Parola dell’editore
Il rispettato Abbas Ali Khan è uno dei massimi pensatori islamici del Bangladesh. Il suo contributo agli sforzi di diffusione e affermazione dell’Islam è particolarmente significativo. Anche nel campo della composizione e della traduzione della letteratura islamica, la sua penna non conosce stanchezza. Tra le opere da lui scritte vi è «L’eterno conflitto tra Islam e Jahiliyya». In quest’opera, l’autore ha delineato con grande perizia il conflitto che nel passato e nel presente si è svolto e continua a svolgersi tra l’Islam e la Jahiliyya. Al contempo, ha indicato con chiarezza anche i doveri di coloro che aspirano all’affermazione dell’Islam. Siamo convinti che la sua opera sarà considerata un prezioso sostegno per quanti aspirano all’affermazione dell’Islam.
IslameJahiliyya
Islam e Jahiliyya sono due credenze, dottrine e sistemi d’azione contrapposti. Le loro vie, i loro obiettivi e le loro destinazioni sono diversi, anzi contrapposti. Pertanto, il conflitto e lo scontro tra i due sono naturali e inevitabili. Questa lotta, questo conflitto, prosegue fin dagli albori dell’umanità e continuerà finché esisterà il genere umano.
Una delle due è buona e l’altra è malvagia. Una è verità e giustizia, l’altra falsità e ingiustizia. Una è benefica e l’altra dannosa. Una è luce e l’altra tenebra. Una è creativa e l’altra distruttiva. Una è la via scelta da Allah l’Altissimo, Creatore dell’universo, e l’altra è la via da Lui sgradita e proibita. Delle due vie e dottrine, la prima è l’Islam e la seconda è la Jahiliyya. Ciò che è Islam non è Jahiliyya, e ciò che è Jahiliyya non è Islam.
La parola «Jahiliyya» viene usata nel senso opposto a quello dell’Islam. Tutti i metodi e i sistemi dell’Islam si fondano sulla conoscenza. Infatti, è Dio stesso ad aver insegnato tali metodi e sistemi, ed Egli solo possiede la conoscenza di tutti i misteri più profondi. Al contrario, ogni metodo e sistema diverso dall’Islam è considerato un metodo e un sistema della Jahiliyya. L’epoca preislamica dell’Arabia veniva definita epoca della Jahiliyya nel senso che, in quel periodo, gli uomini avevano stabilito il proprio sistema di vita basandosi esclusivamente, senza conoscenza, su superstizioni, congetture e desideri. Qualunque popolo adotti questo sistema, in qualunque luogo e in qualunque epoca, dovrà necessariamente essere definito un sistema d’azione della Jahiliyya.
In sintesi, nella terminologia islamica, per Jahiliyya si intendono quei sistemi d’azione contrari alla civiltà e alla cultura islamiche, ai principi etici, alle buone maniere e alla mentalità islamica. «Egli è Colui che vi ha creati. Poi, tra voi, alcuni sono miscredenti e altri credenti; e Allah osserva tutto ciò che fate» (At-Taghabun: 2).
I commentatori hanno esposto quattro significati di ciò, e tutti e quattro sono corretti.
Primo: Egli è il vostro Creatore. Tuttavia, alcuni negano che Egli sia il loro Creatore, mentre altri accettano questa grande verità. Perciò gli uni sono stati chiamati miscredenti e gli altri credenti.
Secondo: dopo avervi creati, Egli vi ha mostrato entrambe le vie, quella del bene e quella del male, e vi ha anche indicato le conseguenze di entrambe. Poi vi ha concesso piena libertà di scegliere una delle due vie e di percorrerla. Se volete adottare la miscredenza, cioè se volete rifiutarvi di seguire la via di Allah, potete farlo; e se volete credere e seguire la Sua via, potete farlo ugualmente. Egli non vi costringe ad adottare né la fede né la miscredenza. Pertanto, siete voi stessi responsabili sia della fede sia della miscredenza, cioè dell’accettare o del rifiutare la signoria, l’autorità e il comando di Allah. Concedendovi la libertà di scegliere una delle due, Egli vi ha sottoposti a una terribile prova. Egli osserva come usate la libertà di scelta che vi è stata concessa. L’espressione «Egli osserva ciò che fate» contiene un’indicazione volta a mettervi in guardia. Così come avete la libertà di percorrere due vie opposte, dovrete necessariamente subire anche due conseguenze opposte. L’esito della via del bene non può mai essere uguale a quello della via del male. Non è necessario dire che, per godere di un buon esito, bisogna percorrere la via del bene. È proprio questa la prova dell’essere umano. Si viene messi alla prova per ricevere una ricompensa o una punizione; altrimenti la prova sarebbe priva di senso.
Terzo: Egli vi ha creati secondo una natura sana e retta, e ciò esige che adottiate la via della fede. Tuttavia, dopo essere stati creati secondo una natura sana e retta, alcuni di voi hanno adottato la miscredenza, che è contraria alla Sua creazione. Altri, invece, hanno adottato la via della fede, che è conforme alla loro natura.
Bisogna ricordare che l’essere umano è stato creato con una disposizione naturale e una mente libere dalla propensione al peccato. In seguito, egli sceglie la retta via oppure quella malvagia.
Va ricordato che nessuno dei profeti e messaggeri venuti nel mondo e nessuno dei Libri celesti loro rivelati ha mai definito l’essere umano peccatore per nascita. Eppure, da un secolo e mezzo il mondo cristiano continua a sostenere la credenza religiosa secondo cui l’essere umano è peccatore per natura. Secondo la loro convinzione, come conseguenza del peccato di Adamo e di Eva, una propensione ereditaria al peccato si è trasmessa all’umanità. Invece di riflettere e sforzarsi di reprimere tale propensione, essi hanno addossato ogni responsabilità ad Adamo e alla signora Eva, cercando così un pretesto per condurre una vita immersa nel peccato. Questa è una concezione e una filosofia gravemente erronea, ed è precisamente la jahiliyya.
Tuttavia, oggi gli studiosi cattolici hanno cominciato ad affermare che questa idea e questa credenza non hanno alcun fondamento nella Bibbia. Nel suo libro «Is Original Sin in Scripture?», il celebre studioso della Bibbia, il reverendo Habat Hag, afferma che fino al III secolo tra i cristiani non esisteva la convinzione che l’essere umano fosse peccatore per nascita. Quando, a causa della propaganda di alcune persone, questa idea e questa credenza cominciarono a diffondersi, per due secoli gli studiosi cristiani continuarono a protestare contro di essa. Ma alla fine, nel V secolo, sant’Agostino, grazie alla sua rete di sofismi, fece includere nella dottrina fondamentale del cristianesimo l’idea che l’umanità avesse ereditato la maledizione del peccato di Adamo. Inoltre, si stabilì che la salvezza dell’umanità fosse possibile soltanto grazie all’espiazione compiuta da Gesù Cristo offrendo la propria vita sulla croce: non vi sarebbe stato altro mezzo. Questa è una credenza cieca, erronea, inventata e irrazionale, nonché una terribile arma della jahiliyya.
Quarto: è Allah l’Altissimo che vi ha dato l’esistenza dopo il nulla. Voi non esistevate, poi siete venuti all’esistenza. Se rifletteste su questo argomento con animo semplice, limpido e imparziale, capireste certamente che la vostra stessa esistenza è un dono speciale di Dio, grazie al quale potete godere delle innumerevoli e incalcolabili benedizioni create per voi. Tuttavia, molti di voi non riflettono su questo. Di conseguenza, hanno scelto la via della ribellione e del peccato. Alcuni, invece, adottando la via della fede, hanno mostrato un pensiero corretto e privo di errore.
È degno di particolare attenzione anche ciò che è stato detto nella sura ar-Rum del Nobile Corano: «Pertanto, o Profeta e seguaci del Profeta, rivolti in un’unica direzione, concentrate tutti i vostri obiettivi su questa religione. Attenetevi alla natura secondo la quale Allah ha creato gli esseri umani. Non si può cambiare la struttura creata da Allah. Questa è la religione, o sistema di vita, assolutamente vera e retta» (ar-Rum: 30).
Nel versetto sopra citato, rivolgendosi al Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e ai musulmani, si afferma: quando vi è chiaro che non esiste altro creatore e padrone dell’universo all’infuori del solo Allah, allora il modo in cui dovete necessariamente agire è questo: rivolgete interamente e con sincera devozione il vostro obiettivo verso questo din. Questo din è quello presentato dal Corano. Secondo questo din, nessuno all’infuori di Allah, unico e senza associati, ha il diritto di ricevere adorazione, culto, sottomissione e obbedienza. Non distoglietevi da questo din per volgerVi verso altro. Dopo aver adottato questa via per la vostra vita, non rivolgete lo sguardo verso nessun’altra via. Tutta l’umanità è stata creata con la disposizione naturale secondo cui, all’infuori dell’unico Allah, non ha alcun creatore, alcun signore, alcuna divinità e alcun essere cui si possa obbedire in senso autentico. L’uomo deve rimanere saldo su questa disposizione naturale.
L’espressione «la struttura creata da Allah non può essere cambiata» significa che Dio ha creato l’uomo come Suo servo, affinché l’uomo adorasse unicamente Lui. Nessuno può modificare questo corso e questa disposizione naturale della creazione. Non è possibile passare da questa condizione alla condizione di «non essere servo di Dio». Se si considera dio qualcuno che non è Dio, egli non può diventare realmente Dio. Per quanto numerose siano le divinità che l’uomo possa fabbricarsi, l’uomo non è e non può essere servo di nessuno all’infuori dell’unico Dio.
Il punto essenziale di questa discussione è che Allah, da un lato, ha concesso all’uomo piena libertà di scegliere autonomamente il proprio percorso di vita e di agire di conseguenza. Dall’altro, gli espone chiaramente la verità autentica e lo invita ad accettarla.
Poiché Allah ha creato l’uomo, lo ama profondamente. Ha disseminato nella terra che lo circonda innumerevoli beni e risorse per soddisfare tutte le necessità della sua vita. La luna, il sole, le stelle, il giorno e la notte, la luce e l’aria, le nubi del cielo e la pioggia, le colline e le montagne, i fiumi e i corsi d’acqua, le piante e gli animali, nonché ogni sorta di alimento: tutto questo Egli lo ha creato per l’uomo. Queste sono le prove del Suo amore per l’uomo. Ed è proprio perché ama l’uomo che certamente gli indicherà la retta via della sua vita. È del tutto naturale. È inconcepibile che Egli non gli comunichi le norme, le regole e il programma di vita mediante i quali la breve vita terrena dell’uomo possa essere felice e bella e, dopo la vita terrena, anche la vita eterna nell’Aldilà possa avere successo. In realtà, Egli lo ha fatto. Per mezzo dei profeti e degli inviati, ha comunicato all’uomo l’intero ordinamento della sua vita. Questo è ciò che è stato chiamato il din conforme alla disposizione naturale, menzionato sopra.
Dopo aver dotato l’uomo di conoscenza, ragione e coscienza, lo si è lasciato libero per metterlo alla prova, offrendogli la possibilità di scegliere qualunque via per la propria vita e di agire liberamente di conseguenza. Se vuole, può seguire la via indicata da Dio e ottenere i suoi benefici, oppure abbandonarla e percorrere una via erronea escogitata dalla sua mente. Può riconoscere Allah come suo unico Creatore, Sostentatore, Signore e Sovrano e obbedirGli pienamente, oppure può adorare molte false divinità da lui immaginate. Nonostante gli sia stata concessa la libertà di scegliere una di queste due vie, Allah ha inviato, attraverso le epoche, profeti e inviati a ogni popolo e comunità, ricordando ripetutamente all’uomo la retta via della sua vita. Egli non ha voluto limitare la libertà che gli era stata concessa di seguire la retta via; piuttosto, ha cercato di persuaderlo e incoraggiarlo descrivendo i benefici del percorrerla. D’altra parte, lo si è anche cercato di dissuadere dal percorrere la via erronea informandolo delle sue terribili conseguenze.
Non è trascorsa alcuna epoca o periodo della storia umana senza che vi fosse un profeta, o qualcuno che ne prendesse il posto, per invitare gli uomini alla via di Dio. Questa successione e continuità ininterrotta dell’invito degli uomini alla via di Dio era, ed è tuttora, particolarmente necessaria. La ragione è che abbandonare la via di Dio e adottare qualunque altra via equivale a lottare contro la natura stessa. Di conseguenza, nella vita degli uomini si abbattono calamità e sciagure di ogni sorta. Si instaura il dominio dell’uomo sull’uomo. Il forte si insedia come dio del debole. Innumerevoli persone vengono incatenate alla schiavitù degli uomini. Il cielo e la terra si riempiono dei lamenti e delle grida degli uomini, oppressi e schiacciati dalla persecuzione di governanti crudeli e tirannici. Per porre fine a queste oppressioni e a questi soprusi, e per garantire agli uomini libertà, pace, serenità e sicurezza della vita e dei beni, era necessario invitarli alla via di Dio in passato, lo è ancora oggi e lo sarà anche in futuro. Questa è la salda legge di Allah l’Altissimo. Il nome dato all’osservanza di questa legge è Islam, mentre l’insieme di tutto ciò che le si oppone è chiamato jahiliyya. Ciò che è vero è Islam, mentre ciò che è falso ed erroneo è jahiliyya.
Verità e falsità: forze contrapposte
Dalla discussione precedente è risultato chiaro che, proprio come la fede e la miscredenza sono contrapposte, così lo sono l’Islam e la jahiliyya. L’Islam è la via e il metodo indicati da Allah l’Altissimo, nonché un programma di vita orientato al bene. La sua fonte è la conoscenza infallibile donata da Dio. Anche la conoscenza, la ragione e la coscienza dell’uomo la sostengono, ed essa è conforme alla sua disposizione naturale. La jahiliyya, invece, scaturisce dall’oscurità della miscredenza e dell’ignoranza, da congetture e supposizioni e da fantasie illusorie. Pertanto, la prima è vera e bella, mentre la seconda è falsa e orribile. La prima è luce, la seconda è oscurità. Nessuna delle due può mai tollerare l’altra. Perciò ciascuna è forza rivale dell’altra. Il loro conflitto e scontro reciproco sono anch’essi eterni.
Conoscenza–Intelletto–Coscienza
È grazie alla conoscenza, all’intelletto e alla coscienza che Allah Ta‘ala ha donato all’essere umano che egli è noto come il migliore degli esseri viventi. Questa qualità speciale ha segnato una grande differenza tra l’essere umano e gli altri esseri viventi. L’intelletto crea nell’essere umano la consapevolezza di essere personalmente responsabile di ogni sua azione. Al contrario, questo principio non si applica a chi non è stato dotato d’intelletto. Supponiamo, per esempio, che una pesante pietra, staccatasi improvvisamente dall’alto e precipitando, uccida una persona: la pietra non potrà in alcun modo essere considerata colpevole, perché è soltanto una materia inanimata e priva di coscienza. Allo stesso modo, se un animale entrasse nel campo di qualcuno, mangiando e devastando il raccolto, neppure esso potrebbe essere definito colpevole, perché, pur possedendo coscienza e sensibilità, è privo di conoscenza e intelletto. Ma se un essere umano commettesse un’azione del genere, sarebbe necessariamente considerato colpevole e, secondo la legge, dovrebbe essere punito. Ciò perché è stato dotato, oltre che di coscienza e sensibilità, delle qualità della conoscenza, dell’intelletto e della coscienza morale. Grazie a esse può comprendere ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. Le materie inanimate e inorganiche, prive di coscienza, e gli altri esseri viventi diversi dall’essere umano sono privi delle qualità sopra menzionate e della capacità di distinguere il bene dal male; perciò non devono rispondere di alcuna loro azione. L’essere umano è personalmente responsabile delle proprie azioni proprio perché è stato dotato di conoscenza e intelletto.
Conoscenza–Uso corretto dell’intelletto
Sebbene all’essere umano sia stata conferita la dignità più elevata grazie alla conoscenza e all’intelletto, egli fa un uso improprio della conoscenza. Anche dopo avergli dato intelletto e coscienza, rendendolo capace di conoscere il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, non si può dire che ogni sua azione sarà compiuta con coscienza. Gli esempi non mancano; anzi, intorno a noi ne vediamo innumerevoli. Prendiamo, per esempio, il caso degli studenti. I genitori mandano i propri figli negli istituti d’istruzione affinché acquisiscano conoscenze e qualità umane. A tal fine sostengono tutte le spese della loro istruzione. La richiesta della coscienza avrebbe dovuto essere che ogni studente studiasse regolarmente e, secondo le proprie capacità e il proprio talento, ottenesse il miglior risultato possibile agli esami, conquistando l’apprezzamento riservato a un buon studente. Nonostante questa conoscenza, questa convinzione e questa consapevolezza siano presenti in ogni studente, che cosa vediamo? Alcuni studenti cercano di adempiere pienamente alle proprie responsabilità. Molti altri, invece, trascurano i propri doveri e responsabilità, sprecando il tempo in attività riprovevoli che sotto nessun aspetto sono desiderabili. In quanto esseri umani, entrambi i tipi di studenti possiedono conoscenza, intelletto e coscienza. Tuttavia, non si vede che gli studenti dei due gruppi impieghino allo stesso modo il proprio intelletto e la propria coscienza. Da ciò si comprende che non tutti sono capaci di fare un uso corretto della propria coscienza.
Ancora una volta, un gruppo di persone assetate di potere non esita ad adottare qualsiasi mezzo vile pur di conquistarlo. Molti di loro sono anche altamente istruiti e titolari di diplomi avanzati. Tuttavia, prendendo il potere mediante corruzione, uso della forza, omicidi, terrorismo e simili, si insediano come padroni degli uomini. In seguito, invece di garantire i diritti fondamentali delle persone, le incatenano alla schiavitù e le costringono a condurre una vita disumana. Questo quadro si è visto in molti luoghi del mondo anche in passato e lo si vede ancora oggi. Saccheggi, omicidi, appropriazione indebita delle risorse dello Stato, furti e rapine, e simili eventi accadono continuamente nella società. Coloro che commettono tali azioni sono tutti esseri umani e sono noti come persone istruite. Anche loro dovrebbero certamente possedere conoscenza, intelletto e coscienza. Ma dove ne fanno un uso corretto?
Nel mondo esistono ancora alcuni Paesi definiti sottosviluppati, arretrati nell’istruzione e oppressi dalla povertà. In questi Paesi, alcuni non considerano una simile situazione particolarmente riprovevole. Sebbene non vi sia alcuna ragione per concordare con loro, che cosa accade nei Paesi noti per essere sviluppati e altamente civilizzati sotto ogni aspetto? Attualmente l’Inghilterra e gli Stati Uniti sono considerati Paesi giunti ai vertici del progresso e della civiltà. La gente continua ad affluire in questi due Paesi per ricevere una formazione nella conoscenza e nella civiltà. Sebbene occupino una posizione di primo piano nella scienza e nella tecnologia, questi due Paesi hanno dimostrato un completo fallimento nell’uso corretto della conoscenza, dell’intelletto e della coscienza. Sono maestri nell’opprimere e commettere ingiustizie contro altre nazioni. Anche nelle loro stesse società sono sprofondati nell’abisso del declino morale. Una notizia pubblicata nel «Newsweek» del 27 giugno 1988 permette di conoscere la loro estrema decadenza morale e la crescente propensione al crimine. La notizia riferiva che nella città di Londra, con sette milioni di abitanti, l’anno precedente (1987) erano stati commessi 194 omicidi e 22.626 gravi reati violenti. Nel frattempo, nella città di New York erano stati commessi 1.672 omicidi e 148.313 reati violenti. Questa è soltanto la situazione di due città di due Paesi. Dov’è finita la conoscenza, l’intelletto e la coscienza di questi criminali?
Non è sufficiente possedere conoscenza, intelletto e coscienza; il vero compito dell’essere umano consiste nel farne un uso corretto. Dagli esempi precedenti si è compreso che non tutti sono capaci di fare un uso corretto della propria conoscenza e coscienza. Alcuni riescono a farne un uso corretto, mentre altri dimostrano di fallire.
Qual è la causa di questo fallimento??
Perché l’essere umano commette un errore così grave e pericoloso? Perché infligge una simile ingiustizia al suo preziosissimo patrimonio, la ragione e l’intelletto? Prima di andare avanti, dobbiamo assolutamente trovare una risposta a queste domande.
Anzitutto, nella natura umana esistono due tendenze contrapposte. Una è la tendenza al timore di Dio o al bene, l’altra è la tendenza al male. Tra le due esiste sempre un conflitto e uno scontro. Entrambe spingono, eccitano e incitano l’essere umano a soddisfare le proprie esigenze. Quando prevale la tendenza al bene, l’essere umano usa correttamente la ragione e l’intelletto e compie azioni virtuose. Quando invece prevale la tendenza al male, essa lo induce a dedicarsi a ogni sorta di peccato.
La tendenza al male prevale per diverse ragioni. Le sue cause fondamentali sono le seguenti.
La prima è rappresentata dalle forti inclinazioni malvagie dell’essere umano e dai suoi desideri e passioni. Questi desideri e passioni sono così potenti che, generalmente, l’essere umano ne rimane indifeso. Quando perde la forza di reprimerli, diventa schiavo dei propri istinti. A quel punto non esita affatto a commettere qualsiasi ingiustizia, abuso, peccato o atto bestiale. Fa dei propri istinti il suo «ilah» e diventa egli stesso completamente schiavo di essi. Dopo essere divenuto schiavo degli istinti, perde la capacità di distinguere il bene dal male. Spesso, pur credendo che il peccato sia peccato, non ha la forza di starne lontano. Così, sebbene consideri cattivi il furto, la rapina, l’omicidio, l’adulterio e altri simili peccati, non riesce a evitarli perché è schiavo dei propri istinti.
Le inclinazioni malvagie avanzano fino a trasformare l’essere umano in un adoratore del mondo. Il godimento dei piaceri mondani diventa allora lo scopo della sua vita. Si dice che gli esseri umani siano maggiormente attaccati a tre cose: il denaro, le donne e le sostanze stupefacenti. La storia è piena di esempi delle innumerevoli calamità provocate nel mondo da queste tre cose. Gli schiavi dei propri istinti si lanciano in una competizione per stabilire chi possa diventare più grande e più potente nel mondo, chi possa accumulare montagne di ricchezze, chi possa ridurre in schiavitù il maggior numero di persone e chi possa godere della giovinezza e della bellezza del maggior numero di donne. Per impedire che il timore di Dio e dell’Aldilà turbi anche solo per un istante i loro cuori, sono state create filosofie e dottrine inventate. Non esiste alcuna potenza chiamata Dio o Creatore. L’Aldilà è il prodotto di un pensiero irreale e delirante. Questo mondo e la vita terrena sono tutto. La vita è una lotta per vivere e sopravvivere: STRUGGLE FOR EXISTENCE.
Qui solo chi è forte ha il diritto di sopravvivere, di esercitare autorità e dominio e di godere pienamente della vita. Il debole non ha il diritto di vivere: SURVIVAL OF THE FITTEST.
Dopo aver aderito a questa filosofia, non dovrebbe sorgere nella mente alcuna domanda riguardo a giustizia e ingiustizia, lecito e illecito, bene e male, misericordia e crudeltà. Per raggiungere l’obiettivo si fa tutto ciò che è necessario. Si ricorre alla menzogna, all’inganno, al tradimento, alla violazione delle promesse, all’omicidio, al saccheggio, al terrorismo, all’uso della forza, a false e calunniose accuse e ad altri simili mezzi. Queste non sono affatto invenzioni. Sono fatti reali della storia passata e presente. Questa è una forma terribile della jahiliyya.
La seconda causa fondamentale è l’orgoglio e l’arroganza nazionali, di partito e di stirpe, insieme all’amore cieco per tutto ciò che li riguarda. È il cieco conformismo nei confronti degli antenati e dei capi religiosi, delle idee e delle consuetudini tramandate di generazione in generazione e delle numerose superstizioni. Questo amore cieco e questo cieco conformismo privano l’essere umano della capacità di distinguere il bene dal male e la giustizia dall’ingiustizia. Per ciò che è positivo e vantaggioso per la propria nazione, il proprio partito e la propria stirpe, l’uomo impiega tutte le proprie forze e si impegna in guerre e conflitti, per quanto ciò possa essere dannoso per gli altri. Nella storia dell’Inghilterra si fa menzione di guerre durate sette, trenta e cento anni. Questi sono gli effetti deleteri dell’orgoglio e dell’arroganza nazionali e di stirpe e dell’amore cieco per essi. Anche nella penisola arabica, nell’epoca preislamica, guerre sanguinose di questo genere si protrassero per generazioni. Nel tentativo di soddisfare i desideri e le passioni dell’istinto, furono fatti scorrere fiumi di sangue umano.
L’insaziabile brama di conquistare con la forza il territorio altrui e di sottomettere le nazioni deboli scatenò due guerre mondiali. Per mano dei demoni della jāhiliyya, la Prima guerra mondiale estese i suoi artigli possenti e feroci su ventotto Paesi e sei continenti. In questa guerra persero la vita dieci milioni di soldati e dieci milioni di civili. A causa delle carestie, delle epidemie e dell’instabilità politica provocate dalla guerra, altri venti milioni di persone scomparvero per sempre dalla faccia della Terra.
Ventuno anni dopo, per appagare l’insaziabile brama di potere dei demoni della jāhiliyya, scoppiò la Seconda guerra mondiale, accompagnata da violenza, omicidi e devastazioni ancora più feroci. Questa grande guerra coinvolse in un modo o nell’altro nella guerra ogni Paese e ogni popolo della Terra. Diciassette milioni di soldati e quarantuno milioni di civili caddero nella morsa della morte. Le bombe atomiche disumane impiegate dagli Stati Uniti uccisero milioni di persone a Hiroshima e Nagasaki, in Giappone, e resero mutilate e invalide milioni di altre. Milioni di persone morirono lentamente, tra atroci sofferenze. Mai, nell’epoca passata della jāhiliyya, si era verificata una barbarie e una brutalità maggiori di queste. La scienza e la tecnologia hanno reso la jāhiliyya moderna più feroce di quella del passato.
Le concezioni e le credenze tramandate di generazione in generazione, le consuetudini, gli usi e costumi e il cieco conformismo nei confronti dei capi religiosi costituiscono una grave malattia mentale, alimentata da una potente istigazione dell’istinto. La storia dell’Islam testimonia che, quando i profeti e i messaggeri presentavano agli uomini l’invito all’Islam, questi lo respingevano dicendo che il Profeta sosteneva il contrario delle credenze religiose professate da loro e dai loro antenati di generazione in generazione, degli usi e delle consuetudini osservati da tempo immemorabile e di tutto ciò che affermavano i loro capi religiosi. Pertanto, non potevano in alcun modo accettarlo. Questi argomenti saranno trattati a tempo debito.
La devozione e il rispetto smisurati verso i capi religiosi e i pīr e sacerdoti li innalzano al rango di Dio. Li si considera infallibili e tutto ciò che esce dalle loro labbra viene creduto, senza verificarne la verità o la falsità, come un’autorevole parola dei Veda o come una verità incontestabile, simile alla rivelazione di Dio. Allah stesso dice:
«Queste persone hanno preso i loro sapienti, i loro pīr e i loro dervisci come dèi all’infuori di Allah» (al-Tawbah: 31).
Si narra in un hadith che Ḥaḍrat ʿAdī ibn Ḥātim fosse cristiano. In seguito si recò alla presenza del Profeta e abbracciò l’Islam. Chiese al Profeta (s.a.s.) spiegazioni sul versetto citato sopra, dicendo: «Che cosa significa l’accusa rivolta contro di noi, secondo cui avremmo fatto dei sapienti, dei pīr e dei dervisci delle divinità?». Il Profeta (s.a.s.) disse: «Non è forse vero che voi consideravate haram ciò che essi consideravano haram e consideravate halal ciò che essi consideravano halal?». Ḥaḍrat ʿAdī (r.a.) rispose: «Sì, certamente lo facevamo».
Il Profeta (s.a.s.) disse: «È proprio così che li si fa diventare delle divinità».
Da ciò si è appreso che coloro che, senza l’autorizzazione di Allah, stabiliscono i limiti del lecito e dell’illecito per la vita umana, in realtà si insediano essi stessi sul trono della divinità. Coloro che accettano la loro legislazione della Sharia li fanno loro dèi.
Per quanto grande possa essere una persona, il criterio per verificare ogni sua parola o decisione è Allah e il Suo Messaggero. Qualunque parola sia contraria a ciò che hanno detto Allah e il Suo Messaggero, oppure non sia conforme al senso fondamentale delle loro parole, deve essere respinta. Questa concezione ha diviso la società umana in numerosi gruppi e sottogruppi e ha generato fitna e fasad.
La terza ragione fondamentale è un ambiente estremamente ostile all’Islam. Se l’ambiente di un Paese, di una regione, persino di un istituto scolastico o di un convitto, è tale che tutti siano ostili all’Islam, che vi vengano diffusi soltanto libri, riviste e giornali anti-islamici e che si impartisca una formazione volta a creare una mentalità ostile all’Islam, allora in un ambiente simile nessuno può rimanere saldo nell’Islam. In tale ambiente, per indebolire nel cuore dei giovani la fede nella religione, in Dio e nell’Aldilà, vengono messi a loro disposizione ogni genere di mezzi per frequentare liberamente persone dell’altro sesso, abbracciarsi e lasciarsi andare a effusioni. In questo modo, nella fase iniziale, la loro spina dorsale morale viene spezzata e frantumata. Di conseguenza, essi possono accogliere facilmente e con entusiasmo le attività successive. Queste parole non sono affatto una storia immaginaria del mondo delle idee. Proprio tali attività vengono adottate nei Paesi comunisti, come la Russia.
In seguito, nei Paesi non comunisti al di fuori della Russia nei quali vengono esportate le idee e i movimenti comunisti, si avviano attività dello stesso tipo, seppure in forma limitata. In alcuni luoghi apertamente, in altri segretamente. Tuttavia, le tecniche operative, il reclutamento degli attivisti e la loro formazione proseguono regolarmente. Si cerca di assoggettare i giovani con ogni sorta di inganno, pressione e astuzia. A tale scopo, dalla Russia viene fornito ogni tipo di aiuto e collaborazione. Così, gradualmente, viene instaurato il dominio comunista in nuovi Paesi. L’Afghanistan è l’ultima vittima della loro trappola.
Quando il dominio comunista viene instaurato in un luogo, la libertà di parola e di pensiero scompare. La conoscenza, l’intelletto e la coscienza vengono paralizzati. Anche chi volesse usare correttamente il proprio intelletto non ha alcuna possibilità di farlo. Volenti o nolenti, si è costretti ad accettare la schiavitù mentale dei governanti comunisti.
L’invito degli onorevoli profeti
Dalla discussione precedente è emerso chiaramente che non tutti fanno buon uso della conoscenza, dell’intelletto e della coscienza che Allah ha donato agli esseri umani, né sanno farne uso. Di conseguenza, gli esseri umani devono subirne le terribili conseguenze. Gli esseri umani hanno naturalmente anche numerose debolezze. Il Misericordioso Allah non può restare in silenzio vedendo l’uomo in una condizione di impotenza. Non è dunque che, nella lotta tra l’Islam e la jahiliyya, la responsabilità di compiere ogni possibile sforzo per la vittoria della verità sia stata lasciata esclusivamente all’intelletto, alla coscienza e alle capacità naturali dell’uomo. L’uomo non riesce sempre a giungere alla decisione corretta attraverso il proprio ragionamento intellettuale. Questo perché il suo mondo della conoscenza e del pensiero è molto piccolo e limitato. A un certo punto del pensiero, il suo cammino si blocca. Allora si sente impotente e prende decisioni errate. Molti pensatori dell’umanità, pur animati da buone intenzioni, sono giunti a conclusioni sbagliate e hanno elaborato nuove filosofie e dottrine che non hanno potuto portare nella vita umana altro che danno, senza alcun beneficio. Per questo, Allah l’Altissimo, mosso da immensa misericordia verso l’uomo, ha predisposto la trasmissione, da parte Sua, di una conoscenza infallibile. Questa è chiamata conoscenza della rivelazione, o conoscenza divina. Egli non trasmette direttamente questa conoscenza agli uomini; sceglie la persona migliore della società e, mediante la rivelazione, le concede tutta la conoscenza necessaria. Dopo aver donato all’uomo una natura sana e intelletto e conoscenza, questa è una conoscenza aggiuntiva. Quando numerosi pensieri e idee, paure e intimidazioni, tentazioni provenienti dall’interno e dall’esterno dell’uomo, nonché l’influenza delle sue sei passioni, cercano di traviarlo, questa conoscenza aggiuntiva accorre in suo aiuto e gli indica la retta via. Naturalmente, sebbene rifiutare questa conoscenza aggiuntiva sia per lui estremamente sfortunato, gli è stata concessa anche la libertà di farlo. Allah mette così l’uomo alla prova e gli concede anche i mezzi per superarla, affinché egli possa raggiungere la più alta dignità umana.
Questa conoscenza aggiuntiva descritta sopra è stata chiamata conoscenza della rivelazione. Insieme a essa, Egli ha inviato anche il portatore della rivelazione, che è un essere umano come gli altri. Egli trasmetterà agli uomini la conoscenza della rivelazione, la spiegherà e la analizzerà e, attraverso la propria vita concreta, mostrerà come metterla in pratica. Questa persona, portatrice della rivelazione, è chiamata profeta o messaggero. Di epoca in epoca, i profeti e i messaggeri sono stati inviati sulla terra per guidare gli uomini, formare il loro autentico carattere umano e rendere la loro vita felice e bella.
Il confronto e il conflitto tra la missione dei profeti e la giahiliyya
L’Islam e la giahiliyya sono stati paragonati alla verità e alla falsità, alla luce e alle tenebre. Come è impossibile che la verità e la falsità, la luce e le tenebre coesistano anche per un solo istante, allo stesso modo è assolutamente impossibile la coesistenza tra l’Islam e la giahiliyya. Perciò, ogni volta che, attraverso i profeti, è giunto agli uomini l’invito all’Islam, l’invito alla verità, la giahiliyya non ha potuto tollerarlo. Pertanto, l’intera storia dell’umanità è la storia della lotta e del conflitto tra l’Islam e la giahiliyya, ossia tra la verità e la falsità.
Sono proprio i gloriosi profeti di Allah a portare il faro della retta e vera via all’umanità smarrita, traviata e immersa nelle tenebre dell’ignoranza. Per questo la giahiliyya crea ostacoli estremi sul loro cammino. Non solo: i profeti vengono sottoposti a terribili persecuzioni per mano dei portabandiera della giahiliyya e molti di loro perdono persino la vita. Di seguito viene presentato, in breve, un resoconto di alcuni episodi del conflitto e dello scontro tra la missione dei profeti, cioè l’Islam, e la giahiliyya.
Il profeta Noè (pace su di lui)
È a partire dall’epoca del profeta Noè (pace su di lui) che possiamo conoscere qualcosa della storia dell’umanità. Per un lunghissimo periodo l’umanità non possiede alcuna storia scritta dagli uomini. Questa lunga epoca è chiamata preistoria. Tuttavia, la storia dei profeti di quell’epoca è narrata nei Libri celesti, e il racconto più affidabile si trova nel Corano. Il profeta Noè (pace su di lui), rivolgendosi al suo popolo, disse:
«Egli (Noè) disse: “O gente del mio popolo! Io sono per voi un ammonitore che parla con chiarezza. (Vi ammonisco dicendovi:) Adorate Allah, temeteLo e obbeditemi. Allah vi perdonerà i vostri peccati e vi concederà di vivere fino a un termine stabilito. In verità, quando giunge il termine stabilito da Allah, esso non può più essere rinviato. Se solo lo sapeste, quanto sarebbe meglio per voi!”» (Noè: 2-4).
La sua missione è chiara e giusta. È del tutto naturale e giusto obbedire ai comandi e al governo di Allah, che ha creato l’uomo e provvede a ciascuna delle sue necessità dall’inizio della sua esistenza fino all’istante che precede la morte. Ma i notabili e la gente comune del suo popolo respingono il suo invito. Il profeta Noè (pace su di lui), tuttavia, prosegue la sua opera di predicazione con straordinaria pazienza. Per un periodo lunghissimo, vale a dire per novecentocinquant’anni, continua a invitarli verso la verità.
Egli non garantì loro soltanto il bene di un futuro lontano, cioè della vita dopo la morte, ma parlò anche del bene della vita terrena.
«Ho detto: chiedete perdono al vostro Signore. Egli è certamente il più indulgente. Egli farà scendere su di voi la pioggia dal cielo, vi arricchirà di beni e di figli, creerà per voi giardini e farà scorrere ruscelli» (Nūḥ: 10-14).
Egli dice questo per ottenere il bene di questo mondo e dell’Aldilà: abbandonate i vostri falsi dèi, inventati da voi, e adorate l’unico Allah. I capi della comunità respinsero questo suo invito e impartirono al popolo ordini severi,
«Non abbandonerete in alcun modo le vostre divinità; non abbandonerete Wadd, Suwāʿ, Yaghūth, Yaʿūq e Nasr» (Nūḥ: 23).
In risposta, dissero al profeta Nūḥ (a.s.):
«Ti vediamo certamente immerso in un evidente traviamento» (al-Aʿrāf: 60).
Agli occhi dei cosiddetti intellettuali della comunità, accettare un solo Dio era un grave errore e un evidente traviamento. Essi dissero:
Sebbene questo universo sia stato creato da un solo Dio, a governarlo sono molti dèi. Perciò anche gli altri dèi hanno il diritto di essere adorati. I loro intellettuali e capi — quelli che rifiutavano di accettare le parole di Nūḥ (a.s.) — dissero: «Ai nostri occhi tu non sei altro che un uomo come noi. Vediamo inoltre che, tra noi, solo quelli più umili e spregevoli hanno seguito la tua via senza alcuna riflessione. Non vediamo nulla che dimostri che voi siate migliori o più avanzati di noi. Anzi, vi consideriamo dei bugiardi» (Hūd: 22).
A quel tempo erano proprio questi capi e notabili a governare e opprimere il popolo. Nelle loro mani erano anche le chiavi del sostentamento della gente. Erano inoltre proprietari di giardini, campi e attività commerciali. Erano immersi nei piaceri e nei lussi mondani. Sotto il loro dominio, nessuno osava accettare l’invito del profeta. E se lo faceva, su di lui si abbatteva una montagna di ingiustizie e persecuzioni. Alcuni oppressi e perseguitati — pochissimi di numero — avevano accettato l’invito di Nūḥ. I notabili li guardavano con disprezzo. In ogni caso, Nūḥ (a.s.) continuò a cercare di convincerli in vari modi, con parole gentili e argomentazioni.
‘Egli disse: O gente mia! Riflettete attentamente: se io mi baso su una prova evidente proveniente dal mio Signore, ed Egli mi ha poi colmato di una grazia speciale, che possibilità ho di farvela accettare, se voi non volete accettarla, e di imporvela con la forza? O fratelli della mia gente! Per questa opera non vi chiedo alcun bene materiale. La mia ricompensa spetta ad Allah. E non sono disposto ad allontanare coloro che hanno accettato le mie parole. Essi compariranno da soli davanti al loro Signore. Ma vedo che siete immersi nella jahiliyya’ – (Hud: 28-29).
Nonostante per lunghissimo tempo egli avesse presentato loro ripetutamente e in modi diversi l’appello alla verità, la loro ostinazione, l’orgoglio per la propria posizione e l’influenza che esercitavano sulla società non riuscirono in alcun modo ad avvicinarli alla verità. Quando il profeta Noè li invitò ad accettare la sua missione profetica, essi la respinsero con grande stupore. Dissero: «Ammettiamo pure che la divinità sia una sola e accettiamo anche che Egli voglia mandare agli uomini un profeta; com’è possibile allora che mandi come profeta un uomo proprio come noi? Se voleva mandarne uno, avrebbe potuto inviare come profeta un angelo a Lui vicino».
I notabili della sua gente che rifiutarono il suo appello dissero: «Quest’uomo non è altro che un essere umano come voi. Vuole soltanto affermare la propria autorità su di voi. Se Allah avesse voluto mandare qualcuno, avrebbe mandato un angelo. Non abbiamo mai sentito dire una cosa simile dai nostri antenati (che un uomo diventasse messaggero). Nient’altro: quest’uomo è stato colpito da una qualche forma di follia. Aspettate ancora un po’ (forse la sua follia passerà)» – (al-Mu’minun: 23-24).
Con questo argomento non negarono soltanto la profezia di Noè, ma respinsero l’intera successione dei profeti. Infatti, tutti i profeti e messaggeri inviati da Allah erano esseri umani.
A un certo punto minacciarono terribilmente il profeta Noè (pace su di lui).
«O Noè! Se non smetti di fare queste cose, ti uccideremo lapidandoti» – (ash-Shu‘ara’: 116).
Si può dunque facilmente immaginare la persecuzione che ebbe inizio contro il profeta Noè (pace su di lui) e i suoi pochi seguaci. Infatti, tra un’intera popolazione, nemmeno cinquanta persone accettarono l’appello all’Islam.
