Le nostre parole
Dopo l’indipendenza del Pakistan, intorno al 1953 si sviluppò in varie città del Paese un intenso movimento per chiedere che i qadianiti fossero dichiarati non musulmani. In quel periodo il maulana Sayyid Abul A’la Mawdudi (che Allah abbia misericordia di lui) redasse un opuscolo intitolato «La questione qadianita», con l’obiettivo di impedire che il popolo oltrepassasse i limiti della legge, permettere alle classi istruite di formarsi una corretta concezione dei qadianiti e favorire una soluzione adeguata e pacifica del problema qadianita. L’opuscolo fu ampiamente apprezzato da tutti gli ambienti.
Nel frattempo, nel Punjab gli scontri tra il governo e il popolo su varie questioni, tra cui il problema qadianita, assunsero proporzioni drammatiche. In tale situazione, il 28 marzo 1953 le autorità della legge marziale arrestarono, senza alcuna accusa, il maulana Mawdudi e gli altri dirigenti della Jamaat. Ciò costituiva essenzialmente una palese manifestazione dell’opposizione delle autorità militari all’Islam e alla Jamaat-e-Islami.
Dopo l’arresto del maulana, contro di lui fu formulata l’accusa di diffondere odio tra il popolo attraverso l’opuscolo «La questione qadianita». Proprio sulla base di tale accusa, l’8 maggio il tribunale militare condannò il maulana all’impiccagione. In realtà, si trattava di un pretesto. Il loro obiettivo era uccidere con ogni mezzo il comandante del movimento islamico. Tuttavia, di fronte alla veemente opposizione e all’indignazione dell’umma musulmana in tutto il mondo, essi commutarono la condanna a morte e inflissero al maulana l’ergastolo. Dopo venti mesi di detenzione, però, il maulana fu liberato senza condizioni.
La cosa curiosa è che le autorità militari, pur avendo condannato a morte il maulana con il pretesto della redazione dell’opuscolo «La questione qadianita», non lo confiscarono. Mentre il suo processo si svolgeva davanti al tribunale militare di Lahore, l’opuscolo continuava a vendere a migliaia proprio nella città di Lahore. In realtà, nell’opuscolo non vi era alcuna espressione provocatoria. Al contrario, egli vi si era opposto alla lotta diretta. È opportuno ricordare che, all’epoca, tutti i partiti tranne la Jamaat si erano riuniti e avevano proclamato un programma di azione diretta contro i qadianiti. Anche una proposta del Majlis-e-Shura centrale della Jamaat condannava la proclamazione di un simile programma.
Questo opuscolo ha dimostrato con prove e argomenti incontrovertibili che i qadianiti non sono musulmani. La richiesta del maulana consisteva nel dichiarare legalmente i qadianiti non musulmani. L’opuscolo forniva le teorie e i dati necessari a sostegno di tale richiesta. Per conseguirla, il maulana invitò a organizzare un movimento costituzionale. Infine, nel 1973, in Pakistan i qadianiti furono dichiarati non musulmani. L’intera comunità degli ulema dell’umma concorda sul fatto che i qadianiti siano non musulmani.
Nel gennaio 1953, gli ulema di spicco dell’allora Pakistan si riunirono, esaminarono le raccomandazioni del Comitato per la definizione dei principi costituzionali e adottarono all’unanimità una proposta emendativa contenente varie risoluzioni. Tra queste, era particolarmente significativa la richiesta di dichiarare comunità minoritaria coloro che avevano accettato Mirza Ghulam Ahmad Qadiani come propria guida religiosa.
Gli ulema firmatari della proposta erano:
1. Maulana Mufti Muhammad Hasan Sahib
2. Allama Sulaiman Nadwi Sahib
3. Maulana Abul Hasanat Sahib
4. Maulana Dawud Ghaznavi Sahib.
5. Maulana Zafar Ahmad Uthmani Sahib
6. Maulana Ahmad Ali Sahib?
7. Sayyid Abul A’la Mawdudi Sahib
8. Maulana Ihtishamul Haq Sahib
9. Maulana Shamsul Haq Faridpuri Sahib
10. Maulana Abdul Hamid Qadiri Badayuni
11. Maulana Mufti Muhammad Shafi Sahib
12. Maulana Muhammad Idris Ali Sahib
13. Maulana Khair Muhammad Sahib
14. Haji Muhammad Amin Sahib
15. Haji Abdus Samad Sarbazi Sahib
16. Maulana Athar Ali Sahib
17. Maulana Abu Jafar Muhammad Saleh Sahib
18. Maulana Muhammad Ismail Sahib
19. Maulana Habibur Rahman Sahib
20. Maulana Muhammad Sadiq Sahib
21. Maulana Habibullah Sahib
22. Khalifa Haji Turungjayi Sahib, e altri.
Negli ultimi tempi, in Bangladesh, le attività dei qadianiti sono diventate piuttosto evidenti. Anche la richiesta di dichiararli non musulmani si sta rafforzando notevolmente. Tuttavia, il governo continua a mantenere un atteggiamento silenzioso nei loro confronti. Forse alcuni possono nutrire dubbi sul fatto che i qadianiti non siano musulmani. Per dissipare tali dubbi, abbiamo deciso di ripubblicare il libro «Il problema qadianita», traduzione bengalese di «La questione qadianita». L’opera originale fu tradotta nel 1963 in stile sadhubhasha. Per molto tempo il libro non è stato disponibile sul mercato. Insieme a quella traduzione, abbiamo ora aggiunto alcune domande e risposte tratte dalla celebre opera del maulana sui qadianiti, «Rasail o Masail». Ci auguriamo che ciò permetta ai lettori di acquisire una conoscenza più approfondita.
Insieme a questo libro, invitiamo vivamente i lettori interessati a studiare anche l’opuscolo del maulana «Khatm-e Nubuwwat». Inoltre, invitiamo coloro che conoscono l’urdu a leggere, a questo proposito, anche l’opera del maulana che non è ancora stata tradotta in bengalese dall’urdu. Il titolo urdu dell’opera è «Qadiani Mas’ala aur uske Mazhabi, Siyasi aur Muashrati Pehlu».
Se, attraverso questo opuscolo, i musulmani saranno messi in guardia contro coloro che forniscono interpretazioni erronee dell’Islam, il nostro lavoro sarà ricompensato. Amin.
Abdush Shahid Nasim
Direttore
Accademia di ricerca Sayyid Abul A’la Mawdudi
Introduzione
Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole
Nel gennaio 1953 si tenne a Karachi una conferenza degli ulema rappresentativa di tutti i partiti. Allo scopo di esaminare le raccomandazioni del Comitato per la definizione dei principi, 33 eminenti ulema del Pakistan si riunirono e adottarono all’unanimità un rapporto emendativo contenente varie proposte. Tra queste, era particolarmente significativa la richiesta di dichiarare comunità minoritaria separata coloro che seguivano Mirza Ghulam Ahmad Qadiani come propria guida religiosa. È inoltre degno di nota che nella suddetta proposta si insisteva in modo particolare affinché, nel Consiglio centrale, fosse assegnato ai qadianiti uno dei seggi riservati ai musulmani punjabi.
Non vi è alcun motivo di dubitare della razionalità delle altre proposte adottate dalla conferenza degli ulema. Per questo, fino a oggi nessuno ha protestato al riguardo; anzi, non ha pronunciato neppure una parola. Nemmeno coloro che nutrono avversione verso gli ulema hanno potuto rilevarvi alcun difetto. Se qualcuno ha detto qualcosa in qualche luogo, non è stato altro che il «lungo sospiro di un amante respinto». Nella società istruita non ha alcun valore. Tuttavia, sebbene questa specifica proposta adottata dalla conferenza degli ulema rappresentativa di tutti i partiti costituisca la soluzione corretta del problema qadianita, sembra che la maggior parte delle persone istruite non abbia ancora compreso pienamente la sua necessità e razionalità. Ad eccezione del Punjab e del Bahawalpur, la popolazione delle altre regioni del Paese, specialmente di quelle orientali, non ha potuto rendersi conto dell’importanza di questo problema. Per tale ragione, è necessario esporre dettagliatamente davanti al popolo la razionalità della proposta riguardante la comunità qadianita, adottata all’unanimità dalla conferenza rappresentativa di tutti i partiti. Attraverso questo opuscolo, mi impegnerò proprio in questo tentativo.
Il comportamento dei qadianiti
Si può facilmente comprendere che la richiesta di considerare i Qadiani una comunità distinta dai musulmani è la naturale conseguenza della linea d’azione da loro stessi volontariamente seguita.
La prima causa del contrasto tra i musulmani comuni e i Qadiani è la diffusione di una nuova e contraria interpretazione riguardo al «sigillo della profezia». Per oltre tredici secoli e mezzo, l’intero mondo musulmano ha unanimemente riconosciuto che il significato del «sigillo della profezia» è questo: il nostro signore Hazrat Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è l’ultimo profeta di Allah e dopo di lui non sarà inviato alcun altro profeta.
La nuova interpretazione del sigillo della profezia
La dichiarazione contenuta nel Sacro Corano riguardo al «sigillo della profezia» e il significato che i nobili Compagni ne avevano compreso sono stati menzionati sopra. Questa è la fede e la convinzione dei musulmani. Pertanto, quando, dopo il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, qualcuno ha preteso di essere un profeta, i Compagni non hanno esitato affatto a condurre contro di lui una campagna armata. Ma i Qadiani, per la prima volta nella storia dell’Islam, elaborarono su questo argomento un’interpretazione originale, aprendo la strada all’importazione di nuovi profeti. Essi interpretarono «Khatam al-Nabiyyin» come «il sigillo dei profeti», non come «l’ultimo profeta». Pertanto, qualunque profeta venga dopo il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace — Dio non voglia — sarà considerato veritiero, anche se la sua profezia fosse approvata da Hazrat.
Questa pretesa dei Qadiani è nota a tutti. Al riguardo si possono presentare innumerevoli prove tratte dagli opuscoli qadiani. A titolo d’esempio, desidero limitarmi a presentarne qui soltanto tre.
(Urdu **************) [Per vedere i riferimenti originali in urdu, scaricare il libro in formato PDF]
Riguardo a «Khatam al-Nabiyyin», Hazrat Masih Mau’ud, che Allah gli conceda la pace, disse: «Il significato di “Khatam al-Nabiyyin” è che la profezia di nessuno può essere riconosciuta come vera senza il suo sigillo. Solo quando viene apposto il sigillo essa diventa autentica e viene considerata riconosciuta come vera. Allo stesso modo, quella profezia che non abbia ricevuto il sigillo di Hazrat e non sia stata riconosciuta come vera non è pura né veritiera». — Si veda “Malfuzat Ahmadiyya”, volume 5, pagina 290, scritto da Muhammad Manzur Ilahi.
(Urdu ***********)
«Non neghiamo che il Nobile Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, sia Khatam al-Nabiyyin. Ma il significato di “khatam” accettato dalla maggior parte della gente dell’Ihsan, e che è del tutto contrario alla grande dignità del Nobile Messaggero, è che egli avrebbe privato la propria comunità di una grazia immensa come la profezia; ciò non è corretto. Piuttosto, il significato è che egli era il sigillo dei profeti. Ora, chiunque egli riconoscerà come profeta sarà considerato profeta. Noi crediamo dunque in lui come Khatam al-Nabiyyin in questo senso». — Periodico Al-Fazl, Qadian, 22 settembre 1939.
(Urdu **********)
«Khatam è chiamato il sigillo. Se il Nobile Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è un sigillo, ma nella sua comunità non vi è affatto alcun profeta, come può essere egli un sigillo e su che cosa verrebbe apposto?» — Al-Fazl, Qadian, 22 maggio 1922.
Migliaia e migliaia di profeti
Questa controversia sorta dall’interpretazione del Sacro Corano non è rimasta limitata a una sola parola. Al contrario, i Qadiani si spinsero oltre e dichiararono apertamente — e ciò è dimostrato chiaramente dalle loro varie dichiarazioni e proclamazioni — che non può venire un solo profeta, ma migliaia di profeti. Di seguito vengono riportate alcune citazioni a titolo d’esempio.
(Urdu *************)
«È stato dimostrato con la chiarezza della luce del giorno che anche dopo Hazrat, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la porta della profezia è rimasta aperta».
— Mirza Bashiruddin Mahmud Ahmad, “Haqiqat-un-Nubuwwat”, pagina 228.
(Urdu ***************)
«Essi, cioè i musulmani, hanno pensato che il tesoro di Allah Ta’ala fosse giunto alla fine. Alla base di questa loro affermazione vi è soltanto il fatto che non hanno compreso la maestà di Allah Ta’ala. Altrimenti, perché un solo profeta? Io dirò: verranno migliaia di profeti».
— Mirza Bashiruddin Mahmud Ahmad, “Anwar-e-Khilafat”, pagina 62.
(Urdu ************)
«Se, con una spada posta su ciascun lato del mio collo, mi si dicesse: “Dopo Hazrat, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non verrà alcun profeta: pronuncia queste parole”, anche allora direi: “Sei un bugiardo, un grande mentitore”. Dopo Hazrat può venire un profeta, certamente può venire».
