Introduzione

Lo Shaykh al-Islam, l’Imam Taqi al-Din Ahmad ibn Taymiyya, che Allah abbia misericordia di lui, fu un uomo capace di imprimere un’epoca. Più di mille anni dopo l’Egira del Profeta, egli liberò dalle impurità la limpida corrente della profezia, nella quale si erano mescolate molte scorie, attraverso lunghi sforzi, lotte e devozione. La fama della sua scienza giunse dalla lontana Qayrawan, nel Maghreb, fino a Canton, in Cina, a oriente. Anche l’influenza delle sue attività riformatrici inondò queste regioni.

Nel settimo e nell’ottavo secolo dell’Egira, ibn Taymiyya fu il nome di una lotta incessante. Combatté contro lo shirk e le innovazioni religiose. Combatté contro l’ingiustizia e la falsità, contro l’oppressione e la persecuzione. Al suono della sua voce intrepida e vigorosa tremavano persino i cuori dei potentissimi sovrani. Istigati dai malvagi, i potenti governanti lo gettarono dietro porte di ferro. Anche seduto in prigione, continuò a scrivere a velocità straordinaria. Le mura del carcere non poterono ostacolare la manifestazione della sua verità limpida. Gli avversari volevano bruciarlo e ridurlo in cenere nel fuoco dell’odio. Questa volta, per ordine del sovrano, gli furono sottratti libri, quaderni, penne, inchiostro e calamaio; eppure non si arrese. Raccoglieva pezzi di carta strappata e continuava a scrivervi con il carbone. Così il fiero combattente della verità continuò a lottare fino alla morte contro la falsità.

I suoi sessantasette anni di vita furono la cronaca della vergognosa sconfitta della menzogna e del vano, dell’ingiustizia e della falsità. La penna affilata di ibn Taymiyya continua ancora oggi a scrivere la storia della sconfitta della menzogna e del vano. Il Corano e la Sunna sono le due fonti fondamentali della conoscenza autentica dell’Islam. L’Imam ibn Taymiyya ricondusse nuovamente tutti i rami del sapere islamico a queste due fonti originarie. A questo scopo impiegò tutte le sue capacità scientifiche e intellettuali. Su questa via non prestò la minima attenzione allo sguardo minaccioso di alcun sovrano tirannico né di alcun avversario dotato di potere illimitato. La sua coraggiosa lotta e devozione per la verità continueranno a infondere forza vitale a questa ummah fino al Giorno della Resurrezione.

Un pensatore come ibn Taymiyya nasce una volta ogni mille anni e, allo stesso modo, non muore neppure dopo mille anni.

Si può dire che sulla vita combattiva di questo grande pensatore nella lingua bengalese non sia stata fatta quasi alcuna trattazione dettagliata. Qui ho semplicemente raccolto i miei scritti pubblicati sulla vita e sulle attività di questo grande pensatore sotto il titolo «La storia resta imperitura nella lotta del soldato». Le attività di rinnovamento dell’Imam meritano una trattazione ancora più approfondita. Tuttavia, per timore di accrescere la mole del libro, mi sono astenuto dall’intraprendere quella direzione. Qui emerge comunque, nel complesso, un quadro della vita dell’Imam e delle sue attività riformatrici. Ritengo che il mio lavoro sarà ricompensato anche se i lettori ne trarranno soltanto un modesto beneficio.

Chiedo tuttavia ai lettori che, nel riesaminare la vita e le attività di un riformatore islamico, attribuiscano piena importanza alla visione islamica integrale. E, invece di considerare questa opera una mera trattazione teorica e informativa, cerchino di identificarsi con le attività dell’Imam. Solo così sarà più facile trarre beneficio da questa trattazione.

Abdul Mannan Talib
180 Shantibagh, Dhaka.

Contesto: il mondo musulmano devastato dall’invasione tatara

Il terrore dei musulmani per i Tartari

Nella prima metà del VII secolo dell’Egira, la parola «Tartari» era per i musulmani il simbolo della paura e del terrore. Dopo aver subito una sconfitta dopo l’altra per mano dei Tartari, i musulmani erano arrivati a credere che essi fossero invincibili. In arabo era diffuso un proverbio: «Iḏā qīla laka inna al-Tatār inhazamū fa-lā tuṣaddiq»; se ti viene detto che i Tartari sono stati sconfitti, non crederci.

Questo castigo inflitto dai Tartari ai musulmani era in realtà stato decretato per loro da Allah. Da diverse centinaia di anni trascuravano l’adempimento dei doveri della religione. Inseguivano ciecamente il lusso, gli agi e le brame dell’esistenza terrena. La discordia, le divisioni e i conflitti interni avevano distrutto l’unità della loro religione e della loro ummah; soprattutto, avevano cominciato a seguire una direzione del tutto opposta al compito loro affidato di stabilire la giustizia nel mondo e sradicare l’ingiustizia. Che altro ci si poteva dunque aspettare, da parte di Allah, se non un castigo così terribile?

Questo castigo per i musulmani ebbe inizio nel 616 dell’Egira. Continuò senza interruzione per quasi quarant’anni. Era come se fossero stati schiacciati e ridotti in polvere da un rullo compressore.

Nel 616 dell’Egira, durante il regno del sultano Ala al-Din Shah di Khwarazm, Gengis Khan attaccò per la prima volta i confini dello Stato islamico. La prima vittima dell’attacco fu la storica città di Bukhara. Bukhara fu ridotta a un cumulo di rovine. Nessuno degli abitanti della città riuscì a fuggire vivo. Tutte le case furono bruciate e ridotte in cenere. In seguito fu data alle fiamme la città di Samarcanda. Tutti i suoi abitanti furono uccisi. Poi città grandi e piccole subirono la medesima sorte. Hamadan, Qazvin, Rayy, Zanjan, Merv, Nishapur e altre città si trasformarono una dopo l’altra in cumuli di rovine.

A quel tempo, nella parte orientale del mondo islamico, Shah di Khwarazm era l’unico governante potente. Dopo che egli ebbe perso la capacità di resistere, gli altri governanti minori non riuscirono a mantenere il campo neppure per un breve istante. Ciononostante, dopo Ala al-Din Shah di Khwarazm, suo figlio Jalal al-Din Shah di Khwarazm continuò a combattere contro i Tartari. Ma alla fine anche la sua situazione giunse al punto estremo. Dopo aver subito una sconfitta dopo l’altra in battaglia, fu abbandonato dall’esercito e dagli amici. I Tartari continuarono a inseguirlo come un’ombra. Infine, per paura dei Tartari, morì su un’isola sconosciuta insieme a pochi compagni fidati.

Il terrore dei Tartari si era diffuso tra i musulmani a tal punto che, quando ne vedevano uno, pensavano che fosse arrivato il loro Azra’il. Spesso un solo Tartaro entrava in un vicolo e uccideva da solo cento musulmani. Nessuno di loro aveva il coraggio di proferire una sola parola contro quel Tartaro. Una volta, persino una donna tatara entrò in una casa travestita da uomo e cominciò a uccidere tutti, uno dopo l’altro. Sembrava che fino a quel momento tutti si fossero preparati soltanto a porgere il collo per accogliere la morte. All’improvviso uno di loro rinsavì: «Ma questa è una ragazza tatara!». Con un solo colpo di spada fece fuori la ragazza.

Ecco un altro episodio, accaduto in una città. Un Tartaro entrò in una casa e catturò un musulmano. Non aveva una spada con sé, così prese una pietra che si trovava nella casa. Fece appoggiare la testa del musulmano contro la pietra e ordinò: «Adesso vado al mercato a prendere una spada e ti ucciderò. Tu resterai esattamente in questa posizione. Guai a te se ti muovi anche solo un poco». Detto ciò, il Tartaro andò al mercato. Ma il musulmano, mezzo morto dal terrore dei Tartari, non pensò nemmeno di fuggire. Rimase con la testa appoggiata allo stesso modo sul ceppo. Così, dopo un certo tempo, il Tartaro tornò dal mercato con un’arma e, senza alcuna preoccupazione, gli tagliò la gola.

Questa incredibile paura dei Tartari tra i musulmani era una realtà vivida di quell’epoca. I musulmani di oggi ne rimarranno certamente stupiti ascoltando tutto ciò. Anzi, proprio in quell’epoca, dopo che il terrore dei Tartari si fu attenuato, i musulmani si chiesero con stupore: che cosa era successo loro? Perché erano diventati dei morti viventi? In realtà, quando il timore di Allah scompare dal cuore dei musulmani, essi cominciano a temere ogni cosa del mondo. Quando invece sono intimoriti dal timore di Allah, imparano a disprezzare persino una superpotenza del mondo moderno come la Russia, anche se sono semplici mujahidin di un piccolo Paese sottosviluppato come l’Afghanistan.

 

I Tartari, simbolo della distruzione

I Tatari non si limitarono a uccidere i musulmani e a depredarli dei loro beni: distrussero anche moschee, madrase e biblioteche. Erano una tribù barbara dell’Asia centrale. Non avevano alcun rapporto con l’istruzione, la civiltà e la cultura. Perciò si abbandonarono alla frenesia bestiale di distruggere la civiltà e la cultura dei musulmani. In tutta la storia dell’Islam, i musulmani non avevano mai affrontato una situazione tanto disonorevole. Nel narrare le vicende della tirannia, delle persecuzioni e delle devastazioni dei Tatari, la penna degli storici musulmani di quell’epoca tremava. Lo storico Ibn Athir scrisse:
Nella storia del mondo non esiste alcun precedente di una simile catastrofe. Questo evento riguarda tutti gli esseri umani, ma in modo particolare i musulmani. Se qualcuno affermasse che, da Adamo, su di lui la pace, fino ai nostri giorni, non si è mai verificato al mondo un evento simile, non farebbe affatto un’affermazione falsa. —– Questa barbarie non ebbe la minima pietà per nessuno. Uccisero donne, bambini, uomini e anziani, senza distinzione. Squarciarono il ventre delle donne incinte colpendole con le spade e fecero a pezzi anche i bambini prematuri che ne uscivano.
La fitna tatara era allora diventata motivo di paura non solo per i musulmani, ma per gli abitanti dell’intero mondo. Udendo i racconti delle persecuzioni e delle atrocità commesse dai Tatari contro i musulmani in Asia, anche gli abitanti dell’Europa tremavano di terrore. La barbarica campagna dei Tatari ebbe inizio con Gengis Khan e continuò impetuosamente per quarant’anni, fino a Kublai Khan, suo pronipote.

Baghdad, la città dei cadaveri

Da sempre, i peggiori nemici dell’Islam e dei musulmani sono stati i traditori interni. Naturalmente, in ogni Paese sono riconosciuti come nemici della propria nazione. Ma la distruzione che provocano all’Islam e ai musulmani non ha paragoni. Infatti, nel mondo non esiste una forza capace di sconfiggere i musulmani. Solo quando la loro unità e coesione vengono distrutte da conflitti e dissidi interni, un nemico esterno riesce a sopraffarli. E questi traditori interni alimentano il fuoco delle divisioni interne dei musulmani.
Questi traditori sono di tre tipi. Un gruppo è nemico dell’Islam, un altro è nemico dei musulmani e un altro ancora è nemico del Paese. Sebbene siano di tre tipi diversi, tra loro esiste una sorprendente affinità. Non si può certo dire che i nemici dell’Islam siano pieni d’amore per i musulmani e per il Paese. L’Islam è il centro dei loro attacchi. Contro l’Islam lanciano assalti indiscriminati e con tutte le loro forze. Tuttavia, talvolta sferrano anche attacchi sporadici contro gli altri due obiettivi. Lo stesso vale per i nemici dei musulmani e del Paese. Anche il poeta e filosofo dell’Islam, il poeta Allama Iqbal, alluse in una sua poesia a questi tre tipi di traditori interni. Disse: «Jafar del Bengala, Sadiq del Deccan / Vergogna della religione, vergogna della comunità, vergogna della patria». Il traditore Mir Jafar del Bengala e Mir Sadiq del Deccan sono la vergogna della religione islamica, della comunità islamica e della patria. In altre parole, questi traditori interni appartengono proprio a tre categorie. Sono nemici dell’Islam, nemici della comunità musulmana e nemici anche della patria dei musulmani. È del tutto incomprensibile come una persona che vive in un Paese musulmano e nella comunità musulmana, pur nutrendo un’estrema ostilità verso l’Islam, possa essere follemente innamorata della comunità musulmana e della patria dei musulmani. In realtà, eliminato l’Islam, la comunità musulmana e la patria dei musulmani non hanno un’esistenza né un’importanza separate.
Nella storia dell’Islam, l’esistenza di questi traditori interni non è mai scomparsa. Sono apparsi continuamente sotto forme nuove, e continuano ad apparire ancora oggi. Fu proprio questo genere di persone a provocare allora a Baghdad una distruzione senza precedenti. L’evento ebbe luogo nell’anno 656 dell’Egira.
A guidare i traditori di Baghdad, centro dell’Islam, della comunità musulmana e del mondo islamico dell’epoca, erano il primo ministro sciita di Baghdad, Ibn al-Alqami, e Nasir al-Din Tusi, consigliere musulmano dei governanti tatari. Questi traditori ordirono una vasta cospirazione per distruggere Baghdad. Pensavano che i barbari Tatari avrebbero attaccato Baghdad, ucciso e saccheggiato, per poi andarsene, lasciando a loro il dominio assoluto della città. Inoltre, la superiorità dell’Islam era per loro un tormento. Sotto le sembianze di musulmani erano in realtà ipocriti. Perciò l’umiliazione dell’Islam, dei musulmani e delle terre musulmane era sufficiente a dar loro grande soddisfazione.
A quel tempo le barbariche truppe tatare erano inarrestabili. Distruggendo una dopo l’altra le città e gli insediamenti musulmani, seminavano il terrore in tutto il mondo islamico. Istigati da Ibn al-Alqami e Nasir al-Din Tusi, i Tatari avanzarono verso Baghdad. Hulagu Khan, nipote di Gengis Khan, giunse alla periferia della città con il suo enorme esercito.
Nel frattempo, il primo ministro Ibn al-Alqami consigliò al califfo al-Musta’sim billah di stipulare un accordo con Hulagu. Gli assicurò che, se avesse ricevuto una grande quantità d’oro e doni, Hulagu se ne sarebbe andato. Seguendo il consiglio di al-Alqami, il califfo si preparò a recarsi nell’accampamento di Hulagu per definire le condizioni dell’accordo. La lettiga del califfo giunse alla tenda di Hulagu. Poi, facendo pressione sul califfo perché firmasse come testimone del trattato, si fece venire all’accampamento tataro tutti i principali notabili della città. Non appena arrivarono, furono tutti uccisi davanti al califfo. In questo modo, dopo aver ottenuto la lettera del califfo, i Tatari attirarono uno dopo l’altro nell’accampamento i personaggi potenti e rispettati della città e li assassinarono barbaramente. Tuttavia, i Tatari avevano paura di uccidere il califfo, perché erano superstiziosi. Avevano sentito dire che, non appena il sangue del califfo fosse caduto a terra, sarebbe apparsa una devastazione di proporzioni immense. Per questo esitavano. Allora Nasir al-Din diede loro un consiglio grazie al quale il califfo sarebbe morto senza che una sola goccia del suo sangue cadesse a terra. Seguendo il suo consiglio, avvolsero il califfo in un enorme materasso e lo legarono. Poi lo finirono prendendolo a calci e sbattendolo ripetutamente.
A Baghdad accadde quindi ciò che era scritto nel suo destino. Per quaranta giorni continuarono le uccisioni e i saccheggi. Dopo quei quaranta giorni, Baghdad, la più grande città del mondo dell’epoca, città dei sogni, centro del sapere e dell’istruzione, culla della civiltà e della cultura, sembrava una città di fantasmi. La città divenne completamente deserta. Per le strade, nei mercati e nei bazar si vedevano appena due o quattro persone qua e là.
Camminando per le strade, a intervalli si scorgevano mucchi di cadaveri. Sembravano piccole montagne di morti. Poi venne la pioggia. I cadaveri si gonfiarono e cominciarono a decomporsi. Un fetore si diffuse per tutta la città. I sopravvissuti furono colpiti da un’epidemia. Il fetore oltrepassò Baghdad e raggiunse persino i confini della Siria. Secondo gli storici, in quel periodo a Baghdad furono uccise circa un milione e ottocentomila persone. Entrato a Baghdad, Hulagu ordinò ai cristiani di bere pubblicamente vino e di mangiare carne di maiale. Era il mese di Ramadan, ma i musulmani furono costretti a bere vino. Il vino fu versato nelle moschee. L’adhan fu proibito. Baghdad era il centro del mondo islamico dell’epoca. Dall’inizio dell’insediamento della città, per la prima volta Baghdad cadde nelle mani degli infedeli. Una disperazione profonda si diffuse in tutto il mondo islamico. Ovunque giunse la notizia della distruzione di Baghdad, i musulmani cominciarono a fare lutto. Ma non potevano fare nulla. I traditori erano attivi non solo a Baghdad, ma in tutti i Paesi del mondo islamico. Finché questi traditori non fossero stati eliminati, non vi era alcuna possibilità di liberare il mondo islamico dalla crisi.

I Tatari non sono invincibili

Dopo Baghdad, i Tatari conquistarono la Siria. Le strade della Siria furono inondate del sangue dei musulmani. Nelle città e nei villaggi si accumularono cataste di cadaveri. Ovunque la situazione era la stessa: da Tashkent a Bukhara, da Bukhara a Baghdad e da Baghdad a Damasco. In nessun luogo i musulmani avevano un posto dove poter nascondere la testa. Poi venne il turno dell’Egitto. Gli egiziani compresero chiaramente che i loro giorni stavano giungendo alla fine. Il castigo di Allah si stava avvicinando a loro.

Ma alla fine gli egiziani produssero una sorpresa. Decisero di avanzare e affrontare i Tatari. Nel 658 dell’Egira, il sultano d’Egitto al-Malik al-Muzaffar Sayf al-Din Qutuz avanzò con il suo esercito, confidando in Allah. Dopo aver oltrepassato i confini dell’Egitto, fermarono i Tatari in un luogo della Siria chiamato Ayn Jālūt. Tutti i precedenti risultati dei Tatari furono infranti. Essi subirono la sconfitta. La prima sconfitta. Una sconfitta disastrosa. D’altra parte, il coraggio dei musulmani crebbe mille volte. La convinzione e il timore che i Tatari fossero invincibili scomparvero dai loro cuori. Essi divennero impetuosamente coraggiosi. Inseguirono i Tatari fino alle regioni più remote della Siria. I cadaveri dei Tatari si sparsero lungo le strade e nei sentieri. Morivano per mano dei musulmani come volpi e cani. Un numero enorme di Tatari fu inoltre fatto prigioniero.

Dopo di ciò, i Tatari furono naturalmente sconfitti dagli egiziani ancora diverse volte. Tuttavia, considerando come la campagna vittoriosa dei Tatari avanzasse da ogni direzione con la velocità di una tempesta, quanto ostacolo poteva mai costituire la fermezza degli egiziani? Inoltre, allora i Tatari erano gli aggressori, mentre i musulmani combattevano una guerra difensiva. In tali condizioni, non vi è dubbio che l’aggressore si trovasse in una posizione migliore. L’intero mondo islamico era giunto sull’orlo della distruzione sotto gli attacchi impetuosi e le persecuzioni barbariche dei Tatari. Sembrava che ai musulmani non restassero ormai molti giorni. Forse Allah aveva deciso di infliggere già in questo mondo a questa nazione il castigo per i suoi peccati.

Ma no: a quel tempo vi erano ancora nel mondo, in gran numero, autentici seguaci della vera Religione di Allah. Nel complesso, i musulmani non avevano allora assolto al compito loro affidato dalla Religione di Allah. Perciò, in quanto comunità, erano stati colpiti dall’ira ardente di Allah. Tuttavia, come comunità, non avevano abbandonato la Religione di Allah, e una parte di loro continuava ancora ad adempiere al dovere della Religione. Inoltre, l’orrore dell’invasione tatara spinse i musulmani a riflettere nuovamente sulle proprie azioni e a vivere come autentici musulmani e servi obbedienti di Allah. Così Allah concesse alla comunità musulmana un’altra opportunità di sopravvivere sulla terra. Altrimenti, fino ad allora, nessuna nazione che avesse affrontato una distruzione di quel genere era mai riuscita a rialzare la testa una seconda volta. Una nazione che una volta aveva dato vita a una nuova civiltà e aveva affermato e consolidato sulla terra la propria superiorità, con il trascorrere del tempo un giorno aveva visto cancellarsi ogni sua traccia. Non aveva avuto l’opportunità di riapparire una seconda volta nella stessa forma e di ottenere nuovamente sulla terra l’onore della superiorità. Le civiltà dei Greci, dei Romani e degli Egiziani sono davanti ai nostri occhi. Anche l’espansione e l’ampiezza della civiltà ariana nel subcontinente indiano erano storiche. Ma, dopo essere state distrutte una volta, esse hanno trovato rifugio soltanto nelle pagine del passato. La loro religione, la loro morale e le loro consuetudini sono oggi tutte logore. Sebbene, dopo migliaia di anni, i Figli d’Israele siano oggi tornati a insediarsi sulle rive del Mediterraneo con un nuovo Stato, nella loro società e civiltà odierne non vi è neppure una minima traccia della Religione di Mosè, pace su di lui. In quanto ciechi seguaci della società e della civiltà occidentali, essi stanno soltanto recitando una parte della civiltà occidentale. Lo stesso vale per l’India moderna.

Ma l’Islam è il sistema di vita scelto da Allah. Fino al Giorno della Resurrezione, ogni volta che i musulmani, in qualunque parte del mondo, si aggrapperanno agli elementi di civiltà e di società che questo sistema di vita continuerà a offrire, il successo e il prestigio verranno a prostrarsi ai loro piedi. Potranno vivere nel mondo con dignità, come la migliore delle nazioni. I musulmani del mondo odierno ne sono la prova. È proprio perché hanno abbandonato l’Islam e hanno cercato di assimilare la socialità e i valori occidentali che oggi i musulmani sono umiliati in ogni parte del mondo. Eppure i più grandi beni della terra sono in loro possesso. Le idee e i valori occidentali hanno distrutto la loro unità e li hanno scagliati gli uni contro gli altri.

Lasciando da parte la crisi moderna dei musulmani, torniamo ancora una volta al VII secolo dell’Egira. Allora fu il ritorno verso l’Islam a salvare i musulmani. Questa è una prova dell’inesauribile forza vitale dell’Islam. Non appena una nazione inerte e prossima alla morte lo accoglie, nel suo petto si risveglia un’ondata di vita. La sua marcia continua finché non si stabilisce nel mondo sul seggio della superiorità e dell’onore.

I Tatari all’ombra dell’Islam

Dopo essere stati perseguitati e oppressi dai Tatari per quasi mezzo secolo, il modo in cui i musulmani tornarono a riprendersi è una storia sorprendente. Coloro che si adoperavano per sterminare i musulmani fino all’ultimo membro della loro stirpe finirono per schierarsi nelle file degli stessi musulmani. Coloro che avevano giurato di cancellare l’Islam dalla faccia della terra accolsero, a capo chino, il messaggio dell’Islam. Senza condizioni, accettarono l’Islam come il loro unico sistema di vita. I Tatari semibarbarici e barbari dell’Asia centrale alla fine si inchinarono davanti alla superiorità dell’Islam. Accettarono l’Islam. La distruzione del mondo islamico nel VII secolo dell’Egira per mano dei Tatari non fu tanto sorprendente quanto lo fu il loro ingresso nell’Islam. Infatti, dato che la debolezza interna della società musulmana e del mondo islamico dell’epoca avrebbe assicurato la vittoria di una nazione vigorosa e resistente come i Tatari, non c’era in ciò nulla di particolarmente sorprendente. Ma essere venuti per umiliare e distruggere l’Islam e poi essere sconfitti dall’Islam fu davvero l’evento più sorprendente della storia. Lo storico T. W. Arnold, nel suo celebre libro Preaching of Islam, descrivendo questo avvenimento straordinario, scrisse:

«Ma l’Islam si risvegliò nuovamente dalle ceneri della gloria del suo passato. I barbari Mongoli, che avevano inflitto ogni sorta di persecuzioni ai musulmani, furono condotti all’Islam dai predicatori e dagli oratori musulmani. Per i musulmani questo compito era estremamente difficile. Infatti, i predicatori di altre due religioni avevano cercato di convertire i Tatari alla propria fede. Per l’Islam, in quel momento, confrontarsi con il Cristianesimo e il Buddismo, allontanare i Mongoli da queste due religioni e renderli seguaci dell’Islam sembrava quasi impossibile. Perché furono proprio i musulmani a essere maggiormente abbattuti per mano dei Mongoli. Le grandi città che erano centri dello studio della conoscenza islamica e nelle quali si erano formate le dimore degli eruditi e degli studiosi musulmani erano state trasformate in rovine dai colpi delle armi dei Tatari Mongoli. Gli ‘ulamā’ e i faqīh musulmani erano stati trasformati in servi o schiavi. I khan mongoli erano indulgenti verso tutte le religioni tranne l’Islam. Quanta immensa repulsione e inimicizia nutrivano verso l’Islam! — Nonostante questo atteggiamento feroce dei Mongoli nei confronti dell’Islam, alla fine essi adottarono proprio la religione della nazione che avevano calpestato sotto i loro piedi. (Ciò fu possibile grazie agli sforzi instancabili di un gruppo di ‘ulamā’, uomini pii e virtuosi e onesti mercanti musulmani. Tuttavia, il ruolo positivo più importante in questo processo fu svolto dalle donne musulmane altamente istruite, che i Tatari avevano saccheggiato e collocato nei propri harem. Queste donne belle, istruite, raffinate e dotate di fede, sedute all’interno delle stanze private, resero fertile il mondo interiore dei loro mariti per l’Islam e la fede.)»

Il volto immutato dei Tatari: gli sforzi di Ibn Taymiyya

 

In diversi luoghi, organizzazioni segrete musulmane continuavano a operare per diffondere l’Islam tra i Tatari. Perciò il processo di conversione dei Tatari all’Islam non si interruppe mai; tuttavia, a volte procedeva rapidamente e altre volte rallentava. Il primo attacco dei Tatari contro i musulmani ebbe luogo nell’anno 616 dell’Egira. A guidarlo fu lo stesso capo tataro Gengis Khan. Il primo imperatore tataro, invece, abbracciò l’Islam nell’anno 656 dell’Egira. In soli quarant’anni, i Tatari cominciarono ad abbracciare la religione dei loro nemici.

Tuttavia, con la conversione all’Islam, i Tatari non cambiarono immediatamente da capo a piedi. Non dimenticarono ogni ostilità verso i musulmani per stringerli al petto come amici e fratelli. Certamente vi furono eccezioni in alcuni casi. Per esempio, il primo imperatore tataro a convertirsi all’Islam, Berke Khan, dopo la conversione promise che non avrebbe più attaccato i musulmani. Ma non tutti gli imperatori tatari erano così. La conversione all’Islam non produsse in loro un cambiamento rivoluzionario immediato. Per esempio, il sovrano dell’Iran e dell’Iraq, Qazan, abbracciò l’Islam nell’anno 694 dell’Egira. Anche dopo la conversione, continuarono la sua ostilità e le sue campagne contro i musulmani. Nell’anno 699 dell’Egira si preparò ad attaccare la Siria. In realtà, date le condizioni in cui si trovava il loro stile di vita, non era affatto naturale aspettarsi che, appena convertiti all’Islam, la loro vita e il loro carattere cambiassero profondamente nel giro di soli quattro o cinque anni. Per questo fu possibile per Qazan prepararsi ad attaccare la Siria.

Ibn Taymiyya di fronte all’imperatore tataro Qazan

Quando giunse in Siria la notizia dell’attacco dei Tatari, nelle varie città siriane si diffuse un grande terrore. I musulmani conoscevano la devastazione provocata dagli attacchi tatari. Perciò la gente cominciò ad affluire dalle città circostanti verso la capitale, Damasco. Anche tra i musulmani di Damasco si diffuse una grande paura. Ma allora vi si trovava un autentico mujahid di Dio, la cui forza di fede infondeva coraggio nei cuori dei musulmani. Era il più grande sapiente e riformatore religioso dell’epoca, l’imam Ibn Taymiyya, che Allah abbia misericordia di lui.

Giunse la notizia che il sovrano d’Egitto stava avanzando con il suo poderoso esercito per aiutare i musulmani di Damasco. In città sembrò risvegliarsi la vita. I musulmani cominciarono a prepararsi alla guerra con rinnovato slancio. Il 27 di Rabi al-awwal dell’anno 699 dell’Egira ebbe luogo lo scontro tra Qazan e il sultano d’Egitto. Nonostante tutti gli sforzi e una lotta condotta con infinito coraggio, i musulmani non riuscirono a salvarsi. Furono sconfitti. Il sultano d’Egitto si mise in marcia verso il Cairo con l’esercito sconfitto.

Gli abitanti di Damasco si trovarono in una situazione gravissima. Ora l’esercito tataro sarebbe entrato in città da vincitore. E in quale abisso di tenebre sarebbe precipitato il futuro degli abitanti, solo Allah lo sapeva. Pensando all’orrore dei Tatari, anche i più grandi sapienti e i principali esponenti della città cominciarono ad abbandonarla. I qadi shafiiti e mal likiti, altri noti sapienti e ulema, funzionari governativi, grandi mercanti e perfino il governatore della città lasciarono la città dirigendosi verso l’Egitto. Tra i funzionari statali, soltanto il comandante della fortezza non abbandonò la città. Anche una parte della popolazione se ne andò. Nel frattempo, i prezzi dei beni erano aumentati in modo anomalo. Un’ulteriore disgrazia si era aggiunta alle calamità che gravavano sugli abitanti di Damasco. I prigionieri avevano sfondato le porte della prigione ed erano fuggiti. Giorno e notte continuavano a saccheggiare l’intera città.

Intanto si avvicinava il momento in cui l’esercito di Qazan sarebbe entrato a Damasco. La popolazione, stretta tra due pericoli, era ormai smarrita. In quella situazione, l’imam Ibn Taymiyya e i principali esponenti della città si riunirono e presero una decisione urgente. Decisero che una delegazione degli abitanti, guidata dall’imam Ibn Taymiyya, si sarebbe recata alla corte di Qazan per ottenere un decreto di pace e sicurezza per la popolazione. Il terzo giorno del mese di Rabi al-thani, il messaggero dell’Islam, l’imam Ibn Taymiyya, si presentò con i suoi compagni davanti al potentissimo imperatore tataro Qazan. L’imam citava davanti a Qazan versetti del Corano e hadith riguardanti la giustizia, l’equità e i principi della rettitudine. La sua voce diventava gradualmente più alta e solenne. Mentre recitava versetti e hadith, si avvicinava sempre più a Qazan. Alla fine, tra lui e Qazan non rimase neppure la distanza di un palmo. Ma la cosa più sorprendente era che il potentissimo Qazan non manifestava affatto irritazione o collera. Al contrario, ascoltava ogni parola con profonda attenzione. Sembrava che l’imam fosse riuscito a influenzarlo enormemente. Qazan chiese ai presenti: «Chi è questo sapiente? Non ho mai visto prima un uomo simile. Non mi è mai capitato di vedere una persona più coraggiosa e risoluta di lui. Nessuno era mai riuscito a influenzarmi in questo modo».

