Parole del traduttore
Allora in Egitto era in corso il vergognoso tentativo di far rivivere la civiltà faraonica. Ovunque si preparava la cancellazione dei simboli dell’Islam. Fu in un momento così drammatico che, nel 1928, fece la sua comparsa l’Ikhwan al-Muslimun. Con lo stendardo del movimento in mano accorse il più grande predicatore del secolo, l’Imam Hasan al-Banna.
È estremamente importante che coloro che si dedicano al movimento per l’instaurazione della religione conoscano la storia del programma e della strategia d’azione con cui l’Ikhwan al-Muslimun iniziò il proprio cammino per instaurare l’Islam nell’epoca moderna. In nessun altro movimento islamico dell’epoca moderna si può trovare un esempio simile al rullo compressore di oppressione e persecuzione scagliato contro l’Ikhwan al-Muslimun. Accanto agli uomini, anche le dirigenti donne furono vittime delle più infami persecuzioni e barbarie della storia. Migliaia di persone furono sottoposte alle pene più severe senza aver commesso alcun reato, soltanto perché erano parenti di membri dell’Ikhwan. Eppure superarono la prova di fuoco della fede. Questa storia delle oppressioni e persecuzioni subite dall’Ikhwan ci ispirerà a rinnovare e rafforzare anche la nostra fede.
Soprattutto, il motivo per cui sento la necessità di tradurre questo opuscolo è trovare un’analisi comparativa tra le attività e il ruolo dell’Ikhwan nell’obiettivo di instaurare la religione e il nostro movimento. Le iniziative che l’Ikhwan ha adottato e realizzato concretamente per riformare la società ci lasceranno davvero stupiti.
È inoltre necessario riflettere su quanto siamo oggi più avanzati, o forse molto più arretrati, rispetto alla dinamica e all’accettazione di cui godeva il movimento dell’Ikhwan nella prima metà del XX secolo, cioè circa settant’anni fa. È altresì necessario essere pienamente consapevoli degli ostacoli, delle difficoltà, delle oppressioni e delle persecuzioni che un movimento islamico può incontrare nell’epoca moderna, nonché degli strumenti, della solidità della fede e dell’intuito necessari per affrontarli.
Il compianto Khalil Ahmad Hamidi ha delineato, in uno spazio estremamente conciso, un quadro chiaro del movimento dell’Ikhwan. Per ragioni appropriate è stato necessario modificare in parte il titolo originale dell’opuscolo. Se i lettori ne trarranno anche solo un modesto beneficio, il nostro lavoro sarà stato ripagato. Possa esso essere fonte d’ispirazione per tutti coloro che sono impegnati nel movimento per l’instaurazione della religione. Amen.
–Il traduttore
Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole
La situazione prima della nascita del movimento
Subito dopo la fine della Prima guerra mondiale, l’Egitto precipitò in una grave crisi politica. All’interno del Paese cominciarono a emergere vari problemi nazionali e tribali. Quando i turchi, portatori della bandiera del nazionalismo turco, proclamarono l’abolizione del califfato, questa loro riforma rafforzò tra gli arabi l’interesse per il nazionalismo e il patriottismo. Grazie alla propria storia, al prestigio politico, alla posizione nazionale di al-Azhar e a molti altri fattori, l’Egitto aveva assunto la leadership del mondo arabo. Per questo, quando in Egitto si levarono gli slogan del nazionalismo e del patriottismo, la loro eco si udì immediatamente in tutti i Paesi arabi. Cominciarono a svilupparsi diversi movimenti patriottici. Lo slogan di Saʿd Zaghlul (m. 1927):
(**********************arabo**********************)
(La religione appartiene a Dio e la patria appartiene a tutti noi) si affermò. Sotto la guida di Mustafa al-Nahhas Pascià (m. 1964) ebbe inizio il cammino del Partito Wafd. Il movimento patriottico, dietro il pretesto del culto della patria e dell’abolizione del califfato da parte dei turchi, diede origine, come conseguenza a lungo termine e di vasta portata, a un conflitto ideologico incentrato sull’ateismo, sullo zoroastrismo, sulle idee oscene e sull’adorazione dell’Occidente. La posizione dei riformisti era assai solida, perché il potere e i mezzi di informazione e propaganda erano nelle loro mani. Di fronte a loro, i portatori della bandiera dell’ideale islamico non erano soltanto deboli, ma anche privi dell’autonomia necessaria, per quanto poco numerosi fossero. Inoltre, i conflitti e l’ostilità reciproca tra i partiti politici contaminarono ulteriormente l’ambiente del Paese. Quando il Partito Wafd saliva al potere, si impegnava a danneggiare l’immagine del Partito Dustur. Al contrario, quando il Partito Dustur giungeva al potere, creava il pretesto per “purificare” il Paese dalle mani del Partito Wafd.
In quel periodo fu pubblicato il famigerato libro di ʿAli ʿAbd al-Raziq, al-Islam wa usul al-hukm (L’Islam e i fondamenti del sistema di governo). Il tema centrale dell’opera era che la religione non ha alcun rapporto con le questioni politiche e statali e che nell’Islam non vi è alcuna possibilità di attribuire al califfato un’autorità politica. Anche l’opera di Taha Hussein, Fi al-shiʿr al-jahili, fu un prodotto di quell’epoca travagliata e conflittuale: in essa venivano instillati dubbi e perplessità persino riguardo al Corano. Nel Tahrir al-marʾa di Qasim Amin si rivendicava una libertà delle donne simile a quella di cui le donne occidentali godevano senza restrizioni. In nome della libertà di pensiero e di espressione venivano lanciati attacchi contro l’Islam e contro tutte le altre religioni. Il settimanale al-Siyasa era l’organo dei riformisti. Esso diffondeva senza alcuna imparzialità l’invito alla riforma, alla rinascita della civiltà faraonica e alla costruzione di rapporti con l’Occidente. I leader influenti del Partito Dustur, ʿAdli Yakan, ʿAbd al-Khaliq Tharwat, Ismaʿil Sidqi, Muhammad Mahmud e Lutfi al-Sayyid, ne erano sostenitori e alimentavano il suo fervore negli attacchi contro l’Islam. Tuttavia, dopo la morte del suo energico direttore (1926), anche questo settimanale cessò definitivamente le pubblicazioni. In seguito, nel mondo della stampa rimase soltanto il settimanale al-Fatah di Muhibb al-Din al-Khatib. Ma la sua condizione era tale che, chi potrebbe mai udire il canto di un uccello canoro dentro una sala musicale?
Come ho già menzionato, la posizione della religione era debole e negativa. In tali circostanze, dopo Sayyid Jamal al-Din al-Afghani (1897), Muhammad ʿAbduh consolidò la sua missione. Tuttavia, lo sceicco Muhammad ʿAbduh fu completamente fallimentare sul terreno politico. Inoltre, a differenza del suo maestro Jamal al-Din al-Afghani, aveva timore dell’Europa. Tra i suoi discepoli non emerse alcun uomo combattivo, ad eccezione di Sayyid Rashid Rida (1933). Sebbene il campo d’azione di Rashid Rida fosse limitato, egli sostenne il nazionalismo arabo nel conflitto tra turchi e arabi. Dopo di lui, però, anche la voce necessaria tacque e, a parte Mustafa Sadiq al-Rafiʿi, non vi era nessun altro disposto ad avanzare con autonomia contro la tempesta del materialismo e della corruzione morale.
La situazione divenne così deplorevole che non solo in Egitto, ma nella maggior parte dei Paesi arabi, si cominciò a insegnare la formula faraonica e quella di Nimrod. La personalità più illustre della stirpe profetica, Faisal ibn Hussein, disse:
(*******************arabo**********************)
In altre parole, l’Arabia divenne l’Arabia di prima di Muhammad, pace e benedizioni su di lui, e di Mosè, pace su di lui.
All’Università di Damasco fu portato pubblicamente il funerale di Dio. Nei college e nelle università, le beffe e gli scherni contro l’Islam e Muhammad, pace e benedizioni su di lui, continuavano indisturbati. Nelle riunioni politiche, pronunciare il nome dell’Islam era diventato motivo di umiliazione. Nei parchi e nei giardini, i musulmani devoti arrivarono persino a vergognarsi di pregare. Quando la situazione giunse a questo punto, un giorno il senso della dignità della verità si risvegliò in tutta la sua maestà, e per mezzo di un giovane di Mahmudiyya Allah fece compiere ciò che neppure i grandi ulema e shaykh avrebbero potuto compiere. Egli era l’imam Hasan al-Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani.
Hasan al-Banna: personalità e natura
Hasan al-Banna nacque nel 1906 a Mahmudiyya, in una famiglia islamica. Suo padre, lo shaykh Ahmad Abd al-Rahman al-Banna, sebbene esercitasse il mestiere di orologiaio, era un grande sapiente. Possedeva una profonda conoscenza degli hadith e del fiqh ed era anche un hafiz del Corano. (Lo shaykh Ahmad Abd al-Rahman al-Banna compose numerose opere con commenti agli hadith. Pubblicò molte opere antiche dopo averle riviste e corrette da una nuova prospettiva. Curò il Musnad dell’imam Ahmad ibn Hanbal alla luce dei capitoli del fiqh. Indicò per ogni hadith la fonte, i narratori e la catena di trasmissione, e scrisse note a piè di pagina esplicative. Il titolo di quest’opera è Al-Fath al-Rabbani fi Tartib Musnad al-Imam Ahmad al-Shaybani, mentre il titolo del commentario è Bulugh al-Amadi min Asrar al-Fath al-Rabbani. Analogamente, compose un’opera di classificazione e commento intitolata Manhat al-Ma‘bud sul Musnad di Abu Dawud al-Tayalisi. Rese il Musnad dell’imam al-Shafi‘i e il Sunan Bada’i al-Musnad di facile consultazione, compilandoli e curandoli da una nuova prospettiva. Abd al-Rahman al-Banna portò a termine questo lavoro accademico interamente con uno sforzo personale e individuale. Morì nel 1960.)
Abd al-Rahman al-Banna fece memorizzare il Corano al figlio promettente fin dalla sua infanzia e ne attirò l’attenzione verso lo studio delle scienze religiose. Oltre all’istruzione domestica, Hasan al-Banna fu iscritto alla scuola al-Diniyya, istituita a Ismailia. Sebbene questa scuola fosse gestita sotto la supervisione dello Stato, si attribuiva particolare importanza all’istruzione e alla formazione religiosa. All’età di quattordici anni, nel 1920, Hasan al-Banna fu iscritto alla scuola di formazione per insegnanti di Manhur e, in contrasto con i suoi compagni, conduceva una vita islamica con grande devozione. In seguito gli fu affidato l’incarico di insegnare presso un centro educativo. Tuttavia si recò al Cairo per proseguire gli studi superiori e fu ammesso a Dar al-Ulum, l’attuale Università del Cairo. All’epoca Dar al-Ulum era chiamata il piccolo al-Azhar. Oltre alle scienze e alle conoscenze moderne, alla psicologia, alla filosofia, alla logica, alle scienze politiche, alle scienze sociali e alla matematica, attribuiva particolare importanza alla linguistica. Il suo metodo di apprendimento era innovativo. Nel 1927 Hasan al-Banna conseguì la laurea presso Dar al-Ulum. In seguito fu nominato dal Ministero dell’Istruzione insegnante presso la madrasa Amiriya di Ismailia, una scuola statale, e vi prese servizio. Aveva allora ventun anni. Nel 1933 fu trasferito da Ismailia al Cairo. Da quel momento visse al Cairo. Nel 1946 si dimise dal Ministero dell’Istruzione e si dedicò con totale concentrazione all’espansione della da‘wa e alla costruzione dell’organizzazione.
Hasan al-Banna era più un predicatore che uno studioso. L’ambiente familiare e l’educazione ricevuta contribuirono a formarlo nel modo necessario affinché Allah potesse affidargli il servizio che aveva stabilito per mezzo suo. Oltre alla formazione di al-Azhar, anche il sistema educativo di Dar al-Ulum fu particolarmente utile nel rendere luminose le sue qualità di predicatore. L’ambiente corrotto, la tempesta dell’ateismo e i tentativi falliti degli intellettuali azhariti suscitarono in lui intense ondate di ansia e preoccupazione. Allah gli aveva donato una personalità estremamente forte e intrepida, capace di mantenere la calma anche nei momenti più difficili. Non eccelleva soltanto per perspicacia politica e sociale; possedeva piuttosto tutte le qualità e le capacità di un predicatore completo. Sebbene avesse iniziato il suo cammino da solo, in breve tempo rese verde e rigoglioso, come forza vitale di una nazione, il giardino spoglio dell’Islam. Invece di irrigare quel giardino per renderlo fertile, ravvivò la sunna dell’irrigazione con il sangue. Inoltre fondò, riunendo persone amanti della purezza e della santità, una jama‘a che si muoveva con pieno slancio sulla Rāh-e Junūn da lui proposta.
L’ispirazione alla da‘wa e alla riforma, al jihad e al bene con cui Allah aveva benedetto Hasan al-Banna si manifestava in ogni ambito della sua vita. Nel marzo del 1928, a Ismailia, fu formalmente istituita la struttura di un’organizzazione chiamata Fratelli Musulmani. Ma già prima di allora la vita di Hasan al-Banna aveva dimostrato che questa personalità esercitava la propria influenza non soltanto sull’Egitto, bensì sull’intero mondo arabo.
Il rapporto con la da‘wa islamica
Quando Hasan al-Banna era studente presso la scuola religiosa al-Rashad al-Diniyya, un giorno, passando lungo il fiume di Mahmudiyya, vide una barca a vela ormeggiata sulla riva, sulla quale era appesa una statua lignea nuda. Alla vista di quella scena, Hasan al-Banna rimase profondamente indignato. Si recò immediatamente al presidio di polizia locale e presentò all’ufficiale una denuncia contro la statua. L’ufficiale, colpito dalla sensibilità religiosa del giovane studente, andò subito dal barcaiolo e fece rimuovere la statua nuda dall’albero maestro. In quel periodo, gli studenti della madrasa al-Rashad al-Diniyya fondarono un’associazione chiamata Jamʿiyyat Akhlaq wa Adabiyya, ed elessero Hasan al-Banna come presidente. Ma come avrebbe potuto questa associazione soddisfare le ambizioni di questo giovane predicatore? Egli fondò un’altra associazione al di fuori della madrasa, chiamata Jamʿiyyat Manʿ al-Muharramat (Associazione per la prevenzione delle ingiustizie). Questa associazione insegnava alle persone a compiere il bene attraverso lettere e comunicazioni scritte. Se giungeva all’associazione la notizia che qualcuno era dedito ad attività proibite e ingiuste, oppure trascurava l’adempimento di un obbligo religioso, essa gli inviava anonimamente una lettera, con l’intento di incutergli timore di Dio e dell’Aldilà.
Quando Hasan al-Banna giunse alla Scuola di formazione degli insegnanti di Damanhur, conobbe lo shaykh della tariqa Ḥisafiyya. I discepoli della tariqa Ḥisafiyya tenevano una riunione di dhikr dopo la preghiera della notte. Hasan al-Banna fu influenzato da quella riunione spirituale, e il suo fervore per l’amr bi-l-maʿruf wa-n-nahy ʿan al-munkar, cioè il comandare il bene e vietare il male, ne risultò ulteriormente rafforzato. La Provvidenza predispose così un particolare percorso per la sua formazione spirituale. Sebbene la tariqa Ḥisafiyya fosse una confraternita sufi, Hasan al-Banna attinse da essa soltanto il nutrimento dello spirito. Dal suo punto di vista, infatti, la predicazione della religione non doveva essere confinata entro un metodo particolare, ma doveva diventare ampia e capillare. Era necessario trasformare questa predicazione nella base dell’acquisizione del sapere, della formazione e del jihad. In quel periodo si rafforzò anche la sua vicinanza a un altro commerciante sufi. Costui portava gli studenti della scuola a visitare le tombe una volta ogni dieci giorni e lì narrava loro le vite degli uomini virtuosi. I loro cuori si intenerivano e i loro occhi si riempivano di lacrime. In loro sgorgavano entusiasmo e ispirazione per obbedire ad Allah e al Suo Messaggero. Il rapporto di Hasan al-Banna con i fratelli Ḥisafi divenne progressivamente più profondo. Egli li riunì e fondò un circolo, che chiamò Jamʿiyyat Ḥisafiyya Khayriyya (Associazione per il servizio dei fratelli Ḥisafi). Hasan al-Banna fu eletto segretario di questa associazione. Essa aveva due obiettivi. Primo: invitare alla formazione di un elevato carattere morale e opporsi alle attività proibite e riprovevoli. Secondo: contrastare i missionari cristiani, che sotto il pretesto di offrire cure mediche, formazione allo sviluppo e assistenza negli orfanotrofi diffondevano il cristianesimo. Hasan al-Banna aveva allora soltanto quattordici anni.
I primi tentativi al Cairo
Dopo essersi iscritto al Dar al-ʿUlum del Cairo, da un lato l’ambiente esterno e dall’altro i suoi sentimenti interiori lo resero inquieto. In seguito entrò come membro nella Jamʿiyyat Makarim al-Akhlaq, che nell’ambiente degradato del Cairo di allora era l’unica associazione riformatrice. Partecipava regolarmente alle riunioni dell’associazione. Tuttavia, considerando il modo in cui il Cairo si stava rapidamente immergendo nella corruzione morale e nell’occidentalizzazione, mentre imboccava la via della perdizione, Hasan al-Banna riteneva che non fosse sufficiente porvi rimedio soltanto con i sermoni nelle moschee. Pensava che proprio chi non frequentava la moschea avesse maggiormente bisogno di ammonimento e consiglio, e che fosse necessario suscitare in lui il pensiero della riforma religiosa e morale. A questo scopo Hasan al-Banna formò un gruppo composto da studenti del Dar al-ʿUlum e di al-Azhar, e li incoraggiò a dedicarsi all’insegnamento, alla formazione e ai sermoni nei caffè e nelle assemblee pubbliche. Come membro di quel gruppo, lo stesso Hasan al-Banna si recava nei caffè e vi impartiva lezioni sul Corano e sugli hadith; per questo, riguardo ai giochi d’azzardo, alla dipendenza da varie bevande e alle chiacchiere, gli shaykh lo deridevano e lo accusavano ripetutamente. Tuttavia, l’iniziativa superò con successo i centri urbani e cominciò a essere applicata anche nei villaggi. All’interno del gruppo fu inoltre costituito un comitato, incaricato di supervisionare la diffusione e l’espansione della daʿwa islamica. Durante le vacanze estive il gruppo diventava straordinariamente attivo. Le città e i villaggi si trasformavano nel suo campo d’azione. Da questo metodo di predicazione Hasan al-Banna e i suoi compagni trassero due risultati: l’autosufficienza e l’esercizio nel parlare in pubblico.
Ma dopo la rivoluzione finale, con l’ondata di ateismo che cominciò a diffondersi in Egitto e il modo in cui ogni giovane devoto ne veniva attratto, quelle proteste limitate e deboli divennero inefficaci. Sotto il pretesto della libertà e della democrazia cominciarono a essere importati giornali e riviste, opere letterarie e libri di un genere il cui scopo era indebolire la coscienza religiosa e sradicare dai cuori del popolo il rispetto e l’amore per la religione, affinché il Paese diventasse davvero, secondo le rivendicazioni dei fautori della libertà, colmo di libertà di pensiero e di azione. Agli occhi di Hasan al-Banna, la situazione esigeva un’opera grande e completa. Perciò invitò gli ulema e gli shaykh a prestare attenzione a questo compito e li incoraggiò a scendere in campo organizzati e in gruppo. Incontrò Sayyid Rashid Rida, direttore della rivista al-Manar, e stabilì un rapporto con Muhibb al-Din al-Khatib, proprietario di al-Maktaba al-Salafiyya. Espresse il dolore e l’angoscia del suo cuore al celebre sapiente religioso di al-Azhar, lo shaykh Uzhayr. Lo shaykh Muhammad Khidr Husayn presentò le proprie lamentele sulla situazione allo shaykh di al-Azhar. Scambiò opinioni con Fardi Wajdi, che allora era uno dei principali eruditi dell’Egitto. Hasan al-Banna incontrò ciascuno di loro e li invitò a lavorare con profonda e sincera dedizione per l’Islam. Grazie alla sua attività si produsse un grande movimento in quegli ambienti: dapprima fu pubblicato il settimanale al-Fath, e in seguito fu fondata la Jamʿiyyat al-Shubban al-Muslimin. Al-Fath, sotto la direzione di Muhibb al-Din al-Khatib, levò il grido del jihad nel tempio del pensiero ateo; la Jamʿiyyat al-Shubban al-Muslimin, sotto la guida del dottor Abd al-Hamid Saʿid, proclamò la ferma determinazione di salvare la nuova generazione dalla perdizione. Hasan al-Banna non si limitò a entrare nella Jamʿiyyat al-Shubban al-Muslimin, ma fu considerato uno dei suoi fondatori. In quel periodo era all’ultimo anno del Dar al-ʿUlum. L’argomento assegnatogli dal Dar al-ʿUlum per la tesi aveva come titolo: «Che cosa intende fare dopo aver concluso gli studi e quali provvedimenti adotterà a tale scopo?». Hasan al-Banna rispose per iscritto:
Voglio essere un predicatore e un formatore. Durante il giorno dedicherò la maggior parte del mio tempo alla formazione della nuova generazione egiziana e, la sera e nei giorni festivi, cercherò di spiegare ai loro genitori lo scopo della religione. Dirò loro dove si trovano la fonte della pace e della prosperità e come si possono raggiungere la felicità e la gioia della vita. A questo scopo seguirò soltanto le vie che sono alla mia portata: attraverso conferenze, discussioni e conversazioni reciproche; mediante la stesura di libri e opuscoli, e andando di luogo in luogo. In breve, mi avvarrò di ogni mezzo efficace.
Questo è lo zelo di quel giovane che, nel mare profondo, non aveva soltanto il fermo desiderio di salvare i propri vestiti, ma si preoccupava allo stesso tempo di salvare anche quelli degli altri.
Soggiorno a Ismailia e fondazione dell’organizzazione
Nel 1927 Hasan al-Banna conseguì il diploma presso Dar al-Ulum. In seguito fu nominato insegnante presso la madrasa Amiriyya di Ismailia. Ismailia era una base degli inglesi e il Canale di Suez era sotto il controllo delle forze inglesi. La Compagnia di Suez, sulla quale si fondava il monopolio inglese e francese, teneva soggiogata la linfa vitale dell’economia egiziana. I musulmani erano divisi in gruppi religiosi. Scontento delle dispute e delle controversie religiose, il popolo cominciò a orientarsi verso le taverne invece che verso le moschee. In queste circostanze, Hasan al-Banna scelse tre caffè di Ismailia e, attraverso conferenze e conversazioni, risvegliò le persone, suscitando in loro anche il senso di responsabilità per l’instaurazione della religione.
Nel marzo del 1928, un gruppo di persone rispettabili e consapevoli di Ismailia si riunì nella casa di Hasan al-Banna. I sei membri del gruppo erano, nell’ordine: Hafiz Abd al-Hamid, Ahmad al-Hasri, Fuad Ibrahim, Abd al-Rahman Hasabullah, Ismail Izz e Zaki al-Maghribi. Queste persone erano venute con la ferma determinazione di agire. Dopo aver discusso e scambiato reciprocamente le proprie opinioni, affidarono a Hasan al-Banna la responsabilità della supervisione, della guida e dell’indirizzo dell’attività. Inoltre, prestarono bay‘a, impegnandosi ad accettare ogni possibile sacrificio e rinuncia per la difesa dei musulmani. Quando si pose la questione del nome da dare a questa piccola organizzazione, Hasan al-Banna disse immediatamente: «Siamo tutti Ikhwan al-Muslimun (fratelli musulmani)». Quel nome gli uscì spontaneamente di bocca. Da allora l’organizzazione divenne nota come Ikhwan al-Muslimun.
Dopo la fondazione dell’organizzazione, Hasan al-Banna rimase a Ismailia per cinque anni. In seguito, nel 1933, si trasferì al Cairo. Durante i cinque anni trascorsi a Ismailia, l’organizzazione svolse le proprie attività in modo estremamente discreto e prudente. La moschea era il suo centro principale e la sua missione era: «Colorare l’intera vita con i colori dell’Islam».
Oltre che a Ismailia, Hasan al-Banna e i suoi compagni si recavano nelle regioni circostanti per diffondere la da‘wa tra gli abitanti. Nei giorni di riposo settimanale si rivolgevano alle località vicine. Inoltre, durante le ferie annuali, si spargevano nelle regioni più lontane. Le lezioni di formazione, le discussioni e le conferenze erano i mezzi per diffondere la da‘wa. Alcuni shaykh e persone invidiose fecero di Hasan al-Banna il bersaglio di condanne e critiche. Nonostante queste avversità, quella silenziosa inondazione continuò a scorrere. Gli appartenenti all’organizzazione tenevano lezioni nelle assemblee pubbliche. I loro temi erano il tawhid e l’Aldilà. A partire dalle questioni controverse, esaminavano la situazione generale del Paese. Risvegliavano nel popolo la consapevolezza dei mali interni ed esterni. La maggior parte di coloro che rispondevano alla loro da‘wa apparteneva alla classe lavoratrice. Secondo le parole di Hasan al-Banna, non esisteva villaggio o quartiere in cui gli attivisti dell’organizzazione non fossero arrivati. Diffondevano la da‘wa di moschea in moschea, di casa in casa e recandosi nelle case di riposo.
Il risultato del lavoro di questi cinque anni fu il seguente: entro due anni furono istituite filiali nelle zone di Abu Sobeir, Port Said e Bilah. Nel terzo anno fu fondata anche a Suez una solida filiale. Nel quarto anno furono istituite dieci filiali. A Ismailia fu aperta una scuola per ragazze.
Con il trasferimento dell’Imam Hasanul Banna al Cairo, l’attività di da‘wa entra in una nuova fase. Fino ad allora era stata un’iniziativa iniziale. In seguito, però, assurge al rango di una più ampia organizzazione nazionale. In altre parole, al Cairo l’Ikhwanul Muslimun assume la fisionomia di un movimento completo.
