla tirannia. Infatti, sebbene l’Islām sia fondamentalmente un ideale di vita basato sulla fede, il suo obiettivo è governare la vita reale. Il Corano non fu rivelato per limitarsi a discussioni meramente morali e a concezioni spirituali.
Da un lato, il Corano si prende cura di piantare il seme della fede nei cuori dei membri della comunità islamica e di farla progredire; dall’altro, per mezzo di quegli stessi membri, attacca le roccaforti della jāhiliyya e conduce una campagna per eliminare completamente l’influenza della jāhiliyya dai pensieri e dai comportamenti degli stessi musulmani. È attraverso una lotta su quattro fronti, in una società sconvolta e tra tempeste e bufere, che la fede acquista forza. Una discussione teorica di carattere erudito non può produrre una simile forza. L’Islām è un movimento sempre attivo, ben organizzato e vivente, e la società musulmana è l’incarnazione di questo movimento. Il modo di pensare, i criteri morali e l’educazione della comunità islamica si formano in armonia con lo spirito della fede. Lo sviluppo progressivo del movimento islamico è la manifestazione concreta del progresso della fede; questo è il metodo corretto per realizzare l’ideale islamico: il movimento islamico si espanderà e si diffonderà mantenendosi in armonia con il livello e la forza della fede.
L’Islām non è una semplice ideologia
Gli operatori del movimento islamico devono ricordare il metodo rivoluzionario descritto sopra. Basta osservare con attenzione per comprendere che, durante il lungo periodo meccano, non si lavorò separatamente alla formazione di un’organizzazione addestrata a rafforzare la fede con il metodo sopra menzionato e idonea a fondare una società islamica. Al contrario, nello stesso momento e simultaneamente, ebbero inizio sia la semina del seme della fede sia la costituzione di un’organizzazione fondata sull’insegnamento islamico. Pertanto, ogni volta che in futuro si tenterà di far rinascere l’ideale di vita islamico, non sarà possibile raggiungere l’obiettivo senza adottare questo metodo complessivo.
Per consolidare l’iman e l’aqida è necessario molto tempo; per questo esso procede gradualmente e con passo lento verso l’obiettivo desiderato. Ogni suo passo sarà saldo e corretto. Non si deve assolutamente perdere tempo in discussioni e riflessioni puramente morali e teoriche. Al contrario, il contenuto dell’iman deve essere manifestato nella vita operativa come un modello concreto. Anzitutto l’iman penetrerà nei cuori delle persone e darà vita a una jamaʿat sempre attiva, in cui tutti gli aspetti e i settori, esteriori e interiori, assumeranno e renderanno evidente la forma concreta dell’iman. Questa jamaʿat rivoluzionaria farà emergere la forma viva dell’iman proprio attraverso la lotta, con le parole e con le azioni, contro la jahiliyya.
Coloro che pensano che l’ideale islamico si svilupperà e si affermerà soltanto attraverso l’elogio dell’ideale islamico e la pratica teorica e culturale, erudita e presuntuosa, dell’islam devono assolutamente guardarsi dalle sue gravi conseguenze.
Il Corano non fu rivelato in un solo giorno. Furono invece necessari tredici anni per seminare il seme dell’iman, costruirne la struttura e rafforzarne la forza. Se fosse stata la volontà di Allah, Egli avrebbe potuto rivelare l’intero Corano in un solo giorno. Avrebbe poi potuto concedere agli operatori del movimento islamico tredici anni per acquisire conoscenza dell’islam e comprendere bene quella dottrina.
Ma Allah non adottò questo metodo, perché la Sua volontà era diversa. Egli voleva stabilire sulla terra un ordinamento della vita senza precedenti. Voleva, nello stesso tempo, formare le credenze fondamentali di tale ordinamento della vita, organizzare un movimento portatore e sostenitore dell’ideale e fondare una struttura sociale che ne fosse il riflesso. Voleva costruire una jamaʿat e un movimento rafforzati dall’aqida e, nello stesso tempo, voleva rafforzare progressivamente l’iman attraverso le attività della jamaʿat e del movimento. Per Allah era gradito che la forza dell’iman crescesse in armonia con il progresso della jamaʿat e del movimento, e che le attività manifeste della jamaʿat e del movimento rendessero evidente il riflesso dell’iman. Allah, il Sapientissimo, sapeva bene che l’opera di riformare gli esseri umani e di costruire una società sana non si compie dall’oggi al domani. Infatti, per formare un’aqida e una fede è necessario tanto tempo quanto ne occorre per costituire una jamaʿat ben organizzata.
Questa è la caratteristica dell’ordinamento islamico della vita. Il periodo meccano della rivelazione del Corano ne offre la prova. Dobbiamo necessariamente conoscere questa caratteristica del din sopra descritta e astenerci dal tentare di modificarla, lasciandoci abbagliare dall’apparenza scintillante, ma priva di sostanza, degli ideali privi di senso creati dagli esseri umani. Proprio grazie all’influsso delle sue caratteristiche, nell’antichità l’islam formò una grande e nobile umma chiamata umma musulmana; e in futuro, ogni volta che sulla terra sarà ritenuta necessaria la ricostituzione dell’umma musulmana, ciò sarà possibile soltanto attraverso le caratteristiche del din e il suo metodo operativo.
Come il sangue circola nel corpo umano, così le credenze fondamentali dell’islam scorreranno nelle vene e nei capillari della società e risplenderanno come una fiaccola ardente all’interno della struttura corporea dell’organizzazione islamica attiva. Coloro che, modificando le caratteristiche proprie e il corso naturale dell’ordinamento islamico della vita, sognano di affermare il din dimostrando, attraverso discussioni teoriche e attività intellettuali, la superiorità dell’islam rispetto agli ordinamenti di vita falsi, non commettono soltanto un grave errore: intendono inoltre imboccare una strada pericolosa.
La richiesta dell’aqida islamica è che questa fede occupi il centro di esseri umani vivi, di un’organizzazione attiva e operosa e di una società ricca di potenzialità, dando inizio a una lotta totale contro l’ambiente circostante jahilita. Mentre conduce la lotta per liberare la società esistente dall’influenza della jahiliyya, la forza dell’iman continuerà a combattere per cancellare dalla mente, dall’intelletto e dal carattere di coloro che hanno abbracciato l’islam ogni macchia della società jahilita. Infatti, i portatori e sostenitori del movimento islamico sono nati proprio in una società influenzata dal falso e dalla jahiliyya; e non è strano che, anche dopo aver abbracciato l’islam, nella loro vita rimangano alcune influenze della jahiliyya.
Grazie alle caratteristiche sopra menzionate, l’aqida islamica conquista un posto vasto e profondo nella mente e nell’intelletto degli esseri umani. Gli sforzi consistenti in semplici discussioni teoriche e nell’elogio delle qualità dell’islam non hanno una portata così ampia. Infatti, l’islam non si limita a esercitare la propria influenza soltanto sull’intelletto, ma comprende nella sua sfera anche la vita operativa concreta e il carattere delle persone.
L’interpretazione dell’Islam riguardo al Creatore, alla creazione, alla vita e all’essere umano non è soltanto ampia e completa, ma è anche orientata alla realtà e positiva. In conformità alle proprie caratteristiche distintive e alle esigenze della propria natura, l’Islam non accetta di rimanere confinato a un semplice oggetto di comprensione intellettuale e di studio erudito. Ciò è contrario alla sua natura e al suo scopo ultimo. L’Islam vuole manifestarsi attraverso il modo di vivere di esseri umani attivi, un’organizzazione operosa e un movimento concreto. Esso si espande attraverso l’attività degli uomini rivoluzionari, il movimento rivoluzionario e un’organizzazione sempre dinamica, in modo tale che la concezione da esso offerta sia coerente con la vita pratica. Non desidera mai rimanere un semplice sostantivo qualificativo; al contrario, mantiene sempre l’armonia tra i principi e il programma d’azione concreto.
È evidente che l’idea di acquisire, in linea di principio, una conoscenza completa dell’Islam nella prima fase e di passare poi, nella fase successiva, all’attuazione dell’ideale islamico nel campo pratico non è soltanto errata, ma estremamente dannosa. Essa è contraria al vero scopo e alle caratteristiche dell’Islam.
Allah l’Altissimo dice:
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«Ho rivelato il Corano poco a poco, affinché fosse più facile recitarlo gradualmente alla gente, e l’ho fatto scendere progressivamente (in occasioni particolari).» — Banī Isrāʾīl: 106
Secondo la suddetta parola di Allah, nello stesso momento si è prestata attenzione a due questioni. Primo: rivelare il Corano poco a poco; secondo: farlo ascoltare gradualmente alla gente. Lo scopo di adottare questo metodo è costruire, sulla base della fede, un’organizzazione viva e attiva e condurla progressivamente al grado della perfezione. Questo perché tale sistema di vita è stato rivelato per essere attuato, non per ottenere il semplice riconoscimento come eccellente dottrina.
Il programma stabilito da Allah per attuare l’ideale stabilito da Allah
I portatori del messaggio della religione devono comprendere molto bene che l’Islam è il sistema di vita stabilito da Allah e che anche il metodo per stabilire questa legge di Allah è stato indicato dallo stesso Allah l’Altissimo attraverso la rivelazione divina. Pertanto, senza adottare tale metodo, è assolutamente impossibile stabilire la religione. Devono inoltre comprendere che questa religione non mira soltanto a cambiare la fede e il modo di vivere; essa mira anche a questo. Questa religione forma una fede di tipo particolare, crea una umma distintiva e, allo stesso tempo, porta a compimento, attraverso uno sviluppo progressivo, uno speciale modo di pensare e di agire. Nella misura in cui questa religione riesce a introdurre cambiamenti nella fede e nella vita, impiega esattamente nella stessa misura le proprie forze per la sua affermazione. Perciò l’introduzione della concezione desiderata e la formazione di una fede determinata si realizzano parallelamente e contemporaneamente. Si può anzi dire che sono come i petali di uno stesso fiore.
Dalla discussione precedente abbiamo appreso che il metodo operativo proprio della religione è chiaramente definito. Abbiamo inoltre compreso che tale metodo è autosufficiente ed eterno. Esso non è stato concepito per una particolare fase, condizione o ambiente della daʿwa islamica. Né era applicabile esclusivamente ai Compagni del Profeta (che Allah sia soddisfatto di loro). Al contrario, questo metodo è libero dai vincoli delle epoche e del tempo. Ogni volta che nel mondo avrà inizio il movimento per instaurare l’Islam, esso dovrà essere condotto secondo questo metodo; non è possibile instaurare questa religione adottando altri mezzi o metodi.
L’Islam, mentre trasforma la fede e tutte le attività della vita pratica dell’uomo, trasforma anche il suo modo di vedere e il suo pensiero. Anche il suo metodo di cambiamento è completamente diverso da quelli elaborati dall’uomo, perché questi ultimi sono privi di senso e caratterizzati da una visione ristretta.
Se non adottiamo il metodo stabilito da Allah l’Altissimo, non potremo in alcun modo trarre beneficio dalla Rivelazione, né saremo capaci di trasformare il pensiero e le abitudini dell’umanità.
Quando cerchiamo di studiare l’Islam come una semplice ideologia o di trasformarlo in un argomento piacevole da discutere nelle riunioni di studio, in realtà lo separiamo dal metodo e dal pensiero rivoluzionari donati da Allah. In questo modo abbassiamo la concezione islamica della vita al livello dei sistemi di vita elaborati dall’uomo. Attraverso attività di questo genere cerchiamo, nella pratica, di correggere i metodi umani e di elevarli a una dignità pari a quella dei metodi elaborati dall’uomo. Una simile visione è estremamente pericolosa ed è il risultato di una mentalità sconfitta.
Il messaggio della Grande Verità fornisce agli attivisti del movimento islamico un criterio particolare per il pensiero e la riflessione. Grazie a questo criterio, essi possono purificarsi dall’influenza dei pensieri erronei che, sotto l’effetto dell’ignoranza dominante nel mondo, sono penetrati nelle nostre menti, hanno confuso la nostra ragione e avvelenato la nostra istruzione e cultura. Se tentassimo di modificare la nostra religione secondo la prospettiva dell’ignoranza esistente, contraria alla sua natura, questa religione diventerebbe priva di beneficio per la società umana, e l’umanità sarebbe privata del beneficio della vera religione. Non solo: neppure noi saremmo in grado di sottrarci agli effetti nocivi delle dottrine dell’ignoranza. Anche sotto questo aspetto, la questione è estremamente dannosa.
La riflessione e l’impegno per instaurare l’ideale islamico nella società umana non sono meno importanti della fede nella dottrina islamica e nel sistema di vita islamico, né sono separati da essa.
Sebbene ai nostri occhi gli sforzi e le iniziative fondamentali, orali e scritte, per propagare l’ideologia islamica e dimostrare la superiorità del sistema di vita islamico appaiano molto meritevoli e piacevoli, dobbiamo ricordare che l’Islam non potrà mai affermarsi nel mondo come realtà concreta mediante la sola propaganda e la sola celebrazione dei suoi meriti. Dobbiamo comprendere che da questo metodo possono trarre beneficio soltanto gli attivisti del movimento islamico, e ciò soltanto nella misura in cui il movimento progredisce. Perciò lo ripeto: non appena si abbraccia la fede nell’Islam, bisogna iniziare il movimento per instaurare questo ideale, e il movimento deve manifestarsi veramente e perfettamente come il riflesso dell’Islam.
Desidero ribadire ancora una volta che anche il metodo per condurre il movimento islamico è stabilito dalla Rivelazione, ed è perfetto, permanente e straordinariamente efficace. Più di ogni altro metodo, esso è profondamente connesso alla natura umana. Per questo, prima di impegnarsi nel movimento concreto, di suscitare nei cuori degli uomini una concezione viva di esso e di seguirne gradualmente il metodo, l’Islam lo ha presentato agli uomini come un metodo definito e completo.
Se quanto detto sopra riguardo ai principi fondamentali dell’‘aqīda islamica è vero, la stessa verità vale anche per la struttura organizzativa della società islamica e per l’elaborazione dettagliata delle leggi. La jāhiliyya saldamente stabilita intorno a noi ha esercitato una tale influenza nella mente di alcuni sinceri operatori dell’Islam che, ansiosi di attraversare troppo rapidamente le fasi del naturale progresso della rivoluzione islamica, hanno posto le seguenti domande: quali sono le disposizioni dettagliate dell’ideale che stiamo predicando? Quanta ricerca abbiamo condotto per attuarle? Quanti argomenti siamo riusciti finora a sistematizzare e quanti trattati abbiamo composto? Oppure è stata elaborata una metodologia giuridica (fiqh) dell’ideale adeguata ai tempi? Ascoltando le loro domande, sembra che, tranne la ricerca e la redazione di una metodologia giuridica dettagliata (fiqh) per l’elaborazione della legge islamica, ogni altra attività sia già stata portata a termine. Sembra che tutti i membri della società siano ormai pronti ad accettare la legge di Allah e a vivere secondo essa, e che manchi soltanto un gruppo di mujtahid per redigere una metodologia giuridica adeguata all’epoca moderna. Questa è una spregevole derisione dell’Islam. Ogni persona che crede nell’Islam deve guardarsi da simili atteggiamenti derisori.
Adottando il metodo sopra descritto, la jāhiliyya cerca soltanto un pretesto per impedire l’attuazione della Sharīʿa divina e mantenere in vigore il sistema che stabilisce il dominio degli uomini sugli uomini. Essa invita gli attivisti del movimento islamico a tenere lontana la loro forza di fede dal movimento rivoluzionario e ad accontentarsi di credere soltanto nella superiorità dell’ideale. La jāhiliyya vuole allontanare coloro che proclamano il nome dell’Islam dalla via corretta per attuare l’ideale islamico. Il suo obiettivo è tenere i credenti lontani da quel movimento e da quella lotta attraverso i quali la fede e l’‘aqīda islamica maturano, attraverso i quali il sistema islamico si sviluppa mediante conflitti e scontri, e nelle cui diverse fasi vengono promulgate leggi islamiche adeguate ai tempi per risolvere i problemi e le difficoltà concrete.
Bisogna vanificare queste astute manovre di coloro che vogliono instaurare l’ideale islamico e ridurre in polvere il falso; inoltre, nella società che ancora non è pronta ad abbandonare le norme create dagli uomini e ad accettare la legge di Allah, bisogna respingere il ridicolo tentativo di modernizzare la metodologia giuridica del sistema islamico. Queste dichiarazioni vengono fatte proprio allo scopo di distogliere gli operatori del movimento islamico dall’obiettivo principale e di sprecare il loro tempo e le loro energie nel tentativo di costruire castelli in aria. Essi devono assolutamente vanificare questi complotti.
Il dīn ha stabilito, per la propria instaurazione, uno specifico metodo d’azione: il movimento deve essere condotto esclusivamente attraverso quel metodo. Proprio al suo interno è celato il segreto della forza religiosa, e la vittoria e il successo di coloro che instaurano l’Islam ne sono il risultato inevitabile.
L’ideale di vita islamico e il metodo per instaurare pienamente l’Islam sono entrambi ugualmente importanti e non vi è alcuna differenza tra loro. Per quanto possa apparire attraente esteriormente, l’ideale islamico non può essere instaurato mediante nessun altro metodo. Gli altri metodi possono instaurare ideali creati dagli uomini, ma sono del tutto privi di significato quando si tratta del nostro ideale. Pertanto, nel caso della rivoluzione islamica, attenersi al suo metodo specifico è importante quanto attenersi ai principi fondamentali del dīn e al sistema di vita islamico.
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«In verità, questo Corano guida verso la via più retta e chiara.» — Banī Isrāʾīl: 9
Terzo capitolo
Caratteristiche della società islamica e mezzi per costruirla
Il messaggio fondamentale dei profeti
Il messaggio con il quale il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) giunse nel mondo da parte di Allah era l’ultimo anello della successione dei messaggi predicati dai profeti di Allah fin dall’inizio della creazione. Nel corso dell’intera storia dell’umanità, questo messaggio è rimasto uno e identico. Esso consiste nel riconoscere un unico Signore e Sostentatore, sottomettersi a Lui e proclamare la fine di ogni forma di dominio dell’uomo sull’uomo. Dalla storia dell’umanità si apprende che, nel suo insieme, la società umana non ha mai negato l’esistenza di Allah l’Altissimo né la Sua sovranità sull’universo, salvo pochi individui isolati qua e là. Piuttosto, gli uomini hanno nutrito concezioni errate riguardo agli attributi di Allah oppure hanno immaginato molti altri dèi come Suoi aiutanti. Attraverso le proprie credenze e pratiche cultuali, oppure riconoscendo la sovranità di poteri diversi da Allah, hanno attribuito ad Allah aiutanti o associati. Entrambi questi modi costituiscono shirk.* Poiché allontanano gli uomini dalla dīn rivelata agli anbiyāʾ, pace su di loro. Dopo la scomparsa di ogni profeta, i suoi seguaci vivono per qualche tempo secondo le direttive della dīn, in modo corretto. Ma, trascorso un lungo periodo, cominciano gradualmente ad avanzare sulla via dell’errore. Giungono persino a sprofondare nuovamente nella Jahiliyya e a iniziare una vita di shirk. Talvolta commettono shirk nella fede e nelle credenze e nelle pratiche cultuali. Talvolta riconoscono la sovranità di poteri diversi da Allah; altre volte si abbandonano a entrambe le forme di shirk.
La dignità dell’uomo nel mondo creato
In ogni fase della storia, la dīn di Allah presenta un messaggio dello stesso genere. L’obiettivo di questa dīn è l’Islam. L’Islam significa rendere gli uomini obbedienti e sottomessi ad Allah, liberarli dalla servitù degli uomini e impegnarli esclusivamente nella servitù di Allah; significa liberare la società umana dalla sovranità dell’uomo e dai tentacoli dei sistemi di vita e dei valori creati dall’uomo, instaurando in ogni aspetto e settore della vita la sovranità, l’autorità e la legge di Allah l’Altissimo. Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) venne nel mondo proprio con questo obiettivo, e la stessa responsabilità spettava anche ai profeti precedenti. L’intera natura dell’universo segue la legge e il governo di Allah l’Altissimo, e l’uomo, in quanto parte infinitesimale della natura universale, è costretto a seguire le leggi naturali. Per armonizzare la vita pratica con le leggi cui obbediscono gli organi e le membra del corpo umano, è indispensabile seguire anche nella vita pratica la legge e il governo di Allah, il Legislatore. L’uomo non può mai rifiutare il dominio di questa legge e inventare per sé un sistema separato o un diverso modo di vivere. La nutrizione del corpo umano, la sua malattia e salute, la vita e la morte: tutto è completamente impotente di fronte alla legge di Allah. L’uomo non possiede alcun potere per modificare le leggi di Allah vigenti nell’universo. Pertanto, anche nella parte della vita in cui all’uomo è stato concesso il diritto di osservare o non osservare le disposizioni di Allah l’Altissimo, è necessario riconoscere la sovranità e l’autorità di Allah e realizzare nella vita una completa armonia.
Il mezzo per liberarsi dai tentacoli della Jahiliyya
La Jahiliyya è in realtà un altro nome del dominio dell’uomo sull’uomo. Perciò è contraria alle leggi vigenti nel mondo naturale. Adottando l’ideologia della Jahiliyya, l’uomo provoca, nella vita pratica, un conflitto con quella parte della vita in cui è costretto a seguire le leggi naturali. Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), l’ultimo dei profeti, e tutti i profeti precedenti colpirono proprio la Jahiliyya sopra descritta, predicando il messaggio di riconoscere la sovranità dell’unico Allah. La Jahiliyya non è soltanto un’ideologia. Anzi, in alcuni casi si osserva che essa non possiede alcuna ideologia. La Jahiliyya assume ovunque la forma di una società consolidata, e un movimento attivo ne sostiene sempre l’esistenza. Questa società introduce la propria leadership, le proprie concezioni, i propri valori, usi e costumi, la propria natura e il proprio modo di pensare. La Jahiliyya è ben organizzata. I membri di questa società si uniscono attraverso la comunicazione reciproca, la cooperazione, l’organizzazione e la disciplina, così che l’intera società, consapevolmente o inconsapevolmente, rimane ugualmente impegnata a preservare quel sistema sociale; ed elimina dalla faccia della terra coloro che considera dannosi alla sua esistenza. Quando la Jahiliyya, invece di rimanere una semplice ideologia, assume la forma di un movimento attivo, non sarà mai possibile ottenere il successo nel rovesciarla e nel ricondurre la società umana sotto la servitù di Allah l’Altissimo presentando l’ideale islamico come una mera ideologia. La Jahiliyya controlla il mondo materiale, e sotto il suo patrocinio è sempre attiva un’organizzazione operante. In tali circostanze, non è possibile non solo combatterla efficacemente con il solo ausilio di un’ideologia, ma neppure starle di fronte. Si deve quindi naturalmente giungere alla conclusione che l’obiettivo dell’Islam è rovesciare l’ideologia della Jahiliyya consolidata e instaurare un ideale completamente diverso per caratteristiche e usanze; e, poiché la Jahiliyya è consolidata con una società e un’organizzazione ben strutturate, anche la campagna per rovesciarla dovrà scendere sul campo di battaglia assumendo la forma di un movimento ben organizzato. Questo nuovo movimento dovrà essere più organizzato della Jahiliyya, e i rapporti reciproci tra i suoi membri dovranno essere più saldi e più forti.
Il fondamento ideologico della società islamica
In ogni fase della storia islamica, il fondamento ideologico sul quale essa ha costruito la propria società è la testimonianza della formula «لا إله إلا الله». Il significato di questa formula è che Allah è l’unico Signore, l’Amministratore dell’universo, il vero Governante e il Possessore della sovranità assoluta. La mente e il cuore devono essere illuminati dalla luce della Sua unicità. Nell’adorazione e nei riti religiosi si deve offrire la prova della Sua unicità. Le consuetudini, le norme e le leggi della vita pratica devono manifestare la Sua unicità. La testimonianza «لا إله إلا الله» non può essere resa nella pratica in alcun altro modo se non attraverso un metodo così completo e universale. Anche dal punto di vista della Sharia, solo una testimonianza di questo tipo sarà valida.
Questo metodo completo e universale trasforma la testimonianza verbale in un sistema operativo sulla cui base si può chiamare musulmano colui che la rende e non musulmano colui che la rifiuta. Dal punto di vista dell’ideale, stabilire questo fondamento significa sottoporre interamente la vita umana all’obbedienza ad Allah. In nessun ambito della vita l’essere umano prenderà decisioni autonomamente; piuttosto, ritornerà ad Allah e obbedirà a Lui. Esiste un solo mezzo per conoscere i comandi di Allah, ed è il Messaggero di Allah. Nella seconda parte della professione di fede questo mezzo è indicato come il secondo pilastro dell’Islam: «اشهد ان محمدا رسول الله» — testimonio che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è il Messaggero di Allah.
Questo è il fondamento ideologico sul quale viene edificato l’edificio dell’Islam. Ed è questa la vera essenza dell’Islam. Questo fondamento elabora un sistema di vita completo per l’esistenza umana, che deve essere attuato in ogni ambito della vita. Tale sistema risolve ogni problema, sia che sorga nel Dar al-Islam sia al di fuori di esso; sia che riguardi le relazioni connesse alla società musulmana, sia che riguardi l’instaurazione di rapporti tra la società musulmana e quella non musulmana.
Gli abitanti musulmani della società jahilita
Secondo quanto esposto sopra, l’Islam non è una dottrina inerte e priva di significato, che chiunque possa adottare, limitarsi a compiere i riti e considerare concluso il proprio compito, per poi seguire nella pratica i seguaci della società jahilita, già costituita e attiva. Se la condizione di coloro che abbracciano l’Islam fosse questa, l’instaurazione effettiva dell’Islam sarebbe impossibile, per quanto numerosi essi possano essere. Infatti, quei cosiddetti musulmani che diventano parte integrante della società jahilita saranno inevitabilmente costretti a soddisfare le esigenze organizzative di quella stessa società. Di conseguenza, si adopereranno, consapevolmente o inconsapevolmente, per soddisfare quelle necessità fondamentali indispensabili alla vitalità e all’esistenza della vita sociale. Inoltre, si ergeranno a difensori di questa società ed elimineranno i mezzi e gli elementi che riterranno pericolosi per la sua esistenza e il suo ordinamento. Poiché l’intera società assolverà tutti questi compiti, essi, come parte indispensabile di essa, dovranno seguirla nell’adempierli, consapevolmente o inconsapevolmente.
Il metodo della rinascita islamica in un ambiente jahilita
Nel momento stesso in cui dalle labbra di una persona vengono pronunciate le parole «لا إله إلا الله محمد رسول الله», proprio da quel momento si deve decidere di intraprendere un’azione rivoluzionaria. Senza questa azione rivoluzionaria, la società musulmana non potrà divenire una realtà. Per quanto numerosi possano essere nel mondo coloro che credono sinceramente nell’Islam e ne sono devoti, finché non diventeranno attivi mediante la reciproca collaborazione, finché persone appartenenti a classi diverse non si organizzeranno e non accresceranno la propria forza come le varie membra di un corpo umano vivente, e finché non avvieranno un movimento organizzato, sotto una leadership completamente libera dall’influenza della società jahilita, per difendersi dalle forze aggressive, la società islamica non potrà essere instaurata. Per fondare questa società, la leadership menzionata guiderà il movimento verso la meta mediante uno sforzo unitario e coerente, il coordinamento delle attività organizzative, la formazione e lo sviluppo del carattere islamico e la purificazione da ogni influenza della società falsa.
L’Islam fu instaurato proprio in questo modo. Partendo da una breve professione di fede, l’Islam abbracciò l’intera vita. Non appena si ebbe fede in questo sistema di vita, nacque un movimento vigoroso e attivo. Questo movimento non si limitò a separarsi dalla jahiliyya, ma dichiarò anche la rivolta contro l’ordine sociale falso già costituito. L’Islam non giunse nel mondo come una dottrina immaginaria, priva di esistenza reale. Anche in futuro la sua esistenza potrà manifestarsi soltanto attraverso un sistema concreto. Se si potrà accendere nuovamente la fiaccola della luce dell’Islam nelle tenebre presenti in ogni angolo della società jahilita, allora, per ogni epoca e ogni paese, non resterà altra via se non comprendere innanzitutto necessariamente questo temperamento e questa natura dell’Islam. E ciò significa che la sua manifestazione e il suo sviluppo sono assolutamente impossibili senza un movimento e una struttura organica.
Lo sviluppo dell’umanità
Quando, secondo il metodo descritto sopra, l’Islam fonda una comunità musulmana sulla base del tawḥīd e, in seguito, quando questa comunità entra in azione facendo della sola fede nel tawḥīd il vincolo che determina i rapporti reciproci, il suo obiettivo principale diventa risvegliare e sviluppare l’umanità dell’uomo, renderla salda e forte e metterla in condizione di prevalere sulle altre inclinazioni dell’essere umano. L’Islam vuole realizzare questo obiettivo. Per certi aspetti l’uomo presenta somiglianze persino con gli animali e con la materia inanimata. Per questo gli scienziati della jāhiliyya sono caduti nell’errore di considerare l’uomo un animale o, in alcuni casi, una materia inanimata. In realtà, nonostante le numerose somiglianze dell’uomo con gli animali e con la materia inanimata, egli possiede alcune caratteristiche grazie alle quali è considerato il migliore degli esseri creati. Anche i portatori della scienza jahilita sono stati costretti, loro malgrado, ad ammettere questa verità. Tuttavia, il loro riconoscimento non è né sincero né chiaro. *
I benefici del sistema di vita islamico sono estremamente concreti e incomparabili. Spezzando i deboli legami della razza, della lingua, del paese, degli interessi materiali, dei confini geografici e così via, l’Islam ha stabilito soltanto la fede come base della società e dei rapporti reciproci. Invece di sviluppare gli aspetti comuni tra l’uomo e l’animale, questa società sviluppa soltanto le qualità umane e conferisce loro il primato nella società umana. Il mondo intero sta assistendo ai benefici di questa grande opera. La società islamica si trasforma in una società aperta e liberale. Le sue porte rimangono per sempre aperte a persone di ogni razza, lingua e regione. In questo grande oceano della società islamica confluiscono e si fondono i fiumi dei diversi talenti e delle diverse qualità. Come risultato di questa grande unione, in un tempo brevissimo si manifesta una realtà capace di suscitare meraviglia nel mondo e di abbagliare gli occhi di tutti. Nonostante i mezzi di comunicazione e di trasporto fossero allora estremamente arretrati, i migliori talenti dell’umanità nel pensiero, nella conoscenza e nelle scienze vennero inclusi in questa realtà.
Nell’oceano della società islamica si erano riunite persone di tutte le nazioni e tribù provenienti da Arabia, Persia, Siria, Egitto, Marocco, Turchia, Cina, India, Roma, Grecia, Indonesia, Africa e da molti altri paesi. Le loro diverse caratteristiche furono unite in un unico filo, ed esse parteciparono, attraverso la cooperazione e i rapporti reciproci, alla costruzione della umma islamica e della cultura islamica. Questa gloriosa civiltà non fu neppure per un giorno una civiltà araba; fu invece una civiltà puramente islamica. E la civiltà islamica non creò mai una nazione, bensì costituì una umma sulla base della fede.
Persone di ogni lingua e di ogni paese parteciparono in egual misura alla costruzione di questa civiltà. Esse stabilirono tra loro profondi rapporti, unite dai legami dell’amore e della moralità. Erano tutte viandanti sullo stesso cammino. Perciò impiegarono tutte le loro capacità per costruire la società desiderata. Riversando in essa le proprie caratteristiche tribali e le proprie qualità personali e nazionali, la arricchirono. Poiché, in quanto membri della società islamica, erano tutti ugualmente responsabili. Alla base dei loro rapporti vi era un profondo amore per Allah. Per questo, in quella società la personalità di ciascuno poteva svilupparsi senza ostacoli. Le caratteristiche che emersero tra gli uomini di quell’epoca non hanno eguali nella storia dell’umanità.
Nella storia antica, la società romana era considerata la società migliore. Anche in essa si erano riunite persone di diverse tribù, lingue, razze e indoli. Tuttavia, la loro unità non fu organizzata sulla base dei rapporti umani. Nessun ideale superiore creò tra loro un vincolo di unità. Al contrario, la divisione in classi costituiva la base della loro unità. In tutto l’impero, da una parte vi era la classe nobile e dall’altra un numero enorme di schiavi. Queste due classi avevano diviso l’impero in due gruppi. Inoltre, le caratteristiche tribali esercitavano anch’esse un’influenza preponderante. I membri della tribù romana erano insediati ovunque nei posti di comando, mentre tutti gli appartenenti alle altre tribù erano loro schiavi. Perciò questa società non riuscì mai a raggiungere una posizione elevata come quella della società islamica, né ebbe mai la capacità di offrire all’umanità i benefici che la società islamica le ha donato.
Anche in epoca moderna sono sorte diverse società. Si può citare, per esempio, l’Impero britannico. Esso è l’erede dello stesso Impero romano. La brama di interessi nazionali costituisce la base di questo impero, e la nazione britannica ne è la guida. Il loro obiettivo è sfruttare tutte le colonie dell’impero. Lo stesso vale per gli altri imperi europei. Nel campo dello sfruttamento e dell’oppressione, gli antichi imperi spagnolo e portoghese e la Francia contemporanea hanno seguito la medesima strada.
Il comunismo si presenta sulla scena rivendicando la costruzione di una nuova società, abbattendo le barriere della razza, della tribù, della lingua e della nazionalità geografica. Tuttavia, anche questa società, escludendo i rapporti umani, assume la divisione in classi come base della società. Da questo punto di vista, la società comunista è l’altra faccia dell’antica società romana. Nella società romana predominavano i nobili; nella società comunista predominano i proletari. Il suo principio fondamentale è nutrire odio e ostilità verso l’altra classe. Una società egoista e vendicativa di questo genere non può fare altro che risvegliare gli istinti animaleschi dell’uomo. Il suo programma consiste nell’eccitare tali istinti e renderli ancora più forti. Secondo il comunismo, i bisogni fondamentali dell’uomo sono uguali a quelli dell’animale: cibo, abitazione e soddisfacimento dell’impulso sessuale. Perciò, dal loro punto di vista, l’intera storia dell’umanità non è altro che la storia della ricerca del cibo.
L’Islam è l’unico ordinamento di vita stabilito da Allah che, risvegliando e sviluppando le nobili qualità e le raffinate inclinazioni dell’essere umano, prepara il terreno per l’istituzione di una società umana di alto livello. Fino a oggi, questa caratteristica dell’Islam è rimasta unica e senza eguali. Coloro che abbandonano questo ordinamento e tentano di costruire la società sulla base del nazionalismo, del patriottismo, della razza, della tribù, della lingua o della classe sono in realtà nemici dell’umanità. Non sono disposti ad adornare gli esseri umani con le qualità conferite loro da Allah. Né desiderano che la società umana tragga beneficio dall’insieme delle qualità e delle capacità di tutte le stirpi e tribù, e che, costruendo una società armoniosa e unita, viva nella felicità e nel benessere. Riguardo a persone di questo genere, Allah l’Altissimo ha detto:
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«O Profeta, non vi informerò forse di chi è completamente perduto riguardo alle proprie opere? Sono coloro che, nella vita terrena, percorrono una via errata e pensano di seguire proprio la retta via. Hanno rifiutato di accettare i versetti del loro Signore e non credono nel ritorno al Suo cospetto. Per questo, tutte le loro opere sono andate perdute e, nel Giorno della Resurrezione, non avranno alcun peso. In ricompensa della loro miscredenza e del fatto che deridevano e schernivano i Miei versetti e i Miei messaggeri, subiranno il castigo dell’Inferno» — al-Kahf: 103-106
Quarto capitolo
Il jihād sulla via di Allah
I diversi livelli del jihād
L’Imam Ibn Qayyim ha composto nella sua celebre opera Zād al-Maʿād un capitolo intitolato «Il comportamento del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) con i miscredenti e gli ipocriti, dall’inizio della profezia fino all’ultimo momento della sua vita». In quel capitolo, il dotto autore ha scritto riguardo alla natura del jihād: la prima rivelazione che fu fatta scendere sul Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fu:
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(Leggi, nel nome del tuo Signore, il tuo Creatore—ecc.).
Questa fu l’inizio della profezia. Allah Ta’ala ordinò al Suo Profeta di recitare da solo i suddetti versetti. Tuttavia, non gli era ancora stato ordinato di trasmettere la rivelazione agli altri. Poi Allah Ta’ala disse—
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(O tu avvolto nel mantello! Alzati e ammonisci la gente).
In questo modo, attraverso l’ordine «Iqra’», gli fu affidata la profezia, e attraverso l’appellativo «Ya ayyuhal muddaththir», gli fu affidata la missione apostolica. Poi gli fu ordinato di ammonire i suoi parenti più prossimi. Perciò Hazrat Rasul Karim, sallallahu alayhi wa sallam, trasmise per primo il messaggio di Allah ai suoi parenti più stretti. In seguito rivolse il suo ammonimento ai vicini, poi a tutti gli Arabi e infine all’intera umanità del mondo. Così, per circa tredici anni, si impegnò, attraverso il tabligh, a suscitare nei cuori delle persone il timore di Allah. Durante questo periodo non combatté contro nessuno e non chiese la jizya a nessuno. Al contrario, gli fu ordinato di tenere le mani lontane dalla lotta, di avere pazienza e di adottare la via della tolleranza. Poi ricevette l’ordine di compiere l’hijra. Dopo l’hijra fu autorizzata la lotta armata. In seguito fu rivelato l’ordine di combattere coloro che prendevano le armi contro Rasulullah, sallallahu alayhi wa sallam, e di non interferire con coloro che mantenevano la neutralità. Successivamente fu ordinato di combattere contro i politeisti finché la religione di Allah non fosse stata pienamente attuata. A quel tempo i miscredenti furono divisi in tre categorie. La prima comprendeva le parti vincolate da un trattato, la seconda le parti in guerra e la terza i dhimmi.
Ai musulmani fu ordinato di rispettare il trattato con coloro con i quali il Messaggero di Allah, sallallahu alayhi wa sallam, aveva precedentemente stipulato un trattato di pace, finché essi avessero agito conformemente al trattato. Se fosse sorto il sospetto che una delle parti avesse violato il trattato, al Profeta di Allah fu ordinato di annullarlo mediante una dichiarazione pubblica; e finché all’altra parte non fosse stata comunicata la dichiarazione della violazione del trattato, fu proibito prendere le armi contro di essa. Al contempo fu rivelato anche l’ordine di combattere coloro che avevano violato il trattato.
Nella sura al-Tawba furono impartiti tutti e tre questi tipi di ordini. In essa si dichiarava chiaramente che la guerra contro coloro tra la Gente del Libro che mostravano ostilità verso Allah e il Suo Messaggero, sallallahu alayhi wa sallam, sarebbe continuata finché non avessero pagato la tassa jizya o accettato il sistema di vita dell’Islam. Nella stessa sura fu ordinato di condurre un duro jihad contro i miscredenti e gli ipocriti. Il Profeta Karim, sallallahu alayhi wa sallam, secondo il comando di Allah, prese le armi contro i miscredenti e combatté gli ipocriti presentando argomentazioni e attraverso il dialogo e la discussione. Nella stessa sura fu ordinato di dichiarare annullati tutti i trattati precedentemente stipulati con i miscredenti, e i trattati furono divisi in tre categorie. Fu ordinato di combattere contro la prima categoria: queste persone avevano violato esse stesse il trattato. Il Profeta Karim, sallallahu alayhi wa sallam, combatté contro di loro e ne uscì vittorioso. Con le persone della seconda categoria stipulò un trattato di pace per un periodo determinato. Esse non avevano violato il trattato né avevano fornito alcun tipo di aiuto a nessun nemico dell’Islam. Allah Ta’ala ordinò che i trattati stipulati con queste persone rimanessero in vigore fino al termine stabilito. Con le persone della terza categoria non era stato stipulato alcun trattato, ma esse non avevano mai assunto un atteggiamento ostile verso il Messaggero di Allah. Inoltre, furono incluse in questa categoria anche quelle con cui era stato stipulato un trattato di pace a tempo indeterminato. Fu ordinato di concedere a queste persone un termine di quattro mesi e di combatterle allo scadere di tale termine.
Perciò il Profeta di Allah uccise coloro che avevano violato il trattato e concesse quattro mesi a coloro che non lo avevano violato o con i quali era stato stipulato un trattato a tempo indeterminato. Quanto a coloro che rispettavano il trattato, si comportò con loro secondo i suoi termini fino alla scadenza stabilita. Di conseguenza, tutte le persone accettarono l’Islam e, entro il termine stabilito, abbandonarono la miscredenza. Gli abitanti non musulmani pagarono la tassa jizya e divennero sudditi dello Stato. Così, dopo la rivelazione della sura al-Tawba, i miscredenti risultarono divisi in tre categorie. La prima era costituita dai nemici che combattevano contro l’Islam; la seconda dalle parti vincolate da un trattato; la terza dai dhimmi. Il fronte avversario aveva sempre timore del Profeta di Allah. Ora tutta l’umanità si trovò divisa in tre categorie: la prima, i musulmani che avevano creduto nel Profeta; la seconda, i dhimmi cui era stata garantita la sicurezza; la terza, i miscredenti combattenti. Allah Ta’ala ordinò al Suo amato Profeta di accettare l’obbedienza esteriore degli ipocriti, lasciare ad Allah la loro ipocrisia interiore e continuare a cercare di correggerli attraverso l’argomentazione e il dialogo.
Allah l’Altissimo vieta al Suo Profeta di compiere la preghiera funebre per gli ipocriti, di fermarsi presso le loro tombe per pregare o di intercedere presso Allah affinché perdoni i loro peccati. Al contrario, Allah dichiara che, anche se il Profeta intercedesse per il perdono degli ipocriti, essi non lo otterrebbero. Questa era la politica adottata dal Profeta di Allah nei confronti dei nemici miscredenti e ipocriti.
Nella discussione sopra citata, tutti i gradi del jihad islamico sono stati esposti nel modo migliore e con estrema concisione. Da essa si intravedono le caratteristiche del movimento religioso e i suoi risultati di vasta portata. La questione merita di essere esaminata con grande attenzione. Qui ci limitiamo soltanto ad accennare ad alcuni punti.
Prima caratteristica del jihad:La prima bellezza caratteristica della religione della verità è che essa costituisce un sistema di vita orientato alla realtà. Il movimento di questa religione attira a sé le persone in ogni circostanza e impiega nell’opera del movimento i mezzi e gli strumenti adeguati alle condizioni. Fin dall’inizio del movimento islamico comincia lo scontro con la società del falso. Il pensiero e le credenze della società vigente sono influenzati dall’ignoranza preislamica. La struttura di tale ordinamento sociale viene edificata proprio sulle fondamenta dell’ignoranza preislamica. Con il sostegno del potere economico e politico, l’ignoranza preislamica si è affermata con orgoglio sulla società; per contrastare una forza simile sono indispensabili mezzi e strumenti di pari livello. Perciò l’Islam corregge il pensiero e le credenze mediante la trasmissione e la predicazione. Conduce il jihad impiegando il potere terreno per trasformare l’ordinamento sociale vigente. Infatti, la società governata dall’ignoranza preislamica ostacola il lavoro di purificazione delle credenze e del pensiero. Adottando mezzi terreni e programmi fuorvianti, costringe le persone a rimanere fedeli alla società jahilita. Di conseguenza, alla società non resta altra possibilità che vivere sottomettendosi agli uomini invece che all’Onnipotente Allah. Pertanto, il movimento islamico non può considerare sufficiente, per estirpare l’ignoranza preislamica sostenuta dal potere terreno, la sola da‘wa e il tabligh. D’altra parte, cambiare con la coercizione le credenze delle persone non è un principio dell’ideale islamico. Nella conduzione del movimento di questa religione, entrambi i metodi sopra menzionati sono ugualmente importanti ed entrambe le vie sono ugualmente accettabili. Lo scopo del movimento, infatti, è liberare l’essere umano dalla servitù agli uomini e porlo al servizio dell’unico e indivisibile Allah.