— “Anwar-e-Khilafat”, pagina 65.
La pretesa della profezia
Avendo così aperto la porta della profezia, Mirza Ghulam Ahmad stesso proclamò la propria profezia. I Qadiani lo accettarono immediatamente come un vero profeta. Come prova si possono citare innumerevoli dichiarazioni dei Qadiani. A beneficio dei lettori ne riportiamo qui soltanto alcune.
(Urdu **********)
«Masih Mau’ud, cioè Mirza Ghulam Ahmad Qadiani, descrisse dettagliatamente nei libri da lui stesso scritti la propria pretesa alla profezia. In un punto scrisse: “Io sono un profeta e un messaggero: questa è la mia pretesa”. Si veda il periodico Badr, pubblicato il 5 marzo 1908. Oppure, come scrisse altrove: “Sono un profeta secondo il comando di Dio. Pertanto, se ora lo negassi, peccherei. Poiché Dio ha dato al mio nome quello di profeta, come potrei negarlo? Fino a quando non lascerò questo mondo, rimarrò fermamente e inequivocabilmente saldo in questa pretesa”. Si veda la lettera di Mirza Ghulam Ahmad inviata agli editori del periodico Akhbar-e-Aam di Lahore. Hazrat Masih Mau’ud scrisse questa lettera appena tre giorni prima della sua morte, cioè il 23 maggio 1908, ed essa fu pubblicata nel periodico Akhbar-e-Aam il giorno della sua morte, cioè il 26 maggio 1908». — Si vedano Mirza Bashiruddin Ahmad, “Kalimat-ul-Fasl”, e il terzo anno, numero 14, pagina 11, del periodico Review of Religions.
(Urdu **********)
«Pertanto, secondo il significato attribuito al termine profeta nella legge islamica, Hazrat Sahib, cioè Mirza “Ghulam Ahmad”, non è in alcun modo un profeta metaforico, bensì un profeta reale». — Si veda pagina 147 del libro “Haqiqat-un-Nubuwwat”, scritto da Mirza Bashiruddin Mahmud Ahmad.
I musulmani sono miscredenti
La naturale conseguenza della pretesa di profezia è che, se qualcuno non crede in un profeta, tale persona deve necessariamente essere considerata miscredente. E così hanno fatto i qadiani. Quei musulmani che non hanno creduto a Mirza Ghulam Ahmad Qadiani come profeta sono stati pubblicamente dichiarati miscredenti attraverso discorsi e dichiarazioni. A titolo di prova, se ne riportano qui alcune citazioni.
(In urdu **********)
«Tutti quei musulmani che non hanno riconosciuto come veritiero il Promesso Messia, persino coloro che non hanno mai udito il nome del Promesso Messia, sono anch’essi miscredenti, fuori dall’Islam.»
—Si veda pagina 35 dell’opuscolo Aina-e-Sadaqat, scritto da Mirza Bashiruddin Mahmud Ahmad.
(In urdu **********)
«Chi crede in Mosè ma non crede in Gesù, oppure crede in Gesù ma non crede in Muhammad, o crede in Muhammad ma non crede nel Promesso Messia, non è soltanto miscredente, bensì un miscredente conclamato, al di fuori dei confini dell’Islam.» —Si veda pagina 110 della rivista Review of Religions, citata da Kalimatul Fasl, scritto da Mirza Bashiruddin Ahmad.
(In urdu **********)
«Poiché noi riconosciamo il signor Mirza come profeta, mentre i non-qadiani non lo riconoscono come profeta, e poiché, secondo l’insegnamento del Santo Corano, negare anche un solo profeta è miscredenza, allora anche coloro che non sono ahmadi sono miscredenti.»
—Dichiarazione resa da Mirza Bashiruddin Mahmud Ahmad davanti al tribunale del sottogiudice di Gurdaspur: si veda il periodico Al Fazl, pubblicato dal 26 al 29 giugno 1922.
Il dio, l’Islam e il Corano dei qadiani
I qadiani non differiscono dai musulmani comuni soltanto riguardo alla pretesa profetica di Mirza Ghulam Ahmad, ma, secondo le loro esplicite dichiarazioni, presentano differenze fondamentali in ogni ambito. È particolarmente degno di nota il discorso del Khalifa intitolato «Consigli agli studenti», pubblicato nel numero del 21 agosto 1917 del periodico Al Fazl, portavoce dei qadiani. In quel discorso egli spiegò agli studenti qadiani quanto fosse grande la differenza tra gli ahmadi e le altre comunità.
Nel discorso in questione egli disse:
(In urdu **********)
«Del resto, il Promesso Messia ha anche detto che il loro—cioè quello dei musulmani—Islam è diverso, il nostro Islam è diverso; il loro dio è diverso, il nostro dio è diverso; il loro pellegrinaggio è diverso, il nostro pellegrinaggio è diverso. In questo modo siamo in contrasto con loro in ogni singola questione.»
Istituzioni educative separate
Nel periodico Al Fazl fu pubblicato, in data 30 luglio 1931, un altro discorso del Khalifa. Vi si menziona la discussione che, durante la vita di Mirza Ghulam Ahmad Qadiani, si era svolta riguardo alla fondazione di un’istituzione separata di istruzione religiosa per i qadiani. All’epoca, su questa questione, era sorto un forte dissenso tra i qadiani. Secondo un gruppo di qadiani, non vi era alcuna necessità di creare un’istituzione religiosa separata. Essi dicevano: «La nostra differenza rispetto ai musulmani comuni riguarda soltanto alcune questioni, ma il Promesso Messia, pace su di lui, le ha risolte. Ha fornito le prove riguardo a tutte quelle questioni. Per tutte le altre materie si può studiare nelle madrase comuni!» Un gruppo si opponeva a questa opinione.
Nel frattempo giunse sul posto il signor Mirza Ghulam Ahmad. Dopo aver ascoltato ogni cosa, espresse il proprio parere. Riguardo a tale parere, il Khalifa commentò con le seguenti parole:
(In urdu **********)
«È errato dire che il nostro contrasto con gli altri sia limitato soltanto alla morte del Messia o ad alcune questioni. Egli ha detto che, quanto all’Essenza di Allah l’Altissimo, al Nobile Messaggero, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, al Corano, alla preghiera, alla riza, al pellegrinaggio, all’elemosina obbligatoria e così via, in breve, ha spiegato dettagliatamente che siamo in contrasto con loro in ogni questione.»
Rottura dei rapporti con i musulmani
La conseguenza finale di questo ampio dissenso si concretizzò per opera degli stessi qadiani. Essi recisero ogni sorta di rapporto con i musulmani e si dedicarono a organizzare la propria società come una comunità separata. Le opere dei qadiani ne forniscono la seguente testimonianza:
(In urdu **********)
«Il Promesso Messia, pace su di lui, ha severamente ammonito che nessun ahmadi preghi dietro a un altro. Da diversi luoghi, molte persone continuano a chiedere ripetutamente informazioni su questo argomento. Io dico: per quante volte chiederete, altrettante volte vi darò questa risposta: non è lecito pregare dietro ai non-qadiani, non è lecito, non è lecito.»
—Si veda pagina 89 di Anwar-e-Khilafat, scritto da Mirza Bashiruddin Mahmud Ahmad, Khalifa dei qadiani.
(In urdu **********)
«È nostro dovere non considerare musulmani i non-qadiani. Non dovremmo neppure pregare dietro a loro, perché essi negano uno dei profeti di Dio l’Altissimo.» —Anwar-e-Khilafat, pagina 90.
Anche i bambini musulmani sono miscredenti
(Urdu **********)
«Se muore il figlio ancora piccolo di un non-qadianita, perché non si dovrebbe recitare per lui la preghiera funebre? Perché il bambino non ha certo negato il Messia Promesso. Vorrei chiedere a colui che pone questa domanda: se ciò fosse davvero corretto, perché non si recita la preghiera funebre per i bambini indù e cristiani? Anche i figli dei non-qadianiti saranno considerati non-qadianiti. Per questo non si dovrebbe recitare per loro la preghiera funebre.» –Anwar-e-Khilafat, p. 93.
Contrarre rapporti matrimoniali con i musulmani
(Urdu **********)
«Il Messia Promesso manifestò un’estrema indignazione nei confronti di qualsiasi ahmadi che desse in matrimonio la propria figlia a un non-qadianita. Un uomo gli rivolse ripetutamente questa domanda e gli espose ogni sorta di difficoltà. Ma egli gli disse: lascia la ragazza a casa, non sposata; ciò nonostante, non darla in matrimonio a un non-qadianita. Dopo la morte di Mirza Ghulam Ahmad Qadiani, quando quell’uomo diede in matrimonio la propria figlia a un non-qadianita, il primo Califfo lo destituì dall’incarico di imam e lo espulse dalla Jamaat; inoltre, durante i sei anni del suo califfato, non accettò il pentimento di quell’uomo, sebbene questi si pentisse ripetutamente.» –Anwar-e-Khilafat, pp. 93-94.
Secondo i qadianiti, musulmani e cristiani sono uguali
(Urdu **************) «Il Nobile Profeta (s.a.) trattava i cristiani in un certo modo, e il Messia Promesso trattava i non-qadianiti esattamente secondo quello stesso principio. La nostra preghiera è stata separata da quella dei non-qadianiti. Ci è stato proibito dare loro in matrimonio le nostre figlie. Ci è stato vietato recitare la preghiera funebre per loro. Che cosa ci resta ancora? In quale ambito possiamo rimanere uniti a loro? Il fondamento per stabilire i rapporti reciproci è l’unità nell’adorazione. E la base dei rapporti mondani è la creazione di legami di parentela. Ma entrambi questi tipi di rapporto sono stati resi illeciti per noi. Se dite: perché vi è stato concesso di sposare le loro figlie? La risposta è che gli hadith hanno dimostrato che il Nobile Profeta (s.a.) talvolta ricambiava persino il saluto degli ebrei.» –Kalimat-ul-Fasl, Review of Religions, p. 169.
Il nostro dovere
Questa rottura dei rapporti tra i qadianiti e i musulmani non è limitata soltanto ai discorsi, alle dichiarazioni e agli scritti. Al contrario, milioni di cittadini del Pakistan potranno testimoniare che i qadianiti hanno di fatto reciso ogni tipo di rapporto con i musulmani, trasformandosi in una ummah completamente separata. Essi non pregano insieme ai musulmani; anche per quanto riguarda i matrimoni non hanno alcun rapporto con loro, e non recitano neppure la preghiera funebre per i musulmani. Poiché questa è la situazione reale, quale ragione logica può ancora sussistere per mantenere i musulmani legati a loro nei vincoli della stessa ummah? Quando la dottrina della separazione e della differenziazione è stata realmente messa in pratica e questo conflitto dura ormai da cinquant’anni, perché non dovrebbe essere riconosciuto anche per via legale?
In realtà, il movimento qadianita ci ha dato l’opportunità di acquisire un’esperienza concreta del significato del «sigillo della profezia». In precedenza era particolarmente difficile comprenderne l’importanza considerandolo soltanto una dottrina. Prima, chiunque avrebbe potuto chiedere: perché la venuta dei profeti è stata definitivamente interrotta dopo Hazrat Muhammad (s.a.)? Ma attraverso le attività dei qadianiti è stato dimostrato chiaramente quale grande misericordia e benevolenza di Allah Ta‘ala siano alla base dell’unificazione di tutti i monoteisti in un unico vincolo, fondato sull’obbedienza a un solo profeta, allo scopo di preservare l’unità e la coesione della nazione musulmana. Inoltre, si è compreso chiaramente come l’esistenza di una nazione venga messa in pericolo dalle continue pretese di nuova profezia. Infatti, ogni nuova pretesa di profezia frammenta la nazione e riduce in pezzi le sue diverse parti.
Se la nostra esperienza attuale potrà servire a qualcosa, se grazie a essa si apriranno gli occhi della nostra conoscenza e se separeremo sistematicamente la nuova ummah dalla società musulmana, allora nessuno potrà mai più avere il coraggio di fingersi un nuovo pretendente alla profezia e di creare divisione e disordine nella società musulmana. Se una volta incoraggiassimo o tollerassimo un simile tentativo, ciò significherebbe che stiamo incoraggiando questo genere di attività. La nostra tolleranza verrebbe considerata in futuro come un precedente, e il tentativo di creare fratture e disordini nella vita nazionale non rimarrebbe limitato a un solo episodio. Al contrario, la nostra società si troverebbe continuamente di fronte a nuove divisioni e nuovi disordini, e il pericolo di crearne non verrebbe mai meno.
L’introduzione di argomentazioni cavillose
Sulla base delle prove di tutti questi argomenti fondamentali, abbiamo chiesto che i qadianiti siano legalmente separati dalla nazione musulmana e proclamati dal governo una comunità distinta. Nessuno dispone di una risposta soddisfacente a tutte queste prove e argomentazioni. Tuttavia, invece di confutarle direttamente, vengono sollevate varie questioni irrilevanti, affinché l’attenzione del pubblico possa essere distolta dall’argomento principale e rivolta altrove. Si dice, per esempio, che tra i musulmani esistono da tempo alcuni gruppi che si proclamano reciprocamente miscredenti. Anche oggi lo si può constatare. Perciò, se un gruppo venisse separato dalla nazione musulmana per questo motivo, alla fine la nazione stessa cesserebbe di esistere.
