Le nostre parole

Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi (rah.) non poté portare a compimento la sua celebre opera Sīrat-e Sarwar-e ‘Ālam. Dopo aver scritto fino all’Egira, venne a mancare. Essa è stata pubblicata in lingua urdu in due volumi. Noi abbiamo pubblicato in bengalese i due volumi urdu fino all’Egira in cinque volumi: il primo volume urdu in due volumi bengalesi e la terza parte del secondo volume urdu.

Nel primo volume bengalese viene trattata principalmente, sul piano teorico, la profezia e la missione apostolica. Nel secondo volume viene narrata la storia della distruzione dei popoli antichi. A partire dal terzo volume inizia la trattazione della storia della vita del Messaggero di Allah, Muhammad (pace e benedizioni su di lui).

La Sayyid Abul A‘la Maududi Research Academy ha programmato di presentare ai lettori di lingua bengalese tutte le opere del Maulana. Nel frattempo, quasi tutte le sue opere sono già state tradotte e pubblicate in bengalese. La presente opera è stata tradotta dal suo stretto collaboratore, l’illustre scrittore signor Abbas Ali Khan. Quanto alla sua competenza nel lavoro di traduzione, alla precisione nella scelta delle parole e alla forza del suo linguaggio, riteniamo di non avere nulla di nuovo da dire ai lettori colti.

Ringraziamo Allah l’Altissimo per averci concesso di pubblicare quest’opera a nome dell’Accademia. Che Egli conceda a tutti i lettori di quest’opera la capacità di comprendere la vera missione della profezia. Amen.

Abdus Shahid Nasim

Direttore

Sayyid Abul A‘la Maududi Research Academy

*

L’Islam è, in realtà, il nome di quel movimento che vuole edificare l’intero edificio della vita umana sul concetto e sulla fede nella sovranità dell’unico Dio. Questo movimento procede, fin dai tempi più antichi, sulla medesima base e secondo il medesimo metodo. A guidarlo sono stati coloro che vengono chiamati profeti e messaggeri di Allah l’Altissimo. Se dobbiamo guidare questo movimento, dobbiamo necessariamente seguire il metodo d’azione di quei leader. Infatti, per un movimento di questo particolare genere, non esiste e non può esistere alcun altro metodo d’azione. Quando cerchiamo di seguire le orme dei nobili profeti (pace su di loro) a questo riguardo, ci troviamo di fronte a una grande difficoltà. Dei profeti che vissero nei tempi antichi sappiamo ben poco delle loro opere e delle loro attività. Nel Corano si trovano alcuni brevi accenni, ma da essi non è possibile ricostruire l’intero piano. Nel Nuovo Testamento della Bibbia si trovano alcune parole inattendibili di Gesù (pace su di lui), che fanno luce in certa misura su un aspetto: come il movimento islamico possa essere guidato nella sua fase iniziale e quali problemi debba affrontare. Tuttavia, Gesù (pace su di lui) non dovette affrontare la fase successiva e non se ne trova alcun accenno. A questo proposito riceviamo una guida chiara e completa da un’unica fonte: la vita del profeta Muhammad Mustafa (pace e benedizioni su di lui). Il nostro ritorno a lui non è dovuto soltanto al rispetto che gli portiamo; in realtà, siamo costretti a tornare a lui per acquisire la conoscenza delle salite e delle discese di questa via. Tra tutti i leader del movimento islamico, il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è l’unico leader nella cui vita possiamo conoscere, dalla predicazione iniziale di questo movimento fino all’istituzione dello Stato islamico e poi alla struttura dello Stato, alla sua costituzione, alla politica interna ed estera e ai principi e metodi di governo dello Stato, ogni singola fase e una descrizione completa e assolutamente affidabile.

*

Prefazione

Il signor Na’im Siddiqi e il signor Abdul Wakil Alvi hanno preparato il primo volume di quest’opera (i volumi 1 e 2 in bengalese), raccogliendo in modo eccellente, nelle mie varie opere, le trattazioni riguardanti la missione profetica e la nobile Sira. In quella parte non ho ritenuto particolarmente necessarie aggiunte o revisioni.

Tuttavia, negli scritti che hanno raccolto per questo volume sono rimaste qua e là delle lacune. Con tali lacune non si sarebbe potuta assolutamente comporre un’opera biografica sul Profeta. Perciò vi ho apportato ampie aggiunte e integrazioni. Ora si è trasformata in un’opera biografica continua e coerente.

Questo secondo volume originale si conclude con la narrazione dell’Egira. Subito dopo avrà inizio il capitolo medinese. Quel capitolo è, in sostanza, simile a un mare senza confini. Prego Allah l’Altissimo di concedermi la forza e il favore necessari per completare quest’opera e di renderla benefica per i Suoi servi.

Abul A‘la

Settimo capitolo

L’inizio della predicazione pubblica

Da quanto è stato detto nei due capitoli precedenti si può comprendere chiaramente perché, dopo aver predicato l’Islam in segreto per tre anni, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), quando iniziò a proclamarlo pubblicamente, suscitò una collera tanto grande nei Quraysh e nella popolazione araba in generale, e perché essi si dedicarono a porre tanti ostacoli davanti al Profeta, mostrando ostilità e comportandosi in modo insolente. Da questa discussione si comprende inoltre chiaramente con quali potenti armi della ragione e del carattere fosse stata presentata la predicazione dell’Islam, al punto che, di fronte ad essa, l’antica ignoranza, nonostante tutte le sue strategie, i suoi inganni e la sua oppressione tirannica, rimase impotente. Ora riprendiamo la continuità della narrazione storica proprio dal punto in cui l’avevamo lasciata nel quarto capitolo.

La prima manifestazione pubblica dell’Islam

Sebbene gli storici e gli autori di biografie del Profeta non abbiano analizzato né spiegato questo argomento, riflettendo sul modo in cui, dopo i primi cinque versetti della sura al-‘Alaq, il Corano narra improvvisamente, nei versetti 6-21, l’episodio di un uomo che vieta a un servo di Allah di pregare e cerca di impedirglielo minacciandolo, si comprende chiaramente quanto segue: nei testi affidabili di hadith è stato spiegato che colui che pregava era proprio il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), mentre colui che cercava di impedirglielo era Abu Jahl. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) manifestò per la prima volta la sua religione pregando secondo il metodo islamico nel Santuario della Kaaba. Fino a quel momento i musulmani pregavano in segreto. Nessuno osava pregare pubblicamente nemmeno in un luogo aperto, per non parlare del Santuario della Kaaba. In una sola occasione, in una valle deserta della Mecca, i politeisti videro alcuni musulmani pregare insieme a Sa‘d ibn Abi Waqqas (che Allah sia soddisfatto di lui). Di conseguenza scoppiò un tumulto gravissimo, come abbiamo già riferito. Ma quando Allah Onnipotente volle che l’Islam fosse proclamato apertamente, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) si recò senza paura e senza esitazione al Santuario e iniziò a pregare. Nessun altro, all’infuori di lui, avrebbe potuto avere un simile coraggio. (Aggiunta dell’autore.)

Fu allora che la gente comune dei Quraysh comprese per la prima volta che la religione di Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) era diversa dalla loro religione. Coloro che avevano assistito alla scena ne rimasero stupiti. Ma l’impeto dell’ignoranza di Abu Jahl si risvegliò, ed egli cercò più volte di impedire al Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) di pregare, minacciandolo. Abu Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta che Abu Jahl chiese ai Quraysh: «Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) posa il volto a terra davanti a voi?». Essi risposero di sì. Allora Abu Jahl disse: «Per al-Lat e al-‘Uzza! Se lo vedrò pregare in questo modo, gli poserò il piede sul collo e gli schiaccerò il volto a terra». In seguito, per una coincidenza, vedendo il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) pregare, avanzò per posargli il piede sul collo. Ma all’improvviso la gente lo vide indietreggiare e cercare di proteggersi il volto da qualcosa. Gli chiesero che cosa gli fosse accaduto. Egli rispose: «Tra me e lui c’erano un fossato di fuoco, una creatura terrificante e delle piume».

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Se fosse venuto fino a me, gli angeli gli avrebbero fatto saltare la testa» (Ahmad, Muslim, al-Nasa’i, Ibn Jarir, Ibn Abi Hatim, Ibn al-Mundhir, Ibn Mardawayh, Nu‘aym, al-Isfahani, al-Bayhaqi).

Ibn ‘Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta che Abu Jahl disse: «Se vedrò Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) pregare vicino alla Kaaba, gli schiaccerò il collo sotto i piedi». Quando questa notizia giunse al Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), egli disse: «Se faranno una cosa simile, gli angeli lo afferreranno pubblicamente» (al-Bukhari, al-Tirmidhi, al-Nasa’i, Ibn Jarir, ‘Abd al-Razzaq, ‘Abd ibn Humayd, Ibn al-Mundhir, Ibn Mardawayh).

Ibn ʿAbbās (che Allah si compiaccia di lui) riferisce che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) stava pregando presso il Maqām Ibrāhīm. Abū Jahl passava di lì e disse: «O Muḥammad (pace e benedizioni su di lui), non ti avevo forse proibito di farlo?». E cominciò a minacciarlo. In risposta, il Profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) lo rimproverò severamente. Abū Jahl replicò: «O Muḥammad (pace e benedizioni su di lui)! Con quale autorità mi minacci? Giuro su Dio! In questa valle i miei sostenitori sono più numerosi di quelli di chiunque altro» (Ibn Jarīr, Aḥmad, Tirmidhī, Nasāʾī, Ibn Abī Shaybah, Ibn al-Mundhir, al-Ṭabarānī, Ibn Mardūyah). (Tafhīm al-Qurʾān, vol. VI, introduzione alla sūra al-ʿAlaq.)

In seguito, anche gli altri Quraysh si riunirono e impedirono al Profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) di pregare nel Sacro Recinto della Kaʿba. Ma fallirono. Il Corano dice:

******************************************************

E quando il servo di Allah si alzò per invocarLo, la gente fu sul punto di avventarglisi contro (al-Jinn: 19).

Anche in questo caso, i commentatori hanno inteso per «servo di Allah» il Profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui). Il versetto dimostra inoltre che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) non smise di pregare pubblicamente, sebbene, oltre ad Abū Jahl, anche altri Quraysh si preparassero ad avventarglisi contro.

L’invito alla fede rivolto ai propri familiari

Il secondo passo che il Profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) intraprese fu quello di mettere in atto questo comando di Allah l’Altissimo:

******************************************************

Invita i propri familiari a casa sua, secondo le indicazioni ricevute. Tra loro vi erano membri dei Banu Abd al-Muttalib e dei Banu Hashim, oltre ad alcuni appartenenti ai Banu al-Muttalib e ai Banu Abd Manaf. Al-Baladhuri e Ibn Kathir riferiscono che a quell’invito parteciparono complessivamente quarantacinque persone. Prima ancora che il Profeta (s) potesse dire qualcosa, Abu Lahab cominciò a parlare: «Qui ci sono i tuoi zii e i tuoi cugini. Puoi dire ciò che vuoi, ma non parlare di abbandonare la religione. Devi ricordare che il tuo popolo non ha la forza di combattere contro tutta l’Arabia. I membri della tua famiglia sono quelli che hanno il maggior diritto di trattenerti e impedirti di procedere. Se rimarrai fermo in ciò che stai facendo, tutti i Quraysh si scaglieranno contro di te e gli Arabi accorreranno in loro aiuto. Non ho mai visto nessuno portare alla propria famiglia una calamità più grande di quella che tu hai portato.»

In questo modo Abu Lahab fece fallire il primo incontro. Il giorno seguente il Profeta (s) invitò nuovamente i membri della sua famiglia e presentò loro il suo messaggio religioso. Abu Talib disse: «Non voglio abbandonare la religione di Abd al-Muttalib. Tuttavia, continua a compiere l’incarico che ti è stato affidato. Io ti sosterrò e ti proteggerò.»

Abu Lahab disse: «Per Dio, questa è una cosa gravissima. Prima che qualcun altro gli afferri la mano, afferragliela tu.» Abu Talib disse: «Per Dio! Finché avrò vita, lo proteggerò.» Questa narrazione è riportata da al-Baladhuri e Ibn Amir, sulla testimonianza di Jaʿfar ibn Abd ibn Abi al-Hakam, che era un trasmettitore affidabile (Ansab al-ashraf di al-Baladhuri, vol. I, pp. 118-119; Tarikh al-kamil di Ibn Amir, vol. II, pp. 49-41). (Aggiunta dell’autore.)

Secondo fonti attendibili, il discorso pronunciato dal Profeta (s) fu rivolto nominando ciascuno: «O figli di Abd al-Muttalib, o Abbas, o Safiyya (zia paterna del Messaggero di Allah), o Fatima (figlia del Profeta), salvate voi stessi dal fuoco dell’Inferno. Infatti non ho alcun potere per salvarvi dalla presa di Allah. Tuttavia potete chiedere al mio patrimonio ciò che desiderate.» Il suo discorso fu il seguente:

******************************************************

Questo suo discorso non era soltanto un invito alla verità rivolto ai suoi familiari. Esso manifestava anche che la religione di Dio è imparziale. In essa non vi è alcuna speciale concessione o privilegio né per la persona del Profeta (s) né per i suoi parenti più prossimi. Chiunque sia coinvolto in una condotta, sarà giudicato in base alle proprie qualità. Né la nobiltà di stirpe né il rapporto di parentela con qualcuno serviranno a nulla. Il timore del castigo di Dio per la deviazione e le cattive azioni è uguale per tutti. Non accadrà che tutti gli altri siano puniti mentre i parenti del Profeta saranno risparmiati. Poiché era necessario rendere questo principio del tutto chiaro, nel suo discorso l’Inviato (s) menzionò persino il nome della propria figlia, la venerabile Fatima (ra), sebbene allora non avesse più di due anni e mezzo. È evidente che ella non rientrava affatto nella responsabilità per la quale avrebbe potuto sorgere una questione di castigo o ricompensa. Lo scopo di ciò era però mettere in evidenza questa verità: nella religione islamica non vi sono privilegi particolari per il Profeta e la sua famiglia dai quali gli altri siano esclusi. Ciò che è un veleno mortale è veleno per tutti. Il compito del Profeta è anzitutto tenersene lontano personalmente e mettere in guardia da esso i propri parenti prossimi. Poi deve avvertire la gente in generale che chi lo ingerirà morirà. E ciò che è benefico è benefico per tutti. Il compito stesso del Profeta è accoglierlo per primo e consigliare ai propri cari di accoglierlo, affinché tutti possano vedere che questo consiglio non è rivolto soltanto agli altri. Al contrario, il Profeta (s) è completamente sincero nel suo invito: lo osserva personalmente e esorta anche gli altri a osservarlo. (Tafhim al-Qur’an, vol. III, al-Shuʿara, nota 35.)

L’invito all’Islam rivolto a tutte le famiglie dei Quraysh

In seguito, il terzo passo che egli compì fu questo: un giorno, di primissima mattina, si fermò sulla vetta più alta del monte Safa e gridò a gran voce: «Ya sabaha» (Oh, il pericolo del mattino!). «O gente dei Quraysh! O discendenti di Kaʿb ibn Luʾayy! O Banu Murra, o gente di Qusayy! O Banu Abd Manaf, o Banu Abd Shams, o gente di Abd al-Muttalib!» In questo modo chiamò ad alta voce, uno per uno, i nomi delle tribù e delle famiglie dei Quraysh. Era usanza degli Arabi che, quando all’alba si temeva improvvisamente un attacco, chiunque ne venisse a conoscenza gridasse in quel modo, e la gente, udendo il suo richiamo, accorresse da ogni direzione. In effetti, udendo un simile richiamo del Profeta (s), tutti uscirono dalle loro case. Chi non poté venire mandò qualcun altro a informarsi. Quando furono tutti riuniti, il Profeta (s) disse: «O gente! Se vi dicessi che dall’altra parte della montagna vi è un grande esercito pronto ad assalirvi, credereste vere le mie parole?» Tutti risposero a una voce: «La nostra esperienza ci dice che non hai mai mentito.» Il Profeta (s) disse: «Ebbene, vi avverto prima che giunga il castigo di Dio. Pensate a come proteggervene. Di fronte a Dio non potrò esservi di alcuna utilità. Nel Giorno della Risurrezione, miei parenti saranno soltanto coloro che temono Dio. Non fate in modo che gli altri giungano con opere buone, mentre voi vi presenterete portando sulle vostre teste tutte le gioie e tutte le sofferenze del mondo. In quel momento chiamerete: “O Muhammad!”, ma io sarò costretto a distogliere il volto da voi. Certamente, in questo mondo siete legati a me da rapporti di sangue e qui vi tratterò con la benevolenza dovuta ai parenti.» (Riferito da Bukhari, Muslim, Musnad di Ahmad, Tirmidhi, Nasa’i e nel Tafsir di Ibn Jarir, da Aisha (ra), Abu Hurayra (ra), Abd Allah ibn Abbas (ra), al-Zubayr ibn Amr (ra), Qabisa ibn Mukhariq (ra) e altri.) (Tafhim al-Qur’an, vol. III, al-Shuʿara, nota 35.)

I muhaddithūn hanno riportato attraverso varie catene di trasmissione da Ibn ʿAbbās (ra) che, quando al Profeta Muhammad (s) fu ordinato di invitare tutta la gente e nel Corano fu rivelato il comando di avvertire per primi i parenti più prossimi del castigo di Dio, egli salì di buon mattino sul monte Ṣafā e gridò a gran voce: «Yā Ṣabāḥā!» (Ahimè, il pericolo del mattino!). In Arabia questo grido veniva lanciato da colui che, vedendo al mattino l’impeto di un attacco improvviso, voleva sapere chi lo stesse annunciando. Fu detto: «È Muhammad (s)». Allora i membri di tutte le famiglie dei Quraysh accorsero verso di lui. Chi non poteva andare mandò qualcun altro per suo conto. Quando tutti si furono radunati, il Profeta (s) chiamò una per una le famiglie dei Quraysh: «O Banū Hāshim, o Banū ʿAbd al-Muṭṭalib, o Banū Fihr, o Banū tale, o Banū talaltro. Se vi dicessi che, dietro questa montagna, un gruppo di soldati è pronto ad attaccarvi, credereste alle mie parole?». Tutti risposero: «Sì, crediamo alle tue parole», perché non avevano mai avuto esperienza di sue menzogne. Il Profeta (s) disse: «Vi avverto che in futuro vi attende un castigo severo». Poi, prima che qualcuno potesse dire qualcosa, suo zio Abū Lahab disse:

******************************************************

«Che tu possa perire! È per questo che ci hai riuniti qui?»

Secondo un’altra narrazione, Abū Lahab prese una pietra in mano per scagliarla contro il Profeta (s). (Musnad Aḥmad, al-Bukhārī, Muslim, al-Tirmidhī, Ibn Jarīr e altri). (Tafhīm al-Qurʾān, vol. VI, introduzione alla sūra al-Lahab.)

Ibn Saʿd, citando la narrazione di Ibn ʿAbbās (ra), riferisce che tra le parole pronunciate vi erano anche queste: rivolgendosi ai Quraysh, il Profeta (s) disse: «Allah mi ha ordinato di avvertire i parenti più prossimi; e voi, uomini dei Quraysh, siete i miei parenti più prossimi. Io non ho il potere di mostrarvi qualcosa da parte di Allah né di garantirvi una parte nell’Aldilà. Tuttavia, se accetterete “lā ilāha illā Allāh”, allora testimonierò in vostro favore presso il vostro Signore. Grazie a questa parola, gli Arabi vi obbediranno e i non Arabi saranno sottomessi». In risposta, Abū Lahab disse: «Che tu possa perire! È per questo che ci hai chiamati?»

Il comportamento di Abū Lahab

Così Abū Lahab [Il suo vero nome era ʿAbd al-ʿUzzā ibn ʿAbd al-Muṭṭalib. La sua kunya era Abū ʿUtba. Tuttavia, grazie al volto luminoso, dal colore rosso vivo come l’alta, e ai suoi capelli profumati, divenne noto con il nome di Abū Lahab (bellezza risplendente). Ibn Sa’ʿd afferma che fu lo stesso ʿAbd al-Muṭṭalib a chiamarlo Abū Lahab. Per questo il suo vero nome cadde nell’oblio — l’autore.] fin dal primo giorno si risolse a opporsi al Profeta e, per tutta la vita, continuò a nutrire verso il Profeta e, a causa sua, verso la propria famiglia, un’ostilità quale solo un acerrimo nemico può nutrire. Sebbene anche un altro membro dei Banū Hāshim, Abū Sufyān ibn al-Ḥārith ibn Abū Muṭṭalib, fosse divenuto oppositore del Profeta, in primo luogo la sua opposizione non era paragonabile a quella di Abū Lahab. Per vent’anni Abū Lahab compose e recitò poesie derisorie contro il Profeta e i suoi Compagni, e dopo l’Egira combatté contro il Profeta nelle varie guerre. La grande differenza tra Abū Lahab e Abū Sufyān era che il cuore di quest’ultimo si rivolse verso l’Islam. Infatti, ancora prima della conquista della Mecca, egli prestò giuramento di fedeltà al Profeta in un luogo chiamato Abwā.[Secondo Ṭabaqāt Ibn Saʿd, vol. IV, pp. 49-50, egli era cugino paterno del Profeta. Poiché era stato allattato da Ḥalīma Sa’ʿdiyya, era anche suo fratello di latte. Nell’epoca della jāhiliyya nutriva un profondo amore per il Profeta, ma dopo l’avvento della profezia divenne un suo accanito oppositore. Al-Balādhurī e gli autori di Ansāb al-Ashrāf, vol. I, p. 361, sostengono la stessa cosa. Aggiungono soltanto che il Profeta lo perdonò grazie all’intercessione di Ḥazrat ʿAbbās. Riferiscono che la sua presenza ad Abwā è una versione debole e danno la preferenza alla versione secondo cui egli si presentò per chiedere quel perdono in un luogo chiamato ‘Niqūl al-ʿUqāb’,‘Niqūl al-ʿUqāb’ (un luogo situato nei pressi di Ḥujfa, tra Mecca e Medina). ‘Anche nel Mu’ʿjam al-Buldān’ è riportato ciò. L’autore]

Ma il caso di Abū Lahab era completamente diverso: egli non solo oltrepassò ogni limite dell’umanità, ma anche tutti i confini dell’etica universalmente riconosciuta dagli Arabi e, nella sua ostilità verso il Profeta, invece di mostrare umanità e decoro, sprofondò nella più estrema bassezza. Eppure tra i due vi era un legame di sangue. Proprio a causa di questa parentela, la sua opposizione divenne, rispetto a quella degli altri, un enorme ostacolo sul cammino della religione. (Aggiunta.)

Questo è il motivo per cui, fra tutti i nemici dell’Islam di quel tempo, Abū Lahab fu l’unica persona che il Corano condannò menzionandone il nome. Eppure, alla Mecca e anche a Medina dopo l’Egira, vi erano molte persone che, nella loro ostilità verso l’Islam e il Profeta Muḥammad, non gli erano inferiori sotto alcun aspetto. La domanda è: quale caratteristica aveva quest’uomo, per cui il Corano espresse la propria collera menzionandone il nome? Per comprendere ciò, è necessario conoscere la società araba di quel tempo e osservare il comportamento di Abū Lahab alla luce di tale contesto.

La ragione per cui il Corano condannò Abū Lahab menzionandone il nome

Nell’antichità, poiché in tutta l’Arabia si erano diffusi ovunque insicurezza, disordine, omicidi, saccheggi e altri mali, e poiché per centinaia di anni la situazione era stata tale che nessuno poteva avere alcuna garanzia di proteggere la propria vita, i propri beni e il proprio onore senza il sostegno della propria famiglia e del proprio clan, nei valori morali della società araba si attribuiva particolare importanza al buon trattamento dei parenti. Rompere i legami di parentela era considerato un grave peccato. L’influenza di queste tradizioni arabe era tale che, quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) apparve con l’invito all’Islam, le altre famiglie e i capi dei Quraysh iniziarono a opporsi accanitamente al Profeta (pace e benedizioni su di lui). Tuttavia, i Banu Hashim e i Banu al-Muttalib (i figli di al-Muttalib, fratello di Hashim) non si opposero a lui; al contrario, continuarono a sostenerlo apertamente. Eppure la maggior parte di loro non aveva creduto nella missione profetica del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Le altre famiglie dei Quraysh consideravano il sostegno offerto al Profeta (pace e benedizioni su di lui) da questi suoi parenti proprio una consuetudine della tradizione morale araba. Per questo non rimproverarono mai i Banu Hashim e i Banu al-Muttalib accusandoli di essersi allontanati dalla religione dei loro antenati per sostenere un predicatore di una religione diversa. Sapevano e riconoscevano che non avrebbero mai potuto, in nessuna circostanza, consegnare un membro della propria famiglia nelle mani di un nemico e che aiutare e sostenere i propri parenti era naturale e innato per tutti.

Anche nell’epoca dell’ignoranza gli Arabi guardavano con rispetto a questo valore morale. Soltanto un uomo, accecato dall’ostilità verso l’Islam, infranse tutte le tradizioni e tutti i valori morali.

Quell’uomo era Abu Lahab ibn Abd al-Muttalib. Era lo zio del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Il padre del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e quello di Abu Lahab erano la stessa persona, sebbene avessero madri diverse. In Arabia lo zio era considerato il sostituto del padre, soprattutto quando il padre del nipote moriva. Nella società araba ci si aspettava che lo zio considerasse il nipote proprio come un figlio. Ma quest’uomo, a causa della sua ostilità verso l’Islam e del suo amore per la miscredenza, distrusse tutte le tradizioni arabe.

Il peggior vicino del Profeta (pace e benedizioni su di lui)

Alla Mecca, Abu Lahab era il vicino più prossimo del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Le loro case si trovavano ai due lati di una stessa parete. Inoltre, anche al-Hakam ibn As (padre di Marwan), Uqba ibn Abi Mu’ayt, Sa’di ibn Hamrayaq al-Thaqafi e Ibn al-Asda’il al-Hudhali erano vicini del Profeta (pace e benedizioni su di lui).Ibn Sa’d dice che tra loro Abu Lahab e Uqba erano i vicini più prossimi. Citando una narrazione di Aisha, riferisce che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Abitavo tra due’persone che erano i peggiori vicini: uno era Abu Lahab e l’altro Uqba. Da ciò si comprende che la casa del Profeta (pace e benedizioni su di lui) si trovava tra le case di quei due’uomini». – L’autoreCostoro non lasciavano che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) vivesse in pace nella sua casa. Talvolta, mentre pregava, gli gettavano dall’alto le interiora di una capra. Altre volte, mentre nel cortile si preparava il cibo, gettavano immondizia e rifiuti sulla pentola. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) usciva e diceva loro: «O Abd Manaf, che genere di comportamento è mai questo da parte di vicini?»

Umm Jamil, la moglie di Abu Lahab (sorella di Abu Sufyan), aveva trasformato in un’abitudine permanente il fatto di lasciare di notte, davanti alla porta della casa del Profeta (pace e benedizioni su di lui), fasci di arbusti spinosi, affinché, quando il Profeta o i suoi figli fossero usciti, i loro piedi si ferissero tra le spine.

– al-Bayhaqi, Ibn Abi Hatim, Ibn Jarir, Ibn Asakir, al-Baladhuri, Ibn Hisham.

Abu Lahab costringe i suoi figli a divorziare dalle figlie del Profeta (pace e benedizioni su di lui)

Prima della profezia, le due figlie del Messaggero di Allah (s) erano state date in matrimonio ai due figli di Abu Lahab, Utba e Utayba. [In una narrazione di Qatada riportata da al-Tabarani si dice che Hazrat Umm Kulthum (ra) fu data in matrimonio a Utayba e Hazrat Ruqayya (ra) a Utba. Anche Ibn Qutayba, nell’al-Maʿarif, e as-Suhayli, nel Rawḍ al-Unuf, hanno riportato ciò. Ibn Ishaq, tuttavia, ha detto che vi è motivo di dubitare se Utba fosse stato sposato con Hazrat Ruqayya, e non con Hazrat Umm Kulthum (ra)–Su questo punto vi è dunque spazio per il dubbio. Ibn Qutayba nell’al-Maʿarif, az-Zurqani nello Sharḥ al-Mawāhib e at-Tabari nella sua Storia hanno scritto che egli la diede in matrimonio a Hazrat Uthman (ra). – L’autore.] Dopo l’inizio della predicazione dell’Islam da parte del Profeta (s), Abu Lahab disse ai suoi due figli: «Se non divorziate dalle figlie di Muhammad (s), per me sarà proibito vedere i vostri volti». Entrambi divorziarono. Utayba oltrepassò a tal punto i limiti dell’ignoranza che si presentò davanti al Profeta (s) e disse: «Io non credo in ********************* e *********************». Dopo aver detto ciò, sputò contro il Profeta (s), ma lo sputo non raggiunse il corpo del Profeta (s). Il Profeta (s) disse: «O Dio, fa’ che un cane lo assalga». In seguito Utayba partì con suo padre per il paese di Sham, per svolgervi attività commerciale. Durante il viaggio si accamparono in un luogo i cui abitanti dissero che di notte vi si aggiravano belve feroci. Abu Lahab disse ai Quraysh suoi compagni: «Provvedete alla sicurezza di mio figlio, perché temo la maledizione di Muhammad (s)». [Ciò significa che quel miserabile riconosceva interiormente la grandezza del Profeta (s) e temeva che la maledizione uscita dalla sua bocca non potesse fallire.– L’autore.] Gli uomini della carovana disposero i cammelli tutt’intorno a Utayba e si addormentarono. Durante la notte arrivò una tigre, avanzò passando tra i cammelli e divorò Utayba. (Al-Istiʿab di Ibn Abd al-Barr, al-Isaba di Ibn Hajar, Ansab al-ashraf di al-Baladhuri, Dalāʾil an-nubuwwa di Abu Nuʿaym al-Isfahani, Rawḍ al-Unuf di as-Suhayli).

Su questo punto esistono alcune divergenze. Alcuni dicono che il divorzio ebbe luogo prima della profezia, mentre altri dicono che avvenne dopo la rivelazione di *********************. Vi è anche divergenza sul fatto che colui che fu divorato dalla tigre fosse Utayba o Utba. È tuttavia accertato che, dopo la conquista della Mecca, Utba accettò l’Islam e prestò personalmente il giuramento di fedeltà nelle mani del nobile Profeta (s). Pertanto, la verità è che il figlio sopra menzionato era Utayba.

Gioia per la morte del figlio del Profeta

La bassezza e la depravazione del suo animo erano tali che, dopo la morte del figlio del Profeta (s), Hazrat Qasim (ra), morì anche il suo secondo figlio, Hazrat Abdullah (ra). Invece di partecipare al dolore per la perdita del proprio nipote, egli, sopraffatto dalla gioia, corse dai capi dei Quraysh e disse: «Oggi il nome e ogni traccia di Muhammad (s) sono scomparsi».

Ostacolare la predicazione dell’Islam

Ovunque il Profeta (s) si recasse per la daʿwa islamica, egli lo seguiva e impediva alla gente di ascoltare le sue parole. Rabiʿa ibn ʿAbbad (Ebad) [Ibn Ishaq ‘«Ebad»’ e Ibn Hisham ‘«Abbad»’ hanno scritto–—l’autore] al-ʿAdawī racconta: «Quando ero bambino, andai con mio padre al mercato di Dhū al-Majāz. Lì sentii il Messaggero di Allah (s) dire: “O gente! Dite: non c’è altra divinità all’infuori di Allah, e avrete successo”. Dietro di lui, un uomo diceva: “È un bugiardo; ha abbandonato la religione degli antenati”.

«Chiesi: “Chi è quest’uomo?”. La gente rispose: “È suo zio, Abū Lahab”».

(Musnad di Ahmad, al-Ṭabarānī, al-Bayhaqī)

Da quel medesimo Rabiʿa è stata riferita anche un’altra narrazione: «Vidi il Profeta (s) presentarsi presso l’accampamento di una tribù e dire: “O Banū tal dei tali, sono venuto da voi in qualità di Messaggero di Allah. Vi invito ad adorare esclusivamente Allah e a non associargli nessuno. Riconoscetemi come veritiero e aiutatemi, affinché possa portare a compimento l’incarico per il quale Allah mi ha inviato”.

Dietro di lui veniva un altro uomo, che diceva: “O Banū tal dei tali! Costui vuole farvi distogliere da al-Lāt e al-ʿUzzā e condurvi verso l’innovazione che ha portato con sé. Non ascoltatelo mai e non obbeditegli”. Chiesi a mio padre: “Chi è quest’uomo?”. Egli rispose: “È suo zio, Abū Lahab” (Musnad di Ahmad, al-Ṭabarānī, Ibn Hisham, al-Ṭabarī).

Ṭāriq ibn ʿAbdullāh al-Muḥāribī ha riferito qualcosa di analogo. Disse: «Al mercato di Dhū al-Majāz vidi il Messaggero di Allah (s) proclamare ad alta voce: “O gente! Dite: non c’è altra divinità all’infuori di Allah, e avrete successo”. Dietro di lui camminava un uomo che gli lanciava pietre, tanto che dai piedi del Profeta colava sangue. Diceva: “È un bugiardo, non ascoltatelo”. Chiesi alla gente: “Chi è quell’uomo?”. Risposero: “È suo zio, Abū Lahab”» (Ibn Abī Shayba, Abū Yaʿlā, Ibn Ḥibbān, al-Ḥākim, al-Ṭabarānī, al-Nasāʾī e Ibn Māja hanno riportato brevemente questa narrazione).

Il comportamento di Abū Lahab durante l’assedio di Shiʿb Abī Ṭālib

Nel settimo anno della missione profetica, quando tutte le famiglie dei Quraysh interruppero i rapporti sociali ed economici con i Banū Hāshim e i Banū al-Muṭṭalib, e queste due famiglie, rimanendo salde nel sostegno al Profeta (s), furono assediate a Shiʿb Abī Ṭālib, l’unico a non restare con la propria famiglia e ad unirsi ai miscredenti dei Quraysh fu proprio Abū Lahab. L’assedio durò tre anni, durante i quali i Banū Hāshim e i Banū al-Muṭṭalib vissero nella fame. Il comportamento di Abū Lahab era tale che, quando una carovana di mercanti giungeva alla Mecca e qualcuno degli assediati di Shiʿb Abī Ṭālib veniva in città per acquistare del cibo, egli diceva ai mercanti: “Chiedete loro un prezzo così alto che non possano assolutamente comprare. Se subirete una perdita, la risarcirò io”. I mercanti fissavano prezzi esorbitanti e gli acquirenti, affamati, tornavano dai propri figli a mani vuote. Poi Abū Lahab acquistava da quei mercanti le loro merci al prezzo di mercato.

La sua opposizione ostacolava in qualche modo l’attività di predicazione islamica

Gli arabi provenienti da fuori Mecca venivano alla Mecca per il pellegrinaggio oppure si radunavano nei mercati che si tenevano in vari luoghi. Quando, davanti a loro, il suo stesso zio seguiva il Profeta (pace su di lui) e gli si opponeva, secondo la nota tradizione araba non ci si sarebbe aspettati che uno zio, senza motivo, parlasse male del proprio nipote davanti agli altri, lo insultasse e lo accusasse. Per questo, influenzati dalle parole di Abu Lahab, cominciavano a dubitare del Messaggero di Allah (pace su di lui) e dicevano: «I tuoi stessi familiari ti conoscono meglio». (Tafhīm al-Qurʾān, vol. VI, introduzione alla sura al-Lahab.)

Il comportamento di sua moglie

La moglie di Abu Lahab era sorella di Abu Sufyan, del clan dei Banū Umayya. Nel Corano è stata definita ********************* (portatrice di legna, calunniatrice). Il suo vero nome era Arwā, mentre Umm Jamīl era la sua kunya. Nell’ostilità verso il Profeta non era in alcun modo inferiore a suo marito. La venerabile Asmāʾ, figlia del venerabile Abū Bakr, racconta: quando fu rivelata la sura al-Lahab e Umm Jamīl la udì, uscì furibonda in cerca del Messaggero di Allah (pace su di lui). In mano aveva una manciata di pietre, con cui intendeva colpire il Profeta. Mentre camminava, recitava alcune poesie ingiuriose contro di lui. Giunta al Ḥaram della Kaʿba, vide che il venerabile Abū Bakr era seduto con il Profeta (pace su di lui). Abū Bakr disse: «O Messaggero di Allah, guardate, sta arrivando. Temo che possa rivolgerVi qualche insulto». Il Profeta (pace su di lui) disse: «Non potrà vedermi». E così avvenne: nonostante la presenza del Profeta (pace su di lui), ella non riuscì a vederlo e disse ad Abū Bakr: «Ho sentito dire che il tuo compagno si è fatto beffe di me». Il venerabile Abū Bakr rispose: «Giuro sul Signore di questa Casa che non si è fatto beffe di te». Dopodiché ella se ne andò. (Ibn Abī Ḥātim, Ibn Hishām e al-Bazzār hanno riportato episodi analoghi dal venerabile ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās). (Tafhīm al-Qurʾān, vol. VI, nota 3.)

La fine di Abu Lahab

Sebbene, dopo la rivelazione della sura al-Lahab, Abu Lahab e sua moglie fossero profondamente turbati, ciò che essa annunciava era inciso nella pietra. Vi si diceva: «Si sono rovinate le mani di Abu Lahab». Era una profezia espressa al passato compiuto perché il suo verificarsi era assolutamente certo, e infatti si avverò. La rovina delle mani non significa la mutilazione fisica, bensì il fallimento degli obiettivi di una persona, per i quali impiega tutte le proprie forze. In effetti, pochi anni dopo aver iniziato a opporsi al Profeta (pace su di lui), Abu Lahab subì un fallimento davvero esemplare. Nella battaglia di Badr furono uccisi la maggior parte dei principali capi dei Quraysh, che erano suoi alleati nell’ostilità all’Islam. Quando la notizia di quella sconfitta giunse alla Mecca, egli fu sopraffatto dal dolore al punto da non riuscire a vivere neppure una settimana. Morì di una malattia chiamata ADAMA (MALIGNANT PUTULE), quasi simile alla peste. Al momento della sua morte, i familiari si tennero lontani, temendo di essere contagiati da quella malattia. Anche dopo la morte, per tre giorni nessuno si avvicinò a lui. Il suo cadavere cominciò a decomporsi e a emanare cattivo odore. Alla fine, gli abitanti del quartiere iniziarono a rimproverare i suoi figli; secondo una versione, essi pagarono alcuni lavoratori abissini perché sollevassero e seppellissero il cadavere. Secondo un’altra versione, scavarono una fossa e, spingendolo con dei bastoni, vi gettarono dentro il cadavere, ricoprendolo poi di terra e pietre. La sua sconfitta definitiva si compì poi in questo modo: la religione che egli aveva cercato con tutte le sue forze di estirpare fu accettata dai suoi stessi figli. Per prima emigrò sua figlia Durra (che Allah sia soddisfatto di lei), raggiunse Medina dalla Mecca e abbracciò l’Islam. In seguito, dopo la conquista della Mecca, i suoi due figli ʿUtba (che Allah sia soddisfatto di lui) e Muʿattib (che Allah sia soddisfatto di lui), accompagnati dal venerabile ʿAbbās, si presentarono al Profeta (pace su di lui) e prestarono giuramento di fedeltà nelle sue mani benedette.

La predicazione dell’Islam tra la gente comune

Dopo aver trasmesso il messaggio di Dio alla propria famiglia e alla propria tribù, il Messaggero di Allah (s) iniziò l’opera di predicazione generale tra gli abitanti della Mecca e dell’Arabia e, per tutti i dieci anni in cui rimase alla Mecca, in ogni circostanza e in ogni luogo, recitava il Corano alla gente e la invitava ad accettare la religione di Allah. Svolgeva quest’opera in riunioni private, nelle assemblee pubbliche e nel Sacro recinto della Kaaba. Continuò quest’opera e nessuna forza poté impedirgliela. Incontrava anche coloro che venivano alla Mecca dall’esterno per commerciare, compiere l’Umra, fare una visita o per qualunque altro scopo. Si recava alle fiere di Ukaz, Majanna e Dhu al-Majaz [Oltre a Mina, questi erano i tre luoghi dove giungeva gente da ogni regione dell’Arabia e si tenevano grandi fiere. La più grande era quella di Ukaz: procedendo alla velocità di un cammello, occorreva un giorno per raggiungerla da Ta’if e tre giorni dalla Mecca. Vi affluiva una grande folla dal primo all’ultimo giorno di Shawwal. Non vi si svolgevano soltanto compravendite; vi giungevano anche poeti, oratori e capi. Si tenevano gare di poesia e di oratoria. Vi si componevano anche le controversie tra le tribù. Si raccoglievano riscatti per liberare i prigionieri e si sottoponevano agli arbitri le richieste di una parte contro l’altra. Poi, a partire dal primo giorno di Dhu al-Qa’da, ‘Marr az-Zahran’ (l’attuale valle di Fatima), iniziava l’afflusso della gente. Negli ultimi dieci giorni di Dhu al-Qa’da si teneva una fiera presso il monte chiamato Majanna. Poi, nei primi otto giorni di Dhu al-Hijja, si teneva la fiera di Dhu al-Majaz nel luogo situato tra Mina e Arafat. In seguito iniziavano i giorni del pellegrinaggio. Gente proveniente da tutta l’Arabia si riuniva a Mina per compiere il pellegrinaggio. —L’autore] In quelle fiere invitava gli uomini delle tribù alla religione della verità. Durante il pellegrinaggio, quando la gente soggiornava a Mina, si recava anche presso l’accampamento di ogni tribù e non tralasciava nulla per trasmettere l’invito alla verità davanti tanto alle persone importanti quanto alla gente comune. Che lo accettassero o no, che ascoltassero in silenzio oppure rispondessero aspramente, che si presentassero con durezza oppure che i malvagi Quraysh frapponessero ostacoli, in ogni circostanza egli continuava a svolgere il proprio compito. Nessuno poté distoglierlo da esso.

Ibn Jarir at-Tabari ha scritto nella sua Storia, e anche Ibn al-Amir ha scritto, che persino nelle dure condizioni del boicottaggio economico e sociale imposto dai Quraysh e dell’assedio nello Shi‘b di Abu Talib, il Profeta (s) non si astenne dall’opera di predicazione e di trasmissione del messaggio. Al contrario, continuò a invitare alla fede pubblicamente e segretamente, di giorno e di notte. Recitava pubblicamente le sure e i versetti del Corano che scendevano come una pioggia incessante. Dava risposte schiaccianti alle argomentazioni e alle dispute dei miscredenti e continuava a cercare di convincerli ad accettare la verità.

Ibn Sa‘d dice che, dopo la conclusione del periodo della predicazione segreta, per dieci anni il suo modo di agire fu il seguente: si recava all’accampamento di ogni tribù a Mina, Ukaz e Dhu al-Majaz e diceva:

******************************************************

—Dite: «Non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah» e avrete successo. Grazie a questa formula diventerete i governanti degli Arabi e gli abitanti delle terre non arabe vi obbediranno. Quando avrete creduto, nel Paradiso sarete re.

Nel frattempo, quando Abu Lahab lo seguiva e si opponeva a lui, essi dicevano: «La tua famiglia, la tua tribù e la gente del tuo villaggio ti conoscono bene. Se proprio loro non hanno accettato di obbedirti, come potremmo farlo noi?». Dopo aver udito questa risposta, il Profeta (s) diceva soltanto:

******************************************************

—O Signore! Se Tu avessi voluto, non sarebbero stati così.

Tabari ha citato da Harith ibn al-Harith e Manbathu al-Azdi narrazioni quasi identiche, nelle quali si riferisce: «Vedemmo il Messaggero di Allah invitare la gente al tawhid e dire: “Di’: non c’è divinità all’infuori di Allah, e avrai successo”».

Vedevamo che la gente lo tormentava in vari modi. Alcuni gli sputavano addosso, altri gli lanciavano terra e altri ancora lo insultavano. Poi, quando fu passato mezzogiorno, se ne andarono tutti. In seguito vedemmo arrivare una ragazza con un grande recipiente d’acqua e un asciugamano. Aveva il collo scoperto davanti. Il Messaggero di Allah bevve l’acqua e fece l’abluzione. Poi disse alla ragazza: «Figlia mia, copriti il collo». Chiedendo informazioni, venimmo a sapere che era sua figlia, l’Hadhrat Zaynab (ra).

Ibn Hisham riferisce, citando Ibn Ishaq, che il Profeta (s) si recava a ogni fiera e assemblea per presentare la da‘wa. Così, quando una persona importante dell’Arabia giungeva alla Mecca, egli la incontrava e le trasmetteva l’invito alla religione di Allah.

Ibn Kathir ha scritto nell’Al-Bidaya wa’n-Nihaya che il Profeta (s) continuò a fare da‘wa notte e giorno, in segreto e pubblicamente, senza lasciarsi fermare dall’opposizione di nessuno. Si recava tra la gente riunita e la invitava alla fede. Andava alle fiere e nei luoghi in cui i pellegrini si trattenevano durante il hajj, e lì presentava la da‘wa. Incontrava persone di ogni categoria: liberi e schiavi, deboli e forti, ricchi e poveri, e li chiamava ad Allah.

Le sure meccane del Santo Corano forniscono piena conferma di queste narrazioni storiche, poiché sono colme di risposte alle varie obiezioni e accuse dei Quraysh. È evidente che, se il Corano non fosse stato recitato loro pubblicamente e se Muhammad Mustafa (s) non avesse rivolto pubblicamente l’invito ad accettare la sua profezia, perché e come avrebbero sollevato contro di lui una tempesta di obiezioni, accuse, dubbi e sospetti riguardo al Corano, all’Aldilà e agli insegnamenti dell’Islam? E quale senso avrebbe avuto dare nel Corano le risposte alle loro obiezioni, se queste non fossero state fatte ascoltare agli oppositori?

L’influenza morale del Santo Profeta (s)

La domanda è: quale fu il motivo per cui i Quraysh non riuscirono né a impedire al Profeta (s) di pregare nel Santuario, né a impedirgli di recitare pubblicamente il Corano? In realtà, entrambe queste cose erano per loro insopportabili. Nessun altro musulmano avrebbe osato compiere anche una sola di esse; e chiunque avesse osato farlo sarebbe stato duramente picchiato. Il fatto è che la vera ragione non consisteva soltanto nella disponibilità dei Banu Hashim e dei Banu al-Muttalib a dare la vita per sostenere il Profeta, né soltanto nel timore che ciò suscitava nei Quraysh; la ragione era piuttosto la sua enorme influenza, che teneva soggetti e sopraffatti i Quraysh. Essi, esasperati dalla sua da‘wa, lo insultavano, gli lanciavano pietre e lo ferivano in vari modi. Tuttavia, la sua influenza morale li aveva resi interiormente così vuoti e impotenti che non riuscivano a impedirgli di svolgere la missione della risalat.

Questa influenza che incuteva timore aveva diverse cause. Una di esse era che, grazie alla conoscenza, all’osservazione e all’esperienza maturate riguardo a lui fin dalla sua infanzia, l’intera nazione sapeva sin dall’inizio che tra loro era nata una personalità straordinaria. Per questo, già prima della profezia, alla Mecca era guardato con rispetto. Un’altra ragione era che nessuno aveva mai udito dalle sue labbra una parola falsa. La gente riteneva inoltre che qualsiasi parola uscisse dalla sua bocca si avverasse. Perciò temevano che egli pronunciasse contro di loro qualcosa capace di attirare su di loro una disgrazia. Poco sopra è stata narrata la storia secondo cui, quando un nemico come Abu Lahab udì la maledizione pronunciata dal Profeta (s) contro suo figlio, fu preso dal terrore. Durante il viaggio in Siria, egli chiese ai suoi compagni di aiutarlo a proteggere suo figlio, poiché temeva per la vita del ragazzo a causa delle parole che il Profeta Muhammad aveva pronunciato su di lui. Ma tutte le sue precauzioni fallirono: quel figlio fu raggiunto da un «cane» di Dio, che attraversò il recinto dei cammelli e lo sbranò.

La terza ragione era il carattere irreprensibile del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui), riguardo al quale non vi era alcun appiglio per muovere accuse. L’intera nazione conosceva questo suo nobile carattere e lo riconosceva. Centinaia di persone della Mecca e delle regioni circostanti erano rimaste affascinate dal suo comportamento capace di conquistare i cuori; per la sua onestà, affidabilità e scrupolosa custodia dei depositi, persino i suoi nemici riponevano fiducia in lui. Tanto che, secondo la narrazione di Ibn Jarīr, fino al momento della sua emigrazione a Medina non vi era a Mecca nessuno che desiderasse affidare i propri beni preziosi alla custodia di qualcuno e potesse fidarsi di altri all’infuori del Profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui). Proprio per questa influenza morale, anche il suo più accanito nemico, quando si trovava di fronte a lui, perdeva tutto il proprio coraggio e non osava rivolgergli la parola. Due episodi avvenuti tra Abū Jahl e il Profeta (pace e benedizioni su di lui) dimostrano la verità di ciò. (Appendice.)

L’episodio dello sgomento di Abū Jahl

Ibn Isḥāq dice che, una volta, un uomo del luogo chiamato ‘IrāshQuesto è il nome di un luogo indicato nel Muʿjam al-buldān. Probabilmente era anche il nome della tribù che vi abitava — l’autore.venne alla Mecca con alcuni cammelli per venderli. Abū Jahl acquistò i suoi cammelli. Quando il venditore venne a reclamare il pagamento, Abū Jahl cominciò ad accampare ogni sorta di pretesto. L’uomo di ‘Irāsh, ormai disperato, un giorno si recò infine dai capi dei Quraysh presso la Kaʿba, nel Santuario, raccontò loro tutto e rivolse alla gente riunita una fervida richiesta di aiuto. Nel frattempo, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) sedeva in un angolo del Santuario. I capi dei Quraysh dissero all’uomo: «Non possiamo fare nulla. Vedi quell’uomo seduto là nell’angolo? Vai da lui e digli che ti pagherà ciò che ti spetta».

L’uomo di ‘Irāsh si diresse verso il Profeta (pace e benedizioni su di lui). Intanto i capi dei Quraysh cominciarono a dirsi l’un l’altro: «Oggi ci sarà da divertirsi». Non appena l’uomo ebbe esposto la propria lamentela al Profeta (pace e benedizioni su di lui), egli si alzò e, accompagnandolo, si avviò verso la casa di Abū Jahl. Il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) giunse direttamente alla porta di Abū Jahl e cominciò a bussare. Dall’interno quello chiese: «Chi è?». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) rispose: «Muḥammad». Egli uscì fuori completamente sbalordito. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) gli disse: «Paga a quest’uomo ciò che gli spetta». Senza dire una parola, rientrò in casa, prese il prezzo dei cammelli e lo consegnò all’uomo.

Dopo aver visto la scena, la spia dei Quraysh corse rapidamente verso il Santuario della Kaʿba e raccontò l’accaduto ai capi dei Quraysh. Disse: «Giuro su Dio, oggi ho visto qualcosa che non avevo mai visto prima. Non appena Abū Jahl uscì e vide Muḥammad (pace e benedizioni su di lui), il suo volto impallidì. Poi, quando Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) gli disse di pagare ciò che doveva, sembrò che il suo corpo fosse rimasto privo di vita». (Ibn Hishām, vol. 2, pp. 29-30; al-Balādhurī, Ansāb al-ashrāf, vol. 1, pp. 128-129.) (Tafhīm al-Qurʾān, vol. 3, Sūra al-Māʿūn, nota 5)

Il secondo episodio

Il secondo episodio è stato narrato dal qāḍī Abū al-Ḥasan al-Māwardī nella sua opera «Aʿlām al-nubuwwa». Egli dice che Abū Jahl era il tutore di un bambino orfano. Un giorno il bambino, completamente nudo, andò da Abū Jahl e gli disse: «Dammi qualcosa dei beni lasciati da mio padre». Ma quell’ingiusto non si degnò neppure di volgersi verso di lui. Il bambino rimase lì a lungo, poi tornò indietro disperato. I capi dei Quraysh, per prendersi gioco di lui, gli dissero: «Vai a lamentarti con Muḥammad (pace e benedizioni su di lui). Egli intercederà presso Abū Jahl e otterrà qualcosa per te». Il povero bambino non sapeva quale fosse il rapporto tra Abū Jahl e Muḥammad (pace e benedizioni su di lui), né con quale proposito quegli uomini malvagi gli dessero quel consiglio; così andò direttamente dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) e gli raccontò la propria situazione. Egli si recò subito con lui alla casa di Abū Jahl. Abū Jahl accolse cordialmente il Profeta (pace e benedizioni su di lui). Il Profeta gli disse: «Dai a questo bambino ciò che gli spetta». Egli acconsentì immediatamente, prese le cose di cui il bambino aveva bisogno e le consegnò all’orfano.

Nel frattempo, i capi dei Quraysh aspettavano di vedere se tra i due sarebbe accaduto qualcosa di spiacevole. Ma quando vennero a conoscenza di ciò che era realmente accaduto, si recarono stupiti da Abū Jahl e cominciarono a rimproverarlo, dicendo: «Hai abbandonato la tua religione?». Egli rispose: «Giuro su Dio, non ho abbandonato la mia religione. Mi è sembrato però che alla sua destra e alla sua sinistra vi fosse un’arma terribile. Se avessi fatto qualcosa contro la sua volontà, mi avrebbe spaccato in due».

Da questi episodi si comprende quanto profondamente l’influenza del Profeta (pace e benedizioni su di lui) tenesse i suoi nemici nel terrore. (Tafhīm al-Qurʾān, vol. VI, Sura al-Māʿūn, nota 5.)

Il terzo episodio

Secondo il racconto di Balādhurī, un giorno il Profeta (pace e benedizioni su di lui) era seduto nella Moschea Sacra insieme a Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) e Saʿd ibn Abī Waqqāṣ (che Allah sia soddisfatto di lui). In quel momento arrivò un uomo dei Banū Ḍubayʿa. Disse: «O gente dei Quraysh! Chi può portare qui delle merci? Perché voi derubate coloro che vengono da fuori». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) gli chiese: «Chi ti ha fatto un torto?». Egli rispose: «Abū al-Ḥakam, cioè Abū Jahl. Desiderava comprare i miei tre cammelli migliori e ne fissò un prezzo irrisorio. Ora nessuno è disposto a offrire più di lui; e se li vendo a questo prezzo, subirò una grave perdita». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) acquistò tutti e tre i suoi cammelli. Abū Jahl osservava tutto in silenzio da lontano. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) gli si avvicinò e disse: «Bada bene: non trattare mai più nessun altro come hai trattato questo beduino. Altrimenti ti tratterò allo stesso modo». Egli continuava a ripetere: «Non lo farò mai più in futuro». Umayya ibn Khalaf e gli altri politeisti presenti cominciarono a rimproverare Abū Jahl, dicendogli: «Hai mostrato una tale debolezza davanti a Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) che ci viene il sospetto che tu sia diventato suo seguace». Egli rispose: «Per Dio! Non gli obbedirò mai. Ma vidi alcuni uomini armati di lance in piedi alla sua destra e alla sua sinistra. Mi sembrò che, se avessi disobbedito anche solo un poco all’ordine di Muḥammad (pace e benedizioni su di lui), si sarebbero scagliati contro di me». (Al-Ansāb al-Ashrāf, vol. I, p. 13.)

Gli oppositori riconoscevano l’onestà e la veridicità del Profeta (pace e benedizioni su di lui)

Inoltre, vi era anche questa importante ragione: persino i più accaniti oppositori del Profeta (pace e benedizioni su di lui) riconoscevano in cuor loro la sua onestà e veridicità e consideravano se stessi dei bugiardi. Tuttavia gli si opponevano a causa delle loro macchinazioni, dell’ignoranza, dell’orgoglio personale, dell’attaccamento fanatico alla religione degli antenati e degli interessi individuali. Coloro che nutrivano questa debolezza non avevano il coraggio di affrontarlo apertamente, pur ricorrendo a ogni mezzo per sbarrargli la strada. A questo proposito citeremo diversi episodi storici. Qui desidero parlare soltanto di Abū Jahl: il più grande nemico del Profeta (pace e benedizioni su di lui) riconobbe più volte la sua onestà e veridicità e descrisse in modo quanto mai ignobile la vera ragione della propria opposizione.

Bayhaqī, citando la narrazione di al-Mughīra ibn Shuʿba trasmessa da Zayd ibn Aslam, racconta come avvenne il suo primo incontro con il Profeta (pace e benedizioni su di lui) nell’epoca dello shirk. Egli disse: «Io e Abū Jahl stavamo percorrendo una strada della Mecca. In quel momento incontrammo il Profeta (pace e benedizioni su di lui). Egli disse ad Abū Jahl: “O Abū al-Ḥakam! Vieni verso Allah e il Suo Messaggero. Io ti invito ad Allah”. Egli rispose: “O Muḥammad (pace e benedizioni su di lui)! Smetterai di insultare le nostre divinità? Tu vuoi soltanto che testimoniamo che hai trasmesso il tuo messaggio. Ebbene, testimoniamo che hai trasmesso il tuo messaggio. Ma, per Dio, se sapessi che sei dalla parte della verità, ti seguirei”.»

Poi il Profeta (pace e benedizioni su di lui) proseguì il suo cammino. Abū Jahl si voltò allora verso di me e disse: «Per Dio, so che ciò che quest’uomo dice è vero. Ma una cosa me lo impedisce. I discendenti di Quṣayy hanno detto: “Saremo noi a occuparci di nutrire i pellegrini quando si tratterà di questo diritto?”. Io risposi: “Sì”».

Dissero: «Saremo noi a occuparci di dissetare i pellegrini?»

Risposi: «Sì».

—La Nadwa è nostra?

—Sì.

—La bandiera resterà presso di noi, vero?

—Sì.

Poi ci offrirono da mangiare, e anche noi offrimmo loro da mangiare. Poi le nostre ginocchia vennero a contatto con le loro; allora dissero: «Tra noi c’è un profeta».

Risposi: «Per Dio, non lo ammetterò mai».

Ibn Abi Hatim, citando Yazid al-Madani, riferisce che una volta il Profeta (s) incontrò Abu Jahl e gli strinse la mano. Qualcuno gli disse: «Com’è possibile che ti veda stringere la mano a un sabir (uno che si è allontanato dalla religione)?» Abu Jahl lo prese da parte e gli disse sottovoce: «Per Dio, so che egli è in realtà un profeta. Ma quando mai siamo diventati subordinati ai Banu Abd Manaf?»

L’Imam Sufyan al-Thawri, citando la narrazione di Tirmidhi, al-Hakim e Hazrat Ali (r.a.), riferisce che Abu Jahl disse al Profeta (s): «Non ti riteniamo un bugiardo; consideriamo però falsa la verità che hai portato».

Bayhaqi e Ibn Hisham hanno riportato da Ibn Ishaq, il quale lo ha riferito dall’Imam Zuhri, questo curioso episodio: una notte Abu Jahl, Abu Sufyan e Akhnas ibn Shurayq uscirono separatamente per ascoltare il Corano che il Profeta (s) recitava durante la preghiera notturna. Nessuno dei tre sapeva degli altri. Al mattino si videro, si rimproverarono a vicenda e giurarono che non lo avrebbero più fatto. Temevano infatti che, se la gente li avesse visti ascoltare il Corano in quel modo, esso avrebbe trovato posto nei loro cuori. La stessa cosa accadde anche la notte seguente. Dopo essersi visti, giurarono di nuovo che non lo avrebbero più fatto. Quando la terza notte accadde nuovamente la medesima cosa, nonostante il giuramento di non farlo più, Akhnas, con un bastone in mano, andò da Abu Sufyan e gli disse: «Abu Hanzala! Mi dirai sinceramente che cosa pensi di ciò che hai ascoltato presso Muhammad (s)?»

Egli rispose: «Abu Tha‘laba! Per Dio, ho ascoltato parole che comprendo e di cui capisco anche il significato; ma ve ne sono altre il cui significato non ho compreso». Akhnas disse: «Anche la mia situazione è la stessa».(Hafiz Ibn Hajar, nella sua opera ‘al-Isaba’, ha riportato dall’Imam Zuhri, il quale a sua volta lo aveva riferito da Hazrat Sa‘id ibn al-Musayyab, che in merito a questo episodio Abu Sufyan chiese ad Akhnas: «Qual è la tua opinione?». Egli rispose: «Io lo ritengo veritiero». Un’ulteriore conferma di ciò si trova nella narrazione di Hazrat Mu‘awiya (r.a.), riportata da Tabarani in ‘al-Awsat’. Egli racconta: «Una volta mio padre Abu Sufyan stava conducendo mia madre Hind verso la regione desertica, facendola cavalcare su un asino. Io li precedevo cavalcando un altro asino. Lungo la strada incontrammo il Profeta (s). Mio padre mi disse: “Mu‘awiya, scendi, affinché Muhammad (s) possa cavalcare il tuo asino”. Io scesi e il Profeta (s) salì in groppa. Poi si rivolse a mio padre e a mia madre dicendo: “O Abu Sufyan e o Hind bint ‘Utba! Per Dio, tutti voi un giorno morirete e poi sarete riportati in vita. Chi sarà virtuoso entrerà in Paradiso e chi sarà peccatore andrà all’Inferno”. Poi recitò loro i primi undici versetti della sura Ha-Mim as-Sajda. Quindi scese dall’asino e io vi salii. Lungo il cammino mia madre disse a mio padre: “Hai fatto scendere mio figlio dall’asino per far salire questo bugiardo e mago?”. Mio padre rispose: “Per Dio, quest’uomo non è né un mago né un bugiardo”» —l’AutorePoi Akhnas andò da Abu Jahl e gli disse: «Abu al-Hakam, che cosa pensi di ciò che hai ascoltato presso Muhammad (s)?». Egli rispose: «Che cosa ho ascoltato? Tra noi e i Banu ‘Abd Manaf era in corso una competizione per stabilire chi fosse il più nobile. Loro offrivano da mangiare e noi offrivamo da mangiare; loro si assumevano il peso delle responsabilità e noi facevamo altrettanto; loro elargivano ricchezze e noi facevamo altrettanto. Alla fine, quando diventammo uguali in ogni cosa, cominciarono a dire: “Tra noi c’è un profeta al quale giunge la rivelazione dal cielo”. E noi, da dove potremmo avere una cosa simile? Per Dio, non gli crederemo e non riconosceremo la sua veridicità». Abu Jahl disse parole quasi identiche ad Akhnas ibn Shurayq quando, durante la battaglia di Badr, Akhnas lo incontrò in disparte. Ibn Jarir al-Tabari ha riportato nel suo tafsir, citando as-Suddi, che Akhnas disse ad Abu Jahl: «In questo momento non c’è qui nessuno tranne me e te. Dimmi sinceramente: Muhammad (s) è un bugiardo o dice la verità?». Egli rispose: «Per Dio, Muhammad (s) dice la verità. Non ha mai mentito. Ma quando i Banu Qusayy si sono impadroniti, insieme alla profezia, di al-Liwa’, al-Hijaba e as-Siqaya,dopo che l’autorità della Sacra Casa era passata nelle mani dei Banu Qusayy, durante il pellegrinaggio essi dovevano svolgere determinate funzioni. Uno di loro diventava il portabandiera; questa carica si chiamava al-Liwa’. Avevano inoltre il compito di distribuire acqua ai pellegrini, funzione chiamata as-Siqaya. Le chiavi della Kaaba erano nelle loro mani, ed era loro responsabilità aprire e chiudere la Casa per i pellegrini; ciò si chiamava al-Hijaba. Queste cose sono state menzionate in quest’opera» —il traduttorese prendono anche la profezia, che cosa rimane ai Quraysh?»

Se questa era la posizione di un oppositore così accanito dell’Islam come Abu Jahl, si può facilmente immaginare quale fosse quella degli altri.

Concezioni e convinzioni dei Quraysh riguardo al Profeta (s)

È degno di nota anche il fatto che proprio quegli uomini dei Quraysh che si opponevano apertamente a lui erano certi dell’eccellenza del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Mentre infuriava il loro aspro conflitto con il Profeta (pace e benedizioni su di lui) e con i musulmani, alla Mecca si abbatté una terribile carestia. Tutti gli abitanti cominciarono allora a lamentarsi. I capi della Mecca supplicarono quindi il Profeta (pace e benedizioni su di lui) di pregare affinché salvasse il suo popolo da questa calamità. L’Imam Bukhari e al-Bayhaqi, con alcune differenze nelle parole, riportano da Masruq questa narrazione di ʿAbd Allah ibn Masʿud (che Allah si compiaccia di lui): quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) vide che i Quraysh erano decisi a ribellarsi contro di lui, pregò: «O Dio! Fa’ sì che anch’io sia colpito, contro questa gente, da una carestia di sette anni, come la carestia di sette anni del profeta Giuseppe (pace su di lui)». Ne seguì una carestia così terribile che la gente cominciò a mangiare carogne, ossa e perfino pelli di animali. Alla fine, Abu Sufyan e alcuni abitanti della Mecca vennero dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) e lo supplicarono: «O Muhammad (pace e benedizioni su di lui)! Tu sostieni di essere stato inviato come misericordia. Ma ora il tuo popolo è sul punto di perire. Prega per loro».

Dopo questa supplica, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) pregò e cadde una pioggia così abbondante che la gente gli chiese nuovamente di pregare, per essere risparmiata dall’eccessiva pioggia. Egli pregò: «O Dio! Fa’ che non cada su di noi, ma tutt’intorno a noi». Poi il cielo si sgombrò dalle nuvole.

L’Imam Bukhari riporta da Ibn ʿAbbas (che Allah si compiaccia di lui) che Abu Sufyan venne dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) per chiedere di essere salvato dalla fame. Per la sua preghiera, la calamità della carestia fu allontanata.

Da questi avvenimenti risulta chiaramente perché i capi dei Quraysh non osassero affrontare direttamente il Profeta né cercassero di porre fine con la forza alla sua predicazione. Tuttavia, allo stesso tempo, non tolleravano che la sua predicazione continuasse, che la religione dei loro antenati venisse cancellata, che si diffondesse un sistema di vita completamente opposto al loro e che le persone continuassero ad abbracciare l’Islam. Per questo avevano deciso che il suo invito non dovesse in alcun modo diffondersi e che dovesse essere ostacolato a qualsiasi costo. Spinti da questo risentimento, talvolta arrivavano persino a perseguitarlo. (Aggiunta.)

Ottavo capitolo

Le macchinazioni dei Quraysh per ostacolare la predicazione islamica

Prima di affrontare questa discussione, è necessario sapere innanzitutto che il comportamento di tutte le tribù dei Quraysh nei confronti dell’Islam e del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non era uguale. Al contrario, erano divisi in diverse categorie.

Una categoria era costituita dagli oppositori più accaniti. Comprendeva i maggiori notabili e capi della società. Ibn Saʿd, nella sua Ṭabaqāt, ne riporta i nomi come segue: Abu Jahl, Abu Lahab, al-Aswad ibn ʿAbd Yaghuth (era un uomo dei Banu Zuhrah e cugino materno del Profeta, pace e benedizioni su di lui), al-Harith ibn Qays ibn ʿAdi (apparteneva ai Banu Sahm ed era noto come Ibn al-Ghaytalah), al-Walid ibn al-Mughirah (Banu Makhzum), Umayyah ibn Khalaf e Ubayy ibn Khalaf (Banu Jumah), Abu Qays ibn Faqih ibn al-Mughirah (Banu Makhzum), ʿAs ibn Wa’il al-Sahmi (padre di ʿAmr ibn al-ʿAs), al-Nadr ibn al-Harith (dei Banu ʿAbd Allah), Munabbih ibn Sayfi ibn ʿAbid (Banu Makhzum), al-Aswad ibn ʿAbd al-Asad al-Makhzumi, ʿAs ibn Saʿid ibn al-ʿAs (Banu Umayyah), Abu al-Bakhtari ʿAs ibn Hisham (Banu Asad), ʿUqbah ibn Abi Muʿayt (Banu Umayyah), Ibn al-Asdi al-Hudhali, Hakam ibn Abi al-ʿAs (Banu Umayyah), e Saʿdi ibn Hamra al-Thaqafi.

La seconda categoria era costituita da quei capi dei Quraysh che erano certamente nemici, ma non a tal punto da opporsi al Profeta (pace di Allah su di lui) e ai musulmani con tutte le loro forze, come il gruppo menzionato in precedenza. Tuttavia, costoro appoggiavano qualunque iniziativa venisse intrapresa contro l’Islam. Ibn Saʿd annoverava ʿUtba ibn Rabīʿa, Shayba ibn Rabīʿa e Abū Sufyān tra questo genere di nemici. Quanto invece al comportamento di coloro che erano i più ostili di tutti, esso è descritto nel Corano come segue:

******************************************************

Guarda! Essi ripiegano il petto per potersi sottrarre a Lui (Hūd, 6).

In altre parole, erano talmente avversi alla predicazione del Profeta (pace di Allah su di lui) che cercavano di evitarlo. Se lo vedevano seduto da qualche parte, si allontanavano furtivamente. Se lo vedevano arrivare di fronte a loro, cambiavano direzione oppure si coprivano il volto con l’orlo della veste, temendo che, incontrandolo faccia a faccia, egli potesse rivolgere loro la parola e dire qualcosa.

Restava ora la gente comune della Mecca. Tra loro, alcuni erano neutrali, mentre altri sostenevano in cuor loro l’Islam, ma tenevano segreta la propria fede. Alcuni accettavano poi l’Islam. Un numero assai considerevole di persone, istigato dai propri capi e allo scopo di difendere il prestigio della religione ancestrale, si dedicava a quelle loro attività ostili che venivano intraprese contro l’Islam.

Ora descriveremo separatamente le varie iniziative adottate per ostacolare il cammino della predicazione islamica.

Uno. Tentativi di giungere a un compromesso con il Profeta (pace di Allah su di lui)

Poiché gli oppositori percepivano la straordinaria personalità del Profeta (pace di Allah su di lui) e l’irresistibile influenza del Corano, cercavano ripetutamente di capire se, attraverso colloqui e discussioni con lui, fosse possibile persuaderlo a raggiungere in qualche modo un compromesso riguardo alla religione. A questo scopo, diverse delegazioni lo incontrarono e anche singole personalità parlarono con lui.

L’incontro di Utba ibn Rabi’a con lui

Tra questi incontri, quello con Utba ibn Rabi’a era importante ed è stato narrato in modi diversi da vari muḥaddithūn. Tuttavia, non vi era grande divergenza riguardo al risultato. Ibn Abi Shayba riferisce da Ibn Umar (che Allah sia soddisfatto di lui), mentre Abd Allah ibn Hamid, Abu Ya’la e al-Bayhaqi riportano una narrazione da Jabir ibn Abd Allah al-Ansari (che Allah sia soddisfatto di lui), secondo cui un giorno alcuni Quraysh si riunirono e si dissero l’un l’altro: «Vediamo, chi tra voi è il più esperto di magia, divinazione e poesia? Costui andrà dall’uomo che ha creato divisione tra il nostro gruppo, ha portato sventura e disgrazie nei nostri affari e nelle nostre questioni e ha oltraggiato la nostra religione. Parliamogli e vediamo che risposta darà». La gente disse: «Secondo noi, non c’è nessuno adatto a questo compito oltre a Utba ibn Rabi’a». Perciò tutti dissero: «Abu al-Walid! Fallo tu». Egli allora si recò dal Profeta (pace e benedizioni su di lui). (Aggiunta dell’autore.)

La seconda versione è stata riportata da Muhammad ibn Ishaq e al-Bayhaqi, sulla base di una narrazione di Muhammad ibn Ka’b al-Qurazi. Vi si racconta che un giorno alcuni capi dei Quraysh erano seduti riuniti nella Moschea Sacra, mentre dall’altra parte della moschea il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) sedeva da solo. Era il periodo in cui Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) aveva abbracciato la fede e la gente dei Quraysh era molto preoccupata, vedendo che il numero dei musulmani aumentava progressivamente. In tale situazione Utba ibn Rabi’a (suocero di Abu Sufyan) disse ai capi dei Quraysh: «Se lo ritenete opportuno, parlerò con Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e gli presenterò alcune proposte. Forse accetterà una di esse e anche noi potremo accettarla. In questo modo potrebbe cessare di opporsi a noi». Tutti i presenti furono d’accordo e dissero: «Abu al-Walid! Abbiamo piena fiducia in te; devi parlargli».

Utba si alzò e andò a sedersi presso il Profeta. Quando questi gli prestò attenzione, egli disse: «Nipote! Sai bene quanto fossi stimato da noi; anche per lignaggio sei figlio di una famiglia nobile. Ora, quale calamità hai portato sul nostro popolo? Hai creato divisione tra i nostri ranghi. Consideri l’intero popolo degli sciocchi. Insulti la nostra religione e le nostre divinità. Consideri miscredenti i nostri antenati morti. Ora ascolta alcune mie parole. Ti sottopongo alcune proposte: riflettici sopra. Forse potresti accettarne una».

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Abu al-Walid! Parla, ti ascolterò».

Egli disse: «Nipote! Se lo scopo dell’impresa che hai intrapreso è ottenere ricchezze, noi tutti ti daremo tanto da renderti il più ricco tra noi. Se desideri raggiungere la supremazia, ti nomineremo nostro capo. Non prenderemo alcuna decisione su nessuna questione senza di te. E se desideri il regno, ti faremo nostro re. Se invece sei stato colpito da un jinn e non riesci a liberartene, tanto che vedi cose durante il sonno e da sveglio, chiameremo il più grande medico e tutti insieme sosterremo le spese della tua cura». Utba continuava a parlare, mentre il Profeta (pace e benedizioni su di lui) lo ascoltava in silenzio.

Poi egli disse: «Abu al-Walid! Hai terminato tutto ciò che avevi da dire, o hai altro da aggiungere?». Quello rispose: «No, ho detto tutto ciò che avevo da dire». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Bene! Ora ascolta le mie parole». Quindi, dopo aver pronunciato «Bismillāh al-Raḥmān al-Raḥīm», iniziò a recitare la sura Ha-Mim-Sajda. Utba lo ascoltava attentamente, appoggiandosi con entrambe le mani dietro di sé. Quando giunse al versetto della prosternazione (versetto n. 38), il Profeta (pace e benedizioni su di lui) si prostrò e, dopo aver rialzato il capo, disse: «Abu al-Walid! Hai ascoltato la mia risposta. Ora tu sai, e il tuo compito sa».

Utba si alzò e si diresse verso l’assemblea dei capi dei Quraysh. Vedendolo da lontano, alcuni commentarono: «Per Allah! L’aspetto di Utba è cambiato. Non ha più il volto con cui era andato». Poi, quando egli si fu seduto in mezzo a loro, gli dissero: «Che cosa hai sentito?»

Disse: «Per Dio! Ho udito parole che non avevo mai udito prima. Per Dio, questo non è né poesia, né magia, né profezia. O Qurayshiti, ascoltatemi e lasciatelo nella sua condizione. A mio parere, queste parole si realizzeranno certamente. Supponiamo che gli Arabi prevalgano su di lui: così vi risparmierete di levare la mano contro vostro fratello, e saranno altri a occuparsene. Ma se egli prevalesse sugli Arabi, allora il suo regno sarebbe il vostro regno e il suo onore sarebbe il vostro onore.»

Dopo aver ascoltato le sue parole, i capi dei Quraysh dissero: «O padre di Walid! Alla fine la sua magia ha agito anche su di te?»

Utba disse: «Vi ho esposto la mia opinione. Ora fate pure ciò che volete.»

Tra le narrazioni raccolte da al-Bayhaqi riguardo a questo episodio vi era anche il particolare che, quando il Profeta (s) giunse al versetto 13 della sura Ha-Mim-Sajda—

******************************************************

«Se poi voltano le spalle, di’ loro: “Vi avverto di una punizione improvvisa come quella che colpì ʿAd e Thamud”», Utba, spontaneamente, gli pose la mano sul volto e, invocando il vincolo di parentela, cominciò a dire: «Non dire una cosa simile». In seguito spiegò alla gente il motivo per cui aveva parlato così, dicendo: «Sapete che quando Muhammad (s) dice qualcosa, essa non rimane vana. Per questo ho temuto che la punizione si abbattesse su di me». (Tafhim, vol. 3, al-Anbiya, nota 5; vol. 4, introduzione a Ha-Mim as-Sajda.)

L’incontro con un’altra delegazione

Muhammad ibn Ishaq, citando la narrazione di Ibn Abbas (ra), riferisce che una volta Utba ibn Rabia, Shayba ibn Rabia, Abu Sufyan ibn Harb, Nadr ibn Harith, Abu al-Bakhtari ibn Hisham, Aswad ibn al-Muttalib, Umayya ibn Khalaf, As ibn Wa’il e i figli di Hajjaj ibn Shihamir, Nubayya e Munabbih, si riunirono dopo il tramonto vicino al muro della Kaaba e cominciarono a dirsi l’un l’altro: «Chiamiamo Muhammad (s), parliamogli e comunichiamogli la nostra decisione definitiva». Fu anche comunicato al Profeta (s) che i nobili della sua gente si erano riuniti per parlare con lui. Poiché era impaziente di guidarli sulla retta via, si presentò immediatamente davanti a loro. Essi dissero: «O Muhammad (s)! Ti abbiamo convocato per comunicarti la decisione definitiva riguardo a te. Per Dio, non sappiamo di nessun uomo tra gli Arabi che abbia suscitato nella propria gente una discordia come quella che tu hai suscitato nella tua. Hai insultato i nostri antenati, hai trovato difetti nella religione, hai considerato stupide le persone, hai parlato contro gli dèi e le divinità, hai provocato una divisione tra il nostro gruppo e non c’è alcuna cosa spiacevole che tu non abbia fatto accadere tra noi e te. Se hai fatto tutto questo per ottenere ricchezza, raccoglieremo del denaro e te ne daremo tanto da renderti il più ricco tra noi. Se vuoi prevalere su di noi, ti faremo nostro capo. Se desideri il regno, ti faremo re. E se un jinn si è impossessato di te, spenderemo i nostri beni per curarti, affinché tu possa liberarti dalla sua influenza. Dopo aver fatto tutto questo, almeno la nostra giustificazione nei tuoi confronti sarà completa.»

In risposta, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Non sono affetto da nessuna delle malattie di cui parlate. Né vi chiedo alcun compenso per ciò che vi ho portato. E non desidero né acquisire superiorità su di voi né diventare il vostro re. Al contrario, Allah mi ha inviato a voi come Suo Messaggero. Sta facendo scendere su di me un Libro e mi ha ordinato di essere per voi annunciatore di buone novelle (perché crediate) e ammonitore (perché non crediate). Perciò vi ho trasmesso il messaggio del mio Signore e vi ho dato consiglio. Se accettate ciò che vi ho portato, sarà causa di felicità per voi in questo mondo e nell’Aldilà. Ma se lo rifiutate, continuerò a perseverare con pazienza, per ordine di Allah, finché Allah non giudicherà tra me e voi». In risposta, i capi miscredenti gli chiesero miracoli di vario genere.[Nota: a titolo d’esempio, nel Corano è detto:

******************************************************

«Se avessimo fatto scendere su di te un Libro scritto su un foglio e questa gente lo avesse persino toccato con le proprie mani, quelli che non hanno creduto avrebbero detto: “Questa non è che magia evidente”» (al-An‘ām: 7).

******************************************************

«E se avessimo aperto per loro una porta del cielo ed essi avessero continuato a salirvi, avrebbero detto: “I nostri occhi sono stati ingannati; anzi, siamo stati colpiti dalla magia”» (al-Ḥijr: 14-15).]

Nel resoconto di questo episodio che Ibn Hishām ha riportato da Ibn Isḥāq, si aggiunge che, dopo che gli ebbero chiesto i miracoli, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Non sono venuto da voi per compiere queste cose. Vi ho trasmesso ciò per cui Allah mi ha inviato: il messaggio che dovevo presentarvi».

Alla fine, lo minacciarono dicendo: «Per Allah! Per queste tue azioni non ti lasceremo certo stare. O noi ti elimineremo, oppure tu eliminerai noi.(Aggiunta dell’autore.)

Ulteriori tentativi di conciliazione

Inoltre, in diverse occasioni, i Quraysh continuarono a presentare al Profeta (s) varie proposte, affinché, accettandone una, si potessero porre fine ai conflitti e agli scontri tra le due parti. Hazrat Abdullah ibn Abbas (ra) riferisce che i Quraysh dissero al Profeta (s): «Ti daremo tanta ricchezza da farti diventare l’uomo più ricco della Mecca. Ti faremo sposare la ragazza che preferisci. Siamo disposti a seguirti. Accetta soltanto da parte nostra una cosa: astieniti dal parlare male delle nostre divinità. Se non vuoi accettare ciò, allora ti presentiamo un’altra proposta, vantaggiosa per te e vantaggiosa per noi».

Il Profeta (s) disse: «Quale?»

Essi dissero: «Per un anno adorerai la nostra divinità Lāt e Uzzā, e per un anno noi adoreremo la tua divinità».

Il Profeta (s) disse: «Va bene, aspettate un momento; vedrò quale ordine giunge da parte del mio Signore». [Ciò non significa che il Messaggero di Allah (s) considerasse in qualche modo accettabile o degna di esame questa proposta, né — Dio non voglia — che avesse dato quella risposta ai miscredenti nella speranza che forse sarebbe giunta da parte di Allah la sua approvazione. In realtà, la sua espressione era del tutto simile a quella di un funzionario subordinato al quale viene presentata una proposta irragionevole e che sa che il suo governo non può in alcun modo accettare tale richiesta. Tuttavia, invece di respingerla, dice ai proponenti: “Trasmetterò la vostra richiesta alle autorità e poi vi comunicherò le istruzioni che arriveranno”. La differenza è che, se il dipendente subordinato respingesse personalmente la richiesta, la gente continuerebbe a insistere; ma se dicesse: “La risposta delle autorità è stata contraria alla vostra richiesta”, essi perderebbero ogni speranza. — L’autore.] In seguito fu rivelata la Rivelazione:

******************************************************

(Di’): «O miscredenti! Io non adoro ciò che adorate voi; e voi non siete adoratori di Colui che adoro io. Né io sono adoratore di ciò che avete adorato voi; e voi non siete adoratori di Colui che adoro io. A voi la vostra religione e a me la mia religione».

******************************************************

Di’ loro: «O stolti! Mi dite forse di adorare qualcun altro all’infuori di Allah?» (Ibn Jarir, Ibn Abi Hatim, Tabarani).

In una narrazione di Ibn ʿAbbās (r), si riferisce che la gente dei Quraysh disse al Profeta (s): «O Muhammad (s)! Se baci i nostri idoli, noi adoreremo il tuo Signore». In risposta fu rivelata la sura al-Kāfirūn (ʿAbd ibn Ḥumayd).

È stato riferito da Saʿīd ibn Sīnā, il liberto di Abū al-Bakhtarī, che al-Walīd ibn al-Mughīra, ʿĀṣ ibn Wāʾil, al-Aswad ibn al-Muṭṭalib e Umayya ibn Khalaf incontrarono il Messaggero di Allah (s) e gli dissero: «O Muhammad (s)! Vieni, ti associamo a tutte le nostre attività. Se ciò che hai portato è migliore di quello che possediamo, ne saremo soci e riceveremo la nostra parte. E se ciò che possediamo è migliore di ciò che hai portato, tu sarai nostro socio e riceverai la tua parte». In risposta fu rivelata la Rivelazione ************************************************* (anche Ibn Jarīr, Ibn Abī Ḥātim, Ibn Hishām e al-Balādhurī hanno riportato questa narrazione).

Wahb ibn Munabbih riferisce che la gente dei Quraysh disse al Profeta (s): «Se vuoi, per un anno entreremo nella tua religione e per un anno tu entrerai nella nostra religione» (ʿAbd ibn Ḥumayd, Ibn Abī Ḥātim).

Da queste narrazioni si comprende che non presentarono tali proposte una sola volta, nella medesima assemblea, bensì in momenti diversi e in circostanze diverse; era pertanto necessario dare una risposta definitiva e vanificare per sempre la loro speranza che il Messaggero (s) avrebbe adottato, riguardo alla religione, una politica di dare e avere (GIVE AND TAKE POLICY), scendendo a un certo compromesso con loro. (Introduzione alla sura al-Kāfirūn, Tafhīm, vol. 6.)

Il tentativo di fare pressione su Ḥazrat Abū Ṭālib

La seconda strategia dei Quraysh per ostacolare la predicazione del Messaggero di Allah (s) consisteva nel recarsi continuamente da Abū Ṭālib per fare pressione su di lui e dirgli: «Ritiri il suo sostegno a Muhammad (s) e faccia pressione anche su di lui, affinché desista dalla sua opera».

La prima delegazione

Muḥammad ibn Isḥāq dice che, quando i Quraysh videro che Abū Ṭālib sosteneva il Profeta (s) e non lo tratteneva da quelle attività che per loro erano intollerabili, una delegazione degli uomini più eminenti dei Quraysh si recò da lui. Tra loro vi erano ʿUtba ibn Rabīʿa e Shayba ibn Rabīʿa dei Banū ʿAbd Shams ibn ʿAbd Manāf; Abū Sufyān dei Banū Umayya; Abū al-Bakhtarī, ʿĀṣ ibn Hishām e al-Aswad ibn al-Muṭṭalib dei Banū Asad ibn ʿAbd al-ʿUzzā; Abū Jahl e al-Walīd ibn al-Mughīra dei Banū Makhzūm; Nubayha e Munabbih, figli di al-Ḥajjāj, dei Banū Sahm. Tra loro vi era anche ʿĀṣ ibn Wāʾil. Dissero: «O Abū Ṭālib! Tuo nipote ha insultato i nostri idoli, ha biasimato la nostra religione, ha considerato stoltezza la nostra intelligenza e ha definito traviati i nostri antenati. Ora impediscigli di ferire i nostri sentimenti, oppure fatti da parte tra noi e lui. Anche tu, infatti, sei contrario alla religione che ha portato, proprio come noi. Poi ci occuperemo di lui».

Abū Ṭālib li calma parlando loro con grande mitezza, e poi essi se ne vanno (Ibn Hišām, al-Ṭabarī, al-Bidāya wa-n-Nihāya).

La seconda delegazione

In seguito, quando il Messaggero di Allah (s) continuò a portare avanti la sua missione, la pazienza dei Quraysh giunse al limite. Allora una seconda delegazione si recò da Abū Ṭālib. Gli dissero: «O Abū Ṭālib! Tu sei il più anziano e il più rispettato tra tutti noi. Ti avevamo chiesto di smettere di sostenerlo, ma non hai desistito. Non tollereremo in alcun modo che egli insulti i nostri antenati, offenda la nostra intelligenza e il nostro discernimento, e metta in luce i difetti delle nostre divinità. O lo farai desistere, oppure ci scontreremo con te finché una delle due parti non sarà distrutta». In seguito, tuttavia, le narrazioni divergono.

Nella storia dell’Imām al-Bukhārī e nella narrazione di ʿAqīl ibn Abī Ṭālib citata da al-Ḥāfiẓ Abū Yaʿlā nel suo Musnad si racconta che, alla loro presenza, mio padre, Abū Ṭālib, mi disse: «Va’ a chiamare Muḥammad (s)». Lo cercai sotto un caldo torrido e lo condussi da lui. Quando arrivò, Abū Ṭālib gli disse: «Nipote mio, i tuoi parenti si lamentano di te, sostenendo che tu li ferisci durante le loro riunioni e nella Masjid al-Ḥarām. Smetti di fare tutto questo».

Dopo aver udito queste parole, il Profeta (s) guardò verso il cielo e disse ai capi dei Quraysh: «Vedete questo sole?». Essi risposero: «Sì». Il Profeta (s) disse: «Come questo sole non è in grado di impedire ai suoi raggi luminosi di diffondersi, così io non sono in grado di abbandonare questa missione». Detto ciò, si alzò e se ne andò. Allora Abū Ṭālib disse: «Mio nipote non ha mai detto una menzogna. Pertanto potete andarvene». Al-Ṭabarānī cita questa narrazione nelle sue opere al-Awsaṭ e al-Kabīr, mentre Abū Yaʿlā ne fa menzione in forma abbreviata.

Ibn Hišām, al-Ṭabarī, al-Bayhaqī e al-Balādhurī riferiscono l’episodio in questo modo: dopo che gli uomini se ne furono andati, Abū Ṭālib chiamò il Profeta (s) e gli disse: «Nipote mio! La tua gente è venuta da me e mi ha detto queste cose. Lascia a me e a te un po’ di margine per vivere. Non impormi un peso che né io né tu abbiamo la forza di sopportare. Perciò smetti di dire cose che per loro sono insopportabili». Udendo le parole di Abū Ṭālib, il Profeta (s) pensò che suo zio si stesse preparando a lasciarlo solo, affidato alle proprie responsabilità. Allora disse: «Caro zio! Anche se mi mettessero il sole nella mano destra e la luna nella mano sinistra, non abbandonerei questa missione. O Allah la porterà al successo, oppure io perirò». Poi il Profeta (s), profondamente addolorato, scoppiò a piangere e si preparò ad andarsene. Abū Ṭālib comprese quanto le sue parole avessero ferito il Profeta (s). Allora lo chiamò e, quando egli tornò, disse: «Continua la tua missione e fai ciò che vuoi. Per Dio, non ti consegnerò ai tuoi nemici per nessun motivo».

Abū Jahl decide di uccidere il Profeta (s)

Muḥammad ibn Isḥāq racconta che Abū Jahl disse alla gente dei Quraysh: «O assemblea dei Quraysh! Avete visto come Muḥammad (s) ha dichiarato con assoluta chiarezza che non desisterà in alcun modo dall’insultare la nostra religione, dichiarare traviati i nostri antenati e ingiuriare le nostre divinità, e da altre azioni simili. Ora giuro su Allah che domani mi siederò con una pietra e, quando egli si prostrerà nella preghiera, gli fracasserò il cranio. Poi Banū ʿAbd Manāf faccia pure ciò che vuole».

Il giorno seguente rimase in attesa del Profeta (s), con una pietra. Come d’abitudine, il Profeta (s) arrivò e si immerse nella preghiera. Anche alcuni Quraysh si riunirono per vedere che cosa sarebbe accaduto. Dopo che il Profeta (s) si fu prosternato, Abu Jahl avanzò verso di lui con la pietra. Ma, quando gli si avvicinò, tornò improvvisamente indietro. Fu preso da un terrore indicibile. Il suo volto divenne pallido e la pietra gli cadde di mano. Gli uomini dei Quraysh si alzarono, gli andarono incontro e dissero: «Abu’l-Hakam! Che cosa ti è successo?». Egli rispose: «Ero avanzato per compiere ciò di cui vi avevo parlato. Ma quando mi avvicinai, davanti a me apparve un cammello enorme. Non avevo mai visto un cammello con una testa così grande, un collo simile e una gobba del genere. Si preparava a divorarmi.»

In seguito il Profeta (s) disse che l’angelo Gabriele (a.s.) era apparso sotto quelle sembianze.

La terza delegazione

Ibn Sa’d racconta che i capi dei Quraysh tornarono ancora una volta da Abu Talib e gli dissero: «Tu sei il più anziano e il capo di tutti noi. Ti chiediamo di agire con giustizia. Sii giusto anche tu tra noi e lui. Convoca tuo nipote e digli di smettere di parlare con disprezzo delle nostre divinità. In cambio, noi lasceremo lui e il suo Dio al loro destino». Allora Abu Talib mandò a chiamare il Profeta (s) e gli disse: «Nipote mio! Ecco che sono venuti questi tuoi zii, i nobili capi del tuo popolo, e desiderano raggiungere con te una soluzione giusta e imparziale».

Il Profeta (s) disse: «Parlate, vi ascolto». Essi dissero: «Lasciaci vivere secondo la nostra condizione e lascia che le nostre divinità restino nella loro condizione; astieniti dall’insultarle. Noi lasceremo te e il tuo Dio al vostro destino».

Abu Talib disse: «Quello che stanno dicendo è davvero equo; accetta questa proposta».

Il Profeta (s) disse: «Caro zio, devo forse invitarli a qualcosa di migliore di questo?». Abu Talib disse: «E che cosa sarebbe?»

Il Profeta (s) disse: «Allora dite: “Lā ilāha illā Allāh”».

A ciò, irritati, si voltarono e se ne andarono con disgusto—

*****************************************************

Rimanete saldi nell’adorazione dei vostri idoli. Queste parole, però, hanno anche un altro significato. (Aggiunta dell’autore.)