I presenti gli parlarono dell’imam Ibn Taymiyya e lo informarono della sua scienza, della sua conoscenza e delle sue opere.

L’imam Ibn Taymiyya disse a Qazan: «Tu affermi di essere musulmano. Ho saputo che con te si trovano anche qadi, shaykh e muezzin. Nonostante tutto questo, hai attaccato i musulmani. Eppure i tuoi antenati, benché fossero miscredenti, esitavano a compiere azioni simili. Essi mantennero le loro promesse, mentre tu hai infranto la tua. Non hai mantenuto ciò che avevi detto. Hai commesso un’ingiustizia contro i servi di Allah».

Il giudice supremo Abu al-Abbas era con l’imam. Egli ha scritto: «Nella sala di Qazan furono serviti cibi davanti a Taymiyya e ai suoi compagni. Tutti cominciarono a mangiare, ma Ibn Taymiyya ritirò le mani. Quando gli chiesero perché non mangiasse, rispose con voce ferma: “Questo cibo non è halal, perché è stato preparato con la carne di pecore e capre saccheggiate ai poveri musulmani. Inoltre, per prepararlo è stata raccolta con la forza legna dagli alberi di persone oppresse”». Qazan gli chiese di pregare per lui. L’imam cominciò a pregare: «O Allah! Tu sai meglio di tutti che, se lo scopo di questa guerra di Qazan è rendere alta la Tua parola e combattere il jihad sulla Tua via, allora aiutalo. Ma se il suo scopo è ottenere il dominio terreno e soddisfare la cupidigia e i desideri, allora sii Tu a trattare con lui». La cosa più sorprendente fu che, mentre l’imam pregava, Qazan continuava a dire: «Amin».

Il qadi Abu al-Abbas ha inoltre scritto che, mentre l’imam pronunciava il suo discorso, noi eravamo terrorizzati e ci rimboccavamo i vestiti, temendo che da un momento all’altro la spada del carnefice si abbattesse sull’imam e il nostro abito si tingesse del suo sangue. Il qadi ha scritto: «Quando stavamo tornando dalla corte di Qazan, dicemmo all’imam: “Non verremo con voi. Avete messo in pericolo la vita di tutti noi”. L’imam rispose: “Non verrò con voi”. Così lo lasciammo tutti e ce ne andammo. L’imam partì da solo. Quando si seppe che era rimasto solo, le donne uscirono dalle loro case. Molti uomini di rilievo lo accompagnarono. Egli tornò in città in grande trionfo, seguito da tre o quattrocento devoti. Noi invece tornammo a casa dopo aver perso ogni cosa nelle mani di una banda di predoni incontrata per strada».

L’imam Ibn Taymiyya tornò dalla corte di Qazan con grandissimo onore. Ottenne un decreto di sicurezza per gli abitanti della città e fece liberare i musulmani catturati dai Tatari. Aveva ascoltato molti racconti sulle barbarie dei Tatari e ne aveva viste molte con i propri occhi. Ma nulla di tutto ciò riuscì a turbarlo minimamente. Non provò la minima paura nel parlare faccia a faccia con l’imperatore tataro né nel muoversi liberamente tra i soldati tatari. Diceva: «Solo chi ha una malattia nel cuore può temere qualcuno diverso da Allah».

La violazione delle promesse e le persecuzioni dei Tatari

Sebbene l’Imam fosse riuscito a ottenere un salvacondotto, gli abitanti della città non si sentivano al sicuro. Ciò che temevano si verificò infatti. Nel giro di pochi giorni, la serenità degli abitanti svanì. I Tatari non erano entrati in città, è vero, ma rimasero accampati fuori dalle sue mura. Nei sobborghi esterni alle mura cittadine continuarono indisturbati a saccheggiare e uccidere. Per i Tatari, abituati da lungo tempo a ciò, la vittoria sembrava incompleta senza omicidi e saccheggi. L’intera zona fuori città appariva a tutti gli effetti come un campo di battaglia. Gruppi di soldati tatari armati irrompevano negli abitati. Entravano nelle case dei musulmani e legavano mani e piedi ai capifamiglia, picchiandoli selvaggiamente per costringerli a rivelare i tesori nascosti. Afferravano i bambini e le bambine e li sbattevano a terra. Le grida strazianti e le suppliche delle donne davano l’impressione che la pace degli abitanti musulmani di Damasco avesse detto addio per sempre.

A causa dell’assedio e delle persecuzioni dei Tatari, le forniture di beni di prima necessità dalle zone circostanti si erano interrotte. Di conseguenza, i prezzi nei mercati sembravano essere andati a fuoco. E anche pagando, non si riusciva a trovare la merce. Per la mancanza di cibo, la gente cominciò a morire di fame. Inoltre, i Tatari imposero agli abitanti una richiesta insolita: tutti i cavalli e le armi presenti in città dovevano essere consegnati loro. Anche tutto il denaro contante nascosto dagli abitanti doveva essere tirato fuori dai nascondigli segreti e messo nelle loro mani.

Mandarono in città un Tataro neomusulmano di origine turca, chiamato Saifuddin Kubjuk, dopo averlo nominato nuovo governatore. Kubjuk continuò a esercitare una pressione dopo l’altra sugli abitanti. Nel frattempo, il dominio dei Tatari sulla città si era ormai completamente consolidato. Soltanto la fortezza di Arjawash continuava a ergersi indipendente. Il comandante della fortezza non era disposto in alcun modo a sottomettersi. Lo storico Ibn Anisr ha scritto: fu l’ordine dell’Imam Ibn Taymiyya a infondere coraggio nel comandante della fortezza. L’Imam gli aveva scritto di non deporre le armi finché fosse rimasto intatto anche un solo mattone della fortezza e di non aprirne in alcun modo le porte ai Tatari. Il comandante seguì queste istruzioni fino all’ultimo momento. Perciò i Tatari non riuscirono più a conquistare quella fortezza.

Le persecuzioni e le violenze dei soldati tatari continuarono senza sosta. Catturarono migliaia di uomini e donne musulmani, trasformandoli in schiavi e concubine. Soltanto nel quartiere di Salihiyya uccisero quattrocento musulmani e ne arrestarono quasi quattromila, riducendoli in schiavitù; tra loro vi erano anche molte persone di nobili famiglie. Saccheggiarono numerose grandi biblioteche e fecero vendere libri per un valore di milioni a prezzi irrisori.

Vedendo quella situazione, Ibn Taymiyya decise di incontrare ancora una volta Ghazan. Il venticinque del mese di Rabiʿ al-thani si recò con i suoi uomini a incontrare il sultano Ghazan. Tuttavia, dopo aver atteso per due giorni, non gli fu permesso di incontrare il sultano. Nel frattempo, a Damasco si diffuse la notizia che i Tatari volevano ormai entrare in città. Fino ad allora i soldati tatari avevano piantato le tende fuori dalle mura; ora sarebbero entrati in città. Udendo la notizia, gli abitanti furono presi dal panico. Fin lì avevano assistito allo spettacolo seduti davanti alla preda della tigre; ora sembrava che la tigre volesse balzarle addosso. In città scoppiò un grande tumulto. La gente voleva lasciare la città e fuggire fuori. Ma dove sarebbe potuta andare? I Tatari assediavano la città da ogni lato. I Tatari prepararono l’assalto alla fortezza. Scavarono un fossato tutto intorno e collocarono mangani per lanciare pietre contro le mura e aprirvi delle brecce. La gente smise di uscire di casa, perché i Tatari, appena vedevano qualcuno per strada, lo catturavano e lo costringevano ai lavori forzati, obbligandolo a scavare il fossato. Ibn Kathir scrisse nella sua opera al-Bidaya wa al-Nihaya: «Le strade divennero completamente deserte. Di tanto in tanto si vedeva una o due persone. Il numero dei fedeli nella moschea congregazionale diminuì drasticamente. Alla preghiera del venerdì, nella moschea congregazionale di Umuwi (la moschea congregazionale centrale), a malapena si riempiva una fila; forse restavano dietro di essa altre due o quattro persone. Chi usciva per una necessità impellente indossava anch’egli gli abiti dei Tatari. Sbrigava rapidamente la propria faccenda e tornava direttamente a casa. Eppure continuava a chiedersi con ansia: chissà, forse non riuscirò più a tornare a casa». Alla fine, però, i Tatari non assalirono la fortezza. Ghazan partì con il suo esercito alla volta dell’Iraq. Lasciò in Siria il proprio rappresentante con sessantamila soldati tatari sotto il suo comando. Nel partire disse: «Lascio qui il mio rappresentante e il mio esercito; tornerò il prossimo inverno. Allora conquisteremo anche l’Egitto insieme alla Siria».

Dopo la partenza di Ghazan, il secondo emiro tataro, Bulay Khan, cominciò a saccheggiare i dintorni di Damasco. Nel giro di pochi giorni, le zone densamente popolate divennero deserte. Molti bambini e bambine musulmani furono ridotti in schiavitù. Egli estorse anche ingenti somme di denaro dalla città di Damasco. Quando la situazione giunse al culmine, l’Imam Ibn Taymiyya si recò nell’accampamento di Bulay Khan. Discusse con lui della liberazione dei prigionieri e tornò portando con sé un gran numero di prigionieri liberati. Tra coloro che furono liberati non vi erano soltanto musulmani, ma anche molti non musulmani. Un giorno, per ordine del comandante della fortezza di Damasco, fu annunciato che l’esercito egiziano stava avanzando verso Damasco in aiuto della Siria. Il giorno seguente Bulay Khan lasciò la città con il suo esercito. Non si vide più neppure un Tataro in città. In quel momento Damasco non aveva alcun governatore o sovrano responsabile. L’attacco tataro aveva fatto crollare le mura cittadine in diversi punti. Il comandante della fortezza di Arjawash ordinò agli abitanti di sorvegliare le mura durante la notte senza andare a dormire. Insieme alla popolazione, anche Ibn Taymiyya trascorse notte dopo notte a sorvegliare le mura danneggiate.

Sebbene entro il settecento dell’Egira una gran parte dei Tatari fosse diventata musulmana, la serie delle loro guerre contro i musulmani non era terminata. Né era naturale che terminasse. Infatti, settecento anni dopo l’avvento dell’Islam, la società musulmana era giunta a una condizione in cui i principi fondamentali dell’Islam e le qualità superiori del carattere musulmano erano stati così ampiamente corrotti che per una società appena convertita non era affatto facile sentirsi attratta da essi. Di conseguenza, i Tatari si consideravano superiori ai musulmani. Ritenevano che gli attuali governanti musulmani non avessero alcun diritto di esercitare il potere sui musulmani. Al contrario, sostenevano che il governo di tutti i territori musulmani spettasse esclusivamente ai Tatari. Ciò dimostra la loro incompletezza e immaturità religiosa e spirituale.

Anche il loro breve dominio in Siria rivelò tale incompletezza e immaturità religiosa. In quel periodo, il Tataro neomusulmano Saifuddin Kubjuk era il governatore di Damasco. Egli concesse in città una licenza illimitata per il commercio del vino, che costituiva la maggiore fonte di entrate dello Stato. Il consumo di vino si diffuse ampiamente in città. Furono aperte innumerevoli nuove enoteche. Gli abitanti non musulmani della città ebbero un ruolo di primo piano in questa attività.

 

Ibn Taymiyya nell’eliminazione dell’irreligiosità e delle sedizioni

Dopo che i Tatari ebbero lasciato la città, i musulmani non sentirono più alcuna necessità di lasciare intatte quelle fonti di peccato. D’altra parte, giungevano anche notizie dell’arrivo dell’esercito egiziano in aiuto di Damasco. In questa situazione, il coraggio dei musulmani cresceva sempre più. Essi avanzarono e attaccarono le osterie che vendevano vino. A guidare questa spedizione fu l’Imam Ibn Taymiyya. Con un grande gruppo di suoi studenti e sostenitori, percorse tutta la città. Ogni volta che vedeva un’osteria, vi entrava con i suoi uomini. Rompeva le giare, le brocche, i vasi, i bicchieri e le botti del vino e li gettava fuori. Versava tutto il vino delle osterie nelle fogne. Spiegava i precetti dell’Islam agli ubriaconi e ai delinquenti che si trovavano nei locali, li induceva al pentimento e, quando era necessario, li puniva. La spedizione dell’Imam infuse un’immensa vitalità in tutta la città.

In assenza dei Tatari, gli abitanti della Siria si adoperarono per estirpare un’altra fitna. Questa fitna si trovava nelle zone di confine. In quelle regioni vivevano alcune tribù profondamente ostili all’Islam e ai musulmani. Erano per lo più cristiane oppure appartenenti alle sette deviate dei sciiti batiniti, degli Ismailiti, dei Drusi, dei Nusayri e simili. Quando i Tatari entrarono in Siria nel 699 dell’Egira, quelle tribù deviate collaborarono pienamente con loro e riuscirono a danneggiare i musulmani quanto più potevano. Quando l’esercito musulmano, sconfitto dai Tatari, attraversò il confine per fuggire, esse inseguirono i soldati musulmani sconfitti e demoralizzati, ne uccisero molti, si impadronirono delle loro armi e presero i loro cavalli. In precedenza non erano mai state sottomesse all’esercito musulmano, né si erano mostrate disposte ad accettare la vera religione di Allah esposta nel Corano e nella Sunna; non erano mai state disposte neppure a vivere secondo l’Islam.

Dopo che la Siria fu liberata dai nemici, non rimase più alcun timore di pericoli interni. In tale situazione, l’Imam Ibn Taymiyya ritenne necessario sottomettere quelle tribù deviate delle zone di confine, nemiche eterne dell’Islam e dei musulmani, e insegnare loro la religione. In quel periodo, infatti, nella città di Damasco non esisteva praticamente alcuna amministrazione governativa. Perciò l’Imam Ibn Taymiyya e i suoi uomini potevano intraprendere diverse azioni a loro piacimento. Vennero a sapere che Jamal al-Din Aqush, assistente del sultano d’Egitto, stava avanzando verso le regioni montuose di confine con un certo numero di soldati. L’Imam non ritenne opportuno lasciarsi sfuggire questa occasione. Con una grande schiera di abitanti combattenti e volontari della regione di Hauran, si unì a Jamal al-Din. Udendo dell’arrivo dell’assistente del sultano d’Egitto, le tribù deviate cominciarono a presentarsi a gruppi davanti a Ibn Taymiyya. L’Imam le indusse al pentimento e insegnò loro il vero Islam. Ciò produsse grandi benefici. Esse promisero di restituire tutto ciò che in precedenza avevano sottratto ai soldati musulmani. A tale scopo fu imposto loro, per conto del Bayt al-Mal, un ingente tributo, e si assunsero la responsabilità di versarlo.

L’ambiente dell’epoca: conoscenza e pratica

L’Imam Taqi al-Din Ibn Taymiyya aveva arricchito il mondo islamico del settimo e dell’ottavo secolo dell’Egira di una vitalità del tutto nuova. Nacque nel 661 dell’Egira e morì nel 728. Il suo massimo contributo, nei sessantasette anni della sua vita, fu aver suscitato un’autentica e rivoluzionaria trasformazione nel pensiero e nell’azione della società musulmana ormai morente. Durante la sua vita, la natura delle invasioni tatare cambiò, ma la loro intensità non diminuì. La devastazione provocata da tali invasioni avanzava senza sosta. L’unica differenza era che, a quel tempo, i Tatari erano diventati musulmani.

Nacque appena cinque anni dopo la distruzione di Baghdad e tre anni dopo l’ingresso dei Tatari a Damasco. È dunque naturale dire che, non appena cominciò a svilupparsi la sua capacità d’intendere e di ragionare, egli vide tutt’intorno a sé famiglie oppresse e devastate dalle invasioni tatare. I volti dei musulmani afflitti e disperati influenzarono profondamente il suo animo sensibile. All’età di sette anni vide con i propri occhi l’orrore dell’invasione tatara. I Tatari attaccarono la sua città natale, Harran. Come innumerevoli altre famiglie della città, anche la sua si mise in cammino verso Damasco per sfuggire ai Tatari. Lungo entrambi i lati della strada egli osservò la devastazione causata dall’invasione tatara: persone, alberi e animali bruciati dal fuoco; gli abitati ridotti in cenere; ovunque non vi erano persone valide, ma soltanto mutilati; persino i campi coltivati erano devastati. In breve, era un orribile spettacolo di distruzione. La sua straordinaria memoria conservò quelle immagini dell’infanzia nel più intimo scrigno dei suoi ricordi. Per questo, in seguito, non esitò mai a protestare contro le atrocità dei Tatari. Quando si trovò di fronte al potente imperatore tataro Ghazan, non fu minimamente turbato nel narrargli le violenze commesse da lui e dai suoi soldati. Anzi, quando fu necessario, impugnò personalmente la spada e si scagliò contro i Tatari oppressori.

Il disordine e l’impotenza apparsi esteriormente nella società musulmana in seguito alle invasioni tatare erano enormi. Ciò è già risultato evidente dalle discussioni precedenti. Ora bisogna esaminare quale fosse la condizione interna della società musulmana.

La crisi dell’Ilm al-Kalam

L’Ilm al-Kalam era nato per contrastare la filosofia greca. Il suo scopo era eliminare la confusione e la debolezza che lo studio della filosofia greca aveva introdotto nella fede e nell’Aqida dei musulmani, rendendole nuovamente vitali e forti. Ma, a poco a poco, la natura e il metodo della filosofia penetrarono al suo interno, trasformando l’Ilm al-Kalam in una filosofia religiosa. Per contenuti, argomenti e metodo di applicazione dei ragionamenti, esso divenne del tutto simile alla filosofia. Vi si aggiunsero inoltre discussioni superflue, la cui soluzione supera le capacità della ragione umana. Si tentava di dimostrare, con l’aiuto della ragione, l’Essenza e gli attributi di Allah e molte altre realtà inaccessibili all’intelletto. Invece di accontentarsi delle spiegazioni dei Profeti e degli Inviati, si applicavano a tali questioni le proprie facoltà intellettuali, deboli e limitate. Questo tentativo, anziché chiarire le questioni, le rese ancora più complesse. Il Corano ha descritto l’Essenza e gli attributi di Allah con un linguaggio tanto semplice e chiaro che per una persona comune non è affatto difficile comprenderli. Questo modo di esporre è il più agevole per ogni epoca e ogni ambiente. Persone dotate di qualunque livello di capacità intellettuale possono ricavare facilmente il significato autentico di tali questioni proprio dal modo in cui il Corano le espone.

Sotto l’influenza della filosofia, tuttavia, l’Ilm al-Kalam aveva reso difficile ciò che era semplice. Aveva complicato ciò che era chiaro. Avanzando con l’intento di eliminare i dubbi, finiva soltanto per accrescerli. Per questo una parte considerevole della Umma musulmana non ha mai guardato con favore a tale sforzo dell’Ilm al-Kalam e vi si è sempre opposta. Era dunque necessaria, per modificare questa situazione, una spiegazione corretta e chiara del Corano e della Sunna: una spiegazione comprensibile a tutte le categorie di persone, sia comuni sia colte, e capace di esercitare la propria influenza su tutti. La sua fede nel Corano e nella Sunna sarebbe stata salda come una montagna e la sua spiegazione e argomentazione riguardo al Corano, alla Sunna, all’Essenza e agli attributi di Allah sarebbero state coinvolgenti e complete. Fin dal primo momento avrebbero potuto conquistare il cuore degli ascoltatori e dei lettori.

L’arroganza dei cristiani

D’altra parte, anche il cristianesimo aveva avviato una nuova campagna contro l’Islam. I cristiani cominciarono a promuovere un movimento volto a dimostrare la superiorità e la verità della propria religione e a diffondere calunnie contro l’Islam. A tale audacia contro i musulmani e l’Islam davano forza le loro continue guerre crociate e le numerose comunità cristiane di origine europea residenti in Siria, Palestina e Cipro. Per affrontare i musulmani sul piano dottrinale, scrivevano libri attaccando la profezia di Muhammad e cercando di dimostrare la superiorità della propria religione.
Per rispondere alla propaganda anticristiana, all’arroganza e alle calunnie dei cristiani contro l’Islam, era necessario anche un grande sapiente e uno scrittore razionalista. Egli doveva possedere una vasta preparazione e una profonda erudizione sul cristianesimo e sulle altre religioni. Doveva conoscere in modo chiaro e approfondito le religioni comparate e la storia e il processo di alterazione dei Libri rivelati, così da poter dimostrare la superiorità e la verità dell’Islam e presentare il messaggio islamico ai seguaci delle altre religioni. Nell’epoca in cui nacque l’Imam Ibn Taymiyya, i musulmani affrontavano in tutto il mondo innumerevoli crisi, interne ed esterne. Per una nazione non è facile rimanere salda nella verità per seicento o seicentocinquant’anni; per questo, anche un periodo di cento anni viene considerato molto lungo. Dopo seicentocinquant’anni, per i musulmani si erano ormai create le stesse condizioni che in passato avevano portato alla comparsa dei profeti e dei messaggeri presso le nazioni precedenti. Tuttavia, la successione della profezia era giunta al termine. In tale situazione, furono i mujaddid, come Ibn Taymiyya, ad assumersi il compito di ravvivare la religione.

La fitna dei Bāṭiniti

Nella seconda metà del VII secolo dell’Egira, l’attività dei Bāṭiniti si diffuse ampiamente tra i musulmani. Questa fitna nacque sotto l’influsso della filosofia greca nel IV secolo dell’Egira. Nel V secolo, l’Imam al-Ghazālī, che Allah abbia misericordia di lui, la affrontò con tutte le sue forze. Tuttavia, non gli fu possibile estirparla. Nel giro di un secolo e mezzo, la fitna tornò a danneggiare la comunità islamica con tutta la sua terribile potenza. Nelle dottrine e negli insegnamenti religiosi dei Bāṭiniti si era verificata una funesta fusione tra le credenze degli adoratori del fuoco iraniani, il pensiero di Platone e un terribile opportunismo politico. I loro rami, come gli Ismailiti, gli Hashshashin, i Drusi e i Nusayriti, erano sempre attivi contro i musulmani. Ogni volta che un nemico esterno attaccava i musulmani o gli Stati musulmani, essi lo aiutavano. Anzi, nella maggior parte dei casi, furono proprio le loro attività e le loro cospirazioni a dare ai nemici esterni il coraggio di attaccare i musulmani.
Durante le guerre crociate dei cristiani europei in Siria e Palestina, essi aiutarono i crociati. Dopo che i crociati ebbero conquistato la Siria, diedero proprio ai Bāṭiniti il posto di servitori fidati e alleati, ricompensandoli anche a livello statale per il loro aiuto. In seguito, durante la riconquista della Siria da parte dei sultani mamelucchi e anche sotto i sultani ayyubidi, continuarono costantemente a dedicarsi a cospirazioni e ribellioni. Quando, nell’VIII secolo, i Tatari attaccarono la Siria, li aiutarono apertamente. Di conseguenza, i musulmani subirono perdite terribili.
Esaminando la storia dell’Islam, si vede che i Bāṭiniti si sono sempre dedicati a creare anarchia e disordine religioso tra i musulmani, a indebolire la loro fiducia nell’Islam, a suscitare nei loro cuori ribellione contro l’Islam e a diffondere tra loro credenze contrarie all’Islam. Hanno sempre svolto attività di spionaggio per consegnare la fortezza religiosa dei musulmani nelle mani dei nemici.
Nel V secolo dell’Egira, l’Imam al-Ghazālī, che Allah abbia misericordia di lui, aveva affrontato teoricamente questa fitna. Giunti all’VIII secolo, non era più sufficiente affrontarla soltanto sul piano teorico; era invece necessario estirparla e annientarla concretamente, liberando per sempre la comunità islamica dalla sua minaccia.

La diffusione del falso taṣawwuf e dello shirk

In quell’epoca si diffuse un’altra fitna tra i seguaci del taṣawwuf. Entrando in contatto, nelle varie fasi della storia, con il pensiero e le pratiche di popoli diversi e allontanandosi al tempo stesso dal pensiero e dalla prassi dell’Islam autentico, tra i musulmani penetrarono le filosofie greca, illuminazionista, vedāntica e buddhista del nirvāṇa assoluto. Dopo secoli di diffusione e di pratica, esse penetrarono sottilmente nei vari ambiti della dottrina islamica. Individuare queste credenze non islamiche e separarle da essa non era affatto facile. Il neoplatonismo, lo yoga, il monismo, il panteismo, la distinzione tra i limiti della conoscenza manifesta e di quella nascosta, la trasmissione segreta della conoscenza dal petto di una persona a quello di un’altra, l’idea che il perfetto pīr e murshid e il majdhūb impazzito d’amore per Allah non debbano osservare le formalità della Sharīʿa, nonché varie concezioni e credenze politeistiche, erano penetrati in una vasta parte degli ahl al-taṣawwuf. Fin dall’epoca dei Compagni e dei Tābiʿūn era esistita una corrente di taṣawwuf autenticamente islamico. Tuttavia, arrivando all’VIII secolo dell’Egira, la sporcizia si era mescolata talmente alla sua limpida prassi che persino un vasto gruppo degli ahl al-ʿilm continuava a ritenersi onorato bevendo l’acqua con cui quella sporcizia era stata lavata. Non c’è dunque dubbio che anche una grande parte del popolo musulmano, seguendoli, fosse caduta in questa deviazione.
Inoltre, a causa dei lunghi rapporti con i non musulmani, dell’influenza persiana e della negligenza degli ʿulamāʾ, tra il popolo musulmano si erano diffuse numerose credenze e pratiche politeistiche. La pura tawḥīd rischiava di essere ricoperta da veli in diversi ambiti. Anche i musulmani avevano cominciato a eccedere, come i non musulmani, riguardo agli amici di Allah e ai Suoi pii servi. Non solo i musulmani comuni, ma persino molti sapienti non esitavano minimamente a rivolgere suppliche ai pii servi defunti di Allah, a recarsi insistentemente presso i loro mausolei per ottenere ciò che desideravano nel cuore e a rivolgere loro invocazioni. I musulmani partecipavano alle feste e alle cerimonie religiose dei non musulmani, prendevano parte ai loro riti e ne celebravano molti anche per conto proprio.
Per combattere tutte queste forme di ignoranza politeistica e invitare i musulmani con tutta la forza verso la pura tawḥīd, era necessario un sapiente mujāhid, un uomo d’azione, che conoscesse chiaramente la differenza tra tawḥīd e shirk, che fosse pienamente consapevole di ogni forma di jāhiliyya e che, qualunque fosse l’aspetto o l’abito con cui essa si presentasse, potesse riconoscerla senza indugiare neppure per un istante; un uomo che avesse conosciuto e accolto la pura tawḥīd non dai libri degli ʿulamāʾ, dalle pratiche dei musulmani ignoranti o dalle consuetudini consolidate dell’epoca, bensì direttamente dal Corano e dalla Sunna e dalla pratica e dal modo di vivere dei Compagni e dei Tābiʿūn. Dopo aver conosciuto la corretta dottrina e la corretta pratica, non avrebbe dato alcun peso né allo sguardo minaccioso di un sovrano né all’opposizione, grande come una montagna, di una vasta moltitudine, quando si trattava di proclamarle.

La debolezza degli ʿulamāʾ

Inoltre, all’epoca della comparsa dell’Imam Ibn Taymiyya, la più grande debolezza della comunità islamica si manifestava tra gli ulema. Tra gli ulema e negli istituti di educazione religiosa si erano annidate una sorta di inerzia e stagnazione. Essi consideravano haram fare qualsiasi cosa al di fuori del proprio metodo giuridico, del proprio madhhab e del pensiero giuridico del proprio imam. Invece di valutare il fiqh alla luce del Corano e degli hadith, giudicavano e analizzavano il Corano e gli hadith secondo la prospettiva del proprio fiqh. Quando sorgevano divergenze giuridiche, invece di riconoscere al Corano e agli hadith il ruolo di giudici, si cercava in ogni circostanza di rendere il Corano e gli hadith conformi ad esso. (Eppure nel Corano è detto chiaramente: ???, cioè: se divergete su una questione, [ricorrete] al Libro di Allah e ???.) Nella società islamica erano sorti molti problemi nuovi, la cui soluzione richiedeva un nuovo ijtihad. Ma essi non rivolgevano lo sguardo in quella direzione. Si ritenevano incapaci. A questo scopo era necessario uno studioso dotato di profonda erudizione nel Corano, negli hadith e nel fiqh, nonché della capacità di compiere ijtihad.

La ricerca del sapere e i limiti dei madhhab

L’Islam non si è limitato ad autorizzare e incoraggiare la ricerca del sapere; l’ha anzi considerata un dovere indispensabile per i musulmani. Anche tra l’ascesa e la caduta delle dinastie, i mutamenti del potere politico, le grandi rivoluzioni politiche e le guerre, la ricerca del sapere da parte dei musulmani non si arrestò mai. Persino durante il vasto caos e le guerre che attraversarono il mondo islamico verso la fine del califfato dei Rashidun e fino a quando la dinastia omayyade raggiunse la stabilità, un gruppo di persone si dedicò alla ricerca del sapere. La raccolta degli hadith, le lezioni sugli hadith, le discussioni sul fiqh, la compilazione di opere sugli hadith e sul fiqh, la grammatica araba, la sira, la storia, la prosodia e le altre scienze, così come la composizione dei libri, proseguirono secondo il corso normale.

Giunti al settimo secolo dell’Egira, la ricerca del sapere aveva raggiunto una grande diffusione. I governanti sostennero costantemente lo studio. I sultani ayyubidi e mamelucchi fondarono in Egitto e in Siria grandi jami‘ e dar al-hadith. In questi centri d’istruzione e università giungevano a studiare innumerevoli studenti da diverse regioni del mondo islamico. Insieme a questi istituti si svilupparono anche grandi biblioteche. In esse furono raccolte numerosissime opere di tutte le discipline e di ogni ramo del sapere. Gli studiosi, fossero essi studenti o insegnanti, potevano trarre ugualmente beneficio da queste biblioteche. Alcune erano così grandi che si riteneva vi fossero raccolti i libri di tutto il mondo. Tra queste, nella biblioteca della Jami‘ Kamilia, fondata nel 621 dell’Egira da al-Kamil Muhammad al-Ayyubi, erano raccolti centomila libri.

