Parole dell’editore
Sebbene i governanti musulmani abbiano regnato a lungo in India e alcuni di loro abbiano contribuito, in misura maggiore o minore, alla diffusione dell’Islam, molti di essi non diffusero il vero Islam tra il popolo. Non solo non lo diffusero: l’Islam fu invece presentato in forma distorta, interpretato erroneamente e, per rafforzare i propri interessi acquisiti, alcuni governanti lo spinsero sull’orlo della rovina. In mezzo a questa crisi dell’Islam apparve il Mujaddid Alf-e Sani, che salvò l’ideale originario dell’Islam nel subcontinente dalla rovina. Durante il declino dell’Impero moghul e dopo la sua caduta, l’Islam affrontò nuovamente una grave crisi. In quel periodo, il grande uomo che, grazie alla sua straordinaria intelligenza, lungimiranza, saggezza e pratica spirituale, rinnovò l’Islam e cercò di salvare i musulmani dalla confusione e dalla rovina fu Shah Waliullah Dehlawi (che Allah abbia misericordia di lui). In questo libro, Mawlana Zulfiqar Ahmad Qismati ha cercato di presentare la preziosa vita e l’ideale di vita di questo grande uomo. Il libro aiuterà tutti a conoscere l’ideale, il pensiero e l’immortale contributo all’Islam di Shah Waliullah, promotore della rinascita islamica nell’intero subcontinente himalayano dopo il dominio moghul. Ci auguriamo che, leggendo quest’opera, il lettore contempli l’immortale eredità di un grande uomo in un momento decisivo della storia, si formi secondo quell’ideale e si adoperi per conseguire gli obiettivi dell’attuale fase espansa della rinascita islamica ispirata dal suo pensiero.
Parole dell’autore
Nella vita dell’individuo si verificano ascesa e declino, e lo stesso accade nella vita sociale. La differenza è che le conseguenze benefiche o nocive del primo sono limitate, mentre quelle del secondo influenzano la vita di un numero incalcolabile di persone. In qualche paese o società del mondo sono sempre in corso processi di ascesa e declino. Si vede una nazione avanzare rapidamente verso il progresso, mentre un’altra, perdendo la propria identità, sprofonda nell’abisso del declino. Alla base di questo declino e di questo progresso vi sono alcune cause e condizioni. È assolutamente necessario conoscerle. Infatti, una nazione che non tenga davanti a sé la storia dei propri successi e fallimenti passati non può in alcun modo trovare una guida complessiva per il proprio cammino. Tuttavia, individuare correttamente e al momento opportuno tali cause e presentarle alla nazione non è cosa facile. Anche se ciò è possibile, suscitare nei recessi del cuore di innumerevoli cittadini una reazione positiva alla conoscenza acquisita e portare alla rinascita della nazione è davvero un compito arduo. Coloro che, nei diversi paesi del mondo, hanno posto le basi della rinascita nazionale non solo rimangono per sempre immortali nella storia come guide della propria nazione, ma anche le generazioni future traggono sempre ispirazione da loro.
Dopo la fine della supremazia musulmana nel subcontinente, tra i musulmani comparvero disperazione, mancanza di obiettivi e una generale stagnazione. In quel periodo Shah Waliullah Dehlawi pose le basi per la rinascita nazionale dei musulmani. Anche altri hanno contribuito alla rinascita musulmana nel subcontinente. Tuttavia, quanto sarebbe stato necessario discutere, diffondere e divulgare la sua biografia, i suoi insegnamenti e il suo ideale sotto il profilo della durata, dell’ampiezza e della profondità non è stato fatto. Sebbene pochi intellettuali animati da spirito di ricerca conoscano qualcosa di lui, in generale la sua biografia e la sua filosofia non sono state discusse qui. Si è inoltre visto che molti scrittori moderni istruiti, per mancanza di una conoscenza completa delle sue attività, hanno fornito informazioni errate su di lui. A questo proposito, dopo molte fatiche, ho indicato alle pagine 8-11 della prima edizione del mio libro ‘Il ruolo combattivo degli ulema nel movimento per l’indipendenza’ alcuni errori concettuali e fattuali contenuti in un manuale di storia del Bangladesh Textbook Board. Ho sentito dire che il defunto Mawlana Nur Muhammad Azmi, uno dei più eminenti studiosi, autori di numerose opere, letterati e giornalisti del Bangladesh, e il Mawlana Abdur Rahim abbiano tradotto la sua celeberrima opera ‘Hujjat Allah al-Baligha’. Sebbene un’istituzione locale ne avesse commissionato la traduzione, per negligenza di un direttore successivo o per altra ragione essa non è stata ancora pubblicata. Naturalmente, nella comunità degli ulema di questo paese non manca né il rispetto per il nome di Shah Waliullah né quello per la sua persona. Egli fu un sapiente spirituale e un imam esperto nelle scienze islamiche; fu anche uno dei più grandi filosofi e pensatori islamici, colui che pose i semi del movimento per l’istituzione della ‘Hukumat-i Ilahiyya’ nel subcontinente e il cui ragionamento filosofico è particolarmente utile per spiegare i precetti islamici alla società moderna. Questo aspetto della sua vita non è stato ampiamente discusso.
In questo libro si è cercato di discutere la biografia, gli insegnamenti e l’ideale di questo grande uomo. In particolare, si è illustrato come egli operò nel subcontinente, dopo la fine della supremazia musulmana durante il regno degli ultimi sovrani moghul, nonostante il dominio inglese, le idee erronee delle varie superstizioni e la miserevole condizione della società musulmana. Il mio desiderio è che questo libro ispiri i lettori a preservare in questo paese la coscienza nazionale islamica e la cultura islamica.
Il filosofo Shah Waliullah Dehlawi ((che Allah abbia misericordia di lui)) e il suo pensiero
Fino al quinto secolo dell’Egira, i musulmani, per quanto riguardava la letteratura, la cultura, la poesia, la storia, la filosofia, la giurisprudenza, la matematica, la medicina, la chimica, l’architettura, la conquista dei territori e, più in generale, gli aspetti materiali, si trovavano al culmine del progresso in tutto il mondo; in seguito, però, in tutto il mondo musulmano si manifestò una sterilità del pensiero. In particolare, nel campo del pensiero religioso si osservò una tale stagnazione che le porte della ricerca islamica e del pensiero indipendente finirono praticamente per chiudersi. Non solo, nell’ambito della riflessione e della ricerca sul Corano e sulla Sunna e della loro interpretazione ci si limitava a seguire ciecamente i predecessori, ma anche riguardo a molte questioni complesse si riteneva che l’epoca della ricerca sul Corano e sulla Sunna mediante un approccio innovativo fosse terminata con il quarto secolo dell’Egira e che alle generazioni successive non spettasse alcun diritto di pensare autonomamente al riguardo.
Inoltre, si osserva che, dai Califfi ben guidati fino al quarto secolo dell’Egira, da una parte gli imam-mujtahid, totalmente devoti all’Islam, si dedicavano alla riflessione e alla ricerca islamica in ambito non governativo, mentre dall’altra gli ambiziosi al potere ostacolavano in vari modi i valori islamici. Durante il dominio degli Omayyadi e degli Abbasidi (con l’eccezione di Umar ibn Abd al-Aziz), la vita culturale dell’Islam si trovò ad affrontare una crisi terribile. La traduzione e la diffusione indiscriminate della letteratura e della filosofia greche inaugurarono l’anarchia nel mondo intellettuale dei musulmani. Con l’aiuto degli apparati statali, il gruppo dirigente favorì, nei campi della letteratura, della filosofia, della politica e della civiltà, la diffusione delle concezioni dell’epoca dell’ignoranza preislamica. Nella seconda metà del quinto secolo dell’Egira la situazione giunse a un punto tale che l’interesse per la letteratura greca e la passione per la filosofia aumentarono in modo eccessivo. Le convinzioni religiose e il carattere morale dei governanti e del popolo musulmano subirono un grave deterioramento. Un gruppo di ulema, faqih e mufti si adoperò per valutare la concezione islamica della vita secondo i criteri delle filosofie straniere. Anche nel periodo successivo si osserva che in varie parti del mondo musulmano sorsero numerose altre superstizioni e concezioni errate. In quel periodo, vivendo in un ambiente monarchico fondato sulla repressione, la gente finiva per non conoscere più neppure il corretto profilo dell’ordinamento islamico della vita. Si avvertiva un particolare bisogno delle prescrizioni del Corano e della Sunna stabilite per i diversi ambiti della vita umana, nonché delle spiegazioni e delle analisi teoriche e filosofiche dell’Islam. Dalla società musulmana veniva generalmente accettata l’idea che l’Islam fosse un ordinamento di vita completo e vittorioso. Al suo posto si affermava il sufismo, ossia una forma parziale dell’Islam — e, in alcuni casi, persino una forma distorta — le cui conseguenze perdurano ancora oggi; tuttora alcuni considerano soltanto determinate pratiche rituali come l’Islam completo. Sebbene, sotto il dominio di una potentissima autorità regale, di tanto in tanto qualcuno si facesse avanti con le idee rivoluzionarie dell’Islam, esse si spegnevano facilmente di fronte all’indifferenza e all’inerzia complessive della società. Dire o scrivere qualcosa che esprimesse tali idee era inoltre un enorme rischio per la propria vita. In quell’ambiente, ciò era anche contrario alla politica strategica adottata per mantenere in vita l’Islam. Per queste ragioni, i musulmani cominciarono gradualmente ad allontanarsi dall’ordinamento di vita donato da Allah che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) e i suoi Compagni devoti avevano presentato all’umanità dopo aver infranto, con una lotta e una dedizione estreme, tutte le impenetrabili barriere dell’ignoranza preislamica.
La situazione nel subcontinente
Da una parte mancavano una corretta conoscenza e una seria ricerca sull’Islam; dall’altra continuavano a sorgere nuove concezioni errate. Quando, attraverso queste due condizioni, l’Islam perse il suo dinamismo ed entrò nel dodicesimo secolo dell’Egira, la situazione dell’intera società musulmana, e in particolare dei musulmani del subcontinente indo-pakistano, era estremamente deplorevole dal punto di vista intellettuale. Qui l’Islam dovette affrontare, per mano di governanti musulmani egoisti, una sfida che non si era verificata altrove. Infatti, salvo un paio di eccezioni, i re e gli imperatori musulmani di Delhi, lungi dal fare qualcosa per instaurare nel subcontinente indo-pakistano un completo ordinamento islamico della vita, compivano invece azioni contrarie agli ideali islamici e presentavano alla popolazione del paese un’immagine fuorviante dell’Islam. Durante l’epoca dei Moghul, soprattutto a partire dalla seconda metà del decimo secolo dell’Egira, la situazione peggiorò in modo allarmante. L’illimitata sfrontatezza dell’imperatore Akbar (964-1064 dell’Egira) nei confronti dell’Islam produsse nella vita della società musulmana un’enorme piaga. L’imperatore Akbar era favorevole a compiacere gli indù a qualunque costo. Akbar riteneva che il dominio moghul in India non potesse durare a lungo basandosi soltanto sulla forza dei musulmani, minoranza, senza il sostegno attivo degli indù, qualora fosse stato necessario. Per conservare il trono degli antenati, Akbar era quindi pronto a sacrificare la propria cultura e civiltà nazionale, nonché la fede e il credo. Spinto da questa concezione, adottò molti usi e costumi indù e abolì la jizya imposta ai non musulmani. Faceva tutto ciò in nome di quella religione farsesca da lui stesso inventata, chiamata «Din-i Ilahi», tanto disprezzata. Va ricordato che, a partire dall’983 dell’Egira, questa malvagità si radicò nella mente di Akbar e, per elaborare un piano a tale scopo, egli convocò alla corte, oltre a un gruppo di ulema, pir e pandit indù, anche dotti sciiti, cristiani, ebrei, zoroastriani e di altre religioni. In seguito, alla luce delle dichiarazioni di ciascuno, mise in atto il proprio interesse personale e, nel 990 dell’Egira, proclamò ufficialmente l’istituzione del «Din-i Ilahi». Dietro questa deviazione di Akbar, oltre alla sua ignoranza dell’Islam, agiva anche la profonda influenza delle sue mogli non musulmane. La presenza di donne indù nell’harem era sufficiente a rendere indù l’intero ambiente. All’interno dei palazzi furono costruiti luoghi di culto di varie religioni. Durante le fiere e le feste indù si celebravano feste pubbliche nel palazzo dell’imperatore. Al momento dell’accensione delle lampade serali, Akbar rimaneva in piedi per ricevere gli omaggi. Furono vietati l’adhan e la macellazione delle vacche. L’abbigliamento e l’aspetto dei membri della corte erano completamente indù. I musulmani cominciarono a radersi la barba. In una parola, l’intero ambiente, tutte le attività dei palazzi, i costumi e le cerimonie erano esclusivamente portatori e veicoli della cultura indù. Nell’abbigliamento, nell’architettura e nella produzione di immagini di quell’epoca si poteva osservare ovunque l’impronta della cultura indù. La moschea di Fatehpur Sikri e il mausoleo dello Shaykh Salim Chishti furono costruiti allo stesso modo come simboli dell’architettura indù. A proposito del mausoleo dello Shaykh Salim Chishti, il celebre scrittore inglese Winston Smith, esprimendo il proprio giudizio, afferma: «Sono rimasto stupito nel vedere i simboli della cultura e dell’architettura indù sulle pareti funerarie di un grande e vigoroso santo spirituale della società musulmana. In tutto il monumento funerario è evidente l’espressione della mentalità indù» (Akbar the Great Mughal, pp. 442-443). È degno di nota anche il commento di Henell. Egli afferma: «La moschea di Fatehpur sembra più un tempio vaisnava che una moschea» (A Hand Book of Indian Art, p. 65).
Il ruolo di un gruppo di ulema
Per la deviazione di Akbar, anche una certa categoria di ʿulamāʾ e di pir, asserviti al governo dell’epoca, non è affatto esente da colpa. Le loro reciproche controversie, i conflitti, l’invidia e la scarsità o ignoranza delle conoscenze riguardo alle esigenze fondamentali della religione islamica agirono come olio gettato sul fuoco. Fu a causa della loro debolezza verso i potenti, della loro codardia e della loro irresponsabilità nei confronti della religione che, nell’anno 987 dell’Egira, non provarono il minimo imbarazzo nel promulgare una fatwa, attribuendo ad Akbar qualità divine quali “Ẓillullāh” (l’ombra o la misericordia di Allah), “guida giusta”, “imām dell’epoca”, “al di sopra di ogni obbedienza” e “il cui comando è vincolante per tutti”. Emisero persino una fatwa che autorizzava la prostrazione reverenziale davanti a lui. Commentando questo episodio, il defunto Mawlānā Abū al-Kalām Āzād disse: «Durante il regno di Akbar, soltanto Allah sa come tratterà i falsi ʿulamāʾ —come Makhdoom-ul-Mulk e ʿAbd al-Nabī— che firmando quella fatwa resero se stessi meritevoli di una severa punizione. Tuttavia, non vi è alcun dubbio che l’ignoranza estrema dimostrata da quegli ʿulamāʾ con un atto tanto riprovevole abbia ben pochi precedenti. A dire il vero, tutti i colpi inflitti all’Islam nelle diverse epoche sono giunti proprio per opera di simili “falsi ʿulamāʾ”. Io direi che i maggiori responsabili della creazione della perdizione di Akbar non furono Abū al-Faẓl e Fayżī, bensì questi “cani del mondo” furono i più colpevoli. Sfortunatamente, a quel tempo proprio questi uomini egoisti si celavano sotto la veste degli ʿulamāʾ». [Nella storia islamica, gli ʿulamāʾ delle diverse epoche caratterizzati da fede e pratiche corrotte sono indicati come “ʿulamāʾ al-sūʾ”, cioè falsi ʿulamāʾ. Il termine è oggi divenuto una espressione tecnica corrente. Tazkira, p. 21.]
Comunque sia, nel seno di quella profonda oscurità creata da Akbar, in una fase successiva Allah fece sorgere un sole possente, simile al Mujaddid Alf-e Sānī; e durante il regno dell’imperatore Jahangir essa ebbe fine grazie al suo irresistibile movimento, alla sua abnegazione e alle sue energiche misure difensive. Sebbene Alf-e Sānī (che Allah abbia misericordia di lui) fosse riuscito a placare il flusso della perdizione e, insieme ad esso, quello impetuoso delle innovazioni religiose, dello shirk e delle altre correnti analoghe, le tracce di quella piaga perniciosa non scomparvero completamente. Alcuni dei suoi germi rimasero anche nella fase successiva. Si constatò infatti che, benché il numero dei seguaci della “Dīn-i Ilāhī” di Akbar fosse assai ridotto, la sua influenza generale si era diffusa ampiamente. Ne è un esempio il fatto che, mentre gli scrittori musulmani erano soliti iniziare i propri scritti, soprattutto i libri, con hamd e naʿt, gli impiegati governativi dalla mentalità corrotta e gli scrittori musulmani della corte imperiale cominciavano i loro libri sulla cultura e sulla lingua hindu invocando divinità hindu come Gaṇeśa o Sarasvatī. Inoltre, la prova che l’idea e l’influenza della “Dīn-i Ilāhī” erano presenti tra personalità eminenti non soltanto durante il regno di Jahangir, figlio di Akbar, ma anche in quello del suo pronipote, è rappresentata da Dārā Shikōh. Dārā Shikōh, figlio di Shāhjahān, sebbene inizialmente fosse influenzato dalla corrente sufi, in seguito si avvicinò gradualmente alle dottrine hindu. Sotto il suo patrocinio numerose opere religiose hindu furono tradotte in persiano. Egli compose trattati discutendo il rapporto tra la terminologia del panteismo hindu e quella della propria dottrina. Si adoperò per realizzare una sintesi tra le religioni hindu e musulmana. Le sue idee si diffusero, consapevolmente o inconsapevolmente, anche tra molti sufi devoti. In tal modo Dārā Shikōh preparò, attraverso i sufi, un terreno comune tra l’Islam e l’induismo (Islam, il sentiero retto).