Vi sono divergenze nelle narrazioni riguardo a questo episodio. Ibn Saʿd lo ha riferito nel Ṭabaqāt e al-Ṭabarī nella sua Storia, senza precisarne il periodo. Ibn Isḥāq lo ha narrato come un avvenimento successivo alla conversione all’Islam di Ḥamza e di ʿUmar. Questa è anche l’opinione adottata da esegeti come al-Zamakhsharī, al-Rāzī e al-Naysābūrī. Secondo altre narrazioni, invece, l’episodio ebbe luogo quando Abū Ṭālib giaceva sul letto di morte. L’episodio riferito nelle loro opere di esegesi e di storia dall’Imām Aḥmad, da al-Nasāʾī, al-Tirmidhī, al-Bayhaqī, Ibn Abī Shayba e Ibn Jarīr al-Ṭabarī è, in sintesi, il seguente:

Quando Abū Ṭālib si ammalò gravemente e i capi dei Quraysh si resero conto che quello era il suo ultimo momento, si consultarono e decisero che era necessario parlargli. Sarebbe stato bene che egli avesse risolto la disputa tra noi e suo nipote. Non doveva accadere che egli morisse e che poi noi adottassimo qualche misura severa nei confronti di Muḥammad. Inoltre, gli Arabi avrebbero cominciato a rimproverarci dicendo: finché il loro anziano era in vita, lo rispettavano; ora, dopo la sua morte, hanno agito contro suo nipote. Tutti furono d’accordo su questo e circa venticinque capi dei Quraysh si presentarono da Abū Ṭālib. Tra loro vi erano, in particolare, Abū Jahl, Abū Sufyān, Umayya ibn Khalaf, al-ʿĀṣ ibn Wāʾil, al-Aswad ibn al-Muṭṭalib, ʿUqba ibn Abī Muʿayṭ, ʿUtba e Shayba. Dapprima mossero numerose accuse contro il Profeta. Poi dissero: siamo venuti da te per proporti una soluzione giusta. Tuo nipote ci lasci praticare la nostra religione e noi lo lasceremo praticare la sua. Adori pure qualunque divinità desideri: non abbiamo nulla da obiettare. Ma non critichi i nostri idoli e non continui a cercare di farci recidere i rapporti con essi. A questa condizione, riconciliaci con lui.

Abū Ṭālib mandò a chiamare il Profeta e gli disse: nipote mio, la gente della tua tribù è venuta da me. Desidera che tu concordi con loro su una parola giusta, così che la disputa tra te e loro abbia fine. Poi riferì al Profeta ciò che i capi dei Quraysh gli avevano detto.

Il Profeta rispose: caro zio! Ho già proposto loro una parola tale che, se l’accetteranno, l’Arabia obbedirà loro e gli ʿAjam, cioè i non arabi, pagheranno loro il tributo. [ Questa frase del Profeta è stata riportata da diversi narratori con formulazioni differenti. Nonostante tali differenze verbali, il significato di tutti era uno solo. In altre parole, il Profeta disse loro: se vi proponessi una parola e voi l’accettaste, l’Arabia e gli ʿAjam diventerebbero vostri sudditi. Ditemi dunque: è forse una proposta migliore di quella che voi mi fate in nome della giustizia? Il vostro bene consiste nell’accettare questa parola, oppure nel lasciare che restiate nella condizione in cui vi trovate, mentre io, per quanto mi riguarda, continuerò ad adorare soltanto Dio?](Introduzione alla Sura Ṣād, Tafhīm, vol. 4.) Udite queste parole, dapprima rimasero alquanto sconcertati. Non riuscivano a capire con quali parole respingere una formula tanto benefica. Poi, riprendendosi un poco, dissero: parli di una sola parola? Noi siamo pronti a pronunciarne perfino dieci. Ma dicci: quale sarebbe questa parola?

Il Profeta disse: «Lā ilāha illā Allāh». Dopodiché si alzarono tutti insieme e se ne andarono ripetendo le parole riferite nella prima parte della Sura Ṣād. (Introduzione alla Sura Ṣād, Tafhīm, vol. 4.)

Il quarto gruppo di delegati

Ibn Hisham, Ibn Jarir al-Tabari, Ibn Saʿd al-Baladhuri e Ibn Kathir riferiscono che, quando i Quraysh videro che Abu Talib non era disposto in alcun modo ad abbandonare il Profeta (s) ed era pronto a correre, per il bene del proprio nipote, persino il rischio di attirarsi l’ostilità della sua gente e di separarsene infine completamente, portarono da lui Umarah ibn al-Walid, figlio di al-Walid ibn al-Mughira, e dissero: «O Abu Talib, questo è Umarah ibn al-Walid, un giovane illustre e avvenente dei Quraysh. Prendilo come figlio e, in cambio, consegnaci questo tuo nipote. Egli infatti si è opposto alla religione tua e dei tuoi antenati, ha creato divisione tra la tua gente e considera tutti noi degli stolti». Stiamo dando un uomo in cambio di un altro, così da poterlo uccidere.

Abu Talib rispose: «Per Dio! Mi avete proposto lo scambio più vile: mi date vostro figlio perché io lo allevi, mentre volete mio figlio per ucciderlo. Questo non potrà mai accadere». Mutʿim ibn ʿAdi, discendente di Nawfal, fratello di Hashim, disse: «Per Dio, o Abu Talib, la tua gente è stata giusta con te e ha cercato di liberarti dalla difficoltà in cui ti trovi. Ma vedo che tu non vuoi accettare nulla di ciò che ti dicono».

Abu Talib rispose: «Per Dio, non mi hanno trattato affatto con giustizia; tu invece mi hai abbandonato e ti sei schierato contro di me insieme a loro. Ebbene, fa’ pure ciò che vuoi».

Ibn Ishaq riferisce che, dopo questo scambio di parole, la disputa giunse fino al punto di trasformarsi in uno scontro, e decisero di affrontarsi l’un l’altro.

Abu Talib riunì i Banu Hashim e i Banu al-Muttalib.

Ibn Ishaq riferisce che allora Abu Talib riunì i Banu Hashim e i Banu al-Muttalib e li esortò a convenire unanimemente nel sostenere e proteggere il Messaggero di Allah (s). Tutti accettarono e si prepararono ad aiutare Abu Talib, ad eccezione di Lahab, che sostenne un’opinione diversa.

La minaccia di Abu Talib ai Quraysh

Ibn Saʿd narra che, in un periodo in cui il Santo Profeta (s) era sottoposto a una feroce opposizione, ma l’emigrazione in Abissinia non era ancora iniziata, un giorno Abu Talib e gli altri membri della famiglia si recarono a casa del Profeta (s), ma non lo trovarono. Abu Talib sospettò che il Profeta (s) fosse stato ucciso. Immediatamente radunò i giovani dei Banu Hashim e dei Banu al-Muttalib. Poi disse loro: «Ognuno nasconda una spada o un’altra arma sotto il proprio abito e venga dietro di me. Quando entrerò nella Moschea Sacra, vedrete se Ibn al-Hanzaliyya (Abu Jahl) sarà seduto a una riunione dei capi dei Quraysh. In tal caso, non lascerò vivo nessuno dei presenti, perché certamente hanno ucciso Muhammad (s)».

Con questo proposito Abu Talib si mise in cammino e lungo la strada incontrò Zayd ibn Haritha (ra). Seppe così che il Profeta (s) stava bene.

Il giorno seguente, Abu Talib si recò di buon mattino a casa del Profeta (s), lo prese per mano e, insieme ai giovani e agli anziani dei Banu Hashim e dei Banu al-Muttalib, si presentò alla riunione dei capi dei Quraysh. Disse loro: «O Quraysh! Sapete che cosa stavo per fare?». Essi risposero: «No, non lo sappiamo». Abu Talib raccontò ogni cosa e disse ai giovani: «Toglietevi i mantelli». Quando ebbero tolto i mantelli, tutti videro che ciascuno teneva in mano un’arma affilata. Abu Talib disse: «Per Dio! Se ucciderete Muhammad (s), non lascerò vivo nessuno di voi. Poi ci batteremo fino a essere tutti uccisi».

Dopo questo episodio fu fatto sapere ai Quraysh che non sarebbe stato facile compiere alcun intervento contro Muhammad (s). E questo episodio fu particolarmente motivo di disperazione per Abu Jahl.

3. Il comportamento infantile e vile dei Quraysh

Il comportamento della gente dei Quraysh contro il Profeta (s) era estremamente vile e infantile, e il suo scopo era scoraggiarlo e metterlo in difficoltà.

Il tentativo di costringere Hazrat Zaynab (ra) al divorzio

Una delle loro iniziative consisteva nel fare pressione su Abu al-As ibn al-Rabi, genero del Profeta (s), affinché divorziasse da Hazrat Zaynab (ra), la figlia maggiore del Profeta (s), proprio come Abu Lahab aveva costretto i suoi due figli a divorziare dalle figlie del Profeta (s), Hazrat Ruqayya (ra) e Hazrat Umm Kulthum (ra). Questo Abu al-As apparteneva alla tribù dei Banu Abd al-Uzza ibn Abd Shams. Sua madre, Hala bint Khuwaylid, era sorella di Hazrat Khadija (ra). Era uno degli uomini facoltosi della Mecca. Per ricchezza, attività commerciali e onestà nell’affidamento dei beni, era tra i pochi uomini più stimati della Mecca. Aveva sposato Hazrat Zaynab (ra) prima che il Profeta (s) fosse investito della missione profetica. Hazrat Khadija (ra) lo considerava come un figlio. Sebbene dopo l’inizio della profezia non fosse diventato musulmano e fosse rimasto immerso nello shirk, non cedette tuttavia alle pressioni dei Quraysh e non divorziò da Hazrat Zaynab (ra).[Si precisa che Hazrat Zaynab (ra) abbracciò l’Islam insieme a sua madre. Tuttavia, poiché fino ad allora non era ancora stata promulgata la norma che vietava il matrimonio tra un credente e un politeista, ella rimase sposata ad Abu al-As.–L’autore.] Al-Baladhuri, nell’Ansab al-Ashraf, ha detto che i capi dei Quraysh gli dissero, riferendosi ad Abu al-As: «Divorzia da Zaynab. Poi ti faremo sposare qualunque donna dei Quraysh tu scelga.»

Egli riferisce, citando al-Ṭabarī e Ibn Hišām sulla base di Muḥammad ibn Isḥāq. Essi aggiungono inoltre che gli uomini dei Quraysh andarono da ʿUtba, figlio di Abū Lahab, e gli dissero: «Divorzia dalla figlia di Muḥammad (s). Ti daremo in sposa qualunque ragazza dei Quraysh tu desideri». Egli rispose: «Se riuscirete a procurarmi la figlia di Saʿīd ibn al-ʿĀṣ oppure quella di Abān, figlio di Saʿīd, allora accetterò la vostra proposta». Gli procurarono quindi la ragazza che desiderava, dopodiché egli divorziò dalla figlia del Profeta (s), ancora prima della rukhsatī, cioè prima che la sposa fosse condotta via dalla casa paterna.

Gioia per la morte del figlio del Profeta

Ancor più spregevole fu il loro comportamento: dopo che il primo figlio del Profeta (s), Ḥaḍrat Qāsim (s), morì durante l’infanzia e anche il suo secondo figlio, Ḥaḍrat ʿAbd Allāh (ra), morì in tenera età, gli uomini dei Quraysh non mostrarono neppure quella compassione per il dolore e il lutto del Profeta (s) che erano il minimo richiesto dalla cortesia e dall’umanità. Al contrario, si rallegrarono e cominciarono a chiamarlo «reciso», cioè privo di discendenza: dopo di lui non sarebbe rimasto nessuno a perpetuare il suo nome. (Aggiunta.)

Ibn Saʿd e Ibn ʿAsākir riferiscono, citando Ḥaḍrat ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās (ra), che il figlio maggiore del Profeta (s) era Ḥaḍrat Qāsim (ra). Dopo di lui veniva Ḥaḍrat Zaynab (ra), poi Ḥaḍrat ʿAbd Allāh (ra). In seguito vennero, una dopo l’altra, le tre figlie Umm Kulthūm (ra), Fāṭima (ra) e Ruqayya (ra). Tra loro, per primo morì Ḥaḍrat Qāsim (ra), e poi morì anche Ḥaḍrat ʿAbd Allāh (ra). Allora ʿĀṣ ibn Wāʾil disse: «La sua discendenza si è estinta. Ora è privo di radici; le sue radici sono state recise».

In alcune narrazioni si aggiunge che ʿĀṣ disse: «Muḥammad (s) è abtar, privo di discendenza. Non ha alcun figlio che possa succedergli. Quando morirà, sarete liberi da lui». ʿAbd al-Ḥamīd riferisce, citando Ibn ʿAbbās (ra), che anche Abū Jahl fece un commento di questo genere dopo la morte di ʿAbd Allāh (ra), figlio del Profeta (s).

Ibn Abī Ḥātim riferisce, citando Šamir ibn ʿAṭiyya, che anche ʿUqba ibn Abī Muʿayṭ manifestò una simile bassezza d’animo nel mostrare gioia e letizia per il lutto del Profeta (s). ʿAṭāʾ dice che, dopo la morte del secondo figlio del Profeta (s), suo zio paterno Abū Lahab, la cui casa era adiacente a quella del Profeta (s), corse dai politeisti e annunciò loro questa «buona notizia» (?): quella notte Muḥammad (s) era diventato privo di figli, cioè era rimasto senza discendenza.

Fu in una situazione profondamente straziante che venne rivelata la Sura al-Kawthar. Gli uomini dei Quraysh erano diventati furiosi con il Profeta perché egli adorava soltanto Allah e rifiutava apertamente il loro politeismo. Per questo gli fu tolto il prestigio e la posizione che aveva avuto presso l’intera comunità prima della profezia. Era come se fosse stato separato dalla propria famiglia e dal proprio clan. Anche i suoi pochi compagni erano rimasti indifesi e privi di sostegno, ed erano sottoposti a percosse. Inoltre, la perdita consecutiva dei figli aveva fatto crollare su di lui una montagna di dolore. In tali circostanze, invece di ricevere parole di cordoglio da amici, parenti, membri della tribù e del clan e dai vicini, egli veniva deriso con manifestazioni di gioia e allegria. Essi facevano persino commenti tali da straziare il cuore di un uomo nobile come lui, che si comportava con estrema bontà non soltanto verso i propri cari, ma anche verso gli altri.

In risposta a tutto ciò, Allah l’Altissimo disse nella Sura al-Kawthar:

*****************************************************

  • In altre parole, siete proprio voi, o nemici, gli abtar, i recisi alle radici.

Questo non era soltanto un attacco di risposta, bensì, in realtà, una delle importanti profezie del Corano, che si avverò alla lettera. Quando fu pronunciata questa profezia, la gente considerava il Profeta (s) un abtar, cioè uno reciso alle radici, e nessuno poteva immaginare come quei grandi capi dei Quraysh, celebri e vittoriosi non solo nella città della Mecca, ma in tutta l’Arabia, sarebbero rimasti recisi alle radici. Non avevano avuto soltanto la fortuna di possedere ricchezze e figli, ma disponevano anche, in ogni parte del paese, di alleati e sostenitori. Grazie al monopolio del commercio e al loro ruolo di amministratori del pellegrinaggio, avevano profonde relazioni con tutte le tribù arabe. Ma nel giro di pochi anni la situazione cambiò completamente, volgendo in senso opposto.

Quando, nel quinto anno dell’Egira, al tempo della battaglia degli Ahzab, i Quraysh assediarono Medina insieme a numerose tribù arabe ed ebraiche, e il Profeta (s) dovette organizzare la resistenza scavando il fossato mentre la città era sotto assedio, appena tre anni dopo, nell’ottavo anno dell’Egira, quando il Profeta (s) attaccò la Mecca, i Quraysh non avevano più alcun sostenitore e, in una situazione d’impotenza, dovettero deporre le armi. Nel giro di un altro anno, tutta l’Arabia passò sotto il controllo del Profeta (s). Delegazioni di diverse tribù giungevano da varie parti del paese per prestare giuramento di fedeltà nelle mani del Profeta. Il nemico rimase completamente impotente e privo di amici. Il loro nome e ogni loro traccia furono cancellati a tal punto che, anche se in qualche parte del mondo esistono oggi loro discendenti, nessuno fra loro sa di essere discendente di nemici dell’Islam come Abu Jahl, Abu Lahab, ‘As ibn Wa’il o ‘Uqbah ibn Abi Mu‘ayt. E, anche qualora lo sappia, nessuno è disposto a dichiarare che i propri antenati fossero quelle persone. Al contrario, oggi in tutto il mondo vengono recitate benedizioni sulla famiglia e sui parenti del Messaggero di Allah (s). Milioni e milioni di musulmani sono orgogliosi di appartenere a lui. Centinaia di migliaia di persone considerano motivo d’onore discendere non soltanto da lui, ma anche dalla sua famiglia e dalle famiglie dei suoi compagni. Alcuni sono sayyid, altri alidi, altri abbasidi, altri hashemiti, altri siddiqi, altri faruqi, altri ottomani, altri zubayri e altri ansari. Ma non si trova nessuno chiamato Abu Jahali o Abu Lahabi. La storia dimostra che l’abtar non era il Profeta (s), bensì erano e sono i suoi nemici. (Tafhim, vol. 6, Sura al-Kawthar, introduzione, nota 4.)

Fare chiasso non appena si sente la voce del Corano

Un altro comportamento vile e spregevole che adottarono fu questo: quando veniva recitato il Corano, facevano chiasso e fuggivano correndo in tutte le direzioni, affinché né loro stessi potessero ascoltarlo né permettessero agli altri di ascoltarlo. Nel Corano è detto:

*****************************************************

Questi miscredenti dicono: «Non ascoltate mai questo Corano e, quando viene recitato, fate chiasso; forse così riuscirete a prevalere» (Ha-Mim as-Sajdah, 26).

Questo era uno dei piani degli infedeli della Mecca. Con esso volevano rendere vana la da‘wa e la predicazione del Profeta (S). Sapevano bene che nel Corano vi era un’influenza quasi magica e che colui che lo recitava era una persona di altissimo livello. E quanto era toccante il suo modo di recitarlo, insieme a quella personalità! Pensavano che chiunque avesse ascoltato dalla bocca di una persona così elevata parole incomparabili, pronunciate in una maniera tanto affascinante, sarebbe rimasto incantato. Perciò elaborarono il piano di non ascoltare essi stessi questa Parola e di non permettere ad altri di ascoltarla. Ogni volta che Muhammad (S) avesse cominciato a recitarla, avrebbero fatto chiasso, applaudito, gridato, sollevato forti obiezioni e alzato la voce a tal punto da coprire la sua. Adottando questa tattica, speravano di sconfiggere il Profeta di Allah. (Tafhīm, 4° volume, Hā-Mīm-Sajda, nota 30)

*****************************************************

Che cosa succede dunque, o Profeta, che questi negatori accorrono verso di te a gruppi, da destra e da sinistra?

Si parla di coloro che, udendo l’invito e la predicazione del Profeta (S) e la recitazione del Corano, accorrevano da ogni parte per schernirlo e fare chiasso. (Tafhīm, 6° volume, al-Ma‘ārij, nota 124.)

*****************************************************

Non recitare la tua preghiera né a voce troppo alta né a voce troppo bassa; recitala con un tono intermedio fra queste due.

Nel Musnad di Ahmad si trova una narrazione di Ibn ‘Abbās secondo cui, quando alla Mecca il Profeta (S) recitava ad alta voce il Corano durante la preghiera, nella propria casa o a Dār al-Arqam, gli infedeli cominciavano a fare chiasso e talvolta lo insultavano. Di conseguenza fu impartito questo ordine: non recitarlo a voce così alta che gli infedeli, udendolo, accorrano in massa, e non recitarlo neppure a voce così bassa che nemmeno i tuoi compagni possano udirlo. (Tafhīm, 2° volume, Banī Isrā’īl, nota 24.)

Travisare il significato del Corano e sviare

Nel Corano si fa menzione di questa tattica degli increduli della Mecca:

*****************************************************

Coloro che alterano il significato dei Nostri versetti non ci sono nascosti. Rifletti tu stesso: è forse migliore colui che sarà gettato nel Fuoco, o colui che giungerà al Giorno della Beatitudine in sicurezza? Fate ciò che volete. In verità, Allah vede tutto ciò che fate.

“Ilḥād” significa deviare dalla retta via verso una via tortuosa e adottare la tortuosità. Nelle rivelazioni di Allah, “ilḥād” significa che una persona cerca di ricavare una qualche distorsione da parole semplici e chiare. Non accetta il significato corretto e chiaro dei versetti divini; al contrario, attribuendo loro in vari modi significati erronei, si svia essa stessa e svia anche gli altri. Tra le astuzie che gli increduli della Mecca adottarono per impedire l’invito del Corano vi era anche questa: ascoltavano i versetti del Corano e poi, separando un versetto dal contesto precedente e successivo, distorcendo letteralmente il significato di un altro, oppure attribuendo un significato errato a una parola o a una frase, sollevavano obiezioni di ogni genere e confondevano la gente dicendo: “Che cosa ha mai detto questo ‘signor Profeta’?”. (Tafhīm, vol. 4, Hā-Mīm-Sajdah, nota.)

Coinvolgere i musulmani in dispute inutili e insensate

Nel Corano il comportamento degli increduli è menzionato in questi termini:

*****************************************************

Dopo aver risposto all’invito di Allah, coloro che si impegnano in discussioni e dispute con i suoi aderenti riguardo alla religione di Allah vedranno le loro argomentazioni e prove considerate nulle presso il loro Signore.

Questo allude alla situazione che si verificava quotidianamente alla Mecca. Quando si veniva a sapere che qualcuno era diventato musulmano, tutti si mobilitavano e gli si mettevano alle calcagna. Gli si rendeva la vita insopportabile. Non poteva vivere tranquillamente né in casa, né nel quartiere, né tra i suoi parenti.

Ovunque andasse, aveva inizio un interminabile dibattito, condotto con l’intento di indurlo in qualche modo ad abbandonare la comunità di Muhammad ﷺ e a tornare a quella jāhiliyya dalla quale era uscito. (Tafhīm, vol. 4, Sūra al-Shūrā, nota 31.)

Deridere i musulmani e umiliarli

A questo proposito il Corano dice:

*****************************************************

I colpevoli deridevano i credenti e, quando passavano loro accanto, facevano loro cenni ammiccando con gli occhi. Quando poi tornavano dai propri familiari, rientravano pieni di gioia. Vedendoli, dicevano: «Questi sono tutti degli sviati». Eppure non erano stati mandati per sorvegliarli. (al-Muṭaffifīn, 29-33)

Tornare pieni di gioia significa che, quando rientravano a casa, pensavano: «Oggi ci siamo divertiti davvero. Abbiamo deriso molto quel musulmano, ci siamo divertiti a schernirlo ad alta voce e la cosa ha suscitato una buona reazione tra la gente». (Tafhīm, vol. 4, Sūra al-Shūrā, nota 31.)

Al-Balādhurī, citando in Ansāb al-Ashrāf la narrazione di ʿUrwa ibn al-Zubayr, dice che, quando i Quraysh vedevano seduti nella Moschea Sacra, insieme al Profeta ﷺ, uomini come ʿAmmār ibn Yāsir, Khabbāb ibn al-Aratt, Suhayb ibn Sinān, Bilāl ibn Rabāḥ, Abū Fukayha e ʿĀmir ibn Fuhayra, dicevano: «Erano forse tutti costoro destinatari della grazia di Allah?»

gettare gli ignoranti nella confusione

A questo proposito, il Corano dice:

*****************************************************

Quando viene chiesto a qualcuno di loro: «Che cosa ha fatto scendere il vostro Signore?», rispondono: «Sono solo favole degli antichi!» (Nahl: 24).

Quando la predicazione del Profeta (s) si diffuse in ogni direzione, ovunque andassero gli abitanti della Mecca veniva loro chiesto: «Qual è l’insegnamento di colui che da voi è apparso come profeta? Che tipo di libro è il Corano? Qual è il suo contenuto?» e così via.

I miscredenti della Mecca rispondevano sempre a questo tipo di domande con parole tali da suscitare nella mente dell’interlocutore qualche dubbio sul Profeta (s) e sul Libro da lui portato, o almeno da impedire che nel suo animo rimanesse alcuna simpatia per il Profeta e la sua profezia. (Tafhīm, vol. 2, An-Naḥl, nota 22.)

4. Programma culturale

Oltre a queste spregevoli macchinazioni, adottavano un’altra tattica per contrastare la predicazione del Profeta (s). Si era anche pensato di tenere la gente immersa in racconti, canti, musica, divertimenti e piaceri, paralizzandone la capacità di riflettere e ragionare, affinché non potesse prestare attenzione ad alcuna questione seria che il Corano e Muhammad (s) presentavano loro.

Ibn Hisham, citando il resoconto di Muhammad ibn Ishaq nella Sīra, riferisce che al-Nadr ibn al-Harith ibn ‘Alqama dei Banū ‘Abd al-Dār disse in un’assemblea dei Quraysh: «Il modo in cui state affrontando Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non porterà alcun risultato. Quando Muhammad era giovane, era il più affabile tra voi, il più sincero e il più degno di fiducia. Ora che i suoi capelli sono diventati bianchi, vi ha portato qualcosa per cui lo chiamate mago, indovino, poeta e pazzo. Per Dio! Non è un mago. Abbiamo visto i maghi e osservato i loro scongiuri. Per Dio! Non è un indovino. Abbiamo ascoltato le loro monotone parole in rima e conosciamo anche le loro assurdità. Il suo discorso non appartiene ad alcuna di queste categorie. Per Dio! Non è nemmeno pazzo. Forse non conosciamo lo stato in cui si trova un pazzo e il genere di parole prive di senso che borbotta? O capi dei Quraysh! Pensate a qualche altro espediente. Ciò che dovrete affrontare è molto più importante di quanto pensiate, se volete sconfiggerlo inventando qualcosa contro di lui».

Poi propose di raccogliere nei paesi non arabi le storie di Rustam e Isfandiyar e di diffonderle, affinché la gente se ne appassionasse e le considerasse più meravigliose del Corano. Per qualche tempo si continuò in questo modo, e lo stesso al-Nadr si mise a raccontare quelle storie. (Tafhīm, vol. 3, al-Anbiyā’, nota 7.)

Questo stesso resoconto è stato riportato negli Asbāb al-nuzūl sulla base delle autorità di al-Wāhidī, al-Kalbī e Muqātil. Ibn ‘Abbās (che Dio sia soddisfatto di lui) aggiunse che al-Nadr aveva acquistato anche una schiava cantante a questo scopo. Ogni volta che veniva a sapere che qualcuno era stato influenzato dalle parole di un certo Profeta (pace e benedizioni su di lui), gli mandava dietro una schiava e le diceva: “Trattalo con grande gentilezza, dagli da mangiare e continua a cantare per lui, affinché, distratto e preso da te, il suo interesse si allontani da quella parte” (Tafhīm, vol. 4, Luqmān, nota 6).

5. La campagna della menzogna e i suoi effetti

Insieme all’adozione di queste tattiche, non appena iniziò l’invito pubblico del Profeta (pace e benedizioni su di lui), i Quraysh avviarono anche una campagna di propaganda menzognera, allo scopo di suscitare nella gente avversione nei suoi confronti. Poiché in questa campagna non vi era la minima traccia di verità, e il suo unico scopo era diffamarlo e tenere la gente lontana da lui, andavano dicendo qualunque cosa venisse loro in mente. Alcuni dicevano che era un poeta, altri che era un indovino, altri ancora che era un mago. Qualcuno diceva che era stato stregato. Altri lo chiamavano pazzo. In breve, non vi era una sola accusa che non gli rivolgessero. Queste calunnie non venivano diffuse soltanto in ogni angolo della Mecca; a chiunque giungesse alla Mecca per una visita, per commerciare o per qualsiasi altro motivo, venivano dette le stesse cose. Si cercava così di impedire a chiunque di ascoltare le sue parole, per timore che ne fosse influenzato. (Aggiunta.)

Il consiglio dei Quraysh durante il pellegrinaggio

Trascorsi così alcuni mesi, giunse il periodo del pellegrinaggio. Gli abitanti della Mecca cominciarono a preoccuparsi, pensando che in quel periodo sarebbero giunte carovane di pellegrini da tutta l’Arabia. Se Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fosse andato a incontrare i pellegrini nei luoghi in cui sostavano le varie carovane e, nelle assemblee del pellegrinaggio, si fosse fermato qua e là per recitare e far ascoltare quel discorso incomparabile e capace di suscitare un’influenza straordinaria, simile al Corano, allora il suo invito sarebbe giunto in ogni angolo dell’Arabia. E chissà quanti ne sarebbero stati influenzati. Ibn Ishaq, al-Hakim e al-Bayhaqi narrano questo episodio con una catena di trasmissione eccellente:

A questo scopo i capi dei Quraysh tennero una conferenza e decisero che, non appena fossero giunti i pellegrini, avrebbero iniziato tra loro la propaganda contro il Profeta (pace e benedizioni su di lui). Dopo che tutti ebbero concordato, al-Walid ibn al-Mughira disse ai presenti: «Se dite alla gente cose diverse riguardo a Muhammad (pace e benedizioni su di lui), perderemo la loro fiducia. Perciò stabilite un’unica versione, che tutti possano ripetere concordemente».

Alcuni dissero: «Diremo che Muhammad (pace e benedizioni di Dio su di lui) è un indovino». Al-Walid disse: «No, per Dio, non è un indovino. Abbiamo visto gli indovini. Il modo in cui borbottano e il tipo di frasi che compongono non hanno la minima relazione con il Corano». Qualcuno disse: «Chiamiamolo pazzo». Al-Walid disse: «Non è neppure pazzo. Abbiamo visto anche i pazzi. Nessuno ignora il modo in cui parlano come ubriachi e fanno gesti sconclusionati. Chi crederà mai che il discorso presentato da Muhammad (pace e benedizioni di Dio su di lui) sia il vaniloquio di un pazzo, o che una persona, in stato di follia, possa pronunciare parole simili?». La gente disse: «Ebbene, allora lo chiameremo poeta». Al-Walid disse: «Non è neppure un poeta. Conosciamo tutti i generi della poesia, e questo discorso non presenta alcuna somiglianza con la composizione poetica». La gente disse: «Allora chiamiamolo mago». Al-Walid disse: «Non è neppure un mago. Conosciamo i maghi e conosciamo anche i metodi che adottano per la magia. Nulla di tutto ciò si applica a Muhammad (pace e benedizioni di Dio su di lui). Qualunque cosa diciate tra queste, la gente la considererà un’accusa ingiusta. Per Dio! Questo discorso è di una grande dolcezza: le sue radici sono profonde e i suoi rami sono fruttuosi».

Ibn Jarir riferisce inoltre nel suo tafsir, citando ‘Ikrima, che dopo ciò Abu Jahl fece pressione su al-Walid, dicendogli: «La tua gente non sarà soddisfatta di te finché non avrai detto qualcosa riguardo a Muhammad (pace e benedizioni di Dio su di lui)». Al-Walid disse: «D’accordo, lasciatemi riflettere». Poi, dopo aver meditato, disse: «Almeno si può dire questo: dite alla gente dell’Arabia che quest’uomo è un mago. Egli presenta un discorso che separa le persone dal padre, dal fratello, dalla moglie, dai figli e dall’intera famiglia». Tutti accettarono le parole di al-Walid. In seguito, secondo un piano prestabilito, durante il pellegrinaggio le delegazioni dei Quraysh si sparsero tra i pellegrini. Cominciarono ad avvertire i nuovi arrivati dicendo che era apparso un uomo dotato di una grande magia, una magia che provocava divisioni nelle famiglie; bisognava stare in guardia da lui. (Tafhim, vol. 6, introduzione alla sura al-Muddaththir.)

Esame coranico di questo episodio

Riguardo a questa proposta di al-Walid ibn al-Mughira, nei versetti 11-25 della sura al-Muddaththir si trova la seguente disamina: «Lasciami a Me e quell’uomo: cioè, Mi occuperò Io di lui; non hai bisogno di preoccuparti per lui. L’ho creato solo e solitario: vale a dire, è venuto al mondo senza portare nulla con sé. Gli ho dato molte ricchezze e numerosi figli che fossero sempre presenti con lui: cioè, gli ho dato dieci o dodici figli maschi giovani, tutti illustri, che sedevano con lui nelle assemblee (tra loro vi erano anche figli capaci, come Khalid ibn al-Walid). Gli ho spianato la via al potere e all’autorità. E tuttavia bramava che gli dessi ancora di più. Giammai! In verità lo farò salire per un’aspra salita. Egli rifletté e cercò di escogitare qualche parola. Che la maledizione di Dio ricada su di lui: come cercò di escogitare quelle parole! Sì, che la maledizione di Dio ricada su di lui: come cercò di escogitare quelle parole! Poi guardò la gente, aggrottò la fronte, fece una smorfia, quindi si voltò e cadde nell’arroganza. Alla fine disse: “Questo Corano non è altro che qualcosa; è una magia tramandata dai tempi antichi. Non è altro che una parola composta da un essere umano”».

Da quanto abbiamo riferito sopra risulta chiaro che al-Walid era interiormente convinto che il Corano fosse la parola di Dio. Questi versetti raffigurano il modo in cui egli lottò contro la propria coscienza per salvaguardare, tra la sua gente, la propria posizione di guida, autorità e prestigio, nonché la sorta di conflitto psicologico nel quale rimase coinvolto per lungo tempo, prima di escogitare una dichiarazione contro il Corano. (Tafhim, vol. 6, tafsir della sura al-Muddaththir.)

Una propaganda menzognera permanente e su vasta scala

Questa campagna di menzogne non si svolgeva soltanto durante il pellegrinaggio. Al contrario, veniva condotta per tutti i dodici mesi dell’anno, ogni giorno e ogni notte. Anche la popolazione della Mecca veniva continuamente esasperata contro il Profeta (pace e benedizioni di Dio su di lui). Agli stranieri si intimava di stare in guardia e di non avvicinarsi al Profeta. Nelle fiere arabe, come ‘Ukaz, Majanna e Dhu al-Majaz, i rappresentanti dei Quraysh si sparpagliavano e rivolgevano loro ogni sorta di istigazioni contro il Profeta (pace e benedizioni di Dio su di lui). In particolare, ogni anno durante il pellegrinaggio, i loro rappresentanti si recavano in ciascun accampamento dei pellegrini e diffondevano ogni sorta di calunnia contro il Profeta, affinché la gente si tenesse lontana dall’ascoltare le sue parole e lo considerasse un pericolo per sé.

La diffusione dell’Islam fuori dalla Mecca

I Quraysh pensavano che in questo modo avrebbero impedito al profeta Muhammad (s) e al Corano di diffondersi. In realtà, così facendo, furono proprio loro a far giungere il suo nome in ogni angolo dell’Arabia. In breve tempo la loro campagna riuscì a diffondere il suo nome e il suo messaggio più di quanto i musulmani fossero riusciti a fare in anni e anni di sforzi. Sebbene la gente comune ne traesse una cattiva impressione, nel cuore di molti sorse spontaneamente una domanda: bisognava sapere che tipo di uomo fosse colui contro il quale si era scatenata quella tempesta. Molti cominciarono anche a pensare: ascoltiamo almeno ciò che dice colui di cui ci mettono così tanto in guardia. In questo modo si aprì la strada alla diffusione dell’Islam anche nelle altre regioni al di fuori della Mecca.

La conversione all’Islam di Tufayl ibn ʿAmr al-Dawsī

Egli era un nobile capo della tribù dei Daws. Ibn Ishaq e Ibn Saʿd hanno riportato dettagliatamente il racconto della sua conversione all’Islam secondo la sua stessa narrazione. Al-Dawsī racconta: «Ero un poeta della tribù dei Daws. Mi recai alla Mecca per una certa faccenda. Subito dopo il mio arrivo, alcuni Quraysh mi circondarono e mi riempirono le orecchie di accuse contro il Profeta (s). Di conseguenza, provai una profonda avversione nei suoi confronti. Decisi di tenermi lontano da lui. Il giorno seguente mi recai al Santuario e lo vidi pregare. Non appena alcune delle sue parole recitate giunsero alle mie orecchie, sentii che erano parole davvero bellissime. Pensai tra me: sono un poeta, sono giovane e possiedo intelligenza e discernimento; non sono mica un bambino incapace di distinguere il bene dal male. Perché non incontro quest’uomo e non ascolto ciò che dice? In effetti, quando il Profeta (s) terminò la preghiera e tornava a casa, lo seguii. Quando giunse a casa sua, gli dissi: “La tua gente mi ha riferito su di te cose tali che mi sono fatto un’opinione così negativa nei tuoi confronti da essermi messo del cotone nelle orecchie, per non udire nulla di ciò che dicevi. Tuttavia, le poche parole che ho appena sentito dalla tua bocca mi sono sembrate molto belle. Spiegami un po’ più dettagliatamente: che cosa vuoi dire?”. In risposta, il Profeta (s) mi recitò una parte del Corano; ne rimasi tanto colpito che abbracciai la fede immediatamente. Quando poi tornai a casa, mi venne incontro mio padre anziano. Gli dissi: “Padre, restami lontano. Io non sono più dei tuoi e tu non sei più dei miei”. Egli domandò: “Perché?”. Risposi: “Sono diventato musulmano e ho scelto di seguire la religione di Muhammad”. Egli disse: “Figlio mio, la tua religione è anche la mia”. Gli dissi: “Allora va’, fai il bagno, indossa abiti puliti e puri, poi torna. Ti insegnerò quella religione che ho appreso”. Egli fece come gli avevo detto e divenne musulmano. Poi venne mia moglie; le dissi le stesse cose che avevo detto a mio padre. Ella disse: “Possano i miei genitori essere sacrificati per te! Che cosa stai dicendo?”. Risposi: “L’Islam ha segnato una separazione tra me e te. Sono diventato seguace della religione di Muhammad”. Ella disse: “Spiegami la tua religione”. Le dissi: “Vai al santuario di Yaghūth e Yaʿūq (l’idolo della tribù dei Daws) e fai il bagno nella sorgente che scende dalla montagna”. Ella domandò: “Non c’è pericolo che Yaʿūq faccia del male ai miei figli?”. Risposi: “No, me ne assumo la responsabilità”. Andò, fece il bagno e tornò. Le presentai l’Islam ed ella divenne musulmana. Poi cominciai a predicare l’Islam nella tribù dei Daws. Essi però esitavano ad abbracciare l’Islam. Tornai alla Mecca dal Profeta (s) e gli dissi: “I Daws sono vittime della negligenza e ostacolano il mio cammino”. Egli pregò per loro dicendo: “O Dio, guida i Daws!”. Poi mi esortò così: “Torna a predicare loro e trattali con gentilezza”. Continuai quindi il lavoro di predicazione tra i Daws e, infine, al tempo della spedizione di Khaybar, giunsi da quella regione insieme a settanta o ottanta famiglie.»

La conversione all’Islam di Hazrat Abū Dharr al-Ghifārī (ra)

Era membro della tribù dei Banū Ghifār, famosa per le rapine lungo le strade. Un tempo lo stesso Abū Dharr era un brigante tanto audace che attaccava da solo una carovana in modo tale da sembrare l’assalto di una belva feroce. Tuttavia, tre anni prima di abbracciare l’Islam, il suo cuore era cambiato e aveva cominciato a pregare in qualche modo. Nelle narrazioni del Musnad di Ahmad e di Ibn Saʿd si riferisce che egli diceva: «Già da tre anni, ovunque volgessi il volto per Allah, pregavo».

Il suo vero nome era Jundub ibn Junādah. In al-Bukhārī si riferisce che, quando giunse a lui la notizia della venuta del Profeta (s), mandò a Mecca suo fratello Unays, secondo la narrazione del Musnad di Ahmad, per raccogliere informazioni su quell’uomo che diceva: «Io sono un profeta». Unays andò e, al suo ritorno, disse: «Egli insegna una morale eccelsa e propone un discorso che non è poesia». Hazrat Abū Dharr (ra) disse: «Non hai scoperto ciò che volevo sapere». Allora egli stesso si recò a Mecca e cominciò a cercare il Profeta (s) nella Moschea Sacra. Ma, poiché non conosceva il Profeta e non voleva chiedere informazioni a nessuno, non riuscì a trovarlo. Hazrat ʿAlī (ra), vedendolo, pensò che fosse un viaggiatore sconosciuto. Non ebbe con lui alcuna conversazione. Il terzo giorno Hazrat ʿAlī (ra) gli disse: «Perché sei venuto?». Egli rispose: «Se prometti che, conducendomi dalla persona che cerco, potrò dirti il motivo della mia venuta, te lo dirò». Hazrat ʿAlī promise; allora egli gli spiegò il suo intento. ʿAlī (ra) disse: «Egli è certamente saldo nella verità ed è il Messaggero di Allah. Domani mattina mi seguirai. Se io camminerò, anche tu camminerai; dove entrerò io, entrerai anche tu. Se vedrò qualcosa che riterrò pericoloso per te, mi fermerò come se stessi versando dell’acqua; vedendomi, ti fermerai anche tu». In questo modo Abū Dharr (ra) giunse dal Profeta (s). Appena ascoltò le sue parole, abbracciò l’Islam. Il Profeta (s) gli disse: «Torna dalla tua gente e continua a informarli sulla religione, finché non riceverai notizie della mia situazione». Hazrat Abū Dharr (ra) disse: «Giuro per Colui che ti ha inviato: proclamerò la verità agli abitanti della Mecca». Poi raggiunse la Moschea Sacra e proclamò ad alta voce: «Attesto che non vi è divinità all’infuori di Allah e attesto che Muḥammad è il Messaggero di Allah». Non appena udirono queste parole, la gente si scagliò contro di lui e lo picchiò così duramente che cadde a terra. Vedendo ciò, Hazrat ʿAbbās (ra) si frappose tra lui e la folla e disse: «Disgraziati! Non sapete che quest’uomo appartiene alla tribù dei Banū Ghifār, che si trova lungo la strada che percorrete per recarvi nel Paese di Shām a commerciare?». In questo modo Hazrat ʿAbbās (ra) lo salvò. Il giorno seguente lo trattarono allo stesso modo, e Hazrat ʿAbbās (ra) lo liberò nuovamente.

L’Imām Aḥmad ha riportato nel suo Musnad questa stessa narrazione di Abū Dharr (ra). Egli, cioè Abū Dharr, disse: «Io, mio fratello Unays e mia madre ci trovavamo fuori. Unays disse: “Vado a fare un giro nella città di Mecca. Aspettatemi”. Poi tornò dopo molto tempo. Gli chiesi: “Dove sei stato per tardare così tanto?”. Rispose: “Ho incontrato un uomo che dice di essere il Messaggero di Allah e che Allah lo ha inviato con la stessa religione della tua”, cioè il rifiuto dello shirk e il riconoscimento del tawḥīd.

«Chiesi: “Che cosa dice la gente di lui?”. Egli rispose: “Dicono che sia un poeta, un indovino e un mago”. Unays era egli stesso un poeta; disse: “Ho ascoltato anche le parole degli indovini e so comporre poesie. Tuttavia, le sue parole non hanno alcuna relazione con tutto ciò. Per Dio, egli è veritiero e sono quei tali a essere bugiardi”.

Dissi: “Potresti sorvegliare un po’ al mio posto, affinché io possa recarmi personalmente da lui?”. Egli rispose: “Va bene, ma guardati dagli abitanti della Mecca, perché si sono accaniti nell’opporsi a lui”. Giunsi alla Mecca. Poi, ritenendo un uomo piuttosto debole, gli chiesi: “Dov’è quell’uomo che la gente chiama ‘sabi’ (colui che ha abbandonato la religione)?”. Non appena quell’uomo mi indicò, la gente si avventò su di me. Mi scagliarono addosso tutto ciò che avevano tra le mani, finché persi i sensi. Quando li riacquistai, mi recai al Santuario, bevvi l’acqua di Zamzam e lavai le ferite. Rimasi nascosto per trenta giorni dietro le tende della Kaaba. In quel periodo, oltre all’acqua di Zamzam, non ebbi altro da mangiare. Eppure mi irrobustii e presi peso.

Poi Hazrat Abu Dharr (che Dio sia soddisfatto di lui) racconta: un giorno il Messaggero di Dio (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) e Hazrat Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui) giunsero al Santuario, baciarono la Pietra Nera, compirono il tawaf e pregarono.

Uscii e, per la prima volta, lo salutai secondo il modo islamico. Egli rispose: “E su di te la pace”. Mi chiese: “Chi sei?”. Risposi: “Uno dei Banu Ghifar”. Mi domandò: “Da quanto tempo sei qui?”. Risposi: “Da trenta giorni e trenta notti”. Mi chiese: “Chi ti ha dato da mangiare?”. Risposi: “Non avevo altro cibo all’infuori dell’acqua di Zamzam. Essa non solo ha placato la mia fame, ma mi ha anche fatto prendere un po’ di peso”. Egli disse: “È un’acqua benedetta; non è soltanto acqua, ma anche nutrimento”.

Hazrat Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui) disse: “Se lo permettete, questa sera egli mangerà a casa mia”. Il Profeta (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) diede il permesso. Poi se ne andò e io mi recai da Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui). Egli mi diede da mangiare uva passa di Ta’if. Rimasi da lui per qualche tempo. Poi il Profeta (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) disse: “Mi è stata indicata una terra dove vi sono palmeti, e mi sembra che non possa essere altro luogo che Yathrib. Porterai il mio messaggio al tuo popolo? Forse ciò sarà utile anche a loro e tu ne riceverai una ricompensa”.

Hazrat Abu Dharr (che Dio sia soddisfatto di lui) racconta: poi tornai da mia madre e da mio fratello. Essi dissero: “Come sei tornato?”. Risposi: “Sono tornato con l’Islam e ho anche testimoniato la sua veridicità”. Unays disse: “Non voglio restare lontano dalla tua religione”. Accettai l’Islam e ne attestai la veridicità. Nostra madre disse: “Neppure io voglio restare separata dalla religione di voi due”. Anch’ella accettò l’Islam e ne attestò la veridicità. Poi tornammo dal nostro popolo, i Ghifar. Alcuni di loro accettarono l’Islam prima che il Profeta (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) emigrasse a Medina. A guidarli nella preghiera era Khufaf ibn Ayman ibn Rahadat al-Ghifari, poiché era il capo del popolo. Dopo l’Egira, anche i restanti Ghifar accettarono l’Islam (anche l’Imam Muslim ha narrato la storia in questo modo; al-Tabarani ne ha riportato una descrizione dettagliata nella sua opera al-Awsat).

Nella narrazione di Ibn Sa‘d, sebbene questa storia sia stata riportata sostanzialmente come sopra, è stata aggiunta anche la seguente dichiarazione di Abu Dharr al-Ghifari (che Dio sia soddisfatto di lui). Egli disse:

«Quando ero nascosto dietro le tende della Kaaba, nel luogo del tawaf non c’erano altri che due donne. Le sentii menzionare Isaf e Na’ila. Non riuscii a sopportarlo e dissi: “Date questi due in matrimonio l’uno all’altra”. Esse si adirarono terribilmente e cominciarono a dire: “Ah, se qui ci fosse qualcuno dei nostri!”. Nel frattempo il Messaggero di Dio (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) e Hazrat Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui) stavano scendendo dalla montagna e venendo verso di loro. Quelle due donne probabilmente non li conoscevano. Essi chiesero: “Perché siete tanto adirate?”. Le donne risposero: “Un compagno del Profeta è nascosto dietro le tende della Kaaba”. Il Profeta (che Dio lo benedica e gli conceda la pace) chiese: “Che cosa vi ha detto?”. Esse risposero: “Ha detto qualcosa che non può essere espresso a parole”».

La conversione all’Islam di ʿAmr ibn ʿAbasa al-Sulamī

Era della tribù dei Banū Sulaym. Credeva di essere stato il quarto musulmano. Tuttavia, dal racconto della propria conversione all’Islam da lui stesso riferito, si apprende che anch’egli abbracciò l’Islam in seguito all’invito del Profeta (pace e benedizioni su di lui), dopo l’inizio della predicazione pubblica. In una narrazione di Ibn Saʿd si dice che incontrò il Profeta (pace e benedizioni su di lui) al mercato di ʿUkāẓ. Fu lì che abbracciò l’Islam. Ciò significa che, a quel tempo, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) aveva cominciato a uscire per svolgere l’attività di predicazione. Nella seconda narrazione, riferita da Ibn Saʿd e da Muslim con l’autorità di Abū Umāma al-Bāhilī, ʿAmr ibn ʿAbasa racconta personalmente: «Durante l’epoca dell’ignoranza consideravo gli uomini sviati e ritenevo gli idoli privi di valore. Poi venni a sapere che alla Mecca vi era un uomo che riferiva alcune notizie e pronunciava anche alcune parole. Mi recai dunque alla Mecca e vidi che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) viveva nascosto e che il suo popolo si era diviso in due fazioni a causa sua. Lo incontrai con prudenza e gli chiesi: “Chi sei?”. Rispose: “Un profeta”. Chiesi: “Che cosa significa profeta?”. Rispose: “Il Messaggero di Allah”. Chiesi: “È Allah che ti ha inviato?”. Rispose: “Sì”. Chiesi: “Con quale insegnamento sei stato inviato?”. Rispose: “Bisogna riconoscere come unica divinità degna di adorazione Allah e non associargli nessuno; bisogna trattare bene i parenti”. Chiesi: “Chi è con te?”. Rispose: “Sia uomini liberi sia schiavi”. In quel momento erano presenti Ḥazrat Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) e Ḥazrat Bilāl (che Allah sia soddisfatto di lui). (Da ciò nacque la sua erronea convinzione di essere stato il quarto.)»

Dissi: «Resterò con te». Egli rispose: «In questo momento non puoi farlo. Quando sentirai che ho iniziato ad agire pubblicamente, vieni e raggiungimi».

«Tornai dunque dalla mia gente».

La conversione all’Islam Ḍimād al-Azdī (che Allah sia soddisfatto di lui)

Apparteneva alla tribù degli Azd Shanū’a. La loro professione consisteva nel praticare incantesimi e formule di guarigione. Ḥāfiẓ Ibn ʿAbd al-Barr, Ḥāfiẓ Ibn Ḥajar e Ḥāfiẓ Ibn Ḥibbān affermano che, durante l’epoca dell’ignoranza, egli era amico del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Muslim, al-Nasāʾī, al-Bayhaqī e Ibn Saʿd riferiscono che, quando giunse alla Mecca, gli abitanti della Mecca dissero che il Messaggero era impazzito. L’Azdī disse: «Ditemi dove si trova. Forse Allah gli concederà la guarigione per mezzo mio».

Quindi si recò dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e disse: «Pratico formule di guarigione. Per mezzo mio Allah guarisce chi vuole. Vieni, lasciati curare da me».

Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) recitò dapprima la professione di fede. Poi recitò le lodi ad Allah e alcune parole. Queste parole piacquero molto a Ḍimād al-Azdī. Egli disse: «Ripetile». Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) le ripeté tre volte. Ḍimād disse: «Non ho mai udito parole simili. Ho ascoltato le parole degli indovini, dei poeti e dei maghi, ma non ho mai udito nulla di simile. Queste parole arrivano fino al fondo del mare». Poi abbracciò l’Islam e prestò giuramento di fedeltà nelle mani del Profeta a nome proprio e a nome della sua gente.

La conversione all’Islam di Hazrat Abu Musa al-Ash‘ari (ra)

Egli giunse dallo Yemen alla Mecca e abbracciò l’Islam. Poi tornò nel suo paese e condusse all’Islam suo fratello Abu Burda, Abu Rahm e circa cinquanta altre persone. In seguito, questi musulmani partirono su una nave; il vento li condusse sulle coste dell’Abissinia, dove incontrarono Hazrat Ja‘far ibn Abi Talib e gli altri Muhajirun. Questa è la versione riportata da Ibn Sa‘d e Ibn ‘Abd al-Barr. Ibn Hajar afferma che essi non si recarono in Abissinia; piuttosto, quando partirono dalla Mecca diretti a Medina, la loro nave incontrò quella di questi Muhajirun, che era diretta a Medina. Poi giunsero insieme a Khaybar, presso il Profeta (s).

La conversione all’Islam di Mu‘ayqib ibn Abi Fatima al-Dawsi

Ibn Sa‘d afferma che anch’egli apparteneva alla tribù dei Daws e abbracciò l’Islam alla Mecca. Secondo una versione, dopo essersi convertito all’Islam tornò nel suo paese. Secondo un’altra versione, partecipò alla seconda egira in Abissinia. Ibn Hajar e Ibn ‘Abd al-Barr affermano che apparteneva a coloro che abbracciarono l’Islam alla Mecca e parteciparono alla seconda egira in Abissinia.

Ju‘al ibn Suraqa (ra)

Apparteneva ai Banu Damra. Ibn Sa‘d e Ibn ‘Abd al-Barr affermano che anch’egli abbracciò l’Islam alla Mecca.

‘Abd Allah (ra) e ‘Abd al-Rahman al-Kinani (ra)

Secondo la versione riportata da Ibn Sa‘d, questi due fratelli erano figli di Luhaib, un uomo dei Banu Misan. Anch’essi abbracciarono l’Islam alla Mecca.

La conversione all’Islam di Burayda ibn al-Musayyib

Secondo Ibn Saʿd e Ibn ʿAbd al-Barr, egli proveniva da un ramo dei Banū Khuzāʿa, che si era separato dal clan dei Khuzāʿa. Al tempo dell’Egira, quando il Profeta (s) si recava dalla Mecca a Medina, quest’uomo incontrò il Messaggero (s) in un luogo chiamato Gamīm, e insieme a lui ottanta famiglie abbracciarono l’Islam. È quanto Ibn Ḥajar ha scritto nell’Iṣāba. Ciò significa che queste persone erano già state influenzate dall’Islam. Altrimenti, non sarebbe stato possibile che tante persone diventassero musulmane in seguito a un incontro casuale durante il viaggio.

Questi sono alcuni esempi dai quali si può comprendere che, sebbene i Quraysh non lasciassero nulla d’intentato nella loro campagna di menzogne contro il Profeta (s) per rendere gli abitanti dell’Arabia avversi a lui, adottando questo metodo non solo resero il Profeta stesso famoso tra gli Arabi, ma attirarono anche su di lui l’attenzione di molte anime pure. In seguito a questa campagna, persone di diverse regioni e tribù furono attratte verso il Profeta alla ricerca della verità, e in tal modo l’Islam giunse alle altre tribù al di fuori della Mecca. Per questo nella sūra Alam Nashrah è stato detto *********************** — cioè: «Perché ti abbatti per questa propaganda menzognera? Noi abbiamo diffuso la tua fama proprio per mezzo dei tuoi nemici».

6. Oppressione e persecuzione inflitte ai musulmani

Oltre ad adottare altri metodi di opposizione e di ostacolo, i Quraysh miscredenti avevano assunto un comportamento di estrema crudeltà: non appena venivano a sapere che qualcuno era diventato musulmano, o che una persona aveva in qualche modo reso pubblico il proprio ingresso nell’Islam, cominciavano a sottoporla a durissime persecuzioni e vessazioni. Non lasciavano intentato alcun tentativo per costringerla ad abbandonare l’Islam. All’inizio adottarono il metodo di rimproverare coloro tra i convertiti all’Islam che godevano di una certa considerazione, prestigio familiare e sostegno, dicendo loro: «Hai abbandonato la religione dei tuoi antenati, sebbene essi conoscessero il bene e il male meglio di te. Ora, se non tornerai indietro, ti disonoreremo e ti umilieremo, ti considereremo uno sciocco e ridurremo in polvere la tua dignità e il tuo onore».

A coloro che si dedicavano al commercio veniva detto minacciosamente: «Abbandonate l’Islam, altrimenti distruggeremo i vostri commerci e renderemo impossibile la vostra professione. Poi morirete di fame».

Poi coloro che erano privi di sostegno e di mezzi e che erano deboli dovevano subire torture spietate. La situazione giunse al punto che persino persone nobili venivano imprigionate e sottoposte a punizioni corporali.

Persecuzione dei dipendenti delle famiglie

Ibn Ishaq e al-Tabari riferiscono, citando ʿUrwa ibn al-Zubayr (che Allah sia soddisfatto di lui), che i capi dei Quraysh si riunirono e decisero di perseguitare i loro figli, fratelli e membri delle loro tribù che avessero accettato l’obbedienza al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), tentando con la forza di farli rinnegare l’Islam. Di conseguenza, i seguaci del Profeta (pace e benedizioni su di lui) furono sottoposti a una durissima prova.

Nawfal ibn Khuwaylid ibn al-ʿAdawiyya, detto il leone dei Quraysh, legò insieme una persona rispettabile come Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) e Talha (che Allah sia soddisfatto di lui). La loro famiglia, i Banu Taym, non fece alcun tentativo per salvarli. Per questo il Profeta (pace e benedizioni su di lui) pregò: «O Allah, occupati Tu di proteggerci dal male di Ibn al-ʿAdawiyya» (al-Bayhaqi; Ibn Saʿd). Lo zio di al-Zubayr ibn al-ʿAwwam (che Allah sia soddisfatto di lui) lo avvolgeva in una stuoia e lo appendeva. Poi gli faceva entrare il fumo dal basso, continuando a dirgli: «Rinuncia all’Islam». Egli rispondeva: «Non rinnegherò mai la fede» (Ibn Saʿd; al-Tabarani). Lo zio di ʿUthman (che Allah sia soddisfatto di lui), Hakam, padre di Marwan, lo legò e gli disse: «Hai abbandonato la religione dei tuoi padri e dei tuoi antenati e hai accettato la religione di Muhammad (pace e benedizioni su di lui)? Non ti lascerò mai finché non avrai abbandonato quella religione». Egli rispondeva: «Qualunque cosa mi accada, non abbandonerò mai questa religione» (Ibn Saʿd). Il cugino di Musʿab ibn ʿUmayr (che Allah sia soddisfatto di lui), ʿUthman ibn Talha, custode delle chiavi della Kaʿba, lo sottopose a terribili torture. La sua famiglia lo tenne prigioniero. Egli riuscì in qualche modo a fuggire e compì l’emigrazione insieme al primo gruppo di emigranti verso l’Abissinia (Ibn Saʿd). La madre di Saʿd ibn Abi Waqqas (che Allah sia soddisfatto di lui) e di suo fratello ʿAmir (che Allah sia soddisfatto di lui) li sottopose a varie torture, ma non riuscì a distoglierli dalla religione dell’Islam (Ibn Saʿd). Nel Musnad di Ahmad, nel Sahih di Muslim, nel Jamiʿ di al-Tirmidhi, nel Sunan di Abu Dawud e nel Sunan di al-Nasa’i si riferisce che la madre di Saʿd ibn Waqqas, Hamna bint Sufyan ibn Umayya, nipote di Abu Sufyan, disse loro: «Finché non avrete abbandonato la religione di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), non mangerò né berrò e non mi siederò nemmeno all’ombra. Adempiere il diritto della madre è un ordine di Allah. Se non obbedirete alle mie parole, disobbedirete anche ad Allah». Saʿd (che Allah sia soddisfatto di lui), profondamente angosciato, si recò dal Profeta e gli espose tutto. In risposta, da parte di Allah l’Altissimo fu rivelato questo versetto:

****************************************************

«Abbiamo ordinato all’uomo di trattare bene i suoi genitori. Ma se essi insistono affinché tu associ a Me qualcosa di cui non hai conoscenza, non obbedire loro» (al-ʿAnkabut: 8).

Il racconto di Khalid ibn Saʿid (che Allah sia soddisfatto di lui)

Quando Khalid ibn Saʿid ibn al-ʿAs (che Allah sia soddisfatto di lui) seppe che suo padre, Abu Uhayha, era venuto a conoscenza della sua conversione all’Islam, si nascose per paura. In seguito, suo padre lo trovò e cominciò a picchiarlo e rimproverarlo così duramente che il bastone con cui lo colpiva si spezzò. Poi gli disse: «Hai accettato di obbedire a Muhammad (pace e benedizioni su di lui), anche se vedevi che egli si opponeva al suo popolo, denunciava i difetti della religione ancestrale e definiva traviati gli antenati che avevano continuato a seguirla?»

Khalid (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Giuro su Allah, egli è veritiero e io sono suo seguace».

Abu Uhayha lo picchiò nuovamente, lo rimproverò e gli disse: «Vattene dove vuoi; a casa mia non riceverai più cibo». Egli rispose: «Se tu mi neghi il sostentamento, Allah mi darà il sostentamento». Dopodiché rimase presso il Profeta (pace e benedizioni su di lui). Un giorno stava pregando in un luogo appartato nei dintorni della Mecca. Suo padre Uhayha venne a saperlo. Lo chiamò e gli disse: «Abbandona la religione di Muhammad (pace e benedizioni su di lui)». Egli rispose: «Non abbandonerò mai questa religione, finché vivrò». Uhayha, furioso, cominciò a colpirlo alla testa con un pezzo di legno, finché il legno si spezzò. Poi lo tenne prigioniero per tre giorni senza cibo. Egli subì questa punizione nel caldo soffocante della Mecca. In seguito riuscì a fuggire approfittando di un’occasione. Continuò quindi a vagare nei dintorni della Mecca. Alla fine emigrò verso l’Abissinia con il primo gruppo di emigranti partiti dalla Mecca. Anche Ibn Saʿd e al-Bayhaqi riferiscono brevemente questo episodio.

La persecuzione disumana inflitta ad Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui)

Un giorno il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) uscirono dalla «Casa di Arqam» e si recarono alla Moschea Sacra. Lì, all’improvviso, Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) si alzò e iniziò a parlare. Invitò la gente ad avvicinarsi ad Allah e al Suo Messaggero. Questa fu la prima volta che, dopo averlo proclamato pubblicamente, si fece opera di da‘wah islamica nella Moschea Sacra. Non appena ebbero udito il suo discorso, i politeisti gli si avventarono addosso, lo gettarono a terra e lo calpestarono. Utba ibn Rabi‘a lo colpì ripetutamente al volto con le sue scarpe, al punto che l’intero viso gli si gonfiò e il naso fu sommerso dal sangue. Vedendo ciò, i membri della sua tribù, i Banu Taym, si fecero avanti, lo trassero in salvo e lo condussero a casa. Non avevano il minimo dubbio che egli sarebbe morto. Perciò tornarono alla Moschea e dissero: «Per Allah, se Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) morirà, non lasceremo vivo Utba». Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) rimase privo di sensi fino a sera. Quando riprese conoscenza, la sua prima domanda fu: «Come sta il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)?» A queste parole, i Banu Taym lo insultarono e lo rimproverarono, poi se ne andarono. Prima di andarsene, dissero a sua madre, Umm al-Khayr, di dargli da mangiare e da bere. Quando non rimasero altri che la madre e il figlio, Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) pose nuovamente la stessa domanda. Disse: «Va’ a chiedere a Umm Jamil (la sorella di Hazrat Umar, che Allah sia soddisfatto di lui, Fatima bint Khattab)». Ella era allora già musulmana, ma aveva tenuto segreta la propria conversione. Quando la madre di Hazrat Abu Bakr le disse: «Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) vuole sapere come sta Muhammad ibn Abdullah (pace e benedizioni su di lui)», ella rispose: «Non conosco né Muhammad ibn Abdullah né Abu Bakr. Tuttavia, se lo desiderate, andrò da Abu Bakr». La donna disse: «Va bene, andiamo». La tradizione dettagliata di al-Tabarani riferisce che la kunya di Fatima bint Khattab, sorella di Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui), era Umm Jamil. Abd al-Razzaq, nel suo al-Musannaf, riferisce dall’Imam Zuhri che Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) ascoltò il Corano nella casa di sua sorella Umm Jamil e abbracciò la fede. In un’altra narrazione, questa donna è chiamata Fatima bint Khattab. Ciò dimostra che il nome della sorella di Hazrat Umar era Fatima e che la sua kunya era Umm Jamil.

Quando arrivò, vide Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) in condizioni molto gravi. Appena lo vide, esclamò: «Per Allah, coloro che ti hanno trattato così sono miscredenti e malvagi. Spero che Allah li punisca».

Abu Bakr disse: «Come sta il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)?» Ella rispose sottovoce: «Tua madre sta ascoltando». Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Non c’è motivo di temere per lei». Allora Umm Jamil disse: «Il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) sta perfettamente bene». Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) domandò: «Dove si trova?» Ella rispose: «È nella Casa di Arqam». Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Per Allah, non mangerò né berrò finché non andrò dal nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui)». Umm Jamil disse: «Abbiate un po’ di pazienza». Poi, quando la situazione in città si fu calmata, lei e Umm al-Khayr lo presero entrambe sotto braccio e lo condussero alla Casa di Arqam. Vedendo le sue condizioni, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fu sopraffatto dall’affetto. Si chinò verso di lui e ne osservò le condizioni.

Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Possano i miei genitori essere sacrificati per te; non ho sofferto molto. A parte il dolore che quel peccatore mi ha inflitto colpendomi al volto con le sue scarpe, non ho riportato altre sofferenze. Ecco qui mia madre insieme a suo figlio. Tu sei colui che desidera il bene più grande. Invitala ad avvicinarsi ad Allah e prega affinché Allah la salvi dall’Inferno». Allora il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) pregò per lei, la invitò ad avvicinarsi ad Allah, ed ella divenne musulmana. Questo episodio è stato narrato da Hafiz Ibn Kathir in al-Bidaya wa al-Nihaya. Hafiz Abu al-Hasan Khaythan ibn Sulayman al-Atba lo ha riportato ampiamente dal libro Fada’il al-Sahaba di Bulsi. Hafiz Ibn Hajar ha inoltre descritto brevemente la condizione di Umm al-Khayr in al-Isaba. (Aggiunta.)

Hazrat Abdullah ibn Mas‘ud fu picchiato brutalmente

Ibn Ishaq riferisce questo episodio da Hazrat Urwa ibn Zubayr e dice che un giorno i nobili Compagni (che Allah sia soddisfatto di loro) si dicevano l’un l’altro: «I Quraysh non hanno mai sentito nessuno di noi recitare il Corano ad alta voce in pubblico. Chi tra noi è disposto a far ascoltare loro una volta questa Parola sacra?»

Hazrat Abdullah ibn Mas‘ud (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Lo farò io». I nobili Compagni dissero: «Temiamo che ti aggrediscano con eccessiva violenza. Secondo noi, se si aggredisse ingiustamente un uomo di una famiglia influente, i suoi familiari accorrerebbero in suo sostegno».

Hazrat Abdullah disse: «Lasciatemi fare questo. Per Dio, Egli è il mio protettore».

Poi, quando fu trascorsa una parte della giornata, giunse al Santuario, mentre i capi dei Quraysh erano seduti riuniti nei rispettivi luoghi. Hazrat Abdullah arrivò al Maqām di Abramo e iniziò a recitare ad alta voce la sura ar-Rahmān. In un primo momento, la gente dei Quraysh cercò di capire che cosa stesse recitando Abdullah. Ma quando comprese che quelle erano le parole che Muhammad (s) presentava come la parola di Dio, si scagliò contro di lui e cominciò a colpirlo violentemente sul volto. Abdullah, tuttavia, rimase saldo senza preoccuparsene. Più lo colpivano, più egli continuava a recitare. Finché ne ebbe la forza, continuò a far ascoltare il Corano. Infine, quando tornò con il volto coperto di ferite, i suoi compagni gli dissero: «Questo era proprio ciò che temevamo». Egli rispose: «Questi nemici di Dio non sono mai stati più deboli nei miei confronti di quanto lo siano oggi. Se volete, domani farò loro ascoltare di nuovo il Corano». Tutti dissero: «Basta, è sufficiente. Hai fatto loro ascoltare ciò che non volevano ascoltare» (Ibn Hisham, vol. 1, p. 336). (Tafhīm, vol. 5, introduzione alla sura ar-Rahmān.)

Le persecuzioni e le torture inflitte agli schiavi e alle schiave indifesi

Le torture e le oppressioni più dolorose furono inflitte agli schiavi e alle schiave che avevano abbracciato l’Islam e che alla Mecca non avevano alcun protettore. Eccone alcuni esempi:

Hazrat Bilāl

Tra loro vi era Hazrat Bilāl ibn Rabāh. Era schiavo di un uomo dei Banū Jumah ed era nato nella sua casa in condizione di schiavitù. Era conosciuto come abissino. Quando si diffuse la notizia che aveva abbracciato l’Islam, Umayya ibn Khalaf al-Jumaḥī lo sottopose a torture di vario genere. Ibn Hisham e Balādhurī riferiscono che, nel pieno del sole cocente di mezzogiorno, lo faceva uscire di casa e lo sdraiava sulla sabbia rovente della Mecca, collocandogli una pesante pietra sul petto. Poi gli diceva: «Per Dio, resterai in questa condizione finché non rinnegherai Muhammad (s) e non adorerai Lāt e al-ʿUzzā». Ma egli (Bilāl) continuava a rispondere soltanto: «Aḥad, Aḥad».

Balādhurī, citando il racconto di Hazrat ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, riferisce: «Ho visto Bilāl (ra) disteso su un terreno così rovente che, se vi si fosse messa della carne, si sarebbe cotta. Eppure, anche in quella condizione, egli diceva chiaramente: “Rinnego Lāt e al-ʿUzzā”.

Hazrat Hassān ibn Thābit descrive una scena cui aveva assistito con i propri occhi e dice: «Recandomi alla Mecca per il pellegrinaggio o per la ʿumra, vidi che Bilāl era stato legato con una corda e che un gruppo di ragazzi lo trascinava qua e là. Ma egli continuava a dire: “Rinnego Lāt, al-ʿUzzā, Hubal, Isāf, Nāʾila e Buāna: rinnego tutti loro”». Balādhurī cita così anche il racconto dello stesso Hazrat Bilāl (ra): «Un giorno e una notte mi tennero assetato, poi mi gettarono sulla sabbia rovente».

Ibn Saʿd riferisce che gli legavano una corda al collo e lo affidavano ai ragazzi. Essi lo trascinavano per le valli della Mecca. Poi lo facevano distendere prono sulla sabbia rovente e gli mettevano pietre sopra il corpo. Ma egli continuava soltanto a dire: «Ahad, Ahad». La casa di Hazrat Abu Bakr (r.a.) si trovava proprio nel quartiere dei Banu Jumuah. Vedendo quelle persecuzioni e quei tormenti, egli non riuscì più a tollerarli. Comprò Hazrat Bilal in cambio di uno schiavo abissino robusto e gli concesse la libertà.

Hazrat Ammar ibn Yasir (r.a.)

Ibn Saʿd riferisce che Yasir era originario dello Yemen. Da lì giunse alla Mecca e strinse un rapporto di amicizia con Abu Hudhayfa ibn al-Mughira al-Makhzumi. Abu Hudhayfa lo fece sposare con la sua schiava Sumayya. Dopo l’avvento dell’Islam, Yasir, Sumayya, Ammar e suo fratello Abdullah abbracciarono tutti l’Islam. Di conseguenza, l’intera famiglia dovette subire crudeli persecuzioni. Al-Baladhuri cita una narrazione trasmessa da Umm Hani, mentre al-Tabarani ne cita una riferita da Hazrat Uthman (r.a.): una volta il Messaggero di Allah (s.) passava per il luogo in cui essi venivano torturati. Ne fu profondamente addolorato e disse:

*********************************************

  • O famiglia di Yasir, abbiate pazienza. Per voi c’è la promessa del Paradiso.

L’Imam Ahmad e Ibn Saʿd riferiscono, citando Hazrat Uthman (r.a.), che una volta egli passava insieme al Profeta (s.) per il luogo in cui questa famiglia veniva torturata. Il Profeta (s.) disse: «Abbiate pazienza. O Allah, concedi il perdono alla famiglia di Yasir. E Tu hai già concesso loro il perdono».

Ibn Saʿd, citando una narrazione di Muhammad ibn Kaʿb al-Qurazi, riferisce che un uomo vide Hazrat Ammar a torso nudo e notò che tutta la sua schiena era ricoperta di cicatrici lasciate dalle ustioni. Gli chiese: «Che cosa sono queste?». Egli rispose: «Sono i segni delle torture che mi furono inflitte sulla terra rovente della Mecca».

Ibn Saʿd riferisce, citando Amr ibn Maymun, che i politeisti marchiarono Hazrat Ammar con braci ardenti. Il Profeta (s.) disse: «O fuoco, diventa freddo per Ammar, come lo fosti per Hazrat Ibrahim (a.s.)». Suo padre Yasir morì, non potendo più sopportare quelle torture disumane. Poi Abu Jahl uccise sua madre Sumayya. Anche suo fratello Abdullah fu ucciso. Rimase soltanto Hazrat Ammar. Lo immergevano nell’acqua. La sua pazienza venne meno e, negando il Profeta e lodando le loro divinità, salvò la propria vita. Poi si presentò piangendo al cospetto del Profeta e gli raccontò ogni cosa. Il Profeta gli chiese: «Qual era lo stato del tuo cuore?». Egli rispose: «Sono assolutamente saldo nella fede». Il Profeta (s.) disse: «Se in futuro ti troverai nuovamente in una simile situazione, pronuncia proprio queste parole». Bayhaqi, Ibn Saʿd, Ibn Jarir, al-Baladhuri, Awfi e altri illustri studiosi narrano questo episodio e citano l’opinione di vari esegeti secondo cui il versetto 104 della sura an-Nahl fu rivelato proprio a questo proposito. In esso si dice che chiunque, dopo aver creduto, rinnega la fede, ma è costretto a farlo mentre il suo cuore è tranquillo nella fede, sarà perdonato. Quanto a chi sceglie la miscredenza di propria volontà, su di lui ricadrà l’ira di Allah e per lui vi sarà una grave punizione.

Hazrat Khabbab ibn al-Aratt

Era originario dell’Iraq. Un gruppo della tribù di Rabi‘a lo catturò, lo ridusse in schiavitù e lo portò alla Mecca, dove lo vendette ad ‘Āl-Sabā’, una famiglia dei Banu Khuzā‘a; costoro erano legati ai Banu Zuhra da un patto di amicizia. Era un artigiano e svolgeva il mestiere di fabbro, fabbricando spade. Come punizione per essere diventato musulmano, dapprima lo ridussero alla miseria. Il Musnad di Ahmad, al-Bukhari e Muslim riportano una sua stessa narrazione. Egli disse: «Avevo un credito presso ‘Ās ibn Wā’il al-Sahmī. Quando andavo da lui per riscuoterlo, mi diceva: “Non ti darò nulla finché non rinnegherai Muhammad (s)”. Gli rispondevo: “Non lo rinnegherò mai, neppure se tu morissi e poi tornassi in vita”. Ibn Sa‘d dice che ‘Ās gli rispondeva: “Va bene; quando, dopo la mia morte, tornerò nuovamente ai miei beni e ai miei figli, allora salderò il tuo debito”».

Ibn Hisham ha narrato l’episodio in questo modo: ‘Ās gli faceva fabbricare molte spade e il debito continuava ad aumentare. Quando Khabbab insisteva perché gli restituisse il debito, egli diceva: «Il tuo compagno Muhammad (s), la cui religione hai adottato, dice che in Paradiso vi sono molto oro e argento, vesti e servitori.»

Khabbab disse: «Sì, è vero». Egli allora disse: «In tal caso, concedimi una dilazione fino al Giorno della Resurrezione; lì salderò il debito. Perché là né tu né il tuo compagno Muhammad (s) sarete più stimati di me.»

Quando, dopo averlo ridotto all’impotenza anche sul piano finanziario, gli oppressori non furono ancora soddisfatti, cominciarono a sottoporlo a dure torture. Ibn Sa‘d e al-Baladhuri, citando la narrazione di al-Sha‘bi, riferiscono che una volta, durante il califfato di Hazrat ‘Umar (ra), egli, Khabbab, mostrò la schiena, che sembrava completamente affetta da lebbra bianca. Disse: «I politeisti accendevano un fuoco e mi trascinavano sopra di esso; uno di loro mi stava sul petto. Poi il fuoco si spegneva dopo che il mio grasso si era sciolto». (Aggiunta.)

La supplica di Hazrat Khabbab al Profeta (s) e la sua risposta

Mentre questo genere di persecuzioni continuava, si verificò l’episodio riportato dall’Imam Ahmad ibn Hanbal, da al-Bukhari, Abu Dawud e al-Nasa’i, sulla base della testimonianza dello stesso Hazrat Khabbab. Egli disse: «Quando eravamo esasperati dalle persecuzioni e dalle torture dei politeisti, un giorno vidi il Profeta (s) seduto all’ombra della parete della Ka‘ba. Mi avvicinai e gli dissi: “O Messaggero di Allah! L’oppressione ha ormai raggiunto il culmine. Non invochi forse Allah in nostro favore?”»

Dopo aver udito ciò, il volto del Profeta (s) si fece rosso ed egli disse: «Prima di voi, coloro che sono passati tra i credenti furono sottoposti a persecuzioni ancora più dure. Alcuni venivano messi in una fossa scavata nel terreno e poi segati in due dalla testa; ad altri venivano conficcati pettini di ferro tra le giunture, affinché rinunciassero alla fede. Eppure non abbandonavano la religione. Abbiate fede: Allah porterà certamente a compimento questa opera. Alla fine verrà un giorno in cui un uomo viaggerà da Sana’a fino a Hadramawt senza alcuna esitazione e non temerà nessuno all’infuori di Allah. Ma voi vi state affrettando». (Tafhim, vol. 3, introduzione alla sura Maryam – sura al-‘Ankabut, nota 1.)

L’acquisto e la liberazione degli schiavi oppressi da parte di Abu Bakr (r.a.)

Durante questo periodo di persecuzioni e torture, Abu Bakr (r.a.) spese ingenti somme per acquistare e liberare numerosi schiavi e schiave oppressi. Ibn Hisham ne ha menzionati sette per nome. Tuttavia, contando i nomi riportati da al-Bayhaqi, Ibn Ishaq, Ibn Abd al-Barr, Ibn Hajar e altri, il numero complessivo arriva a nove.

1. Bilal (r.a.) (già menzionato).

2. Sua madre, Hamama. Ibn Abd al-Barr afferma che anche lei veniva torturata per la causa di Dio.

3. Amir ibn Fuhayra. Ibn Sa’d, al-Tabari e al-Baladhuri affermano che era lo schiavo di Tufayl ibn al-Harith, fratello germano di Aisha (r.a.), e che apparteneva al gruppo degli oppressi sottoposti a torture.

4. Abu Fukayha. A proposito di lui, Ibn Ishaq afferma che Umayya ibn Khalaf lo sottoponeva a dure torture. Nelle Tabaqat di Ibn Sa’d e in Usd al-Ghaba si legge che alcuni uomini dei Banu Abd al-Dar, ai quali era schiavo, lo facevano distendere sotto il sole cocente del mezzogiorno. Gli mettevano persino una pesante pietra sul dorso. Alla fine egli perdeva i sensi.

5. Lubayna o Lubayba. Al-Baladhuri ne ha riportato il nome, mentre Ibn Hisham, senza menzionarne il nome, dice che era una schiava dei Banu Mu’ammal, un ramo dei Banu Adi. Egli afferma che Umar (r.a.) la picchiava duramente quando era ancora incredula e, quando si stancava di picchiarla, diceva: «Ti lascio soltanto perché mi sono stancato». Lei rispondeva: «Che Allah faccia a te lo stesso!»

6 e 7. Nahdiyya e sua figlia. Entrambe erano schiave di una donna dei Banu Abd al-Dar. Anche la loro padrona le trattava ingiustamente.

8. Zinnīra (nell’Istiʿāb il suo nome è indicato come Zāmbara). Da una narrazione di Ibn Athīr si apprende che era una schiava dei Banū ʿAdī e che ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb (ra) la puniva. Secondo un’altra narrazione, era una schiava dei Banū Makhzūm e veniva punita da Abū Jahl. Alla fine perse la vista. Abū Jahl disse: «Al-Lāt e al-ʿUzzā ti hanno resa cieca». Ella rispose: «Al-Lāt e al-ʿUzzā non sanno nemmeno chi li adora. Questo giudizio viene dal cielo, e il mio Signore ha il potere di restituirmi la vista». E infatti, il giorno seguente, quando si svegliò, si vide che Allah l’Altissimo le aveva restituito la vista. Al-Balādhurī ha riportato proprio questa narrazione.

Ibn Hishām, invece, riferisce che, quando Ḥaḍrat Abū Bakr (ra) la acquistò, continuavano a dire che al-Lāt e al-ʿUzzā l’avevano resa cieca. Egli disse: «Per il Signore della Kaʿba, costoro mentono. Al-ʿUzzā non può arrecare beneficio né danno a nessuno». In seguito Allah l’Altissimo le restituì la vista.

9. Umm ʿUbayس. Alcuni hanno detto Unāys, altri Umāys. Al-Balādhurī afferma che era una schiava dei Banū Zuhra. Aswad ibn ʿAbd Yaghūth la sottoponeva a maltrattamenti. (Aggiunta.)

L’obiezione del padre di Ḥaḍrat Abū Bakr (ra) e la sua risposta

Ibn Isḥāq, Ibn Jarīr e Ibn ʿAsākir, citando la narrazione di Ḥaḍrat ʿĀmir ibn ʿAbdullāh ibn al-Zubayr (ra), riferiscono che, vedendo Ḥaḍrat Abū Bakr (ra) spendere ingenti somme per liberare in tal modo schiavi e schiave sventurati, suo padre Abū Quḥāfa (che allora era ancora politeista) gli disse: «Figlio mio, vedo che liberi persone deboli. Se spendessi questo denaro per liberare giovani forti, essi diventerebbero le tue braccia destre e ti darebbero forza». Ḥaḍrat Abū Bakr (ra) rispose: «Padre mio, io desidero soltanto la ricompensa che si trova presso Allah».

Questo episodio costituisce una splendida testimonianza dei versetti della sūra al-Layl, nei quali è detto: «E sarà tenuto lontano da quel Fuoco colui che è estremamente timorato di Dio, che spende i suoi beni per purificarsi. Nessuno gli ha fatto un favore per il quale debba essere ricambiato. Egli compie ciò soltanto per cercare il compiacimento del suo Signore, l’Altissimo» (versetti 17-20).

In altre parole, coloro per i quali egli spendeva i suoi beni non gli avevano fatto in precedenza alcun favore, né egli offriva loro doni per ottenere in futuro ulteriori vantaggi e benefici da parte loro. Al contrario, per conseguire il compiacimento del suo glorioso Signore, aiutava persone che non gli avevano mai fatto alcun favore e dalle quali non si aspettava alcun favore in futuro. (Aggiunta.)

Conseguenze della persecuzione e dei maltrattamenti

I Quraysh perseguitavano e tormentavano i musulmani con l’intento dichiarato di incutere loro terrore e impedire così la diffusione e l’espansione dell’Islam. Ma le conseguenze reali furono ben diverse da quelle che avevano previsto. Innanzitutto divenne chiaro che il kufr non aveva alcuna risposta al carattere e alle prove razionali portati dall’Islam, se non ricorrere a intrighi contrari all’umanità. In secondo luogo, dopo aver assistito a tale crudeltà, ogni persona di animo retto cominciò a guardare con odio il kufr e coloro che ne portavano la bandiera. La pazienza e la fermezza con cui i musulmani sopportavano quelle ingiuste persecuzioni suscitarono nei cuori di tutti gli imparziali simpatia per loro e, insieme, stima e rispetto. Anzi, ciò finì per affermare la dignità dell’Islam in modo tale che proprio dalla società della Mecca emersero uomini saldi, risoluti e forti nella fede, capaci di sopportare enormi pericoli e tribolazioni non per un interesse terreno, ma soltanto per la verità. Inoltre, tutte queste macchinazioni dei miscredenti non riuscirono a fermare la diffusione dell’Islam. Nonostante tali persecuzioni, uscirono allo scoperto molti servi di Allah per unirsi al movimento: alcuni abbracciarono l’Islam contro la volontà dei miscredenti, mentre altri credettero interiormente senza manifestarlo. Per questo i nemici dell’Islam non poterono rendersi conto di quante persone, tra loro, sostenessero in segreto questa religione. Il loro appoggio nascosto avrebbe potuto aprire una breccia nella fortezza del kufr.

Il più grande beneficio che queste ingiustizie e persecuzioni recarono all’Islam fu che coloro che, attraversando questa prova del fuoco, si unirono al Nobile Profeta (s), erano i migliori esseri umani. In tali circostanze, nessuno di carattere debole avrebbe osato avvicinarsi a questa causa. (Aggiunta)

Il periodo dell’interruzione della rivelazione

Le opere sapienti di Allah sono di una natura così singolare che l’intelletto non riesce a comprenderle. Proprio quando lo scontro tra il kufr e l’Islam era giunto al culmine e ogni momento della vita del Profeta (s) e dei musulmani era diventato insopportabile, ci si sarebbe naturalmente aspettati che la rivelazione al Profeta (s) continuasse. In questo modo sarebbero state fornite indicazioni per le situazioni sempre nuove che si presentavano ogni giorno, il Profeta (s) e i suoi compagni sarebbero stati consolati e incoraggiati, e i miscredenti sarebbero stati ammoniti per le loro persecuzioni e ingiustizie. Ma proprio in quel periodo la rivelazione da parte di Allah si interruppe. Per questo anche il Profeta (s) divenne terribilmente preoccupato, mentre ai miscredenti si presentò l’occasione di deriderlo e schernirlo.

Non si sa quando ebbe luogo l’interruzione della rivelazione. Tuttavia, dalle narrazioni tramandate negli hadith su questo argomento e dal contenuto stesso delle due sure rivelate dopo la fine di tale interruzione, risulta chiaramente che l’evento si verificò dopo l’inizio della da‘wah pubblica e l’intensificarsi del conflitto tra l’Islam e il kufr. Le diverse narrazioni indicano durate differenti per questa interruzione. Ibn Jurayj ne riferisce la durata di dodici giorni, Kalbi di quindici, Ibn Abbas (ra) di venticinque, mentre Suddi e Muqatil di quaranta giorni. In ogni caso, il periodo fu abbastanza lungo da gettare il Profeta (s) in una profonda tristezza. Anche gli oppositori continuarono a deriderlo. Quando gli veniva rivelata una nuova sura, infatti, egli la recitava alla gente. Perciò, quando per un certo tempo non riuscì più a recitare loro alcuna nuova rivelazione, gli oppositori pensarono che si fosse esaurita la fonte da cui proveniva quella Parola sacra. Jundub ibn Abd Allah al-Bajali riferisce che, quando cessò l’arrivo di Jibril (a), i politeisti cominciarono a dire che il suo Signore aveva abbandonato Muhammad (s) (Ibn Jarir, Tabari, Tabarani, Abd ibn Humayd, Sa‘id ibn Mansur, Ibn Marduyah).

Secondo altre narrazioni, Umm Jamil, moglie di Abu Lahab, zia del Profeta (s) e sua vicina di casa, disse al Profeta (s): «Sembra che il tuo demonio ti abbia abbandonato».

Awfi e Ibn Jarir, citando una narrazione di Ibn Abbas (ra), riferiscono che, poiché Jibril aveva smesso di venire per alcuni giorni, il Profeta (s) era diventato inquieto e i politeisti continuavano a dire che il suo Signore era adirato con lui e lo aveva abbandonato. Una cosa quasi identica viene riportata nelle narrazioni mursal di Qatadah e Dahhak. Diverse narrazioni riferiscono anche lo stato di tristezza e dolore in cui si trovava il Profeta (s). E come avrebbe potuto essere altrimenti? Dopo l’inizio del conflitto tra il kufr e la fede, egli era stato privato, per apparente indifferenza da parte dell’Essere amato, della fonte di forza che costituiva il suo unico sostegno nel vortice di uno scontro così estenuante; inoltre, le derisioni dei nemici si erano aggiunte a tutto il resto. Tutto ciò divenne per il Profeta (s) causa di una terribile angoscia, al punto che pensava: «Non sarà forse accaduto qualche errore per cui Egli si è adirato con me e mi ha lasciato solo nella lotta tra la verità e la falsità?»

La rivelazione della sura «ad-Duha»

In questa situazione fu rivelata la sura «Ad-Duha», nella quale si dice:

*****************************************************

  • Per il mattino luminoso e per la notte quando avvolge ogni cosa nella sua quiete, o Profeta: il tuo Signore non ti ha mai abbandonato, né si è adirato con te.

In altre parole, il fatto che il giorno diventi luminoso e che la notte scenda avvolgendo ogni cosa nell’oscurità e nella quiete non dipende dal fatto che Allah Ta‘ala sia soddisfatto degli uomini durante il giorno e insoddisfatto di loro durante la notte. Al contrario, entrambe queste condizioni si verificano in base a una grande saggezza e utilità. Ciò non ha alcun rapporto con l’idea che, quando Allah sarà soddisfatto di te, invierà la rivelazione, mentre quando non la invierà ciò significherà che è insoddisfatto di te e ti ha abbandonato per questo motivo. Se la luce del giorno continuasse a cadere incessantemente sugli uomini, li renderebbe stanchi e spossati. Perciò è conforme alla ragione che dopo il giorno venga la notte, affinché gli uomini possano trovare riposo. Allo stesso modo, se la luce della rivelazione continuasse a scendere incessantemente su di te, le tue vene e i tuoi nervi non potrebbero sopportarla. Per questa ragione Allah Ta‘ala ha stabilito anche periodi intermedi nei quali la rivelazione viene sospesa, affinché svanisca l’effetto del grande peso della rivelazione che grava su di te e tu possa trovare serenità. Quanto fosse difficile e penoso per il Profeta il peso della rivelazione si può intuire da quelle narrazioni che si trovano negli hadith a questo riguardo. Hazrat Zayd ibn Thabit (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: una volta la rivelazione discese sul Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mentre era seduto con il suo ginocchio appoggiato sul mio. Il mio ginocchio subì allora una pressione così forte che mi sembrò dovesse frantumarsi.

Hazrat Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) racconta: ho visto la rivelazione discendere sul Profeta nel pieno dell’inverno. In quel momento il sudore gli colava copiosamente dalla fronte (Bukhari, Muslim, Muwatta dell’Imam Malik, Tirmidhi, Nasa’i). Hazrat Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) racconta inoltre: quando la rivelazione discendeva su di lui mentre era seduto su una cammella, questa premeva il petto contro il terreno e non si muoveva finché la rivelazione non aveva terminato di discendere (Musnad Ahmad, Hakim, Ibn Jarir). (Tafhim, vol. 6, nota su Al-Muzzammil)

Poi è stato detto:

*****************************************************

  • Certamente, ciò che verrà sarà per te migliore di ciò che è passato.

Allah Ta‘ala diede questa buona novella al Profeta (pace e benedizioni su di lui) in un momento in cui solo pochi uomini erano con lui. La lampada dell’Islam ardeva fiocamente proprio alla Mecca. Da ogni parte si sollevavano tempeste per spegnerla. L’intera nazione era fermamente decisa a opporsi, e non si scorgeva, per quanto si guardasse lontano, alcun segno manifesto del successo dei musulmani. In quel momento Allah Ta‘ala disse al Profeta (pace e benedizioni su di lui): non lasciarti angustiare dalle sofferenze, dalle difficoltà e dalle calamità dei primi tempi. Ogni epoca successiva si dimostrerà migliore di quella precedente. La tua forza, il tuo onore, la tua autorità e il tuo rango continueranno a crescere, e anche la tua influenza aumenterà costantemente. Questa promessa, inoltre, non è limitata a questo mondo: anche l’Aldilà sarà per te migliore del mondo.

Poi viene detto:

***********************************************

  • E presto il tuo Signore ti darà tanto che ne sarai soddisfatto. (versetto 5)

In altre parole, anche se vi sarà un certo ritardo nel concedere ciò, non è lontano il momento in cui i doni del tuo Signore si riverseranno su di te in modo tale che ne sarai soddisfatto. Questa promessa fu mantenuta già durante la vita del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui), al punto che l’intero territorio arabo — dalle coste meridionali del mare fino allo Shām dell’Impero romano a nord e ai confini iracheni dell’Impero persiano, dal Golfo Persico a est fino al Mar Rosso a ovest — cadde sotto il suo dominio. Per la prima volta nella storia araba, questa terra fu sottoposta a un unico ordinamento e a un’unica disciplina. Ogni potenza venuta a misurarsi con lui fu frantumata e annientata. In tutto il territorio risuonò la professione di fede: «Non vi è divinità all’infuori di Allah; Muḥammad è il Messaggero di Allah». I politeisti e la Gente del Libro di questa regione fallirono, nonostante avessero impiegato tutte le loro forze per mantenere alta la loro falsa professione di fede. Nella sottomissione non si limitarono ad abbassare il capo: anche i loro cuori furono conquistati. Nella fede, nelle opere e nella morale si verificò una grande rivoluzione. In tutta la storia dell’umanità non si trova un esempio di una nazione immersa nella jāhiliyya che sia cambiata tanto in soli ventitré anni. In seguito, il movimento fondato dal Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) divenne così potente da estendersi in vaste regioni dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa, e la sua influenza si diffuse nei villaggi più remoti e lungo le strade e le campagne del mondo. Questo è ciò che Allah Ta‘ala diede al Suo Messaggero in questo mondo. Non è neppure possibile concepire la grandezza di ciò che gli darà nell’Aldilà.

