Le nostre parole
Il defunto Mawlānā non poté portare a termine quest’opera durante la sua vita. Dopo aver scritto fino all’Egira, egli passò a miglior vita. In lingua urdu, questa parte, fino all’Egira, fu pubblicata in due volumi. Abbiamo diviso il primo volume in urdu in due volumi in bengalese. Il presente libro ne costituisce la seconda parte. Ci auguriamo di pubblicare il secondo volume in urdu nei nostri terzo e quarto volumi in bengalese.
La Sayyid Abul Ala Maududi Research Academy si sta adoperando per presentare rapidamente ai lettori di lingua bengalese tutte le opere del Mawlānā. La presente opera è stata tradotta dal suo stretto collaboratore, il distinto letterato signor Abbas Ali Khan. Riteniamo di non avere nulla di nuovo da dire ai lettori colti riguardo alla competenza del suo lavoro di traduzione, alla precisione nella scelta delle parole e alla forza del suo stile.
Ringraziamo Allah l’Altissimo per averci concesso di pubblicare quest’opera a nome dell’Accademia. Possa Egli concedere a tutti i lettori di quest’opera la capacità di comprendere la vera missione della profezia. Amen.
Abdus Shahid Nasim
Direttore
Sayyid Abul Ala Maududi Research Academy, Dhaka.
L’Islam è, in realtà, il nome di quel movimento che vuole edificare l’intero edificio della vita umana sulla concezione e sulla fede nella sovranità dell’unico Allah. Questo movimento prosegue fin dai tempi più antichi sulla stessa base e secondo lo stesso metodo. A guidarlo sono stati coloro che sono chiamati profeti e messaggeri di Allah l’Altissimo. Se dobbiamo dirigere questo movimento, dovremo necessariamente seguire il metodo d’azione di quei leader. Infatti, per un movimento di questo genere, non esiste né può esistere alcun altro metodo d’azione. Quando cerchiamo di seguire le orme dei nobili profeti, ci troviamo di fronte a enormi difficoltà. Non sappiamo molto delle opere e delle attività dei profeti che vissero nell’antichità. Nel Corano si trovano alcuni brevi accenni, ma da essi non è possibile ricostruire l’intero piano. Nel Nuovo Testamento della Bibbia si trovano alcune dichiarazioni inattendibili attribuite a Gesù, che fanno luce, in certa misura, su un aspetto: come si possa condurre il movimento islamico nella sua fase assolutamente iniziale e quali problemi esso debba affrontare. Tuttavia, Gesù non dovette affrontare la fase successiva, e non si trova alcun accenno al riguardo. In questa materia riceviamo una guida chiara e completa da un’unica fonte: la vita del Profeta Muhammad Mustafa. Il nostro ritorno a lui non è dovuto semplicemente al rispetto che gli portiamo; in realtà, siamo costretti a rivolgerci a lui per acquisire la conoscenza delle salite e delle discese di questo cammino. Tra tutti i leader del movimento islamico, soltanto il Profeta Muhammad è l’unico leader nella cui vita possiamo conoscere, dalla prima predicazione di questo movimento fino alla fondazione dello Stato islamico e, in seguito, fino alla struttura dello Stato, alla costituzione, alla politica interna ed estera e ai principi e ai metodi di governo dello Stato, una descrizione completa e assolutamente affidabile di ogni fase e di ogni aspetto.
Capitolo 13 – La decadenza delle comunità precedenti e le loro rovine
Introduzione
Dalla storia dell’umanità apprendiamo quale terribile sorte abbiano incontrato, una dopo l’altra, quelle comunità che, considerando il mondo un semplice centro di piaceri, divertimenti e giochi, hanno respinto la verità proclamata dai profeti e vissuto sulla base di dottrine erronee. (Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Anbiyāʾ, nota 17)
Le comunità maledette e distrutte hanno osservato le antiche rovine con semplice divertimento e curiosità, ma non ne hanno tratto alcun insegnamento. Da ciò si comprende quanto sia diversa la prospettiva dei credenti nell’Aldilà da quella dei miscredenti. Gli uni guardano a uno spettacolo o, al massimo, scrivono la storia; gli altri, invece, osservando queste cose, traggono un insegnamento morale e giungono a conoscere informazioni e verità che non sono legate alla vita terrena. (Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Furqān, nota 54)
Tutti coloro che furono inviati per riformare e correggere l’umanità erano abitanti delle rispettive comunità. Chi erano Hazrat Nūḥ (ʿalayhi s-salām), Hazrat Ibrāhīm (ʿalayhi s-salām), Hazrat Mūsā (ʿalayhi s-salām) e Hazrat ʿĪsā (ʿalayhi s-salām)? Ora osservate quale fu la sorte delle comunità che non accettarono il loro invito e seguirono le proprie concezioni infondate e le passioni sfrenate. Molti, viaggiando per commercio, sono passati attraverso le città distrutte di ʿĀd, Thamūd, Madyan, il popolo di Lūṭ e altre ancora. Non videro proprio nulla in quei luoghi? La sorte che costoro subirono nel mondo indica chiaramente che nell’Aldilà subiranno una sorte ancora più terribile. Al contrario, coloro che si riformarono in questo mondo non furono nobili soltanto qui; nell’Aldilà la loro condizione sarà migliore e più felice. (Tafhīm al-Qurʾān, sūra Yūsuf, nota 79)
Le comunità che non prestarono ascolto alle parole dei profeti e vissero negando il tawḥīd, la risāla e l’Aldilà finirono per meritare la decadenza e la distruzione. La successione degli eventi storici testimonia che le norme morali inviate da Allah Taʿālā per mezzo dei profeti e il rendiconto che, in base ad esse, sarà chiesto nell’Aldilà sulle azioni degli uomini sono una verità assoluta. Infatti, ogni comunità che, senza curarsi di queste norme morali, si ritenne al di sopra di ogni responsabilità e credette di non dover rendere conto a nessuno, alla fine andò incontro alla distruzione. (Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Dhāriyāt, nota 21)
La causa della distruzione delle comunità annientate in passato fu questa: quando Allah Taʿālā concesse loro grandi ricchezze e potere, esse, inebriate dai piaceri e dal potere, iniziarono a diffondere la corruzione sulla terra. A quel punto il decadimento morale complessivo della società raggiunse un livello tale che tra loro non rimase alcun uomo virtuoso capace di impedire loro le cattive azioni. E, se pure ve ne furono, erano così pochi che la loro voce debole non riuscì a trattenerli dalle malefatte. Per queste ragioni quelle comunità divennero meritevoli della maledizione di Allah Taʿālā. (Tafhīm al-Qurʾān, sūra Hūd, nota 115)
Per coloro che cercano la verità, sulla terra di Allah sono disseminati innumerevoli segni. Osservandoli, possono riconoscere la verità. Ma gli ostinati, pur avendo visto questi segni, non hanno creduto. Finché non giunge la pace da parte di Allah, rimangono sempre immersi nello smarrimento. A questo proposito, nella sūra al-Shuʿarāʾ viene descritta la condizione di sette comunità storiche. Esse si comportavano con la stessa ostinazione dei miscredenti della Mecca al tempo del Profeta Muṣṭafā (ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam). Nel riferire questi episodi storici, Allah Taʿālā ha richiamato l’attenzione su alcuni aspetti.
Anzitutto, i segni sono di due tipi. Un tipo è costituito dai segni disseminati ovunque sulla terra di Allah. Osservandoli, una persona dotata di senno può stabilire se sia giusto ciò a cui invitano i profeti di Allah. Il secondo tipo è quello dei segni che videro il popolo di Lot e gli abitanti di al-Aykah. Ora spetta agli infedeli della Mecca decidere quale tipo di segni vogliono vedere.
In secondo luogo, in ogni epoca la mentalità, le argomentazioni, le accuse, le scuse e le obiezioni degli infedeli sono state dello stesso tipo. Anche i loro espedienti e pretesti per non credere sono stati gli stessi. Alla fine, anche il loro destino è stato il medesimo. Al contrario, in tutte le epoche l’insegnamento dei profeti è stato dello stesso tipo, così come il loro carattere e la loro condotta. Anche il modo in cui argomentavano contro gli avversari era il medesimo; e allo stesso modo si manifestava la grazia di Allah. Questi due esempi sono registrati nella storia. (Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Shuʿarāʾ, introduzione)
Ai popoli del passato era stata concessa, nella loro rispettiva epoca, l’opportunità di agire. Ma essi scelsero la via dell’ingiustizia, della trasgressione e della ribellione. Non prestarono ascolto alle parole dei profeti inviati per guidarli sulla retta via. Di conseguenza fallirono la prova e furono rimossi dalla faccia della terra. Infine venne il turno degli Arabi. Al posto dei popoli precedenti fu data loro l’opportunità di agire. Essi si trovano nel campo della prova dal quale erano stati espulsi i loro predecessori. Fu detto loro che, se non volevano subire la sorte dei popoli precedenti, dovevano trarre beneficio dall’opportunità che era stata loro concessa. Dovevano imparare dal destino dei popoli passati e non ripetere gli errori a causa dei quali erano stati distrutti. (Tafhīm al-Qurʾān, Sura Yūnus, nota 18)
Il popolo di Noè (pace su di lui)
Dalle indicazioni del Corano e dal racconto biblico risulta chiaramente che il paese in cui viveva il popolo di Noè (pace su di lui) è oggi chiamato Iraq. La veridicità di ciò è confermata anche dalle antiche iscrizioni su pietra e dalle tavolette di pietra anteriori alla Bibbia, rinvenute tra i reperti dell’antica Babilonia. Tra esse è narrata una storia quasi dello stesso tipo, menzionata nel Corano e nella Bibbia, secondo la quale la loro dimora si trovava nei dintorni di Mosul. Inoltre, dalle leggende tramandate di generazione in generazione nel Kurdistan e in Armenia si apprende che, dopo piogge tempestose e un diluvio, l’arca di Noè (pace su di lui) approdò in qualche luogo di questa regione. Nei dintorni dell’isola di Ibn Umar, a nord di Mosul, e presso il monte Ararat, situato al confine con l’Armenia, sono tuttora identificati diversi segni di Noè (pace su di lui); e tra gli abitanti di Nakhchivan è ancora diffusa la tradizione secondo cui fu Noè (pace su di lui) a fondare questa città.
Illustrazione
(La regione del popolo di Noè e il monte Jūdī)
Illustrazione delle prove storiche di una violenta tempesta
Nella letteratura antica greca, egiziana, indiana e cinese si trovano leggende simili alla storia sopra narrata di Hazrat Nuh (pace su di lui). Inoltre, leggende di questo genere sono tramandate fin dai tempi antichi in Birmania, Malaysia, nelle isole dell’India orientale, in Australia, in America e in varie regioni d’Europa. Da ciò si comprende chiaramente che questa storia risale a un’epoca in cui l’intero genere umano viveva in un’unica regione e in seguito si disperse da lì in diverse parti del mondo. Per questo tutti i popoli menzionano, nella loro storia più antica, una grande inondazione. Con il trascorrere del tempo, naturalmente, ne hanno dimenticato i particolari autentici e ciascuno ha ricoperto l’evento reale con una vasta coloritura fantastica, secondo le proprie concezioni. (Tafhīm al-Qur’ān, Sura al-A‘rāf, nota 47)
Il monte Jūdī, dove l’arca di Hazrat Nuh (pace su di lui) si fermò, si trova nella regione del Kurdistan, a nord-est dell’isola di Ibn Umar. Nella Bibbia il luogo in cui l’arca approdò è chiamato Ararat, che è il nome di una montagna dell’Armenia. Si tratta di una catena montuosa. Il nome Ararat indica una catena che inizia dalle alte vette dell’Armenia e si estende verso sud fino al Kurdistan. Uno dei monti di questa catena si chiama Jūdī, ed è ancora oggi conosciuto con questo nome. Le antiche cronache affermano che l’arca si fermò proprio in questo luogo. In realtà, circa duecentocinquant’anni prima della nascita di Hazrat Isa (pace su di lui), un religioso babilonese di nome Berasus, basandosi sulle antiche tradizioni, compose una storia del proprio paese nella quale indicò proprio il monte Jūdī come il luogo in cui l’arca di Hazrat Nuh (pace su di lui) approdò. Anche Abydenus, discepolo di Aristotele, lo confermò nella sua storia. Inoltre, descrivendo le condizioni di quell’epoca, riferisce che molti abitanti dell’Iraq conservavano frammenti dell’arca e li lavavano per poi far bere quell’acqua ai malati. (Tafhīm al-Qur’ān, Sura Hūd, nota 46)
Il declino morale del popolo di Nuh
Da ciò che il Corano narra riguardo alla condizione di Hazrat Nuh (pace su di lui) e del suo popolo, risulta evidente che quel popolo non negava l’esistenza di Allah, né era ignorante riguardo a Lui. Non aveva neppure obiezioni all’adorazione di Allah. Tuttavia, la deviazione in cui era immerso era la deviazione dello shirk. In altre parole, considerava anche altri esseri associati ad Allah nella divinità e credeva che anch’essi avessero il diritto di ricevere lodi e adorazione. Da questa deviazione fondamentale emersero in quel popolo molte forme di corruzione. Per rappresentare le divinità e le dee da esso stesso inventate, che considerava associate ad Allah nella divinità, si formò nel popolo una classe particolare. Essa si impadronì di ogni potere religioso, politico ed economico. Creò tra gli uomini una distinzione tra superiori e inferiori, riempì la vita sociale di ingiustizia e corruzione, e le immoralità e i peccati svuotarono l’umanità della sua essenza interiore.
Il popolo di Hazrat Nuh (pace su di lui)
Gli sforzi di riforma di Hazrat Nuh (pace su di lui)
*****Arabo*******
Avevano steso una vasta rete d’inganni. — Sura Nuh: 22
L’inganno consisteva nelle tattiche di quei capi con cui cercavano di istigare la gente contro gli insegnamenti di Hazrat Nuh (pace su di lui). Dicevano, per esempio: «Nuh è soltanto un uomo come voi. Come si può accettare che abbia ricevuto una rivelazione da parte di Allah?» (Sura al-A’raf: 63; Sura Hud: 27). «Quanto all’obbedienza a Nuh, l’hanno accettata senza capire soltanto le persone delle classi più basse. Se nelle sue parole ci fosse davvero qualche valore, i nostri anziani l’avrebbero certamente accettata» (Sura Hud: 27). «Se Allah avesse voluto inviare un profeta o un messaggero, avrebbe mandato un angelo» (Sura al-Mu’minun: 24). «Se fosse davvero inviato da Allah, avrebbe posseduto tesori e avrebbe conosciuto l’invisibile; inoltre, come gli angeli, sarebbe stato libero da ogni bisogno umano» (Sura Hud: 31). «Quale miracolo avete mai visto tra Nuh e i suoi seguaci, per cui si possa riconoscere la sua dignità?» (Sura Hud: 27). «Costui vuole soltanto esercitare autorità e comando su di voi» (Sura al-Mu’minun: 24). «È stato colpito dall’influenza di un jinn, che lo ha fatto impazzire» (Sura al-Mu’minun: 25). (Tafhim al-Qur’an, Sura al-A’raf, nota 48)
Hazrat Nuh (pace su di lui) si adoperò instancabilmente per lungo tempo, con pazienza e saggezza, per cambiare questa situazione. Ma essi avevano intrappolato la gente nella rete dell’inganno in modo tale che nessun tentativo di riforma ebbe effetto. Alla fine Hazrat Nuh pregò Allah: «O Signore, non lasciare vivo sulla terra neppure uno di questi miscredenti. Se li lasci, travieranno i Tuoi servi, e dalla loro discendenza nasceranno soltanto malvagi, miscredenti e ingrati». Qui si allude alla preghiera che Hazrat Nuh pronunciò dopo essersi adoperato continuamente e per lunghissimo tempo per riformare e correggere il suo popolo. Egli pregò: «O Allah, non ce la faccio più: aiutami» (Sura al-Qamar: 10). «Mio Signore, non lasciare sulla terra neppure un miscredente» (Sura Nuh: 26). (Tafhim al-Qur’an, Sura Nuh, nota 16)
Castigo divino
La preghiera di Hazrat Nuh al cospetto di Allah (nel Corano si trova il riferimento al lungo conflitto, durato per diversi secoli, tra l’invito di Hazrat Nuh e la perseveranza del suo popolo nella miscredenza. Nella Sura al-‘Ankabut si dice che questo conflitto durò novecentocinquant’anni. Hazrat Nuh, osservando generazione dopo generazione le loro azioni nel loro complesso, non si limitò a concludere che essi erano privi della capacità di accettare la verità; espresse anche il parere che in futuro non vi sarebbe stata alcuna possibilità che dalla loro discendenza nascessero persone virtuose e credenti. «O Allah, se li lasci, travieranno i Tuoi servi e dalla loro discendenza nasceranno soltanto peccatori e oppositori della verità». Allah l’Altissimo ritenne corretto il parere di Hazrat Nuh e, sulla base della Sua conoscenza completa e infallibile, disse: «Tra il tuo popolo hanno creduto coloro che erano destinati a credere; nessun altro crederà. Non affliggerti dunque per ciò che sarà la loro sorte» (Sura al-Shu’ara, nota 85). La preghiera fu accolta. In seguito, il castigo divino si abbatté su quel popolo. Dalla chiara descrizione coranica si comprende che il diluvio ebbe inizio da una fornace particolare, dalla cui parte inferiore sgorgò una sorgente d’acqua. Poi, da un lato, cominciò una pioggia torrenziale dal cielo e, dall’altro, in vari luoghi scaturirono sorgenti dalla terra. Nella Sura Hud si menziona soltanto lo sgorgare di acqua calda dalla fornace; in seguito viene fatto riferimento alla pioggia. Nella Sura al-Qamar, invece, il fenomeno è descritto così:
()
Aprii le porte del cielo, dalle quali continuò a cadere una pioggia incessante. E facemmo sgorgare la terra, che si spaccò, e da ogni parte scaturirono soltanto sorgenti. Le due acque si unirono per realizzare il decreto di Allah.
Inoltre, il significato dell’uso nel Corano della parola tannūr con l’articolo determinativo alif-lām sembra essere che Allah l’Altissimo avesse scelto una fornace particolare per questo scopo. Poi, al semplice segnale, al momento stabilito, da essa cominciò a sgorgare acqua calda. In seguito fu chiamata la fornace che provoca la tempesta e il diluvio. (Tafhim al-Qur’an, Sura al-A’raf, nota 48)
Il diluvio fu mondiale?
Questa inondazione si estese forse su tutto il mondo oppure rimase limitata alla sola regione in cui viveva il popolo di Noè? È una domanda alla quale finora non è stata trovata risposta. Secondo la tradizione israelita, l’opinione generalmente accettata è che l’inondazione si sia estesa su tutta la terra (Genesi 7:18-24). Ma nel Corano ciò non viene affermato in alcun luogo. Dagli accenni e dalle indicazioni del Corano si può certamente comprendere che l’umanità del periodo successivo al diluvio ebbe origine proprio da quel gruppo umano che era stato salvato dal diluvio di Noè. Ma da ciò non è necessario dedurre che il diluvio di Noè abbia interessato tutto il mondo. Si può infatti affermare altrettanto correttamente che, a quel tempo, i discendenti di Adamo fossero limitati a quella parte della terra in cui si verificò il diluvio. La stirpe umana nata dopo il diluvio si diffuse poi gradualmente in tutto il mondo. A sostegno di questa ipotesi vi sono due elementi. Il primo è che, nella regione bagnata dal Tigri e dall’Eufrate, l’esistenza di una grande inondazione è attestata da resoconti storici, antichi reperti e diversi strati del terreno. Il secondo è che, presso la maggior parte dei popoli della terra, una leggenda relativa a una grande inondazione è stata tramandata fin dall’antichità. Persino nelle antiche leggende di paesi lontani come l’Australia, l’America e la Nuova Guinea se ne trova menzione. Da ciò si può concludere che, in un’epoca remota, gli antenati di questi popoli forse vivevano tutti nello stesso insediamento, quello raggiunto dall’inondazione. In seguito, quando si dispersero nelle diverse parti del mondo, portarono con sé queste leggende. (Tafhīm al-Qurʾān, sūra Hūd, nota 42).
L’arca di Noè divenne un segno istruttivo
*****Arabo*******
Facemmo di essa un segno istruttivo per gli abitanti del mondo. – Sūra al-ʿAnkabūt: 15
Ciò può anche significare che questa terribile punizione, o questo grandioso evento, sia stato reso un segno istruttivo per le generazioni successive. Ma, dal modo in cui questo episodio è descritto nella sūra al-Qamar (versetto 115), sembra piuttosto che il segno istruttivo fosse la stessa arca, rimasta sulla cima della montagna, che continuò a recare alle generazioni successive la notizia che sulla terra si era verificata un’inondazione di tale portata da lasciare l’arca bloccata sulla montagna. Nel commento al versetto della sūra al-Qamar, Ibn Jarīr cita questa narrazione di Qatāda e riferisce che, quando i musulmani si recarono nella regione di al-Jazīra all’epoca dei Compagni, videro quell’arca sulla cima del monte Jūdī (secondo un’altra versione, vicino a un villaggio chiamato Bāqirwā). Anche ai nostri giorni si sente talvolta dire che vengono organizzate spedizioni alla ricerca dell’arca di Noè. Come spiegazione si afferma che, quando un aereo sorvola la catena dell’Ararat, i piloti vedano talvolta sulla cima della montagna qualcosa che somiglia a un’arca. L’Imām Bukhārī, Ibn Abī Ḥātim, ʿAbd al-Razzāq e Ibn Jarīr riferiscono, citando Qatāda, che al tempo della conquista dell’Iraq e di al-Jazīra da parte dei musulmani, l’arca si trovava sulla cima del monte Jūdī (secondo un’altra versione, vicino al villaggio di Bāqirwā), dove fu vista dai musulmani delle prime generazioni. (Tafhīm al-Qurʾān, sūra Hūd, nota 46)
Il popolo di ʿĀd
Il nome
Era un popolo antichissimo dell’Arabia. La storia di questo popolo veniva tramandata oralmente dagli abitanti dell’Arabia. Persino i bambini ne conoscevano il nome. La loro magnificenza, il loro splendore e la loro influenza erano esemplari. Altrettanto esemplare fu la cancellazione dalla terra persino del loro nome e delle loro tracce. A causa di questa fama, in arabo ogni cosa antica viene chiamata ʿādī. Anche gli antichi reperti sono chiamati ʿādiyyāt. Un terreno che non ha proprietario e rimane incolto viene chiamato ʿādiyy al-arḍ. Questo popolo è menzionato molto spesso nella poesia araba antica. Gli esperti di genealogia dell’Arabia lo nominano per primo fra tutti i popoli antichi del loro paese. In un ḥadīth si narra che una volta si recò dal Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) un uomo dei Banū Zuhal ibn Shaybān, che abitava nella regione del popolo di ʿĀd. Egli raccontò al Profeta quelle storie riguardanti quel popolo che gli abitanti della sua regione si erano tramandati di generazione in generazione fin dall’antichità.
Il luogo di dimora del popolo di ʿĀd
Secondo la prospettiva coranica, il vero luogo di dimora di questo popolo era la regione di al-Ahqāf (Ahqāf è il plurale della parola haqf, che letteralmente significa lunghe dune di sabbia o colline; per altezza, tuttavia, non sono simili a montagne. In senso terminologico, indica la parte occidentale del deserto arabico (Rubʿ al-Khālī), dove non vi sono insediamenti. Autore) situata tra l’Hegiaz, lo Yemen e al-Yamāma. Da qui si espansero, stabilendo il loro potere e la loro influenza dalla parte occidentale dello Yemen fino all’Iraq. Dal punto di vista storico, i resti di questo popolo sono quasi completamente scomparsi dalla faccia della terra. Tuttavia, in alcuni luoghi dell’Arabia meridionale si trovano antiche rovine attribuite al popolo di ʿĀd.
Si tramanda che in un luogo si trovi la tomba del profeta Hūd (a.s.). Nel 1837, un ufficiale della marina britannica (James R. Wellested) vide a Hisn Ghurāb un’iscrizione su una pietra nella quale era menzionato il profeta Hūd (a.s.). Dalla scrittura risulta chiaramente che fu composta da persone seguaci della sharīʿa del profeta Hūd (a.s.). (Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-ʿAnkabūt, nota 25)
Ibn Isḥāq dice che gli insediamenti del popolo di ʿĀd si estendevano dall’Oman fino allo Yemen. Il Corano ci dice che il loro vero luogo di dimora era al-Ahqāf, da dove uscirono, si diffusero nelle regioni circostanti e si imposero sulle popolazioni deboli. Ancora oggi, tra gli abitanti dell’Arabia meridionale, è diffusa la convinzione che il popolo di ʿĀd abitasse proprio in questa regione. A Ḥaḍramawt, circa 125 miglia a nord dell’attuale città di Mukallā, vi è un luogo dove è stata costruita su una roccia la tomba del profeta Hūd (a.s.), nota come tomba di Hūd. Ogni anno, il quindicesimo giorno di Shaʿbān, vi si celebra un ʿurs. Migliaia di persone vi si radunano da diverse regioni dell’Arabia. Sebbene questa tomba non sia storicamente attestata, il fatto che vi si radunino numerosi abitanti dell’Arabia meridionale dimostra probabilmente che la leggenda locale identifica proprio questa regione come il luogo di dimora del popolo di ʿĀd. Inoltre, a Ḥaḍramawt si trovano ancora oggi varie rovine, il che dimostra che gli abitanti del luogo continuano a considerare questa la dimora del popolo di ʿĀd.
Condizioni attuali del luogo di dimora del popolo di ʿĀd
Osservando le condizioni attuali di al-Ahqāf, nessuno potrebbe immaginare che un tempo vi abitasse un popolo potente e civilizzato. Probabilmente, migliaia di anni fa questa era una regione fertile e verdeggiante, che con il passare del tempo e i cambiamenti climatici si è trasformata in una landa desertica. Oggi è una distesa desertica così divoratrice che nessuno osa soggiornarvi. Nel 1843, un ufficiale militare di Baviringyar raggiunse il suo limite meridionale. Egli racconta che, stando sull’altopiano a nord di Ḥaḍramawt, si vede questa distesa desertica mille piedi più in basso. In alcuni punti vi sono zone bianche nelle quali qualsiasi cosa vi cada sprofonda nel mare di sabbia e si deteriora. Persino i beduini d’Arabia temono terribilmente questa regione e non accettano in alcun modo di recarvisi. Una volta, quando un beduino si rifiutò di accompagnarvi quell’ufficiale militare, egli vi si recò da solo. Racconta che la sabbia del luogo è fine e sottile come una polvere. Da lontano vi gettai un secchio. Entro cinque minuti sprofondò. Anche la corda con cui lo avevo legato e calato si dissolse immediatamente. (Per maggiori dettagli, si vedano: 1. Arabia and the Isles, Harold Ingrams, London, 1946. 2. The Univeiling of Arabia, R.H. Kirman, Lindon, 1937. 3. The Empty Quarter, Philby, London, 1933.) (Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Aʿrāf, nota 51)
La prosperità prima della distruzione
Le narrazioni storiche degli arabi e le attuali scoperte archeologiche dimostrano che il primo popolo di ʿĀd è stato completamente distrutto e che anche le sue tracce sono state cancellate dalla faccia della terra. Gli storici arabi lo considerano un popolo scomparso. È inoltre opinione unanime della storiografia araba che sia sopravvissuta soltanto quella parte del popolo di ʿĀd che seguiva il profeta Hūd (a.s.). Questa parte superstite del popolo di ʿĀd è stata chiamata il secondo ʿĀd. L’iscrizione di Hisn Ghurāb menzionata sopra è una delle loro tracce. Si ritiene che questa iscrizione risalga a circa milleottocento anni prima di Cristo. Di seguito riportiamo alcune frasi del testo originale dell’iscrizione, letto dagli specialisti: «Da lungo tempo abitiamo in questa fortezza con tale potere e influenza che né la povertà né la prosperità hanno potuto toccarci. I nostri fiumi erano sempre colmi fino all’orlo e i sovrani erano re dai pensieri puri e incontaminati, severi verso l’ingiustizia e la malvagità. Essi ci governavano secondo la sharīʿa di Hūd (a.s.), e le belle decisioni venivano trascritte in un libro. Credevamo nelle azioni miracolose e nella resurrezione dopo la morte.»
Questa affermazione testimonia la veridicità del racconto coranico secondo cui, alla fine, furono proprio coloro che avevano creduto nel profeta Hud (a.s.) a ereditare l’antica influenza, il potere e la prosperità del popolo di ‘Ād. (Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Ahqāf, nota 25)
Nel Corano si fa menzione della loro prosperità, del loro orgoglio e della loro arroganza
(******arabo ******)
Ricordate quella grazia e quel favore di Allah l’Altissimo: dopo il popolo di Noè, Egli vi fece suoi successori. (Sura al-A‘rāf: 69)
Fisicamente, erano molto robusti e possenti.
(*****arabo *****)
Egli vi aveva resi, dal punto di vista fisico, molto sani e robusti.
Ai loro tempi erano un popolo senza pari. Nessun altro popolo era loro equiparabile.
(*****ARABO******)
dei quali nessun’altra nazione simile fu creata sulla terra. Sura al-Fajr: 8
La loro civiltà era molto avanzata. La loro caratteristica era costruire grandi edifici su altissime colonne. Per questo divennero famosi nel mondo.
(*****ARABO********)
Non hai visto come il tuo Signore trattò gli ʿĀd di Iram, possessori di alte colonne? Sura al-Fajr: 6-7.)
La loro ricchezza materiale e la loro prestanza fisica li resero orgogliosi. Si inebriarono della loro forza.
(*****ARABO******)
Quanto agli ʿĀd, essi si allontanarono dalla via della verità sulla terra e si comportarono con orgoglio e arroganza, cominciando a dire: «Chi è più forte di noi?». Sura Hā Mīm as-Sajda: 15
Il loro potere politico era nelle mani di alcuni grandi tiranni, davanti ai quali nessuno osava proferire parola.
(*****আরবী *****)
E obbedivano agli ordini di ogni tiranno nemico della verità. – Sura Hūd: 59
Dal punto di vista religioso, non erano negatori di Allah, bensì erano dediti allo shirk. Non accettavano che la servitù e l’obbedienza dovessero essere rivolte esclusivamente ad Allah.
(*****আরবী********)
Dissero (a Hūd): «Sei venuto da noi affinché adoriamo soltanto Allah e abbandoniamo coloro che i nostri padri e antenati adoravano?» Sura al-Aʿrāf: 70 (Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Aḥqāf, nota 25)
La causa della discesa del castigo su di loro
L’antico popolo di ʿĀd non fu distrutto perché Allah fosse loro nemico e avesse voluto distruggerli per questo motivo. Al contrario, furono loro stessi ad adottare un modo di vivere che li condusse alla distruzione. Allah l’Altissimo aveva concesso loro l’opportunità di riflettere e di correggere la propria condotta. Inviò loro dei messaggeri per guidarli. Attraverso i messaggeri li mise in guardia dalle conseguenze del seguire la via dell’errore. Spiegò loro con chiarezza quale fosse la via del loro bene e quale quella della distruzione. Ma quando non accettarono alcuna opportunità di riforma e correzione e si ostinarono a seguire la via della distruzione, allora inevitabilmente accadde loro ciò che doveva accadere. (Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Aʿrāf, nota 56
La descrizione coranica del castigo
(*****arabo****)
Infine facemmo soffiare su di loro, per alcuni giorni infausti, una furiosa tempesta, affinché facessimo loro gustare l’umiliazione già nella vita terrena. – (Sura Hā-Mīm as-Sajda: 16)
La descrizione di questo castigo riportata in diversi passi del Corano glorioso è la seguente: un vento tempestoso continuò a soffiare incessantemente per sette notti e otto giorni. A causa della sua violenza, gli uomini continuavano a cadere e a morire, come tronchi sradicati di palme (Sura al-Hāqqa: 7). Quello su cui passava questo vento veniva completamente ridotto in rovina (Sura adh-Dhāriyāt: 42). Quando questo vento cominciò a soffiare, il popolo di ʿĀd ne fu lieto. Dicevano: «Guarda! Sono comparse dense nubi; pioverà e le cose secche torneranno a vivere!»
Ma il vento giunse con una violenza tale da distruggere l’intero insediamento. (Tafhīm al-Qurʾān, Sura ash-Shuʿarāʾ, nota 86)
( *****আরবী******)
Mandammo contro di loro una furiosa tempesta in un giorno funesto. Essa li sollevava e li scagliava ripetutamente a terra, come se fossero tronchi di palme da dattero sradicate. – Sura al-Qamar: 19-20)
Vale a dire, un giorno la cui funesta conseguenza perdurò per diversi giorni consecutivi. Nella Sura Hā-Mīm as-Sajda, versetto 16, sono state usate determinate parole. Nella Sura al-Hāqqa, versetto 7, si dice che questa tempesta durò sette notti e otto giorni. Si narra che il giorno in cui ebbe inizio questo castigo fosse un mercoledì. Da ciò nacque nella gente la convinzione che il mercoledì fosse un giorno funesto e che non fosse giusto iniziare alcun lavoro in quel giorno. A sostegno di questa convinzione vengono citati anche alcuni ḥadīth deboli. Di conseguenza, l’idea della sfortuna di quel giorno si radicò profondamente tra la popolazione. Tra questi vi è la narrazione di Ibn Mardūya e di al-Khaṭīb al-Baghdādī, secondo cui l’ultimo mercoledì del mese è un giorno funesto e la sua sventura continua. Ibn al-Jawzī considera questo ḥadīth apocrifo. Ibn Rajab afferma che questo ḥadīth non è autentico. Ḥāfiẓ Sakhāwī dice che tutte le versioni in cui questo ḥadīth è stato tramandato sono inventate. Allo stesso modo, i muḥaddithūn hanno giudicato debole anche questo ḥadīth di at-Ṭabarānī, secondo il quale il mercoledì è un giorno infausto o funesto. In alcune altre narrazioni si afferma che il mercoledì non sia opportuno viaggiare, fare compravendite o tagliarsi le unghie. Non sarebbe neppure giusto assistere un malato, poiché la lebbra avrebbe avuto inizio proprio quel giorno. Tuttavia, tutte queste narrazioni sono deboli e inaffidabili e non possono costituire il fondamento di alcuna ʿaqīda. Il muḥaqqiq al-Munādī afferma che è gravemente proibito nutrire al riguardo una convinzione simile a quella degli indovini. Poiché tutti i giorni appartengono ad Allah, nessun giorno è di per sé portatore di bene o di male.
L’Allama Alusi dice: tutti i giorni sono uguali. Il mercoledì non possiede alcuna caratteristica particolare. Tra la notte e il giorno non vi è alcun momento che sia buono per alcuni e cattivo per altri. In ogni momento Allah l’Altissimo determina per qualcuno una condizione favorevole e per qualcun altro una condizione sfavorevole. — L’autore (Tafhim al-Qur’an, Sura Ha-Mim as-Sajda, nota 20)
Il popolo di Thamud
Identità
Tra i più antichi popoli dell’Arabia, il popolo di Thamud era il secondo, ed era quello che, dopo gli ‘Ad, aveva raggiunto la maggiore notorietà. Prima della rivelazione del Corano, le loro storie e leggende erano sulla bocca di tutti gli arabi. Nelle poesie e nei discorsi dell’epoca dell’ignoranza se ne faceva frequentemente menzione. Il loro nome si trova nelle iscrizioni assire e anche nei libri degli antichi storici e geografi della Grecia, di Alessandria e di Roma. Alcuni resti di questo popolo esistevano ancora fino a poco prima della nascita del Messia (su di lui la pace). Gli storici romani affermano che gli appartenenti a questo popolo si arruolarono nell’esercito romano e combatterono contro i Nabatei, poiché erano loro nemici.
L’insediamento del popolo di Thamud
Gli abitanti di questo popolo vivevano nella regione dell’Arabia nord-occidentale che ancora oggi è chiamata al-Hijr. Ai giorni nostri, una stazione della ferrovia dell’Hegiaz situata tra Medina e Tabuk si chiama Madā’in Ṣāliḥ. Questa era la principale sede del popolo di Thamud e anticamente veniva chiamata Hijr. Ancora oggi vi si possono vedere, estesi su migliaia di acri, edifici costruiti in pietra, che gli appartenenti al popolo di Thamud avevano realizzato scavando le montagne. Basta vedere questa città silenziosa e deserta per comprendere che un tempo la sua popolazione non doveva essere inferiore a quattro o cinquecentomila persone. (L’intera regione, da Rabigh a ‘Uqba nel nord dell’Hegiaz e da Medina e Khaybar fino a Tayma e Tabuk, è ancora oggi piena dei resti di Thamud. All’epoca della rivelazione del Corano è probabile che tali resti fossero ancora più evidenti di quanto lo siano oggi. L’autore (Sura al-Qamar, nota 16))
Al tempo della rivelazione del Corano, le carovane commerciali dell’Hegiaz attraversavano questi resti. Tuttavia, durante la spedizione, quando il Nobile Profeta (su di lui la pace) passò per questa strada, mostrò tali resti ai musulmani e disse loro di trarre una lezione da queste antiche rovine. In un luogo indicò un pozzo e disse: «Questo è il pozzo dal quale beveva l’urna della cavalcatura di Salih (su di lui la pace)». Ordinò ai musulmani di bere acqua soltanto da questo pozzo. Indicò una valle montana e disse: «Da qui beveva acqua proprio quella cavalcatura». Ancora oggi quel luogo è noto con il nome di Fajjunnāqah. (Durante il viaggio verso Tabuk, i musulmani osservavano andando avanti e indietro questi resti di Thamud. Il Nobile Profeta (su di lui la pace) li riunì e disse: «Traete una lezione dalla sorte del popolo di Thamud». Disse inoltre: «Questa era la dimora di un popolo sul quale era disceso il castigo di Allah. Non è un luogo per una gita di piacere, bensì un luogo di pianto. Affrettatevi dunque ad attraversarlo e ad andarvene». L’autore (Tafhim al-Qur’an, Sura al-A‘raf, nota 59) (Tafhim al-Qur’an, Sura al-Qamar, nota 16)
I resti del popolo di Thamud
(*****আরবী******)
Ricordate quando Allah vi fece succedere al popolo di ‘Ad e vi concesse una posizione tale che oggi costruite enormi palazzi su appezzamenti di terra adatti da loro preparati e scavate le montagne per costruirvi abitazioni. — Sura al-A‘raf: 74
L’architettura del popolo di Thamud, con le montagne scavate, era esattamente come quella che si può vedere a Ellora, Ajanta e in altri luoghi dell’India. A Mada’in Salih, quegli edifici sono ancora oggi perfettamente conservati. Osservandoli, si comprende a quale livello fosse giunto questo popolo nell’ingegneria. (Tafhim al-Qur’an, Sura al-‘Ankabut, nota 65)
Al-Hijr era il principale insediamento del popolo di Thamud. Le sue rovine si possono vedere a pochi chilometri dall’attuale città di al-‘Ula, situata a nord-ovest di Medina. Il luogo si trova proprio sulla strada principale che conduce da Medina a Tabuk. Le carovane attraversano questa valle. Tuttavia, in conformità con l’ordine del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), nessuno vi si ferma.
Nell’ottavo secolo dell’Egira, Ibn Battuta vi giunse mentre si recava al pellegrinaggio. Egli dice che qui, sulle montagne rosse, esistono ancora gli edifici del popolo di Thamud. Li avevano costruiti scavando le montagne. Le decorazioni da loro realizzate sono ancora oggi così vivide che sembra siano state eseguite proprio ora. In questi luoghi si possono ancora vedere ossa umane fuse. (Tafhim al-Qur’an, Sura al-A‘raf, nota 57)
Progresso materiale e declino morale
Dalle descrizioni riguardanti questo popolo, riportate nel Nobile Corano nei versetti 73-79 della Sura al-A‘raf, nei versetti 61-68 della Sura Hud, nei versetti 80-84 della Sura al-Hijr, nei versetti 45-53 della Sura al-Naml, nei versetti 43-45 della Sura al-Dhariyat, nei versetti 23-31 della Sura al-Qamar, nei versetti 4-5 della Sura al-Haqqah, nel versetto 9 della Sura al-Fajr e nel versetto 11 della Sura al-Shams, si apprende che il popolo che fu arricchito dopo quello di ‘Ad era proprio il popolo di Thamud. (*****আরবী*****) Tuttavia, il loro progresso civile e la loro prosperità ebbero lo stesso esito che aveva avuto il popolo di ‘Ad. In altre parole, mentre il tenore di vita saliva sempre più verso le vette del progresso, il livello dell’umanità scendeva sempre più in basso. Da una parte, nella pianura aperta, venivano costruiti palazzo dopo palazzo, scavando la pietra come a Ellora e Ajanta. Dall’altra, nella società si diffondevano lo shirk e l’idolatria. La società era tormentata dall’ingiustizia e dall’oppressione. Nella società si era affermata la leadership di persone prive di moralità. Gli appartenenti alle classi elevate, accecati dall’orgoglio e dall’arroganza, si ritenevano padroni del mondo. Soltanto le persone delle classi inferiori risposero all’invito alla verità che Hazrat Salih (pace su di lui) aveva presentato. Le persone delle classi elevate rifiutavano di accettare il messaggio del Profeta, dicendo:
(*****আরবী *****)
Non crediamo in ciò in cui avete creduto.
Tre ragioni per rifiutare la verità
Il popolo di Thamūd rifiutò di seguire il profeta Ṣāliḥ (a.s.) per tre ragioni. La prima era che egli era un essere umano. Non era un essere sovrumano; perciò non riuscivano ad accettare la sua superiorità. In secondo luogo, era loro connazionale. Secondo il loro ragionamento, dunque, non vi era alcuna ragione perché fosse superiore a loro. In terzo luogo, ai loro occhi egli era una persona comune. Non era un capo potente, non aveva con sé seguaci, soldati o un esercito, né possedeva influenza o prestigio. Per questo non si poteva accettare la sua superiorità. Essi pensavano che un profeta dovesse essere un essere sovrumano. E se fosse stato un uomo, non avrebbe dovuto nascere nella loro terra e nella loro nazione: sarebbe dovuto venire da qualche altro luogo, oppure essere inviato dall’esterno. E se neppure questo fosse avvenuto, avrebbe dovuto almeno essere una persona facoltosa, dotata di fama, influenza e prestigio, così da poter ritenere plausibile che Allah avesse rivolto su di lui la Sua attenzione e lo avesse scelto per guidare gli uomini. (Tafhīm al-Qurʾān, Sūra al-Aʿrāf, nota 57)
Il conflitto tra il bene e il male
Dopo che Ḥaḍrat Ṣāliḥ (a.s.) iniziò la sua predicazione, il suo popolo si divise in due.
(*****আরবী*****)
All’improvviso si divisero in due gruppi contendenti. Sūra al-Naml, 45
Un gruppo credette, mentre l’altro rifiutò di credere. A causa di questa divergenza, tra loro iniziò uno scontro. Altrove nel Corano è detto—
(*****আরবী******)
I capi orgogliosi di quel popolo dicevano ai credenti deboli: «Sapete davvero che Ṣāliḥ è stato inviato dal suo Signore?». Essi risposero: «Crediamo nella verità con la quale è stato inviato». Allora quei superbi dissero: «Noi non crediamo in ciò in cui voi credete».
Altrove, le parole dei capi di quel popolo sono riportate così: «O Ṣāliḥ, fa’ dunque venire il castigo di cui ci minacci, se davvero sei uno degli inviati». Sura al-Aʿrāf, 77.
La richiesta di mostrare un miracolo
(*****আরবী****)
Stiamo mandando la cammella come prova per loro. Ora osserva con pazienza quale sarà la loro sorte. Informali che l’acqua sarà divisa tra loro e la cammella: ciascuna delle due parti verrà a bere nel giorno ad essa assegnato. — Sura al-Qamar, 27-28.
La spiegazione delle parole «Stiamo mandando la cammella come prova per loro» è che, all’improvviso, una cammella fu condotta e presentata davanti a loro, e fu detto: «Essa berrà l’acqua da sola un giorno, mentre voi e il vostro bestiame potrete bere l’altro giorno». Nel giorno assegnato a lei, nessuno di voi dovrà venire ad attingere acqua da alcun pozzo o sorgente, né dovrete venire per far bere il vostro bestiame. Questa sfida fu lanciata da colui del quale essi stessi dicevano che non aveva né soldati né sostenitori al suo fianco. (Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Qamar, nota 17)
Il segno decisivo
Nei versetti 154-156 della sura ash-Shuʿarāʾ si dice che il popolo dei Thamūd chiese al profeta Ṣāliḥ (pace su di lui) un segno che fosse la prova diretta del fatto che egli era stato incaricato da Allah. In risposta, il profeta Ṣāliḥ (pace su di lui) presentò questa cammella. (La stessa cosa è stata detta nel versetto 73 della sura al-Aʿrāf. L’autore.) Da ciò risulta con assoluta chiarezza che la cammella era apparsa come miracolo. Ed era un miracolo del tipo che alcuni profeti presentarono come prova della loro profezia, per soddisfare la richiesta dei negatori. Inoltre, il fatto che la cammella fosse apparsa miracolosamente è dimostrato anche da ciò che il profeta Ṣāliḥ (pace su di lui), presentandola, disse ai miscredenti per ammonirli: la vostra vita è strettamente legata a quella di questa cammella. Essa pascolerà liberamente nei vostri campi e nelle vostre fattorie. Un giorno berrà lei l’acqua e il giorno seguente la berranno tutti i vostri animali. Se le farete del male, il castigo di Allah si abbatterà immediatamente su di voi. È certo che una simile piena sicurezza e convinzione possono derivare soltanto da qualcosa che l’uomo vede con i propri occhi essere straordinario. Poi la cammella continuò per diverso tempo a pascolare liberamente qua e là: un giorno beveva lei sola l’acqua e il giorno seguente la bevevano gli altri animali. Essi sopportarono tutto ciò, sebbene con estrema riluttanza. Alla fine, dopo molte consultazioni e complotti, uccisero la cammella, mentre il profeta Ṣāliḥ (pace su di lui) non disponeva di alcun altro potere che potesse indurli a temerlo. Un’ulteriore prova di questa verità è il fatto che essi erano terrorizzati dalla cammella e sapevano che dietro di lei doveva esserci certamente una forza grazie alla quale si muoveva tra loro senza alcun timore. (Il Corano non ha fornito una spiegazione dettagliata di come fosse la cammella e di come fosse apparsa. Anche in nessun ḥadīth autentico se ne trova una descrizione. Per questo non è necessario accettare il racconto della nascita della cammella narrato dai commentatori sulla base delle trasmissioni da loro riportate. Tuttavia, il fatto che la cammella fosse apparsa miracolosamente è dimostrato dal Corano.) (Tafhīm al-Qurʾān, sura an-Naml, nota 58)
L’uccisione della cammella
(*****ARABO******)
Uccisero la cammella e trasgredirono il comando del loro Signore. – Sura al-Aʿrāf, 7:77
Da parecchio tempo la cammella era diventata un problema per l’intera nazione. La gente, nel proprio intimo, era ormai esasperata da essa. Poi continuarono le consultazioni, finché un capotribù ostinato si assunse il compito di liberare la nazione da questo pericolo. Nella sura ash-Shams quella persona è menzionata così(*****আরবী******) Improvvisamente, uno dei più malvagi della nazione si dichiarò pronto ad adempiere a questo compito. Nella sura al-Qamar è detto(*****আরবী*****) Essi supplicarono il loro compagno, ed egli si assunse questo compito. Poi tagliò i garretti della cammella. (Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Qamar, nota 19)
Sebbene fosse stato un solo individuo a uccidere la cammella, come viene detto nelle sure ash-Shams e al-Qamar, tuttavia, poiché l’intera nazione lo sosteneva ed egli, in realtà, con questo crimine soddisfece la volontà dell’intera nazione, l’intera nazione è stata considerata colpevole. (Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Aʿrāf, nota 58) (Un crimine commesso secondo la volontà della nazione, oppure un crimine di cui la nazione manifesta approvazione, è considerato un crimine nazionale, anche se a commetterlo è un singolo individuo. Anzi, il Corano afferma anche che un crimine commesso con una dichiarazione pubblica e accettato dalla nazione è anch’esso considerato un crimine nazionale. —L’autore—)
La cospirazione dei malvagi contro il venerabile Ṣāliḥ (pace su di lui)
(*****আরবী******)
In quella città vi erano nove capi che diffondevano il disordine nel paese e non compivano alcuna opera di riforma. Si dissero l’un l’altro: «Giurate per Allah e impegnatevi a piombare di notte, all’improvviso, su Ṣāliḥ e sulla sua famiglia. Poi diremo al suo responsabile che non eravamo affatto presenti quando la sua famiglia fu sterminata. Diremo soltanto la verità».
Essi misero in atto questo complotto. Ma anche Noi escogitammo un piano, senza che se ne accorgessero affatto. Ora osserva quale fu l’esito del loro complotto. Distruggemmo loro e tutta la loro gente. — Sura an-Naml, 48-51
Prima ancora che, al tempo stabilito, si scagliassero contro il venerabile Ṣāliḥ (pace su di lui), Allah l’Altissimo distrusse loro e tutta la loro gente.
È probabile che abbiano ordito questo complotto dopo aver tagliato la gobba della cammella. Nella sura Hūd è riportato che, quando ebbero ucciso la cammella, il venerabile Ṣāliḥ (pace su di lui) li ammonì dicendo: «Bene, ora godetevi la vita nelle vostre case per tre giorni; poi vi giungerà il castigo di Allah» (*****আরবী*****) . Forse allora pensavano: «Che il castigo promesso da Ṣāliḥ giunga o non giunga, perché non la finiamo una volta per tutte sia con la cammella sia con lui?» Molto probabilmente decisero di attaccarlo proprio quella notte, nella quale era previsto che il castigo si abbattesse su di loro. Ma accadde che, prima ancora che potessero mettere le mani addosso al venerabile Ṣāliḥ (pace su di lui), la possente mano di Allah si abbatté su di loro. (Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Aʿrāf, nota 58)
Descrizione del castigo
(*****আরবী*****) Il castigo si abbatté su di loro.
Altrove nel Corano, il castigo è descritto così: quando ebbero ucciso la cammella, il venerabile Ṣāliḥ (pace su di lui) disse:
(*****আরবী***)
Abitate ancora nelle vostre case per soli tre giorni.
Dopo la scadenza del termine fissato in questo avviso, verso la fine dell’ultima notte, si verificò una tremenda esplosione e, insieme a essa, iniziò un terremoto così violento che in un istante ridusse in rovina l’intera nazione. La mattina seguente si videro giacere i corpi straziati, come cespugli spinosi lungo una recinzione calpestati, schiacciati e distrutti dal passaggio degli animali. No: né i loro palazzi costruiti in pietra, né le loro abitazioni scavate nelle montagne riuscirono a proteggerli. (Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Aʿrāf, nota 61) (Si vedano la Sura al-Qamar, versetto 31, la Sura al-Aʿrāf, versetto 78, e la Sura al-Ḥijr, versetti 83-84. L’autore.)
I credenti furono messi in salvo.
(*****আরবী****)
Infine, quando giunse il momento del Nostro decreto, grazie alla Mia misericordia salvammo Salih e coloro che avevano creduto insieme a lui, e li proteggemmo dall’umiliazione di quel giorno. Sura Hud: 66
Dalle leggende diffuse nella penisola del Sinai si apprende che, quando il castigo si abbatté sul popolo di Thamud, Hazrat Salih (pace su di lui) emigrò e si recò là. Proprio vicino al monte di Hazrat Musa (pace su di lui) vi è un altro monte, chiamato il monte del profeta Salih. Si racconta che fosse proprio qui la sua dimora. (Tafhim al-Qur’an, Sura an-Naml, nota 65)
Lo sviluppo civile dei Thamud e le sue rovine
Come il tratto distintivo più evidente del popolo di ‘Ad era quello di costruire edifici su colonne elevatissime, così il tratto distintivo più evidente del popolo di Thamud era quello di scavare le montagne e costruirvi edifici. Per questo erano famosi tra gli antichi popoli. Nella Sura al-Fajr, proprio come ‘Ad è stato chiamato Dhat al-‘Imad (i possessori delle colonne), riguardo ai Thamud è detto che scavarono le montagne nella valle (*****আরবী******). Inoltre, nel Corano è detto anche che costruivano grandi palazzi nella terra rocciosa (*****আরবী******). Qual era la ragione per cui costruivano palazzi di questo genere? Il Corano ha fatto luce sulla questione con la parola (*****আরবী***). In altre parole, fecero tutto ciò per orgoglio e arroganza, per ostentare ricchezza e potere e per esibire la loro arte architettonica. Nessuna reale necessità li aveva spinti a farlo. Questa è la condizione di una civiltà dissoluta. Quando, da una parte, nella società i poveri non trovano neppure uno spazio sufficiente per appoggiare la testa e, dall’altra, gli emiri, i notabili e i ricchi costruiscono palazzi oltre ogni necessità, allora continuano a edificare palazzi monumentali destinati all’ostentazione.
Tra i palazzi del popolo dei Thamud, alcuni esistono ancora. Li vidi personalmente nel dicembre del 1959. Qui vengono pubblicate alcune loro fotografie. Questo luogo si trova alcuni chilometri a nord di Al-Ula, il famoso sito dell’Hegiaz situato tra Medina e Tabuk. All’epoca del Profeta (s.a.s.) era chiamato Wadi al-Qura. Ancora oggi gli abitanti del luogo lo ricordano come al-Hijr e Mada’in Salih.
In questa regione, Al-Ula è ancora oggi una valle verdeggiante e fertile. Vi si vedono numerose sorgenti e giardini. Nei dintorni di al-Hijr, invece, si avverte un’atmosfera terribilmente sinistra. La popolazione è quasi inesistente. Manca la fertilità. Vi sono alcuni pozzi e tra gli abitanti del luogo circola una leggenda riguardo a uno di essi. Attualmente questo pozzo si trova all’interno di un vecchio campo militare ed è completamente asciutto. Anche la sua fotografia viene qui pubblicata.
Quando entrammo in questa regione, appena ci avvicinammo ad Al-Ula ci apparvero montagne completamente bruciate e arse. Era evidente che un terribile terremoto le aveva sconvolte e smembrate dalla base alla cima. Vengono qui pubblicate anche le fotografie di queste montagne. Montagne di questo tipo si incontrano a est, lungo la strada da Al-Ula a Khaybar, per circa quaranta miglia, e a nord, all’interno della Giordania, per trenta o quaranta miglia. Ciò significa che un’area lunga tre o quattrocento miglia e larga cento è stata devastata da un terremoto. Alcuni edifici simili a quelli dei Thamud che vedemmo ad al-Hijr li vedemmo anche a Madyan, sulla riva del Golfo di Aqaba, e nel luogo chiamato Petra, nel regno di Giordania. In particolare, a Petra coesistono fianco a fianco gli edifici dei Thamud e quelli costruiti dai Nabatei. Tra le loro decorazioni e i loro metodi costruttivi vi è una differenza così evidente che chiunque può capire a colpo d’occhio che non appartengono né alla stessa epoca né allo stesso popolo.
L’orientalista inglese Dayghty, per dimostrare la falsità del Corano, sostenne a proposito degli edifici di al-Hijr che non furono costruiti dai Thamud, bensì dai Nabatei. Tuttavia, la differenza tra i due tipi di edifici è così evidente che soltanto un cieco potrebbe considerarli edifici dello stesso popolo. Ritengo che l’arte di costruire edifici scavando le montagne abbia avuto origine proprio presso il popolo dei Thamud. Diverse migliaia di anni dopo, nel II e nel I secolo a.C., i Nabatei portarono quest’arte architettonica a un livello superiore. In seguito, a Ellora, quest’arte raggiunse il culmine del suo sviluppo. Naturalmente, le grotte di Ellora sono posteriori a Petra di circa settecento anni. (Tafhim al-Qur’an, sura ash-Shu‘ara’, nota 106)
Il popolo di Abramo (a.s.)
Dopo il profeta Noè (a.s.), il profeta Abramo (a.s.) fu il primo profeta che Allah l’Altissimo incaricò di diffondere l’invito universale all’Islam. Dapprima egli stesso viaggiò dall’Iraq all’Egitto e dalla Siria e Palestina alle diverse regioni del deserto arabico, invitando gli uomini all’obbedienza e alla devozione verso Allah l’Altissimo, cioè all’Islam. In seguito, per diffondere la sua missione, nominò suoi luogotenenti in diverse regioni. Nella Giordania orientale nominò suo nipote, il profeta Lot (a.s.); in Siria e Palestina suo figlio, il profeta Isacco (a.s.); e nell’interno dell’Arabia il suo figlio maggiore, il profeta Ismaele (a.s.). Poi, per ordine di Allah l’Altissimo, costruì alla Mecca una Casa chiamata Ka‘ba. Per ordine di Allah, considerò questa Casa il centro della sua missione.
Il luogo di nascita di Abramo (a.s.)
La città in cui nacque il profeta Abramo (a.s.) non è stata identificata soltanto grazie alle moderne ricerche archeologiche; esse hanno anche fatto luce sulle condizioni della popolazione di quella regione all’epoca. Di seguito viene fornito un breve resoconto dei risultati della ricerca pubblicati da Sir Leonard Woolley nel suo libro intitolato Abraham Lindon 1953.
Informazioni storiche e civilizzazionali sulla città di Ur
Gli esperti oggi riconoscono generalmente che il profeta Ibrahim (su di lui la pace) apparve intorno al 2100 a.C. A quel tempo la popolazione della città di Ur si aggirava intorno ai duecentocinquantamila abitanti, forse arrivava anche a cinquecentomila. La città era un grande centro commerciale e industriale. Da un lato vi giungevano merci dal Pamir e dai monti Nilgiri, mentre dall’altro intratteneva rapporti commerciali anche con l’Anatolia. I confini del regno di cui essa era la capitale si estendevano un po’ meno verso nord e un po’ più verso occidente rispetto all’attuale Iraq. La maggior parte degli abitanti del paese si dedicava all’industria e al commercio. Dalle iscrizioni di quell’epoca rinvenute nelle antiche rovine si apprende che la loro concezione della vita era puramente materialistica. Il loro scopo nella vita era acquisire ricchezze e accumulare in grande quantità beni destinati al lusso e ai piaceri. Il mercato dell’usura era estremamente attivo. Le persone avevano una mentalità mercantile. Si guardavano reciprocamente con sospetto e tra loro si intentavano cause con grande frequenza. Le loro preghiere alle divinità erano per lo più rivolte a ottenere lunga vita, prosperità e successo negli affari. Gli abitanti erano divisi in tre classi.
Primo: gli Amīlu. Erano persone dell’alta classe. A questa classe appartenevano i sacerdoti e i comuni funzionari civili.
Secondo: i Mishkinu. Erano commercianti, industriali e agricoltori.
Terzo: gli Ardu, cioè gli schiavi.
Tra queste tre classi, la prima godeva di un particolare prestigio. I suoi diritti penali e civili erano diversi da quelli degli altri. Anche il valore della loro vita e dei loro beni era maggiore rispetto a quello degli altri.
—————— Figura:
Il percorso della migrazione del profeta Ibrahim (su di lui la pace)
Questa era la città e la società in cui Ibrāhīm (pace su di lui) aprì gli occhi. Dalla condizione sua e della sua famiglia quale la vediamo nel Talmud, risulta che egli apparteneva alla classe degli Amīlu. Suo padre ricopriva la più alta carica dello Stato. Presso Nimrod era il funzionario più alto in grado dello Stato.