Le varie fasi
La prima fase si estese dal 1933 al 1939. In questa fase il movimento assunse una forma completa. La seconda fase durò dal 1939 al 1945. In questa fase la da‘wa fece il suo ingresso pubblico nell’arena politica. Come forza organizzata e coesa, divenne agli occhi del governo causa di problemi. Così le nubi delle prove si addensarono sul suo capo. La terza fase comprende i nove anni dal 1945 al luglio 1954. In questa fase, da un lato, il movimento dell’Ikhwan si estese in ogni angolo dell’Egitto; dall’altro, fu sottoposto a una politica di repressione estrema. Fu in questa fase che l’Imam Hasanul Banna subì il martirio. Il professor Hasanul Hozaybi fu eletto nuovo murshid ‘amm del movimento. In seguito ebbe luogo nel Paese la rivoluzione militare. Infine, questa fase si concluse quando il governo rivoluzionario dichiarò illegale l’Ikhwan e condannò a morte i suoi dirigenti. Segue una breve descrizione delle attività di queste tre fasi:
Prima fase: 1933 – 1939 d.C.
Riforma silenziosa
Nei primi anni al Cairo, questa da‘wa proseguì, come in precedenza, in modo silenzioso e discreto. Nelle moschee si tenevano sermoni e discussioni, si organizzavano sostenitori e collaboratori, si istituivano varie sezioni e si compivano viaggi nelle città e nei villaggi. Un anno dopo, nel 1934, l’Imam Hasan al-Banna, riferendo in un articolo sulle attività annuali, dichiarò: «La da‘wa, gli obiettivi e le finalità degli Ikhwan si sono estesi a più di cinquanta città e villaggi dell’Egitto. In ciascuno di questi luoghi è stato attuato qualche progetto benefico. Ad esempio, a Ismailia gli Ikhwan hanno costruito una moschea e fondato un circolo. Sono state aperte una scuola chiamata Hira per la formazione dei ragazzi e una scuola chiamata Umm al-Mu’minin per le ragazze. A Shubra Khit sono state istituite una moschea, un circolo, una scuola per bambini e un istituto professionale. I ragazzi che non completano gli studi vi saranno ammessi. Analogamente, a Mahmudiyya è stata aperta una fabbrica per la produzione di tessuti e tappeti. Inoltre, sono state istituite scuole per l’apprendimento della memorizzazione e della recitazione del Sacro Corano. Anche a Kahlia sono state avviate madrase per la memorizzazione e la lettura del Corano. In breve, ogni sezione, da Awfu ad Alessandria, ha avviato qualche progetto benefico.»
Contributo nel campo dell’istruzione e richiesta al governo di riforme
Il carattere stesso della da‘wa e i nuovi problemi del Paese ne ampliarono l’ambito d’azione. Anche le questioni culturali e politiche furono integrate nei suoi obiettivi. In ambito culturale, i programmi educativi e formativi avviati dagli Ikhwan non conquistarono soltanto l’accettazione del popolo, ma attirarono inevitabilmente anche l’interesse del governo a livello statale. Il primo ministro Muhammad Mahmud Pasha consigliò agli Ikhwan di aprire scuole anche nelle regioni in cui non ve ne fossero di governative. Hasan al-Banna attirò la sua attenzione con una lunga lettera:
La moralità della società egiziana è sull’orlo della distruzione. La nobiltà morale, la bellezza e la dignità sono state tragicamente frantumate. Da ogni parte si cerca di indebolirne le fondamenta. I giovani e la gioventù, gli individui e le famiglie—si può dire ciascuno—sono diventati bersagli della distruzione e si sono ormai resi necessari a una riforma urgente. Anche per la riforma è indispensabile adottare diversi mezzi. Il metodo fondamentale e basilare consiste nel correggere il sistema educativo, apportare i necessari cambiamenti all’apparato statale, creare per i giovani adeguate opportunità e ambiti per impiegare utilmente il tempo libero e reprimere con fermezza l’ingiustizia.
Da Mahmud Pasha fino all’inizio della Seconda guerra mondiale, l’Imam Hasan al-Banna scrisse, a nome dell’associazione, a tutti i ministri i cui gabinetti furono costituiti nel Paese. In queste lettere venivano presentate proposte di riforma interna. Si consigliava di migliorare la situazione del Paese sotto il profilo sociale, economico e culturale. Inoltre, si chiedeva l’introduzione della sharia islamica. Nella lettera indirizzata a Mahmud Pasha descrisse dettagliatamente la condizione della nazione egiziana e menzionò il fatto che l’Egitto era arretrato per ignoranza, povertà, malattia, decadenza morale e istruzione. Nella lettera inviata da parte sua al primo ministro per richiamarne l’attenzione, scrisse:
Il rimedio e la soluzione a tutto ciò si trovano negli insegnamenti del Libro di Allah. Se si adducesse come pretesto il fatto che nel Paese gli inglesi sono al potere, sarebbe un pretesto del tutto infondato. Gli inglesi non hanno alcun rapporto con i nostri affari interni. E se si sostenesse che qui vivono milioni di stranieri, anche questo si dimostrerebbe privo di importanza. Possiamo convincerli attraverso il dialogo. Essi stessi constateranno come le prescrizioni e gli insegnamenti dell’Islam tutelino i loro diritti e garantiscano la sicurezza delle loro vite e dei loro beni. Lo diremo anche ai non musulmani. Dovrebbero studiare la nostra storia per vedere come abbiamo mantenuto giustizia ed equità nei loro confronti. Il problema principale è la stessa leadership egiziana. Essa ignora la da‘wa e lo spirito dell’Islam. È necessario che siano proprio loro a ritornare alla fede islamica e alla sharia. Il morbo dell’ateismo è giunto in Egitto dalla Turchia. Per questo consigliamo al governo di Muhammad Mahmud Pascià di innalzare, per contrastarlo, la parola dell’Islam e di farne il proprio sistema di vita e di governo.
Ai leader del mondo musulmano: l’invito
La lettera più importante degli Ikhwan al-Muslimun fu quella che essi scrissero nel 1936 al presidente d’Egitto Faruq, al primo ministro Mustafa Nahas Pascià e ai leader dei Paesi arabi e musulmani. Il titolo della lettera era «Il richiamo della luce». La lettera esiste ancora oggi davanti a noi sotto forma di un piccolo opuscolo di trentacinque pagine. Insieme, con estrema concisione ma con grande eleganza linguistica, essi illustrarono dapprima i concetti fondamentali e primari dell’Islam e la civiltà islamica. Inoltre, affermarono chiaramente che, nonostante l’esistenza di una concezione della vita così eccellente, adottare lo stile di vita, la cultura e l’ordinamento sociale occidentali è estremamente dannoso. Dopo questa discussione preliminare, presentarono un’analisi comparativa della concezione islamica e di quella occidentale della vita. Furono descritte le caratteristiche di entrambi i sistemi. Si giunse pertanto alla conclusione che l’Islam, in ogni ambito — sia esso l’organizzazione militare, l’istruzione e la sanità, la riforma economica e sociale oppure le leggi e gli ordinamenti dello Stato — garantisce lo sviluppo della umma musulmana e un ambiente pacifico. Infine furono presentate proposte di riforma in cinquanta ambiti. Dieci di esse riguardavano la politica, la giustizia e i princìpi e sistemi dello Stato; trenta riguardavano gli ambiti sociale ed educativo; e dieci erano connesse alle questioni economiche. In realtà, queste proposte furono elaborate con enorme impegno. Basta darvi un’occhiata per comprendere che i loro estensori non possedevano soltanto una conoscenza libresca, ma anche un’esperienza pratica direttamente legata ai problemi del Paese. Sebbene siano trascorsi trent’anni dalla loro formulazione, ancora oggi le proposte apparirebbero altrettanto utili e attuali. Le parole conclusive della lettera erano le seguenti:
Siamo pronti a dedicare tutto il nostro lavoro, le nostre capacità e le nostre risorse a ogni governo che sia fermamente deciso a consacrarsi al progresso e al benessere della umma musulmana. Risponderemo spontaneamente a ogni loro appello e saremo pronti a compiere ogni sacrificio e ogni rinuncia.
Nel 1938 fu indirizzata una lettera al presidente dell’Egitto. In essa veniva denunciato il disordine che i partiti politici avevano provocato nel Paese. Lettere sullo stesso argomento furono indirizzate anche all’emiro Umar Tusun e all’emiro Muhammad Ali Tawfiq.
Gli Ikhwan al-Muslimun ritenevano che tutti i partiti politici allora esistenti fossero aut costituiti e non rappresentativi del popolo. Quello era dunque il momento d’oro in cui tutti i patrioti si sarebbero uniti intorno al giusto obiettivo islamico e lo avrebbero reso effettivo con ogni loro forza e con sforzi sinceri. Nel 1938 fu inoltre presentato un lungo memorandum al ministro della Giustizia Ahmad Khashaba Pascià, nel quale gli si chiedeva di riconoscere che per cinquant’anni erano state sperimentate leggi e norme non islamiche, ma che esse avevano dimostrato un fallimento completo. Si sottoponga ora a esame la sharia islamica. Nella lettera venivano inoltre presentate testimonianze riconosciute degli stessi occidentali sull’utilità e sulla superiorità della legge islamica.
Nel 1938, quando Mustafa Nahhas Pascià assunse la carica di primo ministro, gli Ikhwan gli presentarono anch’essi un memorandum. Gli fu chiesto che la politica estera dell’Egitto fosse consolidata sul principio fondamentale dell’amicizia con i Paesi islamici e che il suo obiettivo fosse l’instaurazione dell’unità islamica. Nel 1939 fu indirizzata un’altra lettera a Nahhas Pascià, nella quale si consigliava che la vita dei membri del Partito Wafd, guidato da Nahhas Pascià, fosse animata dai veri ideali dell’Islam. Si proponeva inoltre che il Partito Wafd definisse i propri scopi e obiettivi alla luce dei principi islamici. Il documento programmatico proponeva la riforma dei principi legislativi, l’eliminazione della distinzione tra i tribunali ordinari e quelli della Sharia e l’applicazione della Sharia islamica in tutti i tribunali. Vi si presentava anche un piano di riforma del sistema educativo. Tra le proposte figuravano l’addestramento militare di ogni cittadino sano, la resistenza all’ingiustizia, la modifica della politica economica, il contrasto alla tendenza a imitare l’Europa e la correzione del deterioramento delle norme e delle consuetudini amministrative. Il tema centrale di tutte queste lettere era l’instaurazione in Egitto di una società islamica e di un governo islamico. Nei Paesi arabi, queste lettere furono estremamente utili per risvegliare i sentimenti delle persone di orientamento islamico.
Gli Ikhwan non si limitarono a scrivere lettere. Al contrario, ricorsero a tutti i migliori metodi e mezzi disponibili per consigliare e convincere il gruppo dirigente egiziano. Nel 1963 Hasan al-Banna incontrò Nahhas Pascià. In quel periodo il primo ministro era Nasim Pascià. Gli Ikhwan avevano chiesto al governo di Nasim Pascià di introdurre l’istruzione religiosa tra gli insegnanti egiziani. Hasan al-Banna informò dettagliatamente anche Nahhas Pascià riguardo a questa richiesta e, grazie alla sua fama di eminente politico del Paese, ottenne inoltre il suo sostegno alla richiesta. Nahhas Pascià era talmente influenzato da Hasan al-Banna che considerava proprio Hasan al-Banna, cioè lui stesso, una guida e un consigliere del Partito Wafd.
La posizione di principio degli Ikhwan riguardo agli Stati non musulmani
In conformità con gli sforzi compiuti dagli Ikhwan per guidare lo Stato sulla retta via, è indispensabile sapere che, nel frattempo, nessuno dei governi succedutisi in Egitto — sia esso appartenuto al Partito Dustur, al Partito Wafd o agli Azad — ha ricevuto il sostegno degli Ikhwan; al contrario, essi si sono sempre mantenuti lontani da tutti. Lo scopo della politica degli Ikhwan era il seguente:
«Un governo fondato direttamente su principi non islamici non può mai essere fonte di alcun bene. Non merita alcuna forma di collaborazione o sostegno.»
Sebbene il gruppo dirigente sia musulmano e non neghi apertamente l’Islam, per questo l’Ikhwan chiede a ogni governo riforme e rettifiche e continua a fare appello all’introduzione nel Paese di un ordinamento islamico completo. Allo stesso tempo, i suoi membri ne diventano essi stessi seguaci. Non hanno mai adottato la via del terrorismo o dell’uso della forza. Al contrario, si vede che, se mai un governo riconosce di accettare sinceramente le loro richieste, anch’essi non esitano a offrirgli il proprio sostegno.
Da’wa collettiva
In questa fase, l’ultima e più importante attività fu che la missione dell’Ikhwan si manifestò come una da‘wa ampia, onnicomprensiva e completa. Nel 1938 si tenne al Cairo la quinta conferenza, nella quale l’Imam Hasan al-Banna pronunciò un lungo discorso. In esso espose dettagliatamente, con spiegazioni e analisi complete, gli obiettivi e il programma dell’Ikhwan. Alludendo all’ampiezza della propria da‘wa, disse:
L’Ikhwan al-Muslimun è un’antica da‘wa, poiché l’Ikhwan invita a ritornare alle origini dell’Islam e richiama alle fonti originarie del Libro di Allah e della Sunna del Messaggero. È una via sunnita, perché l’Ikhwan cerca di seguire la pura Sunna in tutti i comportamenti, nelle pratiche e negli atti di culto. È tasawwuf, poiché, secondo il pensiero dell’Ikhwan, la base della bontà consiste nella purificazione dell’anima, nella purezza del cuore, nelle opere continue, nell’indipendenza dalle creature, nell’amore per Allah e nella collaborazione sulla via del bene. È un partito politico, perché da un lato l’Ikhwan chiede al governo riforme negli affari interni ed esteri e, dall’altro, educa la nazione all’identità propria e al senso della dignità. È un’organizzazione militare, perché l’Ikhwan attribuisce grande importanza all’allenamento fisico e costituisce squadre sportive. È un’associazione culturale, poiché i club dell’Ikhwan sono in realtà istituti di insegnamento e di formazione, nonché istituzioni volte a illuminare la coscienza, l’intelletto e lo spirito. È una società economica, perché l’Islam indica come acquisire ricchezza secondo una prospettiva particolare e l’Ikhwan, in conformità agli insegnamenti dell’Islam, istituisce società commerciali ed economiche per rafforzare l’economia nazionale. È una filosofia sociale, perché l’Ikhwan presta attenzione a tutte le malattie della società, riflette sui loro rimedi e si adopera per liberare la nazione da esse. (Sintesi)
Islam riguardo a dell’Ikhwan pensiero
In questo discorso, Hasan al-Banna illustrò dettagliatamente gli obiettivi, i principi e il programma del proprio partito, la posizione del partito riguardo ai problemi nazionali e la politica del partito nei confronti degli altri Stati musulmani. In seguito, questo discorso fu adottato come documento programmatico fondamentale del partito. Per questo ritengo necessario descrivere alcuni aspetti importanti del discorso.
“Alcune persone ritengono che l’Islam sia limitato esclusivamente agli atti esteriori di culto. Se li compiono personalmente oppure li compie qualcun altro, si sentono già rassicurate. Altri non considerano l’Islam nient’altro che una condotta elevata e una spiritualità completa. Secondo costoro, l’Islam consiste nell’allontanarsi completamente da tutta la bruttura della vita materiale. Alcuni non vanno oltre slogan accattivanti sull’aspetto pratico e combattivo dell’Islam. Altri considerano l’Islam qualcosa di ricevuto per eredità e da imitare; persone la cui lotta nella vita non comporta né sacrificio né beneficio. Per questo, riguardo all’Islam e alle questioni ad esso collegate, non si immischiano mai in alcun modo. Potete ascoltare discorsi di questo genere da coloro che sono stati tinti dei colori della civiltà e della cultura occidentali. Esistono anche molti altri gruppi della stessa natura, che nutrono una particolare visione dell’Islam. Noi crediamo che gli insegnamenti dell’Islam e le sue norme riguardino tanto la vita mondana quanto quella terrena. Coloro che ritengono che gli insegnamenti dell’Islam siano confinati all’aspetto spirituale della vita o alla sfera del culto personale, senza alcun rapporto con gli altri ambiti dell’esistenza, sono immersi in un grave errore. L’Islam è tanto il nome della fede e della credenza quanto quello del culto; è il nome della patria, della nazione, della religione, dell’ordinamento statale, della spiritualità e dell’azione concreta. L’Islam è da un lato il Corano e dall’altro la spada. Il Corano tratta tutti questi argomenti e li riconosce come temi fondamentali dell’Islam.” (In sintesi)
Nel presentare le caratteristiche distintive della da‘wa dell’Ikhwan, Hasan al-Banna afferma che tali caratteristiche non si trovano nei suoi gruppi contemporanei; eccone alcune:
1. Libera dai dissensi di fiqh
2. Indipendenza dai circoli influenti
3. Che si tengono lontani dai partiti politici
4. Adozione del principio della gradualità nel metodo operativo
5. Azione concreta, proficua e lontana dalla pubblicità
6. Rapida diffusione della da‘wa nelle città e nei villaggi
Obiettivi e metodo operativo
Gli obiettivi e il metodo operativo sono stati descritti brevemente come segue: l’unico scopo e la sola richiesta degli sforzi e della lotta degli Ikhwan è far conoscere alla nuova generazione dei musulmani gli insegnamenti autentici e corretti dell’Islam a tal punto che essa segua pienamente l’Islam in ogni ambito della vita. Per raggiungere questo obiettivo, il metodo operativo da loro adottato può essere riassunto come segue:
Cambiare l’opinione pubblica e formare, secondo gli insegnamenti islamici, i portatori della bandiera della da‘wa e i suoi sostenitori, affinché rimangano strettamente legati all’Islam e diventino un modello per gli altri nell’obbedienza e nell’osservanza dell’Islam.
Presentando ai membri dell’organizzazione le qualità e le caratteristiche del da‘i ideale, Hasan al-Banna disse:
Quando tra voi saranno formati trecento uomini, ciascuno dei quali sarà forte nella fede e nell’‘aqida sotto il profilo spirituale, adornato di conoscenza e cultura civile nel pensiero e nella consapevolezza, e fisicamente sano e pienamente addestrato sul piano militare, allora potrete chiedermi di attraversare con voi la vasta distesa del mare, di fluttuare nello spazio del cielo e di combattere contro tutte le forze della falsità. Allora, insha’Allah, non avrò alcuna esitazione nel compiere questa impresa.
L’accusa di terrorismo e di brama di potere, e la relativa risposta
Nel rispondere ad alcune obiezioni, dubbi e perplessità degli oppositori, egli afferma: «Un gruppo ci chiede: le attività dei Fratelli Musulmani comprendono anche lo Stato e il potere? Come voi ritenete, i Fratelli Musulmani seguono pienamente i limiti dell’Islam in tutte le loro iniziative e nei loro programmi. Poiché credono nell’Islam, riconoscono allo Stato la stessa importanza che attribuiscono alla predicazione e all’ammonimento. Il terzo califfo dell’Islam, il venerabile ‘Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui), disse:
**************ARABO***************
«Allah, mediante l’ordinamento statale e il potere, impedisce quelle cose che il solo Corano non è in grado di impedire.»
Il Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, considerò il potere una delle colonne dell’Islam; anche nei libri di fiqh il potere è annoverato tra le ‘aqa’id e gli usul, non tra i rami.
La maggior parte delle persone chiede se i Fratelli Musulmani ricorrano alla forza per raggiungere i propri obiettivi. Eppure i Fratelli non vogliono nemmeno prendere in considerazione ciò che si intende per rivoluzione terroristica. In nessuna circostanza si affidano a questo metodo, né desiderano trarne vantaggio o beneficiarne. In questo modo dichiarano chiaramente a ogni governo d’Egitto che, se la situazione dovesse rimanere tale e gli esperti non pensassero ad alcun metodo per porvi rimedio, la conseguenza inevitabile si manifesterebbe sotto forma di una rivoluzione estremista. Ciò, tuttavia, non significa che saranno i Fratelli Musulmani a organizzare una rivoluzione di questo tipo, né che la loro predicazione ne determinerà l’esito. Essa si verificherà piuttosto come conseguenza della pressione delle circostanze, delle esigenze degli eventi e dell’arretramento rispetto alla riforma. (In sintesi)
In questa fase i Fratelli pubblicarono anche diversi periodici settimanali e mensili. Fu allora che apparvero i settimanali At-Ta‘aruf e Ash-Shi‘a e il mensile Al-Manar; dopo breve tempo, sul suolo egiziano, oltre al giornalismo islamico, si diffuse anche l’invio di équipe di predicazione all’estero e furono stabiliti contatti con gli altri Paesi arabi. In seguito, in quei Paesi furono istituite sedi dei Fratelli sulla base delle opportunità disponibili e delle relazioni reciproche, che acquisirono lo status di centri permanenti.
Seconda fase (1939 – 1945)
Inizio della prova
Questa fase comprende sei anni. In quegli anni il mondo era avvolto dalla polvere da sparo della guerra mondiale. In quel periodo il movimento degli Ikhwan divenne vittima di estrema oppressione e persecuzione. In precedenza questo movimento veniva ignorato, poiché era considerato un’attività riformatrice e religiosa. Ma quando la sua predicazione iniziò ad affrontare ogni ambito della vita e, insieme alla rivoluzione intellettuale e collettiva, avanzò anche richieste di riforma politica e amministrativa, sulla fronte della classe dirigente comparvero rughe di preoccupazione. In questa fase, nonostante innumerevoli prove del fuoco, il movimento conseguì progressi straordinari in entrambe le sue direttrici.
Il motivo dei suoi progressi e della sua ascesa nella fase successiva fu che docenti e studenti universitari, stimolati dagli sforzi, dalla lotta e dall’attività costruttiva degli Ikhwan, ne furono influenzati e iniziarono a partecipare alle sue riunioni. In particolare, persone di varie professioni legate all’Università Fuad I e all’Università al-Azhar cominciarono a unirsi a gruppi. Vi aderirono commercianti, industriali, ingegneri, medici, insegnanti, avvocati e, in breve, persone di ogni ceto. Da un lato, le attività economiche dell’organizzazione si ampliarono sempre più; dall’altro, si registrarono diversi miglioramenti nei settori dell’istruzione, della cultura e dell’addestramento fisico. Furono istituite filiali nelle zone più remote del Paese e al loro interno venne introdotta una pianificazione disciplinata. In una parola, questa organizzazione si affermò nel Paese come una potente struttura e cominciò a diventare una spina nel fianco degli oppositori.
Era il periodo della guerra mondiale. I governi locali iniziarono a seguire i partiti politici, di propria iniziativa e sotto il segnale delle potenze imperialiste; nel Paese furono introdotte leggi e norme caotiche e cominciarono gli scontri tra il governo e i partiti. In questa fase, nel Paese furono formati, uno dopo l’altro, otto Consigli dei ministri: i governi di Ali Maher, Hussein Sabri, Hussein Sirri, Mustafa al-Nahhas, Ahmad Maher, al-Naqqashi Pascià, Ismail Sidqi e nuovamente al-Naqqashi Pascià. Durante i governi di Ali Maher e Hussein Sabri, gli Ikhwan continuarono regolarmente, attraverso i giornali, l’attività di predicazione, di esortazione al bene e di proibizione del male. Anzi, quando Ali Maher presentò la proposta di tenere l’Egitto lontano dalla guerra, gli Ikhwan collaborarono senza condizioni a sostegno di tale proposta.
Istigatore della prova
Dopo che Hussein Sirri Pascià salì al potere, sugli Ikhwan si abbatté una feroce repressione. Il rapido progresso che la predicazione degli Ikhwan stava conseguendo da un giorno all’altro ostacolava i privilegi degli inglesi. La politica degli Ikhwan menzionata da Hasan al-Banna nella quinta assemblea (già descritta in precedenza) fu sufficiente a convincere gli inglesi che questo movimento sarebbe diventato, in tutto il mondo arabo, una montagna d’ostacoli sul loro cammino.
Il Partito Costituzionale di Adli Yakan o il Partito Wafd di Mustafa al-Nahhas aspiravano senza dubbio all’indipendenza dell’Egitto. Tuttavia, entrambi questi partiti erano nazionalisti e il loro orizzonte era limitato alla valle del Nilo, per quanto affascinante. La predicazione dei Fratelli Musulmani, invece, era libera da tutti questi vincoli. I Fratelli Musulmani sono sempre stati portatori della bandiera dell’unità nazionale. Erano anche fautori dell’unità araba, mentre l’unità islamica costituiva la loro missione. Essi non giudicavano l’unità nazionale o araba dal punto di vista dei nazionalisti o degli adoratori della nazione. Al contrario, si facevano portatori della bandiera di tale unità esclusivamente allo scopo di promuovere e diffondere l’Islam. Hasan al-Banna spiegò nella suddetta assemblea che l’Islam non sostiene i confini geografici né i legami di sangue e di stirpe. L’Islam considera tutti i musulmani un’unica nazione e tutti i Paesi islamici come un unico Paese, anche se dal punto di vista geografico sono molto distanti gli uni dagli altri. L’unità dei Paesi islamici è indivisibile. L’oppressione esercitata su una qualsiasi delle sue parti provoca un’ondata di oppressione sull’intera esistenza. Per questo i Fratelli Musulmani considerano l’unità islamica estremamente sacra e degna di rispetto. Riguardo al califfato, egli descrisse la posizione dei Fratelli Musulmani affermando che essi considerano il califfato il simbolo dell’unità islamica e il faro dell’amicizia e dei profondi legami tra i diversi popoli musulmani. Inoltre, attribuiscono la massima importanza alla concezione del califfato e agli sforzi per ristabilirlo.
Rivolgendosi agli Stati europei, egli disse: i Fratelli Musulmani considerano ingiusti quei governi che opprimono o hanno oppresso gli Stati islamici; è necessario respingere con la forza queste potenze aggressive.
Sulla base di ciò, i Fratelli Musulmani hanno levato la loro voce in favore dell’indipendenza della Palestina, dell’indipendenza dell’Algeria e dell’indipendenza di quei Paesi islamici sui quali si estende l’infame ombra del colonialismo. Ed è proprio a questo scopo che incitano la nazione musulmana al jihad.