Rivelazione della sura «‘Alam Nashrah»

Poco tempo dopo, furono rivelate la sura «‘Alam Nashrah» per confortare il Profeta (pace e benedizioni su di lui), che si sentiva profondamente turbato dalle difficoltà sorte all’inizio del movimento islamico. Qui ne vengono citati, con spiegazione, i passaggi pertinenti.

***********************************************

  • O Profeta! Non ti abbiamo forse aperto il petto? (versetto n. 1)

L’inizio dell’esposizione con questa domanda e il contenuto successivo chiariscono da sé che, in quel periodo, il Messaggero di Allah (s) era caduto in un terribile stato di angustia, trovandosi ad affrontare tutte quelle difficoltà che aveva incontrato nei primi tempi, dopo aver iniziato pubblicamente l’opera della predicazione islamica. In tale situazione, Allah l’Altissimo, rivolgendosi a lui per confortarlo, disse: «O Profeta! Non ti ho forse concesso queste e queste grazie? Perché, dunque, ti angusti per tutte queste difficoltà della fase iniziale?»

Osservando i contesti nei quali l’espressione «aprire il petto» è utilizzata nel Nobile Corano, si può comprendere che essa ha due significati.

1. Nella sura al-Anʿām, versetto 125, è detto—

****************************************

  • Pertanto, colui al quale Allah concederà la guida, Egli gli aprirà il petto all’Islam. Nella sura az-Zumar, versetto 22, è detto—

*****************************************

  • Colui dunque il cui petto Allah ha aperto all’Islam cammina su una luce proveniente dal suo Signore.

In questi due passaggi, «l’apertura del petto» significa liberarsi da ogni sorta di preoccupazione, esitazione e dubbio, e giungere alla certezza che la via dell’Islam è la verità; che il credo, i principi morali, la civiltà e la cultura, nonché le direttive e la guida che l’Islam ha impartito all’umanità, sono assolutamente veri e corretti.

2. Nei versetti 12 e 13 della Sura ash-Shuʿarāʾ si menziona che, quando Allah l’Altissimo conferì a Mosè (a.s.) il rango della profezia e gli ordinò di affrontare il Faraone e la sua immensa potenza statale, egli supplicò:

*************************************

—O mio Signore! Temo che mi tratteranno da bugiardo e mi respingeranno. Il mio petto si fa angusto (per la paura e la disperazione).

Nei versetti 22–25 della Sura Tā Hā si dice che, in quell’occasione, Mosè (a.s.) pregò Allah:

*********************************

  • O mio Signore, apri il mio petto e rendi facile per me il mio compito.

Qui, l’angustia del petto significa non avere il coraggio di portare il gravoso peso di un compito difficile come quello della profezia e di affrontare da soli un’enorme potenza miscredente. Al contrario, l’apertura del petto significa l’aumento del coraggio, dell’entusiasmo e dell’energia dell’uomo, così da non rifuggire dal condurre una spedizione estremamente ardua né dall’affrontare un compito terribilmente difficile. Di conseguenza, si acquisisce il coraggio necessario per assumersi l’immensa responsabilità della profezia.

Riflettendo, si può comprendere che in questo versetto (Alam Nashrah) sono racchiusi entrambi i significati sopra esposti riguardo al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e all’apertura del petto. Se si adotta il primo significato, il senso sarebbe questo: prima della profezia, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) considerava errate le religioni di tutti gli idolatri, cristiani, ebrei e adoratori del fuoco d’Arabia. Inoltre, non era soddisfatto neppure di quella devozione ad Allah che si riscontrava in alcuni monoteisti arabi, poiché si trattava di una dottrina ambigua, nella quale non si trovava alcuna descrizione della retta via (si veda la nota 5 al commento della sura Ha-Mim Sajdah in Tafhim al-Qur’an). Ma poiché neppure egli (il Profeta) conosceva la retta via, soffriva di una grave perplessità e di un profondo conflitto interiore. Conferendogli la profezia, Allah l’Altissimo rimosse la sua perplessità e il suo conflitto interiore e rese chiara davanti a lui la vera e retta via; così egli acquisì certezza e rassicurazione.

Se si adotta il secondo significato, il senso sarebbe questo: dopo avergli conferito la profezia, Allah l’Altissimo gli donò l’entusiasmo, l’energia, il coraggio, la fermezza della decisione e quell’ampiezza d’animo necessaria per assolvere la gravosa responsabilità di questo incarico. Gli concesse una conoscenza vasta e immensa, che nessun essere umano avrebbe potuto contenere. Gli donò quella saggezza e quella sapienza capaci di rimuovere la massima degenerazione e di renderla ordinata e ben regolata. Gli concesse una capacità tale che, in una società immersa nell’ignoranza, incivile e barbara per la sua ignoranza, priva di mezzi e risorse, non rimase smarrito di fronte alle tempeste e agli sconvolgimenti provocati da forze apertamente sostenitrici dell’opposizione. Sopportò con pazienza tutte le sofferenze, le difficoltà e le calamità che incontrò su questa via. Nessuna forza poté allontanarlo dalla sua posizione. Il significato del comando di Allah l’Altissimo è dunque questo: «O Profeta! Poiché Allah ti ha donato l’immenso tesoro dell’apertura del petto (sharh al-sadr), perché ti rattristi per quelle difficoltà che si manifestano in questa fase iniziale dell’attività?» [1. Alcuni commentatori hanno interpretato sharh al-sadr nel senso di apertura del petto e hanno considerato questo versetto una prova del miracolo dell’apertura del petto menzionato nelle narrazioni degli hadith. Ma la realtà è che la prova di questo miracolo dipende dalle narrazioni degli hadith. Non è corretto tentare di dimostrarlo attraverso il Corano. Dal punto di vista della lingua araba, sharh al-sadr non può in alcun modo essere interpretato nel senso di apertura del petto. L’Allamah Alusi dice in Ruh al-Ma‘ani:

***************************************

Secondo gli studiosi, interpretare in questo versetto «sharh» nel senso di apertura è un’opinione debole.]

***********************************

  • e per te abbiamo elevato la tua menzione.

Queste parole furono pronunciate in un’epoca in cui tutti i nemici dell’Islam tra i Quraysh erano impegnati nella diffamazione del Profeta (pace e benedizioni su di lui). In particolare, durante il pellegrinaggio, secondo il piano proposto da Walid ibn Mughirah, si andava in ogni accampamento dei pellegrini a diffondere sul Profeta ogni sorta di menzogne, cosicché la gente si formasse una cattiva opinione di lui e fuggisse lontano da lui. Come poteva dunque, in una simile situazione, realizzarsi la buona novella dell’elevazione della menzione del Profeta?

In primo luogo, Allah stesso affidò ai nemici il compito di elevare la sua menzione. Proprio a causa dei mezzi adottati dai miscredenti della Mecca per umiliarlo, il suo nome si diffuse in tutta l’Arabia, nei villaggi e nelle campagne, e furono gli stessi nemici a farlo conoscere a tutte le tribù del Paese, portandolo fuori dall’isolamento della Mecca. Era del tutto naturale che la gente volesse sapere chi fosse quell’uomo, che cosa dicesse, che tipo di persona fosse, come fossero quelli influenzati dalla sua magia e quale effetto avesse avuto su di loro la sua magia. Quanto più aumentava la propaganda dei miscredenti della Mecca, tanto più cresceva tra la gente la curiosità di indagare. In seguito, quando grazie a questa ricerca la gente conobbe il suo carattere e il suo comportamento, quando ascoltò il Corano e seppe quale insegnamento egli trasmetteva, e quando gli osservatori videro quanto più elevate e pure fossero diventate le vite di coloro che erano stati influenzati da colui che veniva definito un mago, rispetto a quelle della gente comune d’Arabia, allora la cattiva fama cominciò a trasformarsi in buona fama. Infine, al momento dell’Egira a Medina, la situazione era giunta al punto che tra le tribù arabe vicine e lontane non ve n’era alcuna nella quale almeno qualche individuo o famiglia non avesse abbracciato l’Islam e nella quale alcune persone non fossero diventate favorevoli al Profeta (pace e benedizioni su di lui) e alla sua chiamata. Questa fu la prima fase dell’elevazione della menzione del Profeta (pace e benedizioni su di lui), che si stava svolgendo nel periodo della rivelazione di questa sura e i cui effetti erano osservati da tutti.

Alcuni anni dopo ebbe inizio la sua seconda fase, che a quel tempo nessuno poteva vedere né immaginare. Soltanto Allah l’Onnipotente ne era a conoscenza, ed Egli ne diede al Profeta la lieta notizia. Dopo l’Egira, da un lato gli ipocriti, gli ebrei e tutti i potenti politeisti d’Arabia si adoperavano per diffamare il Profeta; dall’altro, il modello concreto che lo Stato islamico di Medina offriva di devozione ad Allah, timore di Allah, pura moralità, una vita sociale felice e armoniosa, giustizia, uguaglianza, generosità dei ricchi, assistenza ai poveri, rispetto dei trattati e degli impegni, sincerità nelle azioni e così via conquistava i cuori delle persone. I nemici tentarono di ostacolare questa influenza emergente attraverso la guerra. Tuttavia, il gruppo dei credenti formatosi sotto la guida del Profeta dimostrò la propria superiorità in modo tale, grazie alla disciplina, al coraggio, all’assenza di paura della morte e al rispetto dei limiti morali persino in guerra, che tutta l’Arabia finì per riconoscerla. Nel giro di dieci anni, la fama del Profeta (s) si elevò a tal punto che proprio nel paese in cui i suoi oppositori avevano impiegato tutte le loro forze per diffamarlo, in ogni angolo di quel paese risuonava il richiamo di ************************************* -. In seguito, durante l’epoca del califfato dei Rashidun, il suo sacro nome cominciò a essere elevato in tutto il mondo. Questo processo è continuato a crescere fino a oggi e, in sha Allah, continuerà a crescere fino al Giorno della Risurrezione. Non esiste luogo al mondo in cui vi sia una comunità musulmana e in cui, cinque volte al giorno, nell’adhan, non venga proclamata ad alta voce la messaggeria di Muhammad (s); non esiste preghiera in cui non si reciti la benedizione su di lui, né khutba del venerdì in cui il suo nome non venga ricordato; e, nei dodici mesi dell’anno e nelle ventiquattro ore di ogni giorno, non vi è istante in cui il suo nome non venga pronunciato in qualche parte del mondo. Il significato del versetto è dunque questo: «O Profeta, perché ti preoccupi nelle dure difficoltà e calamità di questo periodo? Ho predisposto per elevare il tuo ricordo un mezzo che nessuno avrebbe potuto immaginare neppure in sogno». In un hadith narrato da Abu Sa‘id al-Khudri si riferisce che il Profeta (s) disse: «Gabriele venne da me e mi disse: “Il mio Signore e il tuo Signore chiedono: in che modo ho elevato il tuo ricordo?”. Risposi: “Allah lo sa meglio”. Egli disse: “Allah l’Onnipotente ha dichiarato: quando Io vengo ricordato o si fa menzione di Me, insieme a Me viene ricordato anche il tuo nome”» (Ibn Jarir, Ibn Abi Hatim, Abu Ya‘la, Ibn al-Mundhir, Ibn Hibban, Ibn Mardawayh, Abu Nu‘aym).

****************************************

La verità, dunque, è che insieme alla difficoltà vi è anche l’agio. Indubbiamente, insieme alla difficoltà vi è l’agio.

Questa frase è stata ripetuta due volte affinché il Profeta (s) fosse pienamente consolato: la difficile situazione che stava attraversando non sarebbe durata a lungo; al contrario, subito dopo sarebbe giunta una condizione migliore. A prima vista sembra contraddittorio dire che insieme alla difficoltà vi sarà l’agio, poiché queste due condizioni non possono coesistere nello stesso momento. Tuttavia, invece di dire «dopo la difficoltà viene l’agio», sono state usate le parole «insieme alla difficoltà vi è l’agio» per indicare che il momento dell’agio è così vicino da sembrare quasi congiunto al primo. (Tafhim, vol. 6, Alam Nashrah, note 1, 3 e 4.)

Nono capitolo

L’Egira in Abissinia

L’importanza dell’Egira nella religione islamica

Dopo il jihad, nell’Islam la seconda realtà importante e degna di nota è l’Egira. Perché l’Egira ha una tale importanza nell’Islam? Perché, per un musulmano, ciò che conta di più non è la propria patria, né la propria nazione, e neppure il pane o lo stomaco. Al contrario, la cosa più importante per lui è vivere secondo i principi nei quali ha creduto, così da ottenere il compiacimento di Allah. Se non può vivere secondo quei principi, allora per lui non solo la libertà, ma la vita stessa diventa priva di significato. Egli dipenderà la propria fede da quei principi e, poiché è fermamente convinto che essi siano la verità assoluta, proveniente da Allah e dal Messaggero, preferirà sacrificare la propria vita sulla via di Allah piuttosto che rinunciarvi.

Quei seguaci del Messaggero che emigrarono dall’Arabia in Abissinia lo fecero perché, in quanto arabi, qurayshiti e meccani, godevano di ogni sorta di libertà nella loro patria, nella loro tribù e nella loro città. Ma della libertà di cui erano privi, cioè della libertà di essere musulmani. Per questo abbandonarono la patria e si recarono in un altro Paese. Quando il Messaggero di Allah (s) emigrò dalla Mecca a Medina, perché lo fece? Egli era un abitante della Mecca. A Mecca godeva di tutti quei diritti di cui godeva qualsiasi cittadino della città. Anche i suoi compagni godevano di tutti quei diritti che spettavano loro in quanto Qurayshiti. Ma il motivo per cui egli e i suoi compagni lasciarono le loro case, i parenti e i beni, e partirono con addosso soltanto gli abiti che indossavano, era che, in quanto musulmani, non avevano alcuna libertà. Fu per questa libertà che abbandonarono la patria e partirono con addosso soltanto gli abiti che indossavano, poiché, in quanto musulmani, non avevano alcuna libertà. Fu per questa libertà che abbandonarono la patria e si stabilirono in un’altra città. (Volantino: Āzādī (dell’autore), pp. 11-12.)

Nel Corano si preparano i musulmani all’emigrazione

Quando a Mecca la persecuzione e l’oppressione contro i musulmani raggiunsero il culmine, nel Corano ebbe inizio il processo di prepararli all’emigrazione. Fu proclamato:

*********************************************

«O Miei servi che avete creduto! In verità, la Mia terra è vasta. Adorate dunque Me soltanto e osservate i Miei comandamenti. Ogni anima dovrà gustare la morte. Poi sarete ricondotti tutti a Me. Quanto a coloro che credono e compiono il bene, li sistemeremo nelle alte dimore del Paradiso, sotto le quali scorrono i fiumi; vi resteranno in eterno. Quale eccellente ricompensa per coloro che operano! Questo è per coloro che hanno perseverato e confidato nel loro Signore. Quante sono le creature che non si muovono portando con sé il proprio sostentamento! È Allah a sostentare loro e anche voi. Egli è Colui che ascolta ogni cosa e conosce ogni cosa.» (Al-ʿAnkabūt, 56-60)

Nel primo versetto si fa riferimento all’emigrazione. Il senso è questo: se a Mecca diventa difficile adorare Allah, allora abbandonate il Paese e partite: la terra di Allah non è angusta. Andate ovunque possiate vivere come servi di Allah. Dovete adorare Allah, non la vostra tribù né la vostra patria. Qui si insegna che ciò che conta veramente non è la tribù, la patria o il Paese, bensì l’adorazione di Allah. Se mai l’amore per la tribù, la patria e il Paese entra in conflitto con la richiesta di adorare Allah, quello è il momento in cui viene messa alla prova la fede del credente. Il vero credente adorerà Allah e rifiuterà la tribù, la patria e il Paese. Chi pretende falsamente di avere fede rinuncerà alla fede e resterà aggrappato alla propria nazione e al proprio Paese. Ai musulmani viene spiegato in dettaglio che un autentico adoratore di Allah può anche amare la propria nazione e il proprio Paese, ma non può venerarli. Per lui l’adorazione di Allah è più amata di ogni altra cosa: per essa sacrificherà ogni cosa del mondo, ma non abbandonerà l’adorazione di Allah per amore di alcuna cosa mondana.

Nel secondo versetto si dice: non preoccupatevi della vostra vita; essa finirà in qualunque momento. Nessuno è venuto al mondo per rimanervi in eterno. Pertanto, ciò di cui dovete preoccuparvi non è come salvare la vita in questo mondo, ma come salvare la fede. Se, per salvare la vita, perdete la fede e rinunciate alle esigenze dell’adorazione di Allah, l’esito sarà sempre lo stesso. Preoccupatevi dunque di ciò che porterete con voi quando ritornerete da Me. Porterete una fede sacrificata per la vita, oppure una vita sacrificata per la fede?

Nel terzo e nel quarto versetto si dice: supponete di essere rimasti privati di tutte le benedizioni del mondo per aver seguito la via della fede e delle opere giuste, e di essere falliti dal punto di vista mondano; credete allora che la perdita sarà certamente compensata. Non soltanto la perdita sarà compensata: otterrete piuttosto la migliore delle ricompense. La ricompensa di quei credenti e servi virtuosi che, di fronte a ogni sorta di sofferenze, calamità, afflizioni e perdite, sono rimasti saldi nella fede; che hanno assunto su di sé ogni rischio per abbracciare la fede e non le hanno voltato le spalle; che hanno visto con i propri occhi le opportunità, i vantaggi e il benessere mondano derivanti dall’abbandono della fede, ma non hanno mostrato per essi il minimo interesse; che hanno visto i miscredenti e i peccatori arricchirsi sotto i loro occhi, ma hanno riposto la loro fiducia non in loro, né negli affari, nel commercio e nella tribù, bensì nel proprio Signore; che, ignorando i mezzi e le risorse mondane, confidano esclusivamente nel proprio Signore, sono pronti a sopportare ogni pericolo per amore della fede, a opporsi a ogni forza e, quando il momento lo richiede, a lasciare le proprie case e partire, non andrà mai perduta presso il loro Signore. Egli li sosterrà e li aiuterà anche in questo mondo e nell’Aldilà darà loro l’eccellente ricompensa delle loro opere.

Infine viene dato questo incoraggiamento: durante l’egira non dovete angustiarvi per il sostentamento più di quanto vi preoccupiate della vostra vita. Tra gli innumerevoli animali, uccelli e creature acquatiche che si muovono nell’aria e nel cielo, nell’acqua e sulla terra, chi provvede da sé al proprio sostentamento? È Allah soltanto a nutrirli e sostenerli. Ovunque vadano, per grazia di Allah ricevono in un modo o nell’altro il loro sostentamento. Pertanto, i credenti non devono perdersi d’animo pensando: se, per amore della fede, lasciassimo le nostre case e partissimo per un altro luogo, da dove ricaveremmo il cibo? Allah, che provvede il rizq alle Sue innumerevoli creature, provvederà anche a loro.

Nel cammino della da‘wa della Verità giunge talvolta un momento in cui, per una persona che segue rettamente la Verità, non rimane altra scelta se non distogliere lo sguardo da tutti gli aiuti e i sostegni del mondo dei mezzi materiali e rischiare la propria vita confidando unicamente in Allah. In una simile situazione, coloro che calcolano, esaminano e valutano le possibilità future e, prima di compiere qualsiasi passo, cercano garanzie per la sicurezza della propria vita e per il proprio sostentamento non sono in grado di fare nulla. In realtà, una simile situazione cambia grazie al sacrificio di coloro che si presentano con il sudario già avvolto intorno al capo e sono pienamente pronti ad affrontare ogni pericolo e calamità. È il loro sacrificio che, alla fine, porta quel momento benedetto in cui la Parola di Allah viene innalzata e tutte le parole della falsità vengono umiliate e abbassate di fronte ad essa. (Tafhīm al-Qur’ān, vol. 3, al-‘Ankabūt, note 94-99.)

Altrove è detto:

*****************************************
(O Profeta,) di’: «O Miei servi che avete creduto, temete il vostro Signore. Per coloro che hanno agito rettamente in questo mondo vi è il bene. E la terra di Allah è vasta. Ai pazienti sarà data la loro ricompensa senza misura». (az-Zumar: 10)

Anche qui viene impartita ai credenti questa guida: se un luogo è diventato troppo angusto per adorare Allah, la Sua terra è certamente vasta. Partite verso un altro luogo per salvaguardare la vostra religione. Insieme a ciò viene annunciata loro la buona novella che per loro vi sarà bene sia in questo mondo sia nell’Aldilà. La loro vita terrena sarà messa in ordine, così come quella dell’Aldilà, perché hanno dato la precedenza alla religione rispetto al mondo e ai suoi piaceri. Unicamente per amore della religione hanno lasciato le proprie case, diventando senza dimora, e la propria patria, diventando senza patria, emigrando verso un’altra città o regione. Quando una città, una regione o un paese è diventato troppo angusto per adorare Allah, essi sono partiti verso un altro luogo. Perciò è prevista una ricompensa senza misura per coloro che hanno sopportato ogni sorta di pericoli, calamità e sofferenze per camminare sulla via della devozione ad Allah e della bontà, senza allontanarsi dalla via della Verità. Questa promessa di una ricompensa senza misura non è stata fatta soltanto agli emigrati, ma anche a coloro che, rimanendo saldi in una terra di oppressione e persecuzione, continuano ad affrontare ogni pericolo. (Tafhīm al-Qur’ān, vol. 4, introduzione ad az-Zumar, note 30-32.)

La guida al tempo dell’egira

Nel Nobile Corano ai musulmani oppressi della Mecca non fu dato soltanto l’incoraggiamento a emigrare, ma anche una guida di due tipi. Poiché i musulmani stavano emigrando verso un paese cristiano, in tale situazione fu rivelata la sūra Maryam, nei cui primi due rukū‘ sono narrate le storie del profeta Yahyā e del profeta ‘Īsā, pace su di lui. Ciò significa che, sebbene vi si recassero come rifugiati oppressi, Allah l’Altissimo non insegnò loro in quella circostanza la minima flessibilità riguardo alla propria religione; al contrario, diede loro questa sūra come viatico per il viaggio, affinché, nel paese dei cristiani, potessero presentare la corretta identità e il giusto rango di ‘Īsā e negare con chiarezza che fosse «il figlio di Dio», quali che fossero le conseguenze.

La seconda guida fu data con queste parole:

****************************************************

—E non disputate con la Gente del Libro se non nel modo migliore, eccetto con quelli che sono ingiusti. E dite loro: «Crediamo in ciò che è stato fatto scendere su di noi e in ciò che è stato fatto scendere su di voi. Il nostro Dio e il vostro Dio sono uno solo, e noi siamo a Lui sottomessi». (Al-‘Ankabut: 46)

In altre parole, quando vi troverete di fronte alla Gente del Libro (i cristiani), evitate di discutere con coloro che sono ingiusti e discutete con quelli ragionevoli in modo del tutto logico, usando un linguaggio cortese e decoroso e un tono capace di toccare il cuore. Dite loro: non siamo una setta fanatica che accetta il Libro inviato a noi, ma non quello inviato a voi. Anche noi seguiamo la verità, cioè ci atteniamo alla verità. Come accettiamo quale verità tutto ciò che ci è giunto da parte di Dio, così crediamo anche in ciò che è giunto a voi; il nostro Dio e il vostro Dio non sono diversi. È invece lo stesso Dio, che noi riconosciamo e che anche voi riconoscete. Abbiamo scelto di adorare e obbedire a quello stesso Dio. (Tafhim, vol. 6, introduzione alla sura Al-Haqqah.)

La prima hijra in Abissinia

Quando la situazione divenne insopportabile e la pazienza giunse al limite, nel mese di Rajab del quinto anno della profezia, il Profeta ﷺ disse ai suoi compagni:

*************************************************

—Sarebbe meglio che ve ne andaste in Abissinia. Là vi è un sovrano sotto il cui governo nessuno subisce ingiustizia. È una terra di bene. Rimanete là finché Allah l’Altissimo non predisponga un mezzo per allontanare da voi questa difficoltà.

Seguendo questa indicazione ebbe luogo la prima hijra in Abissinia, alla quale parteciparono undici uomini e quattro donne. Gli uomini dei Quraysh li inseguirono fino alla riva del mare. Ma, per fortuna, nel porto di Shu‘aybah trovarono al momento opportuno una nave diretta in Abissinia e riuscirono a sfuggire alla cattura.

Partecipanti alla prima Egira

Ibn Hisham riferisce da Ibn Ishaq e dice: l’elenco degli emigranti di questa Egira è il seguente:

1. Da Banu Umayya, Hazrat Uthman ibn Affan (ra).

2. Sua moglie, Hazrat Ruqayya, figlia di Rasulullah (s).

(Ibn Abd al-Barr dice che con loro c’era anche Umm Ayman.)

3. Da Banu Abid Shams ibn Abd Manaf, Hazrat Abu Hudhayfa ibn Utba ibn Rabi’a (ra).

4. Sua moglie, Hazrat Sahl bint Suhayl ibn Amr.

5. Da Banu Asad ibn Abd al-Uzza ibn Qusayy, Hazrat al-Zubayr ibn al-Awwam (ra).

(Era il nipote di Hazrat Khadija (ra) e il cugino del Profeta (s.) da parte della zia paterna.)

6. Dai Banu Abd al-Dar ibn Qusayy, Hazrat Mus’ab ibn Umayr (ra).

7. Dai Banu Zuhra ibn Kilab, Hazrat Abd al-Rahman ibn Awf (ra).

8. Dai Banu Makhzum, Hazrat Abu Salama ibn Abd al-Asad (ra).

9. Sua moglie, Umm Salama (ra) (cugina paterna di Abu Jahl).

10. Dai Banu Jumah, Uthman ibn Maz’un (ra) — (zio materno di Umm al-Mu’minin Hazrat Hafsa (ra)).

11. Tra gli alleati dei Banu Adi, Hazrat Amir ibn Rabia al-Anzi (ra).

12. Sua moglie, Layla bint Abi Hasma (ra).

13. Dalla tribù dei Banū ʿĀmir ibn Luʾayy: Abū Sabra ibn Abī Ruhm (che Allah sia soddisfatto di lui).

14. Dalla tribù dei Banū al-Ḥārith ibn Fihr: Suhayl ibn Bayḍāʾ (che Allah sia soddisfatto di lui).

Ibn Saʿd, citando al-Wāqidī, aggiunge altri due nomi: Ḥāṭib ibn ʿAmr ibn ʿAbd Shams e ʿAbdullah ibn Masʿūd (che Allah sia soddisfatto di lui), alleato giurato dei Banū Zuhra. Ibn Isḥāq afferma che in seguito anche Ḥazrat Jaʿfar ibn Abī Ṭālib si unì a loro. Mūsā ibn ʿUqba, tuttavia, nella sua opera al-Maghāzī, afferma che egli si unì a loro non durante la prima emigrazione, bensì durante la seconda. Ibn Isḥāq dice che Ḥazrat ʿAbdullah ibn Masʿūd (che Allah sia soddisfatto di lui) partecipò non alla prima emigrazione, ma alla seconda. Inoltre, citando alcuni autori di biografie del Profeta, al-Zurqānī afferma che insieme ad Abū Sabra (che Allah sia soddisfatto di lui) si trovava anche sua moglie Umm Kulthūm, che era la seconda figlia di Suhayl ibn ʿAmr. Il primo a partire fu Ḥazrat ʿUthmān (che Allah sia soddisfatto di lui). (Al-Bayhaqī)

Il trattamento riservato agli emigrati in Abissinia

Ibn Jarīr al-Ṭabarī dice che l’Abissinia era un’antica destinazione commerciale dei Quraysh. Là essi ricavavano mezzi di sostentamento in grande abbondanza e traevano notevoli profitti dal commercio. Per questo gli emigrati non dovettero affrontare alcuna difficoltà. Gli stessi emigrati dichiararono: «Là vivevamo molto bene. Eravamo completamente al sicuro per quanto riguardava la nostra religione. Adoravamo Allah. Non ci veniva inflitta alcuna sofferenza. Non dovemmo nemmeno ascoltare parole spiacevoli per noi.»

La partenza della delegazione dei Quraysh al loro inseguimento

Quando i Quraysh videro che quelle persone si erano recate in Abissinia e vi soggiornavano al sicuro, inviarono ʿAmr ibn al-ʿĀṣ e ʿAbdullah ibn Abī Rabīʿa presso al-Najāshī, con molti doni preziosi, affinché fossero ricondotti alla Mecca. In al-Bukhārī il nome di questo sovrano è indicato come Aṣḥama. Al-Najāshī, tuttavia, non prestò alcuna attenzione alle loro parole e li rimandò alla Mecca sconfitti. Le narrazioni riguardanti questa delegazione divergono. Secondo alcune narrazioni, insieme a questi due rappresentanti fu inviato anche ʿUmāra ibn al-Walīd ibn al-Mughīra. Secondo altre, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ fu inviato presso al-Najāshī sia al tempo della prima sia al tempo della seconda emigrazione. Tuttavia, nella prima delegazione vi era ʿUmāra, mentre nella seconda vi era ʿAbdullah; Ibn Isḥāq, invece, menziona il nome di ʿAbdullah in entrambe le delegazioni. (Aggiunta dell’autore.)

Il ritorno degli emigrati e le sue cause

In quel mese di Ramadan di quell’anno si verificò un evento, la cui notizia giunse in Abissinia in questa forma: a Mecca gli infedeli erano diventati musulmani.

L’evento si svolse come segue:

Un giorno, mentre la gente dei Quraysh era riunita in assemblea nel Sacro Santuario, il Messaggero di Allah (s) si alzò improvvisamente per parlare, e Allah fece pronunciare dalla sua bocca la sura an-Najm. L’effetto della Parola di Allah fu così intenso e potente che, mentre il Profeta (s) la recitava, il frastuono degli oppositori fece perdere a tutti la coscienza. Al termine della recitazione, quando egli si prosternò, tutti i presenti si prosternarono. Secondo la narrazione di Abd Allah ibn Mas‘ud (ra), riportata da Bukhari, Muslim, Abu Dawud e an-Nasa’i, questa fu la prima sura del Nobile Corano che il Profeta (s) recitò in un’assemblea generale dei Quraysh. Secondo la narrazione di Ibn Mardawayh, nell’assemblea del Santuario erano presenti sia infedeli sia credenti. Infine, quando il Profeta (s) recitò il versetto della prosternazione e si prosternò, tutti i presenti si prosternarono immediatamente. Anche i capi più influenti dei politeisti, che erano in prima linea nell’opposizione, non poterono fare a meno di prosternarsi. Tra gli infedeli, si vide soltanto Umayya ibn Khalaf prendere una manciata di terra, spalmarla sul volto e dire: «Questo basta.»

Il secondo testimone oculare di questo evento fu al-Muttalib ibn Abi Wada‘a, che allora non era ancora musulmano. An-Nasa’i e il Musnad di Ahmad riportano così la sua stessa narrazione:

Quando il Profeta (s) recitò la sura an-Najm e si prosternò, e tutti i presenti caddero in prosternazione, io non mi prosternai. Ora compenso quella mancanza in questo modo: non tralascio mai di compiere la prosternazione della recitazione di quella sura.

Ibn Sa‘d, citando la catena di trasmissione di al-Waqidi, dice che anche al-Walid ibn al-Mughira si applicò una manciata di terra sul volto, perché non aveva potuto prosternarsi a causa della vecchiaia. Anche Abu Uhayha Sa‘id ibn al-‘As si applicò della terra sul volto per la sua anzianità.

Così questo evento divenne una voce popolare e giunse in Abissinia nella forma seguente: tutti i politeisti dei Quraysh erano diventati musulmani. Ma la situazione reale era diversa. I presenti si prosternarono in quel momento, colpiti dall’influenza del Corano; in seguito, però, furono così imbarazzati da chiedersi quale debolezza avessero mai dimostrato. La gente cominciò a rimproverarli dicendo: «Agli altri si vietava di ascoltare quella Parola, ma voi non solo avete teso l’orecchio per ascoltarla, avete persino compiuto la prosternazione insieme a Muhammad (s).» In seguito inventarono una storia per mettersi al riparo. Dicevano: «Ma noi, in realtà…

**********************************************

– Dopo ciò, udimmo dalla bocca di Muhammad (s) queste parole—

*************************************************

-(Queste dee di alto rango, e la loro intercessione, possono certamente essere sperate).

Per questo pensammo che Muhammad (s) fosse ormai venuto sulla nostra strada. Eppure, potrebbe mai anche un pazzo pensare che queste parole potessero avere un posto nel contesto precedente e successivo della sura an-Najm? Essi sostenevano inoltre di aver udito quelle parole con le proprie orecchie dalla bocca del Profeta (s). (Tafhīm, volume 5: Riassunto e introduzione — an-Najm.)

Il mistero della storia dei Gharānīq

È doloroso constatare che, tra i nostri stessi esegeti e muḥaddithūn, alcune narrazioni di questo genere siano diventate famose, con il risultato che ciò che i miscredenti affermano di aver udito dalla bocca del Profeta (s), in realtà sarebbe uscito proprio dalla sua bocca. E sarebbe uscito dal desiderio che, in qualche modo, venissero rimossi l’odio e l’ostilità esistenti tra lui e i miscredenti. E Satana, approfittando di questo suo desiderio, avrebbe fatto uscire quelle parole dalla sua bocca.

La storia viene narrata così: nel cuore del Profeta (s) nacque il desiderio: «Ah, se soltanto nel Corano fosse rivelato qualcosa che facesse svanire l’odio dei miscredenti Quraysh contro l’Islam e li avvicinasse un poco! Almeno, che non vi fosse una critica così severa contro la loro religione da esasperarli». Questo desiderio era presente nel suo cuore quando, un giorno, mentre si teneva una grande assemblea dei Quraysh, gli fu rivelata la sura an-Najm, che egli cominciò a recitare. Quando egli—

******************************************************

Quando giunse a quel punto, all’improvviso dalle sue labbra uscirono queste parole:

****************************************************

Poi continuò a recitare i versetti successivi della sura. Dopo aver terminato la sura, quando si prostrò, tutti, politeisti e musulmani, caddero in prosternazione. I miscredenti dei Quraysh dissero: «Quale divergenza rimane ormai tra noi e Muhammad (s)? Noi abbiamo sempre detto che il Creatore e il Provveditore sono certamente Allah, e che queste nostre divinità sono interceditrici per noi presso di Lui». La sera Gabriele (a) venne e disse: «Che cosa avete fatto? Queste due frasi non le ho portate io». Per questo il Profeta (s) ne fu profondamente addolorato. Allora Allah l’Altissimo rivelò il versetto che si trova nell’ottavo rukūʿ della sura Banī Isrāʾīl: «Un orientalista del mondo occidentale ha affermato, con disonesta invenzione, che quei versetti satanici furono abrogati e che al loro posto furono rivelati i versetti 21 e 22 della sura al-Najm. Eppure si tratta di un’affermazione del tutto priva di prove e argomenti: egli non ha citato alcuna catena di trasmissione né è stato in grado di presentare alcuna informazione attendibile» — l’Autore.

*****************************************

— In altre parole: «O Profeta, costoro non hanno lasciato nulla d’intentato nel tentativo di gettarti nella sedizione e allontanarti dalla Rivelazione che ti abbiamo inviato, affinché tu componessi a mio nome qualcosa di tuo….. Poi non avresti trovato alcun soccorritore contro di Me».

Questo episodio continuò sempre a opprimere di dolore il cuore del Profeta. Infine fu rivelato il versetto 52 della sura al-Ḥajj, con il quale il Venerabile (s) venne consolato così: «Lo stesso è accaduto anche ai profeti che ti hanno preceduto: ogni volta che un profeta concepiva un desiderio, Satana vi interveniva. Ma Allah annulla ciò in cui Satana interviene e rende saldi i Suoi versetti».

Nel frattempo, la notizia che, dopo aver ascoltato il Corano, la gente dei Quraysh si era prosternata insieme al Profeta fu fatta giungere in Abissinia in una forma così abbellita da far credere che fosse stata conclusa una tregua tra il Profeta (s) e i miscredenti della Mecca. Di conseguenza, molti emigranti tornarono alla Mecca. Ma, una volta arrivati, appresero che la notizia della tregua era falsa. Lo scontro e il conflitto tra l’Islam e la miscredenza erano rimasti esattamente come prima.

Questa storia è stata citata da Ibn Jarīr e da molti esegeti nei loro tafsīr, da Ibn Saʿd nella Ṭabaqāt, da al-Wāḥidī nell’Asbāb al-nuzūl, da Mūsā ibn ʿUqba nel Maghāzī, da Ibn Isḥāq nella Sīra, e da Ibn Abī Ḥātim, Ibn al-Mundhir, al-Bazzār, Ibn Mardūwayh e al-Ṭabarānī nelle loro raccolte di ḥadīth. Le catene di trasmissione sulla cui base è stata riportata risalgono a Muḥammad ibn Qays, Muḥammad ibn Kaʿb al-Quraẓī, ʿUrwa ibn al-Zubayr, Abū Ṣāliḥ, Abū al-ʿĀliya, Saʿīd ibn Jubayr, al-Ḍaḥḥāk, Abū Bakr ibn ʿAbd al-Raḥmān ibn al-Ḥārith, Qatāda, Mujāhid, al-Suddī, Ibn Shihāb al-Zuhrī e infine Ibn ʿAbbās (ra). Ad eccezione di Ibn ʿAbbās (ra), nessuno di loro era un Compagno. Oltre a piccole divergenze nei dettagli della storia, vi sono due divergenze molto importanti. La prima: le parole attribuite al Profeta in lode delle divinità sono diverse in ciascuna versione rispetto alle altre. La seconda grande divergenza è questa: secondo una versione, mentre la Rivelazione veniva fatta scendere, Satana avrebbe insinuato quelle parole nel Profeta o nella sua mente, ed egli avrebbe creduto che fossero state portate da Gabriele (a). Secondo un’altra versione, quelle parole sarebbero uscite per errore dalla sua bocca come reazione involontaria a un desiderio interiore. In un’altra ancora si dice che egli le avrebbe pronunciate intenzionalmente, ma sotto forma di domanda, con l’intento di negarle. Secondo alcuni racconti, Satana avrebbe mescolato la propria voce a quella del Profeta pronunciando tali parole, e si sarebbe creduto che le avesse pronunciate lui (il Profeta). Secondo un’altra versione ancora, quelle parole sarebbero state pronunciate da qualcuno tra i politeisti.

Ibn Kathir, Bayhaqi, Qadi Iyad, Ibn Khuzayma, Qadi Abu Bakr Ibn al-Arabi, Imam al-Razi, al-Qurtubi, Badr al-Din al-Ayni, al-Shawkani, al-Alusi e altri sapienti hanno dichiarato completamente falsa questa storia. Ibn Kathir afferma: «Tutte le catene di trasmissione nelle quali è stata riportata questa narrazione sono mursal e munqati. Non ho trovato questa storia in alcuna catena autentica e connessa». Bayhaqi afferma: «Questa storia non è comprovata dal punto di vista della trasmissione». Quando fu chiesto a Ibn Khuzayma riguardo a ciò, egli rispose: «È una storia inventata dagli zindiq; la sua debolezza è dimostrata dal fatto che nessuno degli autori dei Sihah Sitta l’ha riportata nei propri libri. Né è stata trasmessa da narratori affidabili attraverso una catena autentica, connessa e irreprensibile». Imam al-Razi, Qadi Abu Bakr e Imam al-Alusi l’hanno respinta, dopo un’ampia discussione e con argomenti forti. D’altra parte, eminenti muhaddith come Hafiz Ibn Hajar, celebri giuristi come Abu Bakr al-Jassas, al-Zamakhshari e Ibn Jarir la considerano autentica e la annoverano tra i commenti al versetto 52 della sura al-Hajj. L’argomentazione di Ibn Hajar è la seguente:

Ad eccezione della catena di Sa’id ibn Jubayr, le altre catene attraverso le quali questa narrazione è pervenuta sono deboli oppure munqati. Tuttavia, la molteplicità delle catene dimostra che essa deve avere un fondamento.

Inoltre, essa è stata riportata da al-Bazzar attraverso una catena autentica e connessa (cioè: Yusuf ibn Hammad, da Umayya ibn Khalid, da al-Shu’ba, da Abu Bishr, da Sa’id ibn Jubayr, da Abu Abbas). Attraverso altre due catene è invece mursal, ma i narratori soddisfano i criteri dei due Sahih. Queste due narrazioni sono state riportate da al-Tabari: una attraverso Yunus ibn Yazid, da Ibn Shihab; l’altra attraverso Mu’tamir ibn Sulayman e Hammad ibn Salama, da Dawud ibn Abi Hind, da Abu al-Aliya. Quanto ai sostenitori della medesima opinione, essi l’hanno senz’altro accettata come autentica. Anche gli oppositori, in genere, non hanno compiuto in proposito una verifica e una critica adeguate. Un gruppo la respinge perché, a loro giudizio, la sua catena non è autentica. Ciò significa che, se la catena fosse stata forte, questi illustri studiosi avrebbero accettato la storia come vera. Un altro gruppo la respinge perché, a partire da essa, l’intera religione diventerebbe oggetto di sospetto e sorgerebbero dubbi riguardo a ogni suo aspetto, con il timore che chissà dove possano essersi insinuati suggerimenti satanici o interventi delle passioni. Un simile argomento può soddisfare coloro che sono risoluti nell’abbracciare la fede. Ma negli altri, cioè in coloro che nutrivano dubbi fin dall’inizio o che ora vogliono esaminare la questione per decidere se credere oppure no, non susciterà certo l’impulso a respingere gli elementi che rendono la religione sospetta. Essi diranno: quando un fatto è attestato dalla narrazione di almeno un illustre Compagno, di numerosi tabi’in, tabi’ al-tabi’in e di diversi affidabili trasmettitori di hadith, perché mai dovrebbe essere respinto per il fatto che rende sospetta la vostra religione? Invece, perché non dovrebbe essere considerata sospetta la vostra religione, dal momento che questo fatto la rende tale?

Ora resta da vedere quale possa essere il corretto metodo di critica e verifica attraverso il quale, dopo un esame, questa narrazione possa essere giudicata inaccettabile, per quanto forte possa essere la sua catena di trasmissione.

Il primo elemento è la sua stessa testimonianza interna, che la dimostra falsa. Nella storia si afferma che l’evento ebbe luogo dopo la conclusione della prima emigrazione in Abissinia e che, avuta notizia di tale evento, un gruppo di emigranti tornò alla Mecca. Osservate ora la differenza tra le date:

— Secondo narrazioni affidabili, l’emigrazione in Abissinia ebbe luogo nel mese di Rajab del quinto anno della missione profetica. Un gruppo di emigranti, avendo udito la falsa notizia di un accordo, tornò alla Mecca tre mesi dopo, cioè probabilmente nello stesso anno, nel mese di Shawwal. Da ciò risulta che l’evento ebbe luogo nel quinto anno della missione profetica.

— Riguardo a un versetto della sura Bani Isra’il si afferma che fu rivelato, dopo il Mi’raj, per esprimere il disappunto di Allah per questo atto del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Secondo narrazioni affidabili, il Mi’raj ebbe luogo nell’undicesimo o dodicesimo anno della missione profetica. Ciò significa che Allah espresse il Suo disappunto cinque anni dopo l’evento.

— Poi, il contesto precedente e seguente del versetto 52 della sura al-Hajj indica che esso fu rivelato nel primo anno dell’Egira. In altre parole, due anni e mezzo dopo l’espressione del disappunto nei confronti del Profeta, fu dichiarato che, poiché tale commistione era stata operata da Satana, essa era stata abrogata e resa nulla.

Può una persona dotata di ragione credere che l’inserimento sia avvenuto oggi, che il disappunto sia stato espresso sei anni dopo e che l’annuncio dell’abrogazione dell’inserimento sia stato fatto nove anni dopo?

In seguito, in questa narrazione si afferma che l’inserimento ebbe luogo nella sura an-Najm, nel modo seguente: fin dall’inizio il Profeta (pace e benedizioni su di lui) recitava le parole autentiche della sura. Improvvisamente, dopo essere giunto fino a ******************************, questa frase fu aggiunta da lui stesso oppure sotto l’istigazione di Satana. Poi continuò a recitare i versetti successivi della sura an-Najm. A questo proposito si racconta che i miscredenti della Mecca, udendoli, ne furono molto lieti e dissero: «Ora la nostra divergenza con Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è finita». Ma provate a inserire questa frase aggiunta nella continuità del discorso della sura an-Najm.

«Avete dunque riflettuto su al-Lāt e al-‘Uzzā e su Manāt, la terza, l’altra divinità? Queste sono divinità di altissimo rango. La loro intercessione è certamente da sperare. Per voi i figli maschi e per Lui (Allah) le figlie? Questa è davvero una spartizione profondamente ingiusta. In realtà, tutto ciò non è altro che alcuni nomi che avete dato voi e i vostri padri; Allah non ha fatto scendere alcuna autorità a sostegno della loro verità. Essi seguono soltanto supposizioni e concezioni inventate, mentre è già giunta loro la retta guida da parte del loro Signore.»

Osservate come, nel discorso sopra riportato, le due frasi sottolineate producano una contraddizione assolutamente evidente. In un unico respiro si afferma che le vostre divinità sono davvero di altissimo rango e che la loro intercessione è certamente da sperare. Nel respiro successivo si scaglia contro di loro l’accusa: «O sciocchi! Come avete potuto attribuire figlie a Dio? Che modo illegittimo di procedere è questo: voi avrete i figli maschi, mentre a Dio toccheranno le figlie? Queste sono vostre invenzioni, prive di qualsiasi autorità da parte di Dio». Per un momento, lasciate da parte la domanda se parole così assurde possano uscire dalla bocca di una persona saggia. Ammettete pure che Satana abbia preso il controllo e abbia fatto pronunciare queste parole. Ma forse l’intera assemblea dei Quraysh che le ascoltava era impazzita, al punto da continuare a ritenere che le loro divinità fossero state realmente lodate, anche dopo aver udito nelle frasi successive la chiara confutazione di quelle parole elogiative? Fino alla fine della sura an-Najm, l’intero contesto è completamente contrario a questa frase elogiativa. Come si può credere che i Quraysh, dopo averla ascoltata fino alla fine, abbiano gridato gioiosamente: «Venite, oggi la nostra divergenza con Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è finita»?

Questa è la testimonianza interna della narrazione, che dimostra come essa sia falsa e priva di senso. La seconda cosa da esaminare è se la successione coerente del Corano accetti il contesto della rivelazione attribuito in essa ai tre versetti. La narrazione sostiene che l’inserimento avvenne nella sura an-Najm, rivelata nel quinto anno della missione profetica. A causa di questo inserimento, nella sura Banū Isrāʾīl viene espresso il disappunto. In seguito, la sua confutazione e spiegazione vengono presentate nei versetti della sura al-Ḥajj. Ora, inevitabilmente, deve essersi verificata una delle due possibilità. O i versetti che esprimono il disappunto e quelli che lo confutano furono rivelati anch’essi nello stesso periodo in cui avvenne l’inserimento, oppure il versetto del disappunto fu rivelato insieme alla sura Banū Isrāʾīl e quello della confutazione insieme alla sura al-Ḥajj.

Se si verificò la prima possibilità, che stranezza è mai questa: questi due versetti non furono inclusi proprio nella sura an-Najm; al contrario, il versetto che esprimeva il disappunto fu lasciato da parte per sei anni e, quando fu rivelata la sura Banū Isrāʾīl, venne collocato in un punto di essa. Poi i versetti che confutavano l’inserimento furono lasciati da parte per due anni e mezzo e non furono inseriti in alcun luogo fino alla rivelazione della sura al-Ḥajj. È forse questa la successione ordinata del Corano: che i versetti rivelati nello stesso periodo rimanessero separati e dispersi, e che dopo alcuni anni alcuni venissero collegati a una sura e altri a una sura diversa?

Ma se si verificò la seconda possibilità, cioè che il versetto del disappunto fosse stato rivelato sei anni dopo l’evento e quello della confutazione otto o nove anni dopo, oltre all’irrilevanza che abbiamo già menzionato, sorge la domanda: quale occasione vi era per la loro rivelazione nella sura Banū Isrāʾīl e nella sura al-Ḥajj?

A questo punto ci si presenta il metodo corretto di critica e verifica. Vale a dire: bisogna esaminare l’interpretazione attribuita a un versetto e vedere se il contesto coranico precedente e successivo la accetta. Leggete l’ottavo rukūʿ della sura Banū Isrāʾīl e date un’occhiata anche al discorso che lo precede e a quello che lo segue. Nella continuità di questo discorso, vi è forse spazio per un rimprovero al Profeta a proposito di un evento avvenuto sei anni prima? (Bisogna inoltre esaminare se nel versetto ***************************** il Profeta (pace e benedizioni su di lui) sia stato rimproverato e se le parole del versetto contestino il coinvolgimento del Profeta nella tentazione suscitata dai miscredenti oppure ne riconoscano la veridicità.) Allo stesso modo, leggete la sura al-Ḥajj: leggete il discorso precedente al versetto 52 e anche quello successivo. Riuscite a trovare una ragione logica per cui, in questo contesto precedente e successivo, sia comparso improvvisamente quanto segue: «O Profeta! Non preoccuparti per l’inserimento nel Corano che fu compiuto da te nove anni fa. Anche ai profeti precedenti Satana fece compiere quest’atto; e quando i profeti lo fecero, Allah lo abrogò e ristabilì saldamente i Suoi versetti»?

Abbiamo già affermato più volte, e lo ripetiamo ancora, che per quanto una tradizione (riwaya) possa essere luminosa come il sole dal punto di vista della catena di trasmissione, essa non può essere accettata se il suo testo (matn) offre una chiara testimonianza della propria falsità e se le parole del Corano, il contesto precedente e successivo, la sequenza delle affermazioni e ogni altro elemento rifiutano di accoglierla. Questi argomenti basterebbero a creare anche nella mente di un ricercatore scettico e imparziale la ferma convinzione che questa storia è del tutto falsa. Resta ora il caso del credente. Egli non può in alcun modo accettarla quando vede chiaramente che questa narrazione è in contrasto non con un solo versetto del Corano, bensì con numerosi versetti. Per un musulmano è assai facile ammettere che gli autori di questa narrazione (riwaya) siano stati tratti in errore. D’altra parte, egli non può assolutamente credere che il Messaggero di Allah (s) abbia mai aggiunto di propria volontà anche una sola parola al Corano. Né può credere che nella mente del Profeta (s) sia mai sorta, anche per un solo istante, l’idea di mescolare qualcosa di politeismo al tawhid per compiacere i miscredenti. Né può credere che egli abbia potuto nutrire, riguardo ai comandamenti di Allah l’Altissimo, il desiderio che Allah non pronunciasse parole tali da irritare i miscredenti. Né può accettare l’idea che la rivelazione gli giungesse in modo insicuro e dubbio, così che, insieme a Gabriele (la pace sia su di lui), anche Satana potesse inserirgli qualche parola e che egli ritenesse erroneamente che anch’essa fosse stata portata da Gabriele (la pace sia su di lui). Ognuna di queste affermazioni è contraria alle chiare spiegazioni del Corano. Inoltre, è contraria alle dottrine consolidate che nutriamo riguardo al Corano e a Muhammad (s). Chiediamo rifugio e protezione ad Allah da una simile venerazione delle tradizioni, cioè da una tale tendenza ad accettarle ciecamente, che, basandosi soltanto sulla continuità della catena di trasmissione, sull’affidabilità dei narratori e sull’abbondanza dei metodi di trasmissione, prepara un musulmano ad accettare persino affermazioni così gravi riguardo al Libro di Allah e al Suo Messaggero.

Ritengo opportuno dissipare anche il dubbio che sorge osservando il numero straordinariamente elevato di narratori coinvolti nella trasmissione di questa storia. Qualcuno potrebbe chiedere: se questa storia non ha alcun fondamento, come ha potuto una falsità tanto grande contro il Profeta (s) e il Corano giungere a essere diffusa attraverso narratori di hadith così affidabili? La risposta è che le sue cause si trovano nello stesso patrimonio degli hadith. In Bukhari, Muslim, Abu Dawud, Nasa’i e nel Musnad di Ahmad, l’evento reale è narrato nel modo seguente:

Il Profeta (s) recitò la sura an-Najm e, quando alla fine si prostrò, tutti i presenti, musulmani e politeisti, caddero in prostrazione. Questo è tutto ciò che accadde. E non vi era nulla di sorprendente. Innanzitutto, la forza dell’argomentazione coranica e il suo stile espressivo, capace di toccare il cuore; poi, la sua recitazione dalla bocca del Profeta (s), con la dignità della rivelazione. Dopo aver ascoltato ciò, se l’intera assemblea fosse stata sopraffatta dall’emozione e tutti si fossero prostrati insieme al Profeta (s), non ci sarebbe stato nulla di cui meravigliarsi. Era proprio questo il motivo per cui gli abitanti della Mecca dicevano: «Quest’uomo è un mago». Si sa tuttavia che in seguito i Quraysh si vergognarono di questa loro reazione collettiva e che uno di loro, o forse alcuni di loro, spiegò così la ragione del loro gesto: «Dalla bocca di Muhammad (s) abbiamo udito con le nostre stesse orecchie alcune parole di elogio delle nostre divinità, e per questo ci siamo prostrati insieme a lui». [Yaqut scrive nel Mu’jam al-buldan, alla voce «al-‘Uzza», che gli abitanti della Mecca, mentre compivano il tawaf intorno alla Ka‘ba, dicevano:

*******************************************

Da ciò si può supporre che, dopo aver udito dalla bocca del Profeta (s) la menzione di al-Lat e al-‘Uzza, qualcuno abbia pronunciato queste parole sovrapponendo la propria voce alla sua, e che coloro che ascoltavano da lontano ne abbiano tratto un’idea errata — l’autore.]

D’altra parte, l’evento giunse agli emigranti in questa forma: il Profeta (s) e i Quraysh avevano stipulato un accordo. Infatti, gli osservatori avevano visto il Profeta (s) e i politeisti prostrarsi insieme. Questa voce suscitò un’agitazione tale che tutti gli emigranti, o la maggior parte di loro, ritornarono alla Mecca. Nel giro di un breve periodo, queste tre cose — la prostrazione dei Quraysh, la causa di tale prostrazione e il ritorno degli emigranti — si unirono e assunsero la forma di questa storia; alcuni uomini affidabili finirono così per trasmetterla. Gli esseri umani restano esseri umani. Anche persone di grande virtù e intelligenza commettono talvolta degli errori. I loro errori possono essere più dannosi di quelli della gente comune. Coloro che eccedono nella venerazione accettano ciecamente, insieme alle parole corrette di questi grandi uomini, anche quelle errate. Quanto alle persone animate dall’ostilità, raccolgono selettivamente i loro errori e li presentano come prova del fatto che tutto ciò che ci è giunto attraverso di loro debba essere respinto. (Tafhim, vol. 3, Hajj, nota 99.)

La situazione degli emigranti di ritorno

Avendo appreso che gli abitanti della Mecca erano diventati musulmani, nel mese di Shawwal del quinto anno della profezia gli emigranti ritornarono dall’Abissinia alla Mecca. Ibn Sa‘d afferma che tutti gli emigranti tornarono alla Mecca. Ibn Ishaq, invece, dice che alcuni tornarono e altri no. Al-Baladhuri non si limita a riferire il ritorno di tutti coloro che per primi emigrarono in Abissinia; presenta anche l’elenco completo e indica sotto la protezione di chi ciascuno di loro entrò alla Mecca. Quando giunsero nei pressi della Mecca, incontrarono un uomo dei Banu Kinana. Gli chiesero notizie della situazione dei Quraysh. Egli rispose che Muhammad (s) aveva menzionato le loro divinità in termini elogiativi. Di conseguenza, tutti si erano schierati dalla parte di Muhammad (s). Quando poi gli emigranti continuarono, come prima, a condannare le loro divinità, anche i Quraysh li trattarono duramente.

In tale situazione i Muhājirūn si consultarono tra loro dicendo: «Dobbiamo tornare nuovamente in Abissinia, oppure, visto che siamo già arrivati fin qui, perché non entriamo alla Mecca? Poi vedremo cosa si può fare». Così ciascuno di loro entrò alla Mecca sotto la protezione di qualcuno. L’unica eccezione fu Ibn Masʿūd (ra), che entrò alla Mecca senza la protezione di nessuno e, dopo esservi rimasto per qualche tempo, partì per l’Abissinia. È quanto riferiscono Ibn Saʿd, Balādhurī e altri riguardo a Ibn Masʿūd (ra). Ibn al-Qayyim, invece, ha scritto nello Zād al-Maʿād che egli rimase alla Mecca. D’altra parte, abbiamo già citato l’affermazione di Ibn Isḥāq secondo cui egli non emigrò affatto.

Balādhurī ha riferito dettagliatamente chi offrì protezione a ciascuno dei Muhājirūn di ritorno quando entrarono alla Mecca.

1. Abū Waḥayna Saʿīd ibn al-ʿĀṣ offrì protezione a ʿUthmān (ra).

2. Umayya ibn Khalaf offrì protezione ad Abū Ḥudhayfa (ra), figlio di ʿUtba ibn Rabīʿa.

3. Zubayr (ra), figlio di al-ʿAwwām — protettore: Zamʿa ibn al-Aswad.

4. Muṣʿab (ra), figlio di ʿUmayr — protettore: al-Naḍr ibn al-Ḥārith ibn Kalada (oppure Abū ʿAzīz ibn ʿUmayr).

5. ʿAbd al-Raḥmān (ra), figlio di ʿAwf — protettore: al-Aswad ibn ʿAbd Yaghūth.

6. ʿĀmir ibn Rabīʿa — protettore: ʿĀṣ ibn Wāʾil al-Sahmī.

7. Hazrat Abu Sabra (che Allah sia soddisfatto di lui), figlio di Abi Ruhm — protettore: Uknas ibn Shurayk.

8. Hazrat Hatib (che Allah sia soddisfatto di lui), figlio di Amr — protettore: Huwaytib ibn Abd al-Uzza.

9. Hazrat Suhayl (che Allah sia soddisfatto di lui), figlio di Bayda — protettore: un membro della sua tribù. (Secondo un’altra versione, si nascose alla Mecca e poi partì per l’Abissinia).

Al-Baladhuri, citando al-Waqidi, e Ibn Hisham, con qualche divergenza, citando Ibn Ishaq, riferiscono che Hazrat Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui), figlio di Maz’un, si pose sotto la protezione di Walid ibn al-Mughira. Ma quando vide che gli altri musulmani erano sottoposti a torture estreme, mentre lui viveva e si muoveva in grande tranquillità sotto la protezione di Walid, si vergognò e cominciò a pensare tra sé: «I miei compagni e correligionari sono in difficoltà, mentre io mi trovo sotto la protezione di un politeista: questa è una grande debolezza del mio animo». Allora disse a Walid: «Liberami dalla tua protezione». Walid rispose: «Figliolo, hai visto sotto la mia protezione qualcosa che non fosse bene? Qualcuno ti ha trattato male?». Hazrat Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui), senza muovere alcuna accusa, rispose: «Cerco rifugio presso Allah. Non desidero rimanere sotto la protezione di nessuno all’infuori di Lui». Walid disse: «Allora vai al Santuario e annuncia che sei libero dalla mia protezione, così come io avevo annunciato di averti preso sotto la mia protezione». Hazrat Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui) si preparò con animo sereno. Egli e Walid andarono insieme al Santuario. Walid disse: «Questo è Uthman, venuto a restituirmi la mia protezione». Hazrat Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «È vero. Ho trovato nella protezione di Walid quella di un uomo nobile e fidato. Ma ora non desidero rimanere sotto la protezione di nessuno se non Allah. Per questo ho rinunciato alla sua protezione». In quel periodo il celebre poeta arabo Labid ibn Rabi’a era giunto alla Mecca. Mentre recitava le sue poesie, pronunciò anche questo verso:

*******************************************

«Fate attenzione: tutto è vano eccetto Allah».

Hazrat Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui), figlio di Maz’un, esclamò: «Avete detto la verità».

Poi, quando recitò il secondo verso,

***************************************

«E ogni bene è certamente destinato a perire».

Hazrat Uthman (che Allah si compiaccia di lui) disse: «Questa è una falsità. Le benedizioni del Paradiso non sono destinate a perire».

Labid si adirò e disse rivolgendosi ai Quraysh: «Non è mai stato disonorevole sedere con voi, né la maleducazione e l’insolenza vi si addicono». Allora un uomo dei Banu Mughira si alzò e colpì con forza Hazrat Uthman sul volto, facendogli diventare nero un occhio. Al-Walid disse beffardamente: «Ragazzo, che vantaggio ne hai ricavato?». Uthman rispose: «Anche il mio secondo occhio desidera ricevere lo stesso colpo ricevuto dal suo compagno». Al-Walid disse: «Eri sotto la protezione di un uomo che ti proteggeva». Hazrat Uthman (che Allah si compiaccia di lui) disse: «Per Dio! D’ora in poi non accetterò la protezione di nessuno se non quella di Allah». Durante questa discussione, Abdullah ibn Abi Umayya ibn al-Mughira colpì al naso e ferì gravemente l’uomo che aveva schiaffeggiato Hazrat Uthman.

Ibn Hisham riferisce, citando Ibn Ishaq, che Hazrat Abu Salama si mise sotto la protezione del suo zio materno Abu Talib, poiché era figlio di Barra, figlia di Abd al-Muttalib e sorella di Abu Talib. I Banu Makhzum dissero ad Abu Talib: «Avete preso sotto la vostra protezione vostro nipote; ma quale rapporto avete con il nostro uomo, per proteggerlo in questo modo?». Egli rispose: «Muhammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) è mio nipote, mentre Abu Salama è figlio di mia sorella. Se posso proteggere mio nipote, perché non dovrei poter proteggere il figlio di mia sorella?». I Banu Makhzum stavano per iniziare una disputa, quando Abu Lahab si alzò e disse: «O Quraysh! Avete fatto molto contro il nostro anziano e continuate a esercitare pressione su di lui affinché espella dalla sua protezione chiunque egli protegga tra la sua gente. Per Dio! O smettete di molestarlo, oppure anch’io mi schiererò al suo fianco».

Udendo queste parole di Abu Lahab, i Banu Makhzum si spaventarono e dissero: «O Abu Utba, non vogliamo farti adirare».

Al-Tabari dice che, tra coloro che fecero ritorno, Hazrat Uthman (che Allah si compiaccia di lui) ibn Affan e sua moglie Hazrat Ruqayya (che Allah si compiaccia di lei), figlia del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), nonché Hazrat Abu Hudhayfa (che Allah si compiaccia di lui) e sua moglie Sahla, figlia di Suhayl ibn Amr, rimasero alla Mecca e vi soggiornarono fino all’emigrazione a Medina. Tuttavia, vi sono dubbi su questo resoconto, poiché Ibn Ishaq menziona il suo nome tra coloro che compirono la seconda emigrazione in Abissinia e lo include nel gruppo di trentatré uomini e otto donne che dall’Abissinia giunse alla Mecca prima dell’emigrazione del Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) a Medina. Di questi, due morirono, sette furono fatti prigionieri e ventiquattro parteciparono alla battaglia di Badr.

La seconda emigrazione in Abissinia

Quando la persecuzione e l’oppressione dei musulmani della Mecca raggiunsero il culmine e il Profeta (s) vide che l’Abissinia si era dimostrata un rifugio sicuro per i musulmani, ordinò nuovamente agli oppressi di recarvisi. Così, nel sesto anno della profezia (615 d.C.), ebbe luogo la seconda egira. Sebbene i Quraysh facessero ogni sforzo per impedire l’emigrazione e molestassero in vari modi gli emigranti, questa volta più di ottanta uomini e diciotto o diciannove donne raggiunsero sani e salvi l’Abissinia. Ibn Sa‘d indicò il numero degli uomini in 83 e menzionò 11 donne qurayshite e 7 non qurayshite. Tra gli 83 uomini è stato incluso anche il nome di ‘Ammar ibn Yasir (ra). Ibn Ishaq, tuttavia, nutriva dubbi sulla sua partecipazione. Gli storici Waqidi, Ibn ‘Uqba e altri affermarono con assoluta certezza che egli non era tra loro. Al contrario, Ibn ‘Abd al-Barr sostenne con fermezza che ne faceva parte. Tra questi emigranti è stato menzionato anche il nome di Abu Musa al-Ash‘ari (ra). La verità, però, è che egli non emigrò dalla Mecca. Era invece giunto dapprima alla Mecca, si era convertito all’Islam, poi era tornato nello Yemen, dove aveva continuato a diffondere l’Islam. In seguito partì dallo Yemen su una nave insieme ad alcuni membri della sua tribù, il cui numero è indicato in 52 o 53. Il vento, tuttavia, condusse la loro nave sulle coste dell’Abissinia. In questo modo essi si unirono agli emigranti. In al-Bukhari e Muslim è riportata la seguente narrazione personale di Abu Musa (ra): «Quando udimmo l’annuncio della missione profetica del Messaggero di Allah (s), mentre ci trovavamo nello Yemen, ci imbarcammo su una nave. La nostra nave, però, ci portò in Abissinia. Là incontrammo Ja‘far ibn Abi Talib. In seguito, al momento della conquista di Khaybar, raggiungemmo Khaybar insieme a lui». Ibn Sa‘d cita una dichiarazione analoga di Abu Musa: «Partimmo dallo Yemen insieme a più di cinquanta membri della nostra tribù, e la nostra nave ci portò nel territorio del Najashi (il re d’Abissinia). Là Ja‘far ibn Abi Talib (ra) si trovava già sin dall’inizio.»

Elenco degli emigranti

Da questo elenco degli emigranti si può comprendere l’importanza di questa egira, che Ibn Hisham ha inserito citando Ibn Ishaq.

Dai Banu Hashim

1. Ja‘far ibn Abi Talib (ra).

2. Sua moglie Asma’ bint ‘Umays al-Khath‘amiyya.

Dai Banu Umayya

3. ‘Uthman ibn ‘Affan (ra).

4. Sua moglie, Hazrat Ruqayya (r.a.), figlia dell’Inviato di Allah (s.a.s.).

5. Amr ibn Sa’id ibn al-‘As (r.a.).

6. Sua moglie, Fatima bint Safwan.

7. Suo fratello, Khalid ibn Sa’id ibn al-‘As (r.a.).

8. Sua moglie, Umayna Khalaf.

Dalla tribù legata da un patto ai Banu Umayya

9. Hazrat Abdullah ibn Jahsh (r.a.). (Dai Banu Ghanm ibn Dudan e fratello di Hazrat Zaynab (r.a.), Madre dei Credenti.)

10. Suo fratello, Ubaydullah ibn Jahsh (r.a.).

11. Sua moglie Umm Habība.

12. Qays ibn ʿAbd Allāh.

13. Sua moglie Baraka bint Yāsar.

14. Muʿayqib ibn Abī Fāṭima.

Dai Banū ʿAbd Shams ibn ʿAbd Manāf

15. Abū Hudhayfa (ra) ibn ʿUtba ibn Rabīʿa.

16. ʿUtba ibn Ghazwān (ra).

17. Zubayr (ra) ibn al-ʿAwwām ibn Khuwaylid.

18. Aswada (ra) bin Nawfal bin Khuwailid,

(Zubayr e Aswad erano nipoti di Hazrat Khadija (ra)).

19. Yazid (ra) bin Umayya bin Harith bin Asad.

Dai Banu Abd ibn Qusayy

21. Tulayb (ra) ibn Umayr ibn Wahb (era cugino del Profeta (s), da parte della zia paterna).

Dai Banu Abd al-Dar ibn Qusayy

22. Mus’ab (ra) ibn Umayr ibn Hashim.

23. Suwaybita (ra) ibn Sa’d.

24. Jahm (ra) bin Qays.

25. Sua moglie, Umm Harmala (ra), figlia di Abd al-Aswad.

26. Suo figlio Amr (ra) bin Jahm.

27. L’altro suo figlio, Khuzayma (ra) bin Jahm.

28. Abur-Rum (ra) bin Umayr bin Hashim.

29. Kiram (ra) bin Nadir bin Harith bin Kalada.

30. Abd al-Rahman bin Awf (ra).

31. Amir bin Abi Waqqas (ra).

(fratello di Saʿd bin Abi Waqqas)

32. Muttalib bin Azhar (ra).

33. Sua moglie Ramla bint Awf.

Legato da un patto con i Banu Zuhra

34. Abdullah bin Masud (ra).

35. Suo fratello Utba Masud (ra).

36. Miqdad bin Amr (ra).

Dai Banu Taym

37. Harith bin Khalah (ra).

38. Sua moglie Rayta (ra), figlia di al-Harith bin Hubala.

39. Amr bin Uthman (ra).

Dal clan dei Banu Makhzum

40. Abu Salama bin Abd al-Asad (ra).

41. Sua moglie Uthman (ra).

42. Shammās bin Uthman (ra).

43. Habbar bin Sufyan (ra).

44. Suo fratello ʿAbd Allāh ibn Sufyān (ra).

45. Hishām ibn Abī Hudhayfa ibn Mughīra (ra).

46. Salama ibn Hishām ibn Mughīra (ra).

47. ʿAyyāsh ibn Abī Rabīʿa (ra).

Legato da un patto con i Banū Makhzūm.

48. Muʿattib ibn ʿAwf (ra).

Dai Banū Jumaḥ

49. ʿUthmān ibn Maẓʿūn (ra).

50. Suo figlio Sa’ib bin Uthman (ra).

51. Qudama bin Maz’un (fratello di Uthman) (ra).

52. Il suo secondo fratello, Abdullah bin Maz’un (ra).

53. Hatib bin al-Harith (ra).

54. Sua moglie Fatima bint Mujallil al-Amiriyya.

55. Suo figlio Muhammad bin Hatib (ra).

56. Il suo secondo figlio, Harith bin Hatib (ra).

57. Suo fratello Khattab bin Harith (ra).

58. Sua moglie Fuqayha bint Yasār.

59. Sufyān ibn Maʿmar (ra).

60. Suo figlio Jābir ibn Sufyān (ra).

61. Il suo secondo figlio, Junāda ibn Sufyān (ra).

62. Sua moglie Ḥasana (ra), madre di Jābir e Junāda.

63. Shūr Jābīl Ḥasana (ra), figlio del secondo marito di Ḥasana.

64. ʿUthmān ibn Rabīʿa ibn Uhban (ra).

Dai Banū Sahm

65. Khunays ibn Hudhafa (r.a.), (genero di Hazrat Omar (r.a.)).

66. Abdallah ibn al-Harith (r.a.).

67. Hisham ibn As ibn Wa’il (r.a.).

68. Qays ibn Hudhafa (r.a.).

69. Abu Qays ibn al-Harith (r.a.).

70. Abdallah ibn Hudhafa (r.a.).

71. al-Harith ibn al-Harith ibn Qays (r.a.).

72. Mu’ammar ibn al-Harith ibn Qays (r.a.).

73. Bishan ibn Harith ibn Qays (ra).

74. Il suo fratellastro Sa’id ibn ‘Amr (ra).

75. Sa’id ibn Harith ibn Qays (ra).

76. Sa’ib ibn Harith ibn Qays (ra).

77. ‘Umayr ibn Riyab (ra).

Legato da un patto con i Banu Sahm

78. Mahmiyah ibn al-Jaz’iyah (ra).

79. Mu’ammar ibn ‘Abdullah ibn Nadlah (ra).

80. ʿUrwa ibn ʿAbd al-ʿUzzā (ra).

81. ʿAdī ibn Nadla (ra).

82. Suo figlio Nuʿmān ibn ʿAdī (ra).

83. ʿĀmir ibn Rabīʿa al-ʿAnazī (ra).

84. Sua moglie Laylā bint Abī Ḥathma (ra).

Dai Banū ʿĀmir ibn Luʾayy

85. Abū Ṣabra ibn Abī Ruhm (ra).

86. Sua moglie Umm Kulthūm bint Suhayl ibn ʿAmr.

87. Abdullah ibn Makhrama (ra).

88. Abdullah ibn Suhayl ibn Amr (ra).

89. Sulayt ibn Amr (ra).

90. Suo fratello Sakram ibn Amr (ra).

91. Sua moglie Sawda bint Zam’a (ra).

(In seguito ebbe l’onore di diventare una Umm al-Mu’minin).

92. Malik ibn Zam’a (ra) (fratello di Sawda).

93. Sua moglie Amra bint al-Sa’di (ra).

94. Hatib ibn Amr (che Allah sia soddisfatto di lui).

Vincolato da un patto con i Banu Amr

95. Sa’d ibn Khawla (che Allah sia soddisfatto di lui).

Dai Banu Harith ibn Fihr

96. Abu Ubayda ibn al-Jarrah (che Allah sia soddisfatto di lui).

97. Suhayl ibn Bayda (che Allah sia soddisfatto di lui).

98. Amr ibn Abi Sarh (che Allah sia soddisfatto di lui).

99. Iyad ibn Zuhayr (che Allah sia soddisfatto di lui).

100. ʿAmr ibn al-Harith ibn Zuhayr (che Allah sia soddisfatto di lui).

101. ʿUthman ibn ʿAbid Ghanam ibn Zuhayr (che Allah sia soddisfatto di lui).

102. Saʿd ibn ʿAbd Qays (che Allah sia soddisfatto di lui).

103. al-Harith ibn ʿAbd Qays (che Allah sia soddisfatto di lui). (Integrazione dell’autore.)

Le conseguenze di questa emigrazione alla Mecca

In seguito a questa emigrazione, in ogni casa della Mecca ebbero inizio lamenti e grida di dolore. Infatti, tra le famiglie grandi e piccole dei Quraysh non ve n’era una che non avesse un figlio amato tra coloro che erano emigrati. A qualcuno era partito il figlio, a qualcun altro il genero; a qualcuno la figlia, a qualcun altro il fratello o la sorella. Salama ibn Hisham (che Allah sia soddisfatto di lui), fratello di Abu Jahl; i suoi cugini Hisham ibn Abi Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui) e ʿAyyash ibn Abi Rabiʿa (che Allah sia soddisfatto di lui); sua cugina paterna Umm Salama (che Allah sia soddisfatto di lei); Umm Habiba (che Allah sia soddisfatto di lei), figlia di Abu Sufyan; Abu Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui), figlio di ʿUtba ibn Rabiʿa e fratello germano di Hind, la divoratrice di fegati; i figli, le figlie e i generi di Suhayl ibn ʿAmr. Allo stesso modo, i figli dei capi qurayshiti e dei più famosi nemici dell’Islam lasciarono le loro case e partirono per amore della religione. Perciò non vi fu casa che non fosse stata ferita da questo avvenimento. Alcune persone divennero ancora più ostili all’Islam di quanto non lo fossero prima. In altri, invece, ciò produsse un effetto tale che divennero musulmani. (Tafhim, vol. 3, introduzione alla sura Maryam.)

Il desiderio di Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) di emigrare

Poi i Quraysh ricevettero un altro duro colpo quando un uomo onorato come Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) partì dalla Mecca, dopo aver chiesto il permesso al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), per raggiungere gli altri emigranti. Secondo il racconto di Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) riportato da al-Bukhari, quando egli giunse in un luogo chiamato Barq al-Ghimad [la pronuncia differisce. Quella che abbiamo riportato è tratta da Fath al-Bari. Nel Muʿjam al-Buldan è scritto «Birq al-Ghimad» **************. Un’altra pronuncia è «Birkal Ghumad» *************** — autore.] (a cinque giorni di cammino dalla Mecca in direzione dello Yemen), incontrò Ibn al-Dughunna, capo della tribù dei Qara. Ibn Ishaq riferisce, attraverso al-Zuhri, poi ʿUrwa, e infine Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei), che Abu Bakr incontrò Ibn al-Dughunna dopo aver percorso una distanza di uno o due giorni dalla Mecca. A quel tempo egli era il capo degli Ah abish. Gli disse: «Abu Bakr, dove stai andando?». Egli rispose: «La mia gente mi ha cacciato. Mi ha inflitto grandi sofferenze e mi ha reso la vita insopportabile». L’altro disse: «Perché? Dimmi». Poi aggiunse: «Un uomo come Abu Bakr non può essere espulso, né qualcuno può cacciarlo. Per Dio, tu sei un ornamento della società: provvedi al guadagno di chi non sa lavorare, mantieni buoni rapporti con i parenti, porti il peso dei deboli, ospiti gli stranieri e aiuti nelle opere buone. Torna indietro: io ti prenderò sotto la mia protezione. Adora il tuo Signore nella tua città». Quindi tornò alla Mecca insieme ad Abu Bakr e si recò dai nobili capi dei Quraysh, dicendo: «Un uomo come Abu Bakr non può andarsene e non può essere espulso. Potete forse cacciare un uomo dotato di tali qualità?». Secondo il racconto di Ibn Ishaq, proclamò alla Mecca: «Ho preso sotto la mia protezione il figlio di Quhafa: d’ora in poi nessuno gli faccia altro che bene». I Quraysh non rifiutarono la sua protezione, ma imposero questa condizione: Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) avrebbe potuto adorare il proprio Signore nella propria casa come desiderava e recitare ciò che voleva, purché non ci disturbasse recitando ad alta voce e non cominciasse a recitare fuori dalla sua casa. Temevano infatti che le loro donne e i loro bambini cadessero nella tentazione. Allora Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) costruì una moschea all’interno del recinto della sua casa e cominciò a pregare e a recitare il Corano al suo interno. Nella sua recitazione vi erano una tale intensità e un tale ardore emotivo, insieme a una tale capacità di attrarre, che donne, bambini e giovani dei politeisti accorrevano in gran numero per ascoltare il Corano. Mentre recitava, Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) cominciava a piangere, e anche gli ascoltatori ne rimanevano profondamente commossi. Ciò turbò i capi dei politeisti. Mandarono a chiamare Ibn al-Dughunna e gli dissero: «Lo avevamo posto sotto la tua protezione per riguardo verso di te, affinché potesse adorare il suo Signore nella sua casa. Ma egli ha costruito una moschea nel recinto della propria casa e ha cominciato a pregare e a recitare il Corano pubblicamente. Temiamo che le nostre donne e i nostri bambini vengano sviati. Impediscigli di farlo. O adorerà e servirà in silenzio il proprio Signore nella propria casa, oppure restituiscilo. Noi, tuttavia, non vogliamo violare la tua protezione».

In seguito Ibn al-Dughunna andò da Abu Bakr (ra) e gli riferì queste parole. Disse: «Non voglio che in Arabia si diffonda la voce che avevo dato protezione a un uomo e che questa mia protezione è stata violata». Abu Bakr (ra) rispose: «Ebbene, allora ti restituisco la tua protezione e sono soddisfatto della protezione di Allah». Ibn al-Dughunna si alzò, andò dai Quraysh e disse: «Abu Bakr (ra) mi ha restituito la mia protezione. Ora siete liberi di agire, voi e il vostro uomo». (Aggiunta.)

Delegazione dei politeisti presso il Negus per riportare indietro gli emigrati

Dopo l’Egira, i capi dei Quraysh si riunirono e decisero di inviare in Abissinia Abdallah ibn Abi Rabi’a. [Molti hanno scritto Abdallah ibn Rabi’a. Ibn Hisham, invece, ha scritto: ibn Abi Rabi’a. Egli era il fratello germano di Ayash ibn Abi Rabi’a (ra), secondo l’autore.] (Fratello consanguineo di Abu Hal) e Amr ibn al-As, con doni di grande valore, affinché convincessero in qualche modo il Negus (il re d’Abissinia) a rimandare gli emigrati alla Mecca.

Il racconto di Umm Salama (ra)

Umm al-Mu’minin Umm Salama (ra), una degli emigrati, fornì un resoconto dettagliato di questo episodio, citato da Ibn Ishaq e dall’Imam Ahmad. Ella racconta che quei due esperti emissari politici giunsero in Abissinia alla nostra ricerca e offrirono numerosi doni ai dignitari della corte del Negus. Essi ottennero il loro accordo affinché esercitassero tutti insieme una tremenda pressione sul Negus, per far rimandare gli emigrati nel loro paese. Poi incontrarono il Negus, gli offrirono doni preziosi e dissero: «Alcuni giovani stolti della nostra città sono fuggiti e sono venuti a rifugiarsi presso di voi. I notabili della nostra comunità ci hanno inviati da voi per chiedervi di rimandarli indietro. Questi giovani hanno anche abbandonato la nostra religione. Non hanno adottato neppure la vostra religione; hanno invece inventato una religione strana».

Non appena ebbe terminato di parlare, i consiglieri del re esclamarono da ogni parte: «Queste persone devono essere assolutamente rimandate indietro. La loro gente conosce meglio di chiunque altro quali siano le loro colpe e i loro difetti. Non è giusto trattenerle».

Il Negus, adirato, disse: «Non posso certo abbandonarli nelle loro mani in questo modo. Non posso tradire coloro che hanno lasciato un altro paese, hanno riposto la loro fiducia nel mio paese e sono venuti qui a cercare rifugio. Prima li convocherò e li interrogherò, per verificare quanto ci sia di vero in ciò che costoro dicono di loro». Pertanto il Negus convocò alla sua corte i Compagni del Messaggero di Allah (ra).

Dopo aver ascoltato il messaggio del Negus, tutti gli emigrati si consultarono insieme su cosa dire davanti al re. Alla fine decisero all’unanimità di riferire esattamente ciò che aveva insegnato il Profeta (s), sia che il Negus ci permettesse di rimanere, sia che ci facesse allontanare.

Non appena giunsero alla corte, il Negus domandò:

Che cosa vi è successo, al punto che avete abbandonato la vostra religione senza adottare la mia, né avete scelto alcuna delle religioni del mondo? E che cos’è mai questa vostra nuova religione?

In risposta, Ja‘far ibn Abi Talib, a nome degli emigrati, pronunciò un discorso improvvisato, nel quale descrisse i difetti religiosi, sociali e morali dell’ignoranza preislamica araba. Poi menzionò l’avvento del Profeta e spiegò ciò che egli insegnava. In seguito ricordò le ingiustizie e le persecuzioni inflitte ai seguaci del Profeta. Concluse il suo discorso dicendo che, invece di recarsi in un altro paese, erano venuti nel suo perché lì non sarebbero stati vittime di alcuna ingiustizia. [Segue il discorso testuale di Ja‘far, che Ibn Ishaq ha riportato sulla base della narrazione di Umm Salama:]

O maestoso sovrano! Eravamo un popolo immerso nell’ignoranza. Adoravamo gli idoli e mangiavamo la carne degli animali morti. Eravamo abituati alle oscenità, recidevamo i legami di parentela, trattavamo male i vicini e non rispettavamo le promesse. Il forte uccideva il debole. Ci trovavamo in tale condizione quando Dio Onnipotente inviò fra noi, scegliendolo proprio dal nostro popolo, un Messaggero. Conoscevamo la sua ascendenza, la sua affidabilità, la sua sincerità e la purezza del suo carattere. Egli ci invitò verso Dio, affinché credessimo nell’unicità divina e adorassimo Lui soltanto, e affinché abbandonassimo gli idoli di pietra che noi e i nostri antenati avevamo adorato. Ci ordinò di dire la verità, di essere affidabili, di trattare bene i parenti, di aiutare e sostenere i vicini, di mantenere le promesse e di astenerci dalle azioni illecite e dagli omicidi. Ci proibì ogni genere di oscenità, le parole false, il consumo dei beni degli orfani e le calunnie contro le donne caste e virtuose. Ci ordinò di adorare unicamente l’unico Dio e di non associarGli nulla. Ci guidò inoltre alla preghiera, al digiuno e al pagamento della zakat. (Umm Salama riferisce che Ja‘far spiegò così al sovrano anche gli altri precetti e comandamenti dell’Islam.) Perciò riconoscemmo la sua veridicità e credemmo in lui. Seguiamo tutto ciò che egli ha portato da parte di Dio. Adoriamo soltanto Dio e non Gli associamo nessuno. Consideriamo illecito ciò che egli ci ha dichiarato illecito e lecito ciò che ci ha dichiarato lecito. A causa di questo, il nostro popolo si scagliò contro di noi. Cominciarono a tormentarci e a commettere contro di noi tali ingiustizie a causa della religione, come se noi adorassimo gli idoli invece di adorare Dio. E noi rendiamo lecite quelle cose ignobili che in precedenza avevamo dichiarato lecite. Infine, quando resero la nostra vita insopportabile con le loro persecuzioni e ci ostacolarono nel seguire la nostra religione, partimmo verso il vostro paese. Abbiamo preferito il vostro paese agli altri e vi abbiamo cercato rifugio, nella speranza che qui non subissimo alcuna ingiustizia. —L’Autore]

Fammi ascoltare quelle parole che dite essere state rivelate dal Signore al vostro Profeta.

In risposta, Ja‘far recitò i primi versetti della sura Maryam, riguardanti Yahya e Isa. Il Negus rimase ad ascoltare e cominciò a piangere, tanto che la sua barba si bagnò di lacrime. Anche il suo sacerdote si mise a piangere, e con lui i suoi cortigiani. Quando Ja‘far ebbe terminato la recitazione, il Negus disse: «In verità, queste parole e ciò che Isa portò provengono entrambe dalla stessa fonte. Giuro su Dio! Non vi consegnerò mai nelle loro mani». Poi disse agli inviati dei Quraysh: «Tornate indietro. Non ve li consegnerò mai; ciò non potrà mai accadere».

Umm Salama riferisce: «Abdullah ibn Abi Rabi‘a provava una certa benevolenza nei nostri confronti e desiderava che fossimo salvi. Ma Amr ibn al-As disse: “Giuro su Dio, domani dirò qualcosa che li distruggerà dalle fondamenta. Dirò al Negus che essi considerano Isa ibn Maryam soltanto un servo”. Abdullah gli disse: “Non fare una cosa simile. Anche se sono nostri avversari, sono pur sempre nostri consanguinei; abbiamo comunque dei diritti nei loro confronti”. Amr ibn al-As non diede ascolto alle sue parole e il giorno seguente disse al Negus: “Richiamateli e chiedete loro anche quale sia la loro dottrina riguardo a Isa ibn Maryam. Essi pronunciano su di lui parole molto gravi”. Il Negus convocò nuovamente gli emigrati. Essi erano venuti a conoscenza della cospirazione di Amr ibn al-As e si riunirono per consultarsi su quale risposta dare nel caso in cui il Negus avesse posto loro una domanda riguardo a Isa. La situazione era molto delicata e tutti erano estremamente preoccupati. Ma i Compagni del Messaggero decisero: “Accada quel che deve accadere. Diremo soltanto ciò che Dio ha detto e che il Suo Messaggero ha insegnato”. Infine, quando giunsero alla corte del sovrano, il Negus sottopose loro la domanda di Amr ibn al-As. Ja‘far ibn Abi Talib si alzò e disse con animo risoluto:»

****************************************

—È il servo di Allah, il Suo Messaggero, uno spirito e una parola provenienti da Lui, che Allah ha fatto giungere alla vergine Maria.

Dopo aver ascoltato ciò, il Negus raccolse da terra un filo d’erba e disse: «Per Dio! Gesù non era nulla di più di ciò che hai detto». A queste parole, i sacerdoti sibilarono come serpenti. Ma il Negus disse: «Per Dio, le cose stanno proprio così, per quanto voi possiate sibilare». Poi ci disse: «Andate, vivete al sicuro nel mio Paese. Chiunque vi rivolga parole ingiuriose sarà punito. Se qualcuno mi offrisse in dono una montagna d’oro, non vorrei farvi soffrire in cambio di ciò. Poi ordinò: “Restituite i doni ai due ambasciatori; non ne ho alcun bisogno. Quando Allah mi restituì il mio regno, non prese da me alcuna tangente; non prenderò dunque una tangente riguardo ad Allah”». (Tafhim, vol. 3, introduzione alla sura Maryam.)

La narrazione di Hazrat Abdullah ibn Mas‘ud

Un altro testimone oculare di questo episodio fu Hazrat Abdullah ibn Mas‘ud (ra). Era presente a quella riunione. La sua narrazione è riportata nel Musnad di Ahmad e nel Tabarani nel modo seguente:

Quando il Negus fece convocare i Muhajirun alla sua corte e ascoltò dalla bocca di Ja‘far ibn Abi Talib (ra) gli insegnamenti del Profeta (s), disse: «Per Dio! Essi non dicono nulla di più di ciò che noi affermiamo riguardo a Gesù (a). Benvenuti voi e Colui dal quale siete venuti. Attesto che egli è il Messaggero di Allah, ed è proprio colui del quale troviamo menzione nel Vangelo. Egli è il Messaggero del quale Gesù, figlio di Maria (a), ha annunciato la buona novella». (Tafhim, vol. 5, sura As-Saff, nota 8)

Nella narrazione di Abdullah ibn Mas‘ud (ra) si menziona anche che i due ambasciatori dei Quraysh si presentarono alla corte del Negus, gli si prostrarono davanti e poi si sedettero alla sua destra e alla sua sinistra. Dissero: «Alcuni dei nostri parenti sono venuti qui da voi e si sono separati da noi e dalla nostra religione. Per questo parleremo a nome di tutti». Tutti li seguirono. Quando entrò nella corte, Hazrat Ja‘far (ra) porse il saluto. I membri del consiglio dissero: «Perché non ti sei prostrato?»

Ja‘far (ra) disse: «Noi non ci prostriamo davanti a nessuno all’infuori di Allah». Poi menzionò il Profeta (s) e i suoi insegnamenti, quindi espose la dottrina dei musulmani riguardo a Hazrat Gesù, figlio di Maria. In questa narrazione è riportata anche la seguente dichiarazione del Negus: dopo aver riconosciuto la veridicità del Profeta (s), disse: «Per Dio! Se non fossi gravato dalla responsabilità del regno, mi sarei recato al suo servizio, gli avrei sollevato le scarpe e gli avrei fatto fare il wudu».

La narrazione di Hazrat Abu Musa al-Ash‘ari

Ḥāfiẓ Abū Nuʿaym e al-Bayhaqī hanno riferito una narrazione quasi identica, citandola da Ḥaḍrat Abū Mūsā al-Ashʿarī. In essa si aggiunge che, prima che i Muhājirūn giungessero alla corte reale, il rappresentante dei Quraysh disse al Negus, per aizzarlo contro di loro: «Vedrete, non vi si prostreranno». Quando giungemmo alla corte, i cortigiani dissero: «Prostratevi davanti al re». Jaʿfar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Noi non ci prostriamo davanti a nessuno all’infuori di Allah». Avanzammo e, quando giungemmo davanti al Negus, egli disse: «Che cosa vi ha impedito di prostrarvi davanti a me?». Egli diede la stessa risposta: «Noi non ci prostriamo davanti a nessuno all’infuori di Allah». Ciò che accadde in seguito fu esattamente quanto riferito da Ibn Masʿūd (che Allah sia soddisfatto di lui). Infine il Negus ci disse: «Rimanete nella mia terra per tutto il tempo che desiderate». Ordinò inoltre che ci fossero procurati cibo e vestiario.

La narrazione dello stesso Ḥaḍrat Jaʿfar (che Allah sia soddisfatto di lui)

Ḥāfiẓ Ibn ʿAsākir e al-Ṭabarānī hanno riferito la narrazione di Ḥaḍrat Jaʿfar (che Allah sia soddisfatto di lui) tramite suo figlio ʿAbdullah ibn Jaʿfar. In questa narrazione si aggiunge che, quando in risposta alle accuse dei rappresentanti dei Quraysh analizzammo le differenze religiose tra noi e loro, il Negus chiese ai rappresentanti dei Quraysh: «Sono forse vostri schiavi?». Essi risposero: «No». Egli disse: «Hanno forse dei debiti nei vostri confronti?». Essi risposero di no. Egli disse: «Allora lasciateli liberi». In seguito Ḥaḍrat Jaʿfar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse anch’egli ciò che avevano detto gli altri: che ʿAmr ibn al-ʿĀṣ espose davanti al Negus la nostra dottrina riguardo a Ḥaḍrat ʿĪsā ibn Maryam (pace su di lui). Il Negus ne riconobbe la veridicità e ci chiese: «Qui qualcuno vi sta forse maltrattando?». Rispondemmo: «Sì». Allora dichiarò che chiunque ci avesse maltrattati sarebbe stato condannato a una multa di quattro dirham. Poi il Negus ci chiese: «È sufficiente?». Rispondemmo di no. Allora raddoppiò la multa. (Aggiunta.)

Il ruolo veritiero dei Muhājirūn

In questo modo i Muhājirūn dell’Abissinia non dimostrarono soltanto che, per amore della verità nella quale avevano creduto, erano pronti ad abbandonare le case, i parenti, il commercio, i beni e la patria, accettando la pena dell’esilio. Dimostrarono inoltre che, anche durante quell’esilio e nella loro condizione d’impotenza, non erano disposti a mostrare alcuna debolezza riguardo alla verità. La loro forza di fede era così straordinaria che, persino in un ambiente delicato come una corte reale, esposero con chiarezza la loro dottrina riguardo a Ḥaḍrat ʿĪsā (pace su di lui), proprio mentre tutti i consiglieri del Negus, dopo aver accettato tangenti, si apprestavano a consegnarli nelle mani dei loro nemici. In quel momento vi era il timore che, dopo aver ascoltato il commento senza esitazioni dell’Islam sui dogmi fondamentali del cristianesimo, anche il Negus potesse adirarsi e consegnare i musulmani oppressi ai macellai dei Quraysh. Nonostante tutto ciò, essi non esitarono neppure minimamente a presentare la verità. Questo fatto mostra al mondo quale genere di persone dal carattere saldo e interamente devote diffonda il messaggio islamico. (14)

L’arrivo di una delegazione cristiana dall’Abissinia

Un’idea dell’influenza che il carattere dei Muhājirūn e il loro messaggio avevano esercitato sugli abitanti dell’Abissinia può essere ricavata dal fatto che da quel luogo giunse alla Mecca una delegazione di circa venti persone, che incontrò il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui).