Dèi e dee, templi degli dèi e riti di culto
Nelle iscrizioni di Ur si trovano i nomi di circa cinquemila dèi e dee. Nelle diverse città del Paese vi erano diverse divinità venerate. Ogni città aveva una divinità protettrice. Essa era chiamata Rabb al-Balad, ossia il signore della città. Era considerata la divinità suprema o il capo degli dèi e riceveva più rispetto di tutti gli altri dèi e dee. Il Rabb al-Balad della città di Ur era Nannar, il dio della luna. In seguito, a causa del suo nome, la gente chiamò questa divinità della città Kamrīnā. La seconda grande città era Larsa, che in seguito divenne la capitale al posto di Ur. Il suo Rabb al-Balad era Shammash, il dio del sole. Sotto queste grandi divinità vi erano anche numerosi piccoli dèi e dee. La maggior parte di essi era scelta tra i pianeti e le stelle del cielo, mentre un numero minore proveniva dalla terra. A queste divinità erano legati i piccoli bisogni degli uomini. Le loro immagini venivano realizzate in forma di statuette e davanti a esse si celebravano riti di ogni genere. Anche le necessità più minute degli uomini erano associate a loro. Le loro immagini venivano realizzate in forma di statuette e davanti a esse si celebravano ogni sorta di riti. L’immagine di Nannar era collocata in un magnifico edificio sulla cima della montagna più alta della città di Ur. Nelle sue vicinanze si trovava il tempio di Nangul, la moglie di Nannar. Il tempio di Nannar era simile a un palazzo reale. Ogni notte, nella sua camera da letto, una sacerdotessa si vestiva da sua sposa. Nel tempio erano consacrate molte donne al nome della divinità. Erano chiamate devadasi, cioè prostitute religiose. Le donne che consacravano la propria verginità in nome del loro dio o della loro divinità erano tenute in grandissima considerazione. Probabilmente si riteneva che concedersi una volta come compagna sessuale di uno sconosciuto in nome della divinità fosse una via di liberazione. È superfluo dire che la maggior parte dei sacerdoti traeva piacere da questa prostituzione religiosa.
La posizione divina di Nannar
Nannar non era soltanto una divinità. Era piuttosto il più grande proprietario terriero del Paese, un enorme commerciante, un grande industriale e il potente governante della scena politica nazionale. Numerosi giardini, terreni e abitazioni venivano consacrati al tempio sotto forma di waqf. Oltre ai proventi di tali beni, contadini, proprietari terrieri e commercianti inviavano al tempio, come offerte, ogni sorta di cereali, latte, oro, gioielli, stoffe e altri beni. Il tempio stesso conduceva attività commerciali su vasta scala. Si riteneva che tutte queste attività fossero mezzi per ottenere la vicinanza alla divinità, e i sacerdoti e i loro dèi subordinati erano considerati autorità supreme. Anche la fonte dell’autorità e del potere della stessa famiglia reale era la divinità Nannar. Il vero re era Nannar, e il governante del Paese governava in suo nome. Di conseguenza, il re del Paese era considerato egli stesso una delle divinità venerate e veniva adorato come gli dèi.
Origine, sviluppo e fine del regno di Nimrod
Il primo fondatore della dinastia reale di Ur, che governava all’epoca di Ibrāhīm (pace su di lui), si chiamava Ur-Nammu. Duemilatrecento anni prima della nascita di Gesù (pace su di lui), egli fondò un vasto regno. Il suo regno si estendeva a oriente fino a Susa e a occidente fino al Libano. Da lui la famiglia prese il nome di Nammu, che in arabo divenne Nimrod. Dopo l’emigrazione di Ibrāhīm (pace su di lui) dalla sua terra, su questa famiglia cominciò una serie di devastazioni. Dapprima gli Elamiti distrussero la città di Ur e portarono via Nimrod insieme al suo dio Nannar. In seguito a Larsa fu instaurato un governo elamita, sotto il quale gli abitanti della regione di Ur furono ridotti in schiavitù. Successivamente una famiglia di origine araba divenne potente a Babilonia e sottomise sia Larsa sia Ur. Dopo queste devastazioni, la fede che gli abitanti di Ur nutrivano verso Nannar ne uscì scossa, perché Nannar non era riuscito a proteggerli.
L’influenza degli insegnamenti di Ibrāhīm (pace su di lui) nelle epoche successive
Non si può affermare con certezza quanto l’insegnamento di Hazrat Ibrahim (a.s.) abbia influenzato gli abitanti di quel Paese nelle epoche successive. Tuttavia, il codice che nel 1910 a.C. il re di Babilonia Hammurabi (l’Amrafel della Bibbia) fece redigere si basava, direttamente o indirettamente, sulla luce attinta dalla fiaccola dei profeti. Le iscrizioni dettagliate di queste leggi furono scoperte nel 1902 da un ricercatore francese di archeologia antica. Egli ne pubblicò la traduzione inglese nel 1903 con il titolo C.H.W. John, The Oldest Code of Law. I principi e i particolari di queste leggi presentano somiglianze con la sharia di Hazrat Musa (a.s.).
Un sistema completo di civiltà politeistica
Se le ricerche archeologiche condotte finora sono corrette, da esse risulta chiaramente che lo shirk in cui era immerso il popolo di Hazrat Ibrahim (a.s.) non consisteva soltanto in una credenza religiosa e in un insieme di riti idolatrici. In realtà, l’intero sistema economico, culturale, politico e sociale di quel popolo funzionava sulla base di tale credo. Al contrario, la da‘wa del tawhid con cui Hazrat Ibrahim (a.s.) si schierò non colpì soltanto l’adorazione degli idoli; assestò invece un colpo decisivo alla pretesa della dinastia reale di essere divina, al suo dominio e alla sua autorità, alla condizione economica e politica dei sacerdoti e delle classi elevate, nonché all’intero sistema di vita del Paese. Portare il suo messaggio significava demolire dalle fondamenta alla sommità l’intera struttura sociale. Poi bisognava ricostruirla da capo sulle basi del tawhid. Per questo, non appena la voce di Hazrat Ibrahim (a.s.) risuonò, il popolo, Nimrod e i sacerdoti si unirono tutti e si determinarono a soffocarla. (Tafhim al-Qur’an, sura al-Shu‘ara’, nota 99)
Esame del sistema politeistico di Nimrod
Una caratteristica comune a tutte le società politeiste, dall’inizio fino a oggi, è che riconoscono Allah come Rabb al-arbab, cioè il Signore di tutti i signori e il Dio di tutti gli dèi, ma non riconoscono esclusivamente Lui, quel Signore e quel Dio, come l’unico degno di adorazione.
I politeisti hanno sempre diviso in due ambiti la divinità divina. Il primo è la divinità soprannaturale, che domina la catena delle cause e degli effetti e verso la quale l’uomo si rivolge per soddisfare i propri bisogni e allontanare le avversità. In questo ambito, essi associano ad Allah Ta‘ala gli spiriti, gli angeli, i jinn e numerosi altri esseri. Rivolgono loro preghiere, celebrano riti di adorazione davanti a loro e offrono doni votivi nei loro santuari. Il secondo ambito è la divinità, o autorità e dominio, nelle attività culturali e politiche: essa ha il diritto di emanare le leggi che regolano la vita e di esigere obbedienza. In quasi ogni epoca, tutti i politeisti del mondo hanno separato questo secondo tipo di divinità da Allah Ta‘ala, oppure lo hanno suddiviso tra Lui, la famiglia reale, i sacerdoti religiosi e gli anziani eminenti della società. La maggior parte delle dinastie reali è arrivata a rivendicare la divinità in questo secondo senso. Per consolidare tale divinità, hanno affermato di essere figli del dio inteso nel primo senso. In questa impresa, la classe religiosa ha cospirato insieme a loro.
Anche la pretesa di Nimrod alla divinità apparteneva al secondo tipo. Egli non negava l’esistenza di Allah Ta‘ala. Non sosteneva di essere lui il creatore della terra e del cielo e il governatore del mondo creato. La sua pretesa era invece di essere il sovrano assoluto di quel Paese dell’Iraq e dei suoi abitanti. La sua parola era legge; al di sopra di lui non esisteva alcuna forza o autorità superiore alla quale dovesse rendere conto. Di conseguenza, qualunque abitante dell’Iraq non lo riconoscesse come signore e considerasse signore qualcun altro all’infuori di lui era un ribelle e un traditore.
Il colpo inferto dalla da‘wa del tawhid di Hazrat Ibrahim (a.s.)
Quando Hadrat Ibrāhīm (pace su di lui) disse: «Riconosco come dio, padrone e Signore soltanto il Rabb degli universi, e nego completamente ogni altra autorità e signoria al di fuori di Lui», la questione non riguardava soltanto fino a che punto fosse accettabile questa sua nuova professione di fede riguardo alla religione nazionale e alle divinità religiose; sorse anche la questione di come si potesse ignorare il colpo che tale professione di fede infliggeva allo Stato nazionale e al potere centrale che lo governava. Per questo motivo Hadrat Ibrāhīm (pace su di lui) fu condotto davanti a Nimrod con l’accusa di ribellione.
L’argomentazione inconfutabile di Hadrat Ibrāhīm (pace su di lui)
Quando Hadrat Ibrāhīm (pace su di lui) disse a Nimrod che il suo Signore era Colui nelle cui mani sono la vita e la morte, Nimrod disse: «La vita e la morte sono nelle mie mani».
Ibrāhīm (pace su di lui) disse: «Bene, Allah fa sorgere il sole da oriente; fallo sorgere tu una volta da occidente, vediamo». Udendo ciò, il negatore della verità rimase attonito.
Sebbene dalle prime parole di Hadrat Ibrāhīm (pace su di lui) fosse risultato chiaro che nessuno, se non Allah, può essere Rabb o Signore, Nimrod gli rispose tuttavia con arroganza. Dopo la seconda affermazione, per lui era difficile rispondere con un’arroganza ancora maggiore, perché egli stesso sapeva che il sole e la luna erano soggetti all’ordine di quello stesso Allah che Ibrāhīm (pace su di lui) aveva riconosciuto come Rabb. Che cosa avrebbe potuto dire in risposta? Ma riconoscere la verità che in tal modo si manifestava chiaramente davanti a lui significava rinunciare alla propria signoria e autorità assolute, e il suo tāghūt interiore non era disposto a farlo. Perciò rimase semplicemente attonito. Non uscì dal rifugio dell’adorazione di sé per giungere alla luce della verità. Se, invece di quel tāghūt, avesse riconosciuto Allah come il suo Walī e il suo soccorritore, dopo questa predicazione di Hadrat Ibrāhīm (pace su di lui) la retta via gli si sarebbe aperta.
La fornace di Nimrod e il giardino fiorito di Khalīl
Nel Talmud si narra che in seguito, per ordine del re, Hadrat Ibrāhīm (pace su di lui) fu imprigionato e trascorse dieci giorni in carcere. Il consiglio del re decise di bruciarlo vivo. (Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Baqara, nota 123)
Secondo il Qurʾān, essi misero in atto la loro decisione. Dopo aver preparato la fornace, vi gettarono Hadrat Ibrāhīm (pace su di lui). (Per quanto riguarda il fatto che Hadrat Ibrāhīm (pace su di lui) fu gettato nel fuoco, si vedano i seguenti passi del Qurʾān: sūra al-Anbiyāʾ, 68-70; sūra al-ʿAnkabūt, 24; al-Ṣāffāt, 97-98. I compilatori.)
Allora Allah l’Altissimo ordinò al fuoco: «Diventa fresco e innocuo per Ibrāhīm». (Anche questo è chiaramente uno dei miracoli narrati nel Corano. Se qualcuno interpreta tali miracoli sostenendo che, secondo la sua opinione, ad Allah non è possibile compiere alcun atto straordinario sottraendosi al normale corso del funzionamento dell’universo, perché mai dovrebbe risparmiarsi la fatica di credere in Allah? E se offre una simile interpretazione perché i cosiddetti razionalisti dell’epoca contemporanea non sono disposti ad accettare cose del genere, vorremmo chiedergli: o servo di Allah, chi ti ha imposto questo fardello, secondo cui devo necessariamente riconoscere questa verità in un modo o nell’altro? Lascia che chi non è disposto ad accettare il Corano esattamente così com’è rimanga nella propria posizione. Quale genere di predicazione dell’Islam sarebbe dare al Corano una forma conforme ai suoi desideri per costringerlo ad accettarlo, e quale persona dotata di senno potrebbe mai considerarlo giusto? (Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Anʿām, nota 52; Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Baqara, nota 258)
Il popolo di Ibrāhīm (a.s.) è scomparso dalla faccia della terra in modo tale che non ne rimane traccia né nome in alcun luogo. Se qualcuno di loro ha avuto la fortuna di sopravvivere, ciò è avvenuto soltanto attraverso i discendenti di Ibrāhīm (a.s.) e dei suoi due figli benedetti, Ismāʿīl (a.s.) e Isḥāq (a.s.). Allah l’Altissimo dichiarò rivolgendosi a Ibrāhīm (a.s.): «In verità, ti nomino guida dell’intera umanità». Oggi, nel mondo, i seguaci di tutte le religioni fondate sulla rivelazione — musulmani, ebrei e cristiani — sono ugualmente legati a Ibrāhīm (a.s.). I compilatori. Sebbene il castigo abbattutosi sul suo popolo dopo l’emigrazione di Ibrāhīm (a.s.) non sia narrato nel Corano, esso è stato comunque annoverato tra i popoli puniti. (Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Baqara, note 291-292)
I sovrani e i sacerdoti eruditi di Babilonia che avevano cercato di soffocare l’invito di Ibrāhīm (a.s.), e gli abitanti politeisti che avevano obbedito a quegli oppressori, sono scomparsi dalla faccia della terra in modo tale che non ne rimane traccia né nome in alcun luogo. Ma a colui che avevano cercato di bruciare e ridurre in cenere per il crimine di aver innalzato la parola di Allah, e che alla fine era stato costretto a lasciare la patria a mani vuote, Allah l’Altissimo concesse la grazia che il suo nome risplendesse nel mondo da quattromila anni e continuasse a farlo fino al Giorno del Giudizio. Tutti i musulmani, gli ebrei e i cristiani del mondo riconoscono unanimemente questo amato uomo del Signore dei mondi come guida religiosa. Per quanto riguarda la luce della retta guida apparsa nel mondo negli ultimi quaranta secoli, essa è giunta proprio grazie a quell’uomo e ai suoi puri e virtuosi discendenti. Nell’Aldilà riceveranno certamente una ricompensa immensa; ma anche su questa terra hanno ottenuto un onore tale che nessuno tra coloro che lottano nell’illusione per conquistare il mondo ha avuto la fortuna di ricevere. (Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Anbiyāʾ, nota 62)
La narrazione del Talmud
Nella Bibbia non vi è alcun riferimento a questo importante episodio della vita di Ibrāhīm (a.s.). Anzi, in questo libro non è stato incluso alcun episodio della sua vita irachena. Il suo incontro faccia a faccia con Nimrod, il conflitto con suo padre e con il suo popolo, i suoi sforzi e la sua lotta contro l’idolatria, l’episodio del suo essere gettato nel fuoco e, infine, l’essere costretto a emigrare: ciascuno di questi eventi era, agli occhi dell’autore del primo libro dell’Antico Testamento, degno di essere taciuto. Egli menziona soltanto la sua emigrazione, e per di più in modo tale da farla sembrare il trasferimento di una famiglia da un paese all’altro alla ricerca di mezzi di sostentamento. Tra il Corano e la Bibbia vi è una differenza ancora più fondamentale: secondo il racconto coranico, il padre politeista di Ibrāhīm (a.s.) fu il primo a perseguitarlo; la Bibbia invece afferma che fu suo padre stesso a trasferirsi ad Harran insieme al figlio, al nipote e alle nuore — Antico Testamento, Genesi, capitolo 11, versetti 27-32. Poi, improvvisamente, Dio dice a Ibrāhīm (a.s.): «Lascia Harran e stabilisciti a Canaan; da te farò nascere una grande nazione e ti benedirò, così sarai fonte di benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e maledirò chiunque ti maledirà; e in te saranno benedette tutte le tribù della terra» (lo stesso libro della Genesi, capitolo 12, versetti 2-3). Non si riesce a capire perché, all’improvviso, questo sguardo di grazia si sia posato su Ibrāhīm (a.s.). Nel Talmud si trovano certamente molti di quei racconti relativi al periodo iracheno della vita di Ibrāhīm che sono narrati in diversi passi del Corano. Tuttavia, mettendoli a confronto, non si nota soltanto una differenza nelle parti importanti della storia; si può piuttosto constatare chiaramente che la maggior parte dei racconti talmudici è piena di affermazioni incoerenti e inverosimili. Nel Corano, invece, vi è una descrizione chiara degli eventi importanti della vita di Ibrāhīm (a.s.), senza alcuna assurdità. A titolo informativo, riportiamo qui un breve riassunto della storia narrata nel Talmud, affinché diventi evidente l’errore di coloro che ritengono il Corano dipendente dalla Bibbia e dalla letteratura ebraica.
Il Talmud racconta che, al momento della nascita di Ibrāhīm (a.s.), gli astrologi videro alcuni segni nel cielo e consigliarono a Nimrod di uccidere il bambino nato nella casa di Tāriḥ. Nimrod si preparò a ucciderlo. Ma Tāriḥ presentò al suo posto il figlio di uno dei suoi schiavi e in tal modo salvò il proprio bambino. Poi Tāriḥ nascose sua moglie e il figlioletto in una caverna. Vi trascorsero dieci anni. Nell’undicesimo anno Tāriḥ mandò Ibrāhīm (a.s.) da Nūḥ (a.s.). Ibrāhīm (a.s.) rimase con Nūḥ (a.s.) per trentanove anni, poi sposò la propria nipote Sāra, che era di quarantadue anni più giovane di lui. Nella Bibbia non si afferma che Sāra fosse la nipote di Ibrāhīm (a.s.). Secondo la Bibbia, la differenza d’età tra i due era di appena dieci anni. Antico Testamento, Genesi, capitolo 11, versetto 29, e capitolo 17, versetto 17.
In seguito il Talmud racconta che, all’età di cinquant’anni, Ibrāhīm (a.s.) lasciò la casa di Nūḥ (a.s.) e si recò da suo padre. Vide che suo padre era un idolatra e che nella sua casa vi erano dodici idoli, uno per ciascun mese dell’anno. Dopo aver tentato a lungo, senza successo, di far ragionare suo padre, un giorno colse l’occasione e frantumò tutti gli idoli del tempio di famiglia. Vedendo in quale stato si trovavano le sue divinità, Tāriḥ si recò direttamente da Nimrod e lo denunciò dicendo: «Il figlio nato nella mia casa cinquant’anni fa ha fatto questo nella mia casa. Ora giudica tu».
Nimrod convocò Ibrāhīm (a.s.) e lo interrogò. Egli rispose con parole dure. Nimrod lo mandò immediatamente in prigione e sottopose la questione al suo consiglio. Dopo aver discusso, il consiglio suggerì di bruciarlo vivo. Di conseguenza fu organizzata una grande festa del fuoco e Ibrāhīm (a.s.) vi fu gettato. Insieme a Ibrāhīm (a.s.) furono gettati nel fuoco anche suo fratello e suo suocero Hārān. Infatti Nimrod aveva chiesto a Tāriḥ: «Avevo voluto uccidere quel tuo figlioletto proprio il giorno della sua nascita. Perché invece mi hai presentato un altro bambino da uccidere?»
In risposta, Tareh disse: «Ho fatto questo seguendo il consiglio di Haran». Dopo queste parole, colui che aveva compiuto personalmente l’azione fu lasciato libero, ma il consigliere fu gettato nel fuoco insieme a Ibrahim (a.s.). Appena cadde nel fuoco, Haran bruciò completamente e fu ridotto in cenere. La gente, invece, vide Ibrahim passeggiare tranquillamente. La notizia fu riferita a Nimrod. Quando Nimrod venne e vide con i propri occhi quell’evento straordinario, gridò: «O servo del Dio celeste! Esci dal fuoco e poi mettiti davanti a me». Hazrat Ibrahim (a.s.) uscì dal fuoco. Nimrod rimase colpito da lui e lo congedò dopo avergli donato molti preziosi regali.
Poi, secondo il racconto del Talmud, Hazrat Ibrahim (a.s.) rimase lì per due anni. Nel frattempo, Nimrod fece un sogno terribile. Gli astrologi lo interpretarono dicendo che Ibrahim (a.s.) sarebbe stato la causa del declino di quel regno. Perciò, dissero, doveva essere ucciso. Furono mandate delle persone per assassinarlo. Ma il servo che lo stesso Nimrod aveva donato in regalo a Hazrat Ibrahim (a.s.), Alaiyazar, rivelò il piano dell’assassinio prima che venisse attuato. Di conseguenza, Hazrat Ibrahim (a.s.) fuggì e trovò rifugio nella casa di Hazrat Nuh (a.s.). Là Tareh continuò a incontrarlo segretamente. Poi padre e figlio decisero insieme che sarebbe stato opportuno lasciare il paese. Hazrat Nuh (a.s.) e Sam approvarono questa proposta. In seguito, Tareh partì da Ur per Harran con suo figlio Ibrahim (a.s.), suo nipote Lut (a.s.) e sua nuora Sara. — H. Pulaner, Selezioni dal Talmud, Londra, pp. 30-42; Tafhim al-Qur’an, sura al-Anbiya, nota 62.
Il popolo di Lut
Secondo la Bibbia, Hazrat Ibrahim (a.s.) aveva due fratelli: Nahor e Haran. Hazrat Lut (a.s.) era figlio di Haran (Antico Testamento, Genesi, capitolo 11, versetto 26). Dal riferimento a Hazrat Ibrahim (a.s.) contenuto nel versetto 26 della sura al-‘Ankabut risulta evidente che, tra il suo popolo, soltanto Lut (a.s.) credette in lui. (Tafhim al-Qur’an, sura ash-Shu‘ara, nota 73)
Hazrat Lut (a.s.) era il nipote di Hazrat Ibrahim (a.s.). Uscì dall’Iraq insieme a suo zio e per qualche tempo viaggiò attraverso lo Sham, la Palestina e l’Egitto, acquisendo esperienza nella predicazione e nella trasmissione del messaggio. In seguito, dopo essere stato stabilmente elevato alla missione profetica, gli fu affidato il compito di riformare e correggere il popolo traviato. Questo popolo è chiamato il popolo di Lut. Gli abitanti di Sodom sono definiti il suo popolo perché probabilmente egli aveva con loro un legame di parentela.
La regione del popolo di Lut
Questo popolo abitava nella regione oggi chiamata Transgiordania, situata tra l’Iraq e la Palestina. Nella Bibbia, la città principale di questo popolo è chiamata Sodom. Essa si trovava in qualche luogo vicino al Mar Morto. Il Talmud narra che, oltre a Sodom, in questa regione vi erano altre quattro grandi città. Le zone tra queste città erano talmente belle che vi era un unico giardino esteso per diverse miglia, la cui bellezza incantava chiunque lo vedesse. Oggi, tuttavia, il nome e l’esistenza di questo popolo sono completamente scomparsi dalla faccia della terra. Non è neppure possibile stabilire con precisione dove si trovassero i loro insediamenti. Soltanto il Mar Morto rimane oggi come unico segno della loro memoria ed è chiamato attualmente Mare di Lut. Tra le calunnie attribuite alla vita di Hazrat Lut (a.s.) nella Bibbia deformata dagli ebrei vi è anche questa: che egli sarebbe andato nella regione di Sodom dopo aver litigato con Hazrat Ibrahim (a.s.) (Antico Testamento, Genesi, capitolo 13, versetti 1-12). Il Corano, invece, respinge questa affermazione e dice che Allah lo inviò come profeta presso quel popolo. (Tafhim al-Qur’an, sura al-Anbiya, nota 66; Tafhim al-Qur’an, sura al-‘Ankabut, nota 49)
Questa regione devastata è visibile lungo la strada che conduce dall’Hijaz allo Sham e dall’Iraq all’Egitto. Di solito, i gruppi di viaggiatori osservano queste rovine, che sono ancora chiaramente visibili. La regione si trova a sud-est del Mar Morto. In particolare, riguardo alla sua parte meridionale, i geografi affermano che vi si trovano rovine in una quantità tale da non avere eguali in nessun altro luogo del mondo. (Tafhim al-Qur’an, sura al-Anbiya, nota 63)
La degenerazione del popolo di Lot
(*****আরবী*****)
Uno. Vi accostate forse agli uomini fra tutte le creature della terra e abbandonate ciò che il vostro Signore ha creato per voi nelle vostre mogli? Anzi, voi siete davvero trasgressori dei limiti. – Sura ash-Shuʿarāʾ: 165-166
(*****আরবী****)
Due: commettete forse quell’atto osceno che nessuna creatura della terra ha mai commesso prima di voi? Sura al-ʿAnkabūt: 28
(*****আরবী*****)
Tre: è forse questa la vostra condizione: vi accostate agli uomini, praticate il brigantaggio e commettete azioni malvagie nelle vostre riunioni? Sura al-ʿAnkabūt: 29
Cioè, avete rapporti sessuali con loro. Come è detto nella Sura al-Aʿrāf:
(*****আরবী*****)
Vi rivolgete agli uomini invece che alle donne per soddisfare la vostra brama sessuale. E poi, cosa sorprendente, non commettete questa oscenità di nascosto, ma praticate apertamente questo misfatto nei vostri ritrovi, l’uno davanti all’altro. È proprio questo che viene detto nella sura an-Naml: (*****আরবী*****) Siete forse sprofondati a tal punto da commettere questa oscenità davanti agli spettatori? (Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Aʿrāf, nota 63)
Gli uomini virtuosi non si sono mai astenuti dalle pratiche malvagie per le quali il popolo di Lot resterà famigerato per sempre. Ma il titolo di (?) campioni di tale comportamento è toccato esclusivamente ai Greci, la cui filosofia cerca di conferire a questo abominevole crimine la dignità di una bellezza morale. In seguito, ciò che era rimasto incompleto in questo ambito è stato portato a compimento dall’Europa e dall’America moderne. A sostegno di ciò è stata condotta una vasta propaganda pubblica. Persino il parlamento di un Paese come la Germania lo ha dichiarato legale. Anche in altri Paesi occidentali è stato legalizzato sotto il profilo giuridico. Eppure è una verità assolutamente evidente che l’omosessualità è del tutto contraria all’ordine naturale. Allah l’Altissimo ha creato tutti gli esseri viventi. Nell’umanità, uno degli ulteriori scopi di ciò è che uomini e donne formino insieme una famiglia e pongano così le basi di una civiltà. Proprio a questo scopo sono stati creati due sessi distinti, quello maschile e quello femminile. Tra loro è stata suscitata un’attrazione sessuale reciproca. La loro costituzione fisica e il loro assetto psicologico sono stati resi pienamente adatti allo scopo della vita coniugale, attraverso il reciproco appagamento dei desideri. Nell’attrazione e nel soddisfacimento reciproci vi è un piacere che, per realizzare lo scopo della natura, è al tempo stesso un incentivo e una forza operante, nonché la ricompensa di questa attività. Ma chi agisce contro questo ordine naturale e cerca il piacere sessuale attraverso l’omosessualità commette contemporaneamente diversi crimini. Primo: lotta contro la propria costituzione naturale universale e contro il proprio assetto psicologico. In tal modo crea dentro di sé un’enorme disordine e confusione, con effetti nocivi sul corpo, sulla mente e sul carattere di entrambi. Secondo: commette il crimine di tradire e usurpare la natura. La natura aveva fatto del piacere sessuale un dono al servizio della procreazione e della civiltà, collegandone il conseguimento al dovere, alla responsabilità e al diritto; egli invece lo ottiene per vie clandestine, senza alcun servizio e senza adempiere ad alcun dovere, diritto o responsabilità. Terzo: compie un atto manifesto di egoismo e tradimento nei confronti della società umana. Trae vantaggio dalle istituzioni civili stabilite nella società, ma quando arriva il suo turno, invece di portare il peso dei diritti, dei doveri e delle responsabilità, impiega tutte le proprie energie in modo egoistico e in una maniera che non è soltanto inutile per la società, la civiltà e la morale, ma è certamente dannosa. Si rende incapace di servire la propria discendenza e la propria famiglia. Inoltre coinvolge almeno un uomo in un’attività anormalmente femminea e, di conseguenza, apre ad almeno due donne la via alla perversione sessuale e alla degenerazione morale. (Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Aʿrāf, nota 63)
( *****আরবী****)
Quarto: quando i Nostri angeli giunsero da Lot, egli rimase sgomento per il loro arrivo e il suo animo si rattristò. Allora disse: «Oggi è un giorno di grande angoscia». Quando videro arrivare questi ospiti, gli abitanti del suo popolo si precipitarono spontaneamente verso la sua casa. Erano già avvezzi a simili misfatti. Lot disse loro: «Fratelli miei, ecco le mie figlie: esse sono per voi le più pure. Temete Allah e non copritemi di vergogna e d’umiliazione a causa dei miei ospiti. Non c’è forse tra voi una persona retta?». Essi risposero: «Tu sai bene che non abbiamo alcun interesse per le tue figlie, e sai anche ciò che vogliamo». Sura Hūd, 77–79
Dal modo in cui il Corano presenta i dettagli di questo episodio risulta chiaramente che questi angeli erano giunti alla casa di Lot sotto le sembianze di giovani di bell’aspetto. Egli non sapeva che fossero angeli. Per questo si allarmò molto per l’arrivo di quegli ospiti e fu preso dall’angoscia. Sapeva quanto fossero dissoluti e spudorati gli uomini del suo popolo.
È possibile che Lot alludesse alle giovani donne del suo popolo, poiché il Profeta è come un padre per il suo popolo e, ai suoi occhi, le figlie del popolo sono come figlie proprie. È anche possibile che alludesse alle sue figlie. In ogni caso, non c’è alcuna ragione per supporre che Lot li invitasse a commettere adulterio con loro. Non vi è alcun modo di travisare le parole «esse sono per voi le più pure». L’intento di Lot era chiaramente che essi soddisfacessero il loro impulso sessuale nel modo naturale e lecito stabilito da Allah l’Altissimo, e per questo non mancavano le donne.
(*****আরবী******) e non copritemi di vergogna e d’umiliazione a causa dei miei ospiti: queste parole delineano pienamente la loro mentalità e mostrano fino a che punto fossero sprofondati nella dissolutezza. Non si trattava soltanto del fatto che avessero abbandonato la via della natura e della purezza per imboccare una via oscena e innaturale; la loro degenerazione era giunta a un punto tale che tutte le loro inclinazioni e tutti i loro desideri erano ormai rivolti esclusivamente a quell’unica via impura e sordida. Nel loro animo era rimasto soltanto il desiderio di quell’impurità e di quella sozzura, e non provavano alcuna vergogna nel dire, riguardo alla via della natura e della purezza, che essa non era fatta per loro. È il livello più basso di una degenerazione morale e psicologica, oltre il quale non si può immaginare nulla di peggiore. Ben poca cosa è il caso di chi, per debolezza mentale, si dedica a un atto haram, ma considera l’halal un oggetto di desiderio e l’haram qualcosa da cui occorre astenersi. Una persona simile può talvolta anche correggersi. E, se non si corregge, al massimo si può dire che è una persona traviata. Ma quando tutte le inclinazioni di una persona sono rivolte esclusivamente agli atti haram ed essa ritiene che l’halal non sia per lei, allora non la si può annoverare tra gli esseri umani. In realtà è un ripugnante insetto immondo, allevato e cresciuto in mezzo alle feci, la cui natura non ha alcuna compatibilità con la purezza. Se un simile insetto nascesse nella casa di una persona pulita e dotata di buon gusto, questa, alla prima occasione, verserebbe del fenile per preservare la propria casa dalla sua presenza e mantenerla pura e pulita. Come potrebbe allora Allah sopportare ancora a lungo, sulla Sua terra, l’infestazione di questi ripugnanti insetti immondi? (Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Ḥijr, nota 42)
(*****ARABO*****)
Cinque: Nel frattempo, gli abitanti della città, fuori di sé dalla gioia, irruppero nella casa del profeta Lot. Lot disse: «Fratelli, essi sono miei ospiti. Non disonoratemi. Temete Allah e non umiliatemi né disonoratemi». Essi dissero: «Non ti avevamo forse proibito più volte di farti carico degli affari di tutto il mondo?». Lot, costretto dalle circostanze, disse: «Se proprio dovete fare qualcosa, ecco le mie figlie». — Sura al-Hijr, 66-71
Da ciò si può dedurre a quale livello fosse giunta la depravazione di questo popolo. Non appena alcuni ospiti avvenenti giungevano nella casa di un abitante dell’insediamento, una folla si radunava davanti alla sua abitazione e chiedeva apertamente: «Consegnaci i tuoi ospiti; commetteremo atti turpi con loro».
In tutta la loro città non vi era una sola persona che levasse la voce contro queste loro malefatte. In loro non era rimasto neppure alcun senso morale, a causa del quale avrebbero potuto provare vergogna vedendo pubblicamente tali eccessi. Se dei malfattori potevano assalire senza timore persino la casa di un uomo eminente come il profeta Lot (pace su di lui), maestro di moralità, è facile immaginare come dovessero essere trattate le persone comuni in quella città. (Tafhim al-Qur’an, Sura al-‘Ankabut, note 51-52)
La narrazione del Talmud
Qui viene riportato un breve riassunto della condizione di questo popolo così come è stata registrata nel Talmud. Da esso si comprenderà chiaramente fino a quale infimo livello di anarchia morale fosse disceso questo popolo. Nel Talmud si racconta che una volta un viaggiatore elamita stava attraversando il loro territorio. Poiché si fece notte lungo il cammino, dovette fermarsi nella città di Sodoma (Sadom). Aveva con sé delle provviste. Nessuno lo invitò a essere ospite. Egli si sistemò sotto un albero. In seguito un sodomita lo persuase con insistenza a recarsi a casa sua e lo ospitò durante la notte. Prima dell’alba, il suo asino e tutti i suoi bagagli scomparvero. Egli cominciò a gridare, ma nessuno ascoltò le sue parole. Al contrario, gli abitanti dell’insediamento gli sottrassero tutto ciò che ancora possedeva e lo cacciarono dalla città.
Una volta Sara, moglie del profeta Abramo (pace su di lui), mandò a Sodoma il suo servo Ali Izr per informarsi del profeta Lot (pace su di lui). Entrato in città, Ali Izr vide un sodomita che stava picchiando un forestiero. Quando Ali Izr chiese perché venisse picchiato un povero viaggiatore indifeso, tutti quelli presenti al mercato gli mozzarono la testa.
Una volta un pover’uomo giunse in quella città. Non trovando nulla da mangiare in alcun luogo, stremato dalla fame, rimase disteso in un posto. Vedendolo, la figlia del profeta Lot (pace su di lui) gli portò del cibo. Per questo Lot (pace su di lui) e sua figlia furono aspramente rimproverati e minacciati: se avessero fatto una cosa simile, non sarebbe stato loro permesso di rimanere nell’insediamento. Dopo aver narrato vari episodi di questo genere, l’autore del Talmud afferma che, nella vita quotidiana, quella gente era estremamente ingiusta, ingannatrice e disonesta nei rapporti. Nessun viaggiatore poteva attraversare in sicurezza il loro territorio. Nessun povero riusciva a ricevere da loro neppure un pezzo di pane. Molte volte accadde persino che qualcuno giungesse da fuori, morisse di fame senza aver mangiato e allora essi gli togliessero i vestiti e lo seppellissero nudo. Se per sfortuna un mercante straniero arrivava da loro, gli veniva saccheggiato tutto ciò che possedeva. Nessuno dava ascolto alle sue lamentele. Nella loro valle avevano creato giardini e frutteti estesi per diverse miglia. In quei giardini commettevano pubblicamente atti turpi con estrema sfrontatezza. Contro di loro non si levava altra voce se non quella di Lot (pace su di lui).
Breve descrizione del Corano
Nel Nobile Corano, questa intera vicenda è descritta soltanto in due frasi: aveva già commesso gravi turpitudini. Voi soddisfate i vostri desideri sessuali con gli uomini, assalite i viandanti e praticate apertamente atti sessuali nelle vostre riunioni. (Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Aʿrāf, nota 64)
La reazione all’invito del Profeta
Quando Hazrat Lot (a.s.) li invitò a emendarsi, gli appartenenti al suo popolo, adirati, dissero,
(*****arabo*******)
(O Lot) Se non ti astieni da tutte queste parole, sarai anche tu tra coloro che sono stati espulsi da questa città. — Sura al-Shuʿarāʾ: 167
In altre parole, sai bene che in precedenza chiunque abbia parlato contro di noi, protestato contro le nostre azioni o agito contro la nostra volontà è stato espulso dal nostro abitato. Ora, se farai lo stesso, anche tu subirai la medesima sorte.
Nella Sura al-Aʿrāf e nella Sura an-Naml si dice che, prima di notificare questo avviso a Lot (a.s.), i malvagi di quel popolo avevano deciso di espellere Lot e la sua famiglia dal loro abitato. «Vogliono rimanere molto casti e puri.» (Tafhīm al-Qurʾān, Sura Hūd, note 86–88)
L’arrivo degli angeli
(*****আরবী********)
E quando i Nostri angeli giunsero da Abramo con la buona novella, si presentarono dapprima ad Abramo. Gli annunciarono la nascita di Isacco e poi di Giacobbe. Poi dissero di essere stati inviati per distruggere il popolo di Lot, poiché la gente di quel popolo aveva oltrepassato ogni limite. (Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Ḥijr, nota 39)
(*****আরবী*****)
.Abramo disse: «Ma lì c’è Lot». Sura al-ʿAnkabūt: 32
In un primo momento, il profeta Abramo (pace su di lui) si spaventò vedendo gli angeli sotto forma umana. Infatti, dietro il loro arrivo in tale forma si celava una terribile missione. Quando poi gli diedero la buona novella, la sua apprensione si dissipò. Ma quando seppe che quella missione sarebbe stata compiuta contro il popolo di Lot, chiese misericordia per quel popolo (*****আরবী********). Tuttavia la sua richiesta non fu accolta. Gli fu detto: «Non parlare di questa questione. La decisione del tuo Signore è stata presa e ormai non potrà in alcun modo essere modificata» (*****আরবী**********). Quando, a seguito di queste parole, ad Abramo (pace su di lui) non rimase più alcuna speranza, si preoccupò per il profeta Lot (pace su di lui). Per lui disse: «Lì c’è Lot». In altre parole, se questo castigo si fosse abbattuto in presenza del profeta Lot (pace su di lui), come avrebbero potuto lui e la sua famiglia salvarsi da esso? (Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Ḥijr, nota 39)
( *****আরবী*******)
Dissero: «Sappiamo bene chi vi si trova. Salveremo lui e gli altri membri della sua famiglia, eccetto sua moglie. Essa sarà tra coloro che resteranno indietro». — Sura al-ʿAnkabūt: 32
Riguardo alla moglie di Hadrat Lut (a.s.), nella sura al-Tahrim, versetto 10, è detto che ella non era devota a Hadrat Lut (a.s.). Per questo fu decretato per lei che, nonostante fosse la moglie di un profeta, sarebbe stata sottoposta al castigo. Probabilmente, quando Hadrat Lut (a.s.) emigrò e si stabilì nella regione della Giordania, sposò una donna di quel popolo. Tuttavia, anche dopo aver trascorso gran parte della sua vita in sua compagnia, ella non credette e la sua lealtà rimase rivolta al proprio popolo. Poiché presso Allah l’affinità di sangue e la fratellanza non hanno alcun valore, ciascuno viene trattato in base alla propria fede e al proprio carattere. Perciò essere la moglie di un profeta non le fu di alcuna utilità, e la sua sorte non fu quella del marito, bensì quella del popolo al quale aveva legato la propria religione e la propria morale. (Tafhim al-Qur’an, sura al-Shu‘ara’, nota 111)
L’angoscia di Hadrat Lut (a.s.)
(*****আরবী*******)
E quando i Nostri angeli giunsero presso Lut, egli fu preso dall’angoscia e divenne abbattuto per il loro arrivo. – Sura al-‘Ankabut, 33
La ragione di questa angoscia era che gli angeli erano venuti sotto le sembianze di giovani estremamente avvenenti. Hadrat Lut (a.s.) conosceva bene il carattere del suo popolo. Perciò, appena li vide arrivare, divenne inquieto: se avesse predisposto un alloggio per quegli ospiti, come avrebbe potuto proteggerli dalle mani del suo popolo peccatore? D’altra parte, se non avesse permesso loro di restare, ciò sarebbe stato estremamente sconveniente. Inoltre temeva che, se non avesse dato rifugio a quei viaggiatori, egli stesso li avrebbe gettati nelle fauci dei lupi. (Tafhim al-Qur’an, sura al-‘Ankabut, nota 53)
Nella sura Hud è detto che, quando la gente cominciò a entrare nella casa di Hadrat Lut (a.s.), egli pensò che ormai non sarebbe stato più possibile salvare gli ospiti in alcun modo. Allora gridò: (*****আরবী*******) «Ah, se solo avessi la forza di correggervi, oppure potessi contare sull’appoggio di una persona potente!» Allora gli angeli dissero: (*****আরবী*******) «O Lut! Noi siamo angeli inviati dal tuo Signore. Essi non potranno in alcun modo raggiungerti». (Tafhim al-Qur’an, sura al-‘Ankabut, nota 55)
( *****আরবী********)
Essi dissero: «Non temere, non preoccuparti». – Sura al-‘Ankabut, 33
In altre parole, non preoccuparti affatto per noi pensando che possano farci del male, né chiederti come potremo essere protetti da loro. Fu proprio in questa occasione che gli angeli rivelarono al profeta Lot (pace su di lui) il segreto: non erano uomini, bensì angeli. Erano stati inviati per far scendere il castigo su questo popolo. (Tafhīm al-Qurʾān, sura al-ʿAnkabūt, nota 56)
Dal significato intrinseco del resoconto dettagliato di questo episodio fornito nel Nobile Corano risulta chiaramente che gli angeli erano giunti nella casa del profeta Lot (pace su di lui) travestiti da bei giovani. Lot (pace su di lui) non sapeva che fossero angeli. Per questo, all’arrivo degli ospiti, era molto angosciato e si sentiva profondamente oppresso. Conosceva bene il suo popolo. Sapeva quanto fosse dissoluto e a quale livello di spudoratezza fosse giunto. (Non appena questi ospiti arrivarono, gli uomini del suo popolo cominciarono a correre senza alcuna esitazione verso la sua casa. Erano già abituati a simili malvagità. Lot disse loro: «Fratelli! Ecco, qui ci sono le mie figlie; esse sono più pure per voi. Temete Allah e non disonorate me riguardo ai miei ospiti. Non c’è forse tra voi nemmeno un uomo giusto?». Essi risposero: «Sai bene che non abbiamo alcun interesse per le tue figlie e sai anche ciò che vogliamo». — Sura Hūd, 78) (Sura al-ʿAnkabūt, nota 57)
( *****আরবী********)
Poi cercarono di impedire a Lot (pace su di lui) di proteggere i suoi ospiti. Alla fine accecammo i loro occhi. (Dicemmo:) «Ora gustate il Mio castigo e l’avvertimento». — Sura al-Qamar, 37
Il profeta Lot (pace su di lui) supplicò la folla impazzita di desistere da quella disgustosa azione. Ma essi non gli diedero ascolto. Entrarono nella casa e tentarono con la forza di portare fuori gli ospiti. In quell’ultimo momento, all’improvviso, furono accecati. Poi gli angeli dissero al profeta Lot (pace su di lui) di uscire da quella città insieme alla sua famiglia prima dell’alba. Non appena ebbero lasciato la città, su quel popolo si abbatté un terribile castigo.
Nella Bibbia questo episodio è narrato così: Allora essi dissero: «Vattene via in fretta». E aggiunsero: «È venuto qui come forestiero solitario e ora fa da giudice su di noi; adesso ti tratteremo peggio di loro». Detto questo, si scagliarono con violenza contro Lot e cercarono di sfondare la porta. Allora quei due uomini stesero le mani, trascinarono Lot dentro la casa, presso di loro, e chiusero la porta; poi colpirono con la cecità tutti, piccoli e grandi, che si trovavano vicino all’ingresso della casa, cosicché essi si stancarono cercando la porta. — Genesi 19:9-11 (Tafhīm al-Qurʾān, sura al-ʿAnkabūt, nota 58)
(*****ARABO********)
Dissero: «Siamo stati inviati a un popolo peccatore. Faremo piovere su di loro pietre d’argilla cotta. Queste sono contrassegnate dal tuo Signore per i trasgressori». Sura adh-Dhāriyāt, 32-34
In altre parole, ogni pietra era contrassegnata per indicare quale peccatore sarebbe stato colpito da essa. (Sura al-ʿAnkabūt, nota 58)
Discesa del castigo
(*****আরবী*********)
Poi, quando giunse il termine da noi stabilito, capovolgemmo quella città e facemmo piovere su di essa incessantemente pietre d’argilla cotta. Ciascuna di queste pietre era contrassegnata presso il tuo Signore, e questo castigo non era lontano dagli ingiusti. Sura Hūd: 82-83 (*****আরবী********)
E facemmo piovere su di loro una pioggia torrenziale. Questa pioggia si abbatté su coloro che erano stati precedentemente ammoniti. – Sura ash-Shuʿarāʾ: 173
Probabilmente questo castigo giunse sotto forma di un terribile terremoto e di esplosioni vulcaniche. Il terremoto capovolse quella città, mentre le sostanze eruttate dal vulcano esplosero e fecero piovere pietre su di loro. Le pietre d’argilla cotta erano probabilmente quei materiali terrosi che, nelle regioni vulcaniche, assumono la forma di pietre per effetto della combinazione del calore sotterraneo e delle sostanze fuse. Ancora oggi, nella regione sud-orientale del Mar Morto, si vedono tutt’intorno i resti della distruzione causata dalla pioggia di pietre. (Tafhīm al-Qurʾān, Sura Hūd, nota 86)
( *****আরবী*******)
dove non trovammo alcuna casa musulmana, eccetto una sola.
In tutta la nazione e nell’intera regione vi era una sola casa nella quale si trovava la luce della fede e dell’Islam. E quella sola casa era la casa del profeta Lot (pace su di lui). Tutta la restante nazione era dedita alla dissolutezza e il loro paese era colmo di peccato e corruzione. Per questo Allah l’Altissimo fece uscire vivi gli abitanti di quella sola casa. Poi su quel paese si abbatté una distruzione tale che nessuno di quella nazione peccatrice poté sopravvivere. (La legge della ricompensa o della punizione di Allah l’Altissimo (Legge della Retribuzione) è questa: nessuna nazione viene completamente distrutta finché in essa rimane una parte significativa di bene. Se, nonostante la maggioranza dei malvagi, esiste anche un piccolo gruppo che cerca di contrastare l’ingiustizia e di invitare le persone sulla retta via, Allah l’Altissimo gli concede l’opportunità di operare. Quando però si giunge a una situazione in cui in una nazione non si trova neppure la minima quantità di bene, allora la legge di Allah l’Altissimo è che Egli, con la Sua potenza, salva quel piccolo numero di persone che si sono stancate combattendo contro l’ingiustizia nella comunità, e tratta il resto come un padrone saggio tratta i frutti ormai marciti. (Tafhīm al-Qurʾān, sūra adh-Dhāriyāt, nota 32) (Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Qamar, nota 22)
La descrizione della punizione nella Bibbia
Segue una sintesi delle informazioni sulla punizione tratte dalla descrizione biblica, dagli antichi documenti della Grecia e dell’Italia, dalle moderne ricerche archeologiche e dall’esame delle antiche rovine.
La regione a est e a sud del Mar Morto, oggi disabitata, presenta numerose rovine di antichi insediamenti, a testimonianza del fatto che un tempo era una regione densamente abitata. Ancora oggi vi si trovano i resti di centinaia di insediamenti distrutti. Oggi questa regione non è abbastanza fertile da poter sostenere un carico demografico così elevato. Gli archeologi ritengono che gli insediamenti e la prosperità di questa regione siano durati dal 2300 al 1900 a.C.; gli storici ritengono che il profeta Abramo (pace su di lui) sia vissuto circa duemila anni prima di Gesù Cristo. Da questo punto di vista, le rovine testimoniano che la regione fu distrutta proprio all’epoca del profeta Abramo (pace su di lui) e di suo nipote, il profeta Lot (pace su di lui).
La parte più densamente abitata e fertile di questa regione è chiamata nella Bibbia valle di Siddim. Era straordinariamente fertile, come il giardino del Signore (Eden) e come l’Egitto (Genesi 13:10). Secondo gli studiosi moderni, quella valle è oggi sommersa dal Mar Morto. Lo testimoniano diverse rovine. Nell’antichità il Mar Morto non si estendeva verso sud quanto si estende oggi. Di fronte all’odierna città di al-Karak, in Transgiordania, sul lato occidentale del mare, vi era una piccola isola chiamata al-Lisān; nell’antichità essa costituiva il limite estremo delle acque. Nella sua parte inferiore, dove oggi si estendono le acque, un tempo esisteva una valle fertile. Questa era la valle di Siddim, nella quale si trovavano le grandi città del popolo di Lot: Sodoma, Gomorra, Adma, Zeboim e Zoar. Circa duemila anni prima di Gesù Cristo, un terribile terremoto spaccò e fece sprofondare la valle, dopodiché le acque del Mar Morto la ricoprirono. Ancora oggi questa è la parte più agitata del Mar Morto. Durante il dominio romano, tuttavia, non era così agitata e impetuosa; perciò le persone potevano partire da al-Lisān e raggiungere la riva occidentale passando sull’acqua. Fino a quel periodo, lungo la riva meridionale, si potevano distinguere chiaramente le foreste sommerse. Si riteneva inoltre che vi fossero anche alcuni edifici sommersi.
Dalla Bibbia e dagli antichi testi greci e italiani si apprende che in vari punti di questa regione vi erano pozzi di petrolio e di sfalerite, e che in alcuni luoghi dal terreno fuoriusciva anche gas infiammabile. Ancora oggi nel sottosuolo si trovano petrolio e gas. Le ricerche archeologiche hanno portato a ritenere che, insieme alle violente scosse del terremoto, petrolio, gas e sfalerite siano esplosi dal terreno, facendo saltare in aria l’intera regione. La Bibbia racconta che, dopo aver ricevuto la notizia di questa distruzione, il profeta Abramo (pace su di lui), giunto da Hebron per osservare le condizioni della valle, vide che dal terreno si levava fumo come da una fornace. (Genesi, capitolo 19, versetto 28) (Tafhīm al-Qurʾān, sūra Hūd, nota 91)
( *****arabo****)
Abbiamo lasciato in questa città un segno evidente.
Con questo segno evidente si intende il Mar Morto (Deas sea). In diversi passi del Nobile Corano, rivolgendosi ai miscredenti della Mecca, viene detto che un segno del castigo abbattutosi su questo popolo ingiusto per le sue azioni è ancora visibile sulla strada principale, e voi lo vedete giorno e notte mentre vi recate in Siria per commerciare.
(*****ARABIC*****)
Scoperte recenti
Oggi si riconosce con quasi assoluta certezza che la parte meridionale del Mar Morto ha assunto questa conformazione perché è sprofondata nel sottosuolo a seguito di un terribile terremoto. Proprio in questa parte sprofondata si trovava la città centrale del popolo di Lot, Sodoma (Sodom). In questa zona sono stati rinvenuti sott’acqua i resti di alcuni insediamenti sommersi. Recentemente si è tentato di scendere sott’acqua con l’ausilio di moderne attrezzature da immersione, alla ricerca dei resti. Tuttavia, non si è avuto notizia di alcun risultato positivo di questo tentativo. (Tafhīm al-Qurʾān, sura adh-Dhāriyāt, nota 34)
(****আরবী*****)
Poi lasciamo lì un segno per coloro che temono il castigo doloroso. — Sura adh-Dhāriyāt: 37
Questo segno è il Mar Morto (Dead Sea), la cui parte meridionale reca ancora le tracce di una vasta distruzione. Secondo gli archeologi, la grande città del popolo di Lot sarebbe probabilmente sprofondata sotto terra a causa di un terribile terremoto, e le acque del Mar Morto si sarebbero riversate sopra di essa. Infatti, la parte di questo mare situata a sud della piccola isola chiamata al-Lisān sembra essersi formata in epoca successiva, e i resti dell’antico Mar Morto visibili all’interno di quell’isola sono di tipo diverso rispetto a quelli della parte meridionale. Da ciò si può dedurre che inizialmente la parte meridionale fosse più elevata rispetto alla superficie di quel mare, ma che in seguito, a un certo momento, sia sprofondata. Anche il momento di questo sprofondamento sembra risalire a duemila anni prima di Gesù Cristo. Dal punto di vista storico, questa è l’epoca di Hazrat Ibrahim (a.s.) e di Lot (a.s.). Nel 1965, una squadra americana che ricercava i resti archeologici scoprì ad al-Lisān un enorme cimitero, contenente oltre ventimila tombe. Da ciò si deduce che nelle vicinanze doveva trovarsi una grande città. Tuttavia, nei dintorni non esistono resti di alcuna città presso la quale potesse trovarsi un cimitero così grande. Questo rafforza il sospetto, fig.: che la città cui apparteneva quel cimitero sia sprofondata nel mare. Anche la regione situata a sud del mare mostra tutto intorno tracce di devastazione. Nel terreno si trovano zolfo, bitume, gas naturale e altre sostanze in quantità così abbondanti che, a osservarle, sembra che un tempo, a causa della caduta di un fulmine o di un terremoto e dell’esplosione di materiali fusi, si sia formato qui un inferno. (Tafhīm al-Qurʾān, Sura adh-Dhāriyāt, nota 34)
Il popolo di Saba
La regione del popolo di Saba
Saba era un popolo di celebri mercanti dell’Arabia meridionale. La loro capitale, Ma’rib, si trovava cinquantacinque miglia a nord-est dell’attuale capitale dello Yemen, Sana’a. Dopo la caduta del regno di Ma’in, intorno al 1100 a.C. iniziò l’ascesa del popolo di Saba, che per mille anni mantenne una grande influenza in Arabia. Poi, nel 115 a.C., gli Himyariti, il secondo celebre popolo dell’Arabia meridionale, presero il loro posto. Essi stabilirono il loro dominio sullo Yemen e sull’Hadramawt a occidente e sulla regione abissina dell’Africa.
Un popolo grandioso e celeberrimo
La maggior parte dei commerci dell’Africa orientale, dell’India, dell’Estremo Oriente e della stessa Arabia con l’Egitto, la Siria, la Grecia e Roma era nelle mani dei Sabei. Per questo, nell’antichità, quel popolo era celebre per le sue ricchezze. Anzi, gli storici greci lo hanno definito il popolo più ricco del mondo. Oltre al commercio, una delle principali ragioni della loro prosperità era che avevano costruito dighe in vari luoghi del paese, predisponendo un eccellente sistema d’irrigazione. Di conseguenza, tutta la loro regione era verdeggiante di messi e ornata di frutti e fiori. Anche gli storici greci hanno menzionato la straordinaria fertilità e la rigogliosa vegetazione del loro paese. Nel secondo ruku della sura al-Saba del Corano è stato fatto riferimento anche a questo. Dal punto di vista storico, Saba è il nome di un popolo assai grande dell’Arabia meridionale. Era costituito da numerose grandi confederazioni tribali. L’imam Ahmad, Ibn Jarir, Ibn Abi Hatim, Ibn Abd al-Barr e al-Tirmidhi, citando una tradizione del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), affermano che Saba era il nome di un uomo dell’Arabia, dalla cui discendenza nacquero le seguenti tribù: Kindah, Himyar, Azd, Ash’ariyyan, Madhhij, Anmar (i cui due rami erano Khash’am e Bajilah), Amilah, Juzam, Lakhm e Ghassan.
Fin dai tempi più antichi, questo popolo dell’Arabia godeva di grande fama nel mondo. Un’iscrizione di Ur del 2400 a.C. menziona questo popolo con il nome di Sabum. In seguito, esso viene menzionato ripetutamente nelle iscrizioni babilonesi e assire e, allo stesso modo, nella Bibbia (per esempio, Salmi 72:15, Geremia 6:20, Ezechiele 27:22; 38:13, Giobbe 6:19). Gli storici e i geografi greci e romani, tra cui Teofrasto (Theofrastes), ne fanno continuamente menzione dal 288 a.C. fino ad alcuni secoli dopo Gesù Cristo. La loro dimora si trovava nell’angolo sud-occidentale dell’Arabia, oggi chiamato Yemen. La loro età dell’oro ebbe inizio nel 1100 a.C.; durante l’epoca dei profeti Davide e Salomone (pace su entrambi), la loro fama di popolo prospero si diffuse ampiamente. (Tafhim al-Qur’an, sura al-Shu’ara, nota 114)
La storia religiosa di Saba
In origine questo popolo era un popolo adoratore del sole. (Dalla sura al-Naml del Sacro Corano, versetto 24, si apprende che, quando l’upupa informò il profeta Salomone (pace su di lui) della situazione di quel popolo, esso adorava il sole. Anche le antiche tradizioni arabe attestano che questa era la loro religione. Ibn Ishaq, citando la testimonianza dei genealogisti, afferma che l’antenato del popolo di Saba era Abd Shams, cioè “adoratore del sole”, e che Saba era il suo titolo. Anche le tradizioni dei Figli d’Israele ne forniscono conferma. Vi si narra che, quando l’upupa si recò dalla regina di Saba con la lettera di Salomone (pace su di lui), stava andando ad adorare la divinità del sole. Lungo il cammino, l’upupa gettò la lettera davanti alla regina.) Quando la loro regina abbracciò la fede nelle mani del profeta Salomone (pace su di lui) (965-926 a.C.), è molto probabile che la maggior parte di loro diventasse musulmana. In seguito, però, in un certo momento, tra loro si diffusero lo shirk e il politeismo, ed essi iniziarono ad adorare Almaqah, la divinità lunare, Athtar, cioè Venere, Dhat Hamim e Dhat Badan, divinità solari, Hubis, Harsamt o Harimat, e molte altre divinità di questo genere. La loro divinità maggiore era Almaqah. Il loro re riteneva di essere il rappresentante di quella divinità e si considerava meritevole di obbedienza. In Yemen sono state rinvenute numerose iscrizioni dalle quali si apprende che l’intero paese era pieno di templi dedicati a queste divinità, soprattutto al tempio di Almaqah. In ogni circostanza veniva loro espressa gratitudine. (Dalla storia risulta che nell’antichità, tra il popolo di Saba, esisteva un gruppo di persone che credeva in un unico Dio invece di adorare le divinità. Recenti ricerche archeologiche hanno rinvenuto tra le rovine dello Yemen iscrizioni che recano tracce di questo piccolo gruppo. Alcune iscrizioni risalenti a circa il 650 a.C. testimoniano che, in varie località del regno di Saba, erano stati costruiti luoghi di culto dedicati all’adorazione del Signore del cielo. In alcuni luoghi è stato rinvenuto scritto il nome di quel Dio, con il significato di “il re che è il Signore del cielo”. Questo gruppo rimase presente nello Yemen per diversi secoli consecutivi. In un’iscrizione del 378 d.C. sono state rinvenute queste parole, che significano: “con l’aiuto e il sostegno di quel Dio che è il proprietario dei cieli e della terra”. In un’altra iscrizione dell’epoca (458 d.C.), per quel Dio viene usata la parola Rahman. Le parole sono: “con l’aiuto del Misericordioso”. (Tafhim al-Qur’an, sura al-Dhariyat, nota 35)
Nel corso delle moderne ricerche sulle antiche rovine, dallo Yemen sono state raccolte circa tremila iscrizioni, che fanno luce sulla storia di quel popolo. Se a esse si uniscono le testimonianze delle storie arabe, romane e greche, è possibile ricostruirne la storia dettagliata. Secondo queste testimonianze, le principali epoche della loro storia sono le seguenti:
Il periodo anteriore al 650 a.C.