Si dice inoltre che tra i musulmani, oltre alla comunità qadianita, esistono alcuni altri gruppi che non solo dissentono dalla maggioranza dei musulmani sulle questioni fondamentali, ma stanno anche creando proprie organizzazioni sociali, senza mantenere alcun rapporto con i musulmani comuni. Anch’essi, come i qadianiti, hanno reciso ogni rapporto religioso e sociale con i musulmani comuni. Dunque, anche questi dovrebbero ora essere separati dall’umma? Oppure per quale motivo particolare si chiede un simile provvedimento nei confronti dei qadianiti? Qual è il particolare delitto dei qadianiti? Per quale ragione, escludendo tutte le altre comunità, si insiste tanto per separarli soltanto loro dalla nazione musulmana?
Concezioni errate
Molti sono fermamente convinti che «i qadianiti abbiano sempre protetto l’Islam dagli attacchi dei cristiani, degli aderenti all’Arya Samaj e degli altri aggressori. In tutto il mondo essi propagano l’Islam. Pertanto, non è affatto appropriato separarli dalla nazione». Non solo: recentemente abbiamo appreso, da fonti particolarmente affidabili a questo riguardo, che i nostri governanti ritengono che l’adozione di un simile provvedimento contro i qadianiti provocherebbe un grave deterioramento della situazione politica del Pakistan. Secondo loro, infatti, il segretario agli Esteri esercita una grandissima influenza e gode di grande prestigio personale in Inghilterra e in America. Se si vuole ottenere da quei paesi qualsiasi tipo di aiuto, ciò sarebbe possibile soltanto tramite lui!
La nostra risposta
Poiché l’ultima affermazione è piuttosto breve, risponderemo anzitutto a quella. Discuteremo gli altri argomenti in seguito. Se è vero che questa è l’opinione dei governanti, allora, a nostro avviso, tanto meglio per il paese quanto prima esso sarà liberato dalla morsa di simili sciocchi e ottusi. A persone che ritengono che il futuro di un’intera nazione dipenda dai capricci di un solo individuo o di una manciata di persone non si può affidare la guida nemmeno per un istante. Nessun politico inglese o americano è così stolto da attribuire maggiore importanza a un solo individuo, trascurando l’immensa produzione, le opportunità, l’importanza geografica e gli altri aspetti di un grande paese abitato da ottanta milioni di persone, e da intrattenere ogni sorta di scambio con questo paese soltanto a causa di quell’unico individuo. Pertanto, non appena quell’uomo fosse rimosso, essi si metterebbero a fare i capricci e protesterebbero: «È proprio colui in onore del quale vi davamo “riso e vestiti” che avete rimosso». Nessun politico inglese o americano è così incredibilmente ignorante. Al contrario, se dovessero udire simili dichiarazioni, certamente scoppierebbero a ridere, loro malgrado, vedendo l’ampiezza dell’intelligenza dei nostri governanti. E si stupirebbero che proprio simili “studenti delle scuole infantili” siano stati messi a capo dello sventurato paese! Costoro non comprendono nemmeno una cosa tanto semplice: il prestigio di cui gode all’estero il nostro ministro degli Esteri qadianita deriva dal fatto che rappresenta il Pakistan. Questo particolare segretario agli Esteri, personalmente, non è affatto la causa del prestigio e dell’importanza del Pakistan.
La fatwa di kufr
Ora presenteremo dettagliatamente, una per una, le risposte alle domande sopra menzionate.
È indubbio che nella società musulmana esista il diffondersi di questa malattia. Diverse comunità si sono dichiarate reciprocamente miscredenti. In molti, questa brutta malattia è ancora presente. Tuttavia, non è giusto mantenere la comunità qadianita all’interno della nazione musulmana adducendo ciò come prova, per più di una ragione.
Argomentazioni inconsistenti
In primo luogo, non si può, presentando alcuni esempi erronei e deplorevoli di dichiarazioni di kufr, adottare il principio secondo cui una dichiarazione di kufr è sempre e in ogni circostanza errata. Non si dovrebbe mai pronunciare una dichiarazione di kufr contro alcuno, qualunque sia la questione. In realtà, non è giusto dichiarare miscredente qualcuno per motivi futili. Allo stesso modo, non vi è dubbio che sia un errore grave non applicare una dichiarazione di kufr nei casi di aperta opposizione ai fondamenti dell’Islam. Ma se qualcuno, basandosi sulle cosiddette dichiarazioni di kufr ingiustificate, volesse concludere che ogni forma di dichiarazione di kufr è intrinsecamente ingiusta, vorremmo chiedergli: ogni persona rimarrà forse musulmana in ogni circostanza? Se qualcuno pretende di essere Dio, si proclama profeta, oppure compie apertamente azioni contrarie alle dottrine fondamentali o alle credenze essenziali dell’Islam, ciò non ha forse alcuna conseguenza?
False accuse
In secondo luogo, proprio l’altro giorno, a Karachi, gli ʿulamāʾ di spicco delle comunità musulmane le cui dichiarazioni di kufr sono state menzionate qui come prova si sono riuniti ed hanno espresso il loro consenso su una questione grave come la Costituzione. Questo è noto a tutti nel Paese. Essi hanno elaborato all’unanimità i princìpi fondamentali dell’ordinamento statale islamico. Hanno compiuto insieme quest’opera proprio perché si considerano reciprocamente musulmani. Nonostante le divergenze fondamentali, non si considerano al di fuori dei confini dell’Islam e neppure lo affermano pubblicamente: non è forse questo episodio una prova sufficiente? È dunque evidente che il timore secondo cui, dopo la separazione dei Qadiani dalla società musulmana, i vari gruppi finirebbero per separarsi gradualmente gli uni dagli altri è del tutto infondato e privo di base.
La specificità dei Qadiani
In terzo luogo, il kufr dei Qadiani è di natura completamente diversa. I Qadiani sostengono un nuovo profeta. Per questo sono necessariamente considerati una comunità distinta, e tutti coloro che non crederanno in questo loro nuovo profeta saranno inclusi nel gruppo dei miscredenti. Proprio per questo i Qadiani sono del tutto concordi nel dichiarare miscredenti i comuni musulmani. Pertanto, non è assolutamente possibile classificare una divergenza fondamentale di questo genere tra le normali differenze di opinione reciproche dei musulmani.
Le altre comunità
Nella società musulmana, oltre alla comunità qadiani, esistono alcuni altri gruppi che mantengono opinioni contrarie a quelle della generalità dei musulmani sulle questioni fondamentali dell’Islam. In ambito religioso e sociale hanno costituito organizzazioni separate. Tuttavia, per diversi motivi, la loro situazione è del tutto opposta a quella dei Qadiani. Si sono separati dalla società musulmana comune e vivono soltanto come tribù indipendenti; li si può paragonare ai piccoli appezzamenti abbandonati nelle zone di confine, e proprio per questo è possibile mostrare pazienza riguardo alla loro esistenza. I Qadiani, invece, assumono l’abbigliamento e l’aspetto dei musulmani, penetrano nella società musulmana e propagano le proprie dottrine proprio in nome dell’Islam. Sono incessantemente impegnati in dibattiti e in attività di propaganda aggressiva. Si adoperano per frantumare il tessuto della società musulmana e accrescere il proprio gruppo. A causa dei loro sforzi malvagi, nella società musulmana ha cominciato a emergere una persistente discordia e disorganizzazione del tutto indesiderata. Per questo, mentre siamo disposti a mostrare una certa pazienza nei confronti degli altri, ciò non è assolutamente possibile nel caso dei Qadiani.
Distruzione dell’ordine sociale
La questione delle altre comunità riguarda soltanto la teologia, e consiste nel chiedersi se, a causa della loro adesione a particolari dottrine, si possano considerare devote all’Islam o seguaci dell’Islam. Anche qualora non fossero considerate seguaci dell’Islam, dato il ruolo passivo che attualmente hanno assunto, pur vivendo insieme ai musulmani in questo modo, non possono costituire alcun motivo di apprensione per quanto riguarda la fede. Non possono creare alcun problema sociale, economico o politico. Tuttavia, la continua propaganda della dottrina qadianita nella società musulmana si appresta a infliggere un colpo estremo alle fondamenta della fede e delle convinzioni dei musulmani. In realtà, se la propaganda dei qadianiti ottiene un certo successo in una qualunque famiglia musulmana, inevitabilmente vi sorge immediatamente un problema sociale. Così, in alcuni luoghi, si sono verificate separazioni tra marito e moglie e sono sorti conflitti tra padre e figlio. Altrove si è creata tra fratelli consanguinei una tale divisione che uno non può nemmeno partecipare al lutto o al dolore dell’altro. Soprattutto, in ogni ambito — uffici e tribunali governativi, commercio e affari, agricoltura e industria, e così via — i qadianiti stanno conducendo attacchi organizzati contro i musulmani. Di conseguenza, oltre ai problemi sociali, sono emersi numerosi altri problemi.
La cospirazione politica
Le opinioni politiche delle comunità diverse da quella qadianita non sono, sotto alcun aspetto, così gravi per la società musulmana da obbligarci ad adottare immediatamente misure per porvi rimedio; né si tratta di comunità riguardo alle quali dobbiamo rimanere costantemente vigili e all’erta. Finora non si è creata una situazione del genere.
I qadianiti sanno molto bene, dall’inizio alla fine, che, dopo aver avanzato o sostenuto la pretesa di una nuova profezia, è assolutamente impossibile rimanere nella società musulmana dotata di potere indipendente e sovrano. Essi ritengono estremamente spregevoli le caratteristiche del carattere nazionale dei musulmani e, riguardo a tutte quelle questioni dalle quali dipende il fatto di rimanere o meno musulmani, e che possono, violando la linea di demarcazione esistente tra Islam e miscredenza, mandare in rovina la struttura sociale dei musulmani, la società musulmana è estremamente vigile e cauta. I qadianiti conoscono molto bene la storia dei musulmani e non ignorano neppure il modo in cui la nazione musulmana ha trattato, dall’epoca dei Compagni venerabili fino a oggi, coloro che avanzano pretese di questo genere. Sanno molto bene che nei territori sottoposti al dominio musulmano non è mai stato permesso che si accendesse una nuova «lampada della profezia». Non vi è alcun timore che in futuro si verifichi un’eccezione a questa regola. Sanno inoltre molto bene che è possibile agire secondo i propri capricci, limitandosi all’ambito della religione, soltanto nello Stato non musulmano, dopo che ogni cittadino abbia manifestato piena obbedienza al governo e abbia fornito prove affidabili di ogni sorta di servizio e assistenza. Nella società musulmana si possono creare a piacimento contrasti e disordini religiosi: ciò non comporta alcun timore di danno o perdita per lo Stato. Per questo motivo, i nuovi pretendenti alla profezia hanno sempre considerato il dominio miscredente migliore e più accettabile dello Stato islamico. Eppure la nazione musulmana è la loro preda eterna, perché presentano le proprie rivendicazioni e richieste proprio in nome dell’Islam. Usano il Sacro Corano e gli hadith come armi. Tuttavia, allo scopo di salvaguardare i propri interessi, hanno assunto come unico obiettivo quello di tenere i musulmani sottomessi allo Stato miscredente. In questo modo riescono infatti a proseguire il proprio «gioco profetico», approfittando della condizione d’impotenza dei musulmani. In cambio di un’obbedienza ferma, pura e impeccabile allo Stato miscredente, ottengono la libertà di giocare a loro piacimento con la fede dei musulmani. Per loro, lo Stato musulmano indipendente e sovrano è come un campo estremamente impervio e disseminato di pietre, inadatto alla coltivazione. Per questo non hanno mai espresso un sostegno incondizionato allo Stato islamico, né possono farlo.