Ibn Hishām, al-Bayhaqī e altri hanno riferito questo episodio, citando Muḥammad ibn Isḥāq, nel modo seguente: dopo l’Egira in Abissinia, quando la venuta del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), così come la diffusione e la propagazione del suo messaggio, ebbero inizio in Abissinia, da lì una delegazione di circa venti persone incontrò il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) nella Moschea Sacra. (Secondo una narrazione, lo incontrarono e gli posero alcune domande.) Molti Quraysh si disposero tutt’intorno per assistere all’accaduto. Quando la delegazione gli pose alcune domande, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) rispose. Poi li invitò all’Islam e recitò davanti a loro alcuni versetti del Corano. Ascoltando il Corano, dagli occhi scesero loro le lacrime. Essi riconobbero che esso era veramente la Parola di Allah e credettero nel Profeta. Al termine dell’incontro, Abū Jahl e alcuni suoi compagni li raggiunsero per strada e li rimproverarono dicendo: «Che la vostra vita vada in rovina! I vostri correligionari vi avevano mandato affinché esaminaste la condizione di quest’uomo e riferiste loro esattamente ciò che avevate appreso. Eppure, non appena vi siete seduti presso di lui, avete abbandonato la vostra religione e avete creduto in lui. Non abbiamo mai visto gente più stolta di voi». Essi risposero: «Fratelli, pace su di voi. Non possiamo discutere con voi in modo ignorante. Lasciateci seguire la nostra strada e voi continuate per la vostra. Non possiamo privarci consapevolmente del bene». Questo episodio è menzionato nella Sūra al-Qaṣaṣ:

***********************************************************

-Coloro ai quali abbiamo dato il Libro prima di questo credono in questo Corano e, quando viene recitato loro, dicono: «Crediamo in esso. In verità, questa è la verità proveniente dal nostro Signore. Già prima di esso eravamo sottomessi a questa religione dell’Islam». (Al-Qasas: 52-53)

****************************************************

-E quando ascoltano discorsi vani, se ne allontanano e dicono: «Le nostre opere sono per noi e le vostre opere sono per voi. La pace sia con voi; non possiamo adottare il comportamento degli ignoranti». (Al-Qasas: 55) (Tafhīm, vol. 3, Al-Qasas, nota 72.)

Primo elenco dei Muhājirūn ritornati dall’Abissinia

È opportuno ricordare che un gruppo di Muhājirūn rimase in Abissinia con Hazrat Jaʿfar (ra) e ritornò al tempo della battaglia di Khaybar. Secondo la narrazione di Ibn Ishaq, i Muhājirūn elencati di seguito ritornarono in momenti diversi, prima dell’Egira del Profeta a Medina.

1. Hazrat ʿUthmān (ra) e sua moglie Hazrat Ruqayya, figlia del Messaggero (s).

2. Hazrat Abū Hudhayfa bin ʿUtba bin Rabīʿa (ra) e sua moglie Sahla, figlia di Suhayl bin ʿAmr.

3. Hazrat Abdullah ibn Jahsh (ra)

4. Hazrat Utba ibn Ghazwan (ra)

5. Hazrat Zubayr ibn al-Awwam (ra)

6. Hazrat Mus’ab ibn Umayr (ra)

7. Hazrat Suwaybita ibn Sa’d ibn Hamala (ra)

8. Hazrat Tulayb ibn Umayr (ra)

9. Hazrat Abd al-Rahman ibn Awf (ra)

10. Hazrat al-Miqdad ibn Amr (ra)

11. Hazrat Abdullah bin Masud (che Allah si compiaccia di lui)

12. Hazrat Abu Salama (che Allah si compiaccia di lui) e sua moglie Hazrat Umm Salama

13. Hazrat Shamm as bin Uthman (che Allah si compiaccia di lui)

14. Hazrat Salama bin Hisham (che Allah si compiaccia di lui)

15. Hazrat Ayyash bin Abi Rabia (che Allah si compiaccia di lui)

16. Hazrat Mu’attib bin Awf (che Allah si compiaccia di lui)

17. Hazrat Uthman bin Maz’un (che Allah si compiaccia di lui), suo figlio Hazrat Sa’ib (che Allah si compiaccia di lui) e i due fratelli Hazrat Qudama (che Allah si compiaccia di lui) e Abdullah (che Allah si compiaccia di lui)

18. Hazrat Khunays bin Hudhafa (che Allah si compiaccia di lui)

19. Hazrat Hisham bin As bin Wa’il (che Allah sia soddisfatto di lui)

20. Hazrat Amir bin Rabi‘a (che Allah sia soddisfatto di lui) e sua moglie Layla bint Abi Hasma.

21. Hazrat Abdullah bin Makhzama (che Allah sia soddisfatto di lui)

22. Hazrat Abdullah bin Suhail bin Amr (che Allah sia soddisfatto di lui). Dopo che fu fatto prigioniero alla Mecca, suo padre lo picchiò con tale brutalità che egli divenne apparentemente un miscredente, pur rimanendo musulmano nel cuore. Durante la battaglia di Badr, si recò con i miscredenti e, proprio al momento dello scontro, si unì ai musulmani.

23. Hazrat Abu Sabra bin Abi Ruham (che Allah sia soddisfatto di lui) e sua moglie Umm Kulsum bint Suhail bin Amr.

24. Hazrat Sakran bin Amr (che Allah sia soddisfatto di lui). Ibn Ishaq e al-Waqidi affermano che morì dopo essere tornato alla Mecca. Musa bin Uqba e Abu Ma‘shar affermano invece che morì in Abissinia.

25. Hazrat Sawda bint Zam‘a (che Allah sia soddisfatto di lei)

26. Hazrat Sa‘d bin Khawla (che Allah sia soddisfatto di lui)

27. Hazrat Abu Ubayda ibn al-Jarrah (che Allah sia soddisfatto di lui)

28. Hazrat Amr ibn Harith (che Allah sia soddisfatto di lui)

29. Hazrat Suhayl ibn Bayda (che Allah sia soddisfatto di lui)

30. Hazrat Amr ibn Abi Sarh (che Allah sia soddisfatto di lui). (Aggiunta.)

La profezia della Sura al-Rum

Durante il periodo della migrazione in Abissinia si verificò un avvenimento importante che alla fine sarebbe stato considerato una prova inconfutabile della veridicità del Messaggero di Allah e del Corano. Non era possibile presentare alcun argomento contro il fatto che il Corano fosse realmente la sacra parola di Allah l’Altissimo, rivelata al Profeta tramite la rivelazione. I primi versetti della Sura al-Rum dicevano:

I Romani sono stati sconfitti nella terra vicina, ma dopo questa sconfitta, nel giro di alcuni anni, saranno vittoriosi. Il comando appartiene unicamente ad Allah, prima e dopo. E quel giorno i musulmani gioiranno (versetti 2-4). Ne riportiamo brevemente la vicenda.

L’avvenimento risale a otto anni prima della missione profetica del Profeta: scoppiò una rivolta contro l’imperatore di Roma, Maurice (MARICE). Di conseguenza, un uomo di nome Focas (PHOCAS) salì al trono. Dapprima uccise, sotto gli occhi dell’imperatore Maurice, i suoi cinque figli e poi uccise anche l’imperatore. In seguito fece appendere le teste mozzate del padre e dei figli in un luogo pubblico di Costantinopoli. Poco dopo uccise anche sua moglie e le sue tre figlie. Ciò offrì all’imperatore persiano Cosroe Parviz un pretesto morale per invadere l’Impero romano. L’imperatore Maurice era infatti il suo patrono: con il suo aiuto, Parviz aveva ottenuto il trono dell’Iran. Egli lo considerava come un padre. Su questa base dichiarò: «Voglio vendicare con la forza l’oppressione commessa da Focas, salito al potere con la violenza, contro il mio padre adottivo e i suoi figli». Nel 603 d.C. dichiarò guerra all’Impero romano e, nel giro di alcuni anni, sconfisse una dopo l’altra le armate di Focas, giungendo vittorioso, da un lato, fino all’odierna Urfa in Asia Minore e, dall’altro, fino ad Aleppo e Antiochia nel Bilad al-Sham. Quando gli alti dignitari dell’Impero romano videro che Focas non sarebbe stato in grado di difendere il paese, chiesero l’aiuto del governatore dell’Africa. Questi inviò suo figlio Eraclio a Costantinopoli con un potente reggimento. Non appena giunse sul posto, Focas fu deposto e al suo posto Eraclio fu nominato Cesare, cioè imperatore romano. Dopo la sua ascesa al potere, a Focas fu riservato lo stesso trattamento che egli aveva inflitto a Maurice. Questo avvenne nel 610 d.C., lo stesso anno in cui Muhammad fu insignito della missione profetica.

Il pretesto morale con cui Cosroe Parviz aveva dichiarato guerra venne meno dopo la deposizione e l’uccisione di Foca. Se il vero scopo fosse stato vendicare le ingiustizie e le oppressioni commesse dall’usurpatore Foca, allora, dopo averlo ucciso, avrebbe dovuto stipulare la pace con il nuovo imperatore. Cosroe, invece, continuò a combattere. Egli conferì a questa guerra l’aspetto di una guerra religiosa tra zoroastriani e cristiani. Le sette cristiane che la Chiesa ufficiale dell’Impero romano dichiarava eretiche e che da anni opprimeva e tormentava senza tregua finirono per diventare alleate degli invasori zoroastriani. Anche la comunità ebraica si unì a loro. Nell’esercito di Cosroe Parviz furono arruolati 206.000 ebrei. Eraclio non riuscì a fronteggiare questa inondazione. La prima notizia che gli giunse subito dopo la sua ascesa al trono fu la conquista dell’Antiochia da parte degli iraniani; poi, nel 613 d.C., essi conquistarono Damasco. In seguito, nel 614 d.C., conquistarono Bayt al-Maqdis, infliggendo al mondo cristiano una calamità estrema. In quella città furono uccisi novantamila cristiani e venne distrutta la loro chiesa più venerata, la «Chiesa della Resurrezione». Gli iraniani si impadronirono della vera «Croce», riguardo alla quale i cristiani credevano religiosamente che il Messia fosse morto su di essa, e la portarono a Madā’in, la capitale iraniana. Catturarono anche il sacerdote Zaccaria e distrussero le grandi chiese della città. Il grado di esaltazione di Cosroe per questa vittoria si può dedurre dalla lettera che egli scrisse a Eraclio da Bayt al-Maqdis. In essa si legge:

«Da parte di Cosroe, il più grande di tutti gli dèi e signore dell’universo, a Eraclio, vile e insensato servo».

Tu dici di confidare nel tuo stesso Signore: allora perché il tuo dio non ha potuto proteggere Gerusalemme dalle mie mani?

Dopo questa vittoria, nel giro di un anno l’esercito iraniano conquistò l’intera regione della Giordania, della Palestina e della valle del Sinai, giungendo fino all’Egitto. Questo accadde proprio nel periodo in cui alla Mecca si svolgeva un conflitto storico di gran lunga più importante: una guerra e uno scontro tra le parti. Da un lato, sotto la guida di Sayyiduna Muhammad (pace e benedizioni su di lui), portatore della bandiera del tawhid, e dall’altro, sotto il comando dei capi Quraysh seguaci dello shirk, gli uni combattevano contro gli altri. La situazione giunse a tal punto che, nel 615 d.C., durante il quinto anno della profezia, un gran numero di musulmani fu costretto ad abbandonare le proprie case e a cercare rifugio nel regno cristiano dell’Abissinia. A quel tempo l’Abissinia era legata a Roma da un’alleanza. Sulla bocca di tutti si sentiva parlare della vittoria dell’Iran sull’Impero romano. I politeisti della Mecca ne gioivano e dicevano ai musulmani: «Vedete? I politeisti zoroastriani dell’Iran stanno vincendo, mentre i cristiani che credono nel tawhid e nella profezia subiscono soltanto sconfitte. Allo stesso modo, noi pagani arabi elimineremo voi e la vostra religione».

In questa situazione fu rivelata questa sura del Corano e venne fatta la profezia che i Romani erano stati sconfitti nella terra più vicina, ma che, dopo quella sconfitta, avrebbero vinto nel giro di alcuni anni; e sarebbe stato il giorno in cui i musulmani avrebbero gioito per la vittoria concessa da Allah.

Qui vi sono due profezie invece di una. Primo: i Romani avrebbero vinto. Secondo: nello stesso periodo anche i musulmani avrebbero riportato una vittoria. All’apparenza, per quanto si potesse guardare in ogni direzione, non vi era alcun segno che una di queste due profezie si sarebbe compiuta nel giro di pochi anni. Da una parte vi erano pochi musulmani, sottoposti alla macina della persecuzione e dell’oppressione. Dopo questa profezia, per otto anni non si intravide alcuna possibilità della loro vittoria. Dall’altra, la sconfitta di Roma continuava ad aggravarsi giorno dopo giorno. Fino al 619 d.C., tutto l’Egitto passò sotto il dominio dell’Iran. Le truppe iraniane giunsero nei pressi di Tripoli e vi innalzarono la propria bandiera. In Asia Minore, incalzando i Romani, le truppe iraniane arrivarono sulle rive del Bosforo. Nel 617 d.C. conquistarono Calcedonia (CHALCEDON), di fronte a Costantinopoli. L’imperatore inviò un rappresentante presso Cosroe per proporre la pace a qualsiasi condizione. Egli rispose: «Non concederò sicurezza all’imperatore finché non verrà davanti a me in catene e non avrà abbandonato il dio della Croce, accettando di adorare il dio del fuoco». Alla fine l’imperatore fu talmente demoralizzato dalla sconfitta che pensò di abbandonare Costantinopoli e trasferirsi a Cartagine. Lo storico Gibbon afferma che, ancora per sette od otto anni dopo questa profezia coranica, la situazione era tale che nessuno avrebbe potuto immaginare che l’Impero romano avrebbe vinto sull’Iran. Anzi, a quel tempo nessuno sperava nemmeno che quell’impero sarebbe sopravvissuto, per non parlare della vittoria (Gibbon, On the Decline and Fall of the Roman Empire, vol. II, p. 788, Modern Library, New York).

Quando questi versetti del Corano furono rivelati, i miscredenti della Mecca cominciarono a deridere e schernire con grande insistenza, e Ubayy ibn Khalaf fece questa scommessa con Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui): «Se i Romani vinceranno entro tre anni, ti darò dieci cammelli; altrimenti dovrai darne dieci a me». Quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) venne a sapere della cosa, disse: «Nel Corano sono state usate le parole **********************». In arabo questo termine indica il numero dieci. Perciò stabilisci la scommessa su dieci anni e aumenta il numero dei cammelli a cento. Così Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) parlò nuovamente con Ubayy e la scommessa fu rinnovata stabilendo che chi dei due si fosse dimostrato in errore avrebbe dovuto dare all’altro cento cammelli.

Nel frattempo, nel 622 d.C., il Profeta (pace e benedizioni su di lui) fece l’egira e si recò a Medina; dall’altra parte, Eraclio partì segretamente da Costantinopoli dirigendosi verso Trebisonda lungo la via del Mar Nero, dove preparò un attacco all’Iran dalle retrovie. Per preparare questo contrattacco, l’imperatore chiese aiuto finanziario alle chiese, e l’arcivescovo Sergio (SERGIUS) prestò a interesse l’enorme ricchezza accumulata nelle chiese come offerte votive, per difendere il cristianesimo dalla religione degli adoratori del fuoco. Eraclio iniziò la sua offensiva dall’Armenia e l’anno seguente, nel 624 d.C., entrò in Azerbaigian, distrusse Urmia, luogo di nascita di Zarathustra, e rase al suolo il più grande tempio del fuoco degli iraniani. Guardate la meravigliosa manifestazione della potenza di Dio: quello fu proprio l’anno in cui, nella piana di Badr, i musulmani ottennero la loro prima vittoria decisiva contro i politeisti. In tal modo, le due profezie annunciate nel Corano si compirono simultaneamente prima che fossero trascorsi dieci anni.

Dopodiché, l’esercito romano continuò a sconfiggere gli Iraniani uno dopo l’altro. Nella decisiva battaglia di Ninive (627 d.C.) spezzò la spina dorsale dell’Impero iraniano. In seguito, fu distrutta Dastagird, la residenza dell’imperatore iraniano, e le truppe romane avanzarono fino a raggiungere i sobborghi di Ctesifonte, che all’epoca era la capitale dell’Iran. Nel 628 d.C. scoppiò una ribellione nella stessa casa di Cosroe Parviz contro di lui. Fu fatto prigioniero. Davanti ai suoi occhi furono uccisi diciotto dei suoi figli. Un suo figlio, Sherwaye, salì al trono. Nello stesso anno fu firmato il trattato di Hudaybiyya, definito dal Corano una grande vittoria. Sempre in quell’anno, l’imperatore iraniano rinunciò al dominio su tutti i territori conquistati a Roma e stipulò la pace con Roma. Nel 629 d.C. il Cesare si recò personalmente a Bayt al-Maqdis per ricollocare la Grande Croce al suo posto; nello stesso anno il Profeta (s) entrò per la prima volta alla Mecca dopo l’Egira, per compiere la ‘Umrat al-Qada’.

Dopo di ciò, non rimase più ad alcuno alcun motivo per dubitare che la profezia del Corano fosse assolutamente vera. Molti politeisti credettero in essa. Gli eredi di Ubayy ibn Khalaf, accettando la sconfitta, dovettero consegnare ad Abu Bakr (ra) il cammello della scommessa. Egli lo portò al cospetto del Profeta (s), il quale ordinò che fosse dato in elemosina. Ciò perché la scommessa era stata fatta in un’epoca in cui il gioco d’azzardo non era ancora stato proibito dalla Sharia. In quel periodo giunse il comando che lo vietava. Per questo fu permesso accettare dai miscredenti combattenti i beni vinti nella scommessa, con l’ordine di darli in elemosina invece di usarli personalmente. (Tafhim, vol. 3, introduzione alla sura ar-Rum.)

Capitolo decimo

Dal sesto anno della missione profetica fino alla fine del decimo anno

Dopo l’Egira in Abissinia, alla Mecca rimasero ben poche persone con il Profeta (s), tra le quali vi erano anche alcune donne. I nemici dell’Islam, già posti in una situazione estremamente imbarazzante a causa dell’Egira, erano inoltre ancora più esasperati dal fatto che quei musulmani avevano trovato un rifugio del tutto sicuro in Abissinia e che la delegazione dei politeisti era tornata sconfitta. In tali circostanze, non esitarono neppure ad attaccare il Profeta (s). (Aggiunta dell’autore.)

Le persecuzioni dei Quraysh contro il Profeta (s)

In al-Bukhari è riportata una narrazione di ‘Urwa ibn al-Zubayr, secondo la quale ad ‘Abdullah ibn ‘Amr ibn al-‘As (ra) fu chiesto: «Qual è stato il comportamento più crudele dei politeisti che hai visto nei confronti del Profeta (s)?»

Egli rispose: «Un giorno il Profeta (s) stava pregando nel recinto della Kaaba (secondo un’altra versione, nell’Hijr della Kaaba). Improvvisamente ‘Uqba ibn Abi Mu‘ayt avanzò, avvolse un panno intorno al suo collo e cominciò a stringerlo, con l’intento di soffocarlo e ucciderlo. Proprio in quel momento arrivò Abu Bakr (ra). Lo spinse via. ‘Abdullah (ra) disse che, mentre Abu Bakr (ra) lottava con lui, dalle sue labbra uscivano queste parole:—»

********************************************

Vuoi forse ucciderlo soltanto perché dice: «Il mio Signore è Allah»? Ibn Jarir ha riferito questo episodio nella sua Storia, citando Abu Salama ibn Abd al-Rahman. An-Nasa’i e Ibn Abi Hatim, invece, lo hanno riportato con alcune variazioni verbali, citando Amr ibn al-As al posto di Abd Allah; inoltre, al posto di Utba ibn Abi Mu‘ayt, hanno detto che furono gli uomini dei Quraysh a compiere tale misfatto. Abu Bakr (r) continuava a proteggere il Profeta (s), piangendo e pronunciando queste parole. (Tafhim, vol. 4, introduzione alla sura al-Mu’min.)

L’Imam Bukhari ha riportato questo episodio in diversi punti della sua opera. In alcuni lo ha trasmesso da Amr ibn al-As (r), in altri da Abd Allah ibn Amr ibn al-As. [Sembra corretto ritenere che la narrazione originaria sia quella di Amr ibn al-As (r), poiché Abd Allah ibn Amr (r) morì nel 64 dell’Egira, all’età di settantadue anni. Considerando questo fatto, egli non poteva essere stato testimone oculare dell’episodio: nacque infatti sette anni prima dell’Egira, cioè nel sesto anno della profezia — l’Autore.] In un punto, la narrazione di Amr ibn al-As è la seguente: «Non vidi mai i Quraysh intenzionati a uccidere il Profeta (s), se non una volta. Erano seduti all’ombra della Ka‘ba, mentre il Profeta (s) pregava presso il Maqam Ibrahim. A quel punto cominciarono a incitarsi l’un l’altro contro il Profeta (s). Infine Utba ibn Abi Mu‘ayt si alzò, afferrò il suo mantello intorno al collo del Profeta (s) e cominciò a tirarlo. Alla fine il Profeta (s) cadde in ginocchio, e tra la gente si levò un tumulto. In quel momento Abu Bakr (r) accorse sul posto, lo sollevò afferrandolo da dietro per entrambe le braccia e disse: “Volete uccidere un uomo soltanto perché dice: Il mio Signore è Allah?”»

Poi quegli uomini si allontanarono da lui. Dopo aver terminato la preghiera, mentre il Profeta (s) passava accanto a quegli uomini dei Quraysh, disse: «Giuro per Colui nella cui mano è la mia vita: sono stato inviato contro di voi con la macellazione». Abu Jahl rispose: «O Muhammad (s), tu non sei mai stato uno stolto» (Abu Ya‘la, Ibn Hibban, at-Tabarani e al-Bayhaqi hanno riportato questo episodio citando la narrazione di Amr ibn al-As (r)).

In un’altra narrazione di Sahih Bukhari si riferisce che i politeisti strapparono la barba e i capelli del capo del Profeta (s). Abu Bakr (r) si fece avanti per aiutarlo e, piangendo, continuava a dire: «Volete uccidere un uomo soltanto perché dice: Il mio Signore è Allah?»

Il Profeta (s) disse: «Abu Bakr, lascialo». Giuro per Colui nella cui mano è la mia vita: sono stato inviato contro di loro con la macellazione». Dopo aver udito ciò, la folla si disperse.

Ibn Hisham, Jarir at-Tabari e al-Bayhaqi hanno riportato questo episodio da Ibn Ishaq nel modo seguente: Urwa ibn az-Zubayr chiese ad Abd Allah ibn Amr ibn al-As: «Qual è l’episodio più crudele che tu abbia visto tra le ostilità manifestate dai Quraysh verso il Profeta (s)?» Egli rispose: «Una volta mi recai a una riunione dei Quraysh, i cui capi erano riuniti presso l’Hijr. Parlando del Messaggero di Allah (s), dissero: “Non abbiamo mai visto nessuno sopportare tanto quanto abbiamo sopportato riguardo a quest’uomo. Egli considera la nostra saggezza come stupidità, denigra i nostri antenati, critica la nostra religione e semina divisione tra noi. In realtà abbiamo mostrato molta pazienza; eppure continua a dire tutte queste cose”. In quel momento si vide arrivare il Profeta (s). Avanzò e baciò la Pietra Nera. Poi, mentre compiva il tawaf intorno alla Ka‘ba, passò accanto a loro. Essi gli lanciarono allora una frecciata sarcastica. Notai sul suo volto una reazione di disapprovazione. Quando passò nuovamente accanto a loro una seconda volta, lo schernirono ancora, e notai in lui la stessa reazione. Quando, per la terza volta, si comportarono allo stesso modo, egli si fermò e disse: “O Quraysh, ascoltate bene: giuro per Colui nella cui mano è la mia vita, sono venuto a voi con la macellazione”».

Abd Allah ibn Amr (r) disse: «A queste parole del Profeta (s), rimasero tutti sbalorditi. Sembrava che degli uccelli si fossero posati sulle loro teste, cioè erano come colpiti dal fulmine. Poi colui che tra loro aveva parlato in modo più oltraggioso si rivolse al Profeta (s) con cortesia, per calmarlo. Disse: “O Abu al-Qasim, comportati bene. Per Allah, tu non sei mai stato uno stolto”. Il Profeta (s) si allontanò da quel luogo.»

Il giorno seguente si radunarono di nuovo presso l’Hijr, e anch’io ero con loro. Si dissero tra loro: «Ricordate quanto quest’uomo si sta spingendo oltre contro di voi? Ieri ha persino dichiarato apertamente quelle cose. E nonostante ciò lo avete lasciato andare». In quel momento videro il Profeta (s) venire dalla parte anteriore. Non appena arrivò, tutti gli si avventarono addosso, lo circondarono e gli dissero: «Non sei forse tu che dici proprio queste cose?». Egli rispose: «Sì, sono io colui che dice queste cose». Allora vidi uno di loro afferrare il mantello del Profeta (s) presso il collo e stringerlo nel pugno. A quel punto Abu Bakr (ra) si alzò per aiutarlo. Piangendo, continuava a dire: «Volete forse uccidere un uomo soltanto perché dice: “Il mio Signore è Allah”?»

Poi quella gente lo lasciò andare e se ne andò. Questo è il trattamento estremamente duro e spietato che vidi infliggere dai Quraysh al Messaggero di Allah (s) (Anche nel Musnad di Ahmad questo episodio è narrato in questo modo.)

La conversione all’Islam di Hamza (ra)

Fu proprio in quel periodo che un giorno accadde un episodio che portò Hamza (ra) nell’orbita dell’Islam. Gli storici sono discordi riguardo alla data della sua conversione. Ibn Hajar, nell’Isaba, indica il secondo anno della missione profetica. Ibn Abd al-Barr, dopo aver inizialmente indicato il secondo anno, scrive nuovamente che egli divenne musulmano nel sesto anno della missione profetica, dopo che il Profeta (s) entrò nella Dar al-Arqam. Ibn Sa‘d, Ibn al-Jawzi e al-‘Utabi, invece, indicano con certezza il sesto anno della missione profetica; anche Ibn al-Qayyim ne parla nello Zad al-Ma‘ad, dopo la seconda emigrazione in Abissinia, e la stessa cosa si trova nel Tarikh al-Kamil di Ibn Kathir. Inoltre, l’episodio che fu la causa della conversione di Hamza (ra) dimostra di per sé che ciò non poté avvenire nel secondo anno della missione profetica. Dovette piuttosto accadere dopo che il conflitto tra i Quraysh e il Profeta (s) aveva raggiunto il culmine: nel secondo anno, infatti, come avrebbe potuto Abu Jahl insultare il Profeta, o anche solo parlargli guardandolo negli occhi?

Il fatto è che un giorno il Profeta (s), secondo la narrazione di Ibn Ishaq, passava vicino al monte Safa, oppure, secondo un’altra versione, nei pressi di Hajun. In quel momento Abu Jahl lo insultò pesantemente e pronunciò parole offensive contro di lui e contro la religione da lui predicata. Ma egli non rispose a nessuna delle sue parole. La notizia fu riferita a Hamza (ra), secondo Ibn Ishaq, da una schiava liberata da Abd Allah ibn Jud‘an, uno dei capi dei Banu Taym; secondo altri, da Safiyya (ra), sorella di Hamza (ra); e secondo la versione riportata da Ibn Abi Hatim, da due donne. Hamza era un uomo forte, coraggioso, valoroso e fiero tra i Quraysh. Era lo zio e fratello di latte del Profeta (s). Sua madre era cugina di Bibi Ammina. Aveva due o quattro anni più del Profeta (s), che amava moltissimo. Era molto appassionato di caccia. Stava tornando con arco e frecce quando venne a sapere dell’accaduto. Furioso, raggiunse il Santuario, dove Abu Jahl era seduto. Non appena arrivò, lo colpì così violentemente alla testa con l’arco che gliela spaccò. Poi disse: «Tu lo insulti? Io seguo la sua religione e affermo ciò che egli afferma. Se ne hai il coraggio, prova a insultare me una volta!»

A quel punto alcuni uomini dei Banu Makhzum si schierarono in difesa di Abu Jahl. Ma Abu Jahl disse: «Lasciate andare Abu Umara. In verità avevo insultato pesantemente suo nipote». Al-Tabarani e Ibn Abi Hatim riferiscono che Hamza (ra) disse: «Anche la mia religione è la religione di Muhammad (s); cercate pure di impedirmi di seguirla».

Yunus ibn Bukayr, autore di opere sul Maghazi, riportando la narrazione di Ibn Ishaq, fornisce ulteriori dettagli: Hamza (ra) compì quell’atto sopraffatto dal sentimento del proprio onore; ma, una volta tornato a casa, la sua coscienza cominciò a rimproverarlo così: «Tu sei un capo dei Quraysh; sei diventato seguace di quest’uomo che ha abbandonato la religione e hai abbandonato la religione dei tuoi padri e dei tuoi antenati? Dopo ciò che hai fatto, per te sarebbe meglio morire!»

Poi pregò Allah: «O Dio! Se questa è la retta via, fa’ penetrare la sua verità nel mio cuore; altrimenti aprimi una via per uscirne». Per tutta la notte, sotto i sussurri satanici, rimase in preda alla più grande angoscia e inquietudine. Al mattino si recò dal Profeta (s) e disse: «Nipote! Mi sono invischiato in una questione dalla quale non vedo alcun modo per uscire. Per uno come me, rimanere fermo su una cosa senza sapere se sia giusta o sbagliata è estremamente grave».

Dopo aver ascoltato le sue parole, il Profeta (s) lo esortò, lo ammonì a temere Dio e gli diede la buona notizia affinché abbracciasse la fede. Alla fine, Allah fece nascere la fede nel suo cuore, e Hazrat Hamza (ra) disse: «Attesto che tu sei veritiero». Questo episodio è stato riportato citando al-Bayhaqi e Yunus ibn Bukayr.

La conversione all’Islam di Hazrat Umar (ra)

Poi il secondo e terribile colpo inferto ai Quraysh fu che un giorno vennero a sapere che anche Umar ibn al-Khattab aveva creduto nel Profeta (s). Egli era una delle colonne dell’opposizione dei Quraysh all’Islam. Aveva avuto un ruolo di primo piano nelle persecuzioni e nelle violenze contro coloro che abbracciavano la fede. Presso i Quraysh godeva di una posizione importante. Era un rinomato esperto della genealogia delle tribù arabe. I Quraysh lo inviavano anche come loro ambasciatore. Quando sorgevano dispute e contrasti tra le tribù, veniva scelto come arbitro e le sue decisioni venivano accettate. Era un uomo forte e un guerriero coraggioso. Era estremamente eloquente e un oratore eccellente, capace di affascinare gli ascoltatori. I Quraysh non avrebbero mai potuto immaginare che un uomo come lui un giorno si sarebbe schierato contro di loro, portando la bandiera dell’Islam. Tuttavia, dentro di lui era all’opera un processo in costante progresso che alla fine lo attrasse verso l’Islam. (Aggiunta dell’autore.)

La sua reazione iniziale

La sua reazione iniziale è stata riportata citando il suo stesso racconto nel Musnad di Ahmad e nel Tabarani. Egli narra: «Un giorno, prima di abbracciare l’Islam, uscii di casa con l’intenzione di mettere in difficoltà il Messaggero di Allah (s). Ma egli era entrato nell’Haram prima di me. Quando arrivai, stava recitando la sura al-Haqqah durante la preghiera. Mi fermai dietro di lui e cominciai ad ascoltare. Ero meravigliato dall’eloquenza delle parole del Corano e all’improvviso pensai: “Quest’uomo dev’essere certamente un mago, come dicono i Quraysh”. In quell’istante, dalla bocca del Profeta (s) uscirono queste parole:

*************************************************************

—Queste sono le parole di un nobile Messaggero, non quelle di un poeta. Quanto poco credete! (versetti 40-41)

Pensai tra me e me: “Se quest’uomo non è un poeta, allora è certamente un indovino”. Subito dopo, dalla sua bocca uscirono queste parole:

***********************************

—E non è la parola di un indovino. Quanto poco riflettete!

*******************************************

—È rivelato dal Rabb dell’universo.

Dopo aver udito ciò, l’Islam penetrò nel profondo del cuore di Amr. (Aggiunta dell’autore.)

L’effetto dell’Egira in Abissinia sul suo animo

La sua seconda reazione è stata riportata da Ibn Hisham nella Sīra, citando Ibn Ishaq, da al-Tabari nella sua Storia e da Ibn Asil in Usd al-Ghaba, sulla base del racconto di Layla bint Abi Hathma. Ella era una parente stretta di Umar (ra) ed emigrò in Abissinia insieme a suo marito, Amir ibn Rabiatul Anzi. Ella racconta: «Stavo preparando i bagagli per l’Egira, mentre mio marito era uscito per una faccenda. In quel momento arrivò Umar (ra), che era ancora immerso nello shirk. Abbiamo subito molte persecuzioni per mano sua. Tuttavia, allora rimase in piedi a osservare i miei preparativi. Poi disse: “Madre di Abdullah, dunque ve ne state andando?”»

Risposi: «Sì. Poiché ci avete tormentati e oppressi tanto, partiremo verso qualche luogo della terra di Dio, dove Dio ci aprirà una via per sfuggire a questa calamità». Allora Umar (ra) disse: «Che Allah sia con voi». In quel momento lo vidi con gli occhi colmi di lacrime, come non lo avevo mai visto prima. Vedendoci abbandonare il paese, se ne andò profondamente addolorato.

Quando ʿĀmir tornò con le provviste di cui avevamo bisogno, dissi: «Padre di ʿAbdullāh! Ah, se in questo momento avessi potuto vedere ʿUmar e il suo volto afflitto dal dolore per la nostra situazione. È andato via da qui proprio poco fa». ʿĀmir disse: «Speri forse che accetti l’Islām?». Risposi: «Sì». Egli disse: «L’uomo che hai appena visto non accetterà l’Islām finché non lo accetterà l’asino di al-Khaṭṭāb».

Il racconto della sua conversione all’Islām

Alla fine, un giorno, questo conflitto interiore lo spinse a uccidere il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), così da porre termine al dissidio nel quale era immerso. Ibn Isḥāq racconta che uscì con la spada sguainata allo scopo di compiere ciò. Ma lungo la strada incontrò Nuʿaym ibn ʿAbdullāh al-ʿAdawī. Egli era uno dei nobili della stessa tribù di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) e aveva abbracciato segretamente l’Islām. Gli chiese: «Dove stai andando?». Rispose: «Voglio uccidere quel ṣābiʾ, quell’apostata, che ha creato divisione tra i Quraysh, ci considera tutti degli stolti, ha messo in evidenza i difetti della nostra religione e insulta le nostre divinità». Nuʿaym disse: «Per Allah! O ʿUmar, la tua mente ti ha intrappolato nella rete dell’inganno. Pensi forse che, dopo l’uccisione di Muḥammad (pace e benedizioni di Allah su di lui), i Banū ʿAbd Manāf ti lasceranno in vita? Prima informati sulla tua stessa famiglia». ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Di quali miei familiari parli?». Nuʿaym rispose: «Di tuo cognato e cugino Saʿīd ibn Zayd e di tua sorella Fāṭima. Entrambi hanno abbracciato l’Islām e hanno giurato obbedienza a Muḥammad (pace e benedizioni di Allah su di lui)». ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) si voltò e raggiunse direttamente la casa di sua sorella. Lì era presente Khabbāb ibn al-Aratt, che teneva in mano un ṣaḥīfa sul quale era scritta la sūra Ṭā Hā. Egli la stava insegnando a Fāṭima. Quando Khabbāb si accorse dell’arrivo di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui), si nascose in un angolo della casa. Fāṭima nascose il ṣaḥīfa sotto la coscia. Tuttavia, già dalla porta, ʿUmar udì la recitazione di Khabbāb. Entrò e disse: «Che cosa stavate dicendo sottovoce, che io ho sentito?». Saʿīd rispose: «Non hai sentito nulla». Egli disse: «Al contrario, ho sentito. Per Allah, ho saputo che entrambi avete accettato di seguire la religione di Muḥammad». Poi cominciò a picchiare il cognato. Quando Fāṭima avanzò per difendere il marito, fu colpita anch’ella così duramente che la testa le si spaccò. Allora marito e moglie dissero entrambi: «Sì, siamo musulmani e abbiamo creduto nel Messaggero di Allah. Ora fa’ pure ciò che vuoi». Quando ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) vide scorrere il sangue dal volto della sorella, si vergognò del proprio comportamento e si liberò della sua ignoranza. Disse alla sorella: «Fammi vedere quel ṣaḥīfa che stavate leggendo poco fa. Voglio vedere che cosa ha portato Muḥammad (pace e benedizioni di Allah su di lui)». ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) era un uomo istruito; per questo desiderava leggerlo. Sua sorella disse: «Temo che tu possa distruggerlo». Egli rispose: «Non avere paura». Giurò sulla sua divinità che, dopo averlo letto, glielo avrebbe restituito. Nel cuore della sorella nacque allora una certa speranza che egli potesse diventare musulmano. Ella disse: «Fratello, a causa dello shirk sei impuro, e questo ṣaḥīfa può essere toccato soltanto da una persona pura». ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) si alzò, fece il bagno rituale e tornò. Allora Fāṭima gli mise il ṣaḥīfa nelle mani. Egli lesse l’inizio della sūra Ṭā Hā e disse: «Com’è bella e sublime questa Parola!». Non appena Khabbāb (che Allah sia soddisfatto di lui) udì queste parole, uscì dal suo nascondiglio e disse: «O ʿUmar, spero che Allah ti abbia scelto per renderti degno della supplica del Profeta. Ieri stesso ho sentito il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) pregare così: “O Allah, rafforza l’Islām per mezzo di Abū al-Ḥakam ibn Hishām (Abū Jahl) o di ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb”. Dunque, o ʿUmar, vieni verso Allah, vieni verso Allah!»

ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Conducimi da Muḥammad (pace e benedizioni di Allah su di lui), affinché io diventi musulmano». Khabbāb (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose: «Egli si trova con i suoi compagni in una casa vicino a Ṣafā (Dār al-Arqam)». ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) si cinse la spada, raggiunse il luogo in cui il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) e i suoi Compagni dimoravano e bussò alla porta. Un compagno del Profeta guardò attraverso una fessura della porta e vide ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) in piedi con la spada. Spaventato, tornò indietro e riferì la notizia al Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui). Ḥamza (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Lasciatelo entrare. Se è venuto con buone intenzioni, lo tratteremo bene; altrimenti lo elimineremo con la sua stessa spada». Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Lasciatelo entrare». Secondo le sue istruzioni, a ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) fu permesso di entrare. Appena entrò, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) gli andò incontro, afferrò con il pugno il suo mantello e lo tirò con forza, dicendo: «Ibn al-Khaṭṭāb! Che cosa ti porta qui? Per Allah, penso che non tornerai indietro finché Allah non farà scendere su di te una grave calamità». ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «O Messaggero di Allah! Sono venuto per credere in Allah, nel Suo Messaggero e nell’insegnamento portato dal Messaggero». A queste parole il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) pronunciò ad alta voce: «Allāhu akbar!», cosicché tutti gli abitanti della casa seppero che ʿUmar era diventato musulmano. I musulmani furono colmati di grande coraggio, poiché, dopo Ḥamza (che Allah sia soddisfatto di lui), anche ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) aveva abbracciato l’Islām. Da quel momento quei due divennero pilastri di forza per i musulmani. Ibn Isḥāq dice: «Questa è la narrazione dei trasmettitori medinesi riguardo alla conversione di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui)». Ḥāfiẓ Abū Yaʿlā la riferisce da Anas ibn Mālik (che Allah sia soddisfatto di lui), mentre al-Bazzār la riferisce direttamente da ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui).

La narrazione di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui)

Al-Bazzār, al-Ṭabarānī, al-Bayhaqī, Ibn ʿAsākir, Abū Nuʿaym, al-Dāraquṭnī e altri autori di biografie profetiche hanno riportato a questo proposito narrazioni trasmesse da Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui), Anas ibn Mālik (che Allah sia soddisfatto di lui), Aslam e altri, nonché la narrazione dello stesso ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui). Esse concordano in gran parte con la precedente narrazione di Ibn Isḥāq, pur presentando alcune differenze nei dettagli. Tuttavia, nella narrazione della dichiarazione di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui), trasmessa da Abū Nuʿaym e Ibn ʿAsākir da ʿAbdullāh ibn ʿAbbās, si aggiunge che ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Domandai: “O Messaggero di Allah! Non siamo forse saldi nella verità, sia che moriamo sia che viviamo?”. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: “Per Allah, sia che moriate sia che viviate, siete sulla verità”. Dissi: “Allora perché dobbiamo nasconderci? Se noi siamo nella verità e loro sono nella falsità, perché dovremmo occultare la nostra religione?”»

Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «O ʿUmar! Siamo molto pochi di numero, e tu vedi in quale situazione ci troviamo».

«Dissi: “Giuro per Colui che ti ha inviato come Profeta con la verità: non lascerò più una riunione nella quale prima sedevo con i miscredenti, né siederò più con loro come musulmano”».

«Poi uscimmo divisi in due gruppi: in uno c’ero io e nell’altro Hamza, che Dio si compiaccia di lui. Infine entrammo nella Moschea Sacra. Quando i Quraysh ci videro, furono così afflitti come mai lo erano stati prima. Questo episodio è stato riportato in diverse versioni da Ibn Mājah, al-Hākim e Ibn Saʿd. Ibn Hishām ha riportato questa dichiarazione di ʿUmar, che Dio si compiaccia di lui: “La notte stessa in cui abbracciai l’Islam, mi venne in mente che avrei dovuto informare della mia conversione colui che era il più grande nemico del Profeta, che Dio lo benedica e gli conceda la pace. Così andai direttamente alla casa di Abū Jahl e bussai alla porta. Egli uscì e, vedendomi, disse: ‘Benvenuto, nipote! Cosa ti porta qui?’

Risposi: “Sono venuto a comunicarti che ho abbracciato l’Islam”. Egli disse: “Che la disgrazia ricada su di te e su questa tua notizia!”. Poi chiuse la porta.

La narrazione di Ibn ʿUmar

Ibn Isḥāq ha riportato, citando Nāfiʿ, la narrazione di ʿAbd Allāh ibn ʿUmar, che Dio si compiaccia di lui: dopo aver abbracciato l’Islam, ʿUmar chiese: “Chi, tra i Quraysh, è il più capace di diffondere rapidamente le notizie?”. Gli fu indicato Jamīl ibn Maʿmar ibn Ḥabīb al-Jumaḥī. ʿUmar partì alla sua ricerca e io lo seguii. A quel tempo ero abbastanza grande da comprendere ciò che vedevo. [Ibn Saʿd ha riportato la dichiarazione di ʿAbd Allāh ibn ʿUmar, che Dio si compiaccia di lui, secondo cui allora avevo sei anni. Il ḥāfiẓ Ibn Ḥajar ha detto nel Fatḥ al-Bārī che allora avevo cinque anni (autore).] ʿUmar andò da lui e gli disse: “Ho abbracciato l’Islam e adottato la religione di Muḥammad”. Quello non disse nulla; si mise a trascinare il mantello per terra e si allontanò. ʿUmar lo seguì e io seguii ʿUmar. Quando giunse alla porta della Moschea Sacra, cominciò a gridare: “O gente dei Quraysh!”. I capi dei Quraysh erano riuniti presso la Kaʿba. Udito il suo grido, prestarono attenzione verso di lui. Egli disse: “Ascoltate! ʿUmar ha rinnegato la religione”. ʿUmar gridò ad alta voce da dietro di lui: “Mente! Ho abbracciato l’Islam e testimonio che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah e che Muḥammad, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, è il Suo servo e Messaggero”.

Allora la gente cominciò a picchiarlo, ed egli cominciò a picchiare anche loro. Alla fine arrivò mezzogiorno. ʿUmar, che Dio si compiaccia di lui, si sedette esausto. La gente gli stava tutt’intorno, mentre egli diceva: “Fate pure ciò che volete”. In quel momento un anziano dei Quraysh avanzò e chiese alla folla riunita: “Che succede? Qual è il problema?”

Essi risposero: “ʿUmar ha rinnegato la religione”. Egli disse: “E allora? Un uomo ha fatto ciò che desiderava. Che cosa volete adesso? Volete forse che i Banū ʿAdī consegnino così il loro uomo nelle vostre mani? Allontanatevi da lui”. Allora si dispersero. In seguito chiesi a mio padre: “Chi era quell’uomo?”

Egli rispose: “Figlio mio, era ʿĀṣ ibn Wāʾil al-Sahmī, cioè il padre di ʿAmr ibn al-ʿĀṣ”. Al-Ṭabarānī e al-Bazzār hanno riportato in forma concisa questa narrazione di Ibn ʿUmar, che Dio si compiaccia di lui.

In al-Bukhārī si trova una narrazione simile di ʿAbd Allāh ibn ʿUmar, che Dio si compiaccia di lui: mentre ʿUmar, che Dio si compiaccia di lui, sedeva nella propria casa in preda alla paura e all’agitazione, ʿĀṣ ibn Wāʾil, che nell’epoca dell’Ignoranza era nostro alleato, venne da lui e gli disse: “Perché siedi con un volto così triste?”. Egli rispose: “La tua gente vuole uccidermi, perché ho abbracciato l’Islam”. Quello disse: “Nessuno potrà torcerti un capello, poiché ti ho concesso la mia protezione”. Poi, quando ʿĀṣ uscì, vide la valle brulicare di una folla di persone. Disse loro: “Che cosa volete?”. Essi risposero: “Vogliamo occuparci di Ibn al-Khaṭṭāb, che ha rinnegato la religione”. Egli disse: “Nessuno potrà torcere un capello a ʿUmar”. Allora se ne andarono tutti.

La data della conversione di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) all’Islam

La conversione di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) all’Islam ebbe luogo nel sesto anno della missione profetica. Così hanno scritto l’Imam Nawawi nel «Tahdhib al-Asma wa al-Lughat» e Mulla ʿAli Qari nel commento all’«Arbaʿin di Nawawi». Alcuni dicono che egli abbracciò la fede tre giorni dopo che Ḥamza (che Allah sia soddisfatto di lui) era diventato musulmano; altri dicono tre mesi dopo. Abu Nuʿaym al-Isfahani, tuttavia, riferisce questa narrazione di ʿAbdullah ibn ʿAbbas (che Allah sia soddisfatto di lui): «Io stesso chiesi a ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) riguardo alla sua conversione all’Islam. Egli rispose: “Uscii tre giorni dopo che Ḥamza (che Allah sia soddisfatto di lui) era diventato musulmano”». Ibn Saʿd, riferendosi al servo di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui), Aslam, dice che ciò avvenne nel mese di Dhu al-Hijja del sesto anno della missione profetica. Probabilmente, però, l’evento avvenne alquanto prima. Masʿudi dice che in quel periodo erano con l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) poco più di quaranta persone. Wahidi aggiunge dieci donne. Il ḥafiẓ Ibn Ḥajar, tuttavia, nel «Manaqib di ʿUmar», citando Ibn Abi Khaythama, riferisce questa dichiarazione di ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui): «Con l’Inviato di Allah c’erano trentanove uomini; con me diventammo quaranta». Probabilmente, a quel tempo, ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) conosceva soltanto quel numero di persone, poiché molti musulmani tenevano nascosta la propria fede.

mentre erano assediati nello Shiʿb Abi Talib

In quel periodo l’ira dei Quraysh contro l’Islam e il Profeta (pace e benedizioni su di lui) cresceva di giorno in giorno. Si erano accorti che, nonostante tutti i loro sforzi, l’Islam continuava a diffondersi segretamente persino nella città della Mecca. Anche persone appartenenti alle tribù esterne diventavano musulmane una dopo l’altra. Inoltre, la questione non era più limitata alla sola Arabia; al contrario, la sua influenza si era estesa fino all’Abissinia. Il Negus era diventato pubblicamente un sostenitore dei musulmani. Da lì continuavano ad arrivare delegazioni presso il Profeta (pace e benedizioni su di lui) per abbracciare l’Islam. A ravvivare ulteriormente il fuoco della loro collera contribuiva anche il fatto che, con l’adesione alla schiera dei musulmani di capi valorosi e influenti come Ḥamza (che Allah sia soddisfatto di lui) e ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui), fosse cresciuto il coraggio dei musulmani rimasti alla Mecca dopo la migrazione in Abissinia. Ibn Abi Shayba e al-Tabarani riferiscono questa dichiarazione di ʿAbdullah ibn Masʿud (che Allah sia soddisfatto di lui): «Per Allah, non potevamo pregare accanto alla Casa di Allah finché ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) non divenne musulmano». In al-Bukhari è riportata questa stessa dichiarazione di Ibn Masʿud:

***************************************

—Da quando ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) è diventato musulmano, siamo sempre stati forti.

L’insieme di queste circostanze finì per esasperare a tal punto l’ignoranza dei Quraysh che, all’unanimità, redassero un documento nel quale giurarono in nome di Allah che non avrebbero mantenuto con loro alcun rapporto di frequentazione, matrimonio, conversazione, compravendita o altro, finché tale situazione non fosse cessata. I rappresentanti di tutte le famiglie dei Quraysh ratificarono il documento e lo appesero nella Kaʿba. Ibn Saʿd e Ibn ʿAbd al-Barr dicono che ciò avvenne il primo di Muharram del settimo anno della missione profetica.

Musa ibn ʿUqba scrive nel suo Maghazi, riferendosi all’Imam al-Zuhri [Ibn ʿAbd al-Barr, nella Sira, cita questa narrazione non solo da Musa ibn ʿUqba, ma anche da Muhammad ibn ʿAbd al-Rahman Abu al-Aswad e da Yaʿqub ibn Hamid ibn Khasib (l’Autore).], che quando Abu Talib venne a sapere che i Quraysh erano fermamente decisi a uccidere il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), convocò i Banu Hashim e i Banu al-Muttalib e disse: «Riunitevi tutti nello Shiʿb Abi Talib insieme a Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e proteggetelo fino alla fine». Entrambe le famiglie accettarono la proposta, e tutti i loro membri, miscredenti e musulmani, si riunirono nello Shiʿb Abi Talib. In seguito, le altre famiglie dei Quraysh stipularono tra loro il patto sopra menzionato. [Ibn ʿAbd al-Barr, riferendosi a Musa ibn ʿUqba, cita questa sorprendente narrazione dell’Imam al-Zuhri: dopo l’assedio nello Shiʿb Abi Talib, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) avrebbe ordinato ai musulmani oppressi della Mecca di emigrare in Abissinia. Secondo l’Autore, ciò contraddice la narrazione universalmente nota.]

D’altra parte, Ibn Saʿd, citando al-Waqidi, e Ibn Hisham, citando Ibn Ishaq, riferiscono che dapprima i Quraysh redassero un patto per interrompere i rapporti con i Banu Hashim e i Banu al-Muttalib; poi queste due famiglie, su indicazione di Abu Talib, si rinchiusero assediate nello Shiʿb Abi Talib. Anche Ibn ʿAbd al-Barr lo ha menzionato nella Sira. In quel periodo Abu Lahab si separò dalla propria famiglia e si unì agli assedianti. Anche le altre due famiglie rimaste dei Banu ʿAbd Manaf — i Banu ʿAbd Shams e i Banu Nawfal — abbandonarono i loro parenti dal lato paterno e si unirono ai nemici assedianti.

Ibn Hisham, citando Ibn Ishaq, riferisce che l’assedio durò due o tre anni. Ibn Saʿd e Musa ibn ʿUqba, tuttavia, affermano con certezza che la sua durata fu di tre anni. Per tutto questo periodo l’assedio dei Quraysh rimase estremamente rigido. Erano tenuti sotto assedio in modo tale che ogni via per far giungere loro generi alimentari e bevande era stata bloccata. Musa ibn ʿUqba racconta che, quando un mercante giungeva alla Mecca dall’esterno, i Quraysh acquistavano immediatamente tutte le sue merci, affinché gli assediati non potessero comprare nulla. Abu Lahab diceva ai mercanti: «Chiedete loro un prezzo così alto che non possano acquistare; poi comprerò io da voi quei beni e non vi lascerò subire alcuna perdita». Ibn Saʿd e al-Bayhaqi riferiscono che la situazione degli assediati era giunta a tal punto che i pianti dei bambini, tormentati dalla fame e dalla sete, si udivano fuori dallo Shiʿb Abi Talib. Essi uscivano soltanto durante il pellegrinaggio e, fino al pellegrinaggio successivo, rimanevano confinati nel loro quartiere.

In quel periodo soltanto Hakim ibn Juzam, nipote di Khadija (ra), e Hisham ibn ʿAmr al-ʿAmiri, nipote di Nadla ibn Hashim ibn ʿAbd Manaf, continuavano segretamente a compiere il dovere verso i propri parenti. Ibn Hisham, citando Ibn Ishaq, racconta che una volta Abu Jahl sorprese Hakim ibn Juzam mentre portava del cibo da sua zia e gli disse: «Porti cibo ai Banu Hashim? Bene, d’accordo. Non ti lascerò andare finché non ti avrò umiliato e disonorato in tutta la Mecca». In quel momento arrivò Abu al-Bakhtari ibn Hisham, dei Banu Asad ibn ʿAbd al-ʿUzza ibn Qusayy e parente stretto di Khadija (ra), e chiese: «Che cosa succede?». Abu Jahl rispose: «Sta portando del cibo ai Banu Hashim». Egli disse: «Lascialo andare. Sta portando a sua zia del cibo per lei. Non gli permetterai forse di portarle ciò che le appartiene?». Abu Jahl non cedette. Ne seguì una lite e una colluttazione tra i due. A un certo punto Abu al-Bakhtari colpì Abu Jahl alla testa con una mascella di cammello, spaccandogliela. Hamza (ra) stava osservando l’accaduto. A quel punto entrambi i politeisti miscredenti, vergognandosi, smisero di litigare, per non far gioire i Banu Hashim. Riguardo a Hisham ibn ʿAmr al-ʿAmiri, Ibn Hisham cita la narrazione di Ibn Ishaq secondo cui anch’egli continuò segretamente a comportarsi benevolmente, come un parente, verso i Banu Hashim e i Banu al-Muttalib. Il modo in cui lo faceva era il seguente: di notte caricava delle merci sul dorso di un cammello e lo conduceva nello Shiʿb Abi Talib. Gli assediati fermavano il cammello, scaricavano le merci e lo rimandavano fuori. Anche i Quraysh lo rimproveravano, ma Abu Sufyan diceva: «Lasciatelo stare. Sta mostrando misericordia verso i suoi parenti».

L’evento della spaccatura della luna

L’assedio continuava con grande severità. Tuttavia, come abbiamo detto nel capitolo «La predicazione generale» — all’inizio di questo volume — nonostante ciò il Messaggero di Allah (s) non si astenne nemmeno per un giorno dall’opera di predicazione, né alcuno aveva il potere di impedirgliela. Appena trascorsi due anni dall’inizio dell’assedio, si verificò il grandioso evento della spaccatura della luna. I miscredenti della Mecca lo videro con i propri occhi. Gli studiosi degli hadith e i commentatori del Corano concordano sul fatto che questo evento ebbe luogo cinque anni prima dell’Egira. Accadde a Mina. Nel Corano è menzionato con queste parole:

************************************************

L’Ora si è avvicinata e la luna si è spaccata. (Eppure la loro condizione è tale che) qualunque segno vedano, si allontanano e dicono: «È magia ormai consueta». (Al-Qamar: 1-2)

Alcuni razionalisti ritengono impossibile che un astro come la luna si spacchi e interpretano ******************* nel senso di: «La luna si spaccherà». Se si traduce «si spaccherà» invece di «si è spaccata», il significato dei due versetti diventa irragionevole. Nel primo versetto la spaccatura della luna è indicata come un segno dell’approssimarsi dell’Ora. Se si considera che essa avverrà in futuro, come si può ritenere la spaccatura della luna un segno dell’approssimarsi dell’Ora? Inoltre, accettando questo significato, il versetto successivo diventa del tutto privo di senso: vi si afferma che essi sono talmente ostinati che, qualunque segno vedano, se ne allontanano e lo considerano una manifestazione straordinaria della magia. Il contesto precedente e successivo di ***************** conferma chiaramente che, in quel momento, la luna si era realmente spaccata. Le narrazioni affidabili degli hadith riconoscono anch’esse la veridicità di questo significato. (Aggiunta dell’autore.)

Le narrazioni riguardanti la spaccatura della luna sono state riportate da Bukhari, Tirmidhi, Ahmad, Abu ‘Awana, Abu Dawud, Tayalisi, ‘Abd al-Razzaq, Ibn Jarir, Bayhaqi, Tabarani, Ibn Marduyah e Abu Nu‘aym. Essi hanno riportato, con numerose catene di trasmissione, narrazioni da Hadrat ‘Abdullah ibn ‘Umar (che Allah sia compiaciuto di lui), Hadrat ‘Abdullah ibn Mas‘ud (che Allah sia compiaciuto di lui), Hadrat Hudhayfa ibn al-Yaman (che Allah sia compiaciuto di lui), Hadrat Anas ibn Malik (che Allah sia compiaciuto di lui) e Hadrat Jubayr ibn Mut‘im (che Allah sia compiaciuto di lui). Tre di questi venerabili — Hadrat ‘Abdullah ibn Mas‘ud (che Allah sia compiaciuto di lui), Hadrat Hudhayfa (che Allah sia compiaciuto di lui) e Jubayr ibn Mut‘im (che Allah sia compiaciuto di lui) — hanno spiegato e analizzato la questione, affermando di essere stati testimoni oculari dell’evento in questione.

Riunendo tutte le narrazioni, il resoconto dettagliato che se ne ricava è il seguente: l’evento ebbe luogo circa cinque anni prima dell’Egira. Era la notte del quattordicesimo giorno del mese lunare. La luna era appena sorta quando, all’improvviso, si spaccò in due: una parte apparve da un lato della montagna di fronte e l’altra dall’altro lato. Questa situazione durò soltanto un istante, dopodiché le due parti si ricongiunsero. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) si trovava allora a Mina. Disse alla gente: «Guardate e siatene testimoni». I miscredenti dissero: «Muhammad può aver fatto una magia su di noi, ma non può averla fatta su tutti. Lasciamo che arrivino le persone da fuori; chiederemo loro se hanno visto anch’esse questo evento». Quando giunsero alcune persone dall’esterno, testimoniarono di aver visto anch’esse quella scena.

Da alcune narrazioni riferite da Hadrat Anas (che Allah sia compiaciuto di lui) è nata l’errata idea che la luna si sia spaccata non una, ma due volte. Primo: nessuno tra i Compagni ha affermato una cosa simile. Secondo: in alcune narrazioni dello stesso Hadrat Anas (che Allah sia compiaciuto di lui) compaiono le parole «due volte» e le parole «in due parti». Terzo: il Corano parla di una sola spaccatura della luna. Pertanto, la posizione corretta è che l’evento si verificò una sola volta. Poi, nella storia tramandata, è diffusa l’idea che l’evento si sia verificato una sola volta. Inoltre, la storia secondo cui, al gesto del dito del Profeta (pace e benedizioni su di lui), la luna si sarebbe divisa in due, una parte sarebbe entrata nella sua veste e sarebbe uscita da una manica, è del tutto priva di fondamento.

La domanda è ora: quale fu la vera natura di questo evento? Fu forse un miracolo che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mostrò alla Mecca, di fronte ai miscredenti, come prova della sua missione profetica? Oppure fu un fenomeno verificatosi nella luna per potere di Allah, attraverso il quale Egli attirò l’attenzione della gente su di essa affinché costituisse un segno della possibilità e dell’approssimarsi della Resurrezione? Un vasto gruppo di sapienti include questo evento tra i miracoli del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Secondo loro, il miracolo fu mostrato per soddisfare la richiesta dei miscredenti. Ma questa idea deriva da alcune narrazioni riferite da Hadrat Anas (che Allah sia compiaciuto di lui). Nessun altro Compagno, oltre a lui, ha affermato una cosa simile. In Fath al-Bari, Ibn Hajar dice: tra tutti i modi in cui questa storia è stata riferita, a parte l’hadith di Hadrat Anas (che Allah sia compiaciuto di lui), non ho trovato alcuna indicazione che la spaccatura della luna sia avvenuta in seguito alla richiesta dei politeisti. Abu Nu‘aym al-Isfahani ha riportato in Dala’il al-Nubuwwa una narrazione su questo argomento da Hadrat Ibn ‘Abbas (che Allah sia compiaciuto di lui), ma la sua catena di trasmissione è debole. In nessuna delle narrazioni da Hadrat Ibn ‘Abbas (che Allah sia compiaciuto di lui) riportate nei libri di hadith con una catena affidabile si trova menzione di ciò. Inoltre, né Hadrat Anas (che Allah sia compiaciuto di lui) né Hadrat ‘Abdullah ibn ‘Abbas (che Allah sia compiaciuto di lui) furono contemporanei dell’evento. Al contrario, tra i Compagni che erano presenti in quel periodo — come Hadrat ‘Abdullah ibn Mas‘ud (che Allah sia compiaciuto di lui), Hadrat Hudhayfa (che Allah sia compiaciuto di lui), Hadrat Jubayr ibn Mut‘im (che Allah sia compiaciuto di lui), Hadrat ‘Ali (che Allah sia compiaciuto di lui) e Hadrat ‘Abdullah ibn ‘Umar (che Allah sia compiaciuto di lui) — nessuno ha affermato che alla Mecca i politeisti avessero chiesto un segno come prova della veridicità del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e che, di conseguenza, fosse stato mostrato loro il miracolo della spaccatura della luna. La cosa più importante è che anche il Sacro Corano presenta questo evento non come un segno della missione di Muhammad, bensì come un segno dell’imminenza della Resurrezione. Tuttavia, sotto questo aspetto, esso costituiva certamente una prova evidente della veridicità del Profeta (pace e benedizioni su di lui), poiché l’evento confermava la notizia dell’avvento della Resurrezione che egli aveva annunciato alla gente.

Gli oppositori sollevano a questo proposito due obiezioni. Primo, secondo loro è assolutamente impossibile che un enorme corpo celeste come la luna si divida in due, che una parte si separi dall’altra, che una delle parti si allontani dall’altra per centinaia di miglia e che poi le due si ricongiungano. Secondo, affermano che, se ciò fosse accaduto, l’evento sarebbe diventato famoso in tutto il mondo, sarebbe stato menzionato nella storia e sarebbe comparso nei testi di astronomia. In realtà, però, entrambe le obiezioni sono prive di peso. In passato si sarebbe forse potuto discutere se una cosa simile fosse possibile. Ma, sulla base delle conoscenze acquisite in epoca moderna sulla struttura dei corpi celesti, è assolutamente possibile che un corpo celeste si fratturi a causa di un’eruzione al suo interno e che, durante questa terribile eruzione, le sue due parti si allontanino molto per poi ricongiungersi grazie alla forza magnetica del proprio centro. Resta la seconda obiezione. Essa è irrilevante perché l’evento non durò che un istante. Non vi fu alcun boato di esplosione capace di attirare l’attenzione della gente. Non era stata diffusa in anticipo alcuna notizia che inducesse le persone a guardare il cielo. Inoltre, non era possibile osservarlo in tutto il mondo. A quel tempo la luna era sorta soltanto in Arabia e nei paesi a oriente di essa. In quell’epoca l’interesse per la storiografia non era così grande, né l’arte di scrivere la storia era tanto sviluppata, che coloro che avevano visto l’evento nei paesi orientali lo mettessero per iscritto, che le loro testimonianze fossero raccolte da uno storico e che fossero riportate in un’opera storica. Tuttavia, nella storia del Malabar si menziona che quella notte un re del luogo osservò la scena. Resta ora la questione dell’astronomia e dei calendari. Un evento sarebbe stato menzionato nei testi astronomici o nei calendari soltanto se fosse stata rilevata qualche variazione nel moto della luna, nella sua orbita o nei suoi tempi di levata e tramonto. Non si verificò alcuna irregolarità di questo genere e perciò l’attenzione degli astronomi dell’antichità non fu attirata su di essa. Inoltre, a quell’epoca i telescopi non erano abbastanza sviluppati da consentire di registrare e conservare immediatamente qualsiasi evento verificatosi nei cieli superiori. (Tafhim, vol. 5 — al-Qamar, nota 1.)

Come ebbe fine l’assedio

Sebbene i capi fanatici e ostinati dei miscredenti della Mecca, spinti da una collera momentanea, avessero posto sotto assedio due grandi famiglie tra le altre famiglie della città, alla Mecca non vi era alcuna famiglia che non avesse legami di parentela con i Banu Hashim e i Banu al-Muttalib. Per questo, fin dall’inizio, per molti l’assedio dei propri fratelli e parenti fu insopportabile. Quanto più l’assedio si prolungava, tanto più cresceva in loro il risentimento contro di esso. I Banu Hashim e i Banu al-Muttalib erano infatti ridotti alla fame. Le grida e i lamenti dei loro bambini si udivano nei quartieri vicini. I loro parenti delle altre famiglie, che abitavano nelle vicinanze, diventavano inquieti ascoltando quei gemiti e quelle invocazioni di aiuto. Musa ibn ‘Uqba dice che, alla fine del terzo anno, i Banu ‘Abd Manaf, i Banu Qusayy e coloro che avevano contratto matrimonio con i Banu Hashim cominciarono a rimproverarsi a vicenda e a dichiarare apertamente: «Abbiamo commesso il crimine di interrompere questi legami di parentela. Con questo comportamento abbiamo violato i diritti della famiglia».

Al-Tabari e Ibn Hisham, citando Ishaq, e al-Baladhuri, citando al-Waqidi, riferiscono che infine Hisham ibn Amr al-Amiri si assunse l’incarico di porre fine a questa persecuzione e dichiarò che non si sarebbe fermato finché l’assedio non fosse terminato. Per prima cosa incontrò Zubayr ibn Abi Umayya, capo dei Banu Makhzum, che era fratello della venerabile Umm Salama e figlio di Atika bint Abd al-Muttalib, zia paterna del Profeta. Gli disse: «O Zubayr! Ti fa forse piacere mangiare e bere tranquillamente, sposarti, mentre i tuoi parenti dal lato materno muoiono di fame? Saranno interrotti i rapporti commerciali e matrimoniali con loro? Giuro su Dio: se questa situazione riguardasse Abu Jahl e tu gli chiedessi di trattare i parenti dal lato materno di lui come egli ti chiede di trattare i parenti dal lato materno tuo, egli non lo farebbe mai». Zubayr disse: «Hisham, che cosa posso fare da solo? Se qualcun altro ci aiutasse, non mi fermerei finché non avessimo strappato il documento dell’assedio». Hisham disse: «Uno ci sono io». Zubayr disse: «Cercane un altro».

Poi Hisham incontrò Mut’im ibn Adi, capo dei Banu Nawfal ibn Abd Manaf, e gli disse: «O Mut’im! Sei forse contento che due famiglie dei Banu Abd Manaf vengano distrutte mentre tu resti a guardare? Se riguardo a loro sostieni i Quraysh e li lasci agire in questo modo per annientarli, presto verrà un giorno in cui la stessa situazione riguarderà anche te». Egli disse: «Che cosa posso fare da solo? Coinvolgi qualcun altro». Hisham disse: «Uno ci sono io, e il secondo è Zubayr ibn Abi Umayya». Mut’im disse: «Cercane un altro».

Poi Hisham incontrò Abu al-Bakhtari, As ibn Hisham, capo dei Banu Asad ibn Abd al-Uzza, e gli disse le stesse cose che aveva detto a Mut’im. Egli disse: «C’è qualcun altro che starà con noi?». Hisham rispose: «Ci sono io, Zubayr ibn Abi Umayya e Mut’im ibn Adi». Egli disse: «Bene, trovane ancora uno». Allora Hisham parlò con Zam’a ibn al-Aswad ibn al-Muttalib. Egli era uno dei capi dei Banu Asad ibn Abd al-Uzza e fu persuaso anch’egli ad aderire a questa iniziativa.

In seguito questi cinque uomini — Hisham, Zubayr, Mut’im, Abu al-Bakhtari e Zam’a — si riunirono negli altopiani della Mecca, ad Hajun, e decisero come tentare di distruggere il documento dell’assedio. Zubayr disse: «Inizierò io a parlare e voi mi sosterrete». La mattina del giorno seguente si recarono verso il luogo dell’assemblea dei Quraysh. Zubayr compì sette circumambulazioni attorno alla Kaaba, poi si rivolse agli abitanti della Mecca dicendo: «O gente della Mecca! Noi mangeremo e vivremo comodamente mentre i Banu Hashim saranno distrutti? Non si può comprare nulla da loro né vendere loro nulla. Giuro su Dio, non mi siederò affatto finché il documento dell’assedio non sarà stato strappato».

Abu Jahl si alzò e disse: «Stai mentendo: non sarà mai strappato». Zam’a disse: «Giuro su Dio, il più grande bugiardo sei tu. Anche quando questo documento fu redatto, noi non eravamo d’accordo». Abu al-Bakhtari lo sostenne dicendo: «Zam’a ha ragione. Non eravamo affatto d’accordo con ciò che è stato scritto in quel documento, e non lo riconosciamo». Mut’im ibn Adi disse: «Voi due avete detto la verità; è bugiardo colui che sostiene il contrario. Davanti ad Allah ci dichiariamo liberi da ogni responsabilità per questo documento e per ciò che vi è scritto». Anche Hisham ibn Amr lo sostenne. Abu Jahl disse: «Questa è una cospirazione ordita di notte in qualche luogo».

Una miracolosa manifestazione della potenza di Allah

Ibn Sa’d, Ibn Hisham e al-Baladhuri riferiscono che al Messaggero di Allah fu comunicato da parte di Allah che le termiti avevano divorato tutte le parole scritte nel documento della rottura dei rapporti, quelle riguardanti l’ingiustizia, l’oppressione e la rottura dei legami di parentela, lasciando intatto soltanto il nome di Allah.

La versione di Ibn Ishaq, Musa ibn Uqba e Urwa è invece opposta: le termiti avrebbero divorato il nome di Allah nel punto in cui era scritto, mentre le parole riguardanti l’ingiustizia, l’oppressione e simili sarebbero rimaste intatte. Tuttavia questa versione non sembra accettabile. La verità è dunque quella riferita da Ibn Sa’d, al-Baladhuri e Ibn Hisham. Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ne informò suo zio Abu Talib. Egli gli chiese: «Il tuo Signore ti ha dato questa notizia?». Il Profeta rispose: «Sì». Abu Talib ne parlò ai suoi fratelli, i quali dissero: «Qual è la tua opinione?». Abu Talib rispose: «Giuro su Allah: Muhammad non ci ha mai detto una menzogna».

Dopodiché Abu Talib disse: «Che cosa si dovrebbe fare ora?». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «A mio parere, dovreste indossare gli abiti più belli, recarvi dai Quraysh e dire loro queste parole». Così uscirono tutti insieme e si recarono presso l’Hijr, dove i notabili dei Quraysh erano riuniti. Vedendoli arrivare, tutti rivolsero loro lo sguardo e cominciarono a chiedersi che cosa, in definitiva, volessero dire.

Sebbene gli storici non abbiano fornito alcuna spiegazione o analisi al riguardo, mettendo a confronto il racconto precedente con questo, appare chiaro che Abu Talib e i suoi compagni giunsero nel Santuario proprio mentre Zubayr e i suoi compagni stavano discutendo animatamente con Abu Jahl e i capi dei Quraysh riflettevano su quella disputa. Non appena Abu Talib arrivò, si rivolse a tutti dicendo: «Siamo venuti con una questione; ad essa darà la risposta colui che, tra voi, riterrà giusta».

I capi dei Quraysh dissero: «Benvenuto, ahlan wa sahlan. Abbiamo con noi ciò che vi soddisferà. Dunque, dite: che cosa desiderate?». Abu Talib disse: «Mio nipote mi ha dato questa notizia e, per Dio, non ha mai mentito. Ora fate portare qui quel documento e verificate. Se le parole di mio nipote sono vere, allora cessate di interrompere i rapporti con noi e cancellate ciò che vi è scritto. Se invece le sue parole sono false, ve lo consegnerò. A quel punto potrete decidere se ucciderlo o lasciarlo in vita». Essi dissero: «Avete parlato con giustizia».

Poi portarono il documento e, dopo averlo aperto, si constatò che era vera proprio la cosa che Allah aveva rivelato al Suo Messaggero. Di conseguenza, tutte le cospirazioni degli infedeli dei Quraysh fallirono e loro rimasero umiliati. Abu Talib disse: «Ora vi è diventato chiaro che siete voi i responsabili di questa oppressione, persecuzione e rottura dei rapporti. Per quale colpa dovremmo dunque rimanere assediati?». Poi Abu Talib, insieme ai suoi compagni, si recò dietro il drappo della Kaaba, aderì con il corpo alla parete della Casa di Allah e pregò così: «O Dio! Aiutaci contro coloro che ci hanno oppresso, hanno reciso i legami di parentela con noi e hanno considerato lecite per se stessi quelle cose che, nei nostri confronti, Tu hai reso loro illecite». Dette queste parole, partì con i suoi compagni verso la propria gola. Non appena se ne furono andati, molti Quraysh rimproverarono le ingiustizie e le persecuzioni inflitte ai Banu Hashim. Tra loro si distinsero Mut‘im ibn ‘Adi, ‘Adi ibn Qays, Zam‘a ibn al-Aswad, Abu al-Bakhtari ibn Hashim e Zubayr ibn Abi Umayya. In seguito, queste persone, armatesi, si recarono nella gola di Abu Talib e dissero ai Banu Hashim e ai Banu al-Muttalib: «Ora tornate ciascuno alla propria casa e vivetevi».

Ibn Sa‘d, al-Baladhuri, Ibn ‘Abd al-Barr e altri affermano che questo assedio ebbe termine nel decimo anno della missione profetica.

La morte di Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) e del signor Abu Talib

La gioia e la serenità che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva ritrovato dopo la fine dell’assedio si trasformarono in tristezza a causa di due eventi luttuosi verificatisi uno dopo l’altro. La morte di suo zio Abu Talib, suo principale sostenitore e aiutante, e di Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei), sua fedelissima compagna che lo consolava nelle difficoltà, lo gettò in un profondo dolore. Questi due eventi luttuosi si verificarono nel decimo anno della missione profetica, lo stesso anno in cui ebbe termine l’assedio.

Alcuni storici hanno affermato che Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) morì prima di Abu Talib. Al-Waqidi dice che morì trentacinque giorni prima. Tuttavia, l’opinione più diffusa e affidabile è che Abu Talib morì per primo e che, poco tempo dopo, morì anche Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei). Al-Bayhaqi e Ibn Hisham, citando il breve racconto di Muhammad ibn Ishaq, affermano che entrambi morirono nello stesso anno, tre anni prima dell’Egira.

Ibn ʿAbd al-Barr riferisce che Abū Ṭālib morì sei mesi dopo l’uscita da Shiʿb. Tre giorni dopo morì Ḥaḍrat Khadīja (r.a.). Ibn Saʿd afferma che Abū Ṭālib morì nel mese di Shawwāl del decimo anno della profezia. A quel tempo aveva ottant’anni. Un mese e cinque giorni dopo morì Ḥaḍrat Khadīja (r.a.), all’età di sessantacinque anni. Ibn Kathīr indica il decimo anno della profezia, nel mese di Shawwāl o di Dhū al-Qaʿda, come periodo della morte di Abū Ṭālib. Tra le diverse opinioni è stata preferita quella secondo cui tra la morte di Abū Ṭālib e quella di Ḥaḍrat Khadīja (r.a.) intercorsero soltanto trentacinque giorni. Ḥāfiẓ Abū al-Faraj Ibn al-Jawzī parla di cinque giorni e Qutayba di tre giorni come intervallo tra le loro morti. Al-Qasṭallānī, nel Mawāhib al-Ladunniyya, afferma: «La verità è che Ḥaḍrat Khadīja morì nel Ramaḍān (nel decimo anno della profezia)». Al-Balādhurī, citando Ḥakīm ibn Ḥizām, indica come data della morte il 10 Ramaḍān (del decimo anno della profezia).

Le persecuzioni dei miscredenti contro i musulmani

Il Profeta (s) definiva quell’anno l’anno della tristezza. Dopo questi due eventi, una montagna di lutto e dolore si abbatté sul Messaggero (s). D’altra parte, poiché all’improvviso il Messaggero (s) si trovava senza alcun protettore, i Quraysh acquistarono improvvisamente grande coraggio. Cominciarono allora le persecuzioni e le vessazioni che, durante la vita di Abū Ṭālib, non avevano potuto infliggere al Profeta. Al-Bayhaqī, citando la narrazione di ʿUrwa ibn al-Zubayr, riferisce che il Profeta (s) disse: «Fino alla morte di Abū Ṭālib, i Quraysh furono codardi». Al-Ḥākim ha riportato la stessa narrazione di ʿUrwa ibn al-Zubayr, con queste medesime parole, citando Ḥaḍrat ʿĀʾisha (r.a.): ella disse di aver sentito il Profeta (s) pronunciare tali parole.

Ibn Isḥāq, citando ʿUrwa ibn al-Zubayr, riporta un esempio dell’audacia sempre crescente dei Quraysh: un giorno, in mezzo al mercato, un uomo dei Quraysh gettò della terra sulla testa del Messaggero (s), che tornò a casa in quelle condizioni. Una delle sue figlie gli lavava la testa e piangeva. Per consolarla, il Messaggero (s) le diceva: «Figlia mia, non piangere: Allah è il protettore di tuo padre».

L’Imām al-Bukhārī ha riportato in vari passi, nel Kitāb al-Ṭahāra, nel Kitāb al-Jizya, nel Kitāb al-Jihād e nel Kitāb al-Maghāzī, questa narrazione trasmessa da Ḥaḍrat ʿAbd Allāh ibn Masʿūd (r.a.): un giorno il Messaggero (s) stava pregando vicino alla Kaʿba. Gli uomini dei Quraysh erano seduti nelle loro rispettive riunioni. Uno di loro — secondo la spiegazione riportata da Muslim, si trattava di Abū Jahl — disse: «Chi di voi andrà a prendere dalla casa di qualcuno un cesto contenente le interiora e il sangue di un cammello macellato e glielo metterà sulla schiena mentre è prosternato?». A queste parole si alzò ʿUqba ibn Abī Muʿayṭ, il più malvagio e dissoluto tra loro, e portò quei rifiuti, depositandoli sulla schiena del Messaggero (s), oppure tra le sue due spalle, mentre era prosternato. A causa del loro peso, il Messaggero (s) rimase prostrato e non riuscì a sollevare la testa. Vedendo la scena, gli uomini dei Quraysh cominciarono a ridere sguaiatamente, cadendo gli uni sugli altri. Nel frattempo qualcuno andò ad avvertire la casa del Messaggero (s). Ḥaḍrat Fāṭima (r.a.), udita la notizia, accorse e rimosse quei rifiuti trascinandoli via. Poi rimproverò severamente gli uomini dei Quraysh e invocò la maledizione contro coloro che avevano compiuto quell’atto. (Ḥāfiẓ al-Bazzār aggiunge che nessuno dei miscredenti dei Quraysh osò rivolgere una sola parola a Ḥaḍrat Fāṭima (r.a.)). Terminata la preghiera, il Messaggero (s) disse: «O Dio, giudica i Quraysh!». Alcuni dicono che pronunciò queste parole due volte, altri tre. Nella narrazione di al-Bukhārī si afferma che i Quraysh considerarono estremamente sgradita questa invocazione del Messaggero (s). In Muslim si riferisce che, alle sue parole, smisero di ridere e furono colti da timore e angoscia per la maledizione. Ḥaḍrat ʿAbd Allāh ibn Masʿūd riferisce che in seguito il Messaggero (s) invocò la maledizione, chiamandoli per nome, contro Abū Jahl, ʿUtba ibn Rabīʿa, Shayba ibn Rabīʿa, al-Walīd ibn ʿUtba ibn Rabīʿa, Umayya ibn Khalaf, ʿUqba ibn Abī Muʿayṭ e ʿUmāra ibn al-Walīd. Questo ḥadīth è stato riportato, oltre che da al-Bukhārī e Muslim, anche dall’Imām Aḥmad, da al-Nasāʾī, al-Bazzār, al-Ṭabarānī, Abū Dāwūd al-Ṭayālisī e altri. Nella narrazione di al-Ṭayālisī è riportata anche questa affermazione di Ḥaḍrat ʿAbd Allāh ibn Masʿūd (r.a.): «Non ho più sentito il Messaggero (s) invocare la maledizione contro di loro dopo quel giorno».

Sebbene i muḥaddithūn che hanno trasmesso questo ḥadīth non abbiano specificato in quale periodo avvenne l’episodio, in esso si trova un’informazione che permette di determinarne quasi con certezza il momento. Quando, mentre il Messaggero (s) era prosternato, gli furono deposte addosso le interiora di una cammella, e la notizia giunse a Ḥaḍrat Fāṭima (r.a.), ella accorse e rimosse trascinandole dalla testa di suo padre. A proposito di lei, Ibn ʿAbd al-Barr afferma nell’Istīʿāb che, quando nacque, il Messaggero (s) aveva quarantuno anni. Al-Zurqānī, nel suo commento al Mawāhib, ha ritenuto corretta questa opinione. Ora, è certo che al momento di questo episodio Ḥaḍrat Fāṭima dovesse avere almeno nove anni, poiché per una bambina più piccola sarebbe stato estremamente difficile trascinare via le interiora della cammella. Perciò riteniamo che i miscredenti compirono questo insensato atto dopo la morte di Ḥaḍrat Khadīja (r.a.) e di Abū Ṭālib.

Il testamento di Abū Ṭālib

Allāma al-Qasṭallānī, nel Mawāhib al-Ladunniyya, e Allāma al-Zurqānī, nel suo commento, citando Hishām ibn Muḥammad ibn al-Sāʾib al-Kalbī, riferiscono che, negli ultimi momenti di Abū Ṭālib, i capi dei Quraysh vennero a fargli visita. Dopo aver elogiato davanti a loro le virtù e la grandezza dei Quraysh, egli disse: «Badate di preservare inviolata la sacralità di questa Casa di Allāh. In ciò vi è la soddisfazione del Signore. Adempite i diritti dei parenti. Non oltrepassate i limiti gli uni verso gli altri e non violate i diritti reciproci. Accogliete l’invito di chi invita. Soddisfate i bisogni di chi chiede aiuto. Adottate la sincerità e l’onestà. A questo proposito vi raccomando Muḥammad (s): trattatelo bene, perché tra i Quraysh è al-Amīn, il degno di fiducia, ed è il più veritiero di tutta l’Arabia. Possiede tutte le qualità di cui vi ho parlato. Ha portato qualcosa che i cuori desiderano, ma che la gente nega a parole per timore dell’inimicizia. Per Dio, è come se vedessi con i miei stessi occhi i poveri dell’Arabia e i deboli di ogni regione avanzare, accettare il suo invito e proclamare la verità della sua parola. Essi rafforzeranno la sua opera, ed egli, insieme a loro, si lancerà in campi pieni di pericoli. I capi dei Quraysh resteranno seduti, con la coda tra le gambe».

Ibn Saʿd riferisce che, al momento della morte, Abū Ṭālib raccomandò ai suoi figli: «Finché ascolterete le parole di Muḥammad (s) e obbedirete ai suoi ordini, starete sempre bene. Pertanto obbeditegli e aiutatelo: così rimarrete sulla retta via».

Il Profeta (s) disse: «Zio, hai raccomandato ciò a loro; perché invece tieni te stesso al di fuori di tutto questo?»

Egli rispose: «Ma non voglio che, preso dal panico al momento della morte, io venga considerato uno sviato, e che i Quraysh dicano: “Ciò che Abū Ṭālib aveva rifiutato quando era in piena salute, lo ha adottato, preso dal panico, al momento della morte”».

Ibn Saʿd riferisce, citando l’Imām Muḥammad ibn Sīrīn, che quando Abū Ṭālib era sul punto di morire chiamò il Profeta (s) e gli disse: «Quando sarò morto, trasferisciti a Medina, presso i Banū Najjār, la famiglia di tuo nonno materno, poiché essi sono molto severi nel proteggere i propri familiari».

Da queste raccomandazioni si comprende quanto Abū Ṭālib fosse saggio e lungimirante: il parere da lui espresso su Medina, tre anni prima dell’Egira, alla fine si dimostrò vero. Eppure, a quel tempo, nessuno avrebbe potuto immaginare che Medina sarebbe diventata una città pronta a sacrificare la propria vita per l’Islam e per il Profeta Muḥammad (s), e che da lì il Profeta (s) avrebbe ottenuto una forza capace di sottomettere tutta l’Arabia. Così, tutto ciò che egli aveva detto allora ai capi dei Quraysh si realizzò, parola per parola, pochi anni dopo. Altre persone trassero beneficio dall’aver sostenuto il Profeta (s), mentre quei capi dei Quraysh furono relegati nelle ultime file. Ibn ʿAbd al-Barr narra nell’Istīʿāb un episodio risalente al governo di ʿUmar (ra): un giorno i capi dei Quraysh, tra i quali spiccavano Suhayl ibn ʿAmr e Abū Sufyān, sedevano fuori in attesa del permesso di essere ricevuti dal comandante dei credenti. In quel momento furono chiamati dentro Bilāl (ra), Suhayb (ra) e altri Compagni di Badr. Abū Sufyān disse ai suoi compagni con tono di rimprovero: «È forse giunto il momento che la nostra gente debba restare fuori, mentre gli schiavi vengono chiamati dentro?». Suhayl ibn ʿAmr rispose: «Rivolgete questo rimprovero a voi stessi. Quando fu annunciato l’invito all’Islam, essi avanzarono, mentre voi rimaneste indietro».

Abū Lahab si fece avanti per sostenere il Profeta (s), ma poi tornò sui suoi passi

Ibn Saʿd riferisce che, quando a Mecca le persecuzioni contro il Profeta (s) raggiunsero il culmine, un giorno Abū Lahab si recò da lui e disse: «Muḥammad, continua a fare ciò che vuoi. Continua a fare ciò che facevi durante la vita di Abū Ṭālib. Per al-Lāt e al-ʿUzzā, finché sarò vivo nessuno potrà metterti le mani addosso».

Poi il Profeta (s) uscì di casa e Ibn al-Ghayṭala [il vero nome di quest’uomo era al-Ḥārith ibn Qays ʿAdī al-Sahmī. La moglie di Qays ibn ʿAdī era una prostituta chiamata Ghayṭala, appartenente ai Banū Murra. Tutti i suoi figli venivano chiamati Ghayāṭila — Autore.] lo insultò nel mercato pubblico. Allora Abū Lahab uscì di casa e rimproverò Ibn al-Ghayṭala. Questi fuggì gridando: «O Quraysh, sappiate che anche Abū ʿUtba ha abbandonato la religione dei suoi antenati!». Dopo aver udito quel tumulto, la gente si avvicinò ad Abū Lahab e gli chiese che cosa fosse successo. Egli rispose: «Non ho abbandonato la religione di ʿAbd al-Muṭṭalib. Ma ora sosterrò mio nipote, perché ormai non ha più alcun protettore». I capi dei Quraysh dissero: «Hai fatto bene a prepararti ad adempiere il dovere verso il tuo parente». Per qualche tempo, dunque, il Profeta (s) rimase al sicuro e la gente, per riguardo ad Abū Lahab, smise di molestarlo. Infine, un giorno, Abū Jahl e ʿUtba ibn Abī Muʿayṭ si consultarono e si recarono da Abū Lahab, dicendogli: «Chiedi un po’ a tuo nipote dove andranno suo nonno e tuo padre, ʿAbd al-Muṭṭalib». Quando Abū Lahab pose questa domanda al Profeta (s), egli rispose: «Andrà dove andrà il suo popolo, e anch’io andrò là». Abū Lahab riferì ai suoi amici questa risposta del Profeta (s). Essi dissero: «Ehi, amico, hai capito? Significa che anche tuo padre andrà all’Inferno».

Abu Lahab venne dal Profeta (s) e gli chiese: «O Muhammad! Abd al-Muttalib andrà all’Inferno?». Egli rispose: «Sì. E chiunque muoia professando quella religione nella quale morì Abd al-Muttalib, andrà all’Inferno». Non appena udì queste parole, Abu Lahab si adirò e disse bruscamente: «Per Dio, sarò sempre tuo nemico. Tu ritieni che Abd al-Muttalib sia destinato all’Inferno?»

Così, colui che per alcuni giorni era stato sostenitore della verità, pur essendo nemico di Dio, ritornò alla sua posizione originaria.

Il matrimonio con Sawda (ra)

Dopo la morte di Khadija (ra), il Profeta (s) si trovò ad affrontare il difficile problema che in casa erano rimaste soltanto le giovani figlie, Umm Kulthum (ra) e Fatima (ra). Non c’era nessuno che si prendesse cura di loro. Se ora egli fosse uscito di casa per assolvere il pericoloso compito della missione profetica, le sue due figlie sarebbero rimaste indifese. Per questo, pochi giorni dopo la morte di Khadija (ra), sposò Sawda bint Zam‘a. [Ibn Sa‘d, citando al-Waqidi, riferisce che questo matrimonio ebbe luogo nel mese di Ramadan del decimo anno della missione profetica. Al-Qastallani, nel Mawahib al-Ladunniyya, afferma invece che Khadija (ra) morì nel mese di Ramadan e che il matrimonio con Sawda (ra) ebbe luogo nel mese di Shawwal. – L’autore.] Era una donna avanti negli anni e particolarmente adatta a prendersi cura delle ragazze. Apparteneva alla tribù dei Banu Amir ibn Lu’ay. In precedenza era stata sposata con Sakran ibn Amr, suo cugino e fratello di Suhayl ibn Amr. Entrambi i coniugi erano tra i primi musulmani e parteciparono alla seconda emigrazione in Abissinia. Musa ibn Uqba e Abu Ma‘shar affermano che Sakran (ra) morì in Abissinia. Muhammad ibn Ishaq e al-Waqidi, invece, dicono che tornò dall’Abissinia alla Mecca e che morì proprio lì. [Al-Tabari e Ibn Kathir hanno scritto nelle loro opere storiche che egli partì nuovamente dalla Mecca per l’Abissinia e morì da cristiano. Al-Baladhuri, tuttavia, ha riconosciuto come autentica la versione di Ibn Ishaq e al-Waqidi. Asir stesso, spiegando la questione nella sua opera Usd al-Ghaba, ha affermato che egli rimase musulmano fino al momento della morte. Hafiz Ibn Hajar, nella sua opera al-Isaba, ha scritto accanto al suo nome «che Dio sia soddisfatto di lui». – L’autore.] Nella narrazione citata da Ibn Sa‘d da al-Waqidi si riferisce che, quando il Profeta (s) le fece chiedere di sposarlo, ella rispose: «Avete piena autorità di decidere qualsiasi cosa mi riguardi». Il Profeta (s) le fece allora sapere: «Nomina qualcuno da parte tua che celebri il tuo matrimonio con me». A tale scopo ella nominò Hatib ibn Amr, fratello di Suhayl ibn Amr e uno dei primi musulmani; egli celebrò il suo matrimonio con il Profeta (s).

Secondo la maggior parte delle narrazioni, dopo Khadija (ra) fu proprio lei la prima donna a diventare moglie del Profeta, e questo matrimonio ebbe luogo prima del suo matrimonio con Aisha (ra). Ibn Abd al-Barr, Qatada, Abu Ubayda e l’imam al-Zuhri hanno riferito la stessa cosa. Anche Ibn Sa‘d ne ha fornito una spiegazione conforme. Ibn Ishaq, citando Ali ibn Husayn (ra), afferma che la prima donna che il Profeta sposò dopo Khadija (ra) fu Sawda bint Zam‘a (ra).