Nel settimo e nell’ottavo secolo dell’Egira comparvero molti grandi studiosi di fama mondiale. ‘Allama Taqi al-Din Abu ‘Amr Ibn al-Salah (577-634 dell’Egira), Shaykh al-Islam ‘Izz al-Din Ibn ‘Abd al-Salam (578-660), l’Imam Muhyi al-Din al-Nawawi (631-676), Shaykh al-Islam Taqi al-Din Ibn Daqiq al-‘Id (625-702), ‘Allama ‘Ala al-Din al-Baji (631-712), ‘Allama Jamal al-Din Abu al-Hajjaj al-Mizzi (654-742), Hafiz ‘Imad al-Din al-Barzali (665-739) e ‘Allama Shams al-Din al-Dhahabi (673-748), insieme ad altri celebri studiosi, giuristi, muhaddith, filosofi e teologi, diedero lustro a quest’epoca. Le opere più importanti del periodo furono scritte da loro e dai maggiori sapienti contemporanei.

Tra le opere più celebri di quest’epoca vi erano la Muqaddima di ‘Allama Taqi al-Din Ibn al-Salah, al-Qawa‘id al-Kubra di Shaykh ‘Izz al-Din Ibn ‘Abd al-Salam, al-Majmu‘ e Sharh Muslim dell’Imam al-Nawawi, Kitab al-Imam e Ihkam al-Ahkam, commento di ‘Umdat al-Ahkam, di Ibn Daqiq al-‘Id, Tahdhib al-Kamal di Abu al-Hajjaj al-Mizzi, nonché Mizan al-I‘tidal e Tarikh al-Islam di ‘Allama al-Dhahabi, che ottennero la massima popolarità.

Tuttavia, riguardo al sapere di quell’epoca, si può affermare con chiarezza una cosa: la ricerca del sapere era allora molto ampia, ma assai meno profonda. Al posto del pensiero e della ricerca approfonditi prevaleva la tendenza a raccogliere il sapere degli antichi e a commentarlo. Non avevano la capacità di uscire dalle quattro mura del poderoso edificio che i madhhab giuridici avevano ormai costruito. I quattro madhhab venivano a parole accettati tutti come verità assoluta, ma nella pratica ogni seguace considerava soltanto il proprio madhhab come verità infallibile. Esitavano ad ammettere che potesse esserci verità autentica anche in un altro madhhab. Al massimo pensavano: l’ijtihad compiuto dal nostro imam è interamente vero e corretto, ma è possibile che contenga un errore.

Questo era l’atteggiamento dei seguaci dei madhhab verso il proprio e verso gli altri madhhab. Consideravano il proprio madhhab superiore a tutti gli altri madhhab giuridici e ritenevano che Allah lo sostenesse. Per dimostrare la verità e la superiorità del proprio madhhab impiegavano tutte le proprie capacità, competenze, facoltà intellettuali e abilità di scrittura. Il modo in cui i seguaci dei madhhab guardavano al proprio madhhab, il posto elevato che gli attribuivano e l’opinione che ne avevano si possono facilmente dedurre da una riforma amministrativa del sultano al-Malik al-Zahir Baybars. Secondo il precedente ordinamento, in Egitto e in Siria veniva nominato soltanto uno shafi‘ita qadi al-qudat (giudice capo). Il sultano Baybars nominò invece anche i qadi al-qudat degli altri tre madhhab; ciò suscitò la profonda indignazione degli studiosi shafi‘iti. Essi manifestarono il proprio malcontento e volevano vedere l’Egitto sottoposto soltanto a un qadi al-qudat shafi‘ita. Ritenevano che il madhhab shafi‘ita fosse il più antico in Egitto e che nella terra egiziana fosse stata eretta anche la tomba dell’Imam al-Shafi‘i, che Allah abbia misericordia di lui. Pertanto, sostenevano che in quel paese soltanto il madhhab shafi‘ita avesse un diritto legittimo. Così, dopo la morte di Baybars, quando il potere passò dalle mani della sua dinastia, gli studiosi shafi‘iti interpretarono ciò come una punizione inflitta da Allah per l’ingiustizia e il trattamento iniquo da lui riservati al madhhab shafi‘ita.

Parallelamente a questi eccessi nel campo dei madhhab giuridici proseguiva anche la disputa tra i teologi. In questo ambito, il conflitto tra hanbaliti e ash‘ariti era giunto al culmine. Nonostante le numerose divergenze tra i seguaci dei madhhab giuridici, i loro rapporti reciproci e lo scambio di sapere non diminuirono. Anzi, tra molti di loro esisteva persino un rapporto di maestro e discepolo. Vi era quindi spazio per il rispetto reciproco. Dibattevano tra loro, ma tali discussioni rimanevano limitate al tentativo di dimostrare la superiorità e la verità del proprio madhhab. Tra hanbaliti e ash‘ariti, invece, la disputa arrivava ai confini tra kufr e Islam. Entrambi impiegavano tutte le proprie forze nel tentativo di espellere l’altro dall’Islam. Quando si discute di aqida con la terminologia ampollosa della logica e della teologia, non vi è altra conseguenza che giungere ai confini tra Islam e kufr. A poco a poco, governanti, studiosi e popolo finirono tutti per essere coinvolti in queste dispute e cominciarono persino a trarne grande divertimento.

D’altra parte, la situazione del tasawwuf era ancora più grave. In esso penetrarono numerose idee e correnti di pensiero, nonché pratiche estranee all’Islam. In questa via si insediarono stabilmente innumerevoli sufi professionisti, ignoranti e innovatori. Insieme alla gente comune, anche una grande parte degli ambienti istruiti cadde nelle grinfie di sufi ipocriti e non islamici. In questo modo la religione e la fede dei musulmani si trovarono di fronte a un enorme pericolo. Un gruppo di filosofi, oltrepassando l’insegnamento e i limiti della rivelazione e della profezia, si abbandonò alla pratica del pensiero indipendente. Un altro gruppo tentò addirittura di ridurre la religione a una propaggine della filosofia. Entrambi i gruppi di filosofi erano seguaci ciechi di Platone e Aristotele. In questa situazione, l’Imam Ibn Taymiyya avanzò tenendo alta la luminosa fiaccola della fede, del sapere e delle opere.

Situazione politica e sociale

Nell’ottavo secolo dell’Egira la comunità musulmana era tormentata, dentro e fuori, da problemi tali che, per salvarla da essi, era necessario un riformatore potente, un mujaddid e un uomo del jihad. Allah l’Altissimo inviò l’Imam Ibn Taymiyya, che Allah abbia misericordia di lui, dotato di tutte le qualità necessarie per guidare sulla via del vero Islam questa società musulmana smarrita e afflitta da tali problemi. Per comprendere le attività di riforma religiosa di Ibn Taymiyya è assolutamente indispensabile esaminare la situazione politica della sua epoca. A questo proposito è già stato fornito un breve resoconto delle invasioni e delle devastazioni dei Tatari. Ora è necessario conoscere almeno in parte la situazione politica della regione del mondo islamico in cui nacque e nella quale si estese il campo delle sue attività. Tredici anni prima della nascita di Ibn Taymiyya ebbe inizio il dominio dei sultani mamelucchi sull’Egitto e sulla Siria. Questi sultani mamelucchi erano schiavi turchi di al-Malik al-Salih Najm al-Din Ayyub, l’ultimo sultano della dinastia del sultano Salah al-Din Ayyubi (m. 647 dell’Egira). Dopo aver messo alla prova il loro valore e la loro fedeltà, il sultano Najm al-Din Ayyub fece in modo che si stabilissero in Egitto. Dopo la morte di al-Malik al-Salih, nel 647 dell’Egira, Turan Shah lo uccise, salì egli stesso al trono e assunse il nome di al-Malik al-Muizz. Nel 657 dell’Egira, Saif al-Din Qutuz, schiavo di Izz al-Din Aybak, conquistò il trono. Questo sultano musulmano fu il primo a sconfiggere i Tatari, ritenuti invincibili. L’anno seguente, il secondo schiavo del sultano Najm al-Din Ayyub, Rukn al-Din Baybars, uccise Saif al-Din Qutuz e conquistò il trono. Assunse il titolo di al-Malik al-Zahir. Baybars era un sultano estremamente potente. Combatté contemporaneamente contro i Tatari e i crociati e sconfisse entrambi. Li sconfisse ripetutamente. Questa vittoria contro i due potenti nemici del mondo islamico consolidò saldamente la sua autorità tra i musulmani.
Fu proprio durante il suo regno che l’Imam Ibn Taymiyya nacque in Siria. Quando l’Imam aveva quindici anni, morì al-Malik al-Zahir Rukn al-Din Baybars. L’Imam stava allora passando dall’adolescenza alla giovinezza. Nell’infanzia aveva visto ovunque disperazione e l’umiliazione della sconfitta; appena giunse alla giovinezza, però, le nubi della disperazione cominciarono a dissiparsi. Come il grande sultano Salah al-Din Ayyubi aveva spezzato l’inerzia della comunità disperata, spingendo i musulmani a impegnarsi in un jihad totale contro i crociati e creando una nuova ondata di vitalità nel mondo islamico, così al-Malik al-Zahir Baybars infuse ancora una volta vita nel cuore della comunità paralizzata e prostrata. Ovunque si creò un’atmosfera di jihad contro i Tatari e i crociati. Lo storico Ibn Kathir scrisse del sultano: «Baybars era un re coraggioso, dotato di acuta intelligenza e di aspirazioni elevate e salde. Non era mai negligente nei confronti dei nemici. Era sempre impegnato a combatterli. Riunì e organizzò i musulmani dispersi e disordinati. In verità, Allah lo aveva inviato in quest’ultima epoca per aiutare e sostenere l’Islam e i musulmani e per rafforzarli. Era una spina negli occhi dei Franchi, dei Tatari e dei politeisti. Proibì il vino. Espulse dal paese i peccatori, i dissoluti, i teppisti e i malfattori. Se vedeva disordine o calamità in qualsiasi parte del paese, non si sentiva tranquillo finché non li aveva eliminati.»
Il regno di al-Malik al-Zahir Baybars era molto esteso. A oriente arrivava fino al fiume Eufrate e a sud fino al Sudan: questi erano i confini estremi del suo regno. L’Egitto ne costituiva la regione centrale e il Cairo era la capitale. In quel periodo l’importanza del Cairo era ulteriormente aumentata perché vi risiedevano i califfi abbasidi espulsi da Baghdad. Baghdad era ancora sotto il dominio dei Tatari. Rimase sotto il dominio dei non musulmani finché il sovrano tataro di Baghdad non abbracciò l’Islam. D’altra parte, sebbene i califfi abbasidi avessero ormai perduto l’autorità politica, la loro autorità spirituale sui musulmani rimaneva consolidata. Dal Cairo continuarono a esercitare questa autorità spirituale sul mondo islamico.
Non c’è dubbio che Baybars fosse un grande sovrano. Tuttavia, nonostante le sue mille qualità e le sue buone opere, era un sovrano autocratico. Così, mentre da un lato svolse un’enorme responsabilità riportando lo spirito del jihad tra i musulmani e costringendo i nemici dell’Islam a subire una vergognosa sconfitta, dall’altro, a causa del sistema di governo autocratico, durante il suo regno si verificarono anche episodi di oppressione e tirannia. Nonostante ciò, il suo regno può essere complessivamente definito l’epoca del risveglio dei musulmani.
Nel 676 dell’Egira, dopo aver regnato per diciotto anni, il re Baybars morì. Dopo la sua morte ricominciò per i musulmani un periodo difficile. Nei trentatré anni successivi alla sua morte, nove sultani salirono sul trono d’Egitto. L’unico tra loro che mostrò una certa forza fu al-Malik al-Mansur Saif al-Din Qalawun. Nel 678 dell’Egira attaccò i Tatari e li costrinse a subire una terribile sconfitta. Inoltre condusse il jihad contro i crociati. Dopo 185 anni liberò Tarabilas dalle mani dei crociati. Regnò per dodici anni con grande magnificenza e splendore. Dopo la sua morte, nel 689 dell’Egira, il trono d’Egitto divenne un giocattolo nelle mani degli assetati di potere e i sovrani cominciarono a succedersi uno dopo l’altro, anno dopo anno. Infine, nel 709 dell’Egira, il figlio di al-Malik al-Mansur, al-Malik al-Nasir Qalawun, conquistò il trono per la terza volta. Questa volta la sua posizione divenne stabile. Governò con grande autorità per trentadue anni.
L’Imam Ibn Taymiyya fu in realtà contemporaneo proprio di questo al-Malik al-Nasir Qalawun. Fu durante il suo regno che l’Imam iniziò le sue attività teoriche e riformatrici. Questo sultano aveva in larga misura riportato l’epoca di al-Malik al-Zahir Baybars. Come Baybars, anch’egli possedeva molte eccellenti qualità. Riaccese lo spirito del jihad tra i musulmani. Infliggendo ai Tatari una terribile sconfitta, aggiunse una pagina gloriosa alla storia dell’Islam.

L’influenza dei Turchi e dei Tatari nella società

Nel corso dell’ottavo secolo dell’Egira, la società nella quale l’imam Taqi al-Din Ibn Taymiyya, che Allah abbia misericordia di lui, iniziò la sua opera di riforma aveva subito molti cambiamenti nella propria fisionomia. La classe dominante era turca. I turchi si consideravano superiori agli arabi. In ogni ambito si presentavano come distinti dalla gente comune. La loro lingua era il turco. Usavano l’arabo soltanto nell’adorazione e nei rapporti con gli ulema e con la gente comune.
Tuttavia, i governanti turchi rispettavano gli studiosi e i sufi e seguivano le loro indicazioni. Mostravano interesse per la fondazione di moschee e madrase. Nel conferire gli incarichi pubblici non accordavano la precedenza ad alcuna discendenza o classe. Poiché però la classe dominante era turca, era naturale che i grandi incarichi militari e amministrativi fossero affidati soprattutto ai turchi. I grandi proprietari terrieri e titolari di concessioni feudali erano turchi e tatari.
D’altra parte, una parte considerevole degli abitanti delle città era di origine tatara. Nelle guerre combattute contro i tatari dai sovrani turchi, tra cui Sayf al-Din Qalawun, al-Zahir Baybars e al-Nasir Qalawun, furono catturati innumerevoli tatari. In seguito, questi tatari abbracciarono l’Islam e si stabilirono definitivamente in Siria e in Egitto. Secondo le cronache storiche egiziane, durante il regno di al-Zahir Baybars il numero dei tatari in Egitto e in Siria era ingente. I loro usi e costumi si diffusero in tutto il paese. Sebbene avessero abbracciato l’Islam, conservarono molti dei propri riti e costumi. Mantennero le proprie caratteristiche nazionali. In realtà, nella storia sono rari gli esempi di nuovi musulmani che, dopo aver abbracciato l’Islam, abbiano completamente abbandonato le proprie usanze precedenti, le caratteristiche culturali e persino le credenze della jahiliyya, accogliendo l’Islam al cento per cento e rinunciando a tutto ciò che apparteneva alla jahiliyya. Questa fu una caratteristica esclusiva dei Compagni del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Dopo aver abbracciato l’Islam, essi ricostruirono il proprio stile di vita, il pensiero, le convinzioni e i comportamenti secondo le indicazioni di Allah e del Suo Messaggero. Non tennero in alcun conto le caratteristiche nazionali e tribali. Fecero soltanto ciò che Allah e il Messaggero avevano comandato. Vissero nel modo in cui Allah e il Messaggero avevano ordinato di vivere. Nella loro vita non vi era coesistenza tra Islam e jahiliyya: vi era soltanto Islam, tutto Islam. La jahiliyya si era congedata da loro per sempre. Guardando la loro condizione, sembrava che fossero rinati nell’Islam.
Tuttavia, non è nostra intenzione biasimare questi tatari e turchi. Infatti, quando entrarono nell’Islam, nella società del loro tempo l’Islam nella sua completezza era assente. In una società nella quale non era stato istituito un sistema completo di educazione e pratica islamica, si poteva soltanto immaginare che i nuovi arrivati sarebbero stati accolti, che il loro stile di vita sarebbe stato completamente trasformato e che, abbandonando tutte le loro credenze, convinzioni, caratteristiche nazionali e usanze, sarebbero diventati spontaneamente musulmani autentici. Nella realtà, incontrare un simile esempio era assolutamente impossibile. Perciò si vede che nella vita di questi musulmani di origine turca e tatara coesistevano Islam e jahiliyya. In seguito, nella storia dell’Islam mondiale, gli effetti perniciosi e dannosi di tale situazione divennero evidenti.
Lo storico al-Maqrizi scrisse a proposito dei musulmani tatari: «Questi tatari avevano ricevuto la loro istruzione nel Dar al-Islam. Avevano imparato bene il Corano e avevano assimilato solidamente anche le norme e le leggi dell’Islam. Tuttavia, la loro vita era una mescolanza di verità e falsità. Vi erano cose buone, ma accanto a esse ve n’erano anche di cattive. Affidavano al qadi le proprie questioni religiose, come la preghiera, il digiuno, la zakat, il pellegrinaggio, gli awqaf, le questioni riguardanti gli orfani, le controversie tra marito e moglie, le dispute sui debiti e altri problemi simili. Nelle questioni personali e private, invece, seguivano le usanze e le tradizioni di Gengis Khan e l’Assiyasa (la legge tatara). Nominavano per sé un governante chiamato hajib. Questi hajib decidevano sulle loro vicende quotidiane, obbligavano i potenti a rispettare la disciplina e la legge e, secondo l’Assiyasa, concedevano ai deboli i loro diritti. Allo stesso modo, le controversie riguardanti i grandi mercanti tatari venivano risolte secondo l’Assiyasa. Anche nelle dispute relative alle concessioni feudali e alle terre decidevano mediante questo tipo di legge».
Era del tutto naturale che il carattere, i comportamenti, la cultura e lo stile di vita di questi nuovi musulmani di origine turca e tatara influenzassero le popolazioni musulmane di antica origine araba e gli altri insediamenti musulmani. Come, in seguito alle Crociate, si osservò l’incontro e la mescolanza delle civiltà e delle culture asiatiche ed europee, così sia la condizione dei tatari vincitori sia quella dei tatari vinti aprirono la strada alla fusione delle culture musulmana e tatara. Come sul campo di battaglia si verificano vittoria e sconfitta, così esse si verificano anche sul piano culturale, e ciascuna parte finisce per subire l’influenza dell’altra.
L’accoglimento dell’influenza tatara non fu affatto benefico per la società musulmana. In particolare, il modo in cui essi cercavano, attraverso l’Assiyasa, di mantenere le questioni personali al di fuori dell’ambito delle norme islamiche accrebbe soltanto i danni subiti dalla società musulmana di quell’epoca. Infatti, dopo la fine del califfato ben guidato, l’amministrazione dello Stato aveva iniziato a cercare di liberarsi dai vincoli della religione. Settecento anni di governo monarchico e autocratico avevano portato molto avanti la separazione tra religione e Stato. In quel periodo, il sistema dell’Assiyasa dei tatari accelerò ulteriormente questa separazione tra la religione e lo Stato dei musulmani. Pertanto, l’ingresso dei tatari nella società musulmana, da un lato, accrebbe la forza politica dei musulmani, ma dall’altro aumentò le loro perdite sul piano religioso. La deviazione nella società islamica era aumentata. Per liberare la società islamica da questa deviazione, divenne indispensabile un riformatore, un mujaddid, come l’imam Taqi al-Din Ibn Taymiyya.

Il primo capitolo della vita combattiva dell’Imam

La tradizione erudita

Nell’ottavo secolo dell’Egira, anche il contributo della famiglia di Imam Taqi al-Din Ibn Taymiyya non fu affatto trascurabile alla base del ruolo eminente da lui svolto nella rinascita islamica in tutto il mondo islamico. L’intera famiglia può essere considerata una scuola di sapere religioso. Il quarto antenato della sua famiglia fu il suo bisnonno, Muhammad ibn al-Khidr. La madre di questo Muhammad ibn al-Khidr si chiamava Taymiyya. Ella era un’oratrice straordinaria. In breve tempo, la sua eccezionale fama nell’eloquenza fece sì che la famiglia fosse conosciuta ovunque come la famiglia Taymiyya.
Lo shaykh dell’Islam Taqi al-Din Ahmad ibn Taymiyya, suo nonno, l’allama Abu al-Barakat Majd al-Din ibn Taymiyya, era annoverato tra i più grandi sapienti della scuola hanbalita. Alcuni lo hanno persino indicato come mujtahid. L’imam e hafiz al-Dhahabi, esperto nella scienza dei narratori degli hadith, scrisse nella sua opera Bila: «Majd al-Din ibn Taymiyya nacque nel 590 dell’Egira. Studiò dapprima presso suo zio, il celebre predicatore e oratore Fakhr al-Din ibn Taymiyya. In seguito ricevette un’istruzione superiore dagli studiosi e dai muhaddith di Harran e Baghdad. Acquisì una conoscenza completa del fiqh. In questo campo si può dire che raggiunse il rango di imam. La sua straordinaria intelligenza e la sua profonda erudizione nel fiqh erano proverbiali ovunque. Un giorno uno studioso gli pose una questione di sapere religioso. Egli disse che si potevano dare sessanta risposte alla domanda. Poi fornì sessanta risposte, una dopo l’altra. Morì nel 652 dell’Egira. La sua opera più importante è Muntahi al-Akhbar. In quest’opera citò gli hadith relativi a ciascun capitolo del fiqh, sui quali erano state fondate le scuole giuridiche». L’allama Muhammad ibn Ali al-Shawkani, il più grande studioso e muhaddith del tredicesimo secolo dell’Egira, scrisse un commento in dodici volumi a quest’opera, intitolato Nayl al-Awtar, consolidandone la profondità dei contenuti e l’eccellenza.
Anche il padre dello shaykh dell’Islam, l’imam Ibn Taymiyya, Shihab al-Din Abd al-Halim ibn Taymiyya, era un grande sapiente, muhaddith e giurista della scuola hanbalita. Subito dopo essersi trasferito da Harran a Damasco, iniziò a tenere lezioni presso la moschea Jamiʿ Umari di Damasco. Questa moschea centrale di Damasco era il centro dei più grandi ulema, faqih e muhaddith del paese. Non era dunque affatto semplice tenere lezioni alla presenza dei più grandi studiosi del paese. Una caratteristica delle sue lezioni era che insegnava a memoria e oralmente. Davanti a lui non vi era una pila di libri. Basandosi interamente sulla memoria, citava le grandi opere. La sua fiducia nella propria memoria era straordinaria. Inoltre fu nominato shaykh degli hadith presso la Dar al-Hadith al-Askariyya di Damasco. Morì nel 682 dell’Egira.

Infanzia e adolescenza

La regione interfluviale del Tigri e dell’Eufrate è divisa in due parti. Le aree della parte meridionale sono chiamate al-Iraq al-Arabi, l’Iraq arabo. Vi sono comprese città come Baghdad e Bassora. Le zone settentrionali, invece, nella letteratura araba antica sono indicate con i nomi di Diyār Bakr, Diyār Rabīʿa e Diyār Muḍar. I geografi arabi chiamano questa regione al-Jazira. A nord confina con l’Armenia, a sud con l’Iraq arabo, a est con il Kurdistan e a ovest con l’Asia Minore e il deserto siriano. In questa regione si trova al-Ruha. Dopo circa otto ore di viaggio verso sud da al-Ruha si raggiunge una città chiamata Harran. Gli antenati dell’imam Ibn Taymiyya erano abitanti di questa città. L’imam Ibn Taymiyya nacque qui il 10 Rabi al-Awwal del 661 dell’Egira. Abbiamo già raccontato che, quando era ancora bambino, l’imam Taqi al-Din Ibn Taymiyya emigrò a Damasco per sfuggire all’invasione dei Tatari. Allora l’imam aveva appena sette anni. I giorni dell’invasione tatara furono colmi di terrore, ansia e orrore. La gente poteva vendere ogni cosa, ma la famiglia non era disposta a vendere la biblioteca familiare, il patrimonio di sapere religioso accumulato da diverse generazioni. Tutti i membri della famiglia erano determinati ad attraversare il cammino portando con sé quella vasta biblioteca, anche se avessero dovuto trasportarla sulle proprie teste. Perciò questa famiglia di studiosi cominciò a caricare sui carri i libri, rinunciando a molti beni necessari della famiglia. Alcuni carri furono riempiti esclusivamente di libri. Poi sorse una difficoltà dopo l’altra: mancavano asini e cavalli per trainare i carri. Quasi tutti stavano lasciando il paese. Di conseguenza, tutti avevano bisogno di asini e cavalli per trasportare i bagagli. Non era certo difficile prevedere che tali animali sarebbero venuti a mancare.
Alla fine la situazione divenne tale che molti carri pieni di libri furono trainati, invece che da asini o cavalli, dai giovani della famiglia. Di tanto in tanto anche gli uomini maturi e gli anziani cominciavano ad aiutarli. La carovana procedeva lentamente e così rimase indietro rispetto a tutti gli altri. A un certo punto si seppe che i Tatari erano arrivati. Era necessario accelerare il passo della carovana. Ma si presentò un nuovo problema: le ruote dei carri pieni di libri si bloccarono improvvisamente. Non volevano più muoversi. Le ruote erano molto vecchie e non avevano la forza di percorrere una distanza così grande. Eppure, per la misericordia di Allah, fino a quel momento avevano continuato a funzionare. Ora però, nonostante mille spinte e centinaia di tentativi di trascinarle, non volevano più girare. Tutta la famiglia cominciò a pregare Allah piangendo. Allah accolse la loro supplica. I carri ripresero a muoversi e la carovana avanzò rapidamente.
Quando giunsero a Damasco, gli abitanti li accolsero calorosamente. Gli ambienti colti di Damasco conoscevano l’attività intellettuale di Abu al-Barakat Majd al-Din ibn Taymiyya. Anche la fama della conoscenza e dell’erudizione di Shihab al-Din Abd al-Halim ibn Taymiyya non era certo poca a Damasco. Nel giro di pochi giorni, il padre, Abd al-Halim, ricevette l’incarico di tenere lezioni alla Jamiʿ Umari e di insegnare presso la Dar al-Hadith al-Askariyya. Pertanto, nel nuovo ambiente della nuova città, la famiglia Taymiyya non si sentì affatto straniera. Ben presto la loro vita tornò alla normalità. Il giovane Ibn Taymiyya completò presto la memorizzazione del Nobile Corano e si dedicò allo studio degli hadith, del fiqh e della lingua araba. Allo stesso tempo cominciò a partecipare con suo padre a diversi circoli di studio. Così, insieme all’istruzione, accelerarono anche il suo esercizio della conoscenza e il suo sviluppo intellettuale.
Tutti i membri della famiglia dell’imam possedevano una memoria straordinaria. Ho già parlato di suo padre e di suo nonno. Ma, rispetto a loro, la memoria dell’imam Taqi al-Din Ibn Taymiyya era eccezionale. Fin dall’infanzia, la sua memoria prodigiosa aveva stupito i suoi insegnanti. Anche a Damasco si parlava ovunque della sua memoria.
Un giorno un celebre studioso di Aleppo giunse a Damasco. Aveva sentito parlare della prodigiosa memoria di un ragazzo di nome Taqi al-Din Ahmad ibn Taymiyya. Per verificarne la veridicità, si sedette nella bottega di un sarto lungo la strada che conduceva alla madrasa. Dopo un po’ vide arrivare per la strada molti ragazzi. Il sarto gli indicò il ragazzo con la grande tavoletta sotto il braccio e gli disse che era Ibn Taymiyya. Egli chiamò il ragazzo. Scrisse sulla sua tavoletta il testo di tredici o quattordici hadith e gli disse: «Leggi». Il giovane Ibn Taymiyya li lesse una volta con profonda concentrazione. Lo studioso prese quindi la tavoletta e gli disse: «Ripetili a memoria». Ibn Taymiyya li recitò uno dopo l’altro senza esitazione. Dopo aver cancellato la tavoletta, lo studioso vi scrisse una lunga serie di isnad e gli disse di leggere. Quando ebbe finito, gli chiese di ripeterli a memoria. Anche questa volta Ibn Taymiyya recitò gli isnad senza esitazione. Lo studioso di Aleppo rimase stupefatto e disse: «Questo ragazzo compirà imprese impossibili. Poiché è nato in un’epoca nella quale una memoria simile è semplicemente inconcepibile».