Infine, il conflitto e lo scontro tra l’Islam e la jahiliyya giunsero a un punto tale che il profeta Noè fu costretto a chiedere rifugio a Dio.
«E Noè disse: “O mio Signore! Non lasciare sulla terra neppure uno di questi miscredenti. Se li lascerai, travieranno i Tuoi servi e genereranno soltanto miscredenti ostinati e peccatori incalliti”» (Noè, 26-27).
Allah l’Altissimo accolse la preghiera del Suo amato profeta perseguitato e fece annegare e perire l’intero popolo in un diluvio terribile.
«Infine, quando giunse il Nostro comando e il forno cominciò a ribollire, dicemmo: “Imbarca una coppia di ogni specie di animali. Fa’ salire sull’arca anche i membri della tua famiglia, eccetto coloro che sono già stati indicati. Fa’ salire anche coloro che hanno creduto”. Ma erano davvero pochi i credenti insieme a Noè» (Hūd, 40).
La storia del grande diluvio di Noè è universalmente nota. Si dice che in tutto quaranta persone, con o senza i membri della sua famiglia, siano sfuggite a questo castigo di Allah. Dopo quasi mille anni di conflitto tra l’Islam e la jāhiliyya, la jāhiliyya fu sradicata.
Nel Sacro Corano è riportato un resoconto dettagliato del movimento di Hazrat Noè (pace su di lui). Qui ne viene presentato soltanto un sommario.
Il popolo di ʿĀd
Gli storici affermano che Hazrat Noè (pace su di lui) svolse la sua opera di daʿwa in una regione oggi chiamata Iraq. Dopo la sua scomparsa, il numero degli esseri umani continuò ad aumentare ed essi si dispersero in ogni direzione. Dimenticarono gli insegnamenti del profeta e ricaddero nella perdizione. Dopo il popolo di Noè, il popolo che divenne particolarmente potente e influente fu quello di ʿĀd. In Arabia, persone di ogni età e condizione conoscevano il popolo di ʿĀd. Gli Arabi conoscevano tanto il loro valore e la loro potenza quanto il racconto della loro distruzione. Dopo aver raggiunto il culmine del progresso, furono nuovamente gettati nell’abisso della distruzione insieme alla loro civiltà e cultura. Abitavano nella regione di al-Ahqāf, situata a sud-ovest del Rubʿ al-Khālī, tra Hijāz, Yemen e Yamāma. Questa è la descrizione che il Corano fa di loro.
Per guidare il popolo di ʿĀd, Allah l’Altissimo inviò Hazrat Hūd (pace su di lui). Questo popolo era immerso nelle tenebre della jāhiliyya. Quando Hazrat Hūd (pace su di lui) presentò loro il messaggio islamico, ebbe inizio il conflitto tra le due parti; qualunque parola della vera religione venisse loro rivolta, essi la respingevano con scherno e derisione. Come il popolo di Noè aveva sollevato obiezioni, intessuto una rete di sofismi e respinto il messaggio del profeta, così fecero anche gli abitanti di ʿĀd.
«Sei venuto da noi affinché adorassimo un unico Dio e abbandonassimo quegli dèi che i nostri antenati hanno adorato?» (al-Aʿrāf: 70).
Questo conflitto e scontro tra il popolo di ʿĀd e il profeta Hūd (pace su di lui) continuò. Il profeta di Allah, Hūd (pace su di lui), continuava a invitarli con grande premura verso il bene eterno. Alla fine essi pretesero che dimostrasse che il venerato profeta di Allah era veramente un profeta.
«Ebbene, se sei sincero, fa’ dunque venire su di noi il castigo con cui ci minacci!» (al-Aḥqāf: 22).
Poiché continuavano a chiedere il castigo, fu proprio ciò che toccò loro in sorte.
«ʿĀd fu distrutto da un ciclone violento, o da un turbine. Allah lo scatenò contro di loro ininterrottamente per sette notti e otto giorni. Se fossi stato là, avresti visto la gente giacere sparsa qua e là come tronchi di vecchie palme secche. Riesci forse a vedere qualcuno di loro ancora in vita?» (al-Ḥāqqah: 6-8).
Così l’esistenza del popolo di ʿĀd scomparve dalla faccia della terra. Tuttavia, insieme al profeta Hūd (pace su di lui) vi erano certamente alcune persone virtuose che avevano accolto il suo invito e vivevano come servi devoti di Allah. Allah li salvò in modi straordinari da questa terribile calamità naturale.
«E al popolo di ʿĀd inviammo suo fratello Hūd. Egli disse: “O mio popolo! Adorate Allah; non avete altra divinità all’infuori di Lui. Voi non fate altro che inventare menzogne. O mio popolo! Non vi chiedo alcuna ricompensa per questo. La mia ricompensa spetta a Colui che mi ha creato. Non ragionate dunque con un minimo di buon senso? O popolo mio! Chiedete perdono al vostro Signore, poi tornate a Lui: Egli farà scendere su di voi dal cielo una pioggia abbondante e accrescerà ulteriormente la vostra forza attuale. Non volgete le spalle all’adorazione comportandovi da colpevoli!”»
«Essi risposero: “O Hūd! Non ci hai portato alcuna prova evidente; non possiamo abbandonare i nostri dèi secondo le tue parole, né crederemo in voi. Pensiamo piuttosto che uno dei nostri dèi ti abbia colpito con la sua maledizione.”»
‘Hūd disse: «Chiamo Allah a testimone e voi siate testimoni: io sono estraneo al fatto che abbiate associato ad Allah altre divinità. Tutti insieme, non tralasciate nulla di ciò che potete fare contro di me e non concedetemi alcuna tregua. Io confido in Allah, il mio Signore e il vostro Signore. Non esiste creatura la cui sommità non sia nella Sua presa. In verità, il mio Signore è sulla retta via. Se volete volgere le spalle, allora volgetele. Vi ho trasmesso il messaggio con il quale sono stato inviato a voi. Ora il mio Signore farà sorgere al vostro posto un altro popolo, e voi non potrete recargli alcun danno. Il mio Signore controlla certamente ogni cosa». Quando giunse il Nostro decreto, salvammo, per la Nostra misericordia, lui e coloro che avevano creduto con lui, e li preservammo dal severo castigo.’
‘Questi erano gli ʿĀd. Rin negarono i segni del loro Signore e disobbedirono ai profeti e agli apostoli. Seguirono ogni potente nemico della vera religione. Alla fine, la maledizione li colpì in questo mondo e li colpirà anche nel Giorno della Resurrezione. Sappiate che gli ʿĀd rinnegarono il loro Signore e furono allontanati: gli ʿĀd, cioè il popolo di Hūd.’ (Hūd: 54-60).
Dopo la distruzione del popolo di Noè (pace su di lui), Allah l’Altissimo concesse al popolo di Hūd l’opportunità di ascendere alle più alte vette del progresso. A quel tempo non vi era nessuno pari a loro in valore e coraggio. Soltanto per il crimine della ribellione contro Dio furono cancellati dalla faccia della terra.
Il popolo di Thamūd
Dopo la distruzione del popolo degli ʿĀd, coloro che Allah l’Altissimo aveva salvato per le loro buone opere continuarono a vivere secondo gli insegnamenti del profeta Hūd (pace su di lui). Ma, dopo qualche tempo, caddero nella morsa dell’ignoranza e si smarrirono. Per guidarli, Allah l’Altissimo inviò loro il profeta Ṣāliḥ (pace su di lui). Ricominciò così il conflitto tra l’Islam e l’ignoranza.
Tra i popoli più antichi dell’Arabia, i Thamūd erano il secondo e, dopo gli ʿĀd, il più famoso. Prima della rivelazione del Corano, le loro storie erano sulla bocca di tutti gli arabi, giovani e vecchi, uomini e donne. Erano menzionati nelle poesie e nei discorsi dell’epoca dell’ignoranza. Sono ricordati nelle iscrizioni assire e nelle antiche storie della Grecia, di Alessandria e di Roma. Dopo la distruzione degli ʿĀd, i loro discendenti, cioè quelli che erano sopravvissuti tra loro, continuarono a esistere fino a poco prima della nascita di Gesù (pace su di lui). Gli storici romani raccontano che, arruolatisi nell’esercito romano, combatterono contro i Nabatei, con i quali avevano un’antica inimicizia. Abitavano nelle regioni dell’Arabia nord-occidentale tuttora famose con il nome di al-Ḥijr. Oggi, tra Medina e Tabūk, vi è una stazione della ferrovia dell’Hijaz chiamata Mada’in Ṣāliḥ. Questo luogo era il centro abitato del popolo di Thamūd. Ancora oggi vi si possono vedere, su un’area di migliaia di acri, i resti di edifici montani che essi avevano costruito scavando le montagne. A osservarli, si direbbe che gli abitanti di questa città non fossero meno di quattro o cinquecentomila. All’epoca della rivelazione del Corano, le carovane commerciali dell’Hijaz passavano accanto a queste rovine. Durante la spedizione a Tabūk, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), passando da quelle parti, mostrò queste rovine istruttive e invitò a trarne insegnamento. In un luogo indicò un pozzo e disse: «Da questo pozzo beveva l’acqua la cammella del profeta Ṣāliḥ (pace su di lui)». Ordinò ai musulmani di non bere dagli altri pozzi, ma di bere soltanto da quello. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) indicò anche una valle e disse che la cammella veniva lì a bere. Questo luogo è tuttora noto come «Fajj al-Nāqa».
Il profeta Ṣāliḥ (pace su di lui) presentò loro lo stesso invito alla fede che costituiva l’invito fondamentale di tutti i profeti e apostoli.
‘E al popolo di Thamūd inviammo il loro fratello Ṣāliḥ. Egli disse: «O popolo mio! Adorate soltanto Allah; non avete altra divinità all’infuori di Lui»’ (al-Aʿrāf: 73).
È degno di nota che, prima della profezia, il profeta Salih (pace su di lui) fosse amatissimo dalla sua gente e che tutti avessero riposto in lui ogni loro speranza e aspirazione. Dopo aver presentato l’invito all’Islam, divenne invece oggetto del loro odio. In risposta al suo invito, dissero:
«O Salih! Fino a ieri riponevamo grandi speranze in te. (Ma oggi, che cosa è successo?) Tu ci proibisci di adorare quelle divinità che i nostri antenati adoravano?» (Hud: 63).
Considerarono anche l’invito al tawhid un inganno e commentarono la questione in questi termini:
«Tu sei soltanto vittima della magia. Non sei altro che un essere umano come noi» (Ash-Shu‘ara: 154).
Avanzarono le stesse scuse e le stesse accuse che avevano avanzato il popolo di Nuh e quello di Hud. Il profeta Salih (pace su di lui) li ammonì in molti modi e li mise in guardia dalle terribili conseguenze. Ma essi respinsero ogni sua parola. Alla fine dovettero affrontare una terribile conseguenza:
«Il popolo di Thamud tacciò di menzogna l’ammonimento. Dissero: “Dovremmo forse seguire un uomo, uno come noi? Se lo seguissimo, saremmo certamente traviati e privi di senno. Fra tutti noi, proprio su di lui sarebbe dovuto discendere il Ricordo di Dio? No, egli è piuttosto un terribile bugiardo, accecato da se stesso”. (Dicemmo al Nostro profeta:) “Domani sapranno chi è il terribile bugiardo e chi è colui che si è smarrito da sé. Invieremo loro la cammella come prova. Aspetta con pazienza e osserva quale sarà la loro sorte. Informali e avvertili che l’acqua sarà divisa fra loro e la cammella, e che ciascuno verrà ad abbeverarsi nel giorno stabilito”. Infine chiamarono uno dei loro malvagi, che si assunse l’incarico e uccise la cammella. Osserva allora quanto furono terribili il Mio castigo e il Mio avvertimento! Mandammo contro di loro un solo grido tremendo, e divennero come paglia triturata dal recinto del bestiame» (Al-Qasas: 23-31).
Altrove nel Nobile Corano è detto:
«Poi uccisero quella cammella e trasgredirono con piena arroganza l’ordine del loro Signore. Quindi dissero a Salih: “Portaci quel castigo con cui ci minacci, se sei davvero uno dei profeti”. Infine una calamità devastante li travolse, ed essi rimasero morti, riversi nelle loro case. Salih si allontanò dalla loro città dicendo: “O popolo mio! Vi ho trasmesso il messaggio del mio Signore e vi ho sinceramente desiderato il bene. Ma che posso fare? Non avete gradito il mio consiglio né il mio desiderio del vostro bene”» (Al-A‘raf: 77-78).
Il popolo di Lot
Dopo Hazrat Saleh (pace su di lui) giunsero ancora alcuni profeti, e la gente dei loro popoli si comportò con ciascuno di loro allo stesso modo. In altre parole, respinsero l’invito alla verità, insultarono e umiliarono i profeti e non esitarono a perseguitarli in vari modi. Infine giunse Hazrat Lot (pace su di lui). Come i profeti precedenti avevano dovuto affrontare ostacoli, impedimenti, opposizione, scherno e derisione, così anche Hazrat Lot (pace su di lui) dovette affrontare tutte queste cose. Inoltre, dovette opporsi a una dottrina morale innovativa, stupefacente e abominevole. Si trattava della diffusa omosessualità praticata nella società. L’essenza della loro dottrina era che la libertà d’azione non potesse essere vincolata da norme morali. Il popolo di Lot abbracciò con ferma convinzione questa teoria bestiale della libertà, sprofondando così in una spregevole corruzione morale. Hazrat Lot (pace su di lui), oltre a confutare lo shirk e la miscredenza, criticò severamente anche questo loro abominevole senso morale. Ma essi non prestarono affatto ascolto alle sue parole.
«E mandammo Lot come profeta. Ricorda quando disse alla sua gente: “Siete giunti a una tale spudoratezza da commettere azioni indecenti che nessuno, prima di voi, aveva mai commesso nel mondo? Soddisfate i vostri desideri sessuali con gli uomini invece che con le donne. Siete davvero trasgressori senza limiti”. Ma la risposta del suo popolo non fu altro che: “Cacciate queste persone dalla vostra città; costoro vogliono essere puri e casti”» (al-A‘raf: 80-82).
Era come se dicessero: se a Lot e ai suoi seguaci non piace ciò che facciamo, pazienza. Ma quale diritto hanno di ostacolare le nostre azioni?
Non riuscivano in alcun modo a sopportare l’esortazione con cui Hazrat Lot (pace su di lui) li invitava a vivere con moralità e buon gusto; perciò decisero di espellerlo dalla loro città. Le idee e le dottrine fuorvianti dell’ignoranza avevano allontanato a tal punto quel popolo sventurato dalla luce della verità e avevano reso e deformato a tal punto la loro conoscenza, ragione e coscienza, che come avrebbero potuto rispondere all’invito al tawhid, alla profezia e all’Aldilà? Anzi, considerarono il messaggero della verità un nemico della loro vita. Quando, nonostante ogni sforzo, non si verificò in loro alcun cambiamento interiore, Allah l’Onnipotente li colpì secondo la Sua legge eterna e li cancellò dalla faccia della terra.
La descrizione della distruzione di questo popolo è stata inserita nel Sacro Corano.
«O Profeta Muhammad! Ti è giunta la storia degli illustri ospiti di Abramo? Essi andarono da lui e dissero: “La pace sia su di te”. Egli rispose: “E su di voi sia la pace”. Gli parvero degli sconosciuti. Poi si recò furtivamente da sua moglie e portò un vitello arrosto, grasso e tenero, che pose davanti agli ospiti perché mangiassero. Quindi disse: “Perché non mangiate?”. Vedendo che non mangiavano, ebbe intimamente paura per loro. Essi dissero: “Non temere”, e gli annunciarono la lieta novella di un figlio sapiente. Udendo ciò, sua moglie venne avanti gridando e schiaffeggiandosi le guance, dicendo: “Un figlio da questa vecchia sterile?”»
Essi dissero: «È ciò che ha detto il tuo Signore. Egli è il Sapiente, Colui che conosce ogni cosa».
Ibrāhīm disse: «O angeli inviati dal Signore, per quale missione siete venuti?»
Essi dissero: «Siamo stati inviati contro un popolo colpevole, per far piovere su di loro pietre d’argilla cotta, contrassegnate presso il tuo Signore per i trasgressori»» (adh-Dhāriyāt: 24-34).
Altrove nel Corano è detto:
«E inviammo Lūṭ, il quale disse al suo popolo: “Commettete un’azione turpe e abominevole quale nessuno, prima di voi, aveva mai commesso al mondo. Vi recate forse dagli uomini (per avere rapporti sessuali), assalite i viandanti e commettete azioni malvagie nelle vostre assemblee (pubblicamente, davanti a tutti)?
La risposta del suo popolo non fu altro che: “Fa’ venire su di noi il castigo del tuo Dio, se sei sincero”».
Lūṭ disse: «O mio Signore! Aiutami contro questi malfattori».
Poi, quando i Miei angeli inviati giunsero da Ibrāhīm con la lieta novella, dissero: «Distruggeremo gli abitanti di questa città. Essi sono diventati grandi oppressori».
Ibrāhīm disse: «Ma lì c’è anche Lūṭ». Essi dissero: «Sappiamo bene chi si trova lì. Salveremo lui e gli altri membri della sua famiglia, eccetto sua moglie. Ella sarà tra coloro che resteranno indietro». In seguito, quando i Miei angeli giunsero da Lūṭ, egli fu profondamente turbato e abbattuto per il loro arrivo. Essi dissero: «Non temere e non rattristarti: salveremo te e la tua famiglia, eccetto tua moglie, che sarà tra coloro che resteranno indietro. Faremo scendere dal cielo un castigo su questo popolo, per tutte le perversioni che commettono» (al-ʿAnkabūt: 28-30).
Gli angeli di Allah assunsero l’aspetto di ragazzi belli e avvenenti e furono ospiti del profeta Lot. Lot (a) non comprese che erano angeli. I peccatori della città, esultanti alla notizia dell’arrivo di quei bei ragazzi, cominciarono ad accalcarsi presso la casa di Lot. Nel Corano ciò è descritto così—
«Nel frattempo, gli abitanti della città, traboccanti di gioia, irruppero nella casa di Lot. Lot disse: “Fratelli, questi sono i miei ospiti; non copritemi di vergogna. Temete Allah e non umiliatemi”. Essi dissero: “Non ti avevamo forse ripetutamente proibito di farti garante del mondo intero?”. Alla fine, alle prime luci dell’alba, li colpì una tremenda esplosione. Rovesciammo e sconvolgemmo completamente l’intero abitato e facemmo piovere su di loro pietre d’argilla cotta» (al-Hijr: 67-74).
È possibile che queste pietre siano state scagliate fuori dal sottosuolo dall’eruzione di un vulcano e abbiano distrutto l’abitato. Oppure è possibile che una violenta tempesta abbia fatto piovere pietre.
Il campo d’azione del profeta Lot
Lot (a) era il nipote di Ibrahim (a). Il territorio in cui svolse la sua missione era quello oggi chiamato Transgiordania (Trans Jordan), situato tra l’Iraq e la Palestina. Nella Bibbia, la città principale e il centro di questa regione sono chiamati Sodoma (SODOM). Poiché gli abitanti di Sodoma, il popolo di Lot, erano dediti al peccato dell’omosessualità, ancora oggi i rapporti sessuali tra uomini vengono chiamati sodomia. Questa città sorgeva in un luogo nei pressi del Mare di Lot (MAR MORTO), poi sommerso dalle sue acque.
La turpe e vergognosa malvagità per la quale il popolo di Lot è divenuto famigerato non è stata ancora abbandonata dalle persone prive di moralità. I filosofi greci definirono questo esecrabile crimine una virtù morale, e in diversi Paesi occidentali, tra cui la Germania, esso è stato legalizzato. Quel turpe crimine dell’epoca dell’ignoranza del passato, che gli uomini non consideravano un crimine, viene oggi proclamato giusto nell’attuale civiltà occidentale, vale a dire nell’epoca della moderna ignoranza.
L’omosessualità è un atto contrario alla natura. Non si osserva omosessualità in nessun animale diverso dall’essere umano. All’essere umano è stata concessa la libertà d’azione come prova. L’uomo ha abusato di questa libertà e si è impegnato nella lotta contro la natura.
Allah ha stabilito la distinzione tra femmine e maschi in tutti gli esseri viventi allo scopo della riproduzione. Nel caso degli esseri umani, dietro a ciò vi è un ulteriore grande scopo: il marito e la moglie devono formare una famiglia, dalla quale nasceranno la società e la civiltà. A questo fine, i sessi dei due sono stati creati differenti. Anche il loro aspetto, la loro conformazione, le rispettive capacità operative e le loro modalità d’azione sono state rese diverse. A uno è stata data la capacità di agire, mentre all’altro è stata affidata la responsabilità di ricevere gli effetti di tale azione. Nella loro reciproca unione e nel rapporto sessuale è stato posto il gusto straordinario di un piacere che li attrae l’uno verso l’altra. L’essere umano che soddisfa la propria brama sessuale mediante l’omosessualità contraria alla natura (nessun animale diverso dall’essere umano compie quest’atto) commette contemporaneamente diversi tipi di crimine.
Primo: egli stesso lotta contro la natura e la struttura delle proprie azioni e contro la propria indole psicologica, provocando così una profonda distorsione e devastazione, con enormi ripercussioni sul corpo, sulla mente e sulla moralità.
Secondo: egli tradisce gravemente la natura. Infatti vuole ottenere il piacere sessuale, considerato il compenso per il servizio reso alla società e alla civiltà e per il cui conseguimento sono stati imposti determinati doveri e responsabilità, senza adempiere ad alcuno di tali doveri e responsabilità.
Terzo: egli tradisce anche la società. Trae beneficio dalle varie istituzioni civili stabilite nella società. Tuttavia, senza prestare personalmente alcun servizio a queste istituzioni, impiega, in modo puramente egoistico, la propria forza fisica e il proprio tempo in attività terribilmente dannose per la società, la civiltà e la moralità. Rende se stesso del tutto incapace di servire la propria stirpe e la propria famiglia. Coinvolge almeno un uomo insieme a sé in pratiche anormali e femmineggianti e apre la porta alla dissolutezza sessuale, al degrado morale e alla rovina per almeno due donne. Per questo Allah l’Altissimo cancellò il popolo di Lot dalla faccia della terra, affinché le persone dotate di coscienza potessero trarne una lezione.
Il popolo di Shuʿayb
Gli abitanti di Madyan e quelli di al-Aykah sono stati chiamati il popolo di Shuʿayb. Per guidarli, Allah l’Altissimo inviò come profeta Shuʿayb (pace su di lui). Vi è divergenza di opinioni sul fatto che gli abitanti di Madyan e quelli di al-Aykah fossero lo stesso popolo oppure due popoli distinti. Alcuni li considerano due popoli separati; altri sostengono che fossero un unico popolo. Dalle ricerche risulta che entrambe le opinioni sono corrette. Sebbene gli abitanti di Madyan e quelli di al-Aykah fossero due popoli distinti, erano due rami della stessa stirpe. I figli di Abramo nati da Qatūra, sua moglie, sono conosciuti come i Banū Qatūra. Tra loro, la tribù più famosa era conosciuta, in riferimento a Madyan ibn Ibrāhīm, come gli Aṣḥāb di Madyan. Il loro territorio si estendeva dall’Ḥijāz settentrionale, attraverso la regione meridionale della Palestina e da lì fino all’estremità della valle del Sinai, arrivando alle coste del Mar Rosso e del Golfo di Aqaba. Il suo principale centro amministrativo era la città di Madyan. Tra le restanti tribù dei Banū Qatūra, i Dedaniti (Dedanites) erano relativamente i più famosi. Abitavano nella regione tra Taymāʾ, nell’Arabia settentrionale, e Tabūk e al-ʿUlā. La loro città centrale era Tabūk, chiamata al-Aykah nell’antichità. La ragione per cui fu inviato lo stesso profeta agli abitanti di Madyan e a quelli di al-Aykah era probabilmente che entrambi discendevano dalla stessa stirpe e parlavano la stessa lingua. I loro territori erano adiacenti. Forse tra loro erano diffusi anche i matrimoni, ed entrambi si dedicavano al commercio. La loro condizione morale e religiosa era la stessa. Nel commercio erano estremamente corrotti. Erano inoltre immersi nello shirk e nel kufr.
«E agli abitanti di Madyan inviammo il loro fratello Shuʿayb. Egli disse: “O popolo mio! Adorate e obbedite ad Allah. Non avete altra divinità all’infuori di Lui. Non diminuite il peso e la misura. Oggi vi vedo in una buona condizione, ma temo che domani giunga su di voi un giorno il cui castigo avvolgerà tutti voi. O popolo mio! Date il peso e la misura completi, con equità e giustizia, e non danneggiate in alcun modo i beni altrui, fornendo merce adulterata o scadente. Non diffondete la corruzione sulla terra”» (Hūd, 11:84-85).
Avendo dimenticato gli insegnamenti e la guida del profeta precedente, erano diventati schiavi della natura. Invece di adorare Dio, adoravano divinità inventate da loro. Negavano il tawḥīd, la risāla e l’ākhira. Di conseguenza erano diventati corrotti, ingiusti e peccatori. Come il popolo di Lot, oltre alla deviazione nelle proprie convinzioni, erano diventati famosi per il degrado morale, la disonestà e la corruzione negli affari. Il profeta Shuʿayb li invitò all’Islam e li esortò anche alla preghiera per correggere il loro carattere. Essi non erano assolutamente disposti ad accettarlo.
La gente del popolo di Shuʿayb rispose:
«O Shuʿayb! È forse la tua preghiera a ordinarti di imporci di abbandonare quelle divinità che i nostri antenati adoravano?» (Hud: 87).
Nell’espressione «quelle divinità che i nostri antenati adoravano» si cela il fragile argomento del cieco principio d’imitazione della Jahiliyya. Il loro ragionamento è: quale valore hanno le tue parole rispetto a quelle dei nostri sapienti, illustri e saggi? Il fatto che essi riconoscessero come divinità tizio e caio era forse un errore, mentre hai ragione tu?
Derisero la sua pretesa di profezia e dissero: è falso che tu sia inviato da Allah. Come puoi, essendo un uomo proprio come noi, essere inviato dal Signore dell’universo? Sei soltanto un folle. La magia ha reso inefficaci e distorte la tua ragione e la tua coscienza.
«Tu sei un uomo posseduto dalla magia e non sei altro che un uomo come noi. Noi ti consideriamo certamente un bugiardo» (ash-Shuʿarāʾ: 186).
Non vi era nulla di nuovo nel modo in cui respingevano i principi fondamentali della daʿwa né negli assurdi argomenti che presentavano. Il popolo di Shuʿayb fece esattamente ciò che i servi della Jahiliyya e delle passioni avevano fatto prima di loro: respinse l’invito dei profeti precedenti con le stesse deboli scuse e obiezioni. Quando il profeta Shuʿayb (pace su di lui) criticò aspramente la corruzione, l’inganno e la disonestà nei loro commerci, venne alla luce una nuova concezione della Jahiliyya. Il loro argomento era: che rapporto c’è tra il sostentamento e la morale? Dissero apertamente al profeta: dovremmo sacrificare i nostri interessi economici per queste tue parole da ignorante? Dovremmo rinunciare ai vantaggi che traiamo negli affari alterando le misure, perché nell’Aldilà ne subiremmo un danno? E poi, che cos’è mai questo Aldilà? Non riusciamo proprio a capirlo. E anche se un giorno si verificasse, dovremmo forse rovinare per questo la nostra vita terrena? Rinunciare al guadagno immediato per una speranza futura ci sembra la massima stupidità. Fa’ ciò che vuoi. Perché vuoi imporcelo?
I notabili della comunità si consultarono tra loro e si misero in guardia a vicenda.
«I capi che si erano rifiutati di seguire le sue parole cominciarono a dirsi l’un l’altro: se seguirete Shuʿayb, sarete rovinati (economicamente)» (al-Aʿrāf: 90).
Il significato di queste poche parole è molto più profondo. Il punto di vista dei notabili e dei capi di Madyan era questo: come possiamo accettare ciò che il venerabile Shuʿayb (pace su di lui) dice, l’invito alla fede e all’onestà che rivolge e i vincoli di principi morali duraturi con cui vuole legarci? Noi controlliamo le due più grandi vie commerciali del mondo. Viviamo ai confini di due Stati progrediti come l’Egitto e l’Iraq. Se non esercitassimo la nostra influenza e pressione sulle carovane commerciali e non ci comportassimo come persone oneste e perbene, tutti i vantaggi che traiamo dalla nostra posizione geografica andrebbero perduti. Inoltre, finirebbero anche l’influenza e il prestigio che esercitiamo sulle nazioni vicine.
Questo timore di subire perdite negli interessi mondani non era limitato soltanto ai notabili della società del popolo di Shuʿayb; in ogni epoca, le persone dalla mente e dal carattere corrotti hanno percepito lo stesso timore di fronte alla condotta di onestà e lealtà. In ogni epoca, i fautori della corruzione erano convinti che il commercio, la politica e le altre attività terrene non potessero andare avanti senza menzogne, slealtà, astuzia e inganno. In ogni epoca e luogo, tra le terribili obiezioni e giustificazioni presentate contro l’invito alla verità ve n’era anche una: se si fossero abbandonate le vie e i metodi consueti del mondo per accogliere questo invito, la rovina del popolo sarebbe stata inevitabile. Anche i sostenitori della jahiliyya del tempo presente nutrono la medesima convinzione.
Gli abitanti di Madian non si limitarono a respingere l’invito del Profeta, ma minacciarono anche di espellere lui e i suoi seguaci dal paese.
«I notabili e i capi della sua gente, gonfi di orgoglio e arroganza, dissero: “O Shuʿayb! Espelleremo certamente te e coloro che hanno creduto con te dalla nostra città, oppure dovrete tornare alla nostra religione”» (al-Aʿrāf, 88).
Quando non rimase più alcuna possibilità che tornassero sulla retta via, Allah l’Altissimo li distrusse.
«Poi si abbatté su di loro un cataclisma devastante, e rimasero morti, riversi con il volto a terra nelle loro case» (al-Aʿrāf, 91).
La loro distruzione è stata descritta così:
«Coloro che avevano respinto come menzogna l’invito di Shuʿayb furono annientati in modo tale da sembrare che non avessero mai abitato in quei luoghi» (al-Aʿrāf, 92).
Per molto tempo, la distruzione degli abitanti di Madian rimase un esempio memorabile per gli abitanti delle regioni vicine. È così che avviene la distruzione dei seguaci della falsità.
Il popolo del Faraone
La ruota del tempo continua a girare, e anche il conflitto e lo scontro tra l’Islam e la jahiliyyah continuano senza sosta. Infine, alcuni secoli dopo la morte del profeta prediletto da Allah, Hadrat Yusuf (a.s.), nella terra d’Egitto il popolo copto raggiunse l’apice del progresso e si instaurò il dominio della dinastia faraonica. Durante il dominio faraonico, l’intero popolo era immerso nelle tenebre della jahiliyyah. Ebbe inizio una persecuzione e un’oppressione estrema contro i Figli d’Israele, che professavano la fede nell’Islam. Sotto l’influenza della civiltà e della cultura erronee dei Copti, anche i Figli d’Israele furono vittime della degenerazione. Quando Hadrat Musa (a.s.) fu inviato in quel paese per riformarli, correggerli e guidarli, nonché per liberarli dalla presa tentacolare del dominio faraonico, gli fu affidato anche il compito della da‘wah islamica presso il popolo copto. Secondo il metodo della da‘wah dei profeti, Hadrat Musa (a.s.) scelse come primo obiettivo della sua da‘wah il Faraone e i suoi dignitari, in quanto governanti del popolo. Fu proprio questa l’istruzione che gli venne impartita da Allah.
«Va’ dal Faraone: egli si è ribellato. Digli: “Sei disposto a purificarti e che io ti guidi verso il tuo Signore, affinché nasca in te il timore di Lui?”» — (an-Nazi‘at: 17-19).
«Va’ dal popolo degli ingiusti, dal popolo del Faraone: non vogliono forse salvarsi da una terribile conseguenza?» — (ash-Shu‘ara’: 11).
In molti passi del Sacro Corano vengono menzionati, in relazione agli argomenti trattati, Hadrat Musa (a.s.) e il Faraone. Riunendo questi passi, ne risulterebbe una lunga storia. Invece di narrare qui quella storia in modo continuativo, vengono messi in luce gli aspetti fondamentali dei cavilli sofistici, dell’ostinazione, dell’imitazione cieca e delle superstizioni tipici della jahiliyyah di ogni tempo. Anzitutto viene offerta una breve discussione sulle loro superstizioni e sulle loro credenze cieche.
Il significato del nome Faraone
La parola Faraone significa «figlio del dio sole». La divinità suprema degli antichi Egizi era il sole, che essi chiamavano Ra‘. Con Faraone si indicavano proprio i suoi figli. Gli Egizi credevano che il potere di governare il paese potesse essere ottenuto da colui che sarebbe apparso assumendo la forma del dio Ra‘, come sua incarnazione. In base a questa credenza, ogni dinastia che si instaurava in Egitto veniva proclamata discendente del dio sole. Chiunque salisse al trono del potere si attribuiva il nome di Faraone. In realtà non era un nome proprio, ma soltanto un titolo regale. In tal modo si faceva anche credere che, essendo l’incarnazione della divinità, egli fosse il Signore supremo o la grande divinità degli abitanti di quel paese.
Va ricordato che, nel narrare la storia di Hadrat Musa (a.s.), nel Sacro Corano vengono menzionati due Faraoni. Uno di essi era colui durante il cui regno Hadrat Musa (a.s.) nacque e dal quale fu allevato. Secondo l’opinione dei ricercatori, il suo nome era Amīs II. Colui presso il quale Hadrat Musa (a.s.) fu inviato con la da‘wah dell’Islam e la richiesta della liberazione dei Figli d’Israele era il secondo Faraone, di nome «Munfata» o «Minfata».
Allah stesso definisce il popolo del Faraone un popolo ingiusto. L’intero popolo era ingiusto e il Faraone era il capo di quegli ingiusti. Da ciò si può comprendere quanto fossero crudeli, demoniache e terrificanti la sua oppressione e la sua persecuzione. Perciò, in risposta alla predicazione islamica, si comportarono proprio come i precedenti ribelli a Dio. Dissero:
«Non abbiamo mai sentito parlare di queste cose ai tempi dei nostri antenati» (al-Qasas: 36).
La ragione per cui rifiutavano la predicazione dei profeti era sempre la stessa: seguire ciecamente gli antenati. Il loro argomento fondamentale era: i nostri antenati erano certamente sapienti e virtuosi; se essi non riconoscevano Dio come unico e senza associati, non avevano alcuna concezione dell’Aldilà e non ritenevano neppure possibile che un uomo comune potesse essere inviato da Dio, come si può allora credere alle parole di quest’uomo?
Nel Corano si parla con parole chiare di questo atteggiamento mentale, comune a tutte le epoche:
«Quando viene detto loro: “Seguite i precetti che Allah ha rivelato”, essi rispondono: “Anche noi seguiremo le usanze che abbiamo visto seguire dai nostri antenati”».
«Ebbene, anche se i loro antenati non possedevano ragione e discernimento e non avevano trovato la retta via, continueranno forse costoro a seguirli?» (al-Baqara: 170).
«La condizione di coloro che rifiutano di seguire la via di Allah è simile a quella di un pastore che chiama il bestiame, il quale non ode altro che il suono della chiamata. Sono sordi, muti e ciechi; perciò non comprendono nulla» (al-Baqara: 171).
Il timore di Dio e dell’Aldilà, la rettitudine e la concezione delle grandi virtù morali sono oggetto del desiderio di una coscienza sana. Grazie a ciò si può raggiungere la suprema pace dell’anima. Tuttavia, la maggior parte delle persone lo rifiuta. In ogni epoca, le cause di questo comportamento insensato sono dello stesso tipo. L’oblio di sé, l’oblio della propria mente, della propria disposizione interiore e della propria consapevolezza, il culto delle passioni, la predilezione per l’imitazione cieca degli antenati, l’orgoglio e l’arroganza alimentati dall’ebbrezza del potere e altri fattori simili agiscono come un sipario così impenetrabile o come una muraglia di ferro, che la luce della guida non riesce ad attraversarli e a penetrare nel cuore dell’uomo. Per questo sono stati paragonati ai sordi, ai muti e ai ciechi.
In ogni epoca, tanto in quelle passate quanto in quella moderna, si osserva la medesima situazione. Ed è proprio ciò che si vide tra il Faraone e i suoi dignitari. Accecato dal potere, il Faraone negava l’unicità, la signoria, l’autorità, la sovranità di Allah l’Onnipotente e il Suo dominio assoluto sull’intero creato. Il profeta Mosè (pace su di lui) e suo fratello, il profeta Aronne (pace su di lui), per ordine di Dio, proclamarono davanti a tutti, durante la riunione del consiglio dei ministri del Faraone, con parole inequivocabili:
«In verità, siamo stati inviati dal Rabb al-‘Alamin» (ash-Shu‘ara’: 16).
«Essi subito esclamarono: “E che cos’è mai questo Rabb al-‘Alamin?”» (ash-Shu‘ara’: 23).
La loro domanda conteneva stupore e anche una certa derisione. Ciò non significava che fossero completamente atei o che negassero l’esistenza di Dio. Al contrario, credevano in Allah, Creatore dell’universo, e persino nell’esistenza dei Suoi angeli.
«Un giorno il Faraone convocò il suo popolo e disse: “O gente mia! Il regno d’Egitto non appartiene forse a me? E questi fiumi non scorrono forse sotto il mio dominio? Non lo vedete? Sono forse io migliore, oppure quest’uomo spregevole e disprezzato, che a stento riesce a esprimersi chiaramente? Perché non gli sono stati posti bracciali d’oro? E perché, se fosse stato inviato da Allah, non è venuta con lui una schiera di angeli a sorvegliarlo davanti e dietro?”» (az-Zukhruf: 51-53).
La sua concezione e la sua visione distorte e ristrette erano queste: Allah è il Creatore dell’universo e nel vasto regno della natura il Suo dominio e il Suo governo sono in vigore; che continuino pure. Ma poiché io sono il re del territorio d’Egitto e il padrone delle montagne, dei fiumi, delle piante, degli uomini e di tutti gli esseri viventi di questo paese, nel mio paese non può vigere il governo di nessun altro se non il mio. Era estremamente orgoglioso del proprio potere. Perciò considerava l’intero popolo nient’altro che una massa di schiavi sottomessi a lui. Riteneva tutti spregevoli, insignificanti, abietti e umiliati. La sua arroganza, il suo potere e il suo orgoglio gli impedirono di accettare la profezia del profeta Mosè (pace su di lui). Inoltre era fermamente convinto che un uomo non potesse mai essere un messaggero inviato da Allah. E se Allah avesse voluto nominare qualcuno come messaggero, sarebbe stato appropriato scegliere colui che nella società possedesse ricchezza, prestigio e potere. Il profeta Mosè (pace su di lui) non era un uomo ricco, influente e affermato nella società; non portava nemmeno bracciali d’oro e, se fosse stato un rappresentante inviato da Allah, avrebbe certamente avuto davanti e dietro di sé un’immensa schiera di angeli e si sarebbe mosso con lo splendore e la magnificenza dei re. Poiché non possedeva nulla di tutto ciò, tutte le sue pretese erano false.
Nonostante avesse mostrato numerosi argomenti inconfutabili, segni evidenti e atti miracolosi, egli non desistette dalla sua cieca ostinazione, arroganza e caparbietà; anzi, divenne sempre più duro verso il profeta di Allah. Rivolgendosi a Mosè (pace su di lui) con tono di severo rimprovero, disse:
«Il Faraone disse: “Se accetti come dio qualcuno diverso da me, sarai annoverato tra coloro che languiscono e muoiono nelle celle buie della prigione”» (ash-Shu‘ara’: 29).
«Inviammo Mosè dal Faraone, da Haman e da Qarun, con i Nostri segni e una chiara investitura profetica. Ma essi dissero: “È un mago, un bugiardo”. Quando poi egli portò loro la verità da parte Nostra, dissero: “Uccidetelo, e uccidete anche i figli di coloro che hanno creduto insieme a lui; lasciate vive le donne”. Ma i loro complotti fallirono. E il Faraone disse: “Lasciatemi, lo ucciderò io; che invochi pure il suo Signore. Temo che cambi la vostra religione o diffonda la corruzione nel paese”. Mosè disse: “Mi rifugio nel mio e nel vostro Signore contro ogni superbo arrogante che non crede nel Giorno del Giudizio”» (al-Mu’min, 23-27).
In altre parole, l’obiettivo della predicazione dei profeti era spezzare ogni vincolo di obbedienza e sottomissione agli uomini e assoggettarsi esclusivamente alla servitù di Allah, cioè al Suo comando e al Suo governo. I governanti tirannici di ogni epoca, come il Faraone e Nimrod, vogliono rimanere gli unici signori di tutti gli abitanti del loro paese. Il loro comando deve prevalere su tutti, e il popolo deve rimanere soggetto alle loro leggi. In seguito alla predicazione islamica di Mosè (a.s.), il Faraone temette proprio che il suo dominio e la sua supremazia assoluti non potessero più continuare. La predicazione di Mosè avrebbe provocato negli uomini una tale rivoluzione mentale da indurli a liberarsi dalla sottomissione agli esseri umani. Nutriendo questo timore, il Faraone disse ai suoi cortigiani: “Temo che Mosè provochi una rivoluzione”. Anche se non fosse riuscito a realizzarla, vi era almeno certamente il rischio che la sua propaganda generasse disordine e anarchia nel paese, compromettendo la pace e la sicurezza della popolazione. Pertanto, anche se non fosse colpevole di un delitto meritevole di morte, avrebbe dovuto essere ucciso nel semplice interesse della sicurezza pubblica (Maintenance of Public Order).