Il matrimonio con Aisha (ra)

Tuttavia, una narrazione dettagliata in senso contrario è stata riportata dall’imam Ahmad, da al-Tabarani, da Ibn Jarir al-Tabari e da al-Bayhaqi. In essa si riferisce che, quando Khadija (ra) morì, Khawla bint Hakim al-Sulamiyya, moglie di Uthman ibn Ma‘un, si recò dal Profeta (s) e gli disse: «O Messaggero di Dio! Desiderate sposarvi?». Egli rispose: «Chi dovrei sposare?». Khawla disse: «Se desiderate una vergine, ne troverete una; e se desiderate una vedova, ne troverete una». Il Profeta (s) chiese: «Chi è la vergine?». Ella rispose: «La figlia della persona che amate più di ogni altro nell’intera creazione, cioè Aisha bint Abi Bakr (ra)». Il Profeta (s) domandò allora: «Chi è la vedova?». Ella rispose: «Sawda bint Zam‘a, che ha creduto in voi e vi ha obbedito». Il Profeta (s) disse: «Va’ a parlare con entrambe le famiglie».

Per prima cosa si recò da Abu Bakr (ra) e disse a sua moglie Umm Ruman: «Quale grande bene e benedizione Dio vi ha concesso!»

Disse: «Che cosa?»

Khawla disse: «Il Messaggero di Allah (s) mi ha mandata a chiedere la mano di Aisha (ra)». Umm Ruman disse: «Aspetta che venga Abu Bakr». Quando giunse Abu Bakr (ra), Umm Ruman gli disse: «Quanto bene e quante benedizioni ti ha concesso Allah!» Egli disse: «Che cosa?» Umm Ruman disse: «Il Messaggero di Allah (s) ha mandato a chiedere la mano di Aisha (ra)». Egli disse: «Può essere lecita per lui? Non è forse sua nipote?»

Khawla andò dal Profeta (s) e gli riferì la cosa. Egli disse: «Digli: egli è mio fratello nella religione; sua figlia è lecita per me». Khawla riferì questa risposta ad Abu Bakr (ra). Egli disse: «Aspetta un momento». Detto questo, se ne andò.

Umm Ruman disse a Khawla: «Mut‘im ibn ‘Adi aveva chiesto Aisha per suo figlio. Per Dio! Abu Bakr non aveva mai infranto una promessa fatta a qualcuno». Nel frattempo Abu Bakr (ra) si recò da Mut‘im. Presso di lui era seduta sua moglie, quella per il cui figlio Mut‘im aveva fatto la proposta. Ella disse: «Abu Bakr, temiamo che, se daremo nostro figlio in sposo alla vostra famiglia, voi lo allontanerete dalla sua religione». Abu Bakr (ra) disse a Mut‘im: «Tua moglie sta dicendo ciò che pensi anche tu, non è così?» Egli rispose: «È proprio ciò che sta dicendo». Udita questa risposta, Abu Bakr (ra) uscì da casa sua e Allah lo liberò dalla difficoltà nella quale era venuto a trovarsi a causa della promessa fatta a Mut‘im. Poi disse a Khawla: «Va’ a chiamare il Messaggero di Allah (s) e conducilo qui». Quando ella lo ebbe condotto dal Profeta (s), Abu Bakr (ra) celebrò il matrimonio tra lui e Aisha (ra). Ella aveva allora sei anni.

Poi Khawla uscì di là e si recò da Sawda bint Zam‘a, dicendo: «Quanto bene e quante benedizioni ti ha concesso Allah!» Ella disse: «Che cosa?» Khawla disse: «Il Messaggero di Allah (s) mi ha mandata da te per chiedere la tua mano». Ella disse: «Riferisci questa cosa a mio padre». Egli era molto anziano. Khawla andò da lui, lo salutò secondo l’usanza dell’epoca dell’ignoranza e innanzitutto si presentò. Poi disse: «Sono stata mandata da Muhammad (s) a chiedere la mano di Sawda». Egli disse: «Che bella unione! Ma che cosa dice la tua amica?» Khawla rispose: «Anche lei è favorevole a questo». Egli chiamò Sawda e le chiese quale fosse la sua volontà. Quando ella espresse il proprio consenso, egli invitò il Profeta (s) a casa sua e celebrò il matrimonio con lui. Quando udì che sua figlia si era sposata con il Profeta (s), cominciò a gettarsi della terra sulla testa. In seguito, quando quell’uomo stesso divenne musulmano, diceva: «A quel tempo ero uno sciocco: mi gettavo della terra sulla testa perché mia figlia sposasse il Profeta (s)».

La data del matrimonio di Aisha (ra)

Da questo racconto non risulta soltanto chiaramente che il matrimonio di Aisha (ra) ebbe luogo prima di quello di Sawda (ra); risulta anche chiaramente che, quando Aisha (ra) sposò il Profeta (s) nel mese di Shawwal del decimo anno della missione profetica, aveva sei anni. A questo punto si può chiedere: se nel mese di Shawwal del decimo anno della missione profetica aveva sei anni, al tempo dell’Egira avrebbe dovuto averne nove e, secondo i racconti affidabili, quando entrò nella casa coniugale nel mese di Shawwal del secondo anno dell’Egira avrebbe dovuto averne undici. Alcuni sapienti hanno risposto a questa domanda dicendo che l’ingresso di Aisha nella casa coniugale avvenne sette mesi dopo l’Egira. Hafiz Ibn Hajar ha dato la preferenza a questa versione. Tuttavia, l’Imam Nawawi nel Tahdhib al-Asma wa al-Lughat, Hafiz Ibn Kathir nell’Al-Bidaya e Allama Qastallani nel Mawahib al-Ladunniyya hanno affermato con certezza che l’ingresso nella casa coniugale avvenne nel secondo anno dell’Egira. Hafiz Badr al-Din al-Ayni ha scritto nell’Umdat al-Qari che Aisha entrò nella casa coniugale nel mese di Shawwal del secondo anno dell’Egira, dopo il ritorno del Profeta (s) dalla battaglia di Badr.

Sia l’Imam Nawawi sia Allama al-Ayni hanno giudicato priva di senso l’affermazione secondo cui l’ingresso nella casa coniugale sarebbe avvenuto sette mesi dopo l’Egira. Sorge quindi inevitabilmente una seconda domanda: se l’ingresso nella casa coniugale avvenne nel secondo anno dell’Egira, quando ebbe luogo il matrimonio, dato che al momento del matrimonio Aisha aveva sei anni e che, entrando nella casa del marito come sposa, ne aveva nove? Come si possono conciliare questi dati? La risposta si trova nel racconto di al-Bukhari trasmesso da ‘Urwa ibn al-Zubayr. In esso ‘Urwa (ra) dice che Khadija (ra) morì tre anni prima dell’Egira. Due anni, o poco più, dopo il Profeta (s) sposò Aisha (ra), quando ella aveva sei anni. Poi, all’età di nove anni, ella entrò nella casa coniugale. I calcoli risultano così corretti: Aisha (ra) fu sposata all’età di sei anni, circa un anno prima dell’Egira, ed entrò nella casa del marito nel secondo anno dell’Egira. Sebbene questo racconto di ‘Urwa (ra) sia mursal, Hafiz Ibn Hajar afferma che, poiché ‘Urwa (ra) aveva riferito queste parole dopo averle ascoltate direttamente da Aisha (ra), dovrebbe essere considerato di grado connesso. È noto infatti che ‘Urwa ibn al-Zubayr (ra) era nipote di Aisha (ra). Pertanto, ciò che egli riferisce riguardo a sua zia lo aveva udito direttamente da lei; che nella trasmissione ne citi o meno la fonte non fa alcuna differenza — Autore.

Le critiche ostili al matrimonio di Aisha (ra)

Poiché qui è stato menzionato il matrimonio di Hazrat Aisha (ra), prima di procedere oltre sembra opportuno rispondere alle critiche rivolte al fatto che egli la sposò, la lasciò vedova all’età di diciotto anni e che, secondo il Corano, ella non avrebbe potuto contrarre un secondo matrimonio altrove. Non è forse questo — Dio ce ne scampi — un’ingiustizia e un sopruso? E il fatto che un uomo molto più anziano sposi una ragazza così giovane non rientra forse — Dio ce ne scampi — nella definizione del culto delle passioni? Nove anni sono forse un’età alla quale si può imporre a una ragazza il pesante fardello della vita coniugale?

In realtà, accuse di questo genere possono essere mosse soltanto quando il matrimonio tra il Profeta (s) e Hazrat Aisha (ra) viene considerato alla stregua del matrimonio tra un uomo comune e una ragazza comune; ma il Profeta (s) era il Messaggero di Allah e aveva il compito di realizzare una rivoluzione generale nella vita umana e di preparare la società a tale rivoluzione. Hazrat Aisha (ra) era una ragazza dotata di qualità eccezionali: grazie alle sue straordinarie capacità intellettuali, collaborò con il Profeta (s) alla costruzione della società e svolse un’opera così vasta quale nessuna donna, comprese tutte le altre mogli del Profeta, aveva mai svolto. Anzi, senza alcuna esagerazione si può affermare che nessuna moglie di un leader del mondo abbia mai offerto un aiuto e una collaborazione così completi nell’adempimento delle responsabilità e dei doveri del proprio marito come fece Hazrat Aisha (ra) per il Profeta (s). Fin dalla sua infanzia, nessuno, all’infuori di Allah, conosceva queste sue capacità. Per questo Allah stesso la scelse per la compagnia del Suo Messaggero. Nel capitolo «Il matrimonio di Aisha (ra)» del Sahih di Bukhari si narra che il Profeta (s) disse a Hazrat Aisha (ra): «Ti sono stata mostrata due volte in sogno e mi è stato detto: “Questa è tua moglie”». Nel Tirmidhi, negli Abwab al-Manaqib, si trova scritto che Gabriele venne dal Messaggero di Allah (s) portando l’immagine di Hazrat Aisha (ra) avvolta in un panno di seta e disse: «Questa è la tua sposa in questo mondo e nell’Aldilà». Pertanto, la scelta di questa compagna di vita non fu del Profeta (s), bensì di Allah l’Altissimo. E Allah solo sapeva quanto fosse necessario adornare questa bambina di appena sei anni con l’educazione e l’istruzione del Suo Nobile Messaggero, affinché svolgesse un servizio immenso nella costruzione della società islamica.

Coloro che, a questo proposito, accusano il Profeta (s) di essere schiavo delle passioni, interroghino la propria coscienza e dicano: può mai essere schiavo delle passioni un uomo che, dai venticinque ai cinquant’anni, rimase soddisfatto di una sola moglie, la quale aveva quindici anni più di lui? Un uomo che, dopo la morte della prima moglie, sposò una vedova assai anziana e rimase soddisfatto di lei per altri quattro o cinque anni? Se avesse voluto sposarsi per appagare la brama delle passioni, godeva di una popolarità così grande nella società che, per quanto belle e giovani fossero le ragazze vergini che avesse desiderato sposare, i loro genitori sarebbero stati pronti a presentargliele, considerandolo un motivo d’orgoglio. Inoltre, tutte le donne che sposò, tranne una ragazza vergine, erano vedove oltre la giovinezza oppure donne abbandonate dal marito. In realtà, nella mente di critici di questo genere esiste soltanto l’immagine di un uomo intento a soddisfare la propria brama sessuale. La loro mentalità meschina non riesce a elevarsi abbastanza da comprendere lo scopo della vita coniugale di quell’uomo straordinario, che scelse alcune donne come compagne di vita in vista dell’utilità di un’opera grandissima.

Resta ora l’accusa di sopruso. Anche a questo proposito i critici si limitano a porre davanti a sé questo semplice fatto: un uomo anziano sposò una bambina di nove anni e la lasciò vedova all’età di diciotto anni, quando non vi era alcuna possibilità per lei di contrarre un secondo matrimonio, cosicché dovette trascorrere vedova tutta la sua giovinezza. Costoro non cercano, e non vogliono cercare, di comprendere che, per un’opera la cui benedizione e utilità possono giungere all’umanità non per un periodo limitato, ma per tutti i tempi, e non a una sola regione, ma al mondo intero, il sacrificio della vita e dei beni di milioni di persone non viene considerato una perdita; e tuttavia il sacrificio della giovinezza di una donna per quella stessa opera viene definito, anziché sacrificio, un sopruso. E se quella giovinezza fu sacrificata, lo fu nel senso che ella dovette essere privata del piacere della vita coniugale. Non riescono a indicare alcun’altra perdita subita da una donna di così alto valore. Considerate però, d’altra parte, quale immenso servizio rese quella grande personalità: liberata da tutte le incombenze e dagli impegni della vita familiare, trascorse tutta la sua vita restante insegnando agli uomini e alle donne l’Islam, i suoi comandi e le sue norme, la morale e le buone maniere. Chiunque abbia studiato la scienza degli hadith sa quanto sapere religioso sia giunto ai musulmani attraverso Hazrat Aisha (ra) e quanta conoscenza del fiqh abbiano acquisito grazie a lei; rispetto a ciò, nell’epoca del Nobile Profeta (s), non vi erano — per non parlare delle donne — che pochissimi uomini le cui opere erudite possano essere ricordate. Se Hazrat Aisha (ra) non avesse sposato il Profeta (s) e non avesse avuto l’opportunità di ricevere da lui educazione e istruzione, si può immaginare che la comunità musulmana sarebbe rimasta privata di una parte enorme della conoscenza islamica. Da Hazrat Aisha (ra) sono stati trasmessi 2.210 hadith. Non fu soltanto una trasmettitrice di hadith, ma anche una giurista, una mufassira, una mujtahida e una mufti. Tra le donne musulmane era unanimemente considerata la più esperta nel fiqh. I Compagni di primo rango si rivolgevano a lei per conoscere le questioni giuridiche. Persino Hazrat Umar (ra) e Hazrat Uthman (ra) ricorrevano a lei per diverse questioni della sharia. Era annoverata tra i pochi sapienti di Medina la Benedetta nei quali il popolo riponeva piena fiducia. In confronto a questi innumerevoli benefici collettivi, quella modesta perdita personale patita da Hazrat Aisha (ra) dopo essere rimasta vedova è, a ben vedere, nulla. Ed è sorprendente che tale accusa venga avanzata da quei dotti cristiani ai cui occhi, per gli asceti, condurre una vita di perpetua castità, priva di scopo e senza alcun beneficio collettivo, non è soltanto degno di lode, ma addirittura indispensabile per coloro che si dedicano al servizio religioso.

Coloro che criticano il fatto che, all’età di nove anni, Hazrat Aisha (che Allah sia soddisfatto di lei) abbia avuto rapporti con il marito, non sanno che l’Islam è una religione naturale e che, dal punto di vista naturale, se lo sviluppo fisico di una ragazza è tanto buono da essere considerata già pubere a quell’età, i rapporti con il marito sono del tutto leciti e appropriati. Solo una legge contraria alla natura e alla morale può stabilire un’età particolare per il matrimonio di ragazzi e ragazze. Infatti, tale restrizione viene imposta soltanto sui rapporti coniugali leciti, non sui rapporti sessuali tra uomo e donna al di fuori del matrimonio. E non si tratta soltanto del fatto che questi legislatori non abbiano obiezioni alla fornicazione prima dell’età matrimoniale; anzi, di fatto, nella loro società ragazzi e ragazze di nove o dieci anni hanno rapporti sessuali e, se di conseguenza una ragazza diventa madre nubile, tutta la loro compassione va a lei. In quel momento non viene rivolta alcuna obiezione né alla ragazza, divenuta madre prima del matrimonio, né al ragazzo, che ha reso madre una ragazza prima dell’età matrimoniale. Con quale faccia, dunque, persone che sostengono valori morali così abietti accusano la legge islamica, secondo la quale il matrimonio dei ragazzi e delle ragazze divenuti puberi è lecito e non si può imporre per esso alcuna condizione relativa a un’età determinata? Stabilire legalmente un’età per il matrimonio significa precisamente che, prima di raggiungerla, un matrimonio lecito non può in alcun modo aver luogo, per quanto numerose possano essere le azioni proibite, cioè la fornicazione.

Il viaggio a Ta’if

Dopo questa discussione pertinente e necessaria per comprendere gli eventi, torniamo alla successione degli avvenimenti. Liberatosi dalle questioni familiari, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), secondo le narrazioni di Ibn Saʿd e al-Baladhuri, si recò a Ta’if alla fine del decimo anno della profezia, nel mese di Shawwal. Ta’if si trovava a cinquanta miglia a est della Mecca. Lo scopo di questo viaggio era che egli era ormai esasperato dalle persecuzioni e dalle oppressioni dei Quraysh. Dopo aver constatato la loro veemente opposizione e i loro ostacoli, non vi era più speranza che quelle persone, oltre ad accettare l’invito alla verità, gli permettessero persino di portarlo avanti. Per questo desiderava invitare gli abitanti di Ta’if all’Islam e persuadere almeno la potente tribù dei Banu Thaqif ad accoglierlo nella loro città e ad aiutarlo e sostenerlo nella predicazione islamica. Ibn Saʿd, citando Jubayr ibn Mutʿim ibn ʿAdi, afferma che in questo viaggio accompagnò il Profeta (pace e benedizioni su di lui) Hazrat Zayd ibn Haritha (che Allah sia soddisfatto di lui). Lo stesso affermano Ibn Qutayba e al-Baladhuri. Musa ibn ʿUqba e Ibn Ishaq, invece, dicono che egli partì da solo. Fece questo viaggio a piedi, non riuscendo a procurarsi alcun mezzo di trasporto. Ibn Saʿd afferma che rimase lì dieci giorni, mentre Hafiz al-Sakhawi dice che continuò a incontrare gli abitanti di Ta’if per un periodo fino a venti giorni. Dopo l’incontro con ʿAbd Yalil, rimase dieci giorni.

La grande persecuzione degli abitanti di Ta’if contro il Profeta (pace e benedizioni su di lui)

Ibn Ishaq, al-Waqidi e altri affermano che a quel tempo la guida di Ta’if era nelle mani dei tre figli di ʿAmr ibn ʿUmayr ibn ʿAwf: ʿAbd Yalil, Masʿud e Habib. Nella casa di uno di loro viveva una donna qurayshita, Sufiyya bint Maʿmar al-Jumahi. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) la incontrò, la invitò ad Allah e le disse: «Sono venuto da voi affinché mi aiutiate nella causa dell’Islam e mi sosteniate contro coloro del mio popolo che si oppongono a me». Uno di loro disse allora: «Se Allah ti ha fatto Messaggero, strapperò le tende della Kaaba». Il secondo disse: «Allah non ha trovato nessun altro da nominare Messaggero all’infuori di te?». Il terzo disse: «Non parlerò mai con te. Se sei davvero il Messaggero di Allah, allora sei troppo nobile perché io possa risponderti; e se menti pronunciando il nome di Allah, non sei degno che ti si parli». Dopo aver udito ciò, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) si alzò. Non rimase più alcuna speranza di bene da parte loro. Prima di congedarsi, disse loro: «Avete fatto ciò che avete fatto nei miei confronti; almeno fate questo: mantenete segreta la mia venuta».

Disse questo perché temeva che la notizia giungesse ai Quraysh, dando loro ancora maggiore ardimento. Essi, però, non lo fecero; invece istigarono contro di lui i loro vagabondi, teppisti e schiavi. Lo condussero fino a un giardino e lo abbandonarono lì. Il giardino apparteneva a ʿUtba ibn Rabiʿa e Shayba ibn Rabiʿa.

Secondo la narrazione di Ibn Saʿd riportata da al-Waqidi, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) si recò da ciascuno dei capi e dei notabili dei Banu Thaqif. Ma nessuno prestò ascolto alle sue parole. Temevano piuttosto che egli corrompesse i giovani. Per questo dissero: «O Muhammad (pace e benedizioni su di lui), esci dalla nostra città. Se hai qualche amico in qualche parte della terra, va’ a raggiungerlo». Poi istigarono contro di lui i loro vagabondi e schiavi. Essi cominciarono a insultarlo e a radunare la gente gridando. Musa ibn ʿUqba dice che prendevano di mira le sue caviglie e i talloni, colpendoli con pietre. Si schierarono in file ai due lati della strada e, mentre il Profeta (pace e benedizioni su di lui) avanzava sollevando i piedi, gli scagliavano pietre.

Alla fine le sue scarpe si riempirono di sangue. Sulayman al-Taymi riferisce che, quando egli si sedeva per il dolore delle ferite, lo afferravano e lo costringevano a rialzarsi, affinché potessero nuovamente colpirlo con le pietre. Quando, costretto, riprendeva a camminare, gli scagliavano pietre continuando a schernirlo e deriderlo. Ibn Saʿd, citando la narrazione di al-Waqidi, afferma che in quella situazione Hazrat Zayd ibn Haritha (che Allah sia soddisfatto di lui), per proteggerlo dalla lapidazione, si esponeva personalmente alle pietre. Alla fine gli fu spaccata la testa.

La commovente supplica del Profeta (s)

Infine, quando il Profeta (s) uscì da Ta’if e tutti quei malvagi che lo inseguivano tornarono indietro, egli, ferito e coperto di sangue, si sedette all’ombra di una vite presso il muro del giardino di Utba e Shayba. Profondamente addolorato per quanto era accaduto, si rivolse in supplica al proprio Signore; le toccanti parole di questa supplica sono state riportate da al-Tabarani nel Kitab al-Du’a e nel suo al-Mu’jam al-Kabir, da Ibn Hisham e Muhammad ibn Ishaq nella Sira, da al-Tabari nella sua Storia, da Ibn al-Qayyim nello Zad al-Ma’ad e dall’Hafiz Ibn Kathir nell’al-Bidaya. Eccone il testo:

«O Dio! A Te soltanto espongo la mia debolezza e la mia mancanza di considerazione agli occhi della gente. A chi mi affidi? A un estraneo che mi tratterà con durezza? Oppure a un nemico al quale hai dato il potere di prevalere su di me? Se non sei adirato con me, non mi preoccupo di alcuna calamità. Tuttavia, se da parte Tua ricevo sicurezza, ciò sarà per me una gioia ancora più grande. Cerco rifugio nella luce del Tuo Essere, che illumina le tenebre e mette in ordine le questioni di questo mondo e dell’Aldilà. Proteggimi dal fatto che la Tua ira discenda su di me e che io divenga meritevole della Tua punizione. Fa’ che io sia soddisfatto della Tua volontà e che Tu sia soddisfatto di me. Non vi è forza alcuna all’infuori di Te».

La descrizione del Profeta (s) come «misericordia per i mondi»

Al-Bukhari, nel Bad’ al-Khalq e nel Dhikr al-Mala’ika, Muslim nel Kitab al-Maghazi e al-Nasa’i nel Ba’th, riportano l’hadith di A’isha (ra), la quale racconta di aver chiesto al Profeta (s): «Hai mai affrontato una situazione più difficile della battaglia di Uhud?». In risposta, egli menzionò l’episodio di Ta’if e disse: «Nel mio dolore, ovunque volgessi lo sguardo, mi dirigevo in quella direzione» (cioè ero così angosciato da non sapere dove andare). Non mi ero ancora ripreso da quello stato quando, all’improvviso, mi accorsi di trovarmi nel luogo chiamato Qarnus Sa’alib (questo luogo è chiamato anche Qarn al-Manazil. È il miqat degli abitanti del Najd, dove devono indossare l ihram per recarsi in visita alla Ka’ba. Dalla Mecca, il viaggio a dorso di cammello dura un giorno e una notte — l’Autore). Guardai verso l’alto e vidi una nuvola che mi faceva ombra. Vidi che al suo interno si trovava l’angelo Gabriele (as). Egli mi chiamò e disse: «Allah ha udito tutto ciò che il tuo popolo ti ha detto e la risposta che ha dato al tuo invito. Ha inviato l’angelo delle montagne. Dagli l’ordine che desideri». Poi l’angelo delle montagne mi salutò e disse: «O Muhammad! Allah ha udito ciò che il tuo popolo ha detto e la risposta che ha dato al tuo invito. Io sono l’angelo delle montagne. Il tuo Signore mi ha mandato da te affinché tu mi dia un ordine». Queste sono le parole riportate da Muslim.

In al-Tabarani si legge: «Dà l’ordine che desideri». La versione di al-Bukhari è la seguente: «Poi disse: “O Muhammad (s)! Hai la facoltà di chiedere ciò che desideri. Se vuoi, riunirò su di loro (sui Quraysh) le montagne ai due lati della Mecca, Abu Qubays e Qu’ayqi’an, e le farò crollare su di loro”». (L’angelo chiese al Profeta (s) il permesso di ricoprire i Quraysh con le montagne perché la calamità che lo aveva colpito era stata causata proprio dalla loro persecuzione e dalla loro ostilità. Se non lo avessero perseguitato oltre ogni limite, perché mai egli avrebbe dovuto recarsi a Ta’if? — l’Autore.) Il Profeta (s) rispose: «No, no. Spero che Allah faccia nascere dalla loro discendenza persone che adoreranno e serviranno Allah, l’Unico, senza associarGli alcun compagno».

La conversione all’Islam di Addas, il cristiano

Ibn Hisham, citando il racconto di Ibn Ishaq, riferisce che, quando il Profeta (s), ferito e coperto di sangue, sedeva all’ombra di una vite presso il muro del giardino di Utba ibn Rabi’a e Shayba ibn Rabi’a, quei due capi dei Quraysh lo videro in quello stato e furono presi dal rispetto per lui. Si riferisce inoltre che anche la donna dei Banu Jumah, che si trovava nella casa di un capo di Ta’if, andò a incontrare il Profeta (s). Egli le disse: «Come hanno potuto comportarsi così con me i membri della famiglia dei tuoi suoceri?». Utba e Shayba mandarono a chiamare un loro schiavo cristiano e gli dissero: «Metti un grappolo d’uva in un grande piatto e faglielo mangiare». Quando questi pose il piatto davanti a lui, il Profeta (s) pronunciò la basmala (secondo una versione, disse: “Bismillahir-Rahmanir-Rahim”) e vi posò la mano. Addas disse: «Per Dio, in questo paese non c’è nessuno che pronunci queste parole». Il Profeta (s) gli chiese: «Di dove sei e qual è la tua religione?». Egli rispose: «Sono cristiano e vengo da Ninive». Il Profeta (s) disse: «Sei della città del giusto uomo Yunus ibn Matta?». Egli chiese: «Come fai a conoscerlo?». (Al-Suhayli, citando al-Taymi, riferisce che, dopo aver sentito il nome del profeta Yunus (as) dalla bocca benedetta del Profeta (s), Addas disse: «Per Dio, quando lasciai Ninive, la gente non sapeva nemmeno chi fosse Matta! Come ha potuto dunque conoscerlo, dal momento che era illetterato ed era nato presso un popolo illetterato?» — l’Autore.) Il Profeta (s) rispose: «Egli è mio fratello. Anche lui era un profeta, e anch’io sono un profeta».

Non appena udì queste parole, Addas si chinò verso di lui e cominciò a baciargli la testa, le mani e i piedi.

Sulayman al-Taymi afferma nella sua opera sulla sīra che Addas disse: «Rendo testimonianza che tu sei il servo di Allah e il Suo Messaggero».

Quando i due figli di Rabiʿa videro quella scena, uno disse all’altro: «Guarda, quest’uomo ha corrotto persino il nostro schiavo». Quando Addas tornò, gli dissero: «Che ti è successo, che hai cominciato a baciargli la testa, le mani e i piedi?». Egli rispose: «Mio signore! Sulla terra non c’è nessuno migliore di lui. Mi ha informato di una cosa che nessuno, eccetto un profeta, può conoscere». Essi dissero: «Addas, non abbandonare la tua religione; la nostra religione è migliore della sua». (Aggiunta dell’autore.)

L’ascolto del Corano da parte dei jinn

Dopo il ritorno da Tā’if, il Profeta (s) rimase per alcuni giorni in un luogo chiamato Nakhlah. Era angosciato, preoccupato di come sarebbe potuto rientrare alla Mecca. Gli abitanti della Mecca erano venuti a sapere di tutto ciò che era accaduto a Tā’if; perciò il coraggio dei miscredenti sarebbe aumentato ancor più. Un giorno, in quel periodo, mentre recitava il Corano durante la preghiera, passò di là un gruppo di jinn. Ascoltarono il Corano e credettero. Tornati dal loro popolo, cominciarono a diffondere l’Islam tra i propri connazionali. Allah l’Altissimo diede al Suo Profeta la lieta notizia che, sebbene gli uomini fuggissero dal suo invito, i jinn ne erano stati attratti e lo stavano diffondendo tra la loro gente. [Si trattava dei versetti 29-32 della sūra al-Aḥqāf, nei quali Allah l’Altissimo informò il Profeta (s) dell’effetto prodotto sui jinn dall’ascolto del Corano recitato dalla sua bocca — autore.] (Tafhīm, vol. 4, al-Aḥqāf, introduzione.)

Ḥaḍrat ʿAbdullah ibn Masʿūd (r.a.), Ḥaḍrat al-Zubayr (r.a.), Ḥaḍrat ʿAbdullah ibn ʿAbbās (r.a.), Ḥasan al-Baṣrī, Saʿīd ibn Jubayr, Zir ibn Ḥubaysh, Mujāhid, ʿIkrima e altri illustri sapienti hanno narrato l’arrivo dei jinn. Sono tutti concordi nel ritenere che questo episodio della presenza dei jinn si verificò all’interno di Nakhlah. Ibn Isḥāq, Abū Nuʿaym al-Iṣfahānī e al-Wāqidī affermano che si trattò del periodo in cui il Profeta (s), deluso da Tā’if, stava tornando verso la Mecca. Durante il viaggio si fermò a Nakhlah. Lì recitava il Corano durante la preghiera della sera, dell’alba o del tahajjud. In quel momento passò di là un gruppo di jinn. Essi si fermarono per ascoltare la sua recitazione. Tutte le narrazioni concordano inoltre sul fatto che, in quell’occasione, i jinn non si presentarono davanti al Profeta (s), né egli si accorse del loro arrivo. Piuttosto, in seguito, Allah l’Altissimo lo informò del loro arrivo e del loro ascolto del Corano mediante la rivelazione.

Il luogo in cui si verificò questo episodio era ʿAẓẓāyima oppure al-Sayl al-Kabīr, poiché entrambi questi luoghi si trovano nella valle di Nakhlah. In entrambi vi erano acqua e una vegetazione verde e rigogliosa. Se i viaggiatori provenienti da Tā’if avessero dovuto accamparsi in un punto qualsiasi della valle, avrebbero potuto fermarsi in uno dei due luoghi. (Tafhīm, vol. 4, al-Aḥqāf, nota 33.)

La sūra del Corano che in quell’occasione i jinn ascoltarono dalla bocca del Profeta (s) era la sūra al-Raḥmān. Al-Bazzār, Ibn Jarīr e Ibn ʿAbdullah narrano questa tradizione da ʿUmar (r.a.) e riferiscono che una volta il Profeta (s) recitò personalmente la sūra al-Raḥmān, oppure essa fu recitata davanti a lui. Poi chiese alla gente: «Perché non ricevo da voi una risposta così bella come quella che i jinn diedero al loro Signore?». La gente domandò: «Quale fu quella risposta?». Egli disse: «Quando giunsi alle parole di Allah l’Altissimo

****************************************************** Dopo aver recitato ciò, i jinn risposero:

**********************************************

(Non neghiamo nessuna delle benedizioni del nostro Signore). Una narrazione analoga è riportata da Tirmidhi, Hakim e Hafiz Abu Bakr al-Bazzar, citando Jabir ibn Abdullah (r.a.). Nella loro narrazione si legge che, quando la gente ascoltava la sura ar-Rahman rimanendo in silenzio, il Profeta (s) disse: «Quella notte feci ascoltare questa sura ai jinn, la notte in cui si erano riuniti per ascoltare il Corano. Essi rispondevano ad essa meglio di voi. Quando giunsi alle parole: “O jinn e uomini! Quali delle benedizioni del vostro Signore negherete?”, essi rispondevano:

*****************************************

—O nostro Signore! Non neghiamo nessuna delle Tue benedizioni. A Te dunque appartiene ogni lode.»

Sebbene in altre narrazioni si affermi che, in quel momento, il Profeta (s) non sapesse che i jinn stavano ascoltando il Corano dalla sua recitazione, Allah l’Altissimo lo informò (sura al-Ahqaf, versetti 29-32) che essi stavano ascoltando la sua recitazione. Tuttavia, non sarebbe irragionevole supporre che, così come Allah l’Altissimo informò il Profeta (s) dell’ascolto del Corano da parte dei jinn, allo stesso modo gli fece sapere anche quale risposta essi davano mentre ascoltavano la sura ar-Rahman.

Come il Profeta (s) entrò alla Mecca dopo il ritorno

Ibn Saʿd, citando la narrazione di al-Waqidi, riferisce che, quando il Profeta (s) volle recarsi alla Mecca da Nakhlah, Zayd ibn Haritha (r.a.) disse: «Come potrai entrarvi, dal momento che ti hanno cacciato?». Il Profeta (s) rispose: «O Zayd! Allah aprirà una via per sottrarti alla situazione che vedi. Egli è il sostenitore e l’aiutante della Sua religione, e concederà la vittoria al Suo Profeta». Al-Waqidi riassume ciò che segue, mentre Ibn Ishaq lo narra in dettaglio. Egli dice che, giunto a Hira, il Profeta (s) mandò Abdullah ibn al-Urayqit [quest’uomo era politeista, ma il Profeta (s) e Abu Bakr (r.a.) lo ritenevano degno di fiducia. Per questo, durante la situazione estremamente pericolosa dell’emigrazione a Medina, il Profeta (s) lo prese con sé come guida. Egli svolse questo servizio con assoluta fedeltà, sebbene avrebbe potuto ottenere una grande ricompensa informando i Quraysh — nota dell’autore] da Akhnas ibn Shurayq, affinché questi lo accogliesse sotto la sua protezione. Egli rispose: «Io sono vincolato da un patto di alleanza» [quest’uomo apparteneva in realtà alla tribù dei Banu Thaqif. Tuttavia, alla Mecca aveva rapporti amichevoli con i Banu Zuhrah, parenti del Profeta (s) dal lato materno. Grazie alle sue qualità, aveva ottenuto presso i Banu Zuhrah l’onore di esserne il capo — nota dell’autore]. Un uomo vincolato da un patto non poteva concedere protezione contro le tribù originarie dei Quraysh. Quindi il Profeta (s) mandò Ibn al-Urayqit da Suhayl ibn Amr. Questi rispose: «I Banu Amir ibn Luʾayy non possono concedere protezione contro i Banu Kaʿb». Poi il Profeta (s) lo mandò da Mutʿim ibn Adi, che apparteneva ai Banu Nawfal, un ramo dei Banu Abd Manaf. Al-Urayqit si recò da lui e gli disse: «Muhammad (s) chiede se sei disposto a proteggerlo, affinché possa trasmettere il messaggio del suo Signore». Egli rispose: «Va bene, digli di venire alla Mecca». Il Profeta (s) entrò dunque in città e trascorse la notte nella sua stessa casa. Al mattino, Mutʿim e sei o sette dei suoi figli, armati, accompagnarono il Profeta (s) al Santuario e gli dissero: «Esegui il tawaf». Durante il tawaf rimasero tutti intorno a lui per proteggerlo. Abu Sufyan (secondo at-Tabarani, Abu Jahl) domandò: «Siete suoi protettori o suoi seguaci?». Mutʿim rispose: «No, siamo soltanto suoi protettori». Egli disse: «La vostra protezione non può essere infranta. Colui che avete protetto, lo abbiamo protetto anche noi» (aggiunta dell’autore).

Fu grazie a questa benevolenza di Mut‘im ibn ‘Adi che il Profeta disse, a proposito dei prigionieri della battaglia di Badr:

*******************************************

Vale a dire: se Mut‘im ibn ‘Adi fosse stato ancora vivo e avesse parlato con me riguardo a queste persone spregevoli, per riguardo verso di lui li avrei lasciati liberi. (Tafhim, vol. 5, Sura Muhammad, Introduzione.)

Undicesimo capitolo

Il significato dell’Isra e del Mi‘raj

Prima di narrare la storia degli ultimi tre anni della vita meccana del Profeta Mustafa (s), ritengo opportuno presentare una descrizione dettagliata dell’evento più importante di quel periodo. Esso appariva come una splendente corona a ornamento della vita e del carattere del Profeta. È una corona, o un diadema, che non ha potuto illuminare la vita di nessun’altra persona nella storia dell’umanità, compresi i profeti. Si tratta dell’evento dell’Isra e del Mi‘raj. Isra significa il trasferimento notturno del Profeta dalla Masjid al-Haram alla Masjid al-Aqsa (Bayt al-Maqdis). Questo è menzionato all’inizio della sura Bani Isra’il nel Corano. Mi‘raj significa l’ascesa del Santo Profeta (s) da Bayt al-Maqdis fino a Sidrat al-Muntaha. La sua descrizione completa si trova negli hadith. Talvolta è stato anche affermato che l’Isra e il Mi‘raj si siano verificati in momenti diversi. Tuttavia, un gran numero di eminenti studiosi degli ulema della umma, dei giuristi, dei muhaddith e dei mutakallimun concorda sul fatto che entrambi gli eventi si verificarono nello stesso momento. Nella stessa notte il Profeta Mustafa fu condotto fisicamente, cioè con il corpo e l’anima e in stato di veglia, dalla Masjid al-Haram fino a Bayt al-Maqdis. Quella stessa notte attraversò i livelli più elevati del mondo celeste e giunse alla presenza del Signore della Maestà. Prima dell’alba fece ritorno alla Mecca.

La data del Mi‘raj

Vi sono divergenze riguardo al momento in cui questo evento ebbe luogo. Ibn Sa‘d, riportando la narrazione di Waqidi, dice che si verificò il 17 di Ramadan, dodici anni dopo l’inizio della missione profetica, cioè diciotto mesi prima dell’Egira. [A questo punto ritengo necessario chiarire che la cronologia del periodo successivo all’inizio della missione profetica, precedente all’Egira a Medina, che noi ricostruiamo, si basa sull’hadith narrato in Bukhari e Muslim da ‘Abdullah ibn ‘Abbas (ra). Egli dice che, quando la rivelazione fu fatta scendere sul Profeta (s), egli aveva quarant’anni. Trascorse poi tredici anni alla Mecca e dieci anni a Medina. Sulla base di questa narrazione riteniamo che l’Egira ebbe luogo dopo tredici anni dall’inizio della missione profetica — l’autore.] In un’altra catena di trasmissione, lo stesso Ibn Sa‘d menziona questo evento come avvenuto il 17 di Rabi al-awwal, tredici anni dopo l’inizio della missione profetica, cioè un anno prima dell’Egira. Bayhaqi ha indicato questa stessa data del Mi‘raj citando Musa ibn ‘Uqba, il quale l’aveva ricevuta dall’Imam Zuhri. Anche la narrazione di ‘Urwa ibn al-Zubayr è dello stesso tenore. Ibn Lahia l’ha riportata citando Abu al-Aswad. Sulla base di ciò, l’Imam Nawawi ha indicato questa come la data corretta del Mi‘raj. Ibn Hazm ha affermato che vi fosse consenso unanime al riguardo, benché ciò non sia corretto. Da Isma‘il al-Suddi sono state tramandate due opinioni. Nella narrazione da lui riportata da Tabari e Bayhaqi, il Mi‘raj viene indicato come un evento avvenuto un anno e cinque mesi prima dell’Egira, nel mese di Shawwal del dodicesimo anno della missione profetica. Secondo la narrazione di Hisham, l’evento ebbe luogo un anno e quattro mesi prima dell’Egira e, secondo questa versione, viene collocato nel mese di Dhu al-Qa‘da. La narrazione di Ibn ‘Abd al-Barr e di Qutayba afferma che l’evento si verificò un anno e otto mesi prima dell’Egira, nel mese di Rajab del dodicesimo anno della missione profetica. Ibn Faris lo colloca un anno e tre mesi prima dell’Egira; Ibn al-Jawzi, otto mesi prima; Abu al-Rabi‘ ibn Malik, sei mesi prima. Esiste anche un’opinione secondo cui avvenne undici mesi prima. Ibn al-Munir, nella sua spiegazione della Sira di Ibn ‘Abd al-Barr, ha dato la preferenza a questa opinione. Ibrahim ibn Ishaq al-Harbi ha dichiarato con certezza che questa è la data corretta del Mi‘raj. Tuttavia, si è diffusa la convinzione che il Mi‘raj sia avvenuto il 27 di Rajab. Allama Zurqani dice: quando non si trovano prove sufficienti per dare la preferenza a un’opinione rispetto a un’altra, è meglio accettare l’opinione più conosciuta.[]

Contesto storico:

Questo evento si verificò in una fase del movimento islamico in cui erano ormai trascorsi circa dodici anni da quando il Profeta (s) aveva levato alta la voce del tawḥīd. Gli oppositori avevano compiuto ogni sforzo per sbarrargli la strada. Tuttavia, nonostante i loro ostacoli, la voce del Profeta raggiunse ogni casa dell’Arabia. Non vi era alcuna tribù araba nella quale almeno due o quattro persone non fossero state influenzate dal suo invito. Nella stessa Mecca si era formato un piccolo gruppo di persone sincere, pronte ad affrontare qualunque rischio per la riuscita di questo invito alla verità. A Medina, un gran numero di membri delle due potenti tribù degli Aws e dei Khazraj era diventato sostenitore e collaboratore del Profeta. Si stava ormai avvicinando il momento in cui sarebbe sorta l’opportunità di riunire in un unico luogo i musulmani dispersi in diverse località dopo il trasferimento del Profeta dalla Mecca a Medina e di fondare, sulla base degli ideali e dei principi dell’Islam, uno Stato. Fu in una simile situazione che ebbe luogo il Miʿrāj; e, dopo il suo ritorno dal Miʿrāj, il Profeta (s) comunicò alla gente il messaggio riportato nella sura Banī Isrāʾīl.

Breve resoconto dell’evento

Nel primo versetto della sura Banī Isrāʾīl si menziona soltanto che il Profeta (s) fu condotto dalla Moschea Sacra (Bayt Allāh) alla Moschea Aqṣā (Bayt al-Maqdis). Viene detto che Allah l’Altissimo voleva mostrare al Suo servo alcuni dei Suoi segni. Nel Corano non viene fornito alcun ulteriore dettaglio. Tuttavia, nei libri di ḥadīth e di sīra è riportato un resoconto dettagliato dell’evento sulla base delle narrazioni di numerosi Compagni: il loro numero arriva fino a venticinque, e, dopo ricerche e indagini, persino fino a quarantacinque. Tra loro, i resoconti più dettagliati sono stati trasmessi da Anas ibn Mālik (ra), Abū Hurayra (ra), Abū Saʿīd al-Khudrī (ra), Mālik (ra), Mālik ibn Ṣaʿṣaʿa (ra), Abū Dharr al-Ghifārī (ra), Shaddād ibn Aws (ra), ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās (ra), ʿAbd Allāh ibn Masʿūd (ra) e Umm Hānī (ra).

Il breve sommario del dettagliato resoconto riportato negli ḥadīth è il seguente: durante la notte, Jibrīl (as) svegliò il Profeta (s) e lo condusse dalla Moschea Sacra alla Moschea Aqṣā, facendolo viaggiare in groppa al Burāq. Là, a Bayt al-Maqdis, il Profeta (s) pregò insieme ai profeti, su tutti loro la pace. Poi Jibrīl (as) lo condusse nei mondi superiori. Egli incontrò diversi profeti nei diversi cieli. Infine, dopo aver raggiunto un’altitudine estremamente elevata, si presentò al cospetto del suo Signore. Durante questa presenza, oltre ad altre importanti direttive, gli furono rese obbligatorie le cinque preghiere quotidiane. Poi ritornò a Bayt al-Maqdis, e da lì tornò alla Moschea Sacra. Da numerosi ḥadīth si apprende inoltre che gli furono mostrati anche il Paradiso e l’Inferno. Inoltre, da narrazioni attendibili si sa che, il giorno seguente, quando riferì questo evento alla gente, i miscredenti della Mecca lo derisero e lo schernirono aspramente, e la fede di alcuni musulmani vacillò.

Questi dettagli aggiuntivi degli ḥadīth non sono contrari al Corano; piuttosto, aggiungono ulteriori elementi alla narrazione coranica. È del tutto evidente che non si possono respingere le narrazioni aggiuntive definendole contrarie al Corano.

Il Miʿrāj fu corporeo o spirituale?

Com’era questo racconto del viaggio del Miʿrāj? Avvenne in sogno oppure da sveglio? Il Profeta (s) vi si recò personalmente, oppure rimase nel suo luogo e gli furono mostrate spiritualmente quelle cose? Le risposte a tutte queste domande si ricavano dalle stesse parole del Corano.

L’inizio della narrazione a partire da *********************************** dice proprio che si trattava di un evento straordinario e miracoloso di enorme portata, verificatosi per l’infinita potenza e il supremo potere di Allah. È evidente che vedere qualcosa in sogno, oppure attraverso il kashf, non ha tale importanza da richiedere questa introduzione per essere narrato. Come potrebbe essere altrimenti, quando Colui che è al di sopra di ogni errore, difetto e incapacità ha mostrato al Suo servo qualcosa in sogno o mediante il kashf? Inoltre, queste parole — «In una sola notte Egli portò il Suo servo» — indicano chiaramente un viaggio corporeo. Le parole «portare» qualcuno in sogno a compiere un viaggio, oppure portarlo mediante il kashf per un viaggio, non sono assolutamente appropriate. Pertanto non ci resta altra scelta che ammettere che non si trattò di una mera osservazione spirituale, bensì di un viaggio corporeo e di un’osservazione diretta che Allah mostrò al Profeta (s).

Ora, se per la potenza di Allah fu possibile andare e tornare dalla Mecca a Bayt al-Maqdis in una sola notte, senza aeroplano, perché mai si dovrebbero respingere come impossibili gli altri dettagli successivi narrati negli hadith? La discussione sul possibile e sull’impossibile può sorgere soltanto quando si tratta di un’azione compiuta da una creatura secondo la propria facoltà. Ma quando si afferma che Dio ha compiuto una determinata azione, può sollevare la questione della possibilità solo chi non crede nella potenza di Dio. Allah può condurre in un istante chiunque Egli voglia in un luogo che, per essere raggiunto dalla luce — il più veloce degli oggetti del mondo materiale — richiederebbe miliardi di anni luce. I vincoli del tempo e dello spazio sono stati creati per le creature, non per il Creatore dell’universo.

Obiezioni e accuse dei negatori degli hadith

Contro la descrizione dettagliata del viaggio del Mi‘raj riportata negli hadith, i negatori degli hadith hanno sollevato diverse obiezioni e accuse. Tuttavia, tra tutte, ve ne sono soltanto due alle quali si può attribuire una certa importanza.

Primo: da ciò diventerebbe inevitabile affermare che Allah si trovi in un luogo particolare. Altrimenti, quale necessità vi sarebbe stata di far viaggiare il Suo servo e condurlo in un luogo determinato perché si presentasse davanti a Lui?

Secondo: come fu possibile mostrare al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, l’Inferno e il Paradiso, nonché la scena di alcune persone sottoposte al castigo, quando non era ancora stata pronunciata la decisione definitiva riguardo ai servi? Come si può sostenere che la decisione sulla punizione o sulla ricompensa avrebbe dovuto essere pronunciata solo dopo il Giorno della Resurrezione, e tuttavia alcune persone fossero già state punite in anticipo?

In realtà, queste due accuse sono il risultato di un pensiero erroneo. La prima è falsa perché il Creatore, nella Sua stessa essenza, possiede senza dubbio una potenza infinita. Tuttavia, nel Suo rapporto con le creature, adotta mezzi limitati non a causa di una Sua debolezza, bensì a causa della debolezza delle creature. Per esempio, quando parla con le creature, usa quella modalità limitata di comunicazione che un essere umano può ascoltare e comprendere. In realtà, la parola di Allah possiede una propria maestà sovrana. Allo stesso modo, quando Egli desidera mostrare al Suo servo i grandi e magnifici segni del Suo regno, lo conduce con Sé e, nel luogo in cui deve mostrargli ciascuna cosa, gliela mostra nel modo in cui Dio la vede. Dio non ha bisogno di recarsi in alcun luogo per osservare qualcosa, mentre il servo ne ha bisogno. Lo stesso vale per la presenza al cospetto del Creatore. Il Creatore non risiede Egli stesso in alcun luogo. Tuttavia, il servo ha bisogno di un luogo per incontrarLo, un luogo nel quale per lui si concentra il tajallī di Allah. Altrimenti, per un servo dotato di poteri limitati, sarebbe impossibile incontrarLo nella Sua maestà sovrana.

Resta ora la seconda accusa. Anch’essa è errata, perché durante il Mi‘raj al Profeta furono fatte osservare molte cose, alcune delle quali furono mostrate sotto forma di allegoria. Per esempio, come rappresentazione di una questione che genera fitna, si mostrò un grosso bue che usciva da una piccola fessura o da un’apertura e poi non riusciva più a rientrarvi. Come rappresentazione degli adulteri, si mostrò qualcuno che, pur avendo davanti carne fresca e bella, la lasciava per mangiare carne putrefatta. Allo stesso modo, il castigo per le cattive azioni che gli fu mostrato era un’anticipazione allegorica del castigo nell’Aldilà.

La vera questione che si dovrebbe comprendere riguardo al Mi‘rāj è questa: Allah ha fatto osservare a ciascuno dei profeti — pace su di loro — il governo dei cieli e della terra, secondo il suo rango. Sollevando il velo materiale, sono state mostrate ai loro occhi quelle realtà concrete che erano stati incaricati di far credere senza averle viste, affinché la loro posizione fosse distinta da quella di un filosofo. Il filosofo afferma ciò che dice sulla base di congetture e supposizioni. Se è consapevole della propria condizione, non potrà mai testimoniare la veridicità di alcuna sua opinione. I profeti, invece, parlano sempre sulla base di una prova diretta e dell’osservazione. Essi possono testimoniare davanti alle creature: «Noi sappiamo tutto questo e tutto questo è una realtà che abbiamo visto con i nostri occhi». (Tafhīm al-Qur’ān, Banī Isrā’īl, introduzione e nota 1.)

Esame degli argomenti di coloro che definiscono il Mi‘rāj un sogno

A sostegno del definire questo evento un sogno sono stati presentati due argomenti. Il primo è che nel versetto 60 della sūra Banī Isrā’īl viene usata per esso la parola ru’yā ********. Il secondo è che negli ḥadīth è riportata questa affermazione di ʿĀʾisha — che Allah sia compiaciuto di lei —:

*****************************************

Il corpo benedetto del venerabile Profeta (s) non si allontanò dal suo luogo; fu invece portata via la sua anima.

Il primo di questi due argomenti è però smentito dallo stesso Corano. Si osservi l’intera frase nella quale, riferendosi al Mi‘rāj, è stata usata la parola ********.

************************************

E la visione che ti abbiamo mostrato l’abbiamo resa una prova per gli uomini.

Se in questa frase la parola ***** viene intesa nel senso di sogno, quale motivo potrebbe esserci perché ciò costituisse una tentazione per la gente? In sogno si possono vedere ogni sorta di cose. Se il Messaggero di Allah (s avesse detto alla gente: «Questa notte ho sognato di essere andato dalla Mecca a Bayt al-Maqdis», nessun musulmano sarebbe caduto nella tentazione fino ad apostatare e nessun miscredente lo avrebbe deriso per questo. Né qualcuno avrebbe chiesto: «Dimostra che il tuo viaggio è realmente avvenuto». Ciò avrebbe potuto costituire una tentazione soltanto se il Profeta (s avesse detto alla gente che questo evento era avvenuto da sveglio e avesse anche dichiarato: «Il mio viaggio non è stato spirituale, bensì corporeo».

Inoltre, non è corretto sostenere che nella lingua araba la parola ******* venga usata esclusivamente per indicare un sogno. In realtà, nei dizionari arabi ***** e ***** hanno entrambi lo stesso significato e vengono usati l’uno al posto dell’altro, come ********* e ********. Quando il venerabile ʿAbdullah ibn ʿAbbas (r.a.), considerato un’autorità eminente nella lingua araba, interpretò questo versetto del Corano, disse:

*********************************************

— Si trattava di una visione manifesta mostrata al Profeta (s quella notte, quando fu condotto a Bayt al-Maqdis. Nella trasmissione della dichiarazione di Ibn ʿAbbas (r.a.) riportata da Saʿid ibn Mansur, compare inoltre questa frase: *********** e non era ***** (ru’ya), come un sogno.

In un’altra catena di trasmissione, Ibn Mansur ha riportato questa dichiarazione di Ibn ʿAbbas (r.a.):

***************************************

Con ciò si intende l’osservazione che fu fatta compiere al Profeta lungo la via verso Bayt al-Maqdis.

Resta ora la dichiarazione di ʿA’isha (r.a.). Dal punto di vista della catena di trasmissione, essa è estremamente debole. Muhammad ibn Ishaq l’ha riportata con queste parole: alcune persone della famiglia di Abu Bakr dissero a qualcuno che ʿA’isha (r.a.) era solita affermare questa cosa. Come si può dimostrare, mediante una simile catena anonima, che ciò che viene attribuito a ʿA’isha (r.a.) fosse realmente una sua dichiarazione? Inoltre, in contrapposizione a questa debole narrazione, nei libri affidabili di hadith sono riportati, attraverso numerose catene autentiche, i resoconti del viaggio dell’Isra’ e del Miʿraj narrati dallo stesso Profeta (s). Essi sono stati trasmessi da Anas (r.a.), Malik ibn Saʿsaʿa (r.a.), Abu Hurayra (r.a.), Abu Saʿid al-Khudri (r.a.), Abu Dharr al-Ghifari (r.a.), Shaddad ibn Aws (r.a.) e da altri nobili Compagni. Come si possono respingere tutti questi resoconti? E quale spiegazione si può dare della narrazione di ʿA’isha (r.a.) che al-Bayhaqi ha riportato con una catena interamente continua? Essa riferisce che, all’alba, al termine della notte dell’Isra’, il Profeta (s stava raccontando alla gente ciò che era accaduto durante la notte, e molti di coloro che, dopo aver creduto, avevano riconosciuto la profezia del Profeta apostatarono. Poi andarono da Abu Bakr (r.a.) portandogli la notizia e gli dissero: «Informati un po’ sul tuo compagno. Egli dice che la notte scorsa è stato condotto a Bayt al-Maqdis».

Abu Bakr disse: «Ha davvero detto una cosa simile?». Essi risposero: «Sì». Abu Bakr (ra) disse: «Se lo ha detto, allora ha certamente detto la verità». Essi dissero: «Ritieni davvero vero che egli sia andato a Bayt al-Maqdis nella stessa notte e sia tornato prima dell’alba?». Abu Bakr (ra) disse: «Io accetto come vera ogni sua parola riguardo alle notizie del cielo, che ascolto da lui mattina e sera».

Può forse qualcuno accettare che la dichiarazione attribuita ad Aisha (ra) attraverso una catena di trasmissione sconosciuta — secondo cui il corpo del Profeta sarebbe rimasto al suo posto e sarebbe stata condotta via soltanto la sua anima — fosse davvero una dichiarazione di Aisha (ra)? (Aggiunta dell’autore.)

Il vero significato del Mi’raj

Questo evento del Mi’raj è uno dei più grandi eventi della storia dell’umanità: ha cambiato il corso del tempo e ha lasciato un’impronta duratura sulla storia. La vera importanza del Mi’raj non consiste nel modo in cui avvenne, bensì nel suo scopo e nei suoi risultati, che sono ciò che conta realmente.

La verità è che il mondo in cui viviamo non è altro che una provincia piccolissima del vasto e immenso impero di Allah Ta’ala. Qualunque profeta sia stato inviato da Dio in questa provincia aveva una posizione in qualche modo simile a quella dei governatori o dei viceré che i governi terreni inviano nei paesi sottoposti alla loro autorità. Sotto un certo aspetto, tuttavia, esiste tra le due cose una grande differenza. I governatori e i viceré nominati dai governi o dai governanti terreni sono incaricati soltanto dell’amministrazione del paese. I governatori e i viceré dell’Imperatore dell’universo, invece, sono nominati affinché insegnino agli uomini i principi della civiltà autentica, della purezza morale, della vera conoscenza e della retta azione, principi che, come fari luminosi posti sulla grande strada della vita umana, continuano per secoli a indicare la via diritta. Nonostante ciò, si può trovare una somiglianza tra gli uni e gli altri. Gli Stati terreni affidano l’incarico di governatore a persone fidate. Quando le nominano a tale responsabilità, spiegano loro come funziona l’amministrazione interna dello Stato e secondo quale politica viene condotta. Rivelano loro anche quelle informazioni segrete che non vengono rese note alla gente comune. La situazione nell’impero di Dio è analoga. Anche lì la responsabilità della profezia, o nubuwwat, viene affidata soltanto a coloro che sono i più sinceri e degni di fiducia. Poi, quando vengono nominati a questa carica, Allah Ta’ala fa loro osservare personalmente l’amministrazione interna di tutti i Suoi imperi. Rivela loro quei misteri e quelle informazioni segrete della creazione che non vengono rivelati agli uomini comuni. Così, fece osservare a Ibrahim (a) l’amministrazione interna dei cieli e della terra (Sura al-An’am, versetto 75). Gli mostrò anche come Dio dà vita ai morti (Sura al-Baqara, versetto 260). A Musa (a) fu mostrata la manifestazione di Allah sul monte Tur (Sura al-A’raf, 143). Lo fece viaggiare per qualche tempo insieme a un Suo servo speciale, affinché vedesse e comprendesse come, per volontà di Allah, viene governato il mondo (Sura al-Kahf, 60-82). Il profeta Muhammad (s) fece esperienze concrete di questo genere. Talvolta vide apertamente nei cieli l’angelo vicino a Dio (al-Takwir, 23). Talvolta quell’angelo gli si avvicinò a tal punto che tra i due rimase una distanza pari a due archi, o persino inferiore (Sura al-Najm, 6-9). Talvolta vide ancora quell’angelo presso il Sidrat al-Muntaha, cioè all’estremo confine del mondo materiale, e lì contemplò i grandiosi e magnifici segni di Dio (al-Najm, 13-18). Il Mi’raj, però, non si limitò a una semplice osservazione sperimentale; fu piuttosto qualcosa di rango più elevato. Immaginate un esempio di questo tipo: un sovrano dotato della massima autorità convoca direttamente nella capitale il governatore di grado inferiore da lui nominato per una questione importante, gli affida un incarico speciale e gli impartisce anche le necessarie direttive politiche. Allo stesso modo, il Messaggero di Allah (s) era stato convocato alla presenza di Allah. Il cambiamento di direzione del movimento islamico era infatti imminente. In tali circostanze, era desiderabile impartirgli una guida speciale. (Discorso radiofonico del 20 agosto 1941, abbreviato.)

Il racconto del viaggio del Mi’raj

Presenteremo anzitutto un riassunto di quegli hadith nei quali è narrato lo straordinario racconto del viaggio del Mi’raj. Poi diremo quale messaggio il Messaggero di Allah (s), dopo essere tornato dal Mi’raj, trasmise agli abitanti del mondo.

Erano trascorsi circa dodici anni da quando il Messaggero di Allah (s) aveva ricevuto la profezia. Aveva cinquantadue anni. Era sdraiato presso la Kaaba, nel Masjid al-Haram. Improvvisamente l’angelo Jibril venne a svegliarlo. In uno stato di semi-sonno e semi-veglia lo sollevò e lo condusse vicino al pozzo di Zamzam. Gli aprì il petto, lo lavò con l’acqua di Zamzam e poi lo riempì di pazienza, saggezza, iman e certezza. [Nelle opere di Bukhari, Muslim, Musnad Ahmad, Ibn Jarir, Bayhaqi, Hafiz Ibn Abi Hatim, Tabarani, Bazzar e altri sono riportate le narrazioni di Abu Hurayra (ra) e di Malik ibn Sa’sa’a. In alcune altre narrazioni si afferma che l’Isra ebbe inizio dalla casa di Umm Hani (ra), cugina paterna del Profeta e figlia di Abu Talib. Là egli aveva recitato la preghiera della sera e si era addormentato. Ibn Jarir, Abu Ya’la e Tabarani hanno riferito questo episodio dalla stessa Umm Hani (ra), mentre Bayhaqi lo ha riferito da Ali ibn Abi Talib (ra), Abd Allah ibn Mas’ud (ra) e Abd Allah ibn Abbas (ra). Nelle Tabaqat di Ibn Sa’d è riportata la narrazione di Waqidi secondo cui l’Isra ebbe inizio da Shi’b Abi Talib. In Bukhari e Muslim, da Abu Dharr (ra), e nel Musnad Ahmad, da Ubayy ibn Ka’b (ra), è riferito che Jibril (a) entrò nella casa aprendo il tetto e portò via il Profeta. In realtà, non vi è alcuna contraddizione tra queste narrazioni. La casa di Umm Hani si trovava a Shi’b Abi Talib. Jibril scese nella casa aprendone il tetto e condusse il Profeta al Masjid al-Haram mentre questi dormiva. Ciò che accadde poi, nello stato di semi-sonno e semi-veglia, è stato esposto sopra. — L’autore.]

Poi, per il viaggio, Gabriele (pace su di lui) presentò un animale. Era di colore bianco, alquanto più grande di un asino e più piccolo di un mulo. Si muoveva alla velocità del fulmine. Ogni suo passo giungeva fino all’estremo limite della vista. Per questo il suo nome era Buraq. [Tutte le narrazioni degli hadith riguardanti Buraq e le sue caratteristiche concordano su questo punto—l’autore.] Anche i profeti precedenti, nei loro viaggi di questo genere, usavano cavalcature simili. [Ibn Jarir, Bayhaqi nei suoi Dalā’il, Ibn Abi Hatim, Ibn Ishaq, Ibn Mardويه, Nasa’i, Maghazi di Ibn A’id e Suyuti hanno scritto nel Rawḍ al-Unuf che il profeta Abramo (pace su di lui) si recò alla Mecca cavalcando Buraq e portando con sé Agar e il figlio lattante Ismaele (pace su di lui). Tuttavia, non hanno indicato la fonte di questa narrazione—l’autore.] Quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) stava per salirvi, l’animale si mosse. Gabriele (pace su di lui) lo colpì lievemente sul fianco e disse: «Guarda che cosa stai facendo! Fino a oggi nessuna personalità più nobile di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è mai salita su di te». A queste parole, per la vergogna, il suo corpo cominciò a sudare. [Musnad di Ahmad, Tirmidhi, Ibn Hibban, Ibn Jarir, Ibn Ishaq, Ibn Sa’d—l’autore.]

Poi il Profeta (pace e benedizioni su di lui) vi salì e Gabriele procedette con lui. [Nelle narrazioni citate da Ibn Jarir, Bayhaqi, Nasa’i, Ibn Hisham, Ibn Abi Hatim, Tabarani, Bazzar e Ibn Sa’d si afferma che Gabriele (pace su di lui) rimase sempre con il Profeta durante questo viaggio. Nella narrazione di ʿAbd al-Rahman ibn Abi Layla riportata da Tabarani si dice che Gabriele (pace su di lui) fece sedere il Profeta davanti a sé sul Buraq. Abu Ya’la e Ibn Hibban riportano una narrazione di ʿAbdullah ibn Mas’ud (che Dio sia soddisfatto di lui) secondo cui Gabriele (pace su di lui) sedeva davanti e il Profeta (pace e benedizioni su di lui) dietro. In Tirmidhi, Nasa’i e nel Musnad di Ahmad si trova una narrazione di Hudhayfa (che Dio sia soddisfatto di lui) secondo cui il Profeta (pace e benedizioni su di lui) e Gabriele (pace su di lui) cavalcavano entrambi il Buraq, senza tuttavia specificare chi fosse davanti e chi dietro—l’autore.] La prima tappa fu Medina, dove il Profeta (pace e benedizioni su di lui) scese e pregò. Gabriele (pace su di lui) disse: «Qui verrai a emigrare». La seconda tappa fu il monte Sinai, dove Dio parlò con Mosè (pace su di lui); la terza tappa fu Baytullah, dove nacque Gesù (pace su di lui). La quarta tappa fu Bayt al-Maqdis, dove terminò il viaggio del Buraq. [La narrazione di Anas ibn Malik (che Dio sia soddisfatto di lui) in Nasa’i e quella di Shaddad ibn Aws (che Dio sia soddisfatto di lui) in Bayhaqi differiscono alquanto. In esse, invece del monte Sinai, si menziona la preghiera presso quell’albero di Madyan vicino al quale Mosè (pace su di lui) si fermò dopo aver dato da bere agli animali di due donne—l’autore.]

Le varie forze traviate e fuorvianti

In un punto di questo viaggio, qualcuno gridò: «Vieni da questa parte!». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) non rivolse neppure uno sguardo in quella direzione. Gabriele (pace su di lui) disse: «Costui invita al giudaismo». Da un’altra parte giunse una voce: «Vieni da questa parte!». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) non guardò neppure in quella direzione. Gabriele (pace su di lui) disse: «Costui è l’invitante al cristianesimo». Poi apparve una donna con ornamenti e splendore straordinari. Anch’ella invitò il Profeta verso di sé. Egli distolse il volto anche da quella parte. Gabriele (pace su di lui) disse: «Questa è il mondo terreno». Poi comparve davanti a loro una vecchia. Gabriele (pace su di lui) disse: «Stimate la durata della vita rimanente del mondo terreno in base alla vita rimanente di questa vecchia». Poi incontrarono un altro uomo, che cercò di attirare il Profeta verso di sé. Ma egli lo lasciò indietro e proseguì. Gabriele (pace su di lui) disse: «Costui era Satana, che voleva allontanarti dalla via». [Le varie parti di questi episodi sono riportate in diverse opere di hadith e di sira: Bayhaqi (Dalā’il), Tabarani (al-Awsat), Ibn Jabir, Ibn Hatim, Ibn Ishaq e Ibn Mardويه—l’autore.]

La preghiera a Bayt al-Maqdis

Quando giunse a Bayt al-Maqdis, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) scese dal Buraq. Il Buraq fu legato proprio nel luogo in cui lo legavano gli altri profeti. [Musnad di Ahmad, Muslim, Ibn Jarir, Bayhaqi, Ibn Abi Hatim, Ibn Ishaq, Ibn Sa’d, Ibn Mardويه. In alcune altre narrazioni si riferisce anche che Gabriele (pace su di lui) praticò un foro in una pietra con un colpo del dito e vi legò il Buraq (Tirmidhi, Hatim, Ibn Abi Hatim).] Quando entrò nel Tempio di Salomone (sebbene a quel tempo fosse distrutto, il luogo esisteva ancora e l’imperatore Giustiniano vi aveva fatto costruire una chiesa), vide tutti i profeti che erano nati nel mondo dall’inizio dell’umanità fino a quel momento. Non appena arrivò, si formarono le file per la preghiera e tutti attesero di sapere chi avrebbe guidato la preghiera. Gabriele (pace su di lui) lo prese per mano e lo condusse davanti; tutti pregarono dietro di lui. [Ibn Jarir, Bayhaqi, Tabarani, Nasa’i, Ibn Abi Hatim, Musnad di Ahmad, Ibn Sa’d.]

Poi furono posti davanti a lui tre recipienti per bere. In uno c’era acqua, nel secondo latte e nel terzo vino. Egli prese il recipiente del latte e bevve. Gabriele (pace su di lui) si congratulò con lui e disse: «Hai scelto la via della natura». [La narrazione di Tabarani da Suhayb (che Dio sia soddisfatto di lui), quella di Ibn Jarir da Anas (che Dio sia soddisfatto di lui) e Abu Hurayra (che Dio sia soddisfatto di lui), e quella di Ibn Ishaq a nome di diversi sapienti, è quella che abbiamo citato sopra. Tuttavia, su questo argomento esistono molte divergenze tra le narrazioni. Nella narrazione che Ibn Jarir, Bayhaqi e Ibn Abi Hatim riportano da Abu Sa’id al-Khudri (che Dio sia soddisfatto di lui), si menzionano due coppe: in una c’era acqua e nella seconda vino. Nella narrazione di Anas (che Dio sia soddisfatto di lui) riportata nel Musnad di Ahmad e in Muslim, in quella di Abu Hurayra riportata da Bukhari e in quella di Sa’id ibn al-Musayyib (che Dio sia soddisfatto di lui) riportata da Bayhaqi, si menzionano due recipienti: in uno c’era latte e nell’altro vino. Anche nella narrazione di Shaddad ibn Aws riportata da Bayhaqi, Ibn Hatim, Bazzar e Tabarani si parla di due recipienti, ma in uno c’era latte e nell’altro miele. D’altra parte, secondo la narrazione di Malik ibn Sa’sa’a (che Dio sia soddisfatto di lui) riportata nel Musnad di Ahmad, in Bukhari e in Muslim, vicino al Sidrat al-Muntaha o al Bayt al-Ma’mur furono presentati al Profeta (pace e benedizioni su di lui) tre recipienti: in uno c’era vino, nel secondo latte e nel terzo miele. Tutte le narrazioni, tuttavia, concordano sul fatto che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) scelse il recipiente del latte—l’autore.]

In seguito gli fu presentata una scala. Con il suo aiuto Gabriele (pace su di lui) lo condusse verso il cielo. In arabo la scala si chiama mi’raj. Per questo l’intero evento è chiamato Mi’raj. [Ibn Jarir, Bayhaqi, Ibn Abi Hatim, Ibn Ishaq e Ibn Mardويه lo hanno riportato da Abu Sa’id al-Khudri (che Dio sia soddisfatto di lui). Ibn Hatim, tuttavia, cita una narrazione di Anas (che Dio sia soddisfatto di lui) secondo cui Gabriele (pace su di lui) salì verso il cielo tenendo il Profeta (pace e benedizioni su di lui) per mano—l’autore.]

nel primo cielo

Quando salirono al primo cielo, la porta del cielo era chiusa.

L’angelo custode della porta chiese: «Chi è arrivato?»

Hazrat Gabriele (a.s.) disse il proprio nome.

L’angelo chiese: «Chi è con te?»

Gabriele: «Muhammad (s.).»

L’angelo: «È stato convocato?»

Gabriele: «Sì.»

Poi la porta si apre e il Profeta (s) viene accolto con tutti gli onori. [È unanimemente riconosciuto riguardo al Mi‘raj che, ogni volta che Gabriele (a) entrava in un cielo, gli venivano poste domande di questo tipo. Dopo aver accertato che il visitatore era Gabriele (a), che con lui c’era Muhammad (s) e che era stato chiamato, la porta veniva aperta e il Profeta veniva accolto — l’Autore.] Qui il Santo Profeta (s) viene presentato a quelle grandi personalità degli angeli e degli spiriti umani che si trovavano a questo livello. Tra loro vi era un venerabile anziano che costituiva un modello completo della forma umana. Nel volto e nella conformazione del corpo non vi era alcun difetto né incompletezza. Gabriele (a) disse: «Questi è Adamo (a), il vostro progenitore».

Questo venerabile aveva molte persone alla sua destra e alla sua sinistra. Quando guardava verso destra si rallegrava, mentre quando guardava verso sinistra piangeva. Gli fu chiesto: «Qual è la ragione?»

Fu risposto: «Sono tutti discendenti di Adamo. Adamo si rallegrava vedendo i suoi discendenti virtuosi e piangeva vedendo le persone malvagie».[Bukhari, Muslim e Musnad di Ahmad hanno trasmesso il racconto di Malik ibn Sa‘sah; Bukhari e Muslim quello di Abu Dharr (ra); Ibn Jarir, Bayhaqi, Ibn Abi Hatim, Ibn Marduyah e Ibn Ishaq quello di Abu Sa‘id al-Khudri (ra); Ibn Jarir, Bayhaqi, Hafiz Ibn Abi Hatim, Tabarani e Bazzar quello di Abu Hurayra (ra); e Abdullah ibn Ahmad Hanbal ha riportato, negli Zawa’id del Musnad, il racconto di Ubayy ibn Ka‘b (ra) — l’Autore.]

Poi al Profeta (s) fu data l’opportunità di osservare ogni cosa nei dettagli. In un luogo vide alcune persone mietere un raccolto. Quanto più mietevano, tanto più esso cresceva. Fu chiesto: «Chi sono costoro?» Fu risposto: «Sono coloro che combattono sulla via di Dio».

Poi si videro alcune persone i cui crani venivano frantumati a colpi di pietra. Fu chiesto: «Chi sono costoro?» Fu risposto: «Sono quelle persone la cui riluttanza e il cui malcontento impedivano loro di alzarsi per la preghiera».

Vide poi alcune persone i cui abiti erano rattoppati davanti e dietro e che mangiavano erba come animali. Fu chiesto: «Chi sono costoro?» Fu risposto: «Sono quelli che non davano nulla, sotto forma di zakat o di elemosina, dei propri beni».

Poi si vide un uomo che raccoglieva legna e cercava di sollevare il suo carico. Quando non riusciva a sollevarlo, vi aggiungeva altra legna. Fu chiesto: «Chi è costui?» Fu risposto: «È una persona gravata da un tale peso di responsabilità da non riuscire a portarlo. Ma invece di ridurlo, si caricava sulle spalle ulteriori responsabilità».

Poi si videro alcune persone alle quali venivano tagliate la lingua e le labbra con delle forbici. Fu chiesto: «Chi sono costoro?» Fu risposto: «Sono persone che parlavano senza senso di responsabilità, dicevano qualunque cosa venisse loro in bocca e provocavano fitna nella società».

Poi si vide in un luogo una pietra con una piccola spaccatura. Da essa uscì un grosso toro. Poi cercò nuovamente di rientrarvi, ma non ci riuscì. Fu chiesto: «Che cosa significa?». Fu risposto: «È l’esempio di colui che, irresponsabilmente, pronuncia parole che fomentano la discordia; poi, vergognandosi, vuole rimediare, ma non ci riesce».

In un luogo si videro alcune persone che si tagliavano la propria carne e la mangiavano. Fu chiesto: «Chi sono costoro?». Fu risposto: «Sono coloro che accusavano falsamente gli altri e li ingiuriavano».

Proprio accanto a loro vi erano alcune persone le cui unghie delle mani erano di rame. Con esse si graffiavano il volto e il petto. Quando fu chiesto chi fossero, fu risposto: «Sono coloro che, in assenza delle persone, divulgavano le loro cattive azioni e ne ferivano l’onore».

Si videro alcune persone le cui labbra erano simili a quelle dei cammelli e che mangiavano il fuoco. Fu chiesto: «Chi sono costoro?». Fu risposto: «Sono coloro che consumavano i beni degli orfani».

Si videro alcune persone con il ventre enormemente gonfio, pieno di serpenti velenosi. La gente le calpestava e passava sopra di loro, ma esse non riuscivano a spostarsi dal proprio posto. Quando fu chiesto chi fossero, fu risposto: «Sono gli usurai».

Poi si videro alcune persone davanti alle quali, da una parte, era posta della carne fresca e appetitosa e, dall’altra, della carne putrefatta da cui si sprigionava un fetore. Esse lasciavano la carne buona e mangiavano quella putrefatta. Fu detto: «Sono persone che, pur avendo mogli lecite, soddisfacevano il proprio desiderio sessuale in modo illecito».

Poi si videro alcune donne appese per i seni. Fu chiesto e fu risposto: «Sono donne che attribuivano ai propri mariti figli che non erano stati generati da loro». [Vi è divergenza d’opinione sul fatto che queste visioni siano avvenute sulla via per Bayt al-Maqdis oppure nel primo cielo. Inoltre, tali visioni non sono state menzionate tutte insieme in ogni narrazione; piuttosto, diverse visioni sono state riferite in diversi hadith. Qui le riportiamo tutte in un unico luogo. Musnad Ahmad, Ibn Majah, Ibn Jarir, Bayhaqi, Ibn Hisham, Ibn Abi Hatim, Tabarani e Bazzar: narrazione di Abu Hurayra (ra); Ibn Jarir, Ibn Abi Hatim, Ibn Ishaq e Ibn Marduyah: narrazione di Abu Sa‘id al-Khudri (ra); Musnad Ahmad e Abu Dawud: narrazione di Anas ibn Malik (ra). — L’Autore.]

Durante queste visioni, il Profeta (s) incontrò un angelo che si presentò con un carattere estremamente severo e rigido. Il Profeta (s) chiese a Jibril (a): «Tutti gli angeli che ho incontrato finora mi hanno accolto con gioia e con il sorriso sul volto. Perché costui ha un carattere così arido?». Jibril (a) disse: «Non ha nulla a che fare con l’allegria e il sorriso. È il guardiano dell’Inferno». Udito ciò, il Profeta (s) espresse il desiderio di vedere l’Inferno. Immediatamente fu sollevato il velo davanti ai suoi occhi e l’Inferno apparve in tutta la sua terrificante forma. [Sira di Ibn Hisham — citazione tratta da Ibn Ishaq e Ibn Abi Hatim. Narrazione di Anas ibn Malik (ra). — L’Autore.]

nei cieli successivi

Dopo aver attraversato questi livelli, il Nobile Profeta (s) giunse al secondo cielo. Tra i sapienti di quel luogo vi erano due giovani dotati di qualità particolari. Dalla loro identificazione si seppe che erano il venerabile Yahya (a) e il venerabile Isa (a).

Nel terzo cielo fu presentato un venerabile la cui bellezza, rispetto a quella della gente comune, era come la luna piena in confronto alle stelle. Si seppe che era il venerabile Yusuf (a).

Nel quarto cielo il venerabile Idris (a), nel quinto cielo il venerabile Harun (a) e nel sesto cielo il venerabile Musa (a) incontrarono il profeta Muhammad (s). Dopo essere giunto al settimo cielo, egli vide un immenso palazzo (Bayt al-Ma’mur), dove tutti — colui che egli stesso vide somigliava molto a lui nell’aspetto — erano presenti. Dalla sua identificazione si seppe che era il venerabile Ibrahim (a). [Musnad Ahmad, Bukhari e Muslim — narrazione di Malik ibn Sa’sa’a. Musnad Ahmad, Muslim e Ibn Abi Hatim — narrazione di Anas ibn Malik (r). Ibn Jarir, Bayhaqi, Ibn Abi Hatim, Tabarani, Bazzar, Hakim e Ibn Ishaq — narrazione di Abu Hurayra (r). In alcune narrazioni sono state espresse opinioni diverse riguardo alla dimora dei profeti. In Nasai e Muslim, nella narrazione del venerabile Anas (r), si dice che il venerabile Harun (a) si trovasse nel quarto cielo e il venerabile Idris (a) nel quinto. Citando la narrazione del venerabile Abu Sa’id al-Khudri (r), Ibn Jarir, Bayhaqi e Ibn Marduyah hanno detto che il venerabile Yusuf (a) si trovava nel secondo cielo e il venerabile Yahya (a) e il venerabile Isa (a) nel terzo cielo — autore.]

Sidrat al-Muntaha

Dopodiché il Nobile Profeta (s) iniziò l’ascesa verso le sfere superiori e giunse al Sidrat al-Muntaha. Esso costituisce una frontiera divisoria tra la corte del grande Rabb al-‘Izzat e il mondo materiale. Qui termina la conoscenza di tutte le creature. Ciò che viene dopo è invisibile: nessun profeta ne possiede la conoscenza, né alcun angelo prossimo, salvo che Allah desideri concedere a qualcuno una parte di tale conoscenza. Tutto ciò che sale dal basso viene portato qui, e tutto ciò che discende dall’alto viene qui accolto. Nei pressi di questo luogo al Profeta fu mostrato il Paradiso. Egli vide che Allah l’Altissimo aveva predisposto per i servi virtuosi tali doni che nessun occhio aveva mai visto, nessun orecchio aveva mai udito e nessuna mente aveva mai potuto concepire. [Bukhari e Muslim — narrazione di Abu Dharr (r). Muslim, Nasai, Tirmidhi e Bayhaqi — narrazione di Abdullah ibn Mas’ud (r). Ibn Jarir, Bayhaqi, Ibn Abi Hatim e Ibn Marduyah — narrazione di Abu Sa’id al-Khudri (r) — autore.]

Gibril (a) rimase presso il Sidrat al-Muntaha. Poi il Profeta (s) avanzò da solo. In seguito, in un luogo elevato, ampio e favorevole, vide davanti a sé la corte del Glorioso. Gli fu quindi conferito l’onore della conversazione. [Ibn Hatim — narrazione di Anas ibn Malik (r). Bukhari — Kitab al-Salat — narrazione di Ibn Abbas (r) e di Abu Habba al-Ansari. Qastallani, senza citare il suo Mawahib, ha detto che il Signore (s) riferì: quando Gibril giunse al suo posto, disse: «Ora davanti a voi c’è la questione tra voi e il vostro Signore. Questo è il mio posto, oltre il quale non posso andare».] Tra ciò che gli fu pronunciato vi era:

1. Furono rese obbligatorie cinquanta preghiere ogni giorno.

2. Nella Sura al-Baqara vengono insegnati gli ultimi due versetti.

3. Viene manifestata l’intenzione di perdonare tutti i peccati eccetto lo shirk.

4. È stato detto che, per chi intende compiere una buona azione, viene registrata una ricompensa; poi, quando la compie, gli vengono registrate dieci ricompense. Ma per chi intende compiere una cattiva azione non viene registrato nulla a suo carico; poi, quando la compie, gli viene registrato un peccato.[In primo luogo, riguardo al Mi‘raj, tutti gli hadith concordano sul fatto che inizialmente furono rese obbligatorie cinquanta preghiere. Gli altri elementi sono riportati nei seguenti libri di hadith:

Muslim, Nasā’ī, Tirmidhī, Bayhaqī – trasmissione da ʿAbdullah ibn Masʿūd (ra); Musnad Ahmad e Muslim – narrazione di Anas ibn Mālik (ra). Ibn Jarīr, Bayhaqī, Ibn Abī Hātim, Ibn Mardūya – narrazione di Abū Saʿīd al-Khudrī (ra) – autore del libro.]

Dopo essersi presentato alla Presenza di Dio, durante la discesa per il ritorno, il Profeta (s) incontrò Hazrat Musa (a). Dopo aver ascoltato il racconto, egli disse: «Ho avuto una amara esperienza con i Banū Isrā’īl. Ritengo che la tua comunità non sarà in grado di osservare cinquanta preghiere; chiedi che vengano ridotte». Quando egli ritornò, Allah Jalla Shanuhu (Allah l’Altissimo) ne ridusse dieci.

Hazrat Musa (a) ripeté nuovamente la stessa cosa. Allora il Profeta Muhammad (s) salì più volte e ogni volta il numero delle preghiere veniva ridotto di dieci. Alla fine furono rese obbligatorie cinque preghiere e fu detto che esse equivalevano a cinquanta.[È concorde in tutti gli hadith che, su consiglio di Hazrat Musa (a), il Profeta (s) si recò più volte alla Presenza di Allah per chiedere una riduzione e che alla fine rimasero obbligatorie cinque preghiere. Allah le considerò equivalenti a cinquanta. Tuttavia, nella maggior parte delle narrazioni si menziona una riduzione di cinque preghiere alla volta; in alcune narrazioni si parla di una riduzione generica e in altre di cinque alla volta – autore. (Alcuni orientaleggianti, soprattutto coloro che negano gli hadith, sollevano un’obiezione a questa narrazione dicendo: se la volontà di Dio era di rendere obbligatorie soltanto cinque preghiere, quale senso ha iniziare da cinquanta e poi contrattare gradualmente? La risposta è che Allah Taʿālā rende chiaro ai servi che, per ringraziare delle Sue benedizioni, l’uomo dovrebbe essere tanto devoto da pregare cinquanta volte al giorno; in tal caso non sarebbe qualcosa di eccessivo. Tuttavia, tenendo conto della debolezza e della natura umane, viene concessa questa agevolazione. Inoltre, il fatto che il Profeta (s), su consiglio di Hazrat Musa (a), chiedesse ripetutamente una riduzione e che la richiesta fosse accolta accresce il rango del Profeta (s). Questo episodio è una prova dell’intercessione che, nell’Aldilà, il Profeta (s) e gli altri profeti eserciteranno – autore.)]

Ritorno

Durante il viaggio di ritorno, il Profeta (s) giunse nuovamente a Bayt al-Maqdis percorrendo quella stessa scala. Qui erano nuovamente presenti tutti i profeti. Egli guidò la preghiera per loro e probabilmente si trattava della preghiera del Fajr. Poi, salito sul Burāq, fece ritorno alla Mecca (Al-Bidāya wa-n-Nihāya, vol. III, pp. 112-113).

Di buon mattino, prima di chiunque altro, egli raccontò l’accaduto a sua cugina Umm Hani (ra). Poi volle uscire. Ma lei (Umm Hani) lo trattenne tirandogli il mantello e disse: «Per amore di Allah, non racconti questo fatto a nessuno. Altrimenti avranno un altro motivo per deriderti e schernirti». Ma il Profeta (s), dicendo: «Lo racconterò certamente», uscì (al-Tabarani, Ibn Ishaq, Ibn Sa‘d e Abu Ya‘la hanno riferito questo episodio da Umm Hani (ra)).

Dopo essere giunto al santuario della Kaaba, il Profeta (s) vide Abu Jahl davanti a sé. Questi disse: «Ci sono novità?». Il Profeta (s) rispose: «Sì, certamente». Abu Jahl disse: «Sentiamo, quali?»

Il Profeta (s) disse: «Questa notte sono andato a Bayt al-Maqdis». Abu Jahl disse: «Bayt al-Maqdis? Sei andato e tornato nella stessa notte? E al mattino sei già qui?»

Il Profeta (s) disse: «Sì, proprio così».

Abu Jahl disse: «Allora radunerò la gente? Lo dirai davanti a tutti?»

Il Profeta (s) disse: «Certamente».

Abu Jahl radunò tutti gridando e disse al Profeta (s): «Ora parla».

Il Profeta (s) raccontò l’intero episodio davanti a tutti. La gente cominciò a deriderlo e a schernirlo. Alcuni applaudivano, altri si mettevano le mani sulla testa per la meraviglia. Dicevano: «Un viaggio di due mesi in una sola notte? Impossibile, del tutto irreale. Prima avevamo dei sospetti, ma ora siamo fermamente convinti che sei davvero pazzo» (Musnad Ahmad, al-Nasa’i, al-Bayhaqi, al-Bazzar e al-Tabarani lo hanno riferito da Ibn Abbas (ra). Ibn Jarir, al-Bayhaqi e Ibn Abi Hatim lo hanno riferito da Abu Sa‘id al-Khudri (ra)).

Il riconoscimento della veridicità di Hazrat Siddiq (ra)

In un attimo la notizia si diffuse per tutta la Mecca. Alcuni musulmani, udito ciò, voltarono le spalle all’Islam. (Musnad di Ahmad, Bukhari, Tirmidhi, Bayhaqi; Jabir; Bayhaqi — narrazione di Hazrat Aisha (ra).

Allora la gente si recò da Hazrat Abu Bakr (ra), sperando che, essendo il braccio destro del Profeta Muhammad (s), se anche lui gli avesse voltato le spalle, questo movimento sarebbe giunto alla fine. Dopo aver ascoltato l’accaduto, Hazrat Abu Bakr (ra) disse: «Se Muhammad (s) ha detto questo, allora dev’essere certamente vero. Che cosa c’è di sorprendente? Io sento ogni giorno che a lui giunge un messaggio dal cielo, e riconosco anche la veridicità di ciò». (Ibn Jarir, Bayhaqi — narrazione di Abu Salama ibn Abd al-Rahman; Ibn Abi Hatim — narrazione di Anas ibn Malik; Bayhaqi — narrazione di Hazrat Aisha (ra).

Poi Hazrat Abu Bakr (ra) giunse al Santuario della Kaaba, dove erano presenti il Messaggero di Allah (s) e anche la folla di schernitori. Chiese al Profeta (s): «Avete davvero detto tutte queste cose?»

Il Profeta (s) rispose: «Sì, l’ho detto».

Hazrat Abu Bakr (ra) disse: «Io ho già visto Bayt al-Maqdis. Descrivete ciò che vi è».

Il Profeta (s) iniziò immediatamente a descriverlo. Descriveva ogni cosa in modo tale che sembrava che Bayt al-Maqdis fosse davanti a lui e che ne stesse illustrando la situazione osservandola direttamente. Questo atteggiamento di Hazrat Abu Bakr (ra) inflisse un colpo durissimo ai negatori. (Hafiz Ibn Kathir, in Al-Bidaya wa al-Nihaya, afferma che Abu Bakr (ra) chiese di descrivere Bayt al-Maqdis davanti ai politeisti affinché, se fosse riuscito a descriverlo correttamente, avrebbe chiuso loro la bocca. Tuttavia, Abu Ya‘la ha trasmesso, da Umm Hani (ra), una narrazione secondo cui fu Mut‘im ibn Adi a chiedere la descrizione di Bayt al-Maqdis. Ibn Jarir e Ibn Abi Hatim hanno trasmesso, da Abu Sa‘id al-Khudri (ra), la narrazione secondo cui colui che, tra la folla, pose questa domanda considerava il Profeta un mentitore. In Muslim è riportata, da Hazrat Abu Hurayra (ra), una narrazione secondo cui la gente interrogava il Profeta. La vera ragione di questa domanda era che essi sapevano che, durante la sua vita, il Profeta (s) non aveva mai visto Bayt al-Maqdis. Era quindi difficile per lui descriverlo, soprattutto perché lo aveva visto di notte. Perciò, durante il loro interrogatorio, Allah l’Altissimo pose Bayt al-Maqdis davanti ai suoi occhi, ed egli rispondeva a una dopo l’altra le loro domande osservandolo. Alla fine dovettero ammettere che la descrizione che egli aveva fatto di quel luogo era del tutto veritiera. Bukhari, Muslim, Musnad di Ahmad, Ibn Jarir, Tirmidhi e Bayhaqi — narrazione di Jabir ibn Abd Allah (ra); Muslim e Ibn Sa‘d — narrazione di Abu Hurayra (ra); Bayhaqi, Ibn Abi Hatim, Bazzar e Tabarani — narrazione di Ibn Abbas (ra) — l’autore.)

Ulteriori testimoni

Nell’assemblea vi erano molti che si recavano a Bayt al-Maqdis per commerciare. Dentro di sé dicevano: «Ha descritto esattamente ciò che è accaduto». A quel punto la gente cominciò a chiedere ulteriori prove della veridicità di quella descrizione.

Il Profeta (s) disse: «Durante il viaggio di andata passai accanto a una certa carovana, che trasportava questi e quegli oggetti. I cammelli della carovana, vedendo il Burāq, si spaventarono e si imbizzarrirono. Uno di essi fuggì correndo verso una certa valle. Dissi agli uomini della carovana dove era fuggito».

Durante il viaggio di ritorno incontrai, in una certa località, la carovana di una certa tribù. Erano tutti addormentati. Bevvi dell’acqua dai loro recipienti e lasciai anche il segno che avevo bevuto.

Il Profeta (s) riferì anche altri episodi di questo genere. In seguito, quando gli uomini della carovana giunsero, fu riconosciuta la veridicità delle sue parole (Ibn Abī Ḥātim lo riferisce sulla base della testimonianza di Anas ibn Mālik (ra); al-Bayhaqī, Ibn Abī Ḥātim, al-Bazzār e al-Ṭabarānī lo riferiscono sulla base della testimonianza di Shaddād ibn Aws; e al-Ṭabarānī trasmette la narrazione di Abū Yaʿlā da Umm Hāniʾ (ra)).

In questo modo gli avversari rimasero senza parole. Tuttavia, dentro di sé continuavano a chiedersi come ciò fosse potuto accadere. Ancora oggi molti si pongono la domanda: come fu possibile?[]

L’insegnamento al Profeta (s) delle cinque preghiere quotidiane

Per i due giorni successivi alla notte in cui ebbe luogo il Miʿrāj, Jibrīl (a), da parte di Allah l’Altissimo, venne al momento di ciascuna preghiera per indicare gli orari in cui dovevano essere compiute le cinque preghiere prescritte. Il primo giorno fece recitare al Messaggero di Allah (s) ciascuna preghiera all’inizio del suo tempo, mentre il secondo giorno gliela fece recitare alla fine del suo tempo, guidandolo nella preghiera. Poi disse: «Il tempo di ciascuna preghiera è compreso tra questi due momenti». Questa narrazione è stata trasmessa dall’Imām Aḥmad, da al-Nasāʾī, al-Tirmidhī, Ibn Ḥibbān e al-Ḥākim sulla base della testimonianza di Jābir ibn ʿAbd Allāh. L’Imām al-Bukhārī la considera la più autentica riguardo agli orari della preghiera. L’Imām Aḥmad, al-Tirmidhī, Abū Dāwūd, Ibn Khuzayma, al-Dāraquṭnī, al-Ḥākim e ʿAbd al-Razzāq hanno trasmesso in merito, con alcune differenze, una narrazione di ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās (ra). Ibn ʿAbd al-Barr e il qāḍī Abū Bakr ibn al-ʿArabī l’hanno ritenuta autentica.

L’Imām al-Zuhrī racconta che, quando ʿUrwa ibn al-Zubayr disse alla presenza di ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz (ra) che Jibrīl (a) aveva guidato nella preghiera il Messaggero di Allah (s), egli, profondamente stupito, disse: «ʿUrwa, rifletti un momento: che cosa stai dicendo? Vuoi dire che Jibrīl (a) aveva guidato nella preghiera il Profeta (s)?»