La benevolenza del governo inglese
A sostegno di questa affermazione, vengono qui riportate soltanto alcune citazioni tra le innumerevoli dichiarazioni diffuse da Mirza Ghulam Ahmad e dal suo gruppo. (Urdu *************) «In realtà, questo governo ci ha mostrato una benevolenza davvero grande. Infatti, se da qui ci recassimo altrove, non troveremmo posto né alla Mecca né a Costantinopoli. In una situazione simile, come potremmo nutrire sentimenti ostili verso questo governo? Come sarebbe possibile farlo?» – Malfuzat-i Ahmadiyya, vol. 1, p. 146. (Urdu *************) «Non posso svolgere bene la mia opera né alla Mecca, né a Medina, né a Roma, né in Siria, né in Iran, né a Kabul; essa può invece essere svolta proprio entro i territori di questo governo, per la cui prosperità prego.» – Tabligh-i Risalat, Mirza Ghulam Ahmad, vol. 6, p. 69. (Urdu *************) «Riflettete un poco: se usciste dalla protezione di questo governo, dove potreste trovare posto? Indicate uno Stato che vi concederebbe asilo. Ogni Stato islamico digrigna i denti contro di voi, poiché, secondo il loro giudizio, siete stati dichiarati infedeli e apostati. Abbiate dunque cura di questa grazia concessa da Dio e comprendete con certezza che Dio Onnipotente ha stabilito il dominio degli inglesi in questo Paese proprio per il vostro bene. Se qualche calamità o disgrazia colpisse questo governo, essa vi distruggerebbe. … Andate per qualche tempo in un altro regno e vedete come sarete trattati. Ascoltate: il dominio degli inglesi è per voi una benedizione e, da parte di Dio, è come uno scudo per voi. Abbiate dunque cura di questo scudo, proteggetelo e onoratelo con tutta la vostra anima e la vostra vita. Essi sono mille volte migliori dei musulmani nostri oppositori, perché non ci considerano “wajib-ul-qatl” (*****) o degni di essere uccisi. Non desiderano umiliarvi.» – Consiglio urgente di Mirza Ghulam Ahmad ai membri della propria comunità, Tabligh-i Risalat, vol. 2, p. 123. (Urdu *************) «Il trattamento riservato dal governo iraniano a Mirza Ali Muhammad Bab, fondatore della comunità babista, e ai suoi indifesi discepoli, a causa delle divergenze religiose, nonché le persecuzioni e le violenze inflitte a questa comunità, non sono ignoti a coloro che sono abituati a studiare la storia dei popoli. Inoltre, non è ignoto a chi segue gli avvenimenti degni di nota del mondo il trattamento riservato dallo Stato turco – noto come uno Stato europeo – a Baha’u’llah, fondatore della comunità bahai, e ai suoi seguaci esiliati, dal 1863 al 1893, dapprima a Costantinopoli, poi ad Adrianopoli e infine nella prigione di Akka. I tre grandi Stati conosciuti nel mondo [[probabilmente i tre Stati musulmani: Turchia, Iran e Afghanistan]] hanno mostrato, nell’epoca della civiltà attuale, un tale esempio di ristrettezza mentale e di ostilità da non poter non far comprendere con certezza alla nazione ahmadi che la libertà degli ahmadi è intimamente legata all’Impero britannico. Pertanto, quegli ahmadi sinceri che considerano Hazrat Mirza Ghulam Ahmad Qadiani un inviato da parte di Allah l’Onnipotente e un santo grande uomo, credono, senza adulazione né inganno, che il governo britannico sia per loro l’ombra della misericordia di Dio. Perciò considerano e credono che l’esistenza del governo britannico sia la propria stessa esistenza.» – Al-Fazl, 31 dicembre 1914. Le citazioni riportate testimoniano chiaramente che ciò che per i musulmani è il pericolo estremo della sottomissione agli infedeli viene considerato, per i pretendenti alla profezia e per i loro devoti seguaci, autentica misericordia e benevolenza divina. Infatti, rimanendo sotto questa protezione, essi riescono a ottenere la libertà assoluta di introdurre continuamente nuovi pericoli profetici tra i musulmani e di creare divisione e disordine. Al contrario, ciò che per i musulmani è la speciale misericordia di Allah Onnipotente – uno Stato libero e sovrano – è considerato da queste persone una calamità. Infatti, nessuna società musulmana dotata di potere sovrano può, in alcuna circostanza, tollerare che si danneggi la propria religione o che si tenti di frantumare in mille pezzi la struttura della società.
L’aspirazione a fondare uno Stato qadiani
I qadiani non si sono limitati a considerare il dominio tirannico britannico una misericordia di Dio e gli Stati musulmani liberi e sovrani una calamità. Al contrario, recentemente è emersa tra loro una forte aspirazione a porre le basi di uno Stato qadiani in una regione del Pakistan. A dimostrazione di ciò, desideriamo menzionare qui un discorso del califfo qadiani. Il discorso in questione fu pronunciato a Quetta il 23 luglio 1948, prima che fosse trascorso un anno intero dalla fondazione del Pakistan, e fu pubblicato nel seguente linguaggio sul numero del 13 agosto del giornale Al-Fazl, organo dei qadiani. (Urdu *************) «Il Belucistan britannico, oggi noto come Belucistan pakistano, conta qui appena cinquecentomila abitanti. Sebbene la sua popolazione sia molto inferiore a quella delle altre province, la sua importanza come unità è grande. Come sulla terra l’essere umano ha una dignità, così anche un’unità ne ha una. Si può citare come esempio la costituzione americana. Là i membri del Senato sono eletti dagli Stati. Non si considera affatto se la popolazione di uno Stato sia di cento milioni o di dieci milioni. Da tutti gli Stati viene scelto lo stesso numero di membri. In breve, la popolazione del Belucistan pakistano ammonta soltanto a cinquecentomila o seicentomila persone. Se si includono anche gli Stati principeschi del Belucistan, la popolazione arriva appena a un milione e centomila. Tuttavia, poiché esso è un’unità, la sua importanza è grande. È difficile iniziare la maggioranza della popolazione alla dottrina ahmadi, ma non è altrettanto difficile iniziare un numero esiguo di persone alla dottrina ahmadi. Pertanto, se la comunità attribuirà piena importanza a questa questione, sarà possibile rendere qadiani questa provincia in brevissimo tempo. Ricordate che, finché la nostra base o il nostro punto d’appoggio, BASE, non sarà solido, la predicazione non potrà avere successo. Solo quando la BASE, cioè il fondamento o il punto d’appoggio, sarà solida, la predicazione potrà espandersi. Ora costruite le vostre basi, in qualunque Paese esse si trovino. … Se riuscissimo a rendere ahmadi l’intera provincia, almeno vi sarebbe una provincia che potremmo dichiarare nostra. E ciò potrebbe avvenire molto facilmente.» La citazione sopra riportata non necessita di alcuna spiegazione o analisi. Ora la domanda è questa: tra tutte le altre comunità presentate come esempio per consigliare ai musulmani di tollerare i qadiani, ve n’è forse una che abbia perseguito un’intenzione analoga? Esiste tra loro una comunità che, per la sicurezza della propria dottrina religiosa, consideri il predominio dei non musulmani sui musulmani come un oggetto di ardente desiderio? E, non appena i musulmani ottenessero il predominio, qualcuno di loro si sarebbe forse affrettato a fondare, all’interno dello Stato, un governo separato per sé? Se in realtà non esiste una comunità simile, perché si portano tali comunità come esempio nel caso dei qadiani?
La legittimità della separazione
Ora desidero discutere la terza questione. In genere, la richiesta di separazione viene avanzata dalle comunità minoritarie. Ma, nel caso degli Ahmadi, al contrario, è il gruppo maggioritario a presentare tale richiesta. Ciò appare davvero assai strano. Non vi è tra coloro che pongono questa domanda neppure una persona capace di citare, da una qualsiasi bibbia politica del mondo, un versetto o un passo che dimostri il fatto che soltanto le minoranze siano autorizzate a presentare una richiesta di separazione e che il gruppo maggioritario non abbia il diritto di avanzare una simile richiesta. Oppure, ci dicano almeno dove sia stata codificata questa norma e chi l’abbia stabilita. In realtà, una simile richiesta viene avanzata sulla base della necessità, e sono coloro che ne hanno bisogno a presentarla. Ora bisogna vedere se la ragione per cui tale richiesta è stata avanzata sia fondata sulla considerazione dei fatti. Nel caso degli Ahmadi, il danno derivante dall’applicazione del principio dell’integrazione sociale è limitato esclusivamente al gruppo maggioritario. Gli Ahmadi, invece, non corrono alcun rischio di subire danni. Per questo il gruppo maggioritario è stato costretto a chiedere che tale gruppo venga completamente separato con mezzi conformi alla legge. Da una parte, essi vivono di fatto separati e godono di tutti i vantaggi e le opportunità dell’autonomia; dall’altra, in quanto parte del gruppo maggioritario, hanno anche l’opportunità di perseguire gli interessi del proprio gruppo attraverso liberi rapporti con esso. Da una parte recidono i legami religiosi e sociali con i musulmani, costruiscono la propria organizzazione e, in modo coordinato, si adoperano instancabilmente per danneggiare i musulmani. Dall’altra, fingendosi musulmani, penetrano nel gruppo maggioritario, ingannano gli ignoranti, gli analfabeti e gli inesperti, persino quelli con un’istruzione limitata, e in tal modo accrescono il proprio gruppo. Appiccano il fuoco della discordia e del disordine nella società musulmana. Anche per quanto riguarda gli incarichi pubblici, fingendosi musulmani, si appropriano di una parte molto maggiore di quella loro spettante. Di conseguenza, a essere danneggiato è soltanto il gruppo maggioritario, mentre questo gruppo particolare fa pendere la bilancia a proprio favore con mezzi del tutto riprovevoli. In una situazione del genere, se il gruppo minoritario non vuole separarsi, in base a quale ragionamento lo si dovrebbe lasciare seduto sul petto del gruppo maggioritario a far girare la macina, e si dovrebbe respingere la richiesta di autonomia presentata dal gruppo maggioritario? In realtà, in questo caso la causa dell’autonomia non è il comportamento della comunità maggioritaria; piuttosto, gli stessi Ahmadi ne sono responsabili. Infatti hanno costruito una società separata per sé. Sono stati loro stessi a recidere i rapporti religiosi e sociali con il gruppo maggioritario. Sarebbe stato ragionevole per loro accettare la richiesta di autonomia come naturale conseguenza della condotta da essi adottata. Ma se non sono d’accordo, o vogliono eludere la questione fondamentale, chiedete loro perché vogliono evitarla. Se Allah vi ha dato gli occhi per vedere, guardate voi stessi perché non sono disposti ad affrontare la naturale conseguenza della condotta da loro adottata. Se vogliono perseguire i propri interessi proprio sulla base dell’inganno e della frode, allora dove è finita la vostra ragione, al punto che oggi costringete la vostra nazione a rimanere proprio il bersaglio delle loro frodi?
La predicazione dell’Islam da parte degli Ahmadi
Ora è necessario rispondere all’ultimo argomento. L’argomento principale era questo: i qadianiti stanno difendendo e propagando l’Islam. Pertanto non è appropriato trattarli in questo modo. L’idea sulla cui base è stato avanzato questo argomento è, in realtà, fondata sull’errore. Di fatto, molti membri della nostra moderna società istruita sono caduti vittima di questo errore. Per questo vorrei rivolgere loro una richiesta: leggete con un po’ di attenzione la seguente citazione del signor Mirza, il leader dei qadianiti. In questo modo potrete facilmente farvi un’idea chiara degli scopi e degli obiettivi di questo fondatore della religione. Nel libro Tiryāq al-Qulūb, stampato il 28 ottobre 1902 dalla tipografia Zia-ul-Islam dei qadianiti, nell’appendice n. 3, intitolata «Huzur Government Aliya mein ek Ajezāna darkhāst» — «Una rispettosa supplica alla grande e potente autorità governativa» — il signor Mirza Ghulam Ahmad afferma: (Urdu *************) «Da vent’anni pubblico con sincera ispirazione, entusiasmo e zelo libri in persiano, arabo, urdu e inglese, nei quali ho ripetutamente scritto che è dovere dei musulmani — e che, se lo abbandonassero, sarebbero peccatori agli occhi di Dio — essere riconosciuti come veri beneauguranti dell’attuale governo e come persone completamente dedite a sacrificare la propria vita per esso. Inoltre devono abbandonare il jihad, l’attesa del sanguinario Mahdi e simili idee assurde e vane, che in alcun modo non possono essere dimostrate dal Sacro Corano. Se proprio non vogliono rinunciare a questa opinione errata, è loro dovere non mostrarsi ingrati verso l’attuale governo benevolo e non rendersi colpevoli davanti a Dio commettendo tradimento.» (p. 307). Più avanti, nella stessa rispettosa supplica, egli scrive: (Urdu **********) «Ora posso dire con coraggio, al servizio della benevola e potente autorità governativa, che questo è il servizio, l’opera di devozione che ho prestato per vent’anni. Nessun’altra famiglia musulmana dell’India britannica potrà presentare un simile esempio. Ed è anche del tutto evidente che continuare per un periodo così lungo — per un’intera epoca di vent’anni — a compiere incessanti sforzi per diffondere le dottrine e gli insegnamenti sopra menzionati non è possibile a un ipocrita o a un egoista. Al contrario, ciò è possibile soltanto a chi nutra nel cuore sincera benevolenza e interesse per l’attuale governo. Sì, devo certamente ammettere che discuto con i seguaci delle altre religioni con buone intenzioni. Allo stesso modo pubblico libri polemici contro i sacerdoti. Ammetto anche che, quando qualche scritto dei sacerdoti e dei missionari cristiani è diventato assolutamente intollerabile e ha oltrepassato ogni limite — in particolare quando nel periodico intitolato “Nur Afsa”, pubblicato da Ludhiana, apparvero scritti estremamente abominevoli e osceni, nei quali i responsabili di quel periodico attaccavano il nostro Profeta (pace e benedizioni su di lui) con parole altamente offensive — essi dissero del Profeta (pace e benedizioni su di lui) che quell’uomo era un ladro, un brigante e un adultero (Dio ce ne scampi). Inoltre, in innumerevoli loro periodici fu diffusa l’accusa che quell’uomo fosse perversamente attratto dalla propria figlia (Dio ce ne scampi). Oltre a ciò, quell’uomo sarebbe stato un bugiardo, un fomentatore di disordini e un assassino. Dopo aver letto tutti quei libri e periodici, si temette che, a causa di tali affermazioni, nel cuore dei musulmani — che sono una nazione incline all’eccitazione — potesse prodursi una qualche reazione violenta. Pertanto, per ridurre la loro agitazione, ho ritenuto, secondo il mio giudizio, con buone intenzioni e nel modo corretto, che fosse opportuno rispondere strategicamente a quegli scritti con un linguaggio alquanto duro, per reprimere quella generale agitazione. In tal modo si sarebbe placata l’ira di quelle persone improvvisamente eccitate e si sarebbe impedito che nel paese sorgesse qualsiasi disordine. Perciò ho scritto alcuni libri contro opere nelle quali erano stati rivolti insulti con un linguaggio estremamente duro, usando a mia volta una certa durezza. Infatti la mia coscienza mi aveva certamente emesso questa fatwa: questo metodo sarebbe stato sufficiente a spegnere l’ira e il fuoco della protesta degli innumerevoli uomini dall’indole bestiale e incline all’agitazione che esistono nell’Islam.» Pagine 308 e 309. Poche righe dopo egli scrisse nuovamente: (Urdu ***********) «Quanto è stato fatto da parte mia per affrontare i sacerdoti consiste nel fatto che, mediante una strategia, sono stati compiaciuti i musulmani della categoria bestiale; e posso affermare con certezza che, tra l’intera nazione musulmana, occupo il primo posto come beneaugurante del governo inglese. Sono infatti tre le cose che mi hanno portato al primo posto tra i beneauguranti del governo inglese. Primo: l’influenza del mio defunto padre; secondo: il particolare favore dell’attuale governo; terzo: l’ispirazione divina.» Pagine 309 e 310.