Il Faraone parlò di rivoluzione nel senso che Mosè (a.s.) avrebbe cambiato la religione vigente.
«Temo che egli cambi la vostra religione».
Qui per religione si intende il sistema di governo. Il sistema religioso, politico, economico e culturale vigente in Egitto, fondato sulla sovranità del Faraone e della sua famiglia, era la “religione” di quel paese. In seguito alla predicazione di Mosè (a.s.), sorse il timore che questa loro religione sarebbe cambiata e che la monarchia, il dominio e l’autorità del Faraone sarebbero giunti al termine. Perciò colui che cambiava la religione doveva essere assolutamente ucciso. In ogni epoca, compresa quella moderna, quando i faraoni tirannici hanno compreso che il movimento islamico aveva fatto tremare le fondamenta del loro regime dispotico, hanno eretto accuse false e inventate contro gli attivisti e, inscenando processi, hanno condannato a morte i dirigenti del movimento; molti sono stati condannati alla prigione e molti altri sono stati sottoposti a torture bestiali. Ma alla fine è stata distrutta proprio la forza tirannica ribelle contro Dio. Pur usando tutta la potenza dello Stato, il Faraone non riuscì a eliminare Mosè (a.s.), il suo movimento islamico e la sua forza. Fu lui stesso a essere eliminato e cancellato dalla faccia della terra.
Quando il Faraone ebbe completato tutti i preparativi per uccidere Mosè (a.s.), gli giunse da parte di Allah l’ordine di lasciare il territorio egiziano insieme a tutta la comunità islamica.
«Parti durante la notte con i Miei servi. Sarete certamente inseguiti. Lascia il mare nel suo stato naturale (di corrente). Questo intero esercito sarà sommerso e perirà. Quanti giardini, sorgenti, campi e magnifici palazzi lasciarono dietro di sé! E quante ricchezze e beni di lusso di cui godevano rimasero indietro! Così fu la loro sorte, e facemmo di altri gli eredi di tutto ciò. Né il cielo né la terra versarono lacrime per loro, e non fu accordata loro alcuna dilazione» (al-Dukhan, 23-29).
Non appena Mosè (a.s.), per ordine di Allah l’Altissimo, colpì con il suo bastone miracoloso il Mar Rosso, si aprì da una riva all’altra una bella e asciutta strada regale. Tutta la comunità islamica attraversò il mare in sicurezza. Quando poi il Faraone iniziò a percorrere quella strada con il suo enorme esercito, all’improvviso il mare riprese il suo aspetto naturale e l’intero esercito fu sommerso e perì. Per quanto tali governanti tirannici facciano risuonare i tamburi della vittoria, e per quanto i loro adulatori li elogino con entusiasmo, dopo la loro morte nessuno piange per loro né versa lacrime di cordoglio. Al contrario, tutti tirano un sospiro di sollievo.
In ogni capitolo della storia vediamo questo stesso conflitto tra l’Islam e la jāhiliyya, tra la verità e la falsità. Sebbene i portatori della bandiera della verità siano stati perseguitati e oppressi dalle forze empie e ribelli a Dio contrarie all’Islam, alla fine sono state le forze della falsità a essere distrutte.
L’avvento del Profeta universale
A un certo punto del conflitto tra l’Islam e la jāhiliyya, all’inizio del VII secolo, il Profeta universale Muhammad Mustafa, sallallāhu ʿalayhi wa-sallam, apparve nella città della Mecca portando l’invito all’Islam. A quel tempo, il mondo intero, compresa l’Arabia, era immerso nelle fitte tenebre della jāhiliyya.
Allah inviò il Profeta Mustafa come ultimo profeta per l’umanità e inviò all’umanità la Sua guida definitiva, ossia il Suo ultimo orientamento. Il fatto che egli sia l’ultimo profeta e che questa sia l’ultima guida dimostra che, per il benessere integrale dell’umanità, è stato presentato un dīn completo, ossia un sistema di vita. Per questo il dīn fu chiamato «al-Islam», una delle cui caratteristiche più importanti è lo stile semplice e comprensibile con cui viene presentato l’invito del sublime Libro rivelato per esso, il Qur’an.
Sebbene, nel presentare il suo invito, il Qur’an utilizzi un linguaggio esortativo invece di uno imperativo, esso presenta anche solide argomentazioni e prove. Per dimostrare la verità della fede che vuole far nascere nel cuore dell’uomo, il Qur’an la espone con solide argomentazioni e in un linguaggio capace di toccare il cuore. Tali argomentazioni e prove sono di diversi tipi: intellettuali, naturali, percettive e storiche. Il fatto che l’invito venga presentato con solide argomentazioni e prove dimostra che il Qur’an si rivolge proprio alla ragione e alla coscienza dell’uomo. Ad esempio:
«In verità, nella creazione dei cieli e della terra e nell’alternarsi della notte e del giorno vi sono innumerevoli segni per gli uomini dotati d’intelletto» (Āl ʿImrān: 190).
Nel Nobile Qur’an vi sono molti versetti di questo tipo, dai quali risulta chiaramente che l’uomo è stato ritenuto idoneo ad accogliere l’invito proprio perché è un essere dotato di ragione e coscienza. In altre parole, chiunque utilizzi correttamente la propria conoscenza, ragione e coscienza vedrà chiaramente davanti a sé la verità di questo invito. Se riflette con sincera ricerca della verità e con devozione, nessuno può restare privo della luce di questa verità.
L’ambiente avvolto nelle tenebre della jāhiliyya
Nonostante la presentazione dell’invito islamico in un linguaggio toccante, accompagnato da prove razionali, testimonianze storiche e vari segni, anche la jāhiliyya dell’Arabia respinse questo invito, come era accaduto in passato. La ragione era la mancanza, nella società, di conoscenza, intelletto, coscienza e discernimento interiore. Quando sorge il sole, la sua luce si diffonde tutt’intorno. A beneficiarne possono essere soltanto coloro che possiedono la vista. Per il cieco, o per chi ha perduto la vista, ogni cosa sembra avvolta da una fitta oscurità. Lo stesso accade per il discernimento interiore. Se l’occhio del cuore perde la capacità di vedere, oppure su di esso si stende una spessa membrana simile a una cataratta, allora non riesce a vedere la verità. Al tempo della venuta dell’ultimo Profeta, la società era piena di persone di questo genere, cieche e sorde. Il Corano descrisse così la condizione di quel tempo:
«Hanno cuori, ma non comprendono con essi; hanno occhi, ma non vedono con essi; hanno orecchi, ma non ascoltano con essi. Sono come il bestiame, anzi sono ancora più sviati e traviati. Sono immersi nella più profonda incuria» — (al-Aʿrāf: 179).
Ciò significa che queste persone — davanti alle quali il Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) presentò l’invito dell’Islam — avevano perduto persino la capacità di riflettere sull’invito alla verità. Allah l’Altissimo aveva dato loro i mezzi e gli strumenti per conoscere la verità e la realtà di ogni cosa; essi li utilizzavano per tutto il resto, ma non compivano l’opera principale che avrebbero dovuto compiere: comprendere la verità. Erano stati dotati degli occhi, cioè della vista, affinché osservassero attraverso di essa le realtà dell’universo. Erano stati dotati dell’udito affinché ascoltassero attentamente l’invito alla verità e riflettessero su di esso. Erano stati dotati del cuore, o facoltà di comprensione, affinché valutassero correttamente, con senso di responsabilità, ciò che avevano osservato con gli occhi e udito con le orecchie, giungendo a una decisione giusta. Ma essi svolsero soltanto il ruolo degli animali quadrupedi. Quanto alla conoscenza che gli animali acquisiscono attraverso gli occhi e le orecchie, tanto acquisivano anch’essi. La condizione di questi animali è tale: quando il pastore o il loro padrone grida loro qualcosa, essi non comprendono che cosa venga realmente detto; percepiscono soltanto che qualcuno sta emettendo un suono. Questa era precisamente la condizione dei politeisti e miscredenti arabi rispetto all’invito dell’Islam. Avevano completamente perduto la capacità di osservare e riflettere su di esso. Il significato delle parole dell’invitatore svaniva nell’aria. Il Nobile Corano dipinse così il loro stato mentale:
«La condizione di coloro che rifiutano di seguire la via di Dio è simile a quella di chi ascolta il grido del pastore rivolto agli animali, ma non ode altro che il suono del richiamo. Sono sordi, muti e ciechi; perciò non comprendono nulla» — (al-Baqara: 171).
In un altro passo è detto:
«Non riflettono forse sul Corano? Oppure sui loro cuori sono stati posti dei sigilli?» — (Muhammad: 24).
Il significato del versetto sopra citato è che essi non riflettono affatto sul Corano. E anche se talvolta lo fanno, il suo significato e la sua portata non penetrano nel profondo dei loro cuori. La ragione è che non vogliono assolutamente accettare la verità. L’accesso ai loro cuori rimane sbarrato. Dopodiché non possiedono più alcuna capacità di distinguere il bene dal male. Questa è la cecità del cuore.
Le cause della cecità
La prima causa di questa cecità è il fanatismo nazionale e familiare. Il loro ragionamento era questo: le credenze religiose, le consuetudini e le usanze tramandate dai loro antenati sono corrette. Non è possibile che essi abbiano commesso degli errori. Pertanto, se rifiutiamo l’invito alla nuova religione portato dal profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), ciò sarà causa della nostra fortuna e, senza abbandonare la religione dei nostri antenati, ci sottrarremo anche alla loro maledizione.
«Abbiamo trovato i nostri padri e nonni seguaci di una certa consuetudine, e noi seguiamo le loro orme» (al-Zukhruf: 23).
A loro sostegno non vi è alcuna autorità divina contenuta in alcun Libro. La loro unica prova è che tutto questo viene tramandato dai tempi dei loro padri e nonni. Pertanto, faremo tutto ciò che hanno fatto loro. È degno di nota che, in ogni epoca, perché erano proprio i ricchi della società ad innalzare lo stendardo dell’imitazione cieca degli antenati schierandosi contro i profeti? Una ragione era che erano talmente immersi nei piaceri e nei godimenti del mondo da non essere affatto disposti a occuparsi della disputa tra verità e falsità, per timore che la loro vita lussuosa subisse qualche interruzione. La seconda ragione era che i loro interessi erano strettamente intrecciati con l’ordinamento vigente nella società. Non appena videro l’ordinamento presentato dai profeti, compresero che sotto di esso la loro leadership, la loro influenza e il loro prestigio sarebbero giunti al termine e che ogni via ai vantaggi di cui godevano ingiustamente sarebbe stata loro preclusa.
Non fu soltanto la cieca obbedienza agli antenati a impedire loro di accettare la verità: anche il fanatismo di stirpe e gli interessi della stirpe ostacolarono l’accettazione dell’invito islamico. La famiglia del Profeta era legata al ramo dei Banu Qusay della tribù dei Quraysh. Per questo gli altri furono incitati contro i Banu Qusay. Gli altri rifiutarono di riconoscere la profezia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) perché ciò avrebbe sancito la supremazia dei Banu Qusay.
Durante la battaglia di Badr, un compagno di Abu Jahl, Akhnas ibn Shurayq, chiese in disparte ad Abu Jahl: «Dimmi sinceramente: ritieni Muhammad veritiero o bugiardo?»
Egli rispose con parole chiare: «Per Dio, Muhammad è un uomo veritiero, che non ha mai mentito in vita sua. Ma se la bandiera (1), la distribuzione dell’acqua (2), la custodia della Kaaba (3) e la profezia dovessero spettare tutte ai Banu Qusay, dimmi tu: che cosa rimarrebbe agli altri Quraysh?»
Persino un uomo come Abu Talib, lo zio del Profeta (pace e benedizioni su di lui), non poté accettare l’Islam soltanto perché la fede cieca nella religione dei suoi padri e antenati non gli permise di farlo. Eppure il suo affetto e il suo amore per il Profeta erano incomparabili. Di fronte ai nemici egli fu come uno scudo. Tuttavia, nonostante le ripetute suppliche del nobile Profeta, non pronunciò la professione di fede. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) gli disse con grande rispetto e affetto: «Caro zio, pronuncia almeno una volta: la ilaha illallah. Allora, nel Giorno della Resurrezione, testimonierò in tuo favore e implorerò il tuo perdono.»
Abu Jahl e gli altri capi politeisti erano presenti. Dissero: «Abu Talib, per paura della morte abbandonerai forse la religione del venerabile padre Abd al-Muttalib?»
La freccia della loro jahiliyya raggiunse il suo bersaglio. In Abu Talib si risvegliò un intenso sentimento di venerazione per gli antenati ed egli disse: «Morirò seguendo la religione di Abd al-Muttalib». Ibn Hisham ha narrato questo episodio nella sua storia.
Dai due episodi sopra citati risulta evidente quanto fossero radicati nella società araba il fanatismo nazionale, partitico, tribale e familiare e l’imitazione cieca, e come, per difendere i propri interessi consolidati, essi respingessero senza esitazione la verità, l’invito del Profeta e la via della salvezza.
La seconda causa è la cecità intellettuale e il culto delle passioni. La tendenza a venerare le proprie passioni era diffusa nelle loro vene e nei loro capillari. Per soddisfare i desideri delle proprie passioni, inventavano vari metodi, sistemi e usanze, ricoprendoli di un abito affascinante. Se ne fornivano argomentazioni e prove per renderli leciti. Al bere alcolici, al gioco d’azzardo, all’usura, alla nudità, all’oscenità, alla danza e al canto, all’anarchia sessuale, agli omicidi, all’uccisione dei figli e ad altre pratiche veniva fatto indossare, in un caso, l’abito di un’esigenza naturale, in un altro quello del benessere economico, in un altro ancora quello delle belle arti e, altrove, quello della sacralità religiosa. Così, sotto il peso dei desideri satanici e delle azioni spregevoli, la natura umana era stata schiacciata a tal punto da non poter pronunciare nemmeno una parola contro di essi. Poiché l’Islam non può concedere la licenza a tali pratiche, ma anzi si oppone ad esse, lo consideravano un pericolo per loro. Lo consideravano una terribile oppressione e un’ingiustizia nei loro confronti. In realtà, avevano fatto delle proprie passioni il loro dio. Quando il Profeta della misericordia cominciò a provare dolore nel cuore di fronte a questa loro mentalità e al loro comportamento, Allah l’Altissimo disse:
«Hai mai riflettuto sulla condizione di colui che ha preso la propria passione come dio? Puoi assumerti la responsabilità di guidare sulla retta via una persona simile?» (al-Furqan: 43).
Fare della propria passione un dio significa servirla e sottomettersi ad essa; dal punto di vista pratico, anche questo è shirk, proprio come l’idolatria. Nel hadith narrato da Hazrat Abu Umama, il Profeta disse: «Tra tutte le divinità venerate sotto questo cielo all’infuori di Allah, la peggiore è la passione, i cui ordini vengono obbediti» (al-Tabarani).
Se una persona mantiene la propria passione subordinata alla ragione e prende decisioni conformi alla ragione, anche qualora cada in qualche forma di shirk o kufr, può essere ricondotta sulla retta via attraverso spiegazioni e ammonimenti. Ma lo schiavo delle passioni è come un cammello senza briglia e non può essere corretto in alcun modo. Va ovunque lo conducano le sue passioni.
La terza causa sono le usanze e le consuetudini tramandate dal passato. Non erano disposti ad ascoltare alcuna parola contro di esse, né erano pronti persino a pensare di abbandonare le pratiche che erano state seguite per così tanto tempo.
Questi tre elementi avevano colpito la loro mente e il loro cuore come una malattia incurabile. Non si limitavano a respingere l’appello della verità; anzi, la voce della verità accresceva la loro collera.
«In questo Corano abbiamo esposto in vari modi i principi fondamentali della religione, affinché essi comprendessero e divenissero consapevoli; tuttavia si allontanano ancora di più dalla verità autentica» (Banī Isrāʾīl: 41).
In ogni epoca si possono trovare persone di questo genere, figli spirituali della jāhiliyya.
La reazione dei seguaci della jāhiliyya
Subito dopo l’annuncio della profezia di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la reazione dei politeisti e miscredenti della Mecca divenne gradualmente sempre più aspra. In un primo momento, questo annuncio apparve loro come una sorpresa estrema. Ai loro occhi, quell’uomo era il migliore della società: sincero, assolutamente leale e affidabile, dotato di un carattere incomparabile. Perché mai, dunque, pronunciava parole tanto irreali e assurde?
«È forse un essere umano che Allah ha inviato come Suo Messaggero?» (Banī Isrāʾīl: 14).
«Per loro era motivo di stupore che un ammonitore fosse venuto proprio dal loro stesso ambiente, cioè tra gli esseri umani. Così i miscredenti dissero: “Questa è davvero una cosa assai sorprendente”» (Qāf: 2).
Come persone prive di intelletto e discernimento, cominciarono ovunque a diffondere questa voce sensazionale: forse Dio avrebbe mai inviato un essere umano come Suo Messaggero? Dicevano: «Se dalla bocca del nostro uomo, amato da tutti, sincero e affidabile, si sentono parole così assurde, allora certamente il suo cervello è malato. Oppure è stato posseduto da un jinn». In questo modo iniziò una campagna per suscitare nelle persone avversione verso il Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.
Poi venne il discorso della vita dopo la morte, il discorso dell’Aldilà. Per loro era qualcosa di ancora più ridicolo e incredibile.
Le loro parole erano di questo tenore: «Volete che vi parliamo di un uomo che vi annuncia questa notizia assurda: quando sarete ridotti in pezzi, dopo esservi decomposti e dissolti con la morte, allora sarete forse ricreati?» (Saba’: 7).
In questo modo, i portabandiera della jahiliyya respingono dapprima l’invito dell’Islam con derisione, sarcasmo e scherno. In seguito respingono anche il tawhid e l’aldilà, considerandoli assurdi, perché non avevano mai sentito parlare di simili cose irreali dai loro antenati. Poi comincia l’opposizione al Profeta (s.a.s.), che gradualmente assume la forma di persecuzione e oppressione. Non appena qualcuno abbracciava l’Islam, una montagna di calamità gli crollava addosso. Quando, durante la permanenza alla Mecca, la vita dei musulmani diventò così insopportabile, Allah ammonì i nemici del Profeta e dell’Islam dicendo: «Forse coloro che commettono il male pensano di poterci sfuggire? Quanto è erroneo il loro giudizio!» (Al-‘Ankabut: 4).
Questo può avere due significati. Primo: pensavano che l’azione islamica che Allah voleva portare al successo non sarebbe riuscita; al contrario, sarebbe riuscito proprio il loro intento di eliminarla. Secondo: pensavano che sarebbero sfuggiti alla punizione con cui Allah voleva colpirli a causa delle loro trasgressioni.
I nemici dell’Islam nutrono sempre la convinzione di poter cancellare dalla faccia della terra il movimento islamico e coloro che vi partecipano. Non credono affatto che l’Onnipotente Allah possa infliggere loro una punizione adeguata per la loro opposizione all’Islam e per le ingiustizie e persecuzioni inflitte ai musulmani.
Tuttavia, nonostante tutta la loro opposizione, oppressione e persecuzione, il numero dei musulmani continuava ad aumentare. La causa principale era la Parola di Allah, il Sacro Corano, rivelata in lingua araba. Il Corano possiede alcune qualità generali. Anzitutto è una letteratura di livello elevatissimo: comporre anche solo due o poche righe equivalenti è al di là delle capacità umane. In secondo luogo, il suo linguaggio è chiaro, comprensibile, estremamente attraente e capace di toccare il cuore. Esso esercita un’enorme influenza nella mente dell’ascoltatore. Il suo significato e il suo senso profondo penetrano nel cuore dell’ascoltatore e vi producono una rivoluzione del pensiero. Ogni parola del Corano è sommamente vera e, al tempo stesso, fondata su argomenti inconfutabili. La verità ha un gusto particolare, che attrae e affascina facilmente coloro che la ricercano. Le parole del Corano sono in armonia e concordano con la natura umana, con l’intelligenza, con il mondo naturale e con il suo ordinamento. Perciò, nel mondo interiore di coloro che ascoltano attentamente il Corano e riflettono su di esso avviene una rivoluzione, ed essi rispondono spontaneamente al suo invito.
Impedire l’ascolto del Corano
Quando i sostenitori e portatori della jahiliyya, cioè i nemici dell’Islam, si resero conto che le persone ascoltavano dalla bocca di un uomo, il migliore della società e rispettato da tutti, parole tali da indurle, sotto la loro influenza, ad abbandonare la religione degli antenati e a nutrire avversione verso la società attuale e la sua leadership, rimasero disorientati e si unirono contro la Parola di Allah, il Corano. Poi imposero un divieto all’ascolto del Corano. A proposito di loro, il Corano dice:
«I miscredenti dicono: “Non ascoltate mai questo Corano. E quando viene recitato, fate chiasso e ostacolatelo, così potrete prevalere in questa impresa”».
Allah dice:
«Faremo gustare un severo castigo a coloro che negano questa verità. E daremo loro la piena ricompensa per la peggiore delle azioni che compiono. La ricompensa dei nemici di Allah è l’Inferno; vi dimoreranno in eterno. Questo castigo è dovuto al fatto che negavano i Miei versetti.
Questi miscredenti che negano la verità diranno, una volta giunti all’Inferno: “O nostro Signore, mostraci quei jinn e quegli uomini che ci hanno sviato. Li calpesteremo sotto i nostri piedi, affinché siano completamente umiliati e disonorati”» (Sura Fussilat, 27-29).
Come i sostenitori e i portatori dell’antica giahiliyya non potevano tollerare la predicazione e la diffusione del Corano e non lasciarono intentato alcun tentativo né alcun intrigo per impedirle, allo stesso modo i sostenitori della giahiliyya moderna, ossia i nemici dell’Islam, non hanno mai guardato di buon occhio il Corano. Tuttavia, i tentativi di fermare la predicazione del Corano non hanno mai avuto successo; al contrario, hanno prodotto l’effetto opposto. Un tempo, il grande nemico dell’Islam, Hazrat Umar (ra), si era messo in cammino con la spada sguainata allo scopo di uccidere il Profeta Muhammad (sa); ma, per caso, lungo la strada recitò alcuni versetti del Corano, ne fu attratto e la verità si manifestò nel suo cuore. Così il nemico del Profeta divenne pazzo d’amore per il Profeta. Il sovrano cristiano dell’Abissinia, ascoltando la recitazione del Corano, non riuscì a trattenere le lacrime di gioia. I rappresentanti cristiani di Najran, ascoltando la recitazione del Corano dalle labbra sante del Profeta Muhammad (sa), ne rimasero affascinati e trovarono rifugio nella fresca ombra dell’Islam. Il governo britannico minacciò di porre fine alla predicazione e alla diffusione del Corano. Ma il risultato fu l’opposto. Le traduzioni inglesi del Sacro Corano si sono diffuse in quantità innumerevoli in tutto il mondo, e molti personaggi illustri della stessa Inghilterra hanno abbracciato l’Islam dopo aver letto il Corano, e continuano ancora a farlo. La stessa situazione si osserva in ogni parte del mondo. Anche dall’India si tentò di dichiarare il Corano fuorilegge. Ma il tentativo fallì. Il Corano è stato tradotto in diverse lingue dell’India. Anche tra i non musulmani cresce l’interesse per la lettura del Corano. Molte persone altamente istruite e sapienti dell’India stanno abbandonando l’induismo e abbracciando l’Islam. Anche i falsi musulmani che portano un nome musulmano, seguendo i miscredenti, continuano a tentare di fermare la predicazione e la diffusione del Corano. Quest’opera iniziò per la prima volta in Turchia durante il governo di Kemal Pasha. L’alfabeto arabo fu dichiarato vietato in Turchia. Il suo scopo era fermare la predicazione del Corano, rivelato in lingua araba. Ma tale scopo non fu raggiunto.
Quando qualcuno, dopo aver assunto un nome musulmano, diventa un falso musulmano, si mostra più accanito contro l’Islam di un miscredente non musulmano. Perciò, esaminando la storia, si vede che il danno arrecato all’Islam dai falsi musulmani e dai falsi ulema è stato molto maggiore di quello arrecato dai miscredenti non musulmani.
Tuttavia, sia che si tratti di un miscredente che non crede nell’Islam, sia che si tratti di un falso musulmano, schiavo mentale dei miscredenti, costoro devono sapere che il Corano è l’eterna parola di Allah l’Altissimo e che Allah stesso si è assunto la responsabilità di conservarlo per sempre nella sua forma originale. Nessuno può impedire la sua predicazione e diffusione, né alterarlo nella minima misura. A coloro che ordinano di fermare la predicazione del Corano, e a coloro che, obbedendo ciecamente a tale ordine, danzano e si dimenano nelle piazze, parlano in modo fascista e creano ostacoli, desidero ricordare i versetti del Corano citati sopra. Sarà per loro benevolo tornare sinceramente al Corano, traendo insegnamento dal destino che nell’Aldilà attende questi leader fascisti, falsi musulmani, e i loro seguaci ciechi.
I mezzi per rimanere saldi di fronte alla giahiliyya
Di seguito vengono menzionati alcuni dei più importanti mezzi e metodi che il Profeta dell’universo, Muhammad Mustafa, sallallahu alayhi wa sallam, indicò per rimanere saldi sulla via dell’Islam di fronte alla giahiliyya.
Uno: la vera intelligenza
L’intelligenza è indispensabile per svolgere correttamente, secondo la prospettiva dell’Islam, il proprio ruolo in ogni ambito della vita e per raggiungere il successo. E questa intelligenza deve nascere da un pensiero sano e corretto. Nell’Islam, ciò che si intende per vera intelligenza è che l’attenzione dell’uomo rimanga in ogni momento rivolta al conseguimento del compiacimento di Dio. L’uomo non deve adottare alcun comportamento che lo renda incurante e lontano dal desiderio di ottenere il compiacimento di Allah e che divenga causa del Suo scontento. Per questo Allah l’Altissimo ha richiamato più volte l’attenzione degli uomini, dicendo:
«O uomini dotati d’intelletto! TemeteMi» (Al-Baqara: 197).
TemerLo significa farlo affinché Egli non sia scontento. Ricordare sempre che Egli non deve mai essere scontento e mantenerLo soddisfatto con il proprio comportamento: questa è la vera intelligenza.
«Nella creazione dei cieli e della terra e nell’alternarsi della notte e del giorno vi sono innumerevoli segni per gli uomini dotati d’intelligenza, che ricordano Allah stando in piedi, seduti e coricati» (Āl ʿImrān: 190).
Quando qualcuno riflette correttamente, con intelletto e coscienza, sui misteri della creazione dei cieli e della terra, e nel suo cuore rimane vivo il ricordo di Dio, non osserva i segni dell’universo come fanno gli animali, bensì li esamina e li contempla; allora dichiara spontaneamente che l’intero regno della creazione è sottoposto a un sistema governato dalla saggezza.
Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) descrive così, con le proprie parole, questo modo di pensare e di agire: «Intelligente è colui che sottomette le proprie passioni e opera per la vita dopo la morte» (Tirmidhi, Ibn Majah).
Se nel cuore rimane sempre viva la profonda consapevolezza che nell’Aldilà si dovrà rendere conto ad Allah l’Altissimo di ogni azione, si possono evitare le azioni e i comportamenti che provocano il dispiacere di Allah. Questa è stata definita intelligenza. Il Profeta Mustafa (pace e benedizioni su di lui) ha chiarito pienamente il concetto di intelligenza. Operare per la vita dopo la morte significa che, se la religione e la fede richiedono di rifiutare i guadagni immediati, gli interessi e le comodità della vita terrena, tale richiesta deve essere certamente adempiuta; e se il compiacimento di Dio richiede di sacrificare la propria vita, i propri beni e le proprie comodità, ciò deve essere fatto con animo risoluto.
Due: il corretto punto di vista sulla ricchezza e sul prestigio
L’Islam afferma che possedere ricchezze, ottenere una posizione elevata ed essere prediletti da Dio non sono la stessa cosa. Non è corretto pensare che Allah sia soddisfatto di coloro nei quali si trovano entrambe queste cose. La soddisfazione di Allah dipende interamente dalla fede e dalle opere. Una persona, pur essendo priva di ricchezza e di prestigio, può essere considerata onorata agli occhi di Dio e diventare Sua prediletta grazie alla fede e alle opere. Al contrario, una persona può essere maledetta da Lui anche dopo aver ottenuto immense ricchezze e un alto prestigio. Questo perché il mondo è per l’essere umano il campo dell’azione, non quello della ricompensa. Qui egli deve continuare ad agire; la ricompensa completa la riceverà nell’Aldilà. Il fatto che qualcuno viva nell’agiatezza non dimostra che Allah sia soddisfatto delle sue azioni e che per questo egli sia Suo prediletto. Allo stesso modo, la sofferenza e la povertà di qualcuno non dimostrano che Dio sia adirato con lui. Che si tratti di abbondanza economica o di povertà, di alto prestigio politico e sociale oppure di umiliazione e disonore, entrambe queste condizioni sono legate alla legge divina secondo cui gli esseri umani vengono messi alla prova per uno scopo preciso. Mettere alla prova gli esseri umani in vari modi durante la vita terrena è il principale scopo della loro creazione. L’intero ordine dell’universo testimonia questa verità. Poiché si trattava della questione più importante e fondamentale della vita umana, il Nobile Corano l’ha ricordata ripetutamente. Esso ha illustrato in dettaglio e in forme diverse lo scopo della creazione dell’essere umano e la legge divina secondo cui egli viene messo alla prova. Ma la mentalità generata dalla jahiliyya non ha potuto accettarlo. All’interno di questa visione della jahiliyya rimane radicata l’idea che ricchezza e prestigio siano indissolubilmente legati alla soddisfazione e all’amore di Dio. Quanto più grande sarà la ricchezza e il prestigio di una persona, tanto più essa sarà prediletta da Dio. La povertà e l’assenza di prestigio sarebbero il segno di essere privati della grazia di Dio. Sulla base di questa visione, invece di giudicare la verità secondo il criterio della verità, si giudicherà secondo il criterio della ricchezza e del prestigio. Quando il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) annunciò la propria profezia, i figli della mentalità della jahiliyya manifestarono stupore, dicendo che il suo prestigio non corrispondeva ai criteri da loro stessi inventati. Continuavano a ripetere anzitutto che il messaggero di Dio doveva necessariamente essere un angelo. E se il messaggero doveva essere un uomo, non poteva in alcun modo essere una persona comune. Doveva invece avere un prestigio così straordinario da essere degno della sua sublime relazione con Allah l’Altissimo. Per esempio, se il messaggero fosse stato un uomo, un angelo sarebbe dovuto scendere apertamente su di lui (Sura al-An‘am: 8); almeno, sarebbe dovuto essere fatto scendere per lui un tesoro dal cielo, oppure avrebbe dovuto avere un giardino dal quale ricavare abbondante sostentamento (al-Furqan: 8). E se non fosse stato nemmeno un uomo così straordinario, avrebbe dovuto essere almeno un uomo ricco, il capo di un popolo, il capo di una tribù famosa, e possedere ricchezza e prestigio. Ma qui la situazione era diversa. Un uomo del tutto comune sosteneva di essere stato inviato da Dio, il Possessore della Maestà e della Gloria, eppure non possedeva alcuna delle qualità necessarie per avanzare tale pretesa. Da una parte affermava di essere una misericordia per tutti i mondi, mentre dall’altra andava personalmente al mercato a comprare la spesa. Non aveva nemmeno dei servi, per cui doveva svolgere da solo ogni lavoro.
Dicevano inoltre: perché questo Corano non è stato fatto scendere su una persona eminente e autorevole di una delle due celebri città (Mecca e Ta’if)? (Sura az-Zukhruf: 31).
Continuavano a dire ogni sorta di discorsi assurdi sul profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Erano fermamente convinti che, per essere prediletto da Allah, egli dovesse necessariamente possedere tutti i mezzi di sostentamento, ricchezze e prestigio. Poi, grazie alla rivoluzione che si verificò in quel giorno benedetto della conquista della Mecca, l’errore della loro mentalità e della loro visione scomparve.
Tre: seguire l’Islam in tutta la vita
L’Islam ha ricordato al mondo che il Creatore dell’universo non ha creato l’essere umano senza uno scopo. Al contrario, lo ha creato proprio per servirLo e obbedirGli, cosa che nella terminologia islamica viene chiamata ‘ibadah e devozione. Questa devozione significa condurre l’intera vita secondo la guida e la volontà di Allah l’Altissimo. La devozione non consiste semplicemente nel compiere alcuni atti di culto ad Allah nel luogo di preghiera e nell’osservare alcuni riti religiosi, per poi trascorrere il resto della vita come si vuole. Questa devozione parziale non è compatibile con l’essenza dell’obbedienza completa e assoluta dovuta ad Allah l’Altissimo. Né è conforme alla religione e alla guida da Lui rivelate. Per questo, quando l’Islam cominciò a esigere una manifestazione concreta della devozione a Dio in ogni ambito della vita e a imporre il vincolo della verità e dell’onestà su tutti i pensieri, le intenzioni e le azioni degli esseri umani, i sostenitori della jahiliyya iniziarono a manifestare stupore e a scagliare frecce di scherno. Quando, in contrasto con la concezione pagana della religione che aveva invaso le loro menti e i loro cuori e con il modo in cui consideravano la religione una parte aggiuntiva della vita, videro che questa nuova religione poneva una guardia all’incrocio della libertà della mente, annunciava a ogni passo ricompense e castighi, legava i diversi problemi della vita ai vincoli di un sistema ordinato e saldo e non lasciava alcun ambito della vita che non volesse controllare, tutto ciò apparve loro pura barbarie. Per generazioni, le loro pratiche religiose erano consistite nel prostrarsi di tanto in tanto davanti agli idoli costruiti con le proprie mani, nel sacrificare per loro cammelli e pecore, nello spalmare il sangue degli animali sacrificati sulle pareti dei templi, nel recarsi accanto alla Ka‘ba per fischiare e battere le mani, e nel dedicarsi a fiere religiose, feste e divertimenti. Tutto questo costituiva le loro cerimonie religiose. Nel tempo restante della vita, poi, si dedicavano a pratiche riprovevoli quali il saccheggio, l’omicidio, la fornicazione, il consumo di alcol e le transazioni a interesse.
Questa era la concezione prevalente della religione della Jahiliyya: alcuni riti e pratiche religiose nell’ambito assai ristretto della vita (sebbene non fossero fondati su un pensiero ordinato e raffinato né sulla ragione) e, nell’ambito più vasto dell’esistenza, l’assenza di religione e la libertà illimitata di commettere ingiustizie e peccati. È questo che nella terminologia moderna viene chiamato secolarismo, ossia laicismo; questa concezione e questa filosofia appartengono alla Jahiliyya, non all’Islam. La dichiarazione rivoluzionaria dell’ultimo dei profeti della successione profetica e Profeta universale, Muhammad Mustafa (pace e benedizioni su di lui), fu che l’Islam è un sistema di vita completo per l’umanità. In altre parole, in ogni ambito e in ogni momento della vita, bisogna sottomettersi all’obbedienza ad Allah. La società, lo Stato, l’istruzione, la civiltà, la cultura, le arti e tutto il resto devono svilupparsi sotto l’assoluta obbedienza ad Allah l’Altissimo, Creatore e Signore dell’essere umano. Gli adoratori ciechi della Jahiliyya non poterono accettare ciò. Neppure Iblis, Satana, può gradirlo, poiché aspira a ottenere l’obbedienza degli esseri umani almeno in alcuni ambiti, se non in tutti quelli della vita. Nei campi in cui si negherà l’obbedienza ad Allah, non vi sarà alternativa all’obbedienza a Satana, oppure si dovrà obbedire a qualcun altro al posto di Allah. L’obbedienza a chiunque altro oltre ad Allah è stata definita il peccato più grave (shirk). La Jahiliyya non permette all’essere umano di tenersi lontano dallo shirk.
Quattro: L’unità dell’umanità
L’Islam insegna che tutti gli esseri umani sono figli degli stessi genitori. Allah dice: «O umanità! Temete il vostro Signore, che vi ha creati da un’unica anima, dalla quale ha creato la sua compagna, e da entrambi ha diffuso sulla terra una moltitudine di uomini e donne» (Sura an-Nisa, 3).
Poiché l’origine di tutti gli esseri umani è una sola e tutti sono come membri della stessa famiglia, nessuno di loro può essere superiore o inferiore, nobile o ignobile, in base alla discendenza, alla tribù, alla razza o alla lingua. Poiché questa è la realtà, nessuno può essere superiore a un altro in base alla razza, alla discendenza, al paese o alla nazionalità. Nessuna di queste cose può costituire motivo di orgoglio o arroganza. Confutando questa concezione errata, il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) dichiarò: «Tutti gli esseri umani sono figli di Adamo, e Adamo fu creato dalla terra» (Tirmidhi).
Disse inoltre: «O umanità! Il vostro Signore è uno solo. Nessun arabo è superiore a un non arabo, né un non arabo è superiore a un arabo, se non per il timore di Allah. Nessun nero è superiore a un bianco, né un bianco è superiore a un nero» (Bayhaqi).
Questa dichiarazione rivoluzionaria del Profeta non era una teoria fantasiosa né il prodotto dell’opportunismo; era piuttosto la dichiarazione, pronunciata con voce ferma, di una fede e di un credo. Era una dichiarazione pronunciata in un’epoca in cui gli esseri umani, arabi e non arabi senza distinzione, erano divisi in diverse classi sulla base della razza, della discendenza e della tribù. Molti di loro si consideravano di gran lunga superiori e più nobili degli altri, e per loro la vita e i beni altrui non avevano alcun valore. Come avrebbero potuto accettare questa dichiarazione rivoluzionaria coloro che si gloriavano della nobiltà della propria stirpe e che, riducendo gli altri in schiavitù, avevano costruito la propria fortuna grazie al loro lavoro, costato sangue e sudore? Ma coloro che non erano sempre accecati dalla cieca passione della Jahiliyya, coloro che possedevano almeno un po’ di coscienza e intelligenza, riconobbero in questa dichiarazione rivoluzionaria l’unità dell’umanità e la vera dignità dell’essere umano. E l’Islam è l’unico custode e portatore di tale dignità dell’umanità.
Bilal d’Abissinia era incatenato alla schiavitù di un miscredente qurayshita. Accettò con tutto il cuore la parola rivoluzionaria dell’Islam e divenne musulmano. Il suo padrone Umayya continuò a sottoporlo giorno dopo giorno a torture disumane e raccapriccianti. Abu Bakr (pace e benedizioni su di lui), appartenente alla nobile stirpe dei Quraysh, acquistò Bilal a un prezzo insolitamente elevato e lo liberò. Un uomo di umili origini, uno schiavo, un uomo considerato spregevole, raggiunse la grande dignità dell’umanità; spezzò il muro dell’ineguaglianza costruito nel corso di molti anni e divenne titolare di una dignità pari a quella di tutti gli altri. L’onorevole Bilal (pace e benedizioni su di lui) non fu soltanto un pilastro della forza dell’Islam; rimane e rimarrà per sempre una figura indimenticabile e venerata della comunità musulmana. Molti altri, superate le catene della schiavitù, raggiunsero alla corte del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) una dignità pari a quella degli altri.
Cinque: Tutti sono uguali agli occhi della legge
La naturale esigenza dell’unità e dell’uguaglianza del genere umano è che anche la dignità giuridica sia uguale per tutti. Agli occhi della legge nessuno è superiore o inferiore a un altro. L’Islam proclama che la vita, i beni, l’onore e la reputazione di tutti sono degni dello stesso rispetto. La legge di Dio si applica equamente a tutti. Questa legge pone fine ai lunghi lamenti e alle grida di dolore dell’umanità oppressa e garantisce i suoi diritti umani. Ma i figli della jahiliyyah rimasero smarriti di fronte a questo sistema rivoluzionario, perché i loro interessi costituiti venivano ostacolati e il palazzo del loro falso orgoglio aristocratico e della loro arroganza veniva frantumato. Per molti secoli era stata in vigore la consuetudine secondo cui la dignità di una persona doveva essere misurata in base alla sua discendenza e tribù, alla ricchezza e alla posizione sociale. La vita di un membro di una tribù nobile valeva quanto la vita di venti membri di una tribù inferiore. Se veniva ucciso un nobile, per vendicarlo si uccideva l’intera famiglia dell’assassino insieme a lui. Questo sistema ingiusto non era diffuso soltanto nelle società dei kafir e dei mushrik, ma anche, in generale, tra gli Ahl al-Kitab, che si proclamavano seguaci della Sharia di Dio. Una delle loro norme stabiliva che, se un nobile commetteva un furto, veniva lasciato libero; ma se a rubare era una persona comune, su di essa veniva applicata la pena prevista dalla Sharia (al-Bukhari, volume secondo, Kitab al-Hudud).