Acquisizione e coltivazione della conoscenza

Nel corso dell’ottavo secolo dell’Egira, alla base del compito svolto dall’Imam Taqī al-Dīn Aḥmad ibn Taymiyya per la rinascita islamica vi erano la sua immensa erudizione e la sua straordinaria competenza nelle scienze religiose. Tra gli ʿulamāʾ e gli studiosi suoi contemporanei, in questo campo, lo si può definire senza rivali. Egli acquisì questa conoscenza incomparabile attraverso lo studio, l’esercizio e la pratica. I profeti e i messaggeri ricevono direttamente la conoscenza da Allah; per questo non hanno avuto bisogno di ricorrere ad alcun libro o maestro terreno. Tutti gli altri esseri umani, invece, devono acquisire la conoscenza in questo mondo proprio mediante l’istruzione e l’esercizio. La memoria e l’intelligenza concesse da Allah servono soltanto ad aiutare a colmare il paniere della conoscenza.
L’Imam ibn Taymiyya entrò in un istituto scolastico all’età di sette anni e, a soli ventidue anni, aveva completato il proprio patrimonio di conoscenze. Oltre al Corano, agli hadith, al fiqh e agli uṣūl, prestò particolare attenzione anche alla padronanza della lingua e della letteratura araba. Studiò gli hadith presso più di duecento maestri. Il suo interesse maggiore era rivolto al tafsīr del Corano. Egli stesso disse di aver studiato, per padroneggiare la conoscenza coranica, più di cento opere di tafsīr, grandi e piccole. Grazie allo studio del Nobile Corano e alla profonda riflessione e ricerca su di esso, Allah l’Altissimo gli aprì le porte della conoscenza dei suoi significati profondi. Egli non limitava la propria sete di conoscenza alla lettura dei libri di tafsīr, ma si recava anche dagli autori delle opere e accresceva il proprio sapere attraverso discussioni dirette con loro.
Riguardo allo studio del Corano, egli stesso disse: «Talvolta ho studiato anche cento tafsīr per comprendere il significato intrinseco di un solo versetto. Dopo aver studiato i tafsīr, pregavo Allah dicendo: “O Allah, concedimi una conoscenza completa del significato di questo versetto”. Dicevo: “O maestro di Adamo e di Abramo, insegnami!”. Mi recavo in luoghi deserti e nelle moschee, appoggiavo la fronte a terra e dicevo: “O Colui che diede la conoscenza ad Abramo, concedimi la conoscenza”». Oltre che nel Corano, negli hadith e nel fiqh, egli raggiunse una profonda erudizione anche nella scienza del kalām. A quell’epoca, nella scienza del kalām, erano particolarmente studiati la filosofia e i principi dell’Imam Abū al-Ḥasan al-Ashʿarī. L’Imam ibn Taymiyya e la sua famiglia seguivano la scuola giuridica hanbalita, mentre tra gli hanbaliti e gli ashʿariti esisteva una forte opposizione. In realtà, egli studiò approfonditamente la scienza del kalām proprio per acquisire una conoscenza corretta della filosofia e dei metodi argomentativi degli avversari. In tal modo riuscì a comprendere esattamente le debolezze interne alla scienza del kalām, i fragili metodi argomentativi dei suoi autori e persino gli errori dei filosofi greci. Dopo aver studiato a fondo la scienza del kalām, scrisse contro tutti i suoi errori e compose alcune opere, presentando argomentazioni e prove solide, alle quali gli scrittori e i filosofi suoi contemporanei non furono in grado di rispondere.
In sintesi, ciò che intendiamo dire è che ibn Taymiyya, oltre a rappresentare autenticamente il Corano e la Sunna nella sua epoca e a dimostrare la superiorità e la verità della religione di Allah, si preparò ampiamente per proteggere le persone dall’errore nelle conoscenze e nelle opere religiose, proprio come era necessario in quella fase della storia. Acquisì pienamente la capacità di affrontare l’anarchia che, ai suoi tempi, si era diffusa nel mondo del pensiero e della conoscenza. Nel suo sapere e nelle sue opere non vi erano inerzia né adulterazione: tutto era limpido e puro. In genere si osservava che, dopo aver discusso con lui su una materia connessa alla propria specializzazione, ogni esperto tornava da lui avendo acquisito nuove conoscenze in quel campo. A proposito della sua competenza nei diversi rami del sapere, uno dei suoi celebri avversari, l’illustre Kamāl al-Dīn al-Zamālikānī, disse: «Non si è mai visto che egli perdesse una disputa con qualcuno. Quando iniziava a discutere con qualcuno su una questione, si vedeva che faceva arrendere persino gli specialisti di quella materia».
Dopo aver dedicato ventidue anni all’acquisizione della conoscenza, si consacrò alla sua diffusione. Quando aveva ventidue anni, morì suo padre, il grande Shihāb al-Dīn ʿAbd al-Ḥalīm ibn Taymiyya (682 dell’Egira). Egli era il principale muḥaddith del principale dār al-ḥadīth di Damasco, al-Sikkariyya. Con la sua morte, quella carica rimase vacante. L’anno seguente, il suo degno figlio, l’Imam Taqī al-Dīn ibn Taymiyya, ne assunse l’incarico. All’età di ventidue anni tenne la sua prima lezione di hadith. Vi parteciparono i più eminenti muḥaddith e ʿulamāʾ del paese. La conoscenza e l’erudizione del giovane studioso affascinarono e meravigliarono tutti. Un mese dopo, di venerdì, fu incaricato di tenere il tafsīr del Corano al posto del padre nella principale moschea della città, la Moschea Jāmiʿ Umavī. Per lui fu realizzato appositamente un minbar. Di settimana in settimana, la popolarità del suo tafsīr continuò a crescere. Nel tafsīr del Corano illustrava anche tutti i problemi contemporanei e le loro soluzioni coraniche. Inoltre, la sua taqwā personale, la fermezza della sua fede e la sua rettitudine influenzavano profondamente la popolazione. In quel periodo, la sua fama cominciò a diffondersi ovunque.

La prima campagna contro l’ingiustizia

Nel 693 dell’Egira, a causa di un episodio spiacevole, egli dovette scendere per la prima volta nell’arena pubblica. In quel periodo, alcune persone testimoniarono che un cristiano chiamato ʿAsāf aveva pronunciato parole sconvenienti contro il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Dopo aver commesso questa ingiustizia, egli aveva trovato rifugio presso un arabo. Venuti a conoscenza dell’accaduto, l’Imam ibn Taymiyya e lo shaykh del dār al-ḥadīth, Zayn al-Dīn al-Fāriqī, si recarono dal governatore ʿIzz al-Dīn Ayyūb e chiesero che si indagasse sull’accaduto e che il colpevole fosse punito. Il governatore fece convocare il colpevole. Quando la gente vide un arabo arrivare insieme ad ʿAsāf, cominciò a insultarlo. L’arabo disse: «Questo cristiano è migliore di voi». Udendo queste parole, la folla si infuriò e cominciò a lapidarli. In un attimo scoppiò un enorme tumulto. Ritenendo responsabili l’Imam e il suo compagno, il governatore li fece gettare in prigione.
Influenzato dall’improvvisa evoluzione dell’episodio e dal drammatico mutamento della situazione, il cristiano abbracciò l’Islam. Il governatore garantì la sua incolumità; poi, rendendosi conto del proprio errore, liberò l’Imam e il suo compagno dalla prigione e chiese loro perdono. La popolarità dell’Imam aumentò ulteriormente.

La coalizione contro il gruppo degli interessati

Verso la fine del VII secolo dell’Egira, tra i gruppi legati agli interessi costituiti cominciarono gradualmente ad accumularsi proteste contro le attività riformatrici avviate dall’imam Taqī al-Dīn Aḥmad ibn Taymiyya. L’imam invitava le persone ad aderire direttamente al Corano, alla Sunna e alle pratiche dei Compagni e dei Tābiʿūn. Questi gruppi, invece, guidavano la gente verso le proprie idee inventate e verso attività legate ai loro interessi. La popolarità dell’imam cresceva rapidamente tra la gente comune e negli ambienti eruditi. Agli occhi dei sostenitori degli interessi costituiti, ciò era come una spina conficcata nella carne. Nel 698 dell’Egira, da parte di questi ambienti ebbe inizio la prima opposizione contro l’imam. Gli oppositori attaccarono non solo il suo pensiero, ma anche la sua persona.
La famiglia di Ibn Taymiyya non era affatto sconosciuta in Siria. Come abbiamo già discusso in dettaglio, la sua famiglia era ben nota negli ambienti eruditi siriani da tre o quattro generazioni. Suo padre aveva stabilito saldamente la propria superiorità in tutta la Siria, e in particolare a Damasco. Anche l’imam stesso era stato riconosciuto come una delle massime personalità erudite. Nonostante ciò, gli oppositori attaccarono le sue capacità scientifiche, le sue conoscenze, il suo credo e le sue attività. L’imam scrisse un’opuscolo intitolato al-ʿAqīda al-Ḥamawiyya al-Kubrā, rispondendo a tutte le loro domande. In questo opuscolo di cinquanta pagine presentò argomenti e prove diretti tratti dalle parole e dalle pratiche del Corano, della Sunna, dei Compagni e dei Tābiʿūn. Indicò le deviazioni dei filosofi musulmani e dei mutakallimūn influenzati dalla filosofia greca, romana e indiana. Esaminò adeguatamente le loro idee e affermazioni contrarie al Corano e alla Sunna. Criticò con parole dure le loro dichiarazioni contrarie alla Sharīʿa.
Questo suo opuscolo sembrò far esplodere con forza la collera repressa degli ambienti oppositori. Essi non poterono tollerare questa franca manifestazione della verità. I vari gruppi avversari si unirono e presentarono accuse contro di lui. Pretesero che comparisse davanti all’assemblea del qāḍī hanafita shaykh Jalāl al-Dīn e che si difendesse riguardo al proprio scritto. Ibn Taymiyya respinse la loro proposta. Nel corso della disputa, il governatore della città, l’emiro Sayf al-Dīn, si schierò dalla parte dell’imam e convocò gli oppositori. Tuttavia, molti di loro si nascosero. Il venerdì, dopo aver concluso regolarmente il tafsīr nella moschea Jāmiʿ Umayyad, l’imam si recò all’assemblea del qāḍī Imām al-Dīn al-Shāfiʿī. Anche un gruppo dei più eminenti sapienti della città si unì a lui. Tutti cominciarono a porre varie domande sull’opuscolo al-ʿAqīda al-Ḥamawiyya. L’imam continuò a rispondere alle loro domande. Le sue risposte argomentate lasciarono tutti senza parole. L’imam tornò come un vincitore. Così tutti i trucchi degli oppositori furono sventati e l’opposizione cessò, almeno per il momento.
Tuttavia, tra coloro che si schierano contro la verità e la giustizia, ben pochi sono sinceri. Coloro che, con intenzioni pure e unicamente nell’interesse della religione, si oppongono a una verità possono, a un certo punto, riconoscere il proprio errore. Ma gli ambienti interessati e potenti hanno gli occhi bendati; il loro cuore e la loro mente sono immersi nel fango putrido di uno stagno. Allah Altissimo non concede loro mai la capacità di comprendere e accettare la verità. Per questo, anche se la verità viene manifestata mille volte e, come la luce del giorno, disperde completamente le tenebre tutt’intorno, gli ambienti interessati non riescono mai a percepirla. Così, benché l’opposizione a Ibn Taymiyya fosse temporaneamente cessata, essa ricominciò ad accumularsi interiormente. Proprio in quel periodo, però, il sorgere della fitna tatara in Siria impedì per lungo tempo a qualunque fazione di muoversi nuovamente contro di lui.

Formare un gruppo per reprimere l’ingiustizia

Dopo che, nel 702 dell’Egira, la Siria fu liberata dall’invasione tatara, l’imam Ibn Taymiyya riprese le sue attività riformatrici. Continuò regolarmente il suo insegnamento, il tafsīr e le lezioni. Riprese a condurre campagne contro lo shirk, la bidʿa e la jāhiliyya. In quell’epoca, a causa della convivenza con cristiani ed ebrei, tra i musulmani si diffusero molte credenze e insegnamenti contrari all’Islam. I musulmani si dedicavano a numerose pratiche che riportavano in vita i ricordi della jāhiliyya ed erano simili alle attività dei popoli miscredenti e politeisti; anzi, in realtà, ne derivavano dalle tradizioni e dalla cultura. Sulla riva del fiume Nahr Fūlūt, a Damasco, si trovava un altare. Intorno a questo altare circolavano strane storie miracolose. Esso era diventato una fitna per i musulmani ignoranti e superstiziosi. I musulmani vi facevano voti. Nel 704 dell’Egira, Ibn Taymiyya vi si recò con un gruppo di operai e scalpellini. Con il loro aiuto fece demolire l’altare e gettare i suoi frammenti nel fiume, distruggendo così quel centro di shirk e bidʿa. In tal modo i musulmani furono liberati da una grande fitna.
Cominciò ad applicare pienamente il ḥadīth del Messaggero di Allah ﷺ riguardante il jihād contro l’ingiustizia. In questo ḥadīth si dice: «Chiunque tra voi veda un’azione contraria alla Sharīʿa, la cambi con la propria forza. Chi non può farlo con la forza, vi si opponga e la corregga con la parola. E chi non può fare neppure questo, nutra nel proprio cuore avversione e odio verso di essa. E questo è il più debole dei livelli della fede». In conformità con questo ḥadīth, ogni volta che vedeva un’azione contraria alla Sharīʿa, egli interveniva contro di essa secondo la propria forza e le proprie possibilità. Opponeva una vigorosa resistenza all’ingiustizia. Si impegnava a correggerla e a conformarla alla Sharīʿa.
I governanti erano impegnati nell’adempimento delle proprie responsabilità amministrative. Non sentivano alcuna responsabilità di riformare e curare le pratiche e il credo della popolazione. Spesso gli ʿulamāʾ esitavano a intervenire contro azioni manifestamente contrarie alla Sharīʿa. Perciò Ibn Taymiyya continuò a combattere da solo contro di esse. A questo scopo formò una jamāʿa composta dai suoi studenti e sostenitori. Questa jamāʿa rimaneva sempre al suo fianco e lo aiutava nelle sue diverse attività. Con il suo aiuto cercava di guidare la vita religiosa della popolazione.
In quel periodo gli fu condotto un anziano di nome al-Mujāhid Ibrāhīm ibn al-Qaṭṭān. L’anziano era conosciuto come un grande derviscio sufi. Indossava un ampio mantello da derviscio, rattoppato con pezze di vari colori e lasciato pendere fino alle caviglie. Sulla testa portava le lunghe trecce dei monaci. Le unghie delle mani erano lunghe diversi pollici. I baffi erano così lunghi da coprirgli tutto il volto. Bestemmiava a ogni parola. L’uso di bhang e di altre sostanze intossicanti era diventato una sua abitudine costante. Per ordine di Ibn Taymiyya, il suo mantello fu tagliato a pezzi. Gli furono accorciati i capelli e spuntati i baffi. Gli furono tagliate le unghie e lo si fece pentire, affinché non facesse mai più uso di sostanze intossicanti. In questo modo egli riformò, a livello individuale, molti altri uomini traviati e li riportò nuovamente sulla via della religione.

La lotta contro due dottrine errate

Nell’ottavo secolo dell’Egira, due dottrine filosofiche divennero predominanti tra i sufi e i filosofi musulmani. L’Imam Ibn Taymiyya dovette condurre una grande lotta contro queste due dottrine erronee. Esse erano la wahdat al-wujud e l’hulul wa-l-ittihad. Nella terminologia filosofica del nostro subcontinente, queste due dottrine sono chiamate monismo e panteismo. In seguito, anche tra i sufi del subcontinente tali dottrine divennero predominanti. Il Mujaddid alf-e Thani, l’onorevole Sayyid Ahmad Sirhindi, dovette impegnarsi qui in una dura lotta contro di esse. A questo proposito, citando l’opera Fusus al-Hikam di Muhyiddin Ibn Arabi (morto nel 638 dell’Egira), principale sostenitore del panteismo e del monismo, l’Imam Ibn Taymiyya scrisse che, secondo Ibn Arabi e i suoi seguaci, in questo universo esiste una sola essenza. L’esistenza della creatura è l’esistenza del Creatore. Essi non riconoscono la creatura e il Creatore come due essenze distinte in questo universo. Non sono disposti ad ammettere che l’uno sia il creatore dell’altro. Al contrario, secondo loro, il Creatore è la creatura e la creatura è il Creatore. Pertanto, secondo loro, coloro tra i figli d’Israele che adorarono il vitello in realtà adoravano Allah. Secondo loro, era corretta anche la dichiarazione del faraone: «Io sono il vostro signore supremo», cioè «Io sono il vostro dio più grande». Criticando il profeta Noè, che Allah gli conceda la pace, Ibn Arabi afferma che il suo popolo miscredente, attraverso l’adorazione degli idoli, adorava in realtà Allah, e che il diluvio del suo tempo era in realtà il diluvio della conoscenza di Dio. Essi erano sommersi in quel diluvio. Subito dopo Ibn Arabi apparvero altri importanti sostenitori di questa filosofia. Tra i più notevoli vi erano Ibn Sab‘in, Sadruddin Qunawi, Baylani e Tilmissani. Tra loro, Tilmissani non si limitava a esporre tali idee: le metteva anche in pratica. Perciò lui e i suoi seguaci bevevano vino e commettevano atti proibiti. Infatti, secondo la loro dottrina, se l’esistenza risiede in un’unica essenza, perché dovrebbe esserci una distinzione tra lecito e illecito? A Tilmissani fu detto: «Le vostre affermazioni sono completamente contrarie al Corano». Egli rispose: «Il Corano è invece pieno di shirk autentico, perché distingue tra il Signore e i servi. Al contrario, nelle nostre affermazioni è contenuto il tawhid autentico». Disse inoltre che le loro affermazioni erano dimostrate mediante il kashf.

L’Imam Ibn Taymiyya riteneva altrettanto importante dell’armata contro i Tartari opporsi apertamente alla dottrina della wahdat al-wujud e dell’hulul, influenzata dal vedanta indiano e dal buddhismo del mahānirvāṇa. A questo proposito esaminò dettagliatamente, sul piano teorico, la dottrina panteistica (pantheism) di diverse comunità cristiane e ogni forma analoga di traviamento delle comunità precedenti. In seguito sottopose a un’analisi minuziosa, alla luce del Corano e degli hadith, la dottrina di Ibn Arabi e dei suoi discepoli.

Le severe critiche di Ibn Taymiyya a queste dottrine erronee diffuse in nome dell’Islam lo resero inviso ai gruppi degli interessi costituiti. Anche un gruppo di cosiddetti teorici iniziò a tramare contro di lui. A un certo punto riuscirono a ottenere l’appoggio del governo. Istigarono contro Ibn Taymiyya l’allora sovrano d’Egitto. A quel tempo, infatti, Siria ed Egitto appartenevano allo stesso Stato. La capitale era il Cairo, in Egitto. La Siria era una provincia dell’Egitto. L’influenza dell’Imam Ibn Taymiyya negli ambienti eruditi della Siria era incontrastata. Anche il governo provinciale stimava le sue opinioni e le sue attività. Egli era la pupilla degli occhi della popolazione musulmana siriana. Perciò, quando il governo rimaneva inattivo e indifferente di fronte alla necessità di impedire pubblicamente atti contrari all’Islam e alla sharia, egli spesso interveniva con l’aiuto dei suoi discepoli e delle masse popolari. Faceva cessare con la forza gli atti contrari alla sharia.

 

Nella prigione d’Egitto

Questa era la sua situazione in Siria. Tuttavia, tra gli abitanti dell’Egitto la sua influenza non si era ancora diffusa in modo analogo. Anche il governo centrale non era pienamente informato sul suo conto. Perciò i cospiratori riuscirono facilmente a influenzare quel governo. In un mese dell’anno 705 dell’Egira, mediante uno speciale decreto reale proveniente dall’Egitto, all’Imam Ibn Taymiyya fu ordinato di recarsi al Cairo. I discepoli e gli amici dell’Imam furono presi dal panico. Il governatore cercò di impedirglielo. Si assunse il compito di discutere dettagliatamente la questione con il sultano, per lettera e tramite messaggeri, e di correggere le sue idee errate. Ma l’Imam non voleva accettare il favore di nessuno. Lasciandosi alle spalle l’immensa paura e l’ansia di tutti, si mise in viaggio verso il Cairo. Arrivò in Egitto il 22 Ramadan, di venerdì. Dopo aver pregato nella moschea congregazionale della cittadella, volle iniziare una discussione. Ma non gli fu concesso. Proprio lì la folla fu istigata contro di lui. Si diceva che il suo pensiero e la sua ‘aqida fossero contrari all’Islam. Pertanto la folla non era disposta ad ascoltare nessuna delle sue parole. Per ordine del qadi Ibn Makhluf al-Maliki, dopo essere stato trattenuto per alcuni giorni nella torre della cittadella, la notte dell’Eid fu trasferito nella celebre prigione egiziana di Jubb, cioè il Pozzo.

L’anno seguente, la notte dell’Eid del 706 dell’Egira, il governatore e alcuni qadi e faqih tentarono di ottenere la liberazione dell’Imam. Alcuni di loro gli imposero come condizione di pentirsi della propria ‘aqida. Ibn Taymiyya rifiutò categoricamente. A questo proposito fu convocato sei volte, affinché si presentasse a parlare direttamente. Ma non rispose a nessuno di questi inviti. Ogni volta, come il venerabile Yusuf, diceva:

Essi mi chiamano verso ciò a cui preferisco di gran lunga questa prigione.

L’obiettivo dell’Imam non era affermare la propria superiorità e grandezza; allo stesso modo, uno dei suoi principali scopi era liberare il governo dall’influenza degli ‘ulama corrotti. La sua missione nella vita consisteva nel purificare il pensiero, la ‘aqida, la fede e le azioni dei musulmani da ogni forma di impurità dello shirk, rendendoli luminosi come la luce del sole del mattino, e nel liberare la religione di Allah da ogni rigidità e confusione, restituendole vitalità e dinamismo. Perciò considerava liberarsi dalla prigione dopo aver macchiato il proprio onore con qualsiasi forma di disonore equivalente a macchiare la religione stessa.

Non c’è dubbio che questa caratteristica del carattere dell’Imam Ibn Taymiyya offra oggi alla nostra comunità degli ‘ulama un grande motivo di riflessione. Per evitare che sorgesse qualsiasi confusione riguardo alla religione, egli rinunciava personalmente alla felicità, alle comodità e agli agi. Era pronto a sopportare torture fisiche e psicologiche nelle oscure celle della prigione, ma non fu disposto, neppure per un istante, a tollerare alcuna violenza contro la religione.

Compagno di prigionia dell’Imam Ibn Taymiyya era suo fratello, lo shaykh Sharaf al-Din Ibn Taymiyya. Lo shaykh Sharaf al-Din ha registrato dettagliatamente gli eventi della prigione nell’opera Majmu‘a ‘Ilmiyya. Da essa si apprendono la fermezza, la pazienza e la lotta incrollabile dell’Imam per la verità e la giustizia.

Un giorno, da parte del viceré del sultanato d’Egitto, venne da lui il direttore della prigione. Desiderava parlare con l’Imam della sua liberazione. L’Imam gli disse che si trovava in prigione da molto tempo, ma non sapeva minimamente quale fosse l’accusa contro di lui né quale crimine avesse commesso. Pertanto, se si doveva discutere della questione, sarebbe dovuta venire una delegazione composta da almeno quattro uomini istruiti e qualificati, responsabili degli alti livelli del governo. Avrebbe esposto davanti a loro la propria posizione. In tal modo sarebbe stata minore la possibilità che le sue parole giungessero al sultano in forma distorta.

A quelle parole il direttore se ne andò. Tuttavia, non arrivò alcuna delegazione. Il direttore tornò di nuovo, questa volta accompagnato da un uomo di nome ‘Ala’ al-Din Tabraqi. ‘Ala’ al-Din Tabraqi voleva ottenere dall’Imam un’ammissione di colpa. Aveva preparato per proprio conto un memorandum e insisteva affinché l’Imam lo firmasse. Conteneva molte false accuse contro di lui, oltre a molte affermazioni che egli non aveva fatto e non riteneva vere. In risposta, l’Imam disse: «Non ho alcun diritto di prendere una decisione su questa questione. Essa riguarda Allah, il Messaggero e l’intera comunità musulmana. Non ho il potere di modificare la religione di Allah. Né posso allontanarmi dalla religione di Allah a causa vostra o di chiunque altro. Non sono capace di compiere la malvagità di attribuire qualsiasi menzogna alla religione di Allah».

Vedendo l’insistenza eccessiva del rappresentante del governo, l’Imam si fece ancora più risoluto. Lo avvertì che insistere in quel modo non sarebbe servito a nulla. Al contrario, gli consigliò di abbandonare quella sciocchezza e di occuparsi, se ne aveva, di qualche lavoro utile. Disse: «Non ho presentato domanda a nessuno per essere liberato dalla prigione». In quel momento la porta superiore era chiusa. L’Imam chiese che venisse aperta e si preparò ad andarsene. Tuttavia disse ancora al rappresentante del governo: «Non ho parlato di mia iniziativa. Mi sono state sottoposte delle fatwa e la gente mi ha posto delle domande, alle quali ho risposto. Dal punto di vista della religione e della shari‘a, ho forse il diritto di nascondere la verità? Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto:

Vale a dire: “A chi viene chiesto qualcosa della religione che egli conosce, ma lo nasconde, nel Giorno della Resurrezione Allah metterà sul suo volto una briglia di fuoco”. Dunque, per le vostre parole, dovrei forse non dare una risposta corretta a chi cerca la verità?»

Dopo che Tabraqi se ne fu andato, il direttore tornò ancora una volta. Questa volta disse all’Imam che il viceré del sultanato desiderava conoscere per iscritto la sua ‘aqida. Gli chiese di scrivere su un foglio i punti fondamentali della propria ‘aqida. L’Imam Ibn Taymiyya rifiutò di fornire qualcosa per iscritto e disse: «Se ora scrivessi qualcosa, la gente direbbe che Ibn Taymiyya ha cambiato la sua precedente ‘aqida. Anche a Damasco mi fu chiesto per iscritto di esporre la mia ‘aqida, ma neppure lì lo feci. Presentai invece le mie opere scritte. In esse il mio pensiero e le mie dichiarazioni sono esposti senza ambiguità. Il governatore della Siria ha inviato per posta anche queste mie dichiarazioni al sultano. So che sono giunte al sultano. Inoltre, la ‘aqida non è qualcosa che si inventa di propria iniziativa. Dovrei forse continuare a creare ogni giorno una nuova ‘aqida? La mia ‘aqida è quella che ho già dichiarato e che si trova nei miei scritti e nelle mie opere. Le avete a disposizione: esaminatele».

Il direttore tornò indietro e poi ritornò ancora. Questa volta disse all’Imam: «Date almeno qualcosa per iscritto. Per esempio, una dichiarazione di perdono, oppure l’impegno a non litigare con nessuno». L’Imam rispose: «Sì, questo può essere fatto. Non è mio intento fare del male a qualcuno o vendicarmi di qualcuno. Desidero scrivere una dichiarazione di perdono per coloro che mi hanno oppresso e perseguitato, che mi hanno trattato ingiustamente e con cattiveria. Ma in realtà non esiste l’uso di fornire tali cose per iscritto. Perciò ritengo sufficiente pronunciare queste parole a voce».

Terminata la conversazione con il direttore, l’Imam rientrò nella prigione. Lì vide che i detenuti, per distrarsi, erano immersi in ogni sorta di giochi futili. Alcuni giocavano a carte, altri erano intenti agli scacchi. Non prestavano alcuna attenzione alla preghiera; trascinati dal gioco, lasciavano che le preghiere diventassero qada’. L’Imam si oppose. Avvicinò i detenuti alla preghiera, presentò loro i chiari comandamenti di Allah, li incoraggiò a compiere il bene, li rese consapevoli dei propri peccati e consigliò loro di chiedere continuamente perdono ad Allah per essi. Così, nel giro di pochi giorni, tra i detenuti cominciò una tale attività di studio della conoscenza religiosa che l’intera prigione si trasformò in una madrasa. Il personale e i detenuti finirono per amare sinceramente l’Imam Ibn Taymiyya. L’ambiente erudito e sano della prigione fece vedere ai detenuti la realtà sotto una luce nuova. La situazione giunse a tal punto che, quando molti detenuti udirono l’annuncio della propria liberazione, non vollero lasciare la prigione. Chiesero di poter rimanere ancora per qualche tempo al servizio dello Shaykh dell’Islam.

Dopo quattro mesi, nel mese di Safar del 707 dell’Egira, ripresero i tentativi di liberarlo. Il qadi Badr al-Din Ibn Jama‘a incontrò l’Imam in prigione. Nonostante una lunga discussione, non riuscì a convincere l’Imam ad accettare la liberazione a tre condizioni governative. Infine, nel mese di Rabi‘ al-Awwal, l’emiro Husam al-Din, dopo averlo scongiurato e assumendosene la responsabilità, condusse personalmente l’Imam dal viceré del sultano. L’emiro Husam al-Din lo pregò di rimanere ancora per qualche tempo in Egitto. Si assunse il compito di fare ogni sforzo affinché gli abitanti dell’Egitto potessero conoscere correttamente la sua scienza e la sua taqwa e rendere benedette le proprie vite grazie al flusso dei suoi benefici insegnamenti.

Dopo la liberazione dalla prigionia

Dopo essere stato liberato dalla prigione, l’Imam Ibn Taymiyya, che Allah abbia misericordia di lui, cominciò a frequentare maggiormente la gente comune d’Egitto. Il sultano gli inviò preziosi doni e gli conferì un titolo per insignirlo di un rango regale. Ma egli non accettò nulla di tutto ciò. Si rese conto che, a vari livelli, era costretto a entrare in conflitto con il governo e l’amministrazione. Non era assolutamente opportuno legarsi a qualche loro favore. Perciò, per quanto possibile, si tenne anche separato dall’influenza dell’apparato amministrativo. In secondo luogo, perdonò tutti coloro che fino ad allora avevano cospirato contro di lui. Dichiarò apertamente di non avere alcuna lamentela contro nessuno.
In quei giorni l’influenza della filosofia monistica stava crescendo in Egitto. In particolare, il celebre poeta sufi egiziano Abul Farez (morto nel 632 dell’Egira) era uno dei suoi più vigorosi sostenitori. Grazie ai suoi sforzi, questa dottrina, abbellita dalla grazia della poesia, si stava diffondendo ampiamente tra la gente comune e la comunità sufi. Un gran numero di sufi e mashayikh egiziani ne era influenzato. L’Imam Ibn Taymiyya cominciò a opporsi apertamente a questa dottrina dal cuore stesso dell’Egitto. Definì la corrente della filosofia monistica completamente contraria al Corano e agli hadith, nonché un’innovazione dei sufi posteriori e una forma di sconsideratezza introdotta nella religione. Elogiò la fede e le pratiche dei sufi come il venerabile Shaykh Abd al-Qadir al-Jilani, che Allah abbia misericordia di lui, e lo Shaykh Adi ibn Musafir al-Umumi, che Allah abbia misericordia di lui; tuttavia, continuò a criticare severamente i sufi e i mashayikh suoi contemporanei. Secondo lui, questi sufi e mashayikh erano fortemente influenzati dalle filosofie materialistiche e contrarie al tawhid dei Greci, degli Egizi e degli Indiani.
La forte e ampia critica dell’Imam Ibn Taymiyya, che Allah abbia misericordia di lui, contro questi mashayikh e sufi deviati suscitò un enorme risentimento negli ambienti sufi. Il celebre shaykh della tariqa egiziana, Ibn Ata Allah al-Iskandari, si recò alla cittadella in rappresentanza dei sufi e presentò al sultano una denuncia contro l’Imam. Il sultano convocò tutti presso il Dar al-Adl e ordinò un’adeguata indagine su tale accusa. Ibn Taymiyya fu convocato a quella riunione. La forza delle sue argomentazioni, la razionalità del suo discorso, le chiare prove e testimonianze tratte dal Corano e dagli hadith, nonché la sua oratoria affascinante, incantarono gli ascoltatori. Tutti i presenti rimasero senza parole. Di conseguenza, furono sospesi tutti i tentativi di adottare provvedimenti statali contro di lui.
Sebbene i tentativi di adottare provvedimenti punitivi contro di lui a livello statale fossero cessati, le calunnie e il risentimento represso dei suoi oppositori continuavano di tanto in tanto a riemergere. Gli avversari ricorsero allora a una nuova forma di propaganda contro di lui. Lo accusarono di predicare: «Non è lecito invocare nessuno all’infuori di Allah. Bisogna chiedere ogni cosa soltanto ad Allah. Non si deve supplicare neppure il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace». In risposta a queste calunnie, alcuni ulema commentarono che un simile pensiero non era particolarmente colpevole, ma che sarebbe stato considerato una forma di mancanza di rispetto. Tuttavia, non erano disposti a considerarlo kufr. Anche questa volta, dunque, l’Imam fu risparmiato.
Ma gli oppositori non tacquero neppure dopo questo episodio. Ogni giorno si dedicavano a nuove calunnie. Stanco delle loro continue accuse, denunce e recriminazioni, il governo presentò all’Imam tre proposte. Egli avrebbe dovuto scegliere una delle tre e rispettare alcune condizioni. In caso contrario, la terza proposta consisteva nel rimanere in prigione. L’Imam preferì rimanere in prigione. Tuttavia, i suoi discepoli e amici continuarono a insistere perché tornasse a Damasco. Sotto le loro pressioni, alla fine cominciò a prepararsi per partire per Damasco. L’8 Shawwal del 707 dell’Egira lasciò persino la città con i suoi compagni. Ma quello stesso giorno fu ricondotto in Egitto mentre era ancora in viaggio. Gli fu detto che il governo riteneva preferibile tenerlo in prigione. Tuttavia, i qadi e gli ulema non riuscirono questa volta a formulare contro di lui un’accusa chiara. Perciò erano combattuti dall’incertezza. Vedendo il conflitto interiore degli ulema e dei qadi, l’Imam decise di andare volontariamente in prigione. Ma i qadi non volevano mandarlo in carcere. Di conseguenza, fu posto agli arresti domiciliari. Gli studenti e gli ulema potevano incontrarlo. Con lui proseguivano lo studio e le discussioni su questioni importanti. In casi particolari gli chiedevano anche delle fatwa. Dopo qualche tempo, in una conferenza di ulema e fuqaha, fu approvata all’unanimità una proposta per liberare l’Imam. In seguito a tale proposta, il governo lo liberò. Il popolo gli tributò un’accoglienza entusiastica. La sua popolarità aumentò notevolmente rispetto al passato. Con l’aumentare della sua notorietà tra la gente, cresceva anche la sua influenza. E l’aumento della sua influenza significava che tra il popolo sarebbero scomparse le credenze contrarie all’Islam e alla sharia, le innovazioni e le pratiche contrarie all’Islam. I musulmani avrebbero potuto avanzare correttamente sulla via del Corano e della Sunna. Così, in un ambiente ostile, l’Imam continuò a svolgere correttamente il suo lavoro.
In quel periodo, l’improvviso mutamento della situazione politica creò ulteriori ostacoli sul cammino dell’Imam Ibn Taymiyya. I suoi oppositori divennero aggressivi nei suoi confronti. Nasir al-Din Qalawun era allora il sultano d’Egitto e di Siria. Era pienamente consapevole della conoscenza, dell’erudizione, del timore di Allah, della sincerità e del coraggio dell’Imam Ibn Taymiyya. Era stato proprio l’Imam a incoraggiarlo a combattere contro i Tatari. In quell’occasione aveva potuto osservare con i propri occhi il coraggio, l’intelligenza e la sincerità dell’Imam. Perciò, in linea di massima, non era suo oppositore. Tuttavia, nel 708 dell’Egira si ritirò dal governo per varie ragioni. Gli succedette al potere Rukn al-Din Baybars. La guida spirituale del sultano Baybars e il suo consigliere nelle questioni religiose era lo Shaykh Nasr al-Mumbaji. L’Imam Ibn Taymiyya era il principale critico della dottrina, delle convinzioni e delle pratiche di questo shaykh. D’altra parte, l’Imam era considerato anche un favorito dell’ex sultano. Gli oppositori ebbero così la piena opportunità di agire contro di lui. Non esitarono neppure per un momento a sfruttarla. Non appena Baybars salì al potere, fu ordinato di inviare l’Imam Ibn Taymiyya ad Alessandria e di tenerlo agli arresti domiciliari. Verso la fine del mese di Safar del 709 dell’Egira, fu mandato ad Alessandria. Alessandria era un antico centro del sufismo e dei sufi. Si dice che il governo intendesse anche fare in modo che, in quell’antico centro dei sufi, qualche sufi fanatico e impetuoso si sbarazzasse di lui, liberando così il governo dalla responsabilità del suo sangue. Ma questa speranza del governo non si realizzò.