I protettori dei qadianiti
Nella sesta edizione di Shahadatul Quran, stampata dalla Punjab Press di Sialkot, vi è un’appendice intitolata «Degno dell’attenzione del Governo». In essa il signor Mirza ha scritto, (Urdu*************) «Pertanto, la mia religione — che ho sempre proclamato — è questa: l’Islam consta di due parti. La prima è riconoscere l’obbedienza ad Allah l’Altissimo. La seconda è manifestare obbedienza allo Stato che ha stabilito la pace, ci ha liberati dalle mani degli oppressori e ci ha accolti sotto la propria protezione. E questo Stato è il Governo britannico.» (p. 3). In una supplica intitolata «Alla presenza del venerabile Nawab, Luogotenente Governatore, che la sua gloria continui — Al cospetto del venerabile Luogotenente Governatore», inserita nell’ottavo volume di Tabligh-e-Risalat, pubblicato nell’agosto del 1922 (stampato dalla Faruq Press di Qadian), il signor Mirza, dopo aver esposto per prima cosa la fedeltà dei propri antenati, citò, come prova, copie di alcune lettere. Tali lettere erano state consegnate a suo padre, Mirza Ghulam Murtaza Khan, dal Commissario di Lahore, dal Commissario finanziario del Punjab e da altri eminenti funzionari inglesi, in riconoscimento delle numerose azioni di fedeltà compiute a favore del Governo britannico. Inoltre, menzionò anche tutte le opere che gli altri suoi antenati avevano compiuto al servizio degli inglesi. In seguito scrisse, (Urdu***********) «Dalla mia prima giovinezza fino a oggi, quando ho raggiunto l’età di sessant’anni, con la mia bocca e con la mia penna sono stato occupato in questa importante opera: volgere i cuori dei musulmani verso il sincero amore, la benevolenza e la simpatia per il Governo inglese; e rimuovere dalla mente di una certa classe di persone poco intelligenti tra loro le idee erronee sul jihad e simili, che impediscono l’eliminazione dei turbamenti dai loro cuori e l’instaurazione di rapporti amichevoli.» (p. 10). Egli scrisse inoltre, (Urdu***********) «E non ho compiuto soltanto quest’opera, cioè indirizzare i musulmani dell’India britannica verso una devota obbedienza al Governo britannico. Al contrario, scrivendo libri in arabo, persiano e urdu, ho informato anche gli abitanti degli Stati islamici di come noi viviamo felicemente, pacificamente e liberamente sotto la protezione del Governo britannico!» (p. 10). In seguito presentò un lungo elenco dei libri da lui stesso composti. Secondo lui, mediante i libri riportati nell’elenco si potranno trovare le prove di tutte le azioni di fedeltà agli inglesi da lui compiute. A questo proposito scrisse, (Urdu***********) «Il venerabile Governo dovrebbe indagare e verificare se sia vero che migliaia di musulmani, i quali mi hanno dichiarato kafir e hanno ritenuto loro dovere rivolgere ogni sorta di insulto e arrecare danno alla mia comunità, nella quale sono entrate innumerevoli persone del Punjab e dell’India, abbiano agito così. Alla base della mia empietà e dei danni arrecati vi è una causa segreta. Essa è questa: contro le dottrine segrete di quei musulmani ignoranti sono stati distribuiti migliaia di opuscoli allo scopo di esprimere con tutto il cuore gratitudine al Governo inglese, e libri di questo genere sono stati fatti giungere fino ai Paesi arabi e alla Siria. Tutto ciò non è privo di prove. Se il venerabile Governo prestasse un po’ di attenzione, presso di me vi sono prove estremamente chiare. Lo dichiaro a gran voce e lo proclamo al servizio del venerabile Governo con piena convinzione: dal punto di vista dei princìpi religiosi, l’unica comunità nuova che, tra tutte le comunità musulmane, sia assolutamente fedele al Governo, pronta al sacrificio di sé e benevola nei suoi confronti, è questa. Nessun principio di questa comunità è dannoso o pericoloso per il Governo.» (p. 13). Scrisse nuovamente anche, (Urdu***********) «E sono fermamente convinto che, quanto più aumenterà il numero dei miei discepoli, tanto più diminuirà il numero dei sostenitori della norma del jihad. Infatti, riconoscermi come il Messia e il Mahdi significa negare la norma del jihad.» (p. 17).
Il mistero della predicazione
Per il momento lasciate da parte la questione se la lingua e lo stile di composizione di tutte le citazioni riportate sopra siano quelli di un profeta. Qui desideriamo richiamare la vostra attenzione su questo punto: dopo ciò che il fondatore stesso di questa religione ha descritto riguardo allo scopo e alla ragione della predicazione, dell’iniziazione e della difesa dell’Islam da parte di questa religione, il suo «servizio alla religione» merita ancora qualche forma di sostegno? Se, dopo tutti questi fatti, qualcuno non è in grado di comprendere il significato di un simile «servizio alla religione», gli rivolgeremo rispettosamente questa preghiera: legga una volta con gli occhi aperti le confessioni degli Ahmadi: (Urdu***********) «Dopo molti giorni fu trovata in una biblioteca una copia di un libro, divenuto raro dopo la stampa. L’autore di questo libro era un ingegnere italiano. Ricopriva un incarico importante in Afghanistan. Egli scrive che Sahibzada Abdul Latif (qadianita) fu martirizzato perché predicava contro il jihad. Il governo afghano temeva che, in conseguenza di ciò, lo spirito di libertà degli afghani si sarebbe indebolito e che il dominio inglese si sarebbe imposto su di loro. … Dal resoconto di un narratore così affidabile è provato definitivamente che, se Sahibzada Abdul Latif avesse taciuto e non avesse detto nulla contro il jihad, il governo afghano non avrebbe sentito la necessità di martirizzarlo.» –Sermone del venerdì pronunciato dal signor Mirza Bashiruddin Mahmud Ahmad, rivista Al-Fazl, 6 agosto 1935. (Urdu***********) «Il ministro dell’Interno del governo afghano ha diffuso il seguente comunicato: due persone di Kabul, il mullah Abdul Hamid Chahar Asyani e il mullah Ali, erano diventate seguaci della dottrina qadianita. Propagando tale dottrina, sviavano il pubblico dalla retta via. Contro di loro era stata inoltre presentata un’altra accusa. Presso di loro furono rinvenute lettere di natura cospirativa straniera, contrarie agli interessi del governo afghano, dalle quali risultava che si erano venduti ai nemici del governo afghano.» –Rivista Al-Fazl, ricevuto ad Aman da una fonte afghana, 3 marzo 1925. (Urdu***********) «Sebbene mi fossi recato in Russia, cioè nel paese russo, per propagare la dottrina ahmadi, gli interessi del movimento ahmadiyya e del governo britannico sono reciprocamente connessi. Per questo motivo, ovunque propagassi il mio movimento, ero costretto a servire anche il governo inglese.» –Dichiarazione del missionario qadianita signor Mohammad Amin, pubblicata nel numero del 28 dicembre 1922 della rivista Al-Fazl. (Urdu***********) «Il mondo ci considera agenti degli inglesi. Pertanto, quando un ministro tedesco partecipò alla cerimonia d’inaugurazione dell’edificio ahmadiyya in Germania, il governo gli chiese spiegazioni, domandandogli perché avesse partecipato alla celebrazione di un gruppo del genere, considerato agente degli inglesi.» –Sermone del venerdì del califfo qadianita, pubblicato sulla rivista Al-Fazl il 1º novembre 1934. (Urdu***********) «Ci auguriamo che, con l’espansione dell’Impero britannico, il campo della nostra predicazione dell’Islam si allarghi progressivamente e che, mentre convertiamo i non musulmani all’Islam, riconduciamo nuovamente i musulmani all’Islam.» –Commento sul viaggio di Lord Hardinge in Iraq, Al-Fazl, 11 febbraio 1910. (Urdu***********) «In realtà il governo britannico è come uno scudo. Sotto la sua protezione, la Comunità ahmadiyya continua a progredire. Rimuovete appena un poco questo scudo e allora vedrete come comincerà una terribile pioggia di frecce intrise di veleno mortale sopra le vostre teste. Perché dunque non dovremmo essere grati a questo governo? La distruzione dell’attuale governo significherebbe la nostra stessa distruzione; il progresso di questo governo è anche il nostro progresso. I nostri interessi sono indissolubilmente legati a questo governo. Ovunque si estenda l’influenza di questo governo, lì si prepara il campo per lo svolgimento della nostra predicazione.» –Rivista Al-Fazl, 19 ottobre 1915.
Relazione speciale con il governo britannico
«La relazione esistente tra il movimento ahmadiyya e il governo britannico è completamente diversa da quella degli altri gruppi. La nostra posizione è tale che il governo e i nostri interessi sono diventati una cosa sola. Con il progresso del governo britannico si presentano per noi opportunità di avanzamento. Dio non voglia che gli accada qualche male: anche noi non potremmo sfuggire a quel colpo.» –Rivista Al-Fazl, 27 luglio 1918, dichiarazione del califfo qadianita.