Allo stesso modo, se una persona influente e potente commetteva adulterio, veniva condannata alla fustigazione e a essere imbrattata di nero sul volto. Ma se a commettere questo reato era una persona comune, veniva uccisa per lapidazione secondo il precetto della Sharia (Tafsir al-Qurtubi).
Nessuno poteva porsi al di sopra dello stato di diritto instaurato dall’Islam. Il qadi, cioè il giudice, non esitava neppure a emettere una sentenza contro il califfo stesso. Questa uguaglianza davanti alla legge e questa giustizia non potevano essere accettate dai kafir e mushrik seguaci della jahiliyyah, dagli Ahl al-Kitab e da molti neomusulmani che non erano riusciti a liberarsi dall’influenza della jahiliyyah. L’orgoglio e l’arroganza della loro nobiltà impedivano loro di sottomettersi a questa giusta legge divina. Durante il governo del secondo califfo, un ricco e influente neomusulmano di nome Jabala bin Ayham al-Ghassani venne alla Mecca per compiere l’hajj. Durante il tawaf, il piede di un uomo di Ta’if calpestò il suo mantello. Adiratosi, lo schiaffeggiò così violentemente da tagliargli il naso e farlo sanguinare. Il povero abitante di Ta’if presentò una denuncia alla corte del califfo, Hazrat Umar (che Allah si compiaccia di lui). Il califfo disse a Jabala: «Chiedi umilmente perdono a quell’uomo oppresso. Altrimenti preparati a subire la ritorsione». Lo stupore di Jabala fu senza limiti. Il suo orgoglio aristocratico non gli permise di accettare l’uguaglianza e la giustizia dell’Islam. Pensava che una legge che non facesse alcuna distinzione tra nobili e non nobili insultasse la ragione, la coscienza e l’umanità. In seguito abbandonò l’Islam e divenne apostata.
Sesto: lo scopo del jihad è elevare la parola di Allah
Il mondo non conosceva il nobile scopo che l’Islam attribuisce alla guerra. Ovunque, tra Arabi e non Arabi, gli uomini ritenevano che lo scopo della guerra fosse fondare uno Stato, ampliarlo e ottenere il bottino. Ma con l’avvento dell’Islam questo scopo della guerra cambiò completamente. La guerra non doveva essere combattuta per interessi personali o nazionali, bensì per il bene dell’umanità; in tal modo, da atto esecrabile di spargimento ingiusto di sangue, la guerra avrebbe assunto la dignità di un atto di culto. L’Islam proclamò che usare la spada per conquistare territori e ottenere ricchezze era zulm, fasad e un grave peccato. Era veleno per il carattere e per l’umanità. La spada non doveva essere usata per tali azioni esecrabili, ma per il bene dell’umanità, per la sua protezione e il suo sviluppo. Lo scopo di chi impugnava la spada doveva essere ottenere il compiacimento di Dio, che non ama il male né l’ingiustizia. Egli vuole che fitnah e fasad, ingiustizia e disordine, siano eliminati dalla faccia della terra. Solo per questo scopo l’uso della spada sarebbe stato legittimo. Il suo uso non sarebbe stato legittimo per alcun interesse terreno. Sarebbe stato giusto e legittimo se non fosse stato compiuto per conseguire vantaggi mondani, bensì per il bene dell’Akhirah. Sebbene in guerra si vedano perire vite preziose, la guerra combattuta per affermare la verità dà vita all’umanità. In armonia con questo nobile e benefico scopo della guerra descritto dall’Islam, essa è stata chiamata «jihad fi sabilillah».
I Sahabah (che Allah si compiaccia di loro) passarono da un ambiente all’ambiente ideale dell’Islam e, attraverso una rivoluzionaria trasformazione del pensiero e della coscienza, compresero con il cuore questo nobile scopo della guerra. Lo si può facilmente capire da un esempio. Una volta Hazrat Ali (che Allah si compiaccia di lui), affrontando un nemico dell’Islam, lo gettò a terra e, sedutosi sul suo petto, si accinse a trafiggerlo con la spada. Proprio in quel momento quell’uomo gli sputò sul volto. Hazrat Ali (che Allah si compiaccia di lui) trattenne allora la mano e si alzò dal suo petto. L’uomo, stupito, gli chiese il motivo di tale comportamento, e lui rispose: «Volevo ucciderti per la verità. Ma, sputandomi sul volto, mi hai spinto a vendicarmi per un interesse personale. Se ti avessi ucciso in questa condizione, non sarebbe stato per la verità, bensì per il mio interesse personale, e ciò avrebbe portato a una cattiva conseguenza per me. Perciò ti ho liberato». Da questo unico episodio emerge chiaramente la concezione islamica della guerra e, alla luce di questa psicologia umana, si può facilmente comprendere anche lo stato d’animo dei comuni Sahabah. Questo gruppo di Sahabah era adornato delle più alte qualità umane, e ogni loro azione si elevava al di sopra dell’interesse personale ed era volta a ottenere il compiacimento di Allah. Erano incarnazioni dell’altruismo e della devozione sincera ad Allah. Queste qualità si erano formate in loro grazie alla vicinanza al Santo Profeta e alla sua formazione costante. Il Santo Profeta ripeteva loro che chiunque partecipasse alla guerra aspettandosi di ottenere il bottino non avrebbe ricevuto alcuna ricompensa da parte di Allah. Come avrebbero dunque potuto questi amanti di Dio privarsi del Suo compiacimento per un interesse personale o per la speranza del bottino?
Si è mai combattuta, in passato o nel presente, in qualche paese e in qualche epoca, una guerra per un nobile scopo diverso dagli interessi personali, di gruppo o nazionali? Solo l’Islam ha presentato all’umanità questo nobile scopo e questa concezione della guerra.
La perdita della vita e dei beni sulla via di Allah è un vero guadagno
Secondo la visione e il modo di pensare della jāhiliyya, le perdite di vite e beni in guerra erano considerate, in senso vero e proprio, perdite e danni. L’Islam presenta al riguardo una concezione opposta, che stupisce e lascia attoniti i sostenitori della jāhiliyya. Coloro che sacrificano la vita nella guerra o nella lotta sulla via di Allah non vedono la loro vita distrutta. Al contrario, dopo che la loro anima si separa dal corpo, ottengono una nuova vita eterna. Le ricchezze spese in guerra, benché a una visione superficiale sembrino perdute, vengono conservate per la vita dell’Aldilà.
Poiché la questione non era facile da comprendere, essa rimaneva oscura persino agli animi di alcuni Compagni. Dopo il martirio di molti Compagni nella battaglia di Uhud, tra i musulmani ebbe inizio un lamento funebre di dolore. Per confortarli, fu detto:
“Non considerate morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah; al contrario, essi sono vivi e ricevono sostentamento da parte di Allah” — (Āl ʿImrān: 169).
La durata della vita non può essere misurata con alcun metro di questo mondo. La vita non ha un punto finale. Ciò che viene chiamato morte non è, in realtà, la fine della vita, bensì il processo di passaggio da un livello della vita a un altro. I credenti dovrebbero pensare che, se questo processo di trasferimento avviene sul campo del jihād invece che sul proprio letto, esso non conduce alla distruzione, ma dona una vita eterna, incomparabilmente bella. In seguito, si diventa possessori di una vita e di un sostentamento tanto grandi e felici da essere al di là di ogni immaginazione.
La questione è stata analizzata magnificamente in un ḥadīth del Profeta. Il ḥadīth è riportato nel Musnad di Aḥmad. Il suo significato essenziale è questo: chi lascia il mondo dopo aver compiuto buone opere riceve l’opportunità di godere di una vita così colma di gioia da non desiderare affatto di tornare nuovamente nel mondo. I martiri, però, fanno eccezione. Essi desiderano essere rimandati nel mondo, affinché possano nuovamente sperimentare la gioia suprema di offrire la vita sulla via di Allah. Dopo aver compreso con il cuore questa grande verità, il vero credente considera il sacrificio della vita sulla via di Allah il desiderio più alto e supremo. Coloro che non credono nell’Aldilà e desiderano soltanto i piaceri e le comodità mondane, coloro che credono nella filosofia di vita “EAT, DRINK AND BE MERRY”, sono quelli che temono maggiormente la morte. Al contrario, i credenti interamente devoti ad Allah sono sempre impazienti di offrire volontariamente e con soddisfazione la propria vita sulla via di Allah e di bere l’acqua della vita eterna del martirio. La jāhiliyya e l’Islam hanno presentato queste due concezioni opposte della vita. I nobili Compagni, formati direttamente dalle mani del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui), sostenevano proprio questa concezione islamica della vita e della morte. Fatta eccezione per una piccola schiera di ipocriti, tutti i Compagni erano impazienti di bere il nettare del martirio. Una testimonianza del loro ardente desiderio si trova in un episodio.
Dopo la conquista della Mecca, un giovane beduino analfabeta di un villaggio remoto, attratto dall’Islam, abbandonò l’immensa ricchezza donatagli dallo zio. Poi fece a pezzi una coperta ricevuta dalla madre e, coprendo alla meglio le parti intime e il corpo, si mise in viaggio verso Medina desideroso di incontrare il Profeta dell’Islam. Dopo aver percorso per tutta la notte strade sconosciute e inesplorate, giunse all’alba alla Moschea del Profeta. Era esausto, sfinito e aveva il corpo interamente coperto di polvere. Sembrava un pazzo smarrito. Ed era davvero pazzo: impazzito per l’Islam e per il Profeta dell’Islam, aveva rinunciato al mondo ed era giunto a Medina. Per pianure e deserti, tra montagne e gole, nei cieli e nell’aria, le dolci melodie dell’Islam avevano riversato miele nelle sue orecchie; aveva fremuto nell’udire il nome del Profeta Muḥammad. Ma non aveva mai visto colui che amava. Perciò, dopo aver attraversato per tutta la notte il sentiero del deserto, era venuto per contemplare il suo amato.
La voce tonante di Bilāl — ‘As-salātu khayrun min an-nawm’ — risuonò e riecheggiò nelle case, tra gli alberi e sulle montagne di Medina. Essa riecheggiò anche nella più intima stanza del cuore del forestiero.
Poco dopo uscì il Profeta della misericordia e vide un forestiero in piedi. Era ansioso, bramoso di ottenere chissà cosa. Nei suoi occhi e sul suo volto sembrava esserci un’interrogazione inesauribile; il suo cuore era tormentato dalla sete della verità.
Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse con parole colme di affetto e compassione: «Chi sei e da dove vieni?»
Lo straniero: «Mi chiamo Abd al-Uzza. Ho sentito che è apparso un nuovo Profeta. Sono venuto fin qui, pazzo d’amore per lui». Poi raccontò ogni dettaglio della sua situazione familiare e materiale.
Il Santo Profeta disse: «È un’ottima cosa; d’ora in poi sei mio ospite speciale. Sei uno degli Ahl al-Suffa. Tuttavia, da oggi il tuo nome sarà Abdullah».
Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse agli illustri Compagni con particolare insistenza: «Mi assumo la responsabilità del suo mantenimento. Voi istruitelo e formate la sua educazione nel Corano e nell’Islam».
Una volta, mentre nella moschea alcune persone stavano pregando, Abdullah imparava a recitare il Corano ad alta voce. Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) lo rimproverò severamente, dicendo: «Leggi piano, non vedi che si sta pregando?»
Il Profeta della misericordia (pace e benedizioni su di lui), udendo la voce di Hazrat Umar, uscì rapidamente dalla sua stanza e disse: «Umar! Non dirgli nulla. Egli è venuto avendo sacrificato ogni cosa per Allah e per il Suo Messaggero».
Poco tempo dopo cominciarono i preparativi per la spedizione di Tabuk. In risposta all’appello del Profeta, tra gli illustri Compagni ebbe inizio una gara di donazioni sulla via di Allah. Hazrat as-Siddiq al-Akbar (che Allah sia soddisfatto di lui) si presentò al cospetto del Profeta con tutti i suoi beni.
Abdullah osservava quella gara di donazioni. Ma era addolorato di non poter partecipare, poiché era povero e viveva a carico del Profeta.
Abdullah non riuscì a rimanere in silenzio. Disse al Profeta: «O Messaggero di Allah! Tu sai bene che non possiedo nulla da offrire. Ho soltanto questo corpo e questa anima. Li affido entrambi ad Allah. Prega affinché io possa morire da martire».
Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) partì in direzione di Tabuk alla testa di un esercito di trentamila mujahidin. Anche Abdullah era con lui. Ma era diventato così inquieto e impaziente, animato dal desiderio del martirio, che a un certo punto del viaggio si presentò davanti al Profeta e disse: «O Messaggero di Allah! Alza le mani e prega un poco affinché io possa morire da martire in questa battaglia».
Il Profeta, comprendendo il suo fervore sincero, disse: «Vedi se riesci a procurarti da qualche parte nei dintorni della corteccia di un albero».
Abdullah raccolse la corteccia di un albero e gliela portò. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) gliela legò alla mano e pregò: «O Allah! Rendi il sangue di Abdullah illecito per i miscredenti».
Udendo questa preghiera, Abdullah disse con voce angosciata: «O Messaggero di Allah! Io desidero morire da martire; perché hai recitato questa preghiera?»
Il Profeta disse: «Abdullah! Se dopo questo morirai anche soltanto di febbre, sarai un vero martire».
L’esercito dei mujahidin raggiunse il luogo chiamato Tabuk e vi pose l’accampamento. Improvvisamente, dopo il tramonto, si diffuse la notizia che Abdullah era morto, colpito dalla febbre. Non appena la notizia giunse alle orecchie del Profeta, egli ordinò di predisporre la sepoltura.
Il campo di battaglia di Tabuk. Una notte buia. La tomba di Abdullah è già pronta. Hazrat Bilal (che Allah sia soddisfatto di lui) sta in piedi con una torcia in mano, illuminando la tomba e lo spazio circostante. Un uomo è sceso nella tomba per afferrare il defunto e deporlo. In due stanno calando il defunto nella tomba. L’uomo che si trova dentro la tomba dice con tono severo ai due: «Adaban ila akhikum — calate vostro fratello nella tomba con rispetto e venerazione».
Nel sepolcro stanno calando il defunto i due uomini migliori della comunità dopo il Profeta, Hazrat Abu Bakr (ra) e Hazrat Omar (ra). In piedi dentro la tomba, con tono di rimprovero, sta parlando il Profeta della misericordia in persona, il benevolo protettore del compagno martire Hazrat Abdullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace.
Dopo aver deposto debitamente il defunto, il Santo Profeta (sa) risalì e disse a tutti: «Andatevene tutti».
I Compagni, impauriti e terrorizzati, si fecero da parte tutt’intorno. Il Santo Profeta ricoprì personalmente la tomba da ogni lato con sabbia, pietre e terra, usando le sue mani benedette. Poi levò le mani in preghiera: «O Signore! Fino a questa sera sono stato compiaciuto di Abdullah. Sii compiaciuto anche tu di lui».
Il narratore dell’hadith, Abdullah ibn Masud (ra), racconta: «Queste parole mi uscirono spontaneamente dalla bocca: “Se in questa tomba ci fossi stato io invece di Abdullah!”».
I Compagni avevano compreso così, con il cuore, la dignità del martirio. Questa dignità non si è mai offuscata. Di epoca in epoca, questa ispirazione al martirio ha spinto i soldati di Allah a offrire senza esitazione la propria vita per Allah. Nella storia dell’Islam esistono innumerevoli esempi di ciò.
Anche nell’epoca moderna, nel periodo dell’estremo declino dei musulmani, i mujahidin della religione dell’Islam considerano il sacrificio disinteressato della propria vita sulla via di Allah la loro conquista più alta e suprema. Di fronte alle armi ultramoderne della grande superpotenza russa, i mujahidin afghani offrono volontariamente la vita e con animo sereno, nella speranza di bere il nettare del martirio. Tutti ritengono che non riceveranno la ricompensa di questo martirio soltanto nella vita dell’aldilà, dopo la morte, ma che anche qui le loro prospettive di vittoria siano luminose.
Anche riguardo alla spesa del denaro e delle ricchezze, le concezioni dell’Islam e della Jahiliyya sono completamente diverse. Il pensiero, la visione, gli sforzi, le aspirazioni e i desideri della Jahiliyya ruotano esclusivamente attorno alla vita terrena. La Jahiliyya non ammette che dopo la vita terrena ve ne sia un’altra. Perciò mantiene continuamente l’uomo impegnato nel rendere felice e bella la vita terrena, nel goderla fino in fondo e nell’ottenere onore, fama, potere, posizione, autorità e dominio. Naturalmente, non vi è dubbio che tali cose siano oggetti del desiderio umano. Tuttavia esistono beni più nobili di questi, che l’uomo dovrebbe desiderare. Come dice il Corano:
«È stato reso attraente per gli uomini l’amore per ciò che desiderano: le donne, i figli, i cumuli d’oro e d’argento, i cavalli pregiati, il bestiame e i campi. Ma tutto ciò non è altro che il godimento della vita terrena, temporanea e transitoria» (Āl ʿImrān: 14).
A causa dell’eccessivo attaccamento a questi oggetti dei desideri mondani, i portatori della bandiera della Jahiliyyah e i loro seguaci dimenticano la vita eterna che viene dopo la morte.
Allah dice: «In verità, la promessa di Allah riguardo all’Aldilà è assolutamente vera. Non lasciate dunque che la vita di questo mondo vi inganni, e non permettete che l’ingannatore (Satana) vi inganni riguardo ad Allah» (Luqman: 33).
Gli oggetti dei desideri menzionati sopra nel versetto 14 della sura Āl ʿImrān sono stati concessi come prova per tutti gli esseri umani. Sono soltanto strumenti d’inganno. Questi beni trascinano le persone dalla vista miope in varie forme di sviamento. A causa di tale sviamento, alcuni pensano che dopo la vita terrena non vi sia più alcun’altra vita. Dunque, goditi il mondo quanto e come puoi. Non dovrai rendere conto a nessuno, in alcun luogo, di ciò. Alcuni, accecati dal potere, pensano che il loro potere, dominio, autorità, vita lussuosa e piaceri sfrenati non avranno mai fine; altri, trascurando gli aspetti morali e spirituali, fanno del perseguimento dei soli vantaggi materiali e di una vita colma di piaceri e divertimenti lo scopo della propria esistenza. Al di fuori del miglioramento del tenore di vita, la vita non ha per loro alcun altro obiettivo. Di conseguenza, per quanto basso e spregevole possa diventare il livello della loro umanità, non se ne curano affatto. Alcuni pensano che il benessere e la comodità della vita siano il vero criterio per distinguere il vero dal falso, il haqq dal batil. Qualunque principio, metodo o procedimento che permetta di ottenere l’obiettivo desiderato è vero; tutto ciò che gli è contrario è falso. Altri ancora considerano il benessere e una vita felice un segno dell’essere cari a Dio. Credono che chi conduce una vita più felice, anche se tale felicità deriva da qualunque guadagno illecito, sia caro a Dio. Invece, chi conduce una vita terrena piena di sofferenze e difficoltà — anche se ciò è dovuto al fatto che segue la giustizia e la retta verità — sarebbe inviso ad Allah e il suo destino sarebbe necessariamente cattivo. Allah ha definito tutte queste concezioni errate un inganno della vita materiale.
Va notato che, nel suddetto versetto della sura Luqman, l’inganno dal quale viene ordinato all’essere umano di proteggersi proviene dalla vita mondana abbagliante e da Satana. In un secondo passo, nel Corano viene usata la parola «ghurur». Con «ghurur» non si intende soltanto Iblis, Satana, ma anche i jinn e gli esseri umani che lo seguono. Si intendono le persone, i gruppi, le comunità e le tribù che sostengono e trasmettono la Jahiliyyah; il sistema educativo, la società, le arti, la cultura e l’ambiente della Jahiliyyah. Tutto ciò trascina l’essere umano dall’Islam nelle tenebre della Jahiliyyah. Le varie false ideologie e filosofie create dagli uomini sviano le persone. Cancellano dai loro cuori la fede in Dio e nell’Aldilà. Dalla società scompaiono la giustizia, l’onestà, la sincerità, la misericordia, l’affetto, l’amore, la solidarietà e la compassione reciproche, l’equità, nonché il rispetto e la considerazione per la vita, i beni, l’onore e la dignità. Allora la società umana non rimane più una società di esseri umani; si trasforma nella società di bestie feroci.
Le suddette concezioni e prospettive errate riguardo al mondo e alla vita tengono gli esseri umani impegnati nella competizione per accrescere i propri beni e migliorare il tenore di vita. Quanto alla spesa del denaro, il loro principio diventa il seguente: spenderanno denaro soltanto nelle attività e nelle direzioni dalle quali si possa ottenere un profitto immediato. Non amano spendere sulla via di Allah per due ragioni. La prima è che tale spesa non garantisce alcun profitto immediato o istantaneo. La seconda è che non credono affatto nell’Aldilà. Perciò considerano follia e spreco spendere denaro per quell’Aldilà al quale non credono e che ritengono irreale. Questa concezione e questa convinzione sono interamente il prodotto del pensiero della Jahiliyyah. Naturalmente, anche coloro che, pur avendo creduto nell’Islam, non hanno ancora una fede abbastanza salda o non sono riusciti a liberarsi completamente dall’influenza del pensiero della Jahiliyyah mostrano riluttanza a spendere sulla via di Allah. Riguardo a loro Allah dice: «Continuate a spendere i vostri beni sulla via di Dio e non gettatevi con le vostre stesse mani nella perdizione» (al-Baqarah: 195).
Il senso di queste parole è che, se non spendete i vostri beni per la vittoria della religione di Allah e li accumulate considerandoli la cosa più preziosa della vita, ciò sarà causa della vostra rovina sia in questo mondo sia nell’Aldilà. In questo mondo vivrete una vita di schiavitù e nell’Aldilà subirete il doloroso castigo dell’Inferno.
Settimo: spendere sulla via di Allah
Allah Taʿālā ha esortato ripetutamente gli esseri umani a spendere denaro e beni sulla via di Allah, cioè allo scopo di stabilire la religione di Allah come una forza vittoriosa. Non solo: riguardo a questa spesa è stata data una concezione nuova. Essa consiste in questo: i beni spesi sulla Sua via per ottenere il compiacimento di Allah, benché esteriormente risultino spesi, in realtà non vengono né spesi né consumati. Al contrario, vengono depositati nel conto dei risparmi (Saving Account) della vita futura di colui che li ha spesi e gli saranno restituiti moltiplicati; vale a dire che egli riceverà una ricompensa equivalente in proporzione a ciò che ha dato. Questo stesso concetto è stato espresso in molti passi del Sacro Corano.
«E stabilite la preghiera, versate la zakat e continuate a offrire ad Allah un prestito eccellente. Qualunque bene e beneficio avrete mandato avanti per voi stessi, lo troverete presso Allah come una riserva accumulata. Questo è certamente il meglio, e la sua buona ricompensa è immensa» (al-Muzzammil: 20).
«E combattete sulla via di Allah e sappiate bene che Allah ascolta ogni cosa e conosce ogni cosa. Chi, tra voi, è disposto a offrire ad Allah un qard hasan (prestito eccellente)? Allora Egli glielo restituirà moltiplicato più volte» (al-Baqara: 244-245).
Nelle suddette āyah, il significato del qard hasan, ossia del prestito eccellente, è spendere ricchezze sulla Sua via al solo scopo di ottenere il compiacimento di Allah. Prima di ciò è stato menzionato anche il combattimento sulla via di Allah. Per il combattimento indispensabile a stabilire la religione di Allah, è naturalmente necessario raccogliere i fondi occorrenti. Allah accetta come qard hasan per Sé la spesa di coloro che spendono le proprie ricchezze a questo scopo e promette anche di restituirla moltiplicata diverse volte. È certo che Allah l’Altissimo non ha alcun bisogno di denaro. Egli non dipende da nessuno per nulla; al contrario, ogni creatura dipende in ogni istante dalla Sua misericordia. Lo scopo di stabilire la religione di Allah è il bene dell’umanità. Spendere ricchezze per questo nobile scopo significa, in realtà, spenderle per il bene dell’umanità. È proprio per conferire a quest’opera la massima dignità che Allah l’ha definita qard hasan per Sé.
Nel Nobile Corano è inoltre detto:
«Chi è disposto a dare ad Allah un prestito, un qard hasan? Allah può restituirglielo accrescendolo molte volte, e per lui, cioè per colui che presta, vi è una ricompensa eccellente» (al-Hadid: 11).
A proposito di questo prestito, Allah l’Altissimo ha fatto due promesse. La prima è che lo restituirà moltiplicato diverse volte. La seconda è che concederà, da parte Sua, anche un’ulteriore eccellente ricompensa.
Quanto è toccante e quanto è attraente questa promessa di Allah l’Altissimo! E ogni credente nutre certamente la ferma convinzione che Egli manterrà pienamente la Sua promessa.
A questo proposito è narrato un hadith da Abd Allah ibn Mas‘ud, che Allah si compiaccia di lui. Dopo la rivelazione della suddetta āyah, quando i Compagni l’ebbero ascoltata dalle labbra benedette del Nobile Profeta, pace e benedizioni di Allah su di lui, il Compagno Abu al-Dahdah al-Ansari, che Allah si compiaccia di lui, disse: «O Messaggero di Allah! Allah chiede forse un prestito a noi?»
Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) rispose: «O Abu Dahdah! Sì, Egli chiede un prestito».
Abu Dahdah disse: «Mi mostri per un momento la sua mano, per favore».
Il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) tese la mano verso quel Compagno. Il Compagno prese la mano benedetta del Profeta tra le proprie e disse: «Ho prestato il mio giardino al mio Signore». Hazrat Abdullah ibn Masud (che Allah sia soddisfatto di lui) disse che in quel giardino c’erano seicento eccellenti palme da dattero. All’interno dello stesso giardino si trovava la casa di quel Compagno, nella quale egli viveva con la sua famiglia. Dopo aver pronunciato le parole sopra riportate al Profeta, Hazrat Abu Dahdah (che Allah sia soddisfatto di lui) andò direttamente a casa sua. Chiamò sua moglie e disse: «Madre di Dahdah! Esci di casa. Ho prestato questo giardino al mio Signore».
Sua moglie disse: «Padre di Dahdah! Hai fatto un affare davvero molto redditizio». Poi uscirono dal giardino con tutti i loro beni, bagagli e figli — (Ibn Abi Hatim).
Si può trovare, al di fuori dell’Islam, un simile esempio di donazione di tutti i propri beni sulla via di Allah? La jahiliyya sostiene proprio il punto di vista opposto. I suoi principali fautori e comandante supremo, Iblis Satana, e i suoi seguaci definiscono questo tipo di donazione una causa di stupidità e povertà e invitano gli esseri umani ad astenersene.
Quando Allah l’Altissimo incoraggia i servitori credenti a compiere simili sacrifici, Satana e i suoi seguaci dicono: «Non sprecate i vostri beni in speranze irreali e illusorie, attirando su di voi la maledizione della povertà. Spendete piuttosto il denaro per godervi la vita, perché dopo la morte non avrete più alcuna possibilità di goderne».
«Satana vi fa temere la povertà e vi induce a commettere atti osceni. Allah, invece, vi promette il perdono e la grazia» — (al-Baqara: 268).
Quando si chiede un aiuto finanziario, per una causa nobile, per l’elevazione dell’Islam, per incontri di predicazione, incontri sulla Sira, conferenze islamiche o per porre fine alla dissolutezza e alla corruzione, a coloro che possiedono immense ricchezze ottenute con mezzi leciti o illeciti, essi dichiarano di non poterselo permettere. Eppure non esitano a spendere milioni per i matrimoni dei figli, per la diffusione e la propagazione del ballo, della musica e di varie forme di cattiva cultura, né per film osceni e sessualmente eccitanti che distruggono la spina dorsale morale. Tutto ciò è il prodotto del pensiero e della mentalità della jahiliyya. Tutti i loro sforzi, aspirazioni e desideri sono incentrati sulla vita terrena. Allah concede loro molte delle cose che desiderano ottenere in questo mondo, anche se non tutte. Ma nell’Aldilà non avranno alcuna parte. Allah l’Altissimo stesso lo ha dichiarato nel Corano.
D’altra parte, in contrapposizione alla jahiliyya, l’Islam cambia completamente la concezione e la prospettiva della vita. La vita completa dell’essere umano comprende sia la vita terrena sia quella dell’Aldilà. La vita terrena è il campo d’azione della vita dell’Aldilà. Nell’Aldilà l’uomo raccoglierà i frutti delle proprie azioni terrene. Per rendere felice e bella la vita dell’Aldilà, l’Islam ha presentato un programma completo, e in ogni azione si deve dare la precedenza all’Aldilà. Chi ha fermamente radicata questa fede consacrerà interamente la propria vita terrena e tutti i propri beni all’Aldilà. Tra i nobili Compagni del Profeta si erano formati questa fede e, sulla sua base, una determinata disposizione d’animo e un determinato carattere. Ogni volta che l’Islam ha richiesto un certo tipo di sacrificio, essi lo hanno compiuto senza esitazione, offrendo esempi di sacrificio. Nel nono anno dell’Egira, alla notizia che oltre centomila soldati romani stavano per attaccare il neonato Stato islamico, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) si preparò alla guerra. Fu deciso di affrontare il nemico nella regione di Tabuk.
Per la guerra occorrevano ingenti somme di denaro. Il Profeta lanciò un appello per raccoglierle. Per intensificare l’ispirazione al jihad, furono rivelati alcuni versetti di una sura del Corano. Tra i Compagni iniziò una gara nel fornire denaro e mezzi per la guerra. ʿUmar (che Allah si compiaccia di lui) divise in due tutto il suo patrimonio e ne donò una metà al fondo per il jihad. Abū Bakr al-Ṣiddīq (che Allah si compiaccia di lui) portò e mise a disposizione tutto ciò che possedeva. Vedendolo, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Mā abqayta li-ahlik yā Abā Bakr?», «Abū Bakr! Che cosa hai lasciato alla tua famiglia?»
«Per la mia famiglia non c’è nient’altro che Allah e il Suo Messaggero», rispose al-Ṣiddīq al-Akbar (che Allah si compiaccia di lui) con volto sereno.
Questa è la grande educazione, il carattere e il sacrificio dell’Islam. Essi hanno consacrato interamente anche la vita terrena alla vita dell’Aldilà.
L’Islamuniformitàeorientamento univoco
La natura dell’Islam è assolutamente univoca. Il richiamo dell’Islam è distogliersi da ogni direzione, da ogni ideale, dottrina e prospettiva, e volgersi ad Allah. L’Islam vuole vedere un unico colore e una somiglianza nei pensieri, nella coscienza e nelle azioni dei suoi seguaci, così da creare in loro una particolare distinzione e una propria identità. L’Islam non tollera la benché minima mescolanza con credenze, idee e concezioni esterne. Ritiene necessario adottare una tale cautela da non permettere neppure di accettare e praticare quei costumi e quelle cerimonie dei seguaci della jahiliyya nei quali non si ravvisa nulla di shirk, kufr o peccato, ma che sono soltanto conformi alla consuetudine o alla tradizione corrente. Questa cautela non viene adottata perché si tratti di qualcosa appartenente a un’altra nazione, né per ostinazione. Al contrario, essa diventa indispensabile per una particolare significato, finalità e lungimiranza della religione. Il suo significato è preservare la tendenza dei seguaci dell’Islam a volgersi esclusivamente ad Allah nei pensieri e nelle azioni. Non deve accadere che si imiti qualche elemento piccolo e apparentemente innocuo della jahiliyya e che, in seguito, questa propensione all’imitazione introduca il pensiero della jahiliyya, spianando la strada alla deviazione. Questo timore non è immaginario, bensì reale. La psicologia e l’esperienza umana hanno fornito in passato numerosi esempi di ciò.
Si tratta di una verità profonda alla quale, generalmente, l’intuizione interiore dell’uomo non riesce ad arrivare. Persino da parte di alcuni nobili Compagni esistono esempi di cautela al riguardo. Abū Wāqid al-Laythī (che Allah si compiaccia di lui) riferisce che, quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) avanzava sulla via di Ḥunayn, l’esercito musulmano dovette passare accanto a un albero particolare chiamato «Dhāt Anwāṭ». Era diffusa la voce che i politeisti appendessero a quell’albero le loro armi. Vedendolo, alcuni musulmani dissero: «O Messaggero di Allah! Come i politeisti hanno il loro Dhāt Anwāṭ, stabilisci anche per noi un Dhāt Anwāṭ».
Alcuni tra i nobili Compagni, compagni del Profeta, avevano pensato che, se il Profeta (pace e benedizioni su di lui) avesse designato per loro un albero qualsiasi, vi avrebbero appeso l’equipaggiamento e le armi da guerra. Non consideravano ciò riprovevole. In quell’atto non vi era neppure il minimo sentore di shirk o kufr. Fu sulla base di tali pensieri che rivolsero al Profeta la richiesta sopra menzionata. Non si può neppure ritenere che vi fosse un errore nel loro modo di pensare. Tuttavia, la sottile intuizione del Profeta aveva scorto la possibilità che, in tal modo, tra i musulmani si sviluppasse una mentalità tale da non conservarsi più la purezza necessaria rispetto alle concezioni erronee della jahiliyya. Una simile richiesta non si accorda con la natura della religione, orientata ad Allah. Per questo il Profeta (pace e benedizioni su di lui), rispondendo alla loro richiesta, disse: «Subḥān Allāh! Queste sono proprio parole dello stesso genere di quelle che il popolo di Mosè gli rivolse: “Fa’ anche per noi una divinità, come loro hanno molte divinità”». Questo episodio è riportato nel Ṣaḥīḥ di Tirmidhī.
Tra la suddetta richiesta dei Banū Isrāʾīl e quella dei Compagni del Profeta vi è una differenza fondamentale. Tuttavia, l’unica ragione per cui si considerarono simili le loro richieste era che la mentalità sottostante avrebbe potuto gradualmente produrre conseguenze perniciose sul piano della fede e nella realtà, e che il seguire, apparentemente innocuo e semplice, delle consuetudini degli jahiliti avrebbe potuto creare la tendenza a seguire il pensiero e le azioni della jāhiliyya. Per questo, il Profeta lungimirante e perspicace, dopo aver pronunciato le parole sopra riportate, fece anche una profezia, temendo tale eventualità. Egli disse:
«Per Colui nella cui mano è la mia vita, seguirete il comportamento di coloro che vi hanno preceduto» (Tirmidhī).
Nella profezia del Profeta, con «voi» non si intendevano i nobili Compagni, bensì i musulmani delle generazioni successive. Con «coloro che vi hanno preceduto» si intendevano gli ebrei e i cristiani. Il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) intendeva dire proprio questo: oggi vi proteggerò dall’errore di questo pensiero e dalle sue terribili conseguenze. Ma in futuro, quando il sentimento della fede dei musulmani si sarà indebolito, l’influenza della jāhiliyya continuerà ad aumentare. Di conseguenza, proprio come gli ebrei e i cristiani continuano ad aprire la strada all’infiltrazione della jāhiliyya, così faranno anche i musulmani.
dei musulmaniunitàebasate sulla consultazionedecisioni
Per proteggersi dall’attacco della jāhiliyya e seguire pienamente la via dell’Islam, l’unità tra i musulmani è indispensabile. La jāhiliyya deve essere affrontata in modo unito. Per questo è stato reso obbligatorio per i musulmani vivere riuniti in una jamāʿat. Nel Corano e negli ḥadīth sono state date istruzioni chiare al riguardo.
Allah dice: «Aggrappatevi tutti insieme saldamente alla corda di Allah e non siate divisi» (Āl ʿImrān: 103).
Qui, per corda, si intende la dīn di Allah. La dīn è stata descritta come una corda perché, da un lato, con la corda di questa dīn i credenti vengono legati ad Allah, vale a dire che viene creato un rapporto profondo e intimo con Lui; allo stesso modo, dall’altro lato, essa unisce tutti i credenti tra loro e li vincola con un profondo legame fraterno. Li riunisce e li costituisce in un’unica jamāʿat. Poiché lo scopo della vita dei musulmani è l’iqāmat al-dīn, cioè stabilire e mantenere la dīn, ciò è possibile soltanto attraverso uno sforzo e una lotta uniti. E per compiere questo lavoro, è necessario affrontare la jāhiliyya ed eliminarla da ogni ambito della vita. Pertanto, è indispensabile condurre una lotta unita vivendo in una jamāʿat.
Aggrapparsi saldamente alla dīn, o alla corda della dīn, significa che, agli occhi del musulmano, la vera importanza spetta alla dīn. Egli dedicherà ogni suo sforzo a stabilirla e, dopo averla stabilita, a conservarla intatta e incontaminata. A questo scopo, i musulmani si aiuteranno reciprocamente. Ma se il musulmano si allontana dagli insegnamenti fondamentali della dīn e dall’obiettivo della sua istituzione, e crea divergenze per questioni insignificanti e superflue, allora, dopo essersi divisi in gruppi e fazioni come le comunità precedenti, si allontaneranno dallo scopo fondamentale della vita e subiranno la più grande umiliazione in questo mondo e nell’Aldilà. Quando l’unità viene distrutta e ci si divide in gruppi e fazioni, la jāhiliyya, ossia la forza del falso, riesce a estendere la propria influenza e il proprio dominio. Per questo Allah ha ordinato proprio di condurre una lotta unita contro il falso.
Sebbene, attraverso la lotta unitaria sotto la guida del Profeta Muhammad (sallallahu ‘alayhi wa sallam), l’edificio statale dell’Islam fosse stato saldamente edificato, in seguito esso andò in frantumi a causa delle divergenze e dei dissensi reciproci tra i musulmani; di ciò si parlerà più avanti.
Negli hadith si trova una descrizione dettagliata della costituzione della Jamāʿat islamica, dei suoi scopi e obiettivi e delle terribili conseguenze dell’allontanarsi da essa.
Per proteggere la Jamāʿat islamica, la società e lo Stato dal declino, insieme a molte altre qualità della fede è stata attribuita ai musulmani particolare importanza a un altro principio: prendere decisioni sulla base della consultazione. Nel Sacro Corano sono state impartite al riguardo istruzioni chiare.
Se nelle questioni riguardanti la Jamāʿat, la società e lo Stato non si prendono decisioni dopo essersi consultati, nasce la sfiducia nei confronti della leadership e si apre la strada alla discordia e alle divisioni. Per questo è stata attribuita particolare importanza al prendere decisioni sulla base della consultazione.
Il Corano dice: «O Profeta, ignora le loro mancanze, chiedi perdono per loro e consultati con loro nelle questioni della religione» (Āl ʿImrān: 189).
Altrove nel Corano è detto: «E coloro che rispondono all’appello del loro Signore (obbedendo a ogni Suo comandamento), stabiliscono la preghiera e conducono i propri affari sulla base della consultazione reciproca» (ash-Shūrā: 38).
Qui agire dopo essersi reciprocamente confrontati e consultati è stato annoverato tra le migliori qualità della fede. Anche nella Sura Āl ʿImrān menzionata sopra è stata impartita questa istruzione. Per tale ragione, prendere decisioni sulla base della consultazione è stato descritto come un pilastro importante dello stile di vita islamico. Agire senza consultazione secondo il capriccio di una singola persona o di un particolare gruppo e fazione non è soltanto una pratica della Jāhiliyya; è anche del tutto contrario al metodo stabilito da Allah.
Riflettendo profondamente sul motivo per cui è stata attribuita tanta importanza all’agire sulla base della consultazione, emergono chiaramente tre aspetti.
Primo: quando gli interessi di due o più persone sono coinvolti in una questione, decidere in base al capriccio di una sola persona senza prestare attenzione agli altri interessati è indubbiamente ingiusto ed eccessivo. Nelle attività collettive e riguardanti più persone, nessuno può avere il diritto di agire arbitrariamente. Quando gli interessi di molti sono coinvolti in una questione, è doveroso raccogliere il libero parere di tutti, ed è questo che la giustizia esige. Se il numero degli interessati è molto grande, è opportuno coinvolgere nella consultazione i loro rappresentanti di fiducia.
Secondo: soltanto chi vuole soddisfare esclusivamente il proprio interesse cerca di imporre il proprio arbitrio nelle questioni collettive senza consultarsi con gli altri. Alla base del suo rifiuto di consultarsi vi è la convinzione di essere più grande e più intelligente di tutti e di considerare gli altri insignificanti e incapaci di dare consigli. Questa è la mentalità prodotta dalla jahiliyya, ossia la mentalità iblisiana. Un credente non può essere tanto egoista da realizzare il proprio interesse violando i diritti altrui, né può vantarsi con arroganza di essere l’unico intelligente e onnisciente. E tutti quegli incapaci, quegli asini e quei somari! Un mu’min non può neppure concepire pensieri di questo genere.