Questa posizione dei Fratelli Musulmani era intollerabile per gli inglesi. L’ambasciata britannica e il comandante in capo delle forze britanniche esercitarono pressioni su Husayn Sirri Pascià. Di conseguenza, il governo di Husayn Sirri chiuse dapprima i settimanali al-Taaruf e al-Shi’a, organi dei Fratelli Musulmani, e la rivista mensile al-Manar. In seguito imposero il divieto di pubblicare qualsiasi tipo di letteratura. La tipografia dei Fratelli Musulmani fu sigillata. I dirigenti del movimento furono dispersi in vari luoghi. L’Imam Hasan al-Banna fu trasferito dal Cairo a Qena e il suo assistente Ahmad al-Sukkari fu inviato a Damietta. Quando nel parlamento egiziano si sollevò la questione di questo odioso provvedimento del governo, quest’ultimo fu costretto ad autorizzare il ritorno dei due rispettabili uomini. Tuttavia, lanciando nuovamente un violento attacco, il governo arrestò l’Imam Hasan al-Banna e il segretario dei Fratelli Musulmani, per poi rilasciarli. Queste persecuzioni e queste oppressioni suscitarono l’interesse della gente comune verso il movimento e il numero dei suoi membri e sostenitori crebbe in modo straordinario.
Nahhas Pascià politica ambivalente
Dopo Husayn Sirri Pascià fu costituito il governo di Mustafa al-Nahhas Pascià. Mustafa al-Nahhas Pascià adottò una politica ambivalente nei confronti dei Fratelli Musulmani. L’Imam Hasan al-Banna desiderava partecipare alle elezioni parlamentari nel collegio elettorale di Ismailia. Tuttavia, vedendo che la situazione si faceva difficile, Nahhas Pascià chiese a Hasan al-Banna di astenersi da quelle elezioni. L’Imam Banna accolse la richiesta di Nahhas Pascià e, adottando una politica di conciliazione con i Fratelli Musulmani, gli concesse l’autorizzazione a tenere l’assemblea. Ripristinò i giornali e revocò il divieto imposto alla tipografia. Ma si trattava soltanto di una mossa temporanea. Trascorso poco tempo, anche Nahhas Pascià, accantonando le richieste dei democratici, adottò l’obiettivo di reprimere i Fratelli Musulmani. Furono chiuse tutte le loro sedi e filiali, ad eccezione della sede centrale. Furono imposte restrizioni alle assemblee, ai raduni, alle attività di propaganda e a ogni genere di attività. Nelle parole dello storico dei Fratelli Musulmani Muhammad Shawqi Zaki:
I Fratelli Musulmani affrontarono con estrema pazienza e fermezza le persecuzioni e le oppressioni del governo. Al punto che lo stesso governo di Nahhas Pascià fu costretto ad affrontare una situazione difficile. Non appena i rapporti tra i Fratelli Musulmani e il governo di Nahhas tornarono alla normalità, il governo li liberò ed essi tornarono nuovamente attivi. In seguito, però, il governo li privò della libertà di parola. Da allora fecero della pazienza, della tolleranza e della speranza un’abitudine.
In sintesi, nonostante questi gravi ostacoli e avversità, i Fratelli Musulmani continuarono in vari modi ad adempiere al dovere di consigliare e guidare il governo. Infine, nel 1944, il governo di Nahhas fu sciolto.
Partecipazione degli Ikhwan alle elezioni
Dopo Pasha Nahhas arrivò Ahmad Maher. Anch’egli, alla luce delle proprie idee e della propria visione, adottò la repressione come politica. Nel congresso del 1941 gli Ikhwan decisero di partecipare alle elezioni e di candidare le persone più qualificate dell’organizzazione per affermare la superiorità degli ideali islamici.
Durante il periodo ministeriale del governo di Nahhas, Hasan al-Banna aveva voluto partecipare alle elezioni, ma la politica ambigua di Pasha Nahhas divenne un ostacolo; anche l’Imam Banna si astenne ragionevolmente dalle elezioni. Al tempo di Ahmad Maher, gli Ikhwan dichiararono che avrebbero partecipato alle elezioni a qualunque costo. Tuttavia, né il governo di Ahmad Maher né i comandanti dell’esercito inglese erano soddisfatti di ciò.
Hasan al-Banna fu candidato nel collegio elettorale di Ismailia. Per la prima volta nella storia delle elezioni egiziane, la gente comune ebbe così l’opportunità di lavorare a favore del candidato che desiderava. Nelle aree urbane furono istituiti circa sessanta centri per la campagna elettorale. Manifesti sui muri, cortei popolari e studenti delle scuole e dei college: tutti, portatori della bandiera della rinascita islamica, animavano la campagna per votare a favore di Hasan al-Banna. La vittoria di Hasan al-Banna era certa. Ma il governo egiziano, per compiacere gli inglesi e far vincere il candidato del Partito della Costituzione, impiegò ogni mezzo contro Hasan al-Banna; i veicoli delle forze inglesi operarono apertamente a favore del candidato avversario. Gli ufficiali dell’esercito trasferirono in massa i dipendenti egiziani dei campi militari in varie località al di fuori del collegio elettorale. Furono adottate tutte le tattiche di inganno, frode, pressione, demoralizzazione e terrorismo. Nonostante ciò, Hasan al-Banna ottenne una vittoria schiacciante.
Infine, sulla base di obiezioni e accuse pretestuose, le elezioni furono dichiarate nulle e venne organizzata una seconda tornata. Questa volta l’esercito intensificò di varie volte le proprie attività. Il governatore inglese del Sinai, Hamrasyli Pasha, espulse i sostenitori di Hasan al-Banna dai collegi elettorali del Sinai e di al-Arish e, portando lavoratori da altri campi e facendo esprimere un numero sufficiente di voti falsi, trasformò la sicura vittoria di Hasan al-Banna in una sconfitta. Sebbene ciò sia accaduto nel caso di Hasan al-Banna, lo stesso trattamento fu riservato agli altri candidati degli Ikhwan. A nessun candidato fu permesso di conoscere la vittoria.
Era del primo mandato ministeriale di Nakrashi Pasha
Ahmad Maher Pasha si unì alle potenze alleate e dichiarò guerra contro la Germania e l’Italia. Gli Ikhwan si opposero fermamente a questa decisione e presentarono per iscritto ad Ahmad Maher le proprie argomentazioni al riguardo. Anche il popolo egiziano espresse la propria intensa indignazione per tale dichiarazione, e la situazione interna del Paese divenne sempre più torbida. In queste circostanze, quando Ahmad Maher fu ucciso dal colpo esploso da un cristiano, Mahmud Fahmi al-Nakrashi Pasha fu nominato primo ministro. Tuttavia, Hasan al-Banna, il segretario generale degli Ikhwan e alcuni dirigenti centrali furono arrestati con l’accusa di aver assassinato Ahmad Maher. Come prova dell’accusa fu presentato il fatto che, durante l’indagine, l’assassino cristiano aveva dichiarato che, prima che Ahmad Maher annunciasse la guerra, avrebbe dovuto consultare gli intellettuali e i pensatori del Paese. Tra questi, il cristiano pronunciò anche il nome di Hasan al-Banna. Gli Ikhwan contestarono l’arresto in tribunale, che ordinò la loro liberazione. Appena fu liberato, Hasan al-Banna incontrò al-Nakrashi Pasha ed espresse profondo dolore per l’uccisione di Ahmad Maher. Gli chiese anche il permesso di operare liberamente, ma egli respinse la richiesta. Fino alla conclusione della guerra mondiale (1945), la politica di al-Nakrashi Pasha nei confronti degli Ikhwan fu ambivalente: a volte era severa, mentre altre volte molte cose venivano trattate con indulgenza. Se veniva autorizzata un’assemblea, alla fine il permesso veniva fatto pagare con gli interessi. In questa situazione di continue tensioni, la guerra mondiale terminò improvvisamente e la situazione assunse un aspetto diverso.
Terza fase (1945–1948)
del movimento ascesa e conseguenze
Questa fase fu la più significativa nella storia del movimento degli Ikhwan. In questo periodo il movimento emerse pienamente e si trovò di fronte a un esito che divenne motivo di illimitata riflessione per tutti i movimenti islamici del mondo. Presenteremo innanzitutto una breve descrizione delle attività di quest’epoca, svolte dal movimento degli Ikhwan nei suoi diversi ambiti.
L’8 settembre 1945 si tenne la sessione del Consiglio generale degli Ikhwan, alla quale parteciparono tutti i membri dell’organizzazione. In quella sessione furono apportate ampie modifiche allo statuto degli Ikhwan e lo statuto fu elaborato in forma completa e ampliata come documento degli obiettivi e della politica operativa. La maggior parte di tali emendamenti rifletteva il contenuto del discorso pronunciato dall’Imam Hasan al-Banna durante la quinta sessione del 1938. Attraverso la bayʿa (giuramento), fu rinnovato l’impegno di obbedienza all’amir dell’organizzazione e al murshid. L’ascolto e l’obbedienza nelle opere meritorie furono considerati indispensabili in ogni circostanza. Fu mantenuta una dipendenza totale da Hasan al-Banna sotto ogni aspetto. Egli fu eletto murshid ʿām a vita. Il diritto di destituirlo e di apportare modifiche fu concesso esclusivamente al Consiglio fondatore.
La solidità interna e il morale incrollabile ampliarono ulteriormente l’influenza del movimento. Nel giro di un anno, il movimento raggiunse il vertice del progresso sotto il profilo della formazione spirituale, materiale e militare. Secondo un rapporto del Times of London, il numero dei membri degli Ikhwan crebbe da trecentomila a seicentomila soltanto tra i lavoratori. Secondo quanto riferito da Hasan al-Banna, dei cinquecentomila indicati dal rapporto del Times, cinquecentomila erano rappresentanti degli Ikhwan. Questi cinquecentomila rappresentanti erano il riflesso dei pensieri e delle aspirazioni di settanta milioni di arabi e di trecento milioni di musulmani in tutto il mondo. Secondo il memorandum dell’amir delegato del murshid degli Ikhwan, presentato al Consiglio di Stato, nel 1948 il numero dei membri attivi degli Ikhwan era di cinquecentomila soltanto in Egitto. Inoltre, il numero dei simpatizzanti era diverse volte maggiore. Soltanto in Egitto le loro sedi erano quasi seimila.
Anche al di fuori dell’Egitto furono istituite filiali dell’Ikhwan. In Siria, nel 1937, fu fondata una filiale dell’Ikhwan sotto la guida di Mustafa al-Siba‘i (che Dio abbia misericordia di lui). Anche in altri Paesi furono istituite filiali sotto la direzione del centro. Nel 1946 si tennero conferenze dell’Ikhwan in Palestina, quasi nello stesso periodo in Giordania e, nello stesso anno, in Sudan, alle quali parteciparono rappresentanti del Libano, della Giordania e della Palestina. Nell’ottobre del 1946, durante la stagione del pellegrinaggio, una delegazione guidata da Hasan al-Banna si recò alla Mecca e incontrò illustri pellegrini e pensatori islamici di tutto il mondo. Nel 1947 furono gettati i semi di questa da‘wa anche in Iraq, dove essa si manifestò sotto vari nomi. La sua corrente principale era guidata dallo shaykh Muhammad Mahmud al-Sawwaf. Delegazioni dell’Ikhwan parteciparono anche a conferenze nei Paesi occidentali e a conferenze internazionali.
Avvio di un giornale quotidiano
Il 5 maggio 1946 l’Ikhwan fondò un giornale quotidiano chiamato Ikhwanul Muslimun. Fu la prima coraggiosa pubblicazione islamica ad apparire nel mondo della stampa. Fino ad allora, infatti, per vent’anni, il giornalismo egiziano era rimasto sotto il dominio esclusivo della jahiliyya. Questo quotidiano si diffuse non solo in Egitto, ma anche negli altri Paesi arabi, diventando gradualmente popolare. Con grande audacia svelò i misteri del colonialismo inglese e seminò il timore tra gli ambienti colonialisti.
Sistema delle società commerciali
L’Ikhwan estese in vari luoghi anche il sistema delle società economiche, dal quale si cominciarono a ottenere profitti eccezionali. La sua accettazione tra la classe operaia crebbe. L’addestramento militare fu consolidato su solide basi. Inoltre, furono costituiti diversi gruppi militari. In quell’epoca si verificò anche una considerevole crescita dell’istruzione e della cultura.
Di fronte agli inglesi
Da un lato, l’organizzazione si rafforzò e raggiunse la fase di crescita di cui abbiamo presentato sopra un quadro sommario; dall’altro, il movimento scese coraggiosamente nell’arena politica. Non appena ebbe termine la guerra mondiale, l’Ikhwan avanzò la richiesta che gli inglesi mantenessero la promessa fatta agli egiziani durante la guerra: concedere l’indipendenza. Hasan al-Banna incontrò Mahmud Fahmi al-Naqraši Pascià e gli chiese che il governo stabilisse i diritti nazionali e si preparasse a rendere concreto il sogno della stabilità e dell’unità della valle del Nilo, oppure lasciasse libero il popolo di realizzare le proprie aspirazioni attraverso il jihad. In quel periodo la nazione egiziana era immersa in una situazione delicata. Agli occhi degli egiziani, quello era il momento propizio per liberarsi dalle catene dell’impero britannico. Hasan al-Banna era la guida della nazione. Egli sostenne con tutte le sue forze la richiesta d’indipendenza e guidò il movimento indipendentista. Spaventato, al-Naqraši Pascià inviò un memorandum al governo britannico. Il governo britannico, tuttavia, invece di riconoscere apertamente la richiesta d’indipendenza, inviò una risposta diplomatica. Questa discussione non riuscì a convincere l’Ikhwan. Il popolo e gli studenti, unendosi al movimento dell’Ikhwan, organizzarono una grande manifestazione contro gli inglesi; si verificò così quel sanguinoso episodio noto nella storia egiziana come l’«incidente violento». A causa di questa manifestazione e delle conseguenze che ne derivarono, al-Naqraši Pascià fu costretto a dimettersi dalla carica ministeriale. Isma’il Sidqi Pascià assunse il ministero. L’Ikhwan continuò a chiedere il ritiro degli inglesi e le assemblee e le manifestazioni proseguirono. I rappresentanti dell’Ikhwan si diffusero in ogni villaggio e angolo dell’Egitto, facendo risuonare sempre più forte la voce dell’indipendenza. I giornali dell’Ikhwan alimentarono ulteriormente questa fiamma. Da ogni parte si levò l’annuncio del jihad contro gli inglesi. Con l’arrivo di Isma’il Sidqi Pascià, le manifestazioni divennero ancora più intense. Tutte le forze dell’Ikhwan si impegnarono nel movimento per ottenere l’indipendenza.
In queste circostanze Hasan al-Banna convocò una riunione di tutti i partiti, affinché si potesse costituire un consiglio nazionale che unificasse e organizzasse il popolo e permettesse all’intera nazione di avanzare con un’unica voce verso l’indipendenza. Purtroppo, i partiti politici fecero finta di non sentire, pur avendo ascoltato. Il nazionalismo del Partito Saadista vacillò; né lo slogan di Saad Zaghlul Pascià, «La patria è per tutti», servì a qualcosa, né la richiesta del Partito Wafd di democrazia riuscì a muoversi al servizio del popolo.
Vedendo l’atteggiamento apatico degli avversari politici, Hasan al-Banna si fece avanti personalmente e consigliò a Sidqi Pascià di abbandonare le discussioni e i negoziati con il governo britannico e di scegliere direttamente la via del jihad. L’Ikhwan, tuttavia, riconobbe nel governo un servitore degli inglesi e lo sottopose a dure critiche e rimproveri. Accusò inoltre il governo di tradimento nei confronti del Paese e di amicizia con gli imperialisti. I giornali dell’Ikhwan scrissero apertamente che il governo aveva adottato una politica conciliante verso le compagnie coloniali, era divenuto incapace di risolvere il problema della disoccupazione e, sotto la pressione degli inglesi, aveva voltato le spalle al jihad. I giornali condannarono e criticarono aspramente anche i negoziati con gli inglesi; furono usati toni aggressivi contro Sidqi Pascià e furono pubblicati articoli infuocati sul colonialismo britannico, facendo divampare l’emozione popolare. In quel periodo l’Ikhwan presentò un memorandum a re Farouk. Vi si affermava che il governo di Sidqi Pascià era incapace di soddisfare le richieste nazionali. La sede centrale dell’Ikhwan ordinò a ogni filiale di interrompere tutti i rapporti economici, culturali e sociali con gli inglesi.
La campagna repressiva di Sidqi Pascià
Disorientato, Sidqi Pascià si scagliò contro l’Ikhwan. Fece arrestare un gran numero di persone. La pubblicazione del quotidiano dell’Ikhwan al-Muslimun fu sospesa. Anche il vice-Murshid al-‘Am fu arrestato (il Murshid al-‘Am Hasan al-Banna si era recato allora al pellegrinaggio con una delegazione). L’Ikhwan rispose a questa politica repressiva proclamando proteste e condanne in tutto il Paese. Si verificarono scontri al Cairo e ad Alessandria. Usando questi episodi come pretesto, le abitazioni degli attivisti dell’Ikhwan furono circondate e perquisite con estrema brutalità. Non furono risparmiate neppure le donne delle famiglie, che vennero umiliate. Furono perpetrate molestie su vasta scala e intimidazioni. Alcuni membri dell’Ikhwan impiegati negli uffici governativi furono licenziati, mentre molti altri vennero trasferiti in località lontane. In tutto l’Egitto si levò un immenso grido di dolore e Sidqi Pascià fu costretto a dimettersi dal potere.
Naqrashi Pascià del ministero seconda epoca
Il 10 dicembre 1946, a Naqrashi Pascià fu affidato per la seconda volta l’incarico di primo ministro. Le circostanze esigevano che questa volta si affidassero le redini di questo campo di battaglia a un uomo capace. Mahmud Fahmi Naqrashi Pascià, presidente del Partito Sa‘dista, stava valutando questa possibilità e seppe sfruttarla al momento opportuno. Il giorno in cui Naqrashi Pascià assunse questa grande responsabilità, sui giornali fu pubblicato un articolo dell’Imam Hasan al-Banna. Il suo punto essenziale era che il nuovo governo avrebbe dovuto scegliere la via più breve: rispettare le aspirazioni della nazione, porre fine alla farsa dei negoziati con gli inglesi e risolvere la questione dell’indipendenza del Paese attraverso il jihad. Hasan al-Banna richiamò l’attenzione sulle politiche errate del governo con una lunga serie di articoli. Molestare i cittadini leali del Paese, chiudere a chiave i loro istituti d’istruzione, gettarli in carcere e perseguitarli in vari modi, proprio mentre le persecuzioni dei nemici che imponevano con la forza il loro dominio sul Paese aumentavano di diverse volte: che cos’era questo, se non follia? Ma invece di risvegliare la coscienza di Naqrashi Pascià con queste critiche, egli trasformò la situazione in una guerra civile contro gli Ikhwan. La questione della Palestina rese questa guerra ancora più aspra. Gli Ikhwan erano strettamente coinvolti in questa campagna. Da un lato, questa questione divenne la pietra di paragone della loro ascesa e della loro influenza; dall’altro, divenne la causa della loro popolarità e della loro fama dentro e fuori dall’Egitto. Il 12 dicembre 1947 gli Ikhwan organizzarono una grande marcia di protesta, che partì da al-Azhar. A guidarla fu lo stesso Hasan al-Banna. Egli viaggiava in automobile e impartiva le indicazioni lungo il percorso tramite un altoparlante. Il 6 maggio 1948 si tenne la sessione del Consiglio della Fondazione degli Ikhwan. In essa si chiese al governo egiziano e a tutti gli Stati arabi di dichiarare il jihad contro Israele e di compiere ogni sforzo possibile per difendere la Palestina.
Repressione delle persecuzioni all’estremo limite
Il 15 maggio 1948, sotto la supervisione della Lega Araba, gli eserciti arabi sbarcarono in Palestina e iniziò la guerra contro gli ebrei. L’esempio di eroismo, coraggio e sacrificio offerto dai volontari degli Ikhwan in questa guerra merita di essere descritto dettagliatamente in un’opera a parte. I giornali ebraici degli Stati Uniti e della Gran Bretagna levarono alte proteste al riguardo e considerarono l’accaduto come la distruzione della National Home di Israele.
In questa situazione Naqrashi Pascià si lasciò intimidire. Farouk divenne inquieto per l’influenza crescente di questi ulema. Alcune ambasciate straniere tennero una conferenza a Fayed (la posizione delle forze britanniche in Egitto) e, all’unanimità, avanzarono la richiesta che Naqrashi Pascià dichiarasse illegali gli Ikhwan. D’altra parte, Naqrashi Pascià era preoccupato al riguardo. Anch’egli, allo scopo di ottenere la soddisfazione dei propri padroni, dichiarò illegali gli Ikhwan l’8 dicembre 1948, in conformità all’articolo 63 dell’ordinanza militare.
Questa fu una grande stoltezza della sua vita. In seguito si creò una situazione talmente anomala che egli dimenticò persino di pentirsi. In tutto l’Egitto si diffuse l’oppressione. Tutti i centri e gli uffici dell’organizzazione furono posti sotto il controllo del governo. Migliaia di giovani istruiti furono gettati in prigione e sottoposti a torture di ogni genere, al cui racconto vengono i brividi. Lo stesso Nokrashi Pascià fu ucciso per mano di un giovane. In seguito Ibrahim Abd al-Hadi Pascià assunse la carica di primo ministro. Egli colmò davvero la sua mancanza: contro i portatori della bandiera della religione non lasciò intentato nulla che sarebbe stato difficile persino per un non musulmano compiere.
Hasan al- Banna: profezia
Allah aveva benedetto l’Imam Hasan al-Banna con il discernimento proprio dei credenti. Era un dāʿī. Conosceva ogni tappa della daʿwa. Dovette affrontare tutti gli ostacoli presenti su questo cammino.
‘La via del Paradiso si percorre tra dolore e sofferenza’: egli prestava profonda attenzione a questo insegnamento del Profeta. Molto prima della Seconda guerra mondiale, quando non vi era neppure il più lontano segno di persecuzione o di prova, scrisse in un suo articolo:
Voglio dirvi che la vostra daʿwa non è ancora giunta alla maggior parte delle persone. Quando questa daʿwa e i suoi obiettivi saranno divenuti chiari ai loro occhi, essi vi perseguiteranno e si scaglieranno contro di voi con aspra ostilità. In quel momento dovrete avanzare attraverso difficoltà estreme. Diversi ostacoli si ergeranno a sbarrare il vostro cammino. Solo allora sarete considerati, nel vero senso della parola, tra le file dei portatori dello stendardo della daʿwa. L’ignoranza della gente riguardo al vero Islam diventerà una pietra d’inciampo sul vostro cammino. Gli ulema e gli shaykh filogovernativi punteranno il dito contro il vostro Islam e metteranno in discussione il vostro jihad. I notabili e le persone influenti della società non riusciranno a tollerarvi. Tutti i governi vi ostacoleranno senza esitazione e imporranno restrizioni alle vostre attività. I banditi si opporranno a voi con ogni lancia. La lampada della vostra daʿwa sarà spenta. Un governo corrotto e debole aiuterà questi banditi contro di voi e si atteggerà a protettore proprio di quelle forze che avanzeranno contro di voi per infliggervi ingiustizia e persecuzione. Un altro gruppo scatenerà contro di voi una tempesta di dubbi, sospetti e false calunnie, cercando ogni sorta di difetto tra voi. Inoltre presenterà in modo distorto le vostre attività al popolo. Trasformerà tutto ciò in un’espressione dell’arroganza della propria forza e autorità. Stenderà la mano sulla ricchezza e sul potere del patrimonio. Senza dubbio, tutto questo si presenterà per voi come una prova. Sarete cacciati dalle vostre case e privati dell’ambiente della vostra patria. I vostri uffici saranno confiscati. Le vostre abitazioni potranno essere perquisite. Tuttavia, avete con voi la promessa di Allah: alla fine Egli aiuterà i mujahidin e onorerà i giusti ricompensandoli.
Imam Banna martirio
Dopo che i Fratelli Musulmani furono dichiarati fuorilegge, migliaia e migliaia dei loro membri furono arrestati. Tuttavia, il loro leader, l’Imam Hasan al-Banna, non fu arrestato. Gli oppressori avevano escogitato un altro piano contro di lui. Gli fu impedito amministrativamente di lasciare l’Egitto. Persino all’interno del Paese gli furono imposte restrizioni agli spostamenti senza l’autorizzazione del governo. Quando chiese il permesso di trasferirsi in una fattoria di canna da zucchero, anche quel campo fu posto sotto sorveglianza. Infine, la sera del 12 febbraio 1949, davanti all’ufficio centrale degli Shubban al-Muslimin, fu pubblicamente martirizzato quell’immagine di verità e bellezza, quella montagna di fede e fiducia in sé, portatore della fiaccola della religione e chiamante alla via della fede. D’altra parte, nelle case degli inglesi scorreva un’ondata di gioia. La responsabilità dell’assassinio fu attribuita al Partito Sa‘ad, portatore della bandiera di al-Watanu lil-Jami. Eppure i testimoni oculari arrivarono a indicare persino il numero dell’automobile, 1979, con la quale erano giunti gli aggressori e sulla quale erano fuggiti dopo aver sparato. In seguito venne alla luce che quell’automobile apparteneva al tenente Mahmud Abd al-Majid, responsabile del ramo dei crimini penali. Sebbene per tre anni si fosse verificato un simile martirio pubblico, i responsabili di questo sacro assassinio non furono arrestati. Dopo la rivoluzione militare del 23 luglio 1952, furono arrestati undici imputati coinvolti nella congiura. Tra loro vi era anche Mahmud Abd al-Majid, che in seguito era passato dal grado di tenente a quello di tenente colonnello. Il maggiore Muhammad al-Jazzar, rivolgendosi al testimone che aveva identificato il numero dell’automobile, aveva detto che l’assassino di al-Banna era libero e sarebbe rimasto libero. Chiunque gli avesse posto ostacoli poteva prepararsi a vedersi misurare il collo. «Avete mogli e familiari: perché vi affrettate a renderli orfani?» Tra questi figuravano anche Muhammad Hasan, servitore personale del re Faruq, e l’autista dell’automobile del sergente maggiore Muhammad Mahfuz.