Seconda caratteristica del jihad:La seconda caratteristica dell’Islam è che si tratta di un movimento orientato alla realtà. Questo movimento procede gradualmente, raccoglie a ogni tappa i mezzi necessari secondo le proprie esigenze e prepara il terreno per la tappa successiva. In questa religione non esiste alcun metodo irrealistico che pretenda di affrontare i problemi concreti con il solo aiuto di eccellenti principi; né questo movimento ideale si affida, per risolvere i problemi sorti nelle sue diverse fasi, a schemi rigidi e immutabili. Coloro che discutono del jihad islamico e citano versetti coranici a sostegno del jihad non prestano attenzione a questo aspetto. Anzi, non riescono nemmeno a comprendere le fasi che il movimento islamico deve attraversare per avanzare. Di conseguenza, è del tutto naturale che non comprendano neppure quale versetto coranico sia stato rivelato in ciascuna fase del movimento e con quale significato. Perciò intraprendono la discussione sul jihad con idee confuse, deformano la sua vera natura mescolando disordinatamente le diverse fasi del movimento e ricavano alcuni principi generali dai versetti coranici rivelati in momenti diversi. Eppure quei versetti non lasciano alcuno spazio per ricavare principi secondo i propri desideri. Essi considerano ogni versetto del Corano come il limite ultimo della religione. Coloro che ragionano in questo modo sono nati nell’attuale società musulmana puramente nominale e, sotto la pressione di circostanze ambientali scoraggianti, hanno assunto il ruolo sopra descritto come espressione di una mentalità sconfitta.
Dominati da una mentalità sconfitta, essi affermano: «L’Islam autorizza soltanto la guerra difensiva». È motivo di profonda tristezza che credano di aver procurato il sommo bene alla religione con questa loro interpretazione del jihad. La realtà è che, interpretando erroneamente il jihad, stanno abbandonando proprio la caratteristica distintiva della religione. Lo scopo di questa interpretazione è allontanare la religione dal suo obiettivo fondamentale. Dopo aver adottato tale interpretazione, l’Islam perde l’obiettivo di liberare le persone dal potere delle forze taghut e di consacrarle al servizio di Allah, senza associati. Certamente, l’Islam non ordina di cambiare con la coercizione le credenze. Al contrario, offre alle persone la possibilità di scegliere liberamente la propria via di vita. Inoltre, per liberare il popolo dall’oppressione delle forze politiche costituite, abolisce quel potere di governo. Dopodiché offre loro la possibilità di vivere come residenti fedeli dello Stato islamico pagando la jizya. In tal modo vengono rimosse tutte le forze che impediscono con la coercizione l’adozione libera dell’ideologia islamica, e il popolo ottiene la possibilità di decidere volontariamente se accettare o meno l’Islam.
Terza caratteristica del jihad:La terza caratteristica di questa religione è che il movimento religioso, che avanza progressivamente attraverso una dura lotta, non devia in alcuna circostanza neppure di un capello dal suo obiettivo fondamentale. Fin dal primo giorno del movimento, ogni volta che il Profeta di Allah (pace e benedizioni su di lui) si rivolse e invitò i parenti, la tribù dei Quraysh o l’intera umanità, a qualunque fase ciò avvenisse, li chiamò verso l’obiettivo fondamentale. In ogni circostanza proclamò lo stesso messaggio. In altre parole, invitò tutti ad accettare la servitù all’unico Allah e a dichiarare la rivolta contro gli altri falsi pretendenti al dominio. Su questo punto non vi è il minimo spazio per compromessi o flessibilità. Per realizzare tale obiettivo, il movimento procede secondo un piano e avanza attraversando diverse fasi. In ciascuna fase emerge la necessità di impiegare i mezzi e gli strumenti richiesti dalle circostanze. Lo abbiamo già menzionato sopra.
Quarta caratteristica del jihad:La quarta caratteristica è che l’Islam ha stabilito norme permanenti riguardo ai rapporti della comunità musulmana con gli altri non musulmani.
Ciò è stato appreso proprio dalla citazione dell’opera Zad al-Ma‘ad riportata sopra. Il punto essenziale di questa norma è che l’Islam (accettare la servitù e l’obbedienza ad Allah) è una verità universale e assoluta, la cui accettazione è necessaria e obbligatoria per l’intera società umana. Coloro che sono incapaci o riluttanti ad accettare l’Islam hanno il dovere di adottare un atteggiamento conciliatorio nei suoi confronti e di non creare ostacoli, ricorrendo all’aiuto di forze politiche o di altra natura, alla diffusione del messaggio dell’Islam e alla sua espansione. Ogni persona ha bisogno di un ambiente favorevole, libero da pressioni, per decidere se accettare o meno l’Islam. Se qualcuno desidera accettare l’Islam, gli ambienti contrari all’Islam non devono usare la forza contro di lui né impedirgli in alcun modo
di farlo. Se qualcuno pone un ostacolo, è dovere dell’Islam combatterlo, e tale lotta proseguirà incessantemente finché chi pone l’ostacolo non morirà o non si sottometterà.
Quando, discutendo del jihād islamico, gli scrittori deboli e animati da uno spirito di sconfitta cercano, secondo il loro punto di vista, di rimuovere la «macchia» del jihād dal corpo dell’Islam, finiscono per confondere inutilmente due questioni. La prima consiste nel non costringere con la forza alcun essere umano ad accettare l’Islam. Nel Sacro Corano, Allah l’Altissimo ha impartito chiaramente questo ordine attraverso la dichiarazione: «Non c’è costrizione nell’accettazione della religione». La seconda consiste nel fatto che l’Islam ordina di sradicare tutte quelle forze politiche e terrene che si ergono come un muro tra gli esseri umani e Allah, impediscono loro di accettare la servitù ad Allah e li rendono propri schiavi. Questi due principi sono completamente distinti. Tra essi non vi è alcuna contraddizione artificiosa, né sono in contrasto l’uno con l’altro. Tuttavia, a causa di una mentalità sconfitta e incline alla resa, le persone deboli di spirito vogliono confondere queste due questioni e definire il jihād islamico una guerra difensiva. Il jihād islamico, invece, è una lotta di natura completamente diversa. Non presenta alcuna analogia con le guerre e i conflitti diffusi nell’epoca moderna. Né nelle condizioni della guerra né nella sua natura esteriore si potranno trovare i criteri del jihād islamico; essi si trovano nella natura della legge islamica, nel suo ruolo nel mondo, nei grandi obiettivi che Allah l’Altissimo ha stabilito per questa religione e per il conseguimento dei quali affidò al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, la responsabilità della missione profetica, conferendogli il primato fra tutti i messaggeri.
Una proclamazione rivoluzionaria universale
La religione della verità è una proclamazione rivoluzionaria universale. Il suo punto essenziale è liberare l’essere umano dalla servitù agli altri esseri umani e persino dalla servitù dei propri desideri. La conseguenza inevitabile della proclamazione della sovranità unica di Allah è che tutti gli esseri umani partecipano in egual misura alla Sua misericordia. Pertanto, qualunque sia la forma o la modalità con cui si stabiliscano il dominio e la sovranità di alcuni esseri umani su altri, proclamare una ribellione totale contro di essi è ciò che si chiama Islam. Il potere di governare gli esseri umani sugli altri esseri umani è, in realtà, una pretesa del potere di Allah. In altre parole, in un sistema sociale in cui l’autorità di decidere in via definitiva su ogni questione è nelle mani degli esseri umani, e in cui essi godono del potere di stabilire in ultima istanza ordini e divieti per gli altri, alcuni individui pretendono illegalmente il potere di Allah. Coloro che riconoscono la loro autorità, secondo la terminologia coranica, accettano «altri signori oltre ad Allah». Dunque, proclamare la sovranità e l’autorità esclusiva di Allah significa sottrarre il potere dalle mani di coloro che lo esercitano illegalmente in nome di Allah e restituirlo nuovamente ad Allah, nonché eliminare coloro che elaborano leggi e norme di propria invenzione e stabiliscono il proprio dominio e la propria autorità sugli esseri umani. Essi infatti si erano insediati al posto di Dio e avevano trasformato la società umana in loro schiava. In sintesi, proclamare la signoria e la sovranità di Allah significa porre fine a ogni diritto e potere di governo degli esseri umani sugli altri e stabilire l’autorità del Signore, Creatore e Sostentatore dell’intero universo.
Nel Sacro Corano Allah l’Altissimo ha detto:
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«Egli è Dio nei cieli ed è Dio sulla terra.» Az-Zukhruf: 84
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«Il diritto di comandare e governare appartiene soltanto a Lui. Il Suo comando è che non si adori nessuno all’infuori di Lui. Questo è il saldo ordinamento della vita». — Yūsuf: 40
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«(O Profeta), di’: “O gente della Scrittura, venite: noi non adoreremo nessuno all’infuori di Allah, non assoceremo a Lui alcun socio e non prenderemo come Signore nessun’altra potenza al posto di Allah”. E a coloro che rifiutano di accettare ciò, proclama: “Siate testimoni che noi ci siamo sottomessi ad Allah”». — Āl ʿImrān: 64
I mezzi per instaurare il governo di Allah
Instaurare la sovranità di Allah non significa istituire, come nel sistema di governo della Chiesa, il dominio di un certo numero di persone «sante» autoproclamatesi tali, né, come nel clericalismo, un sistema di governo arbitrario imposto da una ristretta cerchia di persone che pretendono di rappresentare Allah l’Altissimo. Instaurare il governo di Allah significa che il primato della legge di Allah sarà riconosciuto e che, per la decisione ultima su ogni questione, si dovrà considerare definitiva soltanto la legge da Lui rivelata. Bisogna ricordare che instaurare la sovranità di Allah, abbattere il regno degli uomini, strappare il potere di governo dalle mani degli oppressori e rimetterlo nelle mani di Allah, nonché abrogare le leggi create dagli uomini e introdurre la legge rivelata da Allah, non può essere realizzato mediante la sola predicazione e divulgazione. Coloro che hanno instaurato l’autorità divina sugli uomini non abbandoneranno il potere soltanto perché persuasi dalla predicazione e dalla divulgazione. Se fosse così, per i profeti di Allah sarebbe stato facilissimo instaurare la religione di Allah. Tuttavia, dai racconti dei profeti e dalla storia della vera religione protrattasi per molti secoli, sappiamo che nessun profeta ha mai trovato facile il compito di instaurare la religione.
Proclamare il messaggio rivoluzionario secondo cui Allah l’Altissimo, Signore dell’universo, è l’unico detentore della sovranità, e contemporaneamente dichiarare ribellione contro tutti gli altri pretendenti alla signoria oltre ad Allah, non consiste semplicemente nell’enunciare una teoria, una dottrina filosofica o una frase negativa. Al contrario, lo scopo di una simile proclamazione è instaurare sugli uomini il governo della Legge divina e, mediante l’uso della forza, liberarli dalla schiavitù degli uomini e ricondurli entro i limiti dell’adorazione di Allah, l’Unico e senza associati. È facile comprendere che, per un cambiamento rivoluzionario di tale portata, è assolutamente necessario avviare il movimento insieme all’invito e alla predicazione, e affrontare, a ogni fase del suo avanzamento, le forze della falsità che gli pongono ostacoli.
L’Islam proclama la liberazione dell’uomo dalla sottomissione a tutte le forze diverse da Allah. Perciò, in ogni fase della storia umana, credenze e dottrine erronee, la forza brutale e gli ordinamenti politici, sociali, economici e tribali si ergono a sbarrargli il cammino. È accaduto in passato, accade nel presente e questa regola non può essere diversa neppure in futuro. Inoltre, quando la fede, mescolata a credenze erronee, e le superstizioni si radicano nel cuore degli uomini, anche gli ostacoli sopra menzionati diventano ancora più forti.
La tablīgh e la predicazione purificano il pensiero e la fede delle persone, mentre il movimento rimuove gli ostacoli terreni. Al vertice di questi ostacoli terreni si trova il potere politico. Tale potere è strettamente intrecciato con la fede, le divisioni di stirpe e di classe, nonché con le consuetudini collettive ed economiche. In questo modo, la tablīgh e il movimento, agendo congiuntamente, continuano a esercitare la loro influenza sul sistema sociale esistente da ogni direzione e aiutano a instaurare un nuovo sistema di vita. Affinché la società umana che vive sulla terra possa condurre una vita veramente libera, deve adottare entrambi questi metodi: si tratta di una questione estremamente importante.
Il significato della devozione
L’Islam non è venuto portando il messaggio della liberazione soltanto agli Arabi. L’obiettivo di questo dīn è l’intera umanità e il suo campo d’azione è il mondo intero. Allah non è il Signore soltanto degli Arabi o di coloro che credono nell’Islam; al contrario, Egli è il Signore e il Protettore dell’intero universo. Egli vuole liberare il mondo intero da ogni forma di servitù umana e ricondurlo sotto la piena tutela della Sua protezione. Secondo l’Islam, imporre su se stessi leggi e ordinamenti elaborati dagli uomini equivale in realtà a servitù, cioè a ʿibāda. L’Islam proclama quindi che la ʿibāda, o servitù, è dovuta esclusivamente ad Allah. Chi riconosce la ʿibāda o la servitù verso qualcuno diverso da Allah, per quanto possa considerarsi devoto, si trova in realtà al di fuori dei limiti del dīn. Il Messaggero di Allah (s.a.) ha dichiarato con parole chiare che obbedire alle leggi vigenti e al sistema di governo è un altro nome della ʿibāda. Quando gli Ebrei e i Cristiani si allontanarono da questo significato della ʿibāda, da allora furono considerati mushrik.
L’Imam Tirmidhī narra da ʿAdī ibn Ḥātim (r.a.) che, dopo aver ricevuto il messaggio del Messaggero (s.a.), egli fuggì in Siria, poiché aveva abbracciato il Cristianesimo già nell’epoca della jāhiliyya. Tuttavia, sua sorella e diverse altre persone della sua tribù furono catturate. Il Profeta trattò sua sorella con benevolenza, la liberò senza alcun riscatto e le permise di recarsi presso la sua gente con alcuni doni. Dopo aver incontrato suo fratello, quella donna lo esortò ad accettare l’Islam e gli consigliò di incontrare il Profeta di Allah. ʿAdī accettò la proposta e gli abitanti di Medina rimasero in attesa del suo ritorno. Quando venne a incontrare il Profeta, portava al collo una croce d’argento. Il Profeta stava allora recitando il seguente versetto:
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«Hanno preso i loro sacerdoti, i loro monaci e i loro capi religiosi come signori al posto di Allah.» — al-Tawba: 31
ʿAdī disse: «Dissi al servizio del Profeta (s.a.): “Essi non adorano i loro capi religiosi”». Il Profeta rispose: «Hanno considerato lecite le cose che i capi religiosi hanno dichiarato lecite. Allo stesso modo, hanno considerato illecite le cose che i capi religiosi hanno giudicato illecite. È così che adorano i propri capi religiosi».
Ciò che il Messaggero di Allah (s.a.) disse spiegando il versetto coranico citato sopra costituisce la forma chiara e inviolabile della Sharīʿa. In altre parole, accettare le leggi e gli ordinamenti di qualcuno diverso da Allah è una forma di ʿibāda. Chi si dedica a una simile ʿibāda esce dall’Islam. Da questo ḥadīth apprendiamo inoltre che, quando alcune persone fanno di uno o più esseri umani un «signore al posto di Dio», ciò è anch’esso considerato ʿibāda. Il dīn della verità è stato rivelato proprio per porre fine a questa servitù e obbedienza illegittime. Ed è questo stesso dīn ad aver proclamato con parole inequivocabili che gli esseri umani che vivono sulla terra di Allah devono condurre una vita libera dalla servitù verso chiunque altro oltre ad Allah.
Se nella vita pratica degli uomini si manifesta una situazione contraria alla dichiarazione sopra enunciata, la predicazione e il movimento, impugnando entrambe le armi, sono costretti a scendere nel campo dell’azione.
L’obiettivo del movimento islamico sarà colpire la forza politica che aspira a instaurare un dominio ingiusto sugli uomini e che, completamente incurante della Legge di Allah, impone il proprio governo. Infatti, a causa degli ostacoli creati da questa forza politica, coloro che desiderano vivere secondo il messaggio dell’Islam sono privati della libertà di avere e manifestare le proprie opinioni. Perciò l’Islam, attraverso la predicazione e il movimento, abbatte le forze che aspirano a esercitare il dominio. Che tale forza sia politica oppure portatrice dell’insegna delle discriminazioni di stirpe, tribù e classe, senza il suo abbattimento non è possibile conseguire la vera libertà dell’uomo. Pertanto, dopo aver sradicato quella forza illegittima, l’Islam tutela la vera libertà della società umana introducendo un nuovo sistema sociale, economico e politico, e apre la strada al progressivo sviluppo di una vita libera.
La libertà dell’uomo secondo la prospettiva dell’Islam
L’obiettivo dell’Islam non è inculcare con la forza il credo e le convinzioni nella mente e nel cuore degli uomini. Tuttavia, non bisogna dimenticare che l’Islam non consiste semplicemente in una particolare forma di credo e convinzioni. Come abbiamo già discusso in precedenza, l’Islam è la dichiarazione rivoluzionaria di liberare l’uomo dalla schiavitù dell’uomo. Fin dall’inizio della predicazione del messaggio islamico fu proclamato chiaramente che l’Islam intende sradicare tutti i governi e tutte le istituzioni che esercitano il dominio sugli uomini. Dopo aver liberato la società umana dalla schiavitù politica, l’Islam si adopera per purificare la mente e la coscienza degli uomini dall’influenza corrotta delle forze illegittime. Una volta portata a termine quest’opera, concede alla loro ragione e coscienza libere piena libertà di accettare o non accettare l’Islam. Ma il significato di questa libertà non è che l’uomo possa decidere di sottomettersi alla propria mentalità egoistica o alla schiavitù di un altro uomo, oppure di mantenere un sistema che stabilisce il dominio dell’uomo sull’uomo.
Ovunque e ogni volta che sulla terra venga instaurato un sistema di governo, esso dovrà essere fondato riconoscendo la sottomissione ad Allah l’Altissimo. E la sovranità di Allah l’Altissimo dovrà essere riconosciuta come fonte dell’ordinamento della vita. Solo sotto questo sistema di governo basato su un ideale vi sarà libertà per le convinzioni personali degli uomini. Questa è l’unica via per riservare la religione, la devozione e l’obbedienza esclusivamente ad Allah. Il termine dīn ha un significato molto più ampio di quello di credo e convinzioni. Dīn significa affidare ogni aspetto e ogni settore della vita umana a un determinato sistema, e il dīn islamico è fondato sulla fede. Tuttavia, l’ambito del dīn è più esteso di quello del credo e delle convinzioni. Pertanto, dopo aver dichiarato obbedienza al sistema di governo islamico, è possibile vivere in quella società anche senza adottare nella vita personale il credo e le convinzioni islamiche.
Il jihād non è una semplice autodifesa
Da quanto abbiamo appreso sopra riguardo all’obiettivo del dīn, risulta chiaramente che il jihād islamico deve necessariamente essere intrapreso in entrambe le forme: cioè il jihād bis-sayf (il jihād delle armi) e il jihād bil-qawl (il jihād della predicazione). Senza entrambe le forme di jihād è impossibile instaurare il dīn. Abbiamo anche compreso che il jihād islamico non è precisamente ciò che, nella limitata terminologia dell’epoca attuale, si intende per guerra difensiva. Solo alcuni deboli di spirito, incapaci, sotto la pressione delle circostanze, di dare una risposta adeguata agli astuti attacchi degli scrittori occidentali, hanno cercato di confinare il jihād islamico entro quei ristretti limiti. L’Islam è una rivoluzione viva. Il suo obiettivo è far gustare all’uomo il sapore della vera libertà. Per conseguire questo scopo, l’Islam conduce una campagna di riforma in ogni aspetto e settore della vita pratica dell’uomo e procede gradualmente, impiegando tutti i mezzi e le risorse presenti nella società. A ogni fase, inoltre, utilizza i mezzi necessari e compie i passi per giungere al livello successivo.
Se il jihād islamico viene usato nel senso di guerra difensiva, allora bisogna modificare il significato consueto dell’autodifesa e intendere con la parola jihād l’autodifesa dell’umanità dall’oppressione delle forze che le sottraggono la libertà. Queste forze oppressive cercano di privare la società umana della libertà assumendo la forma di false convinzioni e di discriminazioni economiche, tribali e di classe. Quando l’ideale islamico apparve nel mondo, quei traviati godevano di una posizione dominante, e anche la jāhiliyya dell’epoca moderna ha creato false idee e false vie dello stesso genere.
Dopo aver accolto questo ampio significato dell’autodifesa, siamo in grado di comprendere la vera natura dell’Islam. Il significato generale del jihad islamico, o autodifesa, è il seguente:
«La proclamazione della piena liberazione dell’uomo dalla sottomissione all’uomo; l’instaurazione della sovranità di Allah Ta‘ala in tutto il mondo; l’eliminazione dell’autorità degli uomini egoisti e oppressori; e l’applicazione delle norme di Allah in ogni aspetto e ambito della vita umana.»
Un gruppo di persone presenta vari argomenti e ragionamenti per dimostrare che il jihad islamico è una guerra esclusivamente difensiva, e conduce giorno e notte ricerche allo scopo di portare prove a sostegno delle proprie argomentazioni. Cercano e riportano ogni sorta di eventi e resoconti storici per dimostrare, attraverso di essi, che il jihad islamico è una lotta per la «difesa dei paesi islamici». Alcuni appartenenti a questa categoria considerano poi come paese islamico soltanto la Penisola Arabica e sostengono che a quel tempo il jihad si fosse reso necessario unicamente perché le terre arabe erano state attaccate dai gruppi nemici delle regioni limitrofe.
Queste persone, benevole nei confronti dell’Islam, o non hanno compreso il ruolo dell’Islam nella soluzione dei problemi del mondo, oppure hanno semplicemente assunto una posizione debole sotto l’influenza dell’ambiente ostile e degli astuti attacchi degli scrittori occidentali.
Chi può sostenere che, se avessero ottenuto la garanzia di non essere attaccati da Roma e dalla Persia, Hazrat Abu Bakr (ra), Hazrat Umar (ra) e Hazrat Uthman (ra) avrebbero fermato l’espansione del movimento islamico? Alla domanda si deve rispondere soltanto «no», perché l’espansione dell’Islam sarebbe stata del tutto impossibile senza il jihad. Numerosi ostacoli e avversità si ergevano come mura sul cammino di questo movimento. In particolare, i sistemi politici, gli ordinamenti dei governi degli Stati che li sostenevano e ogni altra cosa erano contrari al movimento islamico.
Dopo aver proclamato, con l’enunciazione di un messaggio rivoluzionario, la liberazione dell’umanità intera in tutto il mondo, pensare di avanzare di fronte ai suddetti ostacoli mediante la sola predicazione verbale non è altro che follia. Naturalmente anche il movimento islamico si avvale della predicazione verbale. Ma quando? Quando le persone sono completamente libere di accettare o non accettare una determinata ideologia. Solo dopo aver liberato gli uomini da ogni forma di pressione e vincolo, l’Islam si diffonde esclusivamente attraverso la predicazione, secondo il principio «non vi è costrizione nella religione».
L’appello alla norma di vita islamica è una proclamazione rivoluzionaria della piena libertà dell’umanità. Naturalmente, dopo questa proclamazione, la libertà desiderata non sarà ottenuta mediante le sole discussioni filosofiche e la descrizione della bellezza della religione. Al contrario, sarà necessario entrare concretamente in conflitto con l’ambiente ostile e impiegare tutti i mezzi e gli strumenti necessari per rimuovere gli ostacoli e le avversità che il movimento in costante avanzamento incontra a ogni livello. Un movimento di questo tipo è il jihad. In termini islamici, il territorio in cui vige la norma di vita islamica è chiamato Dar al-Islam. Che questo Dar al-Islam si trovi in condizioni pacifiche oppure sia in guerra con i nemici vicini, il dovere del jihad non diminuisce né aumenta. Instaurare la pace è l’obiettivo dell’Islam; tuttavia, l’Islam non si accontenta di mantenere la pace e l’ordine nel territorio limitato del Dar al-Islam, né considera desiderabile una pace così parziale. La pace che l’Islam desidera consiste nel fatto che la religione di Allah sia pienamente instaurata ovunque sulla terra di Allah, che tutti gli uomini prestino culto esclusivamente ad Allah Ta‘ala e che ogni forma di autorità e dominio dell’uomo sull’uomo scompaia completamente. Nell’epoca successiva al Messaggero di Allah (sa), si deve avanzare tenendo davanti a sé questo stadio finale del jihad. Non sarà necessario instaurare gli stadi iniziale e intermedio, poiché tali stadi sono già stati superati. L’Imam Ibn Qayyim afferma: dopo la rivelazione della sura al-Tawba, il Nobile Profeta (sa) trattò i miscredenti in tre modi. I miscredenti impegnati in guerra contro l’Islam erano nemici dichiarati. Il secondo gruppo era costituito dalle comunità di miscredenti legate da un trattato. Il terzo gruppo era costituito dai dhimmi. Dopo che i miscredenti legati da un trattato ebbero accettato l’Islam, rimasero soltanto questi due gruppi di miscredenti: quelli in guerra e i dhimmi. I miscredenti in guerra temevano sempre il Messaggero di Allah (sa) e per questo continuavano costantemente a mostrare ostilità. In tal modo, agli occhi del Messaggero (sa), gli abitanti del mondo intero si divisero in tre categorie. La prima comprendeva i musulmani credenti. La seconda comprendeva i dhimmi che vivevano nello Stato islamico sotto un trattato di pace, mentre la terza comprendeva i miscredenti in guerra. È nella natura stessa dell’ideale islamico che, fin dall’inizio del suo movimento, gli uomini si dividano in tali categorie. Tuttavia, l’interpretazione del jihad fornita dagli ambienti dalla mentalità debole, che hanno ceduto di fronte agli attacchi degli scrittori occidentali, è molto lontana dalle caratteristiche del jihad islamico. Dopo che i musulmani emigrarono dalla Mecca a Medina, all’inizio Allah Ta‘ala rivelò il seguente versetto, ordinando loro di astenersi dalla guerra:
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«Tenete le mani lontane, compite la salat e versate la zakat.» — An-Nisa: 77
Dopo qualche tempo, fu dato il permesso di combattere contro i nemici, con le parole del Corano riportate di seguito –
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«È dato il permesso di combattere anche a coloro contro i quali si combatte, perché sono stati oppressi. In verità, Allah Ta’ala è certamente capace di aiutarli. Essi sono coloro che sono stati ingiustamente espulsi dalle proprie case. Il loro unico “peccato” è stato dichiarare che Allah è il loro unico “Rabb”. Se Allah Ta’ala non avesse respinto un gruppo di persone per mezzo di un altro, sarebbero stati distrutti tutti i khanqah, le chiese, i luoghi di culto e le moschee, nei quali viene menzionato il nome di Allah. E Allah aiuterà certamente coloro che aiutano Allah; in verità, Allah è Onnipotente. (Sono degni dell’aiuto di Allah) coloro ai quali concediamo il potere di governare una terra e che vi istituiscono la salat, rendono operativo il sistema della zakat, ordinano il bene o promulgano leggi per esso e impediscono alle persone di compiere il male. E l’esito finale di tutte le cose è nelle mani di Allah Ta’ala.» — Al-Hajj: 39–41
Dopo aver superato questa fase, fu ordinato di compiere il jihad contro tutti coloro che avessero impugnato la spada contro i musulmani—
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«Impugnate anche voi le armi contro coloro che impugnano le armi contro di voi.» — Al-Baqara: 190
E infine Allah Ta’ala ordinò di compiere il jihad contro tutti i mushrikun—
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«Combattete tutti insieme contro i politeisti, così come essi combattono tutti insieme contro di voi». — At-Tawba: 36
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«Combattete contro coloro, tra la Gente della Scrittura, che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non considerano illecito ciò che Allah e il Suo Messaggero hanno dichiarato illecito e che non adottano la vera religione, finché non paghino di propria mano la jizya e riconoscano la sottomissione allo Stato islamico». — At-Tawba: 29
I suddetti versetti del Corano, gli innumerevoli hadith che incoraggiano al jihad, le spedizioni militari del Nobile Profeta (pace su di lui) e l’intera storia dell’Islam sono ricchi di episodi riguardanti il jihad. Per la presenza di queste solide prove, le masse musulmane non sono disposte ad accettare le nuove interpretazioni del jihad proposte dagli scrittori di orientamento occidentale. Costoro, infatti, sono rimasti disorientati dalle circostanze avverse e dalla propaganda intenzionale di astuti autori occidentali.
Coloro che leggono le chiare direttive di Allah l’Altissimo, conoscono gli hadith del Profeta (pace su di lui) e studiano la storia dell’Islam, ricca di racconti di vittorie, non possono mai accettare che il jihad fosse una disposizione temporanea, impartita soltanto per la società mutevole di quel tempo, e che combattere esclusivamente per difendere i confini fosse il vero scopo permanente del jihad.
Quando autorizzò il jihad, Allah l’Altissimo aveva informato i credenti che, nel governo del mondo, la legge permanente di Allah l’Altissimo è questa: per mantenere la società umana libera dalla corruzione, Egli reprime un gruppo per mezzo di un altro. Come segue:
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«Se Allah non avesse respinto un gruppo per mezzo di un altro, sarebbero stati distrutti i monasteri, le chiese, i luoghi di culto e le moschee nelle quali viene menzionato il nome di Allah». — al-Hajj: 40. Si comprende dunque che questa lotta non è temporanea, bensì costituisce una disposizione permanente. Infatti, sulla terra non possono coesistere la verità e la menzogna. Ogni volta che l’Islam ha proclamato la determinazione di affermare la sovranità di Allah e di liberare l’essere umano dalla schiavitù degli uomini, coloro che pretendevano un dominio tirannico si sono schierati contro questo annuncio con la spada sguainata e non hanno accettato in alcun modo questo movimento. L’Islam ha ispirato una lotta senza compromessi per sradicare questi ribelli ad Allah e liberare gli uomini di tutto il mondo dal sistema di governo oppressivo di questi tiranni. Perciò questa lotta incessante della verità contro la menzogna continuerà finché la religione non sarà consacrata esclusivamente ad Allah.
Le ragioni del divieto del jihad armato nella fase meccana
L’ordine di astenersi dalla guerra e di ampliare la da‘wa nella fase meccana costituiva un’attività temporanea nell’ambito di un piano a lungo termine. Questa politica rimase in vigore ancora per qualche tempo dopo l’Egira. Ma quando, al termine della fase iniziale, i musulmani si decisero fermamente a intraprendere il jihad, non si trattava semplicemente di una guerra difensiva per la città di Medina. Certamente esisteva anche la questione della sicurezza di Medina. Tuttavia, quella era soltanto un’occasione per raggiungere un obiettivo. Era necessario difendere Medina per mantenere il centro del movimento libero dagli attacchi dei nemici, proseguire senza sosta la lotta per rendere gli uomini veramente liberi e indipendenti e respingere tutti gli ostacoli e le opposizioni.
La ragionevolezza del divieto di combattere durante il soggiorno alla Mecca è facilmente comprensibile. Il Profeta di Allah godeva della protezione dei Banu Hashim. Perciò poteva diffondere il messaggio della religione mediante proclami pubblici. Attraverso incontri personali e piccoli circoli di discussione, cercava di influenzare la mente e il cuore della gente. Inoltre, alla Mecca non esisteva alcun sistema statale ben organizzato che ostacolasse la sua predicazione o la risposta della popolazione. Pertanto, in quella fase non si avvertì la necessità di ricorrere alla forza. Vi erano anche alcune altre ragioni per cui, in quel periodo, era opportuno non impegnarsi in una guerra alla Mecca. Nel mio commentario esegetico intitolato «Fi Zilal al-Qur’an», nell’interpretare il versetto seguente, ho menzionato tali ragioni —
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«Hai visto coloro ai quali fu ordinato di trattenere le mani?» — an-Nisa’: 77
La seconda ragione per cui, nella fase meccana del movimento, fu proibito impegnarsi in guerra era essenzialmente questa: in quel periodo il movimento islamico stava formando, attraverso l’addestramento, un corpo di militanti in un ambiente particolare e per il conseguimento di uno scopo particolare. Infatti, nelle condizioni di allora era assolutamente necessario impartire ai nuovi musulmani una formazione orientata a obiettivi specifici. Per esempio, era indispensabile infondere loro la forza d’animo necessaria a sopportare situazioni alle quali gli arabi non erano abituati. Dovevano essere formati a mantenere la pazienza quando loro stessi o i loro familiari subivano ingiustizie e persecuzioni, a controllare l’orgoglio e il senso del proprio onore, a reprimere il desiderio di soddisfare risentimenti personali o di vendicarsi, a liberarsi dall’adorazione di sé e dalla schiavitù delle passioni e in questioni analoghe; attraverso tale formazione, era necessario trasformare la concezione che i convertiti dell’Arabia di allora avevano dello scopo della vita. Infatti, nell’epoca della jahiliyya, il principale obiettivo della loro vita era garantire la sicurezza propria e dei propri congiunti. Dopo l’accettazione dell’Islam, lo scopo della loro vita cambiò. Era dunque del tutto naturale che fosse molto importante prepararli ad acquisire la capacità di autocontrollo. Dovevano evitare di perdere la lucidità sotto l’impeto dell’ira e dell’agitazione. Al contrario, dovevano essere capaci di adottare decisioni equilibrate e dignitose con mente estremamente calma e lucida. Era inoltre necessario addestrarli a operare, agli ordini di un grande leader, come membri di un’organizzazione disciplinata, e ad agire in ogni questione dopo aver conosciuto l’opinione del leader e conformandosi ad essa. Si stava trasformando il loro atteggiamento affinché obbedissero agli ordini del leader per preservare la disciplina, anche quando tali ordini non fossero graditi a una determinata persona. Questa formazione era assolutamente necessaria per plasmare la vita degli arabi. Infatti, l’obiettivo del movimento islamico era costruire una società disciplinata, di elevati costumi, civile, libera dagli impulsi bestiali e priva di dispute e conflitti tribali.
Un’altra possibile ragione alla base dell’ordine di astenersi dalla guerra nella fase meccana è che i Quraysh erano dominati dall’orgoglio della nobiltà d’origine. Cercare di attirarli sulla via della religione attraverso il convincimento e la persuasione era più efficace e più proficuo. Le lotte e le guerre avrebbero favorito un ulteriore aumento dell’inimicizia e dell’ira, rendendo ancora più forte la loro sete di sangue innata. In precedenza, le guerre di Dahis, al-Ghabra’ e al-Basus erano state combattute per anni sulla base dell’odio tribale, e in quei campi di battaglia tribù dopo tribù erano state annientate. Se l’Islam fosse diventato vittima di un odio tribale di quel genere, il suo richiamo ideologico e di da‘wa non avrebbe potuto suscitare alcuna risposta nei cuori. Sarebbe diventato soltanto lo strumento di una lotta sanguinosa e interminabile. In tali condizioni, vi era il rischio che il suo messaggio e il suo insegnamento fondamentale venissero schiacciati sotto il peso delle dispute tribali.
Prevenire anche l’ampia diffusione della guerra civile poteva essere uno degli scopi per cui a Mecca si evitava la guerra. Infatti, a Mecca non esisteva alcun governo legittimo che perseguitasse i credenti e ostacolasse il loro movimento. Al contrario, erano proprio i parenti e i membri della tribù di ciascun musulmano a impedire loro di svolgere l’attività di da‘wa e a sottoporli a persecuzioni. Se in quelle circostanze fosse stato autorizzato il combattimento, ogni famiglia sarebbe stata trasformata in un campo di battaglia. E questa spirale di guerra civile sarebbe proseguita senza sosta. Anche gli oppositori avrebbero avuto l’opportunità di propagandare l’idea che l’Islam provocasse conflitti familiari. In realtà, tale propaganda era già iniziata. Durante il pellegrinaggio, quando persone provenienti da luoghi lontani si riunivano alla Mecca per compiere il pellegrinaggio o commerciare, i capi dei Quraysh si recavano da loro e dicevano: «Muhammad non si è limitato a creare divisioni all’interno della propria tribù; ha persino provocato discordia tra padri e figli». Eppure, in quel periodo era vietato usare la forza contro i nemici. Se a un figlio fosse stato permesso di decapitare il padre avversario dell’Islam, e a uno schiavo di decapitare il padrone nemico della religione, sarebbe stato difficile dire quanta diffamazione sarebbe stata diffusa contro l’Islam e quale situazione si sarebbe creata nella realtà.
Allah l’Altissimo sapeva certamente che coloro che si adoperavano con particolare accanimento contro il movimento islamico e infliggevano crudeli persecuzioni ai musulmani, in seguito avrebbero abbracciato la fede e sarebbero diventati devoti combattenti dell’Islam. Non era forse uno di loro anche ʿUmar ibn al-Khattab (ra)? Anche per questo era stato ordinato di non combattere.
Un’altra possibile ragione per evitare la guerra era che, secondo le consuetudini tribali, il carattere degli Arabi si era formato in modo tale da suscitare in loro simpatia verso coloro che mostravano fermezza di fronte all’oppressione e alla persecuzione. Questo atteggiamento era ancora più forte nei confronti delle persone nobili e virtuose della tribù. Numerosi episodi ne offrono la prova. Quando una persona nobile e rispettabile come Abu Bakr (ra) si accinse a emigrare dalla Mecca, Ibn al-Daghina non poté tollerarlo. Perciò riportò indietro Abu Bakr (ra), poiché considerava la partenza di una persona simile un disonore per la società araba. Dichiarò quindi la propria decisione di offrirgli protezione e sostegno. La stessa prova si trova anche nel fatto che fu stracciato il patto con cui i Banu Hashim erano stati confinati nella valle di Abu Talib. Quando la fame e le sofferenze della tribù dei Banu Hashim raggiunsero livelli estremi, furono proprio i giovani arabi a fare a pezzi quel documento. Una caratteristica notevole dell’antica società araba era che in essa nasceva compassione verso gli oppressi. Nella società araba contemporanea, invece, coloro che rimanevano pazienti di fronte all’oppressione venivano derisi e scherniti, mentre gli oppressori erano guardati con rispetto.
Un’altra ragione era che, a quel tempo, i musulmani erano molto pochi e la da‘wa islamica non si era ancora diffusa al di fuori della Mecca. In alcune zone erano giunte soltanto notizie vaghe al riguardo. Gli appartenenti alle altre tribù consideravano la questione un affare interno dei Quraysh e aspettavano di vedere quale sarebbe stato l’esito della controversia. Se in quel momento fosse scoppiata una guerra, vi era il rischio che il piccolo gruppo dei musulmani venisse completamente annientato. Sebbene essi fossero capaci di uccidere nemici numericamente molte volte superiori a loro, non avevano praticamente alcuna possibilità di sopravvivere. Erano infatti pochissimi. Se, come conseguenza dell’inizio prematuro della guerra, fossero stati tutti uccisi, lo shirk sarebbe rimasto al suo posto e l’obiettivo di fondare una società islamica non avrebbe mai potuto essere realizzato. Ma l’Islam è venuto nel mondo proprio per essere attuato. Pertanto non era opportuno iniziare la guerra prima del momento stabilito.
Anche dopo l’Egira, per qualche tempo si evitò la guerra armata
Anche dopo il trasferimento a Medina del centro del movimento islamico, per qualche tempo la guerra e le ostilità rimasero vietate. Infatti, il Messaggero di Allah (sa) si vincolò, mediante un trattato stipulato con gli ebrei e con gli Arabi politeisti che vivevano dentro Medina e nei suoi dintorni, a non attaccarsi reciprocamente. In quella fase del movimento era assolutamente necessario adottare una simile misura. Il contesto del trattato era il seguente:
Primo: a Medina era stata garantita piena libertà di diffondere il messaggio dell’Islam e di esprimere le proprie opinioni. A Medina non esisteva alcun potere statale in grado di interferire nell’accettazione o nel rifiuto delle opinioni della popolazione. Tutti gli abitanti di Medina avevano riconosciuto il neonato Stato islamico e avevano accettato la guida del Profeta di Allah per risolvere tutte le loro questioni politiche. Perciò nel trattato era stabilito che nessun abitante di Medina potesse, senza il consenso del Profeta di Allah, concludere un trattato di pace, dichiarare guerra o instaurare qualsiasi altro tipo di rapporto con persone esterne. In tali circostanze, il potere politico di Medina era nelle mani della leadership musulmana, e vi regnava anche piena libertà di espressione.
Secondo: in questa fase il Messaggero (sa) intendeva concentrare tutte le forze per giungere a una soluzione definitiva dell’opposizione dei Quraysh. L’opposizione di quella tribù ostacolava infatti l’adesione alla religione da parte degli appartenenti alle altre tribù, i quali aspettavano di vedere l’esito di questo «conflitto interno» dei Quraysh. Perciò il Messaggero di Allah (sa), senza perdere tempo, inviò piccoli contingenti in diverse direzioni. Il comandante del primo contingente che inviò fu Hamza (ra) ibn Abd al-Muttalib.
Questa spedizione fu inviata nel mese di Ramadan, prima che fossero trascorsi sei mesi dalla Hijra. Dopo questa spedizione, il Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, continuò a inviare consecutivamente una spedizione militare dopo l’altra: la prima dopo la Hijra, la seconda dopo tredici mesi e la terza all’inizio del sedicesimo mese. All’inizio del diciassettesimo mese dopo la Hijra fu inviata una spedizione sotto la guida di Abdullah ibn Jahsh, e proprio in questa spedizione si verificò uno spargimento di sangue. Era il mese di Ramadan, durante il quale, secondo le norme riconosciute dagli Arabi, erano vietati i combattimenti. A questo proposito, nel Nobile Corano si legge quanto segue:
——————————————————————————————– “Ti chiedono, o Profeta, di combattere durante il mese sacro. Di’: ‘Combattere in quel periodo è grave; ma impedire agli uomini di seguire la via di Allah, rinnegare Allah, impedire ai servi di Allah di recarsi alla Moschea Sacra ed espellere da essa i suoi abitanti è ancora più grave agli occhi di Allah. Tali persecuzioni sono più esecrabili dello spargimento di sangue’.” — al-Baqara: 217
Nel secondo anno dopo la Hijra ebbe luogo la battaglia di Badr, nel mese benedetto di Ramadan. Anche nella sura al-Anfal è stato fatto un commento a questo proposito.