In questo periodo il titolo dei re di Saba era Mukarrib (arabo); con ogni probabilità, questa parola era sinonimo di una parola araba. Ciò significa che questi sovrani si consideravano mediatori tra gli uomini e Dio o, in altre parole, erano re-sacerdoti (Priest King). In quel periodo la loro capitale era Sirwah, le cui rovine si possono ancora vedere a un giorno di viaggio verso ovest da Mareb, in un luogo noto come Kharibah. In questo periodo furono gettate le fondamenta della celebre diga di Mareb, che i re di Saba ampliarono in epoche diverse.
Il periodo dal 650 a.C. al 115 a.C.
In quest’epoca i re di Saba abbandonarono il titolo di Mukarrib e assunsero quello di Malik, cioè re. Ciò significa che, nel governo del regno, la politica e l’irreligiosità accrebbero la loro influenza al posto della religione. In quel periodo i re di Saba trasferirono la capitale da Sirwah a Mareb e ne promossero uno straordinario sviluppo. Questo luogo si trova a 3.900 piedi sul livello del mare, sessanta miglia a est di Sanaa. Ancora oggi le sue rovine testimoniano che un tempo qui viveva una nazione altamente civilizzata.
Il periodo dal 115 a.C. al 300 d.C.
In questo periodo la tribù degli Himyariti conquistò il regno di Saba; era una delle tribù di Saba e numericamente superiore a tutte le altre. In quel periodo Mareb fu abbandonata e la capitale venne stabilita a Raydan, che era la sede principale della tribù degli Himyariti. In seguito questa città fu chiamata Zafar. Oggi le sue rovine si possono vedere su una collina tondeggiante nei pressi dell’attuale città di Iarim. Nella regione circostante vive una piccola tribù chiamata Himyar; osservandola, non si potrebbe mai immaginare che essa conservi il ricordo della tribù che un tempo esercitava un’influenza in tutto il mondo. In questo periodo fu usata per una parte del regno una parola araba, che gradualmente divenne il nome dell’intera regione: Yemen. Lo Yemen si estende dall’Asir ad Aden, nell’angolo sud-occidentale dell’Arabia, e da Bab al-Mandab fino all’Hadramawt. Fu proprio in quest’epoca che iniziò il declino dei Sabei.
Il periodo dal 300 d.C. fino all’avvento dell’Islam
Quest’epoca fu quella della distruzione della nazione di Saba. In quel periodo, mentre continuavano le guerre civili tra i suoi abitanti, le nazioni straniere cominciarono a intervenire. Il commercio e l’agricoltura subirono un gravissimo declino e, alla fine, la nazione di Saba perse anche la propria indipendenza. Approfittando dei dissidi tra Raydana, gli Himyariti e gli Hamdaniti, gli Abissini mantennero lo Yemen sotto il loro dominio dal 340 al 378 d.C.; in seguito l’indipendenza fu ristabilita, ma la celebre diga di Mareb cominciò a presentare delle crepe. Infine, nel 450 o 451 d.C., il crollo della diga provocò una gigantesca inondazione, menzionata nella sura Saba. Sebbene in seguito la diga continuasse a essere riparata fino all’epoca di Abraha, la popolazione che si era dispersa in ogni direzione non poté più riunirsi. Dopo la distruzione del sistema d’irrigazione e dell’organizzazione agricola, essi non poterono più essere ripristinati. (La nazione di Saba si disperse e si frammentò in modo tale da diventare proverbiale. Ancora oggi, quando un arabo parla della separazione di qualcuno, dice che si è disperso e frammentato come la nazione di Saba. Quando, per volere di Allah, la loro prosperità e il loro benessere cominciarono a diminuire, le varie tribù lasciarono le proprie terre e si trasferirono in diverse regioni dell’Arabia. Le tribù di Aws e Khazraj si stabilirono a Yathrib. La tribù di Khuza’a continuò a vivere nella regione di Tihama, nei pressi di Gedda. La tribù degli Azd si stabilì in Oman. Lakham, Juzam e Qimmah furono costrette ad abbandonare il paese. Alla fine, nel mondo non rimase più nemmeno il nome di una nazione chiamata Saba; il suo ricordo sopravvisse soltanto nelle storie e nei racconti.) (Sura al-Naml, nota 29) Nel 523 d.C., il re ebreo dello Yemen, Dhu Nuwas, sottopose i cristiani di Najran a una crudele persecuzione e a terribili oppressioni; il Corano menziona questo episodio con il nome di Ashab al-Ukhdud. In seguito, il governo cristiano dell’Abissinia invase lo Yemen per vendicarsi e conquistò l’intero paese. Poi Abraha, viceré abissino dello Yemen, invase la Mecca nel 570 o 571 d.C., pochi giorni prima della nascita del Profeta (pace e benedizioni su di lui), allo scopo di distruggere la posizione centrale della Kaaba e di porre l’intera regione occidentale di Mareb sotto l’influenza romano-abissina. Tuttavia, sul suo intero esercito si abbatté una tale distruzione che nel Sacro Corano è descritta con il nome di Ashab al-Fil. Infine, nel 575 d.C., gli Iraniani conquistarono lo Yemen; il dominio iraniano sullo Yemen terminò nel 628 d.C., dopo che il governatore iraniano Badhan abbracciò l’Islam.
Lo sviluppo materiale del popolo di Saba
In realtà, lo sviluppo del popolo di Saba ebbe due cause: la prima fu l’agricoltura e la seconda il commercio. Grazie a un eccellente sistema d’irrigazione, l’agricoltura era stata sviluppata a tal punto che, nell’antichità, un sistema d’irrigazione simile non esisteva in nessun altro luogo, eccetto Babilonia. Nel loro paese non vi erano fiumi naturali. Durante la stagione delle piogge, l’acqua scendeva dai monti attraverso i canaloni. In vari punti venivano costruite dighe su questi corsi d’acqua, formando bacini; da essi si scavavano canali che portavano l’acqua in tutto il paese in modo tale che, secondo l’espressione del Corano, ovunque si vedevano soltanto giardini e frutteti. Il più grande bacino di questo sistema d’irrigazione si trovava nella valle tra i monti Balak, nei pressi della città di Ma’rib, ed era stato creato mediante la costruzione di una diga. Ma quando Allah l’Altissimo ritirò da loro il Suo sguardo misericordioso, nel quinto secolo dell’era cristiana, a un certo punto questa gigantesca diga crollò; e, a causa del torrente impetuoso che ne scaturì, tutte le altre dighe crollarono una dopo l’altra. In questo modo l’intero sistema d’irrigazione fu distrutto. Non fu più possibile ristabilirlo. (Nel Sacro Corano è riportata una descrizione esplicita di questo castigo distruttivo.) Per il commercio, Allah aveva concesso a questo popolo la migliore posizione geografica, delle cui immense opportunità esso seppe avvalersi. Per più di mille anni questo popolo funse da intermediario commerciale tra l’Oriente e l’Occidente. Da un lato, nei loro porti arrivavano la seta cinese, le spezie dell’Indonesia e del Malabar, i tessuti e gli ortaggi dell’India, gli schiavi neri dell’Africa orientale, le scimmie, le piume di struzzo e l’avorio; dall’altro, essi inviavano queste merci ai mercati dell’Egitto e dello Shām, da dove raggiungevano Roma, la Grecia e altri paesi. Inoltre, nel loro paese si trovavano incenso, legno di sandalo, muschio e diversi altri profumi, nonché essenze aromatiche. Gli abitanti dell’Egitto, dello Shām, di Roma e della Grecia portavano via direttamente queste merci. Questo vasto commercio si svolgeva lungo due vie: una marittima e l’altra terrestre. Per mille anni il commercio marittimo rimase sotto il controllo dei Sabei, poiché soltanto loro conoscevano i segreti dei venti monsonici del Mar Rosso, delle montagne sommerse e dei luoghi in cui ancorare le navi. Nessun altro popolo osava navigare su quel mare pericoloso. Attraverso questa rotta marittima essi trasportavano le loro merci fino ai porti della Giordania e dell’Egitto. La via terrestre si congiungeva a Ma’rib provenendo da Aden e dall’Hadramawt. Da lì una strada maestra arrivava fino a Petra passando per Mecca, Gedda, Yathrib, al-‘Ulā, Tabūk e Ayla. Poi una diramazione conduceva verso l’Egitto e un’altra verso lo Shām, lungo questa via terrestre, come è detto nel Corano. Le loro colonie si estendevano ininterrottamente dallo Yemen fino ai confini dello Shām, e giorno e notte le loro carovane mercantili percorrevano questa strada. Ancora oggi in questa regione esistono i resti di numerose loro colonie, e vi sono state rinvenute iscrizioni nelle lingue sabea e himyarita.
L’inizio del declino commerciale
Verso il primo secolo dell’era cristiana iniziò il declino dei loro commerci. Quando nel Medio Oriente si consolidò dapprima il potente dominio dei Greci e in seguito quello dei Romani, da parte loro cominciò a diffondersi la pretesa che, poiché i mercanti arabi godevano del monopolio commerciale e imponevano a piacimento i prezzi delle merci orientali, fosse ormai necessario avanzare e impadronirsi direttamente di questo commercio. A tale scopo, per prima cosa il sovrano d’origine greca dell’Egitto, Tolomeo II (285-246 a.C.), riaprì l’antico canale che il faraone Sesostri aveva scavato mille e settecento anni prima per collegare il Nilo al Mar Rosso. Fu proprio attraverso questo canale che la prima nave da guerra egiziana entrò nel Mar Rosso. Tuttavia, questo tentativo non ebbe risultati particolarmente rilevanti contro i Sabei. In seguito, i Romani stabilirono il loro dominio sull’Egitto. A quel punto inviarono nel Mar Rosso navi mercantili più potenti e dietro di esse anche una nave da guerra. I Sabei non erano in grado di opporsi a questa forza. I Romani fondarono colonie commerciali nei porti, in vari luoghi, predisponendovi tutto ciò che serviva alle navi. Poi stanziarono truppe nei luoghi che ritenevano necessari. Alla fine stabilirono il loro dominio militare su Aden. In questa vicenda, i governanti romani e abissini si unirono per privare i Sabei della loro indipendenza.
Dopo aver perso il commercio marittimo, ai Sabei rimase soltanto il commercio terrestre. Tuttavia, vi furono numerosi ostacoli che portarono gradualmente alla distruzione della loro potenza. Innanzitutto, i Nabatei espulsero i Sabei dall’altopiano dell’Hegiaz, da Petra fino ad al-‘Ulā, e da tutte le loro colonie in Giordania. Poi, nel 106 dell’era cristiana, i Romani posero fine all’impero sabeo e si impadronirono di tutte le regioni dello Shām e della Giordania lungo il confine dell’Hegiaz. In seguito, Abissinia e Roma si unirono nel tentativo di distruggere il loro commercio, approfittando delle discordie e dei conflitti interni dei Sabei. Per questo motivo l’Abissinia intervenne ripetutamente nello Yemen. Alla fine si impadronì dell’intero paese.
La loro civiltà lussuosa prima della discesa del castigo
In questo modo l’ira di Allah l’Altissimo gettò questo popolo dalla vetta del progresso in un abisso di distruzione dal quale nessun popolo maledetto riuscì più a rialzare la testa. Ci fu un tempo in cui, ascoltando i racconti delle loro ricchezze, Greci e Romani si leccavano le labbra. Strabone dice che usavano vasellame d’oro e d’argento. I tetti, le pareti e le porte delle loro case erano ornati d’avorio, oro, argento e pietre preziose. Plinio dice che le ricchezze di Roma e della Persia affluivano verso di loro. Questo popolo era il più ricco del mondo di allora, e il suo paese fertile e ricco d’acqua era pieno di giardini, campi coltivati e animali domestici. R. T. Miodorus dice che vivevano immersi nel lusso e che, invece della legna da ardere, bruciavano cannella, sandalo e altri legni profumati. Allo stesso modo, altri storici romani raccontano che, quando le navi mercantili passavano lungo la costa marina vicina alla loro regione, si poteva percepire il profumo di quei legni aromatici. Secondo la storia, furono i primi a costruire, sull’altopiano di San‘ā’, edifici altissimi, i cosiddetti grattacieli, che per diversi secoli furono famosi con il nome di Qaṣr Ghumdān (Palazzo di Ghumdān). Gli storici arabi affermano che l’edificio aveva venti piani e che l’altezza di ciascun piano era di 36 piedi.
I loro giorni felici durarono finché ebbero la benevolenza di Allah l’Altissimo. Quando, invece di mostrare gratitudine per le ricchezze che Allah aveva loro concesso, oltrepassarono ogni limite nell’ingratitudine e nell’abuso dei Suoi doni, lo sguardo benevolo di Allah l’Altissimo, il Signore Onnipotente, si ritirò da loro per sempre e anche il loro nome e ogni loro traccia furono cancellati. (Tafhīm al-Qur’ān, Sūra an-Naml, nota 30)
Figura – Il territorio del popolo di Thamud.
La gente di Madian e gli abitanti di al-Aykah
Tra gli esegeti vi è divergenza riguardo alla questione se la gente di Madian e gli abitanti di al-Aykah fossero due popoli distinti oppure due denominazioni diverse dello stesso popolo. Secondo una corrente, si trattava di due popoli separati; la prova più importante è che nella sura al-A‘raf Shu‘ayb (pace su di lui) viene definito fratello della gente di Madian, mentre qui, parlando degli abitanti di al-Aykah, si dice soltanto: «Quando Shu‘ayb disse loro», senza usare l’espressione «il loro fratello». D’altra parte, alcuni esegeti considerano entrambi come un unico popolo, poiché nella sura al-A‘raf e nella sura Hud, anche riguardo agli abitanti di al-Aykah, si parla della predicazione e degli ammonimenti di Shu‘ayb (pace su di lui) nello stesso modo, e alla fine non vi è alcuna differenza nella loro sorte.
Indagine storica
L’indagine storica mostra che entrambe le affermazioni sono corrette. La gente di Madian e gli abitanti di al-Aykah erano certamente due tribù distinte, ma costituivano due rami separati della stessa stirpe. Tra i discendenti di Abramo (pace su di lui), quelli nati da Qatura, sua schiava, sono chiamati nella storia araba e israelita Banū Qatura. Tra loro vi era una tribù molto famosa che, essendo discendente di Madian ibn Abramo, era chiamata Madianita o gente di Madian. La loro popolazione si estendeva dall’Higiaz settentrionale alla parte meridionale della Palestina e, da lì, fino all’estremità della valle del Sinai, lungo le coste del golfo di Aqaba e del Mar Rosso. La città di Madian era il loro principale centro e, secondo Abu al-Fida, si trovava a cinque giorni di viaggio da Aylah (l’attuale Aqaba), sulla riva occidentale del golfo di Aqaba. Il resto dei Banū Qatura si stabilì nell’Arabia settentrionale, nella zona compresa tra Tayma, Tabuk e al-‘Ula. Tra loro, i Banū Dadan (Dedaniti) erano i più celebri. Tabuk era il loro principale centro, chiamato al-Aykah nell’antichità. Nel Mu‘jam al-buldan, spiegando il termine al-Aykah, si afferma che questo era l’antico nome di Tabuk; inoltre, tra gli abitanti di Tabuk è comunemente diffusa la convinzione che un tempo proprio in questo luogo risiedessero gli abitanti di al-Aykah.
Perché lo stesso profeta fu inviato a entrambe le tribù?
La ragione per cui lo stesso profeta fu inviato agli abitanti di Madian e agli abitanti di al-Aykah era probabilmente che entrambi discendevano dalla stessa stirpe. Parlavano la stessa lingua e le loro regioni di insediamento confinavano tra loro. È anche possibile che in alcune zone vivessero insieme e che, attraverso legami matrimoniali, fossero divenuti parte della stessa società. Inoltre, gli appartenenti a questi rami dei Banū Qatura si dedicavano al commercio, ed entrambi erano afflitti dallo stesso tipo di corruzione nelle loro attività commerciali. Avevano anche le medesime malattie religiose e morali. In vari passi dei libri antichi della Bibbia si afferma che adoravano Baal-Peor e che, quando i Banū Isra’il uscirono dall’Egitto e giunsero nei loro territori, diffusero anche tra loro l’epidemia dello shirk e della fornicazione (Libro dei Numeri, capitolo 25, versetti 1-5). I loro insediamenti si trovavano sulle due grandi vie del commercio internazionale: una andava dallo Yemen alla Siria e l’altra dal Golfo Persico all’Egitto. Poiché i loro insediamenti erano situati lungo queste due vie, praticavano ampiamente il brigantaggio e il saccheggio. Non permettevano alle carovane commerciali di popoli stranieri di passare senza prima versare loro ingenti somme a titolo di tributo. Per mantenere intatto il loro monopolio sul commercio internazionale, avevano reso insicure queste due vie. Nel Sacro Corano la loro condizione è descritta così: «Questi due popoli, quello di Lot e gli abitanti di al-Aykah, si trovavano lungo una strada aperta». Il loro brigantaggio è menzionato nella sura al-A‘raf con queste parole: «Non sedetevi su ogni via per incutere timore alla gente». Per tutte queste ragioni Allah l’Altissimo inviò lo stesso profeta a queste due tribù e impartì loro lo stesso tipo di insegnamento. (Tafhim al-Qur’an, sura Saba’, nota 35)
Ulteriori dettagli sulla gente di Madian (poiché si trattava di una tribù più grande e il Corano ha definito il profeta Shu‘ayb (pace su di lui) una persona a loro strettamente imparentata, vengono forniti alcuni dettagli su di loro. – Il curatore)
La vera patria dei Madianiti si trovava a nord-ovest dell’Hijaz e a sud della Palestina, lungo le coste del Mar Rosso e del golfo di Aqaba, sebbene alcuni loro insediamenti fossero sparsi anche sulla riva orientale della valle del Sinai. Erano una nazione dedita al commercio. Nell’antichità, alla confluenza delle due grandi vie commerciali, sorgevano i loro insediamenti: la prima correva lungo la costa del Mar Rosso dallo Yemen fino alla Siria (Sham), passando per Mecca e Yambu; la seconda conduceva dall’Iraq all’Egitto. Anche dopo la loro estinzione, la loro fama rimase intatta, poiché le carovane commerciali degli Arabi, dirette in Egitto e in Siria, passavano giorno e notte accanto alle loro rovine.
Un altro fatto importante sui Madianiti, da tenere particolarmente presente, è che discendevano da Midian, figlio di Abramo (a) e della sua terza moglie, Keturah. Secondo l’usanza antica, coloro che avevano un rapporto di discendenza con una grande personalità venivano chiamati Banu così e così. Tutti coloro che abbracciarono l’Islam attraverso i discendenti di Giacobbe (a) furono chiamati Banu Isra’il. Allo stesso modo, tutti gli abitanti della regione di Madian che erano sotto l’influenza di Midian ibn Abramo (a) furono chiamati Banu Midian, e il loro paese prese il nome di Madian o Midian. Dopo aver conosciuto questo fatto storico, non vi è alcun motivo per ritenere che Hazrat Shuayb (a) sia stato il primo a portare a questa nazione l’invito alla religione della verità. In realtà, come i Banu Isra’il, anch’essi all’inizio erano musulmani; ma al tempo dell’avvento di Hazrat Shuayb (a) la loro condizione era quella di una nazione decaduta, proprio come quella dei Banu Isra’il al tempo dell’avvento di Hazrat Musa (a). Dopo aver vissuto per sei o settecento anni tra nazioni politeiste e immorali, dopo Abramo (a), furono colpiti dalla malattia dello shirk e sprofondarono nell’immoralità. Nonostante ciò, conservarono intatta la pretesa della fede e il loro orgoglio per essa. (Tafhim al-Qur’an, sura Saba’, nota 35)
La reazione all’invito alla riforma e alla correzione
(*****আরবী*****)
I capi della nazione, che si rifiutavano di accettare le parole di Shuayb (a), si dicevano l’un l’altro: «Se obbedirete a Shuayb, sarete perduti». — Sura al-A‘raf, 90
In risposta all’invito alla riforma e alla correzione presentato da Hazrat Shuayb (a), i capi e i leader di Madian dicevano, assicurando alla nazione che era proprio così: se aveste seguito il tipo di fede e di onestà al quale Shuayb (a) vi invita, e aveste osservato gli eterni princìpi di carattere e affidabilità che vi esorta a seguire, sareste andati incontro alla rovina. Come potrebbero andare avanti i nostri affari e il nostro commercio se seguissimo l’onestà e comprassimo e vendessimo con assoluta correttezza? Viviamo alla confluenza della più grande arteria commerciale del mondo e ci troviamo ai confini di due grandi regni altamente civilizzati, come l’Egitto e l’Iraq. Se smettessimo di mettere in difficoltà le carovane commerciali e diventassimo pacifici e rispettabili, tutte le opportunità economiche e politiche di cui godiamo grazie alla nostra attuale posizione geografica verrebbero meno. Inoltre, perderemmo anche l’influenza che esercitiamo sulle nazioni vicine.
Questa idea e questa prospettiva non erano limitate ai capi della nazione di Shuayb (a). In ogni epoca, gli uomini traviati hanno nutrito timori di questo genere riguardo alla verità, all’onestà e all’affidabilità. I malvagi di ogni epoca hanno sempre ritenuto che il commercio, la politica e le altre attività mondane e materiali non potessero funzionare senza disonestà e corruzione. Tra le scuse e le obiezioni sollevate ovunque contro l’invito alla verità ve n’è anche una: se si abbandonano le vie e i metodi consueti del mondo per seguire l’invito alla verità, la nazione andrà in rovina. (Tafhim al-Qur’an, sura Saba’, nota 37)
Il castigo inflitto ai Madianiti
Sui Madianiti si abbatté un castigo sotto forma di una terribile esplosione e di un terremoto (arabo*). La loro distruzione rimase a lungo un esempio per le nazioni vicine. In un passo dei Salmi si legge: «O Dio! Talune nazioni hanno giurato contro di Te. Fa dunque loro ciò che hai fatto ai Madianiti» (83:5-9). In un passo, il profeta Yahya, nel confortare gli Israeliti, dice: «Non temete gli Assiri. Sebbene siano diventati per voi oppressori come gli Egiziani, ben presto il Signore degli eserciti farà cadere su di loro la Sua frusta, e la loro sorte sarà quella dei Madianiti». — Isaia 10:21-26) (Sura ash-Shu‘ara’, nota 115)
Il castigo del popolo di al-Aykah
(*****arabo*****)
Essi lo considerarono un impostore. Infine, il castigo del giorno della nube ombrosa si abbatté su di loro. E fu il castigo di un giorno terribile. Sura ash-Shu‘ara’: 189
Nel Corano o negli hadith autentici non si trova alcuna descrizione del castigo che si abbatté su di loro. Da quanto suggeriscono le parole in senso apparente si comprende che, poiché avevano chiesto un castigo celeste, Allah l’Altissimo inviò loro una nube che continuò a stendere su di loro un’ombra simile a un parasole, finché il castigo non li ebbe distrutti. Dal Corano si apprende con chiarezza che il tipo di castigo inflitto al popolo di Madian era diverso da quello inflitto al popolo di al-Aykah. Qui, infatti, si dice che furono distrutti con il castigo della nube ombrosa, mentre sui Madianiti il castigo si abbatté sotto forma di esplosione e terremoto. Perciò non è corretto tentare di fondere i due episodi in un’unica storia. Alcuni esegeti hanno fornito una spiegazione del castigo del giorno della nube ombrosa. Tuttavia, non sappiamo quale sia la fonte della loro conoscenza. Ibn Jarir, citando una dichiarazione di ‘Abd Allah ibn ‘Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui), dice: (*****arabo*****)
Se qualcuno tra gli studiosi afferma quale fosse il castigo del giorno della nube ombrosa, non consideratelo corretto. (Tafhim al-Qur’an, Sura al-A‘raf, nota 69)
Il popolo di Yunus (su di lui la pace)
La storia della vita di Yunus (su di lui la pace)
Nella Bibbia Hazrat Yunus (su di lui la pace) è chiamato Giona, e visse tra l’860 e il 784 a.C.
Hazrat Yunus (su di lui la pace) (nel Corano è chiamato in alcuni passi con il suo nome, in altri Dhun-Nun e in altri ancora Sahib al-Hut o Mawla. Non è stato chiamato «uomo del pesce» perché pescasse o commerciasse in pesce; piuttosto, perché, per ordine di Allah, un pesce lo inghiottì. Si veda la sura as-Saffat, versetto 42).
Sebbene fosse israelita, fu inviato in Iraq per guidare gli Assiri. Per questo gli Assiri sono chiamati il popolo di Yunus. A quell’epoca il principale centro abitato di questo popolo era la famosa città di Ninive, le cui numerose rovine sono ancora visibili proprio di fronte alla città di Mosul, sulla riva orientale del Tigri. In questa regione esiste ancora un luogo chiamato «Yunus il profeta». Si può dedurre quanto fosse prospero questo popolo dal fatto che la sua capitale, Ninive, si estendeva per quasi sessanta miglia quadrate.
Yunus nel Corano e nella Bibbia
Nel Corano questa storia è soltanto accennata in quattro passi. Non ne viene fornita alcuna descrizione dettagliata. Perciò non si può affermare con certezza per quale particolare motivo questo popolo sia stato sottratto alla legge di Allah secondo cui, dopo che è stata decretata la discesa del castigo, la fede di chiunque non gli è più utile. Nella breve epistola intitolata Giona, presente nella Bibbia e considerata un libro celeste, si trovano alcune informazioni, ma esse non sono attendibili. Innanzitutto, non la si può considerare una scrittura rivelata, né fu scritta di propria mano da Yunus (su di lui la pace). Al contrario, quattro o cinquecento anni dopo di lui, una persona anonima la mise per iscritto come storia di Yunus e la inserì nella Bibbia. In secondo luogo, contiene alcune assurdità che non sono credibili. Tuttavia, dagli accenni del Corano e dal contenuto dell’epistola di Yunus risulta chiaramente ciò che hanno riferito i commentatori: Hazrat Yunus (su di lui la pace), dopo aver ricevuto la notizia del castigo, abbandonò il luogo della sua missione e se ne andò senza il permesso di Allah. (Vale a dire che lasciò il paese, disgustato dal suo popolo, prima che giungesse da parte di Allah l’ordine di emigrare. Se avesse lasciato il luogo della sua missione dopo aver ricevuto tale ordine, ciò sarebbe stato lecito. Si veda la sura al-A‘raf, nota 74.) Perciò, quando gli Assiri si pentirono e chiesero perdono dopo aver visto il castigo, Allah l’Altissimo li perdonò. (Per una trattazione dettagliata si veda Tafhim al-Qur’an, sura as-Saffat, nota 85, dove si risponde a molte obiezioni.) Tra i principi e i metodi della legge divina descritti nel Sacro Corano vi è una regola permanente: Allah l’Altissimo non punisce un popolo finché non siano state soddisfatte le condizioni da Lui stabilite. Pertanto, quando il profeta non proseguì la sua predicazione fino alla scadenza del periodo di proroga concesso a quel popolo ed emigrò di propria volontà prima del termine stabilito da Allah l’Altissimo, la Sua giustizia non volle punire quel popolo. Infatti, nei suoi confronti non si era ancora completata la prova decisiva, né erano state soddisfatte le condizioni legali.
La distruzione finale del popolo di Hazrat Yunus (su di lui la pace)
Dopo che questo popolo ebbe creduto, fu prolungato il periodo concesso loro. In seguito, però, ricadde nuovamente nell’errore, sia nel pensiero sia nelle opere. Il profeta Nahum (720–698 a.C.) li ammonì, ma ciò non ebbe alcun effetto. Poi il profeta Sofonia (640–609 a.C.) li avvertì per l’ultima volta; anche questo fu inutile. Infine, intorno al 602 a.C., Allah l’Altissimo fece prevalere su di loro i Medi. Il re dei Medi attaccò gli Assiri con l’aiuto dei Babilonesi. L’esercito assiro fu sconfitto e assediato a Ninive. Per qualche tempo continuò a resistere. Poi l’impeto delle acque del Tigri abbatté le mura della città e gli assalitori entrarono all’interno. Quindi l’intera città fu distrutta appiccandovi il fuoco. Anche le regioni circostanti furono devastate. Il re degli Assiri appiccò il fuoco al proprio palazzo reale e si suicidò. Con lui, il regno e la civiltà assiri furono cancellati per sempre. Gli scavi archeologici condotti oggi in quella regione hanno portato alla luce numerose tracce di incendi. (Tafhim al-Qur’an, sura al-A‘raf, nota 75.)
I Figli d’Israele
Due rami della discendenza di Abramo (pace su di lui)
Dalla discendenza di Abramo (pace su di lui) ebbero origine due grandi rami. Da uno di essi discesero i discendenti di Ismaele (pace su di lui), che si stabilirono in Arabia. I Quraysh e alcune altre tribù arabe appartenevano a questo ramo. Anche quelle tribù arabe che non erano discendenti di Ismaele (pace su di lui), essendo state influenzate dalla religione da lui predicata, si consideravano collegate a lui.
Il secondo ramo ebbe origine da Isacco (pace su di lui). Da questo ramo nacquero Giacobbe (pace su di lui), Giuseppe (pace su di lui), Mosè (pace su di lui), Davide (pace su di lui), Salomone (pace su di lui), Giovanni (pace su di lui), Gesù (pace su di lui) e molti altri profeti. Poiché il nome di Giacobbe (pace su di lui) era Israele, questa discendenza fu chiamata Banu Israele. In seguito alla sua predicazione, le altre popolazioni che accettarono la sua religione o fusero la propria identità con la loro, oppure, pur rimanendo distinte per origine, divennero a lui sottomesse sotto il profilo religioso. Quando questo ramo fu colpito dall’umiliazione e dalla decadenza, tra i suoi membri nacquero il giudaismo e il cristianesimo. (Sura ash-Shu‘ara’, nota 117)
Nel versetto 20 della Sura al-Ma’ida, Allah l’Altissimo richiama l’antica influenza e il prestigio dei Banu Israele. La loro epoca di potere e prosperità risaliva a molto tempo prima di Mosè (pace su di lui). Da un lato, grandi profeti come Abramo (pace su di lui), Isacco (pace su di lui), Giacobbe (pace su di lui) e Giuseppe (pace su di lui) nacquero tra questo popolo; dall’altro, durante l’epoca di Giuseppe (pace su di lui) e anche in seguito, essi ebbero la fortuna di ottenere un enorme potere governativo in Egitto. Per lungo tempo furono i più grandi governanti del mondo allora civilizzato. La loro influenza e il loro prestigio prevalevano ovunque. In genere si fa iniziare la storia della prosperità dei Banu Israele da Mosè (pace su di lui). Il Corano, però, afferma chiaramente che l’epoca della loro prosperità era già trascorsa prima di Mosè (pace su di lui). Mosè (pace su di lui) presentava proprio quella come l’antica eredità del suo popolo. (Sura al-Anbiya’, nota 83)
L’epoca della forma più abietta di politeismo in Palestina
Dopo la morte di Mosè (pace su di lui), quando i Banu Israele entrarono in Palestina, vi abitavano diverse popolazioni, come gli Hatti, gli Amorrei, i Cananei, i Gebusei, i Filistei e altri. Tra loro era diffusa una forma estremamente abietta di politeismo. Il nome della loro divinità suprema era El, chiamato padre degli dèi. Essa veniva paragonata a un toro. Sua moglie si chiamava Ashera; da loro ebbe origine una vasta stirpe di dèi e dee, che arrivò a contare fino a settanta divinità. Tra i loro figli, il più potente era Baal (***in arabo***), considerato il dio della pioggia e della fertilità dei cereali, nonché il padrone del cielo e della terra. Nelle regioni settentrionali era chiamata con il nome femminile Unas, mentre in Palestina veniva chiamata Gesterata. Queste due divinità femminili erano considerate dee dell’amore, delle relazioni amorose e della procreazione. Vi era inoltre una divinità cui era attribuito il dominio della morte; un’altra aveva il compito di proteggere la salute; a un’altra ancora era affidato il compito di provocare epidemie e carestie. In questo modo l’intera divinità era suddivisa tra numerosi dèi. A queste divinità venivano attribuiti epiteti e azioni talmente abominevoli che persino una persona moralmente assai corrotta non avrebbe desiderato avere a che fare con loro. È dunque chiaro come coloro che trasformano esseri così osceni e spregevoli in divinità e li adorano possano evitare di sprofondare nel livello più abietto della moralità. Questa è la ragione per cui la condizione emersa dagli scavi archeologici testimonia una degradazione morale estrema. Nella loro società esisteva l’usanza di sacrificare i bambini. I loro luoghi di culto erano ritrovi di adulterio. Rendere le donne prostitute sacre (Religious Prostitutes), tenerle nei santuari e commettere adulterio con loro era considerato un atto di culto. Molte altre forme di immoralità di questo genere si diffusero tra loro.
Le cause della degenerazione morale dei Banu Israele
Nella Torah era stato chiaramente stabilito che la guida impartita ai Banu Israele per mezzo di Mosè (pace su di lui) imponeva loro di strappare la Palestina dalle mani di quelle popolazioni idolatre, di astenersi dal vivere e dal mescolarsi con loro e di tenersi lontani dalla loro perniciosa moralità e dalle loro idee e credenze. Tuttavia, quando i Banu Israele entrarono in Palestina, dimenticarono tale guida. Non fondarono un regno unito. Erano immersi nel tribalismo e nel settarismo. Ogni tribù preferiva separarsi, prendendo una parte del territorio conquistato. A causa di questa frammentazione, nessuna tribù divenne abbastanza forte da purificare completamente il proprio territorio dai politeisti. Alla fine accettarono di vivere insieme a loro. Non solo: in vari punti dei territori conquistati erano sorti anche piccoli Stati cittadini di quelle popolazioni politeiste, che gli Israeliti non erano riusciti a sottomettere. È proprio questa l’accusa formulata nel Libro dei Salmi. (Così viene riportata, dalla bocca del profeta Davide (pace su di lui), tale accusa: secondo il comando di Dio, non distrussero quelle popolazioni, ma si mescolarono con loro, impararono le loro opere malvagie e cominciarono ad adorare i loro dèi, cosa che divenne per loro un laccio. Sacrificarono le proprie figlie ai demoni e versarono il sangue dei loro figli e delle loro figlie innocenti; per questo l’ira di Dio si abbatté su di loro, egli ebbe in orrore la sua eredità e la abbandonò al dominio di quelle popolazioni, e i loro nemici divennero i loro governanti. Salmi, capitolo 106, versetti 34-41))
Espiazione
La prima espiazione che gli Israeliti dovettero subire fu che, attraverso queste nazioni, lo shirk penetrò tra loro, aprendo la strada anche ad altre malattie morali. Nel libro dei Giudici della Bibbia è formulata questa accusa: gli Israeliti peccarono davanti a Dio e cominciarono ad adorare Baalim; abbandonarono il Dio dei loro padri, che li aveva fatti uscire dall’Egitto, e continuarono a prostrarsi davanti agli dèi delle nazioni vicine, provocando l’ira di Dio. Abbandonarono Dio e continuarono ad adorare Baal e Astarte; così il fuoco dell’ira divina si abbatté sugli Israeliti. Capitolo 2, versetti 11-13
La seconda espiazione che dovettero subire fu che quelle nazioni le cui città-stato essi avevano lasciato indipendenti, insieme ai Filistei, il cui intero territorio non era stato conquistato, si unirono e formarono una coalizione contro gli Israeliti. Poi lanciarono ripetuti attacchi e li cacciarono da gran parte della Palestina. Arrivarono perfino a impadronirsi dell’Arca dell’Alleanza di Dio (Tabut). Alla fine gli Israeliti sentirono la necessità di istituire un regno unito sotto un unico sovrano. In risposta alla loro richiesta, il profeta Samuele (1020 a.C.) fece di Talut il loro re. (Il racconto è riportato nel ruku‘ 32 della sura al-Baqara.)
L’epoca della prosperità e della benedizione
Questo regno unito ebbe tre sovrani: Talut (1020-1004 a.C.), Hazrat Davide (pace su di lui) (1004-965 a.C.) e Hazrat Sulayman (pace su di lui) (965-926 a.C.). Questi sovrani portarono a compimento le opere che i Banu Isra’il avevano lasciato incompiute dopo Hazrat Musa (pace su di lui). Soltanto i regni dei Fenici, sulla costa settentrionale, e dei Filistei, sulla costa sud-occidentale, rimasero intatti. Non fu possibile conquistarli; si ritenne sufficiente trasformarli in alleati tributari.
L’epoca dell’anarchia e della crisi
Dopo Hazrat Sulayman (pace su di lui), i Banu Isra’il tornarono ad abbandonarsi all’avidità e alla brama delle cose mondane. A causa dei conflitti e delle discordie reciproche, istituirono due regni distinti. Il regno degli Israeliti, formatosi nella Palestina settentrionale e nella Giordania orientale, ebbe Samaria come capitale; il regno di Giudea, fondato nella Palestina meridionale e in Edom, ebbe Gerusalemme come capitale. Tra questi due regni continuarono rivalità e scontri sin dal primo giorno, e così fu fino alla fine. I governanti e gli abitanti del regno d’Israele furono i primi e i più profondamente influenzati dalle credenze politeistiche e dalla corruzione morale delle nazioni vicine. La situazione raggiunse il culmine quando il sovrano Acab sposò Gezabele, principessa politeista di Sidone. In quel periodo, con l’aiuto del potere statale e di tutti i suoi mezzi e risorse, lo shirk e la depravazione si diffusero tra gli Israeliti come una violenta inondazione. Hazrat Ilyas (pace su di lui) e Hazrat al-Yasa‘ (pace su di lui) si sforzarono con tutte le loro forze di arginare questa inondazione. Ma quella nazione non desistette dalla via della decadenza verso la quale si precipitava. Infine l’ira di Allah si abbatté sul regno d’Israele sotto forma degli Assiri, e a partire dal IX secolo a.C. continuarono incessantemente gli attacchi assiri. In quell’epoca il profeta Amos (787-747 a.C.) e poi il profeta Osea (747-735 a.C.) ammonirono ripetutamente gli Israeliti. Ma essi erano immersi in una tale negligenza e disattenzione che gli avvertimenti produssero l’effetto opposto. Alla fine il sovrano israelita intimò al profeta Amos di lasciare il paese e di cessare l’attività profetica nel regno di Samaria. Poco dopo il castigo di Allah si abbatté sul regno d’Israele e sui suoi abitanti. Nel 721 a.C., il potente sovrano assiro Sargon conquistò Samaria e pose fine al regno d’Israele; migliaia di Israeliti furono uccisi. Più di ventisettemila Israeliti influenti furono espulsi dal paese e costretti a disperdersi in modo frammentario nelle province orientali del regno assiro. Persone di altre nazionalità furono portate da fuori e reinsediate nelle regioni israelite. I pochi Israeliti rimasti, vivendo insieme ai nuovi arrivati, finirono per dimenticare la propria civiltà e cultura nazionale.
Anche il secondo stato dei Banu Isra’il, istituito nella Palestina meridionale con il nome di Giudea, dopo Hazrat Sulayman (pace su di lui) si abbandonò ben presto allo shirk e alla depravazione. Tuttavia, rispetto al regno d’Israele, il ritmo della loro decadenza era più lento. Per questo fu concesso loro un periodo di tregua più lungo. Sebbene, come contro il regno d’Israele, gli Assiri lanciassero ripetuti attacchi anche contro di loro, distruggessero le loro città e ponessero sotto assedio la loro capitale, questo stato non fu tuttavia distrutto dagli Assiri. Sopravvisse soltanto come alleato tributario. In seguito, quando, nonostante gli sforzi incessanti di Hazrat Isaia (pace su di lui) e Hazrat Geremia (pace su di lui), gli abitanti della Giudea non desistettero dall’idolatria e dalla depravazione, nel 598 a.C. il re di Babilonia Nabucodonosor conquistò l’intero regno di Giudea, compresa Gerusalemme, e il re di Giudea fu fatto prigioniero. Neppure questo pose fine alle loro malefatte. Nonostante i consigli di Hazrat Geremia (pace su di lui), invece di correggere la propria condotta, si ribellarono contro Babilonia nel tentativo di cambiare il proprio destino. Infine, nel 587 a.C., Nabucodonosor lanciò un attacco improvviso e distrusse tutte le città grandi e piccole della Giudea. Gerusalemme e il Tempio di Sulayman furono rasi al suolo in modo tale che non ne rimase neppure un muro. Un gran numero di ebrei fu espulso dal paese e disperso in ogni direzione. Anche quelli che rimasero continuarono a vivere umiliati e sottomessi nelle mani delle nazioni vicine. (Sura Yunus, note 98-100)
Il ruolo dei Banū Isrāʾīl durante la loro vita in cattività sotto Babilonia
Ed essi cominciarono ad accettare ciò che i diavoli presentavano sotto il nome del regno di Sulaymān. Eppure Sulaymān non aveva mai adottato il kufr. Erano quei diavoli a praticare il kufr, insegnando la magia alla gente. Essi furono particolarmente attratti da ciò che era stato fatto scendere sui due angeli, Hārūt e Mārūt, a Bābil (Babilonia). Eppure, ogni volta che quegli angeli insegnavano tale cosa a qualcuno, lo avvertivano chiaramente dicendo: «Badate, noi siamo soltanto una prova. Non abbandonatevi al kufr». Nonostante ciò, essi imparavano dagli angeli proprio quelle cose mediante le quali si poteva provocare la separazione tra marito e moglie. Ed è evidente che, senza il permesso di Allah, essi non avrebbero potuto nuocere a nessuno in questo modo. Tuttavia imparavano cose che non erano loro utili, bensì dannose, e sapevano bene che chiunque le avesse acquistate non avrebbe avuto alcuna parte di bene nell’Aldilà. Quanto è spregevole ciò in cambio del quale vendono le proprie vite! Ah, se solo avessero saputo! — Sūra al-Baqara, 102
Con il termine «diavoli» si intendono sia i diavoli tra i jinn sia i diavoli tra gli uomini. Qui si intendono entrambi. Quando giunse l’epoca del declino morale e materiale dei Banū Isrāʾīl, la schiavitù, l’ignoranza, la sventura, la povertà, l’umiliazione e gli scherni non lasciarono più in loro alcun entusiasmo, fervore o ferma determinazione. Allora la loro attenzione si rivolse alla magia, alle pratiche occulte, agli amuleti e ai talismani. Cominciarono a cercare metodi e procedimenti mediante i quali si potessero portare a compimento tutte le cose senza alcuna fatica, impegno o sforzo personale, semplicemente grazie a soffi, formule e incantesimi. In quel tempo il diavolo continuava a ingannarli dicendo loro che il vastissimo regno di Sulaymān (pace su di lui) e la sua straordinaria potenza erano tutti il risultato di disegni e formule magiche. E noi ve li stiamo rivelando. Essi considerarono queste cose doni insperati e ne furono travolti. In seguito non conservarono più alcun interesse o affetto per il Libro di Allah, né giunse alle loro orecchie alcuna voce dell’annunciatore della verità.
Sono state espresse diverse opinioni nell’interpretazione del versetto sopra citato. Ma, per quanto ho potuto comprendere, quando l’intera nazione dei Banū Isrāʾīl viveva a Babilonia in cattività e schiavitù, Allah l’Altissimo deve aver inviato loro due angeli sotto forma umana, per metterli alla prova. Come gli angeli si erano recati presso il popolo di Lūṭ sotto forma di bei giovani, allo stesso modo questi due angeli devono essersi recati presso quei Banū Isrāʾīl sotto le sembianze di pii asceti e dervisci. Da una parte aprirono un mercato della magia; dall’altra li avvertivano, come prova decisiva, dicendo: «Guardate, noi siamo venuti soltanto per mettervi alla prova. Non rovinate la vostra vita futura». Nonostante ciò, essi impazzirono dal desiderio di accettare le pratiche occulte e gli amuleti offerti dagli angeli.
Non c’è nulla di cui meravigliarsi se gli angeli assumono forma umana per svolgere il loro compito. Essi sono servitori del vasto regno di Allah l’Altissimo. Nell’adempimento delle proprie responsabilità possono adottare, di volta in volta, il metodo che si rende necessario. Quanti angeli operano oggi intorno a noi assumendo forma umana, e quanto ne sappiamo? Tuttavia, per quanto riguarda l’insegnamento agli angeli di qualcosa che è intrinsecamente malvagio, si può fare questo esempio: immaginiamo un soldato in borghese che consegni come tangente a un funzionario corrotto una banconota contrassegnata. Lo scopo è arrestarlo sul fatto mentre commette il reato, così che in seguito non gli rimanga alcuna possibilità di presentare una difesa della propria innocenza.
A quei tempi, ciò che la gente desiderava più di ogni altra cosa erano le pratiche occulte e gli amuleti, mediante i quali un uomo separava una donna dal proprio marito e la faceva innamorare di lui. Questo era il livello più basso del declino morale al quale erano giunti. Se la cosa più amata dagli appartenenti a una nazione è cercare di sedurre la moglie altrui, separare una donna sposata dal marito e attrarla a sé, considerando proprio questa azione una grande vittoria, quale declino morale potrebbe essere peggiore di questo?
Il rapporto coniugale è in realtà il fondamento della civiltà umana. Se il rapporto tra donna e uomo è sano e corretto, anche la civiltà umana sarà sana e corretta. Al contrario, se si crea una frattura nel rapporto tra donna e uomo, anche la civiltà umana andrà in frantumi. Pertanto, chi colpisce con l’ascia un albero dalla cui stabile posizione dipendono la propria esistenza e quella dell’intera società è il peggiore dei malfattori e dei seminatori di disordine. In un hadith si narra che Iblīs invia dalla sua sede centrale un rappresentante in ogni parte della terra. Poi quei rappresentanti ritornano e presentano il loro rapporto. Uno dice: «Ho provocato questa o quella discordia o calamità». Un altro dice: «Ho introdotto questa o quella immoralità». Ma Iblīs dice a ciascuno di loro: «Non hai fatto nulla». Poi arriva uno e dice: «Ho separato marito e moglie». Udendo ciò, Iblīs lo abbraccia al collo e dice: «Tu sì che hai compiuto un’opera degna di nota!»
Riflettendo su questo hadith, si può comprendere con chiarezza perché agli angeli inviati per mettere alla prova i Banū Isrāʾīl fosse stato ordinato di insegnare loro la pratica per provocare la separazione tra marito e moglie. (Sūra al-Baqara, nota 100)
L’epoca della rinascita
I Samaritani e gli Israeliti non riuscirono più a risollevarsi dall’abisso di decadenza morale e dottrinale in cui erano sprofondati. Tuttavia, tra gli abitanti della Giudea che erano sopravvissuti ve ne fu uno che, rimanendo saldo nel bene, invitava al bene. Egli continuò l’opera di riforma e correzione tra i Giudei rimasti e incoraggiò al pentimento anche coloro che erano stati esiliati a Babilonia e in altre regioni. Alla fine la misericordia di Allah venne in loro aiuto. Il regno di Babilonia cadde. Nel 539 a.C., il conquistatore persiano Ciro, detto anche Cosroe, conquistò Babilonia. L’anno successivo emanò un decreto con cui autorizzava gli Israeliti a tornare nella loro terra natale e a ristabilirvisi. Da allora gli Ebrei cominciarono a recarsi in Giudea a gruppi. Questo processo durò a lungo. Ciro concesse agli Ebrei il permesso di ricostruire il Tempio di Salomone. Tuttavia, alcune popolazioni vicine che nel frattempo si erano insediate nella regione crearono ostacoli. Infine, nel 522 a.C., Dario I nominò governatore della Giudea Zorobabele, nipote dell’ultimo re della Giudea. Sotto la supervisione del profeta Aggeo, del profeta Zaccaria e di Giosuè, egli ricostruì il sacro Tempio. Poi, nel 450 a.C., il profeta Uzayr giunse in Giudea con un gruppo di esiliati. Con un decreto, l’imperatore persiano Artaserse gli conferì i seguenti poteri: «Nomina governanti e giudici sulla base della conoscenza che il tuo Dio ti ha concesso, affinché sia fatta giustizia a tutti coloro che, oltre il fiume, conoscono la legge del tuo Dio. Insegna a coloro che non la conoscono e infliggi immediatamente una punizione legale a chiunque trasgredisca la legge del tuo Dio o il decreto del re, sia essa la pena di morte, l’esilio, la confisca dei beni o la reclusione». Libro di Esdra, capitolo 8, versetti 25-26.
Approfittando di questo decreto, il profeta Uzayr compì la grande opera di ravvivare la religione di Mosè (pace su di lui). Riunì da ogni parte gli uomini virtuosi della nazione ebraica e istituì una solida organizzazione. Dopo averlo curato, pubblicò il quinto libro della Bibbia, nel quale è contenuta la Torah. Organizzò l’istruzione religiosa degli Ebrei. Cercò di eliminare, applicando le leggi della Sharia, i difetti e le deviazioni che, sotto l’influenza delle altre nazioni, erano penetrati tra i Figli d’Israele nella dottrina e nella moralità. Ordinò di ripudiare le donne politeiste che gli Ebrei avevano sposato. Fece inoltre prestare ai Figli d’Israele un nuovo giuramento di adorare Allah e di obbedire alla Sua legge.
Nel 445 a.C., un altro gruppo di esiliati tornò in Giudea sotto la guida di Neemia. L’imperatore persiano nominò Neemia governatore di Gerusalemme e gli permise di costruire una città in cui risiedere. Così, dopo centocinquant’anni, Bayt al-Maqdis tornò a essere abitato e divenne il centro della religione e della civiltà ebraiche. Tuttavia, gli Israeliti della Palestina settentrionale e della Samaria non trassero alcun beneficio dall’opera di riforma e rinascita del profeta Uzayr. Al contrario, costruirono sul monte Gàrizim, in opposizione a Bayt al-Maqdis, un proprio centro religioso e tentarono di farne la qibla della Gente del Libro. In tal modo la distanza tra Ebrei e Samaritani aumentò ulteriormente.
L’egemonia greca e la lotta contro di essa
La caduta dell’Impero persiano, le conquiste di Alessandro e la successiva rinascita della potenza persiana portarono per qualche tempo alla rovina della sorte degli Ebrei. Dopo la morte di Alessandro, il suo impero fu diviso in tre regni. La regione della Siria toccò al regno seleucide, la cui capitale era Antiochia. Il suo sovrano, Antioco III, conquistò la Palestina nel 198 a.C. Era politeista e non poteva tollerare la religione e la civiltà ebraiche. Attraverso pressioni politiche ed economiche, avviò l’espansione della civiltà greca. Anche una parte considerevole degli stessi Ebrei divenne una marionetta nelle sue mani. Questa ingerenza esterna provocò divisioni nella nazione ebraica. Un gruppo adottò l’abbigliamento, la lingua, lo stile di vita e gli sport greci; il secondo rimase saldo nella propria civiltà. Quando, nel 175 a.C., Antioco IV, soprannominato Epifane, cioè «manifestazione di Dio», salì al trono, tentò con il suo potere tirannico di estirpare la religione e la civiltà ebraiche. Fece collocare una grande statua nel Tempio di Bayt al-Maqdis e costrinse gli Ebrei a prostrarsi davanti a essa. Proibì i sacrifici sull’altare e ordinò invece agli Ebrei di offrire sacrifici sugli altari dei politeisti. Decretò la pena di morte per chiunque conservasse in casa un esemplare della Torah, osservasse i precetti dello Shabbat o circoncidesse i bambini. Gli Ebrei, tuttavia, non si sottomisero a questa tirannia. Tra loro ebbe inizio un grande movimento, passato alla storia come la rivolta dei Maccabei. Sebbene durante questo conflitto gli Ebrei favorevoli alla cultura greca mostrassero ai Greci ogni sorta di simpatia e aiutassero di fatto i tiranni di Antiochia a soffocare la rivolta dei Maccabei, l’influsso della forza spirituale della devozione religiosa che il profeta Uzayr aveva infuso nei cuori degli Ebrei comuni fu così grande che tutti si unirono ai Maccabei e alla fine cacciarono i Greci, fondando un proprio Stato religioso indipendente, rimasto intatto fino al 67 a.C. I confini di questo Stato si estesero fino a comprendere tutto il territorio che un tempo era stato sottoposto ai regni della Giudea e d’Israele. Anzi, esso incluse anche una vasta parte della Palestina che non era stata sottomessa neppure all’epoca dei profeti Davide e Salomone (pace su entrambi). (Sura al-Ma’ida, nota 42).
L’epoca della seconda catastrofe
La forza morale e religiosa con cui era iniziato il movimento dei Maccabei cominciò gradualmente ad affievolirsi. Poi furono sopraffatti dall’attaccamento al mondo. Alla fine si divisero e invitarono personalmente il conquistatore romano Pompeo a impadronirsi della Palestina. Così, nel 63 a.C., Pompeo conquistò Bayt al-Maqdis e privò gli Ebrei della loro indipendenza. La politica costante dei conquistatori romani consisteva nel preferire, invece di instaurare direttamente l’ordine nei territori conquistati, il raggiungimento dei propri scopi attraverso governanti locali. Per questo istituirono in Palestina, sotto la loro supervisione, uno Stato indigeno, che nel 40 a.C. passò sotto il dominio di un Ebreo molto astuto di nome Erode. Egli divenne noto come Erode il Grande. La sua autorità si estese su tutta la Palestina e sulla Giordania orientale dal 40 al 4 a.C. Da un lato patrocinava i capi religiosi per mantenere soddisfatti gli Ebrei; dall’altro arricchiva la civiltà romana, mostrando la massima lealtà all’Impero romano. In tal modo ottenne il favore dell’imperatore romano Cesare. In quel periodo la decadenza religiosa e morale degli Ebrei raggiunse il suo culmine.
Dopo Erode, il suo regno fu diviso in tre parti:
Uno dei suoi figli, Archelao, divenne governatore della Samaria, della Giudea e dell’Adumea settentrionale. Ma nel 6 d.C. l’imperatore romano Augusto lo depose e pose l’intero suo territorio sotto l’autorità di un proprio governatore; questo assetto rimase in vigore fino al 41 d.C. Fu proprio in quel periodo che Hazrat Isa (pace su di lui) apparve per riformare e correggere i Figli d’Israele. Tutti i capi religiosi degli ebrei si opposero unanimemente a lui, e il governatore romano Ponzio Pilato cercò di farlo condannare a morte.
Il secondo figlio di Erode, Erode Antipa, divenne governatore della regione della Galilea, nella Palestina settentrionale, e della Transgiordania. Fu lui l’uomo che, su ordine di una danzatrice, fece decapitare Hazrat Yahya (pace su di lui) e le offrì la sua testa in dono.
Il suo terzo figlio, Filippo, divenne re di una vasta regione che si estendeva dal monte Hermon fino al fiume Yarmuk. Era più devoto e affezionato del padre e dei fratelli alla civiltà romana e greca. Nella sua regione non vi era neppure quel poco spazio per la diffusione di un messaggio benefico che esisteva nelle altre regioni della Palestina.
Nel 41 d.C. i Romani nominarono governatore di quelle regioni, che erano state governate da Erode il Grande, suo nipote Erode Agrippa. Dopo aver ottenuto il potere, egli iniziò una persecuzione estrema contro i seguaci di Hazrat Isa (pace su di lui) e impiegò tutte le sue forze per sradicare il movimento di devozione ad Allah e di riforma morale guidato dagli apostoli.
Per farsi un’idea precisa della condizione degli ebrei comuni e dei loro capi religiosi in quell’epoca, è necessario leggere le critiche che Hazrat Isa (pace su di lui) pronunciò nei suoi discorsi. Questi discorsi sono riportati nei quattro Vangeli. Tuttavia, per comprenderne la condizione è sufficiente ricordare che, quando davanti agli occhi di quella nazione fu decapitato un uomo pio e virtuoso come Hazrat Yahya (pace su di lui), non si levò neppure una parola contro quella tremenda persecuzione. Non solo: tutti i capi religiosi della nazione chiesero la condanna a morte di Hazrat Isa (pace su di lui). Eppure, salvo un piccolo gruppo di persone fedeli alla verità, non vi fu nessuno a piangere su quella sventura. La disgrazia suprema fu che, quando Ponzio Pilato chiese a quegli uomini colpiti dalla sventura: «Oggi è il vostro giorno di festa; secondo la consuetudine ho il diritto di liberare uno dei condannati a morte. Ditemi: devo liberare Isa o il ladro Barabba?», la folla rispose all’unisono: «Liberate Barabba». Era come se questa fosse l’ultima opportunità, concessa da Allah l’Altissimo a quella nazione, di accettare la verità.
La punizione della calamità
Poco tempo dopo iniziò un violento conflitto tra gli ebrei e i Romani. Tra il 64 e il 66 d.C. gli ebrei proclamarono una rivolta aperta. Erode Agrippa II e il procuratore romano Floro fallirono entrambi nel soffocarla. Alla fine l’Impero romano adottò una severa operazione militare, eliminò la rivolta e Tito conquistò Gerusalemme con la spada nel 70 d.C. Nel massacro che seguì furono uccise centotrentamila persone. Sessantasettemila persone furono catturate e ridotte in schiavitù. Migliaia di persone furono catturate e mandate a lavorare nelle miniere d’Egitto. Migliaia di altre furono catturate e inviate in diverse città, dove venivano spinte davanti a feroci animali selvatici negli anfiteatri e nei Colossei, oppure costrette a combattere con la spada, per il divertimento e i festeggiamenti. Tutte le fanciulle alte e belle furono selezionate per il piacere dei conquistatori. La città di Gerusalemme e il Tempio furono ridotti in rovine. In seguito, l’influenza e il prestigio degli ebrei in Palestina furono cancellati a tal punto che per duemila anni essi non ebbero più l’opportunità di rialzare la testa. Anche il sacro Tempio di Gerusalemme non poté più essere ricostruito. In seguito l’imperatore Adriano ripopolò la città, che allora fu chiamata Elia. Per lungo tempo, poi, agli ebrei fu vietato entrarvi. (Sura al-Isra, nota 6-7)
L’ultima opportunità
Poiché per diversi secoli consecutivi i Banī Isrāʾīl erano rimasti immersi nella corruzione, nonostante fossero stati ripetutamente ammoniti e rimproverati, i loro costumi e la loro condotta nazionale continuavano a deteriorarsi. Uccisero uno dopo l’altro diversi profeti e diventavano assetati del sangue di chiunque, tra gli uomini nobili, li esortasse alle buone azioni e alla via vera e retta. Perciò Allah l’Altissimo inviò contemporaneamente due grandi profeti, come Ḥaḍrat ʿĪsā e Ḥaḍrat Yaḥyā, affinché la prova contro di loro fosse completata e la verità fosse loro presentata in modo definitivo. Essi possedevano segni così evidenti della loro missione da parte di Allah che soltanto coloro il cui cieco odio per la verità era giunto all’estremo e la cui arroganza contro di essa aveva raggiunto il culmine potevano negarli. Ma i Banī Isrāʾīl persero anche quest’ultima opportunità. Non si limitarono a respingere il messaggio di questi due profeti; anzi, uno dei loro principali esponenti fece tagliare in due, per ordine di una danzatrice, un sapiente come Ḥaḍrat Yaḥyā. Dopo ciò, spendere altro tempo ed energie per rimproverare e ammonire i Banī Isrāʾīl era inutile. Perciò Allah l’Altissimo chiamò il Suo profeta presso di Sé e scrisse sulla fronte della vita dei Banī Isrāʾīl la maledizione dell’umiliazione fino al Giorno della Resurrezione. (Sura al-Baqara, note 104-106)
Ḥaḍrat Yaḥyā e il comportamento dei Banī Isrāʾīl nei suoi confronti
Qui viene presentato un quadro della sua vita pura, riunendo le notizie su Ḥaḍrat Yaḥyā sparse nei diversi luoghi della Bibbia:
Secondo il racconto di Luca, Ḥaḍrat Yaḥyā era di sei mesi più grande di Ḥaḍrat ʿĪsā. Le loro madri erano parenti strette. All’età di circa trent’anni gli fu affidata la responsabilità della profezia. Secondo il racconto di Giovanni, iniziò a svolgere l’attività di invito ad Allah nella regione della Transgiordania. Diceva: «Io sono la voce di colui che chiama nella regione desertica. Rendete diritta e facile la via di Dio». Giovanni 1:23
Marco dice che esortava le persone a pentirsi dei peccati e battezzava i penitenti, cioè li faceva immergere nell’acqua dopo il pentimento, affinché l’anima e il corpo diventassero puri. Numerose persone della Giudea e di Gerusalemme divennero suoi seguaci. Andavano da lui per farsi battezzare (Marco 1:4-5). Per questo divenne famoso come Giovanni il Battista. In generale, i Banī Isrāʾīl avevano riconosciuto la sua profezia. Parole di ʿĪsā: «Tra i nati da donna non è sorto nessuno più grande di Giovanni il Battista» (Matteo 11:11; Matteo 21:26). Indossava abiti di pelo di cammello e portava una cintura attorno ai fianchi. Il suo cibo era costituito da locuste e miele selvatico (Matteo 3:4). Conducendo questa sua vita ascetica, proclamava: «Pentitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Matteo 3:2). Ciò significa che era imminente l’inizio della missione di Ḥaḍrat ʿĪsā. Per questo veniva chiamato il precursore e confermatore di Ḥaḍrat ʿĪsā. A questo proposito nel Corano è detto che egli era colui che confermava la veridicità di un decreto proveniente da Allah, riguardante Ḥaḍrat ʿĪsā.