Questa fu essenzialmente la ragione alla base del conflitto tra l’imperatore Awrangzeb (1068-1118 dell’Egira) e Dārā Shikōh e, infine, della sconfitta e dell’uccisione di Dārā Shikōh. Non sarebbe affatto corretto considerare il loro conflitto come una semplice disputa tra due fratelli per la conquista del potere imperiale. Si trattava piuttosto dello scontro tra due correnti di pensiero e due ideali. Abū al-Muẓaffar Muḥyī al-Dīn ʿĀlamgīr Awrangzeb desiderava far rivivere nel subcontinente l’Islam, cioè l’ideale del Profeta; Dārā Shikōh, invece, voleva instaurarvi la dottrina del suo bisnonno Akbar. Secondo alcuni, se Dārā Shikōh fosse riuscito a salire al potere, l’Impero moghul sarebbe sopravvissuto fino ai nostri giorni; e, anche se non fosse sopravvissuto, l’Islam sarebbe scomparso dal subcontinente. Per queste ragioni, anche dopo la fine dell’epoca di un sovrano musulmano pienamente fedele all’ideale islamico come Awrangzeb, si vide che, a causa dell’inadeguatezza dei sovrani successivi, quella corrente di pensiero hindu, insieme alle fitna alimentate dalle dottrine sciite e da varie correnti non islamiche, tornò a sollevare la testa. Le pratiche e le correnti non islamiche che erano state eliminate grazie agli sforzi del Mujaddid Alf-e Sānī (971-1034 dell’Egira) e, in seguito, dell’imperatore asceta Awrangzeb, si rianimarono approfittando della debolezza del sovrano in questione. Questa era la situazione generale del subcontinente indo-pakistano. Parallelamente, la situazione nel campo dell’istruzione della società e negli ambienti colti, vale a dire tra gli ʿulamāʾ e i pir-mashāyikh, era ancora più decaduta. Alcuni individui che si facevano chiamare sufi, faqīr o dervisci derubavano i beni della gente comune sotto il falso mantello della faqīrī e della maʿrifa. Nelle istituzioni scolastiche si continuava a operare sul cadavere putrefatto delle dottrine diffuse da Aristotele. Nelle madrase si studiavano con particolare importanza “Shams-i Bāzigha” e “Qāḍī Mubārak”, ma nessuno prestava la minima attenzione alla riflessione e alla ricerca sul Corano e sulla Sunna. In realtà erano talmente immersi nelle “scienze divine” che non avevano neppure il tempo di rivolgere attenzione alla “Parola divina”. Se nel programma d’istruzione generale dell’epoca, cioè nel dars-i niẓāmī [il sistema d’istruzione delle madrase qawmī attualmente in uso], vi era una materia esclusa dal corso, questa era il Nobile Corano. Persino nei circoli d’insegnamento dei grandi ʿulamāʾ si riteneva sufficiente studiare soltanto Mishkāt Sharīf e “Mashāriq al-Anwār”. Tale era la situazione degli ʿulamāʾ influenzati dalle idee del Mujaddid e del suo contemporaneo, lo shaykh ʿAbd al-Ḥaqq Muḥaddith Dihlawī (che Allah abbia misericordia di lui) (958-1052 dell’Egira). Quanto ai mufti, essi consideravano definitive le fatwa dei giuristi e mujtahid posteriori al V secolo dell’Egira, i cosiddetti “muta’akhkhirīn”. Era impossibile contraddire una qualsiasi opinione giuridica di Ibn Najīm (970 dell’Egira) o di Mullā ʿAlī al-Qārī (1014 dell’Egira). Chiunque avesse mostrato l’audacia (?) di farlo sarebbe forse stato bersagliato da ingiurie religiose, venendo definito wahhabita, nuovo mubtadiʿ (innovatore), lā-madhhabī o con altri appellativi.
Accanto a questa situazione degli ʿulamāʾ e degli studiosi votati all’istruzione, quella dei musulmani comuni e della classe media era ancora più desolante. Secondo un certo autore non musulmano, «in generale, nel subcontinente l’Islam aveva perso la propria essenza vitale. Predominava soltanto l’attaccamento ai rituali formali dell’Islam e ai miracoli frutto dell’immaginazione. Se Ḥaḍrat Muḥammad (che la pace sia su di lui) fosse tornato per la seconda volta nel mondo, avrebbe espresso profondo scontento vedendo tra questi suoi seguaci l’avversione alla religione e l’idolatria». [Stewart ha discusso dettagliatamente nel suo libro il mondo musulmano del XVIII secolo, tracciandone un quadro estremamente doloroso. Secondo Amīr Shakīb Arsalān, Stewart è l’unico autore che abbia rappresentato il mondo musulmano con una tale competenza, cosa che non è riuscita neppure a un accorto scrittore musulmano. In Sīrat-i Sayyid Aḥmad, alle pp. 50-51, è riportata la versione completa di Stewart.]
Imam Shah Waliullah Dehlawi ((che Allah abbia misericordia di lui))
In quel momento si avvertiva un’urgente necessità: quella particolare situazione dei musulmani dell’India e del Pakistan e, più in generale, la sterilità del pensiero religioso nel mondo musulmano richiedevano una guida luminosa, capace di esporre chiaramente, sul piano teorico e filosofico, il corretto significato degli insegnamenti del Corano e della Sunna alla umma musulmana. Attraverso la riflessione e la ricerca si sarebbe aperta la via della rinascita islamica, e la umma musulmana avrebbe smesso di considerare l’Islam una cosiddetta religione confinata entro le quattro mura delle moschee, delle madrase e dei khanqah; lo avrebbe invece accettato come un sistema di vita completo e si sarebbe organizzata per lottare affinché esso prevalesse in ogni ambito dell’esistenza. Nell’Islam avrebbe cercato la soluzione ai propri problemi economici, politici, culturali e spirituali. Per l’infinita grazia di Allah, proprio in quel periodo nacque, in una nobile famiglia timorata di Allah a Delhi, un bambino destinato ad assumere questa grande responsabilità. In seguito egli divenne noto in tutto il mondo come l’Imam Shah Waliullah Dehlawi, pioniere della rinascita del pensiero islamico e, in particolare, della rinascita musulmana nel subcontinente indo-pakistano-bengalese.
Suo padre si chiamava Shah Abd al-Rahim (che Allah abbia misericordia di lui). La famiglia di Abd al-Rahim era già molto rinomata a Delhi per il sapere e la ricerca islamici. In questa famiglia vi furono numerosi ulema di grande fama. Per lignaggio, l’Imam Shah Waliullah era imparentato con il secondo califfo, Hazrat Umar al-Faruq (che Allah sia soddisfatto di lui). Suo nonno, Shah Wajih al-Din, era un uomo estremamente coraggioso. Durante il regno dell’imperatore Alamgir partecipò a diverse battaglie e combatté anche contro i Maratha insieme all’esercito moghul. Il padre di Shah Waliullah, Shah Abd al-Rahim, era una grande autorità nel sapere islamico durante il regno dell’imperatore Alamgir. Possedeva conoscenze in materia spirituale e religiosa. Nell’osservanza delle pratiche religiose era estremamente devoto e timorato di Allah. Quando l’imperatore Alamgir istituì, nell’ambito dell’amministrazione statale, un alto consiglio di ulema esperti di diritto islamico per compilare la celeberrima opera giuridica islamica Fatawa-yi Alamgiri, anche il suo nome figurava tra i membri. Per sua natura era contrario al servizio presso la corte reale e quindi lo rifiutò, ma continuò ad aiutare più volte il consiglio in questa attività. Shah Waliullah nacque nell’anno 1114 dell’Egira, quattro anni prima della morte dell’imperatore Alamgir, e morì nel 1176 dell’Egira. In questo modo assistette all’epoca di dieci imperatori moghul, compreso Alamgir. Essi furono: (1) Alamgir (Aurangzeb), (2) Bahadur Shah, (3) Muizz al-Din Jahandar Shah, (4) Farrukh Siyar, (5) Rafi al-Darajat, (6) Rafi al-Dawla, (7) Muhammad Shah Rangila, (8) Abu Nasr Ahmad Shah, (9) Alamgir II, (10) l’imperatore Shah Alam.
Shah Waliullah possedeva una memoria e un’intelligenza eccezionali fin dall’infanzia. All’età di sette anni memorizzò il Sacro Corano e, prima di compiere quindici anni, sotto la guida del suo eminente padre, acquisì una profonda competenza in tutte le questioni religiose e spirituali. Per questo motivo, quando nel 1131 dell’Egira morì Shah Abd al-Rahim, egli, appena diciassettenne, si dedicò alla diffusione del sapere islamico attraverso l’istituto educativo del padre. Shah Waliullah insegnò ininterrottamente per dodici anni nella madrasa Rahimiyya di Delhi. In quel periodo raggiunse una notevole eccellenza nel sapere islamico e nella spiritualità. Tuttavia, il declino intellettuale, morale e politico della società musulmana, nelle sue forme manifeste e latenti, non gli consentì di rimanere inattivo; in particolare, osservando l’andamento dei movimenti religiosi, politici e culturali dell’India del tempo, divenne profondamente preoccupato. Infatti, già durante la vita dell’imperatore Alamgir erano sorti in India due movimenti terribili per l’Islam e i musulmani: uno era il movimento maratha, guidato da Shivaji e originario dell’India meridionale, l’altro era il movimento sikh. Vi erano inoltre molte altre questioni. L’obiettivo del movimento maratha era instaurare in India il dominio assoluto della civiltà e della cultura hindu. Tutte le attività distruttive dei sikh si concentravano nel Punjab. Sebbene all’inizio fosse un movimento di riforma religiosa, in seguito assunse una forma politica sotto la guida di Guru Gobind. Nel descrivere brevemente la loro ostilità verso i musulmani, l’autore del Siyar al-Muta’akhkhirin riferisce che, ovunque riuscissero a sottomettere i musulmani, non si limitavano a saccheggiarne i beni e le proprietà, ma celebravano anche l’Holi con il sangue dei musulmani. Nemmeno i bambini riuscivano a sfuggire alle loro mani. Squarciavano il ventre delle donne incinte, estraevano i bambini e li uccidevano davanti ai genitori. (S.M., p. 42). Un autore hindu afferma: i sikh consideravano i musulmani i loro acerrimi nemici. Nelle zone sotto la loro influenza impedivano ai musulmani di recitare l’adhan. Trasformavano le moschee in centri dei loro testi religiosi e luoghi di culto, cambiandone il nome in “Mastgarh”. Consideravano impuri i recipienti usati dai musulmani; quando necessario, li utilizzavano soltanto dopo averli colpiti cinque volte con calzature ai piedi.
Shivaji, promotore del movimento maratha, fece presentare i Maratha come discendenti dei Rana di Udaipur; per questo il movimento ottenne facilmente la collaborazione dei nobili hindu e dei brahmani. In seguito si diffuse in tutta l’India. I danni arrecati alla vita e ai beni dei musulmani per mano dei predoni maratha sono consegnati alla storia. Nelle opere Khazana-yi Amira e Tabata Bay si afferma che i saccheggi compiuti dai Maratha a Delhi e il comportamento oltraggioso da essi tenuto nei confronti della civiltà e della cultura musulmane suscitano dolore in qualunque musulmano.
Il viaggio alla Mecca
Questi movimenti lasciarono un’impressione profonda nell’animo dello Shah Sahib. Shah Waliullah comprese, grazie alla capacità di pensiero donatagli da Dio, che per salvare l’attuale società musulmana dalla morsa di problemi molteplici non sarebbe bastato impartire il consueto insegnamento sedendo nelle madrase, né alcuni discorsi capaci di suscitare soltanto un’agitazione temporanea avrebbero potuto risvegliare questa nazione. Con animo preoccupato, cercò dunque l’aiuto di Allah affinché gli indicasse la via corretta. Proprio a questo scopo, interrompendo il suo incarico d’insegnamento durato dodici anni, all’età di ventinove anni, nel 1143 o nel 1144 dell’Egira, intraprese il viaggio verso la santa Mecca e Medina. Va ricordato che, in quel periodo, anche recarsi alla Mecca non era affatto semplice. Proprio allora i Portoghesi e altre nazioni occidentali si stavano avvicinando al mondo musulmano con sguardo avido, alcuni nel ruolo di governanti e altri sotto le vesti di mercanti. Shah Waliullah rimase in viaggio dal 1143 al 1145 dell’Egira (secondo un’altra opinione, dal 1144 al 1146). Di questo periodo, quattordici mesi furono trascorsi alla Mecca e a Medina e il tempo rimanente negli spostamenti. In tal modo ebbe l’opportunità di compiere il pellegrinaggio due volte. La storia successiva dimostra quale sapienza egli avesse acquisito, da parte di Allah, recandosi presso le sante Haramayn Sharifayn e adoperandosi con ogni mezzo per la liberazione di questa nazione, in favore dell’Islam e della comunità musulmana. Fu proprio attraverso quella conoscenza che trovò la via per avanzare verso il suo obiettivo. La forza spirituale e la ricchezza interiore che acquisì in quel periodo si possono facilmente comprendere leggendo la sua opera di alto valore intitolata Fayuz al-Haramayn. Nelle pagine 89-90 di quell’opera, narrando un lungo sogno della notte di venerdì 20 Dhu al-Qa‘dah dell’anno 1144 dell’Egira, egli menziona un comando di Allah rivolto a lui. Sebbene tale episodio possa apparire diversamente a coloro che giudicano ogni cosa da una prospettiva puramente materialistica e mondana, poiché lo stesso Shah Sahib ne è il narratore, per me è assolutamente impossibile esimermi dal riferirlo. In una fase del sogno si dice che egli si vide in mezzo a una folla agitata, composta da persone provenienti da quasi tutti i paesi musulmani, arabi e non arabi. Tutti erano furenti per l’influenza straniera sempre più crescente sui musulmani. Si fecero avanti verso di lui e gli chiesero quale fosse, in quel momento, il comando di Allah. Dalla sua bocca allora uscì: «Realizzate un cambiamento radicale dell’attuale sistema sociale e instaurate il sistema sociale islamico». In seguito, infatti, lo Shah Sahib fece proprio questo, con i colpi della sua logica affilata e della sua penna. Analogamente, nell’introdurre il resoconto di un sogno significativo nella prefazione della sua opera di fama mondiale Hujjat Allah al-Baligha, egli dice: «Un giorno, dopo la preghiera dell’‘asr, ero assorto nella contemplazione di Allah. Improvvisamente sentii che l’anima benedetta del Profeta mi aveva avvolto. Mi sembrava che una coperta fosse stata posta su di me. In quello stato fu deposto nel mio cuore questo messaggio: “Segui un metodo particolare nello spiegare la religione”. Subito dopo cominciai a percepire nel mio cuore una luce, una luce della conoscenza, che continuava a svilupparsi gradualmente».