Esaminando complessivamente questa fase del movimento islamico, si vedrà che non vi è alcuna ragione valida per definire il jihad islamico una lotta difensiva. Questa è soltanto la deplorevole opera di pensatori influenzati dagli attacchi degli scrittori fuorvianti dei Paesi occidentali. Poiché il loro legame con l’Islam si è indebolito, essi hanno perduto il loro onore e la loro superiorità, assumendo un ruolo debole; e proprio di questa opportunità si è servito l’ambiente degli scrittori occidentali ostili all’Islam per lanciare attacchi incessanti contro l’ideale islamico. Sentendo l’intensità dei loro violenti attacchi, un gruppo di cosiddetti «ricercatori», musulmani solo di nome e deboli di spirito, ha cercato di interpretare il jihad islamico come una «guerra difensiva». Per la grande grazia di Allah l’Altissimo, un gruppo di musulmani risoluti è rimasto libero dall’influenza di questa propaganda calunniosa e ha dichiarato con fierezza che lo scopo dell’Islam è liberare completamente gli uomini dalla servitù di ogni autorità diversa da Allah e riservare la religione esclusivamente all’unico e incomparabile Allah. Tuttavia, fatta eccezione per questo piccolo numero di persone, tutti i cosiddetti pensatori si adoperano per compiacere la parte avversa, presentando argomenti di natura morale a sostegno del jihad islamico. Ma, dopo l’affermazione con cui Allah l’Altissimo stesso ha spiegato nel Sacro Corano la razionalità della politica bellica islamica, non vi è più alcun margine per addurre ulteriori argomenti.
——————————————————————————————–“Coloro che vendono la vita terrena in cambio dell’Aldilà sono degni di combattere sulla via di Allah. E a coloro che lottano sulla via di Allah, sia che risultino vittoriosi sia che vengano uccisi, concederemo un’immensa ricompensa. Che cosa vi accade, dunque, perché non combattete sulla via di Allah, mentre uomini, donne e bambini oppressi invocano Allah dicendo: ‘Nostro Signore! Liberaci da questa città, i cui abitanti sono ingiusti. E mandaci, da parte Tua, un protettore e un soccorritore’. Coloro che credono combattono sulla via di Allah, mentre coloro che sono miscredenti combattono sulla via del Taghut. Combattete dunque contro le forze sataniche. In verità, ogni complotto di Satana è debole.” — al-Nisa: 74-76
——————————————————————————————
“Di’ ai miscredenti che, se ancora ritornano sulla retta via, sarà perdonato tutto ciò che è avvenuto in precedenza. Ma se ripeteranno il loro comportamento passato, è noto a tutti quale fu la sorte delle nazioni precedenti. O credenti! Combattete contro i miscredenti finché la fitna non sia completamente scomparsa e non rimanga altro che la religione di Allah l’Altissimo. Se poi desistono dalla fitna, sappiate che Allah l’Altissimo osserva tutte le loro azioni. Ma se disobbediscono, ricorda, o Profeta, che Allah è il tuo protettore e il migliore degli aiutanti.” — al-Anfal: 38-40
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«Combattete contro coloro, tra la Gente del Libro, che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non si astengono da ciò che Allah e il Messaggero hanno dichiarato illecito e che non accettano la vera religione come loro sistema di vita, finché non si sottomettano. Gli ebrei dicono: “Uzayr è il figlio di Allah”, mentre i cristiani definiscono il Messia figlio di Allah. Queste sono soltanto parole infondate, una ripetizione di ciò che dicevano i loro predecessori sviati. Allah li distrugga! Come possono essere così traviati? Hanno preso come loro signori, all’infuori di Allah, i loro dottori della legge e i loro monaci, e anche il Messia, figlio di Maria; eppure è stato loro ordinato di adorare soltanto Allah. Non vi è divinità degna di adorazione all’infuori di Lui. Egli è assolutamente puro da ciò che associano a Lui. Essi vogliono spegnere con i loro soffi la luce di Allah, ma Allah non può che portare a compimento la luce della Sua religione, per quanto ciò sia intollerabile ai miscredenti.»
— At-Tawba: 29–32
Il riassunto di quanto è stato detto nei versetti sopra citati riguardo alla logica e all’importanza del jihad è il seguente:
Lo scopo del jihad è instaurare nel mondo il dominio assoluto di Allah, tradurre nella vita degli esseri umani la vera religione inviata da Allah, eliminare ogni sorta di forza satanica e ogni sistema di vita ideato da Satana, e porre fine al dominio degli esseri umani sugli altri esseri umani. L’essere umano è stato creato soltanto per servire Allah. Pertanto, nessun uomo ha il diritto di instaurare il proprio dominio sugli altri né di promulgare leggi e norme secondo il proprio volere. Gli argomenti sopra menzionati esigono l’inizio del jihad. Al tempo stesso, deve essere rispettata anche l’ingiunzione del passo coranico ——————– («Non vi è costrizione nella religione»). In altre parole, una volta liberati dal dominio e dall’autorità degli uomini, rimarrà stabilito soltanto il dominio di Allah. La religione apparterrà esclusivamente ad Allah. Nessuno può essere costretto ad accettare l’Islam.
Da quanto esposto sopra sull’importanza del jihad si comprende che l’Islam ha proposto il jihad proprio allo scopo di garantire agli esseri umani una vita veramente libera. Esso libera l’uomo dalla schiavitù degli uomini e lo conduce ad Allah, l’Uno e l’Unico, al quale nessuno è pari. È dunque naturale che l’uomo non possa inchinarsi davanti ad alcuna forza all’infuori di Allah. Non è forse sufficiente questa sola ragione per iniziare il jihad? Perciò i mujahidin musulmani partecipavano sempre al jihad mossi dall’atteggiamento sopra descritto. Quando veniva chiesto loro lo scopo della guerra, nessun mujahid avrebbe risposto: «Combatto perché il mio Paese è in pericolo», oppure: «La Persia e Roma ci hanno attaccati, quindi combatto per autodifesa», oppure: «Combattiamo per espandere il nostro regno e impadronirci dei beni del bottino». D’altra parte, anche Rabi ibn Amir, Hudhayfa ibn Muhasin e Mughirah ibn Shu‘bah, in risposta alle domande del comandante persiano Rustam, diedero proprio questa risposta. Fino a tre giorni prima della battaglia di al-Qadisiyya, il comandante Rustam interrogò separatamente i tre mujahidin menzionati: «Con quale scopo siete venuti a combattere?». Essi risposero: «Allah ci ha ordinato di liberare gli uomini dalla schiavitù degli uomini e di condurli sotto il dominio dell’unico Allah; di farli uscire dai confini della ristrettezza e condurli nell’ampia distesa della terra; di liberarli dall’oppressione delle false prescrizioni religiose e offrire loro un posto all’ombra rinfrescante della giustizia islamica. È per realizzare questo scopo che Allah ha inviato il Profeta alla società umana con un sistema di vita.»
«Quanto a coloro che accettano il sistema di vita da noi indicato, accettiamo la loro dichiarazione, ci ritiriamo e restituiamo loro il loro Paese. Ma contro coloro che si ribellano alla religione di Allah continuiamo a combattere, e proseguiamo questa lotta finché non conseguiamo il martirio ed entriamo in Paradiso, oppure finché non riportiamo la vittoria sui nemici.»
Un’altra ragione del jihad
Le ragioni del jihad sopra menzionate sono saldamente radicate nello spirito intrinseco dell’Islam. Allo stesso modo, la proclamazione della libertà universale dalla schiavitù degli uomini avidi di potere, il confronto complessivo con la situazione reale esistente nella società umana e l’impiego dei mezzi e degli strumenti appropriati a ogni fase del progresso appartengono alle esigenze concrete di questa religione. La proclamazione del jihad è implicita già nell’annuncio dell’invito a questa religione. Che vi sia o non vi sia la possibilità di un attacco contro lo Stato islamico da parte delle forze ostili, il suo spirito combattivo non può per questo subire alcun cambiamento. La situazione esistente nella società non islamica e l’avvio del movimento islamico sono entrambi in conflitto reciproco. Pertanto, il jihad non è un’attività limitata alla necessità temporanea della difesa del Paese o dell’autodifesa. Nessun musulmano partecipa al jihad sacrificando la propria vita e i propri beni per soddisfare interessi personali e avidità.
Prima di scendere sul campo del jihad, il mujahid deve vincere un altro grande jihad. Si tratta di sconfiggere Satana, che gli sussurra cattivi pensieri nel cuore, i propri desideri e passioni, gli interessi e le comodità personali, gli interessi della propria famiglia e della propria gente, nonché tutte le altre questioni di questo genere che ostacolano la devozione ad Allah e l’instaurazione della sovranità di Allah su questa terra. Solo dopo aver superato questi ostacoli l’uomo veramente credente può scendere sul campo del jihad. E il grande impulso che guida la vita dei mujahid credenti è condurre una lotta senza compromessi contro tutte le correnti di slogan e ideologie contrarie all’Islam presenti nella società, abbattere il dominio del falso e instaurare il governo di Allah.
L’Islam e la difesa della patria
Coloro che desiderano limitare il jihad islamico alla sola difesa del paese vogliono sminuire la grandezza dell’ordinamento di vita islamico. Essi intendono dire che l’ideale islamico non è più importante della patria. L’Islam non approva il modo in cui l’ordinamento di vita non islamico considera la patria e altre questioni analoghe. Questa loro concezione è nata nell’ambiente dell’epoca moderna. Tale concezione e tale sentimento non sono affatto compatibili con l’ideale islamico.
Alla luce dell’ideale di vita islamico, lo scopo del jihad islamico è preservare la dottrina e la fede della religione, oppure preservare l’ordinamento di vita che rappresenta concretamente la dottrina e la fede islamiche; in altre parole, preservare proprio quell’ordinamento di vita ideale. Per l’Islam il territorio non ha alcun valore. Un territorio può acquisire dignità solo quando vi si diffonde l’ordinamento di vita donato da Allah, quando vi viene edificata una fortezza della dottrina e della fede islamiche. Esso diventa la patria dell’ideale islamico (Dar al-Islam) e il centro della vita libera e affrancata dell’umanità. In tale situazione, difendere quel territorio significa preservare la dottrina e la fede islamiche, nonché la struttura sociale che rappresenta l’ordinamento di vita e l’ideale islamici. Tuttavia, la semplice difesa non può essere lo scopo fondamentale e ultimo del jihad islamico. Neppure la difesa del Dar al-Islam è lo scopo fondamentale del jihad islamico. La difesa del Dar al-Islam è soltanto un’occasione per instaurare il sistema di governo di Allah. Inoltre, dal Dar al-Islam, centro del faro islamico, i raggi luminosi dell’ideale di vita islamico si diffonderanno in ogni angolo del mondo, garantendo alla società umana libertà e liberazione. Ho già menzionato che lo scopo della religione dell’Islam è il bene dell’intera società umana e che il mondo intero è il suo campo d’azione.
Il jihad, esigenza naturale dell’Islam
Dalla discussione precedente abbiamo appreso che sulla via dell’instaurazione del governo di Allah nel mondo esistono alcuni ostacoli terreni. L’ordinamento sociale vigente, la politica antisociale e l’ambiente dell’intera società umana, ciascuno di questi elementi costituisce un ostacolo sulla via dell’Islam. Per rimuovere tali ostacoli, l’Islam ricorre alla forza. Lo scopo di questo ricorso alla forza è far giungere il messaggio dell’Islam a ogni essere umano, rimuovere ciò che impedisce a ciascuno di esaminare la legge islamica e creare così l’opportunità di far giungere agli uomini l’immortale messaggio dell’Islam in un ambiente libero e indipendente. Il jihad è un mezzo indispensabile per liberare gli uomini dai vincoli degli dèi artificiali e dare loro l’opportunità di valutare liberamente il bene e il male.
Non dobbiamo lasciarci confondere o intimorire dalla propaganda che gli scrittori occidentali stanno conducendo contro il jihad. Non sarebbe in alcun modo giusto dare al jihad un’interpretazione compatibile con l’ordinamento di vita islamico sotto l’influsso di un ambiente ostile o dell’opposizione delle grandi potenze. Il jihad è una norma eterna. Che vi sia o meno una necessità di difesa o una causa militare, la necessità del jihad non verrà mai meno. Studiando gli alti e bassi della storia, non si può ignorare la concezione presente tra la natura di questo ordinamento di vita, il suo annuncio di liberazione universale e il suo concreto programma d’azione. Mescolare le cause militari e le necessità difensive con gli obiettivi fondamentali della religione sarebbe un passo gravemente erroneo.
Naturalmente, adottare tutte le misure necessarie per difendersi dagli attacchi dei nemici esterni è un’esigenza di questa stessa religione. Annunciare la sovranità di Allah, diffondere il messaggio per liberare la società umana dalla servitù verso chiunque altro all’infuori di Allah e, sulla base di tale annuncio e della sua diffusione, avviare un movimento rivoluzionario, manifestare sfiducia nei confronti della leadership non islamica e costruire un nuovo tipo di leadership: anche questo è lo scopo della religione. Non appena l’Islam proclama l’obiettivo di negare completamente il dominio dell’uomo e di instaurare il dominio assoluto dell’unico Allah, il mondo jahilita, che riconosce il dominio dell’uomo, attacca con forza l’Islam per preservare la propria esistenza. Naturalmente, il movimento islamico sarà costretto ad adottare misure difensive per mantenere la propria esistenza. È del tutto naturale che una simile situazione si produca fin dall’inizio del movimento islamico. La questione se l’Islam desideri o meno un simile conflitto è priva di senso, poiché tale conflitto viene imposto al movimento islamico. La coesistenza di due ideali di vita contrapposti non è possibile; la necessità di preservare la propria esistenza spinge inevitabilmente entrambi al conflitto. Proprio per questa realtà, l’Islam non ha altra scelta che combattere in difesa.
Nessun compromesso con la jāhiliyya
Un’altra caratteristica ancora più importante dell’ordinamento islamico della vita è che, per sua stessa natura, l’Islam è determinato a liberare completamente tutta l’umanità dalla servitù verso chiunque altro all’infuori di Allah. Pertanto, questo ordinamento della vita non può rinchiudersi entro confini geografici, tribali o di altro genere e abbandonare il resto dell’umanità alla servitù altrui. A un certo punto, gli ambienti contrari all’Islam possono decidere, per motivi tattici, di non intraprendere azioni aggressive contro il movimento islamico. In cambio, possono chiedere di mantenere in vigore nei propri territori l’ordinamento sociale jāhilita e di sospendere, da parte dell’Islam, la campagna per instaurare l’Islam, il documento di emancipazione dell’umanità, nei loro territori. L’Islam non accetterà un «cessate il fuoco» di questo genere. Tuttavia, se gli ambienti avversari accettano l’autorità dell’Islam e acconsentono a pagare la jizya, sarà garantita loro la sicurezza. In tal caso, infatti, si impegnano a non ostacolare con la forza politica la diffusione del messaggio dell’Islam. Questa è la natura stessa di questa dīn. La sua linea d’azione consiste nel proclamare la sovranità di Allah e nel condurre ovunque nel mondo la campagna per instaurare il Suo culto esclusivo. L’inizio di questo movimento da un’area geografica e la sua limitazione a una nazionalità geografica non sono la stessa cosa. Nel primo caso, quel territorio è il centro di un movimento rivoluzionario dinamico; nel secondo, lo Stato nazionale è soltanto un territorio inerte, che si astiene da ogni attività rivoluzionaria.
Per comprendere il ruolo rivoluzionario dell’Islam, è necessario ricordare che l’Islam è la legge di Allah donata agli esseri umani. Nessun individuo, gruppo, classe o tribù ha elaborato questa legge. Pertanto, non è necessario cercare cause esterne a sostegno della legittimità del jihād islamico. Cercando cause di questo genere, costoro dimenticano che l’eliminazione dei falsi dèi mediante l’instaurazione sulla terra dello Stato ordinato da Allah fa parte del programma di questa dīn. Per coloro nei cui cuori è vivo questo programma rivoluzionario dell’ideale islamico della vita, non vi è alcuna necessità di cercare motivazioni o cause esterne a sostegno del jihād.
Due concezioni riguardo al jihād islamico
All’inizio non è possibile percepire la differenza tra due concezioni riguardo al jihād islamico. Secondo una concezione, l’Islam fu costretto a combattere contro la jāhiliyya contro la propria volontà. La sua stessa comparsa, infatti, spinse la jāhiliyya ad attaccare l’Islam. E in tali circostanze l’Islam fu costretto a prendere le armi per autodifesa. L’altra concezione sostiene invece che l’Islam stesso avanzò e colpì la jāhiliyya, giungendo infine a impegnarsi in una guerra accanita contro di essa. Nella fase iniziale del pensiero, la differenza tra queste due concezioni non apparirà chiaramente, poiché entrambe costringono l’Islam a scendere sul campo di battaglia. Ma, una volta raggiunta la meta, si comprenderà che tra i sostenitori delle due correnti di pensiero esiste una differenza enorme riguardo alla concezione che nutrono dell’obiettivo e del significato dell’Islam.
Vi è una grande differenza tra accettare l’Islam come un ordinamento della vita rivelato da Allah e, d’altra parte, considerarlo un’ideologia regionale. Secondo la prima concezione, l’obiettivo dell’ordinamento islamico della vita è instaurare nel mondo la sovranità di Allah, affinché la società possa accettare la servitù verso Allah. In tale società, la Sharīʿa divina è la legge suprema. Questa è la vera forma dell’Islam, ed è proprio questo Islam a ordinare di estirpare tutte le forze che ostacolano la realizzazione del suo obiettivo. Solo in tal modo, infatti, la società umana può essere liberata dai lacci dei sistemi di governo escogitati dagli uomini e dei vincoli sociali. Secondo la seconda concezione, considerando l’Islam un’ideologia regionale, dopo l’attacco di una potenza straniera agli abitanti di quel determinato territorio, il popolo di quella regione è costretto a combattere per autodifesa. La differenza tra queste due concezioni è del tutto evidente. In entrambi i casi l’Islam ordina il jihād. Tuttavia, se il jihād viene avviato in due contesti distinti sotto l’influsso delle due concezioni menzionate, le cause, gli obiettivi e i risultati delle due iniziative dovranno necessariamente essere completamente diversi, tanto nella prospettiva fondamentale quanto nella linea d’azione concreta.
È vero che l’Islam intraprende per primo il jihād, ma l’Islam non è proprietà di alcun paese o nazione. Questo ideale di vita rivelato da Allah è disceso per il bene dell’intero mondo. Perciò è assolutamente necessario eliminare quei sistemi sociali e quelle consuetudini che privano gli esseri umani della loro libertà e tengono l’umanità incatenata alla schiavitù. L’Islam non attacca i popoli e non vuole imporre con la forza il proprio ideale a nessuno. La sua opposizione è rivolta contro le consuetudini e le ideologie. Solo trasformando consuetudini e ideologie si può liberare la società umana dall’influenza velenosa degli ideali deviati.
L’Islam non può mai deviare dall’obiettivo di liberare gli esseri umani dalla servitù degli uomini e di condurli alla servitù dell’unico e incomparabile Allah. Proprio per raggiungere questo obiettivo, attraverso il movimento islamico offre agli esseri umani l’opportunità di gustare pienamente la libertà. Sia sotto il profilo delle credenze fondamentali dell’ideale islamico della vita, sia sotto quello del suo programma concreto, la vera libertà dell’essere umano può essere raggiunta soltanto attraverso l’ordinamento sociale islamico. Per governanti e governati, bianchi e neri, ricchi e poveri, parenti stretti o estranei, soltanto la legge di Allah può essere imparziale e benefica. Tutte le classi di persone devono osservare questa legge allo stesso modo. Negli altri ordinamenti della vita, gli esseri umani sono asserviti agli esseri umani. La legislazione è una prerogativa della potenza di Allah. Chiunque, individuo o gruppo, rivendichi il diritto di elaborare leggi per gli esseri umani, in definitiva rivendica l’autorità di Allah. Che ciò venga pronunciato a parole oppure no, nella realtà rivendicare il diritto di elaborare le leggi non è altro che rivendicare l’autorità di Allah.
Le errate concezioni occidentali riguardo al jihad
Tra i nostri scrittori musulmani, coloro che sono fuorviati dalle condizioni dell’epoca attuale e dalle ingannevoli critiche degli scrittori occidentali non sono disposti ad ammettere questo ruolo rivoluzionario dell’ordinamento islamico della vita. Gli scrittori occidentali hanno raffigurato l’Islam come un’ideologia assetata di sangue. Vogliono far credere ai credenti che l’Islam desideri imporre la propria ideologia agli altri con la spada. Eppure sanno molto bene che l’Islam non è così. Ciononostante, ricorrendo all’inganno, cercano di distorcere i principi fondamentali e le cause del jihad islamico. Influenzati da questa propaganda degli scrittori occidentali, anche alcuni nostri scrittori musulmani sono scesi in campo con l’obiettivo di lavare dalla fronte dell’Islam il “marchio d’infamia” del jihad, tentando, con l’aiuto di argomentazioni complicate, di dimostrare che il jihad islamico è soltanto una guerra difensiva. Tuttavia, ignorano la natura e lo scopo fondamentale dell’ordinamento islamico della vita. Non sanno neppure che, in quanto ideologia benefica per il mondo, è esigenza naturale dell’Islam assumere l’iniziativa. Nella mente dei cosiddetti ricercatori, la cui mentalità è influenzata da altre nazioni, è attiva proprio la concezione occidentale della religione. Gli occidentali credono che la religione sia il nome di una fede, che la sua sede sia nel cuore umano e che non abbia alcun rapporto con la vita pratica e concreta.
Ma l’Islam non ha mai insegnato una dottrina religiosa del tipo sopra menzionato. E il vessillo del jihad non è mai stato innalzato sotto l’influsso di una concezione della fede simile a quella occidentale. L’Islam è l’ordinamento donato da Allah per la vita umana. Questo ordinamento, istituendo la sovranità esclusiva di Allah l’Altissimo, è il segno della Sua adorazione e obbedienza. L’Islam è in grado di risolvere tutti i problemi della vita umana, dai grandi problemi dell’esistenza fino alle questioni più minute della vita quotidiana. Il jihad è lo sforzo totale volto a stabilire questo ordinamento di Allah nella società come ideologia vittoriosa. Tuttavia, nel campo delle convinzioni personali, la libertà di ciascuno rimarrà intatta. L’Islam vuole rimuovere gli ostacoli posti da coloro che non riconoscono la libertà dell’uomo di sostenere opinioni e di accettarle o rifiutarle, affinché la propria ideologia sia pienamente attuata. In quanto individuo, ciascuno ha la libertà di accettare o rifiutare qualunque convinzione e opinione. È facile comprendere che tra l’ideologia islamica e la concezione occidentale della religione esiste una differenza enorme. Pertanto, ovunque venga costituita una società quale modello concreto dell’ordinamento islamico della vita, sarà dovere della popolazione, in virtù del diritto conferito da Allah, assumere l’iniziativa, conquistare il potere politico e attuare l’ordinamento islamico della vita. È già stato spiegato in precedenza che, per quanto riguarda le convinzioni personali, l’Islam riconosce la libertà dell’uomo.
All’inizio dell’Islam, Allah l’Altissimo aveva temporaneamente trattenuto la comunità musulmana dal jihad. Ciò costituiva una parte di un piano a lungo termine, non una decisione di principio. Alla luce di questa discussione potremo comprendere il significato dei versetti coranici riguardanti il jihad. Infatti, nelle diverse fasi del movimento islamico in progressiva espansione furono rivelati versetti differenti, secondo le necessità. Nell’esaminare questi versetti dobbiamo ricordare che essi assolvono due tipi di esigenza. Per ricavare il significato dei versetti rivelati in ogni fase del movimento, è necessario ricordare quella fase e il suo contesto. Un altro aspetto dei versetti è costituito dal loro insegnamento permanente. Questi insegnamenti duraturi non sono modificabili in alcuna circostanza. Per trovare la guida nelle direttive del Corano durante la conduzione del movimento islamico, non si devono confondere le due suddette caratteristiche dei versetti e delle istruzioni coraniche.
Capitolo quinto
L’ordinamento islamico della vita
Il fondamento dell’ideale islamico di vita è ‘لا-إله إلا الله’, cioè: non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah. Questa dichiarazione è il primo pilastro della fede islamica, ovvero la prima parte della professione di fede. In questa parte è contenuto il riconoscimento che nessuno, all’infuori di Allah, è degno di adorazione. محمد رسول الله è la seconda parte della fede islamica, ossia della professione di fede. Questa parte consiste nell’accettare come corretta, per adorare Allah l’Altissimo, soltanto la via mostrata da Muhammad, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).
Questa professione di fede, con le sue due parti sopra menzionate, si radica nel cuore di ogni credente. Infatti, gli altri articoli della fede e i successivi pilastri dell’Islam sono conseguenze di questa dichiarazione. Di conseguenza, credere negli angeli, nei Libri celesti, nei profeti (pace su di loro), nell’Aldilà, nel bene e nel male del destino e in tutte le altre questioni, così come compiere la preghiera rituale, il digiuno, l’elemosina obbligatoria, il pellegrinaggio, distinguere tra lecito e illecito, occuparsi delle transazioni, delle leggi e delle norme, ammonire, insegnare e svolgere ogni altra attività, può realizzarsi soltanto attraverso l’adorazione di Allah l’Altissimo e l’imitazione del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).
La società islamica presenterà il quadro concreto della professione di fede e delle sue implicazioni. La società in cui la forma della professione di fede non si manifesta chiaramente non è una società islamica. Pertanto, la professione di fede è il fondamento di un completo ideale di vita, e proprio su questo fondamento si eleva il grande edificio della comunità musulmana. Se questo fondamento non viene saldamente stabilito, non è affatto possibile elaborare un sistema di vita. La società che si formerà cercando di elaborare un sistema di vita basato su un fondamento diverso da questo, oppure mescolando parzialmente a questo fondamento un altro ideale, non può in alcun modo essere definita una società islamica. Allah l’Altissimo ha detto:
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«Il diritto di impartire ordini appartiene esclusivamente ad Allah. Egli ha ordinato che non si presti culto a nessuno all’infuori di Lui. E questo è il sistema di vita saldamente stabilito.» — Yūsuf: 40
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«Chi obbedisce al Messaggero obbedisce in realtà ad Allah stesso.» — An-Nisāʾ: 80
Questa breve, ma decisiva, dichiarazione ci guida nell’elaborazione del programma per condurre il movimento della vera religione e della sua affermazione. In primo luogo, essa determina la natura della società islamica. In secondo luogo, fa luce sul metodo per formare la società islamica. In terzo luogo, indica quali misure debbano essere adottate per trasformare la società dell’ignoranza. In quarto luogo, indica il modo per modificare le norme e gli ordinamenti vigenti nella società umana. In ogni fase del movimento islamico, la necessità di indicazioni corrette sulle questioni menzionate era presente in passato, così come lo è oggi e continuerà a esserlo in futuro.
Le caratteristiche della società islamica
La caratteristica della società islamica è che tutti gli affari della società sono amministrati esclusivamente sulla base del culto e della servitù ad Allah l’Altissimo. La professione di fede riconosce proprio questa servitù e ne determina i mezzi e le modalità. Le convinzioni della società, tutti gli atti di culto, le leggi, le norme e le consuetudini costituiscono soltanto manifestazioni concrete di questa servitù. Chi non crede all’unicità di Allah non è in realtà disposto a prestare culto all’unico e incomparabile Allah.
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«E ha vietato di obbedire a due divinità. La divinità è una sola. Dunque temete soltanto Me. A Lui appartiene tutto ciò che è nei cieli e sulla terra, e soltanto la Sua religione è in vigore. Nonostante ciò, temerete forse altri invece di Allah?» — an-Nahl: 51-52
Allo stesso modo, colui che, abbandonando Allah, si sottomette davanti a un’altra forza o considera tale forza Sua associata, non può essere servo dell’unico e indivisibile Allah.
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«Di’: “In verità, la mia salāt, il mio sacrificio, la mia vita e la mia morte appartengono tutti ad Allah, il Signore dei mondi. Egli non ha associati. Questo mi è stato ordinato e io sono il primo a sottomettermi”.» — al-Anʿām: 162-163
Ancora, colui che abbandona le leggi promulgate dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e si adopera a elaborare leggi traendole da un’altra fonte è anch’egli privo della devozione esclusiva ad Allah.
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«Oppure hanno forse attribuito ad altri, oltre ad Allah, una partecipazione alla Sua autorità? E quella forza ha forse istituito per loro un ordinamento equivalente alla religione, senza che Allah lo abbia autorizzato?» — ash-Shūrā: 21
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«Accettate ciò che il Messaggero vi dà e astenetevi da ciò che vi proibisce.» — Al-Hashr: 7
Questa è dunque la fonte dell’autorità nella società islamica. Nella società, la servitù ad Allah si manifesta nell’ideologia, nelle convinzioni e nella condotta degli individui. Analogamente, se attraverso i loro atti di culto e le loro pratiche, nonché attraverso l’amministrazione collettiva, le leggi e i princìpi sociali, essi rimangono privi della servitù ad Allah l’Altissimo, quella società viene privata dell’Islam nella sua completezza. Infatti, a causa di tale vuoto, una società non può essere edificata sul fondamento della testimonianza di fede.
Solo in questo modo una società può trasformarsi in una società islamica. Finché non si assume un atteggiamento di servitù con completa sincerità, nessun gruppo può essere riconosciuto come gruppo islamico, né alcuna società come società islamica. Infatti, il primo fondamento della società islamica è la professione di fede «la ilaha illallah Muhammadur Rasulullah»; se essa non assume forma in tutti i livelli della società, non vi è alcun modo perché la società islamica venga alla luce.
Pertanto, il primo passo nell’intraprendere l’istituzione di una società islamica deve consistere nel liberare i cuori degli uomini dalla tendenza alla sottomissione e all’obbedienza a ogni potere diverso da Allah. Solo coloro i cui cuori, liberati dalla servitù verso altri poteri, hanno raggiunto la purezza si uniranno per formare una umma. Solo coloro che appartengono a un’ umma i cui princìpi di fede, il culto, le leggi e ogni altra questione sono completamente liberi dall’obbedienza a qualsiasi potere diverso da Allah sono degni di istituire una società islamica. Coloro che desiderano vivere secondo l’Islam entreranno spontaneamente in questa società, e i loro princìpi di fede, il culto e la servitù, nonché tutti i loro costumi, saranno dedicati esclusivamente all’Unico Allah. In una parola, la vita di queste persone darà forma concreta alla professione di fede «la ilaha illallah Muhammadur Rasulullah».
La prima umma musulmana si formò proprio in questo modo e, come naturale conseguenza della sua formazione, venne all’esistenza la società islamica. Questa è l’unica via per formare la umma musulmana e istituire la società islamica.
Il metodo per formare la società islamica
La società islamica può essere istituita solo dopo che l’individuo e la collettività abbiano simultaneamente abbandonato completamente la servitù verso ogni potere diverso da Allah. Bisogna liberarsi da entrambe le forme di sottomissione: sia dalla completa obbedienza ad altri poteri, sia da un’obbedienza mescolata con l’obbedienza ad Allah l’Altissimo. Infatti, Allah l’Altissimo non ha alcun associato. Bisogna risolversi a condurre la propria vita sulla base di una sottomissione ad Allah l’Altissimo compiuta in questo modo. Da questa risoluzione nascerà una nuova umma. Nel seno dell’antica società fondata sulla jahiliyya appare una nuova società; attraverso nuovi princìpi di fede, una nuova dottrina e un nuovo modo di vivere, questa nuova società assume la forma completa della professione di fede «la ilaha illallah Muhammadur Rasulullah». L’antica società della jahiliyya può dissolversi in questa nuova società, oppure giungere a un compromesso con essa, o anche combatterla. La storia ci insegna che la società jahilī dichiarò guerra agli iniziatori del movimento fin dal primo tentativo di istituire la società islamica. Non appena, all’inizio, un piccolo numero di persone rispose all’appello di questo movimento, la jahiliyya cominciò a combattere. Quando il movimento si consolidò, la loro lotta divenne più violenta. Anche dopo l’istituzione della società islamica, il gruppo portatore della bandiera della jahiliyya continuò a combattere. In risposta all’appello di ogni profeta, da Noè fino a Muhammad, la società del falso ha adottato il medesimo metodo.
È dunque evidente che l’umma musulmana non può formarsi finché non abbia acquisito la forza necessaria a respingere l’attacco della jahiliyya. E, qualora si formasse, non potrebbe in alcun modo sopravvivere. In ogni ambito è necessario acquisire forza: la forza dell’iman e dell’aqida, la forza della formazione e della moralità, la forza necessaria a organizzare un’umma e a mantenerla in vita, nonché, anche se non per prevalere sul falso, la forza necessaria a respingere gli attacchi delle forze del falso.
La jahiliyya e il suo rimedio
Vediamo ora che cosa intendiamo per società fondata sulla jahiliyya e come l’Islam intenda affrontare tale società:
Ogni sistema sociale estraneo alla società islamica è una società fondata sulla jahiliyya. Per definirla in modo più chiaro, si deve dire che è una società della jahiliyya quella i cui aqida e convinzioni, concezioni, forme di ibadat e di adorazione, usanze e costumi non sono fondati sulla sottomissione all’unico e indivisibile Allah.
Secondo questa definizione, tutte le società esistenti oggi nel mondo sono società della jahiliyya.
La società comunista è una di queste società jahilite. La prima prova della nostra affermazione è che tale società nega l’esistenza di Allah l’Altissimo e crede che tutte le attività dell’essere umano e la sua storia siano determinate dall’economia o dai mezzi e dai fattori di produzione. In secondo luogo, tutte le usanze di questa società sono fondate sulla sottomissione al Partito Comunista, e non ad Allah. In tutti i Paesi comunisti del mondo, il pieno controllo e la guida del Paese sono nelle mani del Partito Comunista. Inoltre, la conseguenza concreta di questo sistema sociale è che i bisogni fondamentali dell’essere umano vengono considerati allo stesso livello dei bisogni degli animali. In questa società non si considera alcun altro bisogno dell’essere umano oltre a quelli di cibo, bevande, vestiario, alloggio e soddisfacimento dell’istinto sessuale. Il sistema comunista ha completamente abbandonato la questione dell’elevazione spirituale dell’essere umano. Eppure è proprio da qui che si manifesta la differenza tra l’essere umano e gli animali. Il primo passo dell’elevazione spirituale consiste nel credere in Allah e nella libertà di proclamare apertamente tale fede. La cosa più importante è che questo sistema sociale priva l’essere umano della libertà di sviluppare le proprie facoltà. La personalità individuale dell’essere umano si sviluppa attraverso i seguenti elementi.
Uno: la proprietà dei beni personali.
Due: la libertà di scegliere la propria professione.
Tre: il diritto e l’opportunità di acquisire una particolare competenza in qualsiasi professione.
Quattro: il diritto di esprimere il proprio atteggiamento attraverso le varie arti.
È proprio attraverso gli aspetti sopra menzionati che l’essere umano acquisisce la superiorità sugli animali e sulle macchine. Ma, poiché il sistema comunista priva gli esseri umani di tali aspetti, essi sono costretti a scendere al livello degli animali e delle macchine.
Anche nella società idolatra la jahiliyya assume la medesima forma. Società di questo tipo esistono in India, Giappone, Filippine e Africa. Le caratteristiche della jahiliyya idolatrica sono le seguenti:
Uno: adorano, insieme ad Allah, altre divinità immaginarie; in alcuni casi abbandonano Allah e adottano altre divinità.
Due: hanno elaborato norme e metodi dettagliati per il culto e l’adorazione di varie divinità maschili e femminili.
Analogamente, le loro leggi, norme e consuetudini, cioè il loro sistema di vita, sono state elaborate sulla base di fonti diverse dalla Shariah concessa da Allah l’Altissimo. Tra queste fonti vi sono i sacerdoti, gli astrologi, i maghi, i leader della società e le organizzazioni che si arrogano la piena autorità di promulgare leggi in nome della nazione, del partito o di qualunque altra cosa, senza attribuire la minima importanza alla Shariah concessa da Allah. Eppure il potere assoluto di legiferare appartiene ad Allah l’Altissimo, e questa legge può essere applicata soltanto secondo il metodo seguito dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).
Tutte le società formate dagli ebrei e dai cristiani sono fondate sulla jahiliyya. Essi hanno modificato le loro convinzioni fondamentali. E hanno attribuito ad altre forze alcune delle qualità di Allah. Immaginano vari tipi di rapporto tra Allah e gli esseri umani. Credono che alcune persone siano figli di Allah. Inoltre, hanno diviso l’unico Allah in tre parti, creando la dottrina della Trinità. Talvolta descrivono Allah in modo strano, sebbene tale descrizione sia completamente diversa dalla reale identità di Allah.
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«Gli ebrei dicono: “Uzayr è il figlio di Allah”. E i cristiani dicono: “Il Messia è il figlio di Allah”. Essi ripetono queste parole infondate imitando i loro predecessori. Allah li distrugga! Come si sono sviati! — At-Tawba: 30»
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«Sono certamente miscredenti coloro che dicono che Allah è il terzo di tre. Non c’è altra divinità all’infuori dell’unico Allah. Se non desistono da queste parole, coloro che tra loro sono miscredenti saranno sottoposti a un castigo doloroso». — Al-Ma’ida: 73
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«Gli ebrei dicono: “La mano di Allah è legata”. In realtà sono le loro mani a essere legate e sono maledetti per le loro parole sconvenienti e le loro azioni. La mano di Allah è libera ed Egli spende come vuole»
— Al-Ma’ida: 64
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«Gli ebrei e i cristiani dicono di essere figli di Allah e Suoi prediletti. Chiedi loro: se è davvero così, perché venite puniti per i vostri peccati? In realtà, anche voi non siete altro che esseri umani, come gli altri servi creati da Allah.»
— Al-Māʾida: 18
Tutti i metodi di culto, le usanze, i costumi e i comportamenti di queste società sono stati elaborati sulla base delle loro false credenze e convinzioni; per questo tali società sono società jāhilī. Sono società jāhilī anche perché tutte le loro istituzioni e tutte le loro leggi non sono state fondate sulla sottomissione all’unico e incomparabile Allah. Esse non osservano la legge di Allah e non sono nemmeno disposte ad accettare le Sue direttive come fonte della legge. Al contrario, hanno conferito ai consigli legislativi composti da esseri umani la piena autorità di emanare le norme. Eppure questo potere appartiene esclusivamente ad Allah. Nell’epoca della rivelazione del Corano, coloro che avevano attribuito ai loro dotti religiosi e sacerdoti il potere di emanare le norme furono definiti dal Corano mushrikūn.
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«Hanno preso come signori, invece di Allah, i loro dotti e i loro sacerdoti, e anche il Messia, figlio di Maria. Eppure non è stato loro ordinato di adorare altri all’infuori dell’unico Allah. Non vi è nessuno degno di adorazione all’infuori di Lui. Allah è assolutamente immune dalle loro pratiche proprie degli associatori.» — At-Tawba: 31
Queste persone non consideravano i loro dotti e sacerdoti delle divinità, né li adoravano. Tuttavia, seguivano le norme stabilite da quei dotti religiosi e sacerdoti. E Allah l’Altissimo non aveva autorizzato ciò. Per questo il Corano definì mushrikūn gli ebrei e i cristiani di quell’epoca. Anche oggi la situazione è la stessa; l’unica differenza è che il diritto di elaborare le leggi è stato strappato dalle mani dei dotti religiosi e dei sacerdoti e affidato ai consigli legislativi eletti. È superfluo dire che anche i membri dei consigli legislativi sono semplicemente esseri umani, proprio come i dotti religiosi.
Infine, va osservato che anche le cosiddette società musulmane dell’epoca attuale sono società jāhilī. Esse non hanno creduto in altre divinità all’infuori di Allah, né si sono dedicate alla loro adorazione. Ciononostante, la loro società è jāhilī, perché non hanno determinato il proprio modo di vivere sulla base della sottomissione all’unico e incomparabile Allah. Sebbene credano nell’unicità di Allah, hanno affidato a esseri umani come loro il diritto di elaborare e applicare le leggi e le norme di Allah l’Altissimo; accettando usanze, costumi, leggi, norme e valori della vita elaborati dagli esseri umani, hanno riconosciuto l’autorità degli esseri umani in quasi tutti gli aspetti e ambiti della vita.
Riguardo al governo e all’elaborazione delle leggi, Allah l’Altissimo ha detto:
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«Coloro che non giudicano secondo ciò che Allah ha rivelato sono miscredenti.»
— Al-Mā’ida: 44
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«(O Profeta!) Hai visto coloro che, di epoca in epoca, pretendono di credere che tutto ciò che è stato rivelato a te e ai tuoi predecessori sia vero? Eppure, per dirimere le loro controversie, le loro cause e le loro questioni, si rivolgono al Ṭāghūt, sebbene fosse stato loro ordinato di rinnegarlo. — An-Nisā’: 60
In precedenza, Allah aveva dichiarato gli ebrei e i cristiani colpevoli di questo crimine e li aveva accusati di essersi allontanati dal culto di Allah attraverso lo shirk e il kufr, nonché di aver attribuito diritti divini agli uomini di religione e ai sacerdoti. Oggi, coloro che affermano di essere musulmani hanno affidato questi stessi diritti ad alcuni esseri umani come loro. Proprio come Allah ha definito shirk il fatto che gli ebrei e i cristiani abbiano trasformato ʿĪsā, figlio di Maryam, in «Rabb» e «Ilāh» e lo abbiano adorato, allo stesso modo ha definito shirk il fatto di attribuire agli uomini di religione e ai sacerdoti il diritto di elaborare leggi e norme. Non ha fatto alcuna distinzione tra queste due forme di shirk. Entrambe le azioni sono contrarie all’abbandono del culto dell’unico e incomparabile Allah, all’allontanamento dal dīn di Allah e alla testimonianza «lā ilāha illā Allāh».
Anche tra i musulmani molti professano apertamente il secolarismo. Non hanno alcun rapporto con il dīn. Altri, dopo aver dichiarato a parole di credere nel dīn, lo abbandonano completamente nella pratica. Dicono di non credere nelle realtà invisibili. Affermano di voler costruire la propria vita sociale sulla base della scienza. Secondo loro, la scienza e le realtà invisibili sono reciprocamente contraddittorie. È superfluo dire che la causa di tali affermazioni è l’ignoranza. Solo gli ignoranti possono fare simili affermazioni. Alcune società hanno trasferito ad altri, anziché ad Allah, il diritto di elaborare leggi e norme. Quei legislatori le elaborano secondo i propri desideri e capricci e dicono: «Questa è la Sharīʿa di Allah». Sebbene queste società siano di vario tipo, hanno una caratteristica comune: non sottomettersi ad Allah.
Dalla discussione precedente è diventata chiara la posizione dell’Islam riguardo a tutti i tipi di società jāhilī. In una parola, l’Islam considera tali società non islamiche. Qualunque sia l’insegna esteriore delle società menzionate, sotto questo aspetto il loro carattere interiore è identico: non hanno elaborato il proprio sistema di vita sulla base della completa sottomissione all’unico e incomparabile Allah. Da questo punto di vista, seguono la via del kufr secondo la prassi della società jāhilī.
Ora ci troviamo di fronte all’ultima domanda. La questione è stata menzionata proprio all’inizio di questo capitolo. La domanda è: in che modo l’Islam purifica le attività e le azioni umane? Come lo ha fatto in passato e quali mezzi adotterà a tale scopo nel prossimo e nel lontano futuro? Nella discussione intitolata «La natura della società musulmana» abbiamo evidenziato che questa società prende decisioni in ogni ambito sulla base della completa sottomissione ad Allah l’Altissimo.
Dopo aver definito le caratteristiche della società musulmana, diventa per noi più facile trovare la risposta alla seguente domanda: su quale fondamento sarà edificato il sistema di vita dell’essere umano? Sarà applicabile agli uomini la religione e l’ordinamento di vita concessi da Allah l’Altissimo, oppure un sistema elaborato dagli uomini?