Esortava le persone alla preghiera e al digiuno. Matteo 9:14; Luca 5:33; Luca 11:1.
Diceva alla gente: «Chi possiede due vesti deve distribuirne una a chi non ne ha. E chi possiede cibo faccia lo stesso». Gli esattori delle imposte gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Egli rispose: «Non prendete più di quanto vi è stato stabilito». I soldati gli chiesero: «Qual è il comando per noi?». Egli disse: «Non fate violenza a nessuno e non prendete nulla da qualcuno ingiustamente. Accontentatevi del vostro salario». Luca 3:10-14.
Quando i dotti corrotti dei Banī Isrāʾīl, i farisei e i sadducei vennero da lui per ricevere l’insegnamento, egli li rimproverò dicendo: «Razza di vipere, chi vi ha suggerito che potrete sfuggire all’imminente castigo? Non pensate nemmeno di dire: “Abramo è nostro padre”. Ora la scure è già posta alla radice degli alberi. Ogni albero che non produce buon frutto sarà tagliato e gettato nel fuoco». Matteo 3:7-10.
Egli svolgeva il compito di predicare la verità nel regno di Erode Antipa, il sovrano ebreo della sua epoca. Erode Antipa era completamente immerso nella civiltà romana. A causa sua, in tutto il paese si diffondevano immoralità e ingiustizia. Egli aveva portato nella propria casa Erodiade, moglie di suo fratello Filippo, e la teneva come sua compagna di letto. Per questo Hazrat Yaḥyā (la pace sia su di lui) rimproverò Erode e criticò la sua immoralità. Per tale colpa Erode lo fece arrestare e rinchiudere in prigione. Tuttavia lo considerava un uomo puro e sincero, lo rispettava e, vedendo la sua enorme influenza tra la gente, ne era anche terrorizzato. Ma Erodiade riteneva che l’energia morale che Hazrat Yaḥyā (la pace sia su di lui) stava infondendo nella nazione facesse apparire una donna come lei estremamente spregevole e vile agli occhi della gente. Perciò si risolse a farlo uccidere. Infine colse l’occasione durante la festa per il compleanno di Erode. Durante i festeggiamenti, sua figlia eseguì una danza straordinaria. Incantato, Erode le disse: «Dimmi che cosa desideri». La ragazza chiese alla madre adultera che cosa dovesse domandare. La madre le disse di chiedere la testa decapitata di Yaḥyā. Allora, con le mani giunte, disse a Erode: «Ordina subito che la testa decapitata di Yaḥyā venga posta su un vassoio davanti a me». Erode rimase turbato. Ma come avrebbe potuto rifiutare la richiesta della figlia prediletta? Così fece immediatamente portare la testa decapitata del profeta Yaḥyā su un vassoio e la offrì alla danzatrice. Matteo 14:3-12; Marco 6:17-29; Luca 3:19-20. Sura al-Isrāʾ, nota 8.
Hazrat ʿĪsā (la pace sia su di lui) e il comportamento dei Banī Isrāʾīl nei suoi confronti
E ricorda nel Libro la storia di Maryam, quando si ritirò dalla sua gente in un luogo appartato a oriente e si nascose da loro, calando una tenda. — Sura Maryam: 16
Nella Sura Āl ʿImrān si dice che la madre di Hazrat Maryam, in adempimento del suo voto, aveva consacrato Maryam al culto nella Bayt al-Maqdis, e che Hazrat Zakariyyā (la pace sia su di lui) aveva assunto la responsabilità della sua cura e del suo mantenimento. Vi si menziona che il miḥrāb nel quale Hazrat Maryam praticava l’it ikāf si trovava nella parte orientale della Bayt al-Maqdis. Secondo l’uso comune, ella aveva calato una tenda per proteggersi dagli sguardi della gente. Coloro che, soltanto per mantenere l’accordo con la Bibbia, hanno interpretato il termine come Nazareth, hanno sbagliato. Nazareth si trova infatti a nord di Gerusalemme, non a oriente.
In quella situazione le inviai il Nostro rūḥ, cioè l’angelo, che le apparve sotto forma di un uomo perfetto. Maryam esclamò improvvisamente: «Se sei un uomo timorato di Allah, cerco rifugio presso il Misericordioso da te». Egli disse: «Io sono soltanto l’angelo del tuo Signore. Sono stato inviato per donarti un figlio puro». Maryam disse: «Come potrò avere un figlio, se nessun uomo mi ha toccata e io non sono una donna dissoluta?». L’angelo disse: «Sarà così. Il tuo Signore ha detto: “Per Me è molto facile fare ciò; e lo faccio affinché questo bambino sia un segno per la gente e una misericordia da parte Nostra”. Ed è una cosa già decretata». — Sura Maryam: 17-21
Quando Hazrat Maryam si meravigliò, l’angelo disse: «Sarà così». Ciò non può mai significare che un uomo ti toccherà e da lui concepirai un figlio. Il significato chiaro è invece che avrai un figlio sebbene nessun uomo ti abbia toccata. Con parole analoghe fu espresso lo stupore di Hazrat Zakariyyā (la pace sia su di lui), e anche là l’angelo diede la medesima risposta. È evidente che il significato attribuito a quelle parole là deve essere attribuito anche qui. Analogamente, nella Sura al-Dhāriyāt, quando l’angelo annunciò a Hazrat Ibrāhīm (la pace sia su di lui) la nascita di un figlio, Hazrat Sāra disse: «Come potrò avere un figlio, io che sono una vecchia sterile come me?». L’angelo le diede la stessa risposta: «Sarà così». Il significato è che avrebbe avuto un figlio nonostante fosse vecchia e sterile. Inoltre, se si attribuisse a quelle parole il significato che un uomo ti toccherà e da te nascerà un figlio nel modo in cui nascono i figli da tutte le donne del mondo, le due frasi successive diventerebbero prive di senso. Perché sarebbe stato necessario dire: «Il tuo Signore dice che fare ciò è molto facile per Me e che voglio fare di questo bambino un segno»? La parola «segno» è qui usata chiaramente nel senso di un miracolo, e la frase indica proprio questo: «Fare ciò è molto facile per Me». Dunque il significato dell’affermazione di Allah l’Altissimo non è altro che questo: «Voglio presentare proprio questo bambino ai Banī Isrāʾīl come un miracolo». Il seguito del racconto chiarisce da sé come la persona di Hazrat ʿĪsā (la pace sia su di lui) venga presentata come un miracolo. Maryam concepì quel bambino e, durante la gravidanza, si recò in un luogo lontano. Poi i dolori del parto la condussero sotto una palma. Ella disse: «Ahimè! Se fossi morta prima di questo e fossi stata completamente dimenticata!». Allora l’angelo la chiamò da sotto di lei: «Non rattristarti: il tuo Signore ha fatto scorrere ai tuoi piedi una fonte. Scuoti verso di te il tronco di questa palma, e su di te cadranno datteri freschi e maturi. Mangia i datteri, bevi l’acqua della fonte e rasserenati. Se poi incontri qualcuno, digli: “Ho fatto voto di digiuno per il Misericordioso; oggi, dunque, non parlerò con nessuno”». Poi si recò dalla sua gente portando con sé il bambino. Essi dissero: «O Maryam, hai commesso qualcosa di davvero grave! O sorella di Hārūn, tuo padre non era un uomo malvagio e tua madre non era una donna immorale». Sura Maryam: 22-28
Il luogo lontano significa Bayt Lahm. Era del tutto naturale che Hazrat Maryam vi si recasse dopo aver lasciato il luogo del suo ritiro spirituale. La figlia della famiglia più venerata dei Banī Isrāʾīl, la famiglia di Banī Hārūn, era stata consacrata al culto di Allah nella Bayt al-Maqdis. Improvvisamente rimase incinta. Se in tale condizione fosse rimasta nel luogo del suo ritiro e la gente avesse scoperto la sua gravidanza, non solo i familiari, ma anche gli altri membri della società le avrebbero reso difficile continuare a vivere. Perciò, dopo essere stata sottoposta a questa dura prova, la povera donna lasciò silenziosamente la sua cella di ritiro. Così, finché Allah avesse voluto, sarebbe stata protetta dai rimproveri e dalle accuse della sua gente e dal disonore pubblico. Questo episodio costituisce di per sé una grande prova del fatto che Hazrat ʿĪsā (la pace sia su di lui) nacque senza padre. Se Hazrat Maryam fosse stata sposata e avesse concepito un figlio dal marito, non ci sarebbe stata alcuna ragione perché abbandonasse tutto e si recasse da sola in un luogo lontano per partorire, invece di andare nella casa paterna o in quella dei suoceri.
Da tutto ciò si può comprendere l’angoscia di cui ella soffriva. Considerando la delicatezza della situazione, chiunque può capire che queste parole non le uscirono di bocca a causa dei dolori del parto. Al contrario, era afflitta dal pensiero di come avrebbe potuto uscire indenne dalla terribile prova nella quale Allah l’Altissimo l’aveva posta. In qualche modo era riuscita finora a tenere nascosta la gravidanza. Ma ora, dove sarebbe andata con quel bambino? Che cosa intendesse la santa Maryam con queste parole è reso evidente da ciò che l’angelo disse in seguito. Quando una donna sposata ha il suo primo figlio, per quanto possa agitarsi per i dolori del parto, non dovrebbe avere alcuna preoccupazione. Il significato delle parole «Non temere» è che non dovrai dire nulla riguardo al bambino. Se qualcuno farà domande sulla sua nascita, spetterà a noi rispondere. (È noto che nella società dei Figli d’Israele esisteva la pratica di osservare un digiuno consistente nel rimanere in silenzio, senza parlare.) Da queste parole si comprende chiaramente quale fosse la vera causa della preoccupazione della santa Maryam. Si noti inoltre che, se il primo figlio di una donna sposata fosse nato secondo il consueto corso naturale delle cose, quale necessità vi sarebbe stata di osservare un digiuno di silenzio?
«O sorella di Aronne» può avere due significati. Il primo è che se ne accolga il significato apparente e si ritenga che Maryam avesse un fratello di nome Aronne. Il secondo è che, secondo l’uso della lingua araba, «sorella di Aronne» significhi una donna della famiglia di Aronne. Nella lingua araba è infatti diffuso questo modo di esprimersi. Per esempio, una persona della tribù di Mudar veniva chiamata «o fratello di Hamdan». A sostegno del primo significato vi è il fatto che anche dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) è stata trasmessa un’interpretazione di questo genere. A sostegno del secondo vi è il fatto che le circostanze e l’ambiente esigevano tale interpretazione. Infatti, non sembra che lo scalpore sorto tra la gente fosse dovuto al fatto che la sorella nubile di uno sconosciuto di nome Aronne fosse giunta con un bambino in braccio. Piuttosto, il motivo per cui la folla si radunò intorno a Maryam può essere stato che una discendente di Aronne, appartenente a una delle famiglie più pie dei Figli d’Israele, era stata trovata in quella situazione. Sebbene, in linea di principio, in presenza di un hadith marfu‘ non si possa accettare un’altra interpretazione, il modo in cui questo hadith è riportato nelle opere di Muslim, al-Nasa’i, al-Tirmidhi e altri non consente di concludere che queste parole debbano necessariamente significare «sorella di Aronne». Nella narrazione di al-Mughira ibn Shu‘ba si riferisce soltanto che i cristiani di Najran chiesero ad al-Mughira: nel Corano Maryam è chiamata sorella di Aronne, eppure Aronne era scomparso diverse centinaia di anni prima di lei. Qual è il significato di queste parole del Corano?
Al-Mughira (che Allah si compiaccia di lui) non seppe rispondere a questa domanda. In seguito sottopose la questione al Profeta (pace e benedizioni su di lui). Il Profeta disse: «Perché non hai risposto dicendo che i Figli d’Israele usavano dare ai propri figli i nomi dei profeti e delle persone pie?» Da questa affermazione del Profeta si comprende chiaramente che, invece di restare senza risposta, si può affrontare la domanda con una risposta di questo tipo. Maryam indicò il bambino. La gente disse: «Come possiamo parlare con lui? È soltanto un neonato sdraiato nella culla». Allora il bambino disse: «Io sono il servo di Allah. Egli mi ha dato il Libro e mi ha fatto profeta. Mi ha benedetto ovunque io sia. Mi ha ordinato di compiere regolarmente la preghiera e di versare la zakat finché resterò in vita. Mi ha reso rispettoso dei diritti di mia madre e non mi ha fatto arrogante né immorale. La pace sia su di me il giorno in cui sono nato, il giorno in cui morirò e il giorno in cui sarò resuscitato». Questo è ‘Isa, figlio di Maryam, e questa è la verità su di lui, riguardo alla quale la gente dubita. — Sura Maryam, 29-34
Questo è il segno che fu presentato ai Figli d’Israele nella persona di ‘Isa. Prima di infliggere ai Figli d’Israele una punizione esemplare per le loro continue malefatte, ribellioni e peccati, Allah l’Altissimo volle presentare loro definitivamente la verità fondamentale e offrire loro un’ultima possibilità di correggersi. Per questo adottò il seguente metodo: rese incinta, pur essendo nubile, la casta e devota discendente di Aronne che si trovava in ritiro spirituale nel Bayt al-Maqdis ed era affidata alle cure e all’educazione del profeta Zakariyya. Lo fece affinché, quando ella fosse tornata tra la gente con il neonato, si levasse un grande clamore in tutta la nazione e l’attenzione di tutti si concentrasse su di lei. Poi, conformemente a questo piano, quando la folla cominciò a radunarsi davanti alla santa Maryam, Allah l’Altissimo fece parlare il neonato. Lo fece affinché, quando quel bambino fosse cresciuto e avesse ricevuto l’onore della profezia, numerose persone della nazione fossero presenti per testimoniare di aver visto in lui, già nell’infanzia, uno straordinario miracolo. Se, nonostante ciò, questa nazione avesse rifiutato di riconoscere la sua profezia e, invece di accettare la sua obbedienza, avesse tentato di accusarlo e crocifiggerlo, avrebbe ricevuto una punizione così severa ed esemplare quale non era mai stata inflitta a nessun’altra nazione del mondo. (Sura al-Isra’, nota 9)
(Per una spiegazione dettagliata, si vedano Tafhim al-Qur’an, volume I, Sura Al ‘Imran, note 44 e 53; Sura al-Nisa’, note 212 e 213; volume III, Sura al-Anbiya’, note 88-90; Sura al-Mu’minun, nota 43.) Essi sono menzionati per la prima volta nella Sura al-Furqan, versetto 38. Sono poi menzionati una seconda volta nella Sura Qaf, versetto 12. Tuttavia, in entrambi i passi il loro nome è citato insieme a quello di coloro che vollero smentire e respingere i profeti, senza fornire alcun dettaglio. (Non è stato possibile reperire informazioni attendibili sugli Ashab al-Rass che permettano di stabilire chi fossero. I commentatori hanno riportato diverse narrazioni, ma nessuna è certa e accettabile. Al massimo si può dire che erano una nazione che uccise il proprio profeta gettandolo in un pozzo oppure impiccandolo. In arabo, rass indica un pozzo antico. — Tafhim al-Qur’an, volume III, al-Furqan, nota 52.)
Secondo la tradizione araba, sono famosi due luoghi chiamati Rass: uno nel Najd e l’altro nell’Hijaz settentrionale. Oggi è difficile stabilire quale di questi due luoghi fosse abitato dagli Ashab al-Rass. In nessuna narrazione è pervenuta una descrizione attendibile della loro storia. Si può affermare con certezza, al massimo, che erano una nazione che aveva gettato il proprio profeta in un pozzo. Tuttavia, poiché nel Nobile Corano si fa soltanto un accenno a loro e poi si passa oltre, si può ritenere che, al tempo della rivelazione del Corano, gli arabi in generale fossero a conoscenza di quella nazione. In seguito, la loro storia non è stata conservata negli annali. (Sura Al ‘Imran, nota 51)
Una visione d’insieme dell’intera umanità
Quando il Profeta Muhammad (pace su di lui) ricevette l’ordine di invitare all’Islam, il mondo esigeva la soluzione di diversi problemi morali, civili, economici e politici. A quel tempo esistevano anche gli imperi romano e persiano. Vi erano divisioni di classe e proseguiva un’ingiusta oppressione economica (Economics Exploitation). Anche la corruzione morale era ampiamente diffusa. Persino nella terra natale del Profeta esistevano numerosi problemi complessi. Le regioni orientali e meridionali dell’Arabia, fino allo Yemen, compresa la fertile provincia dell’Iraq, erano sotto il dominio persiano. A nord, il dominio romano si estendeva fino ai confini dell’Hegiaz. Nello stesso Hegiaz erano state erette grandi fortezze appartenenti a capitalisti ebrei. Essi tenevano gli arabi intrappolati nella rete dell’usura. Proprio di fronte alla costa occidentale era insediato il governo cristiano dell’Abissinia, che solo pochi anni prima aveva attaccato la Mecca. Tra l’Hegiaz e lo Yemen, a Najran, viveva un gruppo appartenente alla loro stessa religione e legato a loro da rapporti economici e politici di una certa natura. (Sura Maryam, nota 12)
Roma, Grecia e India
Le storie del Colosseo di Roma sono ancora oggi conservate nelle pagine della storia. Migliaia di sventurati venivano sacrificati nei combattimenti con la spada (Gladiatory) e agli spettacoli di cui godevano i nobili e i dignitari romani. Nella maggior parte dei paesi d’Europa e d’Asia non era considerato un atto riprovevole spingere gli schiavi davanti a bestie feroci per divertire gli invitati o intrattenere amici e parenti, sgozzarli come animali oppure bruciarli vivi per assistere allo spettacolo. Uccidere prigionieri e schiavi dopo averli sottoposti a varie forme di punizione era una pratica comune di quell’epoca. Non solo i nobili ignoranti e assetati di sangue, ma anche nelle riflessioni e nelle ricerche dei grandi sapienti e filosofi della Grecia e di Roma erano ritenuti leciti numerosi metodi animaleschi per uccidere persone innocenti. Maestri di morale come Aristotele e Platone non consideravano riprovevole concedere alla madre il diritto di separare dal proprio corpo una sua parte (il feto o il figlio nel grembo). Pertanto, in Grecia e a Roma l’uccisione del feto non era un atto illecito. Il padre aveva il diritto di uccidere il figlio, e i legislatori romani si vantavano di questa caratteristica della legge: il diritto del padre sui figli era così illimitato. Per i discepoli di Zenone, gli Stoici, che erano indifferenti alla gioia e al dolore, il suicidio non era una colpa; anzi, era considerato un atto onorevole, al punto che si convocava un’assemblea per suicidarsi al suo interno. Persino un sapiente come Platone non lo considerava un crimine. Per una moglie uccidere il marito era esattamente come per lui uccidere un animale domestico. La legge greca non prevedeva alcuna punizione per questo. L’India, culla della protezione della vita, era sotto questo aspetto più avanzata di tutti. Là era considerato lecito bruciare viva la vedova insieme al cadavere del marito. (Si potrebbe obiettare che la moglie non veniva bruciata sulla pira del marito, ma si dava fuoco da sé. Tuttavia, la realtà era che la pressione sociale, in varie forme, la costringeva a questo terribile suicidio, e anche la religione lo imponeva.) La vita degli shudra non aveva alcun valore. Questi sventurati erano nati dai piedi di Brahma e per questo il loro sangue era lecito per Brahma; ascoltare la recitazione dei Veda era un peccato così grave per gli shudra che versare metallo fuso nelle loro orecchie e ucciderli non era soltanto lecito, ma addirittura obbligatorio. L’usanza di sacrificare i bambini nell’acqua era antica e, secondo tale usanza, i genitori gettavano il loro primo figlio nel Gange. Consideravano questa crudeltà una causa di buona fortuna. (Sura Maryam, note 14-19, 21)
La piaga universale dello shirk
Quali erano le concezioni religiose del mondo quando il Messaggero di Allah (pace su di lui) cominciò a invitare al tawhid? I politeisti idolatri adoravano quegli dèi e quelle divinità costruiti con diversi materiali, come legno, pietra, oro e argento. Avevano forma, aspetto e corpo. Gli dèi e le dee si riproducevano regolarmente. Non c’era dea senza marito né dio senza moglie. Avevano anche bisogno di mangiare e bere. I loro sacerdoti facevano di ciò un commercio. Molti politeisti credevano che Dio apparisse in forma umana e che alcune persone fossero sue incarnazioni. Sebbene i cristiani pretendessero di riconoscere un solo Allah, anche il loro Allah aveva almeno un figlio. Oltre al Padre e al Figlio, anche lo Spirito Santo aveva l’onore di condividere la divinità. Vi erano persino una madre e una suocera di Dio. Anche gli ebrei pretendevano di riconoscere un solo Dio. Tuttavia, il loro Dio non era privo di qualità terrene, corporee e di altre caratteristiche umane. Si muoveva, appariva in forma umana e persino lottava con uno dei suoi servi. Aveva anche un figlio (Uzayr). Oltre a questi gruppi religiosi, i magi erano adoratori del fuoco e i sabei adoravano le stelle. (La via della rivoluzione islamica, p. 24-25, in urdu)
La sedizione delle false divisioni razziali dell’umanità
Dai tempi più antichi fino a oggi, in ogni epoca gli uomini hanno generalmente ignorato l’umanità e tracciato intorno a sé un cerchio: consideravano propri coloro che nascevano al suo interno ed estranei quelli nati al di fuori. Questo cerchio non veniva tracciato sulla base di principi razionali o morali, bensì sulla base della nascita casuale. In alcuni luoghi il criterio era nascere in una determinata famiglia, tribù o stirpe; in altri, nascere in una certa regione geografica oppure appartenere a una razza particolare o a un popolo di una determinata lingua. In seguito, la distinzione creata su queste fondamenta non rimase limitata al fatto che colui ritenuto appartenente al proprio gruppo ricevesse maggiore amore, aiuto e solidarietà rispetto agli altri; al contrario, essa assunse nei confronti degli estranei la forma più vile di odio, inimicizia, disprezzo, oppressione e persecuzione. Furono elaborate filosofie, inventate religioni, create leggi e formulate norme morali a giustificazione di ciò. Nazioni e Stati lo adottarono come dottrina permanente e lo misero in pratica per secoli. Su questa base, gli Ebrei considerano i Figli d’Israele creature elette da Allah e, persino secondo le loro prescrizioni religiose, hanno collocato i diritti e la dignità dei non israeliti a un livello inferiore rispetto a quelli degli israeliti. Questa discriminazione diede origine tra gli Indù al sistema delle caste, secondo il quale venne stabilita l’elevata dignità dei bramini. Tutti gli altri esseri umani venivano considerati inferiori e impuri rispetto agli appartenenti alle caste superiori, mentre i bianchi venivano gettati nell’estrema umiliazione sotto il peso dell’orgoglio. Non è necessario cercare nelle pagine della storia le ingiustizie e le persecuzioni inflitte ai neri in Africa e in America a causa della distinzione tra bianchi e neri: nel ventesimo secolo ciascuno può constatarle con i propri occhi. Quando gli Europei entrarono nel continente americano, il trattamento riservato ai nativi di stirpe indiana, così come quello riservato alle popolazioni deboli dell’Asia e dell’Africa sulle quali imposero il loro dominio, era fondato sulla convinzione che la vita, i beni, l’onore e la dignità di coloro che nascevano al di fuori dei confini della propria patria e della propria nazione fossero leciti per loro, e che avessero il diritto di depredarli, ridurli in schiavitù e, se necessario, eliminarli dalla faccia della terra. Il nazionalismo, o culto della nazione, dei popoli occidentali ha reso una nazione feroce nei confronti delle altre; i peggiori esempi di ciò si sono visti nelle guerre recenti e si possono vedere ancora oggi. In particolare, osservando lo stupore suscitato nella guerra mondiale passata dalla filosofia razzista della Germania nazista e dall’idea della superiorità della razza nordica, si può facilmente comprendere quanto grande e distruttivo fosse quell’errore dal quale il Corano intendeva liberare l’umanità con la rivelazione di questo versetto.
O umanità! In verità, vi abbiamo creati da un uomo e da una donna. Poi vi abbiamo costituiti in popoli e tribù affinché vi riconosciate gli uni gli altri. In verità, presso Allah, il più nobile tra voi è colui che più Lo teme ed è più integro. Certamente Allah conosce ogni cosa ed è informato di ogni questione. — Sura al-Hujurāt, 13
La religione e gli usi sociali degli Arabi politeisti
La società politeista araba a colpo d’occhio
In quell’epoca oscura vi era un angolo della terra in cui l’oscurità si era addensata maggiormente. Tra i Paesi considerati civilizzati secondo i criteri della civiltà di allora, l’Arabia era rimasta isolata. Nei Paesi circostanti — Iran, Roma ed Egitto — si potevano scorgere alcuni bagliori di scienza, conoscenza, arti, civiltà e buone maniere. Ma immensi mari di sabbia li separavano dagli Arabi. I mercanti arabi si recavano in quei Paesi a dorso di cammello, percorrendo per mesi il cammino, per commerciare, e tornavano dopo essersi limitati a scambiare merci. Nessuna luce di conoscenza o di civiltà giungeva con loro. Nel loro Paese non vi erano né insegnanti né biblioteche. Tra la gente non vi era né pratica dell’istruzione né interesse per la scienza, la conoscenza e le arti. In tutto il Paese vi erano solo pochi individui in grado di leggere e scrivere. Possedevano tuttavia una lingua elevata, attraverso la quale avevano una straordinaria capacità di esprimere idee sublimi. Avevano anche un gusto letterario assai raffinato. Ma ciò che della loro letteratura è giunto fino a noi mostra quanto fossero limitate le loro conoscenze, quanto basso fosse il loro livello di civiltà e cultura, quanto fossero superstiziosi, quanto ignoranza e brutalità segnassero il loro pensiero e il loro carattere e quanto fossero turpi le loro concezioni morali.
Lì, come era normale, non vi erano né un governo né leggi. Ogni tribù era indipendente nel proprio territorio. Vigeva soltanto la legge della giungla. Chiunque avesse potere su un altro lo uccideva e si appropriava dei suoi beni. Un beduino arabo non riusciva neppure a comprendere perché non dovesse uccidere una persona che non appartenesse alla sua tribù e perché non dovesse diventare il padrone dei suoi beni.
Qualunque idea di moralità, civiltà e buone maniere possedessero era estremamente rozza e incoerente. Quasi ignoravano la distinzione tra puro e impuro, lecito e illecito, educazione e maleducazione. Il loro modo di vivere era estremamente sudicio. I loro costumi erano bestiali. Adulterio, ubriachezza, furto, brigantaggio, omicidio e spargimento di sangue erano diventati abitudini ordinarie della loro vita. Si spogliavano senza esitazione davanti gli uni agli altri. Persino le loro donne compivano il tawāf della Kaʿba nude. Seppellivano vive, con le proprie mani, le loro figlie, spinti soltanto dall’ignorante convinzione che nessuno dovesse poter diventare loro genero. Dopo la morte del padre sposavano la matrigna. Non possedevano neppure il comune buon senso riguardo al cibo, alle bevande, all’abbigliamento e alla tahāra, cioè la purità. In materia di religione condividevano quell’ignoranza e quello smarrimento nei quali era immerso il mondo di allora (la situazione religiosa dell’Arabia sarà discussa più avanti — i curatori). Tra loro erano diffuse tutte le forme di culto e adorazione allora esistenti nel mondo: il culto degli idoli, degli spiriti dei morti, degli astri e delle stelle; in breve, ogni cosa al posto dell’adorazione e dell’obbedienza all’unico Dio. Non possedevano una conoscenza corretta dei profeti del passato e dei loro insegnamenti. Sapevano soltanto che Abramo e Ismaele erano i loro antenati. Non sapevano però quale fosse la religione di quei due padri, padre e figlio, né chi adorassero. Conoscevano abbastanza bene anche le storie di ʿĀd e Thamūd. Tuttavia, leggendo i resoconti che gli storici arabi ne hanno registrato, si vede che in essi non vi è neppure una traccia degli insegnamenti dei profeti Ṣāliḥ e Hūd. Anche attraverso gli Ebrei e i Cristiani erano giunti loro i racconti della vita dei profeti dei Figli d’Israele. Basta dare uno sguardo alle narrazioni israelite citate dagli esegeti musulmani per farsi un’idea di come fossero costoro. Da esse si può comprendere quale genere di uomini fossero i profeti conosciuti dagli Arabi e dagli stessi Figli d’Israele, e quanto fosse degradante la loro concezione della profezia. (Tafhīm al-Qurʾān, introduzione alla Sura al-Ikhlāṣ)
L’orgoglio di seguire Abramo e Ismaele
Gli Arabi dell’epoca della jāhiliyya si consideravano seguaci del profeta Ibrāhīm (pace su di lui) e del profeta Ismāʿīl (pace su di lui). Perciò ritenevano che la religione da loro professata fosse quella gradita ad Allah. Tuttavia, nei secoli successivi, i capi religiosi, i capi tribù, gli anziani delle famiglie e altre persone avevano aggiunto all’insegnamento della religione ricevuto dal profeta Ibrāhīm e dal profeta Ismāʿīl diversi tipi di credenze, precetti, riti e usanze. Le generazioni successive li avevano seguiti con venerazione e rispetto, ritenendoli parte della vera religione. Poiché nelle cronache storiche o nei libri non era stato conservato alcun documento che permettesse di sapere quale fosse la religione autentica e quando, chi e in che modo avesse aggiunto ciascun elemento, per gli Arabi l’intera loro dīn era diventata dubbia. Non potevano affermare con certezza che qualcosa appartenesse alla vera dīn rivelata da Allah; né sapevano che quelle cose fossero innovazioni religiose (nuove pratiche introdotte in nome della religione) e riti e usanze erronei aggiunti in seguito dalla gente. (Sūra al-Ḥujurāt, nota 12)
Alcuni degli idoli più famosi dei politeisti arabi
Lāt
Il suo tempio si trovava a Tāʾif. I Banū Thaqīf erano talmente devoti a essa che, quando Abraha avanzava con il suo esercito di elefanti per attaccare Mecca allo scopo di distruggere la Kaʿba, gli uomini dei Banū Thaqīf organizzarono per lui una scorta armata, affinché il tiranno Abraha potesse essere guidato sulla strada per Mecca e proteggesse soltanto il santuario del loro dio. In questo modo egli non avrebbe toccato Lāt. Eppure, come tutti gli Arabi, anche i Banū Thaqīf riconoscevano che la Kaʿba era la Casa di Allah.
Tra gli studiosi vi è discordanza riguardo al significato di Lāt. Secondo la ricerca di Ibn Jarīr al-Ṭabarī, essa è il femminile di Allah. In altre parole, la parola originaria sarebbe stata Allāhatun, trasformata poi in al-Lāt. Secondo al-Zamakhsharī, il nome deriva da una radice il cui significato è voltarsi o inclinarsi verso qualcuno. Poiché i politeisti si rivolgevano verso di essa per adorare, si inchinavano davanti a essa e le facevano il ṭawāf, fu chiamata Lāt. Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui) diceva che il nome derivava da una radice il cui significato è impastare e amalgamare. Lui e Mujāhid affermano che si trattava di un uomo che viveva su una roccia montuosa nei pressi di Tāʾif e dava da mangiare ai pellegrini sattu e kanā. Dopo la sua morte, la gente costruì il suo tempio su quella roccia e cominciò ad adorarlo. Tuttavia, riguardo a Lāt, due eminenti studiosi come Ibn ʿAbbās e Mujāhid hanno detto Lāt, non il termine derivato dalla radice appena menzionata. In secondo luogo, il Corano indica Lāt, ʿUzzā e Manāt tutte e tre come dee, mentre, secondo la narrazione precedente, Lāt era un uomo, non una donna.
ʿUzzā
La parola ʿUzzā deriva da ʿizza e significa «colei che possiede l’onore». Era la principale dea dei Quraysh e il suo tempio si trovava in un luogo chiamato Ḥurāḍ, nella valle di Nakhlah, tra Mecca e Tāʾif. Gli uomini dei Banū Shaybān, alleati dei Banū Hāshim, erano i custodi di questo tempio. I Quraysh e gli appartenenti alle altre tribù si recavano in visita a essa e le offrivano doni. Compivano sacrifici anche in suo nome. Come alla Kaʿba, le conducevano animali destinati come offerte votive e le tributavano più onore di tutti gli altri dèi e dee. Ibn Hishām racconta che, quando Abū Luḥayḥa era ormai in punto di morte, Abū Lahab andò a fargli visita e lo vide piangere. Abū Lahab gli disse: «Perché piangi?». Egli rispose: «Non piango per paura della morte. Piango pensando a come sarà adorata ʿUzzā dopo di me». Abū Lahab disse: «La sua adorazione non avveniva per riguardo a te durante la tua vita, né cesserà dopo la tua morte». Abū Luḥayḥa disse: «Ora sono tranquillo: dopo di me qualcuno prenderà il mio posto».
Manāt
Il suo tempio si trovava in un luogo chiamato Qudayma, sulla costa del Mar Rosso, tra Mecca e Medina; in particolare, gli appartenenti ai Banū Khuzāʿa, agli Aws e ai Khazraj le erano profondamente devoti. Si compivano la sua ziyāra e il tawāf, e per lei si offrivano sacrifici votivi. Durante il hajj, quando i pellegrini avevano terminato il tawāf della Casa di Dio e i riti di ʿArafa e Minā, da lì si dirigevano verso la ziyāra di Manāt, proclamando: «Labbayka, labbayka». Coloro che formulavano l’intenzione per questo secondo hajj non compivano il saʿy tra Ṣafā e Marwa.
Le divinità del popolo di Noè
Tra le divinità del popolo di Noè, nella sūra di Noè vengono menzionati soltanto i nomi di quelle che, in seguito, gli Arabi iniziarono ad adorare. All’inizio dell’Islam, i loro templi erano disseminati in varie località dell’Arabia. È possibile che le generazioni successive abbiano appreso dalle parole di coloro che erano sopravvissuti al Diluvio l’esistenza delle antiche divinità del popolo di Noè e che, quando tra i loro discendenti l’ignoranza pagana si diffuse nuovamente, abbiano realizzato statue di quelle divinità e ricominciato ad adorarle.
Le divinità del popolo di Noè
Tra le divinità del popolo di Noè, nella sūra di Noè vengono menzionati soltanto i nomi di quelle che, in seguito, gli Arabi iniziarono ad adorare. All’inizio dell’Islam, i loro templi erano disseminati in varie località dell’Arabia. È possibile che le generazioni successive abbiano appreso dalle parole di coloro che erano sopravvissuti al Diluvio l’esistenza delle antiche divinità del popolo di Noè e che, quando tra i loro discendenti l’ignoranza pagana si diffuse nuovamente, abbiano realizzato statue di quelle divinità e ricominciato ad adorarle.
Primo: Wadd era la divinità dei Banū Kalb ibn Wabra, un ramo della tribù di Quḍāʿa; essi avevano costruito il suo tempio a Dūmat al-Jandal. Nelle antiche iscrizioni arabe il suo nome si trova scritto come Waddām Abām. Secondo la descrizione di Kalbī, la statua era stata realizzata in forma di uomo dal corpo gigantesco. Anche i Quraysh lo consideravano una divinità e presso di loro il suo nome era Wudd. Nella storia si trova menzionato un uomo chiamato ʿAbd Wudd, dal suo nome.
Secondo: Suwāʿ
Era la divinità femminile della tribù di Hudhayl e la sua statua aveva forma di donna. Il suo tempio si trovava in un luogo chiamato Rūbayt, nei pressi di Yanbuʿ.
Tre: Yaghus
Yaghus era la divinità del ramo An’um della tribù di Tayyi’ e di alcuni rami della tribù di Madhhij. Gli appartenenti alla tribù di Madhhij avevano collocato la sua statua in un luogo chiamato Jurna, tra lo Yemen e l’Higiaz. Aveva la forma di una tigre. Anche tra i Quraysh si trovavano persone chiamate Abd Yaghus.
Quattro: Ya’uq
Era la divinità di Khaywan, un ramo della tribù di Hamdan nella regione dello Yemen. Aveva la forma di un cavallo.
Cinque: Nasr
Nasr era la divinità di Dhul-Kula, un ramo della tribù di Himyar nella regione di Himyar. In un luogo chiamato Balkha era stata collocata una sua statua a forma di asino. Nelle antiche iscrizioni rupestri del popolo di Saba il suo nome è riportato come Nasur. La sua tempia era chiamata dalla gente Bayt Nasur, e i suoi adoratori Ahl Nasur. Tra i resti degli antichi templi rinvenuti in Arabia e nelle regioni adiacenti, sulle porte di molti templi si vedono statue di asini. (Tafhim al-Qur’an, sura al-An’am, nota 109)
La famosa statua di Baal
Invocate forse Baal e abbandonate il migliore dei creatori? — Sura as-Saffat, 125
Il significato lessicale di Baal è signore, capo, padrone. Questa parola viene usata anche per indicare il marito. Nel Corano è impiegata in quest’ultimo significato in diversi passi, come nella sura al-Baqara, versetto 228, nella sura an-Nisa’, versetto 128, nella sura Hud, versetto 72, e nella sura an-Nur, versetto 31. Tuttavia, nell’antichità i popoli di stirpe semitica usavano questa parola nel senso di divinità o dio. Chiamavano Baal una particolare divinità. In particolare, Baal era la divinità suprema dei Fenici del Libano e sua moglie Astarte (Ashtoreth) era la più grande delle dee. Tra gli studiosi vi è disaccordo sul fatto che Baal rappresentasse il sole o il pianeta Giove (Jupiter), e che Astarte rappresentasse la luna o il pianeta Venere (Venus). Comunque, è storicamente dimostrato che il culto di Baal si diffuse in tutto il Medio Oriente, da Babilonia fino alla Siria. In particolare, i popoli politeisti del Libano, della Siria e della Palestina ne erano profondamente coinvolti.
Quando i Figli d’Israele uscirono dall’Egitto e si insediarono in Palestina e nella Transgiordania, cominciarono a contrarre matrimoni e a stabilire rapporti sociali con i popoli politeisti, disobbedendo ai severi divieti della Torah. Anch’essi furono allora colpiti da questa piaga. La Bibbia afferma che questo declino morale e religioso ebbe inizio tra i Figli d’Israele subito dopo la morte di Giosuè figlio di Nun, il primo successore di Mosè (pace su di lui).
I Figli d’Israele continuarono a fare ciò che era male agli occhi del Signore e a servire le divinità di Baal. — Abbandonarono il Signore e seguirono altre divinità, cioè le divinità dei popoli che li circondavano, prostrandosi davanti a esse. Giudici 2:11–13
Di conseguenza, i Figli d’Israele abitarono tra i Cananei, gli Ittiti, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei; sposavano le loro figlie, davano le proprie figlie in moglie ai loro figli e servivano le loro divinità. — Giudici 3:5–6
A quel tempo il culto di Baal si era diffuso tra gli Israeliti a tal punto che, secondo il racconto della Bibbia, in una loro località era stato costruito un altare sacrificale di Baal, dove si compivano sacrifici. Un Israelita devoto a Dio, non potendo sopportare quella situazione, durante la notte demolì di nascosto il luogo dei sacrifici. Il giorno seguente, in una grande assemblea, la gente chiese la condanna a morte dell’uomo che aveva distrutto quel covo di politeismo. Infine, il profeta Samuele, Saul, il profeta Davide (pace su di lui) e il profeta Salomone (pace su di lui) cambiarono radicalmente questa situazione. Essi non si limitarono a riformare i Figli d’Israele, ma soppressero generalmente il politeismo e l’idolatria in tutto il loro regno. Tuttavia, dopo la morte del profeta Salomone (pace su di lui), la sedizione tornò a rialzare la testa e, in particolare, lo Stato israelita della Palestina settentrionale sprofondò nel culto di Baal. (Sura an-Najm, nota 15)
Una concezione elevata di Allah insieme all’idolatria
I politeisti arabi riconoscevano che Allah è il Creatore dei cieli e della terra. Egli solo fa alternare e mutare il giorno e la notte. Egli solo ha dato esistenza al sole e alla luna. Nessuno di loro credeva che queste opere appartenessero a al-Lat, Hubal, al-‘Uzza o a un’altra divinità. (Sura Nuh, nota 17)
Il Corano chiarisce in diversi passi quale fosse la concezione e la fede dei politeisti arabi riguardo ad Allah. Per esempio, nella sura az-Zukhruf si legge: «Se chiedi loro chi li ha creati, certamente diranno: Allah» (versetto 87). Nella sura al-‘Ankabut si legge: «Se chiedi loro chi ha creato i cieli e la terra e chi ha sottomesso il sole e la luna, certamente diranno: Allah». E se chiedi loro chi fa scendere l’acqua dal cielo e dà vita alla terra ormai morta, certamente diranno: Allah. Versetti 61 e 63
Nella Sura al-Mu’minun si legge: «Chiedi loro: “Di chi sono questa terra e tutti i suoi abitanti, se lo sapete?”. Essi risponderanno certamente: “Di Allah”. Chiedi loro: “Chi è il Signore dei sette cieli e del Trono immenso?”. Risponderanno certamente: “Allah”. Di’: “Se lo sapete, ditemi: chi esercita autorità e dominio su ogni cosa? E chi protegge, mentre nessuno può proteggere contro di Lui?”. Essi risponderanno certamente: “Tutto ciò appartiene ad Allah”». — Versetti 84-89
Nella Sura Yunus è detto: «Chiedi loro: “Chi vi provvede il sostentamento dal cielo e dalla terra? Chi ha il potere sull’udito e sulla vista che vi sono stati concessi? Chi trae il vivo dal morto e il morto dal vivo? E chi governa l’ordine dell’universo?”. Essi risponderanno certamente: “Allah”» (versetto 31). In un altro passo della Sura Yunus si legge: «Quando vi imbarcate e navigate lietamente con un vento favorevole, poi il vento diventa impetuoso e le onde cominciano a colpirvi da ogni lato, mentre i viaggiatori pensano di essere circondati dalla tempesta, allora invocano Allah con sincera devozione, dicendo: “Se ci salvi da questa calamità, saremo certamente tuoi servi riconoscenti”. Ma quando Egli li salva, ecco che essi si allontanano dalla verità e cominciano a ribellarsi sulla terra» (versetti 22-23). Nella Sura Bani Isra’il ciò è espresso così: «Quando vi colpisce una calamità in mare, scompaiono tutti quelli che invocate all’infuori di quell’unico Allah; ma quando Egli vi salva e vi conduce sulla terraferma, voi vi allontanate da Lui» (versetto 67). (Sura as-Saffat, nota 71)
La parte delle divinità nei beni insieme ad Allah
Essi, cioè gli associatori, riconoscevano personalmente che la terra appartiene ad Allah e che Egli fa crescere i raccolti. Anche il Creatore di quegli animali è Allah, ed essi traevano beneficio da quegli animali durante la loro vita. Tuttavia credevano che quelle divinità, gli angeli, i jinn, le stelle del cielo e le anime dei pii defunti, poiché li guardavano con benevolenza, fossero la causa, tramite la loro intercessione e la loro benedizione, di tali favori di Allah nei loro confronti. Perciò dividevano in due parti i prodotti dei loro campi e il bestiame. Una parte veniva destinata ad Allah, come espressione di gratitudine per aver dato loro quei raccolti e quegli animali. La seconda parte era destinata alle offerte votive alle divinità protettrici della loro tribù o famiglia, affinché la loro benevolenza si riversasse su di loro. (Sura al-Ikhlas, nota 2)
Dare la precedenza agli idoli rispetto ad Allah
La parte dei beni che destinavano ad Allah la riducevano con vari sotterfugi. Cercavano in ogni modo di accrescere la parte dei loro associati da essi stessi creati. Da ciò si comprende che attribuivano a questi associati un’importanza maggiore di quella che attribuivano ad Allah. Per esempio, se una parte dei cereali, dei frutti o di altro, messi da parte nel nome di Allah, cadeva, la assegnavano alla parte degli associati. Se invece cadeva qualcosa dalla parte degli associati o si mescolava con la parte di Allah, la assegnavano alla parte degli associati. Nel caso contrario, però, non aggiungevano nulla alla parte di Allah. Se, a causa della siccità, avevano bisogno di mangiare i prodotti destinati alle offerte votive, consumavano quelli della parte di Allah. Avevano invece paura di toccare la parte degli associati di Allah, temendo che potesse abbattersi su di loro qualche calamità. Se per qualche motivo la parte degli associati risultava insufficiente, la colmavano con la parte di Allah. Ma se la parte di Allah risultava insufficiente, non davano in cambio neppure un chicco della parte degli associati. Quando qualcuno criticava questo comportamento, presentavano ogni sorta di scuse ingannevoli per convincerlo. Dicevano, per esempio: “Allah è ricco; se qualcosa viene sottratto alla Sua parte, ciò non Gli reca alcun danno. Questi, invece, sono poveri servi e non sono ricchi come Allah; perciò, se la loro parte diminuisce anche solo un po’, se ne lamenteranno”.
Per comprendere che cosa fosse alla radice di queste superstizioni, bisogna sapere che la parte dei beni che gli Arabi ignoranti destinavano ad Allah veniva spesa per aiutare i poveri, gli indigenti, gli orfani, i viandanti e altri bisognosi. La parte destinata alle offerte votive agli associati di Allah, invece, finiva forse direttamente nelle casse dei religiosi oppure veniva offerta al santuario. Di conseguenza, finiva indirettamente nello stomaco dei sacerdoti idolatri. Per questo i loro capi religiosi, accecati dai propri interessi, avevano impresso nelle loro menti, attraverso secoli di insegnamenti religiosi, l’idea che non importasse se la parte di Allah fosse ridotta, ma che la parte dei prediletti di Allah non dovesse diminuire; anzi, fosse meglio aumentarla. (Sura al-Ikhlas, nota 2)
Qual era la vera deviazione degli associatori?
Sebbene i politeisti della Mecca non negassero che ogni bene fosse elargito da Allah e riconoscessero anche la benevolenza di Allah l’Onnipotente su tali beni, l’errore che commettevano era questo: mentre rendevano grazie ad Allah l’Onnipotente per quei beni e quelle benedizioni, esprimevano con parole e azioni la loro gratitudine anche verso molte di quelle entità. Infatti, senza alcuna prova o argomentazione, le consideravano partecipi e capaci di intervenire nella concessione di tali benedizioni o beni.
Il Corano ha definito proprio questo un rinnegamento della benevolenza di Allah. Nel Corano questa verità è presentata come una regola generale: se si mostra ingratitudine per la benevolenza del benefattore verso qualcuno che non è il benefattore, si finisce in realtà per negare la gratitudine al vero benefattore, tradendone la fiducia. Allo stesso modo, il Corano presenta come principio il fatto che, se riguardo al benefattore o al dispensatore dei beni si presume, senza alcuna prova o argomentazione, che egli non li abbia concessi per sua benevolenza e misericordia, ma per mezzo di una certa persona, in onore di una certa persona, oppure grazie all’intercessione o all’intervento di una certa persona, anche questo costituisce in realtà un rinnegamento dei suoi doni. (Sura al-An‘am, nota 105)
La concezione degli Arabi riguardo ai propri dèi
Sebbene gli Arabi fossero dediti allo shirk e mostrassero al riguardo un’estrema ostinazione, la radice del loro shirk era tuttavia limitata alla superficie e non era penetrata in profondità. In nessun luogo e in nessun momento la radice dello shirk è riuscita a penetrare nelle profondità della natura umana. Al contrario, la grandezza del puro culto di Allah era presente nel profondo del loro animo. Per risvegliarla e infiammarla, era sufficiente sfiorare energicamente la superficie.
Diversi episodi della storia dell’epoca dell’ignoranza testimoniano queste due realtà. Per esempio, al tempo dell’attacco di Abraha, tutti i Quraysh, giovani e vecchi, uomini e donne, sapevano che gli idoli custoditi nella Kaaba non potevano scongiurare quella calamità; sapevano invece che soltanto Allah poteva proteggere quella Casa. Sono ancora conservate le poesie e i canti elogiativi recitati dai poeti contemporanei per celebrare la distruzione dei Compagni dell’Elefante. Ogni loro parola testimonia che consideravano quell’evento semplicemente una straordinaria manifestazione della potenza di Allah l’Onnipotente. Non nutrivano neppure il minimo sospetto che i loro dèi avessero avuto alcun ruolo in ciò. In quell’occasione, davanti ai Quraysh e a tutti i politeisti si rivelò anche la forma più vile dello shirk: quando Abraha giunse a Ta’if, gli abitanti di Ta’if furono presi dal terrore, temendo che potesse distruggere anche il tempio della loro divinità al-Lat. Per questo offrirono i propri servigi ad Abraha per la distruzione della Kaaba e gli inviarono una loro forza di guardia armata, affinché lo accompagnasse sano e salvo fino alla Mecca attraverso i sentieri montani. L’amara esperienza di questo episodio continuò a tormentare i Quraysh per molto tempo; per diversi anni scagliarono pietre contro la tomba dell’uomo che aveva guidato la forza di guardia di Ta’if.
Inoltre, i Quraysh e gli altri Arabi collegavano la propria religione al profeta Ibrahim (pace su di lui). Consideravano parte della religione di Ibrahim molte delle loro usanze religiose e sociali, in particolare i riti e le procedure del pellegrinaggio.
Sapevano anche che il profeta Ibrahim (pace su di lui) era un sincero adoratore di Allah. Non aveva mai adorato gli idoli. Nella loro tradizione era inoltre registrato quando l’adorazione degli idoli fosse stata introdotta tra loro e chi avesse portato ciascun idolo, quando e da dove.
Quanto fosse grande la devozione e il rispetto della gente comune d’Arabia verso i propri dèi e dee si può comprendere da questo: quando accadeva qualcosa contrario alle loro preghiere e ai loro desideri, spesso insultavano persino il proprio dio e interrompevano le offerte votive. Un Arabo voleva vendicare l’uccisione di suo padre e si recò presso la divinità Dhu al-Khalasa, dove tirò le sorti per conoscere il responso. La sorte estratta diceva: «Non farlo». Allora, adirato, cominciò a dire:
O Dhul-Khalasa, se tu fossi stato al mio posto e tuo padre fosse stato ucciso, non avresti mai pronunciato questa falsità: «Non vendicarti del tiranno».
Un altro arabo portò il suo branco di cammelli a un tempio chiamato Saʿd, nella speranza di ottenere qualche benedizione. Ma l’idolo era alto, largo, grottesco e deforme, e sul suo corpo era rimasto attaccato il sangue dei sacrifici. Vedendolo, i cammelli fuggirono qua e là per la paura. Quando lo vide disperdersi in tutte le direzioni, si adirò terribilmente e, scagliando pietre contro quella divinità, cominciò a dire: «Che Allah ti distrugga! Sono venuto per ricevere una benedizione e tu hai fatto fuggire i miei cammelli!» Se si osservano i diversi aspetti della questione, si può facilmente comprendere che nei loro cuori esisteva un profondo rispetto per il culto di Allah. Tuttavia, da un lato, il loro conservatorismo dettato dall’ignoranza e, dall’altro, i sacerdoti dei Quraysh erano impegnati a diffondere ostilità contro il culto di Allah. Temevano infatti che, una volta scomparsa la devozione e il rispetto per gli dèi e le dee, sarebbe venuta meno la posizione centrale che occupavano in Arabia. Inoltre, si sarebbero interrotti i loro mezzi di sostentamento. La religione del politeismo, fondata su questi sostegni, non poteva resistere con dignità di fronte all’invito al tawḥīd. Per questo il Corano, rivolgendosi ai politeisti, afferma che la ragione principale per cui i seguaci del profeta Muḥammad, pace e benedizioni su di lui, avevano acquisito superiorità nella vostra società era la loro libertà dal politeismo e il loro essere fondati sul puro culto di Allah. Sotto questo aspetto, che i politeisti riconoscessero o meno a parole la superiorità dei musulmani, nel loro intimo ne percepivano l’importanza. (Sura al-Naḥl, nota 64)
Di molte divinità si raccontavano storie ripugnanti e oscene. Le statue di Isāf e Nāʾila erano collocate sui due monti di Ṣafā e Marwa. Era famosa la storia secondo cui essi erano un uomo e una donna che avevano commesso adulterio nella Kaʿba. Per questo crimine Allah li aveva trasformati in pietra. Quando questa è la vera natura delle divinità, nei cuori dei loro adoratori non può esserci posto per alcuna devozione o rispetto nei loro confronti. (Sura al-Anʿām, nota 106)
Il culto degli idoli dei pii predecessori
Tra le varie tribù arabe, come Rabīʿa, Ghassān, Kalb, Taghlib, Quḍāʿa, Kīnana, Ḥārith, Kaʿb e Kinda, vi erano numerosi ebrei e cristiani. Entrambe queste religioni erano dedite al culto e alla venerazione dei profeti, dei santi e dei martiri. Inoltre, molte delle divinità dei politeisti arabi, sebbene non la maggioranza, erano in origine esseri umani. Le generazioni successive li avevano trasformati in dèi. Al-Bukhārī riferisce da Ibn ʿAbbās, che Allah sia soddisfatto di lui, che Wadd, Suwāʿ, Yaghūth, Yaʿūq e Nasr erano i nomi di uomini virtuosi. La gente delle generazioni successive li aveva trasformati in divinità da adorare. Da ʿĀʾisha, che Allah sia soddisfatto di lei, è riferito che Isāf e Nāʾila erano entrambi esseri umani. Racconti di questo genere si trovano anche riguardo a Lāt, Manāt e al-ʿUzzā. È stata inoltre riferita questa credenza dei politeisti: Lāt e al-ʿUzzā erano tanto amate da Allah che, in inverno, Allah dimorava presso Lāt e, in estate, presso al-ʿUzzā. Che Allah ci preservi! Gloria a Lui, ben al di sopra di ciò che descrivono. (Sura al-Furqān, nota 84)
Il culto degli abitanti delle tombe
Le divinità inventate confutate in particolare nel versetto 21 della sura al-Naḥl non erano angeli, jinn, demoni o idoli fatti di legno e pietra. Erano invece abitanti delle tombe. Infatti gli angeli e i demoni sono esseri viventi, e i termini che indicano i morti non possono essere applicati a loro; quanto agli idoli di legno e di pietra, non si pone neppure la questione della loro resurrezione dopo la morte. Per questo, anche i termini che indicano gli esseri non viventi li escludono. In questo versetto, dunque, si intendono necessariamente i profeti, i santi, i martiri, i pii e altri musulmani straordinari, che gruppi di devoti estremisti cominciarono a chiamare benefattori, soccorritori nelle calamità, ascoltatori delle suppliche, protettori dei poveri, dispensatori di doni e con molti altri titoli simili, rivolgendosi a loro con richieste e suppliche per ottenere la realizzazione dei propri desideri. Se qualcuno rispondesse che in Arabia non esistevano divinità di questo genere, diremmo che ciò dimostra soltanto la sua ignoranza della storia dell’epoca dell’ignoranza in Arabia. (Sura al-Furqān, nota 84)
Il culto delle rappresentazioni femminili degli angeli
Dai racconti fondamentali si apprende che in Arabia i Quraysh, i Juhainiya, i Banū Salma, i Khuzāʿa, i Banū Mulayāh e altre tribù credevano che gli angeli fossero figlie di Allah l’Altissimo. (Questa concezione e questa credenza, frutto della loro ignoranza, sono state confutate in vari passi del Corano. Si vedano, ad esempio, la sura an-Nisāʾ, versetto 117; la sura an-Naml, versetti 57–58; Banī Isrāʾīl, versetto 40; az-Zukhruf, versetti 16–19; an-Najm, versetti 21–27.) Consideravano gli angeli delle dee, ne realizzavano statue in forma femminile, le vestivano con abiti e ornamenti da donna e dicevano: «Queste sono tutte figlie di Allah». Le adoravano e facevano voti nel loro nome per ottenere la realizzazione dei propri desideri.
L’appello al destino
Quando si contestava loro questa ignoranza, si appellavano al destino. Dicevano: «Se Allah non avesse gradito questo comportamento, come avremmo potuto adorare queste statue?»
Eppure il mezzo per conoscere ciò che Allah gradisce o non gradisce sono i Suoi Libri, non quelle azioni che nel mondo si compiono per Sua volontà. Nel mondo, infatti, per Sua volontà avvengono non solo l’adorazione degli idoli, ma anche il furto, la rapina, l’omicidio e l’adulterio. Si può forse, con questo ragionamento, definire lecita o giusta ciascuna di quelle cattive azioni che si compiono sulla terra? Il fatto che un’azione avvenga per volontà di Allah non significa che Allah ne sia soddisfatto.
La cieca imitazione degli antenati
Se fosse stato chiesto loro se, oltre a questo argomento fallace, avessero qualche prova attendibile, avrebbero risposto: «È una tradizione che ci è giunta dai nostri padri e dai nostri nonni». In altre parole, per loro questa era una prova sufficiente della verità di una religione. Eppure Ibrāhīm (pace su di lui), la cui discendenza era motivo di tutto il loro orgoglio e vanto, aveva abbandonato la religione dei suoi padri e dei suoi antenati ed era uscito dalla propria casa. Egli aveva respinto una simile cieca imitazione dei suoi antenati, perché essa non aveva alcuna prova razionale. Se questa gente doveva seguire gli antenati, perché, invece dei suoi più grandi antenati, il profeta Ibrāhīm (pace su di lui) e il profeta Ismāʿīl (pace su di lui), seguiva i propri antenati più ignoranti?