Il ritorno in patria e la dedizione all’attività di ricerca
Dopo il ritorno in patria nel 1146 dell’Egira e fino alla morte, Shah Waliullah rimase immerso per quasi trent’anni esclusivamente nella composizione di opere. Il progetto con cui aveva lasciato la Mecca venerabile e messo piede sul suolo indiano, insieme alla corrente di pensiero che aveva sconvolto la sua mente e il suo cuore, lo aveva allontanato dal gusto per il metodo d’insegnamento tradizionale tramandato da generazioni. Non gli rimase più alcuna possibilità di insegnare in qualità di maestro. Nelle parole del suo degno figlio, Shah Abd al-Aziz: «Il venerabile padre aveva preparato un insegnante per ogni materia; ogni studente si recava dal docente della materia che studiava. Il suo compito consisteva soltanto nel trasmettere conoscenze e informazioni, nello scrivere e nel riferire gli hadith». In quel periodo compose in arabo e persiano non meno di cinquanta opere. La maggior parte di esse possiede caratteristiche uniche per quanto riguarda la ricerca e il sapere islamici, la filosofia e le informazioni. L’aspetto più stupefacente della sua ricerca sulla vita umana è che, pur vivendo in un ambiente di duecento anni prima, riuscì a spiegare il sistema di vita islamico con un metodo del tutto moderno, come una persona cresciuta e formata nell’epoca del massimo sviluppo del sapere e della scienza dei secoli successivi. Ogni lettore di storia conosce l’ambiente inquieto dell’India durante i regni di Farrukh Siyar, Muhammad Shah Rangila e Shah Alam. Shah Sahib fu l’unico ricercatore che, vivendo in mezzo al dominio sfrenato del lusso, dell’idolatria dei sensi, degli omicidi, dell’oppressione, delle persecuzioni, dell’agitazione e del disordine, esaminò ogni problema con lo sguardo profondo e indagatore di un mujtahid, come interprete dotato di libero giudizio e ragione, libero da ogni vincolo e influenza dell’epoca. Il modo in cui Shah Sahib presentò nelle sue opere i dati concernenti i diversi aspetti dell’Islam in forma scientifica e filosofica rende facilmente evidenti i principi fondamentali del sapere islamico e scientifico e l’aspetto filosofico delle norme islamiche. Qualunque fosse l’argomento di cui si occupava, sembrava portare la discussione di tutti i temi ad esso connessi al suo compimento ultimo. Le sue opere, scritte tanto in arabo quanto in persiano, possiedono caratteristiche distintive per la profondità del pensiero, la chiarezza dello stile, il metodo filosofico della dimostrazione e la capacità di suscitare interesse. In realtà, egli cercava di riorganizzare il sapere islamico in modo così razionale da rendere chiari alle generazioni future i misteri fondamentali, i dati e gli aspetti filosofici dell’ordinamento islamico; su questa base avrebbero potuto sorgere, nel mondo musulmano e soprattutto nel subcontinente, la rinascita musulmana e l’affermazione della politica islamica. Considerando la questione da questo punto di vista, la sua opera deve essere definita più rivoluzionaria di qualunque scritto ispirato da idee rivoluzionarie. Il pensiero di Shah Waliullah rappresenta una grande sfida in difesa dell’Islam. Nel sistema sociale islamico da lui presentato vi è una guida chiara riguardo a tutti gli strumenti necessari alla libertà e alla prosperità politiche, culturali ed economiche e al progresso sociale. La sua caratteristica è di poter essere applicato in qualunque Stato. Shah Waliullah (che Dio abbia misericordia di lui) ha dimostrato sulla pietra di paragone della ragione che l’Islam è un ordinamento eterno della vita per ogni Paese e ogni popolo. Shah Waliullah Dehlavi appartiene a quella schiera di grandi pensatori e spiriti eminenti della storia che, epoca dopo epoca, spezzano la rete della confusione ideologica e tracciano una via maestra, limpida e lineare, per il pensiero e la ricerca; nel mondo delle menti suscitano inquietudine contro le condizioni contemporanee e delineano un quadro coinvolgente di una nuova creazione, dal quale nasce inevitabilmente un movimento volto a distruggere l’ingiustizia e la bruttezza e a ricostruire la giustizia, la verità e la bellezza. Per un pensatore di questo genere è raramente possibile costruire un movimento secondo il proprio pensiero e la propria ideologia; spesso non ha neppure l’opportunità di scendere in campo per abbattere con le proprie mani il mondo esistente e crearne uno nuovo. Il compito autentico di tali pensatori consiste nel brandire il coltello della critica, lacerare e dissolvere le reti della confusione accumulate per centinaia di anni e accendere una nuova fiaccola nel mondo dell’intelletto e del pensiero. Spezzano la struttura deformata ma potente della vita, separano dalle sue rovine la verità autentica e duratura e la presentano al mondo. Nonostante ciò, Shah Waliullah combatté realmente in prima linea sul campo di battaglia. Tuttavia, tutto il suo tempo fu dedicato alla ricostruzione del pensiero. Non ebbe neppure un istante libero da questo immenso compito. Per mettere in atto sforzi concreti sulla base della via da lui indicata, era necessario un altro gruppo di persone; e nel giro di appena cinquant’anni esse, tra gli allievi e i discepoli dello stesso Shah Waliullah, acquisirono forza e preparazione e scesero nel campo dell’azione.
Il gruppo operativo di Waliullah
È necessario discutere qui brevemente di quel gruppo e di quelle persone, nonché delle loro attività. Attraverso questa discussione diventerà chiaro che furono proprio loro a svolgere il ruolo principale come ponte di collegamento dei movimenti islamici oggi attivi in questo Paese e nelle altre parti del subcontinente. Nel 1805, sebbene gli inglesi avessero lasciato all’imperatore Shah Alam, sovrano di Delhi, il Forte Rosso, Allahabad e la jagir di Ghazipur, avevano già stabilito il loro dominio assoluto sull’intera India, privandolo dell’autorità su quei territori e cancellando fino all’ultimo residuo del potere musulmano nel subcontinente. In tutto il subcontinente, tra gli ulema e gli intellettuali non religiosi, nessuno aveva il coraggio di proclamare apertamente che l’India sottoposta al dominio straniero era una «dar al-harb», dove il jihad era un dovere per ogni musulmano autentico. Ovunque l’ombra della disperazione si era fatta sempre più fitta. I musulmani di ogni ceto erano rimasti completamente disorientati. Per consolidare il proprio potere politico nel subcontinente, diffondere l’istruzione, la civiltà, le idee, la cultura e la tradizione occidentali e rendere i musulmani, la nazione governante tradizionale di questo Paese, inclini all’Occidente, gli inglesi avevano elaborato un piano approfondito. Quel periodo fu per i musulmani una dura prova.
La fatwa rivoluzionaria contro gli inglesi
Proprio in quel momento, Shah Abd al-Aziz Dehlavi, principale esponente del movimento di Shah Waliullah e suo figlio maggiore, diffuse una fatwa rivoluzionaria, indicando la via a questa nazione scoraggiata e invitandola a lasciarsi animare dallo spirito del jihad islamico. Dopo la morte del padre, il grande pensatore e visionario della rivoluzione islamica, Hazrat Shah Waliullah Dehlavi (1767), Shah Abd al-Aziz si dedicò al movimento di rinascita islamica denominato «Targib-e Muhammadi», facendo del seminario islamico Rahimiyya di Delhi il suo centro e diffondendo il pensiero di Waliullah, organizzando la popolazione e svolgendo attività analoghe. Questo intrepido mujahid proclamò con voce inequivocabile:
«Qui il governo degli ufficiali cristiani procede senza restrizioni, e il significato stesso del loro governo è che essi detengono un potere assoluto in materia di difesa del Paese, regolamentazione del controllo della popolazione, entrate, kharāj, tasse, ‘ushr, merci commerciali, codice penale, giudizio delle cause, pene per i reati e così via. In tutte queste questioni gli indiani non hanno alcun diritto. Naturalmente, nei casi della preghiera del venerdì, della preghiera dell’Eid e della macellazione delle vacche, essi non pongono ostacoli ad alcune disposizioni dell’Islam. Ma queste sono soltanto manifestazioni secondarie: tutto ciò che costituisce il fondamento delle suddette questioni e della libertà — come i diritti umani fondamentali, la libertà di parola e i diritti civili — è stato sottratto e calpestato. Le moschee vengono distrutte; né agli indù né ai musulmani è consentito entrare o uscire da una città senza passaporto o permesso. Anche il permesso concesso agli emigrati comuni e ai commercianti di entrare e uscire dalle città non viene accordato nell’interesse del Paese o sulla base dei diritti civili, bensì per il proprio interesse. È vero che, poiché i governanti di Hyderabad, Lucknow e Rampur hanno riconosciuto l’obbedienza agli inglesi, la legge del governo cristiano non è stata introdotta direttamente in quei luoghi; tuttavia, anche in questo caso, sull’intero Paese continua a valere la norma del dār al-ḥarb.»
[Fatwā-yi ‘Azīzī (in persiano, p. 17, Mujtabā’ī Press).] Analogamente, in un’altra fatwā egli dichiarò l’India indivisa «dār al-ḥarb». Non vi è alcun dubbio che questa fatwā fosse incentrata interamente su una questione politica. Il suo significato essenziale è che tutti i poteri legislativi sono nelle mani dei cristiani e che essi hanno sradicato i valori religiosi. Pertanto, è dovere di ogni patriota lottare in vari modi contro la potenza straniera inglese e continuare la lotta fino al raggiungimento dell’obiettivo.
L’influenza delle fatwā contro gli inglesi
Fino ad allora i musulmani comuni si sentivano impotenti di fronte alla potenza degli inglesi ed erano tormentati dall’esitazione e dal dubbio; dopo la pubblicazione di questa fatwā, trovarono la via per definire una linea d’azione. Attraverso gli attivisti legati al movimento di Shāh ‘Abd al-‘Azīz Dehlavī e i suoi discepoli più eminenti, il messaggio di questa fatwā rivoluzionaria fu diffuso tra i musulmani di ogni ceto del subcontinente. In tal modo, nei cuori dei musulmani cominciò gradualmente a risvegliarsi uno spirito di jihād contro gli inglesi.
In seguito si vede che, sotto la guida del suo discepolo Sayyid Aḥmad Barelwī e al comando militare di suo genero, Mawlānā ‘Abd al-Ḥayy, e di suo nipote, Mawlānā Ismā‘īl (il martire), fu costituito un grande esercito di mujāhid (intorno al 1817). L’unico obiettivo di questo esercito di mujāhid era instaurare un autentico Stato islamico e condurre il jihād contro coloro che ne ostacolavano il cammino — prima i sikh e poi gli inglesi. A questo scopo decisero di stabilire la propria base nelle regioni di Peshawar e Kashmir, nelle zone orientali, meridionali o nord-occidentali dell’India. A questo movimento parteciparono anche musulmani provenienti dalle precedenti aree di confine dell’India, tra cui i distretti di Comilla, Chittagong, Noakhali, Mymensingh e Sylhet. Anche in Bangladesh si diffuse una forte risonanza. Di conseguenza, nel 1828 si sviluppò un potente movimento islamico, noto come movimento Faraizi, sotto la guida di Ḥājī Sharī‘atullāh di Faridpur. Pressappoco nello stesso periodo, il Mawlānā Ḥājī Titumir (Nesar Ali) del Bengala e i suoi compagni, legati al movimento dei mujāhid, entrarono in conflitto con gli inglesi in numerosi luoghi. Il Mawlānā Ḥājī Titumir era un discepolo devoto del «martire di Balakot», il martire Sayyid Aḥmad. Nel 1831 — lo stesso anno in cui Sayyid Aḥmad Barelwī subì il martirio a Balakot — egli fu martirizzato in uno scontro con gli inglesi in Bangladesh. Il discepolo del martire Sayyid Aḥmad, Mawlānā Karamat Ali Jaunpuri (raḥimahu Allāh), svolse un’opera immensa nella diffusione dell’educazione, della cultura e degli ideali islamici in Bangladesh. Eliminò dalla vita dei musulmani del Bangladesh l’influenza dell’educazione e della cultura indù. Quanto alla diffusione dell’Islam tra le popolazioni di questa regione, l’opera del Mawlānā Karamat Ali Jaunpuri rimarrà memorabile. Comunque, il capo dell’esercito dei mujāhid, Sayyid Aḥmad Barelwī, si recò alla Mecca nel 1819 per compiere il ḥajj, allo scopo di accumulare forza spirituale per il jihād e di entrare in contatto con i sapienti musulmani e le forze islamiche di altri Paesi. Nel 1823 tornò in India. Subito dopo il suo ritorno, iniziò a prepararsi al jihād per rafforzare il movimento islamico. Cercò di formare ciascun mujāhid del suo gruppo secondo l’esempio degli uomini dell’epoca d’oro dell’Islam. Il loro programma quotidiano comprendeva attività di predicazione all’alba, intenso lavoro fisico durante il giorno e la veglia notturna per il taḥajjud e altre forme di culto: questo era il programma giornaliero ordinario di quei devoti di Dio. Dopo aver completato in tutta l’India indivisa i preparativi e la propaganda per il jihād, Sayyid Aḥmad Barelwī lasciò Rae Bareli nel 1826. All’epoca il numero dei mujāhid che lo accompagnavano era di centomila. Attraversarono Ghazni e Kabul e giunsero a Nowshera. I sikh erano legati agli inglesi da un accordo segreto. Sotto la guida di Ranjit Singh, avevano esteso il loro dominio nel Punjab e infliggevano indicibili persecuzioni ai musulmani. I sikh, con circa trentamila soldati al comando di Sher Singh e di un generale francese, affrontarono l’esercito dei mujāhid a Panjtar. In quella battaglia i sikh furono sconfitti e fuggirono, mentre l’esercito dei mujāhid conquistò Peshawar (1830). Fino alla battaglia di Balakot, l’esercito dei mujāhid fu coinvolto in numerosi altri scontri con i sikh. Alla fine, il numero dei mujāhid era arrivato a trecentomila. Dopo aver sconfitto l’esercito Khalsa, ben addestrato, di Ranjit Singh, i mujāhid conquistarono Peshawar e vi instaurarono uno Stato islamico. Nei territori conquistati nominarono il Mawlānā Sayyid Mazhar Ali giudice supremo e il sultano Muhammad di Kabul amministratore principale. Nei territori conquistati nominarono il Mawlānā Sayyid Mazhar Ali giudice supremo e il sultano Muhammad di Kabul amministratore principale. Attorno a questo piccolo Stato islamico appena costituito, egli in seguito, per riconquistare l’India, un tempo dār al-Islām e allora sotto il dominio inglese, per ulteriormente
Proprio mentre si preparavano ad accrescere ulteriormente le proprie forze, il sconfitto Ranjit Singh, sostenuto dagli inglesi, ricorse all’inganno. Cercò di separare dai suoi uomini i pashtun e le popolazioni tribali della frontiera, allettandoli con il denaro. Sayyid Ahmad era contrario alle superstizioni. Di conseguenza, molti pashtun e membri delle tribù non riuscirono ad aderire apertamente a questo movimento, chi per avidità di denaro e chi per superstizione. Nel 1831, quando a Balakot si verificò un violento scontro con i sikh, Sayyid Ahmad Barelvi e il mawlana Ismail Dehlavi subirono il martirio a causa del tradimento di un pashtun chiamato Khubi Khan. Anche dopo ciò, i valorosi combattenti di questo movimento islamico non si arresero. A Sittana, nello Yaghistan di frontiera, si riunirono sotto la guida dei califfi fedeli di Sayyid Sahib. Prima del martirio, dal campo di battaglia di Balakot, Sayyid Sahib aveva inviato il suo illustre califfo, il mawlana Vilayat Ali Azimabadi, a operare all’interno dell’India. Dopo questo evento, il mawlana Vilayat Ali, suo fratello il mawlana Inayat Ali e l’altro eminente leader, il mawlana Muhammad Ali, rafforzarono con grande difficoltà la propria organizzazione e, dallo Yaghistan, entrarono in guerra contro Gulab Singh, capo dei sikh. La guerra durò quattro anni e mezzo. In seguito il governo inglese intervenne direttamente: arrestò molti mujahid, alcuni furono martirizzati e altri sottoposti a torture disumane. Tuttavia, un gruppo di mujahid continuò sempre la lotta dall’esterno dei confini indiani. Nonostante il temporaneo fallimento di Balakot, il martirio dei leader e le indicibili persecuzioni inflitte dagli inglesi alle forze dei mujahid nella fase successiva, i membri di questa formazione combattente non rimasero inerti. In vari modi continuarono a diffondere gli insegnamenti e gli ideali dell’Islam tra i musulmani del subcontinente e a incutere terrore agli inglesi. La fatwa sul dar al-harb promulgata da Shah Abd al-Aziz, la successiva fondazione, da parte dei suoi seguaci, di uno Stato islamico di breve durata, la battaglia di Balakot e le attività svolte in seguito per risvegliare l’opposizione agli inglesi: tutto ciò preparò il terreno alla storica rivoluzione del 1857, iniziata dai soldati musulmani di Barrackpore in seguito alla questione dell’uso di cartucce per fucili contenenti grasso di maiale. Sebbene gli inglesi abbiano definito questa rivoluzione “ammutinamento dei sepoy”, in realtà essa fu il primo vigoroso e vasto movimento per l’indipendenza del subcontinente e un colpo potentissimo volto a espellere gli inglesi dall’India indivisa.