Ascoltate la breve descrizione della messinscena organizzata per martirizzare quest’uomo illuminato dalla verità:
Il 12 febbraio 1949, il professor Nagi, membro del Consiglio esecutivo della Società degli Shubbat al-Muslimin, mandò il professor Muhammad al-Laysi, presidente della sezione dei giovani della Società, da Hasan al-Banna con il messaggio che Hasan al-Banna avrebbe dovuto incontrarlo quella sera presso la sede della Società, dove gli sarebbero state comunicate le nuove decisioni del governo riguardo ai Fratelli Musulmani, decisioni molto importanti e soddisfacenti. Nel messaggio si diceva anche che il mio parente Ibrahim Abd al-Hadi Pascià, il Primo ministro, mi aveva incaricato di informare Hasan al-Banna di tali decisioni. Pertanto, il professor Muhammad al-Laysi si recò a casa dell’Imam Hasan al-Banna e gli riferì dettagliatamente il messaggio. Ma la lungimiranza di quell’uomo credente non fu ingannata né traviata da quella notizia lusinghiera. Al contrario, egli ne colse immediatamente la vera portata. Dopo aver ascoltato il messaggio, Hasan al-Banna disse:
«Le loro intenzioni sono cattive. Non volevano raggiungere alcun accordo con me; anzi, ho appena saputo che è stato arrestato anche l’uomo nella cui fattoria volevo recarmi per soggiornare. Non gli è stata mostrata neppure la minima umanità, nonostante la sua vecchiaia. Tuttavia, per compiacere il professor Nagi, mi presenterò.»
L’Imam Hasan al-Banna arrivò all’ora stabilita presso l’ufficio della Società degli Shubban al-Muslimin. Durante il colloquio con il professor Nagi, Hasan al-Banna disse che non era stato detto nulla di significativo. Al termine dell’incontro, Hasan al-Banna chiamò un taxi. A quell’incontro era presente con lui anche suo genero, l’avvocato Abd al-Karim Mansur (che attualmente vive in Arabia Saudita). Il professor Muhammad al-Laysi uscì per accompagnare Hasan al-Banna fino al taxi. Ma un servitore chiamò da dietro il professor al-Laysi, dicendogli che qualcuno desiderava parlargli al telefono. Dopo aver fatto salire Hasan al-Banna e il suo accompagnatore sul taxi, il professor al-Laysi tornò; prima ancora di arrivare al telefono, udì degli spari provenire dall’esterno. Senza rispondere al telefono, uscì immediatamente per scoprire l’origine del rumore. Vide un giovane in piedi sulla strada davanti all’ufficio. Era alto e di corporatura esile e slanciata. Indossava un lungo cappotto, aveva il volto coperto da un fazzoletto bianco e teneva una pistola in mano. Il professor al-Laysi si mise a gridare per catturarlo. Ma il giovane sparò anche mirando al professor al-Laysi. Fortunatamente il colpo andò a vuoto. Quando al-Laysi lo inseguì per catturarlo, il giovane sparò di nuovo; in entrambe le occasioni al-Laysi scampò per un soffio. Nel frattempo, il giovane scese dalla strada e si allontanò in un’altra direzione. Un altro uomo lo aspettava. Entrambi fuggirono a bordo di una motocicletta nera. Non appena fu colpito dai proiettili, l’Imam Hasan al-Banna scese rapidamente dal taxi ed entrò nell’ufficio della Società degli Shubban al-Muslimin ripetendo: «Sono stato assassinato, sono stato assassinato». Subito dopo arrivò anche al-Laysi. Il telefono lo stava ancora aspettando. Il maggiore Muhammad al-Jazzar, ufficiale del reparto politico della polizia segreta, era in linea con lui. Appena al-Laysi sollevò il ricevitore, egli gli comunicò che Hasan al-Banna era appena stato colpito da spari omicidi davanti all’ufficio della Società. Poi al-Jazzar domandò se fosse morto oppure fosse ancora vivo. Proprio in quel momento Hasan al-Banna era già partito per l’ospedale. In seguito anche al-Laysi lo raggiunse in ospedale. Mentre giaceva sul letto di morte, dalle labbra di Hasan al-Banna usciva incessantemente la professione di fede del martirio. Poco dopo, un giovane giunse in ospedale e disse: «Ero in piedi proprio vicino al luogo in cui era parcheggiata l’automobile degli aggressori. Il numero dell’automobile è 9979». Era il giovane che in seguito sarebbe stato minacciato di vedere i propri figli diventare orfani.
Dopo che Hasan al-Banna ebbe ricevuto il martirio, in città regnavano il terrore e un’atmosfera di cupo silenzio. Tuttavia, il fuoco della vendetta non era ancora divampato. L’ospedale era stato circondato. L’anziano padre del martire solitario, lo shaykh Abd al-Rahman Ahmad al-Banna, celebrò da solo la preghiera funebre. Le donne velate della sua casa portarono il corpo fino all’ultima dimora, e a nessun servo di Dio fu permesso di piangerlo o di celebrare il lutto.
Dopo il martirio dell’Imam Hasan al-Banna, l’intera valle del Nilo fu scossa da tumulti, arresti e disordini. Ovunque furono perpetrate vessazioni e torture contro i Fratelli Musulmani. Allestendo una lunga messinscena giudiziaria, li dichiararono ribelli.
Quarta fase: 1949 –1954 d.C.
Nuovo Murshid nuovo slancio
La situazione cambiò ancora una volta. Sette mesi dopo, il 25 luglio 1949, Ibrahim Abd al-Hadi Pascià fu costretto a lasciare il potere. Hussein Sirri Pascià formò un governo di coalizione. Il suo compito consisteva nel supervisionare le elezioni. Ciò diede agli Ikhwan un certo sollievo. Alle elezioni vinse il Partito Wafd. Anche il sostegno degli Ikhwan contribuì a questo successo. Il 12 febbraio 1950 Nahas Pascià assunse le redini del potere. In quel periodo gli Ikhwan ottennero una libertà parziale. Coloro riguardo ai quali si era ritenuto che la loro storia fosse giunta al termine si rialzarono, scrollandosi di dosso la polvere, e tornarono a tenere alta la testa. Le loro penne tornarono a essere attive e i loro giornali furono nuovamente pubblicati. Hasan ibn Isma‘il al-Hudaybi fu eletto loro nuovo Murshid ‘amm. In precedenza era stato consulente legale della Corte Suprema. Sotto la guida del loro nuovo Murshid ‘amm, gli Ikhwan al-Muslimun si dedicarono a fondare nuove organizzazioni e a consolidare quelle esistenti nelle loro varie sezioni. Il 15 dicembre 1950 il governo restituì agli Ikhwan alcune delle loro proprietà. La decisione fu adottata sulla base di un’ordinanza del Consiglio di Stato, il quale dichiarò che la decisione di proclamare illegali gli Ikhwan al-Muslimun era stata del tutto errata. Tale decisione non rientrava nelle competenze dell’amministratore della legge marziale. In seguito gli Ikhwan ristabilirono immediatamente la propria situazione, tornarono a occupare il palcoscenico della storia e si trasformarono in una forza importante.
Inizio della cospirazione di palazzo
Il governo di Mustafa Nahhas Pascià rimase in carica fino all’ottobre del 1951. Dopo la destituzione di Nahhas Pascià, le consultazioni reciproche tra Qasr al-Abidin e gli inglesi diedero origine a una cospirazione di palazzo, e nell’arco di nove mesi si verificarono quattro cambiamenti di governo. Il popolo chiedeva la rottura incondizionata dei rapporti con gli inglesi. Questa richiesta si rafforzava di giorno in giorno, ma le forze britanniche non erano disposte a ritirarsi, non solo incondizionatamente, ma neppure a determinate condizioni. Tra il popolo, il palazzo e le forze britanniche si era eretta una solida barriera. Ogni volta che veniva formato un gabinetto e questo si piegava alle richieste popolari, il palazzo lo rovesciava con la potenza dei carri armati britannici. Se invece venivano soddisfatte le brame del palazzo, le proteste e le manifestazioni popolari si trasformavano per esso in un annuncio della caduta. Così, tra il 23 e il 26 maggio 1952, ebbe luogo nel Paese un colpo di Stato militare e il corso della storia nazionale cambiò. La sua descrizione è già stata riportata in precedenza.
La violazione del trattato britannico
Il governo di Mustafa Nahhas Pascià rimase in carica fino all’ottobre del 1951. Il programma più importante del suo mandato fu l’annuncio, da parte sua e attraverso il Parlamento, dell’abrogazione del trattato stipulato nel 1936 tra l’Egitto e la Gran Bretagna, in risposta alle richieste popolari. In base a tale trattato, l’Egitto aveva costruito basi militari britanniche, mentre Gran Bretagna e Francia avevano istituito una concessione congiunta sul Canale di Suez. Nahhas Pascià dichiarò in Parlamento: «Nel 1936 fu l’Egitto stesso a stipulare questo trattato con la Gran Bretagna, e oggi è l’Egitto stesso ad annunciarne l’annullamento». Questo annuncio suscitò fermento nei cuori ormai spenti del popolo, ma provocò inquietudine tra il palazzo e le forze britanniche.
La partecipazione dei Fratelli alla guerra d’indipendenza
Nahas Pascià voleva discutere animatamente con la leadership britannica, affinché si potesse sancire il ritiro delle truppe nella storia. Ma la leadership britannica evitò di affrontare la questione. Il popolo fu costretto ad agire e ebbe inizio la guerra d’indipendenza. Anche il governo di Nahas si unì al popolo. I mujahidin si lanciarono nella lotta per l’indipendenza dell’amata patria. La zona di Suez si trasformò in un campo di battaglia. I volontari dell’Ikhwan al-Muslimun parteciparono ampiamente a questa guerra e diedero prova di un coraggio e di un abnegazione straordinari. L’Ikhwan istituì campi di addestramento militare nei college, e gli studenti di tutti i partiti cominciarono a ricevere senza ostacoli l’addestramento militare sotto la supervisione dell’Ikhwan. Ciò lasciò sgomente le forze britanniche. Al punto che dalla stazione radio dell’alto comando britannico veniva trasmesso incessantemente questo annuncio: chiunque avesse portato la testa dello shaykh Muhammad Farghali avrebbe ricevuto una ricompensa di cinquemila sterline. Lo shaykh Farghali era membro del Majlis al-Shura dell’Ikhwan. In questa guerra, con l’aiuto delle forze guerrigliere, inflisse una pesante sconfitta alle forze britanniche (lo shaykh Muhammad Farghali fu tra i leader dell’Ikhwan condannati all’impiccagione da Gamal Abdel Nasser verso la fine del 1954). Il governo Wafd fu talmente impressionato dal coraggio, dalla strategia, dal sacrificio e dal fervore jihadista dei mujahidin dell’Ikhwan che convocò i leader dell’Ikhwan per consultarsi sulla possibilità di affidare completamente il comando della guerra ai volontari dell’Ikhwan. Tuttavia, il giorno precedente a quello della proposta, il palazzo depose il governo Wafd. Il governo Wafd aveva stipulato con l’Ikhwan un accordo in base al quale non avrebbe imposto restrizioni alle attività politiche dell’Ikhwan. In precedenza, però, proprio questo governo aveva cercato di impedire all’Ikhwan di partecipare alla politica, e il ministro dell’Interno Fuad Sirajuddin (che era anche il segretario generale del Wafd) aveva fatto approvare in parlamento una legge nel 1950. Ma l’Ikhwan rifiutò di accettare tale legge. Alla fine, fu lo stesso governo Wafd a doversi piegare.
L’obiettivo dell’eliminazione del governo Wafd era soffocare il movimento per l’indipendenza. In seguito, fu affidato ad Ali Maher l’incarico di formare il governo. Ma anche questo governo ebbe vita breve, durando appena pochi giorni. Dopo Ali Maher fu chiamato Najib Hilali. Neppure lui riuscì a rimanere a lungo. Questi due adottarono un metodo nuovo, diverso da quello dei governanti precedenti. Incontravano i leader dell’Ikhwan al-Muslimun e degli altri partiti politici e si consultavano con loro. Durante il mandato di Najib Hilali, l’Ikhwan annunciò temporaneamente la decisione di non partecipare alle elezioni, date le circostanze eccezionali. Dopo Najib Hilali, Hussein Sirri e, per la seconda volta, Najib Hilali occuparono la carica di primo ministro. Questi governi non avevano più dignità di fantocci di legno. Il loro unico obiettivo era immergere la popolazione agitata nell’incanto di essere placata come un bambino.
1952 : insurrezione militare
Nel luglio del 1952 il territorio egiziano assistette a un’altra insurrezione. Dio si vendicò del re d’Egitto Farouk e, in un batter d’occhio, il suo splendore e la sua magnificenza faraonici divennero materia di antiche leggende. Come si svolse questa insurrezione, quali furono le ragioni del suo successo e perché se ne avvertì la necessità? Senza ricercare le risposte a queste domande non è possibile comprendere la situazione successiva. Per questo ritengo necessario gettare brevemente luce su tali questioni.
Verso la fine del XIX secolo, il colonialismo britannico cominciò a estendere il proprio dominio sull’Egitto e, in breve tempo, mise il Regno d’Egitto nella propria tasca. Personalità patriottiche come Ahmad ʿUrabi Pascià e Mustafa Kemal cercarono di contrastare questa penetrazione. Ma quella tempesta divenne sempre più violenta giorno dopo giorno. I sostenitori dell’indipendenza fondarono una dopo l’altra diverse organizzazioni, ma nessuna riuscì a sopravvivere. Quando il 18 dicembre 1914 fu proclamato ufficialmente il protettorato britannico sull’Egitto, gli egiziani si sollevarono contro di esso. Il 28 febbraio 1922 la Gran Bretagna fu costretta a ritirare il proprio dominio coloniale. Tuttavia, con il pretesto della tutela, furono poste ai piedi dell’Egitto catene tali che, sebbene il colonialismo britannico fosse terminato, dietro varie denominazioni — la difesa dell’Egitto, la sicurezza degli stranieri e altre ancora — quel mostruoso regime dispotico rimase sempre attivo. Il 19 aprile 1923 fu introdotta per la prima volta una costituzione in Egitto e al Paese fu riconosciuto lo status di Stato indipendente. L’Islam fu proclamato religione di Stato. Ma come poteva essere gradita una simile sottomissione dell’Egitto, in un Paese nel quale era penetrato il dominio imperialista? Pertanto, il 26 agosto 1936 fu firmato tra Egitto e Gran Bretagna un accordo denominato Trattato di amicizia. In base a tale accordo, l’Egitto concesse alla Gran Bretagna il permesso di istituire sulle rive del Canale di Suez una base per le truppe inglesi, che avrebbe garantito la sicurezza del Canale di Suez. In questo modo gli inglesi sbarcarono astutamente in Egitto, preparandosi alla guerra, e sorsero i giorni nefasti dell’Egitto. In seguito il governo costituzionale egiziano cadde e nel Paese salirono al potere gli inglesi, il re d’Egitto e il loro consiglio dei ministri fantoccio. Impadronendosi della sicurezza di Suez, le forze inglesi si appropriarono del cuore economico dell’Egitto; e quanto più cresceva l’influenza inglese, tanto più aumentava la sudditanza dell’Egitto. Gli inglesi estesero il loro predominio sull’intero apparato amministrativo egiziano. La situazione giunse al punto che nelle vene del sistema economico, dell’istruzione e della cultura egiziane, nonché della politica interna ed estera, cominciò a scorrere il sangue della diplomazia inglese. La maggior parte delle scuole e dei college passò sotto il controllo dei cristiani. Gli insegnanti e le insegnanti erano cristiani. Le compagnie europee affermarono il proprio controllo sul commercio e gli egiziani cominciarono a essere schiacciati sotto la macina della loro oppressione. Durante l’epoca di Fuʾad I il popolo egiziano aveva almeno una certa libertà di esprimersi. Ma l’epoca di Faruq fu per il popolo egiziano un’epoca di doppia schiavitù: da un lato, il predominio assoluto degli inglesi e, dall’altro, il governo dispotico di Faruq.
Dopo aver fondato gli Ikhwan al-Muslimun, la prima cosa che Hasan al-Banna fece fu suscitare lo spirito del jihad tra la nazione egiziana, priva di vitalità e disperata. Il suo celebre opuscolo sul jihad fu una delle voci più vigorose del primo periodo degli Ikhwan. In quell’opuscolo, l’Imam al-Banna, intrecciando ornamenti retorici, attirò il popolo egiziano verso il jihad, presentandolo come il vero rimedio per liberare la nazione musulmana dall’arretratezza e dalla caduta. In primo luogo, l’Imam al-Banna citò nell’opuscolo tutti quei versetti del Corano nei quali è esplicitato l’obbligo del jihad. Poi ne presentò dettagliatamente le prove attraverso gli hadith. Un capitolo importante della sua opera consisteva nel riportare le opinioni di tutti i giuristi islamici della Umma musulmana riguardo al jihad. A questo proposito riferì l’opinione di Ibn Qudama: quando un esercito di miscredenti attacca una città, combatterlo e respingerlo fuori dalla città diventa un obbligo individuale per i suoi abitanti. Il vigoroso pronunciamento degli ulema di al-Azhar fu il seguente: chi mai potrebbe essere un sapiente più grande dell’Imam Badr al-Din al-ʿAyni, commentatore del Sahih al-Bukhari? Egli aveva l’abitudine di dedicare un anno all’insegnamento e allo studio e di trascorrere l’anno successivo nell’hajj. Infine criticò anche coloro che definiscono la guerra il jihad minore e il jihad contro l’ego il jihad maggiore, rendendo inerti i combattenti con il pretesto della purificazione spirituale. A questo proposito scrive:
“Alcune persone cercano di impedire alla gente comune di comprendere l’importanza della guerra e di prepararsi al jihad. Presentano come prova il fatto che negli hadith sarebbe riportato che il jihad maggiore consiste nel combattere contro il proprio ego. Ma questa prova è infondata. Hafiz Ibn Hajar al-ʿAsqalani scrisse nella sua opera Tasdid al-Qaws che ciò rientra tra le parole diffuse dalla tradizione orale e non è una parola del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), bensì di Ibrahim ibn Ablah.”
Pertanto, gli Ikhwan al-Muslimun proclamarono che il loro obiettivo fondamentale era:
***************আরবী****************
Cioè: il martirio sulla via di Allah è la nostra più grande aspirazione. Non era soltanto uno slogan pronunciato a parole; al contrario, essi iniziarono concretamente ad addestrare i propri membri al jihad. I giovani dei college e delle università, invece di sprecare il tempo in attività futili, ricevevano un addestramento militare e infondevano nella nazione lo spirito del jihad. La vera manifestazione di questo entusiasmo per il jihad si ebbe quando, nel 1948, il popolo arabo si lanciò in guerra contro gli ebrei. Anwar Sadat (che era il braccio destro di Gamal Abdel Nasser e in seguito divenne presidente democratico) scrive a pagina 177 del suo diario, Ṣafḥāt Majhūla:
“In quei giorni (cioè durante la guerra di Palestina del 1948), il gruppo che, più di tutti gli altri gruppi impegnati nella guerra del jihad, suscitava stupore era quello degli Ikhwan al-Muslimun. La notte in cui era prevista la partenza per la Palestina, Hasan al-Banna e lo shaykh Farghali vennero e pronunciarono un discorso infuocato rivolto al gruppo dei mujahidin, suscitando in loro una intensa emozione ed eccitazione.”
Dopo aver ravvivato l’ispirazione al jihad, la seconda grande opera compiuta dagli Ikhwan al-Muslimun fu avanzare la richiesta di instaurare un governo islamico nel Paese. Nel 1938 Hasan al-Banna scrisse una lunga lettera al ministro della Giustizia Ahmad Khushbu Pascià, nella quale si affermava che per cinquant’anni era stato sperimentato soltanto l’anti-islamismo, dimostratosi clamorosamente fallimentare. Ora si sarebbe dovuta sperimentare la legge islamica. In questa lettera l’Imam Hasan al-Banna illustrò anzitutto l’importanza della legge islamica dal punto di vista coranico. Poi osservò che, se si esamina la costituzione giuridica di questo Paese, si può comprendere che la sua fonte non è il Corano e la Sunna, bensì le costituzioni e le leggi dei Paesi europei, come Belgio, Francia, Italia e altri.
La nostra Costituzione è manifestamente in conflitto con l’Islam, sia sotto il profilo integrale sia sotto quello parziale. Ora riflettete: se davanti a un musulmano si presenta una questione la cui soluzione, secondo l’Islam, è una, mentre secondo le leggi vigenti è un’altra, quale strada dovrà seguire quel musulmano? Riflettete inoltre: come può essere lecito per i magistrati, i giudici, il presidente della Corte Suprema e il ministro della Giustizia di questo Paese contravvenire alle disposizioni di Allah, il Migliore dei giudici?
Dopo questa aspra critica, l’Imam Hasan al-Banna rispose alle accuse di coloro che ritenevano impossibile, nell’epoca moderna, promulgare la legge islamica e concluse la lettera avanzando la seguente richiesta:
«La richiesta degli Ikhwan al-Muslimun è che il nostro governo ritorni alla Sharia islamica e riorganizzi al più presto il sistema giuridico egiziano sulla base della Sharia. Siamo una nazione musulmana e ci impegniamo a obbedire soltanto alla legge di Allah e al governo, alle norme e ai divieti del Corano e della Sunna, anche se ciò dovesse costarci un prezzo molto alto e richiedere sacrifici sempre maggiori. In quanto nazione libera e musulmana, questo è un nostro diritto naturale. Nessun altro modello di dignità politica e sociale e di pazienza può sostituirlo. Anche voi ci aiuterete a ottenere questo diritto. Cercherete di cambiare questa situazione e non costringerete la nazione a imboccare una strada sulla quale la maggior parte del popolo finisca per sprofondare nella disperazione e nell’impotenza.»
Da una parte vi era questa richiesta degli Ikhwan; dall’altra, in Egitto cominciò una disputa sulla titolarità del potere. Il khedivè Tawfiq Pascià disse ad Arabi Pascià: «Ho ereditato questo Paese dai miei antenati». Questo modo di pensare dimorava anche nella mente dei successori di Tawfiq Pascià. Tuttavia, l’epoca di Fu’ad I (1936) fu più prospera. Quella di Faruq, invece, fu oscurata dal caos politico e dagli intrighi degli inglesi. In quel periodo Hasan al-Banna fu l’unico a mantenersi lontano dalla corte reale. Inoltre, quella corte era come un hammam nel quale si erano visti nudi anche uomini indipendenti come Nahhas Pascià, pensatori liberi come Taha Hussein, celebri letterati come Ahmad Hasan al-Zayyat e alfieri della Sunna come Muhammad Faqi. Lo stesso Faruq odiava Hasan al-Banna. All’inizio non dava alcun peso al movimento degli Ikhwan. Ma, quando la richiesta di promulgare la Sharia islamica cominciò gradualmente a rafforzarsi, iniziò ad aprire gli occhi. Anwar Sadat racconta nella sua opera che nel 1944 egli, cioè Anwar Sadat, incontrò Hasan al-Banna. In quell’occasione Hasan al-Banna riferì, citando alcuni osservatori, alcune questioni degne di riflessione riguardo al re Faruq:
«Il re ha avvertito un grave pericolo nella predicazione degli Ikhwan. È giunto persino alle sue orecchie che, sulla base della predicazione degli Ikhwan, nell’Islam non vi è alcuna possibilità di ottenere la regalità per via ereditaria… Perciò il re sta pensando a come mettere le mani sugli Ikhwan. (Safhāt-e Majhūla, p. 19)»
Il conflitto tra gli Ikhwan e Faruq giunse a tal punto che, alla fine, Faruq e Abd al-Hadi Pascià fecero martirizzare Hasan al-Banna. In seguito, un’inchiesta giudiziaria dimostrò che tra gli assassini era coinvolto anche un servitore personale di Faruq. Nonostante ciò, il movimento degli Ikhwan impresse chiaramente nel cuore del popolo egiziano questa verità eterna: finché non si fossero gettate le fondamenta della monarchia nel Paese, nessun programma di riforma avrebbe potuto essere attuato. Tuttavia, la questione principale non era soltanto porre fine alla monarchia; il punto centrale era instaurare un governo islamico. La politica repressiva di Faruq, la sua anarchia morale, la sua intesa con gli inglesi e l’arbitraria oppressione esercitata dai suoi funzionari sui contadini produssero un effetto magico sulla predicazione degli Ikhwan, e giunse il momento in cui persino i bambini ingenui d’Egitto cominciarono a provare avversione per Faruq.
Durante il regno di Faruq, il Consiglio dei ministri che veniva formato o restava estraneo a entrambe le condizioni, oppure veniva istituito secondo il capriccio di Faruq, e la sua dignità non era superiore a quella di un pupazzo di legno. E alle sue spalle stavano le truppe inglesi. Fu così che, nel febbraio 1942, il governo del partito Wafd venne insediato grazie ai carri armati britannici.
Pertanto, gli Ikhwan dichiararono la loro insoddisfazione e la loro non collaborazione con tutti questi governi.