Caratteristiche del movimento qadianita
Viene presentato ai lettori un quadro completo del movimento qadianita. Le sue caratteristiche principali sono le seguenti: 1. Da più di cinquant’anni, mentre i musulmani erano incatenati alla schiavitù degli inglesi, nel Punjab un uomo si mise a pretendere di essere un profeta. All’interno di quella nazione, di quella comunità e di quell’unica società che aveva unito tutti coloro i quali riconoscevano il tawhid di Allah l’Altissimo (l’unicità di Dio) e la missione profetica di Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui), costui proclamò: «Per essere musulmano non basta soltanto credere nel tawhid e avere fede o fiducia in Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come Messaggero. È invece necessario, al tempo stesso, credere nella mia profezia. Chiunque non creda nella mia profezia, nonostante creda nel tawhid e nella missione di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), sarà considerato un miscredente ed escluso dall’Islam». 2. Sulla base di tale pretesa, quell’uomo tracciò nella società musulmana una nuova linea di demarcazione tra miscredenza e fede e cominciò a organizzare coloro che credevano in lui come una ummah e una società distinte. Tra questa nuova ummah e i musulmani si venne a creare, in materia di credenze, dottrine, riti e pratiche, una situazione simile alla differenza esistente tra musulmani, da una parte, e indù e cristiani, dall’altra. Nelle credenze e nella fede, nel culto, nei rapporti di parentela e nelle gioie e nei dolori, in breve in ogni questione, essi non ebbero alcuna comunanza con i musulmani. 3. Fin dal primo giorno il fondatore della religione aveva compreso perfettamente che la società musulmana non avrebbe affatto tollerato quella divisione e quel disordine, né avrebbe potuto farlo. Per questo egli stesso e i suoi seguaci non adottarono la via della completa obbedienza, del servizio e dell’assistenza al governo inglese soltanto come un principio. Essi avevano invece compreso con chiarezza che, quale naturale conseguenza della politica da loro seguita, i loro interessi dipendevano dal predominio dei miscredenti. Pertanto desideravano sopra ogni cosa che il dominio degli inglesi si affermasse non solo in India, ma in tutto il mondo. In pratica cercarono anche di far sottomettere agli inglesi gli Stati musulmani indipendenti, affinché la diffusione della loro nuova religione non incontrasse ostacoli. 4. Per mezzo secolo, ogni volta che i musulmani hanno tentato di separare questa comunità, essi sono riusciti a sabotare il tentativo, colludendo ogni volta con potenze straniere. Anche il governo inglese ha sempre dichiarato con fermezza che, sebbene questa comunità fosse sotto ogni aspetto estranea ai musulmani, essa sarebbe rimasta inclusa nella società musulmana. Il risultato di questo provvedimento è stato un doppio danno per i musulmani e un doppio vantaggio per i qadianiti. (a) Nonostante tutti i possibili tentativi e le iniziative degli ulema, si continua instancabilmente a far comprendere alla gente comune che la dottrina qadianita è parte integrante dell’Islam. In tal modo la propaganda e la diffusione della dottrina qadianita nella società musulmana sono diventate molto più facili. Infatti, in una situazione del genere, il musulmano comune, quando adotta la dottrina qadianita, non si rende affatto conto di ciò; non teme minimamente di essere uscito dall’Islam e di essere entrato in un altro sistema sociale. Da ciò i qadianiti traggono il vantaggio di poter continuamente sottrarre persone alla società musulmana e ingrossare le proprie file; mentre il danno per i musulmani consiste nel fatto che, all’interno della società, una società del tutto distinta e ostile diffonde veleno nel cuore del corpo sociale come un cancro. Ne sono derivati conflitti e gravissimo disordine in migliaia di famiglie musulmane. La provincia del Punjab è stata particolarmente colpita, poiché questa malattia è iniziata nel Punjab. Perciò tra i musulmani del Punjab si è manifestata la più forte agitazione contro questo gruppo. (b) Dopo aver ottenuto il favore del governo inglese, essi cominciarono a far entrare i propri uomini nell’esercito, nella polizia, nei tribunali e negli altri uffici pubblici. I qadianiti, fingendosi musulmani, iniziarono a impadronirsi di una parte considerevole della quota di posti riservata ai musulmani. D’altra parte, il governo rassicurava la società musulmana dicendo: «Ecco, vi sono stati assegnati incarichi così importanti». In realtà una parte enorme dei posti riservati ai musulmani veniva assegnata ai qadianiti. Sfruttando questa opportunità, i qadianiti, presentandosi come rivali dei musulmani, rafforzavano la propria organizzazione ostile ai musulmani. La stessa politica fu seguita anche per gli appalti pubblici, il commercio e gli affari relativi alle terre. 5. Temendo che, dopo aver ottenuto un potere indipendente e sovrano, la società musulmana del Pakistan non avrebbe tollerato i qadianiti ancora a lungo, essi si sono messi all’opera con estrema rapidità per consolidare le proprie basi. Coloro che, appartenenti a questa comunità, occupano incarichi governativi responsabili stanno inserendo i propri uomini nei diversi dipartimenti dello Stato. Anche in campo economico stanno concedendo ai qadianiti tutte le agevolazioni possibili, affinché la società musulmana del Pakistan, dopo essere divenuta indipendente e sovrana, non sia in grado di opporsi ai qadianiti. D’altra parte, hanno cominciato a compiere sforzi disperati per occupare il Belucistan e costituire, all’interno del Pakistan, un governo separato. Per tutte queste ragioni, tutte le istituzioni religiose del Pakistan hanno chiesto all’unisono che questo «ascesso qadianita» venga immediatamente reciso e che il corpo sociale musulmano del Pakistan sia liberato dalla malattia, nonché che Sir Zafrullah Khan venga rimosso dalla carica ministeriale. Infatti, sotto il suo patrocinio, questo «ascesso qadianita» sta diffondendo liberamente il proprio veleno in Pakistan e negli altri Stati musulmani. È dunque urgentissimo rimuovere i qadianiti dagli altri importanti incarichi governativi e stabilire la quota dei posti pubblici in base alla loro popolazione.
Vogliamo delle argomentazioni
Ma il governo del Pakistan non è d’accordo. L’Assemblea costituente del Pakistan è contraria. Ancora più sorprendente è che la maggioranza degli ambienti istruiti del Paese coltivi l’erronea convinzione che ciò sia soltanto il risultato di una disputa settaria interna tra musulmani. Ora bisogna chiedere: coloro che si oppongono alla suddetta proposta dispongono di argomenti, prove e conclusioni definitive e accettabili da presentare a sostegno della propria posizione e davanti agli abitanti del Paese? Abbiamo sottoposto le nostre argomentazioni e le nostre prove agli abitanti del Paese. Se anche loro possiedono una risposta razionale, dovrebbero certamente presentarla davanti agli abitanti del Paese. Altrimenti, è davvero singolare che assumano un atteggiamento bigotto e ostinato su una questione senza mostrare alcuna prova. Infatti, un tempo coloro che accusavano a gran voce i mullah di questo comportamento sono ora gli stessi che commettono tale colpa, pur essendosi allora vantati molto di non essere mullah. Dovrebbero tuttavia ricordare una cosa: un giorno la forza combinata dell’opinione pubblica e delle argomentazioni e prove li costringerà certamente ad abbassare il capo.
Confutazione di un’altra argomentazione dei qadianiti contro il khatm-e-nubuwwat
Domanda: Nel Tafhim al-Qur’an, nella spiegazione del versetto della sura Al ‘Imran (Arabo ************), nella nota n. 69, avete scritto: «Qui bisogna comprendere anche questo: prima di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), da ogni profeta era stato preso questo patto e, sulla base di esso, ogni profeta aveva informato la propria comunità riguardo al profeta successivo e aveva ordinato loro di sostenerlo. Tuttavia, non si trova in alcun punto del Corano o degli hadith alcuna menzione del fatto che un patto di questo genere fosse stato preso anche dal profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), oppure che egli avesse informato la propria comunità dell’avvento di un profeta successivo e avesse ordinato loro di credere in lui». Dopo aver letto queste frasi, mi è venuto in mente quanto segue: è vero che il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non disse ciò, ma nella sura Al-Ahzab del Nobile Corano viene menzionato un patto in questo modo: (Arabo **************) Qui, attraverso la parola minka («da te»), ci si rivolge al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). E il patto menzionato qui è quello riportato nella sura Al ‘Imran. Il medesimo patto menzionato in entrambe le sure, Al ‘Imran e Al-Ahzab, fu preso anche dal profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). In realtà, questa domanda mi è sorta dopo aver letto un libro degli Ahmadiyya. In esso, i versetti menzionati di queste due sure vengono usati per spiegarsi a vicenda. Inoltre, vi si svolge un’ampia discussione sulla parola «minka». Risposta: (Arabo ************) Se i signori qadiani hanno presentato l’argomento tratto da questo versetto della sura Al-Ahzab con sincerità, allora esso è un segno della loro stupidità e ignoranza. Se invece lo hanno fatto deliberatamente allo scopo di ingannare la gente, allora la loro perdizione diventa evidente. Essi hanno tratto una prima affermazione dal versetto della sura Al ‘Imran (Arabo **********), nel quale si parla dell’assunzione, da parte dei profeti e delle loro comunità, del patto di obbedire a un profeta che sarebbe venuto in seguito. Poi hanno tratto una seconda affermazione dal versetto sopra citato della sura Al-Ahzab, nel quale si dice che un patto fu preso anche dal Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui), insieme agli altri profeti. In seguito, collegando le due cose, hanno costruito da sé una terza affermazione: che anche dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) fosse stato preso il patto di credere in un profeta futuro e di aiutarlo e sostenerlo. Eppure, nel versetto in cui si parla del patto preso in relazione al profeta futuro, Allah l’Altissimo non ha detto in alcun punto che tale patto fosse stato preso anche da Muhammad (pace e benedizioni su di lui). E nel versetto in cui si parla di un patto preso da Muhammad (pace e benedizioni su di lui), non è detto in alcun punto che quel patto fosse collegato all’obbedienza a un profeta futuro. La domanda è dunque: quale ragionevolezza vi è nel collegare due affermazioni distinte e nel fabbricare una terza affermazione che non si trovava in alcun punto del Corano? Avrebbero potuto esserci tre ragioni o basi. Primo: se, dopo la rivelazione di questo versetto, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) avesse riunito i Compagni e dichiarato: «O gente! Allah ha preso da me il patto che io creda nel profeta che verrà dopo di me e lo aiuti e sostenga. Perciò, in quanto miei seguaci, assumete anche voi questo patto». Ma in nessuno dei libri degli hadith troviamo neppure un hadith contenente una simile dichiarazione. Al contrario, troviamo innumerevoli hadith dai quali risulta chiaramente che la catena della profezia si è conclusa con il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e che dopo di lui non verrà alcun profeta. Si può forse anche solo immaginare che dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) fosse stato preso un patto così importante, che egli lo avesse trascurato in questo modo e, anzi, avesse pronunciato parole sulla cui base una grande parte della sua comunità sarebbe rimasta privata della fede in un profeta inviato da Allah? Se nel Corano fosse menzionato un solo patto assunto da tutti i profeti e dalle loro comunità, ciò avrebbe potuto costituire una seconda ragione o base per accettare questa interpretazione. E quel patto sarebbe stato credere nel profeta che sarebbe venuto in seguito. Se in tutto il Corano non fosse menzionato alcun altro patto oltre a questo, si sarebbe potuto sostenere che anche il versetto citato della sura Al-Ahzab si riferisse allo stesso patto. Ma qui non vi è neppure la possibilità di avanzare tale argomento. Nel Corano è menzionato non un solo patto, bensì un gran numero di patti. Per esempio, nel decimo ruku‘ della sura Al-Baqara, ai Figli d’Israele fu fatto assumere il patto di servire Allah, di trattare bene i genitori e di astenersi dallo spargimento reciproco di sangue. Nel diciannovesimo ruku‘ della sura Al ‘Imran, a tutta la Gente del Libro fu fatto assumere il patto di non nascondere gli insegnamenti del Libro di Allah loro consegnato, bensì di diffonderli