La rivoluzione fallì a causa delle armi moderne, della mancanza di unità reciproca e di altri fattori. Gli eroi di quella rivoluzione furono gli attivisti del movimento di Waliullah, in particolare gli alim combattenti. Poiché, per varie ragioni strategiche, all’epoca i nomi di molti alim che ne guidavano l’azione venivano tenuti nascosti, negli scritti di numerosi storici si può menzionare in modo particolare il nome del mawlana Yahya Ali. In qualità di uno dei principali leader delle forze dei mujahid di Balakot, egli occupò indirettamente il posto di guida principale nella rivoluzione islamica del 1857. In quel periodo, all’interno dell’India, fu in larga misura lui a dirigere il corso di questa rivoluzione islamica. Sebbene alcuni scrittori del nostro Paese, per ignoranza o per invidia, abbiano trascurato il contributo degli attivisti del movimento di Waliullah, molti autori indù e persino il celebre scrittore inglese Hunter non poterono negarlo. Dopo il fallimento della rivoluzione del 1857, sulla vita dei musulmani del subcontinente calò il periodo più oscuro. Gli indù si erano già schierati dalla parte degli inglesi, sottraendosi al fianco dei musulmani. Perciò, così come la loro vita politica, anche la vita educativa, culturale, sociale ed economica dei musulmani divenne angusta e insopportabile, ed essi furono privati di tutti i diritti. Gli inglesi ritennero unicamente i musulmani responsabili della rivoluzione e continuarono a esercitare contro di loro una spietata repressione. Centinaia di alim e migliaia di musulmani comuni, considerati eroi e combattenti della rivoluzione, caddero così nell’ira degli inglesi: alcuni furono impiccati, altri esiliati a Malta o nelle Isole Andamane, mentre altri ancora si consumarono per lunghi anni nell’oscurità delle celle carcerarie. Secondo una testimonianza, dopo la rivoluzione, in un solo luogo furono impiccati ventottomila musulmani e centinaia di alim subirono il martirio. In tale situazione, i mujahid del movimento di Balakot e i loro discepoli spirituali non abbandonarono la via della lotta. Da un lato continuarono la guerra nello Yaghistan di frontiera; dall’altro, sotto la guida del mawlana Shah Ishaq Sahib, discepolo prediletto di Sayyid Sahib e degno discendente di Shah Waliullah, continuarono ad agire con cautela all’interno dell’India, eludendo gli occhi degli inglesi e operando a favore dell’istruzione, della cultura e del jihad. I combattenti per la libertà si adoperarono strenuamente per fondare madrase in vari luoghi e, attraverso assemblee e associazioni religiose, diffondere i valori dell’istruzione e della cultura islamiche, mantenendo viva la propaganda e il risveglio del jihad. In realtà, è proprio come risultato di questi sforzi e di questi piani che vediamo sorgere istituzioni come il Dar al-Ulum Deoband. Attorno a esse, nella fase successiva, furono fondate innumerevoli altre istituzioni educative e per il jihad, aprendo la strada alla rinascita islamica nel subcontinente. In seguito, il risveglio suscitato tra i musulmani dal movimento per l’indipendenza e dal movimento del Califfato, nonché il Pakistan che ottenemmo nel 1947 in nome dell’Islam, furono tutti risultati inevitabili di quelle opere. Anche la vigorosa lotta condotta per venticinque anni nel Pakistan indiviso, in varie forme e con l’obiettivo di istituire il Califfato islamico e uno Stato islamico, deve essere considerata guidata dai discepoli spirituali dei mujahid del 1857. In breve, la lotta intransigente condotta dai numerosissimi valorosi soldati del movimento islamico, tra cui il degno figlio di Shah Waliullah Dehlavi, Shah Abd al-Aziz Dehlavi, Sayyid Ahmad Shahid, il mawlana Ismail Shahid Dehlavi e il mawlana Abd al-Hayy, attorno al pensiero di Shah Waliullah Dehlavi, costituisce il seguito di ogni movimento e attività islamica contemporanea del subcontinente.
Shah Waliullah ((che Dio abbia misericordia di lui)) –— le sue opere e il suo pensiero
Durante il soggiorno nella santa Mecca, alla luce delle notizie sul progresso e sul declino religioso, politico, culturale, economico e sociale dei diversi Stati musulmani e non musulmani del mondo, e con l’esperienza acquisita e la conoscenza concessagli da Allah, Shah Waliullah comprese chiaramente che il solo potere statale, senza la forza interiore di un’ideologia di vita, non può mantenere in vita una nazione. Altrimenti, perché mai la comunità musulmana si trova in questa condizione dopo aver esercitato per molti secoli il potere con enorme autorità? Egli era fermamente convinto che fosse soltanto grazie alla forza intrinseca dell’Islam che i musulmani erano riusciti a innalzare la bandiera della vittoria in ogni parte del mondo. Pertanto, insieme alla presentazione di un progetto statale adeguato alla nazione musulmana, era assolutamente necessario offrire agli uomini anche una spiegazione ragionevole della base della forza islamica. Se i musulmani fossero riusciti a costruire una vita personale e sociale, avrebbero recuperato il loro glorioso passato, conquistato una vita ideale e, in tal modo, sarebbero stati capaci di sopravvivere come nazione. Con il graduale sviluppo di una particolare corrente di pensiero sufi, sorta in un ambiente monarchico avverso, tra il popolo musulmano si era manifestata una forma incompleta dell’Islam; di conseguenza, nella maggioranza stava radicandosi l’idea che le questioni dello Stato, cioè la politica, fossero separate dalla religione, che per ottenere la salvezza nell’aldilà bastasse osservare individualmente alcune prescrizioni rituali dell’Islam e che la politica fosse una faccenda mondana, adatta soltanto agli uomini di mondo. Shah Waliullah Dehlawi colpì duramente questa concezione. Secondo lui, il miglioramento della vita terrena e di quella ultraterrena dell’uomo costituisce lo scopo della profezia. Egli dice: nel Nobile Corano vediamo che, ogni volta che una nazione è decaduta moralmente, Allah ha inviato tra essa un profeta o un messaggero; e, seguendo il sistema di vita da loro indicato, insieme al miglioramento morale della nazione si è realizzato anche il suo progresso economico e terreno. Secondo lui, dal punto di vista della religione non vi è differenza tra il progresso spirituale e quello statale. Per progresso nazionale si devono intendere tanto il progresso morale quanto quello terreno. La storia del continuo sviluppo della nazione musulmana ne è testimonianza. Per questo, secondo le parole del Sacro Corano, ai musulmani è stato ordinato di pregare così: «O nostro Signore! Concedici il bene in questo mondo e nell’aldilà».
Comunque, per presentare l’Islam come un ideale di vita completo, vittorioso e potente, capace di assicurare il progresso complessivo della vita umana, questo grande pensatore e filosofo del XVIII secolo cristiano, dopo il ritorno dal pellegrinaggio, compose secondo un nuovo programma numerose opere immortali sull’Islam. In esse si possono individuare tre temi: (1) temi di critica e riforma; (2) temi costruttivi; (3) l’organizzazione delle masse alla luce dei precedenti. Tuttavia, come è stato detto in precedenza, egli non ebbe il tempo di affrontare il terzo tema, benché nelle sue opere vi siano indicazioni in tal senso. Pertanto, qui si tenterà di discutere soltanto i primi due aspetti della sua opera e del suo pensiero.
Dopo il ritorno dalla Mecca, le opere riformatrici compiute da Shah Waliullah (che Allah abbia misericordia di lui) secondo un nuovo programma possono essere principalmente divise in due categorie: (1) opere di critica e riforma; (2) opere costruttive. Secondo gli esperti, Shah Waliullah fu il primo uomo la cui attenzione giunse a cogliere la sottile e fondamentale differenza tra la storia dell’Islam e la storia dei musulmani; egli criticò e riesaminò la storia musulmana dal punto di vista della storia islamica e cercò di comprendere quale fosse realmente la condizione dell’Islam tra i popoli che lo avevano abbracciato nei diversi secoli. Si tratta di una materia estremamente complessa. Anche in passato alcune persone furono vittime della confusione su questo tema, e lo sono ancora oggi. A tale proposito, nelle pagine dalla 122 alla 158 del sesto capitolo dell’opera Izālat al-Khafā [edizione pubblicata a Bareilly nel 1286 dell’Egira], egli discute sistematicamente la storia musulmana. Nel descrivere con grande efficacia le caratteristiche di ogni epoca e le fitna emerse, cita le profezie del Nobile Profeta che contengono chiare indicazioni al riguardo. In tal modo indica, in termini generali, tutte le forme di jāhiliyya mescolate alle credenze, alla fede, all’istruzione, alla cultura, alla moralità e alla politica dei musulmani. Poi, tra tutte le mancanze, indica le due fondamentali e originarie di ogni altra mancanza: primo, il cambiamento dell’autorità politica dal califfato secondo il metodo della profezia alla monarchia; secondo, la morte della forza vitale dell’ijtihād e il predominio del cieco conformismo sulle menti e sugli intelletti. Riguardo al primo punto, nell’opera citata egli espone con tale chiarezza la differenza di principio e terminologica tra califfato e monarchia, e ne fornisce, con l’ausilio degli hadith, una spiegazione così razionale, che esempi analoghi sono rari nelle opere degli autori precedenti. Allo stesso modo, descrive gli esiti della rivoluzione islamica con una chiarezza che non si riscontra nelle opere degli autori anteriori. In un passo scrive: «Si è osservata una grave mancanza nell’istituire i pilastri fondamentali dell’Islam. Dopo Hazrat Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui), nessun governante ha istituito l’hajj, sebbene esso rientri tra gli obblighi essenziali dell’Islam. Infatti, come salire al trono, indossare la corona regale e sedere sul seggio degli antichi re e sovrani erano considerati, per Cesare e Cosroe, simboli della regalità, così l’istituzione dell’hajj da parte del governante è riconosciuta nell’Islam come simbolo del califfato». (Izālat al-Khafā, vol. 1, pp. 123-124)
In seguito, a pagina 157 dell’opera Izāla, egli dice: «Il loro governo è simile a quello degli adoratori del fuoco. La sola differenza è che essi compiono la preghiera e pronunciano con la bocca la professione di fede. Noi siamo nati durante questa trasformazione. Non so che cos’altro Allah mostrerà in seguito». Su questo argomento si trovano discussioni nelle opere Hujjat Allāh al-Bāligha, Badūr al-Bāzigha, Tafhīmāt, Musaffā e nelle sue altre opere.
Il secondo difetto consiste nel seguire ciecamente altri, senza ricercare, attraverso un pensiero indipendente e libero, il corretto insegnamento del Corano e della Sunna o una norma conforme ad essi riguardo a qualsiasi questione. A proposito di ciò, Shah Waliullah (che Allah abbia misericordia di lui) afferma a pagina 157 dell’opera qui esaminata:
Fino alla caduta dei governanti siriani (il governo omayyade), nessuno rivendicava di essere hanafita o shafiita. Piuttosto, tutti ricavavano le prove della Sharia secondo il metodo dei propri imam e maestri. Durante il governo dei sovrani iracheni (gli Abbasidi), ciascuno si scelse un nome distinto. La situazione giunse al punto che non prendevano alcuna decisione sulla base del Corano e della Sunna finché non avessero ricevuto una decisione esplicita dai capi del proprio madhhab. In questo modo, le divergenze inevitabilmente sorte riguardo al Corano e alla Sunna si consolidarono su basi permanenti. In seguito, dopo i governanti arabi, quando sotto il dominio turco la gente si disperse in vari paesi, ciascuno trasformò nella propria religione autentica quel poco che riusciva a ricordare del madhhab basato sul fiqh. In precedenza, i madhhab derivati dal Corano e dagli hadith erano diventati allora consuetudini fisse. Egli scrive a pagina 11 del primo volume dell’opera Musaffa: «La gente semplice della nostra epoca rifugge dall’ijtihad. Quanto a costoro, la loro situazione è diversa: non sono neppure in grado di comprendere tali questioni». Riguardo alla ricerca delle soluzioni ai problemi nel Corano e nella Sunna mediante un giudizio indipendente e libero, invece di seguire ciecamente, Shah Waliullah ha discusso dettagliatamente nel settimo capitolo di Hujjat Allah al-Baligha e nell’opera Al-Insaf. In essi è narrata la storia completa del taqlid cieco e dei suoi mali, ed egli ha indicato tutte le deficienze da esso causate, come verrà esposto in seguito.
Esame della situazione contemporanea
Dopo aver citato i due importanti aspetti della critica menzionati sopra, riportiamo di seguito, in breve, alcune citazioni critiche relative alla situazione contemporanea di Shah Waliullah:
1. Critica di una deviazione del sufismo
«Il culto dei sentimenti è sorto a causa della popolarità dei sufi e del fatto che la gente si è unita alla loro schiera di devoti. Questo fenomeno si è diffuso in tutta l’area dall’Oriente all’Occidente. Persino le parole e le azioni dei sufi esercitano sul cuore della gente comune un’influenza maggiore di quella del Corano e della Sunna, anzi di ogni altra cosa. Le loro speculazioni e allusioni hanno acquisito un’autorità tale che chiunque le neghi o non le metta in pratica non può ottenere popolarità né essere annoverato tra i pii e i timorati di Dio. Non vi è persona che salga sul pulpito senza pronunciare un discorso contenente le allusioni dei sufi. Né vi è studioso che insegni in una madrasa senza nutrire fede e ferma convinzione nelle loro parole. Altrimenti viene considerato uno sciocco.»
2. Aspra critica degli indegni pīr e dei figli dei pīr
«Ai figli dei pīr che, senza alcuna qualifica, sono succeduti ai seggi dei loro padri e nonni, dico: perché avete formato tutti questi gruppi separati? Perché ciascuno di voi segue la propria via (tariqa)? Perché avete abbandonato la via che Allah Onnipotente aveva indicato a Muhammad (pace e benedizioni su di lui)? Ognuno di voi è diventato un imam, invita la gente a sé, si considera una guida e un indicatore della retta via, mentre egli stesso svia la gente. Non siamo minimamente soddisfatti di coloro che fanno prestare bay‘a alla gente per interesse mondano. Né siamo soddisfatti di coloro che acquisiscono la conoscenza per interesse terreno oppure realizzano i propri scopi servendosi di coloro che invitano la gente a seguirli. Sono tutti predoni, Dajjal, bugiardi, ingannatori e ingannati. (Tafhimat).»
È proprio per questa ragione che alcuni affermano che Shah Waliullah sia stato il primo in India a levare la voce della rivolta contro il tasawwuf. In realtà, le cose stanno all’opposto. Egli ha liberato dalle scorie estranee il tasawwuf autentico dell’Islam, chiamato nel linguaggio coranico tazkiya al-nafs, e ha presentato quello che, dal punto di vista islamico, è il tasawwuf genuino. È superfluo dire che, se Shah Waliullah non avesse criticato in questo modo il cosiddetto tasawwuf e non ne avesse delineato il profilo corretto, oggi forse esso non esisterebbe, a causa degli sforzi degli scrittori occidentali per sminuirlo, descrivendolo come «preso in prestito da diversi paesi e religioni, persino dalle correnti di pensiero degli yogi indiani».
3. Indicazione delle carenze nel metodo d’insegnamento
Agli studiosi che si definiscono ʿulamāʾ (sapienti) dice: «O gente stolta, siete rimasti intrappolati nel labirinto delle scienze e delle conoscenze dei Greci, della logica e della retorica, e avete ritenuto che il sapere si trovi soltanto in queste cose. In realtà, la vera conoscenza è contenuta nei versetti espliciti del Libro di Allah e nella Sunnah attestata per mezzo del Suo Messaggero. Vi siete immersi nei dettagli minuziosi e nelle descrizioni particolareggiate dei precedenti faqīh. Non sapete forse che soltanto ciò che Allah e il Suo Messaggero hanno detto costituisce la norma? La condizione della maggior parte di voi è tale che, quando giunge loro un ḥadīth del Profeta, non lo mettono in pratica.»
Rivolgendosi agli ʿulamāʾ, disse: «Avete ristretto i confini della vita dei servi di Allah. Ignorate la flessibilità dell’Islam.»
4. Enfasi sull’importanza dell’insegnamento del Corano e degli ḥadīth
L’Imam Shah Waliullah era fermamente convinto che il progresso della nazione dipendesse interamente dalla diffusione su larga scala degli autentici insegnamenti del Corano e della Sunnah. Per questo dedicò particolare attenzione a tale ambito e tradusse in persiano, l’allora lingua ufficiale dello Stato, il Corano Majīd e la Muwaṭṭaʾ dell’Imam Mālik. In seguito tradusse e commentò il Corano Majīd in urdu.
Egli predispose un sistema d’insegnamento affinché, dopo lo studio del Corano Majīd, si potesse acquisire la conoscenza degli ḥadīth. Fu soprattutto grazie agli sforzi di Shah Waliullah, dei suoi figli e dei loro discepoli che lo studio degli ḥadīth si diffuse ampiamente nel subcontinente.
A questo proposito, il celebre studioso egiziano ʿAllāma Rashīd Riḍā afferma: «In Egitto, Siria, Iraq, Ḥijāz e in altri Paesi, la diffusione dello studio degli ḥadīth iniziò a diminuire già a partire dal X secolo dell’Egira. I nostri fratelli indiani, invece, hanno mantenuto in vita questa disciplina con grande impegno.»
5. L’attacco dei commercianti della religione conservatori contro l’Imam
I portatori della verità sono stati, in ogni epoca, vittime delle persecuzioni degli egoisti o dei conservatori. Anche l’Imam Shah Waliullah Dehlavi non ne fu risparmiato. Temendo che in futuro i propri interessi venissero danneggiati, una fazione di ʿulamāʾ e pīr, interessati e dediti al commercio della religione, sobillò la gente comune contro di lui, prendendo a pretesto la questione della traduzione del Corano da parte dell’Imam. Come da loro consuetudine, si dedicarono a emettere fatwā contro di lui. Una volta, mentre egli si trovava nella moschea di Fatehpur, questi fanatici profittatori della religione lo assalirono in gruppo e armati. In quel momento egli aveva con sé soltanto un pezzo di legno. Lo prese in mano, pronunciò il grido «Allāhu Akbar» e li ridusse tutti al silenzio; quindi riuscì a rientrare sano e salvo nella propria casa passando proprio in mezzo a loro.