La quarta caratteristica di questa vicenda riguarda l’esercito egiziano. All’epoca, l’esercito egiziano era indubbiamente considerato il più forte e meglio addestrato tra gli eserciti dei Paesi arabi. Tuttavia, la presenza delle forze britanniche lo teneva soggiogato. La maggior parte degli ufficiali dell’esercito egiziano era affetta dalla malattia dell’adorazione del re. Soltanto un numero limitato di persone versava lacrime di sangue davanti alla grave situazione e alle calamità. Ma, per portare avanti l’opera di riforma, era necessario che si producesse un cambiamento nel mondo delle idee e della coscienza di coloro nelle cui mani si trovavano la vera forza e il potere del Paese. L’allora presidente dell’Egitto, Anwar al-Sadat, apparteneva a quegli ufficiali dell’esercito che furono i primi a venire a conoscenza dell’invito di Hasan al-Banna. Perciò Anwar al-Sadat scrisse nella sua opera:
«Molti ufficiali dell’esercito incontravano Hasan al-Banna. L’unico obiettivo di Hasan al-Banna era fare in modo che, in qualche maniera, si sviluppasse la devozione religiosa tra gli ufficiali dell’esercito egiziano.» (Safحات مجهولة – pagina 349)
La personalità profondamente devota di Hasan al-Banna e l’incredibile effetto della sua celestiale predicazione fecero sì che essa ottenesse un’accettazione illimitata all’interno dell’esercito. Anwar al-Sadat scrisse: «La popolazione voleva liberarsi a qualunque costo dal dominio britannico. Fu sulla base di questa aspirazione che si instaurò uno stretto rapporto tra un gruppo di ufficiali dell’esercito egiziano fautori dell’indipendenza e Hasan al-Banna.
«Il rapporto divenne così profondo che un gruppo dell’esercito egiziano considerava l’Ikhwan l’unica speranza per la liberazione dell’Egitto.»
In questo modo l’Ikhwan preparava il terreno, su ogni campo di battaglia, per liberare la nazione egiziana dall’occupazione britannica e dall’oppressione tirannica della monarchia. Infine, nel luglio del 1952, ebbe luogo la rivoluzione. Da allora in Egitto ebbe termine la monarchia. Il successo di questa rivoluzione non fu merito esclusivo dell’esercito. Infatti, nell’esercito egiziano vi era un tale coraggio che esso avrebbe osato compiere un’azione audace nella quale sarebbe stato inevitabile affrontare tre terribili avversari. Il primo era l’esercito britannico, il secondo Faruq e il terzo il governo dei politici egiziani in cerca di fortuna. Il primo colpo della rivoluzione fu certamente sparato dall’esercito. Ma l’Ikhwan aveva seminato tra il popolo egiziano un tale malcontento contro l’influenza britannica e Faruq che, non appena si udì il fragore dei colpi della rivoluzione, l’intera nazione iniziò a congratularsi con loro e a cospargerli di fiori. Nelle parole del generale Naguib: «Per molto tempo dopo la rivoluzione, tra l’Ikhwan e le autorità rivoluzionarie si mantenne una profonda relazione di collaborazione». L’assassino di Hasan al-Banna fu arrestato. I prigionieri politici dell’Ikhwan furono liberati. Anche l’Ikhwan non fu avaro nel sostenere i rivoluzionari. Anzi, un gruppo si spinse tanto avanti nel prestare loro aiuto che questo comportamento suscitò perplessità in molti simpatizzanti dell’Ikhwan. Proprio per questo sorse anche un certo dissenso su tale questione tra Hasan al-Hudaybi e i giovani impulsivi del movimento.
Il disaccordo tra l’Ikhwan e il Consiglio rivoluzionario
Infine, il disaccordo tra l’Ikhwan e il governo rivoluzionario venne alla luce. Invece di diminuire, continuò a crescere gradualmente, e la situazione sfociò in una grande tragedia. In sintesi, questi dissensi furono i seguenti:
Uno: Il disaccordo ebbe inizio in relazione alla formazione del Consiglio dei ministri rivoluzionario. Il 9 dicembre 1952 il Consiglio rivoluzionario destituì Ali Maher, che era stato nominato primo ministro dopo la rivoluzione, e Muhammad Naguib formò il Consiglio dei ministri. Il Consiglio rivoluzionario propose di assegnare all’Ikhwan tre incarichi ministeriali, ma il Maktab al-Irshad (il Consiglio della shura dell’Ikhwan) non accettò. Hasan al-Hudaybi non era affatto disposto a includere il movimento in un governo di questo tipo, nel quale la reale indipendenza non sarebbe stata nelle mani del governo, bensì sarebbe stata conquistata dalla leadership rivoluzionaria. Hasan al-Hudaybi disse: «Siamo sinceri sostenitori del governo; se i responsabili della leadership faranno un buon lavoro, riceveranno la nostra collaborazione. Ma se commetteranno degli errori, li criticheremo a questo riguardo». Un membro del Consiglio della shura, Ahmad Hasan al-Bakuri, accettò un incarico ministeriale contro la decisione del movimento e fu costretto a dimettersi dal movimento.
Due : L’Ikhwan cominciò nuovamente a rivendicare la rinascita dell’ordinamento di vita islamico. La rivista Al-Muslimun (agosto 1951) scrisse, facendo luce sulla rivoluzione: «La rivoluzione ha portato a compimento la liberazione della nazione dal colonialismo e dalla schiavitù. Ma il vero compito consiste nel formare una nazione pienamente musulmana sotto il profilo del pensiero e della conoscenza, dei sentimenti e delle motivazioni, delle azioni e della morale; una nazione sulla quale si possa fare affidamento per attuare le norme islamiche. Questo compito può essere svolto soltanto da coloro che possiedono una chiara conoscenza dell’Islam e i cui passi non vacilleranno mai nella lotta tra la verità e la falsità». L’Ikhwan chiese al Consiglio rivoluzionario di dichiarare vietati nel Paese il consumo di alcol e il gioco d’azzardo. Il Consiglio stabilì invece soltanto alcune limitate proibizioni fondamentali, cosa che non soddisfece l’Ikhwan.
Tre : Il 10 dicembre fu dichiarata abolita la Costituzione egiziana. Fu inoltre costituito un comitato di cento membri per redigere una nuova Costituzione. Hasan al-Hudaybi, osservando il favore dei membri, chiese che la questione fosse sottoposta a referendum, affinché si decidesse se per l’Egitto dovesse essere adottata la sharia islamica oppure il sistema occidentale. Questa richiesta divenne però sgradita al Consiglio rivoluzionario.
Quattro : Il 16 gennaio 1953 il Consiglio rivoluzionario dichiarò, con una legge, fuorilegge tutti i partiti politici. In quel momento l’esperienza e la lungimiranza di Hasan al-Hudaybi si rivelarono molto utili. I dirigenti dell’Ikhwan volevano legare il proprio destino a quello dell’esercito, ma Hasan al-Hudaybi ritenne necessario mantenere la propria distinzione, anche se ciò significava restare lontani dalle piccole attrattive della politica. Pertanto inviò al Consiglio rivoluzionario un memorandum, nel quale, contestando l’inclusione dell’Ikhwan tra i partiti politici esistenti, affermava: «L’Ikhwan è un’associazione religiosa universale; la politica è soltanto una parte del suo programma. L’Ikhwan non aspira al potere e non parteciperà alle elezioni parlamentari». In questo modo il Murshid salvò il movimento da una grave calamità.
Cinque : Il 23 gennaio 1953 il partito governativo annunciò la fondazione di «Sathut Tahrir». Anche i membri dell’Ikhwan e degli altri partiti politici furono invitati ad aderirvi. L’Ikhwan rifiutò. Hasan al-Hudaybi incontrò Gamal Abdel Nasser e gli disse: «La rivoluzione» è il riflesso delle speranze e delle aspirazioni dell’intera nazione. Pertanto non si dovrebbe legare la nazione a un partito particolare. La conseguenza sarebbe che gli opportunisti vi entrerebbero, utilizzando l’organizzazione per interessi personali e danneggiando l’immagine del governo e della rivoluzione.
Sei : Il 22 febbraio 1953 ebbe inizio, per la seconda volta, il ciclo di negoziati con la Gran Bretagna. Alla luce delle esperienze precedenti, l’Ikhwan considerava i negoziati soltanto una perdita di tempo. Inoltre, non era disposto ad accettare alcuna condizione che desse agli inglesi, in qualunque modo, l’opportunità di rimettere piede sul suolo egiziano.
Sette : Mentre si discutevano i termini dell’accordo, si stabilì che il signor Evengz, funzionario dell’ambasciata inglese, avrebbe incontrato il Murshid Amer (Hasan al-Hudaybi), affinché potesse conoscere il parere dell’Ikhwan sui termini dell’accordo. Il signor Evengz e l’Ikhwan erano entrambi d’accordo al riguardo. Durante l’incontro, il Murshid sostenne pienamente la posizione del governo e convocò immediatamente il maggiore Salah Salem (ministro della Guida nazionale), riferendogli in dettaglio il contenuto dei colloqui. Nonostante ciò, da parte del Consiglio rivoluzionario fu rivolta all’Ikhwan l’accusa di cospirare con gli inglesi.
Questa fu la causa principale del dissenso tra l’Ikhwan e il Consiglio rivoluzionario. Ma il 12 gennaio 1954 si verificò un episodio in seguito al quale l’Ikhwan fu dichiarato illegale. Quel giorno gli studenti dell’Ikhwan stavano celebrando il Giorno dei Martiri nel campus universitario. Improvvisamente arrivarono alcuni uomini armati su una jeep di Hay’at al-Tahrir, entrando mentre gridavano «Allahu Akbar» e «Viva l’Egitto». Non appena furono fermati, cominciarono a sparare con le pistole. Anche gli studenti dell’Ikhwan risposero immediatamente al fuoco. Prendendo questo episodio a pretesto, il governo rivoluzionario dichiarò fuorilegge l’Ikhwan e arrestò numerosi dirigenti. D’altra parte, il Consiglio rivoluzionario depose anche il generale Naguib. Nel Paese scoppiò una grande confusione e nell’esercito si diffuse una forte agitazione. Alla fine la leadership contrapposta fu costretta a reintegrare Naguib e annunciò persino il ritiro del divieto imposto all’Ikhwan e agli altri partiti politici. Tre giorni dopo questo annuncio, Hay’at al-Tahrir scatenò violenti disordini e la situazione nel Paese divenne talmente ostile che Naguib fu costretto a dimettersi. Tutti i partiti politici, tranne l’Ikhwan, furono sciolti. Gamal Abdel Nasser assunse personalmente l’incarico di primo ministro.
Il 1º settembre 1953 fu firmato con la Gran Bretagna l’accordo sul ritiro delle truppe. L’Ikhwan respinse l’accordo e tra l’Ikhwan e i dirigenti rivoluzionari ebbe inizio un acceso dibattito. Il 26 ottobre 1954 fu compiuto un attentato contro la vita di Gamal Abdel Nasser, del quale l’Ikhwan fu accusato. La lunga vicenda si concluse persino con la condanna a morte di sei dirigenti dell’Ikhwan. Migliaia di persone furono gettate in carcere e contro di loro fu scatenata una repressione così estrema che persino le pagine nere della storia umana tremarono nel vederla. Da una parte il governo rivoluzionario faceva rivivere i ricordi del Faraone, di Nimrod, di Gengis e di Hulagu Khan; dall’altra, i prigionieri dell’Ikhwan ravvivavano gli ideali delle grandi figure dell’Islam, come Bilal, Khubayb e Sa’id ibn Jubayr, che Allah sia soddisfatto di loro.
Il martirio dei leader dell’Ikhwan
A questo punto presento una citazione dall’opera «Gamal Abdel Nasser», scritta da Ahmad Abul Fatah, direttore del celebre quotidiano egiziano Al-Misri. Da essa si può avere un’idea, seppur parziale, della situazione di allora, nella quale si narrano la condanna all’impiccagione di sei leader dell’Ikhwan e l’imprigionamento di migliaia dei suoi membri. Ahmad Abul Fatah scrive:
«Il processo contro gli ikhwan arrestati si svolse presso il tribunale che Gamal Abdel Nasser chiamava Tribunale del Popolo, Mahkamat al-Sha‘b. Questo tribunale era composto da tre giudici, tutti collaboratori di Gamal Nasser e membri del Consiglio rivoluzionario. È evidente che un procedimento giudiziario di questo genere non era altro che una vergognosa messinscena. Agli imputati furono rivolte innumerevoli accuse. Tuttavia, quando entravano in aula, sui loro corpi e sui loro volti erano chiaramente visibili i segni delle torture bestiali. Eppure i giudici non sollevarono neppure una volta in tribunale la questione di quelle crudeli punizioni e torture.»
Qui diventa evidente che questo tribunale era stato istituito proprio per impiccare gli esponenti di rilievo dell’Ikhwan e incarcerare la gente comune. Di fatto, dunque, il tribunale condusse una campagna di repressione sotto l’arbitrio di Abdel Nasser. Il tribunale condannò all’impiccagione sette persone. Una di loro era il Murshid al-‘Ala dell’Ikhwan al-Muslimun, Hasan al-Hudaybi, mentre le altre sei erano dirigenti di primo piano dell’organizzazione. I loro nomi erano: l’avvocato Abd al-Qadir Awda. Abd al-Qadir Awda era tra i leader più eminenti dell’Ikhwan al-Muslimun. Durante il regno di Faruq era stato giudice presso i tribunali egiziani. Tuttavia, poiché era musulmano, non riteneva lecito emettere sentenze secondo leggi non islamiche e per questo si dimise da quell’alta carica. In seguito aderì all’Ikhwan e fu promosso alla posizione di Na’ib Murshid ‘Amm. Scrisse diverse opere. Tra i suoi libri, quello che suscitò maggiore scalpore fu «Il diritto penale islamico» (al-Tashri‘ al-Jina’i al-Islami), completato in due grandi volumi. L’opera fu molto apprezzata dagli ambienti giuridici di tutto il mondo. La scrisse nel 1951. In riconoscimento dell’eccellenza e del particolare contributo dell’opera, il governo decise di conferire all’autore il premio Fu’ad al-Awwal. Fu però posta la condizione di eliminare due frasi dal libro. Una affermava che il sistema successorio dell’Islam non sostiene la monarchia; l’altra che, nell’Islam, nessun giudice è al di sopra della legge. Il professor Abd al-Qadir Awda, che Dio abbia misericordia di lui, rifiutò di cancellare quelle frasi e respinse anche il premio, il cui valore era di mille sterline egiziane. Inoltre, attirò l’ira di re Faruq, poiché quelle frasi colpivano direttamente proprio re Faruq. Oltre a quest’opera, Abd al-Qadir Awda, che Dio abbia misericordia di lui, scrisse anche altri libri, come «L’Islam e il nostro sistema giuridico», «L’Islam e la nostra politica» e «Gli insegnamenti islamici sul governo», tra gli altri.], il segretario generale dell’Ikhwan al-Muslimun, lo shaykh Muhammad Farghali, Yusuf al-At, Ibrahim al-Tayyib e Hindawi Dabir.
«Il procedimento giudiziario era macchiato dall’oppressione e dalla tortura, dalla vendetta, dal calpestamento della verità e dalla condanna della giustizia e dell’equità. Le popolazioni dell’Egitto e degli altri Paesi arabi esprimevano il loro disgusto verso questa politica e da varie parti del mondo arabo e islamico si levarono proteste contro una simile manifesta oppressione. Nelle principali città di Siria, Libano, Libia, Giordania e Iraq si svolsero imponenti marce di protesta, nelle quali si scandivano slogan per la caduta della dittatura militare. Tutti i leader del mondo arabo e islamico chiesero un intervento in questa vicenda e rivolsero a Gamal Abdel Nasser un appello affinché ponesse fine, in qualunque modo, a questo doloroso capitolo. Anche i giornali dei Paesi arabi attaccarono con parole estremamente taglienti quella decisione, l’operato del tribunale e il governo militare. Ma Gamal Abdel Nasser non prestò la minima attenzione a questi appelli. Al contrario, mostrò uno zelo straordinario nel far eseguire la condanna a morte dei leader dell’Ikhwan, sebbene il Murshid al-‘Ala dell’Ikhwan, Hasan al-Hudaybi, fosse stato risparmiato da tale pena.»
I rappresentanti delle agenzie di stampa internazionali assistettero all’esecuzione delle condanne a morte e videro con i propri occhi lo straordinario coraggio e il morale incrollabile degli imputati, che non mutarono minimamente neppure mentre stavano sul patibolo. Sul posto era presente John Lacoyter, inviato del France-Soir, il quotidiano più famoso di Francia. Egli pubblicò un resoconto dettagliato dell’accaduto sul suo giornale, con il titolo: «Scene di coraggio e audacia di uomini che avanzano verso il patibolo». Scrisse che al cancello principale della prigione del Cairo sventolava una bandiera nera, a testimonianza del tragico evento dell’impiccagione dei sei leader dell’Ikhwan al-Muslimun. Nel momento dell’esecuzione essi rendevano grazie ad Allah, che aveva conferito loro l’onore del martirio.
Questi uomini si dirigevano verso la morte con straordinario coraggio. Alle otto in punto fu issata una bandiera nera sulla facciata della Corte d’appello, dove gli imputati erano stati trasferiti la notte precedente. Come di consueto, fuori dalla prigione soffiava un vento freddo. All’interno del recinto centrale della prigione stavano, come sempre, due boia dall’aspetto demoniaco, con baffi irsuti e abiti neri. Attendevano accanto a una porta socchiusa: era la porta della camera delle esecuzioni. Otto minuti dopo le otto, il primo che la polizia di sicurezza condusse al patibolo fu Abd al-Latif. Indossava un berretto rosso, una camicia nera e pantaloni rossi. Aveva i piedi nudi. Muovendo le labbra, recitava una supplica. Sul suo volto brillava la stessa serenità che avevo osservato il giorno dell’udienza in tribunale. Dopo la lettura dell’accusa, affinché l’Ikhwan fosse rimproverato per aver tentato di attentare alla vita del colonnello Nasser e di organizzare la rivoluzione con la forza, due ulema recitarono alcuni versetti del Corano. Un terzo ulema, cieco e chiamato shaykh Sa‘di, pronunciava un discorso nel quale testimoniava che Abd al-Latif, prendendo di mira il colonnello Nasser, aveva pianificato di uccidere non soltanto un uomo, ma tutti i ventidue milioni di egiziani. Tuttavia, Allah protesse il colonnello per il bene del popolo egiziano. Il funzionario distrettuale ordinò al condannato di recitare la professione di fede. Egli invece cominciò a dire: «Rendo grazie ad Allah, che mi ha conferito l’onore del martirio. Il martirio è il desiderio più prezioso dell’Ikhwan al-Muslimun». Abd al-Latif rifiutò persino di accettare qualsiasi cosa. Nel frattempo udii un grido. La tavola di legno era stata fatta uscire da sotto i piedi del condannato. Il suo battito rimase attivo per tre minuti e mezzo, poi si spense per sempre.
Dopo ogni esecuzione per impiccagione dovevo aspettare mezz’ora. Secondo la legge egiziana, infatti, era obbligatorio lasciare appeso per mezz’ora il corpo della persona condannata, affinché non rimanesse alcun dubbio sulla sua morte.
Fu quindi portato Yusuf al-At. Era il segretario organizzativo della Siria. Come il precedente, anch’egli indossava abiti rossi e neri. Tra i due giganteschi carnefici, sembrava piuttosto piccolo. Il suo corpo aveva assunto un colore bluastro e il volto era gonfio. Mentre passava davanti a noi, volgeva lo sguardo qua e là con entrambi gli occhi. Giunto vicino al patibolo, espresse il desiderio di recitare due rakʿa di preghiera. Ma i carnefici risposero: «Recitale dentro di te». Egli recitò allora ad alta voce questa supplica —
(*************ARABO*********************)
(Perdonami e perdona anche tutte quelle persone che hanno ecceduto contro di me.) Il battito del cuore di Yusuf al-At cessò dopo appena due minuti.
Il terzo imputato, Ibrahim Tayyar, era il capo dell’organizzazione clandestina della zona del Cairo. Nessuno potrà dimenticare il coraggio che dimostrò in quel momento. Sulle sue labbra era comparso un lieve sorriso misto a disprezzo. Inoltre, invece di camminare al centro, procedeva da un lato. Guardava senza paura le persone presenti e diceva con voce limpida: «Sia lodato Allah, perché i nostri stessi nemici si sono eretti a nostri giudici. Ma nel Giorno della Resurrezione sia l’oppressore sia l’oppresso compariranno davanti a un Giudice giusto, che emetterà il verdetto secondo la verità e la giustizia». A un certo punto disse al carnefice: «Non stringere troppo; la catena mi sta lacerando il braccio». Con il suo eloquente sorriso entrò nell’ultima porta.
Il quarto imputato era un avvocato. Si chiamava Handabi Dabir. L’accusa formulata contro di lui era di aver fornito armi all’assassino e di averlo incitato a commettere l’omicidio. Quando gli fu chiesto se avesse un ultimo desiderio, rispose: «Chiedo clemenza a Jamal Abdun Nasser». Il direttore del carcere rispose: «Il suo desiderio le è già stato comunicato». Dopodiché anche lui fu condotto nella stanza nera.
Poi venne il turno di uno shaykh dall’aspetto avvenente e maestoso. Era Muhammad Farghali, il celebre predicatore dell’Ikhwan. Avanzò con un dolce sorriso sul volto. Dalle sue labbra risuonavano queste parole: «Allahu Akbar, sto avendo la fortuna di incontrare Allah». Sussurrò sommessamente qualcosa all’orecchio di un mullah del carcere, quindi si diresse verso il patibolo.
Il sesto e ultimo imputato, che veniva condotto verso il patibolo, era lo shaykh Abd al-Qadir Awda. Era il leader spirituale del movimento dell’Ikhwan. Era lui il mediatore tra Naguib e l’Ikhwan. In tribunale pronunciò un discorso estremamente saggio sulla sentenza del tribunale e, quando gli fu letta la condanna a morte, la accolse con un sorriso e con animo riconoscente. Lo vedemmo passare davanti a noi a testa alta e con passo tranquillo; nei suoi occhi brillava la luce di un sorriso. Recitava il Corano con voce solenne. Infine recitò alcune poesie arabe, il cui significato era: «Se posso dare la vita sulla via di Allah, non mi importa di nulla». Sollevò molto in alto la testa e disse: «Il mio sangue si trasformerà in una maledizione per il governo attuale». Rifiutò di accettare qualsiasi cosa. Mentre si dirigeva verso il patibolo, lasciò indietro i carnefici designati e avanzò da solo.
(Fonte: il quotidiano France Soir, Parigi, 8 dicembre 1954)
Questi sei uomini erano quelli che Abdun Nasser aveva condannato alla pena capitale. Vi erano anche moltissime persone che perirono silenziosamente nelle prigioni, senza che nessuno potesse venire a conoscenza neppure della loro morte. A questo proposito divenne tristemente celebre il caso della prigione di Tora. L’episodio ebbe luogo il primo giugno 1957. Quel giorno ventuno persone furono fucilate e fatte a pezzi contemporaneamente all’interno della prigione. Avevano indetto uno sciopero per protestare contro l’ordine del governo che privava quei detenuti della possibilità di incontrare i propri familiari.
Abdun Nasser fece rinchiudere in prigione cinquantamila egiziani e li sottopose a una crudeltà senza limiti. Persino le famiglie e i parenti di quei detenuti furono trattati in modo estremamente disumano e bestiale. La vicenda di quei cinquantamila prigionieri e dei loro familiari è una storia dolorosa e interminabile. Ancora oggi migliaia di membri dell’Ikhwan trascorrono una vita insopportabile nelle prigioni e la maggior parte di loro lotta per la vita e per la morte all’interno di campi situati in luoghi deserti.
Ho tratto questa lunga citazione dal libro Jamal Abdun Nasser, scritto da Ahmad Abu al-Fatah, intimo amico di Jamal Nasser e redattore di Al-Misri. Fino al 1956 Ahmad Fatah fu il braccio destro di Jamal Abdun Nasser. Alla fine, però, anch’egli divenne oggetto della sua collera e fu costretto a scegliere la via della fuga, abbandonandolo.
La maggior parte della citazione riportata nel libro di Ahmad Abu al-Fatah si basa sul resoconto del quotidiano parigino France Soir. Ho menzionato le osservazioni dirette registrate dal corrispondente di questo giornale soltanto per mostrare, attraverso le parole di un giornalista straniero, come sia stato rappresentato il grande evento del martirio dei dirigenti dell’Ikhwan. Altrimenti, ciò che accadde ai dirigenti dell’Ikhwan in prigione, l’umiliazione inflitta loro da un tribunale di facciata e la straordinaria dignità che dimostrarono sul patibolo costituiscono una vicenda molto vasta e dettagliata.
Contributo
Finora ho illustrato brevemente la storia e la da‘wa dell’Ikhwan al-Muslimun. Desidero che ai lettori risulti chiaro quanto sia pura e nobile la storia di quel movimento che è stato sottoposto a continue ingiustizie e persecuzioni e contro il quale, per essere represso, non si è ritenuto sufficiente alcun mezzo diverso dalle fucilazioni e dalle impiccagioni; come esso sia rimasto sinceramente legato all’Islam in ogni sua tappa irta di spine e come abbia dimostrato di perseguire il vero bene del Paese e della nazione. Vorrei ora spiegare quale reazione suscitò il movimento dell’Ikhwan nella società egiziana e quali misure adottarono per la sua riforma generale.
Come ho già ricordato all’inizio, l’Ikhwan al-Muslimun fu fondato in un’epoca in cui, da un lato, il trono del califfato ottomano veniva rovesciato e il nazionalismo turco rialzava la testa. Dall’altro, il nazionalismo arabo si trasformava in uno slogan rivale. La comunità cristiana del Libano e gli atei d’Egitto, sotto la copertura del nazionalismo arabo, resero particolarmente vistosi in Egitto l’ateismo, la sua propaganda e il culto dell’Occidente, mentre i grandi intellettuali musulmani si lasciavano trasportare da quella corrente. Il club di Darul Ulum, fondato sotto il patrocinio di Hefni Nasif Bey e al quale erano associati molti eminenti studiosi, a voler parlare apertamente—
L’Egitto era portatore della politica di tenere aperte le proprie porte a ogni ideologia e a ogni civiltà e cultura. Un gruppo di uomini di cultura, studiosi e accademici considerava l’Egitto una parte dell’Europa anziché dell’Oriente e si sentiva legato al Mediterraneo invece che al Mar Rosso. Persino pensatori esperti di questioni complesse, come Mūsā Salām, affermavano che, per gli egiziani, la letteratura tedesca e cinese fosse più vicina di quella araba. La situazione nel campo del giornalismo era tale che, dopo aver condotto nel 1934 un’indagine sul giornalismo egiziano, Muḥibb al-Dīn al-Khaṭīb giunse alla conclusione che i nostri giornali musulmani sembravano soltanto una replica di Hollywood. Il commercio non era soltanto interamente sotto il controllo degli europei: anche gli alberghi e i caffè erano sotto il loro controllo. Tra questi mercanti europei, circa centomila erano italiani. L’unica cosa che gli intellettuali egiziani fecero per liberarsi dalle mani di questi mercanti stranieri fu fondare la Banca Misr. Questa banca fu fondata da Ṭalʿat Ḥarb Pascià. Inoltre, attraverso lo sviluppo del cinema e del teatro egiziani, fu portato avanti il movimento per l’indipendenza economica dell’Egitto. La situazione del sistema educativo era ancora più deplorevole. Anche in questo campo gli stranieri avevano instaurato un dominio completo.