L’Islam ci fa sapere, in risposta a questa domanda, con parole estremamente chiare e decise, che soltanto la religione di Allah e l’ordinamento di vita da essa derivato costituiscono il sistema efficace per l’essere umano. Senza accettare questa religione, non può mai essere stabilito il primo pilastro dell’Islam, «La ilaha illallah Muhammadur Rasulullah», né si può riscontrare l’influenza della professione di fede in alcun ambito della vita. Senza adottare questo principio con animo privo di esitazione e senza osservarlo fedelmente, non può esservi, secondo l’insegnamento del Profeta, completa sottomissione ad Allah l’Altissimo. Allah l’Altissimo ha dichiarato:
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«Accettate ciò che il Messaggero vi dà e astenetevi da ciò che vi proibisce.» — Al-Hashr: 7
Inoltre, l’Islam ha posto agli uomini anche questa domanda —
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In altre parole: «Vi è stata concessa soltanto una conoscenza assai limitata». È del tutto naturale dover riconoscere che Colui nelle cui mani è il tesoro della conoscenza, il Creatore e il Sostentatore, è proprio il Sovrano degli esseri umani, e che soltanto la legge di vita da Lui concessa può essere la retta legge di vita per l’umanità. È per Suo ordine che deve essere stabilita la fonte delle leggi e delle norme. Sono proprio dalle leggi di vita e dalle norme create dall’uomo che nascono disgregazione e catastrofi. Infatti, l’uomo elabora le leggi con una conoscenza incompleta e, in alcuni casi, con ignoranza. Perciò, dopo breve tempo, tali leggi diventano incoerenti e inadeguate. Inoltre, l’ignoranza e la conoscenza incompleta generano numerose complicazioni.
La religione di Allah non è un insieme di principi temporanei e mutevoli. Attraverso la seconda parte della professione di fede, l’espressione «Muḥammad è il Messaggero di Allah» (pace e benedizioni su di lui), i principi fondamentali della legge di vita islamica sono stati resi precisi e immutabili. L’immagine dell’Islam e i suoi principi fondamentali definiti da Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) sono eterni. In merito a qualsiasi questione riguardo alla quale il Corano o il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) abbia proclamato esplicitamente un principio, proprio quel principio enunciato sarà la base della decisione. Soltanto quando non si trovi un’indicazione chiara su una determinata questione, si dovrà giungere a una decisione mediante l’ijtihād (riflessione e ricerca). Tuttavia, si deve ricordare che l’ijtihād deve essere esercitato entro i confini dei principi stabiliti da Allah l’Altissimo e dal Suo amato Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Non è lecito prendere decisioni secondo il proprio arbitrio.
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«Se sorge tra voi una controversia su una questione, riconducetela ad Allah e al Messaggero». — An-Nisāʾ: 59
Sono state inoltre stabilite le regole dell’ijtihād e del decidere, mediante analogia e congettura, su una questione in accordo con un’altra questione. Tali regole sono estremamente chiare e universalmente conosciute. Nessuno, tuttavia, ha il diritto di proclamare che le leggi e le norme da lui stesso elaborate siano la sharīʿa di Allah. Se però, riconoscendo la sovranità di Allah, Lo si accetta come l’unico legittimo detentore del diritto di elaborare le leggi e le norme di Allah, e, invece di porre una nazione, un gruppo o un individuo su quel seggio d’autorità, si elaborano le leggi con sincerità secondo il Libro di Allah e la Sunna del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), allora tali leggi e norme devono essere giustamente riconosciute come la sharīʿa di Allah. Nessuno ha però il diritto di elaborare leggi secondo il proprio volere usando il nome di Allah, come fa la Chiesa europea. Nell’Islam non esiste il clericalismo. Nessun essere umano, eccetto il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), ha ricevuto il potere di promulgare norme in nome di Allah.
L’Islam ha imposto alcune condizioni all’ijtihād e ne ha definito i limiti. Nessuno ha il potere di oltrepassare tali limiti.
L’espressione «la legge di vita è per la vita» viene spesso interpretata in modo completamente errato e usata in maniera assai incongrua. Certamente, l’Islam è stato rivelato per facilitare agli esseri umani il cammino della vita. Ma quale tipo di vita? L’ideale di vita islamico è stato elaborato affinché gli esseri umani vivano secondo la legge e lo stile di vita fondati sui principi propri dell’Islam. Questo ideale di vita è pienamente conforme alla natura umana ed è capace di soddisfare tutte le esigenze dell’uomo. Infatti, il Creatore dell’essere umano è Colui che conosce meglio le esigenze della Sua creatura.
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«Il Creatore non conoscerebbe forse ciò che ha creato? Egli è il Sottile, il Perfettamente informato su ogni cosa». — Al-Mulk: 14
Non è compito del dīn sostenere ogni azione buona o cattiva dell’uomo, lasciandolo vivere secondo i propri desideri. Il dīn è il criterio del bene e del male. Ciò che, alla luce di questo criterio, si dimostra buono è accettabile, mentre ciò che si dimostra cattivo deve essere respinto. Se l’intera struttura della società costituita si fonda su un’ideologia contraria al dīn, allora l’obiettivo dell’Islam è cambiare l’intera struttura sociale e costruire una nuova società. Questa è dunque la corretta interpretazione dell’espressione «l’ordinamento di vita esiste per la vita». In altre parole, lo scopo del dīn, o ordinamento di vita, è plasmare la vita secondo l’ordinamento di vita.
A questo punto si potrebbe chiedere: il conseguimento del benessere dell’umanità non è forse il criterio migliore per risolvere i problemi? In risposta a questa domanda, citiamo nuovamente la domanda sollevata dall’Islam e la risposta fornita dall’Islam. La domanda è:
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«Siete voi più sapienti, oppure Allah? La risposta è:
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«Allah è il vero possessore della conoscenza, mentre voi siete ignoranti». — Āl ʿImrān: 66
La Sharīʿa che Allah l’Altissimo ha stabilito e che il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) ci ha trasmesso è stata prescritta proprio per soddisfare i bisogni umani. Se qualcuno ritiene che nel seguire l’ordinamento di vita dato da Allah non vi sia alcun beneficio per l’umanità, e che il beneficio risieda invece nella disobbedienza, allora, innanzitutto, questa persona è immersa in un’idea erronea. Allah l’Altissimo ha detto riguardo a costoro:
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«Essi seguono congetture e le proprie passioni. Eppure è giunto loro, da parte del loro Signore, l’ordinamento della vita. Faranno forse tutto ciò che gli uomini desiderano? Eppure ogni bene della vita terrena e dell’Aldilà è nelle Sue mani.» — An-Najm: 23-25
In secondo luogo, quella persona dovrebbe comprendere che l’atteggiamento da lei assunto nei confronti della Sharīʿa di Allah non è altro che miscredenza. Dopo aver dichiarato che il bene e il benessere dell’umanità risiedono nella violazione dei precetti e dei divieti della Sharīʿa, come può una persona essere riconosciuta come seguace della religione? Dopo aver violato la Sharīʿa, nessuno può in alcun modo essere considerato devoto.
Capitolo sesto
Una concezione universale della vita
L’Islam fonda l’akīda e la fede dell’essere umano, così come il suo modo di vivere, sulla completa sottomissione ad Allah. La forma di questa sottomissione ad Allah si manifesta mantenendo l’armonia tra il suo pensiero fondamentale, le pratiche di culto e tutte le norme e le leggi stabilite per la vita. La forma concreta della kalima «lā ilāha illā Allāh» emerge proprio attraverso il comportamento dell’essere umano in quanto servo. In secondo luogo, per promulgare leggi dettagliate in ogni ambito della vita, è necessario seguire il metodo indicato da Muhammadur Rasūlullāh (s.a.s.).
Le due parti della kalima, unite, definiscono il profilo e le caratteristiche della struttura sociale fondata sulla concezione islamica della vita. Naturalmente, questa struttura sociale dà origine a una società incomparabile, completamente diversa da tutte le società create dall’uomo. Questa società nuova e caratteristica, introdotta dall’Islam, diviene del tutto armoniosa e coerente con le leggi naturali che governano l’intero universo, compreso il corpo umano.
Secondo la prospettiva islamica, l’intero universo è creazione di Allah. Allah l’Altissimo volle creare l’universo e, come risultato, venne all’esistenza questo immenso mondo. Poi stabilì alcune leggi e norme per il creato, che esso iniziò a seguire. È degno di nota che le disposizioni vigenti nelle diverse parti del creato, conosciute come leggi naturali, sono tra loro completamente armoniose e coerenti.
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«Quando desideriamo creare qualcosa, diciamo soltanto: “Sii!” — ed essa diviene.» — An-Nahl: 40
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«Egli ha creato ogni cosa e ha stabilito per ciascuna di esse il posto preciso che le spetta.» — Al-Furqan:
Un volere invisibile governa il mondo creato. Una forza immensa dirige ogni atomo e particella della creazione. Una legge salda tiene questo vastissimo universo avvinto ai vincoli dell’ordine. È questa forza a mantenere l’equilibrio tra le diverse parti della creazione e a controllare il movimento del mondo in divenire. Per questo tra le diverse parti della creazione non si verifica mai alcuno scontro. Da nessuna parte compare il disordine, né il suo moto naturale si arresta improvvisamente. E le forze presenti nell’universo non si separano mai le une dalle altre. Finché il Creatore le farà procedere in questo modo, esse seguiranno la Sua volontà. L’intero mondo creato è sottomesso al Creatore. Il mondo creato non ha alcuna capacità di violare la legge da Lui stabilita né di disobbedirGli. È grazie alla costante obbedienza al Creatore e alla completa sottomissione a Lui che l’intero mondo creato permane in perfetto ordine e continua a svolgere incessantemente i propri compiti, senza il minimo disordine in alcun luogo.
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«In verità, Allah l’Altissimo è il vostro Signore, Colui che ha creato i cieli e la terra in sei giorni. Poi Si è stabilito sul Trono. Egli avvolge il giorno con le tenebre della notte e fa ruotare la notte dietro il giorno. Egli ha creato il sole, la luna e le stelle. Tutti obbediscono al Suo comando. Ricordate: la creazione appartiene a Lui; pertanto, questa creazione procederà secondo il Suo ordine. Egli è immensamente grande, il Sovrano e il Signore di tutti i mondi.»
La componente biologica del corpo umano
L’essere umano è una parte di questo grande universo. Anche la componente biologica del corpo umano obbedisce alle leggi che governano il mondo creato. È Allah l’Altissimo il Creatore dell’universo e dell’essere umano. Il corpo umano è stato creato dalla terra. Tuttavia, Allah l’Altissimo ha conferito all’essere umano alcune caratteristiche grazie alle quali esso ha acquisito una dignità molto più elevata rispetto alla terra, elemento originario della sua creazione. Ma, per quanto riguarda la componente biologica del suo corpo, l’essere umano, come gli altri esseri viventi, obbedisce alle leggi del mondo creato. L’essere umano nasce per volontà di Allah, non per volontà dei genitori. I genitori possono unirsi l’uno all’altra, ma non hanno alcun potere di dare forma a un essere umano a partire da una goccia di sperma. L’essere umano nasce osservando le leggi stabilite da Allah riguardo all’inizio della vita umana nel grembo materno, alla durata della permanenza in esso, alla nascita e a tutto il resto. Respira nell’atmosfera creata da Allah secondo le modalità e nella misura da Lui stabilite. Per quanto riguarda l’acquisizione delle sensazioni e della capacità di comprendere, la percezione del dolore, della sofferenza, della fame e della sete, nonché il mangiare e il bere, e per ogni altro aspetto, è costretto a rispettare le leggi stabilite da Allah. Da questo punto di vista, non vi è alcuna differenza tra l’essere umano e le altre creature animate o inanimate. Tutti si sono sottomessi incondizionatamente alla volontà e alla legge di Allah.
Lo stesso grande Allah l’Altissimo, che è il Creatore del vasto universo e dell’essere umano e che ha creato il corpo biologico umano sottoposto alle leggi naturali, ha stabilito una shari’a per la vita pratica dell’essere umano. Se l’essere umano segue questa shari’a, la sua vita pratica si armonizza con la sua natura corporea. Da questo punto di vista si comprende che la shari’a islamica è una parte delle leggi naturali universali e che tali leggi naturali governano il corpo e l’essenza biologica dell’essere umano. Ogni parola di Allah, sia essa un comando o un divieto, una buona novella o un avvertimento, una legge o un consiglio, non è altro che una delle diverse parti della legge universale di Allah. Queste leggi sono note come leggi naturali, e tale legge perennemente attiva è sempre perfetta ed efficace. La shari’a stabilita per la vita umana è altrettanto immutabile ed efficace, in quanto parte di quella legge immutabile e sempre valida che osserviamo prevalere nell’intero universo fin dall’inizio della creazione. Organizzare la vita umana in piena armonia con le leggi naturali generali presenti nel mondo creato è lo scopo della shari’a concessa da Allah.
Perciò è indispensabile che l’essere umano segua la shari’a di Allah. Infatti, solo seguendo questa shari’a il modo di vivere umano può armonizzarsi con il corso del mondo creato. Non solo: soltanto la shari’a di Allah può rendere concordanti le norme morali della vita pratica dell’essere umano con le leggi naturali e biologiche che operano nel suo corpo. Solo in questo modo la personalità interiore ed esteriore dell’essere umano può raggiungere l’integrazione.
L’essere umano non è in grado di comprendere la validità di tutte le leggi della creazione. Neppure il principio unificante di tali leggi gli è comprensibile. Egli non riesce sempre a comprendere lo scopo intrinseco delle leggi naturali operanti nel suo corpo, né di quelle leggi biologiche che non può violare neppure per un istante. Pertanto, non ha la capacità di elaborare per sé un sistema di vita in armonia con il mondo creato. È incapace perfino di formulare norme pienamente equilibrate e adeguate alle necessità interne ed esterne del proprio corpo. Questo compito appartiene interamente al Creatore dell’essere umano e dell’universo. Egli governa non soltanto il mondo naturale, ma anche ogni aspetto della vita pratica dell’essere umano, e secondo la propria volontà stabilisce e promulga per tutti leggi imparziali e prive di difetti.
Perciò è estremamente necessario sottoporsi alla shari’a, al fine di armonizzare i diversi aspetti e ambiti della vita e rafforzare l’aqida e la fede islamiche. Infatti, senza la completa sottomissione ad Allah l’Altissimo secondo il cammino indicato da Hazrat Muhammad (s.a.), non è possibile essere veri musulmani. In altre parole, se le due parti della prima testimonianza dell’Islam, «لا إله إلا الله» e «محمد رسول الله», non vengono tradotte nella vita reale delle persone, nessun ambito della vita individuale o collettiva può illuminarsi della luce dell’Islam.
Stabilire un’armonia tra la vita umana e le leggi naturali è estremamente benefico per l’essere umano. Questa disposizione è indispensabile per proteggere la vita umana dalla disgregazione e dalla rovina. Per trovare pace nel proprio essere e ottenere i benefici derivanti da una coesistenza pacifica con il mondo naturale, è indispensabile elaborare un sistema pienamente armonizzato con esso. Attraverso questo stesso mezzo, l’essere umano proverà felicità e serenità anche nel proprio animo. Infatti, il suo modo di vivere sarà in grado di soddisfare le esigenze naturali del corpo. Allora le necessità biologiche del corpo e il sistema di vita dell’essere umano non saranno in contrasto tra loro.
La shari’a di Allah l’Altissimo stabilisce con grande facilità l’armonia tra il comportamento esteriore dell’essere umano e le sue esigenze interiori. Quando l’essere umano riesce a instaurare con la natura un rapporto di armonia e cooperazione, nei rapporti reciproci tra gli esseri umani e nella conduzione della comune lotta della vita si instaurano naturalmente rapporti di cooperazione e complementarità. Infatti, quando l’essere umano si abitua a vivere in armonia con il mondo naturale, il modo di vivere umano e le leggi della natura vengono sottoposti al sistema complessivo che governa l’universo. Di conseguenza, le disarmonie e le contraddizioni reciproche nella dimensione collettiva della vita umana vengono eliminate e si forma una società sana e perfetta. L’umanità ottiene benessere, felicità e serenità.
Grazie a questo sistema, i segreti nascosti del mondo naturale si rivelano all’essere umano. Le innumerevoli forze celate dell’universo in espansione diventano una risorsa a sua disposizione. I servi di Allah impiegano queste forze e risorse della natura per il bene dell’umanità, secondo le indicazioni della shari’a di Allah. Non nasce alcun conflitto. Non rimane alcuna contraddizione tra l’essere umano e il mondo naturale. L’avidità e le brame personali dell’essere umano non possono sollevarsi contro la shari’a di Allah. Allah l’Altissimo dice:
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«Se la Verità suprema fosse stata sottoposta al compito di soddisfare i desideri delle loro anime, il disordine sarebbe sorto, sconvolgendo l’ordine di tutte le creature nei cieli, sulla terra e tra l’uno e l’altra.» — Al-Mu’minūn: 71
La Verità suprema è indivisibile — Dalla discussione precedente abbiamo appreso che la Verità suprema è un’unità completa. Su di essa è fondata la base del dīn. Tutta l’amministrazione dei cieli e della terra è organizzata sulla base della Verità suprema. Tutte le questioni di questo mondo e dell’Aldilà saranno risolte secondo la Verità suprema, e l’uomo dovrà rispondere davanti ad Allah proprio riguardo a questa grande Verità. Allah Ta‘ālā punirà i trasgressori con la bilancia della giustizia della Verità suprema, e giudicherà le azioni degli uomini secondo il criterio della Verità suprema. La legge mediante la quale l’immenso universo è guidato e governato è chiamata, in altro modo, Verità suprema. Tutto ciò che esiste nel creato, sia animato sia inanimato, si è sottomesso a questa Verità suprema, e l’intera creazione è vincolata dai suoi rigidi legami.
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«Nel Libro che vi abbiamo rivelato è menzionata la vostra stessa condizione. Non riflettete dunque per comprenderlo? Quante popolazioni ingiuste abbiamo distrutto! Poi abbiamo fatto subentrare al loro posto altri popoli. Quando il castigo da parte Nostra scese su di loro, cominciarono a fuggire precipitosamente. Fu detto loro: “Non fuggite! Tornate alle vostre case e ai vostri luoghi di svago. È lì che vi sarà chiesto conto delle vostre azioni”. Essi dissero: “Ahimè, la nostra sfortuna! Sì, siamo stati colpevoli”. Continuarono a gridare con voce lamentosa finché non li distruggemmo e non li annientammo. Non abbiamo creato i cieli, la terra e ciò che si trova tra essi per gioco. Se il Nostro scopo fosse stato creare giocattoli, avremmo creato strumenti di gioco con altri mezzi. Ma Noi colpiamo la falsità con la Verità suprema e ne frantumiamo la testa; allora la falsità scompare. E nelle vostre parole inventate vi è la causa della vostra rovina. Ad Allah appartiene tutto ciò che è stato creato nei cieli e sulla terra. E gli angeli che sono presso di Lui non si astengono mai dal servire Allah per superbia, né diventano mai preda dell’umiliazione. Giorno e notte Lo glorificano e non deviano mai, neppure minimamente.» — Al-Anbiyā’: 10-12
Il creato è fondato sulla Verità suprema
Nel profondo della natura umana è presente una piena percezione della Verità suprema. La conformazione del corpo umano e la natura della sua struttura, così come la perfezione creativa e gli elementi dell’immenso universo che lo circonda, gli ricordano che l’universo è fondato sulla Verità suprema. Essa è il suo elemento fondamentale e, assumendo la forma di una potente legge centrale, conferisce stabilità e solidità al creato. Per questo nel creato non si manifesta disordine in alcun luogo. Una sua parte non entra in conflitto con un’altra. Non si vede accadere nulla senza uno scopo. Nell’intera creazione non si trova alcuna ragione valida per considerare qualcosa il semplice risultato di un incidente. Nulla nella creazione è privo di un piano. Né vi si scorge la minima traccia delle bizzarre azioni di uomini dalla mente perturbata. Al contrario, si vede il creato procedere con estrema facilità lungo una via determinata, seguendo una rigorosa disciplina. Quando l’uomo, allontanandosi dalla Verità suprema nascosta nella regione più profonda del suo cuore, comincia a muoversi in direzione opposta alla propria natura e, sotto la pressione delle sue inclinazioni arbitrarie, antepone le proprie opinioni alla legge di Allah, allora ha inizio la corruzione. Invece di sottomettersi al Signore dell’universo, mantenendosi in armonia con l’intero creato, l’uomo proclama la ribellione; ed è allora che ovunque compare l’inquietudine.
Le conseguenze nefaste dell’allontanamento dalla Verità suprema
Quando iniziano a sorgere contrasti e conflitti tra l’uomo, la sua stessa natura e il mondo naturale, essi si estendono gradualmente, generando separazione e ostilità tra i singoli individui, i diversi gruppi o comunità di persone, le varie nazioni e tribù. Di conseguenza, tutte le forze e le risorse dell’universo, invece di essere impiegate per il progresso e il benessere dell’umanità, finiscono per diventare causa della sua distruzione.
Dalla discussione precedente si comprende che lo scopo dell’instaurazione della legge di Allah nel mondo terreno non è soltanto il benessere dell’Aldilà. Il mondo terreno e l’Aldilà non sono due realtà separate, bensì sono complementari l’una all’altra. La Sharīʿa concessa da Allah l’Altissimo stabilisce un equilibrio tra entrambi e collega la vita umana alle solide leggi e norme vigenti nell’universo. Grazie all’armonizzazione della vita umana con le leggi e le norme vigenti nell’universo, l’uomo acquisisce la capacità di conseguire una felicità e un benessere illimitati, e questi benefici non vengono rimandati esclusivamente all’Aldilà. Al contrario, i loro frutti si manifestano anche nella vita terrena. Tuttavia, i benefici dell’ideale di vita islamico raggiungeranno la loro pienezza soltanto nell’Aldilà.
Sopra sono stati esposti i punti fondamentali della concezione islamica riguardo al mondo creato e all’uomo in quanto parte di esso. Questa concezione è completamente diversa da tutte le concezioni e credenze diffuse nel mondo. Per questo motivo, la concezione islamica del mondo creato e dell’uomo non impone all’uomo alcuni doveri e responsabilità. Secondo la concezione islamica, deve esserci una completa armonia tra la vita umana e il mondo creato, nonché tra la natura dell’uomo e le leggi vigenti nel mondo naturale. Così egli potrà vivere in quanto servo di Allah, e nessun uomo cercherà di affermare il proprio dominio su un altro.
Quanto abbiamo discusso sopra si comprende chiaramente dal colloquio tra il venerabile Ibrāhīm (ʿalayhi as-salām), padre della comunità musulmana, e Nimrod. Nimrod era un sovrano tirannico. Rivendicava la divinità. Tuttavia, non rivendicava la divinità sul mondo naturale, sullo spazio celeste, sui pianeti e sulle stelle. Dinanzi a lui, il venerabile Ibrāhīm (ʿalayhi as-salām) presentò l’argomento secondo cui, nella vita umana, può valere soltanto la sovranità di Colui che ha stabilito il proprio potere assoluto sul mondo naturale, e non quella di chiunque altro. Nimrod non fu in grado di rispondere in alcun modo a questo argomento.
Nel Sacro Corano Allah l’Altissimo ha narrato l’episodio con le seguenti parole:
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«Hai riflettuto sulla vicenda di colui che disputò con Ibrāhīm (ʿalayhi as-salām) riguardo al suo “Signore”, poiché Allah l’Altissimo gli aveva concesso un regno? Quando Ibrāhīm (ʿalayhi as-salām) disse: “Il mio Signore è Colui nelle cui mani sono la vita e la morte”, quell’uomo rispose: “Sono io il padrone della vita e della morte”. Allora Ibrāhīm (ʿalayhi as-salām) disse: “Ebbene, Allah fa sorgere ogni giorno il sole da oriente; fallo sorgere tu da occidente”. E colui che negava la verità rimase senza risposta. Allah l’Altissimo non guida gli ingiusti sulla retta via».
Allah l’Altissimo lo ha nuovamente affermato nella forma più autentica:
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«Vogliono forse adottare una via diversa dall’obbedienza ad Allah l’Altissimo? Eppure tutto ciò che è nei cieli e sulla terra obbedisce a Lui, volontariamente o contro la propria volontà. E alla fine tutti dovranno tornare a Lui». — Āl ʿImrān: 83
Settimo capitolo
L’Islam è la vera civiltà
La differenza fondamentale tra la società islamica e la società jahilita
L’Islam riconosce soltanto due tipi di società: una è la società islamica e l’altra è la società jahilita. È islamica quella società in cui l’autorità generale è nelle mani dell’Islam e in cui l’Islam prevale in ogni ambito: nelle credenze e nelle convinzioni degli uomini, nel culto e nell’adorazione, nelle leggi e nelle norme, nell’amministrazione dello Stato, nel carattere morale, nei rapporti reciproci e nelle transazioni. Al contrario, è jahilita quella società in cui non sono riconosciute la superiorità delle credenze, delle leggi e delle consuetudini islamiche, della moralità islamica e dei principi islamici negli scambi e nei rapporti.
Una società che, pur essendo composta da persone che portano il nome di «musulmani», non ha conferito alla Sharia islamica uno status giuridico, non è una società islamica. Anche se vi sono istituzioni per la salāt, il digiuno, il pellegrinaggio e la zakāt, tale società non può essere islamica. Al contrario, i suoi dirigenti, liberatisi dall’obbligo di osservare le leggi e le norme impartite dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui), hanno inventato a loro piacimento una nuova versione dell’Islam e l’hanno chiamata «Islam progressista».
La società jahilita assume forme diverse. Tuttavia, la sua vera essenza consiste nell’essere priva della conoscenza concessa da Allah. Talvolta arriva persino a negare l’esistenza di Allah l’Altissimo e interpreta la storia dell’umanità secondo il materialismo dialettico. Il sistema sociale fondato su questa dottrina viene chiamato «socialismo scientifico». Talvolta la società jahilita assume un’altra forma: non nega l’esistenza di Allah, ma limita la Sua autorità e il Suo dominio ai cieli e al mondo superiore, bandendo dalla terra i comandamenti e i divieti da Lui impartiti. In questa società la Sharia di Allah non viene applicata. Neppure i valori eterni e imperituri che Allah l’Altissimo ha stabilito per la vita umana sono rispettati in essa. I suoi funzionari permettono agli uomini di adorare Allah l’Altissimo all’interno delle quattro mura di moschee, templi e chiese. Tuttavia, non sono disposti a riconoscere la preminenza della Sharia concessa da Allah nella vita pratica degli uomini. Sotto questo aspetto, essi si oppongono alla sovranità di Allah sulla terra, poiché nella vita concreta rifiutano la Sharia di Allah. Eppure Allah l’Altissimo ha detto con estrema chiarezza —
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“Egli è Allah, il Sovrano Signore dei cieli e anche della terra.” La società che Allah l’Altissimo ha definito «dīn al-qayyim» nel versetto seguente non è la pura società sopra menzionata.
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“Il diritto di impartire ordini e di promulgare leggi appartiene esclusivamente ad Allah. Egli ha ordinato che non si presti culto a nessuno all’infuori di Lui. E questa è la «dīn al-qayyim» (la norma di vita equilibrata e salda).” — Yūsuf: 40
Una società di questo tipo, nonostante proclami mille volte la propria fede nell’esistenza di Allah e conceda alle persone il libero diritto di recarsi nelle moschee, nei templi e nelle chiese per compiere atti di culto e devozione, sarà considerata comunque una società jāhilī, poiché respinge le direttive di Allah l’Altissimo nella vita pratica.
Soltanto la società islamica è una società veramente civile
Alla luce della definizione della società islamica che abbiamo menzionato all’inizio di questo capitolo, non sarà irragionevole affermare che la società islamica è l’unica vera società civile. Qualunque forma assuma, la società jāhilī è arretrata e priva di civiltà già dal punto di vista del pensiero fondamentale.
Un tempo, quando consegnai alla tipografia un mio libro per la pubblicazione, annunciai che il titolo dell’opera sarebbe stato «La società islamica veramente civile». In seguito, però, eliminai l’espressione «veramente civile» dall’annuncio e intitolai semplicemente il libro «La società islamica». Uno scrittore algerino di lingua francese notò questo cambiamento nel titolo del mio libro e commentò che tale modifica era stata fatta, a quanto pare, sotto l’influsso di un atteggiamento difensivo, mentre impugnavo la penna in difesa dell’Islam. Esprimendo il proprio rammarico, disse che, poiché il mio pensiero sull’Islam era immaturo, non ero in grado di confrontarmi con la realtà. Ritengo che si debba perdonare il suddetto autore algerino. Anch’io in passato nutrivo il suo stesso atteggiamento e, quando iniziai a scrivere per la prima volta su questo argomento, pensavo esattamente come pensa oggi lui. La complicazione che oggi egli si trova ad affrontare era proprio il tipo di complicazione che io avvertivo allora. La domanda è: che cos’è la definizione di civiltà? A quel tempo, sebbene fossi attratto dall’ideale islamico, non ero ancora riuscito a liberare la mente e il cuore dall’influenza della cultura deviata. La letteratura e il pensiero degli scrittori occidentali, sebbene fossero in contrasto con la mia ʿaqīda e con le mie convinzioni islamiche, continuavano a dominare la mia mente. La definizione occidentale di civiltà era per me il criterio di giudizio. Di conseguenza, non ero in grado di esaminare ogni cosa con una visione equilibrata e penetrante.
In seguito la mia visione divenne più chiara e compresi distintamente che «società islamica» significa precisamente società civile. Pertanto, quando riconsiderai il titolo del libro in questione, capii che nel titolo la parola «civilissima» era superflua. Anzi, l’uso di quella parola avrebbe fatto sì che anche il modo di pensare dei lettori cadesse nella confusione, come quello precedente. Vediamo ora quale sia il significato della parola civiltà?
Se in una società la sovranità è affidata esclusivamente ad Allah e, come prova concreta di ciò, la preminenza della Shari’a di Allah è riconosciuta in tutti i livelli della società, allora soltanto in quella società l’uomo ottiene una libertà autentica e completa dalla servitù dell’uomo. Un altro nome di questa libertà autentica e completa è «civiltà umana». Infatti, la civiltà umana richiede un criterio nell’ambito del quale ogni individuo possa godere pienamente della vera libertà ed essere in grado di acquisire, senza ostacoli, tutti i diritti umani. Al contrario, nella società in cui alcune persone occupano il posto di «Signori» e di «legislatori della Shari’a», mentre tutti gli altri uomini non rimangono loro obbedienti, questi ultimi vengono privati di tutti i diritti umani fondamentali.
È necessario osservare qui, incidentalmente, che la questione della legislazione non si limita alla semplice elaborazione delle leggi. Oggi molti nutrono una concezione così ristretta della Shari’a. In realtà, le concezioni, il modo di vivere, i valori della vita, i criteri di ciò che si accetta e si rifiuta, le abitudini e i costumi: tutto è influenzato dalla legge. Se un gruppo particolare separa tutte queste cose dalle direttive di Allah l’Altissimo e imprigiona gli uomini della società nelle norme di comportamento da esso stesso elaborate, allora questa società non può essere definita libera. In una società di questo genere, infatti, alcuni uomini siedono sul trono della signoria o della sovranità e tutti gli altri sono costretti a prestare loro culto o a essere loro schiavi. Per questo tale società sarà considerata arretrata e, secondo la terminologia islamica, essa è la vera società jahilita.
Soltanto nella società islamica si instaura la sovranità di Allah, e gli uomini spezzano le catene della schiavitù dei propri simili per dedicarsi alla servitù di Allah. È proprio attraverso questa via che l’uomo assapora la vera libertà e ottiene la dignità e l’onore conferitigli da Allah. Dopo essere stato insediato nel mondo nella posizione di khalifa di Allah, egli acquisisce una gloria persino maggiore di quella degli angeli.
La differenza fondamentale tra la società islamica e la società jahilita
Nella società in cui tutte le concezioni, le credenze e il modo di vivere sono fondati sulla sovranità dell’unico Allah l’Altissimo, l’uomo raggiunge il massimo onore e la massima gloria. Infatti, lì nessun uomo è schiavo di un altro, e le concezioni, le credenze e il modo di vivere di quella società non sono prodotti della mente di uomini che pretendono la signoria di uno o più signori. È proprio in una società di questo tipo che le capacità e le qualità latenti nell’essere e nel pensiero dell’uomo si sviluppano pienamente. Al contrario, nella società in cui la casta, la stirpe, la lingua e l’area geografica vengono assunte come basi delle relazioni reciproche, tali legami di unità pongono ai piedi dell’umanità catene di molteplici norme e restrizioni; di conseguenza, le qualità che elevano l’uomo non hanno alcuna possibilità di svilupparsi. L’uomo può vivere liberamente, al di là dei confini della casta, della lingua e del territorio. Quando lo sviluppo dell’anima e del pensiero viene ostacolato, l’uomo non conserva la propria dignità umana. Un uomo può cambiare volontariamente le proprie concezioni, credenze e modo di vivere. Non è però possibile cambiare la casta, la stirpe, il sangue e la nazionalità geografica. L’uomo non è in grado di decidere volontariamente di nascere in una determinata stirpe o in una determinata regione. Pertanto, la società in cui viene riconosciuto il diritto di adottare opinioni e vie mediante la libera coscienza e la ragione è una società civile; mentre la società in cui non vi è spazio per esaminare e vagliare con la coscienza e la ragione, adottando o rifiutando la via della verità, è arretrata e priva di civiltà. Nella terminologia islamica, questa società è chiamata società jahilita.
Soltanto la società islamica lega gli uomini gli uni agli altri con il vincolo indissolubile della fratellanza sulla base delle credenze, e proprio attraverso il filo di tali credenze mette sulla stessa fila i neri e i bianchi, gli arabi e i greci, i persiani e i negri, nonché le nazioni divise in centinaia di fazioni presenti sulla terra, includendoli nella stessa umma. L’autorità suprema di questa società appartiene esclusivamente ad Allah, e l’uomo inchina il capo soltanto davanti a Lui, non davanti a nessun altro. In questa società, quanto più elevato è il carattere di una persona, tanto più alta è la sua posizione. Agli occhi della legge donata da Allah, tutti gli uomini della società sono uguali.
La società in cui all’umanità viene assegnato il posto più elevato e in cui il materialismo prevale sull’elevazione morale dell’uomo. Il materialismo, naturalmente, si manifesta in forme diverse in epoche diverse. Come esempio si può menzionare l’esaltazione della materia secondo l’interpretazione marxista della storia, oppure si possono citare gli Stati Uniti d’America, l’Europa e altre società, dove l’umanità viene sacrificata sul campo di sterminio dei beni materiali. Una società di questo tipo è certamente una società rivolta all’indietro e, nella terminologia islamica, una società jahilita.
La società civile, cioè la società islamica, non considera prive di valore le cose materiali. L’Islam non è avaro nel riconoscere alle cose il loro giusto valore. Né nega l’importanza della produzione dei beni materiali. Al contrario, l’Islam riconosce che il mondo in cui viviamo, dal quale la nostra vita è influenzata e sul quale anche noi esercitiamo la nostra influenza sotto molti aspetti, è costituito da elementi materiali. L’Islam riconosce altresì che la produzione dei beni materiali è la spina dorsale del califfato terreno di Allah. La differenza consiste soltanto nel fatto che la società islamica non è incline ad abbandonare, in cambio del benessere materiale, le caratteristiche umane quali la libertà dell’uomo, la dignità umana, le consuetudini reciproche, la moralità e i valori, né ad adorare i beni materiali. Al contrario, nella società jahilī, pur di ottenere abbondanza di beni materiali, i valori umani e la dignità non vengono ridotti in polvere.
La società in cui prevalgono i valori umani e un carattere umano elevato è una società civile. I valori umani e il carattere umano elevato non sono qualcosa di occulto o impossibile da spiegare. Contrariamente a quanto sostengono gli interpreti materialisti della storia e i cosiddetti socialisti scientifici, i valori umani e il carattere elevato non sono ideali mutevoli insieme ai mezzi di produzione, né ideali privi di legame con un punto centrale. In realtà, nell’Islam i valori tracciano una chiara linea di demarcazione tra l’uomo e l’animale. Così l’uomo progredisce dal livello animale e raggiunge il livello dell’umanità. A differenza della società jahilī, i valori e gli standard morali di questa società non riducono l’uomo al livello degli animali.
Il vero criterio della civiltà
Se esaminiamo la questione da questo punto di vista, emerge una chiara linea di demarcazione tra Islam e jahiliyya e, nonostante gli incessanti vani tentativi dei cosiddetti progressisti e socialisti scientifici, l’importanza dei valori morali non diminuisce neppure minimamente. Dal punto di vista islamico, l’ambiente e le condizioni mutevoli non possono cambiare i valori morali. Al contrario, i valori morali rimangono eterni, ignorando tutti i cambiamenti del tempo e dell’ambiente. Non vi è quindi alcuna logica nel dividere la moralità in modi diversi, definendola morale agricola, industriale, capitalista, socialista, borghese e proletaria. In realtà, i valori morali sono completamente liberi dall’influenza dell’ambiente, delle condizioni economiche, del livello di sviluppo sociale e di altri fattori simili. Questi cambiamenti sono molto temporanei e artificiali. D’altra parte, attraverso un’analisi estremamente realistica possiamo giungere alla conclusione che i valori e gli standard morali si dividono soltanto in due categorie. Una consiste nei valori umani e negli standard morali propri dell’uomo, mentre l’altra consiste nei valori e negli standard morali propri degli animali. Nella terminologia islamica possiamo definire queste due categorie rispettivamente “valori islamici” e “standard morali islamici”, e “valori jahilī” e “standard morali jahilī”.
L’Islam, naturalmente, innalza l’uomo al di sopra dell’animalità, conferendogli una dignità superiore attraverso il perfezionamento dei valori umani e degli standard morali. Ovunque si instauri l’ordinamento della vita islamica, esso si prende cura di risvegliare quei valori e quegli standard morali, di migliorarli e di rafforzarli. Questa società risveglia gli stessi standard morali e gli stessi valori umani in ogni tipo di società, senza distinzione tra contadini, operai, beduini, allevatori, abitanti delle città e dei villaggi, ricchi e poveri, industriali e capitalisti; in ogni condizione e ambiente sviluppa le caratteristiche e le qualità propriamente umane, affinché nell’uomo non emerga mai un carattere animale. I valori umani e il carattere morale che abbiamo menzionato sopra elevano l’uomo al di sopra del livello animale; quando questa linea di demarcazione dei valori e degli standard morali scompare, comincia la decadenza dell’uomo. Anche se una società decaduta dal livello dell’umanità possiede abbondanza e sviluppo materiale, non può essere definita una civiltà. Sarà invece considerata una società decadente, arretrata o jahilī.
L’importanza dei rapporti familiari nello sviluppo della civiltà
Se la famiglia viene considerata il fondamento della società, se le responsabilità familiari vengono distribuite tra marito e moglie secondo le loro caratteristiche innate e le loro attitudini naturali, e se l’educazione e la cura dei figli costituiscono lo scopo della famiglia, allora questa società sarà senza dubbio considerata una società civile. Un ambiente familiare del tipo menzionato nell’ordinamento della vita islamica offre il terreno per creare valori umani e un carattere di alto livello nelle generazioni successive. Al contrario, se sono i rapporti sessuali promiscui e i figli illegittimi a costituire il fondamento della società, se sono i bisogni fisici, la fame sessuale e l’eccitazione animale a determinare i rapporti tra uomini e donne, se le responsabilità familiari non vengono distribuite tra marito e moglie secondo le loro caratteristiche innate e le loro attitudini naturali, se il ruolo della donna consiste nel rendersi attraente agli uomini allo scopo di suscitare desiderio sessuale, se le donne vengono liberate dalla responsabilità di allevare i figli e, volontariamente o sotto l’influenza dell’ambiente sociale, impiegano le proprie capacità nell’accrescere la ricchezza materiale come hostess, assistenti di bordo sulle navi e cameriere d’albergo, considerando l’incremento della ricchezza più redditizio e onorevole dell’incremento della progenie umana, allora quella società è una società jahilī.
Dalla natura delle consuetudini familiari e dei rapporti coniugali si può stabilire se una determinata società sia realmente civile. Se in una società tali rapporti vengono limitati al semplice soddisfacimento dei bisogni fisici e delle esigenze della natura animale, per quanto essa possa progredire nelle arti e nelle scienze, non può essere considerata una società civile. Per giudicare il progresso o il declino complessivo di qualsiasi società, essa offre un quadro preciso della vita familiare di quella società.
Esempio della civiltà occidentale
In tutte le società jahilite dell’epoca contemporanea sono state abbandonate le qualità morali che distinguono l’essere umano dall’animale. In queste società le relazioni illecite e sessuali, persino i rapporti omosessuali, non sono considerate segni di immoralità. La moralità è stata limitata ai settori dell’economia e della politica, poiché in questi due ambiti è ritenuta necessaria nell’interesse dello Stato. A titolo d’esempio si può menzionare lo scandalo sessuale di Christine Keeler e del ministro britannico Profumo. La società britannica non considerò la questione vergognosa in quanto reato sessuale. Poiché Christine Keeler ebbe contemporaneamente una relazione sessuale, oltre che con il ministro britannico Profumo, anche con un ufficiale della marina dell’ambasciata russa, fu considerata condannabile soltanto la possibilità che venissero divulgati segreti di Stato. Lo scandalo sessuale non fu affatto considerato un crimine. La cosa più deplorevole è che il ministro aveva rilasciato una falsa dichiarazione al Parlamento britannico, e in seguito quella sua menzogna venne resa pubblica. Tra i cittadini americani coinvolti in scandali di spionaggio del tipo sopra menzionato, alcuni ottennero asilo politico in Russia. Anche lì non venne sollevata alcuna obiezione all’accoglienza di persone coinvolte in reati sessuali.
Gli scrittori, i giornalisti, gli uomini di lettere e gli autori di racconti di tutte le società jahilite, vicine e lontane, siano essi celibi o sposati, consigliano apertamente e senza restrizioni di instaurare rapporti sessuali e sostengono che ciò non costituisca una colpa morale. Sì, secondo il loro modo di vedere, se un giovane o una giovane si uniscono senza un amore sincero e autentico, allora questo è un reato. Se una moglie, pur non provando alcun amore nel cuore per il marito, continua a proteggere il proprio onore e la propria castità, in quella società la donna è biasimevole. Al contrario, in tale situazione è considerato lodevole cercare un altro amante. Vengono scritte decine di racconti a sostegno dell’adozione di questo comportamento. Attraverso editoriali, articoli comuni, servizi seri e leggeri e vignette sui giornali, si invita a uno stile di vita sporco e spudorato.
Dal punto di vista umano e secondo il criterio dell’evoluzione dell’umanità, una società di questo genere è arretrata e priva di civiltà.
Il progresso dell’essere umano si eleva dal livello degli istinti animali e viene orientato verso valori elevati. Per soddisfare il desiderio degli istinti animali presenti nella natura umana, la società in sviluppo ha introdotto l’istituzione della famiglia. Grazie a tale istituzione, oltre a soddisfare i bisogni biologici del corpo, si è attribuita importanza alla cura delle future generazioni e alla loro formazione affinché sviluppino pienamente le caratteristiche umane. È in questo modo che la civiltà umana può sopravvivere. Naturalmente, la società che desidera, insieme al controllo degli istinti animali dell’uomo, offrire piena opportunità e possibilità allo sviluppo delle caratteristiche umane deve adottare misure preventive adeguate per preservare la purezza, la pace e l’ordine della famiglia. È indispensabile adottare misure preventive affinché la famiglia possa adempiere ai propri doveri fondamentali, libera dall’influenza dell’eccitazione fisica. D’altra parte, in una società in cui prevalgono un’educazione contraria alla moralità e un ambiente circostante velenoso, e in cui la promiscuità sessuale è considerata estranea ai valori morali, quale possibilità vi è di costruire l’umanità?