6. Ai governanti
— Dediti al lusso e ai piaceri, permettete alla gente comune di combattersi a vicenda. Il consumo di alcolici avviene apertamente, eppure non lo impedite. Apertamente si diffondono adulterio, gioco d’azzardo e locali in cui si consumano alcolici, eppure non li fate chiudere. In questo vasto Paese nessuno è stato punito secondo la legge della Sharīʿa. Divorate chi ritenete debole e lasciate andare chi ritenete forte. Siete immersi nel gustare cibi di ogni genere, nei capricci e nei risentimenti delle mogli, e nel lusso della casa e degli abiti. Temete almeno una volta Allah. Voi amīr e ʿumarāʾ avete completamente dimenticato i vostri doveri. Non prestate affatto attenzione alla condizione del popolo affidato alla vostra tutela. Per effetto della vostra irresponsabilità, una classe della società esercita impunemente una crudele oppressione sull’altra.»
7. Invito al jihād e indicazione del suo obiettivo fondamentale
«Nelle condizioni attuali, i capi degli Stati musulmani devono lanciarsi nel jihād, con incrollabile determinazione, secondo il comando di Allah, per instaurare la pace e la giustizia. È loro dovere continuare la lotta finché gli oppressori non saranno sconfitti. Dopo il successo della lotta contro l’ingiustizia, dovranno essere vigili riguardo ai propri doveri e, lottando con tutte le loro possibilità, instaurare nel mondo la legge di Allah; solo allora sorgerà una vera pace in ogni parte del Paese. Grazie a ciò, la nostra vita sarà colma di gioia e di successo.»
8. Agli scopi dei soldati
«Allah vi ha trasformati in soldati affinché compiate il jihād, innalziate la sublime parola della verità e annientiate la forza dello shirk e dei politeisti. Trascurando tale dovere, avete fatto della semplice equitazione e dell’addestramento alle armi la vostra professione. Avete prestato servizio nell’esercito per guadagnare denaro.»
9. Critica della condizione morale dei lavoratori e della gente comune
«La fedeltà e l’affidabilità si sono allontanate da voi. Siete incuranti del Signore e, insieme a ciò, vi dedicate allo shirk. Tra voi, chi gode di una certa agiatezza spende eccessivamente per il proprio cibo e il proprio abbigliamento. Poiché il reddito è inferiore alle spese, viola i diritti altrui.»
10. Alla comunità degli ʿulamāʾ
«Avete ristretto i confini della vita dei servi di Allah. Vi è stato ordinato di favorire l’ampiezza, non la restrizione.»
In questo modo egli criticò severamente molte superstizioni diffuse nella società musulmana e numerose usanze prive di qualsiasi rapporto con l’Islam. In particolare, affermò che coloro che si recano al santuario di un santo defunto per chiedergli qualcosa allo scopo di realizzare i propri desideri sono colpevoli di un peccato più grave dell’adulterio. Da queste citazioni si può facilmente comprendere quanto profondamente egli abbia esaminato il passato e il presente dei musulmani.
Opere costruttive
Tra le sue opere costruttive, la prima di grande importanza fu la presentazione di una posizione mediana e razionale nel fiqh, cioè nella giurisprudenza islamica. In essa non si mostrava, secondo la consuetudine, parzialità verso una particolare opinione né si criticava un’altra opinione. Come un profondo ricercatore, studiò i principi e i metodi di tutte le scuole giuridiche fondate sul fiqh e formulò i propri giudizi in piena indipendenza. Shah Waliullah ridusse la tendenza alle dispute tra madhhab e aprì ai seguaci delle scuole la via della ricerca e dell’ijtihad. Cercò di promuovere un’intesa tra tutti i madhhab e, in particolare, di dare alle due scuole shafiita e hanafita la forma di un’unica scuola. Ne fornì una descrizione dettagliata nelle Tafhimat, nella Hujjat Allah al-Baligha e nell’Al-Insaf. In effetti, l’adozione di questa posizione mediana pose fine all’ostilità, alla ristrettezza mentale, all’imitazione cieca e alla perdita di tempo in discussioni inutilmente prolisse. Attraverso di essa divenne possibile che i musulmani delle diverse correnti si affermassero nel mondo come una nazione dinamica e vitale. È per questo che Shah Waliullah sottolineò l’importanza della necessità dell’ijtihad.
Ijtihad
Nell’introduzione dell’opera Musaffa, parlando della necessità dell’ijtihad, egli afferma: «L’ijtihad è un farḍ kifāya in ogni epoca. Qui per ijtihad si intende acquisire una conoscenza completa delle norme della sharia, comprenderne la spiegazione nei suoi aspetti dettagliati e minuziosi, quindi integrare e organizzare adeguatamente le leggi e le disposizioni della sharia; colui che lo compie può anche essere seguace del fondatore di uno specifico madhhab. Dico che l’ijtihad è un farḍ kifāya in ogni epoca perché in ogni epoca sorgono innumerevoli problemi indipendenti. Diventa quindi obbligatorio conoscere il comando di Allah riguardo a essi. Inoltre, quanto è stato precedentemente scritto e raccolto non è sufficiente a questo proposito; al contrario, contiene anche divergenze di opinione. Tali divergenze non possono essere eliminate senza ritornare ai principi fondamentali della sharia. Anche il metodo stabilito dai mujtahid a questo riguardo è rimasto quasi interrotto a metà strada. Pertanto, in questo ambito non vi è altra via se non l’ijtihad.»
Shah Waliullah (che Dio abbia misericordia di lui) non si limitò a insistere sull’ijtihad, ma descrisse anche dettagliatamente le regole, i metodi, i principi e le condizioni dell’ijtihad. Nelle opere “Izalat al-Khafa”, “Hujjat Allah al-Baligha”, “Iqd al-Jid”, “Al-Insaf”, “Budur al-Bazigha”, “Musaffa” e in altre si trovano, talvolta, semplici accenni e, talvolta, descrizioni dettagliate. Dalla lettura delle sue opere non si apprendono soltanto le regole e i metodi dell’ijtihad, ma si può anche acquisire una formazione in materia.
Anche i predecessori di Shah Waliullah avevano svolto questi due lavori. Ciò che invece nessuno aveva fatto prima di lui era tentare di presentare in forma scritta l’intero pensiero islamico, nonché il sistema morale, culturale e della sharia islamica. In questo lavoro egli superò i suoi predecessori. Sebbene nei primi tre o quattro secoli fossero comparsi molti grandi imam e, esaminando le loro opere, si veda chiaramente che nel loro pensiero era presente un quadro completo del sistema di vita islamico; e sebbene, analogamente, anche nei secoli successivi si incontrino molti ricercatori e studiosi di cui non si può pensare che il loro pensiero fosse privo di questa visione, tuttavia nessuno di loro rivolse la propria attenzione a mettere per iscritto il sistema islamico come sistema di vita secondo un metodo ben ordinato e razionale.
Fu lui il fondatore della filosofia islamica
Secondo gli esperti, egli fu la prima persona nella storia a porre e illustrare le basi per la codificazione della filosofia islamica; la gente, per errore, la definì filosofia islamica. In realtà, si trattava di filosofia musulmana. La genealogia di tali filosofie è legata alla Grecia, a Roma, all’Iran e all’Hindustan. Sebbene nella terminologia di Shah Sahib si riscontrino elementi dell’antica filosofia, della scienza del kalam e molti pensieri e concetti provenienti da tali tradizioni, ciò divenne naturalmente indispensabile all’inizio per gli scopritori di nuove vie.
La filosofia sociale di Shah Waliullah
Egli tentò di elaborare una filosofia riguardo all’universo e all’umanità, che fosse armonizzabile e affine al sistema morale e culturale dell’Islam e che potesse possedere una natura conforme ad essi.
Sul sistema morale egli costruì l’edificio di una filosofia sociale (Social Philosophy). Descrisse dettagliatamente gli irtifaqat (l’organizzazione della vita quotidiana degli esseri umani, le consuetudini sociali, la politica, il sistema giudiziario, il sistema fiscale (Taxation), l’amministrazione del paese, l’organizzazione militare e così via). Inoltre, fece luce sulle cause della rovina e della degenerazione della civiltà sociale. In seguito presentò il sistema completo della sharia, del culto, degli ahkam e delle leggi, e continuò a spiegare le realtà profonde di ogni singolo elemento. A questo proposito superò persino l’Imam al-Ghazali. Infine rivolse la sua attenzione alla storia e alle leggi delle diverse nazioni.
Tra gli argomenti sopra menzionati, qui vengono approfonditi soltanto due temi importanti del suo pensiero: uno economico e l’altro politico.
Pensiero economico
Il punto fondamentale della filosofia economica dell’Imam Shah Waliullah è che la ricchezza complessiva del Paese, prodotta dagli sforzi congiunti o separati della popolazione, deve essere soggetta a un sistema di distribuzione equilibrata o di decentramento, affinché essa non si concentri nelle mani di una persona o di un gruppo particolare. Egli si oppone alla proprietà monopolistica e a qualsiasi forma di proprietà priva di lavoro fisico o intellettuale. Secondo lui, l’essenza della cittadinanza è la cooperazione reciproca, e tale cooperazione dipende interamente dal bene che ciascuno apporta all’altro, cosa che si realizza soltanto attraverso il lavoro. Va osservato che egli considera lavoro anche il capitale e lo sforzo intellettuale. Pertanto, secondo lui, nella società nessuno può godere della ricchezza senza lavorare né acquisire una grande ricchezza con poco lavoro. Infatti, se persone prive di questa condizione fondamentale della cittadinanza diventassero comunque proprietarie di ricchezze, verrebbero lesi i diritti di coloro che costituiscono la principale forza produttrice della ricchezza, cioè contadini, lavoratori, fornitori di capitale e lavoratori intellettuali. Come conseguenza inevitabile, da un lato aumenterebbe nella società il numero degli sfruttati e dei privati dei loro diritti, il peso dei doveri civici graverebbe maggiormente su di loro, sarebbero oppressi dal carico fiscale e, in caso di mancato pagamento, subirebbero persecuzioni e severità; dall’altro, il mercato del lusso, dello spreco e del culto dei sensi verrebbe surriscaldato da un’altra classe, cosicché la ricchezza nazionale non aumenterebbe in alcun modo, ma finirebbe concentrata in un unico luogo, svuotando le tasche di molti.
In una parola, secondo il suo pensiero, i veri proprietari della ricchezza sono i contadini, i lavoratori e, in generale, tutte le persone che forniscono lavoro e sono impegnate in attività costruttive per il Paese e la nazione (fanno eccezione, naturalmente, gli incapaci e gli invalidi). Il progresso e la prosperità delle persone sopra menzionate costituiscono essenzialmente il progresso e la prosperità della nazione. Qualsiasi sistema — monarchico o di altro tipo — che si adoperi per opprimere queste forze è certamente nocivo a ogni Paese e nazione. Una simile forza malvagia deve essere assolutamente eliminata (Hujjat Allah al-Baligha). Deve scomparire ogni sistema sociale che non riconosca il giusto valore del lavoro (Hujjat Allah al-Baligha, capitolo Siyasat al-Madaniyya). Secondo lui, il consenso di un lavoratore bisognoso non può essere considerato vera soddisfazione finché non gli sia corrisposto il giusto salario, ritenuto indispensabile sulla base del principio fondamentale della cooperazione reciproca (Hujjat). L’orario di lavoro del lavoratore deve essere stabilito. Egli deve ricevere necessariamente tempo supplementare per la propria riforma morale e spirituale e per la meditazione e la riflessione sull’aldilà. È ingiusto imporre al popolo un eccessivo carico fiscale (Hujjat). Nel commercio, il diritto esclusivo o l’influenza monopolistica di una persona o di un gruppo è nociva al Paese (Hujjat). In un sistema di vita monarchico, quando lo spreco, il lusso, i capricci e la prodigalità di particolari gruppi o famiglie ostacolano il decentramento della ricchezza nella società, è assolutamente necessario porre fine a tale sistema per alleviare le sofferenze dei cittadini comuni (Hujjat).
Da ciò risulta inoltre evidente che egli aveva ben chiari gli effetti nocivi della monarchia e vedeva la liberazione dell’umanità proprio nel sistema del califfato islamico. A questo proposito si può osservare che, sebbene oggi tali questioni siano oggetto di discussione giorno e notte, considerando l’epoca e l’ambiente in cui egli espresse queste idee, non si può che rimanere davvero meravigliati. A quel tempo mancava ancora mezzo secolo allo scoppio della Rivoluzione francese. Sarebbe trascorso un altro secolo prima della nascita di Karl Marx, padre del comunismo, e del suo collaboratore Engels. Allora l’era meccanica in Europa aveva appena quarant’anni. Si può dunque affermare senza dubbio che, se all’epoca in cui comparve un pensatore e filosofo come Shah Waliullah si fosse sviluppato nel subcontinente il sistema meccanico, oppure se egli fosse nato in un Paese dotato di stampa, come Marx o Engels — da cui in breve tempo le proprie dottrine e il proprio pensiero potevano diffondersi in lungo e in largo — probabilmente, prima di chiunque altro, sarebbero state la sua filosofia sociale e le sue dottrine politiche ed economiche a suscitare un’eco mondiale.
Pensiero politico
Uno. Il proprietario assoluto della sovranità è Allah l’Altissimo. Qualsiasi forma di associazione nella sovranità è completamente vietata. Gli esseri umani che percorrono la superficie della terra sono come forestieri.
Due. Ogni figlio di Adamo gode della stessa dignità in quanto essere umano. Nessuno ha il diritto di rivendicare il dominio sull’altro: un essere umano non può rendere schiavo un altro essere umano. Nessun individuo può essere proprietario dello Stato o della nazione. È illecito per chiunque nutrire una simile concezione persino nei confronti di un sovrano potente.
Tre. La dignità del capo dello Stato è equivalente a quella del mutawallī. Se lo ritiene necessario, il mutawallī può prelevare dal tesoro statale soltanto una somma sufficiente a garantire il tenore di vita di un comune cittadino dello Stato.
Quarto. In tutti i livelli dello Stato deve essere affermato il predominio esclusivo della religione di Allah.
Diritti fondamentali
A questo proposito, ciò che è stato descritto dettagliatamente nei capitoli sull’«Irtifaqat» — il bene comune — di opere quali «Hujjatullahil Baligha» e «Al-Budur al-Bazighah», è quanto segue: cibo, vestiario, abitazione, matrimonio, salute, figli, istruzione e formazione sono diritti innati di tutti gli esseri umani, senza distinzione di etnia, religione, casta o lingua. Allo stesso modo, tra i diritti innati rientrano l’amministrazione della giustizia a tutti gli abitanti dello Stato, senza distinzione tra superiori e inferiori e senza discriminazioni, la tutela della loro vita, dei loro beni e del loro onore, la salvaguardia della libertà individuale di ogni cittadino e il diritto a un’uguale cittadinanza. Analogamente, anche il diritto di ogni comunità a conservare la propria lingua e cultura fa parte dei diritti fondamentali.
L’Islam è una religione rivoluzionaria, un sistema di vita rivoluzionario
Shah Waliullah definì l’Islam un ordinamento pubblico rivoluzionario. Secondo lui, l’Islam è la religione della ragione e della forza. L’Islam è apparso con lo scopo di riunire tutti gli uomini del mondo sotto la bandiera di un unico ideale, per la liberazione e il bene dell’umanità. In conformità con le indicazioni del Sacro Corano, gli uomini devono essere invitati alla via dell’Islam attraverso la razionalità e il sano intelletto. Pace, uguaglianza e fratellanza sono i principi fondamentali dell’Islam. Tuttavia, nonostante l’invito dell’Islam sia volto esclusivamente alla realizzazione di una pace ragionevole, le circostanze avverse, la falsità, l’inutile senso di superiorità e l’egoismo possono ostacolare l’affermazione degli insegnamenti islamici. Per questo Shah Waliullah (che Allah abbia misericordia di lui) riteneva che, per il bene della più ampia collettività umana e per instaurare questo ordinamento di vita fondato sulla verità e sulla pace, non fosse impossibile che si producesse una rivoluzione su scala mondiale. Se mai dovesse verificarsi una simile rivoluzione, tutti gli uomini dovrebbero sostenerla, proprio nell’interesse del bene generale dell’umanità. Secondo lui, non è mai ragionevole preoccuparsi di piccole perdite e difficoltà a discapito del bene più grande. Nel Sacro Corano è detto: «Allah l’Altissimo ha inviato il Suo Messaggero con comandamenti guida e con il vero ordinamento della vita, con il solo scopo di farlo prevalere su tutti gli altri ordinamenti e sistemi di vita, creati dagli uomini, anche se ciò farà ardere di rabbia e di dolore i politeisti e i disobbedienti». Alla luce del significato di questo versetto risulta chiaro che, sebbene l’Islam sia il vero sistema di vita che guida l’umanità, per affermarlo saldamente nel mondo è indispensabile un’organizzazione adeguata. Secondo l’Imam Shah Waliullah, ciò è possibile soltanto attraverso un gruppo dedito, sincero, ben organizzato e unito, sottoposto a un’autorità centrale. Un simile compito non può essere realizzato da un esercito mercenario o professionale.