L’argomentazione degli Arabi politeisti basata sulla deviazione dei cristiani
Se fosse stato detto loro: «Qualche profeta o qualche Libro inviato da Allah ha mai insegnato che, oltre ad Allah, qualcun altro meriti di essere adorato?», avrebbero presentato come prova le azioni dei cristiani, dicendo: «Anche loro hanno riconosciuto Gesù figlio di Maria come figlio di Allah e lo adorano». Eppure la questione non era se la comunità di un profeta avesse commesso shirk oppure no; la questione era se un profeta in persona avesse mai insegnato lo shirk. Gesù figlio di Maria disse mai: «Io sono il figlio di Allah e voi adoratemi»? L’insegnamento di lui era lo stesso di quello di ogni profeta del mondo: «Il mio Dio è Allah e il vostro Dio è Allah. Adorate dunque Lui soltanto». (Sura an-Nahl, nota 19)
Categorie degli dèi e delle dee adorati dai politeisti
Gli esseri ai quali i politeisti di tutto il mondo rivolgevano le loro suppliche all’infuori di Allah, e ai quali anche gli Arabi rivolgevano le loro suppliche, erano di tre categorie. L’autore ha espresso altrove lo stesso concetto in un altro modo, dicendo che nelle religioni idolatriche si trovano tre elementi distinti. Primo: gli idoli, le immagini o i simboli che diventano oggetti di culto. Secondo: le persone o gli esseri considerati effettivamente divini, rappresentati sotto forma di statue, immagini e simili. Terzo: le concezioni e le credenze che regolano tali pratiche idolatriche, i riti e le azioni. (Sura an-Nahl, nota 19.) Primo: una creatura priva di vita e di conoscenza. Secondo: i pii e venerabili uomini che hanno lasciato questo mondo. Terzo: gli uomini traviati, che erano traviati essi stessi e traviavano anche gli altri. È del tutto evidente che le divinità o gli dèi della prima categoria sono completamente inconsapevoli delle suppliche dei loro adoratori. Anche riguardo agli dèi della seconda categoria, cioè coloro che in vita erano cari ad Allah, vi sono due ragioni per cui sono inconsapevoli. La prima è che si trovano presso Allah in una condizione tale che nessuna voce umana giunge fino a loro per informarli che coloro ai quali per tutta la vita insegnarono a rivolgere le suppliche ad Allah, ora, al contrario, rivolgono le suppliche proprio a loro. Questa notizia non viene fatta giungere loro perché non potrebbe esservi per loro notizia più dolorosa. E Allah Ta‘ala non vuole in alcun modo affliggere le anime dei Suoi pii servi. Riflettendo poi sugli dèi della terza categoria, si comprenderà che anche la loro inconsapevolezza ha due ragioni. Una è che sono detenuti come imputati nella prigione di Dio, dove non giunge alcuna voce dal mondo. La seconda è che Allah Ta‘ala e i Suoi angeli fanno loro sapere che la loro missione nel mondo sta ottenendo un grande successo e che, dopo la loro morte, gli uomini li hanno elevati al rango di dèi. Una simile notizia sarebbe per loro motivo di grande gioia. Ma Allah Ta‘ala non vuole in alcun modo rallegrare le anime degli ingiusti peccatori. (Sura az-Zukhruf, introduzione.)
Quegli angeli che sulla terra sono stati considerati dèi e dee e adorati, e quei jinn, spiriti, antenati, profeti, awliya e martiri ai quali sono stati attribuiti, considerandoli compartecipi delle qualità divine, diritti che in realtà appartenevano a Dio, nell’aldilà diranno chiaramente ai loro adoratori: «Noi non sapevamo affatto che ci adoraste. Nessuna delle vostre suppliche, implorazioni, invocazioni, grida d’aiuto, offerte votive, doni sacrificali, lodi, formule recitate in nostro nome, prosternazioni, baci alle soglie o adorazioni nei santuari è mai giunta fino a noi». (Sura al-A‘raf, nota 148.)
Le forme della prostituzione in Arabia
In Arabia erano diffuse due forme di prostituzione. La prima era la prostituzione domestica (prostituzione privata), la seconda la prostituzione nei bordelli pubblici. La prostituzione domestica era praticata per lo più da schiave liberate che non avevano alcun tutore, oppure da donne libere che non avevano il sostegno di una famiglia o di una tribù. Esse risiedevano in una casa per esercitare tale attività e stipulavano accordi con alcuni uomini, i quali si impegnavano a provvedere al loro mantenimento e a soddisfare le loro necessità. Quando nasceva un figlio, l’uomo che la donna indicava come padre del bambino lo riconosceva come proprio. Era come un’istituzione riconosciuta nella società, che la gente dell’epoca dell’ignoranza considerava una sorta di matrimonio. Abu Dawud
La seconda forma, cioè la prostituzione vera e propria, era praticata da tutte le schiave. Anche questa si divideva in due tipi. Il primo consisteva nel fatto che gli uomini fissavano una somma per le loro giovani schiave e ordinavano loro di guadagnare ogni mese quella determinata cifra. Le sventurate soddisfacevano le richieste dei loro padroni prostituendosi; non avevano altro modo per guadagnare una somma simile. Inoltre, non esisteva per le giovani schiave alcun altro mezzo per ottenere un compenso molte volte superiore alla normale paga.
Il secondo consisteva nel fatto che gli uomini sistemavano le loro giovani schiave in stanze e appendevano una bandiera sopra la porta, così che da lontano si potesse capire che proprio lì si potevano soddisfare i propri desideri. Queste donne erano chiamate qaliqiyyat e i loro locali erano denominati mawakhir. I grandi ipocriti aprivano bordelli di questo genere. Anche ‘Abd Allah ibn Ubayy, il capo degli ipocriti, possedeva un simile bordello. Eppure, prima dell’arrivo del Nobile Profeta nella Medina, gli abitanti di Medina avevano deciso di nominarlo loro re; ed era proprio lui colui che più di ogni altro aveva diffuso la falsa accusa contro la venerabile ‘A’isha. Nel suo bordello vivevano sei bellissime schiave. Egli non le impiegava soltanto per guadagnare denaro, ma anche per intrattenere gli ospiti provenienti da diverse regioni dell’Arabia. I figli illegittimi nati da loro servivano ad aumentare il numero dei suoi servi e dei suoi uomini al servizio della casa. (Sura al-Ahqaf, nota 6.)
La divinazione nei templi degli idoli
I politeisti della Mecca avevano destinato la divinità Hubal, situata all’interno della Kaaba, alla divinazione. Presso di essa si chiedeva quale fosse il proprio destino, si cercava di conoscere il futuro oppure si risolvevano le controversie e le dispute reciproche. Nel suo santuario erano custodite sette frecce, sulle quali erano incise varie parole e frasi. Quando si presentava la questione se compiere o meno un’azione, ci si recava dal custode delle frecce divinatorie di Hubal. Il custode determinava il destino mediante le frecce. Ciò che era scritto sulla freccia estratta veniva riconosciuto come il responso di Hubal. (Sura Yunus, nota 37)
Il metodo delle offerte votive
Era usanza degli Arabi fare un voto riguardo a un animale o ai prodotti di un campo, dichiarando che erano destinati all’offerta votiva per un determinato santuario o una determinata divinità. Non tutti potevano consumare questa offerta. Esistevano alcune regole in base alle quali offerte votive diverse potevano essere consumate soltanto da determinate categorie di persone. (Sura an-Nur, nota 59)
Tra gli animali consacrati in voto dagli Arabi ve n’erano alcuni sui quali non ritenevano lecito pronunciare il nome di Allah. Era vietato compiere il pellegrinaggio cavalcandoli, poiché per il pellegrinaggio si doveva recitare: «Labbaika Allahumma labbaika». Allo stesso modo, quando si mungevano, quando vi si montava, quando venivano macellati oppure quando se ne mangiava la carne, si osservavano tali precauzioni da evitare che il nome di Allah venisse pronunciato. (Sura al-Ma’ida, nota 14)
A proposito degli animali consacrati nei loro voti, gli Arabi avevano anche una norma della loro legge religiosa inventata: se nel ventre di quell’animale nasceva un piccolo, soltanto gli uomini potevano mangiarlo, mentre alle donne era vietato. Se però il piccolo nasceva morto o moriva in seguito, era lecito mangiarlo per tutti, uomini e donne indistintamente. (Sura al-An‘am, nota 111)
Lasciare liberi gli animali consacrati in nome della religione
Nel periodo dell’ignoranza preislamica, gli Arabi lasciavano liberi gli animali in nome della religione in vari modi. Agli animali lasciati liberi in questo modo venivano dati nomi diversi.
Si chiamava bahira la cammella che aveva partorito cinque volte e che l’ultima volta aveva dato alla luce un maschio. Le si lacerava l’orecchio e la si lasciava libera. Dopodiché nessuno poteva cavalcarla; non si poteva bere il suo latte, né macellarla, né tosarle il vello. Poteva pascolare liberamente dove voleva e bere acqua da qualunque luogo desiderasse.
Sa’iba erano chiamati quei cammelli o cammelle che venivano lasciati liberi per rendere grazie dopo l’adempimento di un voto, la guarigione da una malattia o il superamento di una calamità. Inoltre, veniva lasciata libera anche ogni cammella che avesse partorito dieci volte, dando alla luce ogni volta una femmina.
Wasila: se il primo nato di una capra era maschio, veniva sgozzato nel nome di Allah. Se il primo nato era femmina, la si teneva per sé. Ma se dal ventre della capra nascevano contemporaneamente un maschio e una femmina, il maschio non veniva sgozzato, bensì lasciato libero nel nome di Allah. Esso si chiamava Wasila.
Ham: se il nipote di un cammello era adatto a essere cavalcato, quel vecchio cammello veniva lasciato libero. Inoltre, veniva lasciato libero anche il cammello dal quale fossero nati dieci piccoli. (Sura al-An‘am, nota 112)
Il pellegrinaggio degli Arabi nell’epoca dell’ignoranza
In breve, tra le pratiche rituali superstiziose diffuse in Arabia ve n’era una secondo cui, quando qualcuno indossava l’ihram per l’Hajj, non entrava in casa dalla porta. Invece, scavalcava il muro dal retro oppure vi praticava un’apertura ed entrava da lì. Inoltre, anche al ritorno da un viaggio entrava in casa scavalcando il muro dal retro o praticandovi un’apertura; entrava in casa dalla porta posteriore. (Sura al-An‘am, nota 114) Nell’antica Arabia esisteva anche la concezione, frutto dell’ignoranza, che durante l’Hajj fosse biasimevole fare qualcosa per guadagnarsi da vivere. Secondo loro, procurarsi il sostentamento era un’attività mondana e svolgerla durante un atto religioso come l’Hajj era altamente riprovevole. (Sura al-Ma’ida, nota 118) Al termine dell’Hajj gli Arabi si riunivano e, in quell’assemblea, narravano con orgoglio le imprese dei loro padri e dei loro nonni, diffondendo la propria vanagloria e il proprio orgoglio. (Sura al-Baqara, nota 199)
Trarre presagi fausti o infausti dai fenomeni naturali
Il fenomeno della crescita e della diminuzione della luna ha attirato l’attenzione degli uomini in ogni epoca; al riguardo, tra i popoli del mondo erano diffuse, e lo sono tuttora, superstizioni, concezioni, credenze e usanze di vario genere. Anche tra gli Arabi erano diffuse superstizioni di questo tipo: trarre dalla luna presagi fausti o infausti; stabilire quale data fosse propizia per un viaggio e quale per iniziare un’attività; ritenere determinate date favorevoli o sfavorevoli per i matrimoni; credere che il sorgere e il tramontare della luna, la sua crescita e diminuzione, il suo movimento e i pianeti influenzassero il destino degli uomini. Concezioni e credenze di questo genere esistevano anche tra gli Arabi, come presso gli altri popoli. Tra loro erano diffuse varie pratiche e usanze superstiziose al riguardo. (Sura al-Baqara, nota 221)
Superstizioni riguardo ai jinn
Ibn ʿAbbās riferisce che, nell’epoca dell’Ignoranza, quando un arabo trascorreva la notte in una landa deserta e disabitata, gridava: «Cerchiamo rifugio presso il signore di questa landa (un jinn)». Ciò è menzionato anche in altre narrazioni sull’epoca dell’Ignoranza. Per esempio, quando in un luogo terminavano l’acqua e il foraggio per gli animali, i beduini nomadi mandavano uno di loro altrove alla ricerca di acqua e di foraggio. Poi, quando raggiungevano il nuovo luogo indicato da quell’uomo, prima ancora di smontare dalle cavalcature gridavano: «Cerchiamo rifugio presso il signore di questa landa, affinché qui possiamo essere al sicuro da ogni pericolo». Credevano che ogni luogo privo di insediamenti umani appartenesse a qualche jinn e che, se vi si soggiornava senza chiedere la sua protezione, esso avrebbe arrecato personalmente molestia oppure avrebbe permesso ad altri jinn di arrecare molestia. (Sura an-Nisāʾ, nota 88)
Poligamia
Nell’epoca dell’Ignoranza non vi era alcun limite al numero dei matrimoni. Alcuni uomini avevano dieci o dodici mogli ciascuno. Quando, a causa del gran numero di mogli, aumentavano le spese, erano costretti a usurpare i diritti dei nipoti orfani, sia figli di fratelli sia figli di sorelle, e di altri parenti bisognosi. (Sura al-Baqara, nota 198) Arrivavano persino a sposare la propria matrigna. (Sura al-Jinn, nota 7).
Il trattamento delle donne mestruate
Poiché gli abitanti di Medina erano influenzati dagli ebrei, nella loro società, proprio come presso gli ebrei, le donne erano considerate impure durante il ciclo mestruale. Non si poteva mangiare il cibo da loro preparato né bere l’acqua che porgevano. Non ci si poteva sedere sullo stesso letto con loro. Persino toccare le loro mani era considerato sconveniente. Durante quei pochi giorni, la donna rimaneva emarginata persino nella propria casa. (Sura an-Nisāʾ, nota 4)
La consuetudine di divorziare ripetutamente
Una grande ingiustizia sociale dell’epoca dell’Ignoranza degli arabi consisteva nel fatto che un uomo aveva il diritto di divorziare ripetutamente dalla propria moglie. Se il marito era scontento della moglie, divorziava da lei più volte e ogni volta la riprendeva. Di conseguenza, la sventurata non poteva vivere con il marito, ma neppure liberarsi dal suo vincolo e sposare un altro uomo. (Sura an-Nisāʾ, nota 88)
Gli abusi nei confronti degli orfani
Nell’epoca dell’ignoranza preislamica, sposavano le ragazze orfane che vivevano sotto la tutela altrui, vedendo le loro ricchezze e la loro bellezza oppure pensando che, non avendo alcun tutore, potessero essere facilmente sottomesse a loro piacimento, e le opprimevano. (Sura An-Nisāʾ, nota 49)
Ḥazrat ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei) spiega dicendo che commettevano ogni sorta di ingiustizia contro le orfane che vivevano sotto la loro tutela e i cui patrimoni erano stati lasciati dai genitori. Se la ragazza, oltre a essere ricca, era anche bella, volevano sposarla personalmente per godere sia delle sue ricchezze sia della sua bellezza. Se invece era brutta, non la sposavano loro stessi né permettevano ad altri di sposarla, affinché nessuno potesse assumere il ruolo di suo tutore e reclamare per lei i suoi diritti. (Sura al-Baqara, nota 250)
Come venivano trattate le ragazze orfane?
A questo proposito, Qāḍī Abū al-Ḥasan al-Māwardī ha narrato un episodio straordinario nella sua opera Aʿlām an-nubuwwa. Egli racconta che Abū Jahl era il tutore di una ragazza orfana. Un giorno la ragazza si recò da lui senza vestiti e gli chiese che le desse una parte dei beni lasciati da suo padre. Ma l’empio Abū Jahl non si degnò nemmeno di guardarla. La poveretta rimase lì in piedi, poi se ne andò disperata. I capi dei Quraysh le dissero schernendola: «Va’ da Muḥammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e presentagli la tua denuncia. Egli intercederà presso Abū Jahl e farà in modo che ti restituisca i tuoi beni». La poveretta non sapeva quale rapporto vi fosse tra Abū Jahl e il Profeta Muḥammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), né per quale scopo quei malvagi le stessero dando quel consiglio. Si recò direttamente dal Messaggero (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e gli raccontò la sua situazione. Il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) si alzò immediatamente e, conducendola con sé, andò da Abū Jahl, il suo peggior nemico. Quando Abū Jahl lo vide, gli diede il benvenuto. Poi, quando il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) gli chiese di restituire alla ragazza orfana ciò che le spettava, egli le consegnò immediatamente i suoi beni. I capi dei Quraysh aspettavano quell’occasione per divertirsi osservando ciò che sarebbe accaduto tra i due. Ma quando videro la scena, si recarono stupiti da Abū Jahl e lo rimproverarono dicendo: «Hai forse abbandonato la tua religione?». Abū Jahl rispose: «Per Allah, non ho abbandonato la mia religione. Tuttavia mi sembrava che Muḥammad avesse un’arma alla sua destra e un’altra alla sua sinistra e che, se non avessi obbedito alle sue parole, quelle armi sarebbero penetrate nel mio corpo». (Sura an-Nisāʾ, nota 4) (Da questo episodio non apprendiamo soltanto come i capi delle tribù più progredite e nobili dell’Arabia trattassero allora gli orfani e gli altri deboli; apprendiamo anche quale nobile carattere possedesse il Profeta Muḥammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e quanto timore suscitasse tale carattere nel cuore del suo peggior nemico. Un altro episodio simile è menzionato in Tafhīm al-Qurʾān, volume III, pagina 146.390)
I metodi per uccidere i figli
Tra gli Arabi erano diffusi tre metodi per uccidere i figli.
1. Se la figlia fosse rimasta in vita, prima o poi qualcuno sarebbe diventato suo genero; nelle lotte tribali avrebbe potuto cadere nelle mani del nemico, oppure avrebbe potuto diventare causa di vergogna in un altro modo. Sotto l’influsso di questa convinzione, le figlie venivano uccise.
2. Per non dover assumersi l’obbligo del loro mantenimento e nella convinzione che, a causa dei bassi guadagni, sarebbero diventate un peso insopportabile, i figli venivano uccisi.
3. Per ottenere il compiacimento degli dèi e delle dee, si sacrificavano i figli. (Sura al-Ma‘un, nota 5)
Privare le donne e i bambini dell’eredità
In Arabia si privavano le donne e i bambini dell’eredità, poiché si riteneva che gli unici uomini degni di ereditare fossero quelli capaci di combattere e di provvedere al mantenimento della famiglia. Inoltre, tra gli eredi del defunto, il più forte riuniva e si appropriava indisturbato dell’intera eredità, privandone coloro che non avevano la forza di far valere la propria parte. Per loro diritti e doveri non avevano alcuna importanza, cosicché non potevano adempiere con onestà e senso del dovere ai diritti di quelle persone, indipendentemente dal fatto che avessero o meno la forza di ottenere ciò che spettava loro. (Sura al-Ma‘un, nota 5)
Un’usanza riguardante l’eredità
Tra gli arabi vigeva l’usanza che coloro che stipulavano un patto di amicizia o di fratellanza diventassero eredi dei beni gli uni degli altri. In questo modo anche i figli adottivi, o coloro che venivano chiamati figli, ricevevano un’eredità. (Sura al-An‘am, nota 107)
Seppellire vive le figlie
In Arabia, nell’antichità, la crudele usanza di seppellire vive le figlie era diffusa per diverse ragioni. La prima era la difficoltà economica: si desiderava ridurre il numero delle bocche da sfamare e non assumersi il pesante onere di allevare molti figli. I figli maschi venivano allevati nella speranza che in seguito avrebbero contribuito a procurare i mezzi di sostentamento. Le figlie, invece, venivano uccise perché avrebbero dovuto essere mantenute fino alla pubertà. La seconda ragione era l’insicurezza, per cui si allevavano i figli maschi: quanto più numerosi erano i figli, tanti più aiutanti si avevano. Le bambine, al contrario, venivano uccise perché durante le guerre tribali bisognava proteggerle; dal punto di vista della difesa, non erano di alcuna utilità. In terzo luogo, nell’insicurezza generale vi era il timore che, quando le tribù nemiche si assalivano improvvisamente a vicenda, le donne cadute nelle loro mani venissero portate via e ridotte in schiavitù, oppure vendute a qualcuno in qualche luogo. Per queste ragioni si diffuse in Arabia l’usanza di preparare una fossa davanti alla donna già durante le doglie del parto, così che, se fosse nata una bambina, la si potesse gettare nella fossa e ricoprirla di terra. Se la madre non acconsentiva, oppure se i familiari si opponevano, il padre, suo malgrado, la allevava per qualche tempo. Poi, un giorno qualsiasi, la portava in aperta campagna e la seppelliva viva. Un uomo raccontò al Profeta (pace su di lui) un episodio dell’epoca dell’ignoranza relativo alle atrocità che si commettevano a questo proposito. Disse: «Avevo una figlia che mi era molto affezionata. Quando la chiamavo, correva da me. Un giorno la chiamai e partii con lei. Lungo la strada trovai un pozzo; la presi per mano, la spinsi e la gettai nel pozzo. Le sue ultime parole che giunsero alle mie orecchie furono: “Ah, padre mio! Ah, padre mio!”». Udendo ciò, il Profeta (pace su di lui) scoppiò a piangere, e le lacrime cominciarono a scorrergli dagli occhi. Uno dei presenti disse: «Uomo, hai fatto soffrire il Messaggero (pace su di lui)!». Il Profeta (pace su di lui) disse: «Non impedirglielo; lasciate che gli si chieda di ciò per cui prova un sentimento così doloroso». Poi gli disse: «Racconta il tuo episodio». Egli narrò nuovamente la sua storia. Questa volta il Profeta della misericordia (pace su di lui) pianse così tanto che la sua nobile barba si bagnò di lacrime. Poi disse: «Allah ha perdonato tutto ciò che è accaduto nell’epoca dell’ignoranza; ora ricomincia la tua vita» (Sunan al-Darimi, primo capitolo).
Non si deve pensare che gli arabi fossero del tutto privi di sensibilità di fronte a una crudeltà così estrema e disumana. È vero che, per quanto una società possa essere decaduta, gli esseri umani non possono diventare insensibili di fronte ad atti oppressivi di questo genere. Perciò il Sacro Corano non ha descritto nei dettagli la crudeltà di tale pratica. Ha detto soltanto, con parole capaci di far rabbrividire, che verrà un tempo in cui a quelle bambine sepolte vive sarà chiesto per quale colpa furono uccise. (E quando alle bambine sepolte vive sarà chiesto per quale colpa furono uccise — Sura al-Takwir, 8-9.) Nel modo in cui questo versetto è formulato si manifesta una collera tale che non se ne può immaginare una maggiore. Agli occhi di Allah, i genitori che hanno sepolto vive le proprie figlie sono così abominevoli che non ci si rivolgerà a loro chiedendo: “Perché avete ucciso questi figli innocenti?”. Al contrario, distogliendo lo sguardo da loro, si chiederà alla bambina innocente: “Voi, gruppo di sventurate, per quale colpa siete state uccise?”. Allora esse racconteranno la loro storia agghiacciante: quanto male abbiano inflitto loro i genitori tirannici e in che modo le abbiano sepolte vive. Inoltre, in questo breve versetto sono contenute due grandi verità, che, pur non essendo espresse a parole, si comprendono dal modo stesso in cui è formulato. La prima è che negli arabi è stata suscitata la consapevolezza che l’ignoranza li aveva condotti a un limite estremo di decadenza morale, tanto da spingerli a seppellire vive con le proprie mani le loro stesse figlie e a ucciderle. E, nonostante ciò, la loro ostinazione li portava a rimanere saldi nella loro ignoranza e a non voler accettare in alcun modo quella riforma che il Profeta Muhammad (pace su di lui) desiderava realizzare nella loro società sviata e decaduta. La seconda è che in ciò è stata presentata una prova evidente dell’inevitabilità dell’Aldilà. I bambini uccisi dopo essere stati sepolti vivi devono pur ricevere giustizia in qualche luogo, e deve pur venire un momento in cui coloro che hanno commesso una simile oppressione disumana siano chiamati a rispondere. Nel mondo non vi è nessuno che ascolti il grido dei bambini sepolti vivi. Nella società dell’ignoranza ciò era stato addirittura dichiarato lecito. Né i genitori provavano vergogna per questo, né vi era nella famiglia qualcuno che li biasimasse. E nella società non vi era nessuno che li arrestasse per tale atto. Dunque, nel regno di Dio, questa ingiustizia sarebbe rimasta senza riparazione? (Sura al-Nisa’, nota 55.)
Anche dalla storia degli Arabi si può sapere che, persino nell’epoca dell’ignoranza, molti provavano ripugnanza per questa barbara usanza. Al-Ṭabarānī riferisce che Farazdaq al-Kabīr, Sasāya ibn Najātī al-Mujāshiʿī, si presentò al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e disse: «O Messaggero di Allah! Nell’epoca dell’ignoranza ho compiuto anche alcune buone azioni. Una di queste è che ho salvato 360 figlie dall’essere sepolte vive. Per salvare la vita di ciascuna, ho dato due cammelli come riscatto. Riceverò una ricompensa per questo?». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Certamente ne riceverai una ricompensa; ed essa consiste nel fatto che Allah l’Altissimo ti ha concesso la grazia dell’Islam».
La vendetta per l’omicidio
Nell’epoca dell’ignoranza vigeva la regola secondo cui, nella misura in cui consideravano prezioso il sangue del loro ucciso, i membri di una fazione o di una tribù pretendevano di versare una quantità equivalente di sangue dalla famiglia, dalla tribù o dal gruppo cui apparteneva l’assassino dell’ucciso. Non si accontentavano di vendicare l’ucciso togliendo la vita all’assassino. Erano pronti a prendere centinaia di vite in cambio di una sola. Se una persona di alto rango veniva uccisa da un uomo di basso rango di un’altra fazione, non ritenevano sufficiente uccidere il vero assassino. Al contrario, desideravano che fosse uccisa una persona di alto rango della tribù dell’assassino, oppure che alcuni membri della parte avversa fossero uccisi in cambio dell’ucciso. D’altra parte, se ai loro occhi l’ucciso era una persona di basso rango e l’assassino godeva di maggiore rispetto, non avrebbero mai tollerato che l’assassino fosse ucciso in cambio dell’ucciso. (Sura At-Tanwīr, nota 9)
Il concetto di abbigliamento e la nudità
Gli Arabi usavano gli abiti soltanto per proteggere il corpo dalla bellezza e dagli effetti del clima. Non attribuivano però alcuna importanza al loro scopo fondamentale originario, cioè coprire le parti intime del corpo. Non provavano né timore né vergogna nel mostrare le proprie parti intime davanti agli altri. Fare il bagno nudi in luoghi pubblici, accovacciarsi lungo la strada per urinare o defecare e non preoccuparsi che le parti intime rimanessero scoperte quando gli abiti si aprivano erano per loro attività quotidiane e ordinarie. Ancora più vergognoso era il fatto che la maggior parte di loro, durante il pellegrinaggio, compisse il giro rituale intorno alla Kaaba nuda, e in questo le loro donne erano ancora più spudorate degli uomini. Ai loro occhi si trattava di un atto religioso, e lo compivano ritenendolo una buona azione. (Sura At-Tanwīr, nota 9)
Insicurezza e anarchia in tutta l’Arabia
In tutta l’Arabia regnava l’insicurezza, per cui il terrore si era diffuso in tutto il paese; ovunque imperversavano omicidi, violenze e saccheggi. Le tribù lanciavano improvvisi attacchi l’una contro l’altra. Nessuno poteva trascorrere la notte al sicuro, perché tutti temevano che, da un momento all’altro, i nemici potessero attaccare il loro villaggio. Era una situazione di cui tutti erano consapevoli e la cui terribilità era avvertita da chiunque. Coloro che venivano derubati dei loro beni piangevano, mentre i saccheggiatori esultavano; ma quando arrivava il turno della sventura per il saccheggiatore, anch’egli si rendeva conto di essere coinvolto in un’azione tanto riprovevole. (Sura al-Baqara, nota 177)
Gli Arabi avevano l’usanza, quando dovevano attaccare un villaggio, di avanzare nell’oscurità della notte affinché il nemico non si accorgesse di loro, per poi piombargli addosso all’alba, così da poter vedere ogni cosa alla luce del mattino, quando la luce del giorno non era ancora tanto intensa da permettere al nemico di osservare i loro movimenti, mettersi in guardia e affrontarli. (Sura al-Aʿrāf, nota 15)
La situazione dell’Arabia in quell’epoca era tale che in tutto il paese non vi era alcun villaggio i cui abitanti potessero vivere in pace. Erano infatti costantemente terrorizzati dall’eventualità che una banda di predoni potesse attaccarli all’improvviso. Non vi era nessuno che potesse uscire dai confini della propria tribù, poiché per una o due persone era praticamente impossibile tornare vive e sottrarsi alla cattura e alla schiavitù. Non vi era carovana che potesse viaggiare al sicuro, perché lungo il cammino vi era il rischio di essere saccheggiata in diversi punti. Tuttavia, pagando tangenti ai capi delle tribù influenti lungo tutto il percorso, le carovane potevano attraversarlo in sicurezza. (Sura al-ʿĀdiyāt, Introduzione)
Alcune altre religioni degli Arabi
Gli Ḥunafāʾ
Sebbene nell’epoca dell’ignoranza preislamica la gente non possedesse una conoscenza approfondita della religione, non ignorava che la vera religione fosse il tawḥīd e che i profeti, pace e benedizioni su di loro, non avessero mai insegnato il culto degli idoli. Questa verità era conservata nei racconti che erano giunti agli Arabi dai profeti delle loro terre. Erano inoltre a conoscenza di tale verità attraverso gli insegnamenti di profeti giunti nelle regioni vicine, come Mosè, Davide, Salomone e Gesù, pace su di loro.
La tradizione araba tramandava ampiamente che nell’antichità la vera religione degli Arabi fosse la religione di Abramo e che il culto degli idoli fosse stato introdotto presso di loro da un uomo chiamato ʿAmr ibn Luḥayy. Nonostante la diffusione generale dello shirk e dell’idolatria, in varie località esistevano persone che rifiutavano lo shirk, proclamavano il tawḥīd e condannavano pubblicamente il culto degli idoli. Poco prima dell’epoca del Profeta, pace e benedizioni su di lui, vi erano molti uomini dei quali la storia attesta che erano ḥunafāʾ. Tra i più importanti vi erano Quss ibn Sāʿidah al-Īyādī, Umayya ibn Abī al-Ṣalt, Suwayd ibn ʿAmr al-Mustaliqī, Wakiʿ ibn Salām ibn Zuhayr al-Īyādī, ʿAmr ibn Jundub al-Juhanī, Abū Qays Ṣarmah ibn Abī Anas, Zayd ibn ʿAmr ibn ʿAmr ibn Jundub al-Juhanī, Abū Qays Ṣarmah ibn Abī Anas, Zayd ibn ʿAmr ibn ʿAmr ibn Nufayl, Waraqah ibn Nawfal, ʿUthmān ibn al-Ḥuwayrith, ʿUbayd Allāh ibn Jaḥsh, ʿĀmir ibn al-Ẓarib al-ʿAdwānī, ʿAllāf ibn Shihāb al-Tamīmī, al-Mutalammis ibn Umayya al-Kinānī, Zuhayr ibn Abī Sulmā, Khālid ibn Sinān ibn Qays al-ʿAbsī, ʿAbd Allāh al-Quḍāʿī e molti altri. Queste persone proclamavano pubblicamente che il tawḥīd era la vera religione e dichiaravano con chiarezza di non avere alcun rapporto con la religione degli associatori. È certo che tale convinzione si era formata nei loro cuori sotto l’influenza degli insegnamenti dei profeti. Inoltre, dalle iscrizioni rinvenute nello Yemen grazie alle ricerche archeologiche condotte nel quarto e quinto secolo dell’era cristiana, si apprende che in quel periodo vi era una religione monoteistica i cui seguaci riconoscevano al-Raḥmān e il Signore del cielo e della terra come unico Dio. Un’iscrizione del 378 fu rinvenuta tra le rovine di un luogo di culto; vi era scritto che quel luogo era stato costruito per adorare il Dio o Signore del cielo. Su un’iscrizione del 465 erano riportate parole che dimostrano la fede nel tawḥīd. Un’altra iscrizione di quell’epoca fu trovata in una tomba, con alcune parole incise. Analogamente, nell’Arabia settentrionale, a Zabad, tra i fiumi Eufrate e Kinnasrīn, fu rinvenuta un’iscrizione del 512 recante alcune parole. Tutto ciò dimostra che, prima dell’avvento del Profeta Muḥammad, pace e benedizioni su di lui, l’influenza degli insegnamenti dei profeti non era completamente scomparsa dall’Arabia. Vi erano almeno numerosi elementi capaci di ricordare loro che il loro Dio era uno solo. (Sura al-ʿĀdiyāt, nota 3)
I monoteisti che si trovavano tra gli Arabi si tenevano lontani da tre peccati nei quali era immersa la maggior parte degli Arabi: associare altri ad Allah, uccidere ingiustamente e commettere adulterio. (Il Profeta, pace e benedizioni su di lui, lo ha riferito in numerosi ḥadīth. Per esempio, ʿAbd Allāh ibn Masʿūd, che Allah si compiaccia di lui, racconta che una volta fu chiesto al Profeta, pace e benedizioni su di lui: «Qual è il peccato più grave?». Il Profeta rispose: «Che tu ponga qualcuno come rivale di Allah, mentre Egli ti ha creato». Gli fu chiesto: «E poi?». Rispose: «Che tu uccida tuo figlio per timore che condivida con te il cibo». Gli fu chiesto ancora: «E poi?». Rispose: «Che tu commetta adulterio con la moglie del tuo vicino». Bukhārī, Muslim, Tirmidhī, Nasāʾī e Aḥmad.) Sebbene vi fossero molti altri peccati gravi, nella società araba di allora questi tre erano i più diffusi. Per questo viene messa in evidenza la caratteristica dei musulmani: in una società intera vi sono alcune persone che si tengono lontane da tali peccati. (Sura Quraysh, nota 5)
I Ṣābiʾūn
Nell’antichità erano conosciuti due gruppi con il nome di Ṣābiʾūn. Un gruppo era costituito dai seguaci di Giovanni, pace su di lui; molti di loro vivevano nella Jazīra, nella regione settentrionale dell’Iraq. Seguendo Giovanni, pace su di lui, praticavano l’iniziazione religiosa mediante il battesimo. Il secondo gruppo adorava gli astri. Dicevano che la loro religione proveniva da Seth e da Idrīs, pace su di loro. Credevano che i pianeti e gli astri governassero gli elementi e che gli angeli governassero i pianeti e gli astri; Ḥarbān era il loro centro. Le loro ramificazioni erano diffuse in varie parti dell’Iraq. Questo secondo gruppo era più celebre grazie al notevole sviluppo raggiunto nella filosofia, nelle scienze e nella medicina. È assai probabile che qui si faccia riferimento al primo gruppo, poiché probabilmente il secondo non era conosciuto con questo nome all’epoca della rivelazione del Corano. (A questo proposito Maḥmūd Shukrī al-Ālūsī ha raccolto le seguenti informazioni: i Ṣābiʾūn sono una delle comunità più eccellenti. Quanto si sa della loro religione è pari alle divergenze esistenti su di essa. Erano di due categorie: credenti e miscredenti. Appartenevano al popolo di Abramo, l’amico intimo di Allah, pace su di lui, che era stato inviato proprio a loro. La loro dimora era Ḥarbān, dove si trovavano anche le abitazioni dei Ṣābiʾūn. Erano divisi in due gruppi: uno seguiva la religione ḥanīfa e l’altro era idolatra. Gli idolatri veneravano sette astri e dodici grandi figure, delle quali conservavano immagini nei loro templi. Avevano templi particolari per ciascuno di questi astri. Questi erano i loro più grandi luoghi di culto, come le chiese dei cristiani e le sinagoghe degli ebrei. Avevano costruito un grande tempio per il sole, uno per la luna, uno per Venere, uno per Giove, uno per Mercurio, uno per Marte, uno per Saturno e anche uno per la causa prima. Presso di loro erano stabilite speciali forme di culto e preghiere per ciascun astro; come i musulmani, anch’essi recitavano la preghiera cinque volte al giorno.)
Alcuni di loro osservavano anche il digiuno nel mese di Ramadan. Pregavano rivolti verso la Kaaba. Nutrivano rispetto per la Mecca e credevano anche che si dovesse recarvisi per il pellegrinaggio. Consideravano proibiti gli animali morti, il sangue e la carne di maiale. In materia di matrimonio, anch’essi consideravano proibite le donne che i musulmani consideravano proibite. Una parte dei membri del consiglio reale di Baghdad apparteneva a questa religione. Uno di loro, di nome Bilal ibn al-Muhsin al-Sabi, era abile nello scrivere saggi e poesie ed era direttore di una rinomata rivista militare. Digiunava insieme ai musulmani, adorava insieme a loro, pagava la zakat e considerava proibite le cose illecite. Si ritiene che l’essenza della loro religione consistesse nel prendere gli aspetti buoni delle religioni diffuse nel mondo e nel tenersi lontani da quelli cattivi. Per questo erano chiamati Sabei, oppure kharij, cioè «colui che è uscito». Abbandonavano l’insieme delle pratiche e delle regole di ogni religione e ne seguivano soltanto quanto ritenevano giusto.
Gli infedeli Quraysh chiamavano il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) Sabi e i suoi compagni Subat. Questo proverbio veniva usato quando qualcuno usciva da una cosa per passare a un’altra. Tradotto dall’edizione in urdu di Bulugh al-Adab. – Compilatori (Sura as-Sajda, nota 5)
Magi
Poiché, ad eccezione degli ebrei e dei cristiani, gli altri popoli ai quali erano stati inviati Libri celesti li avevano cancellati o alterati, e nelle loro convinzioni e nelle loro pratiche non era rimasto nulla dell’insegnamento dei profeti, non potevano essere chiamati Gente del Libro. Per questo i Magi non furono designati come Gente del Libro, sebbene seguissero Zoroastro, del quale si può supporre che fosse un profeta. A proposito dei Magi di Hajar, il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) disse: «Trattateli come la Gente del Libro». Non disse che fossero Gente del Libro. In seguito, quando scrisse ai Magi di Hajar, chiarì esplicitamente: «Se abbraccerete l’Islam, avrete gli stessi diritti che abbiamo noi e vi saranno imposti gli stessi doveri obbligatori che gravano su di noi. A quelli tra voi che rifiuteranno sarà imposta la jizya. Tuttavia non si può mangiare ciò che hanno macellato, né si possono sposare le loro donne».
Gli adoratori del fuoco dell’Iran (A proposito degli adoratori del fuoco tra gli arabi, Mahmud Shukri al-Alusi dice: tra gli arabi ve n’erano di diversi tipi. Sembra che questa religione sia penetrata tra loro attraverso gli iraniani e i Magi. Si dice che il culto del fuoco risalga all’epoca dei primi adoratori del fuoco. Caino fu il primo a costruire un tempio per il culto del fuoco e ad adorarlo. In seguito questa religione si diffuse tra i Magi. Essi costruirono numerosi templi del fuoco e predisposero per essi fondazioni pie, custodi, guardie e simili. Non permettevano che quel fuoco fosse trascurato neppure per un istante. I Faridiyyun eressero un tempio del fuoco e ne costruirono un altro a Bukhara. Bahman ne costruì uno nel Sijistan e Abu Qatada ne costruì uno presso Bukhara.
Gli adoratori del fuoco sono di diversi tipi. Un gruppo di loro considera proibito gettare un essere vivente nel fuoco e bruciarvi il corpo. Vi è poi un altro gruppo che si spinge così lontano nel culto del fuoco da offrire in sacrificio al fuoco se stesso e i propri figli.
Tra gli adoratori del fuoco ve ne sono anche alcuni pii. Si siedono accanto al fuoco digiunando e praticano la chillah. La loro consuetudine consiste nell’incoraggiare la veridicità, la fedeltà, l’onestà, la castità e la giustizia.
Ibn Qutayba dice nel libro Kitab al-Ma’arif che la pratica della religione magica esisteva tra i Banu Tamim. Ne facevano parte Zurara ibn Uddus at-Tamimi e suo figlio Hajib ibn Zurara. Egli aveva sposato sua figlia, ma in seguito se ne pentì. Uno di loro, Aqra ibn Habis, in seguito abbracciò l’Islam e fu annoverato tra i Compagni. Anche Abu al-Aswad, nonno di Waki ibn Hassan, era un mago. Tratto dalla traduzione di Bulugh al-Adab, vol. 3, pp. 138–141.) Due dèi della luce e delle tenebre (Riteniamo che le diverse correnti dei Magi e le loro forme siano giunte in Arabia. Tra gli arabi è stato composto un capitolo intitolato «I due dèi del gruppo zoroastriano tra gli arabi e la dottrina della luce e delle tenebre», che recita quanto segue:)
Queste persone sostenevano che i creatori fossero due. Il creatore del bene è Nūr, ossia la luce, mentre il creatore del male è l’oscurità. Essi sono senza inizio e eterni, potenti, senzienti e dotati di percezione sensoriale, capaci di udire e vedere.
Alcuni ritenevano che Dio, dopo essere rimasto solo per un certo periodo, si fosse annoiato e che nella Sua mente fossero sorti pensieri malvagi (Dio ce ne scampi), che avesse assunto un corpo e fosse caduto nell’oscurità, dalla quale sarebbe nato Iblīs. – Tratto dalla traduzione di Bulūgh al-adab, volume terzo, pp. 130–131 – compilatori) Manat. Essi si consideravano seguaci di Zarathustra. La loro religione e la loro morale furono deformate dalla deviazione della setta mazdakita. Tra loro si diffuse persino l’usanza di sposare la propria sorella consanguinea.
Ateismo
L’essenza dell’ateismo
Coloro che osservano soltanto la superficie delle cose vengono condotti dalla vita terrena a molte illusioni. Alcuni ritengono che la vita e la morte siano limitate esclusivamente a questo mondo e che non vi sia una seconda vita. Pertanto, qualunque cosa tu debba fare, falla qui. (Tafhīmāt, volume secondo, pp. 322–323).
Alcuni non ammettono affatto che il Creatore di tutte queste cose sia Allah l’Altissimo. Tutto ciò sarebbe il risultato del movimento della materia, oppure l’esito di un incidente nel quale non vi sarebbe stato l’intervento di alcun artefice né di alcuna abilità artistica. (È opportuno ricordare che nel Corano è contenuta anche una breve descrizione degli atei e che sono stati confutati gli errori della loro dottrina. Ciò significa che anche questo gruppo era presente in Arabia, ma in numero assai ridotto. È sulla base di ciò che Mawlānā Mawdūdī ha trattato brevemente questo gruppo. Riguardo agli atei d’Arabia, l’Allāma Maḥmūd ʿAlī ha riportato il seguente commento. Riguardo agli atei d’Arabia, l’Allāma Shukrī al-Ālūsī ha espresso il seguente giudizio: in Arabia vi era una categoria di atei che considerava l’arte completamente separata dall’artista. La loro affermazione, come riportato nel Corano, era questa: (arabo******), cioè: la vita è soltanto la vita terrena. (Nasciamo e moriamo) e nulla ci distrugge se non il tempo o il ciclo del tempo.
Tra le loro due correnti, la dottrina ritenuta più accettabile è stata descritta nel modo seguente:
In realtà, non vi è affatto alcuna origine o momento iniziale. La materia procede semplicemente dall’energia verso l’attività. Pertanto, quando la materia inizialmente dotata di energia si manifesta nell’attività, la materia composta e le sue proprietà sorgono spontaneamente; non vengono create da qualcos’altro. Inoltre, essi sostengono che l’universo esista fin dall’inizio dei tempi e continui a esistere per l’eternità. In esso non avverrà alcun cambiamento e, pur essendo attivo, non verrà distrutto.
Nel libro al-Milal wa-n-Nihal di Shah Rastani è trattata la questione degli atei; il suo breve sommario è il seguente:
Essi negano la resurrezione della creazione. Dicono che la natura (Nature) dà la vita e il tempo distrugge. – Tratto dalla traduzione in urdu di Bulugh al-Adab – i compilatori
Confutazione dell’ateismo insieme allo shirk
A questo proposito si veda il versetto 60 della sura an-Naml. È stato detto: «Chi è dunque Colui che ha creato i cieli e la terra e ha fatto scendere per voi l’acqua dal cielo, grazie alla quale abbiamo fatto crescere splendidi giardini, mentre voi non avreste potuto farne crescere gli alberi? Vi è forse un’altra divinità associata ad Allah (in queste opere)? (No.) Eppure questa gente si allontana dalla retta via». – Tafhim al-Qur’an
In questa domanda e nelle domande successive non viene confutato soltanto lo shirk dei politeisti, ma anche l’ateismo. Nella prima domanda, per esempio, si chiede: chi fa cadere la pioggia e fa nascere da essa piante di vario genere? Riflettendo un po’ più profondamente, si può comprendere che il fatto che gli elementi necessari alla vita delle diverse specie vegetali siano riuniti sulla terra nella giusta quantità, o in quantità leggermente inferiori, che vengano continuamente sollevati dal mare e fatti ricadere in modo appropriato in diverse regioni della terra e in tempi diversi, che tra le forze della terra, dell’acqua, dell’aria, del calore e così via siano stabilite proporzioni e cooperazione reciproche per nutrire e far crescere il regno vegetale e soddisfare tutte le necessità del regno degli uccelli: tutto questo potrebbe verificarsi spontaneamente e casualmente senza il perfetto piano di un Sapientissimo, la gestione saggia, la potenza invincibile e la volontà indomabile di qualcuno? È possibile che ogni evento casuale continui a verificarsi correttamente per migliaia, anzi per miliardi di anni? Soltanto una persona temeraria, spinta da cieco odio, può sostenere che ciò sia un evento casuale. Per una persona coscienziosa e dotata di buon senso è assolutamente impossibile avanzare una simile assurda pretesa e accettarla come vera. (Sura as-Saba’, nota 76)
L’ordine e l’armonia non sono eventi casuali
Non è neppure semplice che sulla terra vi siano innumerevoli insediamenti di vario genere. Questo globo terrestre è sospeso nello spazio. Non poggia su nulla. E tuttavia non vi sono in esso instabilità né vibrazioni. Se vibrasse anche solo leggermente, le terribili conseguenze di un terremoto sono facilmente immaginabili. In tal caso, nessun insediamento sarebbe stato affatto possibile su di esso. Intorno a questo globo, fino a un’altezza di cinquecento miglia, è conservato uno strato d’aria sottile e denso, che protegge la terra dall’impatto della caduta di meteoriti micidiali. Altrimenti, i duecento milioni di meteoriti che ogni giorno precipitano verso la terra alla velocità di trenta miglia al secondo provocherebbero sulla sua superficie una devastazione completa. È proprio questo strato d’aria a regolare la temperatura. Fa sollevare il vapore da questo mare, forma le nuvole e fa cadere la pioggia in luoghi diversi. Fornisce i gas necessari agli esseri umani, agli animali e al regno vegetale. (Questo è il mezzo attraverso il quale trasmettiamo e riceviamo i suoni, senza il quale la conversazione non sarebbe stata possibile.) Sono state fornite in grande quantità sostanze minerali e chimiche, assolutamente indispensabili alle piante, agli animali e agli esseri umani. Su questa terraferma sono state predisposte inesauribili riserve d’acqua sotterranee, sotto forma di mari, fiumi, laghi, stagni, cascate e sorgenti. Anche sulle cime delle montagne è stato predisposto il congelamento dell’acqua e il suo scioglimento affinché scorra. Inoltre, è stata predisposta l’attrazione per raccogliere insieme quest’acqua, l’aria e tutte le sostanze disponibili sulla terra.— Inoltre, è stata predisposta l’attrazione per raccogliere insieme tutte le sostanze disponibili sulla terra. — Inoltre, questa terra è stata posta a una distanza speciale dal sole, estremamente favorevole a tutti gli esseri viventi che la abitano.—
Qui sono state menzionate soltanto alcune delle armonie grazie alle quali la terra è divenuta abitabile. Se una persona dotata di buon senso riflette su questi elementi, non potrà concepire neppure per un istante che tali armonie si siano stabilite spontaneamente in seguito a un incidente, senza il piano di un Creatore sapiente. Né potrà concepire che, nella concezione e nell’attuazione di questo immenso piano creativo, angeli e dee, jinn, profeti, wali o angeli possiedano anche solo la minima autorità. (Rasail wa Masail, vol. 1, pagina 38)
La vita e la sua rinascita o riproduzione
La teoria secondo cui i fattori necessari all’origine della vita si sarebbero riuniti casualmente, tutti insieme e nelle quantità esatte, dando vita spontaneamente all’esistenza, può certamente essere una fantasia antiscientifica degli atei. Ma se vi si applica la legge dei cambiamenti improvvisi della matematica (Law of Changes), la probabilità che un simile evento si verifichi non sarà altro che zero.
La vita non si trova in una sola forma, bensì in innumerevoli forme. Fino a oggi sono state scoperte sulla Terra circa un milione di specie animali e circa duecentomila specie vegetali. Queste milioni di specie viventi differiscono chiaramente le une dalle altre per struttura e caratteristiche specifiche. Tale diversità è così evidente e inconfutabile che, dal periodo più antico di cui si abbia conoscenza, esse hanno conservato continuamente le proprie forme e strutture specifiche in modo tale che nessun darwinista potrebbe fornire un’altra spiegazione o analisi ragionevole dell’enorme varietà delle differenze specifiche della vita, se non il piano creativo (Desing) dell’unico Allah.
Consideriamo ora un po’ la riproduzione della creazione. Il Creatore ha stabilito nella forma, nella struttura e nella composizione di ogni specie animale e vegetale un simile sistema meccanico (Mechanism), che dalle sue innumerevoli individualità continua a produrre innumerevoli discendenti, con forme specifiche, comportamenti e caratteristiche esattamente uguali ai suoi. In queste miliardi di piccole fabbriche, la fabbrica che crea una determinata specie non produce mai, neppure per errore, un esemplare di specie diversa. Gli esperimenti e le osservazioni della moderna genetica (Genetics) hanno fornito dati sorprendenti al riguardo. In ogni piantina è stata posta la capacità di assicurare la continuità della propria specie fino alla generazione successiva mediante un sistema così completo che i discendenti possano possedere tutte le caratteristiche distintive della loro specie e ciascun individuo possa conservare correttamente, rispetto agli individui di tutte le altre specie, la propria forma specifica in modo distinto. Gli elementi della stabilità e della riproduzione della specie sono custoditi in una parte di una cellula (Cell) di ogni piantina. Non possono essere visti in alcun modo senza un microscopio più potente. Questo minuscolo ingegnere dirige con precisione la crescita e lo sviluppo della pianta lungo il percorso della propria forma specifica, oppure il percorso peculiare della sua immagine specifica! — Nel mondo degli esseri viventi e dell’umanità si osserva una situazione analoga.
La creazione di nessuno di essi si è fermata dopo essere avvenuta una sola volta. Al contrario, è impossibile immaginare quanto vasta sia tutt’intorno la grande fabbrica della riproduzione della creazione. Là, dalle diverse individualità di ogni specie, continuano a venire all’esistenza innumerevoli esseri della medesima specie.—-
L’inizio di questi sistemi non rende soltanto inevitabile l’esistenza di un Creatore sapientissimo e sottilmente esperto, ma richiede assolutamente anche un direttore e controllore affinché essi proseguano correttamente in ogni momento, nonché un’Essenza eternamente vivente e perpetua (Dio), che non sia negligente neppure per un istante nella gestione di questa fabbrica.
Queste grandi verità e dottrine, così come estirpano l’ateismo dell’ateo, estirpano allo stesso modo anche lo shirk del politeista (Tafhim al-Qur’an, sura an-Naml, nota 73).
Due aspetti essenziali della natura dell’universo
(Arabo*****)
Non hanno mai riflettuto tra loro? Allah ha creato la terra, i cieli e tutto ciò che è fra loro con verità e per un termine stabilito. — Sura ar-Rum: 8
In questa frase vengono presentate altre due prove riguardo all’Aldilà. Vi si afferma che, se l’essere umano osserva con attenzione il sistema dell’universo esterno alla propria esistenza, giungerà a scoprire due verità.
La prima è che questo universo è stato creato con verità. Non è il gioco di un bambino che, solo per divertirsi, costruisce una casa giocattolo con il fango. Sia costruire quella casa sia distruggerla sarebbero privi di senso. Al contrario, questo universo è un sistema governato con responsabilità. Ogni sua particella testimonia chiaramente di essere stata realizzata con perfetta intelligenza e sottile discernimento. In ogni cosa vigono una legge e un ordine. Ogni cosa ha uno scopo. L’intera civiltà umana, il suo complesso sistema economico e tutte le scienze, le conoscenze e le arti testimoniano da sé che, dopo aver riconosciuto le leggi attive dietro ogni cosa del mondo, se ogni oggetto fosse stato creato come un giocattolo privo di scopo e trattato come una marionetta, qui non sarebbe stato possibile concepire né la scienza né alcuna idea di civiltà e cultura. Come potrebbe la coscienza e la ragione umana accettare che Colui che, con somma sapienza, ha creato questo mondo con tale sottile intelligenza, scopo e finalità, e che ha posto nel suo seno una creatura come l’essere umano, dotandola di elevate facoltà mentali e fisiche, di potere e libertà di scelta, di sensibilità morale, e affidando alle sue mani innumerevoli beni del mondo da Lui creato, abbia creato l’uomo senza uno scopo? L’uomo compirà sulla terra opere costruttive o distruttive, commetterà peccato o compirà il bene, agirà con giustizia o ingiustizia, adotterà la sincerità o la menzogna, e poi morirà semplicemente dissolvendosi nella terra, senza che le sue opere buone o cattive producano alcun risultato? Con ciascuna delle sue azioni lascerà effetti positivi o negativi sulla propria vita, su quella di innumerevoli persone simili a lui e su innumerevoli cose del mondo, e poi, subito dopo la morte, l’intero registro delle sue azioni verrà chiuso e gettato nel fiume? Che cosa potrebbe esserci di più ridicolo di questo? Osservando attentamente l’ordine dell’universo, emerge chiaramente la seconda verità. Essa è che qui nulla è eterno. Ogni cosa ha un limite di tempo stabilito e, quando lo raggiunge, giunge alla fine. Lo stesso vale, nel suo complesso, per tutta la creazione. Tutte le forze attive qui sono limitate. Rimangono operative fino a un certo momento. In un determinato momento, inevitabilmente la loro esistenza scompare e anche questo sistema giunge al termine. Nell’antichità, alcuni filosofi e scienziati definivano la terra senza inizio e indistruttibile, e, a causa della limitatezza delle conoscenze, le loro parole godevano di una certa considerazione. Ma riguardo all’eternità e all’antichità del mondo, la lunga controversia fra atei e credenti in Allah è stata definitivamente risolta dalla scienza moderna a favore dei credenti in Allah. Agli atei non è rimasto più alcun margine, in nome dell’intelligenza e della scienza, per sostenere che il mondo esiste da sempre, continuerà a esistere per sempre e che il Giorno della Resurrezione non avrà mai luogo. L’antico materialismo si basava sull’idea che la materia non viene mai distrutta, ma può soltanto cambiare forma. Su questa base si poteva affermare che il mondo materiale non ha né inizio né fine. Tuttavia, la scoperta dell’energia atomica (Atomic energy) ha dimostrato che tale concezione è completamente errata. Ora si è scoperto che l’energia si trasforma in materia e la materia in energia, al punto che allora non rimangono né forma né alcuna configurazione informe. La seconda legge della termodinamica (second Law of Thermo Dynamics) ha ora dimostrato che questo mondo materiale non è né senza inizio né eterno e indistruttibile. Deve necessariamente avere un inizio e una fine. Perciò non è più possibile negare il Giorno della Resurrezione sulla base della scienza. Se persino la scienza si è arresa su questo punto, con quale argomento la filosofia negherà il Giorno della Resurrezione? (Tafhim al-Qur’an, Sura an-Naml, nota 74)
L’epoca precedente a Hadrat Musa (pace su di lui)
Dalla discendenza di Hadrat Ya‘qub (pace su di lui), figlio di Hadrat Ishaq (pace su di lui), nacquero Hadrat Yusuf, Hadrat Musa, Hadrat Dawud, Hadrat Sulayman, Hadrat ‘Isa e altri nobili profeti, che Allah benedica e conceda loro la pace. Poiché il nome di Hadrat Ya‘qub (pace su di lui) era Isra’il, i suoi discendenti furono chiamati Bani Isra’il. In seguito alla loro predicazione, le popolazioni che adottarono la loro religione o abbandonarono la propria identità e si fusero con loro, oppure, pur rimanendo genealogicamente separate da loro, ne divennero seguaci dal punto di vista religioso. (Tafhim al-Qur’an, Sura an-Naml, nota 80)
La leggenda di questo popolo narra che Allah l’Altissimo lottò con il loro illustre antenato Hadrat Ya‘qub (pace su di lui). La lotta continuò per tutta la notte. Giunse l’alba, ma Allah non riuscì a sconfiggerlo. Poi Allah disse: «Ora lasciami andare». Ya‘qub (pace su di lui) rispose: «No, non ti lascerò andare finché non mi darai una benedizione». Allah disse: «Il tuo nome non sarà più Ya‘qub, ma Isra’il, perché hai vinto nella prova di forza fra Dio e l’uomo». (Che Allah ci protegga da ciò!) (Vedi la traduzione moderna di The Holy Sepulchre, Jewish Publications Society of America, 1954, Genesi, capitolo 32, versetti 25-29. Anche nelle Bibbie tradotte dai cristiani la vicenda è riportata in questo modo. Nella nota della traduzione ebraica, il significato della parola Isra’il è indicato come: «He who striveth with God», cioè «colui che lotta con Dio». Poi, nell’enciclopedia della letteratura biblica, gli studiosi cristiani hanno spiegato la parola Isra’il con «Wrestler with God», ossia «colui che lotta con Dio». Nel libro biblico di Osea (Arabo***), Hadrat Ya‘qub è descritto con queste parole: «Egli lottò con Dio quando era forte e potente; poi lottò con gli angeli e prevalse», capitolo 12, versetto 4. 418 (Sura ar-Rum, nota 6)
Il glorioso passato dei Bani Isra’il
Da un lato, in questa stirpe nacquero grandi profeti come Hazrat Ibrāhīm (pace su di lui), Hazrat Isḥāq (pace su di lui) e Hazrat Yūsuf (pace su di lui); dall’altro, all’epoca di Hazrat Yūsuf e dopo di lui, essi ebbero la fortuna di ottenere il dominio e l’autorità in Egitto. Per lungo tempo furono i più grandi sovrani del mondo allora civilizzato e la loro influenza e il loro prestigio prevalevano ovunque.