Pertanto, soltanto i valori e la moralità islamici, l’educazione islamica e il sistema di difesa islamico costituiscono l’ordinamento più appropriato per la società umana. Attraverso passi permanenti, immutabili e corretti adottati per il progresso della società umana, viene riconosciuta questa verità: la civiltà islamica è la vera civiltà e la società islamica è la vera società civile.
La civiltà devota ad Allah e lo sviluppo materiale
Quando l’uomo instaura il califfato di Allah sulla terra, in conformità con le esigenze del califfato, si consacra esclusivamente alla servitù di Allah e si libera dalla servitù di tutte le altre forze oltre ad Allah. Attua l’ordinamento della vita concesso da Allah, abbandona tutti gli ideali di vita elaborati dall’uomo, segue la Sharia di Allah e rinuncia a ogni altra forma di legge. Accetta i valori e i criteri morali stabiliti da Allah e rifiuta di accettare qualsiasi altro criterio. Con l’instaurazione del califfato divino, da un lato avviene il suddetto cambiamento nel comportamento dell’uomo. Dall’altro, egli si dedica alla riflessione e alla ricerca per svelare le leggi e i principi che governano il mondo creato. Destina i risultati di tali ricerche al bene dell’umanità, mantenendoli entro i limiti delle prescrizioni e dei divieti impartiti da Allah l’Altissimo. In qualità di califfo di Allah, ricava dal creato le risorse alimentari e le materie prime per le industrie e, applicando le proprie conoscenze tecniche e scientifiche, procede alla fondazione e allo sviluppo di diversi tipi di industrie. Quando l’uomo compie tutte le attività necessarie allo sviluppo materiale con un cuore timoroso di Allah, in qualità di rappresentante di Allah, e quando in tutte le sue attività morali e materiali rimane consapevole delle prescrizioni e dei divieti di Allah l’Altissimo, allora diventa pienamente civile. La sua società raggiunge il vertice della civiltà. L’Islam non considera il semplice sviluppo materiale una civiltà, poiché anche le società jahilite raggiungono lo sviluppo materiale. In molti passi del Corano, società di questo tipo sono state definite jahilite nonostante il loro sviluppo materiale.
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«Che cosa vi accade, da costruire su ogni altura grandi edifici come semplici monumenti commemorativi? Guardando gli immensi palazzi che avete costruito, sembra che dobbiate vivere in eterno sulla terra. Ogni volta che stendete la mano contro qualcuno, intervenite da oppressori. Temete Allah e obbeditemi, Lui che vi ha donato molte cose. Vivete temendoLo. Egli vi ha donato bestiame, figli, giardini e sorgenti. Temo per voi il castigo di un giorno terribile.»
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«Pensate forse di poter vivere per sempre felici, con tutti questi beni terreni, in questi giardini e presso queste sorgenti? In questi campi coltivati e palmeti ricchi di frutti? Scavate le montagne e costruite case gigantesche, simbolo del vostro orgoglio. Temete Allah e obbedite. Non vivete sottomessi a coloro che seminano disordine e corruzione sulla terra e non ristabiliscono la pace e l’ordine.»
«Quando dimenticarono gli ammonimenti che erano stati loro rivolti, spalancammo per loro le porte dell’agiatezza. Ma, mentre erano immersi nella gioia dell’abbondanza terrena che avevamo loro concesso, li afferrammo all’improvviso. Ed essi allora persero ogni speranza. Così sradicammo il popolo degli oppressori. Ogni lode spetta ad Allah, il Signore dei mondi.» — Al-An‘am: 44-45
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«Quando la terra era adornata di fiori e frutti, i campi erano carichi di messi e i loro proprietari pensavano che avrebbero tratto profitto da quei raccolti, proprio allora giunse il Nostro ordine, di notte o durante il giorno, in modo improvviso. Li annientammo così completamente che non rimase alcuna traccia della loro esistenza.» — Yunus: 24
Abbiamo già menzionato che l’Islam non si oppone al progresso materiale né alla scoperta e all’acquisizione dei beni; al contrario, il progresso materiale realizzato nell’ambito della legge di vita donata da Allah è stato definito una grazia di Allah. Ed è Allah l’Altissimo a dare agli esseri umani, come ricompensa per la loro obbedienza e sottomissione a Lui, la buona novella di tale grazia.
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“(Il profeta Noè disse:) Dissi al mio popolo: ‘Chiedete perdono al vostro Signore: certamente Egli è indulgente. Egli farà scendere su di voi piogge abbondanti e vi darà forza con ricchezze e figli. Vi donerà giardini e farà scorrere per voi ruscelli.’” — Noè: 10-12
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“Se gli abitanti delle città avessero creduto e temuto Allah l’Altissimo, avremmo certamente aperto per loro le porte di ogni bene dai cieli e dalla terra. Ma essi smentirono; perciò li colpimmo come punizione per le loro cattive azioni.” Al-A‘rāf: 96
Il solo sviluppo materiale non è il criterio per determinare il livello della società umana. Sono in realtà le concezioni sulle quali vengono costruiti i grandiosi palazzi dello sviluppo materiale e artistico, i valori della vita che tengono unita la società e l’impronta della civiltà umana che emerge complessivamente dal comportamento e dai costumi dell’intera società a determinarne il vero livello.
Lo sviluppo graduale della società islamica
Poiché la società islamica nasce attraverso un movimento e assume la forma di un sistema di vita migliore, essa possiede caratteristiche senza precedenti. Pertanto, la prospettiva, l’atteggiamento e il programma necessari per fondare una società jahilī non possono in alcun modo risultare efficaci nel movimento volto a fondare una società islamica. La società islamica nasce da una lotta estenuante e protratta per lungo tempo. Anche le modalità di conduzione di questa lotta sono circoscritte dai limiti dell’Islam. È proprio questo movimento di lotta a determinare il valore e la dignità di ogni individuo nella società e, dopo averne effettuato una valutazione appropriata, a stabilirne le responsabilità e i doveri sociali. Il movimento dal cui grembo nasce la società islamica trae la sua corrente di pensiero e il suo programma da una fonte situata al di fuori del mondo terreno e al di sopra dei limiti delle capacità umane. La fonte di questo movimento di lotta è l’iman, ossia la fede discesa da Allah per l’umanità. Questo iman genera una concezione particolare del mondo creato, della vita umana, della storia dell’uomo, del valore e dello scopo della vita, e offre inoltre un sistema di vita adatto a vivere secondo tale concezione. In breve, la radice del movimento islamico non si trova nella mente umana né nel mondo materiale, bensì al di sopra della conoscenza e della ragione umane e del mondo materiale. La caratteristica principale della formazione della società islamica è proprio l’iman disceso dal mondo superiore.
La dottrina e la fede discese dal mondo superiore non derivano dalle riflessioni, dalle indagini, dagli sforzi o dalle iniziative dell’uomo. L’iman ricevuto dalla rivelazione divina getta il seme del movimento islamico e, al tempo stesso, forma gli uomini per condurre la lotta. Quando la parola divina dell’iman giunge a una persona e questa crede che tale parola sia stata rivelata da Allah, è proprio attraverso di lei che ha inizio la semina. Questa persona non rimane inattiva, tenendo la propria fede celata nel cuore. Al contrario, comincia a adoperarsi per trasmettere agli altri la parola nella quale ha creduto. Questa è la natura stessa dell’iman. La natura di un movimento forte e attivo è dinamica. L’Essere potente del mondo superiore che accende nel cuore dell’uomo la luce dell’iman sa perfettamente che la luce dell’iman non rimane confinata entro i limiti del cuore, ma diffonde i suoi raggi luminosi in ogni angolo del vasto mondo.
Quando il numero dei credenti giunge a tre, è proprio questa fede a dire loro: «Ora siete diventati una società, e questa società è una società islamica dotata di caratteristiche proprie. La vostra società è completamente diversa, per natura, dalla società jahilita esistente. Infatti, la società jahilita non è governata secondo la vostra fede». Dopo che i tre credenti si sono organizzati, emerge un modello concreto della società islamica.
Il numero dei credenti passa da tre a dieci, da dieci a cento, da cento a mille e da mille a diverse migliaia; così la società islamica si espande e si rafforza progressivamente.
Nel frattempo ha inizio la lotta contro la società jahilita. Tra le due parti contrapposte, da un lato vi è la nuova organizzazione islamica. Una piccola società appena nata, con le proprie concezioni, i propri valori, i propri criteri di civiltà e la propria struttura organizzativa, si separa completamente dalla società jahilita e si manifesta con caratteristiche proprie. Dall’altro lato, la società jahilita si oppone al cammino di questa società neonata e, mentre il conflitto e lo scontro proseguono tra le due, dalla società jahilita le persone entrano una o due alla volta nella società islamica. Nel lungo periodo che va dall’inizio del movimento fino alla sua affermazione come forza vittoriosa, la società islamica mette alla prova ciascuno dei suoi membri e, attraverso prove ed esami, assegna a ogni persona il rango e le responsabilità che, secondo i criteri islamici, è capace di assumere. La società islamica verifica le capacità, l’energia operativa, il rango e così via delle persone, proprio secondo le necessità. Nessuno ha bisogno di farsi avanti per rivendicare le proprie capacità e il proprio rango. Al contrario, il suo credo e i suoi valori lo costringono a celarsi allo sguardo scrutatore della società. Infatti, la sua società è sempre alla ricerca di persone idonee alle quali affidare le responsabilità. D’altra parte, l’individuo non si considera più capace degli altri. Perciò preferisce restare nascosto.
Tuttavia, nella società nata come naturale conseguenza del credo islamico, nessuno può nascondere le proprie capacità. Ogni membro di questa società deve essere attivo. Nel suo credo si manifesteranno entusiasmo e fervore. Il sangue nelle sue vene sarà ardente. Perciò, affinché la società islamica giunga sempre, spinta dall’impulso all’azione, alla soglia della piena operosità, ciascuno riverserà tutto ciò che possiede sul cammino della lotta. La lotta proclamata contro la jahiliyya che circonda l’organizzazione islamica procederà a pieno ritmo. Questa lotta non conosce tregua né riposo, né alcun compromesso o accordo con il falso. Perciò il Messaggero di Allah (s.a.s.) ha detto: «Il jihad continuerà fino al Giorno della Resurrezione».
Nel procedere attraverso ascesa e caduta, il rango di ogni individuo si determina, e durante la lotta il movimento consegue il successo proprio attraverso l’adempimento, da parte di ciascuno, delle responsabilità e dei doveri conformi alle proprie capacità. Due caratteristiche della società islamica, ossia l’inizio del movimento e il metodo organizzativo, conferiscono alla sua struttura, alla sua forma e natura, ai suoi costumi e al suo programma una condizione completamente distinta da quella di tutte le altre società non islamiche. Pertanto, non si possono comprendere le caratteristiche della società islamica valutandola secondo il modo in cui sono sorte le altre ideologie; allo stesso modo, sognare di fondare una società islamica prendendo in prestito i metodi dei movimenti non islamici non è altro che pura stoltezza.
La civiltà islamica è patrimonio dell’intera umanità
Secondo la definizione della civiltà islamica che abbiamo esposto sopra, l’Islam non è la dottrina di un’epoca particolare scritta nelle pagine della storia passata. Al contrario, la civiltà islamica è una risposta alle esigenze dell’epoca moderna e una luce di speranza per il futuro. Questo ideale è venuto per tutte le epoche. Come l’uomo può ancora oggi trarre innumerevoli benefici dal contatto con l’ideale islamico, così potrà farlo anche in futuro. E soltanto l’ideale islamico può oggi salvare il mondo dalla caverna dell’oscurità assoluta della jahiliyya. Le nazioni progredite nei campi dell’industria, della scienza e dell’economia possono trarre beneficio dall’ideale islamico, così come possono farlo le nazioni deboli e povere.
I valori che abbiamo menzionato sopra si sono concretizzati nella società umana soltanto nell’epoca della civiltà islamica; non è mai accaduto in nessun’altra epoca. Noi chiamiamo civiltà islamica quella civiltà nella quale i valori umani si sviluppano pienamente. Ma una civiltà nella quale si attribuisce importanza soltanto all’industria, alla scienza e allo sviluppo economico, mentre i valori umani si impoveriscono, non può essere definita civiltà islamica. I valori islamici non sono una questione immaginaria, bensì estremamente concreta. Soltanto quando l’uomo si impegnerà correttamente per acquisire i valori alla luce degli insegnamenti islamici, potrà ottenere questo patrimonio. Qualunque sia l’ambiente e qualunque sia il livello di sviluppo raggiunto dalla società in progresso nei campi dell’industria e della scienza, lo sforzo per acquisire i valori menzionati non riduce minimamente il ritmo del suo sviluppo. Infatti, i valori umani non sono contrari allo sviluppo. In realtà, l’Islam incoraggia lo sforzo volto al progresso materiale e alla riflessione e ricerca scientifica, poiché il progresso materiale aiuta ad adempiere alla responsabilità del califfato.
Analogamente, nei Paesi arretrati nel campo dell’industria e della scienza, i valori sopra menzionati non approvano che gli uomini rimangano inerti; al contrario, li incoraggiano a compiere ogni sforzo per progredire nei settori dell’industria e della scienza. La civiltà islamica, insieme ai valori umani, può concretizzarsi in qualsiasi ambiente economico.
Il modo di vivere e le forme commerciali della società islamica cambiano secondo le epoche e gli ambienti. Tuttavia, i valori alla base della civiltà islamica sono stabili, saldi, immutabili e fondati sulla realtà storica. Quando definiamo i valori una “realtà storica”, intendiamo che nella storia esiste un’epoca consapevole dei valori islamici. Questi valori non sono una creazione della storia; piuttosto, è la storia a essere stata influenzata da essi. La realtà è che, per loro stessa natura, i valori islamici non possono essere limitati a una determinata epoca o a un determinato ambiente. Questo sistema di valori e questi valori non sono stati elaborati dalla mente umana né dal mondo naturale. Al contrario, sono stati stabiliti dall’Alto per il bene degli uomini in ogni epoca e in ogni ambiente.
Dal punto di vista della struttura materiale e organizzativa, la civiltà islamica può assumere diverse forme esteriori. Ma i suoi principi fondamentali e i suoi valori sono eterni e imperituri. Essi consistono nella devozione ad Allah, nell’instaurazione di rapporti reciproci sulla base del tawhid, nell’affermazione del primato dell’umanità sui beni materiali, nella repressione dell’animalità mediante lo sviluppo dei valori umani e nel conferimento alla struttura familiare del dovuto prestigio. Consistono inoltre nell’istituire sulla terra il khilafah di Allah secondo il Suo comando e nel gestire tutti gli affari del khilafah secondo la Sua sharia.
È stato già menzionato che la civiltà islamica utilizza le capacità e le energie operative per l’organizzazione scientifica. Pertanto, pur mantenendo saldi i valori permanenti e immutabili, è del tutto naturale che le forme esteriori della civiltà islamica subiscano alcuni cambiamenti, al fine di conservarne l’armonia con l’ambiente industriale, scientifico ed economico della società in cui essa si è stabilita. Anche questa variabilità è insita nella natura interna dell’Islam. Non è stata presa in prestito da alcuna ideologia esterna. Tuttavia, un cambiamento adeguato ai tempi nelle forme esteriori della civiltà non significa un cambiamento nell’aqida o nei valori. Non vi è alcun motivo per confondere i cambiamenti esteriori con il mutamento dei principi interiori.
Quando l’Islam è entrato nell’Africa centrale, ha seminato i semi della civiltà in una società di persone nude; ovunque l’influenza islamica si è estesa, sono state proprio quelle persone a coprire con abiti i loro corpi nudi, e coloro che erano abituati a camminare nudi sono entrati nei confini della civiltà indossando vesti e abiti. Sotto l’influenza degli insegnamenti islamici, hanno abbandonato la loro vita precedente, separata dalla società umana, e, ispirati dall’Islam, gli uomini privi di civiltà hanno imparato a compiere lavoro fisico per scoprire le risorse nascoste della natura. È stato l’Islam a trascinarli fuori dai ristretti confini tribali e a gettarli nel grande oceano umano della società islamica; invece di adorare, seduti nelle grotte delle montagne, vari dèi e dee immaginari, ha insegnato loro a dedicarsi all’unico Allah, Creatore e Sostentatore dell’universo. Se questo enorme cambiamento non è civiltà, allora quale sarebbe la definizione di civiltà? Era la civiltà di un ambiente particolare, e allora furono utilizzati proprio gli strumenti che erano disponibili in quell’ambiente. Analogamente, se l’Islam entra in un altro ambiente, le sue attività saranno concepite in armonia con quell’ambiente e la civiltà assumerà la forma corrispondente alla situazione di quella società. Pertanto, secondo il metodo insegnato dall’Islam, non esiste un livello specifico dell’industria, della scienza o dell’economia necessario allo sviluppo della civiltà islamica. Ovunque entri, la civiltà islamica utilizzerà gli elementi materiali presenti in quel luogo e darà loro una forma più raffinata. Se in una società tali elementi materiali non esistono, insegnerà i mezzi per acquisirli e condurrà quella società sulla via del progresso.
Ma bisogna ricordare che l’Islam si fonderà sui suoi principi eterni e imperituri e che, ovunque e ogni volta venga istituito, vi emergeranno chiaramente le sue caratteristiche proprie. Per istituirlo e mantenerlo sorgerà anche un’organizzazione speciale, e la civiltà islamica, con le sue caratteristiche peculiari e la sua struttura organizzativa, si manifesterà in una forma completamente diversa dalla società jahiliana.
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«Rivestitevi del colore di Allah. E chi ha un colore migliore di quello di Allah?» — Al-Baqara: 138
Ottavo capitolo
L’Islam e la cultura
Nel sesto capitolo ho menzionato che la prima parte del primo pilastro dell’ideale di vita islamico consiste nella sottomissione all’unico e incomparabile Allah. Questo è il significato della formula «lā ilāha illā Allāh». La seconda parte di questo pilastro consiste nel dover apprendere da Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) il modo e il metodo per vivere una vita sottomessa ad Allah. La seconda parte della formula del tawhid, ossia «Muhammadur Rasūlullāh» (pace e benedizioni su di lui), esprime proprio questo significato. Il modello concreto della sottomissione ad Allah e della Sua adorazione consiste nel riconoscere soltanto Allah come Ma‘būd, cioè come l’Unico degno di adorazione, nelle convinzioni, nella vita pratica, nella formulazione delle leggi e nell’obbedienza alla legge. Nessun musulmano può considerare una forza diversa da Allah titolare degli attributi divini o degna di adorazione. Un musulmano non può neppure immaginare di adorare o venerare una creatura diversa da Allah, né di riconoscerla come potere sovrano.
Nel capitolo precedente abbiamo spiegato il significato di ‘ibāda, īmān e sovranità. In questo capitolo discuteremo il significato della sovranità e il suo rapporto con la cultura.
I limiti della Sharī‘a divina
Secondo la prospettiva islamica, la sovranità di Allah non si limita ad accettarLo come fonte della legislazione o a pronunciare i giudizi conformemente alla Sua legge. Anche il significato della Sharī‘a islamica non si riduce a una semplice disciplina dell’ordinamento. La Sharī‘a comprende tutte le consuetudini necessarie alla vita. Questa concezione ristretta della Sharī‘a non ne rappresenta la corretta definizione. Tutte le istruzioni che Allah l’Altissimo ha dato agli esseri umani costituiscono il fondamento della Sharī‘at islamica. Le convinzioni, i principi di governo, i metodi giudiziari, gli standard morali, le forme delle relazioni reciproche e i principi fondamentali dello studio delle scienze e del sapere sono tutti compresi nella Sharī‘a.
Tutti gli aspetti della vita umana, come le concezioni dell’uomo riguardo al Creatore e alla creazione, sia che riguardino il mondo visibile sia quello invisibile, la sua stessa natura e il suo rango nel mondo creato, rientrano nella Sharī‘at islamica. Analogamente, le questioni politiche, sociali ed economiche e i loro principi fondamentali rientrano nell’ambito della Sharī‘at islamica. L’obiettivo della Sharī‘a divina è la completa sottomissione ad Allah l’Altissimo in tutte queste questioni. Oltre agli aspetti sopra menzionati, anche la regolamentazione delle questioni sociali disciplinate dalla legge rientra nell’ambito della Sharī‘a. Per questo, generalmente intendiamo con Sharī‘a soltanto le leggi o il sistema giuridico. In realtà, però, la sua portata è molto più ampia. La condotta morale e i criteri per valutare i valori e gli standard della società sono anch’essi parti della Sharī‘a. Tutti gli ambiti della ricerca del sapere e i principi fondamentali delle scienze e delle arti costituiscono una parte della Sharī‘a. Infatti, in tutte le questioni menzionate dipendiamo dalla guida di Allah l’Altissimo, proprio come ne dipendiamo nelle questioni disciplinate dalla legge.
In precedenza abbiamo discusso dell’accettazione della sovranità di Allah nelle questioni relative alle leggi e al governo. Allo stesso modo, è stata spiegata con chiarezza la necessità di rendere effettiva la sovranità di Allah riguardo alla morale, alle transazioni, agli standard di valore e ai criteri di accettazione e rifiuto. È importante osservare che i valori, i criteri di accettazione e rifiuto, la morale e i comportamenti sono il risultato delle convinzioni consolidate nella società; e dalla stessa fonte divina da cui nascono le convinzioni vengono attinti anche gli aspetti sopra menzionati.
Tuttavia, ascoltando parlare dell’applicazione dell’‘aqīda islamica e della conoscenza rivelata nei campi della letteratura e delle arti, molti, non solo tra la gente comune, ma anche tra i lettori e gli scrittori di letteratura islamica, rimangono meravigliati.
In un mio libro pubblicato in precedenza sull’arte e la scienza, ho affermato che ogni forma d’arte non è altro che il riflesso delle convinzioni e delle concezioni dell’uomo. Le idee e le convinzioni che l’essere umano nutre nella mente riguardo alla vita e all’universo prendono forma e si manifestano attraverso il pennello dell’artista. La concezione islamica dà origine alle arti, poiché l’‘aqīda islamica riguardo al mondo creato determina il rapporto dell’uomo con la creazione e con il Creatore. In particolare, il posto e la dignità dell’uomo nel mondo creato, lo scopo e il ruolo della vita umana, la responsabilità dell’uomo e la corretta valutazione della sua vita rientrano tutti nell’‘aqīda islamica. Infatti, l’‘aqīda islamica non è qualcosa che debba rimanere confinato al regno dell’immaginazione e del pensiero; è invece una concezione viva, attiva, influente e costantemente operante, ed è proprio questa ‘aqīda a influenzare le emozioni e le inclinazioni all’azione dell’uomo.
In sintesi, è necessario discutere dettagliatamente dell’applicazione della parola di Allah nei campi delle arti e della letteratura. Come ho già accennato, riguardo alla mia posizione su questo argomento rimangono meravigliati non solo gli uomini istruiti, ma anche molti musulmani che credono nella sovranità di Allah.
Che si tratti della fede o della concezione della vita, delle forme e dei metodi di culto e devozione o della moralità e dei rapporti reciproci, dei valori o dei criteri di accettazione e rifiuto, delle linee fondamentali dell’economia e della politica o dell’interpretazione della storia, in nessuno di questi ambiti il musulmano può ricevere guida da una fonte diversa dalla parola rivelata da Allah. Pertanto, per acquisire conoscenza in tutti gli ambiti menzionati, il musulmano deve sempre rivolgersi a un musulmano sapiente. Le parole e le azioni di colui che è ritenuto sapiente devono essere sempre coerenti. Solo allora egli potrà insegnare correttamente le conoscenze islamiche.
Naturalmente, al musulmano è permesso apprendere dagli non musulmani discipline specialistiche. A titolo d’esempio si possono menzionare la chimica, la fisica, l’astronomia, la medicina, le arti, l’agricoltura, l’amministrazione — limitatamente ai metodi amministrativi —, le discipline tecniche, la formazione militare e le arti e scienze nazionali. È tuttavia vero che, una volta istituita la società islamica, sarà necessario formare un numero sufficiente di specialisti in tutti gli ambiti sopra menzionati. Infatti, acquisire conoscenze in queste discipline è un farḍ kifāya per il musulmano, cioè un obbligo collettivo: un numero sufficiente di persone dovrà conseguire, secondo le necessità della società, una competenza eccellente nei suddetti ambiti. Altrimenti, l’intera società islamica sarà considerata colpevole. Tuttavia, finché non si sarà formato un numero sufficiente di persone competenti nei diversi campi del sapere e della scienza, il musulmano potrà rivolgersi a specialisti, musulmani o non musulmani, per acquisire competenza in determinate discipline e conoscenze scientifiche, oppure potrà affidare loro la responsabilità di svolgere vari incarichi.
È proprio riguardo a questioni di questo genere che il Profeta di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:
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In altre parole, voi siete più esperti nelle questioni terrene. Tali questioni non riguardano la vita, il mondo creato, l’uomo e lo scopo della sua creazione, le responsabilità e i doveri dell’uomo, né il rapporto dell’uomo con il mondo creato e con il Creatore. Queste discipline non sono neppure connesse ai principi della legislazione che controlla e determina la natura della società, alla moralità, ai comportamenti, alle consuetudini, alle pratiche, alle norme, alle abitudini, ai valori e ai criteri di accettazione e rifiuto. Pertanto, apprendere tali discipline dai non musulmani non comporta alcun rischio che la fede del musulmano venga corrotta o che egli ritorni alla jāhiliyya.
Tuttavia, per spiegare la corrente di pensiero intrinseca alle attività umane e il loro significato — siano tali attività individuali o collettive — è necessario analizzare l’essenza individuale dell’uomo e la storia dell’umanità. Analogamente, poiché le questioni relative all’origine della creazione e agli inizi della vita umana rientrano nella metafisica (Metaphysices) — cioè non sono collegate alla chimica, alla fisica, all’astronomia e alla medicina — esse regolano il comportamento della vita umana, proprio come fanno le leggi e le discipline normative. Tali questioni esercitano indirettamente un’influenza sul credo dell’uomo.
Pertanto, un musulmano non può mettersi sotto la guida di un non musulmano per acquisire conoscenze nelle questioni sopra menzionate. In tutte le questioni che influenzano il modo di vivere degli uomini si può apprendere soltanto da musulmani religiosi e timorati di Dio; inoltre, riguardo all’insegnante in questione, è necessario nutrire la convinzione che egli si affidi esclusivamente alla conoscenza concessa da Allah. In breve, nella mente del musulmano deve essere saldamente radicata la convinzione che tali questioni siano legate al credo. Pertanto, stabilire, alla luce della rivelazione divina, le proprie opinioni e il modo di vivere riguardo a tali questioni è una parte indispensabile della devozione e una richiesta imprescindibile della professione di fede.
Naturalmente, non vi è alcun impedimento allo studio e all’analisi critica delle opinioni degli scrittori sostenitori della jahiliyya, per sapere quante informazioni fuorvianti siano state diffuse nelle loro opere e nei loro libri e con quali mezzi si possa proteggere la gente da quelle dottrine erronee. Anzi, ciò è necessario per far conoscere correttamente alle persone il credo islamico.
La filosofia, l’interpretazione e l’analisi della storia dell’umanità, la psicologia — ad eccezione dei risultati derivati dall’esperienza e dalla sperimentazione, poiché questi non sono opinioni di qualcuno, bensì risultati concreti dell’esperienza e della sperimentazione — l’etica, la teologia e lo studio comparato delle diverse religioni, le scienze sociali — ad eccezione delle statistiche e dei risultati derivati dall’esperienza — e altre discipline simili sono state e sono direttamente influenzate, in diversi periodi del passato e del presente, da svariate dottrine erronee. Anzi, l’intera struttura delle discipline sopra menzionate è stata costruita sulla base di credi e dottrine jahiliti. Per questo motivo, la maggior parte delle suddette scienze è in conflitto con la religione ed è generalmente ostile a tutte le religioni, e in particolare all’Islam.
Tra gli ambiti del pensiero e della ricerca umana, le questioni sopra menzionate non sono paragonabili alla chimica, alla fisica, alla biologia, alla medicina e così via. Se tali discipline rimangono limitate ai risultati ottenuti dall’esperienza e dalla sperimentazione e non tentano di elaborare dottrine basate su supposizioni e congetture, non vi è ragione che esse danneggino il credo. Ma se oltrepassano i limiti della sperimentazione e ricorrono all’immaginazione, diventano certamente fuorvianti. A titolo di esempio si può citare la biologia di Darwin. Nel condurre esperimenti e basarsi sull’esperienza riguardo alla biologia, egli ha negato, senza prove razionali e senza necessità alcuna, la necessità di credere nell’esistenza di una forza al di fuori del mondo materiale, nel discutere l’origine della vita nella creazione e la sua evoluzione graduale.
Su queste questioni necessarie, la conoscenza concessa da Allah di cui dispongono i musulmani è sufficiente e completa. La conoscenza relativa alla fede incrollabile in Allah e alla completa sottomissione a Lui è una conoscenza di livello elevatissimo. Tutte le dottrine immaginarie e le argomentazioni degli uomini, rispetto alla conoscenza concessa da Allah, non sono altro che tentativi ridicoli.
Secondo alcuni, la civiltà è un patrimonio collettivo dell’umanità. La civiltà non è confinata entro i limiti di un particolare paese, popolo o religione. Ciò è in larga misura corretto per quanto riguarda la scienza, l’efficienza tecnica e la relativa spiegazione e analisi. La condizione, tuttavia, è che ci si astenga dal formulare, andando oltre i risultati della ricerca sperimentale, interpretazioni filosofiche metafisiche, dall’analizzare lo scopo della vita umana e il suo ruolo storico, nonché dal costruire dottrine fondate su supposizioni riguardo alla letteratura e alle arti. Ma coloro che definiscono la “civiltà” e la “cultura” un patrimonio collettivo dell’umanità violano tali condizioni e ricorrono all’inganno. Come sottile manovra della cospirazione ebraica mondiale, i sostenitori di questa concezione cercano, in nome della civiltà, di indebolire ogni vincolo morale, e in particolare il credo religioso. Penetrando nella politica mondiale, cercano di liberare gli uomini dai precetti morali e religiosi allo scopo di attuare in tutto il mondo i malvagi obiettivi degli ebrei. Il primo passo della cospirazione ebraica è il commercio basato sull’usura. Attraverso tale attività, essi succhiano il sangue dell’umanità e continuano ad arricchire i tesori delle istituzioni finanziarie fondate sull’usura e gestite dagli ebrei.
Secondo la prospettiva dell’Islam, se si escludono i dati puramente scientifici e la loro applicazione pratica, incontriamo due tipi di cultura. Una è la cultura islamica, edificata sul credo islamico. L’altra è la cultura jahilita. La cultura jahilita si manifesta attraverso diversi modi di vivere. Tuttavia, essa accetta tutti i sistemi di vita elaborati dalla jahiliyya senza verificarne le dottrine sulla base del criterio concesso da Allah. La cultura islamica influenza ogni forma di pensiero e di metodo d’azione umano e fornisce i principi e i metodi d’azione necessari a rendere dinamiche e distintive le attività culturali.
La scienza sperimentale dell’Europa
È necessario ricordare che la forza vitale della civiltà industriale e culturale dell’Europa moderna è il metodo dell’indagine scientifica e della sperimentazione. E questo metodo sperimentale non è una scoperta europea. Esso nacque proprio nelle università islamiche della Spagna e dell’Oriente. L’Islam ha indicato con chiarezza il mondo creato, le leggi della natura e le innumerevoli forze e risorse celate nel creato; proprio queste indicazioni hanno incoraggiato i musulmani a studiare e sperimentare il mondo creato. In seguito, l’Europa avviò un movimento speciale per la ricerca scientifica e la sperimentazione, seguendo il cammino indicato dai musulmani, e raggiunse gradualmente l’apice del progresso. Nel frattempo, il mondo musulmano cominciò ad allontanarsi dall’Islam e, di conseguenza, nella sua società lo studio delle scienze dapprima ristagnò e poi cessò completamente. Tra le molte cause di questa inattività vi era la debolezza interna della società islamica di allora; un’altra era costituita dai ripetuti attacchi armati dei cristiani e degli ebrei contro il mondo musulmano. L’Europa apprese dal mondo islamico il metodo della ricerca scientifica, separando poi tale metodo dall’Islam. In seguito si ribellò contro la Chiesa, poiché la Chiesa opprimeva la gente comune in nome del sistema di governo di Allah. Nel momento stesso in cui si opposero alla Chiesa, abbandonarono anche il metodo islamico della ricerca scientifica. Di conseguenza, in Europa fu abbandonato anche il metodo islamico del pensiero e della ricerca. Così, il corso del pensiero e della ricerca in Europa avanzò sulla via della jahiliyya e, per sua natura, non solo si separò completamente dalle concezioni islamiche, ma prese anche una direzione ostile all’Islam. Per questo è dovere del musulmano assumere le concezioni islamiche e la fede islamica come fondamento di ogni proprio pensiero, ricerca e attività. Quando la sua conoscenza e le sue capacità saranno sufficientemente solide, inizierà a pensare autonomamente secondo la prospettiva islamica, oppure apprenderà da uno studioso timorato di Allah e degno di fiducia.
Il principio secondo cui «acquisisci la conoscenza da chiunque tu possa» non è applicabile a tutti gli ambiti secondo la prospettiva dell’Islam. Non è lecito andare qua e là alla ricerca di conoscenze riguardanti la fede, il modo di vivere, l’etica e i valori, le abitudini e i costumi, nonché le relazioni reciproche tra gli esseri umani.
Certamente, l’Islam permette di apprendere la chimica, la fisica, l’astronomia, la medicina, le discipline tecniche, l’agricoltura, l’amministrazione e ogni altra conoscenza di tipo ingegneristico affine da un non musulmano o da un musulmano disobbediente ad Allah, qualora non si trovi un insegnante musulmano timorato di Allah e degno di fiducia. La condizione attuale dei musulmani è dolorosa. Molti di loro si sono allontanati dal proprio din e dal proprio sistema di vita. Hanno dimenticato che l’Islam li ha nominati khalifa di Allah sulla terra e li ha esortati ad acquisire competenza in tutte le scienze e conoscenze, nonché a sviluppare le proprie capacità operative e la propria efficienza, per adempiere al compito del khilafa. Pertanto, nella situazione attuale, si può permettere di acquisire dai dotti non musulmani conoscenze esclusivamente tecniche e ingegneristiche. Tuttavia, l’Islam non permette di apprendere da un non musulmano o da una persona che, pur chiamandosi musulmana, disobbedisce ad Allah, nozioni quali i fondamenti della fede, le basi delle concezioni relative alla vita, il tafsir del Corano, gli hadith, la spiegazione e l’analisi della Sira del Profeta, la filosofia della storia, l’esame filosofico delle attività umane, i costumi sociali, i metodi per formare un governo, i principi fondamentali della politica e argomenti analoghi.
Prima di presentarvi quanto sopra, per quarant’anni ho cercato di conoscere i risultati del pensiero e della ricerca umani nei diversi campi del sapere e delle scienze. Ho svolto ricerche a livello specialistico negli ambiti dai quali ero particolarmente attratto. Poi ho rivolto la mia attenzione alla fonte originaria della mia fede e, con meraviglia, ho constatato che tutto ciò che avevo appreso in precedenza era ben poca cosa. Tuttavia, non rimpiango di aver trascorso quarant’anni della mia vita nello studio di queste conoscenze e scienze. In quel periodo, infatti, ho avuto l’opportunità di conoscere la natura della jahiliyya, le sue deviazioni, il suo smarrimento e la sua ignoranza e, allo stesso tempo, di vedere chiaramente il vuoto interiore celato dietro le sue minacce, il suo fragore e le sue grida. Fu allora che compresi pienamente che il musulmano, per acquisire la conoscenza, non può mai adottare contemporaneamente la fonte divina e la fonte della jahiliyya.
Tuttavia, questa non è soltanto una mia opinione personale. La questione è infatti molto importante e, su questioni di tale rilievo, non si può decidere basandosi sull’opinione personale di un individuo o di pochi individui. Soprattutto quando esiste un criterio stabilito dallo stesso Allah, non si pone neppure la questione di dare priorità all’opinione di alcuni musulmani. Dobbiamo decidere conformemente alle direttive che Allah e il Suo amato Profeta (pace e benedizioni su di lui) ci hanno impartito a questo riguardo. In ogni questione controversa è dovere di ogni musulmano prestare attenzione alle direttive di Allah e del Suo Messaggero. Ricordando questo dovere, cercheremo ciò che Allah e il Messaggero dicono in proposito. Riguardo alle trame degli ebrei e dei cristiani contro i musulmani, Allah dice:
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«La maggior parte della Gente del Libro desidera ricondurvi dalla via della fede alla via della miscredenza, dopo che la verità è stata loro resa manifesta, spinti soltanto dall’invidia. Perdonateli e lasciateli stare finché Allah non emetta il Suo giudizio su di loro. Certamente Allah è onnipotente su ogni cosa.»
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«Finché non vi unirete agli Ebrei e ai cristiani, essi non saranno mai soddisfatti di voi. Dì: la guida di Allah Ta‘ala è l’unica vera guida. Se, dopo che vi è giunta la conoscenza, seguirete ancora le loro parole, nessuno potrà proteggervi dal castigo di Allah Ta‘ala.»
— al-Baqara: 120
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«O voi che credete! Se seguite una parte della Gente della Scrittura, essi vi ricondurranno a un sistema di vita fondato sulla miscredenza.» — Āl ʿImrān: 110
La dichiarazione del Messaggero di Allah (sallallahu alayhi wa sallam), citata da Hafiz Abu Ali e trasmessa da Hazrat Jabir (radiyallahu anhu), Hammad e Sha‘bi, è la seguente —
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«Non chiedete alla Gente della Scrittura informazioni su alcuna questione. Essi non vi indicheranno mai la retta via, perché sono essi stessi traviati. Sotto la loro influenza potreste accettare una falsità come verità o la verità come falsità. Per Allah! Anche se Mosè (alayhis salam) fosse oggi vivo, per lui non sarebbe lecita altra via se non quella di seguirmi.»
Anche dopo che Allah l’Altissimo ha messo personalmente in guardia i musulmani contro le malvagie cospirazioni degli ebrei e dei cristiani, se noi credessimo che essi ci impartiranno un insegnamento corretto riguardo al credo islamico e all’economia islamica, ciò sarebbe la massima stoltezza. Infatti, sembrerebbe che considerassimo gli ebrei e i cristiani nostri benevoli, benefattori o sinceri ricercatori della verità. Eppure Allah l’Altissimo ha svelato la loro vera natura. Se, nonostante una simile dichiarazione esplicita da parte di Allah l’Altissimo, nutriamo ancora una tale opinione nei loro confronti, ciò non sarà altro che la prova della massima carenza della nostra intelligenza e della nostra lungimiranza.
Allah l’Altissimo stesso ha detto — ——————————— (Di’: «O Profeta! La guida di Allah è la vera guida»). Con questa dichiarazione Egli ha fatto sapere che il musulmano deve prendere decisioni in ogni questione della sua vita affidandosi unicamente alla conoscenza concessa da Allah l’Altissimo. Altrimenti, al di fuori dello smarrimento, non esiste altrove alcuna conoscenza corretta. Pertanto, non vi è alcuna speranza di trovare la retta via attraverso altre fonti. Nel versetto sopra citato, tutto ciò che si trova al di fuori della guida di Allah viene stabilito come falso e malvagio. Il significato di questo versetto è estremamente chiaro e non può essere interpretato in alcun altro modo.
Nel Corano è stato impartito con parole inequivocabili l’ordine di non intrattenere alcun rapporto con coloro che si allontanano dal ricordo di Allah e hanno come unico obiettivo gli interessi mondani. Svelando la vera natura di persone di questo genere, il Corano dice che esse vivono basandosi soltanto su supposizioni. Il Corano ha inoltre dichiarato che non possiedono alcuna conoscenza —
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«Non attribuire alcuna importanza a colui che si è allontanato dal Mio ricordo e non ha altro obiettivo se non il mondo terreno. Il limite della conoscenza di persone di questo genere arriva soltanto fin qui. Allah l’Altissimo sa molto bene chi si è smarrito e chi ha ricevuto la guida».
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«Essi conoscono soltanto gli aspetti esteriori della vita terrena e sono ignoranti riguardo all’Aldilà». — Ar-Rum: 7
Queste persone superficiali, che rivolgono lo sguardo agli aspetti esteriori e sono private della vera conoscenza, sono incuranti del ricordo di Allah e immerse nel desiderio dei temporanei interessi della vita terrena. Tale è la condizione di tutti gli scienziati e gli specialisti dell’epoca attuale. Nessun musulmano può affidarsi con devozione alla conoscenza da loro acquisita e, senza esitazione, da loro si può apprendere, oltre alla sola competenza tecnica, soltanto ciò che riguarda altri ambiti. Per nessun musulmano è lecito riporre fiducia in loro riguardo al credo concernente la vita umana e ai misteri della creazione. Questa non è la conoscenza che il Sacro Corano loda ripetutamente. Nel Sacro Corano Allah l’Altissimo dice —
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“Possono forse essere uguali il sapiente e l’ignorante? — Az-Zumar: 9
Chi interpreta questo versetto recidendo il collegamento con ciò che lo precede e lo segue è fuorviato! Nel versetto seguente si trova una chiara delimitazione riguardo alla conoscenza—
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“(È forse migliore la condotta dei trasgressori sopra menzionati oppure quella di) colui che, obbediente, sta in piedi durante la notte, si prosterna, teme l’Aldilà e spera nella misericordia di Allah? Chiedi loro: possono mai essere uguali colui che sa e colui che non sa nulla? Solo le persone dotate d’intelletto accettano l’ammonimento.” — Az-Zumar: 9
Coloro che, nell’oscurità della notte, stanno in piedi con il capo chino dinanzi ad Allah Ta‘ala oppure, prosternati, implorano il proprio Rabb, e i cui cuori tremano per il timore dell’Aldilà, sono proprio quei fortunati ricchi del patrimonio della conoscenza. Nel versetto coranico questa conoscenza è stata definita la vera conoscenza. In altre parole, la conoscenza che conduce l’essere umano alla ricerca di Allah, la conoscenza che fa nascere nel suo cuore il timore di Allah e la rettitudine: questa è la vera conoscenza. Invece quella disciplina che deforma la natura dell’essere umano e lo trascina lungo i sentieri tortuosi dell’ateismo e dello sviamento non può mai essere definita conoscenza.
L’ambito della conoscenza non è limitato soltanto alla fede e alle dottrine, ai doveri religiosi e alla conoscenza della Shari‘ah. Al contrario, l’ambito della conoscenza è molto più vasto. La conoscenza ha, con le leggi naturali e con tutte le questioni relative all’instaurazione e all’amministrazione del califfato dell’essere umano sulla terra, un rapporto esattamente pari a quello che ha con la fede e le dottrine, con i doveri religiosi e con la Shari‘ah.
Secondo la definizione del Corano, la conoscenza alla cui radice non vi è la fede non rientra nella categoria della conoscenza lodata dal Corano. Coloro che possiedono tale conoscenza, ma sono privi del patrimonio della fede, dal punto di vista del Corano non appartengono affatto alla categoria dei sapienti.