I frutti del pensiero di Waliullah
La presentazione di un progetto di sistema di vita islamico così razionale e organico significa che esso diventerà l’obiettivo della vita di tutte le persone dotate di natura sana, coscienza e intelletto; e tra loro, coloro che possiedono maggiori capacità si faranno avanti per raggiungere tale obiettivo. Shah Sahib non si limitò a delineare chiaramente le caratteristiche dello Stato jahilita e dello Stato islamico: descrisse più volte la questione in modo tale che per i credenti diventasse impossibile restare inattivi senza impegnarsi a porre fine allo Stato jahilita e a instaurare al suo posto uno Stato islamico. In «Hujjatullahil Baligha» e «Izalat al-Khafa» questo tema è stato sottolineato con la massima forza. In quest’opera egli dimostra, con l’ausilio degli hadith, che il califfato islamico e la monarchia sono due cose completamente diverse. Da un lato presenta la monarchia e le calamità che, nelle diverse epoche della storia, sono penetrate nella vita collettiva dei musulmani attraverso il dominio monarchico; dall’altro espone le caratteristiche e le condizioni del califfato islamico, nonché quei contributi che furono effettivamente seguiti tra i musulmani durante il periodo del califfato islamico. Come sarebbe dunque possibile, dopo tutto questo, che i musulmani restassero tranquillamente inattivi? E proprio perché ciò non era possibile, prima ancora che fosse trascorso mezzo secolo dalla morte di Shah Waliullah (1786-1831), in India nacque, sotto la guida di Sayyid Ahmad Barelvi e Ismail Shahid Dehlavi, un movimento per l’instaurazione di uno Stato islamico. Essi costituirono uno Stato islamico provvisorio. Sebbene esso abbia temporaneamente fallito per alcune ragioni materiali, la sua influenza è ancora presente nel subcontinente. Quel movimento esercitò la propria influenza alla base del movimento per il Pakistan indiviso e, a ben vedere, anche il movimento oggi evidente in questa regione per l’instaurazione di un autentico Stato islamico è essenzialmente il risultato del pensiero di Waliullah e dell’estremo sacrificio dei mujahidin del movimento islamico di Balakot. Infatti, dopo il fallimento di Balakot, quando il dominio straniero prevalse sui musulmani del subcontinente, gli ulema non rimasero comunque inattivi: anche nell’oscurità più profonda si adoperarono con tutte le loro forze per mantenere accesa la fioca fiamma dell’Islam. Attraverso un piano organizzarono nel subcontinente, come una rete, numerose istituzioni di istruzione religiosa — le madrase — e per mezzo di esse conservarono l’insegnamento e la cultura islamici. Tra le madrase istituite nell’ambito di questo piano, la principale fu il Darul Uloom Deoband in India. Il risveglio islamico che, attraverso il Darul Uloom Deoband, fondato come centro dell’indipendenza e del movimento islamico, e attraverso istituzioni educative analoghe, si sviluppò gradualmente tra i musulmani del subcontinente, trovò in seguito la propria espressione più intensa nel movimento per il Califfato. Pertanto, il risveglio musulmano nel subcontinente, seguito dal movimento per il Pakistan, e i presagi del rinnovamento islamico che oggi si scorgono in tutto il mondo musulmano, compreso questo Paese, devono essere senza esitazione considerati il risultato del pensiero di Waliullah e dei movimenti dei suoi discendenti e seguaci.
È degno di nota che, nella preparazione dello sfondo di tutti i risvegli nazionali — il primo movimento islamico del subcontinente (Balakot), sorto con l’obiettivo di creare la rivoluzione islamica auspicata da Shah Waliullah, e in seguito la rivolta dei sepoy, il movimento Faraizi in Bengala, i movimenti di Haji Titumir e Munshi Meherullah, e altri — il grande uomo attraverso il quale operarono le idee dello Shah fu il suo degno figlio maggiore, Shah Abdul Aziz (che Dio abbia misericordia di lui) (1747-1824 d.C.). Dopo la morte del padre, considerando la situazione contemporanea e allo scopo di creare un ambiente favorevole a quel grande obiettivo, egli progettò anzitutto un’ampia diffusione dell’istruzione religiosa attraverso l’istituzione educativa paterna (Nota: è degno di nota che, dopo il ritorno dell’Imam dal pellegrinaggio, l’enorme edificio concesso dall’imperatore Muhammad Shah alla madrasa, a causa dell’eccessivo numero di studenti della vecchia madrasa Rahimiyya, fu distrutto nei disordini del 1857), Oggi nel subcontinente vi sono innumerevoli centri di istruzione islamica. Ognuno di essi è direttamente o indirettamente collegato a tale istituzione. Attraverso Shah Abdul Aziz, innumerevoli persone furono ispirate da idee rivoluzionarie. Tra loro vi erano i suoi quattro fratelli, il pioniere del movimento per l’indipendenza del subcontinente Sayyid Ahmad Shahid e Ismail Shahid Dehlavi, oltre ad alcuni celebri discepoli, i cui nomi sono riportati di seguito: (1) Mawlana Shah Rafiuddin, (2) Mawlana Shah Abdul Qadir, (3) Mawlana Shah Abdur Ghani, (4) Mawlana Shah Muhammad Ishaq, (5) Shah Muhammad Yaqub, (6) Mawlana Shah Muhammad Abdul Hayy, (7) Mawlana Shah Muhammad Ismail, (8) Sayyid Ahmad Shahid, (9) Mawlana Rashiduddin, (10) Mawlana Mufti Sadruddin, (11) Mufti Ilahi Bakhsh, (12) Hazrat Shah Ghulam Ali, (13) Mawlana Makhsullah, (14) Mawlana Karimullah, (15) Mawlana Mir Mahbub Ali, (16) Mawlana Abdul Khaleq, (17) Mawlana Hasan Ali Lakhnavi, (18) Mawlana Husain Ahmad Malihabadi, e altri.
Tra i contenuti dell’insegnamento di Shah Abdul Aziz (che Dio abbia misericordia di lui) vi erano:
(1) comprendere con il cuore e con la mente il pensiero dell’Imam Shah Waliullah; (2) ricevere l’ispirazione al timore di Dio e alla formazione di una vita esemplare; (3) eliminare dalla mente e dal cuore l’inclinazione alla monarchia e all’adulazione del governo; (4) suscitare lo spirito di sacrificio per conseguire la piena vittoria della rivoluzione islamica; (5) sviluppare il servizio sociale e la compassione verso l’umanità indigente; (6) condurre una vita semplice e modesta, rinunciando al lusso regale; (7) creare uno spirito jihadista e praticare coraggio e pazienza in ogni momento di calamità; (8) tentare di sradicare ogni forma di immoralità, superstizione e usanza che distrugga la società; (9) porre fine ai ritrovi del lusso, che rendono la società amante delle comodità e debole. Inoltre, Shah Abdul Aziz (che Dio abbia misericordia di lui) teneva regolarmente due volte alla settimana discorsi in assemblee pubbliche, allo scopo di diffondere ampiamente tra i musulmani gli ideali islamici, l’istruzione e la cultura, nonché gli argomenti sopra menzionati.
L’influenza del pensiero di Shah Waliullah in Bangladesh
Sebbene l’intero subcontinente abbia tratto complessivamente beneficio dal pensiero e dalle opere di Shah Waliullah, tra le cause della diffusione del suo pensiero in Bangladesh non fu meno importante, oltre agli ulema formatisi a Deoband, la personalità e l’insegnamento del discepolo di Shah Waliullah, Mawlavi Majduddin, noto anche come Molla Madan, già nel 1781. Egli giunse da Delhi a Calcutta nel 1764. Qui conduceva una vita del tutto sconosciuta. Ma il fuoco non rimane mai avvolto in un panno. Non gli fu possibile restare nascosto agli occhi della gente. Alcuni eminenti musulmani locali, che conoscevano la sua erudizione e il suo timore di Dio, pensarono di utilizzarlo. Pensarono alla fondazione di un’istituzione educativa islamica. Quando si rivolsero al governatore generale dell’epoca, Lord Warren Hastings, egli aderì intenzionalmente alla loro richiesta. Commentò: sì, il governo ha in programma di istituire una madrasa di questo tipo anche per formare una classe di funzionari capaci di essere d’aiuto nei lavori governativi. In seguito, nell’ottobre del 1781, fu fondata una madrasa nel quartiere Baithakkhana della città di Calcutta. E Molla Madan ne fu il principale insegnante.
In effetti, quella madrasa divenne in seguito nota come Madrasa Aliya di Calcutta. Naturalmente, in quell’ambiente, fino a che punto fosse possibile uno sviluppo auspicabile del pensiero di Waliullah dalla suddetta madrasa di Calcutta è un’altra questione. Tuttavia, per quanto possiamo vedere oggi, dobbiamo dire con rammarico che, proprio come dall’illuminazione irradiata successivamente da quelle istituzioni nacque nel subcontinente l’esistenza di uno Stato islamico come il Pakistan — la Darul Ulum di Deoband, un tempo fondata dagli attivisti del movimento per l’istituzione di uno Stato islamico e del movimento per la libertà basati sul pensiero di Shah Waliullah, e la madrasa Aliya di Calcutta, la cui attività fu inizialmente avviata sotto la responsabilità di quel grande uomo — oggi, salvo alcuni ulema formatisi nelle filiali e ramificazioni di tali istituzioni, in molti non si osservano più quello spirito e quella visione rivoluzionari? Gli ulema del tipo e nella quantità necessari per affrontare i problemi dell’epoca, le domande dell’epoca e la sfida delle numerose moderne dottrine e correnti di pensiero false non si trovano, salvo alcuni ulema formatisi nelle filiali e ramificazioni di tali istituzioni, in molti di loro? Tali istituti educativi non riescono a fornire gli ulema del tipo e nella quantità necessari per affrontare i problemi dell’epoca, le domande dell’epoca e la sfida delle numerose moderne dottrine e correnti di pensiero false; forse è proprio per questo che, a causa della mancanza di una guida islamica qualificata, sebbene questo Paese sia stato ottenuto in nome dell’Islam, ancora oggi non è stato possibile instaurarvi l’Islam; anzi, di giorno in giorno la situazione va ulteriormente peggiorando. Probabilmente ciò sta accadendo proprio a causa di qualche anomalia nel metodo d’insegnamento degli istituti di istruzione religiosa o di una discordanza nella definizione dell’obiettivo fondamentale di tale istruzione religiosa. È giunto il momento che i dirigenti degli ulema riflettano nuovamente su questa questione.
| Genealogia della famiglia di Shah Waliullah |
I
| Shaykh Shamsuddin Mufti |
I
| Shah Wajihuddin |
I
| Shah Abd al-Rahim |
I
| Shah Abdullah | Shah Waliullah |
| 3. Shah Abd al-Qadir | 4. Shah Abd al-Ghani |
I I
| 1. Shah Abd al-Aziz | 2.Shah Rafi al-Din |
| Mawlana Mukhsullah |
| Mawlana Abd al-Hayy (son-in-law) |
I I
| Shah Ismail Shahid |
I
| Maulana Muhammad Ishaq | Maulana Muhammad Yaqub |
Le opere
Le sue opere possono essere suddivise in sei categorie. La prima comprende le opere riguardanti il Corano. Tra queste è degna di nota la sua traduzione del Nobile Corano, Fath al-Rahman. Si tratta di una traduzione concisa, ma ricca di contenuti eruditi. Tra le opere di questa categoria figurano anche Muqaddima fi Tarjamat al-Qur’an, al-Fawz al-Kabir e al-Fath al-Kabir. In esse vengono illustrati i principi fondamentali della traduzione e dell’interpretazione del Corano.
La seconda categoria comprende le opere riguardanti gli hadith. Tra queste sono celebri Musawwa e Musaffa, commenti arabi della celeberrima Muwatta’ dell’Imam Malik. Tra le sue opere sugli hadith sono celebri al-Nawadir min al-Hadith, al-Durr al-Samin e Sharh-e Tarjuma-e Abwab-e Bukhari.
La terza categoria comprende le opere di fiqh. Tra queste figurano (a) «Al-Insaf» e (b) Iqd al-Jid fi Ahkam al-Ijtihad wa al-Taqlid. In queste opere egli ha mostrato che le divergenze tra i giuristi non costituiscono un’opposizione, bensì una differenza di opinioni.
Le opere della quarta categoria riguardano il taṣawwuf. Tra queste sono celebri: (a) Fayṣalatu Waḥdatil Wujūd wash-Shuhūd, (b) Al-Qawl al-Jamīl, (c) Tafhīmāt-i Ilāhiyya, (d) Alṭāf al-Qudūs, (e) Anfas al-ʿĀrifī, (f) Fuyūḍ al-Ḥaramayn, (g) Al-Khayr al-Kathīr, (h) Saṭʿāt e (i) Lumaʿāt.
Tra le opere della quinta categoria figura Al-Ḥujjat Allāh al-Bāligha. Si può definire quest’opera, famosa in tutto il mondo, un’esposizione dell’Islam. Nelle parole di Mawlānā Manāẓir Aḥsan Gīlānī: «Non ho mai visto un’opera scritta dall’uomo che, come questa, presenti in modo organico l’Islam quale sistema di vita completo.»
A proposito di quest’opera immortale, Ḥaḍrat Mawlānā Nūr Muḥammad Aẓmī, uno dei più eminenti pensatori islamici e una delle massime figure sufi del Bengala, autore di numerose opere preziose, ricche di conoscenze antiche e moderne, scrisse circa quarantatré anni fa, a pagina 16 del suo libro in urdu Niẓām-i Taʿlīm: «A mio giudizio, dopo il Libro di Allah e la Sunna del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), questo è il migliore dei libri. Infatti, contiene argomenti così ricchi di conoscenza quali non si trovano in nessun’altra opera, che nessun occhio ha visto, nessun orecchio ha udito e che nessuno ha persino percepito con il cuore. In sostanza, è un’interpretazione del Corano e della Sunna, pienamente affidabile; anzi, si può dire che sia l’essenza della sharīʿa muḥammadiana.»
Shah ʿAbd al-ʿAzīz Dihlawī (che Allah abbia misericordia di lui), principale guida del movimento di Walī Allāh
[Il primo a emettere una fatwā contro il dominio inglese]
In genere, l’ideatore di una grande corrente di pensiero o di un ideale non riesce, durante la propria vita, a realizzare pienamente nella società la propria concezione né a darle un’ampia diffusione. In epoche successive, è qualcuno tra i suoi seguaci ad assumersi questo grande compito. Lo stesso accadde nel caso del grande pensatore Imām Shah Walī Allāh Dihlawī (che Allah abbia misericordia di lui) (1703-1767 d.C.), pioniere del movimento della rinascita islamica nel subcontinente, che aveva sognato una rivoluzione islamica. Egli aveva offerto alla nazione musulmana, oppressa dalla superstizione, dall’immobilismo e dal declino, un’interpretazione rivoluzionaria dell’Islam, frutto di molti anni di riflessione e ricerca; colui che si fece avanti per primo per rendere concreto quel grande obiettivo fu Shah ʿAbd al-ʿAzīz Dihlawī (che Allah abbia misericordia di lui). Shah ʿAbd al-ʿAzīz era il figlio maggiore dell’Imām e filosofo Shah Walī Allāh Dihlawī (che Allah abbia misericordia di lui).
Nascita e formazione
Shah ʿAbd al-ʿAzīz Dihlawī (che Allah abbia misericordia di lui) nacque a Delhi, probabilmente nel 1747 d.C., durante il regno dell’imperatore ʿĀlamgīr II. Secondo la consuetudine della famiglia, iniziò l’istruzione primaria nella propria casa. Per la sua formazione furono incaricati Mawlānā Shah Muḥammad Āshiq e Mawlānā Khwāja Muḥammad Amīn. Da loro apprese dapprima la grammatica persiana e araba. In seguito studiò il fiqh arabo, gli uṣūl, la logica, il kalām, gli ʿaqāʾid, l’aritmetica, l’astronomia e altre discipline. Dopo aver appreso queste materie essenziali, all’età di tredici anni acquisì dal padre una conoscenza superiore degli ḥadīth e del tafsīr, ottenendo appena due anni dopo il certificato di idoneità. Già durante l’adolescenza l’organizzazione centrale del corpo militante del movimento islamico di Shah Walī Allāh (che Allah abbia misericordia di lui), osservando le qualità morali, il timore di Allah e l’efficienza di ʿAbd al-ʿAzīz (che Allah abbia misericordia di lui), stava pensando di designarlo come successore del padre. In questa prospettiva, i principali esponenti degli attivisti del movimento islamico formatisi alla scuola di Walī Allāh si impegnarono particolarmente a educarlo secondo l’ideale del venerabile Walī Allāh (che Allah abbia misericordia di lui). I due insegnanti sopra menzionati approfondirono la sua conoscenza dellʿilm al-ḥadīth e dei princìpi del movimento di Walī Allāh. Colui che si assunse il compito di arricchire la conoscenza di Shah ʿAbd al-ʿAzīz (che Allah abbia misericordia di lui) della giurisprudenza islamica, ossia del fiqh, fu Mawlānā Nūr Allāh. La diffusione dell’insegnamento e dell’ideale di Walī Allāh (che Allah abbia misericordia di lui) fu opera di queste tre nobili figure: Walī Allāh (che Allah abbia misericordia di lui) come maestro, e ʿAbd al-ʿAzīz (che Allah abbia misericordia di lui) come suo allievo. Parallelamente, tra i discepoli di Walī Allāh (che Allah abbia misericordia di lui) si formò un altro gruppo relativamente più giovane. Anche i figli di Walī Allāh (che Allah abbia misericordia di lui) ricevettero la loro istruzione insieme a questo gruppo. Dopo la morte del padre (nel 1763 d.C.), con il sostegno di entrambe le schiere, all’età di diciassette anni fu nominato guida del movimento islamico al posto del padre. Considerando la diffusione dell’istruzione islamica nel subcontinente e la sua vasta influenza, ottenute grazie al programma seguito da questo degno erede nel contesto della crisi economica, politica, sociale, culturale e religiosa allora attraversata dal paese, si può giustamente affermare che Shah ʿAbd al-ʿAzīz (che Allah abbia misericordia di lui) fu elevato a questa alta carica per i propri meriti, e non per il privilegio di essere figlio di Shah Walī Allāh (che Allah abbia misericordia di lui). Grazie a lui, nel subcontinente la diffusione del Corano, degli ḥadīth e, in generale, dell’istruzione islamica raggiunse proporzioni tali che non esisteva alcun centro di formazione religiosa nel subcontinente che non fosse collegato, direttamente o indirettamente, al suo centro d’insegnamento. La luce della sua istruzione si diffuse persino negli altri Stati musulmani dell’Asia.