Programma per realizzare una rivoluzione intellettuale
In tali circostanze, i Fratelli Musulmani diedero inizio al loro movimento di riforma generale e cominciarono a operare per la riforma in ogni angolo della società egiziana. Da un lato trasformarono gli ambienti istruiti nel centro dei propri sforzi e della propria lotta; dall’altro continuarono la loro attività tra le classi operaia e contadina. Gli ambienti istruiti erano trascinati dalla potente corrente del patriottismo, del culto della nazione, del nazionalismo e dell’ateismo, mentre le classi operaia e contadina venivano crudelmente schiacciate tra le macine della monarchia e del colonialismo. Non avevano neppure alcuna consapevolezza della vita e delle sue esigenze.
Pertanto, i Fratelli Musulmani si levarono contro l’apostasia, l’ateismo, il nazionalismo ristretto e l’adorazione dell’Occidente. Attraverso i loro discorsi e i loro scritti, i dirigenti dei Fratelli Musulmani criticarono tali fenomeni nefasti e offrirono una spiegazione chiara dei loro effetti dannosi. Svelarono il segreto fondamentale degli slogan divisivi che separavano la religione dal mondo materiale e presentarono l’Islam come un sistema di vita completo. Resistendo alla corrente della civiltà e della cultura occidentali, crearono la bellezza della civiltà islamica. Gli istituti educativi erano grandi centri di diffusione della civiltà, della cultura e del pensiero occidentali. I Fratelli Musulmani dedicarono piena attenzione a questo ambito, infondendo lo spirito della religione islamica tra studenti e insegnanti e impartendo loro una formazione al jihād invece di permettere che sprecassero il tempo in attività inutili. L’Università Fuʾād al-Awwal (oggi Università del Cairo) era considerata il più prestigioso istituto d’istruzione superiore dell’Egitto. Un tempo, in quell’università si derideva e si scherniva l’Islam. Tuttavia, grazie alla predicazione dei Fratelli Musulmani, vi si verificò un cambiamento tale che gli studenti sostenuti dai Fratelli Musulmani ottennero la maggioranza nel consiglio studentesco dell’università. Anzi, per usare le parole dello scrittore palestinese dott. Isḥāq Mūsā al-Ḥusaynī, i risultati delle elezioni del consiglio studentesco dell’Università Fuʾād erano i seguenti:
Facoltà di Agraria: i Fratelli Musulmani vinsero tutti gli undici seggi.
Facoltà di Scienze: il numero complessivo dei seggi era undici. I Fratelli Musulmani li conquistarono tutti.
Facoltà d’Ingegneria: i Fratelli Musulmani vinsero sette dei dieci seggi.
Facoltà di Belle Arti: i Fratelli Musulmani vinsero sette dei dieci seggi.
College di legge: nove su dieci.
College di commercio: l’Ikhwan conquista nove dei tredici seggi.
Il College di legge era un tempo una roccaforte degli studenti sostenuti dal Partito Wafd. Ma gli studenti dell’Ikhwan vi conquistano nove dei dieci seggi. Quando l’Ikhwan annuncia la partecipazione al jihad in Palestina, sono proprio questi studenti a unirsi alle prime file dei mujahidin, ed essi stessi si recano nei campi dell’Ikhwan per ricevere addestramento militare. Anche i giornali britannici ammettono al riguardo che l’organizzazione più influente tra gli studenti è l’Ikhwan al-Muslimun.
Quando da queste istituzioni educative si leva la voce dell’Islam e dell’ordinamento islamico della vita, essa esercita una vasta influenza in ogni ambito dell’esistenza. Ne sono influenzati gli studiosi e gli uomini di lettere. La sua influenza si estende anche agli ambienti degli avvocati e, nel giro di venticinque anni, il volto della società egiziana cambia. Coloro i cui scritti erano dedicati al pensiero e alla filosofia occidentali e le cui critiche si abbattevano sempre sull’Islam cambiano completamente osservando il mutare del vento, e la loro penna ribelle contro Dio si trasforma in una penna che elogia la storia e la civiltà islamiche, nonché l’ordinamento statale e sociale islamico. Muhammad Husayn Haykal, autore di Hayat Muhammad, è un esempio luminoso di questo cambiamento. La domanda di letteratura islamica cresce a tal punto che anche per gli scrittori professionisti i temi islamici diventano una necessità dei tempi.
Dalle voci che proclamavano lo slogan della separazione tra religione e politica, che accusavano l’Islam di essere antico e superato e il cui obiettivo non era altro che adorare i signori del Paese, comincia a levarsi questo messaggio: l’Islam è il nome della fede e del culto, il nome della patria e della nazione; l’Islam è tanto il nome della religione quanto quello dell’ordinamento statale, della spiritualità e dell’azione, il nome del Corano e della spada. Questo invito raggiunge ogni classe della nazione. La sua luce si diffonde dalle città ai villaggi e alle campagne. Ogni individuo della nazione ne viene influenzato in un modo o nell’altro. Il celebre letterato egiziano Ahmad Zayyat scrive riguardo a questo momento di svolta epocale:
Soltanto l’Ikhwan al-Muslimun rappresenta, in questa società sconvolta, la pura dottrina islamica e il pensiero islamico. Essi non considerano la religione un centro di culto separato, né immaginano il mondo come un mercato sfrenato e perpetuo. Secondo la loro visione, la moschea è il pilastro più alto del mercato e il mercato è parte della moschea. Possiedono un linguaggio di analisi nei loro discorsi. In campo economico si manifesta la concretezza delle loro intenzioni. Acquisiscono addestramento militare per il jihad. In campo politico hanno una visione distinta. In ogni città vi sono loro seguaci. La loro influenza si estende a ogni Paese arabo. Nel risveglio nazionale che oggi si osserva in Egitto, Sudan, Iraq e Siria, Yemen e Hijaz, Algeria e Marocco, essi assumeranno un’importanza straordinaria. (Al-Risalah, 7 gennaio 1952).
Il celebre filosofo palestinese dott. Ishaq Musa al-Husayni scrive riguardo al movimento dell’Ikhwan: gli ulema ufficiali si limitavano a occuparsi soltanto di questioni linguistiche e formali. La comunità sufi era confinata nell’adorazione di una visione spirituale ristretta. Ogni gruppo affetto da questa grave malattia ne curava soltanto una parte. Infine apparve l’Ikhwan al-Muslimun, che colmò tutte le lacune.
Quali mezzi e strumenti ha scelto l’Ikhwan per conseguire questa rivoluzione intellettuale e concreta? In altre parole, quali servizi ha reso l’Ikhwan all’Impero egiziano? Eccone una breve descrizione:
Nella lettera che l’Imam Hasan al-Banna scrisse a Muhammad Mahmud Pascià, dopo aver individuato tutte le calamità e le immoralità presenti nella società, si affermava chiaramente che per eliminarle si potevano adottare diverse misure riformatrici. Tra queste, la misura fondamentale sarebbe stata riorganizzare adeguatamente le basi del sistema educativo, riformare le leggi, contrastare l’ingiustizia e utilizzare il tempo libero in attività benefiche. Pertanto, l’Ikhwan iniziò l’opera di riforma alla luce del piano indicato nella dichiarazione dell’Imam Hasan al-Banna. La prima manifestazione delle attività dell’Ikhwan si sviluppò attraverso conferenze, discussioni e riforme intellettuali e morali.
Quest’opera si diffuse particolarmente tra gli operai e i poveri, i quali accorrevano a gruppi verso questa da‘wa. In essa trovavano grande serenità e appagamento. Le conferenze formative dell’Ikhwan si fondavano su alcuni principi essenziali: insegnare alle masse analfabete la preghiera e il digiuno e far loro memorizzare alcune sure del Corano; spiegare il significato della da‘wa islamica, chiarendo che l’Islam non consiste soltanto negli atti di culto, ma è anche il nome di un sistema completo di norme per la vita islamica; abituare il popolo alla civiltà e alla moralità; spiegargli i comandi e i divieti della shari‘a e incoraggiarlo a rispettarli; contrastare l’ondata del culto della materia e far comprendere che l’Islam della rinascita dell’Oriente dovrebbe essere affermato come guida in tutti gli ambiti della vita; presentare alle persone, attraverso una collaborazione concreta in ogni questione della vita, l’ideale di una vita esemplare. All’inizio le attività di predicazione e d’insegnamento dell’Ikhwan erano incentrate sulle moschee. Quando però furono aperte filiali in diverse città, ogni filiale venne trasformata in un centro di formazione, dove il pubblico veniva istruito sul modello di vita islamico. Questa fase formativa rimase attiva per diversi anni.
La da‘wa dell’Islam ai governanti
Per diffondere la propria da‘wa, l’altro mezzo scelto fu l’invio di lettere di predicazione alle personalità responsabili e ai dirigenti del Paese. Fu scritta una lunga lettera a Muhammad Mahmud Pascià, nella quale lo si invitava a ravvivare il sistema di vita islamico e si richiamava la sua attenzione su alcune misure riformatrici: vietare le riunioni miste o i party, fossero essi organizzati dal governo o da privati; impedire ai ministri e ai funzionari amministrativi di partecipare a giochi d’azzardo, corse e spettacoli d’intrattenimento e di pubblicare sui giornali le fotografie delle proprie mogli; concedere un permesso negli uffici e nei tribunali durante l’ora della preghiera, affinché tutti pregassero; estendere l’istruzione islamica alle case degli alti funzionari, cosicché essi usassero l’arabo nelle conversazioni invece dell’inglese o del francese e scegliessero per i propri figli tutori egiziani invece di precettori stranieri; adottare severe misure repressive contro i dipendenti pubblici disonesti.
In questa lettera si invitava inoltre Muhammad Mahmud Pascià a riformare la legislazione e si chiedeva di riorganizzare le leggi secondo il modello islamico; veniva anche proposta la formazione di un comitato incaricato di studiare il coordinamento tra le leggi vigenti e la legge islamica. In una lettera al re d’Egitto, a Nahhas Pascià e alle autorità arabe si affermava che essi avrebbero collegato la Umma musulmana al vero progresso islamico, e che noi avremmo seguito tutte le loro direttive senza esitare ad affrontare alcun tipo di sacrificio. Furono scritte lettere a Umar Tusun e a Muhammad Ali Tawfiq, richiamando la loro attenzione sul disordine provocato nel Paese dai partiti politici. Si invitava la nazione a unirsi. Fu scritta una lettera al ministro della Giustizia Ahmad Khashaba Pascià, chiedendogli di applicare la legge islamica. Nella lettera inviata a Nahhas Pascià si parlava dell’instaurazione di rapporti amichevoli con i Paesi musulmani e dell’apertura della strada alla fondazione della fratellanza islamica e del califfato islamico. In un’altra lettera si chiedeva a Nahhas Pascià di redigere il manifesto del Partito Wafd alla luce dei principi islamici. Il punto di vista centrale di tutta questa corrispondenza dell’Ikhwan era trasformare il Paese in uno Stato islamico e riformare integralmente la società secondo i principi islamici. Per diffondere ampiamente le lettere, l’Ikhwan costituì presso la propria sede centrale un comitato incaricato di assicurarne la larga divulgazione e diffusione.
Nel campo del giornalismo
Anche nel campo del giornalismo l’Ikhwan diede un contributo significativo. Secondo le parole del giornalista egiziano Muhibb al-Din al-Khatib, si verificò un cambiamento nel giornalismo di tipo hollywoodiano. All’inizio del XX secolo si trovavano alcuni giornali che pronunciavano il nome dell’Islam, come il giornale al-Mu’ayyad dello sceicco Ali Yusuf, al-Liwa’ di Mustafa Kamil, al-Akhbar di al-Shafi‘i e al-‘Ilm dello shaykh Abd al-Aziz Jawish. Nonostante ciò, il giornalismo egiziano rimaneva sotto il controllo della pura jahiliyya. Alla fine l’Ikhwan giunse e fece risuonare nel tempio l’adhan del tawhid. Dapprima pubblicò il proprio prestigioso mensile. In seguito, nel 1946, lanciò un quotidiano chiamato al-Ikhwan al-Muslimun. Esso divenne estremamente popolare in Egitto e negli altri Paesi arabi. Attraverso la sua coraggiosa linea editoriale e le sue critiche imparziali, il giornale suscitò apprensione negli ambienti governativi. Il colonialismo inglese, vedendone la popolarità, ribolliva di rabbia e risentimento. Per questo il giornale fu chiuso più volte. Inoltre, da parte dell’Ikhwan furono pubblicati diversi settimanali: al-Ta‘aruf, al-Shi‘a, al-Nadhir e al-Shihab. Dopo la dura prova del 1948, l’Ikhwan avviò al-Mabahith, al-Da‘wa e al-Muslimun. In breve, attraverso il suo vigoroso giornalismo l’Ikhwan realizzò una rivoluzione nel panorama giornalistico egiziano. Invece di accontentarsi di racconti osceni e notizie sensazionalistiche, il popolo cominciò a trovare appagamento interiore in argomenti profondi e costruttivi.
Nel campo dell’istruzione
Il contributo dell’Ikhwan nel campo dell’istruzione è il più importante tra tutte le sue attività. In diverse occasioni, l’Ikhwan attirò l’attenzione del governo sul sistema educativo islamico. Esso descrisse quattro obiettivi dell’istruzione:
1. Espressione di una prospettiva fondata sulla verità.
2. Sviluppo di un elevato carattere morale.
3. Utilizzo delle esperienze del passato.
4. Formazione di persone competenti in diversi ambiti, sulla base dei fondamenti delle conoscenze e delle scienze.
Il piano educativo dell’Ikhwan si articola dettagliatamente come segue:
In primo luogo : adottare una politica duratura e solida che migliori la qualità dell’istruzione e crei unità tra tutte le classi che sono equivalenti quanto a scopi e obiettivi. Avvicinare tra loro le diverse culture della nazione e destinare le fasi iniziali di tale istruzione alla formazione morale e alla creazione di uno spirito patriottico.
In secondo luogo : prestare particolare attenzione alla storia dell’Islam e alla storia della civiltà islamica.
In terzo luogo : insegnare l’educazione religiosa come materia fondamentale a tutti i livelli dell’istruzione.
In quarto luogo : riconsiderare il sistema educativo e il programma di studi delle ragazze e differenziare, in ogni ramo, i programmi di studio dei ragazzi e delle ragazze.
In quinto luogo : tenere lontane dalle istituzioni educative le persone immerse in convinzioni dottrinali nocive e nell’immoralità.
In sesto luogo : prestare piena attenzione alla scienza e individuare le differenze tra la filosofia occidentale e la scienza occidentale.
Inizialmente gli Ikhwan si limitavano a sottoporre al governo i loro programmi educativi. In seguito, tuttavia, si adoperarono, per quanto era nelle loro possibilità, per attuarli. A tal fine costituirono un consiglio e istituirono scuole primarie, secondarie e tecniche separate per ragazzi e ragazze. Per eliminare l’analfabetismo e diffondere l’educazione religiosa tra la popolazione, furono istituite madrase e scuole per la memorizzazione del Corano, nonché scuole serali per contadini e operai. Furono aperti diversi centri educativi per gli studenti promossi agli esami, nei quali venivano organizzate lezioni di preparazione sotto la supervisione dell’università. Furono istituite sezioni per l’istruzione dei bambini di quelle fasce d’età che, a causa del lavoro, erano rimasti privati degli studi. Furono aperte scuole private per l’istruzione dei ragazzi. Per le ragazze fu predisposta un’istituzione educativa separata, denominata Scuola delle Madri dei Credenti. Furono inoltre istituiti centri di istruzione tecnica. In breve, gli Ikhwan attuarono una campagna educativa basata su un piano vasto. In tutto il Paese, là dove esistevano sezioni degli Ikhwan, non ve n’era neppure una che non avesse sotto la propria amministrazione qualche istituzione educativa. La prova dell’interesse mostrato dalla gente comune verso queste istituzioni educative è costituita da un centro per l’istruzione degli adulti, dove 173 operai studiavano contemporaneamente. È piuttosto difficile fornire un resoconto completo di queste istituzioni educative. Nella sola città del Cairo ve ne erano 31, di cui 11 erano college.
Benessere pubblico
Gli Ikhwan partecipavano alle attività di benessere pubblico attraverso programmi diversificati. Per attuare questi programmi istituirono un dipartimento autonomo denominato Dipartimento del Benessere Pubblico. Gli Ikhwan avevano iniziato questo lavoro già nella fase iniziale del movimento. Durante l’epoca di Nokrashi Pascià, quando gli Ikhwan furono dichiarati illegali, in Egitto esistevano cinquecento centri di benessere pubblico istituiti dagli Ikhwan. Nel 1945, in conformità alla legge, il Ministero degli Affari Sociali assunse la supervisione di questi centri. Essi aiutavano le persone bisognose fornendo loro beni e denaro. Soddisfacevano le necessità dei poveri con i fondi raccolti dalla zakat, dalla sadaqa e dalle pelli delle vittime del sacrificio. Provvedevano a procurare un guadagno ai disoccupati e talvolta li avviavano ad attività commerciali fornendo loro un capitale sufficiente. I malati venivano curati gratuitamente. Ai poveri venivano forniti alimenti a prezzi ridotti. Nei quartieri operai venivano organizzate attività educative. Per il risanamento e lo sviluppo delle comunità rurali, gli Ikhwan costituirono un comitato speciale. Nelle zone rurali si prestava aiuto in vari modi ai poveri e agli indigenti, mentre le controversie locali venivano risolte attraverso i consigli dei villaggi.
Quando, durante il mandato di Nahhas Pascià, l’Ikhwan fu pienamente reintegrato, adottò ampi programmi di assistenza pubblica collegati alle sue diverse attività. Il programma ebbe inizio con la fondazione al Cairo di una moschea, di un centro medico, di una biblioteca e di una sala riunioni. Nell’ambito di questo programma furono predisposte misure per la cura delle moschee rimaste inutilizzate. Soltanto al Cairo, venticinque moschee erano gestite sotto la supervisione dell’Ikhwan; per alcune di esse l’Ikhwan sosteneva tutte le spese, mentre in altre si occupava soltanto, completamente a titolo gratuito, delle funzioni di imam e predicatore.
Presso il centro dell’Ikhwan operava un dipartimento apposito per il benessere dei contadini e degli operai, che risolveva i loro diversi problemi. Fu aperto un centro per i lavoratori, dove essi ricevevano una formazione sui propri diritti e doveri e un’istruzione in materia di legislazione del lavoro. In questo dipartimento lavorava una squadra di avvocati esperti di diritto del lavoro. Anche nel settore agricolo il contributo dell’Ikhwan fu notevole. Il suo dipartimento agricolo informava i contadini sui nuovi metodi di coltivazione e insegnava loro come proteggere i raccolti da ogni sorta di calamità proveniente dal cielo e dalla terra. L’Ikhwan doveva svolgere tutte queste attività perché lo Stato non prestava affatto attenzione a tali questioni. Inoltre, insieme alla predicazione religiosa, questo movimento religioso acquisiva un’influenza profonda e ampia che non avrebbe potuto ottenere soltanto attraverso discorsi e conferenze.
Anche nel campo dell’assistenza sociale operava un consiglio indipendente. Questo dipartimento era composto da persone esperte di questioni sociali e da professori. Essi attuavano e supervisionavano i programmi di sviluppo sociale. Negli ultimi giorni della sua attività, l’Ikhwan lavorò alla realizzazione concreta del progetto di costruire una città modello nella zona del Cairo allora chiamata Antico Egitto. A tale scopo acquistò un terreno e intendeva insediarvi una comunità pulita per persone appartenenti ai ceti medi e inferiori.
Nel campo economico
Il contributo dell’Ikhwan al settore economico era onnicomprensivo. Per rafforzare l’economia nazionale, fondò diverse società, i cui profitti venivano distribuiti secondo il principio della mudaraba, con una partecipazione agli utili anche per i lavoratori.
1. Società islamica: iniziò la propria attività nel 1939 con un capitale di quattromila sterline. Anche persone esterne all’Ikhwan mostrarono grande interesse per essa, e il capitale, partendo da quattromila sterline, crebbe fino a raggiungere le ventimila sterline. La società mise in servizio alcuni autobus pubblici e fondò una fabbrica di fornelli alimentati a olio combustibile, la cui domanda si sviluppò non solo in Egitto, ma anche all’estero. La società fondò inoltre una fabbrica di cemento.
2. Società araba: iniziò la propria attività nel 1947 con un capitale di seimila sterline. Questa società importava moderne macchine per il taglio della pietra, del valore di migliaia di sterline. Tuttavia, quando l’organizzazione fu dichiarata illegale, i suoi risparmi rimasero senza proprietario e la società subì perdite per migliaia di sterline.
3. Società tessile: nel 1948 questa società avviò una fabbrica di tessuti con un capitale di ottomila sterline. Nella fabbrica lavoravano sessanta artigiani. Essa produceva popeline, seta, gabardine e altri tessuti di alta qualità, che venivano venduti a prezzi equi.
4. Compagnia islamica di pubblicazioni: iniziò con un investimento di settantamila sterline.
5. Compagnia del quotidiano: il suo capitale iniziale era di cinquantamila sterline. Il 5 maggio 1946, questa compagnia lanciò un quotidiano che svolse un ruolo significativo nella promozione della lotta per l’indipendenza e della civiltà e cultura islamiche.
6. Compagnia commerciale e d’ingegneria: iniziò la propria attività con un capitale di quattordicimila sterline. Questa compagnia si conquistò un’ottima reputazione nei lavori d’ingegneria e di edilizia.
7. Compagnia commerciale: la sua sede centrale era al Cairo e aveva filiali in diverse località del Paese. Questa compagnia operava sulla base del principio fondamentale della cooperazione reciproca. Forniva a prezzi convenienti gli articoli di uso quotidiano.
Inoltre, nel campo medico, il contributo degli Ikhwan consisteva nel fatto che, soltanto al Cairo, vi erano diciassette ambulatori di beneficenza e un ospedale. In questo ospedale venivano ricoverati i pazienti. Milioni di persone usufruivano gratuitamente dei servizi sanitari offerti da questi ambulatori. Medici specializzati in diverse malattie vi prestavano servizio senza compenso oppure con una modesta indennità.
Questa è una breve descrizione del contributo del grande movimento religioso del mondo islamico, che il presidente egiziano Nasser aveva cercato di sradicare spendendo per dodici anni tutte le proprie forze e risorse. Esso costituiva inoltre un grande ostacolo per l’Occidente, l’imperialismo capitalista e Israele.
L’Egitto e gli Ikhwan
[Questo articolo fu scritto nel settembre del 1966 in occasione del martirio di Sayyid Qutb (che Dio abbia misericordia di lui). Il quadro dell’Egitto qui presentato si riferisce a quel periodo.]
Il conflitto tra Nasser e l’Ikhwan, che perdura dal 1945, è nuovamente giunto a una fase estremamente dolorosa. Nel 1954 furono impiccati sei eminenti dirigenti dell’Ikhwan. Ora altri tre sono stati nuovamente giustiziati, tra i quali figura anche il celebre Sayyid Qutb. Contro di loro è stata presentata una lunga lista di accuse. Ma l’accusa più grave e terribile è che avrebbero voluto assassinare il presidente Nasser. Inoltre, stavano preparando un piano per realizzare nel Paese una rivoluzione sanguinosa con le armi. Prima di esaminare il mistero di queste accuse e la risposta data dall’Ikhwan, è necessario indagare sulle cause che hanno realmente operato nel profondo di questo conflitto.
Negli ultimi anni, gli ambienti riflessivi e patriottici dell’Egitto non erano soddisfatti della natura della politica estera condotta dal governo egiziano, e questo malcontento continuava a trasformarsi in estrema collera, irritazione e tensione. Il popolo egiziano è fondamentalmente amante dell’Islam e ha un legame profondissimo con la storia islamica. Da secoli vi si coltivano le scienze e il sapere islamici. Esso è sempre stato legato al mondo islamico. Nel passato recente, tra gli egiziani sono emersi numerosi riformatori, uomini di sapere e potenti organizzazioni della da‘wa. Fatta eccezione per alcuni particolari ambienti urbani, gli abitanti comuni, per la maggior parte contadini delle campagne, erano profondamente legati all’Islam, e nella loro vita sociale si osservava una profonda influenza della vita e della condotta islamiche. Le forme che assume la politica internazionale di cui questo popolo musulmano è vittima sono le seguenti:
La politica estera egiziana non considerava i problemi e le crisi del mondo islamico come problemi islamici o dei musulmani. Al contrario, li giudicava attraverso le lenti miopi di quei gruppi la cui sottomissione ne costituiva il titolo di merito, oppure si conformava agli interessi e all’opportunità personale dei governanti egiziani. Proprio questa visione errata ha mantenuto la politica estera egiziana priva di principi e opportunistica. Da un lato, il governo egiziano considerava l’ostilità verso Israele il suo obiettivo principale e ultimo; dall’altro, aveva profondi legami con quei Paesi che non solo sostenevano Israele, ma erano anche consacrati al suo sviluppo e al suo progresso. Aveva rapporti amichevoli con la Jugoslavia e una strettissima vicinanza con Hailé Selassié d’Abissinia. Eppure costui era un assassino di musulmani e stava liberando il territorio africano dagli ostacoli a vantaggio di Israele. Nelle zone a maggioranza musulmana dell’Eritrea, concesse a diverse compagnie israeliane il permesso di esercitare attività commerciali. Una volta, rivolgendosi al Congresso americano, dichiarò:
Nei prossimi vent’anni renderò cristiani tutti questi musulmani abissini che vivono nel mio impero.