L’attività dell’Imam ad Alessandria

Alessandria, l’antico porto dell’Egitto ricco di tradizioni storiche e un tempo capitale, sorge sulle rive del Mediterraneo. In questa città era particolarmente numeroso il gruppo dei sufi fautori della filosofia monistica. L’influenza di questa fuorviante dottrina sufi si era ampiamente diffusa anche tra la popolazione. In città vi erano grandi propagatori di tale dottrina. Essi non si erano limitati a introdurre lo shirk e le innovazioni religiose nelle credenze e nei pensieri della gente, ma avevano anche influenzato il carattere e le azioni delle persone in modo contrario all’Islam. Di conseguenza, l’avversione e il disprezzo della gente comune verso la sharia e i precetti islamici erano diventati evidenti.
Giunto ad Alessandria, l’imam Ibn Taymiyya decise di eliminare questi difetti nei pensieri e nelle azioni dei sufi e della popolazione. Dapprima formò un gruppo di studenti e sostenitori attraverso le lezioni sul Corano e sugli hadith. A poco a poco, questo gruppo crebbe di dimensioni. La gente comune cominciò ad accorrere da lui a schiere. L’imam si dedicò con grande entusiasmo alla purificazione dei pensieri della popolazione. Al tempo stesso, ne plasmò le azioni e il carattere secondo i precetti della sharia. Rimase in questa città soltanto otto mesi. In questo breve periodo, disperse completamente tutte le forze del fronte avversario. Una gran parte della gente comune e delle classi istruite e influenti uscì dalla presa dei sufi seguaci di una filosofia contraria all’Islam. L’imam li fece pentire. Persino un influente sufi di primo piano si pentì nelle sue mani.
A proposito di questo successo dell’imam ad Alessandria, suo fratello minore Sharaf al-Din Ibn Taymiyya, che si trovava con lui, scrisse in una lettera indirizzata agli abitanti di Damasco: «Gli abitanti di Alessandria sono stati fortemente attratti dal fratello e gli hanno conferito grande prestigio. Egli è sempre impegnato nella diffusione del Corano e della Sunna. Nel cuore di tutti, senza distinzione tra persone comuni e illustri, l’amore e il rispetto per lo Shaykh hanno trovato una dimora stabile. Quasi tutti i gruppi, governanti, giudici, faqih, mufti, shaykh e mujahidin, sono diventati suoi devoti e ammiratori. Soltanto gli ignoranti e gli stolti si sono allontanati da lui».
Nel frattempo, la caduta del sultano Rukn al-Din si avvicinava. L’ex sultano Nasir al-Din Qalawun, volontariamente esiliato, tornò sulla scena politica dopo appena undici mesi. Rukn al-Din rinunciò al governo e lasciò il paese. Insieme a lui cadde anche il suo consigliere, lo Shaykh Nasr al-Munbaji. Così le nubi della sventura che si erano addensate sul destino dell’imam Ibn Taymiyya cominciarono a diradarsi. Dopo essere entrato in Egitto, il sultano Nasir al-Din Qalawun pensò innanzitutto alla liberazione dell’imam Ibn Taymiyya. Mandò subito delle persone a provvedere a condurlo da Alessandria. La notizia della partenza dell’imam da Alessandria si diffuse in città in un istante. La gente veniva a schiere per rivolgergli un saluto d’addio. Davanti agli occhi pieni di lacrime di migliaia di studenti e predicatori, la carovana dell’imam partì verso il Cairo. Al suo arrivo al Cairo, il sultano e gli abitanti esultanti della città gli tributarono una grandiosa accoglienza.

Dire la verità alla corte reale

In precedenza, gli ulema d’Egitto e di Siria avevano emanato una norma speciale riguardo all’abbigliamento dei dhimmi non musulmani. In particolare, dopo le guerre crociate, famiglie cristiane provenienti dall’Europa avevano continuato a vivere nei paesi musulmani. Molti di loro erano impegnati nello spionaggio a favore dei paesi cristiani d’Europa. Una volta, persino al Cairo scoppiò un enorme incendio. Molti musulmani furono uccisi e proprietà dei musulmani del valore di decine di milioni furono distrutte. In seguito, un’indagine rivelò che un gruppo di cristiani aveva organizzato deliberatamente quella devastazione. Da allora sorse la questione di distinguere l’abbigliamento dei dhimmi, affinché non potessero infiltrarsi tra i musulmani e danneggiarli. In base alla fatwa degli ulema, il governo ordinò ai dhimmi di indossare turbanti blu. Fino a quel momento i dhimmi avevano rispettato tale ordine. Quel giorno, a corte, il primo ministro propose al sultano l’approvazione di una nuova legge riguardante i dhimmi.
Anche Ibn Taymiyya sedeva accanto al sultano nella corte. Erano presenti anche i migliori qadi, ulema e faqih d’Egitto. In realtà, la corte era stata convocata per rendere onore a Ibn Taymiyya. Nella sua proposta, il primo ministro suggerì che d’ora in poi anche i dhimmi, come i musulmani, usassero turbanti bianchi, aggiungendo che in cambio essi avevano promesso di versare al governo ogni anno una tassa di settecentomila dinari. Avrebbero continuato a pagare, come prima, tutte le tasse che già versavano.
Dopo aver ascoltato la proposta, il sultano guardò verso gli ulema e i faqih e chiese loro un parere in merito. I più eminenti faqih, come l’allama al-Zamalkani, e gli altri qadi rimasero in silenzio. Vedendo la situazione della corte, l’imam Ibn Taymiyya esplose d’ira. Si rivolse al primo ministro e cominciò a interrogarlo. Criticò severamente la politica governativa. Il sultano continuava a esortarlo a non adirarsi, ma egli non tenne conto della richiesta del sultano. Di fronte al suo straordinario coraggio, gli ulema presenti furono presi dal panico. Chissà quale disgrazia avrebbe potuto verificarsi in quel momento nella corte.
Lasciato il primo ministro, l’imam si rivolse questa volta al sultano e disse: «È davvero deplorevole che oggi i lavori della corte siano stati inaugurati con una questione dannosa per l’Islam e per i musulmani. È davvero doloroso che, per un misero profitto temporaneo in questo mondo effimero, voi stiate cercando di favorire gli interessi dei dhimmi. Eppure da ciò non deriva alcun vantaggio, ma soltanto un danno per l’Islam e per la gente dell’Islam. Riflettete un momento su quanto grande sia stato il favore che Allah vi ha concesso. Poco tempo fa avevate perduto il regno. Tutto il vostro onore e il vostro prestigio erano stati calpestati. Per la misericordia di Allah, avete riavuto tutto. Allah ha umiliato il vostro nemico e voi avete riportato la vittoria sulla fazione avversaria. Ora dovreste rendere grazie ad Allah».
Il sultano fu estremamente soddisfatto delle parole veritiere dell’imam e respinse la proposta del primo ministro. Di conseguenza, i dhimmi continuarono a circolare all’esterno indossando, come prima, turbanti blu.

Perdonò i suoi nemici

L’Imam Taqi al-Din Ahmad ibn Taymiyya non si è mai preoccupato del cipiglio del potere per amore della verità. Egli era la sua nuda e schietta manifestazione. Aveva seguito alla lettera il detto del Messaggero: «Il miglior jihad è dire la parola della verità davanti al sultano ingiusto» (Afdal al-jihad kalimat al-haqq ‘inda s-sultan al-ja’ir). Nei suoi sessantasette anni di vita non ha mai chinato il capo davanti all’ingiustizia. Ha consacrato la propria vita a elevare e affermare ciò che aveva riconosciuto come verità. Per questo non si preoccupava minimamente di sapere chi fosse con lui, chi lo sostenesse e chi non lo sostenesse. Per tutta la vita dovette combattere quasi da solo per la verità e la giustizia.
Dopo il ritorno da Alessandria, accadde in modo del tutto inaspettato un episodio simile alla corte del sultano. Ho già menzionato questo episodio in precedenza. Quel giorno il sultano Nasir al-Din Qalawun si trovava, dal punto di vista morale, in una condizione tale da essere costretto ad accettare l’impetuosa manifestazione della verità dell’Imam. Altrimenti l’ordinamento statale non era allora in una situazione tale da poter accettare facilmente una decisione contraria a quella del governo. Ma quel giorno ciò fu possibile grazie al coraggio sincero dell’Imam. Alla corte erano presenti i più eminenti ulama del paese e i più autorevoli qadi delle quattro scuole giuridiche. Tuttavia nessuno aprì bocca. Proprio là dove era più necessario proclamare chiaramente la verità, essi rimasero in silenzio. Non solo: una parte considerevole di quegli studiosi era coinvolta in una cospirazione contro di lui. Avevano partecipato al complotto per esiliarlo dal Cairo e confinarlo ad Alessandria. Anche dietro la precedente deposizione del sultano Nasir al-Din vi era stata la loro congiura. Il sultano non riusciva a dimenticarlo. Cominciò a pensare di adottare severe misure punitive contro gli studiosi e i qadi.
Il sultano volle ottenere dall’Imam una fatwa che legittimasse l’uccisione di quei qadi e quegli studiosi traditori. Disse: «Essi hanno emesso una fatwa a favore del precedente sultano fuggitivo e contro di me». Tirò fuori quella fatwa e la mostrò all’Imam. Aggiunse: «Sono proprio loro ad aver emesso una fatwa contro di voi e, tessendo complotti, vi hanno fatto soffrire in molti modi». Lo scopo del sultano era provocare l’Imam. Ma l’Imam comprese il suo intento e cominciò invece a lodare i qadi e gli eminenti ulama, ricordando vari aspetti della loro opera. Si oppose con fermezza alla proposta del sultano. Continuò a spiegargli: «Dopo aver ucciso questi eminenti studiosi del paese, non potrete procurare loro alcun sostituto; allora il paese e la nazione si troveranno di fronte a una crisi estremamente grave».
«Essi hanno complottato ripetutamente per uccidervi. Vi hanno fatto soffrire in molti modi». Il sultano cercò di provocare l’Imam.
L’Imam rispose con voce ferma: «Per quanto mi riguarda, posso dire soltanto questo: non ho alcuna lamentela contro coloro che mi hanno fatto soffrire. Li ho perdonati. Quanto a coloro che hanno peccato contro Allah e il Messaggero, Allah stesso è sufficiente per vendicare le loro azioni. Io non mi vendico mai per me stesso».
Così l’Imam continuò a persuadere il sultano. Alla fine il sultano dovette desistere. Represse la propria ira contro gli eminenti ulama. In quell’occasione l’Egitto fu risparmiato da un grande spargimento di sangue.
Lo storico Ibn Kathir ha citato una dichiarazione di Ibn Makhluf, il più importante qadi della scuola malikita in Egitto. Il qadi disse: «Non avevo mai visto prima una persona di cuore tanto grande e generoso quanto Ibn Taymiyya. Avevamo spinto il governo contro di lui. Ma quando egli ebbe il potere di farci del male, ci perdonò. Non solo: parlò in nostra difesa presso il sultano». Tornato dalla corte del sultano, l’Imam riprese le sue attività precedenti. Insegnamento, predicazione, emissione di fatwa e composizione di opere: queste furono le sue attività iniziali al Cairo. Come a Damasco, anche qui si era formato un vasto gruppo di studenti e sostenitori. Alla notizia dell’arrivo dell’Imam, essi si raccolsero nuovamente intorno a lui. Persino molti membri dei gruppi avversari e cospiratori vennero da lui a chiedere perdono. L’Imam disse a tutti: «Da parte mia, ho perdonato tutti. Non ho alcuna lamentela contro nessuno».
Tuttavia tutti possono essere soddisfatti, mentre i nemici di Allah non possono mai esserlo. Un gruppo di avversari accaniti dell’Imam non riuscì affatto ad accettare l’accresciuto prestigio di quest’ultimo presso il sultano e gli eminenti studiosi del paese. Si consumavano interiormente dall’invidia. Cominciarono a incitare il popolo contro l’Imam per umiliarlo. L’Imam non era ancora riuscito a ottenere al Cairo il prestigio che aveva tra gli abitanti di Damasco. Perciò non era difficile aizzare contro di lui la popolazione musulmana del luogo sollevando questioni riguardanti la fede, gli articoli di credo e la scuola giuridica. Gli avversari ricorsero a quest’arma. Il 4 rajab dell’anno 711 dell’Egira, alcuni malfattori lo aggredirono e lo ferirono. Gli abitanti del quartiere Husayniyya si prepararono immediatamente a vendicarlo. Ma l’Imam li trattenne.
Rivolgendosi alla folla presente, l’Imam disse: «Primo: vendicarmi di loro è un mio diritto. Dichiaro pubblicamente di rinunciare a questo diritto. Non ho alcuna lamentela contro di loro. Secondo: potrebbe essere un vostro diritto. Se, a questo proposito, volete chiedere il mio consiglio e non siete disposti a seguire le mie parole, allora potete certamente fare ciò che volete. Io non ho altro da dire. Terzo: questo è un diritto di Allah, ed Egli lo farà valere come vorrà». In quel momento fu pronunciata la chiamata alla preghiera del pomeriggio. L’Imam si avviò verso la moschea congregazionale di Husayniyya, nel quartiere. La gente cercò di fermarlo, ma egli non diede ascolto a nessun ostacolo. Di conseguenza, anche una grande folla lo seguì. Egli pregò rispettosamente nella moschea e poi tornò.

L’ultimo capitolo della vita combattiva dell’Imam

Nell’anno settecentododici dell’Egira si diffusero nuovamente notizie di un attacco dei Tartari. Si diceva che stessero avanzando verso Damasco con un grande esercito. Il sultano Nasir al-Din Qalawun decise di respingere l’attacco tartaro. Partì con l’esercito verso la Siria con l’intenzione di compiere il jihad. Anche l’Imam Ibn Taymiyya si unì all’esercito per sostenerlo. Ma, giunti in Siria, seppero che i Tartari si erano ritirati. L’esercito tornò in Egitto, mentre l’Imam Ibn Taymiyya rimase a Damasco.

La disputa sul divorzio

Dopo sette lunghi anni, l’Imam tornò a Damasco. Gli abitanti di Damasco gli riservarono un’accoglienza calorosa. Migliaia di persone uscirono dalla città per dargli il benvenuto. Anche un gran numero di donne partecipò a quell’accoglienza. Non avendo avuto l’opportunità di partecipare al jihad, l’Imam concepì l’intenzione di visitare Bayt al-Maqdis. Dopo essersi trattenuto per alcuni giorni a Bayt al-Maqdis, visitò diverse altre regioni e infine tornò a Damasco. Qui si dedicò nuovamente all’insegnamento, allo studio e alle attività di riforma. In questa fase rivolse particolare attenzione allo studio della giurisprudenza islamica e all’analisi delle sue diverse questioni. L’Imam e i suoi antenati erano seguaci della scuola giuridica hanbalita. Tuttavia, egli discuteva autonomamente le questioni giuridiche e, nel giungere a una decisione su ciascuna di esse, prestava attenzione agli hadith autentici. Di conseguenza, su diverse questioni entrò in contrasto non solo con la scuola hanbalita, ma anche con le altre scuole giuridiche. Una di tali questioni controverse riguardava il fatto che, pronunciando tre volte il divorzio in un’unica seduta, esso dovesse valere come tre divorzi. I quattro madhhab e molti altri imam erano concordi su questo punto. L’Imam, però, si oppose a tale posizione. A sostegno della sua opinione vi erano hadith autentici e anche le opinioni di alcuni Compagni di primo piano. In sostanza, si trattava di una controversia giuridica; e nella giurisprudenza islamica vi è spazio per controversie di questo genere. Tuttavia, la ristrettezza mentale degli avversari non era disposta a tollerarla neppure per un istante. Contro l’Imam si sollevò un’ondata di propaganda diffamatoria. Ma l’Imam continuò concentrato a svolgere il proprio lavoro.

La giurisprudenza islamica è un’istituzione viva e dinamica. L’Islam è un sistema di vita completo. Questo sistema di vita continuerà a mantenersi, fino al Giorno della Risurrezione, secondo il proprio percorso peculiare. Alla base di questa sua perpetua affermazione vi è il dinamismo della giurisprudenza. L’Imam Ibn Taymiyya si adoperava per preservare intatto questo dinamismo della giurisprudenza islamica. Se la giurisprudenza islamica fosse giunta alla stagnazione, se il processo dell’ijtihad e dell’istinbat si fosse inaridito e non fosse più stata in grado di offrire adeguate soluzioni islamiche ai problemi nuovi, sarebbe stato assolutamente impossibile mantenere l’Islam nella sua pienezza fino al Giorno della Risurrezione. Per questo, il contributo dell’Imam in questo campo fu straordinario e incomparabile.

Ma come potrebbero coloro che sono abituati a vivere nelle tenebre sopportare la luce splendente del pieno giorno? Perciò gli avversari non riuscirono a tollerare la sua libera espressione del parere, purché rimanesse entro i limiti consentiti. In quel periodo si discuteva con grande vigore della questione del halaf bi’t-talaq, il giuramento legato al divorzio. La gente usava molto spesso la parola “divorzio” in diverse circostanze, soprattutto nelle transazioni. Per dare enfasi a una questione o per dimostrare la fermezza della propria decisione, la sincerità della propria intenzione e l’autenticità del proprio impegno, diceva: «Farò certamente questa cosa, altrimenti mia moglie sarà divorziata». «Ti darò certamente il denaro in tale data, altrimenti mia moglie sarà divorziata». Oppure: «Se non avrò comprato questa merce a quel prezzo, mia moglie sarà divorziata». In dichiarazioni e impegni di questo tipo, sebbene la gente non avesse alcuna intenzione di pronunciare il divorzio, essi venivano considerati divorzi condizionati o divorzi senza intenzione, e su di essi veniva applicata la norma del divorzio. In questo modo centinaia di case e famiglie venivano distrutte. Anche in ambito politico, poi, l’uso di questa parola era ampiamente diffuso. Dai tempi di Hajjaj ibn Yusuf si era affermata l’usanza di usare la parola “divorzio” insieme al bay‘a, per rendere più salda l’obbedienza al governo. La gente diceva: «Se rinuncerò all’obbedienza verso un determinato sovrano, mia moglie sarà divorziata».

Questa questione aveva creato nella società grande disordine e complicazioni. L’Imam Ibn Taymiyya la studiò e vi rifletté approfonditamente. Alla fine considerò tale formula un semplice giuramento e un impegno. Dichiarò che, se l’impegno fosse stato infranto, sarebbe stato necessario soltanto versare l’espiazione per il giuramento e che, in nessun caso, ne sarebbe derivato il divorzio della moglie. Anche questa sua fatwa si poneva contro la legge vigente. Di conseguenza, gli ulema e i qadi delle diverse scuole giuridiche gli si opposero. Fu esercitata pressione su di lui affinché ritirasse quella fatwa. Il giudice capo Shams al-Din ibn Muslim lo incontrò e lo pregò di non emettere più in futuro fatwa sul halaf bi’t-talaq. Egli acconsentì. Nel frattempo, dall’Egitto giunse anche un decreto del sultano che gli ordinava di astenersi dall’emettere quella fatwa. Poiché vi era il rischio che scoppiassero tumulti, disordini e confusione, egli accolse la loro richiesta. Tuttavia, dopo poco tempo l’Imam cambiò decisione. Sembra che in seguito avesse concepito questo pensiero: riguardo alla Sharia, non è lecito nascondere, per ordine del governo, il giudizio veritiero che si è riconosciuto come tale alla luce del Corano e della Sunna; e su questa questione non è corretto obbedire a un ordine governativo che sia contrario alla khalifa secondo il metodo della profezia. Pertanto, qualche tempo dopo, in risposta alle domande della gente, l’Imam ricominciò a emettere fatwa su tale questione.

Di conseguenza, gli ulema e i qadi gli si opposero nuovamente. In seguito alla loro richiesta congiunta, il governatore ordinò che fosse posto sotto sorveglianza nella cittadella. In conformità a tale ordine, nell’anno 720 dell’Egira fu imprigionato. Questa volta, però, la sua prigionia durò soltanto cinque mesi. Quando dall’Egitto giunse l’ordine del sultano, cinque mesi dopo il suo ingresso in carcere, ne uscì. Per i successivi cinque anni e mezzo non incontrò ostacoli particolari nell’attività di studio. Durante questi cinque anni e mezzo si dedicò, attraverso l’insegnamento, la composizione di opere e le prediche, alla formazione della fede, dell’‘aqida e del carattere della popolazione musulmana. In quel periodo compose diverse nuove opere.

Detenuto nella cittadella di Damasco

L’Imam Ibn Taymiyya era giunto all’ultima fase della sua vita. Era stato liberato dal carcere e si era dedicato alla stesura delle sue opere; tuttavia, i suoi nemici non gli permisero di vivere in tranquillità. Organizzarono nuovamente il suo invio in carcere. Come avrebbe potuto vivere serenamente un uomo la cui vita era stata piena di lotte e conflitti? Come avrebbe potuto trascorrere indisturbato gli ultimi giorni della sua vita sotto il dominio dell’ingiustizia e della falsità? Inoltre, e soprattutto, l’eccellenza che aveva raggiunto nel campo dell’‘ilm contemporaneo aveva dato origine a un gruppo di nemici permanenti. Essi tramavano continuamente contro di lui. Il loro compito consisteva nel trovare il modo di umiliarlo e screditarlo, nell’interpretare falsamente le sue affermazioni e nel presentarlo come colui che introduceva un nuovo Islam, che si opponeva alla via seguita dai grandi uomini della religione e che offriva un’interpretazione innovativa e distorta dell’Islam. Purtroppo, intorno agli apparati governativi si radunano in gran numero proprio questo genere di ulema accecati dagli interessi. Alcuni ulema vendevano la propria religione e la propria fede agli interessi del governo e, nel ridurre e modificare l’Islam secondo le richieste governative, finivano per deformare persino la natura che Allah aveva loro donato. Così arrivavano a un punto in cui non riuscivano più a conservarsi nella loro normale condizione umana e, pur mantenendo l’aspetto degli uomini, diventavano disumani. In loro si riflettevano gli istinti selvaggi dell’invidia, dell’odio, della durezza, della ferocia e della spietatezza. Non si limitavano a sfogare la loro feroce collera contro l’avversario: non trovavano pace finché non lo portavano all’estremo dell’umiliazione.

Se poi l’avversario, pur offrendo una corretta interpretazione dell’Islam, si fosse limitato al piano puramente teorico, la loro collera non sarebbe esplosa in modo così violento. In qualche modo riuscivano a digerire la cosa. Ma non appena l’avversario, oltrepassando il piano teorico, cominciava a lottare e a impegnarsi per affermare concretamente il vero Islam, o anche solo intraprendeva un programma in tal senso, essi cominciavano a bruciare di rabbia. Diventavano aggressivi, perché ritenevano che il primo effetto di quell’attacco sarebbe stato il crollo del palazzo dei loro interessi. Di fronte al popolo musulmano sarebbero state smascherate la loro falsa devozione e la loro religione adulterata. Non avevano la possibilità di pensare a qualcosa di più grande al di là dei propri interessi.

Settecento anni dopo la profezia, l’Imam Ibn Taymiyya, rahmatullahi ‘alayhi, non si limitò a esporre la forma autentica dell’Islam sul piano teorico, scrivendo alcuni libri e pronunciando fatwa. Al contrario, nello stesso tempo si dedicò anche a ricostruire le credenze e la ‘aqida del popolo musulmano secondo questa forma autentica dell’Islam. Insieme ai suoi allievi e ai suoi sostenitori, costituì anche una potente forza popolare. Con l’aiuto di questa forza si impegnò a liberare la società dai fumi velenosi dello shirk, della bid‘a e della corruzione. Attraverso di essa riuscì persino a esercitare un’influenza sul governo. Se però avesse avuto un piano o un programma per cambiare il governo, riteniamo che nessun governo sarebbe stato benevolo nei suoi confronti o si sarebbe lasciato influenzare da lui. Anche il governo si sarebbe allora schierato contro di lui. In tal caso non lo avrebbe gettato in carcere su consiglio degli ulema; piuttosto, sotto l’istigazione e per ordine del governo, sarebbero stati gli ulema a consigliare al governo di imprigionarlo. In sostanza, ciò che intendiamo dire è che la società degli ulema dominati dagli interessi e i governi deviati dall’ideale del califfato islamico hanno sempre cospirato contro il vero Islam. I sostenitori del vero Islam sono sempre stati umiliati per mano loro. Per tutta la vita l’Imam Ibn Taymiyya fu umiliato e oppresso da costoro. Perciò, per l’ultima volta, fu detenuto nella fortezza di Damasco il 7 Sha‘ban dell’anno 726 dell’Egira. L’Imam accolse con il sorriso l’ordine di arresto. Disse spontaneamente: «Ana kuntu muntaziran zalika, wa ha-dha fihi khayrun kathirun wa masalihatun kabirah». Vale a dire: «Io aspettavo proprio questo; in ciò vi è un grande bene e una necessità immediata».

Per assistere l’Imam, anche suo fratello minore Zaynuddin Ibn Taymiyya rimase con lui in carcere, con il permesso del governatore.

Dopo l’incarcerazione dell’Imam, i suoi nemici aggredirono anche il gruppo dei suoi seguaci. Lanciarono attacchi in diversi luoghi. Arrestarono alcuni sostenitori dell’Imam, li fecero salire sul dorso degli asini e li fecero sfilare per la città. Infine, ottenuto un ordine dal giudice supremo, arrestarono un gruppo di sostenitori e lo gettarono in carcere. Dopo alcuni giorni furono nuovamente liberati. Tuttavia, il più illustre discepolo dell’Imam, l’‘allama Hafiz Ibn Qayyim, rimase con lui.

Sebbene la condanna dell’Imam avesse suscitato un’ondata di gioia nei cuori di alcuni uomini d’affari dell’Islam, dalla mente perversa, la comunità degli ulema sinceramente fedeli alla verità e i musulmani comuni rimasero profondamente addolorati e indignati per l’accaduto. Lo considerarono una vittoria della bid‘a sulla Sunna e della falsità sulla verità. I più eminenti ulema cominciarono a inviare lettere al sultano al Cairo da diverse regioni del Paese. Essi espressero la loro sincera indignazione contro la detenzione in carcere del più grande sapiente dell’epoca e della voce più forte dell’Islam.

Qui riportiamo un brano del memorandum che gli ulema di Baghdad inviarono congiuntamente al sultano: «Avendo appreso che lo Shaykh al-Islam Taqi al-Din Ahmad Ibn Taymiyya è vittima di un’ingiustizia, gli abitanti devoti e amanti dell’Islam dei Paesi orientali e dell’Iraq sono rimasti profondamente addolorati; d’altra parte, gli oppositori dell’Islam hanno cominciato a danzare di gioia. Anche gli opportunisti e i fautori della bid‘a ne sono stati felici. Quando gli ulema di queste regioni videro che i seguaci della bid‘a e della falsità andavano applaudendo con gioia le umiliazioni e le sofferenze inflitte agli ulema, ritennero necessario informare il governo di questo increscioso avvenimento. Insieme a ciò, stanno inviando per iscritto anche le proprie risposte a sostegno della fatwa dello Shaykh. Riconoscendo la scienza, la conoscenza e l’erudizione dello Shaykh, hanno qui espresso anche la propria posizione. Alla base di tutto ciò non vi è altro che il desiderio di vedere la religione onorata e l’augurio del bene al sultano».