pubblicamente. Nel ventunesimo ruku‘ della sura Al-A‘raf, ai Figli d’Israele fu fatto assumere il patto di non dire nulla in nome di Allah se non ciò che è vero, di aggrapparsi saldamente al Libro donato da Allah e di ricordarne gli insegnamenti. Nel primo ruku‘ della sura Al-Ma’ida, ai seguaci di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) viene ricordato un patto che avevano stretto con Allah: «Avete stretto con Allah il patto di ascoltare e obbedire». La domanda è dunque: poiché nel versetto pertinente della sura Al-Ahzab non viene specificato quale fosse il patto menzionato, perché scegliere proprio il patto riportato nel nono ruku‘ della sura Al ‘Imran, invece di uno qualsiasi degli altri patti? Per farlo sarebbe necessaria una base, ma tale base non esiste in alcun luogo. Se qualcuno rispondesse che, poiché in entrambi i casi si parla di un patto preso dai profeti, il secondo versetto è stato spiegato con l’aiuto del primo, io direi che nessuno degli altri patti presi dalle comunità dei profeti fu preso direttamente da esse: furono invece presi per mezzo dei profeti. Inoltre, chiunque studi profondamente il Corano sa che da ogni profeta viene preso il patto di aggrapparsi saldamente al Libro di Allah e di obbedire alle sue disposizioni. La terza ragione o base avrebbe potuto essere il contesto precedente e successivo della sura Al-Ahzab. Se in esso vi fosse stato un chiaro indizio che con «patto» si intendesse il patto di credere nei profeti che sarebbero venuti in seguito, sarebbe stato ragionevole accettare questa interpretazione. Ma qui la situazione è completamente opposta. Il contesto precedente e successivo contraddice piuttosto pienamente tale significato. La sura Al-Ahzab inizia con queste parole: «O Profeta! Temi Allah, non obbedire ai miscredenti e agli ipocriti, agisci secondo la rivelazione che il tuo Signore ti invia e confida in Allah». Poi viene ordinato di eliminare la consuetudine, risalente all’epoca dell’ignoranza, di prendere figli adottivi, insieme a tutte le false riforme e le usanze ad essa collegate. In seguito viene detto che, tra i legami non fondati sulla consanguineità, vi è un solo legame superiore persino a quello di sangue: il legame tra il profeta e i credenti. Per questo legame, le mogli del Profeta hanno presso i credenti lo stesso rango delle loro madri e sono loro proibite come le madri. Per il resto, secondo il Libro di Allah, soltanto la consanguineità è riconosciuta come causa dell’illiceità matrimoniale e del diritto all’eredità. Dopo aver impartito questa disposizione, Allah l’Altissimo ricorda al Profeta il patto che aveva sempre preso da tutti i profeti e, di conseguenza, anche dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Ora ogni persona dotata di buon senso può vedere chiaramente: in quale punto di questo contesto vi era spazio per ricordare un patto di credere in un profeta che sarebbe venuto in seguito? Al massimo, vi era spazio per ricordare il patto con cui tutti i profeti erano stati vincolati ad aggrapparsi saldamente al Libro di Allah, a ricordarne le disposizioni, ad applicarle e a proclamarle pubblicamente. Proseguendo poco oltre, vediamo che Allah l’Altissimo dice chiaramente al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui): sposa tu stesso la moglie divorziata del tuo figlio adottivo Zayd, così da abolire quella falsa idea dell’epoca dell’ignoranza sulla cui base la gente considerava il figlio adottivo come un figlio biologico. Quando i miscredenti e gli ipocriti sollevarono una dopo l’altra obiezioni contro ciò e si dedicarono alla diffamazione, Allah l’Altissimo rispose sistematicamente alle loro obiezioni. Primo: Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non è il padre di alcun uomo tra voi, per cui la moglie divorziata di quell’uomo possa essergli proibita. Secondo: se dite che, anche se ella gli era lecita, quale necessità c’era di sposarla, la risposta è che egli è il Messaggero di Allah: quando Allah vuole porre fine a qualcosa, è suo compito procedere personalmente e porvi fine. Terzo: era ancora più necessario che egli lo facesse perché non è soltanto un messaggero, bensì è l’ultimo Messaggero. Se egli non avesse abolito quelle usanze dell’epoca dell’ignoranza, dopo di lui non sarebbe venuto alcun profeta a farlo. Collegando quest’ultima affermazione con quella precedente, chiunque dirà con certezza che, nel contesto precedente e successivo, il patto ricordato al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) non era affatto il patto di credere in un profeta che sarebbe venuto in seguito. Considerate ora: queste tre avrebbero potuto essere le basi per attribuire al versetto in questione il significato dichiarato dai qadiani. Ognuna di esse è però estranea alla loro affermazione, anzi le è contraria. Se dispongono di una quarta ragione o base, chiedetegliela. E chiedete loro anche la risposta a queste tre ragioni. Altrimenti sarà giusto ritenere che abbiano adottato questo significato del versetto o per stupidità e ignoranza, oppure, dopo aver completamente allontanato dal cuore il timore di Allah, allo scopo di sviare la gente semplice. Comunque, non riesco a capire questo: se il signor Mirza era un profeta, come mai l’epoca dei suoi «Compagni» non è ancora terminata, mentre tutta la sua comunità è ormai annoverata tra i «tabi‘in e tabi‘ al-tabi‘in»? Eppure la loro condizione è tale che i membri della sua comunità continuano pubblicamente a presentare dal Libro di Allah argomenti di questo genere, falsi ed erronei, senza che in tutta la comunità si levi una sola voce contro questa ignoranza. (Tarjuman al-Qur’an, Ramadan-Shawwal 1371 dell’Egira, giugno-luglio 1952)
L’interpretazione errata dei Qadiani
Domanda: I predicatori qadiani cercano con tutte le loro forze di dimostrare che la porta della profezia è ancora aperta. Presentano in particolare i due versetti seguenti come prova e pongono su di essi le fondamenta della loro pretesa. «Chiunque obbedisca ad Allah e al Messaggero sarà con coloro ai quali Allah ha concesso la Sua grazia: i profeti, i sinceri, i martiri e i virtuosi. Quanto eccellenti sono costoro come compagni!» (Sura an-Nisāʾ, versetto 69) Nell’interpretare questo versetto, dicono che qui sono state menzionate in successione quattro categorie: i profeti, i sinceri, i martiri e i virtuosi. Secondo loro, i membri della comunità di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) hanno conseguito tre di questi gradi. Ne rimane uno: quello della profezia. Ed è questo il grado conseguito da Mirza Ghulam Ahmad Qadiani. Dicono che, se il significato dell’essere compagni fosse che la comunità di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sarà compagna delle suddette categorie soltanto nel Giorno della Resurrezione, allora ciò significherebbe che nella comunità di Muhammad non esistono sinceri, martiri e virtuosi. Se invece non è così, poiché nel versetto sono menzionati quattro gradi di eccellenza, sulla base di quale prova si può escludere che la categoria dei profeti continui a esistere nella comunità? «O figli di Adamo! Ricordate: se giungeranno a voi messaggeri scelti tra voi, i quali vi reciteranno i Miei versetti, allora chi si asterrà dalla disobbedienza e correggerà la propria condotta non avrà motivo di afflizione né di timore.» (Sura al-Aʿrāf, versetto 35) Da questo versetto traggono la prova sostenendo che esso si rivolga all’intera umanità. Inoltre, il versetto sarebbe stato rivelato a Muhammad (pace e benedizioni su di lui). La loro argomentazione è: se non vi fosse stata alcuna possibilità dell’avvento di un profeta, perché questo versetto sarebbe stato rivelato a Muhammad (pace e benedizioni su di lui)? Inoltre, qui è stata usata un’espressione il cui significato è: «Certamente verrà a voi il Mio profeta». Pertanto, da questo versetto risulterebbe che un profeta può venire sotto l’obbedienza di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Vi chiediamo di trattare questo argomento nella vostra rivista, con argomentazioni e prove, affinché tutti possano trarne beneficio. Risposta: quando Allah e il Suo Messaggero hanno deciso una questione mediante disposizioni chiare e inequivocabili, mettere da parte tale disposizione esplicita, ricavare dalle āya e dagli hadith non pertinenti alla questione il significato che meglio si adatta alle proprie necessità, sostenere una credenza del tutto contraria alle chiare disposizioni del Corano e degli hadith e agire di conseguenza è la più estrema forma di traviamento, anzi la più ignobile ribellione contro Allah e il Messaggero. Chi adotta apertamente una via contraria ad Allah e alle Sue disposizioni commette una ribellione relativamente minore. Ma deformare le decisioni di Allah e del Suo Messaggero, alterare le loro dichiarazioni e disposizioni e usarle per il proprio interesse non è una ribellione da poco. Di coloro che agiscono così non possiamo in alcun modo pensare che obbediscano sinceramente agli ordini di Allah e del Suo Messaggero. Per decidere se il nostro signore Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sia l’ultimo profeta e se dopo di lui verrà un altro profeta, avremmo potuto rivolgere la nostra attenzione ad altri versetti, se Allah e il Suo Messaggero non avessero dato da nessuna parte nel Corano e negli hadith una risposta specifica a questa domanda. Ma, poiché abbiamo ricevuto da parte di Allah, nel versetto del Khātam an-Nabiyyīn, e da parte del Messaggero, in innumerevoli hadith autentici e affidabili, una risposta chiara e inequivocabile proprio a questa domanda, rivolgere lo sguardo ad altri versetti e trarne un significato contrario alle chiare disposizioni del Corano e degli hadith può essere opera soltanto di chi non ha nel cuore neppure il minimo timore di Allah e non crede affatto che un giorno, dopo la morte, dovrà rispondere davanti ad Allah. A titolo di esempio, si può dire che una disposizione del codice penale del Paese definisca un atto come reato in termini inequivocabili. Tuttavia, una persona si impegna con tutte le sue forze a dimostrare che tale reato è un’azione lecita. A questo scopo, tralascia quella specifica disposizione e si mette a cercare, tra altre disposizioni della legge non pertinenti, il minimo indizio o qualche affermazione secondaria e poco chiara. Poi, cucendo insieme questi elementi, tenta di dimostrare lecita l’azione che la disposizione esplicita della legge ha qualificato come reato. Se prove di questo genere non fossero accettate dalle autorità di polizia e dai tribunali del mondo, come si può sperare che vengano accettate nel tribunale di Allah? Dopo aver letto i versetti dai quali i Qadiani vogliono dimostrare la loro tesi, non si può che rimanere stupiti davanti al loro metodo di prova. Si vede che quei versetti non hanno affatto il significato che essi vogliono imporre con la forza, tirandolo e stirandolo. Esaminiamo dunque il significato effettivo dei versetti sui quali hanno esercitato il loro ingegno. Ciò che viene detto nel versetto 69 della sura an-Nisāʾ è soltanto questo: coloro che obbediscono ad Allah e al Messaggero saranno compagni dei profeti, dei sinceri, dei martiri e dei virtuosi. Come si può dedurre da ciò che coloro che obbediscono ad Allah e al Messaggero diventeranno profeti, oppure sinceri, martiri o virtuosi? Consideriamo poi il versetto 19 della sura al-Hadīd. In esso si dice: «Coloro che hanno creduto in Allah e nei Suoi messaggeri sono i sinceri e i martiri presso il loro Signore». Da ciò risulta chiaramente che, grazie alla fede, una persona può conseguire soltanto il grado dei sinceri e dei martiri. Quanto ai profeti, è sufficiente per i credenti essere loro compagni. È assolutamente impossibile che una persona diventi profeta come ricompensa per una sua opera. Perciò nel versetto della sura an-Nisāʾ si dice che coloro che obbediscono ad Allah e al Messaggero saranno con i profeti, i sinceri e i martiri. Nel versetto della sura al-Hadīd, invece, si dice che coloro che crederanno in Allah e nel Messaggero diventeranno essi stessi sinceri e martiri. Quanto al versetto 35 della sura al-Aʿrāf, si può dire che esso appartiene a una narrazione. Questa narrazione si estende dai versetti 11 a 36 della sura al-Aʿrāf. Esaminandolo nel contesto di ciò che precede e di ciò che segue nella narrazione, risulta chiaro che questo discorso fu rivolto ai figli di Adamo nella prima fase della creazione dell’umanità. Come si può ricavare dalla lettura di questi versetti l’idea che essi parlino dell’avvento di profeti dopo il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui)? Qui si parla del tempo in cui Hazrat Adamo (pace su di lui) e sua moglie furono espulsi dal Paradiso e portati sulla terra. (Tarjumān al-Qurʾān, maggio 1962).