‘Urwa dice: «Ho udito ciò da Bashir ibn Abi Mas‘ud. Egli dice di averlo udito da Abu Mas‘ud al-Ansari (ra). Egli (Mas‘ud al-Ansari) disse: “Io stesso ho udito il Messaggero di Allah (s) dire queste parole da Bashir ibn Abi Mas‘ud. Egli dice di averlo udito da Abu Mas‘ud al-Ansari (ra). Egli (Mas‘ud al-Ansari) disse: “Io stesso ho udito il Messaggero di Allah (s) dire: Gabriele discese e guidò la mia preghiera. Pregai con lui le cinque preghiere quotidiane”» (Muwatta’, Bukhari, Muslim, ‘Abd al-Razzaq, Tabarani).[]

Il messaggio del Mi‘raj

Dopo il ritorno dal viaggio del Mi‘raj, il messaggio che il Messaggero di Allah (s) trasmise agli abitanti del mondo da parte di Allah è conservato parola per parola nei versetti dal 2 al 39 della diciassettesima sura del Nobile Corano, Bani Isra’il. Esaminandolo e volgendo lo sguardo al suo contesto storico, si comprenderà che questa guida fu impartita un anno prima dell’Egira. Il lettore potrà comprendere chiaramente che tale guida fu impartita prima della posa della prima pietra di un nuovo Stato fondato sui principi dell’Islam, secondo i quali in seguito il Profeta (s) e i nobili Compagni avrebbero dovuto operare.

Apprendere una lezione dalla storia dei Figli d’Israele

Dopo aver menzionato il Mi‘raj in questo messaggio, anzitutto viene impartita una lezione attraverso la storia dei Figli d’Israele. Quando, dopo essersi liberati dalla schiavitù degli Egiziani, i Figli d’Israele cominciarono a vivere una vita indipendente, il Signore dell’universo diede loro un Libro per guidarli. Insieme a ciò fu dato loro questo ammonimento: “D’ora in poi, per le vostre azioni e i vostri affari, non confidate nella guida di nessun altro all’infuori di Me”.

Ma, invece di ringraziare Allah per questa Sua grazia, i Figli d’Israele la rinnegarono e, anziché essere riformatori sulla terra, rimasero fautori della corruzione e ribelli. La conseguenza fu che Allah li fece annientare una volta per mano dei Babilonesi e, la seconda volta, fece dei Romani i loro governanti. Menzionando questa storia istruttiva, Allah l’Altissimo mette in guardia i musulmani: solo il Corano è un Libro capace di indicare loro la retta via. Se lo seguirete, vi è per voi il lieto annuncio di una grandissima ricompensa.

Ogni individuo è responsabile

La seconda importante verità alla quale è stata richiamata l’attenzione è che ogni essere umano possiede personalmente una responsabilità morale permanente. Le sue stesse azioni sono il giudice definitivo a suo favore o contro di lui. Se percorre la retta via, il beneficio sarà suo; se percorre la via dell’errore, sarà lui a subirne il danno. In questa responsabilità personale nessuno è socio di un altro. Nessuno dovrà portare il peso della responsabilità altrui. Pertanto, ogni persona di una società virtuosa dovrebbe prestare particolare attenzione alla propria responsabilità. Qualunque cosa facciano gli altri, dovrebbe innanzitutto riflettere su ciò che sta facendo lei stessa.

La decadenza dei notabili

La terza questione riguardo alla quale si è messo in guardia è questa: ciò che alla fine distrugge una società è la decadenza dei notabili e delle persone influenti e potenti. Quando la rovina del destino di una nazione diventa inevitabile, i suoi membri agiati e detentori del potere si abbandonano alla dissolutezza. Cominciano a commettere ingiustizie, oppressioni, soprusi, peccati e azioni malvagie. Alla fine, questa sedizione sprofonda l’intera nazione nell’abisso della distruzione. Pertanto, una società che non voglia diventare nemica di se stessa dovrebbe riflettere su questa questione, affinché le chiavi del potere politico e della ricchezza economica non finiscano nelle mani di persone prive di carattere.

L’importanza dell’Aldilà rispetto al mondo

Poi ai musulmani viene ricordata quella verità che nel Corano è stata ripetuta più volte. Viene detto: se il vostro obiettivo è il mondo terreno, con il suo successo, la sua felicità e le sue comodità, potete ottenere qui tutte queste cose. Ma la loro conseguenza finale sarà terribile. Il successo duraturo ed eterno, che comincia in questa vita e prosegue nella vita futura senza portare in alcun luogo l’umiliazione del fallimento, lo potete ottenere soltanto se, nei vostri sforzi e nelle vostre azioni, tenete davanti a voi l’Aldilà e il senso della responsabilità e del rendiconto. L’agiatezza degli adoratori del mondo appare esteriormente creativa. Tuttavia, dentro questa creatività sono nascosti i semi del danno e della corruzione. Essi restano privi di quella nobiltà di carattere che nasce soltanto dal senso del rendiconto nell’Aldilà. Questa differenza potete vederla già in questo mondo tra i due tipi di persone. Nelle fasi successive della vita essa diventerà ancora più evidente. Alla fine, la vita dell’uno sarà completamente fallimentare, mentre quella dell’altro sarà coronata da un successo pieno.

I princìpi fondamentali della civiltà islamica

Dopo aver impartito, come introduzione, questi consigli, sono stati esposti i princìpi fondamentali e importanti sulla cui base avrebbero dovuto essere edificati in futuro lo Stato e la società islamici. Questi princìpi sono quattordici. Li presentiamo nello stesso ordine in cui sono stati enunciati in questo messaggio dell’Ascensione.

1. Non si deve riconoscere dominio e autorità ad alcuna forza o entità all’infuori di Allah, l’Unico e senza associati. Egli è il vostro Dio: dedicateGli soltanto la vostra servitù e obbedienza. Il segno della vostra distinzione e della vostra identità consiste nel conformarvi ai Suoi comandi. Se riconoscerete il dominio e l’autorità di qualcun altro oltre a Lui, chiunque esso sia, o persino dei vostri desideri, finirete per subire la più estrema umiliazione e sarete privati di quelle benedizioni che possono essere ottenute soltanto con l’aiuto di Allah. Non si trattava soltanto di una credenza religiosa; era anche il principio fondamentale dell’ordinamento politico che il Profeta, pace e benedizioni su di lui, istituì recandosi a Medina. L’intera struttura di tale ordinamento fu edificata sulla concezione che il Signore dell’universo è il proprietario e il sovrano del Paese e che la Sua Sharia è il codice legislativo del Paese.

2. Tra i diritti umani, il più importante e prioritario è quello dei genitori. I figli devono essere obbedienti, premurosi e rispettosi verso i genitori. Le norme sociali e morali della società dovrebbero essere tali che i figli non siano indipendenti dai genitori né disobbedienti nei loro confronti, ma al contrario siano estremamente benevoli verso di loro. Devono onorarli e rispettarli, servirli e assisterli nella vecchiaia e provvedere a tutte le loro necessità, proprio come i genitori fecero per loro durante la loro infanzia. Da questo principio si stabilisce che il sistema della società islamica sarà fondato sulla famiglia e che la devozione e il rispetto verso i genitori costituiscono la spina dorsale dell’ordinamento familiare. In seguito, in conformità con questo principio, furono definiti i diritti dei genitori riconosciuti dalla Sharia, la cui descrizione dettagliata si trova nei libri di hadith e di fiqh. Inoltre, nella formazione mentale e morale della società islamica e nelle norme di civiltà e di buona educazione dei musulmani furono incluse concezioni e pratiche tali da attribuire ai genitori la massima importanza dopo Allah e il Suo Messaggero. Tutte queste questioni stabiliscono per ogni epoca il principio secondo cui lo Stato islamico, attraverso le proprie leggi e disposizioni amministrative, deve rafforzare e proteggere la famiglia anziché indebolirla.

3. Nella vita sociale deve rimanere viva la forza necessaria a instaurare l’aiuto reciproco, la compassione e la giustizia. Ogni parente dovrebbe essere d’aiuto ai propri parenti, e ciascuno dovrebbe avere il diritto di ricevere l’aiuto degli altri. Quando un viaggiatore giunge in un villaggio o in una località, dovrebbe trovarsi tra persone ospitali. Nella società, la consapevolezza dei diritti (haqq) dovrebbe essere così intensa e diffusa che ogni persona sia pienamente consapevole dei diritti di coloro tra i quali vive. Quando presta loro un servizio, dovrebbe considerare di adempiere a un loro diritto, non di fare loro un favore. Se non trova nessuno a cui prestare servizio, dovrebbe dichiarare umilmente la propria incapacità e implorare la misericordia di Dio, affinché possa essere utile agli altri. [Sulla base di questo principio, nella società di Medina furono stabilite l’elemosina obbligatoria e l’elemosina volontaria. Furono definite le modalità per le disposizioni testamentarie a favore degli orfani e per il waqf. Furono adottate misure per tutelare i diritti degli orfani. In ogni località fu riconosciuto al viaggiatore il diritto di essere ospitato per almeno tre giorni. In seguito, attraverso l’educazione morale, fu infusa nell’intera società una tale forza di generosità, compassione, aiuto e collaborazione che, oltre ai diritti giuridici, si sviluppò tra le persone un’ampia consapevolezza dei diritti morali. Su questa base, esse cominciarono spontaneamente a riconoscere tali diritti reciproci e ad adempiervi: diritti che non si possono esigere per legge né far rispettare per via giudiziaria — l’Autore.]

4. Le persone non dovrebbero sprecare i propri beni in modi errati. Spendere nel lusso e nel peccato per ostentazione e per farsi vedere dagli altri, e impiegare le ricchezze in direzioni fuorvianti invece che per i bisogni reali delle persone e per opere benefiche, equivale a negare le benedizioni di Dio. Coloro che spendono così i propri beni sono in realtà fratelli di Satana; perciò, impedire tale spreco di ricchezze mediante l’educazione morale e disposizioni di legge è un dovere indispensabile di una società riformata.

5. Tra le persone dovrebbe esserci un equilibrio tale che non accumulino ricchezze per avarizia, né distruggano la propria forza economica con spese eccessive. Tra i membri della società deve esistere un senso corretto dell’equilibrio, affinché da un lato non si astengano dalle spese giuste e dall’altro non cadano nel peccato di spendere in modo illecito. [Nella società di Medina, questi due principi furono applicati in vari modi. Da un lato, molti mezzi e forme di sfarzo e lusso furono dichiarati giuridicamente haram; dall’altro, con l’aiuto indiretto della legge, furono sbarrate le vie alle spese ingiuste e irragionevoli delle ricchezze. Fu inoltre conferita al governo l’autorità di porre fine, mediante disposizioni amministrative, alle attività vistosamente dispendiose. I beni di coloro che continuavano a spendere ingiustamente le proprie ricchezze sarebbero stati generalmente presi in gestione dal governo. Oltre a queste misure, nella società fu creata un’opinione pubblica tale da condannare, anziché lodare, la prodigalità. Poi, attraverso l’educazione morale, furono riformati gli atteggiamenti interiori, affinché le persone potessero comprendere la differenza tra la spesa ingiusta e quella legittima e se ne astenessero spontaneamente. Allo stesso modo, l’avarizia fu contrastata per quanto possibile con l’aiuto della legge. Le riforme contro le pratiche ingiuste furono attuate sotto la pressione dell’opinione pubblica e mediante l’educazione morale.]

6. Le persone non dovrebbero interferire artificialmente nel sistema di distribuzione del sostentamento che Dio ha stabilito. Egli non ha reso tutti i Suoi servi uguali quanto al sostentamento; piuttosto, ha stabilito tra loro differenze di quantità. In ciò vi sono molte saggezze, ed Egli stesso le conosce meglio di chiunque altro.

Pertanto, un sistema economico corretto è quello che si avvicina maggiormente alla via stabilita da Dio. Trasformare la disuguaglianza naturale in un’uguaglianza artificiale, oppure estendere la disuguaglianza oltre i limiti della natura fino a farla giungere ai confini dell’ingiustizia, sono entrambi errori dello stesso genere. [A causa del principio delle leggi della natura verso il quale questo punto indicava la via, nel programma riformatore di Medina non trovò posto l’idea che le differenze, le disparità e le superiorità naturali nella distribuzione dei mezzi di sostentamento fossero un’ingiustizia, né che, per instaurare la giustizia, si dovesse eliminare la differenza tra ricchi e poveri e tentare di costruire una società senza classi. Al contrario, il metodo adottato a Medina per fondare la civiltà umana su solide basi era il seguente: lasciare nello stato naturale originario la differenza che la fitrah di Allah ha posto tra gli esseri umani, facendo sì che, secondo i punti terzo, quarto e quinto, essa diventasse non una causa di corruzione dei costumi, del carattere e delle consuetudini della società, bensì una causa di innumerevoli opportunità e vantaggi morali, spirituali e civili. In realtà, è proprio per questo che il Creatore dell’universo ha posto questa differenza tra i Suoi servi — l’Autore.]

7. È un grave errore ricorrere al controllo delle nascite per il timore che, con l’aumento della prole, si restringano le possibilità di sostentamento. Coloro che, per questo timore, distruggono la discendenza futura, cioè ricorrono al controllo delle nascite, cadono nell’erronea convinzione che il sostentamento sia nelle loro mani. Eppure il Datore del sostentamento è Dio, Colui che ha predisposto per gli esseri umani la possibilità di abitare questa terra. Egli ha provveduto al sostentamento delle generazioni precedenti e provvederà anche a quello delle generazioni future. Per quanto la popolazione aumenti, Dio amplia nella stessa misura anche i mezzi e le risorse per la vita e il sostentamento. Pertanto, nessuno dovrebbe interferire ingiustamente nell’ordine che Dio ha predisposto per le Sue creature, né dovrebbe mai svilupparsi tra gli esseri umani la tendenza a distruggere la propria discendenza. [Questo principio elimina completamente la base economica sulla quale, dall’antichità fino ai nostri giorni, sono sorti in epoche diverse i movimenti per il controllo delle nascite. Nell’antichità, per timore della povertà, gli esseri umani erano indotti a uccidere i bambini e a praticare l’aborto. Oggi il mondo viene spinto verso una terza via, cioè il controllo delle nascite. Ma questo principio del messaggio dell’Mi‘rāj indica agli esseri umani di evitare il distruttivo tentativo di ridurre il numero di coloro che consumano il cibo e di impegnare invece le proprie forze e capacità in uno sforzo costruttivo per accrescere i mezzi e le risorse alimentari — l’Autore.]

8. Attraverso la fornicazione viene instaurata tra la donna e l’uomo una relazione completamente errata e illecita. Non è sufficiente vietarla; occorre piuttosto sradicare anche tutti i mezzi e le condizioni che avvicinano le persone alla fornicazione. [Infine, questo principio divenne la base di un ampio capitolo dell’ordinamento della vita islamica. In conformità a esso, la fornicazione e l’accusa di fornicazione furono considerate reati penali. Furono imposte restrizioni alla diffusione dell’oscenità. Furono inoltre vietati il consumo di alcol, la musica, la danza, nonché le statue e le immagini di esseri viventi. Poi fu promulgata una legge matrimoniale tale da rendere il matrimonio estremamente facile e da eliminare dalla società i mezzi comunemente disponibili per la fornicazione — l’Autore.]

9. Allah l’Altissimo ha considerato la vita umana degna di onore e dignità. Nessuno può suicidarsi né uccidere un’altra persona. Questo divieto stabilito da Dio può essere infranto soltanto quando contro una persona si erge un diritto stabilito da Dio stesso. In seguito, una volta riconosciuto tale diritto, lo spargimento di sangue dovrebbe essere limitato a quanto quel diritto esige. Dovrebbero essere chiuse tutte le vie agli eccessi nell’uccisione, come uccidere, sotto l’impeto dell’agitazione, una persona diversa dal colpevole, contro la quale non sia stato provato alcun diritto; oppure uccidere il colpevole infliggendogli torture; oppure oltraggiare il suo cadavere dopo averlo ucciso; o ancora commettere altri eccessi vendicativi di questo genere, che erano diffusi nel mondo.[Sulla base di questo principio, nella legge islamica il suicidio è stato dichiarato haram. L’omicidio intenzionale è stato considerato un crimine. Per i diversi casi di omicidio involontario sono stati prescritti il risarcimento per l’uccisione e il kaffara. L’uccisione legittima è stata limitata a cinque casi.

Uno. Se qualcuno uccide intenzionalmente.

Due. Se un gruppo crea, sul cammino della religione della Verità, un ostacolo tale da rendere inevitabile combatterlo.

Tre. Se un uomo o una donna sposati commettono adulterio.

Quattro. Se un gruppo tenta di abolire l’ordinamento statale islamico oppure si ribella armato contro il gruppo che amministra l’ordinamento sociale islamico.

Cinque. Se, dopo essere diventato musulmano, qualcuno diventa apostata. In seguito, il potere di decidere l’uccisione legittima è stato affidato al qadi della sharia. Sono state inoltre stabilite per lui norme decorose e appropriate — autore. ]

10. Gli interessi degli orfani devono essere tutelati finché non siano capaci di mantenersi con le proprie forze. I loro beni non devono essere spesi in un modo che non sia vantaggioso per loro.[Questa non era una semplice esortazione morale. Al contrario, per tutelare i diritti degli orfani, nell’ordinamento statale islamico sono state adottate misure sia legislative sia amministrative, il cui dettaglio si trova nei libri di hadith e di fiqh. Da questo principio è stato poi ricavato il principio di ampia portata secondo cui lo stesso Stato islamico è il tutore degli interessi di quei cittadini che non sono capaci di tutelare i propri interessi. Le parole del Profeta (pace su di lui) —

************************************ (Sono il tutore di chi non ha alcun tutore) esprimono proprio questo significato — autore. ]

11. I patti e le promesse, nei confronti di una persona o tra una nazione e un’altra, devono essere rispettati lealmente in ogni circostanza. Chi viola un patto dovrà rispondere davanti a Dio. Anche questo non era una semplice norma importante dell’etica islamica. Anzi, in seguito lo Stato islamico lo considerò la pietra angolare della propria politica interna ed estera. — L’autore

12. Gli strumenti per misurare le merci devono essere mantenuti in buono stato, affinché nelle transazioni si possano effettuare correttamente le misurazioni. In base a questa norma, oltre agli altri compiti, al dipartimento di polizia dello Stato islamico fu affidato anche il compito di controllare nei mercati gli strumenti per pesare e misurare e di impedire con la forza che si desse meno del dovuto nelle misure e nei pesi. Da ciò fu poi ricavato questo ampio principio: è responsabilità del governo sradicare ogni forma di disonestà, usurpazione dei diritti, inganno e frode nel commercio e nelle transazioni. — L’autore

13. Non impegnarti in una questione della cui verità non hai conoscenza. Davanti a Dio dovrai rendere conto nei minimi dettagli dell’udito, della vista e delle intenzioni, delle convinzioni e dei desideri del cuore. Lo scopo di questa norma è che il musulmano fondi la propria vita personale e sociale sulla conoscenza, anziché sulla superstizione, sulle congetture e sulle supposizioni. Questo obiettivo fu ampiamente attuato nell’etica, nella legge, nell’ordine e nella disciplina dello Stato e nei vari aspetti del sistema educativo. La società islamica fu protetta dalle innumerevoli ingiustizie che, nei diversi ambiti della vita, si sviluppano sulla base di congetture e supposizioni invece che della conoscenza. Sul piano morale fu prescritto di astenersi dai pregiudizi e di non muovere accuse contro alcuna persona o gruppo senza aver verificato accuratamente i fatti. Nella legge fu stabilito come principio permanente che arrestare, percuotere o tenere in prigione qualcuno per il semplice sospetto è assolutamente ingiusto e illegale. Anche nei rapporti con gli stranieri fu stabilito che non si potesse intraprendere alcuna azione contro qualcuno senza un’indagine. Non si dovevano neppure diffondere voci sulla base di semplici sospetti. Nel sistema educativo furono inoltre considerate indesiderabili quelle cosiddette forme di sapere fondate esclusivamente su congetture e fantasie irreali. In questo modo fu sviluppata nei musulmani una mentalità sincera e basata sulla verità. — L’autore

14. Non camminare sulla terra come i prepotenti e gli arroganti. Non puoi squarciare la terra con la tua superbia e la tua arroganza, né puoi ergerti al di sopra delle montagne con il tuo orgoglio. Anche questa non era una semplice esortazione; in realtà, si ammonivano i musulmani affinché, dopo essere diventati il gruppo al potere, non si lasciassero prendere dall’orgoglio e dall’arroganza. Vediamo il riflesso concreto di questa direttiva nel fatto che, secondo il manifesto o dichiarazione composto da questi quattordici punti, i governanti, i governatori e i comandanti dell’esercito dello Stato istituito a Medina non pronunciarono né misero per iscritto nulla che contenesse la minima traccia di orgoglio o arroganza. Non pronunciarono parole dettate dall’orgoglio o dall’arroganza neppure in tempo di guerra. Nei loro discorsi, nei loro comportamenti e nel loro modo di stare e di muoversi si manifestavano soltanto umiltà e modestia. Quando entravano in una città da vincitori, non cercavano di affermare la propria influenza e il proprio prestigio con orgoglio, arroganza e ostentazione. — L’autore

Questi erano i principi fondamentali sui quali il Profeta (pbsl), dopo l’Egira a Medina, fondò lo Stato islamico.

Insegnamento al Profeta (pbsl) della supplica per l’Egira

In questa sura, Bani Isra’il, Allah l’Altissimo insegnò al Suo Profeta una supplica che può essere considerata, a tutti gli effetti, la supplica dell’Egira. Tirmidhi e Hakim, citando la dichiarazione di Ibn Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui), affermano che nel versetto seguente fu concesso al Profeta (pbsl) il permesso di compiere l’Egira:

**********************************

E prega: «Signore, ovunque Tu mi conduca, conducimi con verità, e da qualunque luogo Tu mi faccia uscire, fammi uscire con verità; e concedimi, da parte Tua, un potere statale che mi sia d’aiuto». (I Figli d’Israele: 80)

Da questo insegnamento contenuto nella preghiera si comprende chiaramente che il momento dell’Egira è vicino. Perciò viene detto che questa dovrebbe essere la tua preghiera: in nessuna circostanza tu debba allontanarti dalla verità. Da qualunque luogo tu parta, parti con verità, e ovunque tu vada, va’ sempre con verità.

«E concedimi, da parte Tua, un potere statale che mi sia d’aiuto».

In altre parole, o concedimi Tu stesso un potere statale, oppure rendi un potere statale o un governo mio alleato, affinché con il suo aiuto io possa eliminare questo degrado e questa ingiustizia dal mondo, arrestare l’ondata di oscenità e peccato e rendere effettiva la Tua legge giusta. Da ciò si comprende che la riforma e il miglioramento che l’Islam desidera apportare al mondo non consistono soltanto in prediche e ammonimenti; per la concreta affermazione dell’Islam è necessaria anche una forza politica. Inoltre, poiché questa preghiera è stata insegnata da Allah stesso al Suo Profeta e negli hadith si trova quanto segue—

***************************************************

In altre parole, quando Allah, attraverso il potere statale, ostacola quelle cose che il Corano non può ostacolare, ciò dimostra che chiedere il potere statale e impegnarsi per ottenerlo, allo scopo di stabilire la religione (iqamat al-din) e applicare la Sharia e le leggi punitive di Allah (hudud), non è soltanto lecito, ma anche auspicabile. Coloro che lo definiscono materialismo o attaccamento al mondo sono immersi nell’errore. L’attaccamento al mondo si ha quando qualcuno desidera ottenere il potere statale per il proprio interesse. Aspirare al potere statale per stabilire la religione di Allah non è invece attaccamento al mondo, ma è una conseguenza dell’adorazione di Allah.

Insegnamento ai musulmani oppressi della preghiera per chiedere aiuto

Nel periodo del Mi’raj furono rivelati al Messaggero di Allah (S) gli ultimi versetti della sura al-Baqara. In precedenza abbiamo già menzionato questo fatto citando la narrazione di Hazrat Abdullah ibn Mas’ud (RA). Questi versetti si concludono con la seguente preghiera:

**********************************************

O nostro Signore! Non ritenerci responsabili se, per errore, abbiamo commesso qualche mancanza o sbaglio. O Dio! Non imporci il fardello che hai imposto a coloro che ci hanno preceduti. Signore nostro! Non imporci un peso che non abbiamo la forza di sopportare! Sii benevolo con noi, perdonaci e abbi misericordia di noi. Tu sei il nostro Signore. Aiutaci dunque contro i miscredenti. (al-Baqara: 286)

Va tenuto presente che questa supplica fu insegnata in una situazione in cui lo scontro tra l’Islam e la miscredenza alla Mecca era giunto al culmine. Non vi era luogo in cui i musulmani non fossero esposti alle avversità: ovunque un servo di Dio cominciava a seguire la verità della religione, sulla terra si creava per lui una situazione soffocante. In tali circostanze ai musulmani fu insegnato di rivolgersi così in supplica al proprio Signore. È superfluo dire che, quando Colui che dona indica personalmente il modo e la forma in cui chiedere, nasce naturalmente anche la certezza di ottenere. Per questo, in quel periodo, questa supplica portò ai musulmani un sollievo psicologico straordinario; inoltre, incidentalmente, essa insegnava loro a non lasciare che i propri sentimenti fluissero in una direzione indesiderata, ma a plasmarli secondo il modello di questa supplica. Da una parte, osservate quella lacerante oppressione e persecuzione inflitta loro unicamente per la loro adesione alla verità e la loro sincerità; dall’altra, osservate questa supplica, nella quale non si trova neppure la minima traccia di amarezza contro il nemico. Da una parte, osservate le torture fisiche e le perdite economiche di cui furono vittime; dall’altra, osservate la supplica, nella quale non vi è neppure la minima richiesta di conseguire un interesse mondano. Da una parte, osservate l’estrema miseria di tutti quegli uomini fedeli alla verità e sinceri; dall’altra, osservate i sentimenti sublimi e purissimi di cui questa supplica è colma. Solo da questo esame e confronto si può comprendere correttamente quale tipo di formazione morale e spirituale venisse impartita allora ai musulmani, la gente della fede.

Un altro aspetto del Miʿrāj

A proposito di questo racconto, sarà opportuno presentare ai lettori anche un altro aspetto del Miʿrāj, dal quale si potranno trovare le risposte a molte delle domande che sorgono nella mente studiando le varie circostanze e descrizioni del Miʿrāj.

Il primo incontro del Profeta (s.a.s.) con Gabriele (a.s.) sulla terra

Nel Corano, nella sura an-Najm, viene menzionato per primo l’incontro del Profeta (s.a.s.) con Gabriele (a.s.), quando questi fu visto all’orizzonte nella sua forma reale. Poi, avvicinandosi sempre più, giunse tanto vicino che tra il Profeta (s.a.s.) e lui rimase una distanza pari a due archi, o ancora meno. In quel momento egli trasmise la rivelazione da parte di Allah l’Altissimo. Dopo aver menzionato ciò, viene detto:

**********************************************

L’occhio non ha smentito ciò che ha visto. Ora, dunque, disputate con lui su ciò che vede con i suoi occhi? (An-Najm: 11-12)

In altre parole, riguardo a ciò che il Profeta Muhammad (s) osservò a occhi aperti, in piena veglia e alla luce del giorno, la sua mente non disse che si trattava soltanto di un’illusione ottica, né che ciò che appariva fosse un jinn o uno shaytan, né che fosse una forma immaginaria comparsa davanti a lui, né che stesse sognando da sveglio. No, non era così. Al contrario, la sua mente percepiva esattamente ciò che i suoi occhi vedevano. Non aveva il minimo dubbio che colui che gli stava davanti fosse realmente Jibril (a.s.) e che il messaggio da lui recato fosse una rivelazione proveniente da Allah.

La ragione per cui il Profeta non nutrì alcun dubbio dopo un’osservazione tanto straordinaria

Qui sorge spontanea una domanda: com’è possibile che, di fronte a un’osservazione così insolita e straordinaria, nel cuore del santo Profeta (s) non sia sorto alcun dubbio, e che egli abbia creduto fermamente che tutto ciò che i suoi occhi avevano visto fosse realmente vero, non una forma immaginaria e irreale, né un jinn o uno shaytan? Qual è la ragione? Riflettendo su questa questione, possiamo individuarne cinque ragioni.

La prima è che le condizioni esteriori in cui ebbe luogo questa osservazione ne garantivano l’autenticità. L’osservazione del Messaggero di Allah (s) non avvenne nell’oscurità della notte, né durante una meditazione, in sogno o in uno stato di semi-coscienza. Al contrario, la luce splendente del mattino si era diffusa tutt’intorno. Il Profeta (s) era completamente sveglio. In uno spazio aperto e limpido, in piena luce del giorno, egli vide con i propri occhi quella scena esattamente come una persona vede le altre scene del mondo. Se vi fosse stato qualche motivo di dubitare, allora anche il mare, le montagne, le persone, le case e tutto ciò che vediamo durante il giorno potrebbero essere illusori e frutto di un’alterazione della vista.

La seconda ragione è che anche lo stato interiore del santo Profeta (s) garantiva l’autenticità di ciò che vide. Egli era pienamente cosciente. In precedenza non aveva nella mente alcun pensiero secondo cui una simile osservazione dovesse o stesse per verificarsi. La sua mente era completamente libera da tali riflessioni e ricerche teoriche. In queste condizioni, l’evento si verificò improvvisamente davanti a lui. Non vi era dunque alcun motivo per supporre che gli occhi non stessero vedendo una scena reale, ma che davanti a lui fosse apparsa una forma immaginaria.

La terza ragione è che, in quella situazione, l’essere apparso davanti al Profeta era così grande, nobile, bello e luminoso che egli non aveva mai concepito prima nel proprio cuore l’immagine di un essere simile. Altrimenti avrebbe potuto pensare che quella scena fosse frutto delle sue idee e della sua immaginazione. Un jinn o uno shaytan non avrebbe mai potuto avere una dignità tale da permettergli di considerarlo qualcosa di diverso da un angelo.

Nella narrazione di Hazrat Abdullah ibn Mas‘ud (r.a.) si riferisce che il Messaggero di Allah (s) disse: «Vidi Jibril (a.s.) in una forma tale che aveva duecento braccia» (Musnad Ahmad). In un’altra narrazione, Ibn Mas‘ud (r.a.) spiega inoltre che ciascun braccio di Jibril (a.s.) era così enorme e gigantesco che sembrava ricoprire il cielo superiore (Musnad Ahmad).

La quarta ragione è che anche l’insegnamento impartito da quell’Essere garantiva la veridicità di questa esperienza. La conoscenza che egli acquisì improvvisamente, la conoscenza concernente la realtà dell’intero ordine dell’universo, era qualcosa di cui in precedenza non aveva avuto neppure un’idea; pertanto non poteva supporre che si trattasse di pensieri e immaginazioni che avevano assunto una forma davanti a lui. Allo stesso modo, non vi era alcun motivo per dubitare che, assumendo quella forma, Satana lo stesse ingannando. Infatti, un simile operato non poteva assolutamente essere opera di Satana: quando mai egli aveva compiuto un’azione del genere, insegnando agli uomini il puro tawḥīd e mettendoli in guardia contro lo shirk e il politeismo? Mettendoli in guardia dal rendiconto dell’Aldilà? Facendo loro detestare la jāhiliyya e i suoi usi e costumi? Invitandoli a conseguire la nobiltà morale? E dicendo a un uomo: «Non devi soltanto accettare tu stesso questa cosa; al contrario, alzati per stabilire al suo posto il tawḥīd, la giustizia, la taqwā e il bene»?

La quinta ragione, e la più importante, è che quando Allah sceglie una persona per la profezia, libera il suo cuore da ogni dubbio, perplessità e insinuazione, e vi crea una ferma certezza e fiducia. In tale condizione, nel suo cuore non può sorgere neppure il minimo dubbio riguardo alla veridicità di ciò che i suoi occhi vedono e le sue orecchie odono. Egli accetta con piena fiducia ogni verità che gli viene rivelata dal suo Signore. Ciò può avvenire sotto forma di una visione che gli viene mostrata con i suoi stessi occhi, oppure sotto forma di conoscenza religiosa che gli viene fatta ascoltare parola per parola. In tutte queste condizioni, il Profeta ha la piena consapevolezza che, come tutte le percezioni donate da Dio, anche la percezione profetica è una realtà certa, nella quale non vi è alcuna possibilità di errore o fraintendimento. Proprio come la percezione del pesce che nuota di essere un pesce, quella dell’uccello di essere un uccello e quella dell’essere umano di essere un essere umano è interamente donata da Dio e non lascia spazio ad alcun errore o fraintendimento, così anche la percezione del Profeta di essere un Profeta è donata da Dio. Nel suo cuore non può trovare posto neppure per un istante l’idea detestabile che si sia formata in lui una falsa concezione riguardo alla propria profezia.

Il secondo incontro con Jibrīl presso il Sidrat al-Muntahā

****************************************************

E un’altra volta lo vide scendere presso il Sidrat al-Muntahā, nelle cui vicinanze si trova il Jannat al-Ma’wā. In quel momento, il Sidra era ricoperto da ciò che lo ricopriva. Lo sguardo non si abbagliò né oltrepassò il limite. Ed egli vide i più grandi segni del suo Signore. (al-Najm: 13-18)

Qui viene menzionato il secondo incontro del Profeta con Jibrīl, nel quale egli apparve davanti al Profeta nella sua forma autentica. Il luogo di questo incontro è chiamato Sidrat al-Muntahā. Inoltre, viene detto che nelle sue vicinanze si trova il «Jannat al-Ma’wā».

Sidrat al-Muntahā

In arabo, sidra indica il giuggiolo. «Muntahā» significa invece il limite estremo. Il significato letterale di «Sidrat al-Muntahā» è dunque: il giuggiolo che si trova proprio al limite estremo. Allāma al-Ālūsī lo ha spiegato così nel suo tafsīr Rūḥ al-Maʿānī:

***********************************************

Giunti a questo punto, la conoscenza di tutti i sapienti giunge al termine. Dopo di ciò, nessuno sa che cosa vi sia, eccetto Allah. Ibn Jarir, nel suo Tafsir, e Ibn Athir, in «An-Nihaya fi Gharib al-Hadith wal-Athar», hanno fornito pressappoco questa interpretazione. Per noi è assai difficile dire quale sia quell’albero di loto al limite estremo del mondo materiale, e quale siano la sua vera natura e la sua condizione. Questo è uno dei misteri della creazione di Allah, assolutamente incomprensibile per noi. In ogni caso, si tratta di qualcosa per cui, nel linguaggio umano, forse Allah non aveva a disposizione alcuna parola più appropriata di sidra, cioè albero di loto.

Jannat al-Ma’wā

Il significato letterale di Jannat al-Ma’wā è: un Paradiso adatto ad abitare. Hazrat Hasan al-Basri (r) dice che questo è il Paradiso riservato nell’Aldilà ai credenti e ai timorati di Allah. Egli dimostra tale opinione a partire da questo versetto, sostenendo che quel Paradiso si trova nei cieli. Qatadah dice che è il Paradiso dove vengono custodite le anime dei martiri. Secondo lui, non si tratta del Paradiso che sarà ricevuto nell’Aldilà. Anche Ibn Abbas sostiene questa opinione e aggiunge che il Paradiso che nell’Aldilà sarà dato ai credenti non si trova nei cieli, bensì sulla terra.

La moderazione e la pazienza del Profeta (s)

In seguito, elogiando il Santo Profeta (s), si dice che, dopo aver visto quella manifestazione, il suo sguardo non rimase abbagliato né oltrepassò i limiti. Ciò significa che, da un lato, la sua estrema sopportazione era tale che un flusso di luce così intensamente splendente non accecò la sua vista; dall’altro, la sua concentrazione era tale che mantenne la mente e lo sguardo rivolti esclusivamente allo scopo per il quale era stato convocato. E non cominciò a guardarsi intorno come uno spettatore intento a osservare uno spettacolo, per contemplare la scena meravigliosa che si dispiegava davanti a lui. Un esempio può essere quello di una persona che abbia l’opportunità di presentarsi alla corte di un re dotato di immenso potere e prestigio, e che lì veda sfarzi e magnificenze che non avrebbe mai potuto immaginare. Se fosse una persona di umile condizione, appena giunta in quel luogo rimarrebbe completamente smarrita e sbalordita. Ignorando il galateo della corte, continuerebbe a guardarsi attorno per godere delle decorazioni e dello spettacolo della corte. Una persona nobile, raffinata, educata e responsabile, invece, una volta giunta lì, non rimarrebbe né attonita né assorbita dall’ornamento e dallo splendore della corte; al contrario, si presenterebbe con la massima dignità e concentrerebbe tutta la propria attenzione sul motivo per cui era stata convocata alla corte reale. Questa era precisamente la qualità del Santo Profeta (s) lodata in questo versetto.

Il Profeta (s) aveva visto Allah?

Nell’ultimo versetto si dice che egli vide i grandi segni del suo Signore.

Questo versetto spiega che il Messaggero di Allah (s) non vide Allah, bensì i Suoi grandi segni. E poiché, considerando il contesto precedente e successivo, anche questo secondo incontro ebbe luogo con la stessa Essenza con cui era avvenuto il primo, bisogna necessariamente ammettere che Colui che egli aveva visto per la prima volta nello spazio celeste e che, avvicinandosi sempre più, si era accostato tanto da lasciare tra loro una distanza pari a due archi o anche inferiore, non era Allah. Se in una di queste due occasioni egli avesse visto Allah l’Altissimo, si sarebbe trattato di un evento così importante che sarebbe stato certamente spiegato ed esposto chiaramente. Riguardo a Hadrat Musa (a), il Corano riferisce che egli aveva chiesto di vedere Allah. In risposta gli fu detto chiaramente: «Non puoi vedermi» (al-A‘raf: 143). Ora, sebbene questa dignità non sia stata concessa a Hadrat Musa (a), se fosse stata concessa al Profeta Muhammad (s), data la sua importanza, sarebbe stata dichiarata con parole inequivocabili. Ma vediamo che in nessun punto del Corano è detto che Huzur (s) abbia visto il suo Signore. Al contrario, riferendo l’evento del Mi‘raj, nella sura Bani Isra’il è dichiarato: «Lo portammo in viaggio affinché gli mostrassimo i Nostri segni»; e anche qui, riguardo al suo arrivo presso il Sidrat al-Muntaha, è detto: «Egli vide i grandi segni del suo Signore».

(**************************************)

Per tutte queste ragioni, apparentemente non vi sarebbe motivo di discutere se il Messaggero di Allah (s), in entrambe le circostanze, avesse visto Allah oppure Hadrat Jibril (a). Tuttavia, la ragione per cui è sorta questa controversia è che nei libri di hadith si riscontrano opinioni divergenti al riguardo. Di seguito riportiamo, in ordine, gli hadith citati a questo proposito da diversi Compagni venerabili.

La narrazione di Hadrat ‘A’isha (ra)

Nel Kitab al-Tafsir di Bukhari è riportata la narrazione di Hadrat Masruq. Egli racconta: «Chiesi a Hadrat ‘A’isha (ra): “Madre, Muhammad (s) vide forse il suo Signore?”»

Ella disse: «A queste tue parole il mio corpo fu percorso da un brivido. Come hai potuto dimenticare che vi sono tre cose riguardo alle quali, se qualcuno avanza una simile affermazione, mente?»

Hadrat ‘A’isha (ra) disse: «La prima è questa: se qualcuno ti dice che Muhammad (s) ha visto il suo Signore, dice una menzogna». Poi Hadrat ‘A’isha (ra) recitò questo versetto: «Nessuno sguardo può vederLo». Poi recitò questo versetto.

**********************************************

Nessun essere umano ha il privilegio che Allah gli parli, se non per mezzo della rivelazione, oppure da dietro un velo, oppure inviando un angelo che, con il permesso di Allah, gli riveli ciò che Egli vuole.

Poi Aisha dice: «Tuttavia, il Messaggero di Allah vide Gabriele, su di lui la pace, due volte nella sua forma reale».

Una parte di questo hadith è riportata da Bukhari nel Kitab al-Tawhid, capitolo 4. E *************** nella narrazione di Masruq riportata dall’Imam Bukhari, egli disse: «Dopo aver udito queste parole da Aisha, le chiesi: allora, quale significato hanno queste parole di Allah l’Altissimo?»

************************************

Ella rispose: «Con esse si intende Gabriele, su di lui la pace. Egli veniva sempre davanti al Messaggero di Allah, su di lui la pace, in forma umana. Ma in questa occasione venne dal Messaggero di Allah, su di lui la pace, nella sua forma reale, e ricoprì l’intero spazio celeste».

Nel Sahih Muslim, nel Kitab al-Iman, nel capitolo su Sidrat al-Muntaha, questa conversazione tra Aisha e Masruq è riportata in dettaglio. La parte più importante è questa: Aisha disse che chi sostiene che Muhammad, su di lui la pace, abbia visto il suo Signore muove contro Allah una terribile accusa.

Masruq dice: «Ero seduto appoggiato all’indietro. Dopo aver udito queste parole, mi alzai, mi sedetti composto e dissi: “O Madre dei credenti, non affrettarti. Forse Allah l’Altissimo non ha detto?”»

********************************* e *******************************

Hazrat Aisha rispose: «All’interno di questa umma, fui io la prima a chiedere al Messaggero di Allah (s) riguardo a ciò. Egli disse:

«Era Jibril (a). Non l’ho mai visto nella forma originale in cui Allah lo ha creato, se non in due occasioni. In quelle due occasioni lo vidi scendere dal cielo; la sua immensa figura si estendeva nell’enorme spazio vuoto tra il cielo e la terra.»

Ibn Mardawayh ha riportato la narrazione di Masruq con le seguenti parole:

*****************************************************

Hazrat Aisha (r.a.) disse: «Fui io la prima a chiedere al Messaggero di Allah (s): “Hai visto il tuo Signore?”

Il Profeta (s) rispose: «No, vidi Jibril (a) scendere dal cielo.»

La narrazione di Hazrat Abdullah ibn Masud (r.a.)

Nella narrazione di Zirr ibn Hubaysh riportata da Bukhari nel Kitab at-Tafsir, da Muslim nel Kitab al-Iman e da Tirmidhi negli Abwab at-Tafsir, si afferma che Hazrat Abdullah ibn Masud (r.a.) ha riportato la seguente interpretazione di ************************:

Il Messaggero di Allah (s) vide Jibril (a) in questa forma: aveva seicento ali. In una seconda narrazione di Muslim—

******************************************************

Una spiegazione dello stesso genere è stata riportata da Zir ibn Hubaysh, citandola da Abd Allah ibn Mas’ud (r).

Nel Musnad di Ahmad, questa spiegazione di Ibn Mas’ud (r) è stata riportata, oltre che tramite Zir ibn Hubaysh, anche tramite Abd al-Rahman ibn Yazid e Abu Wa’il. Inoltre, nel Musnad di Ahmad sono state riportate altre due narrazioni di Zir ibn Hubaysh, nelle quali Abd Allah ibn Mas’ud (r)

************************************************

nel riportarne la spiegazione, dice—

************************************************

—cioè, il Messaggero di Allah (s) dice: «Ho visto Jibril presso il Sidrat al-Muntaha. Aveva seicento ali.»

Questa tradizione è stata riportata dall’Imam Ahmad anche da Shaqiq ibn Salama. Egli dice: «Ho udito questa affermazione dalla bocca di ʿAbdullah ibn Masʿud (ra)». Egli dice: «Il Messaggero di Allah (s) disse: “Ho visto Gabriele (as) in questa forma presso il Sidrat al-Muntaha.”»

La tradizione trasmessa da Abu Hurayra (ra)

Da ʿAta ibn Rabah, da Abu Hurayra (ra):- *******************************

-Interrogato sul significato, rispose: ************************************************

-Il Profeta (s) aveva visto Gabriele (as) (Muslim, Kitab al-Iman).

La tradizione trasmessa da Abu Dharr (ra)

L’Imam Muslim ha riportato nel Kitab al-Iman due tradizioni da ʿAbdullah ibn Shaqiq, trasmesse da Abu Dharr al-Ghifari (ra). In una di esse egli dice: «Chiesi al Messaggero di Allah (s): “Avevi visto il tuo Signore?”» Il Profeta (s) rispose:

************************ Nella seconda tradizione dice: alla mia domanda rispose:

*************************** Il significato della prima affermazione del Profeta (s) è stato spiegato da Ibn al-Qayyim nella sua Zad al-Maʿad in questi termini: tra me e la visione del mio Signore c’era una luce che faceva da barriera. Egli spiega così il significato della seconda affermazione: non ho visto il mio Signore, bensì ho visto soltanto una luce.

Al-Nasa’i e Ibn Abi Hatim hanno riportato in questi termini l’affermazione di Abu Dharr al-Ghifari (ra): il Messaggero di Allah (s) vide il suo Signore con il cuore, non con gli occhi.

La narrazione di Abu Musa al-Ashʿari (ra)

Muslim ha riportato nel Kitab al-Iman questa narrazione riferita da Abu Musa al-Ashʿari (ra), secondo cui il Profeta (s) disse: ***************************** Allah l’Altissimo non è stato raggiunto dalla vista di alcuna creatura tra quelle da Lui create.

La narrazione di ʿAbd Allah ibn ʿAbbas (ra)

Nella narrazione di Muslim si legge che a ʿAbd Allah ibn ʿAbbas (ra) fu chiesto: ********************* e ************************

Qual è il significato di questi due versetti?

Egli rispose: il Messaggero di Allah (s) vide il suo Signore due volte con gli occhi del cuore. Questa narrazione si trova anche nel Musnad di Ahmad.

Ibn Mardawayh, citando ʿAtā ibn Abī Rabāḥ, riferisce questa dichiarazione di Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui): «Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) non vide Allah l’Altissimo con gli occhi, bensì con il cuore».

In al-Nasāʾī è riportata la narrazione di ʿIkrima, secondo cui Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui) disse:

*************************************************

Vi meravigliate forse del fatto che Allah l’Altissimo abbia fatto di Abramo (pace su di lui) il Suo khalīl (amico intimo), abbia parlato con Mosè (pace su di lui) e abbia conferito a Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) l’onore della visione?

Al-Ḥākim ha riportato questa narrazione e l’ha dichiarata autentica.

Nella narrazione di al-Shaʿbī riportata in al-Tirmidhī si dice che Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui), durante una riunione, disse: «Allah ha diviso la Sua visione e il Suo parlare tra Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) e Mosè (pace su di lui). Egli parlò due volte con Mosè (pace su di lui), mentre Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) Lo vide due volte».

Dopo aver udito questa dichiarazione di Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui), Masrūq si recò da ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei) e domandò: «Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) vide forse il suo Signore?»

Ella disse: «Le tue parole mi hanno fatto accapponare la pelle».

Abbiamo menzionato sopra, nella narrazione di Hazrat Aisha (ra), il dialogo avvenuto tra Hazrat Aisha (ra) e Masruq.

Nella seconda narrazione di Ibn Abbas (ra), riportata anch’essa da Tirmidhi, egli dice in un punto che il Profeta (s) aveva visto Allah. In un secondo punto dice che Lo aveva visto due volte. In un terzo punto dice che aveva visto Allah con il cuore.

Nel Musnad di Ahmad è riportata una narrazione di Ibn Abbas (ra) di questo tenore:

*************************************************

Ho visto Allah Ta’ala, il mio magnifico Signore; nella seconda narrazione egli dice:

*************************************************

Il Messaggero di Allah (s) disse: «Questa notte il mio Signore è venuto vicino a me in una forma oltremodo bella». Ritengo che con queste parole il Profeta (s) intendesse dire di aver visto Allah Ta’ala in sogno.

Al-Tabarani e Ibn Mardawayh hanno inoltre riportato da Ibn Abbas (ra) una narrazione secondo cui il Messaggero di Allah (s) vide il suo Signore due volte: una volta con gli occhi e la seconda volta con il cuore.

La narrazione di Muhammad ibn Kaʿb al-Qurazī

Muhammad ibn Kaʿb al-Qurazī riferisce: alcuni Compagni chiesero al Messaggero di Allah (s): «Hai visto il tuo Signore?». Il Profeta (s) rispose: «L’ho visto due volte con il cuore» (Ibn Hātim). Ibn Jarīr ha trasmesso questa narrazione con le seguenti parole: «L’ho visto due volte con il cuore, non con gli occhi».

La narrazione di Anas (ra)

Una narrazione di Anas ibn Mālik, citata dall’Imam al-Bukhārī nel Kitāb al-Tawhīd, per il tramite di Sharīk ibn ʿAbdullah, a proposito del Miʿrāj, è la seguente:

*************************************************

— cioè, quando egli giunse al Sidrat al-Muntahā, Allah, il Signore della gloria, gli si avvicinò e rimase sospeso sopra di lui. Tra lui e Allah rimase una distanza pari a due archi, o anche inferiore. Poi, tra le rivelazioni che Allah gli fece, vi fu anche l’ordine di compiere cinquanta preghiere.

La principale obiezione sollevata dall’Imam al-Khattābī, da al-Hāfiz Ibn Hajar, da Ibn Hazm e da al-Hāfiz ʿAbd al-Haqq riguardo alla catena di trasmissione e al contenuto di questa narrazione è che essa contraddice chiaramente il Corano. Il Corano menziona due visioni distinte. La prima avvenne dapprima nell’orizzonte più elevato, poi egli si avvicinò sempre più, fino a giungere a una distanza tale che tra il Profeta (s) e lui rimasero due archi, o meno. Questo fu il primo evento. Il secondo avvenne presso il Sidrat al-Muntahā. Questa narrazione, invece, ha fuso e confuso le due visioni in una sola; pertanto, poiché contrasta con il Corano, non può assolutamente essere accettata.

Restano ora le narrazioni che abbiamo citato sopra. Tra esse, la più importante è quella trasmessa da ʿAbdullah ibn Masʿūd (ra) e da ʿĀ’isha (ra), poiché entrambi riferiscono concordemente questa dichiarazione dello stesso Messaggero di Allah (s): in entrambe le circostanze egli non vide Allah, bensì vide Gabriele (as). Queste narrazioni sono inoltre pienamente conformi all’interpretazione e alle indicazioni del Corano. Il loro sostegno si trova anche nelle affermazioni del Profeta (s) trasmesse nelle narrazioni riferite da Abū Dharr al-Ghifārī (ra) e da Abū Mūsā al-Ashʿarī (ra). Al contrario, nelle narrazioni trasmesse nei libri degli hadith da ʿAbdullah ibn ʿAbbās (ra) si riscontrano gravi contraddizioni. In alcune egli definisce entrambe le visioni oculari; in altre le definisce entrambe visioni del cuore. In una narrazione dice che una fu oculare e l’altra interiore. In un’altra narrazione ancora dice che una fu oculare e l’altra interiore. In alcune narrazioni nega completamente la visione oculare. Nessuna di queste narrazioni riporta una dichiarazione personale del Messaggero di Allah (s). Laddove egli riferisce direttamente le parole del Profeta (s), innanzitutto non menziona nessuna delle due visioni descritte nel Corano. Inoltre, dal chiarimento di una sua narrazione mediante un’altra si comprende che il Profeta (s) vide Allah l’Altissimo non da sveglio, ma in sogno. Per questo, nell’interpretazione di questi versetti, non si può fare affidamento sulla narrazione di ʿAbdullah ibn ʿAbbās (ra). Analogamente, sebbene la narrazione di Muhammad ibn Kaʿb al-Qurazī riporti una dichiarazione del Messaggero di Allah (s), in essa non sono menzionati i nomi dei nobili Compagni che udirono queste parole dal Profeta (s). Inoltre, in una delle sue versioni si afferma che il Profeta (s) negò completamente la visione oculare.

Capitolo dodicesimo

Gli ultimi tre anni del periodo meccano

In precedenza abbiamo menzionato il viaggio del Profeta (s) a Ta’if, avvenuto nel decimo anno della sua missione profetica. Alla luce di quell’esperienza, il Profeta (s) aveva compreso che non ci si poteva attendere alcun benevolo atteggiamento da parte dei Quraysh, né tantomeno da parte dei Banu Thaqif. Essi non erano disposti neppure a tollerare il suo invito, per non parlare dell’accettarlo. Anzi, le persecuzioni e le torture inflittegli a Ta’if non gli erano state inflitte nemmeno una volta alla Mecca durante i lunghi dieci anni di conflitti e scontri. Così, perduta ogni speranza negli abitanti della Mecca e di Ta’if, rivolse la sua attenzione alle altre tribù arabe, che si riunivano nelle fiere di Ukaz, Majanna e Dhu al-Majaz, nonché a Mina durante il pellegrinaggio. Sebbene già in precedenza si recasse, per il semplice invito, presso gli accampamenti di ogni tribù in quelle assemblee, allora il suo scopo era soltanto presentare l’invito ad Allah. Ora invece, insieme a questo invito, aveva cominciato a dire anche: «Accoglietemi sotto la vostra protezione e aiutatemi, affinché io possa trasmettere alla gente il messaggio del mio Signore.»

In quei luoghi Abu Jahl, Abu Lahab e gli altri demoni dei Quraysh seguivano il Profeta (s) e mettevano in guardia le tribù, affinché non ascoltassero le sue parole; altrimenti si sarebbero smarrite. Talvolta quei malvagi arrivavano persino a lanciare pietre contro il Profeta (s), e alcuni gli gettavano della terra. Nonostante tutto ciò, il Profeta (s) continuava a svolgere la sua missione. Inoltre, quando una persona influente giungeva da fuori della Mecca per compiere la umra, fare una visita o commerciare, egli la incontrava e le presentava l’invito alla religione. Al tempo stesso le diceva: «Aiutatemi in quest’opera di trasmissione della verità e conducetemi nel vostro territorio.»

Le tribù che egli incontrò

Per trasmettere il suo invito, il Profeta (s) si recò presso la maggior parte delle tribù; dall’elenco si comprende che, dall’estremità orientale a quella occidentale dell’Arabia e dall’estremità meridionale a quella settentrionale, non vi fu alcuna tribù influente e potente con la quale egli non stabilisse un contatto. Tra quelle più importanti vi erano le seguenti:

1. Kinda: una grande tribù dell’Arabia meridionale. Il suo territorio si estendeva da Hadramawt fino allo Yemen.

2. Kalb: un ramo dei Quda’a. Il loro territorio si estendeva da Dumat al-Jandal, nell’Arabia settentrionale, fino a Tabuk.

3. I Banū Bakr ibn Wā’il appartenevano alle grandi tribù bellicose dell’Arabia.

Le regioni delle tribù arabe all’epoca del Messaggero

I suoi rami si estendevano dall’Arabia centrale fino alle regioni orientali. Nel 330 d.C. questa tribù entrò per la prima volta in conflitto con l’Impero iraniano. In seguito, all’epoca del Profeta, scoppiò nuovamente una guerra con l’Iran, nella quale l’Iran fu sconfitto. Questa guerra è ricordata nella storia con il nome di “Battaglia di Dhu Qār”.

4. Banū al-Bakka: un ramo dei Banū ʿĀmir ibn Ṣaʿṣaʿa. Erano stanziati lungo la via tra Mecca e il confine dell’Iraq.

5. Thaʿlaba ibn ʿUqba: un ramo dei Banū Thaʿlaba ibn ʿUqba.

6. Banū Shaybān ibn Thaʿlaba: un ramo dei Banū Thaʿlaba ibn ʿUqaba.

7. Banū al-Ḥārith ibn Kaʿb: un ramo dei Banū Tamīm.

8. Banū Ḥanīfa: erano un ramo dei Banū Bakr ibn Wā’il e abitavano nello Yamāma. Musaylima il Bugiardo apparteneva a questa tribù. Durante il periodo di Hazrat Abū Bakr (ra), quando la fitna dell’apostasia sollevò la testa, questa stessa tribù si impegnò in una terribile guerra contro i musulmani. Era una delle più note tribù bellicose dell’Arabia.

9. Banu Sulaym: era una grande tribù tra le tribù di Qays ʿAylān. Il loro territorio si trovava nella regione elevata del Najd, nei pressi di Khaybar. Erano stanziati fino a Wadi al-Qura e Tayma.

10. Banu ʿĀmir ibn Ṣaʿṣaʿa: era un ramo degli Hawāzin. Gli Hawāzin appartenevano ai Qays ʿAylān. Vivevano nel Najd. In seguito raggiunsero anche una parte di Ṭāʾif. Trascorrevano l’estate a Ṭāʾif e l’inverno nel Najd.

11. Banu ʿAbs: era una grande tribù subordinata dei Banu Ghatafan, un ramo dei Qays ʿAylān. Vivevano nel Najd ed erano bellicosi. Nell’epoca della jāhiliyya furono impegnati per lungo tempo in guerre con altre tribù. Tra queste, le guerre di Wahes e Ghabra erano famose nella storia.

12. Banu ʿUdhra: era un ramo dei Banu ʿAbdullah ibn Ghatafan.

13. Ghassan: era una grande tribù dell’Arabia meridionale che si trasferì e si stabilì nell’Arabia settentrionale. Comprendeva diverse tribù, tra cui cristiani e politeisti. I Ghassanidi avevano anche uno Stato sottoposto all’Impero romano.

14. Fazara: era una grande tribù tra le tribù subordinate dei Ghatafan. Vivevano nel Najd e a Wadi al-Qura.

15. Banu ʿAbdullah: era una delle tribù subordinate dei Kalb.

16. Banu Muharib ibn Khasama: era una delle tribù adnanite.

Tra le numerose tribù vengono qui menzionate soltanto alcune, quelle che il Profeta (s) incontrò e alle quali presentò il suo messaggio. Questo breve elenco è stato riportato perché, in questa fase della sua predicazione, il Profeta (s) si recava deliberatamente presso tribù che, per il loro numero, il loro prestigio, la loro forza complessiva e i rapporti che intrattenevano con le altre tribù, godevano di una posizione tale che, se una di esse avesse accettato le sue parole e si fosse impegnata fermamente per la predicazione islamica, si sarebbe potuto sperare che, grazie a ciò, la religione acquistasse grande forza.

Resoconto degli incontri con le tribù

Durante gli incontri con le tribù arabe, il Messaggero di Allah (s) dovette confrontarsi con persone di vario genere. Musa ibn ‘Uqba riferisce nel suo al-Maghazi che la risposta della maggior parte delle tribù era questa: «La sua gente lo conosce meglio di noi. Può forse essere per noi una benedizione un uomo che ha suscitato disordine, discordia e conflitti nella propria gente e che è stato respinto dalla sua stessa gente?». Alcune tribù non si limitarono a respingere il suo messaggio, ma lo trattarono anche sgarbatamente. Citando Ibn Ishaq, Ibn Jarir, Ibn Hisham e Ibn Kathir riferiscono che il Profeta (s) si recò presso l’accampamento di Kinda e chiese il loro sostegno. Essi, tuttavia, rifiutarono di accettare la sua richiesta. Quando incontrò i Banu ‘Abdullah, disse: «Allah l’Altissimo ha dato a vostro padre un bel nome. Siate miei sostenitori». Ma anch’essi rifiutarono. Quando incontrò i Banu Hanifa, la loro risposta fu peggiore di quella di tutte le altre tribù. Vi erano inoltre alcune tribù i cui incontri con il Profeta (s) furono di natura davvero straordinaria, come hanno riferito gli studiosi degli hadith e gli storici.

L’esitazione di un uomo dei Banu Hamdan

L’imam Ahmad, al-Hakim e altri muhaddithun riferiscono, citando Jabir ibn ‘Abdullah, che il Profeta (s) andava dicendo: «C’è qualcuno che mi conduca con sé presso la propria gente?»

In quel momento venne da lui un uomo della tribù di Hamdan e accettò le sue parole. Poi temette che la sua gente non accettasse ciò che egli aveva detto. Perciò tornò nuovamente indietro e disse: «Andrò a parlare con la mia gente. Poi l’anno prossimo, durante il pellegrinaggio, verrò a incontrarti».

L’incontro con i Banu Bakr ibn Wa’il

Riferiscono, citando Hafiz Abu Nu‘aym e Yahya ibn al-‘Umabi, che il Profeta (s) incontrò i Banu Bakr ibn Wa’il e, nel corso della conversazione, domandò: «Com’è la vostra forza militare?»

Essi dissero: «Non abbiamo la forza di combattere contro gli iraniani, né possiamo garantire la sicurezza di qualcuno contro di loro».

Il Profeta (S) disse: «Verrà un tempo in cui raggiungerete i loro territori, sposerete le loro donne e renderete schiavi i loro figli». Dopo aver detto ciò, si allontanò da quel luogo, e Abu Lahab vi giunse. Egli disse loro: «Quest’uomo godeva di grande prestigio presso di noi, ma ha perso il senno».

Essi risposero: «Quando menzionò gli iraniani, avevamo pensato proprio questo».

Da ciò si può dedurre che, a quel tempo, nessun arabo avrebbe potuto immaginare che gli arabi avrebbero sconfitto un impero tanto vasto quanto quello iraniano. Ai loro occhi, soltanto un pazzo avrebbe potuto pronunciare parole simili. Eppure, non erano ancora trascorsi quindici o sedici anni da quella conversazione quando essi videro con i propri occhi proprio ciò il cui annuncio avevano considerato follia.

L’incontro con i Banū ʿĀmir ibn Ṣaʿṣaʿa

Ibn Isḥāq, riferendosi all’Imam Zuhrī, riferisce che il Profeta (S) si recò presso l’accampamento dei Banū ʿĀmir ibn Ṣaʿṣaʿa e presentò loro il suo messaggio. Tra loro vi era un uomo chiamato Buḥayra ibn Firās, che disse: «Per Dio, se prendessi con me questo giovane dei Quraysh, per mezzo suo sottometterei tutta l’Arabia». Poi disse al Profeta (S): «Se ti aiutassimo e Dio ti desse la vittoria sui tuoi avversari, il potere di governare passerebbe nelle nostre mani dopo di te?». Il Profeta (S) rispose: «Questa questione è nelle mani di Dio. Egli concede il potere di governare a chi vuole». Allora quello disse: «Dovremmo dunque esporre le nostre gole ai colpi degli arabi per amor tuo, e quando Dio ti darà la vittoria, il potere di governare passerà ad altri invece che a noi? Va’ pure: non abbiamo bisogno di te».

Quando, al termine del pellegrinaggio, quegli uomini tornarono a casa, raccontarono come si era svolto il loro pellegrinaggio a un venerabile anziano che, a causa della vecchiaia, non poteva partecipare al pellegrinaggio né alle altre fiere. Gli dissero anche: «È venuto da noi un giovane dei Banū ʿAbd al-Muṭṭalib, tra i Quraysh, il quale sosteneva di essere un profeta e ci diceva: “Aiutatemi e conducetemi nel vostro territorio”. Ma con lui abbiamo avuto questa conversazione e alla fine lo abbiamo congedato dandogli questa risposta». Dopo aver udito ciò, l’anziano si afferrò la testa e disse: «O Banū ʿĀmir! C’è forse un rimedio per questo? Può forse tornare un’occasione simile? Per il Dio nella cui mano è la mia vita, nessun discendente di Ismaele potrebbe mai pronunciare una simile affermazione sotto la copertura della menzogna. Egli è certamente un profeta. Dov’era allora il vostro senno?»

L’incontro con i Banū Shaybān ibn Thaʿlaba

Abu Nu‘aym, al-Hakim e al-Bayhaqi riportano, da ‘Abdullah ibn ‘Abbas, questa narrazione di ‘Ali (r.a.): egli (‘Ali, r.a.) disse: «Una volta, a Mina, accompagnavo il Messaggero di Allah (s.a.w.s.) e Abu Bakr (r.a.) negli incontri con le tribù. Vagando, giungemmo a un’assemblea di grande prestigio. I suoi capi erano uomini di straordinaria personalità. Abu Bakr (r.a.) chiese: “Chi siete?” Essi risposero: “Siamo uomini dei Banu Shayban ibn Tha‘laba”. Abu Bakr (r.a.) disse al Messaggero (s.a.w.s.): “Possano i miei genitori essere sacrificati per te! Non si potrebbero trovare altrove persone più nobili di questi”. A quell’assemblea erano presenti Mafruq ibn ‘Amr, Hani ibn Qabisah, Muthanna ibn Haritha e Nu‘man ibn Sharik. Mafruq sedeva proprio accanto ad Abu Bakr (r.a.).

Egli disse: «Forse siete della gente dei Quraysh?» Abu Bakr (r.a.) rispose: «Forse avete sentito dire che qui è stato inviato il Messaggero di Allah. Eccolo». Mafruq disse: «Sì, questa notizia è giunta fino a noi». Poi si rivolse al Messaggero (s.a.w.s.). Il Messaggero (s.a.w.s.) disse: «Vi invito a testimoniare che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah e a testimoniare che io sono il Messaggero di Allah. Vi chiedo inoltre di offrirmi rifugio presso di voi e di aiutarmi, affinché io possa compiere il compito che Allah mi ha affidato. I Quraysh si sono infatti coalizzati per ostacolare l’opera di Allah; hanno rinnegato il Messaggero di Allah e, invece della verità, si sono dedicati alla falsità. Allah, invece, non ha bisogno degli uomini ed è degno di ogni lode nella Sua essenza».

Mafruq disse: «O fratello dei Quraysh! A cos’altro inviti?» Il Messaggero (s.a.w.s.) recitò i versetti 151-153 della sura al-An‘am:

********************************************

(151) O Muhammad (s.a.w.s.), dì loro: «Venite, vi reciterò ciò che il vostro Signore vi ha proibito: non associateGli nulla; trattate bene i genitori; non uccidete i vostri figli per paura della povertà: Noi provvediamo a voi e a loro. Non avvicinatevi alle turpitudini, siano esse manifeste o nascoste. Non uccidete nessuna persona che Allah ha reso sacra, se non secondo giustizia. Queste sono le cose che Egli vi ha comandato di osservare. Forse rifletterete e agirete con discernimento».

(152) E ancora: «Non avvicinatevi ai beni dell’orfano, se non nel modo migliore, fino a quando non abbia raggiunto la maturità. Date la giusta misura e pesate con piena equità. Noi non imponiamo a nessuna persona un peso superiore alle sue capacità. Quando parlate, siate equi, anche se si tratta di un vostro parente. Mantenete il patto con Allah. Queste sono le direttive che Allah vi ha dato; forse accetterete l’ammonimento».

Mafruq disse: «O fratello dei Quraysh, a cos’altro inviti? Per Dio, queste non sono parole degli abitanti di questo mondo. Se fossero parole umane, le riconosceremmo». Allora il Messaggero (s.a.w.s.) recitò il versetto 90 della sura an-Nahl:

********************************************

—Allah vi ordina— di praticare la giustizia, la benevolenza e di dare ai parenti. E vi proibisce la turpitudine, il peccato e l’oppressione. Egli vi ammonisce affinché possiate trarne insegnamento.

Mafruq disse: «Per Dio, o fratello qurayshita, hai invitato alle più eccellenti qualità morali e alle opere buone. È davvero privo di senno quel popolo che ti ha rinnegato e si è coalizzato contro di te». Poi, indicando Hani ibn Qabisa, Mafruq disse: «Egli è il nostro anziano e la nostra guida religiosa».

Hani disse: «O fratello qurayshita, ho ascoltato le tue parole e le riconosco come vere. Tuttavia, abbandonare la nostra religione e giurarti obbedienza già in questa stessa riunione sarebbe una grande precipitazione. Dietro di noi vi è il nostro popolo. Non sarebbe giusto prendere una decisione senza il suo consiglio e il suo parere e imporgliela. Noi torneremo, e anche tu va’. Rifletteremo sulle conseguenze e anche tu osserva fino a che punto arriverà la questione».

Dette queste parole, Hani presentò al Messaggero di Allah (s) Musanna ibn Harith e disse: «Egli è il nostro shaykh e il nostro comandante militare».

Musanna disse: «O fratello qurayshita, ho ascoltato le tue parole e le ho apprezzate. Ma la mia risposta è la stessa data da Hani. Non sarebbe giusto abbandonare la nostra religione e riconoscere la tua autorità già in questa stessa riunione. Noi viviamo in una regione in cui dobbiamo affrontare due ostacoli: uno è al-Yamama e l’altro è al-Samawa. [Quella parte dell’Iraq che confina con la Penisola Arabica — l’autore.]»

Il Messaggero di Allah (s) disse: «Quali sono questi due ostacoli?»

Musanna disse: «Da una parte vi sono le montagne e il territorio arabo; dall’altra, il territorio dell’Iran e i fiumi di Kisra. Kisra ci ha fatto giurare che non introdurremo personalmente alcuna novità contraria alle consuetudini vigenti, né daremo rifugio presso di noi a chiunque voglia farlo. Ciò verso cui ci inviti probabilmente non sarà tollerato dai sovrani. Quanto al territorio arabo, in questo ambito le nostre mancanze potrebbero essere perdonate. Se desideri che ti aiutiamo contro gli Arabi, possiamo farlo. Ma affrontare i Persiani è al di là delle nostre possibilità».

Il Messaggero di Allah (s) disse: «Se avete detto la verità, non avete fatto nulla di male. Ma la realtà è che chi si schiera per la religione di Allah non fa eccezioni: la sostiene sotto ogni aspetto. Abbiate un po’ di pazienza, e allora Allah vi concederà le terre e le ricchezze dei Persiani e porrà le loro figlie sotto il vostro dominio. Glorificherete e santificherete Allah?»

Nuʿmān ibn Sharīk disse: «Fratello qurayshita, abbiamo accolto ciò che hai detto. Poi il Profeta (s)—

********************************************

si alzò mentre leggeva e se ne andò prendendo congedo, tenendo per mano il venerabile Abū Bakr (r).

L’incontro con i Banū ʿAbbās

Wāqidī riferisce questa narrazione del nonno di ʿAbdullāh ibn Wābisat al-ʿAbsī: «La nostra tribù, i Banū ʿAbs, si era accampata presso la moschea di al-Khayf, vicino a Jamrat al-Ūlā. Il Messaggero di Allah (s) venne al luogo in cui alloggiavamo. Zayd ibn Hāritha (r) era con lui. Ci invitò ad Allah e noi accettammo. Anche in precedenza, durante ogni pellegrinaggio, veniva al nostro accampamento, ma noi non avevamo mai accettato il suo invito. Questa volta, quando venne da noi, May­sara ibn Masrūq al-ʿAbsī era con noi. Egli disse: “Per Dio! Se riconosciamo la sua veridicità, lo conduciamo con noi e lo collochiamo nel luogo centrale del nostro territorio, questa sarà un’opinione giusta. Per Dio, egli certamente prevarrà, e prevarrà pienamente”. Ma la gente della tribù disse: “Lascia stare, fratello! Non spingerci a un’impresa di cui non siamo capaci di sopportare il peso”.»

Il Profeta (s), nutrendo qualche speranza riguardo a Maysara, lo chiamò e gli parlò. Egli disse: «Le tue parole sono molto belle e chiare. Ma la mia gente si oppone a me. Se proprio loro non mi sostengono, gli altri si terranno ancora più lontani».

Molto tempo dopo, quando Maysara incontrò il Profeta (s) durante il Pellegrinaggio d’Addio, egli lo riconobbe. Disse: «O Messaggero di Allah! Fin dalla prima volta che venisti al nostro accampamento, desiderai sempre obbedirti. Ma ciò che doveva accadere è accaduto. Ora abbraccio l’Islam con così grande ritardo».

Così tutte le tribù arabe rimasero private di quella grazia che ricevono e conseguono coloro che si recano da lui a piedi. Tornando un poco indietro, diremo per quale ragione gli abitanti di questa fortunata località erano psicologicamente preparati ad accettare l’invito di Muhammad l’Arabo (s).

Storia antica di Aws e Khazraj

Nel 450 o 451 d.C., in seguito alla rottura della diga o della barriera di Ma’rib, nello Yemen si verificò una grande inondazione. Per questo motivo ʿAmr ibn ʿĀmir, appartenente al popolo di Saba, emigrò verso nord insieme ai membri della sua famiglia. I discendenti di Jufna, uno dei suoi figli, si stabilirono nella regione dello Shām, che fu chiamata Ghassān. Il suo secondo figlio, Hāritha, si stabilì nella vasta area tra le catene montuose dell’Ḥijāz e la costa del Mar Rosso, una regione chiamata Tihāma. I suoi discendenti divennero noti come Khuzāʿa. Tra i figli del terzo figlio, Thaʿlaba, vi era Hāritha, i cui due figli nacquero dalla stessa madre, Qayla. Questi due figli si chiamavano Aws e Khazraj. I loro discendenti si stabilirono a Yathrib (Medina), dove gli Ebrei avevano già affermato il loro predominio. Per lungo tempo gli Ebrei non permisero ai discendenti di Aws e Khazraj di entrare nella città vera e propria e nelle sue terre verdeggianti. Di conseguenza, essi furono costretti a vivere con grande difficoltà nelle terre aride circostanti. Alla fine chiesero l’aiuto dei Ghassāniti, loro consanguinei. Questi vennero con un esercito, espulsero gli Ebrei dalla città e vi insediarono Aws e Khazraj. Due tribù ebraiche, Banū Qurayẓa e Banū Naḍīr, furono costrette a vivere alla periferia della città, mentre una terza tribù, Banū Qaynuqāʿ, si stabilì in un quartiere della città sotto la protezione della tribù di Khazraj. Quando Banū Qurayẓa e Banū Naḍīr videro che la loro tribù rivale, Banū Qaynuqāʿ, era diventata alleata di Khazraj, strinsero un patto con la tribù di Aws e ne divennero alleati. In seguito Aws e Khazraj continuarono a vivere per quasi duecento anni nella stessa città degli Ebrei e nei suoi dintorni. Durante questo periodo, sebbene le due tribù arabe fossero di una stessa discendenza e fossero unite anche da legami matrimoniali reciproci, continuarono, sulla base dell’ignoranza preislamica, a combattersi tra loro. Anche le tribù ebraiche incitavano ciascuna la propria tribù alleata a combattere contro l’altra, perché consideravano vantaggiosi per sé i conflitti reciproci di Aws e Khazraj e ritenevano che la loro unità equivalesse alla propria condanna a morte. Così, in quasi due secoli, oltre a numerose guerre minori, si verificarono undici sanguinosi scontri. L’ultimo di essi, la battaglia di Buʿāth, ebbe luogo appena cinque anni prima dell’Egira (nell’ottavo anno della missione profetica, 619 d.C.) e vi furono uccisi i principali capi di entrambe le tribù. [Secondo il racconto di Ibn Saʿd, la battaglia di Buʿāth ebbe luogo sei anni prima dell’Egira. Buʿāth era il nome di un luogo, di una piccola fortezza o di un campo di grano situato a due miglia da Medina, nei pressi di Banū Qurayẓa. Da una parte vi era la tribù di Aws, il cui capo era Hudayr, padre di ʿUsayd ibn Ḥuḍayr. Banū Qurayẓa e Banū Naḍīr parteciparono alla battaglia al loro fianco. Dall’altra parte vi era la tribù di Khazraj, il cui capo era ʿAmr ibn al-Nuʿmān al-Bayāḍī. Banū Qaynuqāʿ, tra gli Ebrei, era schierata con loro. Aws riportò la vittoria. Tuttavia, entrambe le parti subirono perdite così gravi che le persone sagge compresero che, se avessero continuato a essere nemiche in quel modo, si sarebbero annientate combattendo. — L’autore.] Nonostante tutte queste guerre e ostilità, l’influenza religiosa degli Ebrei sugli abitanti di Medina era così grande che una donna il cui figlio fosse morto alla nascita faceva voto di rendere ebreo il figlio che avrebbe avuto in seguito. Ibn Jarīr ha menzionato questo fatto nel suo commentario, riferendolo ad ʿAbdullāh ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui). Anche Abū Dāwūd, al-Nasāʾī, Ibn Abī Ḥātim e Ibn Ḥibbān hanno riportato diverse narrazioni al riguardo, trasmesse da Ibn ʿAbbās, Mujāhid, Saʿīd ibn Jubayr, al-Shaʿbī, al-Ḥasan al-Baṣrī e altri.

L’influenza di questo contesto storico

La breve situazione storica che è stata esposta produsse tre importanti effetti su Aws e Khazraj. A differenza di tutte le altre tribù arabe, li preparò psicologicamente ad accettare l’Islam; non appena si presentò l’occasione, per queste ragioni essi si volsero verso questa religione e verso il suo predicatore, sayyidunā Muḥammad (pace e benedizioni su di lui), come l’assetato si volge verso l’acqua.

Il primo effetto fu che, a causa della lunga convivenza e dei rapporti mantenuti con gli Ebrei, parole come rivelazione, Libro e sharīʿa, insieme ai loro significati, erano divenute familiari per loro. Perciò queste realtà non erano loro così estranee come lo erano agli altri Arabi.

Il secondo effetto, secondo i racconti di Ibn Hishām e al-Ṭabarī, citati con riferimento a Ibn Isḥāq, fu il seguente: nelle conversazioni con gli Ebrei loro vicini, essi venivano spesso a sapere che quegli uomini attendevano con grande ansia l’arrivo di un profeta, la cui venuta era stata annunciata nei loro Libri celesti. Pregavano dicendo: “Se egli venisse presto, il predominio dei popoli non ebrei avrebbe fine e inizierebbe l’epoca della nostra prosperità”. In particolare, quando litigavano con Aws e Khazraj, dicevano: “Presto verrà un profeta. Quando arriverà, noi lo seguiremo e, stando con lui, vi colpiremo così come furono colpiti ʿĀd e Iram”. Anche il Corano allude a queste loro parole:

************************************************

— e in precedenza pregavano per ottenere la vittoria sui miscredenti. (al-Baqara: 89)

Queste parole degli ebrei avevano suscitato tra la gente degli Aws e dei Khazraj il desiderio che, se quel Profeta fosse venuto, essi si sarebbero affrettati per primi ad aderire alla sua obbedienza, affinché gli ebrei non li precedessero.

Il terzo effetto era che, abbattuti dalla guerra civile, desideravano una guida capace di creare unità e fratellanza tra loro. Anche a questa loro condizione si è fatto riferimento:

************************************************

— Eravate sull’orlo di una fossa di fuoco, e Allah vi ha salvati da essa. (Āl ʿImrān: 103)

Per porre fine a questo loro pericolo, gli abitanti di Medina erano giunti al punto di essere pronti a fare di ʿAbdullah ibn Ubayy, capo dei Khazraj, il loro re, affinché le loro divergenze fossero appianate e tutti si riunissero sotto il governo di un unico uomo. In questa situazione, alla fine giunse davanti a loro quella grazia di cui, in realtà, erano desiderosi. (Ibn Hishām, vol. 2, p. 234)

L’incontro del primo abitante di Medina con il Profeta (s)

Ibn Hishām e al-Ṭabarī hanno riportato da Ibn Isḥāq la narrazione di ʿĀṣim ibn ʿUmar ibn Qatāda secondo cui il primo abitante di Medina a incontrare il Messaggero di Allah (s) fu Suwayd ibn Ṣāmit. Presso il suo popolo era noto come «Kāmil» per le sue capacità, il coraggio, il talento poetico e la nobiltà della stirpe. Ibn Saʿd spiega che nell’epoca della jāhiliyya veniva chiamato «Kāmil» colui che era rispettato e assennato tra la propria gente, capace di esprimere un’opinione corretta, istruito e abile nel tiro con l’arco e nel nuoto. (Ṭabaqāt, vol. 3, p. 603)

Quest’uomo era imparentato con il Messaggero di Allah (s): sua madre, Laylā bint ʿAmr, era sorella germana di Salmā bint ʿAmr, madre del nonno del Profeta. Quando egli si recava alla Mecca per il ḥajj o la ʿumra, il Profeta (s), secondo consuetudine, lo incontrava e gli presentava l’invito. Egli disse: «Forse anche tu possiedi ciò che possiedo io». Il Profeta (s) domandò: «Che cosa?». Egli rispose: «Il Mujallā di Luqmān», cioè la sapienza e la saggezza di Luqmān. Il Profeta (s) disse: «Recitamelo». Egli lo recitò. Il Profeta (s) disse: «Queste sono parole belle; tuttavia ciò che possiedo io è migliore di esse: è il Corano, che Allah ha rivelato su di me. Esso è guida e luce». Poi il Profeta (s) gli fece ascoltare il Corano e lo invitò all’Islam. Senza allontanarsene, egli disse: «Davvero, queste sono parole straordinariamente belle». Dopodiché tornò a Medina. Dopo qualche tempo, i Khazraj lo uccisero. Questo avvenne prima della battaglia di Buʿāth. [Al-Balādhurī afferma in Ansāb al-Ashrāf che la battaglia di Buʿāth ebbe luogo a causa dell’uccisione di Suwayd — l’autore.]

Incontro con un’altra delegazione di Medina

Ibn Hisham e al-Tabari hanno citato, riportandola da Muhammad ibn Ishaq, la narrazione secondo cui, prima della battaglia di Bu’ath, quando tra gli Aws e i Khazraj la fiamma dell’ostilità stava per divampare, una delegazione di una tribù degli Aws — i Banu Abd al-Ashhal — giunse alla Mecca sotto la guida di Abu al-Haysar, affinché i Quraysh diventassero loro alleati contro i Khazraj. Quando il Profeta (s) venne a sapere del loro arrivo, si recò da loro e disse: «Preferite accettare qualcosa di migliore di ciò per cui siete venuti qui?»

Essi dissero: «Che cos’è?» Il Profeta (s) disse: «Sono il Messaggero inviato da Allah ai Suoi servi. Sono venuto a invitarli a non adorare nessuno all’infuori di Lui e a non associarGli alcun partner. Mi è stato rivelato un Libro.»

Poi insegnò loro alcuni precetti dell’Islam e recitò loro il Corano. Tra i membri della delegazione vi era anche un giovane, Iyas ibn Mu’adh. Dopo aver ascoltato le parole del Profeta (s), disse: «O gente, questo è migliore di ciò per cui siete venuti qui». Ma Abu al-Haysar raccolse della terra dal Batḥā, gliela gettò sul volto e disse: «Risparmiaci da queste parole. Siamo venuti per un’altra faccenda.»

Iyas rimase in silenzio e il Profeta (s) si alzò e se ne andò. Dopo che quegli uomini furono tornati a Medina, ebbe inizio la battaglia di Bu’ath. Poco tempo dopo Iyas morì. Coloro che erano presenti al momento della sua morte raccontano di aver udito dalle sue labbra, fino all’ultimo istante, la glorificazione e la proclamazione dell’unicità di Allah. Perciò non avevano alcun dubbio che Iyas fosse tornato da quell’incontro dopo aver accettato l’Islam e che avesse esalato l’ultimo respiro nell’Islam.

Nel resoconto dettagliato di questo episodio fornito da Ibn Sa’d sulla base della narrazione di al-Waqidi vi sono alcuni elementi aggiuntivi rispetto al racconto di Ibn Ishaq. Da esso risulta che la delegazione dei Banu Abd al-Ashhal soggiornava alla Mecca nella casa di Utba ibn Rabi’a, che li aveva ospitati con grande onore. Quando gli proposero un patto di amicizia, egli lo rifiutò dicendo che il suo territorio era molto lontano dal loro. Quando la richiesta di aiuto fosse giunta da loro fin lì, il nemico avrebbe già portato a termine la sua impresa. Disse che lo stesso sarebbe accaduto anche nel loro caso.

Al-Waqidi riferisce inoltre che, quando Iyas propose di accettare l’Islam, Abu al-Haysar, mentre gli gettava della terra addosso, disse: «Eravamo venuti per ottenere i Quraysh come alleati contro il nostro nemico, e tu vuoi che torniamo facendo dei Quraysh nostri nemici.»

Nel racconto di al-Waqidi si aggiunge anche che coloro che udirono Iyas recitare la glorificazione e la proclamazione dell’unicità di Allah mentre moriva furono Muhammad ibn Maslama (ra), Salama ibn Salama ibn Waqsh (ra) e Abu Hashim ibn al-Tayyihan.

L’accettazione dell’Islam da parte del primo gruppo degli Ansar e la prima baiʿa di al-ʿAqaba

Nell’undicesimo anno della profezia (620 d.C.), durante il pellegrinaggio, il Profeta (s) si diresse verso Mina, come era sua consuetudine, allo scopo di incontrare le tribù arabe. Mentre si aggirava nei dintorni, giunse presso un gruppo della tribù dei Khazraj, vicino ad al-ʿAqaba [Il termine ʿAqaba indica un passo montano. Il passo qui menzionato si trova nella zona di Mina, sulla strada per Mecca — l’autore.]. Ibn Hisham e al-Tabari, citando Muhammad ibn Ishaq, riferiscono che il Profeta (s) disse loro: «Chi siete?». Essi risposero: «Siamo alcuni uomini dei Khazraj». Il Profeta (s) disse: «Volete sedervi un momento, affinché possa parlarvi?». Essi risposero: «Certamente». Pertanto si sedettero accanto al Profeta (s). Egli li invitò ad avvicinarsi ad Allah, presentò loro l’Islam e recitò loro il Corano. Essi si dissero l’un l’altro: «Fratelli! Sappiate che questo è proprio il Profeta del cui arrivo gli ebrei vi mettevano in guardia. Non permettiamo che essi ci precedano nel seguirlo». Quindi, con il cuore pienamente soddisfatto, accettarono la sua daʿwa, riconobbero la sua veridicità e credettero nell’Islam da lui presentato. Poi dissero: «Abbiamo lasciato la nostra gente in una condizione tale che nessun altro popolo conosce un’inimicizia reciproca più aspra della nostra. Forse Allah li riunirà per mezzo tuo. Noi torneremo da loro, li inviteremo da parte tua e presenteremo loro la religione che abbiamo accettato. Se Allah li riunirà per te, nessuno sarà più forte di te».

In alcune narrazioni questo episodio è riferito in questi termini: dopo la baiʿa, il Profeta (s) disse loro: «Mi sosterrete, affinché io possa trasmettere il messaggio del mio Signore?». Essi risposero: «O Messaggero di Allah! Da noi si è appena combattuta la battaglia di Buʿāth. In questa situazione, se tu vi andassi, sarebbe difficile che la gente si riunisse insieme. Per il momento, se tu vi andassi, sarebbe difficile che la gente si riunisse insieme. Per il momento, permettici di tornare dai nostri. Forse Allah migliorerà i rapporti tra noi. Noi inviteremo la gente alla stessa daʿwa alla quale ci hai invitati. Può darsi che Allah li riunisca per te. Allora nessuno sarà più forte di te. Ora ci incontreremo con te al pellegrinaggio del prossimo anno».

Ibn Ishaq, al-Shaʿbi e al-Zuhri affermano che erano sei. Ibn Saʿd ha citato proprio la testimonianza di al-Waqidi, secondo cui erano sei. Il loro elenco è il seguente:

Dai Banu Malik ibn al-Najjar:

1. Abu Usama Asʿad ibn Zurara (anche nell’epoca dell’ignoranza era monoteista e si opponeva all’adorazione degli idoli).

2. Awf ibn al-Harith ibn Rifaʿa — il nome della madre era Afra.

Dai Banu Zurays:

3. Rāfiʿ ibn Mālik (in epoca preislamica era chiamato «Kāmil»)

4. Quṭba ibn ʿĀmir ibn Ḥadīda.

Dai Banū Ḥarām ibn Kaʿb—

5. ʿUqba ibn ʿĀmir ibn Nabī.

Dai Banū ʿUbayd ibn ʿAdī—

6. Jābir ibn ʿAbd Allāh ibn Riʾāb.

Ibn ʿAbd al-Barr riferisce che alcuni esperti della Sīra hanno indicato il nome del venerabile ʿUbāda ibn Ṣāmit al posto di Jābir ibn Riʾāb. Insieme a Mūsā ibn ʿUmāra e Rāfiʿ ibn Mālik, essi hanno incluso i nomi di Muʿādh ibn ʿAfrāʾ, Yazīd ibn Thaʿlaba, Abū al-Haytham ibn al-Tayyihān e ʿUwaym ibn Sāʿida; quindi, come trasmissione debole, riferiscono che si dice che tra loro vi fossero anche ʿUbāda ibn Ṣāmit e Zaqrān ibn ʿAbd Qays. Tuttavia, la maggior parte degli studiosi ha accettato la narrazione di Muḥammad ibn Isḥāq, e nel Fatḥ al-Bārī, al-Ḥāfiẓ Ibn Ḥajar ha accordato a questa narrazione la preferenza rispetto alle altre.

Oltre alla suddetta dichiarazione di al-Wāqidī, Ibn Saʿd ha riportato altre tre versioni riguardo all’accettazione dell’Islam da parte degli abitanti di Medina:

1. Per primi, As‘ad ibn Zurara e Dhakwan ibn ‘Abd Qays si recarono alla Mecca da ‘Utba ibn Rabi‘a per affrontare l’orgoglio e l’arroganza secondo l’usanza dell’epoca dell’Ignoranza. Tuttavia, prima di incontrare ‘Utba, udirono le parole del Messaggero di Allah (s), lo incontrarono e divennero musulmani. In seguito, il venerabile As‘ad si recò a Medina e parlò dell’Islam ad Abul-Haytham ibn at-Tayyihan; anche questi accettò l’Islam. Poi si unì ai sei che incontrarono il Profeta (s) ad al-‘Aqaba.

2. Per primi, Rafi‘ ibn Malik az-Zuraqi e Mu‘adh ibn ‘Afra si recarono alla Mecca per compiere la ‘umra. Là udirono parlare del Profeta (s). Poi lo incontrarono e divennero musulmani.

3. Ad al-Mina, il Profeta (s) incontrò non sei, bensì otto uomini di Medina. Questi otto sono quelli i cui nomi abbiamo menzionato sopra citando Musa ibn ‘Uqba.

La presenza della seconda delegazione da Medina e il secondo giuramento di al-‘Aqaba

Ibn Sa‘d e Ibn Ishaq riferiscono che, quando questo primo gruppo di persone che avevano accettato l’Islam ad al-‘Aqaba tornò a Medina, iniziò a discutere dell’Islam in quella città. Di conseguenza, tra i quartieri degli Ansar non rimase alcun quartiere nel quale non si parlasse del Messaggero di Allah (s). L’anno seguente, dunque, durante il pellegrinaggio (nel dodicesimo anno della missione profetica), dodici uomini di Medina incontrarono il Profeta (s) nello stesso luogo di al-‘Aqaba in cui egli aveva incontrato gli abitanti dei Khazraj. Cinque di loro erano tra quelli che avevano abbracciato l’Islam l’anno precedente (Jabir ibn ‘Abdullah ibn Ri’ab non venne questa volta). Dei sette rimanenti, cinque appartenevano ai Khazraj e due agli Aws. I loro nomi sono i seguenti:

Dai Banu an-Najjar dei Khazraj: 1. Mu‘adh al-Harith ibn Rifa‘a.

Dai Banu Zurayn dei Khazraj: 2. Dhakwan ibn ‘Abd Qayim. Ibn Sa‘d e Ibn Hisham riferiscono che questi due vennero da Medina alla Mecca, rimasero con il Profeta (s) e compirono l’Egira insieme a lui.

Dai Banu ‘Awf ibn al-Khazraj: 3. ‘Ubada ibn as-Samit.

Dai Khazraj: 4. Yazīd ibn Thaʿlaba.

Dai Banū Sālim ibn ʿAwf dei Khazraj: 5. ʿAbbās ibn ʿUbāda ibn Nāḍla (Ibn Isḥāq dice che anche questi rimase con il Profeta (s) e migrò con lui.

Dai Banū ʿAbd al-Ashhal degli Aws: 6. Abū al-Haytham ibn al-Tayyihān (anche nell’epoca della jāhiliyya era monoteista e si opponeva all’adorazione degli idoli.

Dai Banū ʿAmr ibn ʿAwf degli Aws: 7. Wā’im ibn Sāʿida.