L’attività dell’Imam in carcere

Colui che ha fatto dell’instaurazione della verità e della giustizia lo scopo della propria vita non considera alcun ostacolo terreno un vero ostacolo. In qualunque ambiente, favorevole o avverso, continua ad assolvere il proprio dovere. Non sospende il proprio lavoro e i propri programmi per starsene inattivo in attesa di condizioni favorevoli. Nessuna parete carceraria può soffocare lo zelo operativo di uomini mujahid di questo genere. Quando una via di lavoro si chiude, essi ne aprono un’altra.
Anche l’Imam Ibn Taymiyya, nella prigione di Damasco, seguì la stessa via. A causa della sua detenzione, i compiti che svolgeva all’esterno nella diffusione del sapere, nella riforma e nella formazione morale si interruppero, ma egli non si lasciò affatto scoraggiare. In carcere, da una parte si dedicò alla propria devozione e alla recitazione del Corano, e dall’altra si concentrò ancora di più sullo studio personale e sulla composizione di opere. In particolare, si dedicò alla revisione e alla redazione dei libri che aveva scritto in precedenza. In quel periodo si interessò maggiormente allo studio del Corano e alla spiegazione dei suoi passi più difficili. Probabilmente, il grado di maturità cui era giunto nel campo del sapere, unito alla tranquillità dell’ambiente carcerario e all’opportunità di studiare e ricercare sul Corano con mente concentrata, lo aveva reso esperto in questo lavoro.
A poco a poco, l’ambiente della prigione divenne per lui tollerabile e naturale. Quanto scriveva lì si diffondeva fuori dal carcere nel giro di poco tempo, e in pochi giorni si propagava in tutto il Paese. Dall’esterno della prigione, la gente gli scriveva chiedendogli pareri giuridici; egli redigeva le risposte dentro il carcere e le faceva recapitare fuori. In queste condizioni, dunque, dentro e fuori dal carcere divennero per lui la stessa cosa. Anzi, seduto in prigione continuava a esprimere tranquillamente le proprie opinioni.
In quel periodo criticò severamente un’opinione del qadi ʿAbd Allah ibn al-Akhnāʿī, appartenente alla scuola malikita d’Egitto. Nel formulare questa critica, commentò anche l’insufficienza delle conoscenze del qadi in materia di sharīʿa e fiqh. Queste parole suscitarono l’ira del qadi. Egli si infuriò terribilmente, presentò una denuncia alla corte del sultano e sfogò il proprio rancore contro l’Imam.

Gli furono sottratti libri e strumenti di scrittura

Il sultano emanò un decreto: che all’Imam fossero sottratti la carta, la penna, il calamaio e ogni altro strumento di scrittura in suo possesso. Che fossero portati via anche tutti i suoi libri. In modo che non potesse più studiare né scrivere e che le sue opinioni non potessero in alcun modo essere divulgate pubblicamente.
Per uno scrittore, un critico e un riformatore sociale, probabilmente non esiste punizione più grande di questa. Forse, ai suoi occhi, persino la pena di morte sarebbe stata cento volte più facile. In base al decreto ufficiale del 9 Jumādā al-thāniya dell’anno 728 dell’Egira, tutti i suoi documenti e strumenti di scrittura furono confiscati. Furono depositati nella biblioteca del tribunale. Vi si trovavano i manoscritti di circa sessanta delle sue opere.
L’Imam non si lasciò minimamente abbattere dalla politica repressiva del governo. Non presentò alcuna lamentela né protesta alle autorità. Sopportò tutto in silenzio. Dopo che gli furono sottratti calamaio, penna, quaderni e carta, raccolse pezzi e frammenti di carta e li mise da parte. Cominciò a scriverci sopra usando il carbone. In seguito furono ritrovati alcuni suoi opuscoli scritti in questo modo. Per molto tempo rimasero intatti.
Anche in questa fase della sua vita riteneva di essere impegnato nel jihād. Lo scrittore egiziano Shaykh Abu Yoghra ha citato, nella sua opera su Ibn Taymiyya, una lettera scritta dall’Imam in quel periodo. In essa egli dice:
«Alhamdulillah! Sono impegnato in un jihād grandissimo sulla via di Allah. Il jihād che conduciamo qui non è in nulla inferiore a quello contro l’imperatore tataro Ghazan, né ai nostri jihād passati contro i jahmiti e i panteisti. Questo è un immenso favore di Allah verso di noi e verso la gente. Tuttavia, la maggior parte delle persone non è capace di comprenderne il significato.»

Il viaggio verso l’Aldilà

Anche il tempo dell’Imam stava giungendo al termine. Il governatore di Damasco venne a fargli visita sul letto di morte. Con voce colma di dolore, il governatore gli chiese perdono. L’Imam rispose: «Non ho alcuna lamentela contro di voi. Vi ho perdonato. Ho perdonato anche coloro che mi sono stati ostili. Non avevano, e non hanno, alcun dubbio sulla veridicità delle mie parole e delle mie azioni. Ho perdonato anche il sultano, perché non mi ha gettato in prigione di sua spontanea volontà, ma a causa del parere giuridico degli illustri ulema. Ho perdonato tutti a questo riguardo. Tuttavia, non potrò mai perdonare colui che è nemico di Allah e del Suo Messaggero, che, spinto dal rancore verso Allah e il Suo Messaggero, mi è stato ostile e ha provato soddisfazione nel farmi gettare in prigione».
Il 22 Dhū al-Qaʿda dell’anno 728 dell’Egira, all’età di sessantasette anni, lasciò questo mondo. Il muezzin della cittadella salì sul minareto della moschea e annunciò la sua morte. Dai bastioni elevati tutt’intorno alla cittadella, l’annuncio si diffuse in ogni direzione, ripetuto all’unisono. Subito, dalle moschee della città, i messaggi di cordoglio cominciarono a echeggiare nell’aria in ogni direzione. In un istante cessò ogni rumore gioioso della città. L’ombra del lutto calò sui vicoli, sulle strade principali, sui portici, negli angoli delle case e sui volti e negli occhi della gente. Una folla di persone addolorate si riversò verso la cittadella. Persino i nemici dimenticarono la loro ostilità; anch’essi erano sconvolti e afflitti.
Il portone principale della cittadella fu aperto. La gente vi si recava a gruppi per vedere almeno una volta il corpo dell’Imam e placare, sia pure per qualche istante, l’impeto del dolore nel proprio cuore. Dopo il lavaggio rituale, il suo feretro fu portato nella più grande moschea della città, la Jāmiʿ Umavī. La lunga strada tra la cittadella e la Jāmiʿ Umavī si riempì di gente. Per proteggere il corteo funebre dalla folla, il corpo fu condotto alla moschea sotto la supervisione dei soldati. La Jāmiʿ Umavī era allora la più grande moschea del mondo islamico. La moschea si riempì, così come la piazza antistante, le strade principali, i vicoli circostanti e i mercati. Secondo gli storici, fino ad allora in nessun altro luogo del mondo islamico si era celebrata una preghiera funebre tanto imponente.
Quel giorno tutti i negozi della città rimasero chiusi. Molti digiunavano e molti altri dimenticarono persino di mangiare.
Anche mentre il feretro veniva portato verso il cimitero, era difficile avanzare a causa della folla. Il corteo uscì dalla cittadella dopo la preghiera dell’alba. La preghiera funebre fu celebrata dopo quella di mezzogiorno e, attraversando a fatica la folla per raggiungere il cimitero vicino, arrivò il momento della preghiera del pomeriggio.
In brevissimo tempo la notizia della morte dell’Imam si diffuse in tutto il mondo islamico e ovunque furono celebrate preghiere funebri in sua assenza.

L’attività riformatrice dell’Imam

Allah ha fatto conoscere e stabilito la Sua religione nella società umana per mezzo dei profeti. Per questo sono venuti profeta dopo profeta. Ogni epoca è stata delimitata e in essa è venuto un profeta. In una stessa epoca, inoltre, sono venuti contemporaneamente anche diversi profeti. In vari Paesi del mondo, nello stesso periodo, diversi profeti hanno continuato a diffondere e stabilire la religione di Allah. Anzi, Allah ha inviato nello stesso Paese più profeti contemporaneamente, facendo di uno di loro il collaboratore dell’altro. Così si vede che, nella storia dell’umanità, la successione dei profeti non è mai stata interrotta, neppure per un breve periodo. Allah l’Altissimo non ha lasciato gli uomini nelle tenebre senza dare loro alcuna indicazione. Perciò, insieme alla storia dell’umanità, anche la storia dei profeti è proceduta lungo una linea parallela. Anzi, si può dire che sono stati proprio i profeti a far avanzare la storia dell’umanità.
Ma dopo l’ultimo profeta, Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non vi sarà più alcun profeta. Per quanto possa protrarsi il tempo e per quante migliaia di anni possano trascorrere, Allah, l’Altissimo, ha dichiarato che non invierà più alcun profeta. In questo periodo Egli farà emergere, dall’interno della comunità di Muhammad, uomini sinceri, coraggiosi e combattenti per la causa di Allah, dotati di una conoscenza precisa della religione e della sharia, che assolveranno realmente il compito di ravvivare la religione. A questo proposito, l’Imam Abu Dawud ha narrato nella sua opera un hadith riportato da Abu Hurayra, che Allah sia soddisfatto di lui. In esso si dice:
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Vale a dire: all’inizio di ogni secolo Allah farà sorgere per questa comunità qualcuno che rinnoverà e rafforzerà la sua religione. Poiché questi servi sinceri di Allah si dedicano al tajdid, cioè al rinnovamento, della religione e della sharia del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, vengono chiamati mujaddid. L’Imam Ibn Taymiyya, che Allah abbia misericordia di lui, fu un tale mujaddid. Nei secoli VII e VIII dell’Egira, egli raschiò via con un’arma affilata lo strato di sporcizia e detriti che, durante i settecento e ottocento anni dall’epoca della profezia, si era accumulato sulla religione e sulla sharia islamica. L’Islam tornò a brillare in tutto il suo splendore interiore. Prima di lui molti altri mujaddid avevano liberato l’Islam dalle impurità esteriori in questo modo. Tuttavia, il suo lavoro fu, a quanto pare, molto più ampio, chiaro e penetrante di quello di tutti gli altri.
L’opera di rinnovamento dell’Imam Ibn Taymiyya può essere sostanzialmente suddivisa in quattro parti. (1) Il rinnovamento della dottrina del tawhid e la resistenza contro le credenze politeistiche, le loro norme, usanze e pratiche. (2) La critica della filosofia, della logica e della teologia speculativa, dando priorità alla prospettiva del Corano e della Sunna e al loro metodo di presentazione degli argomenti. (3) La critica delle religioni, sette, comunità e gruppi contrari all’Islam, e il confronto con i loro pensieri, opere e comportamenti. (4) Il rinnovamento della conoscenza della sharia e del pensiero islamico.
Ai tempi dell’Imam non mancavano gli ulema, né in patria né all’estero. Vi era allora anche un numero considerevole di grandi studiosi di fama mondiale. I loro ponderosi libri erano sufficienti a dimostrare l’immensa vastità della loro erudizione. La loro competenza negli hadith, nel fiqh, nel tafsir, negli usul e nella teologia speculativa era altissima. Probabilmente erano consapevoli delle fitna della loro epoca. Tuttavia, non si vide nessuno farsi avanti per affrontarle. Nella storia di quel periodo non si trova il nome di alcun ulema che avesse utilizzato anche una sola di queste tre forze: predicazione, scrittura e organizzazione. Sottomettendosi al corso degli eventi, sembravano tutti lasciarsi trasportare dalla corrente generale. Questa gloria appartiene unicamente all’Imam Ibn Taymiyya. Egli comprese correttamente le fitna del suo tempo e, affrontandole con tutte le sue forze, ristabilì l’Islam nella sua forma autentica. Liberò la società islamica dal fetore dello shirk e della bid‘a, facendo sgorgare liberamente in essa il limpido corso del vero tawhid e della risala. Questo è precisamente il compito dei profeti, che Allah conceda loro la pace. In questo campo egli rappresentò i profeti. In realtà, i mujaddid della religione assolvono proprio il compito dei profeti.
Qual era il tipo di società che l’Imam si era impegnato a riformare? Quale rapporto aveva con la vera società islamica? È una questione che bisogna comprendere adeguatamente. A causa dei rapporti con i non musulmani e con varie popolazioni non arabe, dell’influenza dei governanti ismailiti e batiniti, e inoltre degli insegnamenti e delle pratiche di un gruppo di sufi ignoranti e deviati, tra i musulmani comuni cominciarono a diffondersi credenze, pensieri e comportamenti contaminati dallo shirk. Come gli ebrei e i cristiani, anche i musulmani caddero nello shirk manifesto. Ciò che i non musulmani facevano recandosi alle tombe dei loro grandi uomini, i musulmani cominciarono a ripeterlo recandosi ai mausolei dei propri pii antenati. Rivolgevano suppliche agli abitanti delle tombe e chiedevano loro aiuto, proprio come lo si chiede ad Allah. Ibn Taymiyya scrisse nella sua opera ar-Radd ‘ala al-Bakri riguardo alle azioni di queste persone: molti di loro hanno attribuito alla persona sepolta nella tomba una dignità pari a quella di Allah e hanno posto il custode vivente di quella tomba sul seggio di un profeta. Chiedono aiuto al morto per portare a compimento i propri propositi. Hanno elevato quel custode vivente della tomba a una posizione così alta che ciò che egli dichiara lecito diventa lecito e ciò che dichiara illecito diventa illecito. In realtà, hanno rimosso Allah dal Suo ruolo di Dio.
Riguardo a questi fautori dello shirk e della bid‘a, egli scrisse nell’opera ar-Radd ‘ala al-Akhna’i: molti credono che, grazie alla benedizione del mausoleo di un santo presente in un quartiere o in una località, gli abitanti della zona ricevano il sostentamento, ottengano aiuto e siano protetti dagli attacchi dei nemici. Grazie alla sua benedizione, anche il Paese sarebbe risparmiato dagli attacchi dei nemici. Di colui verso il quale nutrono una simile credenza dicono che sia il protettore di una determinata città. Per esempio, Sayyida Nafisa sarebbe la protettrice dell’Egitto e del Cairo. Questo o quel santo sarebbe il protettore di Damasco. Questo o quel santo starebbe di guardia a Baghdad e in altre città. La loro credenza è che, grazie alla benedizione delle tombe di quei profeti e uomini pii, le città e le località interessate siano protette dalle calamità. Quando i nemici attaccavano Baghdad e Damasco, essi si recavano a supplicare presso i mausolei dei wali e dei santi, senza sentire il bisogno di rivolgersi alla corte di Allah.

Il tentativo di liberare la dottrina dei musulmani dallo shirk

Il creatore del corpo umano fatto di carne e sangue è Allah. Egli ha creato anche tutte le qualità astratte che si trovano in esso. Pertanto, l’uomo non merita alcun merito per queste cose; il merito spetta unicamente ad Allah. Per questo, fin dall’inizio del Corano, Allah solo è stato indicato come il detentore di ogni lode e il vero titolare di ogni merito relativo a qualunque cosa nell’universo. È stato detto: al-hamdu lillah. L’uomo, vivo o morto che sia, non possiede alcuna eccellenza. L’eccellenza appartiene unicamente ad Allah. Allahu akbar.

Ma, esaminando la storia della deviazione umana, si vede che, fin dagli inizi di questa storia, gli uomini hanno adorato altri uomini. Ciò si è manifestato sia nei confronti dei vivi sia nei confronti dei morti. Il culto degli eroi, il culto degli awliya, il culto dei pir, il culto delle tombe e il culto dei mausolei si sono diffusi in varie forme. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disse che i musulmani non si sarebbero mai dedicati apertamente allo shirk o all’idolatria. In effetti, i musulmani non si sono mai dedicati allo shirk manifesto. Tuttavia, pratiche mescolate allo shirk si sono ampiamente diffuse tra loro. Al posto dell’idolatria, un gruppo di musulmani si dedicò al culto degli awliya e delle tombe. Tra le tombe, acquistarono particolare importanza i mausolei dei martiri. Questi venivano chiamati mashhad o shawahid. A causa del culto degli awliya e dei mashhad, la dignità e l’importanza dei mashhad aumentarono rispetto a quelle delle moschee. La gente cominciò a recarsi con entusiasmo in visita ai mausolei e ai mashhad. Essi divennero la qibla dei musulmani comuni e ignoranti. Una rete di mausolei e mashhad si estese nelle diverse città e nei diversi porti del mondo islamico. Da un giorno all’altro sorsero migliaia di mashhad e mausolei. Sultani, re ed emiri spesero generosamente denaro e ricchezze per essi. Molte proprietà furono costituite in waqf a loro nome. Sopra di essi furono costruiti grandi edifici e cupole. Per occuparsi della loro custodia si formò una vasta schiera di custodi, spazzini e dipendenti. La gente continuò a viaggiare per visitarli con grande sfarzo. Le loro carovane apparivano come quelle dei pellegrini che visitano la Casa di Allah; talvolta sembravano persino più grandi. In questo modo, l’attenzione dei musulmani comuni si spostò dalle moschee verso i mashhad. Nel settimo e nell’ottavo secolo dell’Egira, mausolei e mashhad divennero così il centro della vita religiosa dei musulmani, al posto della Ka‘ba.

Una parte considerevole degli scritti dell’Imam Ibn Taymiyya è dedicata alla discussione di questa deviazione dei musulmani di quell’epoca. L’Imam ha mostrato che coloro che più di ogni altro contribuirono a consolidare questa fitna tra i musulmani ignoranti e interessati ai propri vantaggi furono i governanti esoterici, cioè fatimidi, d’Egitto. Ha inoltre mostrato che i rafiditi e gli sciiti, fin dall’inizio, hanno attribuito ai mashhad maggiore importanza che alle moschee. Il loro legame spirituale con Najaf e Karbala è più forte di quello con i due Haram, Mecca e Medina.

Naturalmente, l’epoca dei governanti fatimidi d’Egitto era terminata già prima della nascita dell’Imam Ibn Taymiyya. Tuttavia, la loro influenza mentale, culturale e civile sulla società musulmana era ancora attiva. In particolare, in Siria il numero degli sciiti e degli ismailiti era enorme. Poiché vivevano nella stessa società, la loro influenza si ripercuoteva sui musulmani comuni. Anche il contributo delle correnti anti-islamiche del sufismo non era trascurabile. In questa filosofia sufi deviata erano state attribuite particolare importanza e sacralità ai mausolei e ai mashhad. Essi celebravano riunioni annuali, o urs, presso quei mausolei e mashhad. Riferendosi a questi mausolei e mashhad, l’Imam scrisse nella sua opera al-Radd ‘ala al-Bakri: «Molti compiono il pellegrinaggio alle tombe. Altri hanno persino scritto libri specifici sull’etichetta e sulle regole di questo viaggio. Hanno intitolato tali opere, per esempio, al-Manasik al-Hajj al-Mashahid, cioè le regole per compiere il pellegrinaggio presso i mashhad. Un certo sapiente sciita, Abu Abd Allah Muhammad ibn al-Nu‘man, scrisse anch’egli un libro con questo titolo. In quest’opera narrò, attribuendoli agli Ahl al-Bayt, molti hadith che in realtà sono privi di fondamento». In un altro passo della stessa opera l’Imam scrisse: «Molte persone preferiscono compiere il pellegrinaggio presso queste tombe e questi mashhad al pellegrinaggio alla Ka‘ba. Dicono che visitare tre volte il mausoleo di un certo santo equivale a un pellegrinaggio alla Ka‘ba».

In questo modo, nel settimo e nell’ottavo secolo dell’Egira, le moschee di tutto il mondo islamico cominciarono a cadere in rovina, mentre lo splendore e la magnificenza dei mausolei e dei mashhad aumentavano. I loro cortili erano sempre animati. Spesso, di notte, le moschee erano avvolte dall’oscurità. Nei mausolei e nei mashhad, invece, lampade a olio e grandi lanterne restavano accese tutta la notte. Talvolta i poveri musulmani dei quartieri non trovavano nemmeno il tempo di rivolgere lo sguardo alle moschee. Il loro denaro veniva speso per i mausolei.

In quel periodo erano sorti in diversi paesi grandi e potenti governi islamici. Grandi faqih e muhaddith insegnavano nelle varie madrase e nei centri di istruzione islamica. Tuttavia, non ritennero necessario avviare alcun movimento di resistenza contro la deviazione dottrinale e pratica dei musulmani comuni. Anzi, molti di loro erano immersi nel dubbio e nell’incertezza riguardo a queste credenze e pratiche. Studiando i loro scritti e le loro fatwa, se ne può cogliere il segno. Ne sono prova le due opere che l’Imam Ibn Taymiyya scrisse specificamente per criticare le idee deviate dei due massimi sapienti di quell’epoca, Ibrahim al-Akhna’i e Ya‘qub al-Bakri. In sostanza, essi non si erano mossi verso l’analisi delle idee, delle credenze e delle pratiche correnti direttamente alla luce del Corano e della Sunna. Eppure la fonte fondamentale dell’Islam è proprio il Corano e la Sunna. L’Imam Ibn Taymiyya invitò la comunità degli ulema a tornare a queste fonti.

Svelare gli errori della filosofia e della teologia speculativa

L’Imam Ibn Taymiyya, che Allah abbia misericordia di lui, liberò il credo islamico dall’influenza delle credenze politeistiche, lo ricostruì e lo ristabilì. Questo fu il suo primo intervento riformatore. Ne abbiamo già parlato. Ora desidero trattare il suo secondo intervento riformatore. Esso consistette nella critica della filosofia, della logica e della teologia speculativa, e nell’introduzione, al loro posto, del metodo argomentativo del Corano e della Sunna. Per comprendere l’importanza e l’ampiezza di quest’opera, bisogna conoscere il ruolo che filosofia e logica occupavano, a quel tempo, nella società colta musulmana. Occorre innanzitutto sapere quale grande prestigio i pensatori musulmani e gli ambienti eruditi avevano conferito alla filosofia e alla logica.

Sebbene la traduzione in arabo delle scienze e del sapere greci fosse iniziata già durante il periodo degli Omayyadi, essa assunse dimensioni ampie soprattutto in epoca abbaside. A partire dal regno del califfo abbaside al-Mansur (probabilmente dal 136 dell’Egira), cominciarono su larga scala le traduzioni in arabo delle opere di filosofia e logica greche. Tuttavia, durante il regno del califfo al-Ma’mun, il movimento crebbe a tal punto da assumere le proporzioni di una vera e propria campagna. Al-Ma’mun era personalmente così interessato alla questione che chiese all’imperatore di Roma di inviargli le opere migliori sulla filosofia greca. L’imperatore romano inviò anche le opere dei filosofi Platone, Aristotele, Socrate, Galeno, Euclide e Tolomeo. Al-Ma’mun ne fece eseguire la traduzione con grande solennità. Furono pubblicate sotto il patrocinio reale e si incoraggiò la gente a leggerle.

Di conseguenza, nel giro di poco tempo le idee dei filosofi greci si diffusero nella società musulmana. Dalla lettura della storia apprendiamo che, entro la fine del IV secolo dell’Egira, quasi tutte le grandi opere dei filosofi greci erano state tradotte in arabo. Tra i filosofi musulmani, tuttavia, furono soprattutto le opere di Aristotele a diffondersi. Aristotele divenne il loro punto di riferimento. Che altro si può dire, se non che fu una sventura per i musulmani, il fatto che nessuno dei filosofi greci, compreso Aristotele, le cui idee si erano diffuse nella società musulmana, avesse alcuna conoscenza della religione profetica inviata da Allah? Le loro idee erano in evidente contrasto con la religione inviata da Allah e con i Libri celesti. Erano essenzialmente portatrici di concezioni materialistiche e di una filosofia di vita materialistica.

All’inizio, i filosofi e i pensatori del mondo islamico non accettarono a occhi chiusi le idee e la filosofia di Aristotele. Le criticarono e non le considerarono immuni dall’errore. Molti scrissero libri per confutarle. Ovunque scorgessero una debolezza del pensiero greco, la criticavano senza risparmio. I mutaziliti, che avevano subito più di ogni altro l’influenza della filosofia greca, furono anche i suoi maggiori critici. Tra loro si possono menzionare innanzitutto Nizam e Abu Ali al-Jubba’i. Nel III secolo dell’Egira, Hasan ibn Musa criticò alcuni importanti aspetti della logica aristotelica nella sua opera Kitab al-Ara wa al-Diyanat. Nel IV secolo dell’Egira, l’Imam Abu Bakr al-Baqillani scrisse un’opera intitolata Daqa’iq. In quest’opera criticò severamente la filosofia greca e dimostrò la superiorità della filosofia araba su di essa. Nel V secolo dell’Egira, l’Allama Abd al-Karim al-Shahrastani, autore dell’opera al-Milal wa al-Nihal, scrisse un libro per criticare il pensiero di Aristotele e degli altri filosofi greci, sottoponendo severamente le loro argomentazioni alle regole della logica. Verso la fine di quel secolo, l’Imam al-Ghazali, che Allah abbia misericordia di lui, rese così evidenti i difetti del pensiero dei filosofi greci attraverso la sua opera Tahafut al-Falasifa, che per un secolo intero si avvertirono scosse nel loro magnifico palazzo filosofico. Nel VI secolo, Abu al-Barakat al-Baghdadi e l’Imam Fakhr al-Din al-Razi condussero anch’essi una vasta campagna contro questa filosofia greca.

Nonostante tutto ciò, quella parte degli ambienti eruditi musulmani che sosteneva la filosofia greca e considerava proprie responsabilità la traduzione, il commento, l’analisi e la diffusione della filosofia greca, era devota alla personalità e alla filosofia di Aristotele. Considerava il pensiero e la filosofia di Aristotele al di sopra di ogni critica. Con il passare del tempo, il loro amore, rispetto e attaccamento ad Aristotele continuavano a crescere. A questo proposito si possono menzionare in modo particolare i filosofi musulmani Abu Nasr al-Farabi (339 dell’Egira–950 d.C.), Abu Ali ibn Sina (428 dell’Egira) e, in Spagna, Ibn Rushd (595 dell’Egira). Ibn Sina era talmente infatuato di Aristotele che, secondo lui, nonostante fossero trascorsi centinaia di anni dalla morte di Aristotele, nessuno aveva potuto scrivere qualcosa di più ampio o di nuovo su ciò che egli aveva scritto riguardo alla logica, né alcun ragionamento aveva potuto prevalere sul suo. Aristotele sembrava essere l’unico criterio della verità. Ibn Rushd si spinse ancora più avanti di Abu Ali ibn Sina. Per usare la terminologia dei sufi, si può dire che, riguardo ad Aristotele, egli si trovava al livello della fana fi al-shaykh. Il celebre autore Lutfi Jum’a, nella sua opera Tarikh Fala­sifat al-Islam fi al-Mashriq wa al-Maghrib, riferisce, citando un biografo di Ibn Rushd: «Ibn Rushd raggiunse il limite estremo nell’esaltazione della superiorità e della santità di Aristotele. Era persino disposto a farne un dio. Riteneva che Aristotele fosse giunto molto al di sopra del livello umano per intelletto e superiorità. Anzi, se Ibn Rushd fosse stato fautore della dottrina di più divinità, avrebbe riconosciuto Aristotele come Rabb al-Arbab, cioè il più grande dio fra tutti gli dèi».

Nel VII secolo dell’Egira, il più grande sostenitore della filosofia greca era Nasir al-Din al-Tusi, chiamato anche al-Muhaqqiq al-Tusi. Era l’epoca delle invasioni tatare. La parte più vasta del mondo islamico veniva devastata da tali invasioni. Allo stesso tempo, anche nel campo del sapere i musulmani si trovavano in una situazione di estrema crisi. Al-Tusi era un fedele servitore dell’imperatore mongolo Hulagu Khan, nemico dei musulmani. In quel periodo e successivamente, i suoi discepoli iniziarono a insegnare e a scrivere opere in vari luoghi. Fu grazie ai loro sforzi che in Iran venne istituito un sistema educativo al cui centro si trovavano la filosofia e il mantiq, ossia la logica. Alcuni hanno sostenuto che, in seguito, una versione più raffinata dello stesso sistema, chiamata Dars-i Nizami, fu introdotta nelle madrase dell’Indostan. Nasir al-Din al-Tusi e i suoi discepoli consideravano Aristotele l’Aql al-Kull, l’Essere dotato di conoscenza totale o l’Essere dotato di conoscenza perfetta, e giudicavano definitive le sue ricerche e le sue indagini. In opposizione all’Imam al-Razi, sostennero con forza la filosofia di Aristotele e in tal modo le diedero nuova vita.

L’Imam Ibn Taymiyya nacque dieci anni prima della morte di Nasir al-Din al-Tusi. Quando Ibn Taymiyya entrò nel mondo del sapere, ovunque regnavano la filosofia e il mantiq. I principali sostenitori di tale corrente erano Nasir al-Din al-Tusi e i suoi discepoli. Il linguaggio del mantiq e della falsafa, cioè della filosofia, era allora il linguaggio del sapere. Quanto più una persona era esperta di mantiq e falsafa, tanto più era considerata un grande sapiente e studioso. In questo campo, i muhaddith e i faqih non avevano alcuna importanza. Quasi tutti avevano accettato quella situazione. Nei casi in cui la filosofia e la logica negavano apertamente la verità, essi ritenevano che chinare il capo fosse la garanzia della conservazione della propria dignità. In tali circostanze, divenne indispensabile una critica severa e coraggiosa della filosofia e della logica. Era necessario dimostrare che Aristotele non era sovrumano e che le sue ricerche e indagini non erano definitive, ma potevano contenere errori.

Questo compito fu svolto dall’Imam Ibn Taymiyya. Lo portò a termine in modo così eccellente che, settecento anni dopo, la sua influenza è ancora intatta in tutto il mondo islamico. Anche alla base della filosofia occidentale odierna si trova questa filosofia greca. Svelando gli errori della filosofia greca, egli aprì inoltre la strada all’individuazione dei difetti della filosofia occidentale contemporanea. Allo stesso tempo, indicò la via per comprendere la semplicità, la capacità di toccare il cuore e la superiorità del razionalismo coranico.