Generalmente si fa iniziare la storia dello sviluppo e dei progressi dei Banū Isrā’īl da Hazrat Mūsā (pace su di lui). Ma l’interpretazione coranica a questo riguardo è che l’epoca del vero sviluppo e dei veri progressi dei Banū Isrā’īl era già trascorsa prima di Hazrat Mūsā. Hazrat Mūsā ricordava al suo popolo il suo glorioso passato. (Sura al-Mā’idah, 20) — Sura al-Baqarah, nota 123
L’origine e la denominazione dell’ebraismo
La religione della verità predicata da Hazrat Mūsā (pace su di lui) e dai profeti precedenti era l’Islam. Nessuno di questi profeti era ebreo, né l’ebraismo ebbe origine nella loro epoca. In base al nome, l’origine di questa religione risale a un’epoca molto posteriore. Essa fu attribuita a Yehuda, il quarto figlio di Ya‘qūb; in seguito questa famiglia divenne proprietaria dello Stato chiamato Giudea. Le altre tribù dei Banū Isrā’īl fondarono uno Stato separato, che divenne famoso con il nome di Samaria. In seguito gli Assiri non distrussero soltanto Samaria, ma cancellarono anche ogni traccia di quelle tribù israelite che ne erano state le fondatrici. Rimasero allora soltanto le discendenze di Yehuda e Binyāmīn. A causa dell’influenza e del prestigio della tribù di Yehuda, esse furono chiamate Yehudī o ebrei. In questa stirpe, sacerdoti, rabbini e dotti elaborarono nel corso di centinaia di anni, secondo le proprie concezioni, inclinazioni e tendenze, una struttura di credenze, costumi, usanze e pratiche religiose; essa viene chiamata ebraismo o religione ebraica. La formazione di questa struttura iniziò nel IV secolo a.C. e proseguì fino al V secolo d.C.
In essa era stato incorporato soltanto un esiguo elemento della guida divina giunta ai profeti, mentre i suoi aspetti distintivi erano stati deformati. Per questo, in molti passi del Corano, essi sono stati interpellati con l’espressione: «O voi che siete diventati ebrei», cioè: o voi che siete divenuti ebrei. Non tutti loro erano israeliti; tra loro vi erano anche persone che avevano adottato la religione ebraica. Nel Corano, là dove ci si rivolge ai Banū Isrā’īl, vengono usate le parole «Banū Isrā’īl». Mentre là dove ci si rivolge agli aderenti alla religione ebraica, vengono usate parole arabe. (Sura al-Mā’idah, nota 42)
Gli ebrei all’epoca di Hazrat Yūsuf
Dopo un’analisi comparativa della Bibbia e della storia egiziana, i ricercatori moderni sostengono che il sovrano tra i re pastori (Kykoss Kings) chiamato Apophis nella storia egiziana fu contemporaneo di Hazrat Yūsuf (pace su di lui).
La capitale dell’Egitto era Misfis. Le sue rovine sono visibili quattordici miglia a sud del Cairo. Hazrat Yūsuf (pace su di lui) vi giunse all’età di diciassette o diciotto anni. Trascorse due o tre anni nella casa dell’Azīz d’Egitto e otto anni in prigione. All’età di trent’anni divenne governatore dell’Egitto e continuò a governarlo in modo assoluto per ottant’anni. Nel nono o decimo anno del suo governo fece venire dall’ Palestina in Egitto suo padre con tutta la famiglia. Li reinsediò nella regione tra il Cairo e Damietta. Nella Bibbia questa regione è chiamata Yūshān o Dūshān. (Nel Talmud si dice che, quando la notizia dell’arrivo di Hazrat Ya‘qūb (pace su di lui) giunse alla capitale, Hazrat Yūsuf uscì ad accoglierlo accompagnato dai nobili e dai dignitari dello Stato e dagli alti funzionari militari e civili, e lo condusse nella capitale con grande solennità. Per due giorni si celebrarono feste. Alla processione parteciparono tutti, uomini, donne e bambini senza distinzione. Un’ondata di gioia e allegria si diffuse in tutto il Paese. (Sura al-Ḥashr, nota 4) Essi abitarono in questa regione fino all’epoca di Hazrat Mūsā (pace su di lui). Secondo il racconto della Bibbia, Hazrat Yūsuf visse centodieci anni e, al momento della morte, raccomandò ai Banū Isrā’īl che, quando avessero lasciato l’Egitto, portassero con sé le sue ossa. (Sura al-Jumu‘ah, nota 10)
Grazie al quale essi si stabilirono in Egitto. Egli, cioè il profeta Yūsuf (pace su di lui), era a sua volta un profeta. Dopo di lui, per quattro o cinque secoli, il potere di governo dell’Egitto rimase nelle loro mani. Durante questo periodo, certamente, essi diffusero ampiamente l’Islam in Egitto. Tra gli egiziani che abbracciarono l’Islam, non solo la religione, ma anche la cultura e l’intero sistema di vita divennero distinti da quelli degli egiziani non musulmani e si uniformarono a quelli dei Banū Isrā’īl. Come gli indù dell’India consideravano gli abitanti musulmani stranieri nel periodo precedente alla spartizione, così anche gli egiziani consideravano tutti costoro forestieri. Chiamavano i musulmani egiziani Banū Isrā’īl, così come i musulmani non arabi venivano chiamati “maomettani”. Anche costoro, a causa dei legami religiosi, culturali e matrimoniali, si separarono dagli egiziani non musulmani e finirono per essere associati ai Banū Isrā’īl. Per questo, quando in Egitto ebbe inizio un vigoroso movimento nazionalista, la persecuzione e l’oppressione non colpirono soltanto i Banū Isrā’īl, ma anche i musulmani egiziani furono vittime delle stesse persecuzioni. Poi, quando i Banū Isrā’īl lasciarono il paese, anche i musulmani egiziani partirono con loro e furono considerati parte dei Banū Isrā’īl. (Questa concezione trova sostegno in vari riferimenti e allusioni della Bibbia. Per esempio, nel descrivere, nel libro dell’Esodo, l’uscita dei Banū Isrā’īl dall’Egitto, l’autore della Bibbia dice che con loro vi era una grande moltitudine di persone analoghe (12:38). Questi musulmani non israeliti venivano chiamati stranieri e forestieri. Tra le indicazioni impartite al profeta Mūsā (pace su di lui) nella Torah si legge: “Per voi e per questi forestieri che dimorano con voi vigerà per generazioni la medesima legge. Presso Dio, anche i forestieri avranno la stessa dignità che avete voi” (25:14-15). L’autore. (Sūra Yūsuf, nota 69)
La rivoluzione nazionalista in Egitto
Dopo la fine dell’epoca del profeta Yūsuf (pace su di lui), in Egitto ebbe luogo una rivoluzione nazionalista. Quando i Qibti ripresero il potere, il governo nazionalista fece ogni sforzo per spezzare il potere dei Banū Isrā’īl. A tal fine non si limitò a umiliare e degradare i Banū Isrā’īl e ad assegnare loro i lavori più umili; adottò anche la politica di uccidere i loro figli maschi e lasciare in vita le figlie, con l’obiettivo di ridurne la popolazione, così che le loro donne potessero passare gradualmente sotto il controllo dei Qibti e dalla loro discendenza potesse nascere una stirpe qibtita invece di una stirpe israelita. Il Talmud aggiunge che questa rivoluzione ebbe luogo poco più di un secolo dopo la morte del profeta Yūsuf (pace su di lui). Il nuovo governo nazionalista dapprima privò gli israeliti delle loro fertili terre, delle case e degli altri beni, e poi li estromise da tutti gli incarichi di responsabilità del governo. Quando, nonostante ciò, i governanti qibti si resero conto che i Banū Isrā’īl e gli egiziani della loro stessa fede erano ancora abbastanza influenti, cominciarono a umiliarli e a degradarli in vari modi. Continuarono a imporre loro lavori pesanti in cambio di una scarsa remunerazione. Questa è la spiegazione del passo coranico in cui si dice che il Faraone umiliava e degradava una parte degli abitanti dell’Egitto (arabo ****), e del passo della Sūra al-Baqara in cui Allah l’Altissimo afferma che la gente del Faraone infliggeva dure punizioni ai Banū Isrā’īl. (Sūra Yūsuf, nota 68)
L’avvento del profeta Mūsā (pace su di lui)
Per diversi secoli i Banū Isrā’īl vissero una vita di umiliazione e povertà. In tale situazione, Allah l’Altissimo fece nascere tra loro Mūsā (pace su di lui). Per mezzo suo liberò questo popolo dalle catene della schiavitù. Poi fece discendere su di loro il Libro e, grazie alla sua influenza, quel popolo calpestato e oppresso ricevette la luce della guida e divenne uno dei popoli più illustri del mondo. (Sūra Yūsuf, nota 68)
La missione del profeta Mūsā (pace su di lui)
Il profeta Mūsā (pace su di lui) si recò dal Faraone con un invito basato su due questioni: primo, che egli accettasse di adorare Allah (l’Islam); secondo, che liberasse dall’oppressione e dalle persecuzioni il popolo dei Banū Isrā’īl, che era musulmano già da prima. (Sūra al-Qaṣaṣ, nota 5)
D’altra parte, il profeta Mūsā (pace su di lui) impartì ai Banū Isrā’īl questo insegnamento:
Implorate l’aiuto di Allah e siate pazienti. Questa terra appartiene ad Allah, ed Egli ne rende erede chi vuole. Il successo finale appartiene a coloro che agiscono nel timore di Lui.
La mentalità abietta dei Figli d’Israele
In quel periodo di crisi, alcuni giovani e alcune giovani dimostrarono il coraggio morale di accettare la verità e di riconoscere come propria guida il portatore dello stendardo della verità, Mosè — pace su di lui. I loro genitori e gli anziani della comunità, invece, non ebbero questa fortuna. La mentalità opportunistica, gli interessi mondani e il desiderio di condurre una vita tranquilla li avevano talmente assorbiti da impedire loro di accettare questa verità. Consideravano infatti questo cammino estremamente rischioso. Al contrario, ostacolavano i giovani dicendo: «Non avvicinatevi a Mosè — pace su di lui —, altrimenti attirerete su voi stessi l’ira del Faraone e farete ricadere la sventura anche su di noi». (Sura as-Sajda, nota 36)
La causa del loro comportamento non era che avessero il minimo dubbio sul fatto che Mosè — pace su di lui — fosse sincero e che il suo invito fosse fondato sulla verità. Al contrario, la ragione era che né loro né i loro anziani e autorevoli capifamiglia erano disposti, aiutando Mosè — pace su di lui —, a diventare vittime della crudeltà del Faraone. Sebbene, dal punto di vista genealogico e religioso, appartenessero alla comunità di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe — pace su di loro —, la viltà generata dalla vita di schiavitù non aveva lasciato in loro alcuna forza per diventare essi stessi portatori dello stendardo della fede e della retta guida contro il dominio della miscredenza e dello sviamento, né per sostenere il portatore di tale stendardo. (Sura al-A‘raf, nota 86) Va ricordato che vi fu un’epoca di persecuzione e oppressione durante il regno di Ramses II, prima della nascita di Mosè — pace su di lui —. La seconda epoca di persecuzione ebbe inizio dopo l’avvento di Mosè, durante il regno del Faraone Merneptah. In entrambe le epoche vigeva la stessa consuetudine: i figli maschi dei Figli d’Israele venivano uccisi, mentre alle figlie veniva permesso di vivere. (Sura Yunus, nota 78)
Quale fosse il ruolo degli Israeliti comuni nel conflitto tra Mosè — pace su di lui — e il Faraone si può comprendere dal seguente passo della Bibbia:
Quando essi — Mosè e Aronne — uscirono dalla presenza del Faraone, videro che quelli — gli Israeliti — erano in piedi sulla strada ad attenderli. Dissero: «Possa Dio giudicare con giustizia tra voi e noi! Avete reso noi odiosi agli occhi del Faraone e dei suoi servitori, e avete messo una spada nelle sue mani per ucciderci». Libro dell’Esodo 6:20–21.
Nel Talmud è riportato che i Figli d’Israele dicevano a Mosè — pace su di lui — e ad Aronne — pace su di lui —: «La nostra situazione è come quella di una capra afferrata da un lupo, mentre il pastore cerca di salvarla. Poi, per il tira e molla tra i due, la capra è stata fatta a pezzi. Allo stesso modo, a causa del tira e molla tra voi e il Faraone, noi periremo». (Sura Yunus, nota 79)
La migrazione dei Figli d’Israele dall’Egitto (Tralasciando la discussione dettagliata sui metodi con cui Mosè — pace su di lui — presentò il suo invito al Faraone, sulle accuse mosse contro di lui, sui castighi ammonitori fatti scendere sui faraonici durante la sua epoca e sulla stessa condizione degli Israeliti, mettiamo in evidenza questo aspetto di importanza storica: poiché essi risposero all’invito di Mosè — pace su di lui — soltanto con il rifiuto, per ordine di Allah l’Altissimo Mosè — pace su di lui — intraprese la via della migrazione per liberare i Figli d’Israele. — I compilatori)
La vita nel deserto del popolo di Mosè
Hazrat Mosè (pace su di lui), conducendo i Bani Israele nella penisola del Sinai, giunse verso il monte Sinai passando per Mara, Elim e Refidim. Poi vi rimase per poco più di un anno. (La storia della vita nel deserto dei Bani Israele è molto importante sotto diversi aspetti. In quel periodo furono miracolosamente dotati di beni speciali. Nello stesso periodo, i segni della loro passata vita di schiavitù vennero alla luce attraverso varie pratiche errate. Hazrat Mosè (pace su di lui) si adoperò strenuamente per correggerli. Sotto questo aspetto, fu un’epoca di formazione. — I compilatori. Fu proprio lì che la maggior parte delle prescrizioni della Torah fu rivelata a lui.
L’ordine di attaccare la Palestina
In seguito gli fu ordinato: «Conquista la Palestina insieme ai Bani Israele. Essa è stata assegnata a voi come eredità». Pertanto Hazrat Mosè (pace su di lui), insieme ai Bani Israele, raggiunse il deserto di Paran passando per le vie di Avir e Hazerot. Da lì inviò una delegazione per esaminare la situazione della Palestina. Giunta in un luogo chiamato Kadesh, la delegazione presentò il proprio rapporto. Ad eccezione di Giosuè e Caleb, il rapporto della delegazione era scoraggiante; dopo averlo ascoltato, i Bani Israele si misero a gridare e rifiutarono di partire per la campagna contro la Palestina.
La seconda epoca del vagare nel deserto come punizione
Allah l’Altissimo decretò che i Bani Israele avrebbero vagato in quella regione come smarriti per quarant’anni e che, ad eccezione di Giosuè e Caleb, nessuno dei loro discendenti di allora avrebbe visto la Palestina. In seguito i Bani Israele continuarono a vagare senza meta tra il deserto di Paran, il deserto di Shur e il deserto di Sin, entrando in conflitto e litigando con gli Amaleciti, gli Amorrei, gli Edomiti, i Madianiti, gli abitanti di Moab e altri popoli.
La conquista della Palestina e l’epoca successiva
La conquista della Palestina
Poco prima del compimento dei quarant’anni, Hazrat Aronne morì sul monte Hor. In seguito Hazrat Mosè entrò nella regione di Moab con i figli d’Israele e, dopo aver conquistato l’intera regione, giunse fino a Chesbon e Shittim. Qui, sul monte Abarim, Hazrat Mosè esalò l’ultimo respiro. Dopo la sua morte, il suo primo successore, Hazrat Giosuè, attraversò il fiume Giordano da oriente e conquistò la città di Gerico, o Ariha. Questa fu la prima città della Palestina a cadere nelle mani dei figli d’Israele; poi, in breve tempo, l’intera Palestina passò sotto il loro controllo. (Prima della conquista della Palestina, i figli d’Israele erano coinvolti in varie tentazioni e tribolazioni. Dopo la conquista, tra loro emersero corruzione e malvagità. Dovettero anche subirne le conseguenze.
L’ammonimento di Hazrat Mosè ai figli d’Israele per preservarli dalla decadenza
Nel versetto 7 della sura Ibrahim, Hazrat Mosè ammonisce così: «E ricordate quando il vostro Signore proclamò: “Se sarete riconoscenti, vi darò certamente ancora più beni; ma se sarete ingrati per i Miei favori, certamente il Mio castigo sarà severo”». (Questo tipo di ammonimento era necessario perché, dopo essere stati colmati dei beni concessi da Allah, i figli d’Israele continuavano a manifestare ripetutamente disobbedienza e ingratitudine. Hazrat Mosè, pace su di lui, cercò di correggerli e li esortò al pentimento. Non era infondato il timore che, se avessero raggiunto l’apice della conquista della Palestina, Satana li avrebbe facilmente immersi nella disobbedienza. Per questo la loro attenzione fu richiamata a quel principio di Allah che si manifesta nella disobbedienza delle nazioni arricchite. – I compilatori)
Una spiegazione dettagliata del discorso pronunciato su questo tema è riportata nella Bibbia, nel quinto libro della Torah. Poco prima della sua morte, Hazrat Mosè, in questo discorso, esortò i figli d’Israele a ricordare gli eventi importanti della loro storia. Poi, dal libro della Torah, ripeté le disposizioni che erano state trasmesse ai figli d’Israele per mezzo suo. In seguito pronunciò un lungo discorso. —- Alcune parti del suo discorso sono estremamente toccanti e istruttive. A titolo d’esempio, ne riportiamo qui di seguito alcune:
«Ma se non darai ascolto alla voce del Signore, tuo Dio, e non osserverai con cura tutti i comandamenti e gli statuti che oggi ti ordino, tutte queste maledizioni verranno su di te e ti raggiungeranno. Sarai maledetto nella città e sarai maledetto nella campagna. —— In qualunque impresa tu metta mano, il Signore manderà contro di te maledizione, turbamento e rimprovero. —- Finché non sarai sterminato dalla terra che stai per entrare a prendere in possesso, il Signore farà aderire a te la peste. —- Il cielo sopra la tua testa sarà di bronzo e la terra sotto di te sarà di ferro. —- Il Signore farà sì che tu sia sconfitto davanti ai tuoi nemici: andrai contro di loro per una via, ma fuggirai davanti a loro per sette vie. Sposerai una donna, ma un altro uomo giacerà con lei. Costruirai una casa, ma non vi abiterai; pianterai una vigna, ma non ne godrai il frutto. Il tuo bue sarà macellato davanti ai tuoi occhi; — il Signore manderà contro di te i nemici e tu li servirai nella fame, nella sete, nella nudità e nella totale privazione; finché egli non ti distruggerà, essi metteranno un giogo di ferro sul tuo collo. — E il Signore ti disperderà fra tutti i popoli, da un’estremità all’altra della terra». – (28:15-16) (Sura Ta-Ha, note, 53-54)
L’opera di riforma e di predicazione di Hazrat Giosuè
Settant’anni dopo l’uscita dall’Egitto (quando i figli d’Israele si dedicarono al culto degli idoli, nota dei compilatori), dalle parole pronunciate da Hazrat Giosuè ibn Nun, primo successore di Hazrat Mosè, nel suo ultimo discorso davanti all’assemblea, si può facilmente comprendere quanto la vita di schiavitù in Egitto avesse deformato la mentalità dei figli d’Israele. Il suo discorso fu il seguente:
«Pertanto, ora temete il Signore e servitelo con integrità e fedeltà; allontanate gli dèi che i vostri padri servivano oltre il fiume (l’Eufrate) e in Egitto, e servite il Signore. Se vi sembra un male servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire; —- quanto a me e alla mia famiglia, serviremo il Signore». – Giosuè 24:14-15
Da ciò si può dedurre che, nonostante questa gente avesse vissuto per quarant’anni sotto la guida di Musa (a.s.) e per ventotto anni sotto la guida e l’educazione di Hazrat Giosuè, non riuscì a estirpare dalla propria mente e dal proprio cuore quelle influenze che, durante l’epoca della sottomissione al Faraone, si erano diffuse fin nel midollo delle sue ossa. (La tortuosità della natura e del carattere di questa gente, così come la sua codardia, sono descritte dettagliatamente nel Nobile Corano. La riluttanza a rispondere all’invito di Hazrat Musa (a.s.) in Egitto; l’adorazione del vitello subito dopo la liberazione dall’Egitto, sotto l’influenza del Samiri; il porre ripetutamente domande invece di obbedire con sincerità quando Hazrat Musa (a.s.) ordinò di sacrificare la vacca; il pretendere il vecchio cibo delle città invece di mostrare gratitudine per la manna e le quaglie ricevute gratuitamente nel deserto del Sinai come dono di Allah; il rifiuto di obbedire agli ordini durante il jihad; la violazione delle prescrizioni del Giorno del Sabato; la corruzione del Libro di Allah; l’uccisione dei profeti, le false accuse contro di loro, l’insegnamento impartito in cambio di denaro e il nascondimento della verità: in breve, l’intera storia dei Banu Isra’il è contaminata da tali episodi. — I compilatori
Dopo la conquista della Palestina
Dopo la morte di Hazrat Musa (a.s.), quando i Banu Isra’il entrarono in Palestina, vi abitavano diverse popolazioni, come gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, gli Hivvei, i Gebusei, i Filistei e altri. Tra loro era diffusa una forma estremamente vile di shirk. L’intero regno di Dio era stato ripartito tra numerose divinità. A queste divinità venivano attribuiti epiteti e azioni così abominevoli che persino una persona moralmente del tutto depravata non avrebbe desiderato averci a che fare. Nella loro società era comunemente praticato il sacrificio dei figli. I loro luoghi di culto erano diventati ritrovi di adulterio. Trasformare le donne in dee, tenerle nei luoghi di culto e commettere adulterio con loro era considerato parte del culto.
Nella Tawrat, tra le indicazioni impartite ai Banu Isra’il per mezzo di Hazrat Musa (a.s.), era chiaramente stabilito che essi dovessero distruggere quelle popolazioni e strappare loro la Palestina, mantenendosi lontani dal vivere insieme a loro e dai loro difetti morali e dottrinali.
Tuttavia, entrando in Palestina, i Banu Isra’il dimenticarono queste indicazioni. Non fondarono uno Stato unito. Si lasciarono prendere dal tribalismo. Ogni tribù preferiva separarsi, appropriandosi di una parte del territorio conquistato. (Le tribù tra le quali fu diviso il piccolo territorio della Palestina erano: Banu Yahudha, Banu Sham‘un, Banu Dani, Banu Yamin, Banu Afrayem, Banu Ruban, Banu Jadd, Banu Musa, Banu Ashkar, Banu Zebulun, Banu Naftali, Banu Asher e altre. — Ricerca dell’autore.)
A causa di questa separazione, nessuna tribù era abbastanza forte da mantenere completamente puro il proprio territorio dagli idolatri. Alla fine accettarono di convivere con loro. La prima conseguenza che dovettero subire fu che, attraverso quelle popolazioni, lo shirk penetrò tra loro, aprendo la strada anche ad altre forme di corruzione e di sporcizia morale. (La seconda conseguenza che dovettero subire fu che quelle popolazioni alle quali erano state lasciate città-Stato indipendenti, insieme ai Filistei — il cui intero territorio era rimasto intatto — formarono una coalizione contro i Banu Isra’il e lanciarono ripetuti attacchi, privandoli di vaste regioni. Arrivarono persino a sottrarre loro l’Arca dell’Alleanza. Alla fine i Banu Isra’il sentirono la necessità di fondare un regno unito sotto un solo sovrano. — I tre sovrani di questo regno unito furono Hazrat Talut, Hazrat Dawud (a.s.) e Hazrat Sulayman (a.s.). Questi sovrani portarono a compimento le opere che i Banu Isra’il avevano lasciato incompiute dopo Musa (a.s.). — Autore, 437 (Sura Ibrahim, nota 12)
Dalla Bibbia si apprende che, fino all’epoca di Talut, città come Sidone, Tiro, Dor, Mujadda, Bayt Sham, Jazar, Gerusalemme e altre erano sotto il dominio degli idolatri, e la civiltà pagana di queste città continuava a esercitare una grande influenza sui Banu Isra’il. Inoltre, ai confini delle tribù israelite erano stati costituiti Stati davvero potenti dei Filistei, degli Edomiti, dei Moabiti e degli Ammoniti. Essi lanciarono attacchi consecutivi e strapparono vaste regioni agli Israeliti. Alla fine la situazione era giunta a tal punto che i Banu Isra’il sarebbero stati cacciati da quelle terre prendendoli per le orecchie, se Allah l’Altissimo non avesse riunito tempestivamente gli Israeliti sotto la guida di Talut. (Sura al-A‘raf, nota 98)
L’epoca della prima calamità dei Banu Isra’il
Dopo Hazrat Sulayman (a.s.), gli Israeliti furono terribilmente sopraffatti dall’avidità e dai desideri mondani. Combattendosi tra loro, fondarono due regni distinti. Nel nord della Palestina e nella Giordania orientale fu fondato lo Stato d’Israele. Infine, la sua capitale fu stabilita in Samaria. Nella Palestina meridionale e nella regione di Edom fu fondato lo Stato di Giudea. Gerusalemme ne divenne la capitale. Fin dal primo giorno, tra questi due Stati ebbero inizio una rivalità aspra, conflitti e dispute, che continuarono fino alla fine.
Tra loro, i governanti e gli abitanti dello Stato d’Israele furono i primi e i più profondamente influenzati dalle concezioni politeistiche, dalle credenze e dalle deviazioni morali delle nazioni vicine. Hazrat Ilyas e Hazrat Al-Yasa (la pace sia su entrambi) fecero ogni sforzo per arrestare questa degenerazione. Ma quella nazione non tornò più indietro dalla rovina verso la quale correva. Infine, sotto forma degli Assiri, l’ira di Dio si abbatté sugli Israeliti, e fino al IX secolo a.C. gli Assiri vittoriosi continuarono ad attaccare la Palestina.
Nel 620 a.C., Sargon, il crudele sovrano dell’Assiria, conquistò Samaria e pose fine allo Stato d’Israele.
Anche il secondo Stato dei Figli d’Israele, fondato nella Palestina meridionale con il nome di Giudea, cadde ben presto, dopo Hazrat Sulayman (a.s.), nel politeismo e nella corruzione morale.
Sebbene gli Assiri lo attaccassero continuamente, come avevano fatto con lo Stato d’Israele, distruggessero le sue città e assediassero la capitale, questo Stato non finì nelle mani degli Assiri. Rimase soltanto un alleato tributario. Infine, nel 587 a.C., il re di Babilonia Bokht-Nasr lanciò un attacco su vasta scala e trasformò tutte le città grandi e piccole della Giudea in cumuli di rovine. Ridusse Gerusalemme e il Tempio di Sulayman in tal modo in polvere che non rimase in piedi neppure una delle sue mura. Espulse molti ebrei dalla loro regione e li disperse in vari paesi. (Sura al-Isra, nota 7)
Un’altra opportunità concessa da Allah
Dopo la conquista assira, gli abitanti di Samaria e d’Israele non riuscirono più a risollevarsi dall’estrema degenerazione nella fede, nella dottrina e nella moralità. Tuttavia, tra gli abitanti della Giudea rimasero alcune persone. Tra coloro che erano rimasti in Giudea, continuarono a svolgere un’opera di riforma e correzione. Incoraggiarono al pentimento coloro che erano stati esiliati a Babilonia e in altre regioni. In seguito, la grazia di Allah l’Altissimo venne in loro aiuto. Il regno di Babilonia cadde. Nel 531 a.C., Ciro, il conquistatore iraniano (Khurs o Khusrau), conquistò Babilonia. Nel suo secondo anno emanò un editto con cui si concedeva agli Israeliti il permesso di tornare nel proprio paese e di ristabilirvisi.
Ciro concesse agli ebrei il permesso di ricostruire il Tempio di Sulayman. Tuttavia, le tribù vicine che si erano stabilite in quella regione continuarono per qualche tempo a creare ostacoli. Infine, nel 522 a.C., Dario I (Dara) nominò governatore della Giudea Zerubbabel, nipote dell’ultimo re della Giudea. Sotto la supervisione del profeta Haggai, del profeta Zaccaria e del sommo sacerdote Ishr, egli ricostruì il sacro Tempio.
In quel periodo Uzayr (pace su di lui) compì un’opera straordinaria per ristabilire la religione di Mosè (pace su di lui). Riunì da ogni luogo tutte le persone virtuose e benefiche della nazione ebraica e fondò una solida organizzazione. Curò e pubblicò i libri della Bibbia, compresa la Torah. Organizzò l’istruzione religiosa degli ebrei. Applicando le leggi della Sharia, iniziò a correggere quei difetti mentali e morali che erano penetrati tra gli Israeliti sotto l’influenza di popoli stranieri. Le donne politeiste che gli ebrei avevano sposato furono ripudiate. Agli Israeliti fu nuovamente richiesto di giurare fedeltà all’adorazione di Allah e all’obbedienza alle Sue leggi. Dopo centocinquant’anni, Bayt al-Maqdis fu nuovamente popolata e divenne il centro della religione e della civiltà ebraiche.
La dominazione greca e il movimento dei Maccabei
Antioco III conquistò la Palestina nel 98 a.C. Era il sovrano del regno seleucide e la sua capitale era Antiochia. Questo conquistatore greco era politeista dal punto di vista religioso e dispotico. Non tollerava la religione, la civiltà e la cultura ebraiche. Per contrastarle, esercitò pressioni politiche ed economiche e iniziò a diffondere la civiltà greca; una parte considerevole degli stessi ebrei divenne sua marionetta. Questa ingerenza esterna provocò una frattura nella nazione ebraica. Un gruppo adottò l’abbigliamento, la lingua, l’organizzazione sociale e gli sport greci, mentre l’altro rimase saldo nella propria civiltà.
Quando Antioco IV, il cui titolo era Epifane, cioè «manifestazione di Dio», salì al trono nel 157 a.C., cercò, ricorrendo alla forza dispotica, di sradicare la religione e la civiltà ebraiche (qui non sono riportati i dettagli degli ordini emanati, che prendevano di mira le credenze religiose comuni degli ebrei, il culto, i simboli religiosi e i princìpi fondamentali dell’organizzazione sociale). Tuttavia gli ebrei non si sottomisero a questo dispotismo. Al contrario, tra loro ebbe inizio un grande movimento, passato alla storia con il nome di rivolta dei Maccabei. Sebbene gli ebrei influenzati dai Greci mostrassero simpatia proprio per i Greci e collaborassero pienamente con i tiranni di Antiochia per reprimere la rivolta dei Maccabei, la forza vitale della devozione religiosa che Uzayr aveva infuso negli ebrei comuni era così intensa che tutti si unirono al gruppo dei Maccabei. Alla fine espulsero i Greci e fondarono un loro Stato religioso. Questo Stato rimase in piedi fino al 67 a.C. I suoi confini si estesero fino a comprendere l’intera regione che un tempo era stata sotto il dominio dei due Stati di Giudea e Israele. Inoltre, passarono sotto il loro controllo vaste aree della Filistia che non erano state conquistate nemmeno ai tempi di Davide (pace su di lui). (Sura al-Isra, nota 7)
La seconda catastrofe e le sue conseguenze
Il movimento dei Maccabei, che era stato animato da ispirazione religiosa e morale, cominciò gradualmente a decadere. L’ispirazione religiosa si ridusse all’avidità e ai desideri mondani e a riti esteriori privi di vita. Alla fine si divisero e invitarono il conquistatore romano Pompeo a venire in Palestina. Perciò, nel 63 a.C., Pompeo si concentrò sulla conquista della Palestina e, occupando Bayt al-Maqdis, pose fine all’indipendenza degli ebrei. Tuttavia, la politica costante dei conquistatori romani era quella di nominare governanti locali nei territori conquistati e servirsi di loro per raggiungere i propri scopi, invece di governare direttamente. Per questo fondò in Palestina uno Stato indigeno sottoposto alla propria autorità. Infine, nel 40 a.C., questo Stato passò sotto il dominio di un astuto ebreo chiamato Erode. Egli divenne famoso come Erode il Grande. Da un lato teneva gli ebrei soddisfatti sostenendo i capi religiosi; dall’altro soddisfaceva il Cesare promuovendo la civiltà romana e mostrando il massimo grado di lealtà verso l’Impero romano. In quel periodo la decadenza religiosa e morale degli ebrei raggiunse il suo apice.
Nel 41 d.C., i Romani nominarono Erode Agrippa, nipote di Erode il Grande, governatore di tutte le regioni che erano state sotto il dominio di Erode il Grande. Dopo aver ottenuto il potere, Erode Agrippa scatenò una persecuzione estrema contro i seguaci del Messia (pace su di lui).
Per comprendere correttamente la condizione dei capi religiosi ebrei di quell’epoca, è necessario conoscere la critica che Gesù (pace su di lui) rivolse loro nei suoi discorsi.
Sotto gli occhi di questa nazione fu decapitato un uomo di carattere immacolato come il profeta Yahya (a.s.). Ma nessuno di loro proferì parola contro questa atrocità. Poi l’intera nazione chiese la condanna a morte del profeta Isa (a.s.). —— Tanto che, quando Ponzio Pilato domandò a quei disgraziati: «Dite: devo liberare Isa o il brigante Barabba?», tutta la folla rispose all’unisono: «Liberate Barabba». Questa fu come la conclusione definitiva di tutte le prove e gli argomenti che Allah aveva rivolto a questa nazione.
Poi, trascorso appena poco tempo, ebbe inizio un violento conflitto tra gli ebrei e i romani. Tra il 164 e il 166 d.C. gli ebrei proclamarono apertamente la rivolta.——
Alla fine, l’Impero romano adottò severe misure militari e represse la rivolta; nel 70 d.C. Tito conquistò Gerusalemme con la forza. In quel periodo, centotrentatremila persone furono uccise nel massacro. Settantaseimila furono catturate e ridotte in schiavitù. Migliaia di persone furono mandate con la forza a lavorare nelle miniere egiziane. Migliaia di persone furono utilizzate nelle varie città per essere gettate in pasto alle bestie feroci negli anfiteatri e nei carceri, oppure per essere trasformate in vittime dei combattimenti con la spada. Le ragazze alte e belle furono scelte per i vincitori. La città di Gerusalemme e il Tempio furono ridotti in macerie. In seguito, l’influenza ebraica in Palestina scomparve a tal punto che per duemila anni essi non ebbero più l’opportunità di rialzare la testa. (Sura al-Isra, nota 7)
Alterazioni nella Torah (La struttura dell’ebraismo è stata costruita a partire dalle modifiche e dalle aggiunte che i predicatori, gli esegeti, gli oratori e gli studiosi delle Scritture ebrei hanno inserito di propria iniziativa nella Parola divina contenuta nella Torah. – I compilatori)
Nel quinto libro della Torah è riportato l’ultimo discorso del profeta Musa (a.s.), nel quale ai Figli d’Israele viene ripetutamente fatto prestare il seguente giuramento:
Imprimete fermamente nei vostri cuori gli insegnamenti che vi ho trasmesso, insegnateli alle generazioni future, praticateli quando vi alzate e quando vi sedete, nel sonno e nella veglia, e scriveteli sugli stipiti delle vostre case.
Inoltre, nel suo testamento, egli disse che, dopo essere entrati nei confini della Palestina, il loro primo compito sarebbe stato collocare grandi pietre sul monte Ebal e incidervi sopra le prescrizioni della Torah.
Inoltre, il profeta Musa (a.s.) consegnò ai Figli di Levi una copia della Torah e ordinò loro che, ogni sette anni, nel giorno della festa di Khayyam, radunassero ovunque tutti, uomini e donne, adulti e bambini, e facessero loro ascoltare l’intero Libro (la Torah), parola per parola. Nonostante ciò, l’indifferenza dei Figli d’Israele verso il Libro di Allah crebbe gradualmente a tal punto che, settecento anni dopo il profeta Musa (a.s.), gli eredi di Salomone nel Tempio e i governanti ebrei di Gerusalemme non sapevano nemmeno che possedessero un libro chiamato Torah.
Il più grave difetto degli eruditi ebrei era che, invece di diffondere la conoscenza del Libro di Allah, la tenevano segreta all’interno di una particolare classe di rabbini e mercanti della religione, tenendola lontana non solo dalla gente comune, ma persino dal contatto del popolo ebraico stesso. Poi, quando a causa dell’ignoranza generale l’iniquità cominciò a diffondersi tra loro, gli eruditi non solo non cercarono di riformarli e correggerli, ma, per conservare la propria popolarità presso il popolo, conferivano validità, con le parole e con le azioni oppure mantenendo un atteggiamento silenzioso, alle forme di traviamento e alle innovazioni religiose diffuse tra la gente. (Sura al-Isrā’, nota 9)
Non si limitarono a modificare a proprio piacimento il significato della Parola divina, ma mescolarono alla Parola divina contenuta nella Bibbia i propri commenti, la storia nazionale, le superstizioni e le congetture, le filosofie immaginarie e le leggi elaborate secondo le proprie riflessioni. (Secondo il Corano, la condizione degli eruditi ebrei era la seguente: la maggior parte degli alim, dei pii e degli asceti ebrei si appropriava illecitamente dei beni della gente e la distoglieva dalla via di Allah — Sura al-Tawba, 34. Gli ingiusti vendevano fatwā, prendevano tangenti, si appropriavano delle offerte votive e inventavano pratiche religiose tali che la gente potesse acquistare da loro le proprie argomentazioni. Nulla, nelle questioni della vita e della morte e nei matrimoni, poteva avvenire senza compiacerli, ed erano considerati gli incaricati di determinare il destino delle persone. Ma non era tutto: per il proprio interesse, questi mercanti della religione intrappolavano la gente nelle reti del traviamento. Se si levava una voce di verità, erano i primi a essere determinati a stendere le loro reti d’inganno e a sbarrarle la strada.) Presentavano tutto ciò alla gente in modo tale da far sembrare che ogni cosa fosse provenuta da Allah. Ogni filosofia storica, l’interpretazione di ogni commentatore, le concezioni e le convinzioni riguardo ad Allah di ogni studioso di filosofia e le ricerche giuridiche di ogni esperto delle Scritture trovarono posto nella Bibbia, trasformandosi nella Parola di Allah (Word of God). Era obbligatorio credere in esse, e allontanarsene significava allontanarsi dalla religione.
Per quanto ne sappiamo, i cinque libri dell’Antico Testamento (Pentateuco) non sono la vera Torah. La vera Torah è scomparsa dalla faccia della terra. Il sostegno a questa tesi si trova nello stesso Antico Testamento. Da esso apprendiamo che il profeta Mosè (pace su di lui), verso la fine della sua vita, compilò la Torah con l’aiuto del profeta Giosuè e la depose in un’arca (Genesi 31:24-27). Dopo la sua morte, quando nel VI secolo a.C. Nabucodonosor diede fuoco a Gerusalemme, anche quella sacra arca bruciò insieme ai libri composti dai riformatori della sua Legge dopo il profeta Mosè (pace su di lui). Duecento o duecentocinquant’anni dopo questa distruzione, il profeta Esdra (pace su di lui), secondo il racconto stesso della Bibbia, ricompose questo libro con i sacerdoti ebrei, con l’aiuto dell’ispirazione celeste. Ma il corso del tempo non permise neppure a quest’opera appena composta di rimanere nella sua forma originaria. Quando l’ondata delle conquiste universali di Alessandro Magno si estese nel Medio Oriente insieme all’Impero greco, portandovi anche le scienze e la letteratura, nell’anno 280 a.C. tutti i libri della Torah furono tradotti in greco. In seguito, le copie ebraiche furono gradualmente abbandonate e si diffuse la traduzione greca. Pertanto, la Torah che oggi abbiamo davanti non fa in alcun modo risalire la propria catena di trasmissione fino al profeta Mosè (pace su di lui). Ma ciò non significa che nell’attuale Torah non sia contenuta alcuna parte della vera Torah, né che essa sia completamente contraffatta. Ciò che vogliamo dire, in realtà, è che in questa Torah sono state mescolate alla Torah originaria molte altre cose; ciò che vogliamo dire, in realtà, è che in questa Torah sono state mescolate alla Torah originaria molte altre cose. Ed è anche possibile che molte parti della Torah originaria non vi siano state inserite. Se oggi qualcuno studiasse questo libro con profonda perspicacia, percepirebbe chiaramente che in esso, insieme alla Parola di Allah, sono stati mescolati in modo tale i commenti degli eruditi ebrei, la storia nazionale dei Figli d’Israele, le ricerche giuridiche degli studiosi israeliti delle Scritture e molte altre cose, che è estremamente difficile separare e distinguere la Parola di Allah. È estremamente difficile separare e distinguere la Parola di Allah.
Desideriamo inoltre chiarire esplicitamente che, secondo la prospettiva del Corano, la religione della Torah era la stessa religione del Corano; e come Muhammad (pace e benedizioni su di lui) era il profeta dell’Islam, così anche il profeta Mosè (pace su di lui) era un profeta dell’Islam. All’inizio, i Figli d’Israele seguivano proprio questa religione. In seguito, però, apportando molte aggiunte e omissioni alla religione originaria secondo i propri desideri, elaborarono un nuovo sistema religioso sotto il nome di ebraismo. (In altre parole, l’attuale Torah non è l’Islam portato dal profeta Mosè (pace su di lui), bensì l’espressione dell’ebraismo, una forma deformata di quella religione islamica. — I compilatori) (Sura al-Baqara, nota 16)
In realtà, con Torah si intendono quelle istruzioni che furono rivelate a Hazrat Musa (a.s.) nell’arco di circa quarant’anni, dalla sua investitura profetica fino alla sua morte. Tra queste, dieci comandamenti erano incisi su tavole di pietra e gli furono consegnati. Hazrat Musa (a.s.) fece mettere per iscritto le istruzioni rimanenti, ne fece dodici copie e le distribuì tra le dodici tribù dei Figli d’Israele. Una copia fu consegnata anche ai Figli di Levi, affinché potessero custodirla. Questo libro è chiamato Torah. Fu conservato come libro permanente fino alla prima distruzione di Bayt al-Maqdis. La copia consegnata ai Figli di Levi fu deposta, insieme alle tavole di pietra, nell’Arca dell’Alleanza. I Figli d’Israele la conoscevano proprio come Torah. La loro trascuratezza nei suoi confronti giunse a tal punto che, durante il regno del re Giosia di Giudea, quando veniva restaurato il Tempio di Salomone, il sommo sacerdote — cioè il successore del custode del Tempio e il principale capo religioso della nazione — trovò improvvisamente il libro della Torah conservato in un luogo. Considerandolo un oggetto straordinario, lo consegnò allo scriba reale. Lo scriba, a sua volta, lo presentò al re come se fosse stata fatta una scoperta meravigliosa. Ecco perché, quando Nabucodonosor conquistò Gerusalemme e trasformò in rovine l’intera città, compreso il Tempio, l’originale libro della Torah, ormai dimenticato dai Figli d’Israele e di cui esistevano pochissime copie, scomparve per sempre. In seguito, al tempo di Hazrat Uzayr, i superstiti dei Figli d’Israele furono liberati dalla prigionia babilonese e tornarono a Gerusalemme, dove Bayt al-Maqdis fu ricostruito. Allora Uzayr, con l’aiuto di alcuni anziani della nazione, redasse l’intera storia dei Figli d’Israele. Questa è oggi contenuta nei primi diciassette libri della Bibbia. In quattro libri di questa storia — il Secondo Libro, Esodo, il Terzo Libro, Levitico, il Quarto Libro, Numeri, e il Quinto Libro, Deuteronomio — viene narrata la vita di Hazrat Musa (a.s.); anche le parole della Torah giunte nelle mani di Hazrat Uzayr e dei suoi anziani collaboratori furono inserite nei punti appropriati di questa biografia, secondo l’ordine cronologico della loro rivelazione. Oggi, l’insieme delle parti della Torah sparse e frammentate nella biografia di Musa (a.s.) è ciò che viene chiamato Torah. Il criterio per riconoscerle è il seguente: là dove, nel corso della narrazione biografica, l’autore dice «Dio disse a Musa (a.s.) questo» oppure «Musa (a.s.) disse: “Il vostro Dio dice questo”», da quel punto inizia una parte della Torah. Quando ricomincia la narrazione biografica, inizia nuovamente una sezione narrativa; quando ricomincia il tema della vita del profeta, la parte della Torah giunge al termine. Nel mezzo, è molto difficile per la gente comune stabilire se ciò che gli autori della Bibbia hanno aggiunto come commento e spiegazione sia una parte dell’originale Torah oppure il suo commento e la sua interpretazione. Questa Torah alterata è l’origine del giudaismo. Ma l’aspetto istruttivo è che gli ebrei non tentarono mai di affermare la Torah nella forma e nell’aspetto in cui la accettavano. Né proclamarono con sincerità le sue prescrizioni, né le misero in pratica. Per questo il Corano pose la domanda: (in arabo: *****) (Sura al-Baqara, nota 90).
La condizione religiosa e sociale degli ebrei all’epoca dell’avvento del Profeta Muhammad (s.a.s.)
Non esiste una storia affidabile degli ebrei d’Arabia
Non esiste in alcun luogo del mondo una storia affidabile degli ebrei d’Arabia. Essi non lasciarono scritto, in alcun libro o iscrizione, alcun resoconto che potesse far luce sul loro passato. Nessuno storico o autore ebreo al di fuori dell’Arabia li menzionò. Per questo si dice che, dopo essere giunti nella terra d’Arabia, si separarono dai membri della propria nazione, al punto che gli ebrei del resto del mondo non li consideravano affatto parte della loro comunità. Infatti avevano abbandonato persino la lingua, la civiltà e i nomi ebraici, adottando una vita nomade. Nelle iscrizioni rinvenute tra le rovine dell’Hegiaz non si trova alcuna traccia di ebrei risalente a prima del I secolo cristiano; vi si trovano soltanto alcuni nomi ebraici. Perciò la maggior parte della storia degli ebrei d’Arabia si basa sulle leggende diffuse tra gli arabi, una parte delle quali fu propagata dagli stessi ebrei.
Gli ebrei dell’Hegiaz sostenevano di essersi stabiliti qui per la prima volta negli ultimi anni della vita di Hazrat Musa (a.s.). Raccontavano la vicenda nel modo seguente: Hazrat Musa (a.s.) inviò un gruppo di soldati per espellere gli Amaleciti da Yathrib. Aveva ordinato loro anche di non lasciare in vita neppure una persona di quella nazione. Quel contingente dei Figli d’Israele giunse qui ed eseguì l’ordine del profeta. Tuttavia, il giovane figlio del re degli Amaleciti era molto bello. Essi lo risparmiarono e tornarono in Palestina portandolo con sé. Nel frattempo Hazrat Musa (a.s.) era morto. I suoi successori criticarono severamente l’accaduto, affermando che risparmiare un amalecita era completamente contrario all’ordine del profeta e alle prescrizioni della sharia. Per questo espulsero quei soldati dal loro gruppo, ed essi furono costretti a tornare a Yathrib e a stabilirvisi. — Kitab al-Aghani, vol. 19, p. 94.
In questo modo gli ebrei sostenevano di essersi stabiliti qui milleduecento anni prima di Hazrat Isa (a.s.). Tuttavia, non esiste alcuna prova storica al riguardo. Probabilmente gli ebrei inventarono questa storia per esercitare influenza e autorità sugli arabi, presentandosi come discendenti di un’antica e nobile stirpe.
Secondo il loro stesso resoconto, la seconda migrazione degli ebrei ebbe luogo nel 587 a.C., quando Nabucodonosor, re di Babilonia, distrusse Bayt al-Maqdis e disperse gli ebrei in ogni parte del mondo. Gli ebrei d’Arabia dicevano che allora le loro diverse tribù giunsero nella terra araba e si stabilirono a Wadi al-Qura, Tayma e Yathrib (Futuh al-Buldan — al-Baladhuri). Tuttavia, neppure questo è storicamente provato. Probabilmente anche in questo modo cercavano di dimostrare la propria antichità.
La verità effettivamente dimostrata è che, quando nel 77 d.C. i Romani massacrarono in massa gli ebrei in Palestina e poi, nel 102 d.C., li espulsero da quel paese, numerose tribù ebraiche fuggirono e trovarono rifugio nell’Hegiaz. Poiché questa era la regione adiacente a sud della Palestina, una volta giunti qui essi rimasero ovunque trovassero sorgenti e terreni fertili e ricchi d’acqua. In seguito estesero gradualmente la propria influenza e autorità sulla regione attraverso complotti e il commercio dell’usura. Fu allora che stabilirono il loro dominio su Aylah, Maqna, Tabuk, Tayma, Wadi al-Qura, Fadak e Khaybar. Anche tribù come i Banu Qurayza, i Banu Nadir, i Banu Bahdal e i Banu Qaynuqa occuparono Yathrib e vi si insediarono.
Tra i gruppi che si erano insediati a Yathrib, le tribù dei Banu Nadir e dei Banu Qurayza erano le più famose, poiché appartenevano alla classe dei sacerdoti. Tra gli ebrei erano considerate nobili. Presso il loro stesso popolo detenevano il potere dello Stato religioso. Quando si insediarono a Medina, vi abitavano già alcune tribù arabe. Dopo averle sconfitte, si impadronirono delle terre fertili e irrigate. Circa tre secoli dopo, nel 450 o 451 d.C., nello Yemen si verificò una grande inondazione, menzionata nel secondo rukūʿ della Sura Sabaʾ. A causa di questa inondazione, diverse tribù del popolo di Saba furono costrette a lasciare lo Yemen e a disperdersi nelle varie regioni dell’Arabia. Tra esse, i Ghassanidi si stabilirono in Siria, i Lakhmidi a Hira, in Iraq, i Banu Khuzaʿa nella regione compresa tra Gedda e Mecca, mentre Aws e Khazraj si insediarono a Yathrib. Poiché gli ebrei avevano stabilito il proprio dominio su Yathrib, all’inizio non diedero ad Aws e Khazraj alcuna possibilità di affermarsi. Queste due tribù arabe furono costrette a vivere in territori sterili. In seguito, portando un esercito, schiacciarono la potenza degli ebrei. Così il pieno dominio di Aws e Khazraj si affermò su Yathrib. Le due grandi tribù ebraiche dei Banu Nadir e dei Banu Qurayza furono costrette a trasferirsi fuori dalla città. La terza tribù, quella dei Banu Qaynuqa, a causa dei dissidi con quelle due tribù, rimase a Mahra. Tuttavia, per poter rimanere lì, dovette porsi sotto la protezione della tribù dei Khazraj. In cambio, i Banu Nadir e i Banu Qurayza si posero sotto la protezione della tribù degli Aws, così da poter vivere al sicuro nei sobborghi di Yathrib.
La condizione degli ebrei all’avvento del Profeta (pace e benedizioni su di lui)
Prima dell’arrivo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) a Medina, e fino all’inizio dell’Egira, la condizione degli ebrei in generale nell’Higiaz e in particolare a Yathrib era la seguente:
Per abbigliamento, lingua, civiltà e cultura, erano completamente assimilati agli arabi. La stragrande maggioranza dei loro nomi era persino diventata araba. Delle dodici tribù ebraiche che si insediarono nell’Higiaz, nessun nome tribale era ebraico, ad eccezione dei Banu Zaura. A parte una manciata di loro dotti, nessuno conosceva neppure la lingua ebraica. Nella poesia dei poeti ebrei dell’epoca dell’ignoranza, che è giunta fino a noi, non si nota, per lingua, concezioni e contenuti, alcuna caratteristica che la distingua dalla poesia dei poeti arabi. Tra loro e gli arabi si instaurarono anche rapporti matrimoniali. In realtà, tra loro e gli arabi comuni non vi era altra differenza se non la religione; tuttavia, non si fusero con gli arabi e conservarono rigidamente il fanatismo ebraico. Adottavano pubblicamente l’identità araba perché, altrimenti, non avrebbero potuto vivere in Arabia.
Illustrazione: ——————–
A causa della loro adozione dell’identità araba, gli orientalisti sono caduti nell’equivoco secondo cui probabilmente non erano israeliti, ma arabi seguaci dell’ebraismo o, quantomeno, nella loro maggioranza ebrei arabi. Tuttavia, non esiste alcuna prova storica che gli ebrei abbiano mai svolto attività di predicazione religiosa nell’Higiaz, né che i loro dotti abbiano invitato gli arabi ad abbracciare l’ebraismo come facevano i sacerdoti e i missionari cristiani. Al contrario, vediamo che tra loro erano fortissimi il fanatismo di essere israeliti e l’orgoglio della propria discendenza. Chiamavano gli arabi ummiyyūn. Ummī non significa analfabeta, bensì selvaggio e barbaro. La loro dottrina era che gli ummiyyūn non meritassero nessuno dei diritti umani ai quali gli israeliti avevano diritto. Per gli israeliti era lecito e sacro depredare con mezzi leciti o illeciti i beni e le ricchezze degli ummiyyūn. A eccezione dei capi arabi, non ritenevano gli arabi comuni sufficientemente degni da essere iniziati all’ebraismo e ricevere pari dignità. Non si trova alcuna prova storica, né alcuna testimonianza nella tradizione araba, che una tribù araba o una grande famiglia abbia abbracciato l’ebraismo. Si fa però certamente menzione di alcuni individui che divennero ebrei. Inoltre, invece di diffondere la religione, gli ebrei erano attratti soltanto dal commercio. Per questo l’ebraismo non si diffuse nell’Higiaz come religione; divenne piuttosto il semplice patrimonio dell’orgoglio e dell’arroganza di alcune tribù israelite. Naturalmente, i dotti e i pii ebrei avevano sviluppato un fiorente commercio di amuleti, divinazione e magia, grazie al quale la loro conoscenza e le loro pratiche influenzavano gli arabi. (Al-Jihād fī al-Islām, pp. 380-382)
La loro condizione economica
Rispetto alle tribù arabe, la loro condizione economica era molto solida. Poiché provenivano dalle regioni più civilizzate della Palestina e della Siria, conoscevano molte arti e tecniche ignote agli arabi. Avevano inoltre rapporti commerciali con il mondo esterno; perciò erano loro a controllare l’importazione dei cereali a Yathrib e nella parte settentrionale dell’Higiaz, nonché l’esportazione dei datteri da quelle regioni. La maggior parte dell’allevamento dei polli e della piscicoltura era nelle loro mani. Producevano tessuti. Avevano aperto enoteche in vari luoghi e importavano il vino dalla Siria per poi rivenderlo. La maggior parte dei Banu Qaynuqa esercitava il mestiere di orefice, fabbro e fabbricante di recipienti. In tutte queste attività commerciali gli ebrei praticavano profitti eccessivi. Ma il loro commercio principale era l’usura. Con la rete dell’usura avevano intrappolato gli abitanti arabi dei dintorni. In particolare, gli sceicchi e i capi delle tribù arabe erano affetti dal desiderio di ostentare il proprio splendore e il proprio potere ricorrendo continuamente ai prestiti. Finivano così nella rete dei debiti degli ebrei. Questi concedevano prestiti a tassi elevatissimi, dopodiché il debitore rimaneva talmente invischiato nella capitalizzazione degli interessi che liberarsene diventava estremamente difficile. In questo modo avevano ridotto gli arabi a essere economicamente del tutto svuotati. La conseguenza naturale era che, in generale, tra gli arabi prevalesse l’odio nei loro confronti. I loro interessi commerciali ed economici esigevano che non diventassero amici di alcuni arabi e nemici di altri, né che prendessero parte alle loro dispute reciproche. D’altra parte, però, i loro interessi esigevano anche che agli arabi non fosse permesso rimanere uniti, ma che fossero mantenuti in lotta gli uni contro gli altri. Sapevano infatti che, se le tribù arabe si fossero unite, non avrebbero più lasciato loro il possesso delle immense proprietà terriere, dei giardini e dei campi fertili accumulati grazie alle attività usurarie. Inoltre, per la propria sicurezza, ogni tribù doveva avere l’appoggio di una tribù potente, affinché nessuno potesse aggredirla. Per questo non solo dovevano partecipare alle guerre tra le tribù arabe, ma spesso una tribù ebraica si univa alla propria tribù araba alleata per combattere contro un’altra tribù ebraica sostenuta dalla tribù dei Khazraj. Nella sanguinosa battaglia combattuta tra Aws e Khazraj a Buʿāth, poco prima dell’Egira, essi combatterono al fianco dei rispettivi alleati. (Tafhīm al-Qurʾān, Sura Āl ʿImrān, nota 2)
il guscio ostentato della religiosità
Gli ebrei credevano nel tawḥīd, nella profezia, nella rivelazione, nell’Aldilà e negli angeli. Riconoscevano inoltre le norme della sharīʿa che erano state rivelate da parte di Allah al loro profeta, il profeta Mosè. In linea di principio, anche la loro religione era l’Islam, quello insegnato dal profeta Muḥammad. Tuttavia, secoli di decadenza li avevano allontanati di molto dalla religione originaria. (A quel tempo erano trascorsi quasi diciannove secoli dalla scomparsa di Mosè. Secondo la storia israelita, il profeta Mosè morì nel 1272 a.C., mentre il profeta Muḥammad fu elevato alla dignità della profezia nel 610 d.C. — l’autore.)