Le scienze che studiano il creato e le leggi naturali (come l’astronomia, la biologia, la fisica, la chimica e la geologia) suscitano una fede salda nell’esistenza. Tuttavia, in coloro i cui pensieri si sono corrotti, queste discipline li allontanano dalla concezione dell’esistenza di Allah. È proprio in Europa che nacque per la prima volta questo genere di deplorevole atteggiamento. A un certo punto della storia di quel Paese sorse un aspro conflitto tra gli scienziati e gli oppressivi ecclesiastici; e, come conseguenza di tale opposizione, l’intero movimento della ricerca scientifica in Europa prese avvio con un atteggiamento ostile ad Allah. Questo movimento esercitò un’influenza di vasta portata su tutti gli aspetti e i settori della vita europea. Di conseguenza, la direzione del pensiero europeo cambiò. Pertanto, l’ostilità e l’opposizione non rimasero limitate alla scienza e alla Chiesa europea; al contrario, la conoscenza e la scienza occidentali nel loro complesso divennero ostili a tutte le religioni, e tutte le risorse che l’Europa raccolse nel campo della conoscenza e della scienza per mezzo del pensiero e della ricerca furono indirizzate sulla via dell’eresia. La stessa situazione si riscontra in tutti i campi, dalla metafisica alla filosofia, dalle scienze tecniche e così via.
Il pensiero e la scienza occidentali si svilupparono così sotto l’influenza velenosa dell’odio verso la religione e, in particolare, di un atteggiamento ancora più ostile nei confronti dell’Islam. Dopo questa discussione, non è difficile comprendere le cause dell’intenso odio e dell’opposizione del mondo occidentale verso l’Islam. Furono proprio loro a condurre, in modo pianificato, una spregevole propaganda contro l’Islam. Lo scopo di tale propaganda è indebolire la fede e la dottrina islamiche e, nella fase successiva, distruggere l’intera struttura della società islamica.
Dopo aver appreso tutto ciò, se dovessimo comunque dipendere dal pensiero occidentale per lo studio e l’insegnamento della conoscenza e della scienza islamiche, ciò costituirebbe un peccato imperdonabile da parte nostra. Certamente, al giorno d’oggi non abbiamo altra scelta che rivolgerci alla conoscenza occidentale per lo studio delle sole scienze tecniche. Tuttavia, durante lo studio di queste discipline dobbiamo evitare con cautela i dati immaginari e filosofici. Infatti, la filosofia e le speculazioni della scienza occidentale sono nate da una mentalità ostile all’Islam. Esiste quindi il rischio che, sotto la loro influenza, la fonte pura dell’ideale di vita islamico venga intorbidita.
Capitolo nono
La nazionalità dei musulmani
Dal giorno in cui l’Islam ha presentato nuove concezioni riguardo all’etica e ai valori, nonché i mezzi e i metodi per acquisirli, esso ha insegnato anche un nuovo modo di stabilire i rapporti reciproci tra gli esseri umani. L’Islam è giunto nel mondo proprio per stabilire il rapporto dell’uomo con il suo Rabb e per insegnargli che i criteri di accettazione e rifiuto e il principio di valutazione di tutte le cose devono essere ricavati unicamente presso Allah Ta‘ala. Allo stesso modo, l’Islam ha dichiarato che i principi fondamentali dei rapporti reciproci tra gli esseri umani sono stati stabiliti da Allah Ta‘ala. Siamo nati per Sua volontà e a Lui dobbiamo ritornare. L’Islam ha dichiarato con voce fiera che, agli occhi di Allah Ta‘ala, un solo legame unisce gli esseri umani gli uni agli altri; e quando questo legame si rafforza, i legami di sangue e gli altri vincoli diventano insignificanti.
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“Non troverai mai coloro che credono in Allah e nell’Aldilà stringere rapporti d’affetto con i nemici di Allah, anche se si tratta dei loro padri, dei loro figli, dei loro fratelli o dei loro parenti prossimi.” — Al-Mujadila: 22
Nel mondo esiste un solo partito di Allah. Tutti gli altri partiti, ad eccezione di questo, sono i partiti di Satana e del Ṭāghūt.
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«Coloro che credono combattono sulla via di Allah, mentre i miscredenti combattono sulla via del Ṭāghūt. Combattete dunque contro gli alleati di Satana. In verità, la macchinazione di Satana è debole.» — An-Nisāʾ: 76
Esiste una sola via per giungere alla presenza di Allah. Tutte le altre vie, ad eccezione di questa, allontanano da Allah.
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«Questa è la Mia retta via; seguitela dunque. Non seguite le altre vie, altrimenti vi allontanerete dalla Sua via.» — Al-Anʿām: 153
Per l’essere umano esiste un solo sistema di vita, e questo è l’Islam. Tutti i sistemi di vita diversi dall’Islam sono jāhiliyya.
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«Vogliono forse adottare il giudizio dell’epoca dell’ignoranza? In verità, per coloro che credono fermamente in Allah, non vi è giudizio migliore del giudizio di Allah.» — Al-Māʾida: 50
Esiste una sola sharīʿa degna di essere seguita, ed è la sharīʿa islamica. Tutte le altre sharīʿa, ad eccezione dell’unica sharīʿa rivelata da Allah, sono state elaborate secondo i desideri dell’ego.
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«Poi ti abbiamo posto, o Profeta, su una sharīʿa chiara; segui dunque questa sharīʿa da Me stabilita e non seguire le passioni degli ignoranti.» — Al-Jāthiya: 18
Nel mondo esiste una sola via vera, ed essa è indivisibile. Tutte le vie diverse da questa via della verità sono vie di smarrimento o di perdizione.
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«Che cosa potrebbe essere se non lo smarrimento al di fuori della verità? Dove state vagando, avendo perso la via?» —
Nel mondo, un solo territorio è degno di essere conosciuto come Dār al-Islām: uno Stato islamico nel quale è riconosciuta la sovranità di Allah, viene osservata la sharīʿa di Allah e tutti gli affari collettivi sono amministrati sulla base della consultazione reciproca dei musulmani. Al di fuori di questo Stato, tutti i territori sono Dār al-Ḥarb (Stati di kufr). I musulmani possono mantenere due tipi di rapporto con Dār al-Ḥarb: la guerra oppure un trattato di pace concluso per un periodo determinato e a condizioni specifiche. Uno Stato vincolato da un simile trattato non sarà mai considerato parte di Dār al-Islām.
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«Coloro che hanno creduto, sono emigrati e hanno combattuto sulla via di Allah con i loro beni e le loro vite, e coloro che hanno dato rifugio agli emigrati e li hanno aiutati, sono tutti alleati gli uni degli altri. Quanto a coloro che hanno creduto ma non sono emigrati nella Dar al-Islam, non avete alcun obbligo di alleanza nei loro confronti finché non emigreranno. Tuttavia, se vi chiedono aiuto in materia di religione, è vostro dovere aiutarli. Ma non dovete prestare alcun aiuto contro i popoli con i quali avete concluso un trattato di pace. Allah l’Altissimo vede tutto ciò che fate. Se non vi sostenete a vicenda, sulla terra si diffonderanno fitna e corruzione. Coloro che hanno creduto, sono emigrati e hanno combattuto sulla via di Allah, e coloro che hanno dato loro rifugio e li hanno aiutati, sono tutti veri mu’min. Per loro vi sono il perdono e un sostentamento eccellente. E coloro che in seguito hanno creduto, sono emigrati e hanno partecipato al combattimento insieme a voi, appartengono alla vostra stessa comunità.» — Al-Anfal: 72-75
L’Islam è giunto nel mondo con una guida completa e direttive decisive del tipo sopra menzionato. Ha liberato l’essere umano dai vincoli della polvere e della carne e lo ha elevato a un alto rango. La patria dei musulmani è quella terra in cui viene attuata la Shariah concessa da Allah e in cui il criterio dei rapporti reciproci tra gli abitanti è valutato sulla base del loro rapporto con Allah. I musulmani non hanno altra nazionalità se non quella della fede e del vincolo della fede. È grazie a questa fede che possono diventare membri della Dar al-Islam, e non in virtù di alcun’altra qualità. I musulmani non hanno altra parentela o vicinanza se non il vincolo della fede e dell’‘aqida. Il rapporto di fratellanza fondato sulla fede e sull’‘aqida si forma in modo estremamente profondo e saldo. Madri, padri, fratelli, mogli e gli altri parenti non possono essere considerati familiari dei musulmani senza stabilire un rapporto con Allah.
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«O uomini! Temete il vostro Signore, che vi ha creati da un’unica persona e da essa ha creato la sua compagna, e da questa coppia ha generato innumerevoli uomini e donne. Temete Allah, nel cui nome rivendicate reciprocamente i vostri diritti, e siate consapevoli dei diritti dei parenti.» — An-Nisa: 1
Va notato che il rapporto con Allah non vieta di trattare bene i genitori di opinioni diverse e di mantenere con loro i rapporti sociali, finché essi non si schierano in prima linea tra i nemici del movimento islamico. Se sostengono apertamente le forze del kufr, allora il vincolo di parentela e di benevolenza dei musulmani nei confronti di quei genitori viene reciso. Il musulmano non è tenuto a trattare bene i genitori ostili all’Islam. A Medina, Abdullah, figlio del capo degli ipocriti Abdallah ibn Ubayy, ci ha lasciato un esempio luminosissimo.
Ibn Jarir ha narrato, citando Ibn Ziyad, che il Profeta di Allah chiamò Abdullah, figlio di Abdallah ibn Ubayy, e gli disse: «Sai che cosa ha detto tuo padre?»
Hazrat Abdullah rispose: «Che mio padre e mia madre siano sacrificati per te: che cosa ha detto?»
Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Egli dice che, dopo il ritorno a Medina, le persone nobili scacceranno quelle umiliate».
Il nobile ʿAbdullah (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «O Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)! Per Allah, egli ha detto la verità. Allah ne è testimone! Il nobile siete voi. Gli abitanti di Medina sanno che, prima del vostro arrivo in questa città, ero estremamente obbediente a mio padre. Nessuno era più obbediente di me. Ma se oggi dovessi decapitare mio padre con le mie stesse mani e Allah e il Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ne fossero soddisfatti, sono pronto a farlo immediatamente». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) disse: «No, non farlo».
Quando l’esercito musulmano stava entrando a Medina, il nobile ʿAbdullah (che Allah sia soddisfatto di lui), figlio di ʿAbdullah ibn Ubayy, si fermò a sbarrare la strada a suo padre con la spada sguainata e disse: «Non avevi forse detto che, questa volta, dopo il ritorno a Medina, le persone nobili avrebbero scacciato quelle umiliate? Per Allah, ora capirai chi è il nobile: il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) è più onorato di tutti gli uomini. Giuro per Allah: non potrai entrare a Medina finché il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non lo avrà permesso. E non sfuggirai neppure alle mie mani!»
ʿAbdullah ibn Ubayy gridò due volte: «O gente della tribù dei Khazraj! Guardate, è proprio mio figlio che non mi permette di tornare a casa mia». Nonostante le sue grida, il nobile ʿAbdullah (che Allah sia soddisfatto di lui) continuava a ripetere: «Per quanto il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non lo permetterà, non ti lascerò entrare a Medina in nessun modo, per Allah!». Alcune persone cercarono di dissuadere il nobile ʿAbdullah, ma egli continuò a ripetere la stessa cosa. Infine, alcune persone informarono il Profeta (pace e benedizioni su di lui) della questione. Dopo aver ascoltato ogni cosa, egli disse ai messaggeri: «Andate e dite ad ʿAbdullah di non impedire a suo padre di tornare a casa». Quando gli fu trasmessa questa notizia, ʿAbdullah disse: «Sì, se il Profeta di Allah lo ha permesso, allora egli può entrare a Medina».
Dopo che si è stabilito il legame della fede, le persone, pur non avendo rapporti di sangue, vengono unite da un profondo vincolo di fratellanza reciproca; e questo rapporto diventa così stretto che tutti i musulmani considerano se stessi come le diverse membra di un unico corpo. Allah l’Altissimo dice:
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«Tutti i credenti sono fratelli gli uni degli altri». — al-Hujurat: 10
Sebbene questa frase sia concisa, essa ha fornito un criterio permanente per determinare i rapporti. Egli dice inoltre—
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“Coloro che hanno creduto, hanno abbandonato le loro case per la causa di Allah e hanno combattuto con la loro vita e i loro beni, e coloro che hanno dato loro rifugio e aiuto, sono alleati gli uni degli altri.” — Al-Anfal: 72
Il sostegno reciproco menzionato nel versetto precedente non è limitato soltanto agli uomini e alle donne contemporanei, ma è auspicabile che permanga anche tra le generazioni successive. In breve, i predecessori della umma musulmana nutrono amore e sincero affetto nei confronti dei successori, e questi nei confronti dei predecessori.
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“Coloro che erano già residenti a Medina e avevano abbracciato la fede prima dell’arrivo dei Muhajirun (cioè gli Ansar) amavano coloro che erano emigrati e, quando i beni del bottino venivano distribuiti tra i Muhajirun, non desideravano affatto riceverne una parte; anzi, davano la precedenza ai loro fratelli Muhajirun, pur trovandosi essi stessi in difficoltà economiche. E coloro che si sono liberati dall’avarizia dei propri cuori sono quelli che avranno successo. Coloro che verranno dopo di loro diranno: ‘O nostro Signore, perdona le nostre colpe e quelle di coloro che hanno creduto prima di noi. Non lasciare sorgere nei nostri cuori alcun rancore verso i credenti. O nostro Signore, Tu sei davvero Misericordioso e Compassionevole.’” — Al-Hashr: 9-10
La fede è il fondamento dell’unità
Allah l’Altissimo ha narrato nel Suo Libro sacro le vicende delle comunità pure costituite dai grandi profeti, presentando ai credenti alcuni esempi. Questi nobili profeti giunsero in epoche diverse e guidarono la carovana islamica nei rispettivi tempi. Negli esempi narrati, Allah l’Altissimo ha affermato che ogni profeta considerava il legame della fede e dell’‘aqida l’unico vero legame, e che, abbandonato tale legame, nessun altro tipo di relazione può essere benefico o apportare bene.
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«E Noè disse al suo Signore: “Signore, mio figlio appartiene certamente alla mia famiglia, e la Tua promessa è vera; Tu sei il più Sapiente”. Allah rispose: “O Noè, egli non appartiene alla tua famiglia, poiché la sua condotta non è quella dei giusti. Non chiedermi riguardo a ciò di cui non conosci il significato”. Noè disse: “Signore, cerco rifugio presso di Te dal presentarTi una richiesta su ciò di cui non ho conoscenza. Se non mi perdonerai e non avrai misericordia di me, sarò tra i perdenti”». — Hūd: 45-47
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«Ricorda quando il suo Signore mise alla prova Ibrāhīm con alcune prove ed egli le superò tutte. Allah disse: “Ti nomino guida dell’umanità”. Egli domandò: “E tra i miei discendenti?”. Fu risposto: “La Mia promessa non riguarda gli ingiusti”». — Al-Baqara: 124
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«E quando Ibrāhīm pregò: “O Signore, fa’ di questa città una città di pace e provvedi di frutti e raccolti eccellenti agli abitanti che, tra la sua gente, credono in Allah e nell’Aldilà”. Allah disse: “E anche a coloro che disobbediscono concederò un po’ di sostentamento nel mondo per pochi giorni; poi li getterò nel Fuoco, e il Fuoco è davvero una pessima dimora”». — Al-Baqara: 126
Vedendo il desiderio di suo padre e della sua gente di perseverare sulla via dell’errore, Hazrat Ibrāhīm (A) ruppe i rapporti con loro e disse —
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«Io mi separo da voi e anche da coloro che invocate all’infuori di Allah. Io continuerò a invocare il mio Signore; spero di non rimanere deluso invocando il mio Signore». — Maryam: 48
Allah l’Altissimo, narrando ai credenti la storia del profeta Ibrahim (su di lui la pace) e dei suoi conterranei, ha messo particolarmente in evidenza questi aspetti. È necessario comprenderli.
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«Avete un modello eccellente in Ibrahim e nei suoi compagni, quando dissero al loro popolo: “Noi non abbiamo nulla a che fare con voi né con coloro che adorate all’infuori di Allah. Noi rinneghiamo completamente le vostre divinità e ciò continuerà finché non crederete nell’unico e incomparabile Allah”».
Quando i giovani coraggiosi conosciuti come i Compagni della Caverna si resero conto che non vi era alcuna possibilità di vivere nella loro patria, tra i parenti, la tribù e la famiglia, portando con sé l’inestimabile tesoro della loro religione e della loro fede, abbandonarono le loro famiglie e i loro congiunti. Emigrarono dalla loro terra natale e si misero in viaggio verso il loro Signore, portando con sé il tesoro della fede, affinché potessero trovare in qualche luogo l’opportunità di vivere come servi del solo Allah, secondo le esigenze della fede.
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«Erano alcuni giovani che avevano creduto nel loro Signore, e Noi accrescemmo la loro guida. Si levarono nel cuore della società e proclamarono: “Il nostro Signore è Colui che detiene la sovranità assoluta dei cieli e della terra. Noi non invocheremo alcuna divinità all’infuori di Lui; se lo facessimo, diremmo certamente qualcosa di assurdo”. Poi si dissero tra loro: “Il nostro popolo ha adottato altre divinità, abbandonando il Signore dell’universo. Perché non presentano una prova evidente a sostegno della loro fede? Chi è più ingiusto di colui che inventa menzogne contro Allah? Ora, dopo aver reciso i rapporti con loro e con le loro divinità, andiamo a rifugiarci nella caverna sulle montagne. Il vostro Signore estenderà su di voi la Sua misericordia e vi procurerà i mezzi necessari”» — Al-Kahf: 13-16
Nel Corano è narrata anche la storia delle mogli dei profeti Nuh (su di lui la pace) e Lut (su di lui la pace). Le mogli di questi due grandi profeti professavano una fede diversa ed erano dedite al politeismo. Per questo entrambi i profeti ruppero i rapporti con le proprie mogli.
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«Per ammonire i miscredenti, Allah Ta‘ala ha presentato l’esempio delle mogli di Nuh e Lut. Queste due donne erano unite in matrimonio con due Miei servi devoti, ma tradirono la fede. Pertanto, neppure i loro mariti poterono proteggerle dalla punizione di Allah. A entrambe le donne fu ordinato: “Entrate anche voi nell’Inferno insieme agli altri.”» — At-Tahrim: 10
Allo stesso tempo, anche la storia della moglie di Faraone, quel tiranno miscredente e nemico di Allah d’Egitto, è stata presentata come esempio per i credenti.
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«Per ammonire i credenti, Allah Ta‘ala ha menzionato la moglie di Faraone. Ella pregò: “Signore, costruisci per me una casa presso di Te in Paradiso, liberami da Faraone e dalle conseguenze di tutte le sue malefatte, e proteggimi anche dall’iniquità degli ingiusti.”»
— At-Tahrim: 11
In questo modo, il Corano ha presentato esempi di ogni tipo di legame di parentela. Nella storia di Nuh (pace su di lui) vi è l’esempio del rapporto paterno. Nella storia di Ibrahim (pace su di lui) è stato invece presentato l’esempio del rapporto con il figlio e con la patria. Nella storia degli Ashab al-Kahf sono stati presentati insieme esempi completi di parenti, tribù e stirpe, famiglia, paese e patria. Nelle storie di Nuh (pace su di lui), Lut (pace su di lui) e Faraone è stato presentato l’esempio del rapporto coniugale. Secondo la prospettiva coranica, anche i parenti più stretti cessano di essere parenti del credente dopo aver abbandonato la via della fede.
La ummat intermedia
Dopo aver discusso dei grandi profeti e dei legami di relazione e di parentela che li univano, esamineremo la condizione del gruppo denominato ummat intermedia. Anche nella nostra ummat troviamo innumerevoli esempi e modelli. La nostra ummat intermedia ha iniziato a seguire la via della legge di vita che Allah Ta‘ala ha rivelato agli esseri umani fin dall’origine dei tempi. Ogni volta che si è reciso il legame della fede con un parente stretto — in altre parole, si è spezzato lo stesso vincolo che unisce gli esseri umani nei loro rapporti — le persone della stessa tribù, della stessa stirpe e della stessa famiglia si sono separate le une dalle altre in conformità alle esigenze della fede. Nel descrivere l’identità dei credenti, Allah Ta‘ala ha detto:
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«Non vedrai coloro che credono in Allah e nell’Aldilà stringere amicizia con i nemici di Allah, anche se questi fossero i loro padri, i loro fratelli, i loro figli o i loro parenti più prossimi. Essi sono coloro nei cui cuori Allah ha fatto penetrare la fede, li ha sostenuti con la Sua mano invisibile e li farà entrare nei Giardini sotto i quali scorrono i fiumi, dove rimarranno in eterno. Allah è soddisfatto di loro ed essi sono soddisfatti di Allah. Essi appartengono al partito di Allah. E certamente il partito di Allah conseguirà la prosperità.» — Al-Mujadila: 22
Abbiamo visto che, con il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), furono recisi tutti i legami di sangue con suo zio Abu Lahab e con il suo parente tribale Amr ibn Hisham (Abu Jahl). I Muhajirun provenienti dalla Mecca presero le armi contro i loro parenti prossimi e i membri della loro stessa tribù, e nella battaglia di Badr furono proprio loro a combattere in prima linea. D’altra parte, tra i Muhajirun della Mecca e gli Ansar di Medina si stabilì un saldo legame fondato sulla fede. Il loro rapporto divenne simile a quello tra fratelli germani e si dimostrò più forte persino dei legami di sangue e di parentela. Questo nuovo rapporto suscitò nei musulmani il senso della fratellanza. Tutti i musulmani, arabi e non arabi senza distinzione, furono uniti dal vincolo della fratellanza. Suhayb al-Rumi, Bilal al-Habashi (originario dell’Abissinia) e Salman al-Farisi (originario della Persia) dimenticarono le differenze di patria, lingua madre e appartenenza tribale. Le loro rivalità tribali, l’orgoglio di stirpe, l’attaccamento al luogo di nascita e l’orgoglio nazionale svanirono completamente. Il nobile Profeta di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse loro: «Abbandonate queste cose: ora si sono trasformate in cadaveri fetidi». Egli disse inoltre:
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«Chi invita all’odio e alla divisione dell’epoca dell’ignoranza non appartiene al nostro gruppo; chi combatte sulla base dell’odio e della divisione non appartiene al nostro gruppo; e chi muore professando la dottrina dell’odio e della divisione non appartiene al nostro gruppo.»
Dar al-Islam e Dar al-Harb
In sintesi, con l’avvento dell’Islam cessano tutti gli slogan dell’odio e della divisione. Il nazionalismo fondato sulla stirpe, sulla tribù e sugli interessi regionali viene abbandonato come un cadavere fetido. Abbandonando la ristrettezza legata al paese, alla terra, al sangue e alla carne, lo sguardo dell’uomo si eleva. Dal giorno in cui la visione dei musulmani infrange i confini della ristrettezza e si estende fino all’orizzonte, la loro dimora prende questo nome. Perché in essa viene instaurato il governo della fede e viene riconosciuta la supremazia della Shariah concessa da Allah. Coloro che vivono sotto questa rinfrescante ombra dell’Islam provvedono alla sicurezza di questo paese. Coloro che sacrificano la vita per la difesa di questo paese e per l’estensione dei confini dei territori sottoposti al governo islamico sono i martiri. Rifugio comune di tutti coloro che portano al collo la collana preziosa della dottrina islamica e accettano la Shariah islamica come norma che deve governare la loro vita è il Dar al-Islam. Anche coloro che, pur non adottando la dottrina islamica, accettano il sistema di governo della Shariah islamica possono, in quanto dhimmi, godere di tutti i benefici e le comodità di questo Stato. Ma il paese in cui non è stata issata la bandiera del governo islamico e in cui la Shariah islamica non è stata attuata è Dar al-Harb sia per i musulmani sia per i dhimmi. Il musulmano sarà sempre pronto a combattere contro il Dar al-Harb. Anche se questo Dar al-Harb fosse la sua patria, anche se vi abitassero i suoi parenti e anche se interessi dei musulmani relativi a ricchezze, proprietà o altre questioni terrene fossero legati in qualche modo a quel Dar al-Harb, il musulmano non esiterebbe mai, quando necessario, a prendere le armi contro quel paese. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) prese le armi contro gli abitanti della Mecca, sebbene la Mecca fosse la sua sacra patria. I suoi parenti e i membri della sua stessa stirpe vi abitavano. Lui e i suoi amati Compagni avevano in quella città le loro case e i loro campi. Quando emigrarono verso Medina, lasciarono tutte quelle proprietà. Tuttavia, finché la Mecca non si sottomise all’Islam e non accettò il governo della Shariah concessa da Allah, neppure una città terrena come la Mecca si trasformò in Dar al-Islam.
Questo è l’Islam. L’Islam non consiste nel pronunciare alcune parole con la bocca, nel compiere determinati riti o nel nascere in una particolare stirpe o in un determinato paese.
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«No, per il giuramento del tuo Signore! Essi non potranno mai essere credenti finché non ti avranno scelto come unico arbitro in tutte le loro controversie, finché non nutriranno alcun dubbio o esitazione riguardo alla tua decisione, e finché non accetteranno con animo soddisfatto il verdetto da te pronunciato». — an-Nisāʾ: 65
Questo ideale si chiama Islam, e lo Stato governato secondo questo ideale è il Dār al-Islām. Non si chiamano Islam o Dār al-Islām il territorio di un Paese, una particolare tribù, una determinata stirpe o una famiglia.
L’Islam ha liberato l’umanità dai legami di tutte le catene. Queste catene tenevano l’essere umano avvinto e lo trascinavano verso il basso. Liberato dai vincoli, egli ha acquisito la capacità di elevarsi al di sopra dei cieli. Liberando l’umanità dai legami del sangue e dall’impeto degli istinti animaleschi, l’Islam l’ha innalzata a un rango superiore persino a quello degli angeli. L’Islam ha insegnato che la patria che il musulmano amerà e per la cui difesa sarà pronto persino a sacrificare la vita non è semplicemente un lembo di terra. La nazionalità che proclamerà l’identità del musulmano non è una nazione costituita secondo una definizione impartita da un governo. La parentela e il vincolo di unità dei musulmani non si fondano sui rapporti di sangue. La bandiera che il musulmano sarà fiero di difendere anche a costo della vita non è il simbolo di un determinato Paese. La vittoria per la quale il musulmano si adopererà sempre e dopo il cui conseguimento si inchinerà davanti ad Allah non è una vittoria meramente temporanea; sarà invece la vittoria della grande Verità. Allah l’Altissimo ha detto nel Sacro Corano:
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«Quando giungeranno l’aiuto di Allah e la vittoria, vedrai la gente entrare a frotte nella religione di Allah. Allora glorifica il tuo Signore lodandolo e chiedigli perdono. In verità, Egli accetta il pentimento». — an-Naṣr
Questa vittoria si ottiene soltanto sotto la bandiera della fede. Qui non si usano gli slogan ostili delle altre bandiere. Qui il jihād viene intrapreso per instaurare la religione di Allah e attuare la Sua sharīʿa, non per conseguire alcun altro interesse o scopo. Il jihād è necessario per difendere proprio il Dār al-Islām descritto sopra, non con l’intento di preservare il prestigio della patria o della nazione. Dopo la vittoria, l’esercito vittorioso non si affanna soltanto per impadronirsi dei beni del bottino.
Nemmeno il conseguimento della fama terrena o l’esibizione del coraggio sono lo scopo di questa vittoria. Al contrario, ottenere il compiacimento di Allah è il desiderio supremo del muʾmin. Per questo l’esercito vittorioso si adopera con grande fervore per ottenere il compiacimento dell’Allah Misericordioso mediante il tasbīḥ e l’istighfār. Il patriottismo o il nazionalismo non suscitano la motivazione del jihād. Neppure garantire la sicurezza della famiglia e dei figli è lo scopo del jihād. Tuttavia, il jihād è certamente necessario per liberare il Paese, la nazione, la famiglia e i figli dall’attacco dell’ideale falso e per garantire la sicurezza della loro religione e della loro fede.
È stato riferito da Hazrat Abu Musa al-Ash’ari (ra) che al Messaggero di Allah (sa) fu chiesto: «Un uomo combatte per dimostrare il proprio coraggio, un altro per ottenere prestigio e un altro ancora per farsi vedere dalla gente. Diteci: chi di loro combatte sulla via di Allah?». Egli rispose: «Combatte sulla via di Allah soltanto colui che combatte con l’obiettivo di elevare e affermare la suprema dignità della parola di Allah».
Solo combattendo sulla via di Allah si può ottenere il rango del martirio. Non è possibile conseguire tale rango combattendo per qualunque altro scopo.
È Dar al-Harb il paese che combatte contro la fede e l’ʿaqīda dei musulmani, impedisce l’osservanza degli ordini e dei divieti religiosi e nel quale la sharīʿa di Allah è stata abbandonata.
Anche se in tale paese vivono i parenti, i familiari e i membri della stirpe dei musulmani, se vi si trovano le loro attività commerciali o i loro terreni e se, insieme alla sicurezza di quel paese, vi sono coinvolti anche gli interessi economici dei musulmani, ciò non può comunque modificare il carattere di Dar al-Harb. Al contrario, il paese in cui la fede e l’ʿaqīda dei musulmani sono libere da ogni pressione e la loro supremazia è riconosciuta, e nel quale la sharīʿa islamica viene attuata concretamente, sarà chiamato Dar al-Islam. Anche se i musulmani non vi abitano con le loro famiglie, se in quel paese non vivono membri della loro stirpe o tribù e se con quel paese non sono legati da rapporti commerciali o da altri interessi economici, esso rimane comunque Dar al-Islam.
Il paese in cui vige il governo della ʿaqīda islamica, in cui l’Islam è riconosciuto come sistema di vita e in cui la sharīʿa di Allah viene applicata, è la patria dei musulmani. Questo significato di patria è pienamente in armonia con l’umanità. Allo stesso modo, la nazionalità islamica si forma sulla base della ʿaqīda e del sistema di vita, e lì conduce allo sviluppo della stessa umanità dell’essere umano.
Il tentativo di creare l’unità sulla base della famiglia, della tribù, della nazione, della stirpe, della razza e della regione geografica era una concezione dell’epoca dell’ignoranza. Quando la spiritualità degli uomini si trovava a un livello estremamente basso, essi consideravano tali elementi come vincoli di unità. Il Messaggero di Allah (sa) li ha definiti cadaveri putrefatti e maleodoranti. La comunità ebraica avanzava la pretesa di essere particolarmente amata da Allah sulla base della propria nazionalità ereditaria. Allah l’Altissimo respinse questa loro pretesa e gliela scagliò in faccia, dichiarando che, per ogni epoca, ogni stirpe, ogni tribù e ogni luogo, esiste un unico criterio per ottenere la vicinanza, l’onore e il rispetto di Allah l’Altissimo: la fede in Allah. È stato proclamato: ——————————————————————————————-
«Gli ebrei e i cristiani dicono: “Diventa ebreo o cristiano e sarai guidato sulla retta via”. Di’ loro: “No, diventate seguaci della religione di Abramo, abbandonando tutto il resto. E Abramo non era politeista”. Di’: “Abbiamo creduto in Allah, in ciò che è stato fatto scendere su di noi da parte Sua, in ciò che è stato fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e sui loro discendenti, e in ciò che è stato dato a Mosè, a Gesù e agli altri profeti. Non facciamo alcuna distinzione tra nessuno di loro: siamo sottomessi ad Allah”. Se dunque credono in tali cose come credete voi, allora saranno guidati. Ma se voltano le spalle, saranno diventati ostinati. In questa situazione, Allah è sufficiente per voi. Egli tutto conosce e tutto ascolta. Rivestitevi del colore di Allah. E chi può avere un colore migliore di quello di Allah? Noi adoriamo Lui soltanto».
In realtà, i servitori prediletti di Allah sono la umma musulmana. Infatti, dimenticando le differenze di tribù, razza, nazione e area geografica, si sono riuniti sotto la bandiera dell’Unico e Incomparabile Allah.
«Voi siete la migliore ummah. Siete stati costituiti per guidare e condurre l’umanità. Ordinate il bene e la virtù, trattenete gli uomini dal male e dal peccato e credete voi stessi in Allah». — Al ‘Imran: 110
Nelle prime file di questo esercito rivoluzionario composto dai servi di Allah vi è Hazrat Abu Bakr Siddiq (ra), di nobile discendenza araba; Hazrat Bilal (ra) d’Etiopia, Hazrat Suhayb (ra) di Roma e Hazrat Salman (ra) di Persia sono tutti entrati a far parte di questo gruppo sulla base della medesima dignità e degli stessi diritti. Anche in seguito questa ummah si è formata su una fraternità sorprendente, senza distinzione di discendenza, tribù, razza o regione. La loro nazionalità era il tawhid. La loro patria era Dar al-Islam. La sovranità di Allah era la caratteristica principale dello Stato da loro governato e il Corano era la loro costituzione.
L’odio per la patria e per la nazione è contrario al tawhid
È assolutamente necessario che le suddette concezioni e convinzioni riguardo alla patria, alla nazionalità e ai rapporti reciproci siano impresse nella mente di coloro che invitano all’Islam.
Devono cancellare dai propri cuori ogni influenza della jahiliyya. Le menti e i cuori dei membri del gruppo seguace della grande verità devono essere completamente liberati da ogni forma di influenza della jahiliyya e da ogni forma di shirk diffusa nel mondo odierno sotto forma di culto della nazione, culto della patria, culto degli interessi terreni e così via. Allah Ta‘ala ha riunito tutti gli esempi significativi di shirk in un unico versetto del Nobile Corano, ponendoli su un piatto della bilancia e, sull’altro, la fede e le esigenze della fede; ha poi concesso agli uomini la libertà di scegliere una delle due.
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«O Profeta! Di’: i vostri padri, i vostri figli, i vostri fratelli, le vostre mogli, i vostri parenti, le ricchezze che avete accumulato, il commercio e gli affari e le abitazioni piacevoli sono forse per voi più amati di Allah, del Suo Messaggero e del jihad sulla via di Allah? Se è così, allora aspettate la decisione di Allah. Allah non guida i traviati».
Pertanto, nel cuore di coloro che invitano alla religione non dovrebbe esserci il minimo dubbio riguardo alla natura e all’identità dell’Islam e della jahiliyya, di Dar al-Islam e di Dar al-Harb. Infatti è proprio seguendo la via del dubbio che nasce lo smarrimento. Il paese in cui l’Islam non prevale, nel quale la sharia islamica non è stata applicata e le cui leggi non sono l’Islam. Tutto ciò che è al di fuori della fede è kufr, tutto ciò che è al di fuori dell’Islam è soltanto jahiliyya, e tutto ciò che è contrario alla verità non è altro che falsità.
Capitolo decimo
È necessario un cambiamento di vasta portata
Come presentare l’invito dell’Islam
Quando invitiamo qualcuno ad abbracciare l’Islam, dobbiamo sempre ricordare una cosa, sia che l’interlocutore sia musulmano o non musulmano. Questa realtà è insita nella natura stessa dell’Islam. Se ne può avere consapevolezza anche attraverso la storia dell’Islam. In breve, il punto è questo: l’Islam, in quanto sistema di vita derivato dalla concezione e dalla fede riguardanti il rapporto tra la vita umana e la natura dell’universo, è completamente diverso da tutte le altre concezioni della vita, con tutti i loro rami e ramificazioni. La concezione e la fede islamiche riguardo alla vita si oppongono a ogni forma di jahiliyya, antica o moderna. È possibile, tuttavia, che nella formulazione di un sistema dettagliato fondato sul sistema di vita, alcuni aspetti della jahiliyya presentino somiglianze con alcuni aspetti dell’Islam. Ma la concezione e la fede fondamentali da cui vengono ricavate queste norme dettagliate sono sempre del tutto opposte alla jahiliyya. Dal punto di vista della concezione islamica della vita, ogni ideologia di vita conosciuta dall’uomo è jahiliyya.
Il primo compito dell’Islam è trasformare il modo di vivere degli uomini sulla base della propria fede e della propria aqida, plasmandolo secondo il proprio modello, e indicare alla società umana il cammino da seguire in conformità a un sistema di vita pratico donato da Allah Ta‘ala. Allah Ta‘ala ha presentato la ummat musulmana come un modello concreto per la società umana. Egli dice—
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«Siete la migliore ummat— siete stati suscitati per il bene della società umana. Ordinando il bene e trattenete gli uomini dall’ingiustizia. E voi stessi credete in Allah.»
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«(Questo è il gruppo) che, se gli concediamo il potere sulla terra, istituisce la salat, versa la zakat, ordina il bene e proibisce il male.» — al-Hajj: 41
L’Islam non è disposto ad adottare alcuna politica di compromesso o di coesistenza con la jahiliyya vigente nel mondo. Dal giorno in cui è disceso per la prima volta nel mondo, non ha accettato alcun compromesso o coesistenza con la jahiliyya; non li accetta neppure nel mondo odierno e non li accetterà mai in futuro. Qualunque sia l’epoca della jahiliyya, essa non è altro che jahiliyya. Il significato della jahiliyya è abbandonare la devozione ad Allah e dichiarare ribellione contro il sistema di vita da Lui impartito. Accettare usanze di vita, leggi, norme e sistemi provenienti da una fonte oscura, priva della conoscenza di Allah, è la religione della jahiliyya. Al contrario, la natura dell’Islam consiste nel chiamare alla sottomissione ad Allah e ad accorrere verso il sistema di vita da Lui dato, abbandonando la jahiliyya.
L’Islam non è vincolato ai limiti di alcuna epoca o periodo; al contrario, questo sistema di vita è benefico per l’essere umano in ogni epoca e in ogni tempo. Portare l’essere umano a questo è lo scopo dell’Islam. E bisogna dirlo con chiarezza: la jahiliyya consiste nell’accettare di sottomettere gli esseri umani, secondo il proprio desiderio. In altre parole, alcune persone potenti, con la forza, abbandonano la legge data da Allah, elaborano leggi e norme secondo i propri capricci e le impongono alla società; e la società, accettandole, diventa schiava dei legislatori. L’Islam afferma che l’intero genere umano deve adorare l’unico e solo Allah e deve ricevere esclusivamente da Allah ogni credo e convinzione, idea e concezione, legge e norma, criterio di accettazione e rifiuto e ogni altra cosa. Liberatosi dalla sottomissione agli esseri creati, l’essere umano vivrà con sincerità esclusivamente nella sottomissione ad Allah.
Questa è la natura stessa dell’Islam. Lo si comprende chiaramente dal ruolo che l’Islam svolge nel mondo. Anche in futuro svolgerà lo stesso ruolo. A tutti coloro ai quali presenteremo il messaggio dell’Islam, musulmani e non musulmani senza distinzione, presenteremo con estrema chiarezza anche il ruolo sopra descritto dell’Islam.
Che si tratti della dottrina e della fede o del sistema di vita, l’Islam non è disposto ad alcun compromesso con la jahiliyya. In un unico luogo e nello stesso momento ci sarà o l’Islam o la jahiliyya. Nell’Islam non vi è alcun modo perché metà Islam e metà jahiliyya coesistano e si mescolino. Su questo punto, la posizione dell’Islam è assolutamente chiara. Esso proclama con parole inequivocabili che la Verità suprema è un’unità indivisibile. Dove non vi è nessuno che sostenga e rappresenti la Verità suprema, lì vi sono la falsità o la jahiliyya. Non vi è alcuno spazio per la mescolanza, il compromesso o la coesistenza tra verità e falsità, oppure tra haqq e batil. Bisogna obbedire agli ordini di Allah oppure a quelli della jahiliyya: o la sharia di Allah sarà attuata nella società, oppure regneranno i desideri e l’arbitrio degli esseri umani. Diversi versetti del Corano hanno illustrato questo argomento.
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«(O Profeta!) Giudica tra loro secondo ciò che Allah ha fatto scendere e non dare alcuna importanza ai loro desideri. Sta’ in guardia nei loro confronti, affinché non ti allontanino da ciò che Allah ha fatto scendere e non ti gettino nell’errore.» — al-Ma’ida: 49
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“Continuate a chiamarli a questa verità, rimanete saldi secondo ciò che vi è stato ordinato e non seguite i loro desideri.” — Ash-Shura: 15
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“Se non rispondono al tuo appello, sappi allora che seguono soltanto i propri desideri. E chi è più traviato di colui che segue le proprie passioni senza curarsi della guida di Allah? Allah non concede mai la guida agli ingiusti.” — Al-Qasas: 50
“O Profeta! Ti abbiamo posto su una chiara Sharīʿa. Segui dunque questa Sharīʿa e non seguire i desideri degli ignoranti. Di fronte al disappunto di Allah, essi non potranno esserti di alcuna utilità. Certamente gli ingiusti sono alleati gli uni degli altri, mentre Allah è il Protettore dei timorati.” — Al-Jathiya: 18-19
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“Vogliono forse il giudizio della Jāhiliyya? E chi può essere un giudice migliore di Allah per coloro che credono in Allah?” — Al-Ma’ida: 50
Da questi versetti si comprende che esistono soltanto due vie. Non ve n’è una terza. O si devono accettare gli ordini di Allah e del Messaggero (pace su di lui), oppure si deve vivere secondo i desideri del nafs. O si deve accettare il giudizio di Allah, oppure si deve chinare il capo davanti alla Jāhiliyya. L’inevitabile conseguenza del non accettare la legge rivelata da Allah come criterio di giudizio in ogni questione sarà abbandonare e disobbedire agli ordini di Allah. Poiché nel Libro di Allah sono menzionati i versetti sopra citati, su questo tema non rimane ormai alcuno spazio per la controversia.
Il vero obiettivo dell’Islam
Dalla discussione precedente è risultato chiaramente che il compito principale dell’Islam nel mondo consiste nell’estirpare l’ignoranza dalla guida della società umana, prendere nelle proprie mani le redini della leadership e, gradualmente, attuare il proprio sistema di vita, dotato di caratteristiche distintive e di un’autonomia propria. Lo scopo dell’instaurazione di questa retta leadership è promuovere il benessere e il progresso dell’umanità. Tale scopo può essere raggiunto soltanto sottomettendosi al Creatore e fungendo da tramite per stabilire l’armonia tra gli esseri umani e il creato. L’obiettivo di questa religione è elevare l’uomo all’alto rango desiderato da Allah Ta’ala e liberarlo dalla schiavitù del nafs. Hazrat Rabi bin Amr (ra), rispondendo alla domanda del comandante persiano Rustam, menzionò proprio questo obiettivo. Rustam chiese: «Perché siete venuti qui?». Rabi (ra) rispose: «Allah Ta’ala ci ha affidato il compito di liberare gli uomini dalla schiavitù degli uomini e di impegnarli nel culto di Allah; di farli uscire dalla servitù degli angusti interessi mondani e condurli alla vastità del mondo e dell’Aldilà; e di spezzare le dure catene dei sistemi di vita creati dagli uomini, affinché possano beneficiare dei frutti della giustizia e dei principi islamici».
In epoche diverse, l’uomo ha espresso i desideri delle proprie passioni sotto forma di varie ideologie e correnti di pensiero. L’Islam non è stato rivelato per sostenere queste ideologie e correnti di pensiero generate dall’ignoranza. Tali ideologie e prospettive erano già presenti all’inizio della da’wa islamica. Nel mondo odierno, tanto in Oriente quanto in Occidente, sono presenti e continueranno a essere presenti ideologie create dalle passioni umane. L’Islam è venuto a creare un mondo nuovo, fondato sulla completa sottomissione ad Allah Ta’ala, sradicando le concezioni, le leggi, le norme e le consuetudini elaborate da uomini egoisti e costruendo nuove credenze sulla vita umana. Talvolta alcune parti specifiche dell’Islam possono sembrare compatibili con l’ignoranza. In realtà, però, tali parti non sono né ignoranza né componenti dell’ignoranza. Le somiglianze in questioni secondarie sono del tutto casuali. In verità, le radici da cui scaturiscono i due ideali sono opposte. Il seme, la germinazione e la crescita progressiva del grande albero dell’Islam fino al suo compimento hanno avuto origine dalla fonte della conoscenza di Allah. L’ignoranza, al contrario, è nata nel luogo impuro della mentalità egoista dell’uomo.
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«La terra buona produce un buon raccolto con il permesso di Allah; quella cattiva, invece, produce soltanto un raccolto scarso.» — Al-A’raf: 58
Che sia moderna o antica, l’ignoranza è impura e fuorviante. Sebbene la sua forma e il suo abito cambino nelle diverse epoche, la sua radice è sempre piantata nella spazzatura dei capricci degli uomini egoisti. L’ignoranza non può mai uscire dai confini dell’ignoranza e dell’interesse personale. Nel migliore dei casi, è costretta a girare continuamente nell’orbita della tutela degli interessi di pochi individui, di una classe particolare, di una tribù particolare o di una nazione particolare. Di conseguenza, l’egoismo prevale sulla verità, sui principi di giustizia, sull’equità e sulla benevolenza. La legge rivelata da Allah, invece, recide le radici di questo egoismo e introduce un sistema imparziale. L’ignoranza, l’egoismo e i desideri delle passioni umane non vi hanno accesso. Nessun interesse di partito, di classe o di tribù può neppure avvicinarsi alla legge islamica.
Questa è la differenza fondamentale tra il sistema di vita dato da Allah e le norme create dall’uomo. Perciò è assolutamente impossibile che questi ideali contrapposti coesistano. Di conseguenza, tentare di creare una nuova ideologia mescolando una parte di Islam e una parte di ignoranza è pura assurdità. Come Allah non è disposto a perdonare il peccato di associare altri a Lui, così non gradisce che al sistema di vita da Lui dato venga mescolata una qualsiasi norma elaborata dall’uomo. Ai Suoi occhi, questi due peccati sono uguali. E la verità è che entrambi questi atteggiamenti mentali nascono dalla stessa fonte.
Quando invitiamo le persone all’Islam, le concezioni e le convinzioni sopra descritte sull’Islam devono essere saldamente radicate nella nostra mente e nel nostro cuore. Infatti, nel presentare la da’wa dell’Islam, sulle nostre labbra non deve esserci spazio per alcun dubbio o esitazione. Al contrario, con ferma determinazione dobbiamo far riconoscere agli oppositori che, dopo aver adottato il sistema di vita islamico, la vita umana assumerà una nuova forma. L’Islam trasforma radicalmente le loro credenze, i loro comportamenti, le loro abitudini, i loro costumi e il loro modo di pensare. Come risultato di questo cambiamento, otterranno un bene immenso. Bisogna spiegare alle persone che l’Islam raffinerà le loro concezioni e i loro comportamenti, elevandole a un alto rango degno dell’essere umano. Dopo l’affermazione dell’Islam, dell’ignoranza non rimarrà nulla, salvo una o due questioni insignificanti. Sopravvivranno soltanto quei pochi elementi che, per circostanze fortuite, siano ritenuti compatibili con l’ideale islamico. Tuttavia, neppure questi resteranno esattamente come prima. Anzi, una volta integrati nell’ideale islamico, la loro natura cambierà. Allora tali elementi non contribuiranno più alla diffusione dell’ignoranza nella società. L’Islam non annullerà ciò che l’uomo ha acquisito nei campi della conoscenza e della scienza attraverso la riflessione, la ricerca, l’esame e la sperimentazione. Al contrario, cercherà di promuovere ulteriormente il progresso in questi ambiti. Quando parlano in pubblico, i portatori del messaggio dell’Islam devono prestare attenzione affinché le persone non cadano nell’erronea concezione di considerare anche l’Islam un sistema di vita creato dall’uomo. Non devono pensare che l’Islam sia soltanto un ideale umano, come i sistemi di vita elaborati dagli uomini che, nelle diverse epoche, si sono manifestati assumendo forme differenti. Al contrario, bisogna chiarire con assoluta evidenza che l’Islam è un sistema di vita distinto, dotato di caratteristiche permanenti. Questo sistema di vita possiede credenze e concezioni proprie, nonché un proprio modo di vivere. Il bene che l’Islam vuole conferire all’umanità è molto più prezioso di quello offerto dai sistemi di vita immaginati dall’uomo. L’Islam è un sistema di vita sublime, luminoso, puro e fondato sulla giustizia. La sua fonte è l’infinito tesoro della conoscenza del grande Allah Ta’ala.
Quando comprenderemo correttamente l’essenza dell’Islam, questa comprensione infonderà in noi piena fiducia e pazienza. Quando inviteremo le persone all’Islam, potremo mostrare loro una compassione completa. La nostra fiducia sarà quella di una persona fermamente convinta che soltanto l’Islam è la verità e che tutto ciò che è al di fuori dell’Islam è errore. Vedendo le persone in una condizione di smarrimento e sofferenza, nei nostri cuori nasceranno compassione e misericordia per loro. Vedendole vivere sulla via sbagliata, proveremo pietà per loro, perché conosciamo il mezzo per salvarle.
Dopo aver acquisito una corretta comprensione della natura dell’Islam, non è necessario modificare in alcun modo i princìpi islamici per adattarli ai gusti e alle concezioni delle persone traviate. Diremo alla gente con parole estremamente chiare: «La Jahiliyya nella quale siete immersi è impura. Allah l’Altissimo vuole salvarvi da questa condizione. L’ambiente nel quale respirate è estremamente tossico; Allah vuole purificarlo. La vostra vita attuale è immersa nel desiderio dei piaceri mondani. È una vita profondamente decaduta. Allah l’Altissimo desidera conferirvi una dignità assai elevata. Trascorrete i giorni e le notti in una condizione di umiliazione e disonore. Allah l’Altissimo vuole rendere il vostro modo di vivere semplice, equilibrato e felice. L’Islam cambierà le vostre dottrine e la vostra visione del mondo, e apporterà cambiamenti anche alla vostra vita concreta. A contatto con l’Islam acquisirete nuovi valori. Il vostro tenore di vita raggiungerà un livello così elevato che sarete voi stessi a comprendere la vacuità e l’abiezione del vostro attuale modo di vivere. Dopo che nella vostra vita quotidiana sarà avvenuto un cambiamento rivoluzionario, proverete disgusto per la realtà del mondo. Dopo essere entrati in contatto con la civiltà che l’Islam vi farà conoscere, considererete estremamente vergognoso mantenere nella società umana la struttura della cosiddetta civiltà oggi diffusa nel mondo. Per una sfortunata ragione, non riuscite a vedere con i vostri occhi la vera natura dell’Islam. I suoi nemici, infatti, si sono uniti e si ergono a ostacolo all’attuazione dell’ideale islamico nella società. Venite, vi faremo conoscere il vero volto dell’ideale islamico. Per grazia di Allah l’Altissimo, nel regno dei nostri cuori è impressa l’immagine completa dell’ideale islamico. Attraverso le finestre del Corano, della Sharia e della storia abbiamo potuto vedere il quadro completo dell’Islam. Non nutriamo alcun dubbio riguardo a un futuro luminoso».
Quando presenteremo il messaggio dell’Islam, dovremo pronunciare parole del genere. Questa è la natura e il corso dell’Islam. Fu così che l’Islam si presentò agli uomini nella prima epoca. Ovunque l’Islam sia penetrato — nella penisola arabica, in Persia, a Roma e in ogni altro territorio — il suo invito è stato presentato nella maniera sopra descritta.
L’Islam guarda alla società umana da una posizione elevatissima. E ciò perché la sua posizione è realmente elevata. L’Islam si è rivolto agli uomini con parole colme di compassione, perché la compassione verso l’umanità è insita nella sua natura. L’Islam ha spiegato ogni cosa agli uomini con un linguaggio estremamente chiaro. Nel messaggio da esso presentato non vi era alcuna ambiguità. Non ha mai dato agli uomini la falsa rassicurazione che, dopo aver abbracciato l’Islam, la loro vita non sarebbe cambiata. Non ha mai detto che sarebbe bastato apportare qualche lieve modifica lasciando invariati i loro comportamenti, le loro abitudini, i loro costumi, le loro concezioni, le loro credenze e i loro valori. L’Islam non ha mai proposto di adattarsi alle altre dottrine diffuse nella società. Oggi, coloro che, usando denominazioni come «democrazia islamica» o «socialismo islamico», oppure lasciando immutati l’economia, la politica e le leggi vigenti, proclamano di voler introdurre l’Islam, stanno in realtà proponendo di conciliare l’Islam con i capricci di persone che credono in ideologie errate.
In realtà, l’Islam è un’ideale di natura completamente diversa. Per instaurare l’Islam sradicando la Jahiliyya presente in tutto il mondo, è necessario un cambiamento ampio e di vasta portata. Tutte le forme di Jahiliyya diffuse nell’antichità e nell’epoca moderna sono completamente diverse dall’ideale islamico. Non è affatto facile liberare gli uomini dalla misera condizione nella quale vivono oggi. Non si raggiungerà lo scopo apportando modifiche di poco conto all’attuale ordinamento sociale. Per salvare l’umanità dalla sua condizione umiliata e disgraziata è necessaria una rivoluzione ampia e di vasta portata. Occorre sradicare tutti gli ideali di vita creati dagli uomini e applicare sulla terra la legge rivelata da Allah. Bisogna liberare l’uomo dal dominio dell’uomo e condurlo sotto il dominio del Creatore dell’universo. Oggi dobbiamo proclamare con parole chiare che questo è il vero modo per ottenere la salvezza. Nella mente degli uomini non deve rimanere neppure la minima traccia di dubbio o incertezza al riguardo.
All’inizio, una dichiarazione così chiara può scontentare in parte la gente: non sarebbe strano che suscitasse in loro una certa paura dell’Islam e che, per questo, se ne tenessero alquanto lontani. In effetti, così accadde all’epoca del Messaggero di Allah (s.a.). La gente ebbe paura ascoltando il messaggio dell’Islam, perché egli criticava le loro credenze, si opponeva alle loro divinità, respingeva i loro costumi e, abbandonando le loro consuetudini sociali, stabilì per sé e per i suoi seguaci nuovi tipi di consuetudini, comportamenti e valori, in contrasto con quelli prevalenti nella società.
Che cosa accadde alla fine? Coloro che dapprima si erano allontanati dopo aver ascoltato il messaggio della Verità suprema tornarono e trovarono rifugio nel nido della pace. La loro fuga fu come quella degli asini che fuggono per paura del leone, descritta nel Corano.
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«Sono come asini spaventati, che fuggono veloci davanti al leone.» — al-Muddaththir: 50-51
Essi avevano impiegato tutte le loro forze per opporsi a questo invito. Avevano reso impossibile vivere alla Mecca per coloro che avevano accettato l’Islam. Con persecuzioni e crudeltà sempre nuove avevano reso insopportabile la loro vita e, dopo l’Egira a Medina, vedendo i musulmani diventare gradualmente più forti, gli oppositori avevano lanciato un attacco dopo l’altro, tormentandoli senza tregua.
La chiave del successo
Le condizioni avverse che il movimento islamico dovette affrontare all’epoca del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non erano affatto meno difficili di quelle odierne. Il messaggio dell’Islam apparve estraneo alla gente di quell’epoca. Perciò essi respinsero immediatamente questa ideologia. L’Islam fu confinato nelle valli montuose della Mecca. Le persone influenti iniziarono una dura opposizione al movimento. Sovrani tirannici, fieramente ostili alla credenza islamica, si erano insediati tutt’intorno all’Arabia. Eppure il movimento islamico possedeva una forza attrattiva. Ancora oggi essa è forte come allora e lo resterà anche in futuro. La forza fondamentale di questo invito è celata nella sua fede. Per questo, nonostante la più aspra opposizione e inimicizia, l’invito a questa religione continua ad avanzare senza sosta. Il messaggio semplice, limpido e luminoso dell’Islam è la fonte della sua forza.
La chiave del suo successo è una credenza pienamente conforme alla natura umana. Per quanto l’uomo possa essere arretrato sul piano economico, sociale, scientifico e intellettuale, l’Islam lo guida, a partire dal livello in cui si trova, lungo la via del progresso fino a condurlo al vertice dell’eccellenza. Grazie alla sua forza miracolosa, l’Islam respinge completamente le ideologie fuorvianti della jahiliyyah e la sua potenza materiale, e non accetta di modificare nemmeno una lettera della propria concezione della vita. Non scende mai a compromessi con la jahiliyyah né adotta, ricorrendo ad argomentazioni pretestuose, una politica di coesistenza con la falsità. Presenta in una sola volta alla società, con parole inequivocabili, il suo messaggio completo e le fa sapere che nel messaggio di questa religione vi sono bene, misericordia e benedizione.
Allah Ta‘ala è il Creatore degli esseri umani. Perciò conosce perfettamente la natura e il funzionamento delle loro menti e dei loro cuori. Egli sa che, se questo grande messaggio della verità viene presentato alla società umana senza esitazioni, con parole chiare e in modo deciso, esso prende direttamente posto nei loro cuori.
L’essere umano è una creatura capace di abbandonare un modo di vivere per adottarne un altro e, in molti casi, per lui è più facile cambiare integralmente il proprio modo di vivere che apportarvi cambiamenti parziali. Perciò, avanzare verso un sistema di vita più completo e puro rispetto a quello precedente è pienamente conforme alla natura umana. Ma se l’Islam si accontentasse di modificare soltanto una o due questioni di poco conto all’interno della jahiliyyah, l’uomo non avrebbe alcuna ragione logica per abbandonare la jahiliyyah e accorrere verso l’Islam. In tal caso sarebbe più ragionevole accontentarsi del vecchio sistema, poiché esso è già affermato nella società e le persone lo conoscono bene. All’occorrenza, non sarebbe neppure difficile apportarvi qualche correzione. Se, in tali circostanze, non vi fosse una differenza fondamentale tra il vecchio e il nuovo sistema di vita, non avrebbe alcun senso abbandonare l’ordine sociale esistente per adottarne uno nuovo.
Non c’è bisogno di presentare giustificazioni
Ascoltando le argomentazioni che alcuni sostenitori dell’Islam, mossi dalla premura per la religione, presentano in sua difesa, si ha l’impressione che l’Islam stia sul banco degli imputati e che l’oratore, trasformato in avvocato, continui a pronunciare arringhe difensive in suo favore. Il modo in cui essi presentano la difesa dell’Islam e ne sostengono la causa è il seguente:
«Oggi si sostiene che l’ideologia moderna abbia compiuto questo o quel progresso, mentre l’Islam non avrebbe fatto nulla al confronto. Fratelli miei! L’Islam ha compiuto queste opere già da molto tempo. L’ideologia moderna, giunta quattordici secoli dopo l’Islam, si è limitata a ripetere quelle opere antiche.»
Che vergognosa apologia! L’Islam non può mai rivendicare come propria gloria il sistema jahilita e le sue attività errate. La cosiddetta civiltà dell’epoca moderna ha abbagliato molti e ha ottenebrato le loro menti e i loro cuori. In realtà, questa jahiliyya allo stato puro è, rispetto all’Islam, estremamente spregevole, vuota e fuorviante. L’argomento secondo cui il tenore di vita di coloro che vivono sotto l’egida dell’ideologia moderna sarebbe superiore a quello degli abitanti di alcuni cosiddetti Stati islamici o del cosiddetto mondo islamico non è affatto valido. Gli abitanti di quelle regioni non sono caduti nella miseria perché musulmani, bensì perché hanno voltato le spalle all’Islam. L’Islam afferma di essere superiore alla jahiliyya sotto ogni aspetto. Esso non è stato rivelato per mantenere la jahiliyya, ma per sradicarla, ed è venuto a liberare l’umanità dalla condizione di oppressione sotto la macina della civiltà moderna.
Non è in alcun modo appropriato per noi adottare la mentalità sconfitta di chi va alla ricerca di somiglianze tra l’Islam e le ideologie e le correnti di pensiero prevalenti nell’epoca moderna. Qualunque sia la regione, orientale o occidentale, da cui provenga l’ideologia della jahiliyya, noi la dichiareremo direttamente respinta. Infatti, rispetto all’Islam, tali ideologie sono regressive e completamente opposte alla dignità che l’Islam intende conferire all’essere umano.
Quando presenteremo il messaggio dell’Islam alla società umana nel modo sopra indicato e spiegheremo loro la forma completa dell’Islam, dai loro stessi cuori si leverà una voce a sostegno della validità di questa ideologia di vita; essi potranno allora comprendere il valore di abbandonare una forma di credenza e di adottarne un’altra, di rinunciare a un sistema di vita e di accettare un nuovo modo di vivere. Tuttavia, non potremo mai attirare le persone con il seguente argomento: «Abbandonate il vecchio sistema vigente e adottatene uno nuovo. Certo, il nuovo sistema non ha ancora preso forma in alcun territorio. Tuttavia, esso apporterà soltanto alcune necessarie modifiche all’ordine sociale esistente; non dovreste opporvi a questi lievi cambiamenti. Nella nuova società continuerete a fare tutto ciò che fate nella società attuale. Il nuovo ideale vi chiederà soltanto alcuni cambiamenti marginali nelle vostre inclinazioni, nei vostri comportamenti e nei vostri gusti.»
A prima vista, lavorare adottando questa strategia sembra facile. Ma essa non possiede alcuna forza attrattiva. Inoltre, la predicazione sopra menzionata non è veritiera. In realtà, l’Islam ha dichiarato senza esitazione che non si limita a cambiare le credenze e la visione della vita umana; non si limita a trasformare la vita collettiva, le leggi e il sistema giudiziario, ma modifica persino i sentimenti e le emozioni in modo tale da non conservare alcuna somiglianza con la jahiliyya. In breve, si può dire che l’obiettivo dell’Islam è liberare l’essere umano, in ogni questione grande o piccola della vita, dalla sottomissione agli uomini e trasferirlo al servizio dell’unico Allah.
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«Chi vuole creda, e chi vuole rinneghi.» — Al-Kahf: 29
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«Quanto a coloro che non credono, sappiano che Allah non ha bisogno dei mondi». Al ʿImrān: 97
È necessario avere chiaro che, in realtà, si tratta della questione dell’īmān e del kufr, del tawḥīd e dello shirk, dell’Islam e della jāhiliyya. Coloro che conducono una vita di jāhiliyya non sono musulmani, nonostante rivendichino mille volte la propria appartenenza all’Islam. Se vogliono ingannare se stessi o altri sostenendo che si possa portare l’Islam al livello della jāhiliyya, non c’è nulla da fare. Ma il loro autoinganno o l’inganno degli altri non può cambiare la verità dei fatti. Il loro Islam non è il vero Islam, e neppure essi sono musulmani. Se oggi iniziasse un movimento islamico, sarebbe innanzitutto necessario invitare questi musulmani traviati sulla via dell’Islam e renderli nuovamente musulmani.
Non invitiamo le persone ad adottare l’ideale islamico nella speranza di ricevere da loro una ricompensa. Non vogliamo conquistare il potere né creare disordini nel Paese. Non siamo diventati ciechi per l’avidità degli interessi terreni. Il rendiconto delle nostre azioni e la ricompensa per ciò che compiamo ci spettano non dagli uomini, bensì da Allah. Amiamo gli esseri umani e desideriamo il loro bene. Ed è proprio per questo che li invitiamo ad accettare l’Islam. Anche se ci scagliassero addosso montagne di persecuzioni, non verremmo meno al nostro dovere. Questa è la caratteristica di coloro che invitano sulla via della dīn — ed è proprio questa caratteristica ad aiutarli nel loro compito. Dalla nostra vita quotidiana dovrebbe formarsi nella mente della gente una corretta concezione dell’Islam. Allo stesso modo, dal nostro comportamento la gente potrà sapere quali responsabilità l’Islam assegna ai musulmani e quali benefici si possono sperare come ricompensa per l’adempimento di tali responsabilità. Bisogna far comprendere alla gente che l’ordinamento sociale vigente, dal punto di vista dell’Islam, è pura jāhiliyya, poiché non proviene dalle fonti della sharīʿa, ma è il risultato dei desideri egoistici e ignoranti degli uomini. E poiché è priva di rapporto con «al-Ḥaqq», la Verità suprema, la jāhiliyya non è altro che falsità. ———————————–
«Che cosa può esserci, oltre la perdizione, al di fuori della verità?»
Noi, in quanto credenti nell’Islam, non abbiamo nulla di cui vergognarci o per cui assumere un atteggiamento di sconfitta. Non vi è alcun bisogno di difendere l’Islam per nasconderne qualche difetto, perché nell’Islam non esiste un simile difetto. Non è neppure necessario introdurre clandestinamente l’ideale islamico in una società particolare, invece di presentarlo agli uomini. E cercare di apporre ogni sorta di etichetta all’Islam, anziché proclamare apertamente il suo invito completo, è pura assurdità.
Avendo riconosciuto la propria sconfitta spirituale e psicologica di fronte alla jāhiliyya esistente in Oriente e in Occidente, i cuori di alcuni «musulmani» sono stati colpiti da varie malattie del genere sopra descritto. Per effetto di ciò, con la loro mente malata cercano, nei sistemi di vita elaborati dall’uomo, elementi a sostegno dell’Islam, oppure indicano alcune opere della jāhiliyya e dicono: «Anche l’Islam, un tempo, ha compiuto opere di questo genere». Chi sente il bisogno di difendere l’Islam e gli insegnamenti islamici, o perora la causa dell’Islam con animo debole, non potrà mai rappresentare correttamente questa dīn. È infatti un sostenitore insensato dell’Islam. La sua mente è stata sconfitta dalla jāhiliyya ed è stata influenzata dalla sua azione. In realtà, la jāhiliyya non è altro che un insieme di alcune idee contraddittorie e di innumerevoli errori e falsità. Eppure, per ignoranza, le persone sopra menzionate, cercando nella jāhiliyya argomenti a sostegno dell’Islam, finiscono per aiutare proprio la jāhiliyya. Sono nemici dell’Islam: arrecano danno all’Islam e non gli procurano alcun beneficio; anzi, confondono la gente. Dai loro argomenti e dalle loro discussioni sembra che l’Islam stia sul banco degli imputati e abbia nominato quei gentiluomini come avvocati per essere risparmiato dalla sentenza del giudice.
Durante il mio soggiorno in America, alcune persone discutevano con me presentando gli argomenti sopra citati. Erano con me anche alcune persone note come sostenitrici dell’Islam. Durante le discussioni assumevano una posizione difensiva, presentando argomenti a favore dell’Islam. Io, invece, attaccavo la jāhiliyya occidentale, il loro atteggiamento esitante nei confronti della religione, i loro sistemi sociali ed economici e la società occidentale. Dicevo loro: «Considerate la Trinità dei cristiani. Nessuna delle loro teorie sulla definizione del peccato e sull’espiazione del peccato, e così via, è razionale o conforme alla ragione. L’economia capitalistica, il monopolio, la pratica dell’interesse e gli altri sistemi oppressivi dell’ordinamento economico, la pratica dell’interesse e gli altri sistemi oppressivi dell’ordinamento economico sono contrari all’umanità. Nella cosiddetta libertà individuale di questa società non vi è la minima traccia di senso della responsabilità collettiva o di solidarietà reciproca. Qui nulla esercita influenza, se non il bastone della legge. A causa della visione materialistica di questa società, nessuno dei suoi fenomeni — la morte dell’anima, i comportamenti sessuali simili a quelli degli animali in nome della libera mescolanza tra uomini e donne, la diffusione dell’immoralità e dell’impudicizia in nome della libertà femminile, le leggi irrazionali sul matrimonio e sul divorzio, contrarie alla realtà e simili a un gioco infantile, il razzismo impuro e dettato dall’emotività, e così via — è indice di umanità. Considerate invece l’ordinamento islamico della vita. Dove si può trovare qualcosa di paragonabile alla bontà intrinseca, alla felicità, alla prosperità e all’elevatezza della visione contenute nelle sue istituzioni orientate alla realtà? L’alto livello di umanità presentato da questo ideale di vita è desiderato da tutti: ciascuno si impegna a raggiungere quella vetta, anche se non riesce ad arrivare a un’altezza così elevata. L’Islam è l’ideale della vita reale. Perciò risolve i problemi mantenendo la compatibilità con la natura complessiva dell’essere umano».
Abbiamo avuto l’opportunità di vedere con i nostri occhi i problemi concreti della vita occidentale. Quando analizzavamo questo ordinamento sociale alla luce dell’Islam, persino i più accaniti sostenitori dell’ideale di vita occidentale erano costretti ad abbassare la testa per la vergogna. Eppure vi sono alcuni simpatizzanti dell’Islam che hanno accettato la sconfitta di fronte alla società corrotta dell’Occidente e cercano somiglianze tra l’ideale islamico e il mucchio di rifiuti maleodoranti dell’Occidente e il sudiciume del materialismo orientale.
Il giusto ruolo di coloro che invitano
Dopo questa discussione, non sento più il bisogno di ricordare che coloro che invitano alla religione non possono in alcun modo adottare una politica di adattamento alla giahiliyya. Per noi è impossibile scendere a compromessi con una qualsiasi dottrina, usanza o parte della struttura sociale della giahiliyya. Pertanto, anche se i sostenitori e i portatori della giahiliyya dovessero passarci sopra con un rullo compressore di oppressione, non siamo disposti a cedere neppure minimamente.
La nostra responsabilità principale è estirpare la giahiliyya e instaurare i valori e le norme islamiche. Questo obiettivo non può essere raggiunto adottando un atteggiamento di collaborazione con la giahiliyya, né mantenendo inizialmente una qualche parità con essa. Alcuni dei nostri simpatizzanti pensano di avanzare lungo questa strada. Ma se lo facessimo davvero, significherebbe soltanto ammettere la nostra sconfitta fin dal primo passo.
È tuttavia vero che le ideologie e le usanze prevalenti nella società attuale esercitano una forte pressione per spezzarci la spina dorsale. Questa pressione diventa ancora più intensa soprattutto nei confronti delle donne. La sventurata comunità delle donne musulmane, trovandosi di fronte al violento ciclone della giahiliyya, è costretta a girare vorticosamente. Ma non si può sfuggire alla dura realtà. Questi sono ostacoli concreti sulla nostra strada verso il progresso. Dobbiamo affrontare con fermezza e coraggio le condizioni avverse e prevalere su di esse. Poi dobbiamo mostrare loro, con il dito puntato, in quale profonda oscurità d’ignoranza sia immersa la giahiliyya rispetto agli elevati valori dell’Islam.
Non è possibile portare a termine questa grande opera adottando un programma che consista nel mantenere la parità con la giahiliyya e nel camminare al suo fianco per un certo tratto. D’altra parte, non è mai possibile raggiungere l’obiettivo recidendo immediatamente ogni rapporto con la giahiliyya e nascondendosi in una stanza buia. Dobbiamo frequentare la giahiliyya, ma conservando le nostre caratteristiche distintive. Dobbiamo avere rapporti con loro, ma mantenendo la nostra dignità. Proclameremo senza esitazione il messaggio della Verità suprema, ma con il tono dell’amore e dell’affetto. Dimostreremo la superiorità della fede, ma attraverso la buona educazione. Dobbiamo ricordare che viviamo proprio nell’ambiente della giahiliyya. Il nostro cammino è semplice e lineare rispetto a quello della giahiliyya. Tuttavia, trasformare la giahiliyya e instaurare l’ordinamento islamico è un’opera di amplissima portata e di lunga durata. Vogliamo salvare l’umanità dall’oscurità della giahiliyya e condurla sulla via luminosa dell’Islam. Tra la giahiliyya e l’Islam si trova una valle ampia e profonda. Non è possibile costruire un ponte nel mezzo per unirli. Dobbiamo però cercare di costruire un ponte affinché le persone possano abbandonare la giahiliyya dall’altra riva e trovare rifugio sotto l’ombra fresca e benefica dell’Islam. Dobbiamo aprire a tutti la strada per abbandonare l’oscurità e giungere al luogo illuminato, e per correre a ottenere la salvezza dalla condizione di essere immersi dalla testa ai piedi nel pantano della miseria e godere dei benefici promessi dall’Islam, sia che il nuovo arrivato sia un abitante musulmano di una regione islamica, sia che sia un non musulmano di una regione non islamica. Coloro che comprendono bene l’Islam e desiderano vivere sotto la sua protezione devono recidere i legami con la giahiliyya e accorrere verso l’Islam. Se il nostro invito non piace a qualcuno, allora proclameremo anche noi ciò che Allah l’Altissimo ordinò al Suo Messaggero di proclamare —
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«A voi la vostra religione e a me la mia religione.» — al-Kafirun: 6
Undicesimo capitolo
La superiorità della fede
La dichiarazione di Allah l’Altissimo
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«Non vi scoraggiate e non vi rattristate. Sarete voi i vincitori, se siete mu’min.»
— Āl ʿImrān: 139
La prima impressione che si ricava dalla lettura del versetto citato è che Allah l’Altissimo garantisca aiuto e vittoria nel jihad armato. Tuttavia, il significato intrinseco del versetto è molto più ampio e di portata assai più vasta del jihad armato. Nel versetto viene delineato lo stato d’animo del mu’min. Dal suo modo di pensare, dai suoi valori, dal metodo con cui analizza e valuta gli eventi e dal modo in cui fa i suoi calcoli emerge la sua coscienza sempre vigile. In ogni condizione, in ogni ambiente e riguardo a ogni cosa, il suo animo manterrà la superiorità della fede. Di fronte a qualunque evento o questione, egli esaminerà ogni cosa alla luce della fede e determinerà la propria linea d’azione. Respingerà senza esitazione i valori di accettazione e rifiuto diffusi nel mondo e fondati su criteri diversi dalla fonte della fede, dando invece la precedenza alla fede. Allo stesso modo, agli occhi del mu’min, le forze terrene che non sono rafforzate dalla fede non hanno alcuna importanza. Sarà responsabilità del mu’min abbandonare senza scrupoli quei costumi, leggi e regolamenti, sistemi educativi, culture e ordinamenti di vita privi del patrimonio della fede, e affermare la superiorità della fede.
La forza della fede è il vero patrimonio e la forza fondamentale del mu’min. La forza della fede non si sottomette nemmeno davanti a un sovrano dotato di un potere formidabile. La fede non china il capo davanti ad alcun costume sociale né davanti a leggi e regolamenti falsi. Per quanto popolare possa diventare un sistema di governo privo della luce della fede, il mu’min non può mai accettare un sistema privo di fede. In una parola, la vita del mu’min è un esempio vivente di jihad permanente e totale contro l’infedeltà. Affrontare il nemico con fermezza e coraggio in una guerra armata è soltanto un passo concreto verso l’affermazione della superiorità della fede. Siano deboli o forti sotto il profilo delle risorse terrene, siano pochi o numerosi, poveri o ricchi, i mu’min manterranno in ogni condizione la superiorità della fede.
Il coraggio generato dall’influsso della fede non è un’emozione passeggera né una scintilla di fuoco destinata a spegnersi in breve tempo. Il senso della Grande Verità e la fede incrollabile in essa fanno nascere nel cuore del mu’min un permanente senso di superiorità. Questa consapevolezza della verità è molto più forte e duratura dei ragionamenti e delle discussioni correnti, delle pressioni dell’ambiente, delle consuetudini sociali e delle tradizioni ancestrali, perché la fede nell’eterno Allah genera nel cuore del mu’min una forza permanente.
Nella società si affermano la predominanza di determinate correnti di pensiero e dottrine. I legami sociali e le rigide leggi e norme costringono ogni individuo ad attenersi alle correnti di pensiero e alle dottrine vigenti. Senza il sostegno di qualche potente gruppo sociale o l’aiuto di una forza esterna, nessuno può opporsi alle dottrine e alle correnti di pensiero affermate. D’altra parte, nella società permane una forte influenza delle dottrine consolidate. Solo dopo essere stato attratto da una dottrina e da una corrente di pensiero superiore, l’uomo comprende l’inconsistenza di quelle precedenti e si prepara ad abbandonarle. Altrimenti non vi è scampo dall’influenza delle correnti di pensiero e delle dottrine vigenti. Non è possibile liberarsi dall’influenza delle dottrine affermate senza l’aiuto di una forza più potente, più grande e superiore alle forze grazie alle quali le correnti di pensiero e le dottrine vigenti si mantengono nella società.
Chiunque si erga contro il corso dominante della società, si opponga alla visione sostenuta dalle forze governanti e dichiari la propria ribellione contro gli errori, le deviazioni e i danni delle consuetudini, dei riti, delle correnti di pensiero e delle dottrine vigenti, avrà bisogno di un sostegno più potente degli uomini, più solido delle montagne e più caro della vita stessa. Altrimenti, in quella società non percepirà soltanto la propria impotenza, ma non troverà neppure, nell’immenso mondo, un minimo luogo in cui rifugiarsi. In una simile situazione, il Misericordioso, il Clementissimo, non può lasciare il mu’min da solo ad affrontare, nel seno di una società oppressiva, sofferenze, difficoltà e persecuzioni. Perciò Egli ha fatto scendere queste parole di rassicurazione rivolte ai mu’min:
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È naturale che, sotto le interminabili persecuzioni di un ambiente ostile, l’entusiasmo dell’uomo diminuisca e il suo coraggio si indebolisca. Proprio in quel momento, queste parole di rassicurazione di Allah Ta‘ala infondono forza e ispirazione nel cuore del mu’min. Il mu’min non trionfa su tutte le avversità soltanto grazie alla pazienza e alla fermezza, ma tenendo presente un senso di superiorità e un grande obiettivo. Il mu’min ascende a un livello tanto elevato nella fede e nel pensiero che, da quella posizione, tutte le forze taghutiche del mondo, i governanti potenti, le correnti di pensiero sostenute dal potere politico, le leggi e le consuetudini appaiono estremamente spregevoli e insignificanti.
Il mu’min è realmente superiore. Infatti, così come egli è superiore, è superiore anche la fonte del suo credo e della sua fede. Ai suoi occhi, persino il vasto impero è insignificante. Le persone dotate di immenso potere sono per lui spregevoli. Il mu’min non si lascia attrarre da una cosa soltanto perché vede che la maggioranza delle persone popolari nella società la apprezza. Da questo punto di vista, il mu’min occupa il vertice di tutti. Ha ricevuto la guida dall’unica fonte di ogni conoscenza: Allah Ta‘ala. In ogni questione desidera conoscere il comando di Allah l’Altissimo e, quando da Lui riceve la guida su una determinata questione, in quella forma e in quel momento, vi si attiene.
Anche riguardo alla creazione e alla stabilità dell’universo, il credo e la fede del mu’min sono i più elevati e i migliori. Infatti, grazie alla visione del tawhid che l’Islam gli ha insegnato attraverso la fede in Allah, egli è divenuto capace di comprendere pienamente la verità. Il quadro dell’universo delineato dalla dottrina del tawhid è di gran lunga superiore a tutte le dottrine antiche e moderne del mondo. Esaminando l’inconsistenza, le contraddizioni e l’irrealismo di tutte le dottrine generate dalle religioni fondate sullo shirk, dai credi degli Ahl al-Kitab sviati e dal detestabile materialismo, nasce la ferma convinzione che coloro i quali possiedono una concezione corretta dell’universo sono senza dubbio le persone migliori della società.
La concezione che il mu’min ha dei valori della vita e dei criteri per esaminare e valutare beni, cose, materia e persone è superiore e preminente rispetto alle idee degli altri. La facoltà di comprensione generata dalla fede in Allah Ta‘ala, che possiede le qualità descritte dall’Islam, gli fa penetrare i misteri non soltanto della terra limitata, ma dell’universo infinito; e i valori della vita e i criteri di accettazione e rifiuto che essa imprime nel cuore del mu’min sono migliori, puri e realistici rispetto ai criteri generalmente vigenti, privi di coerenza e difettosi. La conoscenza umana è estremamente limitata. Perciò gli uomini sono costretti a cambiare più volte, epoca dopo epoca, i criteri del bene e del male. Persino all’interno della stessa nazione prevalgono criteri diversi. Talvolta si è visto che la stessa persona, riguardo a una questione, ha espresso al mattino un’opinione e nel pomeriggio ha pronunciato un giudizio esattamente opposto.
Grazie alla fede in Allah, il mu’min acquisisce le qualità migliori nella coscienza, nella capacità di comprensione, nel carattere e nella condotta. Infatti Allah Ta‘ala stesso possiede i nomi più belli e le qualità migliori. È proprio il credo e la fede del mu’min a suscitare nel suo animo il senso della dignità, la purezza e la pulizia, l’educazione e la cortesia, il desiderio di compiere il bene e la motivazione ad acquisire la capacità di adempiere al proprio dovere in quanto khalifa di Allah sulla terra. Inoltre, è questo credo e questa fede a far nascere nel cuore del mu’min la ferma convinzione che l’Akhirah è il luogo appropriato per ricevere la ricompensa delle opere e che, rispetto alla ricompensa che vi riceverà per le buone azioni e per una vita pura, le sofferenze e le difficoltà della vita terrena sono ben poca cosa. La nascita di un simile sentimento fa scendere una profonda tranquillità nel cuore del mu’min. Di conseguenza, anche se per tutta la vita è privato delle gioie e delle ricchezze terrene, non si lamenta.
La legge e l’ordinamento di vita cui il credente obbedisce sono i migliori e i più eccellenti. Dopo aver esaminato e valutato tutte le leggi elaborate dagli uomini dall’antichità fino all’epoca moderna, nel cuore del credente si consolida la convinzione che tutto ciò che l’umanità ha finora conseguito con grandi sforzi e impegno non sia altro, rispetto al sistema di vita e alle leggi islamiche, che un semplice gioco da bambini. In lui si rafforza inoltre la convinzione che gli sforzi compiuti finora dall’umanità per elaborare leggi e ordinamenti siano paragonabili al cammino di un cieco. Perciò, quando, dalla posizione che occupa, il credente vede l’ansia, lo smarrimento e l’impotenza degli uomini che hanno perduto la via, nasce in lui compassione per loro, ed egli comprende di essere vittorioso sulla società umana traviata.
Nell’epoca della jahiliyya gli uomini erano immersi nell’ebbrezza dell’orgoglio per un potere privo di sostanza e dello splendore e della magnificenza delle ricchezze terrene. Grazie alla fede e all’‘aqida islamica, il credente riconosce la vacuità dell’idolatria di tali cose e diviene dotato delle qualità e del carattere sopra menzionati. L’epoca della jahiliyya non è limitata a un periodo particolare. Ogni volta che l’uomo abbandona la via luminosa dell’Islam, viene circondato dalla jahiliyya. Questa è la stessa regola per tutti i tempi e tutte le epoche, passate, presenti e future. Riporto, con le parole di Abu Uthman al-Nahdi, l’atteggiamento manifestato da Hazrat Mugira ibn Shu‘ba (ra) quando, nell’accampamento sfarzoso del famoso generale persiano Rustam, vide le molteplici forme della jahiliyya:
«Dopo aver attraversato il ponte sul fiume, Mugira ibn Shu‘ba (ra) giunse all’accampamento dei soldati persiani. Lo fecero sedere e chiesero il permesso di condurlo da Rustam per incontrarlo. Nonostante la sconfitta subita in battaglia, non avevano diminuito minimamente il loro sfarzo. Ottenuto il permesso, Mugira avanzò. Tutti nell’accampamento indossavano abiti prescritti. Alcuni avevano sulla testa corone d’oro e sul corpo vesti ricamate d’oro. Un’area lunga più di cento gaz era ricoperta di tappeti pesanti e preziosi. Mugira entrò nella tenda. Salì direttamente sulla piattaforma rialzata e si sedette accanto a Rustam. I cortigiani accorsero, lo presero per mano e lo fecero scendere da lì. Hazrat Mugira cominciò a parlare: “Finora abbiamo sentito parlare molto della vostra intelligenza. Ma oggi abbiamo visto che siete una nazione di stolti. Nella nostra società tutti gli uomini sono uguali: nessuno è schiavo di un altro. Per i prigionieri di guerra, però, il discorso è diverso. Pensavo che, come noi, vi riconosceste reciprocamente pari dignità. Prima di trattarmi nel modo in cui mi avete trattato, sarebbe stato meglio informarmi che nella vostra società alcuni hanno instaurato il proprio dominio sugli altri. Sono venuto qui su vostro invito, non di mia spontanea volontà. Perciò il trattamento che mi avete riservato non è affatto un buon trattamento. Ho capito che la vostra struttura sociale è estremamente debole. Di conseguenza, la vostra sconfitta è inevitabile. Nessun impero può sopravvivere con un simile carattere e una simile mentalità.”»
Alla vigilia della battaglia di Qadisiyya, anche Rabi ibn Amir (ra) manifestò lo stesso atteggiamento davanti a Rustam e ai suoi cortigiani. L’episodio è il seguente: prima della battaglia di Qadisiyya, Hazrat Sa‘d ibn Abi Waqqas inviò Rabi ibn Amir (ra) come ambasciatore alla corte di Rustam, comandante dell’esercito dell’imperatore persiano. Entrando nell’accampamento, Rabi ibn Amir (ra) vide che la sala delle udienze era adornata con tappeti preziosi. Rustam, vestito con una veste decorata d’oro e di gemme e perle e con una corona d’oro, sedeva su un trono d’oro posto sopra una piattaforma rialzata. Rabi (ra), vestito di abiti logori, entrò nella corte a cavallo di un piccolo destriero, con un piccolo scudo e una lancia in mano. Legò il cavallo a un prezioso cuscino da sella e si accinse ad avvicinarsi a Rustam. Indossava ancora l’armatura da battaglia. Mentre avanzava con un elmo di ferro sul capo e l’armatura addosso, i cortigiani gli dissero di togliersi l’abbigliamento da guerra. Rabi ibn Amir (ra) disse: “Non sono venuto qui di mia spontanea volontà. Siete stati voi a invitarmi e a condurmi qui. Se questi miei abiti vi dispiacciono, allora me ne torno indietro.” Rustam disse: “Lasciatelo venire.” Egli avanzò appoggiandosi alla lancia che teneva in mano. I colpi della lancia lacerarono il tappeto in vari punti. Rustam domandò: “Perché siete venuti?” Egli rispose: “Allah ci ha inviati per liberare gli uomini dalla schiavitù degli uomini e chiamarli al servizio dell’unico Allah, per condurre nel vasto campo dell’Aldilà coloro che desiderano liberarsi dalla ristrettezza del mondo e ottenere i benefici illimitati dell’Aldilà, e per sottrarre gli uomini all’oppressione delle religioni create dagli uomini e sottoporli alla giustizia e ai principi equi impartiti dall’Islam: questo è il nostro obiettivo.” (Al-Bidaya wa al-Nihaya di Ibn Kathir)
Col passare del tempo, una rivoluzione ha creato debolezza nella visione dei musulmani, ed essi si sono lasciati attrarre dai beni terreni. Tuttavia, la loro concezione della propria superiorità è rimasta intatta. Se nel loro cuore arde la lampada della fede, allora, pur essendo personalmente sconfitti, considereranno la nazione vittoriosa inferiore e spregevole rispetto a loro. Hanno la ferma convinzione che la supremazia terrena sia soltanto temporanea. Oggi o domani, la distruzione della nazione vittoriosa e traviata è inevitabile. Anche trovandosi faccia a faccia con la morte, il credente, nonostante la mancanza di beni terreni, non si inginocchierà davanti alle forze della falsità. Il credente considera la morte dell’avversario una questione del tutto insignificante. Per lui, invece, vi è l’onore del martirio. Il credente entrerà in Paradiso non appena avrà lasciato questo mondo, mentre è certo che nell’Aldilà il gruppo oggi potente e vittorioso sarà gettato nella Jahannam, terribile e dolorosa. Il credente ha infatti ascoltato la chiara dichiarazione di Allah riguardo al destino proprio e a quello dell’avversario. Egli ha detto —
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“Non lasciatevi ingannare dal predominio dei negatori di Allah sulla terra. È soltanto una misera ricchezza per pochi, brevissimi giorni. Alla fine entreranno nella Jahannam, il luogo del ritorno peggiore. Al contrario, coloro che vivono temendo il proprio Signore dimoreranno per sempre nei giardini. Questa è l’ospitalità predisposta per loro da Allah. E ciò che si trova presso Allah è migliore per i virtuosi.” — Al ‘Imran: 196-198
Nella società possono imporsi una ‘aqida e credenze, valori e criteri opposti alla fede, alla ‘aqida, ai valori e ai criteri del credente. Tuttavia, la coscienza del credente non può dimenticare neppure per un istante la propria elevata dignità e l’inferiorità di tutti gli altri. Dalla sua posizione elevatissima, conservando il senso della propria dignità e il rispetto di sé, guarda la società con pazienza e compassione; nel suo cuore nasce un desiderio indomabile di guidarla sulla retta via e di trarla dalla sua condizione decaduta fino al culmine del progresso.