Dimostrazione della superiorità del metodo coranico di argomentazione

La conoscenza che i profeti — pace su tutti loro — hanno ricevuto da Allah l’essere umano non può in alcun modo acquisirla con i propri sforzi. Anche se l’uomo più intelligente del mondo intero riflettesse e facesse ricerche su questa materia per cento anni, dopo cento anni lo si vedrebbe ancora fermo esattamente là dove si trovava cento anni prima. Non sarebbe riuscito ad avanzare neppure di un passo. Questo è tutto ciò che la filosofia greca ha offerto al patrimonio della conoscenza mondiale, e nulla di più. La scienza, la matematica, la geografia, l’astronomia, la letteratura e le altre discipline greche hanno contribuito al progresso della civiltà umana mondiale. Anche l’Imam Ibn Taymiyya lo ha riconosciuto. Ha ammesso che gli Arabi e il mondo islamico, coltivando queste discipline, hanno contribuito allo sviluppo della civiltà. Tuttavia è rimasto stupito quando ha visto l’ignoranza gigantesca dei filosofi greci riguardo ad Allah, agli angeli e all’aldilà. Nel libro Al-Radd ʿalā al-Manṭiqiyyīn ha scritto:

Un’analisi approfondita degli scritti di Aristotele, il Primo Maestro, su Allah deve stupire anche una persona comune dotata di istruzione. Alla fine essa deve giungere alla conclusione che probabilmente, al mondo, non esiste nessuno più ignorante di questi filosofi greci riguardo al Rabb degli universi. Quando si confrontano gli scritti di questi filosofi greci su Allah con gli insegnamenti dei profeti e dei messaggeri, sembra davvero di paragonare i fabbri agli angeli e il signore e padrone dell’intero universo al signorotto di un villaggio. In questo caso, tuttavia, può ancora esistere qualche livello di comparazione. Ma coloro che paragonano i filosofi ai profeti sono tanto ingiusti quanto ignoranti. Infatti il signorotto del villaggio svolge comunque il compito di mantenere l’ordine e la disciplina nel villaggio. Da questo punto di vista, possiede una certa analogia con il Signore Supremo e il Re dell’universo. Il caso dei filosofi e dei profeti, invece, è completamente incomparabile. I filosofi non possono neppure avvicinarsi alla conoscenza ricevuta dai profeti. Anzi, si può dire che persino i miscredenti, i politeisti e gli ebrei conoscono Allah molto più di questi filosofi.

Qual è la causa dell’ignoranza dei filosofi greci? Per analizzarla è necessario esaminare la storia antica della Grecia. Per gran parte della storia, il popolo greco appare come adoratore degli idoli e degli astri. In quel periodo, la sua mentalità nazionale era immersa in un estremo immaginismo, idealismo e mitologismo. L’analisi storica moderna ha dimostrato che nell’antica Grecia erano diffusi ovunque il culto degli idoli e quello degli astri. In tutto il paese furono eretti templi alle divinità. Migliaia di nomi degli dèi passavano di bocca in bocca. La filosofia greca che, dopo essere stata tradotta, adornò le biblioteche del mondo islamico e poi giunse in Europa attraverso i musulmani era in realtà impregnata dalla testa ai piedi di questo culto degli idoli e degli astri. I filosofi greci abbellirono queste loro idee politeistiche con la piacevole terminologia tecnica della filosofia. Poiché gli ʿulamāʾ e gli studiosi musulmani non conoscevano la storia antica della Grecia né il pensiero religioso dei filosofi greci, considerarono queste loro discussioni filosofiche una profonda sapienza teorica e si dedicarono a studiarle. Impiegarono tutte le proprie forze, capacità e competenze per dimostrarne la verità e la validità. L’Imam Ibn Taymiyya, invece, era riuscito a risalire alle radici della filosofia greca. A proposito del tafsīr della Sūra al-Ikhlāṣ, ha scritto:

Per quanto è dato sapere degli antichi filosofi greci, essi erano politeisti fanatici. Avevano anche una fortissima attrazione per la magia. Adoravano gli astri e gli idoli. Ciò è stato alla base anche del loro profondo interesse per l’astronomia e le costellazioni.

Anche tra i musulmani, coloro che hanno seguito la loro filosofia non impediscono agli uomini di commettere shirk e non considerano il tawḥīd indispensabile. Al contrario, ritengono lecito lo shirk.

Secondo l’Imam Ibn Taymiyya, tra gli antichi filosofi greci, quelli anteriori ad Aristotele conoscevano molte cose riguardo alla conoscenza dell’invisibile — come Allah, gli angeli e l’Ākhira — e riguardo alle verità religiose, ed erano vicini all’Islam e alla vera religione di Allah. A questo proposito ha detto che filosofi anteriori ad Aristotele, come Pitagora, Socrate e Platone, uscirono dalla Grecia e visitarono paesi quali la Siria e l’Egitto, dove erano nati diversi profeti. Incontrarono i Compagni e i seguaci dei profeti Dāwūd e Sulaymān — pace su entrambi — e da loro acquisirono conoscenze riguardo al mondo invisibile. Ciò, invece, non fu possibile nel caso di Aristotele. Egli non visitò mai quei paesi. Non possedeva alcuna parte degli insegnamenti dei profeti. Il suo popolo adorava gli astri, ed egli possedeva qualche conoscenza in merito. Su questa base fondò le proprie riflessioni e ricerche. In seguito, i suoi seguaci percorsero ciecamente la sua via.

Sfortunatamente, nel mondo islamico si diffuse proprio la filosofia di Aristotele. Filosofi musulmani come al-Fārābī, Ibn Sīnā, Ibn Rushd e Suhrawardī la studiarono. Essi chiamarono Aristotele Muʿallim al-Awwal, cioè il Primo Maestro.

In risposta allo smarrimento dei filosofi musulmani nacque la scienza del kalām, ma l’Imam Ibn Taymiyya non era soddisfatto neppure del metodo con cui essa presentava le proprie argomentazioni. Secondo l’Imam, per dimostrare le verità religiose e invisibili, gli studiosi del kalām avevano adottato la terminologia della filosofia e il metodo filosofico di dimostrazione delle tesi. Questo metodo, però, si è dimostrato in gran parte fallimentare. Anzi, in molti casi si è ritorto contro, danneggiando l’Islam. Egli ha menzionato la debolezza di molti mutakallimūn, cioè degli studiosi del kalām: spesso sollevano grandi obiezioni contro l’Islam e presentano con notevole forza i dubbi avanzati contro di esso, mentre le loro risposte risultano relativamente molto più deboli e miti. Citando l’Imam al-Rāzī, ha scritto nell’opera Al-Nubuwwāt:

L’Imam al-Rāzī, verso la fine della sua vita, riconobbe chiaramente di aver riflettuto a lungo sul metodo karīmī e sul procedimento espositivo filosofico. Alla fine giunse alla conclusione che con essi nessun malato viene guarito e nessun assetato dissetato. Disse: “Ho trovato più vicino il metodo del Corano”.

L’Imam Ibn Taymiyya ha scritto che, rispetto alle prove razionali presentate dagli studiosi del kalām e dai filosofi musulmani riguardo all’esistenza di Allah, alla Sua essenza e ai Suoi attributi, le prove del Nobile Corano sono molto più chiare, limpide, univoche e capaci di toccare il cuore. Inoltre, le nuove complicazioni e i dubbi creati dai filosofi e dagli studiosi del kalām attraverso le loro argomentazioni non trovano spazio nel metodo coranico.

La risposta ai cristiani

L’Imam Ibn Taymiyya stava adempiendo al compito di ravvivare l’Islam nell’ottavo secolo dell’Egira. La debolezza nervosa apparsa tra i portabandiera dell’Islam, settecento anni dopo la profezia, non era affatto trascurabile. Duecento anni di guerre crociate, seguiti dagli attacchi dei Tatari, li avevano completamente prostrati. Approfittando di questa situazione e del momento di debolezza dei musulmani, le altre religioni e dottrine lanciarono contro di loro una violenta offensiva. In particolare, il cristianesimo e le dottrine cristiane cominciarono allora a presentare la vittoria dei Tatari come una propria vittoria. In precedenza abbiamo menzionato l’esultanza degli abitanti cristiani di una città alla sua caduta nelle mani dei Tatari, nonché le loro attività ostili all’Islam e ai musulmani. Per queste ragioni, in quel periodo la dottrina cristiana si affermava con grande forza davanti ai musulmani. Di conseguenza, nelle mura della fede e delle pratiche di molti musulmani cominciarono ad aprirsi delle crepe.
L’Imam Ibn Taymiyya iniziò al momento opportuno la campagna per curare questa malattia dei musulmani. Nelle sue opere sono disseminati innumerevoli riferimenti a questo argomento. Anzi, scrisse su di esso un libro in quattro volumi, composto da 1395 pagine. Il libro si intitola Al-Jawāb al-Ṣaḥīḥ li-man baddala dīn al-Masīḥ (La risposta corretta a coloro che hanno alterato la religione di Gesù, pace su di lui).
In realtà, in quel periodo vivevano nei paesi islamici, soprattutto in Egitto e in Siria, numerosissimi cristiani. Subito dopo la Siria iniziava la catena dei paesi cristiani. Il confine dell’Impero bizantino era adiacente alla Siria. Dalla fine del quinto secolo dell’Egira gli europei avevano iniziato una serie di attacchi contro la Siria e la Palestina, protrattasi per i duecento anni successivi; a causa di ciò, una parte della Siria fu sottratta al controllo dei musulmani. Inoltre, Bayt al-Maqdis rimase per novant’anni nelle mani dei cristiani. In seguito, tuttavia, il sultano Ṣalāḥ al-Dīn al-Ayyūbī sconfisse duramente l’esercito crociato nella battaglia di Ḥiṭṭīn e liberò Bayt al-Maqdis. Ma, dopo la fondazione di uno Stato cristiano indipendente sulla costa siriana, il coraggio dei missionari e dei governanti cristiani era ulteriormente aumentato. Sognavano di porre tutta la Siria sotto la bandiera del cristianesimo e di diffondere il cristianesimo in tutta la regione. Proprio allora cominciarono a considerare la dolorosa sconfitta dei musulmani per mano dei Tatari come una grande opportunità creata per loro da Dio. Ritenendola un presagio della propria vittoria, cominciarono a proclamare ovunque che la religione di Gesù era la vera religione e che proprio quella vera religione aveva ora riportato la vittoria.
In quel periodo dal mondo cristiano cominciarono ad arrivare in grande quantità libri ostili all’Islam. Attraverso questi libri si cercava di diffondere tra i musulmani confusione riguardo all’Islam e di dimostrare che il cristianesimo fosse l’unica religione di Allah. L’Imam Ibn Taymiyya affrontò ampiamente questa fitna. In precedenza molti sapienti, ricercatori e critici musulmani avevano criticato il cristianesimo. Tuttavia, la maggior parte di loro non conosceva adeguatamente la storia del cristianesimo. Consideravano il cristianesimo come l’insieme delle parole di Gesù, pace su di lui, e degli eventi a lui collegati, e gli avevano attribuito la dignità di religione celeste o divina. Di conseguenza, il cristianesimo aveva ricevuto presso i musulmani un’importanza molto maggiore di quella che meritava. Questa situazione si era dimostrata estremamente dannosa per i musulmani affetti da tale malattia mentale.
L’Imam Ibn Taymiyya, invece, conosceva perfettamente la storia del cristianesimo, i profondi cambiamenti e le alterazioni avvenuti nei suoi luoghi di culto a Roma e in Grecia, nonché il suo sviluppo iniziale in quelle terre. Era pienamente consapevole che il cristianesimo contemporaneo non fosse altro che una mescolanza degli insegnamenti di Gesù, pace su di lui, con le credenze politeistiche, le convinzioni, i costumi e le pratiche dei Romani e dei Greci idolatri, nonché con le attività delle loro divinità mitologiche. Nel libro Al-Jawāb al-Ṣaḥīḥ scrisse:
Gli abitanti di Roma, della Grecia e di altri paesi erano in realtà politeisti e adoratori di idoli. Costruivano immagini di divinità e idoli nei templi e li adoravano. I cristiani hanno fuso due religioni in una sola. Una è la religione dei profeti monoteisti e l’altra è la religione dei politeisti. Una parte della loro religione è costituita dagli insegnamenti dei profeti, mentre l’altra è l’insieme delle parole e delle pratiche tratte dalla religione dei politeisti. In questo modo hanno creato una nuova religione, della quale non si trova alcuna traccia nelle parole dei profeti.
In questo modo egli indicò le diverse epoche e fasi dell’evoluzione e della deformazione del cristianesimo. Al tempo stesso chiarì anche la concezione musulmana dell’Injīl. Molti sapienti musulmani commettono l’errore di considerare l’Injīl un Libro di Allah dello stesso livello del nobile Corano. Di conseguenza, vengono facilmente influenzati dalla propaganda dei predicatori cristiani. Anche su questo argomento egli offrì dunque una spiegazione chiara. Disse che gli stessi cristiani ammettono che l’Injīl oggi nelle loro mani non fu scritto ai tempi di Gesù, pace su di lui, né per suo ordine. Dopo l’ascesa di Gesù al cielo, due dei suoi discepoli, Matteo e Giovanni, e altri due cristiani che non avevano visto Gesù, cioè Marco e Luca, scrissero il libro insieme. (1. Anche oggi è stato sollevato il dubbio che Matteo e Giovanni fossero davvero discepoli di Gesù, pace su di lui. Si veda l’opera del francese neomusulmano dott. Maurice Bucaille, Il Corano, la Bibbia e la scienza.) Disse inoltre che, così come presso i musulmani le parole, le azioni, la religione e le dottrine del Messaggero sono state conservate attraverso una catena di narratori affidabili, le parole dell’Injīl e della Torah non possono essere poste sullo stesso piano.
Descrivendo la differenza tra il nobile Corano, la Torah e l’Injīl, disse: il testo e il significato del nobile Corano ci sono pervenuti dal Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, attraverso una catena affidabile di trasmissione. Su questo si è formato il consenso, così come sulla Sunna del Messaggero, sulle sue condizioni e sui suoi eventi. La loro autenticità è stata dimostrata in vari modi.
…Il nobile Corano è conservato nei cuori dei musulmani. Per imparare a memoria il Corano non è necessario leggere un libro scritto o stampato. Anche se, Dio non voglia, quei libri venissero un giorno distrutti, non vi sarebbe alcuna difficoltà nel memorizzare il Corano. Al contrario, se oggi il libro della Bibbia venisse distrutto per qualche ragione, i cristiani non avrebbero alcuna riserva alternativa delle sue parole. Per questo, in libri di questo genere, nel corso dei secoli sono state introdotte varie modifiche, sia testuali sia di significato.
L’Imam Ibn Taymiyya menziona inoltre, tra le principali ragioni della corruzione introdotta dai cristiani nella loro religione, il fatto che essi non abbiano compreso correttamente molte parole dei profeti, pace su tutti loro. Di conseguenza, hanno alterato il significato originale di molte parole. A questo riguardo, gli ebrei sono andati ancora più avanti dei cristiani. Egli insistette molto sul fatto che, per comprendere correttamente i Libri celesti e trarne insegnamenti autentici, sia assolutamente indispensabile comprendere le parole, le allusioni e la terminologia dei profeti. Si consideri, per esempio, la questione del chiamare Gesù, pace su di lui, figlio di Dio. I discepoli riferiscono che il Messia disse loro: «Certamente Allah è il Padre mio e vostro, e il mio e vostro Signore». Nella Torah, tutti i Figli d’Israele sono stati chiamati figli di Dio. Gli Egiziani sono stati chiamati figli del Faraone. Spingendosi ancora oltre, i piccoli degli animali sono stati chiamati figli dei proprietari degli animali. Ma forse per questo sono diventati davvero figli generati dal ventre della moglie del proprietario dell’animale? L’Imam Ibn Taymiyya mise in evidenza con chiarezza questi errori dei cristiani.

La lotta contro la dottrina sciita

Dopo i cristiani, tra i gruppi estremisti interni ai musulmani contro i quali l’Imam Ibn Taymiyya condusse la sua lotta, si può porre al primo posto il nome degli sciiti. Contro le dottrine e le attività estremiste degli sciiti scrisse un libro separato. In realtà, nel mezzo della umma musulmana devastata dalle invasioni tartare contemporanee e dalle guerre crociate, la propaganda aggressiva degli sciiti estremisti riuscì a creare un’enorme anarchia. Liberare la umma musulmana da tale anarchia era l’obiettivo dell’Imam Ibn Taymiyya.

Prima di discutere qui l’attività dell’Imam Ibn Taymiyya riguardo agli sciiti, è necessario informare i lettori sull’origine della comunità sciita e sulle sue dottrine. Dopo la fine del califfato secondo il metodo della profezia, tra i musulmani sorsero divergenze, tumulti, guerre e conflitti, le cui conseguenze continuarono pienamente durante l’ampio periodo dei Banu Umayya e dei Banu Abbas; da tutto ciò nacquero innumerevoli fitan. Alla radice di queste fitan vi erano quattro grandi fitan: gli sciiti, i kharigiti, i murjiiti e i mutaziliti. Dall’origine di queste quattro fitan fondamentali nacquero tutte le fitan successive.

Shia significa «gruppo»; il plurale di shia è shiyaan. All’inizio i sostenitori di ʿAli erano chiamati Shiʿat ʿAli. In seguito furono chiamati sciiti in senso tecnico. Dopo la morte del Messaggero di Allah, alcuni membri dei Banu Hashim e alcuni altri Compagni ritenevano ʿAli, che Allah sia compiaciuto di lui, il più meritevole del califfato. Alcuni lo consideravano più meritevole degli altri Compagni, in particolare di ʿUthman, che Allah sia compiaciuto di lui. Molti lo ritenevano legittimo pretendente al califfato soltanto per il suo legame di parentela con il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Tuttavia, fino al califfato di ʿUthman, queste idee rimasero semplici pensieri e supposizioni. Non avevano ancora assunto la forma di una dottrina o di una ʿaqida.

Tutti coloro che nutrivano tali pensieri e convinzioni riconoscevano il califfato dei tre califfi precedenti, compreso ʿUthman, e avevano prestato loro bayʿa. Non si erano opposti a nessuna delle loro azioni.

Tutti coloro che nutrivano tali pensieri e convinzioni riconoscevano il califfato dei tre califfi precedenti, compreso ʿUthman, e avevano prestato loro bayʿa. Non si erano opposti a nessuna delle loro azioni.

Ma queste idee particolari assunsero la forma di una dottrina e di una ʿaqida durante e dopo la battaglia del Cammello tra ʿAli, che Allah sia compiaciuto di lui, e Talha e al-Zubayr, che Allah sia compiaciuto di entrambi; durante la battaglia di Siffin tra ʿAli e Muʿawiya, che Allah sia compiaciuto di lui; e durante la battaglia di Nahrawan contro i kharigiti. Poi il doloroso martirio dell’Imam Husayn, che Allah sia compiaciuto di lui, nella pianura di Karbala aiutò i seguaci di queste idee a riunirsi e a manifestarsi come un gruppo. Inoltre, subito dopo l’instaurazione del califfato, il particolare governo monarchico e il regime oppressivo introdotti dai Banu Umayya accesero nei musulmani comuni il fuoco dell’ira contro di loro. In seguito, durante il governo dei Banu Abbas, le persecuzioni disumane inflitte ai discendenti di ʿAli e ai suoi sostenitori risvegliarono nei musulmani comuni sentimenti di simpatia e sostegno verso di loro. Tutto ciò offrì al gruppo menzionato in precedenza l’opportunità di mettere salde radici e di rafforzarsi come organizzazione. Kufa era il suo centro più potente. Ciò che l’Allama Ibn Khaldun descrisse nella sua Muqaddima e ʿAbd al-Karim al-Shahrastani nella sua opera al-Milal wa al-Nihal riguardo alle dottrine particolari degli sciiti può essere riassunto come segue:

Primo. Nel caso dell’imamato — gli sciiti non riconoscono il califfato e hanno adottato al suo posto il termine imamato — la gente comune non ha il potere di prendere decisioni. Pertanto non si può affidare ai musulmani comuni il compito di scegliere l’imam. Anche se i musulmani comuni eleggessero qualcuno come imam, egli non diventerebbe imam. L’imamato è un pilastro della religione e il fondamento stesso dell’Islam. Il Profeta non poteva mostrare alcuna negligenza in questa materia. Non poteva andarsene lasciando alla umma il compito di scegliere l’imam. Non poteva andarsene lasciando alla umma il compito di scegliere l’imam. Al contrario, avrebbe scelto personalmente l’imam prima di partire.

Secondo. L’imam deve essere maʿsum, cioè libero dalla macchia del peccato. Deve essere protetto da ogni peccato, grande o piccolo. Non commetterà errori. Tutto ciò che dirà e farà sarà verità pura e autentica.

Terzo. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, aveva nominato ʿAli imam dopo di sé.

Quarto. Ogni imam successivo deve essere nominato mediante un’esplicita indicazione dell’imam precedente. Questo perché tale responsabilità è stata tolta all’intera umma e posta esclusivamente sulle spalle dell’imam.

Quinto. Tutte le sette sciite concordavano sul fatto che i figli e la discendenza di ʿAli, che Allah sia compiaciuto di lui, fossero gli unici legittimi titolari dell’imamato.

Per formulare le dottrine sopra menzionate, gli sciiti si sono appellati a un tipo di hadith di cui essi stessi erano gli autori. Essi stessi li trasmisero e li interpretarono secondo il proprio madhhab. La gente comune di Ahl al-Sunna wa al-Jamaʿa non sa neppure una minima cosa di questi hadith. Anzi, secondo le parole di Ibn Khaldun, si può dire che la maggior parte di essi è mawduʿ, cioè falsa, inventata e fabbricata. I trasmettitori di questi hadith non erano immuni da difetti. Ma torniamo alla nostra discussione precedente. Sebbene la maggior parte degli sciiti concordasse sulle dottrine sopra citate, a causa delle divergenze su molte altre questioni si divisero nuovamente in varie sette. Tuttavia, i due gruppi principali tra loro erano gli imamiti e gli zayditi. Coloro che credono nell’imamato di ʿAli dopo il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e nella successione degli imam tra i suoi discendenti dopo di lui appartengono alla setta imamita. Coloro che limitano l’imamato ai discendenti di Fatima, che Allah sia compiaciuto di lei, sono chiamati zayditi. In altre parole, si collegano a Zayd ibn ʿAli ibn Husayn, fondatore di questo madhhab.

Le diverse fazioni sciite sostengono opinioni diverse riguardo ai musulmani comuni. Secondo la fazione sciita che possiede l’opinione più equilibrata, ʿAli è il migliore di tutta la creazione. Coloro che gli hanno fatto guerra e coloro che nutrono inimicizia e odio verso di lui dimoreranno eternamente nell’Inferno. Saranno riuniti insieme ai miscredenti e agli ipocriti. Prima di ʿAli, Abu Bakr, ʿUmar e ʿUthman, che Allah sia compiaciuto di tutti loro, furono nominati califfi. Se ʿAli avesse rifiutato di riconoscere il loro califfato e avesse manifestato la propria insoddisfazione interiore nei loro confronti, secondo questa opinione anch’essi sarebbero rimasti nell’Inferno — Allah ce ne scampi. Ma poiché ʿAli riconobbe la loro leadership, prestò loro bayʿa e pregò dietro di loro, essi li accettarono in conformità alle azioni di ʿAli. Non sono disposti a riconoscere alcuna differenza tra ʿAli e il Profeta, eccetto il grado della profezia. In ogni altro aspetto, ʿAli e il Profeta possiedono lo stesso rango.

Questa era l’opinione degli sciiti moderati. Al contrario, secondo gli sciiti estremisti, i califfi che avevano assunto il califfato prima di ʿAli erano usurpatori, appropriatori indebiti e traditori. Coloro che li avevano nominati califfi erano traviati e ingiusti, perché avevano negato il testamento del Profeta e privato il vero e legittimo imam del suo diritto. Un loro gruppo si spinse ancora oltre e dichiarò miscredenti i primi tre califfi e coloro che li avevano eletti. Tra loro, i più moderati sono gli zayditi. Essi considerano ʿAli il migliore. Tuttavia, secondo loro, anche persone inferiori al migliore possono diventare imam quando il migliore è presente. Ritengono inoltre che non esista alcuna indicazione esplicita del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, a favore dell’imamato di ʿAli. Per questo riconoscono il califfato di Abu Bakr e ʿUmar. Ciononostante, secondo loro, l’imam deve essere scelto tra i discendenti di Fatima.

L’Imam Ibn Taymiyya, che Allah abbia misericordia di lui, ha confutato in vari punti delle sue opere tutte queste dottrine, convinzioni e attività degli sciiti. D’altra parte, ha assunto il compito di difendere la dottrina della Sunna e di Ahl al-Sunna, nonché i Califfi ben guidati e i nobili Compagni. Ma nel suo tempo lo sciismo divenne sempre più potente e generò un’ondata di accuse infamanti contro la dottrina fondamentale dei musulmani e contro il carattere della migliore comunità musulmana formata dal Messaggero — gli Aṣḥab al-Rasul — insultandoli e protestando in modo vergognoso contro le loro azioni; ciò turbò profondamente l’Imam. Egli riteneva che, se la migliore comunità di musulmani formata dal Messaggero fosse stata condannata, quale modello sarebbe rimasto davanti ai musulmani? Di conseguenza essi sarebbero giunti all’estremo dell’anarchia morale.

In particolare, il dotto sciita Ibn al-Mutahhar, sostenuto dal sovrano tartaro dell’epoca, Olja Khudabanda Khan, compose a sostegno dello sciismo e dell’imamato e contro il califfato e Ahl al-Sunna una grande opera intitolata Minhaj al-Karama fi Maʿrifat al-Imama. Essa cominciò a diffondersi rapidamente tra i musulmani. Gli sciiti fecero molto clamore attorno a questo libro e sostenevano che non fosse possibile rispondere ai suoi contenuti. Nell’opera venivano presentate prove dell’imamato e dell’isma, cioè dell’infallibilità — l’assenza di ogni errore e peccato nelle persone interessate — di ʿAli e degli Ahl al-Bayt; vi si protestava contro il califfato dei tre califfi e si denigravano i nobili Compagni. Attorno a ciò venivano organizzate ampie discussioni. Si cercava di dimostrare tali tesi mediante versetti del Corano e hadith. L’intera opera era colma di discussioni teoriche e di argomentazioni, al punto che per un lettore comune era assolutamente impossibile sostenere un’opinione contraria alle sue tesi.

Come i dotti sciiti dell’ottavo secolo, anche l’autore di quest’opera apparteneva ai mutaziliti sotto il profilo degli usul e della ʿaqida. Perciò il suo attacco alla dottrina di Ahl al-Sunna procedeva interamente secondo il metodo filosofico e quello dei mutakallimun. Per questo anche la società degli intellettuali musulmani ne subì l’influenza.

Scrivere una risposta a un’opera del genere non era possibile per un normale studioso o autore. Inoltre, sfortunatamente, in generale i dotti sciiti si erano dimostrati estremamente audaci nel fabbricare hadith e nel citarli come autorità. Nel frattempo, la scienza degli hadith aveva raggiunto un’estensione enorme. Milioni di hadith erano stati raccolti in libri. Le loro diverse compilazioni erano sparse nelle biblioteche delle varie città del mondo islamico. Anche la scienza della jarh wa al-taʿdil e degli asma al-rijal, cioè la disciplina per verificare l’affidabilità e la solidità degli hadith, si era sviluppata ampiamente. Questi materiali non erano riuniti in un’unica biblioteca di una sola città. Perciò, per una singola persona, verificare l’autenticità degli hadith citati nell’opera menzionata non era affatto facile. Questo compito era possibile soltanto per colui che fosse un hafiz delle scienze degli hadith e dei rijal, che avesse a portata di mano ogni libro di hadith e i nomi e le condizioni dei trasmettitori, e che l’avversario non potesse ingannare in alcun modo attraverso false citazioni. Inoltre, doveva avere davanti a sé la storia dell’Islam come un libro aperto, così che non fosse possibile metterlo in difficoltà gettandolo nei labirinti della storia.

In quell’epoca, l’unico studioso che si potesse indicare come un sapiente dotato di una conoscenza così universale era l’Imam Ibn Taymiyya. Era maestro sia nella filosofia e nella scienza del kalam, tanto da poter individuare i difetti nelle discussioni filosofiche e logiche dell’avversario, sia nella scienza degli hadith, nella quale possedeva una conoscenza immensa. A quel tempo veniva paragonato a una grande biblioteca di hadith. Tra gli studiosi era infatti divenuto proverbiale dire che, se l’Imam Ibn Taymiyya affermava di non conoscere un certo hadith, quello in realtà non era affatto un hadith.

Egli dimostrò, attraverso l’opera di Ibn al-Mutahhar, che il modo in cui il dotto sciita Ibn al-Mutahhar aveva insultato gli Aṣḥab al-Rasul — i migliori tra tutta l’umanità dopo i profeti, cioè i migliori della creazione e i migliori dopo i profeti — e li aveva rappresentati come le peggiori creature di Allah, equivaleva a colpire alla radice le fondamenta dell’Islam. In tal modo si apriva la porta all’attacco contro la profezia di Muhammad, alla sua critica e all’ateismo. In un punto del primo volume di quest’opera egli scrisse: «Questi sciiti hanno rappresentato come i peggiori e i più malvagi di tutta l’umanità coloro che, dopo i profeti e i messaggeri, erano i migliori e i più virtuosi tra tutte le comunità, dall’inizio alla fine. Hanno menzionato le loro grandi colpe e trasformato le loro virtù in difetti. Al contrario, hanno presentato come virtuosi e migliori della creazione alcuni interessati che si erano associati all’Islam soltanto per perseguire i propri interessi, persone più perverse, dissolute, bugiarde, infedeli e ingiuste delle quali non esistevano altre, immerse nel peccato e nelle azioni di kufr. In questo modo hanno dichiarato miscredente l’intera umma, oppure l’hanno dimostrata traviata, eccetto il loro piccolo gruppo, del quale credono che soltanto esso segua la verità».

In un punto del secondo volume di quest’opera egli cita una dichiarazione dell’Imam al-Shaʿbi. L’Imam al-Shaʿbi disse: «Ebrei e cristiani attribuiscono ai loro profeti un onore maggiore di quello che gli sciiti attribuiscono ai loro. Agli ebrei fu chiesto: “Chi sono i migliori tra la vostra comunità?”. Risposero: “I compagni di Musa, che Allah sia compiaciuto di lui”. Ai cristiani fu chiesto: “Chi sono i migliori tra la vostra comunità?”. Risposero: “Gli hawari, cioè i compagni di ʿIsa, che Allah sia compiaciuto di lui”. Agli sciiti fu chiesto: “Chi sono i peggiori tra la vostra comunità?”. Risposero: “I Compagni di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace”». Essi insultano dunque questi uomini virtuosi.

In un altro punto del secondo volume, descrivendo una consuetudine degli sciiti, scrisse: «La consuetudine eterna degli sciiti è abbandonare la comunità dei musulmani, cooperare sempre con gli ebrei, i cristiani e i politeisti e intrattenere con loro rapporti di amicizia. Chi può essere più traviato di coloro che nutrono inimicizia verso i primi tra i Muhajirun e gli Ansar e mantengono amicizia con gli ipocriti e i miscredenti?»