La vita operosa di Shah ʿAbd al-ʿAzīz
Poiché Shah ʿAbd al-ʿAzīz nacque proprio nell’epoca del declino del governo moghul, fin dall’inizio la sua mente era assorbita dalla riflessione sul quadro progressivo della decadenza di questo dominio musulmano e sulle cause fondamentali della perdita dell’egemonia musulmana in India. Cercava una via di liberazione per i musulmani. Rifletteva su quale programma adeguato ai tempi si potesse adottare per preservare nel subcontinente l’Islam e la cultura islamica e per riaccendere qui, su tali basi, la fiaccola del movimento islamico. Alla fine Shah ʿAbd al-ʿAzīz adottò un metodo grazie al quale sarebbe rimasto per sempre, nel cuore dei musulmani del subcontinente, una figura immortale e venerata. A questo scopo, anzitutto, secondo la visione di suo padre, si impegnò a far comprendere ai musulmani il vero significato della concezione islamica della vita, quale condizione preliminare per suscitare una rivoluzione islamica. Iniziò quest’opera proprio attraverso il centro d’insegnamento ereditato dalla famiglia, situato a Delhi. Esso era, in verità, un’università islamica della visione e dell’insegnamento di Shah Walī Allāh. Poiché la “madrasa Rahīmiyya” di suo nonno Shah ʿAbd al-Rahīm non riusciva più ad accogliere tutti gli studenti, l’imperatore Muhammad Shah aveva destinato come waqf questo edificio governativo al grande sapiente Walī Allāh, affinché vi fosse istituito un centro d’istruzione religiosa.
I principi fondamentali dell’educazione
Nel centro principale per la futura rinascita islamica furono adottati come principi educativi i seguenti: (1) diffondere ampiamente gli insegnamenti del Corano e della Sunna e comprendere con la mente e con il cuore il pensiero dell’Imam Shah Walī Allāh; (2) suscitare il timore di Allah e l’ispirazione a costruire una vita esemplare; (3) eliminare dalla mente e dall’animo ogni atteggiamento di ossequio verso la monarchia e il governo e suscitare negli uomini lo spirito di sacrificio per portare la rivoluzione islamica alla vittoria completa; (4) promuovere il servizio sociale e la compassione verso l’umanità indigente; (5) condurre una vita semplice e sobria, rinunciando al lusso regale; (6) sviluppare uno spirito di sacrificio e praticare il coraggio e la pazienza in ogni momento di calamità; (7) cercare di sradicare ogni forma di corruzione, superstizione e consuetudine dannosa per la società e porre fine ai centri del lusso, che rendono la società amante delle comodità e debole. Inoltre, Shah ʿAbd al-ʿAzīz teneva regolarmente due volte alla settimana, nelle assemblee pubbliche, conferenze sugli ideali islamici, sull’istruzione e sulla cultura, nonché sui problemi più complessi.
Alcuni studenti illustri
L’elenco degli studenti combattenti formatisi presso di lui e poi diffusisi in tutto il subcontinente è molto lungo. Qui vengono riportati i nomi di alcuni studenti illustri. In seguito, la maggior parte di loro scese sul campo di battaglia, sotto la guida di Sayyid Ahmad Shahīd, nel 1828, votandosi fino alla morte alla liberazione dei musulmani del subcontinente dalle mani dei Sikh e degli inglesi. Va ricordato che Shah ʿAbd al-ʿAzīz, finché rimase in vita in quegli anni, ignorando i mali della vecchiaia, continuò a incoraggiare questa schiera combattente con consigli, piani e discorsi. I nomi dei suoi celebri studenti sono: (1) Mawlānā Rīfʿ al-Dīn; (2) Mawlānā Shah ʿAbd al-Qādir; (3) Mawlānā ʿAbd al-Ghanī (fratelli di ʿAbd al-ʿAzīz); (4) Mawlānā ʿAbd al-Hayy (genero); (5) Mawlānā Muhammad Ishāq; (6) Mawlānā Muhammad Yaʿqūb (due nipoti); (7) Mawlānā Makhsūsullāh (nipote); (8) Mawlānā Ismāʿīl Shahīd Dehlawī (nipote); (9) Sayyid Ahmad Shahīd Barelwī; (10) Mawlānā Rashīd al-Dīn; (11) Mawlānā Muftī Sadr al-Dīn; (12) Hazrat Shah Ghulām ʿAlī; (13) Mawlānā Karīmullāh; (14) Mawlānā Mīr Mahbūb ʿAlī; (15) Mawlānā ʿAbd al-Khāliq; (16) Mawlānā Hasan ʿAlī Lakhnawī; e (17) Mawlānā Husayn Ahmad Mālihābādī.
(Va ricordato che, dopo la vittoria di Sayyid Ahmad Shahīd nella battaglia di Akora contro i Sikh nel 1826 e fino a quando egli ricevette il titolo di “Amīr al-Muʾminīn” del gruppo, la guida era nelle mani di Mawlānā Ishāq.)
La situazione politica contemporanea
Anno 1747 dell’era cristiana. È l’epoca dell’imperatore Alamgir II. L’apparato amministrativo moghul è ormai paralizzato. Un tempo l’autorità dei sovrani moghul si estendeva dal lontano Kabul fino all’Arakan; ora l’imperatore Alamgir II è diventato a Delhi un semplice fantoccio nelle mani degli emiri influenti. Una provincia dopo l’altra è sfuggita al controllo del governo centrale di Delhi. Il grande impero che, per duecento anni, gli imperatori moghul avevano fondato riunendo i diversi territori dell’India si è frantumato, e nel subcontinente sono sorti numerosi Stati indipendenti. Le crepe nell’impero moghul avevano cominciato ad apparire già dopo il giusto e devoto imperatore Alamgir Aurangzeb (1658-1707 d.C.). Dopo la morte di Aurangzeb, nella consueta lotta di successione dei Moghul, il principe Mu‘azzam, cioè Bahadur Shah I, risultò vittorioso. Regnò per cinque anni. Dopo l’imperatore Alamgir Aurangzeb e fino al 1857, i principi che occuparono, per periodi brevi o lunghi, il trono imperiale di Delhi furono: (1) Bahadur Shah I, (2) Mu‘ayyizuddin, (3) Farrukh Siyar, (4) Rafi‘ud-Darajat, (5) Rafi‘ud-Daulah, (6) Muhammad Shah, (7) Ahmad Shah, (8) Alamgir II, (9) Shah Alam, (10) Akbar II e (11) l’ultimo imperatore, Bahadur Shah Zafar. Tra questi, il regno imperiale di Muhammad Shah, Alamgir II e Shah Alam fu quello di maggiore durata. Tutti erano imperatori deboli e incapaci nell’amministrazione dello Stato, nonché fantocci dei wazir e degli Amir al-Umara coinvolti nelle lotte per il potere.
Shah Abdul Aziz Dehlavi (che Dio abbia misericordia di lui) osservò con i propri occhi le vicende di questo sfortunato regno musulmano dall’epoca di Alamgir II (1741-1759 d.C.) fino a sei anni dopo il regno dell’imperatore Shah Alam (1759-1806). Durante il loro dominio, i governanti del Bengala (durante il governo del nawab Alivardi), di Ayodhya e di Hyderabad nel Deccan governavano di fatto i propri territori in modo indipendente. Alcuni emiri musulmani erano indiani, altri iraniani e altri ancora Moghul turanici. Tra loro era inoltre assai aspro il conflitto tra sciiti e sunniti. La loro competizione per prevalere gli uni sugli altri indebolì ulteriormente l’impero. L’insurrezione dei Maratha e la potenza dei Sikh e degli Jat resero ancora più precaria l’esistenza dell’impero moghul. Quando Nizam al-Mulk Asaf Jah, governatore del Deccan, con l’aiuto dei Maratha riuscì a scavalcare il governatore di Ayodhya, Mir Muhammad Amin Burhan al-Mulk, il nawab Sa‘adat Khan, e a esercitare la propria influenza sull’imperatore Muhammad Shah, sovrano centrale, Sa‘adat Khan e gli altri funzionari sciiti, desiderosi di vendicarsi, invitarono Nadir Shah dall’Iran ad attaccare Delhi. Nel 1739 Nadir Shah sconfisse e uccise il nawab Sirajuddaula, e quelli si impadronirono del Bengala, del Bihar e dell’Orissa.
A causa delle indicibili oppressioni e persecuzioni dei Sikh e dei Maratha, i musulmani continuarono a subire ingenti perdite nei beni, nelle vite, nell’onore e nella dignità. L’imperatore fantoccio non aveva alcun potere per porvi rimedio. Tutti cominciarono a preoccuparsi di come proteggere i musulmani dalle loro persecuzioni. Persino gli Amir al-Umara erano inquieti. Il principale funzionario della corte imperiale, Najibuddaula, era un discepolo vicino di Hazrat Shah Waliullah (che Dio abbia misericordia di lui). Secondo il desiderio dello Shaykh, Najibuddaula e i suoi compagni invitarono Ahmad Shah Abdali di Kandahar a venire a Delhi per proteggere i musulmani dalle mani dei Maratha. Ahmad Shah Durrani, cioè Abdali, quattro anni e mezzo dopo la battaglia di Plassey, nel 1761, sconfisse duramente i Maratha nell’ultima battaglia di Panipat. Alcuni storici hanno criticato l’invito rivolto ad Ahmad Shah affinché venisse a Delhi, sostenendo che ciò fosse avvenuto secondo il desiderio di Shah Waliullah (che Dio abbia misericordia di lui). La prova principale dell’erroneità di questa critica sono gli avvenimenti successivi alla vittoria di Ahmad Shah Abdali nella battaglia di Panipat. Dopo la battaglia di Panipat, egli non rimase a Delhi per impadronirsene; al contrario, pose l’imperatore Shah Alam sul trono, confermò Sujauddaula nella carica di wazir e Najibuddaula in quella di Amir al-Umara, quindi tornò in patria. (Tazkira-ye Shah Waliullah). Il Ghazi Abdali, dopo aver sottomesso i nemici maratha e affidato l’impero moghul ai capi musulmani Rohilla-Pashtun, non poté tuttavia trarre alcun vantaggio da ciò a causa dell’incompetenza dell’imperatore moghul dell’epoca. Al tempo dell’ultima battaglia di Panipat, Shah Abdul Aziz era entrato nella giovinezza. L’Imam Shah Waliullah Dehlavi (che Dio abbia misericordia di lui) morì sei anni dopo la battaglia di Panipat. È significativo che in seguito i Maratha, dopo aver recuperato la propria forza, rimasero padroni di Delhi per vent’anni dopo la morte dell’emiro sciita Amir al-Umara Najaf Ali Khan (1773-1782 d.C., periodo del suo dominio). L’imperatore si alzava e si sedeva secondo la loro volontà.
Approfittando della debolezza del governo centrale, in varie parti dell’India furono fondati numerosi Stati indipendenti sotto autorità locali e straniere, i quali mostravano al governo di Delhi soltanto una parvenza di rispetto e lealtà. A causa dei propri fallimenti, gli imperatori persero di fatto la dignità di governanti. Come, durante il declino del califfato abbaside, diversi governanti regionali prestavano obbedienza verbale ai califfi di Baghdad, ormai tali solo di nome, così i governanti regionali manifestavano una lealtà e un rispetto puramente formali anche verso gli imperatori moghul dell’epoca del declino. Da una o due regioni giungevano al governo centrale soltanto il tributo annuale stabilito oppure un dono in cambio del certificato formale che autorizzava il governo dei territori occupati. L’unica ragione per cui si agiva in tal modo era la paura del popolo. Infatti, proprio come una verità di fede, il popolo era fermamente convinto che i veri proprietari del Paese fossero quei re e imperatori di Delhi che avevano regnato per lungo tempo. Pertanto, chiunque assumesse il potere in una regione era costretto a riconoscere gli imperatori moghul come propri superiori. Anche i governanti ribelli cercavano di ottenere dall’imperatore il certificato di legittimità per governare i territori occupati. Persino gli inglesi dovettero farlo per lungo tempo. Nel 1803, quando gli inglesi, agendo in nome dell’imperatore Shah Alam, estromisero dal potere i Maratha e stabilirono pienamente la propria autorità a Delhi, e l’imperatore Shah Alam cominciò a vivere sotto la protezione degli inglesi, questi ultimi, nonostante esercitassero di fatto il dominio della Compagnia inglese delle Indie Orientali su tutta l’India, dovettero manifestare pubblicamente obbedienza all’imperatore. Va ricordato che nel 1805, con un trattato stipulato con l’imperatore Shah Alam, gli inglesi gli concessero il Forte Rosso di Delhi, l’area della città, Allahabad e un jagir a Ghazipur, mentre consolidavano il proprio dominio esclusivo sull’intera India.
Shah Abdul Aziz (che Dio abbia misericordia di lui) vide anche la condizione dei musulmani indiani: osservò come, dalla vittoria inglese nella battaglia di Plassey nel 1757 fino alla conquista di Delhi nel 1803, gli inglesi avessero distrutto una dopo l’altra, oppure costretto alla sottomissione, le forze indipendenti musulmane e non musulmane separate dal centro di Delhi. Vide come, impiegando una forza immensa, nel 1799 avessero sconfitto, battuto e ucciso il valoroso sultano Tipu del Mysore, ispirato dalle idee di Shah Waliullah (che Dio abbia misericordia di lui), e avessero stabilito il proprio dominio assoluto sull’intera India. In seguito, osservò anche quali cospirazioni fossero state avviate per consolidare il potere politico degli inglesi nel Paese, diffondere l’istruzione, la cultura, i principi e le concezioni occidentali, e trasformare i musulmani, popolo tradizionalmente dominante e governante di questa terra, in una comunità orientata verso l’Occidente e afflitta da un complesso d’inferiorità. In quei giorni funesti, l’unico pensatore devoto, Shah Abdul Aziz, si dedicò senza sosta a infondere nuova vita nel corpo della nazione musulmana indiana ormai morente e a renderla nuovamente, per forza e valore, una nazione onorata nel consesso del mondo.
I maltrattamenti del governo e il loro contesto
Nella famiglia imperiale, fin dall’epoca dell’imperatore Alamgir Aurangzeb, era riconosciuto uno status particolare alla famiglia di Waliullah, sebbene né le numerose suppliche e richieste né l’attrattiva di una cospicua pensione fossero mai riuscite ad avvicinarla alla corte imperiale. Ne è una prova eminente la richiesta dell’imperatore Alamgir al padre di Waliullah, Shah Abd al-Rahim, di partecipare alla redazione della celeberrima opera di diritto islamico Fatwa-ye Alamgiri (nota: egli rifiutò perché nutriva avversione per il servizio statale. Tuttavia, aiutò in vari modi dall’esterno il consiglio incaricato); così come la concessione, da parte dell’imperatore Muhammad Shah, di un grande edificio governativo a Waliullah (rah) per il suo istituto d’insegnamento, poiché gli studenti non trovavano posto nell’antica madrasa Rahimiyya, e, su suo desiderio, l’invito rivolto dall’Amir al-Umara Najibuddaula a Ghazi Ahmad Shah Abdali con l’obiettivo di sottomettere i Maratha. In tal modo, molti ministri sunniti, emiri e nobili, nonché molti dei loro figli, guardavano con rispetto alla famiglia di Waliullah (rah). Tuttavia, dopo che l’imperatore Humayun aveva richiesto una volta aiuti militari dall’Iran per sconfiggere Sher Shah, l’influenza degli sciiti nell’apparato amministrativo moghul continuò a crescere; come conseguenza di vasta portata, anche tra i ministri e gli emiri e nobili dell’esercito e dell’amministrazione si affermò un potente gruppo sciita. Durante il regno dell’imperatore Shah Alam, quando nel 1770 morì l’Amir al-Umara Najibuddaula, gli succedette alla carica suo figlio, il filoinglese Zabita Khan. Ma quando, per iniziativa di Sujauddaula, al posto di Zabita subentrò alla carica di Amir al-Umara il fantoccio degli inglesi Najaf Ali Khan (1773-1781), Shah Abd al-Aziz e, con lui, la famiglia di Waliullah furono sottoposti a indicibili persecuzioni. Gli ufficiali sciiti, infatti, non approvavano affatto questo loro movimento religioso.