In quel momento, il giuramento di fedeltà che il Profeta (s) ricevette da queste persone fu denominato «Bayʿat al-Nisāʾ». Ciò perché le parole di questo giuramento erano in gran parte simili a quelle con cui, alcuni anni dopo questo avvenimento, la sūra al-Mumtaḥana, nel versetto 12, ordinò di ricevere il giuramento di fedeltà dalle donne musulmane. Ibn Isḥāq cita la narrazione di ʿUbāda ibn al-Ṣāmit (r.a.), secondo cui il Profeta (s) ricevette da loro il giuramento sulle seguenti questioni:

************************************************

Non assoceremo nessuno ad Allah, non ruberemo, non commetteremo adulterio, non uccideremo i nostri figli, non presenteremo false accuse calunniose tra le nostre mani e i nostri piedi e non disobbediremo al Messaggero di Allah (s) in alcuna azione buona. Ascolteremo e obbediremo ai suoi ordini, sia che siamo nella prosperità o nella difficoltà, sia che tali ordini ci risultino sopportabili o insopportabili, anche qualora si dia la precedenza ad altri rispetto a noi; e non litigheremo né discuteremo con chi detiene l’autorità riguardo al governo. (Nel Musnad di Aḥmad è riportata anche questa aggiunta: «Anche se ritenete di avere un diritto nel sistema di governo». In al-Bukhārī si trova inoltre: «Oppure se vedete una miscredenza manifesta».) E diremo la verità ovunque e in qualunque condizione ci troviamo, senza temere il biasimo di alcun censore. Se manterrete dunque questo giuramento, per voi vi sarà il Paradiso. Ma se qualcuno commetterà una delle azioni proibite, la sua sorte sarà nelle mani di Allah: se vorrà, lo perdonerà, e se vorrà, lo punirà. (In una narrazione si aggiunge: «Se commettete una di tali azioni proibite, poi venite scoperti e siete puniti in questo mondo, ciò sarà un’espiazione per quella colpa; ma se la vostra colpa rimane celata fino al Giorno della Resurrezione, la vostra sorte sarà nelle mani di Allah l’Altissimo: se vorrà, potrà punirvi, e se vorrà, potrà perdonarvi».)

Diverse parti di questo ḥadīth si trovano in al-Bukhārī, nel Kitāb al-Īmān, negli Abwāb Manāqib al-Anṣār, nel Kitāb al-Ḥudūd, nel Kitāb al-Fitan e nel Kitāb al-Aḥkām; in Muslim, nel Kitāb al-Ḥudūd e nel Kitāb al-Imāra; e nel Musnad di Aḥmad, nella narrazione di ʿUbāda ibn al-Ṣāmit.

Invio di Mus’ab ibn Umair a Medina

Ibn Jarir e Ibn Hisham hanno citato questa narrazione di Muhammad ibn Ishaq: quando queste persone stavano tornando a Medina, il Messaggero di Allah inviò con loro anche Hazrat Mus’ab ibn Umair, affinché insegnasse loro il Corano e l’Islam e suscitasse in loro la comprensione della religione. Pertanto, Mus’ab si recò a Medina e rimase ospite presso la casa di Hazrat As’ad ibn Zurara.

Al contrario, nella narrazione di Musa ibn Uqba si afferma che, dopo il loro arrivo a Medina, Mu’adh ibn Afra e Rafi’ ibn Malik furono inviati al Profeta con la richiesta di mandare a Medina qualcuno che insegnasse loro la religione. In seguito a tale richiesta, egli mandò Hazrat Mus’ab. Bayhaqi ha citato una versione leggermente diversa riportandola da Ibn Ishaq. Secondo questa versione, essi scrissero al Profeta: «Mandaci qualcuno che ci insegni la nostra religione». Perciò fu mandato Hazrat Mus’ab. Anche Ibn Sa’d ha riportato la stessa narrazione da Waqidi.

Dopo questo secondo giuramento di al-‘Aqaba, al loro ritorno a Medina, gli Ansar iniziarono a diffondere rapidamente l’Islam sotto la guida di Hazrat Mus’ab ibn Umair. Ibn Sa’d, citando Waqidi, afferma che Muhammad ibn Maslama accettò l’Islam per mano di Hazrat Mus’ab, insieme ad Abbad ibn Bishr ibn Waqsh dei Banu Abd al-Ashhal e ai loro alleati vincolati da un patto. Poi, nello stesso giorno, Sa’d ibn Mu’adh, il capo dei Banu Abd al-Ashhal, e Usayd ibn Hudayr divennero musulmani per mano sua. In seguito alla sua conversione, tutta la sua tribù divenne musulmana. Tanto che nel quartiere dei Banu Abd al-Ashhal non rimase nemmeno un non musulmano. Ibn Hisham, riportandola da Ibn Ishaq, e al-Tabari, riportandola da Hazrat Sa’d, hanno narrato una storia interessante sulla conversione di Hazrat Usayd all’Islam.

Un giorno, As’ad ibn Zurara si recò con Hazrat Mus’ab in uno dei giardini dei Banu Zafar, un ramo della tribù degli Aws. Molti di coloro che avevano abbracciato l’Islam si erano riuniti lì. Quando Sa’d ibn Mu’adh e Usayd ibn Hudayr lo seppero, Sa’d disse a Usayd: «Vai da quei due uomini, As’ad e Mus’ab, che sono venuti nel nostro insediamento e stanno ingannando la gente debole. Rimproverali e proibisci loro di venire nella nostra zona. Se non fosse per As’ad ibn Zurara, ci andrei io stesso. Ma sai che è mio cugino materno; per questo non voglio andare davanti a lui». A queste parole, Usayd si recò lì con la sua arma. Vedendolo arrivare, As’ad disse a Mus’ab: «Questo è il capo della sua tribù. Assolvi pienamente il dovere di comunicargli la parola di Allah». Hazrat Mus’ab disse: «Parlerò con lui quando si sarà seduto». Usayd si fermò davanti a loro con atteggiamento rude e disse: «Perché siete venuti qui, voi due? State ingannando la nostra gente debole. Se volete il bene, non rivolgete mai più il viso da questa parte».

Mus’ab disse: «Non vuoi sederti e ascoltare ciò che abbiamo da dirti? Se le nostre parole ti piaceranno, le accetterai; altrimenti non faremo ciò che non ti piace». Usayd disse: «Hai parlato con equità». Poi conficcò la sua arma nel terreno e si sedette accanto a lui. Hazrat Mus’ab gli spiegò gli insegnamenti dell’Islam e gli recitò il Corano. Hazrat As’ad e Hazrat Mus’ab raccontano entrambi: «Per Allah, vedendo la luminosità sul volto di Usayd e la dolcezza delle sue parole, comprendemmo che l’Islam era entrato nel suo cuore». Dopo aver ascoltato tutto, egli disse: «Quanto sono belle e buone queste parole! Quando entrate in questa religione, che cosa fate?». Entrambi risposero: «Fai il bagno, purifica il corpo e purifica anche i tuoi abiti. Poi rendi testimonianza alla verità e prega». Egli si alzò subito, si purificò, pronunciò la professione di fede e pregò due rak’a. Poi disse: «Dietro di me c’è un’altra persona. Se accetterà di obbedirvi, nessuno della sua tribù vi si opporrà. Andrò da lui e ve lo manderò». Detto ciò, Usayd prese la sua arma e si diresse verso Sa’d ibn Mu’adh, presso il quale erano riuniti i membri della sua tribù. Vedendolo arrivare, Sa’d disse: «Giuro per Allah, questo non è il volto con cui era andato via».

Quando Usayd arrivò e si fermò davanti al luogo della loro riunione, Sa’d gli chiese: «Che cosa ti è successo?». Egli rispose: «Ho parlato con quei due uomini. Non ho visto nulla di male in loro. Quando ho proibito loro di venire, hanno detto: “Faremo ciò che desideri”». Poi Usayd disse: «Avevo sentito che i Banu Haritha erano usciti per uccidere As’ad ibn Zurara, perché sanno che As’ad è tuo cugino materno e vogliono umiliarti».

Appena udite queste parole, Sa’d si adirò terribilmente e, impugnata l’arma, si affrettò per poter raggiungere suo fratello — il cugino materno — prima dell’attacco dei Banu Haritha. Mentre camminava, disse a Usayd: «Giuro per Allah, penso che mandarti non sia servito a nulla».

Hazrat As’ad bin Zurara, vedendolo allontanarsi da lontano, disse a Hazrat Mus’ab: «Costui è un capo seguito da tutto il suo popolo. Se egli abbracciasse l’Islam, non rimarrebbero due persone che non lo accettassero».

Quando Sa’d arrivò e vide che As’ad e Mus’ab erano seduti tranquillamente, comprese che il vero intento di Usaid era stato quello di fargli ascoltare le loro parole. Si presentò davanti a loro furioso e disse ad As’ad bin Zurara: «Abu Usama, se tra me e te non ci fosse un legame di parentela, quest’uomo (Mus’ab) non sarebbe sfuggito alle mie mani. Vuoi imporci, nella nostra stessa casa, qualcosa che non ci piace?»

Hazrat Mus’ab disse: «Non vuoi sederti ad ascoltarci? Se ti piacerà, l’accetterai; altrimenti allontaneremo da te ciò che non ti piace».

Sa’d disse: «Hai parlato con equità». Poi conficcò la sua arma nel terreno e si sedette. Hazrat Mus’ab gli presentò l’Islam e gli recitò il Corano. Hazrat As’ad e Hazrat Mus’ab raccontano: «Prima ancora che parlasse, comprendemmo, vedendo la serenità e la mansuetudine sul suo volto, che l’Islam lo aveva colpito». Dopo aver ascoltato ogni cosa, Sa’d disse: «Che cosa fate per entrare in questa religione?». Gli dissero ciò che avevano detto a Usaid. Egli allora si purificò, pronunciò la professione di fede, compì due rak’a di preghiera, riprese la sua arma e si diresse verso il luogo di riunione, o assemblea, della sua tribù.

Quando Hazrat Sa’d (che Allah sia soddisfatto di lui) raggiunse la sua gente, essi esclamarono: «Questo non è il volto con cui Sa’d era partito da qui». Egli si avvicinò loro e disse: «O membri dei Banu Abd al-Ashhal! Che cosa sapete di me tra voi?». Tutti risposero: «Tu sei il nostro capo. Tra noi sei colui che mostra maggiore benevolenza e compassione verso i parenti; colui che esprime le opinioni più corrette; il più assennato ed esperto tra noi». Udite queste parole, Sa’d disse: «Finché non avrete creduto in Allah e nel Suo Messaggero, mi è proibito parlare con i vostri uomini e le vostre donne». Prima di sera, tutti gli uomini e tutte le donne dei Banu Abd al-Ashhal abbracciarono l’Islam. Soltanto un uomo, Amr bin Thabit, rimase non musulmano. Egli credette durante la battaglia di Uhud e fu martirizzato prima di avere l’occasione di compiere una prosternazione. Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: «Egli è tra gli abitanti del Paradiso». Va ricordato che tra i Banu Abd al-Ashhal non vi era neppure un ipocrita. Ibn Sa’d, citando al-Waqidi, riferisce che, dopo essere diventati musulmani, Hazrat Sa’d bin Mu’adh (che Allah sia soddisfatto di lui) e Usaid bin Hudayr (che Allah sia soddisfatto di lui) andavano in giro a frantumare gli idoli dei Banu Abd al-Ashhal.

Ibn Ishaq dice che Hazrat Mus’ab continuò incessantemente a predicare a Medina. Alla fine non vi era quartiere degli Ansar in cui non si trovassero uomini e donne musulmani. Soltanto tre o quattro famiglie non abbracciarono l’Islam fino alla battaglia del Fossato.

L’istituzione della preghiera del venerdì a Medina

Hazrat Ka’b bin Malik (che Allah sia soddisfatto di lui) e Ibn Sirin (che Allah abbia misericordia di lui) riferiscono che, prima che fosse impartito il comando relativo alla preghiera del venerdì, gli Ansar di Medina decisero concordemente di compiere una preghiera collettiva un giorno alla settimana. A questo scopo scelsero il venerdì, escludendo il sabato degli ebrei e la domenica dei cristiani (nell’epoca dell’ignoranza esso era chiamato «Yawm Aruba»). La prima preghiera del venerdì fu guidata da Hazrat As’ad bin Zurara (che Allah sia soddisfatto di lui) nella zona di Bayada, alla quale parteciparono quaranta persone (Musnad Ahmad, Abu Dawud, Ibn Majah, Ibn Hibban, Abd bin Hamid, Abd al-Razzaq, al-Bayhaqi, Ibn Hisham).

Al-Daraqutni cita la narrazione di Abdullah ibn Abbas (ra) e riferisce che, quando a Mecca fu prescritto il ṣalāt del venerdì, il Messaggero di Allah (s) inviò a Mus’ab ibn Umayr (ra), a Medina, istruzioni scritte affinché, dopo il passaggio del mezzogiorno, guidasse la preghiera di due rakʿat. Il motivo per cui fu ordinato di istituire la preghiera del venerdì a Medina era che, in quel periodo, non era possibile celebrarla a Mecca.

L’ultimo patto di al-ʿAqaba

Nel tredicesimo anno della profezia (622 d.C., giugno-luglio), fino al momento del pellegrinaggio del mese di Dhu al-Hijja, l’Islam si era notevolmente diffuso a Medina. L’Imam Ahmad e al-Tabarani citano la narrazione di Jabir ibn Abdullah al-Ansari (ra) e riferiscono: «Per dieci anni il Messaggero di Allah (s) continuò a recarsi alle fiere di Ukaz e Majanna e, durante il pellegrinaggio, da un accampamento all’altro delle varie tribù. In quei luoghi diceva: “Chi mi darà rifugio presso di sé e chi potrà aiutarmi affinché io trasmetta il messaggio del mio Signore, e in cambio egli ottenga il Paradiso?”. Ma nessuno si preparò ad aiutarlo. Anzi, se qualcuno dello Yemen o di Mudar partiva per recarsi a Mecca, la sua gente o i suoi parenti gli dicevano: “Stai un po’ lontano da quel giovane dei Quraysh, affinché non ti faccia cadere nella sedizione”».

«Quando il Profeta (s) passava accanto ai loro accampamenti, gli facevano cenno con le dita. Alla fine Allah ci inviò da Yathrib presso il Messaggero di Allah (s), e noi lo riconoscemmo come veritiero. Poi la situazione divenne tale che un uomo usciva di casa, abbracciava la fede e recitava il Corano; quando tornava a casa, anche la sua famiglia diventava musulmana. Così, nei quartieri degli Ansar, non vi era alcun quartiere nel quale non si trovasse un gruppo di musulmani e nel quale essi non proclamassero pubblicamente l’Islam. Un giorno ci riunimmo tutti insieme e cominciammo a dirci l’un l’altro: “Per quanto tempo ancora lasceremo il Messaggero di Allah (s) in questa condizione, mentre va errando tra i monti di Mecca, viene respinto ovunque e non trova da nessuna parte protezione né sicurezza?”. Poi andammo al pellegrinaggio in settanta e decidemmo di incontrarlo ad al-ʿAqaba (inseriremo più avanti il resto di questo hadith).» (In realtà si usa il termine ****, plurale di ****. Gli insediamenti degli abitanti di Medina erano di questo tipo: ogni tribù aveva abitazioni separate, nelle quali si trovavano insieme alloggi, campi e vigne. A quel tempo a Medina se ne contavano nove. Ogni insediamento era stabile e confinava con quelli delle altre tribù. Per questo, in riferimento a tali abitazioni, abbiamo usato il termine “quartiere”. — L’Autore.)

L’Imam Ahmad, al-Tabarani, Ibn Jarir al-Tabari e Ibn Hisham, citando Muhammad ibn Ishaq, riportano la narrazione di Ka’b ibn Malik (ra): partimmo per il pellegrinaggio insieme ai politeisti della nostra gente. (Al-Hakim e Ibn Sa’d riferiscono che quell’anno cinquecento uomini di Aws e Khazraj partirono per il pellegrinaggio. — L’Autore.) Con noi c’era anche il nostro capo e anziano, al-Bara ibn Ma’rur. Durante il viaggio disse: “Ho un’opinione. Non so se sarete d’accordo o in disaccordo con essa”. Chiedemmo: “Quale?”. Rispose: “La mia opinione è che pregherò rivolto verso la Kaʿba, anziché darle le spalle”. Dicemmo: “Abbiamo appreso dal Messaggero di Allah (s) che egli prega rivolto verso la Siria, cioè verso Bayt al-Maqdis. Non pregheremo secondo il tuo modo”. Egli però continuò a pregare rivolto verso la Kaʿba, mentre noi continuavamo a rimproverarlo. Quando arrivammo a Mecca, mi disse: “Nipote, andiamo a incontrare il Messaggero di Allah (s). Poi gli chiederemo riguardo a ciò che ho fatto, poiché la vostra opposizione ha fatto nascere in me un dubbio”. Non avevamo mai visto il Profeta (s), né lo conoscevamo. Perciò chiedemmo a un abitante di Mecca dove trovarlo. Egli disse: “Conosci suo zio Abbas?”. Rispondemmo: “Sì”, perché veniva da noi per motivi commerciali. Disse: “Recatevi al Santuario: lo vedrete seduto con Abbas”.

Quando arrivammo là, lo salutammo. Egli chiese ad Abbas (ra): “Conosci questi due uomini?”. Rispose: “Sì: questo è al-Bara ibn Ma’rur e questo è Ka’b ibn Malik”. Non dimenticherò mai che, dopo aver sentito il mio nome, il Profeta (s) disse: “Ka’b?”. Abbas (ra) rispose: “Sì”. Poi al-Bara gli chiese della questione che lo riguardava. In seguito, secondo le istruzioni del Profeta (s), cominciò a pregare rivolto verso la stessa qibla verso la quale pregava il Profeta (s). Poi il Profeta (s) ci disse di incontrarlo di notte ad al-ʿAqaba, nei giorni di Ayyam al-Tashriq. (Ayyam al-Tashriq sono i giorni durante i quali, dopo il pellegrinaggio, la gente soggiorna a Mina. — L’Autore.) Quella notte ci coricammo nei nostri accampamenti. Dopo che era trascorso un terzo della notte, partimmo in silenzio per incontrarlo, poiché volevamo tenere la cosa nascosta ai politeisti della nostra gente. Con noi, però, c’era Abu Jabir, Abdullah ibn Amr ibn Haram, uno dei nostri capi e degli uomini più nobili. Egli seguiva ancora la religione dei suoi antenati. Lo prendemmo con noi e gli dicemmo: “Tu sei uno dei nostri capi e degli uomini più nobili. Non vogliamo che tu divenga combustibile dell’Inferno”. Poi gli presentammo l’Islam e gli dicemmo che stavamo andando a incontrare il Profeta (s) ad al-ʿAqaba. Egli abbracciò immediatamente l’Islam e partecipò con noi al patto di al-ʿAqaba. Eravamo allora complessivamente settantatré uomini, insieme a due donne. Una era Nusayba, o Nusayba bint Ka’b, Umm ʿUmara, della tribù dei Banu Najjar. (Questa donna partecipò alla battaglia contro Musaylima il Bugiardo insieme a suo figlio Abdullah e combatté personalmente. Fu ferita in dodici punti del corpo e perse una mano. In precedenza, suo figlio Habib era stato fatto a pezzi e ucciso da Musaylima. Questi gli chiedeva: “Testimoni di essere il messaggero di Muhammad (s)?”. Habib (ra) rispondeva: “Sì”. Quando gli chiedeva: “Testimoni di essere il mio messaggero?”, egli rispondeva: “Non voglio sentire nulla”. Allora Musaylima gli tagliava una parte del corpo. Dopo ogni risposta gli tagliava un altro membro. In questo modo quel tiranno lo fece a pezzi e lo uccise. Ma egli non riconobbe mai come veritiero quel falso profeta. Ibn Hisham, vol. II, pp. 108-109. — L’Autore.) L’altra era Asma bint Amr, Umm Mani, dei Banu Salima.

Jabir (ra) ha indicato in settanta il numero dei partecipanti a questo patto, senza menzionare le donne. Questa è anche la versione che Ahmad e al-Bayhaqi riportano da Amir al-Sha’bi. Ka’b ibn Malik (ra), invece, ha menzionato settantadue uomini e due donne, indicandone chiaramente anche i nomi. Ibn Ishaq ha fornito inoltre il particolare che, dei settantatré uomini, undici erano degli Aws e sessantadue dei Khazraj. Con loro c’erano due donne. Una era Nusayba bint Ka’b, insieme a suo marito Zayd ibn Asim (ra) e ai suoi due figli Habib (ra) e Ubaydullah (ra). La seconda donna era Asma bint Amr. La ragione della divergenza tra queste narrazioni è probabilmente che gli Arabi, nella maggior parte dei casi, indicano i numeri omettendo le frazioni. Se la maggioranza del gruppo è composta da uomini, ritengono sufficiente menzionarli. Quando vi sono una o due donne, le tralasciano.

Ibn Saʿd, citando al-Waqidi, riferisce la narrazione di Uwaym ibn Saʿida: quando giungemmo alla Mecca, Saʿd ibn Khaythama, Maʿan ibn ʿAdi e ʿAbdullah ibn Zubayr mi dissero: «Vieni, andiamo a incontrare il Messaggero di Allah e a salutarlo, perché abbiamo creduto in lui, ma finora non lo abbiamo mai visto». Partimmo dunque. Ci era stato detto che egli alloggiava nella casa di al-ʿAbbas ibn ʿAbd al-Muttalib. Arrivati là, lo salutammo e gli chiedemmo: «Dove avverrà il vostro incontro con la nostra delegazione, cioè con noi giunti da Medina?». Hazrat ʿAbbas disse: «Tra voi vi sono anche alcuni appartenenti alla vostra gente che vi sono ostili. Perciò mantenete segreta la vostra faccenda fino alla partenza dei pellegrini». Il Messaggero di Allah aveva indicato per l’incontro quella notte, la cui mattina è chiamata “Yawm al-Nafar al-Akhir” *****************, cioè l’ultimo giorno in cui i pellegrini partono da Mina. Stabilì che il luogo fosse la parte alta di al-ʿAqaba. [Ibn Saʿd dice: questo è il luogo in cui oggi sorge una moschea. (Tabaqat di Ibn Saʿd, edizione stampata a Beirut nel 1957 d.C., vol. I, p. 221). Ibn Saʿd nacque nel 168 dell’Egira e morì nel 230. Ciò significa che questa moschea esisteva già nel II secolo dell’Egira. La moschea esisteva ancora quando Muhammad Husayn Haykal visitò l’Hijaz nel 1936. Egli ne parla a p. 111 della sua opera “Fi Manzil al-Wahy”, nella sezione dedicata alla moschea di al-ʿAqaba. Purtroppo, oggi non se ne trova più alcuna traccia né indicazione del luogo, dice l’autore.] Fu dato l’ordine di non svegliare chi dormiva e di non aspettare chi non fosse ancora arrivato.

Tutte le narrazioni riguardanti il Giuramento di al-ʿAqaba concordano sul fatto che, quando quelle persone giunsero di notte, a due o a quattro per volta, nel luogo stabilito, riponevano la loro fiducia in lui, sebbene a quel tempo egli fosse ancora pubblicamente non musulmano. [Ibn Saʿd cita la narrazione di Abu Rafiʿ, schiavo del Messaggero di Allah. Egli dice: «Quando ero ancora schiavo di Hazrat ʿAbbas, l’Islam entrò nella nostra casa. Hazrat ʿAbbas, sua moglie Umm al-Fadl e io diventammo musulmani. Tuttavia Hazrat ʿAbbas mantenne segreta la sua conversione all’Islam. Dopo la battaglia di Badr, mentre nelle case dei miscredenti si piangeva, nella nostra casa si celebrava la gioia», dice l’autore.] Per questo egli era venuto in quel luogo delicato: affinché, prima che il Profeta partisse per Medina, ogni aspetto dell’accordo potesse essere definito e consolidato.

Nelle narrazioni dell’Imam Ahmad, di al-Bayhaqi e di ʿAmir al-Shaʿbi si legge che, quando tutti si furono riuniti, il Profeta disse: «Chi desidera parlare, lo faccia brevemente; non prolunghi il discorso, perché le spie dei politeisti vi stanno cercando».

Hazrat Kaʿb ibn Malik, una parte della cui narrazione abbiamo già citato sopra riportandola da Imam Ahmad, Ibn Jarir, al-Tabari e Ibn Hisham, nel riferire gli avvenimenti successivi dice che fu Hazrat ʿAbbas a prendere per primo la parola. Disse: «O gente dei Khazraj [a quel tempo l’insieme degli Aws e dei Khazraj veniva chiamato Khazraj, dice l’autore], voi conoscete la posizione che Muhammad occupa qui presso di noi. Contro coloro che, riguardo a lui, condividono la posizione della nostra gente (cioè coloro che non hanno abbracciato l’Islam), noi, i Banu Hashim e i Banu al-Muttalib, lo abbiamo sostenuto e protetto. Per questo egli gode di una posizione salda tra la sua gente e si trova in un luogo sicuro della città. Tuttavia non è disposto ad accettare altro se non di recarsi presso di voi. Se dunque ritenete di mantenere la promessa e l’impegno in virtù dei quali lo state invitando e di proteggerlo contro i suoi oppositori, allora assumetevi il compito che state accettando. Ma se, dopo che sarà uscito da qui e si sarà unito a voi, temete, in qualsiasi circostanza, di essere costretti ad abbandonare la sua compagnia e a consegnarlo ai suoi nemici, sarà meglio lasciarlo già da ora. Egli infatti gode di una posizione eminente tra la sua gente e risiede in un luogo sicuro della città».

«Abbiamo detto: “Abbiamo ascoltato le vostre parole. Ora, o Messaggero di Allah, parlate e prendete da noi la promessa e l’impegno che desiderate”».

Poi il Profeta, nel suo discorso, recitò il Corano, invitò ad Allah, esortò all’Islam e quindi disse: «Prendo da voi il giuramento che mi sosterrete e mi proteggerete esattamente come proteggete voi stessi e i vostri figli».

Bara ibn Maʿrur prese la mano del Profeta tra le proprie e disse: «Sì, per il Dio che ti ha inviato con la verità, ti proteggeremo da tutto ciò da cui proteggiamo noi stessi e i nostri figli. Dunque, o Messaggero di Allah, accetta da noi il giuramento. Siamo uomini provati nella guerra; abbiamo ereditato queste qualità dai nostri padri e dai nostri antenati».

Abu al-Haytham ibn al-Tayyihan [alcuni ne riportano la pronuncia “al-Tayyahan”, altri “al-Tihhan”, dice l’autore] intervenne dal mezzo della folla e disse: «O Messaggero di Allah, tra noi e gli altri (gli Ebrei) esistono rapporti di amicizia che tu spezzerai. Fa’ che poi non accada che, quando Allah ti concederà la vittoria, tu ci abbandoni e ritorni dalla tua gente». Il Profeta sorrise e disse: «No, no. Piuttosto, ora il sangue con il sangue e la tomba con la tomba. In altre parole, la mia morte e la mia vita saranno con voi. Io sono dei vostri e voi siete dei miei. Combatterò coloro contro i quali combattete voi, e sarò in pace con coloro con i quali voi siete in pace».

Nella narrazione di Ǧābir ibn ʿAbd Allāh al-Anṣārī (ra), che abbiamo già riportato dal Musnad di Aḥmad e da al-Ṭabarānī, egli prosegue dicendo: «Quando ad al-ʿAqaba ci riunimmo tutti, chiedemmo: “O Messaggero di Allah! Su che cosa dobbiamo prestare a te la bayʿa?”. Il Profeta (s) disse: “Sul fatto che obbedirete agli ordini e sarete sottomessi in ogni condizione, piacevole o spiacevole. Spenderete le vostre ricchezze in ogni situazione, nella prosperità come nella difficoltà; ordinerete il bene e proibirete il male. Direte la verità riguardo ad Allah e non temerete il biasimo di alcun biasimatore. Presterete inoltre la bayʿa sulla promessa che, quando verrò da voi, ciascuno di voi mi proteggerà da ciò da cui protegge la propria vita e i propri figli. In cambio, per voi vi sarà il Paradiso”. A queste parole ci alzammo e ci dirigemmo verso di lui. Il più giovane del gruppo, Asʿad ibn Zurāra (nella narrazione di al-Bayhaqī: “il più giovane di tutti, eccetto me”), prese la sua mano tra le proprie e disse: “O abitanti di Yathrib, fermatevi! Non siamo venuti da lui, correndo sui nostri cammelli, per altro scopo se non perché sappiamo che egli è il Messaggero di Allah. Oggi portarlo via da qui e condurlo con noi significa acquistare l’inimicizia di tutta l’Arabia. In conseguenza di ciò, i vostri giovani saranno uccisi e le vostre spade si tingeranno del vostro stesso sangue. Se dunque avete la forza di sopportare tutto questo, stringete la sua mano. La vostra ricompensa è presso Allah. Ma se temete per la vostra vita, abbandonate fin d’ora questo proposito e presentate chiaramente la vostra giustificazione; in questo momento, infatti, una scusa o un’obiezione sarà più accettabile presso Allah”. Allora tutti esclamarono: “Asʿad, allontanati dalla nostra strada! Per Allah, non rinunceremo mai a questa bayʿa e non ritireremo la mano da lui”. Dopodiché tutti prestarono la bayʿa. Anche al-Ḥākim, al-Bazzār e al-Bayhaqī hanno riportato questa narrazione.»

Ibn Ǧarīr al-Ṭabarī riporta, attraverso Ibn Hišām e ʿĀṣim ibn ʿUmar ibn Qatāda, la narrazione di Muḥammad ibn Isḥāq, secondo cui, al momento della bayʿa, ʿAbbās ibn ʿUbāda ibn Naḍla al-Anṣārī disse: «O gente dei Khazraj, sapete bene che cosa state facendo». Rafforzando le sue parole, ʿAbbās disse: «State prestando la bayʿa per combattere contro tutti, bianchi e neri; in altre parole, con questa bayʿa state chiamando a combattere il mondo intero. Se pensate che, quando temerete per la distruzione delle vostre ricchezze e dei vostri nobili, consegnerete quest’uomo nelle mani dei suoi nemici, allora è meglio abbandonarlo oggi stesso. Per Allah, ciò sarebbe causa di umiliazione in questo mondo e nell’Aldilà. Ma se pensate che, nonostante il timore per le vostre ricchezze e per la distruzione dei vostri nobili, manterrete integralmente la promessa con la quale invitate quest’uomo presso di voi, allora prendete la sua mano. Per Allah, questo sarà certamente un bene per questo mondo e per l’Aldilà». Tutti i presenti, di comune accordo, dissero: «Siamo pronti a mettere in pericolo le nostre ricchezze e i nostri nobili insieme a lui». Poi chiesero: «O Messaggero di Allah! Se manterremo la nostra promessa, quale sarà la nostra ricompensa?»

Egli rispose: «Il Paradiso».

Ibn Saʿd riporta, tramite al-Wāqidī, la narrazione di Muʿādh ibn Rifāʿa ibn Rāfiʿ, secondo cui, quando tutti si furono riuniti nel luogo di al-ʿAqaba, ʿAbbās ibn ʿAbd al-Muṭṭalib, lo zio del Profeta (s), iniziò così il suo discorso: «O gente dei Khazraj! Avete invitato Muḥammad (s) a venire da voi. La situazione è questa: Muḥammad (s) gode della posizione più salda e più onorevole tra la sua famiglia e i suoi parenti. Tra noi, sia coloro che hanno accettato la sua religione sia coloro che non l’hanno accettata, lo proteggono tutti in virtù dei legami di parentela. Ma Muḥammad (s) desidera lasciare tutti e recarsi proprio da voi. Riflettete dunque attentamente sulla situazione e decidete dopo aver ponderato bene. Consultatevi tra voi e prendete una decisione unanime. La parola migliore, infatti, è quella vera».

Poi ʿAbbās chiese: «Ditemi, dunque, come combattete contro il nemico?». Tutti rimasero in silenzio. A rispondere fu ʿAbd Allāh ibn ʿAmr ibn Ḥarām, che aveva abbracciato l’Islam poco prima della bayʿa di al-ʿAqaba. Disse: «Per Allah, siamo gente di guerra. La guerra è diventata parte della nostra natura e vi siamo abituati. L’abbiamo ereditata dai nostri padri e dai nostri nonni. Per prima cosa combattiamo con gli archi; quando le frecce sono finite, combattiamo con le lance. Quando anche queste sono esaurite, iniziamo il combattimento con le spade e affrontiamo il nemico con esse. Poi, colui al quale giunge per primo la morte la accoglie».

ʿAbbās disse: «In verità, siete gente di guerrieri». Allora al-Barāʾ ibn Maʿrūr disse: «Abbiamo ascoltato le vostre parole. Per Allah, se avessimo avuto in mente qualcosa di diverso, lo avremmo detto chiaramente. Noi desideriamo mantenere sinceramente la promessa fatta al Messaggero di Allah (s) e dare la vita per lui».

In un’altra narrazione, al-Wāqidī riporta queste parole del discorso di al-Barāʾ ibn Maʿrūr: «Disponiamo di abbondanti equipaggiamenti e di grande capacità di combattimento. Già quando adoravamo gli idoli di pietra ci trovavamo in questa condizione; quanto più lo siamo ora, dopo che Allah ci ha mostrato quella verità della quale gli altri sono all’oscuro e ci ha aiutati per mezzo di Muḥammad (s)». (Aggiunta dell’autore.)

L’importanza della bayʿa di al-ʿAqaba

Questo è un evento rivoluzionario nella storia dell’Islam, che Dio ha fatto accadere per Sua misericordia e di cui il Profeta Muhammad (s) ha colto l’opportunità. Gli abitanti di Yathrib invitavano il Profeta (s) nella loro città non semplicemente come un uomo in cerca di rifugio, bensì come rappresentante di Dio e loro guida e governante. Il loro invito ai seguaci dell’Islam non mirava a far sì che egli trovasse soltanto un luogo in cui stabilirsi, in una terra sconosciuta, come semplice muhājir; mirava invece a far sì che tutti i musulmani dispersi nelle diverse tribù e regioni dell’Arabia giungessero a Yathrib, vi si riunissero insieme ai musulmani yathribiti e costituissero una società islamica ordinata. In tal modo Yathrib si presentò di fatto come la «Madīnat al-Islām» (la città dell’Islam), e il Profeta (s), accettandola, istituì in Arabia il primo Dār al-Islām. Gli abitanti di Medina non ignoravano il significato di questa iniziativa. Il suo significato chiaro era che una piccola città si esponeva al boicottaggio militare, economico e culturale dell’intero Paese. In realtà, in quella riunione della notte del Patto di al-ʿAqaba, questi primi sostenitori dell’Islam (gli Anṣār) avevano posto le loro mani in quella del Profeta (s) pienamente consapevoli di tale conseguenza. Tutto ciò era emerso chiaramente dalle loro parole. (Tafhīm al-Qurʾān, vol. II, introduzione alla sūra al-Anfāl.)

L’impulso degli Anṣār a sacrificare la vita

Pur conoscendo bene il pericolo cui andavano incontro, gli Anṣār di Medina non solo non si lasciarono turbare dal giuramento di fedeltà prestato al Messaggero di Dio (s), ma ne erano orgogliosi; e il loro impulso a precedersi l’un l’altro su questa via era così grande che tra loro si discuteva su chi avesse avuto l’onore di porre per primo la propria mano in quella del Profeta (s) al momento del giuramento. Ibn Isḥāq riferisce che i Banū Najjār sostenevano che il primo a prestare giuramento fosse stato Asʿad ibn Zurāra (ra). I Banū ʿAbd al-Ashhal sostenevano invece che tale onore fosse toccato ad Abū al-Haytham ibn al-Tayyihān. Ibn Kathīr scrive nell’Usd al-Ghāba che i Banū Salama dicevano che il primo a prestare giuramento fosse stato Kaʿb ibn Mālik (ra). Ibn Saʿd, citando al-Wāqidī, riferisce che tra gli Aws e i Khazraj cominciò una gara d’orgoglio, per stabilire se il primo a prestare giuramento fosse stato un uomo degli Aws o dei Khazraj. Alla fine la gente disse che nessuno conosceva la questione meglio di ʿAbbās ibn ʿAbd al-Muṭṭalib, poiché in quel momento si trovava con il Messaggero (s). Quando gli fu chiesto, egli rispose: «Il primo a porre la mano in quella del Messaggero (s) fu Asʿad ibn Zurāra, poi Barāʾ ibn Maʿrūr e quindi Usayd ibn Ḥuḍayr».

Nomina dei naqīb

Alla fine della narrazione di Kaʿb ibn Mālik (ra), che abbiamo citato in precedenza, egli riferisce che, dopo il giuramento di fedeltà, il Messaggero di Dio (s) ci disse: «Scegliete tra voi dodici naqīb e presentatemeli, affinché siano responsabili delle rispettive tribù». Nella Ṭabaqāt di Ibn Saʿd si trova una narrazione di Ibn Isḥāq secondo cui il Profeta (s) disse che essi sarebbero stati i garanti delle rispettive comunità, proprio come gli apostoli di Gesù (a), figlio di Maria, erano stati garanti. Nella Ṭabaqāt di Ibn Saʿd si trova inoltre, citata da al-Wāqidī, un’altra narrazione secondo cui Mosè (a) aveva scelto dodici naqīb tra i Figli d’Israele. In conformità con questa indicazione del Messaggero (s), furono proposti complessivamente dodici uomini: nove dei Khazraj e tre degli Aws. Secondo la narrazione di Ibn Isḥāq, l’elenco è il seguente:

Tra i Khazraj:

1. Asʿad ibn Zurāra (ra). Il Messaggero (s) lo nominò capo dei naqīb (naqīb al-nuqabāʾ).

2. Saʿd ibn al-Rabīʿ (ra). Nell’epoca dell’Ignoranza era uno degli abitanti istruiti di Medina.

3. Abdullah bin Rawaha (r.a.). Era chiamato «Kamil».

4. Rafi bin Malik (r.a.). Nell’epoca della Jahiliyya era chiamato «Kamil».

5. Bara bin Ma’rur (r.a.). Morì poco prima dell’Egira. Il Profeta (s.a.s.) celebrò la preghiera funebre sulla sua tomba.

6. Abdullah bin Amr bin Haram (r.a.). Abbracciò la fede nella notte del Patto di Aqaba.

7. Ubada bin Samit (r.a.).

8. Sa’d bin Amr (r.a.). Anche lui sapeva leggere e scrivere.

Tra gli Aws—

1. Usaid bin Hudair (r.a.). Era chiamato «Kamil».

2. Rifa’a ibn Abd al-Mundhir (che Allah sia soddisfatto di lui). (Ibn Ishaq riferisce che gli studiosi, al suo posto, hanno indicato Abu al-Haytham ibn al-Tayyihan).

Poi il Profeta (s) disse: «Tornate ciascuno al proprio alloggio».

La prima reazione dei Quraysh alla notizia del giuramento di fedeltà

L’imam Ahmad, Ibn Jarir al-Tabari e Ibn Hisham riportano, citando Muhammad ibn Ishaq, la narrazione di Ka’b ibn Malik (che Allah sia soddisfatto di lui); una narrazione analoga è riportata da al-Waqidi con diverse catene di trasmissione ed è stata inserita da Ibn Sa’d nel Tabaqat. Il fatto è questo: la stessa notte in cui ad al-‘Aqaba ebbe luogo il giuramento di fedeltà, la notizia giunse agli orecchi dei Quraysh e al mattino i loro capi arrivarono all’accampamento degli abitanti di Medina a Mina. Dissero: «O gente dei Khazraj, ci è giunta la notizia che vi siete incontrati con quest’uomo nostro — Muhammad (s) —. Volete portarlo via da noi e avete giurato fedeltà a lui per combattere contro di noi. Per Dio! Fra tutti i popoli arabi, non ce n’è alcuno con cui ci dispiacerebbe combattere più di voi».

In risposta, i politeisti tra gli abitanti di Medina si alzarono e giurarono dicendo: «Non è accaduto nulla del genere; non ne sappiamo niente».

Era la verità. Infatti non sapevano davvero nulla della questione. Tuttavia, i musulmani si guardavano l’un l’altro. Poi andarono dal capo dei Quraysh, Abd Allah ibn Ubayy, e gli chiesero informazioni al riguardo. Egli disse: «È una faccenda così importante che la mia gente non avrebbe potuto compierla senza di me. Non so che una cosa simile sia accaduta».

I Quraysh non furono soddisfatti di queste risposte. Continuarono a indagare segretamente. Poi si convinsero che l’evento era realmente accaduto. Quando coloro che avevano prestato il giuramento di fedeltà stavano tornando a Medina, i Quraysh li inseguirono. Nei pressi della periferia della Mecca, in un luogo chiamato Adhakhir, catturarono Sa’d ibn Ubadah (che Allah sia soddisfatto di lui) e Mundhir ibn Amr (che Allah sia soddisfatto di lui). Mundhir riuscì a sfuggire loro. Sa’d ibn Ubadah, invece, fu catturato: gli legarono le mani al collo e lo condussero alla Mecca picchiandolo.

Sa’d (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: «Quando a Mecca mi stavano trattando in quel modo, mi si avvicinò un giovane dalla carnagione chiara e di corporatura robusta (era Suhayl ibn Amr). Pensai: “Se qualcuno di loro possiede un briciolo di bene, dev’essere lui”. Ma, avvicinatosi a me, mi sferrò un pugno molto forte. Pensai tra me e me: “In lui non c’è alcun bene”. Mentre mi trascinavano via, un uomo mi disse (era Abu al-Bakhtari Hisham): “O servo di Dio, non hai forse con qualcuno dei Quraysh alcun patto o rapporto di protezione?”. Risposi: “Nel mio territorio concedo protezione alle carovane commerciali di Jubayr ibn Mut’im e di al-Harith ibn Umayya ibn Abd Shams”. (Ibn Sa’d, al posto di Jubayr, menziona suo padre, Mut’im ibn Adi). Egli disse: “Allora invoca la sua protezione e digli quale rapporto hai con lui”. E così feci. Allora egli si mise alla ricerca dei due uomini. Li trovò poi nel Sacro Recinto della Ka’ba e disse loro: “Nella valle di Muhassab, tra la Mecca e Mina, stanno picchiando un uomo dei Khazraj, il quale invoca i nomi di voi due. Dice che tra lui e voi esiste un rapporto di protezione”. Essi chiesero: “Chi è quell’uomo?”. Egli rispose: “Sa’d ibn Ubadah”. Udito ciò, entrambi dissero: “Per Dio, dice la verità. Egli concedeva protezione ai nostri mercanti e non permetteva che alcuno li opprimesse”. Vennero e salvarono Ubadah dalle mani degli oppressori».

Wāqidī racconta che, quando gli Anṣār seppero della scomparsa di Saʿd, si diressero verso Mecca per cercarlo. Tuttavia, lungo la strada videro Saʿd che faceva ritorno.

La predicazione dell’Islam a Medina dopo il giuramento di fedeltà

Dopo il ritorno a Medina, gli Anṣār iniziarono a predicare l’Islam con grande sollecitudine e si dedicarono, con fervore religioso, alla distruzione degli idoli. Ibn Saʿd fornisce una descrizione dettagliata: Abū ʿAbs ibn Jabr e Abū Burda ibn Niyār distruggevano gli idoli dei Banū al-Ḥāritha; ʿUmāra ibn Ḥazm, Asʿad ibn Zurāra, ʿAwf ibn ʿAfrā, Ṣālit ibn Qays e Abū Ṣirām quelli dei Banū Najjār; Ziyād ibn Labīd e Farwa ibn ʿAmr quelli dei Banū Bayāḍa; Saʿd ibn ʿUbāda, Mundhir ibn ʿAmr e Abū Dujāma quelli dei Banū Sāʿida; Muʿādh ibn Jabal, Thaʿlaba ibn Ghanāma e ʿAbd Allāh ibn ʿUnays quelli dei Banū Sālima. Da ciò si può comprendere che, a quel tempo, i musulmani avevano esercitato sui politeisti di Medina un’influenza tale che questi non poterono opporsi alla distruzione degli idoli.

A questo proposito Ibn Hishām narra un episodio curioso. Tra i capi degli abitanti di Medina, ʿAmr ibn Jamūḥ, capo dei Banū Sālima, rimaneva fermo nel politeismo. Suo figlio Muʿādh ibn ʿAmr, invece, era diventato musulmano ed era tornato dopo aver prestato il giuramento di fedeltà ad al-ʿAqaba. Nella sua casa custodiva con grande rispetto un idolo di legno chiamato Manāt. Di norma, i capi dei politeisti tenevano nelle loro case idoli di questo genere. I giovani della tribù dei Banū Sālima, insieme al figlio stesso di ʿAmr ibn Jamūḥ, divennero musulmani. Anche i giovani della tribù dei Banū Sāmu, insieme al figlio stesso di ʿAmr ibn Jamūḥ, divennero musulmani. Durante la notte entravano nel santuario degli idoli, rovesciavano quell’idolo e lo gettavano in una fossa dove la gente del luogo scaricava immondizia e rifiuti. Al mattino, quando ʿAmr non trovava il suo idolo, lo cercava dappertutto tra clamori e schiamazzi. Poi lo tirava fuori dalla fossa, lo lavava, lo puliva, lo profumava e lo rimetteva al suo posto. Quindi diceva: «Se riuscissi a trovare colui che ti ha fatto questo, lo umilierei per bene». Questo genere di scherzo andò avanti per alcuni giorni. Un giorno sollevò il suo idolo dalla fossa e gli appese una spada al collo. Poi disse: «Non so chi ti faccia questo. Ora, se hai qualche potere, difenditi con questa spada».

Durante la notte, il gruppo di giovani tolse la spada dal collo dell’idolo, vi legò un cane morto e lo gettò insieme a esso in un pozzo dei Banū Sālima. Al mattino, mentre lo cercava, lo trovò dentro quel pozzo: giaceva rovesciato nell’immondizia, insieme a un cane morto. Allora i musulmani della sua gente, dopo averlo esortato a lungo, gli aprirono gli occhi; quindi egli abbracciò sinceramente l’Islam. (Aggiunta dell’autore.)

Tredicesimo capitolo

L’egira a Medina

Il primo Muhājir

Ibn Jarir e Ibn Hisham riferiscono che non si era ancora creato a Medina un clima generale per l’emigrazione; si era svolto soltanto il secondo giuramento di al-‘Aqaba (nel dodicesimo anno della missione profetica, nel mese di Dhu al-Hijja). In quel periodo, Hazrat Abu Salama (che Allah sia compiaciuto di lui), fratello di latte del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e figlio di Barra bint ‘Abd al-Muttalib, sua zia paterna, decise di emigrare a Medina. Dopo essere emigrato in Abissinia ed essere tornato nuovamente alla Mecca, era infatti diventato esasperato dalle persecuzioni e dai maltrattamenti degli infedeli meccani e persino della sua stessa tribù, i Banu Makhzum. Tuttavia, gli oppressori non gli permisero di partire in condizioni sicure per l’emigrazione.

La dolorosa vicenda di Umm Salama

Ibn Hisham cita, riportandola da Muhammad ibn Ishaq, questa testimonianza della stessa Umm Salama: «Quando mio marito partì con l’intenzione di emigrare a Medina, anch’io uscii con lui, tenendo in braccio nostro figlio Salama. Egli fece salire me e il bambino sul cammello e si mise in cammino tenendo in mano la cavezza dell’animale. I miei parenti dalla parte dei miei genitori (i Banu Mughira), vedendolo partire, gli sbarrarono la strada e dissero: “Tu sei ormai sfuggito al nostro controllo e puoi andare dove vuoi. Ma non possiamo permetterti di trascinare qua e là, come una persona indifesa, questo nostro bambino”. Poi gli strapparono di mano la cavezza del cammello e mi portarono indietro. D’altra parte, i parenti di Abu Salama (i Banu ‘Abd al-Asad) si infuriarono, vennero avanti e dissero: “Se avete strappato il bambino al nostro uomo, perché dovremmo lasciare che il nostro figlio Salama vada con voi?”. Detto ciò, mi strapparono con la forza il bambino. Nella lotta e nel violento tirare da una parte e dall’altra, il braccio del bambino si slogò o si separò dall’articolazione (al-Baladhuri dice che il braccio rimase in quella condizione fino alla morte del bambino). La situazione divenne allora questa: loro portarono via il bambino, mentre i Banu Mughira mi condussero presso di loro e mi tennero prigioniera. Il povero Abu Salama partì da solo per Medina. Per quasi un anno rimasi in questa condizione: ogni giorno uscivo, andavo in un luogo chiamato al-Abtah e mi sedevo a piangere. Un giorno, un uomo dei Banu Mughira, mio parente da parte di mio zio, dopo aver visto la mia straziante situazione, fu preso da compassione per me. Andò dai Banu Mughira e disse loro: “Perché non lasciate andare questa povera disgraziata? L’avete separata dal marito e anche dal figlio”. Alla fine mi dissero: “Se vuoi andare da tuo marito, va’ pure”. I Banu ‘Abd al-Asad mi restituirono anche il bambino. Presi il bambino, salii da sola sul mio cammello e partii verso Medina. Quando giunsi nei pressi di Tan‘im, incontrai lungo la strada ‘Uthman ibn Talha ibn Abi Talha dei Banu ‘Abd al-Dar [era il custode delle chiavi della Ka‘ba. In guerra, la bandiera dei Quraysh era affidata a lui. Era uno dei più potenti capi della Mecca. A quel tempo non era soltanto politeista, ma anche un acerrimo nemico dell’Islam e dei musulmani. Quando suo cugino Mus‘ab ibn ‘Umayr accettò l’Islam, lo sottopose a terribili torture. Non aveva alcun rapporto di stretta parentela con Hazrat Umm Salama. Accettò l’Islam dopo la tregua di Hudaybiyya ed emigrò insieme a Khalid ibn al-Walid — l’Autore]. Egli mi disse: “Figlia di Abu Umayya, dove stai andando?”. Risposi: “A Medina, da mio marito”. Mi chiese: “Non c’è nessuno con te?”. Risposi: “Nessuno, tranne Allah e questo bambino”. Egli disse: “Per Allah, non ti lascerò andare da sola”.

Poi prese la cavezza del mio cammello e si mise in cammino. Per Allah, non ho mai visto una persona più nobile di lui. Quando arrivavamo a una tappa, faceva sedere il mio cammello e si allontanava, rimanendo in piedi a distanza. Quando scendevo dal cammello con il mio bambino, lo legava a un albero e si sedeva sotto un altro albero, lontano da me. Quando era il momento di ripartire, conduceva il cammello e lo faceva sedere, poi si allontanava e mi diceva: “Sali sul cammello”. Dopo che ero salita, prendeva la cavezza e continuava a camminare. Percorse così l’intero tragitto fino a Medina. Quando a Quba apparve il villaggio dei Banu ‘Awf, disse: “Tuo marito è là. Va’ da lui. Che Allah ti benedica”. Poi tornò alla Mecca a piedi, nello stesso modo in cui era venuto. Anche al-Baladhuri ha narrato questo episodio nel suo Ansab al-Ashraf.

Da ciò si può dedurre che, osservando come gli infedeli Quraysh oltrepassassero ogni limite nelle ingiustizie e nelle persecuzioni contro i musulmani, persino tra i membri del loro stesso gruppo cominciò a diffondersi disgusto per tali soprusi e nacque compassione per i musulmani oppressi. Coloro che in quella società possedevano qualità umane e nobili sentimenti continuarono a guardare con rispetto quei grandi uomini della propria gente che, pur nutrendo ostilità verso l’Islam, sopportavano ogni genere di ingiustizia e persecuzione non per un interesse mondano, ma unicamente per la propria fede; e non si allontanavano dalla verità che avevano riconosciuto come tale, nonostante ogni forma di tortura e oppressione.

L’ordine generale di emigrare

Dopo l’ultima bayʿa ad al-ʿAqaba, nel tredicesimo anno della profezia, nel mese di Dhu l-Ḥijja, il Profeta (s) ordinò ai musulmani della Mecca di emigrare a Medina e disse: «Allah l’Altissimo vi ha dato dei fratelli e ha stabilito per voi una città nella quale potrete vivere al sicuro» (Ibn Hishām, citando Ibn Isḥāq). Non appena ricevette quest’ordine, per primo ʿĀmir ibn Rabīʿa al-ʿAnzī (r) partì insieme a sua moglie Laylā bint Abī Ḥathma. Poi emigrarono ʿAmmār ibn Yāsir (r), Bilāl (r) e Saʿd ibn Abī Waqqāṣ (r). In seguito ʿUthmān ibn ʿAffān (r) partì con sua moglie Ruqayya (r), figlia del Messaggero (r). Così ebbe inizio un flusso ininterrotto di emigrazione e la gente cominciò a recarsi continuamente in questa nuova terra d’emigrazione. Perfino tutti i membri di intere famiglie abbandonarono le loro case e partirono. Ibn Hishām, citando Ibn Isḥāq, menziona tre famiglie i cui membri emigrarono tutti, lasciando le loro abitazioni vuote: la prima, i Banū Makhzūn; la seconda, i Banū al-Bukayr; la terza, i Banū Jaḥsh ibn Riyāb. Ibn ʿAbd al-Barr dice che, insieme ai Banū Jaḥsh, partirono tutti, uomini, donne e bambini, dei Banū Asad ibn Khuzayma. Da queste due famiglie emigrarono complessivamente trenta persone, tra cui il cugino materno del Profeta (s), ʿAbd Allāh ibn Jaḥsh (r), Abū Aḥmad Jaḥsh (r), il cui nome era ʿAbd, e le sue due sorelle: Zaynab bint Jaḥsh (r), che in seguito sarebbe divenuta una delle Madri dei Credenti, Ḥasna bint Jaḥsh (r), moglie di Muṣʿab ibn ʿUmayr, e Umm Ḥabīb bint Jaḥsh (r), moglie di ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf (r). Dopo la loro partenza, ʿUtba ibn Rabīʿa, ʿAbbās ibn ʿAbd al-Muṭṭalib e Abū Jahl passarono da quelle parti. ʿUtba ibn Rabīʿa sospirò profondamente e disse con tristezza: «Oggi la casa dei Banū Jaḥsh è rimasta completamente deserta». Abū Jahl disse: «Perché piangi? Tutto questo è opera del nipote di nostro fratello (ʿAbbās). Egli ha creato divisioni tra il nostro gruppo, ha reciso i nostri legami reciproci e ha provocato una frattura». Poi venne il turno di Abū Sufyān. Egli si impadronì della casa dei Banū Jaḥsh e la vendette. Il pretesto era che sua figlia, Farʿa o Fāriʿa, era la moglie di Abū Aḥmad ibn Jaḥsh. Fu come se l’eredità dell’intera famiglia del genero fosse giunta al suocero mentre egli era ancora in vita. Quando ʿAbd Allāh ibn Jaḥsh (r) denunciò al Profeta (s) questo sopruso di Abū Sufyān, egli disse: «Non sei forse soddisfatto di ricevere in Paradiso una casa in cambio della tua casa?». Dopo la conquista della Mecca, Abū Aḥmad (r) chiese al Profeta (s): «Ci venga restituita la nostra casa». Il Profeta (s) rimase in silenzio. I Compagni (r) gli dissero: «Il Profeta (s) non gradisce che i Muhājirūn cerchino di riprendersi i beni che sono stati spesi sulla via di Dio». Anche la casa del Profeta (s) che si trovava alla Mecca fu occupata, dopo l’emigrazione, da ʿAqīl ibn Abī Ṭālib, che allora non aveva ancora abbracciato la fede. Dopo la conquista della Mecca, il Profeta (s) non la reclamò da lui. (Abū Dāwūd, Kitāb al-Ḥajj)

I tentativi dei Quraysh per impedire ai musulmani di emigrare

Quando Suhayb (r) si mise in viaggio per emigrare, gli uomini dei Quraysh gli dissero: «Sei arrivato qui completamente privo di beni e sei diventato ricco vivendo nella nostra città. Ora vuoi forse portare via da qui, insieme alla tua vita, anche i tuoi beni? Per Dio, questo non può accadere». Suhayb disse: «Se vi consegno tutte le mie ricchezze, mi lascerete partire?». Essi risposero: «Sì». Suhayb (r) consegnò loro tutti i suoi beni e partì a mani vuote sulla via di Dio. Quando il Profeta (s) lo seppe, disse: «Suhayb ha fatto un affare vantaggioso; Suhayb ha fatto un affare vantaggioso». Questa è la narrazione di Isḥāq ibn Rāhwayh, Ibn Mardūwayh, Ibn Hishām e al-Balādhurī, che la riportano da Abū ʿUthmān al-Nahdī.

Ibn ʿAbd al-Barr ha scritto in «al-Durar fī ikhtiṣār al-maghāzī wa-l-siyar» che, quando Suhayb (r) partì dalla Mecca, i Quraysh lo inseguirono con l’intenzione di ucciderlo e impadronirsi dei suoi beni. Vedendoli avvicinarsi, egli disse: «Sapete bene che sono il più abile arciere tra voi. Per Dio, nessuno di voi potrà avvicinarsi a me finché non morirà colui la cui morte è stata decretata». Essi dissero: «Lascia i tuoi beni e vattene». Suhayb (r) rispose: «Quanto ai beni, li ho lasciati alla Mecca. Andate in quel luogo e prendeteli». Allora se ne andarono e si impadronirono dei suoi beni. Una narrazione analoga è riportata da al-Balādhurī, che la trasmette da Saʿīd ibn al-Musayyab (r).

Al-Bayhaqī e al-Ṭabarānī riportano dallo stesso Saʿīd ibn al-Musayyab questa narrazione dello stesso Suhayb (r): «Quando partii con l’intenzione di emigrare, alcuni giovani dei Quraysh mi trattennero. Quando si addormentarono, riuscii a fuggire. Tuttavia, lungo la strada, alcuni di loro mi raggiunsero e mi catturarono. Dissi loro: “Se torno alla Mecca e vi consegno alcune uqiyya d’oro — un’uqiyya equivale a tre tola e mezzo — mi lascerete andare?”. Essi promisero di lasciarmi libero. Tornai alla Mecca e dissi loro: “Scavate la terra in quel determinato luogo e tirate fuori l’oro; e prendete due paia di vesti da quella donna”. In questo modo mi liberai da loro e raggiunsi il Profeta (s) a Qubāʾ. Egli mi disse: “Hai realizzato un grande profitto in questo affare”. Io risposi: “Nessun altro era a conoscenza di questo fatto. Chi, oltre a Gabriele, avrebbe potuto informarti?”»

La vicenda di ʿAyyāsh ibn Abī Rabīʿa (r)

Gli altri Muhājirūn partirono di nascosto. Umar (ra), invece, partì apertamente con una carovana di venti cavalieri. Con lui c’erano suo fratello Zayd ibn al-Khattab (ra), suo cognato Sa‘id ibn Zayd ibn Amr ibn Nufayl, suo genero Khunays ibn Hudhafa (ra), già marito di Hafsa, e molti altri compagni. Al-Bazzar e Ibn Ishaq riportano, con una catena di trasmissione autentica, il racconto dello stesso Umar (ra), il quale disse: «Avevo stabilito con Ayyash ibn Abi Rabi‘a e Hisham ibn al-As ibn Wa’il che ci avrebbero raggiunti a Tanadib, a dieci miglia dalla Mecca. Se non fossero arrivati là all’ora stabilita, avremmo ritenuto che fossero stati catturati, e gli altri sarebbero proseguiti senza aspettarli. Hisham fu catturato proprio alla Mecca, mentre Ayyash arrivò con noi a Medina. In seguito Abu Jahl ibn Hisham e al-Harith ibn Hisham, cugini paterni e fratelli uterini di Ayyash, giunsero a Medina e, ricorrendo a molti inganni e astuzie, persuasero Ayyash dicendogli: “Tua madre ha giurato che, finché non ti avrà incontrato, non si pettinerà e non si recherà all’ombra dopo essere stata al sole”. Io cercai di dissuaderlo in ogni modo: “Vogliono attirarti in una trappola con l’inganno. Non cadere nella trappola. Quando i pidocchi tormenteranno tua madre, si pettinerà spontaneamente, e quando il calore del sole alla Mecca diventerà insopportabile, andrà all’ombra”. Ma l’amore filiale di Ayyash prevalse a tal punto che mi disse: “Tornerò dopo aver adempiuto al giuramento di mia madre e porterò con me i miei beni”. Io gli dissi: “Ti do metà dei miei beni; non andare con loro”. Ma egli non mi ascoltò. Allora gli dissi: “Se proprio devi andare e ti accorgi che le intenzioni dei due uomini sono cattive, fuggi immediatamente su questa cammella”. Egli accettò.»

Durante il viaggio, in un certo luogo, Abu Jahl disse ad Ayyash: «Fratello, il mio cammello non riesce a procedere bene. Non potresti prendermi sulla tua cammella?» Ayyash rispose: «Perché no?» Poi entrambi scesero dalle loro cavalcature affinché Abu Jahl potesse salire sulla cammella di Ayyash; anche al-Harith fece sedere il proprio cammello e scese. Quindi i due insieme legarono Ayyash.

Ibn Ishaq dice: «La famiglia di Ayyash ibn Abi Rabi‘a (ra) mi ha riferito che Abu Jahl e al-Harith portarono Ayyash alla Mecca in pieno giorno, legato con una corda, e i due fratelli proclamavano: “O abitanti della Mecca, raddrizzate i vostri figli disobbedienti nello stesso modo in cui lo abbiamo fatto noi”.»

Ibn Hisham riferisce: «Persone affidabili mi hanno detto che il Profeta (s) era preoccupato e angosciato per Hisham ibn al-As (ra) e Ayyash ibn Abi Rabi‘a (ra). Egli disse: “Chi è disposto a riportarmi quei due?” Al-Walid ibn al-Mughira, fratello di Khalid ibn al-Walid, disse: “O Messaggero di Allah, sono pronto a compiere questo servizio”. Poi si recò alla Mecca e cercò segretamente i due prigionieri. Quando seppe che erano detenuti in un cortile senza tetto, durante la notte scavalcò il muro, tagliò le loro catene e li condusse a Medina facendoli montare sul suo cammello.»

La disgrazia di Abdullah ibn Suhayl

Tra coloro che furono impediti con la forza dal compiere l’Egira vi era Abdullah ibn Suhayl ibn Amr. Al-Baladhuri dice che, avendo appreso dell’Egira a Medina, egli venne dall’Abissinia alla Mecca con l’intenzione di compiere la nuova e grandiosa Egira insieme al Messaggero di Allah (s). Ma suo padre, Suhayl ibn Amr, lo fece imprigionare con la forza. Egli adottò uno stratagemma per convincere suo padre: gli fece credere di essere tornato alla religione dei suoi antenati. Convinto di ciò, il padre lo portò con sé alla battaglia di Badr. Quando gli eserciti giunsero faccia a faccia, Abdullah si unì ai musulmani. Alcuni anni dopo, al momento della conquista della Mecca, suo padre abbracciò l’Islam e diceva: «Allah aveva riservato per me un grande bene nella fede di mio figlio Abdullah».

La permanenza del Profeta (s) alla Mecca fino all’ultimo momento

Secondo il racconto di Ibn Ishaq, complessivamente, tra coloro che erano venuti dall’Abissinia alla Mecca per compiere l’Egira verso Medina, sette furono fatti prigionieri e non poterono emigrare. Inoltre, alla Mecca vi erano alcune persone che furono catturate mentre tentavano di emigrare, altre che erano così incapaci da non poterlo fare, e altre ancora che conservavano la fede nel cuore, ma che, a causa della propria debolezza, non avevano il coraggio di compiere l’Egira. A parte costoro, tutti coloro che erano in grado di emigrare partirono; alla Mecca rimasero soltanto il Profeta (s), Abu Bakr (ra) e Ali (ra).

Al-Bukhari riporta una narrazione di Aisha (che Allah sia compiaciuto di lei), secondo la quale, quando Abu Bakr (che Allah sia compiaciuto di lui) manifestò l’intenzione di emigrare a Medina, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) gli disse: «Resta ancora per un po’ al tuo posto, perché spero di ricevere il permesso di emigrare». Abu Bakr disse: «Che mio padre e mia madre siano sacrificati per te, speri davvero una cosa simile?». Il Profeta rispose: «Sì». Per questo Abu Bakr rimase, così da poter emigrare insieme al Profeta. Comprò due cammelle e cominciò ad allevarle. Ibn Hisham e Ibn Jarir, citando la narrazione di Ibn Ishaq, riferiscono che ogni volta che Abu Bakr chiedeva al Profeta il permesso di partire, egli gli diceva: «Non avere fretta; forse Allah ti concederà un compagno». Abu Bakr sperava così che quel compagno fosse proprio il Profeta. Al-Hakim riferisce da Ali (che Allah sia compiaciuto di lui) che il Profeta chiese a Gabriele (pace su di lui): «Chi sarà il mio compagno nell’emigrazione?». Egli rispose: «Abu Bakr». Ibn Jarir, citando Urwa ibn al-Zubayr (che Allah sia compiaciuto di lui), riferisce che Abu Bakr aveva acquistato due cammelle per partire insieme agli altri Compagni emigranti. Quando cominciò a sperare di ottenere la compagnia del Profeta, le nutrì e le preparò con grande cura.

Ibn Hisham e Ibn Jarir, citando Ibn Ishaq, riferiscono che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) non permise ad Ali (che Allah sia compiaciuto di lui) di partire affinché rimanesse alla Mecca dopo la partenza del Profeta e restituisse i depositi a coloro che gli avevano affidato i loro beni preziosi perché li custodisse. A questo proposito Ibn Ishaq dice che alla Mecca non vi era nessuno che possedesse qualcosa di cui temesse il furto e che non lo affidasse al Profeta. Infatti amici e nemici riponevano tutti la loro fiducia nella sua onestà e nella sua integrità.

In questo modo, dalla Baiʿat finale di Aqaba (12 Dhu al-Hijja, tredicesimo anno della missione profetica) fino a Safar del quattordicesimo anno della missione profetica, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) rimase al suo posto per circa due mesi e mezzo, mentre un flusso di emigranti si dirigeva verso Medina; e negli ultimi giorni rimase così, quando tutti i suoi Compagni avevano lasciato la Mecca. Egli rimase tra i nemici, solo ma insieme a due compagni, perché non gli era possibile abbandonare il campo della sua missione prima che giungesse l’ordine di emigrare da parte di Allah l’Altissimo. Riflettendo, si può comprendere quale straordinario senso del dovere lo mantenesse saldo al suo posto in una situazione così estremamente pericolosa, e quanto fossero intrepidi coloro che rimasero senza paura né esitazione al fianco del Profeta, tra belve feroci dalle sembianze umane. (Aggiunta dell’autore.)

La preoccupazione dei Quraysh

Gli infedeli Quraysh erano ormai certi che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) sarebbe emigrato a Medina da un momento all’altro. Conoscevano bene anche le conseguenze di ciò. La sua straordinaria personalità, le sue eccezionali capacità e il potere del Corano di conquistare i cuori non erano loro ignoti. Ora vedevano che egli aveva trovato un luogo sicuro in cui stabilirsi. Due tribù potenti ed esperte nella guerra si erano schierate al suo fianco come forze di sostegno. Persino tra gli stessi Quraysh si erano uniti a lui uomini coraggiosi e devoti, i quali per tredici anni avevano sopportato ogni sorta di difficoltà, dimostrando la fermezza della loro determinazione e la loro incrollabilità; emigrando più volte avevano inoltre dimostrato di essere pronti a sacrificare, per la loro fede, le case, i beni, i parenti, la tribù e la patria. Che un’intera città-stato, composta da persone tanto devote e guidata dalla grande leadership del Profeta (pace e benedizioni su di lui), passasse sotto il suo controllo equivaleva, nell’antico ordinamento sociale, alla morte stessa dei Quraysh. Inoltre, la situazione di Medina era tale che il consolidamento della forza dei musulmani in quel luogo diventava motivo di grave apprensione per i Quraysh. Infatti la loro vita economica, così come quella delle altre grandi tribù politeiste, dipendeva dalla sicurezza della principale via commerciale che da Yemen conduceva verso la Siria lungo la costa del Mar Rosso. Ora essa sarebbe passata sotto il controllo dei musulmani, i quali, intervenendo su di essa, avrebbero reso estremamente difficile la sopravvivenza dell’ordine jahilita. Il solo commercio degli abitanti della Mecca che transitava su questa via dalla Mecca verso la Siria, Roma e l’Egitto superava ogni anno i duecentocinquantamila ashrafi. A questo si aggiungevano i commerci di Ta’if e di altri luoghi. Per questo la notizia della Baiʿat di Aqaba suscitò grande agitazione tra i Quraysh. Dapprima fecero ogni sforzo per separare gli abitanti di Medina dal Profeta (pace e benedizioni su di lui), ma fallirono. Poi ricorsero a ogni mezzo per impedire l’emigrazione dei musulmani dalla Mecca. Tuttavia riuscirono a trattenere soltanto pochissime persone, mentre la grande maggioranza dei credenti raggiunse Medina. Infine, per scongiurare tale minaccia, si prepararono a ricorrere all’ultima soluzione. (Tafhim al-Qur’an, vol. 2, introduzione alla sura al-Anfal.)

La decisione di assassinare il Profeta (pace e benedizioni su di lui)

Ibn Hisham, Ibn Saʿd, Ibn Jarir e al-Baladhuri riferiscono che, allo scopo di prendere una decisione definitiva, tutti i capi delle tribù tennero una riunione segreta a Dar al-Nadwa. Si discusse di come sventare questa minaccia. Alcuni proposero di mettere quest’uomo in catene e tenerlo prigioniero in un luogo, senza liberarlo finché fosse rimasto in vita. Questa opinione non fu però accettata, poiché molti ritenevano che, se fosse stato imprigionato, coloro che si trovavano fuori avrebbero continuato la loro attività e, una volta acquistata maggiore forza, non avrebbero esitato a rischiare la vita per liberarlo. Qualcuno propose di espellerlo da qui. Quando non fosse più stato tra noi, non avremmo dovuto preoccuparci di dove si trovasse e di ciò che facesse; inoltre sarebbe cessato il disordine che la sua presenza avrebbe creato nel nostro sistema di vita. Ma anche questa proposta fu respinta con l’argomentazione che le sue parole erano efficaci come la magia e che possedeva una straordinaria capacità di conquistare i cuori. Se fosse partito da qui, chissà quali tribù avrebbe conquistato alla sua causa; poi avrebbe acquisito una forza tale da attaccarvi e sottomettere il cuore dell’Arabia. Infine Abu Jahl disse: «Scegliamo da ciascuna delle nostre tribù un uomo nobile, intelligente e astuto; insieme ci scaglieremo contro di lui e lo uccideremo. In questo modo il sangue di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sarà distribuito tra tutte le tribù. A Banu Abd Manaf sarà poi impossibile combattere contro tutti e sarà costretta ad accettare il prezzo del sangue (blood money).»

Tutti approvarono questa opinione e furono designati anche gli uomini incaricati dell’assassinio. Fu stabilito persino il momento dell’omicidio. Tutti i dettagli dell’operazione furono mantenuti così segreti che la notizia non giunse da nessuna parte, neppure all’orecchio di qualcuno.

A questo argomento si allude nella sura al-Anfal:

*****************************************************

(E, o Profeta, ricorda anche) quando i miscredenti tramavano vari piani contro di te: imprigionarti, ucciderti oppure espellerti. Essi ordivano i loro complotti e Allah ordiva il Suo piano. Certamente, Allah è il migliore degli artefici di piani (versetto 30). (Tafhīm al-Qurʾān, volume 2, nota 25.)

Il permesso al Profeta (pace e benedizioni su di lui) di compiere l’Egira e i suoi preparativi

Tirmidhī e al-Hākim, citando una narrazione di Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui), riferiscono che, quando la situazione giunse a questo punto, Allah l’Altissimo diede al Suo Profeta il permesso di emigrare dalla Mecca e disse:

*****************************************************

(E, o Profeta) prega dicendo: «O mio Signore, fammi entrare con verità nel luogo d’ingresso e fammi uscire con verità dal luogo d’uscita, e concedimi una forza che mi assista» (Banī Isrāʾīl: 80). [Qui non è corretto sollevare l’obiezione che il versetto menzionato fosse stato rivelato molto tempo prima dell’Egira dei Banī Isrāʾīl. Come può dunque essere presentato qui come autorizzazione all’Egira? In realtà, vi sono molti esempi del fatto che un versetto sia stato rivelato inizialmente e poi ripetuto in una particolare circostanza, affinché il Profeta (pace e benedizioni su di lui) sapesse che il comando contenuto in quel versetto si applicava a quella situazione: l’Autore.]

Questo permesso fu ricevuto proprio nel giorno la cui notte seguente era stata fissata per l’assassinio del Profeta (pace e benedizioni su di lui). [Per questo Allah l’Altissimo aveva trattenuto il Profeta (pace e benedizioni su di lui) alla Mecca fino a quel momento: affinché i miscredenti Quraysh giungessero all’estremo della loro ostilità verso la Verità, e allora al Profeta fosse ordinato di uscire dal loro mezzo: l’Autore.] Ibn Saʿd, citando al-Wāqidī, e Ibn Jarīr e Ibn Hishām, citando Ibn Isḥāq, riferiscono che proprio quel giorno Jibrīl (pace su di lui) venne dal Profeta (pace e benedizioni su di lui), lo informò delle intenzioni dei Quraysh e disse: «Questa notte non dormirai nel tuo letto».

Poi, a mezzogiorno, recandosi a casa di Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, con il volto coperto da un panno. In al-Bukhari, citando l’Imam al-Zuhri, è riportata questa narrazione di Urwa ibn al-Zubayr: Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei, disse: «A mezzogiorno eravamo seduti in casa, quando qualcuno disse ad Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui: “Il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, è venuto qui con il volto coperto, in un momento in cui non veniva mai”. In al-Tabarani si trova la narrazione di Asma bint Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lei, la quale disse: “Il Profeta, pace e benedizioni su di lui, veniva ogni giorno da noi mattina e sera”. Questa narrazione è riportata anche in al-Bukhari, nel capitolo sull’egira, da Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei. In Ibn Hisham, nella narrazione di Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei, trasmessa da Ibn Ishaq, si legge che il Profeta, pace e benedizioni su di lui, veniva da noi ogni giorno al mattino o alla sera. Quel giorno, però, venne a mezzogiorno, che normalmente non era l’ora in cui veniva. Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, disse subito: “Che mio padre e mia madre siano sacrificati per lui! Certamente deve esserci qualche motivo per cui è venuto a quest’ora”. Poi il Profeta, pace e benedizioni su di lui, chiese il permesso di entrare. Ottenutolo, entrò e disse: “Fate uscire tutti da qui”. Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, rispose: “In questa casa ci sono soltanto i membri della vostra famiglia”. (Nella narrazione trasmessa da Musa ibn Uqba da Aisha, che Allah sia soddisfatto di lei, si dice: «In quel momento, oltre a me e a mia sorella Asma, che Allah sia soddisfatto di lei, non c’era nessun altro con Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui». La stessa narrazione di Ibn Ishaq si trova in Ibn Hisham. Tuttavia, nella narrazione di Ibn Uqba si aggiunge che Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: «Qui ci sono soltanto le mie figlie. Non c’è alcuna spia che possa raccogliere informazioni su di voi».) Allora il Profeta, pace e benedizioni su di lui, disse: “Mi è stato dato il permesso di partire da qui”. Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, disse: “Che mio padre e mia madre siano sacrificati per voi! Potrò accompagnarvi?”. Il Profeta, pace e benedizioni su di lui, rispose: “Sì”. Abu Bakr disse: “Prendete una delle mie due cammelle”. Il Profeta, pace e benedizioni su di lui, disse: “La prenderò, ma pagandola”. Ibn Ishaq riferisce che il Profeta, pace e benedizioni su di lui, disse: “La prenderò al prezzo al quale l’hai acquistata”. Quando Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, indicò il prezzo, il Profeta, pace e benedizioni su di lui, disse: “Ti pagherò quella somma”. Poi il Profeta, pace e benedizioni su di lui, e Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, incaricarono Abdullah ibn Uraiqit, un uomo dei Banu Adi, di guidarli dietro compenso. Egli conosceva perfettamente le strade. Le due cammelle furono affidate alle sue cure, a condizione che, ogni volta e nel luogo in cui fosse stato chiamato, vi giungesse. [Alcuni hanno detto che il suo nome fosse Arqad o Arqat; il nome corretto è Uraiqit. Così riferiscono Musa ibn Uqba, al-Baladhuri e Ibn Sa‘d. Fu lui che, dopo il ritorno da Ta’if, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, mandò a Mecca come messaggero presso i capi. Sebbene fosse politeista, era talmente degno di fiducia che, nella delicata situazione dell’egira, si dimostrò assolutamente affidabile. E ciò nonostante i Quraysh avessero offerto una ricompensa ingente per ottenere informazioni sul luogo in cui si trovava il Profeta, pace e benedizioni su di lui — l’autore.]

] lo incaricarono, dietro compenso, di guidarli. Egli conosceva perfettamente le strade. Le due cammelle furono affidate alle sue cure, a condizione che, ogni volta e nel luogo in cui fosse stato chiamato, vi giungesse.

Gli eventi della notte dell’attentato

Poi il Profeta, pace e benedizioni su di lui, tornò a casa sua e vi rimase fino a notte, affinché i nemici non sospettassero minimamente che fosse a conoscenza dei loro propositi. Di notte, all’ora stabilita, giunsero tutti coloro ai quali era stato ordinato di ucciderlo. Secondo la narrazione di Ibn Sa‘d, erano in tutto dodici: Abu Jahl, Hakam ibn Abi al-As, Uqba ibn Abi Mu‘ayt, al-Nadr ibn al-Harith, Umayya ibn Khalaf, al-Harith ibn Qays ibn al-Ghaytala, Zama‘a ibn al-Aswad, Tu‘ayma ibn Adi, Abu Lahab, Ubayy ibn Khalaf, Nubayha ibn al-Hajjaj e Munabbih ibn al-Hajjaj. Prima che arrivassero, però, il Profeta, pace e benedizioni su di lui, fece coricare al suo posto Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, dopo averlo avvolto nella sua coperta verde di Hadramawt. Per questo, ogni volta che i nemici sbirciavano dall’esterno e lo vedevano, pensavano che fosse il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, addormentato nel suo letto. Al-Suhayli, citando alcuni sapienti autori di biografie profetiche, riferisce che essi cercarono di scavalcare il muro per entrare. Ma, udendo dall’interno le grida di una donna, si spaventarono e si dissero l’un l’altro: “Per Dio! In tutto il paese avremo una terribile reputazione, perché non abbiamo nemmeno tutelato l’onore e il pudore delle donne della nostra tribù”. Per questo rimasero seduti fuori tutta la notte. Attendevano che, al mattino presto, quando il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, si fosse alzato, potessero avventarsi tutti insieme su di lui.

L’arresto e la liberazione di Ali, che Allah sia soddisfatto di lui

Mentre i nemici tenevano la casa circondata, a un certo punto della notte il Profeta, pace e benedizioni su di lui, uscì tranquillamente e si allontanò passando in mezzo a loro, lanciando loro della terra. In quel momento recitava i primi versetti della sura Ya-Sin. All’alba, vedendo Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, alzarsi dal letto del Profeta, pace e benedizioni su di lui, essi capirono che il Messaggero di Allah era già partito da tempo (Ibn Sa‘d, Ibn Hisham, al-Baladhuri, Ibn Jarir, Zad al-Ma‘ad).

Ibn Jarir e Ibn Athir hanno scritto che essi chiesero ad Ali, che Allah sia soddisfatto di lui: “Dov’è il tuo compagno?”. Egli rispose: “Non so nulla di dove sia andato. Non sono il suo guardiano. Siete stati voi a costringerlo ad andarsene, ed egli se n’è andato”. A queste parole, i nemici assetati di sangue si infuriarono. Lo insultarono, lo picchiarono e lo portarono alla Moschea Sacra, dove lo tennero prigioniero per qualche tempo. Ma, nonostante il trattamento severo, quando non riuscirono a ottenere alcuna informazione sul Profeta, pace e benedizioni su di lui, furono costretti a liberarlo. Non è improbabile che lo abbiano liberato perché il Profeta, pace e benedizioni su di lui, lo aveva lasciato a Mecca per restituire agli abitanti i loro depositi affidati. Forse i miscredenti avevano saputo che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, aveva affidato ad Ali, che Allah sia soddisfatto di lui, questo compito; perciò lo liberarono nella speranza di recuperare i beni loro affidati. È anche possibile che si siano vergognati un poco: colui che erano venuti a uccidere era un uomo di carattere così nobile da preoccuparsi di restituire i depositi dei nemici persino mentre si affrettava ad allontanarsi dal luogo in cui avrebbero dovuto assassinarlo.

L’attacco improvviso alla casa di Abu Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui

Dopo aver liberato Hazrat Ali (ra), gli oppressori si diressero verso la casa di Abu Bakr (ra). Ibn Ishaq cita la narrazione di Hazrat Asma bint Abi Bakr (ra). Si racconta che, il secondo giorno, alcuni Quraysh vennero a casa nostra. Tra loro c’era anche Abu Jahl. Fermatisi alla porta, mi chiesero: «Dov’è tuo padre?». Risposi: «Non lo so». Allora Abu Jahl mi diede uno schiaffo così forte che il mio orecchino si ruppe e cadde lontano. Poi se ne andarono. (Ibn Hisham e Ibn Jarir).

Uscita dalla Mecca e rifugio nella grotta di Saur

Il Messaggero di Allah (s) uscì dalla sua casa e si recò direttamente a casa di Hazrat Abu Bakr (ra). Quella stessa notte, i due trovarono rifugio in una grotta del monte Saur, a circa due o tre miglia dalla Mecca. Nel Musnad di Ahmad e nel Tirmidhi si racconta che, uscendo dalla Mecca, il Profeta (s) si fermò in un luogo chiamato Hazwara, si rivolse verso la Baytullah e disse con voce colma di dolore:

«O Mecca! Per Dio, tu sei il luogo più caro per me fra tutte le terre di Dio. E anche presso Dio, tu sei il luogo più caro fra le Sue terre. Se i tuoi abitanti non mi avessero espulso, non ti avrei lasciata per andarmene».

Dopodiché si diresse verso Saur.

Il motivo per cui fu scelto Saur come rifugio

È necessario comprendere che vi fu una ragione logica per cui il monte Saur fu scelto come rifugio. Questo monte si trova a sud della Mecca, sulla via dello Yemen, mentre Medina Tayyiba si trova a nord della Mecca, sulla via della Siria. I miscredenti della Mecca sapevano che il Profeta (s) voleva emigrare a Medina. Per questo, per

trovarlo e catturarlo, avrebbero cominciato a cercarlo verso sud-est e verso ovest soltanto dopo aver fallito nelle ricerche lungo le vie settentrionali. Perciò si prevedeva che avrebbero impiegato molto tempo per arrivare alla grotta di Saur.

Le disposizioni di Abu Bakr (ra) per il periodo di permanenza a Sawr

Prima di partire per la grotta di Sawr, Hazrat Abu Bakr (ra) completò tutti i preparativi. [Nel Musnad di Ahmad, nel Tabarani e nella Sira di Ibn Hisham è riportata, tramite Ibn Ishaq, la narrazione di Hazrat Asma bint Abi Bakr (ra). Hazrat Asma (ra) racconta: «Quando nostro padre partì, portò con sé tutto il suo denaro, circa cinque o seimila dirham». (Secondo Baladhuri, prima di abbracciare l’Islam possedeva quarantamila dirham). Poi nostro nonno Abu Quhafa, che era cieco e non aveva ancora accettato l’Islam, ci disse: «Mi sembra che abbia portato con sé, insieme alla sua vita, anche tutti i suoi beni». Rispondemmo: «No, nonno, ci ha lasciato molte cose utili». Quindi mettemmo alcune pietre nello scaffale dove nostro padre conservava i suoi beni e le coprimmo con un panno. Poi accompagnammo il nonno e gli dicemmo: «Tocca qui con la mano». Egli vi posò la mano e disse: «Se vi ha lasciato tutto questo, allora vi basta». In realtà nostro padre non ci aveva lasciato alcun denaro. Volevo soltanto rassicurare il nonno —l’Autore.] In Bukhari è riportata questa narrazione di Hazrat Aisha (ra): «Preparammo in fretta l’equipaggiamento per il viaggio di due viaggiatori e mettemmo in una bisaccia le provviste necessarie per il cammino». Hazrat Abu Bakr incaricò suo figlio Abd Allah, giovane intelligente e accorto, di rimanere di giorno tra gli abitanti della Mecca per raccogliere informazioni e di recarsi da loro durante la notte per riferire le notizie della giornata. Ordinò al suo schiavo affrancato Fuhayra (ra) di pascolare come al solito le nostre capre durante il giorno e di raccogliere notizie dagli abitanti della Mecca; poi, durante la notte, di portarci anche il latte e di riferirci tutte le informazioni. Ibn Ishaq dice che Hazrat Asma (ra) mandava cibo fresco ogni notte. [Qui sorge un dubbio che è necessario chiarire. In precedenza è stato menzionato che, quando i miscredenti chiesero a Hazrat Ali (ra): «Dov’è il tuo compagno?», egli rispose: «Non lo so». Poi è stato riferito che, quando andarono a casa di Abu Bakr (ra) e chiesero dove si trovasse, Hazrat Asma (ra) disse: «Non lo so». Eppure dalle circostanze successive risulta che, tra le disposizioni prese da Hazrat Abu Bakr (ra) prima di recarsi alla grotta di Sawr, alcuni compiti di servizio furono affidati proprio a Hazrat Asma (ra). È stato inoltre menzionato che Hazrat Abu Bakr (ra) aveva portato con sé da casa tutto il denaro, mentre Hazrat Asma (ra) disse al nonno che aveva lasciato molte cose. Ci si chiede allora: non erano forse tutte queste menzogne? La risposta è che, riguardo ai primi due episodi, vi sono due possibilità dello stesso genere. Una possibilità è che Hazrat Ali (ra) e Hazrat Asma (ra), nel momento in cui furono loro poste quelle domande, non sapessero dove si trovassero il Profeta (s) e Abu Bakr (ra). La seconda possibilità, altrettanto legittima, è che lo sapessero, ma si fossero rifiutati di comunicarlo al nemico, poiché aiutare un oppressore a compiere un’ingiustizia dicendogli la verità, invece di pronunciare una frase contraria ai fatti, è un’azione molto più grave. Al contrario, proteggere un oppresso dall’ingiustizia dicendo una frase contraria ai fatti non è affatto un atto riprovevole; anzi, dal punto di vista della sharia, della morale e della ragione, è pienamente lecito. Solo uno stolto potrebbe dire, e sostenere con ostinazione, che si sarebbe dovuto indicare agli assassini l’ubicazione della grotta di Sawr, oppure dire: «Sappiamo dove si trovano, ma non ve lo diremo», così che gli assassini li torturassero fino a far loro confessare la verità. Quanto poi alle parole che Hazrat Asma (ra) rivolse al nonno, esse costituiscono un luminoso esempio di tawriya. Tawriya significa, invece di pronunciare una menzogna evidente, velare la realtà per una necessità o per una circostanza opportuna. Ciò è lecito nella sharia. Hazrat Asma (ra) non disse che suo padre aveva lasciato molte ricchezze; disse piuttosto che aveva lasciato molte cose utili. Poi fece posare la mano del nonno, che era cieco, sul mucchio collocato sullo scaffale. Il nonno credette che fosse un mucchio di denaro, ma Hazrat Asma (ra) non disse che quel mucchio contenesse denaro o beni. In questo modo, senza mentire, liberò il vecchio e cieco nonno dall’angoscia nella quale era immerso, cioè dal timore che essi fossero rimasti privi di mezzi —l’Autore.] (Ibn Hisham).

Il resoconto della grotta di Sawr

Bayhaqi riporta, citando Muhammad ibn Sirin, una narrazione mursal, nella quale si racconta che una volta, durante una riunione di Hazrat Umar (ra), alcune persone dissero cose dalle quali risultava chiaramente che consideravano Hazrat Umar (ra) superiore a Hazrat Abu Bakr (ra). Allora Hazrat Umar (ra) disse: «Giuro per Dio: una sola notte di Abu Bakr (ra) è migliore dell’intera famiglia di Umar, e un solo giorno di Abu Bakr (ra) è migliore dell’intera famiglia di Umar».

Poi egli riferisce che, nella notte in cui il Profeta (ra) si recò alla grotta accompagnato da Abu Bakr (ra), la situazione era tale che Abu Bakr (ra) camminava ora davanti a lui, ora dietro di lui. Quando il Profeta (s) gli chiese il motivo, egli rispose: «O Messaggero di Allah! Quando pensavo a coloro che ci inseguivano, camminavo dietro di voi; quando temevo che davanti a noi potesse esserci qualche pericolo, camminavo davanti». Il Profeta (s) disse: «Vuoi dire che, se si presentasse un pericolo, desideri che ricada su di te e non su di me, non è così?». Egli rispose: «Sì». Quando poi giunsero alla grotta, Abu Bakr (ra) disse: «Vi prego di attendere un momento; entrerò per ripulire la grotta e renderla sicura per voi». Entrò, mise in sicurezza la grotta e uscì. Ma poi si ricordò che era rimasto un altro foro. Vi entrò nuovamente, lo chiuse e uscì. A quel punto invitò il Profeta (s) a entrare. In alcune narrazioni si aggiunge che Hazrat Abu Bakr (ra), tastando qua e là nel buio, cercò uno per uno i fori e li chiuse strappando pezzi del suo mantello. Una narrazione analoga è stata riportata da Hafiz Abu al-Qasim al-Baghawi, citando Ibn Abi Mulayka. Alla fine egli riferisce questa dichiarazione di Nafi ibn Umar al-Jumahi: «Nella grotta era rimasto un foro. Abu Bakr (ra) lo premette con il tallone, affinché nessun animale velenoso potesse uscire e mordere il Profeta (s)». La stessa cosa è stata narrata da Bazzar, citando Hazrat Jabir ibn Abd Allah (ra), e da Tabarani, citando Hazrat Asma (ra).

Il momento più drammatico nella grotta di Sawr

Nel frattempo, i Quraysh si dispersero per i vicoli e le strade della Mecca e dei luoghi circostanti, alla ricerca del Profeta (s). Al-Baladhuri riferisce che in seguito incaricarono due esperti esploratori, affinché potessero rintracciare il Profeta (s) seguendo le sue orme. In questo modo giunsero fino alla grotta di Thawr. Ma lì videro che all’ingresso della grotta era stata tessuta una ragnatela. Uno degli esploratori, Qurays ibn ‘Alqama, disse: «Non si vede alcuna traccia che prosegua oltre questo punto». Uno degli uomini che erano giunti con gli esploratori disse: «Perché non entriamo nella grotta a dare un’occhiata?». Ma Umayya ibn Khalaf disse: «Che cosa potresti trovarci? Questa ragnatela nella grotta sembra essere stata tessuta prima della nascita di Muhammad (s)». Dopodiché tutti tornarono indietro. Fu in una situazione simile che Abu Bakr (r) vide i nemici in piedi proprio davanti all’ingresso della grotta e disse al Profeta (s): «O Messaggero di Allah! Se qualcuno di loro guardasse sotto i propri piedi, ci vedrebbe». Il Profeta (s) rispose con assoluta serenità: «O Abu Bakr! Che cosa pensi di due persone il cui terzo è Allah?» (Bukhari, Kitab Fada’il ashab an-Nabi, Kitab at-Tafsir e Bab al-Hijra; Muslim, Fada’il; Tirmidhi, at-Tafsir; Musnad Ahmad; Murawiyyat Abi Bakr).

In una delle narrazioni che Hafiz Abu Bakr Ahmad ibn ‘Ali al-Usabi ha riportato nel Musnad di Abu Bakr as-Siddiq su questo episodio, si riferisce che, mentre essi stavano in piedi all’ingresso della grotta, il Profeta (s) stava pregando e Abu Bakr (r) osservava i movimenti dei nemici. Quando il Profeta (s) terminò la preghiera, Abu Bakr (r) disse: «Possano i miei genitori essere sacrificati per te! Ecco, la tua gente è giunta fin qui cercandoti. Per Allah, non piango per me stesso; piango piuttosto per il timore che, davanti ai miei occhi, possa essere arrecato qualche danno a te». Il Profeta (s) disse: ***************************** — «Non temere: Allah è con noi».

Allah ha menzionato proprio questo nel Sacro Corano:

*********************************************************

«Se non lo soccorrete (o musulmani), sappiate che Allah lo soccorse quando egli era uno dei due, quando entrambi erano nella grotta e diceva al suo compagno: “Non temere: Allah è con noi”» (at-Tawba, 40).

Proclamazione generale di una ricompensa per l’uccisione o la cattura del Profeta (s) e di Abu Bakr (r)

Questo fu l’ultimo tentativo che poteva dare ai nemici la speranza di catturare il Profeta (s). Quando non riuscirono a trovarlo lì, nella grotta, si resero conto che il Profeta (s) era ormai fuori dalla loro portata. Annunciarono quindi pubblicamente che a chiunque avesse portato loro Muhammad (s) e Abu Bakr (r), vivi o dopo averli uccisi, sarebbero stati dati cento cammelli per ciascuno. Questa è la versione riferita da al-Baladhuri e accettata da Ibn al-Qayyim nella sua opera Zad al-Ma‘ad. Ibn Hisham e Ibn Jarir menzionano invece una ricompensa di cento cammelli soltanto per la cattura. Al-Baladhuri riporta quest’ultima come una versione debole.

La partenza dalla grotta

In al-Bukhārī si trova la narrazione di ʿĀʾisha (ra), secondo cui il Profeta (s) e Abū Bakr (ra) rimasero nella grotta per tre giorni e tre notti. Anche al-Ṭabarānī riporta una narrazione analoga da parte di Asmāʾ (ra), così come Ibn ʿAbd al-Barr, Ibn Saʿd e Ibn Isḥāq. Per questo motivo non è accettabile la narrazione citata nel Musnad di Aḥmad e in al-Ḥākim da Ṭalḥa al-Baṣrī, secondo cui la permanenza nella grotta sarebbe durata più di dieci giorni. In realtà, per tre giorni e tre notti, l’inseguimento del Profeta (s) da parte dei Quraysh si era fatto meno intenso. Perciò, nell’ultima parte della terza notte, ʿAbd Allāh ibn Urayqiṭ raggiunse la grotta di Thawr con le due cammelle affidategli. Proprio in tempo giunse anche Asmāʾ (ra), portando in una bisaccia le provviste per il viaggio. Tuttavia non aveva pensato a portare qualcosa con cui legare la bisaccia. Alla fine si tolse il niṭāq e lo strappò in due. A quell’epoca si chiamava niṭāq il tessuto che le donne avvolgevano intorno alla vita. Con una parte del niṭāq legò il cibo e lo appese alla portantina della cammella, mentre l’altra parte fu sufficiente per cingersi la vita (con riferimento alle narrazioni di Ibn Hishām, Ibn Jarīr e Ibn Isḥāq). Per questo Asmāʾ (ra) fu chiamata Dhāt al-Niṭāqayn, cioè «colei che possiede due cinture».

In al-Bukhārī si trova la narrazione personale di Asmāʾ (ra), secondo cui, quando fu necessario legare il recipiente per conservare il cibo, Abū Bakr (ra) ordinò ad Asmāʾ di strappare il suo niṭāq. Poi la carovana partì in questo modo: il Profeta (s) cavalcava una cammella e ʿAbū Bakr (ra) l’altra. Egli fece sedere dietro di sé, per servirlo, ʿĀmir ibn Fuhayra (ra). Davanti a loro, ʿAbd Allāh ibn Urayqiṭ procedeva a piedi indicando la strada. Così ebbe inizio il viaggio della grande Egira, che avrebbe portato una rivoluzione nella storia del mondo. Ibn Saʿd e al-Balādhurī affermano con certezza che la partenza di questa benedetta carovana dalla grotta di Thawr ebbe luogo lunedì 4 Rabīʿ al-Awwal. L’Imām Aḥmad, citando la narrazione di Ibn ʿAbbās (ra), dice che il Profeta (s) partì dalla grotta un lunedì del mese di Rabīʿ al-Awwal, senza però indicare la data. Al-Qasṭallānī scrive nel Mawāhib al-Ladunniyya che il Messaggero di Allah (s), dopo aver trascorso nella grotta il venerdì, il sabato e la domenica, per tre notti, partì da lì la notte di lunedì. Ibn Jarīr dice che il Profeta (s) emigrò dalla Mecca a Medina nel mese di Rabīʿ al-Awwal dell’anno 54 dell’Anno dell’Elefante.

Descrizione del viaggio

Dalla narrazione di Ibn Isḥāq riportata nella Sīrat di Ibn Hishām si apprende che, quando ʿAbd Allāh ibn Urayqiṭ partì con questa carovana, evitò la strada consueta e prese un altro percorso per raggiungere Medina, così da sfuggire ai nemici. Ibn Saʿd dice che, poiché Abū Bakr (ra) viaggiava spesso per i suoi commerci, la gente lo riconosceva e gli chiedeva: «Chi è quest’uomo che è con te?». Egli rispondeva: **********************************************

«È un uomo che mi indica la strada». Al-Ṭabarānī riferisce parole quasi analoghe da parte di Asmāʾ, così come il Musnad di Aḥmad, nella narrazione trasmessa da Anas ibn Mālik (ra), e al-Bukhārī, nel capitolo sull’Egira, da Anas (ra). Anche questo è un luminoso esempio di tawriya. Abū Bakr (ra) non disse: «Costui è Muḥammad (s)»; disse invece: «È la mia guida». L’interlocutore comprese che lo stava guidando lungo la strada. Abū Bakr (ra) aveva detto una verità assoluta: «Costui è la mia guida nel cammino».

In al-Bukhārī e Muslim si trova questa narrazione di Abū Bakr (ra): «Continuammo a viaggiare fino a mezzogiorno del secondo giorno. Quando il calore del sole divenne intenso, cominciammo a guardare tutt’intorno per vedere se fosse possibile trovare dell’ombra. Vedemmo che sotto una grande roccia c’era dell’ombra. Ci recammo lì, stendemmo un giaciglio per il Profeta (s) e gli dicemmo: “Riposa un poco”. Poi continuammo a guardare tutt’intorno, per vedere se qualcuno fosse venuto a cercarci. In quel momento un ragazzo che pascolava delle capre si diresse verso quel masso per trovare riparo all’ombra. Gli dissi: “Puoi mungere per noi il latte di una delle tue capre?”. Egli acconsentì. Pulii la mammella della capra e le mani del ragazzo, poi gli feci mungere il latte in un recipiente. Vi aggiunsi un po’ d’acqua per raffreddarlo. Quindi lo portai al Profeta (s), che lo bevve.»

Poi Abū Bakr (ra) raccontò l’episodio di Surāqa ibn Mālik ibn Juʿshum, che l’Imām al-Bukhārī ha citato in forma concisa nei capitoli Manāqib al-Muhājirīn e Bāb al-Hijra, e l’Imām Muslim nel Kitāb al-Zuhd, nel capitolo Bāb al-Hijra. Il resoconto dettagliato è stato riferito dall’Imām al-Zuhrī, nella narrazione di al-Bukhārī sul tema dell’Egira, con le parole dello stesso Surāqa e tramite suo nipote ʿAbd al-Raḥmān ibn Mālik (Ibn Hishām, correggendo il suo nome, dice: ʿAbd al-Raḥmān ibn al-Ḥārith ibn Mālik ibn Juʿshum; nota dell’autore). Il resoconto dettagliato si trova nella Sīrat di Ibn Hishām, nelle Ṭabaqāt di Ibn Saʿd e in altre opere.

L’episodio di Surāqa

Suraqa era il capo dei Banū Mudlij. Il suo territorio si trovava nei pressi di Qudayd. Egli racconta: «Un uomo dei Quraysh venne da noi portando questo messaggio: a chiunque avesse ucciso o catturato Muḥammad (s) e Abū Bakr (ra) sarebbe stata pagata, per ciascuno, la diya, cioè cento cammelli. Un giorno ero seduto in un’assemblea della mia gente, quando arrivò un uomo e mi disse: “Proprio ora ho visto alcune persone procedere lungo la costa. Penso che siano Muḥammad (s) e il suo compagno”. Capii subito che dovevano essere proprio loro; tuttavia gli dissi: “Non sono loro; hai visto invece il tale e il talaltro, che sono appena passati davanti a noi”. Dopo essere rimasto ancora un poco in quell’assemblea, mi alzai e tornai a casa. Poi uscii di nascosto a cavallo, affinché gli altri non sapessero che me ne ero andato. In una trasmissione di Ibn Shayba, Suraqa dice: “Agii così per timore che gli abitanti del villaggio partecipassero alla mia ricompensa”. Quando li raggiunsi, all’improvviso caddi da cavallo. Estrassi la freccia divinatoria e osservai il responso: risultò contrario al mio desiderio. Non vi badai e continuai ad avanzare. Poi mi avvicinai tanto che potei udire chiaramente la recitazione del Messaggero di Allah (s). Il Profeta (s) non si voltava a guardare in nessuna direzione; Abū Bakr (ra), invece, guardava ripetutamente tutt’intorno. All’improvviso le zampe del mio cavallo sprofondarono nel terreno fino alle ginocchia e io caddi dalla sua groppa. Secondo la narrazione di Bara’ ibn ʿĀzib (ra), riferita dallo stesso Abū Bakr (ra), Abū Bakr disse: “Stavamo attraversando un terreno duro. Dissi: ‘Il nostro inseguitore ci ha raggiunti ed è ormai molto vicino’. Il Profeta (s) pregò, e quello sprofondò nel terreno fino al ventre”. Anas (ra) riferisce che il Profeta (s) disse: “O Allah, fallo cadere!”. Suraqa racconta: “Estrassi di nuovo la freccia divinatoria, ma il responso risultò contrario al mio desiderio. Allora gridai chiedendo protezione. Essi si fermarono. Mi avvicinai a loro a cavallo. Da tutto ciò che mi era accaduto compresi che l’impresa del Messaggero di Allah (s) avrebbe certamente avuto successo”. In Ibn Hishām, nella trasmissione di Muḥammad ibn Isḥāq a nome dell’Imam al-Zuhrī, si legge che Suraqa gridò: “Sono Suraqa ibn Juʿshum. Concedetemi l’opportunità di parlare. Giuro su Allah che non vi farò alcun male, né uscirà dalla mia bocca una parola che vi risulti insopportabile”. Suraqa dice: “Dissi al Messaggero di Allah: ‘La tua gente ha proclamato per te una diya, e la gente vaga nella speranza di ottenere la ricompensa’. Poi mi offrii di fornire provviste e attrezzature per il viaggio. Egli non chiese altro se non che non rivelassi a nessuno dove si trovavano. Gli chiesi di scrivermi un salvacondotto. Egli ordinò ad ʿĀmir ibn Fuhayra (ra), che me lo consegnò scritto su un pezzo di pelle. Anas ibn Mālik (ra) riferisce che Suraqa disse: ‘O Profeta di Allah, ordinami ciò che desideri’. Il Profeta (s) rispose: ‘Resta al tuo posto e non permettere a nessuno di raggiungerci’. Così, colui che pochi istanti prima era un nemico deciso a ucciderli divenne il loro protettore. Ibn Saʿd dice che, in seguito, chiunque venisse inseguendo il Profeta (s) per trovarlo, Suraqa gli diceva: ‘Torna indietro. Sono certo che non si trova da questa parte. E voi sapete bene quanto sia acuta la mia vista e quanto sia esperto nelle indagini’».

Ibn Isḥāq e Mūsā ibn ʿUqba hanno riportato questa narrazione di Suraqa. Suraqa dice: «Conservai il salvacondotto scritto che avevo ricevuto. Alcuni anni dopo, quando il Messaggero di Allah (s), di ritorno dalle battaglie di Ḥunayn e Ṭā’if, si trovava a Jiʿrāna, mi presentai al suo cospetto e, porgendogli quello scritto, dissi: “Sono Suraqa ibn Juʿshum, e questo è il documento scritto da voi, il vostro atto di garanzia o salvacondotto”. Egli disse: “Oggi è il giorno in cui si mantiene la promessa e si rende ciò che è dovuto. Avvicinati”. Mi avvicinai al Profeta (s) e abbracciai l’Islam». Al-Ṭabarānī riferisce da Asmā’ bint Abū Bakr (ra) un breve riassunto dell’intero episodio di Suraqa.

Nel al-Istīʿāb, Ibn ʿAbd al-Barr, e nel al-Iṣāba, Ibn Ḥajar, hanno riportato, tramite Sufyān ibn ʿUyayna, la narrazione mursal di al-Ḥasan al-Baṣrī secondo cui il Messaggero di Allah (s), rivolgendosi a Suraqa ibn Mālik, disse: «Come sarà il giorno in cui indosserai i bracciali di Cosroe?». Alcuni anni dopo questa profezia, quando presso ʿUmar (ra) furono portati i bracciali, la cintura e la corona del re di Persia, egli convocò Suraqa, glieli fece indossare e disse: «Alza le mani e dì: “Lode ad Allah, che ha sottratto questi oggetti a Cosroe ibn Hurmuz, il quale diceva: ‘Io sono il signore degli uomini’, e li ha fatti indossare a Suraqa ibn Mālik ibn Juʿshum, un beduino dei Banū Mudlij”». Al-Suhaylī ha fornito in Rawḍ al-Unuf una descrizione dettagliata di questo episodio. Poiché non sembrava necessario ampliare l’estensione dell’opera, essa è stata omessa.

La storia di Umm Maʿbad

Subito dopo aver attraversato il territorio di Qudayd, questa nobile carovana giunse alla dimora di Umm Maʿbad, una donna dei Banū Khuzāʿa. Alcuni autori hanno indicato questo episodio come anteriore a quello di Suraqa, mentre altri lo hanno collocato dopo. Riteniamo che l’episodio di Suraqa sia anteriore perché, nel riferire gli eventi successivi alla partenza di Abū Bakr (ra) dalla grotta, egli menziona per primo proprio questo episodio. Probabilmente è per questo motivo che Ḥāfiẓ Ibn al-Qayyim, nel Zād al-Maʿād, lo ha considerato il precedente.

Ibn Khuzayma, al-Ḥākim, al-Bayhaqī, al-Baghawī, Ibn ʿAbd al-Barr, al-Ṭabarānī, Ibn Saʿd e altri hanno riportato questa narrazione attraverso diverse catene di trasmissione. Anche l’Imam al-Bukhārī ha inserito nella sua Storia, riferendola direttamente a Umm Maʿbad, che, quando la carovana attraversava Qudayd, giunse lungo la strada alla tenda di Umm Maʿbad (ʿĀtika bint Khālid), appartenente ai Banū Kaʿb, un ramo della tribù dei Khuzāʿa. Umm Maʿbad era una donna anziana e rispettabile. La sua famiglia era solita ospitare i viaggiatori che passavano da quelle parti. Quando il Messaggero di Allah (s) e il suo compagno arrivarono, ella era seduta nel cortile davanti alla sua tenda. In quel periodo infuriava una carestia e l’intera regione era oppressa dalla miseria. I viaggiatori dissero a Umm Maʿbad: “Dacci da mangiare qualunque cosa tu abbia: latte, carne o datteri. Te ne pagheremo il prezzo”. Ella rispose: “Giuro su Allah, se avessimo qualcosa, non esiteremmo affatto a ospitarvi”. In quel momento lo sguardo del Messaggero di Allah (s) cadde su una capra, in un angolo della tenda. Egli chiese: “Madre di Maʿbad, com’è questa capra?”. Ella rispose: “Quella poveretta, a causa della sua magrezza e debolezza, non ha potuto andare al pascolo con le altre capre”. Il Profeta (s) chiese: “Può dare del latte?”. Ella rispose: “È molto più debole di quanto occorra per dare latte”. Il Profeta (s) disse: “Mi permetti di mungerla?”. Ella rispose: “Possano i miei genitori essere sacrificati per voi; se riuscite a ricavarne un po’ di latte, fatelo pure”. Il Profeta (s) fece avvicinare la capra, le legò le zampe, le passò la mano sulle mammelle — secondo un’altra versione, sulla schiena — e pregò: “O Allah, benedici le capre di questa donna”. Poi iniziò a mungere pronunciando il nome di Allah. Quale meraviglia della potenza divina! La capra allargò le zampe e cominciò a ruminare; dalle sue mammelle il latte iniziò a sgorgare copiosamente. Il Profeta (s) chiese un recipiente abbastanza grande da contenere latte sufficiente a saziare un gruppo di persone. Continuò a mungere finché il recipiente fu colmo fino all’orlo. Sulla superficie del latte si formò della schiuma. Per prima cosa fece bere Umm Maʿbad fino a saziarla; poi bevvero i compagni fino a saziarsi, e infine bevve egli stesso. Poi disse: **************************

—chi fa bere gli altri beve per ultimo.

Poi riempì di nuovo quel recipiente di latte, lo consegnò a Umm Ma‘bad e disse: «Quando arriverà il padre di Ma‘bad, dagli questo latte».

Umm Ma‘bad descrive l’aspetto benedetto del Profeta (sallallahu ‘alayhi wa sallam).

Poco dopo suo marito tornò all’accampamento con il suo gregge di capre emaciate e malridotte. Vedendo il recipiente pieno di latte, chiese stupito: «Madre di Ma‘bad, da dove è venuto questo latte?». Ella rispose: «Per Dio, un uomo benedetto stava passando da queste parti; è stato lui a fare tutto questo». Poi gli raccontò ogni cosa. Il marito disse: «Descrivimi un po’ il suo aspetto, così che possa ascoltare». Ella (Umm Ma‘bad) cominciò a dire: «Vidi un uomo di grande bellezza: aveva il volto luminoso, un carattere puro e casto, e il corpo né grasso né magro. Era bello e gioviale. Aveva due occhi neri, ciglia lunghe, una voce forte ma non aspra, pupille nere e bulbi oculari bianchi. Le sopracciglia non erano né unite né separate; tra loro vi erano pochi peli. I capelli erano completamente neri, il collo ampio e la barba folta. Quando taceva, emanava dignità; quando parlava, la sua voce si diffondeva tutt’intorno. Nel suo parlare sembrava che perle e gemme cadessero dalle sue labbra. Le sue parole erano dolci e chiare; non parlava né troppo poco né troppo. Da lontano, ascoltandolo, la sua voce sembrava molto forte, ma era gradevole. Da vicino, appariva dolce, melodiosa e raffinata. Aveva una corporatura proporzionata: non era né molto alto e robusto, né basso e minuto. Tra i suoi compagni era il più bello e il più nobile. I compagni lo circondavano, ascoltavano con grande attenzione le sue parole e si affrettavano a eseguire i suoi ordini. Era amato e servito da tutti, non era né irritabile né aspro nel parlare».

Dopo aver ascoltato tutto ciò, Abu Ma‘bad disse: «Per Dio, costui è proprio quell’uomo dei Quraysh di cui sentiamo parlare da tempo. Se lo incontrassi, gli chiederei di poterlo seguire. Se mi si presentasse una simile occasione, certamente ci proverei». (Al-Bayhaqi e Ibn Sa‘d hanno riportato questa dichiarazione di ‘Abd al-Malik ibn Wahab al-Majzahi: «Mi è giunta la notizia che Abu Ma‘bad divenne musulmano, emigrò e si recò al servizio del Profeta (sallallahu ‘alayhi wa sallam)». Nella versione riportata da Hafiz Abu Nu‘aym tramite ‘Abd al-Malik si aggiunge che anche Umm Ma‘bad divenne musulmana, emigrò e si recò al servizio del Profeta (sallallahu ‘alayhi wa sallam)).

L’attesa dell’arrivo del Profeta (sallallahu ‘alayhi wa sallam) a Medina

La notizia che il Messaggero di Dio (sallallahu ‘alayhi wa sallam) era partito dalla Mecca era già giunta a Medina. Al-Bukhari ha riportato questo racconto, nel capitolo sull’Egira, attraverso la catena di trasmissione di al-Zuhri, da ‘Urwa ibn al-Zubayr. Anche Ibn Ishaq lo ha riportato. Al-Hakim e Musa ibn ‘Uqba hanno spiegato che ‘Urwa (che Dio sia soddisfatto di lui) aveva ascoltato personalmente questo episodio dal suo nobile padre, al-Zubayr ibn al-‘Awwam (che Dio sia soddisfatto di lui): i musulmani uscivano ogni mattina, si sedevano sulla strada verso la Mecca e poi tornavano a casa soltanto quando il calore del sole diventava insopportabile. Ibn Sa‘d, citando al-Waqidi, riferisce che gli Emigrati erano inquieti a causa del ritardo nell’arrivo del Profeta (sallallahu ‘alayhi wa sallam). Ogni giorno gli Ansar e gli Emigrati andavano a sedersi presso Harrat al-‘Asaba [quando, a causa dell’eruzione di materiale fuso dal sottosuolo, enormi blocchi di pietra bruciano, si carbonizzano e diventano neri, vengono chiamati «harra». Grandi pietre di questo tipo si trovano tutt’intorno a Medina. «Harrat al-‘Asaba» è il nome del blocco di pietra che si trova sulla strada verso la Mecca, fuori da Quba. È chiamato anche Harra Quba — l’Autore.] e aspettavano finché il calore del sole diventava intenso. Ibn Jarir e Ibn Hisham, citando Ibn Ishaq, hanno riportato questa dichiarazione di ‘Abd al-Rahman ibn ‘Uwaym ibn Sa‘ida: «Alcuni Compagni della mia tribù mi raccontarono che, non appena ricevemmo la notizia della partenza del Profeta (sallallahu ‘alayhi wa sallam) dalla Mecca, cominciammo ad attendere il suo arrivo. Era estate. Perciò, quando il calore del sole aumentava e non c’era alcuna ombra, tornavamo a casa entro mezzogiorno». Al-Bazzar ha riportato un racconto simile anche da ‘Umar (che Dio sia soddisfatto di lui).

Questo è una grande prova del fatto che il Messaggero (sallallahu ‘alayhi wa sallam), lasciando la sua amata patria, non si recava in un luogo nuovo come un semplice richiedente d’asilo. Al contrario, per grazia di Dio, per la sua Egira aveva trovato un luogo i cui abitanti erano impazienti e ansiosi di attendere il suo arrivo.

L’arrivo del Profeta (s) a Quba

Era mezzogiorno e, dopo aver atteso il Profeta (s), la gente era tornata a casa. Fu allora che egli giunse a Quba insieme ai suoi compagni. Tra i villaggi nei dintorni di Medina, Quba era il più famoso. Riguardo all’arrivo del Profeta (s) a Quba esistono due narrazioni che apparentemente sembrano contraddirsi. Secondo una di esse, il Profeta (s), giunto nei pressi della Harrat di Quba, scese da una parte di essa. Fu quindi mandato un uomo ad annunciare il suo arrivo agli Ansar. Non appena ricevettero la notizia, alcuni uomini vennero, salutarono il Profeta (s) e Abu Bakr (r.a.) e dissero: «Venite senza timore, noi siamo vostri obbedienti seguaci». Questa è la narrazione di Anas (r.a.) riportata da Bukhari; anche Ibn Saʿd la cita sulla sua autorità. Nella narrazione di Anas (r.a.) riportata nel Musnad di Ahmad e nel Bayhaqi si aggiunge che, appena udita la notizia dell’arrivo del Profeta (s), cinquecento uomini accorsero per dargli il benvenuto.

Secondo un’altra narrazione, quando il Profeta (s) giunse nei pressi di Quba, un ebreo, che era salito sulla sua piccola fortezza per una faccenda, vedendolo arrivare gridò ad alta voce: «O Banu Qayla, ecco che è giunto il vostro capo!». [Poiché Aws e Khazraj erano figli della stessa madre, il cui nome era Qayla, venivano chiamati Banu Qayla. L’annuncio dell’ebreo — «È giunto il vostro capo» — rende chiaramente evidente che tutti gli abitanti di Medina, credenti, politeisti ed ebrei, sapevano già che il Messaggero di Allah (s) non stava arrivando come un richiedente asilo, bensì come guida degli Ansar di Medina e potente sovrano. I vari narratori hanno riportato l’annuncio dell’ebreo con parole diverse. Noi abbiamo adottato la formulazione di una sola narrazione, perché non avrebbe alcun vantaggio appesantire l’articolo riportando tutte le citazioni. — L’autore.] Non appena udirono queste parole, i Banu ʿAmr ibn ʿAwf che abitavano a Quba levarono all’unisono il grido del takbīr e, armatisi, avanzarono per accogliere calorosamente il Profeta (s). Nel frattempo, il Messaggero di Allah (s) e Abu Bakr (r.a.) erano scesi dalle rispettive cavalcature e sostavano all’ombra di una palma. Una grande folla di Ansar, colma di intensa emozione ed entusiasmo, giunse al luogo in cui il Profeta (s) era sceso. La gente si accalcava intorno a lui in preda a un’irresistibile commozione. Tuttavia, non sapevano chi dei due fosse il Messaggero di Allah (s). Perciò, dapprima iniziarono a salutare Abu Bakr (r.a.). Ma quando i raggi del sole cominciarono a colpire il Profeta (s), Abu Bakr (r.a.) si alzò e lo riparò dal sole con il proprio mantello. Allora la gente comprese quale dei due fosse il Profeta (s) e tutti cominciarono a salutarlo. Questa narrazione è riportata da Bukhari sulla base della testimonianza di ʿUrwa ibn al-Zubayr, da Muhammad ibn Ishaq sulla base di quella di ʿAbd al-Rahman ibn Waym ibn Saʿida e da Ibn Saʿd sulla base di quella di Waqidi. Anche Hakim, Musa ibn ʿUqba, Ibn Jarir al-Tabari, Baladhuri e altri hanno narrato questo episodio.

La divergenza che appare a prima vista tra queste due narrazioni non è in realtà una divergenza. È probabile che, da una parte, dopo essere giunto lì, il Profeta (s) avesse mandato ʿAmir ibn Fuhayra oppure ʿAbdullah ibn Urayqit ad annunciare il suo arrivo e che, dall’altra, anche l’ebreo, vedendolo, avesse gridato che era arrivato.

La data dell’arrivo a Quba

Vi sono molte divergenze tra i trasmettitori riguardo alla data dell’arrivo del Profeta (s) a Quba. In un passo Ibn Saʿd menziona il lunedì e il due di Rabiʿ al-awwal. In un altro luogo indica il quattro di Rabiʿ al-awwal come data della partenza dalla grotta di Thawr e afferma con certezza che il suo arrivo a Medina avvenne il dodici di Rabiʿ al-awwal. Nella narrazione di ʿUrwa ibn al-Zubayr riportata da Bukhari non viene indicata alcuna data; si dice soltanto che era lunedì e che era il mese di Rabiʿ al-awwal. Musa ibn ʿUqba, citando l’Imam Zuhri, indica il primo di Rabiʿ al-awwal come data dell’arrivo a Quba. Tuttavia, la maggior parte dei trasmettitori lo indica come data della partenza dalla Mecca. Secondo la narrazione di Jarir ibn Hazim trasmessa da Ibn Ishaq, il Profeta (s) giunse a Quba il due di Rabiʿ al-awwal. Nella narrazione di ʿAsim ibn ʿAdi riportata da Tabarani, invece, e nelle narrazioni di Ibn Hisham, Ibn Jarir e Ibrahim ibn Saʿd tratte da Ibn Ishaq, viene indicato il dodici di Rabiʿ al-awwal. Baladhuri e Ibn Qutayba affermano che questa è la data corretta. Anche Ibn al-Qayyim, nello Zad al-Maʿad, e Ibn ʿAbd al-Barr, nell’al-Durar, menzionano questa data. In alcune narrazioni vengono indicati l’otto, il tredici e il quindici di Rabiʿ al-awwal. La versione corretta e affidabile, tuttavia, è che il Profeta (s) partì dalla Mecca il primo di Rabiʿ al-awwal e si recò alla grotta di Thawr. Vi rimase tre giorni e tre notti, poi partì per Medina nell’ultima notte del quattro di Rabiʿ al-awwal. Giunse a Medina (Quba) il dodici di Rabiʿ al-awwal. [Va ricordato che, secondo il calendario lunare, la notte precede il giorno e una nuova data inizia dopo il tramonto. Pertanto, la notte del primo di Rabiʿ al-awwal significa la notte precedente a quel giorno, non la notte successiva alla sua conclusione. Inoltre, è necessario sapere che il calendario islamico fu istituito durante il califfato di ʿUmar (r.a.), ma non ebbe inizio dal giorno dell’Egira. Fu invece fatto iniziare dal primo di Muharram (16 luglio 622 d.C.). L’Egira ebbe luogo nel terzo mese dell’anno islamico. — L’autore.] Secondo il calendario solare, la data corrispondente è il 24 settembre 622 d.C.

La permanenza a Quba

È unanimemente riconosciuto che la permanenza del Profeta (s) a Quba ebbe luogo nel villaggio dei Banu ʿAmr ibn ʿAwf, un ramo della tribù degli Aws. È inoltre comprovato che ebbe la fortuna di ospitarlo Kulthum ibn Hidam. [Era un anziano e venerabile uomo. Morì poco tempo dopo l’arrivo del Profeta (s). Non so come mai in alcune narrazioni si sia detto che, durante la permanenza del Profeta (s), egli fosse un politeista. Ibn ʿAbd al-Barr, nell’al-Istiʿab, e Ibn Hajar, nell’al-Isaba, hanno dichiarato esplicitamente che egli si convertì all’Islam prima dell’Egira. — L’autore.] Tuttavia, quando il Profeta (s) si recava a fargli visita, soggiornava nella casa di Saʿd ibn Khaythama, poiché questi non aveva figli e l’intera casa era libera per gli uomini. Per questo motivo divenne comunemente noto tra la gente che il Profeta (s) avesse soggiornato nella casa di Saʿd. Baladhuri lo ha scritto dettagliatamente anche nel Futuh al-Buldan. Egli afferma: «Ho appreso ciò da un gruppo di persone esperte nella conoscenza degli hadith, della sira e delle campagne militari».

Durante il suo soggiorno qui, il Profeta (s) costruì la moschea di Quba. L’Imam Bukhari lo riferisce da Hazrat Urwa ibn Zubayr (ra), mentre Ibn Hisham e Ibn Jarir lo citano da Muhammad ibn Ishaq. A questo proposito, Ibn Jarir inserisce presso Ibn Ishaq l’intera catena dei trasmettitori, dalla quale risulta che si tratta in realtà della narrazione di Hazrat Ali (ra). Hafiz Ibn Hajar afferma che questa fu la prima moschea costruita nell’epoca islamica e la prima nella quale il Messaggero di Allah (s), insieme ai Compagni, guidò pubblicamente la preghiera in congregazione. [La moschea di Quba si trova ancora a sud-ovest di Medina. Nel luogo adiacente alla sua qibla, dove oggi sorge una grande cupola chiamata Maqam al-Umra, si trovava la casa di Hazrat Kulthum ibn Hidm. Vicino a essa, la seconda cupola, adiacente alla moschea e nota come Bayt Fatima, era la casa di Hazrat Sa‘d ibn Khaythama — l’Autore.]

In quel periodo Hazrat Ali (ra) giunse dalla Mecca al servizio del Profeta (s). Insieme a lui soggiornò presso Kulthum ibn Hidm. Citando le narrazioni di Muhammad ibn Ishaq, Ibn Hisham e Ibn Jarir riferiscono che egli rimase tre giorni alla Mecca e restituì agli abitanti della Mecca tutti i depositi che avevano affidato al Profeta (s). Poi emigrò da lì. Vi è divergenza riguardo al numero di giorni che il Profeta (s) trascorse a Quba. In Bukhari, Muslim e Ibn Sa‘d è riportata la narrazione di Hazrat Anas ibn Malik (ra), secondo cui vi rimase quattordici giorni. Anche Waqidi parla di quattordici giorni. Da Hazrat Aisha (ra) e Urwa ibn Zubayr (ra) si riferisce che il Profeta (s), dopo dieci giorni, rimase ancora per qualche tempo. Alcuni membri dei Banu ‘Amr ibn ‘Awf dicono che vi rimase diciotto giorni. Musa ibn ‘Uqba riferisce dall’Imam Zuhri e da Mujammi‘ ibn Yazid ibn Haritha che il Profeta (s) vi rimase ventidue giorni; questa era anche la narrazione di Zubayr ibn Bakkar, che l’aveva udita da diverse persone dei Banu ‘Amr ibn ‘Awf. Baladhuri cita anche un’opinione di ventitré giorni. Tuttavia, Ibn Sa‘d, Ibn Ishaq, Ibn Hisham, Ibn Jarir, Baladhuri e Ibn Hibban affermano con certezza che il Profeta (s) rimase a Quba lunedì, martedì, mercoledì e giovedì, e partì da lì per Medina il venerdì. Questa è l’opinione ben nota agli studiosi delle maghazi e delle sira. Sebbene Ibn Hibban dica che il Profeta (s) rimase a Quba tre giorni, e anche Musa ibn ‘Uqba lo affermi, in realtà essi non conteggiarono tra i giorni del soggiorno quelli dell’arrivo del Profeta (s) a Quba e della partenza da Quba. Perciò anche la loro opinione è conforme a quella famosa.

La partenza da Quba e la prima preghiera del venerdì

Anche Ibn Hisham cita la narrazione di Ibn Ishaq, e lo stesso fanno le narrazioni di Ibn Sa‘d e Baladhuri: il Profeta (s) partì da Quba, il venerdì, quando era già alquanto avanzata la giornata. Non appena giunse nel villaggio dei Banu Salim ibn ‘Awf, arrivò l’ora della preghiera del venerdì. Egli scese e guidò la preghiera del venerdì nella loro moschea; vi presero parte cento persone, e questa fu la prima preghiera del venerdì guidata dal Profeta (s). Questa moschea dei Banu Salim si trovava nella pianura di Ranuna [Yakut, alla voce «Ranuna» del suo Mu‘jam al-Buldan, scrive: «Nella pianura di Ranuna»: la menzione della moschea si trova nel compendio della Sira di Ibn Ishaq redatto da Ibn Hisham; altrimenti tutti gli altri scrivono che il Profeta (s) celebrò la preghiera del venerdì nel villaggio dei Banu Salim — l’Autore.] e in origine era chiamata moschea di Khubayb. Dopo che il Profeta (s) vi guidò la preghiera del venerdì, fu chiamata Moschea del Venerdì, nome con cui è tuttora conosciuta. Si trova sul lato sinistro della strada che conduce da Medina a Quba.

Ibn Jarir al-Tabari ha inserito nella sua Storia, con ogni singola parola, il sermone pronunciato dal Profeta (s) in occasione di quel venerdì, riportandolo da Sa‘id ibn ‘Abd al-Rahman al-Jumahi. Tuttavia, in esso si trovano versetti coranici rivelati dopo l’Egira. Per questo sorge il dubbio che il discorso attribuito al Profeta (s) sia stato trasmesso con le parole esatte.

L’ingresso a Medina

Dopo la preghiera del venerdì, quando il Profeta (s) si preparò a recarsi a Medina, una folla guidata da Hazrat ‘Itban ibn Malik (ra) e Hazrat ‘Abbas ibn ‘Ubada al-Nadli si presentò davanti al Profeta (s), afferrò le redini della cammella e lo supplicò: «O Messaggero di Allah, rimani qui da noi. Siamo numerosi, disponiamo di equipaggiamento bellico e abbiamo anche la forza necessaria per difenderci». Il Profeta (s) disse: «Lasciate libera la strada alla mia cammella, perché essa ha ricevuto l’ordine». In altre parole, procedeva per ordine di Allah. Si sarebbe fermata proprio nel luogo in cui Allah le avrebbe ordinato di fermarsi. Proseguendo, incontrò lungo la strada i quartieri dei Banu Bayada, dei Banu Sa‘ida, dei Banu al-Harith e dei Banu ‘Adi ibn al-Najjar. In ogni luogo, gli appartenenti a queste tribù si facevano avanti, guidati dai loro capi, e chiedevano al Profeta (s) di soggiornare presso di loro. A tutti il Profeta (s) dava la stessa risposta: «Lasciate libera la strada alla mia cammella, perché essa ha ricevuto l’ordine». Egli aveva lasciato allentate le redini della sua cammella e non le dava il minimo segnale riguardo al luogo in cui sarebbe andata o si sarebbe fermata. Quando giunse nel quartiere dei Banu Malik ibn al-Najjar [Questa era la famiglia nella quale una donna, Salma bint ‘Amr, sposò Hashim, il bisnonno del Profeta (s). Dal suo grembo nacque ‘Abd al-Muttalib. Fu in questa famiglia che ‘Abd al-Muttalib venne allevato e crebbe fino alla giovinezza. In quel periodo, i membri di questa famiglia accompagnarono ‘Abd al-Muttalib alla Mecca e lo aiutarono a raggiungerla, quando suo zio entrò in possesso della sua eredità. I rapporti tra questa famiglia e quella del Profeta (s) erano così stretti che suo padre, il signor ‘Abdullah, trascorse qui l’ultima parte della sua vita. Qui fu anche sepolto. Sua madre lo portò a Medina durante la sua infanzia affinché potesse farlo vedere alla sua famiglia — l’Autore.] la cammella si recò esattamente nel luogo dove oggi si trova la Moschea del Profeta — secondo un’altra opinione, il pulpito del Messaggero — e vi si sedette. Il Profeta (s) era ancora seduto sul suo dorso. Essa si rialzò e percorse una breve distanza, poi tornò indietro, si sedette esattamente nello stesso luogo e si distese per riposare; allora il Profeta (s) scese dal suo dorso. [La grande saggezza divina consisteva nel fatto che Allah non affidò al Profeta (s) la scelta del luogo in cui soggiornare, ma fece compiere questo servizio alla cammella per Suo ordine. Se il Profeta (s) avesse scelto il luogo del soggiorno secondo la propria preferenza, tra le altre tribù degli Ansar sarebbe sorto il sentimento che egli avesse dato la precedenza ai Banu al-Najjar rispetto alle altre — l’Autore.] Questa è la narrazione di Ibn Ishaq, che Ibn Hisham ha citato ampiamente e Ibn Jarir in forma concisa. Anche Ibn Sa‘d e Baladhuri la riferiscono brevemente.

Il soggiorno nella casa di Hazrat Abu Ayyub

Vi sono alcune divergenze nei resoconti successivi. Nel resoconto di Ibn Ishaq si riferisce che, quando il Profeta (s) scese dalla cammella, proprio di fronte si trovava la casa di Abu Ayyub al-Ansari (ra) —Khalid ibn Zayd—. Egli si fece avanti, prese i bagagli del Profeta (s) e li portò nella propria casa. Il Profeta (s) soggiornò presso di lui.

In al-Bukhari e nel Musnad di Ahmad si riferisce che, dopo essere sceso dalla cammella, il Profeta (s) domandò: «Qual è la casa più vicina tra le nostre genti?». Abu Ayyub (ra) rispose: «La mia, o Messaggero di Allah. Ecco, questa è la mia casa davanti a te e questa è la mia porta». Il Profeta (s) disse: «Va’ e prepara un luogo per il mio riposo».

Anche Ibn Sa‘d lo riferisce sulla testimonianza di Anas (ra). Ibn Sa‘d, citando al-Waqidi, e al-Baladhuri aggiungono inoltre che As‘ad ibn Zurara condusse la cammella del Profeta alla propria casa e si prese cura di essa.

Secondo alcuni resoconti, dopo essere sceso dalla cammella, il Profeta (s) disse:

******************************************

—«Se Allah vuole, questo sarà il luogo del soggiorno». Abu Ayyub (ra) si fece avanti e disse: «La mia casa è la più vicina. Se mi date il permesso, porterò i vostri bagagli nella mia casa». Il Profeta (s) gli diede il permesso ed egli portò via i bagagli. Al-Tabarani riferisce la stessa cosa da ‘Abdullah ibn al-Zubayr.

In al-Bukhari, Muslim e nel Musnad di Ahmad si trova il seguente resoconto di al-Bara’ ibn ‘Azib (ra): la gente litigava su dove il Profeta (s) avrebbe soggiornato. Alla fine il Profeta (s) disse: «Soggiornerò presso i Banu Najjar, che sono la famiglia del nonno materno di ‘Abd al-Muttalib». Hafiz Ibn Hajar, nell’al-Isaba, citando il Musnad di Ahmad, riporta anche la dichiarazione dello stesso Abu Ayyub: quando la disputa tra gli Ansar si fece più accesa, alla fine si procedette a un sorteggio e il nome estratto fu quello di Abu Ayyub (ra).

Considerando questi diversi resoconti, sembra che dapprima il Profeta (s) abbia soggiornato presso Abu Ayyub (ra), dopodiché la gente delle altre tribù abbia espresso il desiderio di partecipare anch’essa a questo onore. Di conseguenza si rese necessario ricorrere al sorteggio. Il Profeta (s) voleva inoltre accontentare la gente spiegando che con quella famiglia aveva un rapporto di parentela fin dall’inizio e che gli Arabi davano la precedenza ai diritti di parentela. [La casa di Abu Ayyub al-Ansari (ra) esiste ancora oggi a sud-est della Moschea del Profeta; nelle sue vicinanze si trova la Bab Ja‘far Sadiq, dove oggi risiedono l’imam e il predicatore della Moschea del Profeta —l’Autore.]

L’Imam Abu Yusuf cita nel Kitab adh-Dhikr wad-Du‘a’ la narrazione di Abu Ayyub Ansari (ra), nella quale Abu Ayyub racconta: «Quando il Profeta (s) scese qui, rimase al piano inferiore, mentre io e la madre di Ayyub restammo al piano superiore. Durante la notte dissi alla madre di Ayyub: “Il Profeta (s) ha più diritto di stare al piano superiore, poiché gli angeli si recano da lui e su di lui discende la rivelazione”. Per questo pensiero, io e la madre di Ayyub non riuscimmo a dormire quella notte. Al mattino riferii tutto al Profeta (s). Egli disse: “Il piano inferiore è più comodo per me”. Io dissi: “Giuro per Colui che ti ha inviato con la verità: non posso abitare in una casa a più piani mentre tu risiedi al piano inferiore”. Lo supplicai con tanta insistenza che accettò di stare al piano superiore».

La narrazione di Abu Ayyub che Ibn Hisham riporta da Muhammad ibn Ishaq è alquanto diversa da questa. Vi si dice che il Profeta (s) preferiva il piano inferiore perché era più comodo per coloro che venivano a fargli visita. Per questo Abu Ayyub (ra), sebbene riluttante, accettò di stare al piano superiore. Un giorno, però, al piano superiore si ruppe un recipiente d’acqua. Abu Ayyub (ra) temette che, se l’acqua fosse filtrata e fosse caduta al piano inferiore, il Profeta avrebbe sofferto. Perciò gettò sull’acqua l’unica coperta che i due coniugi possedevano e la usò per asciugarla. Anche al-Bayhaqi e Ibn Abi Shayba hanno riportato questo episodio nello stesso modo, tramite Abu Ayyub (ra).

Ibn Sa‘d riferisce, citando Zayd ibn Thabit (ra), che durante il soggiorno del Profeta (s) presso Abu Ayyub non passò un solo giorno senza che si vedessero persone di tre o quattro case ferme davanti alla sua porta con cibo e provviste.

L’accoglienza del Profeta (s) a Medina

Sebbene dalla narrazione precedente si possa comprendere bene con quale rispetto e amore gli abitanti di Medina accolsero il Profeta (s), l’accoglienza che gli fu riservata in città, con entusiasmo, fervore e profonda devozione e venerazione, fu senza precedenti. In Arabia non si era mai vista un’accoglienza simile, né prima né in seguito. In al-Bukhari, Muslim e Musnad Ahmad è riportata, tramite Bara ibn Azib, una narrazione di Abu Bakr as-Siddiq (ra). Egli dice: “Quando arrivammo a Medina, vedemmo che la gente era uscita sulle strade principali per accoglierci. Sui tetti vi era una folla immensa. Servitori e ragazzi correvano gioiosamente per le strade, gridando: ‘Allahu Akbar! È arrivato il Messaggero di Allah (s), è arrivato Muhammad (s)!’”. In al-Bukhari è riportata la narrazione di Anas ibn Malik (ra), secondo cui il Profeta (s) e Abu Bakr (ra) erano circondati da una folla armata. La gente saliva sui luoghi elevati per cercare di vedere il Profeta (s), mentre in tutta la città riecheggiavano le grida: “È arrivato il Profeta di Allah! È arrivato il Messaggero di Allah!”. Nella narrazione di Anas (ra) riportata nei Tabaqat di Ibn Sa‘d si trovano queste parole: “Non ho mai visto un giorno più luminoso e più nobile”. La narrazione di Anas (ra) in Musnad Ahmad è la seguente: gli abitanti di Medina erano usciti con grandissimo entusiasmo e fervore per l’accoglienza; le donne si erano radunate sui tetti e chiedevano alla gente: “Quale di questi due è il Messaggero di Allah (s)?”. Non avevamo mai visto una scena simile. Narrazioni analoghe, trasmesse da Anas (ra), sono state riportate anche da ad-Darimi, at-Tirmidhi, Ibn Majah, Abu Dawud e al-Bayhaqi. In al-Bukhari è riportata la narrazione di Bara ibn Azib (ra), il quale dice: “Non ho mai visto gli abitanti di Medina tanto felici quanto li vidi il giorno dell’arrivo del Profeta (s) a Medina”.

Al-Bayhaqi, nei Dala’il, e Abu Bakr al-Muqri, autore del Mu‘jam al-Kabir, hanno riportato nel Kitab ash-Shama’il la narrazione secondo cui le donne salivano sui tetti e cantavano questo inno:

*************************************************

*************************************************

—La luna piena è sorta su di noi dai sentieri montani della valle; è nostro dovere rendere grazie finché rimarrà qualcuno che invochi Allah.

Razin ha aggiunto un’altra poesia:

*******************************************

—O tu, il Ma’buth giunto tra noi! Sei venuto con una dignità alla quale per noi è obbligatorio obbedire.

Ibn al-Qayyim, nel Zad al-Ma’ad, respinge questa narrazione sostenendo che Saniyyat al-Wada’ si trovava dalla parte dello Shām, non dalla parte opposta, quella della Mecca. Inoltre, le poesie furono cantate dalle ragazze quando il Profeta ﷺ tornava da Tabuk verso Mecca. Così è detto nel Sahih di Bukhari, in Abu Dawud e in Tirmidhi. Tuttavia, non è affatto impossibile né contrario alla ragione che anche il passo montano fino al quale gli abitanti di Medina si recavano per congedare i viaggiatori diretti verso Mecca fosse chiamato **************************. Saniyya ********** indica infatti ogni sentiero che attraversa le montagne; chiamare un sentiero «Saniyyat al-Wada’» significa dunque il passo montano dal quale si congedano coloro che lo percorrono.

Quando il Profeta ﷺ giunse nel quartiere dei Banu Najjar, le ragazze uscirono suonando il daff e cantarono:

***********************************************

—Siamo le ragazze dei Banu Najjar: quanto è eccellente il nostro vicino Muhammad ﷺ! Queste parole sono riportate da al-Hakim e al-Bayhaqi da Anas (che Allah sia soddisfatto di lui). Il Profeta ﷺ chiese alle ragazze: «Mi amate?». Esse risposero: «Sì, o Messaggero di Allah!». Il Profeta ﷺ disse per tre volte: «Per Dio, io amo voi, cioè gli Ansar».

“Ṭabarānī ha riportato queste parole del Profeta (s): «Dio sa che il mio cuore vi ama».”

Anche al-Bayhaqī e Ibn Mājah hanno riportato questa dichiarazione da Anas (r). In al-Bukhārī si trova una narrazione simile da Anas (r): vedendo arrivare le ragazze e le donne, il Profeta (s) si alzò e disse per tre volte: «Per Dio! Voi siete le persone più care a me». (Aggiunta dell’autore.)

La situazione imbarazzante dei Quraysh

Il fatto che il Messaggero di Dio (s) fosse giunto sano e salvo a Medina era già estremamente imbarazzante per i Quraysh. Ma quando giunse loro la notizia della regale accoglienza riservata al Profeta (s) a Medina, furono profondamente turbati e inviarono una lettera ad ʿAbdullāh ibn Ubayy, capo di Medina, che prima dell’Egira gli abitanti di Medina si preparavano a nominare loro re e le cui speranze erano state completamente infrante dall’arrivo del Profeta (s) a Medina e dal fatto che la maggior parte degli Aws e dei Khazraj fosse diventata musulmana. Nella lettera si leggeva:

Avete dato rifugio al nostro uomo presso di voi. Vi giuriamo per Dio che o combatterete contro di lui o lo espellerete. Altrimenti vi attaccheremo tutti, vi uccideremo e renderemo schiave le vostre donne.

Dopo aver ricevuto la lettera, ʿAbdullāh ibn Ubayy si accinse a compiere qualche atto di malvagità. Ma il Profeta (s) prese per tempo provvedimenti per impedirlo. In seguito, il capo di Medina, Saʿd ibn Muʿādh (r), si recò alla Mecca per compiere lʿUmra. Lì Abū Jahl gli sbarrò la strada proprio davanti alla porta del Santuario e gli disse:

************************************

Voi darete rifugio agli apostati dalla nostra religione, li aiuterete e li sosterrete, e noi vi lasceremo compiere tranquillamente il ṭawāf alla Mecca? Per Dio, se tu non fossi stato insieme ad Abū Safwān (cioè Umayya ibn Khalaf), non saresti potuto uscire vivo da qui.

Hazrat Sa’d rispose:

******************************************

Per Dio, se mi impedite di compiere quest’atto, io vi impedirò qualcosa di ben più gravoso per voi: cioè il passaggio delle vostre carovane commerciali attraverso Medina. [Questa è la versione riportata da Hazrat ‘Abdullah ibn Mas’ud (ra) in Bukhari, da lui ascoltata direttamente da Hazrat Sa’d ibn Mu’adh (ra). Da essa risulta chiaramente che tra lui e Umayya ibn Khalaf esisteva un rapporto amichevole fin dall’epoca dell’ignoranza. Quando si recava a Medina, alloggiava in casa di Sa’d; e quando Sa’d andava alla Mecca, alloggiava a casa sua. Sulla base di questa amicizia, Hazrat Sa’d ibn Mu’adh (ra) si recò alla Mecca per compiere l’umra e gli disse: «Portami al Santuario in un momento in cui non ci sia nessuno». Così, a mezzogiorno, Umayya lo condusse a compiere il tawaf. Ma lì si trovava Abu Jahl. Con lui Hazrat Sa’d ebbe la conversazione che abbiamo riportato sopra. In questa versione si narra anche che, quando Hazrat Sa’d (ra) diede ad Abu Jahl una risposta energica, Umayya disse: «Non parlare aspramente ad Abul Hakam. Egli è il capo di questa valle». Hazrat Sa’d disse: «Lascia stare, fratello. Ho sentito il Messaggero di Allah (s) dire che costoro ti uccideranno». Udendo ciò, Umayya si agitò molto e domandò: «Mi uccideranno alla Mecca?». Hazrat Sa’d (ra) rispose: «Non lo so». Nella versione di questa vicenda riportata nel Musnad di Ahmad si aggiunge che Umayya riferì alla moglie le parole di Sa’d (ra), ed ella disse: «Per Dio, Muhammad (s) non mente».

Nella versione di ‘Abdullah ibn Mas’ud (ra) citata da Hafiz Abu Bakr al-Bazzar nel suo Musnad, al posto di Umayya ibn Khalaf viene menzionato ‘Utba ibn Rabi’a. Si narra che, quando egli proibì a Hazrat Sa’d di trattare aspramente Abu Jahl, Hazrat Sa’d disse: «Ho sentito il Messaggero di Allah (s) dire che ti ucciderà». Udendo ciò, ‘Utba rimase sbalordito e disse: «Le parole di Muhammad (s) non possono essere false». Sebbene il trasmettitore di questo hadith di al-Bazzar sia affidabile, la versione corretta è quella riportata in Bukhari. Umayya ibn Khalaf non era disposto ad andare alla battaglia di Badr; i Quraysh lo condussero alla battaglia rimproverandolo ripetutamente. Dopo essere stato catturato, non fu ucciso per mano del Profeta (s), bensì per mano di Hazrat Bilal (ra). Quanto alla persona della quale il Profeta (s) stesso aveva detto che sarebbe stata uccisa, non era Umayya ibn Khalaf, bensì Ubayy ibn Khalaf. Egli fu ucciso per mano del Profeta (s) nella battaglia di Uhud. L’Autore.] La situazione era dunque questa: da parte degli abitanti della Mecca era stato dichiarato che la via della Ka’ba era vietata ai musulmani; e la risposta degli abitanti di Medina era che la via commerciale verso la Siria sarebbe stata pericolosa per gli oppositori dell’Islam. Questo fatto indica chiaramente in quale direzione stessero evolvendo gli eventi. (Tafhim al-Qur’an, vol. 2, introduzione alla sura al-Anfal.)

La costruzione della Moschea del Profeta

Dopo che il Profeta (s) ebbe soggiornato presso Hazrat Abu Ayyub al-Ansari (ra), ciò a cui pensava era la costruzione di una moschea. Nel luogo in cui si era fermata la sua cammella, secondo la versione di Ibn Sa’d, i musulmani si riunivano già per la preghiera. As’ad ibn Zurarah (ra) vi guidava la preghiera congregazionale e lì si celebrava anche la preghiera del venerdì. Quel terreno apparteneva a due orfani, Sahl e Suhayl, ed era sotto la tutela di As’ad ibn Zurayrah (ra). Questa è la versione riportata da ‘Urwah ibn al-Zubayr in Bukhari e da Muhammad ibn Ishaq nella Sira di Ibn Hisham. Al-Baladhuri la cita nel Futuh al-Buldan come una versione ben nota. (Nella versione di Ibn Ishaq, Hazrat Mu’adh ibn ‘Afra (ra) è indicato come il loro tutore.) In Bukhari è riportata la versione di Hazrat ‘A’isha (ra) e di ‘Urwah ibn al-Zubayr, e nella Sira di Ibn Hisham è riportata anche la versione di Ibn Ishaq, secondo la quale su quel terreno venivano fatti seccare i datteri. Secondo le versioni di Bukhari, Muslim, Abu Dawud e Ibn Jarir, vi erano alcune palme da dattero, parte del terreno coltivato (e, secondo alcune versioni, anche una parte di terreno incolto) e alcune vecchie tombe di politeisti. Secondo la versione di Hazrat ‘A’isha (ra) e di ‘Urwah ibn al-Zubayr, il Profeta (s) parlò con i due ragazzi del prezzo del terreno. Essi dissero: «O Messaggero di Allah, te lo doniamo». Ma il Profeta (s), non accettando il dono, lo acquistò pagando il prezzo. Secondo la versione di Musa ibn ‘Uqbah trasmessa dall’Imam al-Zuhri, il Profeta (s) lo acquistò per dieci dinar. Anche Ibn Sa’d riporta la stessa versione sulla base di al-Waqidi, aggiungendo che il prezzo fu pagato da Hazrat Abu Bakr (ra). Anche al-Baladhuri lo afferma nel Futuh al-Buldan.

Ibn Ishaq dice che Hazrat Mu’adh ibn ‘Afra (ra) disse: «O Messaggero di Allah, costruisci qui la moschea. Convincerò questi ragazzi ad accettare» (non viene detto che egli intendesse convincerli pagando personalmente il prezzo, né che intendesse convincerli a venderlo al Profeta (s) ricevendo il prezzo da lui).

In Bukhari e Abu Dawud è riportata la versione di Hazrat Anas (ra), secondo la quale il Profeta (s) mandò a chiamare i Banu Najjar e disse: «Stabilite il prezzo di questo giardino» [In origine è stata usata una parola ******. Essa indica un giardino circondato da mura. Da ciò sembra che inizialmente fosse un giardino, che in seguito andò distrutto e cominciò a essere usato per altri scopi, come si comprende dalla versione riportata sopra. L’Autore.]. Essi dissero: «Non chiediamo il prezzo a nessuno se non ad Allah». Questa versione non specifica se il terreno fu acquistato pagando il prezzo oppure ottenuto in dono. Tuttavia, tutte le altre versioni concordano sul fatto che il terreno della Moschea del Profeta non fu ottenuto gratuitamente.

Dopo aver acquisito il terreno, lo si ripulì, si colmarono le fosse e si livellarono le asperità, quindi si esumarono le tombe. Si abbatterono le palme e con i loro tronchi si fecero i pilastri della moschea. Il tetto fu realizzato con foglie di palma. Le pareti furono costruite con mattoni e malta d’argilla. Il terreno libero fu riservato alla preghiera. Durante la stagione delle piogge, quando il pavimento diventava fangoso, vi si stesero pietrisco e ciottoli. Quando sotto il tetto di foglie di palma il caldo diventava intenso, si applicava uno strato d’argilla sulle foglie. In al-Bukhari è riportato, da Hazrat Aisha (ra) e Urwa ibn al-Zubayr, in Abu Dawud da Hazrat Anas (ra), e nella Sira di Ibn Hisham da Muhammad ibn Ishaq, che nella costruzione di questa moschea il Messaggero di Allah (s) partecipò personalmente, insieme agli altri, al trasporto dei mattoni e dell’argilla.

Costruzione delle stanze del Profeta (s)

Accanto alla Moschea del Profeta, da questo lato, il Profeta (s) fece costruire per sé due stanze: una per Hazrat Sawda (ra) e l’altra per Hazrat Aisha (ra). Ibn Sa‘d dice che anche queste due stanze erano costruite con mattoni crudi. Le stanze furono separate applicando argilla sull’intreccio di foglie di palma. Anche il tetto era di foglie di palma. Sulla porta veniva appesa una coperta. Hazrat Hasan al-Basri racconta: «Quando ero piccolo, ancora minorenne, entrai nella casa del Profeta (s); il soffitto della stanza era così basso che lo si poteva toccare con la mano». L’Imam al-Bukhari, nella sua opera storica, e Hafiz Abu Ya‘la, nel suo Musnad, hanno scritto che alla porta del Profeta (s) si bussava con l’unghia del dito, perché non vi erano né battente né anello.

Convocazione della famiglia dalla Mecca

Al-Waqidi riferisce da Hazrat Zayd ibn Thabit che il Profeta (s) rimase presso Abu Ayyub per sette mesi. Ibn Sa‘d e al-Baladhuri lo citano, e Hafiz Ibn Hajar ne riconosce l’autenticità.

Prima di trasferirsi nella sua nuova casa, il Profeta (s) mandò alla Mecca Hazrat Zayd ibn Haritha (ra) e il suo schiavo liberato Abu Rafi (ra), con cinquecento dirham [al-Baladhuri dice che il Profeta (s) ricevette questi cinquecento dirham da Hazrat Abu Bakr (ra) — l’Autore], e due cammelle equipaggiate, affinché potessero condurre a Medina la sua famiglia e le persone a lui legate. Insieme a loro, Hazrat Abu Bakr (ra) mandò Abdullah ibn Uraiqit, consegnandogli una lettera indirizzata a suo figlio Abdullah, affinché portasse con sé sua madre e le sue sorelle. Zayd ibn Haritha (ra) condusse Umm al-Mu’minin Hazrat Sawda (ra), le due figlie del Profeta (s), Hazrat Fatima (ra) e Umm Kulthum (ra), nonché Umm Ayman (ra), moglie di Zayd ibn Haritha, e suo figlio Usama ibn Zayd (ra). Non riuscì tuttavia a portare Hazrat Zaynab (ra), perché suo marito Abu al-As ibn al-Rabi non le permise di partire. Hazrat Abdullah ibn Abi Bakr condusse con sé Umm Ruman (ra), Hazrat Asma (ra) e Hazrat Aisha (ra) (al-Tabarani, Ibn Sa‘d, al-Baladhuri e Ibn Abd al-Barr).

Qui si conclude il periodo meccano del movimento islamico. Nelle pagine successive ne faremo una disamina.

Quattordicesimo capitolo

Panoramica complessiva dell’epoca meccana

Dovremmo volgere lo sguardo al passato e riesaminare la storia del periodo compreso tra l’inizio dell’epoca meccana e l’Egira, per vedere con quale capitale iniziale fosse cominciato il movimento islamico, quali incrementi avesse ricevuto tale capitale nel corso di tredici anni e quale fosse il capitale di cui disponeva quando il movimento entrò nell’epoca medinese, traendo da esso l’opportunità di proseguire verso la propria meta in una situazione del tutto diversa da quella dell’epoca meccana.

Il capitale iniziale o, più precisamente, il capitale fondamentale di questo movimento era unicamente la persona di Muhammad ibn Abd Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, la sua personalità e i quarant’anni della sua vita precedenti alla profezia.

L’elevato prestigio della stirpe del Profeta (s)

Come individuo, il Profeta (s) apparteneva a una famiglia assai nobile d’Arabia, la cui genealogia era conosciuta dagli Arabi; e la maggior parte delle tribù arabe, che si vantavano della propria discendenza, sapeva che, da parte paterna o materna, la propria stirpe si ricongiungeva in qualche punto a quella del Profeta (s). Pertanto, la posizione del Profeta (s) non era quella di uno sconosciuto di ignoti natali, estraneo o di bassa origine, che fosse comparso all’improvviso con una pretesa enorme, inducendo la gente a dire, non appena lo avesse visto, che una simile pretesa non si addiceva affatto a una persona del genere. In tutta l’Arabia nessuno poteva rivolgere la minima critica al prestigio genealogico del Profeta (s). Persino a Mecca, tutte le famiglie che, orgogliose della propria nobiltà, non riconoscevano obblighi verso nessuno, erano legate da rapporti di parentela al Profeta (s) e alla sua famiglia. E nessuna di esse avrebbe potuto affermare che egli fosse inferiore a loro sotto il profilo della nobiltà genealogica o della posizione sociale. Egli apparteneva alla tribù dei Quraysh, che godeva del prestigio di guidare l’Arabia. Non vi era alcun dubbio che i Quraysh fossero discendenti di Ismaele (a). I loro rapporti commerciali si estendevano in lungo e in largo, dentro e fuori il Paese. Grazie alla custodia della Kaaba e all’attrattiva del pellegrinaggio, erano in contatto con persone provenienti dalle regioni più remote dell’Arabia. Per tutte queste ragioni, questa tribù godeva in Arabia di un prestigio superiore a quello di chiunque altro. Nascere in una tribù come i Quraysh, in una città centrale come Mecca, offriva al leader di questo movimento enormi vantaggi nell’ambiente arabo.

La nascita del Profeta (s) tra i discendenti di Ismaele

Accanto all’onore, al rispetto e al prestigio della stirpe ismaelita, aveva particolare importanza anche il fatto che, nei duemilacinquecento anni di storia precedenti, dopo il profeta Ismaele (a), nessuno appartenente a questa stirpe avesse mai preteso la profezia. Un nobile dei Banu Amir ibn Sa‘saa menzionò questo fatto quando i membri della sua tribù, di ritorno dal pellegrinaggio, gli raccontarono del loro incontro e della conversazione avuta con il Messaggero di Allah (s). Gli dissero: «Abbiamo incontrato un uomo dei Quraysh, che si presenta come profeta e desidera che lo conduciamo nella nostra regione, affinché possiamo aiutarlo a diffondere il messaggio di Allah. Tuttavia, ci siamo rifiutati di accettare le sue parole». Allora l’anziano gentiluomo disse con tristezza: «Un ismaelita non ha mai avanzato una falsa pretesa». Questa fu un’altra benedizione del fatto che il Profeta (s) fosse nato nella stirpe di Ismaele. Anche la storia attestava che la pretesa profetica del Profeta (s) era fondata esclusivamente sulla verità, poiché nessuno di questa stirpe era mai apparso avanzando una falsa pretesa di profezia.

La sua personalità

Quanto alla sua personalità, fin dall’infanzia, osservando la sua fisionomia, il suo modo di parlare, il suo comportamento, la sua condotta esemplare e ogni altra cosa, i fisiognomisti arabi dicevano: «Questa è una personalità straordinaria nata nella famiglia di ʿAbd al-Muṭṭalib». Le reazioni di sua madre, di suo nonno, dei suoi zii e della sua nutrice sono state tutte conservate nella storia; da esse si apprende che coloro che lo vedevano da vicino già in tenera età percepivano in lui una grandezza chiaramente manifesta. Si tramanda persino l’esempio di un uomo del tutto sconosciuto che, appena lo vide, esclamò: «Per Dio, questo volto non può essere quello di un bugiardo». Quando raggiunse la giovinezza, godeva di una tale considerazione che gli abitanti della città e i membri della sua famiglia cominciarono a essere influenzati dalla sua personalità. La gente lo rispettava spontaneamente, perché lo riteneva molto superiore agli uomini comuni. La sua dignità, gravità, pulizia, generosità, modestia, umiltà e carattere irreprensibile erano così evidenti che chiunque venisse a contatto con lui non poteva fare a meno di onorarlo e rispettarlo. Questa sua personalità affascinante continuò a esercitare la propria influenza anche quando gli abitanti della Quraysh divennero suoi nemici a causa della proclamazione dell’invito islamico. Accecati dalla furia dell’ostilità, arrivavano a trattarlo in modo terribilmente indecoroso. Tuttavia, considerando che l’odio ardeva nei loro cuori come il fuoco e che, a causa di quella inimicizia, non risparmiavano neppure i propri figli, fratelli e parenti stretti dalle torture più dolorose, sembra che vi fosse in lui un’attrazione particolare che li rendeva del tutto impotenti quando si presentavano al suo cospetto. Dopo aver iniziato l’invito pubblico, egli continuò a predicare apertamente anche nelle condizioni più terribilmente avverse. Pur essendo assediato nello Shiʿb Abī Ṭālib, usciva ripetutamente dall’assedio per svolgere l’opera di invito. Gli ultimi tre anni alla Mecca furono estremamente duri; e anche in quelle condizioni, non si limitava a incontrare coloro che giungevano alla Mecca, ma incontrava apertamente i capi tribali nelle assemblee di ʿUkāẓ, Majanna, Dhū al-Majāz e Minā, presentando loro l’invito all’Islam. Si deve necessariamente ammettere che nella sua personalità vi era una forza immensa, grazie alla quale nessuno poté impedirgli di assolvere la responsabilità della messaggeria. Nelle pagine precedenti avete visto anche esempi di quanto persino Abū Jahl, il suo peggior nemico, fosse influenzato da lui.

La vita prima della profezia

Ora bisogna osservare quale fu l’effetto della vita che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) trascorse alla Mecca durante i quarant’anni precedenti alla profezia. Questa vita non fu soltanto irreprensibile, ma costituì anche un modello di carattere elevatissimo. Nella società in cui visse dall’infanzia fino alla maturità — una società nella quale era legato ai suoi abitanti da rapporti di parentela, frequentazione, amicizia, commercio, vicinato e, in breve, da relazioni di ogni genere — non vi era nessuno che non riconoscesse con lode la sua sincerità, la sua integrità, la sua cortesia, la sua purezza morale, la sua buona condotta, la sua misericordia e la sua disponibilità ad aiutare. Egli era l’incarnazione stessa del bene e della prosperità. Nessuno aveva mai avuto da parte sua esperienza di un’ingiustizia; anzi, nessuno aveva mai avuto neppure motivo di temerla. La fiducia che gli uomini riponevano in lui era così salda che lo chiamavano «al-Amīn», il Fidato. E questa fiducia rimase incrollabile persino quando la gente divenne sua nemica a causa della presentazione dell’invito all’Islam. Anche in quella situazione, amici e nemici senza distinzione depositavano presso di lui i propri affidamenti; nessuno nutriva il minimo timore che potesse tradirli. Al momento di partire dal luogo di esecuzione, predispose la restituzione degli affidamenti che gli erano stati consegnati, offrendo così una prova della sua completa affidabilità. La sua veridicità era così universalmente riconosciuta nella società che, quando cominciò a presentare l’invito all’Islam e gli abitanti della Quraysh lo respinsero con forza, neppure gli oppositori osarono definirlo bugiardo; al contrario, continuavano a dichiarare falsa proprio la predicazione che egli presentava. Nemmeno nel periodo della più aspra ostilità qualcuno poté muovergli la minima accusa riguardo al suo carattere. Coloro che gli erano legatissimi e presso i quali nessun difetto avrebbe potuto rimanere nascosto — se, Dio non voglia, ve ne fosse stato uno — erano proprio quelli che più di tutti erano rimasti colpiti dalla nobiltà del suo carattere.

Khadīja (che Dio sia soddisfatto di lei) rifiutò le proposte di matrimonio avanzate dai maggiori capi della Quraysh e scelse spontaneamente di unirsi a lui in matrimonio, poiché era rimasta affascinata dalla nobiltà del suo carattere. Quindici anni di vita coniugale sono più che sufficienti perché una moglie conosca i pregi e i difetti del proprio marito, soprattutto quando è più anziana di lui, istruita e intelligente, e quando il marito svolge attività commerciali con il suo denaro. Ma il risultato della lunga osservazione diretta e dell’esperienza di Khadīja (che Dio sia soddisfatto di lei) riguardo al Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui) fu che ella non lo riconobbe soltanto come un uomo di alto livello, bensì come un uomo di una dignità così sublime da non esitare neppure per un istante ad accettarlo come il Messaggero del Signore dei mondi e a credere in lui. Invece, per quanto la moglie terrena di un impostore possa godere di vantaggi e comodità grazie alle attività ingannevoli del marito, interiormente non potrà mai fidarsi di lui né credere in lui.

Zayd ibn Ḥāritha (che Dio sia soddisfatto di lui) entrò in contatto con il Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui) quando era ancora schiavo. Sebbene lo schiavo ami il padrone, i rapporti tra loro raramente sono cordiali. Lo schiavo è infatti inerme, mentre il padrone ha il diritto di esigere da lui qualunque servizio, per quanto gravoso possa essere. Inoltre, lo schiavo ha l’opportunità di osservare ogni aspetto positivo e negativo della vita del padrone; e, come servitore privo di autorità, davanti a sé vede soprattutto gli aspetti negativi della vita del padrone dalla volontà indipendente. Ma il Profeta (pace e benedizioni su di lui) era un padrone tale che lo schiavo continuava a rimanere affascinato da lui. Quando suo padre e suo zio vennero persino a liberarlo dalla schiavitù, egli preferì continuare a servire il Profeta (pace e benedizioni su di lui), invece di essere liberato e andare con suo padre. Dopo aver prestato servizio per quindici anni presso il Profeta (pace e benedizioni su di lui), questo schiavo — che egli aveva liberato e adottato come figlio — era stato tanto influenzato dal suo modo di agire e di comportarsi che, quando seppe che il suo padrone era stato elevato al rango della profezia, non esitò neppure per un istante a credere in lui, proprio come Khadīja (che Dio sia soddisfatto di lei). Non era un bambino inconsapevole, ma un giovane di trent’anni; inoltre era così dotato e intelligente che nell’ottavo anno dell’Egira fu inviato come comandante di quell’esercito nel quale erano sottoposti al suo comando uomini come Jaʿfar ibn Abī Ṭālib (che Dio sia soddisfatto di lui) e Khālid ibn al-Walīd (che Dio sia soddisfatto di lui). Perciò non si deve pensare che fosse un servitore sciocco, inconsapevole dell’importanza della profezia e della messaggeria, e che avesse creduto senza comprendere, semplicemente influenzato dalla personalità del suo padrone. Al contrario, nei suoi lunghi quindici anni di esperienza aveva conosciuto il Profeta (pace e benedizioni su di lui) come una persona di dignità così elevata che nel suo cuore non sorse alcun dubbio sul fatto che fosse il Messaggero di Dio. Fu proprio a causa di questa nobiltà di carattere che non se ne andò con suo padre.

Una situazione simile valeva anche per Hazrat Abu Bakr (ra). Per vent’anni non fu soltanto compagno del Profeta (s), ma anche suo intimo amico. Lo stesso valeva per Hazrat Ali (ra), che era stato allevato proprio nella casa del Profeta (s), per Waraqa ibn Nawfal, che fin dall’infanzia aveva osservato la vita del Profeta (s) e che, essendo un parente stretto di Hazrat Khadija (ra), aveva avuto maggiori occasioni di conoscerlo e comprenderlo, e per Hazrat Uthman (ra), che era nipote della zia paterna del Profeta (s). Hazrat Zubayr (ra) era suo cugino dal lato della zia paterna e nipote di Hazrat Khadija (ra). Hazrat Ja‘far ibn Abi Talib (ra) era suo cugino germano. Hazrat Abd al-Rahman ibn Awf (ra) e Hazrat Sa‘d ibn Abi Waqqas (ra) erano suoi parenti dal lato materno. Nessuno di loro era privo della conoscenza diretta del suo carattere e della sua condotta, e proprio queste persone furono le prime ad accettare la sua profezia.

La manifestazione delle sue nobili qualità dopo l’inizio della profezia

Se un movimento inizia sotto la guida di una personalità così grande, ciò costituisce un enorme capitale per il movimento. Ma l’ulteriore incremento di questo capitale iniziale, avvenuto nei tredici anni successivi all’inizio, fu così prezioso che la storia dell’umanità non può presentarne un esempio simile. Consideriamo anzitutto quelle qualità dello stesso Messaggero di Allah che in quel periodo si manifestarono chiaramente e che furono la causa principale della più ampia diffusione di questo invito.

Il sacrificio finanziario del Profeta (s)

La sua prima qualità fu il sacrificio che accettò di compiere per questa grande opera. All’inizio della profezia era un commerciante affermato e agiato. Da una parte vi erano le ricchezze di Hazrat Khadija (ra), che non erano inferiori alla somma delle ricchezze degli altri mercanti dei Quraysh; dall’altra vi erano la saggezza, l’intelligenza, la capacità organizzativa e la fama di onestà del Profeta (s), con le quali nessun altro poteva competere. Immaginate quanto dovesse prosperare un’attività commerciale in cui queste due cose si trovavano riunite. Tuttavia, prima dell’inizio della profezia, il Profeta (s) e la sua consorte non avevano destinato questa ricchezza al lusso. Al contrario, la spendevano per aiutare i bisognosi, sostenere gli indifesi e ospitare i viaggiatori. Egli assumeva un ruolo di primo piano in ogni opera buona. Per questo, all’inizio della profezia, non possedeva una grande ricchezza accumulata. Poi, quando gli fu affidata la responsabilità della profezia, spese gradualmente tutto ciò che veniva nelle sue mani sulla via di Allah. Non gli era neppure possibile continuare a gestire il commercio insieme alla predicazione della religione. La situazione giunse al punto che, quando dovette recarsi a Ta’if, fu costretto ad andarvi a piedi, poiché non riuscì a procurarsi alcun mezzo di trasporto. Al momento dell’egira, Hazrat Abu Bakr (ra) sostenne tutte le sue spese. Per portare la sua famiglia dalla Mecca a Medina, dovette prendere cinquecento dirham da Hazrat Abu Bakr (ra). Non aveva in mano nemmeno un dirham o un dinaro. È evidente che, quando chi presenta un invito sacrifica in tal modo i propri interessi per il lavoro di quell’invito, chiunque lo osservi si convince pienamente che egli è assolutamente sincero e disinteressato riguardo al proprio obiettivo. Persino un nemico e oppositore, qualunque cosa dica con la bocca, nel proprio intimo deve ammettere che nessun interesse personale è legato a questo invito. Per coloro che accettano il suo invito e si uniscono a lui, l’esempio della loro guida diventa così istruttivo che accettano la verità soltanto perché è verità; nessun interesse personale si intreccia con la loro fede, e anche nel sacrificio e nella dedizione seguono l’esempio della loro guida.

La ferma determinazione del Profeta (s)

La seconda qualità era la fermezza della sua determinazione, che nessuna calamità, difficoltà o tempesta di opposizione poteva sconfiggere, e che nessuna paura poteva smuovere dalla sua posizione. Nessuna tentazione poteva distoglierlo dalla via della verità. Nessuna situazione difficile e straziante poteva renderlo disperato o spezzargli il cuore. La sua incrollabilità era come una montagna: contro di essa tutte le forze ostili finivano per disperare, riconoscendo che nessuna cospirazione, nessuna dimostrazione di forza, nessuna oppressione o persecuzione, nessuna tentazione, propaganda calunniosa o meschina astuzia avrebbe potuto distoglierlo dall’opera con cui era apparso. Dopo aver osservato per anni questa sua ferma determinazione, la gente fu costretta a dichiarare che, finché una persona non è fermamente convinta di essere stabilita nella verità e finché non è libera da interessi personali, non può essere così salda nella propria determinazione. Fu proprio questo a creare nei suoi compagni fermezza nella fede e perseveranza sulla via della verità. Fu proprio questo a suscitare nel cuore di tutte le persone imparziali la ferma convinzione che l’invito da lui presentato fosse fondato sulla pura adesione alla verità.

Il coraggio senza precedenti del Profeta (s)

La terza qualità era il coraggio e l’audacia del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), per cui non conosceva né la sottomissione a una grande potenza né la paura di fronte a un enorme pericolo. Una folla adirata di miscredenti coreisciti lo circondò nel Santuario e gli chiese: «Sei tu colui che dice queste cose? Sei tu colui che pronuncia parole di questo genere?». Egli rispose senza alcuna esitazione: «Sì, sono io a dirlo, e dico anche quest’altro». Pur vedendosi circondato dai nemici della sua vita, non si scompose minimamente. I nemici stavano arrivando proprio all’ingresso della grotta di Thawr, mentre egli, in quel momento, pregava con animo sereno. Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «Se questi malvagi guardassero sotto i loro piedi, ci vedrebbero». Egli rispose con calma, senza alcuna agitazione: «O Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), cosa pensi di due persone di cui Allah è il terzo? Non temere: Allah è con noi». I nemici avevano promesso una ricompensa per la sua sacra testa. La gente correva in ogni direzione nella speranza di ottenere il premio. Egli percorreva la strada tranquillamente, recitando il Corano, senza neppure voltarsi per vedere se qualcuno lo stesse seguendo. A un capo così coraggioso si uniscono uomini coraggiosi. Vedendo continuamente il suo coraggio, il loro coraggio aumentava ancora. Per quanto il nemico fosse accecato dall’ostilità, non poteva fare a meno di rispettare questa sua qualità. Perdeva il morale quando comprendeva di trovarsi di fronte a un uomo che non conosceva la paura. Per qualsiasi movimento, e in particolare per il movimento islamico, è una qualità fondamentale e di grande importanza che il suo capo sia impavido e coraggioso. La viltà del capo, o persino la minima debolezza nel suo coraggio, al momento della prova del fuoco conduce al fallimento dell’intero movimento.

La magnanimità del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui)

La quarta qualità importante del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) era la pazienza, la sopportazione, il dominio delle passioni e l’elevatezza delle aspirazioni. Neppure dopo gli attacchi più abietti dei nemici egli diventava impaziente per l’ira. Non rispondeva agli insulti con altri insulti. In risposta a parole aspre e accuse infondate, dalla sua bocca non usciva mai alcuna parola contraria alla decenza. Il nemico si comportava ripetutamente in modo estremamente doloroso, umiliante e provocatorio. Ma egli sopportava tutto in silenzio, con grande magnanimità. Rispondeva al male con il bene, non con altro male. Durante il lungo periodo di crisi alla Mecca non si trova un solo esempio in cui egli abbia abbandonato la cortesia e la decenza. Questa era la nobile qualità che continuava ad accrescere la sua dignità morale nella società circostante e a umiliare, ai suoi occhi, i suoi oppositori, nei quali fosse presente anche solo una minima traccia di moralità e cortesia. Non aveva mai affrontato una situazione più dura di quella di Ta’if. Eppure, anche allora, dalle sue labbra uscivano soltanto preghiere, ed egli non accettò che fosse fatta scendere una punizione sui malvagi. Prima ancora del campo di battaglia, sconfisse i suoi oppositori sul campo morale. Il sigillo finale su questa sconfitta fu impresso quando, uscendo dal luogo dell’esecuzione, pensò a restituire agli abitanti della Mecca i loro depositi affidatigli. Chiunque, dopo aver osservato il suo comportamento e il suo atteggiamento, non riconosca sinceramente che i seguaci dell’ignoranza si stavano confrontando con un uomo che non era soltanto il più nobile della loro gente, ma il più nobile di tutto il mondo, ha una coscienza completamente morta. Anche per l’educazione morale di coloro che aderivano al movimento islamico, questo esempio concreto del loro capo era più efficace di mille esortazioni e ammonimenti. Tale era il suo effetto che chiunque accettasse la sua obbedienza si elevava a tal punto, quanto a carattere, nella propria società, che chiunque poteva distinguere apertamente tra l’idolatra e l’adoratore di Dio.

La perfetta armonia tra le sue parole e le sue azioni

La quinta qualità, e la più importante, era che tra le sue parole e le sue azioni non vi era neppure la minima contraddizione. Faceva ciò che diceva. Della cosa che dichiarava malvagia e dalla quale proibiva alla gente di astenersi, non si trovava la minima traccia nel suo carattere o nel suo comportamento. Gli abitanti della Mecca potevano osservare non soltanto la sua vita fuori casa, ma anche quella dentro casa, poiché tra loro vi erano molte persone imparentate con suo padre, sua madre e sua moglie. Eppure nessuno poteva dire che egli facesse ciò dal quale invitava gli altri ad astenersi, né che in lui si trovasse anche solo una minima parte di qualche azione malvagia. Allo stesso modo, l’azione buona alla quale invitava la gente era quella che praticava più di tutti. La sua vita ne era l’esempio concreto. Nessuno poté mai rilevare che, nel compiere tali opere buone, avesse commesso anche il minimo errore. Per il successo di qualsiasi movimento, e in particolare del movimento islamico, la migliore garanzia è che il suo capo sia libero da ogni divergenza tra parole e azioni, e che il suo insegnamento non sia soltanto fatto di parole, ma che la sua vita concreta sia l’incarnazione di quell’insegnamento. Ciò eserciterà una profonda influenza anche su coloro che seguono questo capo. E non potranno fare a meno di esserne influenzati neppure coloro che lo osservano con imparzialità alla ricerca della verità. Persino tra gli oppositori animati dall’odio, un gran numero di persone veniva conquistato da lui.

Era al di sopra di ogni forma di fanatismo

La sesta qualità, non inferiore alle altre, era che egli era libero da ogni fanatismo. Non nutriva fanatismo per la tribù, il popolo, la patria, la lingua, il colore della pelle, la stirpe; in breve, per nulla. Non distingueva tra le persone in base alla ricchezza o alla povertà. Per lui era privo di significato che, quanto alla posizione sociale, qualcuno appartenesse a una classe elevata e qualcun altro a una classe inferiore. Considerava ogni persona soltanto nella sua dignità di essere umano, e chiunque tra gli uomini accettasse la verità riceveva nel suo gruppo esattamente lo stesso onore. Che fosse coreiscita o non coreiscita, arabo, abissino o romano, nero o bianco, povero o ricco, rispettabile o vile secondo i criteri della società dell’ignoranza. Fu proprio questo a porre, fin dall’inizio del movimento islamico, le basi perché esso diventasse un movimento universale. Alla comunità musulmana fu conferita la dignità di una comunità internazionale. Tra coloro che abbracciavano l’Islam, egli eliminò il senso di distinzione tra gli uomini fondato su qualsiasi cosa, eccetto l’Islam e la miscredenza; nella sua schiera partecipavano tutti con pari dignità: schiavi e liberi, poveri e ricchi, nobili e umili, arabi e non arabi. E avrebbero potuto parteciparvi se avessero creduto in Allah e nel Suo Messaggero. Per il popolo, fatta eccezione per quel piccolo gruppo di arroganti dell’Arabia, questa caratteristica possedeva in sé un’attrattiva naturale, che alla fine si dimostrò efficace.

Queste erano le qualità del Santo Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) che si manifestarono durante i tredici anni della vita meccana e sotto la cui influenza il movimento islamico avanzò, nonostante tutti gli sforzi e le macchinazioni dei nemici. In lui erano nascoste ulteriori qualità, la cui manifestazione richiedeva altre circostanze: circostanze che si presentarono quando il movimento islamico avanzò e si diffuse a Medina.

Il potere ammaliante del Corano

L’altro più grande capitale di questo movimento era il Nobile Corano. Poco meno dei suoi due terzi furono rivelati alla Mecca. Gli Arabi amavano il linguaggio ornato e l’eloquenza. Questo amore li spingeva a recarsi in fiere come quella di ʿUkāẓ per ascoltare le parole dei poeti e degli oratori. Ma, dopo aver ascoltato il Corano, ai loro occhi i grandi linguisti non conservarono più alcun prestigio. Poeti e oratori rimanevano ammutoliti davanti ad esso. Dal punto di vista letterario, il suo linguaggio era di un livello così elevato che nessuno riusciva nemmeno a concepire una letteratura di pari livello, per non parlare di qualcosa di superiore. La sua esposizione era così melodiosa all’ascolto che, dopo averla udita, la gente continuava a riflettervi. Gli oppositori lo definivano magia. Le persone neutrali dicevano: «Non può essere la parola di un uomo». Il suo effetto magico era tale da sciogliere persino il cuore di un acerrimo nemico dell’Islam come ʿUmar, portandolo ai piedi del Nobile Messaggero e consegnandolo a lui. Un celebre capo dei Quraysh, Jubayr ibn Muṭʿim, si recò a Medina dopo la battaglia di Badr per discutere della liberazione dei prigionieri di guerra. In quel momento il Profeta stava guidando la preghiera del maghrib e recitava la sūra al-Ṭūr. Al-Bukhārī e Muslim riportano così il racconto personale di Jubayr ibn Muṭʿim: «Quando il Profeta lesse i versetti dal 35 al 39, sentii il cuore volare via dal mio petto».

In seguito, il motivo principale per cui egli divenne musulmano fu che, dopo aver ascoltato quei versetti quel giorno, nel suo cuore furono gettate le fondamenta dell’Islam. Per questo i nemici cercavano di impedire alla gente di ascoltarli. Ma egli stesso non riuscì ad astenersene: li ascoltava di nascosto. Attraverso questo messaggio di straordinaria efficacia, ogni aspetto dello shirk e dell’ignoranza preislamica veniva sottoposto a una critica così razionale che nessuna persona dotata di senno poteva pronunciare una sola parola in difesa di quelle credenze, usanze e immoralità sulle quali erano fondate la religione e la cultura degli Arabi. Poi, attraverso questo messaggio, i fondamenti della dottrina islamica, della sua civiltà e cultura e del suo insegnamento morale venivano presentati in una forma così profondamente toccante che neppure l’oppositore più accanito aveva modo di aprire bocca per criticarli. Allora i miscredenti furono costretti a ricorrere, con l’intento di danneggiare l’Islam, alle armi delle percosse, dell’oppressione e della persecuzione, degli insulti, delle accuse false e inventate, del clamore e di simili mezzi. Ma ciò costituiva, da parte loro, una concreta ammissione della propria sconfitta sul piano delle prove e degli argomenti, nonché della moralità e della buona educazione. Ogni persona in cui fosse rimasta anche la minima traccia di ragionevolezza, dopo aver osservato entrambe le parti in questa lotta, cominciava a rendersi conto che gli oppositori e coloro che negavano non avevano alcuna risposta agli argomenti del Corano e ai suoi sublimi insegnamenti, se non stratagemmi privi di risposta e scappatoie disumane. Questo aperto conflitto non si svolgeva soltanto davanti agli abitanti della Mecca: tutta l’Arabia lo osservava. Alla Mecca, giorno e notte, persone di ogni ceto ascoltavano il Corano in un modo o nell’altro e vedevano anche le azioni compiute dai capi dei Quraysh e dai loro subordinati in risposta al Corano. Per dieci anni, inoltre, ogni anno il Messaggero di Allah continuò a radunare le assemblee tenute nei luoghi compresi tra ʿUkāẓ e Minā e a far ascoltare il Corano agli uomini giunti da ogni regione dell’Arabia. D’altra parte, uomini come Abū Jahl e Abū Lahab colpivano pubblicamente il Profeta con pietre e gli gettavano addosso polvere e fango, dicendo alla gente: «Che cosa hanno da opporre a questo messaggio?». Il risultato fu che, nonostante tutti gli ostacoli, l’Islam continuò ad avanzare anche alla Mecca, e in tutta la penisola arabica non vi era tribù in cui almeno qualcuno non si fosse affezionato all’Islam. Durante il periodo meccano, la situazione era tale che il numero di coloro che abbracciavano pubblicamente l’Islam era esiguo. Tuttavia, vi erano persone venti volte più numerose che avevano accolto nei loro cuori gli insegnamenti del Corano, la venerazione per il Messaggero, la compassione per i suoi compagni oppressi e l’odio per le ingiustizie e le persecuzioni dei Quraysh. Perché l’opera di questo periodo producesse pienamente i suoi frutti, mancava soltanto Medina, che a tempo debito si presentò, sollevando il velo che la ricopriva.

Le qualità di coloro che credettero nel Nobile Messaggero

Il terzo grande capitale era quel gruppo scelto di musulmani credenti che il movimento aveva formato nel corso di tredici anni. Erano persone dalla mente, dal cuore e dal pensiero limpidi e puri, che, nonostante fossero cresciute nell’ambiente oscuro dello shirk e dell’ignoranza preislamica, ascoltando il messaggio del Corano riconobbero falsa la religione dei loro antenati e vera la religione dell’Islam; nessun fanatismo impedì loro di credere. Sapevano che cosa significasse accettare l’Islam, contrariamente alle opinioni della propria famiglia, della propria tribù e degli abitanti della propria città, e obbedire al Profeta Muḥammad. Vedevano con i propri occhi le punizioni inflitte ai credenti. Ma erano persone così intrepide che nessuna paura o minaccia poté impedire loro di respingere il falso e accettare la verità. Sopportarono ogni forma di persecuzione perché ritenevano assolutamente inaccettabile seguire ciò che avevano riconosciuto come falso; e non erano disposti ad abbandonare ciò che avevano riconosciuto come vero. Furono percossi brutalmente, appesi a testa in giù, sottoposti ai tormenti della fame e della sete, incatenati e imprigionati, tenuti premuti sul fuoco ardente e trascinati sulla sabbia rovente. I loro commerci furono distrutti e le persone rispettabili tra loro furono umiliate e disonorate pubblicamente. Eppure sopportarono tutto questo soltanto per la verità, e nessun uomo o donna tra loro poté essere condotto dalla fede alla miscredenza. Per proteggere la loro fede emigrarono due volte in Abissinia e infine a Medina. Abbandonarono case, campi, ricchezze e parenti e si misero in cammino sulla via di Dio. Molti di loro non poterono portare con sé altro che gli abiti indossati. Il loro comportamento dimostra che il movimento islamico aveva trovato persone estremamente sincere e devote: sebbene fossero poche, erano così intrepide da poter offrire qualsiasi sacrificio per la propria religione, accogliere con il sorriso ogni calamità, sopportare ogni dolore e difficoltà e affrontare qualsiasi grande potenza. Insieme a queste qualità, nella loro vita si manifestò, attraverso gli insegnamenti del Corano e la formazione del Nobile Profeta, una rivoluzione morale così grande che, per sincerità, integrità, devozione, purezza, timore di Dio e adorazione di Dio, carattere immacolato, cortesia e decoro, nonché per la solidità e l’affidabilità della loro condotta, non si trovava un esempio pari al loro non solo in Arabia, ma in tutto il mondo. Come il Profeta Muḥammad era una colonna di luce in quella società, così la rivoluzione morale nelle vite dei suoi Compagni era tanto evidente che chiunque poteva vedere chiaramente la differenza tra la condizione morale dei miscredenti e quella dei Compagni. Per fanatismo e ostilità, gli oppositori non potevano ammetterlo a parole, ma nei loro cuori sapevano quale tipo di carattere producesse l’antica ignoranza e quale tipo di persone stesse formando questa nuova religione.

Le qualità degli Anṣār di Medina

Il quarto grande e prezioso capitale che il movimento islamico acquisì negli ultimi tre anni dell’epoca meccana fu la sincerità e l’autenticità della fede degli Anṣār di Medina. Essi non avevano avuto l’opportunità di stare in compagnia del santo Profeta (s) né di ricevere la sua formazione spirituale, e non avevano nemmeno avuto l’occasione di osservare la vita pura condotta da lui e dai suoi Compagni. Né avevano acquisito una conoscenza del Sacro Corano pari a quella dei credenti della Mecca. Tuttavia erano persone così sincere e dotate di sano intelletto che, non appena intravidero un lampo della Verità, spazzarono via la polvere e i detriti dell’ignoranza politeistica, accumulatasi per secoli. Cominciarono a cadere nel grembo dell’Islam, uno dopo l’altro, come frutti maturi, tanto che in tre anni a Medina abbracciarono la fede molti più uomini, donne, giovani e anziani di quanti l’avessero abbracciata alla Mecca in tredici anni. E non si fermarono a questo: abbracciarono la fede con una tale sincerità da invitare il Messaggero di Allah (s) e tutti i musulmani suoi compagni a emigrare presso di loro. Al momento di rivolgere tale invito, sapevano perfettamente che, come conseguenza, avrebbero dovuto acquistarsi l’inimicizia dell’intera Arabia, come emerse dal loro discorso in occasione dell’ultimo giuramento di al-ʿAqaba. Non si limitarono a offrire la propria città come dār al-hijra al Profeta (s) e ai suoi Compagni meccani; fecero un passo ulteriore e accettarono di buon grado di riconoscerlo come loro governante. Divennero suoi sudditi fedeli e il suo esercito devoto. Ai musulmani giunti con il Profeta (s) durante l’Egira concessero nella loro città gli stessi diritti di cui godevano loro stessi, offrendo loro le proprie case, i propri beni e persino le proprie terre.

Fu proprio questo a cambiare il corso della storia. Elevò l’Islam dalla condizione di semplice invito e movimento a quella di società e Stato. Al tempo stesso offrì al Profeta (s) l’opportunità di attuare, in un dār al-Islām indipendente e sovrano, ogni aspetto dell’Islam e di presentare al mondo un modello che mostrasse quali persone forma la religione inviata da Allah, l’Unico senza associati, quale società costruisce, quale tipo di civiltà e cultura genera e quale forza vitale morale infonde nell’intera società; quale sistema istituisce per l’economia, l’organizzazione sociale, l’istruzione, la politica, il diritto e la giustizia; quale politica adotta in guerra, come tratta i vinti dopo la vittoria, come rispetta gli accordi dopo averli stipulati, quale visione ha delle relazioni internazionali, quali erano gli elementi del suo modello e quali benefici produsse quando fu presentato concretamente: tutto questo sarà discusso nel terzo volume.

— Fine —