Makarios era talmente caro al governo egiziano che gli furono forniti persino armamenti per combattere contro la Turchia. Recentemente, inoltre, da Nicosia è stato annunciato che, qualora la Turchia avesse attaccato Cipro, i razzi egiziani sarebbero stati inviati in suo aiuto. Makarios non era una personalità sconosciuta e ignorante. Massacrava spietatamente i turchi ciprioti e, in realtà, serviva l’imperialismo britannico sotto la copertura della Chiesa ortodossa. Quando Makarios visitò l’Egitto, nel lodare il presidente Nasser disse:
Era un nostro amico molto intimo; durante i colloqui non menzionò neppure la questione della Palestina.
L’uso ingiustificato della forza da parte del governo egiziano e dei governanti egiziani gettò la Siria per sempre nell’abisso di un futuro oscuro. La Siria aveva stretto con l’Egitto un’amicizia appassionata, fondata sulla speranza che il grande sacrificio storico dei siriani sarebbe stato onorato e che l’Egitto li avrebbe aiutati a risolvere la crisi interna a causa della quale avevano cercato rifugio sotto la protezione egiziana. Tutti sapevano che la Siria si era legata all’Egitto per il timore delle trame dei comunisti. Ma, a causa del saccheggio che le autorità egiziane avevano scatenato in Siria, per quest’ultima divenne necessario separarsi dall’Egitto; e ora la situazione è tale che, caduta dal cielo, è rimasta impigliata in una palma da datteri. In precedenza, l’Egitto aveva reso il Sudan inerte. Non appena la trappola dell’unità della valle del Nilo fu approntata, si lacerò. Il comportamento dispotico del governo egiziano nei confronti di Naguib trasformò il popolo sudanese in un popolo che odiava l’Egitto. E ora, invece di correggere gli errori del passato, il governo egiziano continua a commettere la colpa di commetterne di ancora più gravi. Poiché l’attuale governo sudanese non è favorevole all’unificazione con l’Egitto, i governanti egiziani incitano i comunisti del Sudan meridionale contro il governo sudanese, con l’obiettivo di screditarlo e metterlo in difficoltà. Il governo sudanese riuscì inoltre a individuare l’origine delle armi egiziane che erano entrate dal Sudan meridionale provenendo dall’Egitto.
Consideriamo ora il problema dello Yemen. La realtà è che, a causa della politica illegale del governo egiziano, il problema yemenita non è diventato soltanto motivo di discredito per l’Egitto; secondo le parole della radio israeliana, ha anche marchiato d’infamia la fronte dell’intero mondo islamico. Per tre anni le truppe egiziane sono rimaste nello Yemen. La descrizione dettagliata delle violenze e delle persecuzioni da esse inflitte alle tribù yemenite durante questi tre anni meriterebbe di essere fornita separatamente. In questi tre anni l’Egitto ha speso un miliardo di sterline per le sue truppe, e tuttora ne spende cinquecentomila al giorno. In guerra hanno perso la vita quasi centomila persone, tra cui diecimila soldati egiziani e, per il resto, abitanti dello Yemen. Da una parte vi erano le pretese dei nazionalisti arabi; dall’altra, il massacro dei fratelli arabi diventò motivo di preoccupazione per ogni cittadino patriota. In particolare, gli egiziani i cui figli erano morti sulle montagne di Sana’a e Taiz manifestarono una forte insoddisfazione per questa guerra. Il governo egiziano diffondeva la propaganda secondo cui coloro che morivano nella guerra dello Yemen erano martiri della libertà. Ma come può la coscienza di un musulmano accettare che un musulmano tagli la gola a un altro musulmano e ottenga tuttavia l’onore del martirio? In queste condizioni, l’intero mondo arabo, il popolo yemenita e la nazione egiziana rimasero sconcertati. Anche lo stesso esercito egiziano ne era disgustato; persino due stretti amici del presidente Nasser, Abd al-Latif al-Baghdadi e Kamal al-Din Hussein, considerati la sua mano destra, espressero il loro malcontento per questa guerra. E proprio per questo furono sottoposti a rimproveri.
Il rapporto dell’Egitto con la questione palestinese è estremamente stretto. Alla luce del percorso che questa questione ha seguito finora, essa si allontana sempre più da ogni possibile soluzione; e ora il popolo arabo è costretto a chiedersi se il governo egiziano intenda davvero compiere sforzi sinceri per una soluzione adeguata del problema, mentre l’influenza d’Israele cresce di giorno in giorno. Innanzitutto, il governo egiziano ha stabilito rapporti amichevoli con quei Paesi che non si limitano a sostenere Israele. Al contrario, nei confronti di coloro che avrebbero potuto collaborare per contenere Israele, il governo egiziano ha adottato una politica disumana, giungendo perfino al livello di un conflitto aperto. I difetti evidenti della politica egiziana riguardo alla questione palestinese erano i seguenti: sostenendo l’ingresso abusivo delle forze d’emergenza delle Nazioni Unite a Gaza, il governo ha di fatto aperto quella regione alla libera circolazione d’Israele. E quella era proprio la zona dalla quale i volontari arabi entravano segretamente in Israele per condurre operazioni di guerriglia. Ora la polizia delle Nazioni Unite non permette più ai volontari arabi di entrare in questa regione, mentre Israele vi realizza indisturbato i propri progetti economici. Allo stesso modo, sostenendo il controllo delle Nazioni Unite anche sulla Cisgiordania, il governo egiziano l’ha di fatto consegnata agli ebrei. Prima dell’instaurazione del controllo delle Nazioni Unite, gli ebrei non avrebbero mai osato muoversi liberamente in quella regione; ora, invece, hanno costruito un enorme porto nella zona di Eilat e le loro navi viaggiano con orgoglio verso i Paesi africani. Sono venute meno tutte le restrizioni all’apertura di questo golfo, cosa che aveva fortemente preoccupato Israele e l’aveva esposto a una grave depressione economica. Ora esso sta liberamente creando i propri mercati commerciali nei Paesi africani, e la maggior parte di questi Paesi sta cadendo nella trappola del suo inganno.
Questi cambiamenti si sono verificati sotto gli occhi del governo egiziano, a causa dei suoi stessi errori. A vederli, il cuore del popolo arabo si è infiammato. Ma invece di adottare misure adeguate per rimediare, il governo egiziano ha dichiarato, al contrario, che l’unica soluzione della questione palestinese consiste nell’unificazione dei governi socialisti e rivoluzionari dei Paesi arabi. In altre parole, i musulmani del mondo dovrebbero unirsi attorno a coloro che sono i portabandiera del socialismo. Intervenendo a una sessione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, il presidente Nasser dichiarò:
Lo dichiaro con chiarezza: non abbiamo la forza necessaria nemmeno per difenderci, sebbene ci troviamo in posizione d’attacco. La questione della deviazione del corso del fiume Giordano dovrebbe essere rinviata per il momento.
Durante la sua visita in Francia, Abd al-Hakim Amer dichiarò a Parigi: «La Repubblica Araba Unita non nutre né il desiderio né l’intenzione di fare la guerra a Israele».
Durante questa stessa visita, il governo egiziano ricevette dalla Francia migliaia di dollari. Un ufficiale dell’esercito egiziano, il brigadiere Muhammad Fawzi, lo menziona a pagina 131 del suo libro intitolato Il sionismo e Israele.
Alcuni riconoscono la guerra come soluzione della questione palestinese. È una posizione del tutto irragionevole. Questa soluzione contraddice l’accordo delle Nazioni Unite sottoscritto dai Paesi arabi. Inoltre, è contraria persino alla politica della pace permanente, di cui l’Egitto è il portabandiera.
Questo libro faceva parte del programma di studi del Collegio di addestramento militare del Cairo. E forse è una questione così complicata che il popolo musulmano d’Egitto non possa capire che il governo egiziano è in grado di spendere un miliardo di sterline nello Yemen e di impiegare sessantamila soldati, ma non dispone di alcun mezzo o risorsa per risolvere la questione palestinese?
Nel mondo arabo, e più in generale nel mondo islamico, il tema oggi più frequentemente pronunciato da tutti è l’unità islamica. Nella loro precedente riunione, la Conferenza dei leader arabi approvò la proposta secondo cui la questione palestinese non dovrebbe essere limitata agli arabi, ma dovrebbe essere considerata una questione di tutti i musulmani; a tal fine, sarebbe necessario ottenere l’aiuto e la collaborazione dei governi musulmani. Il leader del Somaliland propose che i Paesi musulmani si unissero per affrontare alcune delle loro questioni. A questo scopo, avrebbe dovuto tenersi una conferenza dei leader musulmani. Il re dell’Arabia Saudita, Faisal, sostenne questa proposta e di fatto si attivò per diffondere tale appello. La coscienza avrebbe imposto al governo egiziano di farsi avanti per sostenere questo appello e, non solo, di unirsi alle sue prime file. Al contrario, fu proprio il governo egiziano il primo a opporsi a tale appello. Non fu disposto né a partecipare direttamente a questo progetto, né permise ai Paesi sottoposti alla sua influenza di aderirvi. Anziché rispondere a questo progetto con argomenti, ricorse piuttosto agli insulti. La domanda è: se i governi socialisti e rivoluzionari dei Paesi arabi possono unirsi e assumere come base dell’unità l’ideologia della rivoluzione e del socialismo, perché sarebbe proibito unirsi sui fondamenti essenziali dell’Islam? Inoltre, il linguaggio e il metodo adottati dal governo egiziano nella critica dei suoi avversari — se si considerano i leader arabi parte dello schieramento avversario — non erano conformi né al carattere islamico né ai principi arabi. Anzi, nemmeno l’etica dei demoni potrebbe tollerarli. Per esempio: «Tizio non appartiene alla discendenza dei sayyid, ma a quella di Satana», «Caio è figlio di un ebreo», e così via. Può forse questo essere il linguaggio della propaganda di un governo civile e rispettabile? Il popolo egiziano non è tanto ingenuo da non sentirsi angosciato vedendo usare in questo modo il linguaggio dei portavoce del proprio Paese.
Anche la situazione interna dell’Egitto è degna di nota. Come ho già menzionato all’inizio, la maggior parte della popolazione egiziana è costituita da contadini semplici e innocenti. Il rapporto dei contadini con l’Islam è saldo quanto può esserlo la fede di un’anziana. Come i musulmani degli altri Paesi, essi hanno un solo desiderio e una sola aspirazione: che l’Islam si diffonda in Egitto, che l’istruzione islamica progredisca, che la legge islamica riceva il dovuto riconoscimento e che i loro dirigenti seguano la Sharia islamica e le orme dei predecessori. Ma la situazione non si limita a frustrare le aspirazioni del popolo: le calpesta.
La Carta egiziana, approvata costituzionalmente, dichiarava chiaramente che nel Paese sarebbe stato instaurato un sistema socialista. Il presidente Nasser spiegava questo sistema socialista nei termini del socialismo ideologico, mentre la stampa egiziana lo interpretava come marxismo. Fino al regno di Fārūq, nella Costituzione era stata inserita almeno la frase secondo cui la religione dello Stato sarebbe stata l’Islam. La Carta egiziana, invece, era completamente priva di tale conservatorismo. Il sistema socialista non fu introdotto soltanto a parole, ma anche nella realtà. Il partito unico egiziano, il Partito Socialista Arabo, si assunse direttamente il compito di attuarlo. Il Partito Socialista d’Egitto annunciò lo scioglimento della propria esistenza e la fusione nel Partito Socialista Arabo. Dopo l’infiltrazione del socialismo, il modo in cui il governo egiziano impose un controllo generalizzato sui beni privati e sulle aziende alimentò nel popolo paura, terrore e desiderio di vendetta. La situazione economica dell’Egitto giunse sull’orlo della rovina. Secondo la stessa descrizione di al-Ahram, il Cairo si trasformò in una città di mendicanti. In realtà, a beneficiare di questo socialismo non furono i contadini e gli operai, bensì i dirigenti del Partito Socialista Arabo, dalle cui frodi e saccheggi non fu risparmiata neppure una persona rispettabile. Dal punto di vista morale, si constatava che le grandi città egiziane, il Cairo e Alessandria, si erano trasformate in ritrovi di oscenità e peccato. Nel mondo della stampa si radunarono comunisti e atei. Essi continuavano ad alimentare a piacimento il consumismo e il degrado morale. Ai loro occhi, coloro che pregavano regolarmente, bevevano caffè e si astenevano dal teatro e dal cinema erano conservatori, agenti dell’imperialismo e degni della pena di morte.
Il pericolo più grande che si abbatté sull’Egitto fu la rinascita della civiltà faraonica. La Carta egiziana affermava: «Trarremo il progetto del nostro sviluppo dalla civiltà dell’epoca faraonica». Una statua di Ramses (il faraone d’Egitto) fu trasferita dal complesso architettonico originario e collocata nel centro del Cairo; per quest’opera furono spese cinquecentomila sterline. In uno dei suoi discorsi, il presidente Nasser si rivolse al popolo dicendo: «O discendenti di TahTāMūt e di Ramses!». In un altro discorso disse analogamente: «Dopo duemila anni, oggi, per la prima volta, gli stessi egiziani hanno avuto l’opportunità di governare lo Stato d’Egitto». In altre parole, secondo la sua prospettiva, l’epoca di tutti i governanti musulmani non egiziani, da quella di Omar fino ad allora, era stata un’epoca di imperialismo. E, dopo l’epoca faraonica, per la prima volta l’Egitto aveva ottenuto l’indipendenza dalla morsa dell’imperialismo. Questa audacia giunse al punto che, sotto le fondamenta del tempio e delle statue di Abu Simbel, la Carta egiziana fece seppellire due copie ciascuna dell’Injil e del Nobile Corano. Possiamo forse aspettarci che persino un musulmano ignorante resti in silenzio davanti al fatto che il Corano venga deposto sotto una statua faraonica e che il suo senso dell’onore legato alla fede lo accetti?
Tutto ciò accadeva in una situazione in cui le libertà civili erano state soppresse, i giornali erano sotto il controllo del governo e la libertà di stampa era stata abolita. Il direttore del noto giornale egiziano al-Misri, Abul Fath, viveva in esilio. Il direttore di un altro celebre giornale, Mustafa Amin, che era stato prodigo di elogi nei confronti del governo egiziano, era detenuto agli arresti in carcere e in seguito fu accusato di spionaggio a favore dell’America. I giornali comunisti scorrevano sul mercato come acqua. Il direttore del giornale al-Ahram, Muhammad Hassanein Heikal, e il presentatore di Radio Cairo, Asad Ahmad, spiegavano regolarmente il socialismo al popolo. Un gruppo riuscì persino a servirsi degli ulema di al-Azhar, che dimostrarono che l’Islam era socialista. L’atmosfera egiziana tremava, quasi il cielo si squarciasse, per l’eco degli elogi e delle celebrazioni del socialismo. Secondo quanto riferiva la stampa egiziana, ogni giorno veniva ordita una congiura per assassinare il presidente Nasser. Si riteneva che dietro di essa fosse attivo il sostegno di questo o quel gruppo conservatore. In realtà, la situazione era tale che, quando varie fabbriche, uffici e tribunali furono nazionalizzati in Egitto, o più precisamente posti sotto il controllo del Partito Socialista, i ricavi della produzione di tali istituzioni scesero a zero e le spese aumentarono quasi del doppio rispetto a prima.
Questo è un aspetto del quadro complessivo. Ora se ne presenta l’altro: il boccone amaro che il Partito Socialista Arabo e il gruppo dirigente egiziano volevano far ingoiare al popolo non riuscì a essere ingoiato. Furono spese milioni di sterline per rendere accettabili al popolo egiziano gli elogi e le virtù della Carta. Ma il popolo rifiutò di accettarla. La considerava, oltre che una frode, una sottile copertura della costituzione comunista. L’intera macchina statale era dedita ad assumere un ruolo attivo nella rinascita della civiltà faraonica. Sulle sterline egiziane venne stampata l’immagine del faraone. Anche sui francobolli furono raffigurate immagini dei faraoni. Sulla valuta egiziana venne inciso anche il simbolo dell’epoca faraonica: l’aquila. Le strade furono chiamate Ramses Road, i parchi Giardini Ramses e i cinema Cinema Ramses. Alle automobili fabbricate in Egitto fu dato il nome di Ramses. Ma il popolo musulmano d’Egitto scaglia mille maledizioni contro questa civiltà e considera il faraone dal punto di vista dal quale dovrebbero considerarlo i seguaci di Mosè e di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Allo stesso modo, nello Yemen venivano compiuti sforzi illimitati per occultare i continui errori e le mancanze del governo. Ai soldati morti nello Yemen veniva conferito il titolo di martiri per la loro morte. Si cercava in vari modi di appagare i loro familiari. Nonostante ciò, una parte dell’esercito egiziano e il popolo egiziano erano fortemente esasperati da queste adulazioni.
D’altra parte, qualunque persona islamista, fosse sostenitrice o avversaria degli Ikhwan, vedeva le proprie parole risuonare tra il popolo in ogni angolo del Paese. I dirigenti e gli attivisti degli Ikhwan al-Muslimun conducevano una vita da prigionieri nelle carceri dalla fine del 1954. Era loro assolutamente impossibile persino concepire una qualsiasi attività politica. Tuttavia, i loro uomini di cultura fecero tutto ciò che era possibile fare, dentro o fuori dal carcere, per proteggere l’Islam nel Paese sul piano della conoscenza e del pensiero. Scrissero su diversi argomenti islamici. Nell’arco dei dieci anni precedenti, in Egitto fu prodotta una vasta letteratura sul tafsir, sugli hadith, sul fiqh, sulla storia islamica e sull’ordinamento della vita islamica; era così abbondante e trattava temi tanto diversi che la gente non poteva fare a meno di incoraggiare gli autori e lodare gli editori. Oggi, oltre ai due volumi della celebre opera del martire Abd al-Qadir Awda sul diritto penale islamico, troviamo anche sei grandi libri del famoso ricercatore e filosofo egiziano Fathi Vasdhi su questo argomento. È disponibile una rara raccolta sul diritto internazionale islamico, opera di un giudice della Corte d’appello di Lintar. Possediamo inoltre le opere di Muhammad Qutb, Abdallah al-Samman e Muhammad Husayn sulle discussioni filosofiche relative all’ordinamento della vita islamica. È presente una lunga serie di biografie di giuristi, mufassir, muhaddith, dirigenti, linguisti e storici della storia islamica, raccolta sotto il titolo Celebri personalità islamiche e pubblicata dagli editori egiziani. In breve, in quest’epoca uomini di cultura e studiosi composero decine di migliaia di libri e intrapresero uno sforzo sistematico per dimostrare la superiorità dell’Islam sul piano intellettuale e ideologico. Questa letteratura conservatrice conquistò un’ampia accettazione tra il popolo egiziano. Le biblioteche egiziane erano colme di tali opere e la maggior parte degli acquirenti le portava sotto il braccio.
Per il Partito Comunista egiziano (attualmente noto con il nome di Partito Socialista Arabo), questa situazione era straziante. Per trasformare la società socialista egiziana (in parole povere, comunista), era assolutamente necessario estirpare completamente queste idee di natura conservatrice e gli scrittori conservatori. A quanto ci risulta, i dirigenti comunisti prepararono un lungo rapporto e lo inviarono a Mosca, nel quale si affermava chiaramente che, finché in Egitto fosse rimasto anche un solo appartenente al gruppo conservatore, l’Egitto non sarebbe mai diventato un Paese comunista per loro.
Si può comprendere quale fosse la situazione dell’Egitto anche sul piano politico dal fatto che, a causa delle spese irragionevoli dei governanti egiziani, gli abitanti della Siria insorsero in appena tre anni e riuscirono a rendere la Siria indipendente. Ma, laddove questa gestione irragionevole era proseguita per dodici anni, è facile immaginare fino a quale estremo fossero giunti l’amarezza e il malcontento. L’aperta manifestazione dell’insoddisfazione del popolo egiziano nei confronti dei governanti egiziani si verificò quando, nel 1964, morì Mustafa Nahas Pascià: milioni di persone parteciparono alla sua preghiera funebre e in quell’occasione scoppiò uno scontro tra la polizia e la folla. Per reprimere questo malcontento, l’11 ottobre 1965 fu approvata una legge che conferiva al presidente il potere di arrestare chiunque per motivi politici, senza presentare alcuna denuncia, e contro il quale non sarebbe stato possibile presentare ricorso in alcun luogo.
D’altra parte, anche il problema dello Yemen raggiunse un punto tale che, per quanto il popolo egiziano, accecato dall’emozione, si fosse strappato i capelli, ciò non sarebbe stato sufficiente. Per tre anni l’esercito egiziano devastò lo Yemen. Furono spese dieci milioni di sterline. Diecimila giovani egiziani (secondo un’altra versione, venticinquemila) furono sacrificati in questa guerra. La spina dorsale dell’economia egiziana fu spezzata. Fu distrutta anche l’ultima forza allora esistente per affrontare Israele, e le varie parti yemenite, tra cui i sostenitori di Sallal e i collaboratori di Badr, avrebbero dovuto sedersi insieme per risolvere questo problema, che ciò avvenisse oggi o domani, direttamente e personalmente oppure tramite la mediazione di altri. Alla fine, quale fu l’esito di questo enorme errore? Esso sfociò in una crisi psicologica e nella nascita di una grave inquietudine nell’esercito egiziano. Per porre fine a tale inquietudine, si decise inoltre di creare nel Paese paura, intimidazione e terrore. E, qualora fosse emersa ovunque una critica o un’opinione severa, essa sarebbe stata stroncata prima del tempo stabilito.
Il raduno dei comunisti tenutosi in Sudan fu estremamente minaccioso. I comunisti egiziani fecero ogni sforzo per offrire rifugio ai comunisti sudanesi. I ribelli del Sudan meridionale furono incitati affinché si creasse disordine all’interno del Sudan e si distogliesse l’attenzione dei musulmani dai comunisti. Tuttavia, grazie agli sforzi congiunti di tutti gli islamisti e di tutti gli appartenenti agli Ikhwan al-Muslimun in Sudan, i comunisti furono tenuti sotto controllo nel Paese. I comunisti egiziani e il Partito Comunista russo decisero di vendicarsi degli Ikhwan al-Muslimun egiziani. Per loro, gli Ikhwan erano tutti uguali, fossero egiziani, sudanesi, giordani, siriani, iracheni o sauditi: non importava da quale Paese provenissero. Anche la loro da‘wa e la loro organizzazione erano una sola.
Sulla base di queste ragioni e di questa prospettiva, quando nell’agosto del 1965 il presidente Nasser si recò in visita a Mosca, durante un discorso tenuto a una conferenza dichiarò: «Gli Ikhwan avevano pianificato di assassinarmi. Ma il piano è stato scoperto. In passato li ho perdonati, ma ora non li perdonerò più».
Da una parte egli rivelò a Mosca l’esistenza di questo piano di assassinio, dall’altra in Egitto ebbero inizio arresti di massa. Colpendo gli Ikhwan, il presidente Nasser conquistò il favore di diversi ambienti e raggiunse vari obiettivi: rese felici i russi e il Partito Comunista egiziano (filorusso). Grazie al compiacimento dei russi, gli aiuti esteri aumentarono, e anche la cattiva reputazione del Partito Comunista egiziano venne cancellata, quella che si era radicata nel Paese a causa dell’ampia diffusione di idee conservatrici su di esso. Allo stesso modo fu accontentata l’America, perché dal punto di vista americano reprimere gli islamisti era mille volte meglio e più vantaggioso che reprimere i comunisti. Anche gli ebrei furono soddisfatti, poiché gli Ikhwan aiutavano i musulmani ribelli dell’Eritrea e il loro atteggiamento favorevole verso di loro era diventato un problema per i governanti israeliani. In Egitto sorse così un potente strumento per diffondere paura e terrore: se a qualcun altro fosse saltato in testa il diavolo, avrebbe imparato dalla sorte degli Ikhwan e non avrebbe trasformato il socialismo e il problema dello Yemen in oggetto di critica.
Dopo la rivelazione della cosiddetta cospirazione, è impossibile descrivere fino in fondo la spietatezza con cui la polizia segreta egiziana arrestava gli appartenenti all’Ikhwan e il comportamento bestiale che riservava alle loro donne con il pretesto di perquisire le case dei membri dell’Ikhwan. Vi furono persino casi in cui venivano arrestati marito e moglie, mentre il loro bambino innocente rimaneva solo in casa. I genitori insistevano perché anche il loro neonato fosse arrestato, affinché potesse trascorrere i suoi giorni in prigione invece di morire di fame e di sete dentro casa. Ma la polizia egiziana respingeva la loro richiesta e nessun altro era disposto a occuparsi di lui, perché chiunque avesse manifestato l’intenzione di prendersene cura sarebbe stato immediatamente considerato sospetto. Queste retate crearono una situazione terrificante in tutto l’Egitto. Poiché l’influenza dell’Ikhwan era particolarmente forte tra i contadini, questa povera popolazione divenne il principale bersaglio delle ritorsioni della polizia egiziana. Si verificarono due incidenti che resero la situazione estremamente delicata: uno fu l’incidente di Kardasa e l’altro quello di Miyat.
Kardasa è un villaggio sulla costa. Alcuni membri della polizia segreta vi si recarono alla ricerca degli appartenenti all’Ikhwan e, durante l’operazione, fecero irruzione in una casa. Quando scoprirono che in quella casa non vi era alcun membro dell’Ikhwan, arrestarono una donna e la trascinarono via con la forza. Appresa la notizia, i contadini del villaggio abbandonarono il lavoro, accorsero in paese e assalirono il posto di polizia. Le due parti si scambiarono bastonate e pietre. Nell’incidente rimase ucciso un agente di polizia e gli altri fuggirono. Il gruppo vittorioso dei contadini tornò al villaggio scandendo slogan di condanna. In seguito, quando seppero che la polizia aveva richiesto l’intervento dell’esercito e che l’intero villaggio veniva circondato dai cannoni, anche i contadini adottarono misure difensive nei dintorni. Ma il bombardamento dell’esercito ridusse l’intero villaggio in rovina. Morirono innumerevoli persone; i sopravvissuti furono arrestati e le loro case saccheggiate. Il giornale svizzero El Liberté pubblicò la notizia nel numero del 10 dicembre 1965, riferendo che gli abitanti di Kardasa avevano affrontato con le armi le truppe di Abd al-Nasser, accorse contro il villaggio per arrestare un membro dell’Ikhwanul Muslimun.