Cercavano di impedire che egli avesse successo nella sua opera di riforma. In realtà erano musulmani traviati. A causa delle innovazioni religiose, della distorsione della verità, dell’attenzione esasperata per questioni minuziose, delle divisioni, dell’abbandono delle questioni importanti per perdere tempo in questioni inutili (masticare le ossa dopo aver gettato via il cervello), dell’oblio di Allah e dell’immersione nell’avidità e nelle bramosie mondane, la loro decadenza raggiunse un livello così estremo che arrivarono persino a dimenticare il loro vero nome, musulmani, e rimasero semplicemente ebrei, senza più definirsi musulmani. Trasformarono la religione di Allah in un patrimonio ereditario della stirpe israelita. (Sura al-Ḥashr, introduzione)
fanatismo religioso e genealogico
Gli ebrei ritenevano che l’onestà, la rettitudine, la sincerità e la lealtà dovessero essere praticate soltanto nei rapporti reciproci tra ebrei. Non vi era nulla di male nell’appropriarsi dei beni di chi non fosse ebreo. Questa non era soltanto un’idea dettata dall’ignoranza della gente comune ebrea; in realtà, l’intero sistema religioso dell’ebraismo fu elaborato in modo tale da stabilire, in campo morale, a ogni passo una distinzione tra israeliti e non israeliti: la stessa cosa che era illecita per gli israeliti era lecita per gli altri; la stessa cosa che spettava agli israeliti non spettava ai non israeliti. Per esempio, la Bibbia prescrive: «Puoi esigere dagli stranieri, ma ciò che hai presso tuo fratello, la tua mano lo rimetterà» (Deuteronomio 15:3). In un passo è vietato prendere interesse. Tuttavia, si può prestare denaro allo straniero a interesse, mentre non si deve prestare a interesse al proprio fratello (Deuteronomio 23:20). In un altro passo è scritto: «Se un uomo ruba una persona tra i suoi fratelli, i figli d’Israele, e la tratta come uno schiavo o la vende, e viene scoperto, quel ladro sarà messo a morte» (Deuteronomio 24:7). Nel Talmud si trova scritto che, se un bue appartenente a un israelita ferisce il bue di un non israelita, non è dovuto alcun risarcimento; ma se il bue di un non israelita ferisce il bue di un israelita, il risarcimento è dovuto. Se qualcuno trova qualcosa abbandonato in un luogo, deve verificare a quale popolo appartengano gli abitanti della zona circostante. Se appartengono agli israeliti, deve annunciarne il ritrovamento; se appartengono ai non israeliti, bisogna prendere quell’oggetto. Il rabbino Ismaele dice: se davanti al giudice viene portata una causa tra un ummita e un israelita, e il giudice può far vincere il proprio correligionario secondo la legge israelita, lo farà vincere dicendo che ciò è stato fatto secondo la loro legge. Se invece può farlo vincere secondo la legge degli ummiti, lo farà vincere dicendo: «Questo è stato fatto secondo la vostra legge». Ma se non può farlo vincere secondo nessuna delle due leggi, lo farà vincere nella causa ricorrendo a qualsiasi stratagemma. Il rabbino Shamuʾel dice: bisogna approfittare di ogni errore del non israelita. (Sura al-Ḥashr, introduzione)
abbandonare la questione fondamentale per aggrapparsi ai dettagli
Gli studiosi ebrei osservavano con grande scrupolo le disposizioni minori della sharīʿa. Anzi, trascorrevano tutto il loro tempo nell’esaminare minuziosamente le questioni di dettaglio. I loro dotti delle Scritture avevano stabilito tali questioni minuziose dopo molte riflessioni. Ma lo shirk era ai loro occhi una questione talmente insignificante che non pensavano né a proteggere se stessi da esso, né cercavano di preservare il popolo dalle idee e dalle pratiche politeistiche. La loro coscienza non impediva loro neppure di stringere amicizia con i politeisti e di prestare loro aiuto e sostegno. (Sura al-Baqara, introduzione)
alterare la sharīʿa a favore delle persone nobili
L’esempio di come gli ebrei si fossero allontanati dai precetti della loro religione si trova nel caso che gli ebrei di Khaybar sottoposero al Profeta (pace e benedizioni su di lui) perché lo giudicasse. Il caso era il seguente: una donna di nobile famiglia di Khaybar aveva avuto una relazione sessuale illecita con un uomo. Secondo la Torah, la loro pena era la lapidazione, cioè essere uccisi a colpi di pietra (Deuteronomio 22:23-24). Ma gli ebrei non volevano applicare questa pena. Perciò si consultarono tra loro e decisero di riconoscere il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come arbitro in quella causa. Se avesse emesso una sentenza diversa dalla lapidazione, l’avrebbero accettata; se invece avesse decretato la lapidazione, non l’avrebbero accettata. In seguito il caso fu presentato al Profeta. Egli ordinò la lapidazione, ma essi si rifiutarono di obbedire. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) domandò loro: «Qual è, nella vostra religione, la pena prevista per questo?». Essi risposero: «La fustigazione, l’imbrattamento del volto con la calce e il trasporto a dorso di asino». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) interrogò sotto giuramento i loro dotti: «Nella Torah è forse prevista questa pena per l’adultero e l’adultera sposati?». Essi diedero nuovamente una risposta falsa. Ma tra loro vi era un uomo chiamato Ibn Suriyya, che, secondo la stessa testimonianza degli ebrei, era allora il più grande sapiente della Torah, e che era rimasto in silenzio. Rivolgendosi a lui, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Ti chiedo, giurando per Dio, che vi liberò dalle mani del Faraone e che vi diede la Legge sul monte Tur: quale pena è veramente prescritta nella Torah per l’adulterio?». Egli rispose: «Se non mi avessi imposto questo giuramento, non lo avrei detto. La pena dell’adulterio è in effetti la lapidazione. Ma quando l’adulterio aumentò nella nostra società, i nostri governanti adottarono questa consuetudine: se commetteva adulterio una persona nobile, veniva lasciata libera; se lo commetteva una persona di classe inferiore, veniva lapidata. Poi, quando tra il popolo cominciò a manifestarsi il malcontento, modificarono la legge stabilendo che l’adultero e l’adultera dovessero essere fustigati, avere il volto imbrattato di calce e venire fatti cavalcare al contrario sul dorso di un asino». (Sura Āl ʿImrān, nota 64)
La modifica del lecito e dell’illecito nella sharīʿa
Quando gli ebrei si ribellarono contro la sharīʿa rivelata da Dio e si misero a fare da legislatori della sharīʿa, sottoposero molti cibi puri e leciti a un’analisi cavillosa. Tra questi vi erano gli animali dotati di zoccoli, come lo struzzo, l’oca selvatica e altri; in secondo luogo, il grasso di bovini e caprini. Nella Bibbia, le disposizioni relative a questi due tipi di cose illecite furono inserite nella Torah. Eppure tali cose non erano illecite nella Torah; furono rese illecite dopo Hazrat Mosè (pace su di lui). Anche la storia testimonia che l’attuale legge religiosa ebraica fu redatta dal rabbino Yehuda verso la fine del II secolo cristiano. (Sura an-Nisāʾ, nota 80)
Il comportamento irragionevole degli ebrei nei confronti del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui)
Il Corano dice: e ora, quando è giunto loro un Libro da parte di Dio, quale atteggiamento hanno assunto nei suoi confronti? Eppure questo Libro conferma la veridicità di ciò che essi già possedevano; prima della sua venuta, essi invocavano la vittoria e l’aiuto contro i miscredenti. Nonostante ciò, quando quella realtà giunse davanti a loro e la riconobbero, rifiutarono di accettarla. — Sura al-Baqara, 89
Prima dell’avvento del Profeta (pace e benedizioni su di lui), gli ebrei attendevano con impazienza quel Profeta la cui venuta era stata predetta dai loro profeti. Pregavano affinché egli arrivasse presto, ponesse fine al dominio dei miscredenti e desse inizio alla loro epoca di prosperità. Gli stessi abitanti di Medina sono testimoni del fatto che, prima dell’arrivo del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), gli ebrei contavano i giorni nell’attesa del Profeta che sarebbe venuto in futuro e dicevano continuamente: «Va bene, continuate pure a opprimere chi volete. Quando quel Profeta verrà, vedremo come sistemare gli oppressori». Gli abitanti di Medina ascoltavano queste parole. Perciò, quando vennero a conoscere la realtà del Profeta (pace e benedizioni su di lui), cominciarono a dirsi l’un l’altro: «Guardate, non lasciate che questi ebrei vi precedano. Venite, crediamo in lui prima di loro». Ma la cosa sorprendente è che quegli stessi ebrei, che attendevano ansiosamente l’avvento del Profeta, dopo il suo arrivo divennero i suoi più accaniti oppositori.
Anche l’affermazione coranica «e lo riconobbero» trova, già in quel periodo, diverse prove. La testimonianza più autorevole è quella della Madre dei credenti, Hazrat Safiyya (che Dio sia soddisfatto di lei). Era figlia di un celebre sapiente ebreo e nipote di un altro sapiente. Ella racconta: quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) giunse a Medina, mio padre e mio zio andarono entrambi a incontrarlo e conversarono a lungo con lui. Quando tornarono a casa, li sentii con le mie stesse orecchie parlare così:
Lo zio: «È davvero questo il Profeta la cui buona novella è stata annunciata nei nostri Libri?»
Padre: Per Dio, è proprio così.
Zio: Tu ci credi?
Padre: Sì, ci credo.
Zio: Allora, che cosa intendi fare adesso?
Padre: Finché avrò vita, continuerò a oppormi a lui e non gli permetterò di dire una parola. (Ibn Hisham, volume 2, p. 165, nuova edizione) (Sura al-Ma’ida, nota 70)
La fomentazione ostile dei Giudei
Gli abitanti dell’Arabia erano generalmente illetterati. Rispetto a loro, tra i Giudei la pratica dell’istruzione era naturalmente molto più diffusa. Tra loro vi erano, a titolo personale, grandi studiosi la cui fama si era propagata anche al di fuori dell’Arabia. Per questo l’influenza culturale dei Giudei in Arabia era molto grande. Inoltre, i loro sapienti e i loro sacerdoti rafforzavano e ampliavano tale influenza mediante lo splendore esteriore dei loro luoghi di culto e il commercio di esorcismi, amuleti e talismani. Gli abitanti di Medina, in particolare, erano fortemente influenzati da loro, perché nei dintorni vivevano grandi tribù giudaiche. Essi avevano rapporti con loro giorno e notte. Attraverso tali rapporti ne erano profondamente influenzati, proprio come una popolazione illetterata viene influenzata dai vicini più istruiti, più civili e dotati di eminenti personalità religiose. In questa situazione, quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) si presentò come profeta e cominciò a rivolgere l’invito all’Islam, era naturale che gli illetterati si recassero dai Giudei, gente della Scrittura, e chiedessero loro: voi seguite un profeta e osservate un Libro; diteci, che cosa pensate di quest’uomo che tra noi pretende di essere un profeta, della sua persona e dei suoi insegnamenti? Anche quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) giunse a Medina, molte persone continuavano a recarsi in questo modo dai sapienti giudei per interrogarli. Ma quei sapienti giudei non dissero mai loro la verità. Era difficile per loro affermare che il monoteismo da lui proclamato non fosse corretto, oppure che ci fosse qualche errore in ciò che egli diceva riguardo ai profeti, ai Libri celesti, agli angeli e all’Aldilà, oppure che fosse sbagliato uno dei princìpi morali che insegnava. Tuttavia non erano neppure disposti a riconoscere apertamente che tutto ciò che egli proponeva fosse vero. Non potevano negare apertamente la verità, ma non erano nemmeno pronti ad accettarla semplicemente. Tra queste due vie adottarono il seguente metodo: instillavano nella mente di ogni interlocutore qualche insinuazione contro il Profeta (pace e benedizioni su di lui), contro il suo gruppo e contro la sua grande opera; gli rivolgevano accuse e gli attribuivano calunnie così assurde da suscitare nei cuori della gente dubbi, esitazioni e conflitti interiori; inoltre sollevavano domande imbarazzanti di vario genere, così che la gente si sentisse a disagio e cercasse a sua volta di mettere in difficoltà il Profeta e i suoi Compagni. Questo era il loro comportamento, per il quale nella Sura al-Baqara fu detto loro: non coprite la verità con il velo della falsità; non cercate di soffocare e occultare la verità mediante false propagande, la creazione maliziosa di dubbi e il lancio di accuse; e non cercate di ingannare il mondo mescolando verità e falsità. — Sura al-Baqara, 42. (La portata delle malefatte dei Giudei è molto vasta. Cadendo nella rete delle loro insinuazioni, nella comunità islamica sono sorti degli ipocriti. In ogni circostanza essi hanno mostrato una qualche insolenza contro il Profeta (pace e benedizioni su di lui), hanno tentato ripetutamente di assassinarlo, e la loro massima sfrontatezza consiste nel fatto che, nei momenti decisivi della guerra, si sono dedicati ad attività distruttive. Si farà menzione di tali loro sfrontatezze nei luoghi appropriati. — L’autore)
L’avvento e lo sviluppo del cristianesimo
Spiegazione della parola «Nasara»
È errata l’opinione di alcuni secondo cui la parola «Nasara» derivi da «Nàসera», che era la patria del Messia (pace su di lui). In realtà, questa parola deriva da «nusrat». La sua base è costituita dalla risposta che gli apostoli diedero alla domanda del Messia (pace su di lui), «(arabo*****) (Chi sono i miei aiutanti sulla via di Allah?)»: «(arabo***) (Noi siamo gli aiutanti di Allah)». Gli autori cristiani, osservando in genere soltanto la somiglianza esteriore delle due parole, hanno erroneamente ritenuto che il Corano avesse usato per tutti i cristiani il nome di quel gruppo chiamato «Nazarenes», che esisteva nella storia antica del cristianesimo e i cui membri erano chiamati con disprezzo «Nazareni» ed «Ebioniti». Ma il Corano afferma chiaramente che furono essi stessi a dire: «Noi siamo Nasara» (Sura Āl ʿImrān: 52); ed è certo che i cristiani non si sono mai chiamati «Nazareni». (Sura al-Baqara, nota 95)
A questo proposito, va ricordato che ʿĪsā (pace su di lui) non diede mai ai suoi seguaci il nome di «ʿĪsāyī» o «Masīḥī». Egli infatti non venne a fondare una nuova religione a suo nome. Lo scopo della sua predicazione era ravvivare la religione che Mūsā (pace su di lui) e i profeti precedenti e successivi avevano portato. Per questo non costituì alcuna comunità separata dalla comune comunità dei Banū Isrāʾīl e dai seguaci della Legge di Mūsā, né le diede un nome permanente. I suoi primi seguaci non si consideravano distinti dalla comunità israelita; non erano ancora diventati un gruppo stabile e non avevano neppure scelto per sé un nome o un simbolo distintivo. Andavano a pregare con gli ebrei comuni proprio nel Tempio di Bayt al-Maqdis e si consideravano seguaci della Legge di Mūsā. Si vedano gli Atti degli Apostoli 3:1; 10:14,15; 21:21.
La separazione degli ʿĪsāyī dal popolo israelita
In seguito, il processo di separazione ebbe inizio in due direzioni. Da un lato, tra i seguaci di ʿĪsā, san Paolo abolì l’obbligatorietà della Legge e dichiarò che, per la salvezza, era sufficiente credere nel Messia. Dall’altro, i dotti ebrei considerarono i seguaci del Messia una setta traviata e li separarono dal popolo israelita. Nonostante questa separazione, all’inizio al nuovo gruppo non fu dato alcun nome particolare. Gli stessi seguaci del Messia usavano talvolta per sé la parola «discepoli» («seguaci»), talvolta usavano per i propri compagni le parole «credenti» e «fedeli», e talvolta erano chiamati anche «santi» (Atti degli Apostoli 2:44; 4:32; 9:26; 11:29; 13:52; 15:1-23; Romani 15:25; Colossesi 1:2). Gli ebrei, invece, li chiamavano talvolta «Galilei» e talvolta «setta eretica dei Nazareni» (Atti degli Apostoli 24:5; Luca 13:2). Erano chiamati così per scherno, poiché la patria di ʿĪsā (pace su di lui) era Nazaret, che apparteneva alla regione palestinese della Galilea. Tuttavia, questo nome ingiurioso non si diffuse al punto da diventare un titolo onorevole per i seguaci del Messia.
Come divennero noti con il nome di messianici o cristiani?
Il nome «cristiani» fu dato per la prima volta a questo gruppo, nell’anno 43 o 54 dell’era cristiana, dagli abitanti politeisti di Antiochia, quando Paolo e Barnaba vi si recarono e iniziarono l’opera di predicazione religiosa (Atti degli Apostoli 11:26). Furono chiamati così per scherno da parte degli oppositori, e i seguaci del Messia rifiutarono di accettare per sé questo nome. Ma quando i loro nemici continuarono a rivolgersi a loro con quel nome, i loro capi dissero: «Se siete chiamati messianici perché associati al Messia, che cosa c’è di vergognoso in questo?» (1 Pietro 4:16). Così anch’essi cominciarono gradualmente a chiamarsi con il nome che i loro nemici avevano imposto loro per derisione. Alla fine scomparve perfino tra loro la consapevolezza che si trattasse di un nome ingiurioso con cui venivano chiamati.
Per questo il Sacro Corano non chiama i seguaci del Messia «messianici» o «ʿĪsāyī». Al contrario, ricorda loro che in realtà sono discendenti di quelle persone alle quali ʿĪsā ibn Maryam (pace su di lui) si rivolse dicendo: «(arabo*****) (Chi è il mio aiutante sulla via di Allah?)», e che risposero: «(arabo****) (Noi siamo gli aiutanti sulla via di Allah)». Perciò, in senso originario e fondamentale, essi sono Nasara o Ansar. Oggi, invece di esprimere gratitudine al Corano per questo richiamo, i missionari ʿĪsāyī lamentano che il Corano li chiami «Nasara» anziché «messianici» o «cristiani». (Sura al-Baqara, nota 58)
L’avvento del cristianesimo
L’ebraismo e il cristianesimo sono sorti in epoche successive. L’ebraismo, con il suo nome, le sue caratteristiche, i suoi riti e i suoi metodi, nacque nel terzo e nel quarto secolo avanti Cristo. Il cristianesimo, nome dato all’insieme di determinate concezioni, credenze e dottrine religiose distintive, venne a esistere molto tempo dopo il profeta Gesù (pace su di lui). Sorge spontanea, allora, la domanda: se il conseguimento della guida o il rimanere sulla retta via dipendesse dall’ebraismo, dal cristianesimo o dal cristianesimo stesso, da che cosa ricevevano la guida il profeta Abramo (pace su di lui) e gli altri profeti, nati molti secoli prima di queste due religioni e che anche gli ebrei e i cristiani riconoscono come guidati? È certo che tale fonte non era né l’ebraismo né il cristianesimo. Divenne dunque evidente di per sé che il conseguimento della guida da parte dell’uomo non dipende da quelle caratteristiche religiose dalle quali sono sorte varie comunità, come gli ebrei e i cristiani. Esso dipende invece realmente dall’aderire a quella retta via universale attraverso la quale gli uomini hanno ricevuto la guida in ogni epoca.
In secondo luogo, le stesse Scritture sacre degli ebrei e dei cristiani testimoniano che il profeta Abramo (pace su di lui) non adorava, glorificava, serviva né obbediva a nessuno all’infuori dell’unico Dio. La sua missione consisteva proprio nel non associare a Dio nessun altro nelle Sue qualità e nei Suoi attributi. È quindi assolutamente evidente che sia l’ebraismo sia il cristianesimo si sono allontanati da quella verità sulla quale camminava il profeta Abramo (pace su di lui), poiché in entrambe queste religioni si è mescolato lo shirk. (Sura al-Māʾida, nota 36)
I cristiani definiscono il profeta Gesù (pace su di lui) Dio
In primo luogo, i cristiani commettono l’errore di considerare la persona del profeta Gesù come una sostanza composita di umanità e divinità (Divinity) (Compopund); di conseguenza, la realtà di Gesù è divenuta per loro un enigma. Quanto più i loro dotti hanno cercato di sciogliere questo enigma con la verbosità e le congetture, tanto più sono rimasti invischiati in complicazioni. Tra loro, colui nella cui mente ha prevalso l’elemento umano di questa persona composita ha insistito sul fatto che il profeta Gesù fosse il figlio di Dio e uno dei tre dèi eterni. Colui nella cui mente ha prevalso maggiormente l’elemento della divinità (ulūhiyya) ha considerato Gesù una manifestazione corporea di Allah, facendone senz’altro Allah stesso, e lo ha adorato e venerato in quanto Allah. Coloro che hanno cercato di trovare una via intermedia tra queste due posizioni hanno impiegato tutte le loro energie in interpretazioni meramente verbali, per mezzo delle quali Gesù ha continuato a essere chiamato uomo e, al tempo stesso, a essere considerato Allah. Allah e Gesù sono due essenze distinte e, al tempo stesso, una sola. (Sura al-Māʾida, nota 36)
Il significato del fatto che il profeta Gesù (pace su di lui) sia Kalimatullah
(Arabo*****)
Il Messia Gesù, figlio di Maria, non era altro che il Messaggero di Allah e una Sua parola. — Sura al-Nisāʾ, 171
In realtà, è stata usata la parola «Kalima». Il significato dell’invio della Kalima a Maryam è che Allah l’Altissimo ordinò al grembo di Maryam di concepire senza essere fecondato da alcun uomo. In un primo momento ai cristiani era stato spiegato proprio questo mistero della nascita di Gesù il Messia (pace su di lui) senza padre. Tuttavia, fuorviati dalla filosofia greca, dapprima considerarono la parola «Kalima» sinonimo di parola o facoltà della parola. Poi interpretarono questa parola e questa facoltà come un attributo specifico di Allah l’Altissimo, cioè la Sua capacità di parlare. In seguito giunsero alla conclusione congetturale che questo attributo specifico di Allah l’Altissimo fosse entrato nel grembo di Maryam, avesse assunto una forma corporea e si fosse manifestato sotto forma del Messia. In questo modo nacque tra i cristiani la falsa idea che il Messia (pace su di lui) fosse Allah, e si radicò l’erronea convinzione che Allah stesso, oppure l’attributo della parola tra i Suoi attributi eterni, si fosse manifestato nella forma del Messia. (Sura al-Baqara, nota 135)
La concezione della Trinità
Nel versetto 171 della Sura an-Nisa, il Messia è definito uno spirito proveniente da Allah, mentre nella Sura al-Baqara la questione è espressa dicendo: «Lo abbiamo sostenuto con lo Spirito Santo». Il significato di entrambe le espressioni originarie è che Allah l’Altissimo donò al Messia (pace su di lui) uno spirito puro, al di sopra del peccato, pienamente sincero e adornato da una completa nobiltà di carattere. Questa era la spiegazione fornita ai cristiani. Essi la esagerarono, considerarono lo spirito proveniente da Allah come lo Spirito stesso di Allah e attribuirono allo Spirito Santo il significato di spirito puro di Allah, che aveva assunto una forma nel Messia. Così fecero dello Spirito Santo un terzo dio accanto ad Allah e al Messia. Questa fu la seconda estrema esagerazione dei cristiani, a causa della quale si smarrirono. È singolare che ancora oggi nel Vangelo secondo Matteo si trovi scritto che un angelo disse in sogno a Giuseppe il falegname: «O Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te tua moglie Maryam, perché ciò che è nel suo grembo è per potere dello Spirito Santo» (capitolo 1:2). (Sura al-Ma’ida, nota 39)
La realtà è che i cristiani riconoscono contemporaneamente il tawhid e la Trinità. Sulla base delle chiare parole del Messia (pace su di lui) riportate nei Vangeli, nessun cristiano può negare che Allah sia uno solo e che non vi sia altro dio all’infuori di Lui. Non hanno altra scelta se non riconoscere che il tawhid è la vera religione. Tuttavia, fin dall’inizio caddero sotto l’influsso dell’erronea idea che la Parola di Allah si fosse manifestata nella forma del Messia e che lo Spirito di Allah avesse assunto forma in lui. Per questo si imposero inutilmente come indispensabile riconoscere, insieme alla divinità di Allah, Creatore dell’universo, anche la divinità del Messia e dello Spirito Santo. Poiché si costrinsero ad accettarla, questa questione si trasformò per loro in un enigma insolubile: come si può accettare la dottrina della Trinità pur professando il tawhid, e il tawhid pur professando la Trinità? Da circa milleottocento anni i teologi cristiani si affannano a risolvere il problema da loro stessi creato. A causa delle diverse interpretazioni sono sorti numerosi piccoli gruppi; ciascun gruppo ha dichiarato l’altro infedele o miscredente, e, litigando e disputando su questo, chiesa dopo chiesa si è separata. Tutta la forza della loro teologia è stata impiegata in quest’opera. Eppure questo problema non è stato creato da Dio né dal Messia da Lui inviato, e non esiste alcuna soluzione che permetta di riconoscere tre dèi mantenendo al tempo stesso intatta l’unicità di Dio. Sono state le loro esagerazioni e i loro eccessi a creare il problema. L’unica soluzione è che rinuncino alle esagerazioni e agli eccessi, abbandonino la concezione della divinità del Messia e dello Spirito Santo, riconoscano soltanto Allah come unico Dio e considerino il Messia Suo profeta, senza attribuirgli in alcun modo una partecipazione alla divinità. (Sura an-Nisa, nota 212)
Lo shirk e il culto delle figure religiose
Verso la metà del V secolo cristiano, tra i cristiani comuni e soprattutto nelle chiese cattoliche romane, lo shirk, il culto delle figure religiose e il culto delle tombe assunsero proporzioni considerevoli. Si cominciò a venerare i luoghi di sepoltura dei santi e nelle chiese furono collocate statue del Messia, di Maryam e delle ninfe celesti. Poco prima dell’avvento degli Ashab al-Kahf, nel 431 d.C., si tenne a Efeso un concilio dei capi religiosi dell’intero mondo cristiano. In quell’assemblea furono sancite la divinità del Messia e la concezione di Maryam come madre di Dio. Se si considera questa storia, si comprende chiaramente che l’espressione coranica alludeva a quelle persone che, in contrapposizione ai seguaci sinceri del Messia, erano divenute allora i capi e i funzionari della comunità cristiana, nelle cui mani si trovavano l’autorità religiosa e quella politica. Essi erano in realtà i portabandiera dello shirk. Furono loro a decidere che sugli Ashab al-Kahf fosse costruito un monumento funerario e che fosse oggetto di culto. (Sura an-Nisa, nota 212)
Il cristianesimo attuale e San Paolo
I primi seguaci di Gesù (pace su di lui) lo riconoscevano come profeta. Seguivano la Legge di Mosè. In materia di dottrina, precetti, norme e culto non si consideravano in alcun modo diversi dagli altri Israeliti. La loro unica divergenza rispetto agli ebrei consisteva nel fatto che essi riconoscevano Gesù come il Messia e credevano in lui, mentre gli ebrei rifiutavano di riconoscerlo come Messia. In seguito, quando San Paolo si unì a questo gruppo, quello dei seguaci di Gesù, cominciò a diffondere questa religione tra i Romani, i Greci e altri non ebrei e non israeliti. A questo scopo introdusse una nuova religione, le cui dottrine, i cui principi fondamentali e le cui prescrizioni erano completamente diversi dalla religione predicata da Gesù (pace su di lui). San Paolo non ebbe alcuna compagnia di Gesù (pace su di lui); al contrario, ai suoi tempi era il suo più accanito oppositore. Anche dopo rimase per alcuni anni il più acerrimo nemico dei suoi seguaci. Poi si unì a questo gruppo e, quando cominciò a introdurre una nuova religione, non presentò neppure una parola di Gesù (pace su di lui) come autorità. Al contrario, la base di questa nuova religione erano le sue rivelazioni e ispirazioni, oppure impulsi emotivi spontanei, entusiasmo ed esaltazione. Il suo obiettivo nell’introdurre questa nuova religione era che essa fosse tale da poter essere accettata dalle masse non ebree del mondo. Dichiarò che un cristiano era libero da tutti i vincoli della Legge ebraica. Abolì i divieti relativi al lecito e all’illecito nel cibo e nelle bevande. Abolì anche la circoncisione, che i non ebrei del mondo guardavano con avversione. Alla fine introdusse anche le dottrine della divinità del Messia, della sua filiazione divina e della sua crocifissione come espiazione dei peccati dell’intera umanità, perché ciò era conforme alla natura dei comuni politeisti. I primi seguaci del Messia si opposero a questa nuova innovazione e dottrina religiosa. Tuttavia, attraverso la porta che San Paolo aveva aperto, un’inondazione così enorme di cristiani non ebrei entrò in questa nuova religione che quei pochi non riuscirono a resisterle. Ciononostante, fino alla fine del III secolo cristiano vi erano ancora numerose persone che negavano la dottrina della divinità del Messia.
Diffusione della concezione e della dottrina paolina
All’inizio del IV secolo (325 d.C.), il Concilio di Nicea (Nicaea Council) dichiarò la concezione e la dottrina paolina la religione indiscutibile e universalmente riconosciuta del cristianesimo. In seguito, l’imperatore romano adottò il cristianesimo e, durante il regno dell’imperatore Teodosio, questa religione divenne religione di Stato. Naturalmente, furono scartati tutti i libri contrari a questa dottrina e furono accolti come affidabili quelli conformi alla nuova concezione. Nel 367 d.C., Atanasio I annunciò, mediante una sua lettera, i nomi dei libri affidabili e universalmente riconosciuti. In seguito, essi furono approvati in un’assemblea presieduta da Damasio (Damasias). Alla fine del V secolo, quando papa Gelasio (Gelasius) dichiarò universalmente riconosciuta questa raccolta di libri, compilò anche l’elenco dei libri non accettabili. Eppure, riguardo alla concezione e alla dottrina paolina sulla cui base veniva deciso quali libri religiosi fossero affidabili e quali no, nessun erudito cristiano aveva mai potuto sostenere che in essa fosse contenuto un insegnamento dottrinale impartito da Gesù. Anzi, neppure nelle parole di Gesù contenute nei libri biblici inclusi nella raccolta dei testi affidabili si trova alcuna prova di questa nuova concezione. (Sura an-Nisā’, nota 215)
L’apparizione degli asceti e le sue cause
Per duecento anni dopo Gesù, l’ascetismo non toccò le chiese cristiane. Tuttavia, fin dall’inizio se ne potevano scorgere le tracce nel cristianesimo (corrotto), e al suo interno erano presenti quelle idee che gli diedero origine. Considerare la rinuncia e il distacco dai beni materiali come ideali morali, e ritenere la vita ascetica superiore al matrimonio e alla vita terrena: queste erano le basi dell’ascetismo, ed entrambe le cose erano presenti nel cristianesimo fin dall’inizio. In particolare, poiché il celibato era considerato sinonimo di purezza, riguardo a coloro che svolgevano attività religiose nella Chiesa si diffuse l’idea indesiderata che non dovessero sposarsi né diventare genitori, affrontando così le incombenze della vita familiare. Verso il III secolo ciò assunse la forma di una sedizione e l’ascetismo cominciò a diffondersi nel cristianesimo come un’epidemia.
Tre cause
Dal punto di vista storico, vi furono tre cause principali:
Primo: per contrastare la diffusa immoralità sessuale, la depravazione e l’attaccamento al mondo nella società pagana antica, gli eruditi cristiani adottarono una posizione estremista invece di mantenere l’equilibrio. Attribuirono tanta importanza alla castità da considerare impuro il rapporto tra uomo e donna, anche quando avveniva attraverso il matrimonio. Assunsero una tale severità contro la mondanità che per una persona devota possedere ricchezze divenne peccato, e il criterio della virtù divenne che l’uomo fosse privo di ogni bene e rinunciasse completamente alla vita familiare. Così, in risposta ai piaceri e ai lussi della società pagana, adottarono una posizione tanto estrema che rinunciare ai piaceri, distruggere gli impulsi e sradicare desideri e passioni divennero gli obiettivi della moralità. Infliggere sofferenza al corpo mediante diverse forme di austerità fu considerato il culmine della spiritualità e la sua prova.
Secondo: quando il cristianesimo ebbe successo e cominciò a diffondersi tra il popolo, nella speranza di propagare ed espandere la propria religione, la Chiesa iniziò ad assorbire ogni pratica peccaminosa gradita alla gente. Al posto dell’antica idolatria cominciò il culto dei santi asceti e dei saggi. Al posto delle statue di Horus (Horus) e Iside (Isis) iniziò il culto delle statue del Messia e di Maria. Al posto dei Saturnali (Saturnalia) si cominciò a celebrare la festa di Sams. Tutte le pratiche dell’antichità — amuleti, talismani, magia, divinazione e rituali per scacciare jinn e demoni — furono intraprese dagli asceti cristiani.
Poiché dunque la gente comune riteneva inviato da Allah chi viveva sporco e nudo e dimorava in una buca o in una grotta di montagna, nella Chiesa cristiana si diffuse proprio questa concezione di ciò che rende cari ad Allah, e tra i cristiani furono scritti libri di racconti miracolosi su persone di questo genere.
Terzo: per definire i limiti della religione, i cristiani non disponevano di alcuna sharīʿa dettagliata né di una sunna o tradizione chiara. Avevano abbandonato la legge di Mosè, mentre nel solo Vangelo non si trovava alcuna guida completa. Perciò gli eruditi cristiani, influenzati da alcune filosofie e consuetudini esterne e seguendo alcune proprie inclinazioni e tendenze, continuarono a introdurre nella religione diversi tipi di bidʿa. Tra queste bidʿa vi era anche l’ascetismo.
L’origine dell’ascetismo e i suoi principali promotori
Gli eruditi e i capi del cristianesimo adottarono la filosofia dell’ascetismo e i suoi metodi dai monaci buddhisti, dagli yogi e dagli asceti indù, dagli asceti mendicanti dell’antico Egitto (Anchorites), dagli asceti dell’Iran, da Pelto e dai suoi seguaci. Essi considerarono tutto ciò un metodo di purificazione dell’anima, un mezzo di elevazione spirituale e una via per ottenere la vicinanza ad Allah. Questo errore non fu commesso da persone di rango comune. Dal III al VII secolo, cioè fino all’epoca della rivelazione del Corano, tutti coloro che in Oriente e in Occidente erano venerati come eruditi religiosi, pensatori e capi di alto rango del cristianesimo — come Sant’Atanasio, San Basilio, San Gregorio, San Crisostomo, Sant’Ambrogio, San Girolamo, Sant’Agostino, San Benedetto, Gregorio Magno e altri — erano tutti distaccati dal mondo e alfieri dell’ascetismo. Fu grazie ai loro sforzi che l’ascetismo si diffuse nella Chiesa.
Il primo monaco e il primo khānqāh o monastero
Dalla storia si apprende che l’ascetismo tra i cristiani ebbe origine in Egitto. Il suo fondatore fu Sant’Antonio (250 d.C. – 350 d.C.), il primo monaco cristiano. Nella regione del Fayyum, in un luogo chiamato Paspir, oggi noto come Dayr al-Maymūn, egli fondò il suo primo khānqāh. In seguito costruì un secondo khānqāh, o monastero, sulla riva del Mar Rosso, oggi chiamato Dayr Mar Antonios. Le regole e i metodi fondamentali dell’ascetismo cristiano furono adottati dai suoi scritti e dai suoi insegnamenti.
La costruzione di monasteri ovunque
Dopo questo inizio, in tutto l’Egitto cominciò una frenesia di costruzione di monasteri, e furono edificati monasteri per monaci e monache in vari luoghi. Alcuni di essi furono costruiti per ospitare complessivamente tremila monaci. Nel 325 d.C. apparve in Egitto un monaco cristiano di nome Pachimio, che costruì dieci grandi monasteri per monaci e monache. In seguito questa pratica si diffuse in Siria, Palestina e in vari paesi dell’Africa e dell’Europa. All’inizio gli amministratori della Chiesa si trovarono di fronte a gravissime difficoltà riguardo a questo ascetismo. Essi consideravano infatti la rinuncia al mondo, il celibato, la povertà e la privazione di ogni avere come ideali della vita spirituale, ma non ritenevano peccato sposarsi, avere figli e possedere beni come facevano i monaci. Infine, sotto l’influenza di personaggi come Atanasio (morto nel 303 d.C.), San Basilio (morto nel 379 d.C.), Sant’Agostino (morto nel 430 d.C.) e Gregorio Magno (morto nel 609 d.C.), numerose pratiche e regole dell’ascetismo entrarono debitamente nell’amministrazione della Chiesa.
Caratteristiche della continuità dell’ascetismo
Di seguito vengono illustrate brevemente alcune caratteristiche di questa innovazione ascetica:
Primo: la sua prima caratteristica consisteva in una dura ascesi e nel sottoporre il corpo a sofferenze mediante metodi sempre nuovi.
Secondo: il rimanere sempre sporchi e trascurati costituiva la seconda caratteristica. Essi rifuggivano dalla pulizia e dall’igiene. Fare il bagno o bagnare il corpo era considerato da loro contrario all’adorazione di Allah. Consideravano la pulizia del corpo come impurità dell’animo.
Terzo: l’ascetismo rese di fatto completamente haram la vita coniugale e sradicò spietatamente i rapporti matrimoniali. Tutti gli scritti del quarto e del quinto secolo sono pieni dell’idea che la verginità fosse il più alto standard morale e che la castità significasse astenersi completamente dai rapporti sessuali, anche nel caso di marito e moglie. Si riteneva che la perfezione della vita santa consistesse nel distruggere completamente il proprio nafs, così che non rimanesse in esso alcun desiderio di piacere fisico. Secondo loro, era necessario eliminare i desideri perché essi rafforzavano gli impulsi animaleschi. Il piacere e il peccato erano usati da loro come termini equivalenti. Persino godere del piacere era, ai loro occhi, simile all’oblio di Allah. San Basilio dichiarò proibiti sia il riso sia il sorriso. Sulla base di queste concezioni, i rapporti matrimoniali tra uomo e donna erano considerati impuri. Non solo era proibito a un monaco sposarsi, ma persino guardare l’immagine di una donna. Se era sposato, doveva abbandonare la moglie e andarsene. Anche nelle donne veniva radicata l’idea che, se volevano entrare nel regno dei cieli, avrebbero dovuto rimanere vergini per tutta la vita; sarebbero diventate spose o fidanzate del Messia e avrebbero avuto la fortuna di diventare la madre di Dio, cioè la suocera del Messia (Mother in Law of God). In un altro passo egli dice: il primo compito di chi percorre questa via (il salik) è tagliare con l’ascia della castità il legno del rapporto coniugale. Come risultato di questi insegnamenti, dopo il risveglio dell’ispirazione religiosa, la prima conseguenza su un uomo cristiano e una donna cristiana era che la loro felice vita coniugale finiva per sempre.
Per tre secoli l’amministrazione della Chiesa continuò, per quanto era nelle sue possibilità, a contrastare questa concezione estremamente radicale. Nel quarto secolo si consolidò gradualmente l’idea che fosse estremamente riprovevole per chiunque ricoprisse un incarico nella Chiesa essere sposato. Nel 362 d.C., il Council of Gengra fu l’ultima istituzione o assemblea in cui una simile concezione fu ritenuta contraria alla religione. Ma poco dopo, nel 386 d.C., il Roman Synod consigliò a tutti i sacerdoti di astenersi dai rapporti coniugali. L’anno seguente Siricius ordinò che qualsiasi sacerdote che si fosse sposato o avesse mantenuto rapporti con la moglie dopo il matrimonio fosse deposto.
Quarto: l’aspetto più doloroso dell’ascetismo è che recise anche i rapporti tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle e tra i figli e la loro progenie. Agli occhi dei santi e dei monaci cristiani, l’amore dei figli per i genitori, quello dei fratelli e delle sorelle gli uni per gli altri e quello dei genitori per i figli era anch’esso un peccato. Secondo loro, per il progresso spirituale era indispensabile che l’uomo recidesse ogni legame. Da questo punto di vista, l’ascetismo sosteneva che chi desidera l’amore di Dio deve spezzare tutti i legami dell’amore umano che nel mondo lo uniscono ai genitori, ai fratelli e alle sorelle e ai figli e alla loro progenie.
Quinto: l’abitudine che avevano di trattare con spietatezza, crudeltà e durezza i parenti più stretti faceva loro perdere i sentimenti umani. Di conseguenza, infliggevano le più estreme persecuzioni e torture a coloro con i quali avevano divergenze religiose. Entro il quarto secolo, il cristianesimo si era diviso in ottanta o novanta piccoli gruppi. Sant’Agostino ne contò 88 ai suoi tempi. Questi gruppi nutrivano un odio estremo gli uni verso gli altri. Erano proprio i monaci ad alimentare il fuoco di questo odio. I monaci erano in prima linea anche nel bruciare vivi gli oppositori che sostenevano opinioni divergenti. L’apice di questi conflitti tra fazioni fu raggiunto ad Alessandria.
Sesto: insieme alla rinuncia e al distacco dai beni materiali, non fu trascurato neppure l’accumulo delle ricchezze mondane sotto il pretesto della vita da fakiro e derviscio. All’inizio del quinto secolo la situazione era giunta al punto che il vescovo di Roma viveva nel proprio palazzo come un re. Quando i suoi veicoli uscivano per le strade, il loro sfarzo e la loro magnificenza non erano in alcun modo inferiori a quelli dell’imperatore romano. Il flusso delle ricchezze verso i monasteri e le chiese, arrivando fino al settimo secolo (l’epoca della rivelazione del Corano), assunse le proporzioni di una violenta inondazione. —– In particolare, ciò che causò questa degenerazione fu che, quando la gente cominciò a nutrire un’eccessiva venerazione per i monaci, colpita dalle loro straordinarie pratiche ascetiche e dall’estremo dominio sulle proprie passioni, molti individui avidi di ricchezze indossarono l’abito dei dervisci e si unirono ai monaci; sotto il pretesto di rinunciare al mondo, fecero dell’attività di procurarsi ricchezze mondane un affare così prospero che persino i più grandi avidi del mondo non potevano competere con loro.
Settimo: anche riguardo alla castità, l’ascetismo, lottando contro la natura, subì ripetutamente la sconfitta. —– Nei monasteri esistevano pratiche ascetiche così rigorose per reprimere le passioni che i sacerdoti asceti vivevano riuniti e talvolta, per esercitarsi con maggiore severità, trascorrevano la notte nello stesso letto. Sant’Evagrio (St. Evagrius), lodando la repressione delle passioni praticata da questo genere di sacerdoti in Palestina, dice che essi facevano il bagno insieme alle donne dedite alle pratiche ascetiche, si guardavano, si toccavano e si abbracciavano. Eppure la natura non poteva prevalere su di loro. —– Coloro che lottano contro la natura, prima o poi non sfuggono alla sua vendetta. L’ascetismo, opponendosi alla natura, finì per precipitare nell’abisso profondo della depravazione; la sua vergognosa storia è una macchia indelebile nella storia religiosa dal secolo VIII al secolo XI. —– Nelle opere scritte dagli autori medievali sono state registrate numerose accuse secondo cui le khanqah o i monasteri dei sacerdoti erano diventati teatro della depravazione. Tra le loro quattro mura si svolgeva una spietata strage di neonati. I sacerdoti e gli addetti religiosi delle chiese intrattenevano rapporti illeciti anche con persone con cui era loro vietato contrarre matrimonio. Anche i crimini contro natura nei monasteri assunsero proporzioni considerevoli. (Sura al-Kahf, nota 20)
Il valore storico dei libri della Bibbia
Come presso gli ebrei, anche presso i cristiani la Scrittura celeste non ha potuto essere preservata. Per questo, seguendo il processo di alterazione della religione, vi sono penetrate concezioni errate, credenze e precetti. Se la vera Bibbia (Injil) fosse stata preservata, il cristianesimo non avrebbe assunto la sua forma attuale. Di seguito viene presentata la ricerca di Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdudi sui libri della Bibbia. (I compilatori)
Ricerca sulle fonti
Oggi, ciò che chiamiamo l’insieme dei libri dell’Injil o della Bibbia comprende in realtà quattro grandi libri: Matteo (Mathew), Marco (Mark), Luca (Luke) e Giovanni (John). Tuttavia, nessuno di questi è un libro rivelato a Hazrat Gesù. Nel Corano, tutte le sure e tutti i versetti rivelati da Allah e fatti discendere su Maometto sono raccolti insieme; analogamente, le rivelazioni fatte discendere su Hazrat Gesù non si trovano raccolte in un unico libro. In seguito, questi libri hanno raccolto, per opera degli apostoli di Hazrat Gesù o dei discepoli degli apostoli, i buoni consigli e la guida da loro conosciuti, nonché le vicende e gli insegnamenti di Hazrat Gesù.
Il libro attribuito a Matteo
Poiché non si conosce la fonte di alcuno dei libri sopra menzionati, essi non sono particolarmente affidabili. Il primo libro è stato attribuito all’apostolo Mattia, compagno di Hazrat Messia, ma è storicamente dimostrato che non fu scritto da Matteo. Il vero libro di Matteo, la Logia (Ligia), è andato perduto. L’autore del libro attribuito a Matteo è una persona anonima. Nel comporlo, egli si servì, oltre che di altri testi, anche del libro della Logia. In esso Matteo stesso viene descritto come si descriverebbe una persona sconosciuta. (Matteo, capitolo 9, versetto 9, dice: «Gesù avanzò e vide un uomo di nome Matteo presso il posto di riscossione delle imposte». È evidente che l’autore non avrebbe potuto descrivere se stesso in questo modo.) Inoltre, dalla lettura di questo libro si apprende che la maggior parte del suo contenuto è stata tratta dal Vangelo di Marco. Infatti, dei suoi 1.068 versetti, 470 si trovano identici nel Vangelo di Marco. Se il suo autore fosse stato un apostolo, non avrebbe avuto alcuna necessità di ricorrere all’aiuto di una persona che non era un apostolo e che non aveva mai visto Hazrat Gesù. Gli studiosi cristiani affermano che questo libro fu scritto nel 70 d.C., cioè 41 anni dopo Hazrat Gesù. Alcuni sostengono che il libro fu composto nel 70 d.C.
Il libro attribuito a Marco
Il secondo libro è attribuito a Marco, e generalmente si ammette che Marco stesso ne sia l’autore. Tuttavia è dimostrato che egli non incontrò mai Gesù e non fu nemmeno suo discepolo. (Alcuni sostengono che, quando Gesù fu messo in croce, egli fosse lì a guardare lo spettacolo in piedi. Naturalmente, anche questo non è comprovato. – L’autore.) In realtà era discepolo dell’apostolo Pietro (St. Peters). Egli metteva per iscritto in lingua greca tutto ciò che ascoltava da lui. Per questo gli autori cristiani lo chiamavano portavoce di Pietro. Si suppone che quest’opera sia stata composta tra il 63 e il 70 d.C.
Il libro attribuito a Luca
Il terzo libro è attribuito a Luca. È generalmente riconosciuto che Luca non vide mai il Messia e non ricevette nulla da lui. Era discepolo di san Paolo. Fu sempre compagno di Paolo e nel suo Vangelo mise per iscritto ogni cosa come portavoce di Paolo. Eppure Paolo stesso definisce questo Vangelo il proprio Vangelo. Ma è dimostrato che san Paolo stesso non ebbe il privilegio di accompagnare il Messia e, secondo il racconto dei cristiani, abbracciò il cristianesimo sei anni dopo la crocifissione del Messia. Perciò nel Vangelo di Luca non si trova affatto un legame nella catena della trasmissione narrativa fino al Messia. Non è stata nemmeno stabilita alcuna storia della composizione del Vangelo di Luca. Secondo alcuni fu composto nel 57 d.C., secondo altri nel 74 d.C. Ma, secondo eminenti studiosi come Heringk, Miksgifart e Plumer, quest’opera non fu scritta prima dell’80 d.C.
Il libro attribuito a Giovanni
Il quarto libro è attribuito a Giovanni. Secondo la ricerca moderna, quest’opera non fu scritta dal celebre apostolo Giovanni. Al contrario, è opera di una persona di origini ignote il cui nome era Giovanni (Yahya o John). Quest’opera fu scritta molto tempo dopo il Messia, nel 90 d.C. o anche più tardi. Heringk posticipa la data fino al 110 d.C. Nessuno di questi libri presenta una catena narrativa che risalga fino al Messia. Riguardo alla loro catena di trasmissione, non si può affermare con certezza che cosa il Messia avesse detto e che cosa non avesse detto. Tuttavia, esaminandoli approfonditamente, si scopre che le prove documentarie di questi libri lasciano ampio spazio a dubbi.
Sei ragioni dell’inaffidabilità dei Vangeli
Vi sono divergenze nel racconto dei primi quattro Vangeli. Tanto è vero che il Discorso della Montagna, che costituisce il fondamento dell’insegnamento e dell’educazione cristiani, è narrato in modi diversi e con significati opposti in tutti e tre: Matteo, Marco e Luca.
Secondo: nei quattro Vangeli sono evidenti i pensieri e le reazioni dei loro autori. Matteo sembra rivolgersi agli ebrei e appare evidente che abbia offerto loro un’ultima opportunità. Marco si rivolge ai Romani e desidera far loro conoscere la dottrina israelita. Luca è il portavoce di San Paolo e vuole sostenere le sue pretese contro gli altri apostoli. Sembra essere stato influenzato dalle correnti filosofiche che si diffusero tra i cristiani verso la fine del primo secolo. In tal modo, nei quattro Vangeli le divergenze di significato diventano maggiori di quelle verbali.
Terzo: tutti i libri dei Vangeli furono scritti in greco. Eppure la lingua di Hazrat Isa e di tutti i suoi apostoli era il siriaco. A causa della diversità linguistica, è del tutto naturale che vi fossero divergenze anche nell’interpretazione dei pensieri.
Quarto: il tentativo di mettere per iscritto i Vangeli non fu compiuto prima del secondo secolo cristiano. Fino al 150 d.C., l’opinione generale era che la tradizione orale fosse più utile di quella scritta. Verso la fine del secondo secolo nacque il desiderio di metterli per iscritto. Tuttavia, gli scritti di quel periodo non erano considerati affidabili. Il primo testo autorevole del Nuovo Testamento fu approvato nel 397 d.C. al Concilio di Cartagine.
Quinto: le antiche versioni dei Vangeli oggi disponibili risalgono alla metà del quarto secolo cristiano. La seconda versione è del quinto secolo, mentre la terza, incompleta, conservata nella biblioteca del papa di Roma, non è neppure più antica del quarto secolo. Pertanto è difficile dire quanto i Vangeli oggi disponibili concordino con quelli diffusi nei primi tre secoli.
Sesto: non fu compiuto alcun tentativo di imparare a memoria i libri dei Vangeli, come il Corano. La loro trasmissione dipendeva dalla tradizione del significato. Naturalmente non potevano essere esenti né dalle carenze della memoria né dall’influenza delle opinioni personali dei narratori. In seguito, quando iniziò il lavoro di trascrizione, esso dipendeva dalla discrezione dei copisti. Durante la copiatura, ciascuno poteva facilmente eliminare tutto ciò che riteneva contrario alle proprie idee e aggiungere ciò che desiderava qualora vi riscontrasse una mancanza.
Per tutte queste ragioni non possiamo affermare con certezza che i quattro Vangeli contengano gli autentici insegnamenti del Messia. L’intera discussione è stata condotta alla luce delle opere seguenti:
Dum,ellow – Commentario sulla SACRA BIBBIA
W. K. Cheyne – ENCYCLOPAEDIA BIBLICA
Willman – Storia del cristianesimo
Il vero insegnamento di Gesù (pace su di lui)
La migliore testimonianza scritta dell’insegnamento e della formazione di Gesù (pace su di lui)
I quattro Vangeli che la Chiesa cristiana definisce Scritture religiose affidabili e universalmente riconosciute (Lanocical Gospcls) non costituiscono un mezzo affidabile per conoscere la vita e gli insegnamenti di Gesù (pace su di lui); al contrario, il Vangelo di Barnaba ne costituisce un mezzo molto più affidabile. I cristiani hanno compiuto particolari sforzi per tenerlo nascosto. Per diversi secoli non fu reperibile in alcun luogo del mondo. Nel XVI secolo una copia della traduzione italiana di quest’opera si trovava nella biblioteca di papa Sisto (Sixtas), e nessuno aveva il permesso di leggerla. All’inizio del XVIII secolo entrò in possesso di un uomo di nome John Toland. Dopo essere passata per diverse mani, nel 1738 giunse alla Biblioteca Imperiale di Vienna. Nel 1907 la traduzione inglese di quel libro fu pubblicata dalla Clarendon Press di Oxford. Probabilmente, non appena fu pubblicata, il mondo cristiano si rese conto che quel libro stava minando dalle fondamenta proprio la religione attribuita a Gesù (pace su di lui). Per questo le copie stampate furono fatte sparire con particolare astuzia. In seguito non vi fu più alcuna possibilità di ristamparlo. Nel XVIII secolo esisteva un’altra copia, che era stata tradotta dall’italiano allo spagnolo. George Sale ne parla nella prefazione alla sua traduzione inglese del Corano. Anche quella fu fatta scomparire. Oggi non se ne trova più alcuna traccia. – (L’autore) È un esempio della libertà intellettuale del mondo occidentale il fatto che non sia stato permesso a un’opera di sopravvivere, né per la semplice ricerca né come documento storico (record). – I compilatori
Recentemente Lonsdale e Laura Ragg hanno tradotto in italiano il manoscritto del Vangelo di Barnaba conservato nella Biblioteca Imperiale di Vienna. Quest’opera è stata pubblicata dal Begum Ayesha Bawani Waqf di Karachi. – (Il traduttore)
Ebbi l’opportunità di leggere una copia fotostatica della traduzione inglese pubblicata a Oxford e la lessi attentamente dall’inizio alla fine. Mi resi conto che si tratta di un tesoro immenso, del quale i cristiani si sono ostinatamente privati a causa del loro estremo fanatismo. (Nella letteratura cristiana, ovunque si faccia riferimento al suddetto Vangelo, esso viene respinto con l’affermazione che si tratta di un Vangelo contraffatto, probabilmente composto da un musulmano e fatto passare sotto il nome di Barnaba. Ma questa è una spaventosa menzogna. La ragione di tale menzogna è che in esso si trovano, in diversi punti, chiare profezie riguardanti il profeta Muhammad (pace su di lui). Innanzitutto, leggendo il libro si comprende chiaramente che non è opera di un musulmano. In secondo luogo, se fosse stato scritto da un musulmano, se ne sarebbero trovate numerose copie tra i musulmani e sarebbe stato menzionato nei libri scritti dagli studiosi musulmani. Eppure la realtà è che, fino alla prefazione di George Sale alla sua traduzione inglese del Corano, nessun musulmano era a conoscenza della sua esistenza. Tabari, Yaqubi, Masudi, al-Biruni, Ibn Hazm e gli altri autori che, tra i musulmani, conoscevano la letteratura cristiana, discutendo del cristianesimo non fecero neppure il minimo cenno al Vangelo di Barnaba. Tra i cataloghi migliori dei libri presenti nelle biblioteche del mondo islamico sono degni di nota l’Al-Fihrist di Ibn al-Nadim e il Kashf al-Zunun di Haji Khalifa. Eppure neanche in essi se ne trova menzione. Prima del XIX secolo, nessuno studioso musulmano aveva mai pronunciato neppure il nome del Vangelo di Barnaba. La terza e più grande prova è che il Vangelo di Barnaba (Evngelium Barnabe) era incluso tra i libri dichiarati proibiti all’epoca di Gelasio I, settantacinque anni prima della nascita del Profeta (pace su di lui). La domanda è: quale musulmano avrebbe potuto comporre quell’opera contraffatta in quell’epoca? – (L’autore)
Nessuno degli autori dei quattro libri considerati canonici e affidabili e inseriti nella Bibbia era un compagno di Gesù (pace su di lui). Nessuno di loro sostenne di aver appreso qualcosa dai compagni di Gesù e di averlo inserito nel Vangelo composto da lui. Non indicarono alcuna delle fonti dalle quali avevano acquisito tali conoscenze, così da poter dire che il narratore avesse riferito soltanto gli eventi di cui era stato testimone e ciò che aveva udito, oppure che tali informazioni gli fossero giunte attraverso una o più fonti. Al contrario, l’autore del Vangelo di Barnaba afferma: «Sono uno dei primi dodici apostoli del Messia. Sono rimasto con il Messia dall’inizio alla fine e in quest’opera metto per iscritto gli eventi che ho visto con i miei occhi e le parole che ho udito con le mie orecchie». Non solo: alla fine dell’opera egli dice: «Quando il Messia stava per lasciare questo mondo, mi disse: “È tuo dovere eliminare l’errata concezione che si è diffusa tra gli uomini riguardo a me e presentare loro la realtà dei fatti”». (Chi era questo Barnaba? Nei libri autentici della Bibbia viene menzionato più volte un uomo che apparteneva a una famiglia ebrea di Cipro. Viene lodato per il suo contributo alla diffusione del cristianesimo e per l’aiuto e il sostegno prestati al Messia. Tuttavia, in nessun luogo si dice quando egli abbracciò il cristianesimo. Il suo nome non figura nell’elenco dei primi dodici apostoli riportato nel Vangelo. Perciò non si può stabilire se l’autore di questo Vangelo fosse proprio quel Barnaba o qualcun altro. Nell’elenco degli apostoli riportato da Matteo e Marco vi sono due differenze rispetto a quello fornito da Barnaba. La prima riguarda Luca, al cui posto Barnaba trascrive il proprio nome. La seconda riguarda Simone il Cananeo, al cui posto egli indica Giuda figlio di Giacobbe. Anche nel Vangelo di Luca compare questo secondo nome. Perciò è corretto ritenere che, in un momento successivo, il nome di Luca sia stato inserito per escludere Barnaba dal numero degli apostoli e sottrarsi così al suo Vangelo. Per gli studiosi cristiani, apportare cambiamenti di questo genere nei libri religiosi non è un’azione illecita. – L’autore)
Le caratteristiche distintive del Vangelo di Barnaba
Se qualcuno studia questo Vangelo con mente limpida, libero da ogni sorta di cieco pregiudizio, e lo esamina comparativamente insieme ai quattro Vangeli del Nuovo Testamento, non potrà fare a meno di ritenere che il Vangelo di Barnaba sia di gran lunga superiore a questi quattro Vangeli. In esso viene fornita una descrizione dettagliata della condizione di Gesù (pace su di lui), narrata in modo tale da dare l’impressione che qualcuno stia realmente vedendo ogni cosa e che sia coinvolto negli avvenimenti. Rispetto ai racconti incoerenti dei quattro Vangeli riguardanti tali eventi, queste descrizioni storiche di Barnaba sono molto più organiche e permettono di comprendere meglio la successione dei fatti.
Il vero insegnamento di Gesù (pace su di lui) e lo stile avvincente della narrazione
Rispetto ai quattro Vangeli, nel Vangelo di Barnaba gli insegnamenti di Gesù (pace su di lui) sono esposti in modo dettagliato e con un linguaggio toccante. I temi dell’insegnamento del tawhid, della confutazione dello shirk, degli attributi di Allah, della forza spirituale dell’adorazione e del carattere nobile sono illustrati in modo assai razionale e approfondito. Nei quattro Vangeli non si trova nemmeno un decimo degli esempi istruttivi con cui il Messia ha esposto tali argomenti. Da ciò risulta chiaramente anche con quale saggezza il Messia impartisse istruzione e formazione ai suoi discepoli. Chiunque abbia una minima familiarità con il suo linguaggio, il suo stile narrativo, la sua indole e il suo senso del gusto, dopo aver letto questo Vangelo sarà costretto ad ammettere che non si tratta di un racconto inventato che qualcuno possa aver composto in seguito. Al contrario, in quest’opera non si trova alcuna traccia delle incongruenze presenti nelle varie parole a lui attribuite nei quattro Vangeli.
Concordanza con gli insegnamenti di tutti i profeti
Nel Vangelo in questione, la vita e gli insegnamenti di Gesù (pace su di lui) appaiono esattamente conformi alla vita e agli insegnamenti di un profeta. Egli si presenta come un profeta e proclama la veridicità di tutti i profeti e i Libri precedenti. Afferma chiaramente che non esiste altro modo per conoscere la verità se non attraverso gli insegnamenti dei profeti. Chi abbandona i profeti, in realtà abbandona Allah. Egli presenta esattamente la concezione del tawhid, della risalat e dell’Aldilà insegnata da tutti i profeti. Incoraggia la preghiera, il digiuno e la zakat. Dalle descrizioni delle sue preghiere che Barnaba riporta in molti punti si apprende che egli pregava negli orari del fajr, dello zuhr, dell’asr, del maghrib, dell’isha e del tahajjud. Prima della preghiera compiva sempre anche il wudu. Riconosceva Davide (pace su di lui) e Salomone (pace su di lui) come profeti, mentre gli ebrei e i cristiani li hanno esclusi dall’elenco dei loro profeti. Considerava Ismaele (pace su di lui) il sacrificando e fa ottenere a uno studioso la confessione che, in realtà, era Ismaele colui che doveva essere sacrificato. Gli Israeliti, con interpretazioni forzate, hanno invece fatto di Isacco (pace su di lui) il sacrificando. I suoi insegnamenti sull’Aldilà, sulla Resurrezione, sull’Inferno e sul Paradiso sono quasi identici a quelli del Corano.
Lo scopo della composizione dell’opera
Come è stato detto sopra, all’inizio della sua opera l’autore descrive lo scopo per cui l’ha composta. Egli afferma che lo scopo di quest’opera è correggere il modo di pensare di coloro che, istigati da Satana, considerano Gesù il figlio di Allah, ritengono superflua la circoncisione e rendono leciti gli alimenti proibiti; tra costoro vi è anche il traviato Paolo.
Aggiunge inoltre che, quando Gesù (pace su di lui) era presente nel mondo, ai suoi tempi, vedendo i suoi miracoli, furono dapprima i soldati romani a cominciare a chiamarlo Dio, e alcuni persino figlio di Dio. In seguito tale contagio si diffuse tra la popolazione israelita. Di conseguenza Gesù (pace su di lui) si trovò estremamente in difficoltà. Egli confutò più volte e con la massima severità questa falsa concezione su di lui e maledisse coloro che pronunciavano simili parole riguardo a lui. Poi inviò i suoi discepoli in tutta la Giudea per confutare la fede in tale concezione e, grazie alle sue preghiere, fece sì che anche attraverso i discepoli si manifestassero quei miracoli, affinché la gente abbandonasse l’idea che colui per mezzo del quale si manifesta un miracolo sia Dio o il figlio di Dio. In quest’opera egli registra dettagliatamente con quale severità Gesù (pace su di lui) confutasse questa falsa credenza. In vari punti afferma inoltre quanto Gesù (pace su di lui) fosse turbato dal diffondersi di questa deviazione.