La falsità crea un tumulto straordinario, fa tremare ogni cosa intorno con ruggiti e grida, si erge gonfiando il petto, si arriccia i baffi e raduna attorno a sé una grande schiera di adulatori, confondendo la vista esteriore e la percezione interiore degli altri. La gente della società non riesce a vedere l’orribile e mostruoso aspetto della falsità, nascosto dietro lo splendore che abbaglia la vista. Il credente, seduto su un seggio elevato, osserva i vani ruggiti e le minacce della falsità e vede la condizione ingannata degli uomini sviati; tuttavia nel suo cuore non trova posto alcuna debolezza: non prova dolore e la sua ferma fede nella Verità suprema non si affievolisce neppure minimamente. I suoi piedi non deviano nemmeno di un capello dalla Sirat al-Mustaqim. Al contrario, nel suo cuore si rafforzano sempre più il desiderio e l’impulso di guidare sulla via della retta guida gli uomini sviati e ingannati.
La società jahilita sprofonda nei desideri e nelle passioni. Le basse inclinazioni vengono trascinate via dalla piena. Ovunque, l’oscenità e la sporcizia godono tranquillamente dei piaceri, liberate da ogni regola e proibizione. Alla fine, in quella società, un ambiente puro e il cibo halal diventano rari: anzi, non si trovano affatto. Il credente, elevato al di sopra di tutto ciò, osserva la società trascinata dalla corrente dei rifiuti e della sporcizia. Anche se è solo, non si sente né scoraggiato né rattristato vedendo il corso e la natura della società. Nel suo cuore non nasce neppure per un istante il desiderio di gettare via il manto della purezza e della modestia e lasciarsi trasportare dalla corrente dilagante dell’oscenità. Grazie al gusto dell’iman e alla dolcezza della fede nell’Aqidah, egli si vede molto al di sopra di quella società colma di rifiuti.
Quella società è ribelle al Din; ha perso il senso dell’onore e della dignità ed è decaduta; è una società priva di alti valori, priva di educazione e buone maniere; in breve, è una società che ha abbandonato tutte le qualità della purezza e della modestia. In una società simile, il credente si aggrappa al Din e all’Islam come chi stringe nel pugno un pezzo di brace ardente. Coloro che sono abituati a lasciarsi trascinare dalla corrente della massa deridono la fermezza del credente, definiscono follia il suo modo di pensare e feriscono i suoi amati valori con i colpi della critica. Il credente, però, vede e ascolta tutto, ma nel suo cuore non compare alcuna debolezza. Con il suo sguardo benevolo e tollerante, guarda coloro che lo deridono e lo criticano, e dalle sue labbra escono proprio le parole pronunciate da Hazrat Nuh (a.s.). Mentre attraversava un lungo cammino irto di spine, Hazrat Nuh (a.s.), simbolo di pazienza e fermezza, disse alla folla che lo derideva:
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«Oggi ci deridete. Un giorno anche noi rideremo e scherzeremo su di voi, così come oggi voi ridete e scherzate su di noi.» — Hud: 38
Alla luce delle sacre parole di Allah Ta‘ala, il credente vede chiaramente il destino di entrambe le parti: il proprio gruppo e quello degli oppositori. Allah Pak ha detto:
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«In verità, i colpevoli ridevano e scherzavano con i credenti (nel mondo). Quando passavano accanto a loro, li deridevano con cenni degli occhi. Tornati presso la propria famiglia, si abbandonavano alle critiche nei loro confronti. E, non appena vedevano i musulmani, dicevano: “Ecco i traviati.” Eppure non erano stati mandati come custodi dei musulmani. Oggi (nel Giorno dell’Aldilà) i musulmani rideranno dei miscredenti e, seduti sui loro divani, li guarderanno. I miscredenti hanno forse ricevuto oggi la ricompensa delle loro opere?» — Al-Mutaffifin: 29-36
Il Sacro Corano ci ha anche riferito le parole di scherno dei miscredenti rivolte ai credenti:
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«Quando vengono loro recitati con chiarezza i Nostri versetti, i miscredenti dicono ai credenti: “Diteci, quale delle nostre due parti si trova nella condizione migliore e quale delle due assemblee è più splendida?”»
In altre parole, quale delle due parti è migliore? Da una parte vi erano i capi tribali, i leader sociali e i ricchi che non avevano creduto in Hazrat Muhammad (s.a.s.); dall’altra, i poveri e gli indifesi che avevano creduto. La loro domanda era: chi è il migliore tra le due parti? Nasr ibn Harith, Umar ibn Hisham, Walid ibn Mughirah e Abu Sufyan ibn Harb erano leader affermati e rispettati della società. Al contrario, Hazrat Bilal, Hazrat Ammar, Hazrat Khabbab (r.a.) e altri erano privi di sostegno e di mezzi. I miscredenti dicevano tra loro: se Muhammad (s.a.s.) fosse davvero il Profeta di Allah, perché persone di così basso rango della tribù dei Quraysh si unirebbero al suo gruppo? Non c’erano forse nella società persone più rispettabili di loro? Per riunirsi, non avevano neppure un luogo migliore della casa di una persona comune, la casa di Hazrat Ikrimah. Al contrario, il gruppo contrario all’Islam era padrone di ampi centri di incontro come an-Nadwah. Possedeva prestigio e ricchezza e guidava la nazione.
Questa è la prospettiva degli adoratori degli interessi terreni. In ogni epoca e in ogni tempo, ovunque nel mondo, il loro sguardo è sempre rivolto verso il basso. Non hanno mai guardato verso l’orizzonte elevato.
Il Grande Allah ha stabilito che coloro che sono ricchi del patrimonio dell’iman e dell’aqida rimangano al di sopra dell’attrazione dello splendore terreno e del fascino effimero. Non brameranno la vicinanza dei governanti, i favori governativi, una popolarità a buon mercato né il soddisfacimento dei desideri e delle passioni. Egli ha stabilito che la via d’azione del credente sia perseverare nel jihad attraverso un duro sacrificio e una severa abnegazione, fino al martirio. Quando intraprende il cammino dell’Islam, ciascuno deve comprendere pienamente di aver accettato il din soltanto per la superiorità dell’iman e dell’aqida. Qui non vi è alcun interesse terreno, se non la soddisfazione di Allah. Questa via è chiusa a coloro che sono attaccati all’avidità, ai desideri bramosi e allo splendore. Soltanto coloro che desiderano la soddisfazione di Allah possono avanzare su questa via; nessun altro.
Il credente non dipende da alcun essere umano per stabilire i propri valori, le proprie concezioni e i criteri di ciò che accetta o rifiuta. In ogni cosa egli riceve da Allah l’Onnipotente, Signore dei mondi, e gli basta il criterio dato da Allah. Non dipende dalla volontà degli uomini. Perciò non ha bisogno di cambiare le proprie opinioni al mutare della volontà degli uomini. Questo perché il credente ha creduto nella Verità suprema. La verità è salda e immutabile e non è mai vacillante. Il credente non riceve alcuna ispirazione dal mondo limitato e transitorio. La fonte di tutta la sua ispirazione è il Creatore, il Governatore e il Sostentatore della vasta creazione. Perciò il cuore del credente non può indebolirsi. Egli non è mai vittima della disperazione. Dopo essersi collegato al Signore degli uomini, alla grande fonte della verità e al centro originario di ogni potere, può esserci forse ancora motivo di paura, timore o apprensione?
Il credente è saldo nella verità. Se ci si allontana dalla verità, non si ottiene nulla se non il batil, la falsità. Che il batil abbia pure i suoi tamburi e le sue trombe, che pure la folla continui ad accalcarsi attorno a esso; la verità non può per questo cambiare. Essa non abbandonerà mai la via dell’haqq, la verità, per scendere a compromessi con il batil. Aspettarsi una cosa simile da essa è pura follia.
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«O Signore! Non lasciare che i nostri cuori si allontanino dalla retta via dopo che ci hai guidati. Concedici la Tua misericordia, poiché Tu sei il Munifico, il Donatore. O nostro Signore! Tu riunirai certamente tutti gli uomini in un Giorno riguardo al quale non vi è il minimo dubbio. In verità, Allah non manca mai alla Sua promessa.» — Al ‘Imran: 8-9
Dodicesimo capitolo
Il sentiero tinto di sangue
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«Per il cielo dalle solide e inaccessibili fortezze e per il Giorno promesso! Per il testimone e per ciò a cui si rende testimonianza! Periti i costruttori delle fosse, nelle quali ardeva un fuoco impetuoso, quando sedevano sul bordo delle fosse e guardavano lo spettacolo di ciò che veniva fatto ai credenti. La ragione della loro ostilità verso i credenti era che questi credevano in Allah, il Potente, il Degno di ogni lode, il Signore dei cieli e della terra; e Allah è testimone di ogni cosa. In verità, coloro che hanno perseguitato i credenti e le credenti e poi non si sono pentiti, avranno il castigo dell’Inferno e per loro è destinato il castigo bruciante. Invece, per coloro che hanno creduto e compiuto buone opere vi sono, come ricompensa certa, i giardini del Paradiso sotto i quali scorrono i ruscelli. Questo è il vero successo. In verità, la presa del tuo Signore è davvero severa. Egli dà inizio alla creazione e poi la rinnova. Egli è il Perdonatore, l’Amorevole, il Signore del Trono, il Glorioso. Egli fa tutto ciò che vuole.» — Al-Buruj: 1-16
La storia dei costruttori delle fosse narrata nel Corano induce ogni credente a riflettere. Questa sura (la sura Al-Buruj) è estremamente importante per coloro che desiderano dedicarsi alla da‘wa della religione nel mondo.
Nel modo in cui il Santo Corano presenta l’introduzione, la descrizione, i commenti e gli insegnamenti della storia, emerge un quadro chiaro del percorso di coloro che invitano alla via di Allah. Viene fornita una chiara comprensione della natura del movimento religioso, delle reazioni dei gruppi umani e di tutto ciò che può accadere mentre questa da‘wa si diffonde sulla vasta terra. Attraverso il racconto, Allah Ta‘ala ha menzionato gli ostacoli e le difficoltà che possono presentarsi sul cammino dei credenti e li ha incoraggiati ad accettare ogni possibile forma di pericolo, calamità, dolore e sofferenza.
Questa è la storia di un gruppo di credenti. Essi avevano creduto nel loro Signore e avevano proclamato apertamente ciò in cui consisteva la loro fede. Ma gli oppressori e potenti nemici della società non erano disposti a concedere a quelle persone il diritto di credere in Allah, il Lodato e l’Onnipotente. Perciò i credenti furono sottoposti a tormenti estremi. Nel vano tentativo di privarli della dignità conferita da Allah e di trasformarli in burattini nelle mani della classe dominante, il gruppo dei nemici diede prova di una crudeltà disumana, infliggendo loro atroci torture fisiche.
Ma quelle persone dal cuore puro, fortificate dalla fede, superarono pienamente la prova che era piombata su di loro. La fede riportò la vittoria sui loro corpi mortali. Perciò non furono minimamente turbati dalle minacce, dal terrore e dall’intimidazione degli oppressori; al contrario, furono gettati in una fornace ardente e morirono lentamente, un tormento dopo l’altro. Eppure non accettarono di allontanarsi neppure di un capello dalla propria religione. Erano liberi dall’illusione e dall’attrazione della vita terrena. Per questo, anche quando si preparava a ucciderli crudelmente, come bestie, ciò non li indusse ad abbandonare il proprio credo in cambio della vita. Liberatisi dall’attaccamento alle ricchezze e ai piaceri del mondo, partirono impavidi verso il mondo superiore. Quale meraviglioso predominio della forza della fede sulla vita effimera!
Contro quelle persone pienamente credenti, di carattere nobile, virtuose e benevole, stavano uomini ribelli ad Allah, ostinati, immorali, inclini al crimine e di natura malvagia. Seduti sull’orlo della fossa di fuoco ardente, assistevano compiaciuti alla morte dolorosa e penosa dei credenti. Si erano radunati accanto alla fossa, curiosi di vedere come il fuoco ardente avrebbe divorato esseri umani vivi, bruciandoli e riducendoli in cenere.
Quando un giovane o una giovane credente, un bambino, un’anziana o una persona anziana veniva gettato nel fuoco, la loro gioia si trasformava in frenesia. Vedendo gli spruzzi di sangue e i brandelli di carne ardente, danzavano dalla felicità. Da questo raccapricciante racconto si comprende che il gruppo degli oppressori aveva perso completamente la ragione e la coscienza, sprofondando a un livello peggiore di quello delle bestie. Infatti gli animali feroci cacciano per placare la fame; non uccidono esseri viventi per divertirsi.
Da questo stesso episodio si può avere un’idea chiara dell’elevato rango dei credenti. Essi erano ascesi al culmine della spiritualità. La loro incrollabile fiducia in Allah aveva raggiunto la perfezione. Per gli esseri umani di ogni epoca e di ogni tempo, questo livello di fede è sempre stato considerato il più ambito.
A prima vista sembra che l’oppressione e la persecuzione abbiano prevalso sulla fede e sul credo. Sebbene la forza della fede di quelle persone virtuose, pazienti e timorate di Allah fosse giunta al culmine, osservando l’esito dell’evento si potrebbe pensare che, nella prova di forza contro la falsità, la loro fede abbia subito una sconfitta. Non si sa dal Sacro Corano né da alcun altro libro se i costruttori delle fosse furono puniti nello stesso modo in cui furono puniti, per crimini così abominevoli, i popoli di Noè, Hūd, Ṣāliḥ, Shuʿayb e Lūṭ. Né vi è modo di sapere se furono puniti come Allah aveva severamente punito il Faraone e le sue truppe. Di conseguenza, dal punto di vista materialistico, l’esito dei credenti in questo episodio fu assai tragico.
Ma la vicenda si conclude forse qui? Quel gruppo di persone timorate di Allah e virtuose, che aveva raggiunto i livelli più elevati della fede, finì forse semplicemente bruciato e ridotto in cenere nel fuoco della fossa, travolto da persecuzioni e torture? E quegli uomini simili a bestie, gli oppressori, sfuggirono forse completamente alla punizione? Dal punto di vista terreno, queste domande sorgono nella mente in molte forme. Ma il Corano impartisce ai credenti un insegnamento diverso e apre davanti a loro la porta di un altro mistero. Il Corano propone un nuovo criterio per distinguere il bene dal male; un criterio che aiuta a determinare il cammino dei credenti nel conflitto tra il vero e la falsità.
La vita terrena, le sue comodità e i suoi agi, i suoi piaceri e le sue privazioni non sono i fattori decisivi della vita umana. Non sono soltanto questi a determinare il bilancio dei guadagni e delle perdite. Il temporaneo predominio non si chiama vittoria, benché il predominio sia uno dei vari mezzi e modi per conseguire la vittoria. Secondo il criterio di Allah, soltanto il peso della fede è decisivo. Nel mercato di Allah vi è richiesta soltanto la merce della fede. Il modello più nobile di vittoria è il predominio della fede sulla materia. Dall’episodio menzionato si comprende chiaramente che gli spiriti dei credenti riportarono una vittoria completa sulla paura, sul terrore, sul dolore e sulla sofferenza, nonché sulla comodità e sul desiderio dei piaceri della vita terrena. La vittoria e l’onore conseguiti dai credenti di fronte a una persecuzione estrema hanno scritto un capitolo glorioso nella storia dell’umanità. E questa è la vera vittoria.
Tutti gli esseri umani muoiono. Tuttavia, le circostanze della morte sono diverse. Non tutti hanno la fortuna di conseguire un successo pari a quello dei credenti menzionati. Per molti è impossibile raggiungere un livello così elevato di fede. Non tutti possono godere di una libertà così completa. Allah stesso, nella Sua immensa grazia, sceglie un gruppo di persone che muoiono come tutti gli esseri umani, ma in circostanze estremamente fortunate. Nessun altro può conseguire questa fortuna. Essi ottengono una dignità e un onore superiori persino a quelli dei nobili angeli. Secondo i criteri di onore e dignità qui menzionati, diventano i detentori della più alta dignità nella storia dell’umanità.
I credenti menzionati avrebbero potuto rinunciare alla fede e salvare la propria vita. Ma quanto avrebbero danneggiato se stessi e l’intera umanità agendo in tal modo? Se, per salvare la vita, fosse stata abbandonata questa grande verità — «Una vita priva di fede non vale neppure un soldo» — l’umanità avrebbe subito un danno estremo. Dopo aver perso la libertà della fede e delle convinzioni, l’essere umano diventa indigente. Se il gruppo dei governanti oppressori riesce, torturando il corpo, a imporre il proprio dominio anche sull’anima, la natura umana subisce una degradazione estrema. I credenti menzionati avevano raggiunto un livello di fede tale da rimanere saldi nella grande verità e nella purezza anche mentre il potere bruciante del fuoco agiva sui loro corpi viventi. Mentre i loro corpi mortali ardevano nel fuoco, il loro grande e sublime ideale ascendeva verso l’alto, salendo i gradini del successo. Anzi, il fuoco conferiva ancora maggiore splendore alla loro fedeltà all’ideale.
Questa lotta tra verità e falsità (tra al-ḥaqq e al-bāṭil) non è confinata al palcoscenico terreno. E la sola vita terrena non costituisce la vita umana completa. Alla lotta non prendono parte soltanto gli uomini dell’epoca contemporanea. Anche gli angeli partecipano alla guerra della verità contro la falsità, osservano l’andamento dello scontro e assistono a tutto ciò che accade. Non solo: valutano gli eventi su una bilancia. Questa bilancia è completamente diversa da tutte le bilance umane di ogni epoca e di ogni tipo. Anzi, la bilancia degli angeli possiede caratteristiche distinte persino da quella dell’intera umanità. Gli angeli sono una grande creazione di Allah. In un dato momento, il loro numero è diverse volte superiore a quello di tutti gli esseri umani che vivono nel mondo. Si può quindi affermare senza dubbio che la lode e il rispetto degli angeli verso i sostenitori della verità hanno un valore molto maggiore del rispetto e della lode degli abitanti della Terra.
Dopo tutti questi livelli viene l’Aldilà. Ed è questa la vera sede in cui si manifestano i risultati. Questo palcoscenico terreno è collegato all’Aldilà, non ne è separato. Questa è la vera realtà, ed è anche la fede incrollabile del credente. La lotta tra la verità e la falsità non si conclude sul campo di battaglia terreno. Il livello della vera conclusione non è ancora giunto. Non è corretto né giusto giungere a una decisione basandosi soltanto sulla parte dello scontro che si è svolta sul palcoscenico terreno. Altrimenti tale decisione rimarrebbe limitata ad alcuni normali rovesci e contraccolpi della guerra.
Coloro che considerano la vita terrena l’unica vita hanno una visione molto ristretta e limitata. Sono le persone volubili a nutrire una simile visione. Il secondo tipo di visione, cioè quella dell’Aldilà, è ampia, concreta e comprensiva. Il Corano forma questa seconda visione nei cuori dei credenti. Ed è proprio la visione orientata alla realtà. Su questa visione si erge il vasto edificio del pensiero fondato sulla fede. La ricompensa che Allah l’Altissimo ha promesso ai credenti in cambio della fermezza nella fede e nell’obbedienza e della pazienza incrollabile durante la prova del fuoco della fede è la serenità del cuore. È detto:
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«I cuori di coloro che hanno creduto trovano serenità nel ricordo di Allah. Sappiate che è nel ricordo di Allah che i cuori trovano serenità.» — Ar-Raʿd: 28
E insieme a ciò vi è la promessa della soddisfazione di Allah e del Suo amore.
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«In verità, per coloro che hanno creduto e hanno trascorso la vita compiendo buone azioni, Allah l’Altissimo susciterà l’amore nei cuori degli uomini». — Maryam: 96
Inoltre, è stata promessa anche una discussione su di loro nel mondo superiore.
Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Quando muore il figlio di un servo di Allah, Allah l’Altissimo chiama gli angeli e chiede loro: Avete preso l’anima del figlio di quel Mio servo?»
Gli angeli rispondono: «Sì, certamente!»
Allah l’Altissimo chiede nuovamente: «Avete preso il pezzo del cuore del Mio servo?»
Essi rispondono: «Sì, Signore!»
Allah dice: «Che cosa ha detto il Mio servo in quel momento?»
Gli angeli dicono: «Egli ti ha lodato» e: «Siamo certamente di Allah e a Lui dobbiamo ritornare» — ha detto.
Allah l’Altissimo ordina allora: «Costruisci per quel Mio servo un palazzo in Paradiso e chiamalo Bayt al-Hamd (la Casa della Lode)». — (Tirmidhi)
È stato inoltre riferito dal nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) che Allah l’Altissimo dice: «Io sono esattamente come il Mio servo Mi considera. Quando Mi ricorda, Io sono con lui. Se Mi ricorda nel suo intimo, anch’Io lo ricordo nel Mio intimo. Se Mi ricorda davanti alla gente, Io lo ricordo in un’assemblea ancora più grande. Se egli si avvicina a Me di una spanna, Io Mi avvicino a lui di un cubito. Se egli si avvicina a Me di un cubito, Io Mi avvicino a lui di parecchi cubiti. Se egli viene da Me camminando, Io vado da lui correndo». — (Bukhari e Muslim)
È stata inoltre promessa la preghiera per i credenti nel mondo superiore, dove per loro vi sono profondo amore e compassione.
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«Gli angeli che portano il Trono e quelli che stanno attorno ad Allah glorificano tutti il loro Signore con la Sua lode e credono in Allah. Essi chiedono perdono ad Allah per i credenti e dicono: “Signore, nostro Signore! La Tua misericordia e la Tua conoscenza abbracciano ogni cosa. Perdona dunque le colpe di coloro che si pentono e seguono la via che Tu hai mostrato loro, e proteggili dal fuoco dell’Inferno”». — (Al-Mu’min: 7)
Allah l’Altissimo ha promesso ai martiri una vita eterna —
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«Non considerate morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah; al contrario, sono vivi e ricevono sostentamento presso il loro Signore. Sono gioiosi e soddisfatti di ciò che Allah, per Sua grazia, ha concesso loro. Sono certi che, per i credenti ancora presenti nel mondo e non ancora giunti all’Aldilà, non vi sarà motivo alcuno di paura o di afflizione. Sono appagati del premio e della grazia concessi da Allah e hanno compreso che Allah non vanifica la ricompensa dei credenti». — (Sura Āl ʿImrān: 169-171)
Allo stesso modo, Allah l’Altissimo ha rivolto un monito ai negatori della verità, agli ingiusti e ai criminali. Egli dice che, durante la vita terrena, concede loro una certa dilazione, allentando per un periodo la corda che li trattiene, ma che nell’Aldilà saranno giudicati. Talvolta, tuttavia, Allah l’Altissimo li afferra anche in questo mondo. Ciononostante, la punizione vera e propria è riservata all’Aldilà.
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«Non lasciatevi ingannare, osservando le attività dei ribelli ad Allah nel paese. Queste non sono altro che beni effimeri della breve vita terrena. Alla fine, la loro dimora sarà l’Inferno, e quale pessima dimora!»
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«Non credere che Allah sia inconsapevole di ciò che fanno gli ingiusti. Egli concede loro una dilazione fino a un Giorno in cui i loro occhi resteranno spalancati e correranno a testa sollevata. Quel Giorno i loro sguardi saranno rivolti verso l’alto e le loro anime si agiteranno, come se stessero per volare via». — Ibrāhīm: 42-43
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«Lasciateli immersi in discorsi vani e divertimenti finché non giunga il Giorno promesso. Quel Giorno usciranno dalle tombe e cominceranno a correre, come se si affrettassero verso una destinazione. Avranno lo sguardo abbassato e sui loro volti appariranno i segni dell’umiliazione e del disonore. Questo è il Giorno promesso».
— Al-Maʿārij: 42-44
È così che la vita umana è collegata alla vita degli angeli e la vita terrena all’Aldilà. La lotta tra il vero e il falso, tra il bene e il male e tra la fede e la ribellione ad Allah non si conclude sul palcoscenico temporaneo di questo mondo, né il suo esito si manifesta qui. Le comodità e le sofferenze, il godimento e la privazione della vita terrena non sono fattori decisivi secondo il criterio di Allah. Da questo punto di vista, il campo della prova delle forze del bene e del male è vastissimo e di lunga durata. Anche i criteri del successo e del fallimento, così come la loro portata, sono molto più ampi. Questa aspirazione è elevatissima. Perciò questa terra e i suoi ornamenti, questa vita e i suoi beni necessari sono considerati insignificanti dal mu’min. In armonia con l’ampliarsi della sua visione e delle sue concezioni, lo scopo e la meta della sua vita si elevano sempre più. La storia degli scavatori della fossa è di grande aiuto per creare cuori così magnanimi e nobili e una fede sincera.
Dalla storia degli scavatori della fossa e dalla trattazione della sura al-Burūj è stato messo in luce anche un altro aspetto riguardante la natura della daʿwa al-dīn e il ruolo degli invitatori di fronte alle possibili reazioni su questa via. Il movimento della daʿwa al-dīn ha visto concludersi in forme diverse le lotte condotte contro gli altri movimenti nella storia dell’umanità.
Questo movimento ha visto la distruzione dei popoli dei profeti Noè, Hūd, Shuʿayb e Lūṭ, pace su di loro, e la salvezza di un piccolo numero di credenti. Ma il Corano non ci ha detto quale ruolo abbiano svolto in seguito coloro che furono salvati dalla distruzione. Da questi esempi si comprende che, talvolta, per porre rimedio agli eccessi dei ribelli ad Allah, Allah l’Altissimo fa gustare loro una parte del castigo già nella vita terrena. Il castigo adeguato, dopo il giudizio completo, sarà inflitto nell’Aldilà.
Il movimento della daʿwa islamica ha visto la distruzione del Faraone insieme alle sue truppe, la salvezza del profeta Mosè, pace su di lui, insieme ai suoi seguaci e, in seguito, il suo conseguimento del regno. Nella storia di quell’epoca, i Figli d’Israele erano dotati di un carattere eccellente. Sebbene non siano mai riusciti a mostrare una fermezza completa e non abbiano mai stabilito pienamente la dīn di Allah come sistema di vita nella terra, il loro esempio era tuttavia diverso da quello dei popoli precedenti. La storia ha visto anche cumuli di cadaveri di quei politeisti che non avevano creduto nel profeta Muhammad, pace e benedizioni su di lui, e avevano voltato le spalle al sistema di vita da lui portato. La storia ha inoltre visto come, dopo che il dominio della fede si fu pienamente stabilito nei cuori dei credenti, l’aiuto di Allah fosse giunto a cingere il loro collo con la collana del successo. E il mondo vide per la prima volta un esempio della piena attuazione del sistema di Allah sulla vita umana. Prima o dopo quel momento, non si era mai visto nulla di simile.
La storia ha assistito all’evento degli scavatori della fossa. Anche noi lo abbiamo visto. Inoltre, la storia ha visto accadere molti eventi antichi e moderni. Tuttavia, essi non hanno occupato un posto importante nella storia. E ancora oggi la storia assiste a innumerevoli eventi che, sotto un aspetto o l’altro, presentano somiglianze con gli eventi antichi, vecchi di centinaia d’anni, della storia islamica.
È certamente necessario esaminare gli altri eventi. Tuttavia, l’episodio degli scavatori della fossa merita una menzione speciale, perché in esso si trova un fulgido esempio della prova del fuoco della fede. In questa prova, nessun aiuto terreno venne in soccorso dei seguaci del vero, né ai seguaci del falso fu inflitto alcun castigo nella vita terrena. Per radicare nei cuori dei credenti e di coloro che invitano alla via di Allah la convinzione che, avanzando sulla via da loro desiderata, simili eventi possano ripetersi, può accadere che si verifichino episodi di questo genere. In tali circostanze, nessuna forza verrà loro in aiuto. Essi e tutto ciò che riguarda la loro fede sono interamente nelle mani di Allah. In questa situazione, il dovere dei credenti è lasciare questo mondo rimanendo saldi nel compimento del proprio dovere. Il loro dovere è accettare soltanto Allah come l’unico Bene supremo e assolutamente desiderabile, considerare la propria ʿaqīda e le proprie convinzioni più preziose della vita stessa e, quando vengono gettati nella prova del fuoco, far superare a quella prova la forza della fede. In tali condizioni, i credenti testimonieranno con il cuore, con la parola e con le opere la verità della dīn di Allah. Quanto sarà la sorte dei nemici della dīn e come procederà l’opera della daʿwa al-dīn: è meglio lasciare tutte queste questioni ad Allah l’Altissimo. Allah può condurli verso esiti simili a quelli attestati nella storia passata dell’Islam, oppure può decretare un nuovo esito per i portatori della bandiera della dīn della verità e per i seguaci del falso.
I seguaci del vero sono servitori della dīn di Allah. Il loro compito di credenti consiste nel compiere il dovere esattamente nel modo in cui Allah vuole servirsi di loro per svolgere il lavoro: quando, nel luogo e con il metodo che Egli stabilisce, e nel ricevere la ricompensa stabilita. Il futuro del movimento islamico non è nelle loro mani, né essi hanno il potere di prendere decisioni al riguardo. Questo è compito esclusivo dell’unico vero Padrone. I servitori non hanno alcun bisogno di preoccuparsene.
I credenti ricevono già in questo mondo la prima rata della ricompensa per le loro opere. Questa ricompensa consiste nella tranquillità del cuore, nell’elevato livello del pensiero e della comprensione, nelle eccellenti concezioni e nella liberazione dall’avidità e dalle brame terrene, dalla paura e dall’angoscia, nonché dalla percezione della sofferenza e delle tribolazioni. Essi riscuotono già da questo mondo anche la seconda rata. Tale ricompensa consiste nell’accrescimento del loro onore presso la schiera degli angeli e nella menzione delle loro virtù. Le persone riconoscenti sulla terra li lodano già; la loro menzione presso la schiera degli angeli è indice dell’aumento della loro dignità nei mondi superiori. La rata più grande della ricompensa sarà concessa soltanto nell’Aldilà. Là il loro rendiconto sarà facile e semplice, ed essi conseguiranno guadagni smisurati. La ricompensa migliore fra tutte quelle elargite attraverso queste rate è il conseguimento del compiacimento di Allah in ogni rata. Per la Sua infinita benevolenza, Egli ha scelto i credenti per il Suo lavoro e li ha designati affinché, nel mondo, fossero impiegati in ogni attività secondo la Sua volontà, come soldati di Allah. Anche questa è una grandissima fortuna.
Grazie all’insegnamento impartito dal Corano, il carattere del primo grande gruppo del movimento islamico aveva raggiunto il livello elevato sopra descritto. Spinti dall’ispirazione a operare come soldati di Allah, essi avevano dimenticato il proprio essere e la propria personalità, ed erano soddisfatti della decisione di Allah in ogni condizione e in ogni momento.
Oltre che attraverso il Corano, grazie alla formazione impartita dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), il loro sguardo era rivolto al Paradiso e in loro si era sviluppato anche l’atteggiamento di adempiere ai propri doveri con incrollabile fermezza, fino a quando Allah l’Altissimo non avesse emesso il Suo giudizio. Il giudizio di Allah era per loro il sommo e supremo desiderio, in vista del bene in questo mondo e nell’Aldilà. Quando i tiranni della Mecca sottoposero Hadrat ‘Ammar (che Allah sia soddisfatto di lui) e i suoi genitori a terribili torture fisiche, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) vide con i propri occhi la loro condizione e pronunciò soltanto queste poche parole:
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«O gente di Yasir, abbiate pazienza: la promessa del Paradiso per voi è ormai saldamente confermata.»
Khattab bin Arat (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: «Ci lamentammo con il Profeta (pace e benedizioni su di lui), mentre egli riposava all’ombra del muro della Ka‘ba. Gli chiedemmo: “Perché non chiedi aiuto alla presenza di Allah? Perché non preghi per noi?”. Egli rispose: “Al tempo dei vostri predecessori, si prendevano gli uomini e li si seppelliva vivi. Inoltre li segavano vivi con una sega. E tuttavia non riuscivano a distoglierli dalla vera religione. Giuro per Allah! Egli stabilirà pienamente la Sua religione. Verrà un tempo in cui un cavaliere viaggerà da San‘a’ a Hadramawt da solo, senza temere lungo il cammino nessuno all’infuori di Allah e senza avere altro timore per il proprio gregge di pecore se non quello di un possibile attacco da parte dei lupi. Ma voi siete diventati davvero impazienti.”»
In ogni opera di Allah è celato uno scopo benefico. Egli governa l’intero universo creato. Dall’inizio alla fine, è sempre pienamente informato di tutto ciò che accade nell’intera creazione. Qualunque cosa avvenga nel mondo, avviene secondo la Sua gestione. Solo Lui conosce il beneficio celato nel mondo invisibile. Il bene nascosto scrive la storia secondo la volontà di Allah l’Altissimo, e secondo il Suo volere i misteri degli eventi vengono infine svelati.
A volte i misteri intrinseci degli eventi passati vengono svelati soltanto dopo alcuni secoli. Eppure gli uomini dell’epoca contemporanea a quegli eventi non riuscirono a comprenderne il significato. Ai loro tempi si limitarono a chiedere: «Che cosa sono queste cose? O Signore! Che cosa sta accadendo e perché accade?» e simili. Domande di questo genere sono indice d’ignoranza. Perciò il credente non pone neppure tali domande, perché crede fermamente che in ogni opera di Allah l’Altissimo siano celate saggezza e bene. L’ampiezza della visione del credente, il suo senso del valore dei luoghi, dei tempi e delle persone, nonché la sua lungimiranza, lo tengono lontano da pensieri di questo genere. Con piena soddisfazione interiore e spirito di obbedienza, egli avanza incessantemente con la carovana della religione sulla via stabilita da Allah l’Altissimo.
Il Corano stava formando cuori degni di assumersi la responsabilità del califfato di Allah sulla terra. A tal fine erano necessari cuori forti, puri e sinceri. Nel procedere sulla via della dīn, questi cuori erano pronti a sacrificare ogni cosa e desiderosi di affrontare con coraggio ogni prova. Al tempo stesso, il loro sguardo era rivolto alla felicità e alla prosperità dell’aldilà, anziché alle ricchezze terrene, e il loro desiderio più grande era ottenere soltanto il compiacimento di Allah. In altre parole, si sarebbero formati cuori capaci di mostrare sacrificio e fermezza di fronte alla povertà, alle sofferenze e alle torture fisiche per tutta la vita, senza aspettarsi risultati rapidi. Non sarebbero stati impazienti neppure di vedere accelerati la diffusione della daʿwa della dīn, la vittoria dell’Islam, l’acquisizione del potere e della supremazia da parte dei musulmani, oppure la distruzione e la sconfitta degli odierni gruppi tirannici e ribelli ad Allah, così come Allah Taʿālā aveva in passato afferrato e distrutto i nemici della dīn.
Quando si sono formati cuori di questo genere e hanno continuato ad assolvere il dovere della dīn nella vita terrena senza sperare in alcuna ricompensa mondana, considerando l’aldilà il luogo della vera definizione della verità e della falsità, e quando Allah Taʿālā si è compiaciuto della loro sincerità, fermezza, sacrificio e dedizione, allora Egli li ha aiutati già in questo mondo. Ha affidato loro il sacro deposito dell’amministrazione del califfato sulla terra. Questo deposito non è stato affidato loro per il conseguimento degli interessi dei credenti, bensì nell’interesse della dīn della verità.
Essi hanno acquisito l’idoneità e il diritto di portare questa grande responsabilità proprio il giorno in cui hanno intrapreso questa via senza alcuna promessa di una possibile ricompensa terrena e hanno rivolto lo sguardo verso gli interessi dell’aldilà anziché verso quelli mondani. Dal giorno in cui hanno abbandonato il desiderio di ogni ricompensa diversa dal compiacimento di Allah, sono entrati tra i servi destinatari della speciale grazia di Allah.
Gli stessi versetti del Sacro Corano che contengono la promessa dell’aiuto di Allah ai credenti, menzionano le ricchezze del bottino e annunciano la distruzione dei miscredenti già in questo mondo, sono stati rivelati a Medina.
Dopo che ogni desiderio di interessi mondani è stato espulso dai cuori dei credenti, Allah Taʿālā è intervenuto personalmente annunciando loro la buona novella del Suo aiuto. Allah Taʿālā ha promesso tale aiuto allo scopo di stabilire la Sua sacra dīn come sistema di vita della società umana. L’aiuto concesso loro nella vita terrena non è sceso come ricompensa per il duro lavoro, il sacrificio e il coraggio dei credenti; era piuttosto una decisione di Allah Taʿālā stesso. Oggi possiamo comprendere la benevolenza insita in questa decisione.
Tutte le persone appartenenti a paesi, popoli e stirpi diverse che sono interessate al lavoro della daʿwa della dīn devono riflettere attentamente su questo argomento. È proprio questo aspetto sottile a rendere chiaro l’intero percorso della daʿwa della dīn, con ogni sua tappa e ogni sua svolta, e a infondere una pazienza incrollabile nei cuori di coloro che sono determinati a giungere fino alla fine del cammino senza preoccuparsi dell’esito finale. Essi ritengono giusto qualunque destino Allah Taʿālā abbia stabilito per la daʿwa della dīn e per coloro che invitano a seguirne la via. Mentre avanzano lungo un cammino disseminato di gravissimi pericoli, passando sui cadaveri dei loro compagni, non saranno ansiosi nella speranza di ottenere una vittoria immediata. Naturalmente, se Allah stesso decidesse di portare a compimento il movimento della daʿwa della dīn e di stabilire la Sua dīn attraverso gli sforzi dei credenti, ciò sarebbe certamente una cosa buona. Tuttavia, se una simile decisione venisse presa, si dovrebbe considerarla esclusivamente la volontà di Allah Taʿālā, non una ricompensa per la pazienza e il sacrificio dei credenti. Questo perché la terra non è il luogo in cui si ricevono i frutti delle proprie azioni.
Nel commentare la storia degli scavatori delle fosse, il Corano ha indicato anche un’altra verità. Ognuno di noi dovrebbe prestarvi attenzione. Il Corano dice—
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«E l’unica ragione della loro ostilità verso questi credenti era che essi credevano in Allah, l’Onnipotente e Degno di ogni lode.» — al-Burūj: 8
Gli uomini di ogni epoca e di ogni stirpe dovrebbero riflettere con profonda attenzione sui fatti esposti nel versetto. La lotta tra i credenti e il partito avversario si svolge esclusivamente a causa della differenza nella fede, nel credo e nel modo di pensare, non per qualche altro interesse mondano. La parte avversa non può tollerare la fede dei credenti. La causa fondamentale di tutta la loro ira e della loro ostilità è il credo dei credenti. Obiettivi politici, interessi economici o il conseguimento della superiorità genealogica non sono mai lo scopo di questa lotta. Contrasti di questo genere possono essere facilmente risolti o controllati. Qui, invece, è in corso una lotta per un ideale puro. La questione in gioco è: «Prevarrà il sistema della miscredenza o la fede? Rimarrà l’ignoranza o l’Islam?»
Alla Mecca, i politeisti proposero al Profeta (pace e benedizioni su di lui) di offrirgli ricchezze, potere di governo e altri vantaggi mondani. Avevano una sola condizione: che il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ponesse fine al conflitto sul credo e sulla fede e, in cambio, ottenesse da loro altri vantaggi e interessi. Se il Profeta (pace e benedizioni su di lui) avesse accettato di esaudire il loro desiderio, non sarebbe rimasta alcuna controversia tra lui e i politeisti. Dunque, bisogna essere consapevoli della questione fondamentale della disputa. Infatti, la ragione dell’ostilità e dell’ira del partito avversario è che i credenti hanno creduto in Allah l’Onnipotente e obbediscono soltanto ad Allah l’Altissimo: si inchinano esclusivamente davanti a Lui.
La parte avversa può tentare di presentare la lotta per il credo come una controversia politica, economica o tribale, allo scopo di confondere i credenti riguardo all’obiettivo fondamentale della lotta e di spegnere la fiamma ardente della fede accesa nei loro cuori. Perciò i credenti non devono mai lasciarsi ingannare. Devono comprendere che si sta cercando di estrometterli mediante una cospirazione pianificata. In questa guerra, coloro che sollevano questioni di questo genere mirano in realtà a privare i credenti dell’arma inestimabile della vittoria finale. Questa vittoria può essere conseguita anche sotto forma di superiorità spirituale, indipendenza politica o vantaggi mondani derivanti da un’elevazione incrollabile della condizione, come quella dei credenti dispersi nelle fosse.
Nel mondo di oggi, soprattutto tra la propaganda ingannevole degli aderenti al cristianesimo e i loro tentativi di falsificare la storia, assistiamo a un tentativo di creare confusione. Essi vanno dicendo che lo scopo intrinseco delle Crociate era la conquista di un impero. Questa loro affermazione è assolutamente falsa! La verità è che solo molto tempo dopo le Crociate il partito crociato assunse la maschera dell’imperialismo. Infatti, oggi non è possibile che il credo crociato si presenti nuovamente sulla scena nello stesso modo in cui poté manifestarsi nel Medioevo.
Per questo hanno dovuto indossare una nuova maschera. Infatti, il credo della croce era stato frantumato nello scontro contro la muraglia costruita con metallo fuso dalla forza unita di tutti i musulmani, senza distinzione di stirpe, colore o tribù. Tra i musulmani menzionati, figure come il curdo Saladino e il mamelucco Turan Shah dimenticarono le proprie differenze tribali e genealogiche, si affidarono unicamente alla forza della fede e ottennero la vittoria portando soltanto la bandiera dell’Islam.
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«L’unica ragione della loro ostilità verso i credenti è che essi — i credenti — avevano creduto in Allah, l’Onnipotente e sempre Degno di lode.» — al-Burūj: 8
La parola di Allah Taʿālā è vera in ogni sua lettera, mentre il gruppo di ingannatori, prestigiatori e oppressori è bugiardo e traviato.
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