Terzo: decidere su questioni legate ai diritti e agli interessi altrui è una grande responsabilità. L’Islam proclama chiaramente che chiunque abbia ricevuto una responsabilità dovrà certamente rispondere di essa davanti a Dio nell’Aldilà, dimostrando se l’ha adempiuta correttamente. Pertanto, chi teme Dio e crede con tutto il cuore nella difficile resa dei conti che dovrà affrontare davanti a Lui non può avere l’audacia di caricarsi volontariamente sulle spalle un compito tanto gravoso. Può farlo soltanto chi non teme Dio e non si cura affatto della resa dei conti nell’Aldilà. Chi possiede il timore di Dio e il senso della responsabilità nell’Aldilà cercherà certamente di coinvolgere nella discussione e nella decisione su una questione tutte le persone i cui interessi vi sono coinvolti, oppure i rappresentanti da esse scelti, così da giungere a una decisione corretta e giusta.
Riflettendo profondamente sui tre punti sopra esposti, diventa chiaro che, per formare il tipo di persone dotate di carattere che l’Islam desidera e per instaurare attraverso di esse la giustizia nella società, prendere decisioni sulla base della consultazione reciproca è un’esigenza assolutamente imprescindibile. Non soddisfare tale esigenza è proprio una caratteristica della jahiliyya. L’ordinamento della vita islamica esige che ogni questione collettiva, piccola o grande, venga risolta sulla base della discussione reciproca. Questo principio deve essere osservato a ogni livello della società. Quando si tratta di una questione familiare, marito e moglie devono decidere dopo essersi consultati, e quando i figli raggiungono l’età adulta devono anch’essi essere coinvolti nella discussione. Se si tratta di una questione tribale o di quartiere e non è possibile una discussione collettiva, essa deve essere risolta tramite un consiglio di anziani o rappresentanti, eletti con un metodo condiviso e accettabile da tutti e ritenuti affidabili. Quando si tratta di una comunità (COMMUNITY), la responsabilità di amministrarla sarà affidata a qualcuno sulla base del libero parere di tutti i membri della comunità o delle persone di rilievo. Quella persona prenderà allora le decisioni consultandosi con tutti oppure, se ciò non è possibile, con i loro rappresentanti eletti. La sua leadership o la responsabilità affidatagli durerà finché la gente continuerà ad avere fiducia in lui. Se la fiducia viene meno, potrà anche essere rimosso dalla leadership. Nessun credente può cercare di diventare o di rimanere leader con la forza. Né può ricorrere a un simile inganno: impadronirsi con la forza della guida della nazione e ottenere con l’oppressione il sostegno della nazione. Non può neppure adottare un simile stratagemma: impedire al popolo di eleggere liberamente, secondo la propria volontà, i membri del consiglio consultivo (shura o parlamento), facendoli invece scegliere secondo il gradimento della persona che ha conquistato il potere. Può ricorrere alla forza, all’inganno e alla frode abbandonando i metodi e le procedure stabiliti dall’Islam soltanto chi non possiede nel cuore il timore di Dio né alcun senso della resa dei conti nell’Aldilà.
Il Santo Profeta osservava personalmente questo principio. Riceveva istruzioni chiare attraverso la rivelazione di Allah. Un’istruzione esplicita di Allah è incontestabile: non occorrono consultazioni o discussioni al riguardo. Tuttavia, può rendersi necessaria una discussione e una consultazione su come, con quale metodo e in quali circostanze attuare l’istruzione; e in questi casi il Profeta Mustafa lo faceva. Anche nell’epoca dei Califfi ben guidati, dopo il Profeta, questo principio fu osservato pienamente.
La rinascita dellajahiliyya
Poiché il conflitto e lo scontro tra l’Islam e la jahiliyya sono permanenti ed eterni, dopo essere stata sconfitta e sopraffatta dall’Islam, la jahiliyya continua incessantemente a tentare di rialzare lentamente la testa. Allah l’Altissimo ha inviato profeti e messaggeri in ogni epoca per liberare l’uomo dall’influenza della jahiliyya e guidarlo sulla retta via della vita. Essi liberano e purificano il pensiero, le credenze, la disposizione morale e i comportamenti degli uomini dall’influenza della jahiliyya, li guidano sulla via scelta da Allah e rendono la vita felice e bella. Sotto la loro guida, gli uomini conducono una vita purificata. Tuttavia, dopo la loro scomparsa, gli uomini cominciano gradualmente ad allontanarsi dai loro ideali e dai loro insegnamenti, e la jahiliyya ha l’opportunità di avvolgerli nelle reti di vari errori e di sviare loro. In seguito, l’intera società umana rimane intrappolata nei tentacoli della jahiliyya. Finché gli uomini si aggrappano agli ideali e ai principi dei profeti, la jahiliyya si nasconde, aspettando un’occasione, e continua a suscitare ripetutamente waswasa (istigazioni) nei cuori dei sinceri e di coloro che seguono la verità. A creare queste istigazioni sono lo stesso Iblis Satana, i suoi innumerevoli seguaci tra i jinn e gli uomini, e il nafs, ossia la cattiva inclinazione, dell’uomo stesso. Le frecce di queste istigazioni vengono scagliate ripetutamente e, dopo aver mancato il bersaglio più volte, raggiungono il punto giusto: allora inizia la rinascita della jahiliyya.
Certamente, Allah ha ordinato agli uomini di chiedere rifugio presso di Lui dalle istigazioni di questi istigatori. Ignorando questo comando e a causa di diversi interessi mondani, gli uomini cadono vittime delle istigazioni. Così la jahiliyya avanza portando con sé tutti gli strumenti del suo sviamento.
La storia testimonia che la vittoria totale dell’Islam non ebbe inizio soltanto nella prima metà del VII secolo. Al contrario, anche prima di allora l’Islam conobbe ripetutamente epoche d’oro. Infatti, è una verità storica che, per guidare sulla retta via i servi di Dio, i profeti e gli inviati siano venuti più volte nel mondo. Essi lasciarono il mondo quando la jahiliyya si era sottomessa alla verità. Ma dopo un certo periodo la jahiliyya iniziava la sua attività nefasta e gli uomini, diventando gradualmente confusi e sviati, cadevano nello shirk e nella miscredenza. Anche nella storia dei Figli d’Israele si trova un simile esempio. Dopo Mosè — pace e benedizioni su di lui — durante la vita del suo degno e sincero successore Giosuè, figlio di Nun, e per un certo periodo anche dopo, la religione di Allah era affermata in ogni ambito della vita umana; per questo la loro superiorità sui popoli del mondo era ormai stabilita. A questo proposito nel Sacro Corano è detto: «O Figli d’Israele! Ricordate la grazia che vi ho concesso. E ricordate anche che vi ho dato superiorità sui popoli del mondo» (Sura al-Baqara: 47, 122).
Ma in seguito, quando la loro vitalità religiosa si indebolì e iniziarono a manifestarsi deviazioni nei pensieri, nel carattere e nella condotta, la jahiliyya si abbatté su di loro con tutte le sue forze. La situazione giunse al punto che i Figli d’Israele si fusero completamente con la jahiliyya. Non si può negare che, anche quando la jahiliyya osserva il silenzio a causa delle circostanze, ciò sia soltanto temporaneo: non abbandona il campo di battaglia, ma attende semplicemente l’occasione. Poiché la fonte della jahiliyya è lo stesso Iblis, Satana, e poiché, per la particolare saggezza e volontà di Allah l’Altissimo, Creatore dell’universo, è stato decretato che Satana rimanga in vita fino al Giorno della Resurrezione, il conflitto tra verità e falsità, tra bene e male, continuerà per sempre. Questo conflitto serve in realtà a mettere alla prova l’uomo, ed è proprio per questo che egli è stato creato.
Pertanto, poiché Iblis, Satana, rimarrà in vita fino al Giorno della Resurrezione, è del tutto naturale che il suo atteggiamento nei confronti dell’Islam e della comunità dei musulmani in epoche successive sia identico a quello che ha tenuto nei confronti delle comunità di tutti i profeti del passato.
A questo proposito il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fece anche una profezia. Disse: «Seguirete e imiterete passo dopo passo coloro che vi hanno preceduto. Arriverete persino a seguirli se entrassero nella tana di una lucertola». I Compagni chiesero: «O Messaggero di Allah! Con “coloro che vi hanno preceduto” intendi gli ebrei e i cristiani?». Egli rispose: «E chi altri?» (Bukhari).
Il significato della suddetta profezia del Santo Profeta era che naturalmente avreste stabilito legami e rapporti con le nazioni importanti sulla scena religiosa e culturale del mondo. Finché la fermezza della vostra fede fosse rimasta intatta, invece di essere influenzati da loro, voi avreste continuato a influenzare loro. Di conseguenza, i musulmani avrebbero iniziato a seguirli passo dopo passo. Avrebbero adottato i loro costumi, i loro metodi di pensiero, i loro riti e le loro cerimonie. Non avrebbero esitato a obbedire a nazioni sviate e comunità peccatrici. Dopo che ciò fosse accaduto, naturalmente non sarebbero più stati in grado di preservare la propria distinzione, la propria identità e la propria consapevolezza religiosa. In seguito, sotto il profilo dei pensieri, dei comportamenti e di tutte le attività, il muro invalicabile che era stato eretto tra l’Islam e la jahiliyya — la cui salvaguardia era indispensabile quanto la salvaguardia della religione e della fede — avrebbe iniziato a crollare in vari punti, e i musulmani avrebbero perso la propria distinzione e identità nazionale.
L’attacco su quattro fronti della jahiliyya
La jahiliyya si rialzò nuovamente, dopo essersi liberata dell’umiliazione della sconfitta. Non solo: lanciò con tutte le sue forze un attacco su quattro fronti contro l’Islam. Il suo attacco era diretto contro la dottrina e la fede religiose, contro la sharia islamica, contro i principi e le concezioni fondamentali dell’Islam e contro l’unità nazionale dei musulmani. Il suo primo obiettivo erano le dottrine e le credenze fondamentali dell’Islam. Se si fosse riusciti a distruggere le fondamenta su cui poggia l’intero edificio religioso, sarebbe stato facile eliminare tutte le altre concezioni, la guida e le norme e i precetti. Essa intensificò il proprio attacco, uno dopo l’altro, contro i principi fondamentali dell’Islam.
La fede nella profezia
La fede nel tawhid era assolutamente intollerabile per la Jahiliyya. Tuttavia, all’inizio essa non aveva alcuna possibilità di attaccarlo direttamente. Perciò il suo attacco cominciò dalla dottrina della profezia di Muhammad. In altre parole, se si fosse potuta rendere vacillante o distruggere la fede nella profezia di Muhammad, sarebbe stato facile cancellare dalla mente le altre credenze fondamentali dell’Islam. A questo scopo, la Jahiliyya creò diversi campi di battaglia.
Il primo campo di battaglia fu la fabbricazione di falsi profeti. In altre parole, anche dopo l’ultimo Profeta, Muhammad (pace e benedizioni su di lui), sarebbero comparsi pretendenti alla falsa profezia. Sebbene i preparativi fossero già in corso durante la vita del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), dopo la sua morte tale attività si intensificò e due persone, Musaylima e Aswad al-Ansi, furono presentate come pretendenti alla profezia. Alcuni, tra cui la tribù dei Banu Hanifa, sostennero Musaylima, mentre gli abitanti dello Yemen sostennero Aswad al-Ansi. Ma il primo califfo, Abu Bakr al-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui), estirpò questa fitna con tutte le sue forze.
In seguito, verso la fine del califfato dei Rashidun, comparve la setta sciita; più tardi, quando essa si divise in numerosi gruppi e sottogruppi, tra questi cominciarono a comparire falsi profeti. Per esempio, Abu Mansur, fondatore della setta Mansuriyya, dichiarò: «Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) era il Messaggero e il Profeta di Allah. Dopo di lui, Hasan (che Allah sia soddisfatto di lui), Husayn, Ali ibn Husayn e Muhammad ibn Ali furono tutti Messaggeri e Profeti. Anch’io sono un Messaggero e un Profeta, e dopo di me la successione profetica continuerà per altre sei generazioni».
Egli afferma inoltre che la successione profetica non avrà mai fine — (Al-Milal wa al-Nihal, al-Shahrastani).
Abu Khattab, fondatore della setta Khattabiyya, afferma che tutti gli imam degli sciiti sono profeti. Mughira, fondatore della setta Mughiriyya, pretendeva egli stesso di essere un profeta. Anche Muhammad ibn Nasirun al-Nusayri, capo della setta Nusayriyya, rivendicava la profezia — (l’opera citata sopra). Non vi è alcun ragionamento, alcuna prova né alcun mandato conferito da Dio a sostegno di queste loro pretese. E che bisogno ce n’è? Sollevare la questione delle argomentazioni e delle prove significherebbe creare confusione e mandare tutto all’aria. Occorre soltanto suscitare un fervore religioso tra i musulmani dalla fede debole e dalla mentalità distorta. E dietro tutto ciò vi saranno la forte istigazione e l’inganno di Satana.
Sebbene questi pretendenti alla falsa profezia siano stati generalmente respinti, alcuni individui sono certamente caduti nell’errore. Sono stati ingannati e sviati cadendo nella trappola preparata dalla Jahiliyya.
Questa è la vicenda dei primi cento o centocinquanta anni della nuova offensiva della Jahiliyya. È possibile che in varie parti del mondo musulmano si siano verificati altri episodi simili. Soprattutto nei periodi di decadenza dei musulmani, è del tutto naturale che accadano fatti di questo genere, e infatti sono accaduti. Quando i musulmani si allontanano, anche solo in parte, dalle credenze fondamentali nel tawhid, nella risalət e nell’Aldilà, rinunciano all’obbedienza ad Allah e alla guida del Messaggero in ogni ambito della vita e chinano il capo davanti alle potenze taghut, allora la Jahiliyya sferra, con tutte le sue forze, un colpo devastante contro la dottrina e la fede dei musulmani e consegue una vittoria, se non completa, almeno parziale.
L’introduzione di una nuova religione
Il sovrano indiano Akbar tentò di introdurre, con l’obiettivo di sradicare l’Islam, una stravagante religione chiamata «Din-i Ilahi». Il desiderio di Akbar era istituire questa nuova religione proprio come alternativa all’Islam. La mentalità che stava alla base dell’introduzione di questa nuova religione era la seguente: per rendere stabile e solido il suo governo in un territorio vasto come l’India, doveva assolutamente conquistare il cuore della maggioranza indù e delle altre comunità del Paese. Egli riteneva opportuno conquistare il loro cuore mediante l’arma della religione. Per questo il suo tentativo consisteva nell’introdurre una nuova religione che unificasse tutte le religioni. In questa nuova religione furono abbandonati i princìpi fondamentali dell’Islam e molti riti e pratiche dell’induismo furono resi obbligatori per i musulmani. Per esempio, ai musulmani non sarebbe stato permesso mantenere i loro consueti nomi musulmani, né far circoncidere i figli maschi; non sarebbe stato permesso portare la barba né mangiare carne bovina. Sarebbero stati consentiti liberamente rapporti matrimoniali tra musulmani e non musulmani, senza che questi ultimi dovessero convertirsi all’Islam.
La cosa curiosa è che, sotto questa religione, gli appartenenti a tutte le fedi, come induisti, giainisti e buddhisti, potevano praticare pienamente le rispettive religioni. Furono abrogate soltanto numerose norme e disposizioni della sharia islamica. È del tutto evidente che questa religione fu inventata con l’obiettivo di abolire l’Islam.
È vero che le popolazioni non musulmane erano estremamente compiaciute di Akbar, ma neppure loro furono disposte ad accettare questa religione. Naturalmente, una manciata di musulmani opportunisti e traviati ne fu attratta. La maggioranza dei musulmani respinse questa religione. Il celebre alim e asceta dell’epoca, lo shaykh Ahmad Sirhindi Mujaddid Alf-e Sani (rah), proclamò il jihad contro la diffusione di questa nuova religione. Dopo la morte di Akbar, suo figlio Jahangir si atteggiò a custode e portatore della religione «Din-i Ilahi» e si impegnò con tutte le sue forze per introdurla. Non riuscì a impedirne la prematura scomparsa neppure imprigionando Alf-e Sani nella fortezza di Gwalior e impiegando tutto il potere dello Stato. Alla fine, proprio per salvaguardare il suo trono, liberò Alf-e Sani, si pentì davanti a lui e tornò a essere musulmano. La strategia adottata da Akbar per rendere stabile e solido il proprio governo, e quello moghul, aveva gettato i semi della caduta dell’Impero moghul.
La ricomparsa del falso profeta
Durante il dominio britannico in India fu tessuta una rete cospirativa intorno alla falsa pretesa profetica di Mirza Ghulam Ahmad. Il governo britannico sostenne pienamente questa cospirazione. La promessa di importanti impieghi pubblici, promozioni e diverse opportunità e agevolazioni economiche ingannò e traviò molti musulmani ignoranti riguardo all’Islam. L’ampia attività dei missionari cristiani, sotto la protezione dello Stato, riuscì a convertire al cristianesimo soltanto un’esigua minoranza di musulmani. Ma, con l’affermazione di una falsa profezia, fu inventata una nuova figura profetica e una nuova comunità musulmana; da un lato, ciò significò negare la veridicità del Corano e, dall’altro, dichiarare kafir chiunque non credesse in questo nuovo profeta. Non vi è dubbio che questo sia stato un successo temporaneo della jahiliyyah. Tuttavia, sebbene quasi tutti i Paesi musulmani del mondo siano diventati colonie di potenze straniere e non musulmane e un gran numero di musulmani si sia allontanato dalle pratiche islamiche, nel suo complesso la millah musulmana respinse con disgusto la falsa pretesa profetica di Mirza Ghulam Ahmad Qadiani.
Poiché Mirza Ghulam Ahmad nacque in un luogo chiamato Qadian, nel Punjab orientale, i suoi seguaci furono chiamati qadiani. Sono chiamati anche ahmadi. Già nel primo quarto di questo secolo, il consesso degli ulama del mondo dichiarò la comunità qadiana o ahmadi non musulmana, cioè kafir. Furono inoltre scritte numerose opere documentate per dimostrare che questa profezia era falsa e fraudolenta. In seguito, dopo la fondazione dello Stato indipendente del Pakistan, conseguente alla divisione dell’India nel 1947, ebbe inizio un vigoroso movimento contro questa falsa profezia. Nei Paesi arabi la loro propaganda fu dichiarata vietata. Infine, nel 1974, l’Assemblea nazionale del Pakistan approvò una legge che dichiarava la comunità qadiana non musulmana.
Shirk fi’n-nubuwwa
Il primo fronte di guerra (WAR FRONT) della jahiliyyah contro l’Islam fu aperto attorno alla pretesa di una falsa profezia. Questa pretesa è stata avanzata in epoche diverse. Il secondo fronte di guerra della jahiliyyah è lo shirk fi’n-nubuwwa, cioè l’invenzione di una stravagante dottrina della partecipazione alla profezia. A questo scopo, per prima cosa fu utilizzata in modo particolare la persona di Hazrat Ali, radiyallahu anhu, come copertura. Fu un evento estremamente doloroso nella storia islamica: la controversia indesiderata riguardo al califfato divise in due la millah musulmana e portò alla nascita di una setta permanente chiamata sciita. Gli appartenenti a questa setta accettarono come parte integrante della loro fede la convinzione che il profeta Muhammad Mustafa (sallallahu alayhi wa sallam) avesse designato Hazrat Ali (radiyallahu anhu) come suo rappresentante e califfo. Ancora più doloroso è il fatto che essi credano che i loro imam, incluso Hazrat Ali (radiyallahu anhu), fossero infallibili. Fino ad allora, la convinzione fondamentale dei musulmani era che, tra gli esseri umani, soltanto i profeti fossero infallibili, e che tale infallibilità non fosse un merito loro. Al contrario, poiché Allah li aveva scelti tra gli esseri umani per il sublime compito della profezia, li aveva preservati dall’errore con la Sua grazia speciale. Ora, se si considera infallibile qualcuno che non sia un profeta, non rimane più la differenza fondamentale tra il profeta e il non profeta.
Nel cuore degli sciiti si consolidò la convinzione che non soltanto Ḥaḍrat ʿAlī (r.a.), ma anche tutti gli imam discendenti da lui fossero altrettanto impeccabili quanto Muḥammad al-Rasūlullāh (s.a.s.). Questo fu uno dei grandi successi della ǧāhiliyya, in contrasto con l’Aqīda islamica riguardo alla profezia. Infatti, l’eccesso di devozione e venerazione verso gli Ahl al-Bayt, ossia la famiglia del Profeta, giunge al livello dello shirk nella profezia. Considerare impeccabile una persona non profeta significa, in realtà, attribuirle una posizione pari a quella della profezia quanto a dignità e autorità. Da allora, la fede nella Risālat muhammadiana non rimane più una fede islamica. Di conseguenza, non si può più sperare di realizzare quel grande obiettivo per il quale Allah, il Signore dei mondi, aveva stabilito la dignità di questa Risālat universale ed eterna e aveva inviato il Profeta Muḥammad (s.a.s.) come ultimo profeta. In tal caso, egli, il Profeta Muṣṭafā, non rimane più l’unica fonte della guida e l’unico criterio riconosciuto della verità. Né rimane a lui riservato il diritto all’obbedienza incondizionata. Al contrario, anche coloro che vengono considerati impeccabili ricevono, sotto questi aspetti, una posizione pari a quella del Profeta.
Dal califfato alla monarchia
L’instaurazione della monarchia dopo l’abolizione del califfato ben guidato fu una grande vittoria della ǧāhiliyya. Dopo il martirio del quarto califfo, Ḥaḍrat ʿAlī (r.a.), la via alla monarchia divenne agevole e, con la presa del potere dello Stato islamico da parte di Ḥaḍrat Muʿāwiya (r.a.), il califfato ben guidato giunse al tramonto.
La fine del califfato ben guidato viene definita una grande vittoria della ǧāhiliyya perché il califfato ben guidato non era una semplice forza politica o un governo; era invece la piena rappresentanza della profezia muḥammadiana. Il suo compito non consisteva soltanto nel dirigere l’ordine e la disciplina del Paese, instaurare la pace e la sicurezza e difendere i confini. Esso assolveva inoltre, nella vita collettiva dei musulmani, le responsabilità di maestro, educatore e guida che il Nobile Profeta (s.a.s.) aveva svolto durante la sua vita. Tra i compiti del califfato vi era anche quello di mantenere vivo, all’interno del Dār al-Islām, l’intero sistema della Dīn al-Ḥaqq, nella sua forma autentica, nella sua natura e nella sua forza vitale, e di impiegare la forza complessiva dei musulmani del mondo nell’elevare la parola di Allah. Non è possibile esporre qui la lunga storia di come, durante il califfato di Ḥaḍrat ʿUthmān Dhū al-Nūrayn (r.a.), abbia avuto inizio il processo di declino del califfato ben guidato e di come, dopo il califfato di Ḥaḍrat ʿAlī (r.a.), esso si sia trasformato in monarchia. Ogni studente di storia dovrebbe conoscerla. Tuttavia, dopo la fine del califfato ben guidato, divenne più facile per la ǧāhiliyya creare ulteriori fronti di battaglia contro l’Islam.
Dopo il califfato ben guidato
Dopo la fine del califfato ben guidato fu instaurata la monarchia, sebbene venisse chiamata con il nome di califfato; sotto di essa si abbandonarono gli ideali e i principi islamici. Il completo ordinamento sociale fondato sulla giustizia che il Profeta Muḥammad Muṣṭafā (s.a.s.) aveva istituito rimase intatto e incontaminato durante l’epoca del califfato ben guidato, ma sotto la monarchia non ne rimase più alcuna traccia. Al posto del governo islamico orientato al bene pubblico, si ottenne con la forza il riconoscimento dell’obbedienza. Non rimase più alcuna possibilità di esprimere liberamente la propria opinione e molti arrivarono persino a perdere la vita per aver espresso liberamente il proprio pensiero.
È vero che sotto la monarchia furono conquistati Paese dopo Paese e che l’estensione dello Stato aumentò. Tuttavia, poiché le decisioni venivano prese secondo il volere di una sola persona invece che sulla base della consultazione islamica, l’unità di pensiero tra i musulmani si dissolse ed essi cominciarono a dividersi in numerosi gruppi e fazioni. Ideali e correnti di pensiero contrari all’Islam continuarono a influenzarli.
Dopo l’abolizione del governo del califfato ben guidato, ossia del governo del Corano e della Sunna, ebbero inizio deformazioni nella società musulmana e nella mentalità, nel pensiero e nel carattere dei musulmani. Le persone dotate di conoscenza e carattere islamici mostrarono riluttanza ad assumere incarichi pubblici sotto la monarchia e si ritirarono dalla scena della società.
È degno di nota che, non appena il Profeta Mustafa ebbe istituito uno Stato islamico completo, schiere di persone cercarono rifugio sotto la bandiera dell’Islam. In seguito, molti di loro non ebbero neppure l’opportunità di purificare la propria vita. Molti non ebbero nemmeno la fortuna di incontrare il santo Profeta.
Dopo la morte del santo Profeta, durante i califfati di Abu Bakr (che Allah si compiaccia di lui) e di Uthman (che Allah si compiaccia di lui), la predicazione islamica e le conquiste continuarono. In quel periodo, innumerevoli persone di diversi paesi, regioni, popoli e classi abbandonarono la religione dei loro antenati e cercarono rifugio sotto l’ombra benevola dell’Islam. In genere accettavano con il cuore e con l’anima l’Islam come vera religione. Tuttavia, tra loro ve n’erano molti che non avevano alcuna sincera intenzione nell’abbracciare l’Islam. Nel loro cuore soffrivano per l’Islam e nutrivano rancore e ostilità nei suoi confronti. Erano opportunisti in attesa di colpire duramente l’Islam. Per realizzare questo loro malvagio intento, si unirono al gruppo dei musulmani. In realtà erano ipocriti. Tra loro spiccava in modo particolare un erudito ebreo di nome Abdullah ibn Saba. Egli riuscì, in nome dell’Islam, a dividere in due la comunità musulmana e a introdurvi una dottrina, un modo di pensare e pratiche distinti.
Dopo l’instaurazione della monarchia, le chiavi dell’autorità passarono dalle mani dell’Islam a quelle della Jahiliyya. E, dopo aver perso il potere statale, l’Islam non ebbe la forza di arrestare l’avanzata della Jahiliyya. Inoltre, per l’Islam era molto difficile affrontare la Jahiliyya, perché essa non scese in campo mostrando il proprio vero volto, bensì assumendo quello di un «musulmano». Se la Jahiliyya fosse venuta ad attaccare l’Islam assumendo la forma di un ateo, di un miscredente o di un politeista, suo palese nemico, l’intera comunità musulmana si sarebbe unita per affrontarla. Ma sulle labbra della Jahiliyya vi era la professione di fede nel tawhid e nella risalā, e tutto ciò che faceva lo faceva in nome dell’Islam. Sotto il velo dell’Islam, la Jahiliyya continuò a rafforzare le proprie radici.
La Jahiliyya si impadronì dello Stato e delle ricchezze e chiamò tutto ciò califfato. In realtà, però, si trattava di una monarchia, proprio quella che l’Islam mirava ad abolire. Sotto la protezione di questa monarchia, il pensiero e la visione del mondo della Jahiliyya si diffusero nella vita della classe dirigente, degli emiri e dei dignitari a essa subordinati, dei governatori, dell’esercito e delle persone autorevoli della società. Parallelamente continuarono a diffondersi anche la filosofia, la letteratura e le arti della Jahiliyya.
Poiché la Jahiliyya era divenuta padrona del potere statale, esercitò la propria influenza anche sugli ulema, sui sufi e sulle persone timorate di Dio. Di conseguenza, nella società musulmana si diffusero la filosofia di Platone, l’ideale morale ascetico e una visione pessimistica in ogni ambito della vita.
Allontanò le persone virtuose della società dall’autorità e dalla leadership, in nome della taqwa e della devozione, e consegnò il potere ai portatori della bandiera della Jahiliyya.
Tasawwuf non islamico
È stato detto sopra che il primo e il secondo fronte della Jahiliyya contro l’Islam furono creati dalle pretese di falsa profezia e di partecipazione alla profezia. Sebbene la Jahiliyya non riuscisse a prevalere sul primo di questi due fronti, sul secondo estese il proprio dominio, distrusse l’unità della comunità musulmana e mandò in frantumi il palazzo del califfato islamico. In seguito, sotto la protezione della monarchia instaurata, la Jahiliyya continuò a estendere la sua mano nera. Anche nei luoghi in cui le persone rette e timorate di Dio, costrette dalle circostanze a ritirarsi dall’arena politica, si dedicavano al tasawwuf, cioè alla purificazione dell’anima, alla pratica del dhikr e degli adhkar e allo studio e all’insegnamento delle scienze religiose, la Jahiliyya continuò a esercitare la propria influenza. Di conseguenza, in contrapposizione al tasawwuf fondato sull’Islam, fece la sua comparsa il tasawwuf della Jahiliyya. Questo fu il terzo fronte di guerra della Jahiliyya contro l’Islam.
Questo tasawwuf jahilita cercava di cancellare dal cuore stesso la dottrina della profezia. Il pensiero fondamentale di questo tasawwuf era che, per la devozione il cui obiettivo è giungere fino a Dio, non è necessaria né l’intermediazione di alcun profeta né la sua obbedienza. Anche senza di ciò si può raggiungere questa meta desiderata. Probabilmente questi seguaci del falso tasawwuf avevano tratto tale idea e concezione da una setta sciita. Secondo Ahmad ibn al-Qayyal, fondatore della setta sciita chiamata Qayyaliyya, sono soltanto coloro che mancano di discernimento interiore a seguire ciecamente i profeti.
Questa concezione viene presentata, con qualche ritocco, nel modo seguente: proprio come è indispensabile l’intermediazione di un avvocato per presentare la propria istanza alla corte di un giudice, allo stesso modo è indispensabile l’intermediazione di un pīr per presentare qualcosa, a nome del servo, alla corte di Dio. In tal modo, si abbandona il profeta attraverso la cui intermediazione tra il servo e Dio — cioè attraverso l’obbedienza al profeta — il profeta ha indicato la via maestra, facile e semplice, per obbedire a Dio e giungere a Lui, e si considera invece l’obbedienza al pīr l’unica intermediazione per giungere a Dio. In realtà, però, tutta l’obbedienza del servo rimane limitata al pīr e il concetto di obbedienza non riesce a elevarsi oltre di lui. Di conseguenza, il pīr diventa l’unico criterio per distinguere il lecito dall’illecito, il bene dal male, la devozione dalla disobbedienza. In questo modo si recide il rapporto del servo con Dio e con il profeta.
Se si accetta questa concezione e questa filosofia, perché la «profezia di Muhammad» e persino la «fede nella missione profetica» non diventerebbero superflue? Può forse chi crede nell’Islam, nel Corano e nel profeta nutrire concezioni di questo genere? Ma la cosa estremamente dolorosa è che la jahiliyya ha contagiato una parte dei musulmani con la grave malattia di questa concezione erronea, e proprio in nome dell’Islam alcuni si sono fatti portatori, sostenitori e propagatori di tale idea.
Va ricordato che, sebbene nella società esistano il tasawwuf conforme all’Islam e i suoi seguaci, il loro numero è assai esiguo. Poiché sotto la guida dei seguaci del falso tasawwuf non è necessario osservare alcun precetto della sharia, le schiere degli opportunisti tendono maggiormente in questa direzione. Anche la propaganda della jahiliyya è fortemente favorevole a essa.
Della jahiliyya:armiletali
Non vi è dubbio che il tasawwuf jahilita abbia sviato alcuni musulmani dalla via maestra, vera, corretta, facile e semplice dell’Islam, la retta via (Sirat al-Mustaqim). Ma in seguito tre armi estremamente letali della jahiliyya hanno indebolito fin dalle fondamenta l’Islam. Esse sono: (1) un sistema di vita privo di Dio o ribelle a Dio (SECOLARISMO), (2) il culto della nazione, cioè il nazionalismo (NAZIONALISMO), e (3) la democrazia che rivendica la sovranità (DEMOCRAZIA). Esaminando queste tre armi letali si potrà comprendere fino a che punto esse abbiano influenzato la fede e la mentalità islamiche e quanto si siano affermate concezioni e visioni della vita contrarie all’Islam.
Secolarismo
Cominciamo con un esame del SECOLARISMO (secolarismo). La sua essenza consiste nel respingere, in ogni ambito della vita, le norme e la guida del Creatore dell’universo e nel vivere secondo norme e indicazioni tracciate da noi stessi. Tuttavia, con grande astuzia, si afferma che, se la coscienza di qualcuno testimonia che esiste un Dio e che Egli dovrebbe essere lodato e glorificato, costui può farlo nella propria vita privata. Ma per quanto riguarda il mondo, la società e tutto ciò che vi è connesso, Dio e la religione non hanno alcun rapporto. Nel sistema di vita costruito su questa teoria, ogni livello dei rapporti dell’uomo con l’uomo e dell’uomo con il mondo è completamente indipendente da Dio e dalla religione. L’intero sistema sociale è indipendente dalla religione, così come il sistema educativo, le leggi, il parlamento del Paese, la politica, l’economia, tutta l’amministrazione del Paese e le relazioni internazionali: tutto è indipendente da Dio e dalla religione. In qualunque decisione presa nei diversi ambiti e settori della vita umana, è considerata una domanda irrilevante, anzi priva di senso e frutto di un pensiero cieco e superstizioso, chiedersi se Dio abbia stabilito per noi qualche principio e direttiva riguardo a tali questioni. E anche se lo avesse fatto, si sostiene che non sarebbe possibile seguirli alla luce delle circostanze e delle condizioni. Rimane ora la vita privata. Ma, sotto l’influsso di un sistema educativo privo di religione e della socialità secolare, anche la vita privata è diventata, e continua a diventare, nella maggior parte dei casi priva di religione. Infatti oggi sono pochissime le persone la cui coscienza testimonia che esiste un Dio e che si deve obbedire al Suo comando. In particolare, per coloro che guidano la società e la civiltà costruite sulle fondamenta del secolarismo, la religione non è più nemmeno una questione della vita privata. Anche il loro rapporto personale con Dio si è spezzato.
Questo secolarismo, ossia l’assenza di religione o la ribellione contro Dio, è nato in Europa e ha anche un retroterra (BACKGROUND). Sembra difficile comprendere la questione senza discuterne, anche se brevemente.
I sacerdoti cristiani elaborarono, sulla base di un cristianesimo deformato, una sharia o un insieme di norme religiose di propria invenzione e continuarono a governare in nome della religione. Nella Torah esistevano norme della sharia adatte all’amministrazione della società. Sebbene gli studiosi ebrei avessero deformato la Torah quanto più possibile, i cristiani rifiutarono proprio la Torah originaria. Attraverso la Bibbia non era stata rivelata alcuna nuova sharia. Di conseguenza, i sacerdoti cristiani continuarono a deformare la religione per i propri interessi e ad amministrare il governo in nome della religione. In alcun modo era possibile stabilire nella società pace, sicurezza e giustizia mediante leggi inventate dagli uomini invece che mediante la legge inviata da Dio. Sebbene sotto questo governo continuassero soprusi e ingiustizie, oppressione e persecuzioni, la gente comune li accettava necessariamente in silenzio, poiché recavano il marchio della religione. In tutta Europa esistevano molti regni, grandi e piccoli, governati dai sacerdoti, che erano chiamati PAPAL STATES. Su tutti questi era stato istituito un impero cristiano chiamato HOLY ROMAN EMPIRE.
Va ricordato che all’inizio dell’VIII secolo fu instaurato il dominio musulmano in Spagna, e tale dominio rimase in vigore per alcune centinaia di anni (711-1492 d.C.). Durante il dominio musulmano furono fondate a Cordova e Granada le due più grandi università, e persone assetate di conoscenza provenienti da varie parti d’Europa cominciarono ad accorrere a frotte in questi prestigiosi istituti per istruirsi. Nell’istruzione superiore, queste istituzioni accesero in Europa la fiaccola del sapere e delle scienze. A quell’epoca Baghdad, Cordova e Costantinopoli (CONSTANTINOPLE) erano i centri dell’istruzione, della civiltà e della cultura dell’intero mondo. Ma Cordova occupava il posto più alto di tutti. La fama di Cordova (CORDOVA) nello studio del sapere e delle scienze era conosciuta in tutto il mondo. Grazie all’intensa attività di studio del sapere e delle scienze, nella società istruita sorse un pensiero libero e indipendente. Allo stesso tempo continuarono a verificarsi nuove scoperte scientifiche. Ebbe inizio un violento scontro tra il pensiero scientifico e le logore, antiche concezioni superstiziose dei sacerdoti. Furono promulgate nuove leggi per impedire il pensiero e le scoperte scientifiche. Contro coloro che violavano le leggi furono previste pene severe e terrificanti. Poiché tutto ciò veniva fatto invocando la religione, la società istruita cominciò ad avversare proprio la religione.
Gli studiosi e i filosofi cristiani dell’antichità avevano costruito l’intero edificio delle loro credenze religiose e delle loro concezioni sull’uomo e sulla natura dell’universo sulle idee, le dottrine, le argomentazioni, le prove e i dati della filosofia e della scienza greche. Ritenevano inoltre che, se fosse stato inferto un colpo a una qualsiasi delle fondamenta sulle quali era costruito l’edificio delle loro dottrine, l’intero edificio sarebbe crollato in frantumi. E con esso sarebbe finita anche la religione cristiana. Non erano assolutamente disposti a tollerare alcuna critica o ricerca che potesse suscitare dubbi sulle verità universalmente accettate della filosofia e della scienza greche. Non erano neppure pronti ad accettare una concezione filosofica che, abbandonando tali verità universalmente accettate, proponesse un pensiero diverso, costringendo così il clero a riconsiderare la propria filosofia. Non si poteva permettere alcuna ricerca che potesse dimostrare errata una parte delle concezioni sulla natura umana e sull’universo presentate nella Bibbia e delle dottrine accolte dai filosofi. Consideravano ciascuna di queste questioni un pericolo diretto per la religione e per l’intero sistema culturale, politico ed economico fondato su di essa. D’altra parte, a ogni passo di coloro che conducevano attività di critica, ricerca e indagine dei fatti secondo le richieste del movimento rinascimentale, emergevano chiaramente le debolezze di quelle filosofie e di quelle scienze sulle quali era stato costruito l’intero edificio delle credenze religiose. Ma quanto più essi avanzavano nel campo della ricerca, tanto più il clero o la comunità cristiana cercava, esercitando il proprio potere religioso o politico, di sbarrar loro la strada con severità sempre maggiore. Molte cose contrarie a numerose verità riconosciute del passato diventavano evidenti alla luce del giorno. Il clero diceva che, invece di riesaminare le verità universalmente accettate, bisognava cavare gli occhi ai critici. Ai ricercatori sembrava che tra le dottrine considerate prove inconfutabili delle credenze religiose vi fossero numerosi errori. Il clero diceva che bisognava frantumare il cervello stesso di coloro nelle cui menti sorgevano simili pensieri. La conseguenza di questo conflitto e scontro fu che, già al primo sorgere del sapere, della scienza e della rinascita intellettuale, si sviluppò un atteggiamento ostinato contro la religione e i religiosi, e nelle vene e nei capillari della nuova civiltà si diffuse una mentalità di avversione a Dio e di irreligiosità. In seguito, non ci si poteva aspettare che questi fautori del libero pensiero distinguessero le altre religioni dalla religione cristiana della Chiesa. Naturalmente, quindi, la loro ostilità non rimase limitata al cristianesimo e alla sua Chiesa. Al contrario, tutto ciò che si intende per religione divenne vittima della loro ostilità. Quando questo conflitto, insieme a tale stato psicologico di ostilità contro la religione, passò dal campo del sapere ai diversi ambiti della politica, dell’economia e dell’organizzazione sociale, dopo la sconfitta delle autorità ecclesiastiche, sotto la guida dei portabandiera della nuova civiltà fu costruito un nuovo edificio religioso della vita, dotato di una visione permanente dell’esistenza, chiamato «secolarismo». Il suo principio fondamentale è che la religione non deve avere alcun diritto di intervenire in alcun settore della politica, dell’economia, della morale, delle leggi e dei regolamenti, in breve, in nessun ambito della vita sociale. La religione è una questione puramente personale. Chiunque voglia credere in Dio e nei profeti nella propria vita privata può farlo. Ma, nel formulare l’intero ordinamento della vita sociale, è irrilevante chiedersi quali indicazioni Dio abbia dato al riguardo.
Il secolarismo è il fondamento primario dell’assetto intellettuale, sociale, politico ed economico della nuova civiltà del mondo moderno (SECULARISM). Fascismo, capitalismo, nazismo, socialismo, comunismo, nazionalismo, democrazia che rivendica la sovranità, edonismo (EPICURIANISM), utilitarismo (UTILITARIANISM), ateismo, darwinismo (DARWINISM) e simili dottrine non sono che rami e diramazioni del secolarismo, e in tutte esse circola la forza vitale del secolarismo.
La pietra angolare di questo sistema di vita è l’assenza di religione, la ribellione contro Dio o il puro materialismo. La dottrina secondo cui il rapporto tra Dio e la religione è limitato soltanto alla vita privata dell’uomo è una dottrina priva di senso e irrilevante, che non ha neppure il più remoto rapporto con la conoscenza e la coscienza. È evidente che, riguardo a Dio e all’uomo, una delle due seguenti possibilità deve necessariamente essere vera: o Dio è il Creatore, il Signore, il Sovrano e il Legislatore dell’uomo e dell’universo, oppure non è nulla di tutto ciò. Se Egli non è il Creatore, il Signore e il Sovrano, allora non vi è neppure alcuna necessità di avere con Lui un rapporto personale. E adorare un essere con il quale non si ha alcun rapporto è del tutto privo di senso. È perfino segno di insensatezza pensare che Dio sia il Creatore, ma che non abbia detto come l’uomo debba vivere nel mondo, quale debba essere il suo sistema politico, economico, culturale e sociale, oppure, Dio non voglia, che Egli non sia in grado di dirlo. Vi è forse qualche necessità di riconoscere un Dio simile? Ma se Egli è il Creatore, il Signore e il Sovrano nostro e dell’universo, allora pensare che il Suo governo debba limitarsi soltanto alla vita privata, o che il Suo governo non debba essere altro che una semplice limitazione all’adorazione, non è altro che estrema stupidità. Quando, dopo essersi un uomo unito a un altro, iniziano le relazioni sociali, affermare che da quel momento il governo e il controllo del Creatore non debbano più valere è un’affermazione che può venire soltanto da una persona priva di senno. Se nella vita sociale l’uomo, invece di dipendere dal Creatore, diventa indipendente e arbitrario, ciò costituisce una ribellione estrema contro il suo Creatore, Signore e Sovrano. Dopo questa ribellione, chi afferma: «Io obbedisco a Dio nella mia vita privata», deve essere considerato mentalmente deviato. Con il Creatore, questo non può essere altro che inganno, frode e ipocrisia.
Non è forse un’affermazione priva di senno dire che ogni individuo, preso separatamente, è servo di Dio ed è obbligato a obbedire ai Suoi comandi, ma che, quando questi singoli individui si riuniscono e formano una società, non rimangono più servi di Dio? Ciascuna delle parti è serva, ma l’insieme delle parti non è servo. Questa può essere soltanto l’affermazione di un pazzo privo di ragione e di buon senso. Come si può accettare che, se non abbiamo bisogno di Dio e della Sua guida nella nostra vita familiare, nei nostri quartieri e nelle nostre città, nei nostri istituti d’istruzione, nei nostri mercati, nei nostri parlamenti e nelle sedi governative, nell’amministrazione, nelle alte corti, nelle caserme, nei commissariati, in guerra e nei trattati di pace, allora dove mai ne avremo bisogno? Se Dio è così impotente e incapace — Dio non voglia — da non poter guidare la nostra vita in alcun suo ambito, da non poterci dire che cosa sia benefico e che cosa dannoso per noi, né indicarci la soluzione dei problemi della nostra vita, quale vantaggio vi è nel riconoscere un Dio simile? Ma se Egli è veramente competente in tutte queste questioni e ci ha dato un ordinamento per la nostra vita, allora respingerlo significa dichiarare ribellione contro di Lui. Per questo, l’unica traduzione appropriata della parola inglese SECULARISM in bengalese non può essere altro che ribellione contro Dio. Nella vita reale, le conseguenze di questa dottrina sono estremamente gravi. Se si priva Dio o la religione di qualsiasi ambito o aspetto della vita, esso è destinato a cadere sotto l’influenza di Satana. Non esiste nulla che si possa chiamare vita privata dell’uomo. Dal momento stesso in cui un essere umano nasce dal grembo materno, inizia la sua vita sociale. Intorno a sé vede la madre, il padre, i fratelli e le sorelle, i nonni paterni e materni, gli zii materni, le zie materne e paterne e molti altri parenti. Quando gli occhi della ragione si aprono, egli viene a essere legato a una società, a un gruppo di parentela, a un quartiere, a una nazione e a un sistema culturale, economico e politico. Molte relazioni di questo tipo lo legano agli altri uomini e gli altri uomini a lui. Il benessere e la prosperità di ogni individuo e, nel complesso, di tutta l’umanità sono possibili soltanto quando tali relazioni sono corrette, armoniose e fondate sulla giustizia. A questo riguardo, soltanto Allah l’Altissimo è quell’Essere infinitamente sapiente che ha indicato all’uomo principi e limiti giusti e duraturi per queste relazioni. Se, respingendo la guida e l’orientamento di Allah l’Altissimo in qualsiasi ambito della vita, si agisce secondo la propria volontà e in modo indipendente, non rimane alcun posto per principi duraturi, per la giustizia o per l’onestà. Dopo essere stato privato della guida di Dio, l’uomo non ha altro cui ricorrere per essere guidato se non i propri desideri, le superstizioni, una conoscenza difettosa e incompleta e l’esperienza. Le conseguenze di ciò si possono osservare in ogni società governata secondo il principio dell’assenza di religione o del puro materialismo (SECULARISM). In tali luoghi si vede che, per soddisfare i desideri delle passioni, ogni giorno vengono formulati e abrogati nuovi principi. È evidente a tutto il mondo quanto ogni singolo aspetto e ambito delle relazioni umane sia contaminato dall’ingiustizia, dall’oppressione, dalla tirannia, dalla persecuzione e dalla reciproca sfiducia. In tutte le questioni umane è fortemente presente l’influenza dell’egoismo personale, di gruppo, nazionale e dinastico. Ogni nazione e ogni paese, nell’ambito della propria autorità, si è dato principi, leggi, norme e consuetudini per soddisfare i propri desideri con il massimo egoismo possibile. Non si preoccupano affatto delle conseguenze che ciò può avere sugli altri individui, gruppi e nazioni. Pertanto si può affermare senza esitazione che la conseguenza del secolarismo, cioè della ribellione contro Dio o del materialismo, è semplicemente questa: chiunque adotti, secondo questa dottrina, un simile metodo di condotta diventerà sfrenato, irresponsabile e schiavo delle passioni, sia egli un individuo, un gruppo, un paese, una nazione o l’insieme delle nazioni.
Dalla discussione precedente si è appreso che il secolarismo è nato in Europa nell’epoca del massimo declino dell’ebraismo e del cristianesimo e che ha espulso Dio e la religione da ogni ambito della vita umana, permettendo di seguire la religione soltanto entro i confini ristrettissimi della vita privata. In breve, il secolarismo consiste nel decidere ogni questione della vita umana ignorando la sovranità e la guida di Dio e nell’assumere come scopo della vita la vita terrena e il suo successo, invece del successo nell’Aldilà. Il «secolarismo», con questo significato e questa interpretazione, ha esteso i suoi tentacoli su tutto il mondo come un polipo. Sebbene ancora oggi nel mondo il numero delle persone che credono in Dio e nella religione sia il più elevato, questa religiosità è limitata all’ambito ristrettissimo della vita privata, separata dalla società; e anche entro tale ambito, la maggior parte di coloro che si dichiarano credenti nella religione non è devota alla religiosità. Sotto l’influenza dell’ambiente esterno, diventano gradualmente privi di fiducia nella religione e in Dio. In Europa e in America si osserva che le chiese e le sinagoghe vengono abbandonate. I giovani ebrei e cristiani si stanno orientando verso l’ateismo. Al di fuori dell’ambito ristrettissimo della vita privata, sul complesso della vita esercita il proprio dominio e la propria autorità il «secolarismo» al posto di Dio e, a voler dire le cose come stanno, sul mondo intero regna non la religione, ma il «secolarismo». Le altre dottrine che sono nate da esso, come il fascismo, il socialismo, il nazismo, il comunismo, il nazionalismo e altre già menzionate, condividono tutte, come valore universale, il fatto di essere fondate non sulla soddisfazione di Allah l’Altissimo, bensì sulle passioni umane. Tutte queste dottrine e questi sistemi non sono stati adottati sulla base della guida di Allah l’Altissimo; sono piuttosto il prodotto di una mentalità e di una visione ribelli a Dio. Pertanto si può affermare senza esitazione che «secolarismo» è semplicemente un altro nome per l’assenza di religione e la ribellione contro Dio.
Il «secolarismo» è stato definito un’arma micidiale della jahiliyya contro l’Islam perché persino la comunità musulmana, che professa la fede nel tawhid, nella risalat e nell’akhirah, ha adottato senza esitazione il «secolarismo» come dottrina determinante della propria vita sociale e statale. Questa dottrina nacque dalla ribellione dei moderni pensatori e degli scienziati contro il governo arbitrario e le superstizioni esercitati dai dotti cristiani in nome della religione. La Torah e l’Injil (Bibbia) sono talmente corrotti e alterati che in essi si può ritrovare soltanto una minima parte del messaggio originario rivelato da Dio. Inoltre, nella Bibbia non è stato enunciato alcun principio riguardante la politica, l’economia, l’amministrazione della giustizia, la guerra e la pace, e così via. Di conseguenza, nel governare il paese e nello svolgere tutte le attività politiche ed economiche non era possibile adottare una politica equilibrata e giusta. I dotti religiosi, cioè i sacerdoti, avevano instaurato, per il proprio interesse e in nome della religione, un governo irreligioso e oppressivo, come reazione al quale nacque il «secolarismo». Ma la situazione dei musulmani è completamente diversa. Dinanzi a loro c’erano, e ci sono tuttora, il Corano e la Sunna. Dinanzi a loro vi è anche l’esempio di uno Stato islamico del benessere senza precedenti, esistito per quasi mezzo secolo in forma inalterata. Nonostante ciò, il fatto che abbiano respinto la sovranità di Allah, cioè la Sua signoria e autorità in ogni ambito della vita, e abbiano piegato il capo davanti alle dottrine e alle leggi create dagli uomini, deve essere considerato una grande vittoria della jahiliyya.
È tuttavia vero che, dopo essere stati estromessi dal potere politico a causa del loro declino morale, quando i musulmani conducono una vita di schiavitù, le idee, la visione della vita e i valori della potenza vittoriosa esercitano su di loro la propria influenza. Alla fine diventano tali schiavi mentali della potenza vittoriosa da cominciare a pensare a ogni cosa con la loro mente e a vedere ogni cosa con i loro occhi.
Il secolarismo sotto il dominio coloniale europeo
Nella parte orientale del subcontinente, cioè nel Bengala, nel Bihar e nell’Orissa, il dominio coloniale degli inglesi ebbe inizio nel 1757. Attraverso astuzia, inganno, corruzione e tradimento, Siraj ud-Daulah, il sovrano indipendente del Bengala, del Bihar e dell’Orissa, fu sconfitto e ucciso senza combattere; così il dominio inglese venne instaurato in questa regione e, nel secolo successivo, nell’intero subcontinente. Prima del dominio inglese, in tutto il subcontinente era in vigore da diversi secoli il dominio musulmano. Va ricordato che, durante il dominio musulmano, in tutto il paese era stata applicata la legge islamica e tra tutti i popoli e gli appartenenti alle diverse religioni era stata instaurata una giustizia completa. Dopo aver deposto i musulmani dal potere, gli inglesi assunsero il governo e in seguito abrogarono la legge islamica vigente nel paese, sostituendola con leggi create dagli uomini.
Il dominio musulmano giunse al termine proprio a causa dell’estremo declino morale, della vita dedita ai piaceri e dell’irresponsabilità dei governanti musulmani. Tuttavia, i musulmani non poterono accettare il dominio degli stranieri e degli infedeli per due ragioni. Primo: essendo stati la nazione governante, dovettero portare le catene della sottomissione, cioè della schiavitù, cosa per loro assolutamente vergognosa e intollerabile. Secondo: al posto della legge islamica fu imposta loro una legge umana, priva di Dio, cioè secolare. Ciò era contrario alla loro fede e alla loro ‘aqidah.
Secondo le credenze fondamentali dell’Islam, Allah non è soltanto il Creatore dell’universo e dell’umanità, ma è anche il Sostentatore, il Custode, il Signore, il Re e il Legislatore di tutti gli esseri viventi. Nella sura «An-Nas» del Corano Allah viene definito il Re dell’umanità e viene ordinato di cercare rifugio presso di Lui. Allah è il Re dell’umanità e gli uomini sono i Suoi sudditi. Da parte del Re devono necessariamente essere stabilite per i sudditi le leggi e le norme necessarie, che i sudditi sono tenuti a osservare. Altrimenti devono necessariamente essere meritevoli di punizione per il crimine di aver violato la legge.
Per i musulmani di questo subcontinente si pose in modo evidente la questione di come si potessero accettare leggi create dagli uomini al posto della legge di Allah. Coloro che, abrogando il governo della legge di Allah, vogliono rendere effettivo nella società umana il proprio governo della legge sono forze false che pretendono la divinità; nel linguaggio del Corano sono chiamate «taghut». Bisogna credere in Allah rifiutando il comando, il governo, la signoria e l’autorità del taghut. Allo stesso modo, obbedire contemporaneamente ad Allah e al taghut è irragionevole e contrario alle credenze fondamentali dell’Islam. È certamente vero che, durante i quasi duecento anni del loro dominio nel subcontinente, il governo britannico non impedì ai musulmani di compiere atti religiosi come la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio e la zakat. La loro posizione era che ciascuno avrebbe goduto della piena libertà di praticare la propria religione. Tuttavia, la religione non avrebbe esercitato alcuna autorità sulle leggi e sulle norme del paese, sull’amministrazione della giustizia, sulla politica, sull’economia, sulla civiltà e cultura, sull’istruzione e così via. Nella terminologia moderna ciò viene chiamato «secolarismo». In questo modo, al di fuori della vita individuale, si negano completamente in ogni ambito della vita le leggi di Allah e la Sua signoria e autorità. Come si può definire tutto ciò se non estrema ribellione contro Dio?
I musulmani non poterono accettare questa dottrina e questo sistema sociale contrari all’Islam; perciò Sayyid Ahmad Shahid Barelvi (r.) avviò un autentico movimento islamico chiamato «Tah rik-i Mujahidin». Migliaia di musulmani da tutte le regioni del subcontinente aderirono spontaneamente a questo movimento. In seguito condussero una lotta armata sulla via di Allah e fondarono persino un autentico Stato islamico. Sebbene, per varie ragioni, esso non abbia potuto durare, i veri servi di Allah adempirono il loro dovere di fede abbattendo il governo della legge taghutica e instaurando, anche se per breve tempo, il governo della legge di Allah.
Bisogna dire che è una grande impresa della jahiliyya, ossia di Satana, essere riuscita a influenzare e a incitare nel suo complesso la nazione musulmana verso questa filosofia ribelle a Dio (il secolarismo). Coloro che non credono nell’esistenza di Dio, oppure credono nell’esistenza di tre dèi o di molti dèi, non hanno alcuna difficoltà ad accettare questa filosofia. Nelle religioni diverse dall’Islam non è stato proclamato, da parte della loro religione, alcun ordinamento per la vita. Al di fuori di alcune forme di culto e cerimonie religiose, non è stata fornita alcuna guida riguardo ai diversi aspetti e ambiti della vita. Persino nel Libro celeste, il Vangelo, non viene detto nulla sull’organizzazione della società e dello Stato. Nell’ultimo Libro rivelato da Allah, il Sublime Corano, è stato dato un ordinamento completo per l’intera vita dell’essere umano. Ogni questione, in qualunque ambito della vita, deve essere giudicata e risolta secondo le leggi e le norme rivelate da Allah. Coloro che non lo fanno sono definiti con parole chiare kafir, zalim e fasiq. Eppure persone e gruppi conosciuti come musulmani continuano a violare senza esitazione questa chiara direttiva. Quale altra ragione potrebbe esserci, se non che questi sventurati musulmani vivono sotto il dominio politico delle forze ostili all’Islam e hanno accettato l’istruzione da esse istituita? Ciò non è altro che la loro estrema inferiorità e schiavitù mentale.
È motivo di profondo rammarico che, tra i Paesi del mondo musulmano, la Turchia sia stata la prima ad adottare il secolarismo come fondamento della ricostruzione della società, dello Stato e della civiltà e cultura. L’architetto di questo Stato e sistema sociale ribelle a Dio fu Mustafa Kemal Pascià.
Kemal Pascià nacque nel 1881, in una capanna fatiscente di Salonicco. Suo padre, Ali Rıza, lavorava come impiegato in un ufficio governativo. Incapace di sopportare le privazioni della povertà, lasciò il lavoro e avviò un’attività commerciale nella speranza di cambiare la propria sorte. Tuttavia non riuscì a fare alcun progresso negli affari; anzi, si trovò esposto a una povertà sempre maggiore. Alla fine, la profonda disperazione riguardo alla vita lo rese dipendente dagli stupefacenti e morì di tubercolosi. Sua moglie, cioè la madre di Mustafa Kemal, era una musulmana assai timorata di Dio e osservava il purdah. Desiderava fare di suo figlio un dotto religioso. Ma fin dall’infanzia Kemal ebbe un carattere ribelle e sregolato. Era solito insultare e umiliare pubblicamente gli insegnanti. Di conseguenza non riuscì a studiare a scuola. In seguito suo zio lo iscrisse a una scuola militare. Così ebbe l’opportunità di entrare nelle forze armate.
Fin dall’infanzia Kemal Pascià provava una totale avversione per l’Islam e per i suoi riti e pratiche religiose. In queste questioni non si limitava a respingere i consigli e le esortazioni di sua madre, ma si comportava anche in modo molto rude con lei. In lui prese gradualmente forma l’incredulità verso Dio, la rivelazione, la profezia, l’Aldilà e simili; giunto alla maturità, si manifestò come ateo.
La Prima guerra mondiale
Nella Prima guerra mondiale, la Turchia, il «malato d’Europa» (The Sick Man of Europe), combatté a fianco della Germania contro gli inglesi. Fino ad allora l’Impero ottomano di Turchia era considerato il custode del califfato. Con l’obiettivo di infliggere un colpo decisivo all’avversario e di frantumare l’unità musulmana, gli inglesi inviarono nei Paesi arabi Lawrence d’Arabia come propagandista del nazionalismo arabo. Lo sceriffo Hussein Hashemi, allora governatore della Mecca, fu talmente influenzato dalla propaganda di questo nazionalismo che, verso la metà del 1915, impugnò le armi contro i musulmani in nome dell’indipendenza nazionale araba e pugnalò la Turchia alle spalle. Nella Prima guerra mondiale gli inglesi, ossia le forze alleate (Allied Force), riportarono la vittoria. Già all’inizio della guerra avevano previsto, mediante un accordo segreto, la spartizione dell’Impero ottomano tra loro. Nel 1919, al termine della guerra, l’Impero turco fu fatto a pezzi. La parte europea sfuggì al suo controllo. In seguito al veleno del nazionalismo arabo, i Paesi arabi si separarono dall’Impero turco, ma furono distribuiti tra Inghilterra, Francia e Grecia. Alla fine l’Impero ottomano rimase limitato all’antica Anatolia (Istanbul). Nel maggio del 1919, nella capitale ottomana rimase soltanto l’esistenza nominale del sultano. Ma anche qui la sua indipendenza era in pericolo.
Nel frattempo, i dirigenti musulmani dell’India britannica, e cioè del subcontinente, avevano instillato nei musulmani la convinzione che il Califfato dei musulmani e il sistema del califfato fossero parte integrante della loro autentica fede. In seguito alla caduta dell’Impero ottomano e alla vista del suo smembramento, nei musulmani del subcontinente sorse il timore che gli inglesi potessero distruggere proprio il centro del califfato, che essi consideravano il loro centro religioso e spirituale.
In seguito, i dirigenti musulmani incontrarono il viceré dell’India ed espressero il loro punto di vista. L’incontro non fu soddisfacente. Successivamente, una delegazione guidata da dirigenti quali Maulana Muhammad Ali Jauhar e Maulana Sayyid Sulayman Nadwi si recò a Londra, incontrò le autorità britanniche e presentò le proprie richieste. In risposta fu detto loro che, ad eccezione del territorio della Turchia propriamente detta, non sarebbe stato possibile assegnare loro gli altri territori.
A causa di questo atteggiamento anti-musulmano del governo britannico, i musulmani del subcontinente si indignarono profondamente e in India ebbe inizio un possente movimento per il mantenimento dell’esistenza del Califfato. Il 10 agosto di quell’anno (1919) fu celebrata in tutto il subcontinente la Giornata del Califfato. Da quel momento iniziarono a essere organizzati scioperi in vari luoghi. In breve, nel subcontinente ebbe inizio una violenta esplosione contro i britannici. Nel giro di un mese, circa ventimila musulmani si presentarono volontariamente per essere incarcerati. Il movimento proseguì fino al 1922. Ma, cosa assai deplorevole, un movimento così imponente e tutte le proteste e le esplosioni di opposizione ai britannici si conclusero con un fallimento.
Ciò fu possibile perché Kemal Pascià, approfittando dell’ispirazione al jihad dei musulmani turchi, condusse la guerra con straordinario coraggio e accortezza, riconquistando agli inglesi numerosi territori. Unificò i turchi e riuscì a restituire loro la dignità e la gloria perdute. Dopo essere divenuto così detentore di un potere assoluto, nel novembre 1922 Kemal Pascià depose il sultano Muhammad Hashim del Califfato ottomano e, nel marzo 1924, espulse dal Paese il sultano fantoccio Abdul Majid, ultimo sultano, abolendo il Califfato.
Subito dopo aver assunto il potere, Kemal Pascià dichiarò che avrebbe cancellato ogni traccia dell’Islam dalla vita della nazione turca. Soltanto eliminando l’autorità dell’Islam i turchi avrebbero potuto progredire e trasformarsi in una rispettata nazione moderna. In questo modo continuò a pronunciare in pubblico, una dopo l’altra, arringhe contro l’Islam e contro tutti i suoi aspetti.
Il 3 marzo 1924 presentò all’Assemblea un disegno di legge per fondare una nazione turca completamente “secolare”. Dichiarò che la religione e lo Stato dovevano essere separati. La Repubblica turca doveva essere trasformata, a tutti gli effetti, in uno Stato secolare.
Dichiarò l’opposizione al disegno di legge un crimine gravissimo e mise tutti in guardia dalle sue terribili conseguenze. In seguito, il disegno di legge fu approvato senza alcun dibattito.
Il significato intrinseco del termine “secolare”, ossia l’assenza di religione o la ribellione contro Dio, è dimostrato dalle attività dello Stato. Sul modello della civiltà occidentale materialista e priva di Dio, il cibo e le bevande, l’abbigliamento, i comportamenti, le danze e i canti osceni, il consumo di alcol e le altre culture contrarie all’Islam furono proclamati simboli nazionali della Turchia. L’istruzione islamica fu eliminata dagli istituti educativi islamici. Di conseguenza, numerose madrase e scuole coraniche andarono distrutte. L’antico alfabeto della lingua propria della Turchia fu sostituito e venne introdotto l’alfabeto romano. Fu vietato proclamare l’adhan in arabo. Improvvisamente, soltanto con la forza del potere, una nazione musulmana fu trasformata in una nazione ostile all’Islam.
Dopo qualche tempo, una delegazione turca arrivò a Delhi. I suoi membri erano orgogliosi di presentarsi ripetutamente come appartenenti a una nazione europea. I musulmani di Delhi li invitarono a recitare la preghiera del venerdì nella moschea Jama Masjid di Delhi. Essi però rifiutarono l’invito. Rifiutarono anche l’invito dell’Università musulmana di Aligarh. Eppure, pur non avendo in precedenza alcun programma in tal senso, visitarono con piacere l’Università indù di Benares. In altre parole, non erano disposti a presentarsi come musulmani. Questo è il risultato concreto del secolarismo.
I portabandiera del secolarismo sostengono che il secolarismo non è contrario alla religione, ma considera la religione separata dallo Stato. È soltanto un inganno seducente. L’artefice del secolarismo turco non nutriva alcuna fede nella religione e desiderava eliminare l’Islam. Diceva che l’Islam era una cosa morta, praticata da un arabo privo di principi teologici. Non vi è dubbio che con ciò alludesse al Profeta Muhammad (pace e benedizione su di lui).
Egli aggiunge: forse questo era adatto alle tribù del deserto. Per l’attuale Stato moderno e progressista non ha molto valore. La rivelazione di Dio? Ma non esiste alcun Dio! Queste sono catene con cui i mullah e i governanti corrotti costringono il popolo a vivere a capo chino.
Chi non crede in Dio e nella religione ha un carattere dello stesso genere. È estremamente dispotico, crudele, privo di scrupoli e vanaglorioso. Anche Kemal Pascià era fatto così. Sposò una bella donna istruita di nome Latifa. La incoraggiò a indossare abiti maschili e a rivendicare l’assoluta parità delle donne. Ma quando, dotata di amor proprio, ella pretese di essere trattata come una moglie rispettabile, Kemal, adirato, divorziò da lei. Dopo il divorzio, la sua spudoratezza oltrepassò ogni limite. Cominciò a bere così tanto da diventare un bevitore incallito e spesso era quasi completamente ubriaco. I giovani belli divennero l’oggetto delle sue brame sessuali. Il suo comportamento verso le mogli e le figlie dei suoi sostenitori politici divenne talmente indecente che questi cercavano di tenere le loro donne il più possibile lontane da lui. La sua salute crollò a causa delle malattie veneree.
Non si fidava di nessuno. Non prestava ascolto ad alcuna opinione contraria alla propria. Valutava ogni cosa secondo il criterio del proprio interesse personale.
Nessun governante dispotico può tollerare in alcun modo un rivale. Anche Kemal Pascià non lasciò sfuggire nessuna occasione per eliminare i suoi avversari politici. Fu istituito un tribunale dispotico per giudicarli. Furono condannati a morte senza alcuna procedura giudiziaria né prova o testimonianza.
Il popolo turco non poté accettare la campagna di riforme ant islamiche di Kemal. Le proteste cominciarono a prendere forma. Nel 1926, le tribù curde delle regioni montuose proclamarono apertamente la ribellione contro l’amministrazione di Kemal. Kemal Pascià iniziò una brutale persecuzione nel Kurdistan turco. Diede alle fiamme villaggio dopo villaggio. Distrusse il bestiame domestico e i campi coltivati. Donne e bambini furono violentati e uccisi in massa. Numerosi capi curdi furono impiccati pubblicamente. Tra grida, gemiti e lamenti funebri, Kemal consolidò il suo regime dispotico e secolare, ostile all’Islam.
Ma non fu possibile sradicare l’Islam dalla Turchia. È iniziato il declino del kemalismo ed è iniziata la rinascita dell’Islam: tra i giovani, negli istituti d’istruzione, nelle caserme. Il kemalismo, arma della jahiliyya, è ormai in declino. Non ha più la forza di impedire la rinascita dell’Islam.
L’influenza e il prestigio della filosofia di vita elaborata sulla base del «secolarismo», dei criteri stabiliti per distinguere il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, il profitto dalla perdita, la vittoria dalla sconfitta e il peccato dalla virtù, e del palazzo della civiltà e della cultura costruito su tali basi, si diffusero gradualmente in tutto il mondo. Attraverso i progressi della scienza e della tecnologia, questa nuova civiltà suscitò nelle menti degli uomini stupore e attrazione. Le nuove idee di pensatori eruditi come Francis Bacon, Voltaire, Darwin, Hegel, Karl Marx e Freud trasformarono questa civiltà e cultura in una portabandiera dell’ateismo e del materialismo. I Paesi musulmani, uno dopo l’altro, chinarono il capo davanti a questa civiltà, alla sua cultura e al suo dominio politico. La vita di sottomissione produsse in loro un cambiamento mentale. Persero il credo islamico, i valori morali, nonché il coraggio indomabile, la grande forza d’animo e il valore guerriero derivanti dalla fede nel tawhid. Il sistema educativo secolare, cioè privo di Dio, imposto dalla civiltà vincitrice li rese completamente lontani da Dio. Rimasero musulmani solo di nome, ma nei loro cuori non rimase alcun senso di dover rendere conto a Dio nell’aldilà.
Ma la condizione dell’intera società musulmana non era uniforme. Tra la gente comune, la maggioranza era costituita da persone che, sebbene avessero subito una certa deformazione, conservavano in sé la coscienza islamica e la vitalità spirituale. Tuttavia, non erano unite e vi era anche una grave carenza di persone capaci di guidarle sulla retta via. Gli ulema fecero quanto era in loro potere per mantenere vivo l’Islam: conservarono, di propria iniziativa, madrase e maktab, darul ulum per l’istruzione islamica, e mantennero vivo lo studio del Corano e degli hadith. In vari luoghi furono inoltre istituiti khanqah per l’insegnamento dell’‘ilm al-tasawwuf. Ma con tutto ciò non riuscirono a fermare l’avanzata della jahiliyya. La jahiliyya aveva instaurato la sua autorità e il suo dominio assoluti in ogni ambito della vita umana: dagli istituti d’istruzione all’amministrazione statale e ai tribunali; dai diversi mezzi d’informazione alle comunicazioni e alle relazioni internazionali; nell’alimentazione e nello stile di vita, nello sport, negli svaghi e nell’ospitalità, nei matrimoni, nelle varie cerimonie e festività. I governi taghutici continuavano a formare, attraverso il sistema educativo da loro introdotto, persone che li avrebbero aiutati nell’amministrazione e alle quali, quando fosse giunto il momento, sarebbe stato affidato il governo del Paese. Queste persone, prive di conoscenza islamica e di carattere morale, continuavano a imitare ciecamente i loro padroni occidentali per compiacerli. Avevano congedato l’Islam dal loro cuore, perché credevano che l’Islam fosse un enorme ostacolo sulla via dello sviluppo e del progresso della nazione musulmana.
A questi uomini deformati e traviati, figli spirituali della civiltà e della cultura occidentali, il governo britannico fece a suo tempo una lieta promessa. Lord Cromer, nel libro da lui scritto, «Storia dell’Egitto moderno», parlando come portavoce del governo britannico, disse:
L’Inghilterra è pronta a concedere in definitiva la libertà politica a tutti i suoi possedimenti coloniali non appena una generazione di intellettuali e politici, permeati attraverso l’educazione inglese dei nostri ideali e della nostra cultura, sarà pronta ad assumere il potere. Ma non tollereremo per un solo istante l’instaurazione di uno Stato islamico indipendente in qualsiasi parte del mondo.
In altre parole, l’Inghilterra è pronta a concedere la piena indipendenza politica ai Paesi sottoposti al suo dominio coloniale non appena una generazione di politici e intellettuali, ispirata attraverso l’educazione inglese ai nostri ideali e alla nostra cultura, sarà pronta ad assumere il potere. Ma non tollereremo per un solo istante l’instaurazione di uno Stato islamico indipendente in qualsiasi parte del mondo.
Lord Cromer non espresse soltanto il pensiero dei governanti britannici: quello era il pensiero di tutte le potenze imperialiste europee. Vediamo infatti che, quando dopo la Seconda guerra mondiale iniziarono i movimenti per l’indipendenza nei Paesi musulmani, le masse musulmane, animate dall’ispirazione del jihad islamico, si gettarono nella lotta per la libertà. Ma ovunque si osserva lo stesso scenario. Dopo aver ottenuto l’indipendenza, una particolare cerchia, seguace cieca della civiltà occidentale, prende il potere e, cancellando le speranze e le aspirazioni dei musulmani, instaura il governo del taghut invece del governo islamico. In questo modo la jahiliyya consegue la vittoria. La stessa situazione si osserva in quasi ogni Paese musulmano divenuto recentemente indipendente.
Nel subcontinente il movimento per l’indipendenza ebbe inizio subito dopo la Prima guerra mondiale. Negli anni Trenta questo movimento si intensificò. Sebbene le due nazioni distinte, indù e musulmana, vivessero fianco a fianco nel subcontinente da diversi secoli, entrambe avevano conservato intatta la propria identità e peculiarità nazionale. Gli indù costituivano la nazione maggioritaria del Paese. Essi avanzavano la tesi del nazionalismo territoriale, sostenendo che in questo Paese tutti, indipendentemente da nazione e religione, formassero un’unica nazione e che qui non esistesse alcuna nazione distinta chiamata «musulmana». Questa pretesa era ridicola, irrealistica e contraria alla verità.
A nome dei cento milioni di musulmani del subcontinente, fu respinta la pretesa degli indù e fu dichiarato: i musulmani costituiscono, sulla base delle loro convinzioni religiose, una nazione completamente distinta. Musulmani e non musulmani non sono mai stati un’unica nazione e non potranno mai diventarlo.
La richiesta dell’organizzazione politica degli indù, il Congresso nazionale indiano, era l’istituzione in questo territorio di uno Stato secolare fondato sull’unità nazionale.
La richiesta dei musulmani era questa: poiché i musulmani costituiscono una nazione distinta e, secondo le esigenze della loro fede e del loro credo, deve essere instaurato il pieno governo dell’Islam, cioè del Corano, è quindi assolutamente necessaria una patria separata per i musulmani, destinata a questo governo islamico. Nei territori a maggioranza musulmana del subcontinente sarebbe sorto uno Stato separato dei musulmani, il cui nome sarebbe stato Pakistan.
Dopo quasi otto anni di intenso movimento e lotta, il 14 agosto 1947 nacque uno Stato separato per i musulmani, chiamato Pakistan. Milioni di persone del subcontinente sacrificarono senza esitazione la propria vita per il Pakistan e per l’instaurazione in esso del governo islamico. La terra fu tinta del sangue fresco di milioni di donne e bambini; dopo il 14 agosto, milioni di persone attraversarono un fiume di sangue e misero piede sul suolo del Pakistan appena nato.
Il cuore di tutti era colmo di speranza: stava per essere instaurato lo Stato islamico tanto a lungo desiderato. Ogni ingiustizia, oppressione, grido e lamento sarebbe stato riscattato. Sarebbe stata instaurata una società di verità perfetta e giustizia. I muri della disuguaglianza e della divisione tra gli esseri umani sarebbero stati abbattuti e ridotti in frantumi; il saccheggio, lo sfruttamento e la privazione sarebbero cessati. Sotto la legge del Corano e della Sunna sarebbe sorta nuovamente sulla terra una società paradisiaca.
Ma accadde il contrario. Le parole dei Lord Cromer si rifletterono alla lettera. Innanzitutto, non era stata preparata alcuna persona per amministrare uno Stato islamico, né esisteva alcun piano in tal senso. Molti nutrivano la gravissima e falsa convinzione che, per governare uno Stato islamico, fosse sufficiente essere musulmani. Non era necessaria alcun’altra caratteristica. Questa concezione si è dimostrata completamente errata.
La ragione è che il sistema educativo introdotto dagli inglesi nel subcontinente aveva spinto i musulmani in una direzione completamente opposta ai precetti eterni dell’Islam. Una nazione la cui politica educativa consiste nel lasciarsi trasportare dalla corrente del conformismo non può mai avere una spina dorsale morale salda. L’Islam ci insegna proprio questo: qualunque sia la direzione e qualunque sia il verso della corrente, in ogni circostanza dobbiamo procedere con fermezza soltanto lungo il cammino stabilito da Allah. Anche dopo aver conquistato l’autorità su uno Stato indipendente, i dirigenti formati sotto un sistema educativo secolare o irreligioso non possono in alcun modo governarlo secondo gli ideali dell’Islam. Infatti, non era stato predisposto alcun sistema per formare persone dotate della mentalità e della forza di carattere necessarie ad amministrare, in uno Stato islamico, la polizia, i tribunali, l’esercito, i dipartimenti amministrativi ed educativi, l’economia e la politica estera. È vero che il tipo di istruzione impartito nell’ambito del sistema educativo vigente poteva fornire, per uno Stato non islamico o taghūtico, responsabili a tutti i livelli, dal capo dello Stato in giù. Ma non può formare neppure un inserviente per uno Stato islamico, né un semplice agente del dipartimento di polizia islamico.
È deplorevole che nel subcontinente esistessero numerose madrase, dār al-ʿulūm e istituzioni simili. Tuttavia, nell’epoca moderna, il nostro antico sistema educativo delle madrase non è riuscito a formare neppure una persona del tipo richiesto da uno Stato islamico: giudici, segretari dei vari dipartimenti e ambasciatori. In tali circostanze, si dimostrò quanto fosse errata la concezione di coloro che pensavano che l’instaurazione dello Stato islamico sarebbe avvenuta automaticamente non appena il potere statale fosse passato nelle mani di persone chiamate “musulmane”.
Dalle scuole, dai college e dalle università del subcontinente non era stata formata alcuna persona con l’obiettivo di amministrare il governo islamico, e neppure le madrase e i dār al-ʿulūm avevano svolto questo compito. Di conseguenza, la responsabilità di governare il Paese finì nelle mani delle persone formate dai Lord Cromer. Con tutte le loro forze, esse sbarrarono ogni via all’ingresso dell’Islam nel Pakistan creato in nome dell’Islam.
Il signor Altaf Gauhar ha fornito un’eloquente descrizione di come, dopo la nascita del Pakistan, il governo del Paese sia finito nelle mani di persone locali che si definivano musulmane, ma erano state formate dagli inglesi. Egli entrò al servizio pubblico già durante il periodo britannico e in seguito ricoprì incarichi di grande importanza nel governo pakistano fino agli anni Sessanta. Egli dice:
I britannici avevano insegnato alla nostra classe dirigente l’abilità di tutelare gli interessi coloniali e di gestire istituzioni di tipo particolare. I dirigenti locali (burocrati) erano giunti a ritenere che la propria esistenza fosse legata a quella delle istituzioni dei governanti precedenti. L’indipendenza li aveva elevati dalla posizione di predominio indiretto a quella di governanti diretti. Secondo loro, non poteva esistere, per tutelare gli interessi del Paese, alcun sistema migliore delle istituzioni e del sistema precedenti (il sistema di governo britannico).
Altaf Gauhar aggiunge: allora erano proprio gli inglesi a essere i giudici e i magistrati dei nostri tribunali. Si consideri l’ossessione per l’imitazione cieca dei nostri nuovi governanti: sebbene nelle famiglie di quei giudici non avessero alcuna occasione di sposarsi né di partecipare a cerimonie funebri, essi seguivano ciecamente i loro usi e costumi, così come quelli degli anglosassoni (Anglo-saxsons). Allo stesso modo, non erano disposti ad allontanarsi neppure di un centimetro dal sistema di governo e dall’ordinamento economico instaurati dagli inglesi.
Il popolo aveva sacrificato volentieri tutto ciò che possedeva per ottenere il Pakistan, affinché potesse attuare il proprio credo e il proprio modo di vivere nella propria patria. Ma rimase turbato, profondamente ferito e deluso. Il suo morale crollò completamente quando vide che il Pakistan era diventato soltanto un altro nome per la continuazione del dominio inglese.
Dalle parole di Lord Cromer abbiamo appreso che l’Inghilterra, cioè la jahiliyya, non avrebbe tollerato neppure per un istante uno Stato islamico indipendente in alcun luogo del mondo. Tutte le forze anti-islamiche del mondo sono contrarie al governo islamico, e contrari al governo islamico erano anche coloro che salirono al potere nel nuovo Pakistan. Tuttavia, il popolo e gli ulema del Paese continuarono a battersi per l’elaborazione di una costituzione islamica e per il governo islamico. A guidare questo movimento fu la Jama’at-e Islami del Pakistan, fondata dal Maulana Sayyid Abul A’la Mawdudi. Questa Jama’at fu costituita nel 1941. In quel periodo, in tutta l’Asia e l’Europa, infuriava la devastazione della Seconda guerra mondiale. Nel subcontinente, da una parte il Congresso Nazionale Indiano conduceva una lotta per assumere il potere dagli inglesi e costituire, sulla base dell’unità nazionale, uno Stato secolare; dall’altra, i musulmani lottavano per individuare una patria separata per loro e istituirvi il governo divino, o uno Stato islamico. In un simile momento, molti si chiedevano quale fosse la necessità di costituire un partito chiamato Jama’at-e Islami. Per ottenere la risposta corretta a questa domanda, bisogna comprendere correttamente il movimento per il Pakistan, che mirava a istituire il governo divino, o uno Stato islamico.
L’intera struttura del governo divino, ossia dello Stato islamico, è fondata sulla sovranità e sull’autorità di Allah l’Altissimo. L’unico Creatore, Signore e Re-Legislatore dell’universo è Allah l’Altissimo. Questo è il concetto fondamentale della politica islamica. Nessun individuo, famiglia, gruppo o nazione ha il diritto di esercitare sovranità o dominio sugli esseri umani. Poiché tutta la creazione appartiene ad Allah l’Altissimo, solo Lui ha il diritto di governarla e comandarla. L’uomo agirà invece come Suo khalifa, o rappresentante. L’uomo deve ricordare sempre che la responsabilità del califfato, o della rappresentanza di Allah, che gli è stata affidata non gli è stata data affinché diventi signore degli altri uomini, li riduca in schiavitù, si atteggi a loro padrone e soddisfi i propri desideri e impulsi bestiali. Al contrario, la responsabilità del califfato gli è stata affidata proprio affinché tutti insieme applichino la legge di Allah sui servi di Allah. Essi stessi dovranno osservarla pienamente. In loro resterà inoltre sempre vivo il convincimento che, se trascureranno o applicheranno con negligenza la legge di Allah sugli altri, oppure commetteranno anche il minimo atto di egoismo, arbitrio, odio, ostilità, parzialità o tradimento, benché nella vita terrena non siano giudicati per questo, nell’Aldilà saranno certamente puniti davanti al tribunale di Allah.
Il sistema statale fondato sugli ideali, sulle convinzioni e sulla concezione sopra esposti è chiamato Stato islamico, e ogni suo settore, dalle fondamenta fino ai rami più lontani, è completamente diverso da quello di uno Stato privo di religione (Secular State). Non può essere paragonato ad alcun altro sistema statale. Il suo esercito, la polizia, i tribunali, la politica, l’economia, le politiche e le attività relative alla guerra e alla pace, e tutto il resto, sono completamente diversi da quelli di uno Stato secolare. La persona più alta in grado di uno Stato secolare non sarebbe nemmeno degna di ricoprire il più modesto incarico in uno Stato islamico. Per ogni settore e ogni incarico dello Stato islamico sono necessarie persone disinteressate, prive di brama per la ricchezza e di desiderio di lusso e piaceri. Dovranno essere estremamente fedeli e degne di fiducia. Svolgeranno ogni compito con pieno senso di responsabilità. Anche se entrassero in possesso di immensi tesori, non si approprierebbero indebitamente neppure di una moneta. Nel loro cuore resterà sempre vivo il sentimento che dovranno rendere conto davanti ad Allah nell’Aldilà del fatto di aver assolto ai propri doveri correttamente e con onestà. Nessuna concezione della jahiliyya potrà occupare la loro mente e il loro cuore.
Ma è stato forse preparato un simile corpo di operatori per lo Stato islamico proposto o auspicato, oppure esiste un piano per prepararlo?
Prima della costituzione della Jama’at-e Islami, il suo fondatore, il Maulana Sayyid Abul A’la Mawdudi, descrisse la tragica condizione morale e religiosa della società musulmana e disse:
«In questa società sono presenti persone di ogni genere, buone e cattive. Dal punto di vista del carattere, nella nazione che si definisce musulmana esistono esattamente gli stessi tipi di persone che si trovano tra le nazioni non musulmane del mondo. Nel rendere falsa testimonianza in tribunale, un musulmano non è affatto meno capace di un non musulmano. Per quanto riguarda interesse, tangenti, furti, rapine, adulterio, menzogna, inganno e ogni altro tipo di crimine, i musulmani non ne commettono neppure un po’ meno dei non musulmani. I musulmani non esitano ad adottare gli stessi stratagemmi cui ricorrono i miscredenti per ottenere vantaggi personali e guadagnare denaro. L’avvocato musulmano difende consapevolmente in tribunale una causa contro la verità dei fatti. Nel momento in cui un non musulmano dimentica Allah, altrettanto lo dimentica un avvocato musulmano. …Se si radunasse una grande folla composta da persone di opinioni e nature diverse appartenenti a una nazione il cui stato morale è tanto vile e decaduto, e se se ne formasse un esercito, oppure se attraverso l’educazione e la formazione politica le si rendesse più astuta delle volpi, o se, addestrandola nell’arte della guerra, si suscitasse in essa la ferocia delle tigri, forse diventerebbe facile dominare il mondo della giungla. Ma con il suo aiuto non sarebbe in alcun modo possibile instaurare il governo islamico. Infatti, in tali condizioni, nessuno riconoscerebbe la loro superiorità morale e nessuno abbasserebbe rispettosamente lo sguardo davanti a loro. Vedendoli, nessuno proverebbe nel cuore l’emozione e l’ispirazione dell’Islam; e proprio per questo non avrebbero mai la fortuna di assistere allo spettacolo incantevole di uomini di tutto il mondo che entrano a schiere nei confini dell’Islam.»
Il Maulana prosegue: «Affidando il potere statale a persone di questo genere, anche dopo aver ottenuto uno Stato indipendente saremo costretti a vivere esattamente nella stessa condizione in cui vivevamo prima dell’indipendenza, sotto il dominio di uno Stato non musulmano. Anzi, potrebbe emergere una situazione ancora peggiore e più pericolosa. Infatti, uno Stato recante l’etichetta di “Stato islamico” sarà più audace e intrepido di uno Stato non musulmano nel bloccare la via della rivoluzione islamica. Persino nei casi in cui uno Stato non musulmano infliggerebbe una pena detentiva per determinati reati, questo “Stato nazionale musulmano” infliggerà la pena capitale o l’esilio.»
Si è visto che queste profezie del perspicace e lungimirante Maulana si sono riflesse alla lettera in Pakistan. Dal 1947 fino a oggi, laggiù continua lo scontro violento tra l’Islam e la jahiliyyah. L’Islam non è ancora riuscito ad affermarsi come forza vittoriosa.
Ora si può trovare molto facilmente la risposta alla domanda sul perché sia stata fondata la Jamaat-e Islami. Grazie al movimento si sarebbe forse potuto ottenere un Paese chiamato Pakistan. Per salvare quel Paese dal diventare una seconda Turchia e per proteggere i quaranta-cinquanta milioni di musulmani rimasti inevitabilmente in India dopo la divisione del Paese, era indispensabile fondare una Jamaat islamica, salda e idealista. Il gruppo fu fondato a questo scopo e, dal 1941 al 1947, distogliendosi da ogni altra forma di attività, si dedicò tranquillamente all’addestramento dei propri militanti, affinché potessero affrontare tutte le attività ostili all’Islam e lottare con tutte le proprie forze per trasformare il Pakistan desiderato in un autentico Stato islamico.
La storia degli ultimi decenni del Pakistan testimonia che la Jamaat-e Islami ha lottato, fin dalla nascita del Pakistan fino a oggi, proprio per lo scopo per cui era stata fondata, e continua tuttora a farlo.
Dopo la nascita dello Stato del Pakistan, la jahiliyyah cominciò a manifestarsi in tutta la sua forma e con tutte le sue sembianze. Il lavoro per il quale la Jamaat si era addestrata nei sette anni precedenti, ma che non aveva dovuto svolgere, divenne ora il suo impegno. La Jamaat-e Islami iniziò con tutte le proprie forze il movimento islamico, per abbattere la testa sollevata del serpente della jahiliyyah e ostacolarne l’avanzata. Poiché i portabandiera della jahiliyyah erano determinati a trasformare il Pakistan in uno Stato secolare o irreligioso come la Turchia, sotto la forte pressione del movimento islamico furono costretti, il 12 febbraio 1949, ad adottare la storica Risoluzione degli Obiettivi come principio fondamentale del governo islamico. Furono costretti a farlo contro la loro volontà, sotto la pressione del movimento popolare. Per questo il leader del movimento islamico, Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdudi, divenne bersaglio di tutta la collera e dell’ostilità della classe dirigente. Attraverso una cospirazione gli furono mosse accuse infondate, fu inscenato un processo davanti a un tribunale militare e gli venne inflitta la condanna a morte. La jahiliyyah pensava che, se fosse riuscita a rimuovere dalla faccia della terra il grande leader dell’Islam, nessuno avrebbe più avuto la capacità di sbarrare la sua strada. Ma la jahiliyyah dovette essere sconfitta e umiliata. La condanna a morte del Maulana non poté essere eseguita. Anzi, molto prima della sua morte naturale, i portabandiera della jahiliyyah dovettero subire una morte estremamente umiliante. Eppure lo scontro tra l’Islam e la jahiliyyah, con le sue vittorie e sconfitte, continuò e continua tuttora.
Un altro quadro doloroso emerso da questo conflitto e da questa lotta tra l’Islam e la jahiliyyah è che alcune persone conosciute e riconosciute come eminenti uomini della religione, con il loro comportamento, hanno rafforzato la mano della jahiliyyah invece di quella dell’Islam. Contro il leader del movimento islamico si continuò a fabbricare ogni sorta di accuse infondate e prive di basi, mentre dalla mitragliatrice del fare fatwa partiva una raffica incessante di fatwa. Tra le numerose accuse vi era anche quella secondo cui il leader del movimento islamico e il suo gruppo non credevano nell’‘ilm al-tasawwuf. In loro non vi sarebbe stato nulla di simile alla spiritualità, oltre a una terribile mancanza di taqwa. Il leader del movimento fu persino definito traviato e peggiore degli ebrei e dei qadianiti. Ma dalle loro labbra non uscì neppure una parola contro la jahiliyyah.
Molti tra la popolazione favorevole all’Islam, e in particolare tra i musulmani orientati al tasawwuf, furono confusi dalla suddetta propaganda e presero in disgusto il movimento islamico. In diversi ambienti si susseguirono discussioni e speculazioni di ogni genere al riguardo. Molti avvertivano la necessità di un’interpretazione e di un’analisi islamicamente conformi e intellettuali della questione. Si poteva quindi sperare che la verità sarebbe emersa e che ogni confusione sarebbe stata dissipata. Vediamo ora se il leader del movimento islamico abbia fatto luce su questo argomento.
Tazkiya-e nafs (tasawwuf) e spiritualità
Il grande pensatore islamico e mujāhid del secolo, Sayyid Abul A‘la Mawdudi, dopo aver esaminato minuziosamente la questione, espresse un’opinione sapiente che merita certamente attenzione. Egli disse:
«A causa di diversi secoli di decadenza e deformazione, tra i musulmani sono sorti numerosi cambiamenti; anche riguardo alla tazkiya al-nafs (purificazione spirituale dell’anima), la loro concezione è divenuta alquanto diversa dalla concezione autenticamente islamica. Sono cambiati anche i loro obiettivi, la loro prospettiva si è ristretta e i metodi della “tazkiya al-nafs” sono divenuti diversi da quelli adottati nell’epoca del Profeta. Di conseguenza, grazie alle grandi istituzioni e alle catene secolari di insegnamento e formazione dei grandi uomini della religione, sono state formate persone di grande statura. Tuttavia, non sono ancora state formate persone dotate delle qualità necessarie per opporsi alle immense forze che dirigono il mondo sulla via della jahiliyya, per misurarsi con esse e cercare di affermare l’Islam nel mondo come religione guida e dominante. Questo è un compito enorme. Qui non è stata formata neppure una sola persona capace almeno di ostacolare l’avanzata della jahiliyya nell’ambito sottoposto all’influenza dell’Islam. Sono esistite, e tuttora esistono, grandi personalità di purissimo carattere. Per il loro sapere e la loro pratica, la loro devozione, la loro pietà e la purezza della loro vita, esse meritano certamente lode. Eppure, proprio in presenza di questi grandi uomini, la jahiliyya, con la sua spada, la sua penna, le sue scienze, le sue arti e la sua civiltà e cultura, ha continuato e continua a sconfiggere non solo il mondo, ma anche i paesi e le nazioni musulmane. Deve certamente esserci una causa di questa debolezza. Qualunque essa sia, un rispetto sproporzionato e irragionevole verso qualcuno non dovrebbe impedire di individuarla.»
Presso una certa cerchia, qui da noi, lo scopo della “tazkiya al-nafs” era raggiungere, già in questa vita, la fortuna di contemplare la realtà, oltrepassare il grado dell’iman bil-ghayb e ottenere la grazia dell’iman bi-shahada. In apparenza, si tratta di uno scopo nobilissimo e purissimo. Tuttavia, il Corano non ci ha mai insegnato a considerarlo il nostro obiettivo e a impegnarci per raggiungerlo. Al contrario, anche se lo considerassimo il nostro obiettivo, il Corano ci assicura che in questa vita nessuno, eccetto i profeti, potrà ottenere tale dono.
Nel Corano si dice:
Egli (Allah) possiede la conoscenza dell’invisibile. E non rivela a nessuno il Suo invisibile, eccetto al messaggero che Egli abbia scelto (per conferirgli una conoscenza dell’invisibile). Allora pone angeli a sorvegliarlo davanti e dietro, per sapere che essi hanno trasmesso i messaggi del loro Signore. (Sura al-Jinn, 26-28).
Da ciò si comprende che cercare di osservare le realtà nascoste dietro il velo dell’invisibile, in altre parole le realtà soprannaturali, è inutile ed errato. Non vi è alcuna possibilità di successo. La conoscenza di tali realtà, nella misura e nella quantità necessarie all’uomo, Allah l’Altissimo l’ha donata per mezzo dei Suoi messaggeri. Ed è una grande benevolenza di Allah l’Altissimo aver risparmiato così all’uomo la fatica di tali ricerche. Ora il compito dell’uomo è soltanto avere iman bil-ghayb sulla base della conoscenza trasmessa dai messaggeri e dedicarsi, con animo soddisfatto, ad adempiere il dovere che gli è stato imposto.
Lo scopo chiamato “sviluppo spirituale” è considerato un livello inferiore della “tazkiya al-nafs”. Ma questo “sviluppo spirituale” è così ambiguo e misterioso che, anche dopo aver inseguito per tutta la vita la luce illusoria del fuoco fatuo, l’uomo non riesce a sapere a quale maqam sia giunto. La sua terminologia, i suoi livelli e i suoi risultati sono tutti avvolti nel mistero e incomprensibili a persone comuni come noi. Ciò che possiamo vedere è che, tra i livelli attraversati lungo questo cammino, non compare mai quello raggiunto da Bilal (ra), ‘Ammar (ra) e Suhayb (ra). Né ci si può aspettare che vi compaia mai quello raggiunto da Abu Bakr (ra) e ‘Umar (ra).
Coloro che desiderano ottenere la taqwa dalla “tazkiya al-nafs” hanno un obiettivo che è il più vicino agli scopi dell’Islam. Ma qui il pericolo è che, generalmente, la prospettiva delle persone riguardo alla taqwa sia rimasta molto limitata. Per la maggior parte dei pii uomini, la taqwa consiste nel modellare la propria vita secondo un’apparenza esteriore definita riguardo all’abbigliamento e al suo stile particolare, al modo di sedere e al comportamento, al cibo e alle bevande e ad altri aspetti, i cui dettagli sono descritti negli hadith. Inoltre, si ritiene che la taqwa raggiunga la perfezione osservando regolarmente alcune pratiche madhhabiche e compiendo più atti di culto e devozione rispetto alle abitudini consuete. Di conseguenza, coloro che adottano questa forma esteriore della taqwa vengono chiamati e considerati muttaqi. Essi stessi si tranquillizzano, convinti di aver fatto nascere la taqwa dentro di sé. In realtà, però, la taqwa manca loro in larga misura e, nelle diverse prove di fuoco della vita concreta, spesso compiono comportamenti contrari alla taqwa, tanto da distruggere persino la dignità di quella sua forma esteriore.
La concezione della taqwa più elevata e più ampia, presente presso alcune persone particolari, non va neppure oltre questo: nella vita privata l’uomo deve essere timorato di Dio, dedito al culto, al dhikr e alla gratitudine; negli affari deve agire con fiducia e onestà e attenersi ai limiti stabiliti da Allah. Al tempo stesso, nella società deve comportarsi bene con gli altri, mostrare compassione e fratellanza, praticare la giustizia e seguire i modi e le procedure per riconoscere i diritti altrui. Ma questa concezione limitata non offre alcuna possibilità di comprendere i più ampi problemi sociali e collettivi. Per questo, persino tra i nostri uomini più pii, il risultato della “tazkiya al-nafs” non va oltre il fornire ai governi ribelli a Dio sudditi timorati di Dio e funzionari religiosi. I sudditi e i funzionari che questi stessi governi formano possiedono altre capacità, ma non hanno fede e onestà; perciò arrecano anche gravi danni al governo. Questa mancanza viene colmata dalle nostre istituzioni della “tazkiya al-nafs”. Tali istituzioni formano persone sincere per lottare allo scopo di instaurare il predominio delle forze kufr e per amministrare il governo kufr, e formano, per il governo kufr, sudditi che raramente diventano motivo di preoccupazione per esso. Anzi, qui da noi, anche se una persona si consacrasse apertamente all’instaurazione di un sistema senza Dio, continuerebbe a essere esattamente un muttaqi, a condizione che nella sua vita si trovino i dettagli della taqwa sopra descritti. Questo è il risultato inevitabile della concezione limitata della taqwa e della tazkiya al-nafs diffusa nei nostri ambienti religiosi presso tutti, senza distinzione tra gente comune e persone d’élite» (Tarjuman al-Qur’an, luglio-agosto 1953).
L’influenza del secolarismo sulla vita umana
Sebbene il «secolarismo» appaia esteriormente come una semplice concezione o dottrina, ormai si è trasformato in una visione complessiva della vita, che esercita un’influenza di vasta portata sulla vita umana e rimodella l’intera esistenza secondo un nuovo stampo. Esaminiamone alcuni effetti e conseguenze fondamentali. Il primo inevitabile effetto nefasto del «secolarismo», ossia dell’assenza di religione, è che concede all’uomo una libertà senza freni e cancella il senso di responsabilità davanti a qualsiasi potere superiore. Questa mentalità irresponsabile si applica allo stesso modo agli individui e alle nazioni. Se una persona potente o una nazione potente provoca oppressione e malvagità nella società umana, rendendo insopportabile la vita delle persone, quale forza può trattenerla? Alcuni individui e alcune nazioni, accecati dall’ebbrezza del potere, tingono abitualmente le proprie mani del sangue di persone e nazioni deboli. Ciò avviene perché hanno radicata nel cuore la convinzione di non dover rendere conto a nessuno delle proprie azioni. Se si dovesse ammettere l’esistenza del Dio onnipotente, che chiederà conto nei minimi dettagli delle azioni di ogni individuo e di ogni nazione e concederà ricompensa o punizione, allora le fondamenta stesse della filosofia del «secolarismo» crollerebbero. Il compito del «secolarismo» è proprio rendere incuranti nei confronti di Dio e dell’Aldilà. Pertanto, il principio fondamentale di questa filosofia è: (MIGHT IS RIGHT, SURVIVAL OF THE FITTEST), cioè: chi ha la forza ha il dominio. È giusto impadronirsi con la forza di qualunque cosa. Non si dovrà renderne conto a nessuno. La questione del giusto e dell’ingiusto è irrilevante. E colui che è più forte si affermerà, anche se ciò avverrà ingiustamente. Per quanto il debole sia saldo nella giustizia, non ha alcun diritto di sopravvivere.
Nel mondo moderno si vede ovunque all’opera proprio questa filosofia del «secolarismo». Nonostante gli straordinari progressi della conoscenza, della scienza e della civiltà, l’uomo privo di religione (SECULAR MAN) è diventato assetato di potere e di sangue; di conseguenza, è stata mantenuta accesa la fiamma inestinguibile delle guerre e dei conflitti tra uomo e uomo e tra nazione e nazione, dalla quale il mondo non è ancora riuscito a liberarsi. Sia la Società delle Nazioni sia l’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) hanno fallito completamente nel porre fine alla follia della guerra. La ragione è che le nazioni coinvolte, soprattutto quelle potenti, sono liberate dal senso di responsabilità. Esse non credono affatto di dover rendere conto a un’entità potente. Di conseguenza, dal cuore del mondo non potranno mai cessare le grida e i lamenti degli uomini e delle nazioni oppressi.
Il secondo effetto nefasto del «secolarismo» è la schiavitù degli istinti. La schiavitù degli istinti, o il culto degli istinti, è il fondamento della depravazione morale e la causa originaria di ogni malvagità. Le brame e i desideri insaziabili degli istinti conducono l’uomo sulla cattiva strada, se su di essa non esiste alcuna forza d’ostacolo. Allora nella società si accumulano vari disordini e ingiustizie.
Queste brame e questi desideri insaziabili degli istinti spingono l’uomo al livello più basso dell’animalità e, nel tentativo di soddisfarli, egli deve tingere le proprie mani del sangue di individui e nazioni; l’aria e il cielo vengono scossi dalle grida di bambini, donne e uomini. L’unica forza capace di ostacolare il soddisfacimento delle brame e dei desideri degli istinti è il timore di Dio e il forte senso di dover rendere conto a Lui nell’Aldilà. Questo timore di Dio e questo senso di responsabilità assumono a ogni istante il ruolo di una polizia invisibile, trattenendo l’uomo dalle azioni malvagie. Ma poiché il «secolarismo» ha cancellato dalla mente degli uomini la fede nella presenza, in ogni luogo e in ogni momento, di Dio «presente e vigile» (presente come Colui che tutto vede), nella Sua conoscenza diretta di ogni azione segreta e manifesta degli uomini, nonché il timore di Lui e il senso di doverGli rendere conto, non rimane più alcun mezzo per eliminare dalla società umana malvagità e ingiustizia, corruzione, favoritismo, omicidio, saccheggio e altri simili peccati.
È degno di nota che, con l’istituzione di un sistema educativo secolare che esclude Dio e la religione da ogni ambito della vita, e in particolare da ogni livello del sistema educativo, a partire da quello primario, tra i giovani sia aumentata in modo anormale la propensione al crimine e vengano commessi crimini tali che, al solo ricordarli, il corpo rabbrividisce. La società umana è presa dal terrore. Già in età molto precoce, ragazzi e ragazze, giovani uomini e giovani donne si abituano ai reati sessuali e agli omicidi che ne derivano, ai furti, alle rapine, agli scippi e ai saccheggi. Per la stessa ragione, tra loro assume proporzioni evidenti la piaga della tendenza a copiare agli esami. Tutto ciò è un effetto nefasto e devastante del secolarismo.
Il terzo effetto nefasto del secolarismo è l’egoismo e l’opportunismo. È una verità incontestabile che il lavoro e l’impegno dell’uomo, i suoi sforzi e le sue attività, così come la sua vita, debbano avere necessariamente uno scopo e una meta. Per coloro che credono in Dio e nell’Aldilà, lo scopo della vita è ottenere il compiacimento di Allah, e la meta di tutti i loro sforzi e delle loro attività è il successo e la salvezza nell’Aldilà. Tutta la loro attenzione è rivolta a queste due cose: il compiacimento di Allah e il successo nell’Aldilà. Anziché agli interessi insignificanti e transitori del mondo, sono devoti al grande e eterno successo dell’Aldilà. Mantengono con il mondo soltanto il rapporto utile al successo nell’Aldilà. Si tengono lontani da ogni forma di conflitto e di lotta per ottenere vantaggi e interessi mondani. Agiscono per stabilire la verità, la giustizia, la pace e la sicurezza e considerano tutto ciò la strada maestra per raggiungere la meta.
Al contrario, per coloro che non hanno una ferma convinzione in Dio e nell’Aldilà, lo scopo di tutti gli sforzi e delle attività della vita è ottenere i meschini interessi mondani. Di conseguenza, per conseguire interessi terreni, conflitti, scontri e guerre diventano inevitabili. Nel mondo attuale, che è in realtà un mondo secolare (SECULAR WORLD), si vede divampare il fuoco delle guerre e dei conflitti tra uomo e uomo, tra paese e paese e tra nazione e nazione. Di che cosa sarebbe espressione, se non di questo egoismo e opportunismo? Oggi i conflitti e gli scontri senza fine tra i cosiddetti intellettuali desiderosi di vantaggi e interessati al proprio tornaconto hanno spinto e continuano a spingere l’umanità verso guerre terribili e sanguinose. Chi sono questi intellettuali interessati al proprio tornaconto? Sono i sostenitori e i portatori del «secolarismo».
L’opportunismo sta corrompendo anche la politica e, in alcuni Paesi, invece di favorire l’instaurazione di un sistema politico benefico e stabile, crea anarchia e disordine, offrendo ai saccheggiatori l’opportunità di impadronirsi delle risorse nazionali. Sta distruggendo il rispetto della gente per la legge e sbarrando la strada all’instaurazione dello Stato di diritto nel Paese. Il partito al potere, comprando e vendendo leader e attivisti politici in cambio di denaro e incarichi, radica l’opportunismo nella vita nazionale e spezza completamente la spina dorsale morale della nazione. L’interesse personale e l’opportunismo sono due oggetti estremamente attraenti del «secolarismo», dai quali è assai difficile tenersi lontani senza un carattere umano elevato. Soltanto coloro che cercano di costruire la propria vita sui fondamenti degli insegnamenti dell’Islam possono evitarli, trattandoli come «intoccabili».
La quarta conseguenza nefasta del «secolarismo» è l’estremo degrado morale. Poiché il fondamento dei valori morali è presente nella natura e nell’indole umana, conoscerli e comprenderli non è affatto difficile. È invece certamente difficile mettere concretamente in pratica i valori morali e modellare la propria vita secondo il loro schema. Questi valori esigono dall’essere umano, a ogni passo, determinati divieti e restrizioni. E per l’essere umano non esiste nulla di più difficile da rispettare di tali divieti e restrizioni. Seguire questi valori diventa estremamente difficile quando entrano in conflitto con le brame insaziabili dell’essere umano e con ciò che ama. La richiesta stessa dei valori morali è infatti che tali brame e desideri degli impulsi, i bassi interessi e le opportunità e comodità terrene siano respinti con disprezzo. Per elevare moralmente l’umanità, dunque, non è affatto sufficiente esporre davanti a essa i valori morali. È invece assolutamente necessario un potente processo operativo motivante, capace di preparare la mente umana ad accettare i vincoli e le restrizioni morali. Il secolarismo non ha soddisfatto questa necessità. Al contrario, invece di ridurre le pretese dei desideri e delle passioni degli impulsi, le ha accresciute molte volte, rendendo l’essere umano loro schiavo. Come naturale e inevitabile conseguenza del secolarismo, il vuoto del senso di responsabilità, la schiavitù degli impulsi e i conflitti e gli scontri per soddisfare i propri interessi e ottenere vantaggi e comodità hanno condotto al declino morale e spirituale dell’essere umano. Di fronte ad atti disumani quali torture demoniache indescrivibili inflitte alle persone, senza distinzione tra uomini, donne e bambini; anni e anni di prigionia senza processo, che in alcuni casi occupa la maggior parte della vita; massacri e stupri di donne; e la costrizione di Paesi e popoli deboli, attraverso l’imperialismo e il colonialismo, a indossare le catene della schiavitù politica ed economica, sembra che l’umanità sia morta e che in tutto il mondo regni, sotto sembianze umane, il dominio delle belve feroci. L’umanità è costretta a subire le conseguenze del profondo degrado che il secolarismo ha provocato nel campo del pensiero e della coscienza, nonché in quello morale e spirituale. Esiste una sola soluzione: estirpare il secolarismo dalla mente, dal cuore e da ogni ambito della vita, sottomettersi umilmente alla legge del misericordioso Creatore dell’universo, rivelata per l’umanità, e costruire l’intera vita sulla base dell’intenso senso di responsabilità nell’Aldilà. E a fondamento di questa costruzione della vita deve essere posto il sistema educativo nazionale.
Nazionalismo
Dopo aver discusso della prima arma della giahiliyya, il «secolarismo», esaminiamo ora la seconda arma, il nazionalismo, per vedere quanto sia funesta per l’intera umanità.
Il nazionalismo, ossia il culto della nazione, ebbe origine dall’esplosione della reazione contro il dominio dispotico esercitato in tutto il mondo dai papi cristiani e dagli imperatori romani. All’inizio significava soltanto che i diversi popoli sarebbero stati gli arbitri assoluti della propria politica e delle proprie decisioni. Non sarebbero stati usati come pedine di una potenza spirituale o politica universale. Ma, quando questa idea avanzò a partire da tale innocente inizio, giunse a un punto in cui insediò il nazionalismo proprio là dove il movimento dell’irreligione, ossia del secolarismo, aveva rimosso Dio. Gradualmente, il valore morale più alto di ogni nazione è diventato il proprio interesse nazionale, le proprie speranze, aspirazioni e ambizioni nazionali. Ora è considerata opera virtuosa tutto ciò che giova alla nazione, sia esso una menzogna, un tradimento, un atto di oppressione e tirannia o qualsiasi altra azione, per quanto grande possa essere il peccato agli occhi dell’antica religione e della morale. Al contrario, è considerata peccaminosa qualsiasi cosa dannosa agli interessi nazionali, sia essa la sincerità, la giustizia, il rispetto dei diritti o un’azione che un tempo era considerata una qualità di nobile carattere. Il criterio per giudicare le qualità, la vita e le attività degli individui di una nazione è questo: qualunque sacrificio gli interessi nazionali richiedano loro, sia il sacrificio della vita e dei beni, sia quello della moralità, dell’umanità e del rispetto di sé, essi non dovranno esitare a compierlo e resteranno risoluti, uniti, a soddisfare le ambizioni sempre crescenti della nazione. L’obiettivo di ogni sforzo collettivo è ormai che ciascuna nazione crei unità e disciplina tra i propri membri, così da poter innalzare la propria bandiera nazionale di fronte alle altre nazioni.
Naturalmente, nessuno dovrebbe avere obiezioni contro la nazionalità (NATIONALITY), poiché essa è una realtà naturale. Pertanto, non si può essere contrari al bene della propria nazione, purché non vi siano in essa sentimenti di odio, rancore e ostilità verso le altre nazioni. L’amore e l’affetto per la propria nazione non possono mai essere biasimevoli, purché tale amore e tale affetto non divengano causa di ingiusto favoritismo verso la propria nazione e di odio e ostilità verso le altre. Anche l’indipendenza di ogni nazione deve essere sostenuta, poiché è diritto di ogni nazione risolvere autonomamente i propri affari e le proprie questioni e provvedere da sé alla propria amministrazione interna; e il dominio di una nazione su un’altra non può in alcun modo essere giusto. Ciò che è ingiusto e da evitare è il nazionalismo (NATIONALISM), ossia il culto della nazione. Il nazionalismo è l’altro nome dell’egoismo nazionale cieco. Il suo principio è che è vero e giusto tutto ciò che è conforme all’interesse nazionale, mentre è falso e ingiusto tutto ciò che non gli è conforme. Sotto l’impulso cieco dell’interesse nazionale, bere il sangue di altre nazioni, impadronirsi con la forza di altri Paesi, saccheggiare le ricchezze di altri Paesi e popoli, e stabilire un diritto illimitato al godimento di tutte le ricchezze e delle donne dei Paesi conquistati non sono considerati ingiustizie, ma piuttosto motivi di gloria nazionale. Conquistare territorio dopo territorio per dimostrare la superiorità e la maggiore potenza della propria nazione rispetto alle altre è una pretesa del nazionalismo. Per questo il nazionalismo è stato considerato una grande maledizione per l’umanità nel mondo. Se in una società l’esistenza di un individuo è una maledizione quando egli è diventato schiavo dei propri istinti e interessi ed è pronto a fare qualsiasi cosa per il proprio vantaggio; se in una comunità una famiglia è una maledizione quando i suoi membri diventano ciechi adoratori dell’interesse familiare e sono determinati a perseguirlo con ogni mezzo, giusto o ingiusto; se in un Paese una classe è una maledizione quando diventa cieca adoratrice degli interessi di classe e, senza curarsi del bene o del male altrui, si dedica esclusivamente al conseguimento dei propri interessi, impegnandosi in attività antisociali come il furto, la rapina, lo scippo, il mercato nero e il contrabbando, perché mai, in una sfera vasta e smisurata, non dovrebbe essere una maledizione quella nazione accecata dall’interesse il cui comportamento è stato descritto sopra? L’emozione e la passione di questo cieco culto della nazione hanno acceso il fuoco di numerose guerre, grandi e piccole, comprese due guerre mondiali; hanno devastato tante nazioni e Paesi, spinto milioni e milioni di esseri umani incontro alla morte e reso milioni e milioni di persone invalide e mutilate.
Non il nazionalismo, ma la fratellanza universale avrebbe potuto salvare l’umanità dalla distruzione, ed è stato l’Islam a lanciare il generoso appello alla fratellanza universale. Ma è motivo di grande sfortuna che la nazione musulmana, che era portatrice del messaggio dell’Islam, oggi abbia innalzato il nazionalismo al posto di Dio. Oggi, in tutto il mondo, questo nazionalismo — nazionalismo geografico, nazionalismo fondato sulla lingua, oppure nazionalismo fondato sulla discendenza, sulla tribù e sulla razza — è diventato una grande maledizione per l’umanità. Il principio del nazionalismo, ossia del culto della nazione, è che è vero e giusto tutto ciò che serve l’interesse nazionale, mentre è falso e ingiusto tutto ciò che non serve l’interesse nazionale. La coscienza di ciascuno testimonierà certamente che, come ogni forma di egoismo e di culto di sé, anche questo egoismo nazionale e questo culto della nazione sono una grande maledizione. Oggi il mondo intero è tormentato da questa maledizione.
È motivo di profondissimo rammarico che quei musulmani in mezzo ai quali sono presenti, completamente integri, il Sacro Corano di Allah e la Sunna del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), e nei quali è presente il messaggio islamico della fratellanza universale, siano oggi tormentati dalla maledizione del nazionalismo geografico e linguistico; e questo è proprio il trionfo, o il merito, della giahiliyya.
Nell’epoca dell’antica giahiliyya, l’ostilità reciproca, i contrasti e gli scontri tra discendenze, tra tribù e tra regioni, che si erano protratti per epoche e secoli, furono estinti dall’Islam, che riunì tutti nel vincolo della fratellanza e rese tutti i partiti e i gruppi uniti e identici sulla base dell’ideale islamico. Questa nazionalità islamica e questa fratellanza universale crearono per i musulmani una storia gloriosa e fecero sventolare la bandiera della vittoria dell’Islam su quasi metà del mondo. In seguito, la giahiliyya li incitò al culto della nazione. L’unico scopo della vita del musulmano è ottenere il compiacimento di Allah, e per questo egli deve dedicare tutti i propri sforzi, la propria devozione e il proprio patrimonio e la propria vita. Ora tutti i loro sforzi e la loro devozione sono diventati finalizzati a ottenere il compiacimento della divinità-nazione. Nel perseguire tale compiacimento, nessuna ingiustizia verso un’altra nazione, neppure un’aggressione contro un Paese musulmano fratello, viene in alcun modo considerata biasimevole. Per conseguire l’interesse nazionale, impadronirsi con la forza di qualsiasi Paese, sia esso musulmano o non musulmano, viene considerato un’opera meritoria. Coloro che non credono in Dio e nell’Aldilà possono essere iniziati al credo del nazionalismo, possono depredare, per l’interesse nazionale, la vita, i beni, l’onore e la dignità di altre nazioni, e le loro ambizioni e brame nazionalistiche hanno provocato due guerre mondiali. Poiché non hanno alcun senso di responsabilità davanti a un Essere supremo e onnipotente, hanno assunto l’interesse nazionale come scopo della vita. Ma trascinare i musulmani su questa via deve essere considerato, senza dubbio, proprio un merito della giahiliyya.
Democrazia
La terza arma letale della giahiliyya è la democrazia, ossia la sovranità popolare. Il concetto di democrazia fu proposto per porre fine al dominio assoluto di re, monarchi e altri governanti dispotici, dotati di un potere di governo senza limiti. In altre parole, il sistema di governo sarebbe stato amministrato sulla base dell’opinione del popolo, tenendo conto delle sue opportunità, dei suoi bisogni e delle sue lamentele. È un’idea del tutto giusta che una persona, una famiglia o un gruppo non possa avere alcun diritto di imporre i propri capricci e la propria volontà su milioni e miliardi di persone, né di usarle per soddisfare i propri interessi e desideri. Ma, insieme a questo aspetto negativo, vi era anche un aspetto positivo: gli abitanti di ogni Paese e di ogni regione erano essi stessi governanti ed essi stessi proprietari. Quando la democrazia avanzò sulla base di questo aspetto positivo, assunse la forma secondo cui ogni nazione possiede il diritto assoluto di soddisfare la propria volontà e i propri desideri. Nessuno ha più il potere di reprimere la sua volontà e i suoi desideri complessivi, o quelli della sua maggioranza. Che si tratti di principi morali ed etici, di civiltà e cultura, di vita sociale o di politica, in ogni campo il principio corretto sarà quello determinato sulla base delle aspirazioni nazionali. Qualunque principio venga respinto dall’opinione pubblica è falso e ingiusto. La legge dipende dalla volontà della nazione. Se lo desidera, essa promulgherà qualsiasi legge, e se lo desidera, abrogherà qualsiasi legge. Il governo sarà formato secondo la volontà della nazione e sarà obbligato a soddisfarla. Il governo impiegherà tutte le proprie forze per realizzare la volontà della nazione.
Le tre dottrine sopra menzionate, scoperte dalla giahiliyya — il secolarismo, ossia l’irreligiosità o la ribellione contro Dio, il nazionalismo e la democrazia — hanno respinto la signoria, l’autorità e l’obbedienza a Dio da ogni ambito della vita e da ogni settore della società e dello Stato. Hanno innalzato la nazione e il popolo al posto di Dio.
La chiara dichiarazione dell’Islam è che la sovranità appartiene esclusivamente ad Allah (LA SOVRANITÀ APPARTIENE ESCLUSIVAMENTE AD ALLAH). E questa è una questione di fede e dottrina islamica. L’unico Creatore dei cieli, della terra e di ogni essere vivente, compreso l’uomo, è Allah. Egli è il Signore e il Sostentatore di tutti. Egli è anche il Re dell’umanità. Gli uomini sono i Suoi sudditi. Che sulla creazione e sui sudditi prevalgano la legge, il governo e l’autorità del Creatore e del Re: questa è la cosa più naturale e giusta. Questo diritto naturale e legittimo di governare mediante la legge, chiamato sovranità, viene sottratto ad Allah e conferito al popolo. Il primo e fondamentale principio della democrazia è: LA SOVRANITÀ APPARTIENE AL POPOLO — la sovranità appartiene al popolo. Esso promulgherà per il Paese e per la nazione le leggi come meglio crede e abrogherà qualsiasi legge quando vorrà. Conferendo al popolo il diritto di legiferare, si osserva che la stessa cosa viene talvolta dichiarata lecita e talvolta illecita. In America, dopo aver constatato una volta le rovinose conseguenze del consumo di alcol, esso fu proibito per legge. Ma, sotto la pressione dello stesso popolo che aveva il diritto di legiferare, il consumo di alcol fu nuovamente dichiarato lecito. L’aborto, o uccisione del feto, è proibito da tutte le religioni, e anche la coscienza lo considera tale. Ma quando, a causa dell’estremo decadimento morale e della dissolutezza sessuale, l’opinione pubblica reclama l’aborto, questo viene dichiarato lecito per legge. L’omosessualità (OMOSESSUALITÀ) è un atto estremamente abominevole e vergognoso. Quando il morbo dell’omosessualità si diffuse tra il popolo assumendo proporzioni epidemiche, questo peccato estremamente riprovevole fu dichiarato lecito per legge. Se si concede piena libertà di legiferare all’essere umano, che non può mai elevarsi al di sopra degli errori e delle mancanze e la cui conoscenza è estremamente limitata, la società umana può finire per essere colma di disordine, ingiustizia e peccato.
La realtà è che solo Allah l’Altissimo possiede la conoscenza completa di ciò che è bene e di ciò che è male, di ciò che è benefico e di ciò che è dannoso. Perciò Egli ha stabilito per gli uomini ciò che è bene e male, lecito e illecito; la legge, o i principi fondamentali della legge, che Egli ha proclamato sono infallibili e costituiscono l’unico vero bene per gli uomini. Colui che ha creato e governa l’universo è al di sopra di ogni errore. Pertanto, anche la Sua legge deve essere perfetta. Nessun individuo, gruppo o parlamento di alcun Paese ha il diritto di modificare la Sua legge o il Suo giudizio su qualsiasi questione. Chiunque lo facesse commetterebbe, da un lato, ribellione contro Allah e, dall’altro, recherebbe solo danno agli uomini.
«Allah dice: nessun uomo credente né alcuna donna credente ha il diritto, quando Allah e il Suo Messaggero hanno decretato riguardo a una questione, di arrogarsi il diritto di decidere personalmente in merito» — (Sura al-Ahzab: 36).
In quanto Creatore, Signore e Re dell’intero universo e dell’uomo, solo Allah l’Altissimo può stabilire per gli uomini leggi giuste e benefiche, e anche il Suo Messaggero poteva legiferare per Suo comando. Ma la jahiliyya ha affidato in modo assoluto il diritto di legiferare al popolo, cioè ai suoi rappresentanti. Ciò è contrario alla fede e alla dottrina islamica, alla coscienza e al bene dell’umanità.
In risposta alle tre pericolose dottrine o principi della jahiliyya discussi sopra, l’Islam ha proposto altri tre principi. Ci appelliamo certamente alla coscienza degli uomini affinché li verifichino e li esaminino, per stabilire in quali tre principi risieda realmente il bene dell’umanità. Questi tre principi dell’Islam sono:
1. Di fronte al secolarismo, cioè all’assenza di religione, la servitù e l’obbedienza ad Allah in ogni ambito della vita.
2. Di fronte al culto della nazione, l’umanità.
3. Di fronte alla sovranità del popolo, la sovranità di Allah e il califfato del popolo.
Il significato del primo principio è che tutti accetteremo come nostro Signore quel Dio che è il Creatore, il Proprietario e il Governatore di noi e dell’intero universo. Non vivremo in indipendenza e sfrontatezza nei Suoi confronti, bensì nella Sua obbedienza e seguendo la Sua guida. Non ci limiteremo ad adorare Lui soltanto, ma Gli obbediremo e saremo Suoi servi. Non seguiremo i Suoi comandi e la Sua guida soltanto nella nostra vita individuale, ma resteremo sottomessi a Lui in ogni ambito e settore della nostra vita collettiva e sociale. La nostra società, la nostra civiltà e cultura, la nostra politica, la nostra economia, il nostro sistema educativo, il nostro sistema di governo e di giustizia, la nostra guerra e la nostra pace, le nostre relazioni internazionali—in breve, ogni cosa—si svolgeranno entro quei principi e quei limiti che Dio ha stabilito. Nel determinare le questioni terrene non saremo completamente liberi; piuttosto, la nostra libertà resterà limitata entro quei confini tracciati dai principi stabiliti da Dio. Tali principi e tali confini saranno in ogni circostanza al di là della nostra competenza.
Il significato del secondo principio è che, in un sistema di vita costruito sulla devozione a Dio, non vi sarà spazio per alcun favoritismo o egoismo fondato sulle differenze di nazionalità, stirpe, patria, razza o lingua. Invece di essere un sistema nazionale, è auspicabile che sia un sistema basato sui principi, le cui porte siano aperte a ogni persona che ne accetti i principi. Chiunque li accetti potrà parteciparvi sulla base della parità dei diritti, senza alcuna discriminazione. In questo sistema, la cittadinanza (CITIZENSHIP) non sarà limitata ai soli confini geografici di uno Stato, ma sarà universale, fondata sui principi. Coloro che non concordano con questi principi o che, per qualsiasi ragione, non sono disposti ad accettarli non potranno essere oppressi né sterminati. Al contrario, vivranno al sicuro sotto questo sistema, con determinati diritti; e avranno sempre la possibilità, non appena avranno riconosciuto la verità di questi principi e ne saranno convinti, di assumere in questo sistema una posizione autorevole, con pari diritti e secondo la propria libera volontà.
Chiamiamo questo il principio dell’umanità, ed esso non è contrario al principio della nazionalità. Al contrario, vogliamo mantenerlo entro i suoi limiti naturali e autentici. In esso vi è spazio per l’amore verso la propria nazione, ma non per il favoritismo nazionale. È lecita anche la benevolenza verso la propria nazione, ma l’egoismo nazionale è illecito. L’indipendenza nazionale è universalmente riconosciuta, e non si può neppure accettare il dominio di una nazione su un’altra, poiché ciò divide l’umanità entro confini invalicabili. Il principio dell’umanità esige che, sebbene ogni nazione amministri autonomamente i propri affari interni e nessuna nazione, in quanto tale, sia sottomessa a un’altra, tra le nazioni che concordano sui principi fondamentali della civiltà umana vi sia piena cooperazione per il bene e il progresso dell’umanità. Al posto della competizione (COMPETETION) vi sarà cooperazione. Non vi saranno differenze reciproche, ostilità né separazioni. Vi sarà libero scambio della civiltà, della cultura e dei mezzi di sostentamento. Inoltre, ogni persona del mondo che viva sotto questo civile sistema di vita sarà cittadina non di una sola nazione o di un solo Paese, ma dell’intero mondo, così da poter dire: poiché tutti i Paesi appartengono al mio Dio, ogni Paese appartiene anche a me. Oggi prevale una situazione indesiderabile: un individuo non può essere fedele ad alcuna nazione o Paese diverso dal proprio, né una nazione può fidarsi dei membri di un’altra nazione se non dei propri. Non appena una persona attraversa i confini del proprio Paese, avverte che in ogni luogo del mondo di Dio trova soltanto ostacoli. Ovunque viene guardata con sospetto, come un ladro o un brigante. Ovunque è sottoposta a interrogatori e perquisizioni. Le sono imposte restrizioni nel parlare e negli spostamenti. In nessun luogo gode né di libertà né di diritti. Al suo posto vogliamo vedere un sistema universale nel quale, sulla base dell’unità dei principi, si costituisca una federazione tra le nazioni e, all’interno di questa federazione, siano istituiti una cittadinanza comune e universale (COMMON CITIZENSHIP) e un sistema di libera circolazione. Che i nostri occhi possano ancora una volta contemplare questo spettacolo: un moderno ‘Ibn Battuta’ viaggi dalla costa dell’Atlantico fino alla costa del Mar Nero in modo tale da non essere considerato straniero (FOREIGNER) in alcun luogo.
Prendiamo ora in esame il terzo principio fondamentale. Noi vogliamo il califfato del popolo, invece della sovranità o monarchia del popolo (SOVEREIGNTY). Ci opponiamo al potere di governo dei monarchi individuali o delle monarchie (MONARCHY), al dominio degli emiri e dei dignitari e ai privilegi esclusivi delle classi, tanto quanto vi si opporrebbe un democratico radicale dei tempi moderni. Come gli entusiasti sostenitori della democrazia occidentale, anche noi rivendichiamo nella vita sociale uguali diritti e opportunità per tutti. Anche noi sosteniamo che l’amministrazione del governo e l’elezione dei governanti debbano fondarsi sulla libera opinione del popolo. Allo stesso tempo, siamo radicalmente contrari a un sistema di vita in cui non esistano la libertà di riunione e associazione, né la libertà di intraprendere movimenti e lotte, oppure in cui diritti speciali siano riservati ad alcuni in ragione della nascita, della discendenza o della classe, mentre per gli altri siano predisposti particolari ostacoli. Questa è l’essenza fondamentale della democrazia: su questo punto non vi è alcuna differenza tra la nostra democrazia e quella occidentale. Non vi è in essa neppure un elemento che l’Occidente ci abbia insegnato. Noi conoscevamo questa democrazia già da allora e ne avevamo offerto al mondo esempi luminosi, molti secoli prima che nascesse la moderna democrazia occidentale. In realtà, l’aspetto di questa democrazia appena nata sul quale dissentiamo è che essa propone il principio della sovranità assoluta o monarchia del popolo, un principio errato dal punto di vista della realtà ed estremamente pericoloso nelle sue conseguenze. In realtà, il diritto alla sovranità (SOVEREIGNTY) appartiene esclusivamente a Colui che ha creato l’umanità, che le fornisce i mezzi per nutrirsi e svilupparsi, per volontà del Quale esistono l’umanità e l’intero universo creato e ai cui potenti vincoli di legge è soggetta ogni cosa del creato. Sotto la Sua sovranità reale e autentica, qualunque sovranità venga rivendicata — sia quella di un individuo o di una famiglia, sia quella di una nazione e del suo popolo — non è in alcun caso altro che un’illusione. Il colpo di questa illusione non raggiungerà il vero Sovrano, ma ricadrà sullo stolto pretendente alla sovranità, ignaro della propria dignità. Alla luce di questa verità, è corretto riconoscere Dio come Dio e fondare il sistema di governo della vita umana sul concetto e sulla dottrina del califfato. Questo califfato dovrà senza dubbio essere democratico. Il capo del governo dovrà essere eletto sulla base della libera opinione pubblica. I membri del parlamento (shūrā) dovranno essere eletti sulla base dell’opinione del popolo. L’intera amministrazione del governo dovrà svolgersi secondo la loro consultazione. Essi dovranno avere pieno diritto di criticare il governo e di interrogarlo. Ma tutto ciò dovrà avvenire nella consapevolezza che il Paese appartiene a Dio. Noi non siamo i proprietari, bensì i Suoi rappresentanti. Di ogni nostra azione dovremo rendere conto al vero Proprietario. I principi morali, le disposizioni giuridiche e i limiti che Allah l’Altissimo ha stabilito per la nostra vita dovranno rimanere pienamente in vigore e saldi, ciascuno al proprio posto. Il punto di vista fondamentale del nostro parlamento dovrà essere che il Corano di Allah e la Sunna del Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) siano la fonte di tutte le leggi. Nelle questioni sulle quali Allah e il Suo Messaggero hanno fornito guida e disposizioni giuridiche, non si dovranno promulgare nuove leggi, ma adottare procedure dettagliate per attuare le loro direttive. Per le questioni sulle quali non è stata fornita alcuna guida, dovremo ritenere che ci sia stata concessa libertà d’azione. Pertanto, solo in tali questioni potremo elaborare leggi sulla base della consultazione. Tuttavia, tali leggi dovranno essere necessariamente conformi allo spirito e alla natura della struttura complessiva che la guida fondamentale di Dio ha predisposto per noi.
In seguito, la cosa più necessaria è che la responsabilità della direzione e dell’amministrazione dell’intera attività politica e culturale venga affidata a persone che siano sempre timorose di Dio, Gli obbediscano e desiderino ottenere la Sua soddisfazione in ogni loro azione. La loro vita deve testimoniare che possiedono una ferma fede nel dover comparire davanti a Dio e rispondere delle proprie azioni.
Nelle pagine precedenti sono state esaminate le tre dottrine e filosofie perniciose della Jahiliyya e, insieme ad esse, sono stati esposti il credo, la dottrina e la visione islamici. Ogni persona dotata di coscienza dovrebbe chiedersi: il palazzo politico, economico e della civiltà e cultura costruito, sulla base di queste tre dottrine della Jahiliyya, in quasi tutti i Paesi del mondo, è riuscito a stabilire nella vita degli esseri umani felicità e tranquillità, sicurezza delle persone e dei beni, giustizia e ordine pacifico? Le guerre e i conflitti tra gli uomini e tra le nazioni, le perdite irreparabili di vite e ricchezze, le carestie, la fame e la povertà, le epidemie, le malattie sessualmente trasmissibili incurabili, l’estremo degrado morale, l’odio e l’inimicizia, la violenza e l’invidia — tutti questi fattori fondamentali dell’inquietudine nella società umana — sono forse cessati, o vi è qualche possibilità che cessino? Se non è così, è giunto il momento di decidere: continueremo ad aggrapparci alla dottrina della Jahiliyya e a trascinarci verso la rovina, oppure edificheremo tutta la nostra vita secondo la legge rivelata da Allah l’Altissimo, Creatore dell’universo, e costruiremo sulla terra la pace, nell’Aldilà la salvezza e un nido di felicità eterna?
Lanuovastrategia della Jahiliyya
Ritengo che nel lungo discorso intitolato «L’eterno conflitto tra l’Islam e la Jahiliyya» sia emerso con chiarezza che, in ogni epoca, questo conflitto e scontro è stato quello della Jahiliyya contro l’Islam, cioè delle forze ostili all’Islam contro i seguaci e i portatori della sua bandiera. Islam e Jahiliyya sono forze contrapposte perché l’esistenza e la supremazia dell’una sono intollerabili per l’altra. La Jahiliyya, pur impiegando tutte le proprie forze, non è riuscita a sradicare l’Islam, perché l’Islam è la grande Verità e la grande Bellezza. L’attrazione della mente umana verso la verità e la bellezza è innata e naturale. Tuttavia, poiché il risveglio dell’Islam è intollerabile per la Jahiliyya, essa ha adottato una nuova strategia, o tattica di guerra, conseguendo almeno temporaneamente un successo. Ha adottato questa tattica in tutte le epoche. La storia dell’Islam e dei musulmani dimostra che, quando i musulmani restano uniti e si aggrappano saldamente alla corda dell’Islam, la Jahiliyya non riesce neppure ad avvicinarsi a loro. Perciò la Jahiliyya ha adottato la tattica di colpire l’Islam per mano degli stessi musulmani. Se la Jahiliyya attaccasse apertamente l’Islam nel proprio nome, i musulmani potrebbero unirsi e respingere quell’attacco. Ma se un musulmano, nel nome dell’Islam, cerca di danneggiare l’Islam, una frattura nell’unità musulmana diventa inevitabile. La Jahiliyya ha creato in modo occulto l’incoraggiamento e l’impulso che hanno portato alla fine del sistema del califfato islamico, mentre pubblicamente hanno agito musulmani solo di nome. Dopo la trasformazione del califfato in monarchia, coloro che detenevano il potere non prestarono attenzione all’instaurazione della giustizia islamica, dell’equità e della sicurezza delle persone e dei beni. Cercarono però di mantenere viva la forza vitale dell’Islam e di preservarne intatti gli insegnamenti fondamentali.
In diverse epoche, i seguaci della Jahiliyya hanno tentato alcuni musulmani con denaro e cariche prestigiose, utilizzandoli contro l’Islam e i musulmani. I nemici dell’Islam sono riusciti persino a servirsi, contro la comunità musulmana e l’Islam, di alcune persone che si presentavano come alim.
Il grido di vittoria della Jahiliyya continuò a risuonare in tutto il mondo quando tutti i Paesi musulmani, tranne due o tre, si sottomisero alle potenze coloniali europee. Nei Paesi musulmani conquistati, i governanti introdussero una concezione secolare della vita e un sistema educativo secolare, creando tra i musulmani una generazione di politici e intellettuali ostili all’Islam. I governanti occidentali si astennero dall’intervenire direttamente su quanto rimaneva delle usanze e dei valori islamici. Dopo la loro partenza, i musulmani che li sostituirono continuarono a pugnalare l’Islam. Il dominio coloniale occidentale e il sistema educativo da esso introdotto produssero numerosi Kamal Atatürk, colonnelli Nasser, Ayub Khan e Sukarno, grandi e piccoli.
Questi politici e intellettuali fuorviati della nuova generazione si dedicarono alla riforma dell’Islam. Personaggi come Shaykh Muhammad Abduh, Sir Sayyid Ahmad e Ghulam Ahmad Parvez promossero la rielaborazione dell’Islam secondo un nuovo modello, cercando di armonizzarlo con il pensiero occidentale. Mirza Ghulam Ahmad arrivò persino a inventare un nuovo Islam. Tuttavia, l’abbandono dei precetti fondamentali dell’Islam, le riunioni miste di uomini e donne, la coeducazione, il canto e la danza, il consumo di alcol e il movimento per la libertà delle donne attraggono e influenzano i musulmani moderni istruiti. Ogni volta che appare ovunque la possibilità di un risveglio islamico, o che si sviluppa un movimento islamico, i musulmani appartenenti alla classe sopra citata sono i primi a creare ostacoli. Non solo: ricorrono alla forza, adottano tattiche fasciste e compiono ogni tentativo per eliminare il movimento islamico, persino attraverso assassinii. Per questo, in nessun luogo del mondo il movimento per instaurare il vero ordinamento islamico della vita riesce a ottenere il successo.
L’instaurazione dell’ordinamento islamico completo in ogni livello e ambito della vita è ciò che la Jahiliyya, cioè Iblis, non può assolutamente tollerare. Tuttavia, Iblis non ha nulla in contrario a che, in ambiti particolari e nel ristretto perimetro della vita, si compiano alcune forme di glorificazione e adorazione di Dio, come la preghiera, il digiuno, la menzione della shahada e alcune elemosine. Gli basta che, negli ambiti più ampi della vita — nella società, nello Stato e nel sistema educativo, nella civiltà e nella cultura, nell’economia e nella politica — si accetti il suo dominio. Come Iblis non è disposto a tollerare che l’Islam venga instaurato ovunque come completo ordinamento della vita, così non sono disposti a tollerarlo i portatori della civiltà e della cultura occidentali, suoi servi più devoti. Il successo apparente della Jahiliyya consiste però nell’essere riuscita a porre in prima linea, nella lotta pubblica contro l’Islam, alcuni cosiddetti musulmani che lo sono solo di nome. Le forze statali ostili all’Islam forniscono da dietro le quinte denaro, mezzi, risorse, impulso e coraggio. Nonostante tutto ciò, sono emerse forti possibilità di un risveglio islamico. Ovunque, persone istruite e riflessive stanno comprendendo questa verità: solo nell’Islam si trova la soluzione a tutti i problemi dell’umanità, oppressa dai problemi. Al di fuori dell’Islam non esiste alcuna via per il bene complessivo e la liberazione dell’umanità.
È inoltre necessario comprendere questa verità: ciò che viene considerato l’unico rimedio per una malattia deve essere certamente puro e privo di adulterazioni. Una medicina adulterata, anche se somministrata ripetutamente, non allevia la malattia; al contrario, ne provoca l’aggravamento. Pertanto bisogna scegliere l’Islam puro, predicato e istituito dall’ultimo Profeta. Non si può accettare la minima modifica o aggiunta ai suoi insegnamenti fondamentali. A questo proposito bisogna seguire e imitare pienamente il Profeta universale Muhammad Mustafa (pace e benedizioni su di lui).
La cosa curiosa è che la Jahiliyya, o gli oppositori dell’Islam, non hanno nulla da obiettare a un Islam adulterato. Ignorare l’interpretazione del tawhid contenuta nel Corano e negli hadith, compiere atti di shirk come il culto delle tombe, considerare gli esseri umani detentori della sovranità e del potere, imitare la civiltà materialista occidentale, tollerare l’interesse usurario e la corruzione, la fornicazione, l’ingiustizia e l’iniquità, e rivestire tutto ciò dell’abito dell’Islam: questo è proprio ciò che desiderano gli oppositori dell’Islam. La Jahiliyya opera dividendo l’umanità in gruppi e fazioni sulla base del regionalismo, del favoritismo verso i parenti, della parzialità, della lingua, della razza, della tribù e dell’aristocrazia. È invece il tentativo di costruire la società sulla fede nel tawhid, nella risala e nell’aldilà, in opposizione a tutto ciò, a suscitare la più accesa opposizione delle forze ostili all’Islam. La Jahiliyya lo ha definito fondamentalismo e ha dichiarato guerra contro di esso. A questa guerra hanno aderito quei governanti musulmani e quei gruppi da essi favoriti che considerano l’Islam puro contrario ai propri interessi. Anche i veri soldati dell’Islam sono sul campo di battaglia e sacrificano la vita senza esitazione. Questa guerra non è nuova, perché non è nuovo neppure il conflitto e lo scontro tra Islam e Jahiliyya. Questo conflitto è proseguito per lunghi secoli, da Karbala a Balakot. È continuato anche dopo Balakot e continuerà finché non avrà inizio la vittoria completa dell’Islam puro e autentico.
Ciò che è necessario per la vittoria finale
La prima cosa necessaria è questa: coloro che desiderano vedere la rinascita dell’Islam e vogliono che sulla terra creata da Allah e nella società umana venga instaurato il pieno governo della legge di Allah soltanto, devono unirsi esclusivamente allo scopo di ottenere la soddisfazione di Allah. La fonte dell’unità saranno il Corano e la Sunna, mentre i rapporti di fratellanza reciproca dei Compagni del Profeta saranno l’ideale e la fonte d’ispirazione di tale unità. La jahiliyya non deve riuscire a dividere e disperdere in centinaia di fazioni i sostenitori dell’Islam sotto denominazioni quali hanafiti e Ahl al-Hadith, shafiiti e hanbaliti, deobandi e barelvi.
In secondo luogo, l’Islam e i suoi benefici devono essere illustrati con chiarezza a tutte le classi della popolazione, in un linguaggio capace di toccare il cuore. Occorre eliminare le idee errate sull’Islam generate dal moderno sistema educativo privo di Dio. Bisogna promuovere e diffondere ampiamente l’educazione islamica.
In terzo luogo, bisogna condurre una lotta totale e unitaria per rimuovere quei regimi tirannici che costituiscono il principale ostacolo all’instaurazione dell’Islam. A questo proposito bisogna seguire il programma d’azione dei Profeti e dei Messaggeri.
Infine, poiché quest’opera non è in alcun modo possibile senza l’aiuto di Allah l’Altissimo, occorre stabilire con Lui un rapporto estremamente profondo e stretto. Bisogna sviluppare la disposizione d’animo a dedicare l’intera vita per ottenere la Sua soddisfazione. È così che, sotto la guida del Profeta dell’umanità, furono gettate a Medina le fondamenta dello Stato islamico del benessere. Se ancora oggi si adottassero il programma e i metodi allora seguiti, sarebbe del tutto naturale ottenere gli stessi risultati.
Conclusione
In questo libro si è cercato di mettere in luce questa verità: l’obiettivo della jahiliyya è sradicare l’Islam, deformarlo o affermare il proprio predominio su di esso. Essa non si è mai discostata da questo obiettivo. Si osserva pertanto che, fin dagli inizi dell’umanità, in ogni epoca è stato mantenuto l’attacco della jahiliyya contro l’Islam. Si può dire che l’intera storia dell’umanità sia la storia dei conflitti e degli scontri, delle vittorie e delle sconfitte, tra Islam e jahiliyya. In alcuni periodi ha prevalso l’Islam, in altri la jahiliyya.
Ora la domanda è: l’Islam è qualcosa che può essere sconfitto? Certamente no. L’Islam non è qualcosa destinato a essere sconfitto, annientato o sradicato. L’Islam è il sistema di vita completo, eternamente vero, bello e benefico, donato da Allah l’Altissimo, Creatore dell’universo, all’umanità. Coloro che credono in esso sono chiamati musulmani. Quando il musulmano osserva pienamente le norme islamiche in ogni ambito e settore della vita, ne riflette gli ideali nella mente e nel cervello, nel modo di pensare, nei gusti e nella facoltà di riflessione, nel carattere e nel comportamento, nella civiltà e nella cultura; quando le persone, a ogni livello, continuano a seguire i precetti dell’Islam e si forma una struttura sociale pura, giusta e ordinata, allora questo si chiama vittoria dei musulmani e quindi dell’Islam. Al contrario, quando i musulmani dimenticano o abbandonano gli ideali e le norme islamiche, oppure quando gli abitanti di un paese o di una regione rifiutano l’Islam, non sono l’Islam, la verità e la bellezza a essere sconfitti: sono sconfitti i musulmani che hanno dimenticato l’Islam o le persone che lo hanno rifiutato. Ora la domanda è: nonostante la solidità dei legami e della struttura dell’Islam, come riesce la jahiliyya ad accedervi? Nel libro sono stati forniti alcuni accenni al riguardo. La jahiliyya resta sempre in agguato, pronta a colpire l’Islam. Perciò, quando ne ha l’occasione, penetra nell’ambito dell’Islam persino quando esso è vittorioso: talvolta sotto forma di usanze e cerimonie innocue e inoffensive, talvolta assumendo l’aspetto dell’Islam, e talvolta suscitando un sentimento di devozione eccessiva e di venerazione verso una personalità. In seguito estende gradualmente la propria influenza nella mente delle persone e comincia ad allontanarle poco a poco dal pensiero e dalla coscienza fondamentali dell’Islam, dai suoi principi e dalla retta via (Sirat al-Mustaqim). Alla fine, spingendole molto lontano dall’Islam, la jahiliyya innalza il grido di vittoria. Verso la fine del Califfato ben guidato si vide la jahiliyya penetrare così nell’ambito dell’Islam.
In seguito si vide la jahiliyya penetrare così, all’insaputa di tutti, nel corpo dell’Islam come una ferita incancrenita (CANCER). Nel campo del tasawwuf, i sufi e gli asceti, con buone intenzioni e allo scopo di conseguire l’amore di Dio, adottarono alcune pratiche supplementari (amal) che, sebbene non fossero state compiute dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e dai nobili Compagni (che Allah sia soddisfatto di loro), non furono considerate riprovevoli dal punto di vista islamico. Tuttavia, con il trascorrere del tempo, esse furono colpite dalla deformazione e assunsero la forma di una ferita incancrenita nella struttura corporea dell’Islam.
Il comandante della prima mobilitazione jihadista del subcontinente, impegnato nel jihad per eliminare ogni impurità della jahiliyya e instaurare una società e uno Stato islamici autentici e puri, a Balakot si immerse nell’oceano della dolcezza del martirio e divenne abitante del Paradiso.
È importante ricordare che l’Islam insegna ad amare gli esseri umani. Poiché il Creatore, Allah l’Altissimo, ama Egli stesso gli esseri umani da Lui creati, anche gli uomini devono amarsi gli uni gli altri. Tuttavia, è stato stabilito un limite all’amore e al rispetto degli uomini verso gli altri uomini, un limite che non deve mai essere oltrepassato. Il supremo oggetto d’amore è Allah l’Altissimo in persona. L’amore dell’uomo per Lui deve essere il criterio che regola ogni altro amore. Si deve amare Allah più della propria vita e dei propri beni, e amare tutti gli altri proprio per amore Suo. Dopo l’amore per Allah, il massimo oggetto d’amore è il Profeta prediletto da Allah, Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. L’amore per Allah deve essere illimitato. Ma è stato stabilito un limite all’amore per il Profeta: esso non deve oltrepassare i limiti fino ad attribuirgli gli attributi di Allah, cioè conferirgli il rango dell’uluhiyya, della divinità. Le comunità precedenti si sono completamente smarrite commettendo l’errore di oltrepassare questo limite. Nessun essere umano, inoltre, è degno di ricevere un amore pari a quello riservato al Profeta. Allo stesso modo, l’amore che un figlio nutre per i propri genitori non può essere accordato a un’altra persona. Il limite dell’amore verso gli altri, tuttavia, sarà determinato sulla pietra di paragone dell’amore per Allah.
Quando l’amore e il rispetto per una personalità oltrepassano i limiti, entrano nel territorio del culto della persona, proprio ciò che la jahiliyya auspica. Al comandante di un movimento islamico si devono certamente accordare il rispetto, l’amore e la considerazione che gli spettano. Ma un amore eccessivo per lui è contrario all’ideale islamico e ai principi fondamentali della fede. Il jihad, o movimento islamico, è indubbiamente guidato da un amir o da un leader. Tuttavia, un rispetto e un amore eccessivi verso il leader possono danneggiare il movimento, cosa assolutamente indesiderabile.
Sebbene il comandante della prima mobilitazione jihadista del subcontinente, Hazrat Sayyid Ahmad Barelvi, e i suoi compagni mujahidin fossero tutti seguaci del tasawwuf, il loro comportamento sul campo di battaglia e negli accampamenti recava l’impronta stessa del comportamento dei nobili Compagni. Tuttavia, tra i mujahidin ve n’erano alcuni, sebbene pochi, la cui devozione e venerazione per l’amir erano eccessive. Per questo non riuscirono a credere al martirio del signor Sayyid. Credevano che egli si trovasse nascosto agli occhi della gente e che sarebbe certamente ricomparso un giorno. Coloro che nutrivano tali convinzioni e opinioni si ritirarono dal jihad.
Alcuni dei pii sufi del passato introdussero nei loro conventi la pratica del “sama”. “Sama” è una parola araba che significa ascolto, oppure qualcosa che deve essere ascoltato e contemplato. Sulla base del tawhid e della risala venivano composte poesie elogiative di Allah e del Suo Messaggero, che erano cantate con voce melodiosa nei conventi dei sufi. Nel convento in cui venivano cantate non erano presenti né bambini né bambine, né donne. Non si usavano strumenti musicali. In un’atmosfera estremamente solenne, il “sama”, permeato dall’ebbrezza dell’amore per Dio, veniva cantato con voce dolcissima e gli ascoltatori cadevano in uno stato di totale assorta emozione. Sebbene questo “sama” non fosse apparentemente né concettualmente contrario all’Islam, molti sufi non riuscirono ad accettarlo perché non era stato approvato né praticato dall’ultimo Profeta di Allah. Sembra che la forma deformata del sama sia l’odierna “qawwali”.
La qawwali viene cantata con accompagnamento di strumenti musicali, secondo la melodia delle canzoni, in assemblee miste di uomini e donne. Le celebrazioni della qawwali durano tutta la notte. Il cantante di qawwali, il qawwal, è un artista professionista. Il qawwal e gli ascoltatori hanno ben pochi rapporti con l’Islam. Anche i limiti dell’Islam vengono oltrepassati nell’ospitalità offerta agli invitati.
Molte pratiche e cerimonie di questo genere, indossando l’abito dell’Islam, vengono inserite nell’elenco delle pratiche e cerimonie islamiche. Tutto ciò è opera della jahiliyya. Per mantenere l’Islam e la cultura islamica integri e privi di contaminazioni, bisogna erigere e mantenere un solido muro tra l’Islam e la jahiliyya, vigilando costantemente affinché la jahiliyya non riesca a penetrare neppure attraverso la più sottile fessura del muro.
Rientrano nella jahiliyya le seguenti cose: il regionalismo; le pratiche contrarie all’Islam seguite dagli antenati; interpretare arbitrariamente i comandamenti di Allah e del Suo Messaggero; rattristarsi vedendo la vita felice e prospera dei non musulmani e considerare l’Islam un ostacolo a essa; il culto delle tombe; fare voti e offrire doni votivi in nome delle tombe; tenere in casa, con venerazione, il ritratto di un pir o di qualunque altra persona; deporre ghirlande su una tomba o su un pilastro di mattoni o pietra; dare nomi non islamici; considerare un luogo venerabile come la Baytullah; e dipendere da una persona per la salvezza nell’Aldilà, oltre ad altre pratiche simili. Non è necessario spiegare tutto ciò.
I musulmani del subcontinente
Fatta eccezione per alcuni periodi intermedi, nel subcontinente vi fu un governo musulmano per otto-novecento anni, dalla conquista del Sindh da parte di Muhammad bin Qasim nel 711 d.C. fino alla completa instaurazione del dominio britannico nel 1865. Tutti coloro che giunsero in questo subcontinente nelle vesti di conquistatori erano stranieri. Tuttavia, non vennero con l’intenzione di fare ritorno dal subcontinente, né per l’ebbrezza di espandere un imperialismo, né per instaurare un dominio coloniale. Vennero per stabilire in questo Paese un sistema di governo bello e ordinato e per garantire pienamente pace, ordine e sicurezza. Le innumerevoli persone che giunsero insieme a loro — militari, commercianti, poeti, artisti, letterati e uomini di cultura — amarono tutte questo Paese, lo considerarono la propria patria e qui esalarono l’ultimo respiro. Anche i loro discendenti seguirono le loro orme. Sebbene fossero tutti musulmani e appartenessero alla classe dirigente, non tentarono mai di convertire con la forza gli abitanti non musulmani di questo Paese. Al contrario, vissero fianco a fianco per centinaia di anni, instaurando rapporti reciproci cordiali. Nonostante la lunga convivenza, le due comunità, musulmana e non musulmana, non persero la propria rispettiva identità nazionale per fondersi l’una nell’altra.
Ma certamente ciascuna assimilò l’influenza dell’altra. Molti non possedevano il tipo di conoscenza e di formazione islamica necessarie per vivere pienamente secondo l’Islam, né disponevano di alcun programma per formare una mente, un intelletto e un carattere islamici. Pertanto, in molti di loro divenne efficace l’influenza culturale locale e numerosi riti e cerimonie pagani, indossando l’abito islamico, finirono per essere inclusi nella cultura musulmana. In questo modo, la giahiliyya riuscì, almeno in parte, a estendere il proprio dominio sul corpo della società musulmana. Di conseguenza, per diversi secoli molti musulmani condussero una vita per metà musulmana e per metà hindu.
L’influenza del dominio europeo nei Paesi musulmani
A partire dal XVIII secolo, per varie ragioni, nei Paesi musulmani cominciò a instaurarsi il dominio coloniale europeo. La giahiliyya affermò il proprio predominio sui musulmani, sostenuta dalla potenza dello Stato. Il pensiero europeo, la concezione della vita, i valori e la filosofia di vita iniziarono tutti a influenzare la mente e l’intelletto dei musulmani. Il sistema educativo introdotto dai governanti vittoriosi continuò ad allontanare dall’Islam i musulmani sottomessi. Le sue fondamenta erano il materialismo, l’ateismo, l’assenza di religione (SECOLARISMO) e il nazionalismo. La civiltà occidentale si sviluppò proprio su queste basi. La scienza e la tecnologia la resero più forte.
La scienza e la tecnologia possono essere utilizzate per qualunque scopo, buono o cattivo. Se i musulmani del mondo, rimanendo saldi nell’ideale islamico, si fossero dedicati alla scienza e alla tecnologia, avrebbero potuto impiegarle entrambe per il bene dell’umanità. Ma si allontanarono anche dall’Islam e non prestarono attenzione alla pratica della scienza e della tecnologia. Approfittando di questa loro duplice debolezza, le potenze occidentali portatrici della bandiera della giahiliyya divennero i loro padroni politici, economici e culturali. I musulmani caddero vittime di un’estrema inferiorità psicologica. I musulmani adottarono la civiltà occidentale, la sua istruzione e la sua filosofia politica (secolarismo) come la chiave del progresso e dello sviluppo.
Dopo la Seconda guerra mondiale, i Paesi musulmani cominciarono a ottenere l’indipendenza, spezzando uno dopo l’altro le catene della schiavitù. La cosa sfortunata fu che, dopo aver conquistato l’indipendenza, il potere di governo passò nelle mani di coloro che consideravano l’Islam un ostacolo al progresso e allo sviluppo. Di conseguenza, il dominio della giahiliyya si affermò con tutta la sua forza. Tuttavia, il popolo musulmano di nessun Paese riuscì ad accettare tale dominio. A parte la classe dirigente, schiava mentalmente della civiltà occidentale, la stragrande maggioranza della popolazione del Paese rivendica un ordinamento di vita islamico. Perciò, quasi ovunque, il conflitto e lo scontro tra governanti e governati continuano senza sosta, e non sono ancora giunti al termine.
È motivo di gioia il fatto che ovunque, tra i musulmani e soprattutto tra i giovani istruiti, sia iniziata una nuova ondata di ispirazione islamica. È in corso anche il movimento per affermare l’Islam come un completo ordinamento di vita. Sulle onde della giovinezza e dell’entusiasmo dell’ispirazione islamica e jihadista dei giovani, la potenza militare russa in Afghanistan è stata sommersa dalla sconfitta. Nel movimento di liberazione della Palestina, l’«Intifada» ha innalzato la bandiera del jihad. Anche i musulmani del Kashmir, assetati di libertà, stanno lottando per liberarsi da ogni malgoverno e persecuzione dello Stato indiano. La giahiliyya non è rimasta inerte. Per vanificare queste tre lotte, Saddam Hussein dell’Iraq, agendo come fantoccio di India, Russia e America, occupò con la forza il Kuwait, uno Stato musulmano indipendente: da un lato distrusse l’unità dei musulmani del mondo e dall’altro pugnalò alle spalle i movimenti di liberazione della Palestina, dell’Afghanistan e del Kashmir. Nell’eterno conflitto tra Islam e giahiliyya, il capo di Stato di un Paese musulmano svolse il ruolo di fantoccio della giahiliyya. Questo è uno degli episodi più vergognosi della storia dell’Islam.
È motivo di riflessione il fatto che l’esercito musulmano di un Paese musulmano possa occupare con la forza un altro Stato musulmano innocente, possa uccidere innumerevoli cittadini musulmani innocenti, saccheggiare i loro beni e possa sottoporre a brutali violenze donne musulmane velate e timorate di Dio, depredandole dei loro inestimabili beni, del loro onore e della loro castità! Questi mostri umani, pur portando il nome di musulmani, nutrono forse qualche fede in Dio e nell’Aldilà? Questa è proprio una vittoria storica della jahiliyya, cioè dell’incredulità, sui musulmani. I seguaci dell’Islam sapranno trarne una lezione? Perché gli attacchi della jahiliyya contro l’Islam continueranno in questo modo.
La luce della speranza
Nel secolo scorso, in questo subcontinente, il Tah rik-e Mujahidin di Sayyid Ahmad Shahid Barelvi (rah.) infuse nei musulmani un’irresistibile coscienza jihadista. Le disumane e raccapriccianti persecuzioni e oppressioni dei governanti britannici non riuscirono a estirpare dai cuori dei musulmani la coscienza jihadista. Cento anni dopo il martirio di Sayyid Ahmad Shahid a Balakot, nel 1831, ebbe inizio una nuova fase del jihad fi sabilillah, cioè del movimento islamico. Nel 1941 questo movimento si trasformò in una potente organizzazione chiamata Jamaat-e Islami. Fondatore e artefice di questo movimento e di questa organizzazione fu uno dei più importanti pensatori islamici e sapienti della religione del mondo contemporaneo, Maulana Sayyid Abul A’la Mawdudi (rah.). Tredici anni prima, nel 1928, in Egitto aveva avuto origine un movimento islamico chiamato Ikhwan al-Muslimun. Il suo fondatore fu lo sceicco Hasan al-Banna al-Shahid (rah.). Nel mondo contemporaneo, queste sono le uniche due organizzazioni potenti, disciplinate e saldamente strutturate che conducono realmente un movimento per la costruzione di una società e di uno Stato islamici.
I governanti egiziani contrari all’Islam non si limitarono a impiccare alla forca numerosi dirigenti e attivisti dell’Ikhwan al-Muslimun, a costringerli a morire lentamente sotto torture fisiche e psicologiche all’interno delle prigioni e a costringere centinaia di dirigenti e attivisti a lasciare il Paese; dichiararono inoltre illegale l’organizzazione, e tale divieto è tuttora in vigore.
D’altra parte, Jamaat-e Islami non ha limitato la propria attività al Pakistan, all’India, al Bangladesh, allo Sri Lanka e al Jammu e Kashmir. Numerosi quadri responsabili di questo movimento si sono diffusi in tutto il mondo e ovunque conducono movimenti islamici con nomi diversi.
È motivo di speranza che oggi non esista alcun Paese al mondo in cui non si conduca, in una forma o con un nome qualsiasi, un movimento islamico e non operi un’organizzazione islamica. Gli attivisti formati dall’Ikhwan al-Muslimun e da Jamaat-e Islami guidano questi movimenti. Nelle principali lingue del mondo si è sviluppato un vasto patrimonio letterario islamico e ovunque la conoscenza islamica viene diffusa tra tutti, musulmani e non musulmani senza distinzione.
Giovani istruiti e studiosi appartenenti a varie religioni, soprattutto al cristianesimo, all’ebraismo e all’induismo, si sentono attratti dall’Islam e trovano rifugio alla sua fresca ombra.
Si può dire che il risveglio dell’Islam sia iniziato in ogni parte del mondo. Anche nella società materialista occidentale si osserva un cambiamento. Nel godimento sfrenato, nell’immersione giorno e notte nel vino e nel mare dell’amore per le donne, nella dissolutezza sessuale, non vi sono né appagamento, né gioia, né serenità dell’animo. La brama insaziabile del piacere rende l’uomo ansioso e inquieto, spingendolo a desiderare piaceri sempre maggiori. Inebriato dal piacere, dimentica lo scopo e il fine della vita. Invece di aggrapparsi a qualcosa di permanente e stabile, si aggrappa a ciò che è effimero. Alla fine, la sua vita diventa ai suoi stessi occhi un’enorme passività. La fiamma divoratrice della brama di piacere momentaneo si trasforma nella fiamma divoratrice della disperazione e delle speranze deluse. Anche l’assetto familiare, destinato a garantire felicità e pace nella vita, va in pezzi. Allora corre ovunque alla ricerca della pace interiore. Dopo molte prove e sperimentazioni, la sua coscienza risvegliata sceglie proprio l’Islam come ultimo rifugio. Comprende che credere nell’Islam significa afferrare una corda salda che non si spezzerà mai. In essa non vi sono fallimento né disperazione; vi sono pieno successo e la soluzione di tutti i problemi della vita. La certezza proclamata dall’Islam è questa: con la morte non finisce tutto; al contrario, si apre la porta di una nuova vita di gioia e felicità eterne, oppure di dolore e sofferenza.
Coloro nelle cui menti sono radicati da lungo tempo l’odio e le false concezioni nei confronti dell’Islam non hanno altro che la disperazione. Ma quanti cercano di conoscere l’Islam con animo imparziale e sano ne vengono attratti per i suoi ideali e insegnamenti universali. Non esitano ad accettare l’Islam come un dinamico, eterno e perfettamente completo sistema di vita. Questo è un chiaro segno dello splendido futuro dell’Islam.
Il fatto che recentemente in Afghanistan una grande superpotenza come la Russia sia stata costretta a fuggire dopo aver subito una durissima sconfitta per mano di una manciata di mujahidin proclama la vittoria dell’Islam. Sotto i colpi impetuosi della coscienza e dell’ispirazione islamiche, la cortina di ferro della Russia sta diventando sempre più instabile. Oggi la rinascita dell’Islam è ciò che incute più timore alla Russia.
Nelle città di quasi tutti i Paesi occidentali è iniziata l’attività del movimento islamico. Anche in Spagna, da cui un tempo i musulmani furono eliminati, è iniziata la rinascita dell’Islam. Da diverso tempo organizzazioni islamiche operano nei Paesi europei, in America, Canada, Australia, Giappone, Singapore, Corea del Sud, Filippine, Thailandia e Taiwan. Recentemente sono state costituite vere e proprie organizzazioni islamiche in Messico, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Nicaragua e nelle isole dei Caraibi. In ogni luogo vengono istituiti centri islamici e diffusa su vasta scala l’attività della da‘wa islamica. Alhamdulillah. Gli artefici di questi movimenti sono i membri attivi dell’Ikhwan e della Jamaat-e-Islami nei diversi Paesi. Ovunque, questi movimenti recano il segno dello splendido futuro dell’Islam.
La jahiliyya sta cercando di ostacolare il progresso dell’Islam con tutte le sue forze e le sue armi. Ora la vittoria dell’Islam dipende dalla fermezza dei musulmani nei confronti dell’Islam; dalla lotta incessante condotta con unità, sacrificio, qurbani e pazienza. Nessuna vittoria è possibile senza l’aiuto di Allah l’Altissimo. Perciò, se in ogni momento riusciremo a ottenere il Suo compiacimento attraverso la piena obbedienza, il Suo aiuto sarà assicurato e la vittoria sarà vicinissima.
Che Allah l’Altissimo risvegli la fede e la coscienza dei musulmani, protegga la loro fede e conceda loro il tawfiq di respingere i contrattacchi della jahiliyya, affinché l’Islam possa essere ristabilito nel mondo come una forza vittoriosa.
Fine.