Non c’era neppure da meravigliarsi che una nazione astuta come gli inglesi, osservando le conseguenze di vasta portata della propaganda della filosofia rivoluzionaria di Waliullah condotta da Shah Abd al-Aziz a Delhi e dell’organizzazione popolare fondata su di essa, avesse fatto ricorso al proprio fantoccio Najaf Ali Khan per agire in tal modo. In una fase successiva, il fatto che gli inglesi, per mezzo di una categoria di adulatori, presentassero pubblicamente il loro movimento islamico come un movimento wahhabita ne è una testimonianza. Comunque, è una coincidenza tanto dolorosa quanto sorprendente che, verso la fine del dominio moghul, tutti coloro che contribuirono all’instaurazione della supremazia inglese nel subcontinente, occupando importanti cariche regionali e centrali nell’apparato amministrativo moghul, fossero sciiti. Tra questi vi erano Mir Jafar del Bengala, Mir Sadiq, primo ministro del valoroso Tipu del Mysore, il nawab di Lucknow Sujauddaula e l’ultimo Amir al-Umara musulmano sciita di Delhi, Najaf Ali Khan (Ulama-ye Hind ka Shandar Mazi, p. 78).
Di fronte alle prepotenze
Hazrat Shah Abd al-Aziz (rah) racconta: «Durante il periodo in cui vivevamo a Delhi, proprio per mano di alcuni nostri connazionali (musulmani sciiti e adulatori degli inglesi) dovetti sopportare indicibili tormenti e sofferenze. Contro di noi venivano scatenati delinquenti, teppisti e malfattori. Essi lasciavano dei tazia sul tetto della nostra casa. Durante il sacro Ramadan, mentre si celebrava la tarawih, all’improvviso facevano entrare nella moschea una donna immorale e ubriaca, che recitava poesie di Hafiz Shirazi e si metteva a ballare. I teppisti restavano fuori a suonare tamburi, pronunciando oscenità ed emettendo grida sconce. Se avessimo dato a quei teppisti una risposta adeguata, vi era il timore che il movimento principale ne avrebbe subito danno» (nota: Malfuzat, p. 54).
Confisca dei beni
«Poiché le prepotenze non produssero alcun risultato, i beni di Hazrat Shah Abd al-Aziz (rah) furono confiscati. In seguito, tuttavia, grazie all’intervento di altre influenze, si riuscì a far revocare quell’ordine. (Nota: Manaqib-e Farid).
Esilio
Non appena una causa veniva definita, se ne intentava subito un’altra contro di lui. Dopo il ritiro della causa per la confisca dei beni, gli fu ordinato di lasciare il paese con tutta la famiglia. Questa volta nessuna influenza servì a nulla. Shah Abd al-Aziz (rah), insieme ai suoi fratelli, agli altri membri della famiglia e ai seguaci, lasciò Delhi a piedi e si recò a Shahdara. Da lì Hazrat Shah Fakhruddin (rah)—colui che aveva fatto revocare l’ordine di confisca—provvide a organizzare il trasporto per loro» (nota: Ulama-ye Hind ka Shandar Mazi).
Il complotto per attentare alla sua vita
Non solo. I cospiratori tramarono per uccidere Shah Abd al-Aziz (raḥ.) mediante avvelenamento, per ben due volte. Ma, per grazia di Allah, la loro rete di intrighi fu spezzata. Tuttavia, ciò ebbe effetti dannosi sul suo corpo. Si racconta che una volta, dopo che gli ebbero strofinato addosso un unguento ricavato dagli escrementi delle lucertole, gli comparve la lebbra bianca. A causa di tutte queste sofferenze e persecuzioni, egli perse la vista, gli aumentò la pressione sanguigna e dovette affrontare numerose altre malattie, oltre alla lebbra bianca. (Nota: Arwāḥ-e Salāsa.)
Il contesto della rivoluzione del 1857
Per quanto sia deplorevole, è un fatto che, riguardo alla storica rivoluzione del 1857 contro il potere britannico e, in seguito, fino al conseguimento dell’indipendenza dell’India indivisa, la maggior parte dei nostri storici abbia mostrato una certa avarizia nel riconoscere alla classe degli ʿulamāʾ il ruolo che meritava; allo stesso modo, nel riconoscere l’influenza esclusiva esercitata dagli ʿulamāʾ nella preparazione del contesto della rivoluzione del 1857, essi hanno manifestato la medesima ristrettezza di vedute. Dai fatti reali e da numerose fonti storiche affidabili in urdu e persiano risulta chiaramente che il principale motivo dell’incendio antibritannico divampato nei cuori dei musulmani sconfitti e scoraggiati del subcontinente fu una fatwā intrepida e rivoluzionaria. Colui che la emise fu l’anziano più universalmente rispettato e il più grande ʿālim dell’India dell’epoca, Shah Abd al-Aziz Dehlavi (raḥ.). Solo dopo la pubblicazione di questa fatwā la nazione musulmana, smarrita e incapace di sapere come agire, trovò la via del movimento. Essa ispirò persone di ogni ceto a partecipare al movimento per l’indipendenza. Dalla storia sappiamo che, nel 1765, quando Sujāʿ al-Dawla (Awadh) e Shāh ʿĀlam furono sconfitti nelle battaglie di Patna e Buxar, per gli inglesi non sarebbe stato particolarmente difficile impadronirsi immediatamente di Delhi. Tuttavia, i britannici, astutamente, applicando la loro mentalità mercantile, attesero alcuni anni, evitando inizialmente di creare incomprensioni tra il popolo, e infine conquistarono Delhi nel 1803. Anche in questo caso, però, ricorsero all’astuzia. Invece di deporre dapprima l’imperatore e strappargli la corona imperiale, lo mantennero come un capo privo di potere, riconosciuto dal Parlamento, proprio come il sovrano d’Inghilterra. Da allora tutto il potere passò nelle mani della Compagnia delle Indie Orientali. Ciò può essere spiegato così: il popolo appartiene ad Allah, la terra all’imperatore e il comando alla Compagnia Bahadur.
La situazione era estremamente delicata. Da un lato, essi si arrogavano l’autorità religiosa, riconoscendo Allah e la Sua infinita sovranità, mentre dall’altro promettevano di preservare il regno dell’imperatore moghul e l’onore della dinastia timuride. L’amministrazione dello Stato, che era stata affidata ai visir e agli amīr, indù e musulmani, venne da allora posta nelle mani della Compagnia delle Indie Orientali. Non si limitarono a promettere la salvaguardia della loro religione e della loro cultura: affidarono anche ai qāḍī musulmani la decisione sulle questioni sociali e religiose dei musulmani, e ai paṇḍit indù quella sulle questioni degli indù. In questo modo concessero agli indiani la cosiddetta «autonomia culturale». La gente comune è sempre inconsapevole; a quel tempo neppure gli intellettuali della società riuscirono a cogliere questa distinzione, e quindi la cospirazione. Pensarono: se i nostri diritti religiosi e culturali rimarranno intatti e l’imperatore non sarà deposto, quale motivo ci sarebbe di opporsi?
Una questione complessa
Questa situazione complessa doveva essere chiamata «libertà» o «schiavitù»? Dal punto di vista islamico, si impose una questione difficile: in tali circostanze, l’India doveva essere ancora definita, come in passato, dār al-Islām, oppure doveva essere chiamata dār al-ḥarb (nella terminologia islamica, dār al-ḥarb è il paese in cui si combatte il jihād contro un governo ostile all’Islam o dal quale si deve emigrare secondo le prescrizioni religiose), oppure in quella situazione l’India doveva essere definita dār al-amān, dove, sebbene il governo sia non musulmano, la vita e i beni dei musulmani sono al sicuro ed esiste libertà religiosa? E, secondo quest’ultima prospettiva, sarebbe anche illecito combattere contro il governo costituito.
All’inizio del XIX secolo, questa questione si presentò come un problema complesso agli occhi dei pensatori politici e degli ʿulamāʾ dell’India di allora.
Si trattava di una questione sulla quale vi era ampio spazio per il dissenso, e per una nazione astuta come gli inglesi vi era una grande opportunità di confondere la gente sfruttando tale divergenza di opinioni. Naturalmente, essi fecero proprio questo e vi riuscirono. Tuttavia, non era facile trasformare un militante del movimento islamico, formato nell’istituto di Shah Waliullah (رح), in vittima di una simile frode. Perciò, nel 1803, Shah ʿAbd al-ʿAzīz Dehlavī (رح) pubblicò la suddetta fatwa, aprendo così una nuova porta al movimento islamico. (La fatwa è consultabile a pagina ……….)
Nel 1857
I musulmani comuni si sentivano impotenti di fronte al potere e al prestigio degli inglesi. Non possedevano la capacità necessaria per adottare, in quella situazione, un programma o una decisione ostile in opposizione alla potenza inglese. Grazie a questa fatwa, trovarono la via per scegliere una linea d’azione.
La jihad della penna
Per il risveglio musulmano nel subcontinente, Shah ʿAbd al-ʿAzīz (رح) non si limitò a emettere una fatwa rivoluzionaria contro gli inglesi, impartire insegnamenti, tenere discorsi e organizzare la popolazione: impugnò anche l’arma della penna, per imprimere stabilmente nel profondo del pensiero delle persone il messaggio della rinascita islamica di Waliullah (رح). Le sue opere più importanti sono: (1) Tafsīr-e ʿAzīzī, (2) Tuḥfa-ye Ithnā ʿAshariyya (gli sciiti non sono ancora riusciti a rispondere a quest’opera, scritta per confutare le loro dottrine erronee), (3) Bustān al-Muḥaddithīn, (4) ʿAzīz al-Iqtibās, (5) Siyar al-Shahādatayn, (6) Fatāwā-ye ʿAzīzī, (7) Fatḥ al-ʿAzīz (un’opera esplicativa del Fatḥ al-Raḥmān di Waliullah (رح)). Inoltre, compose numerosi opuscoli e glosse, tra cui “Ḥawāshī bar Sharḥ-e ʿAqāʾid” e Iʿjāz al-Balāgha.
L’influenza del movimento di ʿAbd al-ʿAzīz (رح) negli altri Stati musulmani
L’influenza degli insegnamenti di Shah ʿAbd al-ʿAzīz (رح) raggiunse, attraverso l’Hijaz, anche luoghi al di fuori dell’India. A Istanbul i suoi insegnamenti venivano studiati sotto la guida dello Shaykh Khalid al-Kurdī. Egli aveva ricevuto insegnamenti da Mawlānā Ghulām ʿAlī, uno dei mujahidin della rivoluzione islamica curda. Attraverso Ismāʿīl Shahīd, era stato ispirato dagli insegnamenti di Shah ʿAbd al-ʿAzīz (رح). Inoltre, anche Mawlānā Ghulām ʿAlī era uno dei principali discepoli dello Shah. Gli ʿulamāʾ di Istanbul gli scrissero invitandolo a recarvisi: «Venite a Istanbul; gli eminenti di questa città sono pronti a lavorare sotto la vostra guida». Shah ʿAbd al-ʿAzīz non ritenne opportuno recarsi all’estero. In realtà, il grande lavoro compiuto successivamente per l’Islam nel subcontinente fu di valore infinitamente maggiore proprio perché, invece di recarsi all’estero, egli formò islamicamente Sayyid Aḥmad Barelwī, Shah Ismāʿīl Shahīd, Mawlānā ʿAbd al-Ḥayy e altri. Il suo contributo è già stato analizzato dettagliatamente nella discussione intitolata “Il gruppo di collaboratori di Waliullah”.
La morte
Il grande uomo Shah Abdul Aziz Dehlavi (raḥimahu Allah) lasciò questo mondo terreno nel 1828 d.C., secondo il 1139 dell’Egira, lasciando i musulmani del subcontinente immersi in un oceano di dolore. Prima della sua morte, donò la propria biblioteca al Mawlana Shah Muhammad Ishaq. Come gli altri anziani della famiglia, fu sepolto nel famoso cimitero di Lehendiyal, a Delhi. In seguito, i suoi fratelli assunsero a turno la carica di direttore della suddetta madrasa. La madrasa fu distrutta durante la rivolta del 1857. Nonostante ciò, ancora oggi la zona è conosciuta come il quartiere della madrasa. Nel «Tabaqat-i Nasiri» e nel «Fawa’id al-Fawa’id» si afferma che, a quel tempo, a Delhi erano in funzione a spese dello Stato anche diverse madrase, tra cui la Madrasa-i Mu‘awiya, la Madrasa-i Nasiriya e la Madrasa-i Firuzia.
Abdul Aziz (raḥimahu Allah) –Alcuni episodi della sua vita
Egli non era soltanto un sapiente esperto nelle scienze islamiche, ma possedeva anche una notevole padronanza della letteratura e della poesia araba. L’esempio della lettera che scrisse a suo zio in versi arabi, descrivendo le atrocità e le persecuzioni dei Sikh e dei Maratha e con il cuore oppresso dal dolore, è il seguente:
«Che Allah, da parte nostra,
si vendichi dei Sikh e dei Maratha.
Infligga loro una punizione estremamente severa».
«I Sikh e i Maratha hanno ucciso innumerevoli figli dell’umanità,
hanno torturato persone innocenti». – [Maktubat]
Sono state inoltre rinvenute numerose poesie profonde e ricche di sentimento da lui composte in arabo. Una volta scrisse un distico in elogio di Delhi, capitale dell’India sotto il dominio musulmano.
Osservanza disciplinata
Durante le due conferenze settimanali che teneva per i membri del movimento islamico, nonostante l’età avanzata e le sofferenze fisiche, pronunciava puntualmente i suoi preziosi discorsi rivolti a loro. Diceva agli ascoltatori: «Voi due mi sosterrete per farmi sedere e, quando inizierò il discorso, mi lascerete». Si osservava così che, laddove dapprima non riusciva, per la debolezza, nemmeno a sollevare il corpo trascinandolo, in seguito teneva il discorso con naturalezza. Molti non musulmani erano attratti dai suoi discorsi. La sua critica era così garbata che le sue parole non lasciavano a nessuno motivo di sentirsi ferito. —[Hayat-e Wali]
Prontezza di spirito
Una volta alcuni alim erano partiti per Delhi su una carrozza trainata da cavalli. Il cocchiere era di casta braminica. Egli pose agli alim la seguente domanda: «Ebbene, signori huzur, volete rispondere a una mia domanda? Ditemi: Allah è hindu o musulmano?». Ognuno rispose in modo diverso, ma nessuna risposta soddisfece il cocchiere. Alla fine promisero al cocchiere che, recatisi a Delhi, avrebbero ottenuto la risposta dallo Shah Sahib e gliel’avrebbero riferita. Giunti a Delhi, il cocchiere andò personalmente dallo Shah Sahib e gli pose la suddetta domanda. Anche gli alim lo pregarono di rispondere. Shah Abdul Aziz Dehlavi (rah) disse al cocchiere: «Ascolta con attenzione ciò che sto per dirti. Il punto è questo: se Allah fosse hindu, nessuno potrebbe macellare una vacca. Lo riconosci oppure no?». Il cocchiere rimase allora senza parole e abbracciò spontaneamente la religione islamica.
—(Shah Abdul Aziz aur Unfi Talimat).
Il dibattito religioso con un sacerdote
Una volta un sacerdote giunse a Delhi per disputare sulla religione. La condizione era che chiunque avesse perso il dibattito avrebbe dovuto dare duemila rupie all’avversario. L’amministratore locale disse che, se lo Shah Sahib avesse perso, avrebbe pagato lui la somma. Il sacerdote disse: «Alle domande che porrò si dovrà rispondere con la ragione, non citando i testi religiosi». Stabilito ciò, il sacerdote domandò: «Il vostro Profeta è Habibullah, cioè amico di Allah?». «Sì, certamente è amico di Allah», rispose lo Shah Sahib. Il sacerdote disse: «Al momento dell’uccisione dell’Imam Husayn, il vostro Profeta non implorò Allah. Eppure l’amato è più caro all’amico. Se lo avesse implorato, certamente Egli lo avrebbe ascoltato».
Shah Sahib rispose: «Sì, egli stava andando a presentare una supplica. Ma in quel momento giunse una voce invisibile: “Il tuo nipote è stato ingiustamente ucciso dalla gente della nazione; per questo stai andando a presentare una supplica, eppure proprio ora mi viene in mente che ‘mio figlio’ Isacco fu crocifisso e ucciso”».
Di fronte a questa risposta schiacciante, il sacerdote rimase senza parole e dovette versare duemila taka. Nella vita di Shah Abd al-Aziz Dehlavi (che Allah abbia misericordia di lui) si incontrano innumerevoli altri episodi di questo genere, dai quali emerge la sua incomparabile prontezza di spirito, dono di Allah.
— Fine —