L’altro incidente si verificò a Miyat, situata sulla costa del Mar Rosso, cento trenta miglia a est del Cairo. Una squadra di polizia entrò nel villaggio alla ricerca dei membri dell’Ikhwan. Qui la polizia voleva perquisire la barca di un pescatore. Egli però continuava a tergiversare, temendo che la polizia gli avrebbe portato via tutto il pesce pescato. Un simile atto di audacia da parte del pescatore era contrario all’autorità e al prestigio della polizia. Pertanto gli agenti gli spararono senza esitazione, uccidendolo. I suoi compagni pescatori, vedendo quella scena brutale di violenza, cominciarono a gridare, e la gente dei dintorni accorse in aiuto dei pescatori. In un attimo si radunarono migliaia di persone. Colpiti dall’impotenza dei poveri pescatori, iniziarono a protestare contro la polizia di Miyat e contro il governo, scandendo slogan di condanna contro il governante dell’Egitto. In preda all’agitazione, calpestarono le fotografie del leader siriano appese nei negozi. L’amministrazione locale contattò le autorità superiori e richiese l’intervento dell’esercito per reprimere la protesta. Successivamente le forze egiziane arrivarono e circondarono Miyat. Ciò che accadde dopo è quasi impossibile da immaginare. I giornali del Cairo riferirono l’incidente, nel numero del 4 dicembre 1965, come uno scontro tra un contrabbandiere e la polizia. Secondo l’agenzia Joint Press News of America, tuttavia, nell’incidente rimasero uccise almeno sedici persone del villaggio, e il maresciallo Abd al-Hakim Amer ne trasse piacere con assoluta naturalezza. La United Press of America riferì che i morti furono sepolti senza essere lavati né avvolti nel sudario. Inoltre, i soldati portarono via prigioniere migliaia di persone. Reuters e l’Agence France-Presse diedero all’evento grande risalto.
Secondo le ultime notizie, entro la fine di dicembre 1965 erano stati arrestati più di quarantamila appartenenti all’Ikhwan. Il Daily Telegraph di Londra scriveva, l’11 ottobre 1965, che fino ad allora erano state arrestate ventimila persone e che gli arresti continuavano ancora in tutto il Paese.
Tra gli arrestati vi erano quasi ventotto donne. Inoltre, i familiari degli arrestati venivano esiliati nelle regioni più remote del Paese. Perciò il Jewish Observer, un giornale ebraico di Londra, pubblicò con gioia nel numero del 28 novembre 1965 la lieta notizia secondo cui le notizie della settimana confermavano che quattromilacinquecento famiglie degli appartenenti all’Ikhwan arrestati erano state esiliate in zone isolate e molto lontane.
Secondo le autorità egiziane, gli arrestati erano divisi in due gruppi. Alcuni erano persone accusate dal governo egiziano; erano meno di quattrocento. La maggioranza, invece, era costituita da persone contro le quali non vi era alcuna accusa.
Tra gli arrestati, le personalità più importanti erano:
1. Hasan Ismail al-Hudaybi: Aveva circa settantaquattro anni. Prima di stabilire un rapporto formale con l’Ikhwan, era consulente legale della Corte Suprema del Cairo. Dopo il martirio di Hasan al-Banna, nel 1948, fu eletto murshid ‘amm dell’Ikhwan (presidente centrale). Poiché era un giurista, durante il suo mandato si impegnò ampiamente affinché l’organizzazione rispettasse le leggi. Tuttavia, in alcuni ambienti dell’Ikhwan fu criticato per il suo rigore giuridico e la sua inflessibilità anche nelle questioni minori. Nel 1954, quando una seconda calamità si abbatté sull’Ikhwan, fu arrestato anch’egli e condannato a morte. In seguito la pena fu commutata per ragioni legate all’età. In prigione fu sottoposto a torture senza limiti. Di conseguenza, le sue condizioni fisiche divennero così precarie che il governo fu costretto a liberarlo. Da allora trascorse le sue giornate agli arresti domiciliari. In seguito fu nuovamente arrestato con l’accusa di aver pianificato un assassinio e condannato a tre anni di lavori forzati.
2. Mamun al-Hudaybi : Era figlio di Hasan al-Hudaybi ed era anch’egli consulente legale presso la Corte Suprema del Cairo. Fu condannato a tre anni di reclusione.
3. Ismail al-Hudaybi : Era un altro figlio di Hasan al-Hudaybi. Di professione era avvocato. Fu condannato a un anno di lavori forzati.
4. Sayyid Qutb : Aveva circa sessant’anni. Prima di aderire all’Ikhwan, ricopriva l’incarico di ispettore scolastico presso il Ministero dell’Istruzione egiziano. Nel 1953 divenne membro dell’Ikhwan. Nel 1954 fu arrestato anch’egli e la Mahkamat al-Shaab (Corte del Popolo) lo condannò a morte; la sentenza fu commutata per motivi di età. Nell’agosto del 1964, il governo egiziano lo liberò su raccomandazione del defunto Abdus Salam Arif. Ma appena un anno dopo, nell’agosto del 1965, fu nuovamente arrestato e impiccato.
5. Muhammad Qutb : Era il fratello maggiore di Sayyid Qutb. Fu autore di diverse opere. Non aveva rapporti organizzativi con l’Ikhwan. Le sue opere più famose sono:
1. L’uomo dal punto di vista del materialismo e dell’Islam,
2. L’Islam nella rete dell’errore,
3. La jahiliyya del ventesimo secolo,
Fu proprio l’enorme popolarità di queste opere a diventare la causa del suo arresto. Fondò anche una propria casa editrice, che pubblicava le sue opere, quelle di Sayyid Qutb e i libri di altri autori islamici. Al momento del suo arresto, il governo confiscò anche la sua casa editrice. In carcere Muhammad Qutb fu sottoposto a torture disumane, e torture dello stesso genere furono inflitte anche a sua sorella Amina Qutb.
6. Professor Saleh Abu Raqiq: Era il consulente legale centrale della Lega Araba.
7. Muhammad Farid Abd al-Khaleq: Era uno dei celebri studiosi egiziani.
8. Professor Munir Walla: Durante il regno di Faruq, era consulente legale del Consiglio di Stato.
Tra le donne arrestate, le più importanti erano:
1. Sayyida Zaynab al-Ghazali. Aveva più di sessant’anni. Era la leader dell’organizzazione femminile. Mentre rendeva la sua deposizione davanti al tribunale, disse: «Perché era necessario formulare contro di me accuse false? E se avevate bisogno della mia vita, eccola qui». Fu condannata a dieci anni di lavori forzati.
2. La moglie di Hasan al-Hudaybi, il capo dell’Ikhwan.
3. Sayyida Khalida, figlia di Hasan al-Hudaybi.
4. La moglie di Ismail al-Hudaybi (nuora di Hasan al-Hudaybi).
5. Sayyida Hamida Qutb. Sorella di Sayyid Qutb. Fu condannata a tre anni di lavori forzati.
6. La moglie del professor Abd al-Halim Oshahi.
È inoltre necessario menzionare il trattamento riservato in carcere agli arrestati e ciò che accadde alle loro famiglie. Ho già descritto sopra come la maggior parte delle famiglie degli arrestati fosse mandata in località remote e isolate, affinché non potesse ottenere alcun aiuto né compiere iniziative o presentare richieste, e fosse privata anche della solidarietà della popolazione. Ai familiari degli arrestati non fu permesso di incontrare i loro parenti e amici, né di scambiarsi lettere con loro. La maggior parte delle persone veniva arrestata, o in altre parole rapita, in circostanze tali che le loro famiglie non sapevano assolutamente nulla di loro. Vi erano migliaia di famiglie prive di qualsiasi sostegno o protettore.
Inoltre, sulla base di una legge governativa, gli arrestati che erano dipendenti pubblici venivano privati degli stipendi, delle indennità e degli altri diritti previsti dalla legge. Per esempio, se tra gli arrestati vi fosse stato un dipendente di qualcuno, anche quest’ultimo sarebbe stato licenziato, il suo stipendio sarebbe stato sospeso e nessuno dei suoi parenti stretti avrebbe ricevuto alcun aiuto finanziario. Anche alla gente comune veniva ordinato di non offrire denaro o qualsiasi altro tipo di assistenza ai parenti degli arrestati. Si annunciava inoltre che chi avesse commesso tale reato sarebbe stato punito adeguatamente. Tutti i beni mobili e immobili degli arrestati venivano confiscati. Il numero 65 del 23 dicembre del giornale parigino Ravmandi riferì che, secondo la legge emanata dal governo egiziano, il governo aveva il diritto di confiscare i beni dei detenuti politici. Le famiglie che vivevano in abitazioni prese in affitto o appartenenti allo Stato venivano cacciate da tali case su indicazione della polizia e abbandonate senza aiuto sotto il cielo aperto.
Poiché dietro questi arresti agivano gli intenti dei consiglieri comunisti, gli arresti non furono limitati alla Fratellanza musulmana. In realtà, gli obiettivi di tutte queste azioni persecutorie e repressive erano due: primo, l’esistenza degli scrittori e dei predicatori conservatori; secondo, il pensiero e la visione del mondo conservatori. È evidente che il comunismo non avrebbe ricevuto la benedizione in questo Paese finché il Paese non fosse stato liberato da queste due cose.
Per eliminare gli scrittori e i predicatori conservatori, il primo attacco fu sferrato contro la Fratellanza musulmana. In seguito l’attenzione fu rivolta alle altre organizzazioni religiose egiziane. E si dimostrò che ciascuna di esse era coinvolta, in un modo o nell’altro, nel complotto per l’assassinio. L’Organizzazione giovanile di Muhammad, la Jamʿiyyat al-Shariʿa, la Jamaat-e Tabligh e Ansar al-Sunna al-Muhammadiyya erano fortemente in disaccordo con la Fratellanza e consideravano la politica vietata per principio. Ciononostante, queste organizzazioni furono perseguitate, i loro sostenitori arrestati e fu mosso loro l’addebito che i membri della Fratellanza sfruttassero i sentimenti religiosi di questi giovani e li portassero nella propria sfera d’influenza. La maggior parte degli abitanti di Assiut era cristiana. Per la minoranza musulmana del luogo, la Jamʿiyyat al-Shariʿa aveva costruito una moschea e, insieme a essa, era stato istituito un circolo per lo svago dei giovani. Perché egli frequentava un circolo gestito da un’organizzazione religiosa.
Per liberarsi del pensiero conservatore, le scuole coraniche venivano sigillate e i libri nei quali si riteneva fossero stati trovati i suoi germi venivano confiscati. Disponiamo di un lungo elenco dei libri che negli ultimi mesi sono stati dichiarati illegali in Egitto. Tra questi erano compresi, oltre ai libri degli autori della Fratellanza, anche quelli di altri autori che erano stati presi di mira dal governo. Venivano sigillate le tipografie che normalmente stampavano letteratura islamica. A Doha incontrai Muhammad al-Madani, proprietario della celebre tipografia al-Madani del Cairo. Mentre mi raccontava personalmente della distruzione della sua tipografia, mi disse che quella devastazione era stata compiuta unicamente perché la tipografia stampava letteratura islamica invece di letteratura comunista. Per questo affermo senza esitazione che questo conflitto è in realtà il conflitto tra l’Islam e il comunismo, tra i credenti e gli atei. Considerarlo soltanto come il risultato della follia di alcuni individui e immaginarne la conclusione con la loro condanna a morte non significa osservare correttamente la situazione.
Ora vengono esposte le accuse mosse contro la Fratellanza nella nota stampa ufficiale del governo:
La prima accusa era che i Fratelli avessero fondato un’organizzazione segreta, il cui leader era Sayyid Qutb. L’organizzazione raccoglieva aiuti finanziari e altri mezzi per gli accusati. Essi addestravano a pianificare l’assassinio del presidente Nasser e la distruzione dei treni speciali, e per questa attività di addestramento si avvalevano anche della collaborazione di alcune donne.
In realtà, non si trattava affatto di una nuova accusa. Non era un’accusa particolarmente nuova né per il governo egiziano né per i Fratelli Musulmani. In ogni epoca, ogni governante ha mosso accuse di questo genere contro i propri oppositori; in particolare, i Paesi comunisti e gli Stati sottoposti alla loro influenza si sono dimostrati estremamente abili nel fabbricare accuse simili. Nel comunicato ufficiale del governo si affermava questo: si può forse sostenere un’accusa soltanto per tale motivo? Anche una persona dotata di buon senso si chiederebbe: nel 1954 migliaia di membri dei Fratelli furono imprigionati. Le loro famiglie vissero in condizioni di indicibile miseria e privazioni. Lo stesso Sayyid Qutb fu liberato dopo dieci anni e, prima ancora che trascorresse un anno, venne arrestato una seconda volta. Anche dopo la liberazione fu tenuto sotto stretta sorveglianza. Come può tuttavia la coscienza accettare che egli, in un periodo tanto breve, abbia potuto preparare una cospirazione così vasta e raccogliere una quantità tanto enorme di armi da rovesciare il governo? In presenza della polizia di un governo che era in grado di imballare a Roma, dentro delle casse, le persone sospettate e di organizzarne il trasporto al Cairo, qualcuno avrebbe mai potuto anche solo immaginare una cospirazione del genere? È inoltre degno di nota che nell’atto d’accusa si affermava che gli accusati avessero continuato a elaborare piani per rovesciare il governo fino al 1959. Dunque Sayyid Qutb avrebbe supervisionato questi piani dal carcere e avrebbe ricevuto la collaborazione della propria sorella e di un’altra donna sessantenne, Zaynab al-Ghazali, per distribuire le istruzioni necessarie alla loro attuazione? Quali sono allora le prove di questa accusa? La propaganda radiofonica e quella dei giornali non costituiscono in realtà alcuna prova, e il mistero di come e in quale tipo di tribunale questa accusa venisse presentata fu svelato proprio da Amnesty International, un’organizzazione indipendente riconosciuta in tutto il mondo.
Tuttavia, l’importante opera compiuta dai Fratelli negli ultimi anni fu quella di fornire assistenza finanziaria alle famiglie abbandonate e indifese delle migliaia di persone imprigionate nel 1954. Il governo egiziano elargì senza esitazione denaro e risorse alla propria polizia segreta, ai mezzi di propaganda, al Partito Socialista Arabo e ad altre istituzioni simili, ma non ritenne mai necessario destinare neppure un centesimo al sostentamento delle famiglie dei prigionieri. Eppure era suo dovere fornire un aiuto finanziario minimo per vivere ai bambini innocenti, alle mogli e alle madri anziane di coloro che erano stati incarcerati a lungo per motivi politici. Il marxismo non possiede almeno un principio fondamentale per proteggere dalla fame le famiglie di queste persone? Nel marxismo è forse consentito riempire le casse esclusivamente con le risorse del partito al potere, mentre nessun altro ne ha diritto? Soltanto i bambini egiziani del martire Lumumba, caduto per il Paese, avrebbero dovuto ricevere dal governo egiziano ogni opportunità di istruzione e formazione grazie alle sovvenzioni statali? Ma i figli poveri e indifesi di Abd al-Qadir Awda non avrebbero avuto alcun diritto a tutto ciò? Eppure esiste un lungo elenco dei parenti che vivevano nelle case di migliaia di prigionieri. Qualcuno si è mai chiesto se le loro madri, mogli, figlie e i loro bambini ancora lattanti avessero di che mangiare due volte al giorno?
Ma l’Egitto non era affatto privo di persone compassionevoli e sensibili. Un gruppo di studenti e studentesse delle scuole, dei college e delle università si recava di casa in casa presso i simpatizzanti, raccoglieva da loro delle offerte e le consegnava, secondo necessità, alle famiglie prive di mezzi e indifese di ciascun prigioniero. Il governo egiziano considerò anche questo gruppo un’organizzazione segreta. Esso non sfuggiva allo sguardo della polizia segreta egiziana. Queste persone non appartenevano nemmeno ai Fratelli: molti giovani svolgevano questo lavoro spinti soltanto da sentimenti umanitari e considerandolo un’opera di pubblica utilità. Inoltre, molte persone oneste che non avevano il minimo rapporto con i Fratelli fornivano loro un aiuto finanziario per questa opera benefica, mosse unicamente dal timore di Dio e dalla compassione umana. Nessuna persona rispettabile avrebbe mai immaginato che anche questo potesse essere considerato un’attività politica. Perciò non sentirono né il bisogno di tenerlo segreto né quello di fondare un’organizzazione segreta a tale scopo. Coloro che conoscevano l’atteggiamento del governo egiziano consigliarono anche a quei giovani di indole onesta di astenersi da tale attività. Sapevano infatti che un giorno quell’opera di pubblica utilità si sarebbe rivelata loro fatale. Ma quel consiglio non ebbe alcun effetto sui loro cuori. Al contrario, continuarono incessantemente a dedicarsi al proprio lavoro. Alla fine, la loro indole intrepida si rivelò per loro una disgrazia. Da una parte erano impegnati nella loro attività; dall’altra, la polizia segreta egiziana continuava silenziosamente a compilare i loro elenchi. A un certo punto furono dichiarati membri dell’organizzazione segreta dei Fratelli e molti di quegli uomini onesti, che fornivano aiuto finanziario alle famiglie affamate, furono arrestati con l’accusa di cospirazione.
La seconda accusa era che presso i Fratelli fosse stato trovato un arsenale di armi. Con quelle armi essi avrebbero pianificato di rovesciare il governo egiziano, assassinare personaggi illustri e demolire grandi edifici. Tuttavia, le immagini delle armi pubblicate sui giornali mostravano soltanto comuni coltelli e picconi. Se la polizia avesse davvero trovato delle armi, avrebbe certamente organizzato un’esposizione e l’avrebbe trasmessa in televisione, per convincere il mondo intero che essi avevano raccolto i mezzi necessari per una rivoluzione armata. Non è forse sorprendente che, nascondendo le armi recuperate, i giornali mostrassero al mondo soltanto coltelli e picconi? Il governo egiziano era forse composto da bambini ingenui, tanto da tenere nascosto l’arsenale che aveva recuperato e presentare al mondo, in un’esposizione, quegli oggetti ridicoli? Secondo quanto riferito da un celebre giornalista in visita in Egitto, il governo invitò un gruppo di giornalisti a recarsi nel villaggio di Karadāsa per visitare un arsenale. Da una parte fu predisposto il trasporto del gruppo di giornalisti fino a Karadāsa; dall’altra, fu mandata verso Karadāsa una vettura dell’esercito carica di armi. Ma, per una coincidenza, la vettura si guastò per strada e non riuscì ad arrivare in tempo. Di conseguenza, la polizia non ebbe l’opportunità di preparare un deposito di armi. Quando i giornalisti insistettero per vedere l’arsenale, la polizia fu costretta a mostrare proprio la vettura dell’esercito e dichiarò che per arsenale si intendeva quella vettura. Sebbene sui giornali fossero apparse anche immagini di altre armi oltre a quella vettura dell’esercito, né un campione delle armi fu presentato in alcun luogo né esse furono mostrate al pubblico. Dopo queste due accuse fondamentali, il numero delle accuse continuò ad aumentare giorno dopo giorno, e precisamente:
1. I fratelli e le sorelle Sayyid Qutb, Muhammad Qutb, Amina Qutb e Hamida Qutb sono i leader di un’organizzazione segreta terroristica. Sotto la loro guida era stato elaborato un piano che, se non fosse stato scoperto, avrebbe provocato una catastrofe in Egitto. Che fratelli e sorelle della stessa famiglia elaborassero un piano così grande potrebbe accadere soltanto se si trattasse della famiglia di degli idioti e degli imbecilli; ma non può trattarsi della famiglia dei leader e degli autori delle opere Tafsir del Corano, La giustizia sociale nell’Islam, Il materialismo e l’uomo secondo l’Islam. Né può trattarsi della famiglia i cui membri hanno tutti scontato dieci anni di lavori forzati e nella quale una donna ha contato i giorni per dieci lunghi anni, aspettando il marito condannato all’ergastolo.
2. Fu scoperta la cospirazione di un uomo di nome Husayn Tawfiq. Sebbene il rapporto della polizia la considerasse diversa dalla cospirazione dei Fratelli Musulmani, le agenzie di stampa e i giornali egiziani la presentarono come parte integrante della cospirazione dei Fratelli Musulmani. Nel rapporto della polizia, Husayn Tawfiq era indicato come agente del governo saudita. Tuttavia, se si fosse ritenuto che questa cospirazione fosse collegata all’Arabia Saudita, vi sarebbe stato il rischio di creare ostacoli alla soluzione del problema yemenita. In quel momento, invece, il governo egiziano desiderava fortemente che tale problema fosse risolto pacificamente. Per questo la cospirazione non fu collegata all’Arabia Saudita, ma fu addossata ai Fratelli Musulmani. Essi erano infatti un capro espiatorio tale che, prima o poi, sarebbero stati comunque sacrificati.
3. Dopo qualche tempo fu dimostrata l’accusa secondo cui l’organizzazione terroristica dei Fratelli Musulmani non aveva progettato soltanto l’assassinio del presidente Nasser, ma anche quello della celebre cantante Umm Kulthum, del famoso musicista Abd al-Wahhab, del noto attore cinematografico Abd al-Halim Hafiz e della brillante stella del cinema Fayza Shadya. Lo scopo della polizia nel diffondere questi nomi era il seguente: se il popolo non si fosse agitato alla notizia del piano per assassinare il suo amato presidente, sarebbe stato comunque inevitabile suscitare in esso rabbia e odio per i suoi eroi prediletti. L’aspetto più interessante di questa vicenda è che, quando i nomi dei principali artisti della musica e della danza sopra menzionati fossero stati pubblicati sui giornali, gli altri artisti della loro stessa cerchia avrebbero protestato chiedendo perché non fossero stati annoverati tra gli eroi. In risposta a questa richiesta, la polizia avrebbe introdotto altri documenti, con i quali si sarebbe dimostrato che, oltre alle persone già menzionate, nell’elenco dei Fratelli Musulmani erano comprese anche molte altre persone. Anche i loro nomi sarebbero stati pubblicati sui giornali.
Si dice che coloro ai quali viene inflitta la pena di morte o un’altra punizione severa abbiano confessato volontariamente i propri crimini. Ma in un regime dittatoriale, il racconto di una confessione volontaria non necessita di alcuna prova o analisi obiettiva. Il mondo conosce bene le storie di coloro che confessavano i crimini all’epoca di Stalin. La capacità di sopportazione di ogni persona ha un limite. Oltrepassando tale limite e sottoponendo una persona a torture e persecuzioni eccessive, si può costringere chiunque a confessare qualsiasi crimine non commesso. Ma come si può rispondere al fatto che, quando il processo si svolgeva davanti al tribunale dinanzi al quale questi imputati venivano condotti, l’udienza veniva trasmessa in televisione? E quando i prigionieri cominciavano a raccontare le proprie sofferenze, la trasmissione veniva immediatamente interrotta e il prigioniero veniva portato in una cella isolata. Ai giornalisti egiziani e stranieri non era consentito assistere alle udienze. Quando un rappresentante di Amnesty International tentò di entrare nel tribunale, fu respinto; in seguito, sui giornali veniva pubblicata soltanto la parte del procedimento diffusa dai mezzi ufficiali. Anche ammettendo che i prigionieri dei Fratelli Musulmani avessero confessato i propri crimini, per noi ciò non sarebbe affatto sorprendente. Alla luce del trattamento loro riservato in carcere, è comprensibile che un prigioniero sostenga tutte le accuse pubblicate nei comunicati ufficiali e sui giornali di altri Paesi. Ciò è stato reso noto dall’ufficio della Croce Rossa di Ginevra. Il rapporto del rappresentante di Amnesty International ne ha dato conferma. E soprattutto, la verità riecheggiava persino sulle labbra dei bambini dei Paesi arabi.
Qui descrivo soltanto la situazione delle carceri militari egiziane, dove venivano tenute esclusivamente le persone sottoposte a interrogatorio. Le seguenti descrizioni del trattamento riservato ai Fratelli Musulmani furono pubblicate dal quotidiano Al-Mithaq al-Islami di Khartoum, Sudan, nei numeri del 2-3 febbraio 1966, dal quotidiano Al-Ilm di Rabat, Marocco, nel numero del marzo 1966, e da Ukaz di Gedda, Arabia Saudita, nel numero del 1° maggio 1966. Questa è la testimonianza di quei prigionieri che in un modo o nell’altro riuscirono a far conoscere all’esterno ciò che era accaduto ai loro compagni; in seguito, questa testimonianza giunse sui giornali del Sudan, del Marocco e dell’Arabia Saudita:
Fu portato un gruppo di quasi trenta Fratelli Musulmani. Furono divisi in tre gruppi. Le gambe di ciascuno venivano legate alle braccia di un altro, quindi venivano stesi supini a terra. Poi furono portate dieci gru. Le due braccia del primo uomo vennero legate alla gru numero uno. Le gambe del terzo uomo vennero legate alla gru numero due; in questo modo, le dieci gru sollevarono tutti e trenta nel vuoto. Le gru erano disposte in cinque file. Venivano torturati in vari modi. Le loro torture superavano persino quelle di Stalin. Qui si conclude il racconto delle torture inflitte ai Fratelli Musulmani.
Oggi è iniziato ovunque il risveglio islamico, e il ruolo dei Fratelli Musulmani al suo interno è preminente. Sebbene non siano riusciti a instaurare la società auspicata, i loro sforzi non sono stati vani. Il sangue dei martiri non è mai andato e non andrà mai sprecato. Un giorno, sulle fondamenta del sangue da loro versato, sarà certamente instaurata una società islamica, inshallah.
Non soltanto in Egitto: il sangue ardente dei popoli monoteisti di Palestina, Bosnia, Kashmir, Iraq e Afghanistan ne è testimone.
Fine