Poi descrisse il ruolo degli sciiti nelle varie questioni nazionali. In particolare, ricordando gli episodi della loro collaborazione con i miscredenti nei momenti di crisi nazionale, scrisse che la maggior parte di loro, nel cuore e nell’anima, manteneva legami di amicizia con i miscredenti e si schierava molto più contro i musulmani. Perciò, quando i tartari invasero il mondo islamico da oriente e uccisero i musulmani, gli sciiti presenti nel Khurasan, in Siria, ad Aleppo e in altre regioni aiutarono i nemici. Analogamente, quando i cristiani combatterono contro i musulmani in Siria, gli sciiti li sostennero. Così si vede che, se in Iraq o altrove fosse instaurato un governo ebraico, gli sciiti si dimostrerebbero la sua più grande forza di sostegno. Sono dunque sempre pronti ad aiutare i miscredenti, i politeisti, gli ebrei e i cristiani e a sostenerli contro i musulmani.»

Ricostruzione del sapere e del pensiero islamici

L’Imam Ibn Taymiyya, che Dio abbia misericordia di lui, è una delle personalità che hanno suscitato maggiore scalpore nella storia dell’Islam. Nel corso della storia ha lasciato una luminosa testimonianza di verità, giustizia, conoscenza e saggezza, che continuerà a spronare la comunità verso la verità e la giustizia fino al Giorno della Resurrezione. Seicento cinquant’anni dopo la fine della profezia e del califfato secondo il modello profetico, egli arricchì nuovamente l’Islam e la comunità islamica di nuova linfa vitale. Quando il Profeta trasmise l’invito all’Islam, in esso non vi era alcuna ambiguità né incompletezza. Dopo la morte del Profeta, le impurità e le scorie del mondo circondarono l’Islam; esso cominciò gradualmente a diventare poco chiaro e, apparentemente, iniziò persino a sembrare incompleto. Dopo la morte del Profeta, le impurità e le scorie del mondo circondarono l’Islam; esso cominciò gradualmente a diventare poco chiaro e, apparentemente, iniziò anche a diffondersi l’idea della sua incompletezza. In quel momento, coloro che eliminano le impurità dal corpo dell’Islam, rendono nuovamente chiaro l’Islam autentico ed estirpano alla radice l’idea della sua incompletezza sono i veri sapienti e i rinnovatori della religione. Per loro la verità e la falsità sono chiare come il sole di mezzogiorno. Per questo non stiamo parlando di un rapporto diretto con Dio o di una sorta di conduttura diretta della conoscenza. Il Corano e la Sunna sono sufficienti. Nel campo della verità e della conoscenza, questi due sono gli unici canali del rapporto con Dio.

L’Imam Ibn Taymiyya era proprio un vero sapiente e un rinnovatore della religione. Settecento anni dopo la profezia, ristabilì l’Islam nella sua forma autentica, liberandolo da tutte le impurità interne ed esterne. A questo proposito abbiamo già discusso tre delle opere di rinnovamento dell’Imam. La sua opera di rinnovamento consisteva nella ricostruzione della conoscenza della Sharia e del pensiero islamico.

Ai tempi dell’Imam, la conoscenza della Sharia aveva raggiunto un’ampiezza considerevole. In particolare, erano state create enormi biblioteche basate sul tafsir, sugli hadith, sul fiqh, sui fondamenti del fiqh e sulla scienza del kalam. Acquisire competenza in una sola di queste discipline era sufficiente perché uno studente ordinario di quell’epoca ottenesse fama. Tuttavia, non mancavano neppure gli eruditi in più discipline. Basterebbe leggere il libro Tabقات الشافعية الكبرى per incontrare innumerevoli sapienti esperti contemporaneamente in tutte le scienze della Sharia. Si potrebbero chiamare le enciclopedie della conoscenza della Sharia di quell’epoca. Nonostante però questa vasta pratica e diffusione della conoscenza della Sharia, solo pochissimi sapienti ne possedevano una profonda comprensione. Tra questi pochi, il nome dell’Imam Ibn Taymiyya era al primo posto.

La memoria dell’Imam era senza pari. Perciò per lui fu estremamente facile acquisire competenza in ogni genere di conoscenza. Inoltre, grazie all’acuta intelligenza concessagli da Dio, penetrò in profondità in ogni campo del sapere. Qualunque fosse l’argomento sul quale scriveva, apriva un nuovo orizzonte in quella materia. In particolare, aprì una nuova via per acquisire la conoscenza del Nobile Corano e della Sharia. Il tafsir del Corano era uno dei suoi argomenti di studio prediletti e più importanti. Non esiste praticamente alcuna sua opera priva di contenuti riguardanti il tafsir coranico. Non si trova nessun suo libro nel quale, dopo una discussione dettagliata dei versetti coranici, egli non abbia tratto da essi argomenti e prove. Secondo i suoi discepoli, se si riunissero tutte le discussioni sul tafsir da lui lasciate, si potrebbe completare un tafsir del Corano in trenta volumi. Tuttavia, a causa della sua vita movimentata, combattiva e costantemente dedita al jihad, non fu possibile conservare adeguatamente tutti i suoi manoscritti. Ciononostante, grazie agli sforzi di uomini eruditi, sono state conservate numerose opere riguardanti il suo tafsir. Tra queste, il tafsir delle sure al-Nur, al-Ikhlas e delle Mu‘awwidhatayn è stato stampato in Egitto. In tempi recenti, riunendo le discussioni sul tafsir tratte da diverse sue opere, è stato pubblicato a Bombay un libro intitolato Tafsir Ibn Taymiyya. È disponibile anche un suo libro sui principi del tafsir, intitolato Usul al-Tafsir. Quanto agli hadith, l’Imam Ibn Taymiyya era considerato un modello nella sua epoca. Tuttavia, non possiede un’opera autonoma dedicata agli hadith. Le discussioni sui fondamenti degli hadith, sui nomi dei trasmettitori, sulla critica e l’attestazione, sulla critica degli hadith e sul fiqh degli hadith hanno però assunto nelle sue opere un’ampiezza tale che, riunendole tutte, potrebbero essere considerate una sua grande opera in diversi volumi. In particolare, riguardo agli hadith inventati, falsi, apocrifi e fabbricati, nei suoi libri si trovano discussioni di carattere scientifico come non se ne trovano altrove. A questo proposito, la sua opera Minhaj al-Sunna, scritta contro gli sciiti, contiene la discussione più ampia.

Anche sui fondamenti del fiqh le sue discussioni sono numerose. In questo campo possedeva il rango di mujtahid. Sebbene, in linea di principio, seguisse il fiqh hanbalita, non mostrò affatto esitazione nell’esprimere il proprio giudizio indipendente. A questo proposito si possono menzionare le sue opere Fatawa Ibn Taymiyya e Iqtida’ al-Sirat al-Mustaqim. Una sua opera autonoma sui fondamenti del fiqh è Minhaj al-Usul ila ‘Ilm al-Usul.

Riordinando gli scritti dell’Imam riguardanti la scienza del kalam, si vedrebbe che il kalam e gli aqida occupano il quaranta per cento dell’intero campo delle sue opere. Nei titoli dei suoi libri su questo argomento si nota una caratteristica particolare: i titoli sono collegati a diverse città. In altre parole, i libri furono intitolati con i nomi delle città dalle quali erano giunte le domande. Ne sono esempi Sharh al-Isbahaniyya (Isfahan), la Risala Hamawiyya, al-Tadmuriyya, al-Wasitiyya, al-Qaylamiyya, al-Baghdadiyya, al-Azhariyya e altre ancora. Leggendo le opere dell’Imam sulla scienza del kalam si può comprendere l’ampiezza e la vastità delle sue conoscenze.

Nel campo del fiqh, il suo contributo non è inferiore a quello di un mujtahid. Sebbene ai suoi tempi il lavoro di compilazione e sistematizzazione del fiqh di tutte le scuole giuridiche fosse ormai completamente terminato, egli vi apportò comunque un contributo distintivo. Esaminò diverse questioni e norme giuridiche dal punto di vista di un mujtahid e, analizzando le norme alla luce del Libro di Dio, della Sunna del Messaggero, dell’ijma, del qiyas e dei fondamenti del fiqh, compì anche ijtihad e istinbat. Cercò di conformare i giudizi giuridici e le questioni minuziose del fiqh agli hadith autentici. A questo riguardo sono rimaste grandi raccolte delle sue fatwa. Queste opere sono state stampate in numerosi volumi. Recentemente, in Egitto, è stata pubblicata in quattro volumi, per un totale di 1586 pagine, un’opera intitolata Fatawa dello Shaykh al-Islam Ibn Taymiyya. D’altra parte, il governo saudita ha pubblicato la più grande raccolta delle sue fatwa in trenta volumi.

Nei secoli successivi, per diverse centinaia d’anni, la conoscenza dell’Imam esercitò un’influenza quasi magica sull’intero mondo islamico. Persino oggi è difficile trovare un grande sapiente o pensatore islamico completamente libero dall’influenza della sua conoscenza.

Nel mondo esistono molte correnti di pensiero e dottrine. Esse si sono formate sulla base di varie idee, immaginazioni, argomenti, supposizioni, congetture, conoscenze acquisite tramite esperienze e sperimentazioni, discussioni e controversie. Al contrario, il fondamento del pensiero e della dottrina islamica è stato edificato sulla rivelazione e sulla profezia muhammadiana. Ciò che il Profeta, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, ha detto riguardo all’essenza e agli attributi di Dio, alle Sue azioni, all’inizio e alla fine dell’universo, alla prima venuta dell’essere umano sulla terra e al suo destino, alla Resurrezione, alla riunione e alla resurrezione degli uomini, alle conseguenze delle azioni umane e agli altri temi soprannaturali relativi alla vita religiosa costituisce la dottrina, la fede, il pensiero e la visione islamici. Al di fuori della rivelazione divina al Profeta, non esiste una seconda via per conoscere tali questioni. Non vi è alcuna possibilità di conoscerle mediante la riflessione, la ricerca, le supposizioni o le congetture. L’intelletto umano non può neppure avvicinarsi all’essenza e agli attributi di Dio. L’uomo non possiede alcuna esperienza in questo campo. Queste realtà non possono essere viste con gli occhi. Nel Corano è stato dichiarato con parole chiare: «Non vi è nulla di simile a Lui». Perciò, in questo campo bisogna dipendere unicamente dalla conoscenza concessa da Dio. E questa conoscenza si trova soltanto presso i profeti. I cuori dei profeti sono illuminati da questa conoscenza come se avessero visto ogni cosa direttamente. Nella loro conoscenza non vi è neppure la minima traccia di dubbio. Non c’è dunque spazio per esprimere il minimo dubbio riguardo alla conoscenza dei profeti. Nel Corano questa questione è stata menzionata chiaramente e si è detto:

Egli disse: «Discutete con me riguardo a Dio, mentre Egli mi ha guidato in questa materia».

Questa è una verità chiara come il sole di mezzogiorno. In presenza di verità tanto luminose, non c’è bisogno di alcun’altra filosofia né di ulteriori argomenti intellettuali per dimostrare l’essenza e gli attributi di Dio. Tuttavia, esaminando la storia dell’intelletto umano, si vede che per migliaia di anni gli uomini hanno cercato di analizzare e giudicare queste questioni attraverso l’intelletto. Eppure l’uomo stesso ha riconosciuto la propria incapacità in questo campo. Per discutere tali argomenti, i filosofi crearono da parte loro alcuni termini tecnici e ne stabilirono da soli i significati. In seguito, i mutakallimun musulmani, nel tentativo di rispondere alle deviazioni dei filosofi, utilizzarono proprio la loro terminologia. Di conseguenza, in molti casi finirono per riconoscere anche il significato limitato delle loro parole. In numerosi casi, inoltre, discussero dell’essenza e degli attributi di Dio con tale sicurezza da dare l’impressione che queste fossero realtà acquisite attraverso la loro esperienza diretta, la loro visione e le loro percezioni. Uscirono con il vessillo della protesta contro la filosofia in mano, ma inconsapevolmente si unirono alla schiera dei filosofi e ripeterono tutte le loro discussioni e controversie. Con quale mirabile eloquenza il Nobile Corano si rivolge ai filosofi dicendo:

«Avete ascoltato? Avete già discusso di cose sulle quali avevate poca conoscenza. Perché ora discutete ancora di cose delle quali non avete alcuna conoscenza? Dio sa, ma voi non sapete». (Āl ‘Imrān, 66)

Ai tempi dell’Imam Ibn Taymiyya, e a causa della stagnazione comparsa nel pensiero e nella ricerca islamici durante i secoli precedenti, il palazzo degli aqida che i mutakallimun avevano costruito sulle fondamenta poste dai filosofi per dimostrare l’essenza di Dio, il tawhid, l’Aldilà e le altre realtà invisibili e soprannaturali cominciò a essere considerato il vero fondamento della religione. Con l’eccezione di un piccolo gruppo di muhaddith e giuristi, tutti consideravano le conclusioni intellettuali dei mutakallimun il criterio degli aqida islamici. Invece di fare del Libro di Dio e della Sunna del Suo Messaggero il criterio degli aqida, avevano assunto come criterio i libri dei mutakallimun. Per evitare domande e obiezioni, interpretavano i versetti e gli hadith mediante il ta’wil, cioè attraverso interpretazioni inventate. L’influenza della filosofia e della scienza del kalam si era imposta su di loro a tal punto che non riuscivano neppure a immaginare che vi fosse in essa qualche errore; al contrario, cercavano di adattare il Corano e gli hadith a essa, tagliandoli e modificandoli.

L’Imam Ibn Taymiyya criticò severamente questa mentalità. Invece della filosofia, della scienza del kalam e dell’intellettualismo, costruì il fondamento degli aqida, del pensiero e della dottrina islamici sul Corano e sugli hadith. In tempi recenti, l’opera sugli aqida islamici più riuscita secondo questo orientamento è stata scritta in Egitto da Muhammad al-Ghazali. Il titolo dell’opera è ‘Aqidat al-Muslim. Il libro è stato pubblicato in bengalese dalla Bangladesh Islamic Foundation con il titolo Aqida islamica.

L’Imam Ibn Taymiyya, che Dio abbia misericordia di lui, protestò con forza contro l’attribuzione all’intelletto di un potere illimitato e infinito e contro il riconoscimento di esso come autorità decisiva riguardo a Dio, al Messaggero e all’Aldilà. In senso proprio, egli fu il primo autentico oppositore in questo campo. Fu il vero ribelle contro l’imprudenza dell’intelletto.

In precedenza, l’Imam al-Ghazali aveva scritto contro le concezioni riguardanti Dio esposte nella filosofia, le aveva criticate duramente e aveva scherzato con grande efficacia sui limiti dell’intelletto dei filosofi. Tuttavia, non aveva levato una voce vigorosa contro l’attribuzione all’intelletto di un potere infinito e contro il suo impegno in profonde discussioni teoriche su questioni delle quali non possiede una conoscenza corretta.

L’Imam Ibn Taymiyya, ricorrendo a tutta la forza della sua posizione e della sua erudizione, cercò di dimostrare che la fonte originaria della fede, degli aqida e delle realtà invisibili è attinta dal Libro di Dio e dalla Sunna del Profeta. L’intelletto può contribuire a rafforzare tale conoscenza e a dimostrarne la veridicità, ma non può costituire la base della sua dimostrazione. Nel primo volume dell’opera Dar’ ta‘arud al-‘aql wa-l-naql scrisse:

L’intelletto, in realtà, non può fungere da fondamento per dimostrare la Sharia. Non gli è stata attribuita alcuna qualità di cui non fosse già dotato, né è stato adornato della qualità della perfezione.

Il suo pensiero è che l’intelletto possa svolgere soltanto il ruolo di colui che fa conoscere e indica la via. Esso può condurre l’uomo soltanto fino al riconoscimento della veridicità e dell’infallibilità del Messaggero. Dopo di ciò, non possiede alcun altro potere. L’intelletto può dimostrare che le informazioni trasmesse dal Messaggero sono vere e che è obbligatorio osservare i comandi da lui impartiti. Facciamo un esempio: un forestiero giunse in una città e cercò il mufti della città. Un abitante comune lo accompagnò fino alla casa del mufti, glielo indicò e disse: «Ecco il mufti e sapiente della città». Se in seguito l’abitante comune e il mufti dissentissero su una questione, il forestiero dovrebbe seguire la parola e la decisione del mufti. L’abitante comune non avrebbe il diritto di costringerlo dicendo: «Se non ti avessi condotto dal mufti, non lo avresti trovato; dunque devi seguire la mia decisione».

L’Imam scrisse che, dopo aver conosciuto la missione profetica, il compito dell’intelletto è credere nel Messaggero, obbedirgli e seguire ogni suo comando senza lasciarsi intrappolare in una rete di domande. Bisogna considerare definitiva la sua parola. Allo stesso modo, bisogna considerare definitiva la parola del Messaggero anche riguardo alle realtà invisibili e soprannaturali. Secondo lui, di fronte al Messaggero di Dio l’uomo comune non possiede alcun rango. I messaggeri sono veritieri. Ricevono sempre informazioni corrette. È inconcepibile che le loro informazioni e la loro conoscenza siano contrarie alla verità. Quanto a coloro che, limitandosi a esibire le proprie capacità intellettuali, si oppongono alle loro informazioni e alla loro conoscenza, la loro ignoranza e i loro errori non hanno fine.

La struttura mentale delle persone influenzate dalla filosofia e dal razionalismo era giunta a un punto tale che accettavano facilmente qualsiasi insegnamento della Sharia considerato accettabile dal punto di vista dell’intelletto e della filosofia. Ma non erano in grado di accettare ciò che sembrava contrario agli argomenti e al razionalismo da loro elaborati. I più audaci tra loro rifiutavano direttamente di accettarlo. Dicevano apertamente: «La Sharia deve necessariamente seguire l’intelletto. Questa affermazione è contraria all’intelletto; dunque non è accettabile». Coloro che invece non erano altrettanto audaci continuavano a fornire interpretazioni della Sharia, una dopo l’altra. Produce­vano interpretazioni che non avevano la minima corrispondenza con il testo della Sharia.

Tenendo presente la mentalità di queste persone, l’Imam Ibn Taymiyya dichiarò che per il musulmano è indispensabile credere nel Messaggero senza condizioni. La fede condizionata nel Messaggero non può in alcun modo essere chiamata fede. Scrisse: «È stato stabilito con certezza riguardo all’Islam che è obbligatorio riconoscere la veridicità del Messaggero e credere in lui con una fede completa e universale, alla quale non sia associata alcuna condizione. Bisogna accettare come vere tutte le sue informazioni e obbedire a tutti i suoi comandi. Qualsiasi affermazione contraria deve essere considerata falsa. Colui che accetta come vere le parole del Messaggero che rientrano nei limiti del proprio intelletto, ma nega quelle contrarie alle proprie opinioni e al proprio intelletto, dando la precedenza al proprio intelletto sulle informazioni del Messaggero e continuando al tempo stesso a pretendere di riconoscere la veridicità del Messaggero, è in realtà contraddittorio. E colui che dice: “Non sono disposto a considerare vera una parola del Messaggero finché non l’abbia giudicata con la mia conoscenza e il mio intelletto e non l’abbia compresa”, non lascia alcun dubbio sulla propria incredulità».

Esaminando le affermazioni dei sostenitori dell’intelletto, l’Imam Ibn Taymiyya dimostrò che le conclusioni intellettuali erette contro le parole dei profeti e dei messaggeri e in opposizione alle luminose verità del Corano e della Sunna sono, nella maggior parte dei casi, mere fantasie e vaneggiamenti; esaminate attentamente, risultano essere soltanto castelli in aria dell’intelletto. Egli dice che i filosofi hanno chiamato «scienza divina» le grandi conclusioni delle quali si vantano e che presentano contro le parole dei profeti; ma, giudicandole con obiettività, non si troverebbe alcuna differenza tra esse e il delirio di un folle.

Tuttavia, l’Imam non lesinò affatto nel riconoscere all’intelletto il suo giusto valore. Secondo lui, in diversi punti il Nobile Corano esorta a usare e a mettere all’opera l’intelletto. A suo parere, non può esserci contraddizione tra un intelletto corretto ed equilibrato e le autentiche parole dei profeti e dei messaggeri. Descrivendo il risultato dei suoi studi profondi e vasti, disse: «Non ho visto alcuna contraddizione tra l’intelletto e le parole del Messaggero». La condizione, però, è che l’intelletto sia equilibrato, quello che nel Corano è chiamato intelletto sano, e che la parola del Profeta sia stata correttamente preservata, senza alcuna alterazione. Su questo argomento scrisse un’opera in quattro volumi, intitolata Bayan muwafaqat sarih al-ma‘qul li-sahih al-manqul. In quest’opera cercò di dimostrare che non esiste alcuna contraddizione tra il ragionamento corretto e le parole inalterate dei profeti e dei messaggeri. Il ragionamento corretto ha sempre contribuito a dimostrare la veridicità di tali parole.

Affermò con profonda convinzione che nessun hadith è contrario all’intelletto. Se esistesse un hadith del genere, si vedrebbe che gli esperti di hadith lo hanno già classificato come debole o inventato. Rifiutò di accettare l’affermazione dei filosofi e dei mutakallimun secondo cui il fondamento del Corano sarebbe costituito soltanto da citazioni e tradizione orale. Dimostrò che nel Corano si trovano i migliori argomenti e le più valide dimostrazioni intellettuali. Le prove coraniche sono così inconfutabili che, anche se si portassero mille argomenti contro di esse, non sarebbe possibile confutarle.

In sintesi, l’Imam Ibn Taymiyya sostenne sempre che la rivelazione e la profezia sono il fondamento della fede e degli aqida, non l’intelletto e il ragionamento. Cercò di dimostrarlo nelle sue diverse opere. Probabilmente non esiste un suo libro nel quale non abbia presentato questa tesi o almeno non ne abbia dato un’indicazione. In questo modo cercò di porre l’intelletto contemporaneo sotto il controllo del Corano e della Sunna. Grazie a questo suo sforzo, il pensiero e la corrente intellettuale islamici si rafforzarono e continuarono a dare forza alla comunità per diverse centinaia d’anni.

Parole conclusive

Ogni talento è per sua natura eccezionale. Tuttavia, tra i talenti ve ne sono alcuni che definiamo anche immortali. Essi hanno oltrepassato la propria epoca; persino nelle epoche successive la loro impronta è rimasta indelebile. Uno di questi talenti fu l’Imam Ibn Taymiyya, che Allah abbia misericordia di lui.
Fin dai primi fremiti della giovinezza, attraverso l’immobilità della vecchiaia e fino all’ultimo istante della sua vita, egli adempì al proprio dovere. Non riconobbe mai il fallimento né l’incapacità. Era come un oceano senza fondo: un’onda si abbatteva dopo l’altra, e poi ne arrivava ancora un’altra. Nel suo petto c’era un’inesauribile energia vitale. È sorprendente pensare che anche l’Imam fosse come un oceano: la forza del suo cuore era inesauribile, sembrava non avere fine. In patria e all’estero, durante i viaggi, lungo il cammino, ovunque si trovasse e persino mentre era detenuto in prigione, l’immensa riserva della sua forza d’animo e della sua energia operativa aveva stupito il mondo di allora. La gente comune aveva scoperto il suo cuore. Egli era il sovrano del regno dei loro cuori.
Quanto riuscì a modificare il corso della sua epoca? Quanto ebbe successo nel consolidare l’Islam nella sua forma autentica? Riuscì o no a introdurre cambiamenti nella struttura dello Stato? Queste domande sorgono naturalmente nel contesto dell’opera di rinascita islamica dell’Imam. Esse ci aiuteranno a determinare il posto dell’Imam nella storia dell’Islam.
Prima di affrontare la discussione dettagliata, vorrei citare a questo proposito un hadith del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Egli disse:
Vale a dire: «La mia comunità è come la pioggia: non si può dire se sia migliore la sua prima parte o la sua ultima». L’Imam al-Tirmidhi ha trasmesso questo hadith da Anas ibn Malik, che Allah sia soddisfatto di lui. Alla luce di questo hadith si può dire che il merito di tutte le persone della comunità che hanno guidato l’opera di rinascita islamica è uguale. Tuttavia, a causa delle condizioni e delle circostanze, il compito di alcuni fu più difficile di quello degli altri.
In quale ambiente e in quali circostanze si fece avanti l’Imam Ibn Taymiyya? Nella prima metà del VII secolo dell’Egira, prima della nascita dell’Imam, le invasioni tatare avevano devastato l’intero territorio del mondo islamico, dal fiume Indo al fiume Eufrate, fatta eccezione per l’Egitto e la Siria. I musulmani sopravvissuti in quella regione, spostandosi continuamente da un luogo all’altro, erano diventati quasi un popolo nomade. Insieme al declino economico erano diminuite anche la loro dignità e la loro considerazione. La distruzione dei centri del sapere, dell’istruzione e della cultura li aveva gettati nella vera rovina. Il terrore incessante, l’inquietudine e il disordine avevano lasciato la loro identità collettiva smarrita e incapace di orientarsi.
Sebbene verso la fine la situazione avesse cominciato a cambiare in una certa misura, cioè i Tatari avessero iniziato ad abbracciare l’Islam, quanto diminuì davvero la disgrazia dei musulmani? Questi governanti tatari neoconvertiti non erano in alcun modo inferiori ai governanti non musulmani quanto alla jahiliyya. Sotto il loro dominio peggiorò notevolmente il carattere morale della popolazione musulmana, degli ulema, dei faqih, dei qadi e degli shaykh. Una parte degli ulema si era consegnata al servizio degli oppressori. Eppure Allah, nel Corano, nella sura al-Qasas, ha posto queste parole sulla lingua del profeta Musa, che la pace sia su di lui: «Mio Signore, per il favore che mi hai concesso, non sarò mai un sostenitore di alcun criminale, cioè di alcun oppressore».
L’ijtihad era stato completamente abbandonato; anzi, in un certo senso, era diventato un peccato. Le scuole giuridiche fondate sul fiqh si erano trasformate ciascuna in una religione indipendente. Secondo l’Allama Abul A‘la Maududi, in quel tempo l’unione di tre gruppi — il popolo ignorante e traviato, gli ulema mondani e di vedute ristrette e la classe dei governanti ignoranti e oppressori — era diventata così potente che non differiva quasi dal porgere il proprio collo sotto la lama di questa coalizione. In tale contesto possiamo valutare quanto grande e difficile fosse il compito assunto dall’Imam. Egli non si limitò a riattivare il corso dello studio della conoscenza autentica e corretta derivata dal Corano e dagli hadith, ma ricorse anche all’ijtihad per risolvere i problemi nuovi. Possiamo dividere in varie categorie le sue opere di riforma.
Primo: criticò severamente la filosofia greca. Grazie alla sua critica, dal volto della filosofia greca caddero le maschere della conoscenza e dell’infallibilità, e tutte le sue debolezze apparvero chiaramente. Fu soprattutto per effetto della sua critica che le tenebre iniziarono a dissiparsi anche dall’orizzonte degli occidentali, i quali, benché molto tempo dopo di lui, divennero anch’essi critici di quella filosofia.
Secondo: formulò argomenti forti a sostegno della ‘aqida islamica, delle sue norme, delle sue disposizioni e delle sue leggi. I suoi argomenti e le sue affermazioni custodivano la vera forza vitale dell’Islam. Abbandonò il metodo greco e stabilì le basi di una dimostrazione fondata sulla conoscenza comune. Questo era il metodo più vicino al Corano e alla Sunna.
Terzo: non si limitò a protestare contro il taqlid cieco di un qualsiasi Imam; mostrò anche concretamente come esercitare l’ijtihad. Raccolse diverse prove dal Corano, dalla Sunna e dalla vita dei Compagni, e, esaminando in modo indipendente ed equo le divergenze tra le varie scuole giuridiche fondate sul fiqh, presentò innumerevoli questioni nuove. In tal modo fu scoperto un nuovo cammino per l’ijtihad. Inoltre condusse una ricerca approfondita sulla saggezza della Sharia e sul metodo legislativo del Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Le sue fatwa sono un patrimonio inestimabile della comunità a questo riguardo. La sua produzione letteraria servirà da guida a coloro che hanno esercitato l’ijtihad dopo di lui e a coloro che lo eserciteranno in futuro.
Quarto: contro le bid‘a e i costumi politeistici condusse, per così dire, un vero jihad. Per questo affrontò pericoli terribili, ma non se ne curò affatto. Commentando questo argomento, l’Allama Abul A‘la Maududi ha detto in modo mirabile: «Nella limpida corrente dell’Islam, l’Imam Ibn Taymiyya non risparmiò nessuna delle correnti torbide che fino ad allora vi si erano mescolate. Combatté duramente contro ciascuna di esse, le estirpò una dopo l’altra e presentò al mondo, in forma distinta, il metodo dell’Islam puro». Gli avversari non trascurarono alcuna arma contro di lui. Contro di lui furono usati tutti i mezzi: dalle false accuse e dagli attacchi armati per assassinarlo, fino alla collera dei governanti che lo fece gettare in prigione. Ma egli superò con pazienza tutte le prove. Rimase impavido sotto la spada sguainata del governante oppressore. Lo sguardo minaccioso del sovrano non poté impedirgli neppure per un istante di dire la verità.
Si può dunque dire senza esitazione che non riuscì a cambiare il corso della sua epoca? Nient’affatto. I musulmani non continuarono certamente a comportarsi nella prima metà dell’VIII secolo come avevano fatto fino alla prima metà del VII secolo. Nel loro modo di vivere erano intervenuti molti cambiamenti. Avevano imparato a camminare a testa alta e con dignità. Avevano trovato lo scopo della propria vita. La differenza tra Islam e kufr era ormai diventata chiara davanti ai loro occhi.
Tutto ciò fu in particolare merito di un servo di Allah, di un uomo combattente sulla Sua via. Dopo la sua morte, l’organizzazione della preghiera funebre in absentia in tutto il mondo abitato dai musulmani, dall’Egitto alla lontana Cina, dimostra la sua immensa popolarità tra i musulmani. Egli non lottò poco per consolidare correttamente l’Islam. Cercò di attuare tutte le riforme possibili nella struttura statale esistente. Per questo, quando necessario, si oppose con la spada al potere politico, mentre in altre occasioni collaborò con esso. Tuttavia non gli fu possibile tentare una trasformazione rivoluzionaria della struttura dello Stato. Non poté nemmeno intraprendere alcun passo che lo conducesse in quella direzione.

Bibliografia
1. Tarikh-e Da‘wat wa ‘Azimat, volumi 1 e 2 – Maulana Abul Hasan Ali Nadwi
2. Imam Ibn Taymiyya – Shaykh Abu Zuhra (Egitto)
3. Tarikh-e Islam – Maulana Akbar Shah Najibabadi
4. La predicazione dell’Islam – T. W. Arnold
5. Urdu Digest mensile, Lahore – febbraio 1968
6. Tarjuman al-Qur’an mensile, Lahore – aprile 1938
7. Fatawa dell’Imam Ibn Taymiyya
8. Tajdid e Ihya-e Din – Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi
9. Khilafat e Mulukiyyat – Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi