Alcune parole sulla terza edizione bengalese

Finora abbiamo pubblicato in lingua bengalese in tre volumi, cioè il 3°, il 4° e il 5°, il secondo volume della celebre opera del Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdudi, Sīrat-e Sarwar-e ‘Alam. Considerando la comodità dei lettori, abbiamo deciso d’ora in poi di pubblicare il 3° e il 4° volume bengalesi in un unico volume; questa edizione è stata pertanto pubblicata in tal modo.

Nel primo volume bengalese è stata trattata principalmente la discussione teorica sulla profezia e sulla missione profetica. Nel secondo volume è stata illustrata la storia della distruzione dei popoli del passato. A partire dal terzo volume ha avuto inizio la trattazione della storia della vita del Messaggero di Allah, Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui).

La Sayyid Abul A‘la Mawdudi Research Academy, con sede a Dhaka, ha programmato di presentare rapidamente ai lettori di lingua bengalese tutte le opere del Maulana. Nel frattempo, alhamdulillah, tutte le sue opere sono state tradotte e pubblicate in lingua bengalese. La presente opera è stata tradotta dal suo stretto collaboratore, il distinto letterato signor Abbas Ali Khan. Non riteniamo necessario dire nuovamente ai benevoli lettori qualcosa sulla sua competenza nel lavoro di traduzione, sulla sua abilità nella scelta delle parole e sulla forza del suo linguaggio.

Rendiamo grazie ad Allah l’Altissimo per averci permesso di pubblicare quest’opera. Che Egli conceda a tutti i lettori di quest’opera la capacità di comprendere la vera missione della profezia. Amin.

Abdus Shahid Nasim

Direttore

Sayyid Abul A‘la Mawdudi Research Academy.

19.10.2000 d.C.

L’Islam è propriamente il nome di quel movimento che desidera edificare l’intero edificio della vita umana sulla concezione e sulla fede nella sovranità dell’unico Allah. Questo movimento procede fin dai tempi più antichi sulla stessa base e con lo stesso metodo. A guidarlo sono stati coloro che vengono chiamati profeti e messaggeri di Allah l’Altissimo. Se dobbiamo guidare questo movimento, dovremo necessariamente seguire il metodo d’azione di quei leader. Infatti, oltre a questo, non esiste né può esistere alcun altro metodo d’azione adatto a un movimento di questo genere. Quando cerchiamo di seguire le orme dei nobili profeti (su di loro la pace), ci troviamo di fronte a enormi difficoltà. Dei profeti che vissero nell’antichità non sappiamo molto delle loro attività. Nel Corano si trovano alcune brevi indicazioni, ma da esse non è possibile ricostruire l’intero piano. Nel Nuovo Testamento della Bibbia si trovano alcune parole inaffidabili attribuite a Gesù (su di lui la pace), che illuminano, attraverso alcune prove, un solo aspetto: come condurre il movimento islamico nella sua fase iniziale e quali problemi esso deve affrontare. Tuttavia, Gesù (su di lui la pace) non dovette affrontare la fase successiva e non se ne trova alcuna indicazione. A questo proposito riceviamo una guida chiara e completa da un’unica fonte: la vita del Profeta Muhammad Mustafa (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Il nostro ritorno a lui non è dovuto soltanto al rispetto che gli portiamo; siamo in realtà obbligati a rivolgerci a lui per acquisire la conoscenza delle salite e delle discese di questo cammino. Tra tutti i leader del movimento islamico, soltanto il Profeta Muhammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) è il leader nella cui vita possiamo conoscere una descrizione completa e assolutamente affidabile di ogni aspetto: dall’appello iniziale di questo movimento fino alla fondazione dello Stato islamico e, in seguito, alla struttura dello Stato, alla costituzione, alla politica interna ed estera e ai principi e metodi di governo dello Stato.

Introduzione

Il signor Na’im Siddiqi e il signor Abd al-Wakil Alawi hanno raccolto mirabilmente, traendole dai miei vari scritti, le discussioni riguardanti la profezia e la biografia del Santo Profeta, e hanno preparato la prima parte di quest’opera (i volumi 1 e 2 in bengalese). Là non ho ritenuto particolarmente necessarie aggiunte o revisioni.

Tuttavia, negli scritti da loro raccolti per questo volume sono rimaste qua e là alcune lacune. Con tali lacune non si può in alcun modo realizzare un’opera sulla biografia del Profeta. Perciò vi ho apportato numerose aggiunte e ampliamenti. Ora si è trasformata in un’opera continua e coerente sulla biografia del Profeta.

Questo secondo volume (dell’originale) si conclude con la narrazione dell’Egira. Subito dopo avrà inizio il capitolo medinese. Quel capitolo è in realtà come un oceano senza rive. Prego Allah l’Altissimo di concedermi la forza e la capacità di completare quest’opera e di renderla benefica per i Suoi servi.

Abul A‘la

 

Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole

Primo capitolo

In quale dignità il Corano presenta il suo portatore

Nel mondo nascono continuamente uomini pii e puri, sapienti eminenti, che con le loro parole e le loro azioni hanno mostrato agli uomini la via semplice e diritta della verità e dell’onestà. Ma nella maggior parte dei casi gli uomini non si sono limitati a opporsi a loro e a mostrare indifferenza verso i loro messaggi: i loro avversari li hanno perseguitati, li hanno respinti e hanno cercato di allontanarli dalla retta via infliggendo loro sofferenze. Anzi, anche i loro devoti e seguaci li hanno perseguitati, deformando i loro insegnamenti dopo la loro scomparsa e alterando la loro guida. Hanno distorto il significato dei libri da loro portati e hanno trasformato le loro stesse persone in oggetti di curiosità, ricoprendole di una patina di divinità. Il primo tipo di persecuzione rimase limitato alla vita di quei puri e santi sapienti o, al massimo, ad alcuni anni dopo la loro morte. Il secondo tipo di persecuzione, invece, continuò per secoli dopo la loro scomparsa e molti ne sono ancora vittime.

Tutti coloro che fino a oggi sono stati inviati nel mondo come messaggeri della verità hanno trascorso la loro vita a estirpare la divinità di quei falsi dèi che gli uomini avevano scelto come divinità al posto dell’unico Dio. Ma è sempre accaduto che, dopo la loro dipartita da questo mondo, i loro seguaci, sulla base di credenze ignoranti e pagane, abbiano fatto di loro stessi degli dèi o dei compagni di Dio. Li hanno inclusi tra quegli idoli che essi avevano dedicato tutta la loro vita e ogni loro sforzo a distruggere.

La realtà è che l’uomo soffre di una sorta di dubbio e di perplessità: crede ben poco nella possibilità e nell’esistenza, nell’umanità, della purezza e delle qualità angeliche. Considera se stesso soltanto come un insieme di debolezze e di inferiorità. Il suo animo rimane privo della conoscenza e della fede in questa grande verità: il Creatore onnipotente ha posto nel suo corpo d’argilla forze e capacità tali da poterlo elevare, pur essendo uomo e dotato di qualità umane, a una dignità superiore persino a quella degli angeli del mondo celeste, vicini a Dio. Per questo, quando nel mondo un uomo si è presentato come rappresentante di Dio, i suoi simili, vedendolo come un uomo fatto di carne e sangue al pari loro, si sono rifiutati categoricamente di riconoscerlo come inviato da Dio. Infine, quando hanno visto manifestarsi nella sua persona qualità morali straordinarie e si sono inchinati con riverenza davanti a lui, hanno osservato che chi possiede qualità così eccezionali non può mai essere un uomo. In seguito, alcuni lo hanno fatto diventare Dio; altri hanno inventato la dottrina della trasmigrazione e hanno creduto che Dio si fosse manifestato assumendo la sua forma. Altri ancora hanno attribuito a lui qualità divine e prerogative proprie di Dio. Altri, infine, hanno dichiarato che era il figlio di Dio. Gloria a Lui, Egli è al di sopra di ciò che descrivono.

Le concezioni dei seguaci delle diverse religioni sui loro fondatori

Esaminando la biografia di qualunque guida religiosa del mondo, si vede che le maggiori ingiustizie nei suoi confronti sono state commesse dai suoi devoti e seguaci. Hanno sovrapposto alla sua figura uno strato così spesso di fantasie vane e superstizioni che è diventato difficile scorgerne l’aspetto e la forma reali. Non solo: dai loro libri deformati e modificati non possiamo neppure sapere chi egli fosse veramente. La sua nascita, la sua infanzia, la sua giovinezza e la sua vecchiaia sono tutte avvolte nel più profondo mistero. Ogni parola e ogni azione della sua vita sono motivo di meraviglia, e persino la sua morte è avvolta nello stupore. In breve, dall’inizio alla fine, tutto sembra una storia inventata. Egli viene presentato in una forma tale da sembrare Dio stesso o il figlio di Dio; oppure che Dio si sia manifestato assumendo il suo aspetto; o, quanto meno, che egli partecipasse in una certa misura agli attributi della divinità.

Buddha

Prendiamo il caso di Gautama Buddha. Dopo uno studio approfondito del buddhismo, si può almeno supporre che quest’uomo dalla ferma determinazione avesse corretto molti errori e difetti del brahmanesimo e, in particolare, avesse negato la divinità di quelle innumerevoli entità che gli uomini di quell’epoca avevano fatto loro dèi. Ma non appena, dopo la sua morte, fu trascorso appena un secolo, alla conferenza di Vaiśālī i suoi seguaci modificarono tutti i suoi insegnamenti e, al posto delle scritture originarie, ne composero di nuove; nelle fonti principali e nei rami derivati introdussero, secondo i propri desideri e le proprie idee, ogni sorta di modifiche e aggiunte. Da un lato, a nome di Buddha, adottarono come principi della propria religione dottrine tali da non riconoscere affatto l’esistenza di Dio; dall’altro, definirono Buddha onnisciente, governatore dell’universo e un essere che, in ogni epoca, viene nel mondo assumendo la forma di Buddha per riformarlo. Furono narrate storie così assurde sulla sua nascita, sulla sua vita e sulle sue vite passate e future che, dopo averle lette, studiosi eruditi e autorevoli ricercatori come il professor Wilson hanno osservato con stupore che nella storia non si riesce a trovare alcuna traccia del Buddha storico. Nel giro di tre o quattro secoli, queste storie immaginarie rivestirono Buddha dei colori della divinità. Durante il regno di Kaniṣka si tenne in Kashmir un’assemblea dei dignitari e dei capi supremi del buddhismo. In essa fu proclamata la decisione che egli fosse in realtà una manifestazione metafisica o fisica del Signore. In altre parole, il Signore si manifestava nel corpo di Buddha.

Rama

Lo stesso trattamento fu riservato anche a Ramachandra. Dalla lettura del Rāmāyaṇa risulta chiaramente che il re Ramachandra era soltanto un uomo. Era certamente dotato di magnanimità, senso della giustizia, coraggio, generosità, modestia, umiltà, pazienza, tolleranza e spirito di sacrificio. Ma in lui non vi era la benché minima traccia di divinità o di natura divina. Tuttavia, la compresenza dell’umanità e di tali qualità assunse una forma così enigmatica che la coscienza e l’intelletto degli Indiani non riuscirono a risolverla. Perciò, poco tempo dopo la morte di Ramachandra, si cominciò a credere che in lui Viṣṇu avesse assunto una forma [secondo l’attuale fede religiosa degli Indù, Viṣṇu è chiamato il Signore o la divinità che sostiene e governa il mondo. Probabilmente, all’origine, questa era l’idea della rubūbiyya di Allah l’Altissimo, che in seguito fu considerata una personalità permanente. Tra gli Indù, l’inizio dell’idolatria avvenne separando ciascuna delle qualità di Allah l’Altissimo dalla Sua essenza originaria e chiamandola un dio o una divinità distinta. — L’autore]. Ed egli è uno di quegli esseri nelle cui forme Viṣṇu continua a manifestarsi di tanto in tanto nel mondo umano allo scopo di riformarlo.

Kṛṣṇa

A questo riguardo, Śrī Kṛṣṇa è ancora più vittima degli altri due. Dopo aver studiato attentamente la forma nella quale la Bhagavad Gītā è giunta fino a noi, dopo essere stata ripetutamente deformata, mutilata e fatta a pezzi, si può almeno comprendere che Śrī Kṛṣṇa era monoteista e predicava proprio che il grande Creatore è un essere sovrano e onnipotente. Ma il Mahābhārata, i Purāṇa di Viṣṇu e di Bhagavān, e la stessa Gītā lo presentano in modo tale che, da un lato, sembra essere la manifestazione corporea di Viṣṇu, il creatore e governatore del creato, mentre dall’altro gli vengono attribuite debolezze tali che diventa difficile riconoscerlo non solo come Dio, ma persino come un uomo di carattere puro. Nella Gītā si trovano le seguenti parole di Śrī Kṛṣṇa:

Io sono il padre, la madre e il legislatore di questo mondo. Sono tutto ciò che è conoscibile e tutto ciò che è santo. Sono la sillaba Om, il Veda Ṛg, il Sāma e lo Yajur. Sono la meta suprema e la guida di ogni essere. Sono il Signore, la dimora di tutti gli esseri e il testimone delle loro azioni buone e cattive. Sono il protettore e il benefattore. Sono il creatore e il distruttore. Sono il sostegno e il luogo della dissoluzione. Sono la causa imperitura del mondo. Sotto forma di Sole, irradio calore, trattengo e riverso la pioggia. Sono l’immortalità degli dèi e la morte dei mortali. Sono l’anima imperitura. Sono il mondo soggetto alla dissoluzione. (Gītā, 9:17-19).

Nessuno degli dèi, a cominciare da Brahmā, né i grandi saggi come Bhṛgu, conosce la verità della mia origine. Poiché io sono la causa originaria di ogni genere di dèi e di grandi saggi. Colui che mi conosce come senza principio, senza nascita e Signore supremo di tutti i mondi, tra gli uomini è l’unico che, libero dall’illusione, si libera da ogni sorta di peccato. (Gītā, 10:2-3)

O Arjuna, padrone dei tuoi sensi! Io sono lo spirito cosciente dimorante nel cuore di tutti gli esseri viventi e sono l’origine, la permanenza e la dissoluzione degli esseri. Tra i dodici Āditya sono l’Āditya chiamato Viṣṇu. Tra gli astri sono il Sole splendente. Tra i quarantanove venti sono Marīci e tra le stelle sono la Luna. (Gītā, 10:20-21)

Tra i Nāga sono il re dei Nāga; tra gli esseri acquatici infiniti sono il re Varuṇa—io sostengo soltanto una parte di questo intero universo. (Gītā, 10:29-44)

Con queste parole della Gītā Kṛṣṇa ha rivendicato di essere Bhagavān. [Se la Gītā avesse affermato di essere il Libro di Dio e che Śrī Kṛṣṇa ne fosse il portavoce, le parole sopra citate sarebbero state considerate parole di Dio e non sarebbe stata attribuita la divinità a Śrī Kṛṣṇa. La difficoltà, però, consiste nel fatto che questo libro presenta se stesso come una raccolta degli insegnamenti di Śrī Kṛṣṇa. In nessun punto dell’intero libro si dice, neppure con una sola parola, che esso sia la parola di Dio o che sia stato fatto scendere su Śrī Kṛṣṇa mediante rivelazione o ispirazione divina.—L’autore.] D’altra parte, il Bhāgavata Purāṇa presenta questo Śrī Kṛṣṇa in modo tale che egli nasconde, durante il bagno, gli abiti indossati dalle gopī. Egli assume una forma corporea per godere sessualmente di tutte le gopī. Quando il re Parīkṣit chiede a Śukadeva: «Bhagavān si manifesta in forma di avatāra affinché predichi la vera religione. Ma che genere di Bhagavān è colui che viola tutti i principi fondamentali della religione e intrattiene una relazione illecita con la moglie di un altro?»

Per confutare questa accusa, il saggio è costretto a ricorrere all’argomento secondo cui persino le divinità, in alcuni casi, si allontanano dalla via della virtù. Tuttavia, i loro peccati non lasciano alcuna macchia sulla loro persona, così come non si può accusare il fuoco, benché bruci ogni cosa.

Nessuna persona dotata di sano discernimento può ammettere che la vita di una guida religiosa di alto livello possa essere tanto impura. Né può immaginare che un autentico guida religiosa abbia potuto presentarsi realmente come signore degli uomini e della natura universale. Tuttavia, dal confronto tra il Corano e la Bibbia ci risulta chiaramente come, durante il loro declino intellettuale e morale, diversi popoli abbiano rappresentato in modo estremamente ignobile la vita di uomini virtuosi e illustri del mondo, così da trovare una giustificazione per le proprie debolezze; e, d’altra parte, abbiano inventato tante fiabe sulla loro personalità. Per questo riteniamo che l’insegnamento autentico e la vera personalità di questa figura dovessero essere molto diversi da come è stata presentata.

Sayyidunā ʿĪsā, pace su di lui

Tra gli uomini illustri la cui profezia è universalmente nota e riconosciuta, il più ingiustamente perseguitato è Sayyidunā ʿĪsā, pace su di lui. Come tutti gli esseri umani, anche ʿĪsā era un uomo e possedeva tutte le caratteristiche dell’umanità, come ogni altro uomo. La sola differenza consisteva nel fatto che Allah l’Altissimo gli aveva concesso saggezza, profezia e potere miracoloso, incaricandolo di riformare un popolo decaduto. Ma dapprima il suo popolo rifiutò di accettarlo e non tollerò neppure per tre anni interi la sua benedetta presenza. Anzi, decise di ucciderlo già durante la sua giovinezza. Poi, dopo la sua scomparsa, quando riconobbero la sua grandezza, oltrepassarono nuovamente ogni limite, trasformandolo non soltanto nel figlio di Dio, ma addirittura in Dio stesso. Gli attribuirono inoltre la dottrina secondo cui Dio si sarebbe manifestato nella forma del Messia per essere crocifisso e compiere così l’espiazione o il riscatto della massa dei peccati umani. Infatti, l’uomo sarebbe peccatore per natura e non potrebbe salvarsi mediante le proprie azioni o opere. Dio ce ne guardi! Come potrebbe un profeta veritiero attribuire una menzogna tanto enorme al proprio Signore? Eppure i suoi devoti e seguaci, spinti dall’emozione della venerazione, gli mossero questa falsa accusa. Seguendo le proprie passioni, introdussero nei suoi insegnamenti deformazioni tali che oggi, al di fuori del Corano, non si trova in alcun libro del mondo nulla riguardo all’autentico insegnamento del Messia e alla sua vera identità. Studiando i libri chiamati i quattro Vangeli, presenti nel Nuovo Testamento della Bibbia, si vedrà che sono colmi dell’erronea concezione che Dio si sia manifestato in ʿĪsā, che egli sia il figlio di Dio e che sia Dio stesso. In un punto viene annunciata a Ḥaḍrat Maryam la buona novella: «Tuo figlio sarà chiamato figlio di Dio» [Luca (St. LUKE), 1:25]. In un altro, lo Spirito di Dio discende su Yūsuf in forma di colomba e proclama ad alta voce: «Questo è il mio figlio prediletto» (Matteo, St. Matthew, 16-17). In un altro ancora il Messia stesso dice: «Io sono il figlio di Dio e mi vedrete sedere alla destra dell’Onnipotente» (Marco, 14:62). Nel Giorno del Giudizio, al posto di Dio, il Messia viene fatto sedere sul trono di Dio e gli viene attribuito il potere di emanare decreti di punizione e ricompensa (Matteo, 15:31-46). In un punto si fanno pronunciare al Messia queste parole: «Il Padre è in me e io sono nel Padre» (Giovanni, 1:38). In un altro vengono messe in bocca a quell’essere umano veritiero queste parole errate: «Sono uscito dall’interno di Dio» (Giovanni, 8:42). In un altro ancora Dio e il Messia vengono identificati e gli vengono attribuite queste parole: «Chi ha visto me ha visto il Padre, e il Padre compie le sue opere attraverso di me» (Giovanni, 14:9-10). In un punto tutto ciò che appartiene a Dio viene trasferito al Messia (Giovanni, 3:35); in un altro Dio gli affida tutte le proprie responsabilità (Giovanni, 5:20-22).

La vera causa del cumulo di false accuse e calunnie con cui questi diversi popoli hanno gravato le loro guide religiose e i loro maestri spirituali è quell’eccesso di esagerazione che abbiamo menzionato all’inizio. Un ulteriore fattore che ha favorito questa ingiustizia e questa iniquità è il fatto che, nella maggior parte dei casi, le indicazioni e gli insegnamenti di questi uomini illustri non furono messi per iscritto dopo la loro scomparsa. In alcuni casi vi si prestò attenzione, ma non furono predisposti mezzi per conservarli. Per questo, dopo il trascorrere di un breve periodo, vi si verificarono tante aggiunte spurie, deformazioni, cambiamenti, ampliamenti e correzioni che divenne difficile distinguere l’originale dal falso. La conseguenza dell’assenza di una guida chiara e di indicazioni esplicite fu che, con il passare del tempo, il cumulo di fantasie irreali e superstizioni crebbe sempre più sopra la verità autentica, fino a farla scomparire nel giro di alcuni secoli. Rimasero soltanto racconti e leggende immaginarie.

Sayyidunā Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace

Tra tutte le guide dell’umanità, soltanto Muhammad (pace e benedizioni su di lui) possiede questa caratteristica: il suo insegnamento e la sua personalità sono stati preservati nella loro forma autentica per tredici o quattordici secoli. Per grazia di Dio sono state predisposte tali salvaguardie che ormai ogni alterazione è impossibile. A causa dell’inclinazione e dell’attaccamento degli uomini alle superstizioni e agli avvenimenti e agli oggetti meravigliosi, non sarebbe stato impossibile che trasformassero anche questa grande personalità eletta, simbolo della perfezione, in un personaggio di racconti fantastici, attribuendole alcune qualità divine e, invece di seguirla, la rendessero oggetto di meraviglia e di adorazione. Ma il decreto irrevocabile di Allah era quello di inviare, nella fase conclusiva dell’invio dei profeti, una guida la cui persona sarebbe rimasta per l’umanità un modello eterno in ogni attività e una fonte universale di retta guida. Per questo Egli protesse la persona di Muhammad ibn ʿAbdullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, da quelle ingiustizie e da quelle violenze che i devoti ignoranti erano soliti infliggere agli altri profeti e alle guide di diverse nazioni. In primo luogo, i Compagni e i Tabiʿin del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), e in seguito gli esperti di hadith, diversamente dalle comunità precedenti, si impegnarono personalmente in un’opera straordinaria per preservare la biografia del loro Profeta. Grazie a ciò, anche dopo millequattrocento anni possiamo oggi osservare la sua personalità quasi con la stessa immediatezza con cui la vedevano gli uomini della sua epoca. Ma se questo immenso tesoro di libri scomparisse dalla terra — il tesoro raccolto dai sapienti dell’Islam attraverso secoli di arduo lavoro — e non rimanesse al mondo neppure una pagina di hadith o di biografia dalla quale si potesse conoscere qualcosa della vita del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), restando soltanto il Libro di Allah, il Corano, potremmo comunque trovare in questo Libro sublime le risposte a quelle domande fondamentali che sorgerebbero nella mente di uno studente riguardo alla sua vita esteriore.

Vediamo in quale luce il Corano presenta colui che lo portò.

L’umanità del Messaggero

La prima cosa che il glorioso Corano ha descritto con assoluta chiarezza riguardo alla messaggeria è questa: il Messaggero era un essere umano. Prima della rivelazione del Corano, credenze e concezioni consolidate nel corso di centinaia di anni avevano stabilito come verità indiscutibile che un essere umano non potesse mai essere il messaggero e rappresentante di Allah. Per correggere e riformare il mondo, quando fosse stato necessario, Dio stesso sarebbe apparso in forma umana, oppure avrebbe inviato un angelo o una divinità. In breve, tutti i grandi uomini venuti per riformare il mondo erano considerati esseri sovrumani. Questa convinzione era così radicata nella mente degli uomini che, quando un pio servo di Allah giungeva per trasmettere agli uomini la parola divina, essi dapprima esprimevano meraviglia dicendo: «Che razza di profeta è mai questo, che mangia e beve come noi, dorme e cammina come noi? Che razza di messaggero è mai questo, che è soggetto, come noi, a ogni sorta di difetti e debolezze, si ammala e sperimenta dolore e sofferenza, ma anche gioia e serenità? Se Allah avesse voluto guidarci, perché avrebbe mandato proprio un uomo debole come noi? Dio non avrebbe potuto venire Egli stesso?». Dopo l’avvento di ogni profeta venivano poste queste domande, e gli uomini le usavano come pretesto per negare i profeti. Quando Noè (pace su di lui) giunse presso il suo popolo con il messaggio di Allah, essi dissero:

(Arabo******************)

«Costui non è altro che un essere umano come voi; vuole ottenere superiorità su di voi. Se Dio avesse voluto, avrebbe mandato degli angeli. Non abbiamo mai sentito dai nostri antenati una cosa tanto assurda (che un profeta possa mai essere un uomo)» (al-Mu’minun: 24).

Quando Hūd (pace su di lui) fu inviato per guidare il suo popolo, anche contro di lui fu mossa anzitutto questa accusa:

(Arabo******************)

-Questa persona non è altro che un uomo come voi. Mangia ciò che mangiate voi e beve ciò che bevete voi. Se obbedirete a un uomo come voi, andrete incontro a una terribile perdita (I credenti: 33-34).

Quando Hazrat Musa (a.s.) e Hazrat Harun (a.s.) giunsero dal Faraone con il messaggio della verità, ci si rifiutò di accettare le loro parole proprio perché entrambi erano esseri umani: (Arabo******************)

Dovremmo forse credere in due uomini simili a noi? (I credenti: 47)

Una domanda dello stesso genere fu sollevata anche allora, quando un uomo illetterato della Mecca, dopo aver condotto per quarant’anni una vita appartata, dichiarò improvvisamente: «Sono stato inviato come Messaggero da parte di Dio».

La gente non riusciva proprio a capire come un uomo dotato, proprio come loro, di mani, piedi, occhi, naso, corpo e anima potesse essere il Messaggero di Allah. Chiedeva con stupore e meraviglia:

(Arabo****************)

-Che razza di messaggero è mai questo, che mangia e va in giro per i mercati? Perché non è sceso con lui un angelo che, rimanendo al suo fianco, ammonisse la gente? O almeno, perché non gli è stato fatto scendere un tesoro, oppure perché non gli è stato dato un giardino di frutti dal quale potesse mangiare? (Il discernimento: 7-8).

Poiché l’idea errata era il maggiore ostacolo all’accettazione della missione profetica, il Sacro Corano l’ha confutata con parole inequivocabili. In seguito ha spiegato con argomentazioni che, per guidare gli uomini, l’uomo è il più adatto. Infatti, lo scopo dell’invio di un profeta non è soltanto impartire insegnamenti, ma anche mostrare con il proprio esempio come agire e offrire un modello di obbedienza e di emulazione. Se a tale scopo fosse inviato un angelo o un essere sovrumano, privo delle caratteristiche e delle debolezze umane, l’uomo potrebbe dire: «Come possiamo agire come lui? Egli non possiede, come noi, impulsi e desideri, e nella sua natura non vi sono quelle forze che spingono l’uomo a commettere peccati?».

(Arabo*****************)

-Se gli angeli avessero potuto muoversi tranquillamente (in modo naturale) sulla terra, allora avremmo fatto scendere su di loro (gli abitanti della terra) un angelo del cielo come messaggero- (Bani Israele, 95).

In seguito, Allah l’Altissimo dichiara con chiarezza che tutti i profeti e le guide della retta via giunti in precedenza presso le diverse comunità erano anch’essi esseri umani, proprio come Muhammad, il Messaggero di Allah (s). Come gli esseri umani mangiano, bevono e si muovono, così facevano anche loro. (Arabo***********************)

-Anche i messaggeri che avevamo inviato prima di te erano uomini, ai quali rivelavamo la Nostra rivelazione. Se non lo sapete, chiedetelo alla gente della conoscenza. Non demmo ad alcun profeta un corpo tale da non dover mangiare, né essi erano immortali- (Al-Anbiya, 7-8).

(Arabo******************)

-E tutti i profeti che abbiamo inviato prima di te mangiavano e si muovevano nei mercati- (Al-Furqan: 20).

(Arabo*****************)

-E prima di te abbiamo inviato molti messaggeri e abbiamo dato loro mogli e discendenza- (Ar-Ra‘d: 38).

In seguito fu ordinato al profeta Muhammad (s): «Dichiara apertamente la tua natura umana, affinché dopo di te la gente non ti attribuisca anch’essa qualità divine, come è stato fatto con i profeti precedenti.»

In diversi passi del Corano è riportato questo versetto:

(Arabo******************)

«O Profeta! Di’: Io non sono altro che un uomo come voi. Mi viene rivelato che il vostro Dio è un Dio solo» (al-Kahf: 111; Fussilat: 6).

Grazie a queste spiegazioni dettagliate non solo è stata chiusa la porta a ogni falsa concezione e credenza riguardo al profeta Muhammad (s), ma sono state anche liberate dalle false concezioni le personalità di tutti i profeti precedenti e dei sapienti islamici.

La forza e i poteri straordinari del Messaggero

L’altro argomento esposto chiaramente nel Corano riguarda la forza e i poteri straordinari del profeta. Quando, per ignoranza e stupidità, gli uomini fecero di un grande uomo inviato da Dio un essere equivalente a Dio, nacque naturalmente anche la convinzione che gli inviati di Dio possedessero poteri straordinari. Essi avrebbero ottenuto diritti speciali nell’ambito delle opere divine. Avrebbero avuto il diritto di ricompensare e punire. Tutto ciò che è manifesto e nascosto sarebbe stato loro chiaro. Le decisioni del destino sarebbero state modificate secondo la loro volontà e il loro giudizio. Avrebbero avuto potere anche sul beneficio e sul danno. Sarebbero stati padroni del bene e del male. Tutte le forze dell’universo sarebbero state loro sottomesse. Con un solo sguardo avrebbero potuto mutare il cuore delle persone e rimuovere da esse le tenebre e lo smarrimento. Proprio sotto l’influsso di queste concezioni la gente rivolgeva al Messaggero di Allah (s) richieste strane e assurde. Il Corano dice:

(Arabo**************)

-E dissero: «Non crederemo affatto in te finché non farai sgorgare per noi una sorgente dalla terra, oppure non avrai un giardino di palme da dattero e d’uva, facendo scorrere al suo interno ruscelli impetuosi. Oppure, come sostieni, fai a pezzi il cielo e fallo precipitare su di noi; oppure porta Allah e gli angeli davanti a noi. Oppure ti venga costruita una casa d’oro. Oppure sali al cielo; ma non crederemo in te nemmeno se sali al cielo, finché non farai scendere su di noi un Libro che possiamo leggere».

O Muhammad! Di’ loro: «Il mio Signore è puro e santo, libero da ogni difetto e imperfezione. Egli è forse altro che un essere umano, un profeta?» – (Banī Isrāʾīl: 90-93).

Allah l’Altissimo confuta tutte le false concezioni di questo genere che esistevano tra la gente riguardo ai grandi uomini e ai sapienti inviati da Dio, e dichiara chiaramente che il Messaggero non possiede neppure una minima parte della potenza divina né delle opere divine. Anzi, viene anche detto: senza il Nostro permesso, il profeta non ha il potere di proteggere altri dal danno; tanto meno ha il potere di allontanare il danno da sé stesso.

(Arabo*****************)

— (O profeta) Se Dio ti arreca un danno, nessuno all’infuori di Lui può rimuoverlo. E se vuole procurarti del bene, Egli è onnipotente su ogni cosa (Al-Anʿām: 17).

(Arabo*******************)

— (O profeta) Di’: «Io non ho il potere di procurare a me stesso né beneficio né danno. Tuttavia, se Allah vuole, è un’altra cosa» (Yūnus: 49).

Da parte di Allah l’Altissimo è stato anche detto che il profeta non possiede le chiavi dei tesori di Allah, non conosce il futuro e non è dotato di alcun potere straordinario.

(Arabo***********)

Io sono un angelo (cioè al di sopra delle debolezze umane). Io seguo soltanto ciò che mi viene rivelato (cioè ciò che mi viene ordinato attraverso la rivelazione). (Al-Anʿām: 50).

(Arabo*****************)

Se avessi avuto conoscenza dell’invisibile o del futuro, avrei ottenuto per me molti vantaggi e nessun danno avrebbe potuto colpirmi. Io sono soltanto un ammonitore e un annunciatore di buone novelle per chi accetterà le mie parole. (Al-Aʿrāf: 188).

Si afferma inoltre che il Profeta non ha alcun potere sul rendiconto dell’Aldilà né sulla punizione e la ricompensa. Il suo compito consiste soltanto nel trasmettere il messaggio e indicare la retta via. Fare il rendiconto nell’Aldilà e infliggere la punizione oppure concedere la ricompensa è compito di Allah.

(Arabo**************)

(O Muhammad) Di’ loro: Sono venuto con prove chiare da parte del mio Signore, ma voi le avete respinte ritenendole false. Ora non è in mio potere far scendere personalmente su di voi la punizione che mi chiedete di affrettare. Il giudizio appartiene interamente ad Allah. Egli espone la realtà dei fatti ed è il migliore nel giudicare.

Di’ loro: se quella punizione, per la quale siete diventati così impazienti, fosse stata in mio potere, la questione tra voi e me sarebbe stata già decisa da tempo. Ma Allah sa meglio come decidere riguardo agli ingiusti. (Al-Anʿām: 57-58). (Arabo**************)

(O Profeta,) il tuo compito è soltanto trasmettere il messaggio; a Me spetta il compito di chiedere conto. (Raʿd: 40).

(Arabo**************)

(O Profeta) Abbiamo fatto scendere su di te questo Libro con la verità, per la guida degli uomini. Ora, chi accetta la guida, fa il bene a proprio vantaggio. E chi si abbandona allo sviamento, commette ingiustizia e reca danno a se stesso. E tu non sei stato posto come sorvegliante su di loro. (Zumar: 41).

È stato inoltre detto che non è in potere del Profeta cambiare i cuori delle persone e infondere la fede in coloro nei cui cuori non vi è desiderio di accettare la verità. Egli è guida nel senso che assolve pienamente il dovere di ammonire e mostra la via a chi desidera vederla.

(Arabo**************)

-Non puoi far udire ai morti, né puoi far giungere la voce ai sordi quando si allontanano voltando le spalle. Né puoi condurre il cieco fuori dallo sviamento e portarlo sulla retta via. Puoi far udire soltanto a coloro che credono nei Nostri segni. Dopodiché chinano il capo in obbedienza- (Naml: 80-81).

(Arabo**************)

-Non puoi far udire ai morti nelle tombe. Puoi soltanto ammonire. Ti abbiamo inviato come portatore di buone novelle e ammonitore con la verità.[In un passo del Corano è stato detto esplicitamente-

(Arabo**************)

O Profeta! Tu non puoi guidare chi vuoi, ma Allah può guidare chi vuole. Egli conosce bene coloro che accettano la guida.

È riportato in Sahih Bukhari e Muslim che questo versetto fu rivelato riguardo allo zio del Profeta (s), Abu Talib. Quando giunse il momento della sua morte, il Profeta (s) si adoperò strenuamente affinché egli (lo zio) pronunciasse la formula «la ilaha illallah» e avesse una buona conclusione, cioè morisse con la fede. Ma egli (Abu Talib) preferì esalare l’ultimo respiro nella religione di Abd al-Muttalib. Per questo Allah dice: tu non puoi guidare chi ami.

Tuttavia, è ben noto il metodo degli studiosi degli hadith e degli esegeti: quando un versetto è collegato a un avvenimento dell’epoca del Profeta, essi lo riportano come circostanza della rivelazione. Pertanto, da questa narrazione e dalle altre narrazioni relative a tale argomento — riportate da Abu Hurayra (r.a.), Ibn Abbas (r.a.), Ibn Umar (r.a.) e altri, in raccolte di hadith quali Tirmidhi, Musnad Ahmad e altre — non si può concludere che questo versetto della sura al-Qasas sia stato rivelato al momento della morte di Abu Talib. Da esse si può sapere soltanto che la verità di questo versetto si manifesta nel modo più evidente proprio in quell’avvenimento. Sebbene il desiderio interiore del nobile Profeta (s) fosse quello di condurre ogni servo di Allah sulla retta via, se la morte di una persona nella miscredenza gli era più dolorosa di ogni altra cosa e, sulla base dell’amore personale e del legame che li univa, egli desiderava più ardentemente guidarla, quella persona era Abu Talib. Ma poiché il Profeta (s) non riuscì a condurre neppure lui sulla via della guida, divenne chiaro che guidare una persona o lasciarne un’altra priva della guida è al di là delle possibilità del Profeta. Questa faccenda è interamente nelle mani di Allah. E questo dono concesso da Allah — il dono della guida — non viene dato sulla base della parentela o della fratellanza, bensì sulla base della ricettività dell’uomo, della sincerità e della piena adesione alla verità. (Fatir: 22-24).

Ciò chiarisce anche che tutto l’onore e la dignità del Profeta derivano dal fatto che egli obbedisce ad Allah, segue correttamente i Suoi comandi e trasmette integralmente ai servi di Allah tutto ciò che gli viene rivelato. Altrimenti, se si fosse allontanato dall’obbedienza e avesse mescolato alle parole di Allah qualche propria invenzione, non gli sarebbe rimasta alcuna distinzione o caratteristica particolare; anzi, non sarebbe sfuggito neppure alla presa di Dio.

(Arabo**************)

E, nonostante la conoscenza che ti è giunta, o Profeta, se seguissi le loro passioni, allora saresti tra gli ingiusti. (Al-Baqara: 145).

(Arabo**************)

—O Profeta, se, dopo che ti è giunta la conoscenza, segui le loro passioni, non avrai alcun protettore né soccorritore che possa salvarti dal castigo di Allah. (Al-Baqara: 120).

(Arabo**************)

—O Muhammad, di’: «Non ho il potere di modificare in alcun modo, da parte mia, questo Discorso. Io seguo soltanto ciò che mi viene ordinato mediante la rivelazione. Se disobbedissi al mio Signore, temerei il castigo di un giorno terribile». (Yunus: 15).

Queste parole non sono state pronunciate perché, Dio non voglia, vi fosse anche il minimo timore di disobbedienza o alterazione da parte del Nobilissimo Messaggero (r). In realtà, il loro scopo è rendere evidente al mondo questa verità: non vi fu neppure il minimo timore di disobbedienza o alterazione da parte del Santo Profeta (s). In realtà, lo scopo è rendere chiaro al mondo che la vicinanza raggiunta dal Santo Profeta (s) presso la corte di Allah, il Signore della Maestà, non è dovuta al fatto che tra l’essenza del Profeta e Allah esista un rapporto di parentela; piuttosto, la ragione di tale vicinanza è che egli è assolutamente e supremamente obbediente ad Allah e, con totale sincerità, è Suo servitore.

Il profeta Muhammad (s) è uno dei profeti

Il terzo argomento che viene menzionato più volte e ampiamente nel Nobile Corano è che Muhammad (s) non è un profeta nuovo. Al contrario, è uno dei profeti e un elemento di congiunzione, un anello della continuità della profezia che si è protratta dall’inizio della creazione fino alla sua venuta e che comprendeva i profeti e messaggeri di ogni popolo e di ogni epoca. Il Corano Sapiente non limita né circoscrive la profezia e la missione apostolica a una singola persona, a un paese o a una nazione. Al contrario, proclama chiaramente che Allah l’Altissimo ha suscitato in ogni popolo, paese ed epoca persone pure e sante di questo genere, le quali hanno invitato l’umanità verso la Retta Via e l’hanno avvertita delle terribili conseguenze dello smarrimento.

(Arabo**************)

—Non vi fu alcuna nazione nella quale non fosse giunto un ammonitore. (Fatir: 24)

(Arabo**************)

-E in ogni comunità abbiamo inviato un profeta e messaggero con questo messaggio: «Adorate e obbedite ad Allah e astenetevi dall’adorare e obbedire al Taghut». (Nahl: 36).

Tra questi profeti e ammonitori vi fu il profeta Muhammad Mustafa, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. In molti luoghi è stato detto: (Arabo**************)

-Sono uno degli ammonitori precedenti. (Najm: 56).

(Arabo**************)

-O Muhammad! Tu sei uno dei messaggeri. (Ya-Sin: 3). (Arabo**************)

-O Muhammad, di’: «Io non sono un messaggero senza precedenti. Non so che cosa sarà fatto a me né che cosa sarà fatto a voi. Seguo soltanto ciò che mi viene rivelato. Sono soltanto un ammonitore dal linguaggio chiaro». (Ahqaf: 9).

(Arabo**************)

-Muhammad non è che un Messaggero, e prima di lui sono già passati molti Messaggeri- (Āl ʿImrān: 144).

Non solo questo, ma è stato anche detto che l’invito del Messaggero arabo era proprio quello al quale, fin dall’inizio dell’umanità, hanno invitato tutti i profeti che hanno chiamato alla verità. Il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ha invitato le persone proprio a quella religione naturale alla quale hanno invitato tutti i profeti e i messaggeri.

(ARABO**************)

-Di’: «Abbiamo creduto in Allah e in ciò che è stato fatto scendere su di noi, e anche in ciò che è stato fatto scendere su Abramo (pace su di lui), Ismaele (pace su di lui), Isacco (pace su di lui), Giacobbe (pace su di lui) e sui loro discendenti, e in ciò che è stato dato a Mosè (pace su di lui), a Gesù (pace su di lui) e agli altri profeti dal loro Signore. Non facciamo alcuna distinzione tra loro e siamo sottomessi ad Allah. Se dunque credono in ciò in cui avete creduto voi, saranno certamente sulla retta via; ma se si allontanano, allora saranno soltanto in disaccordo». (Al-Baqara: 136-137)

Questa analisi del Corano non lascia alcun margine di dubbio sul fatto che il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non sia venuto con una nuova religione o un nuovo dīn. Né è venuto per dichiarare mendace qualcuno tra i profeti precedenti, né per confutare il messaggio portato da alcuno di loro. Al contrario, è stato inviato affinché presentasse, libero da ogni adulterazione, quel vero dīn che i profeti di tutte le nazioni avevano proclamato fin dall’inizio e che, in seguito, la gente aveva corrotto.

Lo scopo dell’invio del profeta

Dopo aver esposto in questo modo la corretta identità e il rango del suo portatore, il Sacro Corano descrive le attività per le quali egli era stato inviato. Nel complesso, questo compito riguarda due ambiti: uno educativo e l’altro pratico.

Le attività educative del profeta

I compiti di questa sezione sono i seguenti:

(1) Recitazione dei versetti, purificazione dell’anima (tazkiya) e insegnamento del Libro e della saggezza.

(Arabo**************)

In verità, la grande benevolenza di Allah l’Altissimo verso i credenti consiste nell’aver fatto sorgere per loro, tra loro stessi, un Messaggero che recita loro i versetti di Allah, li purifica e insegna loro il Libro e la saggezza. Altrimenti, prima di ciò, erano certamente immersi in un evidente errore. (Āl ʿImrān: 164).

Il significato della recitazione dei versetti, ossia del leggere ad alta voce i versetti, è far udire alla gente, parola per parola, le direttive di Allah. Il significato della purificazione è liberare il carattere delle persone e la loro vita dalle qualità malvagie, dalle consuetudini e dai modi di agire, e impegnarsi a sviluppare in loro le migliori qualità morali, le buone maniere e i corretti modi di agire. Insegnare il Libro e la saggezza significa spiegare loro il vero significato del magnifico Libro di Allah e sviluppare in loro una tale lungimiranza da permettere loro di comprendere i profondi misteri del Libro di Allah. In seguito, insegnare loro quella saggezza, ossia quella conoscenza speciale, grazie alla quale possano plasmare i vari e vasti aspetti dell’intera vita secondo il Libro di Allah.

(2) Il perfezionamento della religione

(Arabo**************)

-Oggi ho perfezionato per voi la vostra religione, ho completato su di voi la Mia grazia e ho scelto per voi l’Islam come religione. (al-Māʾida: 3).

In altre parole, il Datore del Corano non affidò al suo portatore soltanto il compito di recitare e far ascoltare i Suoi versetti, di purificare le anime della gente (tazkiya) e di insegnare il Libro e la saggezza; piuttosto, per mezzo di quel Suo pio servo portò a compimento tali opere. Per mezzo di lui (il Profeta) fece giungere all’umanità tutti i versetti e le parole che dovevano raggiungerla. Per mano sua eliminò tutte le ingiustizie e tutte le calamità dalle quali si intendeva purificare la vita umana. Sotto la guida del Profeta presentò il luminoso esempio del modo e del livello con cui le qualità e le virtù avrebbero dovuto svilupparsi negli individui e nella società. Inoltre, per mezzo suo impartì un insegnamento del Libro e della saggezza tale da rendere possibile, in tutte le epoche future, edificare la vita umana secondo il sublime Corano.

(3) Il terzo compito educativo del Santo Profeta consisteva nello svelare il mistero delle divergenze dottrinali sorte tra le comunità dei profeti precedenti. Inoltre, rimuovendo ogni velo, eliminando ogni adulterazione e risolvendo ogni dubbio, contrasto e complicazione, illuminò la retta via, la cui osservanza era sempre stata l’unica via per conseguire il compiacimento di Dio.

(Arabo**************)

Per Dio, o Muhammad, prima di te abbiamo inviato la guida a diversi popoli. Ma in seguito Satana rese attraenti ai loro occhi le loro azioni fuorvianti. In verità, oggi egli è divenuto il loro protettore ed essi sono diventati meritevoli di un tormento doloroso. Abbiamo fatto scendere su di te questo Libro soltanto affinché tu esponessi loro la verità riguardo alla quale sono in disaccordo, e affinché questo Libro fosse guida e misericordia per coloro che ne accetteranno l’insegnamento (Naml: 63-64).

(Arabo**************)

O gente del Libro! Vi è giunto il Nostro Messaggero, che vi espone chiaramente molte cose che voi nascondete del Libro, e ne perdona molte altre. Vi sono giunti, da parte di Allah, una luce e un Libro chiaro. Per mezzo di questo Libro, Allah guida verso le vie della felicità, della pace e della sicurezza coloro che regolano la propria vita alla sua luce; li porta dalle tenebre alla luce e li guida sulla retta e diritta via (Ma’ida: 15-16).

(4) Anche ammonire i disobbedienti riguardo al castigo, annunciare agli obbedienti la buona novella della misericordia di Allah l’Altissimo e diffondere e propagare la religione di Allah rientravano nei compiti educativi del Profeta.

(Arabo**************)

O Profeta! Ti abbiamo inviato come testimone, annunciatore di buone novelle, invitante verso Allah per Suo ordine e sole luminoso. (Ahzab: 45-46)

Le funzioni concrete del Profeta

I compiti affidati al Profeta nella vita reale e nelle sue attività erano i seguenti:

(1) Ordinare il bene, proibire il male, definire i limiti del halal e dell’haram, liberare completamente gli uomini dai vincoli delle proibizioni imposte da altri all’infuori di Allah e alleggerire i pesi gravati su di loro.

(Arabo**************)

Egli ordina loro di compiere il bene e li trattiene dal male. Rende halal per loro le cose pure e rende haram le cose impure. Solleva da loro i pesi e scioglie i vincoli che li tenevano legati e soggiogati. Pertanto, coloro che crederanno in lui, lo sosterranno e seguiranno la luce che è stata fatta scendere con lui, saranno quelli che avranno successo. (A’raf: 157)

(2) Giudicare con verità e giustizia tra i servi di Allah.

(Arabo**************)

O Muhammad, abbiamo fatto scendere su di te questo Libro con la verità, affinché tu giudichi tra la gente secondo le leggi e le norme prescritte da Allah e non ti faccia avvocato dei malversatori (an-Nisāʾ: 105).

(3) Stabilire il dīn di Allah in modo tale che ogni sistema della vita umana gli sia subordinato e che, al suo confronto, tutti gli altri sistemi e metodi vengano soppressi.

(Arabo**************)

—Egli è Allah, l’Unico, che ha inviato il Suo Messaggero con la guida e il dīn della verità, affinché lo facesse prevalere su ogni altro ordinamento (al-Fatḥ: 28).

In questo modo, questa branca dell’attività del Profeta abbraccia tutti gli aspetti della politica, dell’amministrazione della giustizia, della riforma morale e civile, nonché della purezza e della veridicità.

La profezia di Muhammad è universale ed eterna

L’opera di Muhammad, ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam, non è limitata a una particolare nazione, paese o epoca; al contrario, si applica nello stesso modo all’intera umanità e a tutte le epoche.

(Arabo**************)

-O Muhammad! Ti abbiamo inviato come ammonitore e portatore di buone novelle per tutta l’umanità. Ma la maggior parte della gente non lo sa (Saba: 28). (Arabo**************)

-O Muhammad! Di’: «O umanità, sono venuto a voi tutti come Messaggero di Dio, quel Dio che possiede il regno dei cieli e della terra, all’infuori del quale non vi è alcuna divinità o dio, il quale è padrone della vita e della morte. Credete dunque in Dio e nel Suo Messaggero, il Profeta illetterato, che crede in Dio e nei Suoi comandamenti; seguitelo. Si spera che troviate la retta via» (al-A‘raf: 158).

(arabo**************).

-O Muhammad, di’! Questo Corano è stato fatto scendere su di me tramite la rivelazione, affinché per mezzo di esso io possa avvertire voi e ogni persona a cui giungerà — (al-An‘am: 19)

(Arabo**************)

— Questo Corano è una raccolta di ammonimenti per tutti gli abitanti del mondo, per ogni persona tra voi che desideri seguire la retta via. (At-Takwir: 27-28).

Il sigillo della profezia

Un’altra caratteristica della profezia di Muhammad è che la successione della profezia e della missione apostolica è stata conclusa con lui. Dopo di lui, nel mondo, non è rimasta più alcuna necessità di un profeta.

(Arabo**************)

Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non è il padre di nessuno dei vostri uomini; egli è piuttosto il Messaggero di Allah e il sigillo della successione dei profeti (al-Ahzab: 40).

Questo è in realtà un risultato inevitabile dell’universalità e dell’eternità della profezia di Muhammad, nonché della perfezione della religione. Poiché, alla luce della descrizione sopra riportata, la profezia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è destinata a tutta l’umanità del mondo, non a una singola nazione, ed è per tutti i tempi, non per una determinata epoca; e poiché l’opera per la quale era necessario l’avvento dei profeti nel mondo aveva raggiunto la sua perfezione definitiva, è del tutto logico che con lui sia stata conclusa la successione profetica. Lo stesso Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha spiegato questo argomento in modo meraviglioso in un hadith. Egli disse: «Il mio esempio tra i profeti è quello di un uomo che costruì una bella casa. Dopo aver completato l’intera casa, lasciò vuoto soltanto lo spazio di un mattone. Chiunque girasse intorno alla casa provava meraviglia e diceva: “Se anche quest’ultimo mattone fosse stato collocato qui, la casa sarebbe stata completamente perfetta”. Ora, nella casa della profezia, io sono quel mattone il cui posto è rimasto vuoto».

Da questo esempio si può comprendere chiaramente la ragione della conclusione della profezia. Quando la religione è stata resa perfetta, quando i versetti di Allah sono stati esposti in dettaglio, quando sono state spiegate le prescrizioni e i divieti, le dottrine e le credenze, gli atti di culto, la civiltà, la vita sociale, l’ordinamento dello Stato e la politica—in breve, quando sono state fornite istruzioni dettagliate riguardo a ogni ambito della vita umana—e quando la parola di Allah e l’eccellente modello del Messaggero sono stati presentati al mondo in modo tale da preservarli da ogni deformazione e alterazione, così che da essi si possa ricevere guida in ogni epoca, allora non è rimasta più alcuna necessità della profezia. È necessaria soltanto l’opera di ricordare e di risvegliare nuovamente le coscienze (rinascimento). A tale scopo sono sufficienti gli ulema sinceramente fedeli e la comunità dei credenti veritieri.

Le qualità lodevoli del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui)

L’ultima domanda da porre è questa: quale carattere possedeva personalmente il portatore di questo Libro? Nel rispondere a questa domanda, il Nobile Corano non ha seguito, come fanno gli altri libri comunemente diffusi, la via delle lodi esagerate dei loro portatori. Le sue lodi non sono state neppure trasformate in un tema permanente. Le sue caratteristiche morali erano presenti soltanto in modo incidentale e allusivo.

(1) Il Corano afferma che il suo portatore si trovava al culmine delle virtù morali.

(Arabo**************)

—E, o Muhammad (s), tu sei dotato del più alto grado di nobiltà morale (Nūn: 4).

(2) Il Corano dice che il suo portatore era una persona risoluta, salda d’animo e fiduciosa in Allah in ogni circostanza; quando tutta la sua gente si determinò a sterminarlo ed egli fu costretto a rifugiarsi in una grotta di montagna insieme a un compagno, in quella situazione difficile e pericolosa non perse il coraggio, ma rimase saldo nella propria determinazione.

(Arabo**************)

Ricorda il tempo in cui i miscredenti lo scacciarono, quando egli era il secondo dei due e quando i due si trovavano nella grotta, e quando disse al suo compagno: «Non preoccuparti, Allah è con noi». (At-Tawba: 40).

(3) Il Corano dice che il suo portatore era una persona estremamente generosa e misericordiosa, che pregava per il perdono persino dei suoi acerrimi nemici, finché Allah gli comunicò questa decisione definitiva: Egli non li avrebbe perdonati.

(Arabo**************)

—Che tu chieda perdono per loro oppure no, anche se chiedessi perdono per loro settanta volte, Allah non li perdonerà— (At-Tawba: 80)

(4) Il Corano dice che il carattere del suo portatore era estremamente mite. Non mostrò mai durezza verso nessuno e per questo il mondo si affezionò a lui.

(Arabo**************)

-È per misericordia di Allah che sei mite e benevolo verso di loro. Altrimenti, se fossi stato aspro nelle parole e dal cuore duro, si sarebbero allontanati tutti da te. -(Tawba: 151).

(5) Il Corano dice che il suo portatore provava nel cuore una grande inquietudine nel guidare i servi di Dio sulla retta via e soffriva profondamente quando essi persistevano ostinatamente nell’errore. Si angustiava persino per il loro dolore.

(Arabo**************)

-O Muhammad (S), sembra quasi che tu stia per perdere la vita, consumato dal dolore per loro, se non credono in questa Parola (Kahf: 6).

(6) Il Corano dice che il suo portatore nutriva un profondo amore per la sua umma. Era sinceramente benevolo nei loro confronti. Quando venivano colpiti da una calamità, ne soffriva profondamente. Per loro era l’incarnazione della misericordia, dell’affetto e della tenerezza.

(Arabo**************)

-È giunto a voi un Messaggero, scelto tra voi stessi, al quale reca dolore ogni cosa che vi danneggia, che desidera il vostro bene ed è estremamente affettuoso e misericordioso verso i credenti (Tawba: 128).

(7) Il Corano dice che il suo portatore non fu una misericordia soltanto per il suo popolo, bensì per il mondo intero.

(Arabo**************)

—O Muhammad (pace e benedizioni su di lui), ti abbiamo inviato come misericordia per il mondo intero— (al-Anbiyāʾ: 107).

(8) Il Corano dice che il suo portatore passava notte dopo notte vegliando per adorare Dio e restando in piedi nel ricordo di Dio.

(Arabo**************)

—O Muhammad (pace e benedizioni su di lui), il tuo Signore sa che tu rimani in piedi nella preghiera per quasi due terzi della notte, talvolta per metà della notte e talvolta per un terzo della notte— (al-Muzzammil: 20).

(9) Il Corano dice che il suo portatore era un uomo veritiero. Nella sua vita non si allontanò mai dalla retta via. Non fu influenzato da pensieri malvagi. E mai, soggiogato dalle proprie passioni, pronunciò una sola parola contro la verità.

(Arabo**************)

—(O gente,) il vostro compagno non ha mai deviato dalla retta via della verità, né si è allontanato dal retto pensiero. E non dice nulla sotto l’impulso delle passioni (An-Najm: 203).

(10) Il Corano afferma che il suo portatore è un modello degno di essere seguito per tutto il mondo e che la sua intera vita è il giusto criterio della moralità perfetta. (Arabo**************)

Nel Messaggero avete un modello eccellentissimo (Al-Ahzab 21).

Studiando il Sacro Corano, si può vedere che esso illumina anche alcune altre caratteristiche del suo portatore. Ma in questo articolo non vi è spazio per discuterle in dettaglio.

Chiunque legga il Corano potrà constatare di persona quanto sia limpida, chiara e libera da ogni impurità l’immagine del suo portatore che questo Libro presenta, a differenza degli altri testi religiosi correntemente in uso. In esso non vi è la minima traccia di divinità. Né vi è alcuna esagerazione o iperbole nella lode. Non gli è stata attribuita alcuna forza straordinaria. Non è stato associato a Dio nelle Sue opere. Né gli sono state imputate debolezze, colpe o difetti tali da essere contrari alla dignità di una guida e di chi invita alla verità. Se tutti gli altri libri della letteratura islamica scomparissero dal mondo e rimanesse soltanto il Sacro Corano, non vi sarebbe comunque alcuna possibilità di fraintendimento, dubbio, perplessità o carenza di devozione e rispetto riguardo alla personalità del Santo Profeta. Possiamo sapere con assoluta chiarezza che il portatore di questo Libro era un uomo perfetto, dotato delle migliori qualità morali. Riconosceva la veridicità dei profeti precedenti. Non era l’inventore di una nuova religione. Né pretendeva di essere un essere sovrumano. Il suo invito era rivolto all’intero universo. Gli furono affidati, da parte di Allah l’Altissimo, alcuni compiti specifici. Quando ebbe portato a compimento tali compiti, la successione della profezia giunse al termine con lui. [In realtà, questo articolo fu scritto nel 1927 per il numero speciale della rivista «Aljāyit», intitolato «Hābik». Prima di inserirlo nel 1944 furono apportate alcune modifiche — l’Autore.]

 

Secondo capitolo

La genealogia del Profeta Muhammad

Il venerabile Abramo

È storicamente riconosciuto all’unanimità che la famiglia del Profeta Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, discenda da quel ramo della stirpe del profeta Abramo, pace su di lui, che proviene dal suo figlio maggiore, il profeta Ismaele, pace su di lui. Questa linea genealogica è conosciuta come Banu Ismaele. Il legame di questo argomento con la biografia del Profeta Muhammad, pace su di lui, è così profondo che, per trattare qualsiasi aspetto della sua vita, occorre iniziare dagli eventi della vita del profeta Abramo e del profeta Ismaele, pace su entrambi. Altrimenti non sarebbe possibile comprendere come questo ramo originario dell’Iraq si sia insediato in una regione remota dell’interno dell’Arabia, come qui siano state poste le fondamenta della qibla dei monoteisti e quale rapporto il Profeta Muhammad, pace su di lui, avesse con la maggior parte delle tribù arabe, in virtù del quale non era affatto uno sconosciuto, bensì una personalità estremamente conosciuta.

È stato menzionato che il profeta Abramo, pace su di lui, era originario dell’Iraq. La sua patria, Ur, era la capitale della famiglia di Nimrod in Iraq. Secondo gli studiosi e i ricercatori, il profeta Abramo, pace su di lui, apparve sulla scena intorno al 2100 a.C. Ur era allora un grande centro di civiltà, cultura e commercio. Al tempo stesso, era la roccaforte dello shirk e della miscredenza di quel popolo. Quando il profeta Abramo, pace su di lui, iniziò a opporsi allo shirk di quel popolo e a invitarlo al tawhid, il governo, l’intera nazione, la sua stessa famiglia e persino suo padre divennero suoi nemici. Dopo aver fallito nel dissuaderlo con minacce e intimidazioni, tutti insieme decisero di gettarlo vivo in un’enorme fornace per bruciarlo. Ma Allah rese il fuoco freddo per lui, ed egli uscì da quella fornace vivo e incolume. Questo episodio è narrato dettagliatamente nel Corano (al-Anbiya’: 68-69; al-‘Ankabut: 24; as-Saffat: 97-98). Si veda.

Secondo il racconto coranico, in seguito il profeta Abramo, pace su di lui, abbandonò la sua patria ed emigrò verso la Siria e la Palestina. A quell’epoca queste regioni erano chiamate terra di Canaan. A questo proposito il Corano dice:

(ARABO**************)

Si dissero tra loro: «Costruite per lui una fornace e gettatelo in questo fuoco ardente». Volevano tramare contro di lui. Ma Noi li umiliammo, e Abramo, pace su di lui, disse: «Mi dirigo verso il mio Signore, cioè emigro. Egli mi guiderà sulla retta via» (as-Saffat: 97-98).

(ARABO**************)

La risposta del suo popolo non fu altro che: «Uccidetelo oppure bruciatelo». Alla fine Allah lo salvò dal fuoco. In quel tempo Lot accettò la fede del profeta Abramo, pace su di lui. E Abramo disse: «Emigro verso il mio Signore». Egli è l’Eccelso, il Saggio (al-‘Ankabut: 24-26).

(ARABO**************)]

-Salvammo lui (Ibrahim) e Lot e li conducemmo verso la terra nella quale abbiamo posto innumerevoli benedizioni per gli abitanti del mondo. (Al-Anbiya’: 71) [Con “terra benedetta” si intende la regione di Sham e della Palestina. Nelle sure Al-A‘raf: 137, Bani Isra’il: 1 e Al-Anbiya’: 81 questa regione è menzionata come benedetta (vedi Tafhim, 4° volume, Saba, nota 31).

E a Lot donammo giudizio e conoscenza, cioè la profezia (Al-Anbiya’: 74).

(Arabo**************)

E anche Lot era tra coloro che furono inviati come messaggeri (As-Saffat: 133).

Nel Corano non vi è alcun resoconto dettagliato di ciò che accadde al popolo di Hazrat Ibrahim dopo la sua emigrazione. Tuttavia, nel versetto 70 della sura At-Tawba, questo popolo è menzionato insieme ai popoli che ricevettero il castigo.

Ora la questione è questa: in quella migrazione, insieme a Hazrat Lot, anche Hazrat Sara si trovava con Hazrat Ibrahim. A questo riguardo il Corano non offre alcuna spiegazione. Tuttavia, da alcune narrazioni coraniche risulta chiaramente che Hazrat Ibrahim era sposato e che sua moglie lo accompagnò nella migrazione. Per esempio, nella sura As-Saffat si dice che, al momento della migrazione, Hazrat Ibrahim pregava così:

(Arabo**************)

-O Signore, concedimi una progenie virtuosa. Questa preghiera poteva essere pronunciata soltanto da un uomo sposato, e per di più in un momento in cui egli, abbandonando la propria patria, stava emigrando. Anche i resoconti storici della Bibbia ne offrono conferma. In essi si afferma che Hazrat Sara lo accompagnò in questa migrazione. Tuttavia, gli altri racconti biblici sono del tutto infondati. Per esempio, vi si afferma che Hazrat Sara era la sorella di Hazrat Lot e la nipote di Hazrat Ibrahim, figlia di suo fratello, e che in seguito egli la sposò. Si afferma inoltre che, durante questa migrazione, anche suo padre accompagnò Hazrat Ibrahim (Genesi, capitolo 11, versetti 27). Suo padre ebbe parte nelle persecuzioni e nelle ingiustizie inflitte a Hazrat Ibrahim (Selezioni dal Talmud, H. Polano, Londra, pp. 40-42). Inoltre, nessuna legge religiosa di Dio permette di sposare la propria nipote, tanto meno è concepibile che un profeta compia un simile atto.

L’attività di predicazione di Hazrat Ibrahim (pace su di lui)

Dopo Hazrat Nuh (pace su di lui), Hazrat Ibrahim (pace su di lui) fu il primo profeta che Allah l’Altissimo incaricò di diffondere l’invito universale dell’Islam. In un primo momento egli stesso percorse per anni diverse regioni, dall’Iraq all’Egitto, dalla Siria e dalla Palestina ai vari territori dei deserti arabi, presentando alla gente l’invito islamico all’adorazione, al culto e all’obbedienza ad Allah l’Altissimo. In seguito, per la sua opera di predicazione, nominò suoi rappresentanti in diverse regioni: il nipote paterno Lut (pace su di lui) nella Giordania orientale, il figlio minore Ishaq (pace su di lui) in Siria e Palestina, e il figlio maggiore Ismail (pace su di lui) nell’interno dell’Arabia. Poi, per ordine di Allah l’Altissimo, costruì alla Mecca quella Casa chiamata Ka‘ba e, sempre per ordine di Allah l’Altissimo, stabilì quella Casa come centro della sua missione.

Dalla discendenza di Hazrat Ibrahim (pace su di lui) sorsero due grandi rami. Uno era costituito dai discendenti di Hazrat Ismail (pace su di lui), che rimasero in Arabia. I Quraysh e alcune tribù arabe erano legati a questo ramo. Anche quelle tribù arabe che, dal punto di vista genealogico, non erano discendenti di Hazrat Ismail (pace su di lui), essendo state più o meno influenzate dalla religione da lui predicata, collegarono a lui la propria genealogia. [Per duemilacinquecento anni, fino all’epoca del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), diverse famiglie della discendenza del profeta Ismail contrassero rapporti matrimoniali con numerose famiglie arabe; secondo la natura umana, consideravano motivo d’onore imparentarsi attraverso il matrimonio con la purissima famiglia di Hazrat Ismail e lo menzionavano nelle genealogie — l’autore.]

[Poiché, fino all’epoca del Profeta (pace e benedizioni su di lui), per duemilacinquecento anni diverse famiglie della discendenza di Hazrat Ismail (pace su di lui) avevano contratto legami matrimoniali con numerose famiglie arabe, secondo la natura umana queste diverse famiglie consideravano motivo d’onore la parentela con questa grande famiglia e la menzionavano nelle proprie genealogie — l’autore.]

Il secondo ramo era costituito dai discendenti di Hazrat Ishaq (pace su di lui). Da questa stirpe nacquero Hazrat Ya‘qub (pace su di lui), Hazrat Yusuf (pace su di lui), Musa (pace su di lui), Dawud (pace su di lui), Sulayman (pace su di lui), Yahya (pace su di lui), Isa (pace su di lui) e molti altri profeti. Poiché Hazrat Ya‘qub (pace su di lui) era chiamato Israele, questa stirpe fu denominata Banu Isra’il. In seguito alla loro predicazione, i popoli che adottavano la loro religione o fondevano la propria identità nella loro, oppure rimanevano distinti dal punto di vista genealogico; tuttavia, sul piano religioso, restavano loro seguaci. Quando in questo ramo comparvero deformazione e decadenza, nacquero prima il giudaismo e poi il cristianesimo.

Il compito principale di Hazrat Ibrahim (pace su di lui) era invitare il mondo all’obbedienza ad Allah e guidare sulla retta via l’organizzazione della vita individuale e sociale degli esseri umani, secondo la guida inviata da Allah. Egli stesso era obbediente ad Allah e seguiva la conoscenza che Gli era stata concessa. Diffondeva nel mondo quella conoscenza. Fu proprio per questo grande servizio che gli fu conferita la guida del mondo. Dopo di lui, la dignità di questa guida fu affidata al ramo della sua discendenza che ebbe inizio con Hazrat Ishaq (pace su di lui) e Hazrat Ya‘qub (pace su di lui) e che fu chiamato Banu Isra’il. In questa stirpe continuarono a nascere profeti. A loro fu concessa la conoscenza della retta via e fu affidato il compito di guidare sulla retta via i popoli del mondo. Questo era il favore che Allah l’Altissimo ricordò loro ripetutamente nel Corano. Questo ramo occupava il seggio della guida; Bayt al-Maqdis era il centro dell’invito ad Allah e la qibla dei devoti.

La nascita di Hazrat Ismail (pace su di lui)

Il secondo ramo dei figli di Ibrahim (pace su di lui) era Banu Isra’il. Tra i difetti di questo ramo ve n’era uno: essi distorcevano la storia e rivendicavano per sé ogni motivo d’orgoglio. In ogni epoca storica cercavano con ogni mezzo di diffamare i popoli con i quali erano coinvolti in conflitti, scontri e rivalità. Tra i numerosi esempi presenti nella Bibbia ve n’è uno: secondo essa, Hazrat Lut (pace su di lui) non era affatto un profeta. Hazrat Ibrahim (pace su di lui) non lo avrebbe inviato nel territorio di Sodoma per alcuna opera di predicazione. Al contrario, tra zio e nipote sarebbe sorta una disputa, e lo zio avrebbe detto al nipote di andare a stabilirsi altrove (Genesi, capitolo 13, versetti 5-13). Un esempio ancora più detestabile è questo: secondo la Bibbia, quando la punizione si abbatté sul popolo di Lut, Lut (pace su di lui) uscì da lì con le sue due figlie. In seguito, invece di recarsi dal proprio zio Hazrat Ibrahim (pace su di lui), che viveva nella città di Hebron, in Palestina, vicino a Sodoma, si mise a vivere in una caverna. Lì — Dio non voglia — le sue due figlie lo fecero ubriacare di vino e ebbero rapporti con lui, rimanendo entrambe incinte. Dal ventre di una nacque Moab, antenato dei Moabiti, e dal ventre dell’altra nacque Ben-Ammi, antenato degli Ammoniti (Genesi, capitolo 19, versetti 30-38). In questo modo Banu Isra’il sfogò il proprio rancore, manifestando la sua ostilità contro i Moabiti e gli Ammoniti. La storia successiva testimonia infatti che tra questi popoli e Banu Isra’il vi furono conflitti e scontri estremi.

Lo stesso comportamento è stato adottato anche nei confronti dei Banū Ismāʿīl. Nella Bibbia si narra che Hājar, madre di Ismāʿīl, fosse la schiava di Sāra. Poiché Sāra era sterile, un giorno disse ad Abramo: «Unisciti alla mia schiava, affinché la nostra famiglia possa avere una discendenza». Così, secondo le sue parole, Abramo si unì a Hājar, e nacque Ismāʿīl (Genesi, capitolo 16, versetti 10, 15-16). Eppure, nella stessa sezione della Genesi, il capitolo 16 e il versetto 16 affermano che il faraone di allora donò ad Abramo, come omaggio, ingenti ricchezze, bestiame, servi e serve. Tra questi vi era anche Hājar. [Hājar, che Allah sia soddisfatto di lei, era abitante di un villaggio chiamato Umm al-ʿArab oppure Umm al-ʿArīq. Esso si trova nell’Egitto orientale, a due miglia dalla riva del Mar Mediterraneo, di fronte a Farāma o al-ʿAṭṭīna. Ai tempi dei faraoni vi sorgeva una fortezza, oggi chiamata Tall al-Farān – l’autore.] Perciò, anche dal punto di vista della stessa Bibbia, è errato definire Hājar schiava di Sāra. Per unirsi sessualmente a lei, non aveva alcun bisogno del permesso di Sāra.

Nella Bibbia si legge inoltre che Ismāʿīl era con Abramo proprio in Palestina. Anzi, quando aveva quattordici anni, Isacco nacque dal grembo di Sāra, generato da Abramo (Genesi, capitolo 18, versetti 24-26; capitolo 21, versetti 1-5). Poi la Bibbia dice:

«Il bambino, cioè Isacco, crebbe e fu svezzato. Nel giorno in cui fu svezzato, Abramo organizzò un grande banchetto e un’accoglienza festosa. Quando Sāra vide che l’egiziana Hājar, che era stata generata da Abramo, rideva e si divertiva, disse ad Abramo: “Caccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non sarà erede insieme a mio figlio”. La cosa dispiacque molto ad Abramo. Dio disse ad Abramo: “Non prendertela per questo ragazzo e per la tua schiava. Accetta tutto ciò che Sāra ti dice”. Il mattino seguente Abramo si alzò, mise sulle spalle di Hājar pane e un otre d’acqua e la congedò insieme a suo figlio. Ella partì e vagò come una nomade nel deserto del pozzo di Saba. Quando l’acqua dell’otre fu finita, gettò suo figlio sotto un cespuglio. Poi si allontanò un poco, si sedette e disse: “Non voglio vedere la morte del bambino”. Seduta di fronte a lui, cominciò a piangere e a gridare. Dio udì la voce del bambino e gli angeli di Dio chiamarono Hājar dal cielo, dicendo: “Hājar, che cosa ti è accaduto? Non temere, perché Dio ha udito la voce del bambino dal luogo in cui è caduto. Alzati, solleva il bambino e sorreggilo con la tua mano, poiché io lo trasformerò in una grande nazione”. Dio le aprì gli occhi ed ella vide un pozzo d’acqua. Vi si recò, riempì d’acqua l’otre e fece bere il bambino. Dio era con quel bambino. Egli crebbe e dimorò nel deserto; divenne un arciere. Abitava nel deserto di Fārān. Sua madre gli prese dall’Egitto una moglie» (Genesi, capitolo 21, versetti 8-21).

Questo racconto menzognero è stato inventato per impedire che fosse dimostrata qualsiasi relazione tra Abramo e Ismāʿīl da una parte e l’Arabia, Mecca, la Kaʿba e il pozzo di Zamzam dall’altra. Infatti, se si stende un velo sul viaggio di Abramo in Arabia, e si menzionano la permanenza di Ismāʿīl in Palestina fino all’età di quattordici anni, il suo successivo soggiorno nel deserto di Fārān e il matrimonio, si cancella quel capitolo importante della storia islamica che è collegato al centro arabo della religione di Abramo. In base ai diversi passi della Bibbia in cui è menzionato il deserto di Fārān, esso si trovava a sud della Palestina, a ovest della valle di ʿAqaba, a nord del deserto del Sinai e a est dell’Egitto e del Mar Mediterraneo. Il monte Fārān non aveva alcun rapporto con l’Arabia, dove si trova Mecca. Inoltre, in questo racconto sono stati delineati caratteri spregevoli di Sāra, che Allah sia soddisfatto di lei, e di Abramo, accusando al contempo anche Allah l’Altissimo. Da ciò emerge una forma abietta e disgustosa delle concezioni morali degli stessi Banū Isrāʾīl. Vi sono rappresentati in modo tale i nomi della moglie di un profeta, Abramo, e di un altro profeta, Isacco, che la madre non è disposta a tollerare nemmeno il sorriso del figlio della sua co-moglie e costringe il marito a privare il figlio dell’eredità e a cacciarlo dalla famiglia. Il marito, un profeta altamente onorato, viene raffigurato come colui che ha esiliato nel deserto il proprio figlio di quindici o sedici anni, dando a lui e alla madre soltanto del pane e un otre d’acqua, senza preoccuparsi minimamente della loro vita o della loro morte. Quanto alla dignità di Allah l’Altissimo, Egli viene presentato come colui che ordina ad Abramo, per il bene di Isacco, antenato dei Banū Isrāʾīl, e di sua madre, di accettare l’ingiustizia e l’oppressione che la madre di Isacco, spinta dalla gelosia e dall’odio verso la sua co-moglie, pretendeva che fossero inflitte a quest’ultima. L’intero racconto non è altro che un insieme di menzogne e fantasie irreali.

Al contrario, dal Corano e dagli hadith possiamo conoscere la storia autentica. Questa storia è testimoniata dalle ripetute narrazioni e testimonianze di innumerevoli persone tra gli Arabi, tramandate di generazione in generazione per quattromila anni.

Il Corano narra che, al momento della migrazione dalla sua patria, Abramo rivolse ad Allah questa supplica:

(Arabo**************)

«O mio Signore, concedimi una discendenza virtuosa». (al-Ṣāffāt: 100).

La preghiera fu esaudita dopo molto tempo, quando Hazrat Ibrāhīm (a.s.) era giunto a un’età molto avanzata. Nel Corano sono riportate queste parole di Hazrat Ibrāhīm (a.s.): (arabo***************)

Lode a quell’Allah che, nella mia vecchiaia, mi ha donato Ismaele e Isacco, due figli maschi (Ibrāhīm: 39).

Prima della nascita di questi due figli, Allah l’Altissimo aveva dato a Hazrat Ibrāhīm (a.s.) la lieta novella. Dapprima, la lieta novella della nascita di Hazrat Ismaele (a.s.) gli fu annunciata con queste parole: (arabo***************)

«In seguito gli demmo la lieta novella di un figlio paziente» (as-Sāffāt: 101). Alcuni anni dopo, quando Ismaele (a.s.) si avvicinava all’età della giovinezza, la lieta novella del secondo figlio fu annunciata in questo modo: (arabo***************)

«E gli angeli gli diedero la lieta novella di un figlio sapiente» (adh-Dhāriyāt: 28). Quando fu annunciata questa seconda lieta novella, Hazrat Ibrāhīm (a.s.) disse:

(arabo***************)

«Mi date forse la lieta novella di un figlio nella mia vecchiaia? Riflettete un po’: che tipo di lieta novella mi state dando?» (al-Ḥijr: 54). Alla ricezione di questa lieta novella, Sara si trovava in questo stato:

(arabo***************)

—Sua moglie avanzò gridando, si coprì il volto e disse: «Sono vecchia e sterile» (adh-Dhāriyāt: 29).

Sulla base di questi versetti, si può ritenere corretta la seguente descrizione della Bibbia: Ismāʿīl nacque quando Ibrāhīm aveva ottantasei anni, mentre Isḥāq nacque quando ne aveva cento (Genesi, 16:16; capitolo 21, versetto 5).

Il reinsediamento di Ismāʿīl alla Mecca

Dalla discussione precedente si è appreso che Ismāʿīl era il primogenito di suo padre ed era nato nella vecchiaia di quest’ultimo. A quell’età, la nascita di un figlio avrebbe dato a qualunque padre il diritto di stringere affettuosamente al petto il suo primogenito e, fino ai quattordici anni, il suo unico figlio. Non avrebbe sopportato nemmeno di perderlo di vista. Ma Ibrāhīm era un profeta e, proprio per questo, dava la precedenza all’invito alla Verità; per esso aveva sopportato innumerevoli persecuzioni e ingiustizie nella propria patria, era emigrato e aveva vagato in terre straniere, spendendo in ogni luogo le proprie forze e il proprio impegno nel trasmettere il messaggio di Dio. Dopo la nascita di questo figlio tanto amato, il primo pensiero che sorse nella sua mente fu come stabilire in terra araba quel centro dell’invito al monoteismo dal quale sarebbe apparso l’ultimo Profeta e che sarebbe rimasto intatto fino al Giorno della Resurrezione come centro dell’invito al monoteismo. Il Corano ci dice che Dio indicò fin dall’inizio a Ibrāhīm il luogo in cui si desiderava costruire tale centro. Infatti, nella sūra al-Ḥajj è detto:

—Ricorda quando indicammo a Ibrāhīm il luogo di questa Casa (la Kaʿba) (al-Ḥajj: 26).

In conformità a questo ordine, questo grande servo di Dio lasciò il suo figlio ancora lattante, insieme alla madre, straordinariamente paziente e completamente affidata a Dio, proprio in quel luogo, apparentemente in una condizione del tutto indifesa, dove infine avrebbe dovuto costruire la Kaʿba.

Al-Bukhārī riporta un resoconto dettagliato di questo episodio tramite ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās. Dal modo in cui, in questa narrazione, Ibn ʿAbbās cita in vari punti le parole del nobile Profeta, si comprende che tutto ciò che riferì lo aveva appreso direttamente dal Profeta. Egli racconta: Ibrāhīm portò Hājar e il suo figlio lattante, Ismāʿīl, e li lasciò sotto un albero, in un luogo dove in seguito sarebbe sgorgato Zamzam. A quell’epoca, nella valle scarsamente popolata della Mecca non viveva nessuno e non si trovava acqua in alcun luogo. Ibrāhīm consegnò a Hājar dei datteri in una sacca di pelle e un otre d’acqua, poi si allontanò. Hājar lo seguì dicendo: «O Ibrāhīm! Dove vai, lasciandoci in questa desolata distesa arida e priva di vegetazione?». Hājar ripeté più volte queste parole, ma Ibrāhīm non si voltò nemmeno. ****1 Infine Hājar disse: «È forse Dio che ti ha ordinato di fare questo?». Ibrāhīm rispose soltanto: «Sì». Allora Hājar disse: «Se è così, Dio non ci farà perire». Detto questo, tornò indietro e si sedette accanto al figlio.

Ibrāhīm si recò oltre la montagna, da dove non poteva più vedere la madre e il figlio, e, rivolto verso la Casa di Dio — nel luogo in cui avrebbe dovuto costruire quella Casa — recitò questa supplica

(Arabo***************)

O Signore, ho stabilito una parte della mia discendenza in una valle priva d’acqua e di vegetazione, presso la Tua Casa sacra, affinché compiano la preghiera. Fa’ dunque che i cuori degli uomini siano inclini verso di loro e provvedi loro frutti da mangiare. Forse Ti saranno riconoscenti – (Ibrāhīm: 37).

Nel frattempo, la madre di Ismāʿīl (a) continuò ad allattarlo e a bere anch’ella l’acqua dell’otre. Quando l’acqua finì, lei e il bambino ebbero sete. Vedendo il figlio agitarsi per la sete, non riuscì a rimanere ferma. Corse verso la valle, per vedere se vi fosse qualcuno. Ma non vide nessuno. Poi scese dal monte Ṣafā e giunse al centro della valle. Quindi, sollevando entrambe le braccia, si mise a correre come corre una persona in pericolo. Poi salì sul monte Marwa e si mise a guardare per vedere se scorgesse qualcuno. Ma non vide nessuno. In questo modo corse sette volte tra Ṣafā e Marwa. Ibn ʿAbbās (ra) riferisce che il Profeta (s) disse

[Il fatto che non si voltasse indietro non significava crudeltà, trascuratezza o negligenza. Sebbene Ḥaḍrat Ibrāhīm (a) fosse un grande profeta, era pur sempre un essere umano; per obbedire al comando di Allah Taʿālā aveva affrontato un pericolo così grande da lasciare il proprio figlio ancora allattato e sua madre in una regione deserta e circondata da montagne. Dallo stato della situazione si può certamente immaginare quale fosse allora la condizione del suo cuore. Se in quel momento si fosse voltato a guardare la moglie e il figlio, il suo animo sarebbe diventato inquieto e turbato. Per questo proseguì come se avesse posto una pietra sul petto. In risposta alle ripetute domande della moglie che lo seguiva, disse soltanto di sì, senza guardare verso di lei.]

Per questo la gente compie il sa‘y tra Ṣafā e Marwa. (****1) L’ultima volta che salì sul monte Marwa, udì una voce. Allora disse tra sé: «Silenzio!» (cioè: non fate chiasso). Poi si mise ad ascoltare attentamente. Quando udì nuovamente la voce, disse: «O uomo, mi hai fatto udire la tua voce. Ora hai forse qualcosa presso di te per esaudire la mia richiesta?»

All’improvviso vide un angelo nel luogo di Zamzam. Secondo le narrazioni di Ibrāhīm ibn Nāfiʿ e Ibn Jurayj, vide Jibrīl scavare la terra con il tallone oppure con la mano. Poi l’acqua sgorgò. Ḥaḍrat Hājar (ra) cominciò a raccogliere l’acqua nelle mani e a riempire l’otre. Quanto più ne attingeva, tanto più l’acqua zampillava e saliva. Ibn ʿAbbās (ra) riferisce che il Profeta (s) disse: «Allah abbia misericordia della madre di Ismāʿīl; se avesse lasciato Zamzam in quello stato (cioè senza circondarla con un argine da ogni lato), Zamzam sarebbe diventata una sorgente d’acqua corrente».

Così Ḥaḍrat Hājar (ra) continuò a bere l’acqua e ad allattare il bambino. L’angelo le disse: «Non temere che l’acqua si esaurisca. Qui si trova la Casa di Allah, che questo bambino e suo padre costruiranno. Allah non distruggerà la gente di questa Casa».

Dopo che la situazione rimase così per qualche tempo, alcuni uomini della tribù di Jurhum (***1) giunsero dalla regione di Qudā e si fermarono nella parte bassa della Mecca. Da lì videro un uccello volare intorno a un luogo. Dissero: «Questo uccello sta certamente girando sopra dell’acqua». In precedenza eravamo passati attraverso questa valle, ma non vi era acqua da nessuna parte. Mandarono quindi due o tre uomini. Essi vi trovarono dell’acqua. Tornarono e riferirono la notizia agli altri. Questi giunsero sul posto e vi trovarono la madre di Ismāʿīl (a). Dissero a Ḥaḍrat Hājar (ra): «Ci permetti di stabilirci qui?» Hājar rispose: «Sì, ma l’autorità resterà a me, non a voi». Essi acconsentirono.

Ibn Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) riferì che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: La tribù di Jurhum trovò la madre di Ismaele molto socievole. Anche lei desiderava che alcune persone si stabilissero lì. Così rimasero lì e vi portarono anche gli altri membri delle loro famiglie. Diverse famiglie cominciarono a vivere in quel luogo. Hazrat Ismaele (pace su di lui) crebbe e fu allevato tra loro, apprendendo da loro la lingua araba. (***1) Il ragazzo piacque molto ai Jurhumiti, i quali cominciarono a desiderare che sposasse una ragazza della loro stirpe.

(****1) Questa è una prova storica estremamente importante di quell’evento. Dopo la costruzione della Kaaba, i riti dell’Hajj ebbero inizio all’epoca di Hazrat Ibrahim (pace su di lui). Da allora fino a oggi, centinaia, migliaia e milioni di persone hanno compiuto il sa’y tra Safa e Marwa in memoria di quell’evento. Questa pratica ripetuta, protrattasi per migliaia di anni, continua ancora oggi senza essersi mai interrotta. Non esiste alcun altro evento al mondo del quale si possano trovare prove storiche più solide. Al contrario, nel deserto desolato di Paran, dove viene narrato l’evento (continua dalla pagina precedente), né allora né prima si compì un sa’y di questo genere, e neppure oggi ve ne si compie uno.

() È una tribù degli antichi Arabi qahtaniti dello Yemen.

(1) Neppure la lingua di Hazrat Ibrahim (pace su di lui) era l’arabo. Egli era iracheno. In seguito visse in Canaan. Neppure la lingua di Hazrat Hagar era l’arabo. Era egiziana.]

L’episodio del sacrificio del figlio

Dopo aver lasciato il suo amato figlio in quella valle deserta, il profeta Ibrahim (pace su di lui) non lo abbandonò senza occuparsene. Al contrario, di tanto in tanto vi si recava per informarsi delle loro condizioni e rimaneva anche per alcuni giorni presso la moglie e il figlio. Quando lasciò in quel luogo la moglie e il figlio lattante, rivolse una preghiera a Dio. (Arabo*********************)

— O mio Signore, rendi sicura questa città. In conformità a quella preghiera, questo luogo allora scarsamente abitato si è oggi trasformato in un insediamento. Si può supporre che il profeta Ibrahim (pace su di lui) avesse già certamente predicato l’Islam tra i Jurhumiti. Poi si verificò quell’evento senza precedenti nella storia dell’umanità: il profeta Ibrahim (pace su di lui) si preparò, per comando di Dio, a sacrificare nel fiore della giovinezza il suo primo e unico figlio, nato nella sua vecchiaia. Nel Corano questo evento è narrato così:

(Arabo*********************)

-Poi, quando il ragazzo raggiunse l’età in cui poteva correre e muoversi insieme a lui, un giorno Ibrāhīm disse: «Figlio mio, ho visto in sogno che ti stavo sgozzando. Ora dimmi: che ne pensi?». Egli rispose: «Padre mio, esegui ciò che ti è stato ordinato. Se Dio vuole, mi troverai paziente». Infine, quando entrambi si sottomisero all’obbedienza a Dio, Ibrāhīm (a.s.) ebbe posto suo figlio con il volto rivolto verso il basso, e Noi lo chiamammo: «O Ibrāhīm, hai reso vero il sogno! Così ricompensiamo i virtuosi. Certamente questa è una prova evidente; e gli abbiamo dato in riscatto un grande sacrificio, salvando così questo figlio» (as-Sāffāt, 102-107). Questo evento ebbe luogo alla Mecca [nel Corano questo luogo è chiamato anche «Bakkah» (Āl ʿImrān, 96). Tuttavia, dal racconto di Ibn Hishām (vol. I, p. 119) si apprende che non si trattava del suo nome antico; piuttosto, fu chiamato anche così in seguito, quando acquistò lo status sacro di ḥaram. Ibn Hishām dice che la Mecca fu chiamata Bakkah perché (****************) spezza il collo dei tiranni. Egli spiega inoltre che, nell’epoca dell’Ignoranza, la Mecca non permetteva che alcuna ingiustizia o abuso vi durasse a lungo. Chiunque commettesse abusi veniva espulso da questa città – (l’autore)] e il luogo in cui Ibrāhīm (a.s.) condusse il figlio per sacrificarlo era Mina; lì ancora oggi il sacrificio viene compiuto nella stessa data (il 10 di Dhū l-Ḥijjah) [era necessario condurlo a Mina perché a quel tempo alla Mecca si era già formata una popolazione e vi risiedeva anche la madre di Ismāʿīl (a.s.). Per questo Ibrāhīm (a.s.) portò il figlio fuori dalla Mecca, nella regione montuosa e scarsamente abitata di Mina]. Inoltre, ciò avvenne quando Ismāʿīl (a.s.) non aveva più di dodici o tredici anni. Isḥāq non era ancora nato, poiché, dopo aver narrato questo evento nella sura as-Sāffāt, Dio l’Altissimo dice:

(Arabo*********************)

-E annunciammo a Ibrāhīm la lieta novella di uno dei profeti virtuosi (versetto 112).

Sono necessarie alcune spiegazioni dei versetti sopra citati, che vengono riportate di seguito:

(1) Ibrāhīm (a.s.) non vide in sogno di aver già sgozzato il figlio; vide piuttosto che lo stava sgozzando. Tuttavia, in quel momento comprese il sogno nel senso che Dio gli stava ordinando di sacrificare il figlio per mettere alla prova la sincerità della sua fede. Perciò si preparò con animo tranquillo a sacrificare il figlio, che amava come una parte del proprio cuore.

(2) Lo scopo di chiedere al figlio non era che Ibrāhīm avrebbe obbedito al comando di Dio se il figlio fosse stato consenziente, e non vi avrebbe obbedito se non lo fosse stato. Piuttosto, Ibrāhīm (a.s.) voleva vedere quanto fosse virtuoso il figlio pio per il quale aveva pregato Dio. Se anche lui fosse stato pronto a dare la vita per compiacere Dio, ciò avrebbe significato che la preghiera era stata pienamente accolta e che il figlio non era suo soltanto fisicamente, ma anche moralmente e spiritualmente: un figlio veramente degno di lode.

(3) Quando Ismāʿīl (a.s.) disse: «Esegui ciò che ti è stato ordinato», intendeva dire che considerava il sogno del padre profeta equivalente al comando di Dio e a una forma di rivelazione. Se questa sua concezione non fosse stata corretta, Ibrāhīm (a.s.) avrebbe detto che non si trattava semplicemente di un ordine ricevuto in sogno, e Dio l’Altissimo avrebbe confutato tale concezione in questi versetti. Questo è uno degli argomenti sulla cui base, nell’Islam, il sogno del profeta può essere considerato una delle forme della rivelazione.

(4) Ibrāhīm (a.s.) non pose il figlio supino per sacrificarlo; lo pose invece con il volto rivolto verso l’alto, affinché, vedendo il volto del figlio, l’amore paterno non gli facesse tremare la mano. Per questo voleva passargli il coltello alla gola dal basso, con la mano sotto di lui.

(5) Prima che Hazrat Ibrahim (su di lui la pace) sgozzasse il figlio, Allah l’Altissimo disse: «O Ibrahim, hai reso veritiero il sogno». Questa dichiarazione di Allah era pienamente giustificata, poiché nel sogno non gli era stato mostrato che egli avesse già sgozzato il figlio; gli era stato invece mostrato che lo avrebbe fatto. Perciò, quando compì ciò che gli era stato mostrato in sogno, fu detto: «Hai reso veritiero il sogno e hai superato quella grande prova alla quale ti avevamo sottoposto. Noi ricompensiamo così i Nostri pii servi, proprio come abbiamo ricompensato te. Senza far sì che tu uccidessi il figlio per mano tua, abbiamo manifestato attraverso di te che, per amore Nostro, sei capace di sacrificare persino tuo figlio».

(6) Per «grande sacrificio» si può intendere anche un montone, che gli angeli di Allah portarono a Hazrat Ibrahim affinché fosse sgozzato in sostituzione di Hazrat Ismail. Si può intendere anche quel sacrificio che viene compiuto dai tempi di allora fino all’epoca del Profeta Muhammad (su di lui la pace), e che, dall’epoca del Profeta fino a oggi, tutti i musulmani del mondo compiono durante il pellegrinaggio e in occasione dell’Eid al-Adha.

Il sacrificio fu richiesto per Hazrat Ishaq o per Ismail?

Come è stato esposto in precedenza, era abitudine dei Figli d’Israele attribuire a se stessi ogni fatto glorioso, muovere false accuse contro gli altri o rivendicare come proprio molto di ciò che apparteneva ad altri. In base a questa abitudine, attribuirono l’episodio del sacrificio del figlio a Hazrat Ishaq, invece che a Hazrat Ismail. La Bibbia dice:

«Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Prendi con te Ishaq, il tuo amato e unico figlio, va’ nel paese di Moria e là, su uno dei monti che ti indicherò, offrilo in olocausto”» (Genesi, capitolo 22, versetti 1-2).

In questo racconto, da un lato si afferma che Allah l’Altissimo aveva richiesto il sacrificio di Ishaq e, dall’altro, che egli era figlio unico. Eppure, dalle altre narrazioni della stessa Bibbia è dimostrato con certezza che Hazrat Ishaq non era figlio unico. Si veda a questo proposito la seguente spiegazione della Bibbia:

«Sara, moglie di Abramo, non aveva figli. Aveva una schiava egiziana, di nome Hajar. Sara disse ad Abram: “Ecco, Dio mi ha impedito di avere figli. Va’ dunque dalla mia schiava; forse per mezzo suo potrò avere un figlio nella mia casa”. Abram acconsentì alla richiesta di Sara. Dopo aver abitato dieci anni nel paese di Canaan, Sara diede ad Abram la sua schiava egiziana come moglie. Egli si unì a Hajar, che rimase incinta» (Genesi, capitolo 65, versetti 1-3).

«L’angelo di Dio le disse: “Ecco, sei incinta e partorirai un figlio; lo chiamerai Ismail”» (Genesi 16:11).

«Quando Ismaele nacque dal grembo di Agar, Abram aveva ottantasei anni» (Genesi 16:16). E il Signore disse ad Abram: «Ti concederò un figlio anche da tua moglie Sara; lo chiamerai Isacco, ed egli nascerà dal grembo di Sara l’anno prossimo, in questo stesso periodo». Allora Abram prese suo figlio Ismaele e tutti i maschi della sua casa e, quello stesso giorno, per ordine di Dio, li circoncise. Al momento della circoncisione Abram aveva novantanove anni, mentre Ismaele fu circonciso all’età di tredici anni» (Genesi 17:15-25).

«E quando da lui nacque suo figlio, Abram aveva cento anni» (Genesi 21:5).

Da ciò risulta chiaramente la contraddizione delle narrazioni bibliche. È evidente che, fino all’età di quattordici anni, Ismaele (a.s.) fu l’unico figlio di Abramo (a.s.). Se fosse stato richiesto il sacrificio dell’unico figlio, allora sarebbe stato richiesto quello di Ismaele (a.s.), non quello di Isacco (a.s.), perché egli era l’unico figlio. E se fosse stato richiesto il sacrificio di Isacco, allora sarebbe errato affermare che era stato richiesto il sacrificio dell’unico figlio.

Se poi rivolgiamo la nostra attenzione alle tradizioni islamiche, vi troviamo una grande divergenza d’opinioni. Tra le narrazioni dei Compagni e dei Tabi‘in citate dagli esegeti, una fazione sostiene che quel figlio fosse Isacco (a.s.). Tra i grandi sapienti di questa fazione troviamo i seguenti nomi:

‘Umar (r.a.), ‘Ali (r.a.), ‘Abdullah ibn Mas‘ud (r.a.), ‘Abbas ibn ‘Abd al-Muttalib (r.a.), ‘Abdullah ibn ‘Abbas (r.a.), Abu Hurayra (r.a.), Qatada, ‘Ikrima, al-Hasan al-Basri, Mujahid, al-Sha‘bi, Masruq, Makhul, al-Zuhri, ‘Ata, Muqatil, al-Suddi, Ka‘b al-Ahbar, Zayd ibn Aslam e altri eminenti sapienti.

La seconda fazione sostiene invece che egli fosse Ismaele (a.s.). Tra i grandi sapienti di questa fazione figurano:

Abu Bakr (r.a.), ‘Ali (r.a.), ‘Abdullah ibn ‘Umar (r.a.), ‘Abdullah ibn ‘Abbas (r.a.), Abu Hurayra (r.a.), Mu‘awiya (r.a.), ‘Ikrima, Mujahid, Yusuf ibn Mihran, al-Hasan al-Basri, Muhammad ibn Ka‘b, al-Qurazi, al-Sha‘bi, Sa‘id ibn al-Musayyab, al-Dahhak, Muhammad ibn ‘Ali ibn Husayn (l’Imam Muhammad al-Baqir), Rabi‘ ibn Anas, Ahmad ibn Hanbal e altri eminenti sapienti.

Esaminando questi due elenchi, si noterà che alcuni nomi compaiono in entrambe le fazioni. In altre parole, alla stessa persona sono state attribuite due narrazioni contraddittorie. Per esempio, ‘Ikrima ha riferito da ‘Abdullah ibn ‘Abbas (r.a.) l’affermazione secondo cui il figlio era Isacco. Ma da lui stesso ‘Ata ibn Abi Rabah ha riferito anche questa affermazione: «Gli ebrei sostengono che egli fosse Isacco. Ma gli ebrei mentono». Allo stesso modo, da al-Hasan al-Basri si trova una narrazione secondo cui egli sosteneva che fosse stato sacrificato Isacco (a.s.). Tuttavia, ‘Amr ibn ‘Ubayd afferma che al-Hasan al-Basri non aveva alcun dubbio sul fatto che il figlio che ad Abramo (a.s.) era stato ordinato di sacrificare fosse Ismaele (a.s.). Il risultato di questa divergenza è stato che alcuni sapienti si sono pronunciati con assoluta certezza a favore di Isacco, come Ibn Jarir e Qadi ‘Iyad. Altri hanno affermato con certezza che fu sacrificato Ismaele, come Ibn Kathir; altri ancora sono rimasti nel dubbio, come Jalal al-Din al-Suyuti. Ma se si esamina la questione con spirito di ricerca e d’indagine, non rimane il minimo dubbio che fu proprio Ismaele (a.s.) a essere sacrificato. Le prove sono le seguenti:

(1) Nella Sura as-Saffat si trova la parola di Allah l’Altissimo secondo cui, quando Hadrat Ibrahim (a.s.) emigrò dalla sua patria, pregò per ottenere un figlio virtuoso. In risposta, Allah l’Altissimo gli annunciò la nascita di un figlio paziente. Dal tenore delle parole si comprende chiaramente che egli pronunciò questa supplica quando era ancora senza figli. Il figlio di cui fu dato l’annuncio era dunque il suo primogenito. Poi la sequenza del discorso di questa Sura mostra che, quando quel figlio divenne capace di correre e giocare insieme al padre, gli fu indicato di sacrificarlo. Ora è certo che il primo figlio di Hadrat Ibrahim (a.s.) fu Hadrat Isma’il (a.s.), e non Hadrat Ishaq (a.s.).

Nel Sacro Corano, l’ordine dei due figli è descritto così:

(Arabo***************)

—Lode ad Allah, che nella mia vecchiaia mi ha concesso Isma’il e Ishaq— (Ibrahim: 39).

(2) Nel Sacro Corano, nel dare la notizia della nascita di Hadrat Ishaq (a.s.), vengono usate le due parole «ghulāmin ʿalīm» (figlio sapiente) (adh-Dhariyat: 28), e nella sura è detto: (arabo*************)

«Non temere: ti annuncio la lieta novella di un figlio sapiente» (al-Hijr: 53). Ma nella sura as-Saffat, nel dare la lieta novella del figlio, vengono usate le due parole «ghulāmin halīm» (figlio paziente). Da ciò risulta chiaramente che le qualità distintive dei due figli erano diverse; e il comando di sacrificare non riguardava il «ghulāmin ʿalīm», bensì il «ghulāmin halīm», poiché l’episodio del sacrificio del figlio avvenne dopo la nascita di quel figlio e quando egli si era avvicinato all’età giovanile, mentre la lieta novella della nascita del secondo figlio fu data in seguito.

(3) Nel dare nel Sacro Corano la lieta novella della nascita di Hadrat Ishaq (a.s.), viene data al contempo anche la lieta novella che nella loro discendenza sarebbe nato un figlio come Ya’qub (a.s.): (arabo***************)

«Gli annunciammo la lieta novella di Ishaq e, dopo Ishaq, di Ya’qub» (Hud: 71).

È evidente che, insieme all’annuncio della nascita di un figlio, fu dato anche l’annuncio che egli avrebbe avuto un figlio virtuoso. Se, a proposito di quel figlio, ad Abramo (a.s.) fosse stato mostrato in sogno che lo stava sacrificando, Abramo (a.s.) non avrebbe mai potuto comprendere da ciò che gli veniva indicato di sacrificare proprio quel figlio. Infatti, dopo averlo sacrificato, non si sarebbe più posto il problema della nascita, dalla sua discendenza, di un figlio, cioè Isacco (a.s.).

L’allama Ibn Jarir risponde a questo argomento dicendo che forse il sogno fu mostrato ad Abramo nel momento in cui Giacobbe (a.s.) nacque nella casa di Isacco. Ma questa è una risposta estremamente debole. Le parole del Nobile Corano sono: «Quando il ragazzo fu in grado di correre e muoversi insieme al padre»: fu allora che venne mostrato quel sogno. Chiunque legga queste parole con animo imparziale si raffigurerà un ragazzo di otto, dieci o, al massimo, dodici o tredici anni. Nessuno può pensare che tali parole siano state usate per un figlio ormai adulto e padre di un bambino.

(4) Dopo aver narrato l’intera storia, Allah l’Altissimo dice infine: «Gli annunciammo la buona novella di Isacco, un profeta virtuoso». Da ciò si comprende chiaramente che questi non era il figlio del quale era stato indicato il sacrificio. Al contrario, dapprima era stata annunciata la nascita di un altro figlio. Poi, quando questi fu in grado di correre e muoversi insieme al padre, gli fu ordinato di sacrificarlo. In seguito, quando Abramo (a.s.) superò questa prova, gli fu annunciata la nascita di un altro figlio, Isacco. La successione di questi avvenimenti stabilisce con certezza che il figlio al quale era stato ordinato di sacrificarsi non era Isacco (a.s.), bensì un figlio nato diversi anni prima di lui. L’allama Ibn Jarir confuta questo argomento evidente dicendo che dapprima fu annunciata la nascita di Isacco (a.s.); poi, quando egli fu pronto a dare la vita per la soddisfazione di Dio, la sua ricompensa consistette nell’annuncio che sarebbe diventato profeta. Ma questa sua risposta è ancora più debole della prima. Se la questione fosse stata realmente così, in relazione a questo episodio Allah l’Altissimo non avrebbe detto: «Gli annunciammo la buona novella di Isacco»; avrebbe invece detto: «Gli annunciammo questa buona novella: questo tuo figlio sarà un profeta, tra i virtuosi».

(5) È dimostrato da fonti attendibili che le corna del montone sacrificato come riscatto per Ismaele (a.s.) furono conservate nella Casa della Kaaba fino all’epoca di Abd Allah ibn al-Zubayr (r.a.). In seguito, quando Hajjaj ibn Yusuf assediò Ibn al-Zubayr (r.a.) nel Santuario e distrusse la Casa della Kaaba, quelle corna andarono distrutte. Ibn Abbas (r.a.) e Amir al-Sha’bi (rah.) testimoniano di aver visto personalmente quelle corna nella Casa della Kaaba (Ibn Kathir). Ciò dimostra che questo episodio del sacrificio non ebbe luogo in Siria, bensì alla Mecca, e che riguardò Ismaele (a.s.). Proprio per questo, nella Casa della Kaaba costruita da Abramo (a.s.) e Ismaele (a.s.) è stata conservata la memoria di entrambi.

(6) Per molti secoli la tradizione araba ha conservato il ricordo che questo episodio del sacrificio ebbe luogo a Mina. E non si tratta soltanto di una tradizione. Fin da allora e fino all’epoca del Nobile Profeta (s.a.s.), tra i riti del pellegrinaggio è sempre rimasta associata anche la pratica per cui la gente andava a sacrificare proprio nel luogo di Mina dove Abramo (a.s.) aveva compiuto il sacrificio. Poi, quando il Profeta Muhammad (s.a.s.) fu inviato come ultimo profeta, anch’egli mantenne questa consuetudine. Ancora oggi, durante il pellegrinaggio, il sacrificio viene compiuto a Mina il 10 di Dhu al-Hijja. La continuità di questa pratica per quattromilacinquecento anni costituisce una prova inconfutabile del fatto che gli eredi del sacrificio compiuto da Abramo (a.s.) furono i Figli di Ismaele, non i Figli di Isacco. Tra i discendenti di Isacco (a.s.) non esisteva alcuna consuetudine per cui l’intera nazione sacrificasse nello stesso momento e considerasse tale sacrificio un ricordo di quello compiuto da Abramo (a.s.).

Dopo aver esaminato argomenti e prove di questo genere, sorprende vedere come, proprio all’interno della comunità musulmana, abbia potuto diffondersi l’idea che fosse stato Isacco (a.s.) a essere sacrificato. Se gli Ebrei, privando Ismaele (a.s.) del suo onore, cercavano di attribuirlo al loro antenato Isacco (a.s.), si può comprendere. Ma come poté una parte così numerosa dei musulmani accettare questa loro falsificazione? L’allama Ibn Kathir ha dato una risposta assai soddisfacente a questa domanda nella sua opera di tafsir. Egli dice: «In realtà, tutte le affermazioni addotte a sostegno del sacrificio di Isacco (a.s.) sono state riferite da Ka’b al-Ahbar. Quando quest’uomo si convertì all’Islam durante l’epoca di Umar (r.a.), raccontava a lui le cose menzionate negli antichi libri degli Ebrei e dei Cristiani, e Umar (r.a.) le ascoltava. Per questo anche gli altri cominciarono ad ascoltarlo e poi a riferire tutto ciò che egli diceva, vero o falso che fosse. Eppure questa comunità non aveva alcun bisogno di conoscere nulla di tali questioni».

La narrazione di Muhammad ibn Ka’b al-Qurazi fa ulteriore luce su questa questione. Egli racconta: una volta, alla mia presenza, fu sollevata davanti a Umar ibn Abd al-Aziz (r.) la questione se fosse stato sacrificato Isacco (a.s.) o Ismaele (a.s.). In quella corte era presente un uomo che in precedenza era considerato uno degli eruditi ebrei, ma che in seguito aveva abbracciato sinceramente l’Islam. Egli disse: «O Comandante dei Credenti, per Dio, colui che fu sacrificato era Ismaele. Anche gli Ebrei lo sapevano. Ma, spinti dall’invidia verso gli Arabi, sostengono che fosse stato sacrificato Isacco» (Ibn Jarir).

Considerando insieme queste due testimonianze, si comprende che in realtà si trattava di una propaganda ebraica diffusasi tra i musulmani. I musulmani, inoltre, non nutrivano alcun settarismo nelle questioni intellettuali. Per questo molti di loro accettarono come realtà intellettuale quelle narrazioni degli Ebrei che questi presentavano, sulla base degli antichi libri, ammantandole di una tradizione storica, senza rendersi conto che in esse, al posto della conoscenza, vi erano parzialità e ostilità.

La costruzione della Kaaba

È stato detto in precedenza che, grazie alla benedizione di Zamzam, diverse famiglie della tribù dei Jurhum vennero a stabilirsi presso il profeta Ismaele (pace su di lui) e Agar (che Allah sia soddisfatta di lei), e la Mecca stava assumendo l’aspetto di una città. È stato inoltre menzionato che, grazie alla socievolezza di Agar, si instaurarono buoni rapporti tra madre e figlio e i nuovi coloni. Ismaele

(Mappa della Kaaba Sharif)

(pace su di lui) fu allevato e crebbe tra loro. Quando raggiunse la giovinezza, i Jurhumiti, affascinati dal suo carattere incomparabile e dalle sue virtù, desiderarono unirlo in matrimonio alla loro gente. Secondo la narrazione di ʿAbdullah ibn ʿAbbas (che Allah sia soddisfatto di lui) riportata nel Sahih al-Bukhari, Ismaele (pace su di lui) sposò dapprima una fanciulla. Tuttavia, quella nuora non piacque al profeta Abramo (pace su di lui). Perciò Ismaele (pace su di lui) la lasciò e sposò una fanciulla che piaceva ad Abramo (pace su di lui). Da lei gli nacquero dodici figli maschi. Secondo la narrazione di al-Bukhari, Agar (che Allah sia soddisfatta di lei) entrò in Paradiso subito dopo il primo matrimonio di Ismaele (pace su di lui).

In seguito, il profeta Abramo (pace su di lui) si recò alla Mecca per compiere il suo compito principale, per il quale, trent’anni prima, aveva portato e reinsediato quella parte della sua famiglia in una valle deserta, priva di acqua e di vegetazione. Nella narrazione di Ibn ʿAbbas (che Allah sia soddisfatto di lui) riportata da al-Bukhari e menzionata sopra, egli prosegue dicendo che un giorno Ismaele (pace su di lui) era seduto sotto un albero, presso Zamzam, intento a fabbricare frecce. In quel momento Abramo (pace su di lui) giunse improvvisamente. Non appena lo vide, Ismaele (pace su di lui) si alzò, e padre e figlio si incontrarono come si incontrano un padre e suo figlio. Allora Abramo (pace su di lui) disse: «Ismaele! Allah l’Altissimo mi ha ordinato di compiere un lavoro». Ismaele (pace su di lui) rispose: «Esegui certamente ciò che il tuo Signore ti ha ordinato». Abramo (pace su di lui) disse: «Mi aiuterai in questo lavoro?». Egli rispose: «Sì, certamente ti aiuterò». Poi Abramo (pace su di lui) indicò quella parte della valle che era leggermente più elevata rispetto al terreno circostante e disse: «Allah mi ha ordinato di costruire qui una Casa». Così padre e figlio insieme gettarono le fondamenta della Casa di Allah. Ismaele (pace su di lui) portava le pietre, mentre Abramo (pace su di lui) innalzava i muri. Quando il muro fu abbastanza alto, Abramo (pace su di lui) portò la pietra divenuta famosa con il nome di Maqam Ibrahim. Salì su di essa, continuò a disporre le pietre e innalzò ancora di più il muro.

Il prestigio della Kaaba in Arabia e nel mondo intero

Questa Casa non era semplicemente un luogo di culto, come lo sono le moschee. Al contrario, fin dal primo giorno fu considerata il centro della predicazione e della diffusione del movimento universale della religione islamica. Lo scopo era che coloro che credono in un unico Dio uscissero da ogni luogo, venissero qui e si riunissero, adorassero tutti insieme Dio e diffondessero nuovamente il messaggio dell’Islam. Come fu costruito il centro? Con quali sentimenti e quali suppliche i due padri e figli costruirono le pareti di questa Casa, e come diedero inizio al pellegrinaggio? Il Sacro Corano ha esposto così i dettagli di tutto ciò.

(Arabo***************)

-In verità, la prima Casa stabilita per gli uomini è quella costruita alla Mecca. Essa è una Casa benedetta e un centro di guida per tutti gli abitanti del mondo. In essa vi sono segni evidenti di Allah e il Maqām di Ibrāhīm. Chiunque vi entri sarà al sicuro (Āl ʿImrān: 96).

(Arabo***************)

-Non hanno visto come abbiamo reso sacro e sicuro questo santuario? Eppure, tutt’intorno, gli uomini vengono rapiti con la forza. (Al-ʿAnkabūt: 67)

Vale a dire che, mentre per duemila anni tutt’intorno infuriavano saccheggi, omicidi, devastazioni e guerre, in questo santuario regnava sempre la sicurezza. Tanto che persino un beduino rozzo, pur vedendo entro i suoi confini l’assassino di suo padre, non osava alzare una mano contro di lui.

(Arabo***************)

-E ricorda quando facemmo di questa Casa un centro per gli uomini, un luogo di ritorno e di sicurezza, e ordinammo: «Purifica la Mia Casa per coloro che la circumambulano e per coloro che si inchinano e si prosternano». E quando Ibrāhīm pregò: «Mio Signore, rendi questo luogo una città sicura e provvedi con frutti agli abitanti che tra loro credono in Allah e nell’Aldilà». E quando Ibrāhīm e Ismāʿīl innalzavano le fondamenta di questa Casa, pregavano: «O nostro Signore, accetta da noi il nostro sforzo. Tu sei Colui che ascolta ogni cosa e conosce ogni cosa. O nostro Signore, rendi noi due sottomessi a Te e suscita dalla nostra discendenza una comunità sottomessa a Te. Insegnaci i riti del nostro culto e rivolgi su di noi il Tuo sguardo misericordioso. Tu sei il Perdonatore, il Misericordioso. O nostro Signore, suscita tra questi uomini, dalla loro stessa gente, un Messaggero che reciti loro i Tuoi versetti, insegni loro il Libro e la Sapienza e purifichi il loro carattere. In verità, Tu sei il Possente, il Sapiente». (Al-Baqara: 125-129). (Arabo***************)

E quando Ibrāhīm pregò: «Mio Signore, rendi questa città sicura; preserva me e i miei figli dall’adorazione degli idoli. Mio Signore, essi hanno sviato molti uomini. Chiunque dunque seguirà la mia via apparterrà a me, mentre chi se ne allontanerà, Tu sei Perdonatore e Misericordioso. Mio Signore, ho stabilito una parte della mia discendenza presso la Tua sacra Casa, in questa valle priva d’acqua e di vegetazione, affinché, o nostro Signore, compiano la preghiera. Fa’ dunque che i cuori degli uomini siano inclini verso di loro, così che accorrano a loro, e provvedi loro con frutti; forse saranno riconoscenti». (Ibrāhīm: 35)

(Arabo***************)

E quando stabilimmo per Abramo il luogo di questa Casa, ordinandogli: «Non associarmi nulla e mantieni pura la Mia Casa per coloro che compiono il tawaf, per coloro che si inchinano e per coloro che si prosternano; e proclama tra la gente l’annuncio generale del pellegrinaggio, affinché vengano da te a piedi o su cammelli magri, provenienti da ogni remota strada, affinché constatino i benefici religiosi e mondani che hanno ricevuto. Poi pronuncino il nome di Allah sugli animali che Egli ha loro concesso in quei giorni determinati, cioè li sacrifichino. Mangiatene anche voi e datene da mangiare ai poveri e agli indigenti» (al-Hajj: 26-28).

La benedizione della Kaʿba nell’epoca dell’ignoranza

Nel paese arabo, l’importanza della Kaʿba non consisteva soltanto nell’essere un luogo di culto. Al contrario, grazie alla sua posizione centrale e alla sua sacralità, era diventata il sostegno della vita economica e culturale dell’intero paese. Per l’Hajj e l’Umrah, da ogni parte del paese giungevano alla Kaʿba folle di persone, e attraverso questi assembramenti si stabiliva un legame di unità tra gli arabi, dispersi in innumerevoli gruppi. Gli abitanti delle diverse regioni e tribù instauravano rapporti reciproci di civiltà. Le gare poetiche favorivano lo sviluppo della loro lingua e della loro letteratura. Le transazioni commerciali soddisfacevano le necessità economiche dell’intero paese. Grazie ai mesi sacri [I mesi sacri sono: Rajab per l’Umrah e Dhu al-Qaʿdah, Dhu al-Hijjah e Muharram per l’Hajj. Durante questi mesi le guerre cessavano. Nessuno molestava i viaggiatori diretti all’Umrah e all’Hajj — l’autore.], per un terzo dell’anno gli arabi godevano di pace e sicurezza. Era il periodo in cui le loro carovane potevano spostarsi senza difficoltà da un’estremità all’altra del paese. Se con loro viaggiavano animali destinati al sacrificio, con una fascia legata al collo, era più facile passare da un luogo all’altro. Infatti, vedendo gli animali con la fascia al collo quale segno di voto, gli arabi chinavano il capo con rispetto. Nessuna tribù di predoni osava aggredirli.

La missione profetica di Ismaele (pace su di lui) e la sua influenza sugli arabi

Quando Hazrat Abramo (pace su di lui) e Hazrat Ismaele (pace su di lui) costruirono la Kaʿba, la proclamarono centro e luogo di rifugio e invitarono ogni anno la gente a recarvisi per l’Hajj, è molto probabile che proprio allora Hazrat Ismaele (pace su di lui) fosse elevato alla dignità della profezia, affinché potesse assumere il compito di diffondere la religione dell’Islam nel paese arabo. A proposito di lui, nel Corano è detto: (arabo***************)

— E ricorda Ismaele nel Libro. Egli era fedele alla promessa ed era un messaggero e un profeta. Ordinava alla sua gente di compiere la preghiera e di versare la zakat, ed era gradito al suo Signore — (Maryam: 54-55).

Sebbene nella storia non si trovi alcun resoconto dettagliato della vita di Hazrat Ismaele (pace su di lui) e della sua missione profetica, la prova che la sua missione ebbe successo è che in tutta l’Arabia fu istituita la posizione centrale della Kaʿba. Per l’Hajj e l’Umrah, dalle regioni più remote dell’Arabia giungevano folle di persone, con entusiasmo e fervore. Le regole dell’Hajj erano quelle stabilite fin dall’inizio. Anche la pratica del saʿy tra Safa e Marwa e del sacrificio a Mina nel giorno di Dhu al-Hijjah era diffusa tra gli arabi; senza dubbio essa commemorava il saʿy di Hazrat Hajar (che Allah sia soddisfatto di lei) e il sacrificio di Hazrat Abramo (pace su di lui). In tutta l’Arabia era universalmente riconosciuto anche il divieto di quattro mesi ai fini dell’Hajj e dell’Umrah. Tra gli arabi erano inoltre diffuse molte altre usanze della religione di Abramo, come la circoncisione, il bagno rituale dopo l’impurità dovuta all’emissione seminale, la macellazione degli animali, il sacrificio dei cammelli, la sepoltura dei morti, il matrimonio e il divorzio, le norme del lutto vedovile, il considerare proibito sposare la madre, la sorella e la figlia, la vendetta del sangue e altro ancora. Inoltre, alcuni uomini sapienti compivano l’abluzione. Alcuni pregavano, come Quss ibn Saʿidat al-Iyadi. Anche Hazrat Abu Dharr iniziò a pregare tre anni prima di abbracciare l’Islam, sebbene non si sappia quale forma avesse quella preghiera. Tra gli arabi era inoltre diffusa la pratica del digiuno. Essi praticavano anche l’iʿtikaf. In un hadith si narra che Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui), durante la sua vita nell’epoca dell’ignoranza, fece voto di praticare l’iʿtikaf per una notte. Vi erano molte azioni che gli arabi consideravano virtuose e lodavano, come nutrire gli ospiti e i viaggiatori, aiutare i poveri, adempiere i diritti dei parenti e altre simili. Se la missione profetica di Hazrat Ismaele (pace su di lui) non avesse avuto uno straordinario successo, non sarebbe stato possibile che, nonostante fossero rimasti immersi nell’oscurità dell’ignoranza per duemilacinquecento anni, i segni della religione da lui predicata sopravvivessero in tutta l’Arabia fino all’avvento del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui). La cosa più importante è che fu proprio la predicazione sua e delle persone influenzate da lui a far sì che, tra gli arabi, fino all’epoca dell’avvento del Profeta, si trovassero riguardo ad Allah le stesse concezioni menzionate nel Sacro Corano. (Si vedano, ad esempio, az-Zukhruf: 87; al-ʿAnkabut: 61-63; al-Mu’minun: 61-63; Yunus: 22-23 e 31; Banu Isra’il: 67).

Un altro effetto della missione profetica di Ismaele fu che, fino all’avvento del Profeta Muhammad (pace su di lui), in Arabia esisteva un gruppo di persone ricordato nella storia con il nome di hanif. Si trovavano in luoghi diversi e presso varie tribù dell’Arabia. Rifiutavano lo shirk e riconoscevano il tawhid; desideravano seguire la religione di Abramo. Nel quarto volume del Tafhim al-Qur’an abbiamo inserito un elenco di queste persone. Di seguito descriviamo la condizione di alcuni di loro:

An-Nābigha al-Jaʿdī: apparteneva alla tribù dei Banū ʿĀmir ibn Ṣaʿṣaʿa. Nell’epoca della Jāhiliyya parlava della religione di Abramo e della Ḥanīfiyya, cioè del volgersi lontano da ogni altra direzione e dell’obbedienza esclusiva ad Allah. Digiunava e chiedeva perdono ad Allah. Nei suoi discorsi dell’epoca della Jāhiliyya si faceva menzione del tawḥīd, della vita dopo la morte, del castigo e della ricompensa, del Paradiso, dell’Inferno e di altre cose simili. In seguito abbracciò l’Islam (al-Istīʿāb, vol. I, p. 31).

Sirma ibn Anas: apparteneva ai Banū ʿAdī ibn an-Najjār. Nell’epoca della Jāhiliyya conduceva una vita da asceta. Abbandonò l’idolatria. Faceva il bagno dopo lo stato di impurità rituale maggiore e si teneva lontano dalle donne mestruate. Detestava il vino e le altre sostanze intossicanti. In un primo momento desiderò diventare cristiano, ma poi rinunciò. Costruì una casa simile a una moschea. Non permetteva di entrarvi a chi si trovava in stato di impurità rituale maggiore né alle donne mestruate. Diceva:

«Adoro il Signore di Abramo e seguo la religione di Abramo.»

Di seguito riportiamo due versi della sua poesia: (Arabo***************)

—La lode appartiene ad Allah, il mio Signore, che non ha alcun associato. Chi non accetta ciò fa torto a se stesso.

Quando il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, giunse a Medina, quell’uomo era ormai in età estremamente avanzata. Si presentò al cospetto del Profeta e abbracciò l’Islam (al-Istīʿāb, vol. I, p. 323; al-Iṣāba, vol. II, p. 179; Ibn Hishām, vol. II, p. 156).

ʿAmr ibn ʿAbasa: apparteneva ai Banū Sulaym. Ibn Saʿd afferma che abbandonò l’idolatria già prima di abbracciare l’Islam. Aḥmad ibn Ḥanbal riporta questa sua dichiarazione: «Pensavo che, nell’epoca della Jāhiliyya, la gente fosse immersa nell’errore; quanto agli idoli, la mia convinzione era che non fossero nulla.»

Un’altra sua dichiarazione è la seguente:

«E si era ormai radicata in me la convinzione che l’idolatria fosse un errore. Sentendo ciò, qualcuno mi disse: “A Mecca c’è un uomo che sostiene cose di questo genere”. Così venni a Mecca. Incontrai il Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui), appresi i suoi insegnamenti e abbracciai la fede» (Al-Isti‘ab, vol. 2, p. 431).

L’episodio più istruttivo è quello di ‘Amr ibn Nufayl, cugino di Hazrat ‘Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) e padre di Hazrat Sa‘id ibn Zayd [cognato di Hazrat ‘Umar (che Allah sia soddisfatto di lui)]. Egli era fermamente saldo nella dottrina del tawhid. Considerava il culto degli idoli, la carne di animali morti, il sangue e i sacrifici offerti in nome degli idoli illeciti. Riteneva l’uccisione delle figlie una cosa gravissima e cercava di salvarle. Confutò anche le religioni degli ebrei e dei cristiani. Diceva: «Qual è la differenza tra lo shirk della nostra gente e il loro shirk?»

Hazrat Asma bint Abi Bakr (che Allah sia soddisfatto di lei) racconta: «Vidi Zayd ibn ‘Amr seduto, appoggiato al muro della Ka‘ba. Diceva: “O Quraysh! Giuro per Allah che non mangerò la carne di alcun animale macellato invocando il nome di qualcuno diverso da Allah. Giuro per Allah che, nella religione di Ibrahim, non c’è nessuno oltre a me”».

Diceva inoltre: «O mio Dio! Se sapessi quale metodo di adorazione ti è più gradito, adorerei Te proprio in quel modo». Si prosternava tenendo la testa appoggiata sui palmi delle mani. Viaggiò fino alla Siria alla ricerca della religione di Ibrahim, ma non la trovò neppure nelle religioni degli ebrei e dei cristiani. Poi sollevò le mani e pregò:

«O mio Dio! Ti prendo a testimone: sono fedele alla religione di Ibrahim».

Infine, cinque anni prima della venuta del Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui), qualcuno lo uccise nella città di Lakhm. Suo zio e fratellastro paterno, Khattab, lo tormentava molto perché aveva abbandonato la religione degli antenati. Alla fine fu costretto a lasciare Mecca. Furono assoldati dei teppisti dei Quraysh perché gli impedissero di entrare nella città di Mecca.

In epoca islamica, Hazrat ‘Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) e Hazrat Sa‘id ibn Zayd (che Allah sia soddisfatto di lui) chiesero al Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui): «Conosci il pensiero di Zayd? Possiamo pregare Allah di perdonarlo?»

Il Profeta rispose: «Sì; nel Giorno della Resurrezione egli sorgerà da solo come un’intera comunità» (Al-Isti‘ab, vol. 2, p. 539; Al-Isaba, vol. 1, p. 552; Ibn Hisham, vol. 1, pp. 239-240).

Tuttavia, si può comprendere il tipo di politeismo in cui era immersa la gente comune dell’Arabia dalla talbiya che recitavano durante il pellegrinaggio. Quella talbiya era la seguente:

(Arabo***************)

—Eccomi, o mio Dio, eccomi. Eccomi; non hai alcun associato, eccetto un associato che appartiene a Te. Tu sei padrone anche di lui e di ciò di cui egli è padrone.

Ciò significa che, pur riconoscendo come divinità molte delle loro false divinità, riconoscevano Allah come l’unico Signore supremo e ritenevano che tutte queste divinità fossero servi e schiavi di quell’Essere glorioso e supremo. Che altro si può definire tutto ciò se non l’influenza della missione profetica di Ismaele, dal momento che, pur essendo immersi nella più abietta ignoranza e nel politeismo, nutrivano nel cuore questa fede riguardo ad Allah?

La responsabilità dell’amministrazione della Kaaba dopo il profeta Ismaele

Finché il profeta Ismaele rimase in vita, la responsabilità dell’amministrazione della Kaaba rimase nelle sue mani. Dopo la sua morte, ne divenne il custode suo figlio maggiore, Nabate. Ma dopo la morte di Nabate, gli uomini della tribù di Jurhum, che si erano stabiliti alla Mecca ai tempi di Hagar, assunsero con la forza la responsabilità dell’amministrazione della Kaaba. Infatti, i discendenti di Ismaele erano pochi, mentre il numero dei Jurhumiti della Mecca era notevolmente aumentato. Insieme a loro, anche un ramo degli Amaleciti, Qatūra o Banu Qaytur, partecipò per qualche tempo all’amministrazione della Mecca. I Jurhum riscuotevano una decima da coloro che arrivavano dalle zone esterne della città. Gli Amaleciti costringevano coloro che arrivavano dalle zone basse a versare loro la decima. Infine, dopo qualche tempo, furono espulsi dall’amministrazione della Kaaba. In seguito, essi dominarono per diversi secoli sulla Kaaba e sulla Mecca (Marūj al-Dhahab, vol. II, p. 50; Ibn Hisham, vol. I, p. 118). La loro corruzione divenne gradualmente così grande che cominciarono a distruggere la sacralità della Mecca. Si appropriavano ingiustamente dei beni offerti in dono alla Kaaba. Molestavano i visitatori che vi giungevano per compiere la visita rituale. Anzi, se qualcuno di loro non trovava un luogo dove commettere adulterio, si recava alla Kaaba per compiervi tale peccato. Un episodio di quel tempo narra che un uomo chiamato Isaf commise un atto illecito nella Kaaba con una donna chiamata Na’ila, e Allah rese entrambi deformi. Dopo qualche tempo, furono realizzate statue di loro: una fu collocata su Safa e l’altra su Marwa, e si iniziò ad adorarle. I custodi della Kaaba erano sprofondati in una simile estrema bassezza.

Quando infine gli eccessi dei Jurhumiti raggiunsero il culmine, Banu Bakr ibn Abd Manat, della tribù di Kinana, e Ghubshan, della tribù di Khuza’a, combatterono insieme contro di loro e li espulsero dalla Mecca. Al momento della partenza, essi gettarono i tesori della Kaaba nel pozzo di Zamzam, lo fecero chiudere e lo fecero scomparire, quindi partirono verso la loro patria, lo Yemen. In seguito, la responsabilità dell’amministrazione della Kaaba fu affidata al ramo di Khuza’a chiamato Ghubshan. Essi rimasero custodi della Kaaba per tre o quattro secoli, e durante il loro periodo la Kaaba si trasformò in un vero e proprio tempio degli idoli. Ciò ebbe inizio nel modo seguente: il capo di quella tribù, Amr ibn Luhayy, divenne il re senza corona di Khuza’a grazie alla sua ricchezza e alla sua generosità; qualunque nuova pratica religiosa (bid’a) inventasse, tutti la seguivano senza esitazione. Una volta si recò nella regione dello Sham e vide gli Amaleciti adorare diversi idoli. La cosa gli piacque molto e da lì portò un idolo chiamato Hubal, che collocò nella Kaaba. Gradualmente il numero degli idoli aumentò. Tra questi furono incluse anche statue del profeta Abramo, del profeta Ismaele e di Maria. La statua di Maria fu probabilmente collocata affinché i cristiani d’Arabia si volgessero verso la Kaaba. In una narrazione di Abd Allah ibn Abbas, riportata nel Kitab al-Anbiya di al-Bukhari, si dice che nella Casa della Kaaba si trovavano anche statue del profeta Abramo e di Maria. Secondo una seconda narrazione, le statue del profeta Abramo e del profeta Ismaele erano raffigurate con in mano frecce divinatorie o dadi da gioco. Ibn Ishaq dice che le innovazioni di Bahira, Sa’iba, Wasila e Ham furono inventate da Amr ibn Luhayy e furono confutate nel versetto 103 della sura al-Ma’ida. Tuttavia, non è corretto dire che fu proprio quest’uomo a introdurre l’idolatria tra i seguaci della religione di Abramo. Ibn Ishaq dice che tutti coloro che lasciavano la Mecca per trasferirsi in altre regioni dell’Arabia portavano con sé una pietra della Mecca e, ovunque si stabilissero, la collocavano sul posto e iniziavano a compierle il tawaf (Ibn Hisham, vol. I, pp. 79-80).

Il diritto alla custodia della Kaaba, cioè il diritto di amministrarla, cessò per i Khuza’iti quando Qusayy ibn Kilab, della tribù dei Quraysh, ricevette tale responsabilità dal suocero. In seguito si parlerà di questo episodio.

I discendenti di Ismaele (a.s.)

Secondo i genealogisti arabi e la tradizione biblica concorde, il profeta Ismaele (a.s.) ebbe dodici figli. Tuttavia, dopo che i Jurhumiti si furono stabiliti alla Mecca, solo un numero assai esiguo dei discendenti di Ismaele rimase nella città; tutti gli altri si dispersero nelle diverse regioni dell’Arabia. La storia tace su dove si recarono i discendenti dei suoi dodici figli e quali persone nacquero dalle loro stirpi. Ciò che è conservato nella scienza genealogica araba, è ritenuto affidabile e non è oggetto di controversia, è che Adnan apparteneva ai discendenti di Nabīt, il primogenito del profeta Ismaele (a.s.). Esistono divergenze riguardo al numero di generazioni trascorse tra Adnan e il profeta Ismaele (a.s.), e la genealogia degli antenati anteriori ad Adnan non è stata conservata. ʿUrwa ibn al-Zubayr (r.a.) disse: «Non abbiamo trovato nessuno che conoscesse la genealogia intermedia tra Adnan e il profeta Ismaele (a.s.)».

Ibn Masʿūd (r.a.) e Ibn ʿAbbās (r.a.) dissero entrambi che mentono coloro che fanno risalire la genealogia oltre Adnan. Il califfo ʿUmar (r.a.) disse: «Coloro che fanno risalire la genealogia oltre Adnan mentono; la genealogia dovrebbe essere esposta soltanto fino ad Adnan». Nelle Tabaqāt di Ibn Saʿd e nell’Ansāb al-ashrāf di al-Balādhurī è riportata questa dichiarazione dello stesso Santo Profeta (s.a.w.s.): dopo aver fatto risalire la genealogia fino a Maʿadd ibn Adnan ibn Udad, disse: «Chiunque descriva la genealogia degli antenati oltre questo punto è un bugiardo». Tuttavia, il fatto che la genealogia ascendente non sia stata conservata non significa che vi sia alcun dubbio sul fatto che Adnan appartenesse ai discendenti di Ismaele. Tutti gli Arabi concordano sul fatto che Adnan apparteneva ai Banū Ismaele. L’unanimità degli Arabi su questo punto costituisce una prova incontestabile della loro civiltà, poiché attribuivano grande importanza alla genealogia. Senza una tradizione tramandata ininterrottamente di generazione in generazione, non sarebbe stato possibile per loro concordare sull’origine genealogica di qualcuno.

La genealogia del Nobile Messaggero (s.a.w.s.) e i suoi rapporti con le tribù arabe

Dopo Adnan, la genealogia dei gruppi tribali arabi sorti tra i suoi discendenti è conservata. Tra i genealogisti non vi è alcuna divergenza al riguardo. Qui riportiamo la genealogia del profeta Muhammad (s.a.w.s.). In seguito diremo attraverso quali antenati le varie tribù arabe si ricongiungono alla stirpe del Profeta. La genealogia del Profeta (s.a.w.s.) è la seguente:

Muhammad () ibn ʿAbd Allāh ibn ʿAbd al-Muṭṭalib ibn Hāshim ibn ʿAbd Manāf ibn Quṣayy ibn Kilāb ibn Murra ibn Kaʿb ibn Luʾayy ibn Ghālib ibn Fihr ibn Mālik ibn al-Naḍr ibn Kināna ibn Khuzayma ibn Mudrika ibn al-Yās [Alcuni autori pronunciano questo nome Il-yās, ma Suhaylī, nella sua opera, ha affermato che la pronuncia corretta è al-Yās. Anche al-Balādhurī ha riportato questa stessa pronuncia nel suo Ansāb al-ashrāf — l’autore.] ibn Muḍar ibn Nizār ibn Maʿadd ibn Adnan.

Le seguenti tribù si ricongiungono alla stirpe del Profeta risalendo, attraverso questa successione genealogica, fino agli antenati di ciascuno dei suoi membri:

La genealogia ascendente dei discendenti di ʿAkk, figlio di Adnan, giunge fino ad Adnan e si ricongiunge agli antenati del Profeta (s.a.w.s.). I discendenti di ʿAkk si stabilirono nello Yemen e contrassero rapporti matrimoniali con gli Ashʿariti. Il venerabile Abū Mūsā al-Ashʿarī (r.a.) apparteneva proprio a questa tribù.

I Banū Quḍāʿa e le tribù — tra cui i Banū Bakr ibn Wāʾil, i Taghlib, i Nāḍila e altri — si unirono ai Banū ʿAbd al-Qays, agli ʿAnāza e ai Namir ibn Qāys di Niẓār.

Tutte le tribù di Qays — Sulaym, Māzin, Fazāra, ʿAbs, Ashjaʿ, Murra, Ghatafān, ʿUqayl, Qushayr, Jushām, Thaqīf, Bāhila, Banū Saʿd — discendono dai Banū Saʿd ibn Bakr.

I Banū Tamīm, i Banū Ḍabba, i Muzayna, i Khuzāʿa, gli Aslam, i Kalb, i Taym e altri si unirono ad al-Ilyās.

I Hudhayl, la tribù nella quale nacque Ḥadrat ʿAbd Allāh ibn Masʿūd (ra), si unirono a Mudrika.

I Banū Asad, i Kināna e tutti i Banū al-Hūn ibn Khuzayma si unirono a Khuzayma.

I Banū ʿAbd Manāt — tra i quali erano compresi i Banū Bakr e i Banū Ḍamīra — i Banū Mālik, i Banū Qalqān, gli ʿUṭba, i Milqān, i Banū Hudhayl, i Banū Firās, i Banū Fuqaym e altri si unirono ai Kināna. La tribù di Ḥadrat Abū Dharr al-Ghifārī (ra) discendeva dai Banū Mālikān.

Quraysh

Un gruppo di genealogisti sostiene che Quraysh fosse l’epiteto di al-Naḍr ibn Kināna. Gli studiosi ricercatori, invece, affermano che Quraysh fosse in realtà l’epiteto di Fihr, nipote di al-Naḍr e figlio di Mālik ibn al-Naḍr.

Coloro che sono suoi discendenti sono inclusi tra i Quraysh, mentre coloro che non ne sono discendenti non sono inclusi tra i Quraysh. [Esistono divergenze riguardo al significato della parola Quraysh. Un significato è riunirsi dopo essere stati dispersi. Sotto questo aspetto, il titolo Quraysh potrebbe spettare a Qusayy ibn Kilab, perché fu ai suoi tempi che tutte le famiglie dei Quraysh si riunirono alla Mecca. Un secondo significato è il guadagno e il commercio, che erano le occupazioni dei Quraysh. Un terzo significato è la ricerca; sotto questo aspetto, Quraysh sarebbe il titolo di Nadr ibn Kinana, poiché la tradizione araba riferisce che egli andava in cerca dei bisognosi e li aiutava. Un altro significato è l’immensità del mare, che divora ogni cosa. Si narra anche che Quraysh ibn Badr fosse un uomo della stirpe dei Banu Nadr ibn Kinana, incaricato di provvedere ai compagni di viaggio e alle provviste; per questo, quando gli Arabi vedevano la carovana di quella tribù, dicevano: “È arrivata la carovana dei Quraysh”. Esistono diverse opinioni di questo genere. Tuttavia, secondo i dati risultanti dalla ricerca, Quraysh era il titolo di Fihr, della tribù dei Banu Fihr — l’Autore.]

La riunificazione dei Quraysh alla Mecca e l’assunzione della gestione della Kaaba

Abbiamo già detto che, dopo l’instaurazione del predominio dei Jurhumiti alla Mecca, i discendenti di Ismaele si dispersero in varie regioni dell’Arabia. La stessa situazione si verificò anche quando la gestione della Kaaba era affidata a Shiqah e Ghubshan, appartenenti ai Banu Khuzaʿa. Come gli altri rami dei Banu Ismaele, anche i Quraysh si dispersero nei vari villaggi dei Banu Kinnanah. Solo una piccolissima parte di loro era stanziata alla Mecca. Intorno all’anno 400 [secondo la narrazione di Ibn Kathir, tra la morte di Kaʿb ibn Luʾayy, bisnonno di Qusayy, e la missione profetica di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) vi furono 560 anni. In base a ciò, è possibile che Ghalib ibn Fihr fosse contemporaneo del Messia (pace su di lui). Ibn Kathir, citando Suhayli e altri imam, riferisce inoltre che fu durante l’epoca di Maʿadd ibn Adnan che Nabucodonosor distrusse Gerusalemme e condusse in prigionia gli Ebrei. Questo evento risale al 587 a.C.; al-Baladhuri considera Maʿadd ibn Adnan contemporaneo di Nabucodonosor — l’Autore.] Questa situazione ebbe fine per opera di Qusayy ibn Kilab: la Mecca passò sotto il dominio dei Quraysh e anche la gestione della Casa Sacra fu affidata a loro.

La vicenda ebbe inizio nel modo seguente: dopo la morte di Kilab ibn Murrah, padre di Qusayy, sua madre Fatimah, figlia di Saʿd, della stirpe degli Azd Shanūʾah, sposò Rabīʿah ibn Haram, un uomo dei Banu Qudaʿah, e si recò in Siria. Da questo secondo marito nacque, nel suo grembo, un figlio di nome Zarah ibn Rabīʿah. Quando Qusayy raggiunse la giovinezza, una volta ebbe una lite con un uomo dei Banu Qudaʿah. Questi lo rimproverò dicendogli: “Sei stato allevato tra noi e ora ruggisci contro di noi? Perché non vai dalla tua stessa gente?”

Allora Qusayy chiese a sua madre: “Qual è la mia origine?”. Ella rispose: “Sei il figlio di Kilab e appartieni alla tribù dei Quraysh. La tua gente vive presso la Casa Sacra, nella città della Mecca e nei suoi dintorni”. Qusayy allora si mostrò deciso e disse: “Andrò dalla mia gente”.

Quando giunse il tempo del pellegrinaggio, egli arrivò alla Mecca insieme ai pellegrini dei Banu Qudaʿah. Qui suo fratello germano Zuhrah, che al momento della morte di Kilab era ancora giovane, era già stabilmente insediato. Qusayy rimase presso di lui. A quel tempo Hulail ibn Hubshiyyah al-Khuzaʿi era il custode della Kaaba e governava la Mecca. Qusayy chiese in matrimonio sua figlia Hubba. Hulail, attratto dalla nobiltà della stirpe di Qusayy e dalla sua eminente personalità, acconsentì di buon grado. Quanto al modo in cui la gestione della Kaaba e la guida della Mecca passarono nelle sue mani, esistono diverse narrazioni. Secondo una di esse, Hulail lasciò in eredità che, dopo la sua morte, Qusayy fosse il più degno di divenire custode della Casa Sacra. Un’altra narrazione riferisce che, dopo la morte di Hulail, Qusayy sostenne di essere più degno degli altri di ricoprire tale carica. Poiché i Banu Khuzaʿa e i Banu Bakr non acconsentirono, egli chiamò in aiuto il suo fratellastro Rizaʿah e i Banu Kinana e Khuzayma. Poi radunò anche i Quraysh che vivevano nei dintorni. Infine espulse con la forza i Khuzaʿa e i Banu Bakr dalla Mecca. In seguito, quando entrambe le parti accettarono come arbitro Yaʿmur ibn ʿAwf, appartenente ai Banu ʿAbd Manat ibn Kinana, questi decretò che Qusayy fosse più degno dei Khuzaʿa di divenire custode della Casa Sacra, poiché la sua discendenza era certamente originaria dei Banu Ismaele.

Dopo essersi liberato della disputa con i Khuzaʿa, Qusayy rivolse la sua attenzione ai Banu al-Ghawth ibn Murrah. Erano chiamati Sufah. Ai tempi dei Jurhumiti e dei Khuzaʿa avevano ottenuto il privilegio secondo cui, durante il pellegrinaggio, nessuno poteva ritornare da ʿArafat senza il loro permesso. Solo con la loro autorizzazione si poteva andare a Mina. Nessuno poteva partire da Mina per tornare a casa finché i Sufah non avevano lapidato le jamarat. Soltanto dopo di loro gli altri pellegrini potevano eseguire il ramy, cioè lanciare le pietre, e partire. A causa della lunga consuetudine, ciò era diventato come una religione, la cui osservanza era ritenuta obbligatoria. Durante il pellegrinaggio, Qusayy combatté contro i Sufah e li privò della loro posizione — Ibn Hisham.

Quando Qusayy ebbe così ottenuto la gestione della Kaaba e la guida della Mecca, radunò alla Mecca, dalle varie regioni dell’Arabia, tutti i discendenti di Fihr, chiamati Quraysh, e distribuì loro la città, insediando ciascuna famiglia in una determinata zona. [Qusayy distribuì la città della Mecca tra le famiglie dei Quraysh nel modo seguente: nelle aree adiacenti al Santuario, nelle valli e nelle alture sui due versanti delle montagne, insediò i vari rami dei Banu Kaʿb ibn Luʾayy, tra cui i Banu ʿAdi, i Banu Jumah, i Banu Sahm, i Banu Taym, i Banu Makhzum, i Banu Zuhrah, i Banu ʿAbd Wudd, i Banu ʿAbd al-Dar, i Banu al-Muttalib, i Banu Hashim, i Banu ʿAbd Shams e i Banu Nawfal. Erano chiamati Quraysh al-Bitah, cioè coloro che abitavano nella parte interna della Mecca e presso il Santuario. Le famiglie discendenti da Fihr, antenato remoto dei Quraysh, come i Banu Muharib, i Banu al-Harith, i Banu Taym ibn Murrah, i Banu ʿAmir ibn Luʾayy e altri, erano i Quraysh al-Zawahir; a loro furono assegnate le zone esterne della Mecca — l’Autore.] Per questo i Quraysh lo chiamarono “Mujammiʿ”, cioè colui che riunisce.

Khuzafa bin Ghanem Adawi dice:

(Arabo*******************)

—Vostro padre era chiamato Mujammi‘. Per mezzo suo, Allah riunì le tribù di Fihr.

La città-stato della Mecca e l’amministrazione del Hajj

Per questo grande servizio reso da Qusay, tutte le tribù dei Quraysh lo riconobbero come loro capo. Quando una ragazza di una famiglia dei Quraysh raggiungeva la pubertà, nella casa di Qusay le si faceva indossare la camicia; e quando si celebrava un matrimonio, questo aveva luogo nella casa di Qusay. Quando accadeva qualcosa d’importante o si profilava una guerra con una tribù, i capi di tutte le famiglie si riunivano nella sua casa per consultarsi. Per questo quella casa era chiamata “Dar al-Nadwa”. Aveva una porta rivolta verso il Santuario. In tempo di guerra, uno dei figli di Qusay veniva nominato portabandiera. Questo incarico era chiamato “al-Liwa’”. Tutte le incombenze del Hajj erano nelle mani dei Qusay. Una di esse era “al-Siqaya”, cioè dare da bere ai pellegrini. La seconda era “al-Rifada”, cioè provvedere al cibo dei pellegrini. A tale scopo tutte le famiglie dei Quraysh raccoglievano insieme le offerte e le consegnavano a Qusay. Egli provvedeva al vitto, fino al loro ritorno dal Hajj, di tutti quei pellegrini che non erano in grado di provvedere da sé.

La terza era “al-Hijaba”, cioè la custodia delle chiavi della Kaaba. Il compito consisteva nell’aprire e chiudere la Kaaba per i visitatori.

Per tutta la sua vita Qusay fu il sovrano assoluto dello Stato della Mecca. Quando si avvicinò la fine della sua vita, vide che suo figlio Abd Manaf aveva acquistato fama in Arabia e che anche la sua posizione veniva riconosciuta; allora affidò tutti gli incarichi dello Stato della Mecca — Nadwa, Hijaba, Rifada e Liwa — al suo secondogenito Abd al-Dar. Dopo la morte di Qusay, per qualche tempo la sua decisione fu rispettata. In seguito, a un certo punto, sorse una disputa sulla spartizione di questi incarichi. In questa disputa alcune famiglie dei Quraysh si schierarono con Abd al-Dar e altre con Abd Manaf. Tra le famiglie dei Quraysh che si unirono ad Abd Manaf vi erano i Banu Asad ibn Abd al-Uzza, i Banu Zuhra ibn Kilab, i Banu Taym ibn Murra e i Banu Harith ibn Fihr. Il loro capo era Abd Shams. Quelle che si unirono ad Abd al-Dar erano i Banu Makhzum, i Banu Sahm, i Banu Jumah e i Banu Adi. Il loro capo era Amir ibn Hashim. I Banu Amir ibn Lu’ayy e i Banu Muharib ibn Fihr rimasero neutrali in questa contesa.]

La disputa rischiava di protrarsi e, prima che scoppiasse una guerra civile, fu raggiunto un accordo. Di conseguenza, Hijaba, Liwa e Nadwa rimasero sotto la responsabilità di Abd al-Dar, mentre Siqaya e Rifada furono assegnate ad Abd Manaf. I figli di Abd Manaf, dopo essersi consultati tra loro, conferirono questi due incarichi a Hashim. [Questa organizzazione rimase intatta, fino alla conquista della Mecca da parte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), esattamente nel modo in cui era stata affidata alle due famiglie. Dopo la conquista della Mecca, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) abolì tutti gli incarichi tranne Hijaba e Siqaya. Hijaba è tuttora amministrata da Shaiba ibn Uthman, appartenente a un ramo di Abd al-Dar. Quanto a Siqaya, alla fine passò nelle mani di Abbas ibn Abd al-Muttalib e rimase per qualche tempo nelle mani dei Banu Abbas. Poi il primo califfo vi rinunciò personalmente — l’autore.]

Hashim

Il vero nome di Hashim era Amr. Egli ricevette il titolo di «Hashim» quando una volta a Mecca si verificò una carestia. In quel periodo Hashim fece arrivare viveri dalla Siria e preparò del pane. Macellò numerosi cammelli e ne fece dei grandi recipienti di pelle. Vi sbriciolò il pane e preparò una sorta di malida, con cui sfamò la gente. La parola «hashm» significa spezzare e pestare. Poiché sbriciolava il pane e lo metteva nei recipienti di pelle per preparare la malida, fu chiamato Hashim.

Dopo che a Hashim furono affidati i compiti della rifada e della siqaya, egli prese l’abitudine, quando giungeva il periodo del pellegrinaggio, di riunire la gente dei Quraysh e dire: «Questi sono i vicini di Dio e i membri della Sua casa, che in questo periodo vengono da voi per la visita. Sono gli ospiti di Dio. Gli ospiti di Dio hanno il maggior diritto a essere accolti e onorati.

Dio vi ha conferito questa caratteristica e proprio per essa vi ha rivestiti di onore e prestigio. Egli vi ha protetti come nessun vicino protegge il proprio vicino. Perciò onorate gli ospiti di Dio e coloro che vengono in visita. Essi giungono da regioni lontane, coperti di polvere, cavalcando cammelle deboli e ridotte a pelle e ossa. I loro abiti si sono sporcati e le loro provviste sono terminate. Date dunque loro da mangiare e da bere.»

A questo scopo arrivavano contributi da tutte le famiglie dei Quraysh. Hashim stesso spendeva una somma ingente di tasca propria. Poi si attingeva acqua da tutti i pozzi di Mecca per riempire i recipienti di pelle, poiché i Jurhumiti avevano distrutto Zamzam, cancellandone ogni traccia. Si cucinavano insieme pane e carne, e insieme pane e latte, e si distribuivano anche farina tostata, datteri e altro. I pellegrini venivano accolti in vari modi fino a quando lasciavano Mina. Questo servizio pubblico di Hashim lo rese caro a tutte le tribù, perché ogni anno, durante il pellegrinaggio, esse avevano l’opportunità di beneficiare della sua generosa opera al servizio della gente.

Il commercio dei Quraysh e il suo sviluppo

Il commercio dei Quraysh è menzionato nella sura dei Quraysh (Arabo************)

I viaggi d’estate e d’inverno sono stati presentati come una grazia di Dio. Questa idea sorse per la prima volta nella mente di Hashim. Egli progettò, insieme ai suoi tre fratelli Abd Shams, Muttalib e Nawfal, che avrebbero dovuto partecipare al commercio internazionale che si svolgeva lungo le vie arabe tra le città orientali, la Siria e l’Egitto. Avrebbero inoltre dovuto acquistare le merci necessarie agli abitanti dell’Arabia, affinché le tribù lungo il percorso potessero comprarle e i mercanti dei vari Paesi venissero ad acquistare le loro merci nei mercati di Mecca. Vi fu un’epoca in cui il governo dominante dell’Iran aveva stabilito il proprio predominio su quel commercio internazionale. Gli scambi si svolgevano attraverso le vie settentrionali e il Golfo Persico, tra l’Impero romano e le città orientali. Per questo il commercio lungo la grande via commerciale che dal sud dell’Arabia si estendeva, costeggiando il Mar Rosso, fino alla Siria e all’Egitto era assai fiorente. Rispetto alle altre carovane commerciali arabe, i Quraysh godevano del vantaggio che, in quanto custodi della Casa di Dio, prestavano servizio ai pellegrini e per questo tutti erano loro riconoscenti. Non temevano che qualcuno avrebbe assalito e depredato le loro carovane lungo il cammino. Le tribù che vivevano lungo il percorso non riscuotevano da loro neppure i pesanti pedaggi richiesti alle altre carovane. Considerando tutti questi aspetti, Hashim elaborò un piano commerciale e vi coinvolse anche i suoi tre fratelli. Hashim ottenne vantaggi commerciali dal re ghassanide della Siria, Abd Shams dal re dell’Abissinia, Muttalib dagli emiri dello Yemen e Nawfal dai governi dell’Iraq e della Persia. [Tabari riferisce che Hashim ottenne vantaggi commerciali e garanzie di sicurezza durante il viaggio dall’imperatore di Roma e dai re della Siria e dei Ghassanidi; Abd Shams dal re dell’Abissinia, il Negus; Nawfal dal re dell’Iran; e Muttalib dai re di Himyar. Ibn Saad riferisce che l’imperatore di Roma nutriva una particolare venerazione per Hashim. Per motivi commerciali egli si spingeva fino ad Ankara — l’autore.] In questo modo il loro commercio si sviluppò rapidamente.

Per questo, questi quattro fratelli divennero famosi con il nome di mutājirīn (mercanti di professione). In base ai rapporti che avevano instaurato con le tribù e gli Stati circostanti, erano chiamati anche Aṣḥāb al-Īlāf, cioè «coloro che creano rapporti di amicizia». Tuttavia, come termine tecnico, īlāf indica un rapporto amichevole sulla base del quale si ottengono sia la sicurezza durante il viaggio sia la sicurezza del soggiorno nei territori delle tribù amiche. Si trattava di un patto di natura diversa da un’alleanza politica.

Grazie al commercio, i Quraysh ebbero l’opportunità di stabilire rapporti con la Siria, l’Egitto, l’Iran, l’Iraq, lo Yemen e l’Abissinia. Entrando in contatto con la civiltà e la cultura di diversi Paesi, svilupparono a tal punto la loro intelligenza e lungimiranza che nessun’altra tribù araba era loro pari. Anche per ricchezza erano tra i primi in Arabia. Di conseguenza, Mecca divenne un importante centro commerciale della Penisola Arabica. Nei rapporti internazionali ottennero inoltre il grande vantaggio di portare dall’Iraq un alfabeto che nessun’altra tribù possedeva. Per questo il Profeta (ṣ) disse:

(Arabo**************)

—Il capo degli uomini qurayshiti (Musnad Aḥmad, narrato da ʿAmr ibn al-ʿĀṣ).

Nel Bayhaqī è riportata la seguente tradizione di ʿAlī (ra):

(Arabo**************)

In principio la supremazia sugli Arabi era nelle mani degli Himyariti; poi Allah l’Altissimo la tolse loro e la concesse ai Quraysh.

Mentre i Quraysh proseguivano così sulla via del progresso, si verificò l’improvviso attacco di Abraha. Se in quel tempo Abraha fosse riuscito a occupare questa città sacra e a distruggere la Kaaba, in Arabia non sarebbe stata compromessa soltanto la dignità dei Quraysh, ma anche quella della Kaaba stessa. Sarebbe venuta meno la fede degli Arabi dell’epoca dell’Ignoranza nel fatto che questa Casa fosse davvero la Casa di Allah. Anche il prestigio di cui i Quraysh godevano in tutto il Paese in quanto custodi di questa Casa sarebbe completamente svanito. Dopo che gli Abissini fossero avanzati fino a Mecca, l’Impero Romano sarebbe proseguito a sua volta, impadronendosi della principale via commerciale tra la Siria e Mecca. I Quraysh sarebbero precipitati in una situazione ancora peggiore di quella in cui si trovavano prima di Quṣayy ibn Kilāb. Ma quando Allah l’Altissimo manifestò miracolosamente la Sua potenza, facendo sì che stormi di uccelli distruggessero e annientassero, colpendoli ripetutamente con pietre, i sessantamila soldati abissini di Abraha, e quando gli uomini di quell’esercito sconfitto cominciarono a morire lungo tutto il percorso da Mecca allo Yemen, allora la convinzione di tutti gli Arabi che la Kaaba fosse la Casa di Allah divenne molte volte più salda e forte. Allo stesso tempo aumentò in tutto il Paese il prestigio dei Quraysh. Nacque allora negli Arabi la ferma convinzione che su di loro vi fosse una speciale benevolenza divina. Di conseguenza, i Quraysh viaggiavano senza alcun timore in ogni parte dell’Arabia, insieme alle loro carovane commerciali. Nessuno osava molestarli. Non obiettavano neppure quando concedevano protezione a una persona che non fosse qurayshita.

ʿAbd al-Muṭṭalib ibn Hāshim

Durante i suoi viaggi d’affari verso al-Shām, Hāshim era solito fermarsi per qualche tempo a Medina. In precedenza aveva sposato una donna della tribù medinese dei Khazraj, dalla quale ebbe una figlia di nome Ḥayya e un figlio chiamato Ṣayfī. Durante un altro viaggio vide una giovane donna, Salmā bint ʿAmr ibn Zayd, della famiglia Banū Najjār della stessa tribù dei Khazraj. Ella sedeva in un luogo elevato del mercato e dava ordini su ciò che si dovesse acquistare per lei e su ciò che si dovesse vendere per suo conto. Attratto dalla sua bellezza, dal suo splendore, dal suo acuto discernimento e dalla sua intelligenza, Hāshim le propose di sposarlo. Ella non era disposta a unirsi in matrimonio con nessuno se non a condizione di poter vivere secondo la propria volontà e di potersi separare da lui qualora non le fosse piaciuto. Hāshim accettò le sue condizioni. La donna acconsentì al matrimonio dopo aver osservato la nobiltà della sua stirpe e la sua personalità. Il matrimonio fu celebrato a Medina, e proprio lì, intorno al 495 d.C., ella diede alla luce ʿAbd al-Muṭṭalib. Durante quello stesso viaggio, quando Hāshim giunse a Ghazza, si ammalò e morì. Così ʿAbd al-Muṭṭalib rimase a Medina con sua madre fino a prima di raggiungere la giovinezza. Al momento della morte, Hāshim lasciò disposizioni affinché, dopo la sua morte, suo fratello al-Muṭṭalib assumesse al suo posto la responsabilità della Siqāya e della Rifāda e si occupasse della sua famiglia e dei suoi beni. Da allora i Banū Hāshim e i Banū al-Muṭṭalib rimasero uniti fino alla fine. Al contrario, i Banū ʿAbd Shams — dai quali ebbero origine i Banū Umayya — e i Banū Nawfal divennero alleati e rimasero tali anche in seguito. Quando, all’epoca della profezia di Muḥammad (pace e benedizioni su di lui), tutte le tribù dei Quraysh ruppero i rapporti con lui e lo tennero assediato nello Shiʿb Abī Ṭālib, i Banū al-Muṭṭalib rimasero con il Profeta nell’assedio insieme ai Banū Hāshim. I Banū Nawfal e i Banū ʿAbd Shams, invece, si schierarono con il gruppo a lui ostile.

Il vero nome di ʿAbd al-Muṭṭalib era Shayba e, per la sua bellezza fisica, era chiamato anche «Shaybat al-Ḥamd». Mentre cresceva a Medina, un giorno Thābit ibn al-Mundhir, padre di Ḥassān ibn Thābit (che Allah si compiaccia di lui), si recò alla Mecca e incontrò al-Muṭṭalib. Thābit era già in rapporti di familiarità con lui. Nel corso della conversazione gli disse: «Tuo nipote Shayba: dovresti andare a vederlo una volta; il tuo cuore si riempirà di gioia. È un giovane molto bello e robusto».

Udito ciò, al-Muṭṭalib divenne impaziente, si recò a Medina, fece salire suo nipote sul dorso del cammello insieme a sé e lo portò alla Mecca. Vedendo quel giovane arrivare con al-Muṭṭalib, gli abitanti dei Quraysh cominciarono a dire: «ʿAbd al-Muṭṭalib» — cioè «lo schiavo di al-Muṭṭalib». Al-Muṭṭalib li rimproverò dicendo: «È Shayba, il figlio di mio fratello Hāshim, non il mio schiavo».

Tuttavia, il nome ʿAbd al-Muṭṭalib divenne così famoso che il suo vero nome fu dimenticato. Qualche tempo dopo, al-Muṭṭalib si recò nello Yemen per un viaggio commerciale e vi morì. ʿAbd al-Muṭṭalib gli succedette e assunse entrambe le cariche della Siqāya e della Rifāda.

Ibn Saʿd lo elogia dicendo che, tra i Quraysh, era il più bello, il più robusto, il più calmo e paziente, il più generoso e il più lontano da tutti quei vizi che conducono gli uomini alla rovina.

Ibn Hishām aggiunge che aveva raggiunto, presso la sua gente, un grado di onore e di rispetto quale nessuno dei suoi antenati aveva mai conseguito. La sua gente lo amava ed egli godeva di grande prestigio tra la popolazione. Ibn Kathīr riferisce che anche ʿAbd al-Muṭṭalib, durante il mese di Ramaḍān, si recava nella grotta di Ḥirāʾ per praticare il taḥannuth (adorazione) e per tutto il mese offriva cibo ai poveri.

Al-Ṭabarī, Ibn Kathīr e al-Balādhurī riferiscono che Nawfal, zio di ʿAbd al-Muṭṭalib, si era appropriato di una parte dei beni lasciati da Hāshim. ʿAbd al-Muṭṭalib presentò una denuncia agli uomini influenti, ma essi rifiutarono di intervenire nella disputa tra zio e nipote. Allora ʿAbd al-Muṭṭalib chiese aiuto alla tribù dei suoi nonni materni, i Banū ʿAdī ibn al-Najjār di Medina. In seguito suo zio materno Abū Saʿīd ibn ʿAdīs giunse alla Mecca con otto uomini, i quali ottennero con la forza da Nawfal il diritto spettante al loro nipote. Dopo ciò, anche Nawfal si unì ai Banū ʿAbd Shams contro i Banū Hāshim e, fino all’epoca della missione del Profeta (pace e benedizioni su di lui), i Banū Nawfal rimasero in quel gruppo che si opponeva ai Banū Hāshim e sosteneva i Banū ʿAbd Shams. Quando ʿAbd al-Muṭṭalib vide che i Banū Nawfal si erano uniti al gruppo a lui ostile, si consultò con i capi dei Khuzāʿa e redasse regolarmente un patto. Secondo il resoconto di Ibn Saʿd e al-Balādhurī vi è una certa differenza. Essi riferiscono che furono i Banū Khuzāʿa a rivolgersi spontaneamente a ʿAbd al-Muṭṭalib e a concludere un patto di reciproca amicizia, aiuto e cooperazione. A questo patto aderirono sia i Banū ʿAbd al-Muṭṭalib sia i Banū Hāshim. I Banū ʿAbd Shams e i Banū Nawfal ne rimasero separati. Il patto fu messo per iscritto nella Dār al-Nadwa e appeso nella Kaʿba. Di conseguenza, ʿAbd al-Muṭṭalib raccomandò ai suoi figli di mantenere l’amicizia con i Banū Khuzāʿa. L’effetto di ciò fu che, al momento della tregua di al-Ḥudaybiyya, quando una delle condizioni dell’accordo stabiliva che qualunque tribù araba lo desiderasse potesse unirsi a una delle due parti, i Khuzāʿa decisero di schierarsi con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).

La nuova riscoperta di Zamzam per opera di ʿAbd al-Muṭṭalib

Questo onore spetta proprio a ʿAbd al-Muṭṭalib: il pozzo di Zamzam, che i Jurhumiti avevano completamente ostruito, cancellandone persino ogni traccia, riapparve nuovamente per opera sua. Muḥammad ibn Isḥāq riferisce, citando ʿAlī (r.a.), che in sogno fu indicato a ʿAbd al-Muṭṭalib il luogo di Zamzam e gli fu ordinato di scavare in quel luogo per riportare alla luce quel pozzo sacro. A quel tempo, oltre ad al-Ḥārith, ʿAbd al-Muṭṭalib non aveva altri figli. Egli giunse sul posto insieme ad al-Ḥārith, portando picconi e pale, e cominciò a scavare. Quando l’acqua sgorgò, ʿAbd al-Muṭṭalib proclamò ad alta voce il takbīr. Da ciò i Quraysh seppero che Zamzam era stata ritrovata. Si riunirono tutti e dissero: «O ʿAbd al-Muṭṭalib! Questo è il pozzo del nostro padre Ismāʿīl (a.s.) e anche noi ne abbiamo diritto. Rendici partecipi insieme a te». Egli rispose: «Non posso farlo. Questo è stato assegnato specialmente a me e non è stato assegnato ad alcuno di voi». Quando essi vollero litigare per la questione, ʿAbd al-Muṭṭalib disse: «Ebbene, scegliamo qualcuno come arbitro». Essi indicarono una donna indovina dei Banū Saʿd ibn Hudhaym, che abitava nelle regioni elevate della Siria. ʿAbd al-Muṭṭalib accettò la proposta e partì verso la Siria con alcuni compagni, insieme ad alcuni uomini dei Banū Umayya e di ciascuna tribù dei Quraysh. Durante il viaggio giunsero in un deserto, dove l’acqua di ʿAbd al-Muṭṭalib e dei suoi compagni si esaurì completamente. Per la mancanza d’acqua temettero di morire. Chiesero acqua agli altri Quraysh che viaggiavano con loro. Questi rifiutarono, dicendo: «A grande distanza da qui non si vede alcuna traccia d’acqua; se in queste condizioni condividessimo con voi la nostra acqua, anche noi andremmo incontro alla stessa rovina che temete».

Infine ʿAbd al-Muṭṭalib disse ai suoi compagni: «Venite, finché c’è ancora vita nei nostri corpi, scaviamo ciascuno una fossa per sé; chi morirà sarà sepolto nella propria fossa». Così ciascuno scavò una fossa e tutti rimasero ad attendere la morte. Poi ʿAbd al-Muṭṭalib disse ai suoi compagni: «Ci stiamo consegnando inutilmente alla morte. Venite, proseguiamo con coraggio; forse troveremo acqua da qualche parte». Allora si prepararono tutti a partire. Ma ecco il miracolo della potenza divina: quando ʿAbd al-Muṭṭalib fece alzare il suo cammello e il suo piede toccò terra, improvvisamente da sotto di esso sgorgò una sorgente d’acqua dolce. ʿAbd al-Muṭṭalib e i suoi compagni proclamarono ad alta voce il takbīr per questo evento. Scesero dai cammelli, bevvero fino a saziarsi e riempirono d’acqua i propri otri. Poi ʿAbd al-Muṭṭalib chiamò gli altri Quraysh, quelli che avevano rifiutato di dare loro acqua, e disse: «Bevete anche voi e riempite i vostri otri».

Essi vennero tutti, bevvero a sazietà e dissero: «O ʿAbd al-Muṭṭalib! Dio ha deciso contro di voi e a tuo favore. Per Dio, d’ora in poi non litigheremo più con te riguardo a Zamzam. Il Dio che ti ha dato acqua in questo deserto è lo stesso Dio che ti ha dato Zamzam. Ora torna tranquillamente verso la tua acqua».

Così, invece di recarsi dalla donna indovina, tornarono verso Mecca.

La carica della siqāya, che ormai comprendeva soprattutto la distribuzione dell’acqua di Zamzam, rimase nelle mani di ʿAbd al-Muṭṭalib per tutta la sua vita. Dopo la sua morte, tale onore passò a suo figlio Abū Ṭālib. Tuttavia, a causa della sua generosità, Abū Ṭālib continuò a spendere per offrire ai pellegrini acqua, sciroppo, latte e altre bevande, oltre le proprie possibilità. Per questo dovette più volte prendere in prestito del denaro da suo fratello al-ʿAbbās, senza riuscire a restituirlo. Infine al-ʿAbbās pose questa condizione: «Se ora non sei in grado di restituire il debito, dovrai cedermi la carica della siqāya». In questo modo al-ʿAbbās assunse la siqāya. Questi erano tempi preislamici. Anche nell’epoca islamica questa carica rimase ai Banū al-ʿAbbās.

ʿAbd Allāh ibn ʿAbd al-Muṭṭalib

Muḥammad ibn Isḥāq racconta che, mentre scavava Zamzam, ʿAbd al-Muṭṭalib vide di avere con sé un solo figlio, mentre tutti i Quraysh erano accorsi e lo avevano circondato. Allora fece voto che, se Allah gli avesse concesso dieci figli che lo aiutassero, ne avrebbe sacrificato uno sulla via di Allah, presso la Kaʿba. Allah esaudì la sua preghiera e gli concesse dieci figli. Quando tutti raggiunsero la giovinezza, un giorno ʿAbd al-Muṭṭalib li riunì e parlò loro del suo voto. Tutti dissero: «Adempi al voto che hai fatto ad Allah». Udendo ciò, ʿAbd al-Muṭṭalib si recò con tutti i figli alla Kaʿba, presso un idolo chiamato Hubal. Qui si tiravano le sorti. Per stabilire quale dei suoi dieci figli avrebbe sacrificato, egli tirò le sorti, e uscì il nome di ʿAbd Allāh, che era il più bello di tutti i figli e il prediletto di ʿAbd al-Muṭṭalib. (Alcuni biografi hanno affermato che ʿAbd Allāh fosse il figlio più giovane di ʿAbd al-Muṭṭalib. Ciò è errato. Al-Suhaylī dice che Ḥamza (r.a.) e al-ʿAbbās (r.a.) erano molto più giovani di ʿAbd Allāh. Ḥamza (r.a.) aveva quattro anni più del Messaggero di Allah (s.), mentre al-ʿAbbās (r.a.) era più grande di tre anni. Secondo il racconto dello stesso al-ʿAbbās (r.a.), quando nacque il Profeta (s.) egli aveva tre anni. Egli dice: «Ricordo che le donne della casa mi portarono dal Profeta (s.) e mi dissero: “Accarezza tuo fratello”. Allora lo accarezzai» (Rawḍ al-Unuf) — l’autore.)

Abd al-Muttalib, senza alcuna esitazione, prese Abdullah per mano e, con il coltello in mano, lo condusse verso i due idoli, Isaf e Na’ila, per sgozzarlo. Vedendo ciò, i Quraysh si alzarono dalle loro riunioni, accorsero e dissero: «Ehi, Abd al-Muttalib! Che cosa stai facendo? Se fai questo, ogni giorno qualcuno continuerà a portare suo figlio per sgozzarlo. Andiamo da quella donna nell’Hijaz. Fa’ ciò che ella dirà. Forse saprà indicare una soluzione a questo problema». [Al-Suhayli ha riferito che il nome della donna era Qutba. Viveva in un luogo chiamato Hijr, vicino a Medina — l’Autore.]

Seguendo questa proposta, giunsero a Medina e vennero a sapere che la donna viveva a Khaybar. Andarono da lei e le raccontarono ogni cosa. Ella domandò: «Qual è da voi il prezzo del riscatto di una persona?»

Essi risposero: «Dieci cammelli».

Ella disse: «Andate e fate un sorteggio per stabilire se debba essere sacrificato Abdullah oppure dieci cammelli. Se il sorteggio indicherà il nome del ragazzo, aggiungete altri dieci cammelli e ripetete il sorteggio. Continuate così, aumentando ogni volta di dieci cammelli e ripetendo il sorteggio. Quando il sorteggio indicherà i cammelli, ciò significherà che il vostro Signore ha accettato che venga sacrificato quel numero di cammelli al posto del figlio».

Accettando il consiglio della donna indovina, tornarono tutti alla Mecca e cominciarono a sorteggiare. Uscì sempre il nome di Abdullah: dieci, venti, trenta, fino a novanta. Infine, quando arrivarono a cento cammelli, il sorteggio indicò i cammelli. Gli uomini dei Quraysh dissero: «Ora è chiara la volontà del tuo Signore. Risparmia Abdullah e sacrifica i cammelli».

Ma Abd al-Muttalib non si convinse. Disse: «Farò ripetere il sorteggio altre tre volte». Furono dunque gettati i dadi tre volte, e tutte e tre le volte il risultato cadde sui cammelli. [Da ciò si apprese che, in Arabia, in principio il riscatto di una persona era di dieci cammelli. Dopo questo avvenimento, gli Arabi stabilirono permanentemente cento cammelli come riscatto per una persona.] Poi Abd al-Muttalib sgozzò cento cammelli e proclamò pubblicamente che chiunque — uomini, animali e persino le fiere — poteva prendere tutta la carne che desiderava.

In questo modo, ancora una volta, tra i discendenti di Ibrahim (pace su di lui) si ripeté quell’episodio del sacrificio che aveva segnato l’inizio del reinsediamento di questa fortunata famiglia della Mecca. Sebbene tra i due episodi vi sia una grande differenza quanto al principio e al significato, in essi si manifesta il mistero delle opere di Allah l’Altissimo. Dapprima fu richiesto, in un’altra forma, il sacrificio del primo membro di questa famiglia, dal quale doveva avere inizio in Arabia la predicazione della religione islamica. Ora fu richiesto, in un’altra forma, il sacrificio del padre dell’ultimo Profeta (pace e benedizioni su di lui), quel Profeta che avrebbe dovuto diffondere e propagare tale messaggio presso tutta l’umanità. Il riscatto del primo sacrificio fu un montone, mentre quello del secondo fu di cento cammelli.

Il matrimonio di Abd Allah

Quando Hazrat Abdullah aveva venticinque anni, suo padre lo diede in sposo ad Amina Khatun, figlia di Wahab ibn Abd Manaf, capo dei Banu Zuhra ibn Kilab. Amina era la fanciulla migliore della sua tribù. Dopo aver vissuto per alcuni mesi la vita coniugale, Hazrat Amina rimase incinta. In quel periodo, suo marito Hazrat Abdullah partì con una carovana commerciale per Gaza, città della Palestina. Al ritorno, dopo essere giunto a Medina, si ammalò. Disse ai suoi compagni: «Voi tornate tutti alla Mecca; io resterò presso la famiglia di mio nonno materno, gli Adi ibn Najjar». Un mese dopo morì proprio lì. Fu sepolto a Dar an-Nabigha al-Jundi.

I suoi compagni giunsero alla Mecca e informarono Abd al-Muttalib della malattia di Hazrat Abdullah. Abd al-Muttalib inviò immediatamente a Medina suo figlio maggiore, Harith. Tuttavia, Hazrat Abdullah morì prima che egli arrivasse a Medina.

Questa è una narrazione estremamente autentica, generalmente accettata da tutti gli studiosi. Tuttavia, in alcune narrazioni si afferma che Hazrat Abdullah morì quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) aveva ventotto mesi. Alcuni hanno detto due mesi, altri sette mesi. Ma la versione più affidabile e universalmente riconosciuta è che il padre del Venerabile Profeta (pace e benedizioni su di lui) morì mentre egli era ancora nel grembo materno. È a questa verità che il Corano allude:

(ARABO**************)

O Profeta, il tuo Signore non ti ha forse trovato orfano e poi ti ha dato rifugio?

 

Terzo capitolo

Dalla nascita fino all’inizio della profezia

La benedetta nascita

Infine giunse il momento per il quale il profeta Ibrahim, pace e benedizioni su di lui, aveva stabilito una parte della sua famiglia in una valle deserta, priva di acqua e di vegetazione, e durante la costruzione della Kaaba egli e suo figlio, il profeta Ismail, pace e benedizioni su di lui, avevano pregato:

(Arabo*****************)

«O nostro Signore, suscita in mezzo a loro un messaggero scelto tra loro stessi, che reciti loro i Tuoi versetti, insegni loro il Libro e la Sapienza e purifichi e perfezioni la loro vita». (Al-Baqara: 129)

Poco prima che giungesse questo momento fausto, Abraha era venuto con sessantamila soldati per lottare contro il proprio destino. Ma anche se, invece di sessantamila, ne avesse portati sei milioni, il risultato sarebbe stato comunque quello che si verificò. Laddove era in atto un piano così grandioso di Allah da prevedere che in quel luogo sarebbe stata condotta una personalità destinata a cambiare la storia del mondo, l’ultimo dei profeti, per la cui venuta ci si preparava da duemilacinquecento anni, nessuna forza umana, per quanto grande, poteva scontrarsi con la potenza di Allah senza essere frantumata e annientata.

I tradizionisti e gli storici sono quasi concordi nel ritenere che l’episodio degli أصحاب dell’Elefante (l’attacco di Abraha alla Mecca) si verificò nel mese di Muharram. Il Messaggero di Allah (s) nacque nel mese di Rabi‘ al-awwal, e ciò avvenne di lunedì. Lo stesso Profeta (s) lo disse in risposta alla domanda di un beduino (Sahih Muslim, narratore Qatada).

Vi è divergenza riguardo al giorno di Rabi‘ al-awwal in cui nacque. Tuttavia Ibn Shayba, citando le parole di ‘Abdullah ibn ‘Abbas (ra) e di Jabir ibn ‘Abdullah (ra), afferma che nacque il 12 di Rabi‘ al-awwal. Muhammad ibn Ishaq ne ha fornito la spiegazione e, secondo la maggior parte degli studiosi, questa è la data più nota. Vi è inoltre divergenza sulla durata dell’intervallo tra l’episodio dell’Elefante e la nascita del Profeta (s). Ma la versione più universalmente conosciuta è che il Profeta (s) nacque cinquanta giorni dopo tale episodio. Armonizzare i mesi e gli anni solari con quelli lunari è una questione complessa. Per questo è difficile affermare con certezza quale fossero l’anno e il mese solari della nascita. In genere si indica come anno della sua nascita il 570 o il 571 dell’era cristiana. Al-Suhayli, nel Rawd al-Unuf, indica il 20 aprile, ma non specifica l’anno. Alcuni ricercatori indicano il 23 aprile 571. Mahmud Pasha al-Falaki indica il 20 aprile 571 e, secondo lui, si trattava del 9 di Rabi‘ al-awwal, un lunedì. Caussin de Perceval, nella sua opera Storia degli Arabi, indica come data di nascita del Profeta (s) il 20 agosto 570. Hitti afferma che il Profeta (s) nacque nel 571 o in un periodo vicino. Alcuni orientalisti, arretrando di due anni, indicano il 569 come epoca della nascita del Profeta. Secondo fonti attendibili, il momento della sua nobile nascita fu il subh sadiq, cioè l’alba.

La buona novella e il nome benedetto

È riportato da fonti attendibili che, durante la gravidanza, la signora Amina sognò che da lei emanava una luce che illuminava persino la Siria. Un’altra volta, in sogno, le fu detto: «Nel tuo grembo vi è il capo di questa comunità. Quando nascerà, dagli il nome Muhammad». Ibn Sa‘d ha riportato una narrazione secondo cui in sogno le fu detto di chiamarlo Ahmad. [Nell’Arabia orientale il nome Muhammad era allora raramente attribuito a qualcuno. Tuttavia non si trova alcuna prova che qualcuno si chiamasse Ahmad. La ragione, che abbiamo illustrato dettagliatamente in Tafhim al-Qur’an, volume quinto, sura al-Saff, note 7-8, è questa: attraverso la Gente del Libro, gli arabi potevano talvolta venire a sapere che sarebbe giunto un altro profeta, di nome Muhammad, appartenente alla discendenza di Ismail. Dopo aver udito ciò, alcuni arabi davano ai propri figli il nome Muhammad, nella speranza che uno di loro fosse quel profeta. Qadi ‘Iyad ha detto che, prima del Profeta (s), vi furono sei persone di nome Muhammad. Ibn Khallawayh e al-Suhayli ne hanno menzionate tre, mentre ‘Abdan al-Marwazi ne ha menzionate quattro. Tuttavia Hafiz Ibn Hajar, nel Fath al-Bari, dice: «Dopo aver svolto una ricerca, sono riuscito a conoscere i nomi di quindici persone». Poi, nell’Al-Isaba, afferma che alcuni di loro vissero al tempo del Profeta e abbracciarono l’Islam. Nel descrivere la vicenda di Muhammad ibn ‘Adi ibn Rabi‘a, scrive che gli fu chiesto come mai suo padre gli avesse dato il nome Muhammad durante l’epoca dell’Ignoranza. Suo padre rispose: «Stavamo viaggiando nel paese della Siria. In quel momento giungemmo a un monastero cristiano. Il responsabile del monastero disse: “Tra il vostro popolo apparirà un profeta, che sarà l’ultimo dei profeti”. Chiedemmo: “Quale sarà il suo nome?”. Egli rispose: “Muhammad”. Da allora, ogni figlio maschio nato nella nostra casa ha ricevuto il nome Muhammad» — l’autore.] Probabilmente questi due nomi furono comunicati separatamente, perché entrambi sono attestati negli hadith. In numerose narrazioni si riferisce inoltre che la signora Amina disse: «Quando nacque, sentii che da dentro di me emanava una luce grazie alla quale l’Oriente e l’Occidente furono illuminati». Al-Bayhaqi e Ibn ‘Abd al-Barr citano la narrazione della madre di ‘Uthman ibn Abi al-‘As, secondo cui ella si trovava presso la signora Amina al momento della nascita del Profeta (s). In quel momento, ovunque posasse lo sguardo, vedeva soltanto luce, nient’altro che luce. Al momento della nascita svolse il ruolo di levatrice Shifa bint ‘Awf, madre di ‘Abd al-Rahman ibn ‘Awf, figlia di ‘Awf ibn ‘Abd al-Harith al-Zuhri.

Il settimo giorno dalla nascita, Hazrat Abd al-Muttalib celebrò per lui lʿaqīqa e invitò la gente a un banchetto. Dopo il pasto, gli chiesero: «Abd al-Muttalib, quale nome hai dato al bambino per il quale ci hai offerto questo banchetto?»

Egli rispose: «Gli ho dato il nome Muhammad». La gente disse: «Perché gli hai dato un nome diverso da quelli degli altri membri della tua famiglia?»

Abd al-Muttalib rispose: «Desidero che Allah in cielo e le Sue creature sulla terra lodino lui».

L’inizio della vita nella povertà

Hazrat Abdullah era ancora giovane quando si sposò e iniziò anche a dedicarsi al commercio. Fu in quel periodo che morì. Perciò non poté lasciare grandi ricchezze alla sua giovane orfana e a sua moglie. Ibn Sa’d riferisce che lasciò in eredità cinque cammelli, un gregge di capre e una schiava. La schiava era Umm Ayman (ra), che allevò il Profeta (s) con grande affetto. Il suo vero nome era Baraka ed era di origine abissina. In seguito, il Profeta (s) la diede in sposa al suo liberto, Hazrat Zayd ibn Haritha (ra). Da loro nacque Usama ibn Zayd (ra).

Nel Corano viene menzionata così una fase di povertà della sua vita benedetta:

(Arabo*************)

—Ti trovò povero e poi ti rese ricco.

Allattamento al seno

Il Messaggero di Allah, che Allah benedica e gli conceda la pace, per alcuni giorni fu allattato per prima dalla schiava di Abu Lahab, Suwayba. In al-Bukhari e Muslim si legge che fu allattato dal suo stesso latte anche Abu Salama (che Allah sia soddisfatto di lui) [il primo marito di Umm Salama, Madre dei Credenti]. Ibn Sa’d e Ibn Hisham affermano che furono allattati dal suo latte anche Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui) e Abd Allah ibn Jahsh (che Allah sia soddisfatto di lui). Abd Allah ibn Jahsh era fratello di Zaynab, Madre dei Credenti (che Allah sia soddisfatto di lei). Per questo erano fratelli di latte del Profeta (pace su di lui). In ricompensa di questo servizio, dopo che il Profeta (pace su di lui) raggiunse la giovinezza, trattò sempre Suwayba con grande benevolenza. Dopo il suo matrimonio, Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) la onorò, la rispettò e la trattò bene. In seguito Khadija volle comprarla e liberarla, ma Abu Lahab rifiutò. Più tardi fu lui stesso a liberarla. Anche dopo l’Egira, il Profeta (pace su di lui) le mandava vestiti e denaro. Nel settimo anno dell’Egira, dopo aver ricevuto la notizia della sua morte, il Profeta (pace su di lui) chiese notizie di suo figlio Masruh. Anch’egli era fratello di latte del Profeta. Si seppe che era morto anche lui e che non aveva più nessuno al mondo.

Halima Sa’diyya

Era consuetudine delle famiglie nobili della Mecca mandare i propri figli, per essere allattati, presso qualche buona famiglia delle zone desertiche, affinché crescessero in un clima salubre e aperto e imparassero la pura lingua araba. A questo scopo, di tanto in tanto, alcune donne delle tribù delle regioni esterne venivano alla Mecca. Prendevano con sé i figli dei notabili e ricevevano un compenso adeguato. In seguito speravano anche di essere trattate bene. Così, alcuni giorni dopo la nascita del Profeta (pace su di lui), alcune donne di Banu Sa’d ibn Bakr, un ramo della tribù degli Hawazin, vennero alla Mecca per prendere bambini da allattare. Tra loro c’era Halima bint Abi Dhu’ayb, insieme a suo marito Harith ibn Abd Allah. Ibn Hisham riporta il racconto della stessa Halima, la quale dice: «La nostra situazione era davvero penosa. La nostra regione era colpita dalla carestia. Rispetto alle altre donne, la nostra condizione era ancora peggiore. La nostra asina era così debole che rimaneva indietro rispetto alla carovana. Anche la nostra cammella dava pochissimo latte. Nei miei seni c’era così poco latte che non riuscivo a saziare i bambini. Piangevano tutta la notte e noi non riuscivamo a dormire. Quando arrivammo alla Mecca, venimmo a sapere che nessuna donna era disposta a prendere il Profeta (pace su di lui). Ognuna diceva: “È orfano. Se avesse avuto il padre, avremmo potuto sperare in qualche ricompensa. Non si sa se dalla madre vedova e dal nonno riceveremo qualcosa oppure no”».

Halima dice: «Le altre donne avevano preso altri bambini, mentre a me non ne era toccato nemmeno uno. Quando tutti si prepararono a tornare a casa, dissi a mio marito: “Non mi piace l’idea di tornare a mani vuote. Andrò a prendere quel bambino”».

Mio marito disse: «Che male c’è se lo fai? Può darsi che Allah ci benedica per mezzo suo».

Perciò andai a prendere quel bambino, poiché non avevo trovato nessun altro bambino. Poi mi recai nella tenda dove alloggiavamo e misi il bambino al seno. Vidi allora che ne usciva una quantità di latte così abbondante che egli bevve fino a saziarsi, e anche il suo fratello di latte, Abd Allah, bevve a sazietà. Poi mio marito andò a mungere la cammella, ed essa diede così tanto latte che entrambi bevemmo fino a saziarci e trascorremmo la notte comodamente. La mattina seguente mio marito disse: «Per Dio, Halima, hai preso davvero un bambino benedetto!»

Halima continua: «Durante il viaggio di ritorno, la nostra asina era in condizioni tali che cominciò a precedere tutti gli animali da cavalcatura della carovana. Le donne che viaggiavano con me dissero: “Halima, è forse questa la stessa asina sulla quale sei venuta con noi?”»

Risposi: «Sì».

Dissero: «Per Allah! Il suo stato è completamente cambiato».

Hālima racconta: «Quando arrivammo a casa, forse in quel tempo non c’era sulla terra una regione più sterile della nostra. Eppure, ovunque andassero a pascolare, le capre tornavano con la pancia piena d’erba e davano moltissimo latte. Così, giorno dopo giorno, vedevamo sempre più chiaramente la benedizione di quel bambino. Quando, trascorsi due anni, giunse il momento di svezzarlo, il bambino era più sano e più forte dei figli di tutte le altre tribù. Sembrava avere quattro anni. Lo portammo a Mecca, da sua madre. Ma desideravamo che rimanesse ancora per qualche tempo con noi. Dissi a sua madre: “Lasciate che questo mio caro bambino rimanga ancora un po’ con me, affinché cresca ancora e diventi più robusto. Temo che il clima della Mecca possa nuocere alla sua salute”.

In breve, insistetti tanto che ella acconsentì a rimandarlo con me. Ibn Saʿd dice che così il Profeta rimase ancora per altri due anni presso Hālima.

La spaccatura del petto

Hālima racconta: «Erano trascorsi due o tre mesi dal nostro ritorno a casa. Un giorno il bambino si trovava, insieme al suo fratello di latte, dietro casa nostra, presso il nostro gregge di capre. Improvvisamente suo fratello di latte arrivò correndo e disse: “Due uomini vestiti di bianco hanno preso il mio fratello qurayshita e gli hanno squarciato il ventre!”. Io e mio marito corremmo lì e vedemmo il bambino in piedi, con il volto diventato pallido. Suo padre lo abbracciò e disse: “Figlio mio, che cosa ti è successo?”. Egli rispose: “Sono venuti due uomini vestiti di bianco, mi hanno fatto sdraiare e mi hanno squarciato il ventre. Poi hanno estratto qualcosa da dentro e l’hanno gettata via, quindi hanno ricomposto il ventre come prima”. Secondo un’altra narrazione, dissero: “Continuavano a cercare qualcosa nel mio ventre. Non so che cosa fosse”. [È da notare che l’episodio della spaccatura del petto è un mistero di Dio che l’uomo non può svelare. Ai profeti (su di loro la pace) sono accaduti innumerevoli eventi prodigiosi di questo genere, dei quali non è possibile fornire alcuna spiegazione o analisi. Tuttavia, il fatto di non conoscerne la spiegazione non costituisce una ragione valida per negarli: l’autore.]»

Hālima racconta: «Dopo averlo riportato a casa, mio marito mi disse: “Hālima, temo che possa accadergli qualcosa. Sarebbe meglio ricondurlo dalla sua famiglia”. Perciò lo portammo a Mecca, da sua madre.

Sua madre disse: “Che cosa è successo, nutrice? Perché lo hai riportato? Volevi tenerlo con te”. Risposi: “Dio ha fatto crescere il bambino e ho assolto completamente il compito che mi era stato affidato. Ora temo che possa accadergli qualche disgrazia”.

Bibi Amina disse: «Dimmi qual è la verità».

Insistendo, Halima le raccontò l’intera vicenda.

Bibi Amina disse: «Temi forse Satana per questo bambino?»

Halima disse: «Sì».

Bibi Amina disse: «Giuro su Dio, la via di Satana non è aperta per lui; questo mio bambino è dotato di una grandissima dignità».

Poi Bibi Amina le raccontò le condizioni durante la gravidanza e al momento della nascita.

Grazie alla permanenza del Santo Profeta nel deserto durante l’infanzia, la sua lingua araba divenne estremamente pura. Infatti era un Qurayshita e trascorse la sua infanzia tra i Banu Sa’d, la cui lingua era un arabo puro. Per questo il Profeta disse: (in arabo****************)

—Conosco l’arabo meglio di tutti voi. Sono un Qurayshita e ho trascorso il periodo dell’allattamento presso la famiglia dei Banu Sa’d ibn Bakr.

Come nel caso di Suwayba, il Profeta (s) trattava sempre Halima con grandissimo affetto e benevolenza. Una volta, dopo il matrimonio del Profeta (s) con Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei), ella (la signora Halima) venne e disse: «Nella nostra regione c’è stata una terribile carestia e tutto il bestiame domestico è morto».

Dopo aver ascoltato le sue parole, il Profeta (s) le donò quaranta capre e un carico di merci trasportato da un cammello. Ibn Sa‘d, citando la narrazione di Muhammad ibn al-Munqadir, dice che una donna chiese il permesso di presentarsi al cospetto del Profeta (s): era colei che lo aveva allattato durante l’infanzia. Quando arrivò, il Profeta (s), dicendo ripetutamente: «Madre, venite, venite», stese il proprio mantello e la fece sedere.

Al momento della conquista della Mecca, la sorella di Halima si presentò al servizio del Profeta e gli annunciò la morte di Halima. Udendo la notizia, dagli occhi del Profeta (s) cominciarono a scorrere le lacrime. Poi il Profeta (s) le donò duecento dirham, abiti, un fagotto e un cammello con la sua sella. Tra coloro che furono fatti prigionieri nella battaglia di Hunayn vi era anche Shayma, la figlia di Halima, che durante l’infanzia del Profeta (s) lo portava in braccio con sé. Quando la vide, il Profeta (s) la riconobbe, la trattò con affetto e, in segno d’onore, la rimandò presso la sua famiglia. Quando la delegazione di Hawazin implorò la clemenza del Profeta (s), dicendo: «Tra questi prigionieri vi sono le vostre zie e le vostre madri di latte», il Profeta (s) disse: «Rinuncio a tutto ciò che spetta a me e ai Banu Abd al-Muttalib». Così furono liberati seimila prigionieri; il valore dei beni loro restituiti ammontava a cinquanta crore di dirham. Dopo il Profeta (s), anche Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) e Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) si prendevano particolarmente cura di questa famiglia e la trattavano con benevolenza e rispetto.

La morte della madre del Profeta

Ibn Sa‘d e Ibn Ishaq dicono che il Profeta Muhammad (s) aveva sei anni, mentre secondo Ibn Hazm e Ibn al-Qayyim [riguardo alla signora Halima, Ibn Kathir dice che ella morì prima della profezia del Profeta Muhammad (s). Tuttavia Ibn al-Barr, citando nell’Isti‘ab la narrazione di ‘Ata ibn Yasar, dice che, quando Halima, la madre di latte del Profeta (s), si recò al suo cospetto durante la battaglia di Hunayn, il Profeta (s) si alzò non appena la vide, stese il proprio mantello e la fece sedere. Ibn al-Barr dice inoltre che la venerabile Halima (che Allah sia soddisfatto di lei) trasmise hadith dal Profeta (s) e che ‘Abdullah ibn Ja‘far riferì da lei. Hafiz Abu Ya‘la e Ibn Hibban hanno registrato la narrazione della venerabile Halima sulla base dell’autorità di ‘Abdullah ibn Ja‘far (che Allah sia soddisfatto di lui). Hafiz Ibn Hajar, nell’Iṣāba, citando Ibn Ishaq a proposito del marito di Halima, dice che egli venne alla Mecca e abbracciò l’Islam al cospetto del Profeta (s). Ibn Sa‘d, invece, dice che si trattava di ‘Abdullah, figlio di Harith, fratello di latte del Profeta. Ibn Hajar menziona nell’Iṣāba che Shayma aveva abbracciato l’Islam — l’autore.] quando compì sette anni, la signora Amina si recò a Medina insieme a Umm Ayman e al piccolo Muhammad, con l’intenzione di visitare i parenti della bisnonna del Profeta (la madre di Abd al-Muttalib), i Banu ‘Adi ibn al-Najjar, e vi soggiornò per circa un mese. Ella mostrò al piccolo Muhammad il luogo in cui era morto suo padre e gli indicò anche il luogo in cui era stato sepolto. In seguito, il piccolo Muhammad (s) ricordò bene l’episodio di quel viaggio. Dopo l’Egira, quando si recò a Medina, raccontava ai suoi compagni questo episodio della sua infanzia con sua madre. Non appena vide la fortificazione dei Banu ‘Adi ibn al-Najjar, la riconobbe. Diceva: «Qui giocavo con una bambina ansarita di nome Unaysa. Insieme ai ragazzi della famiglia materna di mio nonno, facevo volare gli uccelli che venivano a posarsi qui».

Vedendo Dar al-Nabigha, disse: «Qui scesi con mia madre, ed è proprio in questa casa che fu sepolto mio padre. Ero solito nuotare nelle sorgenti dei Banu ‘Adi ibn al-Najjar».

Poi, quando sua madre partì per la Mecca portando con sé il Profeta (s) e giunse in un luogo chiamato Abwa, ella morì e fu sepolta proprio lì. Umm Ayman raggiunse la Mecca portando con sé il Profeta (s). Ibn Sa‘d dice che anche il luogo in cui era stata sepolta la madre del Profeta era rimasto impresso nella sua memoria. Perciò, durante la marcia verso Hudaybiyya, quando passò sopra Abwa, disse: (Arabo***********************)

Allah concesse a Muhammad (s) il permesso di visitare la tomba di sua madre. Allora egli (il Profeta (s)) vi si recò, sistemò la tomba e scoppiò a piangere. Vedendolo piangere, anche i musulmani scoppiarono in lacrime. Gli fu chiesto: «Non siete forse voi ad aver proibito di piangere?». Egli rispose: (Arabo******************)

—Mi tornarono alla mente la sua bontà, il suo affetto e la sua tenerezza, e scoppiai a piangere.

In diversi hadith si narra che il Profeta (s) si recò alla tomba della propria madre e scoppiò a piangere. Questi racconti sono riferiti da Hazrat Burayda (ra), Hazrat Abd Allah ibn Mas‘ud (ra) e Hazrat Abu Hurayra nel Musnad di Ahmad, nel Bayhaqi e nel Tabaqat di Ibn Sa‘d.

sotto la tutela di Abd al-Muttalib

Dopo la morte di Bibi Amina, il nonno del Profeta (s), Abd al-Muttalib, lo tenne presso di sé e lo amò più di tutti gli altri. Per questo lo teneva sempre vicino, lo faceva sedere accanto a sé e, ogni volta che lo desiderava, andava da lui, sia che fosse solo sia che stesse dormendo. Per timore di lui, gli altri figli non osavano fare altrettanto. Abd al-Muttalib non mangiava se egli non sedeva al suo fianco e talvolta, durante i pasti, lo prendeva in grembo. All’ombra della parete della Ka‘ba veniva preparato per lui un giaciglio; in segno di rispetto, nessun altro figlio vi si sedeva, ma si sedevano tutt’intorno. Il robusto fanciullo Muhammad (s) andava direttamente a sedersi su quel giaciglio. Quando suo zio gli chiedeva di alzarsi, Abd al-Muttalib diceva: «Lasciate stare il mio tesoro. Per Dio, egli ha una dignità tutta particolare. È lecito sperare che raggiunga una dignità quale nessun arabo ha mai raggiunto prima di lui».

Secondo alcune narrazioni, Abd al-Muttalib diceva: «Ha un portamento davvero regale». Poi faceva sedere vicino a sé il bambino Muhammad, gli accarezzava la schiena e la testa, lo baciava sul volto e provava grande gioia osservando i suoi movimenti.

Ibn Sa‘d afferma che gli appartenenti alla tribù dei Banu Mudlij sapevano predire il futuro di una persona osservandone il volto e la costituzione fisica. Dissero ad Abd al-Muttalib: «Prenditi cura di questo bambino in modo particolare, perché non abbiamo mai visto un’impronta simile a quella di questo bambino, come non abbiamo mai visto un’impronta simile a quella di Hazrat Ibrahim (as) sul Maqam Ibrahim».

In quel momento era presente Abu Talib. Abd al-Muttalib gli disse: «Ascolta attentamente ciò che stanno dicendo e proteggilo».

Tuttavia, il piccolo Muhammad (s) non poté godere a lungo dell’affetto e della tenerezza del nonno. Quando compì otto anni, il nonno morì. Ibn Sa‘d e Hafiz Sakhawi riportano questa narrazione di Umm Ayman. Umm Ayman disse: «Al momento della morte di Abd al-Muttalib, il Profeta (s) stava piangendo in piedi accanto al suo capezzale».

In seguito, quando al Profeta (s) fu chiesto: «Ricorda la morte di tuo nonno?», egli rispose: «Sì, allora avevo otto anni».

Sotto la tutela di Hadrat Abu Talib]ৎ

Dopo la morte di Abdul Muttalib, secondo alcune narrazioni Hadrat Abu Talib assunse, conformemente alle sue ultime volontà, la responsabilità di allevare il Profeta; secondo altre, lo fece di propria iniziativa. Il suo vero nome era Abd Manaf. Tuttavia, poiché il suo figlio maggiore si chiamava Talib, la sua kunya Abu Talib divenne così famosa che il suo vero nome cadde nell’oblio. Talib aveva la stessa età del Profeta (s) e tra i due vi era un profondo affetto. Quando i Quraysh costrinsero i Banu Hashim a partecipare alla spedizione per la battaglia di Badr, anche Talib si trovava tra loro. Non partecipò alla battaglia, il suo nome non figurava neppure nell’elenco dei caduti e non fece ritorno alla Mecca. Non se ne ebbe più alcuna notizia.

Abu Talib era lo zio paterno del Profeta (s). Amava suo nipote più dei propri figli. Lo faceva dormire accanto a sé e lo portava con sé ovunque andasse. All’ora dei pasti, gli altri iniziavano a mangiare solo quando egli (il Profeta Muhammad) arrivava e si univa a loro. Waqidi riferisce, citando diverse fonti, che quando i familiari di Abu Talib mangiavano senza il Profeta Muhammad (s), sia che mangiassero da soli sia tutti insieme, nessuno riusciva a saziarsi. Ma quando il Profeta Muhammad mangiava con loro, dopo essersi saziati, avanzava del cibo. Notando questa sua benedizione, Abu Talib stabilì questa consuetudine: quando si sedevano a mangiare, diceva: «Aspettate, lasciate che arrivi il mio ragazzo». Poi, quando arrivava il Profeta (s), tutti cominciavano a mangiare. Abu Talib diceva: «Figlio mio, tu sei davvero benedetto», cioè dotato di baraka. Quando, seduti a mangiare, i bambini cominciavano, secondo la loro abitudine, a contendersi il cibo, il Profeta (s) restava seduto con le mani ritirate. Vedendo ciò, Abu Talib faceva preparare una porzione separata per lui e una separata per sé. Si stendeva una stuoia e nessun altro vi si sedeva; soltanto il Profeta (s) sedeva accanto a lui. Abu Talib diceva: «Giuro sul Signore della Rabi’a, la dignità di capo si addice a questo mio ragazzo».

Il pascolo delle capre del Profeta

Probabilmente si tratta del periodo in cui, vedendo le difficoltà economiche dello zio e, insieme a esse, la sua numerosa famiglia, il Profeta avrà pensato di guadagnare qualcosa da sé. Durante l’infanzia, mentre viveva nella casa della sua nutrice, pascolava le capre della famiglia insieme ai suoi fratelli e sorelle di latte. Dopo aver raggiunto la maturità, iniziò a svolgere questo lavoro a pagamento alla Mecca. In un hadith trasmesso da Ubayd ibn Umayr si narra che il Profeta (s) disse: «Non vi fu profeta che non abbia pascolato le capre». La gente chiese: «Anche tu hai pascolato le capre?». Egli rispose: «Sì».

Nel Kitab al-Ijara di Bukhari si trova una narrazione di Hadrat Abu Hurayra (ra). In risposta a questa domanda, il Profeta (s) disse: «Pascolavo le capre degli abitanti della Mecca in cambio di alcuni qararit». [Ibn Majah riferisce, tramite Suwayn ibn Sa’id, che a questo proposito le parole del Profeta (s) furono:

(Arabo*************)

—Pascolavo le capre degli abitanti della Mecca in cambio di alcuni qarāṭ. Questa narrazione di al-Bukhārī dà il significato che il Profeta (S) pascolasse le capre degli abitanti della Mecca in cambio di un compenso. Ma Ibrāhīm al-Ḥarbī sostiene che qarāṭ non indichi una somma di denaro o una ricchezza, bensì il nome di un luogo vicino ad Ajyād dove il Profeta pascolava le capre. Questa opinione è stata sostenuta da Ibn al-Jawzī e dall’Allāma al-ʿAynī. Tuttavia, innanzitutto, nella geografia della Mecca non è attestato alcun luogo chiamato Qarāṭ. In secondo luogo, pascolare le capre dietro compenso non è affatto qualcosa di biasimevole, tanto da dover ricorrere a simili interpretazioni per liberare il Profeta (S) da questa presunta colpa. —L’autore.

Il plurale di qīrāṭ è qarāriṭ (si chiama qīrāṭ un decimo o un ventesimo di un dīnār). Abū Salama ibn ʿAbd al-Raḥmān racconta: una volta alcune persone attraversavano, insieme al Profeta (S), un boschetto di alberi di pilū. Allora il Profeta (S) disse: «Raccogliete i frutti che sono diventati neri». A quei tempi, quando pascolavo le capre, raccoglievo quei frutti (Ibn Saʿd, Londra, pp. 79–80).

La manifestazione della straordinaria personalità del Profeta già nella prima infanzia

Dagli episodi narrati, avvenuti dalla nascita del Profeta fino all’età di dieci o dodici anni, risulta chiaramente che tutti coloro che entrarono in contatto con lui si convinsero profondamente che, pur essendo nato tra loro, possedeva una personalità straordinaria. Non solo attraverso di lui si manifestavano forme diverse di benedizione, ma anche la sua indole e il suo carattere erano completamente diversi da quelli degli altri bambini. La sua straordinaria personalità traspariva persino dal suo volto e dai suoi lineamenti.

Al-Bayhaqī e Ibn Jarīr citano una narrazione di ʿAlī (RA) secondo la quale il Profeta (S) disse: «Non più di due volte nacque in me il desiderio di compiere quelle azioni che la gente compiva nell’epoca dell’ignoranza; ed entrambe le volte il Dio Altissimo mi protesse dal compierle. Dopo di allora, non sorse più in me alcun pensiero di quel genere. Un giorno dissi ai ragazzi che pascolavano le capre con me: “Sorvegliate per un po’ le mie capre; andrò alla Mecca e parteciperò di notte a quei divertimenti ai quali partecipano gli altri ragazzi”. Essi accettarono e mi incamminai verso la città. Giunto alla prima casa, udii il frastuono di canti e strumenti musicali. Chiesi: “Che cosa sta succedendo?”. La gente rispose: “Il tale e la tale si stanno sposando”. Mi sedetti, ma subito fui preso da un sonno così profondo che si fece giorno e mi svegliai solo quando il calore del sole mi colpì».

«Un altro giorno, quando dissi ai miei compagni la stessa cosa, essi accettarono. Entrai quindi alla Mecca e vidi che c’erano ancora canti e strumenti musicali. Mi sedetti e anche quel giorno fui sopraffatto dal sonno, dormendo fino al mattino. Andai dai miei compagni e dissi loro che anche quel giorno non avevo visto nulla. Da allora non provai più alcun interesse per cose di questo genere». Ibn Saʿd, riferendosi a Umm Ayman, racconta che c’era un idolo chiamato Buwāna, che i Quraysh andavano a visitare e presso il quale offrivano voti. Anche Abū Ṭālib vi si recava con i membri della sua famiglia a questo scopo. Al giovane Muḥammad veniva chiesto di andarvi con loro. Ogni anno, però, nasceva la stessa disputa: Muḥammad (S) rifiutava di andare e gli zii e le zie paterne si adiravano moltissimo. Una volta, esasperato dai rimproveri e dalle reprimende degli anziani della casa, durante quella festa il Profeta Muḥammad (S) scomparve per molte ore senza che si sapesse dove fosse. Tutti in casa divennero inquieti per lui. Quando tornò, appariva estremamente spaventato e il suo volto era impallidito. Le zie paterne lo abbracciarono e gli chiesero: «Figlio mio, che cosa ti è successo?». Egli rispose: «Temo che mi sia accaduto qualcosa». Le zie dissero: «Allah non permetterà mai che Satana ti faccia del male, poiché possiedi queste qualità». Egli disse: «Ogni volta che mi avvicino a una delle statue di questo santuario degli idoli, mi sembra di vedere un uomo alto, dalla carnagione chiara, in piedi, che dice: “Muḥammad, stai lontano; non toccarla”». Umm Ayman racconta che da allora egli non partecipò mai più a quella festa.

Ibn Hishām, riferendosi a Ibn Isḥāq, racconta che a Mecca viveva e viaggiava un uomo esperto nella fisiognomica (PHYSIOGNOMIST), appartenente alla tribù di Liḥyāb, un ramo degli Azd Shanuʾa. Ogni volta che veniva, gli abitanti dei Quraysh portavano da lui i loro figli, affinché, grazie alla sua arte, dicesse qualcosa su di loro. Una volta, quando arrivò, Abū Ṭālib condusse da lui il Profeta (S) insieme agli altri suoi figli. Dopo averlo visto, l’uomo si mise a occuparsi di altro. Terminato il lavoro, disse: «Dov’è il ragazzo che ho visto poco fa? Portatemelo». Quando Abū Ṭālib vide quanto quell’uomo fosse ansioso di rivedere il giovane Muḥammad, lo portò altrove e lo tenne lontano da lui. L’uomo disse: «Portatemelo; per Dio, diventerà un grandissimo uomo».

Muḥammad ibn Isḥāq racconta che il Profeta (S) disse: «Un giorno, mentre giocavo con i ragazzi dei Quraysh, stavo trasportando questa pietra. Tutti i ragazzi, per trasportare le pietre, si erano tolti l’izar, se lo erano legato al collo e per questo erano rimasti nudi. Non appena feci anch’io la stessa cosa, ricevetti improvvisamente un colpo e qualcuno mi disse: “Legati l’izar”. Così mi legai l’izar».

Così il profeta Muhammad fu preservato dalla nudità già durante l’infanzia. Un episodio esattamente simile si verificò nel trentacinquesimo anno dell’Elefante (quando il Profeta aveva trentacinque anni e mancavano appena cinque anni alla sua investitura profetica), quando i Quraysh iniziarono nuovamente i lavori di ricostruzione della Kaaba. In quell’occasione tutti i Quraysh si tolsero gli izar, li legarono intorno al collo e trasportarono pietre. Tra loro, giovani, adulti e anziani, nessuno provava alcun senso di vergogna per la nudità. Anche Hadrat Abbas (ra) disse al giovane Muhammad (s) di fare lo stesso. Non appena egli tentò di farlo, svenne e il suo sguardo si rivolse verso il cielo. Quando riprese conoscenza, disse: «Dov’è il mio izar?». Allora gli fecero indossare l’izar ed egli si alzò. Questo episodio è stato riferito da Bukhari e Muslim sulla base della narrazione di Hadrat Jabir ibn Abdullah. Abd al-Razzaq, Tabarani e Hakim riferiscono, citando Abu Tufayl, che una voce proveniente dall’invisibile disse: «O Muhammad, copri la tua nudità». Tuttavia, dalla narrazione non si dimostra che il Profeta (s) fosse rimasto completamente nudo. Egli svenne prima di togliersi l’izar e di restare nudo.

Avversione per l’idolatria

Fin dall’infanzia provava una profonda avversione per lo shirk, l’idolatria, le sue manifestazioni e le pratiche ad essa connesse. Anche durante la vita precedente alla profezia, la sua impurità non riuscì a toccarlo. Nel Sahih di Bukhari, nel capitolo Abwab al-Manaqib, sotto il titolo «Zayd ibn Amr ibn Nufayl», è riportato un hadith di Hadrat Abdullah ibn Umar (ra).

Vi si afferma che, una volta, quando al Profeta (s) fu offerto del cibo consacrato agli idoli e della carne di animali sacrificati in loro onore, egli rifiutò di mangiarli. Nel Musnad di Ahmad, Urwah ibn al-Zubayr riferisce: «Un vicino di Hadrat Khadija (ra) mi disse: Ho sentito il Profeta dire rivolgendosi a Hadrat Khadija (ra):

(Arabo******************)

«O Khadija. Per Dio, non adorerò mai Lat e Manat. Per Dio, non adorerò mai loro.»

Khadija (ra) rispose: «Lasci stare Lat e lasci stare Manat.»

Dopo aver riferito questo episodio, quel vicino disse a Hadrat Urwah che i Quraysh adoravano questi due idoli prima di andare a dormire la notte. Probabilmente si tratta di un episodio risalente agli inizi della vita coniugale del Profeta (s).

Il viaggio in Siria e l’episodio dell’eremita Bahira

Una volta Abu Talib partì con una carovana commerciale per recarsi in Siria. Il Profeta (s) aveva allora dodici anni. Quando Abu Talib si mise in viaggio, il Profeta (s) lo abbracciò e, secondo la narrazione di Ibn Saʿd, disse: «Caro zio, a chi mi lasci? Io non ho né padre né madre che si prendano cura di me».

A queste parole il cuore di Abu Talib si intenerì ed egli disse: «Per Dio, non lo lascerò indietro e non mi separerò da lui. Verrà con me».

Quando la carovana giunse a Busra, in Siria, e si fermò vicino alla chiesa dell’eremita Bahira, questi uscì dalla chiesa, contrariamente alla sua abitudine. Infatti, non era mai uscito dalla chiesa per accogliere una carovana. Preparò del cibo per l’intera carovana e invitò tutti a mangiare. Tutti i membri della carovana andarono a mangiare. Soltanto Muhammad (s), essendo molto giovane, fu lasciato nell’accampamento. Bahira domandò:

«Sono venuti tutti?»

Essi risposero: «Abbiamo lasciato nell’accampamento soltanto un ragazzo molto giovane, affinché sorvegliasse i bagagli».

Bahira disse: «No, chiamate anche lui».

Uno dei Quraysh disse: «Per laot e al-ʿUzzā, sarebbe davvero sconveniente per noi se Muhammad (s) non partecipasse al pasto con noi». Poi andò a prendere Muhammad (s) e lo condusse da loro.

Dopo averlo fatto venire, Bahira cominciò a osservarlo con grande attenzione e a esaminare il suo volto e i suoi lineamenti.

Dopo il pasto, Bahira si avvicinò al giovane Muhammad (s) e gli chiese: «O ragazzo, ti scongiuro per al-Lāt e al-ʿUzzā: rispondi esattamente a ciò che ti chiederò».

Il Profeta (s) disse: «Non giurare per al-Lāt e al-ʿUzzā. Non provo per loro un’avversione maggiore di quella che provo per qualsiasi altra cosa».

Egli disse: «Va bene, allora, per amor di Allah, rispondimi a ciò che ti chiederò».

Il Profeta (s) disse: «Chiedimi ciò che vuoi».

Poi Bahira lo interrogò sulle sue condizioni, sul suo sonno, sulla sua costituzione fisica e su altre questioni, e il Profeta (s) continuò a rispondere. Quindi Bahira gli girò intorno e ne esaminò il corpo. Poi chiese ad Abu Talib: «Che rapporto hai con questo ragazzo?». Abu Talib rispose: «È mio figlio».

Bahira: «Suo padre non può essere vivo».

Abu Talib: «È mio nipote».

Bahira: Che ne è stato di suo padre?

Abu Talib: Suo padre è morto mentre egli era ancora nel grembo materno.

Bahira: Hai detto proprio bene. Riporta a casa tuo nipote. Proteggilo dagli ebrei. Per Allah, se lo vedessero e riconoscessero in lui quei segni che io ho riconosciuto, gli farebbero certamente del male. Tuo nipote, infatti, sarà una persona di grande importanza.

Pertanto Abu Talib concluse al più presto i suoi affari commerciali e fece ritorno in patria con il Profeta (pace e benedizioni su di lui).

Attorno a questo episodio gli orientalisti hanno costruito molti castelli di fantasie irreali e hanno considerato le profonde parole di sapienza pronunciate dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) dopo aver ricevuto la profezia come informazioni da lui apprese dagli asceti cristiani. Inoltre, anche alcune nostre narrazioni danno forza a certe di queste fantasie. Se un asceta, sviluppando attraverso la pratica spirituale le proprie facoltà interiori, vedesse alcuni straordinari segni di benedizione e percepisse che in quella carovana vi era una personalità eminente, e poi, dopo aver visto il Profeta (pace e benedizioni su di lui), constatasse che la sua intuizione era vera, non vi sarebbe nulla di sorprendente. Inoltre, considerando che gli ebrei sono un popolo incline all’ostilità e che potrebbero ritenere pericolosa per sé la comparsa di una grande personalità tra gli ummi dell’Arabia e tentare di nuocerle, egli potrebbe aver consigliato ad Abu Talib di proteggerlo da loro. Non è però accettabile che egli avesse ritenuto che proprio lui fosse il profeta futuro la cui venuta era stata annunciata nei libri precedenti. Dalle profezie si sapeva certamente che sarebbe venuto un profeta e che il suo nome sarebbe stato Muhammad; non era però possibile sapere con certezza che quel profeta fosse proprio il ragazzo Muhammad (pace e benedizioni su di lui).

Esaminiamo nel loro insieme le narrazioni che i muhaddith e i biografi hanno registrato a questo proposito. Tirmidhi, Bayhaqi, Ibn Asakir, Hakim, Abu Nu’aym, Abu Bakr al-Khara’iti e Ibn Abi Shaybah hanno riportato da Abu Musa al-Ash’ari che Bahira prese la mano del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e disse: «Egli è il Sayyid al-Mursalin, egli è il Sayyid al-‘Alamin. Allah l’Altissimo lo invierà presto come Rahmat li-l-‘Alamin».

Gli fu chiesto (secondo la narrazione di alcuni muhaddith, tra cui Tirmidhi, furono i capi dei Quraysh a chiederglielo): «Da dove hai appreso tutto questo?»

Bahira disse: «Quando venivate verso di noi, gli alberi, le piante, le colline e le montagne erano prostrati. E nessuno si prostra davanti ad alcuno se non davanti a un profeta. Inoltre ho potuto vedere e riconoscere il sigillo della profezia che si trova sulla sua schiena, tra le due spalle. Ne troviamo menzione anche nei nostri libri».

Poi Bahira disse ad Abu Talib: «C’è il rischio che gli ebrei gli facciano del male. Perciò riportalo indietro». Nella narrazione trasmessa da Ibn Abi Shayba da Abu Musa al-Ash‘ari si riferisce che, quando il Profeta (s) si stava dirigendo verso la chiesa, una nube lo proteggeva con la sua ombra. Si narra anche che, su insistenza di Bahira, Abu Talib mandò il Profeta (s) alla Mecca insieme ad Abu Bakr (ra) e Bilal (ra). Eppure Abu Bakr (ra) aveva allora dieci anni e Bilal era ancora più giovane. In secondo luogo, è assai strano che Bilal fosse stato mandato con lui, poiché a quel tempo non aveva alcun legame con i Banu Abd al-Muttalib, tale che Abu Talib potesse servirsi dei suoi servigi. È stato inoltre detto che, durante quel viaggio, sette Romani partirono con l’intenzione di uccidere il Profeta (s) e giunsero alla chiesa di Bahira. Bahira domandò: «Perché siete venuti?». Risposero: «Abbiamo saputo che questo profeta sarebbe venuto da queste parti in questo mese. Perciò sono state inviate persone in ogni direzione e noi siamo venuti qui». Bahira disse: «Pensate forse che qualcuno possa ostacolare ciò che Allah ha decretato?». Risposero: «No». Poi rinunciarono al loro intento.

Tutto ciò significherebbe che, quando aveva dodici anni, il Profeta stesso (s), i Quraysh e persino la classe dirigente di Roma sapevano già che il ragazzo Muhammad sarebbe diventato un profeta.

Hafiz Ibn Hajar afferma nell’opera al-Iṣāba, citando Sharaf al-Muṣṭafā di Abu Sa‘id al-Naysaburi, che tredici anni dopo questo episodio, quando Muhammad (s) si recò nello Shām con le merci commerciali di Khadija (ra), incontrò Bahira per la seconda volta. Questa volta egli disse:

«Attesto che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah. E attesto che tu sei il Messaggero di Allah, il Profeta ummī del quale ‘Isa ibn Maryam aveva annunciato la venuta».

Sulla base di ciò, Ibn Mandah e Abu Nu‘aym hanno annoverato Bahira tra i Compagni. Hafiz al-Dhahabi ha detto in Tajrid al-Sahaba che Bahira aveva creduto in lui prima dell’avvento del Profeta.

Riguardo al secondo viaggio nello Shām, è stato detto anche che, a Bostra, il Profeta (s) si fermò sotto un albero vicino alla chiesa dell’eremita Nestorio. Nestorio uscì e chiese a Maysara, compagno del Profeta (s), chi fosse colui che si trovava sotto l’albero. Egli rispose: «Un uomo dei Quraysh, abitante del Santuario». Waqidi e Ibn Ishaq riferiscono che Nestorio disse allora: «Dopo ‘Isa (a), per duecento anni nessuno si è fermato qui, se non un profeta». Abu Sa‘id aggiunge in Sharaf al-Muṣṭafā che Nestorio si avvicinò poi al Profeta (s), gli baciò la testa e i piedi e disse: «Attesto che tu sei il Messaggero di Allah, il Profeta ummī del quale ‘Isa (a) aveva annunciato la venuta, dicendo: “Dopo di me, sotto questo albero non si fermerà nessuno, se non un profeta ummī, hascemita, arabo e meccano, detentore del Bacino e dell’intercessione e portatore dello stendardo della lode”».

Maysara ricordò quelle parole. Poi il Profeta (s) si recò al mercato di Bostra per comprare e vendere. In quell’occasione ebbe una divergenza con un uomo riguardo al prezzo di una merce. Questi gli disse: «Giura per Lat e Manat». Il Profeta (s) rispose: «Non ho mai giurato per loro». Allora l’uomo disse: «Accetto la tua parola». Poi chiamò Maysara in disparte e gli disse: «Questi è un profeta. Per Colui nelle cui mani è la mia vita, questi è il profeta del quale i nostri sacerdoti trovano menzione nei loro libri». Anche Maysara ricordò queste parole.

Abu Nu‘aym riferisce che, durante questo viaggio, Maysara vide due angeli fare ombra al Profeta (s). Quando la carovana giunse alla Mecca, era mezzogiorno. Khadija (ra) si trovava allora nella sua loggia. Anch’ella vide il Profeta (s) sul dorso del cammello, con due angeli che gli facevano ombra. Oltre ad Abu Nu‘aym, altri riferiscono che Khadija (ra) mostrò quella scena anche alle altre donne che erano con lei, ed esse rimasero meravigliate. Poi Maysara si recò da Khadija (ra) e le raccontò ciò che aveva visto: riferì quanto aveva detto Nestorio e anche l’episodio avvenuto con un mercante dello Shām. Se si accettano queste narrazioni, il loro significato sarebbe che, quindici anni prima, Muhammad (s) aveva appreso che sarebbe diventato un profeta. Maysara, Khadija (ra) e molte delle donne dei Quraysh sedute con lei ne erano anch’esse a conoscenza. Inoltre, anche coloro che avevano viaggiato nello Shām con la carovana dei Quraysh insieme a Muhammad (s), nonché gli abitanti della Mecca, erano informati del fatto che un angelo gli aveva fatto ombra. Infatti, se Maysara, Khadija (ra) e le donne che erano con lei avevano visto quella scena, come avrebbe potuto rimanere nascosta agli altri?

Sebbene queste parole siano state trascritte sulla base delle narrazioni di saggi eruditi, tuttavia, per diverse ragioni, non sono accettabili. Primo: sono chiaramente contrarie al Corano, nel quale, rivolgendosi al Profeta, è detto: (Arabo****************)

-Non avresti mai sperato che il Libro ti fosse rivelato (al-Qasas: 86)

(Arabo**********************)

Tu non sapevi che cosa fosse il Libro, né sapevi che cosa fosse la fede (ash-Shura: 52).

I due versetti sopra citati costituiscono una prova inconfutabile del fatto che, prima di essere investito della dignità profetica, egli era del tutto inconsapevole che sarebbe stato fatto profeta. Se avesse saputo già all’età di dodici anni che ciò sarebbe accaduto e tale certezza gli fosse stata nuovamente confermata all’età di venticinque anni, non vi sarebbe stata alcuna ragione perché non sperasse che il Libro gli venisse rivelato. Inoltre, come avrebbe potuto cancellare dalla mente il fatto che un giorno avrebbe dovuto invitare la gente ad abbracciare la fede?

Oltre al Nobile Corano, queste narrazioni sono altresì contrarie a quelle autentiche tramandate riguardo al momento in cui la prima rivelazione fu fatta scendere sul Profeta (s), nonché riguardo al suo stato fisico e mentale e alle sue conversazioni con Khadija (ra). Come avrebbe potuto trovarsi nella condizione in cui si trovò allora, se avesse saputo fin dall’età di venticinque anni che sarebbe diventato profeta? In tal caso, la rivelazione sarebbe giunta esattamente secondo le sue aspettative. Inoltre, dopo aver ascoltato da Khadija (ra) il racconto dell’episodio di Hira, egli non avrebbe potuto dire ciò che disse, se avesse saputo per quindici anni che sarebbe diventato profeta. Avrebbe detto soltanto: «È accaduto proprio ciò che mi aspettavo».

Allo stesso modo, queste narrazioni sono contrarie all’intera storia presentata alla Mecca dopo la proclamazione della sua profezia, secondo l’insieme delle numerose narrazioni tramandate ripetutamente. Se gli abitanti della Mecca avessero saputo per trentun anni che egli, Muhammad (s), sarebbe diventato profeta, la proclamazione della sua profezia non sarebbe stata contraria alle loro aspettative e la loro reazione sarebbe stata completamente diversa da quella che ebbero di fronte a un evento inatteso.

La guerra di Fijar

Ora torniamo nuovamente agli eventi storici.

Ibn Hisham afferma che la guerra di Fijar ebbe luogo quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva quattordici o quindici anni. [Secondo le narrazioni di ‘Iqd al-Farid, al-Aghani e al-Jawhari, prima di allora si erano già svolte tre guerre di Fijar. Il venerabile Profeta (pace e benedizioni su di lui) partecipò alla quarta guerra di Fijar. Ibn Sa‘d afferma che questa guerra ebbe luogo nell’Anno dell’Elefante. Al-Jawhari scrive nel suo Sahih che i Quraysh chiamarono questa guerra Fijar perché ebbe luogo durante un mese sacro. Poiché combattere durante un mese sacro è un peccato, i Quraysh dissero: «Abbiamo commesso un peccato». Per questo motivo, queste quattro guerre, svoltesi durante i mesi sacri, furono tutte chiamate «Guerre di Fijar» — l’Autore.]

Ibn Ishaq, Ibn Sa‘d, al-Baladhuri e Ibn Jarir al-Tabari affermano che questa guerra ebbe luogo nel ventesimo anno dell’Anno dell’Elefante. [L’Anno dell’Elefante è l’anno in cui Abraha attaccò la Mecca. Fu un evento così straordinario che gli Arabi cominciarono a calcolare gli anni e le date a partire da quell’anno — l’Autore.]

Secondo questo calcolo, l’età del venerabile Profeta (pace e benedizioni su di lui) dovrebbe essere stata di vent’anni. In questa guerra, da una parte vi erano i Banu Kinana, tra i quali erano compresi anche i Quraysh, e dall’altra Qays ‘Aylan, che comprendeva i Thaqif, gli Hawazin e altri. La causa della guerra fu la seguente: un capo degli Hawazin, di nome ‘Urwa al-Rihal, concesse a una carovana commerciale di Ibn al-Mundhir il diritto di percorrere, sotto la propria protezione, la strada verso il mercato di ‘Ukaz. Un capo dei Banu Kinana, di nome Barras ibn Qays, gli disse: «Gli hai concesso protezione contro i Kinana?». Quello rispose: «Sì, e contro il mondo intero». Barras si adirò terribilmente. Poi uccise ‘Urwa in un luogo chiamato Tayman, nella regione esterna del Najd. Quando i Quraysh si trovavano al mercato di ‘Ukaz, ricevettero questa notizia. Immediatamente si diressero verso il territorio sacro. Prima che entrassero nei suoi confini, gli Hawazin li raggiunsero e la battaglia continuò per tutta la giornata. Di notte i Quraysh entrarono entro i confini del territorio sacro, mentre gli Hawazin li inseguivano. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) si limitava a raccogliere le frecce che cadevano dalla parte nemica e a consegnarle ai suoi zii. Ibn Sa‘d afferma che in seguito il Profeta (pace e benedizioni su di lui) diceva: «Sarebbe stato meglio per me non avervi preso parte neppure in minima misura». Al-Suhayli afferma che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) si recò a questa guerra con i suoi zii, ma non vi prese effettivamente parte. Prima di diventare profeta, non partecipò ad alcun’altra guerra oltre a questa. Inoltre, non acquisì alcun tipo di esperienza militare. Da ciò si comprende che era puro dalle guerre e dai conflitti dell’epoca dell’ignoranza. Da ciò apprendiamo anche che l’eccezionale capacità di comando militare che dimostrò in qualità di Profeta era un dono di Allah. Non era un comandante professionista: era un comandante innato.

‘Hilful Fuzul’

Quando il venerabile Profeta (s) aveva vent’anni, alcune tribù dei Quraysh stipularono un patto, chiamato ‘Hilful Fuzul’. Ibn Athir, nella sua opera Nihaya, spiegando la ragione del termine ‘Fuzul’, dice che anche nell’epoca di Jurhum era stato stipulato un patto simile, i cui contraenti si chiamavano tutti ‘Fadl’. Per questo fu chiamato Hilful Fuzul. Tuttavia, la vera ragione è quella riferita da Hafiz Ibn Kathir, citando al-Humaydi, sulla base della narrazione dei due figli di Hazrat Abu Bakr, Muhammad e Abd al-Rahman. Egli riferisce che il Profeta (s) disse: «Presi parte, nella casa di Abdullah ibn Jud‘an, a un patto tale che, se anche durante l’epoca islamica fossi stato invitato a un patto simile, lo avrei accolto con favore». In seguito egli spiegò quel patto in questi termini:

(Arabo********************)

Si impegnarono reciprocamente con questo patto: restituire Fuzul al suo legittimo avente diritto e impedire che l’oppressore commettesse soprusi contro l’oppresso. (Al-Bidaya wa al-Nihaya, vol. 2, p. 291).

L’espressione «restituire il Fudul ai suoi aventi diritto» significa che ciò che un oppressore ha sottratto con la forza agli aventi diritto deve essere loro restituito e che non gli si deve permettere di perseverare nella sua oppressione.

Ibn Sa‘d, a proposito di questo patto, afferma che essi decisero insieme di aiutare l’oppresso e di fargli ottenere il suo diritto.

Ibn Hisham, descrivendo il patto, afferma che essi promisero di non permettere che alcun abitante della città o forestiero fosse oppresso alla Mecca e di aiutare l’oppresso contro l’oppressore. Ibn Sa‘d indica come data di questo patto il 20 Dhu al-Qa‘da dell’Anno dell’Elefante. La causa fu la seguente: un uomo appartenente alla tribù yemenita dei Banu Zubayd giunse alla Mecca con alcune merci. Un capo della Mecca, ‘As ibn Wa’il, acquistò le sue merci, ma non ne pagò il prezzo. Il pover’uomo si recò presso, uno dopo l’altro, alcuni membri dei Banu ‘Abd al-Dar, dei Banu Makhzum, dei Banu Jumah, dei Banu Sahm e dei Banu ‘Adi, chiedendo il loro aiuto. Tutti però respinsero bruscamente la sua richiesta e rifiutarono di aiutarlo contro ‘As ibn Wa’il al-Sahmi. Dopo aver perso ogni speranza nell’aiuto degli altri, all’alba salì sul monte Abu Qubays e, rivolgendosi ad alta voce agli Al Fih r, denunciò di essere stato oppresso. Lo udì lo zio del Profeta, Zubayr ibn ‘Abd al-Muttalib, il quale disse che non si poteva lasciare la questione in quel modo. Riunì quindi i Banu Hashim, i Banu al-Muttalib, i Banu Asad ibn ‘Abd al-‘Uzza, i Banu Zuhra e i Banu Taym nella casa di ‘Abdullah ibn Jud‘an. Questi era cugino di Hadrat ‘A’isha (che Allah sia soddisfatto di lei). Là tutti giurarono che, ogni volta che alla Mecca un oppresso, abitante della città o forestiero, avesse bisogno d’aiuto, lo avrebbero aiutato e avrebbero fatto valere il suo diritto contro l’oppressore. Poi si recarono tutti da ‘As, gli tolsero le merci dello Zubaydi e gliele restituirono.

Muhammad ibn Ishaq riferisce, citando l’Imam al-Zuhri, che il Profeta disse: «Partecipai, nella casa di ‘Abdullah ibn Jud‘an, a un patto tale che, anche se in cambio mi fosse stato dato un cammello rosso, non lo avrei accettato. Se oggi, nell’epoca islamica, venissi invitato a un patto di questo genere, lo accetterei».

Partecipazione agli affari commerciali di Hadrat Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei)

Fin dall’infanzia, la naturale abilità del Profeta (s), già ben conosciuta in una cerchia limitata, continuò a manifestarsi attraverso le sue qualità: cortesia, fedeltà e affidabilità, amore per la verità, dolcezza di carattere, onestà, gravità, intelligenza, autocontrollo, pazienza e rispetto di sé, magnanimità e doti di leadership. In breve, ciascuna delle sue nobili qualità si sviluppava sempre più, suscitando nei cuori della gente profondo rispetto e fiducia nei suoi confronti e accrescendo la sua influenza su di loro. Fu proprio in quel periodo che Hadrat Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) decise di associarlo ai suoi affari.

Hadrat Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) era stata insignita dai Quraysh del titolo di «Tahira» per la sua castità e la purezza del suo carattere. Tahira significa «purissima». In tutta la tribù era tenuta in grandissima considerazione per la sua intelligenza, lungimiranza, nobiltà di carattere e le sue numerose virtù. Inoltre, Allah l’Altissimo le aveva concesso anche il dono della bellezza fisica. Nessuna donna dei Quraysh era più bella di lei. Spesso le carovane commerciali dei Quraysh dipendevano esclusivamente dai suoi beni. Il suo primo matrimonio fu con Abu Hala ibn Zurara al-Tamimi. Da lui ebbe due figli, Hind e Hala. Entrambi abbracciarono l’Islam all’epoca del Profeta. Dopo la morte di Abu Hala, sposò ‘Utayiq ibn ‘Abd al-Makhzumi. Da lui ebbe una figlia, Hind, che in seguito, nell’epoca della missione profetica, abbracciò anch’ella l’Islam. [Secondo alcuni, ‘Utayiq fu il primo marito e Abu Hala il secondo: Autore.] Dopo la morte del secondo marito rimase vedova. Molti capi dei Quraysh espressero il desiderio di sposarla, ma ella rifiutò le loro proposte. Commerciava con i propri beni, affidandoli a una persona che li portasse con una carovana commerciale; questa riceveva poi la sua quota stabilita.

Quando Hadrat Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) venne a conoscenza della veridicità, affidabilità e nobiltà di carattere del Profeta (s), gli disse: «Portate le mie merci commerciali nel paese di Sham. Vi darò una quota del profitto maggiore di quella che do agli altri».

Questa è la narrazione di Ibn Ishaq.

La seconda narrazione è riportata da Ibn Saʿd, sulla base di Nufaysa bint Munayya; Z urqānī ne ha fornito un resoconto dettagliato. Essa dice quanto segue: Abū Ṭālib disse al Profeta (s): «Nipote mio, non sono un uomo ricco. La nostra situazione sta peggiorando e non possediamo neppure alcuna merce commerciale. Si avvicina la partenza della carovana che la tua gente sta inviando in Siria. Anche Khadīja vuole affidare a qualcuno la sua merce per mandarla con questa carovana. Se andassi da lei, ti preferirebbe agli altri, perché conosce la purezza del tuo carattere».

Il Profeta (s) disse: «Temo che scelga qualcun altro».

Khadīja venne a conoscenza della conversazione tra lo zio e il nipote. Tuttavia si avverò proprio ciò che aveva detto il Profeta (s), poiché ella gli inviò per prima la proposta d’affari menzionata sopra attraverso Ibn Ishaq.

In una narrazione del Ṭabaqāt di Ibn Saʿd, riportata da Muhammad ibn ʿAqīl, si legge che Abū Ṭālib andò da Khadīja e le disse: «Khadīja, preferisci che, invece di affidare i tuoi affari a qualcun altro, concluda un accordo con Muhammad (s)?»

Khadīja rispose: «Se aveste parlato di una persona lontana e sgradita, lo avrei accettato. Invece avete parlato di colui che è un amico vicino».

In breve, l’accordo per l’attività commerciale del Profeta (s) con Khadīja fu concluso, ed ella mandò il suo schiavo Maysara con il Profeta (s) in Siria per occuparsi del commercio. Questo viaggio ebbe inizio il 15 o 16 di Dhū al-Ḥijja del venticinquesimo anno dell’Elefante. Durante il viaggio, Maysara rimase profondamente colpito dal carattere, dalla condotta e dalle nobili qualità del Profeta (s). Al ritorno, riferì dettagliatamente ogni cosa a Khadīja. Il Profeta (s) ottenne uno speciale successo negli affari. Ibn Saʿd, citando Nufaysa bint Munayya, racconta che il Profeta (s) portò a Khadīja un profitto doppio rispetto a quello che in precedenza le portavano gli altri e che ella gli diede il doppio del profitto che gli aveva promesso. Il Profeta (s) portò a Khadīja un profitto doppio rispetto a quello che in precedenza le portavano gli altri e Khadīja gli diede il doppio del profitto che gli aveva promesso. (Oltre a questo viaggio, nei libri di hadith e di sīra si trovano anche resoconti di altri viaggi del Profeta (s). Durante questi viaggi ebbe l’opportunità di vedere con i propri occhi molte regioni dell’Arabia. Al-Ḥākim menziona nel suo Mustadrak due viaggi del Profeta (s) a Jurāsh, il noto centro commerciale dello Yemen, e l’Imam al-Dhahabī (r) ha confermato tale notizia. Nel Musnad di Aḥmad si narra che, quando una delegazione di ʿAbd al-Qays giunse alla Mecca dal Bahrein, il Profeta (s) nominò uno per uno i luoghi di quella regione e chiese informazioni sulle loro condizioni. Quando gli uomini espressero meraviglia, egli disse: «Ho percorso in lungo e in largo la vostra terra». Va ricordato che a quel tempo l’intera costa orientale dell’Arabia era chiamata Bahrein; il Bahrein odierno non è un’isola con questo nome. — L’autore.)

Il matrimonio con Khadīja

Durante il lungo viaggio dalla Mecca alla Siria e dalla Siria alla Mecca, Maysara ebbe la compagnia del Profeta Mustafa (s) giorno e notte e, dopo aver osservato ogni aspetto della sua vita, si affezionò profondamente a lui. Dopo aver ascoltato da lui ogni cosa, Hazrat Khadija (r.a.) decise di sposare il Profeta (s). Non è che prima fosse all’oscuro di lui: aveva anche sentito parlare delle sue qualità, che si andavano diffondendo tra la gente dei Quraysh. Ma ora giunse alla conclusione che non avrebbe potuto trovare un marito migliore di lui. Le narrazioni presentano alcune divergenze su come venne finalizzato il matrimonio.

Ibn Ishaq riferisce che Hazrat Khadija parlò direttamente al Profeta (s). Disse: «O nipote, tu sei mio parente (Hazrat Safiyya, zia paterna del Profeta (s) e madre di Hazrat Zubayr (r.a.), era la moglie del fratello di Hazrat Khadija — Autore). Per la tua affidabilità, la tua onestà, la nobiltà e l’eccellenza del tuo carattere, la tua nobile stirpe e le tue qualità degne di lode, desidero contrarre matrimonio con te.»

La seconda narrazione è stata riportata da Ibn Sa’d da Nufaysa bint Munya (alcuni autori hanno detto bint Umayya, ma bint Munya è la forma corretta. Divenne musulmana dopo la conquista della Mecca — Autore). Nufaysa racconta: prima che Hazrat Khadija manifestasse il desiderio di sposarsi, mi mandò da Muhammad (s) per conoscere i suoi sentimenti. Andai da lui e gli dissi: «O Muhammad (s), perché non ti sposi?» Egli rispose: «Che cosa possiedo per potermi sposare?»

Gli dissi: «La questione è già stata predisposta. Ti viene rivolta una proposta di matrimonio da parte di una donna che possiede bellezza, ricchezza, nobiltà e meriti. Accetteresti?»

Egli disse: «Di chi stai parlando?»

Risposi: «Di Khadija.»

Egli disse: «Come potrei sposarla?»

Risposi: «Lascia questa responsabilità a me.»

Disse: «Allora, se è così, accetto».

Poi Hazrat Khadija inviò un messaggio e gli disse di venire all’ora stabilita per il matrimonio. Chiese a suo zio Amr ibn Asad di venire a celebrare il matrimonio.

Poiché il padre di Hazrat Khadija, Khuwaylid, era morto, da parte sua venne Amr ibn Asad; il Profeta (s) venne accompagnato dai suoi zii, Hazrat Hamza e Abu Talib.

Poi il matrimonio fu celebrato [Ibn Saʿd dice: secondo le nostre ricerche, sono tutte errate quelle narrazioni secondo cui il matrimonio di Khadija sarebbe stato celebrato da suo padre Khuwaylid. Ancora più inverosimile è la narrazione secondo cui Khuwaylid sarebbe stato fatto ubriacare e avrebbe celebrato il matrimonio in stato di ebbrezza. Dopo aver riacquistato conoscenza, si sarebbe adirato moltissimo. Secondo noi, ciò che è stato dimostrato e conservato dagli studiosi è che Khuwaylid morì prima della guerra di Fijar e che suo zio Amr ibn Asad celebrò il suo matrimonio. L’Autore.]

Al matrimonio parteciparono Hazrat Abu Bakr (ra), i capi della tribù di Mudar e i notabili dei Quraysh. Come dote, il Profeta (s) diede venti cammelli. [Secondo alcune narrazioni, la dote ammontava a 8 dinari, mentre secondo altre a 500 dirham – L’Autore.]

Ibn Abd al-Barr dice che il matrimonio ebbe luogo due mesi e cinquantacinque giorni dopo il ritorno del Profeta (s) dal viaggio in Siria. Egli aveva allora venticinque anni e Hazrat Khadija quaranta.

[Si veda Al-Istidrāk, p. 128.

(Al momento del matrimonio, il Profeta (s) e Hazrat Khadija avevano quarant’anni. Tuttavia, in alcune rare narrazioni si afferma che l’età del Profeta (s) fosse di ventuno, ventinove, trenta o trentasette anni, e quella di Hazrat Khadija (ra) di venticinque, ventotto, trenta, trentacinque o quarantacinque anni. La maggior parte degli studiosi non ha accettato tali narrazioni. Alcuni, tuttavia, hanno preferito la narrazione secondo cui l’età di Hazrat Khadija sarebbe stata compresa tra i venticinque e i trent’anni, per il motivo che una donna di quarant’anni non potrebbe partorire sei figli. Infatti, se tra ogni figlio vi fosse mediamente un intervallo di un anno e mezzo, l’ultimo figlio avrebbe dovuto nascere quando ella aveva quarantanove anni. E se si accettassero anche quelle narrazioni secondo cui si menziona la nascita di figli nel grembo di Hazrat Khadija dopo l’inizio della profezia, allora a quel tempo ella avrebbe dovuto avere cinquantasei anni. Ciò è assolutamente inconcepibile. Secondo noi, questa opinione non è corretta dal punto di vista razionale. In ginecologia esiste un’opera autorevole, redatta sotto la supervisione di dieci docenti di questa disciplina (), e nella sua dodicesima edizione è stata espressa la seguente opinione basata sulla ricerca riguardo a questo argomento:-

Tra i quarantotto e i cinquantadue anni, generalmente, le mestruazioni cessano. Tuttavia, spesso la cessazione delle mestruazioni può ritardare fino ai cinquantacinque anni o anche oltre. Al contrario, in alcuni casi le mestruazioni cessano a quarant’anni o persino prima. Se una donna raggiunge precocemente la pubertà, la cessazione delle mestruazioni avviene più tardi; se invece le mestruazioni iniziano tardi, cessano prima. Opera citata, p. 101.

Alla luce di questo parere medico, non è affatto sorprendente che Hazrat Khadija (che Allah si compiaccia di lei) abbia dato alla luce un figlio all’età di cinquantacinque o cinquantasei anni. Secondo una narrazione, quando nacque Hazrat Fatima (che Allah si compiaccia di lei), il Profeta Mustafa (pace e benedizioni su di lui) aveva quarantun anni e Hazrat Khadija (che Allah si compiaccia di lei) cinquantasei.

I figli del Profeta (pace e benedizioni su di lui) nati dal grembo di Hazrat Khadija

Tutti i figli del Profeta (pace e benedizioni su di lui) nacquero dal grembo di Hazrat Khadija (che Allah si compiaccia di lei). Soltanto Hazrat Ibrahim (che Allah si compiaccia di lui) nacque da Maria la Copta (che Allah si compiaccia di lei). Dal grembo di Khadija (che Allah si compiaccia di lei) nacquero due figli maschi e quattro figlie, precisamente: (1) Qasim (che Allah si compiaccia di lui), per il quale il Profeta era chiamato Abu’l-Qasim; (2) Abdullah (che Allah si compiaccia di lui), chiamato anche Tayyib e Tahir; (3) Hazrat Zaynab (che Allah si compiaccia di lei); (4) Hazrat Ruqayya (che Allah si compiaccia di lei); (5) Hazrat Umm Kulthum (che Allah si compiaccia di lei); e Hazrat Fatima (che Allah si compiaccia di lei). Vi sono divergenze riguardo a chi fosse maggiore e a chi minore tra loro. Si sa però che, quando nacque Hazrat Zaynab (che Allah si compiaccia di lei), il Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva venticinque anni (al-Isaba), e che Hazrat Fatima (che Allah si compiaccia di lei) nacque quando il Profeta aveva quarantun anni (Shah-e Muzahir). È inoltre storicamente comprovato che, quando nel quinto anno della profezia ebbe luogo la prima emigrazione in Abissinia, Hazrat Ruqayya (che Allah si compiaccia di lei) emigrò insieme al marito, Hazrat Uthman (che Allah si compiaccia di lui). Ciò significa che era di due anni più giovane di Hazrat Zaynab (che Allah si compiaccia di lei) e che, pertanto, nel quinto anno della profezia era già sposata.

La spregevole arroganza di alcuni

Alcune persone, senza timore di Dio, affermano apertamente che l’unica figlia di Hazrat Khadija (che Allah si compiaccia di lei) e del Profeta (pace e benedizioni su di lui) fu Hazrat Fatima (che Allah si compiaccia di lei), e che le altre figlie non nacquero dalla discendenza del Profeta, bensì da quella di un precedente marito di Hazrat Khadija. Eppure ciò è stato chiaramente smentito dal Corano.

(Arabo********************)

«O Profeta, di’ alle tue mogli e alle tue figlie» (al-Ahzab). La storia dimostra in modo inconfutabile che Maria la Copta (che Allah si compiaccia di lei) non ebbe alcun figlio dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) tra le sue altre mogli. Queste parole dimostrano che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) non ebbe una sola figlia, bensì più di una. È inoltre storicamente provato che, ad eccezione di Maria la Copta (che Allah si compiaccia di lei), nessun’altra moglie del Santo Profeta ebbe figli dalla sua discendenza. Pertanto, tutte queste figlie nacquero certamente dal grembo di Hazrat Khadija (che Allah si compiaccia di lei). Accecati dall’odio, costoro non riflettono su quale grande peccato commettano negando i figli della discendenza del Messaggero e su quale severo rendiconto dovranno affrontare nell’Aldilà. Tutte le fonti narrative affidabili concordano sul fatto che dal grembo di Hazrat Khadija (che Allah si compiaccia di lei) non nacque soltanto una figlia del Profeta (pace e benedizioni su di lui), Hazrat Fatima (che Allah si compiaccia di lei), ma anche altre tre figlie. Muhammad ibn Ishaq, il più antico biografo del Profeta (pace e benedizioni su di lui), dopo aver menzionato il matrimonio del Profeta con Hazrat Khadija (che Allah si compiaccia di lei), dice: «Ad eccezione di Ibrahim (che Allah si compiaccia di lui), tutti i figli del Profeta (pace e benedizioni su di lui) nacquero dal suo grembo». I loro nomi erano Tahir (Tayyib), Zaynab (che Allah si compiaccia di lei), Ruqayya (che Allah si compiaccia di lei), Umm Kulthum (che Allah si compiaccia di lei) e Fatima (che Allah si compiaccia di lei) (Sira di Ibn Hisham, vol. I, p. 202).

Il celebre genealogista Hisham ibn Muhammad ibn al-Sa’ib al-Kalbi ha citato, riferendosi ad Abd Allah ibn Abbas (ra), che alla Mecca, prima della missione profetica, Qasim (ra) fu il primo a nascere dalla discendenza del Profeta (s). In seguito nacquero, uno dopo l’altra, Zaynab (ra), Ruqayya (ra), Fatima (ra) e Umm Kulthum (ra). Dopo l’inizio della missione profetica nacque Abd Allah (ra), chiamato anche Tayyib e Tahir. La madre di tutti loro era Khadija (ra). — Tabaqat ibn Sa’d, vol. I, p. 133.

Ibn Hazm ha affermato nel Jawami’ al-Sira che da Khadija nacquero quattro figlie del Profeta: la maggiore fu Zaynab (ra), poi Ruqayya (ra), quindi Fatima (ra) e infine Umm Kulthum (ra) (pp. 38-40).

Al-Tabari, Ibn Sa’d, Abu Ja’far ibn Habib, autore del Kitab al-Mujassar, e Ibn Abd al-Barr, autore di al-Isti’ab, hanno riferito attraverso fonti attendibili che, prima del Profeta (s), Khadija aveva avuto due mariti. Il primo era Hala al-Tamimi, dal quale nacquero Hind e Hala. Il secondo era Atiq ibn Abid al-Makhzumi, dal quale nacque una figlia di nome Hind. In seguito ella sposò il Profeta (s). Tutti gli esperti di genealogia concordano sul fatto che da lui nacquero le quattro figlie sopra menzionate. (Si vedano al-Tabari, vol. II, p. 11; Tabaqat ibn Sa’d, vol. VIII, pp. 14-16; Kitab al-Mujassar, pp. 78, 79 e 452; al-Isti’ab, vol. II, p. 718.) Al-Bayhaqi, citando Mus’ab ibn Abd Allah al-Zubayri, afferma che il figlio maggiore del Messaggero di Allah (s) fu Qasim (ra), seguito rispettivamente da Zaynab (ra), Abd Allah (ra), Umm Kulthum (ra), Fatima (ra) e Ruqayya (ra). Yunus ibn Bukayr, citando la narrazione di Ibn Abbas (ra), afferma che da Khadija nacquero dal Profeta (s) due figli maschi e quattro figlie: al-Qasim (ra), Abd Allah (ra), Umm Kulthum (ra), Zaynab (ra), Ruqayya (ra) e Fatima (ra). Abd al-Razzaq, nella sua opera al-Musannaf, citando Ibn Jurayj, afferma che da Khadija nacquero dal Profeta (s) due figli maschi, Abd Allah (ra) e Qasim (ra), e quattro figlie. Tra loro, la maggiore era Zaynab (ra) e la minore Fatima (ra).

Tutte queste narrazioni dimostrano in modo incontrovertibile, in accordo con il racconto del Sacro Corano, che il Profeta (s) non ebbe una sola figlia, bensì quattro.

Vita coniugale

Sebbene tra il Profeta (s) e Khadija (ra) vi fosse una differenza d’età di quindici anni, dopo la morte di Khadija il Profeta (s) continuò a ricordarla per tutta la vita.

In al-Bukhari è stata riportata una narrazione di Ali (ra). In essa si riferisce che il Profeta (s) disse:

(arabo***************)

Ciò significa che Maria era la migliore tra le donne della sua comunità, mentre Khadija (ra) era la migliore tra le donne di questa comunità. Tuttavia, nel Sahih Muslim, citando Wakīʿ, è stato riferito questo detto; e Wakīʿ, pronunciandolo, indicò il cielo e la terra e citò queste parole del Profeta (s). Il senso è che Wakīʿ, o coloro attraverso i quali questo detto gli è giunto, lo intesero tutti nel senso che, tra le donne del mondo, queste due erano le migliori. Nel Bukhari è riportata una narrazione di Hazrat Aisha (ra), nella quale ella dice: «Tra le mogli del Profeta (s), non provo per nessuna tanta gelosia quanta ne provo per Hazrat Khadija. Eppure ella era già morta prima che io mi sposassi. Il motivo è che sentivo spesso il Profeta menzionare il suo nome. Ogni volta che il Profeta (s) macellava una capra, mandava certamente una parte della sua carne alle amiche di Hazrat Khadija». In un altro hadith del Bukhari, Hazrat Aisha (ra) racconta: «Una volta la sorella di Hazrat Khadija, Hazrat Hala bint Khuwaylid, venne e chiese il permesso di entrare. Udendo la sua voce, il Profeta (s) ne fu profondamente commosso e disse: (**********)

(Allah, è proprio Hala), perché la sua voce era simile a quella di Hazrat Khadija (ra).

Hazrat Aisha (ra) racconta: «Per questo, molto irritata, dissi: “Perché ricordate tanto una vecchia donna dei Quraysh? È morta da molto tempo e Allah vi ha dato una moglie migliore di lei”».

In una narrazione del Musnad di Ahmad e di al-Tabarani si riferisce che Hazrat Aisha (ra) disse: «A quelle parole il Profeta si adirò e, vedendo la sua collera, giurai: “Per quel Dio che vi ha inviato con la verità, d’ora innanzi, ogni volta che la menzionerò, lo farò soltanto con benevolenza”».

Ibn Saʿd racconta che, nella battaglia di Badr, anche Abu al-ʿAs, genero del Messaggero di Allah (s), fu catturato. Hazrat Zaynab, figlia del Profeta, si trovava allora alla Mecca. Per ottenere la liberazione del marito, inviò un riscatto, nel quale c’era anche la collana che Hazrat Khadija (ra) aveva donato ad Abu al-ʿAs in occasione del suo matrimonio con Hazrat Zaynab, ai tempi dell’ignoranza. Non appena vide quella collana, il Profeta (s) fu sopraffatto dalla tenerezza. Disse ai suoi compagni: «Se lo ritenete opportuno, liberate senza riscatto il prigioniero di Zaynab e restituite anche il suo riscatto». Tutti acconsentirono e Abu al-ʿAs fu liberato senza pagare alcun riscatto.

Al-Baladhuri, nell’Ansab al-Ashraf, cita una narrazione di Hazrat Aisha (ra) e racconta che una donna di colore venne alla corte del Profeta. Il Profeta (s) la accolse con grande gioia e la salutò calorosamente. Dopo la sua partenza, io, Hazrat Aisha, gli chiesi: «Per quale motivo siete stato tanto felice della sua visita?». Il Profeta (s) rispose: «Ella veniva spesso da Khadija (ra)». Da ciò si può comprendere quanto fosse profondo l’amore del Profeta (s) per Hazrat Khadija (ra), un amore che, anche dopo la sua morte, rimase intatto per tutta la vita nel cuore del Profeta.

Hazrat Khadija (ra) visse come moglie del Profeta per quindici anni prima della profezia e per dieci anni dopo la profezia. Morì al decimo anno della profezia, quando il Profeta aveva cinquant’anni ed ella sessantacinque. Eppure il Santo Profeta trascorse tutta la sua giovinezza con quell’unica moglie anziana. In quel periodo, il pensiero di un’altra donna non sorse mai nella sua mente. A quei tempi, per nessun arabo era in alcun modo biasimevole prendere più mogli, né le donne vi si opponevano. Nella stessa famiglia di Hazrat Khadija, come in tutte le famiglie dei Quraysh, si trovano numerosi esempi di uomini con più di una moglie. Nonostante ciò, il fatto che il Profeta, fino all’età di cinquant’anni, fosse soddisfatto e appagato della vita coniugale con un’unica moglie, che aveva raggiunto i sessantacinque anni, costituisce una risposta schiacciante a quei critici che definiscono, Dio non voglia, il prendere numerose mogli da parte del Santo Profeta negli ultimi dieci anni della sua vita come appagamento dei suoi desideri carnali. In seguito discuteremo per quali ragioni egli contrasse matrimoni con diverse donne nell’ultima parte della sua vita.

L’epoca dell’agiatezza e la nobiltà morale del Santo Profeta

Dopo che il Santo Profeta (s) si sposò con Hazrat Khadija (ra), la sua ristrettezza economica ebbe fine. In principio Hazrat Khadija conduceva gli affari con l’aiuto di altri e i profitti erano modesti. Infatti, considerando il carattere delle altre persone, non ci si poteva aspettare che comprassero e vendessero le merci altrui con piena lealtà e benevolenza. Ma quando i suoi affari passarono nelle mani di un uomo tanto affidabile e saggio quanto il Profeta (s), che, essendo suo marito, era naturalmente estremamente benevolo verso di lei, i suoi affari prosperarono e il detto di Allah Ta‘ala si realizzò alla lettera:

(Arabo*******************)

E ti trovò povero e poi ti arricchì (ad-Duha 8).

In quel periodo, tutte quelle qualità del Santo Profeta—la sua onestà, affidabilità, estrema diligenza e sincerità nelle attività e nelle transazioni, la carità, l’aiuto e l’assistenza ai parenti, il soccorso agli indifesi, il mantenimento dei poveri, la saggezza e l’intelligenza—divennero così manifeste agli occhi di tutti i Quraysh e delle tribù circostanti, qualità che in precedenza erano rimaste nascoste per mancanza di occasioni in cui manifestarsi. Ora la sua posizione nella società si elevò non soltanto sul piano morale, ma anche su quello materiale, tanto che cominciò a essere considerato uno dei capi dei Quraysh. La fiducia della gente in lui divenne tale che iniziarono ad affidargli i loro beni preziosi. Questa situazione continuò persino quando, dopo l’annuncio della profezia, la gente della Mecca divenne assetata del sangue del Profeta. Nonostante nutrissero verso di lui la più aspra inimicizia, continuavano a lasciare tutti i loro depositi sotto la sua custodia. Per questo, al tempo dell’Egira, fu necessario lasciare Hazrat Ali (ra) alla Mecca, affinché restituisse i beni affidati da tutti. Ciò costituisce una prova evidente che, non solo prima della profezia, ma anche dopo, l’immagine della sua integrità e della sua fedeltà ai depositi era impressa persino nei cuori dei nemici dell’Islam, i quali lo ritenevano l’uomo più affidabile tra loro.

Era così scrupoloso negli affari commerciali che, durante l’epoca dell’ignoranza, uno dei suoi soci d’affari testimoniò che egli era il migliore dei soci. Quell’uomo testimoniò inoltre che non aveva mai ingannato, commesso frodi né litigato. Il suo nome è riportato diversamente nelle varie narrazioni. Nell’Istī‘āb di Ibn ‘Abd al-Barr è chiamato Qays ibn as-Sā’ib ‘Uwaymir al-Makhzūmī. In alcune narrazioni del Musnad di Ahmad è chiamato as-Sā’ib ibn ‘Abd Allah al-Makhzūmī, e in altre as-Sā’ib ibn Abī as-Sā’ib. In Abū Dāwūd (Kitāb al-Adab, bāb fī karāhiyat al-mirā’) è indicato semplicemente come as-Sā’ib. È riportata la sua stessa testimonianza: «Quando mi recai al cospetto del Messaggero di Allah, la gente cominciò a lodarmi. Egli disse: “Io lo conosco meglio di voi”. Risposi: “Possano i miei genitori essere sacrificati per te, hai detto la verità. Eri mio socio negli affari, ma mantenevi sempre limpidi i rapporti commerciali. Non hai mai ingannato né litigato”».

In Abū Dāwūd è riportata anche la narrazione di un’altra persona, ‘Abd Allah ibn Abī al-Khamsā’. Egli racconta: «Una volta, durante l’epoca dell’ignoranza, conclusi con il Profeta (s) un accordo di compravendita. Alcune questioni furono definite, mentre altre rimasero in sospeso. Dissi: “Verrò in questo luogo a incontrarti”. Poi dimenticai la cosa. Me ne ricordai tre giorni dopo. Quando giunsi in quel luogo, lo trovai ancora lì. Egli disse: “O giovane, mi hai causato grande sofferenza; ti aspetto qui da tre giorni”». (Kitāb al-Adab, bāb fī al-i‘da).

La vicenda di Zayd ibn Hāritha

La vicenda che offre la più grande testimonianza del nobile carattere del Santo Profeta è quella di Zayd ibn Hāritha. Era figlio di un uomo della tribù dei Kalb, di nome Hāritha ibn Shurāhbil (o Sharāhbil). Sua madre, Su‘dā bint Tha‘laba, apparteneva alla tribù di Tay, al ramo della tribù di Mayāna. Quando aveva otto anni, sua madre lo portò a casa di suo padre. Là alcuni uomini dei Banū Qayn ibn Jasr attaccarono improvvisamente il loro accampamento. Dopo aver saccheggiato il luogo, Zayd fu tra coloro che essi catturarono e portarono via. In seguito lo vendettero al mercato di ‘Ukāz, vicino a Tā’if; l’acquirente era Hakīm ibn Hizām, nipote di Khadija. Egli lo portò alla Mecca e lo donò a sua zia, Hazrat Khadija. Quando Hazrat Khadija sposò il Profeta (s), il Santo Profeta trovò Zayd presso di lei. Il suo carattere, la sua indole e il suo comportamento piacquero così tanto al Profeta che egli lo chiese a Hazrat Khadija. Così quel ragazzo fortunato entrò al servizio della migliore delle creature, che Allah Ta‘ala avrebbe fatto Profeta pochi anni più tardi. A quel tempo Hazrat Zayd aveva quindici anni. Dopo qualche tempo, suo padre e suo zio vennero a sapere che il loro figlio si trovava alla Mecca.

Dopo averlo cercato, lo trovarono presso il Profeta. Gli dissero: «Prendete il riscatto che desiderate e restituiteci nostro figlio».

Il Profeta (s) disse: «Va bene, lo farò chiamare e lo lascerò libero di scegliere se vuole venire con voi o rimanere con me. Se vorrà venire con voi, non prenderò alcun riscatto e lo lascerò andare così com’è. Ma se vorrà rimanere con me, non sono certo il tipo di persona che allontana senza motivo chi desidera restare con me».

Essi dissero: «Questa è una cosa ancora migliore della giustizia; chiami il ragazzo e glielo chieda».

Il Profeta (s) chiamò Zayd e gli chiese: «Conosci questi due uomini?»

Zayd disse: «Sì, signore, lui è mio padre e lui è mio zio». Il Profeta (s) disse: «Bene, conosci loro e conosci anche me. Ora sei completamente libero. Se vuoi, va’ con loro; se vuoi, rimani con me». Zayd disse: «Non voglio lasciare voi per andare da qualcun altro».

Il padre e lo zio di Zayd dissero: «Zayd, preferisci la schiavitù alla libertà? E vuoi lasciare i tuoi genitori per rimanere presso un estraneo?»

Zayd disse: «Ho visto le qualità di questo grande uomo e, alla luce della sua esperienza, non posso preferire a lui nessuno al mondo».

Dopo aver udito la risposta di Zayd, suo padre e suo zio acconsentirono. Il Profeta (s) liberò allora Zayd. Poi si recò al Sacro Recinto e proclamò davanti alla gente: «Siate testimoni: da oggi Zayd è mio figlio; egli sarà il mio erede e io sarò il suo».

Sulla base di questa dichiarazione, la gente cominciò a chiamarlo Zayd ibn Muhammad (s). Questi eventi risalgono a prima della missione profetica. Quando il Profeta (s) fu investito della dignità profetica, Hazrat Zayd aveva già trascorso quindici anni al suo servizio. Al momento della sua conversione all’Islam aveva trent’anni.

Hazrat Ali (ra) sotto la tutela del Profeta (s)

Il Profeta (s) ricordava la benevolenza, l’affetto e la tenerezza che suo zio Abu Talib gli aveva mostrato dalla sua infanzia fino alla giovinezza. Ibn Ishaq racconta che, in un’occasione, i prezzi dei beni aumentarono enormemente alla Mecca e nelle zone circostanti. Il Profeta (s) pensò che la situazione economica di suo zio fosse molto difficile e che avesse anche molti figli. Bisognava fare qualcosa per alleggerire il suo peso. Si recò quindi dall’altro suo zio, Hazrat Abbas, che era benestante, e gli disse: «La famiglia di tuo fratello è molto numerosa e anche la sua situazione economica non è buona. Vedi in quale estrema difficoltà si trova la gente a causa dell’aumento dei prezzi. Andiamo a parlargli per alleggerire il suo peso. Tu prenditi la responsabilità del mantenimento di uno dei suoi figli e io mi occuperò di un altro».

Hazrat Abbas accettò e lo zio e il nipote andarono insieme da Abu Talib per comunicargli la loro intenzione. Egli disse: «Lasciatemi Aqil oppure, secondo Ibn Hisham, Talib; quanto agli altri, prendete chi preferite». Così il Profeta (s) portò Hazrat Ali con sé, mentre Hazrat Abbas (ra) prese Hazrat Ja’far (ra). Hazrat Ali (ra) era il più giovane di tutti. Ja’far, Aqil e Talib erano tutti più grandi di lui di dieci anni; oltre a loro, Abu Talib aveva anche altri figli.

In questo modo Hazrat Ali (ra), ancora nell’infanzia, venne affidato alla tutela del Profeta (s). Il Profeta (s) e Hazrat Khadija (ra) lo allevarono proprio come un loro figlio. Probabilmente Hazrat Ali non aveva allora più di quattro o cinque anni.

La ricostruzione della Kaaba

Quando il Profeta (s) aveva trentacinque anni e mancavano appena cinque anni alla sua investitura profetica, i Quraysh decisero di ricostruire la Kaaba. L’edificio era infatti estremamente fatiscente e, a causa delle inondazioni, rischiava di crollare. Le mura erano molto basse, non vi era alcun tetto e la muratura era stata realizzata semplicemente disponendo pietra sopra pietra. Le pietre non erano unite tra loro con alcun materiale. Anche la porta era a livello del terreno. I tesori della Kaaba erano custoditi in una fossa scavata all’interno dell’edificio. Alcune persone scavalcavano le mura, raggiungevano quel luogo e ne rubavano i tesori. Prima che fosse presa la decisione di ricostruire l’edificio, uno schiavo dei Banu Mulayh, di nome Duwayq, aveva rubato i tesori della Kaaba, oppure un ladro li aveva rubati e li aveva depositati presso di lui. La refurtiva fu recuperata da lui. [Ibn Athir dice che si sospettava di tre persone per il furto. Una di esse era anche Abu Lahab, ma poiché la refurtiva fu recuperata presso Duwayq, fu lui a essere punito — l’Autore.]

Per questi motivi i Quraysh volevano costruire un edificio alto e solido, dotato di un tetto. In quel periodo, la nave mercantile di un commerciante romano fu distrutta dalle onde impetuose del mare e da una violenta tempesta: secondo il racconto di Ibn Ishaq, nel porto di Jeddah, e secondo quello di Ibn Sa’d, nel porto di Sha’ibah, che si trovava a oriente di Jeddah. A bordo vi era un architetto romano di nome Baqum. Alla Mecca vi era anche un carpentiere copto, esperto nei lavori di falegnameria. Quando al-Walid ibn al-Mughira seppe del naufragio, si recò là con alcuni Quraysh e acquistò il legname della nave. Dopo aver parlato con Baqum, lo convinse ad assumere l’incarico di completare la costruzione della Kaaba. Poi un uomo dei Banu Makhzum, Abu Wahab ibn Amr ibn A’idh, che era lo zio materno del padre del Profeta, si alzò, rimosse una pietra della Kaaba e la rimise al suo posto, dicendo: «O Quraysh, per questa costruzione impiegate soltanto denaro guadagnato lecitamente; nessuno vi impieghi denaro ottenuto dalla fornicazione, denaro proveniente dall’usura o guadagni ottenuti attraverso l’ingiustizia».

Secondo un’altra narrazione: «Per la costruzione di questa Casa non userete denaro ottenuto con la forza, con la rottura dei legami di parentela o violando le responsabilità reciproche». [Questa è la narrazione di Ibn Ishaq. Musa ibn Uqba al-Maghazi afferma che la dichiarazione sopra riportata apparteneva a Walid ibn al-Mughira — l’Autore.]

Tuttavia, la gente dei Quraysh aveva molta paura di demolire la Casa della Kaaba. Alla fine, Walid ibn al-Mughira prese una zappa per demolire la vecchia Casa e disse: «O Allah! Non ci siamo allontanati dalla religione. Non demoliamo la Casa se non per il bene». Detto ciò, colpì una parte della Kaaba, poi si fermò. La gente rimase in attesa per tutta la notte, per vedere se sarebbe accaduta qualche disgrazia a Walid. Dicevano: «Se accadrà una disgrazia, interromperemo i lavori e rimetteremo al suo posto la pietra che è stata rimossa. Se non accadrà nulla, continueremo i lavori». Quando, fino al mattino, nessuna disgrazia colpì Walid, le varie tribù assunsero la responsabilità della demolizione da diversi lati. Le mura furono abbattute fino alle fondamenta costruite da Abramo (pace su di lui). Poi gli uomini di tutte le tribù parteciparono alla costruzione, sollevando e posando le pietre. [A causa della scarsità di materiali durante questa nuova costruzione, una parte della Kaaba fu lasciata all’esterno e accanto ad essa fu costruito un muretto, affinché fosse riconoscibile come parte della Kaaba. Questo luogo è chiamato anche Hijr e Hatim. Qui erano state sepolte Hagar e Ismaele (pace su di loro) (Ibn Hisham). Ibn Sa‘d riferisce che i Quraysh lasciarono la porta della Casa di Allah grande quanto lo è ancora oggi. Aprivano la porta il lunedì e il giovedì, mentre il custode vi rimaneva in piedi. Quando qualcuno saliva la scala, il custode lasciava entrare chi voleva e respingeva chi voleva — l’Autore.] Dopo che la muratura ebbe raggiunto il punto in cui sarebbe stata collocata la Pietra Nera, ogni tribù desiderò avere l’onore di posare quella pietra. La disputa divenne così aspra che si arrivò quasi allo scontro. Per quattro o cinque giorni continuarono discussioni e litigi di questo genere. Alla fine, quel giorno, tutti si riunirono nel Santuario per consultarsi. Un uomo dei Banu Makhzum, Abu Umayya ibn Sughayra (fratello di Walid ibn al-Mughira), era il più anziano di tutti. Si alzò e propose: «O gente dei Quraysh, per risolvere questa vostra divergenza, concordate che la questione venga arbitrata dalla prima persona che entrerà dalla porta di questa moschea [con “porta” si intende la porta dei Banu Shayba. Secondo una narrazione, avrebbe arbitrato la persona che fosse entrata per prima dalla porta di al-Safa. Musa ibn Uqba afferma che questa proposta fu fatta dallo stesso Walid; al-Fakihi, al-Waqidi e Ibn Ishaq, invece, menzionano Abu Umayya — l’Autore.]».

Tutti accettarono la sua proposta. Era volontà di Allah che il primo a entrare fosse il Messaggero di Allah (s). Non appena lo videro, la gente esclamò: — (in arabo******************)

— Questo è l’Affidabile, siamo d’accordo; è proprio Muhammad. In una narrazione del Musnad di Ahmad si riferisce che, non appena lo videro, la gente disse: (********************)

«È venuto da voi l’Affidabile (l’uomo assolutamente degno di fiducia)».

Quando il Messaggero di Allah (s) seppe che spettava a lui risolvere quella disputa, fece portare un panno. La gente glielo portò. Egli pose quindi la Pietra Nera sul panno. Poi ordinò a ciascuna tribù di sollevare la Pietra Nera tenendo uno dei lati del panno. Quando giunsero al punto in cui la pietra doveva essere collocata, egli la sollevò con le proprie mani e la posò al suo posto.

Questo avvenne appena cinque anni prima della profezia. In quell’occasione, l’intera società testimoniò che il Profeta (s) era l’Affidabile, cioè il più degno di fiducia e il più leale. Tutta la comunità constatò inoltre quanto fosse saggio: risolse in modo eccellente una disputa così grave e salvò il suo popolo dalla guerra civile. Ibn Sa‘d afferma che questo non fu l’unico caso in cui il Profeta (s) risolse una disputa tra i Quraysh; anzi, prima della profezia, la maggior parte di loro si rivolgeva a lui per risolvere le proprie controversie.

Coloro che, prima della profezia, videro da vicino il Profeta

Tra coloro che, prima della profezia, ebbero l’opportunità di osservare più da vicino la vita del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e di conoscere la sua condizione generale vi erano i membri della sua famiglia: primo, Hazrat Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei), che visse come sua moglie per quindici anni; secondo, Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui), allevato nella famiglia del Profeta fin dall’infanzia; e terzo, Hazrat Zayd ibn Haritha, che preferì lasciare i propri genitori per rimanere con il Profeta e che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) adottò come figlio. Vi era poi Umm Ayman (che Allah sia soddisfatto di lei), che allevò il Profeta durante la sua infanzia e rimase sempre con lui nella famiglia come un membro di essa. A suo riguardo il Profeta (pace e benedizioni su di lui) diceva: «Dopo mia madre, ella è mia madre». E la chiamava proprio «Mamma». Oltre a queste persone, ve ne erano molte altre al di fuori della famiglia che ebbero l’onore di frequentare il Profeta e che per un certo periodo trascorsero abitualmente del tempo con lui.

Tra loro, l’amico più intimo del Profeta era Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui). Ibn Maddah, citando una narrazione di Ibn Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui), riferisce che Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) frequentava il Profeta dall’età di diciotto anni, quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ne aveva venti. Da allora esisteva un’amicizia tra i due, poiché alla Mecca non vi erano due persone i cui caratteri, comportamento e modi di agire fossero tanto simili quanto quelli del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e di Hazrat Abu Bakr. Nell’epoca dell’ignoranza, Hazrat Abu Bakr era un uomo di grande personalità e uno dei principali capi della nazione. Il suo mestiere era il commercio. Era molto popolare per il suo carattere e la sua indole. Apparteneva a coloro che non avevano mai toccato il vino. La gente dei Quraysh gli affidava la determinazione della diya, cioè della somma stabilita come risarcimento per un omicidio. Egli si assumeva anche la responsabilità di quella diya, e tutte le tribù accettavano di pagarla insieme. Se qualcun altro avesse assunto tale responsabilità, non sarebbe stato riconosciuto da nessuno.

Quanto alle genealogie, la gente dei Quraysh riponeva la massima fiducia nella sua conoscenza. La sua influenza morale non si limitava ai Quraysh, ma si estendeva anche alle tribù circostanti. Lo si può dedurre dal fatto che, quando alla Mecca ebbe inizio la persecuzione più feroce contro i musulmani, anche Abu Bakr si preparò all’emigrazione. Dopo aver percorso la strada per uno o due giorni, incontrò Ibn al-Dughunna, capo degli Ahābīsh (Ahābīsh era il nome di un insieme di tre tribù: fra esse vi erano i Banū al-Hārith ibn ʿAbd Manāt ibn Kināna, i Banū al-Hawn ibn Khuzayma ibn Mudrika, cioè le tribù di ʿAdl, Qāra e Dīsh, e, fra i Khuzāʿa, i Banū al-Mustaliq. Riunite, avevano stipulato in una valle chiamata al-Ahbāsh, nella parte bassa della Mecca, un patto di amicizia reciproca, aiuto e collaborazione. Per questo erano chiamate Ahābīsh — l’autore). Egli gli chiese: «Dove stai andando, Abu Bakr?»

Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: «La mia gente mi ha espulso, mi ha reso la vita insopportabile infliggendomi molte sofferenze e difficoltà, mi ha reso la vita insopportabile infliggendomi molte sofferenze e difficoltà».

Egli disse: «Per Dio, tu sei il decoro della società: aiuti le persone nelle difficoltà, compi opere buone e benefichi i poveri. Vieni, ti offrirò protezione».

Poi lo condusse alla Mecca e proclamò: «Ho offerto protezione a Ibn Abi Quhafa. D’ora in poi nessuno gli faccia del male; gli si faccia soltanto del bene».

La seconda persona fu Hazrat Suhayb ibn Sinan al-Rumi. In realtà apparteneva ai discendenti dei Banū Numayr ibn Qasit. Era originario di una località vicino a Mossul, sotto il dominio dell’Iran. Durante l’infanzia fu catturato nel corso della guerra tra Iran e Roma e per qualche tempo visse in schiavitù sotto i Romani. Passando da un padrone all’altro, giunse alla Mecca, dove fu acquistato da Abdullah ibn Judan. Poiché Ibn Judan era un parente stretto di Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), tramite lui conobbe il Profeta (pace e benedizioni su di lui). Trascorreva spesso del tempo in compagnia del Profeta. Aveva raggiunto una tale posizione che, quando Hazrat Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) giaceva sul letto di morte, dispose che, finché la shura non avesse raggiunto un accordo sulla nomina di una persona a califfo, egli avrebbe guidato la preghiera nella Moschea del Profeta.

La terza persona fu Hazrat Ammar ibn Yasir (che Allah sia soddisfatto di lui). Bayhaqi cita una sua stessa dichiarazione, nella quale egli dice: «Chi mai sa più di me del matrimonio del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) con Hazrat Khadija?»

Hazrat Suhayb (ra) e Hazrat ‘Ammar (ra) abbracciarono insieme l’Islam.

Il quarto fu Hazrat Hakim ibn Hizam (ra). Era uno degli uomini più nobili dei Quraysh. Gli fu conferito l’onore della rifada, ossia di provvedere da bere e da mangiare ai pellegrini. Era nipote di Hazrat Khadija (ra). Era di cinque anni più grande del Profeta (s). Da una narrazione di ‘Iraq ibn Malik riportata nel Musnad di Ahmad si apprende che egli disse: «Amavo il Profeta (s) più di chiunque altro». Zubayr ibn Bakkar dice che il loro affetto rimase saldo anche dopo la profezia, sebbene egli abbia abbracciato la fede solo alla conquista della Mecca.

Il quinto fu Dima ibn Sa‘labah, della tribù di Azd Shanū’a. Lavorava come riparatore di armi. Ibn ‘Abd al-Barr dice nel suo al-Isti‘ab che egli era amico del Profeta (s) già nell’epoca dell’Ignoranza. In una narrazione di Ibn ‘Abbas (ra) riportata nel Musnad di Ahmad si dice che, quando il Profeta giunse alla Mecca al tempo della profezia, la gente gli disse che Muhammad (s) era impazzito.

Allora egli si recò direttamente da lui e disse: «Mi dica quale malattia ha; la curerò».

In risposta, il Profeta (s) gli recitò alcuni versetti o frasi di grande efficacia, che vengono recitati nelle raccolte di suppliche masnūn. Dopo averli ascoltati, egli divenne musulmano.

Vi furono poi alcune persone che, essendo suoi parenti stretti, conoscevano molto bene il Profeta (s), e davanti alle quali nulla della sua vita rimaneva nascosto. Tra questi vi era Hazrat ‘Uthman ibn ‘Affan (ra). Era genero di Umm Hakim al-Bayda, zia paterna del Profeta (s). Hazrat al-Zubayr ibn al-‘Awwam era figlio della zia paterna del Profeta, Hazrat Safiyya (ra). Hazrat ‘Abd al-Rahman ibn ‘Awf (ra), Hazrat Sa‘d ibn Abi Waqqas (ra) e Hazrat ‘Umayr ibn Abi Waqqas erano parenti del Profeta da parte materna. Hazrat Abu Salama (ra) era cugino del Profeta (s) da parte paterna e suo fratello di latte. Hazrat ‘Abdullah ibn Jahsh era figlio di sua zia paterna Umayya. Hazrat Ja‘far ibn Abi Talib era suo cugino.

Essi abbracciarono la fede prima di tutti gli altri. Il significato della loro fede è che, dopo aver osservato da vicino la vita del Profeta, la sua eccellenza e la sua grandezza si impressero talmente nei loro cuori che non esitarono neppure per un istante ad accettarlo come profeta. Non si può attribuire questa fede alla parentela, all’amicizia o all’affetto personale. Infatti, nessuno può cambiare il proprio credo religioso o la propria religione per tali motivi.

Huliyya Sharif

Prima di concludere la descrizione della situazione dell’epoca precedente alla profezia, riteniamo opportuno descrivere anche le nobili caratteristiche fisiche del Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Questo perché la costituzione fisica e i tratti del volto hanno un profondo rapporto con la personalità di una persona. Sulla base delle descrizioni riportate da ʿAlī (che Allah sia compiaciuto di lui), Abū Hurayra (che Allah sia compiaciuto di lui), Anas (che Allah sia compiaciuto di lui), al-Barāʾ ibn ʿĀzib (che Allah sia compiaciuto di lui), Hind ibn Abī Hāla (che Allah sia compiaciuto di lui) e alcuni altri nobili Compagni nei libri di hadith come al-Bukhārī, Muslim, il Musnad di Aḥmad, al-Tirmidhī, al-Nasāʾī, al-Bayhaqī e al-Dāraqutnī, descriviamo qui nel complesso le nobili caratteristiche fisiche del Santo Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). La sua statura non era né molto alta né bassa, ma leggermente superiore alla media. Quando si trovava in un’assemblea, spiccava chiaramente. Il suo volto non era né allungato né completamente rotondo, bensì leggermente tondeggiante. Il colorito non era né bruno, né rosso, né completamente bianco, ma luminoso, chiaro e radioso. Aveva la testa grande, il petto ampio e una notevole distanza tra le spalle; era robusto, ma non corpulento. Le articolazioni del corpo erano molto solide. Gli avambracci erano muscolosi e la parte inferiore delle gambe era proporzionata al corpo. Sugli avambracci e sulla parte inferiore delle gambe vi erano leggeri peli. Il resto del corpo era privo di peli. Dal petto all’ombelico sembrava esserci una linea di capelli. I capelli della testa e la barba erano folti. Non erano ricci come quelli degli Abissini, né completamente lisci: erano leggermente ondulati. Fino alla sua morte, nella testa e nella barba non divennero bianchi più di una ventina di capelli, e ciò si notava soltanto dopo aver applicato l’olio. I capelli gli arrivavano talvolta a metà delle orecchie, talvolta sotto le orecchie e talvolta ancora più in basso. I suoi occhi erano grandi e belli. Anche senza applicare il kohl, sembravano dipinti con il kohl. Nel bianco degli occhi, o sulla pupilla, si vedeva una lieve venatura rossa. Le ciglia erano folte e lunghe. Le sopracciglia erano separate l’una dall’altra, non unite. La bocca era grande. Gli Arabi la consideravano un segno di bellezza e non apprezzavano le bocche piccole. Le piante dei piedi erano morbide; le dita delle mani e dei piedi erano lunghe e carnose. Il dito medio del piede era leggermente più lungo dell’alluce. I palmi delle mani erano carnosi. Al primo sguardo, le persone provavano un certo timore; ma quanto più si avvicinavano a lui, tanto più, colpite dalla sua umiltà, mitezza e nobile carattere, gli si affezionavano. Camminava con passi così decisi da sembrare che stesse scendendo o salendo. Quando guardava in una direzione, lo faceva completamente, e quando volgeva il viso da una parte, lo girava interamente. Non aveva l’abitudine di guardare di sbieco o soltanto girando il collo. Sul suo volto si vedeva un sorriso lieve. Quando rideva, non rideva rumorosamente. La sua forza fisica era tale che Rukāna, il forte lottatore dei Quraysh che nessuno era mai riuscito a sconfiggere, venne a lottare con il Profeta. Il Profeta lo gettò a terra e lo mise fuori combattimento. Egli si rialzò, ma non ebbe il coraggio di lottare di nuovo. Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) lo gettò nuovamente a terra. Quello disse: «Muḥammad! È mai possibile che tu mi abbia atterrato?». Ciò significa che il Profeta non aveva mai fatto esercizi né praticato la lotta; eppure gettò a terra per due volte Rukāna, il lottatore. In seguito quest’uomo divenne musulmano — che Allah sia compiaciuto di lui.

Un episodio dell’infanzia del Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) è il seguente: una volta era stato invitato a un banchetto nella casa di ʿAbd Allāh ibn Judʿān. Abū Jahl cominciò a litigare con il Profeta. Anche lui era allora ancora bambino. Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) lo gettò a terra con tale forza che gli ferì gravemente il ginocchio; il segno rimase per tutta la vita. Ibn Hishām riferisce che, quando Abū Jahl fu ucciso nella battaglia di Badr, il Profeta disse: «Cercate tra i caduti il corpo di Abū Jahl: troverete una cicatrice sul suo ginocchio». E infatti sul ginocchio del suo cadavere fu trovata la cicatrice. Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) raccontò questa storia della sua ferita.

Da questa lunga discussione si comprende che il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) non era soltanto un modello di nobile carattere, ma anche un modello di qualità virili e di coraggio.

 

Quarto capitolo

L’inizio della missione profetica e i primi tre anni dell’attività segreta di predicazione

La meditazione, la riflessione e la ricerca dei profeti prima di essere investiti della dignità profetica

Il Nobile Corano afferma che la conoscenza posseduta dai profeti prima della rivelazione non era diversa da quella della gente comune. Prima della discesa della rivelazione, essi non disponevano di alcuna fonte di conoscenza che non fosse disponibile anche agli altri. Al Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) viene detto:

(Arabo******************)

-O Profeta! Tu non sapevi che cosa fosse il Libro, né che cosa fosse la fede- (ash-Shūrā: 52).

(Arabo*****************)

-E Allah l’Altissimo ti trovò inconsapevole della via e poi ti guidò- (ad-Duḥā: 7).

Dalla saggezza intellettuale alla fede ispirata

Il Corano ci dice anche che, prima della profezia, i profeti (pace su di loro) superano il livello della fede nell’invisibile attraverso quelle comuni fonti di conoscenza e di particolare saggezza dalle quali attingono anche le persone comuni. Dopo la venuta della rivelazione, ciò che accade è che, riguardo alle verità per le quali il loro cuore rendeva testimonianza, la rivelazione fornisce una testimonianza inconfutabile, attestando che esse sono assolutamente vere; poi tali verità vengono loro mostrate nella realtà, affinché possano testimoniarle davanti al mondo con ferma certezza. Questo argomento è stato ripetutamente esposto nella Sura Hūd-

(Arabo******************)

-Può forse nutrire dubbi sulla veridicità colui che inizialmente si fondava su una prova chiara proveniente dal suo Signore, cioè sulla guida intellettuale e naturale, al quale poi è giunto anche un testimone da parte di Dio, ossia il Corano, mentre prima di esso era già presente il Libro di Mosè come guida e misericordia? –(Hūd: 17).

Poi la stessa cosa viene pronunciata dalla bocca del profeta Noè (pace su di lui)-

(Arabo*******************)

—O gente della mia nazione, riflettete un momento: io mi basavo su una prova evidente proveniente dal mio Signore, ed Egli mi aveva adornato, da parte Sua, della misericordia della rivelazione e della profezia; ma voi non la vedete. Dovremmo forse imporvela con la forza?

Poi, nel versetto 63, anche il profeta Salih (A) e, nel versetto 88, il profeta Shuʿayb (A) hanno ripetuto queste parole. Da ciò risulta chiaramente che, prima di acquisire attraverso la rivelazione la conoscenza diretta della verità, i profeti (A), utilizzando correttamente la naturale capacità di osservazione, riflessione e ricerca (******************* che nel versetto sopra)

si giungeva alla verità del tawhid e dell’Aldilà. L’acquisizione di questa verità non era concessa da Dio, ma ottenuta. In seguito, Allah l’Altissimo conferì loro la conoscenza della rivelazione. E questa non era ottenuta, bensì concessa da Dio.

L’osservazione dei segni naturali, la riflessione e la ricerca, nonché l’uso del senso comune (COMMON SENSE), sono cose del tutto diverse dalle congetture e dalle speculazioni (seiculation); e sono proprio i filosofi a dedicarsi a queste speculazioni. È precisamente questo ciò verso cui il Nobile Corano cerca di spronare gli uomini. Esso dice loro ripetutamente: aprite gli occhi, osservate i segni della potenza di Dio e traetene la giusta conclusione. In tal modo, osservando i segni di Dio, una persona imparziale e desiderosa della verità giunge a raggiungerla. (***1)

Dalla condizione del Messaggero di Allah (S) prima della sua vita profetica, che abbiamo descritto nel capitolo precedente, risulta chiaramente che il Profeta (S), già prima di essere investito della profezia, era puro e scevro dallo shirk e credeva nel tawhid. Dopo aver ricevuto la conoscenza, non accettò mai le credenze idolatriche della sua gente e non partecipò ai loro riti idolatrici. Rimase sempre lontano dagli idoli e dal culto degli idoli. Si teneva inoltre lontano dai sacrifici offerti alle divinità. Nella sua vita precedente alla profezia, la sua condizione era simile a quella dei sinceri seguaci del tawhid di cui abbiamo parlato nel secondo capitolo di quest’opera. Prima della profezia, non accettò nessuna delle alterazioni apportate dalle tribù di Jurhum e Khuzaʿa alla religione di Ibrahim durante l’epoca della jahiliyya. Allo stesso modo, rimase lontano dalle ulteriori distorsioni religiose introdotte dai Quraysh ai loro tempi. I Quraysh, per esempio, avevano stabilito per sé alcuni privilegi discriminatori in base ai quali si consideravano superiori agli altri arabi. Ibn Hisham e Ibn Saʿd riferiscono che, durante il pellegrinaggio, avevano abbandonato la consuetudine di recarsi ad Arafat e di ritornare da lì. Si recavano soltanto a Muzdalifa e da lì tornavano indietro, dicendo: «Noi siamo gli abitanti del Santuario. Non è cosa nostra recarci fuori dal Santuario e sostare ad Arafat come i comuni pellegrini. Se facessimo una cosa simile, quale differenza ci sarebbe tra noi e coloro che abitano fuori dal Santuario? La nostra dignità ne risulterebbe compromessa».

Eppure sapevano che recarsi ad Arafat e sostarvi, per poi ritornare da lì a Muzdalifa e Mina, faceva parte dei riti obbligatori del pellegrinaggio ed era incluso nella religione di Ibrahim. Gradualmente, anche quelle tribù esterne al Santuario che erano legate ai Quraysh da vincoli di parentela cominciarono a seguire queste distinzioni: per esempio, i Banu Kinana, i Khuzaʿa e gli Amir ibn Saʿsaʿa. Persino coloro che avevano rapporti amichevoli con i Quraysh finirono per considerarsi superiori ai comuni arabi e smisero di recarsi ad Arafat. Ma il Profeta (S) aveva già respinto questa innovazione religiosa prima della profezia. Ibn Ishaq cita una narrazione di Jubayr ibn Mutʿim (RA), nella quale Jubayr (RA) dice: «Prima della discesa della rivelazione, vidi il Messaggero (S) sostare ad Arafat insieme ai comuni arabi».

Tra le innovazioni introdotte dai Quraysh vi era anche questa: quando gli abitanti delle zone esterne al Santuario venivano per il pellegrinaggio o per lʿumra, non potevano mangiare cibo portato dall’esterno né compiere il tawaf indossando abiti portati dall’esterno. Dovevano mangiare il cibo del Santuario e, se nel Santuario non trovavano abiti, dovevano compiere il tawaf nudi. Se effettuavano il tawaf con abiti provenienti dall’esterno, dovevano abbandonarli. Non potevano più indossarli, né qualcun altro poteva toccarli. Gli arabi accettarono in silenzio questa cattiva consuetudine, o innovazione religiosa, come parte della religione; così si diffuse la pratica del tawaf in stato di nudità. (****2)

Il culto e la devozione del Profeta (s) in solitudine

Gli esperti di hadith narrano l’episodio dell’inizio della rivelazione, ciascuno con la propria catena di trasmissione, dall’Imam al-Zuhri, che lo trasmise da al-Zubayr, il quale lo trasmise da sua zia materna, Hazrat Aisha (ra). Ella, cioè Hazrat Aisha (ra), disse: «La rivelazione al Messaggero di Allah (s) ebbe inizio attraverso sogni veri e belli. Qualunque sogno facesse, era come se lo vedesse alla luce del giorno». [Al-Bayhaqi dice che questa condizione iniziò sei mesi prima della discesa della rivelazione.]

Poi cominciò a ritirarsi in solitudine e a dedicarsi al culto nella grotta di Hira. [Dopo il verificarsi della suddetta condizione, il Profeta (s) si ritirò ancora più spesso in solitudine. Tuttavia, il suo interesse per la solitudine era iniziato molto tempo prima. Secondo le narrazioni riportate da Ibn Hisham e al-Tabari, Ibn Ishaq, citando le narrazioni di Abdullah ibn al-Zubayr e Ubayd ibn Umayr al-Laythi, afferma che il Profeta (s) trascorreva ogni anno un mese a Hira. Portava con sé il cibo per alcuni giorni. Poi, al ritorno, compiva innanzitutto sette giri intorno alla Kaaba, prendeva da casa altro cibo per alcuni giorni e tornava a Hira.]

Inoltre, Hazrat Aisha (ra) dice che, durante questo periodo di ritiro e devozione, egli dava da mangiare in abbondanza ai poveri. Tuttavia, ella non dice quando il Profeta (s) cominciò a recarsi a Hira per soggiornarvi. Si può però supporre che avesse iniziato a farlo alcuni anni prima (l’autore).]

Hazrat Aisha (ra) descrive questa pratica del Profeta (s) con il termine «tahannuth». L’Imam al-Zuhri lo interpreta come culto e devozione. Si trattava di una forma di culto che egli praticava, poiché fino a quel momento Allah l’Altissimo non gli aveva ancora indicato alcuna modalità di culto. Portava da casa provviste sufficienti per alcuni giorni. Poi si recava da Hazrat Khadija (ra), che gli preparava altre provviste per alcuni giorni. (****3)

La ragione del ritiro nella grotta di Hira

Le ragioni per cui, in quel periodo, il venerabile Profeta (s) abbandonava l’abitato della Mecca e trascorreva il tempo in solitudine nella grotta di Hira, tra i monti, sono in parte illuminate dal seguente versetto della sura «Alam Nashrah»:

(Arabo****************)

Abbiamo rimosso da te quel pesante fardello che ti spezzava la schiena.

In questo versetto, la parola (***) significa «pesante fardello». La pesantezza causata dal dolore, dall’afflizione, dalla preoccupazione e dall’angoscia, alla vista dell’ignoranza e delle pratiche di ignoranza della sua stessa gente, aveva gravato sulla sua natura sensibile. Davanti a lui si praticava l’idolatria; shirk, kufr, superstizioni e altre pratiche simili erano ampiamente diffuse. La vita sociale era immersa nella corruzione morale, nella nudità e nell’oscenità. Le figlie venivano sepolte vive. Oppressione, ingiustizia e adulterio si erano ampiamente diffusi nella società. I deboli erano esasperati dalla tirannia dei forti. Le tribù si attaccavano improvvisamente l’una con l’altra. A volte i conflitti e le faide reciproche duravano per centinaia di anni. La vita, i beni, l’onore e la dignità di nessuno erano al sicuro, se non aveva alle spalle un gruppo potente. Vedendo queste condizioni, egli soffriva profondamente. Tuttavia, non riusciva a trovare alcun mezzo per salvare la gente da questo estremo declino morale. Fu questa preoccupazione a spezzare il suo corpo e il suo spirito. Allah l’Altissimo, mostrando la via della guida, rimosse da lui questo pesante fardello. Non appena fu insignito dell’onore della profezia, comprese che la fede nel tawhid, nella messaggeria e nell’Aldilà poteva risolvere tutti i problemi della vita e riformarne pienamente ogni aspetto e settore. Questa guida di Allah l’Altissimo alleggerì ogni fardello del Profeta Mustafa (s) ed egli si rassicurò e si convinse che, attraverso di essa, sarebbe stato possibile salvare da tali ingiustizie e misfatti non soltanto i popoli dell’Arabia, ma anche i gruppi umani degli altri paesi del mondo che vi erano immersi. (****4)

Il sogno veridico

Nel hadith narrato da Hazrat Aisha (ra) si afferma che l’inizio della rivelazione al Profeta (s) avvenne sotto forma di sogni veridici (Bukhari e Muslim). Questa continuità rimase presente in ogni fase dell’epoca profetica. Nei hadith sono menzionati molti suoi sogni, attraverso i quali gli veniva impartito un insegnamento oppure veniva informato di qualcosa. Anche nel Sacro Corano è menzionato esplicitamente uno dei suoi sogni (al-Fath: 127). Inoltre, in diversi hadith si riferisce che il Profeta (s) disse: «Una certa cosa è stata fatta sorgere nella mia mente», oppure: «Mi è stato detto questo», oppure: «Mi è stato impartito un ordine», o ancora: «Mi è stato proibito questo». La maggior parte degli hadith qudsi riguarda tali questioni. (***5)

L’inizio della rivelazione

Quando il Profeta Mustafa (s) aveva quarant’anni e sei mesi [Generalmente si afferma che ricevette la profezia all’età di quarant’anni. Tuttavia, nacque nel mese di Rabi al-awwal del primo Anno dell’Elefante e gli fu conferita la profezia nel mese di Ramadan dell’Anno dell’Elefante. Pertanto, all’inizio della rivelazione aveva quarant’anni e sei mesi – l’autore

Abdullah ibn Zubayr (ra), citando la narrazione di Ibn Ishaq e Ubaydullah ibn Umar al-Laythi, riferisce che il Profeta (s) disse: «In sogno, Jibril (as) venne e mi mostrò qualcosa scritto su un tessuto di seta, sul quale erano scritti i primi versetti della sura al-Alaq. Poi mi disse di leggere. Risposi: “Non so leggere”. Allora mi strinse in modo tale che sembrò che la mia vita stesse per uscire dal corpo. Poi mi lasciò e disse: “Leggi!”. Poi mi fece recitare fino a (****). Dopo essermi svegliato, mi sembrò che quelle parole fossero state scritte nel mio petto» (Tabari, Ibn Hisham, Suhayli). Ibn Kathir, citando questa narrazione, dice: «Questa fu come un’introduzione a ciò che gli era stato presentato da sveglio e di cui si trova menzione nel hadith di Hazrat Aisha (ra)». – l’autore]

Poi, un giorno del mese di Ramadan, nella grotta di Hira, gli fu fatta la rivelazione. L’angelo si fermò davanti a lui e disse: «*** Leggi». In diversi passi del Sahih di Bukhari questo episodio è narrato da Hazrat Aisha (ra). Ella cita direttamente le parole del Messaggero di Allah (s), nel quale egli dice: «Risposi: “Io non so leggere”. Allora l’angelo mi strinse in modo tale che divenne insopportabile per me. Poi mi lasciò e mi disse: “Leggi!”. Risposi: “Io non so leggere”. Poi mi strinse una seconda volta e ciò divenne insopportabile per me. Mi lasciò e disse ancora: “Leggi!”. Risposi: “Io non so leggere”. Mi strinse una terza volta e ciò divenne insopportabile per me. Poi mi lasciò e disse: “(arabo*********************)»

(Leggi nel nome del tuo Signore, che ha creato) e poi gli recitò fino a (ciò che egli non sapeva).

La venerabile Aisha (ra) racconta: quindi il Messaggero di Allah () giunse dalla venerabile Khadija (ra) in preda al timore e tremante, e disse: «Copritemi, copritemi». Quando il timore e l’apprensione si furono dissipati, disse: «O Khadija, che cosa mi è successo?»

Dopo averle raccontato tutto l’accaduto, disse: «Temo per la mia vita». Gli ulema hanno menzionato dodici motivi per questo timore. Secondo noi, tuttavia, la spiegazione più corretta è che egli tremasse di paura al pensiero di assumersi il gravoso incarico della profezia e continuasse a chiedersi come avrebbe potuto portare quel pesante fardello. Da ciò si può dedurre che il Profeta () non si considerasse affatto una persona straordinaria e che non nutrisse alcun desiderio di diventare profeta proprio lui. Non aveva neppure l’orgoglio di possedere la forza e la capacità di compiere un’opera tanto grandiosa – l’Autore.

La venerabile Khadija (ra) disse: «Mai! Al contrario, rallegrati. Giuro su Allah, l’Altissimo: Allah non umilierà mai la tua dignità [secondo un’altra narrazione, Allah l’Altissimo non ti farà mai patire dolore né sofferenza – l’Autore.

Tu tratti bene i parenti. Dici la verità. Secondo un’altra narrazione, restituisci ciò che ti viene affidato. Porti i pesi degli indifesi. Provvedi al sostentamento degli incapaci. Ospiti gli invitati e aiuti nelle opere buone. Un’altra narrazione aggiunge anche: il tuo carattere è sublime. Poi la venerabile Khadija (ra) condusse il Profeta () da suo cugino paterno Waraqa ibn Nawfal. Egli aveva abbandonato l’idolatria nell’epoca dell’ignoranza ed era diventato cristiano. Scriveva il Vangelo in arabo e in ebraico. Era ormai molto anziano e cieco. La venerabile Khadija (ra) gli disse: «Caro fratello, ascolta ciò che è accaduto a tuo nipote. (*****3)»

Secondo la narrazione di Abu Nu‘aym, Khadija (ra) raccontò personalmente a Waraqa l’intero episodio. Waraqa disse al Profeta (): «Nipote, che cosa hai visto?». Il Messaggero di Allah () riferì ciò che aveva visto. Waraqa disse: «Questo è il Namus (l’angelo che porta la rivelazione dall’alto dei cieli), che fu inviato a Mosè (a). Ah, se fossi ancora forte e capace al tempo della tua profezia! Ahimè, se fossi vivo quando la tua gente ti espellerà dal tuo paese!»

Il Messaggero di Allah () disse: «Questa gente mi espellerà?»

Waraqa disse: «Sì, non è mai accaduto che qualcuno portasse qualcosa come ciò che hai portato tu senza che la gente gli fosse ostile. Se fossi vissuto nella tua epoca, ti avrei aiutato e sostenuto con tutto il cuore e tutta l’anima».

Ma, non appena trascorso un breve periodo, Waraqa morì. [Waraqa viene chiamato nipote paterno del Profeta (pace e benedizioni su di lui) perché ʿAbd al-ʿUzzā, suo trisavolo, era fratello di ʿAbd Manāf, quadrisavolo del Profeta — l’autore.]

Che cosa si può comprendere da questo episodio?

Questo episodio manifesta chiaramente che, fino a un istante prima dell’arrivo dell’angelo, nella mente del Profeta (pace e benedizioni su di lui) non era mai sorta l’idea che sarebbe stato fatto profeta. Non solo era lontano dal desiderare una cosa simile, ma perfino l’eventualità che potesse accadere qualcosa del genere era al di là dei suoi pensieri. La rivelazione e la comparsa dell’angelo davanti a lui furono per lui un evento del tutto improvviso. La sua reazione fu quindi quella che naturalmente si verifica quando un simile avvenimento accade a una persona ignara. Per questo, quando cominciò a invitare all’Islam, gli abitanti della Mecca gli rivolsero accuse di vario genere. Ma nessuno disse: «Avevamo inizialmente temuto che un giorno avresti avanzato qualche pretesa, perché da qualche tempo ti stavi preparando a diventare profeta».

Da questo episodio si apprende anche quanto fosse pura e illibata la vita del Profeta Mustafa, e quanto elevati fossero il suo carattere e la sua condotta prima della profezia. Khadija (che Allah si compiaccia di lei) non era una donna giovane: aveva allora cinquantacinque anni. Da quindici anni era la compagna di vita del Profeta. A una moglie non rimane nascuna debolezza del marito. Nel corso della loro lunga vita coniugale, ella aveva conosciuto nel Profeta (pace e benedizioni su di lui) un uomo di così alto valore che, quando egli le raccontò ciò che era accaduto nella grotta di Hira, accettò senza esitazione che, in verità, era stato l’angelo di Allah a portargli la rivelazione. Allo stesso modo, Waraqa ibn Nawfal era un anziano della Mecca. Fin dall’infanzia aveva osservato la vita del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e, grazie alla loro stretta parentela durata quindici anni, possedeva una conoscenza ancora più profonda della sua condizione. Quando ascoltò il racconto, non lo ritenne né un’illusione né un’ispirazione demoniaca. Al contrario, non appena lo ebbe udito, dichiarò: «Questo è esattamente il Nāmūs che fu fatto discendere su Mosè (pace su di lui)». Ciò significa che anche per lui il Profeta Mustafa (pace e benedizioni su di lui) era un uomo di così alto valore che il suo essere rivestito della dignità profetica non costituiva affatto un fatto sorprendente. [Pur possedendo una personalità senza eguali, quella nobile persona era così al di sopra dell’orgoglio e della vanità che, anche quando fu improvvisamente innalzata al rango della profezia, per un certo tempo non riuscì a convincersi che, fra i milioni e milioni di uomini del mondo, proprio lui fosse l’unica persona scelta dal Signore, Padrone dell’universo, per tale incarico.]

Esame dell’episodio

Per comprendere correttamente la condizione in cui discese la rivelazione, bisogna anzitutto ricordare che questo evento si verificò all’improvviso presso il Profeta (pace e benedizioni su di lui). Prima di allora non aveva nemmeno immaginato che sarebbe stato fatto profeta. Nel suo cuore non vi era alcun desiderio del genere, né aveva fatto preparativi a tale scopo. Non aveva neppure immaginato che un angelo sarebbe venuto da lui portandogli un messaggio. Certamente sedeva in solitudine, dedito alla contemplazione, all’adorazione e alla devozione; tuttavia, nella sua mente non aveva trovato posto alcuna idea di diventare profeta. In tale situazione, quando l’angelo apparve improvvisamente nell’ambiente solitario della grotta di Hira, egli rimase proprio come rimane naturalmente ogni essere umano in una simile circostanza: sbalordito e incapace di comprendere che cosa fare. Sebbene fosse una persona di immensa nobiltà e grandezza, il suo sbigottimento non era privo di ordine: era accompagnato da un insieme coerente di pensieri diversi. In altre parole, nella sua mente cominciarono a sorgere varie domande e il suo animo si riempì di grande ansia e inquietudine. Pensava: «Sono stato davvero fatto profeta? Non sono stato forse sottoposto a una grande prova di fuoco? Come porterò il peso di questa enorme responsabilità? Come dirò alla gente: “Sono venuto come profeta per voi”? Come accetteranno le mie parole? Fino a oggi ho vissuto con onore nella società; ora i suoi membri mi derideranno e mi chiameranno pazzo. Come combatterò contro l’ambiente di questa ignoranza?» In breve, domande di questo genere sorsero numerose nella sua mente e lo misero profondamente in difficoltà.

Per questo, quando giunse a casa, tremava. Appena arrivato, disse: «Avvolgetemi nella coperta, avvolgetemi nella coperta».

I familiari lo avvolsero; dopo qualche tempo, quando si fu ripreso, raccontò per intero l’accaduto a Khadija (che Allah si compiaccia di lei). Disse: (Arabo********************)

Temo per la mia vita.

Hazrat Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) lo consolò dicendo:

(Arabo*******************)

Mai, per Dio! Allah non ti farà mai soffrire né ti sottoporrà ad alcuna afflizione. Tu servi i parenti, dici la verità, aiuti gli indifesi, provvedi ai bisogni dei poveri e dei bisognosi, ospiti con riguardo gli stranieri e sostieni ogni opera buona.

Poi condusse il Profeta (pace e benedizioni su di lui) da Waraqa ibn Nawfal, perché egli apparteneva alla Gente del Libro ed era informato sulle condizioni dei profeti precedenti. Dopo aver ascoltato ciò che era accaduto al Profeta, esclamò spontaneamente: «Questo è proprio il Namus che era venuto da Mosè (pace su di lui)!»

Lo disse perché conosceva il carattere puro e virtuoso del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), dall’infanzia fino alla giovinezza. Sapeva inoltre che non vi era mai stato in lui alcun segno di preparazione a rivendicare la profezia. Quando mise a confronto questi due fatti con l’accaduto — cioè che all’improvviso qualcuno era venuto dal mondo invisibile e aveva rivolto a quell’uomo messaggi del tutto simili agli insegnamenti dei profeti — comprese che si trattava senza dubbio di una vera profezia. (9)

Se avesse avuto in precedenza il desiderio della profezia

Se il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) avesse già pensato di diventare profeta, se avesse pensato che avrebbe dovuto essere scelto come profeta e, restando in attesa di ciò, si fosse imposto una tale pressione mentale attraverso la meditazione da aspettarsi in ogni momento che un angelo venisse a portargli un messaggio, allora, non appena si fosse verificato l’episodio della grotta di Hira, sarebbe disceso dalla montagna folle di gioia, con grandi pretese, sarebbe corso direttamente dal suo popolo e avrebbe annunciato la propria profezia. Ma la realtà fu esattamente opposta: rimase stupefatto e sbalordito da tutto ciò che aveva visto. Poi tornò a casa tremando per la paura, si avvolse nella coperta e si sdraiò. Dopo essersi in parte ripreso, disse sottovoce alla moglie: «Oggi, nella solitudine della grotta di Hira, è accaduto questo fatto. Non so che cosa accadrà. Non vedo alcun bene per la mia vita.»

Quanto è diversa questa condizione da quella di chi aspira alla profezia! E poi, chi può conoscere la vita del proprio marito, il suo stato d’animo, i suoi pensieri e le sue convinzioni meglio di sua moglie? Se dall’esperienza avesse saputo che suo marito aspirava alla profezia e attendeva continuamente la venuta degli angeli, la sua risposta non sarebbe mai stata quella data da Hazrat Khadija (ra). Ella disse: «Mio caro, perché ti agiti?»

Hai finalmente ottenuto ciò per cui contavi i giorni da tanto tempo. Vieni, prepara il tuo negozio di santone; alle offerte e ai doni votivi penserò io.

Ma, sulla base dell’immagine della vita del marito che aveva osservato durante i quindici anni trascorsi insieme, non le occorse neppure un istante per capire che Satana non poteva avvicinarsi a un uomo tanto virtuoso e disinteressato, né che Allah volesse sottoporlo a una prova maligna. Tutto ciò che egli aveva visto era assolutamente vero. La stessa condizione si presentava anche a Waraqa ibn Nawfal. Non era un estraneo, bensì apparteneva allo stesso clan e alla stessa parentela del Profeta (s). Dal lato della parentela stretta, era suo cognato. Essendo più anziano di alcuni anni, aveva avuto davanti agli occhi l’intera vita del Profeta Mustafa, dall’infanzia fino a quel momento. Non appena udì dalla sua bocca il racconto dell’episodio di Hira, dichiarò subito: «È proprio l’angelo che era venuto da Musa (a.s.) con la rivelazione». Anche in questo caso, infatti, egli si era trovato precisamente nella stessa situazione in cui si era trovato Hazrat Musa (a.s.). Era un uomo semplice, schietto e puro, dal carattere assolutamente immacolato. Non solo non aveva mai pensato alla profezia: nella sua mente non aveva mai trovato posto neppure la minima idea di poterla ricevere. All’improvviso, in piena consapevolezza e apertamente, fece questa esperienza. Perciò giunse con assoluta certezza alla conclusione, come due più due fa quattro, che qui non vi era alcun autoinganno né alcun fenomeno percettivo satanico; al contrario, quell’uomo sincero aveva visto nella realtà tutto ciò che aveva visto, senza averlo desiderato né aspirato.

Questa è una prova così evidente della profezia di Muhammad (s) che è assai difficile per una persona amante della verità negare questo fatto. Per questo, in diversi passi del Corano essa viene presentata come una prova della profezia. [Allah dice: (Arabo***********************)

«O Muhammad, di’: se Allah avesse voluto, non ve lo avrei mai recitato, né Egli ve ne avrebbe dato notizia. Inoltre, prima di questo, ho trascorso una vita intera in mezzo a voi. Non userete dunque la vostra ragione e il vostro discernimento? (Yunus: 16).

(Arabo******************)

Tu non sapevi che cosa fosse il Libro, né che cosa fosse la fede. Ma abbiamo fatto di quello Spirito una luce, mediante la quale guidiamo chi vogliamo tra i Nostri servi (ash-Shura: 52)]

Il contenuto della prima rivelazione

La prima rivelazione inviata al Messaggero di Allah (s) era costituita dai primi cinque versetti della sura al-ʿAlaq, nei quali è detto:

«Leggi nel nome del tuo Signore, Colui che ha creato. Ha creato l’uomo da un grumo di sangue. Leggi, e il tuo Signore è il più generoso, Colui che ha insegnato mediante il calamo, ha insegnato all’uomo ciò che non conosceva».

Questa fu la prima esperienza della rivelazione ricevuta dal Profeta (s). In questo messaggio non gli fu detto che sarebbe stato incaricato di una grande missione, né che cosa avrebbe dovuto fare in seguito. Al contrario, dopo questa prima presentazione gli fu concesso un certo periodo di pausa, affinché si attenuasse l’effetto della grande pressione esercitata sulla sua natura da quella prima esperienza e, sul piano psicologico, potesse prepararsi a ricevere ulteriori rivelazioni e ad assolvere il compito della profezia. [Dopo l’interruzione, quando la rivelazione ricominciò per la seconda volta, furono rivelati i primi sette versetti della sura al-Muddaththir. In essa, per la prima volta, al Profeta fu impartito questo ordine: «Alzati e avverti gli uomini, creature di Dio, delle conseguenze della visione del mondo secondo la quale stanno vivendo». Ne seguirà una spiegazione dettagliata. — L’autore.]

Spiegazione del contenuto della rivelazione

Riflettete su ogni parola della prima rivelazione discesa sul Profeta:

(Arabo*****************)

Leggi (o Profeta) nel nome del tuo Signore, Colui che ha creato (al-ʿAlaq: 1)

Quando l’angelo disse al Profeta (s): «O Profeta, leggi», egli rispose: «Io non so leggere». Da ciò si comprende che l’angelo gli presentò quelle parole della rivelazione in forma scritta. Infatti, se le parole dell’angelo avessero significato «Leggi nello stesso modo in cui io sto leggendo», non sarebbe stato necessario che il Profeta rispondesse: «Io non so leggere».

«Leggi nel nome del tuo Signore» — cioè: leggi invocando il nome del tuo Signore. In altre parole, pronuncia la basmala e leggi. Da ciò si comprende anche che, prima che questa rivelazione giungesse, il Messaggero di Allah (s) conosceva e riconosceva soltanto Allah l’Altissimo come suo Padrone o Signore. Per questo non fu necessario dirgli chi fosse il suo Signore; gli fu invece detto di leggere invocando il nome del proprio Signore. In altre parole: leggi nel nome del Signore che conosci.

«Colui che ha creato» — non è stato detto chi Egli abbia creato. Da ciò risulta spontaneamente il significato: leggi nel nome di quel Signore che è il Creatore, Colui che ha creato l’intero universo e ogni sua singola cosa.

(Arabo************************)

Ha creato l’essere umano da un grumo di sangue coagulato. Dopo aver menzionato in generale la creazione dell’universo, viene menzionata in particolare la creazione dell’uomo: da uno stato insignificante è iniziata la creazione dell’essere umano, che poi è stato reso un uomo completo. È il plurale di un termine il cui significato è «grumo di sangue». Questa è la fase iniziale che si manifesta alcuni giorni dopo il concepimento. In seguito assume la forma di carne, dopodiché comincia gradualmente il processo attraverso il quale prende forma umana.

(Arabo********************)

Leggi, e il tuo Signore è il più munifico, Colui che ha insegnato la conoscenza per mezzo della penna. (Al-ʿAlaq: 304). In altre parole, questa è la Sua grande benevolenza: iniziando da uno stato così insignificante, ha reso l’uomo dotato di conoscenza, che è la qualità più eccellente della creazione. Non si è limitato a renderlo sapiente; gli ha anche insegnato l’arte della scrittura mediante la penna, che è diventata il mezzo per diffondere e ampliare ampiamente la conoscenza, favorirne il progresso e trasmetterla e conservarla di generazione in generazione.

Se Egli non avesse insegnato all’uomo, mediante un metodo ispirato, l’uso della penna e l’arte della scrittura, le sue capacità intellettuali si sarebbero ristrette e irrigidite. Non avrebbe avuto alcuna possibilità di diffondersi, espandersi e svilupparsi, né di avanzare verso un progresso sempre maggiore da una generazione all’altra.

(Arabo****************)

Ha dato all’essere umano una conoscenza che prima non possedeva.

In altre parole, l’essere umano era in origine completamente privo di conoscenza; tutto ciò che ha appreso lo ha appreso perché gli è stato dato da Allah. Nella misura in cui Allah apre all’essere umano le porte della conoscenza, esse continuano ad aprirsi. Questo è stato espresso così nel Versetto del Trono:

e l’essere umano non può comprendere nulla della Sua conoscenza, salvo ciò che Egli stesso vuole. Altrimenti, è un’altra questione.

Tutte le cose che l’essere umano ritiene di aver conosciuto erano, in realtà, al di là della sua conoscenza. Quando Allah lo ha voluto, gli ha concesso una parte della Sua conoscenza. Tuttavia, l’essere umano non può percepire che è stato Allah a donargli quella conoscenza.

Questi erano tutti i versetti che erano stati rivelati al Profeta (s). Dal hadith di Hazrat Aisha (ra) si apprende che questa prima esperienza fu così difficile che il Profeta (s) non riusciva a sopportarla a lungo. Per questo, in quel momento si ritenne sufficiente dirgli soltanto che il Signore che egli già conosceva e riconosceva lo stava rivolgendosi direttamente a lui. Da parte Sua era iniziata per te la successione della rivelazione e ti aveva eletto Suo Profeta.

Qualche tempo dopo furono rivelati i primi sette versetti della sura al-Muddaththir. In essi gli fu detto che cosa avrebbe dovuto fare dopo essere stato investito della profezia. A questo proposito è bene sapere che il Messaggero di Allah (s) vide Hazrat Jibril (as) nella sua forma propria soltanto due volte. Per il resto, egli veniva sempre dal Profeta in forma umana. Dalla narrazione di Hazrat Aisha (ra) nel Kitab al-Tawhid di Bukhari si apprende, e in Muslim, nel Kitab al-Iman, Hazrat Aisha (ra) stessa riferisce dal Messaggero di Allah (s), che la prima volta Hazrat Jibril (as) apparve all’orizzonte orientale, come viene indicato nella sura al-Najm e nella sura al-Takwir, e avanzò gradualmente verso il Profeta (s). Infine rimase sospeso sopra di lui nello spazio. Poi si chinò verso il Profeta e gli si avvicinò tanto che tra loro rimasero soltanto due lunghezze d’arco. Hazrat Aisha (ra) dice che in quel momento Jibril (as) era nella sua forma propria e ricopriva l’intero spazio celeste superiore. (Bukhari.) Il Profeta (s) stesso dice: «Lo vidi nella forma in cui Allah lo aveva creato». L’intero spazio tra il cielo e la terra si riempì della sua enorme figura. (Muslim.)

Quando ebbe inizio la rivelazione?

Quando fu rivelata per la prima volta questa rivelazione, comprendente i primi cinque versetti della sura al-‘Alaq? A questo proposito esistono diverse opinioni dei narratori. Ibn Abd al-Barr e Mas‘udi affermano che la data della nomina del Profeta (s) fu l’8 di Rabi al-Awwal dell’anno 41 dell’Elefante. Ibn al-Qayyim, nella sua Zad al-Ma‘ad, la cita come l’opinione della maggioranza. Tuttavia, coloro che sostengono questa opinione probabilmente hanno fatto risalire l’annuncio della profezia al momento in cui, secondo la narrazione di Bayhaqi, il Profeta (s) cominciò ad avere sogni veritieri, sei mesi prima della discesa della rivelazione. Ma riguardo alla rivelazione il Corano afferma chiaramente che:

(Arabo******************)

-Ramadan è il mese nel quale è stato fatto scendere il Corano (al-Baqara: 185)

Nessun’altra affermazione contraria a questa chiara dichiarazione coranica può essere considerata attendibile.

Ora, riguardo alla data di Ramadan in cui iniziò la rivelazione, esistono diverse opinioni. Alcuni hanno indicato il 7 di Ramadan. Ibn Saʿd, in un punto, ha indicato il 12 di Ramadan e, in un secondo punto, citando l’Imam Baqir (ra), ha indicato il 17 di Ramadan. Al-Baladhuri lo ha riferito. Al-Tabari e Ibn Athir, citando Abu Qilaba al-Jarmi, hanno indicato il 18 di Ramadan, mentre alcune altre persone hanno indicato il 19 di Ramadan. Wathila ibn al-Asqa, Jabir ibn Abd Allah (ra) e Abu al-Julat hanno indicato il 24 di Ramadan. Eppure il decreto del Santo Corano è: (Arabo******************)

-Abbiamo fatto scendere questo Corano nella Notte del Destino. La stragrande maggioranza degli ulema della comunità sostiene che la Notte del Destino sia una delle notti dispari degli ultimi dieci giorni di Ramadan. La maggior parte di loro indica inoltre la notte del 27 di Ramadan come la Notte del Destino. [La seconda volta il Profeta lo vide vicino al Sidrat al-Muntaha.

In una narrazione di ʿAbd Allah ibn Masʿud (ra) riportata nel Musnad di Ahmad si dice che il Profeta (s) abbia affermato: «Ho visto Gabriele (as) vicino al Sidrat al-Muntaha. Aveva seicento ali» (Tafhim, Sura an-Najm, note 5, 7, 8, 11 e 14).]

Hadith attendibili sulla data della rivelazione del Corano

La narrazione di Abu Hurayra (ra) riferisce che il Messaggero di Allah (s), riguardo alla Notte del Destino, disse: «È la notte del 27 o del 29» (Abu Dawud e al-Tayalisi). Una seconda narrazione, sempre da Abu Hurayra (ra), riferisce che essa è l’ultima notte di Ramadan (Musnad di Ahmad).

Quando Zirr ibn Hubaysh chiese a Hazrat Ubayy ibn Ka’b (ra) riguardo alla Notte del Destino, egli giurò che era la notte del 27 (Ahmad, Muslim, Abu Dawud, Tirmidhi, Nasa’i e Ibn Hibban).

Quando fu chiesto ad Abu Dharr (ra) a questo proposito, egli disse che Hazrat Umar (ra), Hazrat Hudhayfa (ra) e molti dei Compagni del Messaggero non avevano alcun dubbio che fosse la notte del 27 di Ramadan (Ibn Abi Shayba).

Hazrat Ubada ibn Samit (ra) riferisce che il Messaggero di Allah (s) disse: «La Notte del Destino si trova in una delle notti dispari degli ultimi dieci giorni di Ramadan: la ventunesima, la ventitreesima, la venticinquesima, la ventisettesima o la ventinovesima» (Musnad Ahmad).

Hazrat Abdullah ibn Abbas (ra) riferisce che il Messaggero di Allah (s) disse: «Cercatela [la Notte del Destino] negli ultimi dieci giorni, quando mancano nove giorni alla fine del mese, oppure quando ne mancano cinque» (Bukhari). La maggior parte degli studiosi ha interpretato queste parole nel senso che il Profeta (s) intendesse le notti dispari.

In una narrazione di Hazrat Abu Bakr (ra) si legge: «Quando mancano nove giorni, sette giorni, cinque giorni, tre giorni oppure resta l’ultima notte». In altre parole, cercate la Notte del Destino in queste date (Tirmidhi, Nasa’i).

Secondo una narrazione di Hazrat Aisha (ra), il Profeta (s) disse: «Cercate la Notte del Destino nelle notti dispari degli ultimi dieci giorni di Ramadan» (Bukhari, Muslim, Ahmad, Tirmidhi). Secondo una narrazione di Hazrat Aisha (ra) e di Hazrat Abdullah ibn Umar (ra), il Profeta (s) praticava l’i’tikaf durante gli ultimi dieci giorni di Ramadan.

Sulla base delle narrazioni ricevute a questo proposito da Hazrat Muawiya (ra), Hazrat Umar (ra), Hazrat Ibn Abbas (ra) e altri illustri personaggi, un gran numero dei pii predecessori considerava il 27 di Ramadan la Notte del Destino. (**ঁ**14)

La prima prescrizione obbligatoria dopo la profezia: la preghiera

Ṭabarī dice: dopo la professione di fede nel tawḥīd e l’abbandono dell’idolatria, la prima cosa resa obbligatoria dalla legge islamica fu la preghiera. Ibn Hišām e Muḥammad ibn Isḥāq, citando una narrazione di ʿĀʾiša (che Allah si compiaccia di lei), riferiscono che la prima cosa resa obbligatoria al Profeta (pace e benedizioni su di lui) fu la preghiera. All’inizio consisteva in due rakʿāt per volta. L’Imam Aḥmad ibn Lahiʿa ha riferito da Zayd ibn Ḥāriṯa (che Allah si compiaccia di lui) che, dopo la prima rivelazione al Profeta (pace e benedizioni su di lui), Ǧibrīl (pace su di lui) venne da lui e gli insegnò il wuḍūʾ. Anche Ibn Māǧa e al-Ṭabarānī riferiscono questo episodio, con alcune variazioni nelle catene di trasmissione. Esso trova spiegazione nella narrazione di Ibn Isḥāq, secondo cui il Profeta (pace e benedizioni su di lui) si trovava nella zona elevata della Mecca, quando Ǧibrīl (pace su di lui) apparve davanti a lui in splendida forma e con un profumo eccellente e disse: «O Muḥammad! Allah ti ha salutato e ha detto che Io sono il Suo messaggero per iǧinn e gli esseri umani. Invitali dunque a testimoniare: lā ilāha illā Allāh».

Poi Ǧibrīl (pace su di lui) batté il piede sul terreno e ne scaturì una sorgente. Quindi compì il wuḍūʾ, affinché il Profeta potesse imparare il modo di purificarsi per la preghiera. Poi disse: «Ora compi il wuḍūʾ».

Poi Ǧibrīl (pace su di lui) pregò con il Profeta (pace e benedizioni su di lui) due rakʿāt, compiendo quattro prosternazioni. In seguito il Profeta (pace e benedizioni su di lui) fece venire Ḫadīǧa (che Allah si compiaccia di lei) in quel luogo, le fece compiere il wuḍūʾ e pregò due rakʿāt insieme a lei. Anche Ibn Hišām, Ibn Ǧarīr e Ibn Kaṯīr riferiscono questo episodio.

L’Imam Aḥmad, Ibn Māǧa e al-Ṭabarānī riferiscono da Usāma ibn Zayd (che Allah si compiaccia di lui), il quale lo riferisce da suo padre Zayd ibn Ḥāriṯa (che Allah si compiaccia di lui), che dopo la rivelazione al Profeta (pace e benedizioni su di lui) la prima cosa resa obbligatoria fu che Ǧibrīl (pace su di lui) venisse e insegnasse al Profeta le modalità del wuḍūʾ. Poi si mise in piedi per la preghiera e disse al Profeta: «Prega insieme a me». Quindi il Profeta (pace e benedizioni su di lui) tornò a casa e raccontò l’accaduto a Ḫadīǧa (che Allah si compiaccia di lei). Ella fu sopraffatta dalla gioia. Allora il Profeta (pace e benedizioni su di lui) le disse di compiere il wuḍūʾ in quel luogo e pregò con lei nello stesso modo in cui aveva pregato con Ǧibrīl (pace su di lui). Questa fu dunque la prima pratica resa obbligatoria dopo la rivelazione. Probabilmente si trattò dell’evento avvenuto al mattino di quella notte nella quale fu rivelato (*****). Da allora il Profeta (pace e benedizioni su di lui) e Ḫadīǧa (che Allah si compiaccia di lei) pregarono in segreto.

I primi quattro musulmani

È opinione unanime che la prima musulmana fu Ḫadīǧa (che Allah si compiaccia di lei). In seguito vi è divergenza riguardo a chi, tra ʿAlī (che Allah si compiaccia di lui), Abū Bakr (che Allah si compiaccia di lui) e Zayd ibn Ḥāriṯa (che Allah si compiaccia di lui), abbia abbracciato per primo l’Islam. Tuttavia, è concordemente riconosciuto che questi tre furono i primi ad abbracciare l’Islam dopo Ḫadīǧa (che Allah si compiaccia di lei). *****)

Riguardo ad ʿAlī (che Allah si compiaccia di lui), il ḥāfiẓ Ibn Kaṯīr, nell’al-Bidāya, cita la narrazione di Ibn Isḥāq e quella di al-Balāḏurī e al-Wāqidī, dicendo che, quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) e Ḫadīǧa (che Allah si compiaccia di lei) iniziarono a pregare in segreto, il giorno successivo ʿAlī (che Allah si compiaccia di lui) li vide in quello stato. Domandò: «Che cos’è questo?». Il Profeta rispose: «Questa è la religione di Allah, che Egli ha scelto per Sé e con la quale ha inviato il Suo messaggero. Ti invito dunque ad accettare l’unico Allah, senza associati, ad adorarLo e a rinnegare al-Lāt e al-ʿUzzā».

ʿAlī aveva allora dieci anni. Disse: «Non avevo mai sentito parlare di ciò prima d’ora. Non posso prendere alcuna decisione prima di averlo chiesto una volta a mio padre».

A quel tempo il Profeta (s) non voleva che il suo segreto fosse divulgato prima del momento opportuno. Perciò gli disse: «Se accetti la mia parola, mantieni la cosa segreta». Quella notte Hazrat Ali (ra) rimase in silenzio. In seguito, Allah suscitò nel suo cuore l’ispirazione dell’Islam; al mattino si presentò davanti al Profeta e disse: «Che cosa mi avete detto ieri?»

Nei libri di storia e di sīra, questi quattro vengono generalmente indicati come i primi musulmani. Tuttavia, non si può ritenere che le figlie del Profeta (s), che a quel tempo avevano raggiunto l’età della ragione, non abbiano abbracciato la fede insieme alla loro illustre madre. Hazrat Zaynab (ra) aveva dieci anni quando il Profeta (s) ricevette la profezia. Hazrat Umm Kulthum (ra) e Hazrat Ruqayya (ra) erano abbastanza grandi perché, prima dell’inizio dell’invito pubblico, fossero date in sposa ai figli di Abu Lahab. Quanto a Hazrat Fatima (ra), nacque un anno dopo l’inizio della profezia e aprì gli occhi in un ambiente islamico. Perciò, a nostro parere, le tre figlie dovrebbero essere incluse tra i primi musulmani. Riguardo a Hazrat Fatima, si dovrebbe ritenere che abbia aperto gli occhi della conoscenza già come credente e musulmana — l’Autore.

Il Profeta (s) disse: «Attesta che non vi è altra divinità all’infuori di Allah, l’Unico, senza associati; rinnega Lāt e al-‘Uzzā e recidi ogni legame con gli associati diversi da Allah».

Hazrat Ali (ra) lo accettò immediatamente. Tuttavia, per timore di Abu Talib, mantenne segreta la sua conversione all’Islam. Anch’egli cominciò però a pregare insieme al Profeta (s).

L’Imam Ahmad, Ibn Jarir e Ibn Abd al-Barr citano la narrazione di Afif al-Kindi, fratellastro e cugino di Ash‘ath ibn Qays. Egli racconta: «Abbas ibn Abd al-Muttalib era un mio vecchio amico; veniva spesso nello Yemen, acquistava profumi e li vendeva durante il pellegrinaggio. Una volta, durante il pellegrinaggio, quando lo incontrai a Mina, vidi arrivare un uomo di grande dignità. Fece molto bene l’abluzione, poi si alzò per pregare. Quindi arrivò un ragazzo non ancora giunto alla pubertà, che anch’egli fece molto bene l’abluzione e si mise a pregare. Dissi: “O Abbas, quale religione è mai questa? Non la conosco affatto”».

Abbas (ra) disse: «Questo è mio nipote Muhammad (s), figlio di Abdullah ibn Abd al-Muttalib. Egli sostiene che Allah lo abbia inviato come Messaggero. Secondo un’altra narrazione, sostiene che le ricchezze di Cesare e di Cosroe saranno sottoposte alla sua autorità. E questo secondo è mio nipote Ali ibn Abi Talib, che segue la sua religione. E questa è Khadija bint Khuwaylid, moglie di Muhammad; anche lei ha seguito la sua religione».

In seguito, quando lo stesso Kindi abbracciò l’Islam, disse con rammarico: «Ah, se solo fossi stato il quarto insieme a loro!»

Ibn Hisham e Ibn Jarir riferiscono che, in seguito, anche Abu Talib vide Hazrat Ali pregare. Gli disse: «Figlio mio, quale religione stai seguendo?» Egli rispose: «Padre, ho creduto in Allah e nel Suo Messaggero (s), ne ho riconosciuto la veridicità e ho pregato insieme a lui».

Abū Ṭālib disse: «Egli non ti inviterà ad altro che al bene. Rimani al suo fianco».

Ibn Kathīr riporta una dichiarazione di Abū Ṭālib: «Rimani con tuo cugino e aiutalo». Nel commentario di Zurqānī al Mawāhib è scritto, riguardo a Ḥaḍrat Abū Bakr (ra), che egli era seduto presso Ḥakīm ibn Ḥizām, nipote di Ḥaḍrat Khadīja (ra). In quel momento la schiava di Ḥakīm venne da lui e disse: «Oggi vostra zia ha detto che suo marito è un profeta simile a Ḥaḍrat Mūsā (a), inviato da Allah». Non appena udì ciò, Ḥaḍrat Abū Bakr (ra) si recò direttamente dal Profeta (s) e, dopo aver appreso che le parole della schiava erano vere, abbracciò la fede senza esitazione. Ibn Isḥāq riporta da ʿAbdullāh ibn al-Ḥusayn al-Taymī questa narrazione: il Messaggero di Allah (s) disse: «A chiunque abbia proposto l’Islam, questi ha esitato almeno un poco e ha riflettuto. Ma quando ne parlai ad Abū Bakr, egli non esitò né tardò minimamente ad accettarlo».

Non è stato tramandato alcun resoconto dettagliato su come Ḥaḍrat Zayd ibn Ḥāritha (ra) abbracciò la fede. Tuttavia, per quindici anni aveva vissuto nella casa del Profeta come un membro della sua famiglia. Certamente aveva visto il Profeta (s) e Ḥaḍrat Khadīja (ra) pregare, e questa deve essere stata la ragione per cui abbracciò l’Islam.

Da questi avvenimenti si può inoltre comprendere, incidentalmente, che, sebbene all’inizio il Profeta (s) agisse segretamente, i suoi parenti prossimi e quelli di Ḥaḍrat Khadīja (ra) sapevano che egli stava presentando una religione diversa da quella ancestrale e affermava di essere stato nominato profeta da parte di Allah. I membri della sua famiglia e almeno i suoi amici non si limitarono ad accettare questa sua pretesa, ma iniziarono anche a compiere atti di culto e altre pratiche in conformità con essa. Tuttavia, poiché tali cose erano note non ai suoi nemici, ma soltanto ai suoi sostenitori, essi le mantennero segrete, proprio come il Profeta (s) aveva voluto che rimanessero segrete all’inizio. Non ne discussero in alcun modo; altrimenti l’opposizione sarebbe iniziata prima del tempo.

Durante i primi tre anni, Ḥaḍrat Isrāfīl (a) fu inviato per istruire il Profeta?

Ibn Jarīr nella sua Storia, Ibn Saʿd nel Ṭabaqāt, Qasṭallānī nel Mawāhib al-Ladunniyya e Zurqānī nel suo commentario al Mawāhib riportano questa narrazione del celebre tābiʿī Imām al-Shaʿbī: durante i primi tre anni della profezia, Ḥaḍrat Isrāfīl (a) fu assegnato al Messaggero di Allah (s) per istruirlo. Egli non portava la rivelazione, poiché il compito di portarla spettava a Ḥaḍrat Jibrīl (a). Tuttavia, istruiva il Profeta (s) e gli trasmetteva conoscenza per vie diverse dalla rivelazione. [Forse tale via poteva essere l’ilqāʾ() oppure un insegnamento impartito direttamente mediante un incontro — l’autore.]

Imām Aḥmad ibn Ḥanbal, Yaʿqūb ibn Sufyān al-Ḥāfiẓ e al-Bayhaqī hanno trasmesso questa narrazione di al-Shaʿbī, e la catena di trasmissione fino a lui è autentica. Tuttavia, non so da quale fonte lo stesso al-Shaʿbī ne fosse venuto a conoscenza, poiché non ha indicato la catena di trasmissione fino al Profeta (s). Ibn Saʿd e Ibn Jarīr affermano che al-Wāqidī ne negò l’autenticità. Egli dichiarò con fermezza che, oltre a Ḥaḍrat Jibrīl (a), nessun altro era stato assegnato al Profeta (s).

Si tratta di una questione che non può essere né respinta completamente né accettata con certezza. È difficile respingerla, perché al-Shaʿbī era un muḥaddith affidabile e la sua narrazione mursal non è così debole da poter essere rifiutata del tutto. Tuttavia, non si può neppure definirla un fatto certo, perché la catena della narrazione non è abbastanza solida da imporne l’accettazione. Ciononostante, la questione non è oltre i limiti della possibilità. Infatti, dopo l’inizio della profezia, l’immensa ricchezza di conoscenza che troviamo nelle parole e nelle azioni del Profeta, riguardo a ogni aspetto della vita — una ricchezza di cui sono colmi i libri di ḥadīth e di sīra e della quale non si trova neppure la minima traccia nelle parole e nelle azioni di un altro essere umano — gli era certamente stata riversata nel profondo del cuore dal mondo invisibile. E forse Allah l’Altissimo aveva affidato a Ḥaḍrat Isrāfīl (a) il compito di trasmettergli questa ricchezza di conoscenza.

Il periodo di interruzione della rivelazione

Dopo la discesa della prima rivelazione, Jibril (pace su di lui) si astenne per un certo periodo dal portare la rivelazione. Quanto più questa situazione si protraeva, tanto più aumentava l’angoscia del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Al punto che talvolta, quasi inconsapevolmente, si recava sul monte Shabir, a Mecca, e talvolta sul monte Hira, pensando di gettarsi giù. In questa situazione, mentre si dirigeva verso il bordo di una montagna, udì una voce provenire dal cielo e si fermò. Guardando in alto, vide Jibril (pace su di lui) seduto su una sedia tra il cielo e la terra. Egli disse: «O Muhammad! Tu sei certamente il Messaggero di Allah e io sono Jibril».

Ibn Saʿd trasmise questo racconto da ʿAbdullah ibn ʿAbbas (che Allah sia soddisfatto di lui); Ibn Jarir lo riportò nel suo tafsir e ʿAbd al-Razzaq nel suo al-Muṣannaf, sulla base della trasmissione dell’imam al-Zuhri. Se ne trova una descrizione dettagliata anche in al-Bukhari, Muslim e nel Musnad di Ahmad. (15)

Nella narrazione dell’imam al-Zuhri si legge:

Per qualche tempo la rivelazione cessò di scendere sul Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). In quel periodo soffrì una tale angoscia mentale che spesso saliva sulla cima di una montagna e si accingeva a gettarsi giù. Ma ogni volta che raggiungeva il bordo della cima, Jibril (pace su di lui) gli appariva davanti e diceva: «Tu sei il Profeta di Allah». A quelle parole trovava serenità nel cuore e la sua inquietudine svaniva. — (Ibn Jarir).

Poi l’imam al-Zuhri, citando la narrazione di Jabir ibn ʿAbdullah (che Allah sia soddisfatto di lui), riferisce che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), menzionando il periodo di interruzione della rivelazione, disse: «Stavo camminando per una strada quando all’improvviso udii una voce provenire dal cielo. Alzando la testa, vidi quell’angelo che avevo visto nella caverna di Hira. Era seduto su una sedia tra il cielo e la terra. Alla vista di ciò fui preso da un terribile timore e smarrimento e, quando arrivai a casa, dissi: “Avvolgetemi in una coperta!”. La gente di casa mi avvolse allora nella coperta, e in quel momento Allah fece scendere la rivelazione:»

(in arabo)

(O tu che sei avvolto nella coperta). Poi la rivelazione continuò a scendere su di me. — (al-Bukhari, Muslim, Musnad di Ahmad, Ibn Jarir).

La rivelazione dei primi sette versetti della sura al-Muddaththir

Trascorse così il periodo durante il quale la rivelazione rimase interrotta, e furono rivelati i primi sette versetti della sura al-Muddaththir, attraverso i quali al Profeta fu conferito il rango della missione apostolica e gli furono impartite le direttive necessarie per adempiere al suo incarico apostolico. Qui è opportuno comprendere bene la differenza: i primi cinque versetti della sura al-‘Alaq annunciavano che la rivelazione aveva avuto inizio per il Profeta e che egli era stato nominato profeta da parte di Allah. Con questi versetti della sura al-Muddaththir, invece, oltre alla profezia gli viene affidato anche il compito della missione apostolica. Gli viene ordinato: «Alzati e comincia ad adempiere al tuo incarico». In alcune narrazioni riguardo a questi versetti si è arrivati ad affermare che essi siano i primissimi versetti del nobile Corano. Nelle raccolte di hadith, come quelle di Bukhari, Muslim, Tirmidhi e Musnad Ahmad, è riportata una descrizione dettagliata di ciò, trasmessa da Jabir ibn Abdullah al-Ansari (ra). Tuttavia, nella comunità dei credenti vi è quasi unanimità sul fatto che, per primi—

(Arabo*************) fino a (*************)

furono rivelati. Poi, secondo Ibn Kathir, la rivelazione rimase interrotta fino alla discesa di questi versetti della sura al-Muddaththir. In seguito la rivelazione ricominciò nuovamente. Lo stesso imam Zuhri ha trasmesso da Jabir ibn Abdullah al-Ansari (ra) questa narrazione: prima della rivelazione di questi versetti, il Messaggero di Allah (s) vide nel cielo, nello spazio tra il cielo e la terra, proprio l’angelo che era venuto da lui nella grotta di Hira. Abbiamo già citato questa narrazione sopra, con riferimento a Bukhari, Muslim e ad altri. (****17

La guida impartita in questa sura

Ora prestate attenzione a questi versetti della sura al-Muddaththir e vedete quale guida vi è stata impartita.

(Arabo***************)

—O tu che sei avvolto in una coperta o in una coltre. Qui, invece di rivolgersi al Messaggero di Allah dicendo: «O Messaggero, o Profeta», ci si rivolge a lui dicendo: «O tu che sei avvolto in una coperta». Poiché il Profeta (s), dopo aver visto Gabriele seduto su una sedia tra il cielo e la terra, fu preso da paura e sgomento e, giunto a casa in quello stato, disse ai suoi familiari: «Avvolgetemi, avvolgetemi». Per questo Allah l’Onnipotente si rivolse a lui chiamandolo «al-Muddaththir». Il significato che scaturisce spontaneamente da questo dolce appellativo è: «O Mio amato servo, perché giaci avvolto in una trapunta o in una coperta? Ti è stata affidata una responsabilità enorme e, per assolverla, devi scendere in campo con ferma determinazione».

(Arabo***********)

-Alzati e ammonisci.

Questo è il tipo di ordine che fu impartito a Nūḥ (a.s.) dopo che gli fu conferita la profezia. Ad esempio:

(Arabo*****************)

-Ammonisci il tuo popolo: li attende un castigo doloroso da parte Mia- (Nūḥ: 1)

Il significato del suddetto versetto della Sura al-Muddaththir è questo: O tu che giaci avvolto nel mantello, alzati e ammonisci coloro che ti circondano e che vivono nella negligenza. Se persistono in questa condotta, mettili in guardia dalle conseguenze inevitabili. Ammoniscili che non vivono in un regno di vino, nel quale possano fare ciò che vogliono senza doverne rendere conto.

(Arabo**************)

E proclama la grandezza del tuo Signore.

Questo è il primo compito che un profeta deve svolgere in questo mondo. Il suo primo compito consiste nel respingere tutto ciò a cui gli uomini ignoranti attribuiscono qui la superiorità e proclamare apertamente in tutto il mondo che, nell’intero universo, nessuno possiede superiorità all’infuori dell’unico Dio. Per questo, nell’Islam, alla formula «Allahu Akbar» è stata attribuita la massima importanza. L’adhan stesso inizia con la proclamazione di Allahu Akbar. Anche nella preghiera il musulmano vi entra pronunciando Allahu Akbar. Poi si alza e si siede ripetendo più volte Allahu Akbar. Quando si sgozza un animale, il coltello viene affondato pronunciando «Bismillah, Allahu Akbar». Oggi il grido del takbir è il segno più evidente e distintivo dei musulmani di tutto il mondo. Infatti, il Profeta di questa comunità iniziò la sua opera proprio con Allahu Akbar.

Qui si allude a un aspetto sottile, che dovrebbe essere compreso bene. Dalle circostanze della rivelazione di questi versetti sappiamo che proprio al primo Messaggero di Allah, il Profeta (pace e benedizioni su di lui), fu ordinato di intraprendere il compito immenso della missione profetica. È inoltre evidente che la città e l’ambiente in cui gli veniva ordinato di presentarsi con questa missione erano il teatro dello shirk. Non si trattava soltanto del fatto che la popolazione del luogo fosse politeista, come gli altri abitanti dell’Arabia; la questione più importante era che la Mecca Nobile era il più grande santuario dell’Arabia politeista. E i Quraysh ne erano i sacerdoti. In luoghi simili, la comparsa solitaria di un uomo e il suo innalzare la bandiera del tawhid contro lo shirk erano un’impresa estremamente rischiosa. Perciò, insieme alle parole «Alzati e ammonisci», fu detto: «Proclama la grandezza del tuo Signore». Il significato è: non temere affatto quelle forze terribili che consideri ostacoli alla tua opera. Dichiara con parole chiare: il mio Signore è molto più grande di quelle forze che potrebbero ergersi per sbarrarmi la via di questa mia chiamata.

Quale incoraggiamento e quale entusiasmo maggiori potrebbero mai essere suscitati in una persona per indurla a intraprendere l’opera di Allah? Colui nella cui mente è profondamente impressa l’immagine della grandezza di Allah non esita neppure per un istante a combattere da solo contro il mondo intero per Allah.

(Arabo**************)

—e mantieni puri i tuoi abiti.

Queste parole hanno un significato ampio e le loro implicazioni sono assai profonde. Uno dei loro significati è questo: mantieni puri e immacolati i tuoi abiti. Infatti, la purezza degli abiti è intimamente legata alla purezza dell’anima. Un’anima pura non può dimorare in un corpo sporco e sudicio e in abiti impuri. L’ambiente nel quale il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) iniziò l’opera della predicazione islamica non era soltanto sprofondato nell’abisso del declino della fede e della moralità, ma era anche privo dei concetti più elementari di tahārat e di pulizia. Il compito del Profeta era insegnare loro la purezza e la pulizia sotto ogni aspetto. Per questo gli fu ordinato di stabilire, anche nella sua vita esteriore, il più alto livello di tahārat (purezza). È dunque il risultato di questa guida il fatto che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) impartì all’umanità insegnamenti così dettagliati riguardo alla pulizia del corpo e degli abiti, che non ebbero la fortuna di riceverli neppure le nazioni più civilizzate dell’epoca moderna, per non parlare degli arabi dell’epoca dell’ignoranza. Persino nella maggior parte delle lingue del mondo non esiste una parola che possa equivalere al termine tahārat. Nell’Islam, invece, i libri di hadith e di fiqh iniziano l’esposizione delle norme islamiche proprio dalla tahārat. In essi vengono spiegate dettagliatamente la distinzione tra puro e impuro e le modalità della purificazione.

Il secondo significato di queste parole è: mantieni i tuoi abiti puliti e ordinati. La concezione dell’ascetismo ha stabilito, nella religiosità mondana, questo criterio: quanto più una persona è sporca e trasandata, tanto più è considerata religiosa o devota. Se qualcuno indossava abiti puliti e ordinati, veniva ritenuto un uomo attaccato al mondo. Eppure la natura umana detesta lo sporco e la trascuratezza. Chi possiede il comune senso della cortesia e del buon gusto desidera stringere rapporti d’amicizia proprio con le persone pulite e ordinate. Per questo è necessario che coloro che invitano le persone alla via di Allah abbiano un aspetto esteriore tanto puro, pulito e ordinato da essere guardati con rispetto e da non presentare nella loro persona nulla di sgradevole che possa suscitare spontaneamente repulsione.

Il terzo significato di questo comando è: mantieni i tuoi abiti puri dai difetti morali. I tuoi abiti devono certamente essere puliti e puri. Tuttavia, non devono recare segni di superbia e arroganza, del desiderio di mettersi in mostra, di sfarzo, influenza o prestigio. Sono anzitutto gli abiti a rivelare la personalità di una persona. Qualunque sia il tipo di abito che qualcuno indossa, già al primo sguardo la gente cerca di dedurre che genere di persona egli sia. Gli abiti dei proprietari terrieri e dei nawab-subahdar, quelli dei mercanti della religione, quelli dei teppisti, dei malviventi e dei vagabondi recano tutti i tratti della natura e del carattere di chi li indossa. La natura di coloro che invitano alla via di Allah è spontaneamente diversa da quella di queste persone. Di conseguenza, anche i loro abiti dovrebbero essere naturalmente diversi da quelli di costoro. Dovrebbero indossare abiti tali che chiunque, vedendoli, possa pensare: “Quest’uomo è molto educato, dotato di grande buon gusto; non è guidato dalle passioni né è coinvolto nella loro dissolutezza”.

Il quarto significato è dunque questo: mantieni puri i tuoi abiti e il tuo vestiario. Come in urdu, anche in arabo l’espressione «mantenere puri gli abiti e il vestiario» (pak-dāmanī) viene usata nel senso di essere al di sopra dei difetti morali e di adornarsi di un carattere eccellente. Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui), l’imām Nakhaʿī, Shaʿbī, Mujāhid, Qatādah, Saʿīd ibn Jubayr, al-Hasan al-Baṣrī e altri celebri esegeti hanno interpretato questo versetto proprio nel senso di: mantieni pura la tua condotta e stai lontano da ogni forma di immoralità. Nella lingua e nell’idiomatica araba si dice:

(Arabo*********************)

—«I vestiti di una certa persona sono puri e il suo vestiario è puro». Ciò significa che la sua indole e la sua condotta sono buone. Al contrario, si dice

(*****************)

—I suoi abiti sono sporchi, vale a dire che è una persona di cattiva indole. Non ci si può fidare di ciò che dice.

(Arabo*************************)

Tieni lontano te stesso dalla sporcizia e dall’impurità. Qui, con sporcizia o sozzura, si intende ogni genere di sozzura: che si tratti della sozzura della ʿaqīdah, della fede e del modo di pensare, oppure della sozzura delle azioni e della morale, della sozzura del corpo e del vestiario, o della sozzura del modo di vivere. In altre parole, devi tenerti lontano da ogni genere di sozzura che si è diffusa intorno a te, nell’intera società. Nessuno deve poter muovere contro di te l’accusa che, tra le sozzure e le trasgressioni dalle quali distogli la gente, si trovano tracce di alcune di esse anche in te.

(Arabo*****************)

-e non fare favori per ottenere un vantaggio maggiore.

Il significato di queste parole è così ampio che non è possibile tradurlo in una sola frase e spiegarne pienamente il senso. Un loro significato è che devi mostrare misericordia e benevolenza verso chiunque in modo disinteressato. Le tue donazioni, la tua benevolenza e la tua buona condotta devono essere esclusivamente per amore di Allah. Non devi ottenere alcun vantaggio terreno in cambio di un beneficio o di un atto di bontà, né deve esserci in te il minimo desiderio di questo genere. In altre parole, quando fai del bene a qualcuno, fallo per amore di Allah; non aiutare o favorire nessuno allo scopo di trarne un beneficio.

Il secondo significato è che, sebbene l’opera profetica che stai compiendo sia un’opera immensamente benefica, attraverso la quale le creature di Allah ricevono la guida, non devi vantarti davanti agli uomini dicendo di arrecare loro un enorme beneficio, né devi ricavarne alcun interesse personale.

Il terzo significato è che, sebbene tu stia svolgendo un servizio grandioso, non devi considerare grandiosa la tua opera ai tuoi stessi occhi; non deve sorgere nel tuo cuore l’idea che, adempiendo il compito profetico e consacrando la vita a quest’opera, tu stia facendo una benevolenza al tuo Signore.

(Arabo*************)

-e persevera per il tuo Signore.

In altre parole, l’opera che ti è stata affidata è un compito estremamente arduo. Per quest’opera dovrai affrontare gravi calamità, sofferenze e difficoltà terribili.

La tua stessa gente diventerà tua nemica. Tutta l’Arabia si unirà contro di te. Ma dovrai sopportare con pazienza qualunque cosa si presenti su questo cammino e adempiere il tuo dovere con fermezza e risolutezza. Per distoglierti da quest’opera, minacce, tentazioni, amicizia, inimicizia, affetto e benevolenza: tutto si ergerà come un ostacolo davanti a te. Di fronte a tutto ciò, dovrai restare fermo nel tuo proposito con determinazione.

Questa fu la guida iniziale che Allah l’Altissimo impartì al Suo Messaggero quando gli ordinò: «Alzati e inizia il tuo compito». Se qualcuno riflette su queste brevi frasi e sul loro significato, il suo cuore testimonierà che, al momento di iniziare l’opera di un profeta, non si sarebbe potuta impartire un’istruzione migliore. In esse viene detto anche quale compito dovesse svolgere. Allo stesso tempo gli viene insegnato con quale intenzione, quale disposizione d’animo e quale orientamento mentale dovesse svolgerlo. Viene inoltre avvertito delle difficoltà che avrebbe incontrato in questo compito e di come avrebbe dovuto affrontarle. Oggi coloro che, per cieco odio, affermano che — Dio ce ne scampi — queste parole uscivano dalla bocca del Messaggero di Allah dopo che era stato colpito dall’epilessia, come un delirio, aprano gli occhi, osservino queste frasi e riflettano personalmente: si tratta forse del delirio di una persona colpita da epilessia, oppure della guida di Dio, con la quale Egli istruì il Suo servo nel momento in cui gli affidò la responsabilità della profezia?

L’abitudine a ricevere la rivelazione

In precedenza abbiamo riferito, citando Jābir ibn ʿAbd Allāh — che Allah sia soddisfatto di lui —, che dopo la sūra al-Muddaththir ebbe inizio la discesa continua della rivelazione sul Profeta — pace e benedizioni su di lui. Tuttavia, nei primi tempi, quando riceveva la rivelazione, il Santo Profeta aveva la difficoltà di cercare di memorizzarla e conservarla nella mente, temendo di dimenticarla. Talvolta, inoltre, durante la discesa della rivelazione, chiedeva il significato di qualcosa. Per questo, in quel periodo era necessario insegnare accuratamente al Profeta il modo di ricevere la rivelazione. Nella sūra Ṭā-Hā è detto:

فَتَعَالَى اللَّهُ الْمَلِكُ الْحَقُّ وَلَا تَعْجَلْ بِالْقُرْآنِ مِنْ قَبْلِ أَنْ يُقْضَى إِلَيْكَ وَحْيُهُ وَقُلْ رَبِّ زِدْنِي عِلْمًا

Allah è l’Altissimo e il Sublime. Egli è il vero Sovrano. E non affrettarti a recitare il Corano, o Profeta, finché la rivelazione non ti sia stata completamente trasmessa. E prega: «O mio Signore, accresci la mia conoscenza» (Ṭā-Hā, 114).

La chiara continuità del discorso indica che la predicazione si era conclusa con quelle parole. Poi, al momento di congedarsi, l’angelo, per ordine di Allah, mise in guardia il Profeta — pace e benedizioni su di lui — riguardo a ciò che aveva osservato durante la discesa della rivelazione. Non si ritenne opportuno inserire un’osservazione nel mezzo. Perciò, dopo aver completato la trasmissione del messaggio, mise in guardia il Santo Profeta su questo punto. Che cosa aveva reso necessaria quella messa in guardia? Sono le stesse parole dell’ammonimento a rivelarlo. Mentre riceveva il messaggio della rivelazione, il Profeta cercava di recitarlo per ricordarlo. Forse questo tentativo interrompeva ripetutamente la sua attenzione. Forse ostacolava la continuità della ricezione della rivelazione. Può darsi che non prestasse un’attenzione completa all’ascolto del messaggio. Alla luce di questa situazione si ritenne necessario spiegargli il modo corretto di ricevere la rivelazione e vietargli di fare, di tanto in tanto, quei tentativi di memorizzazione.

Anche al momento della rivelazione della sura al-Qiyāma si verificò questa situazione. Perciò egli fu ammonito, interrompendo la continuità del discorso.

(arabo*******************)

Non muovere ripetutamente e frettolosamente la lingua per ricordarlo. Spetta a Noi farlo memorizzare e recitarlo. Perciò, quando lo recitiamo, ascoltalo con attenzione; poi spetta a Noi anche spiegarne il significato. [La spiegazione che abbiamo fornito, considerando questa frase nel contesto della sura al-Qiyāma, non si basa affatto su una semplice congettura. Al contrario, essa è riportata in narrazioni attendibili. Musnad Ahmad, al-Bukhari, Muslim, al-Tirmidhi, al-Nasa’i, Ibn Tabarani, al-Bayhaqi e altri muḥaddithīn, trasmettendo attraverso varie catene la narrazione di ʿAbdullah ibn ʿAbbas — che Allah sia soddisfatto di lui — riferiscono che, quando il Corano veniva rivelato al Messaggero — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — egli recitava insieme a Gabriele le parole della rivelazione, temendo di dimenticarle. Gli fu allora detto:………..

لَا تُحَرِّكْ بِهِ لِسَانَكَ لِتَعْجَلَ بِهِ (16) إِنَّ عَلَيْنَا جَمْعَهُ وَقُرْآنَهُ (17) فَإِذَا قَرَأْنَاهُ فَاتَّبِعْ قُرْآنَهُ (18) ثُمَّ إِنَّ عَلَيْنَا بَيَانَهُ

La stessa cosa è stata tramandata da Shaʿbi, Ibn Zayd, al-Daḥḥāk, al-Ḥasan al-Baṣri, Qatāda, Mujāhid e da altri illustri muḥaddithīn. ]

Anche nella sura al-Aʿlā fu data al Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — la garanzia: «Ti faremo recitare e poi non lo dimenticherai». [Al-Ḥākim ha riportato una narrazione da Saʿd ibn Abī Waqqāṣ, mentre Ibn Muʿāwiya l’ha riportata da ʿAbdullah ibn ʿAbbās — che Allah sia soddisfatto di lui — secondo cui il Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — ripeteva le parole del Corano per timore di dimenticarle. Mujāhid e Kalbī affermano che Gabriele, appena terminava di recitare la rivelazione e si allontanava, il Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — cominciava a ripetere la prima parte, proprio per paura di dimenticarla. Per questo Allah, l’Altissimo, garantì al Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace —: «Durante la rivelazione, ascolta in silenzio. Te la faremo recitare e rimarrà impressa nella tua memoria per sempre. Non temere di dimenticarne qualcuna delle parole».]

سَنُقْرِئُكَ فَلَا تَنْسَى

In seguito, quando il Profeta ebbe acquisito esperienza nel ricevere i messaggi della rivelazione, questo genere di situazione cessò di verificarsi. Perciò nelle sure successive non troviamo ammonimenti di questo tipo.

I tre anni della predicazione segreta

In conformità alla saggezza che Allah l’Altissimo aveva insegnato al Suo Profeta per trasmettere il messaggio della profezia, egli non iniziò subito a proclamare la propria profezia né a invitare apertamente la gente in generale. Al contrario, durante i primi tre anni continuò a portare il messaggio dell’Islam a persone nobili che, attraverso prove, argomentazioni e comprensione, erano disposte ad accettare il tawhid e ad abbandonare lo shirk. Allo stesso tempo, trasmise il messaggio anche a coloro dei quali si poteva avere la certezza che avrebbero mantenuto il segreto finché, per ordine di Allah l’Altissimo, egli non avesse deciso di iniziare pubblicamente e apertamente, davanti alla gente, l’opera dell’invito ad Allah. In quest’opera, Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), il cui vero nome era Abdullah ibn Uthman, ebbe l’influenza più efficace. Tuttavia, la sua kunya, Abu Bakr, divenne così famosa che il suo vero nome passò in secondo piano. Zamakhshari afferma che fu chiamato Abu Bakr perché primeggiava su tutti per purezza e nobiltà d’indole e di carattere. Questo nome era già divenuto celebre per lui nell’epoca della jahiliyya — l’Autore. Al-Tabari e Ibn Hisham ne spiegano il motivo dicendo che era una persona estremamente socievole e cordiale; grazie alle sue qualità era molto amato dalla sua gente. Tra i Quraysh nessuno conosceva le genealogie meglio di lui. Nessuno conosceva meglio di lui chi fosse buono e chi cattivo, né le qualità di ciascuno. Era un commerciante ed era rinomato per la sua buona condotta. La sua gente si recava spesso da lui e si sedeva in sua compagnia per la sua intelligenza, per i suoi affari e per la sua buona condotta. Approfittando di queste occasioni, trasmetteva l’invito all’Islam a coloro nei quali riponeva fiducia. Sotto l’influenza della sua predicazione, un gran numero di persone abbracciò l’Islam. In seguito, tutti coloro che diventavano musulmani cercavano tra i propri amici le persone virtuose e diffondevano l’Islam tra loro. In quel periodo i musulmani pregavano segretamente nelle zone deserte alla periferia della Mecca, affinché nessuno si accorgesse della loro conversione.

Istituzione di un centro per la predicazione e le riunioni nella casa di Arqam

Dopo due anni e mezzo, non appena era trascorso ancora qualche tempo, accadde un fatto che fece temere l’inizio prematuro di uno scontro con i miscredenti della Mecca.

Ibn Ishaq racconta che un giorno i musulmani stavano pregando in una zona periferica della Mecca. In quel momento un gruppo di politeisti li vide e cominciò a chiamarli apostati. Dalle parole si arrivò quasi allo scontro e Hazrat Sa‘d ibn Abi Waqqas (che Allah sia soddisfatto di lui) lanciò contro uno di loro un osso di cammello, spaccandogli la testa. Ibn Jarir e Ibn Hisham hanno fornito un resoconto conciso di questo episodio. Al-Hakim al-‘Umari, invece, ne ha registrato una descrizione dettagliata nella sua opera sulle spedizioni militari. Egli dice che l’uomo al quale fu spaccata la testa era Abdullah ibn Khatal dei Banu Taym. In seguito, il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) trasformò immediatamente nella casa di Hazrat Arqam ibn Abi al-Arqam, situata vicino a Safa, il centro delle riunioni e dell’invito e della predicazione. In questo modo la gente avrebbe potuto riunirsi lì e pregare, e coloro che avessero continuato ad abbracciare segretamente l’Islam avrebbero potuto recarvisi. Nella storia dell’Islam, questa casa di Arqam acquistò una fama imperitura. Anche dopo la conclusione del periodo di tre anni di predicazione segreta e l’inizio dell’invito pubblico alla gente, essa rimase il centro dei musulmani. Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) risiedeva proprio lì. I musulmani venivano lì per incontrarlo. Fino all’incarcerazione nello Shi‘b Abi Talib, questo fu il centro dell’invito islamico.

I risultati dei tre anni di predicazione segreta

Prima di discutere del periodo dell’invito islamico pubblico, dovremmo esaminare quanto lavoro fu compiuto durante questi tre anni: quali persone e quanti membri dei diversi clan dei Quraysh divennero musulmani; quante persone, mawali, schiavi e schiave appartenenti ai Quraysh abbracciarono l’Islam. Di seguito viene presentato l’elenco; è stato possibile compilare questo elenco solo dopo molti sforzi, ricerche e indagini, poiché non se ne trova da nessuna parte uno completo riunito in un unico luogo.

Il clan dei Banu Hashim

1. Jaʿfar ibn Abī Ṭālib

2. Sua moglie Asmāʾ bint ʿUmays al-Khashʿamiyya (questa donna non apparteneva alla tribù dei Quraysh)

3. Ṣafiyya (ra) bint ʿAbd al-Muṭṭalib [la zia paterna del Profeta e madre di Ḥazrat al-Zubayr (ra).]

4. Arwā (ra) bint ʿAbd al-Muṭṭalib [madre di Ṭulayb (ra) ibn ʿUmayr e zia paterna del Profeta.]

La tribù dei Banū al-Muṭṭalib

5. ʿUmayda (ra) ibn al-Ḥārith ibn al-Muṭṭalib.

La tribù dei Banū ʿAbd Shams ibn ʿAbd Manāf

6. Abū Ḥudhayfa (ra) ibn ʿUtba ibn Rabīʿa

7. Sua moglie Sahla (ra), figlia di Suhayl ibn Amr

tribù dei Banū Umayya

8. Uthman (ra) ibn Affan

9. Sua madre Arwa (ra), figlia di Qurayz

10. Khalid (ra) ibn Sa’id ibn al-As ibn Umayya

11. Sua moglie Umayma (ra), figlia di Khalaf al-Khuza’iyya (alcuni hanno detto che il suo nome fosse Umayna).

12. Umm Habiba (ra), figlia di Abu Sufyan (inizialmente era sposata con Umayta ibn Jahsh; in seguito ebbe l’onore di diventare Madre dei Credenti).

Hulafa della tribù dei Banū Umayya (legati ai Banū Umayya da vincoli di amicizia).

13. Abdallah ibn Jahsh

14. Abu Ahmad ibn Jahsh

15. Ubaydallah ibn Jahsh [Egli emigrò in Abissinia insieme a sua moglie, Hazrat Umm Habiba. Lì abbracciò il cristianesimo e morì. —L’autore.]

Questi tre erano discendenti dei Banu Ghanam ibn Dudan. Erano figli di Umayma bint Abd al-Muttalib, zia paterna del Profeta (ra), e fratelli di Zaynab, Madre dei Credenti.]

La tribù dei Banu Taym

16. Asma bint Abi Bakr (ra)

17. Umm Ruman (ra) [La moglie di Hazrat Abu Bakr (ra) e la madre di Hazrat Aisha (ra) e di Hazrat Abd al-Rahman ibn Abu Bakr (ra).]

18. Talha (ra) ibn Ubaydallah

19. Sua madre era Saʿba (ra), figlia di al-Hadrami.

20. Harith (ra), figlio di Khalid

Tribù legate da vincoli di alleanza con i Banu Taym

21. Suhayb (ra), figlio di Sinan al-Rumi

La tribù dei Banu Asad ibn Abd al-Uzza

22. al-Zubayr (ra), figlio di al-Awwam (nipote di Khadija e cugino materno del Profeta.

23. Khalid (ra), figlio di Hizam (fratello di Hakim ibn Hizam e nipote della venerabile Khadija).

24. Aswad (ra), figlio di Nawfal

25. Amr (ra) ibn Umayya

La tribù dei Banū Abd al-Uzza ibn Qusay

26. Yazid (ra) ibn Zamaya ibn al-Aswad

La tribù dei Banū Zuhra

27. Abd al-Rahman (ra) ibn Awf

28. Sua madre Shifa (ra), figlia di Awf

29. Sa’d ibn Abi Waqqas (ra). Il vero nome di Abu Waqqas era Malik ibn Usaib.

30. Suo fratello Umayr (ra) ibn Abi Waqqas.

31. Suo fratello Amir (ra) ibn Abi Waqqas

32. Muttalib (ra) ibn Azhar (cugino paterno di Abd al-Rahman ibn Awf)

33. Sua moglie Ramla (ra), figlia di Abi Awf al-Sahmiyya

34. Tulayb (ra) ibn Azhar

35. Abdallah (ra) ibn Shihab.

Tribù legate da un’alleanza di amicizia con i Banu Zuhra

36. Abdallah (ra) ibn Masud. Apparteneva alla tribù degli Huzayl ed era legato da un’alleanza di amicizia ai Banu Zuhra della Mecca.

37. Utba (ra) ibn Masud (fratello di Abdallah ibn Masud)

38. Miqdad (ra) ibn Amr al-Kindi

39. Khabbab (ra) ibn al-Aratt

40. Shurahbil (ra) Hasanah al-Kindi

41. Jabir (ra) ibn Hasanah (fratello di Shurahbil)

42. Junada (ra) ibn Hasanah (lo stesso)

La tribù dei Banu Adi

43. Sa’id (ra) ibn Zayd ibn Amr ibn Nufayl [cugino paterno e cognato di Umar (ra)]

44. Sua moglie Fatima (ra) bint al-Khattab [sorella di Umar (ra)]

45. Zayd ibn Khattab (r.a.) (fratello maggiore di Hazrat Umar)

46. Amir ibn Rabia al-Anzi (r.a.) (Khattab lo aveva adottato come figlio.)

47. Sua moglie Layla bint Abi Hasma (r.a.)

48. Ma’mar ibn Abdallah ibn Nadla (r.a.)

49. Nu’aym ibn Abdallah ibn al-Lakhkham (r.a.).

50. Adi ibn Nadla (r.a.)

51. Urwa ibn Abi Usas (r.a.) (fratellastro di Amr ibn As)

52. Ma’us ibn Sayyid ibn Haritha ibn Nadla (r.a.).

Una tribù legata ai Banū ʿAdī da vincoli di amicizia.

53. Wāqid ibn ʿAbd Allāh (Khattāb lo adottò come figlio).

54. Khālid ibn Bukayr ibn ʿAbd Yāʿlīl al-Laylī

55. Yās (ra) ibn Bukayr ibn ʿAbd Yālis al-Laythī

56. Yaʿs (ra) ibn Bukayr ibn ʿAbd Yālis al-Laythī

56. ʿĀmir (ra)

57. ʿĀqil (ra)

La tribù dei Banū ʿAbd al-Dār

58. Mus’ab (ra) ibn Umayr

59. Suo fratello Abu Rum (ra) ibn Umayr

60. Firas (ra) ibn al-Nadr

61. Jahm (ra) ibn Qays

62. Uthman (ra) ibn Maz’un

63. Suo fratello Qudama (ra) ibn Maz’un

64. Suo fratello Abdullah (ra) ibn Maz’un

65. Sa’ib ibn Uthman (ra) ibn Maz’un

66. Maʿmar (ra) ibn al-Harith ibn Maʿmar

67. Suo fratello Hatib (ra) ibn al-Harith

68. Sua moglie Fatima (ra), figlia di Mujallil al-Amiriyya

69. Hattab (ra) ibn al-Harith, fratello di Maʿmar

70. Sua moglie Fukaïha, figlia di Yasar

71. Sufyan ibn Maʿmar (ra)

72. Nubaïna (ra) ibn Uthman

La tribù dei Banu Sahm

73. ʿAbdullah ibn Hudhafa (ra)

74. Khunays ibn Hudhafa (ra) (genero di ʿUmar (ra); primo marito di Ḥafṣa (ra), Madre dei Credenti.

75. Hisham ibn al-ʿĀṣ ibn Wāʾil (ra)

76. al-Ḥārith ibn Qays (ra)

77. Suo figlio Bashīr ibn al-Ḥārith (ra)

78. Il suo secondo figlio, Maʿmar ibn al-Ḥārith (ra)

79. Qays (ra) ibn Hudhafa (fratello di ʿAbdullah ibn Hudhafa)

80. Abū Qays (ra) ibn al-Ḥārith

81. Abdullah (ra) bin al-Harith

82. Sa’ib (ra), lo stesso

83. Hajjaj (ra), lo stesso

84. Bishar (ra), lo stesso

85. Sa’id (ra), lo stesso

Tribù alleata dei Banū Sahm

86. Umay (ra) bin Riyab

87. Mahmiya (ra) bin al-Jazu [fratellastro di Umm al-Fadl (ra), moglie di Hazrat Abbas (ra).]

La tribù dei Banu Makhzum

88. Abu Salama (Abdullah ibn Abd al-Asad), cugino del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e suo fratello di latte, primo marito di Umm al-Mu’minin Umm Salama (che Allah sia soddisfatto di lei).

89. Sua moglie, Bibi Umm Salama (che Allah sia soddisfatto di lei) (lei e suo marito Abu Salama erano parenti stretti di Abu Jahl).

90. al-Arqam (che Allah sia soddisfatto di lui), ibn Abi al-Arqam (la cui casa è stata menzionata in precedenza).

91. Ayyash (che Allah sia soddisfatto di lui), ibn Abi Rabia (fratellastro di Abu Jahl e cugino di Khalid ibn al-Walid).

92. Sua moglie, Asma (che Allah sia soddisfatto di lei), figlia di Salama al-Tamimiyya.

93. al-Walid (che Allah sia soddisfatto di lui), ibn al-Walid ibn al-Mughira.

94. Hisham ibn Abi Hudhayfa (che Allah sia soddisfatto di lui).

95. Salma (ra) bin Hisham

96. Hashim (ra) bin Abi Hudhayfa

97. Habbar (ra) bin Sufyan

98. Suo fratello Abdullah bin Sufyan

La tribù alleata dei Banu Makhzum

99. Yasir (ra) (padre di Ammar bin Yasir).

100. Ammar bin Yasir (ra).

101. Suo fratello Abdullah bin Yasir (ra).

La tribù dei Banu Amir ibn Lu’ay

102. Abu Habra (ra), figlio di Abi Ruwaym (figlio di Barra, zia paterna del Profeta, figlia di Abd al-Muttalib).

103. Sua sorella Umm Kulthum (ra), figlia di Suhayl ibn Amr. (Sorella di Abu Jandal (ra).

104. Abdullah (ra), figlio di Suhayl ibn Amr.

105. Hatib (ra), figlio di Amr (fratello di Suhayl ibn Amr).

106. Salit (ra), figlio di Amr.

107. Sakran (ra), figlio di Amr (fratello di Suhayl ibn Amr. Fu il primo marito di Sawda (ra), figlia di Zamaya, Madre dei credenti).

108. Sua sorella Sawda (ra), figlia di Zamaya (dopo la morte di Sakran ebbe l’onore di diventare Madre dei credenti).

109. Salit ibn Amr e Bibi Yaqaza (ra), figlia di Alqama (nell’Iṣāba è chiamata Umm Yaqaza, mentre Ibn Saʿd ha detto: Fatima, figlia di Alqama).

110. Malik ibn Zamʿa (ra), fratello di Suauda.

111. Ibn Umm Maktum (ra).

La tribù dei Banu Fihr ibn Malik

112a. Abu Ubayda (ra) ibn al-Jarrah

113. Suhayl (ra) ibn Bayda

114. Saʿid (ra) ibn Qays

115. Amr (ra) ibn al-Harith ibn Zuhayr

116. Uthman (ra), figlio di Abd Ghanam ibn Zuhayr (cugino materno di Abd al-Rahman ibn Awf (ra)).

117. Harith (ra), figlio di Sa’id

La tribù dei Banu Abd Qusay

118. Tushayb (ra), figlio di Umayr (figlio della zia paterna del Profeta, Arwa bint Abd al-Muttalib). Gli appartenenti a questa tribù erano imparentati con le famiglie nobili dei Quraysh. Inoltre possedevano un gran numero di schiavi e schiave. In seguito ai tre anni di predicazione segreta, abbracciarono l’Islam. I loro nomi sono i seguenti:

119. Umm Ayman Baraka (ra), figlia di Tha’laba, che si prese cura del Profeta tenendolo in grembo fin dalla sua infanzia.

120. Zinnira al-Rumiyya (ra) (schiava affrancata di Amr ibn al-Mu’ammil).

121. Bilal (ra), figlio di Rabah.

122. Sua madre Hamama (ra)

123. Abu Fukayha (ra), figlio di Yasar al-Juhami (liberto di Safwan bin Umayya).

124. Labiba (ra) (schiava di Muammal bin Habib).

125. Umm Uways (ra) (schiava dei Banu Taym bin Murra oppure dei Banu Zuhra. La prima opinione è di Zubayr bin Bakkar, la seconda di Baladhuri).

126. Amir bin Fuhayra (schiavo di Tufayl bin Abdullah).

127. Sumayya (ra) (madre di Ammar bin Yasir e schiava di Abu Hudhayfa bin al-Mughira al-Makhzumi).

Di seguito sono riportati i nomi dei Quraysh che abbracciarono l’Islam a Mecca nel periodo iniziale.

128. Mihjan (ra), figlio di al-Adra al-Aslami.

129. Masud (ra), figlio di Rabia bin Amr. Apparteneva al clan dei Qara dei Banu al-Hun bin Khuzayma.

In questo modo, aggiungendo 129 persone ai primi quattro musulmani, il loro numero arrivò a centotrentatré (133). Tutte queste persone fortunate entrarono a far parte della comunità musulmana prima che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) iniziasse a diffondere pubblicamente l’invito all’Islam.

[Abd al-Barr, nell’Istiʿāb, e Ibn Athir, nell’Usd al-ghāba, hanno scritto: «Si dice che Umm al-Fadl (che Allah sia soddisfatto di lei), moglie di Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui), fu la prima donna a convertirsi all’Islam dopo Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei)». Se ciò è vero, il numero dei primi musulmani ammonta a 134. Il vero nome di questa donna era Lubaba bint al-Harith. Era sorella materna di Maymuna (che Allah sia soddisfatto di lei), zia materna di Khalid ibn al-Walid (che Allah sia soddisfatto di lui) e sorellastra di Asma bint Umays, moglie di Jaʿfar ibn Abi Talib (che Allah sia soddisfatto di lui). Non abbiamo inserito il suo nome in questo elenco perché l’espressione «si dice» o «è stato riferito» indica una trasmissione debole — l’Autore]

Erano persone dotate di pensiero corretto e di natura sana. Attraverso il semplice ragionamento, le prove e la comprensione reciproca, si resero conto della nocività dello shirk, riconobbero la verità del tawhid, accettarono Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come Messaggero di Dio, considerarono il Corano, in quanto Parola di Allah, una fonte di guida per loro stessi e accettarono la vita dell’Aldilà come una verità indiscutibile. Dopo aver formato un numero tale di operatori sinceri e dotati di saggezza religiosa, il Profeta (pace e benedizioni su di lui), per ordine di Allah l’Altissimo, iniziò a svolgere pubblicamente l’attività di invito all’Islam. (****21)

Riferimenti

1. Rasāʾil wa Masāʾil — primo volume, p. 29

2. Aggiunta dell’Autore

3. Tafhīm al-Qurʾān — introduzione alla sura al-ʿAlaq

4. Ibid. — Alam Nashrah, nota 2

5. Ibid. — ash-Shura, nota 83

6. Ibid. — Introduzione alla sura al-‘Alaq

7. Ibid. — Introduzione alla sura al-‘Alaq

8. Rasa’il wa Masa’il, vol. 3, p. 232

9. Ibid., pp. 229–232

10. Tafhim al-Qur’an — al-Qasas, nota 109

11. Ibid. — Introduzione alla sura al-Muddaththir

12. Ibid. — al-‘Alaq, note 1–6

13. Integrazione dell’autore

14. Tafhīm al-Qur’an — al-Qadr, nota 1

15. Integrazione dell’autore

16. Tafhīm al-Qur’an — introduzione alla Sura al-Muddaththir

17. Integrazione dell’autore

18. Tafhīm al-Qur’an, al-Qiyāma, nota 11

19. Ibid. — al-Aʿlā, nota 7

20. Ibid. — Ṭā Hā, nota; al-Qiyāma, 11; al-Aʿlā, 7

21. Ampliamento a cura dell’autore.

 

Capitolo quinto

La guida impartita al Profeta (pace e benedizioni su di lui) per la da‘wa

Abbiamo descritto la situazione dei primi tre anni della predicazione segreta. Ora, prima di narrare la storia del periodo meccano, durato dieci anni, durante la predicazione pubblica, riteniamo necessario chiarire due questioni. Ciò permetterà di comprendere meglio gli avvenimenti successivi.

La prima è questa: quale guida fu impartita al Profeta (pace e benedizioni su di lui) per assolvere il compito della messaggeria, una guida tanto efficace da conquistare i cuori degli uomini, rimuovere la loro perversione interiore e trasformare completamente una nazione incivile e barbarica?

La seconda è questa: quale fu la natura autentica della da‘wa islamica, per la quale si levò contro il Profeta (pace e benedizioni su di lui) una tale tempesta di opposizione, quale in Arabia non si era mai sollevata contro coloro che si limitavano a negare lo shirk e ad accettare il tawhid? E con quale vigore fu presentata questa da‘wa, tanto da lasciare infine impotenti e privi di forza i portabandiera della Jahiliyya?

In questo capitolo discuteremo il primo argomento, mentre nel capitolo successivo tratteremo il secondo. (1****)

Breve esposizione sulla predicazione iniziale

Allah l’Altissimo scelse un Suo servo, nella celebre città centrale araba della Mecca, per la missione profetica — Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace — e gli ordinò di iniziare l’opera di predicazione nella propria città e tra la propria tribù. Gli furono impartite le indicazioni inizialmente necessarie per cominciare quest’opera, ed esse riguardavano tre aspetti.

Primo: istruire il Profeta su come preparare se stesso a questo grande compito e con quale metodo svolgerlo.

Secondo: fornire una conoscenza preliminare della realtà delle cose e confutare le concezioni errate sulla verità diffuse tra la gente circostante, concezioni che rendevano imperfetta la loro condotta.

Terzo: invitare alla retta condotta ed esporre quei principi morali fondamentali della guida divina seguendo i quali l’umanità può conseguire il bene e la felicità.

Nella fase iniziale questi messaggi venivano trasmessi in parole brevi e concise. Il linguaggio era estremamente raffinato ed elegante, dolce e capace di toccare il cuore. Ci si rivolgeva agli ascoltatori in una lingua letteraria conforme al loro gusto, così che le parole potessero penetrare nel profondo del cuore, il ritmo e la grazia del discorso potessero attrarre l’orecchio e, grazie alla loro coerenza e armonia, potessero essere spontaneamente recitate più e più volte. Inoltre, in questi discorsi e argomentazioni si faceva ampio riferimento all’ambiente e alle circostanze locali. Sebbene venissero proclamate verità universali, le prove, gli argomenti, le testimonianze e gli esempi a sostegno venivano tratti dall’ambiente più vicino, che era ben noto a coloro ai quali ci si rivolgeva. Si discuteva della loro storia e delle loro tradizioni, dei monumenti e delle rovine della distruzione che vedevano ogni giorno, nonché delle loro credenze religiose e delle loro corruzioni morali e sociali, affinché potessero trarne insegnamento.

Questa fase iniziale della predicazione durò circa quattro o cinque anni, i primi tre dei quali furono caratterizzati da un movimento clandestino. In questa fase, la reazione alla predicazione e all’insegnamento del Profeta si manifestò in tre forme.

(1) Alcune persone rette accettarono questo invito e si prepararono a diventare parte della comunità musulmana.

(2) Un gran numero di persone si fece avanti per opporsi, a causa dell’ignoranza e degli interessi personali, oppure per rispetto e amore verso la religione degli antenati.

(3) La voce di questa nuova da‘wa oltrepassa i confini della Mecca e dei Quraysh e raggiunge un ambito relativamente più vasto.

Da questo momento ha inizio la seconda fase di questa da‘wa. In questa fase comincia uno scontro e conflitto mortale tra il movimento dell’Islam e l’antica jahiliyya, che prosegue per otto o nove anni. Non soltanto alla Mecca e tra la tribù dei Quraysh, ma anche nella maggior parte delle regioni dell’Arabia, coloro che volevano preservare intatta l’antica jahiliyya si determinano a stroncare con la forza questo movimento. A tal fine ricorrono a ogni sorta di astuzia, diffondono false propagande e scatenano una tempesta di accuse, dubbi, sospetti, ricerca di difetti e aspre critiche. Instillano nella mente della gente comune diversi tipi di provocazioni e concezioni errate. Si cerca di impedire agli stranieri di ascoltare le parole del Profeta (pace e benedizioni su di lui). I musulmani vengono sottoposti a torture e persecuzioni disumane. I rapporti economici e sociali con loro vengono interrotti. Le loro vite vengono rese tanto insopportabili che per due volte sono costretti ad abbandonare le proprie case e a emigrare in Abissinia. Infine, tutti devono emigrare per la terza volta a Medina. Tuttavia, nonostante questi ostacoli duri e sempre nuovi, il movimento continua a diffondersi. Alla Mecca non c’era famiglia né casa in cui almeno una persona non avesse abbracciato l’Islam. La ragione della durezza e dell’amarezza dell’atteggiamento ostile della maggior parte degli oppositori dell’Islam era che i loro stessi fratelli, nipoti, figli, figlie, sorelle, generi e altri non erano soltanto seguaci della da‘wa islamica, ma erano diventati forze ausiliarie devote all’Islam. Persino i loro consanguinei si preparano a combattere contro di loro. La cosa sorprendente è che coloro che, uscendo dalle dense tenebre dell’antica jahiliyya, si erano uniti a questo nuovo movimento, erano già prima le persone più oneste della società; e, dopo aver aderito a questo movimento, diventavano così sinceri e puri di carattere che il mondo non poteva fare a meno di riconoscere la superiorità di quel movimento, capace di attrarre a sé uomini tanto nobili e di renderli ancora più nobili.

Nel corso di questo lungo e duro conflitto, Allah Ta‘ala continuò a far discendere, secondo l’opportunità e la necessità, discorsi così intensi da contenere, per così dire, il fluire di un fiume, la forza di un’alluvione e l’effetto di un fuoco impetuoso. In questi discorsi, da un lato, agli ahl al-iman venivano indicati i loro doveri e responsabilità iniziali e si instillava in loro il senso di una vita vissuta in comunità. Venivano istruiti al taqwa, alla nobiltà del carattere e a una vita pura. Veniva loro indicato il metodo per propagare la religione della verità. Venivano incoraggiati con la promessa del successo e la lieta novella del Paradiso. Erano esortati a lottare sulla via di Allah con pazienza, fermezza e grande entusiasmo e fervore. In loro venivano suscitati un tale entusiasmo e una tale passione per dare la propria vita che erano pronti ad affrontare qualsiasi pericolo e a fronteggiare la grande tempesta dell’opposizione.

D’altra parte, gli oppositori, coloro che rifiutavano la retta via e trascorrevano la vita nell’incuria, venivano messi in guardia dal destino di quei popoli la cui storia conoscevano. Veniva loro chiesto di trarre insegnamento dalle rovine degli insediamenti distrutti che attraversavano durante i loro viaggi, giorno e notte. Da segni tanto evidenti, che giorno e notte si dispiegavano davanti ai loro occhi nei cieli e sulla terra e che essi stessi vedevano e percepivano pienamente nella propria vita, venivano presentate prove razionali del tawhid e dell’Aldilà. Gli errori dello shirk, dell’arbitrio, dell’incredulità nell’Aldilà e dell’amore per l’imitazione cieca degli antenati venivano esposti loro con argomenti chiari, capaci di penetrare nel profondo del cuore. Ogni loro dubbio e sospetto veniva rimosso e a ogni accusa veniva data una risposta giusta. Venivano eliminate una per una le confusioni da cui erano afflitti e quelle che venivano suscitate negli altri. La jahiliyya veniva dimostrata così priva di sostanza che non le rimaneva alcun posto nel mondo della ragione e della coscienza. Allo stesso tempo venivano mostrati loro il castigo di Allah, il terrore della condizione nel Giorno della Resurrezione e la paura della punizione dell’Inferno. Venivano rimproverati per il loro cattivo carattere, il loro modo di vivere erroneo, le loro usanze jahilite, la loro opposizione alla verità e il fatto di tormentare coloro che abbracciavano la fede. Venivano presentati loro i principi fondamentali dell’etica, della morale e della civiltà sui quali, da tempo immemorabile, è stata edificata la civiltà retta e giusta scelta da Allah.

Questa fase aveva diversi livelli e, a ogni livello, la da‘wa diventava più ampia. La lotta e gli ostacoli diventavano sempre più duri. I musulmani si trovavano di fronte a persone di diverse credenze e pratiche e, di conseguenza, aumentava anche la varietà dei contenuti dei messaggi provenienti da Allah. (*****2)

Riflettendo sulle dettagliate indicazioni date al Profeta (pace e benedizioni su di lui) per portare a compimento questo grande compito della da‘wa islamica, si può facilmente comprendere quale grande forza morale abbia aperto la strada all’avanzata della predicazione islamica nell’epoca della dura opposizione meccana, e quali insegnamenti fecondi e quale predicazione abbiano spinto le persone influenzate da essa a scontrarsi con tutte le forze sulla via di Allah e ad affrontare ogni pericolo e calamità. Di seguito descriviamo queste indicazioni una per una.

Prestare attenzione alla saggezza e al buon consiglio nella da‘wa

ادْعُ إِلَى سَبِيلِ رَبِّكَ بِالْحِكْمَةِ وَالْمَوْعِظَةِ الْحَسَنَةِ

O Profeta, invita sulla via del tuo Signore con saggezza e con le migliori esortazioni (an-Nahl: 125). Il significato della saggezza è questo: non consiste nel predicare senza discernimento, come uno stolto, ma nel parlare con intelligenza, dopo aver compreso la mentalità, la capacità e la condizione dell’interlocutore, scegliendo il momento opportuno. Non si deve conversare con ogni genere di persona usando lo stesso modo di esprimersi. Nei confronti della persona o del gruppo a cui si deve rivolgere l’invito, occorre innanzitutto diagnosticare la sua, o la loro, malattia. Poi bisogna curare quella malattia con argomenti e prove tali da poterla estirpare dal profondo del loro cuore.

Le migliori esortazioni hanno due significati. Il primo è che non basta convincere l’interlocutore soltanto mediante argomenti e prove razionali; bisogna anche fare appello ai suoi sentimenti. Non basta confutare il peccato, la corruzione e lo smarrimento soltanto con la ragione; occorre piuttosto richiamare la sua attenzione sull’innata avversione verso di essi che si trova nella natura umana. Bisogna metterlo in guardia dal terrore delle loro terribili conseguenze. Non basta dimostrare soltanto con argomenti razionali la verità e le qualità della guida e delle buone azioni; bisogna anche suscitare in lui amore e desiderio per esse.

Il secondo significato è che l’esortazione deve essere impartita in modo tale da manifestare compassione e benevolenza. L’interlocutore, cioè colui che riceve l’esortazione, non deve pensare di essere considerato spregevole e insignificante, mentre chi lo consiglia prova piacere nel senso della propria superiorità. Al contrario, l’interlocutore deve percepire nel cuore di chi lo consiglia un’ansia e un’inquietudine per la sua riforma, e deve capire che questi desidera sinceramente il suo bene.

La conversazione non deve trasformarsi in una disputa o in una lotta d’ingegno. Occorre evitare discussioni ingiuste, accuse reciproche, dichiarazioni offensive, scherni, sarcasmo e simili. Lo scopo non deve essere mettere a tacere l’avversario e mostrare la propria bravura intellettuale. Al contrario, le parole devono essere dolci e gentili, e il carattere deve essere di livello elevato e nobile. Gli argomenti e le prove devono essere equi e convincenti. Non si deve suscitare nell’interlocutore ostinazione, senso della propria influenza e del proprio prestigio, né impulsività. Bisogna cercare di fargli comprendere la questione con parole semplici. Se sembra che stia scendendo nella sofistica, bisogna lasciarlo in quello stato, affinché non sprofondi in uno smarrimento ancora maggiore. (****3)

Un metodo ponderato e garbato per l’invito alla verità

وَقُلْ لِعِبَادِي يَقُولُوا الَّتِي هِيَ أَحْسَنُ إِنَّ الشَّيْطَانَ يَنْزَغُ بَيْنَهُمْ إِنَّ الشَّيْطَانَ كَانَ لِلْإِنْسَانِ عَدُوًّا مُبِينًا () رَبُّكُمْ أَعْلَمُ بِكُمْ إِنْ يَشَأْ يَرْحَمْكُمْ أَوْ إِنْ يَشَأْ يُعَذِّبْكُمْ وَمَا أَرْسَلْنَاكَ عَلَيْهِمْ وَكِيلًا

—E o Muhammad (pace e benedizioni su di lui), di’ ai Miei servi di parlare nel modo migliore. In verità, Satana è colui che cerca di seminare discordia tra gli uomini. In realtà, egli è il loro manifesto nemico. Il vostro Signore conosce perfettamente la vostra condizione. Se vuole, può avere misericordia di voi e, se vuole, può punirvi. E, o Profeta, non ti abbiamo inviato come custode della gente. (Banī Isrāʾīl: 53-54)

Ciò significa che, nel parlare e nel discutere con i credenti, i miscredenti politeisti e gli oppositori della religione, non si deve usare un linguaggio aspro e rude, né pronunciare parole esagerate. Per quanto possano essere irritanti le parole degli oppositori, i musulmani non devono mai pronunciare parole contrarie alla verità, né rispondere a parole insensate con altre parole insensate per la rabbia. Occorre parlare con calma e ponderazione, dicendo parole completamente vere e conformi alla dignità della daʿwa islamica.

E se mai sentite che, mentre rispondete alle parole degli oppositori, dentro di voi arde il fuoco dell’ira e si manifesta una forte agitazione nel vostro temperamento, allora dovete capire che Satana vi sta provocando, affinché venga danneggiato il lavoro della daʿwa religiosa. Il suo intento è che anche voi, come gli oppositori, abbandoniate l’opera di riforma e correzione e vi dedichiate proprio alle dispute e ai litigi nei quali egli vuole tenere coinvolta l’umanità.

Non è giusto che dalla bocca dei credenti escano parole come: “Noi siamo destinati al Paradiso e quel tale o quel gruppo è destinato all’Inferno”. Il diritto di decidere in questa materia appartiene ad Allah l’Altissimo. Anche il compito del Profeta consiste soltanto nel trasmettere l’invito alla fede. Il destino delle persone non gli è stato affidato, affinché annunci per alcuni una decisione di misericordia e per altri una decisione di punizione. (****)

La dignità e la responsabilità dell’invitante

قَدْ جَاءَكُمْ بَصَائِرُ مِنْ رَبِّكُمْ فَمَنْ أَبْصَرَ فَلِنَفْسِهِ وَمَنْ عَمِيَ فَعَلَيْهَا وَمَا أَنَا عَلَيْكُمْ بِحَفِيظٍ

—Guarda, è giunta a voi dal vostro Signore una luce di discernimento. Chi utilizzerà questa facoltà di vedere procurerà il proprio bene; chi invece resterà cieco recherà danno a se stesso. E io non sono il vostro custode. (al-Anʿām: 104).

Il significato delle parole “Io non sono il vostro custode” è questo: il mio compito consiste soltanto nel presentarvi quella luce che è giunta dal vostro Signore. Dopo di ciò, spetta a voi aprire gli occhi e decidere se vedere o non vedere. Non mi è stata affidata la responsabilità di aprire con la forza gli occhi di coloro che li tengono deliberatamente chiusi, né di costringere a vedere coloro che non vogliono vedere. (****5)

مَنْ يُصْرَفْ عَنْهُ يَوْمَئِذٍ فَقَدْ رَحِمَهُ وَذَلِكَ الْفَوْزُ الْمُبِينُ (16) وَإِنْ يَمْسَسْكَ اللَّهُ بِضُرٍّ فَلَا كَاشِفَ لَهُ إِلَّا هُوَ وَإِنْ يَمْسَسْكَ بِخَيْرٍ فَهُوَ عَلَى كُلِّ شَيْءٍ قَدِيرٌ

—O Profeta (pace e benedizioni su di lui), segui la rivelazione che è stata fatta scendere su di te dal tuo Rabb. Non vi è divinità all’infuori di Lui. E non importunare questi politeisti. Se Allah avesse voluto che non commettessero shirk, non lo avrebbero commesso. Non ti abbiamo incaricato di sorvegliarli, né sei stato posto a loro custodia. (Al-Anʿām: 16-17). Ciò significa che sei stato incaricato di chiamare e di fare il tabligh, non di fare il kotwal o il capo della polizia. Non è tuo compito inseguirli. Il tuo unico compito è presentare questa luce alla gente e non risparmiare nulla delle forze e delle capacità che possiedi per rendere evidente la verità. Se qualcuno non accetta questa verità, che non la accetti. Non ti è stato ordinato di compiere questo lavoro in modo da costringere le persone a diventare seguaci della verità. E se qualcuno rimane seguace del falso entro i confini della tua profezia, non dovrai renderne conto. Perciò non tormentarti inutilmente pensando a come rendere vedente il cieco e a come mostrare la via a coloro che non vogliono aprire gli occhi per vedere. Se fosse davvero conforme alla saggezza di Allah che nel mondo non fosse permesso a nessuno di rimanere seguace del falso, quale necessità avrebbe avuto Allah di affidarti questo compito? Non avrebbe potuto un solo Suo cenno creativo rendere l’intera umanità seguace della verità? Ma questo non è affatto il vero scopo. Lo scopo è che l’essere umano abbia la libertà di scegliere tra la verità e il falso; poi gli viene presentata la luce della verità e viene messo alla prova, per vedere quale delle due sceglierà. Pertanto, la condotta corretta per te è continuare a percorrere la retta via alla luce che ti è stata mostrata e invitare anche gli altri a seguirla. Accoglierai come tuoi coloro che accetteranno questo invito e non li allontanerai mai, per quanto possano apparire insignificanti e spregevoli agli occhi del mondo. Quanto a coloro che non accetteranno il tuo invito, non inseguirli. Lascia che vadano verso la cattiva sorte alla quale vogliono dirigersi spontaneamente e verso la quale sono fermamente decisi ad andare. (****6)

Il metodo semplice del tabligh

وَنُيَسِّرُكَ لِلْيُسْرَى () فَذَكِّرْ إِنْ نَفَعَتِ الذِّكْرَى

—E Noi ti faciliteremo il cammino più agevole. Ammonisci dunque, se l’ammonimento giova — (Al-Aʿlā: 8-9).

In altre parole, o Profeta, non vogliamo metterti in difficoltà nell’attività di tabligh della religione, chiedendoti di far udire la parola al sordo e di guidare il cieco. Al contrario, ti offriamo l’opportunità di seguire il metodo più agevole. Ciò significa che, se percepisci che in un certo luogo una persona è pronta ad approfittare dell’ammonimento, allora ammoniscila. Ora la domanda è: chi è pronto ad approfittarne e chi non lo è? È certo che ciò si potrà sapere soltanto attraverso il tabligh, cioè la predicazione, tra la gente. Per questo il tabligh tra il pubblico deve continuare. Tuttavia, il suo obiettivo dovrebbe essere cercare e individuare tra i servi di Allah coloro che, approfittando di questa opportunità, seguiranno la retta via. Devi prestare particolare attenzione a queste persone e dedicare speciale cura alla loro istruzione e formazione. Non dovresti sprecare il tuo tempo, trascurando loro, dietro a persone riguardo alle quali hai constatato che non desiderano accogliere il tuo ammonimento. (****7)

Per chi è realmente importante il tabligh secondo la prospettiva dell’Islam

وَلَا تَطْرُدِ الَّذِينَ يَدْعُونَ رَبَّهُمْ بِالْغَدَاةِ وَالْعَشِيِّ يُرِيدُونَ وَجْهَهُ مَا عَلَيْكَ مِنْ حِسَابِهِمْ مِنْ شَيْءٍ وَمَا مِنْ حِسَابِكَ عَلَيْهِمْ مِنْ شَيْءٍ فَتَطْرُدَهُمْ فَتَكُونَ مِنَ الظَّالِمِينَ

—E o Profeta, non allontanare da te coloro che invocano il loro Signore notte e giorno, desiderando ottenere il Suo compiacimento. Tu non sei gravato da alcuna responsabilità per ciò di cui essi dovranno rendere conto, né essi sono gravati da alcuna responsabilità per ciò di cui tu dovrai rendere conto. E se, ciononostante, li allontanerai, sarai tra gli ingiusti— (Al-An‘ām: 52).

Tra coloro che per primi credettero nel Messaggero di Allah (s.a.s.), ve n’erano molti estremamente poveri e lavoratori. Tra le altre accuse rivolte dai grandi capi e dai ricchi dei Quraysh al Messaggero di Allah (s.a.s.) ve n’era una: «Intorno a te si sono radunati tutti gli schiavi e la gente delle classi inferiori della nostra società».

Per derisione dicevano: «Guarda quali compagni illustri ha trovato! Bilāl (r.a.), ‘Ammār (r.a.), Suhayb (r.a.), Khabbāb (r.a.). Dunque, fra noi, Allah non ha trovato altri che questi, che potessero essere scelti?»

Non si limitavano a deridere quei poveri che avevano abbracciato la fede; inoltre, ricordando le debolezze che alcuni di loro avevano avuto prima di credere, dicevano: «Guarda, quel tale, che fino a ieri era così, e quell’altro, che aveva compiuto tali e tali azioni: oggi anch’essi fanno parte del gruppo scelto e onorato». In realtà, nella sura Al-An‘ām, versetto 53, è riportata questa loro affermazione: «Sono forse costoro quelli fra noi sui quali Allah ha riversato il Suo favore e la Sua grazia?». In questo versetto viene data la risposta a tale affermazione. Il suo significato è: non respingere, per riguardo verso questi grandi personaggi, coloro che vengono da te desiderosi della verità. Anche se prima di accettare l’Islam avevano commesso degli errori, la responsabilità di ciò non è stata posta sulle tue spalle. (****8)

L’episodio di Ibn Umm Maktūm

Un giorno, alla presenza del Messaggero di Allah (s.a.s.), erano seduti alcuni influenti capi della Mecca, e il Profeta (s.a.s.) cercava di incoraggiarli ad accettare l’Islam.

[Le diverse narrazioni riportano i nomi di coloro che in quel momento erano seduti alla presenza del Profeta (s.a.s.). In questo elenco compaiono i nomi di estremi nemici dell’Islam, come ‘Utba, Shayba, Abū Jahl, Umayya ibn Khalaf e Ubayy ibn Khalaf. Da ciò si comprende che l’episodio avvenne in un periodo in cui il Messaggero di Allah (s.a.s.) aveva ancora rapporti con loro e il conflitto non era giunto a un punto tale da interrompere completamente le loro visite e i loro incontri con lui.— (l’autore).]

In quel momento, un uomo cieco di nome Ibn Umm Maktūm si presentò al cospetto del Profeta (s.a.s.) e volle porre alcune domande sull’Islam. La sua interruzione non fu gradita al Profeta, che mostrò una certa irritazione nei suoi confronti; per questo Allah l’Altissimo fece scendere questa sura, ‘Abasa.

عَبَسَ وَتَوَلَّى () أَنْ جَاءَهُ الْأَعْمَى

Si accigliò e volse le spalle perché il cieco si era presentato a lui (Sura Abasa: 1-2).

A giudicare dall’espressione con cui il discorso viene apparentemente introdotto, sembra che in questa sura sia stata manifestata disapprovazione nei confronti del Profeta (pace e benedizioni su di lui) per aver trascurato il cieco e prestato particolare attenzione ai grandi capi. Ma riflettendo sulla sura nel suo insieme, si comprende che, in realtà, la disapprovazione era rivolta a quei capi dei Quraysh che, a causa del loro orgoglio, della loro arroganza, della loro ostinazione e della loro avversione alla verità, respingevano con odio la predicazione della verità da parte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Insieme all’indicazione del metodo corretto della predicazione, al Profeta (pace e benedizioni su di lui) vengono chiariti anche gli errori del metodo che aveva adottato all’inizio della sua missione. Il fatto che avesse distolto il volto da un cieco e prestato attenzione ai capi dei Quraysh non significava che considerasse i ricchi degni di onore e il cieco spregevole e insignificante, né che — Dio non voglia — vi fosse durezza nel suo carattere per la quale Allah l’avesse richiamato. La questione era piuttosto questa: quando un predicatore dà inizio alla propria da‘wa, è naturale che desideri che le persone influenti della società accettino il suo invito, così che il compito diventi più facile. Altrimenti, anche se la da‘wa si diffonde tra la gente comune, priva di influenza e prestigio, incapace, inerte o debole, egli non ne ricava alcun vantaggio. All’inizio della da‘wa, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) aveva adottato pressappoco questo metodo. A spingerlo erano la completa sincerità e il desiderio di diffondere l’invito alla verità; non nutriva affatto l’idea di onorare e rispettare i grandi e disprezzare e umiliare i piccoli. Ma Allah l’Altissimo gli fece comprendere che questo non era il metodo corretto della da‘wa islamica. Dal punto di vista di tale da‘wa, invece, è importante ogni persona che desideri la verità, per quanto debole, priva di influenza e prestigio o incapace possa essere. Non ha invece alcuna importanza chi è avverso alla verità, per quanto influente possa essere nella società. Per questo il Profeta (pace e benedizioni su di lui) avrebbe certamente trasmesso apertamente l’insegnamento islamico alla gente in generale. Tuttavia, coloro che hanno il vero diritto di ricevere la sua attenzione sono quelli nei quali si trovano il desiderio e l’entusiasmo di accettare la verità. La dignità della grande da‘wa del Profeta viene sminuita quando essa viene presentata a persone tanto orgogliose da ritenere con arroganza che il bisogno non sia loro, bensì del Profeta.

وَمَا يُدْرِيكَ لَعَلَّهُ يَزَّكَّى () أَوْ يَذَّكَّرُ فَتَنْفَعَهُ الذِّكْرَى () أَمَّا مَنِ اسْتَغْنَى () فَأَنْتَ لَهُ تَصَدَّى () وَمَا عَلَيْكَ أَلَّا يَزَّكَّى () وَأَمَّا مَنْ جَاءَكَ يَسْعَى () وَهُوَ يَخْشَى () فَأَنْتَ عَنْهُ تَلَهَّى () كَلَّا إِنَّهَا تَذْكِرَةٌ () فَمَنْ شَاءَ ذَكَرَهُ

—O Profeta (sallallahu alayhi wa sallam), che ne sai? Forse egli si sarebbe purificato, oppure avrebbe prestato attenzione all’ammonimento, e l’ammonimento gli sarebbe stato utile? Tu rivolgi la tua attenzione a colui che non si cura affatto. Eppure, se egli non si purifica, quale responsabilità ricade su di te? Quanto a colui che viene correndo da te e che è timoroso e intimorito, tu ti allontani da lui. No, mai! Questo è un ammonimento. Chi vuole, lo accolga. (Abasa: 3-12).

Questa è la sottile strategia fondamentale che il Profeta (sallallahu alayhi wa sallam) aveva trascurato in quell’occasione riguardo alla predicazione della religione. Per far comprendere ciò, Allah l’Altissimo dapprima criticò il comportamento del Profeta (sallallahu alayhi wa sallam) nei confronti di Ibn Umm Maktum. Poi disse a chi il predicatore della verità dovrebbe attribuire la vera importanza e a chi non dovrebbe attribuirla. Vi è, da una parte, la persona il cui aspetto esteriore dimostra chiaramente che è desiderosa di conoscere la verità e che la brama. È sempre preoccupata di non incorrere nel dispiacere di Dio seguendo, chissà, la falsità. Per questo è venuta spontaneamente allo scopo di acquisire la conoscenza della verità e della retta via. Dall’altra parte vi è la persona il cui comportamento dimostra chiaramente di non avere alcun desiderio di conoscere la verità. Anzi, non ritiene affatto di aver bisogno di qualcuno che le mostri la verità e la retta via. Tra questi due tipi di persone, non si deve considerare chi, accettando la fede, sarebbe molto utile alla religione e chi, credendo, non sarebbe altrettanto efficace nella sua diffusione e propagazione. Si deve invece guardare a chi è disposto ad accettare la guida e a purificare se stesso, e a chi non ha il minimo rispetto per questo bene inestimabile. La persona del primo tipo, sia essa cieca, zoppa, paralizzata o indigente, oppure, apparentemente, non sia in grado di svolgere un servizio particolarmente significativo per la diffusione e la propagazione della religione, è tuttavia una personalità preziosa per il predicatore della verità. È a lei che si dovrebbe prestare attenzione, perché il vero scopo di questa predicazione è riformare e correggere i servi di Allah. La condizione di questa persona è tale che, se viene ammonita, accetterà la riforma e la correzione. Quanto alla persona del secondo tipo, per quanto possa essere influente e potente nella società, non è necessario starle dietro. Il suo comportamento proclama apertamente che non desidera correggere se stessa. Perciò spendere tempo nel tentativo di correggerla è solo uno spreco di tempo. Se non desidera purificarsi, non si purifichi. Alla fine, il danno ricadrà su di lei; il predicatore della verità non dovrà portarne alcuna responsabilità.

Il cieco menzionato qui era un illustre Compagno, Ibn Umm Maktum (radiyallahu anhu). Hafiz Ibn Abd al-Barr, nella sua opera Al-Isti’ab, e Hafiz Ibn Hajar, nella sua Al-Isabah, affermano che egli era cugino materno di Khadija (radiyallahu anha), Madre dei Credenti. Sua madre, Umm Maktum, e il padre di Khadija, Khuwaylid, erano fratello e sorella. Sapendo ciò del suo rapporto con il Profeta (sallallahu alayhi wa sallam), non vi è alcun motivo di supporre che questi lo avesse trascurato ritenendolo povero o di bassa condizione sociale e avesse rivolto la propria attenzione ai ricchi. Infatti egli era cognato del Profeta (sallallahu alayhi wa sallam) e apparteneva alla sua stessa tribù; non era affatto di classe inferiore. La vera ragione per cui il Profeta (sallallahu alayhi wa sallam) si comportò così con lui si comprende dalla parola (******). Ed è proprio questa la causa della disattenzione e della trascuratezza del Profeta che Allah l’Altissimo stesso ha indicato. In altre parole, il Profeta (sallallahu alayhi wa sallam) pensava che, se uno qualunque degli uomini che stava cercando di guidare sulla retta via avesse ricevuto la guida, ciò avrebbe potuto contribuire enormemente alla crescita della forza dell’Islam. Ibn Maktum, invece, era cieco. A causa della sua menomazione, non avrebbe potuto essere altrettanto utile all’Islam quanto lo sarebbe stato uno qualunque di quei capi se fosse diventato musulmano. Perciò non avrebbe dovuto interrompere in quel momento la conversazione. Tutto ciò che desiderava comprendere e sapere avrebbe potuto apprenderlo e comprenderlo in qualsiasi altro momento. (*****৯)

La saggezza della predicazione

وَلَا تُجَادِلُوا أَهْلَ الْكِتَابِ إِلَّا بِالَّتِي هِيَ أَحْسَنُ

—E non discutete con la Gente del Libro, se non nel modo migliore. Ma, se lo fate, fatelo nel modo migliore (Al-Ankabut: 46). Ciò significa che il dibattito o la conversazione devono svolgersi con argomentazioni e prove giuste, in un linguaggio estremamente cortese e decoroso. Devono essere condotti con uno spirito di comprensione reciproca, affinché il modo di pensare e la consapevolezza dell’interlocutore siano corretti. Il predicatore deve tenere presente questo aspetto: deve riuscire ad aprire la porta del cuore dell’interlocutore, farvi giungere la parola della verità e condurlo sulla retta via.

Non deve combattere come un lottatore, con l’obiettivo di abbattere l’avversario. Deve piuttosto curare la malattia come un medico. Quando cura un paziente, il medico presta sempre particolare attenzione a non aggravare la sua malattia a causa di un proprio errore. Si sforza con ogni mezzo affinché il paziente guarisca con la minore sofferenza possibile. Sebbene qui questa guida sia stata impartita riguardo al dialogo con la Gente del Libro, tenendo conto del luogo, del tempo e delle persone, essa non è limitata soltanto alla Gente del Libro. Al contrario, riguardo alla predicazione della religione, è una guida generale che è stata data in vari passi del Nobile Corano. Per esempio:

ادْعُ إِلَى سَبِيلِ رَبِّكَ بِالْحِكْمَةِ وَالْمَوْعِظَةِ الْحَسَنَةِ وَجَادِلْهُمْ بِالَّتِي هِيَ أَحْسَنُ

Invita al cammino del tuo Signore con saggezza e con una buona esortazione, e discuti con la gente nel modo migliore (an-Nahl: 125).

(Arabo*************)

Il bene e il male non sono uguali. Rispondi all’offesa nel modo migliore. Così vedrai che colui tra te e il quale vi era inimicizia diventerà come un intimo amico (Fussilat: 34).

(Arabo*****************)

Respingi il male nel modo migliore. Noi sappiamo bene ciò che dicono contro di te (al-Mu’minun: 96). (****10)

Il corretto metodo per adempiere al dovere della da’wah

(Arabo*******************)

(O Profeta,) comportati con indulgenza, perdona e continua a esortare al bene, e non discutere con gli ignoranti. Se mai Satana ti provocasse, cerca rifugio in Allah. Egli ascolta e sa ogni cosa. In realtà, questa è la condizione di coloro che temono Allah: quando, per l’influsso malvagio di Satana, sorge in loro qualche cattivo desiderio, subito si ricordano di Allah e allora vedono chiaramente quale sia la condotta corretta. Quanto ai loro fratelli, cioè ai demoni, essi li trascinano verso la deviazione e non trascurano nulla pur di sviare loro dalla retta via. (al-A‘rāf: 199-202)

In questi versetti al Profeta (pace e benedizioni su di lui) sono state insegnate alcune importanti strategie (hikmah) per la da‘wah, la trasmissione del messaggio, la guida e la riforma. Lo scopo non era istruire soltanto il Profeta (pace e benedizioni su di lui); attraverso di lui, questa hikmah è stata insegnata a tutti coloro che, succedendogli, avrebbero assunto la responsabilità di guidare gli abitanti del mondo sulla retta via. Esse sono, nell’ordine, le seguenti:

(1) Tra le qualità particolarmente necessarie a chi invita alla verità vi è quella di essere mite, paziente e di larghe vedute. Deve essere affettuoso verso i suoi compagni, misericordioso verso la gente e tollerante verso gli oppositori. Deve ignorare tanto le debolezze dei collaboratori quanto la durezza degli avversari. Anche nelle situazioni di estrema tensione deve mantenere il proprio temperamento calmo e naturale. Deve sopportare con magnanimità persino le parole più intollerabili. Per quanto dure possano essere le parole degli oppositori, per quanto possano diffondere calunnie e propaganda menzognera o manifestare l’intenzione di opporsi ingiustamente e con violenza, è opportuno ignorare tutto ciò. Mostrare durezza e asprezza, pronunciare parole maleducate e sconvenienti e assumere un atteggiamento vendicativo porta a conseguenze disastrose. In tal modo lo scopo fallisce e non si ottiene il successo. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha descritto così la questione: «Il mio Signore mi ha ordinato di comportarmi con giustizia sia quando sono adirato sia quando sono sereno; di unirmi a chi vuole separarsi da me; di dare a chi mi priva del mio diritto il suo diritto; e di perdonare chi mi fa un torto».

Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) impartiva questi insegnamenti anche a coloro che mandava da parte sua per occuparsi delle questioni della religione. Egli disse:

(Arabo****************)

In altre parole, ovunque andiate, la vostra venuta deve portare alla gente una buona notizia, non suscitare odio. Dovete essere per la gente motivo di agio e di facilitazione, non di restrizioni e durezza.

A questo proposito, Allah l’Altissimo ha fatto ascoltare parole di elogio in favore del Profeta (pace e benedizioni su di lui):

(Arabo****************)

—È per misericordia di Allah che sei stato benevolo con loro. Se invece fossi stato aspro e dal cuore duro, si sarebbero allontanati tutti da te. — (Āl ʿImrān: 159).

(2) Il metodo per ottenere il successo nella predicazione della verità consiste nell’incoraggiare le persone, invece di impegnarsi in discussioni filosofiche e teoriche, verso quei beni e benefici semplici, chiari e universalmente riconosciuti che tutti conoscono e la cui utilità può essere compresa dal semplice buon senso (Common sense). In questo modo l’appello di chi invita alla verità influenza persone di ogni ceto e raggiunge le profondità del cuore degli ascoltatori. Coloro che ostacolano un appello così noto procurano la propria sconfitta e spianano la via al successo della predicazione. Infatti, per quanto la gente comune possa essere immersa nelle superstizioni, quando vede che da una parte una persona virtuosa e di grande carattere invita apertamente al bene, mentre dall’altra molti ricorrono, per opporsi a lui, a metodi immorali, disumani e privi di etica, a poco a poco il suo cuore si disgusta spontaneamente di coloro che contrastano la verità e si sente attratto da chi la proclama. Alla fine, nel campo degli oppositori rimangono soltanto coloro i cui interessi personali sono legati al sistema corrotto, oppure coloro nei cui cuori il cieco attaccamento agli antenati e l’ostilità dell’età dell’ignoranza non hanno lasciato alcuna capacità di accogliere la luce della verità. Questa è la sapiente strategia grazie alla quale il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ottenne il successo in Arabia. Dopo di lui, in breve tempo, il diluvio dell’Islam si diffuse negli altri paesi al punto che in alcuni luoghi il cento per cento degli abitanti, e in altri l’ottanta o il novanta per cento, cercò rifugio sotto la fresca ombra dell’Islam.

(3) Nell’opera di questa predicazione è tanto importante esortare al bene coloro che lo desiderano quanto è importante non impegnarsi in dispute con gli ignoranti, per quanto essi cerchino di trascinarvi. Chi invita alla verità o ne porta la bandiera deve essere molto prudente a questo riguardo e rivolgersi soltanto a coloro che sono desiderosi di comprendere il discorso in modo razionale. Se invece qualcuno comincia a comportarsi, come gli ignoranti, con ostinazione, litigiosità e scherno, chi invita alla verità dovrebbe rifiutarsi di assumere il ruolo dell’avversario. Non vi è infatti alcun beneficio nell’impegnarsi in questa disputa. Il danno consiste piuttosto nel fatto che il tempo che potrebbe essere impiegato per diffondere e ampliare la predicazione e per formare il carattere delle persone verrebbe sprecato in questa attività futile.

(4) A quanto detto sopra va aggiunta un’ulteriore considerazione: se mai chi invita alla verità avverte nel proprio temperamento un’agitazione provocata dall’oppressione, dalla malvagità, dalle critiche e dalle accuse dettate dall’ignoranza degli oppositori, deve subito ricordare che si tratta di un’istigazione da parte di Satana e deve immediatamente implorare la protezione di Dio, affinché Egli protegga il Suo servo dal lasciarsi trascinare dal flusso delle emozioni e gli impedisca di perdere il controllo al punto da compiere un’azione dannosa per la predicazione della verità. L’opera di predicazione della verità deve essere compiuta a mente fredda in ogni circostanza; è corretta soltanto quella decisione che non viene guidata dalle emozioni, ma viene presa dopo un’attenta riflessione alla luce delle condizioni e delle circostanze. Poiché Satana non può tollerare la diffusione di quest’opera, cercherà sempre, attraverso i suoi seguaci, di sferrare vari attacchi contro chi porta la bandiera della verità e, con ogni attacco, continuerà a provocarlo dicendogli che bisogna rispondere all’attacco. L’appello che Satana rivolge al cuore di chi invita alla verità è il più delle volte avvolto in grandi interpretazioni ingannevoli e rivestito di terminologia religiosa. Dietro di esso, però, non vi è altro che egoismo. Per questo, negli ultimi due versetti sopra menzionati, si dice che coloro che sono timorati di Dio — cioè coloro che temono Dio e desiderano tenersi lontani dal peccato — non appena percepiscono nei loro cuori l’influenza dell’istigazione satanica e il contatto con una tendenza peccaminosa, si destano e stanno in guardia; allora comprendono chiaramente quale condotta adottare in quella situazione per conseguire lo scopo della predicazione della religione e quale sia la vera esigenza della verità. Al contrario, coloro nelle cui azioni opera l’egoismo e che, per questo, sono in rapporti fin troppo amichevoli con i demoni non riescono a resistere agli attacchi satanici: soccombono e continuano a percorrere la via dell’errore. Satana li conduce poi in ogni campo in cui desidera portarli, ed essi non riescono a consolidarsi in alcun luogo. A ogni insulto degli oppositori contrappongono un insulto, e a ogni loro stratagemma ne oppongono uno ancora più grande.

Nelle parole di Allah vi è anche un significato generale. Esso consiste nel fatto che il modo di agire delle persone dotate di taqwā è generalmente diverso da quello di coloro che ne sono privi. Chi teme veramente Dio e desidera sinceramente tenersi lontano dall’ingiustizia e dal peccato, non appena avverte nel cuore anche il minimo contatto con un pensiero malvagio, comincia a sentire un dolore pungente, come quello che si prova quando una punta acuminata entra in un dito o quando qualcosa cade nell’occhio. Poiché non è abituato ai pensieri peccaminosi, ai desideri malvagi e alle cattive intenzioni, tutto ciò è contrario alla sua natura, proprio come una macchia d’inchiostro o uno spruzzo di sporcizia sugli abiti di una persona abituata alla purezza e desiderosa di mantenersi pulita è contrario alla sua natura. Quando avverte questa inquietudine, i suoi occhi si aprono e la sua coscienza si risveglia, mettendosi a scuotere via da lui le particelle di ingiustizia e di corruzione. Al contrario, nei cuori di coloro che non temono Dio, non desiderano evitare le cattive azioni e sono legati a Satana, i pensieri, i desideri, le intenzioni e gli scopi malvagi si radicano sempre più, senza suscitare in loro alcuna inquietudine per queste sozzure. È proprio come quando in una pentola si cucina carne di maiale, ma il proprietario della pentola non sa che cosa vi si sta preparando; oppure come quando il corpo e gli abiti di uno spazzino sono impregnati di escrementi, ma egli non avverte in alcun modo da che cosa sia sporco e impuro. (****11)

La predicazione verso Allah in un ambiente di estrema opposizione

(Arabo******************)

—Chi può avere parole migliori di colui che invita ad Allah, compie il bene e dice: «Io sono musulmano»? — (Ḥā-Mīm as-Sajda: 33).

Nei versetti precedenti i credenti sono stati consolati e incoraggiati. Poi, in questo versetto, sono stati esortati al compito fondamentale per il quale sono diventati musulmani. Nei versetti precedenti è stato detto loro di rimanere saldi nella servitù e nell’obbedienza ad Allah e che, dopo aver intrapreso questa via, non deviare da essa è l’opera buona fondamentale che rende l’uomo amico degli angeli e degno del Paradiso. Ora viene detto loro che il grado successivo, oltre il quale non esiste grado più elevato per l’essere umano, consiste nel compiere egli stesso opere buone e invitare gli altri alla devozione di Allah. Poi, ovunque dichiarare l’Islam significhi attirare su di sé calamità e tribolazioni, in un ambiente tanto ostile e avverso egli dirà intrepidamente: “Sono musulmano, sottomesso ad Allah”.

Per comprendere pienamente l’importanza di questo comando, bisogna tenere presente l’ambiente e le condizioni dell’epoca in cui fu pronunciato. La situazione era tale che chiunque dichiarasse di essere musulmano sentiva improvvisamente di essere entrato in una foresta di bestie feroci, dalle quali ogni animale correva verso di lui per sbranarlo e divorarlo. E chi, andando oltre, apriva bocca per la predicazione dell’Islam, era come se invitasse le bestie feroci dicendo: “Venite, mordetemi e inghiottitemi”. In tali circostanze fu detto che per una persona riconoscere Allah come Signore, seguire la retta via e non deviare da essa è certamente una grande opera buona fondamentale. Ma l’opera buona del grado più elevato consiste nel proclamare pubblicamente: “Sono musulmano” e invitare le persone alla devozione di Allah senza preoccuparsi delle conseguenze. E, nel compiere quest’opera, manterrà le proprie azioni così pure e impeccabili che nessuno potrà trovare un difetto nei portatori della bandiera dell’Islam. (****12)

Rispondere al male con ciò che è migliore

(Arabo********************)

O Profeta (pace e benedizioni su di lui), il bene e il male non sono uguali. Respingi il male con quell’opera buona che è migliore. Allora vedrai che colui tra te e il quale vi è inimicizia diventerà un amico intimo. (Ha-Mim as-Sajda: 34).

Per comprendere pienamente il significato di questo comando, bisogna tenere presente la situazione nella quale questa guida fu impartita al Profeta (pace e benedizioni su di lui) e, per suo tramite, ai suoi seguaci. La situazione era questa: l’invito alla fede veniva affrontato con estrema ostinazione e con un’opposizione estremamente aggressiva. Venivano adottati ogni sorta di stratagemmi per diffamare il Profeta (pace e benedizioni su di lui) e far sì che la gente provasse avversione nei suoi confronti. Contro di lui venivano mosse accuse di ogni genere. Un gruppo di oppositori continuava a incitare la gente contro il Profeta. Lui e i suoi compagni erano sottoposti a varie forme di persecuzione. Esasperati, molti musulmani furono costretti ad abbandonare il paese. In seguito, per impedire la predicazione del Profeta, fu organizzato il seguente piano: essi si appostavano per provocare clamore e confusione intorno a lui. Non appena egli apriva bocca per rivolgere l’invito, essi facevano un tale baccano che non si poteva udire nessuna delle sue parole. Era una situazione talmente scoraggiante che, apparentemente, tutte le vie della predicazione sembravano chiuse. In quel momento al Profeta fu insegnato il rimedio per spezzare la forza dell’opposizione.

La prima cosa qui affermata è che il bene e il male, o la virtù e il vizio, non possono essere uguali. Per quanto possa essere violenta la tempesta di ingiustizia e malvagità scatenata apertamente dai tuoi oppositori, di fronte alla quale la virtù, l’onestà e le buone opere sembrano del tutto impotenti e prive di forza, finché l’uomo sarà considerato uomo, la sua natura non può fare a meno di provare avversione per l’ingiustizia e la malvagità. Colui che non è soltanto complice della malvagità, ma ne porta persino la bandiera, crede in cuor suo di essere un bugiardo e un oppressore e di agire ostinatamente soltanto per il proprio interesse. Così non solo non riesce a suscitare rispetto nel cuore degli altri, ma viene umiliato ai propri occhi e nel suo animo si nasconde una paura che, quando intraprende iniziative di opposizione, continua a colpire dall’interno il suo coraggio e la sua determinazione. Se, di fronte a questa cattiva condotta, le buone opere continuano incessantemente, alla fine esse risultano sempre vittoriose. Infatti nelle buone opere vi è una forza intrinseca che sottomette il cuore, e per quanto l’uomo possa essere degradato, non può fare a meno di provare nel proprio intimo rispetto per esse. Poi, quando il bene e il male sono in lotta e le qualità dell’uno e dell’altro diventano chiaramente manifeste al pubblico, dopo un certo periodo di conflitto e scontro rimangono ben poche persone che non provino avversione per il male e inclinazione verso il bene.

La seconda cosa qui affermata è che il male non deve essere affrontato soltanto con il bene, ma con un bene di altissimo livello. In altre parole, se qualcuno si comporta male con te e tu lo perdoni, questa è semplicemente una buona azione. La buona azione di livello più elevato consiste invece nel comportarti bene, quando ne hai l’occasione, con colui che si è comportato male con te.

Si è detto che il suo frutto sarà che persino il nemico più accanito diventerà un amico intimo. Questa, infatti, è la natura umana. Rispondere a un insulto con il silenzio sarà senza dubbio una buona azione. Ma ciò non farà tacere chi insulta. Se invece, in risposta all’insulto, pregherete per lui, persino il vostro nemico più spudorato si vergognerà e forse raramente oserà aprire bocca contro di voi. Supponete che qualcuno non lasci sfuggire alcuna occasione per danneggiarvi e che voi continuiate a sopportare i suoi eccessi: potrebbe accadere che egli diventi ancora più audace nel farvi del male. Ma se un giorno egli si trovasse in difficoltà e voi lo proteggeste dal danno, allora potrebbe gettarsi ai vostri piedi. Infatti, ben pochi malvagi riescono a resistere di fronte a una simile bontà. Tuttavia, non sarebbe corretto intendere questo principio generale nel senso che una condotta buona e virtuosa di così alto livello trasformi necessariamente ogni nemico accanito in un amico intimo. Nel mondo esistono anche persone di natura così vile che, per quanto grande sia la nobiltà con cui perdonate i loro eccessi e rispondete al loro male con la benevolenza, non rinunceranno a pungere velenosamente come uno scorpione.

Tuttavia, persone che siano l’incarnazione stessa di una simile malvagità si incontrano assai di rado, così come sono estremamente rare le persone che siano l’incarnazione stessa della bontà. (***13)

L’importanza della pazienza nella da‘wa verso la verità

(Arabo***********************)

Poi fu detto:

«Questa qualità è concessa soltanto a coloro che perseverano, e solo chi è davvero fortunato può raggiungere tale rango» (versetto 35).

In altre parole, anche questo rimedio è assai efficace. Ma applicarlo non è affatto cosa facile. Richiede un’enorme forza d’animo. Richiede grande determinazione, coraggio, pazienza e un’ampia padronanza dei propri impulsi. Temporaneamente, una persona può rispondere al male con il bene. Non è nulla di straordinario; ma quando qualcuno deve lottare per la verità, anno dopo anno, contro malvagi seguaci di false vie, che non esitano a violare alcun limite morale e sono ebbri del potere, allora continuare a contrastare il male con il bene, e per di più con un bene di alto livello, senza perdere neppure una volta la pazienza, non è possibile per una persona comune. È un’impresa che può compiere soltanto chi nutre la ferma determinazione di operare a mente fredda per l’affermazione della verità. Chi sottomette completamente i propri impulsi alla ragione, all’intelletto e alla coscienza, non può essere trascinato giù dal suo alto livello né privato della pazienza da alcuna malvagità o bassezza.

Poi è stato detto: «Questo rango può essere raggiunto soltanto da coloro che sono davvero fortunati». Questa è una legge naturale. Sono le persone di grande nobiltà morale a essere dotate di tali qualità. E coloro che possiedono queste qualità non possono essere fermati da alcuna forza del mondo sulla soglia del successo. È assolutamente impossibile che persone vili riescano a sconfiggerli con la loro bassezza, i loro spregevoli espedienti e i loro modi maleducati. (****14)

Cercare rifugio in Dio dalle suggestioni di Satana

Infine è stato detto:

E se percepisci una suggestione da parte di Satana, cerca rifugio presso Allah (versetto: 36).

Satana diventa terribilmente inquieto quando vede che, nel conflitto tra la verità e la falsità, la volgarità viene affrontata con la gentilezza e la malvagità con la bontà. Desidera che, in qualche modo, coloro che lottano per la verità, i loro capi e soprattutto il loro principale guida commettano almeno una volta un errore, sulla cui base si possa dire alla gente: «Vedete? Per far suonare le mani ce ne vogliono due». Se una parte ha tenuto un comportamento cattivo, anche l’altra non è poi così buona: anche loro si sono comportati in modo scortese. La gente comune non ha la capacità di giudicare con equità e di valutare comparativamente l’eccesso di una parte e la reazione dell’altra. Finché vede gli oppositori ricorrere a ogni sorta di bassezza, mentre l’altra parte non si discosta neppure minimamente dalla gentilezza, dalla dignità, dall’onestà e dalla via della religiosità, continua a esserne favorevolmente influenzata. Ma se da parte di questi ultimi viene commesso in qualche luogo un comportamento ingiusto o lesivo della loro dignità, anche se compiuto in risposta a un’estrema provocazione, ai suoi occhi entrambe le parti vengono considerate uguali. Così gli oppositori trovano il pretesto per rivolgere mille insulti in risposta a una sola parola. Per questo è stato comandato: «Guardatevi dall’inganno di Satana». Egli vi istigherà fingendosi molto premuroso e benevolo, dicendo: «Una simile prevaricazione non può assolutamente essere tollerata; a una simile parola bisogna dare una risposta schiacciante; a questo attacco bisogna rispondere con un contrattacco. Altrimenti sarete considerati codardi e la vostra immagine sarà rovinata». Quando avvertite dentro di voi una simile istigazione in ogni questione, state dunque attenti: Satana vuole eccitarvi e farvi arrabbiare con le sue suggestioni, così da indurvi a compiere un passo falso. Dopo esservi messi in guardia, non lasciatevi cadere nella trappola dell’orgoglio dicendo: «Abbiamo il pieno controllo di noi stessi. Satana non può farci sbagliare». L’orgoglio per la propria volontà e forza decisionale sarà il secondo, ancora più grande e terribile inganno di Satana. Dovreste invece cercare rifugio presso il vostro Dio. Infatti l’uomo può evitare di sbagliare soltanto se Egli gli concede il successo e lo protegge.

Su questo argomento si trova una spiegazione assai bella in un episodio che l’Imam Ahmad ha riportato nel suo Musnad, riferendolo ad Abū Hurayra (r.a.). Egli racconta che un giorno un uomo continuò a insultare duramente Abū Bakr (r.a.) alla presenza del Profeta (s.a.s.). Abū Bakr (r.a.) ascoltava in silenzio i suoi insulti. Anche il Profeta (s.a.s.), vedendo ciò, continuava a sorridere lievemente. Alla fine la pazienza di Abū Bakr (r.a.) venne meno ed egli pronunciò a sua volta una parola dura. Non appena quella parola gli uscì di bocca, il Profeta (s.a.s.) provò un grande disagio, che si manifestò sul suo volto. Poi si alzò e si allontanò. Anche Abū Bakr (r.a.) lo seguì. Gli chiese: «Che cosa è successo? Quell’uomo mi insultava e tu sorridevi dolcemente; poi, non appena gli ho risposto, ti sei adirato».

Il Profeta (s.a.s.) disse: «Finché sei rimasto in silenzio, c’era con te un angelo che rispondeva a nome tuo. Ma quando hai aperto bocca, al posto dell’angelo è arrivato Satana. Io non posso certo sedermi insieme a Satana». (15)

Colui che invita alla verità deve essere disinteressato

Nel chiamare alla verità, colui che invita deve porsi al di sopra dei propri interessi personali: questa sarà la prova più evidente della sua sincerità e della sua dedizione. Nel Sacro Corano è stato ripetutamente affermato che il Profeta (s.a.s.), nell’opera di invito ad Allah che svolge, non ha alcun interesse personale. Al contrario, si è consacrato al bene delle creature di Dio. Nella sura al-Anʿām è detto:

(Arabo***************)

-O Profeta (pace su di lui), di’: non vi chiedo alcuna ricompensa per quest’opera di trasmissione e di guida. Questa non è altro che un’ammonizione generale per tutti gli abitanti del mondo- (al-An‘ām: 90).

-E, o Profeta (pace su di lui), tu non chiedi loro alcuna ricompensa per quest’opera. Questa non è altro che un’ammonizione impartita in generale agli abitanti del mondo- (Yūsuf: 104).

Questo appello è apparentemente rivolto al Profeta (pace su di lui), ma il suo vero destinatario è la folla dei miscredenti; a loro viene detto così: «O servi di Allah, riflettete un poco! Quanto è ingiustificata la vostra ostinazione. Se il Profeta compisse quest’opera di invito e di trasmissione per un interesse personale, oppure se desiderasse qualcosa per sé, avreste certamente l’occasione di dire: “Perché dovremmo accettare le parole di quest’uomo interessato?”. Ma vedete che quest’uomo è disinteressato. Egli impartisce ammonimenti per il vostro bene e per il bene degli abitanti del mondo. Non vi è alcun interesse personale in ciò. Quale ragione legittima può esserci per opporvi a lui con tanta ostinazione? Perché vi ostinate senza motivo contro colui che parla disinteressatamente per il bene di tutti? Ascoltate le sue parole con mente aperta. Se vi convincono, accettatele; se non vi convincono, non accettatele». (16)

Nella sura al-Mu’minūn è detto:

(Arabo***************)

-O Profeta (pace su di lui), chiedi forse loro qualcosa? Ciò che il tuo Signore ti concede è migliore per te, ed Egli è il migliore dei dispensatori di sostentamento- (al-Mu’minūn: 72).

In altre parole, nessuno può accusare in buona fede il Profeta (pace su di lui) sostenendo che dietro a tutto ciò che fa vi sia un interesse personale. Un tempo possedeva un’attività commerciale molto importante. Ora è povero e afflitto. Un tempo la sua gente lo guardava con rispetto e ognuno gli rendeva il massimo onore. Ora subisce insulti e colpi di pietra. Ora anche la sua vita è in pericolo. Un tempo viveva felicemente con la moglie e i figli. Ora è coinvolto in un conflitto che non gli permette di vivere in pace neppure per un istante. Inoltre, ora è apparso con un messaggio tale che l’intero Paese è diventato suo nemico. Persino i suoi stessi familiari sono diventati assetati del suo sangue. Chi può dire che tutto questo sia opera di un uomo interessato? Un uomo interessato si fa piuttosto portabandiera delle superstizioni della propria gente e della propria tribù, cercando di ottenere la leadership con ogni sorta di espediente. Un uomo egoista non propaga un ideale che non solo rappresenta una sfida alle superstizioni tribali, ma le sradica, distruggendo le fondamenta sulle quali è edificato il dominio dei politeisti arabi. (17)

Nella sura Saba’ è detto:

(Arabo*****************)

—O Profeta (pace e benedizioni su di lui), di’: se vi ho chiesto una ricompensa, essa è per voi. La mia ricompensa spetta ad Allah. Egli è testimone di ogni cosa — (Saba’: 47).

La prima parte del versetto può avere due significati. Il primo è: se vi ho chiesto una qualche ricompensa, che essa ricada pure sul vostro destino. Il secondo significato è: se vi ho chiesto una ricompensa, ciò non è altro che per il vostro bene. L’ultimo significato è: che gli accusatori muovano pure contro di me tutte le accuse che vogliono. Ma Allah sa ogni cosa. Egli è testimone che compio quest’opera disinteressatamente, senza perseguire alcun interesse personale. (18)

(Arabo*****************)

—O Profeta (pace e benedizioni su di lui), di’: non vi chiedo alcuna ricompensa. E non sono uno di quelli che fingono e inventano — (Sad: 86).

In altre parole, non sono uno di coloro che scendono in campo con false pretese per affermare la propria preminenza e si atteggiano a qualcosa che in realtà non sono.

Queste parole non furono poste sulle labbra del Profeta (pace e benedizioni su di lui) soltanto per farle conoscere ai miscredenti della Mecca. Al contrario, l’intera vita del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), trascorsa per quarant’anni in mezzo a quei miscredenti, ne è testimone. Alla Mecca persino ogni bambino sapeva che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non era un impostore. In tutta la nazione non vi fu nessuno che avesse mai udito dalla sua bocca una parola tale da far sospettare che volesse diventare qualcuno e si adoperasse per rendersi famoso. (19)

Nelle sure At-Tur e Al-Qalam è detto:

(Arabo****************)

—O Profeta (pace e benedizioni su di lui), chiedi forse loro un compenso, così che siano oppressi sotto il peso di una multa coercitiva?— (At-Tur: 40; Al-Qalam: 46).

In realtà, con questa domanda ci si rivolge ai miscredenti. Il significato è questo: se il Messaggero volesse ottenere qualcosa da voi e compisse tutti questi sforzi per il proprio interesse, avreste almeno una ragione plausibile per allontanarvi da lui. Ma voi stessi sapete che egli è del tutto disinteressato nella sua predicazione e dedica la propria vita esclusivamente al vostro bene. Quale motivo può esserci, dunque, perché non siate nemmeno disposti ad ascoltare serenamente le sue parole? In questa domanda è celato un sottile accenno. Come i capi artificiali e fasulli e i sacerdoti dei santuari religiosi di tutto il mondo, anche in Arabia i capi religiosi, gli eruditi e i sacerdoti dei politeisti esercitavano apertamente un commercio della religione. Perciò fu posta loro questa domanda: da una parte ci sono questi trafficanti della religione, che pubblicamente chiedono offerte votive e doni e pretendono un compenso per ogni servizio religioso; dall’altra c’è quest’uomo, completamente disinteressato, che anzi sta rovinando i propri affari e il proprio commercio per cercare di mostrarvi, con argomenti validi, la retta via della religione. Che cosa può esserci, allora, se non una palese ignoranza, nel fatto che fuggiate da lui e corriate verso i trafficanti della religione? (20)

A questo proposito si trova un solo versetto che potrebbe suscitare qualche controversia. Esso è:

(Arabo***************)

—O Profeta (pace e benedizioni su di lui), di’: non vi chiedo alcun compenso; chiedo soltanto l’amore per i parenti prossimi— (Ash-Shura: 23).

In questo versetto (*****)

Nel cercare di spiegare il significato della parola utilizzata, tra i commentatori si è manifestato un enorme disaccordo. Un gruppo l’ha intesa nel senso di parentela. Essi hanno spiegato così il significato del versetto: «Per questo incarico non vi chiedo alcun compenso. Chiedo soltanto che voi, cioè i Quraysh, almeno teniate conto del vincolo di parentela che esiste tra voi e me. Avreste dovuto accettare le mie parole. Ma, se proprio non volete accettarle, non commettete almeno questa ingiustizia: che proprio voi, tra tutti gli Arabi, vi accaniate più di chiunque altro contro di me in inimicizia».

Questa è l’interpretazione di Hadrat ʿAbdullah ibn ʿAbbas (ra). Essa è stata trasmessa, sulla base delle testimonianze di numerosi narratori, da eminenti studiosi quali Imam Ahmad, al-Bukhari, Muslim, al-Tirmidhi, Ibn Jarir, al-Tabarani, al-Bayhaqi e Ibn Saʿd. Questa interpretazione è stata inoltre sostenuta da Mujahid, ʿIkrimah, Qatadah, al-Suddi, Abu Malik, ʿAbd al-Rahman ibn Zayd ibn Aslam, al-Dahhak, ʿAta ibn Dinar e da altri celebri commentatori.

Un altro gruppo (arabo**********) lo

ha inteso nel senso di prossimità. Essi hanno spiegato così il significato di questo versetto: «Per questo incarico non vi chiedo altro compenso se non che in voi nasca il desiderio di avvicinarvi ad Allah l’Altissimo. In altre parole, correggetevi: questo è il mio compenso». Questa interpretazione è stata riferita da Hadrat Hasan al-Basri. A sostegno di essa è stata citata anche una dichiarazione di Qatadah. Anzi, in una narrazione di al-Tabarani, un’affermazione di questo genere è stata attribuita anche a Ibn ʿAbbas (ra). Nel Sacro Corano, in un altro passo, la stessa questione è espressa così:

(Arabo***************)

-Di’ loro: «Per questo non vi chiedo alcun compenso; il mio compenso consiste nel fatto che chi vuole adotti la via del suo Signore» (al-Furqan: 57).

Un altro gruppo

ha inteso (******) nel senso di parenti. Secondo loro, il significato del versetto è: «Per questa missione non vi chiedo altro compenso se non che amiate i miei parenti». Poi, alcuni appartenenti a questo gruppo hanno inteso l’espressione “parenti” come riferita all’intera Banu ʿAbd al-Muttalib. Altri, invece, l’hanno limitata a Hadrat ʿAli (ra), Hadrat Fatimah (ra) e ai loro figli. In alcune narrazioni si riferisce che questa interpretazione sia stata sostenuta da Saʿid ibn Jubayr e ʿAmr ibn Shuʿayb; in altre, essa viene attribuita a Ibn ʿAbbas (ra) e a ʿAli ibn Husayn (ra), cioè Zayn al-ʿAbidin. Tuttavia, per diverse ragioni, questa interpretazione non può essere accettata. Anzitutto, quando questa sura, la Sura al-Shura, fu rivelata alla Mecca, il matrimonio tra Hadrat ʿAli (ra) e Hadrat Fatimah (ra) non era ancora stato celebrato; quindi non si poneva nemmeno la questione dei loro figli. Inoltre, non tutti i membri della Banu ʿAbd al-Muttalib erano sostenitori del Profeta (sa); al contrario, alcuni di loro erano apertamente suoi nemici. L’ostilità di Abu Lahab è nota a tutti nel mondo. In secondo luogo, la parentela del Profeta (sa) non era limitata alla Banu ʿAbd al-Muttalib. Attraverso sua madre, suo padre e sua moglie, egli era imparentato con tutte le famiglie dei Quraysh. In quelle famiglie vi erano sia Compagni eminenti sia nemici accaniti. Come sarebbe stato dunque possibile per il Profeta (sa) menzionare, tra tutti questi parenti, soltanto la Banu ʿAbd al-Muttalib come propria parentela e riservare esclusivamente a loro la richiesta di amore? Che Allah sia compiaciuto di lui.

Il terzo punto, e il più importante, è questo: il profeta si trova su un’altura sublime, da cui proclama a gran voce l’invito ad Allah; da quel luogo chiedere come compenso «amate i miei parenti» sarebbe una richiesta talmente meschina che nessuna persona di buon gusto potrebbe neppure immaginare che Allah Onnipotente abbia insegnato una cosa simile al Suo profeta e che il profeta l’abbia dichiarata stando tra i Quraysh. Nei racconti dei profeti contenuti nel Sacro Corano vediamo che, profeta dopo profeta, rivolgendosi al proprio popolo, essi hanno sempre detto: «Non vi chiedo alcun compenso; il mio compenso spetta ad Allah» (si vedano Yunus: 72; Hud: 19, 51; ash-Shu‘ara’: 109, 117, 145, 164, 180).

Nella sura Ya-Sin è stato detto che il criterio per verificare la veridicità del profeta è che egli sia completamente disinteressato nella sua predicazione (versetto 21). Per bocca dello stesso Profeta (pace e benedizioni su di lui) è stato ripetuto più volte: «Non vi chiedo alcun compenso». Lo abbiamo già citato sopra. Come si potrebbe dunque dire: «In cambio dell’opera con cui vi invito da parte di Allah, amate i miei parenti»? Ciò appare ancora più significativo quando osserviamo che in questo discorso non ci si rivolge ai credenti, bensì ai miscredenti. Dall’inizio alla fine ci si rivolge a loro, e anche in seguito le parole sono dirette proprio a loro. In una simile esposizione, come potrebbe sorgere la questione di chiedere qualsiasi compenso agli oppositori? Un compenso lo si può chiedere a coloro che apprezzano in qualche misura l’opera compiuta per loro. Ma quale valore attribuivano i miscredenti all’opera del Profeta, tale da permettergli di dire loro: «Amate i miei parenti per il servizio che sto rendendo»? Al contrario, essi la consideravano un crimine e cercavano di attentare alla sua vita. (***21)

L’importanza della fede nell’Aldilà all’inizio della predicazione

Quando, nella venerabile Mecca, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) iniziò per la prima volta a predicare l’Islam, il suo fondamento consisteva in tre punti. Primo: non si deve associare nessuno ad Allah nella divinità. Secondo: Allah Onnipotente ha scelto Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come Suo Messaggero. Terzo: questo mondo un giorno finirà e, dopo di esso, verrà all’esistenza un secondo mondo. In esso tutti gli esseri umani, dal primo all’ultimo, saranno riportati in vita e risuscitati con gli stessi corpi con cui hanno compiuto le loro opere terrene. In seguito saranno chiamati a rendere conto della loro fede e delle loro opere. In questo giudizio, coloro che risulteranno credenti e virtuosi entreranno per sempre in Paradiso, mentre coloro che risulteranno miscredenti e peccatori rimarranno per sempre all’Inferno.

Sebbene il primo punto fosse estremamente intollerabile per gli abitanti della Mecca, essi non negarono mai l’esistenza di Allah l’Altissimo. Ammettevano che Egli fosse il grande Signore, il Creatore e il Provveditore. Ammettevano inoltre che anche le divinità che consideravano loro idoli fossero creature di Allah. Perciò la disputa riguardava soltanto il fatto se tali divinità avessero o meno una partecipazione agli attributi, all’autorità e alla divinità di Dio.

Gli abitanti della Mecca non erano affatto pronti ad accettare il secondo punto. Tuttavia, non potevano negare che, nei quarant’anni trascorsi in mezzo a loro prima di proclamare la sua missione profetica, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) non fosse mai stato trovato bugiardo, ingannatore o incline a seguire vie ingiuste per interesse personale. Essi stessi riconoscevano la sua intelligenza, la sua saggezza e la nobiltà del suo carattere. Per questo, nonostante cercassero cento pretesti contro di lui e gli rivolgessero accuse, era difficile non solo convincere gli altri, ma persino convincere se stessi che egli fosse sincero in ogni altra questione, ma — Dio ce ne scampi — bugiardo soltanto nella pretesa di essere Messaggero. In tal modo, i primi due punti non erano per loro tanto problematici quanto il terzo. Quando questo fu presentato loro, fu oggetto delle maggiori derisioni e sarcasmi; manifestarono al riguardo il massimo stupore e cominciarono ovunque a parlarne come di qualcosa di assurdo e irrealistico. Eppure, per condurli sulla via dell’Islam, era assolutamente indispensabile radicare nei loro cuori la fede nell’Aldilà, poiché senza questa fede era del tutto impossibile che il loro pensiero riguardo al vero e al falso fosse corretto. Inoltre, non sarebbe stato possibile cambiare il loro criterio del bene e del male, né fare un passo avanti sulla retta via abbandonando quella dell’adorazione del mondo, la via sulla quale l’Islam voleva guidarli. Per questo, nelle sure del primo periodo meccano si è insistito soprattutto sul radicamento della fede nell’Aldilà. Naturalmente, le prove sono state presentate in modo tale che anche il concetto dell’unicità divina si radicasse spontaneamente nei cuori. Allo stesso tempo, di tanto in tanto sono state esposte brevemente anche le prove della veridicità del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e del Corano. (****22)

Indicazioni

1. Aggiunte dell’autore

2. Tafhim al-Qur’an, volume 1, Introduzione

3. Tafhim al-Qur’an, volume 2, an-Nahl, nota 122–123

4. Tafhim al-Qur’an, Bani Isra’il, note 57–61

5. Tafhim al-Qur’an, al-An‘am, nota 69

6. Tafhim al-Qur’an, al-An‘am, nota 71

7. Tafhim al-Qur’an, al-A‘la, nota 10

8. Tafhim al-Qur’an, al-An‘am, note 24–25

9. Tafhim al-Qur’an, ‘Abasa, Introduzione e nota 201

10. Tafhim al-Qur’an, Al-‘Ankabut, nota 81

11. Tafhim al-Qur’an, Al-A‘raf, nota 15

12. Tafhim al-Qur’an, Ha Mim Sajdah, nota 36

13. Tafhim al-Qur’an, Ha Mim Sajdah, nota 37

14. Tafhim al-Qur’an, Ha Mim Sajdah, nota 40

16. Tafhim al-Qur’an, Yusuf, nota 73

17. Tafhim al-Qur’an, Al-Mu’minun, nota 70

18. Tafhim al-Qur’an, Saba, nota 28-29

19. Tafhīm al-Qurʾān, Sād, nota 72

20. Tafhīm al-Qurʾān, al-Ṭūr, nota 31

21. Tafhīm al-Qurʾān, al-Shūrā, nota 41

22. Tafhīm al-Qurʾān, introduzione alla sura al-Nabaʾ

Mappa della Mecca al-Mukarrama

 

Inizio del quarto volume

Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole

Sesto capitolo

La vera natura dell’invito all’Islam

Le cause dell’ostilità dei politeisti e della loro sconfitta

Ora desideriamo presentare la seconda parte della discussione iniziata nel capitolo precedente. Abbiamo detto quali indicazioni furono date al Profeta (pace e benedizioni su di lui) e, per suo tramite, ai suoi Compagni, riguardo alla diffusione dell’invito all’Islam, affinché potessero affrontare con le armi della moralità l’opposizione dei portabandiera della jāhiliyya; conquistare i loro cuori mediante saggezza, generosità, pazienza e tolleranza; rendere giusti e capaci di suscitare consenso i baluardi dell’ostinazione, dell’odio cieco e della caparbietà; e scegliere tra il popolo coloro nei quali si riscontravano amore per la verità e la virtù di attenersi ad essa, aggregandoli al proprio gruppo.

In seguito diremo quale fosse la vera natura dell’invito con cui il Profeta (pace e benedizioni su di lui) era giunto e quali fossero le sue caratteristiche e le sue qualità distintive, per le quali dapprima i Quraysh e poi gli altri abitanti dell’Arabia si misero a contrastarlo. Esamineremo inoltre quale forza possedesse questo invito, una forza che alla fine ridusse al silenzio i suoi oppositori e gli permise di ottenere un successo così straordinario da non avere eguali nella storia.

Poiché l’argomento merita un’analisi dettagliata, lo esporremo sotto sette titoli. Essi sono:

1. L’insegnamento del tawḥīd e la confutazione dello shirk.

2. L’invito a credere nella missione profetica di Muḥammad.

3. L’invito a credere che il Corano è la parola di Allah.

4. L’invito alla fede nell’Aldilà.

5. L’insegnamento morale.

6. L’istituzione della Umma musulmana universale.

7. La differenza tra il metodo d’azione dei profeti e quello dei non profeti.

Primo paragrafo

L’insegnamento del tawhid e la confutazione dello shirk

Tra i punti della da‘wa islamica, il primo, il più importante e fondamentale è il riconoscimento del tawhid e la confutazione dello shirk. Sebbene il Profeta (pace e benedizioni su di lui) fosse personalmente credente nel tawhid e rifiutasse lo shirk già prima di ricevere la profezia, e sebbene tra gli arabi suoi contemporanei e delle generazioni precedenti si trovassero persone che professavano questa dottrina, esiste una grande differenza tra i due tipi di persone. Un tipo si limita a professare la dottrina del tawhid e a rifiutare lo shirk, ritenendo sufficiente, al massimo, manifestare tale convinzione. L’altro tipo si schiera per diffondere e propagare questa dottrina e continua a invitare la gente ad abbandonare lo shirk e ad accettare il tawhid. Ciò che poi crea un’enorme differenza tra la semplice fede in questa dottrina e l’invito pubblico e la sua trasmissione è il fatto che una persona si assume la responsabilità di questo compito e non si limita a dimostrare dettagliatamente, con argomenti, soltanto l’unicità di Dio; spiega invece, uno per uno, anche il significato e l’essenza di questa unicità, nonché le inevitabili conseguenze della sua accettazione, dicendo alla gente: «Credete nel tawhid di Allah con questa spiegazione dettagliata».

Questo fu il compito che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) intraprese dopo essere stato insignito dell’onore della profezia. E questa fu la prima ragione della sua opposizione ai miscredenti. Infatti, ciascuna delle sue affermazioni era in conflitto con la loro dottrina, le loro convinzioni, le loro superstizioni e le concezioni accumulate nel corso di centinaia di anni.

L’insegnamento chiaro e inequivocabile del tawḥīd

Nella società politeista araba, la questione fondamentale non riguardava l’esistenza di Allah l’Altissimo, bensì il riconoscimento della Sua unicità. Essi riconoscevano Allah come il Creatore di loro stessi e dell’universo. Non rifiutavano neppure di riconoscerLo come Rabb e Ilāh. Non avevano alcuna obiezione nemmeno a renderGli culto. Tuttavia, l’errore in cui erano caduti consisteva nel fatto che non ritenevano che la divinità, la signoria e l’autorità fossero riservate ad Allah. Inoltre, consideravano molte altre divinità associate di Dio. Credevano di dover rendere culto anche a loro, insieme al culto di Allah. (****1) Questa era la loro condizione:

(ARABO***************)

—E quando tu, o Profeta, menzioni nel Corano il tuo unico Rabb, essi si allontanano con disgusto. (Banī Isrāʾīl: 56)

In altre parole, per loro era insopportabile che tu riconoscessi come unico Signore soltanto Allah e non facessi alcun riferimento ai numerosi signori e dèi da loro inventati. Questo comportamento di tipo wahhabita (per usare un termine odierno) non era loro gradito neppure per un istante: che l’uomo recitasse soltanto «Allah, Allah». Nessun accenno alle spese per i venerabili, né alcun riconoscimento dell’ottenimento del fayḍ nei santuari. E neppure elogi o felicitazioni per quelle personalità alle quali, secondo la loro convinzione, Allah l’Altissimo aveva assegnato una parte della Sua divinità. Essi dicono: «È davvero un uomo singolare: secondo lui, la conoscenza dell’invisibile appartiene esclusivamente ad Allah, la potenza appartiene esclusivamente ad Allah, e anche l’efficacia e l’autorità appartengono esclusivamente ad Allah. Allora quelli che si trovano nei nostri santuari non sono forse nulla? Eppure da loro acquisiamo conoscenza; per loro volontà i malati guariscono, gli affari prosperano e i desideri vengono esauditi. Dunque, costoro non sono forse capaci di nulla?» (2)

In un altro passo del Corano, il loro disgusto per il tawḥīd e il loro sprofondare nello shirk sono descritti così:

(Arabo*****************)

E quando viene menzionato soltanto Allah, i miscredenti nell’Aldilà provano una profonda angoscia; invece, quando vengono menzionati altri oltre a Lui, all’improvviso i loro cuori esultano di gioia. (Az-Zumar: 54)

Questa osservazione si applica in egual misura a quasi tutti coloro che nel mondo hanno una disposizione incline al politeismo. Essi affermano a parole: «Noi crediamo in Allah». Ma la loro condizione è tale che, quando viene menzionato soltanto Allah, i loro volti si deformano. Allora dicono: «Quest’uomo non riconosce affatto i buzurg e gli awliyāʾ di Allah; per questo non fa che dire: “Allah, Allah”».

E se vengono menzionati i nomi di altri, i loro volti si illuminano di gioia. Il loro comportamento rende evidente verso chi siano rivolti il loro attaccamento e il loro amore. (3)

(Arabo***************)

-La loro condizione era questa: quando veniva detto loro: «Non c’è altra divinità all’infuori di Allah», dicevano con orgoglio: «Dovremmo forse abbandonare i nostri dèi per un poeta pazzo?» (As-Saffat: 35-36)

Avevano una grande obiezione a queste parole del Profeta (pace e benedizioni su di lui):

(Arabo*************)

—Questo uomo considera forse un solo dio invece di tutti gli dèi? Questa sì che è una cosa davvero strana! (Sad: 5)

In questa società e tra persone con questo genere di idee, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) proclama ripetutamente a gran voce che Allah è l’unica divinità e l’unico Signore. Nessun altro ha alcuna parte nella divinità, nella signoria e nell’autorità.

(Arabo**************)

– Il vostro dio è proprio Allah, all’infuori del quale non vi è altro dio. La Sua conoscenza abbraccia ogni cosa. (Taha: 98)

(Arabo*****************)

– Anzi, il vostro Signore è Colui che è il Signore dei cieli e della terra e che li ha creati. (Al-Anbiya: 65)

(Arabo****************)

—In verità, il vostro Signore è uno solo. Egli è il Signore dei cieli e della terra e di tutto ciò che si trova tra essi, ed è il Signore degli orienti. (As-Saffat: 4-5)

In altre parole, Colui che è il Proprietario e il Signore dell’universo è anche il dio dell’umanità (il Ma‘bud e l’Ilah); in verità, Egli solo può essere il Ma‘bud, ed è Lui soltanto che dovrebbe essere adorato. È assolutamente falso che il Signore dell’universo, compresi voi — cioè il Proprietario, il Sovrano, il Custode e il Sostenitore — sia uno, mentre l’Ilah (Colui che ha diritto all’adorazione) sia un altro.

(Arabo******************)

—(O Profeta!) Di’: «Io sono soltanto un ammonitore. Non vi è altra divinità all’infuori dell’unico Dio, il Dominatore Supremo, il Signore dei cieli, della terra e di tutto ciò che si trova fra essi. Egli è l’Onnipotente, il Perdonatore per eccellenza. (O Profeta!) Di’: questa è una notizia dalla quale vi siete allontanati». (Sad: 4-5)

(আরবী*******************)

—Allah ha detto: «Non prendete due divinità (dèi e signori). Il Dio è uno solo. Temete dunque Me soltanto». (An-Nahl: 51)

(আরবী****************)

Ed Egli è l’unico Dio nei cieli e l’unico Dio sulla terra. Egli è il Sapiente, il Consapevole. (Az-Zukhruf: 53)

(আরবী*****************)

—E non invocate alcuna altra divinità insieme ad Allah. Non vi è altra divinità all’infuori di Lui. Ogni cosa è destinata a perire, eccetto la Sua Essenza. Il giudizio e l’autorità appartengono esclusivamente a Lui, e a Lui ritorneranno tutte le cose. (Al-Qasas: 88)

I politeisti chiesero al Profeta (s.a.s.) di esporre la genealogia del Signore verso il quale li invitava: da che cosa era stato creato? Da chi aveva ereditato il mondo? E chi avrebbe ereditato dopo di Lui?

In risposta, viene enunciata una definizione del tawḥīd così chiara, completa e concisa da penetrare impetuosamente nel cuore. Nessuna traccia di shirk può trovare posto nella mente. Ogni sua parola presenta con assoluta chiarezza il concetto del tawḥīd. E soprattutto, essendo espressa in quattro frasi brevi e ricche di eloquenza, nessun ascoltatore avrebbe potuto cancellarla dalla memoria né fare a meno di pronunciarla con la bocca. Fu detto:

(Arabo******************)

—(O Profeta, in risposta alle loro parole) dì: Egli è Allah, Uno e Unico. Allah è indipendente da ogni cosa e nessuno è Suo pari.

Il significato della prima frase è questo: il mio Rabb, riguardo al quale mi chiedete e che io riconosco come l’unico Dio, desiderando che anche gli altri lo riconoscano, non è un dio nuovo né un dio da me immaginato. Al contrario, è proprio quel Dio che voi chiamate Allah con le vostre labbra; la cui Casa chiamate Bayt Allāh (la Casa di Allah); al quale, appena quarant’anni fa, durante l’attacco di Abraha, rivolgevate suppliche affinché vi proteggesse, dimenticando in quel momento gli altri vostri dèi. E voi stessi ammettete che Egli è il Creatore della vostra terra e del vostro cielo, nonché di ogni cosa del mondo.

Poi si afferma, riguardo ad Allah l’Altissimo, che Egli è Uno e Unico. Ogni arabo sapeva quale fosse il significato dell’uso della parola “Aḥad” al posto di “Wāḥid” (****) riferito ad Allah. La parola “Wāḥid” (***) (“uno”) nella lingua araba si usa per ogni cosa che sia una sotto un determinato aspetto, anche se sotto innumerevoli altri aspetti presenti in essa si trova una varietà di molteplicità, come una casa, un uomo, una famiglia, una nazione, un paese o un mondo. Invece, l’uso della parola opposta “Aḥad” come attributo di qualcuno, per descriverne l’unicità, era un uso comune del quale, prima della rivelazione della Sura al-Ikhlāṣ, non si trova alcun esempio nella lingua araba. [Va osservato che nel Corano la sola parola “Wāḥid” (***) non è mai stata usata per Allah l’Altissimo. Piuttosto, associandola ad altre parole, la dignità dell’unicità di Allah l’Altissimo è stata distinta da quella dell’unicità di una qualsiasi altra cosa del mondo, come (******) oppure (*********). Nella Sura al-Ikhlāṣ, invece, la parola (أ****) è stata usata per Allah come attributo assoluto. Questo uso è riservato all’Essenza di Allah — l’Autore.]

(Dunque, chiamare Allah “Aḥad” esprime il fatto che Egli è Uno e Unico sotto ogni aspetto. Egli non appartiene alla specie di alcuna delle divinità, cosicché anche altre essenze della medesima specie possano essere dèi. Al contrario, nella Sua esistenza è unico, senza paragoni né rivali, e lo è in modo assoluto anche sotto l’aspetto della divinità. In Lui non vi è molteplicità sotto alcun aspetto. Non è un’essenza costituita da parti materiali, divisibile e distribuibile, dotata di forma e figura, situata in un luogo, dalla quale qualcosa possa uscire o nella quale qualcosa possa entrare; che abbia un colore o membra, che dipenda da una direzione o che sia soggetta a cambiamenti e sviluppi. L’Essenza divina è pura da ogni forma di molteplicità: Egli è Uno e Unico sotto ogni aspetto. Essendo “Aḥad”, nessuno può avere parte con Lui nella divinità, nella signoria o nell’autorità. Nessuno condivide la Sua essenza, i Suoi attributi, il Suo potere o i Suoi diritti. Nessuna creatura esistente nel mondo è simile o paragonabile a Lui.)

Poi si afferma che Egli è indipendente da ogni bisogno: la parola “Ṣamad” era ampiamente usata nella lingua araba e ogni arabo ne conosceva il significato. Era usata per indicare una persona che non dipende da nessuno e verso la quale la gente si rivolgeva per soddisfare i propri bisogni.

Si chiamava “Ṣamad” colui che era superiore agli altri e al quale nessuno era superiore; colui al quale si obbediva e senza il quale non si poteva prendere alcuna decisione; colui nel quale non vi era debolezza, che era irreprensibile, sul quale non si abbatteva alcuna calamità, che faceva ogni cosa secondo la propria volontà, le cui decisioni non potevano essere riesaminate e nel quale erano riunite le qualità dell’autorità. Era anche una sostanza piena e compatta, non vuota né cava, dalla quale nulla usciva e nella quale nulla entrava. Tuttavia, per Allah l’Altissimo non è stata usata semplicemente la parola “Ṣamad”, bensì l’espressione “aṣ-Ṣamad”, il cui significato è che tutte le altre cose possono essere “ṣamad” sotto un solo aspetto, ma non lo sono sotto molti altri aspetti. Soltanto Allah è il perfetto “Ṣamad” sotto ogni aspetto.

Poi è stato detto che Egli non ha figli, né è figlio di qualcuno. Questa affermazione confuta tutte quelle concezioni politeistiche fondate sull’idea che anche le divinità appartengano a una specie, nella quale si sussegua una linea di discendenza come accade tra gli esseri umani. Egli rimarrà per sempre, dopo aver sradicato alla radice questa concezione. Prima di Lui non vi era alcuna divinità dalla quale Egli fosse stato generato, né dopo di Lui vi è o può esservi una divinità generata da Lui.

Infine è stato detto che Egli non ha alcun «kufu». Kufu significa comparabile, simile, di pari rango, equivalente e uguale. Con ciò è stato fatto sapere alla gente che nell’intero universo non esiste nessuno, non è mai esistito e non potrà mai esistere, che sia simile ad Allah, di pari rango con Lui o che abbia con Lui qualsiasi somiglianza nelle Sue qualità, nelle Sue azioni e nella Sua autorità.

Le prove razionali del tawḥīd

Il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non si limitò a presentare alla società politeista questa chiara concezione del tawḥīd; al contrario, la dimostrò con fermezza, mediante argomenti e prove inconfutabili.

1. Tutti i profeti insegnavano il tawḥīd

Una prova estremamente forte al riguardo era che tutti i profeti venuti al mondo prima di lui avevano insegnato il tawḥīd e avevano ordinato di tenersi lontani dallo shirk. In effetti, nel Corano, riguardo a tutti i profeti nel loro insieme, è stato detto:

(Arabo***************)

—Per ogni comunità abbiamo inviato un profeta con questo insegnamento: adorate Allah e tenetevi lontani dal ṭāghūt [il celebre imam della scienza dell’esegesi, Ibn Jarīr al-Ṭabarī, ha spiegato il ṭāghūt nel modo seguente:

Ogni essere che si ribella contro Allah e che viene adorato invece di Allah, sia che chi lo adora lo faccia costretto con la forza, sia volontariamente e con animo consenziente — (vale a dire, colui che viene adorato) — è un ṭāghūt. Che si tratti di un essere umano, di Satana, di divinità o di qualsiasi altra cosa. (Jāmiʿ al-bayān fī tafsīr al-Qurʾān, vol. 3, p. 13) — l’Autore.] Si tiene lontano dal culto. (an-Naḥl: 36)

(Arabo**************)

—E (o Profeta), prima di te non abbiamo inviato alcun messaggero senza rivelargli: «Non vi è altro dio all’infuori di Me. Adorate dunque solo Me» (al-Anbiyāʾ: 25)

Riguardo a tutte le comunità del passato è stato detto:

(Arabo**********************)

-E non è stato loro ordinato altro se non di rendere culto ad Allah, dedicando esclusivamente a Lui la propria religione e rivolgendosi interamente a Lui, di compiere la preghiera e di versare la zakāt. Questa è la religione assolutamente retta. -di compiere la preghiera e di versare la zakāt. Questa è la religione assolutamente retta. (al-Bayyina: 5)

Poi, riguardo a ciascun profeta, è stato detto che questo era il loro insegnamento. Ognuno dei profeti, come Noè (pace su di lui), Hūd (pace su di lui), Ṣāliḥ (pace su di lui), Shuʿayb (pace su di lui) e altri, impartiva innanzitutto alla propria gente proprio questo insegnamento:

(Arabo****************)

-O gente del mio popolo! Adorate Allah. Non avete altro dio all’infuori di Lui. (Al-A‘raf: 59, 65, 73, 85; Hud: 50, 61, 84; Al-Mu’minun: 23, 32)

Hazrat Ya‘qub, al momento della morte, chiese ai suoi figli: «Chi adorerete dopo di me?» Essi risposero: «Adoreremo lo stesso Dio che era il Dio tuo e dei tuoi antenati Ibrahim, Ismail e Ishaq». (Al-Baqarah: 133) Hazrat Yusuf, rivolgendosi ai suoi compagni di prigione, disse-

(Arabo*****************)

-O miei compagni di prigione! Sono forse migliori molte divinità diverse o Allah, l’Unico, il Vittorioso sopra tutti? Adorate forse altri all’infuori di Lui? Essi non sono altro che nomi, che voi e i vostri padri avete dato loro. Allah non ha fatto scendere alcuna autorità a loro favore. Il potere di governare e di esercitare l’autorità appartiene soltanto ad Allah. Il Suo comando è che non adoriate nessuno all’infuori di Lui. Questa è la religione retta, ma la maggior parte della gente non lo sa. (Yusuf: 39-40)

La prima rivelazione fu fatta scendere su Mosè (pace su di lui):

(Arabo******************)

—Sono Io Allah! Non c’è altra divinità all’infuori di Me. Adora dunque Me soltanto e compi la preghiera per ricordarti di Me. (Ta-Ha: 14)

Poi, quando i Figli d’Israele cominciarono ad adorare il vitello, Mosè (pace su di lui) si adirò terribilmente con loro, diede fuoco all’idolo che avevano fabbricato e disse:

(Arabo****************)

-Il vostro vero Dio è soltanto Allah, oltre al quale non vi è altra divinità. (Ta-Ha: 98)

Hazrat Isa (pace su di lui) dice ripetutamente questo ai Figli d’Israele:

(Arabo****************)

In verità Allah è il mio Signore e il vostro Signore. Adorate dunque Lui. Questa è la retta via. (Al ‘Imran: 51, Maryam: 36, Az-Zukhruf: 64)

(Arabo******************)

-O Figli d’Israele! Adorate Allah, che è il mio Signore e il vostro Signore. A chiunque associ qualcuno ad Allah, Egli ha proibito il Paradiso e la sua dimora sarà l’Inferno. E per tali ingiusti non vi sarà alcun soccorritore. (Al-Ma’ida: 72)

Per gli idolatri d’Arabia in generale, e in particolare per gli idolatri Quraysh, l’argomento più forte era quello presentato nel Corano nella storia di Hazrat Ibrahim (pace su di lui). Infatti, tutti gli idolatri d’Arabia lo riconoscevano come loro guida e condottiero e consideravano la loro religione come quella da lui indicata. Tutto l’orgoglio, l’arroganza, l’influenza e il prestigio dei Quraysh derivavano dal loro legame genealogico con lui e dal fatto che officiavano presso la Baytullah da lui costruita. Nel Sacro Corano viene spiegato dettagliatamente ai Quraysh e agli Arabi che l’uscita del loro antenato e guida religiosa dal regno di Nimrod (Iraq) era avvenuta proprio sulla base di questa disputa: suo padre, il suo popolo e il governo del suo paese erano tutti idolatri. Egli, cioè Hazrat Ibrahim (pace su di lui), confutò apertamente questo politeismo, invitò pubblicamente il suo popolo al monoteismo e ridusse in frantumi gli idoli; per questo fu gettato in una gigantesca fornace ardente. Ma il Grande Allah lo fece uscire da quella fornace vivo e in salvo. Poi lasciò il paese e si diresse verso la terra di Canaan. In seguito, giunto alla Mecca, costruì questa Casa di Allah affinché qui non fosse adorato nessun altro all’infuori dell’Unico Dio. Pregò per i suoi figli, affinché non si abbandonassero all’errore del culto degli idoli. I dettagli di questa storia sono narrati in modo vigoroso e significativo in diversi passi del Corano. Leggendoli, si può immaginare quanto dovessero essere turbati i Quraysh e gli idolatri comuni quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) raccontava loro tutto ciò alla Mecca. Senza prolungare il discorso, qui riportiamo soltanto la traduzione dei versetti:

–E ricorda l’episodio di Abramo, quando disse a suo padre Azar: «Prendi forse gli idoli come divinità? In verità, vedo te e la tua gente in un evidente traviamento».

.. Abramo disse: «O gente mia! Io mi sono dissociato da ciò che voi considerate associato a Dio. In verità, ho rivolto il mio volto, con assoluta sincerità, verso Colui che ha creato i cieli e la terra, e non sono mai stato tra gli associatori. La sua gente cominciò a discutere con lui. Egli disse: “Discutete con me riguardo ad Allah, mentre Egli mi ha guidato sulla retta via? Io non temo le vostre divinità associate, se non che il mio Signore voglia qualcosa: ciò certamente può accadere. Il mio Signore abbraccia ogni cosa con la Sua conoscenza. Non tornate dunque in voi stessi? Perché dovrei temere le vostre divinità associate, mentre voi non temete di associare ad Allah cose per le quali Egli non vi ha fatto scendere alcuna autorità? Dite dunque, se avete conoscenza: quale delle due parti ha maggior diritto alla sicurezza e alla tranquillità?”» (Al-An‘ām: 74-81)

–E menziona nel Libro Abramo. In verità, egli era un uomo veritiero e un profeta. Racconta loro l’episodio in cui disse a suo padre: «Padre mio! Perché adori ciò che non ode, non vede e non può esserti utile in alcun modo? Padre mio! Mi è giunta una conoscenza che a te non è giunta. Seguimi: ti guiderò su una via retta. Padre mio! Non adorare Satana. In verità, Satana è ribelle al Misericordioso. Padre mio! Temo che tu possa essere colpito dal castigo del Misericordioso e diventare compagno di Satana».

«Disse il padre: “Abramo! Ti sei forse allontanato dalle nostre divinità? Se non desisti, ti lapiderò. Allontanati da me per sempre”.

«Disse Abramo: “Pace su di te! Chiederò al mio Signore di perdonarti. In verità, il mio Signore è molto benevolo verso di me. Mi allontano da voi e da ciò che invocate invece di Allah. Io invocherò soltanto il mio Signore. Spero di non rimanere deluso invocando il mio Signore”». (Maryam: 41-48)

«La supplica di Abramo per suo padre era dovuta alla promessa che gli aveva fatto. Ma quando gli fu chiaro che egli era nemico di Allah, si dichiarò libero da lui». (At-Tawba: 114)

«In precedenza avevamo dato ad Abramo la retta comprensione e lo conoscevamo bene. Ricorda l’episodio in cui disse a suo padre e alla sua gente: “Che cosa sono queste statue alle quali siete tanto devoti?”. Risposero: “Abbiamo visto i nostri padri adorarle”. Egli disse: “Voi e i vostri padri siete in evidente errore”. Dissero: “Ci stai presentando le tue riflessioni oppure stai scherzando?”. Egli disse: “No, piuttosto il vostro Signore è il Signore dei cieli e della terra e di ciò che Egli ha creato, e di questo vi rendo testimonianza. Per Allah, escogiterò certamente qualcosa contro i vostri idoli quando ve ne sarete andati”. Poi li ridusse in pezzi, lasciando intatto il più grande fra loro, affinché si rivolgessero a lui.

«Quando giunsero e videro in quale stato si trovavano i loro idoli, dissero: “Chi ha fatto questo alle nostre divinità? In verità, è stato un grande ingiusto”. Alcuni dissero: “Abbiamo sentito un giovane parlare di loro; si chiama Abramo”. Dissero: “Portatelo davanti a tutti, affinché vedano che cosa si può fare con lui”. Quando arrivò Abramo, la gente disse: “Abramo! Sei tu che hai fatto questo alle nostre divinità?”. Egli disse: “No, è stato il loro capo, questo qui. Chiedete dunque a loro, se sono capaci di parlare”. A quelle parole, furono ricondotti alla loro coscienza e dissero tra sé: “Siete voi gli ingiusti”. Poi, confusi, dissero: “Tu sai bene che essi non possono parlare”. Abramo disse: “Adorate dunque, invece di Allah, ciò che non può recarvi né beneficio né danno? Vergogna su di voi e sulle vostre divinità che adorate invece di Allah!”»

“Dissero: «Bruciatelo e sostenete i vostri dèi, se davvero volete fare qualcosa». Noi dicemmo: «O fuoco, diventa fresco e sicuro per Abramo». Essi volevano arrecare danno ad Abramo, ma li rendemmo perdenti.” (Al-Anbiyāʾ: 51-70)

“E racconta loro la storia di Abramo, quando disse a suo padre e al suo popolo: «Che cosa sono queste cose che adorate?»”

“Risposero: «Sono idoli che adoriamo e al cui servizio ci dedichiamo». Egli disse: «Vi ascoltano forse quando li invocate? Oppure possono recarvi qualche beneficio o danno?». Risposero: «Non lo sappiamo; tuttavia abbiamo visto i nostri padri e antenati fare così». Abramo disse: «Avete mai osservato con gli occhi aperti che cosa siano realmente queste divinità che voi e i vostri antenati adorate? Per quanto mi riguarda, esse sono tutte mie nemiche, eccetto il Signore dei mondi, che mi ha creato. È Lui che mi guida, che mi dà da mangiare e da bere. Quando mi ammalo, è Lui che mi guarisce. È Lui che mi farà morire e poi mi ridarà la vita, e da Lui spero che, nel Giorno del Giudizio, perdoni i miei errori».” (Ash-Shuʿarāʾ: 69-82)

“E inviammo Abramo. Quando disse al suo popolo: «Adorate Allah e temete Lui. Questo è meglio per voi, se lo sapeste. Quelli che adorate all’infuori di Allah non hanno il potere di procurarvi alcun sostentamento. Chiedete dunque il sostentamento ad Allah, adorate Lui e siateGli riconoscenti. A Lui sarete ricondotti». … La risposta del suo popolo non fu altro che: «Uccidetelo o bruciatelo!». Ma Allah lo salvò dal fuoco. In ciò vi sono certamente segni per i credenti. Abramo disse: «Avete preso gli idoli, all’infuori di Allah, come mezzo di reciproco affetto nella vita terrena. Ma nel Giorno della Resurrezione vi rinnegherete a vicenda e vi maledirete l’un l’altro. Il fuoco sarà la vostra dimora e non avrete alcun soccorritore». Allora Lot credette in Abramo, e Abramo disse: «Io emigro verso il mio Signore. Egli è davvero l’Onnipotente, il Saggio».” (Al-ʿAnkabūt: 16-26)

“Abramo seguiva la via di Noè. Quando si presentò al suo Signore con un cuore puro, disse a suo padre e al suo popolo: «Che cosa adorate? Volete forse, all’infuori di Allah, divinità inventate? Che cosa pensate del Signore dei mondi?». Poi rivolse lo sguardo alle stelle e disse alla gente del suo popolo: «Sono malato». Allora essi se ne andarono, lasciandolo, alla loro festa. Poi egli entrò di nascosto nel tempio dei loro idoli e disse: «Perché non mangiate? Che cosa avete, che non parlate?». Quindi si avventò contro di loro e li colpì violentemente con la mano destra.”

“La gente del suo popolo accorse da lui. Egli disse: «Adorate forse ciò che avete scolpito con le vostre mani? In verità, Allah ha creato voi e ciò che fate». Dissero: «Preparate per lui un fuoco e gettatelo nelle fiamme ardenti». Essi volevano tramare contro di lui, ma Noi li umiliammo. Abramo disse: «Io vado verso il mio Signore», cioè emigro. «Egli mi guiderà».” (As-Sāffāt: 83-99)

Il venerabile Abramo fu condotto davanti al re del paese, perché questi pretendeva di essere il signore. Egli, invece, non era disposto ad accettare come signore nessuno all’infuori di Allah. Il Corano riferisce così il dialogo che ebbe luogo tra loro:

“Quando Abramo disse: «Il mio Signore è Colui che dà la vita e dà la morte». Egli rispose: «Sono io che ho il potere sulla vita e sulla morte». Abramo disse: «Ebbene, Allah fa sorgere il sole da oriente; fallo sorgere tu da occidente». A queste parole, il miscredente rimase sbigottito.” (Al-Baqara: 258)

A causa della sua opposizione allo shirk e del suo invito al tawḥīd, la patria d’Ibrāhīm (pace su di lui) divenne per lui angusta; così egli abbandonò il suo paese, la sua gente, la sua famiglia e persino suo padre, e partì per l’egira. Al momento della partenza, egli e i credenti che lo accompagnavano dissero chiaramente alla loro gente:

«Ci siamo completamente dissociati da voi e dai vostri dèi, che adorate invece di Allah. Vi rifiutiamo, e tra noi e voi sono sorte inimicizia e odio, finché non crederete nell’unico Allah. (al-Mumtaḥana: 4)

Inoltre, nel Corano è stato detto che Ḥaḍrat Ibrāhīm (pace su di lui) costruì a Mecca la Kaʿba, nel luogo da lui indicato, non perché fosse trasformata in un tempio degli idoli e in un santuario dei politeisti, perché vi si adorasse altri all’infuori di Allah e vi si offrissero sacrifici ad altri all’infuori di Allah.

(Arabo******************)

«E ricorda quando indicammo a Ibrāhīm il luogo di questa Casa (la Kaʿba), dicendo: “Non associare nulla a Me e mantieni pura la Mia Casa per coloro che compiono il ṭawāf, il rukūʿ e il sujūd. Proclama poi alle genti il pellegrinaggio, affinché vengano a te a piedi e su cammelli provenienti da ogni luogo remoto, e affinché godano dei benefici che sono stati loro destinati. E pronuncino il nome di Allah, in giorni determinati, sugli animali che Egli ha concesso loro”». (al-Ḥajj: 26-18)

Inoltre, nel Corano è stato ricordato alle genti quale fosse la supplica che Ḥaḍrat Ibrāhīm (pace su di lui) aveva rivolto per gli abitanti della Mecca e per i loro discendenti futuri.

(Arabo****************)

«O mio Signore! Rendi questa città una città sicura e tieni lontani me e i miei figli dall’adorazione degli idoli. O mio Signore! Questi idoli hanno sviato molta gente; chi mi seguirà apparterrà a me, mentre quanto a chi adotterà una via diversa dalla mia, Tu sei perdonatore e misericordioso». (Ibrāhīm: 35-36)

Questo esempio riguardante il venerabile Ibrāhīm era capace di spezzare la colonna portante della religione dei Quraysh e dei politeisti arabi. Essi avrebbero potuto lamentarsene, ma non potevano negarlo, poiché era universalmente riconosciuto tra loro che il venerabile Ibrāhīm (pace su di lui) non era né politeista né adoratore di idoli. Egli aveva costruito la Kaʿba esclusivamente per l’adorazione di Allah, e solo molto tempo dopo lo shirk si era diffuso tra gli Arabi. Nella loro tradizione era conservato il ricordo di quando lo shirk fosse iniziato alla Mecca e di quando e da dove fosse stato portato ciascun idolo. Per questo il Corano invita pubblicamente la gente:

(Arabo****************)

«Coloro che hanno il maggior diritto di essere legati a Ibrāhīm sono quelli che seguono la sua via, questo Profeta (Muḥammad, pace e benedizioni su di lui) e coloro che credono. Allah è il protettore e l’alleato dei credenti.» (Āl ʿImrān: 68)

2. La prova tratta dalla testimonianza interiore dei politeisti

La seconda prova decisiva a favore del tawḥīd qui presentata è che, quando una grave calamità colpisce i politeisti e li pone di fronte alla morte o alla distruzione, essi dimenticano tutti i loro falsi dèi e si mettono a invocare esclusivamente Allah. Nel Nobile Corano questa loro condizione viene descritta in modo efficace, affinché si risvegli in loro la consapevolezza che nei loro stessi cuori è presente la prova della falsità dello shirk e della verità del tawḥīd, una prova che si manifesta nel momento della prova e della difficoltà. Poi, trascorso quel momento, essi vi stendono sopra il velo dell’incuria. (4)

(Arabo*****************)

— O Profeta, di’ loro: «Riflettete e ditemi: se mai il castigo di Allah si abbattesse su di voi, o vi giungesse l’ultima ora, invochereste forse qualcuno all’infuori di Allah? Dite, se siete sinceri riguardo al vostro shirk». In quel momento invocherete soltanto Allah; poi, se Egli vuole, allontana la calamità per la quale Lo avevate invocato, e dimenticate coloro che associavate ad Allah nella divinità. (al-Anʿām: 40-41)

Ekrama, figlio di Abū Jahl, ebbe la fortuna di abbracciare la fede dopo aver osservato questi segni. Quando la Mecca fu conquistata per mano del Profeta (pace e benedizioni su di lui), Ekrama fuggì verso Jeddah e si imbarcò su una nave diretta in Abissinia. Durante il viaggio si levò una terribile tempesta e la nave si trovò in pericolo. All’inizio si cominciò a supplicare e implorare l’aiuto di tutte le divinità che conoscevano. Ma quando la violenza della tempesta aumentò e i passeggeri furono certi che la nave sarebbe affondata, tutti cominciarono a dire: «In questo momento non si può invocare nessuno all’infuori di Allah. Solo se Egli vuole possiamo salvarci». In quel momento gli occhi di Ekrama si aprirono e il suo cuore proclamò: «Se qui non c’è alcun soccorritore all’infuori di Allah, perché dovrebbe essercene altrove? È proprio questo ciò che quel devoto servo di Allah ci sta spiegando da vent’anni, mentre noi continuiamo inutilmente a disputare con lui».

Questo fu un momento decisivo nella vita di ʿIkrima (r.a.). In quel momento egli fece a Dio questa promessa: se fosse sopravvissuto a quella tempesta, sarebbe andato direttamente da Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e avrebbe posto la propria mano nella sua. In effetti mantenne la promessa e, in seguito, non soltanto divenne musulmano, ma trascorse il resto della sua vita nel jihad per l’Islam. (5)

Questa argomentazione è stata presentata in vari passi del Corano. Senza dilungarci nell’esposizione, presenteremo soltanto la traduzione dei versetti.

«Egli è Allah, Colui che vi fa viaggiare sulla terra e sul mare. Quando vi imbarcate sulle navi e navigate felicemente con un vento favorevole, poi si scatena una violenta tempesta e le onde cominciano a colpirvi da ogni parte, e i passeggeri si rendono conto di essere circondati dalla tempesta, allora tutti rivolgono a Lui una fede sincera, dicendo: “Se ci salvi da questa calamità, saremo certamente tra i Tuoi servi riconoscenti”. Ma quando Egli li salva, quegli stessi uomini cominciano a ribellarsi sulla terra, allontanandosi dalla retta via». (Yunus: 22-23)

«Il vostro vero Dio è Colui che conduce per voi la nave sul mare, affinché possiate cercare la Sua grazia, cioè il sostentamento. In verità, Egli è assai benevolo verso di voi. E quando una calamità vi colpisce in mare, scompaiono tutti quelli che invocate all’infuori di Lui. Ma quando Egli vi salva e vi conduce sulla terraferma, voi Gli voltate le spalle. L’essere umano è davvero ingrato». (Banī Isrāʾīl: 66-67)

«E la condizione degli uomini è tale che, quando sono colpiti da una disgrazia, si rivolgono supplici al loro Signore. Poi, quando Egli fa loro gustare una parte della Sua misericordia, ecco che alcuni di loro cominciano ad associare altri al loro Signore (cioè cominciano a offrire voti e doni votivi ad altre divinità). Così mostrano ingratitudine per i favori che ho concesso loro». (Rūm: 32)

«Quando una disgrazia colpisce un essere umano, egli si rivolge al suo Signore e Lo invoca. Poi, quando il suo Signore lo riveste dei Suoi favori, egli dimentica la disgrazia per la quale Lo aveva invocato in precedenza e comincia a considerare altri uguali ad Allah, per sviare gli uomini dalla Sua via». (Zumar: 8)

In altre parole, non si limita a smarrirsi personalmente, ma svia anche gli altri dicendo: “La calamità che mi era piombata addosso è stata rimossa grazie al voto fatto in elemosina per un certo santo, un certo uomo pio o una certa divinità”. Così molti altri rimangono affezionati a divinità immaginarie diverse da Allah, e ogni ignorante, raccontando continuamente la propria esperienza in questo modo, alimenta lo smarrimento della gente. (7)

In diversi passi del Corano, colpendo così gli idolatri nelle loro vene e arterie, è stata risvegliata in loro la sopita consapevolezza del tawḥīd. La terra d’Arabia era piena di calamità e difficoltà. L’insicurezza generale del paese era estremamente preoccupante per tutti. In caso di malattia, non esisteva da nessuna parte, neppure a grande distanza, alcuna organizzazione per procurarsi medicine o cure.

Nel terribile turbine di polvere del deserto, la gente perdeva i sensi. In tali circostanze, ogni politeista si trovava, prima o poi nella vita, ad affrontare una calamità così grande che, disperando da ogni parte, tendeva le mani in preghiera davanti all’unico Allah e riteneva che, in quel momento, nessuno, al di fuori dell’Essere puro, potesse venirgli in aiuto. Soprattutto durante i viaggi per mare accadevano spesso simili episodi. Una situazione del genere si verificò proprio quando Abraha attaccò i Quraysh. Essi abbandonarono tutti gli idoli falsi e invocarono soltanto Allah perché li aiutasse. Al tempo della rivelazione del Corano erano ancora in vita molte persone che erano state testimoni oculari di quell’evento. Nella sura al-Fil, richiamando la loro attenzione proprio su questo fatto, viene detto: «Chi altri, in quel momento, oltre al vostro vero Signore, vi aveva protetti dalla distruzione annientando i sessantamila aggressori?». E nella sura Quraysh viene richiamata la loro attenzione sullo stesso punto con queste parole: «Adorate dunque quel magnifico Dio nella cui Casa avete trovato rifugio e siete sfuggiti alla distruzione, e grazie al quale avete ottenuto in Arabia sicurezza, stabilità e agiatezza. Questo benefattore è Allah, non quegli dèi che avete riunito nella Sua Casa e dei quali voi stessi sapete che non avrebbero potuto salvarvi dalla distruzione».

3. Prove tratte dall’ordine naturale

Oltre alle due prove sopra esposte, in numerosi passi il Corano presenta, attraverso l’ordinamento complessivo dell’universo, una prova estremamente forte del fatto che il Dio dell’intero creato è uno e non può che essere uno solo. Anche qui riportiamo soltanto la traduzione dei versetti.

«O uomini! Adorate il vostro Signore, Colui che ha creato voi e coloro che vi hanno preceduto, affinché possiate salvarvi dalle conseguenze dell’adorazione di altri. Egli è Colui che ha fatto per voi della terra un giaciglio e del cielo un tetto; ha fatto scendere dal cielo l’acqua e, per mezzo di essa, ha prodotto ogni sorta di frutti come sostentamento per voi. Non attribuite dunque consapevolmente ad altri degli eguali ad Allah.» (al-Baqara: 21-22)

«Tra i Suoi segni vi è questo: Egli vi ha creati dalla terra, poi vi siete sparsi su di essa sotto forma di esseri umani. E tra i Suoi segni vi è questo: Egli ha creato per voi, dalla vostra stessa specie, delle spose, affinché troviate tranquillità presso di loro; e ha posto tra voi amore e compassione. In ciò vi sono certamente segni per coloro che riflettono. Tra i Suoi segni vi sono la creazione dei cieli e della terra e la diversità delle vostre lingue e dei vostri colori. In ciò vi sono certamente molti segni per coloro che possiedono conoscenza. Tra i Suoi segni vi sono il vostro sonno, di notte e di giorno, e la vostra ricerca del sostentamento mediante la Sua grazia. In ciò vi sono certamente segni per coloro che ascoltano con attenzione. Tra i Suoi segni vi è anche il fatto che Egli vi mostra il lampo, suscitando timore e speranza, fa scendere l’acqua dal cielo e, per mezzo di essa, ridà vita alla terra morta. In ciò vi sono certamente numerosi segni per coloro che usano l’intelletto. Tra i Suoi segni vi è anche questo: il cielo e la terra rimangono saldi per Suo ordine. Poi, quando Egli vi chiamerà dalla terra, eccovi uscire all’improvviso al semplice richiamo. Tutto ciò che è nei cieli e sulla terra appartiene a Lui ed è Suo servo; tutto Gli obbedisce. Egli dà inizio alla creazione e poi la ripeterà; ciò è ancora più facile per Lui. A Lui appartengono gli attributi più sublimi nei cieli e sulla terra, ed Egli è l’Eccelso, il Saggio.» (ar-Rum: 20-27)

«In verità, il vostro Signore è Allah, Colui che ha creato i cieli e la terra in sei giorni, poi Si è insediato sul Trono (il trono del regno dell’universo creato). Egli avvolge la notte sul giorno, e il giorno insegue rapidamente la notte. Ha creato il sole, la luna e le stelle, tutti sottomessi al Suo comando. Badate! A Lui appartengono la creazione e il comando. Benedetto è Allah, il Signore e Sovrano dei mondi.» (al-A‘raf: 54)

«Gloria a Colui che ha creato a coppie tutte le specie: tra ciò che la terra fa germogliare, tra gli esseri umani e tra le altre cose che essi non conoscono. E per loro vi è un segno nella notte: da essa togliamo il giorno, ed ecco che essi si trovano nelle tenebre. Il sole procede verso la sua dimora stabilita. Questa è la determinazione dell’Eccelso, dell’Onnisciente. E per la luna abbiamo stabilito delle fasi, finché essa ritorna simile a un vecchio ramo secco di palma. Non è possibile che il sole raggiunga la luna, né che la notte superi il giorno: tutti navigano nello spazio celeste. E per loro vi è un altro segno nel fatto che abbiamo trasportato la loro progenie sulla nave carica di passeggeri e che poi abbiamo creato per loro altre navi simili, sulle quali viaggiano. Se volessimo, li annegheremmo: allora non vi sarebbe nessuno ad ascoltare il loro appello, né potrebbero essere salvati in alcun modo. È soltanto per Nostra misericordia che li facciamo giungere a destinazione e permettiamo loro di godere della vita fino a un termine stabilito.» (Ya-Sin: 36-44)

«Il Suo comando, quando vuole qualcosa, consiste soltanto nel dirle: “Sii!”, ed essa è. Gloria dunque a Colui nelle cui mani è il dominio assoluto su ogni cosa; e verso di Lui sarete ricondotti.» (Ya-Sin: 81-83)

«O Muhammad, dì: Dovrei forse cercare un altro signore oltre ad Allah, mentre Egli è il Signore di ogni cosa?» (Al-An‘am: 164)

«Non vi è creatura che si muova sulla terra senza che Allah provveda al suo sostentamento e sappia dove essa si trovi e dove sarà consegnata (dopo la morte). Tutto è registrato in un Libro.» (Hud: 6)

«Egli è Colui che ha creato i cieli e la terra in sei giorni, poi Si è stabilito sul Trono. Egli conosce ciò che entra nella terra e ciò che ne esce, ciò che discende dal cielo e ciò che vi ascende. Ovunque voi siate, Egli è con voi e vede ciò che fate. A Lui appartiene il regno dei cieli e della terra, e ad Allah vengono ricondotte tutte le cose (per la decisione finale). Egli trasforma la notte in giorno e il giorno in notte, e conosce perfettamente ciò che è nei cuori.» (Al-Hadid: 4-6)

«Egli amministra tutti gli affari dei cieli e della terra. Poi il resoconto di tutto ciò ascende a Lui in un giorno la cui durata, secondo il vostro computo, è di mille anni. Egli conosce ciò che è occulto e ciò che è manifesto. Egli è l’Onnipotente, il Misericordioso.

«Egli ha fatto bene tutto ciò che ha creato. Ha iniziato la creazione dell’uomo dalla terra. Poi ha fatto proseguire la sua discendenza da una sostanza simile a un’acqua spregevole.» (As-Sajda: 5-8)

«Allah è Colui che spacca il seme e il nocciolo (nel seno della terra). Egli trae il vivo dal morto e trae il morto dal vivo. È Allah che compie tutte queste cose. Come potete dunque allontanarvi dalla verità? Egli fa sorgere l’alba fendendo l’oscurità della notte e ha fatto della notte un tempo di quiete. Ha stabilito il calcolo del sorgere e del tramonto del sole e della luna. Questa è la decisione dell’Onnipotente, dell’Onnisciente. Ed Egli ha fatto per voi delle stelle un mezzo per orientarvi nelle tenebre della terraferma e del mare. In verità, abbiamo esposto chiaramente i segni per coloro che possiedono conoscenza. Ed Egli è Colui che vi ha creati da un’unica persona. Poi, per ciascuno, vi è un luogo di dimora e un luogo di ritorno. Abbiamo spiegato chiaramente questi segni per coloro che comprendono e agiscono con discernimento.» (Al-An‘am: 95-98)

«(O Profeta), dì loro: Chi possiede il potere di respingere la decisione di Allah riguardo a voi, se Egli desidera procurarvi un danno o un beneficio?» (Al-Fath: 11)

«E se Allah vuole affliggerti con una disgrazia, nessuno all’infuori di Lui può rimuoverla; e se vuole procurarti un bene, nessuno può impedire il Suo bene.» (Yunus: 107)

«Nessuno può trattenere la misericordia che Allah apre agli uomini, e ciò che Egli trattiene nessuno può aprirlo)… Esiste forse, oltre ad Allah, un altro creatore che vi provveda dal cielo e dalla terra? Non vi è altra divinità all’infuori di Lui. Da dove, dunque, vi lasciate ingannare?» (Fatir: 2-3)

«Se vi fossero altre divinità oltre ad Allah nei cieli e sulla terra, l’ordine dei cieli e della terra sarebbe certamente sconvolto. Allah, il Signore del Trono, è santo e scevro da ciò che essi Gli attribuiscono. Egli non è responsabile delle Sue azioni davanti a nessuno, mentre tutti sono responsabili davanti a Lui. Hanno forse preso altre divinità all’infuori di Lui? Di’: “Presentate la vostra prova”.» (Al-Anbiya: 22-24)

«Allah non ha preso nessuno come figlio, né vi è un’altra divinità insieme a Lui. Se così fosse, ciascuna divinità si sarebbe separata con la propria creazione e avrebbe cercato di prevalere sulle altre. Egli è santo e scevro da ciò che essi Gli attribuiscono.» (Al-Mu’minun: 91)

«O Profeta), di’ loro: “Se vi fossero altre divinità insieme a Lui, come essi sostengono, certamente cercherebbero di raggiungere il posto occupato dal Signore del Trono”. Egli è santo, immensamente grande e superiore a ciò che essi dicono.» (Bani Isra’il: 42-43)

Questi sono alcuni dei versetti nei quali sono state presentate prove così solide del tawhid che chiunque possieda anche solo un minimo di conoscenza e ragione non può fare a meno di riconoscere che il vasto sistema della creazione, dalla terra fino ai cieli, non può funzionare senza un unico Dio. Tutto questo è stato creato perché Egli lo ha creato, e tutto continua a funzionare perché è Lui a governarlo. La saggezza, l’intelligenza, la potenza, la misericordia, la benevolenza e la capacità di provvedere e allevare; l’ordine e la regolarità () e l’armonia riscontrabile tra le innumerevoli categorie di esseri della creazione dichiarano chiaramente che tutto ciò non può esistere se non mediante la signoria di un unico Dio. Non vi è alcuna possibilità che qualcun altro possieda anche il minimo potere o autorità divini. Altrimenti, questo sistema non potrebbe mai funzionare con tale regolarità, saggezza e armonia. Ora è evidente che, poiché il Creatore è Lui, è Lui anche il Datore del sostentamento, appartiene a Lui l’autorità di arrecare beneficio o danno, ed Egli è il possessore di ogni potere e autorità, chi altri può avere il diritto di essere adorato? E come potrebbe mai essere esercitato il comando e il dominio di qualcun altro sulle Sue creature? Quando l’uomo adora qualcuno, lo fa ritenendo che questi possieda una qualche forma di potere e autorità, e la capacità di arrecare beneficio o danno. Ma quando giunge a sapere che non possiede alcun potere né autorità, nessuno può essere tanto sciocco e ottuso da adorarlo inutilmente.

4. Le prove per confutare lo shirk

Così come nel Corano il tawhid è stato dimostrato con grande forza, con altrettanta forza sono state presentate le prove per confutare lo shirk. In tal modo lo shirk è stato ridotto in frantumi. Anche qui presenteremo soltanto la traduzione dei versetti coranici.

«Sappiate bene: tutto ciò che si trova nei cieli e sulla terra appartiene ad Allah l’Altissimo. Coloro che invocano altri associati oltre ad Allah seguono soltanto supposizioni e si abbandonano a pure fantasie.» (Yunus: 66)

«Coloro che adorate all’infuori di Lui non sono nulla, se non nomi che voi e i vostri antenati avete inventato. Allah non ha fatto scendere alcuna prova del fatto che essi siano associati ad Allah.» (Yusuf: 140)

«Pertanto, o Profeta, non avere alcun dubbio riguardo alle divinità che essi adorano. Essi compiono il culto esattamente come lo compivano i loro antenati, come ciechi.» (Hud: 109)

«E quando viene detto loro: “Seguite ciò che Allah ha fatto scendere”, essi dicono: “Noi seguiremo ciò che abbiamo visto fare ai nostri antenati”. Continueranno forse a seguire ciecamente i loro antenati, anche se Satana li chiama al castigo del Fuoco ardente?» (Luqman: 21)

«Avevamo forse dato loro, prima di questo, un Libro che essi possiedono come prova a sostegno dell’adorazione degli angeli? No, piuttosto dicono: “Abbiamo visto i nostri antenati seguire una certa via e noi seguiremo le loro orme”. Allo stesso modo, prima di te, ogni volta che abbiamo inviato un ammonitore in una città, i suoi agiati dicevano: “Abbiamo visto i nostri antenati seguire una certa via e noi seguiremo le loro orme”. Ogni profeta chiedeva loro: “E se vi portassi una guida più giusta di quella sulla quale avete visto camminare i vostri antenati, continuereste comunque a seguirla?”. Tutti rispondevano ai profeti: “Noi rinneghiamo ciò per cui siete stati inviati a chiamarci”.» (Az-Zukhruf: 21-24)

«Essi adorano, all’infuori di Allah, coloro riguardo ai quali Allah non ha fatto scendere alcuna prova che siano divinità. E non possiedono alcuna conoscenza al riguardo della loro partecipazione alla divinità e del loro diritto a essere adorati.» (Al-Hajj: 71)

In questi versetti e in altri simili viene chiaramente affermato che i politeisti non possiedono alcuna prova per considerare altri associati ad Allah e meritevoli di adorazione. Essi seguono semplicemente ciecamente i loro antenati. Basandosi soltanto su supposizioni e congetture, ritengono che determinate entità abbiano ricevuto una parte dell’autorità e del potere divini e che, per questo motivo, possano esaudire i loro desideri. Eppure Allah non ha mai detto loro, in alcun modo, di aver concesso a una determinata entità una parte della Sua autorità. Essi non possiedono alcuna conoscenza diretta che dimostri che un certo santo venerabile o una certa divinità abbia ricevuto una delle prerogative di Allah. Inoltre, nel Corano vengono ripetutamente presentate prove dell’errore e dell’infondatezza dello shirk.

«Ebbene, chi ha creato i cieli e la terra e fa scendere per voi l’acqua dal cielo, con la quale ha fatto crescere splendidi giardini i cui alberi non sareste stati capaci di far crescere? Esiste forse un’altra divinità, oltre ad Allah, associata a queste opere? No! Eppure costoro si allontanano dalla retta via. E chi ha fatto della terra una dimora stabile, vi ha fatto scorrere fiumi, vi ha piantato montagne saldamente ancorate e ha posto una barriera tra le due distese d’acqua, dolce e salata? Esiste forse un’altra divinità, insieme ad Allah, associata a queste opere? No! Ma la maggior parte di loro è priva di conoscenza. E chi ascolta la preghiera dell’angosciato quando Lo invoca e rimuove la sua afflizione? E chi vi ha resi vicari sulla terra? Esiste forse un’altra divinità, insieme ad Allah, associata a queste opere? Quanto poco riflettete! Chi vi guida nelle tenebre della terraferma e del mare? Chi manda i venti come annuncio gioioso prima della Sua misericordia? Esiste forse un’altra divinità, insieme ad Allah, che compia queste opere? Allah è ben al di sopra e ben più grande di ciò che Gli associano. Chi dà inizio alla creazione e poi la rinnova? Chi vi provvede dal cielo e dalla terra? Esiste forse un’altra divinità, insieme ad Allah, associata a queste opere? O Profeta, di’ loro: “Portate la vostra prova, se siete veritieri nel vostro shirk”.» (An-Naml: 60-64)

«Benedetto Colui che ha fatto scendere il Furqan sul Suo servo, affinché fosse un ammonitore per gli abitanti dei mondi. A Lui appartiene il regno dei cieli e della terra; non ha preso alcun figlio e non ha associati nel Suo regno. Egli ha creato ogni cosa e poi le ha stabilito una misura. Eppure gli uomini si sono presi, all’infuori di Lui, divinità che non creano nulla, mentre sono esse stesse create; che non hanno alcun potere di procurare beneficio o danno; che non possono dare la morte né la vita, né resuscitare i morti.» (Al-Furqan: 1-3)

Dopo aver esposto, nei versetti dal 3 al 16 della sura an-Nahl, molte delle meravigliose opere creative di Allah l’Altissimo, viene detto: «Colui che crea e colui che non può creare assolutamente nulla» possono forse essere uguali? Non recupererete dunque il senno e la coscienza? (versetto 17)

«(O Profeta,) chiedi loro: “Chi è il Signore dei cieli e della terra?”. Di’: “Allah”. Poi chiedi loro: “Avete forse preso, all’infuori di Lui, altri signori capaci di agire, che non hanno il potere di procurare a se stessi né beneficio né danno?”. Di’ loro: “Possono mai essere uguali il cieco e colui che vede? Possono mai essere uguali la luce e le tenebre?”. Coloro che essi hanno associato ad Allah hanno forse creato qualcosa di simile a ciò che Egli ha creato, così che la creazione sia divenuta loro dubbiosa? Di’: “Allah è il Creatore di ogni cosa ed Egli è l’Unico, il Dominatore di tutti”». (Ar-Ra’d: 16)

«O Profeta! Di’ loro: “Avete visto i vostri associati, che invocate all’infuori di Allah? Ditemi: che cosa hanno creato sulla terra? Oppure hanno una partecipazione nei cieli? O forse abbiamo dato loro un Libro, sul cui fondamento possiedano una prova a sostegno del loro politeismo?”. Niente affatto. Al contrario, questi ingiusti si promettono a vicenda soltanto ingannevoli illusioni». (Fatir: 40)

«E se chiedi loro: “Chi ha creato i cieli e la terra?”, certamente risponderanno: “Allah!”. Di’: “Che ne pensate dunque? Se Allah volesse causarmi un danno, le vostre divinità, che invocate all’infuori di Allah, potrebbero salvarmi dal danno che Egli mi ha destinato? Oppure, se Allah volesse concedermi misericordia, potrebbero impedire la Sua misericordia?”. Se non possono affermare una cosa simile, di’ loro: “Allah mi basta. Su di Lui confidano coloro che confidano”». (Az-Zumar: 38)

I politeisti dicevano: «Le nostre divinità sono per noi un mezzo per avvicinarci ad Allah e nostri intercessori presso di Lui». Per questo le adoriamo. Rivolgiamo loro suppliche e le invochiamo per ottenere aiuto, affinché ci assistano, ci procurino beneficio e ci proteggano dal danno. Anche questa loro concezione è stata ampiamente confutata nel Corano.

«Essi adorano, all’infuori di Allah, ciò che non può procurare loro né beneficio né danno. Dicono: “Questi sono i nostri intercessori presso Allah”. (O Profeta,) di’ loro: “Informate forse Allah di qualcosa che Egli non conosce nei cieli e neppure sulla terra?”. Gloria a Lui, ed Egli è ben al di sopra del politeismo che costoro commettono». (Yunus: 18)

E coloro che, all’infuori di Allah, si sono presi alcuni protettori, dicono: «Noi li adoriamo soltanto affinché ci avvicinino ad Allah». «In verità Allah giudicherà tra loro riguardo a ciò su cui divergono. Allah non guida chi è bugiardo e miscredente». (Az-Zumar: 13)

«Costoro si sono dati altre divinità all’infuori di Allah, affinché fossero per loro degli aiutanti. Nessuno sarà loro d’aiuto. Essi tutti rinnegheranno la loro adorazione e nell’Aldilà si schiereranno, al contrario, contro di loro». (Maryam: 81-82)

«Questa gente si è scelta alcune divinità oltre ad Allah e spera che esse la aiutino. Ma esse non possono aiutarla affatto. Anzi, questa gente è diventata per loro un esercito permanente, grazie al quale il loro dominio divino continua.» (Yā Sīn: 74-75)

«Chi può intercedere presso Allah senza il Suo permesso?» (al-Baqara: 255)

«O Profeta! Di’ a questi politeisti: “Chiamate pure quelli che, invece di Allah, avete assunto come vostri signori. Essi non possiedono neppure la più piccola cosa, né nei cieli né sulla terra; non hanno alcuna parte nella sovranità sui cieli e sulla terra, né alcuno di loro è aiutante di Allah. Presso Allah, l’intercessione non servirà a nulla, eccetto quella di colui al quale Allah avrà concesso il permesso di intercedere e a favore del quale avrà concesso l’intercessione.”» (Saba’: 22-23)

«Chi è più traviato di colui che, invece di Allah, invoca coloro che non potranno rispondergli fino al Giorno della Resurrezione, mentre sono persino inconsapevoli delle loro invocazioni? E quando gli uomini saranno radunati per il Giudizio, essi saranno nemici di coloro che li invocavano e rinnegheranno la loro adorazione.» (al-Ahqāf: 5-6)

«Invocare Allah è giusto. Quanto a coloro che essi invocano all’infuori di Allah, non possono rispondere in alcun modo alla loro invocazione. Il loro esempio è come quello di chi tende le mani verso l’acqua e le chiede: “Vieni nella mia bocca”; ma essa non può raggiungerlo. Così è vana anche la preghiera dei miscredenti: non è altro che una freccia scoccata fuori bersaglio.» (ar-Ra‘d: 14)

«Coloro che hanno preso altri, oltre ad Allah, come protettori sono simili al ragno: esso si costruisce una casa, ma la casa del ragno è la più debole di tutte le case. Ah, se solo avessero conoscenza!» (al-‘Ankabūt: 41)

«O uomini! Vi viene proposto un esempio, ascoltatelo attentamente. Coloro che invocate all’infuori di Allah non hanno creato neppure una mosca, anche se si unissero tutti per farlo. Anzi, se la mosca portasse via loro qualcosa, non potrebbero nemmeno recuperarlo. Coloro che chiedono aiuto sono deboli, e anche coloro ai quali viene chiesto aiuto sono deboli. Non hanno riconosciuto Allah nella Sua giusta grandezza. In verità, il Forte, il Potente è soltanto Allah.» (al-Hajj: 73-74)

«Essi associano ad Allah come Suoi soci coloro che non hanno creato nulla, mentre sono stati essi stessi creati? Essi non possono aiutarli, né sono capaci di aiutare se stessi.» (al-A‘rāf: 191-192)

Dopo aver menzionato, nei versetti dal 65 al 72 della sura an-Nahl, la grazia, la benevolenza e le benedizioni di Allah Onnipotente verso gli uomini, viene detto:

«Eppure la gente, pur vedendo e ascoltando tutto ciò, crede forse nella vanità e nega la grazia e la benevolenza di Allah? E adora, invece di Allah, coloro che non hanno alcun potere di provvedere loro il sostentamento né dal cielo né dalla terra, e non possono assolutamente farlo.» (an-Nahl: 72-73)

«Hanno forse preso, invece di Allah, alcune entità come intercessori? Di’ loro: “Intercederanno forse anche se non hanno alcun potere?” E anche se non comprendono? Di’: “L’intercessione appartiene interamente ad Allah. È Lui il padrone del regno dei cieli e della terra. Poi sarete ricondotti a Lui”.» (az-Zumar: 43-44)

«Abbiamo distrutto molte città nei vostri dintorni. Abbiamo inviato i segni e abbiamo spiegato loro le cose in diversi modi, affinché tornassero sulla retta via. Perché mai, allora, quelle entità che avevano preso come divinità, invece di Allah, considerandole mezzi per ottenere la vicinanza ad Allah, non li hanno soccorsi? Al contrario, al sopraggiungere del castigo, si sono allontanate da loro. Questo fu il risultato delle loro false e immaginarie credenze, che avevano inventato.» (al-Ahqaf: 27-28)

Dopo aver descritto, nei versetti dall’11 al 13 della sura Fatir, la meraviglia della potenza di Allah l’Altissimo, viene detto: «Quello è Allah, il vostro Signore, per opera del quale avvengono tutte queste cose. Il regno appartiene unicamente a Lui. Coloro che invocate invece di Lui non possiedono neppure una cosa minima quanto un filo d’erba. Se li invocate, essi non possono udire la vostra invocazione; e anche se la udissero, non potrebbero rispondervi. E nel Giorno della Resurrezione rinnegheranno il vostro politeismo.» (Fatir: 13-14)

«Allah giudica con verità. Quanto a coloro che questi politeisti invocano invece di Allah, essi non possono giudicare nulla. In verità, Allah è Colui che ascolta e vede ogni cosa.» (al-Mu’min: 20)

Poi si dice alla gente che chi desidera l’onore — chi cerca l’aiuto di una forza soccorritrice, un intercessore, un mezzo per ottenere la vicinanza ad Allah, o la necessità di presentare offerte votive — non ha bisogno di nulla di tutto ciò. Vi è un’unica via:

(Arabo*****************)

Chiunque desideri onore e dignità deve sapere che l’onore appartiene interamente ad Allah. Verso di Lui ascende soltanto la parola pura, mentre sono le opere buone a elevarla. (Fāṭir: 10)

I politeisti hanno attribuito ad Allah un figlio, hanno considerato gli angeli figlie di Allah e li hanno adorati. A questo proposito, il Corano ha confutato tale affermazione con parole severe, dimostrando la vacuità di questa credenza.

Essi hanno associato i jinn ad Allah, mentre è Lui che li ha creati. E, senza conoscenza né comprensione, hanno inventato per Lui figli e figlie. Egli è puro e glorioso, ben al di sopra di ciò che essi affermano. Egli è il Creatore dei cieli e della terra. Come potrebbe avere figli, se non ha una consorte? Egli ha creato ogni cosa e conosce ogni cosa. Questi è Allah, il vostro Signore. Non c’è altro dio all’infuori di Lui; Egli è il Creatore di ogni cosa. Adorate dunque Lui solo. Egli è il custode di ogni cosa. (al-Anʿām: 100-102)

«Essi dicono: “Il Misericordioso ha un figlio”. Gloria ad Allah! Essi, cioè gli angeli, sono servi onorati; non parlano ad alta voce davanti a Lui e obbediscono al Suo comando. Egli conosce ciò che è davanti a loro e conosce anche ciò che sfugge alla loro conoscenza. Essi non intercedono se non per colui per il quale Allah accetta l’intercessione. Essi Lo temono. E se qualcuno di loro dicesse: “Io sono una divinità all’infuori di Allah”, gli infliggeremmo la punizione dell’Inferno. Così ricompensiamo gli ingiusti». (al-Anbiyāʾ: 26-29)

«Essi hanno considerato alcuni dei Suoi servi come una parte di Lui. In verità, l’uomo è manifestamente ingrato. Forse Allah avrebbe scelto, tra le Sue creature, delle figlie per Sé e avrebbe privilegiato voi con i figli maschi? Eppure, quando viene annunciata a uno di loro la nascita di ciò che attribuiscono al Misericordioso, il suo volto si oscura ed egli si riempie di angoscia. Avrebbe forse Allah scelto per Sé quelle creature che vengono allevate con ornamenti e che, nel discutere, non sanno esprimere chiaramente le proprie argomentazioni? Hanno forse visto la creazione degli angeli, servi del Misericordioso, che hanno considerato femmine? La loro testimonianza sarà registrata e dovranno risponderne». (al-Zukhruf: 15-19)

«Chiedi loro dunque se il loro cuore approva che per il vostro Signore vi siano figlie e per loro (o per voi) figli maschi. Abbiamo forse creato gli angeli femmine, ed essi ne sono stati testimoni oculari? Ascoltate bene: in realtà stanno inventando menzogne quando affermano che Allah ha un figlio. In verità, sono bugiardi.

Allah avrebbe forse preferito per Sé delle figlie invece di figli maschi? Che cosa vi succede? Quali giudizi state formulando? Non tornate in voi? Se possedete una qualche prova di ciò, allora presentate il Libro che la contiene, se siete sinceri». (al-Ṣāffāt: 149-157)

«Avete mai riflettuto sulla realtà di al-Lāt, al-ʿUzzā e della terza, l’altra, Manāt? I figli maschi per voi e le figlie per Allah? Questa è davvero una divisione ingiusta e ingannevole! Non sono altro che nomi che avete dato voi e i vostri antenati. Allah non ha fatto scendere alcuna prova a loro sostegno (nella quale Egli stesso abbia detto: “Queste sono le mie figlie”). In realtà, questa gente segue soltanto superstizioni e congetture ed è diventata schiava delle proprie passioni, mentre è giunta loro la guida dal loro Signore». (al-Najm: 19-23)

Nel confutare uno per uno gli aspetti dello shirk, il Corano ha detto ai politeisti anche questo: ciò che fate per le vostre divinità non è altro che presentare loro offerte votive, continuare a celebrare riti e feste e chiedere loro in preghiera di esaudire continuamente i vostri desideri nel mondo. Non avete alcuna divinità che possa darvi la guida per distinguere quali siano i corretti princìpi della vita terrena e quali quelli errati, quale via sia retta e quale traviata. Eppure, se qualcuno è degno di essere adorato, può esserlo soltanto Colui che guida anche la via dei servi e degli adoratori.

«Chiedi loro: “Tra i vostri associati che avete stabilito, ve n’è forse qualcuno che guida verso la verità? Colui che guida verso la verità è forse più degno di essere seguito, oppure colui che non trova la via da sé? A meno che non venga guidato: questo è un altro discorso”. In realtà, la maggior parte di loro segue supposizioni e congetture. Ma le supposizioni non possono soddisfare in alcun modo il bisogno della verità». (Yunus: 36)

In questo modo, mediante argomentazioni e prove, lo shirk viene completamente estirpato e si ammonisce chiaramente l’umanità che lo shirk è un peccato che Allah non perdona mai, finché l’uomo non se ne pente. Per quanto bene possa fare, secondo il proprio giudizio, insieme a questo peccato, tutto andrà perduto.

«Allah non perdona mai il peccato di associare a Lui dei consoci. Quanto agli altri peccati, può perdonarli se vuole. Chiunque associ a Allah qualcun altro, ha certamente attribuito una grande menzogna e commesso un peccato enorme». (An-Nisa: 48)

«O Muhammad, di’ loro: “E allora, o ignoranti! Mi ordinate forse di adorare qualcuno all’infuori di Allah? Eppure è stato rivelato a voi e ai profeti che vi hanno preceduto: se associate altri ad Allah, tutte le vostre opere saranno certamente vane e sarete tra i perdenti. Adorate dunque solo Allah e siate tra i Suoi servi riconoscenti”». (Az-Zumar: 64-66)

5. Le esigenze del tawhid

Oltre a dimostrare chiaramente la verità del tawhid e la falsità dello shirk sotto ogni aspetto, il Corano ha spiegato con altrettanta chiarezza che, dopo aver riconosciuto Allah come unico Signore e unica divinità, senza associati—

(1) diventa indispensabile non adorare né prestare culto a nessuno all’infuori di Allah.

(Arabo***************)

-Ho creato i jinn e gli uomini non per adorare qualcun altro, bensì perché adorassero soltanto Me. (adh-Dhāriyāt: 56)

(Arabo*******************)

-Non prosternatevi davanti al sole né davanti alla luna. Prosternatevi piuttosto davanti ad Allah, che vi ha creati, se in realtà adorate esclusivamente Lui. (Fuṣṣilat: 37)

(Arabo***************)

(O Muhammad!) Ti abbiamo fatto scendere questo Libro con la verità. Adora dunque Allah, rendendo pura per Lui la religione. In verità, la religione pura appartiene ad Allah. (az-Zumar: 2-3)

(Arabo*****************)

-Di’: mi è stato proibito adorare coloro che invocate all’infuori di Allah. (al-Muʾmin: 66)

(2) Diventa inoltre indispensabile non supplicare nessuno all’infuori di Allah. Non si deve mendicare l’aiuto di qualcuno considerandolo, in modo soprannaturale, capace di soddisfare i bisogni e portare a compimento le opere.

(Arabo**************)

O Allah! Adoriamo esclusivamente Te e chiediamo aiuto esclusivamente a Te.

(Arabo****************)

E non invocare nessuno all’infuori di Allah per chiedere aiuto: egli non può né recarti beneficio né arrecarti danno.

(Arabo****************)

E non invocare, insieme ad Allah, nessun’altra divinità affinché ti aiuti. All’infuori di Lui, non vi è alcuna vera divinità.

(Arabo****************)

—E il vostro Signore dice: «InvocateMi, Io esaudirò la vostra supplica. In verità, coloro che, per superbia, si allontanano dal culto che Mi rendono entreranno nell’Inferno umiliati». (Al-Mu’min, 60) [Da questo versetto risulta chiaramente che il significato della supplica e quello dell’adorazione sono identici. Chiunque rivolga una supplica a qualcuno, in realtà lo adora. —L’autore]

(Arabo*****************)

E quando i Miei servi ti chiedono di Me, dì loro che sono vicino. [Ciò significa che per rivolgere a Me una supplica non è necessario alcun intermediario. Io ascolto direttamente la supplica – autore.] Quando chi supplica Mi invoca, Io rispondo alla sua supplica. (Al-Baqara: 186) [Rispondere non significa che chi supplica udrà quella risposta. Significa piuttosto che sono Io ad agire in risposta a tutte le richieste e invocazioni. – autore]

(3) È altrettanto indispensabile non attribuire a nessuno, all’infuori di Allah, l’attributo di «Conoscitore dell’invisibile». Non si deve ritenere di nessun altro che conosca tutti i misteri celati e manifesti dell’universo creato e possieda la conoscenza di ogni cosa dal passato fino al futuro. (আরঈ**************)

Di’: nessuno tra coloro che sono nei cieli e sulla terra possiede la conoscenza dell’invisibile, eccetto Allah. (An-Naml: 65)

(Arabo****************)

— Nella Sua mano sono le chiavi dell’invisibile, che nessuno conosce all’infuori di Lui. Egli conosce tutto ciò che è sulla terraferma e nel mare. Sa quando cade una foglia da un albero. Non vi è seme nelle profondità delle tenebre della terra, né cosa umida o secca, che non sia registrato in un Libro chiaro. (Al-An’am: 59)

(4) È altresì indispensabile che nessun animale venga macellato o sacrificato nel nome di qualcuno diverso da Allah, né presso alcun santuario. Sarà haram ogni animale durante la cui macellazione non sia stato invocato il nome di Allah, oppure sia stato invocato insieme a quello di Allah il nome di qualcun altro. Nel Corano è stato chiaramente affermato in quattro luoghi che è haram l’animale durante la cui macellazione sia stato invocato il nome di qualcuno diverso da Allah (Al-Baqara: 173, Al-Ma’ida: 3, Al-An’am: 145, An-Nahl: 115). Nella sura Al-Ma’ida è inoltre fornita una descrizione dettagliata del fatto che anche gli animali macellati proprio presso i santuari che i politeisti avevano predisposto per sacrificarvi, come voto, a qualcuno diverso da Allah, sono haram. (Versetto: 3)

In seguito, in al-Anʿām è detto chiaramente:

(আরবী******************)

«Mangiate dunque la carne degli animali sui quali è stato pronunciato il nome di Allah al momento della macellazione.»

(আরবী****************)

-E non mangiate la carne di alcun animale sul quale, al momento della macellazione, non sia stato pronunciato il nome di Allah. Questo, infatti, è ribellione contro Dio.

(5) È altresì indispensabile riconoscere che il Dio cui appartengono la signoria e l’autorità sull’intero creato deve essere riconosciuto in tutti gli ambiti della vita umana (etica, cultura, civiltà, vita sociale, politica, economia, legislazione e giustizia, guerra e pace, e così via). La Sua legge sarà la legge; nessun altro avrà il diritto di emanare leggi in opposizione a Lui. Ciò che Egli ha dichiarato haram è haram, e ciò che Egli ha dichiarato halal è halal. Nessuno ha il diritto di stabilire di propria iniziativa ciò che è halal e ciò che è haram. Gli uomini, né come individui né come gruppi, potranno esercitare liberamente la propria volontà, né accetteranno leggi e norme formulate secondo il volere di chiunque altro all’infuori dell’unico Dio. L’autorità di decidere in tutte le questioni umane appartiene ad Allah, non ai Suoi servi.

(Arabo**************)

Qualunque sia la questione sulla quale divergete, spetta ad Allah decidere in merito. (al-Shūrā: 10)

(আরবী****************)

-Hanno forse associato ad Allah dei soci che hanno stabilito per loro una sharia simile alla loro religione, senza che Allah lo abbia autorizzato? (Shura: 21)

Da questo versetto risulta chiaramente che, con il termine «soci», qui non si intendono coloro ai quali vengono rivolte suppliche, ai quali vengono offerti voti e doni votivi e davanti ai quali si celebrano riti di adorazione. Al contrario, il suo significato necessario è quello di indicare le persone che la gente considera socie di Allah nel governare e nell’impartire ordini. Sono coloro nelle cui idee, credenze, convinzioni e filosofie la gente ripone fede; accetta i valori da loro stabiliti; riconosce come criteri i principi morali, la civiltà e la cultura da loro proposti; e adotta le leggi, i metodi operativi e le tradizioni da loro elaborati nelle proprie cerimonie religiose, nella vita privata, nella società, nella cultura, negli affari e nelle transazioni, nei tribunali, nella politica e nell’amministrazione dello Stato, come se questa fosse la loro sharia, che sono tenuti a seguire. (8)

(আরবী****************)

-Hanno preso, all’infuori di Allah, i loro sapienti e i loro pii asceti come loro signori, e così anche il Messia, figlio di Maria. Eppure è stato loro ordinato di adorare unicamente Allah, all’infuori del quale nessuno ha il diritto di essere adorato. Egli è al di sopra e al di là di ciò che associano a Lui. (Tawba: 21)

Si narra in un hadith che Hadrat Adi bin Hatim in precedenza fosse cristiano. Quando si presentò al cospetto del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e abbracciò l’Islam, tra le altre domande ne pose anche una: «In questo versetto siamo accusati di aver preso i nostri sapienti e i nostri asceti come divinità: qual è il suo vero significato?»

In risposta, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Non è forse vero che voi consideravate proibito ciò che essi consideravano proibito e lecito ciò che essi consideravano lecito?». Egli rispose: «Sì, certamente lo facevamo». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Ecco, questo significa prenderli come divinità».

Da ciò si comprende che coloro che, senza l’autorità del Libro di Allah, stabiliscono i limiti del lecito e dell’illecito per la vita degli uomini, in realtà si insediano con orgoglio sul trono della divinità. Coloro che riconoscono loro il diritto di elaborare questa sharia, li prendono come divinità. (9)

(Arabo****************)

-O Profeta, di’ loro: avete mai riflettuto sul fatto che, tra i mezzi di sostentamento che Allah vi ha elargito, voi stessi ne avete dichiarati alcuni haram e altri halal? Chiedi loro: «Allah vi ha dato il permesso di farlo, oppure attribuite menzogne ad Allah?». (Yunus: 59)

(Arabo*****************)

E quando dalle vostre bocche viene pronunciato questo falso giudizio: «Questo è haram e questo è halal», non attribuite menzogne ad Allah emettendo simili giudizi. Coloro che attribuiscono menzogne ad Allah non avranno mai successo. (An-Naml: 116)

(Arabo******************)

E coloro che non giudicano secondo la legge rivelata da Allah, sono proprio i miscredenti… sono proprio gli ingiusti… sono proprio i trasgressori. (Al-Ma’idah: 44-47)

(Arabo*******************)

Hai visto colui che ha preso la propria passione come suo dio (cioè è diventato arbitrario e ha iniziato a servire la propria passione)? (Al-Jathiyah: 23)

In questo modo, l’insegnamento del tawḥīd che il Messaggero di Allah (s.a.s.) impartiva richiedeva soltanto che gli uomini non adorassero nessuno all’infuori dell’unico Dio, non rivolgessero suppliche a nessuno e non offrissero sacrifici nel nome di nessuno. Il suo insegnamento richiedeva inoltre che la gente abbandonasse tutte le proprie consuetudini e tradizioni, tutte le leggi e le norme create da loro stessi o da altri, riconoscesse soltanto Allah come Legislatore e obbedisse alla legge da Lui promulgata. In questo non vi era alcuna eccezione neppure per il Profeta (s.a.s.). Anche a lui era stato ordinato di obbedire alla legge rivelata da Allah e di non dichiarare lecito o illecito nulla secondo il proprio volere.

(আরবী*************)

O Muhammad (s.a.s.), obbedisci a ciò che ti è stato inviato dal tuo Signore mediante la rivelazione.

(আরবী*************)

—O Profeta, perché rendi illecito ciò che Allah ha reso lecito per te?

Questa era l’annuncio di una rivoluzione completa, che non voleva cambiare soltanto la religione, bensì l’intero sistema di vita. Era naturale che ciò suscitasse agitazione tra i politeisti arabi. Ma, soprattutto, il colpo enorme inferto agli interessi dei Quraysh li gettò nello sgomento. Poiché questo annuncio era sorto proprio dalla loro tribù e dalla loro città, essi vi scorgevano la propria distruzione. (10)

La ragione principale e fondamentale dell’opposizione dei Quraysh

Nel Nobile Corano è detto che il pericolo che i Quraysh temevano accettando l’invito del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) era il seguente:—

(Arabo***************)

Dicono: «Se cominciassimo a seguire questa guida insieme a voi, saremmo espulsi dal nostro Paese». (Al-Qasas: 57)

Riflettendo profondamente, si può comprendere che questa era la causa fondamentale per cui i Quraysh negavano la verità. Per comprenderlo bene, dobbiamo esaminare quale fosse, dal punto di vista storico, la posizione dei Quraysh in quel tempo, che essi temevano potesse essere compromessa.

Innanzitutto, ciò che conferiva loro importanza in Arabia era il fatto che, secondo la genealogia araba, risultavano discendenti di Ismaele (a.s.). Per questo, agli occhi degli Arabi, la loro appartenenza era considerata quella di una famiglia di discendenti di santi. In seguito, quando, grazie agli sforzi di Qusayy ibn Kilab, divennero i custodi della Kaaba e Mecca divenne la loro dimora, la loro importanza crebbe enormemente rispetto a prima. Infatti, erano ormai diventati i sacerdoti del più grande santuario dell’Arabia. Avevano ottenuto il posto di guida religiosa di tutte le tribù arabe. Non vi era alcuna tribù araba che, a causa del pellegrinaggio, non mantenesse rapporti con loro. Grazie a questa posizione centrale, continuarono a prosperare gradualmente nel commercio. Fortunatamente per loro, il conflitto e gli scontri reciproci tra Roma e l’Iran conferirono loro una posizione particolare nel commercio internazionale. A quel tempo, l’Iran aveva bloccato tutte le attività commerciali tra la Cina, l’India, l’Indonesia e l’Africa orientale, da una parte, e Roma, la Grecia, l’Egitto e la Siria, dall’altra. L’ultima via rimasta passava attraverso il Mar Rosso. Ma, dopo che l’Iran ebbe conquistato lo Yemen, anche quella via fu chiusa. Non rimaneva allora altra possibilità per mantenere in vita il commercio se non che i mercanti arabi trasportassero da un lato le merci dei territori sotto il dominio romano ai porti del Mar Arabico e del Golfo Persico e, dall’altro, portassero le merci dell’Oriente da questi porti ai territori sotto il dominio romano. Di conseguenza, Mecca si trasformò in un centro commerciale internazionale. A quel tempo i Quraysh detenevano il monopolio di questo commercio. Tuttavia, nell’ambiente disordinato e anarchico dell’Arabia, il libero transito delle merci non era possibile. Le merci potevano circolare lungo queste vie soltanto perché i Quraysh avevano rapporti profondi con le tribù attraverso i cui territori passavano le grandi rotte commerciali. A tale scopo, i capi dei Quraysh non consideravano sufficiente la propria influenza religiosa. Per questo erano legati da trattati con tutte le tribù. Veniva loro assegnata una parte dei profitti commerciali e si provvedeva inoltre a compiacere gli shaykh e i capi tribali con doni. Era stata anche estesa una tale rete di attività usurarie che i mercanti e i capi di tutte le tribù vicine ne erano rimasti coinvolti.

In una situazione simile, quando il Profeta (s.a.s.) rivolse l’invito al tawhid, ciò che più del fanatismo religioso degli antenati suscitò l’ostilità dei Quraysh contro il Profeta fu il fatto che essi ritenevano minacciati i propri interessi a causa di tale invito. Pensavano che, anche se mediante argomenti e prove ragionevoli lo shirk e il paganesimo fossero dimostrati erronei e il tawhid corretto, per loro sarebbe stato disastroso abbandonare quelli e accettare questo. Se avessero accettato il tawhid, tutta l’Arabia si sarebbe infuriata contro di loro. Sarebbero stati privati della custodia della Kaaba. Tutti i rapporti stabiliti con le tribù pagane sarebbero stati recisi, rapporti grazie ai quali i loro mercanti viaggiavano giorno e notte attraverso le loro diverse regioni. In questo modo, questa nuova religione avrebbe distrutto la loro influenza e il loro prestigio religioso, oltre alla loro prosperità economica. Anzi, non era affatto impossibile che tutte le tribù arabe li costringessero persino a lasciare Mecca.

Qui si manifesta davanti agli uomini uno straordinario quadro della miopia degli adoratori del mondo. Il Messaggero di Allah (s.a.s.) assicurava ripetutamente: «Se accetterete la parola che vi presento, gli Arabi e i non Arabi saranno sottomessi a voi». Ma essi vi scorgevano soltanto la propria rovina: pensavano che le ricchezze e l’influenza di cui disponevano sarebbero svanite non appena avessero accettato questo invito, per non parlare del fatto che Arabi e non Arabi sarebbero stati sottomessi a loro. Temevano che, appena avessero accettato questa parola, sarebbero rimasti in questa terra così privi di ogni sostegno e risorsa che, come un nibbio o un corvo afferra e porta via un pezzo di carne, sarebbero stati cacciati da questa terra e non avrebbero trovato rifugio in alcun luogo. La ristrettezza della loro visione non permetteva loro di vedere la situazione che si sarebbe verificata appena pochi anni dopo, quando tutta l’Arabia sarebbe passata sotto un governo centrale, sotto l’autorità di Muhammad (s.a.s.). In seguito, durante la vita di quell’uomo, l’Iran, l’Iraq, la Siria e l’Egitto sarebbero passati, uno dopo l’altro, sotto il dominio di questo Stato; e prima che fosse trascorso un secolo da allora, i rappresentanti dei Quraysh avrebbero governato su una vasta parte del mondo, dal Sindh alla Spagna e dal Caucaso alle coste dello Yemen.

In risposta alle loro obiezioni, il Corano

Guardate quale risposta così efficace il Nobile Corano diede, nella sura Al-Qasas, a tutte quelle loro scuse e obiezioni:

(Arabo***************)

-Non è forse vero che abbiamo fatto di un santuario inviolabile la loro dimora, nel quale vengono importati frutti di ogni genere come sostentamento da parte Nostra? Ma la maggior parte di loro non lo sa. (al-Qaṣaṣ: 57)

Questa è la prima risposta di Allah l’Altissimo alle loro scuse. Il significato è che, grazie alla piena sicurezza del Santuario e alla sua posizione centrale e prestigiosa, merci provenienti da tutto il mondo vengono importate in questa valle arida: è forse il risultato di qualche vostro sforzo o della vostra abilità? Duemilacinquecento anni fa, un servo di Allah portò sua moglie e il suo bambino lattante in questa valle priva di acqua e di vegetazione, tra aspre catene montuose. Ammassò pietre su pietre e costruì una piccola stanza, poi proclamò ad alta voce: «Allah ha reso questo luogo un santuario inviolabile. Venite verso questa Casa e compite il ṭawāf.»

Ora, che cosa potrebbe essere, se non la benedizione concessa da Allah, a fare di questo luogo il centro dell’Arabia da venticinque secoli? Anche in un ambiente terribilmente insicuro, questo è l’unico luogo del Paese in cui regna la sicurezza. Ogni bambino arabo lo guarda con venerazione. Ogni anno giungono migliaia di persone per compiere il suo ṭawāf. Il beneficio di questa grazia è che siete diventati i capi degli Arabi e che una parte considerevole del commercio mondiale è nelle vostre mani. Pensate forse che, allontanandovi dal Dio che vi ha concesso questa grazia e ribellandovi a Lui, possiate ascendere alle vette del progresso, mentre sareste distrutti soltanto seguendo la Sua religione? Poi fu detto:

(Arabo******************)

-E quante città abbiamo distrutto i cui abitanti erano terribilmente orgogliosi dei loro mezzi di sostentamento! Guarda ora le loro case: sono rimaste vuote e, dopo di loro, soltanto pochi vi hanno abitato. Alla fine, siamo stati Noi gli eredi di tutto ciò». (al-Qaṣaṣ: 58)

Questa fu la seconda risposta alle loro scuse e alle loro obiezioni. Il significato è che tutte quelle ricchezze e agiatezze di cui siete orgogliosi e per timore di perdere le quali volete avvicinarvi alla falsità e allontanarvi dalla via della verità, un tempo furono possedute anche dagli abitanti di ʿĀd, Thamūd, Saba, Madian e dal popolo di Lot. Riuscirono forse a salvarli dalla distruzione? In realtà, il miglioramento del tenore di vita non è un obiettivo tale per cui l’uomo, incurante della verità e della falsità, debba perseguirlo esclusivamente e rifiutarsi di accettare la via della verità per paura di perdere questo obiettivo. Avete forse qualche garanzia che, persistendo nella deviazione e nella dissolutezza che distrussero le popolazioni benestanti del passato, riuscirete a salvarvi? Non vi toccherà forse la stessa sorte che toccò a loro? Poi viene detto:

(Arabo***************)

—E il tuo Signore non ha distrutto le città finché non ha inviato nel loro centro un messaggero che recitasse loro i Nostri versetti. Noi non distruggiamo le città se i loro abitanti non sono ingiusti. (al-Qasas: 59)

Questa fu la terza risposta alle loro scuse. Gli abitanti delle nazioni distrutte in precedenza erano ingiusti, ma Allah inviò loro il Suo messaggero e li avvertì prima di distruggerli. Quando, nonostante il suo avvertimento, non si allontanarono dalla loro deviazione, furono distrutti. Ora vi trovate nella stessa situazione: anche voi siete diventati ingiusti. È già giunto un messaggero per avvertirvi. Pertanto, adottando la miscredenza e l’ateismo, non potrete preservare il vostro benessere e la vostra prosperità; al contrario, li metterete in pericolo. La distruzione che temete non avverrà a causa della fede, bensì a causa del rifiuto. Poi fu detto:

(আরবী***************)

—Tutto ciò che vi è stato dato non è che il godimento e l’ornamento della vita terrena. Ma ciò che si trova presso Allah è migliore e più duraturo. Non userete dunque la ragione? Può forse essere uguale colui al quale abbiamo promesso una ricompensa, che certamente otterrà, e colui al quale abbiamo dato soltanto i beni terreni e che, nel Giorno della Risurrezione, sarà condotto al castigo? (al-Qasas: 60-61)

Questa è la quarta risposta alle loro scuse. Per comprendere questa risposta, occorre anzitutto cogliere due elementi.

Il primo è che la durata della vita terrena non supera alcuni anni. È soltanto una fase temporanea di un viaggio. La vera vita eterna verrà in seguito. Per quanto, nella vita temporanea presente, l’uomo accumuli beni e conduca una vita di piaceri, tutto ciò finirà necessariamente, ed egli dovrà lasciare qui tutti i beni di questo mondo. In cambio di questi piaceri, una persona intelligente accetterà di sopportare per alcuni anni difficoltà e avversità, per poi portare con sé da qui opere buone che divengano causa della sua felicità permanente nella vita eterna futura.

Il secondo punto è che la religione di Allah non esige dagli uomini che non traggano alcun beneficio dai beni della vita terrena o che respingano con inutile disprezzo i suoi ornamenti. Esige soltanto che diano la precedenza all’Aldilà rispetto al mondo terreno. Infatti, il mondo terreno è destinato a perire, mentre l’Aldilà è eterno. I piaceri terreni sono inferiori, mentre la felicità e la pace dell’Aldilà sono superiori. Perciò gli uomini dovrebbero certamente procurarsi quei beni e quegli ornamenti terreni che procurano il successo nella vita eterna dell’Aldilà, o almeno impediscono loro di subire una perdita permanente nell’altra vita. Ma se si pone una questione di scelta tra i due, vale a dire se il successo terreno e quello dell’Aldilà diventano rivali, allora l’uomo deve sacrificare il mondo terreno per l’Aldilà e non dovrà mai, per amore dei piaceri temporanei di questo mondo, intraprendere una via il cui esito gli arrechi un danno eterno.

Tenendo presenti questi due punti, osservate ciò che Allah dice nelle frasi precedenti. Non dice: «Abbandonate il commercio e gli affari, interrompete le vostre attività e, accettando il nostro profeta, scegliete la povertà». Al contrario, dice che le ricchezze terrene nelle quali siete immersi sono ben poca cosa e che potete trarne beneficio nella vita terrena soltanto per un breve periodo. In confronto, ciò che si trova presso Allah è superiore per qualità e quantità e permanente. Perciò sareste stolti se, per godere delle limitate benedizioni della vita temporanea, vi comportaste in modo tale da doverne poi subire la conseguenza sotto forma di perdita eterna nell’Aldilà. Confrontate voi stessi e vedete: chi è colui che ha successo? Colui che obbedisce al suo Signore con duro lavoro e sforzi estremi e poi viene rivestito per sempre delle Sue benedizioni, oppure colui che sarà arrestato come colpevole e condotto davanti al tribunale di Allah, anche se prima del suo arresto avrà avuto l’opportunità di godere per qualche giorno dei beni acquisiti illecitamente? Infine è stato detto:

(Arabo*************)

—e (affinché non dimentichino) il Giorno in cui Egli li chiamerà e dirà: «Dove sono i Miei associati, quelli che voi pretendevate [essere tali]?». (Al-Qasas: 63)

Anche questo è stato detto nel contesto della quarta risposta. Esso è collegato all’ultima frase del versetto precedente. Qui si afferma che, per il solo interesse dei propri vantaggi mondani, essi si sono ostinati a rimanere nell’errore dello shirk, del politeismo e del rifiuto della profezia; e quale terribile conseguenza dovranno vedere, nella vita eterna dell’Aldilà. Lo scopo è suscitare in loro questa consapevolezza: supponete pure che nel mondo non vi colpisca alcuna calamità e che godiate pienamente della breve vita terrena; tuttavia, se nell’Aldilà la conseguenza sarà di questo genere, riflettete da soli: è forse un affare vantaggioso quello che state concludendo, oppure una perdita assoluta? (11)

 

Secondo paragrafo

L’invito alla fede nella missione profetica di Muhammad

Il secondo tema importante dell’invito islamico era questo: dopo aver riconosciuto Allah, l’Unico e senza associati, come l’unico Ma‘bud, l’unico Sovrano e l’unico detentore della signoria e dell’autorità, bisognava anche riconoscere che il Messaggero è l’unico profeta degno di fiducia attraverso il quale Allah l’Altissimo guida gli esseri umani, impartisce comandi e prescrizioni, insegna le modalità dell’adorazione, insegna le corrette dottrine e convinzioni e spiega la differenza tra i principi corretti e quelli erronei delle opere e della morale. Inoltre, Egli invia le leggi che gli esseri umani devono imitare e seguire in ogni ambito della loro vita. Perciò, dopo aver creduto nell’unità di Allah, è indispensabile che le persone credano nella missione del Messaggero, lo riconoscano come unico rappresentante della volontà di Allah, abbandonino l’obbedienza a tutti gli altri e obbediscano soltanto a lui. Devono rinunciare a ogni altra obbedienza e seguire quei comandi e quella guida che il Messaggero trasmette da parte dell’unico Dio che lo ha inviato. In questo modo, la fede nella missione del Messaggero dava forma concreta a quella grande rivoluzione che l’Islam voleva realizzare nella vita umana facendo riconoscere l’unicità di Allah. Infatti, dopo aver accettato il tawhid, quando una persona si convince che deve adorare e servire soltanto Allah e seguire soltanto la Sua guida, sorge la domanda: come potrà rendere concreta questa fede? Come saprà quale sia il modo corretto di adorare e servire Allah e quale sia la guida che ora deve seguire? Il Corano afferma che il metodo è sempre stato questo: Allah sceglie uno dei Suoi servi come Suo Messaggero e gli concede la conoscenza di tutte le questioni secondo le quali bisogna agire in conformità alla Sua volontà. Non esiste altro modo concreto per servirLo se non riconoscere la missione del Messaggero e imitarlo e seguirlo. In questo modo l’umanità, divisa tra diverse credenze e concezioni, superstizioni e idee, religioni e fedi, usanze e costumi, nonché tra il servizio e l’obbedienza a diversi falsi dèi, si riunisce attorno a un unico centro e viene istituita concretamente quella religione sulla quale l’invito islamico mira a riunire e unificare il genere umano.

Se si esamina, nel seguente ordine, l’insegnamento del Sacro Corano a questo proposito, la questione può essere compresa pienamente.

L’annuncio dell’invio dei profeti all’inizio della creazione

La prima cosa che il Corano ha detto riguardo alla profezia è che, fin dagli albori dell’umanità sulla terra, ai figli di Adamo fu chiaramente fatto comprendere che avrebbero dovuto obbedire alla guida che sarebbe stata loro inviata per mezzo dei messaggeri.

(Arabo**************)

O figli di Adamo! Se vi giungeranno messaggeri scelti fra voi stessi (cioè fra gli esseri umani), che vi reciteranno i Miei versetti, allora chi si terrà lontano dalla disobbedienza e correggerà la propria condotta non avrà motivo di temere né di essere afflitto. Quanto a coloro che rinnegheranno i Nostri versetti e si ribelleranno contro di essi, saranno gli abitanti dell’Inferno, dove rimarranno per sempre. (al-A‘rāf: 35-36)

Il successo e la rovina dell’uomo dipendono dal fatto che obbedisca o meno ai messaggeri

Questo stesso concetto è stato espresso nei versetti 38-39 della sūra al-Baqara e nei versetti 123-124 della sūra Tā-Hā, dove si menziona l’invio di Adamo e Hawwā, pace su di loro, sulla Terra. Qui non è stata soltanto annunciata la notizia che sarebbero stati inviati messaggeri per guidare gli esseri umani; è stata anche pronunciata questa ammonizione: il loro successo o la loro rovina dipendono dal fatto che abbiano accettato la guida dei messaggeri e seguito la via della taqwā e della rettitudine oppure no! In caso contrario, subiranno una punizione anche in questo mondo e subiranno inoltre la punizione dell’Inferno. In realtà, in vari passi è stato detto che la ragione per cui diverse comunità furono colpite dal castigo in questo mondo è che si rifiutarono di accettare l’insegnamento dei messaggeri inviati loro, come segue:

(Arabo*****************)

—E non hanno forse viaggiato sulla Terra, così da poter vedere quale fu la sorte di coloro che li precedettero? Essi erano più forti di costoro (i Quraysh) e lasciarono sulla Terra monumenti molto più imponenti. Poi Allah li colse per i loro peccati e non vi fu nessuno che potesse proteggerli da Allah. Questa sorte toccò loro perché i messaggeri erano venuti da loro con segni evidenti, ma essi si rifiutarono di accettarli. Alla fine Allah li colse. Certamente Egli è potentissimo e severissimo nel punire.

Un discorso quasi dello stesso tenore è stato fatto anche nei versetti 25-16 della sūra Fāṭir e nei versetti 5-6 della sūra at-Taghābun. Il Corano è ricco dei racconti di quelle comunità che rinnegarono i messaggeri del loro tempo e che alla fine furono colpite dalla punizione già in questo mondo.

Poi, riguardo all’Aldilà, è stato detto che lì la prova di Allah contro gli uomini si fonderà sul fatto che erano stati inviati loro dei messaggeri, i quali avevano chiarito la differenza tra la verità e la falsità e avevano spiegato con chiarezza la retta via della verità. Nonostante ciò, essi non li hanno accettati né hanno obbedito loro. Per questo ora meritano il castigo.

(Arabo*************)

O Muhammad! Ti abbiamo inviato la rivelazione proprio come l’abbiamo inviata a Noè e ai profeti venuti dopo di lui; questi messaggeri furono inviati come annunciatori di buone novelle e ammonitori, affinché, dopo il loro invio, gli uomini non avessero più alcun argomento contro Allah. (Nisā’: 123-124)

In altre parole, il compito di questi profeti era di annunciare il successo e la felicità a coloro che avessero creduto nell’insegnamento da loro portato e avessero purificato di conseguenza i propri pensieri e le proprie azioni. Quanto a coloro che non avessero creduto e non avessero abbandonato il cammino deviato nei pensieri e nelle azioni, li avvertirono del terribile esito a cui sarebbero andati incontro. Lo scopo dell’invio di questi profeti era che Allah, per mezzo loro, voleva completare la Sua prova contro l’umanità, illustrando chiaramente la retta via, affinché nel tribunale dell’Aldilà nessun miscredente o peccatore potesse addurre la scusa che non era stato predisposto alcun mezzo per comunicare loro la verità autentica e che ora venivano colti alla sprovvista.

Nel menzionare l’Aldilà, nel Corano è stata pronunciata un’ammonizione: tutte le opere di coloro che negano e si oppongono alla missione profetica saranno colà vanificate, proprio quelle opere che essi ritenevano buone. Poi, quando saranno gettati nell’Inferno, sarà detto loro: «Per mezzo dei messaggeri, ogni argomentazione e prova a vostro favore è stata resa definitiva. Per questo ora state subendo il castigo e, in verità, siete proprio voi a meritarlo.»

(Arabo*****************)

—Coloro che hanno rifiutato di accettare [cioè hanno rifiutato di accettare il Messaggero (s.a.s.) e l’insegnamento da lui portato—autore] e hanno impedito di seguire la via di Allah [in origine è stata usata l’espressione «saddū ʿan sabīlillāh». La parola «sadd» in arabo viene usata sia in senso transitivo sia intransitivo. Perciò questa frase significa anche che essi stessi si astengono dall’intraprendere la via di Allah. Può significare inoltre che impediscono ad altri di seguire questa via. L’impedimento può assumere diverse forme. Primo: una persona impedisce con la forza a qualcuno di abbracciare la fede. Secondo: infligge al credente tali ingiustizie e persecuzioni che diventa difficile per lui rimanere saldo nella fede, e per altri credere trovandosi in una situazione tanto minacciosa. Terzo: essi, incitando la gente contro la religione di Allah e contro il messaggero che la presenta, insinuano nei cuori tali dubbi e suggestioni che le persone, sviate, si astengono dal seguire la via di Allah. Inoltre, ogni società miscredente costituisce una grande forza d’ostacolo sulla via di Allah, perché attraverso la propria istruzione, cultura, struttura sociale, usanze e fanatismo religioso crea un solido impedimento alla diffusione della religione della verità—autore] e hanno disputato con il messaggero, dopo che la retta via era stata resa loro evidente, non possono arrecare alcun danno ad Allah. Al contrario, Allah vanificherà tutte le loro azioni. (Muhammad: 32)

In tale situazione, Allah l’Altissimo chiederà loro:

(Arabo******************)

—O comunità di jinn e di uomini! Non è forse giunto a voi un Messaggero, scelto tra voi stessi, che vi recitava i Miei versetti e vi ammoniva sulle conseguenze di questo Giorno? Essi risponderanno: «Testimoniamo contro noi stessi».

La vita terrena li aveva ingannati. Ma nell’Aldilà testimonieranno contro se stessi di essere stati miscredenti. Questa testimonianza sarà loro richiesta affinché sia dimostrato che il vostro Signore non ha distrutto ingiustamente le città mentre i loro abitanti erano ignari della verità. (Al-An‘am: 130-191)

(Arabo**********************)

—Ogni volta che un gruppo di uomini vi sarà gettato, i suoi custodi diranno: «Non è forse giunto a voi un ammonitore?» Essi risponderanno: «Sì, è giunto un ammonitore. Ma noi lo abbiamo smentito e abbiamo detto: “Allah non ha fatto scendere nulla, e voi siete immersi in un grande traviamento”». Poi diranno: «Ahimè! Se avessimo ascoltato e agito con intelligenza, non avremmo dovuto subire il castigo di questo fuoco ardente». Così riconosceranno il loro peccato. Maledetti siano gli abitanti dell’Inferno. (Mulk: 8-10) (La forma della domanda non sarà tale che i custodi dell’Inferno vogliano semplicemente chiedere loro se sia giunto o meno un ammonitore. Piuttosto, lo scopo della domanda sarà far comprendere loro che non è stata commessa alcuna ingiustizia nei loro confronti gettandoli nell’Inferno. Perciò vorranno far loro ammettere con la propria bocca che Allah non li aveva lasciati nell’ignoranza: era stato inviato loro un profeta. Ma essi non avevano ascoltato le parole dei profeti. Per questo sono degni del castigo che viene loro inflitto. —Nota dell’autore.)

Un’affermazione analoga è stata pronunciata nei versetti 71-72 della sura az-Zumar. Da ciò risulta evidente che nell’Islam la missione profetica ha un’importanza tale che dalla sua accettazione o dal suo rifiuto dipende la felicità o l’infelicità dell’uomo, dalla vita terrena fino all’Aldilà.

Tutti

Profeti furono inviati a tutte le nazioni e il loro invito era il medesimo

Nel Corano è stato anche detto che, fin dall’inizio dell’umanità, i profeti continuarono a giungere presso tutti i popoli. La loro religione era una sola. Anche il loro invito era uno solo. Uno solo era anche lo scopo della loro venuta. La richiesta di tutti loro era che gli uomini si astenessero dalla disobbedienza ad Allah e Gli obbedissero.

(Arabo**************)

—Non vi è mai stato un popolo presso il quale non sia giunto un ammonitore. (Fāṭir: 24)

(Arabo**************)

Per ogni popolo vi era una guida. (ar-Raʿd: 7)

(Arabo************)

—Non abbiamo distrutto alcuna città senza che per essa fosse giunto un ammonitore. (ash-Shuʿarāʾ: 208)

(Arabo***************)

Abbiamo inviato a ogni popolo un messaggero, affinché dicesse: «Adorate Allah e tenetevi lontani dall’adorazione del Ṭāghūt». (Naḥl: 36)

Da Nūḥ (a.s.) fino a ʿĪsā (a.s.), riguardo a ciascun profeta è stato detto che ognuno di loro rivolse al proprio popolo queste parole: (Testo arabo*********) «Temete Allah e obbeditemi». (Si vedano Āl ʿImrān: 50; Shuʿarāʾ: 108, 110, 126, 131, 141, 150, 163, 171; Zukhruf: 63; Nūḥ: 3)

Lo scopo della venuta dei profeti

Poi viene detto che lo scopo della venuta di tutti i profeti era questo:

(Testo arabo*************)

Abbiamo inviato i Nostri messaggeri con prove evidenti e abbiamo fatto scendere con loro il Libro e la Bilancia, affinché gli uomini possano mantenersi nell’equità. (Ḥadīd: 25)

Mantenersi nell’equità significa essere giusti verso se stessi, verso Allah e verso ogni persona con cui si entra in rapporto. Equità nella propria società, in ogni transazione, nella propria civiltà e cultura, nella politica e nel sistema di governo, nei tribunali e nelle relazioni internazionali. In breve, l’instaurazione dell’equità in ogni ambito e aspetto della vita, sia individualmente sia collettivamente: questo è lo scopo per cui sono stati inviati tutti i profeti.

La missione profetica di Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace

Sullo sfondo della storia della profezia e della missione profetica e della loro veridicità, fu detto dapprima ai Quraysh, poi agli Arabi e infine al mondo intero che Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) apparteneva proprio a quei messaggeri che erano stati inviati prima di lui. Egli portò una religione che era stata la religione di tutti i profeti fin dall’inizio dell’esistenza dell’umanità. Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) venne per purificare quella religione da ogni adulterazione e deformazione e presentarne la forma e l’essenza autentiche e pure. Ora la religione di Dio, la Sua sharia, le Sue leggi e i Suoi comandamenti sono tali che il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) li espone non di propria iniziativa, bensì sulla base della rivelazione inviata da Dio. Obbedire a lui significa obbedire a Dio, e disobbedire a lui significa disobbedire a Dio. Pertanto, non è sufficiente che gli uomini credano soltanto che egli è il Messaggero di Dio. Dopo aver creduto, devono invece abbandonare l’obbedienza a chiunque altro e obbedire senza esitazione a lui, il Messaggero. Infatti, distogliersi dalla sua guida significa distogliersi dall’obbedienza a quel Dio che lo ha inviato nel mondo come Suo Messaggero.

Prima dell’avvento del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), gli abitanti dell’Arabia attendevano un profeta.

Va ricordato che, osservando la condizione morale decaduta e le malefatte dei cristiani, degli ebrei e degli appartenenti alle altre religioni che li circondavano, gli Arabi dicevano spontaneamente: «Se ciò che era giunto a queste genti fosse giunto a noi — cioè la missione profetica e la guida inviata da Dio — avremmo dimostrato di essere migliori e più progrediti di tutti loro».

Nel Corano questa affermazione fu proclamata, ma non vi fu nessuno che la negasse.

(Arabo**************)

Queste persone (i Quraysh e gli Arabi) giuravano solennemente che, se fosse giunto loro un ammonitore (cioè un Messaggero), avrebbero seguito la guida più di qualsiasi altra nazione del mondo. Ma quando l’ammonitore giunse da loro, il suo arrivo non fece che accrescere la loro fuga dalla vera religione. Cominciarono a mostrarsi ancora più arroganti e superbi nel mondo e ad adottare i peggiori stratagemmi per nuocergli. E lo stratagemma malvagio ricade soltanto su coloro che lo tramano, conducendoli alla rovina. (Fatir: 42-43)

(Arabo****************)

—In precedenza queste persone dicevano: «Ah, se soltanto avessimo presso di noi quel Ricordo (il messaggio dell’ammonimento di Allah) che ricevettero le nazioni del passato, saremmo certamente servi sinceramente devoti di Allah». Ma quando esso giunse, lo rinnegarono. Presto sapranno quale sarà la sua conseguenza. (As-Saffat: 167-170)

Da ciò si comprese che la venuta del Messaggero era il loro desiderio ardente. Ma quando quella benedizione giunse loro, cominciarono a opporsi, a mostrare ostinazione e caparbietà.

Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) fa parte dei profeti, e la fonte della sua conoscenza è quella stessa rivelazione che era quella di tutti i profeti

Tenendo presente questa verità, osservate come il Corano presentò la missione del Messaggero e quale dignità gli attribuì—

(Arabo************)

-Per il Corano sapiente, o Muhammad, sei certamente tra i Messaggeri. Sei sulla retta via della verità. In altre parole, sei tra i Messaggeri e la prova evidente della tua missione di Messaggero è che presenti questo Corano sapiente. (Yasin: 1-4)

(Arabo****************)

-E in questo modo abbiamo rivelato a te (o Muhammad) questo Corano arabo, affinché tu possa ammonire il centro della città (Mecca) e coloro che risiedono nei suoi dintorni. (Shura: 7)

(Arabo***************)

O Muhammad, proclama: «O umanità! Io sono il Messaggero inviato a tutti voi da Dio, Colui che possiede il regno dei cieli e della terra». (al-A‘raf: 158)

(Arabo*****************)

Benedetto è Colui che ha fatto scendere questo Corano (che distingue il vero dal falso) sul Suo servo, affinché ammonisca gli abitanti del mondo. (al-Furqan: 1)

(Arabo****************)

O Muhammad! Ti abbiamo inviato la rivelazione proprio come l’abbiamo inviata a Noè e ai profeti dopo di lui, e come l’abbiamo inviata ad Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e ai discendenti di Giacobbe, a Gesù, Giobbe, Giona, Aronne e Salomone; e a Davide abbiamo dato il Salterio. (al-Nisa’: 163)

Lo scopo dell’invio del Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui)

Abbiamo già detto che lo scopo del suo invio era quello stesso per cui furono inviati tutti i profeti (sura al-Hadid, versetto 25). Tuttavia, nel Nobile Corano lo scopo della sua nomina speciale a Messaggero è stato esposto dettagliatamente ai Quraysh e agli Arabi. Lo riportiamo qui di seguito, in ordine.

La sua profezia è eterna e universale

Egli non è [inviato] a una nazione particolare, né è il Messaggero per tutti gli uomini della sua epoca; piuttosto, è il Messaggero per tutti gli uomini fino al Giorno della Resurrezione: per tutti coloro ai quali giunge il suo messaggio.

(Arabo**************)

—e questo Corano è stato inviato a me mediante la rivelazione affinché metta in guardia voi e chiunque ne venga raggiunto. (al-Anʿām: 19)

Egli presenta la religione autentica, libera da ogni alterazione

non per confutare gli insegnamenti portati dai profeti precedenti, bensì per riconoscerne la veridicità. Gli fu affidato il compito di eliminare le commistioni che in seguito si erano introdotte negli insegnamenti dei profeti precedenti e di presentare nella sua forma pura quella vera religione, la stessa religione della verità che Dio aveva stabilito per l’umanità fin dall’inizio della creazione.

Il fatto che egli non venne a confutare gli insegnamenti dei profeti precedenti, bensì a riconoscerne la veridicità, è esposto in vari passi del Corano. Per esempio:

(Arabo*************)

—al contrario, (Muhammad, pace su di lui) è venuto con la verità e riconosce la veridicità di tutti i profeti inviati da Dio. (as-Sāffāt: 37)

(Arabo*************)

—E questo Corano non è qualcosa che si possa comporre da sé senza la rivelazione di Dio. Al contrario, esso conferma la veridicità di tutto ciò che è venuto prima e offre una spiegazione dettagliata del Libro (di ogni libro proveniente da Dio). Non vi è dubbio che esso provenga dal Signore dei mondi. (Yunus: 37)

Il significato di «spiegazione dettagliata del Libro» è che in questo Libro è giunto il compendio di tutti quegli insegnamenti fondamentali e di quella guida che erano stati trasmessi inizialmente attraverso i Libri di Dio. Anzi, in esso tali insegnamenti sono stati esposti con maggiore dettaglio. Anche il Sacro Corano afferma in diversi passi che coloro che ereditarono i Libri precedenti vi apportarono numerose modifiche e aggiunte di propria iniziativa. Perciò, tra i compiti del Profeta (pace e benedizioni su di lui) vi è anche quello di distinguere per loro ciò che, nella legge di Dio, è veramente proibito e dichiararlo proibito, e ciò che è veramente lecito e dichiararlo lecito.

(Arabo*************)

—Guai dunque a coloro che scrivono un Libro con le proprie mani e poi dicono: «Questo proviene da Allah». (Al-Baqara: 79)

(Arabo*****************)

—Tra loro vi sono alcuni che, quando recitano il Libro, torcono la lingua in modo che voi crediate che ciò che recitano sia il testo originale del Libro. Eppure non è il testo originale del Libro. Dicono: «Questo proviene da Allah», mentre non proviene da Allah. Essi attribuiscono consapevolmente menzogne ad Allah. (Al ʿImran: 78)

Su questa base, al Profeta (pace e benedizioni su di lui) fu affidata la responsabilità di presentare l’insegnamento della pura religione della verità, libera da ogni alterazione. E avrebbe dovuto considerare proibito tutto ciò che in essa è proibito e lecito tutto ciò che in essa è lecito.

(Arabo*************)

-I miscredenti tra la Gente della Scrittura e i politeisti non erano disposti ad abbandonare la loro miscredenza finché non fosse giunta loro una prova chiara. (Vale a dire:) un Messaggero da parte di Allah, che recita fogli sacri, puri da ogni falsificazione, nei quali sono scritte dichiarazioni assolutamente vere e corrette. (al-Bayyina: 1-3)

(Arabo******************)

-(Questo profeta illetterato) ordina loro di compiere il bene e proibisce loro di fare il male. Rende lecite per loro le cose pure e proibisce loro le cose impure. (In altre parole, abolisce ciò che essi avevano arbitrariamente dichiarato lecito o illecito.) E toglie loro il peso e scioglie i vincoli che erano stati imposti su di loro. (al-Aʿrāf: 175)

Spiegazione degli ordinamenti divini mediante parole e azioni e purificazione dell’anima

Il compito del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non consisteva soltanto nel trasmettere alla gente la conoscenza che gli veniva impartita da Allah tramite la rivelazione. Aveva inoltre il compito di spiegare, con le proprie parole e azioni e conformemente al significato degli ordini e delle prescrizioni che Allah stesso gli aveva comunicato, le dottrine, le norme, la guida, le leggi e le regole della religione, e di purificare e disciplinare, mediante l’educazione e l’istruzione, il loro stile di vita corrotto sulla base di esse.

È Nostra responsabilità farti ricordare e insegnarti il Corano. Pertanto, o Profeta, quando lo recitiamo, ascoltane la recitazione. Poi è Nostra responsabilità anche spiegartene il significato. (Qiyāmah: 17-29)

(Arabo***************)

—e abbiamo fatto scendere su di te questo Ricordo (cioè il Corano), affinché tu spiegassi alle persone l’insegnamento che è stato fatto scendere per loro. (An-Naml: 44) [Con questo comando, Allah l’Altissimo illustra quella politica la cui necessità imprescindibile era che, insieme al Ricordo, fosse inviato un essere umano come profeta. Il «Ricordo» avrebbe potuto essere fatto scendere anche tramite gli angeli, e non era certo al di là del potere di Allah stamparlo e farlo pervenire direttamente agli uomini. Tuttavia, in tal modo il vero obiettivo non avrebbe potuto essere raggiunto. Per raggiungere tale obiettivo era necessario che una persona sommamente qualificata lo portasse. Se qualcuno non avesse compreso qualcosa, gliela avrebbe spiegata. Se nel cuore di qualcuno fossero sorti dubbi o esitazioni, li avrebbe dissipati. Se qualcuno avesse avuto obiezioni o lamentele, avrebbe risposto. Con coloro che non avessero accettato, si fossero opposti e avessero posto ostacoli, avrebbe agito nel modo appropriato per colui che porta il Ricordo. E a coloro che lo avessero accettato avrebbe indicato la retta via in ogni settore e aspetto della vita. Avrebbe presentato la propria vita davanti a loro come modello. Poi, educandoli e formandoli, avrebbe mostrato a tutto il mondo la formazione di una società esemplare, il cui sistema complessivo sarebbe stato il riflesso stesso della volontà di questo Ricordo. —Nota dell’autore]

(Arabo*************)

-Egli è Allah, Colui che ha suscitato tra gli illetterati un Messaggero, scelto tra loro stessi, il quale recita loro i Suoi versetti, li purifica e insegna loro il Libro e la Saggezza. E prima di ciò erano immersi in un evidente traviamento. (Al-Jumuʿa: 2)

(Arabo****************)

-Egli è Allah, Colui che fa scendere sul Suo servo (Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace) versetti chiari, affinché possa farvi uscire dalle tenebre verso la luce. (Al-Hadīd: 9)

Rendere vittoriosa la religione della verità sull’intero sistema di vita

Lo scopo ultimo della venuta del Profeta Muhammad (pace su di lui) è rendere vittoriosi quella religione e quella retta via che egli ha portato da parte di Dio su ogni forma di obbedienza e su tutti i modi e sistemi di vita. Questo scopo è stato spiegato in tre passi del Corano. Nelle sure At-Tawba e As-Saff è detto:

-Egli è Allah, Colui che ha inviato il Suo Messaggero con la retta via e la religione della verità, affinché la renda vittoriosa su ogni sorta di religione o sistema di vita- [Nei due versetti è stata usata la parola «ad-dīn», che abbiamo tradotto con «religione universale». Nella lingua araba, il termine «dīn» viene usato per indicare il sistema o il metodo di vita i cui fondatori vengono riconosciuti come autorità e titolari del diritto all’obbedienza, e ai quali si presta obbedienza. Pertanto, in questo versetto lo scopo della venuta del Messaggero è espresso dicendo che egli renderà vittoriosa, su tutti i sistemi e ordinamenti di carattere religioso, la retta via e la religione della verità che il Messaggero ha portato da parte di Dio. In altre parole, il Messaggero non è venuto affinché il sistema di vita vigente, che riconosce autorità e diritto all’obbedienza a esseri diversi da Allah, resti al di sotto della religione portata dal Messaggero, accontentandosi delle opportunità e dei privilegi che essa gli concede. Al contrario, il Messaggero è il rappresentante del Re della terra e dei cieli e, per questo, vuole rendere vittorioso su tutti i sistemi e ordinamenti il vero ordinamento del suo Re. Qualunque altro ordinamento esista nel mondo dovrà rimanere sotto l’ordinamento divino, usufruendo soltanto delle opportunità e dei privilegi da esso concessi. Così, pagando la jizya, i protetti possono seguire il proprio sistema di vita. -Nota dell’autore]

per quanto ciò sia intollerabile per i politeisti. (Tawba: 33; Saff: 18)

La fede nel Profeta Muhammad (pace su di lui) e l’ordine di obbedirgli

Con questo obiettivo, è stato ordinato agli uomini di credere in lui, obbedirgli e rifiutare di obbedire a coloro che sono incuranti di Allah e trasgrediscono i limiti dell’obbedienza.

(arabo**************)(

—Credete dunque in Allah, nel Suo Messaggero e nella luce che abbiamo fatto scendere. Allah è informato di tutto ciò che fate. (Taghabun: 8)

(Arabo*****************)

—Credete dunque in Allah e nel Profeta illetterato da Lui inviato, che crede in Allah e nelle Sue parole, e obbeditegli affinché possiate trovare la via vera e retta. (A‘raf: 158)

(Arabo************)

-Seguite la guida che vi è stata inviata dal vostro Signore e non obbedite ad altri protettori all’infuori di Lui. [Vale a dire: per tutto ciò di cui avete bisogno, per la guida necessaria a condurre la vita terrena, per conoscere i misteri di voi stessi e dell’universo creato e per comprendere lo scopo della vostra esistenza; per i principi necessari a fondare su basi corrette la vostra religione, la vostra morale, la vostra cultura, la vostra vita sociale e la vostra civiltà, dovreste seguire soltanto la guida che Allah ha inviato tramite il Suo Messaggero. Abbandonare la guida rivelata da Allah, ricorrere a un’altra guida e sottomettersi alla sua obbedienza è, per gli esseri umani, fondamentalmente un metodo errato, il cui esito è sempre stato e sempre sarà la rovina. Qui il termine awliyāʾ (protettori) è usato nel senso che colui alle cui parole una persona si conforma viene da essa reso, in realtà, il proprio walī o protettore. —Nota dell’autore.]

(Arabo*******************)

-Abbiamo inviato il Messaggero affinché, per ordine di Dio, gli si obbedisca. (Nisāʾ: 64) [Vale a dire: il Messaggero non è venuto da parte di Dio affinché si credesse semplicemente nella sua missione profetica e poi si obbedisse a chiunque si volesse. Al contrario, lo scopo stesso della venuta del Messaggero è che, tra tutte le leggi della vita, si segua soltanto la legge che egli ha portato e si abbandonino tutte le altre. Il comando che egli trasmette da parte di Dio deve essere seguito, abbandonando ogni altro comando. Se qualcuno non fa ciò, non ha alcun senso riconoscere il suo Messaggero come Messaggero. —Nota dell’autore.]

(Arabo****************)

-Chi obbedisce al Messaggero obbedisce in realtà ad Allah. (Nisāʾ: 80)

(Arabo***************)

-Accettate ciò che il Messaggero vi dà e tenetevi lontani da ciò da cui vi trattiene. (al-Hashr: 7)

(Arabo****************)

-E chi obbedisce ad Allah e al Messaggero, teme Allah e si tiene lontano dalla disobbedienza a Lui: costui avrà successo. (An-Nur: 52)

(Arabo***************)

-Nessun uomo o donna credente ha il diritto, quando Allah e il Suo Messaggero hanno deciso riguardo a una questione, di prendere poi autonomamente una decisione diversa per se stesso. Coloro che disobbediscono ad Allah e al Messaggero sono sprofondati in un evidente traviamento. (Al-Ahzab: 36)

(Arabo*************)

-E non obbedire a colui il cui cuore abbiamo distolto dal Nostro ricordo, a colui che segue le proprie passioni e la cui condotta oltrepassa i limiti. (Al-Kahf: 28)

(Arabo****************)

-E non obbedire a quegli uomini sfrenati che diffondono la corruzione sulla terra e non apportano alcun miglioramento né riforma. [Vale a dire: rinunciate a obbedire a quegli emiri, notabili della società, capi e governanti sotto la cui guida procede questo vostro sistema di vita deviato. Essi sono trasgressori: hanno oltrepassato ogni limite della moralità e sono diventati sfrenati. Attraverso di loro non è possibile realizzare alcuna riforma. Nel sistema che instaureranno, il disordine e l’anarchia saranno inevitabili. Se esiste una via per il vostro bene, essa consiste nel suscitare in voi il timore di Dio, rinunciare a obbedire a coloro che diffondono la corruzione e obbedire al Profeta di Allah —(nota dell’autore).

(Ash-Shu’ara: 151-152)

(Arabo**************)

-O Profeta, di’: Obbedite ad Allah e al Messaggero. E se si allontanano, ricordino che Allah non ama i miscredenti. (Āl ʿImrān: 32)

Ora la legge e le norme sono soltanto quelle che Allah ha dato per mezzo di Muhammad (pace e benedizioni su di lui).

In questo modo, insieme all’annuncio della missione profetica di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e all’obbligo di seguirlo e imitarlo, viene dichiarato anche che ormai la legge di Dio è soltanto quella data per mezzo di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Nessuno ha il diritto di dissentire su questo. Tutto ciò che è contrario a essa è ignoranza preislamica e servitù del ṭāghūt. Il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è il governante nominato da Dio, il cui compito è dirimere le questioni degli uomini secondo la guida rivelata da Dio.

(Arabo****************)

-Dopo i Figli d’Israele, o Profeta, ti abbiamo posto, riguardo alla religione, su una via chiaramente delineata (la Sharia). Segui dunque questa via e non seguire le passioni di coloro che non hanno conoscenza. (al-Jāthiya: 18)

(Arabo***************)

-Per ogni comunità abbiamo stabilito un rito di culto che essa segue. O Muhammad (pace e benedizioni su di lui), non permettere dunque che discutano con te riguardo a questo. Invita al tuo Signore. In verità, sei sulla retta via. (al-Ḥajj: 67)

(Arabo******************)

-O Profeta! Ti abbiamo fatto scendere questo Libro con la verità, affinché tu giudichi tra gli uomini secondo la retta via che Allah ti ha mostrato. (Nisa: 105)

Nel Sacro Corano, per le norme stabilite in vari passi per la società umana, sono state usate le parole «i limiti di Allah». Ciò significa che si tratta di limiti entro i quali è stato ordinato di rimanere. In alcuni passi si è poi ammonito severamente di non avvicinarsi neppure a tali limiti. In altri si è detto che coloro che li oltrepassano sono ingiusti. In altri ancora si è detto che coloro che li oltrepassano fanno torto a se stessi. In altri passi è stato pronunciato questo monito: per coloro che trasgrediscono i limiti ci sono il fuoco dell’Inferno o un castigo doloroso. (Si vedano: la sura al-Baqara, versetti 187, 229 e 230; la sura an-Nisa, versetti 13 e 14; la sura al-Mujadila, versetto 4; la sura at-Tawba, versetto 97; e la sura at-Talaq, versetto 1.)

Da ciò si comprende quanto sia grande l’importanza delle leggi date all’umanità per mezzo del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Poi è stato lanciato un chiaro ammonimento:

(Arabo*****************)

-Vogliono forse il giudizio dell’epoca dell’ignoranza? E chi può dare un giudizio migliore di Allah per coloro che credono fermamente in Allah? (Ma’ida: 50)

(Arabo****************)

-Vogliono ricorrere al Taghut affinché giudichi le loro controversie. [Qui, con Taghut, si intende chiaramente quel governante che decide secondo una legge diversa da quella di Allah, nonché quel sistema giudiziario che non riconosce la sovranità di Allah né accetta il Libro di Allah e la guida del Messaggero come autorità definitiva—l’Autore.] Eppure è stato loro ordinato di rinnegare il Taghut. Satana vuole sviare loro e condurli molto lontano. (Nisa: 60)

Nella religione non c’è spazio per alcun compromesso o cedimento.

Insieme all’ordine esplicito di obbedire e seguire il Messaggero, è stato ammonito l’essere umano che, nella religione di Dio, non può esserci alcun compromesso o cedimento. In nessun credo, principio, usanza o comandamento è possibile apportare il minimo cambiamento per compiacere qualcuno. Chi desidera accettare deve accogliere integralmente la religione che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha presentato. E chi non desidera accettarla, non la accetti. Chi la accetterà ne trarrà beneficio per sé, mentre chi non la accetterà subirà danno a sé stesso. Qui non si pone affatto la questione di negoziare o raggiungere un accordo mediante concessioni reciproche.

(Arabo*********************)

—Pertanto, o Profeta, non cedere mai sotto la pressione di coloro che negano accusando di menzogna. Essi vogliono che tu faccia qualche concessione, così anch’essi ne faranno. (Cioè: se allenti in qualche misura l’opera di trasmissione dell’Islam, anch’essi assumeranno un atteggiamento un po’ più conciliante nella loro opposizione. In altre parole, se concedi loro l’opportunità di perseverare nel traviamento e apporti qualche cambiamento alla tua religione, allora accetteranno un compromesso con te.)

(Arabo********************)

—E quando vengono recitati loro con chiarezza i Nostri versetti, coloro che non sperano di incontrarci nell’Aldilà dicono: «Portaci un Corano diverso da questo, oppure apporta qualche modifica a questo». Da questa esposizione dettagliata risulta chiaro quanto sia importante la seconda fase del movimento islamico, vale a dire ottenere dagli uomini il riconoscimento della missione profetica di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e prepararli ad obbedirgli pienamente in ogni ambito della vita, dagli articoli della fede e dall’adorazione fino a ogni altra questione. La sua importanza consiste nel fatto che, senza tutto ciò, la religione non può essere effettivamente stabilita. Credere nell’unicità di Dio senza avere fede nel Messaggero e senza obbedirgli concretamente è privo di senso. Riflettendo, l’uomo può comprendere che accettare l’unicità di Allah

Le affermazioni degli associatori si basavano, innanzitutto, sull’idea che ciò che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva presentato non provenisse da Dio, ma fosse frutto della sua fantasia. Attribuirlo a Dio, secondo loro, serviva soltanto ad accrescerne l’importanza. In secondo luogo, il senso delle loro parole era: «Che cosa stai dicendo riguardo all’unicità di Dio, all’Aldilà e a tutti questi divieti morali? Se sei venuto per guidare, presentaci qualcosa che porti beneficio alla nazione e renda evidente il suo progresso terreno. Tuttavia, se non vuoi cambiare completamente questo tuo invito, almeno rendilo in parte più semplice e più utile, così da poter raggiungere un’intesa, più o meno, tra te e noi. Noi accetteremo qualcosa di ciò che proponi e tu accetterai qualcosa di ciò che proponiamo. Nella tua dottrina dell’unicità di Dio dovrebbe esserci spazio per una parte del nostro politeismo; nella tua adorazione di Dio, per una parte dell’adorazione di noi stessi e del mondo; e nella tua fede nell’Aldilà, per alcune delle nostre speranze e aspirazioni, affinché possiamo fare nel mondo ciò che desideriamo. Nell’Aldilà, in un modo o nell’altro, otterremo certamente la salvezza. Inoltre, quei tuoi incrollabili principi morali sono per noi inaccettabili. In essi dovrebbe esserci spazio per alcune delle nostre superstizioni, delle nostre usanze e tradizioni, dei nostri interessi personali e nazionali e dei desideri del nostro animo. Non deve accadere che, tra le richieste della religione, venga definito di comune accordo tra te e noi un ambito adeguato, nel quale adempiere ai diritti di Dio, e poi ci si lasci liberi di condurre le nostre attività mondane come vogliamo. Ma tu stai commettendo questa crudeltà: vuoi vincolare l’intera vita e ogni suo aspetto alla dottrina dell’unicità di Dio, alla fede nell’Aldilà e alle norme della Legge islamica». —L’autore.

(O Muhammad!) Di’ loro: «Non ho il diritto di modificarlo di mia iniziativa. Io seguo soltanto la rivelazione che mi viene inviata». (Yunus: 15)

(Arabo******************)

-E proclama: «Questa è la verità proveniente dal vostro Signore. Ora, chi vuole creda, e chi non vuole non creda». (Al-Kahf: 29)

-Poi, chi accetterà la guida, lo farà per il proprio bene; e a chi si smarrirà, di’: «Io sono soltanto un ammonitore». (An-Naml: 92)

Per i Quraysh e per i politeisti arabi, accettare la missione profetica fu molto più difficile di quanto lo fosse per i comuni politeisti dell’Arabia. Innanzitutto, non era affatto facile per loro accettare che l’uomo che per quarant’anni aveva vissuto in mezzo a loro come una persona comune fosse stato improvvisamente scelto da Allah e che avesse cominciato a ricevere la rivelazione. Per coloro che da generazioni erano abituati a una libertà sfrenata, non era certo meno difficile sottomettersi ora all’obbedienza assoluta a un uomo e conformarsi pienamente, in ogni aspetto della propria vita, alla legge da lui impartita. Ancor più difficile era la cosa per quei capi che si erano affermati come signori assoluti delle proprie tribù e dei propri gruppi. Era difficile per quei capi religiosi che avevano istituito in tutto il paese grandi centri di politeismo e vi avevano fatto prosperare i propri affari. Era difficile per quegli indovini che pretendevano di predire il futuro e ai quali la gente si rivolgeva per ritrovare gli oggetti smarriti e conoscere ciò che sarebbe accaduto. Per ciascuno di loro la missione profetica era un annuncio certo di morte. Non solo non potevano accettarla, ma non erano nemmeno in grado di ascoltarla a mente fredda. In breve, per tutti coloro i cui interessi erano legati al mantenimento dell’antico sistema dell’ignoranza, si era profilato il timore che, se la gente avesse accettato la missione profetica di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e gli fosse divenuta obbediente, riconoscendo che tutto ciò che egli presentava proveniva dal Dio dei cieli e della terra, la loro influenza nella società non sarebbe mai più tornata a brillare. Perciò costoro erano fermamente decisi, per salvaguardare i propri interessi, a non permettere in alcun modo che questo invito alla missione profetica proseguisse. Capivano infatti che, una volta che il popolo avesse accettato di seguire la guida nominata da Allah e di obbedire alla religione e alla legge rivelate da Allah, alla fine anche loro avrebbero dovuto deporre le armi e, invece di comandare, rimanere sottomessi.

Da una parte vi erano queste difficoltà; dall’altra, per loro vi era una difficoltà ancora più terribile: colui che si era levato tra loro proclamando di essere stato inviato da Allah era la persona migliore della loro nazione. La cui superiorità morale era riconosciuta dall’intera nazione. Colui che, cinque anni prima, l’intera nazione aveva unanimemente insignito del titolo di «al-Amīn», il Fidato. Prima di presentare la sua pretesa di essere stato inviato da Allah, era salito sul monte Safa e aveva detto loro: «Se vi dicessi che dall’altra parte della montagna è pronto un esercito ad attaccarvi, mi credereste?». Allora tutti avevano risposto con una sola voce: «Sì, ti crederemmo, perché non ti abbiamo mai sentito dire una menzogna».

Dopo tutto ciò, non era affatto facile definirlo menzognero e convincere la gente che colui che non aveva mai detto una menzogna in vita sua avrebbe avanzato una pretesa tanto enorme: che Allah lo avesse nominato Suo messaggero e che la parola di Allah fosse stata fatta scendere su di lui?

A questo proposito, in un passo del Corano è detto:

(Arabo***************)

—O Muhammad (pace e benedizioni su di lui)! Sappiamo che ciò che queste persone dicono ti addolora. Ma non stanno accusando te di menzogna; sono piuttosto questi ingiusti a negare i segni di Allah. (al-Anʿām: 33)

Questo fatto indica proprio questa verità: finché il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non iniziò a recitare i versetti di Allah, tutti i membri della sua comunità lo consideravano degno di fiducia e veritiero. Avevano piena fiducia nella sua sincerità. Cominciarono a considerarlo un bugiardo quando egli iniziò a trasmettere loro il messaggio da parte di Allah. Anche in questa seconda fase non vi fu nessuno che osasse accusarlo personalmente di mentire. Nemmeno il suo più acerrimo nemico lo accusò mai di essere stato colpevole di aver mentito riguardo a una qualsiasi questione mondana. Tutte le menzogne che gli attribuirono furono dovute al fatto che egli era diventato profeta. Il suo più grande nemico era Abū Jahl. È stato riferito da ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) che una volta egli (Abū Jahl) disse al Profeta (pace e benedizioni su di lui):

(ARABO***************)

Noi non ti consideriamo certo un bugiardo; consideriamo invece falsa la verità che hai portato. [L’Imām Sufyān al-Thawrī e al-Ḥākim hanno trasmesso questa narrazione da ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) — l’Autore.]

Durante la battaglia di Badr, Akhnas ibn Shariq chiese in privato ad Abū Jahl: «Qui non c’è nessuna terza persona oltre a te e a me. Dimmi sinceramente: consideri Muhammad (pace e benedizioni su di lui) una persona veritiera o un bugiardo?»

Egli rispose: «Per Dio, Muhammad è una persona veritiera. In tutta la sua vita non ha mai detto una menzogna. Ma se la liwāʾ (la dignità di portare lo stendardo), la ḥijāba (la dignità di custodire la chiave della Kaʿba), la siqāya (la dignità di fornire acqua ai pellegrini) e la profezia vanno tutte alla stirpe di Quṣayy, dimmi: che cosa rimane allora a tutto il resto dei Quraysh?» [Ibn Jarīr ha riportato questa narrazione nel suo tafsīr. Akhnas ibn Shariq era legato da vincoli di amicizia alla tribù dei Banū Zuhra, la stirpe del nonno materno del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). Sebbene fosse venuto in guerra con i Quraysh, né lui né alcun membro dei Banū Zuhra partecipò alla battaglia — l’autore.]

Sulla base di tutto ciò, Allah l’Altissimo consola il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) dicendo: «L’accusa di essere un bugiardo non è rivolta contro di te, bensì contro di Me. E Io la sopporto con pazienza, concedendo una dilazione dopo l’altra; perché dunque ora ti agiti?»

Scuse, obiezioni, accuse e richieste di genere assurdo

Dopo essersi trovati di fronte a queste due difficoltà, ai Quraysh e agli altri politeisti non rimaneva altra via, per rifiutare la missione profetica del Profeta (s.a.s.), se non quella di avanzare ogni sorta di scuse e obiezioni, muovere accuse di vario genere e tra loro contraddittorie, e pretendere che fossero mostrati miracoli sempre più straordinari. Ma, come avete visto a proposito del tawḥīd, sono state presentate, per confutare lo shirk e anzi per dimostrare l’unicità di Dio, prove e argomentazioni così inconfutabili che a nessuna persona dotata di senno è rimasto alcun motivo per negare tali verità. Allo stesso modo, tutte le astuzie dei politeisti contro la missione profetica furono affrontate con argomentazioni così razionali che chiunque possedesse anche solo un minimo di buon senso non poté fare a meno di riconoscere la verità, per quanto continuasse a opporvisi con ostinazione e caparbietà. (12)

Obiezione al fatto che il Profeta (s.a.s.) fosse un essere umano

La loro prima obiezione era questa: dicevano: «Come possiamo accettare come Messaggero di Dio un uomo che è un uomo come noi? Mangia e beve, ha figli e svolge tutte quelle attività terrene che svolgono gli altri». Nel Corano sono state menzionate queste loro scuse e obiezioni, ed è stata fornita la risposta.

(Arabo*****************)

E questi ingiusti si bisbigliano l’un l’altro e dicono: «Costui non è altro che un uomo come voi. Volete forse, pur vedendo e comprendendo, cadere nella trappola della magia?» (Al-Anbiyāʾ: 3)

Questi bisbigli erano scambiati tra loro dai grandi capi dei miscredenti della Mecca, coloro che dovevano opporsi all’invito del Profeta. Dicevano: «Costui non può assolutamente essere un profeta. È un uomo come noi: mangia e beve, va in giro per il mercato e ha moglie e figli. Che cosa ha di così eccezionale da creare una differenza tra lui e noi e da renderlo, rispetto a noi, dotato di un rapporto straordinario con Dio? Certamente nelle sue parole e nella sua personalità c’è della magia. Per questo chiunque ascolti attentamente le sue parole e gli si avvicini finisce per diventare suo seguace. Dunque, se volete il vostro bene, non ascoltate nulla di ciò che dice e non frequentatelo. Perché ascoltare le sue parole e avvicinarsi a lui significa cadere consapevolmente nella trappola della magia». (13)

(Arabo****************)

—E dicono: «Che razza di Messaggero è mai questo, che mangia e cammina per i mercati? Perché non gli è stato inviato un angelo che rimanesse con lui e ammonisse gli increduli? O, almeno, non gli sarebbe dovuto essere fatto scendere un tesoro, oppure non avrebbe dovuto avere un giardino dal quale potesse procurarsi il sostentamento in tutta tranquillità?»

Gli ingiusti dicono: «Avete seguito un uomo stregato». (Al-Furqan: 7-8)

Il loro ragionamento era questo: innanzitutto, è davvero strano che un uomo sia il messaggero di Dio. Se fosse venuto a portare il messaggio di Dio, sarebbe dovuto venire un angelo, non un uomo di carne e sangue che ha bisogno di nutrirsi per vivere. E se proprio un uomo fosse stato scelto come messaggero, avrebbe dovuto essere almeno una personalità simile a un re o ai grandi del mondo, una persona che si desiderasse ardentemente vedere e alla cui vicinanza si potesse giungere solo con grande difficoltà. Invece, è stato nominato profeta del Signore dell’universo un uomo comune che va in giro per il mercato? Chi mai guarderebbe con rispetto una persona che si incontra ogni giorno per strada e nella quale non si trova nulla di straordinario rispetto a noi? In altre parole, secondo loro, se fosse necessario inviare un messaggero, ciò non sarebbe per guidare la gente comune, bensì per mostrare qualcosa di prodigioso oppure per creare influenza e prestigio attraverso lo sfarzo e la pompa.

Poi dicevano che, se proprio un uomo fosse stato nominato profeta, gli sarebbe stato affiancato un angelo che tenesse sempre in mano un bastone e dicesse alla gente: «Obbedite a costui, altrimenti guardate: ecco che faccio scendere su di voi il castigo di Dio». Che assurdità: il Creatore dell’universo conferirebbe a qualcuno il sublime rango della profezia, per poi lasciarlo completamente solo, mentre quel poveretto riceverebbe dagli uomini insulti e pietre. La loro ultima pretesa era che, quanto meno, Allah avrebbe potuto provvedere in qualche modo dignitoso al sostentamento del Suo messaggero. Che razza di cosa è mai questa: il messaggero di questo Dio è persino più incapace dei nostri comuni ricchi? Non ha denaro per le spese, né un giardino in cui mangiare frutta. E intanto pretende di essere il messaggero di Allah, il Signore dei mondi.

Dopo aver detto tutte queste assurdità, sostenevano che quell’uomo fosse stato stregato. In altre parole, qualcuno lo aveva stregato e, per effetto di ciò, era diventato pazzo.

È sorprendente che, nelle affermazioni riportate sopra, lo chiamassero uno stregone. Ora invece dicono che fosse stato stregato. Lo accusavano anche di essere un poeta; di ciò si parlerà più avanti. (14)

Risposta a queste scuse e obiezioni

(ARABO************)

—Anche prima di voi abbiamo inviato molti messaggeri e abbiamo dato loro mogli e figli. (Ar-Raʿd: 38)

Questa è la risposta alle domande che ponevano al Profeta (pace e benedizioni su di lui): «Che razza di profeta è mai questo, che ha moglie e figli? Ebbene, anche i profeti hanno forse qualche rapporto con i desideri sessuali?». Del resto, anche i profeti e messaggeri inviati in precedenza avevano moglie e figli. Voi stessi riconoscete Noè (pace su di lui) come profeta. Se non avesse avuto figli e discendenti, come potreste essere nati dalla sua stirpe? Il fatto che Abramo (pace su di lui) e Ismaele (pace su di lui) fossero profeti è universalmente riconosciuto da voi. Voi fate risalire il vostro lignaggio e la vostra discendenza a loro. Se non avessero avuto figli e discendenti, come potreste appartenere ai Banū Ismāʿīl? (15)

(ARABO*************)

—E anche prima di te, o profeta Muhammad, abbiamo inviato come messaggeri soltanto uomini, ai quali rivelavamo. Se non lo sapete, chiedetelo alla Gente della Scrittura. Non demmo loro corpi che non avessero bisogno di nutrirsi, né erano immortali. (Al-Anbiyāʾ: 7-8)

—In altre parole, chiedetelo proprio alla comunità ebraica, che è alleata con voi nella sua ostilità all’Islam e vi insegna le tattiche per opporvi all’Islam: chi erano Mosè (pace su di lui) e i profeti dei Banī Isrāʾīl? Erano forse uomini o qualche altra creatura? (16)

(Arabo***************)

—Non vi è giunta alcuna notizia di coloro che in precedenza hanno negato la fede e hanno subito le conseguenze delle loro cattive azioni? Nell’Aldilà li attende un castigo doloroso. Sono giunti a questo esito perché i loro messaggeri continuavano a presentarsi davanti a loro con prove evidenti, ma essi dicevano: «È forse un essere umano a guidarci?». Così rifiutarono di credere e si allontanarono. Allora anche Allah si disinteressò di loro. E Allah è davvero Colui che non ha bisogno di nessuno, degno di ogni lode nella Sua essenza. (At-Taghābun: 5-6)

In altre parole, i profeti giunsero con prove così evidenti da testimoniare chiaramente che erano stati incaricati da Allah. Qualunque cosa dicessero era del tutto conforme alla ragione, e la presentavano con argomenti e prove solidissimi. Nei loro insegnamenti non vi era alcuna ambiguità. Al contrario, dicevano con parole chiare che cosa fosse la verità e che cosa la falsità; che cosa fosse lecito e che cosa illecito; per quale via gli uomini dovessero camminare e per quale via non dovessero camminare. Eppure, rifiutando di accettare le loro parole, dicevano: «Adesso sarà forse un essere umano a guidarci?». E proprio questo divenne la causa della loro rovina. Infatti, per conoscere il corretto modo di agire, l’umanità non aveva altra possibilità se non che il suo Creatore le conferisse la vera conoscenza e affidasse ai profeti il compito di trasmetterla agli altri, rendendo concreta la via attraverso cui tale conoscenza viene elargita da parte del Creatore. A questo scopo Egli inviò i profeti con prove evidenti, affinché non vi fosse alcun motivo ragionevole per dubitare della loro veridicità. Ma essi si rifiutarono categoricamente di ammettere che un essere umano potesse essere il messaggero di Dio. Dopo di ciò, non rimase loro alcun mezzo per ottenere la guida. A questo proposito ci si presenta un quadro straordinario dell’ignoranza e della stupidità degli uomini traviati: essi non esitarono mai ad accettare la guida di altri esseri umani. Anzi, fecero divinità delle statue di legno e di pietra che rappresentavano la guida di alcuni uomini. Arrivarono persino ad accettare esseri umani come Dio, incarnazioni di Dio e figli di Dio. Poi, seguendo ciecamente guide travianti, adottarono vie tanto bizzarre da aver distrutto la civiltà, la cultura e il carattere umano. Ma quando il messaggero di Dio giunse da loro portando la verità e la presentò davanti a loro senza parzialità, al di sopra di ogni interesse personale, essi dissero: «Adesso sarà forse un essere umano a guidarci?». Il significato era questo: se un essere umano travia, allora la sua guida deve essere accettata senza riserve; ma se indica la via della verità, allora la sua guida non deve essere accettata.

Pertanto, quando si allontanarono dalla guida inviata da Allah, anche Allah smise di preoccuparsi del baratro di distruzione nel quale stavano precipitando. Da parte loro, Allah non aveva alcun interesse in gioco: se Lo avessero riconosciuto come Dio, Egli sarebbe rimasto Dio, e altrimenti il trono della divinità non Gli sarebbe sfuggito di mano. Egli non aveva bisogno né della loro adorazione né dei loro canti di lode. Voleva soltanto guidarli sulla retta via per il loro stesso bene. Ma quando essi si allontanarono da Lui, anche Allah si disinteressò di loro. In seguito non concesse loro la guida né assunse la responsabilità di proteggerli; non li salvò dalla caduta nel baratro della distruzione e non impedì che la rovina si abbattesse su di loro. Infatti, essi stessi non avevano bisogno della Sua guida e della Sua protezione. (17)

(Arabo***************)

-Quando una guida giungeva agli uomini, nulla impediva loro di credervi se non questa loro domanda: «È forse Allah che ha inviato un essere umano come profeta?». Di’ loro: «Se sulla terra gli angeli avessero camminato tranquillamente, allora avremmo certamente inviato loro dal cielo un angelo come profeta». (Bani Israele: 94-95)

In altre parole, il compito di un profeta non consiste soltanto nel venire ad annunciare il messaggio di Dio. Il suo compito consiste anche nel riformare e correggere la vita umana secondo quel messaggio. Egli deve rendere la condizione degli uomini conforme ai principi fondamentali di quel messaggio. Deve manifestare concretamente quei principi nella propria vita. Deve sciogliere i nodi della mente e dell’animo delle innumerevoli persone, di natura e condizione diverse, che cercano di ascoltare e comprendere il suo messaggio. Deve organizzare coloro che accettano il suo messaggio e deve organizzarli e istruirli, affinché possa sorgere una società fondata sugli insegnamenti di quel messaggio. Deve lottare contro coloro che lo negano, gli si oppongono e creano ostacoli, affinché le forze che sostengono la corruzione siano sconfitte e siano indirizzate verso l’opera di riforma per la quale Allah l’Altissimo ha inviato i profeti. Poiché tutti questi compiti devono essere svolti tra gli uomini, chi altri avrebbe potuto essere inviato se non un essere umano? Al massimo, un angelo avrebbe potuto venire, trasmettere il messaggio e andarsene. Vivere tra gli uomini come un uomo, agire come un uomo e mostrare la riforma della vita umana secondo la volontà di Dio non era nelle possibilità di un angelo. Solo un essere umano poteva essere adatto a questo compito. (18)

(Arabo***************)

-O Muhammad, prima di te tutti i profeti che abbiamo inviato erano uomini, abitanti di queste stesse città, ai quali avevamo rivelato. (Giuseppe: 109)

Qui una grande questione è stata espressa in un’unica frase. Espressa in modo dettagliato, si potrebbe dire così:

O Profeta! Questa gente non presta attenzione alle tue parole perché pensa: come possiamo accettare ciò che si dice riguardo a un uomo che ieri è nato nella loro città, è cresciuto tra loro dall’infanzia fino alla giovinezza e dalla giovinezza fino alla vecchiaia, e del quale all’improvviso, un giorno, Dio avrebbe fatto il Suo messaggero?

Ma non è affatto una questione nuova, né è la prima volta che egli deve affrontarla nel mondo. Anche prima di lui Dio aveva inviato i Suoi profeti, ed essi erano tutti esseri umani. Inoltre, non è mai accaduto che uno sconosciuto comparisse all’improvviso in una città e dicesse: «Sono stato inviato come profeta». Tutti coloro che furono inviati per riformare e correggere gli uomini erano abitanti delle proprie rispettive città. Chi erano dunque il Messia, Mosè, Abramo e Noè, pace su tutti loro? Apparvero forse da qualche altro luogo, invece che dalle stesse città in cui erano nati? (19)

(Arabo****************)

È forse sembrato agli uomini una cosa così straordinaria che Noi abbiamo fatto scendere la rivelazione su uno di loro, affinché ammonisse l’umanità e desse ai credenti la lieta novella che presso il loro Signore spetta loro un autentico onore? (È forse per questo che) i miscredenti dissero: «Quest’uomo è manifestamente uno stregone»? In altre parole: che cosa c’è di sorprendente? Se per ammonire gli uomini non si dovesse incaricare un uomo, allora si dovrebbe incaricare un angelo, un jinn o un animale? E se l’uomo, trascurando la verità, conduce una vita sviata, forse non sarebbe sorprendente che il suo Creatore e Sostentatore lo lasciasse in quello stato, invece di predisporre un mezzo per guidarlo? Oppure non dovrebbe ricevere onore e dignità da parte di Dio, che egli potrebbe accettare o rifiutare? Pertanto, coloro che si meravigliano dovrebbero riflettere su ciò di cui si stanno meravigliando.

Quanto all’attribuire agli ammonitori l’appellativo di stregoni, essi dovrebbero chiedersi se questa accusa sia davvero applicabile a lui. Il fatto che una persona conquisti la mente e il cuore della gente attraverso un discorso di alto livello non basta per accusarla di praticare la magia. Bisogna esaminare ciò che dice nel suo discorso e per quale interesse utilizza la propria eloquenza. Poi bisogna considerare di che natura sia l’effetto del suo discorso sui credenti. L’oratore che usa il potere di un linguaggio incantatore per raggiungere scopi illeciti è un chiacchierone, sfrenato e irresponsabile. Senza curarsi della verità e dell’onestà, pronuncia parole capaci di affascinare gli ascoltatori, per quanto siano false, esagerate e prive di senso. Nelle sue parole, invece della saggezza, vi è qualcosa che inganna la gente. Al posto di pensieri ordinati e ben strutturati, vi sono incoerenza e disarmonia. Le sue parole non producono equilibrio, bensì squilibrio. Per avere la meglio, ricorre all’impudenza oppure somministra l’oppio dell’oratoria per far litigare e combattere gli uni contro gli altri e per incitare un gruppo contro un altro. Sotto la sua influenza non nasce nelle persone alcun valore morale, né si osserva nella loro vita alcun cambiamento benefico. Non prendono forma neppure pensieri retti o condizioni ambientali realmente virtuose. Al contrario, le persone continuano a manifestare un carattere ancora peggiore di prima. Ma qui vedete che nel messaggio presentato dal Profeta vi sono saggezza, un sistema di pensiero armonioso, il massimo equilibrio e una rigorosa adesione alla verità e alla sincerità. Ogni parola è ponderata e ogni espressione è estremamente preziosa. Nel suo discorso non potrete individuare altro scopo se non la riforma delle creature di Dio. In ciò che dice non si trova la minima traccia di interesse personale, familiare, nazionale o di qualsiasi altro interesse mondano. Egli desidera soltanto ammonire gli uomini sulle conseguenze nefaste della negligenza e dell’indifferenza in cui sono immersi e condurli su una via nella quale si trova il loro stesso bene. Inoltre, l’effetto del suo discorso è completamente diverso da quello prodotto dal discorso di chi usa un linguaggio incantatore. Chiunque ne abbia accolto l’influenza ha visto la propria vita ordinarsi. È diventato una persona di carattere più nobile di prima. Nel suo comportamento si sono manifestati segni di bene. Ora riflettete voi stessi: la magia parla forse in questo modo e può una magia produrre simili buoni risultati? (20)

(Arabo****************)

Abbiamo elevato alcuni profeti al di sopra di altri e abbiamo dato a Davide i Salmi. (Bani Isra’il: 55)

Nel contesto in cui queste parole sono state pronunciate, Davide (su di lui la pace) viene menzionato separatamente come destinatario dei Salmi perché era un re e, al tempo stesso, un profeta. I contemporanei del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) rifiutavano di riconoscere la sua profezia perché, secondo la loro concezione, egli aveva moglie e figli come la gente comune, mangiava e beveva, si recava al mercato per fare acquisti e svolgeva tutte quelle attività che gli altri uomini mondani compivano per le proprie necessità umane. Gli infedeli della Mecca dicevano: «Tu sei un uomo mondano. Che rapporto hai con il raggiungimento di Dio? Gli inviati di Dio sono forse coloro che non hanno alcuna consapevolezza delle necessità fisiche, che siedono appartati in un angolo immersi nella meditazione di Allah? Che relazione c’è tra lui e la preoccupazione per il riso e le lenticchie?». In risposta si afferma: che cosa potrebbe esserci di più mondano di un’amministrazione regale completa? Eppure a Davide (su di lui la pace) furono conferite la profezia e il Libro. (21)

(Arabo***************)

(O Profeta, dì loro:) «Io non sono un profeta senza precedenti. Non so che cosa sarà fatto a me, né che cosa sarà fatto a voi. Io seguo soltanto la rivelazione che mi è stata inviata e non sono altro che un ammonitore esplicito». (Al-Ahqaf: 9)

Il contesto di questa affermazione è il seguente: quando il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) si presentò come Messaggero di Dio, gli abitanti della Mecca iniziarono a muovergli critiche di ogni genere. Dicevano: «Che razza di messaggero è mai questo, che ha moglie e figli, va in giro per il mercato, mangia e beve e vive proprio come noi? In che cosa è speciale, al punto da essere diverso dalla gente comune, così che possiamo capire che Dio lo ha scelto in modo particolare come Suo Messaggero?». Poi dicevano: «Se Dio avesse davvero scelto quest’uomo come Messaggero, gli avrebbe mandato un angelo al suo servizio. Egli avrebbe proclamato che lui è il Messaggero di Dio e avrebbe frustato chiunque gli avesse mostrato anche la minima insolenza o irriverenza. Com’è possibile che Dio abbia nominato qualcuno Suo Messaggero e poi lo abbia lasciato indifeso, a vagare per i vicoli della Mecca e a sopportare ingiustizie e persecuzioni? Avrebbe potuto almeno costruire per il Suo Messaggero un palazzo regale e un giardino fiorito. Così sua moglie non si sarebbe trovata senza mezzi e costretta a patire la fame, né egli sarebbe rimasto senza una cavalcatura per recarsi a Ta’if».

Poi pretendevano dal Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) miracoli di ogni genere e gli chiedevano anche di conoscere il futuro. Secondo la loro concezione, essere il Messaggero di Dio significava possedere poteri sovrumani. Al semplice movimento di un dito, le montagne avrebbero dovuto spostarsi e i deserti trasformarsi in fertili campi verdi. Egli avrebbe dovuto conoscere tutto il passato, il presente e il futuro, e ogni cosa nascosta avrebbe dovuto essergli manifesta.

In risposta a queste accuse fu detto: «Dì loro: non sono un Messaggero senza precedenti. La mia nomina a Messaggero non è il primo evento nella storia del mondo, tanto da rendervi difficile capire che cosa sia e che cosa non sia un messaggero. Prima di me sono venuti molti messaggeri; io non sono diverso da loro. È mai venuto al mondo un profeta o messaggero che non avesse moglie e figli o che non vivesse come la gente comune? A quale messaggero è disceso un angelo che proclamasse la sua missione profetica e lo precedesse tenendo in mano un bastone? Per quale messaggero furono costruiti palazzi regali e giardini? E quale messaggero non subì persecuzioni per invitare la gente verso Dio, come è accaduto a me? È mai esistito un messaggero capace di compiere miracoli di propria iniziativa e di conoscere ogni cosa per propria scienza? Da dove traete dunque questo criterio senza precedenti per verificare la mia missione?»

In risposta fu detto loro anche: «Non so che cosa mi accadrà domani, né che cosa accadrà a voi. Io seguo soltanto la rivelazione che mi viene inviata. In altre parole, non sono un indovino, tale che tutto il passato, il presente e il futuro mi siano chiari e che io conosca ogni cosa del mondo. Il vostro futuro, per non parlare del resto, è a me ignoto persino il mio stesso futuro. So soltanto ciò di cui mi viene data conoscenza attraverso la rivelazione. Quando mai ho preteso di possedere una conoscenza ulteriore? È mai esistito al mondo un messaggero dotato di tali capacità profetiche, perché voi mettiate alla prova la mia missione verificando la mia conoscenza del futuro? Da quando è compito di un messaggero ritrovare gli oggetti smarriti, dire se una donna incinta partorirà un maschio o una femmina, oppure annunciare se un malato guarirà o morirà?» (22)

Perché il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) fu scelto come profeta?

La loro seconda obiezione era questa: «Se Dio aveva davvero bisogno di inviare un profeta e doveva scegliere qualcuno tra gli uomini, non si trovò forse che proprio Muhammad ibn Abd Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) fosse l’unico tra noi? Erano forse morti tutti i personaggi importanti della Mecca e di Ta’if, tanto che non si poté sceglierne uno tra loro?». Questa era la loro opinione.

(ARABO***********)

«Tra noi c’era forse soltanto quest’unico uomo al quale fu fatta discendere l’Ammonimento (l’esortazione di Dio)?» (Sad: 8)

(Arabo***************)

—E dicono: «Perché questo Corano non è stato fatto scendere su uno dei più eminenti uomini delle due città? Distribuiscono forse costoro la misericordia del tuo Signore? Siamo Noi a distribuire tra loro i mezzi di sostentamento della vita terrena e ad elevare alcuni di loro al di sopra degli altri in grado, affinché gli uni possano servirsi degli altri. E la misericordia del tuo Signore è migliore delle ricchezze che questi grandi accumulano». (Az-Zukhruf: 31-32)

Con «le due città» si intendono Mecca e Ta’if. L’argomentazione dei miscredenti era questa: se davvero Dio avesse avuto bisogno di inviare un messaggero e avesse voluto far scendere su di lui il Suo Libro, avrebbe scelto per questo compito un personaggio eminente di una delle nostre due città. Per fare di lui un messaggero, Allah avrebbe scelto un uomo nato orfano, che non aveva ricevuto alcuna eredità? Trascorse la giovinezza pascolando le capre e ora vive commerciando con il denaro della moglie. Non è né un capo tribù né il leader di una famiglia. A Mecca non c’erano forse capi famosi come Walid ibn al-Mughira e Utba ibn Rabi’a? E a Ta’if non c’erano forse uomini facoltosi come Urwa ibn Mas’ud, Habib ibn Amr, Kinana ibn Abd Amr e Abid ibn Ya’lal? Queste erano le loro argomentazioni. All’inizio non erano neppure disposti ad ammettere che un uomo potesse essere un messaggero. Ma quando il Corano confutò ripetutamente questa loro concezione con argomenti e fu detto loro che, da sempre, i messaggeri erano stati uomini e che per guidare gli uomini poteva essere inviato come messaggero soltanto un uomo, non qualcun altro; e che nessun messaggero venuto al mondo era disceso all’improvviso dal cielo, bensì era nato in un abitato umano, si muoveva nei mercati, aveva moglie e figli e non era esente dal mangiare e dal bere, allora cambiarono tattica e cominciarono a dire: «Va bene, sia pure un uomo il messaggero. Ma certamente dovrebbe essere un grande personaggio: ricco, influente, a capo di un gruppo, dotato di enorme prestigio tra la gente. Come potrebbe Muhammad ibn Abd Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, essere adatto a tale dignità?»

In risposta a queste accuse sono state dette, in poche parole, alcune cose importanti.

Primo: è forse stata affidata a costoro la responsabilità di distribuire la misericordia del tuo Signore? Sono forse loro a decidere su chi Allah riverserà la Sua misericordia e su chi non la riverserà? (Qui per misericordia si intende la Sua misericordia generale, della quale ognuno riceve una parte.)

Secondo: la profezia è una questione di enorme importanza. Anche la responsabilità di distribuire tutti i mezzi ordinari necessari alla vita terrena l’abbiamo tenuta nelle Nostre mani; non l’abbiamo affidata a nessun altro. Creiamo alcuni belli e altri brutti, alcuni dalla parola dolce e altri dalla parola aspra, alcuni sani e altri disabili, ciechi o sordi; alcuni ricchi e altri poveri; alcuni appartenenti a una nazione elevata, altri schiavi o appartenenti a una nazione arretrata. Nessuno può intervenire neppure minimamente nella determinazione di questa sorte innata. Chi abbiamo fatto in un certo modo deve essere ciò che è. E nessuno ha la capacità di cambiare qualunque effetto queste diverse condizioni innate producano nel destino di una persona. Siamo Noi a distribuire tra gli uomini anche i mezzi di sostentamento, la forza, l’onore, la fama, le ricchezze, il potere di governare e così via. Se da parte Nostra eleviamo la sorte di qualcuno, nessuno può sconvolgerla; e quando da parte Nostra giunge la rovina di qualcuno, nessuno può salvarlo. Di fronte alla Nostra decisione falliscono tutte le astuzie, gli sforzi e gli espedienti degli uomini. In questo ordinamento divino universale, costoro pretendono forse di decidere chi il Signore dell’universo debba nominare Suo profeta e chi no?

Terzo: in questo ordinamento divino è stato stabilito come regola permanente che non si debba dare tutto a una sola persona né tutto a tutti. Guardate con gli occhi aperti: in ogni ambito vedrete tra gli uomini soltanto differenze. Se a qualcuno abbiamo dato una cosa, lo abbiamo privato di un’altra e quella l’abbiamo data a qualcun altro. Ciò è stato fatto con la saggezza che nessun uomo fosse indipendente dagli altri; al contrario, ognuno dipende dagli altri per qualche aspetto. Come ha potuto allora impadronirsi di voi l’idea così insensata che a colui al quale abbiamo dato autorità e potere debba essere concessa anche la profezia? Direte forse anche che l’intelligenza, la conoscenza, la ricchezza, la bellezza, la forza, il potere dello Stato e tutte le altre qualità debbano essere riunite nella stessa persona, e che a chi non ha ricevuto una cosa non debba essere data neppure alcun’altra?

Nell’ultima frase, «la misericordia del Signore» indica il suo significato particolare, cioè la profezia. Il senso è questo: voi considerate grandi i vostri ricchi per la loro ricchezza, personalità, influenza e prestigio, ma quella ricchezza non è paragonabile a quella che è stata concessa a Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. La ricchezza conferita a lui è di gran lunga superiore a quella loro, e il criterio di tale dignità è un altro. Se pensate che ognuno di voi, in quanto persona influente e prestigiosa, sia degno di essere il più grande dei profeti, ciò rappresenta il culmine del degrado della vostra mentalità. Perché vi aspettate da Allah una simile stoltezza? (23)

(Arabo*******************)

—In verità, i cuori di coloro che discutono riguardo ai versetti di Allah senza alcuna autorità o prova giunta loro sono pieni di superbia e arroganza. Tuttavia, non potranno mai raggiungere la grandezza di cui si vantano. Cerca dunque rifugio presso Allah. Egli vede e ascolta ogni cosa. (Mu’min: 6=56)

In altre parole, la vera ragione della loro opposizione irrazionale e delle loro polemiche insensate non è che, non comprendendo le verità e gli insegnamenti benefici contenuti nei versetti di Allah l’Altissimo loro presentati, li stiano esaminando con buone intenzioni per comprenderli. Al contrario, la vera ragione del loro comportamento è che il loro orgoglio personale non è disposto ad accettare che, mentre loro sono ancora in vita, debbano riconoscere in Arabia la leadership di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, rispetto al quale essi si ritengono maggiormente degni di guidare. Per questo stanno impiegando tutte le loro forze affinché la parola del Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non prevalga in alcun modo. A tale scopo non esiteranno ad adottare neppure i mezzi più vili. Ma colui che Allah ha elevato rimarrà elevato. E lo sforzo di questa gente meschina per mantenere la propria grandezza finirà infine nel fallimento. (24)

(Arabo*****************)

—Egli fa discendere questo Spirito, cioè la rivelazione della profezia, su chi vuole, per Suo comando, tramite gli angeli. (Nahl: 2)

Questa è la risposta alle scuse e alle obiezioni che i miscredenti sollevavano riguardo al Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Dicevano: se Dio doveva inviare un profeta, Muhammad ibn Abdullah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, era forse l’unico uomo disponibile? Erano forse morti tutti i grandi capi della Mecca e di Ta’if, così che Dio non rivolse lo sguardo verso nessuno di loro? Quale altra risposta si sarebbe potuta dare a obiezioni e accuse così insensate? Una risposta di questo tipo è stata data in diversi passi del Corano: Dio conosce da Sé la Sua opera. Non ha bisogno di consultarsi con voi. Tra i Suoi servi, sceglie per la Sua missione colui che ritiene idoneo. (25)

Se le sue parole fossero state vere, i grandi uomini della nazione avrebbero creduto

(Arabo***************)

—Coloro che hanno rifiutato di accettarlo dicono ai credenti: «Se costui fosse nel giusto, queste persone non ci avrebbero preceduti in questa faccenda». Poiché non hanno potuto accogliere la retta guida, ora diranno certamente: «Questa non è altro che una vecchia menzogna». (al-Ahqaf: 11)

Questa era una delle argomentazioni addotte dai capi dei Quraysh per incitare la gente contro il Profeta (pace e benedizioni su di lui). Essi dicevano: se questo Corano fosse stato vero e il Profeta (pace e benedizioni su di lui) avesse invitato la gente alla verità, i capi della comunità, i capi tribali e le persone rispettabili si sarebbero fatti avanti per accettarlo. Com’è possibile che alcuni ragazzi inesperti e alcuni schiavi di infimo rango abbiano accettato una cosa ragionevole, mentre i grandi uomini della nazione, esperti e famosi in tutto il mondo, sulle cui conoscenze, intelligenza e capacità di giudizio la comunità riponeva la propria fiducia, l’abbiano rifiutata? Con questo argomento ingannevole cercavano di instillare nella gente la convinzione che nella nuova predicazione dovesse esserci certamente qualcosa di malvagio. Era proprio per questo che i grandi uomini della nazione non l’accettavano. Pertanto, anche voi dovevate starne lontani.

Tutto ciò che è stato esaminato significa che queste persone avevano stabilito se stesse come criterio per distinguere la verità dalla falsità. Ritenevano che ciò che non avessero accettato come retta guida dovesse necessariamente essere traviamento. Tuttavia non osavano definirlo una menzogna inedita, perché anche i profeti precedenti (pace su di loro) avevano continuato a presentare proprio questo insegnamento. Inoltre, tutti i Libri celesti in possesso della Gente della Scrittura sono colmi di questa dottrina, di questa fede e di questa retta guida. Per questo quelle persone lo definivano una menzogna antica o logora. Ai loro occhi, coloro che per migliaia di anni avevano presentato queste verità e le avevano seguite sembravano privi di conoscenza e discernimento. Come se gli unici dotati di sapere, intelligenza e raziocinio fossero loro. (26)

Secondo la narrazione di Ibn Abbas (che Dio sia soddisfatto di lui), i capi dei Quraysh dicevano al Profeta (pace e benedizioni su di lui): «Persone come Bilal (che Dio sia soddisfatto di lui), Suhayb (che Dio sia soddisfatto di lui), Ambar (che Dio sia soddisfatto di lui), Khabbab (che Dio sia soddisfatto di lui) e Ibn Mas’ud (che Dio sia soddisfatto di lui) frequentano la tua compagnia. Noi non possiamo sederci insieme a loro. Allontanali; allora potremo venire da te e sapere che cosa vuoi dire». Dopo aver ricevuto la lettera del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), l’imperatore romano Cesare Eraclio convocò Abu Sufyan e gli pose alcune domande sul Profeta (pace e benedizioni su di lui). Tra le cose che Abu Sufyan disse in risposta vi fu anche questa:

(Arabo*************)

«Tra noi, le persone deboli e appartenenti alle classi più povere accettano di seguirlo». In altre parole, il loro modo di pensare sembrava essere questo: è vero soltanto ciò che i grandi della nazione riconoscono come vero. Secondo loro, infatti, erano gli unici a possedere conoscenza e intelligenza. Quanto ai poveri e ai nullatenenti, il fatto stesso che fossero privi di ricchezze dimostrava che erano stolti e privi di discernimento. Pertanto, accettare una qualunque loro parola e respingerla quando proveniva dai ricchi significava che essa era del tutto priva di senso.

Proprio parole di questo genere furono rivolte a Noè (pace su di lui) dai capi del suo popolo. Dicevano, in sostanza: «Le persone della classe più spregevole della società ti seguono. In una situazione simile, possiamo forse seguirti noi?». Nella sura Hud, versetto 27, le loro parole sono riportate così: «Vediamo infatti che a seguirti sono soltanto coloro che, senza comprendere, sono i più spregevoli tra noi». (27)

L’accusa rivolta al Profeta (pace e benedizioni su di lui) di voler imporre la propria supremazia

Nella sura Ṣād viene menzionato che una volta, quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) espose il suo invito ai capi dei Quraysh, la gente riunita, insieme alle altre accuse, disse anche questo:

(Arabo*************)

—Questa dichiarazione viene fatta con un altro scopo. In altre parole, questo invito viene rivolto affinché diventiamo seguaci di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ed egli eserciti il suo dominio su di noi. (28)

È chiaro che si trattava di una pura accusa, priva di qualsiasi fondamento se non l’incredulità. Perciò, senza darle alcuna risposta, il Corano ha detto che anche in tempi antichi accuse di questo genere furono rivolte ai servi di Allah che erano apparsi per riformare e correggere l’umanità. Per esempio, i dignitari del Faraone dissero ad Hadrat Mosè (pace su di lui) e ad Hadrat Aronne (pace su di lui):

(Arabo******************)

—O Mosè! Sei forse venuto per allontanarci dalle usanze e dalle tradizioni nelle quali abbiamo trovato i nostri antenati, e affinché il dominio di voi due fratelli si affermi sulla terra? (Yunus: 7)

Questo dissero a Hadrat Noè (pace su di lui) i notabili della sua gente:

(Arabo**************)

— Quest’uomo non è altro che un essere umano come voi; vuole affermare il proprio dominio su di voi. (Al-Mu’minun: 24)

Una delle armi più antiche di coloro che si oppongono alla verità è accusare chiunque tenti di riformare e correggere le cose, dicendo: «Nient’altro: costui aspira soltanto a conquistare il potere».

Questa stessa accusa fu rivolta dal Faraone al profeta Mosè (pace su di lui) e al profeta Aronne (pace su di lui). Egli diceva: «Siete scesi in campo perché il vostro dominio si stabilisca nel paese». Anche contro il profeta Gesù (pace su di lui) fu rivolta l’accusa che quell’uomo volesse diventare re degli ebrei. I capi dei Quraysh nutrivano lo stesso sospetto riguardo al profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). In effetti, in diverse occasioni cercarono di venire a patti con il Profeta (pace e benedizioni su di lui), dicendogli: «Se aspiri al potere, abbandona l’opposizione ed entra nel gruppo di coloro che detengono il potere. Allora ti faremo re».

La realtà è che per coloro che dedicano tutte le proprie energie, per tutta la vita, al mondo, ai suoi piaceri e al prestigio e all’influenza, è assai difficile, anzi impossibile, concepire che su questa terra qualcuno possa consacrare la propria vita con sincerità e disinteresse al bene degli esseri umani. Poiché essi presentano giorno e notte al popolo false promesse di bene comune, accompagnate da slogan ingannevoli e accattivanti, al fine di consolidare il proprio potere e la propria influenza, la menzogna e l’inganno diventano per loro qualcosa di naturale; ritengono quindi che non si possa nemmeno parlare di bene comune con verità e sincerità, senza ricorrere all’inganno e alla frode. Chiunque pronunci queste parole, deve certamente essere uno come loro. La cosa curiosa è che l’accusa di «aspirare al potere» nei confronti dei riformatori sociali è stata sempre mossa proprio dai gruppi al potere e dai loro servili adulatori. Il potere di cui sono entrati in possesso sembra loro un diritto ereditario. Non si può muovere alcuna accusa contro qualunque cosa facciano per ottenerlo e per rimanere sul trono.

Qui bisogna comprendere bene che chiunque lotti per eliminare i difetti e le deviazioni dell’attuale sistema di vita e proponga, per affrontarli, una visione e un ordinamento riformatori, deve necessariamente cercare di rimuovere qualunque forza ostacoli il cammino della riforma e portare al potere quelle forze che siano in grado di attuare la visione e l’ordinamento riformatori. Inoltre, quando la predicazione di persone di questo genere avrà successo, ne conseguirà naturalmente che esse acquisiranno la dignità di guidare il popolo. A quel punto, le chiavi del potere del nuovo ordinamento saranno nelle loro mani oppure nelle mani dei loro sostenitori e seguaci. Tra i profeti e i riformatori del mondo, chi mai non aveva lo scopo di attuare concretamente il proprio messaggio? E chi mai ha visto il successo del proprio messaggio senza essere effettivamente insediato in una posizione di guida? È forse sufficiente accusarlo di aver aspirato al potere e di aver avuto come vero obiettivo la conquista della leadership che ora ha ottenuto? Nessuno, se non un nemico della verità mosso dall’odio, potrà rispondere affermativamente. La verità è che impadronirsi del potere per interesse personale e impadronirsene per una grande causa sono due cose distanti come il cielo e la terra, così come sono differenti il pugnale di un bandito e il bisturi di un medico-chirurgo. Se qualcuno considerasse equivalenti il bandito e il medico, ciò rivelerebbe un difetto della sua mente. Altrimenti, la differenza tra le loro intenzioni, i loro metodi e il loro ruolo è così enorme che nessuna persona dotata di buon senso può confondere il bandito con un bandito e il medico con un medico. (30)

Lo stesso comportamento fu tenuto nei confronti del profeta Hud (pace su di lui). Anche i notabili della sua gente si rivolsero al popolo dicendo:

(ARABO*****************)

— Quest’uomo non è altro che un essere umano come voi. Mangia ciò che mangiate voi e beve ciò che bevete voi. Se dunque obbedite a un essere umano come voi, sarete certamente perduti. (Al-Mu’minun: 33-34)

Quando i capi della comunità temevano che la gente comune sarebbe stata influenzata dalla personalità pura e immacolata del profeta e dalle sue parole affascinanti, come avrebbero potuto continuare a funzionare i nostri raggiri? Per questo continuavano a confondere il popolo con discorsi di questo genere. Dicevano: «Qui non c’è nulla di profetico o simile da parte di Dio; egli dice tutto questo soltanto perché è assetato di potere». Fratelli, riflettete un momento: in che cosa quest’uomo è diverso da voi? È un essere umano fatto di carne e sangue, proprio come voi. Tra voi e lui non c’è alcuna differenza. Perché allora dovrebbe diventare un signore e voi dovreste obbedire ai suoi ordini?

Dalle loro campagne di propaganda emergeva come verità universalmente accettata che, pur essendo uomini, noi dovessimo necessariamente essere i vostri capi o notabili della società. Non c’era proprio motivo di considerare il fatto che anche noi siamo fatti di carne e sangue e mangiamo e beviamo. La questione in esame non era il nostro predominio, perché quello era già stabilito di per sé e riconosciuto da tutti. La questione era questa nuova autorità, questo nuovo predominio che sembrava sul punto di instaurarsi.

Le loro parole, dunque, non erano diverse da quelle dei notabili del popolo di Noè. Se vi era qualcosa di inaccettabile ai loro occhi, era la «fame di potere» che percepivano, o temevano di percepire, in un nuovo arrivato. Quanto ai loro ventri, invece, pensavano che il potere fosse il loro appetito naturale; e se provocava anche indigestione, non c’era nulla di male. (31)

L’accusa contro il Profeta secondo cui era un indovino e che Satana si recava da lui

I miscredenti della Mecca accusavano Muhammad (s.a.) di essere un indovino. Dicevano inoltre che il Corano da lui presentato non gli veniva portato da un angelo, bensì da Satana. In diversi passi del Corano è stata data risposta a questa accusa.

(Arabo****************)

—Dunque, o Profeta, continua a esortare. Per la grazia del tuo Signore, tu non sei né un indovino né un folle. (At-Tur: 29)

Nella lingua araba, kāhin (***) viene usato con i significati di indovino, profeta del futuro, persona molto astuta e simili. Nell’epoca dell’ignoranza era una professione stabile. I kāhin sostenevano, e anche le persone deboli di mente credevano, che fossero indovini o che avessero rapporti speciali con gli spiriti e con i jinn e i demoni, grazie ai quali potevano conoscere il futuro o i segreti. Se si smarriva qualcosa, potevano dire dove si trovasse. Se veniva rubato qualcosa, indicavano chi fosse il ladro. Se qualcuno chiedeva quale fosse il proprio destino, gli dicevano ciò che vi era scritto. Per questi scopi la gente si recava da loro, ed essi, ricevendo qualche offerta, rivelavano loro notizie dell’invisibile. I kāhin stessi si aggiravano per le città proclamandosi ad alta voce, affinché la gente potesse ricorrere a loro. Indossavano abiti particolari, grazie ai quali potevano essere riconosciuti distintamente. Anche il loro linguaggio era diverso da quello comune. Parlavanо con una voce melodiosa e ritmata come la poesia e, generalmente, usavano un linguaggio tanto oscuro che ciascuno finiva per comprendervi ciò che desiderava nel proprio animo. I capi dei Quraysh accusavano il Profeta (s.a.) di essere un kāhin o un indovino per ingannare la gente, poiché egli riferiva informazioni e verità nascoste, al di là della percezione umana. Il Profeta (s.a.) sosteneva che un angelo inviato da Dio scendeva presso di lui con la rivelazione e che anche il messaggio divino da lui presentato era ritmato e melodioso. Tuttavia nessun arabo si lasciava ingannare da questa accusa, perché la professione degli indovini e degli astrologi, il loro abbigliamento, il loro linguaggio e le loro pratiche non erano ignoti a nessuno. Tutti sapevano che cosa facessero, per quale scopo la gente si recasse da loro, che cosa dicessero, com’erano le loro parole ritmate e a quali argomenti si riferissero. Soprattutto, il compito di un indovino non poteva certamente consistere nel presentarsi con una fede diversa da quella religiosa dominante nella società, dedicarsi giorno e notte alla sua predicazione e diffusione e finire, come conseguenza, per avere contro di sé l’intera nazione. Perciò l’accusa rivolta al Messaggero di Allah (s.a.) di essere un indovino o un astrologo non poteva in alcun modo risultare convincente. Per questo non fu ritenuto necessario presentare alcun argomento per confutarla: era contraddittoria in sé. Si ritenne sufficiente dire soltanto: «O Profeta, senza curarti delle loro accuse, ammonisci la gente perché non trascuri i propri doveri e informala della verità autentica. Tu non sei né un indovino né un folle». (32)

(Arabo****************)

—e non è la parola di alcun Satana scacciato. Dunque, verso quale direzione vi state dirigendo? (At-Takwir: 25-26)

In altre parole, è errata la vostra idea secondo cui un Satana viene a soffiare queste parole nell’orecchio del Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui). Come potrebbe Satana compiere un’azione simile, liberando gli uomini dallo shirk, dal politeismo, dal materialismo e dall’ateismo per insegnare loro l’adorazione di Dio e il tawhid? Invece di lasciarli vivere senza freni, potrebbe forse suscitare in loro il senso della responsabilità, del dovere e del rendiconto davanti a Dio? Potrebbe forse distoglierli dai costumi dell’ignoranza, dall’oppressione, dall’immoralità e dalla malvagità, guidandoli verso una vita pura, la giustizia, il timore di Dio e un carattere nobile? (33)

(Arabo***************)

Questo Libro non è stato fatto scendere per mezzo di Satana. Un simile compito non gli si addice, né egli è capace di compierlo. Egli è stato tenuto lontano persino dall’ascoltarlo. (Ash-Shu‘ara’: 210-212)

La grande difficoltà della campagna di menzogne che gli infedeli dei Quraysh avevano avviato contro il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) consisteva nel fatto che davanti alla gente venivano presentate, sotto forma di Corano, parole straordinarie che penetravano nel profondo dei cuori; come si poteva spiegare tutto ciò? Essi non avevano alcun mezzo per impedire la sua diffusione tra la gente. Il problema principale era ora quale espediente adottare per creare idee false sul Corano e proteggere le persone dalla sua influenza. In questa loro situazione imbarazzante, tra le accuse che diffondevano fra la gente ve n’era una secondo cui Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui), che Dio ci protegga, era un indovino e, come ogni comune indovino, Satana gli faceva penetrare queste parole nella mente. Essi consideravano questa accusa la loro arma più efficace. Ritenevano che nessuno avesse modo di verificare se quelle parole venissero portate da un angelo oppure da Satana. E se qualcuno avesse voluto negare che esse fossero state ispirate da Satana, come avrebbe potuto farlo?

A questo proposito Allah l’Altissimo dice che tali parole e questi contenuti non potrebbero mai uscire dalla bocca di Satana. Chi possiede intelletto e coscienza può comprendere da sé: le parole trasmesse dal Corano potrebbero mai provenire da Satana? Non avete forse indovini nel vostro villaggio? Non ascoltate ciò che dicono dopo aver stabilito un contatto con i jinn e i satana? Avete mai sentito dire che un Satana, per mezzo di un indovino, abbia insegnato agli uomini l’adorazione di Dio e il timore di Dio? Che li abbia trattenuti dallo shirk e dal politeismo? Che abbia dato loro il buon consiglio della sincerità, della veridicità e del buon comportamento verso gli altri? È mai stata questa la disposizione naturale di Satana? La disposizione dei satana è invece quella di seminare discordia e disordine tra gli uomini e di incoraggiarli alla dissolutezza. Le persone si recano dagli indovini e dagli astrologi che mantengono rapporti e contatti con Satana per sapere se l’innamorato riuscirà a ottenere la sua amata, quale mossa sarà vantaggiosa nel gioco d’azzardo, quale strategia adottare per sconfiggere il nemico, oppure chi abbia rubato il cammello di una certa persona. Al di là di simili attività, gli indovini e i satana che li sostengono hanno mai pensato di riformare e correggere gli uomini, insegnare loro le opere buone o eliminare la corruzione? Anche se Satana lo volesse, è al di là delle sue possibilità assumere, anche solo per un breve momento, il ruolo di autentico maestro e riformatore degli uomini e insegnare la verità e il bene che il Corano insegna. Anche se assumono un simile aspetto per ingannare, le loro azioni non possono essere tanto pure da non rivelare la loro ignoranza e la loro nascosta natura satanica.

Nella vita e negli insegnamenti di chi è diventato una guida religiosa ricevendo ispirazione da Satana si manifesteranno inevitabilmente intenzioni malvagie, scopi disonesti e bassezze morali. Satana non può mai infondere in qualcuno una sincerità incontaminata e una bontà genuina, né coloro che mantengono rapporti e contatti con Satana possono possedere tali qualità.

In seguito è stato detto che, quando il Corano viene fatto penetrare nel cuore mediante la rivelazione, altro che un intervento di Satana: nel momento in cui l’angelo Gabriele, da parte di Allah, procede con il Corano e lo fa discendere nel cuore del Profeta Muhammad, la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui, Satana non ha alcuna possibilità di ascoltare di nascosto, in nessun momento e da nessun luogo, dall’inizio alla fine. Non può neppure sbirciare da qualche parte nei dintorni per ascoltare alcune parole e riferire in anticipo ai suoi amici: “Oggi Muhammad, la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui, sta trasmettendo questo messaggio” oppure “Nel suo discorso verrà menzionato questo o quell’argomento”. (34)

L’accusa secondo cui qualcuno gli insegnava e gli dettava ciò che doveva recitare

Da una parte gli infedeli dei Quraysh dicevano che, Dio non voglia, Satana instillava il Corano nella mente del Profeta, la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui; dall’altra, avanzavano l’accusa esattamente opposta, sostenendo che egli presentasse questo Corano dopo averlo imparato e studiato presso qualcun altro.

(Arabo*****************)

—Poi voltarono le spalle al Messaggero e dissero: “Questi non è altro che un pazzo a cui è stato insegnato e dettato ciò che deve recitare”. —(Dukhān: 14)

Il senso delle loro parole era questo: quel pover’uomo era una persona semplice e ingenua. Alcuni altri lo avevano fatto cadere nella trappola dell’inganno. In segreto componevano qualcosa spacciandolo per versetti del Corano e glielo facevano imparare. Poi egli si presentava davanti alla gente comune e lo esponeva. Quelli se ne stavano seduti a divertirsi, mentre quel pover’uomo continuava a ricevere insulti e pietre. In questo modo, con simili parole fuorvianti, annullavano tutte le argomentazioni e le prove, gli ammonimenti benevoli e gli insegnamenti che il Messaggero di Allah, la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui, aveva presentato loro per anni. Non prestavano alcuna attenzione alle parole giuste contenute nel Corano; né consideravano quale fosse il rango dell’uomo che presentava tali argomenti; e, quando muovevano le loro accuse, non si davano nemmeno la pena di riflettere su quali assurdità stessero dicendo. Il fatto è che, se ci fosse stato qualcuno che gli insegnava e gli dettava ciò che doveva recitare da dietro una tenda, come avrebbe potuto ciò rimanere nascosto a Khadīja, che Allah sia soddisfatto di lei, ad Abū Bakr, che Allah sia soddisfatto di lui, ad ʿAlī, che Allah sia soddisfatto di lui, a Zayd ibn Ḥāritha, che Allah sia soddisfatto di lui, e a tanti altri tra i primi musulmani? Nessuno era più vicino a loro e compagno costante del Messaggero, la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui. Quale ragione ci sarebbe stata, allora, perché proprio queste persone diventassero i suoi più ferventi devoti e seguaci? In realtà, se l’attività profetica fosse stata condotta grazie all’insegnamento e alle istruzioni impartitegli da qualcun altro da dietro una tenda, proprio queste persone sarebbero state i suoi più accaniti oppositori.

(Arabo******************)

—Sappiamo che essi dicono: “Qualcuno insegna e detta ciò che deve recitare a quest’uomo”. Eppure la lingua di colui al quale alludono è non araba, mentre questa è una lingua araba chiara. (Naḥl: 103)

Nel racconto vengono menzionati i nomi di diverse persone, riguardo a una delle quali i miscredenti della Mecca ritenevano che istruisse e preparasse il Profeta (pace e benedizioni su di lui). In una narrazione il suo nome è indicato come Jabar, uno schiavo romano di ʿAmir ibn al-Hadrami. In un’altra narrazione si parla di uno schiavo di Huwaitib ibn ʿAbd al-ʿUzza, il cui nome era ʿAʾish o Yaʿish. In un’altra ancora viene menzionato il nome di Yasar, la cui kunya era Abu Fukaifa. Era lo schiavo ebreo di una donna meccana. In un’altra narrazione viene menzionato uno schiavo romano di nome Balʿan o al-Aʿlam. Chiunque di loro fosse, i miscredenti della Mecca vedevano che leggeva la Torah e il Vangelo e che incontrava il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Per questo lo accusavano senza esitazione, sostenendo che in realtà fosse lui a comporre il Corano e che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) lo presentasse a nome di Dio come se provenisse da lui stesso. Da ciò non si può soltanto comprendere quanto fossero impavidi gli avversari del Profeta nel calunniarlo; si apprende anche quanto ingiustamente gli uomini valutino la statura dei propri contemporanei. Davanti a loro si trovava una personalità gigantesca della storia umana, senza pari in alcun luogo del mondo di allora e senza pari ancora oggi. Eppure, rispetto a lui, agli uomini privi di conoscenza, intelletto e coscienza sembrava più qualificato uno schiavo non arabo per tutto ciò che riusciva a leggere della Torah e del Vangelo. Essi immaginavano che quella preziosa gemma emanasse luce da quel carbone. (36)

La prova evidente che il Santo Profeta era destinatario della rivelazione

Dopo aver narrato nel glorioso Corano la storia del profeta Mosè (pace su di lui), in un passo Dio l’Altissimo dice:

O Profeta! Tu non eri presente nell’angolo occidentale di quel luogo (ai piedi del monte Sinai) quando concedemmo a Mosè questo decreto della Legge, né eri tra i testimoni oculari di quell’evento. Ma da allora fino al tuo tempo abbiamo creato molte generazioni umane e dopo di esse sono trascorsi lunghi periodi. Non eri neppure tra gli abitanti di Madyan, intento a recitare loro i Nostri versetti; siamo Noi a farti giungere le notizie di quegli eventi. Non eri ai piedi del monte quando chiamammo Mosè per la prima volta. Ma questa è una misericordia del tuo Signore: ti vengono fornite queste informazioni affinché tu possa ammonire un popolo al quale, prima di te, non era giunto alcun ammonitore. (al-Qasas: 44-46)

Queste tre affermazioni sono state presentate come prova della profezia del Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui), poiché non esiste altro modo, oltre alla rivelazione divina, per conoscere tali informazioni. Quando questa affermazione fu pronunciata nel Corano, tutti i notabili della Mecca e i comuni miscredenti erano fermamente decisi a dimostrare con ogni mezzo che egli non era un profeta e, Dio non voglia, che era un falso profeta. A loro sostegno erano presenti nei centri abitati dell’Hegiaz dotti ebrei e monaci cristiani. Tuttavia il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non era venuto da un cielo lontano a recitare questo Corano; era invece un abitante della stessa Mecca. Ai suoi concittadini e ai membri della sua tribù non era ignoto neppure un aspetto della sua vita. Perciò, quando il Messaggero di Dio (pace e benedizioni su di lui) presentò queste tre affermazioni come prova della propria profezia, con il linguaggio di una sfida aperta, nessuno della Mecca, dell’Hegiaz o dell’intera Arabia poté alzarsi e pronunciare quelle assurdità che oggi pronunciano gli orientalisti ostili all’Islam. Non erano certo inferiori a costoro nell’inventare menzogne; ma come avrebbero potuto raccontare una menzogna così palese, che non avrebbe resistito neppure per un istante? Come avrebbero potuto dire: «O Muhammad (pace e benedizioni su di lui), hai raccolto queste informazioni da questo o quel sapiente ebreo e da questi o quei monaci cristiani»? Infatti non erano in grado di indicare in tutto il paese neppure il nome di una sola persona a tale scopo. Non appena avessero fatto il nome di qualcuno, sarebbe stato immediatamente dimostrato che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) non aveva raccolto da lui alcuna informazione. Come avrebbero potuto dire: «O Muhammad (pace e benedizioni su di lui), possiedi una biblioteca di storia, scienze e letteratura antiche, con l’aiuto della quale pronunci questi discorsi»? Perché, biblioteca a parte, non si sarebbe potuto trovare neppure un pezzo di carta nei dintorni di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sul quale fossero scritte tali informazioni. Tutti, giovani e vecchi, uomini e donne della Mecca sapevano che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) era analfabeta; nessuno avrebbe potuto sostenere che si fosse servito di interpreti che gli traducessero libri persiani, siriaci e greci. Inoltre, neppure il più spudorato tra loro avrebbe osato affermare che avesse acquisito tali informazioni durante i suoi viaggi commerciali in Siria e Palestina. Quei viaggi, infatti, non erano stati compiuti da solo: le carovane commerciali della Mecca accompagnavano Muhammad (pace e benedizioni su di lui) in ogni viaggio. Se qualcuno avesse avanzato una simile pretesa, centinaia di testimoni ancora viventi avrebbero attestato che egli non aveva ricevuto alcun insegnamento da nessuno laggiù. Inoltre, appena due anni dopo la sua morte, i musulmani iniziarono a combattere contro l’Impero romano. Se qualcuno avesse falsamente affermato che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva conversato con un monaco cristiano o con un rabbino ebreo della Siria e della Palestina, l’Impero romano non avrebbe esitato a ingigantire la cosa e a propagandare che Muhammad, Dio non voglia, aveva appreso tutto lì e poi era tornato alla Mecca per proclamarsi profeta. In breve, in quel tempo la sfida del Corano equivaleva per i miscredenti e gli associatori coreisciti al rintocco della campana della morte, e la necessità di respingerla come falsa era molte volte maggiore di quella degli orientalisti moderni. Eppure, in tali circostanze, nessuno riuscì a raccogliere da qualche parte informazioni con cui dimostrare che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) disponesse di un mezzo identificabile per conoscere queste notizie diverso dalla rivelazione.

L’accusa di essere pazzo

Tra le accuse infondate rivolte contro il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ve n’era una secondo cui, Dio non voglia, era pazzo. In questo senso lo chiamavano anche stregato, cioè colpito dalla magia. Con le loro parole intendevano anche che fosse sotto l’influsso o il controllo dei jinn. Nel Corano viene riportata questa loro affermazione:

(Arabo****************)

«E dicono: Dovremmo abbandonare le nostre divinità per amore di un poeta pazzo?» (As-Saffat: 36)

Altrove è detto:

(Arabo***************)

«E questi ingiusti dicono: Voi seguite un uomo stregato.» (Al-Furqan: 8)

E in un altro passo è detto:

(Arabo****************)

«Dicono forse che un jinn si sia impossessato di lui?

(Vale a dire: è diventato pazzo sotto l’influsso di un jinn.) (Al-Mu’minun: 70)

Lo scopo di queste accuse era il medesimo. Presso gli Arabi, infatti, vi erano due possibili cause della pazzia: o qualcuno lo aveva reso pazzo con la magia, oppure era stato posseduto da un jinn. (38)

Nel Sacro Corano queste accuse sono state riportate per mostrare quanto fosse cieco l’odio nutrito dagli accusatori. Tra le accuse descritte qui e in altri passi, non ce n’è una sola che meriti una discussione seria. Esse sono state menzionate per mostrare che gli oppositori non disponevano di alcuna prova o argomentazione e che affrontavano un invito ragionato alla riforma con parole insensate e prive di fondamento. Uno dice: «Fratelli! La fede associativa sulla quale sono fondati la vostra religione e il vostro sistema di vita è una credenza falsa, ed ecco le ragioni per cui è falsa». In risposta, non viene fornita alcuna prova che dimostri la verità o la correttezza dello shirk. Ci si limita a dire: «La magia ha esercitato un grande effetto su quest’uomo». Egli dice: «Non siete stati lasciati sulla terra senza freni e senza scopo. Al contrario, dovrete ritornare al vostro Signore e rendere conto delle vostre azioni. Questa verità è dimostrata da tali e tali comportamenti morali, storici, intellettuali e giusti». In risposta si dice: «Sono parole di un poeta». Egli dice: «Sono venuto da parte di Dio per insegnarvi la verità. Ed ecco questi insegnamenti». In risposta, non si discute affatto di tali insegnamenti. Ci si limita ad accusarlo, senza alcuna prova, di averli copiati da qualche parte. Egli presenta la Parola miracolosa di Dio come prova della sua missione profetica. Presenta la propria vita, la propria condotta e le proprie azioni. Presenta inoltre la rivoluzione morale che, sotto la sua influenza, sta iniziando tra i suoi seguaci. Gli oppositori non prestano attenzione a nessuna di queste cose. Si limitano a chiedere: «Perché mangi e bevi? Perché vai in giro per i mercati? Perché non hai un angelo che ti faccia da attendente? Perché non possiedi tesori o giardini?». Queste parole dimostrano da sole chi, tra le due parti, si fonda sulla verità e chi, incapace di affrontarla, va dicendo sciocchezze. (39)

(Arabo****************)

O Profeta (pace su di lui)! Di’ loro: «Vi esorto a una cosa: per amore di Dio, riflettete da soli e in due, e considerate che cosa vi sia nel vostro compagno che possa essere definito pazzia. Egli non fa altro che avvertirvi prima che giunga un doloroso castigo». (Saba: 46)

In altre parole, liberandovi da ogni egoismo, dai desideri delle passioni e dall’odio, riflettete con sincerità per amore di Allah. Esaminate attentamente la questione, ciascuno per conto proprio e con buone intenzioni, oppure riunendovi a due a due, a quattro a quattro, per discuterne e valutarla bene: che cosa è accaduto perché oggi chiamiate pazzo quell’uomo che fino a ieri consideravate il più saggio tra voi? Poco prima della profezia accadde che, dopo la costruzione della Kaaba, quando le tribù dei Quraysh entrarono in disputa per la collocazione della Pietra Nera, foste proprio voi, all’unanimità, ad accettare Muhammad (pace su di lui) come arbitro. Egli risolse poi la disputa in modo tale da soddisfare tutti. Dopo questa esperienza dell’intera nazione riguardo alla sua conoscenza, alla sua intelligenza e alla sua saggezza, che cosa è successo all’improvviso perché ora lo chiamate pazzo? La testardaggine e l’ostinazione sono un’altra cosa. Ma, in verità, nel vostro cuore credete davvero ciò che dite con la bocca? Egli vi avverte prima che giunga un duro castigo. È forse questo il suo delitto, per il quale oggi lo chiamate pazzo? Secondo voi, il saggio è colui che, vedendovi avanzare sulla via della rovina, vi dice: «Bravi, bravissimi! State facendo un ottimo lavoro»? E pazzo è forse colui che vi avverte prima che la vostra cattiva condizione si abbatta su di voi e vi indica la via della riforma e del miglioramento invece di disordine e ingiustizia? (40)

(Arabo*****************)

Dicono forse che quest’uomo sia stato posseduto da un jinn? (Al-Mu’minun: 70)

In altre parole, il motivo per cui negavano il Profeta Muhammad (pace su di lui) era forse che lo ritenevano davvero pazzo? Certamente questa non era la loro vera ragione. Infatti, qualunque cosa dicessero con la bocca, nel profondo del cuore riconoscevano la sua saggezza e il suo discernimento. Inoltre, la differenza tra un pazzo e una persona sana di mente non è qualcosa di nascosto, né è difficile distinguere tra i due. In realtà, chi potrebbe, dopo aver ascoltato questo Discorso, affermare che si tratta delle parole di un pazzo, se non una persona avventata e spudorata? E, dopo aver osservato la vita di quest’uomo, chi potrebbe sostenere che fosse la vita di una persona mentalmente distorta? Che forma straordinaria di disturbo mentale — o, secondo gli islamofobi occidentali, di epilessia — sarebbe mai quella per cui dalla bocca di un uomo escono parole sublimi come il Corano e per cui egli guida un movimento così vittorioso da cambiare il destino non solo del proprio paese, ma del mondo intero? (41)

(Arabo******************)

— O Profeta, per grazia del tuo Signore non sei pazzo. E certamente ti spetta una ricompensa inesauribile. E indubbiamente possiedi un carattere di sublime nobiltà. (Al-Qalam: 2-4)

È importante osservare che qui l’interlocuzione è apparentemente rivolta al profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Ma il vero scopo era rispondere alle calunnie degli infedeli. Nessuno, dunque, deve lasciarsi sfiorare dal dubbio che questo versetto fosse stato rivelato per rassicurare il Profeta (pace e benedizioni su di lui) sul fatto che non era pazzo. In realtà, nella mente del Profeta non vi era alcun dubbio di questo genere da rimuovere, né vi era bisogno di rassicurarlo. Il vero scopo era dire agli infedeli: «Il Corano, a causa del quale chiamate pazzo colui che lo presenta, è proprio la prova che questa vostra accusa è falsa.»

Tuttavia, ciò per cui il Profeta (pace e benedizioni su di lui) viene rassicurato è che per lui esiste una ricompensa inesauribile e incalcolabile. Infatti, per lo sforzo che compie al fine di guidare l’umanità, è costretto ad ascoltare parole tanto dolorose. Nonostante ciò, continua ad adempiere al proprio dovere.

Poi viene detto che il suo nobile carattere è una prova evidente del fatto che la calunnia con cui gli infedeli politeisti lo accusano di essere pazzo è assolutamente falsa. Infatti, la grandezza morale e la follia non possono coesistere. Si definisce pazzo colui la cui mente ha perso l’equilibrio e il cui temperamento non conserva equilibrio neppure nella sua natura. Al contrario, il carattere elevato e nobile di una persona testimonia che essa possiede una mente sana e una natura equilibrata. Tra la sua mente, il suo animo e il suo temperamento esiste armonia. Gli abitanti della Mecca non ignoravano quale fosse il carattere del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Perciò bastava rivolgere loro un semplice accenno, affinché ogni persona dotata di coscienza a Mecca fosse costretta a riflettere su quanto fossero spudorati nel definire pazzo un uomo dotato di un carattere tanto nobile. La loro insolenza non era dannosa per il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), bensì per loro stessi: accecati dall’odio e dall’opposizione ostinata, dicevano del Profeta (pace e benedizioni su di lui) cose che nessuna persona assennata avrebbe potuto concepire. Lo stesso vale per coloro che, nell’epoca moderna, si proclamano sostenitori della scienza, della conoscenza e della ricerca intellettuale, e accusano il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) di soffrire di epilessia. Il Sacro Corano si trova in ogni parte del mondo e anche la biografia del Profeta è disponibile in forma scritta e con ampi dettagli. Chiunque può constatare personalmente quali dichiarazioni insolenti pronuncino, accecati dall’odio dell’inimicizia, coloro che definiscono mentalmente disturbato l’autore di questo libro incomparabile e un uomo dotato di un carattere tanto sublime. (42)

(Arabo****************)

Non hanno mai riflettuto? Il loro compagno non è affatto affetto da follia. Egli non è altro che un ammonitore esplicito. (Al-A‘raf: 184)

«Compagno» significa il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), perché nacque proprio tra gli abitanti della Mecca. Visse in mezzo a loro. Dall’infanzia giunse alla giovinezza, e dalla giovinezza alla vecchiaia. Prima della profezia, l’intera sua gente lo conosceva come un uomo di natura sana e di mente equilibrata. Dopo l’inizio della sua missione profetica, quando cominciò a trasmettere il messaggio di Dio, essi improvvisamente iniziarono a chiamarlo pazzo. È significativo che non lo abbiano definito pazzo per le azioni che compiva prima di diventare profeta, ma soltanto per quelle parole la cui diffusione iniziò dopo la sua investitura profetica. Perciò viene chiesto: hanno mai riflettuto su queste cose? Quale di queste parole è un’espressione da pazzo? Quale di esse è ingiusta, incoerente o priva di fondamento? Se avessero riflettuto sull’ordine dei cieli e della terra, oppure avessero osservato con particolare attenzione e ricerca una qualsiasi creatura di Dio, avrebbero certamente compreso da soli che l’ordine dell’universo e ogni più piccola particella della creazione divina testimoniano la verità di tutto ciò che il loro fratello, il profeta Muhammad, sta spiegando loro: la confutazione del politeismo, il riconoscimento dell’unicità di Dio, l’invito ad adorare Dio e la responsabilità e il rendiconto dell’essere umano. (43)

L’accusa di essere un poeta

I miscredenti dei Quraysh accusavano inoltre il Profeta (pace e benedizioni su di lui) di essere un poeta, dicendo: «Dovrei forse abbandonare le nostre divinità per le parole di un poeta pazzo?». In risposta fu detto:

(Arabo**************)

—E sono gli sviati a seguire i poeti. (al-Shu‘ara’: 224)

In altre parole, coloro che sono legati ai poeti sono, per natura e carattere, completamente diversi da quelli che vedete accanto al Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). La differenza tra i due gruppi è così evidente che basta uno sguardo per capire come siano gli uni e come siano gli altri. Da una parte si vedono estrema serietà, educazione, civiltà, sincerità e timore di Dio. In ogni parola si avverte il senso della responsabilità. Nei comportamenti si tutelano i diritti degli altri. Nelle azioni regnano completa affidabilità e integrità. Quando aprono bocca, lo fanno soltanto per il bene e il beneficio; dalle loro labbra non esce mai una parola malvagia. Ma soprattutto, guardandoli, si comprende chiaramente che nella loro vita esiste un obiettivo puro, santo e sublime, alla cui riflessione si dedicano giorno e notte. La loro intera vita è consacrata a un grande scopo.

Dall’altra parte, invece, si vedono situazioni in cui si parla di dichiarazioni d’amore e di consumo di vino, mentre gli ascoltatori applaudono con entusiasmo. In altri luoghi, la bellezza di una prostituta o di una donna sposata diventa l’argomento della discussione, e gli ascoltatori ne godono appieno. Altrove si narrano storie di rapporti sessuali e nel cuore degli ascoltatori si accende il fuoco della passione. In certi luoghi si fanno buffonate o si pronunciano parole sarcastiche, e ovunque dilagano risa e scherzi. In altri si deride qualcuno, e gli ascoltatori si divertono. Altrove si rivolgono a qualcuno lodi esagerate, sostenute dagli applausi. In altri luoghi si esprimono odio, rancore e ostilità contro qualcuno, suscitando l’impulso alla vendetta, e nel cuore degli ascoltatori arde il fuoco del risentimento contro di lui. In queste assemblee si radunano folle immense per ascoltare le parole dei poeti. Osservando coloro che seguono questi grandi poeti, non si può fare a meno di pensare che siano liberi da ogni vincolo morale e trascinati dalla corrente dei desideri e delle passioni. Sono adoratori del piacere e simili ad animali. Non sfiora mai la loro mente l’idea che la vita degli esseri umani sulla terra abbia forse un grande scopo. Chi non nota la chiara differenza tra questi due gruppi è cieco. E se, dopo aver visto tutto ciò, afferma, con l’intento di svilire la verità, che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e i suoi compagni sono proprio come i poeti e i loro seguaci, bisogna dire che costoro hanno oltrepassato ogni limite nella menzogna. (44)

(Arabo****************)

—Non vedete forse che essi, cioè i poeti, vagano smarriti per ogni valle? (al-Shu‘ara’: 225)

In altre parole, non esiste un percorso determinato sul quale riflettano e al quale consacrino il loro talento poetico. Al contrario, i cavalli del loro regno mentale vagano smarriti in ogni valle, come cavalli senza briglie. Ogni nuovo flusso di desideri, passioni, interessi e obiettivi fa scaturire dalle loro bocche un nuovo contenuto, senza che, nel concepirlo e descriverlo, prestino la minima attenzione al fatto che sia corretto e vero. A volte si solleva un’onda di pensieri e cominciano a parlare di saggezza e buoni consigli; altre volte si solleva una seconda onda e dalla stessa bocca inizia a sgorgare il miele dei desideri più osceni e vili. Quando sono soddisfatti di qualcuno, lo innalzano fino al cielo; quando sono scontenti di qualcuno, lo sprofondano negli abissi. Non esitano neppure a conferire a un avaro la dignità di Hatim e a un codardo pavido quella di Rustam e Iskandar, se vi è coinvolto un loro interesse. Al contrario, se qualcuno ferisce i loro sentimenti, non si vergognano di infangare la sua vita pura, distruggerne l’onore e il rispetto, e persino deridere la sua stirpe. Devozione a Dio e ribellione contro Dio, materialismo e spiritualità, nobiltà morale e immoralità, purezza e sporcizia e degradazione, serietà e infantilismo, adulazione e scherno: tutto ciò si trova fianco a fianco nelle poesie di uno stesso poeta. Come avrebbe potuto entrare nella mente di chi conosceva questi ben noti tratti dei poeti l’assurda idea di accusare di essere poeta il portatore di questo Corano? Eppure le sue parole erano perfettamente misurate e chiare. La sua via era chiara e ben definita. Egli non pronunciò mai una sola parola allontanandosi dall’invito alla verità, alla sincerità e al bene.

In un altro passo del Corano si afferma, a proposito del Profeta (pace e benedizioni su di lui), che la composizione di poesie non era affatto conforme alla sua natura.

(Arabo*****************)

Non gli abbiamo insegnato la poesia, né ciò gli si addice. (Yā Sīn: 69)

Questa è una verità evidente che tutti coloro che conoscevano personalmente il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sapevano. Secondo narrazioni attendibili, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non ricordava integralmente alcuna poesia. Talvolta, nel parlare, se dalle sue labbra usciva una bella poesia di qualche poeta, la recitava in modo sconnesso oppure ne alterava alcune parole.

Hazrat Hasan al-Basri (che Dio abbia misericordia di lui) racconta che una volta, mentre pronunciava un sermone, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) recitò così i versi di un poeta.

(Arabo******************)

Hazrat Abu Bakr (che Dio sia soddisfatto di lui) disse: «O Messaggero di Dio! Il verso poetico è in realtà così.»

(Arabo*************)

Una volta il Profeta (s.a.) chiese ad Abbas ibn Mirdas al-Sulami: «Sei tu ad aver composto questa poesia?»

(Arabo*************)

Egli disse: «L’ultima parte dovrebbe essere così, e non in quel modo».

(Arabo***********)

Il Profeta (s.a.) disse: «Il significato di entrambe è lo stesso».

Ad Aisha (r.a.) fu chiesto se il Profeta (s.a.) usasse mai la poesia nei suoi discorsi. Ella rispose che non c’era nulla che egli detestasse più della poesia. Tuttavia, di tanto in tanto recitava uno o due versi di un poeta dei Banu Qays. Ma recitava l’ultima parte per prima e la prima per ultima. Abu Bakr (r.a.) diceva: «O Messaggero di Allah! Non è così, ma in questo modo».

Il Profeta (s.a.) diceva: «Fratello, io non sono un poeta, e comporre poesie non è affatto il mio compito».

La letteratura poetica araba era piena di desideri e passioni sessuali, amore e innamoramento, consumo di vino, odio e inimicizia tribali, dispute e litigi, oppure orgoglio e arroganza. In essa si trovavano ben poche parole sulla religiosità e sulla bontà. Inoltre, la menzogna, l’esagerazione, la calunnia, il sarcasmo, le lodi sconvenienti, la vanità, gli scherzi e le beffe, nonché i racconti mitologici pagani, erano parte integrante di questa letteratura poetica. Per questo il Profeta (s.a.s.) fece il seguente commento riguardo a essa:

(Arabo*****************)

È meglio che il ventre di qualcuno di voi sia pieno di pus piuttosto che di poesia.

Tuttavia, quando una poesia conteneva parole buone, il Profeta (s.a.s.) la lodava. Diceva:

(Arabo*************)

Alcune poesie sono sagge.

Dopo aver ascoltato la poesia di Umayya ibn Abi al-Salt, disse:

(Arabo**************)

La sua poesia è credente, ma il suo cuore è miscredente.

Una volta un certo Compagno recitò al Profeta (s.a.) circa cento tra le migliori poesie, ed egli continuava a dire: «Oh, molto belle! Recitane ancora». (45)

(Arabo*****************)

e dice cose che non fa. (ash-Shuʿarāʾ: 226)

Questa era un’altra caratteristica dei poeti, contraria al modo di agire del Profeta (s.a.). Coloro che lo conoscevano sapevano che egli faceva ciò che diceva e diceva ciò che faceva. La coerenza tra le sue parole e le sue azioni era una verità così evidente che nessuno, nella società che lo circondava, poteva negarla. Al contrario, chi non sapeva che, riguardo ai poeti, ciò che dicevano era una cosa e ciò che facevano un’altra? Avrebbero pronunciato parole così energiche sulla generosità che la gente avrebbe pensato che nessuno fosse più liberale di loro; ma, osservando il loro comportamento, li si sarebbe trovati terribilmente avari. Avrebbero parlato di coraggio, ma essi stessi sarebbero stati codardi e vigliacchi. Avrebbero parlato di indipendenza, appagamento e dignità personale, ma essi stessi sarebbero precipitati, per avidità e brama, al livello più basso della bassezza. Avrebbero colto la minima debolezza altrui, mentre essi stessi sarebbero stati dediti alla massima debolezza. (46)

L’incoerenza nelle accuse degli oppositori e la confutazione del Corano

Da tutto ciò che è stato esposto in precedenza risulta chiaramente che i miscredenti della Mecca rivolgevano al Profeta (s.a.) accuse contraddittorie e non erano in grado di formularne nemmeno una in modo preciso. Il Nobile Corano ha individuato questa loro debolezza e l’ha dimostrata falsa.

(Arabo*******************)

(Dunque, o Profeta!) Continua ad ammonire. Per grazia del tuo Signore, non sei né un indovino né un folle. Forse dicono: «Costui è un poeta; aspettiamo che il tempo porti la sua rovina». Di’ loro: «Ebbene, aspettate! Anch’io aspetterò insieme a voi». È forse la loro ragione a suggerire loro di dire cose simili? Oppure, in realtà, hanno oltrepassato ogni limite nell’ostilità? (At-Tur: 29-32)

Queste poche frasi smascherano tutta la propaganda degli oppositori. Il succo dell’argomentazione è questo: i capi dei Quraysh e delle tribù pretendono di essere dotati di grande discernimento. Ma è forse il loro discernimento a dire loro di chiamare poeta chi non lo è? Di chiamare folle colui che l’intera nazione riconosce come un uomo saggio? Di chiamare ingiustamente indovino chi non ha il minimo rapporto con la divinazione? Se formulassero i loro giudizi sulla base della ragione e del discernimento, dovrebbero formularne uno solo. Non possono però pronunciare contemporaneamente molti giudizi contraddittori. Come può una stessa persona essere allo stesso tempo poeta, folle e indovino? Se è folle, non può essere né indovino né poeta. Se è indovino, non può essere poeta, e se è poeta, non può essere indovino. Questo perché la lingua della poesia e il suo contenuto sono diversi, così come sono diversi il linguaggio dell’indovino e il suo contenuto. Definire la stessa cosa, nello stesso momento, sia poesia sia parole da indovino non può essere opera di chi conosce la differenza tra la poesia e le parole degli indovini. È dunque chiaro che queste affermazioni contraddittorie, pronunciate contro il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), non sono ragionevoli. Vengono pronunciate soltanto per ostinazione e caparbietà. I grandi capi e i condottieri della nazione, spinti dall’ostilità, muovono accuse del tutto infondate, alle quali le persone ragionevoli non attribuiscono alcuna importanza. (47)

(Arabo******************)

(O Profeta!) Guarda che genere di cose dicono contro di te! Si sono smarriti e non riescono a trovare la via. (I Figli d’Israele: 48)

In altre parole, non esprimono una sola opinione su di te; al contrario, pronunciano affermazioni del tutto diverse e contraddittorie. A volte dicono che sei tu stesso un mago. Altre volte dicono che qualcun altro ti ha stregato. A volte dicono che sei un poeta, altre che sei folle e altre ancora che sei un indovino. Queste loro affermazioni contraddittorie dimostrano da sole che ignorano la realtà dei fatti. Altrimenti, invece di dire ogni giorno una cosa diversa, esprimerebbero un’opinione chiara e univoca. Inoltre, da ciò si comprende che non sono certi di nulla. Dopo aver mosso un’accusa, si rendono conto essi stessi che non è corretta; allora ne formulano un’altra. (48)

(Arabo******************)

Eppure, quando la verità giunse loro, la respinsero completamente, definendola una menzogna. Per questo ora sono caduti nell’incertezza e nella confusione. (Qaf: 5)

In questa breve frase è stato descritto un tema immenso. Il suo significato è che costoro non si limitarono a esprimere stupore e a definire la rivelazione incomprensibile; anzi, non appena il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) presentò il suo vero invito, lo dichiararono immediatamente falso, senza alcuna esitazione. Il risultato doveva essere quello, ed è stato proprio quello: non riuscirono a formarsi un’opinione stabile né su questo invito né su colui che lo presentava. A volte lo chiamano poeta, a volte folle e a volte indovino. Talvolta dicono che abbia composto tutto ciò da sé per affermare la propria supremazia. Altre volte lo accusano di avere alle sue spalle persone che compongono queste cose e gliele consegnano. Affermazioni contraddittorie di questo genere dimostrano che sono tormentati dall’incertezza riguardo alla loro politica e a ciò che devono fare. Non sarebbero mai caduti in tale incertezza se, invece di precipitarsi a dichiarare dapprima falso il Profeta (pace e benedizioni su di lui) e di annunciare senza esitazione una decisione già presa, avessero riflettuto seriamente e verificato quale persona stesse presentando questo invito, che cosa stesse dicendo e quali argomenti stesse offrendo. È certo che quell’uomo non era loro sconosciuto. Non era arrivato all’improvviso da chissà dove per imporsi tra loro. Era uno degli appartenenti alla loro stessa nazione, un uomo che essi conoscevano e avevano messo alla prova. Il suo carattere, il suo comportamento e le sue capacità non erano loro ignoti. Quando una persona simile pronunciava una dichiarazione, non era necessario accettarla immediatamente, ma non era neppure giusto respingerla non appena la si ascoltava. Inoltre, ciò che diceva non era privo di argomenti e prove: presentava regolarmente le sue dimostrazioni. Avrebbero dovuto ascoltarle e verificarne la ragionevolezza. Ma, invece di adottare questo comportamento, si lasciarono guidare dall’ostinazione e dapprima considerarono tutto falso. Il risultato fu che si chiusero da soli la porta che conduce alla verità e aprirono davanti a sé numerose vie per aggirarsi smarriti in ogni direzione. Ora possono anche inventare dieci affermazioni contraddittorie a sostegno del loro errore iniziale; ma non sono disposti neppure a considerare se il Profeta possa essere veritiero e se ciò che presenta possa essere vero. (49)

(Arabo*****************)

O Profeta, quando queste persone ti vedono, cominciano subito a deriderti e dicono: «È costui che Dio ha inviato come messaggero? Costui ci avrebbe fatto disprezzare le nostre divinità, se non fossimo rimasti saldi nella devozione e nel rispetto verso di esse». (Corano: 41-42)

Queste due affermazioni dei miscredenti sono contraddittorie. Dalla prima si comprende che considerano il Profeta (pace e benedizioni su di lui) spregevole. Vogliono deriderlo e sminuire la sua dignità. Ai loro occhi, il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ha avanzato una pretesa davvero enorme.

Dalla seconda affermazione si comprende che riconoscono la solidità delle sue prove e argomentazioni e l’eccellenza della sua personalità; inconsapevolmente ammettono: «Se non fossimo rimasti saldi nell’adorazione dei nostri dèi, per effetto dell’ostilità e dell’ostinazione, costui ci avrebbe fatto deviare». Affermazioni così contraddittorie dimostrano da sole quanto il movimento islamico li abbia sconvolti. Umiliati, lo deridono; ma il loro complesso d’inferiorità li spinge, contro la loro volontà, a pronunciare parole dalle quali risulta chiaramente quanto siano stati influenzati da questa forza. (50)

Richieste di diversi tipi di miracoli

Insieme alla tempesta delle accuse, i miscredenti dei Quraysh chiedevano ripetutamente di mostrare un miracolo. In effetti, nel Corano queste richieste sono menzionate in diversi passi e viene data anche la relativa risposta.

(Arabo******************)

E dissero: «Non crederemo alle tue parole finché non farai sgorgare una sorgente dalla terra spaccandola. Oppure finché non sarà creato per te un giardino di palme e viti, nel quale farai scorrere delle sorgenti. Oppure finché non farai cadere su di noi il cielo a pezzi, come sostieni. Oppure finché non porterai Dio e gli angeli davanti a noi, faccia a faccia. Oppure finché non avrai una casa d’oro. Oppure finché non salirai al cielo; e non crederemo nemmeno alla tua ascensione finché non ci porterai qualcosa di scritto che possiamo leggere». (O Profeta) di’: «Il mio Signore è al di sopra di ogni difetto. Io non sono altro che un messaggero». (Banī Isrāʾīl: 90-93)

La risposta alla richiesta di un miracolo è data in questa sura nel seguente versetto: (Arabo***********************)

È stata data. [La risposta era che, dopo aver visto tutti i miracoli presentati come prova della profezia di un profeta, se una nazione considera comunque falso il profeta, su di essa certamente discende il castigo. Nella storia se ne trovano molti esempi. Ora è una misericordia di Allah che Egli non stia mandando un simile miracolo. Eppure voi siete così stolti da pretenderlo. —L’autore] Qui viene data la seconda risposta a questa richiesta. La concisione e l’efficacia di questa breve risposta sono al di là di ogni elogio. Gli oppositori chiedevano: se sei davvero un profeta, guarda verso la terra e fa’ che immediatamente si spacchi e ne scaturisca una sorgente. Oppure fa’ sorgere all’istante un giardino verdeggiante, giovane e rigoglioso, nel quale scorra una fonte. Indica il cielo e fa’ che esso crolli su coloro che ti considerano un impostore. Soffia una volta e, in un batter d’occhio, fa’ che venga costruito un palazzo d’oro. Pronuncia una parola e fa’ che Dio e gli angeli vengano subito a presentarsi davanti a noi e dicano di essere stati loro a inviare Muhammad, pace e benedizioni su di lui, come profeta. Oppure sali al cielo davanti ai nostri occhi e fatti consegnare da Allah una lettera indirizzata a noi, che possiamo toccare con le mani e vedere con i nostri occhi.

A una richiesta tanto ampia fu data un’unica risposta: «O gente sciocca! Ho mai preteso di essere Dio, perché mi rivolgiate richieste simili? Quando vi ho detto di essere onnipotente? Quando ho detto che la terra e il cielo sono sotto il mio comando? La mia pretesa, dall’inizio alla fine, è stata soltanto questa: sono un uomo, portatore di un messaggio da parte di Dio. Se volete verificare qualcosa, verificate il mio messaggio. Se volete credere, credete dopo averne esaminato la veridicità e la ragionevolezza. Se volete negarlo, mostratene gli errori e le contraddizioni. Se volete accertarvi della mia sincerità, osservate la mia vita e le mie opere in quanto uomo. Lasciando tutto questo da parte, perché mi chiedete di spaccare la terra e far scendere il cielo? Che rapporto hanno simili opere con la profezia?» (51)

(Arabo****************)

Questa gente dice: «Perché non sono stati fatti scendere su quest’uomo dei segni (miracoli)?» O Profeta, di’: «I segni appartengono ad Allah, mentre io sono soltanto un ammonitore esplicito». Non basta forse come segno per questa gente il fatto che abbiamo fatto scendere su di te il Libro, che viene recitato loro? In verità, in esso vi sono misericordia e ammonimento per coloro che credono. (Al-‘Ankabut: 50-51)

In altre parole, il fatto che, nonostante fosse ummī, sul Profeta Muhammad, pace e benedizioni su di lui, sia stato fatto scendere un Libro grandioso come il Corano, non è forse già di per sé un grande miracolo, sufficiente a credere nella sua missione profetica?

Dopo questo, rimane forse bisogno di qualche altro miracolo? Per coloro che in passato videro i miracoli, essi erano certamente miracoli. Ma questo miracolo è continuamente davanti ai vostri occhi. Ogni giorno vi viene recitato. Potete vederlo in ogni momento. (52)

(Arabo******************)

Ma ciascuno di loro desidera che gli venga inviata una lettera aperta a suo nome. Giammai! La realtà è che essi non temono l’aldilà. Giammai! Questo è soltanto un ammonimento: chi vuole, ne tragga insegnamento. (Al-Muddaththir: 52-55)

In altre parole, essi dicono: se Allah avesse davvero nominato Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come profeta, dovrebbe scrivere e inviare una lettera a ciascun capo e capo tribù della Mecca, dicendo: «Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è il nostro profeta. Riconoscete la sua autorità e obbeditegli». E questa lettera dovrebbe essere tale che, vedendola, nasca la convinzione che sia stato Allah stesso a scriverla e a inviarla.

In un altro passo del Corano è riportata questa affermazione degli infedeli della Mecca: «Non crederemo finché non ci sarà dato personalmente ciò che è stato dato ai messaggeri di Allah». (Al-An‘am: 124) [Nella sura Al-An‘am è stata data una breve risposta a ciò:

(Arabo***************)

Allah sa meglio di tutti attraverso chi e in che modo affidare il compito della profezia. (Autore)]

In un altro passo è riportata la loro richiesta: «Sali in cielo davanti a noi e portaci da lì un libro scritto, che noi possiamo leggere». (Arabo***************)

In risposta fu detto che questa loro richiesta non sarebbe mai stata esaudita. La vera ragione per cui non credevano non era affatto che le loro richieste non venissero esaudite. La vera ragione era, invece, che non temevano l’aldilà. Consideravano il mondo presente come tutto ciò che esiste. Non avevano l’idea che, dopo la vita terrena, vi fosse un’altra vita nella quale avrebbero dovuto rendere conto delle proprie azioni. È proprio questo che li aveva resi sconsiderati e irresponsabili nel mondo. Consideravano del tutto priva di senso la questione del vero e del falso. Infatti, nel mondo non vedevano alcuna verità il cui esito, se seguita, fosse necessariamente buono; né vedevano alcuna falsità il cui esito fosse necessariamente cattivo. Perciò ritenevano inutile riflettere su che cosa fosse veramente la verità e che cosa la falsità. La questione può essere oggetto di riflessione soltanto per coloro che considerano la vita presente del mondo una vita temporanea e ammettono che la vita autentica ed eterna è quella dell’aldilà, dove l’esito della verità sarà necessariamente buono e quello della falsità necessariamente cattivo. Una persona simile, vedendo quelle prove razionali e quei grandi insegnamenti, crederà: che cosa c’è davvero di errato nelle dottrine, nelle credenze e nelle azioni che il Corano dichiara erronee? Ma chi nega l’aldilà e non ha alcun interesse a cercare la verità presenterà ogni giorno nuove richieste come motivo per non credere. Anche se una sua richiesta venisse esaudita, cercherebbe comunque un’altra scusa per negare. È proprio questo che è stato detto nella sura Al-An‘am: «O Profeta, anche se facessimo scendere su di voi un libro scritto su carta e la gente lo toccasse con le proprie mani, coloro che hanno negato la verità direbbero comunque: “Questa non è che magia evidente”». (Al-An‘am: 7) (53)

(Arabo*******************)

—Dicono: «Perché non è stato fatto scendere un angelo su questo profeta?». Se avessimo fatto scendere un angelo, la questione sarebbe stata ormai definitivamente decisa e non sarebbe stata lasciata loro alcuna dilazione. E se avessimo fatto scendere un angelo, lo avremmo fatto apparire in forma umana; così li avremmo ricacciati nello stesso dubbio nel quale ora sono immersi. (Al-Anʿām: 8-9)

Il loro discorso era questo: poiché quest’uomo era stato inviato come profeta, avrebbe dovuto scendere dal cielo un angelo. Egli avrebbe detto alla gente: «Questo è il profeta di Dio. Ascoltatelo, altrimenti sarete puniti». Agli ignoranti accusatori sembrava sorprendente che il Creatore dei cieli e della terra nominasse qualcuno come profeta e poi lo lasciasse esposto alle pietre e agli insulti di uomini così indifesi. Anche se l’inviato di un re tanto potente non fosse venuto con un grande seguito, almeno un angelo avrebbe dovuto venire come suo attendente: lo avrebbe protetto, avrebbe suscitato rispetto per la sua persona, avrebbe garantito la certezza della sua missione e avrebbe portato a compimento la sua opera in modo soprannaturale.

La prima risposta data fu che, se l’angelo fosse stato inviato nella sua forma reale, sarebbe giunto il momento di pronunciare il verdetto e allora non sarebbe stata concessa più alcuna dilazione. Il tempo concesso per credere e correggere il proprio modo di agire dura soltanto finché la realtà rimane nascosta dietro il velo dell’invisibile. Quando invece il velo dell’invisibile sarà sollevato, non vi sarà più alcuna possibilità di dilazione; resterà soltanto il rendiconto. Ciò perché la vita terrena è per voi un periodo di prova, e la prova consiste nel vedere se riuscite a riconoscere la verità senza vederla direttamente, mediante il corretto uso della coscienza e della riflessione, e, dopo averla riconosciuta, a dominare i vostri impulsi e desideri e a conformare rettamente le vostre azioni a quella verità. Per questa prova, che l’invisibile rimanga tale è una condizione indispensabile. La vostra vita terrena — il tempo concesso per la prova — durerà finché l’invisibile resterà invisibile. Quando l’invisibile assumerà una forma manifesta, questa dilazione terminerà necessariamente e, al posto della prova, giungerà il momento in cui ne sarà mostrato il risultato. Perciò, in risposta alla vostra richiesta, non è possibile che Egli voglia porre fine davanti a voi alla durata stabilita della vostra prova.

Poi fu data una seconda risposta: se l’angelo fosse venuto in forma umana, avrebbe suscitato in voi lo stesso dubbio che ora nutrite riguardo al profeta. Certamente, una modalità della venuta degli angeli avrebbe potuto essere che essi si manifestassero davanti alla gente nella loro autentica forma invisibile; ma sopra è stato detto che quel momento non è ancora giunto. Rimane dunque la seconda possibilità: che essi vengano assumendo forma umana. A questo proposito si dice che, se venissero in forma umana, sorgerebbe in voi, riguardo al fatto che sono stati inviati da parte di Dio, lo stesso dubbio che nutrite riguardo al fatto che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sia stato inviato da parte di Allah. (54)

(Arabo***************)

Questa gente dice: «Perché non è stato fatto scendere su questo profeta alcun segno da parte del suo Signore, cioè un miracolo percepibile?». Di’ loro: «Allah ha pieno potere di far scendere i segni, ma la maggior parte di loro è immersa nell’ignoranza». Non vi è animale che cammini sulla terra né uccello che voli nello spazio con le ali, senza essere una creatura come voi. Non abbiamo trascurato nulla nella registrazione del loro destino. Poi tutti saranno riuniti presso il loro Signore. Ma coloro che negano i Nostri segni sono sordi e muti, immersi nelle tenebre. (Al-Anʿām: 37-39)

Il significato di questo comando è che il fatto di non mostrare un miracolo non significa che Allah non abbia il potere di mostrarlo. Al contrario, vi è un’altra ragione che, a causa della vostra ignoranza, non riuscite a comprendere. Se non desiderate semplicemente un gioco e uno spettacolo, ma volete davvero vedere un segno per sapere se ciò verso cui il profeta (pace e benedizioni su di lui) vi chiama è vero, allora aprite gli occhi: intorno a voi esistono innumerevoli segni. Riflettete sulla vita di uno qualunque degli animali della terra o degli uccelli che volano nel cielo. Considerate come la sua struttura sia stata realizzata in armonia con il suo ambiente; come nelle sue inclinazioni innate siano state poste forze conformi alle sue necessità naturali; come siano stati predisposti i suoi mezzi di sostentamento; come sia stato stabilito per lui un destino oltre i cui limiti non può né avanzare né arretrare. Considerate come ogni animale e ogni minuscolo insetto riceva nel proprio ambito la cura che gli è dovuta: come sia sorvegliato, mantenuto e guidato. Considerate come da essi venga svolto un compito secondo un piano determinato; come siano sottoposti a un sistema ordinato; e come la loro nascita, riproduzione e morte si susseguano secondo un ordine perfetto. Se riflettete anche su un solo segno tra gli innumerevoli segni di Dio, saprete che la concezione dell’unicità e degli attributi di Dio che questo profeta vi presenta, e la visione della vita terrena secondo tale concezione alla quale vi invita, è assolutamente vera. Ma voi non aprite gli occhi per vedere, né volete ascoltare ciò che qualcuno vi dice. Siete immersi nelle tenebre dell’ingratitudine e desiderate che vi si distragga mostrando ai vostri occhi gli spettacoli meravigliosi della natura. (55)

(Arabo***************)

E che cosa sarebbe accaduto se il Corano fosse stato rivelato in modo tale da far muovere le montagne, squarciare la terra o far uscire i morti dalle tombe e parlare? (Ra‘d: 31)

Per comprendere il significato di questo versetto, bisogna ricordare che qui non ci si rivolge agli infedeli, bensì ai musulmani. Quando sentivano ripetutamente gli infedeli chiedere di vedere un segno, nei loro cuori nasceva l’inquietudine: ah, se fosse stato mostrato loro un segno mediante il quale potessero rassicurarsi! Poi pensavano che, poiché non era giunto un segno di quel genere, gli infedeli avessero l’opportunità di suscitare nella gente dubbi riguardo alla missione del Profeta (pace e benedizioni su di lui). E così la loro inquietudine cresceva ancora. Per questo fu detto ai musulmani: se insieme a una sura del Corano fossero stati improvvisamente mostrati segni di quel genere, credete forse che quelle persone avrebbero creduto? Avete forse una così buona opinione di loro da pensare che siano completamente pronte ad accettare la verità e che manchi loro soltanto un segno? Coloro che non hanno scorto la luce della verità negli insegnamenti del Corano, nei segni del regno della natura, nella vita pura e immacolata del Profeta e nella vita rivoluzionaria dei suoi Compagni, credete forse che trarrebbero qualche luce vedendo muovere le montagne, squarciarsi la terra e uscire una persona morta dalla tomba? (65)

La chiara prova della missione profetica del Profeta (pace e benedizioni su di lui)

A ciascuna delle accuse di questo genere mosse dagli infedeli contro il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), e a ciascuna delle loro richieste di mostrare un miracolo come prova, è stata data una risposta estremamente giusta e ragionevole. Dopo di ciò, non è più rimasto spazio perché qualcuno potesse dimostrare, sulla base dell’intelletto, della ragione e delle prove, che la missione profetica fosse dubbia. In seguito sono state presentate tre prove così chiare a sostegno della missione profetica che per gli abitanti della Mecca e dei suoi dintorni è stato impossibile negarle. Di seguito ne viene esposta la successione.

(ARABO**************)

O Profeta! Prima di questo non leggevi alcun libro e non scrivevi nulla con la tua mano. Altrimenti, coloro che seguono la falsità avrebbero potuto nutrire dei dubbi. (Ankabut: 48)

Il fondamento della prova presentata in questo versetto è che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) era illetterato. Tutti i suoi concittadini, vicini e parenti, davanti ai quali si era svolta tutta la sua vita, dall’infanzia fino alla vecchiaia, sapevano bene che egli non aveva mai letto alcun libro nella sua vita e non aveva mai preso in mano una penna. Presentando questo fatto reale, Allah l’Altissimo afferma che esso costituisce la prova più evidente: la conoscenza ampia e profonda che usciva dalla bocca di quell’uomo illetterato riguardo agli insegnamenti dei Libri celesti, alle condizioni dei profeti precedenti, alle diverse credenze religiose, alla storia delle antiche nazioni, alla civiltà, alla morale e alle importanti questioni economiche, egli non avrebbe potuto acquisirla in alcun modo se non attraverso la rivelazione. Se avesse posseduto l’istruzione e la gente lo avesse visto leggere e studiare dei libri, gli oppositori della verità avrebbero avuto qualche base per dubitare, sostenendo che quella conoscenza non era stata conferita dalla rivelazione, bensì acquisita attraverso lo studio e l’esercizio. Ma il suo analfabetismo non ha lasciato neppure il minimo fondamento per un dubbio. Ora, se non per estrema ostinazione, non vi è alcuna ragione per negare la sua profezia che possa essere considerata ragionevole sotto qualsiasi aspetto. (57)

(ARABO******************)

O Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), di’ loro: «Se fosse stata volontà di Allah che io non fossi nominato profeta, non vi avrei mai recitato questo Corano, né Allah ve ne avrebbe dato alcuna notizia. Prima di questo ho vissuto una vita intera in mezzo a voi. Non userete dunque un po’ di ragione e discernimento?» (Yunus: 16)

Questo è un argomento decisivo per confutare l’idea dei miscredenti della Mecca secondo cui il Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) avrebbe composto il Corano di propria iniziativa e lo avrebbe attribuito a Dio; al tempo stesso, sostiene la sua affermazione di non esserne egli stesso l’autore, ma di riceverlo da Dio mediante la rivelazione. Anche lasciando da parte tutte le altre prove e argomentazioni, la vita del Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) era lì davanti ai loro occhi. Egli aveva trascorso davanti a loro tutti i quarant’anni precedenti alla profezia. Era nato nella loro stessa città. Aveva trascorso l’infanzia sotto i loro occhi, era entrato nella giovinezza e aveva raggiunto la maturità. Abitazione, incontri, rapporti d’affari, matrimonio: in breve, ogni genere di relazione sociale lo legava a loro. Nessun aspetto della sua vita era loro nascosto. Quale testimonianza potrebbe essere più chiara di qualcosa che essi conoscevano, comprendevano e avevano osservato così bene?

Nella vita del Santo Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) vi erano due aspetti così evidenti che ogni abitante della Mecca li conosceva. Primo: nei quarant’anni interamente vissuti prima della profezia, egli non aveva ricevuto alcuna istruzione né frequentazione da cui potesse aver acquisito quelle conoscenze, e dalla sua bocca non aveva mai cominciato a sgorgare all’improvviso una fonte di sapere insieme alla pretesa di essere profeta. Ora, nelle sure che venivano rivelate progressivamente dal Corano si discutevano vari argomenti; ma prima di allora non lo si era mai visto mostrare interesse per tali questioni, discuterne o esprimere opinioni al riguardo. Persino i suoi amici più intimi e i parenti più stretti, durante quei quarant’anni di vita, non avevano mai percepito nelle sue parole o nel suo comportamento nulla che potesse essere considerato una preparazione a quella grande missione che egli cominciò improvvisamente a proclamare all’età di quarant’anni. Ciò costituiva una prova evidente che il Corano non era frutto di una sua concezione personale né una sua invenzione, ma qualcosa penetrato nel suo cuore dall’esterno. Infatti la mente umana non può presentare, a una qualsiasi fase della propria vita, qualcosa di cui non si trovino segni chiari di sviluppo e di progressiva evoluzione nelle fasi precedenti. Per questo, quando alcuni uomini astuti della Mecca si resero conto che accusare il Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) di essere l’autore del Corano era un’accusa del tutto assurda, alla fine cominciarono a dire che doveva esserci qualcun altro a insegnargli quelle parole. Ma questa seconda affermazione era ancora più insensata della prima. Perché non solo alla Mecca, ma in tutta l’Arabia, non vi era alcuno sufficientemente dotato da poter essere indicato come l’autore, o il possibile autore, di quelle parole. Come avrebbe potuto rimanere nascosta nella società una persona tanto qualificata?

Il secondo aspetto particolarmente degno di nota della sua vita precedente era che in lui non si trovava la minima traccia di menzogna, inganno, frode, falsità o astuzia di alcun genere. Nella società non vi era nessuno che potesse dire di aver riscontrato in lui una simile condotta durante i quarant’anni trascorsi insieme. Al contrario, chiunque fosse entrato in contatto con lui lo conosceva come una persona estremamente veritiera, irreprensibile, affidabile e degna di fiducia. Ora, era mai possibile immaginare che colui che per tutta la vita non aveva mai fatto ricorso alla menzogna, all’inganno o alla frode, neppure nelle questioni più insignificanti, si fosse improvvisamente presentato con un’arma di così grande menzogna e falsità, componendo qualcosa di propria iniziativa e attribuendolo con insistenza a Dio? È sulla base di queste considerazioni che Allah dice: in risposta a queste loro accuse insensate, di’: «O servi di Allah! Usate un po’ la ragione e il discernimento: io non sono uno straniero sconosciuto venuto da fuori. Al contrario, ho vissuto prima una vita intera in mezzo a voi. Dopo aver conosciuto la mia vita precedente, come potete aspettarvi da me che vi presenti questo Corano senza il comando e l’insegnamento di Dio?» (58)

(Arabo***************)

O Profeta: tu non avevi mai sperato che il Libro fosse fatto scendere su di te. Ciò è avvenuto unicamente per la misericordia del tuo Signore. (Al-Qasas: 86)

Un’altra prova presentata a sostegno della profezia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è la seguente. Mosè (pace su di lui) era del tutto ignaro del fatto che sarebbe stato nominato profeta; lungi dall’avere nel cuore il desiderio o l’intenzione di essere incaricato di una missione grande e nobile, non ne aveva mai avuto nemmeno il minimo sentore. Poi, all’improvviso, mentre era in cammino, fu attirato, nominato profeta e incaricato di compiere opere straordinarie, del tutto inconciliabili con la sua vita precedente. Questa era precisamente la condizione del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Gli abitanti della Mecca sapevano perfettamente com’era stata la sua vita fino al giorno in cui era sceso dalla grotta di Hira portando il messaggio della profezia: quale fosse il suo lavoro e la sua professione, come parlasse, quali fossero gli argomenti delle sue conversazioni e dei suoi discorsi, quali i suoi interessi, le sue inclinazioni e il tipo delle sue attività. La sua intera vita era colma di onestà, affidabilità e purezza. In lui erano particolarmente notevoli la grande nobiltà e dignità, l’amore per la pace, il rispetto delle promesse, la restituzione dei diritti e l’impulso a servire la gente. Tuttavia, non vi era nulla in lui sulla base del quale si potesse supporre che questa grande personalità sarebbe apparsa proclamando la propria profezia. Nessuno tra coloro che avevano con lui rapporti stretti, tra i suoi parenti, vicini e amici, avrebbe potuto dire che si stesse preparando fin dall’inizio a diventare profeta. Dopo quel momento rivoluzionario nella grotta di Hira, dalle sue labbra cominciarono improvvisamente a uscire discorsi su temi e problemi riguardo ai quali nessuno gli aveva mai sentito pronunciare prima una sola parola. Nessuno lo aveva mai sentito usare quel linguaggio particolare, quelle parole e quei termini che la gente avrebbe poi continuato ad ascoltare da lui sotto forma del Corano. Non si era mai alzato per tenere un sermone, né era mai sceso in campo con una predicazione o un movimento; anzi, in nessuna delle sue attività si poteva neppure supporre che stesse pensando di risolvere i problemi della società o di intraprendere un’opera di riforma religiosa o morale. Ancora il giorno prima di quel momento rivoluzionario, la sua vita appariva come quella di un commerciante che guadagnava da vivere in modo semplice e lecito. Viveva serenamente e allegramente con i propri figli, accoglieva e onorava gli ospiti, aiutava i poveri e trattava bene i parenti. Talvolta si ritirava in solitudine per adorare Dio. Che una persona simile apparisse all’improvviso con discorsi capaci di sconvolgere il mondo, desse inizio a una predicazione rivoluzionaria, producesse una letteratura inedita e si presentasse con una concezione della vita, un pensiero, una morale e una civiltà destinati a durare: questo fu un cambiamento e una rivoluzione che, dal punto di vista della psicologia umana, non avrebbero potuto in alcun modo essere il risultato di artificio, preparazione o sforzo. Ogni tentativo e ogni preparazione di questo genere, infatti, attraversano fasi di sviluppo, e tali fasi non restano nascoste a coloro in mezzo ai quali una persona vive giorno e notte. Se la vita del profeta (pace e benedizioni su di lui) avesse attraversato quelle fasi, dalle centinaia di migliaia di bocche della Mecca si sarebbe sentito dire: «Non lo dicevamo forse che un giorno quest’uomo avrebbe avanzato una pretesa straordinaria?». Ma la storia testimonia che, alla Mecca, i miscredenti mossero contro di lui accuse di ogni genere; tuttavia non vi fu nemmeno uno di loro che formulasse proprio quest’ultima accusa.

Inoltre, la prova che egli non aspirava né desiderava la profezia, ma si trovò improvvisamente ad affrontare questa condizione senza esserne consapevole, si ricava dall’episodio narrato nei libri di hadith riguardo agli inizi della rivelazione. La sua descrizione è già stata fornita nel precedente capitolo intitolato «L’inizio della missione profetica»; ritengo quindi superfluo ripeterla qui. (59)

 

Terzo paragrafo

L’invito ad avere fede nel fatto che il Corano è la parola di Allah

Il terzo principio fondamentale della predicazione islamica è che l’uomo riconosca il Santo Corano come il Libro di Allah, accetti ogni sua parola come vera e la riconosca come proveniente da Allah. Considererà legge fondamentale per la propria vita ogni insegnamento che esso offre riguardo alla fede e alle dottrine, al pensiero, alla morale, al culto e alla condotta. Rifiuterà tutto ciò che è contrario alla sua guida. Questa fede implica necessariamente anche il riconoscimento del fatto che il Corano è, parola per parola, la parola di Allah, rivelata al Profeta (pace e benedizioni su di lui) per mezzo della rivelazione. Non è avvenuto che soltanto il significato fosse impresso nel suo cuore e che egli lo avesse poi espresso con la propria lingua e con le proprie parole. Al contrario, il fatto è che le parole con cui questo Libro fu rivelato al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) sono state conservate esattamente nella loro forma originaria. Non vi è stata apportata alcuna alterazione, né aggiunta né diminuzione. E il falso non troverà alcuna via per penetrarvi. Inoltre, poiché esso è direttamente la parola del Signore dei mondi, ha autorità persino sul Messaggero stesso. Sebbene sia giunto attraverso il Messaggero, il Messaggero è a esso sottomesso. Gli è stato ordinato di attenervisi. Non ha il diritto di apportarvi aggiunte o diminuzioni. Al contrario, il suo compito è seguirlo più di chiunque altro e prima di tutti, e istituire la religione, cioè l’intero sistema di vita, secondo l’intento di questa Parola divina.

Questa fede rafforzò ulteriormente la rivoluzione che l’Islam si proponeva di realizzare. Ciò fu possibile perché era stato fornito da Dio un Libro eterno, nel quale Dio stesso aveva spiegato con chiarezza, nella propria parola, che cosa fosse la verità e che cosa fosse il falso. Da allora, in ogni epoca, gli uomini possono ricorrere a esso per sapere che cosa devono e che cosa non devono fare al fine di ottenere il compiacimento del loro Signore. Il fatto che, insieme alla nomina di un uomo a Messaggero, gli fosse stato rivelato anche un Libro, e che agli uomini fosse stato ordinato di credere in entrambi e di attenersi a entrambi, significa che ovunque, tra gli individui e nella società, si pratichino questa fede e questa obbedienza, la libertà dell’arbitrio sfrenato verrà meno. L’individuo in quanto tale e la società nel suo complesso saranno sottoposti a una guida e a un libro di legge. Anche dopo che la guida avrà lasciato questo mondo, il Libro della legge, il Corano, rimarrà sempre presente nel mondo per dichiarare quali opere Allah Altissimo ha comandato e quali ha proibito. La Sunna del Profeta (pace e benedizioni su di lui), che resterà dopo di lui e che, secondo la prospettiva coranica, è l’interpretazione ufficiale e affidabile della Parola divina, non lascerà spazio ai seguaci delle passioni o ai sostenitori di altre concezioni della vita per continuare a interpretare erroneamente il Libro della legge.

Da questa breve esposizione risulta chiaro perché, fin dall’inizio della predicazione islamica, fosse necessario invitare a credere nel Corano e ad accettarlo come Parola di Allah, insieme al tawhid e alla missione profetica di Muhammad, e quale fosse l’importanza di tale invito. Ora descriveremo dettagliatamente quale posizione fu attribuita al Corano quando venne presentato e quali solide prove furono esposte, davanti a coloro che rifiutavano di accettare questo Libro, a dimostrazione del fatto che il Corano è la Parola di Allah.

Il Corano è la Parola di Dio, e ogni sua parola è stata rivelata al Profeta (pace e benedizioni su di lui)

Questo era il punto iniziale, esposto nel Corano con una fermezza e una frequenza tali che non è possibile citare qui tutti i versetti riguardanti questo argomento. Nel Corano non vi è una sola parola dalla quale possa sorgere il dubbio che questo sia un discorso personale del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). L’intero Libro è presentato come la rivelazione fatta discendere da Dio. A titolo esemplificativo, ne vengono citati di seguito alcuni versetti.

(Arabo*****************)

E, o Muhammad (pace e benedizioni su di lui), ti abbiamo rivelato questo Libro, recante la verità, che conferma e custodisce la veridicità di tutto ciò che era già venuto ed esiste tra i Libri celesti. Giudica dunque tra loro secondo ciò che Dio ha fatto scendere. E non seguire i desideri della gente, allontanandoti da ciò che ti è giunto della verità. (al-Māʾida: 48)

In questo versetto non viene affermato esplicitamente soltanto che Dio Altissimo ha fatto scendere questo Libro sul profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), recante in modo autentico la verità; vengono inoltre esposte due ulteriori questioni. La prima è che esso riconosce la veridicità di tutto ciò che, nei Libri rivelati in precedenza, esiste nella sua forma autentica e corretta. La seconda è che esso custodisce quei Libri, cioè ha incluso e preservato in sé gli insegnamenti veritieri che si trovavano in essi. In seguito, con l’aiuto di questo Libro, sono state selezionate e separate le affermazioni contrarie alla verità che erano state incluse in quei Libri.

(Arabo****************)

E abbiamo fatto scendere questo Corano con la verità, ed esso è disceso proprio con la verità. Inoltre, non ti abbiamo inviato come messaggero per alcun altro compito se non per dare la buona novella a chi lo accetterà e ammonire chi non lo accetterà. (Banī Isrāʾīl: 105)

(Arabo****************)

E proclama ciò che ti è stato rivelato dal Libro del tuo Signore. (al-Kahf: 27)

(Arabo*******************)

O Muhammad (pace e benedizioni su di lui)! Abbiamo fatto scendere su di te questo Libro con la verità per l’umanità. Chi accetterà la guida lo farà a proprio vantaggio. Quanto a chi si smarrirà, ne subirà personalmente le conseguenze. Tu non sei responsabile di lui. (Az-Zumar: 41)

(Arabo*****************)

E così, o Profeta, ti abbiamo rivelato il Corano in lingua araba, affinché tu possa ammonire gli abitanti del centro della regione (Mecca) e coloro che vivono nei suoi dintorni. (Ash-Shura: 7)

(Arabo**************)

Questo Libro è stato fatto scendere da Allah, l’Onnipotente, il Misericordioso. (Al-Ahqaf: 1)

(Arabo****************)

Questo è un Libro benedetto che abbiamo fatto scendere su di te, o Muhammad (pace e benedizioni su di lui), affinché gli uomini possano riflettere su di esso e le persone riflessive e intelligenti possano trarne insegnamento. (Sad: 29)

(ARABO******************)

E certamente, o Muhammad (pace e benedizioni su di lui), ricevi questo Corano da un Essere sapiente e onnisciente. (An-Naml: 6)

(ARABO******************)

Ed esso è certamente una rivelazione del Rabbul Alamin. Lo ha portato uno Spirito degno di fiducia [Qui, con «spirito degno di fiducia» o «spirito affidabile» si intende Jibril (pace su di lui), che veniva dal Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) con il Corano. Qui, invece di pronunciare il suo nome, sono state usate le espressioni «spirito degno di fiducia» o «spirito affidabile». Lo scopo è dire che egli è uno spirito puro, un essere incorporeo, tanto fedele e affidabile da trasmettere al Profeta la rivelazione esattamente come Allah l’Altissimo gliela comunica, senza aggiunte né omissioni — l’autore.] nel tuo cuore, affinché tu, o Muhammad (pace e benedizioni su di lui), divenga uno degli ammonitori (i profeti inviati per ammonire l’umanità), in una chiara lingua araba. (Ash-Shu’ara’: 192-195)

(ARABO******************)

— O Profeta, non muovere la lingua per affrettarti a memorizzare questa rivelazione. Spetta a Me farla ricordare e insegnartela. Perciò, quando la recito, ascolta attentamente la recitazione. Spetta a Me anche spiegartene il significato. (Al-Qiyamah: 16-19)

Questi versetti non rendevano soltanto chiaro che l’intero Libro era stato rivelato da Allah a Muhammad (pace e benedizioni su di lui) mediante la rivelazione; inoltre, gli ultimi due versetti sono chiarissimi nel mostrare che non era soltanto il suo significato a essere fatto comprendere al cuore del Profeta, perché egli lo esprimesse con parole proprie: anche le sue parole erano rivelate da Allah. Il fatto che lo Spirito Fedele (Jibril, pace su di lui) scendesse con la rivelazione in lingua araba da parte del Rabbul Alamin, la recitasse davanti al Messaggero, che il Profeta cercasse di memorizzarla rapidamente, e che Allah l’Altissimo dicesse: «Non cercare di memorizzarla; al contrario, quando viene recitata, ascoltala. Poi farla ricordare, insegnartela e spiegartene il significato: tutto ciò spetta a Noi» — tutto questo ha senso soltanto se anche le parole della rivelazione vengono da Allah. Altrimenti, se nel cuore del Profeta fossero sorti soltanto significati e concetti, non avrebbe alcun senso recitarli, ascoltarli, ricordarli o dire che erano stati rivelati in lingua araba.

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fu egli stesso incaricato di seguire il Corano

Nel Corano è stato inoltre chiaramente dichiarato che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) è soggetto ai comandi del Corano. Gli è stato ordinato di attenervisi. Egli non ha il diritto di apportarvi modifiche né di aggiungervi o togliervi alcunché e, essendo soggetto ai suoi comandi, gli è stato ordinato di attenervisi. Non ha il diritto di apportarvi modifiche né di aggiungervi o togliervi alcunché.

(আরবী******************)

E, o Muhammad (pace e benedizioni su di lui), attieniti a tutto ciò che ti è stato rivelato dal tuo Signore. Allah è informato di ciò che fate. (Al-Ahzab: 2)

(আরবী***************)

O Muhammad (pace e benedizioni su di lui), attieniti a tutto ciò che ti è stato rivelato dal tuo Signore. Non vi è divinità all’infuori di Lui e distogliti dagli associatori. (Al-An‘am: 106)

(Arabo*******************)

-O Muhammad (pace e benedizioni su di lui)! Di’ loro: io seguo soltanto la rivelazione che mi viene inviata e non sono altro che un chiaro ammonitore. (Al-Ahqaf: 9)

(Arabo******************)

E (o Profeta!), quando non presenti a queste persone alcun segno (miracolo), dicono: «Perché non hai scelto per te un segno?». Di’ loro: «Io seguo soltanto la rivelazione che mi è stata inviata dal mio Signore». Questa (rivelazione coranica) è luce di saggezza proveniente dal tuo Signore, nonché guida e misericordia per coloro che credono in Lui. (al-A‘raf: 203)

In altre parole, non è mio compito scoprire, creare o presentare di mia iniziativa qualunque cosa venga richiesta o di cui io stesso senta il bisogno. Io sono soltanto un messaggero, e il mio compito è agire secondo la guida di Colui che mi ha inviato. Al posto di un miracolo, Colui che mi ha mandato mi ha inviato questo Corano. In esso vi è luce di saggezza, e la sua caratteristica più evidente è che coloro che lo accettano trovano la retta via nella vita, mentre nei loro bei caratteri diventano evidenti i segni della misericordia di Allah.

(Arabo******************)

E quando vengono recitati loro i Nostri chiari versetti, coloro che non sperano di incontrarci nell’Aldilà dicono: «Porta un Corano diverso da questo oppure modifica qualcosa in esso». Di’ loro, o Muhammad (pace e benedizioni su di lui): «Non ho alcun diritto di modificarlo di mia iniziativa. Io seguo soltanto la rivelazione che mi viene inviata. Se disobbedissi al mio Signore, temo il castigo di un Giorno terribile». (Yunus: 15)

(Arabo******************)

E se costui (il Profeta) avesse inventato qualcosa di sua iniziativa e lo avesse attribuito a Noi, lo avremmo afferrato con la mano destra e gli avremmo reciso la vena giugulare. E nessuno di voi avrebbe potuto impedirlo. (al-Haqqa: 44-47)

Il Corano è protetto sotto ogni aspetto e ogni sua parola è salda

È stato anche chiaramente dichiarato nel Corano che Allah l’Altissimo ha assunto personalmente la responsabilità di preservarlo, con ogni sua parola. Ogni sua parola è salda e immutabile. Nessuna falsità troverà modo di penetrarvi. Allah l’Altissimo continuerà a mostrare nell’orizzonte e tra gli uomini segni tali da dimostrarne la veridicità. (Arabo*******************)

Siamo Noi ad aver fatto scendere questo Corano e siamo Noi i suoi custodi. (al-Ḥijr: 9)

Ciò significa che esso è direttamente sotto la Nostra protezione. Se qualcuno volesse distruggerlo o cercasse di sminuirlo, non potrebbe farlo. Il biasimo e la critica di nessuno potranno diminuirne il prestigio. Anche se qualcuno volesse ostacolarne la missione, non potrebbe farlo. Nessuno avrà la possibilità di deformarlo o alterarlo.

(Arabo******************)

— Al contrario, il Nobile Corano è inciso su una Tavola preservata e di altissimo rango. (al-Burūj: 21-22)

Ciò significa che la scrittura di questo Corano non potrà essere cancellata. Esso è inciso sulla Tavola preservata di Dio, nella quale non è possibile alcuna alterazione. Ciò che vi è stato scritto si realizzerà certamente. Anche se tutto il mondo si unisse per respingerlo, non potrebbe farlo.

(Arabo*****************)

E la realtà è che questo Corano è un Libro invincibile. La falsità non può giungere ad esso né dal davanti né da dietro. Esso è stato fatto scendere da Colui che è Sapiente e degno di lode per natura. (Hā Mīm Sajda: 46)

Il fatto che la falsità non possa giungere dal davanti significa che, attaccando apertamente il Corano, nessuno potrà dimostrare falsa e ingiusta alcuna delle sue parole o dei suoi insegnamenti. Il fatto che non possa giungere da dietro significa che in seguito non potrà essere scoperta alcuna verità in contrasto con le informazioni presentate dal Corano; non potrà emergere alcuna conoscenza che sia veramente “conoscenza” e che confuti quella descritta nel Corano. Nessuna esperienza o osservazione potrà dimostrare che ciò che il Corano ha esposto riguardo alla credenza, alla morale, alle leggi, alla civiltà, alla cultura, all’economia, alle scienze sociali e alla politica sia errato.

(Arabo*****************)

Presto mostreremo loro i Nostri segni negli orizzonti e dentro loro stessi, finché sarà loro chiaro che questo Corano è in verità la verità. (Fussilat: 53)

Ci sono due significati. Primo: ben presto la predicazione di questo Corano si diffonderà in una vasta parte del mondo, e queste persone vedranno con i propri occhi quale grande rivoluzione religiosa, morale, psicologica, politica, economica e culturale esso produrrà nella vita umana.

Il secondo significato è che, quanto più si amplierà la conoscenza dell’uomo riguardo al mondo superiore e alla propria stessa esistenza, tanto più diverrà evidente che il Corano è la verità.

Negare il Corano è kufr

La fede nel Corano è una parte altrettanto importante della predicazione islamica quanto la fede nel tawhid e nella risalat. Per questo, con parole inequivocabili, fu rivolto agli uomini questo invito: «Questo è il Libro di Allah; credete in esso». Chi non crederà in esso sarà un kafir. Nei versetti iniziali della Sura al-Baqara, tra le qualità di coloro che sono stati considerati saldi nella retta guida, viene menzionata anche questa qualità.

(Arabo****************)

Abbiamo fatto scendere, con la rivelazione di questo Corano, ciò che è guarigione e misericordia per coloro che credono in esso, mentre per gli ingiusti che non vi hanno creduto non c’è altro che perdita. (Banī Isrāʾīl: 82)

(Arabo****************)

—Solo i miscredenti negano i Nostri segni. (Al-‘Ankabut: 47)

La reazione dei miscredenti

Quando il Corano fu presentato con il suo giusto rango, per i miscredenti dei Quraysh e per i comuni politeisti dell’Arabia accettarlo divenne ancora più difficile che riconoscere Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come Messaggero di Dio. Infatti, anche se dopo aver riconosciuto Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come Messaggero avessero accettato di obbedirgli, avrebbero potuto sperare che, dopo la sua dipartita da questo mondo, avrebbero deposto dalle loro spalle il peso di tale obbedienza. Ma qui veniva presentato un Libro con una dignità tale che ogni sua parola era rivelata dal Signore dei mondi. I musulmani lo imparavano a memoria, parola per parola, poiché la sua recitazione era obbligatoria nella preghiera. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) lo faceva mettere per iscritto dopo ogni rivelazione. Non avevano alcuna speranza di sottrarsi a ciò. Ritenevano che, dopo aver riconosciuto che esso era la Parola di Allah, la loro vita sarebbe stata legata permanentemente a un sistema di regole e disciplina, dal quale allontanarsi avrebbe significato allontanarsi dal Sovrano dei mondi. Perciò impiegarono tutte le loro forze per rifiutare di riconoscere il Corano come Parola di Allah e adottarono ogni possibile stratagemma affinché il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non potesse in alcun modo pronunciare tale dichiarazione.

Il rifiuto di tutti i Libri divini

Il loro primo stratagemma a questo proposito fu rifiutare tutti i Libri divini.

(Arabo******************)

E i miscredenti dissero: «Non accetteremo mai questo Corano, né alcun Libro precedente». (Saba’: 31)

Ma gli stessi arabi non potevano in alcun modo accettare questa loro affermazione. Essi ammettevano che i fogli di Ibrāhīm (a.s.) erano stati rivelati da Dio. In effetti, il Corano li menziona in due luoghi in modo tale da far comprendere che ciò era generalmente riconosciuto dagli arabi, benché nessun frammento di essi fosse conservato presso di loro. Se ne fa menzione nel versetto 37 della Sura an-Najm e nel versetto 19 della Sura al-Aʿlā.

Inoltre, in Arabia vivevano numerosi ebrei e cristiani che credevano nelle Scritture divine. Per gli infedeli arabi era necessario ricorrere all’aiuto di questi ebrei e cristiani contro il Messaggero di Allah (s.a.). Per questo non poterono rimanere a lungo fermi nella loro posizione. (60)

L’accusa contro il Profeta (s.a.) di aver composto personalmente il Corano

In seguito cominciarono a diffondere con la massima insistenza l’accusa secondo cui il Santo Profeta (s.a.) avrebbe composto personalmente questo Corano e lo avrebbe attribuito ad Allah. Nel Corano è stata data una risposta dettagliata a questa accusa, dimostrando con argomentazioni vigorose che si tratta della Parola divina.

(Arabo******************)

La rivelazione di questo Libro proviene senza dubbio dal Rabb degli universi. (as-Sajda: 2)

Diverse sure del Corano iniziano con alcune frasi identificative di questo genere. Il loro scopo è dichiarare fin dall’inizio della Parola da dove essa provenga. Apparentemente, si tratta di una frase introduttiva dello stesso tipo di quella con cui un annunciatore radiofonico, all’inizio di un programma, comunica che le notizie vengono trasmesse da una determinata stazione. Ma, a differenza di questo genere ordinario di annuncio radiofonico, quando l’inizio di una sura del Corano contiene lo straordinario annuncio che questo messaggio proviene dal Sovrano Signore dell’universo, non viene semplicemente riferita la dichiarazione dell’annunciatore; essa contiene inoltre una grandiosa pretesa, una vigorosa sfida e un terribile avvertimento. Infatti, l’annuncio comunica immediatamente che questa non è la parola di un uomo, bensì la parola del Signore dei mondi. Nello stesso istante pone davanti all’uomo una questione enorme: accetterà o non accetterà questa pretesa? Se la accetta, dovrà per sempre chinare il capo in obbedienza a Lui. Dopodiché non avrà alcuna libertà nei Suoi confronti. Se invece non la accetta, dovrà affrontare questo pericolo: se essa è davvero la Parola di Allah, respingerla lo esporrà per sempre alla sventura. Proprio perché questa frase introduttiva è così eccezionale, costringe l’uomo ad ascoltare questa Parola con cautela e con la massima attenzione, decidendo se accettarla o meno in quanto Parola divina.

Qui non si è ritenuto sufficiente dire soltanto che questo Libro è stato rivelato dal Rabb degli universi. Al contrario, è stato affermato con piena forza che:

(*Arabo******)

Senza alcun dubbio, questo è il Libro di Dio. Non vi è la minima ombra di dubbio che esso sia stato fatto discendere da Allah. Se si esamina questa vigorosa affermazione alla luce del contesto circostante del Corano e della narrazione coranica stessa, precedente e successiva, si comprende che essa contiene, insieme all’affermazione, anche la sua argomentazione. E tale argomentazione non era ignota agli abitanti della Mecca davanti ai quali veniva avanzata questa pretesa. L’intera vita di colui che presentava questo Libro era sotto i loro occhi: la sua vita prima e dopo la presentazione del Libro. Sapevano che colui che presentava questo Libro con tale pretesa era, tra la sua gente, l’uomo più onesto, profondamente dignitoso e virtuoso. Sapevano anche che, dopo aver rivendicato la profezia, egli aveva improvvisamente cominciato a parlare in questo modo. Vedevano una chiara differenza tra la lingua e lo stile espositivo di questo Libro e la lingua e lo stile espositivo dello stesso Muhammad Mustafa (pace e benedizioni su di lui). Sapevano inoltre che nello stile espositivo della stessa persona non potevano manifestarsi differenze così evidenti tra due modi di esprimersi. Notavano anche la miracolosa bellezza letteraria di questo Libro e, in quanto arabofoni, sapevano personalmente che tutti i loro letterati e poeti erano incapaci di produrre un’opera letteraria simile. Sapevano bene anche quale abissale differenza vi fosse tra le parole dei poeti della loro gente, dei loro indovini e dei loro oratori, e questa Parola. Inoltre, quanto erano nobili e sublimi i temi puri e sacri descritti in questa Parola! Tra le parole e le azioni di un falso pretendente è sempre presente un interesse personale; ma nel Libro e in colui che lo presentava non se ne trovava la minima traccia. Gli oppositori non riuscivano in alcun modo a individuare quale vantaggio Muhammad (pace e benedizioni su di lui) volesse ottenere per sé, per la sua famiglia o per la propria gente e tribù rivendicando la profezia, né quale interesse personale fosse celato in questa impresa. Vedevano anche che alcune persone della loro stessa gente erano attratte da questo invito e che, dopo esservi state associate, nelle loro vite si era verificata una trasformazione enorme. Tutto ciò, nel suo insieme, assumeva la forma di prove a sostegno della pretesa stessa. Per questo, in tale contesto, era sufficiente dire che non vi era il minimo spazio per dubitare che questo Libro fosse stato fatto discendere dal Signore dei mondi. Non era necessaria alcuna ulteriore prova. (61)

(Arabo******************)

Dicono forse: «Quest’uomo lo ha composto da sé»? No, piuttosto questa è la verità proveniente dal tuo Signore, affinché tu possa ammonire un popolo al quale, prima di te, non è giunto alcun ammonitore; forse riceveranno la guida. (As-Sajda: 3)

Dopo la frase introduttiva menzionata in precedenza, viene data risposta alla prima accusa che i politeisti della Mecca muovevano riguardo alla missione profetica di Muhammad. La risposta pone questa domanda: nonostante sia indubitabile, sulla base di quanto detto, che questo Libro è stato fatto discendere da Allah, costoro osano forse affermare in modo così arbitrario che Muhammad lo abbia composto personalmente e poi attribuito ad Allah, il Signore dei mondi? Non si vergognano di avanzare un’accusa tanto insensata e infondata? Non riescono forse a rendersi conto di che cosa penseranno, ascoltando un’accusa così assurda, coloro che conoscono il Profeta Muhammad, le sue opere e le sue parole, e coloro che sono in grado di comprendere questo Libro?

Come nella prima āya si è ritenuto sufficiente dire «non vi è dubbio», senza considerare necessaria alcuna argomentazione a sostegno del fatto che il Corano è la parola divina, allo stesso modo anche in questa āya, in risposta all’accusa dei miscredenti della Mecca, si ritiene sufficiente dire soltanto: «Questo proviene dal tuo Signore». La ragione è la stessa che abbiamo esposto nel commento alla seconda āya. Gli ascoltatori sapevano in quale ambiente e con quale dignità il Profeta aveva presentato questo Libro. Il Libro era davanti a tutti, con la sua lingua, la sua letteratura e i suoi contenuti. Tutti i membri della società meccana vedevano con i propri occhi anche la sua influenza e i suoi effetti. In tali circostanze, il fatto che questo Libro fosse una verità proveniente dal Signore dei mondi era una realtà così evidente che, per confutare l’accusa dei miscredenti, bastava descriverla con poche parole. Cercare di presentare prove e argomentazioni avrebbe finito per indebolire la questione invece di rafforzarla. Supponiamo, per esempio, che durante il giorno il sole risplenda con la sua luce e che allora un ostinato dichiari: «Questa è una notte buia». In risposta, è sufficiente dire: «La chiami notte? Il giorno luminoso è davanti ai tuoi occhi». Se poi cominciaste a presentare prove razionali per dimostrarlo, non rendereste la risposta più forte; al contrario, la indebolireste. (62)

Testo arabo

Questo Corano non è qualcosa che possa essere stato composto senza la rivelazione e l’insegnamento di Allah. Esso è invece una conferma della veridicità di tutto ciò che lo ha preceduto e una spiegazione dettagliata del Libro. Non vi è dubbio che esso provenga dal Signore dei mondi. (Yunus: 37)

«La conferma della veridicità di ciò che è venuto prima», cioè degli insegnamenti fondamentali che, fin dall’inizio, sono stati trasmessi agli uomini per mezzo dei profeti. Questo Corano non presenta nulla di nuovo allontanandosi da essi; al contrario, li conferma. Se fosse stato il prodotto dell’immaginazione di un fondatore di una nuova religione, vi si sarebbe certamente visto il tentativo di mescolare alle antiche verità qualche colore originale proprio, per rendere evidente la propria distinta superiorità.

«Una spiegazione dettagliata del Libro» significa che questi insegnamenti fondamentali, nei quali è racchiusa la sintesi di tutti i Libri celesti, sono stati esposti con argomenti e prove, con ammonimenti, spiegazioni e analisi, e in modo conforme alla realtà concreta. (63)

(Arabo******************)

Di’: «Anche se uomini e jinn si riunissero tutti per produrre qualcosa di simile a questo Corano, non ci riuscirebbero, anche se si aiutassero gli uni con gli altri». (Banī Isrāʾīl: 88)

Oltre che in questo passo, questa sfida è stata lanciata in altri quattro passi del Corano: nella sūra al-Baqara, versetti 23-24; nella sūra Yūnus, versetto 38; nella sūra Hūd, versetto 13; e nella sūra al-Ṭūr, versetti 33-34. In questi passi, ciò è stato detto in risposta all’accusa dei miscredenti secondo cui Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) avrebbe composto personalmente questo Corano e lo avrebbe falsamente presentato come parola di Dio. Inoltre, nel versetto 16 della sūra Yūnus, questa accusa viene confutata con le parole:

(Arabo******************)

O Muḥammad (pace e benedizioni su di lui), di’ loro: «Se Allah avesse voluto che io non vi recitassi il Corano, non avrei potuto recitarvelo in alcun modo. Anzi, Egli non ve ne avrebbe nemmeno dato notizia. Ho vissuto tra voi per tutta una vita. Non comprendete dunque nemmeno questo?» (Yūnus: 16)

In questi versetti, l’argomentazione presentata a dimostrazione del fatto che il Corano è la parola divina contiene, in realtà, tre argomenti. Primo: per la sua lingua, il suo stile espositivo, il metodo con cui presenta le argomentazioni, i suoi contenuti, la trattazione, gli insegnamenti e la comunicazione di notizie sul mondo invisibile, il Corano è un miracolo, e produrre qualcosa di simile è al di là delle capacità umane. Voi dite che è stato composto da un uomo; noi invece diciamo che, anche se tutti gli uomini del mondo si unissero, non potrebbero comporre un libro di questo genere. Persino la stirpe dei jinn, che i politeisti hanno assunto come divinità e contro la cui mentalità di divinizzazione questo Corano ha inferto un colpo decisivo, anche se si alleasse per aiutare i negatori del Corano, non sarebbe comunque in grado di comporre un libro di pari dignità del Corano e di confutare così questa sfida.

In secondo luogo, Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non è apparso improvvisamente tra voi provenendo dal mondo esterno. Al contrario, è vissuto tra voi per quarant’anni anche prima della rivelazione di questo Corano. Avevate mai udito dalla sua bocca, persino il giorno precedente a quello in cui rivendicò la profezia, parole di questo genere, con problemi e contenuti di questo tipo? Se non le avevate udite — e certamente non le avevate udite — allora la vostra coscienza vi dice forse che il linguaggio, le idee, le conoscenze, il modo di pensare e l’eloquenza di una persona possano subire all’improvviso un cambiamento tanto radicale?

In terzo luogo, il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non si è nascosto dopo avervi recitato il Corano; al contrario, viveva proprio in mezzo a voi. Ascoltavate dalla sua bocca sia il Corano sia le altre conversazioni e prediche. La differenza tra il linguaggio e lo stile espressivo del Corano e quelli delle parole del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è così grande che una stessa persona non avrebbe mai potuto pronunciare due discorsi tanto diversi. Questa differenza non era evidente soltanto allora, quando il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) viveva tra il suo popolo; ancora oggi, infatti, nelle raccolte di hadith sono conservati numerosissimi suoi detti e discorsi. Il suo linguaggio e il suo stile narrativo sono talmente diversi da quelli del Corano che nessun critico raffinato della lingua e della letteratura araba oserebbe affermare che entrambi i tipi di discorso provengano dalla stessa persona. (64)

(Arabo********************)

Dicono forse che il Profeta abbia composto personalmente questo Libro? Di’: va bene, sia così! Allora componete e portate dieci sure simili a esso. E portate anche, se potete, coloro che adorate oltre ad Allah, affinché vi aiutino, se siete sinceri nel considerarli divinità. Se poi non accorrono in vostro aiuto, sappiate allora che esso è stato rivelato con la conoscenza di Allah; e sappiate che non vi è altra vera divinità all’infuori di Allah. Vi sottometterete dunque a questa verità, chinando il capo in obbedienza? (Hud: 13-14)

Qui, mediante lo stesso argomento, viene dimostrata l’origine divina del Corano e viene dimostrato anche il tawhid. Il riassunto dell’argomentazione è il seguente:

1. Se questo fosse il discorso di un essere umano, allora quell’essere umano dovrebbe possedere la capacità di pronunciare parole di tale natura. Pertanto, la vostra affermazione secondo cui io, Muhammad (pace e benedizioni su di lui), avrei composto personalmente questo Libro potrà essere vera soltanto se riuscirete, tutti insieme, a comporre un Libro simile. Se non ne siete capaci, allora è vera la mia affermazione: non sono io l’autore di questo Libro; al contrario, esso è stato rivelato mediante la conoscenza di Allah.

2. Inoltre, in questo Libro le vostre divinità sono state apertamente contestate, ed è stato detto chiaramente di abbandonare il loro culto, poiché non possiedono alcuna parte della divinità. Se non accettate ciò, allora è necessario che le vostre divinità — se sono davvero divinità — vi aiutino a dimostrare falsa la mia affermazione e a comporre un’opera simile a questo Libro. Ma, nel momento di questa decisione, esse non possono aiutarvi in alcun modo, né possono infondere in voi la forza necessaria per comporre qualcosa di simile a questo Libro. Ciò dimostra chiaramente che le avete ingiustamente elevate a divinità. Altrimenti, in realtà, esse non possiedono alcuna forza né il minimo attributo divino sulla cui base possano essere degne di essere considerate divinità. (65)

(Arabo*******************)

Dicono forse: «È il Profeta ad aver composto da sé questo Libro»? Di’: «Se siete sinceri nella vostra accusa, componete allora una sola sura simile a questa e chiamate in aiuto chiunque vogliate, all’infuori dell’Unico Dio». (Yunus: 38)

In genere la gente ritiene che questa sfida sia stata lanciata esclusivamente in relazione all’eloquenza e alla bellezza letteraria della lingua del Corano. È possibile che questa falsa opinione sia sorta dalle discussioni condotte sull’inimitabilità del Corano. Ma il rango del Corano è molto più elevato. Il Corano non ha fondato la rivendicazione della propria distinzione, unicità e incomparabilità soltanto sulla dolcezza verbale e letteraria. Non vi è dubbio che, dal punto di vista linguistico, il Corano sia inimitabile. Tuttavia, la ragione per cui è stato detto che la mente umana non può comporre un Libro simile riguarda il suo argomento e i suoi insegnamenti. Il Corano stesso ha illustrato in diversi passi l’aspetto miracoloso che vi è in essi e il motivo per cui esso è stato rivelato da Allah e una composizione di questo genere è al di là delle capacità umane. (66)

(Arabo*****************)

Dicono forse: «È questo uomo ad aver composto da sé il Corano»? In realtà, non vogliono credere. Se sono sinceri nelle loro parole, producano allora una parola di tale rango. (At-Tur: 33-34)

In altre parole, il significato di questa dichiarazione è che coloro tra i Quraysh che sostengono che il Corano sia una parola composta personalmente dal Profeta Muhammad (pace su di lui), nel loro intimo sentono che non può essere una sua parola. Tra gli altri, coloro che erano linguisti percepivano chiaramente che esso era immensamente superiore e più nobile di qualunque parola umana. Anzi, persino coloro che conoscevano il Profeta Muhammad (pace su di lui) non riuscivano talvolta a immaginare che queste fossero parole sue, personali. Dunque, la verità evidente è che coloro che attribuiscono il Corano alla composizione del Profeta Muhammad (pace su di lui) in realtà non vogliono credere. Per questo inventano varie false scuse, e questa è una di esse.

La questione non è soltanto che queste non siano parole del Profeta Muhammad (pace su di lui); in realtà, non sono affatto parole o discorso umano. Comporre parole di questo genere è al di là delle capacità umane. Se volete sostenere che si tratta di parole composte da un essere umano, portate allora una composizione dello stesso livello, composta da un uomo. Questa sfida non fu rivolta soltanto ai Quraysh, ma inizialmente, in questo versetto, a tutti gli increduli del mondo. In seguito la sfida fu ripetuta tre volte alla Mecca e l’ultima volta a Medina. (Sura Yunus, versetto 38; Hud: 13; Bani Isra’il: 88; al-Baqara: 23)

Ma nessuno ebbe il coraggio di rispondere a questa sfida allora, né lo ha avuto oggi, portando qualcosa composto da un essere umano in confronto al Corano.

Poiché alcuni non comprendono la vera natura di questa sfida, affermano che, non solo il Corano, ma nessuno può comporre prosa o poesia secondo il metodo compositivo di un’altra persona. Omero, Rumi, Shakespeare, Goethe, Paleb, Rabindranath e Iqbal sono tutti incomparabili sotto questo aspetto. Nessuno è in grado di comporre qualcosa identico a ciò che hanno composto loro. Chi pretende di rispondere alla sfida del Corano parte in realtà da questa falsa convinzione:

(Arabo*****************)

Ciò significa comporre un’opera di questo genere secondo lo stile espositivo. In realtà, non significa una somiglianza nello stile espositivo. Significa piuttosto: portate un libro di tale valore e dignità, che possa essere considerato, non soltanto in arabo ma in qualsiasi lingua del mondo, un concorrente del Corano per quelle caratteristiche sulla cui base esso è un miracolo. In breve, vengono qui descritte alcune caratteristiche sulla cui base il Corano era miracoloso in passato e lo è ancora oggi.

1. Il Corano è un esempio elevatissimo e sublime della letteratura della lingua nella quale è stato rivelato. In tutto il Corano non si trova una sola parola o frase al di sotto di questo livello. Qualunque argomento venga trattato, è esposto con le parole e lo stile espressivo più appropriati e adeguati. Uno stesso tema viene descritto più volte, ma ogni volta si adotta uno stile nuovo e non si trova mai la monotonia della ripetizione. Dall’inizio alla fine, l’intreccio delle parole nell’intero Libro è tale da sembrare una collana di perle. Il discorso è così efficace che nessun esperto di lingua può ascoltarlo senza esserne rapito dalla gioia; suscita persino piacere nel cuore di chi lo nega e vi si oppone. Anche dopo quattordici secoli, ancora oggi questo Libro è il modello supremo della lingua e della letteratura araba: non solo nessun libro di questa lingua può eguagliarlo, ma neppure avvicinarsi al suo valore e rango letterario. Non è tutto: persino dopo essere divenuto questo Libro sublime, esso conserva ancora quel livello di eleganza della lingua araba che il Libro stesso aveva stabilito. Eppure, in un periodo tanto lungo, la lingua è cambiata, assumendo forme diverse. Non esiste al mondo una lingua che per molti secoli sia rimasta invariata nell’ortografia, nella sintassi, nello stile espressivo, nella grammatica e nell’uso del lessico. Ma è soltanto la forza di questo Corano ad aver impedito alla lingua araba di allontanarsi dalla sua posizione originaria. Nessuna delle sue parole è stata abbandonata fino a oggi. Ogni sua espressione idiomatica è ancora usata nella letteratura araba. La sua letteratura è tuttora una letteratura di alto livello in lingua araba. Esiste forse in qualche lingua del mondo un’opera composta dall’uomo che possieda una dignità simile?

2. È l’unico Libro al mondo ad aver esercitato un’influenza così vasta, profonda e universale sul pensiero, sulla morale, sulla civiltà e sul modo di vivere dell’umanità, che non se ne trova alcun esempio al mondo. Dapprima la sua influenza provocò una rivoluzione in una nazione; poi quella nazione diede inizio a un cambiamento in una parte più ampia del mondo. Non esiste un altro libro capace di ispirare una rivoluzione. Questo Libro non è rimasto semplicemente scritto sulle pagine della carta; al contrario, ogni sua parola ha dato forma, nel mondo reale, a pensieri, convinzioni e concezioni, creando una civiltà duratura. La sua influenza perdura da millecinquecento anni e continua ad ampliarsi di giorno in giorno.

3. Gli argomenti trattati da questo Libro sono molteplici e vasti; il loro ambito abbraccia l’intero universo, dall’inizio alla fine. Esso illumina i misteri profondi dell’universo, la sua origine e il suo destino, nonché l’ordine che lo governa. Spiega chi sia il Creatore, il Direttore e il Sovrano di questo universo, quali siano i Suoi attributi e la Sua autorità, e quale sia il vero mistero per il quale Egli ha stabilito questo intero sistema. Descrive correttamente la dignità e la posizione dell’essere umano in questo mondo, spiegando che questa è la sua posizione naturale e un suo diritto innato, che egli non ha il potere di modificare. Indica quale sia, in considerazione di tale posizione e dignità, la via corretta per il pensiero e l’azione dell’uomo, pienamente conforme alla natura, e quali siano le vie errate, in conflitto con la verità. Traendo innumerevoli argomenti e prove da ogni cosa della terra e del cielo, da ogni aspetto dell’ordine dell’universo, dall’essenza e dall’esistenza dell’uomo e dall’intera storia dell’umanità, dimostra la correttezza della via della verità e l’errore delle vie sbagliate. Spiega inoltre come e per quali ragioni gli uomini vengano condotti sulla via errata, come si possa conoscere la via corretta, che è sempre stata e sempre sarà la stessa, e come essa continui a essere indicata agli uomini in ogni epoca. Non si limita a indicare la via corretta e a tacere. Al contrario, presenta, per percorrerla, il quadro di un sistema di vita completo, nel quale vengono stabilite norme estremamente armoniose riguardo alle credenze, alla morale, alla purificazione dell’anima, al culto e alla devozione, all’ordinamento sociale, alla civiltà e alla cultura, all’economia, alla politica, all’amministrazione della giustizia, alla legge e, in breve, a ogni settore della vita. Inoltre, spiega dettagliatamente quali saranno, in questo mondo, le conseguenze del seguire la via corretta e del percorrere quella errata. Poi indica quali saranno le conseguenze nel mondo successivo, dopo la fine dell’attuale ordine di questo mondo. Fornisce una descrizione dettagliata della fine di questo mondo e dell’inizio del secondo mondo, illustrandone uno per uno tutti gli stadi della trasformazione. Espone davanti agli occhi il quadro completo dell’altro mondo. Poi descrive dettagliatamente come l’uomo vi riceverà una seconda vita, come vi sarà esaminato il rendiconto delle sue opere terrene, su quali questioni sarà interrogato, come, in una situazione innegabile, il suo completo registro delle opere sarà posto davanti a lui, quali solide testimonianze saranno presentate per dimostrare tutto ciò e per quale motivo coloro che riceveranno ricompensa o punizione la riceveranno. Spiega quali beni otterranno coloro che riceveranno la ricompensa e in quali forme coloro che riceveranno la punizione subiranno le conseguenze delle loro azioni. L’esposizione di questo vasto contenuto nel Libro non si fonda sul fatto che il suo Autore abbia eretto, mediante alcuni argomenti, un edificio di supposizioni e congetture; si fonda invece sul fatto che il suo Autore possiede direttamente la conoscenza della realtà. Il Suo sguardo si estende dall’inizio alla fine. Tutte le realtà sono chiare davanti a Lui. L’intero universo è davanti a Lui come un libro aperto. Egli vede con un solo sguardo ogni cosa, non soltanto dall’inizio della stirpe umana fino alla sua fine, ma anche dalla sua fine fino alla sua seconda vita; e guida l’umanità non sulla base di congetture e supposizioni, bensì sulla base della conoscenza. Tra le informazioni che Egli presenta sulla base della conoscenza, fino a oggi non se n’è potuta dimostrare errata neppure una. La concezione che presenta dell’universo e dell’uomo offre una spiegazione completa di tutti gli oggetti e gli eventi percepibili dai sensi e può costituire il fondamento della ricerca in ogni ramo del sapere. Nelle Sue parole si trovano le soluzioni a tutti i problemi limite della filosofia, della scienza e delle scienze sociali, e tra esse esiste una relazione così logica da consentire, sulla loro base, la costruzione di un campo di pensiero completo, coerente e universale. Inoltre, la guida pratica che Egli ha dato agli uomini per ogni aspetto della vita non è soltanto estremamente razionale e profondamente pura: da millecinquecento anni, in varie parti del mondo, innumerevoli persone la seguono concretamente. L’esperienza ne ha dimostrato l’eccellenza suprema. Esiste forse al mondo un’opera composta dall’uomo, dotata di una dignità tale da poter essere presentata in confronto con questo Libro, il Corano?

4. Il Libro non fu presentato al mondo in forma scritta tutto in una volta. Piuttosto, fu avviato un movimento di riforma con alcune indicazioni iniziali; poi, per ventitré anni, man mano che quel movimento attraversava le diverse fasi del suo sviluppo, le parti del Libro venivano pronunciate dalla bocca del suo guida, talvolta sotto forma di lunghi discorsi e talvolta sotto forma di frasi diverse, secondo le circostanze e le necessità di ciascuna fase. Dopo il compimento di questa missione, quelle parti, rivelate in tempi diversi, furono raccolte in forma completa e presentate al mondo: questo è ciò che viene chiamato Corano. Secondo la testimonianza del capo del movimento, quei discorsi e quelle parole non erano stati composti da lui, bensì gli erano stati rivelati dal Signore dei mondi. Se qualcuno considera il capo del movimento stesso l’autore di tutto ciò, presenti dalla storia del mondo un esempio di un uomo che, guidando personalmente per anni e senza interruzione un grande movimento sociale, abbia talvolta parlato come predicatore e maestro di morale, talvolta come guida di una comunità oppressa, talvolta come capo di Stato, talvolta come comandante di un esercito in guerra, talvolta come eroe vittorioso, talvolta come legislatore religioso e civile, talvolta come giudice e, in breve, come detentore di diverse cariche in circostanze e momenti differenti, e che, attraverso tutti i discorsi pronunciati e tutte le dichiarazioni rese in tali situazioni, abbia fondato un sistema completo, coerente e universale di pensiero e di azione. In esso non si trova alcuna disparità né contraddizione. Dall’inizio alla fine vi opera la stessa idea centrale. Fin dal primo giorno, quell’uomo descrisse le basi della sua predicazione e, fino all’ultimo giorno, continuò a edificare su quelle basi un sistema universale di fede e di azione, le cui singole parti erano perfettamente coerenti con tutte le altre. Dopo aver osservato tutto ciò, una persona lungimirante non può fare a meno di pensare che, all’inizio del movimento, davanti al suo promotore fosse già chiaramente delineato il quadro completo del movimento, fino alla sua fase finale. Non accadde mai che, in una fase intermedia, nella sua mente sorgesse un’idea che prima non vi fosse, o che in seguito egli dovesse modificarla. Se è mai esistito un uomo di tale statura, che abbia mostrato il culmine della propria capacità creativa, lo si indichi.

5. Il guida dalla cui bocca uscivano quei discorsi e quelle parole non appariva improvvisamente da qualche luogo per presentarsi in pubblico soltanto per ascoltare quelle cose, né scompariva poi chissà dove dopo averle pronunciate. Egli aveva vissuto nella società umana anche prima di questo movimento e vi rimase costantemente fino all’ultimo istante della sua vita. Tutti conoscevano bene la lingua e lo stile delle sue conversazioni e dei suoi discorsi. Una parte considerevole di essi è ancora conservata negli hadith, così che in seguito gli arabofoni possono facilmente constatare da sé quale fosse il modo di parlare di quel guida o condottiero. I suoi stessi compatrioti lo riconoscevano chiaramente già allora, e ancora oggi gli arabofoni ritengono che la lingua e lo stile del Libro siano molto diversi dalla lingua e dallo stile di quel guida, Muhammad (pace su di lui). Persino quando, nel corso dei suoi discorsi, egli recitava una parte di quel Libro, la differenza tra le due lingue risultava assolutamente evidente. La domanda è: è mai stato o può mai essere possibile per una persona al mondo fingere per anni e anni di parlare in due forme e stili completamente diversi, senza che venga mai svelato il segreto che entrambe le forme di discorso appartengono alla stessa persona? Certamente, è possibile riuscire a mostrare una simile artificiosità per un breve periodo e occasionalmente. Ma è assolutamente impossibile farlo ininterrottamente per ventitré anni.

6. Nel dirigere il movimento, questo grande guida si trovò ad affrontare circostanze diverse. Talvolta, per lunghi periodi, fu vittima di scherni, derisione, umiliazioni, ingiustizie e persecuzioni da parte dei suoi vicini e dei membri della sua stessa tribù. Talvolta i suoi compagni furono sottoposti a tali torture da essere costretti a lasciare il Paese. Talvolta i nemici complottarono per assassinarlo. Talvolta anch’egli dovette lasciare il Paese. Talvolta dovette sopportare estrema difficoltà economica. Talvolta dovette affrontare guerre in cui vi furono sia vittorie sia sconfitte. Talvolta trionfò sui nemici, e coloro che un tempo lo avevano crudelmente perseguitato furono costretti a chinare il capo. Talvolta ottenne potere e autorità, una fortuna concessa a ben pochi. Quando, in tutte queste situazioni, egli parlava a titolo personale, in quelle parole emergevano le emozioni che gli esseri umani provano in circostanze simili. Ma le parole che in momenti diversi furono udite dalla sua bocca sulla base della rivelazione discesa da Dio apparivano, e appaiono ancora oggi, del tutto prive di emozioni umane. Nessun grande critico potrà indicare un solo punto del Corano e dire che in esso si manifesta l’influsso di emozioni umane.

7. La conoscenza ampia e universale che si trova nel Libro non si riscontrava né tra gli Arabi, i Romani e i Greci di quell’epoca, né, a maggior ragione, tra alcuno dei grandi sapienti e studiosi del ventesimo secolo. Oggi accade che, dopo aver trascorso tutta la vita nello studio di un ramo della filosofia, della scienza o delle scienze sociali, si scopra che, all’estremo limite di quel ramo del sapere, vi è una risposta chiara a quei problemi. Ciò non riguarda una sola disciplina particolare; si applica piuttosto correttamente a tutti i saperi connessi all’universo e all’essere umano. Come si può credere che, millecinquecento anni fa, un uomo analfabeta del deserto arabico possedesse una conoscenza così vasta in ogni campo del sapere e avesse elaborato, dopo aver riflettuto su ogni problema fondamentale, risposte chiare e inconfutabili?

Sebbene vi siano ancora molte altre ragioni per cui il Corano è miracoloso, se si riflette e si fa ricerca anche soltanto su queste poche ragioni, si comprenderà che la natura miracolosa del Corano oggi è molto più evidente di quanto lo fosse al momento della sua rivelazione, e, inshallah, continuerà a diventare ancora più evidente fino al Giorno della Resurrezione. (67)

Sebbene da quanto è stato esposto sopra non rimanga alcun motivo di dubitare che il Corano sia la Parola divina, l’argomento che i miscredenti ripetevano continuamente per considerarlo un libro composto dall’uomo era il seguente: se fosse stata Parola di Dio, sarebbe stato rivelato interamente in una sola volta. Il fatto che ci venisse presentato di tanto in tanto, poco per volta, significava che veniva composto dopo molte riflessioni. Nel Corano, riportando la loro accusa o alludendo ad essa, viene spiegato con parole profondamente toccanti perché sia stato rivelato gradualmente e quale sia il profondo mistero della rivelazione graduale.

(Arabo*******************)

I miscredenti dicono: «Perché non è stato rivelato a quest’uomo tutto il Corano in una sola volta?». Sì, lo abbiamo rivelato in parti successive proprio per rafforzarlo bene nel tuo cuore, o Profeta, e a questo scopo lo abbiamo disposto in sezioni separate secondo un ordine particolare. E uno degli scopi era che, ogni volta che ti ponevano una domanda insolita o sollevavano una questione davanti a te, ti fornissimo al momento opportuno la risposta esatta e spiegassimo la questione nel modo migliore. (Al-Furqan: 32-33)

Questa era l’accusa che i miscredenti della Mecca trovavano più convincente. La consideravano un’accusa molto forte e la ripetevano di frequente. Ma nel Corano essa è stata completamente confutata con una risposta razionale. Il senso della loro domanda o accusa era il seguente: se quest’uomo non avesse presentato tali argomenti dopo aver riflettuto personalmente, interrogato qualcuno oppure copiato da libri, ma questo fosse davvero il Libro di Dio, perché non era stato portato tutto insieme e nello stesso momento? Dio stesso sa pienamente che cosa vuole far conoscere. Se avesse voluto rivelarlo, avrebbe rivelato tutto in una volta. Il fatto che, dopo aver riflettuto, ora dica una cosa e poi un’altra è una chiara prova che la rivelazione non proviene dall’alto; piuttosto, viene raccolta qua e là oppure elaborata e presentata in modo arbitrario.

In risposta, sono state illustrate molte saggezze insite nella rivelazione graduale e parziale del Corano:

(1) È stato fatto anche affinché ogni parola potesse essere conservata nella memoria. Infatti, la sua predicazione e diffusione non avvengono in forma scritta, bensì attraverso la predicazione orale di un Profeta illetterato a uditori illetterati.

(2) Affinché il suo insegnamento si imprima profondamente nel cuore. A questo scopo, parlare poco alla volta, facendo delle pause, e descrivere lo stesso concetto in modi diversi è più efficace.

(3) Affinché l’attenzione si concentri sul modo di vivere da esso indicato. A questo scopo, è più conforme a un metodo scientifico rivelare gradualmente le istruzioni e la guida. Altrimenti, se tutte queste leggi e l’intero sistema di vita fossero esposti insieme e venisse ordinato di istituirli, le persone rimarrebbero disorientate. Inoltre, è un dato di fatto che, se ogni comando viene impartito al momento opportuno, se ne possono comprendere meglio la saggezza e la forza vitale. Al contrario, se tutte le istruzioni vengono raccolte sistematicamente e fornite nello stesso momento, ciò non può essere compreso.

(4) Affinché, durante il movimento islamico, quando il conflitto e lo scontro continui tra la verità e la falsità proseguono, si possano suscitare coraggio, entusiasmo e ardore nel Profeta e nei suoi seguaci. Perciò, invece di inviare una volta sola un lungo e dettagliato messaggio di guida e poi lasciarli ad affrontare l’opposizione del mondo intero, è molto più efficace che i messaggi giungano da Dio ripetutamente, di tanto in tanto e al momento opportuno. In questa seconda situazione, le persone sentono che il Dio che ha ordinato loro di compiere quest’opera veglia su di loro, li guida nelle avversità e nelle sofferenze e, rivolgendosi a loro ogni volta che ne hanno bisogno, rinnova il Suo legame con loro. Così crescono l’entusiasmo e l’energia, e la determinazione si rafforza. Nella prima situazione, invece, la persona pensa che, oltre a sé stessa e a ciò che la circonda, non vi siano altro che tempeste.

Infine, viene illustrata un’altra saggezza della rivelazione secondo un ordine graduale. L’occasione della rivelazione del Sublime Corano non è che Dio Onnipotente abbia voluto comporre un libro contenente la guida e abbia nominato il Profeta suo agente per diffonderlo. Se fosse stato così, sarebbe stata legittima la richiesta di comporre l’intero libro e consegnarlo tutto in una volta all’agente. In realtà, il suo contesto di rivelazione è questo: Dio Onnipotente vuole creare un movimento di fede, Islam, obbedienza e timore di Dio contro la miscredenza, l’ignoranza e la disobbedienza, e a questo scopo ha fatto sorgere un Profeta come convocatore e guida. Nel corso di questo movimento, da un lato Egli si è assunto la responsabilità di istruire e guidare il leader e i suoi seguaci secondo le necessità; dall’altro, si è assunto anche la responsabilità di chiarire qualsiasi pretesto, dubbio, perplessità o confusione suscitati dagli oppositori, e di fornire la corretta spiegazione quando una parola venisse interpretata erroneamente. L’insieme dei discorsi che vengono rivelati da Dio per esigenze di questo genere si chiama Corano. Esso non è un libro di leggi, né un libro di etica o di filosofia; è piuttosto il libro di un movimento. Il modo naturale e corretto in cui deve venire all’esistenza è questo: dal momento in cui il movimento ha inizio fino alla sua conclusione, man mano che esso procede, anche il Corano deve continuare a essere rivelato, di volta in volta, secondo il tempo e le necessità. (68)

(Arabo********************)

-Quando sostituiamo un versetto con un altro versetto—e Allah sa meglio che cosa rivela—essi dicono: «Tu componi da te questo Corano». La verità è che la maggior parte di loro non conosce la realtà dei fatti. Di’ loro: «Lo Spirito Santo lo ha fatto scendere gradualmente dal mio Signore con verità, affinché rafforzasse la fede dei credenti, guidasse sulla retta via gli obbedienti nelle questioni della vita e annunciasse loro la buona novella del bene e della felicità». (Nahl 101-102)

Far scendere un versetto al posto di un altro può anche significare l’invio di una seconda prescrizione dopo la prima. Infatti, le prescrizioni coraniche furono rivelate gradualmente: riguardo alla medesima questione, nel corso di diversi anni furono inviate in successione due o tre prescrizioni. È il caso della questione del vino o della pena per l’adulterio. Tuttavia esitiamo ad accettare questo significato, perché la sura an-Nahl fu rivelata nel periodo meccano. Per quanto ne sappiamo, in quel periodo non si presenta alcun esempio di prescrizioni rivelate in una sequenza progressiva. Perciò qui intendiamo l’espressione «far scendere un versetto al posto di un altro» nel senso che, in diversi punti del Corano, talvolta un argomento viene spiegato mediante un esempio e talvolta viene presentato un altro esempio per chiarire lo stesso argomento. A volte viene messo in evidenza un secondo aspetto della questione. Per lo stesso tema viene talvolta esposta una dimostrazione e talvolta un’altra. La medesima storia viene narrata più volte, ogni volta con parole diverse. Di una questione viene talvolta presentato un aspetto e talvolta il suo secondo aspetto. Una cosa viene espressa una volta concisamente e un’altra volta in dettaglio. Era proprio questo che i miscredenti della Mecca consideravano una prova del fatto che il profeta Muhammad—Allah lo benedica e gli conceda la pace—avesse, Dio non voglia, composto da sé questo Corano. Il loro ragionamento era che, se l’origine di questo messaggio fosse stata la conoscenza divina, tutto sarebbe stato detto in una sola volta. Forse Allah è così limitato nella conoscenza come gli esseri umani, da parlare riflettendo di volta in volta? Raccoglierebbe gradualmente le informazioni e, se ritenesse che una formulazione non funzionasse bene, ne userebbe un’altra? In realtà, dicevano, tutto ciò non è che la debolezza della conoscenza umana che si manifesta nelle tue parole.

In risposta, si disse innanzitutto che questo Libro viene portato da parte di Allah dallo «Spirito Santo». Il significato letterale di «Spirito Santo» è spirito puro, o spirito sacro. Come termine, questo titolo è stato attribuito a Gabriele—su di lui la pace. In un altro luogo, nella sura ash-Shu‘ara, vengono usate per lui le parole «Spirito fedele», cioè lo spirito depositario della fiducia. Qui, invece di menzionare il nome dell’angelo che porta la rivelazione, l’uso del suo titolo richiama l’attenzione degli ascoltatori su questa verità: il messaggio viene portato da uno «spirito» che è al di sopra delle debolezze e delle imperfezioni umane. Egli non è infido, così da alterare ciò che Allah ha inviato e trasformarlo in qualcosa d’altro secondo il proprio volere. Non è un bugiardo né un calunniatore, così da comporre qualcosa di sua iniziativa e attribuirlo ad Allah. Non è una persona disonesta o avida di denaro, che inganni e raggiri per un proprio interesse personale. È interamente un’anima grande e pura, che trasmette il messaggio di Allah con assoluta fedeltà. Poi si dice che il motivo per cui egli porta gradualmente quel messaggio, senza portarlo tutto in una volta, non è un difetto nella conoscenza di Allah, come voi avete pensato nella vostra ignoranza; il motivo è piuttosto che la capacità di comprensione e di memoria degli esseri umani è limitata: per questo una persona non può comprendere tutto nello stesso momento e, anche se comprendesse ogni cosa in una sola volta, non riuscirebbe a ricordarla. Perciò la saggezza di Allah richiede che lo Spirito Santo (Gabriele) porti questo messaggio poco a poco: talvolta in forma concisa e talvolta dettagliatamente; talvolta spiegando una cosa in un modo e talvolta in un altro; talvolta adottando uno stile narrativo e talvolta un altro. Egli cerca di imprimere la medesima verità nei cuori attraverso metodi diversi, affinché i cercatori della verità, dotati di capacità e forze differenti, credano e, dopo aver creduto, si rafforzino nella conoscenza, nella fede e nella capacità di comprendere.

La seconda saggezza della discesa graduale del Corano è stata indicata nel fatto che coloro che, dopo aver creduto, percorrono la via dell’obbedienza ricevono al momento opportuno la guida di cui hanno bisogno nell’opera della da‘wa islamica e nelle varie difficoltà della vita. È evidente che non sarebbe appropriato inviare queste indicazioni prima del tempo, né sarebbe efficace fornire tutte le indicazioni nello stesso momento.

La terza saggezza è che, a causa degli ostacoli e dell’opposizione cui sono sottoposti gli obbedienti, del modo in cui la loro vita viene amareggiata e resa insopportabile, e delle montagne di pericoli innalzate sul cammino della da‘wa islamica, essi hanno continuamente bisogno che il loro coraggio venga rafforzato mediante la buona novella e che venga loro assicurata la vittoria finale, affinché rimangano fiduciosi e non si scoraggino. (69)

L’accusa secondo cui altre persone componevano il Corano e lo consegnavano al Profeta

Alla Mecca i miscredenti formularono un’altra accusa, del tutto opposta a quella precedente: sostenevano che altre persone aiutassero il Profeta a comporre questo Corano. Facevano copiare storie scritte dei tempi antichi e gliele facevano ascoltare. E questo lavoro veniva svolto notte e giorno.

(Arabo******************)

Coloro che rifiutarono di accettare le parole del Profeta dicono: «Questo Corano è un’invenzione che quest’uomo ha composto da sé, facendosi aiutare da altra gente». Sono giunti al culmine dell’ingiustizia e di una terribile menzogna. Dicono: «È un testo scritto dagli antichi, che un uomo gli detta e che gli viene recitato mattina e sera». O Muhammad, di’ loro: «Lo ha fatto scendere Colui che conosce i segreti della terra e dei cieli». In verità, Egli è Perdonatore e Misericordioso. (Al-Furqan: 4-6)

Il loro discorso era questo: quest’uomo era analfabeta per sua stessa natura. Non poteva acquisire nuove conoscenze attraverso lo studio; all’inizio non aveva imparato nulla. Fino all’età di quarant’anni, nessuna delle parole che oggi uscivano dalla sua bocca gli era mai stata nota. Da dove venivano dunque tutte queste conoscenze? Certamente la loro fonte doveva essere costituita dai libri di alcuni popoli antichi, dai quali, durante la notte, si facevano tradurre e copiare dei brani. Poi egli se li faceva leggere, li imparava a memoria e ce li recitava. Da alcuni racconti risulta che a questo proposito menzionassero anche i nomi di alcune persone istruite che abitavano alla Mecca. Uno di loro si chiamava Addas ed era lo schiavo liberato di Huyaytib ibn Abd al-Uzza. Il secondo era Layab, lo schiavo liberato da Ala ibn al-Hadrami. Il terzo era Jabr, lo schiavo liberato di Amir ibn Rabi’a.

A prima vista sembra un’accusa molto significativa. Per confutare la pretesa della rivelazione, quale accusa potrebbe essere più significativa dell’individuazione della fonte della conoscenza del Profeta? Eppure ci si meraviglia fin dall’inizio che, invece di presentare un’argomentazione in risposta a un’accusa così grave, la questione venga liquidata con queste sole parole: «Voi colpite la verità, pronunciate una manifesta ingiustizia e scatenate una tempesta di menzogne; e questo è il discorso di un Dio che conosce i segreti della terra e dei cieli».

La domanda è: in quell’ambiente di estrema opposizione, quando fu avanzata un’accusa così energica, perché essa venne confutata con tanta noncuranza e disprezzo? E perché gli oppositori non chiesero una risposta dettagliata? Perché non dissero: «La nostra accusa viene semplicemente respinta come ingiustizia e menzogna»? E poi, perché questa accusa non suscitò alcun dubbio nei nuovi musulmani che si convertivano?

La risposta a questa domanda si trova riflettendo sull’ambiente della Mecca nel quale l’accusa fu formulata. Innanzitutto, per quei capi oppressori della Mecca che allora sottoponevano i musulmani a violenze fisiche e rendevano loro la vita insopportabile, non sarebbe stato affatto difficile sostenere contro di loro che traducevano questi antichi libri e li recitavano al Profeta Muhammad, che circondassero all’improvviso le loro case, ne facessero uscire tutto quel materiale e lo presentassero al popolo. Avrebbero potuto perfino sorprenderli proprio mentre traducevano e insegnavano quelle cose al Profeta. Eppure non fecero mai nulla del genere, neppure per un giorno, per fornire una prova della loro accusa. Inoltre, le persone di cui menzionavano i nomi a questo proposito erano abitanti della stessa Mecca. Le loro capacità erano note a tutti. Nessuna persona dotata di buon senso avrebbe potuto credere che costoro possedessero un livello di competenza tale da comporre un libro del valore del Corano.

Inoltre, queste persone erano schiavi liberati da alcuni capi della stessa Mecca; nella vita tribale araba, anche dopo essere stato liberato, uno schiavo non poteva sopravvivere senza la protezione del suo ex padrone. Come si può dunque immaginare che, attirandosi l’ostilità dei loro protettori, questi uomini deboli avessero il coraggio, in quell’orribile clima di oppressione e persecuzione, di partecipare insieme al Profeta Muhammad — Dio ce ne scampi — a questa cospirazione per fabbricare la profezia?

Ancora più sorprendente è il fatto che i tre uomini sopra menzionati credettero nel Profeta Muhammad e nutrivano per lui lo stesso rispetto che nutrivano gli altri nobili Compagni. Per aver abbracciato la fede, anch’essi furono sottoposti, insieme agli altri Compagni, a persecuzioni e torture. In una simile situazione, chi avrebbe potuto credere che coloro i quali avessero partecipato personalmente alla composizione del Corano avrebbero creduto in quel Corano e in colui che lo aveva portato, sopportando per questo la persecuzione e il tormento? (70)

Un esempio sorprendente dell’ostinazione dei miscredenti

Dopo aver ricevuto una risposta razionale a ciascuna delle loro accuse, l’ostinazione dei miscredenti assume una forma singolare. Essi dicono: avremmo accettato Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, come profeta se ci avesse recitato incessantemente il Corano in una lingua che egli non conosceva. In risposta fu detto:

(Arabo*)

«Se avessimo fatto scendere un Corano in una lingua non araba, essi avrebbero detto: “Perché i suoi versetti non sono stati spiegati chiaramente?”. Che discorso assurdo: le parole sono in una lingua non araba, mentre vengono rivolte a un popolo arabo. Di’: “Esso è, per coloro che credono, guida e guarigione; quanto a coloro che non credono, nelle loro orecchie vi è sordità e sui loro occhi un velo. Essi sono come se venissero chiamati da un luogo lontano”». (Ha-Mim as-Sajda: 44)

Questa era una delle forme di ostinazione con cui veniva affrontato il profeta Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. I miscredenti dicevano: Muhammad è un arabo e l’arabo è la sua lingua madre. Se presenta il Corano in arabo, come si può credere che non lo abbia composto lui stesso, ma che sia stato fatto scendere da Dio? Il suo messaggio avrebbe potuto essere accettato come una rivelazione divina soltanto se avesse cominciato a parlare fluentemente in una lingua che non conosceva, come il persiano, il romano o il greco. In risposta, Allah dice che ora il Corano è stato fatto scendere nella loro stessa lingua, così che possano comprenderlo; eppure la loro obiezione è: perché questo Corano è stato fatto scendere in arabo per gli arabi, per mezzo di un arabo? Ma, se fosse stato fatto scendere in un’altra lingua, avrebbero protestato: “Che cosa curiosa! Un arabo viene inviato come messaggero al popolo arabo, ma il messaggio gli viene fatto scendere in una lingua che né il messaggero stesso né il suo popolo comprendono”. (71)

Non ci si è limitati a confutare questa loro protesta insensata; è stato anche fatto comprendere loro che è una grazia di Allah l’Altissimo aver fatto scendere nella vostra stessa lingua un Libro che potete comprendere pienamente e grazie al quale potete conoscere che cosa è vero e che cosa è falso.

(Arabo******************)

È una rivelazione da parte del Misericordioso, del Misericorde. È un Libro i cui versetti sono stati esposti con chiarezza: un Corano in lingua araba per coloro che possiedono conoscenza, annunciatore di buone novelle e ammonitore. Ma la maggior parte di loro lo rifiuta e non vuole ascoltare. (Ha-Mim as-Sajda: 2-4)

Qui viene detto innanzitutto che questo messaggio viene fatto scendere da Dio. In altre parole, continuate pure a dire quanto volete che Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo abbia composto da sé; la realtà, però, è che questo messaggio è stato fatto scendere proprio dal Signore dei mondi. Inoltre, con queste parole si avvertono gli ascoltatori: se, dopo aver ascoltato questo messaggio, mostrate disapprovazione, non sarà contro il profeta Muhammad che lo farete, bensì contro Dio stesso. Se lo rifiutate, non state rifiutando le parole di un uomo, ma quelle di Dio. E se ve ne allontanate, non vi state allontanando da un uomo, ma da Dio stesso.

La seconda cosa che è stata affermata è che Colui che lo ha fatto discendere è quel Dio che è sommamente misericordioso verso le Sue creature. Il riferimento alla qualità della misericordia, invece che alle altre qualità di Dio, Colui che ha fatto discendere il Libro, indica che Egli ha fatto discendere questo messaggio per adempiere alle esigenze della Sua misericordia e della Sua benevolenza. Con ciò si mette in guardia chi ascolta: se qualcuno si allontana da questo messaggio, oppure lo rifiuta o gli mostra disprezzo, allora sta diventando nemico di se stesso. Questo è infatti un dono immenso che Dio ha fatto discendere direttamente, sulla base della Sua misericordia, per la guida e il bene dell’umanità. Se Dio fosse stato avverso agli uomini, li avrebbe lasciati vagare nelle tenebre e non Si sarebbe curato di sapere in quale abisso sarebbero caduti. Ma è per la Sua misericordia e benevolenza che, oltre ad averli creati e ad aver provveduto al loro sostentamento, Egli considera anche Suo compito mostrare loro la luce della conoscenza, affinché la loro vita sia ordinata e regolata nel modo giusto. Ed è proprio su questa base che ha fatto discendere questo messaggio su uno dei Suoi servi. Chi può dunque essere più ingrato e più nemico di se stesso di colui che, invece di approfittare di questa misericordia, si accinge a combatterla?

La terza cosa che è stata affermata è che i versetti di questo Libro sono stati esposti con chiarezza. In altre parole, in esso non vi è nulla di così oscuro e complesso che qualcuno possa rifiutarsi di accettarlo dicendo di non riuscire a comprenderne il contenuto. In esso è spiegato chiaramente che cosa sia la verità e che cosa sia la falsità; quale sia la corretta dottrina della fede e quale quella erronea; quale sia il buon carattere e quale quello cattivo; che cosa siano le opere virtuose e che cosa siano quelle malvagie; quale via porti al bene dell’uomo e quale via conduca alla rovina. Se qualcuno rifiuta una guida così chiara o non mostra alcun interesse per essa, non può addurre alcuna scusa. Il significato evidente è che desidera rimanere nell’errore.

La quarta cosa è che questo è un Corano in lingua araba. Se infatti il Corano fosse stato rivelato in un’altra lingua, gli Arabi avrebbero potuto addurre la scusa di essere ignoranti della lingua nella quale Dio aveva fatto discendere questo Libro. Ma non avrebbero potuto fingere di non comprenderlo, poiché è nella loro stessa lingua.

La quinta cosa che è stata affermata è che questo Libro è per coloro che possiedono conoscenza. In altre parole, soltanto le persone istruite possono trarne beneficio. Per gli ignoranti esso è altrettanto inutile quanto una gemma preziosa lo è per chi non sa distinguere una pietra da una gemma.

La sesta cosa è che questo Libro annuncia buone novelle e mette in guardia. Non è cioè una semplice fantasia, una filosofia o un esempio di opera letteraria, la cui accettazione o il cui rifiuto non comporti alcuna conseguenza. Al contrario, esso avverte apertamente il mondo intero che accettarlo porterà a un esito straordinario, mentre rifiutarlo condurrà a conseguenze terribili. Soltanto uno stolto può rifiutare un Libro simile. (72)

Le strategie dei miscredenti per ostacolare l’invito del Corano

Dopo il fallimento delle strategie descritte sopra, la loro ultima tattica consistette nel passare a un’aperta ostinazione. Avrebbero cercato di impedire con la forza l’invito del Corano. Quando il Corano veniva recitato, avrebbero provocato un terribile frastuono e lanciato scherni da ogni direzione. Nel Corano questi loro comportamenti sono stati descritti uno per uno; perciò ogni persona dotata di buon senso si è resa conto che tali miscredenti non hanno argomenti con cui rispondere agli argomenti. Dopo essere stati sconfitti, si sono ormai risoluti a ricorrere alla forza per soffocare la voce della verità.

(Arabo***************)

-E dissero: «Sui nostri cuori vi sono delle coperture per ciò a cui ci inviti. (Vale a dire che non vi è alcuna via aperta per raggiungere i nostri cuori; e nelle nostre orecchie vi sono tappi. (Vale a dire che non lo ascolteremo.) E tra te e noi vi è un velo. (Vale a dire che siamo separati.)»

Dunque occupati del tuo compito, mentre noi ci occupiamo del nostro (vale a dire che siamo impegnati a contrastarti). (Hā-Mīm as-Sajda: 5)

(Arabo********************)

-Quando questi miscredenti ascoltano il messaggio di ammonimento (il Corano), sembra che, lanciandoti sguardi pieni d’ira, vogliano farti indietreggiare. Dicono: «Quest’uomo è certamente pazzo». Eppure questo è un ammonimento per tutti gli abitanti dei mondi. (Al-Qalam: 51-52)

(Arabo*******************)

-I miscredenti dicono: «Non ascoltate mai questo Corano e fate chiasso, creando disturbo; forse riuscirete a prevalere». (Hā-Mīm as-Sajda: 26)

(Arabo*)

-Che cosa hanno dunque, o Profeta, questi miscredenti, che accorrono verso di te da destra e da sinistra? (Vale a dire che accorrono, dopo aver udito la recitazione del Corano, per deridere). (73) (Al-Maʿārij: 36-37)

 

Quarto paragrafo

L’invito alla fede nell’aldilà

Il quarto punto della predicazione islamica consiste nel credere nell’aldilà. Non si tratta di un punto semplice e conciso; al contrario, comprende numerosi argomenti importanti, la cui accettazione nel suo insieme è chiamata īmān bi-l-ākhira (fede nell’aldilà).

In primo luogo, l’uomo non è stato lasciato nel mondo senza responsabilità, libero di fare ciò che vuole senza doverne rendere conto. Al contrario, questo mondo è un campo di prova. L’uomo è stato mandato qui per essere messo alla prova. Poi dovrà rendere conto davanti ad Allah l’Altissimo di tutto ciò che avrà fatto qui.

In secondo luogo, Allah l’Altissimo ha stabilito un tempo preciso per questo rendiconto. Al genere umano è stato concesso un certo periodo per agire nel mondo; quando esso sarà terminato, avrà luogo la Qiyāma, e tutti gli ordinamenti del mondo crolleranno. Poi sarà istituito un secondo ordine universale. Tutti gli uomini vissuti dall’inizio della creazione fino alla Qiyāma saranno riportati in vita nello stesso momento e innalzati nuovamente in quel mondo. Questa seconda vita non sarà temporanea come l’attuale vita terrena; al contrario, sarà eterna. Lì non giungerà mai la morte.

In terzo luogo, in quel momento tutti gli uomini, i primi e gli ultimi, saranno riuniti e presentati davanti al tribunale di Allah l’Altissimo. Là ogni individuo dovrà personalmente rendere conto delle azioni che ha compiuto sotto la propria responsabilità durante la vita terrena.

In quarto luogo, benché Allah conosca direttamente tutto ciò che l’uomo fa nel mondo, per soddisfare ogni condizione della giustizia Egli fa redigere un registro completo e accurato delle sue opere. Le innumerevoli testimonianze di ogni sua parola e azione vengono raccolte e conservate per mezzo degli angeli, sia che egli le compia apertamente sia in segreto. Anzi, vengono conservate anche le prove relative all’intenzione e alla volontà con cui ha pronunciato le sue parole, nonché ai pensieri e ai desideri che custodisce nel cuore. Inoltre, Allah l’Altissimo ha predisposto testimoni anche del fatto che all’uomo erano stati forniti i mezzi per distinguere il vero dal falso e che gli erano stati presentati sistemi erronei. Queste prove saranno presentate nel tribunale di Allah l’Altissimo in modo tale che l’uomo non potrà negarle.

In quinto luogo, nel tribunale di Allah l’Altissimo non saranno ammesse alcuna forma di tangente, alcuna raccomandazione ingiusta e ingiustificata, né alcuna difesa contraria alla verità. Il peso di una persona non sarà addossato a un’altra. Nessun amico intimo e nessun parente stretto porterà sulle proprie spalle il peso di un amico o di un parente. Gli esseri reali o immaginari che l’uomo considera suoi protettori e aiutanti non gli saranno di alcuna utilità. Là l’uomo, completamente solo, senza amici né sostegno, renderà personalmente conto delle proprie azioni.

In ultima analisi, tutto dipenderà dal fatto che l’uomo, dopo aver accettato nel mondo la verità dei profeti, abbia seguito correttamente i comandamenti di Allah conformandosi ad essa, e che abbia vissuto tenendo presente il senso della responsabilità nell’Aldilà, oppure che l’abbia dimenticato e abbia fatto ogni cosa soltanto per questo mondo. Nel primo caso vi sarà per lui il Paradiso, nel secondo l’Inferno.

Questa dottrina dell’Aldilà era altrettanto importante per la predicazione islamica quanto la dottrina del tawhid, della risalat e dell’accettazione del Nobile Corano. Infatti, all’uomo è impossibile muovere anche solo un passo sulla via verso i pensieri e le azioni ai quali l’Islam lo invitava e sulla quale lo esortava a camminare, finché non consideri il mondo un luogo di prova e se stesso responsabile davanti a Dio, e finché non si sia allontanata dalla sua mente l’idea che la vita sia soltanto la vita di questo mondo, dove i risultati visibili costituiscono il vero criterio del bene e del male. Finché non accetterà sinceramente che la vera vita eterna è quella che comincia dopo la morte, e che, seguendo la via del bene o quella del male, si andrà incontro a una cattiva conseguenza, non potrà camminare sulla retta via. Senza questa dottrina, l’uomo non considererà in alcun modo accettabile l’invito al tawhid, alla risalat e alla fede nel Corano. E anche se per qualche ragione lo accettasse, non sarebbe sincero nell’adorazione di Dio, nell’obbedienza al Messaggero e nel seguire il Corano. Questo perché, quando l’uomo pensa che alla fine tutti dovranno dissolversi nella terra e che poi non esista una seconda vita nella quale debbano necessariamente esserci una ricompensa per aver obbedito a Dio, al Messaggero e al Corano, e una punizione per non averlo fatto, non vorrà mai sottomettersi sinceramente ai principi e alle regole ai quali l’Islam vuole vincolarlo. Al contrario, in ogni aspetto della vita adotterà il modo che gli permetta di ottenere in questo mondo qualche vantaggio, qualche piacere e godimento, ed eviterà ogni via che possa privarlo dei piaceri della vita terrena o esporlo a perdite, sofferenze e difficoltà.

I Quraysh consideravano l’Aldilà irrazionale e impossibile

L’importanza di questa dottrina dell’Aldilà era tale che, quando il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) la presentò ai Quraysh e ai politeisti arabi, essi ne furono profondamente turbati. Si resero conto che, se l’avessero accettata, tutta la loro libertà sarebbe giunta al termine. Anche in un luogo appartato, dove non ci fosse nessuno a osservarli, non avrebbero potuto compiere alcuna azione vietata da Allah e dal Suo Messaggero. Pensavano che questa dottrina avrebbe legato loro le mani anche là dove erano pienamente in grado di procurarsi un vantaggio ingiusto o qualche piacere e godimento. Questa dottrina avrebbe collocato dietro ciascuno di loro un soldato invisibile, che in nessun modo avrebbe permesso loro di agire secondo la propria volontà. Per questo cominciarono a opporvisi con estrema veemenza. Cercarono con grande insistenza di diffondere tra la gente l’idea che ciò che Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) aveva detto fosse completamente contrario alla ragione, impossibile e irreale. Che fosse pura follia e una parola ridicola. (74)

L’idea di coloro che nutrivano dubbi riguardo all’Aldilà

Tra i Quraysh vi era anche un piccolo gruppo che diceva: «Pensiamo forse che l’Aldilà avrà luogo, ma non crediamo in esso». Questo gruppo è menzionato nel Corano soltanto in un punto, così da mostrare che coloro che nutrivano tale idea erano davvero pochissimi.

(Arabo***************)

Quando si diceva che la promessa di Allah è vera e che non vi è alcun dubbio che l’Ora avrà luogo, voi dicevate: «Non sappiamo che cosa sia l’Ora. Abbiamo soltanto una supposizione, ma non crediamo in essa». (al-Jāthiya: 32)

A quanto pare, tra questo gruppo e coloro che negano l’Aldilà vi è, sotto un certo aspetto, una grande differenza: questi ultimi negano completamente l’Aldilà, mentre il primo gruppo ammette la possibilità della sua esistenza. Tuttavia, quanto agli effetti e alle conseguenze, non vi è alcuna differenza tra i due. Ciò perché la conseguenza morale del negare l’Aldilà e quella del non credere in esso sono identiche. Sia che una persona neghi l’Aldilà, sia che ne ammetta la possibilità ma non vi creda, in entrambi i casi sarà certamente libera dal senso di responsabilità davanti a Dio, e questa sua mancanza la spingerà inevitabilmente a dedicarsi a pensieri e azioni erronei. Soltanto la fede nell’Aldilà può mantenere corretto il comportamento dell’uomo nel mondo. Altrimenti, tanto il dubbio quanto la negazione lo spingeranno verso lo stesso tipo di comportamento irresponsabile. Poiché questo comportamento irresponsabile è la vera causa delle terribili conseguenze nell’Aldilà, né chi lo nega né coloro che non vi credono potranno salvarsi dall’Inferno. (75)

Le concezioni di coloro che negano l’Aldilà

Ad eccezione di questo unico passo, in tutti gli altri luoghi il Corano ha riportato esplicitamente le parole di coloro che negano l’Aldilà.

(Arabo******************)

—Questa gente dice: «La vita non è altro che questa nostra vita terrena. Qui viviamo e qui moriamo. Nient’altro che il trascorrere del tempo può distruggerci». In realtà, essi non possiedono alcuna conoscenza; pronunciano queste parole soltanto sulla base di supposizioni. Quando vengono recitati loro i Nostri chiari versetti, non hanno altro argomento se non questo: “Se sei sincero, riportaci in vita i nostri antenati”. (al-Jāthiya: 24-25)

In altre parole, non esiste alcun mezzo di conoscenza mediante il quale essi abbiano acquisito la certezza che, dopo questa vita, per l’uomo non ve ne sia una seconda, né hanno potuto sapere che l’anima dell’uomo non viene presa per ordine di Dio. Al contrario, l’uomo morirebbe e si estinguerebbe semplicemente nel corso del tempo. Coloro che negano l’Aldilà non pronunciano tali affermazioni sulla base di una conoscenza, bensì soltanto sulla base di supposizioni. Dal punto di vista razionale, al massimo possono dire: “Non sappiamo se dopo la morte esista o meno un’altra vita”. Non possono in alcun modo dire: “Sappiamo che dopo questa vita non esiste una seconda vita”.

Allo stesso modo, dal punto di vista razionale, non possono pretendere di sapere che l’anima dell’uomo non viene estratta per ordine di Dio, ma che l’uomo muore e finisce semplicemente nello stesso modo in cui un orologio si ferma dopo aver continuato a funzionare. Al massimo possono dire: “A proposito di nessuna delle due possibilità sappiamo che cosa accada realmente”.

Ora la domanda è questa: quando, secondo i limiti della conoscenza umana, esiste la stessa possibilità tanto che vi sia o non vi sia una vita dopo la morte, quanto che l’anima venga presa o che la morte avvenga nel corso del tempo, quale ragione può esserci perché essi abbandonino la possibilità dell’Aldilà e decidano con certezza a favore della sua negazione? Quale altra ragione può esserci, se non il fatto che in realtà giungono a questa conclusione non sulla base della ragione, ma dei propri desideri? Poiché non vogliono che vi sia una vita dopo la morte e che la morte non significhi il nulla o la non esistenza, bensì il trasferimento dell’anima, trasformano il desiderio del loro animo nella propria dottrina e convinzione e negano ogni altra possibilità. (76)

(Arabo****************)

—Costoro dicono: «Quando saremo mescolati alla terra e ci saremo trasformati in ossa e scheletri, saremo forse resuscitati e fatti rialzare? Abbiamo già sentito molte volte questa promessa, e l’hanno sentita anche i nostri antenati prima di noi. Non sono altro che antiche favole». (Al-Mu’minun: 81-82)

(Arabo******************)

—E se dovete meravigliarvi, meravigliatevi di ciò che dicono coloro che meritano davvero di suscitare meraviglia: «Quando saremo morti e saremo diventati terra, saremo forse creati di nuovo?». Costoro sono quelli che hanno rinnegato il loro Signore. (Ar-Ra‘d: 5)

Ciò significa che il loro rifiuto dell’Aldilà e il considerarlo impossibile equivalgono in realtà a negare la potenza e la saggezza di Dio. Essi non si limitano a dire che, dopo essere stati mescolati alla terra, sia impossibile crearli una seconda volta; nelle loro parole è implicita anche l’idea che, Dio non voglia, il Dio che li ha creati sia incapace, debole e privo di conoscenza. (77)

(Arabo********************)

—I miscredenti dicono alla gente: «Volete che vi parliamo di un uomo che vi annuncia che, quando le particelle dei vostri corpi saranno disperse, sarete creati nuovamente? Chissà, forse quest’uomo inventa menzogne contro Allah, oppure è stato toccato dai jinn». (Saba’: 7-8)

I capi dei Quraysh non osavano certamente definire il profeta Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, un bugiardo, perché tutta la nazione lo conosceva come un uomo veritiero. In tutta la sua vita nessuno lo aveva mai sentito dire una menzogna. Per questo presentavano davanti alla gente la loro accusa in questa forma: «Quando quest’uomo pronuncia dalla sua bocca simili assurdità, secondo cui dopo la morte esiste nuovamente la vita, deve trovarsi necessariamente in una delle due condizioni: o, Dio non voglia, mente consapevolmente, oppure è pazzo». Ma anche definirlo pazzo era altrettanto infondato quanto chiamarlo bugiardo, poiché soltanto una persona priva di senno può considerare pazzo un uomo completamente sano di mente e dotato di discernimento. Per questo Allah l’Altissimo non ritenne necessario presentare alcun argomento in risposta a queste parole insensate; parlò soltanto in risposta a quella loro stupefacente affermazione riguardo alla possibilità della vita dopo la morte. (78)

(arabo***************)

-Questa gente dice: «Saremo davvero fatti uscire dalle tombe, quando saremo diventati scheletri decrepiti?». Dicevano: «Questo ritorno sarà davvero rovinoso». (an-Nāziʿāt: 10-12)

Vale a dire, quando fu detto loro: «Sì, sarà proprio così», cominciarono a dirsi l’un l’altro, scherzando: «Ehi, fratello, se davvero, davvero dovremo tornare nuovamente in vita, allora siamo proprio rovinati. Dopo di ciò non ci sarà più alcun bene per noi. (79)»

(Arabo*****************)

—E dicevano: «Quando moriremo, saremo mescolati alla terra e non resterà altro che uno scheletro: allora saremo forse nuovamente fatti risorgere e rimessi in piedi? E anche i nostri padri e antenati, che sono vissuti prima di noi, saranno forse fatti risorgere allo stesso modo?». (O Profeta), di’ loro: «Certamente, tutti i primi e gli ultimi saranno riuniti un giorno stabilito, il cui momento è stato fissato». (Al-Wāqiʿa: 47-50)

Le prove razionali della possibilità dell’Aldilà

Dalle argomentazioni esposte qua e là nel Nobile Corano, menzionando le affermazioni con cui coloro che negano l’Aldilà sostengono la propria negazione, risulta provato che il verificarsi dell’Aldilà è del tutto possibile. Non è contrario alla ragione ritenerlo possibile; al contrario, è contrario alla ragione ritenerlo impossibile.

(Arabo*****************)

-L’uomo non vede forse che lo abbiamo creato da una goccia di sperma, e poi è diventato un accanito disputatore? Ora ci propone paragoni riguardo a Noi e dimentica la propria creazione. Dice: «Chi ridarà la vita a queste ossa corrose e putrefatte?». Digli: «Darà loro la vita Colui che le ha create la prima volta; ed Egli conosce perfettamente ogni atto della creazione». (Yā Sīn: 77-79)

In altre parole, egli dimentica che Noi abbiamo creato dalla materia inanimata il germe primordiale (MICRO), che è divenuto il mezzo della sua creazione. Poi quel germe è stato nutrito e allevato, fino a ricevere una forma così evoluta da essere oggi capace di riversare davanti a Noi una cascata di parole. Essi ritengono generalmente che Noi siamo incapaci di creare, come lo sono gli uomini. Sono vittime dell’erronea convinzione che, poiché l’uomo non può ridare la vita ai morti, neppure Noi possiamo farlo. Perciò dicono: «Chi darà la vita a queste ossa disciolte?»

È stato riferito da Ibn ʿAbbās (ra), Qatāda (r) e Saʿīd ibn Jubayr (r) che una volta, alla Mecca, un uomo dei Quraysh portò dal cimitero un osso corroso di un morto; davanti al Profeta (s.a.s.) lo frantumò e ne disperse i frammenti al vento, dicendo: «Muḥammad (s.a.s.), tu dici che i morti saranno riportati in vita. Ora dimmi: chi darà vita a queste ossa corrose?»

Gli fu data questa risposta breve e risoluta: «Colui che lo ha creato la prima volta gli ridarà la vita». (80)

(Arabo***************)

-Dicono: «Quando saremo diventati soltanto ossa e terra, saremo forse creati di nuovo e riportati in vita?». Di’: «Diventate pure pietra o ferro, o qualunque altra materia ancora più dura, che secondo la vostra opinione sia del tutto lontana dal ricevere la vita: ciononostante sarete riportati in vita». Chiederanno certamente: «Chi ci farà tornare nuovamente alla vita?». Rispondi: «Colui che vi ha creati la prima volta». Essi, scuotendo la testa con derisione, diranno: «E quando avverrà ciò?». Di’: «Perché meravigliarsene? Potrebbe essere molto vicino. Il giorno in cui Egli vi chiamerà, uscirete rispondendo al Suo richiamo e lodandoLo, e vi sembrerà di essere rimasti in quella condizione soltanto per pochissimo tempo». (Banī Isrāʾīl: 49-52)

In altre parole, dal momento della morte nel mondo fino al momento della resurrezione nel Giorno della Risurrezione, non riterrete che sia trascorso più di qualche ora. Allora penserete: «Eravamo immersi in un lungo sonno, e improvvisamente il tumulto del Campo della Riunione ci ha svegliati». (81)

(Arabo****************)

Gli uomini dicono: «Davvero, dopo essere morti, saremo riportati in vita?». L’uomo non ricorda forse che lo abbiamo creato in principio, quando non era nulla?

(Arabo********************)

O uomini! Se nutrite qualche dubbio riguardo alla vita dopo la morte, sappiate che vi abbiamo creati dalla terra, poi da una goccia di sperma, poi da un coagulo di sangue, poi da una massa di carne, formata e non formata. (Vi esponiamo tutto ciò) affinché possiamo rendere chiara per voi la verità. E facciamo restare nell’utero ciò che vogliamo per un termine stabilito. Poi vi facciamo nascere come bambini. (Vi alleviamo) affinché possiate raggiungere la maturità. Tra voi c’è chi viene richiamato prima del tempo, e chi viene ricondotto alla fase più decrepita della vita, così che, dopo aver saputo ogni cosa, non sappia più nulla. Vedi la terra, arida e inerte; poi, quando facciamo scendere su di essa la pioggia, si ravviva, fiorisce e produce ogni sorta di splendide piante. (Al-Hajj: 5)

Creare dalla terra significa, da un lato, che ogni essere umano viene creato dagli elementi ricavati dall’intera terra e che l’inizio della creazione avviene dallo sperma. Oppure significa che l’umanità ha avuto inizio con Adamo (pace su di lui), che fu creato direttamente dalla terra. La successione delle generazioni umane posteriori è iniziata dalla goccia seminale. Come è detto nella sura As-Sajda:

(Arabo******************)

Egli ha iniziato la creazione dell’uomo dall’argilla. Poi ha fatto proseguire la discendenza da una sostanza simile a un’acqua spregevole. (As-Sajda: 7-8)

In entrambi i casi è dimostrato che l’essere umano vivente viene creato riunendo materia inanimata. Dopo aver esposto questa verità, si fa riferimento alle diverse fasi che portano al concepimento e alla permanenza del figlio nel grembo materno. Non vengono forniti i dettagli che oggi possono essere osservati con potenti microscopi; vengono invece menzionati quei grandi e significativi cambiamenti di cui erano a conoscenza anche i comuni beduini di quell’epoca. In altre parole, dopo essersi stabilizzata, la goccia seminale assume dapprima la forma di un coagulo di sangue. Poi si trasforma in una massa di carne che inizialmente non ha forma né aspetto. In seguito, la forma umana comincia a delinearsi chiaramente. Poiché queste fasi della creazione umana potevano essere osservate durante i vari stadi dell’aborto, ad esse si fa riferimento. Poi, in risposta a questa domanda, si lascia al buon senso e alla ragione dell’uomo la riflessione seguente: come potrebbe essere impossibile per il Dio che crea l’uomo in questo modo e ne fa sviluppare la crescita ricrearlo nuovamente? (82)

(Arabo****************)

E queste persone dicono: quando saremo mescolati alla terra, saremo forse creati di nuovo?

In realtà, essi negano l’incontro con il loro Signore. Di’ loro: «L’angelo della morte, incaricato di voi, vi prenderà completamente sotto il suo controllo; poi sarete ricondotti al vostro Signore». (As-Sajda: 10-11)

Tra la prima e l’ultima frase è contenuta una storia argomentativa completa, lasciata alla riflessione dell’ascoltatore. L’obiezione dei miscredenti, riportata nella prima frase, è talmente priva di senso che non si è ritenuto necessario confutarla. Si è ritenuto sufficiente citarla semplicemente, per mostrarne l’assurdità. Questo perché entrambe le parti di cui è composta la loro obiezione sono del tutto irragionevoli. «Saremo mescolati alla terra»: che cosa possono significare queste parole? La cosa chiamata «noi» quando mai si mescola alla terra? Nella terra si dissolve soltanto il corpo dal quale il «noi» si è separato. Quel corpo non si chiama «noi». Quando, durante la vita, vengono recise le membra di quel corpo, anche se una parte dopo l’altra viene amputata, la cosa chiamata «noi» rimane pienamente presente nella propria sede. Nessuna parte di essa si separa insieme a una parte recisa del corpo; e quando questa cosa chiamata «noi» esce da un corpo, sebbene l’intero corpo rimanga, essa non conserva con quel corpo neppure il minimo rapporto. Per questo un amante devoto seppellisce il cadavere della persona amata: perché l’amata si è separata da quel corpo. L’amante, dunque, non seppellisce la persona amata, bensì quel corpo vuoto nel quale la persona amata dimorava. Di conseguenza, la prima tesi dell’obiettore è risultata infondata. Rimane ora la sua seconda parte, cioè: «Saremo forse creati di nuovo?»

Questa negazione e questa sorprendente domanda non sarebbero sorte se colui che pone la domanda avesse riflettuto, anche solo per un momento prima di formularla, su questo «noi» e sul significato della sua creazione. In che altro può consistere la creazione attuale di questa cosa chiamata «noi», se non nel raccogliere da luoghi diversi carbone, ferro, calce e altri materiali simili, facendo sì che questa cosa chiamata «noi» dimori in questo corpo di terra? E che cosa accade dopo la sua morte? Quando il «noi» esce da questo corpo o dimora di terra, tutti i materiali raccolti dalle diverse parti della terra per costruire la sua dimora ritornano alla stessa terra. La domanda è: Colui che dapprima costruì una dimora per questo «noi», non può forse ricostruirla una seconda volta con quegli stessi materiali e reinsediarvi nuovamente il «noi»? Se quest’opera fu possibile la prima volta — anzi, non solo possibile, ma effettivamente realizzata — quale cosa potrebbe ostacolarne la possibilità e la realizzazione una seconda volta? È una questione che chiunque può comprendere da sé con un minimo di ragionamento. Ma perché non lascia che la propria ragione si rivolga verso questo punto? Quale motivo può esserci perché, senza alcuna riflessione, sollevi simili obiezioni riguardo alla vita dopo la morte e all’Aldilà? Lasciando da parte tutta la discussione intermedia, Allah risponde così a questa domanda nella seconda frase: «In realtà, essi negano l’incontro con il loro Signore». Ciò significa che il vero problema non è che la seconda creazione sia una faccenda enorme e impossibile, incomprensibile per loro; piuttosto, ciò che impedisce loro di comprendere questa verità è il desiderio di vagare senza freni nel mondo, peccare a sazietà e uscirne indisturbati, senza che nessuno ponga loro alcuna domanda e senza che debbano rendere conto delle proprie azioni.»

Poi è stato detto che la dimora nella quale abitava il vostro «noi» si mescolerà certamente alla terra. Ma il «noi» stesso non si mescolerà alla terra. Al contrario, non appena sarà terminato il periodo concesso per agire, verrà l’angelo della morte inviato da Dio, lo farà uscire dal corpo e ne prenderà interamente possesso. Neppure la minima parte di esso potrà andare nella terra insieme al corpo. Sarà preso tutto sotto custodia (CUSTODY) e presentato dinanzi al suo stesso Signore.

Questo breve versetto illumina numerosi punti. Non è sufficiente rivolgergli uno sguardo superficiale (CURSORY). I seguenti aspetti meritano particolare attenzione:

1. Qui viene spiegato dettagliatamente che la morte non sopraggiunge semplicemente come un orologio che, privo di carica, si arresti all’improvviso mentre funziona. Al contrario, Allah ha effettivamente incaricato un angelo speciale di questo compito. Egli prende regolarmente possesso dell’anima, proprio come un esattore governativo o un incaricato della riscossione dei beni (OFFICIAL RECEIVER) prende qualcosa sotto il proprio controllo. Dalle ulteriori descrizioni fornite in diversi passi del Corano si apprende che sotto l’autorità di questo angelo della morte esiste un’intera schiera di servitori, incaricati di provocare la morte, estrarre le anime dai corpi e poi tenerle sotto il proprio controllo. Il loro comportamento sarà di un tipo nei confronti delle anime dei giusti e di un altro tipo nei confronti delle anime dei colpevoli. Per una descrizione dettagliata, si vedano Sura An-Nisa, versetto 97; Sura Al-An’am, versetto 93; Sura An-Nahl, versetto 28; Sura Al-Waqi’a, versetti 83-94.

2. Da ciò si apprende inoltre che l’essere umano non cessa di esistere con la morte. Al contrario, dopo che la sua anima si separa dal corpo, continua a esistere. Le parole del Corano «l’angelo della morte vi prenderà completamente sotto il suo controllo» indicano questa verità. Infatti, non si può prendere sotto il proprio controllo qualcosa che non esiste. Prendere sotto controllo significa precisamente che, una volta preso sotto controllo, ciò rimarrà presente presso colui che lo ha preso sotto il proprio controllo.

3. Si può inoltre comprendere che ciò che viene preso in possesso al momento della morte—espresso, in riferimento all’identità biologica dell’essere umano, con le parole «io», «noi», «tu» e «voi»—viene estratto integralmente e fedelmente, qualunque sia la personalità che questo «io» abbia acquisito attraverso le attività mondane, senza alcuna diminuzione o aggiunta delle sue qualità; dopo la morte, esso viene presentato al suo Signore (Allah). È proprio a questo essere che, nell’Aldilà, viene concessa una nuova vita e un nuovo corpo. Contro di lui sarà intentata la causa, gli sarà chiesto conto delle sue azioni e proprio lui riceverà il castigo o la ricompensa. (83)

(Arabo****************)

Chiedi loro: «È più difficile crearli, oppure creare tutte le altre cose che abbiamo creato?». Li abbiamo creati dall’argilla tenace. (As-Saffat: 11)

Questa fu la risposta al dubbio che i miscredenti della Mecca sollevavano riguardo all’Aldilà. Essi ritenevano impossibile l’Aldilà, poiché consideravano impossibile che un morto venisse creato una seconda volta. Per dimostrare la possibilità dell’Aldilà, Allah pose anzitutto davanti a loro questa domanda: secondo voi, creare una seconda volta un morto è un’opera tanto difficile, che ritenete noi incapaci di compierla? Ebbene, dite: creare questa terra e questo cielo, insieme alle innumerevoli cose che si trovano tra la terra e il cielo, è forse un’opera facile? Dove sono andati il vostro sapere e la vostra ragione, se ritenete che per quel Dio non sia stato difficile creare questo immenso universo, ma pensate che Colui che vi ha creati una prima volta sia incapace di crearvi una seconda volta? Poi Egli dice che l’uomo non è affatto qualcosa di così grandioso: è stato creato dalla terra e può essere ricreato da quella stessa terra. Tutti gli elementi della sua esistenza sono stati presi dalla terra. Il seme da cui è creato viene prodotto dal cibo. Dal concepimento fino alla morte, tutte le sostanze che compongono il suo intero essere sono ricavate dal cibo. Questo cibo, sia animale sia vegetale, proviene da quella terra che, mescolandosi con l’acqua, accumula la forza necessaria a produrre, per nutrimento dell’uomo, cereali, ortaggi e frutti, e ad allevare gli animali di cui l’uomo consuma il latte e la carne. Il fondamento dell’argomentazione è questo: se questa terra non fosse capace di accogliere la vita, come potreste oggi essere vivi? E se oggi è possibile creare la vita in essa, come dimostra chiaramente la vostra stessa esistenza, perché domani non dovrebbe essere possibile crearvi una seconda volta da questa terra? (84)

(Arabo****************)

Creare i cieli e la terra è un’opera ben più difficile che creare l’uomo. Ma la maggior parte della gente non lo sa. (Al-Mu’minun: 57)

Questa è la risposta all’idea dei miscredenti secondo cui l’uomo, dopo la morte, sarà riportato in vita: una cosa impossibile. È stato detto che coloro i quali parlano in questo modo sono, in realtà, degli stolti. Se riflettessero con un minimo di ragione e discernimento, non sarebbe loro difficile comprendere che, per il Dio che ha creato questo immenso e vasto regno della natura, ricreare l’uomo una seconda volta non è affatto difficile. (85)

(Arabo**************)

È più difficile creare voi o creare il cielo? Allah lo ha costruito. (an-Nāziʿāt: 27)

Per «creare» si intende creare l’essere umano una seconda volta, mentre con «cielo» si intende l’intero mondo superiore. Esso comprende innumerevoli pianeti e stelle, innumerevoli sistemi solari e galassie. Il punto è questo: voi ritenete impossibile ottenere una seconda vita dopo la morte e continuate a dire: come può essere possibile che, quando il nostro scheletro si sarà completamente dissolto e decomposto, queste parti separate e disperse del corpo vengano nuovamente riunite e vi venga infusa la vita? Avete mai riflettuto su questo: è forse più difficile creare questo vasto e immenso regno della natura, oppure ricreare una seconda volta quella stessa forma dopo avervi creati dal nulla? Per Colui per il quale nulla di tutto ciò era difficile, come potrebbe essere difficile quest’opera al punto da non poterla compiere? (86)

(Arabo****************)

E dicono: «Questa è soltanto magia evidente. È mai possibile che, quando saremo morti e saremo diventati polvere, rimanendo soltanto scheletri, saremo poi resuscitati e fatti rialzare? E anche i nostri antenati saranno fatti risorgere?». Di’ loro: «Sì, e voi sarete completamente impotenti davanti a Dio». Basterà un solo grido, ed essi vedranno con i propri occhi tutto ciò di cui vengono informati. In quel momento diranno: «Ahimè per noi! Ecco il Giorno del Giudizio». (aṣ-Ṣāffāt: 15-20)

Il loro discorso era questo: «Questa è una storia del mondo della magia. Esiste forse un mondo magico simile a quello di cui costui parla, dove i morti torneranno in vita, vi sarà un tribunale, sarà creato il Paradiso e vi sarà il tormento dell’Inferno?». Le loro parole potevano anche significare che quell’uomo diceva cose tali da dimostrare che qualcuno lo aveva stregato, inducendo una brava persona a parlare in quel modo. Fu risposto loro: «Sì, sarà proprio così. Voi siete impotenti davanti a Dio. Egli può farvi diventare qualsiasi cosa voglia. Quando volle, con un solo cenno Suo, voi veniste all’esistenza. Quando vorrà, con un solo cenno Suo, morirete; poi, quando vorrà, con un Suo cenno sarete fatti rialzare». Quando giungerà il momento di quest’opera, ristabilire nuovamente il mondo non sarà un’impresa enorme e interminabile. Basteranno un solo urto e una sola scossa per risvegliare i dormienti. L’espressione «urto o forte scossa» è significativa qui. Da essa emerge davanti agli occhi un’immagine della vita dopo la morte: tutti coloro che erano morti dall’inizio dell’umanità fino alla Resurrezione erano come caduti in un sonno. All’improvviso qualcuno dice con tono di rimprovero: «Alzatevi!». E immediatamente, in un istante, tutti si levano in piedi. (87)

(Arabo*****************)

(Queste persone non credono nell’Aldilà.) Non osservano forse i cammelli, come sono stati creati? E il cielo, come è stato elevato? E le montagne, come sono state saldamente erette? E la terra, come è stata distesa? (al-Ghāshiya: 17-20)

In altre parole, se queste persone, ascoltando ciò che riguarda l’Aldilà, dicono: «Come può accadere tutto questo?», hanno mai guardato e riflettuto sul mondo che le circonda, su come siano stati creati i cammelli, su come questo cielo sia stato innalzato tanto in alto, su come siano state saldamente erette le montagne e su come sia stata distesa la terra? Se tutto questo può esistere e, dopo essere venuto all’esistenza, è realmente davanti a loro, perché non potrebbe verificarsi la Resurrezione? Perché non potrebbe essere creato un secondo mondo nell’Aldilà? E perché non potrebbero essere creati l’Inferno e il Paradiso? È davvero opera di una persona stupida e distratta pensare che, dopo aver aperto gli occhi nel mondo, gli oggetti che ha visto davanti a sé abbiano potuto venire all’esistenza, mentre riguardo a ciò che non è ancora rientrato nella sua osservazione e nella sua esperienza chiude gli occhi e dice che è impossibile. Se possiede un minimo d’intelligenza, dovrebbe riflettere su come sia venuto all’esistenza tutto ciò che esiste. Come è stato creato questo cammello, con tutte quelle caratteristiche e proprio con le caratteristiche necessarie agli abitanti del deserto arabico? Come è stato creato questo cielo, nella cui atmosfera vi è aria per respirare, le cui nuvole portano la pioggia, il cui sole fornisce la luce e il calore del giorno e la cui luna e le cui stelle brillano durante la notte? Come è diventata la terra un giaciglio sul quale gli uomini vivono, dai cui raccolti ottengono tutto ciò di cui hanno bisogno e dalle cui sorgenti e dai cui pozzi dipende la loro vita? Come sono sorte le montagne sulla terra, ammassate e saldamente erette con terre e pietre di vari colori e diversi tipi di minerali? Tutto ciò è forse accaduto senza l’abilità creativa di un Essere potente e di un Sapiente Artefice? Nessuna persona riflessiva e assennata può dare una risposta negativa a questa domanda. Se non è ostinata e caparbia, deve ammettere che ciascuna di queste cose sarebbe stata impossibile se un Essere immensamente potente e sapiente non l’avesse resa possibile. E quando, per la potenza di un Essere potente, è stato possibile che tutte queste cose del mondo venissero all’esistenza, non vi è alcuna ragione per considerare impossibili quelle di cui è annunciata l’esistenza futura. (88)

أَلَمْ يَكُ نُطْفَةً مِنْ مَنِيٍّ يُمْنَى – ثُمَّ كَانَ عَلَقَةً فَخَلَقَ فَسَوَّى – فَجَعَلَ مِنْهُ الزَّوْجَيْنِ الذَّكَرَ وَالْأُنْثَى – أَلَيْسَ ذَلِكَ بِقَادِرٍ عَلَى أَنْ يُحْيِيَ الْمَوْتَى-( القيامة-40)

-Non era forse una goccia di sperma, dell’acqua più vile, versata nell’utero? Poi divenne un grumo; quindi Allah lo plasmò e armonizzò le sue membra. Da esso fece due generi di esseri umani: maschio e femmina. Non è forse capace di ridare la vita ai morti? (Al-Qiyāma: 40)

Questa è un’altra prova della possibilità della vita dopo la morte, presentata ai miscredenti. Per coloro che riconoscono che ogni fase, dall’inizio della creazione dell’uomo a partire da una goccia fino alla formazione dell’essere umano completo, è un segno dell’arte creatrice di Allah l’Altissimo, questa argomentazione non lasciava in realtà alcuna risposta. Per quanto potessero essere sfrontati, la loro coscienza non poteva fare a meno di riconoscere che il Dio che crea l’uomo in questo modo nel mondo è certamente capace di ridargli l’esistenza una seconda volta. Ma per l’ateo che considera un’opera sapiente il semplice risultato di un incidente, per quanto ostinazione possa manifestare a parole, era in realtà impossibile spiegare come, dall’inizio dell’umanità fino a oggi, in ogni parte del mondo e presso ogni popolo, dalla medesima opera creatrice la nascita di figli e figlie sia avvenuta continuamente in proporzioni tali che mai, in nessun luogo e in nessuna epoca, una comunità abbia continuato ad avere soltanto maschi o soltanto femmine, distruggendo così la possibilità della continuità della propria discendenza. Per quanto fossero sfrontati, non potevano sostenere che tutto ciò fosse accaduto per caso. Se il loro animo avesse testimoniato che tutto questo era il segno dell’abilità costruttiva di un Creatore sapiente, non avrebbero avuto altra scelta che ammettere che quel Creatore sapiente, dopo aver distrutto ciò che aveva creato, è anche capace di ricrearlo. (89)

فَلْيَنْظُرِ الْإِنْسَانُ مِمَّ خُلِقَ – خُلِقَ مِنْ مَاءٍ دَافِقٍ – يَخْرُجُ مِنْ بَيْنِ الصُّلْبِ وَالتَّرَائِبِ – إِنَّهُ عَلَى رَجْعِهِ لَقَادِرٌ-( الطارق-5-8)

-L’uomo osservi dunque di che cosa è stato creato: è stato creato da un’acqua impetuosa che sgorga tra la schiena e le ossa del petto. Certamente Egli, il Creatore, è capace di riportarlo in vita una seconda volta. (At-Tāriq: 5-8)

In altre parole, l’uomo rifletta un poco sulla propria esistenza e su come sia stato creato. Quando i genitori si uniscono ripetutamente nell’atto sessuale, chi fa di una di quelle unioni il mezzo del concepimento e la causa della nascita di una determinata persona? [Per gli abitanti dell’Arabia di quell’epoca, questo argomento era molto meno complesso di quanto sia diventato oggi per la gente, in seguito alle moderne scoperte scientifiche. Alla luce delle scoperte attuali, durante la vita matrimoniale innumerevoli spermatozoi fuoriescono dal corpo dell’uomo ed entrano nel corpo della donna. Anche nella donna, per molti anni, si formano continuamente cellule uovo o cellule embrionali; ciascun ovulo possiede la capacità di concepire quando uno degli spermatozoi dell’uomo si unisce a esso. Inoltre, non sono tutti uguali: ogni spermatozoo e ogni ovulo possiede caratteristiche distinte. Dall’unione di ciascuna coppia può nascere un essere umano di tipo particolare, che necessariamente sarà diverso da quelli nati dall’unione delle altre coppie. Ora la domanda è: chi decide quale, tra gli innumerevoli spermatozoi dell’uomo, debba unirsi a quale dei numerosi ovuli della donna, in quale momento e per creare quale tipo di persona? L’uomo e la donna sono del tutto privi di autorità su questo. Nessun medico o sapiente può intervenire. È altresì errato dire che l’unione di un determinato spermatozoo con un determinato ovulo sia il semplice risultato di un evento casuale (ACCIDENTALE). Infatti, come conseguenza di questa meravigliosa opera creatrice, il tipo di persone che nascono in tempi diversi, nei diversi paesi e tra i diversi popoli esercita un’influenza decisiva sulle vicende della storia umana. E tale influenza si afferma con una sapienza e un’abilità tali da far nascere nella mente umana l’idea che la storia possa avere una filosofia. Se gli esseri umani nascessero alla rinfusa, senza alcuna sapienza, non sarebbe mai possibile concepire l’idea di una filosofia della storia. Non resta dunque che riconoscere che la creazione dell’uomo da quest’acqua impetuosa è stata compiuta da un Dio sapiente secondo un piano particolare. (L’autore)] Poi, vi è forse un essere che, dal momento del concepimento, fa sviluppare gradualmente il feto nell’utero, strato dopo strato, fino a portarlo allo stato in cui nasce come bambino vivente? Qual è la forza che già nell’utero stabilisce la struttura fisica del bambino e l’equilibrio delle sue capacità fisiche e mentali? Vi è forse un essere che lo sorveglia continuamente dalla nascita alla morte, lo protegge dalle malattie, lo salva dagli incidenti e lo preserva da ogni sorta di pericoli e calamità? Che gli fornisce innumerevoli mezzi per vivere? Che a ogni passo crea per lui nel mondo tante possibilità e comodità per sopravvivere che egli non solo non sarebbe capace di procurarsele da sé, ma non è nemmeno consapevole di molte di esse? Tutto questo avviene forse senza l’amministrazione e la supervisione di un unico Dio? Se una persona dotata di coscienza non risponde negativamente a questa domanda, non è difficile comprendere che Colui che dà esistenza all’uomo in questo modo e che, dopo il concepimento, lo conduce fino alla nascita e alla vita, può anche ridargli l’esistenza dopo la morte. Se Egli è stato capace della prima cosa e se è per la Sua potenza che gli esseri umani sono oggi vivi e presenti nel mondo, quale argomento ragionevole si può presentare per sostenere che non sia capace della seconda? Per negare questa capacità, l’uomo dovrebbe negare completamente anche che Dio gli abbia dato l’esistenza. E per chi è capace di negare ciò, non sarebbe impossibile che un giorno un disturbo mentale lo portasse ad affermare che tutti i libri del mondo siano stati stampati per caso, che tutte le città e i porti del mondo siano stati costruiti per caso e che si sia verificato un incidente tale da far costruire tutte le fabbriche del mondo e da farle cominciare a funzionare da sole. La realtà è che la creazione dell’uomo, la struttura del suo corpo, la nascita in lui della forza e delle capacità operative e la sua esistenza come essere vivente sono opere incomparabilmente più difficili di tutte quelle che l’uomo ha compiuto e compie nel mondo. Se un’opera così grande, complessa e difficile può continuare per milioni di anni, con sapienza, proporzione e organizzazione, come risultato di un incidente, allora quale cosa esiste che un pazzo non possa chiamare incidente? (90)

­ بَلْ عَجِبُوا أَنْ جَاءَهُمْ مُنْذِرٌ مِنْهُمْ فَقَالَ الْكَافِرُونَ هَذَا شَيْءٌ عَجِيبٌ – أَإِذَا مِتْنَا وَكُنَّا تُرَابًا ذَلِكَ رَجْعٌ بَعِيدٌ – قَدْ عَلِمْنَا مَا تَنْقُصُ الْأَرْضُ مِنْهُمْ وَعِنْدَنَا كِتَابٌ حَفِيظٌ-( ق-2-4)

—Anzi, hanno trovato sorprendente che sia giunto loro un ammonitore scelto proprio tra loro. Così i miscredenti hanno detto: «Questa è davvero una cosa incredibile! Quando saremo morti e saremo diventati polvere (saremo poi resuscitati di nuovo?)? Questo ritorno è inconcepibile». Eppure Noi sappiamo ciò che la terra consuma dei loro corpi, e presso di Noi vi è un Libro nel quale tutto è conservato. (Qāf: 2-4)

La loro prima meraviglia riguardava il fatto che uno della loro stessa gente, simile a loro, avesse affermato: «Sono venuto ad ammonirvi da parte di Dio». Poi, ciò che trovavano ancora più sorprendente era che l’uomo che li ammoniva li avvertisse che, dopo la morte, tutti gli esseri umani sarebbero stati riportati nuovamente in vita e sarebbero stati riuniti e condotti davanti al tribunale di Dio l’Altissimo. Là, dopo che sarebbero state esaminate le loro azioni, sarebbero stati ricompensati o puniti. Poi sarebbe stato detto che, se questa idea non entrava nella mente e nella ragione di quelle persone, ciò doveva essere attribuito alla ristrettezza della loro intelligenza. Non ne consegue necessariamente che la conoscenza e la potenza di Dio siano limitate. Essi pensano che le parti dei corpi degli innumerevoli esseri umani morti, dall’inizio dell’umanità fino al Giorno della Resurrezione, siano disperse e frammentate nella terra e continueranno a disperdersi anche in futuro, e che sia assolutamente impossibile riunirle. Ma la realtà è che Dio conosce direttamente ogni singola parte, ovunque si trovi e in qualunque forma si trovi. Inoltre, il loro registro completo viene conservato negli archivi di Dio, dal quale non è andata perduta neppure la minima parte. Quando Dio lo comanderà, i Suoi angeli estrarranno immediatamente da quel registro ciascuna parte e ricostruiranno per tutti gli esseri umani esattamente il corpo con il quale avevano vissuto nel mondo.

Anche questo versetto appartiene a quelli nei quali è spiegato dettagliatamente che la vita dell’aldilà non sarà soltanto una vita corporea simile a quella che esiste in questo mondo; al contrario, anche il corpo di ciascuno sarà proprio quello che aveva in questo mondo. Se non fosse così, sarebbe privo di senso rispondere alle parole dei miscredenti dicendo che Noi sappiamo ciò che la terra consuma dei loro corpi e che esiste un registro di ogni loro atomo e particella. (91)

أَفَعَيِينَا بِالْخَلْقِ الْأَوَّلِ بَلْ هُمْ فِي لَبْسٍ مِنْ خَلْقٍ جَدِيدٍ-( ق-15)

—Eravamo forse incapaci della prima creazione? Eppure essi dubitano della nuova creazione. (Qāf: 15)

In poche parole, agli oppositori dell’aldilà veniva esposta una verità così chiara e semplice che sarebbe rimasta impressa nel cuore di ogni persona dotata di ragione. Se qualcuno non è un negatore di Dio e non è giunto a un tale limite di insensatezza da considerare il mondo ordinato della natura e la nascita dell’essere umano al suo interno il semplice risultato di un incidente, non avrà altra scelta che riconoscere che è Dio solo ad aver creato noi e questo universo. Noi vediamo questa realtà esistere in questo mondo, e tutti i meccanismi della terra e dei cieli operano davanti ai nostri occhi. Tutto ciò è la prova più evidente che Dio non era incapace di creare questo mondo naturale. Se poi qualcuno afferma che, dopo il verificarsi del Giorno della Resurrezione, quello stesso Dio non potrà stabilire un secondo ordine dell’universo e non potrà ricrearci dopo la morte, bisogna dire che sta sostenendo qualcosa contrario alla ragione. Se Dio fosse stato incapace, non avrebbe potuto creare neppure la prima volta. Quando Egli ha creato per la prima volta e noi abbiamo ricevuto l’esistenza grazie a quella Sua creazione, quale ragionevole motivo ci sarebbe per supporre che Egli sia incapace di distruggere ciò che ha creato e di ricrearlo? (92)

La dimostrazione dell’inevitabilità dell’aldilà

Il Corano non ha ritenuto sufficiente dimostrare, con argomenti inconfutabili, la possibilità dell’aldilà. Ha invece dimostrato anche che il suo verificarsi è necessario. Le esigenze della ragione, della giustizia e della moralità impongono che vi sia un aldilà nel quale vengano esaminate tutte le azioni degli esseri umani: quelle compiute dal momento in cui hanno acquisito la conoscenza fino all’istante precedente alla morte, nonché tutte le conseguenze buone o cattive delle loro opere che hanno lasciato dietro di sé e che continuano per lungo tempo a influenzare le generazioni future. Se questo rendiconto non avvenisse e le buone azioni non fossero ricompensate e quelle cattive non fossero punite, ciò significherebbe che nel mondo di Dio non esiste alcuna giustizia. Qui gli esseri umani sarebbero stati creati inutilmente e senza significato, dotati di ragione e intelletto, della capacità di distinguere il bene dal male e dell’autorità su innumerevoli cose e sugli altri esseri umani. Nella vita presente del mondo non è possibile né un rendiconto completo, né una giustizia completa, né una ricompensa e una punizione complete. Perciò è assolutamente necessario che esista un secondo mondo nel quale tutti gli esseri umani venuti all’esistenza dall’inizio della creazione fino al Giorno della Resurrezione possano essere riuniti nello stesso momento; nel quale si possano esaminare tutte le azioni manifeste e nascoste e le conseguenze da esse prodotte, determinando la responsabilità di ciascun individuo; e nel quale la vita non sia limitata, ma eterna, affinché ciascuno possa subire pienamente la punizione che merita e ricevere pienamente la ricompensa cui ha diritto. Il Corano ha esposto questo tema in dettaglio e in diversi modi, affinché i miscredenti non avessero alcun argomento per negare l’aldilà. (93)

أَيَحْسَبُ الْإِنْسَانُ أَنْ يُتْرَكَ سُدًى-( القيامة-36)

-L’uomo pensa forse di essere stato lasciato senza scopo? (Al-Qiyāma: 36)

In arabo ابل سدى si dice del cammello che vaga liberamente, pascolando dove e come vuole, senza che vi sia qualcuno a prendersene cura. In questo senso usiamo l’espressione «cammello senza redini». Il significato del versetto è dunque questo: l’uomo pensa forse di essere come un cammello senza redini, che il suo Creatore ha lasciato sulla terra senza responsabilità? Non gli è stato imposto alcun obbligo? Nulla gli è stato vietato? Non verrà mai il momento in cui sarà interrogato per le sue azioni? Questo stesso concetto è espresso altrove nel Corano con queste parole: nel Giorno della Resurrezione Allah chiederà ai miscredenti:

أَفَحَسِبْتُمْ أَنَّمَا خَلَقْنَاكُمْ عَبَثًا وَأَنَّكُمْ إِلَيْنَا لَا تُرْجَعُونَ-( المؤمنون-115)

-Pensavate forse che vi avessimo creati senza scopo e che non sareste mai stati ricondotti a Noi? (Al-Mu’minūn: 115)

In questi due passi, la necessità della vita dopo la morte viene presentata sotto forma di domanda. Il senso della domanda è questo: vi considerate davvero degli animali? Non vedete forse una differenza evidente tra loro e voi: a loro non è stata data la facoltà di distinguere il bene dal male, mentre a voi è stata data? Nelle loro azioni non si pone alcuna questione di bene o male morale, mentre nelle vostre azioni questa questione si porrà inevitabilmente? Come avete potuto allora pensare di voi stessi che, così come l’animale è privo di responsabilità e non dovrà rendere conto, anche voi siete allo stesso modo? Si comprende il motivo per cui l’animale non viene riportato in vita una seconda volta: esso ha soddisfatto soltanto le esigenze dei propri istinti naturali, senza elaborare con il proprio intelletto alcuna filosofia, senza fondare alcuna religione, senza elevare qualcuno al rango di dio né diventare esso stesso il dio di qualcuno. Non ha compiuto alcuna azione che si possa definire buona o cattiva. Non ha istituito alcuna pratica buona o cattiva i cui effetti siano proseguiti di generazione in generazione. Pertanto, se muore e si dissolve, ciò può risultare comprensibile, poiché non gli viene attribuita alcuna responsabilità per le sue azioni, tale da rendere necessaria la sua resurrezione per interrogarlo. Ma come potete voi sottrarvi alla vita dopo la morte? Fino al momento della vostra morte continuate infatti a compiere azioni morali che la vostra coscienza vi indica come buone o cattive e come meritevoli di ricompensa o punizione. Secondo voi, una persona che abbia ucciso un innocente e subito dopo sia rimasta vittima di un incidente dovrebbe forse ottenere impunemente la libertà, senza che la vittima riceva alcun risarcimento per questa ingiustizia? Una persona che abbia seminato nel mondo disordine e corruzione, i cui effetti gli uomini continuino a subire per diversi secoli: la vostra coscienza afferma forse senza esitazione che anch’egli dovrebbe morire e dissolversi come un insetto, senza essere resuscitato per rispondere delle sue malefatte, a causa delle quali sono state distrutte le vite di innumerevoli persone? E colui che trascorre tutta la vita tra pericoli e calamità è forse, ai vostri occhi, una creatura come un insetto?

لَا أُقْسِمُ بِيَوْمِ الْقِيَامَةِ – وَلَا أُقْسِمُ بِالنَّفْسِ اللَّوَّامَةِ-( القيامة-1-2)

-No, giuro per il Giorno della Resurrezione e no, giuro per l’anima che si rimprovera. In altre parole, è errata la vostra idea che la Resurrezione non avrà luogo. Giuro per la Resurrezione e per l’anima che si rimprovera che la Resurrezione avrà certamente luogo.

Qui Allah l’Altissimo non ha specificato per quale motivo abbia giurato per il Giorno della Risurrezione e per l’anima biasimatrice, poiché la frase successiva lo chiarisce. Il giuramento è stato pronunciato per affermare che Allah l’Altissimo ricreerà l’essere umano dopo la sua morte e che Egli è pienamente capace di farlo. Ora la domanda è: per quale ragione logica si è giurato su queste due cose? Per le persone riflessive, questa ragione era allora evidente; oggi lo è molto più chiaramente.

Prendiamo anzitutto in considerazione il Giorno della Risurrezione. Il motivo per cui si è giurato su di esso è che la sua venuta è inevitabile. L’intero ordinamento della natura universale testimonia che tale ordinamento non è né eterno nel passato né eterno nel futuro. La sua stessa natura dimostra che non è esistito da sempre e che non esisterà per sempre. Già in passato la coscienza umana non disponeva di alcun argomento forte a sostegno dell’infondata idea che questo mondo in continuo mutamento potesse essere senza principio e senza fine. Ma quanto più aumenta la conoscenza umana di questo mondo, tanto più diventa certo per l’uomo che l’universo ha avuto un inizio, prima del quale non esisteva, e che inevitabilmente avrà anche una fine, dopo la quale non esisterà più. Per questo Allah l’Altissimo ha giurato proprio per il Giorno della Risurrezione, affinché esso abbia luogo. È un giuramento simile a quello che rivolgiamo a una persona che dubita della propria esistenza, dicendole: «Per la tua vita, tu esisti». In altre parole, la tua stessa esistenza testimonia che tu esisti.

Tuttavia, il giuramento per il Giorno della Risurrezione dimostra soltanto che un giorno l’ordinamento dell’universo verrà distrutto e ridotto in frantumi. Resta ora da chiarire che, dopo ciò, gli esseri umani saranno risuscitati, dovranno rendere conto delle loro azioni e riceveranno la ricompensa o la punizione per il bene e il male da loro compiuti. Per questo è stato prestato il secondo giuramento, quello per l’anima che biasima, il nafs al-lawwāma. Non esiste al mondo una persona priva di qualcosa che si chiama coscienza. In questa coscienza si trova necessariamente una percezione del bene e del male. Per quanto l’uomo sia sviato e traviato, la sua coscienza lo trattiene necessariamente dal compiere il male e dal non fare il bene. Che il criterio del bene e del male da lui stabilito sia corretto o meno, ciò dimostra comunque che l’uomo non è un semplice animale, bensì un essere morale. Egli possiede per natura la capacità di distinguere il bene dal male. Si considera personalmente responsabile delle proprie azioni buone e cattive. Di conseguenza, anche se, dopo aver commesso contro altri una cattiva azione, riesce a soffocare il rimprovero della propria coscienza e a trarne soddisfazione, quando invece qualcun altro commette una cattiva azione contro di lui, il suo animo reclama interiormente che chi gli ha fatto quel torto debba necessariamente essere punito. Se l’esistenza nell’uomo di una simile anima biasimatrice è una realtà innegabile, allora è innegabile anche questa realtà: il nafs al-lawwāma è una testimonianza della vita dopo la morte presente nella stessa natura umana. Infatti, la richiesta insita nella natura umana, secondo cui l’uomo deve essere ritenuto responsabile delle sue azioni buone e cattive e debba necessariamente ricevere una ricompensa o una punizione, non può essere soddisfatta se non attraverso la vita dopo la morte. Nessuna persona dotata di coscienza può negare che, se dopo la morte l’uomo svanisse nel nulla, sarebbe privato della ricompensa per molte delle sue buone azioni e sfuggirebbe alla piena e giusta punizione per molte delle sue ingiustizie. Perciò, finché l’uomo non accetta l’assurda idea che una persona dotata di coscienza sia nata in un universo privo di senso e che un essere dotato di sensibilità morale sia nato in un mondo che, nella sua struttura fondamentale, non contiene alcuna moralità nell’intero sistema, egli non può negare la vita dopo la morte. Allo stesso modo, la dottrina della reincarnazione non risponde a questa esigenza della natura. Infatti, se l’uomo continuasse a rinascere in questo stesso mondo per ricevere la punizione o la ricompensa delle proprie azioni morali, a ogni nascita compirebbe nuovamente ulteriori azioni morali, che richiederebbero una nuova punizione o una nuova ricompensa; in questa serie interminabile, invece di chiudere il suo rendiconto, il suo conto continuerebbe ad aumentare. Perciò l’esigenza della natura può essere soddisfatta soltanto se l’uomo ha una sola vita in questo mondo. Dopo la distruzione dell’intera umanità, dovrà poi esserci una seconda vita, nella quale, dopo un’adeguata resa dei conti per le azioni degli esseri umani, saranno inflitte la punizione o la ricompensa complete. (95)

وَمَا خَلَقْنَا السَّمَاءَ وَالْأَرْضَ وَمَا بَيْنَهُمَا بَاطِلًا ذَلِكَ ظَنُّ الَّذِينَ كَفَرُوا فَوَيْلٌ لِلَّذِينَ كَفَرُوا مِنَ النَّارِ – أَمْ نَجْعَلُ الَّذِينَ آمَنُوا وَعَمِلُوا الصَّالِحَاتِ كَالْمُفْسِدِينَ فِي الْأَرْضِ أَمْ نَجْعَلُ الْمُتَّقِينَ كَالْفُجَّارِ-(ص-27-28)

In altre parole, non abbiamo creato questo cielo, questa terra e il mondo che si trova fra essi come un gioco privo di scopo. Questa è l’idea di coloro che non credono; e per tali miscredenti vi è la rovina nel fuoco dell’Inferno. Dovremmo forse trattare allo stesso modo coloro che credono e compiono il bene e coloro che diffondono la corruzione sulla terra? Dovremmo forse trattare i timorati di Dio come i peccatori? (Sād: 27-28)

In altre parole, non abbiamo creato l’universo semplicemente come un gioco, privo di saggezza, di scopo, di giustizia e di qualsiasi conseguenza per le azioni buone o cattive. Qui l’uomo non è stato lasciato libero come un cammello senza briglie, né questo mondo è un regno senza legge in cui ciascuno possa fare ciò che vuole senza essere giudicato. Chi non è disposto ad accettare la ricompensa e la punizione e si è convinto che, alla fine, tutti gli esseri umani, buoni o cattivi, moriranno e si dissolveranno nella terra, che nessuno sarà interrogato e che nessuno subirà alcuna conseguenza per le proprie azioni buone o cattive, in realtà considera il mondo un gioco e il suo Creatore un giocatore. Secondo la sua concezione, il Creatore dell’universo ha compiuto un atto insensato creando il mondo e l’uomo al suo interno. Ma, in verità, vi sembra forse ragionevole che il bene e il male siano trattati allo stesso modo? Vi sembra accettabile che una persona non riceva alcuna ricompensa per una sua buona azione né alcuna punizione per una sua cattiva azione? È evidente che, se non vi fosse l’Aldilà, se da parte di Allah non vi fosse alcun interrogatorio e se per le azioni umane non vi fossero né ricompensa né punizione, allora non rimarrebbe nulla della saggezza e della giustizia di Allah l’Altissimo. Di conseguenza, l’intero ordinamento dell’universo sarebbe necessariamente sconvolto. Su questa base, nel mondo non vi sarebbe alcun incentivo al bene né alcun divieto che trattenga dalla malvagità. Se, che Allah ci protegga, la signoria divina fosse tanto priva di buon senso, allora sarebbe sommamente stolto colui che, sopportando molte sofferenze in questo mondo, vivesse personalmente una vita virtuosa e lavorasse per riformare e migliorare l’umanità. Sarebbe invece intelligente colui che, trovandosi in condizioni favorevoli, cogliesse l’opportunità di trasgredire e godesse la vita commettendo ogni sorta di ingiustizia e peccato. (96)

زَعَمَ الَّذِينَ كَفَرُوا أَنْ لَنْ يُبْعَثُوا قُلْ بَلَى وَرَبِّي لَتُبْعَثُنَّ ثُمَّ لَتُنَبَّؤُنَّ بِمَا عَمِلْتُمْ وَذَلِكَ عَلَى اللَّهِ يَسِيرٌ-(التغابن-7)

—I negatori dichiararono a gran voce che dopo la morte non sarebbero stati resuscitati in alcun modo. Di’ loro: «No, per il giuramento del mio Signore, sarete certamente resuscitati. Poi vi sarà certamente detto che cosa avete fatto nel mondo. E ciò è facilissimo per Allah». (at-Taghābun: 7)

Sebbene in passato nessun negatore dell’Aldilà avesse alcun mezzo per sapere, né ne abbia oggi, che dopo la morte non vi sia una seconda vita, questi stolti hanno sempre sostenuto tale pretesa a gran voce. Eppure non vi è alcun fondamento né razionale né intellettuale per negarlo con certezza.

In risposta alle loro parole, Allah dice al Suo Profeta: «Giura per Me e dì che sarete certamente resuscitati e che vi sarà certamente detto come siete giunti sulla terra». Questo è il terzo passo del Corano in cui Allah ordina al Suo Profeta di dire alla gente, giurando per il suo Signore, che ciò accadrà certamente. In precedenza, nella sura Yunus, è stato detto: «Chiedono: “È davvero vera questa cosa?”. Di’: “Per il mio Signore, è certamente vera, e voi non avete il potere di impedirla”». (versetto: 53)

Poi, nella sura Saba, viene detto: «I negatori chiedono: “Che cosa succede, perché l’Ora non viene su di noi?”. Di’: “Per il giuramento del mio Signore, essa verrà certamente su di voi”».

Ora, quale differenza si determina se annunciate l’Aldilà a chi lo nega giurando oppure senza giurare? Se egli non ammette affatto questa realtà, perché mai dovrebbe semplicemente ammettere che gliela state comunicando sotto giuramento? La risposta è questa: innanzitutto, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si rivolgeva a persone che, sulla base delle proprie conoscenze ed esperienze, sapevano che nella sua vita non era mai uscita dalla sua bocca una parola falsa. Perciò, per quanto lo calunniassero pubblicamente, nel loro intimo non potevano assolutamente pensare che una persona tanto veritiera potesse mai giurare per Dio su una cosa della cui verità non fosse pienamente convinta. In secondo luogo, egli non si limitava a esporre la dottrina dell’Aldilà, ma ne presentava prove e argomenti estremamente razionali. Tuttavia, ciò che distingue un profeta da un non profeta è che, per quanto forti possano essere gli argomenti che un non profeta presenta a favore dell’Aldilà, al massimo si può arrivare a considerare più probabile che esso esista piuttosto che non esista. Al contrario, la posizione del profeta è assai più elevata di quella del filosofo. La sua vera dignità non consiste nell’essere giunto, mediante argomenti conformi alla ragione, alla conclusione che l’Aldilà dovrebbe esistere. La sua vera dignità consiste piuttosto nel sapere che l’Aldilà esisterà e nell’affermare con ferma convinzione che certamente esisterà. Per questo soltanto un profeta può giurare su tale verità. Un filosofo non può giurare su nessuna delle proprie affermazioni. E la fede nell’Aldilà può nascere soltanto dopo la comunicazione di un profeta. L’argomentazione del filosofo non possiede in sé la forza necessaria affinché, tanto meno gli altri, persino il filosofo stesso possa farne, sulla base del proprio ragionamento, un articolo della propria fede. Se il filosofo è dotato di pensiero corretto, può dire soltanto che dovrebbe essere così; «accadrà certamente» può dirlo solo un profeta.

Poi, giurando, non è stato detto soltanto che dopo la morte sarete resuscitati. È stato detto anche che allora vi sarà certamente chiesto quali opere abbiate compiuto nel mondo. Questo è il vero scopo per cui l’umanità sarà resuscitata una seconda volta dopo la morte. E proprio qui si trova la risposta alla domanda: perché è necessario tutto ciò? È una verità conforme alla natura dell’universo che alla creatura sia stata data la libertà di scegliere una delle due vie, quella della miscredenza o quella della fede. A colui al quale è stata data in questo mondo la libertà di servirsi di molte cose, e che, scegliendo la via della miscredenza o quella della fede, ha usato per tutta la vita tale libertà nel modo giusto o in quello sbagliato, assumendosi la responsabilità di molte opere benefiche o nocive, sarebbe del tutto irrazionale attribuire l’idea che, dal momento che ha compiuto tutto ciò, non vi sia bisogno delle conseguenze del bene e del male e che non giunga mai un momento in cui le sue azioni possano essere esaminate e valutate. Chi pronuncia una simile assurdità commette certamente una delle due stoltezze. O ritiene che questo universo sia una realtà governata dalla saggezza, ma che qui una creatura dotata di libera scelta, come l’uomo, sia stata lasciata senza responsabilità. Oppure ritiene che sia un creato caotico, dietro il quale non agisse alcuna saggezza. La prima concezione è contraddittoria, perché in un universo governato dalla saggezza, lasciare senza responsabilità una creatura dotata di libera scelta è contrario alla saggezza e alla giustizia. Quanto alla seconda concezione, non è in grado di offrire alcuna analisi razionale che spieghi come sia stata possibile l’esistenza, in un creato caotico e privo di saggezza, di una creatura dotata di coscienza come l’uomo. E da dove sarebbe venuta, nella sua mente, l’idea della giustizia? L’emergere della coscienza dall’incoscienza e il sorgere dell’idea della giustizia dall’ingiustizia sono cose che può sostenere soltanto un ostinato, oppure qualcuno che, dedicandosi eccessivamente alla filosofia, abbia finito per ammalarsi di disturbo mentale.

Poi è stato detto che fare ciò è facilissimo per Allah. Questa è la seconda prova dell’Aldilà. La prima prova riguardava la necessità dell’Aldilà, mentre questa riguarda la sua possibilità: per Colui al quale non è difficile predisporre l’immenso sistema dell’universo, come potrebbe essere difficile creare l’uomo una seconda volta, presentarlo davanti a Sé e chiedergli conto? (97)

إِنَّ هَؤُلَاءِ لَيَقُولُونَ – إِنْ هِيَ إِلَّا مَوْتَتُنَا الْأُولَى وَمَا نَحْنُ بِمُنْشَرِينَ – فَأْتُوا بِآبَائِنَا إِنْ كُنْتُمْ صَادِقِينَ – أَهُمْ خَيْرٌ أَمْ قَوْمُ تُبَّعٍ وَالَّذِينَ مِنْ قَبْلِهِمْ أَهْلَكْنَاهُمْ إِنَّهُمْ كَانُوا مُجْرِمِينَ – وَمَا خَلَقْنَا السَّمَاوَاتِ وَالْأَرْضَ وَمَا بَيْنَهُمَا لَاعِبِينَ – مَا خَلَقْنَاهُمَا إِلَّا بِالْحَقِّ وَلَكِنَّ أَكْثَرَهُمْ لَا يَعْلَمُونَ – إِنَّ يَوْمَ الْفَصْلِ مِيقَاتُهُمْ أَجْمَعِينَ-(الدخان-34-40)

—Questa gente dice: «Non c’è altro oltre alla nostra prima morte. Poi non saremo risuscitati una seconda volta. Se sei veritiero, allora fa’ risorgere i nostri antenati defunti e mostraceli!»

Sono forse migliori del popolo di Tubbā e di coloro che li precedettero? Noi li distruggemmo perché erano peccatori. Non abbiamo creato i cieli, la terra e ciò che vi è fra loro per gioco e divertimento. Li abbiamo creati con verità. Ma la maggior parte degli uomini non lo sa. Il tempo stabilito per la loro risurrezione sarà il Giorno della Decisione. (Dukhān: 34-40)

L’affermazione dei miscredenti era che, quando fossero morti la prima volta, sarebbero semplicemente svaniti e che dopo non ci sarebbe stata alcuna vita. Le parole «prima morte» non implicano necessariamente che dopo debba esserci una seconda morte.

Quando diciamo che una certa persona ha avuto il suo primo figlio, non è necessario, perché ciò sia vero, che debba avere necessariamente un secondo figlio. È sufficiente che prima non avesse avuto figli. Per questo i miscredenti non usavano l’espressione «prima morte» nel senso che dopo ci sarebbero state una vita e una seconda morte. Consideravano la prima morte come l’unica e ultima morte. Il loro ragionamento era questo: «Poiché non abbiamo mai visto nessuno risorgere una seconda volta dopo la morte, siamo fermamente convinti che dopo la morte non ci sarà una seconda vita. Se sostenete che ci sarà una seconda vita, fate risorgere i nostri antenati dalle tombe, affinché possiamo credere nella vita dopo la morte. Se non potete farlo, capiremo che la vostra pretesa è infondata».

Ai loro occhi, questa sembrava una prova decisiva contro la vita dopo la morte. Eppure era del tutto priva di senso. Chi aveva mai detto loro che chi è morto sarebbe tornato in questo mondo dopo aver ricevuto una seconda vita? Quando mai il Profeta (pace e benedizioni su di lui) o un musulmano aveva sostenuto di poter riportare in vita i morti?

La prima risposta alla loro obiezione fu che questa gente non era migliore del popolo di Tubbā né di coloro che li avevano preceduti. Noi li avevamo distrutti per i loro peccati. In altre parole, il senso della risposta era che negare l’Aldilà è qualcosa che inevitabilmente rende peccatori individui, gruppi o popoli. Il decadimento morale ne è la conseguenza inevitabile, e la storia dell’umanità testimonia che ogni popolo che ha adottato questa concezione della vita è infine andato incontro alla distruzione. I miscredenti della Mecca non avevano raggiunto l’influenza, il prestigio e il progresso ottenuti dal popolo di Tubbā, né dai popoli di Saba, del Faraone e da altre nazioni prima di loro. Ma quando mai il progresso materiale e l’influenza terrena avevano potuto salvarli dalle conseguenze del decadimento morale, perché costoro potessero salvarsi da esse con il loro modesto capitale e i loro scarsi mezzi? Tubbā era il titolo dei re della tribù di Himyar. Nel 115 a.C. essi conquistarono il potere nello Yemen e governarono fino al 300 d.C. — l’autore.

La seconda risposta alla loro obiezione fu che chiunque neghi la vita dopo la morte e la ricompensa e il castigo dell’Aldilà considera in realtà questo ordine universale un giocattolo e il suo Creatore un bambino privo di senno. Su questa base è giunto alla conclusione che, dopo aver creato ogni sorta di disordine sulla terra, l’uomo un giorno si dissolverà semplicemente nella terra e nessuna conseguenza, buona o cattiva, deriverà dalle sue azioni. In realtà, questo universo non è opera di chi ama i giochi, ma è stato creato da un Creatore; e da un saggio non ci si può aspettare che compia azioni vane. Questa argomentazione in risposta alla negazione dell’Aldilà è stata esposta in vari passi del Corano.

Resta la loro richiesta: «Fa’ risorgere i nostri antenati, se siete veritieri». La risposta fu che la vita dopo la morte non è uno scherzo, al punto che, non appena qualcuno la nega, un morto debba essere fatto uscire dalla tomba e posto davanti a lui. A questo scopo il Rabb al-ʿĀlamīn ha stabilito un tempo, nel quale farà rivivere una seconda volta tutti i primi e gli ultimi e li riunirà davanti al Suo tribunale, pronunciando il verdetto sulle loro cause. Che voi crediate o non crediate, ciò avverrà nel tempo stabilito. Se credete, farete il vostro stesso bene, perché potrete stare in guardia per tempo e prepararvi a riuscire in quel tribunale. Oppure avete forse tutto ciò che desiderate? O avete forse da parte Nostra una promessa e un patto vincolante fino al Giorno della Resurrezione, secondo cui vi sarà dato tutto ciò che dite? Chiedi loro: chi, fra voi, se ne assume la responsabilità? Oppure hanno forse dei soci designati che se ne siano fatti carico? Se è così, che chiamino quei loro soci, se sono veritieri. (Qalam: 35-41)

I capi della Mecca dicevano ai musulmani: «Il fatto che nel mondo godiamo delle benedizioni che abbiamo ricevuto è un segno che siamo cari al nostro Dio. E la condizione miserabile in cui vi trovate dimostra proprio che siete disprezzati da Dio. Dunque, se davvero esiste un aldilà, come dite voi, anche là vivremo nella gioia, mentre il castigo sarà per voi e non per noi». In risposta fu detto: è contrario alla ragione che Dio non faccia alcuna distinzione tra gli obbedienti e i colpevoli. Come avete potuto capire che il Creatore di questo universo è un sovrano cieco, che non vedrà chi, nel mondo, ha obbedito ai Suoi ordini e si è astenuto dal male, e chi, sentendosi al sicuro da Lui, ha commesso ogni sorta di peccato, ingiustizia e persecuzione? Avete visto la condizione miserabile dei credenti e la vostra felicità e tranquillità; ma non avete visto la differenza tra il vostro carattere e le vostre azioni e quelli dei credenti, e avete affermato senza esitazione che, al cospetto di Dio, gli obbedienti saranno trattati come i colpevoli e a colpevoli come voi sarà concesso il Paradiso. Su quale base lo avete detto? Avete forse presso di voi un libro di Dio nel quale sia scritto questo? Oppure avete stipulato un patto con Dio? Se così fosse, chi tra voi potrebbe farsi avanti e sostenere che Allah ha preso un simile impegno? La verità è che le affermazioni che fate a vostra difesa non hanno alcun fondamento. Sono inoltre contrarie alla ragione. Non potrete dimostrare che ciò sia scritto in alcun libro di Dio. E nessuno di voi potrà sostenere di aver ricevuto da Dio una simile promessa. Né potrete far testimoniare alcuno di coloro che avete elevato a divinità che si assumerà presso Dio la responsabilità di farvi entrare in Paradiso. Da dove vi è venuta questa falsa convinzione? (101)

وَإِذَا الْمَوْءُودَةُ سُئِلَتْ – بِأَيِّ ذَنْبٍ قُتِلَتْ-(التكوير-8-9)

«E quando alla neonata sepolta viva sarà chiesto per quale colpa sia stata uccisa». (At-Takwir: 8-9)

Nella forma espressiva di questo versetto viene manifestata una collera così intensa che non se ne può immaginare una maggiore. Nel Giorno della Resurrezione, i genitori che avranno sepolto viva la loro figlia saranno così spregevoli agli occhi di Allah che non sarà chiesto loro: «Perché avete ucciso questa bambina innocente?». Al contrario, distogliendo lo sguardo da loro, sarà chiesto alla bambina innocente: «Disgraziata, per quale colpa sei stata uccisa?». Ella racconterà la propria storia e dirà quali ingiustizie le inflissero i genitori malvagi e come la seppellirono viva sotto terra. Inoltre, in questo breve versetto sono stati racchiusi due grandi contenuti, che invece di essere espressi con le parole si manifestano spontaneamente nello stesso modo dell’esposizione. Il primo è che, attraverso di esso, negli Arabi è stato suscitato il sentimento di essere stati immersi dall’ignoranza in un abisso così profondo di degradazione morale da seppellire con le proprie mani i propri figli ancora vivi. E, nonostante ciò, essi insistevano nel voler rimanere aggrappati proprio a quell’ignoranza e nel non accettare la riforma e la correzione che il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) voleva apportare alla loro società corrotta e decaduta. Il secondo è che qui viene presentata una prova evidente dell’indispensabilità dell’aldilà. La bambina sepolta viva deve trovare da qualche parte riparazione per il torto subito. E deve giungere anche per quegli ingiusti che commisero tale sopruso un momento in cui saranno interrogati per questa crudele ingiustizia. Nel mondo non c’era nessuno che ascoltasse il lamento della bambina sepolta. Nella società dell’ignoranza, questo atto disumano non era considerato un illecito da evitare. Né i genitori si vergognavano di averlo compiuto, né all’interno della famiglia c’era qualcuno che li rimproverasse. E nella società non c’era nessuno che potesse arrestarli. Dunque, anche nel regno di Dio questa enorme ingiustizia resterà senza riparazione? (102)

Le conseguenze morali della negazione dell’aldilà

Oltre a presentare argomenti e prove assai forti riguardo alla possibilità e all’inevitabilità dell’aldilà, il Sacro Corano afferma anche che soltanto la fede nell’aldilà è ciò che mantiene il carattere e la condotta umana fondati su basi morali corrette e solide. In sua assenza, nulla potrebbe trattenere l’uomo dall’ingiustizia e dalla sopraffazione, dalla corruzione e dal peccato, dalla violazione dei patti, dall’appropriazione indebita, dalle cattive azioni e da simili comportamenti. Per questo, per quanto chi nega l’aldilà possa ostentare argomenti a parole, dalle sue azioni concrete si comprende che in realtà desidera la libertà da ogni freno morale e nega l’aldilà per conservare intatta tale libertà. Nel Corano vengono inoltre individuate quelle forme di corruzione morale che si erano generalmente diffuse nella società araba. Poi viene posta alle persone questa domanda: tali azioni corrotte sarebbero state compiute anche se nell’animo umano fosse sorto il sentimento che un giorno ci si sarebbe presentati davanti a Dio per rispondere di ciascuna delle proprie azioni? (103)

أَيَحْسَبُ الْإِنْسَانُ أَلَّنْ نَجْمَعَ عِظَامَهُ – بَلَى قَادِرِينَ عَلَى أَنْ نُسَوِّيَ بَنَانَهُ – بَلْ يُرِيدُ الْإِنْسَانُ لِيَفْجُرَ أَمَامَهُ-(القيامة-3-5)

Accettandola, danneggeranno soltanto se stessi. Trascorreranno infatti tutta la vita nella falsa convinzione che tutto ciò che è bene o male sia limitato a questo mondo e che dopo la morte non vi sarà alcun giudizio dal quale emergeranno conseguenze durature delle nostre azioni buone o cattive. (98)

أَمْ حَسِبَ الَّذِينَ اجْتَرَحُوا السَّيِّئَاتِ أَنْ نَجْعَلَهُمْ كَالَّذِينَ آمَنُوا وَعَمِلُوا الصَّالِحَاتِ سَوَاءً مَحْيَاهُمْ وَمَمَاتُهُمْ سَاءَ مَا يَحْكُمُونَ- وَخَلَقَ اللَّهُ السَّمَاوَاتِ وَالْأَرْضَ بِالْحَقِّ وَلِتُجْزَى كُلُّ نَفْسٍ بِمَا كَسَبَتْ وَهُمْ لَا يُظْلَمُونَ(الجاثية-21-22)

Coloro che hanno commesso ingiustizie e soprusi credono forse che renderemo loro e coloro che hanno creduto e compiuto opere pie uguali, così che la loro vita e la loro morte siano uguali? Quanto è cattivo il giudizio che hanno formulato! Allah ha creato i cieli e la terra con verità e giustizia, affinché ogni persona riceva la ricompensa per ciò che ha compiuto e nessuno subisca ingiustizia. (Gathiya: 21-22)

Questa è la ragione morale della verità dell’aldilà. La distinzione tra il bene e il male nella moralità e tra il peccato e la virtù nelle azioni esige necessariamente che il destino dei virtuosi e quello dei malvagi non siano uguali. Al contrario, il virtuoso deve ricevere la ricompensa delle sue buone azioni e il malvagio quella delle sue cattive azioni. Se così non fosse, e la ricompensa del peccato e quella della virtù fossero uguali, la distinzione tra bene e male nella moralità diventerebbe del tutto priva di significato. Ciò implicherebbe inoltre accusare Dio d’ingiustizia. Coloro che nel mondo seguono la via delle azioni malvagie desiderano certamente che non vi siano né punizione né ricompensa, perché proprio questa convinzione ostacola la loro vita di piaceri. Ma è contrario alla saggezza e alla giustizia del Creatore e Signore dell’universo che Egli tratti allo stesso modo i malvagi e i virtuosi e non consideri affatto come abbia vissuto il credente devoto e quale disordine abbiano creato qui i miscredenti e i peccatori. Una persona ha imposto per tutta la vita limiti morali a se stessa, ha continuato a riconoscere i diritti di chi ne era titolare, si è privata di opportunità ingiuste e dei piaceri illeciti e ha sopportato diversi danni per la propria onestà e sincerità. Altri hanno soddisfatto in ogni modo possibile i desideri delle proprie passioni; non hanno riconosciuto i diritti di Dio né si sono astenuti dal violare i diritti degli esseri umani, e hanno fatto tutto ciò che potevano per ottenere vantaggi e godere dei piaceri mondani. Ci si può dunque aspettare che Dio ignori questa differenza tra la vita di questi due tipi di persone? Se, dopo la morte, il loro destino fosse uguale, benché le loro vite non siano state uguali fino alla morte, quale ingiustizia più grande di questa potrebbe esservi nella signoria di Dio?

Poi si afferma che la creazione della terra e dei cieli non è un gioco, bensì un ordinamento dotato di uno scopo e fondato sulla saggezza. In tale ordinamento è inconcepibile che coloro che hanno usato correttamente i poteri e i mezzi concessi da Allah e hanno compiuto il bene, e coloro che, usandoli in modo errato, hanno commesso ingiustizie e diffuso corruzione, finiscano entrambi per morire e dissolversi nella terra, senza che dopo la morte vi sia una seconda vita nella quale, sulla base della giustizia, le loro buone e cattive azioni ricevano le rispettive conseguenze. Se così fosse, l’universo sarebbe il giocattolo di un giocatore e non un ordinamento finalizzato creato da un Essere saggio. (99)

I versetti 21-23 della sura Gathiya mettono chiaramente in luce che negano l’aldilà coloro che vogliono servire le proprie passioni e considerano la fede nell’aldilà un ostacolo alla loro libertà. Poi, quando negano l’aldilà, la loro sottomissione alle passioni aumenta ulteriormente e giorno dopo giorno si immergono sempre più nel traviamento. Non vi è alcuna forma di sopruso dalla quale si astengano. Non esitano a usurpare i diritti altrui. Se si presenta loro l’occasione di commettere un’ingiustizia o un abuso, non ci si può aspettare che se ne astengano perché nei loro cuori nutrono rispetto per la verità e la giustizia. Vedono davanti ai loro occhi gli eventi dai quali una persona potrebbe trarre insegnamento. Ma ne ricavano la conclusione opposta: che ciò che fanno è giusto e che devono quindi farlo. Nessuna buona parola è loro gradita. Un’argomentazione che potrebbe essere utile a trattenere una persona dal compiere il male non suscita in loro alcuna risonanza. Al contrario, cercano ogni sorta di argomenti a sostegno della loro libertà sfrenata. La loro mente non si occupa di buoni pensieri, ma di come soddisfare in qualsiasi modo i desideri delle proprie passioni. Ciò dimostra che negare l’aldilà è la causa della distruzione del carattere umano. L’unica cosa che può mantenere l’essere umano entro i limiti dell’umanità è la consapevolezza che non siamo privi di responsabilità, ma dovremo rendere conto a Dio di ogni nostra azione. In assenza di questa consapevolezza, persino chi è un grande sapiente può assumere il comportamento più vile. (100)

أَفَنَجْعَلُ الْمُسْلِمِينَ كَالْمُجْرِمِينَ – مَا لَكُمْ كَيْفَ تَحْكُمُونَ – أَمْ لَكُمْ كِتَابٌ فِيهِ تَدْرُسُونَ – إِنَّ لَكُمْ فِيهِ لَمَا تَخَيَّرُونَ – أَمْ لَكُمْ أَيْمَانٌ عَلَيْنَا بَالِغَةٌ إِلَى يَوْمِ الْقِيَامَةِ إِنَّ لَكُمْ لَمَا تَحْكُمُونَ – سَلْهُمْ أَيُّهُمْ بِذَلِكَ زَعِيمٌ – أَمْ لَهُمْ شُرَكَاءُ فَلْيَأْتُوا بِشُرَكَائِهِمْ إِنْ كَانُوا صَادِقِينَ-(القلم-35-41)

Dovremmo forse rendere la condizione degli obbedienti uguale a quella dei colpevoli? Che cosa vi prende? Che razza di giudizio state esprimendo? Avete forse un Libro nel quale leggete che,

إِنَّ هَؤُلَاءِ يُحِبُّونَ الْعَاجِلَةَ وَيَذَرُونَ وَرَاءَهُمْ يَوْمًا ثَقِيلًا-(الدهر-27)

Essi amano ciò che si può ottenere subito (il mondo terreno) e trascurano il giorno difficile che li attende. (al-Dahr: 27)

In altre parole, il motivo per cui questi miscredenti qurayshiti vogliono rimanere ostinatamente immersi nell’errore morale e dottrinale, e per cui sono diventati sordi all’invito del Messaggero di Allah, è in realtà il loro attaccamento al mondo terreno e la loro indifferenza verso l’Aldilà. Per questo, la via di una persona sincera è così diversa dalla loro che non si pone neppure la questione di un compromesso tra loro. (106)

أَلْهَاكُمُ التَّكَاثُرُ – حَتَّى زُرْتُمُ الْمَقَابِرَ – كَلَّا سَوْفَ تَعْلَمُونَ – ثُمَّ كَلَّا سَوْفَ تَعْلَمُونَ – كَلَّا لَوْ تَعْلَمُونَ عِلْمَ الْيَقِينِ- لَتَرَوُنَّ الْجَحِيمَ – ثُمَّ لَتَرَوُنَّهَا عَيْنَ الْيَقِينِ – ثُمَّ لَتُسْأَلُنَّ يَوْمَئِذٍ عَنِ النَّعِيمِ-(التكاثر-1-8)

-La preoccupazione di conseguire una prosperità mondana maggiore di quella altrui vi ha immersi nell’incuria e nell’indifferenza. Alla fine, con questa preoccupazione, giungete alle tombe. No, presto saprete. Poi, ascoltate bene, no: presto saprete. Se conosceste con certezza (la conseguenza di questo comportamento), non agireste in questo modo. Poi certamente sarete interrogati riguardo a queste benedizioni. (al-Takāthur: 1-8).

الهكمLa parola لهوderiva da «lahw». Il suo significato originario è l’indifferenza. Tuttavia, nella lingua araba, questo termine viene usato per indicare un’attività che accresce a tal punto l’interesse di una persona che, immersa in essa, diventa indifferente alle altre questioni importanti. Quando la parola الهكم viene usata in questa forma, significa che una certa indifferenza ti ha talmente assorbito da non lasciarti più alcuna consapevolezza delle altre questioni importanti. I suoi pensieri ti hanno completamente preso. E questo assorbimento ti rende del tutto incurante.

تكاثرderiva dal termine كثرت.

Pertanto الهكم التكاثرsignifica che la brama di ottenere sempre di più vi ha tenuti così immersi gli uni negli altri da rendervi incuranti di questioni più importanti di essa. Qui non è stato spiegato quale abbondanza di che cosa si intenda con «takāthur» né da quale cosa siate stati resi incuranti mediante الهاكم non è stato neppure spiegato a chi ci si rivolga. Proprio perché questa spiegazione manca, con queste parole si intende un significato generale. Il significato di «takāthur» non è limitato; comprende invece il tentativo di ottenere nella misura più ampia possibile tutti i vantaggi, i profitti, i mezzi di lusso e di piacere del mondo, gli strumenti del potere di governo e della forza; il tentativo di avanzare sugli altri in modo competitivo per ottenere tutto ciò; e l’orgoglio di possederne più degli altri. In questo modo الهاكم non è limitato neppure il numero di coloro ai quali ci si rivolge. Al contrario, gli uomini di ogni epoca, individualmente e collettivamente, rientrano in questo appellativo. In altre parole, sia gli individui sia le nazioni nutrono la mentalità di ottenere il maggior numero possibile di interessi mondani e di avanzare sugli altri competendo in questo campo.

Allo stesso modo, poiché nell’espressione الهاكم التكاثر non si specifica da che cosa essa abbia reso incuranti, anche questo è stato espresso in senso generale. In altre parole, ci si è allontanati da Dio, dall’esito nell’Aldilà, dai limiti morali e dalle responsabilità morali. La loro unica preoccupazione è accrescere il tenore della vita; non si preoccupano di quanto stia scendendo il livello dell’umanità. Vogliono sempre più ricchezze e non si curano di come le ottengano. Il lusso, il piacere e il godimento fisico sono il loro oggetto di desiderio supremo. Immersi in questi piaceri, sono diventati del tutto incuranti delle conseguenze che può avere questo comportamento. Pensano soltanto ad accumulare quanta più forza, quante più truppe e quante più armi possibile, e competono tra loro in questo campo. Non riflettono sul fatto che tutto ciò è uno strumento per riempire di oppressione e tirannia la terra di Dio e per distruggere l’umanità. In breve, il «takāthur» ha molte forme che tengono individui e nazioni talmente immersi in esse da non lasciare loro alcun pensiero al di fuori del mondo e dei suoi piaceri, e questa preoccupazione li tiene assorbiti fino all’istante che precede la morte.

Dopo aver messo in guardia gli uomini da questo errore, è stato detto: siete convinti erroneamente che l’abbondanza dei beni mondani e il competere per avanzare in questo ambito costituiscano progresso e successo. Eppure ciò non può in alcun modo essere considerato progresso e successo. Ben presto conoscerete le cattive conseguenze di tutto questo e comprenderete quale grande errore fosse quello nel quale siete rimasti immersi per tutta la vita. «Ben presto» può riferirsi anche all’aldilà, poiché per Colui il cui sguardo si estende dall’eternità preesistente all’eternità futura, alcune migliaia o persino alcune centinaia di migliaia di anni non sono che una piccola frazione del tempo. Tuttavia, può riferirsi anche alla morte, perché essa non è lontana da nessun essere umano. E con la morte diventerà subito chiaro all’uomo se le attività nelle quali ha trascorso tutta la sua vita saranno state causa della sua fortuna o della sua sventura. (107)

Poi il Corano, portando alcuni esempi tratti dalla stessa società araba, mostra quali ingiustizie il distacco dall’aldilà abbia generato negli uomini.

L’uomo pensa forse che non saremo capaci di riunire le sue ossa? Siamo capaci persino di ricreare perfettamente le falangi delle sue dita. Ma l’uomo desidera continuare a commettere il male anche in futuro. (Al-Qiyāmah: 3-5)

Nei primi due versetti si risponde alle obiezioni dei negatori. Essi dicevano: come può essere possibile che, dopo migliaia di anni dalla morte di coloro i cui minuscoli resti si sono mescolati alla terra e sono scomparsi, le cui ossa consunte si sono disperse chissà dove, alcuni dei quali sono morti bruciati nel fuoco, altri sono stati divorati da bestie feroci e altri ancora sono annegati in mare diventando cibo per i pesci, le parti dei loro corpi vengano nuovamente riunite e ogni uomo torni a essere esattamente la stessa persona che era dieci o ventimila anni prima? Allah l’Altissimo ha dato una risposta estremamente logica e vigorosa sotto forma di questa breve domanda: «L’uomo pensa forse che non saremo capaci di riunire le sue ossa?». In altre parole, se vi fosse stato detto che queste parti disperse del corpo si sarebbero riunite spontaneamente in un certo momento e che voi sareste tornati in vita da soli, con questo stesso corpo, allora sarebbe stato comprensibile che lo riteneste impossibile. Ma vi era stato detto che ciò non sarebbe avvenuto spontaneamente; sarebbe stato Allah l’Altissimo a farlo. Pensate dunque davvero che il Creatore dell’universo, che voi stessi riconoscete come Creatore, sia incapace di compiere quest’opera? È una domanda alla quale nessuno che riconosca Dio come Creatore avrebbe potuto allora, né può oggi, rispondere dicendo che, anche se Dio volesse compiere quest’opera, non ne sarebbe capace. Se qualche stolto pronunciasse una simile affermazione, gli si potrebbe chiedere: come ha fatto quel Dio, del quale dici che non può riunire queste parti, a creare il corpo nel quale ora esisti, raccogliendone le innumerevoli componenti dall’aria, dall’acqua, dalla terra e chissà da quanti luoghi? Poi viene detto: se siamo capaci di riunire le grandi ossa e ricostruire la struttura del tuo corpo, siamo anche capaci di ricreare le parti più sottili del vostro corpo, persino le articolazioni delle vostre dita, esattamente come erano prima.

Nell’ultima frase viene diagnosticata la vera malattia di coloro che negano l’aldilà. Ciò che li spinge a negare l’aldilà non è in realtà il fatto che lo ritengano impossibile. La vera ragione del loro rifiuto è piuttosto che accettare l’aldilà imporrebbe inevitabilmente loro determinati vincoli e divieti morali, e questo per loro è intollerabile. Vogliono continuare anche in futuro a vagare ovunque, come tori senza cavezza, così come hanno fatto finora. Vogliono ottenere anche in futuro piena licenza di commettere le ingiustizie, le prevaricazioni, le infedeltà, i peccati e le azioni malvagie che hanno continuato a commettere fino a oggi. Non vogliono che il pensiero di dover un giorno comparire davanti al loro Dio e rispondere delle proprie azioni impedisca loro di godere di questa ingiusta libertà. In realtà, dunque, non è la loro coscienza a impedirgli di credere nell’aldilà; è piuttosto la brama e il desiderio delle loro passioni a costituire l’ostacolo in questa materia. (104)

È proprio questo ciò che viene detto nel versetto seguente?

وَمَا يُكَذِّبُ بِهِ إِلَّا كُلُّ مُعْتَدٍ أَثِيمٍ-(المطففين-12)

E nessuno lo considera falso, eccetto ogni trasgressore peccatore. (Al-Muṭaffifīn: 12)

إِنَّ الَّذِينَ يَضِلُّونَ عَنْ سَبِيلِ اللَّهِ لَهُمْ عَذَابٌ شَدِيدٌ بِمَا نَسُوا يَوْمَ الْحِسَابِ-(ص-26)

-Coloro che si allontanano dalla via di Allah subiranno un castigo severo, perché hanno dimenticato il Giorno del Rendiconto. (Sad: 26)

كَلَّا بَلْ تُحِبُّونَ الْعَاجِلَةَ – وَتَذَرُونَ الْآخِرَةَ-(القيامة-20-21)

Mai! In realtà amate ciò che è immediato (il mondo terreno) e trascurate l’Aldilà. (Al-Qiyamah: 20-21)

Questa è la seconda ragione del rifiuto da parte di coloro che negano l’Aldilà. La prima ragione è stata già menzionata sopra: essi desiderano la piena libertà di indulgere nei peccati e vogliono sottrarsi a tutte quelle restrizioni e proibizioni morali che, dopo aver accettato l’Aldilà, vengono necessariamente imposte loro. In realtà, è la brama dei desideri a spingerli a negare l’Aldilà; poi ricorrono a discussioni argomentative per dimostrare tale negazione.

Ora viene esposta la seconda ragione: poiché coloro che negano l’Aldilà hanno una visione ristretta e sono miopi, ai loro occhi tutta l’importanza risiede nei benefici di questo mondo, che si manifestano qui, mentre non attribuiscono alcuna importanza alle conseguenze che si manifesteranno nell’Aldilà. Ritengono che si debbano ottenere qui agi, piaceri, lussi e felicità, e dedicare a questo ogni sforzo e impegno, perché, se li si ottiene, è come se si fosse ottenuto tutto, per quanto cattive possano essere le conseguenze nell’Aldilà. Così pensano che il compito essenziale sia salvarsi dalle perdite e dalle sofferenze che si possono subire qui, senza considerare quale grande ricompensa si possa ottenere nell’Aldilà sopportandole. Vogliono un guadagno immediato. Per un futuro lontano come l’Aldilà, non sono disposti né a rinunciare ad alcun profitto presente né ad accettare alcuna perdita. Quando, con questa mentalità, intraprendevano discussioni sull’Aldilà, in esse non si trovava alcuna saggezza; al contrario, dietro di esse operava la mentalità che li portava a concludere che non si poteva accettare l’Aldilà, sebbene, nel profondo, la loro coscienza dicesse loro che gli argomenti addotti nel Corano riguardo alla possibilità e alla necessità dell’Aldilà erano del tutto giusti, mentre quelli da loro presentati contro di essi erano assolutamente inconsistenti. (105)

الَّذِي خَلَقَ الْمَوْتَ وَالْحَيَاةَ لِيَبْلُوَكُمْ أَيُّكُمْ أَحْسَنُ عَمَلًا-(الملك-2)

-Colui che ha creato la morte e la vita per mettervi alla prova e vedere chi di voi compie le opere migliori. (Al-Mulk: 2)

In altre parole, Allah Altissimo ha dato inizio alla successione della vita e della morte degli esseri umani nel mondo affinché potesse metterli alla prova e vedere chi compie le azioni migliori. In questa breve frase si allude a molte verità.

Primo: la morte e la vita provengono da Lui. Non vi è nessun altro che dia la vita e la morte.

Secondo: all’essere umano, in quanto creatura, è stata data la capacità di fare il bene e il male. Né la sua vita è priva di scopo, né lo è la sua morte. Il Creatore lo ha fatto nascere qui per metterlo alla prova. La vita è per lui l’opportunità di affrontare la prova. La morte significa che il tempo della sua prova è terminato.

Terzo: allo scopo di questa prova, il Creatore ha dato a ciascuno l’opportunità di agire, affinché attraverso le sue azioni nel mondo potesse manifestare il bene e il male e dimostrare concretamente che tipo di persona è.

Quarto: è il Creatore a decidere quali azioni siano buone e quali cattive. Naturalmente, non spetta a chi sostiene la prova stabilire il criterio del bene e del male; è piuttosto l’esaminatore a stabilirlo. Pertanto, chi desidera superare la prova deve sapere che cosa sia una buona azione agli occhi dell’esaminatore.

Quinto: il significato intrinseco della prova è che ciascuno riceverà una ricompensa conforme alle proprie azioni. Infatti, senza una ricompensa, la prova non avrebbe alcun significato. (111)

إِنَّا خَلَقْنَا الْإِنْسَانَ مِنْ نُطْفَةٍ أَمْشَاجٍ نَبْتَلِيهِ فَجَعَلْنَاهُ سَمِيعًا بَصِيرًا – إِنَّا هَدَيْنَاهُ السَّبِيلَ إِمَّا شَاكِرًا وَإِمَّا كَفُورًا-( الدهر-2-3)

Abbiamo creato l’essere umano da una goccia seminale mista, per metterlo alla prova, e proprio per questo lo abbiamo reso dotato di udito e vista. Gli abbiamo indicato la via; poi egli può essere riconoscente oppure ingrato. (Ad-Dahr: 2-3)

Questo è il vero valore del mondo per l’uomo e dell’uomo per il mondo. Egli non è come le piante, gli alberi e gli animali, il cui scopo di esistere si compie interamente qui, e che, dopo aver svolto la propria parte secondo le leggi della natura fino a un determinato momento, qui muoiono e si dissolvono. Inoltre, questo mondo non è per l’uomo un luogo di punizione, come pensano gli asceti, né un luogo di ricompensa, come pensano i sostenitori della reincarnazione. Non è neppure un pascolo o un luogo di svago, come pensano i materialisti. E non è nemmeno un campo di battaglia, come ritengono i seguaci di Darwin e Marx. Piuttosto, è un campo di prova per l’uomo. Ciò che egli considera la sua vita è in realtà il periodo della prova che gli è stato concesso qui. Le forze, le capacità e le facoltà che gli sono state date nel mondo, le cose che gli è stato permesso di utilizzare, i compiti con cui opera qui, e le relazioni esistenti tra lui e gli altri uomini sono in realtà innumerevoli questionari della prova, e questa prova continua fino all’ultimo istante della vita. Il suo risultato non deve manifestarsi nel mondo; piuttosto, nell’aldilà, dopo l’esame di questi questionari, si deciderà se egli ha superato o fallito la prova. Il suo successo o il suo fallimento dipendono da ciò che ha pensato di essere mentre agiva qui e da come ha risposto al questionario che gli è stato assegnato. Se non si è considerato servo di alcun Dio, oppure si è considerato servo di molti dèi e ha risposto a tutti i questionari ritenendo che nell’aldilà non avrebbe dovuto rendere conto al suo Creatore, allora tutte le azioni della sua vita sono state errate. Ma se si è considerato servo di un unico Dio, ha agito secondo una modalità conforme alla volontà di Dio e ha assunto come obiettivo il rendiconto nell’aldilà, allora ha superato la prova.

Poi è stato detto: «Lo abbiamo reso capace di ascoltare e di vedere». Sebbene le due parole سميع e بصير significhino, in arabo, proprio «colui che ascolta» e «colui che vede», ogni arabofono sa che, nel caso degli animali, le parole سميع e بصير non vengono mai usate. Sebbene gli animali ascoltino e vedano, dunque, qui ascoltare e vedere non indicano le facoltà dell’udito e della vista che sono state date anche agli animali. Indicano piuttosto quei mezzi attraverso i quali l’uomo acquisisce conoscenza e poi ne trae beneficio. Inoltre, poiché l’udito e la vista sono tra i mezzi più importanti attraverso i quali l’uomo acquisisce conoscenza, sono stati menzionati, per brevità, soltanto questi due. Altrimenti, lo scopo reale è dotare l’uomo di tutti i sensi mediante i quali egli acquisisce conoscenza. Inoltre, la conoscenza sensoriale concessa all’uomo è, per le sue caratteristiche, completamente diversa dalle sensazioni concesse agli animali. Dietro ciascuna delle sue percezioni vi è infatti una mente pensante, che raccoglie le informazioni ottenute attraverso i sensi, le ordina, ne ricava conclusioni, formula opinioni e poi giunge a determinate decisioni, sulle quali si formano la sua visione della vita e il suo comportamento. Dopo aver detto che Dio ha creato l’uomo per metterlo alla prova, è stato dunque detto che, a questo scopo, lo ha reso capace di ascoltare e di vedere. Ciò significa in realtà che Dio Onnipotente gli ha donato la facoltà della conoscenza e della coscienza, affinché fosse idoneo a sostenere la prova. È evidente che, se lo scopo della Parola divina non fosse questo e rendere l’uomo capace di ascoltare e vedere significasse semplicemente dotarlo delle facoltà dell’udito e della vista, allora una persona cieca e sorda sarebbe esentata dalla prova. Eppure, finché una persona non è priva della conoscenza e della coscienza, non si pone affatto la questione di essere esonerata dalla prova.

وَيْلٌ لِلْمُطَفِّفِينَ – الَّذِينَ إِذَا اكْتَالُوا عَلَى النَّاسِ يَسْتَوْفُونَ – وَإِذَا كَالُوهُمْ أَوْ وَزَنُوهُمْ يُخْسِرُونَ – أَلَا يَظُنُّ أُولَئِكَ أَنَّهُمْ مَبْعُوثُونَ – لِيَوْمٍ عَظِيمٍ – يَوْمَ يَقُومُ النَّاسُ لِرَبِّ الْعَالَمِينَ-( المطففين-1-6)

-Guai a coloro che frodano nella misura! Il loro comportamento è tale che, quando ricevono dalla gente, prendono la misura piena; ma quando misurano o pesano per gli altri, li danneggiano dando meno. Non comprendono forse che saranno resuscitati in un Giorno grandioso? Un Giorno in cui tutta l’umanità starà davanti al Signore dei mondi. (Al-Mutaffifin: 1-6)

مطففين la parolaطفيف deriva da . In arabo significa una cosa piccola e insignificante. E تطفيف indica, come termine tecnico, il dare meno fraudolentemente nel peso. Chi commette questo atto non sottrae una grande quantità quando pesa o consegna la merce. Piuttosto, froda abilmente ogni cliente di una piccola quantità, senza che il povero cliente si renda conto di quanto il commerciante lo abbia danneggiato. È certo che questa ingiustizia, allora diffusa nella società, non avrebbe mai potuto prosperare se la gente avesse ricordato l’aldilà. (108)

كَلَّا بَلْ لَا تُكْرِمُونَ الْيَتِيمَ – وَلَا تَحَاضُّونَ عَلَى طَعَامِ الْمِسْكِينِ – وَتَأْكُلُونَ التُّرَاثَ أَكْلًا لَمًّا – وَتُحِبُّونَ الْمَالَ حُبًّا جَمًّا-( الفجر-17-20)

-Mai! (La prosperità o la disgrazia mondana non sono il criterio dell’onore e del disonore.) Ma non trattate gli orfani con rispetto e non vi esortate a vicenda a nutrire i poveri. Divorate avidamente tutte le ricchezze dell’eredità e siete insaziabili nel vostro amore, o nella vostra brama, per i beni. (Al-Fajr: 17-20)

In altre parole, il fatto che consideriate la prosperità e la disgrazia mondane come il criterio dell’onore e del disonore non è altro che il risultato della vostra visione materialistica. Altrimenti, il vero criterio è la nobiltà o la bassezza del carattere. La vostra situazione è tale che, finché il padre dell’orfano è vivo, vi comportate con lui in un certo modo; ma quando suo padre muore, non solo i vicini e i parenti lontani, bensì persino lo zio paterno, lo zio materno e perfino il fratello maggiore non si prendono più cura di lui. Nella vostra società non esiste l’abitudine di nutrire i poveri. Nessuno è personalmente disposto a sfamare un affamato, né si trova tra la gente l’incoraggiamento a riflettere su come placare la fame degli affamati e a esortarsi reciprocamente a provvedere a ciò. Avete privato le donne e i bambini della loro eredità. Inoltre, tra gli eredi del defunto, chi è più forte e influente si appropria senza esitazione dell’intera eredità. Le quote di coloro che non hanno la forza o i mezzi per ottenere la propria parte vengono perdute. Ai vostri occhi non vi è differenza tra diritti e doveri: non considerate vostro dovere, con onestà, consegnare al legittimo titolare il suo diritto, che abbia o no la forza di farlo valere. Nel perseguire la ricchezza non vi preoccupate di ciò che è lecito o illecito, né di ciò che è halal o haram. Non avete scrupoli ad acquisire ricchezza con qualsiasi mezzo. E per quanto ricchezza possiate ottenere, il fuoco della vostra avidità non si estingue mai.

أَرَأَيْتَ الَّذِي يُكَذِّبُ بِالدِّينِ – فَذَلِكَ الَّذِي يَدُعُّ الْيَتِيمَ – وَلَا يَحُضُّ عَلَى طَعَامِ الْمِسْكِينِ-( الماعون-1-3)

-Hai visto colui che considera falsa la ricompensa e la punizione dell’aldilà? È colui che respinge l’orfano e non esorta a nutrire il povero. (Al-Ma’un: 1-3)

Qui Allah l’Altissimo, presentando due esempi evidenti, ha in realtà spiegato quali conseguenze morali negative produce nell’uomo il rifiuto dell’aldilà. Lo scopo principale non è limitarsi a indicare queste due trasgressioni, come se dal rifiuto dell’aldilà derivassero soltanto questi due mali: che l’uomo rimproveri gli orfani e non esorti a nutrire i poveri. Al contrario, tra le innumerevoli trasgressioni che scaturiscono da questo traviamento, sono state presentate come esempio due azioni tali che ogni persona di sana natura ammetterà essere estremamente spregevoli. Si vuole imprimere nel cuore questa verità: se quell’uomo avesse accettato di comparire davanti a Dio e di dover rendere conto, non avrebbe commesso azioni tanto abiette da usurpare i diritti dell’orfano, opprimerlo, rimproverarlo, né nutrire egli stesso il povero o esortare qualcun altro a farlo. Le qualità di coloro che credono nell’aldilà sono state descritte nella sura Al-Balad e nella sura Al-‘Asr. È stato detto che essi si esortano reciprocamente alla misericordia verso le creature di Dio e si esortano a vicenda alla sincerità e a garantire il rispetto dei diritti. (110)

Il mondo è il campo di prova dell’uomo

Da un lato, il Corano ha dissipato, in modo estremamente razionale, ogni dubbio e perplessità dell’uomo riguardo alla possibilità e alla necessità dell’aldilà; dall’altro, gli ha anche fatto comprendere che, a causa della sua negligenza, egli considera il mondo un semplice pascolo o un luogo di svago. Eppure questo è un campo di prova, nel quale egli viene continuamente messo alla prova in ogni aspetto personale e sociale della propria vita. Questa prova non viene sostenuta all’insaputa dell’uomo; al contrario, Allah l’Altissimo ha predisposto pienamente che gli fosse spiegato da che cosa dipendano qui il suo successo e il suo fallimento.

non sono rimasti all’oscuro delle differenze tra le azioni, né dei principi morali e delle direttive giuridiche da loro presentati. Che sappiano o meno di aver acquisito questa conoscenza dagli insegnamenti dei profeti e dei Libri di Allah, oggi anche coloro che negano i profeti e i Libri rivelati, o non ne hanno alcuna conoscenza, osservano molte norme che in realtà sono giunte loro, in un modo o nell’altro, proprio dagli insegnamenti dei profeti e dei Libri, senza sapere quale ne sia l’origine autentica. (112)

È stato fissato un giorno per il giudizio

Poi, in diversi passi del Corano, è stato detto che il risultato della prova non si manifesterà in questo mondo. Al contrario, è stato stabilito un momento in cui le generazioni precedenti e successive del mondo saranno riportate in vita una seconda volta e tutte saranno sottoposte al rendiconto. Ognuno riceverà una ricompensa o una punizione secondo le proprie opere.

إِنَّ يَوْمَ الْفَصْلِ مِيقَاتُهُمْ أَجْمَعِينَ-( الدخان-40)

-Per tutti vi è un tempo stabilito per il giudizio. (Dukhān: 40)

قُلْ إِنَّ الْأَوَّلِينَ وَالْآخِرِينَ – لَمَجْمُوعُونَ إِلَى مِيقَاتِ يَوْمٍ مَعْلُومٍ-( الواقعة-49-50)

-Di’: «In verità, i primi e gli ultimi saranno certamente tutti riuniti in un giorno il cui momento è stabilito». (al-Wāqiʿa: 49-50)

وَنُفِخَ فِي الصُّورِ فَصَعِقَ مَنْ فِي السَّمَاوَاتِ وَمَنْ فِي الْأَرْضِ إِلَّا مَنْ شَاءَ اللَّهُ ثُمَّ نُفِخَ فِيهِ أُخْرَى فَإِذَا هُمْ قِيَامٌ يَنْظُرُونَ-( الزمر-68)

-E quel giorno sarà soffiato nel Corno e moriranno tutti quelli che sono nei cieli e sulla terra, eccetto coloro che Allah vorrà mantenere in vita (come gli angeli). Poi vi si soffierà una seconda volta, ed ecco che tutti si alzeranno in piedi e guarderanno. (al-Zumar: 68)

وَقِيلَ لِلظَّالِمِينَ ذُوقُوا مَا كُنْتُمْ تَكْسِبُونَ-( الزمر-24)

-E sarà detto agli ingiusti: «Gustate il frutto delle vostre azioni». (al-Zumar: 24)

Sopra كسب è stata usata la parola. Nel linguaggio coranico, essa indica il diritto alla ricompensa o alla punizione che l’uomo acquisisce attraverso le proprie azioni. Il vero guadagno di chi compie buone opere consiste nel diventare meritevole della ricompensa di Allah. Il guadagno di coloro che seguiranno la via dell’errore è la punizione che riceveranno nell’Aldilà. (113)

الْيَوْمَ تُجْزَى كُلُّ نَفْسٍ بِمَا كَسَبَتْ لَا ظُلْمَ الْيَوْمَ-(المؤمن-17)

-(In quel momento verrà detto:) Oggi a ogni persona sarà data la ricompensa per ciò che ha guadagnato facendo nel mondo. E nessuno subirà ingiustizia. (Al-Mu’min: 17)

In altre parole, non verrà commessa alcuna forma di ingiustizia. Va notato che, riguardo alla ricompensa, l’ingiustizia può assumere diverse forme. Primo: che una persona abbia diritto a una ricompensa e non le venga concessa. Secondo: che non le venga data per intero la ricompensa cui ha diritto. Terzo: che venga punita pur non essendo meritevole di punizione. Quarto: che non venga punita pur essendo meritevole di punizione. Quinto: che qualcuno meriti una punizione lieve, ma riceva una punizione più severa. Sesto: che l’oppresso resti a guardare mentre l’oppressore, davanti a lui, viene assolto e se ne va libero. Settimo: che una persona venga ritenuta responsabile del crimine di un’altra. Allah vuole che nessuna delle possibili forme di ingiustizia si verifichi nel Suo tribunale. (114)

Allah è direttamente a conoscenza di tutto ciò che l’uomo fa nel mondo

Nel Sacro Corano è stato anche detto che Allah è direttamente a conoscenza di tutto ciò che l’uomo compie in questo campo di prova. Nessuna azione dell’uomo, neppure alcun pensiero o desiderio del suo cuore, può rimanere nascosto ad Allah. Per questo, nel Giorno del giudizio, l’uomo comparirà davanti a quel Dio che è informato di tutte le attività della sua vita.

وَأَسِرُّوا قَوْلَكُمْ أَوِ اجْهَرُوا بِهِ إِنَّهُ عَلِيمٌ بِذَاتِ الصُّدُورِ-( الملك-13)

-Sia che parliate sottovoce o ad alta voce, per Lui è lo stesso: Egli conosce persino lo stato dei cuori. (Al-Mulk: 13

أَمْ يَحْسَبُونَ أَنَّا لَا نَسْمَعُ سِرَّهُمْ وَنَجْوَاهُمْ بَلَى وَرُسُلُنَا لَدَيْهِمْ يَكْتُبُونَ-( الزخرف-80)

Pensano forse che non ascoltiamo i loro segreti e le loro conversazioni sussurrate? Al contrario, ascoltiamo tutto. Inoltre, i Nostri angeli, stando loro accanto, annotano ogni cosa. (Az-Zukhruf: 80)

وَنَعْلَمُ مَا تُوَسْوِسُ بِهِ نَفْسُهُ وَنَحْنُ أَقْرَبُ إِلَيْهِ مِنْ حَبْلِ الْوَرِيدِ-( ق-16)

Conosciamo persino i cattivi pensieri che sorgono nella sua mente (waswasa). Siamo più vicini a lui della sua vena giugulare. (Qaf: 16)

Poi è stato detto: non ci siamo limitati a conferirgli la facoltà della conoscenza e della ragione; insieme a ciò gli abbiamo anche mostrato la retta via, affinché potesse riconoscere quale fosse la via della gratitudine e quale quella dell’incredulità. Qualunque via scelga poi di seguire, la responsabilità ricadrà interamente su di lui. Nella sura al-Balad questo tema è espresso così:

وَهَدَيْنَاهُ النَّجْدَيْنِ

Gli abbiamo mostrato chiaramente entrambe le vie (quella del bene e quella del male).

Nella sura ash-Shams la stessa cosa è stata espressa così:

وَنَفْسٍ وَمَا سَوَّاهَا – فَأَلْهَمَهَا فُجُورَهَا وَتَقْوَاهَا

—E giuro per l’anima e per Colui che l’ha armoniosamente formata, dotandola di tutte le facoltà manifeste e nascoste. Poi le ha ispirato la sua dissolutezza e il suo timor di Dio.

Tenendo presenti tutte queste considerazioni e osservando inoltre le dettagliate spiegazioni del Sacro Corano, nelle quali si dice quali provvedimenti Allah ha predisposto per guidare gli esseri umani, si comprende che l’espressione «guidare sulla retta via» in questo versetto non indica un unico metodo di guida, bensì innumerevoli vie. Per esempio:

1. A ogni essere umano, insieme alla capacità di conoscere e discernere, è stata data anche una sensibilità morale, grazie alla quale egli può distinguere tra il bene e il male. Considera cattive alcune azioni e qualità, sebbene vi si dedichi, e considera buone altre azioni e qualità, sebbene se ne tenga lontano. Persino coloro che, per interesse personale e per assecondare i desideri delle proprie passioni, hanno elaborato filosofie sulla cui base hanno dichiarato leciti per sé molti peccati e molte ingiustizie, si comportano in questo modo: se qualcun altro commette contro di loro quelle stesse ingiustizie, allora si mettono a gridare, e si comprende che, nonostante le loro false filosofie, in realtà le considerano cattive. Allo stesso modo, per quanto qualcuno possa considerare le azioni virtuose e le qualità nobili frutto d’ignoranza, stupidità e arretratezza, quando trae personalmente beneficio dalla condotta virtuosa di qualcuno, la sua natura lo costringe a considerarlo degno di rispetto.

2. Allah ha posto in ogni essere umano una cosa chiamata coscienza (la mente che rimprovera, nafs al-lawwāma), che lo trattiene quando sta per compiere un’azione malvagia. Per quanto l’uomo possa cullare questa coscienza fino ad addormentarla o tentare di renderla completamente insensibile, non riuscirà mai a cancellarla del tutto. Può assumere un atteggiamento spudorato e cercare di dimostrare di essere completamente privo di coscienza; può tentare in ogni modo di ingannare il mondo mediante prove e argomentazioni inventate; può addurre innumerevoli scuse per le proprie azioni, allo scopo di ingannare persino se stesso. Tuttavia, il censore che Allah ha posto nella sua natura è così vivo che nemmeno a una persona immorale resterà nascosto ciò che essa è realmente. È proprio questo che nella sura al-Qiyāma è stato detto così:

—Anzi, l’uomo conosce molto bene se stesso, per quanto adduca scuse e giustificazioni.

3. Nell’esistenza stessa dell’uomo e in ogni direzione dell’intero universo naturale, dalla terra che lo circonda fino al cielo, sono disseminati innumerevoli segni che testimoniano che tutte queste cose non possono esistere senza Dio. Né molte divinità potrebbero essere le artefici e le governatrici di questa macchina universale. In questo modo, i segni del mondo superiore e di quello interiore presentano prove razionali della resurrezione e dell’aldilà. Se l’uomo chiude gli occhi davanti a tutto ciò, oppure, non lasciandosi guidare dalla ragione, non riflette su queste cose, o ancora esita ad accettare le verità che esse indicano, ciò sarà una colpa sua. Allah non ha lasciato nulla d’intentato nel porre davanti agli esseri umani i segni che annunciano la verità da parte Sua.

4. Nella vita stessa dell’uomo, nel mondo contemporaneo e nelle esperienze della storia passata si osservano innumerevoli eventi che dimostrano come un’autorità superiore governi lui e l’intero universo naturale; davanti a essa l’uomo è completamente impotente, la cui volontà prevale su ogni cosa e dal cui aiuto l’uomo dipende. Queste esperienze e osservazioni non annunciano questa verità soltanto nel mondo esterno; anche nella natura umana è presente la testimonianza dell’esistenza di quella superiore autorità governante. È su questa base che persino i più grandi atei, nei momenti di estremo pericolo, tendono le mani in preghiera davanti a Dio.

5. La coscienza dell’uomo e la sua natura innata indicano pienamente la necessità che il crimine sia punito e che la buona azione riceva una ricompensa. È proprio su questa base che in ogni società viene istituito, in una forma o nell’altra, un sistema giudiziario, e viene predisposta anche una ricompensa per ciò che è ritenuto degno di lode. Ciò dimostra chiaramente che tra la moralità e la legge della retribuzione (LEGGE DELLA RETRIBUZIONE) esiste una relazione così necessaria che l’uomo non può negarla. Ora, se è universalmente riconosciuto che nel mondo esistono innumerevoli crimini per i quali, non solo non viene inflitta la punizione completa, ma non viene inflitta alcuna punizione, e che esistono innumerevoli buone azioni per le quali la persona virtuosa non riceve alcuna ricompensa, per non parlare di una ricompensa adeguata, allora non rimane altra scelta se non riconoscere l’aldilà. Naturalmente, se qualche sciocco ritiene, oppure qualche ostinato vuole concludere, che una persona dotata del senso della giustizia sia nata in un mondo che di per sé non possiede alcuna idea di giustizia, allora è un altro discorso. Resta però a suo carico la risposta a questa domanda: da dove è sorta, nella mente dell’uomo nato in un mondo simile, l’idea della giustizia?

6. Allah ha inviato profeti nel mondo e ha fatto scendere i Libri per guidare chiaramente l’uomo, nei quali è stato spiegato con chiarezza quale sia la via della gratitudine e quale quella della miscredenza, e quale sia poi l’esito del percorrere queste due vie. Gli insegnamenti portati dai profeti e dai Libri di Allah si sono diffusi in tutto il mondo, direttamente e indirettamente, in modo così ampio che nessun insediamento umano è privo dell’idea di Dio, dell’idea dell’aldilà, del bene e del male

وَهُوَ مَعَكُمْ أَيْنَ مَا كُنْتُمْ وَاللَّهُ بِمَا تَعْمَلُونَ بَصِيرٌ-( الحديد-4)

-Egli (Allah) è con voi ovunque vi troviate. E Allah vede tutto ciò che fate. (Al-Hadid: 4)

يَعْلَمُ خَائِنَةَ الْأَعْيُنِ وَمَا تُخْفِي الصُّدُورُ – وَاللَّهُ يَقْضِي بِالْحَقِّ-( المؤمن-19-20)

Allah conosce persino gli sguardi furtivi e conosce anche tutti i segreti nascosti nei cuori. Allah giudicherà con giustizia. (Al-Mu’min: 19-20). (115)

Nell’aldilà, la prova delle sue azioni sarà presentata mediante una testimonianza inconfutabile

Nel Nobile Corano è stato spiegato dettagliatamente che, nell’aldilà, Allah non giudicherà sulla base della Sua conoscenza personale. Al contrario, Egli fa predisporre un registro completo, dettagliato e accurato delle azioni di ciascuno. Poi, nel tribunale dell’aldilà, saranno presentate testimonianze delle azioni degli uomini tali che non vi sarà alcun modo di negarle.

إِذْ يَتَلَقَّى الْمُتَلَقِّيَانِ عَنِ الْيَمِينِ وَعَنِ الشِّمَالِ قَعِيدٌ – مَا يَلْفِظُ مِنْ قَوْلٍ إِلَّا لَدَيْهِ رَقِيبٌ عَتِيدٌ-( ق-17-18)

Due scribi siedono alla sua destra e alla sua sinistra e annotano ogni cosa. Non pronuncia una sola parola senza che presso di lui vi sia un custode pronto a registrarla. (Qaf: 17-18)

Il senso di tutto ciò è che, da una parte, Allah l’Altissimo conosce direttamente i movimenti, il comportamento, i gesti e gli stati d’animo dell’essere umano; dall’altra, per ogni persona sono incaricati due angeli, che annotano ciascuna delle sue parole. Nessuna sua parola o azione viene esclusa dai loro registri. Ciò significa che, quando l’uomo sarà condotto davanti al tribunale di Allah l’Altissimo, Allah stesso saprà che cosa egli avrà fatto. Saranno presenti anche i due angeli per l’incontro, i quali metteranno davanti a lui, come prove documentali, i registri delle sue azioni. Per noi è molto difficile immaginare con precisione quale forma avranno tali prove. Tuttavia, dopo aver osservato le informazioni che ci vengono svelate, si può sapere con certezza che, nell’ambiente in cui l’uomo vive e agisce, tutto ciò che lo circonda—suoni, immagini, movimenti e impronte dei gesti—viene inciso su ogni particella e atomo; e da ciò si può riprodurre una cosa una seconda volta, identica all’originale, con la medesima espressione e il medesimo suono, in modo che non vi sia neppure la minima differenza tra l’originale e la copia. Oggi l’uomo compie questo lavoro, in misura assai limitata, con l’aiuto di strumenti. Ma gli angeli di Dio non dipendono da tali strumenti e non sono vincolati da queste limitazioni. Il corpo stesso dell’uomo e ogni cosa intorno a lui sono la loro pellicola, sulla quale possono imprimere fedelmente ogni suono e ogni immagine nella loro forma più sottile e minuziosa; e nel Giorno della Resurrezione possono far ascoltare all’uomo, con le sue stesse orecchie e nella sua stessa voce, tutto ciò che egli faceva nel mondo. Possono mostrare ai suoi stessi occhi le immagini in movimento di tutte le sue azioni, la cui veridicità gli sarà impossibile negare.

Qui bisogna anche comprendere bene che Allah l’Altissimo non punirà nessuno nel tribunale dell’aldilà sulla base della Sua conoscenza personale. Al contrario, infliggerà la punizione dopo aver soddisfatto tutte le condizioni della giustizia. Per questo, nel mondo, viene fatto predisporre un registro completo delle parole e delle azioni di ogni persona, affinché la prova completa delle sue azioni sia fornita da una testimonianza inconfutabile. (116)

وَإِنَّ عَلَيْكُمْ لَحَافِظِينَ – كِرَامًا كَاتِبِينَ – يَعْلَمُونَ مَا تَفْعَلُونَ-( الانفطار-10-12)

(Sono stati incaricati di sorvegliarvi. Sono scribi nobili, informati di ciascuna delle vostre azioni. (Infitar: 10-12)

In altre parole, che neghiate il Giorno del Giudizio, lo riteniate una menzogna o ne facciate oggetto di scherno, ciò non cambia la verità. La verità effettiva è che il vostro Signore non vi ha lasciati nel mondo come cammelli senza briglie. Al contrario, ha incaricato per ciascuno di voi un sorvegliante assolutamente veritiero. Nessuna vostra azione gli è nascosta, sia che la compiate nell’oscurità, in un luogo appartato, in una foresta deserta e priva di abitanti, oppure in una situazione nella quale siete certi che ciò che avete fatto sia rimasto nascosto agli occhi della gente.

Per questi angeli sorveglianti Allah l’Altissimo ha usatoكراما كاتبينle due parole. In altre parole, sono scribi altamente onorati. Non hanno amicizia personale né inimicizia con nessuno, tale da indurli a mostrare ingiustamente compassione verso qualcuno o a opporsi ingiustamente a qualcun altro, redigendo un rapporto contrario ai fatti. Non sono neppure traditori, tali da registrare rapporti inventati di propria iniziativa senza essersi presentati al lavoro. Non sono corruttibili, tali da ricevere qualcosa e redigere un falso rapporto a favore o contro qualcuno. La loro posizione è al di sopra di tutte queste debolezze morali. Perciò le persone, tanto buone quanto malvagie, devono essere certe che le azioni buone di ciascuno saranno registrate senza alcuna omissione e che a nessuno sarà attribuito un peccato che non ha commesso.

In seguito viene descritta una seconda caratteristica di quegli angeli: essi conoscono tutto ciò che fate. In altre parole, la loro condizione non è come quella degli uomini dei reparti CID e DIB del mondo, ai quali, nonostante ogni sforzo, molte cose restano ignote. Essi sono completamente informati delle azioni di ciascuno. In ogni luogo e in ogni situazione rimangono accanto a ogni persona in modo tale che essa non si accorge nemmeno che qualcuno la sorveglia. Essi sanno anche con quale intenzione una persona compie una determinata azione. Per questo il registro da loro redatto è un registro completo, dal quale nulla sfugge senza essere annotato. A questo proposito, nel versetto 49 della sura al-Kahf si dice che, nel Giorno del Giudizio, i peccatori resteranno stupefatti vedendo che nel registro delle loro azioni che viene loro presentato non è stato omesso nulla, né piccolo né grande. Tutto ciò che hanno fatto lo vedranno davanti a sé esattamente com’è. (117)

وَأَخْرَجَتِ الْأَرْضُ أَثْقَالَهَا – وَقَالَ الْإِنْسَانُ مَا لَهَا – يَوْمَئِذٍ تُحَدِّثُ أَخْبَارَهَا – بِأَنَّ رَبَّكَ أَوْحَى لَهَا-( الزلزلة-2-5)

-E la terra farà uscire tutti i suoi pesi interiori e li getterà fuori. E l’uomo dirà: «Che cosa le sta accadendo?». Quel giorno essa racconterà tutto ciò che è avvenuto su di essa, perché il tuo Signore le avrà ordinato di farlo. (al-Zalzalah: 2-5)

Questo è il tema che nel versetto 4 della sura al-Inshiqaq viene espresso così:

وَأَلْقَتْ مَا فِيهَا وَتَخَلَّتْ

-E si svuoterà gettando fuori tutto ciò che contiene.

Vi sono diverse interpretazioni. La prima: essa farà uscire e getterà fuori i morti, ovunque si trovino nella terra, qualunque sia la forma e la condizione in cui giacciono. La frase successiva fa capire che, in quel momento, tutte le parti separate e disperse dei loro corpi verranno riunite e torneranno a vivere, assumendo nuovamente la stessa forma e fisionomia che avevano nella loro prima vita. Perché, se non fosse così e si trattasse di persone completamente nuove, come potrebbero dire: «Che cosa è successo alla terra?». E quando mai persone nuove, vedendo per la prima volta la condizione originaria della terra, pronuncerebbero parole del genere?

La seconda interpretazione è che essa non si limiterà a gettare fuori soltanto i morti. Al contrario, farà uscire e getterà fuori anche tutto il cumulo delle testimonianze delle loro azioni, dei loro gesti, dei loro movimenti e dei loro comportamenti della prima vita, che era sepolto al suo interno.

Con le parole successive si è dunque spiegato proprio questo: la terra narrerà ciò che è accaduto su di essa.

Terzo significato: alcuni esegeti hanno anche detto che saranno estratti e gettati fuori i cumuli d’oro, d’argento, di gemme e delle varie ricchezze che si trovano sotto terra; e l’uomo vedrà che queste sono le cose per le quali si consumava nella vita terrena, per le quali ha commesso tanti omicidi, ha usurpato i diritti degli aventi diritto, ha rubato e depredato, ha saccheggiato sulla terra e sull’acqua, ha provocato guerre e conflitti e ha distrutto tante nazioni. Oggi tutte queste cose saranno lì davanti a lui, ma non gli recheranno alcun beneficio; al contrario, saranno soltanto causa di punizione.

Nella seconda frase, con «l’uomo» può intendersi anche ogni singolo essere umano. Infatti, la loro prima reazione, non appena saranno riportati in vita, sarà: «Che cosa sta succedendo?»

In seguito si rivelerà loro questa verità: questo è il Giorno della Risurrezione. D’altra parte, con «l’uomo» possono intendersi anche coloro che negavano l’Aldilà, perché ciò che ritenevano impossibile si sta verificando davanti ai loro occhi. Per questo saranno sconvolti e angosciati. Quanto ai credenti, non avranno motivo di essere turbati, poiché tutto ciò accade precisamente secondo la loro ‘aqīdah e la loro fede.

Nel terzo versetto, o frase, si dice che la terra narrerà ciò che le è accaduto, perché il suo Signore le avrà ordinato di farlo. È tramandato da Hazrat Abu Hurayrah (ra) che il Profeta (s) recitò questo versetto e domandò: «Sapete quale sarà questa sua condizione?» I Compagni risposero: «Allah e il Suo Messaggero lo sanno meglio». Il Profeta (s) disse: «Questa condizione consisterà nel fatto che la terra testimonierà le azioni di ogni uomo e di ogni donna compiute sulla sua superficie. Dirà: “In tale giorno ha fatto tale cosa”. Questa è la condizione che la terra narrerà» (Musnad Ahmad, Tirmidhi, Nasā’ī, Ibn Jarīr, ‘Abd ibn Humayd, Abū al-Mundhir, Hākim, Ibn Mardūyah, Bayhaqī).

Hazrat Rābi‘at al-Jurashī riferisce che il Profeta (s) disse: «Guardatevi dal commettere ingiustizie sulla terra, perché essa è la vostra origine fondamentale. Non vi è nessuno che compia un’azione su di essa senza che essa ne dia notizia, sia che si tratti di bene o di male» (Mu‘jam al-Ṭabarānī).

Hazrat Anas (ra) riferisce che il Profeta (s) disse: «Nel Giorno della Risurrezione, la terra porterà ogni singola azione compiuta sulla sua superficie». Poi recitò questo versetto (Mardūyah, Bayhaqī).

È stato narrato riguardo a Hazrat ‘Alī (ra) che, quando distribuiva interamente i beni della Bayt al-Māl e ne svuotava il tesoro, pregava due rak‘ah e diceva: «Dovrai testimoniare che ti ho riempita con ciò che è giusto e ti ho svuotata con ciò che è giusto». A proposito della terra è stato detto che essa narrerà tutto ciò che è accaduto su di essa. Per gli uomini dei tempi antichi doveva essere davvero sorprendente pensare a come la terra avrebbe potuto parlare. Ma oggi, nell’epoca delle scoperte delle scienze fisiche (physical science), del cinema, degli altoparlanti, della radio, della televisione, dei registratori e dell’elettronica, non è difficile comprendere come la terra narrerà ciò che le è accaduto. Tutto ciò che l’uomo pronuncia con la bocca lascia un’impronta nell’aria, nelle onde luminose, nelle pareti delle case, nel pavimento, in ogni particella del soffitto, nei campi e nelle pianure, nei terreni e nelle fattorie. Quando Allah lo vorrà, potrà far ripetere tutti questi suoni esattamente così come erano usciti dalla bocca degli uomini. In quel momento l’uomo li udrà con le proprie orecchie e riconoscerà che sono la sua stessa voce, a lui familiare. Tutti riconosceranno che ciò che ascoltano è la voce e il tono di quella stessa persona. Inoltre, ogni movimento dell’uomo, ovunque e in qualunque condizione egli abbia compiuto un’azione sulla terra, ha lasciato un’impronta su ogni oggetto circostante, e anche la sua immagine vi è rimasta impressa. Anche se avesse compiuto un’azione nella più fitta oscurità, per potenza di Dio esistono raggi luminosi tali che non si pone affatto la questione della luce o delle tenebre. Egli può registrare la sua immagine in ogni condizione. Nel Giorno della Risurrezione, tutte queste immagini appariranno davanti all’uomo come un film in movimento e gli mostreranno che cosa ha fatto nel corso della sua vita, quando e dove lo ha fatto.

La verità è che, sebbene Allah conosca direttamente e personalmente le azioni di ogni essere umano, quando nell’Aldilà istituirà il tribunale, chiunque Egli punirà sarà punito dopo aver pienamente soddisfatto ogni esigenza della giustizia. Nel Suo tribunale, il caso presentato contro ciascun colpevole sarà provato mediante testimonianze così manifeste che non resterà alcuno spazio per discutere del suo essere colpevole.

Anzitutto, verrà consegnato all’uomo il registro delle sue opere, nel quale i Kirāman Kātibīn, che gli sono costantemente al fianco, hanno annotato ogni sua parola e ogni sua azione. Questo registro delle opere sarà posto nelle sue mani e gli sarà detto: «Leggi il registro delle tue azioni durante la vita. Oggi sei sufficiente a te stesso per fare il tuo rendiconto». (Banī Isrā’īl: 14) Leggendolo, l’uomo resterà sbalordito, poiché non vi sarà cosa, piccola o grande, che non vi sia stata annotata. Poi testimonierà il corpo dell’uomo, con il quale egli ha agito nel mondo. Nel tribunale di Allah, la sua stessa lingua testimonierà di tutte le cose che egli ha detto per mezzo di essa. Le sue stesse mani e i suoi piedi testimonieranno delle azioni che egli ha fatto compiere loro. (Nūḥ: 24) I suoi occhi testimonieranno di tutto ciò che egli ha visto per mezzo loro. Le sue orecchie testimonieranno di tutto ciò che egli ha udito per mezzo loro. Tutta la pelle del suo corpo testimonierà delle sue azioni. Egli, smarrito, dirà alle proprie membra: «Anche voi testimoniate contro di me?». Le sue membra risponderanno: «Oggi, per ordine di Allah, ogni cosa parla. Per Suo ordine parliamo anche noi». (Ḥā Mīm Sajdah: 20-22) Poi saranno aggiunte ulteriori testimonianze da parte della terra e di ciò che la circonda: l’uomo ascolterà con le proprie orecchie il suono della propria voce e vedrà con i propri occhi l’immagine esatta delle proprie azioni.

Dopo tutto ciò, saranno portati alla luce e posti davanti a lui anche tutti i pensieri, i desideri, le aspirazioni e le intenzioni che erano nascosti nel suo cuore, nonché l’intenzione con cui egli aveva compiuto le sue azioni. Come è detto nella Sura al-ʿĀdiyāt, è per questo che, dopo che saranno state presentate tutte queste prove inconfutabili, manifeste e innegabili, l’uomo resterà stupefatto e non avrà alcuna possibilità di presentare una giustificazione in propria difesa. (Si veda la Sura al-Mursalāt, versetti 35-36). (118)

وَوُضِعَ الْكِتَابُ فَتَرَى الْمُجْرِمِينَ مُشْفِقِينَ مِمَّا فِيهِ وَيَقُولُونَ يَا وَيْلَتَنَا مَالِ هَذَا الْكِتَابِ لَا يُغَادِرُ صَغِيرَةً وَلَا كَبِيرَةً إِلَّا أَحْصَاهَا وَوَجَدُوا مَا عَمِلُوا حَاضِرًا وَلَا يَظْلِمُ رَبُّكَ أَحَدًا-( الكهف-49)

E sarà posto davanti a loro il registro delle opere. In quel momento vedrai i colpevoli terrorizzati di fronte a ciò che è stato annotato nel libro della loro vita e dire: «Ahimè, la nostra sventura! Che genere di libro è mai questo, nel quale non è stata tralasciata alcuna nostra azione, piccola o grande, senza che vi fosse registrata?». Vedranno davanti a sé tutto ciò che hanno fatto, e il tuo Signore non farà torto a nessuno. (al-Kahf: 49)

Ciò significa che non accadrà mai che a qualcuno venga registrato ingiustamente nel registro delle sue opere un crimine che non ha commesso. Né accadrà che qualcuno venga punito più di quanto meriti per il proprio crimine o che venga punito un innocente. (119)

وَكُلُّ شَيْءٍ فَعَلُوهُ فِي الزُّبُرِ – وَكُلُّ صَغِيرٍ وَكَبِيرٍ مُسْتَطَرٌ-( القمر-52-53)

Tutto ciò che hanno fatto è registrato nei registri. Ogni cosa, piccola o grande, è stata messa per iscritto. (al-Qamar: 52-53)

In altre parole, queste persone non devono cedere all’erronea convinzione che fine abbiano fatto le loro azioni. No: è conservato il resoconto completo di ogni individuo, gruppo e popolo. A tempo debito verrà portato alla luce. (120)

يَوْمَ يَبْعَثُهُمُ اللَّهُ جَمِيعًا فَيُنَبِّئُهُمْ بِمَا عَمِلُوا أَحْصَاهُ اللَّهُ وَنَسُوهُ وَاللَّهُ عَلَى كُلِّ شَيْءٍ شَهِيدٌ-( المجادلة-6)

(Questa sarà una punizione umiliante) nel Giorno in cui Allah li farà risorgere tutti e dirà loro ciò che hanno fatto. Essi lo hanno dimenticato. Ma Allah ha conservato, contando ogni cosa, le loro azioni; e Allah è testimone di ogni cosa. (Al-Mujādila: 6)

In altre parole, anche se essi hanno dimenticato, il caso non è stato archiviato. Per loro, disobbedire a Dio e trasgredire i Suoi comandamenti e precetti può essere una cosa talmente ordinaria che, dopo averlo fatto, non la ricordano nemmeno. Anzi, non la considerano neppure qualcosa di riprovevole, al punto da non preoccuparsene affatto. Ma presso Dio non è una cosa da nulla. Nel Suo registro è stata annotata ogni loro azione. Chiunque abbia compiuto una determinata azione, quando e con quale intenzione, quale sia stata poi la sua reazione e in quali luoghi e forme ne siano apparse le conseguenze: tutto ciò è stato registrato nel Suo registro. (121)

الْيَوْمَ نَخْتِمُ عَلَى أَفْوَاهِهِمْ وَتُكَلِّمُنَا أَيْدِيهِمْ وَتَشْهَدُ أَرْجُلُهُمْ بِمَا كَانُوا يَكْسِبُونَ-( يس-65)

-Oggi chiudiamo loro la bocca. Le loro mani parleranno con Noi e i loro piedi testimonieranno ciò che guadagnavano nel mondo. (Yā Sīn: 65)

Questo ordine sarà impartito nei confronti di quei criminali incalliti che rifiuteranno di confessare la propria colpa, considereranno false le testimonianze e non riconosceranno neppure l’autenticità del registro delle azioni. Allora Allah ordinerà: «Ebbene, fate tacere la vostra loquacità e guardate quale resoconto delle vostre azioni presentano le membra del vostro corpo». (122)

يَوْمَ تَشْهَدُ عَلَيْهِمْ أَلْسِنَتُهُمْ وَأَيْدِيهِمْ وَأَرْجُلُهُمْ بِمَا كَانُوا يَعْمَلُونَ-(النور-24)

(Affinché non dimentichino quel Giorno) in cui i loro volti, le loro mani e i loro piedi testimonieranno contro di loro le loro opere. (An-Nur: 24)

Qui sorge la domanda: nel versetto sopra citato della sura Ya-Sin, Allah dice: «Sigilleremo le loro bocche». D’altra parte, nella sura Fussilat dice che i loro volti testimonieranno. Come si possono conciliare queste due affermazioni?

La risposta è che chiudere le bocche significa privarli della facoltà di parlare. In altre parole, da quel momento non potranno più parlare secondo la propria volontà. Il fatto che le bocche testimonieranno significa che esse stesse cominceranno a raccontare quali azioni quei malvagi avevano compiuto per loro mezzo, quali forme di miscredenza avevano commesso, quali menzogne avevano detto, quali sedizioni avevano provocato e quali parole avevano pronunciato, in quali occasioni, servendosi della bocca. (123)

حَتَّى إِذَا مَا جَاءُوهَا شَهِدَ عَلَيْهِمْ سَمْعُهُمْ وَأَبْصَارُهُمْ وَجُلُودُهُمْ بِمَا كَانُوا يَعْمَلُونَ-وَقَالُوا لِجُلُودِهِمْ لِمَ شَهِدْتُمْ عَلَيْنَا قَالُوا أَنْطَقَنَا اللَّهُ الَّذِي أَنْطَقَ كُلَّ شَيْءٍ وَهُوَ خَلَقَكُمْ أَوَّلَ مَرَّةٍ وَإِلَيْهِ تُرْجَعُونَ-(حم السجده-20-21)

Poi, quando saranno giunti tutti là, i loro orecchi, i loro occhi e la pelle dei loro corpi testimonieranno contro di loro per tutto ciò che facevano nel mondo. Essi chiederanno alla pelle dei propri corpi: «Perché avete testimoniato contro di noi?». Essa risponderà: «Ci ha dato la facoltà di parlare Colui che ha dato la facoltà di parlare a ogni cosa. Egli vi ha creati la prima volta e a Lui sarete ricondotti». (Hamim Sajda: 20-21)

Nei hadith è stato spiegato che, quando un criminale incallito e ostinato continuerà a negare il proprio crimine e a respingere come false tutte le prove e le testimonianze, allora, per ordine di Allah l’Altissimo, le sue membra testimonieranno una dopo l’altra quali azioni egli aveva compiuto servendosi di esse. Questo è stato riferito da Hazrat Anas (che Allah sia soddisfatto di lui), Hazrat Abu Musa al-Ash’ari (che Allah sia soddisfatto di lui), Hazrat Abu Sa’id al-Khudri (che Allah sia soddisfatto di lui) e Hazrat Ibn Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) dal Profeta (pace e benedizioni su di lui); e i celebri studiosi di hadith Muslim, Ibn Jarir, Ibn Abi Hatim, al-Bazzar e altri hanno registrato questa narrazione.

Questo versetto è uno di quelli che dimostrano che l’Aldilà non è soltanto un mondo spirituale; al contrario, là l’essere umano sarà riportato in vita con corpo e anima, nello stesso modo in cui esiste ora nel mondo. Anzi, gli sarà restituito proprio il corpo in cui si trova attualmente. Le membra e le particelle dalle quali è formato il suo corpo in questo mondo saranno riunite nel Giorno della Resurrezione, ed egli sarà risuscitato con il suo corpo precedente, quello con cui ha compiuto le sue opere terrene. È evidente che le membra dell’uomo potranno testimoniare là in questo modo soltanto se saranno proprio quelle membra con le quali egli ha commesso i peccati durante la vita terrena. Anche i seguenti versetti presentano prove decisive al riguardo: Bani Isra’il: 49-51, 98; Al-Mu’minun: 35-38, 82-83; An-Nur: 24; As-Sajda: 10; Ya-Sin: 65, 78-79; As-Saffat: 16-18; Al-Waqi’a: 47-50; An-Nazi’at: 10-14. (124)

إِنَّا نَحْنُ نُحْيِي الْمَوْتَى وَنَكْتُبُ مَا قَدَّمُوا وَآثَارَهُمْ وَكُلَّ شَيْءٍ أَحْصَيْنَاهُ فِي إِمَامٍ مُبِينٍ-(يس-12)

Certamente, un giorno faremo rivivere i morti. Stiamo registrando tutte le opere che hanno compiuto. Conserviamo anche le tracce che hanno lasciato dietro di sé. Abbiamo raccolto ogni cosa in un Libro manifesto. (Yā Sīn: 12)

Da ciò si apprende che il registro delle opere dell’uomo sarà composto in tre modi. Primo: ogni cosa buona o cattiva compiuta da ciascun individuo viene registrata da Allah l’Altissimo nel libro. Secondo: ogni impronta che l’uomo lascia sugli oggetti che lo circondano e sulle membra del proprio corpo viene interamente conservata. In seguito, tutte queste immagini saranno rese manifeste in modo tale che se ne potrà udire il suono stesso. Egli vedrà impressa sulla pagina del cuore una descrizione completa dei propri pensieri, desideri e aspirazioni. Terzo: dopo la morte, l’effetto delle opere buone e cattive che egli ha lasciato sui suoi futuri discendenti, sulla propria società e sull’intera umanità continuerà a essere registrato nel libro del suo rendiconto per tutto il tempo e in tutti i luoghi in cui tale effetto rimarrà attivo. Tutto il bene o il male che avrà insegnato ai suoi figli, il benessere o la corruzione che avrà diffuso nella propria società, e tutti i fiori o le spine che avrà seminato per l’umanità continueranno a essere registrati integralmente finché il raccolto da lui piantato continuerà a produrre nel mondo i suoi frutti buoni o cattivi. (125)

وَتَرَى كُلَّ أُمَّةٍ جَاثِيَةً كُلُّ أُمَّةٍ تُدْعَى إِلَى كِتَابِهَا الْيَوْمَ تُجْزَوْنَ مَا كُنْتُمْ تَعْمَلُونَ – هَذَا كِتَابُنَا يَنْطِقُ عَلَيْكُمْ بِالْحَقِّ إِنَّا كُنَّا نَسْتَنْسِخُ مَا كُنْتُمْ تَعْمَلُونَ-(الجاثية-28-29)

-Quel giorno vedrai ogni comunità inginocchiata. Ogni gruppo sarà chiamato: «Venite e guardate il vostro registro delle opere». Sarà detto loro: «Oggi vi sarà mostrata la ricompensa delle opere che compivate. Questo è il registro delle opere che abbiamo preparato e che rende testimonianza veritiera a vostro riguardo. Noi registravamo tutto ciò che facevate». (al-Jāthiya: 28-29)

La scrittura non avviene soltanto in un unico modo, ossia mediante la registrazione sulla carta. Già nel mondo stesso gli uomini hanno scoperto vari altri metodi per raffigurare le parole e le azioni dell’uomo e poi ripresentarle esattamente nella loro forma e configurazione; e non possiamo nemmeno immaginare quali altre possibilità siano nascoste nel futuro e che l’uomo potrà padroneggiare. Chi può sapere ora in quali modi Allah l’Altissimo fa imprimere ogni parola dell’uomo, ogni suo movimento e gesto, e ogni dettaglio recondito dei suoi pensieri, desideri, volontà e aspirazioni? (126)

وَإِذَا الرُّسُلُ أُقِّتَتْ-(المرسلات-11)

-e quando giungerà il momento della convocazione dei Messaggeri. (al-Mursalāt: 11)

In diversi passi del Sacro Corano è stato detto che, quando nel campo del Raduno sarà presentato il caso dell’umanità, il Messaggero di ogni popolo sarà convocato per rendere testimonianza, affinché possa attestare di aver trasmesso loro il messaggio di Allah l’Altissimo. Questa sarà la prima e più grave prova contro i traviati e i peccatori, dalla quale sarà dimostrato che essi stessi sono responsabili del loro comportamento erroneo. Da parte di Allah l’Altissimo non sarà stato tralasciato nulla per ammonirli. A titolo esemplificativo, si vedano le spiegazioni dei seguenti versetti: Sura al-Aʿrāf: 172-173; al-Zumar: 69; al-Mulk: 8. (127)

وَوُضِعَ الْكِتَابُ وَجِيءَ بِالنَّبِيِّينَ وَالشُّهَدَاءِ وَقُضِيَ بَيْنَهُمْ بِالْحَقِّ وَهُمْ لَا يُظْلَمُونَ-(الزمر-69)

-E il registro delle opere sarà portato e deposto. I profeti e tutti i testimoni saranno convocati. Tra gli uomini sarà emesso il giudizio con assoluta giustizia e nessun torto sarà fatto loro. (Zumar: 69)

I profeti testimonieranno di aver trasmesso il messaggio di Dio. Per gli altri testimoni si intendono quelle persone che testimonieranno di aver trasmesso il messaggio di Dio alla gente dopo i profeti. Vi saranno anche testimoni che testimonieranno delle azioni degli uomini. Non è necessario che questi testimoni siano soltanto esseri umani. Anche gli angeli, i jinn, gli animali e gli uccelli, le membra dell’uomo, le case e gli edifici, le piante e gli alberi, la terra e le pietre saranno inclusi tra tali testimoni. (128)

أَفَلَا يَعْلَمُ إِذَا بُعْثِرَ مَا فِي الْقُبُورِ-وَحُصِّلَ مَا فِي الصُّدُورِ-( العاديات-9-10)

-Non sa forse che, in quel momento, ciò che è sepolto nelle tombe sarà portato fuori? E che ciò che è nascosto nei cuori sarà estratto, esaminato e sottoposto a verifica? (Adiyat: 9-10)

In altre parole, dopo la morte, l’uomo morto sarà fatto uscire dal luogo e dalla condizione in cui si troverà e sarà fatto risorgere in forma di uomo vivente. Saranno portati alla luce e messi in evidenza tutti i desideri, le aspirazioni, le intenzioni, gli scopi, i pensieri e i motivi (MOTIVO) nascosti nella mente e celati dietro le azioni esteriori. Poi tutto ciò sarà esaminato e vagliato, e il bene sarà separato dal male. In altre parole, il giudizio non sarà formulato guardando soltanto all’aspetto esteriore, cioè a ciò che l’uomo ha effettivamente fatto; saranno invece portati alla luce anche i misteri nascosti nel suo animo, per mostrare con quale intenzione e con quale scopo abbia compiuto ciò che ha fatto. Riflettendo su questo, l’uomo non può fare a meno di riconoscere che la giustizia autentica e perfetta non si può trovare in alcun luogo al di fuori del tribunale di Dio.

Anche le leggi non religiose del mondo ritengono, in linea di principio, necessario che nessuno sia punito soltanto sulla base delle sue azioni esteriori. Bisogna invece considerare anche con quale intenzione abbia compiuto quell’azione. Tuttavia, nessun tribunale del mondo dispone dei mezzi e degli strumenti necessari per conoscere con esattezza tale intenzione. Soltanto Allah l’Altissimo può esaminare anche la motivazione nascosta che opera dietro ogni azione esteriore dell’uomo, e poi decidere quale punizione o ricompensa egli meriti.

Inoltre, le parole del versetto indicano che questo giudizio non sarà fondato soltanto sulla conoscenza che Allah l’Altissimo possedeva riguardo ai desideri e alle intenzioni interiori, ma che, nel Giorno della Resurrezione, questi misteri saranno portati alla luce, esposti pubblicamente e sottoposti a esame davanti al tribunale, per vedere quanto bene e quanto male vi fossero in essi. Per questo sono state utilizzate leتحصيل parole.حصل ما فى الصدور Il significato della parola è anche quello di estrarre qualcosa e portarlo all’esterno, come quando si rimuove la fibra o la buccia per estrarre il nocciolo. Indica poi anche il separare una cosa dall’altra, eliminando e selezionando vari elementi. Pertanto, per conoscere i misteri dell’animo, vengono impiegati entrambi questi significati: portarli allo scoperto e separarvi il bene dal male mediante la selezione. (129)

يَوْمَ تُبْلَى السَّرَائِرُ – فَمَا لَهُ مِنْ قُوَّةٍ وَلَا نَاصِرٍ – وَالسَّمَاءِ ذَاتِ الرَّجْعِ  وَالْأَرْضِ ذَاتِ الصَّدْعِ – إِنَّهُ لَقَوْلٌ فَصْلٌ – وَمَا هُوَ بِالْهَزْلِ-(الطارق-9-14)

-Nel giorno in cui i segreti nascosti saranno messi alla prova, l’uomo non avrà né alcuna forza propria né alcun soccorritore. Per il cielo che fa scendere la pioggia e per la terra che si spacca (al momento di produrre i raccolti): questa è una parola decisiva, non uno scherzo. (At-Tāriq: 9-14)

Per “segreti nascosti” si intendono tutte quelle azioni di ogni persona che sono rimaste nel mondo come un segreto celato, nonché quelle attività che, pur essendosi manifestate davanti al mondo nella loro forma esteriore, avevano alle loro spalle intenzioni, scopi e desideri operanti, oltre a sentimenti interiori e impulsi motivanti rimasti nascosti agli uomini. Nel Giorno della Resurrezione tutto ciò sarà portato alla luce e sottoposto a esame; non si indagherà soltanto su ciò che una persona ha fatto, ma anche sul motivo per cui lo ha fatto, nel cui interesse, con quale intenzione e per quale scopo. Allo stesso modo, è rimasto nascosto a tutto il mondo, e persino a colui che ha compiuto l’azione, quale effetto essa abbia avuto nel mondo, dove sia giunta e per quanto tempo sia perdurata. Anche questo segreto sarà svelato nel Giorno della Resurrezione, e si esaminerà completamente quale raccolto sia stato prodotto, in quali campi e per quanto tempo, dal seme che una persona aveva piantato nel mondo, e chi lo avesse raccolto e portato a casa.

Il significato dell’ultima frase è che, proprio come la pioggia che scende dal cielo e la terra che si spacca facendo germogliare da dentro di sé le piante non sono affatto una cosa da ridere o da prendere in scherzo, ma una realtà concreta, allo stesso modo ciò di cui parla il Corano — che l’uomo dovrà ritornare nuovamente al suo Signore — non è affatto una cosa da ridere o da prendere in scherzo, bensì una certezza assoluta, una realtà incontrovertibile e una verità eterna che si realizzerà inevitabilmente. (130)

يُنَبَّأُ الْإِنْسَانُ يَوْمَئِذٍ بِمَا قَدَّمَ وَأَخَّرَ – بَلِ الْإِنْسَانُ عَلَى نَفْسِهِ بَصِيرَةٌ – وَلَوْ أَلْقَى مَعَاذِيرَهُ-(القيامة-13-15)

-Quel giorno all’uomo saranno annunciate tutte le azioni che avrà compiuto in precedenza e quelle che avrà lasciato indietro. Anzi, l’uomo conosce bene se stesso, per quanto possa presentare scuse e obiezioni. (Al-Qiyāma: 13-15)

Le parole esatte sono بما قدم واجر È una frase dal significato ampio, che può avere diversi sensi. Probabilmente è stata pronunciata con tutti questi significati. Uno di essi è che quel giorno all’uomo sarà detto anche quali azioni buone o cattive aveva compiuto durante la sua vita terrena prima della morte e aveva inviato in anticipo per l’Aldilà; inoltre gli sarà presentato il resoconto dell’influenza che le sue azioni buone o cattive avevano lasciato dietro di sé e che era rimasta in vigore per lungo tempo tra le generazioni future.

Il secondo significato è che gli sarà detto tutto ciò che avrebbe dovuto fare ma non ha fatto, e tutto ciò che non avrebbe dovuto fare ma ha fatto.

Il terzo significato è che tutto ciò che egli ha fatto prima e tutto ciò che ha fatto dopo gli sarà presentato con un resoconto dettagliato, insieme alle relative date e agli anni.

Il quarto significato è che gli sarà detto quali opere buone o cattive ha compiuto, e gli sarà inoltre comunicato da quali opere buone o cattive si è astenuto.

Tuttavia, lo scopo di porre davanti all’uomo il registro delle sue opere non sarà in realtà quello di informare il colpevole dei suoi crimini. Piuttosto, ciò sarà necessario perché la richiesta della giustizia non può essere soddisfatta senza provare il crimine davanti al tribunale. Altrimenti, ciascuno sa perfettamente che cosa è realmente. Un bugiardo può ingannare il mondo intero, ma sa dentro di sé che sta mentendo. Un ladro può ricorrere a innumerevoli astuzie per nascondere il proprio furto, ma non può nascondere a se stesso di essere un ladro. Un uomo traviato può presentare mille argomenti e prove per convincere la gente che la miscredenza, l’ateismo o l’associazionismo idolatrico in cui crede siano in realtà la sua sincera convinzione. Ma la sua coscienza non ignora da che cosa egli sia realmente attratto in queste credenze e che cosa, in verità, gli impedisca di comprendere il loro errore e di accettarlo. Un uomo ingiusto, un uomo infido, un dissoluto e chi si nutre di ciò che è illecito possono cercare di mettere a tacere anche la propria coscienza presentando ogni sorta di scuse e giustificazioni per le loro malefatte, affinché essa desista dal rimproverarli e accetti che esistano davvero determinate costrizioni, alcune utilità e alcune necessità a causa delle quali agiscono in questo modo. Ciononostante, egli sa certamente contro chi ha commesso quale ingiustizia e di chi ha violato i diritti. Perciò, quando saranno condotti davanti al tribunale dell’Aldilà, ogni miscredente, ogni ipocrita, ogni peccatore e ogni criminale saprà da sé in quale condizione si trova in piedi davanti a Dio. (131)

فَإِذَا جَاءَتِ الطَّامَّةُ الْكُبْرَى – يَوْمَ يَتَذَكَّرُ الْإِنْسَانُ مَا سَعَى-(النازعات-34-35)

-Poi, quando si verificherà la grande catastrofe, quel giorno l’uomo ricorderà tutte le sue azioni. (An-Nāziʿāt: 34-35)

In altre parole, quando l’uomo vedrà che è giunto il giorno del giudizio di cui era stato dato annuncio nel mondo, prima ancora che gli venga consegnato il registro delle sue opere, comincerà a ricordare, una dopo l’altra, tutte le cose che ha fatto nel mondo. Alcune persone fanno già nella vita terrena l’esperienza che, quando improvvisamente si trovano ad affrontare una situazione così pericolosa da sentire la morte vicinissima, l’intero quadro della loro vita si riflette all’improvviso sulla tela del cuore. (132)

وَجِيءَ يَوْمَئِذٍ بِجَهَنَّمَ يَوْمَئِذٍ يَتَذَكَّرُ الْإِنْسَانُ وَأَنَّى لَهُ الذِّكْرَى-يَقُولُ يَا لَيْتَنِي قَدَّمْتُ لِحَيَاتِي-(الفجر-23-24)

-E quel giorno l’Inferno sarà condotto davanti a loro. Quel giorno l’uomo comprenderà ogni cosa. Ma a che gli servirà comprendere allora? Dirà: «Ahimè, se solo avessi mandato avanti qualcosa per questa vita!» (Al-Fajr: 23-24)

– Il primo versetto, o la prima frase, può avere due significati. Il primo è che quel Giorno l’uomo ricorderà ciò che ha fatto nel mondo e se ne pentirà. Ma ciò non gli servirà a nulla. Il secondo significato è che quel Giorno l’uomo riacquisterà la consapevolezza e comprenderà che tutto ciò che i profeti avevano detto era vero e che egli aveva agito da stolto non dando ascolto alle loro parole. Ma quel Giorno non gli servirà a nulla riacquistare la consapevolezza e rendersi conto del proprio errore.

عَلِمَتْ نَفْسٌ مَا قَدَّمَتْ وَأَخَّرَتْ-( الانفطار-5)

– In quel momento ogni persona conoscerà tutte le proprie azioni compiute prima e dopo. (Al-Infitar: 5)

– مَا قَدَّمَتْ وَأَخَّرَتْ – può avere diversi significati. Qui è usato in tutti questi significati. Per esempio:

1. Ciò che una persona ha compiuto e mandato in anticipo, sia di buono sia di cattivo, èمَا قَدَّمَتْ e ciò da cui si è astenuta èأَخَّرَتْ  مَاIn questo senso, queste parole sono equivalenti ai termini inglesi COMMISSION e OMMISSION.

2. Tutto ciò che ha compiuto per primo èما قدمت e tutto ciò che ha compiuto in seguito èما اخرت vale a dire che l’elenco completo delle azioni dell’uomo sarà reso pubblico in ordine cronologico, con anni e date.

3. Le azioni buone e cattive che una persona ha compiuto nella sua vita sonoما قدمت e gli effetti di tali azioni che essa ha lasciato dietro di sé nella società umana sono (134)ما اخرت

يَوْمَئِذٍ يَصْدُرُ النَّاسُ أَشْتَاتًا لِيُرَوْا أَعْمَالَهُمْ – فَمَنْ يَعْمَلْ مِثْقَالَ ذَرَّةٍ خَيْرًا يَرَهُ – وَمَنْ يَعْمَلْ مِثْقَالَ ذَرَّةٍ شَرًّا يَرَهُ-( الزلزلة-6-8)

Quel giorno gli uomini ritorneranno in condizioni diverse, affinché siano loro mostrate le loro opere. Poi, chi avrà compiuto anche solo una minima quantità di bene lo vedrà; e chi avrà compiuto anche solo una minima quantità di male lo vedrà. (al-Zalzalah: 6-8)

La prima frase può avere due significati. Il primo è che ciascuno si presenterà da solo, come individuo. Famiglie, gruppi, alleanze e nazioni saranno tutti separati. Questo è detto anche in altri passi del Corano. Per esempio, nella sura al-An‘am è detto che quel giorno Allah dirà alla gente: «E ora siete venuti davanti a Noi singolarmente, proprio come vi creammo la prima volta». (versetto 94) Nella sura Maryam è detto: «Essi verranno da Noi da soli» (versetto 80). «Ciascuno di loro si presenterà da solo davanti ad Allah nel Giorno della Risurrezione». (versetto 95)

Il secondo significato è che coloro che morirono in luoghi diversi nel corso di migliaia di anni continueranno ad arrivare, a schiere, da ogni angolo della terra. Come è detto nella sura al-Naba’: «Il giorno in cui sarà soffiato nella Tromba, verrete a gruppi». (versetto 18)

Mostrare loro le loro opere significa che a ogni persona virtuosa o malvagia sarà consegnato il proprio registro delle opere, affinché possa vedere che cosa ha fatto nel mondo. In diversi passi del Sacro Corano viene fornita una spiegazione dettagliata del fatto che a tutti — miscredenti e credenti, virtuosi e peccatori, obbedienti e disobbedienti — sarà consegnato il proprio registro delle opere. (Si vedano al-Haqqah, versetti 19 e 25, e al-Inshiqaq, versetti 7-10.)

È evidente che non vi è alcuna differenza tra mostrare a qualcuno le sue opere e consegnargli il registro delle opere. Inoltre, quando la terra presenterà gli eventi che si sono verificati su di essa, davanti a tutti si manifesterà il quadro completo dello scontro tra la verità e la falsità, protrattosi dagli inizi fino al Giorno della Risurrezione. Tutti vedranno allora che cosa hanno fatto coloro che hanno lottato per la verità e quali attività hanno intrapreso, contro di loro, i sostenitori della falsità. Non è nemmeno impossibile che la gente ascolti con le proprie orecchie tutte le dichiarazioni e tutti i discorsi di coloro che invitavano alla guida e di coloro che diffondevano lo smarrimento. Il resoconto completo degli scritti di propaganda e della letteratura di entrambe le parti sarà posto davanti a tutti, esattamente com’era. La gente radunata nel campo del Giudizio vedrà con i propri occhi ogni scena delle persecuzioni e delle torture inflitte dai seguaci della falsità a quelli della verità, nonché tutti i conflitti e gli scontri avvenuti tra le due parti.

Poi è detto che chiunque abbia compiuto anche il minimo bene lo vedrà, e chiunque abbia compiuto anche il minimo male lo vedrà. Il significato semplice — e assolutamente corretto — è che neppure la più piccola buona o cattiva azione dell’uomo sarà esclusa dall’essere registrata nel suo registro delle opere. Egli la vedrà certamente. Ma se si intende il vedere come il vedere e ricevere la ricompensa o la punizione, allora sarebbe del tutto errato intendere che nell’Aldilà a ciascuno saranno assegnate separatamente la ricompensa per una minima buona azione e la punizione per un minimo peccato. Là nessuno sarà privato della ricompensa delle proprie buone azioni, né sarà esentato dalla punizione dei propri peccati. In primo luogo, infatti, ciò significherebbe che la punizione per ogni singola cattiva azione e la ricompensa per ogni singola buona azione verrebbero assegnate separatamente. In secondo luogo, significherebbe anche che persino un credente eminentemente virtuoso non potrebbe sfuggire alla punizione per una sua piccola mancanza, mentre persino il peggiore dei miscredenti, degli ingiusti e dei malvagi non sarebbe privato della ricompensa per una sua minima buona azione. Entrambe queste interpretazioni sono contrarie alle spiegazioni e alle interpretazioni del Corano e degli hadith, e neppure la ragione ammette che ciò sia conforme alla giustizia. Riflettete con il discernimento e l’intelligenza: come si potrebbe accettare che un vostro servitore o dipendente sia estremamente leale e devoto, ma che voi non perdoniate una sua mancanza del tutto insignificante e, oltre a corrispondergli il compenso e la ricompensa per ogni servizio, gli infliggiate anche, contando una per una le sue mancanze, la punizione per ciascuna di esse? Allo stesso modo, non è concepibile per la ragione che un vostro domestico allevato e mantenuto da voi, verso il quale avete mostrato grande benevolenza e generosità, tradisca la vostra fiducia e ripaghi la vostra bontà e i vostri favori con l’ingratitudine, e che voi, ignorando la sua condotta complessiva, gli infliggiate una punizione separata per ogni tradimento e gli assegniate una ricompensa separata per ogni servizio — sia pure per avervi portato un po’ d’acqua una volta o per aver tirato il ventaglio. Quanto al Corano e agli hadith, essi espongono dettagliatamente una legge relativa alla ricompensa e alla punizione di diversi tipi di persone: credenti, ipocriti, miscredenti, credenti virtuosi, credenti peccatori, credenti ingiusti e dissoluti, semplici miscredenti, miscredenti che seminano la corruzione, ingiusti e altri ancora. Questa ricompensa e questa punizione regolano l’intera vita dell’uomo, dal mondo terreno all’Aldilà.

A questo proposito, il Corano espone dettagliatamente alcuni principi fondamentali. Il primo è che le opere dei miscredenti, dei politeisti e degli ipocriti — quelle considerate buone — saranno annullate. Nell’Aldilà non riceveranno alcuna ricompensa per esse. Se avessero avuto diritto a una ricompensa, l’avranno già ricevuta in questo mondo. Si vedano, a titolo d’esempio, al-A‘raf: 127; al-Tawbah: 17, 67-69; Hud: 15-16; Ibrahim: 18; al-Kahf: 104-105; al-Nur: 39; al-Furqan: 23; al-Ahzab: 19; al-Zumar: 65; al-Ahqaf: 20.

In secondo luogo, la punizione per un peccato sarà proporzionata al peccato commesso. La ricompensa per una buona azione, invece, sarà maggiore dell’azione stessa. Anzi, in alcuni passi è spiegato che la ricompensa di ogni buona azione sarà dieci volte superiore. In altri è detto anche che Allah accrescerà la ricompensa delle buone azioni quanto vorrà. (Si vedano al-Baqarah: 261; al-An‘am: 16; Yunus: 66-67; al-Nur: 38; al-Qasas: 48; Saba’: 37; al-Mu’min: 40.)

Terzo: se il credente si astiene dai peccati gravi, i suoi peccati minori gli saranno perdonati. (Vedi: an-Nisāʾ, 31; ash-Shūrā, 37; an-Najm, 32).

Quarto: il credente virtuoso sarà sottoposto a un esame facile. Le sue cattive azioni saranno trascurate e sarà ricompensato in base alle sue azioni migliori. (Vedi: al-ʿAnkabūt, 7; az-Zumar, 35; al-Aḥqāf, 16; al-Inshiqāq, 8).

Gli ḥadīth chiariscono ulteriormente la questione. Ḥaḍrat Anas (ra) riferisce che una volta Ḥaḍrat Abū Bakr (ra) stava mangiando con il Profeta (sallallāhu ʿalayhi wa sallam). In quel momento fu rivelato questo versetto (l’ultimo versetto di az-Zalzalah). Ḥaḍrat Abū Bakr (ra) ritirò la mano dal cibo e domandò: «O Messaggero di Allah (sallallāhu ʿalayhi wa sallam), vedrò la ricompensa anche per gli errori e le mancanze più insignificanti che ho commesso?». Il Profeta (sallallāhu ʿalayhi wa sallam) rispose: «O Abū Bakr (ra), ciò che ti capita e che per te è insopportabile è la punizione per quelle piccole mancanze da te commesse; mentre le buone azioni, per quanto piccole, che possiedi, Allah l’Altissimo le ha conservate per te nell’Aldilà». (Ibn Jarīr, Ibn Abī Ḥātim, at-Ṭabarānī in al-Awsaṭ, al-Bayhaqī in ash-Shuʿab, Ibn al-Mundhir, al-Ḥākim, Ibn Mardūyah, ʿAbd ibn Ḥumayd).

Riguardo a questo versetto, il Messaggero di Allah (sallallāhu ʿalayhi wa sallam) disse a Ḥaḍrat Abū Ayyūb al-Anṣārī (ra): «Chiunque tra voi compia una buona azione, ne avrà la ricompensa nell’Aldilà. E chiunque commetta un peccato di qualunque tipo ne subirà la punizione già in questo mondo, sotto forma di calamità e malattie». (Ibn Mardūyah). Qatādah ha riferito, citando Ḥaḍrat Anas (ra), queste parole del Messaggero di Allah (sallallāhu ʿalayhi wa sallam): «Allah l’Altissimo non fa alcun torto al credente. In questo mondo, concedendogli i mezzi di sostentamento in cambio delle sue buone azioni, gli salda il compenso per esse. Poi, quando giungerà il Giorno della Resurrezione, nel suo conto non resterà alcuna buona azione». (Ibn Jarīr).

Masrūq riferisce da Ḥaḍrat ʿĀʾishah (ra) che ella chiese al Messaggero di Allah (sallallāhu ʿalayhi wa sallam): «ʿAbdullāh ibn Judʿān, nell’epoca dell’Ignoranza, trattava bene i parenti, nutriva i poveri, ospitava gli invitati e liberava i prigionieri. Tutto ciò gli sarà utile nell’Aldilà?»

Il Profeta (sallallāhu ʿalayhi wa sallam) disse: «No. Prima di morire non disse mai:

(Arabo***********344*************)

—O mio Dio, perdona i miei peccati nel Giorno del Giudizio». (Ibn Jarīr)

Una risposta di questo genere il Profeta (saw) la diede anche riguardo ad alcune altre persone che, nell’epoca dell’ignoranza, compivano opere virtuose, ma morirono nello stato di miscredenza e di politeismo. Tuttavia, da alcune parole del Profeta (saw) si apprende che le opere virtuose del miscredente non potranno salvarlo dal castigo dell’Inferno, ma non gli sarà inflitto un castigo così duro come quello riservato ai miscredenti ingiusti, peccatori e malvagi. Ad esempio, secondo un hadith, Hatim al-Ta’i riceverà un castigo attenuato per la sua generosità. (Ruh al-Ma‘ani)

Ciononostante, questo versetto rende gli uomini consapevoli di una realtà estremamente importante: ogni minima buona azione possiede una propria importanza e dignità. Lo stesso vale per le cattive azioni: anche il peccato più piccolo rientra nel computo e non è qualcosa da trascurare. Perciò non si deve abbandonare una piccola buona azione considerandola insignificante, perché molte azioni di questo genere, riunite insieme, possono essere considerate davanti ad Allah un’unica grande buona azione. Allo stesso modo, non si devono commettere piccoli peccati, poiché molti peccati di questo tipo possono accumularsi fino a diventare un cumulo di colpe. È proprio questo che il Profeta (saw) ha detto in diversi hadith. In una narrazione di ‘Adi ibn Hatim (ra), riportata da Bukhari e Muslim, è riferito che il Profeta (saw) disse: «Proteggetevi dal fuoco dell’Inferno, anche donando una parte di un dattero o pronunciando una buona parola». È inoltre correttamente riportata da ‘Adi ibn Hatim (ra) un’altra affermazione del Profeta (saw): «Non considerate insignificante alcuna buona azione, fosse anche versare dell’acqua nel recipiente di una persona assetata o incontrare vostro fratello con il volto sorridente».

In Bukhari è riportata una narrazione di Abu Hurayra (ra), secondo cui il Profeta (saw), rivolgendosi alle donne, disse: «O donne musulmane! Nessuna vicina consideri insignificante mandare qualcosa alla propria vicina, anche se si tratta soltanto dello zoccolo di una capra».

In Musnad Ahmad, Nasa’i e Ibn Majah è riportata una narrazione di ‘A’isha (ra), secondo cui il Profeta (saw) diceva: «O ‘A’isha (ra), guardati anche da quei peccati che vengono considerati piccoli, perché presso Allah si sarà interrogati anche su di essi». In Musnad Ahmad è riportata una narrazione di ‘Abdullah ibn Mas‘ud (ra), secondo cui il Profeta (saw) disse: «Fate attenzione e tenetevi lontani dai piccoli peccati, perché essi saranno raccolti per gli uomini e finiranno per distruggerli». (135)

Nell’Aldilà nessuno sarà utile a nessun altro

L’ultima importante verità affermata dal Corano riguardo all’Aldilà è che, là, nessuno sarà utile a nessun altro. Ognuno sarà preoccupato soltanto per se stesso. Nessuno penserà a salvare il padre, il figlio, il fratello, il marito, la moglie, gli amici, il murid o lo shaykh. Ognuno porterà il peso delle proprie azioni. Nessuno porterà neppure il peso più piccolo di un altro. Il giusto principio di Allah non porrà il peso di una persona sulle spalle di un’altra. In quel momento il giudizio sarà esclusivamente nelle mani di Allah, il Padrone del Giorno del Giudizio. Quel giorno nessuno avrà la facoltà di parlare. Tuttavia, chiunque Allah autorizzerà dirà soltanto la verità.

وَلَا تَزِرُ وَازِرَةٌ وِزْرَ أُخْرَى وَإِنْ تَدْعُ مُثْقَلَةٌ إِلَى حِمْلِهَا لَا يُحْمَلْ مِنْهُ شَيْءٌ وَلَوْ كَانَ ذَا قُرْبَى-( فاطر-18)

-Nessun portatore di un peso porterà il peso di un altro. Se una persona oppressa da un peso chiederà a qualcuno di sollevarlo per lei, nessuno verrà a sollevarne neppure una minima parte, anche se si trattasse di un parente strettissimo. (Fatir: 18)

Il significato di “carico” è il carico della responsabilità delle proprie azioni. In altre parole, ogni persona è personalmente responsabile delle proprie opere. Su ciascuno grava soltanto la responsabilità delle proprie azioni. Non è possibile che, per decreto di Allah, il carico della responsabilità di una persona venga imposto a un’altra. Né è possibile che qualcuno si assuma il carico della responsabilità altrui e si esponga alla punizione per il suo peccato, al fine di salvarlo. Questo veniva detto qui perché a La Mecca, quando alcuni accettavano l’Islam, i loro parenti e congiunti dicevano loro: “Abbandonate questa nuova religione dietro nostra indicazione e rimanete saldi nella religione dei vostri padri e antenati. La sua punizione e la sua ricompensa ricadranno su di noi”.

Nella prima frase viene descritta la legge della giustizia di Allah: Egli non punirà una persona per il peccato di un’altra. Al contrario, ciascuno sarà ritenuto responsabile del proprio peccato. Nella frase successiva si afferma che coloro che oggi dicono: “Continuate a commettere atti di miscredenza e peccato sotto la nostra responsabilità; nel Giorno della Resurrezione porteremo il carico dei vostri peccati”, stanno in realtà dando una falsa rassicurazione. Quando avrà luogo la Resurrezione e le persone vedranno quale sorte le attende per le proprie azioni, ciascuno sarà preso dall’angoscia. Il fratello si distoglierà dal fratello e il padre dal figlio. Nessuno sarà disposto a prendere sulle proprie spalle neppure il peso di un granello di polvere appartenente a un altro. (136)

يَوْمَ يَفِرُّ الْمَرْءُ مِنْ أَخِيهِ – وَأُمِّهِ وَأَبِيهِ – وَصَاحِبَتِهِ وَبَنِيهِ – لِكُلِّ امْرِئٍ مِنْهُمْ يَوْمَئِذٍ شَأْنٌ يُغْنِيهِ-( عبس-34-37)

-Quel giorno l’uomo fuggirà dal proprio fratello, dalla propria madre, dal proprio padre, dalla propria moglie e dai propri figli. Quel giorno ciascuno di loro si troverà in una situazione tale da non avere coscienza né attenzione per nessuno se non per se stesso. (Abasa: 34-37)

Il significato della fuga è che quel giorno, vedendo i loro amici più cari in difficoltà, invece di aiutarli fuggiranno, affinché essi non possano chiamarli in soccorso. Può anche significare che, nel mondo, essi commettevano peccati per compiacersi a vicenda, senza temere Dio e incuranti dell’Aldilà, e si inducevano reciprocamente alla perdizione. Ora, vedendo davanti a sé le conseguenze, ciascuno fuggirà dall’altro, affinché gli altri non possano addossargli la responsabilità della loro dissolutezza e del loro traviamento. Il fratello temerà il fratello, i figli i genitori, il marito la moglie e i genitori i figli, nel timore che quei disgraziati testimonino contro di loro nel processo. (137)

وَلَا يَسْأَلُ حَمِيمٌ حَمِيمًا- يُبَصَّرُونَهُمْ يَوَدُّ الْمُجْرِمُ لَوْ يَفْتَدِي مِنْ عَذَابِ يَوْمِئِذٍ بِبَنِيهِ – وَصَاحِبَتِهِ وَأَخِيهِ – وَفَصِيلَتِهِ الَّتِي تُؤْوِيهِ – وَمَنْ فِي الْأَرْضِ جَمِيعًا ثُمَّ يُنْجِيهِ-( المعارج-10-14)

-Nessun amico intimo chiederà conto a un altro amico intimo, sebbene saranno mostrati l’uno all’altro. Il colpevole desidererà, per salvarsi dal castigo di quel giorno, offrire in riscatto i propri figli, la propria moglie, il proprio fratello, i suoi familiari più prossimi che gli davano rifugio e tutti gli abitanti della terra; e che questo espediente gli procuri la salvezza. (Al-Maʿārij: 10-14)

In altre parole, non sarà perché non potranno vedersi l’un l’altro che non si chiederanno notizie. Al contrario, vedranno con i propri occhi in quale calamità saranno caduti. Poi non si informeranno più, perché la calamità grava già sulle loro stesse spalle. D’altra parte, desidereranno offrire tutti gli altri come riscatto e salvarsi così. (138)

مَا لِلظَّالِمِينَ مِنْ حَمِيمٍ وَلَا شَفِيعٍ يُطَاعُ-(المؤمن-18)

Per gli ingiusti non vi sarà né alcun amico né alcun intercessore la cui intercessione venga ascoltata. (Mumin: 187)

Con «ingiusto» si intende ogni persona che ha commesso ingiustizia contro la verità e ha adottato la via della falsità.

Nella suddetta āya حميم significa un amico di qualcuno che, vedendolo aggredito, si infiamma e accorre rapidamente per proteggerlo. L’ultima espressione è stata pronunciata per confutare la convinzione dei miscredenti riguardo all’intercessione. In realtà, là non vi sarà affatto alcun intercessore per gli ingiusti. Infatti, se qualcuno riceverà il permesso di intercedere, potranno farlo soltanto i pii servi di Allah. E i pii servi di Allah non possono mai essere amici dei miscredenti, degli idolatri e dei peccatori, così da pensare di intercedere per proteggerli. Tuttavia, poiché i miscredenti, gli idolatri e gli smarriti hanno generalmente avuto, e talvolta hanno ancora, la convinzione che i venerabili cui si aggrappano non permetteranno mai loro di entrare nell’Inferno, anzi si porranno davanti a loro come uno schermo, li faranno perdonare e la loro intercessione dovrà certamente essere accolta. (139)

يَوْمَ يَقُومُ الرُّوحُ وَالْمَلَائِكَةُ صَفًّا لَا يَتَكَلَّمُونَ إِلَّا مَنْ أَذِنَ لَهُ الرَّحْمَنُ وَقَالَ صَوَابًا-( النبأ-38)

-Quel giorno, quando lo Spirito (Gabriele) e gli angeli staranno in fila, nessuno parlerà, eccetto coloro ai quali Allah, il Misericordioso, il Clementissimo, darà il permesso, e diranno la cosa giusta. (Naba: 38)

Ciò significa che, nel Giorno della Resurrezione, l’influenza e la maestà terrificanti della corte divina saranno tali che nessuno tra gli abitanti della terra o del cielo oserà aprire volontariamente bocca davanti ad Allah o interferire nel giudizio. Parlare significa intercedere, e si è detto che ciò sarà possibile a due condizioni. La prima è che la persona alla quale Allah avrà concesso il permesso di intercedere a favore di un peccatore potrà intercedere soltanto a favore di quella persona. La seconda condizione è che l’intercessore stesso dica la cosa giusta e non faccia un’intercessione ingiusta. Da ciò si ricava inoltre la condizione che colui a favore del quale si intercederà dovrà essere stato almeno un recitatore della kalima durante la vita terrena, vale a dire un semplice peccatore, non un miscredente. (140)

يَوْمَ لَا تَمْلِكُ نَفْسٌ لِنَفْسٍ شَيْئًا وَالْأَمْرُ يَوْمَئِذٍ لِلَّهِ-( الانفطار-19)

—Questo è il Giorno in cui nessuno potrà fare nulla per un’altra persona, e quel Giorno il giudizio sarà interamente nelle mani di Allah. (Infitar: 19)

Sintesi della discussione

Questo era il quarto punto della predicazione islamica, presentato con tale forza, rigore logico e ampiezza di dettagli che, di fronte ad esso, le beffe e gli scherni dei miscredenti, così come richieste insensate del tipo: «Riporta in vita i nostri padri e antenati», non potevano assolutamente reggere. A eccezione di coloro che combattevano per i propri interessi e che erano necessariamente costretti a combattere, nessuna persona dotata di coscienza poteva fare a meno di riflettere sul fatto che l’Aldilà non è né impossibile né contrario alla ragione. Né è possibile che, liberato dal senso di responsabilità davanti a Dio, il comportamento umano nel mondo possa fondarsi saldamente sui princìpi permanenti della verità e della giustizia; né l’uomo può ottenere una giustizia autentica e completa in altro modo se non attraverso il verificarsi della Resurrezione dopo la fine dell’attuale ordine del mondo, quando tutti i discendenti dell’umanità, passati e futuri, saranno riuniti e condotti davanti al Signore dell’universo, e a ciascuno sarà assegnata, con assoluta imparzialità, la ricompensa o la punizione che merita, dopo averne individuato con precisione la responsabilità. (141)

Quinto paragrafo

L’insegnamento morale

Insieme al presentare queste dottrine di fede con argomentazioni e prove, in un modo coinvolgente, la predicazione islamica ha esposto davanti agli uomini anche un concetto estremamente chiaro della moralità; perciò ogni ascoltatore e lettore del Corano ha potuto sapere con chiarezza quale tipo di carattere l’Islam approva e quale disapprova. Qual è il modello o l’ideale dell’umanità che considera malvagio e che vuole cambiare e sradicare? E quale ideale dell’umanità considera buono e che vuole creare, coltivare e sviluppare? Che cosa sono, dal suo punto di vista, il male e la corruzione, per quali ragioni nascono e quali forme assumono nella vita umana? E che cosa li fa sviluppare? Al contrario, che cosa è il bene dal suo punto di vista e qual è la sua origine? Come si apre la via alla sua manifestazione e in quali forme e aspetti essa si manifesta?

La predicazione islamica afferma che lo scopo dell’Islam è sradicare completamente tutte le cause del male e della corruzione, rendere agevole la via del bene, ampliarla sempre di più e sostituire il male con il bene in ogni ambito della vita, dall’individuo alla società. Questa descrizione è stata esposta nella predicazione islamica in modo così dettagliato, chiaro, coinvolgente e comprensibile al buon senso comune, che persino per coloro che, nella società dell’ignoranza, erano rimasti immersi per centinaia di anni nell’abisso del degrado morale, non era difficile comprendere che proprio quel modello di umanità che l’Islam definisce malvagio è davvero il peggiore, mentre il modello sul cui stampo esso vuole plasmare gli uomini e la società è davvero il migliore. (142)

Alcune realtà fondamentali riguardo alla moralità

A questo proposito, anzitutto sono stati presentati alla gente alcuni dati di fatto, affinché il problema morale fosse loro comprensibile nei suoi aspetti fondamentali.

وَنَفْسٍ وَمَا سَوَّاهَا – فَأَلْهَمَهَا فُجُورَهَا وَتَقْوَاهَا – قَدْ أَفْلَحَ مَنْ زَكَّاهَا- وَقَدْ خَابَ مَنْ دَسَّاهَا-( الشمس-7-10)

-E giuro per l’anima dell’uomo e per Colui che l’ha armoniosamente plasmata, poi le ha ispirato la sua dissolutezza e la sua pietà. In verità, ha avuto successo colui che l’ha purificata, ed è fallito colui che l’ha repressa. (ash-Shams: 7-10)

Plasmare armoniosamente l’anima dell’uomo significa che il Creatore gli ha dato un corpo dalla forma corretta, completamente adatto, per quanto riguarda mani, piedi, mente e cervello, a vivere come un essere umano. Gli ha donato organi della vista, dell’udito, del tatto, del gusto e dell’olfatto che, per le loro proporzioni e caratteristiche, potevano costituire i mezzi migliori per acquisire la conoscenza. Gli sono state date la conoscenza, l’intelligenza e la capacità di pensare; la capacità di prendere decisioni mediante il ragionamento, la capacità di concepire, la memoria, la capacità di distinguere il bene dal male, la volontà e altre facoltà mentali, attraverso le quali egli è in grado di compiere nel mondo quelle attività che spettano all’essere umano. Non è stato creato come un malvagio per natura e peccatore per nascita, bensì secondo una natura retta e semplice. Nella sua struttura e nella sua forma non è stata lasciata alcuna stortura o deformità tale da impedirgli di seguire la retta via, qualora lo desideri.

La parola ilhām viene usata per indicare l’inserimento, da parte di Allah l’Altissimo, di un pensiero o di un’idea nella mente e nel cervello del Suo servo, senza che egli ne sia consapevole. L’ispirazione nell’animo umano delle tendenze verso il peccato, le opere buone e la pietà può avere due significati. Il primo è che il Creatore ha posto in lui sia la tendenza e il desiderio di compiere il bene, sia la tendenza e il desiderio di compiere il male. È qualcosa che ogni uomo percepisce dentro di sé. Il secondo significato è che Allah l’Altissimo ha infuso nel subconscio di ogni uomo la consapevolezza di ciò che è bene e di ciò che è male nel carattere e nella condotta, e che il bene e la taqwā (l’astenersi dalle azioni malvagie) sono cose nobili. Questa consapevolezza non è estranea all’uomo; al contrario, la sua natura ne è pienamente informata. Il Creatore gli ha donato innatamente la capacità di distinguere il bene dal male.

Tazkiya viene usato nel senso di purificare, accrescere e sviluppare. Al contrario, tazkiya viene usato nel senso di reprimere, nascondere, tentare e sviare. Nel versetto è affermato in modo categorico che il successo e il fallimento dell’uomo dipendono dalla questione di quale delle tendenze buone e cattive presenti nella propria anima egli accresca e quale reprima, utilizzando le facoltà che Allah gli ha donato. Il successo appartiene soltanto a colui che mantiene la propria anima pura dal peccato, la fa crescere fino alle vette della taqwā e sviluppa in essa il bene. È destinato al fallimento colui che reprime la buona tendenza presente in sé, tenta la propria anima e la conduce verso le tendenze malvagie. Poi rende il peccato così forte che la taqwā rimane nascosta sotto di esso, proprio come un cadavere resta fuori dalla vista dopo essere stato sepolto nella tomba. (143)

إِنَّا خَلَقْنَا الْإِنْسَانَ مِنْ نُطْفَةٍ أَمْشَاجٍ نَبْتَلِيهِ فَجَعَلْنَاهُ سَمِيعًا بَصِيرًا – إِنَّا هَدَيْنَاهُ السَّبِيلَ إِمَّا شَاكِرًا وَإِمَّا كَفُورًا-(الدهر-2-3)

-Abbiamo creato l’uomo da una goccia di sperma mescolato dei genitori, per metterlo alla prova. A questo scopo lo abbiamo reso audiente e vedente. Gli abbiamo mostrato la via, sia che fosse riconoscente sia che fosse ingrato. (ad-Dahr: 2-3)

Dalla combinazione dello sperma dei genitori nasce anche l’animale, proprio come l’essere umano. Tuttavia, la differenza tra l’uomo e l’animale è che l’animale non è stato creato in questo mondo per essere messo alla prova. L’uomo è stato creato per essere messo alla prova. Per questo Allah l’Onnipotente, a differenza dell’animale, lo ha reso ascoltatore e osservatore, cioè gli ha dato la facoltà della conoscenza e dell’intelletto, affinché fosse idoneo alla prova. Poi non lo ha lasciato soltanto con questa facoltà; al contrario, gli ha mostrato anche la via, affinché comprendesse quale fosse, in quanto servo di Dio, la via della gratitudine e quale quella dell’ingratitudine e del tradimento. La sua prova consiste ora nel vedere se, dopo aver conosciuto la differenza tra le due vie, utilizzerà queste facoltà per seguire la via della gratitudine oppure quella della miscredenza. (144)

(Arabo**************)

Non gli abbiamo forse dato due occhi, una lingua e due labbra? E non gli abbiamo mostrato entrambe le vie ben distinte? (al-Balad: 8-10)

Per due occhi non si intendono gli occhi di una vacca o di un bufalo, bensì occhi umani: quando li apre e osserva, egli può vedere tutt’intorno quei segni che rendono chiara la realtà e gli fanno comprendere la differenza tra verità e falsità. Per lingua e labbra non si intendono soltanto gli organi della parola, bensì una mente dotata di capacità raziocinante (mente ragionante), che con l’aiuto di questi due organi svolge il lavoro della riflessione e manifesta ciò che vi è nella mente. Poi Allah dice: non lo abbiamo lasciato semplicemente con la conoscenza, l’intelletto e la capacità di pensare, così che scegliesse da sé la propria via. Al contrario, per guidarlo gli abbiamo posto davanti, chiaramente, le due vie: quella del bene e quella del male, quella della virtù e quella del peccato, affinché, dopo aver riflettuto attentamente, potesse scegliere responsabilmente l’una o l’altra. (145)

(Arabo**************)

Abbiamo creato l’essere umano nella forma migliore. Poi lo abbiamo ricondotto al livello più basso, eccetto coloro che hanno creduto e compiuto opere buone. (al-Tin: 4-6)

In altre parole, Allah l’Onnipotente ha dato all’essere umano un corpo di tale elevata dignità quale non ha dato a nessun altro animale. Gli ha inoltre dato la migliore capacità di riflettere, conoscere e comprendere, quale non ha dato a nessun’altra creatura. Ma quando, invece di seguire la via della fede e delle opere buone, usa le forze del proprio corpo e della propria mente sulla via del male, Allah gli concede di compiere proprio le cattive azioni e lo fa giungere a una degradazione così estrema che neppure la più spregevole delle creature può raggiungere.

Questa è una realtà che si osserva spesso nella società umana. Chiunque si lasci sprofondare nell’avidità, nell’egoismo, nell’autoesaltazione, nella dipendenza dalle droghe, nella bassezza, nell’ira furiosa e in altre inclinazioni di questo genere raggiunge, dal punto di vista morale, il livello più basso. Se prendiamo come esempio soltanto un caso, vediamo come una nazione, quando diventa cieca per l’ostilità verso un’altra nazione, possa superare in ferocia tutti gli animali feroci. Un animale feroce caccia un altro animale soltanto per procurarsi il cibo; non li uccide tutti insieme. L’essere umano, invece, compie massacri di persone della propria stessa specie. L’animale feroce caccia con gli artigli e i denti; l’uomo, creato nella forma migliore, continua invece a fabbricare, grazie al proprio intelletto e alla capacità inventiva, un’arma distruttiva dopo l’altra, così da poter annientare interi centri abitati. L’animale feroce si limita a ferire o uccidere; l’uomo, invece, per torturare altri esseri umani simili a lui, ricorre a metodi così strazianti che nessun animale feroce potrebbe neppure concepire. Poi, per soddisfare il desiderio di ostilità e di vendetta, scende a un livello così basso di abiezione da far sfilare nude le donne dei nemici e da violentare ogni donna, a turno, in dieci o venti uomini, per appagare la propria brama sessuale. Davanti agli occhi di padri, fratelli e mariti, violano l’onore delle loro figlie, sorelle e mogli. Uccidono i bambini davanti ai loro genitori. Costringono le madri a bere il sangue dei propri figli. Uccidono persone vive dandole alle fiamme e le seppelliscono ancora vive. Al mondo non esiste alcun animale, per quanto feroce, che possa competere con una qualsiasi forma di questa bestialità umana. Lo stesso vale per gli altri vizi: verso qualunque di essi l’uomo si diriga, dimostra di essere una creatura sommamente spregevole. Persino la religione, che per l’essere umano è una cosa sacra, egli la degrada a tal punto che, dopo essere sprofondato al livello più basso adorando piante, animali e libri, si dedica all’adorazione degli organi sessuali maschili e femminili. Per ottenere il favore delle divinità, istituisce nei templi la pratica di tenere schiave sacre, con le quali commette adulterio considerandolo un atto meritorio. Nei loro miti o testi religiosi vengono inserite storie oscene e fantasiose, vergognose persino per gli uomini più abietti. (146)

Nel descrivere queste realtà, il Corano ha illustrato tre forme distinte dell’animo umano. Una di esse è il nafs ammāra, che incita l’uomo a compiere il male. (Yusuf: 53)

La seconda è il nafs lawwāma. Il suo compito è mettere in guardia l’uomo, fino a un certo punto, riguardo ai suoi desideri e alle sue intenzioni, persino prima che prenda una decisione. Poi, dopo che ha commesso il male, continua a rimproverarlo. (Al-Qiyāma: 2) La terza è il nafs mutma’inna. Esso abbandona la via del male con piena serenità e adotta la via della rettitudine; e non prova alcun rammarico per aver rinunciato ai piaceri e alle opportunità delle azioni malvagie, né per aver sopportato, a beneficio del bene, privazioni, rinunce e sacrifici, sofferenze, difficoltà e calamità. Lungi dal rammaricarsene, il suo cuore è soddisfatto di essere stato preservato dalla lordura e dalla sozzura del male e di aver ottenuto la purezza del bene. Il Corano ha definito questo terzo tipo di nafs come l’animo gradito a Dio e gli ha annunciato la buona novella del Paradiso. (Al-Fajr: 27-30)

Cause della deviazione

In seguito, il Nobile Corano ha descritto una per una tutte quelle cause per cui, generalmente, l’uomo cade nella deviazione. Anche i miscredenti arabi erano caduti nella deviazione per queste stesse cause. Esse sono le seguenti:

1. Cieca imitazione degli antenati

La prima di queste è la cieca imitazione della religione degli antenati. Si faceva tutto ciò unicamente perché era così fin dai tempi dei padri e dei nonni. Essi non cercarono mai, usando la ragione, di riflettere se ciò che facevano i loro antenati fosse razionale o meno. L’unica prova e giustificazione di questa cieca imitazione consisteva nel dire che quella era la tradizione dei padri e dei nonni. A questo proposito, il Corano ha presentato numerosi esempi tratti dalla storia.

Quando il profeta Hud (pace su di lui) criticò il popolo di ʿĀd per essersi smarrito e lo esortò a tornare sulla retta via, essi respinsero tutte le sue prove, argomentazioni ed esortazioni dicendo soltanto: «Sei venuto da noi affinché adoriamo unicamente Allah e abbandoniamo quegli dèi che i nostri padri e i nostri nonni hanno adorato?» (Al-Aʿrāf: 170)

Quando il profeta Salih (pace su di lui) cercò di far comprendere la verità al popolo di Thamūd, la loro risposta fu: «O Salih! Prima di questo eri una persona dalla quale nutrivamo grandi speranze. Ora vuoi forse impedirci di adorare quegli dèi che i nostri padri e i nostri nonni adoravano? Sulla via alla quale ci inviti vi sono grandi dubbi e incertezze, che sono causa di terribile inquietudine e apprensione per noi». (Hūd: 62)

Quando Hazrat Shuʿayb (pace su di lui) mise in guardia gli abitanti di Madyan dalla loro evidente deviazione, essi risposero così:

O Shuʿayb! È forse la tua preghiera a insegnarti che dobbiamo abbandonare il dio dei nostri padri? (Hud: 87)

Quando Hazrat Abramo (pace su di lui) disse a suo padre e al suo popolo: «Che cosa sono queste statue alle quali vi siete tanto affezionati?», essi non ebbero altra risposta se non: «Abbiamo visto i nostri padri adorarle». Hazrat Abramo (pace su di lui) disse allora chiaramente: «Voi e i vostri padri eravate certamente in evidente errore». (Al-Anbiya: 52-54)

Hazrat Abramo (pace su di lui) chiese loro: «Rispondono forse alle vostre invocazioni? Vi procurano forse qualche beneficio o danno?»

Essi risposero: «Non ci importa nulla di questo. Facciamo soltanto ciò perché abbiamo trovato i nostri padri fare altrettanto». (Ash-Shuʿara: 72)

Quando Hazrat Mosè (pace su di lui) rivolse l’invito alla verità al Faraone e ai suoi dignitari, accompagnato da miracoli evidenti, anche costoro dissero: «Sei venuto da noi per distoglierci dalla via sulla quale abbiamo visto camminare i nostri padri?» (Yunus: 78)

Presentando questi esempi, il Sacro Corano afferma che tutti i popoli ignoranti respinsero l’invito dei loro profeti con questo argomento privo di fondamento. Riguardo ai popoli antichi, il Corano dice che, se essi diedero una risposta alle chiare prove, agli ammonimenti e agli avvertimenti dei loro profeti, fu questa: «Tu non sei altro che un uomo come noi. Vuoi distoglierci dall’adorazione di quegli dèi che i nostri padri hanno adorato». (Ibrahim: 10)

In un altro passo viene detto: «O Profeta! Ogni volta che abbiamo inviato un ammonitore a una città prima di te, i suoi agiati abitanti hanno detto: “Abbiamo visto i nostri padri seguire una certa via e noi seguiamo le loro orme”. Ogni profeta chiese loro: “Seguirete quella stessa via anche se vi porto una guida più retta di quella sulla quale avete trovato i vostri padri?”. Essi risposero a tutti i profeti: “Noi rinneghiamo ciò per cui siete stati inviati”». (Az-Zukhruf: 23-24)

Questa non era soltanto la condizione delle comunità del passato; piuttosto, è stata ed è la consuetudine degli ignoranti di ogni epoca discutere riguardo ad Allah senza alcuna conoscenza né un Libro che illumini e guidi. Quando viene detto loro: «Venite all’insegnamento che Allah ha fatto scendere», rispondono: «No, seguiremo proprio la via sulla quale abbiamo trovato i nostri padri e i nostri antenati».

Anche se Satana li chiama, insieme ai loro padri e antenati, verso l’Inferno. (Luqman: 20-21)

Dopo aver presentato questi esempi, il Corano mette direttamente in guardia i Quraysh e gli arabi: anche voi siete come loro. Non riflettete, con l’aiuto della vostra conoscenza e della vostra ragione, se la religione che seguite sia corretta o meno. E non riflettete neppure sugli errori della vostra religione, delle vostre usanze e tradizioni, che vi vengono mostrati con prove e argomentazioni. Siete semplicemente ostinati a seguire una cosa falsa per il solo motivo che essa è stata tramandata dai vostri padri e antenati.

Nella sura As-Saffat è detto che queste persone trovarono i loro padri e antenati traviati e si affrettarono a seguirne le orme, mentre la maggior parte di coloro che vissero prima di loro era anch’essa traviata. (Versetti: 69-71)

Nella sura Hud, rivolgendosi al Nobile Messaggero, è detto: «Non lasciarti assalire da alcun dubbio riguardo a quelle divinità che questa gente adora. Esse vengono adorate esattamente nel modo in cui le adoravano i loro padri e antenati». (Versetto: 109)

Quando ai Quraysh e agli arabi fu ordinato di astenersi da cose estremamente vergognose, come l’impudicizia e la nudità, e fu detto loro che non esitavano neppure a compiere il tawaf nudi intorno alla sacra Kaaba, non poteva esserci atto più ripugnante di questo. Avrebbero dunque dovuto provare vergogna per una simile condotta; invece cercarono di dichiararla lecita anche sulla base dell’imitazione dei loro padri e antenati. In realtà, nella sura Al-A‘raf è detto: «Quando commettono un atto vergognoso, dicono: “Abbiamo visto i nostri padri e antenati fare così, e Allah ci ha ordinato di farlo”».

O Profeta! Di’ loro: «Allah non ordina mai l’impudicizia. Direte forse, nel nome di Allah, ciò di cui non sapete se Allah lo abbia ordinato?» (Versetto: 28)

I miscredenti arabi erano ostinatamente attaccati a vari tipi di irragionevoli usanze e tradizioni dell’ignoranza, e, senza alcuna prova, si erano convinti che esse fossero state stabilite da Allah. A questo proposito, nella sura Al-Ma’ida è detto: «E quando viene detto loro: “Venite all’insegnamento che Allah ha fatto scendere e venite dal Messaggero”, rispondono: “Ci basta ciò su cui abbiamo trovato i nostri padri e antenati”. Continueranno forse a seguire ciecamente i loro padri e antenati, anche se essi non possedevano alcuna conoscenza e non erano sulla retta via?» (Versetto: 104)

In questo modo i miscredenti arabi hanno reso obbligatorie per sé numerose restrizioni riguardo a ciò che è lecito e illecito. Sono tutte loro invenzioni, rese obbligatorie sulla base del fatto che esistono da tempi antichi. Tra queste, molte cose lecite vengono dichiarate illecite, mentre molte cose illecite, vergognose e abominevoli vengono dichiarate lecite. A questo proposito, nella sura al-Baqara si dice: quando viene detto loro: «Seguite quella guida che Allah ha rivelato», essi rispondono: «No, seguiremo piuttosto la via sulla quale abbiamo trovato i nostri antenati». Che cosa? Li seguiranno forse anche se i loro antenati non avevano alcuna capacità di comprendere e non erano guidati? (Versetto: 170)

Nella suddetta sura, questa cieca imitazione è stata dimostrata così incoerente e contraria alla ragione, con argomentazioni tanto solide, che perfino il più ostinato degli arabi forse, almeno una volta, ha ammesso in cuor suo: «In verità, stiamo seguendo qualcosa di assurdo».

Nella suddetta sura si dice: «Essi hanno assegnato ad Allah una parte dei raccolti dei campi e degli animali domestici da Lui stesso creati e dicono: “Questo è per Allah” — secondo la loro pretesa — “e questo è per i nostri associati che abbiamo inventato”. Ma ciò che è destinato ai loro associati non giunge ad Allah, mentre ciò che è destinato ad Allah giunge ai loro associati. [In altre parole, se una parte dei raccolti, dei frutti e simili, messi da parte nel nome di Allah, cadeva o veniva a trovarsi nella parte destinata agli associati, veniva aggiunta alla loro parte. Se invece qualcosa cadeva dalla parte degli associati o veniva a trovarsi nella parte di Dio, veniva restituita alla loro parte. Se talvolta l’acqua scorreva dalla porzione destinata alle offerte agli associati verso quella destinata alle offerte a Dio, l’intero raccolto veniva aggiunto alla parte degli associati. Ma se accadeva il contrario, alla parte di Dio non veniva aggiunto nulla. Se, a causa della siccità, si rendeva necessario utilizzare per sé la parte delle offerte, essi consumavano la parte di Dio; avevano invece paura di toccare quella degli associati, temendo che potesse abbattersi su di loro qualche disgrazia. Se per qualche motivo la parte degli associati diminuiva, veniva completata con la parte di Dio. Ma se diminuiva la parte di Dio, nemmeno un chicco della parte degli associati veniva destinato a quella di Dio» — Autore.]

E allo stesso modo, i loro associati hanno reso molto attraente, per un gran numero di politeisti, l’uccisione dei propri figli, affinché li precipitassero nella rovina e rendessero oscuro ai loro occhi il loro din. [Vale a dire, li gettavano nella confusione, facendo loro credere che anche questa fosse una parte di quel din che avevano ricevuto da Abramo e da Ismaele. Qui è chiaro che con “associati” non si intendono idoli o altre divinità, bensì quei capi religiosi che, in epoche successive, diffusero false credenze e pratiche religiose. La gente li seguiva nel modo in cui avrebbe dovuto seguire la legge di Dio — Autore.]

Essi dicono: «Questi animali e questi raccolti sono riservati; nessuno può mangiarne, salvo coloro ai quali noi li diamo da mangiare». Questa è una loro invenzione. Vi sono poi animali sui quali è vietato cavalcare e trasportare carichi, e altri sui quali non pronunciano il nome di Allah, attribuendo falsamente ad Allah il divieto di pronunciare su di essi il Suo nome. … Dicono inoltre: «Ciò che si trova nei ventri di questi animali è riservato ai nostri maschi e vietato alle femmine; ma se nasce morto, maschi e femmine vi partecipano allo stesso modo». Dite: «Ecco otto esemplari, a coppie: due della specie degli ovini e due della specie dei caprini. Chiedi loro, o Profeta: “Ha forse Allah vietato i maschi o le femmine, oppure ciò che è contenuto nei ventri delle pecore e delle capre?”. Datemi una conoscenza autentica e precisa, se siete sinceri. E vi sono due specie di cammelli e due specie di bovini. Chiedi loro: “Ha forse Allah vietato i loro maschi o le loro femmine, oppure ciò che è contenuto nei ventri delle cammelle e delle vacche?”. Eravate forse presenti quando Allah vi ha ordinato che tutte queste cose fossero vietate? Chi è dunque più ingiusto di colui che attribuisce falsità ad Allah per sviare gli uomini senza conoscenza? In verità, Allah non guida sulla retta via gli ingiusti». (Versetti: 136-144)

2. La cieca imitazione dei ricchi e dei capi

Il Corano ha individuato un’altra causa di smarrimento, vicina alla cieca imitazione degli antenati, che non è in alcun modo meno responsabile di rendere gli uomini sfrenati e di corrompere la società. Si tratta dell’imitazione dei grandi della propria gente o del mondo: i capi, i maestri religiosi e i ricchi notabili della società. Li hanno seguiti senza chiedersi dove li stessero conducendo, semplicemente per questo motivo. Nel Giorno della Resurrezione, simili seguaci, pentiti, diranno: «O nostro Signore! Abbiamo seguito i nostri capi e i nostri grandi, ed essi ci hanno sviati dalla retta via. O nostro Signore! Infliggi loro una doppia punizione e maledici severamente loro». (al-Ahzab: 67-68)

«O nostro Protettore! Mostraci quei jinn e quegli uomini che ci hanno sviati. Li calpesteremo affinché siano completamente umiliati e avviliti». (Hamim as-Sajda: 29)

—(Quando Allah infliggerà il castigo), si verificherà una situazione in cui proprio quei capi e quelle personalità eminenti che sulla terra venivano seguiti dichiareranno di recidere ogni rapporto con i loro seguaci. Ma essi vedranno il castigo e tutti i loro mezzi e legami verranno recisi. Coloro che sulla terra li seguivano diranno: «Ahimè! Se ci fosse stata data un’altra opportunità, ci saremmo allontanati da loro proprio come oggi essi si allontanano da noi, recidendo ogni rapporto». Allah presenterà loro tutte le azioni che compivano in questo mondo in modo tale che essi proveranno soltanto vergogna e rimorso. Ma non troveranno alcuna via d’uscita dal fuoco dell’Inferno. (Al-Baqara: 166-167)

—Ahimè, se poteste vedere la condizione di questi ingiusti quando saranno condotti davanti al loro Signore e litigheranno gli uni con gli altri, guardandosi in faccia! Coloro che sulla terra erano stati sottomessi diranno ai grandi: «Se non fosse stato per voi, saremmo stati musulmani». Quei grandi diranno a coloro che erano stati sottomessi: «Siamo forse stati noi a impedirvi di accettare la guida quando essa vi è giunta? Eravate voi stessi colpevoli». Coloro che erano stati sottomessi diranno ai grandi: «No, piuttosto si trattava di un inganno che durava giorno e notte, quando ci dicevate di rinnegare Allah e di attribuirGli degli associati a Lui uguali». (Saba: 31-33)

Il Corano ha descritto questa realtà come una legge universale: ciò che alla fine distrugge una società è il degrado morale dei suoi membri agiati e delle classi superiori. Quando giunge per una nazione il momento della sventura, i suoi ricchi e le persone dotate di influenza e prestigio si abbandonano ai peccati e cominciano a commettere ogni sorta di misfatti, come l’ingiustizia, la persecuzione e la dissolutezza; alla fine, questa corruzione e questa depravazione distruggono l’intera nazione. Il Corano dice:

(Arabo*****************)

—Quando decidiamo di distruggere una città, ordiniamo ai suoi abitanti agiati; poi essi cominciano a commettervi ogni sorta di peccato. Allora la sentenza del castigo si abbatte su quella città e noi la distruggiamo. (I Figli d’Israele: 16)

3. Orgoglio e arroganza

La terza importante causa dell’errore che il Corano individua è questa: l’essere umano rifiuta di accettare la verità perché considera umiliante per sé ammettere che la propria visione sia errata. Oppure pensa che, se accettasse questa verità, perderebbe l’elevata posizione che occupa nella società traviata. Oppure ritiene che abbandonare le proprie opinioni per accettare quelle altrui danneggerebbe il proprio alto prestigio, per quanto le sue parole siano errate e per quanto siano vere quelle presentate dagli altri.

Il Corano glorioso ha ripetutamente presentato agli esseri umani questa causa dell’errore, affinché fosse infranto il loro orgoglio e la loro arroganza, che erano diventati un ostacolo all’accettazione della verità, e affinché riconoscessero la causa dell’errore di quei portatori dello stendardo della perdizione che, nella loro epoca o nelle epoche passate, si opponevano alla retta via.

A titolo d’esempio, nella sura Nūḥ è riportata questa dichiarazione del profeta Noè (pace su di lui): «O mio Signore! Ho invitato la mia gente, giorno e notte, a venire verso la verità. Ma il risultato del mio invito è stato che si sono allontanati ancora di più; e ogni volta che li ho chiamati alla verità, affinché Tu li perdonassi, si sono infilate le dita nelle orecchie, si sono coperti il volto con i loro abiti, sono rimasti ostinati nel loro atteggiamento e si sono insuperbiti». (Nūḥ: 6-7) [L’orgoglio significa che ritenevano lesivo della loro dignità sottomettere il capo dinanzi alla verità e accettare i consigli del messaggero di Dio. Immaginate, per esempio, una persona perbene che consiglia qualcuno moralmente corrotto, mentre questi, in risposta, se ne va scuotendo la testa e battendo pesantemente i piedi per terra. Questo è rifiutare un consiglio con arroganza. – (l’autore)]

Nella sura al-Mu’min è narrato che, quando il Faraone manifestò l’intenzione di uccidere il profeta Mosè (pace su di lui), un uomo sincero della sua corte gli parlò con compassione e benevolenza, lo esortò con argomentazioni ragionevoli ad abbandonare il comportamento errato e a seguire la retta via. Ma egli rimase ostinatamente fermo nella propria ostinazione, senza prestare alcuna attenzione. A questo proposito, Allah dice:

(Arabo***********)

«Così Allah pone un sigillo sul cuore di ogni superbo e oppressore». (al-Mu’min: 35)

In altre parole, quando un cuore si riempie dell’aria dell’orgoglio, dell’oppressione e della tirannia, le sue porte si chiudono a ogni parola di ammonimento e di verità; allora Allah vi imprime il sigillo della Sua maledizione in modo tale che, per quanto chiunque tenti di ricondurlo sulla retta via, esso non si corregge in alcun modo.

Nella sura al-Aʿrāf si dice che, quando Allah scrisse per il profeta Mosè (pace su di lui) la guida sulle tavole, lo ammonì dicendo: «Distoglierò dai Miei segni gli sguardi di coloro che, senza alcun diritto, si comportano con superbia sulla terra. Anche se vedessero ogni segno, costoro non crederanno mai in esso. Se la retta via si presenterà loro, non la seguiranno; ma se vedranno la via tortuosa, la seguiranno». (al-Aʿrāf: 146)

Nella sura al-Baqara si dice: «Tra gli uomini ve n’è uno le cui parole sulla vita terrena ti piacciono molto. Egli prende spesso Allah a testimone della bontà delle proprie intenzioni, ma è il più accanito nemico della verità. Quando si allontana, dopo aver pronunciato queste parole, dedica tutti i suoi sforzi a creare disordine e corruzione, distruggendo i raccolti e la progenie umana. E Allah non ama la corruzione. Quando gli viene detto: “Temi Allah!”, il suo amor proprio lo mantiene saldo nel peccato». (al-Baqara: 204-206)

Nella sura al-Muddaththir viene presentato il comportamento di un capo della Mecca. Egli aveva detto chiaramente ai capi dei Quraysh: «Sono tutte menzogne le accuse che rivolgete a Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Il Corano è una parola dolcissima; la sua radice è profondissima e i suoi rami sono fecondi». Ma quando si trovò di fronte a questa domanda: «Dovrò accusare questo messaggero di menzogna per conservare la mia posizione di capo?», diede la precedenza a quest’ultima scelta e, lottando contro la propria coscienza, finì per inventare un’accusa. Tuttavia il suo cuore sapeva che stava formulando una menzogna evidente, unicamente per mantenere la propria superiorità. Il Corano presenta questo suo ritratto e smaschera la sua astuzia:

—Rifletté e cercò di escogitare qualcosa. Sia maledetto da Dio! Come ha cercato di escogitare! Poi guardò la gente. Quindi aggrottò la fronte e fece una smorfia. Poi si voltò e cadde nella trappola dell’orgoglio. Infine disse: «Questo non è altro che magia; è soltanto una magia tramandata. Non è altro che parola umana». (Al-Muddaththir: 18-25)

4. Considerare la prosperità e l’indigenza mondane come criterio del bene e del male

Il Corano afferma poi che un’altra grande causa della deviazione è l’idea che il criterio del bene e del male sia costituito dai risultati visibili in questo mondo. Se qui qualcuno è prospero, anche se la sua prosperità è dovuta a qualche malefatta, egli è considerato realizzato e fortunato. Invece, chi qui è indigente, anche se la sua indigenza è accompagnata da opere virtuose, è considerato fallito. In altre parole, è bene ciò il cui esito appare manifestamente buono in questo mondo, ed è male ciò il cui esito appare manifestamente cattivo in questo mondo. Non si considera quanta ricchezza illecita e quante cattive azioni si celino dietro quel bene apparente, né quante opere virtuose e quanta ricchezza di elevata statura morale si celino dietro quel male apparente. Il Corano ha presentato esempi di questa concezione errata anche dalla storia passata e l’ha resa evidente nelle parole e nei comportamenti degli stessi meccani e degli arabi.

Nella storia di Noè (pace su di lui) si narra che i capi della sua gente rifiutarono di accettare il suo insegnamento e la sua guida, dicendo che coloro che avevano creduto in lui erano poveri e non godevano di alcuna posizione elevata nella società.

(আরবী************)

—Dissero: «Dovremmo seguirti, dato che sono i più umili della gente coloro che hanno seguito te?». (Ash-Shu’ara’: 111)

Anche nella storia di Salih (pace su di lui) si menziona chiaramente che i ricchi e i potenti della sua gente chiesero ai suoi poveri seguaci:

(আরবী**************)

Sapete davvero che Ṣāliḥ è il profeta del suo Signore?

Rispondono:

Abbiamo creduto proprio in ciò con cui egli è stato inviato.

I notabili rispondono:

(Arabo*************)

-Non crediamo in ciò in cui avete creduto. (al-Aʿrāf: 75-76)

In altre parole, non accettiamo ciò che hanno accettato persone di bassa condizione come voi.

Riguardo a tutti i profeti, il Corano afferma che a opporsi a loro furono i benestanti dei loro popoli, e il loro punto di vista era che chiunque avesse avuto la fortuna di possedere nel mondo grandi ricchezze e numerosi figli fosse dalla parte della verità.

(Arabo*************)

—E non è mai accaduto che inviassimo un ammonitore a una città senza che i suoi abitanti agiati dicessero: «Non crediamo al messaggio con cui sei stato inviato». E dicevano: «Noi possediamo più ricchezze e più figli di voi e non saremo mai puniti». (Saba’: 34-35)

Questo era il modo di pensare dei miscredenti della Mecca e degli arabi all’epoca del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Il Corano ha ripetutamente affermato che tale modo di pensare era erroneo.

Nella sura Maryam è detto: «Quando vengono recitati loro i Nostri chiari versetti, i miscredenti dicono ai credenti: “Dimmi, quale dei nostri due gruppi si trova nella condizione migliore e quale dei due è più splendido nelle sue riunioni?”»

Eppure, prima di loro, quante generazioni abbiamo distrutto, che possedevano più ricchezze di loro e li superavano nello splendore esteriore. (Maryam: 73-74)

Nella sura al-Mu’minun è detto: «Pensano forse che, fornendo loro ricchezze e figli, li stiamo aiutando? O che lo facciamo per il loro bene? No, non è così: non hanno alcuna consapevolezza della realtà. In verità, coloro che sono timorosi del loro Signore, che credono nei Suoi versetti, che non associano a Lui nessuno e che, quando danno — qualunque cosa diano — hanno il cuore trepidante al pensiero che dovranno ritornare al loro Signore, sono proprio quelli che si affrettano verso il bene e lo conseguono. (Versetti: 55-61)»

Per comprendere questo, la sura al-Fajr descrive dapprima la trasgressione e la ribellione contro Dio di civiltà e imperi altamente progrediti, come quelli di ‘Ad, Thamud e del Faraone; poi afferma che l’uomo è ancora immerso nell’erronea convinzione che le benedizioni e le ricchezze mondane costituiscano il vero onore e che la povertà e le ristrettezze economiche di questo mondo costituiscano il vero disonore. Eppure, esse non sono il criterio dell’onore e del disonore. (al-Fajr: 15-16)

5. Seguire le passioni e le congetture

Nel parlare delle cause dello sviamento, il Corano individua un’altra causa importante: l’uomo, basandosi soltanto su congetture e supposizioni, considera una cosa vera e un’altra falsa. Oppure fa della propria passione il suo dio e la serve a tal punto da trascinare la propria volontà nella direzione da essa desiderata. Il Corano ha tuttavia ammonito ripetutamente l’uomo affinché, invece di errare e vagare nella valle delle congetture e delle passioni, giunga sul retto cammino della ragione e della conoscenza, poiché non sa se il cammino adottato come via donata da Dio, o quello che percorre seguendo la propria passione, sia corretto e razionale.

Nella sura al-A‘rāf viene presentato l’esempio di un uomo che, pur possedendo la conoscenza, finisce per diventare un cane del mondo a causa della sottomissione alle proprie passioni. Poi, esaminando la condizione di persone come lui, viene detto: «Abbiamo creato per l’Inferno molti dei jinn e degli uomini. Essi hanno cuori, ma non comprendono con essi; hanno occhi, ma non vedono con essi; hanno orecchie, ma non ascoltano con esse. Sono come il bestiame, anzi ancora più traviati. Costoro sono quelli immersi nel sonno dell’incuria e della disattenzione». (Versetti: 173-179)

Nella sura al-Anfāl vengono menzionate quelle persone che, pur avendo ascoltato tutto, sembrano non aver ascoltato nulla. Poi viene detto che, in verità, presso Dio, tra tutte le creature viventi da Lui create, le peggiori sono quei sordi e muti che non usano la ragione e il discernimento. (Versetto: 22) Con «sordi e muti» non si intendono persone fisicamente sorde e mute, bensì coloro che non ascoltano la parola della verità e non pronunciano la parola della verità.

Nessuna delle divinità che i politeisti hanno associato al Signore dell’universo nella divinità possiede attributi o autorità divine. Dopo aver presentato, nella sura Yūnus, dal versetto 31 al versetto 35, le prove una per una, viene dichiarato chiaramente che essi non sono stati elevati a divinità sulla base di alcuna conoscenza. Al contrario, l’uomo ha ritenuto, basandosi soltanto su congetture e supposizioni, che anch’essi possedessero una parte della divinità. La maggior parte di loro non segue altro che congetture. In verità, le congetture non soddisfano in alcun modo ciò che è necessario per la verità. (Versetto: 36)

Nella sura al-Ḥajj, richiamando l’attenzione sulle rovine delle comunità traviate del passato, viene detto: «Non hanno forse viaggiato sulla terra e visto, osservando le rovine dei loro insediamenti distrutti, cuori con cui comprendere e orecchie con cui ascoltare? In verità, non sono gli occhi a diventare ciechi, bensì diventano ciechi i cuori che sono nei petti». (Versetto: 46)

Allo stesso modo, nella sura al-Furqān, dopo aver richiamato l’attenzione sulla sorte del popolo di Noè, degli ‘Ād, dei Thamūd, degli abitanti di ar-Rass, del popolo del Faraone e del popolo di Lūṭ, il Messaggero di Dio viene apostrofato così: «Hai mai considerato colui che ha preso la propria passione come suo dio? Puoi assumerti la responsabilità di guidare sulla retta via una persona simile? Oppure pensi che la maggior parte di loro possa ascoltare o comprendere? Essi sono come il bestiame, anzi ancora più traviati». (Versetti: 43-44)

La stessa cosa viene detta anche nella sura al-Jāthiya: «O Profeta, hai mai considerato la condizione di colui che ha preso la propria passione come suo dio e che Dio ha sviato, pur avendo conoscenza? Egli ha sigillato il suo cuore e i suoi orecchi e ha posto un velo sui suoi occhi. Chi potrà dunque guidarlo, all’infuori di Dio?» (Versetto: 23)

6. Considerare il male una bellezza e lasciarsi assorbire dalla falsità

Un altro elemento che il Corano considera una delle principali cause dello sviamento della società è il fatto che l’uomo cominci a ritenere buone le azioni malvagie. Nel procedere contro la verità, non prova alcun disagio interiore; al contrario, vi si immerge, se ne vanta e non avverte alcun bisogno di conoscere la verità. In effetti, nella sura Fāṭir è detto: «Può forse avere fine lo sviamento di colui al quale sono state rese belle e attraenti le sue cattive azioni, così che egli le considera buone?» (versetto 8)

E nella sura al-Muʾmin è detto che, quando gli uomini saranno sottoposti al castigo nell’Inferno, verrà detto loro: «Questa è la vostra sorte perché nel mondo eravate immersi nella falsità e ve ne vantavate». (versetto 75)

7. L’idea che le buone azioni e la fedeltà alla verità conducano alla rovina dell’esistenza terrena

Il Nobile Corano ha indicato anche questa idea come una delle principali cause dello sviamento. Nella sura al-Aʿrāf si narra che, quando il profeta Shuʿayb (pace su di lui) ordinò alla sua gente di astenersi dal diminuire le misure, dal depredare le carovane e dal compiere rapine, i notabili della comunità dissero alla gente:

(Arabo************)

«Se obbedirete a Shuʿayb, sarete certamente rovinati». (versetto 90) Era come se con queste parole volessero dire: se si è onesti negli affari e nel commercio, gli affari possono forse prosperare? E noi viviamo lungo le rotte delle carovane commerciali: se non compissimo rapine e, rendendo pericolose le strade, non imponessimo pesanti pedaggi alle carovane, come potrebbe conservarsi la nostra prosperità economica? Questo è ciò che i capi dei Quraysh dicevano al Profeta (pace e benedizioni su di lui).

(Arabo**************)

«Se seguissimo con te questa guida, saremmo strappati via dalla terra». (al-Qaṣaṣ: 75) In altre parole, tutta l’influenza e il prestigio che esercitiamo sugli Arabi derivano dal fatto che qui siamo divenuti i capi religiosi dei politeisti d’Arabia. Per questo il nostro commercio è così prospero. Per questo le nostre carovane godono di sicurezza su tutte le strade e in ogni angolo del paese. E per questo tutte le tribù d’Arabia ci guardano con rispetto. Se accettassimo le tue parole e seguissimo la via che proponi, tutta l’Arabia si schiererebbe contro di noi. La posizione che occupiamo nel paese finirebbe, e non sarebbe più possibile vivere al sicuro nemmeno alla Mecca.

8. La concezione politeistica dell’intercessione

Fin dai tempi più antichi, in ogni epoca, questa è stata una delle principali cause dello sviamento; e quando in Arabia ebbe inizio la predicazione islamica, dovette confrontarsi con questo sviamento. La gente credeva che vi fossero alcuni servi prediletti di Allah, la cui parola non avrebbe potuto essere respinta in alcun modo. Se ci si fosse aggrappati saldamente al loro lembo, li si fosse compiaciuti con offerte votive, sacrifici e atti di culto, allora si sarebbe potuto fare nel mondo ciò che si voleva. La loro intercessione avrebbe protetto l’uomo da ogni colpa e peccato. Con un mezzo così facile per ottenere la misericordia di Allah e realizzare i propri desideri, chi mai avrebbe avuto bisogno di mettersi ai piedi i ceppi della pietà e dell’astinenza, privandosi del piacere di ogni peccato e delle opportunità di ogni ingiustizia e abuso? I miscredenti dell’Arabia dicevano:

(Arabo**************)

—Noi li adoriamo soltanto affinché ci avvicinino ad Allah. (al-Zumar: 3) In altre parole, la corte di Allah è così elevata che noi non abbiamo la forza di giungervi direttamente. Per questo abbiamo fatto di questi uomini venerabili dei mediatori, affinché ci conducano fino a Lui.

(Arabo**********)

Essi sono i nostri intercessori presso Allah. (Yunus: 18)

Finché permane questa dottrina errata, nessun invito alle buone opere e al bene può avere successo. Per questo il Corano l’ha ripetutamente confutata e ne ha dimostrato l’infondatezza con argomenti tali che nessuna persona dotata di buon senso può più sostenere un’intercessione così insensata.

Nella Sura al-Mu’min è detto: «O Profeta, avverti queste persone del giorno che si avvicina, quando i cuori saliranno fino alla gola ed essi resteranno in silenzio, ingoiando il dolore. Nessun amico premuroso dei malvagi vi sarà, né alcun intercessore la cui parola sarà accolta. Allah conosce il tradimento degli occhi e ciò che i petti nascondono. Allah giudicherà con equità e giustizia. Quanto a coloro che questi politeisti invocano all’infuori di Allah, essi non potranno decidere nulla. In verità, Allah ascolta e conosce ogni cosa». (Versetti: 18-20)

Questi versetti hanno fatto completamente a pezzi questa concezione politeistica dell’intercessione. Innanzitutto, è contrario alla ragione e alla giustizia che si interceda a favore dell’ingiusto; inoltre, è contrario alla maestà della sovranità divina pensare che tra i Suoi servi vi sia qualcuno la cui intercessione debba necessariamente essere accettata. In altre parole, che Dio sia costretto ad accettare la sua intercessione. Ancor più inconcepibile è pensare che presso Dio possa valere l’intercessione di persone che si schiereranno a sostegno dei colpevoli che hanno commesso ingiustizie nel mondo e chiederanno a Dio di perdonare, per amor loro, gli ingiusti colpevoli. E ancora più inconcepibile è che un giudice, pienamente informato del crimine di una persona e tenuto a decidere il suo caso con giustizia, conceda il diritto di intercedere per l’imputato a qualcuno che non sa nemmeno che cosa abbia fatto quella persona.

Altrove, questa concezione dell’intercessione è stata confutata con argomentazioni forti. È stato detto che coloro che queste persone invocano all’infuori di Allah non possiedono alcun diritto di intercessione. Fa eccezione chi attesta la verità sulla base della conoscenza. (Az-Zukhruf: 86)

In altre parole, chi ritiene, riguardo a una divinità o a un santo, che essa possieda necessariamente il diritto di intercedere e abbia un’autorità d’intercessione inoppugnabile, dovrebbe presentarsi e rendere su questo argomento una testimonianza veritiera fondata sulla conoscenza. È del tutto insensato accettare, basandosi soltanto su leggende o supposizioni, una tale credenza la cui verità non può essere attestata sulla base della conoscenza. In altre parole, coloro che sostengono che alcune entità possiedano un’autorità di questo genere non possono mai dire: «Sappiamo che possiedono questa autorità e rendiamo una testimonianza corretta.»

Tuttavia, il Corano non ha negato l’intercessione. Al contrario, ha ripetutamente affermato che può intercedere soltanto colui al quale Allah ha dato il permesso, e che si può intercedere soltanto a favore di colui per il quale Allah accetta di ascoltare l’intercessione. La condizione ulteriore è che egli interceda secondo la verità e non pronunci nulla contrario alla verità e alla giustizia. Anche in tal caso, accettare o non accettare l’intercessione resta una prerogativa di Allah. Egli non è mai obbligato ad accettare l’intercessione di nessuno. La spiegazione dettagliata del Corano su questo argomento è la seguente:

(Arabo****************)

—Chi è colui che potrà intercedere davanti a Lui, davanti a Lui, senza il Suo permesso? (Al-Baqara: 255)

(Arabo**************)

—E davanti a Lui l’intercessione non servirà a nulla, se non per colui per il quale Egli avrà dato il permesso. (Saba’: 23)

(Arabo)

-Il giorno in cui lo Spirito (il venerabile Gabriele, pace su di lui) e gli angeli staranno schierati in file. Nessuno parlerà, salvo colui al quale il Misericordioso avrà dato il permesso e che dirà la cosa giusta. (An-Naba’: 38)

(Arabo)

-O Profeta! Di’: «Tutta l’intercessione è prerogativa di Allah. A Lui appartiene il regno dei cieli e della terra». (Az-Zumar: 44)

In altre parole, ascoltare o non ascoltare l’intercessione, accettarla o respingerla, è interamente prerogativa di Allah. Egli è il sovrano del regno dell’universo. Nessuno ha il potere di intercedere senza il Suo permesso, né alcuno possiede una dignità tale che Allah debba necessariamente ascoltare e accettare la sua intercessione.

Esempi di comportamenti buoni e cattivi nella storia dell’umanità

Tutte le cause della misguidanza di cui il Corano ha fornito una descrizione dettagliata erano presenti nella società dei Quraysh e degli Arabi. Quando ciascuno di loro ascoltava questo discorso, si rendeva conto che, in realtà, tutte queste cause della misguidanza erano presenti in mezzo a loro. Poi, nel Sublime Corano, dalla storia dell’umanità vengono presentati, uno dopo l’altro, esempi di caratteri e comportamenti di alto livello, così come esempi di comportamenti spregevoli, affinché la gente possa comprendere chiaramente che tipo di persone l’Islam desidera formare e quale tipo di persone invece disapprova, persone che dovrebbero essere riformate oppure dalla cui presenza la società dovrebbe essere purificata, o infine quelle che Allah l’Altissimo stesso ha trasformato in oggetto della Sua ira e ha distrutto in questo mondo. Esaminiamo questa esposizione coranica seguendo l’ordine cronologico della storia.

La storia dei due figli di Adamo (pace su di lui)

Il primo episodio istruttivo che si trova nella storia dell’umanità è quello dei due figli di Adamo (a.s.). In esso si possono osservare due atteggiamenti contrapposti. I due fratelli offrono un sacrificio: quello di uno viene accettato, mentre quello dell’altro non viene accettato. Il secondo, adirato per l’invidia, dice al proprio fratello: «Ti ucciderò». Suo fratello risponde: «In verità, Allah accetta i sacrifici dei timorati» (vale a dire: non sono io responsabile del fatto che il tuo sacrificio non sia stato accettato. Cerca di correggere i difetti del tuo carattere e delle tue azioni, a causa dei quali il tuo sacrificio non è stato accettato). «Ma se sei deciso a uccidermi, io non ti ucciderò, perché temo Allah, il Signore dei mondi. Invece di combattere con te e rendermi complice del peccato di un’uccisione ingiusta, preferisco che tu prenda su di te, da solo, il peccato mio e il tuo.»

Alla fine, quel fratello ingiusto uccise il proprio fratello. Poi si pentì profondamente.

Dopo aver narrato questo episodio, in un ambiente in cui la vita umana non aveva alcun valore e gli omicidi erano avvenimenti quotidiani, il Corano rivolge agli uomini parole sublimi. Il Corano dice: chiunque uccida una persona, senza che ciò sia in punizione per un omicidio o per aver diffuso la corruzione sulla terra, è come se avesse ucciso tutta l’umanità; e chiunque salvi una sola vita è come se avesse dato la vita a tutta l’umanità. (Al-Mā’ida: 27-32; si veda.)

Nūḥ (a.s.) e il suo popolo
Il primo popolo che, nella storia, scatenò sulla terra la tempesta della ribellione contro Dio fu il popolo di Nūḥ (a.s.). In diversi passi del Corano viene narrata la storia di quel popolo: da un lato sono descritti il comportamento del popolo e dei suoi capi, a causa del quale alla fine tutti subirono il castigo; dall’altro viene presentato il luminoso esempio del comportamento dello stesso Nūḥ (a.s.). Nella sūra al-ʿAnkabūt si dice che, di fronte alla più aspra opposizione, egli continuò per novecentocinquant’anni a cercare di riformare quel popolo con grande pazienza e sopportazione (versetto 14). Con ogni mezzo possibile e con profonda compassione, non trascurò nulla per guidare gli uomini sulla retta via. Ma i capi del popolo non permisero che alcuno dei suoi sforzi avesse successo. (L’intera sūra Nūḥ.) Fu chiamato pazzo e insultato e rimproverato. (Al-Qamar: 9.) Lui e i suoi poveri seguaci furono umiliati e disprezzati. (Hūd: 27.) Lo minacciarono dicendo che, se non avesse desistito, sarebbe stato lapidato. (Al-Shuʿarā’: 116.) Ma egli dichiarò con voce ferma: «Se la mia presenza e i miei ammonimenti vi sono insopportabili, allora fate contro di me tutto ciò che volete e non concedetemi alcuna tregua. La mia fiducia è in Allah». (Yūnus: 71.) Poi, quando il conflitto giunse al culmine, il suo popolo disse: «Portaci quel diluvio con cui ci minacci». In effetti, Nūḥ (a.s.) cominciò a costruire l’arca sotto i loro occhi, affinché egli e i credenti con lui potessero salirvi e salvarsi dal diluvio imminente. Ma il suo popolo cominciò a deriderlo e a schernirlo vedendolo costruire l’arca. Dicevano: «La follia del vecchio è arrivata al punto che si prepara a far navigare una nave sulla terraferma». Non sapevano che ben presto quella terraferma si sarebbe trasformata in un mare, con onde grandi come montagne. In esso sarebbero annegati e morti tutti gli appartenenti al popolo, compreso il figlio di Nūḥ (a.s.), mentre l’arca, posata sulla terra, sarebbe andata a urtare contro una montagna. (Hūd: 32-44.)

La fase finale di questa storia viene presentata così: quando Nūḥ (a.s.) vide annegare, insieme ai miscredenti, anche suo figlio, sopraffatto dall’affetto e dalla tenerezza umani pregò Allah di salvarlo. Allah lo ammonì: «Non essere ignorante. È certamente tuo figlio, ma non appartiene alla tua famiglia; egli è, invece, un essere dalle azioni non rette». Non appena udì la risposta alla sua preghiera, Nūḥ (a.s.) implorò il perdono e disse: «O mio Signore! Cerco rifugio presso di Te dal chiederti ciò di cui non ho conoscenza. Se non mi perdoni, sarò perduto». (Hūd: 44-47.)

Il popolo di ʿĀd e Hūd (a.s.)

ʿĀd era un popolo celebre dell’Arabia, conosciuto persino dai bambini arabi. La gente sapeva anche che era stato distrutto dal castigo di Dio. A proposito di questo popolo, il Corano dice quali difetti morali possedesse, oltre al politeismo e all’adorazione degli idoli. Nella sūra Fuṣṣilat si legge che si abbandonavano all’orgoglio sulla terra senza alcun diritto e dicevano: «Chi è più forte di noi?». (Versetto 15.) Nella sūra al-Fajr si legge che si ribellarono a Dio sulla terra e vi diffusero molta corruzione. (Si vedano i versetti 6-12.) Nella sūra al-Shuʿarā’ si legge che Hūd (a.s.) disse loro: «Che comportamento è mai il vostro, per cui costruite su ogni altura un monumento e innalzate enormi palazzi, come se doveste vivere per sempre? E quando afferrate qualcuno, lo fate da tiranni». (Versetti 128-130.) Obbedivano agli ordini di ogni tiranno, nemico della verità. (Hūd: 59.) Per quanto Hūd (a.s.) si sforzasse di farli comprendere, essi risposero a tutto ciò con trasgressione, ostilità e astuti espedienti colmi di opposizione. Alla fine, come Nūḥ (a.s.), anch’egli dovette dire al suo popolo: «Fate tutti insieme contro di me ciò che potete fare e non concedetemi alcuna tregua. Confido in Allah, che è il mio Signore e il vostro Signore. Non vi è creatura che Egli non tenga per il capo». (Hūd: 55-56.) Alla fine Dio disse al profeta: «Se sei veritiero, va bene: porta dunque quel castigo con cui ci minacci». Quando quel castigo apparve venire di fronte a loro, quegli stolti pensarono che fosse una nuvola destinata a irrigare la loro valle. Ma era una tempesta devastatrice che distrusse ogni cosa. (Al-Aḥqāf: 22-25.)

Thamūd e Ṣāliḥ (a.s.)

Dopo gli ʿĀd, tra le antiche popolazioni arabe, i Thamūd erano una delle più celebri. I resti delle loro rovine abbandonate sono disseminati in tutto il nord dell’Ḥijāz e sono tuttora visibili. Le carovane commerciali dei Quraysh li attraversavano dirigendosi verso al-Shām (la Siria). Era inoltre noto a tutti che un terribile terremoto aveva distrutto quella popolazione, al punto che le montagne di quella regione continuano ancora oggi a franare. Nel Corano si afferma che questa gente, ribellandosi a Dio, non si limitò a praticare lo shirk e ad adorare gli idoli; anzi, scatenò sulla terra di Dio un’ondata di ribellione e corruzione. (al-Fajr: 6-12; al-Aʿrāf: 74). I capi e i notabili di quella popolazione erano trasgressori e seminatori di corruzione, dai quali non poteva venire alcuna opera di riforma o di miglioramento. (al-Shuʿarāʾ: 151-152). Per il piacere del lusso e per ostentare il proprio prestigio, costruivano palazzi in luoghi aperti e scavavano dimore nelle montagne. (al-Aʿrāf: 74; al-Shuʿarāʾ: 149). Una caratteristica di una società così decaduta è che, da un lato, i poveri non trovano nemmeno un luogo dove riparare il capo, mentre dall’altro la classe ricca costruisce palazzi sfarzosi. Agli occhi di quei ricchi, il profeta Ṣāliḥ (pace su di lui) non era degno che si credesse in lui, perché erano stati i poveri a credere in lui. (al-Aʿrāf: 75-76). Quando il profeta Ṣāliḥ (pace su di lui) li invitò ad adorare Dio e li esortò ad astenersi dall’oppressione, dalla corruzione e dal lusso, nove grandi coalizioni tribali di corruttori si consultarono tra loro e dissero: «Giurate per Dio e decidete che, di notte, attaccheremo all’improvviso Ṣāliḥ e la sua famiglia. Poi diremo al walī di Ṣāliḥ, cioè al capo della sua tribù, che al momento dell’uccisione della sua famiglia noi non eravamo presenti e che stiamo dicendo assolutamente la verità». (al-Naml: 48-49). Dio mandò a monte la loro congiura. Essi chiesero al profeta Ṣāliḥ (pace su di lui) un miracolo. In risposta alla loro richiesta, Dio fece comparire davanti a loro una cammella. La sua stessa esistenza era un miracolo. Poi, per mezzo del profeta Ṣāliḥ (pace su di lui), furono avvertiti che quella cammella avrebbe pascolato liberamente nei loro campi e nei loro pascoli, ovunque volesse; un giorno avrebbe bevuto da sola, e il giorno seguente avrebbero bevuto tutti loro e i loro animali. Se avessero osato farle del male con cattive intenzioni, sarebbe sceso su di loro il castigo. (al-Aʿrāf: 73; Hūd: 64; al-Shuʿarāʾ: 155).

Per qualche tempo continuarono a temere quella cammella. Infine, pur sapendo che era un miracolo, chiamarono il più coraggioso dei loro capi e gli dissero: «Liberaci da questa calamità». Egli si assunse l’incarico e la uccise. Dopo aver dato prova di tanta tracotanza, sfidarono il profeta Ṣāliḥ (pace su di lui) dicendo: «Fa’ venire quel castigo di cui ci minacciavi». (al-Aʿrāf: 77). Il profeta Ṣāliḥ (pace su di lui) disse: «Va bene, godetevi e divertitevi nelle vostre case per tre giorni». Poi giunse un terribile terremoto, accompagnato da un fragore tonante, che distrusse tutta quella popolazione, tranne il profeta Ṣāliḥ (pace su di lui) e i credenti; le loro case furono ridotte a cumuli di rovine, come se lì non avesse mai abitato nessuno. (al-Aʿrāf: 78; Hūd: 65; al-Qamar: 31).

Il profeta Ibrāhīm (pace su di lui)

Nel Corano è presentato il carattere e il comportamento più esemplari del profeta Ibrāhīm (pace su di lui). Gli Arabi lo riconoscevano come guida della propria religione. Proprio in virtù del loro legame con lui erano state poste le basi di tutto l’orgoglio, l’arroganza, l’onore, il prestigio e l’influenza dei Quraysh. Il Corano disse loro quale fosse quella particolare bellezza per la quale Dio, il Signore dei mondi, aveva considerato quel Suo servo il Suo khalīl (amico). (al-Nisāʾ: 125). Dio disse: «Ti farò guida di tutte le genti». (al-Baqara: 124). Quando gli divenne evidente la verità che non esiste alcun signore né alcuna divinità all’infuori di Dio, e che suo padre e tutta la sua gente erano traviati, abbandonò la cieca imitazione degli antenati. Non esitò neppure per un istante ad abbandonare la religione del suo popolo e ad assumere, rivolgendosi interamente in un’unica direzione, l’obbedienza al solo Creatore della terra e del cielo. Non rimase un sincero adoratore di Dio soltanto in privato; al contrario, dichiarò pubblicamente ai suoi padri, ai suoi antenati e alla sua gente: «Sono disgustato della vostra religione colma di shirk e, a mio giudizio, siete chiaramente immersi nello sviamento». (al-Anʿām: 74-81). Disse chiaramente a suo padre: «Adorando divinità cieche, sorde e prive di autorità, in realtà adori Satana». Suo padre lo rimproverò aspramente e lo cacciò di casa. (Maryam: 43-46). Dopo aver cercato di convincerli con argomenti razionali, quando essi non accettarono, colse l’occasione per entrare nel loro tempio e spezzare i loro idoli, mostrando concretamente che coloro che essi adoravano non solo non erano degni di adorazione, ma non erano nemmeno capaci di difendersi. (al-Anbiyāʾ: 53-67; al-Ṣāffāt: 85-96). Il profeta Ibrāhīm (pace su di lui) fu condotto davanti al re del paese, che pretendeva di essere il signore. Egli disse senza timore: «Non riconosco nessuno come signore, se non Colui nelle cui mani sono la mia vita e la mia morte». Quello disse: «Anche la vita e la morte sono nelle mie mani». Il profeta Ibrāhīm (pace su di lui) disse: «Dio fa sorgere il sole a oriente; tu fallo sorgere da occidente». Con queste parole rese impotente il re orgoglioso. (al-Baqara: 258).

Fu preparato per lui un enorme rogo. Si decise di gettare il profeta Ibrāhīm (pace su di lui) al suo interno e bruciarlo vivo. Egli, tuttavia, fu pronto a non inchinarsi dinanzi alla falsità e ad affrontare la morte consumandosi per la Verità. Fu per grazia e benevolenza di Dio che Egli rese il fuoco freddo e lo fece innocuo per lui. Ma egli, da parte sua, non mancò di dimostrare che poteva accettare di essere gettato nel fuoco, ma non poteva abbandonare la Verità e accettare di adorare la falsità. (al-Anbiyāʾ: 68-70; al-Ṣāffāt: 97-98).

Infine, quando si trovò di fronte alla scelta se abbandonare la religione o il paese, non abbandonò la religione; al contrario, lasciò per sempre la casa, la famiglia, la sua gente e il paese, partendo affidandosi a Dio. Sapeva quanto fosse rischioso lasciare il proprio paese e diventare straniero; soprattutto a quell’epoca, conosceva bene quanto potesse essere pericoloso uscire dalla protezione della propria gente e dirigersi verso una regione sconosciuta. Tuttavia disse con animo risoluto: «Mi sto dirigendo verso il mio Signore; Egli certamente mi guiderà». (al-Ṣāffāt: 99).

In tarda età, dopo molte suppliche e insistenti preghiere, gli nacque un figlio. Allora il suo Signore lo sottopose a un’altra dura prova di fuoco. Gli fece intendere: «Lascia questo figlio ancora lattante, insieme a sua madre, in quel luogo deserto e disabitato della pianura di Mecca dove desidero costruire la Mia Casa». Egli fu pronto a obbedire anche a questo comando e, dalla sua dimora in Palestina, percorse centinaia di miglia con la moglie e il figlio, per poi lasciarli lì affidandosi completamente a Dio. (al-Ḥajj: 26; Ibrāhīm: 37). Poi dovette affrontare una prova ancora più dura. Quando quel figlio crebbe fino all’età in cui poteva correre insieme al padre, gli fu indicato che doveva sacrificarlo per Dio. Egli fu pronto a obbedire anche a questo comando. Ma proprio quando stava per passare il coltello alla gola del figlio, Dio accettò il suo sacrificio e gli diede in riscatto un «sacrificio immenso». (al-Ṣāffāt: 100-107).

Quanto a Dio e alla Sua religione, non era disposto a mostrare parzialità verso nessuno. Quando abbandonò la patria, disse chiaramente al suo popolo: «Tra noi e voi è sorta un’ostilità e una separazione che dureranno per sempre, finché non crederete nell’unico Allah» (al-Mumtahana: 4). Aveva promesso di pregare per il perdono del padre, e pregò anche. Ma quando comprese che suo padre era nemico di Allah, recise anche il legame d’affetto con lui (at-Tawba: 114). Questo era il carattere e questo il comportamento che la da‘wa islamica presenta agli uomini come modello.

Hazrat Lot (pace su di lui) e il popolo di Lot

Hazrat Lot (pace su di lui) era il nipote di Hazrat Ibrahim (pace su di lui) ed emigrò con lui verso la Palestina. Vicino al luogo che aveva scelto come dimora viveva un popolo estremamente malvagio; per depravazione e immoralità, non aveva eguali al mondo. Allah l’Altissimo gli affidò il difficile compito di riformarlo e, dopo averlo fatto profeta, lo mandò nella sua regione. La condizione di quel popolo era tale che la sodomia era una pratica comune tra gli uomini. Non la compivano di nascosto, ma apertamente, gli uni davanti agli altri e nelle assemblee pubbliche. Inoltre praticavano il brigantaggio. Nessuna persona o carovana poteva attraversare in sicurezza quella regione (an-Naml; al-‘Ankabut: 29).

Per molti anni Hazrat Lot (pace su di lui) li mise in guardia dal timore di Dio e li esortò ad abbandonare quelle azioni malvagie. Essi risposero: «O Lot! Se non smetti di dire queste cose, ti cacceremo da qui» (ash-Shu‘ara’: 167). Senza curarsi di quelle minacce, Hazrat Lot continuò la sua predicazione. Allora si consultarono tra loro e decisero di espellere il popolo di Lot dalla loro città, poiché si atteggiavano a persone altamente pure e innocenti (al-A‘raf: 82; al-‘Ankabut: 56). Infine Allah l’Altissimo decretò di punirli e adottò un modo straordinario per eseguire il Suo decreto. Mandò alcuni angeli alla casa di Hazrat Lot sotto le sembianze di giovani avvenenti, come ospiti. Al loro arrivo, in tutta la città si diffuse un’ondata di gioia e di eccitazione. La gente accorse a gruppi verso la casa di Hazrat Lot (pace su di lui), con l’intenzione di commettere atti osceni con quei giovani. Hazrat Lot (pace su di lui) li supplicò a lungo, dicendo: «Non umiliatemi riguardo ai miei ospiti». Ma non diedero ascolto alle sue parole; anzi, lo rimproverarono dicendo: «Non ti avevamo forse vietato più volte di diventare la vergogna di tutto il mondo?» (al-Hijr: 70).

Allora gli angeli dissero a Hazrat Lot (pace su di lui): «Siamo angeli inviati da Dio e siamo stati mandati per far scendere il castigo su questa gente. Tu e la tua famiglia uscite da qui prima dell’alba». Gli uomini che si erano scagliati contro la casa di Hazrat Lot furono accecati. La loro città fu capovolta e su di loro furono fatte piovere pietre in modo tale che ciascuna fosse contrassegnata per indicare quale persona avrebbe distrutto (Hud: 82-83). Era un popolo tanto sciagurato che in tutta quella regione non si trovava la casa di nessun credente, tranne quella di Lot (pace su di lui) (adh-Dhariyat: 36). E persino in quella casa la moglie di Lot (pace su di lui) era infedele; a proposito di lei gli fu ordinato di non portarla con sé, perché avrebbe dovuto subire anch’ella il castigo (Hud: 81). Il Corano narra questa storia in diversi passi, affinché la gente sappia com’è un popolo immorale e quale sia la sua fine, e in quali condizioni abbiano operato i profeti di Allah.

La storia di Yusuf (pace su di lui)

Poi, dal punto di vista storico, arriva il turno della storia di Hazrat Yusuf, pace su di lui, sulla quale fu rivelata un’intera sura del Corano, presentando il carattere buono e quello cattivo l’uno contrapposto all’altro. Da un lato viene mostrato il carattere dei fratelli di Yusuf (pace su di lui): poiché il loro onorato padre, Hazrat Ya‘qub (pace su di lui), amava maggiormente il giovane figlio Yusuf (pace su di lui), dopo essersi consultati decisero di ucciderlo oppure di gettarlo da qualche parte e poi diventare persone virtuose. Quindi ingannarono il padre, portarono fuori il fratello con il pretesto di un viaggio e di un po’ di svago e lo gettarono in un pozzo asciutto. Poi tornarono dopo aver spalmato falsamente del sangue sulla sua veste e dissero al padre che un lupo lo aveva catturato e divorato.

Il comportamento degli uomini della carovana di mercanti fu il seguente: trovarono Hazrat Yusuf (pace su di lui) nel pozzo asciutto, trasformarono quel ragazzo oppresso in una loro merce e lo portarono in Egitto, dove lo vendettero.

Osservate il carattere della moglie dell’Aziz d’Egitto, il cui marito aveva acquistato Hazrat Yusuf (pace su di lui) e nella cui casa egli crebbe fino a raggiungere la giovinezza. La sua spudoratezza era tale che invitò Hazrat Yusuf (pace su di lui) a commettere un peccato. Egli fuggì risolutamente, mentre lei lo inseguiva. In quel momento sopraggiunse suo marito. Allora ella rivolse contro di lui una falsa accusa, sostenendo che avesse tentato di violare il suo onore. Quando la sua menzogna fu dimostrata e le donne dell’alta società cominciarono a parlare del suo amore per lui, ella le invitò e le fece venire da lei; poi presentò loro Hazrat Yusuf (pace su di lui), dicendo: “Se non mi fossi innamorata di un giovane così bello, che cosa avrei fatto mai?”. Quindi disse davanti a tutte le presenti: “Se non accetterà di avere una relazione illecita con me, lo farò mandare in prigione”.

Osservate il comportamento delle donne dell’alta società egiziana: durante quella riunione, vedendo la bellezza di Hazrat Yusuf (pace su di lui), si tagliarono le mani. Anch’esse si innamorarono di lui e cominciarono a cercare di attirarlo verso di sé.

Osservate il comportamento dei giudici egiziani: punirono Hazrat Yusuf (pace su di lui) per la degenerazione morale delle proprie donne e, senza alcuna colpa, lo mandarono in prigione per diversi anni.

D’altra parte, gli esempi della purezza morale di Hazrat Yusuf (pace su di lui) emergono uno dopo l’altro. Sopportò la prigionia, ma non accettò di macchiarsi con il peccato. Neppure questo suscitò in lui alcun orgoglio per la propria devozione. Con estrema umiltà e modestia pregò Allah l’Altissimo: “O mio Signore e Sostentatore! La prigione è per me più cara di ciò verso cui queste persone mi invitano. Se non mi proteggi dalle trame tese da queste donne, finirò per inclinare verso di loro e diventerò uno degli ignoranti”.

Anche in prigione cercava di ammonire e consigliare i servi di Dio, guidandoli sulla retta via, e non lasciava sfuggire alcuna occasione di proclamare la verità. Nella sura Yusuf è narrato un solo episodio di questo genere, nei versetti dal 36 al 40; da esso si apprende come, durante la sua lunga permanenza in carcere, egli continuasse ad assolvere il dovere della chiamata ad Allah.

In seguito, quando interpretò il sogno del re d’Egitto, il sovrano ne rimase colpito ed espresse il desiderio di liberarlo e di incontrarlo. Egli però rifiutò di essere liberato finché la moglie dell’Aziz d’Egitto e le altre donne che erano con lei non avessero testimoniato della sua purezza morale e della propria colpevolezza.

Poi venne il tempo in cui egli divenne detentore del potere di governo in Egitto. In quel periodo, i suoi fratelli, che lo avevano gettato in un pozzo asciutto, continuarono a recarsi da lui più volte per chiedere provviste di grano. Ed egli continuò a concedere loro il grano. Ma non gli venne mai in mente di vendicarsi delle ingiustizie che gli avevano inflitto. All’inizio essi non seppero affatto chi fosse il sovrano presso il quale, in Egitto, stavano ottenendo il grano. Soltanto Hazrat Yusuf (pace su di lui) li riconobbe. Ma quando vennero per la terza volta, Yusuf (pace su di lui) disse loro: “Io sono quel vostro fratello al quale avete inflitto l’ingiustizia che ben conoscete”. Allora confessarono la propria colpa. E la risposta di Yusuf fu:

(Arabo*****************)

—Oggi non sarete chiamati a rispondere dei vostri peccati. Che Allah vi perdoni: Egli è il più misericordioso dei misericordiosi. Poi non fece venire in Egitto soltanto il suo venerabile padre, Hazrat Ya‘qub (a.s.), ma convocò anche i suoi fratelli con le loro famiglie e li ristabilì con tutti gli onori.

Nella sura Yusuf viene mostrata l’ultima grandezza del carattere di questo nobile uomo: non mostrò alcun orgoglio né arroganza per l’elevata posizione che aveva raggiunto. Al contrario, si rivolse ad Allah con il capo chino in umile adorazione, supplicando:

—O mio Signore! Mi hai conferito il potere dello Stato e mi hai dato la conoscenza per comprendere a fondo la realtà di ogni cosa. O Creatore dei cieli e della terra! Tu sei il mio Protettore e Amico in questo mondo e nell’Aldilà. Fammi morire da musulmano e uniscimi ai giusti. (Yusuf: 101)

Hazrat Shu‘ayb (a.s.), il popolo di Madyan e il popolo di Aykah

Nel Sacro Corano viene narrata anche la storia del popolo di Madyan e degli abitanti di Aykah, che vivevano nella regione settentrionale dell’Hijaz. Di loro viene detto che, oltre ad adorare altre divinità insieme ad Allah, erano afflitti da gravi difetti morali: davano misure scarse, praticavano il brigantaggio e seminavano discordia e corruzione. Allah inviò Hazrat Shu‘ayb (a.s.) come profeta a Madyan. Gli affidò anche il compito di correggere il popolo di Aykah. Per molto tempo egli li ammonì, esortandoli a temere Allah e ad astenersi da quelle malefatte. Tuttavia, solo pochissimi credettero in lui, mentre gli altri rimasero fermi nelle loro pratiche. I capi di Madyan dissero a Hazrat Shu‘ayb: «È forse la tua preghiera a ordinarti di abbandonare le divinità dei nostri padri e dei nostri nonni? O di non fare dei nostri beni ciò che vogliamo?». (Hud: 87) In altre parole, la loro ostinazione consisteva nel sostenere che si dovessero adorare divinità diverse da Allah perché così avevano fatto i loro antenati. Erano inoltre ostinati nel voler mantenere la libertà di procurarsi ricchezze a proprio piacimento, sia saccheggiando, sia truffando negli affari e nel commercio, sia opprimendo i deboli. Dicevano alla loro gente: «Se obbedirete a Shu‘ayb, sarete certamente perduti». (Al-A‘raf: 90) Secondo loro, il progresso e lo sviluppo della nazione dipendevano dal fatto che essa accumulasse ricchezze con ogni mezzo illecito. Adottare mezzi leciti significava, ai loro occhi, condurre la nazione alla rovina. Minacciando Hazrat Shu‘ayb (a.s.), dissero: «Espelleremo te e coloro che hanno creduto insieme a te». (Al-A‘raf: 88) Dissero inoltre: «Ti consideriamo uno dei più deboli tra noi. Se non fosse stato per la tua tribù, ti avremmo certamente lapidato. Non possiedi una forza e un potere tali da prevalere su di noi». (Hud: 91) In risposta, Hazrat Shu‘ayb (a.s.) li umiliò dicendo: «La mia tribù è forse più potente di Allah rispetto a voi? Eppure Lo avete messo alle vostre spalle». (Hud: 92)

Gli abitanti di Aykah si comportarono allo stesso modo con Hazrat Shu‘ayb. Non accolsero nessuno dei suoi ammonimenti e risposero: «Se sei veritiero, fa’ cadere su di noi un frammento di cielo». (Ash-Shu‘ara: 187)

Alla fine, entrambi i popoli furono colpiti dal castigo di Allah e vennero distrutti. Durante i loro viaggi commerciali verso la Siria, i Quraysh attraversavano le regioni in cui quei due popoli erano stati colpiti dal castigo. Perciò non potevano fare a meno di essere influenzati da questo racconto coranico.

La storia del Faraone e di Musa (a.s.)

In tutto il mondo era noto questo terribile avvenimento storico: il Faraone e le sue schiere furono sommersi nelle profondità del mare, colpiti dal castigo di Dio. In Arabia vivevano numerosi ebrei e cristiani, attraverso i quali tutti gli arabi sapevano che il profeta Mosè, pace su di lui, era stato inviato a loro come profeta e che aveva rivolto loro l’invito alla verità mostrando miracoli straordinari. Eppure, anche dopo aver visto alcuni miracoli, essi non credettero. Persino gli abitanti della Mecca erano a conoscenza di quei miracoli di Mosè, pace su di lui. In effetti, una delle accuse che rivolgevano al Profeta, pace e benedizioni su di lui, era anche questa:

(Arabo***************)

«Perché a questo profeta non è stato dato il medesimo miracolo che fu dato a Mosè, pace su di lui?» (al-Qasas: 48)

È sulla base di ciò che nel Corano, in diversi passi, la storia di Mosè, pace su di lui, e del Faraone è stata narrata ampiamente. In essa, i comportamenti buoni e cattivi, con le loro caratteristiche, sono stati presentati chiaramente agli uomini.

I crimini del Faraone sono stati individuati uno dopo l’altro. Egli mostrò una terribile arroganza sulla terra, divise in due fazioni gli abitanti del paese, umiliava e disonorava profondamente una di esse, ne uccideva i figli maschi e lasciava in vita le figlie. In realtà, faceva parte dei seminatori di corruzione. (al-Qasas: 4) In altre parole, la regola del suo governo non era che tutti i cittadini del paese fossero uguali davanti alla legge e che a tutti fossero concessi gli stessi diritti. Egli aveva invece adottato una politica volta a dividere gli abitanti del paese in gruppi diversi. Ad alcuni venivano concessi privilegi e vantaggi, e questi erano considerati il gruppo dominante; altri erano considerati sudditi e venivano oppressi e schiacciati. Tra questi ultimi, i Figli d’Israele erano sottoposti in particolare a una persecuzione e a un’oppressione estreme. Il Faraone uccideva i loro figli maschi e lasciava vivere le figlie, affinché con il tempo la loro discendenza si estinguesse e, una volta che le donne fossero cadute sotto il controllo degli egiziani, attraverso di loro si generasse una stirpe egiziana. Per questo, quando Mosè, pace su di lui, nacque in una famiglia israelita, Dio ispirò sua madre a deporlo in una cesta e gettarlo nel fiume quando avesse temuto che suo figlio fosse ucciso. (al-Qasas: 7)

Il comportamento del Faraone persino nei confronti del suo stesso popolo egiziano è stato delineato pienamente in una sola frase della sura az-Zukhruf.

«Egli considerava spregevole e insignificante il suo stesso popolo, ed essi gli obbedivano. In realtà, erano gente perversa.» (az-Zukhruf: 54)

In questo modo emergono chiaramente sia la politica del Faraone sia lo stato del declino morale del suo popolo.

Quando una persona cerca di imporre il proprio governo dispotico in un paese, ricorrendo a ogni sorta di astuzia e inganno, mettendo in vendita la coscienza sul mercato aperto e schiacciando spietatamente coloro che non si lasciano comprare, allora, lo dica apertamente oppure no, con le proprie azioni dimostra di considerare in realtà gli abitanti di quel paese insignificanti sotto il profilo della coscienza, del carattere e del coraggio. Finisce per convincersi che può trascinare nella direzione che vuole queste persone stolte, codarde e prive di coscienza. Quando poi queste sue strategie vengono applicate con successo nel paese e gli abitanti rimangono servi con le mani giunte, egli dimostra con il proprio comportamento che essi sono esattamente come li aveva giudicati. La vera ragione per cui sono caduti in questa condizione disonorevole è che, fondamentalmente, sono empi. Non si preoccupano affatto di che cosa siano la verità e la falsità, la giustizia e l’oppressione, né di ciò che meriti rispetto: la sincerità, la lealtà e la cortesia, oppure la menzogna, la slealtà e la bassezza. Al posto di tutto questo, per loro conta veramente soltanto il proprio interesse personale; per esso sono pronti a collaborare con ogni oppressore, a inchinarsi davanti a ogni potente, ad accettare ogni menzogna e a soffocare ogni voce della verità.

Quando il profeta di Allah, Mosè (pace su di lui), giunse alla corte del faraone insieme a suo fratello Aronne (pace su di lui), e presentò uno dopo l’altro miracoli così evidenti che persino la persona più stolta non avrebbe potuto considerarli un gioco di magia, il faraone continuò a chiamarli magia soltanto per il suo orgoglio e la sua arroganza. I suoi cortigiani continuavano ad approvare ogni sua parola. Quanto alla trasformazione del bastone in un enorme serpente, i maghi esperti da lui invitati riconobbero che non era il risultato della loro arte, bensì un miracolo di Dio.

Restano ora gli altri miracoli: secondo la predizione di Mosè (pace su di lui), l’intero Egitto fu colpito dalla carestia, che poi scomparve grazie alla sua preghiera; dopo la sua predizione, una terribile tempesta di pioggia si abbatté su tutto il paese e, nuovamente grazie alla sua preghiera, cessò; dopo la sua predizione si verificò una terribile invasione di locuste, che scomparve anch’essa grazie alla sua preghiera. Allo stesso modo, secondo la sua predizione, pidocchi, piccoli insetti, rane e la piaga del sangue si diffusero a turno in tutto il paese, per poi scomparire soltanto grazie alla sua preghiera. Ciò non lasciava alcun dubbio che non si trattasse della magia di un mago, poiché nessun mago aveva mai potuto compiere simili cose, né avrebbe potuto farlo. Da questi miracoli risultava chiaramente che essi erano manifestazioni straordinarie della potenza di Allah, il Signore dei mondi. Per questo, dopo ogni castigo, il faraone e i suoi cortigiani dicevano a Mosè (pace su di lui): «Prega il tuo Signore, in virtù della posizione che occupi presso di Lui, affinché allontani da noi questo castigo. Allora daremo ascolto alle tue parole». Ma, una volta cessata la calamità, infrangevano la loro promessa. (al-A‘raf: 134-135; az-Zukhruf: 49-50)

Nel Corano è detto chiaramente che, nel loro intimo, essi credevano che Mosè (pace su di lui) fosse dalla parte della verità. Tuttavia, per ingiustizia e arroganza, continuavano a negarlo. (an-Naml: 14) Questa verità divenne del tutto manifesta quando il faraone cominciò ad annegare insieme alle sue truppe e gridò: «Riconosco che non c’è alcuna divinità all’infuori di Colui nel quale hanno creduto i figli d’Israele, e sono tra i musulmani». (Yunus: 90)

Così, pur conoscendo la verità, egli e i suoi cortigiani divennero adoratori della falsità e commisero ingiustizie e atti di arroganza oltre ogni limite. I suoi cortigiani gli dissero: «Maestà, lascerai forse Mosè e il suo popolo in questa situazione, permettendo loro di diffondere la corruzione nel paese e di abbandonare il culto tuo e quello delle tue divinità?»

Egli disse: «No! Ordino subito che siano uccisi i loro figli maschi e che le loro figlie siano lasciate in vita». (al-A‘raf: 127)

In realtà, venne nuovamente emanato l’ordine che era stato impartito prima della nascita di Mosè (pace su di lui). Poi fu emanato un nuovo ordine: che fossero uccisi anche i figli maschi di coloro che avevano creduto in Mosè (pace su di lui), mentre le figlie dovevano essere lasciate in vita. (Ghafir: 25)

Disse a Mosè (pace su di lui): «Se accetti come divinità qualcun altro all’infuori di me, ti farò imprigionare». (ash-Shu‘ara’: 29) Nella sua corte affollata disse: «O notabili! Non conosco per voi altra divinità all’infuori di me». (al-Qasas: 38) Disse senza alcun timore: «Io sono il vostro signore supremo». (an-Nazi‘at: 24) Con estrema impudenza disse al suo ministro Haman: «Costruisci per me una torre elevata; salirò su di essa per vedere dove si trova il dio di Mosè». (al-Qasas: 38; Ghafir: 36-37) Una volta giunse persino a decidere di uccidere Mosè (pace su di lui) e disse ai suoi cortigiani: «Lasciatemi: ucciderò questo Mosè. Poi che invochi pure il suo dio». (Ghafir: 26)

Un tipo di comportamento è quello che si riscontra in queste storie nel Faraone, nei suoi dignitari e nel suo popolo. Un altro comportamento istruttivo è quello dei maghi d’Egitto, che si erano radunati da varie parti del paese per affrontare Mosè (su di lui la pace), in difesa della propria religione. Essi dissero al Faraone: «Se prevarremo, riceveremo forse una ricompensa?»

Il Faraone rispose: «Non solo riceverete una ricompensa, ma sarete anche tra coloro che godono della mia vicinanza».

Ma quando quegli stessi maghi videro che i miracoli di Mosè (su di lui la pace) avevano sconfitto la loro magia, compresero che lì non agiva la magia, bensì la potenza divina. Allora caddero in prosternazione e gridarono: «Crediamo nel Signore dei mondi, il Signore di Mosè e di Aronne».

Tra loro si produsse all’improvviso una trasformazione così grande che, nonostante le minacce del Faraone di tagliare loro mani e piedi e di crocifiggerli, non se ne curarono affatto. Gli dissero apertamente: «Fa’ tutto ciò che puoi fare. Non rinunceremo, per riguardo a te, alla verità manifesta che abbiamo visto, né al nostro Creatore». (Al-A‘rāf: 113-126; Ṭā Hā: 70-73; al-Shu‘arā’: 41-51, cfr.).

Un altro comportamento fu quello di uno dei dignitari del Faraone. Egli aveva creduto sinceramente nel cuore, ma aveva mantenuto segreta la sua fede. Quando però il Faraone decise di uccidere Mosè (su di lui la pace), egli si alzò davanti all’intera corte e disse: «Ucciderete forse un uomo solo perché dice: “Il mio Signore è Allah”?»

Poi pronunciò un lungo e vigoroso discorso, riportato in successione nei versetti 28-44 della sura Ghāfir. Nel suo discorso mise apertamente in guardia il Faraone, gli alti funzionari e i membri del suo governo, nonché il popolo, dal castigo di Dio. Esortò tutti loro a seguire la retta via. Non si preoccupò minimamente delle conseguenze che avrebbe dovuto affrontare per aver detto quella verità.

Attraverso questa storia, il comportamento più ammirevole è quello di Mosè (su di lui la pace). Egli apparteneva a un popolo che conduceva una vita estremamente umiliante. Non possedevano neppure il coraggio sufficiente per lamentarsi un poco dell’uccisione dei loro figli. Lo stesso Mosè (su di lui la pace) era accusato di aver ucciso un egiziano e contro di lui era stato emesso un mandato d’arresto. Lasciò il paese e trovò rifugio per alcuni anni a Madyan. In queste circostanze, Allah l’Altissimo lo fece profeta e gli ordinò di affrontare un sovrano tirannico come il Faraone, munito, come miracoli, di un bastone e della mano candida. Confidando in Allah e senza alcuna forza militare, giunse alla corte del Faraone. Non si lasciò intimidire dalle sue minacce e non piegò il capo davanti alla sua tirannia e alle sue persecuzioni. Per anni continuò ad affrontare condizioni estremamente difficili. Quando il Faraone annunciò pubblicamente che lo avrebbe ucciso, gli chiuse la bocca dicendo:

(Arabo**************)

—Ho cercato rifugio nel mio e vostro Signore contro ogni arrogante e tracotante che non crede nel Giorno del Rendiconto. (Mu’min: 27)

Altri esempi storici

In questo modo, presentando nel Corano numerosi altri esempi storici, è stato chiarito con evidenza quali comportamenti e quale carattere siano apprezzati dall’Islam e quali persone esso disapprovi. Da una parte vi erano il profeta Davide (pace su di lui) e il profeta Salomone (pace su di lui), i quali, pur sedendo sul trono regale, non si allontanarono dal timore di Dio e dalla Sua adorazione. Invece dell’orgoglio e dell’arroganza, rimasero saldi nella gratitudine e nell’obbedienza. Ogni volta che avvertirono di essere messi alla prova da Dio, in quello stesso istante si prostrarono umilmente davanti a Lui. (Sād: 17-24, 34-35; an-Naml: 19-40, cfr.)

La regina di Saba, pur essendo sovrana di un popolo politeista, quando venne informata della verità l’accettò senza esitazione e non si preoccupò minimamente di sapere se il suo popolo politeista l’avrebbe sostenuta o meno. (an-Naml: 44)

Nella sura Yā Sīn si menziona un uomo della verità, la cui gente si opponeva a tre profeti e si accingeva a ucciderli lapidandoli. In quella situazione pericolosa egli accorse dalla periferia della città, esortando la sua gente; dimostrò con argomentazioni l’errore di coloro che non volevano accettare i profeti, proclamò chiaramente la propria fede e infine abbandonò ogni speranza di salvare la propria vita. In altre parole, essi lo uccisero. Tuttavia, dalla sua bocca non uscì alcuna maledizione contro gli ingiusti. Al contrario, egli sperava: «Ah, se la mia gente sapesse ancora grazie a quale cosa il mio Signore mi ha concesso l’onore e la fortuna di ottenere il perdono!» (Yā Sīn: 13-27)

Poi vengono menzionati gli abitanti della caverna, che, per proteggere la propria fede dalla persecuzione di un popolo politeista, si nascosero in una grotta di montagna confidando soltanto in Dio, senza preoccuparsi di quanto a lungo avrebbero dovuto vivere in quella condizione d’impotenza nel loro rifugio. La loro unica preoccupazione era non allontanarsi dalla via della fede. (al-Kahf: 13-20)

D’altra parte, anche di Qārūn si parla nel Corano. Era un uomo del popolo del profeta Mosè (pace su di lui). Tuttavia, per la sua devozione al mondo, era entrato tra gli intimi cortigiani del faraone. Divenne proprietario di immense ricchezze ottenute illecitamente e cominciò a vantarsene. Quando le persone rette lo esortavano a condurre una vita virtuosa, respingeva i loro sforzi dicendo: «Tutto ciò che ho ottenuto è frutto delle mie capacità». Le persone accecate dall’attrazione del mondo, vedendo il suo splendore, lo consideravano molto fortunato e desideravano a loro volta possedere una fortuna simile. Ma quando Dio lo fece sprofondare sotto terra insieme alle sue ricchezze e al suo palazzo, ciò divenne una lezione per coloro che desideravano una fortuna come la sua. (al-Qasas: 76-82)

Dio aveva trasformato in un paradiso terreno la terra in cui viveva il popolo di Saba. Ma quando essi adottarono la via della disobbedienza a Dio, Egli li distrusse con una terribile inondazione. I loro giardini si trasformarono in cespugli di piante selvatiche e furono dispersi in modo tale da diventare per gli Arabi un esempio proverbiale. (Saba’: 15-19)

Il peggior esempio è offerto dagli ebrei. Disobbedendo a Dio, provocarono due volte nella storia grandi disordini e dovettero subirne la punizione. Una volta, i severi sovrani babilonesi e assiri li sottomisero. La seconda volta, i Romani li dispersero dalla Palestina in ogni parte del mondo. Dopo essere stati dispersi in quest’ultima occasione, giunsero in Arabia. Ogni loro difetto morale era noto agli arabi. Il Corano, mettendo in luce questi difetti, dice alla gente che Allah detesta profondamente persone di questo genere. Essi si abbandonavano consapevolmente ai peccati, contrariamente agli insegnamenti della religione e confidando di essere comunque perdonati, al fine di soddisfare i propri interessi mondani e i desideri delle proprie passioni. (al-Aʿrāf: 169)

Dicevano: «Non pecchiamo appropriandoci delle ricchezze dei non ebrei e trattandoli male». (Āl ʿImrān: 175) I loro dotti, pii e asceti consumavano ingiustamente i beni della gente. (al-Tawba: 34) L’usura era ampiamente diffusa tra loro, sebbene fosse vietata dalla loro religione. (al-Nisāʾ: 161)

Attribuivano ingiustamente a Salomone (pace su di lui) le attività sataniche che avevano reso fiorente con l’aiuto della magia e degli spiriti maligni. (al-Baqara: 102)

Tra loro si erano diffusi ogni genere di abuso e di peccato, ed essi avevano abbandonato il dovere di impedirsi reciprocamente le cattive azioni. Per questo sprofondavano nell’abisso della decadenza morale. (al-Māʾida: 79) Questi sono difetti che il Corano ha descritto come cause generali della distruzione di tutti i popoli. In effetti, nella sūra Hūd, dopo aver narrato come i popoli antichi fossero ripetutamente colpiti dal castigo, viene detto: «Tra le generazioni che vi hanno preceduto non vi erano persone che impedissero agli uomini di diffondere la corruzione sulla terra? Ve ne furono soltanto poche, che Noi salvammo tra loro. Altrimenti, gli ingiusti si abbandonavano ai piaceri ai cui mezzi Noi li avevamo provvisti in abbondanza, ed erano criminali». (versetti: 116-117)

Le corruzioni condannate dal Corano

Questo era un modo espositivo con cui il Corano, narrando gli eventi storici, impartiva il suo insegnamento morale. Il secondo modo espositivo consiste nel condannare direttamente le cattive condotte, le cattive azioni e i cattivi caratteri che si trovavano tra i Quraysh, gli arabi e la società umana in generale. Si trattava di azioni malvagie che nessuno aveva il coraggio di definire buone. In contrapposizione a esse, il Corano spiega quali siano le virtù, i caratteri e le azioni rette con cui l’Islam vuole vedere adornati l’individuo e la società. Erano virtù morali la cui grandezza etica nessuno aveva il coraggio di negare.

Ora esporremo i difetti che il Corano ha condannato e dai quali, secondo quanto ha detto agli uomini, l’Islam vuole purificare la vita umana.

—Certa è la rovina per chiunque ingiuria la gente in faccia ed è abituato a sparlare alle sue spalle; per colui che accumula ricchezze e le conta più e più volte, pensando che la sua ricchezza rimarrà per sempre con lui. (al-Humaza: 1-3)

—Hai visto colui che nega la ricompensa e il castigo dell’Aldilà? È colui che scaccia l’orfano e non incita a nutrire il povero. (Vale a dire: non incita né se stesso né gli altri a fare qualcosa per alleviare la fame dei poveri e dei bisognosi.) Poi, guai a coloro che pregano, ma sono negligenti e incuranti della propria preghiera; a coloro che ostentano e si mostrano ipocritamente, e che rifiutano di prestare alla gente anche le cose di uso comune. (al-Māʿūn)

La condizione dell’uomo è tale che, quando il suo Signore lo mette alla prova e, per metterlo alla prova, gli concede onore e favori, egli dice: «Il mio Signore mi ha onorato». Ma quando lo mette alla prova e, per questo, gli restringe il sostentamento, egli dice: «Il mio Signore mi ha umiliato». Niente affatto! (Vale a dire: questa non è la misura dell’onore e del disonore.) Anzi, non trattate gli orfani con rispetto, non vi esortate a vicenda a nutrire il povero, divorate tutta l’eredità accumulata e siete completamente assorbiti dall’amore per la ricchezza. (al-Fajr: 15-20)

—Coloro che divorano ingiustamente i beni degli orfani riempiono di fuoco i propri ventri. (an-Nisāʾ: 10)

—La brama di accumulare sempre più beni mondani e di superarvi gli uni gli altri vi ha immersi nell’incuria, finché, presi da questa brama, siete giunti alle tombe. Niente affatto! (Vale a dire: non c’è alcun bene in questo.) Presto saprete. (at-Takāthur: 1-3)

—Non obbedire mai a una persona che giura continuamente e che è spregevole; che insulta, maledice e va in giro a diffondere calunnie; che ostacola il bene ed è dedita all’ingiustizia e alla trasgressione; che è profondamente malvagia, violenta, immorale e inoltre di ignobili origini. (Non sottometterti alla sua pressione solo perché) possiede grandi ricchezze e numerosi figli. (al-Qalam: 10-14)

—Guai ai truffatori, la cui condizione è questa: quando ricevono dalla gente, esigono la misura piena, ma quando misurano o pesano per gli altri, li danneggiano. Non capiscono forse che saranno resuscitati in un Giorno immenso? Nel Giorno in cui tutti gli uomini staranno davanti al Signore dei mondi. (al-Muṭaffifīn: 1-6)

—Misurate con precisione e giustizia e non alterate l’asta della bilancia (per ingannare l’acquirente). (ar-Raḥmān: 9)

—(Nel Giorno della Risurrezione, gli abitanti del Paradiso) chiederanno ai colpevoli abitanti dell’Inferno: «Che cosa vi ha condotti all’Inferno?». Essi risponderanno: «Non eravamo tra coloro che pregavano, non nutrivamo gli orfani, ci univamo a coloro che componevano discorsi contrari alla verità e negavamo il Giorno della Retribuzione». (al-Muddaththir: 40-46)

—(Nel giorno della Resurrezione, quando l’abitante dell’Inferno sarà condotto in catene, gli sarà detto:) «Questi non credeva nel Dio grandissimo e non esortava a nutrire i poveri. Oggi, dunque, qui non ha alcun amico premuroso, né alcun cibo, se non liquido fetido, che nessuno mangia all’infuori dei colpevoli». (al-Haqqah: 33-37)

—Dice: «Ho sperperato immense ricchezze». Crede forse che nessuno lo abbia visto? (al-Balad: 6-7)

—Sperperare immense ricchezze significa spendere denaro in eccesso per ostentare la propria ricchezza e manifestare il proprio orgoglio e la propria arroganza. Il significato dell’ultima frase è questo: colui che ostenta tale orgoglio e arroganza crede forse che nessuno lo veda, osservando come abbia acquisito la ricchezza e in quale opera e con quale intenzione l’abbia sperperata?»

—Coloro che spendono i propri beni sulla via di Allah, dopo averli spesi non chiedono ad alcuno alcuna ricompensa e non arrecano sofferenza a colui che ha ricevuto il beneficio: la loro ricompensa è presso il loro Signore e per loro non vi sarà motivo di tristezza né di timore.

Una parola gentile e il perdono per un torto sono migliori dell’elemosina seguita da sofferenza. (al-Baqara: 162-163)

—Non vanificate le vostre elemosine chiedendo una ricompensa e arrecando sofferenza, come colui che spende i propri beni per farsi vedere dalla gente. (al-Baqara: 264)

—Colui che è avaro nello spendere i beni che Allah gli ha concesso per Sua grazia non pensi che ciò sia un bene per lui; al contrario, è estremamente nocivo per lui. Ciò che ha accumulato per avarizia sarà trasformato, nel Giorno della Resurrezione, in catene da porre al loro collo. (Āl ʿImrān: 180)

L’avarizia non consiste soltanto nel fatto che una persona non spenda le proprie ricchezze né per sé né per i propri figli. Avarizia significa piuttosto continuare a sperperare tutto nei propri piaceri, divertimenti e nell’ostentazione delle proprie ricchezze, senza avere alcuna inclinazione a spendere per una buona causa.

-Allah non ama mai chi è superbo e si vanta della propria superiorità. Coloro che sono avari e invitano anche gli altri all’avarizia, occultando ciò che Allah ha concesso loro per Sua grazia. (Nisā’: 36-37)

-Avranno successo soltanto coloro che si sono preservati dalla grettezza d’animo. (Taghābun: 16)

-Non parlare alla gente voltando il viso altrove e non camminare sulla terra con superbia. Allah non ama alcun superbo vanaglorioso. Sii moderato nel tuo modo di camminare e abbassa un po’ la voce. Tra tutte le voci, quella dell’asino è la più sgradevole. (Luqmān: 18-19)

-Non desiderate ciò con cui Allah ha favorito alcuni di voi più di altri. (Nisā’: 32)

La causa principale dell’invidia e della rivalità è l’agitazione che si prova vedendo qualcuno superiore a sé sotto qualche aspetto; per questo l’uomo continua a soffrire interiormente. Desidera il male dell’altro per il proprio bene. E, non potendo raggiungere quel progresso con mezzi leciti, ricorre a mezzi illeciti.

-O Profeta! Di’ alla gente: «Il mio Signore ha proibito le azioni oscene, palesi o segrete, i peccati e ogni trasgressione contro il diritto. Ha inoltre proibito che associamo ad Allah dei soci senza che Egli abbia fatto scendere alcuna prova a loro sostegno, e che diciamo di Allah ciò di cui non avete conoscenza quanto alla sua provenienza da Allah». (A‘rāf: 33)

-Non usate il nome di Allah nei vostri giuramenti per sottrarvi al compimento del bene, alla devozione e alla riconciliazione tra le persone. (Baqara: 224)

-Mantenete il patto contratto con Allah quando avete stretto un accordo con Lui. Non rompete i vostri giuramenti dopo averli confermati, avendo preso Allah come testimone contro di voi. Allah è ben informato su tutte le vostre azioni. Non siate come quella donna che filò il filo con fatica e poi lo ridusse in brandelli con le proprie mani. Non fate dei vostri giuramenti uno strumento di inganno e frode tra voi, affinché un gruppo possa ottenere maggiori vantaggi dell’altro. In verità, Allah vi mette alla prova mediante questi giuramenti e questi patti. (Nahl: 91-92)

-E per coloro che, dopo aver fermamente contratto un patto con Allah, lo violano, recidono tutti i legami che Allah ha ordinato di mantenere e diffondono la corruzione sulla terra, vi sarà la maledizione e nell’Aldilà avranno la peggiore dimora. (ar-Raʿd: 25)

-Quando un re entra in un paese, lo devasta e umilia i suoi nobili abitanti. È così che agiscono. (an-Naml: 34)

-I difetti morali condannati nella sura al-Hujurāt sono: deridere gli uni gli altri, insultarsi, chiamarsi con nomi offensivi, nutrire ingiustamente cattivi sospetti, spiare la condizione altrui e sparlare degli altri alle loro spalle. (Si vedano i versetti 11-12)

-Sono certamente in perdita coloro che, per ignoranza, hanno ucciso i propri figli. (al-Anʿām: 140)

-Quando a uno di loro viene annunciata la nascita di una figlia, il suo volto si oscura e rimane colmo di angoscia, come se ingoiasse un sorso di sangue. Si nasconde dalla gente, chiedendosi come potrà mostrarsi davanti a loro dopo questa cattiva notizia. Pensa se tenere la bambina con disonore oppure seppellirla nella terra. (an-Nahl: 58-59)

-(Nel Giorno della Resurrezione, quando la gente sarà condotta davanti al Signore,) alla bambina sepolta viva sarà chiesto: «Per quale colpa sei stata uccisa?». (at-Takwīr: 8-9)

-Chi commette egli stesso un crimine o un peccato e poi ne accusa un innocente si carica sulle spalle una grande calunnia e un grave peccato. (an-Nisāʾ: 112)

-Non difendere alcun traditore. Allah non ama chi tradisce ed è dedito al peccato. (an-Nisāʾ: 105-107)

-Il traditore si presenterà nel Giorno della Resurrezione portando con sé il proprio tradimento. Poi a ogni persona sarà data pienamente la ricompensa per ciò che ha guadagnato, e nessuno subirà ingiustizia. (Āl ʿImrān: 161)

-Non tradite consapevolmente ciò che è stato affidato ad altri. (Al-Anfāl: 27)

-Ciò che date a interesse affinché aumenti la ricchezza degli altri non aumenta presso Allah; invece, ciò che date in zakāt desiderando il compiacimento di Allah, ebbene, sono proprio coloro che versano la zakāt ad accrescere i loro beni. (Al-Rūm: 39)

-Non consumate ingiustamente i beni gli uni degli altri; tuttavia, se si tratta di una transazione conclusa con il reciproco consenso, è diverso. Non uccidetevi a vicenda. … E chiunque tra voi lo faccia con ingiustizia e prevaricazione, lo getteremo certamente nell’Inferno. (Al-Nisāʾ: 29-30)

-Non consumate ingiustamente i beni gli uni degli altri, né portateli ai giudici con l’intento di consumare consapevolmente una parte dei beni altrui. (Al-Baqara: 188)

-Ciò significa anche non cercare di ottenere vantaggi illeciti corrompendo il giudice. Pur sapendo che il bene appartiene in realtà all’altra persona, non portare la causa in tribunale al solo scopo di approfittare del fatto che essa non sarà in grado di dimostrare la propria proprietà, oppure di vincere la causa ricorrendo a qualche manipolazione.

-I testimoni non devono rifiutarsi di rendere testimonianza quando saranno convocati a testimoniare, e non dovete occultare la testimonianza. Chi la occulta avrà il cuore macchiato dal peccato. (Al-Baqara: 282-283)

-Astenetevi dal mentire. (Al-Ḥajj: 30)

Rientra in ciò anche la falsa testimonianza, riguardo alla quale il Profeta (pace e benedizioni su di lui) dice: «La falsa testimonianza equivale allo shirk nei confronti di Allah».

-Chi intercederà per una buona azione ne avrà una parte, e chi intercederà per una cattiva azione ne avrà una parte. (an-Nisāʾ: 85) In altre parole, sarà partecipe sia dell’azione buona sia di quella cattiva.

-Nei versetti da 4 a 23 della Sura an-Nūr viene severamente condannato il calunniare le donne caste, il diffondere tali accuse dopo averle ascoltate e il propagare l’oscenità nella società. Ritengo sufficiente citare soltanto questi versetti, senza riportarne una spiegazione dettagliata. Inoltre, la questione non riguarda esclusivamente le donne: è peccato anche rivolgere agli uomini una buhtān, cioè una falsa calunnia.

-Vivete con le vostre mogli nel modo migliore. (an-Nisāʾ: 19)

-Quando divorziate dalle donne e il termine della loro ʿidda si avvicina alla conclusione, trattenetele con benevolenza oppure lasciatele andare con benevolenza. Non trattenetele per far loro del male e commettere abusi nei loro confronti. Chi agisce così commette un’ingiustizia contro se stesso. (al-Baqara: 231)

-Sposate le donne con il permesso dei loro tutori e versate loro la dote in modo riconosciuto, affinché il vincolo matrimoniale sia tutelato. Non abbandonatevi liberamente a rapporti sessuali e non intrattenete di nascosto relazioni sessuali illecite. (an-Nisāʾ: 25)

-O Profeta! Chiedi alle donne di impegnarsi a non associare nulla ad Allah, a non commettere adulterio, a non uccidere i propri figli, a non inventare e portare davanti a sé alcuna falsa calunnia e a non disobbedirti in ciò che è riconosciuto come giusto. (al-Mumtaḥana: 12)

-Riguardo al significato dell’inventare e portare una falsa calunnia, vi sono due interpretazioni. La prima è che una donna accusi altre donne di avere una relazione illecita con un uomo estraneo e diffonda tale accusa. La seconda è che un figlio sia nato dal seme di un altro uomo e che il marito venga ingannato facendogli credere che quel figlio sia suo.

-O figli di Adamo! Vi abbiamo fatto scendere un abito per coprire le parti intime del vostro corpo. Esso è anche un mezzo di ornamento. O figli di Adamo! Satana non vi getti nella tentazione, come fece con i vostri genitori (Adamo e Eva, che Allah li benedica), espellendoli dal Paradiso-

e i loro abiti furono rimossi da loro, affinché le loro parti intime diventassero visibili l’una all’altra. (Al-A’raf: 26-27)

-O Profeta (pace e benedizioni su di lui)! Di’: «Chi ha proibito l’ornamento di Allah, che Egli ha fatto uscire per i Suoi servi, e chi ha proibito le cose pure da mangiare?». (Al-A’raf: 32)

-La bid’a del monachesimo è stata inventata da loro stessi (i cristiani). Noi non l’abbiamo resa obbligatoria per loro. (Al-Hadid: 27)

-Dai frutti delle palme da dattero e dell’uva ricavate anche sostanze inebrianti e un buon sostentamento. (An-Nahl: 67) Ciò significa che avete usato il buon sostentamento che Allah vi aveva dato per farne una cosa cattiva, cioè una sostanza che provoca ebbrezza.

Nel Corano sono state condannate queste cattive inclinazioni, qualità e azioni. Nessuno poteva negare la loro dannosità. Nessun individuo tra i Quraysh e gli Arabi aveva il coraggio di sostenere che la propria società fosse pura da tali ingiustizie. Né qualcuno poteva affermare che uno qualunque dei mali dai quali il Corano trattiene fosse presente nel Messaggero di Allah o nei suoi Compagni. Fatta eccezione per gli ostinati e testardi, tutti coloro che possedevano una mentalità pura e libera dalle superstizioni non avevano altra scelta che riconoscere che, in realtà, anche le persone e la società dovevano tenersi lontane da tali mali, e che non commetteva alcun crimine colui che desiderava purificare la vita umana da essi.

Ampia guida morale

Insieme all’identificazione di queste cattive azioni, il Corano offrì ripetutamente un’ampia guida morale, le cui nobili qualità influenzavano il cuore e la mente, cosicché per ogni persona di natura sana non vi era altra possibilità che accettarle come verità. Essa risultava particolarmente attraente anche per un’altra ragione: non si limitava a descriverle. Al contrario, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), che le presentava, e coloro che avevano creduto in lui le osservavano pienamente. Di seguito vengono citate in successione:-

Allah ordina la giustizia, la benevolenza e la generosità verso i parenti; vieta la corruzione, il peccato, l’impudicizia, l’oppressione e ogni eccesso. Egli vi ammonisce affinché possiate trarne insegnamento. (Nahl: 90)

O Muhammad (pace e benedizioni su di lui)! Di’ alla gente: «Venite, vi riferirò ciò che il vostro Signore vi ha proibito. Ecco: non associate a Lui nessuno nella Sua divinità. Trattate bene i genitori. Non uccidete i vostri figli per timore della povertà: Noi provvediamo a voi e provvederemo anche a loro. Non avvicinatevi alle azioni impudiche, siano esse manifeste o nascoste. Non uccidete alcuna persona che Allah ha reso inviolabile, se non secondo verità e giustizia. Queste sono le cose alle quali Egli vi ha esortato ad attenervi, affinché possiate agire con consapevolezza. E non avvicinatevi ai beni dell’orfano, se non nel modo migliore, fino a quando non abbia raggiunto la maturità. Misurate e pesate con giustizia: Noi non imponiamo a nessuno un peso superiore alle sue capacità. Quando parlate, dite parole giuste, anche se si tratta di un vostro parente. E mantenete il patto stipulato con Allah.»

[Per patto stipulato con Allah si intendono i patti che l’uomo stringe con Allah, i patti stipulati con gli uomini nel nome di Allah, nonché quel patto che si instaura spontaneamente tra l’uomo e Allah e tra l’uomo e gli altri uomini quando una persona nasce sulla terra di Allah, in una società umana. Sebbene, nel caso di quest’ultimo patto naturale (), la volontà e la coscienza dell’uomo non compiano alcun atto per stipularlo, tuttavia, quanto al suo carattere onorevole, esso non è per nulla inferiore al patto consapevolmente stipulato. —L’autore.]

Allah vi ha dato questi ammonimenti affinché possiate trarne insegnamento. (An’am: 151-152)

Il vostro Signore ha decretato: primo: non adorerete nessuno all’infuori di Lui; piuttosto, adorerete soltanto Lui.

Secondo: trattate bene i genitori. Se uno di loro, o entrambi, raggiungono la vecchiaia presso di voi, non dite loro nemmeno «uff». Non rimproverateli e rivolgetevi a loro con rispetto. Siate umili e sottomessi davanti a loro e pregate: «O mio Signore, abbi misericordia di loro, così come essi mi hanno allevato durante l’infanzia con misericordia, tenerezza e affetto». Il vostro Signore conosce meglio di chiunque altro ciò che è nei vostri cuori. Se siete virtuosi, Egli è certamente indulgente verso tutti coloro che, consapevoli delle proprie colpe, si comportano da servi penitenti.

Terzo: date ai parenti ciò che loro spetta, e date ciò che spetta ai poveri e al viandante.

Quarto: non spendete con prodigalità. In verità, i prodighi sono fratelli di Satana, e Satana è ingrato verso il suo Signore.

Cinque: Se dovete evitare loro (cioè i bisognosi) perché state cercando la misericordia di Allah nella quale sperate, allora rispondete loro con parole gentili e cortesi.

Sei: Non tenete le vostre mani legate al collo (non siate avari), altrimenti sarete biasimati e incapaci. Il tuo Signore concede abbondanza di sostentamento a chi vuole e lo riduce a chi vuole. Egli conosce pienamente i Suoi servi e li osserva.

Sette: Non uccidete i vostri figli per paura della povertà. Noi provvederemo al loro sostentamento e anche al vostro. In verità, ucciderli è un grave errore.

Otto: Non avvicinatevi alla fornicazione. È un atto estremamente osceno e una via pessima.

Nove: Non commettete il crimine di uccidere una vita che Allah ha dichiarato sacra, salvo per giusta causa. A chi è stato ucciso ingiustamente abbiamo concesso il diritto al qiṣāṣ. Egli non deve tuttavia oltrepassare i limiti nell’uccisione. Sarà aiutato.

Dieci: Non avvicinatevi ai beni degli orfani, se non nel modo migliore, fino a quando non raggiungano la maturità.

Undici: Mantenete gli impegni e le promesse. Sarete interrogati riguardo alle promesse.

Dodici: Quando misurate con un recipiente, riempitelo completamente. E quando pesate con la bilancia, fatelo con una bilancia precisa. Questo è il modo migliore e anche quello migliore quanto alle conseguenze.

Tredici: non perseguire ciò di cui non hai alcuna conoscenza. Sappi con certezza che gli occhi, le orecchie e il cuore saranno interrogati su ogni cosa.

Quattordici: non camminare sulla terra con superbia. Non potrai né squarciare la terra né raggiungere l’altezza delle montagne.

Il male di ciascuna di queste cose è detestabile presso il tuo Signore. Queste sono parole sagge che il tuo Signore ti ha rivelato (Banī Isrāʾīl: 23-30).

Adora Allah e non associare alcunché a Lui nell’adorazione. Tratta bene i genitori. Comportati bene con i parenti, gli orfani e i poveri. Tratta con misericordia e benevolenza il vicino parente, il vicino estraneo, il compagno al tuo fianco, il viandante e coloro che sono sotto la vostra autorità. (Nisāʾ: 36)

La rettitudine non consiste nel volgere il volto verso l’oriente o verso l’occidente. La rettitudine consiste nel fatto che l’uomo creda sinceramente in Allah, nell’Ultimo Giorno, negli angeli, nel Libro e nei profeti, e che, per amore di Allah, doni i propri beni prediletti ai parenti, agli orfani, ai poveri, ai viandanti e a coloro che chiedono aiuto. E che spenda per liberare gli schiavi. Che compia la preghiera e versi la zakāt. Sono virtuosi coloro che, quando stringono un patto, mantengono la loro promessa, perseverano nella povertà e nelle avversità e rimangono saldi nella lotta per la verità contro la falsità. Essi sono i sinceri e i timorati di Allah. (Baqara: 177)

In verità hanno avuto successo i credenti che sono umili e devoti nelle loro preghiere, che custodiscono le loro parti intime dalla nudità e dalla dissolutezza sessuale, eccetto con le proprie mogli e con le schiave in loro possesso, riguardo alle quali non saranno biasimati. Ma coloro che desiderano altro oltre a ciò sono trasgressori. E hanno avuto successo i credenti che custodiscono i loro depositi e i loro patti e preservano le loro preghiere. (Muʾminūn: 1-9)

I veri servi del Misericordioso sono coloro che camminano sulla terra con umiltà e, quando gli ignoranti rivolgono loro parole polemiche, dicono: «Pace a voi». Sono coloro che trascorrono la notte prosternati e in piedi, in preghiera, davanti al loro Signore. Sono coloro che supplicano: «O nostro Signore, salvaci dal castigo dell’Inferno! Il suo castigo è davvero rovinoso. Esso è una pessima dimora e un pessimo luogo di soggiorno». Sono coloro che, quando spendono, non sono né prodighi né avari, ma mantengono una giusta misura tra i due estremi. Sono coloro che non invocano altra divinità insieme ad Allah, non uccidono ingiustamente una persona che Allah ha dichiarato inviolabile e non commettono adulterio. Chi commette tali azioni incontrerà la punizione del suo peccato. Nel Giorno della Resurrezione il castigo gli sarà raddoppiato e vi resterà con ignominia. Tuttavia, se qualcuno, dopo aver commesso questi peccati, si pente, crede e comincia a compiere opere buone, Allah trasformerà le sue cattive azioni in opere buone. Egli è davvero Perdonatore e Misericordioso. Chi si pente e comincia a compiere buone opere ritorna ad Allah come è giusto che ritorni.

I veri servi del Misericordioso sono coloro che non rendono falsa testimonianza e che, quando passano accanto a un’attività vana, se ne allontanano con grande cortesia e decoro. Quando vengono esortati mediante i versetti del loro Signore, non rimangono sordi e ciechi davanti ad essi. Sono coloro che pregano: «O nostro Signore, donaci, attraverso le nostre mogli e i nostri figli, conforto per gli occhi e rendici guide dei timorati». (Furqān: 63-74)

-Tutto ciò che vi è stato dato qui non è altro che un mezzo per vivere per qualche tempo in questo mondo. Invece ciò che è presso Allah è migliore e imperituro. Esso è per coloro che hanno creduto e confidano nel loro Signore. [Vale a dire: non confidano nelle proprie forze, intelligenza, capacità e mezzi, bensì nella grazia di Allah, e credono che soltanto la guida da Lui concessa sia vera e corretta. Credono inoltre che presso di Lui nessuna ricompensa per una buona azione andrà perduta — l’Autore.]

Coloro che si tengono lontani dai grandi peccati e dalle azioni indecenti; e quando si adirano, perdonano. Coloro che obbediscono al comando del loro Signore, osservano la preghiera, conducono i propri affari sulla base della consultazione reciproca e spendono di ciò che abbiamo concesso loro come sostentamento. [Per sostentamento si intende il sostentamento lecito. Nel Corano, il patrimonio illecito non è mai stato definito sostentamento da Allah. Il significato del versetto è che,

a. spende del sostentamento lecito che gli abbiamo concesso.

b. non accumula quel sostentamento, bensì lo spende.

c. ne spende anche sulla via di Allah. Non dona tutto soltanto a beneficio di sé stesso.]

Quando subiscono un’aggressione, si difendono. La ricompensa di un’azione malvagia è un male equivalente. Ma chi perdona e ristabilisce la riconciliazione, avrà la sua ricompensa presso Allah. In verità, Egli non ama gli ingiusti. E coloro che, dopo aver subito un’ingiustizia, si difendono non possono essere biasimati. Il biasimo è rivolto soltanto a coloro che opprimono gli altri e commettono ingiustizie sulla terra. Per costoro vi è un castigo doloroso. Tuttavia, chi persevera con pazienza e perdona, compie certamente un atto di grande coraggio. (ash-Shūrā: 36-43)

-L’uomo è stato creato incline all’angustia. Perciò, quando lo colpisce una disgrazia, si agita terribilmente, e quando ottiene l’agiatezza comincia a diventare avaro. Sono esenti da questi difetti coloro che pregano e osservano costantemente la preghiera (seguendone correttamente le regole e le prescrizioni), coloro nei cui beni vi è una quota stabilita per chi chiede aiuto e per chi è privo di mezzi [Vale a dire: hanno stabilito che nei loro beni vi sia una determinata quota destinata a chi chiede aiuto e a chi è privo di mezzi, che continueranno a distribuire. Chi chiede aiuto è una persona bisognosa che domanda assistenza. Chi è privo di mezzi è colui del quale si viene a sapere che, poveretto, è privato dei mezzi per soddisfare le proprie necessità, che venga a chiedere oppure no. Dopo aver appreso la sua condizione, lo aiuta spontaneamente. —L’Autore.] coloro che riconoscono come vera la Giornata del Giudizio e temono il castigo del loro Signore, poiché il castigo del loro Signore non è qualcosa di cui ci si possa sentire al sicuro; coloro che custodiscono le proprie parti intime (dalla nudità e dalla fornicazione), eccetto che con le loro mogli e con le schiave che possiedono (e, se non custodiscono con esse le proprie parti intime), non saranno biasimati. Ma coloro che desiderano altro oltre a ciò sono trasgressori; coloro che mantengono le promesse e gli impegni assunti, coloro che rimangono saldi nella sincerità riguardo alle loro testimonianze e coloro che custodiscono le loro preghiere. (al-Maʿārij: 19-34)

-Affrettatevi sulla via che conduce al perdono del vostro Signore e a quel Paradiso la cui ampiezza è come quella della terra e dei cieli, preparato per coloro che temono Allah.

Coloro che spendono i propri beni sulla via di Dio tanto nella prosperità quanto nella difficoltà, che reprimono la collera e perdonano le colpe degli altri. Queste sono le persone virtuose che Allah ama. La loro condizione è questa: quando commettono una cattiva azione (cioè un peccato) e fanno torto a se stessi, ricordano Allah e chiedono perdono per il peccato. E chi può perdonare i peccati se non Allah? Inoltre, non persistono consapevolmente nelle loro azioni passate. (Al ‘Imran: 133-135)

—Abitanti del Paradiso sono coloro che mantengono i propri voti [Per voto si intende una buona azione che una persona ha giurato spontaneamente di compiere allo scopo di ottenere il compiacimento di Allah — l’autore.] e temono quel Giorno i cui orrori si vedranno diffondersi tutt’intorno. Essi nutrono, per amore di Allah, gli orfani, i poveri e i prigionieri, dicendo: «Vi nutriamo soltanto per amore di Allah. Non desideriamo da voi alcuna ricompensa né gratitudine. Temiamo Allah per il castigo di quel Giorno, un giorno terribilmente lungo e pieno di calamità». (Ad-Dahr: 7-10)

Affrettatevi verso la via che conduce al perdono e al Paradiso, la cui ampiezza è pari a quella dei cieli e della terra. Questo Paradiso è stato preparato per i timorati di Dio, che spendono i propri beni tanto nella prosperità quanto nella difficoltà, reprimono la collera, perdonano le colpe degli altri; e Allah ama persone così virtuose. La loro condizione è questa: quando talvolta commettono un’azione oscena o fanno torto a se stessi con un atto peccaminoso, ricordano Allah e chiedono perdono per il peccato. E chi può perdonare i peccati se non Allah? Essi non persistono consapevolmente nelle loro azioni passate. (Al ‘Imran: 133-135)

L’insegnamento della nobiltà morale

Queste dettagliate indicazioni morali sono tali che nessuna persona incline alla riforma, dotata di una certa sensibilità morale e della capacità di distinguere il bene dal male, può restarne immune. Il Corano non si è accontentato di questo. Al contrario, ha illustrato chiaramente ogni aspetto della nobiltà morale, spiegando di quali virtù l’Islam vuole adornare l’essere umano; e il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e i suoi Compagni hanno dimostrato concretamente che queste virtù non sono qualcosa da proclamare soltanto a parole, ma che l’Islam ha adornato con esse ogni vita nella quale ha trovato accesso. Poiché qui non è possibile fornirne una descrizione dettagliata, ne citerò alcuni esempi.

—Cooperate nelle opere buone e nella pietà, e non cooperate nel peccato e nella trasgressione. Temete Allah, perché Allah è severo nel castigo. (Al-Ma’idah: 2)

—(Il profeta Mosè, pace su di lui) disse: «Mio Signore, dopo il favore che mi hai concesso, non sarò mai più un sostenitore dei colpevoli». (Al-Qasas: 17)

—Respingi il male con ciò che è migliore. Noi sappiamo bene ciò che tramano contro di te. E prega: «O mio Signore, cerco rifugio in Te dalle tentazioni di Satana e cerco rifugio in Te affinché egli non si avvicini a me». [Cioè: chiedi rifugio a Dio, affinché Satana non possa mai indurti a rispondere a un insulto con un insulto, a una menzogna con una menzogna, a un’ingiustizia con un’ingiustizia, né all’ingiustizia e alla violazione dei diritti con altra ingiustizia e violazione dei diritti — l’autore.] (Al-Mu’minun: 96-98)

-Respingono il male con il bene e spendono di ciò che abbiamo loro provveduto. Quando ascoltano parole vane, si astengono dal rispondere e dicono: «Le nostre azioni sono per noi e le vostre azioni sono per voi. Pace a voi. Non vogliamo seguire la via degli ignoranti». (Al-Qasas: 54-55)

-Destineremo la dimora dell’Aldilà (il Paradiso) a coloro che sulla terra non desiderano la superiorità né vogliono diffondervi la corruzione. (Al-Qasas: 83)

-(Sono credenti) coloro ai quali, se concedessimo il potere sulla terra, istituirebbero la preghiera, organizzerebbero il sistema della zakat, ordinerebbero il bene e proibirebbero il male. (Al-Hajj: 41)

-(Le persone guidate verso la luce di Allah) si trovano in case che Egli ha permesso di elevare e nelle quali il Suo nome viene ricordato. In esse Lo glorificano mattina e sera: persone che né il commercio né gli affari e gli scambi distolgono dal ricordo di Allah, dall’istituire la preghiera e dal versare la zakat. Temono il Giorno in cui i cuori saranno sconvolti e gli occhi diventeranno di pietra. (An-Nur: 36-37)

-O voi che avete creduto! Che i vostri beni e i vostri figli non vi distolgano dal ricordo di Allah. Coloro che agiranno così saranno i perdenti. (Al-Munafiqun: 9)

-O voi che avete creduto! Siate alfieri della giustizia e testimoni per Allah, anche se la vostra giustizia e la vostra testimonianza dovessero ricadere su voi stessi, sui vostri genitori e sui vostri parenti prossimi.

La persona in questione sia ricca o povera, Allah è più sollecito di voi verso il suo bene. Non astenetevi dunque dal renderle giustizia per seguire la vostra passione. E se, per compiacerla, alterate le vostre parole o vi allontanate dalla verità, sappiate che Allah è perfettamente informato di tutto ciò che fate. (An-Nisa: 135)

-O voi che avete creduto! Rimanete saldi nella verità per Allah e siate testimoni di giustizia. Che l’ostilità verso una qualsiasi parte non vi spinga a tal punto da impedirvi di essere giusti. Siate giusti: ciò è più vicino alla taqwa. E temete Allah. Allah è pienamente informato di tutto ciò che fate. (Al-Ma’idah: 8)

-Combattete sulla via di Allah coloro che combattono contro di voi, ma non trasgredite. In verità, Allah non ama i trasgressori. (al-Baqara: 194)

-Se qualcuno commette eccessi contro di voi, commettete contro di lui eccessi nella stessa misura in cui li ha commessi contro di voi, e temete Allah. E sappiate che Allah è con coloro che si tengono lontani dal male. (al-Baqara: 194)

-Se volete vendicarvi, fatelo nella stessa misura in cui siete stati trattati ingiustamente. Ma se siete pazienti, ciò è meglio per coloro che hanno pazienza. (an-Nahl: 126)

-Udrai certamente dagli appartenenti alla Scrittura e dai politeisti parole molto dolorose. Ma se avrete pazienza di fronte a tali parole provocatorie e rimarrete saldi nel timore di Allah, ciò sarà davvero una grande prova di coraggio. (Āl ʿImrān: 186)

-Allah non ama che si dicano pubblicamente parole cattive, salvo nel caso di colui che ha subito un’ingiustizia. [Vale a dire: l’oppresso ha il diritto di levare la voce contro l’oppressore — l’autore.] (an-Nisāʾ: 148)

-Allah vi ordina di restituire i depositi ai loro legittimi depositari. [Con questa ingiunzione divina, ai cittadini della società musulmana viene impartita la direttiva di non tradire i depositi loro affidati. Al contrario, qualunque deposito sia stato loro affidato da persone che hanno riposto in loro la propria fiducia, devono restituirlo correttamente. Nel suo insieme, all’intera società e ai suoi responsabili viene impartita la direttiva di affidare le cariche di responsabilità (posizioni di fiducia) a persone capaci di sostenere il peso di tale responsabilità. Non affidate la leadership religiosa, la leadership nazionale e le cariche di governo del Paese a persone incompetenti, corrotte, mentalmente ristrette e prive di carattere. La leadership di persone disoneste conduce infatti alla rovina dell’intera società — l’autore.]

E quando giudicherete tra gli uomini, giudicate con equità.

-Solo le persone dotate d’intelletto traggono insegnamento (e il loro comportamento è questo): mantengono la promessa fatta ad Allah e non infrangono il patto. Mantengono i legami che Allah ha ordinato di mantenere. Temono il loro Signore e temono che Egli possa sottoporli a un severo rendiconto. Coloro che hanno pazienza per ottenere il compiacimento del loro Signore, istituiscono la preghiera, spendono pubblicamente e segretamente parte di ciò che abbiamo concesso loro come sostentamento e respingono il male con il bene. (ar-Raʿd: 19-22)

-Non potete raggiungere la vera bontà finché non spenderete sulla via di Allah ciò che amate. E qualunque cosa spendiate, Allah ne è informato. (Āl ʿImrān: 92)

-O credenti! Spendete sulla via di Allah le cose migliori di ciò che avete guadagnato e di ciò che Noi abbiamo fatto uscire dalla terra per voi; e non scegliete appositamente le cose peggiori da donare. Perché voi stessi non le accettereste mai, se non mostrando indifferenza nell’accettarle. Allah non ha bisogno delle vostre spese. Egli è il più ricco di ogni perfezione. (Al-Baqara: 267)

-Se fate l’elemosina pubblicamente, è una buona cosa. Ma se la tenete segreta e la distribuite ai poveri, sarà meglio per voi. Per queste azioni molti dei vostri peccati saranno cancellati, e Allah sa tutto ciò che fate. (Al-Baqara: 271)

-Se il debitore si trova in difficoltà finanziarie, concedetegli una dilazione fino a quando sarà nelle condizioni di pagare. E se fate l’elemosina, cioè se condonate il debito, ciò è meglio per voi, se comprendete. (Al-Baqara: 280)

-Sarà tenuto lontano dal fuoco dell’Inferno l’uomo sommamente timorato di Dio che dona i propri beni per purificarsi. Egli non ha ricevuto da nessuno alcun favore che debba ricambiare. Compie quest’azione soltanto per ottenere il compiacimento di Dio, il Sublime e il Sommo. (Al-Layl: 17-20)

-Spendete di ciò che vi abbiamo dato prima che giunga la morte a qualcuno di voi, e allora egli dica: «O mio Signore, se solo mi concedessi una breve dilazione, farei l’elemosina e diventerei uno dei virtuosi». (Al-Munāfiqūn: 10)

-Date agli orfani i loro beni. Non sostituite i beni buoni con quelli cattivi. E non consumate i loro beni mescolandoli ai vostri. È davvero un grave peccato. (An-Nisāʾ: 2)

-O Profeta, di’ agli uomini credenti di abbassare il loro sguardo e di custodire le loro parti intime (dalla nudità e dall’adulterio). … E di’ alle donne credenti di abbassare il loro sguardo e di custodire le loro parti intime. Non mostrino la loro bellezza, se non quella che appare spontaneamente. Si portino il lembo del velo sul petto e non mostrino la loro bellezza se non a persone quali il marito, il padre, il suocero, il figlio e altri, come è indicato nella Sura An-Nur. E non battano i piedi camminando in modo da rivelare la bellezza che tengono nascosta. (An-Nūr: 30-31)

-Se temete Dio, non parlate con voce dolce e seducente, affinché una persona dalla natura malvagia non nutra desideri nei vostri confronti. Parlate invece in modo dignitoso e diretto. Rimanete nelle vostre case e non andate in giro adornandovi e abbigliandovi come ai tempi dell’antica Jahiliyya. (Al-Ahzab: 32-33)

-O uomini! Non dichiarate illecite le cose pure che Allah vi ha reso lecite. E non trasgredite: Allah non ama i trasgressori. Mangiate delle cose pure e lecite che Allah vi ha dato e tenetevi lontani dalla disobbedienza a Dio, nel quale avete creduto. (Al-Ma’ida: 87-88)

-Gli uomini e le donne credenti sono amici gli uni degli altri. Ordinano il bene e proibiscono il male, compiono la preghiera, versano la zakat e obbediscono ad Allah e al Suo Messaggero. (At-Tawba: 71)

-Chi desidera onore e gloria sappia che ogni onore appartiene ad Allah. A Lui sale la parola pura, e l’opera buona la eleva. (Fatir: 10)

-E vi mettiamo alla prova sottoponendovi sia alla prosperità sia alla difficoltà. (Al-Anbiya: 35)

[In altre parole, vi mettiamo alla prova per vedere se, nella prosperità, non diventate arroganti, ingiusti, dimentichi di Dio e schiavi delle passioni, e se, nella ristrettezza o nelle avversità, non adottate vie vili, spregevoli e illecite. È il comportamento di una persona grettezza d’animo: nella buona sorte diventa un faraone, mentre nelle difficoltà continua a strisciare nella polvere e, per cambiare la propria situazione, ricorre a qualsiasi mezzo lecito o illecito. Il comportamento del credente consiste nel rimanere saldo nella rettitudine in ogni circostanza — l’Autore.]

Non sono desiderabili soltanto persone virtuose, ma anche una società virtuosa

Insieme a queste precedenti nobili qualità morali, nel Corano viene detto anche che lo scopo dell’Islam non è soltanto creare persone virtuose, ma anche riunirle per formare una società virtuosa. Senza di ciò, è assolutamente impossibile salvare l’umanità dai danni e conseguire la prosperità. Sebbene questo tema sia stato esposto in molti luoghi e in modi diversi, qui ne presentiamo soltanto due esempi.

(Arabo****************)

-Non abbiamo forse dato all’uomo due occhi, una lingua e due labbra? E non gli abbiamo indicato le due vie evidenti del bene e del male? Ma egli non ha osato affrontare la difficile salita. E sai tu che cos’è la difficile salita? Liberare qualcuno dalle catene della schiavitù, oppure sfamare, in un giorno di carestia, un orfano prossimo o un povero coperto di polvere. E, inoltre, unirsi a coloro che hanno creduto, i quali si esortano reciprocamente alla pazienza e alla misericordia. (Balad: 8-17)

Caratteristiche di una società virtuosa

Tra questi sono stati presentati, come esempi, la liberazione di uno schiavo o il nutrire un orfano prossimo e un povero coperto di polvere: si tratta di alcune delle numerose opere individuali di bene che dovrebbero essere compiute dal singolo.

Ma è stato considerato necessario anche che tali persone virtuose non rimangano isolate e disperse. Al contrario, devono unirsi e costituire una comunità insieme a coloro che credono e che si esortano reciprocamente alla pazienza e a mostrare misericordia verso le creature di Dio, affinché possa sorgere una società paziente e misericordiosa. Una società che rimanga salda nella purezza morale, si tenga lontana dalle azioni peccaminose e dalle loro istigazioni, affronti con coraggio le difficoltà e gli ostacoli del cammino della verità, rimanga fermamente ancorata alla via della verità e non sia tirannica né dal cuore duro verso le creature di Dio, ma piuttosto misericordiosa e affettuosa. Una società di questo genere non può essere costituita senza la fede in Dio e nell’Aldilà e senza una fiducia e una convinzione incrollabili nella legge da Lui recata. Perciò, necessariamente, queste qualità possono essere saldamente radicate soltanto in una società musulmana, che non le abbandoni nemmeno di fronte alle prove che si verificano nella vita terrena.

(Arabo******************)

Per il tempo! In verità, l’uomo è in una grande perdita, eccetto coloro che credono, compiono opere buone e si esortano reciprocamente alla verità e alla pazienza.

Qui il tempo può significare il passato o la storia. Oppure può significare il tempo che scorre, che viene consumato a ogni istante. Giurare su di esso significa che è testimone della realtà che viene esposta.

Qui il termine «uomo» è usato nel suo significato completo. Pertanto può riferirsi a ogni singolo individuo, all’insieme degli esseri umani oppure all’intera umanità.

La parola khusr può significare perdita, danno e fallimento, l’opposto di prosperità, profitto e successo.

Le quattro qualità da cui dipendono il successo e la prosperità dell’umanità

In queste poche frasi concise, giurando e parlando con certezza, si afferma che tanto la storia passata quanto la situazione presente testimoniano che l’uomo, come individuo, come popolo e come specie, non è immerso nella prosperità, bensì nella perdita. Da questa perdita sono al sicuro soltanto coloro nei quali si trovano le quattro qualità seguenti.

Fede

Vale a dire la ferma convinzione che soltanto Allah, l’Unico senza associati, è il Creatore, il Padrone, il Provveditore, Colui che soddisfa i bisogni, l’Oggetto dell’adorazione e il Sovrano al quale devono essere rivolti il culto, l’obbedienza e la glorificazione. E che la guida portata dal Messaggero di Allah è la verità da seguire. E per vita non si intende soltanto la vita temporanea di questo mondo; dopo di essa inizierà una vita eterna, nella quale gli uomini saranno chiamati a rendere conto di tutte le azioni compiute in questo mondo. Poi ne subiranno la ricompensa oppure il castigo. Questa fede è la prima condizione per ottenere successo e prosperità. Infatti, senza di essa non esiste nulla che possa porre solide fondamenta per la condotta, la morale e il comportamento, sulle quali si possa edificare il palazzo di una vita virtuosa e pura.

Senza di essa, per quanto bella possa apparire esteriormente la vita umana, essa diventa come una nave senza ancora, trascinata dalle onde degli interessi, delle ambizioni e delle fantasticherie. Non approda da nessuna parte.

Buone opere

Il rapporto tra questa qualità e la fede è come quello tra il seme e l’albero. La fede è un seme senza il quale non può nascere l’albero delle buone opere, per quanto nella vita di alcune persone possano trovarsi, anche senza fede, alcune qualità esteriori e temporanee e alcune buone azioni. L’albero, invece, rappresenta tutte quelle buone opere la cui germogliazione e il cui sviluppo sono richiesti dalla ragione e dalla logica nella vita di chi ha ricevuto il seme della fede. Se questo seme è stato piantato da qualche parte, ma l’albero delle buone opere non è nato, bisogna capire che il cuore di quella persona è diventato la tomba del seme e non vi è più alcuna garanzia di salvarsi dalla perdizione. Infatti, insieme alla fede, le buone opere costituiscono la seconda condizione per salvarsi dalla perdizione.

Le due qualità sopra menzionate possono trovarsi nelle persone a livello individuale e possono garantire soltanto il successo personale. Ma il successo collettivo non è possibile se non si forma una società dotata di tali qualità e in essa non si trovano anche quelle altre due qualità che questa sura ha indicato come condizioni per salvarsi dalla perdizione.

Esortarsi reciprocamente alla verità

La parola ḥaqq è l’opposto di bāṭil. Viene generalmente usata in due sensi. Da un lato indica ciò che è corretto, vero, giusto e conforme alla realtà, sia che riguardi la fede, la dottrina e le convinzioni, sia che riguardi le attività mondane. Dall’altro indica ciò che l’essere umano è tenuto ad adempiere, che si tratti del diritto di Dio, del diritto degli altri o del proprio diritto. Esortarsi alla verità significa dunque che la società dei veri credenti non sarà così insensibile da permettere che la falsità alzi la testa e violi i diritti delle persone mentre gli uomini assistono in silenzio allo spettacolo. Al contrario, la coscienza collettiva sarà così viva e i suoi membri considereranno loro dovere che, ovunque la falsità alzi la testa o si veda che la verità viene violata, la gente scenda in campo per opporsi alla falsità e sostenere la verità. Nessuno riterrà sufficiente essere egli stesso seguace della verità, sincero e giusto, e far rispettare i diritti di coloro che ne sono titolari; esorterà invece anche gli altri ad agire nello stesso modo. Questa è la qualità che protegge e garantisce la società dal decadimento morale. Se in una società non si trovano queste nobili qualità, essa non potrà salvarsi dalla perdizione. Anzi, quando il disordine generale continua ad aumentare, diventa difficile persino mantenere i diritti dell’individuo.

Esortarsi reciprocamente alla pazienza

Il significato lessicale della parola «sabr» è resistere e opporsi, oppure trattenersi e astenersi. Nella lingua araba, questa parola viene usata nel senso di sopportazione, pazienza, autocontrollo, fermezza della volontà e impegno risoluto e coraggioso nel fronteggiare una forza d’ostacolo. Ma nel Nobile Corano essa è stata usata in un senso così ampio che l’intera vita del credente diventa una vita di sabr.

Il significato coranico del sabr

Nel Corano questa parola è stata usata in più di cento passi. Riflettendo su tali passi, si può comprendere che essa è stata impiegata nei seguenti significati.

Mantenere le proprie emozioni, inclinazioni, aspirazioni e tendenze entro i limiti stabiliti da Allah.

Per quanto grandi possano essere i vantaggi e le occasioni di piacere e lusso ottenuti disobbedendo a Dio, non lasciarsi sviare dall’avidità e accettare con il sorriso tutte le perdite, le sofferenze e le privazioni che si devono sopportare per obbedire a Dio.

Per tutta la vita, mantenendo sottomessa la propria inclinazione, respingere ogni incitamento di Satana al peccato e ogni desiderio della propria anima. Rimanere saldi sul vero di fronte a ogni tentazione e paura. Sopportare le perdite e le sofferenze derivanti dal vivere con onestà nel mondo. Rifiutare tutti i vantaggi e le opportunità che si possono ottenere adottando mezzi illeciti.

Lungi dal lasciarsi agitare dall’invidia e dal desiderio vedendo lo splendore di coloro che si nutrono dell’illecito, non rivolgere nemmeno lo sguardo verso di esso e comprendere con mente serena che la purezza priva di sfarzo, che Allah gli ha concesso per Sua grazia, è migliore di quella sporcizia e corruzione scintillanti.

Accettare ogni sorta di rischio per l’iman. Sopportare con coraggio la tirannia e le persecuzioni dei nemici del vero. Rimanere saldi nel sostegno del vero di fronte alla tempesta dell’opposizione e all’assalto delle calamità e delle disgrazie. Non sottomettersi al falso e non lasciare spazio nel cuore all’idea di scendere a compromessi con esso.

Non lasciarsi eccitare spontaneamente dagli eccessi, dalle derisioni e dalla propaganda calunniosa degli oppositori; piuttosto, in silenzio e senza emozioni, continuare l’opera di tabligh e di riforma secondo il metodo corretto, anche quando in un futuro lontano non si intraveda alcuna possibilità che essa porti frutto.

Non perdere la pazienza di fronte a comportamenti estremamente provocatori e non compiere precipitosamente passi falsi contrari alla strategia adeguata alla da’wa del vero e dannosi per lo scopo della da’wa.

Continuare per anni a lottare contro coloro che seguono il falso, i quali trasgrediscono tutti i limiti dell’etica e della moralità e sono inebriati dal potere e dall’autorità. Tuttavia, in nessuna circostanza abbandonare l’onestà per adottare, come loro, tattiche ingiuste.

Non lasciarsi prendere dallo sconforto e dall’abbattimento vedendo la debolezza della verità di fronte al falso, i continui fallimenti di coloro che lottano per affermare la verità e i successi dei capi del falso. Non pensare mai, cedendo alla frustrazione, allo scoraggiamento e alla perdita di coraggio, che la lotta per affermare la verità sia inutile e che ora sia giusto accontentarsi di quella scarsa religiosità che si può praticare sotto un sistema di governo miscredente e peccaminoso. Anche nelle condizioni più difficili, continuare con determinazione e coraggio a sforzarsi di mantenere elevata la verità.

Un credente paziente non fa tutto questo perché ne raccoglierà i frutti già in questo mondo. Al contrario, crede che ne raccoglierà i frutti nella seconda vita che inizierà dopo la morte.

Non diventa così sconsiderato da trasformarsi in un Faraone per l’orgoglio e l’arroganza quando arrivano i giorni prosperi e ottiene il successo nel mondo. E quando arrivano i tempi difficili, non si mette a lamentarsi né esita ad adottare i mezzi più abietti pur di superare le avversità.

Mantiene il proprio equilibrio in ogni circostanza. Non cambia con il mutare dei tempi. Al contrario, rimane sempre saldo in un comportamento giusto e corretto. Quando le condizioni sono favorevoli e, anche dopo essere asceso ai vertici della ricchezza, dell’onore e della fama, non si inebria della propria superiorità. Quando talvolta viene schiacciato sotto la macina delle calamità, delle disgrazie e delle sofferenze, non permette che ciò distrugga le sue qualità umane. Qualunque forma assuma la prova da parte di Dio, sia quella di un dono o di una disgrazia, la sua pazienza rimane intatta.

Lo scopo della sura «al-ʿAsr» è questo: l’uomo può salvarsi dalla perdita soltanto quando, sia individualmente sia come membro della comunità, sarà credente, virtuoso, schierato dalla parte della verità e paziente, e quando attraverso tali persone nascerà una società in cui ognuno esorterà l’altro alla verità e alla pazienza.

Questo strumento dell’educazione morale era così potente che i politeisti coreisciti e gli infedeli d’Arabia non disponevano di alcun mezzo per contrastarlo. Per quanto numerose fossero le accuse mosse contro il Profeta e contro l’Islam, nessuna persona dotata di coscienza avrebbe potuto credere che un’educazione morale di così alto livello fosse impartita da un egoista, da un pazzo o da un mago. (147)

 

Sesta sezione

L’istituzione dell’umma musulmana universale

Uno dei punti importanti della predicazione islamica era che, in realtà, tutti gli esseri umani del mondo sono un’unica comunità e che, in quanto esseri umani, sono tutti uguali. Le differenze nella natura creata da Allah — di razza, discendenza, tribù, lingua e patria — esistono soltanto a scopo di riconoscimento, affinché tra loro possa svilupparsi uno spirito di collaborazione. Non esistono invece perché sorgano divergenze e dissensi, si sviluppi inimicizia, un gruppo consideri l’altro vile e spregevole ritenendo se stesso nobile e aristocratico, oppure perché un gruppo si impegni a opprimere, saccheggiare e annientare l’altro. Entro i limiti di questa fondamentale uguaglianza umana, se qualcosa può costituire tra gli uomini una causa lecita e giusta di distinzione, ciò è la differenza di fede e di pensiero, sulla cui base essi si sono riuniti formando un’unica comunità. E nell’umma, l’unica cosa che giustamente può essere causa di superiorità e grandezza è la taqwa: temere Allah, astenersi dalla disobbedienza a Lui e, ricordando il rendiconto nell’Aldilà, trattenersi dal percorrere vie errate.

Su questa teoria o dottrina, l’Islam ha lasciato come unica differenza tra gli uomini del mondo quella tra iman e kufr. Chiunque, qualunque sia il paese, la nazione, la tribù, la razza o la discendenza cui appartenga, e qualunque lingua parli, accetti il tawhid di Allah nel modo in cui lo ha presentato Muhammad (pace e benedizioni su di lui), riconosca Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come l’ultimo Messaggero per tutta l’umanità, il Corano come ultimo Libro di Allah e creda nell’Aldilà, è un mu’min, fratello dei credenti, membro della comunità dei credenti, membro dell’umma musulmana, e gode sotto ogni aspetto di tutti i diritti nella società musulmana. Al contrario, chi non professa questa fede è un kafir. Che si tratti del padre, della madre, del fratello, della sorella, del figlio, della figlia, della moglie o del marito di un credente, l’appartenenza alla stessa tribù, alla stessa patria o alla stessa razza non gli conferisce alcuna precedenza. Il credente può mantenere con lui i rapporti umani, ma sotto ogni altro aspetto la sua società sarà distinta dalla società musulmana. Nelle questioni mondane può conservare con lui quei rapporti che normalmente esistono tra gli esseri umani. Tuttavia, in materia di religione, non può mantenere con lui amicizia e affetto, né unirsi a lui per costituire un’unica comunità e un’unica società. Anzi, anche se suo padre è un kafir, non può pregare Allah di concedergli il perdono. Se si deve affrontare una guerra in nome della religione, il fratello combatterà contro il fratello e il padre contro il figlio, senza esitare neppure a ucciderlo. Se il paese e la nazione ostacolano la via della religione, abbandonerà la casa, la famiglia, la nazione e il paese e compirà l’hijra, ma non sacrificherà la religione al paese e alla nazione.

Questa umma è sempre stata chiamata umma musulmana. L’umma di ogni profeta era musulmana, e musulmani sono stati chiamati anche coloro che hanno creduto in Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Essa era aperta a ogni essere umano sulla terra, qualunque fosse il suo paese, a oriente o a occidente, a nord o a sud. Nessuna nazione possedeva una caratteristica che fosse negata alle altre. Le sue fondamenta non poggiavano su una nascita casuale, bensì sull’aver creduto consapevolmente e con cognizione di causa. E tutti gli esseri umani del mondo che potevano condividere questa fede potevano entrare a far parte di questa umma con uguali diritti.

Inoltre, non era un’umma che si limitasse ad accettare la fede e a starsene inattiva. Era piuttosto un’umma di da‘i, cioè di chiamatori, e di muballigh, cioè di propagatori. Ogni suo membro era un militante di un movimento, e il suo scopo più caro era trasmettere agli altri la verità che gli era giunta attraverso Allah e il Suo Messaggero. Si sforzava di salvare quante più persone possibile dalla deviazione in questo mondo e dal castigo di Allah nell’Aldilà.

Era una questione che turbava non soltanto i Quraysh, ma tutte le tribù arabe. Da migliaia di anni il loro intero sistema sociale era fondato sul tribalismo. Esso era il loro sostegno. I legami di sangue erano la base dei loro rapporti e del reciproco aiuto e sostegno. Su di essi si fondavano la loro nobiltà e il loro onore. Ogni tribù si vantava di fronte alle altre affermando che i propri antenati avevano dato il loro contributo in questa o quella materia. Quando videro sorgere al loro interno una predicazione che sradicava il tribalismo, traeva persone da ogni gruppo e tribù e le riuniva in una comunità permanente con un nome distinto — persone che non riconoscevano né la nazione né la tribù, ma fondavano la fratellanza e l’amicizia universali su una fede e un credo —, che poneva fine a tutte le antiche concezioni di orgoglio e nobiltà rendendo uguali nobili e non nobili, e considerava la differenza tra kufr e iman la base dell’amicizia e dell’inimicizia, separando il figlio dal padre, il fratello dal fratello e il marito dalla moglie, allora la loro pazienza giunse al limite. Non erano in grado di accettare questa grande rivoluzione sociale. Decisero di distruggere quella pianta fin dal germoglio, affinché da essa non potessero mai nascere fiori e dai fiori giardini. Ma coloro che possedevano una certa conoscenza e saggezza e il cui animo non era serrato dai lucchetti della superstizione e del fanatismo, compresero che quella era la medicina straordinaria capace di porre fine alle inimicizie, all’odio e al rancore tribali e di unire tutta l’Arabia. E, andando oltre, avrebbe potuto legare con la stessa corda i popoli di tutto il mondo.

La piena importanza di questa parte della predicazione islamica, il cui sommario è stato esposto sopra, potrà essere compresa quando gli uomini conosceranno dal Corano la sua descrizione dettagliata. (148)

Questa umma è sempre stata chiamata umma musulmana. L’umma di ogni profeta era musulmana, e musulmani sono stati chiamati anche coloro che credono in Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Essa era aperta a ogni essere umano sulla terra, qualunque fosse il suo paese, a oriente o a occidente, a nord o a sud. Nessuna nazione possedeva una caratteristica che fosse negata alle altre. Le sue fondamenta non poggiavano su una nascita casuale, bensì sull’aver creduto consapevolmente e con cognizione di causa. E tutti gli esseri umani del mondo che potevano condividere questa fede potevano entrare a far parte di questa umma con uguali diritti.

Inoltre, non era un’umma che si limitasse ad accettare la fede e a starsene inattiva. Era piuttosto un’umma di da‘i, cioè di chiamatori, e di muballigh, cioè di propagatori. Ogni suo membro era un militante di un movimento. Il suo scopo più caro era trasmettere agli altri la verità che gli era giunta attraverso Allah e il Suo Messaggero. Si sforzava di salvare quante più persone possibile dalla deviazione in questo mondo e dal castigo di Allah nell’Aldilà.

Era una questione che aveva turbato non solo i Quraysh, ma tutte le tribù arabe. Da migliaia di anni, l’intero loro sistema sociale era fondato sul tribalismo. La tribù era l’istituzione alla quale era legata l’esistenza della loro società. Essa era il loro sostegno. I legami di sangue costituivano la base dei loro rapporti, della solidarietà e dell’aiuto reciproco. Su di essi dipendevano il loro prestigio e il loro onore. Ogni tribù si vantava di fronte alle altre affermando che i propri antenati avevano dato contributi in determinate questioni. Ora, quando videro sorgere tra loro una predicazione che sradicava il tribalismo, che traeva persone da ogni gruppo e tribù e le riuniva in una comunità permanente, con un nome distinto — persone che non riconoscevano né una nazione né una tribù, ma fondavano la fratellanza e l’amicizia universali su una dottrina di fede —, che poneva fine a tutte le antiche concezioni di orgoglio e nobiltà, rendendo uguali nobili e non nobili, e che considerava la differenza tra miscredenza e fede come base dell’amicizia e dell’inimicizia, separando il figlio dal padre, il fratello dal fratello e il marito dalla moglie, allora la loro pazienza giunse al limite. Non erano in grado di accettare questa grande rivoluzione sociale. Decisero che quel germoglio dovesse essere distrutto fin dall’inizio, affinché da esso non potessero mai sbocciare fiori e dai fiori non potesse nascere un giardino rigoglioso. Tuttavia, coloro che possedevano una certa intelligenza e nelle cui menti non erano stati apposti i lucchetti della superstizione e del fanatismo compresero che quella era proprio la panacea capace di porre fine alle inimicizie e agli odi tribali e di unificare tutta l’Arabia. E, oltrepassando i confini dell’Arabia, capace di legare le nazioni del mondo intero con la medesima corda.

La piena importanza di questo aspetto della predicazione islamica, di cui sopra è stato riportato un sommario, potrà essere compresa quando le persone ne conosceranno la spiegazione dettagliata attraverso il Corano. (148)

Tutti gli esseri umani sono uguali per natura e l’unico criterio di superiorità tra loro è la taqwā

A questo proposito, la prima verità essenziale enunciata dal Corano era che tutta l’umanità è figlia di una sola madre e di un solo padre e che, su questa base, tutti gli esseri umani sono uguali nella loro natura fondamentale.

يَا أَيُّهَا النَّاسُ اتَّقُوا رَبَّكُمُ الَّذِي خَلَقَكُمْ مِنْ نَفْسٍ وَاحِدَةٍ وَخَلَقَ مِنْهَا زَوْجَهَا وَبَثَّ مِنْهُمَا رِجَالًا كَثِيرًا وَنِسَاءً – (النساء1)

O uomini! Temete il vostro Signore, che vi ha creati da un’unica persona, da essa ha creato la sua compagna e da entrambi ha diffuso sulla terra numerosi uomini e donne. (Le Donne, 1)

Poi, la seconda importante verità essenziale presentata dal Corano era che la molteplicità dei popoli e delle tribù, creata nell’ambito dell’unità dell’umanità, ha il solo scopo di permettere il riconoscimento reciproco. Tra loro, il criterio di nobiltà non è il lignaggio, il colore della pelle, la lingua o la patria, bensì la qualità morale della taqwā.

يَا أَيُّهَا النَّاسُ إِنَّا خَلَقْنَاكُمْ مِنْ ذَكَرٍ وَأُنْثَى وَجَعَلْنَاكُمْ شُعُوبًا وَقَبَائِلَ لِتَعَارَفُوا إِنَّ أَكْرَمَكُمْ عِنْدَ اللَّهِ أَتْقَاكُمْ –( الحجرات- 13)

—O uomini! Vi abbiamo creati da un uomo e da una donna. Poi vi abbiamo costituiti in popoli e tribù, affinché possiate riconoscervi gli uni gli altri. In verità, presso Allah, i più onorati tra voi sono coloro che sono più timorati di Dio, cioè coloro che si proteggono dalla disobbedienza ad Allah.

In questo versetto, rivolto all’intera umanità, è stata individuata quella grande deviazione che da sempre ha causato nel mondo disordini e corruzione universali: vale a dire il fanatismo per la discendenza, la razza, la lingua, la terra natale e il nazionalismo. Dai tempi più antichi fino a oggi, in ogni epoca gli uomini, generalmente ignorando gli altri esseri umani, hanno continuato a tracciare intorno a sé piccoli e ristretti confini, considerando propri coloro che vi nascevano ed estranei coloro che nascevano al di fuori di essi. Questi confini non sono stati tracciati sulla base di principi intellettuali o morali, bensì sulla base del semplice fatto della nascita. In alcuni luoghi il loro fondamento consisteva nell’essere nati in una determinata famiglia, tribù o comunità di una particolare lingua. In seguito, la distinzione tra propri ed estranei fondata su tali basi non si è limitata al fatto che a colui che veniva considerato proprio si riservassero maggiore amore, aiuto e collaborazione rispetto agli altri. Al contrario, questa distinzione ha assunto le forme più abiette di odio, inimicizia, disprezzo, oppressione e persecuzione. Sono state elaborate filosofie a sua giustificazione. Sono state inventate religioni, formulate dottrine morali e creati principi etici; le nazioni e gli Stati ne hanno fatto la propria dottrina permanente e l’hanno applicata per centinaia di anni. Su questa base, gli ebrei hanno considerato i Banū Isrāʾīl la creatura prediletta di Dio, anzi i figli di Dio, e persino nelle proprie prescrizioni religiose hanno posto i diritti e la dignità di coloro che non erano Banū Isrāʾīl a un livello inferiore rispetto a quelli degli israeliti. Tra gli indù, questa distinzione ha dato origine al sistema delle caste, secondo il quale è stata stabilita la superiorità dei bramini. In confronto alle classi elevate, tutti gli altri esseri umani sono stati considerati inferiori e impuri; quanto agli śūdra, sono stati gettati nel baratro dell’umiliazione e dell’insulto. Non è necessario cercare nelle pagine della storia le persecuzioni inflitte ai neri dell’Africa e dell’America a causa della distinzione tra neri e bianchi: anche nel ventesimo secolo chiunque può vederle con i propri occhi. Il trattamento riservato dagli europei agli indiani d’America dopo essere entrati nel continente americano, e quello riservato alle popolazioni deboli dell’Asia e dell’Africa dopo avervi imposto il proprio dominio, erano interiormente animati dall’idea che per loro fosse lecito appropriarsi della vita, dei beni, dell’onore e della dignità di chiunque fosse nato al di fuori dei confini della propria terra e della propria nazione. Ritenevano di avere il diritto di depredarli e ridurli in schiavitù, e persino, se necessario, di cancellarli dalla faccia della terra. Il culto della nazione praticato dai popoli occidentali ha trasformato una nazione in una belva feroce per le altre nazioni; i suoi esempi più abietti si sono visti nelle guerre dei tempi recenti e si vedono ancora oggi. In particolare, considerando la ferocia mostrata nella guerra mondiale passata dalla teoria razzista della Germania nazista e dall’idea della superiorità della razza nazista, si può facilmente comprendere quanto fosse pericolosa e distruttiva quella deviazione per la cui correzione e riforma fu rivelato questo versetto del Nobile Corano.

In questo breve versetto, rivolgendosi all’intera umanità, Allah l’Onnipotente ha esposto tre realtà di grandissima importanza.

Primo: alla radice siete tutti uguali. L’intera vostra discendenza ha avuto origine dallo stesso uomo e dalla stessa donna. Tutte le stirpi oggi esistenti nel mondo sono in realtà rami e ramificazioni della stessa discendenza originaria, iniziata dallo stesso padre e dalla stessa madre. In questa continuità della nascita non esiste alcun fondamento per quella differenza o superiorità e inferiorità in cui siete erroneamente coinvolti. Il vostro Creatore è lo stesso Dio. Non è che divinità diverse abbiano creato uomini diversi. Non è che alcuni siano nati dalla stessa materia e dagli stessi elementi, mentre altri siano nati da materiali impuri e inferiori, e che gli abitanti delle diverse regioni del mondo siano nati separatamente da sostanze diverse.

Secondo: nonostante l’unità della vostra origine, è naturale che siate divisi in popoli e tribù. È evidente che tutti gli uomini del mondo non possono appartenere a un’unica famiglia. Con la crescita della discendenza, era inevitabile che sorgessero innumerevoli famiglie; e dalla loro moltiplicazione era altresì naturale e inevitabile che nascessero tribù e popoli. Dopo essersi stabiliti nelle diverse regioni della Terra, era inevitabile che differissero per colore, aspetto, lingua e modo di vivere. Era inoltre naturale che gli abitanti della stessa regione fossero più vicini tra loro e che quelli delle regioni lontane fossero più distanti. Tuttavia, queste differenze e diversità naturali non implicavano affatto che sulla loro base si dovessero stabilire distinzioni tra nobili e ignobili, superiori e inferiori. Non implicavano che una stirpe ostentasse la propria superiorità sulle altre, che gli appartenenti a una razza considerassero spregevoli e insignificanti quelli di un’altra, che una nazione instaurasse la propria superiorità e il proprio dominio su un’altra, o che, quanto ai diritti umani, un gruppo ottenesse la precedenza su un altro.

Il motivo per cui il Creatore aveva ordinato i gruppi umani in popoli e tribù era soltanto che questo costituiva il modo naturale per permettere loro di riconoscersi reciprocamente e di aiutarsi e collaborare tra loro. In questo modo, gli appartenenti a una famiglia, a un gruppo di parentela, a una tribù e a un popolo potevano unirsi per formare un sistema sociale universale e aiutarsi a vicenda nelle attività della vita. Ma fu pura ignoranza satanica trasformare in orgoglio, arroganza e odio ciò che Allah l’Onnipotente aveva creato come mezzo per una naturale identificazione reciproca, e infine trasformarlo in oppressione e crudeltà.

Terzo: se esiste, o può esistere, una base per la superiorità di un essere umano sugli altri, essa consiste soltanto nella superiorità morale. Per nascita, tutti gli uomini sono uguali, perché il loro Creatore è uno solo. La loro materia e il loro processo di nascita sono gli stessi, e la genealogia di tutti risale agli stessi genitori. Inoltre, il fatto che una persona nasca in un determinato Paese o in un determinato popolo o gruppo etnico è una circostanza casuale, nella quale la sua volontà, la sua scelta, il suo impegno e il suo carattere non hanno alcun ruolo. Non vi è alcuna ragione giusta per cui, sotto questo aspetto, una persona debba essere superiore a un’altra. Il vero fondamento per cui una persona è superiore a un’altra è che tema Dio più degli altri, si tenga lontana dai peccati e percorra la via della bontà e della purezza. Una persona simile, qualunque sia la sua discendenza e qualunque siano la sua nazione e il suo Paese, merita rispetto in virtù delle proprie qualità personali. Chi invece possiede qualità opposte è una persona di livello inferiore, sia essa nera o bianca, orientale o occidentale.

Queste realtà, esposte in un breve versetto del Corano, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) le ha illustrate dettagliatamente in diversi suoi discorsi. Nel discorso pronunciato dopo il tawāf, al momento della conquista della Mecca, disse:

(Arabo*******************)

Lode a quel Dio che ha rimosso da voi i difetti dell’ignoranza preislamica, nonché il suo orgoglio e la sua arroganza. O gente! Tutti gli esseri umani possono essere divisi soltanto in due categorie. La prima: il virtuoso e timorato di Dio, che è onorato agli occhi di Allah. La seconda: il peccatore e sventurato, che è spregevole agli occhi di Allah. Altrimenti, tutta l’umanità è discendente di Adamo. E Allah creò Adamo dalla terra.

Durante il Pellegrinaggio d’Addio, a metà dei Giorni del Tashrīq, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse in un sermone:

(Arabo******************)

—O gente! Fate attenzione: il vostro Dio è uno solo. Nessun arabo ha superiorità su un non arabo, né un non arabo su un arabo; nessun bianco ha superiorità su un nero, né un nero su un bianco, e nessun nero ha superiorità su un bianco, se non in base al timore di Dio. La persona più onorata tra voi agli occhi di Allah è quella che è più timorata di Dio. Dite: vi ho trasmesso il mio messaggio? La gente riunita rispose: Sì, o Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Egli disse: Bene, allora i presenti trasmettano questo messaggio agli assenti.

In un hadith egli disse:

(Arabo***************)

—Siete tutti figli di Adamo, e Adamo è stato creato dalla terra. La gente abbandoni l’orgoglio per i propri antenati; altrimenti, agli occhi di Allah, sarà più spregevole di un vile insetto.

E aggiunge:

(Arabo************)

—Nel Giorno della Risurrezione, Allah non vi chiederà conto della vostra genealogia. Presso Allah, il più onorato tra voi è colui che è più timorato di Dio.

Aggiunge ancora: (Arabo****************)

—Allah non guarda il vostro aspetto né le vostre ricchezze; guarda invece i vostri cuori e le vostre opere.

Questi insegnamenti non erano limitati a mere parole. Al contrario, l’Islam ha istituito secondo essi una fratellanza universale dei credenti e l’ha dimostrata nella pratica: in essa non vi sono differenze di colore, stirpe, lingua, paese o nazionalità. Non vi sono concetti di superiorità o inferiorità, intoccabilità, discriminazione, divisione o fanatismo. Chiunque desideri entrarvi può farlo, e vi è entrato, godendo di pieni e uguali diritti, qualunque sia la sua stirpe, il suo popolo o il suo paese. Perfino gli oppositori dell’Islam hanno dovuto riconoscere che il principio dell’uguaglianza e dell’unità umana è stato realizzato con tale successo nella società musulmana che non se ne trova alcun esempio in nessun’altra religione o sistema al mondo, né se ne è mai trovato. Solo l’Islam è quella religione, o sistema di vita, che ha riunito le innumerevoli stirpi e nazioni sparse per il mondo, facendone un’unica ummah sulla base di un’unica aqida. (149)

Questa legge eterna sarà applicata anche nell’Aldilà

Proseguendo, il Corano informa l’umanità di questa realtà: invece della stirpe, del popolo e del paese, il principio di distinzione e di unione fondato sull’aqida e sulle opere sarà applicato allo stesso modo anche nella seconda vita dell’Aldilà, dopo la fine del mondo presente. Tutti i gruppi costituiti in questo mondo su altre basi saranno dispersi.

وَيَوْمَ تَقُومُ السَّاعَةُ يَوْمَئِذٍ يَتَفَرَّقُونَ-( الروم-14)

-Nel giorno in cui si compirà l’Ora, quel giorno tutti gli uomini si divideranno in gruppi distinti. (Ar-Rūm: 14)

Tutti i gruppi e le comunità del mondo, formatisi sulla base della stirpe, della discendenza, della patria, della lingua, della tribù, del clan e degli interessi politici ed economici, quel giorno verranno meno, e si procederà a una nuova classificazione in gruppi sulla base della pura ‘aqīda, del carattere e della condotta. Da una parte, tra le comunità passate e future dell’umanità, saranno scelti e separati i credenti e gli uomini virtuosi, che formeranno un unico gruppo. Dall’altra, tra quella sterminata moltitudine saranno scelti e separati coloro che sostengono ogni genere di dottrina e credo devianti, nonché coloro che commettono ogni tipo di ingiustizia e crimine, e formeranno gruppi distinti. In altre parole, ciò che l’Islam considera in questo mondo il vero fondamento della separazione e dell’unione degli uomini, e che i devoti dell’ignoranza rifiutano di accettare in questa vita, sarà proprio il fondamento sulla cui base, nell’Aldilà, gli uomini saranno separati e riuniti. L’Islam afferma che ciò che realmente divide e unisce gli uomini è la ‘aqīda e l’akhlaq. Coloro che credono e fondano il proprio ordinamento di vita sulla guida di Dio costituiscono un’unica umma, indipendentemente dalla regione del mondo da cui provengano. Coloro invece che seguono la via della miscredenza e della dissolutezza costituiscono un’altra umma, indipendentemente dal paese o dalla stirpe cui appartengano. La nazionalità di queste due categorie non può essere una sola. Esse non possono né percorrere insieme un’unica via di vita universale in questo mondo, né avere lo stesso destino nell’Aldilà. Dal mondo all’Aldilà, la loro via e la loro destinazione sono separate. I devoti dell’ignoranza hanno continuato in ogni epoca a proclamare con fermezza, e ancora oggi restano fedeli all’idea, che i gruppi debbano organizzarsi sulla base della stirpe, del paese e della lingua. Coloro che sono accomunati da tali fondamenti dovrebbero unirsi in un’unica nazione contro le altre nazioni dello stesso tipo, anche ignorando la loro religione e la loro ‘aqīda. E questa nazionalità dovrebbe avere un ordinamento di vita nel quale i seguaci del tawḥīd, dello shirk e dell’ateismo possano vivere tutti insieme. Questa era l’idea di Abū Jahl, Abū Lahab e dei notabili dei Quraysh. Essi accusavano ripetutamente Muḥammad (pace e benedizioni su di lui), dicendo che con il suo avvento si era creata una divisione nella nostra comunità. Contro questa concezione, il Corano avverte qui che tutte queste forme di aggregazione che avete stabilito in questo mondo sulla base dei fondamenti da voi acquisiti finiranno per crollare. Tra gli uomini non vi sarà una divisione permanente se non quella fondata sulla ‘aqīda, sulla visione della vita, sul carattere e sulla condotta: è su tali fondamenti che l’Islam vuole organizzare la vita terrena. Come possono avere la stessa via di vita coloro che non hanno la stessa destinazione? (150)

L’umma musulmana

Dopo aver considerato tutti gli uomini come un’unica realtà secondo la descrizione precedente, l’Islam ha indicato soltanto la taqwā come criterio di distinzione tra loro. Dal punto di vista dell’Islam, la taqwā consiste nell’attenersi alla ‘aqīda e ai precetti esposti da Dio, dal Suo Messaggero e nel Suo Libro. Consiste inoltre, tenendo presente la responsabilità nell’Aldilà, nell’abbandonare la condotta disobbediente e adottare quella dell’obbedienza ai comandamenti. Per questo l’Islam divide l’intera umanità in due parti: la prima è costituita da coloro che hanno creduto e la seconda da coloro che non hanno creduto. Esso riunisce i credenti in un’unica umma e la chiama umma musulmana, alla quale possono appartenere tutti i credenti del mondo. E questo non è un nome nuovo, attribuito da Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) soltanto a coloro che hanno creduto in lui. Al contrario, Dio ha dato questo stesso nome alle umme di tutti i profeti fin dai tempi più antichi.

هُوَ سَمَّاكُمُ الْمُسْلِمِينَ مِنْ قَبْلُ وَفِي هَذَا-( الحج-78)

-Dio vi aveva già chiamati musulmani in precedenza, e così vi ha chiamati anche in questo Corano. (Al-Ḥajj: 28)

L’appellativo «voi» non è rivolto in particolare soltanto a quei credenti che erano presenti al momento della rivelazione di questo versetto, né soltanto a coloro che in seguito si sono aggiunti alle schiere dei credenti. Al contrario, la seconda persona cui si rivolge questo appellativo comprende tutti coloro che, fin dall’inizio della storia umana, hanno creduto nel tawḥīd, nell’Aldilà, nella missione profetica e nei Libri celesti. In sintesi, coloro che aderivano a questa religione della verità non erano chiamati in passato Noachiti, Abrahamiti, Mosaicisti e così via; erano invece chiamati musulmani, cioè sottomessi a Dio. E ancora oggi non sono muḥammaditi, bensì musulmani. Poiché la gente non comprende questo punto, per essa è diventata un enigma la domanda su quale Libro, prima del Corano, avrebbe dato il nome ai seguaci di Muḥammad (pace e benedizioni su di lui). Non è necessario che la parola araba «musulmano» sia stata usata in ogni lingua. Tuttavia, qualunque nome sia stato dato in una lingua a coloro che hanno seguito i profeti, esso è sinonimo di «musulmano». (151)

Universalità e perennità dell’umma musulmana

الَّذِينَ آتَيْنَاهُمُ الْكِتَابَ مِنْ قَبْلِهِ هُمْ بِهِ يُؤْمِنُونَ – وَإِذَا يُتْلَى عَلَيْهِمْ قَالُوا آمَنَّا بِهِ إِنَّهُ الْحَقُّ مِنْ رَبِّنَا إِنَّا كُنَّا مِنْ قَبْلِهِ مُسْلِمِينَ-( القصص-52-53)

Coloro ai quali avevo dato il Libro in precedenza credono in questo (Corano). E quando viene recitato loro, dicono: «Crediamo in esso. Esso è davvero la verità proveniente dal nostro Signore. In verità, già prima eravamo musulmani». (Al-Qasas: 52-53)

In altre parole, anche prima credevamo nei profeti e nei Libri celesti; perciò anche allora non avevamo altra religione se non l’Islam. Poi abbiamo accettato anche il Profeta che ora è venuto da parte di Allah con il Libro. In realtà, dunque, la nostra religione non è cambiata affatto. Al contrario, come eravamo musulmani all’inizio, così lo siamo ancora oggi.

Questa dichiarazione della Gente del Libro che ha creduto, riportata nel Corano, chiarisce in modo inequivocabile che l’Islam non è soltanto il nome della religione portata dal profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), e che l’uso del termine «musulmano» non è limitato esclusivamente ai seguaci del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Al contrario, la religione di tutti i profeti, in ogni epoca, è stata l’Islam, e in ogni epoca i loro seguaci sono stati musulmani. Se questi musulmani talvolta divennero miscredenti, ciò avvenne soltanto quando rifiutarono di credere in un profeta veritiero venuto successivamente. Ma coloro che inizialmente credevano nel profeta e poi credettero nel profeta venuto in seguito non subirono alcuna interruzione nel loro Islam: come erano musulmani prima, così rimasero anche dopo.

È sorprendente che anche alcuni grandi eruditi non siano riusciti a comprendere questa realtà. Persino dopo aver visto questo versetto così chiaro, non ne furono soddisfatti. L’Allama al-Suyuti compose un’ampia trattazione su questo argomento. Egli afferma che il termine «musulmano» è riservato esclusivamente all’umma di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Quando poi questo versetto gli si presentò, dichiarò egli stesso: «La mia argomentazione è ormai confutata». Tuttavia racconta: «Pregai nuovamente Dio di concedermi, riguardo a questa questione, l’apertura del cuore e la certezza». Infine, invece di cambiare opinione, rimase fermo nella sua posizione e fornì diverse interpretazioni di questo versetto, ciascuna più debole dell’altra. Per esempio, una delle sue spiegazioni era che ان كنا من قبله مسلمينsignifica che già prima della venuta del Corano avevamo l’intenzione di diventare musulmani. Infatti avevamo appreso dal nostro Libro la notizia della sua venuta e desideravamo accettare l’Islam quando sarebbe arrivato.

La sua seconda spiegazione era che, in questa frase,مسلمين dopoبه la parola è sottintesa. In altre parole, fin dall’inizio credevamo nel Corano, perché nutrivamo la speranza del suo avvento e avevamo creduto in esso in anticipo. Pertanto eravamo musulmani non in virtù dell’aver accettato la Torah e il Vangelo, bensì in virtù dell’aver accettato il Corano prima della sua rivelazione.

La sua terza spiegazione era che fin dall’inizio fosse scritto nel nostro destino che avremmo accettato l’Islam dopo l’avvento di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e del Corano. Per questo, in realtà, eravamo già musulmani fin dall’inizio. Nessuna di queste spiegazioni lascia intravedere in lui alcun effetto dell’apertura del cuore concessa da Dio.

Il fatto è che nel Corano questa verità fondamentale è stata esposta non soltanto in questo unico luogo, ma in numerosi passaggi: in realtà, l’unica religione è l’Islam (sottomissione ad Allah). E nel regno creato da Dio, per i servi di Dio non può esistere altra religione all’infuori di questa. Fin dall’inizio dell’umanità, ogni profeta venuto per guidare gli uomini è giunto con questa religione. E i profeti (pace su di loro) sono sempre stati essi stessi musulmani. Hanno esortato i propri seguaci a rimanere musulmani. In ogni epoca, quei loro seguaci che hanno chinato il capo davanti al comando di Dio proclamato attraverso la profezia sono stati musulmani. Di seguito vengono presentati alcuni esempi a questo proposito:

إِنَّ الدِّينَ عِنْدَ اللَّهِ الْإِسْلَامُ-( آل عمران-19)

-In verità, presso Allah la religione è soltanto l’Islam.

وَمَنْ يَبْتَغِ غَيْرَ الْإِسْلَامِ دِينًا فَلَنْ يُقْبَلَ مِنْهُ-( آل عمران-85)

-E chiunque desideri una religione diversa dall’Islam, non gli sarà mai accettata.

Hazrat Noè (pace su di lui) dice:

إِنْ أَجْرِيَ إِلَّا عَلَى اللَّهِ وَأُمِرْتُ أَنْ أَكُونَ مِنَ الْمُسْلِمِينَ-( يونس-72)

-La mia ricompensa spetta soltanto ad Allah. E mi è stato ordinato di essere annoverato tra i musulmani.

Riguardo a Hazrat Ibrahim (pace su di lui) e ai suoi figli, viene detto:

إِذْ قَالَ لَهُ رَبُّهُ أَسْلِمْ قَالَ أَسْلَمْتُ لِرَبِّ الْعَالَمِينَ – وَوَصَّى بِهَا إِبْرَاهِيمُ بَنِيهِ وَيَعْقُوبُ يَا بَنِيَّ إِنَّ اللَّهَ اصْطَفَى لَكُمُ الدِّينَ فَلَا تَمُوتُنَّ إِلَّا وَأَنْتُمْ مُسْلِمُونَ – أَمْ كُنْتُمْ شُهَدَاءَ إِذْ حَضَرَ يَعْقُوبَ الْمَوْتُ إِذْ قَالَ لِبَنِيهِ مَا تَعْبُدُونَ مِنْ بَعْدِي قَالُوا نَعْبُدُ إِلَهَكَ وَإِلَهَ آبَائِكَ إِبْرَاهِيمَ وَإِسْمَاعِيلَ وَإِسْحَاقَ إِلَهًا وَاحِدًا وَنَحْنُ لَهُ مُسْلِمُونَ-( البقرة-131-133)

-Quando il suo Signore gli disse: «Sottomettiti», egli rispose: «Mi sono sottomesso al Signore dei mondi». E Ibrahim (pace su di lui) raccomandò ciò ai suoi figli, e anche Ya‘qub (pace su di lui): «O figli miei! Allah ha scelto per voi questa religione. Pertanto, non vi giunga la morte se non mentre siete “musulmani”».

(O Ebrei) Eravate forse presenti quando si avvicinò la morte di Ya‘qub? Quando egli chiese ai suoi figli: «Chi adorerete dopo di me?». Essi risposero: «Adoreremo la tua divinità e la divinità dei tuoi antenati, Ibrahim, Ismail e Ishaq, riconoscendoLo come un’unica divinità, e a Lui siamo musulmani». (Al-Baqara: 131-133)

مَا كَانَ إِبْرَاهِيمُ يَهُودِيًّا وَلَا نَصْرَانِيًّا وَلَكِنْ كَانَ حَنِيفًا مُسْلِمًا-( آل عمران-67)

-Ibrahim non era né ebreo né cristiano, bensì era un musulmano sincero. (Ali ‘Imran: 67)

Hazrat Ibrahim (pace su di lui) e Hazrat Ismail (pace su di lui) stanno pregando personalmente:

رَبَّنَا وَاجْعَلْنَا مُسْلِمَيْنِ لَكَ وَمِنْ ذُرِّيَّتِنَا أُمَّةً مُسْلِمَةً لَكَ-( البقرة-128)

-O nostro Signore! Fa’ che siamo musulmani a Te e suscita dalla nostra discendenza una comunità che sia musulmana a Te. (al-Baqara: 128)

Nella storia di Hazrat Lut (a.s.) è detto:

فَمَا وَجَدْنَا فِيهَا غَيْرَ بَيْتٍ مِنَ الْمُسْلِمِينَ-(الذاريات-36)

-Nell’abitato del popolo di Lut non trovammo alcuna casa di musulmani, eccetto una (la stessa casa di Hazrat Lut (a.s.)). (al-Dhariyat: 36)

Hazrat Yusuf prega Dio:

تَوَفَّنِي مُسْلِمًا وَأَلْحِقْنِي بِالصَّالِحِينَ-(يوسف-101)

-Fammi morire da musulmano e annoverami tra i giusti. (Yusuf: 101)

Hazrat Musa (a.s.) dice al suo popolo:

يَا قَوْمِ إِنْ كُنْتُمْ آمَنْتُمْ بِاللَّهِ فَعَلَيْهِ تَوَكَّلُوا إِنْ كُنْتُمْ مُسْلِمِينَ-(يونس-84)

-O gente mia! Se avete creduto in Allah, riponete in Lui la vostra fiducia, se siete musulmani. (Yunus: 84)

La vera religione dei Figli d’Israele non era il giudaismo, bensì l’Islam. Amici e nemici, tutti lo sapevano. In effetti, le ultime parole pronunciate dal Faraone mentre annegava nel mare furono:

آمَنْتُ أَنَّهُ لَا إِلَهَ إِلَّا الَّذِي آمَنَتْ بِهِ بَنُو إِسْرَائِيلَ وَأَنَا مِنَ الْمُسْلِمِينَ-( يونس-90)

-Ho riconosciuto che non c’è divinità all’infuori di Colui nel quale hanno creduto i Figli d’Israele, e io sono tra i musulmani. (Yunus: 90)

Anche la religione di tutti i profeti dei Figli d’Israele era questo Islam.

إِنَّا أَنْزَلْنَا التَّوْرَاةَ فِيهَا هُدًى وَنُورٌ يَحْكُمُ بِهَا النَّبِيُّونَ الَّذِينَ أَسْلَمُوا لِلَّذِينَ هَادُوا-( المائدة-44)

-Abbiamo fatto scendere la Torah, nella quale vi sono guida e luce. In base ad essa, i profeti che si erano sottomessi ad Allah giudicavano tra coloro che erano diventati ebrei. (Al-Ma’ida: 44)

Questa era la religione di Salomone (a.s.). In effetti, la regina di Saba, abbracciando la fede in lui, disse:

أَسْلَمْتُ مَعَ سُلَيْمَانَ لِلَّهِ رَبِّ الْعَالَمِينَ-( النمل-44)

-Sono diventata musulmana insieme a Salomone, sottomettendomi ad Allah, il Signore dei mondi. (an-Naml: 44)

Questa era la religione del venerabile Gesù (a.s.) e dei suoi apostoli:

وَإِذْ أَوْحَيْتُ إِلَى الْحَوَارِيِّينَ أَنْ آمِنُوا بِي وَبِرَسُولِي قَالُوا آمَنَّا وَاشْهَدْ بِأَنَّنَا مُسْلِمُونَ-( المائدة-111)

-Quando ispirai agli apostoli: «Credete in Me e nel Mio Messaggero», essi dissero: «Abbiamo creduto; e sii testimone che siamo musulmani». (al-Māʾida: 111)

Se qualcuno, a questo proposito, nutre il dubbio che fosse possibile usare in paesi e lingue diverse le parole arabe islam e musulmano, questa sarebbe un’affermazione di palese ignoranza. Poiché la questione fondamentale da considerare non sono queste parole arabe, bensì il significato per il quale esse sono state usate in arabo. In realtà, ciò che viene detto in questi versetti è che la vera religione inviata da Dio non è il cristianesimo, né il mosaïsmo, né il maomettanesimo; consiste invece nel chinare il capo in obbedienza al comandamento di Dio giunto per mezzo dei profeti e dei Libri celesti. Chiunque, in qualunque luogo e in qualunque epoca, abbia adottato questo atteggiamento, è diventato seguace della verità di quella stessa religione universale ed eterna. Per coloro che hanno adottato questa religione con autentica comprensione e sincerità, accettare Mosè (a.s.), poi Gesù (a.s.) dopo Mosè, e Muhammad (s.a.w.s.) dopo Gesù, non è un cambiamento di religione, bensì la conseguenza naturale e logica del seguire la vera religione. Al contrario, coloro che sono entrati nel gruppo dei profeti o vi sono nati senza alcuna riflessione, e per i quali il fanatismo nazionale, genealogico e settario ha assunto la forma della vera religione, sono rimasti ebrei e cristiani; e, dopo l’avvento di Muhammad (s.a.w.s.), fu svelata la falsità della loro ignoranza. Infatti, negando l’ultimo Profeta, non soltanto rifiutarono di accettare di rimanere musulmani in futuro, ma con il loro comportamento dimostrarono di non essere stati musulmani neppure prima. Erano semplicemente attaccati alla persona di un profeta o di alcuni profeti, oppure avevano trasformato in religione l’obbedienza cieca agli antenati. (152)

Il processo di formazione della comunità musulmana

In questo modo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non si limitò a ravvivare la religione che era già stata tramandata dal passato; istituì nuovamente anche quella comunità che, fin dall’epoca di tutti i profeti, era stata chiamata comunità musulmana. Tutti coloro che si erano uniti a questa comunità, provenendo da diverse tribù, famiglie e regioni, egli li rese reciprocamente collaboratori e sostenitori, fratelli gli uni degli altri, solidali e partecipi dei reciproci dolori. Dichiarò ugualmente inviolabili la vita, i beni e l’onore di tutti, considerò uguali per tutti diritti e responsabilità e non concesse a nessuno alcun privilegio che non spettasse agli altri. Per l’ambiente arabo, dominato dal culto tribale e afflitto dal fanatismo, ciò era qualcosa di straordinario, che le loro menti e i loro cuori non erano affatto pronti ad accettare. (153)

È stato narrato da Ibn Zayd che un giorno Abu Lahab, zio del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), gli chiese: «Che vantaggio avrò se accetterò la tua religione?». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) rispose: «Avrai ciò che otterranno gli altri credenti». Egli disse: «Non vi sarà dunque alcuna particolare distinzione anche per me (in quanto zio del Messaggero)?». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Che altro desideri?»

Abu Lahab disse:

«Maledetta sia questa religione, nella quale io e gli altri siamo uguali». (Ibn Jarir) (154)

Contrariamente a questa concezione fanatica, il Corano dichiarò chiaramente:

لَنْ تَنْفَعَكُمْ أَرْحَامُكُمْ وَلَا أَوْلَادُكُمْ يَوْمَ الْقِيَامَةِ

«Nel Giorno della Resurrezione, né i vostri legami di parentela vi saranno utili, né i vostri figli». (al-Mumtahana: 3)

Qui i legami di sangue rimarranno pienamente tali, ma nell’Aldilà non apporteranno alcun beneficio. La realtà essenziale è la fede, che sarà utile nel Giorno della Resurrezione. Per questo, anche in questo mondo, i vostri rapporti di parentela dovrebbero fondarsi sulla fede.

إِنَّمَا وَلِيُّكُمُ اللَّهُ وَرَسُولُهُ وَالَّذِينَ آمَنُوا الَّذِينَ يُقِيمُونَ الصَّلَاةَ وَيُؤْتُونَ الزَّكَاةَ وَهُمْ رَاكِعُونَ-( المائدة-55)

-I vostri veri alleati sono soltanto Allah, il Suo Messaggero e coloro che credono, che osservano la preghiera, pagano la zakat e si prosternano davanti a Dio. (al-Māʾida: 55)

إِنَّمَا الْمُؤْمِنُونَ إِخْوَةٌ فَأَصْلِحُوا بَيْنَ أَخَوَيْكُمْ-( الحجرات-10)

-I credenti sono fratelli gli uni degli altri. Perciò ristabilite la concordia tra i vostri fratelli. (al-Ḥujurāt: 10)

Questo e altri versetti dello stesso genere hanno istituito una fratellanza universale di tutti i musulmani del mondo. Questa dottrina ha la benedizione di creare tra i musulmani una fratellanza che non si trova tra i seguaci di nessun’altra religione o ideologia e che esiste tuttora. Il Profeta benedetto (s.a.) ha illustrato l’importanza e le esigenze di tale fratellanza in numerosi discorsi, dai quali la sua intera forza vitale si è ulteriormente risvegliata.

Hazrat Jarīr ibn ʿAbd Allāh riferisce: il Messaggero di Allah (s.a.) mi fece prestare il giuramento di fedeltà riguardo a tre cose: primo, che osservassi la preghiera; secondo, che continuassi a pagare la zakat; terzo, che fossi benevolo verso ogni musulmano. (Bukhārī, Kitāb al-Īmān).

Hazrat ʿAbd Allāh ibn Masʿūd (r.a.) riferisce che il Profeta (s.a.) disse: insultare un musulmano è fisq (un atto peccaminoso), mentre combattere contro di lui è kufr (miscredenza). (Bukhārī, Kitāb al-Īmān). Questo argomento è riferito nel Musnad di Aḥmad da Hazrat ibn Mālik (r.a.), sulla base della testimonianza di suo padre.

Hazrat Abū Hurayra (r.a.) riferisce che il Profeta (s.a.) disse: per ogni musulmano, la vita, i beni e l’onore di un altro musulmano sono inviolabili. (Muslim, Kitāb al-Birr wa al-Ṣila).

Hazrat Abu Sa’id al-Khudri (ra) e Hazrat Abu Hurayra (ra) riferiscono che il Profeta (sa) disse: «Il musulmano è fratello del musulmano: non gli fa torto, non lo abbandona e non lo umilia. È una grave malvagità per una persona umiliare il proprio fratello musulmano». (Musnad Ahmad)

Hazrat Sahl ibn Sa’d al-Sa’idi (ra), citando le parole del Profeta (sa), disse: «Il rapporto di un credente con la comunità dei credenti è come quello della testa con il corpo. Egli percepisce il dolore e la sofferenza di un membro della comunità dei credenti proprio come la testa percepisce il dolore di ogni parte del corpo». —Musnad Ahmad. (155)

Hazrat Nu’man ibn Bashir (ra) riferisce questo hadith del Profeta (sa).

(Arabo***************************)

—I credenti, quanto alla reciproca misericordia, amore e compassione, sono come un unico corpo. Quando una parte del corpo soffre, tutto il corpo ne è colpito dall’insonnia e dalla febbre.

Hazrat Abu Musa al-Ash’ari (ra) riferisce che il Profeta (sa) disse: (Arabo**********************)

—Il credente è per l’altro credente come un muro, le cui parti si rafforzano a vicenda.

Hazrat Abdullah ibn Umar (ra) cita questo hadith del Profeta (sa): (Arabo***************)

-Il musulmano è fratello del musulmano: non gli fa torto e non si astiene dall’aiutarlo. Chi si adopera per soddisfare una necessità del proprio fratello, Allah si adopera per soddisfare la sua necessità. E chi salva un musulmano da una difficoltà, Allah lo salverà dalle difficoltà del Giorno della Resurrezione. Chi nasconde i difetti di un musulmano, Allah nasconderà i suoi difetti nel Giorno della Resurrezione. (156)

Hazrat Jabir ibn Abd Allah e Abu Talha ibn Sahl al-Ansari (che Allah sia soddisfatto di loro) riferiscono questo hadith del Profeta (pace e benedizioni su di lui).

(Arabo***********************)

-Quando un musulmano viene umiliato e disonorato, e il suo onore viene aggredito, se nessuno accorre in suo aiuto, Allah l’Altissimo non lo aiuterà quando avrà bisogno dell’aiuto di Allah. Ma se qualcuno aiuta un musulmano quando il suo onore viene aggredito ed egli viene umiliato, Allah l’Altissimo lo aiuterà quando desidererà che Allah lo soccorra. (157)

Hazrat Abd Allah ibn Amr ibn al-As (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (Arabo****************)

-Il musulmano è colui dalla cui lingua e dalle cui mani gli altri musulmani sono al sicuro.

Hazrat Abu Bakra Nufay ibn al-Harith (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce che, durante il sermone del Giorno del Sacrificio, al tempo del Pellegrinaggio d’Addio, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:

(Arabo******************)

—State attenti! Dopo di me non diventate come i miscredenti, che si colpiscono a vicenda alla gola.

Hazrat Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse una volta: (in arabo******************)

—Aiuta tuo fratello, sia egli oppressore o oppresso. Un uomo chiese: «Se è oppresso, lo aiuterò certamente; ma se è oppressore, come posso aiutarlo?»

Il Profeta disse: (in arabo************************)

—Impediscigli di commettere ingiustizia e trattienilo. Questo è infatti il modo di aiutarlo. (Bukhari)

Hazrat Abdullah ibn Amr ibn al-As (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (in arabo******************)

—Il sangue dei credenti ha lo stesso valore. Contro il nemico, sono tutti come una sola mano.

Hazrat Anas ibn Malik (che Allah sia soddisfatto di lui) riferisce questo hadith del Profeta (pace e benedizioni su di lui): (in arabo****************)

Mi è stato ordinato di combattere la gente finché non attesti che non vi è altra divinità all’infuori di Allah e che Muhammad è il Messaggero di Allah. Quando poi attestano ciò, si rivolgono verso la nostra qibla, mangiano ciò che noi abbiamo macellato e pregano come noi, allora il loro sangue e i loro beni diventano illeciti per noi. Naturalmente, se hanno un diritto nei nostri confronti, questo è un altro discorso. Per loro gli stessi diritti che spettano ai musulmani e su di loro gli stessi doveri che incombono sui musulmani-

Un’umma portatrice dello stendardo della da‘wa e del movimento

Ma questa umma non è di quel genere i cui membri, dopo aver creduto, si limitano a invocare Allah ciascuno per conto proprio, a compiere opere buone e a essere reciprocamente sostenitori, aiutanti, benevoli e compassionevoli. Andando oltre questo, il compito di questa umma era diffondere l’invito all’Islam tra ogni individuo e ogni popolo. Doveva ordinare il bene e proibire il male. Questa intera umma è stata scelta e fatta emergere da tutti i popoli e le tribù affinché riformasse e correggesse questi servi di Dio. Il suo rapporto con tutti i popoli sarebbe stato un rapporto fondato sulla verità e sulla giustizia, e non avrebbe avuto con nessuno un rapporto d’ingiustizia e d’iniquità. Se la questione fosse rimasta limitata al primo aspetto, i Quraysh e i politeisti dell’Arabia sarebbero stati disposti a tollerarla almeno in una certa misura. Ma il secondo aspetto era tale che essi vedevano come questa umma non desiderasse semplicemente crescere ed espandersi; al contrario, ogni individuo personalmente e l’intera comunità collettivamente erano estremamente attivi nel diffondere il proprio movimento. Per questo il loro timore superò i limiti della pazienza. Vedevano infatti che ogni giorno i loro uomini abbandonavano il loro gruppo e si univano al nuovo gruppo. (158)

وَمَنْ أَحْسَنُ قَوْلًا مِمَّنْ دَعَا إِلَى اللَّهِ وَعَمِلَ صَالِحًا وَقَالَ إِنَّنِي مِنَ الْمُسْلِمِينَ-(همالسجده-33)

-E chi può pronunciare parole migliori di colui che invita ad Allah, compie opere buone e dice: «Io sono musulmano»? (Hāmīm as-Sajda: 33)

Nei versetti 30-32 era stato detto ai musulmani che rimanere saldi nell’adorazione di Allah e, dopo aver intrapreso questa via, non volgersene via costituisce di per sé quella bontà terrena che rende l’uomo amico degli angeli e degno del Paradiso. Poi, in questo versetto, viene detto loro che l’opera il cui merito è insuperabile consiste nel compiere personalmente opere buone e invitare gli altri all’adorazione di Allah. Dire senza timore, persino in un ambiente di estrema ostilità, «Io sono musulmano», in un ambiente nel quale proclamare l’Islam e renderlo pubblico equivaleva a esporsi al pericolo. Per comprendere pienamente l’importanza di questa esortazione, è necessario tenere davanti agli occhi l’ambiente nel quale fu pronunciata. A quel tempo, chiunque rendesse pubblica la propria appartenenza all’Islam sentiva di essere entrato in una foresta di animali feroci, dove tutti correvano verso di lui per sbranarlo. E chi, andando oltre, apriva bocca per la predicazione dell’Islam era come se chiamasse gli animali feroci dicendo: «Venite, dilaniatemi e divoratemi». In queste condizioni fu detto che adottare la retta via riconoscendo Allah come Signore e non deviare da essa è una bontà grande e fondamentale. Ma la bontà di grado più elevato consiste nel fermarsi e dire: «Io sono musulmano», e nell’invitare le persone verso Allah senza preoccuparsi delle conseguenze. Nel compiere quest’opera, manterrà le proprie azioni così pure e irreprensibili che nessuno possa trovare motivo di accusare l’Islam o chi ne porta lo stendardo. (159)

Le istruzioni rivolte ai musulmani per la leadership mondiale

وَكَذَلِكَ جَعَلْنَاكُمْ أُمَّةً وَسَطًا لِتَكُونُوا شُهَدَاءَ عَلَى النَّاسِ وَيَكُونَ الرَّسُولُ عَلَيْكُمْ شَهِيدًا-( البقرة-143)

-E così abbiamo fatto di voi una comunità eccellente, affinché possiate essere testimoni presso l’umanità e il Messaggero sia testimone presso di voi. (Al-Baqara: 143)

Questa fu la proclamazione della leadership mondiale della comunità di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). In tal modo si alludeva anche alla guida di Allah, grazie alla quale i seguaci del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) potevano ottenere la retta via e, progredendo, raggiungere una posizione tale da essere considerati la “Umma Wasat”. Si alludeva anche al cambiamento della qibla, che gli ignoranti considerano semplicemente come il volgersi da una direzione a un’altra. In realtà, il significato del cambiamento della qibla da Bayt al-Maqdis verso la Kaaba era che Allah rimuoveva i Figli d’Israele, secondo una procedura ordinata, dalla posizione di leadership del mondo e insediava la comunità di Muhammad in tale posizione.

L’espressione “Umma Wasat” ha un significato così ampio che nessuna singola parola può renderne pienamente il senso. Indica una comunità nobile e illustre, che adottava la giustizia, l’equità e la moderazione. Avrebbe ottenuto una posizione di preminenza tra le nazioni del mondo. I suoi rapporti con tutti sarebbero stati uguali, fondati sulla sincerità e non sulla falsità o sull’ingiustizia.

Quando viene detto che siete stati costituiti come Umma Wasat affinché siate testimoni presso gli uomini e il Messaggero sia testimone presso di voi, ciò significava e significa tuttora che, nell’Aldilà, quando tutta l’umanità sarà riunita per il rendiconto, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui), in qualità di rappresentante responsabile di Allah, testimonierà a vostro favore: egli vi ha trasmesso integralmente e fedelmente l’insegnamento sul retto pensiero, sulle opere virtuose e sull’ordinamento basato sulla giustizia che Allah gli aveva affidato, e ve ne ha dato concretamente l’esempio con le sue azioni. Poi, in quanto successori del Messaggero, dovrete presentarvi come testimoni per l’umanità e attestare che avete fatto tutto il possibile, senza mancanze, per trasmettere agli uomini tutto ciò che il Messaggero vi aveva trasmesso e per mostrare loro tutto ciò che il Messaggero vi aveva mostrato.

In questo modo, il fatto che una persona o una comunità venga insignita in questo mondo della dignità di testimone da parte di Dio significa in realtà che viene insignita della dignità della leadership. Da un lato vi sono onore e autorità, dall’altro il gravoso peso della responsabilità. Ciò significa che, proprio come il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fu per questa comunità un testimone vivente del timore di Dio, della sincerità, della giustizia e della fedeltà al vero, così anche questa comunità deve diventare un testimone vivente per il mondo intero. Al punto che, osservando ogni sua parola e azione, il suo carattere e il suo comportamento, il mondo possa comprendere che cosa significhi il timore di Dio, in che cosa consista la sincerità, che cos’è la vera giustizia, come si manifesta la fedeltà al vero e che l’Islam è venuto per rendere così gli uomini del mondo. (160)

Le caratteristiche della comunità musulmana

كُنْتُمْ خَيْرَ أُمَّةٍ أُخْرِجَتْ لِلنَّاسِ تَأْمُرُونَ بِالْمَعْرُوفِ وَتَنْهَوْنَ عَنِ الْمُنْكَرِ وَتُؤْمِنُونَ بِاللَّهِ-( آل عمران-110)

Voi siete la migliore comunità suscitata per l’umanità, affinché la guidiate e la riformiate. Ordinate il bene, proibite ciò che è ingiusto e credete in Allah. (Al-i ʿImran: 110)

In questo versetto viene detto ai seguaci del Profeta (pace e benedizioni su di lui) che il rango della guida e dell’orientamento del mondo, dal quale i Figli d’Israele sono stati rimossi a causa della loro inadeguatezza, è il rango al quale ora siete stati insediati. Ciò perché, sotto il profilo della moralità e delle opere, siete ormai diventati la comunità migliore del mondo e in voi si sono sviluppate le qualità indispensabili per una guida fondata sulla giustizia: cioè l’impulso e l’impegno a stabilire le opere buone e a eliminare quelle malvagie, nonché riconoscere Allah, l’Unico senza associati, come il proprio Dio e Signore nella fede e nelle opere. Pertanto, questo compito di guida del mondo è stato affidato a voi. (161)

وَالْمُؤْمِنُونَ وَالْمُؤْمِنَاتُ بَعْضُهُمْ أَوْلِيَاءُ بَعْضٍ يَأْمُرُونَ بِالْمَعْرُوفِ وَيَنْهَوْنَ عَنِ الْمُنْكَرِ وَيُقِيمُونَ الصَّلَاةَ وَيُؤْتُونَ الزَّكَاةَ وَيُطِيعُونَ اللَّهَ وَرَسُولَهُ-( التوبة71)

-Gli uomini e le donne credenti sono alleati gli uni degli altri. Ordinano il bene e proibiscono il male, compiono la preghiera, versano la zakat e obbediscono ad Allah e al Suo Messaggero. (At-Tawbah: 71)

In altre parole, gli uomini e le donne credenti sono diventati una comunità i cui membri possiedono in egual misura tutte queste caratteristiche: amano le opere buone a tal punto da ordinarle agli abitanti del mondo; odiano le opere malvagie a tal punto da distogliere il mondo da esse. Il ricordo di Dio è per loro, come per i Compagni, tra le necessità indispensabili della vita; per spendere i propri beni sulla via di Dio, il loro cuore e le loro mani sono aperti. L’obbedienza a Dio e al Suo Messaggero è divenuta la loro natura. Questa disposizione morale universale, questa natura e questo modo di vivere li hanno uniti gli uni agli altri. (162)

L’impulso a sacrificare la propria vita

Tra i membri di questa comunità è stato inoltre suscitato l’impulso a dare la precedenza alla propria religione su ogni cosa. Ognuno sarà pronto a sacrificare ogni cosa per essa, ma non sarà pronto a sacrificarla per nessuna cosa.

Se è possibile adorare Dio rimanendo nel proprio Paese, con la propria famiglia e nella propria casa, non vi è naturalmente alcun problema. Ma se ciò non è possibile, la sua prova consisterà nello stabilire se abbandonerà l’adorazione di Dio per il legame con la casa, i figli, la famiglia e l’amore per la patria, oppure se, per adorare Dio, lascerà tutto ciò e accetterà il rischio dell’emigrazione e dell’esilio.

وَالَّذِينَ هَاجَرُوا فِي اللَّهِ مِنْ بَعْدِ مَا ظُلِمُوا لَنُبَوِّئَنَّهُمْ فِي الدُّنْيَا حَسَنَةً وَلَأَجْرُ الْآخِرَةِ أَكْبَرُ لَوْ كَانُوا يَعْلَمُونَ-( النحل-41)

A coloro che, dopo aver sopportato l’oppressione, sono emigrati, daremo già in questo mondo una dimora migliore; e la ricompensa dell’Aldilà è certamente molto più grande. (Nahl: 41)

يَا عِبَادِيَ الَّذِينَ آمَنُوا إِنَّ أَرْضِي وَاسِعَةٌ فَإِيَّايَ فَاعْبُدُونِ-كُلُّ نَفْسٍ ذَائِقَةُ الْمَوْتِ ثُمَّ إِلَيْنَا تُرْجَعُونَ-وَالَّذِينَ آمَنُوا وَعَمِلُوا الصَّالِحَاتِ لَنُبَوِّئَنَّهُمْ مِنَ الْجَنَّةِ غُرَفًا تَجْرِي مِنْ تَحْتِهَا الْأَنْهَارُ خَالِدِينَ فِيهَا نِعْمَ أَجْرُ الْعَامِلِينَ-الَّذِينَ صَبَرُوا وَعَلَى رَبِّهِمْ يَتَوَكَّلُونَ-وَكَأَيِّنْ مِنْ دَابَّةٍ لَا تَحْمِلُ رِزْقَهَا اللَّهُ يَرْزُقُهَا وَإِيَّاكُمْ وَهُوَ السَّمِيعُ الْعَلِيمُ-(العنكبوت56-60)

O Miei servi che avete creduto! In verità, la Mia terra è vasta; adorate dunque Me soltanto. Ogni anima assaporerà la morte, poi sarete tutti ricondotti a Me. Quanto a coloro che hanno creduto e compiuto opere virtuose, li sistemeremo nelle alte dimore del Paradiso, sotto le quali scorrono i ruscelli; vi resteranno eternamente. Quale eccellente ricompensa per coloro che operano! Essi sono coloro che hanno perseverato e confidato nel loro Signore. E quante creature vi sono che non portano con sé il proprio sostentamento! Allah provvede a loro e provvede anche a voi. Egli è Colui che tutto ascolta e tutto conosce. (Al-‘Ankabut: 56-60)

Dalla sura Al-‘Ankabut si può comprendere quale fosse l’impulso che era stato suscitato nella comunità musulmana di allora.

Il primo versetto alludeva all’Egira: se a Mecca era diventato difficile adorare Dio, allora bisognava lasciare il Paese e partire. La terra di Dio non è angusta. Andate ovunque possiate vivere come servi di Dio. Dovreste adorare il vostro Dio, non la vostra nazione e il vostro Paese. Da ciò si comprende che la cosa essenziale non sono la nazione, la patria e il Paese, bensì l’adorazione di Allah. Se mai l’amore per la nazione, la patria e il Paese entra in conflitto con l’obbligo di adorare Dio, allora quello è il momento della prova del fuoco per la fede del credente. Il vero credente adorerà Dio e respingerà il Paese e la nazione. Coloro che pretendono falsamente di avere fede rinunceranno alla fede e resteranno legati al proprio Paese e alla propria nazione. Questo versetto chiarisce a tale proposito che un vero uomo devoto a Dio può essere patriota e amare la propria nazione, ma non può adorare la nazione o il Paese; per lui l’adorazione di Dio è più cara di ogni altra cosa e per essa sacrificherà ogni cosa del mondo, ma non sacrificherà Dio per nulla al mondo.

Il significato del secondo versetto è: non preoccupatevi della vita, perché essa finirà comunque in qualsiasi momento. Nessuno viene al mondo per rimanervi eternamente. Pertanto, ciò che deve preoccuparvi non è come salvare la vita, bensì come salvare la fede e come adempiere all’obbligo di adorare Dio. Alla fine dovrete tornare proprio da Me. Se tornate avendo perso la fede per salvare la vita nel mondo, l’esito sarà uno; ma se perdete la vita per salvare la fede, l’esito sarà completamente diverso. Perciò, preoccupatevi di questo: quando tornerete da Me, con che cosa tornerete? Con una fede sacrificata per la vita, oppure con una vita sacrificata per la fede?

Nel terzo versetto si dice che, se a causa del cammino della fede e della virtù rimanete privati di tutte le benedizioni terrene e morite con un fallimento dal punto di vista mondano, abbiate la certezza che sarete certamente ricompensati. Non riceverete soltanto una compensazione, ma anche la migliore delle ricompense.

Nel quarto versetto si dice che nell’Aldilà la migliore delle ricompense è destinata a coloro che, affrontando ogni sorta di calamità, difficoltà, sofferenze e persecuzioni, rimangono saldi nella fede; a coloro che accettano il rischio della fede e non le voltano le spalle; che, pur vedendo con i propri occhi le opportunità, i vantaggi e i profitti derivanti dall’abbandono della fede, non vi prestarono attenzione; che, pur vedendo il progresso e la prosperità dei miscredenti e dei peccatori dissoluti, non se ne curarono affatto; a coloro che non hanno fatto affidamento sulle proprie ricchezze, sui propri commerci e affari, né sulla propria tribù e famiglia, ma hanno fatto affidamento sul proprio Signore; che, ignorando i mezzi e le risorse terrene, si sono preparati ad affrontare il puro scontro e conflitto delle forze e, quando necessario, sono usciti di casa e hanno abbandonato le proprie abitazioni; a coloro che hanno riposto nel proprio Signore la certezza che la ricompensa per essere rimasti saldi nella fede e nella virtù non andrà mai perduta. Hanno inoltre nutrito la fiducia che Egli assisterà i Suoi servi credenti e virtuosi anche in questo mondo e nell’Aldilà darà loro la migliore ricompensa per le loro opere.

L’ultimo versetto afferma che, dopo aver compiuto l’egira, non dovete preoccuparvi del sostentamento oltre che della vostra vita. Ecco le innumerevoli bestie, gli uccelli e le creature acquatiche che si muovono davanti ai vostri occhi nell’acqua, sulla terra e nell’aria. Ovunque vadano, per grazia di Allah ricevono un qualche sostentamento. Perciò non perdete il coraggio tormentandovi con il pensiero: «Se, per amore della fede, abbandoniamo la casa e ce ne andiamo, da dove troveremo da mangiare?». Da dove Allah provvede al sostentamento delle Sue innumerevoli creature, provvederà anche al vostro. (163)

Natura dei rapporti tra credenti e miscredenti

Da una parte è stato chiaramente spiegato come debbano essere i rapporti reciproci tra i membri della comunità musulmana e quanto essi debbano essere intimamente legati alla religione e alla fede. Dall’altra, è stato detto quale debba essere il rapporto dei musulmani con i miscredenti.

لَا يَتَّخِذِ الْمُؤْمِنُونَ الْكَافِرِينَ أَوْلِيَاءَ مِنْ دُونِ الْمُؤْمِنِينَ-( آل عمران-28)

-I credenti non prenderanno mai i miscredenti come amici, abbandonando i credenti. (Al ʿImrān-28)

يَا أَيُّهَا الَّذِينَ آمَنُوا لَا تَتَّخِذُوا الْكَافِرِينَ أَوْلِيَاءَ مِنْ دُونِ الْمُؤْمِنِينَ-( النساء-144)

-O voi che avete creduto! Non prendete i miscredenti come vostri amici, abbandonando i credenti. (An-Nisāʾ: 144)

أَمْ حَسِبْتُمْ أَنْ تُتْرَكُوا وَلَمَّا يَعْلَمِ اللَّهُ الَّذِينَ جَاهَدُوا مِنْكُمْ وَلَمْ يَتَّخِذُوا مِنْ دُونِ اللَّهِ وَلَا رَسُولِهِ وَلَا الْمُؤْمِنِينَ وَلِيجَةً-( التوبة-16)

-Pensate forse che sarete lasciati semplicemente in pace, mentre Allah non ha ancora visto chi, tra voi, ha combattuto sulla Sua via e non ha preso nessuno come intimo amico all’infuori di Allah, del Messaggero e dei credenti? (at-Tawba: 16)

In questo versetto della sura at-Tawba ci si rivolge a quelle persone che erano diventate musulmane da poco. Viene detto loro che, finché non avrete superato questa prova del fuoco e dimostrato che, in verità, considerate Allah e la Sua religione più cari della vostra vita, dei vostri beni e dei vostri parenti e amici, non sarete considerati veri credenti. Finora, evidentemente, la vostra condizione è questa: poiché l’Islam ha trionfato grazie agli sforzi instancabili dei veri credenti e dei primi predecessori, e si è diffuso in tutto il Paese, voi siete diventati musulmani. (164)

يَا أَيُّهَا الَّذِينَ آمَنُوا لَا تَتَّخِذُوا آبَاءَكُمْ وَإِخْوَانَكُمْ أَوْلِيَاءَ إِنِ اسْتَحَبُّوا الْكُفْرَ عَلَى الْإِيمَانِ وَمَنْ يَتَوَلَّهُمْ مِنْكُمْ فَأُولَئِكَ هُمُ الظَّالِمُونَ – قُلْ إِنْ كَانَ آبَاؤُكُمْ وَأَبْنَاؤُكُمْ وَإِخْوَانُكُمْ وَأَزْوَاجُكُمْ وَعَشِيرَتُكُمْ وَأَمْوَالٌ اقْتَرَفْتُمُوهَا وَتِجَارَةٌ تَخْشَوْنَ كَسَادَهَا وَمَسَاكِنُ تَرْضَوْنَهَا أَحَبَّ إِلَيْكُمْ مِنَ اللَّهِ وَرَسُولِهِ وَجِهَادٍ فِي سَبِيلِهِ فَتَرَبَّصُوا حَتَّى يَأْتِيَ اللَّهُ بِأَمْرِهِ وَاللَّهُ لَا يَهْدِي الْقَوْمَ الْفَاسِقِينَ-( التوبة-23-24)

-O voi che avete creduto! Non prendete come amici intimi neppure i vostri padri e i vostri fratelli, se preferiscono la miscredenza alla fede. Coloro che, tra voi, li prenderanno come amici saranno gli ingiusti. O Profeta! Di’ loro: se i vostri padri, i vostri fratelli, le vostre mogli, i vostri amici e parenti, i beni che avete guadagnato, e le vostre mogli, i vostri amici e parenti e quei beni che avete guadagnato, i vostri commerci, dei quali temete il ristagno, e le vostre case che vi piacciono vi sono più cari di Allah, del Suo Messaggero e del combattimento sulla Sua via, allora aspettate finché Allah non emetta il Suo decreto nei vostri confronti. Allah non guida il popolo perverso.

قَدْ كَانَتْ لَكُمْ أُسْوَةٌ حَسَنَةٌ فِي إِبْرَاهِيمَ وَالَّذِينَ مَعَهُ إِذْ قَالُوا لِقَوْمِهِمْ إِنَّا بُرَآءُ مِنْكُمْ وَمِمَّا تَعْبُدُونَ مِنْ دُونِ اللَّهِ كَفَرْنَا بِكُمْ وَبَدَا بَيْنَنَا وَبَيْنَكُمُ الْعَدَاوَةُ وَالْبَغْضَاءُ أَبَدًا حَتَّى تُؤْمِنُوا بِاللَّهِ وَحْدَهُ-( الممتحنة-4)

-Avete un esempio eccellente in Abramo (a.) e in coloro che erano con lui: essi dissero chiaramente al loro popolo: «Ci dissociamo da voi e da quelle divinità che adorate all’infuori di Allah. Vi rinneghiamo, e tra noi e voi si sono stabilite per sempre inimicizia e ostilità, finché non crederete nell’unico Allah». (al-Mumtahana: 4)

يَا أَيُّهَا الَّذِينَ آمَنُوا لَا تَتَّخِذُوا عَدُوِّي وَعَدُوَّكُمْ أَوْلِيَاءَ تُلْقُونَ إِلَيْهِمْ بِالْمَوَدَّةِ وَقَدْ كَفَرُوا بِمَا جَاءَكُمْ مِنَ الْحَقِّ يُخْرِجُونَ الرَّسُولَ وَإِيَّاكُمْ أَنْ تُؤْمِنُوا بِاللَّهِ رَبِّكُمْ إِنْ كُنْتُمْ خَرَجْتُمْ جِهَادًا فِي سَبِيلِي وَابْتِغَاءَ مَرْضَاتِي-( الممتحنة-1)

-O credenti! Se siete usciti per combattere sulla Mia via e per ricercare il Mio compiacimento, non prendete come amici i Miei nemici e i vostri nemici. Mostrate loro amicizia, sebbene essi abbiano rifiutato di accettare la verità che vi è giunta. Essi hanno espulso il Messaggero e voi dalle vostre case perché avete creduto in Allah, il vostro Signore. (al-Mumtahana: 1)

لَا تَجِدُ قَوْمًا يُؤْمِنُونَ بِاللَّهِ وَالْيَوْمِ الْآخِرِ يُوَادُّونَ مَنْ حَادَّ اللَّهَ وَرَسُولَهُ وَلَوْ كَانُوا آبَاءَهُمْ أَوْ أَبْنَاءَهُمْ أَوْ إِخْوَانَهُمْ أَوْ عَشِيرَتَهُمْ أُولَئِكَ كَتَبَ فِي قُلُوبِهِمُ الْإِيمَانَ وَأَيَّدَهُمْ بِرُوحٍ مِنْهُ-( المجادلة-22)

-Non vedrete mai che coloro che credono in Allah e nell’Aldilà stringano amicizia con coloro che si sono opposti ad Allah e al Suo Messaggero, siano essi i loro padri, figli, fratelli o familiari. Sono persone nei cui cuori Allah ha impresso la fede e che Egli ha rafforzato e colmato del Suo aiuto donando loro uno spirito proveniente da Lui. (Al-Mujādila: 22)

In questo versetto della sura Al-Mujādila vengono esposte due questioni: una di principio e l’altra riguardante un fatto concreto.

Come principio, viene affermato che la fede nella vera religione e l’amore per i nemici della religione sono due cose contraddittorie tra loro. È assolutamente impensabile conciliarle. È del tutto impossibile che la fede e l’amore per i nemici di Allah e del Messaggero possano coesistere in un cuore, così come nella mente di una persona non possono coesistere nello stesso momento l’amore per la propria persona e l’amore per i propri nemici. Pertanto, se vedete qualcuno che proclama di avere fede e, al tempo stesso, mantiene rapporti d’affetto con persone ostili all’Islam, non dovete cadere nella confusione di pensare che forse, nonostante tale comportamento, sia sincero nella sua professione di fede. Coloro che hanno instaurato contemporaneamente lo stesso tipo di rapporto con l’Islam e con i suoi oppositori dovrebbero riflettere attentamente sulla propria condizione e chiedersi che cosa siano in realtà: credenti o ipocriti? Se possiedono anche solo un minimo di sincerità e avvertono in qualche misura che, dal punto di vista morale, l’ipocrisia è il comportamento peggiore per l’essere umano, dovrebbero rinunciare al tentativo di stare con un piede in due barche. La fede esige da loro una decisione ferma. Se vogliono rimanere credenti, devono abbandonare ogni legame e relazione che sia in contrasto con l’Islam. Se considerano un altro legame più caro del rapporto con l’Islam, devono rinunciare alla falsa professione di fede.

Questo è quanto riguarda il principio. Ma Allah l’Altissimo non ha ritenuto sufficiente enunciare qui soltanto il principio. Ha invece presentato anche un fatto reale, come esempio davanti a coloro che professano la fede: coloro che erano veri credenti recisero concretamente, sotto gli occhi di tutti, ogni legame che costituiva un ostacolo alla religione di Allah. È un fatto storico che tutta l’Arabia poté vedere nelle battaglie di Badr e di Uhud. I nobili Compagni che emigrarono dalla Mecca a Medina combatterono, per amore di Allah e della Sua religione, contro le proprie tribù e i parenti più prossimi.

Hazrat Abu Ubayda uccise suo padre, Abdullah ibn Jarrah. Hazrat Mus’ab ibn Umayr uccise suo fratello Ubayd ibn Umayr. Hazrat Umar uccise suo zio materno As ibn Hisham ibn al-Mughira. Hazrat Abu Bakr si preparò a combattere contro suo figlio Abd al-Rahman. Hazrat Ali, Hazrat Hamza e Hazrat Ubayda ibn al-Harith uccisero Utba, Shayba e al-Walid ibn Utba, che erano loro parenti stretti. Hazrat Umar chiese al Profeta, riguardo ai prigionieri della battaglia di Badr, che fossero uccisi e che ciascuno di loro uccidesse il proprio parente. In quella battaglia di Badr, un uomo degli Ansar stava catturando e legando Abu Aziz ibn Umayr, fratello germano di Mus’ab ibn Umayr. Vedendolo, Hazrat Mus’ab gridò: «Legalo saldamente. Sua madre è molto ricca; ti pagherà un lauto riscatto». Abu Aziz disse: «Parli così pur essendo mio fratello?». Hazrat Mus’ab rispose: «In questo momento tu non sei mio fratello; piuttosto, mio fratello è questo ansarita che ti sta catturando». Nella stessa battaglia di Badr furono fatti prigionieri anche Abbas, lo zio dello stesso Profeta, e Abu al-As, suo genero, marito di Zaynab, figlia del Profeta. Tuttavia, nei loro confronti non fu adottato alcun trattamento discriminatorio in ragione della parentela con il Messaggero, né furono trattati diversamente dagli altri prigionieri. In questo modo, attraverso fatti concreti, fu mostrato agli abitanti del mondo che cosa sia un musulmano autentico e quale sia il suo rapporto con Allah e con la Sua religione.

Al-Daylami ha riportato, citandola da Hazrat Mu’adh, questa supplica del Messaggero di Allah:

-O Signore! Non permettere che un malvagio — secondo un’altra versione, un peccatore — mi mostri benevolenza, così da far nascere nel mio cuore amore per lui. Infatti, nella rivelazione che hai fatto scendere ho trovato che coloro che credono in Allah e nella religione dell’Aldilà non possono nutrire amore per gli oppositori di Allah e del Suo Messaggero. (165)

Non si può abbandonare la fede per riguardo a qualcuno

وَوَصَّيْنَا الْإِنْسَانَ بِوَالِدَيْهِ حَمَلَتْهُ أُمُّهُ وَهْنًا عَلَى وَهْنٍ وَفِصَالُهُ فِي عَامَيْنِ أَنِ اشْكُرْ لِي وَلِوَالِدَيْكَ إِلَيَّ الْمَصِيرُ – وَإِنْ جَاهَدَاكَ عَلَى أَنْ تُشْرِكَ بِي مَا لَيْسَ لَكَ بِهِ عِلْمٌ فَلَا تُطِعْهُمَا وَصَاحِبْهُمَا فِي الدُّنْيَا مَعْرُوفًا-( لقمان-14-15)

-Abbiamo ingiunto all’uomo di riconoscere i diritti dei genitori. Sua madre lo ha portato nel grembo sopportando grandi sofferenze e ha impiegato due anni per svezzarlo. (Per questo gli abbiamo raccomandato:) «Rendi grazie a Me e ai tuoi genitori. A Me dovrete ritornare. Ma se entrambi ti costringono ad associare a Me qualcuno del quale non sai che sia Mio associato, non obbedire loro mai. Tuttavia, in questo mondo, trattali con bontà». (Luqmān: 14-15)

وَوَصَّيْنَا الْإِنْسَانَ بِوَالِدَيْهِ حُسْنًا وَإِنْ جَاهَدَاكَ لِتُشْرِكَ بِي مَا لَيْسَ لَكَ بِهِ عِلْمٌ فَلَا تُطِعْهُمَا-( العنكبوت-8)

-Abbiamo raccomandato all’uomo di comportarsi bene con i suoi genitori. Ma se entrambi ti costringono ad associare a Me qualcun altro, del quale non sai che sia Mio associato, non obbedire loro. (Al-ʿAnkabūt: 8)

Secondo le narrazioni di Muslim, Tirmidhī, Aḥmad, Abū Dāwūd e Nasā’ī riguardo a questo versetto della sūra Al-ʿAnkabūt, esso fu rivelato a proposito del nobile Saʿd ibn Abī Waqqāṣ (ra). Egli accettò l’Islam all’età di diciotto o diciannove anni. Sua madre era Ḥamna bint Sufyān ibn Umayya (nipote di Abū Sufyān). Quando venne a sapere che suo figlio era diventato musulmano, disse: «Finché non rinnegherai Muḥammad (sa), non mangerò né berrò e non mi siederò neppure all’ombra. Rendere i dovuti diritti alla madre è un comando di Allah. Se non obbedisci a me, disobbedirai anche ad Allah».

Il nobile Saʿd ne fu terribilmente turbato e si recò alla presenza del Messaggero di Allah (sa), al quale raccontò ogni cosa; riguardo a questa vicenda fu rivelato il versetto. È probabile che anche altri giovani, che avevano abbracciato l’Islam nei primi tempi alla Mecca, si siano trovati ad affrontare una situazione simile. Per questo la stessa questione è stata ribadita con grande forza anche nel versetto della sūra Luqmān che abbiamo citato sopra.

Lo scopo del versetto è questo: se, tra tutte le creature, qualcuno ha il diritto maggiore sull’uomo, questi sono i genitori; tuttavia, se persino i genitori lo costringono a commettere shirk, non è lecito obbedire loro. Farlo per ordine di chiunque altro è fuori discussione. Le parole dell’ingiunzione erano وان جاهدك vale a dire che, se entrambi impiegano ogni loro forza per costringerti. Da ciò si apprende che anche una pressione relativamente minore, oppure la pressione esercitata da uno solo dei genitori, è da respingere. Insieme a ciò, ماليس لك به علم è degno di particolare attenzione. Il suo significato è: colui del quale non sai che sia Mio associato. Viene fornita una giustificazione legittima per non obbedire ai genitori. I genitori hanno certamente anche il diritto che i figli si prendano cura di loro, li rispettino e obbediscano alle loro richieste lecite. Ma nessuno ha il diritto di seguire ciecamente i genitori contro ciò che la sua conoscenza gli insegna. Non è mai corretto che un figlio o una figlia segua una religione soltanto perché è la religione del padre. Se i figli vengono a sapere che la religione dei genitori è errata, devono abbandonarla e adottare una religione corretta. Anche dopo le pressioni dei genitori, non si deve seguire una via la cui deviazione sia evidente. E se questo comportamento è richiesto nei confronti dei genitori, a maggior ragione vale nei confronti di ogni persona al mondo. Non è corretto seguire ciecamente nessuno, finché non si sappia che quella persona è saldamente stabilita sulla verità. (166)

وَقَالَ الَّذِينَ كَفَرُوا لِلَّذِينَ آمَنُوا اتَّبِعُوا سَبِيلَنَا وَلْنَحْمِلْ خَطَايَاكُمْ وَمَا هُمْ بِحَامِلِينَ مِنْ خَطَايَاهُمْ مِنْ شَيْءٍ إِنَّهُمْ لَكَاذِبُونَ – وَلَيَحْمِلُنَّ أَثْقَالَهُمْ وَأَثْقَالًا مَعَ أَثْقَالِهِمْ وَلَيُسْأَلُنَّ يَوْمَ الْقِيَامَةِ عَمَّا كَانُوا يَفْتَرُونَ-( العنكبوت-12-13)

-I miscredenti dicono ai credenti: «Seguite la nostra via e noi porteremo il peso dei vostri errori». Ma essi non porteranno nulla dei loro errori. Dicono soltanto menzogne. Sì, certamente porteranno i propri pesi e, insieme ai propri pesi, molti altri pesi. E nel Giorno della Risurrezione saranno certamente chiamati a rispondere delle menzogne che andavano propagando. (Al-ʿAnkabūt: 12-13)

Il significato di queste parole dei miscredenti era che le questioni della vita dopo la morte, della resurrezione, del rendiconto, della ricompensa e così via fossero inganni e frodi; ma, qualora esistesse davvero una vita dopo la morte e vi fosse anche un interrogatorio, noi ci assumiamo la responsabilità di portare sulle nostre spalle, davanti a Dio, ogni punizione. Noi diciamo: abbandonate questa nuova religione e tornate alla religione dei vostri antenati.

È riportato, a proposito di diversi capi dei Quraysh, che questi uomini incontravano coloro che, agli inizi, accettavano l’Islam e rivolgevano loro proprio parole di questo genere. È stato detto anche riguardo a ʿUmar (che Dio sia soddisfatto di lui) che, quando abbracciò la fede, Abū Sufyān e Ḥarb ibn Umayya ibn Khalaf lo incontrarono e gli rivolsero parole simili.

Per questo è stato detto che, innanzitutto, è del tutto impossibile che qualcuno si assuma davanti a Dio la responsabilità di un’altra persona e che, per le parole di qualcuno, il peccatore sfugga personalmente alla punizione dei propri peccati. Infatti, là ogni persona sarà responsabile in prima persona delle proprie azioni. (Arabo************************)

Ma, anche se fosse così, quando la conseguenza della miscredenza e dell’associazionismo si presenterà davanti a loro sotto forma di una Gehenna ardente, chi avrà il coraggio di dire, per riguardo alla promessa fatta in questo mondo: «Signore! Perdonate colui che, a causa delle mie parole, ha abbandonato la fede e intrapreso la via dell’apostasia o della rinuncia alla religione, e mandatelo in Paradiso. Io sono pronto a subire, insieme alla punizione della mia miscredenza, anche quella della sua miscredenza». (167)

È vietato chiedere perdono per i miscredenti

مَا كَانَ لِلنَّبِيِّ وَالَّذِينَ آمَنُوا أَنْ يَسْتَغْفِرُوا لِلْمُشْرِكِينَ وَلَوْ كَانُوا أُولِي قُرْبَى مِنْ بَعْدِ مَا تَبَيَّنَ لَهُمْ أَنَّهُمْ أَصْحَابُ الْجَحِيمِ-( التوبة-113)

-Non spetta al Profeta né ai credenti chiedere il perdono per gli associatori, anche se sono loro parenti, quando è ormai chiaro per loro che sono destinati all’Inferno. (At-Tawba: 113)

Chiedere il perdono per una persona significa, innanzitutto, nutrire compassione e amore nei suoi confronti. In secondo luogo, significa ritenere che le sue colpe siano degne di essere perdonate. Queste considerazioni si applicano a una persona che appartiene agli obbedienti, ma che è soltanto peccatrice. Ma quando una persona è apertamente ribelle, nutrire compassione e amore nei suoi confronti e ritenere perdonabili i suoi crimini non è soltanto sbagliato sul piano dei princìpi: da ciò deriva anche che la nostra stessa obbedienza, in quanto chiediamo il perdono, diventa dubbia. Se, solo per ragioni di parentela, desideriamo che essa venga perdonata, ciò significa che ai nostri occhi il legame di parentela ha più valore dell’obbligo di obbedire a Dio. Significa anche che il nostro amore per Dio e per la Sua religione non è disinteressato né imparziale. E i rapporti affettuosi che intratteniamo con coloro che si ribellano a Dio vorremmo che Dio stesso li accettasse e perdonasse necessariamente i nostri parenti, anche se per lo stesso crimine spingesse all’Inferno gli altri che ne sono colpevoli. Tutto ciò è errato. È contrario alla sincerità e all’obbedienza. Ed è contrario anche alla fede, la quale esige che il nostro amore per Dio e per la Sua religione sia assolutamente imparziale: l’amico di Dio è nostro amico e il Suo nemico è nostro nemico. Per questo Allah non ha detto: «Non chiedete il perdono per gli associatori», bensì ha detto: «Non è conveniente per voi, non è cosa che vi spetta, chiedere il perdono per loro». In altre parole, dopo che Io vi ho proibito ciò, se vi astenete soltanto perché ve l’ho proibito, questo non basta. Il sentimento di obbedienza dentro di voi dovrebbe essere così intenso che nutrire compassione per chi è ribelle contro di Me e ritenere perdonabili le sue colpe dovrebbe apparirvi sconveniente persino per voi stessi.

Qui bisogna comprendere anche che il divieto di nutrire compassione verso coloro che si ribellano a Dio riguarda quella compassione che interferisce soltanto con la religione. La compassione umana, invece, la misericordia e la benevolenza verso i parenti stretti nei rapporti terreni, la clemenza, la generosità e il comportamento affettuoso non sono vietati. Al contrario, sono lodevoli. Che il parente sia miscredente o credente, i suoi diritti terreni devono essere comunque rispettati. Bisogna aiutare chi è in difficoltà. Bisogna provvedere ai mezzi di sostentamento degli indigenti. Non si deve mancare in nulla nell’aiuto e nella compassione verso i malati e i feriti. Bisogna stendere una mano affettuosa e amorevole verso gli orfani. In queste questioni non si deve fare alcuna distinzione tra musulmano e non musulmano.

Anche il matrimonio con loro e i rapporti di eredità sono vietati

لَا هُنَّ حِلٌّ لَهُمْ وَلَا هُمْ يَحِلُّونَ لَهُنَّ-( الممتحنة-10)

-Né le donne musulmane sono lecite ai miscredenti, né i miscredenti sono leciti a loro. (Al-Mumtahana: 10)

وَلَا تُمْسِكُوا بِعِصَمِ الْكَوَافِرِ-( الممتحنة-10)

-E non tenete più le donne miscredenti nei vostri vincoli matrimoniali. (Al-Mumtahana: 10)

Tuttavia, in questa disposizione vi è la differenza che gli uomini musulmani possono sposare le donne della Gente del Libro, come è detto nel versetto 5 della sura al-Mā’ida; quanto alle donne musulmane, la questione è che esse non sono lecite né permesse a nessuno se non agli uomini musulmani.

وَلَا تَنْكِحُوا الْمُشْرِكَاتِ حَتَّى يُؤْمِنَّ وَلَأَمَةٌ مُؤْمِنَةٌ خَيْرٌ مِنْ مُشْرِكَةٍ وَلَوْ أَعْجَبَتْكُمْ وَلَا تُنْكِحُوا الْمُشْرِكِينَ حَتَّى يُؤْمِنُوا وَلَعَبْدٌ مُؤْمِنٌ خَيْرٌ مِنْ مُشْرِكٍ وَلَوْ أَعْجَبَكُمْ-( البقرة-221)

-Non sposate mai le donne politeiste finché non credano. Una schiava credente è migliore di una donna di nobile stirpe politeista, anche se questa vi piace molto. E non date in sposa le vostre figlie agli uomini politeisti finché non credano. Uno schiavo credente è migliore di un politeista di nobile stirpe, anche se questi vi piace molto. (al-Baqara: 221)

È tramandato da Usāma ibn Zayd (che Allah sia soddisfatto di lui) che il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: (Arabo*****************)

-Né il musulmano può ereditare dal miscredente, né il miscredente può ereditare dal musulmano. (Bukhārī, Muslim, Nasā’ī, Aḥmad, Tirmidhī, Ibn Mājah, Abū Dāwūd).

I miscredenti sono di due tipi e vi è una differenza nel comportamento verso di loro

Dopo aver così separato completamente la comunità musulmana dai miscredenti, è stata stabilita una differenza nel comportamento dei musulmani verso i due tipi di miscredenti sotto un solo aspetto. Allah non vi vieta di comportarvi con bontà e giustizia verso coloro che non vi hanno combattuto a causa della religione e non vi hanno espulso dalle vostre case. Allah ama coloro che agiscono con giustizia. Vi vieta invece di stringere amicizia con coloro che vi hanno combattuto a causa della religione, vi hanno espulso dalle vostre case e si sono aiutati a vicenda nella vostra espulsione; coloro che stringono amicizia con loro sono ingiusti. (al-Mumtaḥana: 8-9)

In altre parole, ai musulmani è stato ordinato di comportarsi distinguendo tra i miscredenti nemici e i miscredenti non nemici. Devono comportarsi con bontà verso quei miscredenti che non hanno mai agito male nei loro confronti. Un’illustrazione eccellente di ciò si trova in un episodio. La moglie di Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) era miscredente; da lei nacque Asmāʾ, figlia di Abū Bakr. Ella rimase alla Mecca. Dopo il trattato di Ḥudaybiyya, quando iniziarono gli spostamenti tra la gente della Mecca e quella di Medina, la moglie miscredente di Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) venne a Medina per incontrare sua figlia. Portò con sé anche alcuni doni.

La stessa Hazrat Asma (ra) racconta: «Poi mi recai personalmente dal Messaggero di Allah (sallallahu alayhi wa sallam) e gli chiesi se potevo incontrare mia madre e comportarmi con lei secondo i legami di parentela. Il Profeta (sallallahu alayhi wa sallam) rispose: “Sì, incontrala e comportati con lei secondo i legami di parentela” (Musnad Ahmad, Bukhari, Muslim). Da ciò si conclude che per un musulmano è lecito aiutare i propri genitori, fratelli, sorelle e parenti non musulmani, purché non siano nemici dell’Islam. Allo stesso modo, si può fare l’elemosina a un povero dhimmi (Ahkam al-Qur’an, Ruh al-Ma‘ani). (169)

La vera dignità della comunità musulmana

La comunità (il gruppo) che venne così a esistere non era, in alcun senso, una nazione. La sua vera dignità si comprende pienamente attraverso i termini utilizzati nel Corano e negli hadith.

Hizb

Una parola è hizb, utilizzata in due passi per indicare i musulmani (al-Ma’ida, versetto 56; al-Mujadala, versetto 22). Questa parola è propriamente sinonimo di partito o gruppo. In entrambi i passi i musulmani sono chiamati Hizbullah (il partito di Allah). Cioè, sono coloro che si sono consacrati all’opera di Allah. Una nazione si forma sulla base della discendenza e della famiglia, mentre un gruppo si forma sulla base di principi e ideologie. Sotto questo aspetto, i musulmani non sono in realtà una nazione, bensì un gruppo. Infatti, sono stati distinti dal resto del mondo e legati gli uni agli altri unicamente perché condividono e seguono un determinato principio e una determinata dottrina. Quanto a coloro che non condividono i loro principi e la loro dottrina, anche se sono loro parenti strettissimi, non hanno con essi alcuna affinità.

Il Corano vede tra gli abitanti della terra soltanto due gruppi: uno è il gruppo di Allah (Hizbullah), l’altro è il gruppo di Satana (Hizb al-Shaytan). Per quanto possano esserci divergenze nel gruppo di Satana riguardo ai principi e alle dottrine, il Corano li considera tutti uguali. Questo perché il loro modo di pensare e di agire non è islamico e, nonostante le divergenze secondarie, tutti concordano nell’obbedienza a Satana. Il Corano dice:

اسْتَحْوَذَ عَلَيْهِمُ الشَّيْطَانُ فَأَنْسَاهُمْ ذِكْرَ اللَّهِ أُولَئِكَ حِزْبُ الشَّيْطَانِ أَلَا إِنَّ حِزْبَ الشَّيْطَانِ هُمُ الْخَاسِرُونَ-(المجادلة-19)

Satana ha preso il controllo su di loro e ha fatto loro dimenticare il ricordo di Dio. Essi sono la gente del partito di Satana. State in guardia: sono proprio quelli del partito di Satana a essere perdenti. (al-Mujadala: 19)

Al contrario, per quanto i membri del partito di Allah fossero diversi gli uni dagli altri per discendenza, patria, razza, lingua, storia e tradizioni — e per quanto tra i loro antenati vi fosse stata un’ostilità omicida reciproca — quando si trovarono d’accordo sul pensiero e sul modo di vivere prescritti da Dio, fu come se fossero stati uniti insieme dalla corda divina (Hablullah); e, entrando in questo nuovo partito, tutti i loro rapporti con i membri del partito di Satana furono recisi.

Ummah

La seconda parola usata nel Corano in quattro luoghi (al-Baqara: 128, 143; Āl ʿImrān: 104, 110) nel senso di partito è ummah. Anche negli hadith questa parola è stata usata in molti luoghi. Si chiama ummah quel gruppo i cui membri sono riuniti da qualche questione di ampia portata. Per esempio, un popolo appartenente alla stessa epoca veniva chiamato ummah. Anche gli appartenenti alla stessa stirpe o allo stesso Paese venivano chiamati ummah. Tuttavia, la base della vera universalità in virtù della quale i musulmani sono chiamati ummah non è la stirpe, la patria o l’interesse economico; è invece la loro missione nella vita, i loro princìpi fondamentali e il percorso della vita. In verità, il Corano dice:

(Arabo***************)

— Voi siete la migliore ummah suscitata per l’umanità: ordinate il bene, proibite il male e credete in Dio. (Āl ʿImrān: 110)

(Arabo***************)

— E così abbiamo fatto di voi un’ummah mediana, affinché possiate essere testimoni per l’umanità e il Messaggero sia testimone per voi. (al-Baqara: 143)

Da questi due versetti risulta chiaramente che il “musulmano” è in realtà un gruppo internazionale. Da tutte le nazioni del mondo sono state selezionate le persone preparate a seguire un principio particolare, a realizzare un programma particolare e a compiere una missione. Poiché queste persone sono emerse da ogni nazione e, dopo essersi trasformate in un unico gruppo, non hanno più rapporti con alcuna nazione, costituiscono un’ummah distinta da esse. Tuttavia, dopo aver reciso i rapporti con tutte le nazioni, è stato stabilito tra loro e tutte le nazioni un secondo rapporto: esse assumeranno la responsabilità di comandare le schiere divine nel mondo. Le parole “siete custodi dell’umanità” indicano che il musulmano è stato nominato da Dio comandante delle schiere nel mondo; e le parole “suscitata per l’umanità” dichiarano chiaramente che la missione dei musulmani è una missione internazionale. Il punto essenziale di questa missione è che il capo dell’“Hizbullah”, Sayyiduna Muhammad (pace e benedizioni su di lui), possa rendere operativa nel mondo, mediante l’impiego di tutte le forze intellettuali, morali e materiali, la legge di pensiero e d’azione che Dio gli aveva dato, e possa far prevalere su di essa tutti gli altri sistemi e ordinamenti: (Arabo****************). È questo il fondamento sul quale i musulmani sono stati costituiti in un’ummah.

Jamāʿat

Il terzo termine tecnico che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha usato in molti luoghi per indicare la condizione collettiva dei musulmani è «Jamāʿat»; anche questa parola è sinonimo di gruppo, come «hizb». (****) e (******)

Prestando attenzione ai numerosi hadith di questo genere, si apprende che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si è astenuto dall’usare «qawm», «shaʿb» (***) o qualunque altra parola equivalente, e ha usato invece proprio il termine «Jamāʿat». Non ha mai detto: «Rimanete sempre con il qawm», né: «La mano di Dio è sul qawm». Al contrario, in tutti questi casi usava la parola «Jamāʿat». La ragione è soltanto questa, e può darsi che ciò sia più appropriato per esprimere il modo in cui i musulmani si riuniscono. La parola «qawm», nel significato in cui viene generalmente usata, indica che una persona può appartenere a una nazione, qualunque siano la dottrina e i principi che segue, se è nata in quella nazione ed è legata ad essa per il nome, il modo di vivere e le relazioni sociali.

La differenza tra un gruppo ideologico e un gruppo nazionale

Ora, il primo è un gruppo che possiede una particolare dottrina e un particolare programma di strategia politica, in rapporto alle circostanze specifiche di una nazione o di un Paese. Un gruppo di questo genere è semplicemente un partito politico. Perciò può agire, e agisce, come parte integrante della nazione attraverso la quale è nato.

Il secondo gruppo è quello che si presenta con una dottrina e una concezione universali. Esso possiede una dottrina universale per l’intera umanità, senza distinzione di nazione o patria. Vuole modellare l’intera vita secondo un tipo particolare. Vuole riorganizzare secondo il proprio modello ogni cosa: dalla sua dottrina e dal suo modo di vivere, dalla sua ʿaqīdah e dal suo pensiero, dai suoi principi e dalla sua morale, fino ai dettagli del comportamento individuale e dell’organizzazione collettiva della società. Desidera fondare una cultura duratura e una civiltà particolare. Anche questo è un gruppo, ma non è un gruppo che possa operare come parte di una nazione. Si colloca al di sopra del nazionalismo limitato. La sua missione consiste nello sradicare quei ciechi fanatismi che hanno dato origine nel mondo a diverse nazioni sulla base della stirpe, della razza, della lingua, della patria e della tradizione. Come potrebbe questo gruppo legarsi a tali nazioni? Al posto delle nazionalità genealogiche e storiche, stabilisce una nazionalità fondata sulla ragione (). Al posto della nazionalità di nascita, crea una nazionalità espansiva (). Esso stesso si trasforma in una nazionalità che si prepara ad accogliere nel proprio ambito tutte le forze umane del mondo, sulla base dell’unità del pensiero e della cultura. Tuttavia, pur essendo una nazionalità in questo senso, rimane un gruppo. Infatti, l’adesione ad esso non dipende dalla nascita casuale delle persone; dipende invece dall’adesione consapevole alla dottrina e al modo di vivere sui quali questo gruppo è fondato.

In realtà, musulmano è il nome del secondo tipo di gruppo. Non è un gruppo del tipo di quelli che si formano all’interno di una nazione. È piuttosto un gruppo che nasce con l’obiettivo di fondare un sistema duraturo e completo di vita, civiltà e cultura, e che vuole costituire, oltrepassando i confini angusti dei piccoli nazionalismi, una grande nazionalità universale () su basi razionali. È corretto chiamarlo nazione nel senso che non è disposto a legarsi emotivamente a una delle nazioni genealogiche e storico-tradizionali del mondo. Al contrario, costruisce autonomamente il proprio edificio culturale, secondo la propria concezione della vita e della società. Tuttavia, pur essendo in questo senso una nazione distinta, in realtà rimane un gruppo. Infatti, la semplice nascita casuale () non può fare di una persona un membro di questo gruppo, finché essa non creda nella sua dottrina e non ne sia seguace. In tal modo, il fatto che una persona sia nata in un’altra nazione non le impedisce di uscire dalla propria nazione e unirsi al gruppo, se è pronta a credere nella sua dottrina. Pertanto, tutto ciò che abbiamo detto significa in realtà che la nazionalità dei musulmani deriva dal fatto che essi sono un gruppo. La condizione di gruppo è la radice, mentre quella di nazionalità è il suo ramo; se si separa la condizione di gruppo da essa, resta una semplice nazione, e ciò costituisce il suo declino. Anzi, è in realtà la negazione della sua stessa esistenza in quanto musulmana. (১৭০)

Riepilogo della discussione

Sebbene questa distinta organizzazione della ummah musulmana sotto la guida del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), e la formazione di una società completamente distinta da quella non musulmana, si siano realizzate gradualmente nell’arco di alcuni anni anziché da un giorno all’altro, tuttavia, data la natura della predicazione islamica, la gente aveva compreso in quale direzione si stesse muovendo questo movimento e quale rivoluzione avrebbe infine portato. Perciò coloro che volevano preservare l’antica società della jahiliyyah furono profondamente turbati e impiegarono tutte le loro forze per impedire l’emergere, dal loro stesso seno, di questa nuova ummah. (171)

Settimo paragrafo

La differenza tra l’operato di un profeta e quello di un non-profeta

Al termine di questa discussione riteniamo necessario comprendere chiaramente, alla luce di quanto è stato detto finora, la differenza tra la leadership e il metodo d’azione di un profeta e quelli di un non-profeta.

Quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ricevette l’ordine di diffondere l’invito islamico in Arabia, nel mondo intero e persino nel suo stesso Paese esistevano innumerevoli problemi morali, civili, economici e politici, la cui soluzione era indispensabile. I due imperi, romano e persiano, si trovavano all’apice del dispotismo. Le discriminazioni di stirpe e di classe avevano raggiunto livelli estremi. L’oppressione dei deboli da parte dei potenti era intollerabile. Ogni sorta di sfruttamento economico illecito era praticata su vasta scala. Si erano diffuse forme della più bassa depravazione morale. L’Arabia era afflitta da problemi ancora più gravi rispetto a questi Paesi. Il popolo che viveva nello stesso Paese e parlava la stessa lingua era diviso in innumerevoli tribù, sebbene tra esse esistessero legami di parentela reciproca per discendenza e lignaggio. Tra loro non esisteva neppure il concetto di una «nazione araba». Ognuno considerava la propria tribù come la propria nazione. Ovunque erano evidenti disordine, guerre civili, insicurezza, ignoranza, decadenza morale, oppressione e persecuzione, fame e povertà. Le potenze straniere approfittavano di tutte queste debolezze dell’Arabia e continuavano a penetrare nel Paese. A nord, la loro occupazione era giunta fino ai confini dell’Hegiaz. Il governo romano diffondeva denaro e missionari all’interno dell’Arabia per estendere la propria influenza. Il regno cristiano abissino, situato di fronte alla costa occidentale, da lungo tempo attaccava lo Yemen e cercava di impadronirsene. In un’occasione, persino il suo esercito era giunto fino alla Mecca. L’Iran aveva esteso il proprio dominio sulla costa orientale dell’Arabia e su alcune regioni interne; in seguito, la sua dominazione arrivò fino allo Yemen. Nella maggior parte delle fertili regioni dell’Hegiaz, gli ebrei giunti dall’esterno avevano mantenuto il proprio controllo per diversi secoli. Con la loro rete di usura tenevano gli abitanti dell’Arabia in schiavitù.

In una situazione del genere, se fosse apparso in Arabia un leader di tipo riformatore, avrebbe forse iniziato la propria opera cercando di impedire le usanze e i costumi della jahiliyyah, la depravazione morale e le guerre civili reciproche. Oppure avrebbe sollevato la questione della divisione tra ricchi e poveri, incitando e infiammando i poveri contro i ricchi, affinché la fame della gente comune fosse alleviata e la povertà eliminata. E se fosse apparso un leader di tipo politico, avrebbe cercato di attirare gli arabi dalla propria parte e di renderli suoi seguaci, dicendo: «Vi trasformerò in una nazione potente, espellerò dal Paese i predoni stranieri, trasformerò l’Arabia in un grande regno, svilupperò per voi il commercio, gli affari e le arti, aumenterò le vostre risorse economiche, eliminerò la vostra fame e, dopo aver acquisito forza, lancerò aggressioni contro i Paesi vicini, affinché le vostre ricchezze aumentino enormemente».

In tutte queste attività non si sarebbe posto alcun problema di carattere morale e, pur di portare al successo la propria leadership politica, egli non avrebbe esitato neppure per un istante a ricorrere a inganni, complotti, astuzie, uso della forza e massacri. Inoltre, entrambi i tipi di leadership sarebbero stati leadership nazionaliste. Anche se si fossero elevati al di sopra del fanatismo tribale, al massimo sarebbero giunti al fanatismo arabo; non sarebbero arrivati fino all’ostilità verso le altre nazioni e gli altri Paesi.

Il peculiare metodo d’azione del movimento islamico

Per prima cosa, osserviamo il Messaggero di Allah, inviato da Dio (pace e benedizioni su di lui). La situazione e i problemi di allora erano proprio quelli descritti sopra. Erano tutti importanti e nessuno poteva essere trascurato. Anche il Profeta (pace e benedizioni su di lui) non li considerava trascurabili. Non si limitò a risolverli uno dopo l’altro al momento opportuno; al contrario, realizzò una rivoluzione grandiosa, che nessun riformatore non profetico o leader politico avrebbe potuto neppure concepire. Tuttavia, all’inizio della sua missione, distolse lo sguardo da tutto ciò e concentrò pienamente la sua attenzione su un’unica riforma fondamentale, che era la chiave per risolvere tutti i problemi. Sebbene fosse nato in una tribù e in una città, fin dal primo giorno del movimento islamico il suo sguardo era rivolto all’intera umanità, che egli si era levato a invitare verso il sentiero retto. E la riforma fondamentale sulla quale concentrò tutti i suoi sforzi, lasciando da parte ogni altro problema, era questa:

1. Che le persone credano nel tawḥīd, abbandonino l’adorazione di tutti gli altri e adorino unicamente Allah, considerando obbligatorio obbedire ai Suoi comandi.

2) Che riconoscano Muḥammad, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), come Messaggero di Allah e seguano tutte le indicazioni, gli insegnamenti e le norme giuridiche pervenuti per suo tramite dalla via di Allah.

3) Che riconoscano il Corano come la Parola di Allah e ne osservino necessariamente i comandamenti in ogni momento.

4) Che credano nell’Aldilà e conducano le proprie attività terrene con la consapevolezza che, alla fine, dopo la morte, dovranno comparire davanti a Dio e rendere conto delle proprie azioni.

5) Che seguano, riguardo agli aspetti buoni e cattivi del carattere, quei principi immutabili presentati da Allah, dal Suo Messaggero e dal Suo Libro.

6) Coloro tra gli uomini che accetteranno questo invito diventeranno una comunità, si ergeranno come portatori dello stendardo di tale invito e dovranno prepararsi ad affrontare enormi rischi per la vita e i beni al fine di renderlo vittorioso. Dovranno essere completamente uniti tra loro, formare una propria futura società e recidere ogni rapporto di amicizia, affetto e socialità concreta con il kufr e i miscredenti. (172)

L’importanza di questo metodo d’azione

Il motivo per cui dapprima si volse le spalle a ogni altra direzione e si impiegarono tutte le forze esclusivamente in questa riforma fondamentale era, innanzitutto, che essa costituiva l’opera giusta e vera. E il compito autentico di un Messaggero consiste proprio nel presentare la verità. Il secondo motivo era che, dal punto di vista del movimento islamico, la vera causa di ogni danno e corruzione che si manifestano nella vita morale e civile dell’uomo è il fatto che l’uomo si consideri libero e privo di responsabilità: che si consideri la propria divinità e, escludendo la Divinità dell’universo, ritenga altri meritevoli degli attributi, dell’autorità e dei diritti divini, siano essi uomini o altri esseri. Se alla radice sussistono questi danni e questa corruzione, secondo la prospettiva dell’Islam nessuna riforma superficiale o esteriore potrà eliminare il degrado individuale o la corruzione collettiva. Se si elimina il male da una parte, esso rialzerà la testa dall’altra. Pertanto, l’inizio della riforma può avvenire soltanto così: da una parte bisogna rimuovere dalla mente dell’uomo l’illusoria idea della libertà e dell’assenza di responsabilità, e dirgli che il mondo in cui vive non è in realtà un regno senza governante. Al contrario, vi è davvero un Re sovrano assoluto, ed egli è suo suddito per nascita. Quel regno non dipende dal fatto che egli lo riconosca. Non può porvi fine, né può uscirne e recarsi altrove. Finché questa realtà immutabile sussiste, la sua illusoria idea di libertà non è altro che un’idea stolta e falsa, le cui conseguenze dovrà sopportare egli stesso. La realtà esige che egli chini direttamente il capo davanti a Lui e rimanga un servo obbediente. D’altra parte, bisogna anche mostrargli questo aspetto della realtà: nell’intero universo creato vi è un solo Re, un solo Proprietario e un solo detentore dell’autorità e della signoria. Qui nessun altro ha il diritto di impartire ordini, e in realtà nessun altro comando è davvero effettivo. Perciò egli non deve essere servo di nessuno all’infuori di Lui, non deve obbedire agli ordini di nessuno e non deve chinare il capo davanti a nessuno. Qui non vi è alcuna “Sua Maestà” (His Majesty): la Maestà appartiene esclusivamente a quell’Unico Essere. Qui non vi è alcuna “Sua Altezza” (His Highness): l’Altezza si addice soltanto a Lui. Qui non vi è alcuna “Sua Santità” (His Holiness): tutta la Santità è riservata a Lui. Qui non vi è alcuna “Sua Signoria” (His Lordship): tutta la Signoria appartiene a Lui. Qui non vi è alcun legislatore: la legge appartiene soltanto a Lui; a Lui spettano il diritto di promulgare la legge e quello di punire il reato di disobbedirvi. Qui non vi è alcun governo, alcun benefattore misericordioso, alcuno scià o imperatore, alcun santo o funzionario, alcun soccorritore dalle calamità, alcun ascoltatore delle suppliche né alcun esauditore delle preghiere degli afflitti. Nessuno possiede le chiavi del potere di governo. Nessuno è titolare della superiorità. Dalla terra al cielo, tutti sono servi, schiavi e obbedienti. Il Signore e Padrone è uno solo. Pertanto bisogna rinunciare a ogni forma di servitù, obbedienza e sottomissione, diventare servi e obbedienti esclusivamente a Lui e accettare soltanto il Suo comando e il Suo governo.

Questa è la base fondamentale di tutte queste riforme. Su di essa l’intero edificio del carattere individuale e dell’ordinamento collettivo viene demolito e ridotto in frantumi, per essere ricostruito secondo un disegno speciale. E tutti i problemi sorti nella vita umana da Adamo (pace su di lui) fino a oggi, e quelli che sorgeranno da ora fino al Giorno della Resurrezione, saranno risolti secondo un metodo nuovo fondato su questa stessa base.

Il metodo con cui il Profeta (pace e benedizioni su di lui) iniziò il suo invito

Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non adottò, per invitare a questa riforma fondamentale, un metodo basato su preparativi preliminari e introduzioni, nel senso di compiere dapprima alcune attività politiche e sociali per esercitare influenza sulla gente. Poi, servendosi di tale influenza, avrebbe acquisito una certa autorità di tipo governativo e, utilizzandola per dirigere le persone, le avrebbe condotte a questo punto. Nulla di tutto ciò. Vediamo invece che un uomo proclama soltanto: “Non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah”. Il suo sguardo non si rivolse a nulla di meno di questo. La ragione non è soltanto il coraggio profetico e l’ardore della predicazione; in realtà, questo è il metodo operativo del movimento islamico. L’influenza e il potere che si possono ottenere attraverso altri mezzi non sono affatto d’aiuto all’opera di questa riforma. Coloro che collaborano con la gente sulla base di qualcosa che non sia “Non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah” non saranno utili al Profeta (pace e benedizioni su di lui) nell’opera di ricostruzione fondata su questa base. In quest’opera sarà più proficuo il contributo di coloro che, non appena udranno “Non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah”, accorreranno verso colui che invita. Sarà questa l’opera da cui saranno attratti. Faranno di questa realtà il fondamento della loro vita e, su tale base, procederanno ad agire. Pertanto, la particolare strategia e il programma necessari per portare avanti il movimento islamico esigono che l’opera abbia inizio, senza alcuna introduzione, proprio dall’invito al tawhid.

L’ampiezza del concetto di tawhid

Questo concetto di tawhid non è soltanto una credenza religiosa. Esso sradica l’intero ordinamento della vita individuale e sociale, costruito sul fondamento della libertà dell’uomo e dell’autorità e signoria di ciò che è diverso da Allah, e su un secondo fondamento viene edificato un nuovo edificio. Oggi si vede il muezzin del mondo levare la voce con “Attesto che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah”, e la si ascolta con freddezza. Né chi invita sa che cosa stia dicendo, né chi ascolta vi scorge alcun significato o scopo. Ma se sapessero che lo scopo di questa proclamazione è dichiarare la ribellione contro l’intero ordinamento attualmente vigente e instaurare al suo posto un nuovo ordinamento, credetemi, non si tollererebbe con calma questa voce in alcun luogo. Che voi andiate o no a combattere qualcuno, il mondo stesso verrebbe a combattere contro di voi. Non appena leverete questa voce, vi sembrerà che all’improvviso la terra e il cielo siano diventati vostri nemici, e da ogni parte vedrete serpenti, scorpioni e belve feroci.

La ragione del successo di questo metodo operativo

La stessa situazione si manifestò quando il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) innalzò pubblicamente questa voce. Il predicatore lanciava il suo appello con piena consapevolezza, e anche gli ascoltatori lo comprendevano; perciò si decisero fermamente a far tacere quella voce. I sacerdoti e gli adoratori videro in essa una minaccia per il loro brahmanesimo e il loro papismo; i ricchi, per le loro ricchezze; gli usurai, per i loro affari a interesse; gli adoratori della stirpe, per la superiorità dei loro lignaggi; gli adoratori dei riti, per i loro riti e costumi; gli adoratori della nazione, per il loro nazionalismo; gli adoratori degli antenati, per i sistemi e le pratiche ricevuti in eredità dai loro padri e nonni. In altre parole, in quella sola voce ogni adoratore di un idolo scorse la minaccia della distruzione del proprio idolo. Per questo, secondo «al-kufru millatun wahidatun» (*******), coloro che erano in conflitto tra loro si unirono per combattere questo nuovo movimento. In tale situazione, soltanto coloro che avevano idee limpide, che erano capaci di comprendere e accettare la realtà e nei quali era presente un amore per la sincerità tanto grande da essere pronti, una volta riconosciuta la verità di una cosa, a gettarsi nel fuoco e a giocare con la morte, si avvicinarono al Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Per questo movimento erano necessarie proprio persone di questo genere. Esse cominciarono ad arrivare una alla volta, poi a due e a quattro, mentre il conflitto e lo scontro si intensificavano. A qualcuno fu interrotta la fonte di sostentamento; la famiglia cacciò qualcuno di casa; amici e persone care ruppero i rapporti con qualcun altro. Alcuni furono imprigionati, altri trascinati sulla sabbia rovente; alcuni furono accolti pubblicamente con pietre e insulti; a qualcuno furono strappati gli occhi, a qualcun altro fu fracassato il capo; altri furono tentati e si cercò di comprarli con donne, ricchezze, regni e ogni altra cosa possibile. Tutto ciò accadde ed era necessario che accadesse. Senza queste prove il movimento islamico non avrebbe potuto né rafforzarsi né avanzare.

Il metodo naturale per selezionare e formare gli uomini d’azione

Il beneficio inevitabile di tutto ciò fu che le persone dal carattere più vile e dalla volontà più debole non potevano affatto avvicinarsi a questa causa. Coloro che vi entrarono erano tra i figli di Adamo i più dotati e, in realtà, quelli di cui c’era bisogno. Non vi era altro modo per selezionare gli uomini d’azione tra gli incapaci se non questo: chiunque arrivava, vi arrivava passando attraverso una prova del fuoco. Inoltre, coloro che arrivarono non dovettero affrontare i pericoli per interesse personale o per un obiettivo dinastico o nazionale. Al contrario, tutto ciò che dovettero sopportare lo sopportarono soltanto per la verità e la sincerità, per Dio e per il Suo compiacimento. Per questo furono percossi, morirono di fame e di sete e furono vittime dell’oppressione e della persecuzione del mondo intero. Il risultato fu che in loro cominciò a formarsi la corretta mentalità islamica necessaria. Si formò in loro un carattere islamico saldo e affidabile. Nella loro devozione a Dio nacque la sincerità, che continuò a crescere. Era del tutto naturale che, in questo potente campo di addestramento fatto di difficoltà e calamità, la realtà islamica si sviluppasse. Quando una persona si mette in cammino per raggiungere un obiettivo e avanza attraversando conflitti e scontri, sforzi estremi, pericoli e avversità, sofferenze e pene, inquietudine, prigionia e persecuzione, fame e sete, esilio e altre prove, allora, grazie alla sua esperienza personale, tutte le realtà di quell’obiettivo permeano il suo mondo interiore. Poi tutta la sua personalità si trasforma in funzione di quell’obiettivo. Come aiuto per raggiungere la perfezione in questo campo, per prima cosa le fu resa obbligatoria la preghiera, affinché venisse eliminato ogni timore di errore o di offuscamento della visione e il suo sguardo rimanesse fisso sulla propria meta. Attraverso la ripetuta attestazione del potere sovrano di Colui che aveva accettato come suo Signore, doveva consolidarsi nella sua fede. Doveva radicarsi pienamente nel suo cuore che Colui secondo il cui comando doveva operare nel mondo era il Conoscitore dell’invisibile e del manifesto, il Padrone assoluto e Colui che esercita autorità su tutte le Sue creature; in nessuna circostanza doveva trovare posto nel suo cuore l’idea di obbedire a qualcuno all’infuori di Lui.

Le ragioni della diffusione dell’appello islamico

Da una parte, coloro che arrivavano venivano formati in questo modo e, dall’altra, il movimento islamico si diffondeva a causa di questo conflitto e di questi scontri. Quando la gente vedeva che un piccolo gruppo veniva picchiato, imprigionato ed espulso dalle proprie case, nasceva certamente in essa il desiderio di indagare e cercava di capire il motivo di tutto quel trambusto. Quando veniva a sapere che non si trattava di donne, denaro o proprietà e che quelle persone, servi di Allah, non avevano alcun interesse personale, ma venivano colpite soltanto perché era stata loro rivelata la verità di una questione, nasceva spontaneamente nei loro cuori il desiderio di sapere quale fosse realmente quella cosa per la quale quelle persone erano disposte a sopportare tante e tali calamità. Poi, quando apprendevano che quella cosa era «la ilaha illallah» e che da essa scaturiva una rivoluzione di tale natura nella vita umana, e che con questo appello scendevano in campo persone che, per il solo amore della verità, rifiutavano ogni opportunità e comodità mondana e sacrificavano la vita, i beni e i figli, allora i loro occhi si aprivano e i veli che ricoprivano i loro cuori cominciavano a squarciarsi. In questo contesto, quella verità raggiungeva il suo bersaglio come una freccia. Questa era la ragione per cui tutti, eccetto coloro che erano stati accecati dall’orgoglio della propria posizione personale, dall’ignoranza della cieca obbedienza ai padri e agli antenati o dall’attrazione degli interessi terreni, cominciavano a sentirsi attratti da questo movimento. Alcuni ne furono attratti rapidamente, mentre altri continuarono a resistere a tale attrazione per molto tempo. Ma, presto o tardi, ogni persona amante della verità e disinteressata dovette unirsi a essa.

L’influenza straordinaria del carattere del Profeta (pace e benedizioni su di lui)

In quel periodo, il Profeta (pace e benedizioni su di lui), guida del movimento, rese chiari, attraverso la propria vita, i principi fondamentali del movimento e ogni aspetto per il quale esso esisteva. Da ogni sua parola, da ogni sua azione e da ogni sua attività scaturiva la vera forza vitale dell’Islam, e la gente comprendeva che cosa fosse l’Islam.

Sua moglie, la venerabile Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei), era la donna più ricca dell’Ḥijaz. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) commerciava con i suoi beni. Quando ebbe inizio l’appello dell’Islam, tutte le sue attività commerciali cessarono. Poiché era completamente impegnata nel lavoro dell’appello e, dopo aver reso tutta l’Arabia sua nemica, non era più possibile proseguire gli affari. Nel giro di alcuni anni, marito e moglie consumarono interamente, per diffondere questo movimento, tutto ciò che era rimasto dei beni dei tempi precedenti. Alla fine, quando si recò a Ṭāʾif, colei che un tempo era stata la principale commerciante dell’Ḥijaz non riuscì neppure a procurargli un asino per il suo viaggio.

I Quraysh offrirono al Nobile Profeta (pace su di lui) il trono del governo dell’Hijaz. Dissero: «Ti faremo nostro re, ti faremo sposare la più bella ragazza d’Arabia e deporremo montagne di ricchezze ai tuoi piedi, a condizione che tu abbandoni questo movimento». Ma colui che era apparso per la liberazione e il bene dell’umanità rifiutò tutte queste proposte e accettò di subire insulti e pietre.

I Quraysh e i capi arabi dissero: «Muhammad (pace su di lui), come possiamo venire a sederci presso di te e come possiamo ascoltare le tue parole, quando nella tua assemblea siedono sempre schiavi, nullatenenti e — Dio non voglia — persone di casta inferiore? Hai riunito attorno a te coloro che, ai nostri occhi, appartengono alle classi più basse. Allontanali, così potremo incontrarci con te». Ma colui che era venuto per rendere uguali gli esseri umani, senza distinzione tra elevati e umili, rifiutò di cacciare i poveri per compiacere i ricchi.

Per il bene del movimento, il Profeta (pace su di lui) non ebbe alcun riguardo per gli interessi del proprio paese, della propria nazione, della propria tribù o della propria famiglia. Suoi erano coloro che credevano; estranei erano coloro che non credevano. Proprio questo infuse negli abitanti del mondo la ferma convinzione che egli era apparso, in quanto essere umano, esclusivamente per il bene dell’umanità; e proprio questo attirò verso il suo invito ogni paese e ogni nazione. Se si fosse preoccupato della propria famiglia, quale interesse avrebbero avuto per tale preoccupazione coloro che non erano hascemiti? Se fosse stato ansioso di preservare in qualche modo l’autorità dominante dei Quraysh, quale interesse avrebbero avuto i non-Quraysh a partecipare a questa impresa? Se avesse operato per la superiorità degli Arabi, che bisogno avrebbero avuto Bilal (che Dio si compiaccia di lui) d’Abissinia, Suhayb (che Dio si compiaccia di lui) di Roma e Salman (che Dio si compiaccia di lui) d’Iran di collaborare alla sua opera? In realtà, ciò che attirava tutti era il puro culto di Dio e il porsi al di sopra degli interessi personali, familiari e nazionali. (173)

Note

1. Aggiunta dell’autore

2. Tafhīm al-Qur’ān: vol. 2, Banī Isrā’īl, nota 92

3. Tafhīm al-Qur’ān: vol. 4, al-Zumar, nota 64

4. Aggiunta dell’autore]

5. Tafhim al-Qur’an: vol. 1, al-An‘am, nota 29

6. Aggiunta dell’autore

7. Tafhim al-Qur’an: vol. 4, az-Zumar, nota 27

8. Tafhim al-Qur’an: vol. 4, ash-Shura, nota 38

9. Tafhim al-Qur’an: vol. 2, at-Tawba, nota 31

10. Aggiunta dell’autore

11. Tafhim al-Qur’an: vol. 3, al-Qasas, note 80–85

12. Aggiunta dell’autore

13. Tafhim al-Qur’an: volume 3, al-Anbiya’, nota 5

14. Tafhim al-Qur’an: volume 3, al-Furqan, note 14-17

15. Aggiunta dell’autore

16. Tafhim al-Qur’an: volume 3, al-Anbiya’, nota 10

17. Tafhim al-Qur’an: volume 5, at-Taghabun, note 11-13

18. Tafhim al-Qur’an: volume 2, Banu Isra’il, nota 108

19. Tafhim al-Qur’an: volume 2, Yusuf, nota 79

20. Aggiunta dell’autore

21. Tafhīm al-Qur’ān: vol. 2, Banī Isrā’īl, nota 63

22. Tafhīm al-Qur’ān: vol. 4, al-Zukhruf, note 30-32

24. Tafhīm al-Qur’ān: vol. 4, al-Mu’min, note 75-76

25. Tafhīm al-Qur’ān: vol. 2, al-Nahl, nota 4

26. Tafhīm al-Qur’ān: vol. 4, al-Ahqāf, note 15-16

27. Tafhīm al-Qur’ān: vol. 3, al-Shu’arā’, nota 81

28. Tafhīm al-Qur’ān: vol. 4, Ṣād, nota 8

29. Aggiunta dell’autore

30. Tafhim al-Qur’an: vol. 3, al-Mu’minun, nota 27

31. Tafhim al-Qur’an: vol. 3, Muminin, nota 36

32. Tafhim al-Qur’an: vol. 5, al-Tur, nota 22

33. Tafhim al-Qur’an: vol. 6, al-Takwir, nota 21

34. Tafhim al-Qur’an: vol. 3, al-Shu‘ara, note 130-133

35. Tafhim al-Qur’an: vol. 4, al-Dukhan, nota 12

36. Tafhim al-Qur’an: vol. 2, al-Nahl, nota 70

37. Tafhim al-Qur’an: vol. 3, al-Qasas, nota 64

38. Aggiunta dell’autore

39. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 3, al-Furqān, nota 18

40. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 4, Sabaʾ, note 66-67

41. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 3, Sabaʾ, note 66-67

42 Tafhīm al-Qurʾān: vol. 6, al-Qalam, note 2-4

43. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 2, al-Aʿrāf, nota 143

44. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 3, ash-Shuʿarāʾ, nota 142

45. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 3, ash-Shuʿarāʾ, nota 143

46. Tafhīm al-Qurʾān: 3° volume, ash-Shuʿarāʾ, nota 144

47. Tafhīm al-Qurʾān: 5° volume, at-Tūr, nota 25

48. Tafhīm al-Qurʾān: 2° volume, Banī Isrāʾīl, nota 54

49. Tafhīm al-Qurʾān: 5° volume, Qāf, nota 5

50. Tafhīm al-Qurʾān: 3° volume, al-Furqān, nota 55

51. Tafhīm al-Qurʾān: 2° volume, Banī Isrāʾīl, nota 106

52. Tafhīm al-Qurʾān: 3° volume, al-ʿAnkabūt, nota 91

53. Tafhīm al-Qurʾān: 6° volume, al-Muddaththir, nota 39

54. Tafhim-ul-Qur’an: vol. 1, al-An‘ām, nota 5-7

55. Tafhim-ul-Qur’an: vol. 1, al-An‘ām, nota 26-27

56. Tafhim-ul-Qur’an: vol. 2, ar-Ra‘d, nota 47

57. Tafhim-ul-Qur’an: vol. 3, al-‘Ankabūt, nota 88

58. Tafhim-ul-Qur’an: vol. 2, Yūnus, nota 21

59. Tafhim-ul-Qur’an: vol. 3, al-Qaṣaṣ, nota 109

60. Aggiunta dell’autore

61. Tafhim-ul-Qur’an: vol. 4, as-Sajda, nota 1

62. Tafhim-ul-Qur’an: 4° volume, As-Sajda, nota 2-4

63. Tafhim-ul-Qur’an: 2° volume, Yunus, nota 45

64. Tafhim-ul-Qur’an: 2° volume, Bani Isra’il, nota 105

65. Tafhim-ul-Qur’an: 2° volume, Hud, nota 14

67. Tafhim-ul-Qur’an: 2° volume, Yunus, nota 46

68. Tafhim-ul-Qur’an: 3° volume, Al-Furqan, nota 44-46

69. Tafhim-ul-Qur’an: 2° volume, An-Nahl, nota 102-106

70. Tafhim-ul-Qur’an: 3° volume, Al-Furqan, nota 12

71. Tafhim al-Qur’an: volume 4, Hā Mīm as-Sajda, nota 54

72. Tafhim al-Qur’an: volume 4, Hā Mīm as-Sajda, nota 1

73. Aggiunta dell’autore

74. Aggiunta dell’autore

75. Tafhim al-Qur’an: volume 4, al-Jāthiya, nota 44

76. Tafhim al-Qur’an: volume 4, al-Jāthiya, nota 34

77. Tafhim al-Qur’an: volume 2, ar-Raʿd; nota 12

78. Tafhim al-Qur’an: volume 4, Saba’, nota 10

79. Tafhim al-Qur’an: volume VI, An-Nazi‘at, nota 4

80. Tafhim al-Qur’an: volume IV, Ya-Sin, note 64–67

81. Tafhim al-Qur’an: volume II, Bani Isra’il, nota 56

82. Tafhim al-Qur’an: volume II, Al-Hajj, note 5–6

83. Tafhim al-Qur’an: volume IV, As-Sajda, note 20–21

84. Tafhim al-Qur’an: volume IV, As-Saffat, note 8–9

85. Tafhim al-Qur’an: volume IV, Al-Mu’min, nota 79

86. Tafhim al-Qur’an: volume VI, An-Naziat, nota 14

87. Tafhim al-Qur’an: volume 4, As-Saffat, nota 8-12

88. Tafhim al-Qur’an: volume 6, Al-Ghashiya, nota 7

89. Tafhim al-Qur’an: volume 5, Qaf, nota 4

90. Tafhim al-Qur’an: volume 5, Qaf, nota 4

91. Tafhim al-Qur’an: volume 5, Qaf, nota 4

92. Tafhim al-Qur’an: volume 5, Qaf, nota 18

93. Aggiunta dell’autore

94. Tafhim al-Qur’an: volume 6, Al-Qiyama, nota 24

95. Tafhim al-Qur’an: volume 6, Al-Qiyamah, nota 2

96. Tafhim al-Qur’an: volume 4, Sad, note 29-30

97. Tafhim al-Qur’an: volume 5, At-Taghabun, note 15-17

98. Tafhim al-Qur’an: volume 4, Ad-Dukhan, note 31-32

99. Tafhim al-Qur’an: volume 4, Al-Jathiyah, note 27-28

100. Tafhim al-Qur’an: volume 4, Al-Jathiyah, nota 33

101. Tafhim al-Qur’an: volume 6, Al-Qalam, note 19-23

102. Tafhim al-Qur’an: volume 6, At-Takwir, nota 9

103. Aggiunta dell’autore

104. Tafhimul Qur’an: sesto volume, Qiyamah, nota 3-5

105. Tafhimul Qur’an: sesto volume, Qiyamah, nota 15

106. Tafhimul Qur’an: sesto volume, Dahar, nota 21

107. Tafhimul Qur’an: sesto volume, Takathur, note 1-3

108. Tafhimul Qur’an: sesto volume, Mutaffifin, nota 1

109. Tafhimul Qur’an: sesto volume, Fajr, note 11-14

110. Tafhimul Qur’an: sesto volume, Ma’un, nota 7

111. Tafhīm al-Qurʾān: 6º volume, al-Mulk, nota 4

112. Tafhīm al-Qurʾān: 6º volume, al-Dahr, note 3-5

113. Tafhīm al-Qurʾān: 4º volume, al-Zumar, nota 45

114. Tafhīm al-Qurʾān: 4º volume, al-Muʾmin, nota 28

115. Aggiunta dell’autore

116. Tafhīm al-Qurʾān: 5º volume, Qāf, nota 21

117. Tafhīm al-Qurʾān: 6º volume, al-Infiṭār, nota 7

118. Tafhīm al-Qurʾān: 6º volume, al-Zalzalah, note 2-4

119. Tafhīm al-Qurʾān: 3° volume, al-Kahf, nota 46

120. Tafhīm al-Qurʾān: 5° volume, al-Qamar, nota 28

121. Tafhīm al-Qurʾān: 5° volume, al-Mujādala, nota 17

122. Tafhīm al-Qurʾān: 4° volume, Yā Sīn, nota 55

123. Tafhīm al-Qurʾān: 4° volume, Yā Sīn, nota 55

124. Tafhīm al-Qurʾān: 4° volume, Ḥā Mīm as-Sajda, nota 25

125. Tafhīm al-Qurʾān: 4° volume, Yā Sīn, nota 9

126. Tafhīm al-Qurʾān: 4° volume, al-Jāthiya, nota 42

127. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 4, Zumar, nota 80

128. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 6, Adiyāt, nota 8

129. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 6, Tāriq, note 5-7

130. . Tafhīm al-Qurʾān: vol. 6, Tāriq, note 5-7

131 Tafhīm al-Qurʾān: vol. 6, Qiyāma, note 9-10

132. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 6, Qiyāma, nota 20

133. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 6, Fajr, nota 17

134. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 6, Infitār, nota 3

135. Tafhīm al-Qur’ān: 6° volume, Zilzāl, nota 5-7

136. Tafhīm al-Qur’ān: 4° volume, Fāṭir, note 39-40

137. Tafhīm al-Qur’ān: 6° volume, ʿAbasa, nota 22

138. Tafhīm al-Qur’ān: 6° volume, al-Maʿārij, nota 11

139. Tafhīm al-Qur’ān: 4° volume, al-Mu’min, note 31-32

140. Tafhīm al-Qur’ān: 6° volume, an-Naba’, note 23-24

141. Aggiunta dell’autore

142 Aggiunta dell’autore

143. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 6, al-Shams, note 4-6

144. Aggiunta dell’autore

145. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 6, al-Balad, note 9-10

146. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 6, al-Tīn, note 2-4

147. Aggiunta dell’autore

148 Aggiunta dell’autore

149. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 5, al-Ḥujurāt, note 28

150. Tafhīm al-Qurʾān: vol. 3, al-Rūm, note 18

151. Tafhim al-Qur’an: vol. 3, al-Hajj, nota 132

152. Tafhim al-Qur’an: vol. 3, al-Qasas, nota 73

153. Aggiunta dell’autore

154. Tafhim al-Qur’an: vol. 6, al-Lahab, introduzione

155. Tafhim al-Qur’an: vol. 5, al-Hujurat, nota 18

156. Tafhim al-Qur’an: vol. 6, al-Balad, nota 14

157. Tafhim al-Qur’an: vol. 5, Hujuratk, nota 26

158. Aggiunta dell’autore

159. Tafhimul Corano: vol. 4, Hā-Mīm as-Sajda, nota 136

160. Tafhimul Corano: vol. 1, al-Baqara, nota 144

161. Tafhimul Corano: vol. 1, Āl ʿImrān, nota 88

162. Tafhimul Corano: vol. 2, at-Tawba, nota 80

163. Tafhimul Corano: vol. 3, al-ʿAnkabūt, note 94–99

164. Tafhimul Corano: vol. 2, at-Tawba, nota 18

165. Tafhimul Corano: vol. 5, al-Mujādila, nota 37

166. Tafhimul Corano: vol. 3, al-ʿAnkabūt, note 17–18

167. Tafhīm al-Qurʾān: 3° volume, al-ʿAnkabūt, nota 17–18

168. Tafhīm al-Qurʾān: 2° volume, al-Tawba, nota 111

169. Tafhīm al-Qurʾān: 5° volume, al-Mumtaḥana, nota 13

170. Tratto da «Lo Stato islamico»: pagine 159–176

171. Aggiunta dell’autore

172. Aggiunta dell’autore

173. Tratto da «La via della rivoluzione islamica»