Le prove dei Qadiani contro la conclusione della profezia
Domanda: gli ahmadi cercano di usare alcuni versetti del Corano e alcuni hadith come prove della finalità della profezia. Per esempio, interpretano così questo versetto della sura al-A’raf: dopo che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ricevette la profezia e il Corano fu rivelato, l’interlocuzione di questo versetto può riferirsi soltanto alla comunità di Muhammad. Con l’espressione «figli di Adamo» si intenderebbe dunque proprio questa comunità. Rivolgendosi a loro, viene detto: «Se mai verranno a voi messaggeri provenienti da voi stessi». Secondo l’argomentazione degli ahmadi, ciò dimostrerebbe non soltanto l’avvento di un profeta appartenente alla comunità, ma persino quello di un messaggero appartenente alla comunità. Il secondo versetto è quello della sura al-Mu’minun che inizia con le parole indicate da loro. Secondo la loro opinione, anche questo versetto dimostrerebbe l’avvento di messaggeri. Analogamente, adducono l’hadith secondo cui «se Ibrahim, il figlio del Messaggero di Allah, fosse rimasto in vita, sarebbe diventato un profeta» come prova della possibilità dell’avvento di nuovi profeti. Vogliate cortesemente svelare la realtà di queste prove. Risposta: le prove degli ahmadi da voi citate, come la maggior parte delle loro altre prove, si fondano su un inganno fuorviante. Essi separano questo versetto dal contesto precedente e successivo e gli attribuiscono un significato completamente opposto a quello che risulta esaminandolo nel suo giusto contesto. In realtà, la sequenza del discorso nel cui ambito questo versetto fu rivelato è esposta in modo continuo dalla seconda sezione fino a circa la metà della quarta sezione della sura al-A’raf. In primo luogo, nella seconda sezione viene narrata la storia di Adamo ed Eva. Poi, nella terza e nella quarta sezione, si commentano le conseguenze di questa storia. Leggendo il versetto 35 alla luce di questa discussione precedente e successiva, si comprende chiaramente che il discorso rivolto tramite esso riguarda l’inizio della creazione, non il periodo della rivelazione del Corano. In altre parole, lo scopo è ricordare ai figli di Adamo, fin dall’inizio della creazione, che la loro salvezza sarebbe dipesa dall’obbedienza alla guida che Allah avrebbe inviato loro. Un versetto contenente questo stesso tema è stato inserito in tre luoghi del Corano. In ciascun luogo viene introdotto nel corso della narrazione della storia di Adamo ed Eva. Il primo versetto si trova nella sura al-Baqara, al versetto 38; il secondo nella sura al-A’raf, al versetto 35. Oltre alla profonda somiglianza del contenuto di questi tre versetti, è degna di nota anche la somiglianza del loro contesto spazio-temporale. I commentatori del Corano considerano questo versetto della sura al-A’raf, come gli altri versetti, collegato alla storia di Adamo ed Eva. L’allama Ibn Jarir, nel suo commentario, citando le parole di Abu Sayyar al-Sulami a proposito dell’interpretazione di questo versetto, scrive: «Qui Allah si è rivolto ad Adamo e alla sua famiglia nello stesso momento e insieme». L’imam al-Razi, nel suo Tafsir al-Kabir, scrive a proposito dell’interpretazione di questo versetto: «Se il discorso fosse rivolto al Nobile Profeta, benché egli sia l’ultimo dei profeti, il suo significato sarebbe che Allah ha qui esposto la Sua norma riguardo alle comunità». L’allama al-Alusi, nel suo Ruh al-Ma’ani, dice: «Qui è stata narrata sotto forma di racconto la vicenda accaduta a ogni popolo. Interpretare qui la comunità del profeta Muhammad come “figli di Adamo” sarebbe un grave errore e contrasterebbe con il significato manifesto. Infatti la parola “messaggeri” è stata usata al plurale, “rusul”, e non al singolare». La parte finale dell’affermazione dell’allama al-Alusi significa che, se qui ci si fosse rivolti alla comunità di Muhammad, non si sarebbe mai potuto dire loro: «Tra voi verranno messaggeri». Infatti, nella comunità di Muhammad, oltre a un solo messaggero, Muhammad, non si pone affatto la questione dell’avvento di altri messaggeri. Il versetto «O messaggeri! Mangiate le cose lecite e pure e operate rettamente; in verità, Io so bene ciò che fate» non può in alcun modo ricevere l’interpretazione attribuitagli dagli ahmadi se non lo si separa dal contesto precedente e successivo. Il discorso nel cui ambito questo versetto fu rivelato comincia dalla seconda sezione e prosegue senza interruzione. In questi versetti si parla di tutti i profeti, da Noè fino a Gesù, e dei loro popoli, e si afferma: «In ogni paese e in ogni epoca, i profeti hanno trasmesso agli uomini un’unica dottrina; il loro metodo era anch’esso uno e identico, e Allah ha mostrato loro lo stesso tipo di benevolenza. Al contrario, i popoli traviati hanno sempre abbandonato la via di Allah e si sono dedicati alle cattive azioni». Nel contesto di questa narrazione, il versetto non è stato assolutamente rivelato con il seguente significato: «O messaggeri! Voi che verrete dopo Muhammad, mangiate le cose lecite e pure e operate il bene». Al contrario, il significato del versetto è che Allah aveva impartito questo ordine a tutti i profeti venuti da Noè fino a Muhammad: «Mangiate le cose lecite e pure e operate il bene». Neppure da questo versetto i commentatori hanno mai dedotto che, dopo il profeta Muhammad, si sarebbe riaperta la porta della profezia. Se desiderate svolgere ulteriori ricerche e raggiungere una maggiore tranquillità interiore, potete leggere la discussione di questo passo nei diversi libri di tafsir. L’hadith secondo cui «se Ibrahim, il figlio del Nobile Messaggero, fosse rimasto in vita, sarebbe certamente diventato un profeta» è anch’esso una prova che gli ahmadi presentano erroneamente per quattro motivi. Primo: la catena di trasmissione della versione in cui queste parole vengono attribuite al Nobile Profeta è debole, e nessun esperto di hadith ha dichiarato solida tale catena. Secondo: eminenti esperti di hadith, come al-Nawawi e Ibn Abd al-Barr, hanno considerato inattendibile il contenuto di questo hadith. L’imam al-Nawawi scrive nel suo Tahdhib al-Asma’ wa al-Lughat: «Quanto hanno scritto alcuni studiosi antichi, ossia che, se Ibrahim, figlio di Muhammad, fosse rimasto in vita, sarebbe diventato un profeta, non è vero. Si tratta infatti dell’ardire di parlare dell’invisibile e di proferire, senza riflettere, una parola». L’allama Ibn Abd al-Barr scrive nel suo al-Tamhid: «Non so che razza di contenuto sia questo. Nella famiglia di Noè nacquero figli che non erano profeti. Se invece fosse stato indispensabile che il figlio di un profeta diventasse profeta, oggi nel mondo sarebbero tutti profeti, perché tutti sono discendenti di Noè». Terzo: nella maggior parte delle versioni, questo hadith è presentato come un’affermazione dei Compagni, non come un’affermazione del Profeta. Inoltre, essi hanno dichiarato con chiarezza che, poiché dopo il Profeta non vi sarebbe stato più alcun profeta, Allah aveva fatto morire suo figlio. Per esempio, nella versione di al-Bukhari si legge: «Isma’il ibn Abi Khalid dice: chiesi ad Abdullah ibn Abi Awfa, un Compagno, se avesse visto Ibrahim, il figlio del Profeta. Egli rispose: morì durante l’infanzia. Se Allah avesse deciso di inviare un profeta dopo Muhammad, avrebbe lasciato in vita suo figlio. Ma dopo il Nobile Messaggero non vi sarà più alcun profeta». Anas ha trasmesso una versione quasi identica. Egli disse: «Se fosse rimasto in vita, sarebbe diventato un profeta. Ma non rimase in vita, perché il vostro profeta è l’ultimo dei profeti». (Ruh al-Ma’ani, vol. 22, p. 3.) Quarto: anche se nella versione in cui questa affermazione è attribuita al Nobile Profeta, e che è stata giudicata debole e inattendibile, non fossero presenti l’interpretazione dei nobili Compagni e le dichiarazioni degli esperti di hadith, essa non sarebbe comunque in alcun modo accettabile. Infatti, il principio unanimemente riconosciuto nella scienza degli hadith è che, se il contenuto di una trasmissione contraddice numerosi hadith autentici, essa non può essere accettata in alcun modo. Consideriamo dunque la situazione: da un lato vi sono innumerevoli hadith autentici, sostenuti da solide catene di trasmissione, nei quali è stato chiaramente dichiarato che dopo il profeta Muhammad la porta della profezia è stata chiusa; dall’altro vi è un’unica trasmissione che esprime la possibilità che la porta della profezia sia rimasta aperta. Esaminando queste due situazioni, come si potrebbero respingere in nome di questa sola trasmissione le innumerevoli altre trasmissioni? (Tarjuman al-Qur’an, novembre 1954.)
Il tema del sigillo della profezia
Domanda: Non vi è dubbio che l’‘aqida unanimemente condivisa dai musulmani sia che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è l’ultimo Profeta di Allah l’Altissimo. Dopo di lui non verrà alcun nuovo profeta. Nonostante ciò, alcune parole di Mirza Ghulam Ahmad Qadiani e della comunità qadiani mi sembrano buone. Per esempio, il volto del signor Mirza, ai miei occhi, appare innocente e simile a quello di un bambino. Potrebbe il volto di un impostore menzognero essere così? Tranne la profezia del matrimonio celeste, quasi tutte le sue predizioni si sono avverate. Anche il suo gruppo continua a crescere giorno dopo giorno, e tra i suoi membri si osservano un enorme zelo e grandi sacrifici per raggiungere i propri obiettivi e mettere in pratica le proprie decisioni. Queste cose mi hanno fatto riflettere. Desidero che mi spieghiate chiaramente questo argomento, affinché il mio cuore e la mia mente siano rassicurati, la mia preoccupazione e la mia inquietudine scompaiano e la differenza tra verità e menzogna divenga manifesta. Risposta: In realtà, le ragioni riguardanti Mirza Ghulam Ahmad che vi hanno fatto riflettere non hanno alcuna importanza fondamentale. Né si può mai valutare, sulla base di tali elementi, la pretesa di colui che afferma di essere un profeta. Anche se fossero esistite ragioni più solide per considerare degna di esame la sua pretesa, esse non sarebbero state comunque degne di attenzione. La ragione è che, secondo il Nobile Corano e gli hadith, la profezia è un principio fondamentale della religione. In altre parole, su di essa si fondano la fede e la miscredenza dell’uomo, e sulla sua base sarà deciso il suo successo o il suo fallimento nell’Aldilà. Chi non crede in un vero profeta diventa miscredente; allo stesso modo, diventa miscredente chi crede in un falso profeta. Allah e il Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non hanno mai lasciato oscuro, complesso o ambiguo un argomento di tale importanza fondamentale. Al contrario, riguardo a ciò, Allah e il Suo Messaggero hanno indicato la via in modo chiaro e inequivocabile. Essi hanno predisposto in anticipo ciò che occorreva affinché la religione e la fede dell’uomo non fossero messe in pericolo e affinché Allah e il Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non fossero ritenuti responsabili del suo traviamento. A questo proposito vi è inoltre un punto degno di particolare attenzione: prima del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), nell’epoca di nessun profeta era mai stato detto che la successione dei profeti fosse terminata e che non sarebbe venuto alcun altro profeta. Ciò significa che allora la porta dell’avvento dei profeti era aperta e nessuno aveva il diritto di respingere la pretesa di un aspirante profeta dicendo che non sarebbe venuto più alcun profeta. Inoltre, in quelle epoche, i profeti continuavano a predire la venuta dei profeti che sarebbero giunti dopo di loro. Essi prendevano dai propri seguaci il giuramento di obbedire ai profeti che sarebbero venuti in seguito. Anche queste pratiche rafforzavano ulteriormente l’idea che, se qualcuno si fosse presentato come profeta, non si sarebbe potuto respingerlo immediatamente e senza alcuna riflessione. Al contrario, si cercava di comprendere, osservando attentamente la sua predicazione, la sua personalità, le sue azioni e la sua condizione, se fosse realmente un profeta di Allah oppure un pretendente alla falsa profezia. Ma dopo la venuta del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), la situazione è cambiata completamente. Ora la questione non si è conclusa soltanto con il fatto che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non predisse la venuta di alcun profeta dopo di lui e non prese dalla comunità il giuramento di obbedirgli. Al contrario, nel Corano è stato proclamato che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è l’ultimo profeta, ed egli ha dichiarato in numerosi hadith autentici e affidabili, con parole chiare e inequivocabili, che dopo di lui la porta della profezia è stata chiusa e che ormai non verrà più alcun profeta. Chiunque ora si presenterà reclamando la profezia sarà un Dajjāl. La domanda è: dal punto di vista di Allah e del Suo Profeta, la questione dell’Islam e della miscredenza degli uomini di oggi non è forse delicata e importante? Soltanto i credenti venuti dopo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) avevano forse il diritto di essere salvati dalla tentazione della miscredenza? Per questo Allah e i Suoi messaggeri avrebbero forse predisposto di informare soltanto loro, con parole inequivocabili, che la porta della profezia sarebbe rimasta aperta e che la successione dei profeti sarebbe continuata? Ma ora, consapevolmente e intenzionalmente, ci avrebbero forse gettati in questo pericolo? In altre parole, da una parte vi sarebbe la possibilità che venga un profeta, e noi potremmo diventare credenti o miscredenti a seconda che lo accettiamo o lo rifiutiamo. Dall’altra, Allah e il Suo Messaggero non si sarebbero limitati a lasciarci all’oscuro della venuta di un profeta, ma sarebbero andati oltre, continuando a dire cose tali da farci credere che la porta della profezia è stata chiusa e che per questo non possiamo accettare il pretendente alla profezia. La vostra ragione e il vostro intelletto dicono davvero che Allah e il Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) potrebbero ingannarci in questo modo? I qadiani possono interpretare come vogliono l’espressione «Khātam an-nabiyyīn». Tuttavia, non potranno almeno negare che essa possa significare anche la fine della successione dei profeti, e che novantanove persone su cento tra gli ‘ulamā’ e il popolo della comunità interpretano questa espressione in tal senso. La domanda è: riguardo a una questione così delicata come la profezia, dalla quale dipendono la fede e la miscredenza dei musulmani, Allah avrebbe dovuto usare un linguaggio tale che, tranne un piccolo numero di qadiani, l’intera comunità di Muhammad avesse compreso che ormai non sarebbe venuto più alcun profeta? Quanto alle parole del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), esse non lasciano alcun margine a un’interpretazione diversa su questo punto. In esse è espresso in modo inequivocabile che dopo di lui non verrà più alcun profeta. La domanda è: il Profeta di Allah aveva forse una tale inimicizia nei nostri confronti da permettere che dopo di lui venisse un profeta e, ciononostante, lasciarci l’ordine di non credergli, affinché diventassimo miscredenti e finissimo all’Inferno? In questa situazione, per quanto una persona possa avere un aspetto attraente, anche se tutte le sue predizioni si dimostrassero vere al cento per cento e nonostante le sue innumerevoli imprese, noi non riterremo nemmeno degna di considerazione la sua pretesa di profezia. Perché essa sarebbe degna di considerazione soltanto se esistesse la possibilità che venisse un profeta. Noi, non appena ascolteremo la dichiarazione di ogni pretendente alla profezia, lo definiremo con piena certezza un mentitore e non attribuiremo alcuna importanza alle sue argomentazioni e alle sue prove a sostegno della profezia. Se questo fosse miscredenza, non ne saremmo responsabili. Infatti, nel Giorno della Resurrezione, per difenderci davanti ad Allah, abbiamo con noi il Corano e gli hadith del Messaggero. [Per esempio, si veda il detto del Nobile Profeta in cui egli paragona la successione dei profeti a un edificio. Definisce ogni profeta come un mattone di quell’edificio. Infine dice: «Nell’edificio mancava ormai un solo posto per collocare un mattone, e quell’ultimo mattone sono io»]. Tarjumān al-Qur’ān, dicembre 1959. Per conoscere il tema del sigillo della profezia, leggete le nostre pubblicazioni: 1. Appendice della sura al-Ahzāb (Tafhīm al-Qur’ān, volume 12) 2. Sīrat-e Sarwar-e ‘Ālam — Sayyid Abū al-A‘lā Mawdūdī 3. Il sigillo della profezia — Sayyid Abū al-A‘lā Mawdūdī Fine