Inoltre egli confuta anche la convinzione di san Paolo secondo cui il Messia sarebbe morto sulla croce. Raccontando ciò che aveva visto con i propri occhi, dice che, quando Giuda Iscariota, dopo aver ricevuto una tangente dal sommo sacerdote degli ebrei, venne con i soldati per arrestare Gesù, per ordine di Allah l’Altissimo quattro angeli portarono via Gesù, mentre lo stesso Giuda Iscariota assunse esattamente l’aspetto e la voce di Gesù. Fu lui a essere crocifisso, non Gesù. In tal modo questo Vangelo recide alla radice il cristianesimo introdotto da san Paolo, e i sacerdoti cristiani lo avevano respinto proprio sulla base del racconto riportato nel Corano. (È una grande sfortuna per i cristiani che, per pura ostinazione, abbiano perso l’opportunità di correggere le proprie concezioni e convinzioni e di apprendere i veri insegnamenti di Gesù attraverso il Vangelo di Barnaba.) — L’autore (Sura al-Hadid, nota 54)
Gli insegnamenti di Gesù nei quattro Vangeli comunemente accettati
Poiché le condizioni e le circostanze nelle quali il nostro signore il Messia presentò agli abitanti della Palestina l’invito al governo divino sono simili alla nostra situazione attuale, nel suo metodo d’azione troviamo una guida per noi.
L’invito al Tawhid
E uno degli scribi gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?» Gesù rispose: «Il primo è questo: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; e tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza». — Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro, hai detto il vero: Egli è uno e non ve n’è altro all’infuori di Lui». Marco 12:28–32
Adorerai il Signore, il tuo Dio, e servirai lui solo. — Luca 4:8
Il governo divino
Pertanto pregate così: «Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra». — Matteo 6:9–10
Nell’ultimo versetto il Messia chiarisce il suo obiettivo. L’idea errata comunemente diffusa era che il regno di Dio significasse un regno spirituale. Il versetto sopra citato dimostra che tale idea è falsa. Il suo chiaro scopo era che la legge di Dio e i precetti della Sharīʿa fossero applicati così come in tutta la creazione sono in vigore le Sue leggi naturali. Egli stava preparando delle persone per questa rivoluzione.
Un appello alla lotta contro la falsità
Non pensate che io sia venuto sulla terra per portare la pace; non sono venuto a portare la pace, ma una spada. Poiché sono venuto a creare divisione tra il padre e il figlio, tra la madre e la figlia, e tra la suocera e la nuora; e i propri familiari diventeranno i nemici dell’uomo. Chiunque ami il padre o la madre più di me non è degno di me; e chiunque ami il figlio o la figlia più di me non è degno di me.
La prova è inevitabile sulla via della verità
E chiunque non prenda la propria croce e non mi segua non è degno di me (prendere la croce significa essere pronti alla morte, come si dice in urdu: tenere la testa sul palmo della mano, cioè essere pronti alla morte — l’autore). Chiunque salvi la propria vita la perderà; e chiunque perda la propria vita per causa mia la salverà. — Matteo 10:38–39
Se qualcuno desidera venire dietro a me, rinneghi se stesso (l’io significa culto di sé e interesse personale — l’autore), prenda la propria croce e mi segua. — Matteo 16:24
E il fratello consegnerà il fratello alla morte, e il padre il figlio; e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato. Matteo 10:21–22
Se qualcuno viene a me e non considera come non amati suo padre, sua madre, sua moglie, i suoi figli, i suoi fratelli e le sue sorelle, e persino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chiunque non porti la propria croce non può essere mio discepolo. Infatti, se qualcuno di voi volesse costruire una torre, non si siederebbe prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a compimento? Altrimenti, dopo aver gettato le fondamenta, se non riuscisse a terminarla, tutti quelli che la vedrebbero comincerebbero a deriderlo, dicendo: Quest’uomo ha cominciato a costruire, ma non ha potuto terminare. Oppure, quale re, andando a muovere guerra contro un altro re, non si siederebbe prima a riflettere se può affrontare con diecimila soldati colui che gli viene contro con ventimila? Se non può, mentre l’altro è ancora lontano, gli manderà degli ambasciatori per chiedere le condizioni di pace. Così dunque, chiunque di voi non rinunci a tutti i propri beni non può essere mio discepolo. — Luca 14:26–34
Un movimento rivoluzionario
Questi versetti o inni dimostrano chiaramente che Gesù non apparve soltanto per predicare una religione. Al contrario, il suo obiettivo principale era trasformare l’intero sistema culturale e politico; perciò era inevitabile uno scontro con lo Stato ebraico, con l’autorità dei giuristi e dei farisei e, in definitiva, con tutti gli adoratori delle passioni e degli interessi personali. Per questo diceva chiaramente alla gente che l’opera che si accingeva a compiere era estremamente pericolosa e che soltanto coloro che erano pronti ad affrontare ogni sorta di pericolo e di calamità potevano seguirlo.
L’impulso alla tolleranza
Ma io vi dico: non resistete al malvagio; anzi, se qualcuno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra. E a chi vuole portarti in giudizio per prenderti la tunica, lascia anche il mantello. E se qualcuno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. — Matteo 5:39-41
E non temete quelli che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire nell’inferno anima e corpo. — Matteo 10:28
L’invito ad abbandonare gli attaccamenti del mondo e a pensare all’Aldilà
Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove i ladri scassinano e rubano. Accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove i ladri non scassinano né rubano. — Matteo 6:19-20
Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure sarà devoto all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e il denaro. Perciò vi dico: non preoccupatevi della vostra vita, di ciò che mangerete o di ciò che berrete, né del vostro corpo, di ciò che indosserete. La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono e non raccolgono nei granai, eppure il vostro Padre celeste li nutre. Non valete forse voi più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può aggiungere una sola unità alla durata della propria vita? E perché vi preoccupate del vestito? Considerate i gigli del campo, come crescono: non lavorano e non filano; eppure io vi dico che neppure Salomone, in tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani viene gettata nel forno, non farà molto più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo?», o: «Che cosa berremo?», o: «Che cosa indosseremo?». Sono i pagani che cercano tutte queste cose; il vostro Padre celeste infatti sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate invece innanzitutto il suo regno e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date. — Matteo 6:24-33
Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. – Matteo 7:7
Lo scopo dell’insegnamento della sopportazione delle difficoltà
È opinione comunemente errata che Hazrat Isa (pace su di lui) insegni a respingere l’ascetismo e a essere indifferenti ai beni materiali. Eppure, all’inizio di questo movimento rivoluzionario, non vi era altra possibilità se non insegnare alle persone la pazienza, la sopportazione, il tawakkul in Allah e simili virtù. In un luogo dove un sistema culturale e politico si è imposto e si è esteso nel mondo con tutte le sue forze, e tiene saldamente nelle proprie mani tutti i mezzi e le risorse della vita, nessun gruppo può insorgere per la rivoluzione finché non avrà estirpato dal cuore l’amore per la vita e per i beni, non sarà pronto a sopportare le sofferenze e non sarà disposto ad accettare ingenti perdite. Lottare contro il sistema costituito significa, in realtà, attirare su di sé ogni sorta di pericoli e calamità. Coloro che devono compiere quest’opera devono essere pronti, dopo aver ricevuto uno schiaffo, a riceverne un secondo. Se perdono la veste che indossano, devono essere pronti a rinunciare anche al mantello. Devono cancellare dal cuore ogni preoccupazione per il cibo e gli abiti. Non si può sperare di ottenere il sostentamento combattendo contro coloro nelle cui mani sono i tesori del sostentamento. Pertanto, solo chi è capace di distogliersi dai mezzi e dalle risorse, affidandosi esclusivamente ad Allah e lanciandosi su questa via, può combattere contro di loro.
Il manifesto generale del Governo divino
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mite e umile di cuore; e troverete riposo per le vostre anime. Perché il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero. – Matteo 11:28-30
Probabilmente non si potrebbe redigere il manifesto del Governo divino in parole più concise e al tempo stesso più toccanti. Il giogo del dominio dell’uomo sull’uomo è assai duro e pesante. Il messaggio che il portavoce del Governo divino può rivolgere agli uomini schiacciati sotto questo fardello duro e pesante è che il giogo del governo, o la grave responsabilità, che egli vuole imporre loro è tanto dolce quanto leggero.
Il potere di governare è un grande servizio
Ma egli disse loro: «I re delle nazioni le dominano, e quelli che esercitano autorità su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; anzi, chi è il più grande tra voi diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve». – Luca 22:25-26
Hazrat al-Masih impartiva questi insegnamenti ai suoi hawari e ai suoi compagni. Nei Vangeli si trovano vari detti al riguardo. Il loro significato è questo: dopo aver cacciato il Faraone e Nimrod, non diventate voi stessi Faraone e Nimrod.
Critica dei dotti e delle guide spirituali ebrei
Allora Gesù disse alla folla e ai suoi discepoli: «Gli scribi e i farisei siedono sulla cattedra di Mosè. Pertanto, fate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano pesanti e insopportabili fardelli e li pongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Compiono tutte le loro opere per essere visti dalla gente; infatti allargano i loro filatteri e ingrandiscono le frange delle loro vesti, amano i primi posti nei banchetti, i primi seggi nelle sinagoghe, i saluti nelle piazze e sentirsi chiamare dalla gente “rabbi (maestro)”.» – Matteo 23:2-7
Ma guai a voi, scribi e farisei, ipocriti! Perché chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini: voi non vi entrate e non lasciate entrare quelli che vogliono entrarvi. Guai a voi, scribi e farisei, ipocriti! Perché percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, quando lo è diventato, lo rendete figlio della Geenna due volte più di voi. – Matteo 23:13-15
Guide cieche, filtrate il moscerino, ma inghiottite il cammello. – Matteo 23:24
Guai a voi, scribi e farisei, ipocriti! Perché siete simili a sepolcri imbiancati, che all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni sorta d’impurità. Così anche voi apparite esteriormente giusti agli occhi della gente, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. – Matteo 23:27-28
Questa era la condizione dei custodi e dei portatori della Sharia di quel tempo. Pur possedendo la conoscenza della religione, a causa dell’adorazione delle proprie passioni sviavano anche se stessi. Sul cammino di questa rivoluzione, furono loro a creare ostacoli ancora maggiori dei governanti romani.
La cospirazione dei capi religiosi contro Hazrat Isa
Allora i farisei si riunirono per deliberare su come intrappolarLo con le parole. E mandarono a dirGli, tramite i propri discepoli insieme agli erodiani (ai tempi di Hazrat Isa, in una parte della Palestina esisteva uno Stato ebraico simile a un regno indigeno, che riconosceva la sottomissione all’Impero romano. In genere era chiamato Stato erodiano, dal nome del suo fondatore, Erode. Qui, con “erodiani”, si intendono gli uomini della polizia e del CID dello Stato. – L’Autore del libro): «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni veramente la via di Dio, senza temere nessuno, poiché non guardi all’apparenza degli uomini. Dicci dunque: qual è la tua opinione? È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, comprendendo la loro malizia, disse: «Ipocriti, perché mi mettete alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi Gli portarono un denaro. Egli disse loro: «Di chi sono questa immagine e questo nome?». Risposero: «Di Cesare». Allora Egli disse loro: «Date dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». – Matteo 22:15-21
Da questo episodio si comprende che si trattava in realtà di un complotto. Per sabotare questo movimento, i farisei volevano provocare prematuramente uno scontro tra Hazrat Isa (a.s.) e il governo, affinché il movimento fosse schiacciato dalla forza governativa prima di diventare potente. Per questo fu posta davanti al CID erodiano la domanda se fosse lecito pagare il tributo a Cesare. Le parole significative pronunciate in risposta da Hazrat Masih sono state interpretate da tutti, cristiani e non cristiani, nel senso che l’adorazione spetta a Dio e l’obbedienza al governo che esiste tra voi. In realtà, però, Egli non disse che fosse giusto pagare il tributo a Cesare, perché ciò sarebbe stato contrario alla sua da‘wah; né disse che non si dovesse pagarglielo, perché a quel tempo il suo movimento non era ancora giunto al punto da ordinare di sospendere il pagamento dei tributi. Perciò pronunciò questa sottile frase: restituite a Cesare il suo nome e la sua effigie, mentre l’oro che Allah ha creato spendetelo sulla Sua via. Dopo il fallimento della loro cospirazione, i farisei corruppero un altro degli apostoli di Masih e lo convinsero ad arrestare Masih in un momento in cui non vi fosse rischio di uno scontro popolare. Questa tattica ebbe successo. Giuda Iscariota fece arrestare Masih.
Il processo contro Hazrat Isa (a.s.) da parte dei notabili ebrei
Poi si alzarono tutti insieme e Lo condussero da Pilato. E cominciarono ad accusarLo, dicendo: «Abbiamo trovato costui che sobilla la nostra nazione, proibisce di pagare il tributo a Cesare e dice di essere lui il Cristo Re» — Luca 23:1-2. Allora Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla riunita: «Non trovo alcuna colpa in quest’uomo». Ma quelli insistevano ancora più energicamente, dicendo: «Costui sobilla il popolo, insegnando in tutta la Giudea, dalla Galilea fino a qui» (Luca 23:4-5). —- Ma essi continuavano a chiedere a gran voce e con veemenza che fosse crocifisso, e le loro grida si fecero più forti. – Luca 23:23
Somiglianza con la da‘wah del periodo meccano del Profeta Muhammad (s.a.s.)
In questo modo, la missione di Hazrat Masih nel mondo fallì per opera di coloro che si consideravano gli eredi di Hazrat Musa (a.s.). Alla luce delle testimonianze e delle prove storiche, la durata complessiva della profezia di Hazrat Masih (a.s.) fu compresa tra un anno e mezzo e tre anni. In questo breve periodo egli svolse un lavoro pari a quello compiuto dal Profeta Muhammad (s.a.s.) nei primi tre anni della sua vita meccana. Se qualcuno esamina comparativamente le parole sopra citate dei Vangeli e le sure meccane del Corano, insieme agli hadith del periodo della permanenza alla Mecca, noterà una notevole somiglianza tra gli uni e gli altri. (Al-Jihad fi’l-Islam, pp. 407-410)
La vera causa dello sviamento dei cristiani
(Arabo)————————
Di’: «O gente della Scrittura! Non oltrepassate ingiustamente i limiti nella vostra religione e non seguite le opinioni di coloro che, prima di voi, si sono smarriti, hanno fatto smarrire molti altri e si sono allontanati dalla retta via». – Sura al-Mā’ida: 77
L’eccesso dei cristiani e il morbo dell’imitazione cieca da parte degli altri
Qui si allude a quelle nazioni traviate, delle cui false concezioni, credenze e metodi i cristiani hanno adottato. Si allude in particolare alla filosofia greca: influenzati dal suo pensiero, essi si sono allontanati da quella retta via, verso la quale erano stati inizialmente guidati. Le concezioni e le credenze professate dai primi seguaci del Messia erano in gran parte simili a quella verità che essi avevano visto con i propri occhi e che era stata loro insegnata dalla loro guida e dal loro capo. Ma i cristiani delle epoche successive, da un lato, eccedettero enormemente nel manifestare la loro venerazione per il Messia e, dall’altro, influenzati dalle credenze cieche e dalle filosofie delle nazioni vicine, cominciarono a dare interpretazioni filosofiche esagerate alle proprie credenze dottrinali. Poi crearono una religione del tutto nuova, che non aveva neppure il più lontano rapporto con l’autentico insegnamento del Messia.
Un’analisi critica di un erudito cristiano
A questo proposito è particolarmente degna di nota la descrizione di un erudito religioso cristiano di nome Reverend Charles Anderson Scott. Il suo lungo articolo intitolato Gesù Cristo 0024462 0923620 si trova nella quattordicesima edizione dell’Encyclopaedia Britannica. In questo articolo egli afferma:
Nei primi tre Vangeli (Matteo, Marco e Luca) non vi è nulla da cui si possa ritenere che gli autori di questi Vangeli considerassero Gesù qualcosa di diverso da un uomo. Ai loro occhi egli era un uomo: un uomo che era stato benedetto ricevendo lo spirito di Dio e che manteneva con Dio un rapporto così ininterrotto da rendere appropriato chiamarlo Figlio di Dio. Lo stesso Matteo lo definisce figlio del falegname; e in un altro passo dice che, dopo che Pietro lo ebbe riconosciuto come Messia, lo prese in disparte e lo rimproverò — (Matteo 16:22). In Luca vediamo che, dopo la crocifissione, mentre due discepoli di Gesù si recavano verso Emmaus, si riferirono a lui dicendo che era un profeta potente in opere e parole davanti a Dio e a tutto il popolo (Luca 24:19).
È particolarmente degno di nota che, sebbene prima della composizione del Vangelo di Marco fosse ormai divenuto consuetudine tra i cristiani usare la parola Signore per Gesù, né nel Vangelo di Marco né in quello di Matteo Gesù viene mai ricordato con questo termine. Al contrario, in entrambe queste opere il termine è usato molto più frequentemente per Dio. Tutti e tre i Vangeli menzionano con forza e con il dovuto rispetto la sventura di Gesù. Tuttavia, a parte le parole di Marco sul riscatto (Marco 10:45) e alcune parole verso la fine, non si trova in alcun punto alcun indizio che la morte di Gesù abbia un rapporto con il peccato degli uomini e la sua espiazione.
Egli afferma inoltre:
Che Gesù si presentasse come un profeta è evidente dai vari discorsi dei Vangeli. Per esempio: «Oggi, domani e dopodomani devo andare avanti, perché non può essere che un profeta perisca fuori di Gerusalemme» (Luca 13:33). Per la maggior parte del tempo egli si riferisce a se stesso come figlio dell’uomo. Gesù non si definì mai Figlio di Dio. Quando altri suoi contemporanei usarono questa espressione riferendosi a lui, il suo significato non poteva essere altro se non che lo consideravano il Messia. Certamente egli intendeva riferirsi a se stesso semplicemente con la parola «figlio». Inoltre usava metaforicamente la parola «Padre» anche per descrivere il suo rapporto con Dio. Non si considerava unico riguardo a tale rapporto. Al contrario, considerava suoi compagni, in questa profonda relazione con Dio, anche gli uomini delle prime generazioni. Tuttavia, le esperienze successive e lo studio approfondito della natura umana lo costrinsero a ritenere di essere, sotto questo aspetto, unico e solitario.
Questo autore afferma nuovamente:
Queste parole pronunciate da Pietro durante la festa di Pentecoste presentano Gesù, un uomo inviato da Dio, esattamente nel modo in cui i suoi contemporanei lo conoscevano e lo consideravano. Dai Vangeli apprendiamo che Gesù, dall’infanzia fino alla giovinezza, attraversò in modo del tutto normale le fasi dello sviluppo fisico e mentale. Aveva fame e sete, si stancava e dormiva. Rimaneva stupito e disorientato. Aveva anche bisogno di informarsi sui fatti dalla gente. Soffrì pene e dolori e morì. Non solo non affermò di poter ascoltare e vedere ogni cosa, ma negò addirittura tale possibilità. In realtà, attribuirgli la qualità di ḥāẓir-nāẓir (onnisenziente e onniveggente) sarebbe contrario all’intera concezione che ricaviamo dai Vangeli. Non solo: tale pretesa non è affatto compatibile con gli eventi delle prove ardenti affrontate nei luoghi chiamati Getsemani e Calvario. Per renderla compatibile, questi eventi dovrebbero essere considerati completamente infondati. Bisogna riconoscere che, quando il Messia si trovò ad affrontare tali situazioni, era soggetto ai normali limiti della conoscenza umana. Se vi fu un’eccezione entro questi limiti, essa consisteva soltanto nel fatto che possedeva una lungimiranza profetica e una conoscenza diretta e certa di Dio. Nei Vangeli vi è ancor meno motivo per considerare il Messia onnipotente. Non si trova da nessuna parte alcun indizio che egli agisse indipendentemente da Dio e senza curarsene. Al contrario, pregava ripetutamente in quel modo, riconoscendo chiaramente con ciò di dipendere completamente da Dio: non vi era altro mezzo, oltre alla preghiera, per salvarsi da quella calamità. Il fatto che questi Vangeli costituiscano una testimonianza importante della loro attendibilità storica consiste nel fatto che, sebbene non siano stati composti prima che la Chiesa cristiana cominciasse a considerare il Messia una divinità, essi conservano da un lato la testimonianza che il Messia era realmente un uomo e, dall’altro, non contengono alcuna testimonianza secondo cui il Messia considerasse se stesso Dio.
Il reverendo Scott aggiunge:
Soltanto san Paolo dichiara che, al momento della risurrezione, proprio mediante tale risurrezione Gesù fu pubblicamente insignito, con piena autorità, della dignità di Figlio di Dio. L’espressione «Figlio di Dio» porta con sé l’indicazione di una vera filiazione carnale. In un altro passo san Paolo ha chiarito la questione definendo Gesù il Figlio proprio di Dio. Non si può stabilire ora se furono i primi cristiani o san Paolo a usare per il Messia il termine di appellativo «Signore» nel suo autentico senso religioso. Probabilmente furono i primi. Tuttavia, non vi è dubbio che fu Paolo a cominciare a usare pienamente questo appellativo. In seguito applicò al Signore Gesù Cristo molte concezioni e termini tecnici che nelle antiche Scritture sacre erano riservati al Signore Geova (Allah). In questo modo rese ancora più chiaro il suo discorso. Allo stesso tempo considerava il Messia pari a Dio quanto a conoscenza, intelligenza e grandezza, e lo chiamava Figlio di Dio nel senso più semplice. Ciononostante, anche dopo aver reso il Messia uguale a Dio sotto diversi aspetti, si trattenne dal proclamarlo Dio in senso assoluto.
L’analisi di un altro esperto cristiano
In un articolo intitolato «Christianity» dell’Encyclopaedia Britannica, il reverendo George William Fox, discutendo i principi fondamentali della Chiesa cristiana, afferma: «La struttura concettuale della Trinità è stata tratta dai Greci. Su di essa è stata sovrapposta e rielaborata la dottrina ebraica. Da questo punto di vista, per noi è una straordinaria sorta di guazzabuglio. Il pensiero religioso è biblico, ma è stato rielaborato nella forma della filosofia straniera.»
I termini «Padre», «Figlio» e «Spirito Santo» furono adottati da fonti ebraiche. Sebbene Gesù usasse molto raramente quest’ultimo termine e, anche quando lo usava san Paolo, il suo significato fosse del tutto oscuro, nella letteratura ebraica questa parola aveva quasi assunto una forma personale. Pertanto, gli elementi di questa dottrina appartengono alla religione ebraica — sebbene anch’essa fosse stata influenzata dalle idee greche prima di entrare in quella composizione — mentre la questione è puramente greca. La domanda alla base dell’origine di questa dottrina non era né morale né religiosa. Era invece una questione puramente filosofica: quale forma aveva il rapporto reciproco tra Padre, Figlio e Spirito, questi tre? La risposta data dalla Chiesa è inclusa nella dottrina adottata dal Concilio di Nicea. Sotto ogni aspetto, essa è un simbolo del pensiero greco.
La testimonianza della storia della Chiesa
A questo proposito è particolarmente degno di nota l’articolo intitolato «Church History» nell’Enciclopedia Britannica:
Prima della fine del III secolo cristiano, il Messia era generalmente riconosciuto come l’incarnazione fisica del Verbo. Tuttavia, molti cristiani non riconoscevano il Messia come Dio. Nel IV secolo sorse un’aspra controversia su questo tema, che scosse le fondamenta della Chiesa. Infine, nel 325 d.C., al Concilio di Nicea, la concezione della divinità del Messia fu formalmente riconosciuta come dottrina cristiana ufficiale e venne formulata mediante termini specifici. Sebbene la controversia continuasse ancora per qualche tempo, alla fine prevalse la decisione di Nicea. In Oriente e in Occidente essa fu accettata nel senso che i cristiani che professavano la dottrina corretta dovevano credere in essa. Insieme al riconoscimento del Figlio come Dio, anche lo Spirito fu riconosciuto come Dio e gli fu assegnato un posto accanto al Padre e al Figlio nella formula del battesimo (Baptism) e nei simboli religiosi tradizionali. In tal modo, come conseguenza della concezione del Messia affermata a Nicea, la dottrina della Trinità divenne una parte inseparabile della religione cristiana. In seguito, anche l’affermazione che la divinità del Figlio si fosse incarnata nella persona del Messia diede origine a un secondo problema. Su questo tema continuarono i dibattiti per tutto il IV secolo e per un certo periodo successivo. La questione era: quale rapporto vi era, nella persona del Messia, tra la divinità e l’umanità? Nel 451 d.C., il Concilio di Calcedonia propose la soluzione secondo cui nella persona del Messia vi sono due nature pienamente complete. Anche dopo la loro unione, entrambe rimangono intatte nelle loro caratteristiche distintive, senza alcun cambiamento. Nel Concilio tenutosi a Costantinopoli nel 680 d.C. si aggiunse che entrambe le nature possiedono anche volontà distinte. In altre parole, il Messia possiede contemporaneamente [due] volontà. —- In questo periodo la Chiesa occidentale si dedicò particolarmente ai temi del peccato e della grazia, e per lungo tempo continuò il dibattito sul ruolo di Dio e su quello dell’uomo nella salvezza. Infine, nel 529 d.C., al Secondo Concilio di Orange, fu adottata la dottrina secondo cui, a causa della cacciata di Adamo dal Paradiso, ogni essere umano si trova in una condizione tale da non poter compiere neppure un passo verso la salvezza finché, mediante il battesimo cristiano, non riceva una nuova vita per grazia di Dio. Anche dopo l’inizio di questa nuova vita, egli non resterà saldo in una buona condizione finché la grazia di Dio non lo assista per l’eternità. E questa grazia eterna di Dio può essere ottenuta esclusivamente attraverso la Chiesa cattolica.
Il risultato della controversia
Dalle descrizioni di questi studiosi cristiani risulta chiaro che la prima cosa che porta i cristiani fuori strada è l’eccesso nelle dottrine di fede e nella devozione e venerazione. È sulla base di questo eccesso che vengono usate per Hazrat Messia (pace su di lui) le parole «Signore» e «Figlio di Dio». Gli vengono attribuiti gli attributi divini e viene inventata la dottrina dell’espiazione. Eppure, negli insegnamenti di Hazrat Messia non vi era la minima traccia di queste idee. Poi, quando l’atmosfera velenosa della filosofia penetrò nell’animo dei cristiani, invece di riconoscere questa deviazione iniziale e cercare di evitarla, cominciarono a sostenere e interpretare gli errori dei loro predecessori. Senza tornare agli autentici insegnamenti del Messia, continuarono a inventare nuove dottrine ricorrendo soltanto alla Scrittura e alla filosofia. In questi versetti del Sacro Corano i cristiani sono stati messi in guardia contro tali deviazioni. (Tafhim-ul-Qur’an, Sura as-Saff, nota 8)
La fede nella concezione della peccaminosità innata dell’uomo
I Libri celesti non hanno mai presentato alcuna concezione della peccaminosità innata dell’uomo, che il cristianesimo considera da millecinquecento o duemila anni una propria dottrina fondamentale. Oggi gli stessi studiosi cattolici hanno cominciato ad affermare che questa dottrina non ha alcun fondamento. Il reverendo Herbert Haag, eminente studioso della Bibbia, afferma nel suo recente libro «Is Original Sin In Scripture» che, tra i cristiani dei primi tempi, almeno fino al III secolo non esisteva affatto la dottrina secondo cui l’uomo è peccatore per nascita. Quando questa concezione cominciò a diffondersi tra gli uomini, gli studiosi cristiani continuarono per due secoli a protestare contro di essa. Infine, nel V secolo, Sant’Agostino continuò a protestare contro di essa. Infine, nel V secolo, Sant’Agostino, con la forza della sua logica, la incluse tra le dottrine fondamentali dei cristiani: l’umanità aveva ereditato il peso del peccato di Adamo. Ora non vi è altra via se non ottenere la salvezza grazie all’espiazione del Messia. (Il movimento per l’indipendenza in India e i musulmani, vol. 2, pp. 191-199)
Chiamare Hazrat Maryam la madre di Dio
Nel 431 d.C. si tenne a Efeso un concilio dei capi religiosi del mondo cristiano. In quell’assemblea, la dottrina della divinità di Gesù e quella secondo cui i cristiani consideravano soltanto Maria la madre di Dio divennero dottrine ufficiali della Chiesa. I cristiani non si limitarono a fare del Messia e dello Spirito Santo delle divinità; fecero anche della madre del Messia una divinità permanente. Nella Bibbia non si trova alcun accenno alla divinità di Maria né alla sua purezza divina. Per trecento anni dopo il Messia il mondo cristiano rimase ignaro di questa concezione. Verso la fine del III secolo, ad Alessandria, alcuni studiosi religiosi diffusero per la prima volta la dottrina della divinità di Maria e il culto di Maria. In principio, però, la Chiesa non era disposta ad accettarla; al contrario, considerava il culto di Maria una dottrina erronea. Quando poi nel mondo cristiano iniziò una tempesta di controversie intorno alla concezione di Nestorio, secondo cui nella persona del Messia erano riunite due essenze permanentemente distinte, nel 431 d.C. si tenne nella città di Efeso questo concilio per risolvere la questione. Dopo quell’assemblea, il culto di Maria cominciò a diffondersi rapidamente all’interno della Chiesa. Tanto che, giunti all’epoca della rivelazione del Corano, Maria era diventata una dea così grande che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo erano divenuti insignificanti al suo cospetto. In vari luoghi furono collocate statue di lei nelle chiese. Davanti alle sue statue si tenevano cerimonie di culto. Le si rivolgevano suppliche. Ella era colei che ascoltava le invocazioni, allontanava le calamità e aiutava gli indifesi. Per un servo cristiano, il mezzo più grande per dimostrare fedeltà consisteva nell’ottenere l’aiuto e la protezione della madre di Dio. L’imperatore Giustiniano, nel preambolo di una legge, proclamò Maria protettrice del suo regno. Il suo celebre generale Narciso invocava l’aiuto di Maria sul campo di battaglia. L’imperatore Eraclio, contemporaneo del profeta Muhammad, credeva che, grazie alla benedizione di quell’immagine, quella bandiera non sarebbe stata abbassata. Sebbene in seguito, sotto l’influsso della Riforma, i cristiani protestanti si siano levati contro il culto di Maria, la Chiesa cattolica romana crede ancora oggi a tale dottrina. (Tafhīm al-Qur’ān, sūra al-Māʾida, nota 101)
La profezia sull’ultimo profeta nella Torah e nel Vangelo
(Sarebbe stato opportuno esporre separatamente, nel capitolo sugli ebrei, le profezie riportate nella Torah e le parole del Vangelo. Tuttavia, il dotto autore ha esposto insieme le due profezie in modo tale che, separandole, l’importanza della trattazione diminuirebbe. Per questo le ha esposte insieme.)
(Arabo———-)
E ricorda ciò che Gesù, figlio di Maria, disse: «O figli d’Israele! In verità, sono il Messaggero di Dio inviato a voi, confermatore della Torah che è venuta prima di me ed è ancora presente, e annunciatore della buona novella di un Messaggero che verrà dopo di me, il cui nome sarà Ahmad». – (Sūra al-Ṣaff: 6) (Su questo versetto controverso è stata svolta un’importante discussione, che verrà affrontata più avanti.)
Queste parole di Gesù indicano la buona novella che il profeta Mosè annunciò alla sua gente riferendosi al Messaggero di Dio. (Anche i cristiani credono agli insegnamenti del profeta Mosè e alla Torah.) In essa egli dice:
Farò sorgere un profeta
«Il Signore, il tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta simile a me; ascolterete lui. Questo avverrà secondo tutto ciò che chiedesti al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, nel giorno dell’assemblea, dicendo: “Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, affinché io non muoia”. E il Signore mi disse: “Hanno parlato bene. Io susciterò per loro, in mezzo ai loro fratelli, un profeta simile a te; porrò le mie parole sulla sua bocca ed egli dirà loro tutto ciò che gli comanderò”.» – Deuteronomio 18:15-19
La chiara profezia della Torah
Questa è la chiara profezia della Torah, che non può essere attribuita a nessuno se non al profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). In essa il profeta Mosè (su di lui la pace) trasmette al suo popolo questo comando di Allah l’Altissimo: «Farò sorgere per te, tra i tuoi fratelli, un profeta». È evidente che l’espressione “fratelli di una nazione” non può indicare una tribù o una stirpe appartenente a quella stessa nazione, bensì una nazione che abbia con essa una stretta relazione genealogica. Se ciò significasse che sarebbe giunto un profeta dagli stessi Figli d’Israele, si sarebbe detto: «Farò sorgere per voi, proprio dal vostro stesso popolo, un profeta». Pertanto, i “fratelli dei Figli d’Israele” devono necessariamente essere i Figli d’Israele, che sono loro parenti per discendenza, in quanto discendenti di Abramo (su di lui la pace). Inoltre, questa profezia non può riferirsi a un profeta dei Figli d’Israele, poiché dopo Mosè (su di lui la pace) tra i Figli d’Israele non venne un solo profeta, ma molti, menzionati in tutta la Bibbia.
La seconda cosa affermata in questa buona novella è che il profeta inviato sarebbe stato simile al profeta Mosè (su di lui la pace). È del tutto evidente che tale somiglianza non riguarda i tratti del volto, l’aspetto fisico o le condizioni della vita, perché sotto questi aspetti nessuna persona è uguale a un’altra. Né significa semplicemente una somiglianza nelle qualità profetiche, poiché tali qualità si ritrovano allo stesso modo nei profeti venuti dopo Mosè (su di lui la pace). Di conseguenza, non può costituire una caratteristica distintiva di un singolo profeta il fatto di essere simile a Mosè sotto questo aspetto. Escluse dunque queste due possibilità, non resta altra base per la somiglianza, sulla quale si possa comprendere la caratteristica del profeta futuro, se non che egli sarebbe stato simile a Mosè (su di lui la pace) nel portare una Legge permanente e completa. Questa caratteristica non si ritrova in nessuno se non nel profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), poiché ogni profeta giunto prima di lui tra i Figli d’Israele seguì la Legge di Mosè. Nessuno di loro venne con una Legge permanente e completa.
Questa interpretazione acquista ulteriore forza dalle seguenti parole della profezia: «Ciò avverrà secondo la preghiera che tu, cioè i Figli d’Israele, rivolgesti al tuo Dio, il Signore, nel giorno dell’assemblea sull’Oreb, dicendo: “Non voglio più udire la voce del mio Dio, il Signore, né vedere ancora questo grande fuoco, per timore di morire”. Allora il Signore mi disse: “Hanno detto bene. Farò sorgere per loro, tra i loro fratelli, un profeta simile a te e metterò le mie parole nella sua bocca”».
Qui con Oreb si intende il monte sul quale al profeta Mosè (su di lui la pace) furono impartite per la prima volta le prescrizioni della Legge. La preghiera dei Figli d’Israele qui menzionata significa che, qualora in futuro fosse stata rivelata una Legge, essa non venisse data in quella terribile situazione creatasi ai piedi del monte Oreb al momento della rivelazione della Legge. Questa situazione è menzionata sia nel Corano sia nella Bibbia. (Corano, Sura al-Baqara, versetti 55-56; Sura al-A‘raf, versetti 155 e 171; Bibbia, Libro dell’Esodo, 19:17-18). In risposta, Mosè (su di lui la pace) disse ai Figli d’Israele che Allah l’Altissimo aveva accolto la loro supplica. Egli disse: «Farò sorgere per loro un profeta nella cui bocca metterò le Mie parole». Ciò significa che, al momento della rivelazione della Legge futura, non si sarebbe verificata la terribile situazione creatasi ai piedi del monte Oreb. Al contrario, non appena quel profeta fosse stato investito della dignità profetica, le parole di Allah sarebbero state poste nella sua bocca, ed egli le avrebbe fatte conoscere alla gente. Considerate queste parole così chiare, può esserci ancora qualche dubbio che colui del quale è stata fatta la profezia non possa essere altri che il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui)? Dopo Mosè (su di lui la pace), una Legge permanente e completa è stata data proprio al profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Al momento della rivelazione di questa Legge non vi fu alcuna assemblea popolare, come quella dei Figli d’Israele ai piedi del monte Oreb. E al momento della promulgazione delle norme della Legge non si verificò una situazione analoga a quella che si era verificata là. (Sura at-Taghabun, nota 5)
Esame dettagliato del versetto sopra menzionato della Sura as-Saff
Il versetto della Sura as-Saff, la cui traduzione è stata riportata all’inizio di questo capitolo, è uno dei versetti più importanti del Sacro Corano. Gli oppositori dell’Islam hanno sollevato contro questo versetto una gravissima obiezione e si sono resi colpevoli della forma più vile di violazione della fiducia. Infatti, in questo versetto si afferma che il profeta Gesù (su di lui la pace) annunciò la buona novella della sua venuta menzionando esplicitamente il suo nome. Per questo è necessaria un’ampia trattazione dell’argomento.
Primo: in esso il nome del Profeta (pace e benedizioni su di lui) è indicato come Ahmad. Ahmad ha due significati. Il primo è “colui che loda maggiormente Allah l’Altissimo”. Il secondo è “colui che è stato lodato più di tutti”, oppure “colui che è più degno di lode tra i servi”. Gli hadith autentici dimostrano che questo era anch’esso uno dei nomi del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Secondo la narrazione del venerabile Abu Musa al-Ash‘ari (che Allah sia soddisfatto di lui) riportata da Muslim e Abu Dawud, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (arabo——) «Io sono Muhammad, sono Ahmad e sono al-Hashir». Questa tradizione è stata riferita dal venerabile Jubayr ibn Mut‘im (che Allah sia soddisfatto di lui) dagli imam Malik, al-Bukhari, Muslim, ad-Darimi, at-Tirmidhi e an-Nasa’i. Questo nome del Profeta (pace e benedizioni su di lui) era noto tra i nobili Compagni. Il venerabile Hassan ibn Thabit (che Allah sia soddisfatto di lui) disse nella sua poesia: (arabo*******)
Allah, gli angeli che si affollano intorno al Suo Trono e tutti gli esseri puri inviano benedizioni su Ahmad, colmo di benedizioni.
Anche la storia dimostra che il nome dell’Onorato Profeta (pace e benedizioni su di lui) non era soltanto Muhammad, bensì anche Ahmad. In tutta la letteratura araba non si trova alcun esempio di qualcuno che, prima del Profeta (pace e benedizioni su di lui), si chiamasse Ahmad. Dopo di lui, innumerevoli persone sono state chiamate Ahmad e Ghulam Ahmad. Quale prova più grande potrebbe esserci del fatto che, dall’epoca della sua profezia fino a oggi, questo suo nome è così celebre e conosciuto presso l’intera comunità musulmana? Se questo non fosse stato il suo nome, quale Ahmad credevano di servire coloro che chiamarono i propri figli Ghulam Ahmad?
Secondo: il Vangelo di Giovanni (John) è testimone del fatto che, al tempo della venuta del Messia, i Figli d’Israele attendevano tre persone: primo, il Messia; secondo, il ritorno di Elia, cioè Hazrat Elia; e terzo, quel Profeta.
Il testo del Vangelo è il seguente:
Questa è la testimonianza di Giovanni: quando i Giudei mandarono da Gerusalemme alcuni sacerdoti e leviti a chiedergli: «Chi sei tu?», egli confessò e non negò; confessò: «Io non sono il Cristo». Essi gli domandarono: «E allora? Sei Elia?». Egli rispose: «Non lo sono». «Sei tu quel Profeta?». Egli rispose: «No». Allora gli dissero: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Egli disse: «Io sono la voce di uno che grida nel deserto: “Raddrizzate la via del Signore”, come disse il profeta Isaia». Essi erano stati mandati dai farisei. E gli domandarono: «Se non sei il Cristo, né Elia, né quel Profeta, perché dunque battezzi?». — Giovanni 1:19-25
Da queste parole risulta che i Figli d’Israele attendevano un altro Profeta, oltre a Hazrat Messia e Hazrat Elia. Ed egli non era neppure Hazrat Yahya. La fede nella venuta di quel Profeta era così famosa e universalmente nota tra i Figli d’Israele che bastava dire «quel Profeta» per indicarlo. Non era necessario dire che era colui la cui buona novella era stata annunciata nella Torah. Inoltre si apprese che la venuta del Profeta a cui alludevano era certa. Infatti, quando furono poste queste domande a Hazrat Yahya, egli non disse: «Non verrà nessun altro Profeta; di chi state parlando?»
La buona novella del Vangelo scritto da Giovanni
Terzo: ora osservate quelle profezie che sono riportate consecutivamente nel Vangelo di Giovanni, dai capitoli 14 a 16: «E io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Consolatore, affinché rimanga con voi per sempre: lo Spirito della verità, che il mondo non vede e non conosce; voi lo conoscete, perché dimora presso di voi e sarà nel vostro cuore». — Giovanni 14:25-26
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il signore del mondo, e in me egli non ha nulla. — 14:30
Colui che vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità, che procede dal Padre, quando verrà quell’Aiutante, egli renderà testimonianza di me. — 15:26
Tuttavia vi dico la verità: è meglio per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, quell’Aiutante non verrà da voi; ma se me ne vado, ve lo manderò. — 16:7
Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete sopportarle. Tuttavia, quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà verso tutta la verità, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che ascolta e vi annuncerà anche gli eventi futuri. Egli mi glorificherà, perché prenderà ciò che è mio e ve lo annuncerà. Tutto ciò che appartiene al Padre è mio; per questo ho detto che egli prende ciò che è mio e ve lo annuncerà. 16:12-15
Colui che verrà sarà il leader del mondo
Nei suddetti passi del Vangelo scritto da Giovanni, Hazrat Isa (pace su di lui) annuncia la buona novella della venuta di qualcuno dopo di lui. Riguardo a costui dice che sarà il signore del mondo, o il leader del mondo (Sarwar-e Alam), e resterà per sempre. Mostrerà tutte le vie della verità e renderà egli stesso testimonianza a lui (a Hazrat Isa). In queste dichiarazioni di Giovanni si è cercato di confondere il contenuto usando espressioni come Ruhul Qudus e Spirito della verità. Tuttavia, leggendo attentamente tutte le parole, si comprende chiaramente che colui del quale è stata annunciata la venuta non è uno spirito, bensì un uomo, e un uomo speciale, il cui insegnamento sarà ampio e universale e rimarrà intatto fino al Giorno della Resurrezione. Per quella persona speciale, nella traduzione urdu è stata usata la parola «Aiutante»; quanto alla parola usata nel Vangelo originale scritto da Giovanni in lingua greca, i cristiani insistono che fosse Paracletus.
Complessità tra i cristiani riguardo alla parola Paraclito
Gli stessi studiosi cristiani si trovano di fronte a una estrema difficoltà nel determinare il significato della parola. Nella lingua greca originale, la parola Paraclete ha diversi significati: chiamare verso un luogo, gridare per chiedere aiuto, ammonire, ispirare, eccitare, pregare e così via. Nella lingua greca questa parola viene inoltre interpretata anche nei seguenti modi: dare conforto, calmare, incoraggiare. Ovunque questa parola sia stata usata nella Bibbia, il suo significato non risulta appropriato. Origen ha usato in alcuni punti della sua traduzione la parola Consolator e in altri Deperecator. Tuttavia, gli altri commentatori hanno respinto entrambe. Primo: secondo la grammatica greca, ciò non è corretto. Secondo: ovunque si trovi questa parola, questo significato non è applicabile. Alcuni altri commentatori hanno usato la parola Teacher come traduzione di questo termine, ma secondo le regole d’uso della lingua greca non è possibile accettare tale significato. Tertulliano e Agostino hanno dato la preferenza alla parola Advocate. Altri ancora hanno usato parole come Assistant, Confortur e Consoler. — (Si veda Encyclopaedia of Biblical Literature, voce «Paracleture»).
Possibilità di un’alterazione lessicale
Ora, la cosa interessante è che in greco esiste un’altra parola, Periclytos. Il suo significato è «lodato». Questa parola è perfettamente equivalente al nome Muhammad e, nella pronuncia, vi è una grande somiglianza tra Periclytos e Paracletus. Non è affatto impossibile che quei dotti e sacerdoti cristiani, abituati a modificare senza difficoltà le loro Scritture secondo il proprio arbitrio, abbiano alterato in qualche misura questa parola della profezia citata da Giovanni, ritenendola contraria al loro credo. Poiché oggi non esiste in alcun luogo il Vangelo nella lingua greca originale scritto da Giovanni, è difficile dimostrare quale delle due parole fosse stata usata.
La parola siriaca originale
Non si può decidere sulla base della parola che Giovanni usò effettivamente in greco, perché quella era una traduzione dalla lingua originale. La lingua del Messia era infatti il siriaco della Palestina. Pertanto, la parola da lui usata nel suo Vangelo doveva necessariamente essere una parola siriaca. Fortunatamente, possiamo trovare quella parola siriaca originale nella biografia scritta da Ibn Hisham (Sīrat Ibn Hisham). Dallo stesso libro apprendiamo anche quale fosse la parola greca equivalente. Ibn Hisham, citando Muhammad ibn Ishaq, riporta per intero la traduzione dei capitoli 15, versetti 23-27, e 16, versetto 1, del Vangelo scritto da Giovanni. In essa, invece di usare la parola greca Farqlit (Paracletus/Periclytos), egli usa la parola Munhamanna. Poi Ibn Ishaq o Ibn Hisham spiegano che Munhamanna significa Muhammad in siriaco e Periclytos in greco (Ibn Hisham, vol. 1, p. 248).
Ora, va osservato che, dal punto di vista storico, la lingua degli abitanti comuni della Palestina fu il siriaco fino al IX secolo. Questa regione entrò a far parte dei territori conquistati dall’Islam a partire dalla metà del VII secolo. Ibn Ishaq morì nel 768 d.C. e Ibn Hisham nel 828 d.C. Ciò significa che, durante l’epoca di entrambi, i cristiani della Palestina parlavano siriaco. Per questi due storici non era affatto difficile comunicare con i sudditi cristiani del proprio paese. Inoltre, a quel tempo, milioni di cristiani di lingua greca vivevano nei territori conquistati dai musulmani. Perciò non era affatto difficile per loro sapere quale parola greca fosse equivalente a una determinata parola siriaca. Ora, se nella traduzione di Ibn Ishaq era stata usata la parola siriaca Munhamanna e Ibn Ishaq, nella sua spiegazione, aveva usato in arabo la parola equivalente Muhammad e in greco Periclytos, allora non rimane alcun dubbio che Gesù, figlio di Maria, su di lui la pace, avesse annunciato per nome il profeta Muhammad, pace e benedizioni su di lui, e ne avesse preannunciato la venuta. Allo stesso tempo, si apprende che nel Vangelo scritto da Giovanni la parola originale in greco era Periclytos, che in seguito i dotti cristiani modificarono in Paracletus.
Il riconoscimento della verità da parte del re Negus
Una testimonianza storica ancora più antica si trova nella narrazione del venerabile ʿAbdullah ibn Masʿud, che Allah sia soddisfatto di lui. Egli racconta che, quando il Negus convocò alla sua corte gli emigrati in Abissinia e ascoltò da Jaʿfar ibn Abī Tālib, che Allah sia soddisfatto di lui, gli insegnamenti e la dottrina del profeta Muhammad, pace e benedizioni su di lui, disse:
Congratulazioni a voi e a Colui dal quale provenite. Attesto che egli è il Messaggero di Allah e che è proprio colui del cui avvento Gesù, figlio di Maria, aveva dato l’annuncio.
Questa storia è riportata in vari hadith direttamente da Hazrat Jaʿfar e da Hazrat Umm Salama. Da ciò non si dimostra soltanto che, all’inizio del VII secolo, il Negus sapeva che Hazrat ʿĪsā aveva predetto la venuta di un profeta; si dimostra inoltre che nel Vangelo vi era un’indicazione chiara di quel profeta, tanto che il Negus non ebbe difficoltà a concludere che il profeta Muhammad era proprio quel profeta. Tuttavia, da questo racconto non si può sapere se il Negus apprese l’annuncio dato da Hazrat ʿĪsā attraverso il Vangelo scritto da Giovanni o se lo apprese da un’altra fonte.
L’annuncio del Vangelo di Barnaba
Nelle profezie riguardanti l’Inviato di Allah che Barnaba ha riportato nel suo Vangelo, in alcuni punti Hazrat ʿĪsā ha pronunciato il nome del profeta Muhammad; in altri lo ha chiamato l’Inviato di Allah; altrove ha usato per lui il termine Messia; in altri ancora, «lodato» (Admirable); e in altri ha usato parole così esplicite da essere del tutto equivalenti a «Non c’è dio all’infuori di Allah, Muhammad è l’Inviato di Allah». Non è possibile citare integralmente tutti questi annunci. Sono infatti così numerosi e formulati in vari punti secondo diversi contesti precedenti e successivi, che da essi si potrebbe comporre un intero libro. Di seguito ne vengono riportati alcuni esempi: (Il Vangelo di Barnaba [The Gospel of Barnabas] è stato tradotto in inglese da LONSDALE e LAUR RAAG e pubblicato nel 1907 dalla Clarendon Press di Oxford. Per i lettori istruiti in inglese, i passi dell’opera citata vengono riportati in lingua inglese — il traduttore).
I profeti che Allah ha inviato nel mondo, il cui numero è di centquarantaquattromila, hanno parlato in modo oscuro. Ma dopo di me apparirà lo splendore di tutti i profeti e dei santi, e illuminerà l’oscurità delle parole dei profeti, perché egli è l’Inviato di Allah. (Poiché tutti i profeti, che sono centquarantaquattromila e che Dio ha inviato nel mondo, hanno parlato oscuramente. Ma dopo di me verrà lo Splendore di tutti i profeti e dei santi, e farà luce sull’oscurità di tutto ciò che i profeti hanno detto, perché egli è l’Inviato di Dio [Capitolo 17, Vangelo di Barnaba].) (Capitolo 17)
I farisei e i leviti (Levites) dissero: «Se non sei il Messia, né Elia né alcun altro profeta, perché impartisci un nuovo insegnamento e ti presenti come superiore persino al Messia?». Gesù rispose: «I miracoli che Allah compie per mano mia mostrano che io faccio ciò che Allah vuole. Altrimenti, in verità, non ritengo di essere degno di considerarmi superiore a colui del quale parlate (il Messia). Io non sono degno neppure di sciogliere i legacci dei calzari o i lacci delle scarpe di quell’Inviato di Allah che voi chiamate Messia, che è stato preparato prima di me e verrà dopo di me, e porterà la parola della verità, affinché la sua religione non abbia fine». — Versetto 42 (Dissero: Se non sei il Messia, né Elia né alcun profeta, perché predichi una nuova dottrina e ti dai più importanza del Messia?»
Gesù rispose: «I miracoli che Dio compie per mezzo delle mie mani mostrano che io parlo ciò che Dio vuole; né, in verità, pretendo di essere considerato colui del quale parlate, poiché non sono degno di sciogliere i legacci dei calzari o i lacci delle scarpe dell’Inviato di Dio che voi chiamate Messia, che è stato preparato prima di me e verrà dopo di me, e porterà le parole della verità, affinché la sua fede non abbia fine» (Capitolo 42, Il Vangelo di Barnaba).
In verità vi dico che ogni profeta che verrà è nato soltanto come segno della misericordia di Allah per una sola nazione. Perciò le parole dei profeti non giungono a nessun altro se non al popolo per il quale sono stati inviati. Ma quando verrà il profeta di Allah, Allah gli conferirà, per così dire, il sigillo della Sua stessa mano. Egli giungerà con autorità sui miscredenti e sradicherà l’idolatria in modo tale che Satana sarà confuso. (Dopo una lunga conversazione con i discepoli) Hazrat ʿĪsā, pace su di lui, afferma con chiarezza che quel profeta nascerà tra i figli d’Ismaele, non tra i figli d’Isacco. — Capitolo 43. (In verità vi dico che ogni profeta, quando viene, porta a una sola nazione il segno della misericordia di Dio. E così le loro parole non si estendevano se non al popolo al quale erano stati inviati. Ma quando verrà l’Inviato di Dio, Dio gli darà, per così dire, il sigillo della Sua mano, tanto che porterà salvezza e misericordia a tutte le nazioni del mondo che accoglieranno la sua dottrina. Verrà con potere contro gli empi e distruggerà l’idolatria, tanto da confondere Satana. Credetemi, poiché in verità vi dico che la promessa fu fatta a Ismaele, non a Isacco — Capitolo 43, Vangelo di Barnaba.)
Perciò vi dico che l’Inviato di Allah è uno splendore dal quale quasi ogni creatura di Allah riceverà gioia. Egli è infatti adornato dello spirito della comprensione e del consiglio, dello spirito della saggezza e della forza, dello spirito del timore e dell’amore, dello spirito della prudenza e della temperanza. È adornato dello spirito della carità e della misericordia, dello spirito della giustizia e della pietà, dello spirito della gentilezza e della pazienza. Allah gli ha concesso queste qualità in misura tripla rispetto a quanto le ha conferite a tutte le Sue creature. Quanto sarà benedetto il tempo in cui egli verrà nel mondo! Credetemi: io l’ho visto e gli ho reso omaggio, come ogni profeta lo ha visto. Non appena Dio vide il suo spirito, gli conferì la profezia; e quando lo vidi, la mia anima fu colmata di consolazione. Allora dissi: «O Muhammad, che Allah sia con te e mi renda degno di allacciare i lacci delle tue scarpe, perché, se ottenessi questo onore, diventerei un grande profeta e un santo di Dio». — Capitolo 44 (Perciò vi dico che l’Inviato di Dio è uno splendore che darà gioia a quasi tutto ciò che Dio ha creato, poiché è adornato dello spirito della comprensione e del consiglio, dello spirito della saggezza e della forza, dello spirito del timore e dell’amore, dello spirito della prudenza e della temperanza; è adornato dello spirito della carità e della misericordia, dello spirito della giustizia e della pietà, dello spirito della gentilezza e della pazienza, che ha ricevuto da Dio tre volte più di quanto Egli abbia dato a tutte le Sue creature. O tempo benedetto, quando egli verrà nel mondo! Credetemi, l’ho visto e gli ho reso omaggio, proprio come ogni profeta lo ha visto: vedendo il suo spirito, Dio dona loro la profezia. E quando lo vidi, la mia anima fu colma di consolazione, dicendo: «O Mohammed, Dio sia con te e possa Egli rendermi degno di allacciare il tuo laccio della scarpa; ottenendo ciò, diventerei un grande profeta e un santo di Dio» — Capitolo 44.)
Non affliggetevi e non abbiate paura. Perché non sono stato io a crearvi; piuttosto, Dio è il nostro Creatore ed è Lui che vi ha creati. Egli si prenderà cura di voi. Quanto a me, sono venuto ora nel mondo per preparare la via al Messaggero di Dio: egli porterà la salvezza al mondo. Ma state attenti a non lasciarvi ingannare, perché verranno molti falsi profeti e, usando il mio nome, corromperanno la mia Bibbia.
Allora Andrew disse: «Maestro, diteci alcuni suoi segni, affinché possiamo riconoscerlo».
Gesù disse: «Egli non verrà ai vostri tempi. Verrà alcuni anni dopo di voi, quando il mio Vangelo (la Bibbia) sarà talmente corrotto che, a malapena, resteranno trenta fedeli. In quel tempo Dio avrà misericordia del mondo e manderà il Suo Messaggero, sulla cui testa farà ombra una nube. Da ciò sarà riconosciuto come l’Eletto di Dio e, per mezzo suo, Dio sarà fatto conoscere al mondo. Egli avrà un’enorme potenza contro gli empi e sradicherà l’idolatria dalla terra. Provo una grande gioia, perché per mezzo suo si potrà conoscere il nostro Dio e si proclamerà la Sua santità. La mia veridicità sarà conosciuta nel mondo. Egli si vendicherà di coloro che mi considereranno qualcosa di più di un uomo. Porterà una verità più evidente di quella di tutti i profeti». – Capitolo 72 (Il Vangelo di Barnaba). «Non lasciatevi turbare il cuore e non abbiate paura, perché non sono stato io a crearvi, ma Dio, nostro Creatore, che vi ha creati, vi proteggerà. Quanto a me, sono venuto ora nel mondo per preparare la via al Messaggero di Dio, che porterà la salvezza al mondo. Ma fate attenzione a non lasciarvi ingannare, perché verranno molti falsi profeti, i quali prenderanno le mie parole e corromperanno il mio Vangelo». Allora Andrew disse: «Maestro, diteci qualche segno, affinché possiamo riconoscerlo». Gesù rispose: «Egli non verrà ai vostri tempi, ma verrà alcuni anni dopo di voi, quando il mio Vangelo sarà stato annullato, al punto che a malapena resteranno trenta fedeli. In quel tempo Dio avrà misericordia del mondo e manderà il Suo Messaggero; sopra la sua testa si poserà una nube bianca, grazie alla quale sarà riconosciuto come l’Eletto di Dio e, per mezzo suo, sarà manifestato al mondo. Egli verrà con grande potenza contro gli empi e distruggerà l’idolatria sulla terra. E ciò mi rallegra, perché per mezzo suo il nostro Dio sarà conosciuto, glorificato e riconosciuto come vero; egli si vendicherà di coloro che diranno che io sono più di un uomo. Verrà con una verità più chiara di quella di tutti i profeti». – Capitolo 72, Il Vangelo di Barnaba.
Il giuramento per Dio fu prestato a Gerusalemme, nella moschea di Salomone, e non altrove. Ma credete: verrà un tempo in cui Dio farà discendere la Sua misericordia su un’altra città. Allora sarà possibile adorarlo veramente in ogni luogo e Dio, nella Sua misericordia, accetterà la preghiera autentica in ogni luogo.
Gesù disse: «In verità sono stato inviato come profeta della salvezza della stirpe d’Israele. Ma dopo di me verrà il Messia, inviato da Dio per tutto il mondo, per il quale Dio ha creato questo intero mondo. Allora in tutto il mondo si adorerà Allah e discenderà la Sua misericordia». – Capitolo 82. «La promessa di Dio fu fatta a Gerusalemme, nel tempio di Salomone, e non altrove. Ma credetemi: verrà un tempo in cui Dio concederà la Sua misericordia a un’altra città, e in ogni luogo sarà possibile adorarLo nella verità. E Dio, in ogni luogo, accetterà la vera preghiera con misericordia. Io sono stato davvero inviato alla casa d’Israele come profeta della salvezza, ma dopo di me verrà il Messia, inviato da Dio a tutto il mondo, per il quale Dio ha creato il mondo. E allora in tutto il mondo Dio sarà adorato e si riceverà misericordia». – Capitolo 82, Il Vangelo di Barnaba.
Gesù disse: «Per il giuramento sul Dio Vivente, nelle cui mani è la mia vita, io non sono il Messia la cui venuta è attesa da tutte le nazioni del mondo e riguardo al quale Dio promise al nostro padre Abramo: “Attraverso la tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni del mondo”».
«Ma quando Dio mi avrà tolto dal mondo, Satana si ribellerà in modo tale che gli empi mi riconosceranno come Dio e figlio di Dio. Per questo corromperanno le mie parole e il mio insegnamento. Al punto che allora, con grande difficoltà, resteranno trenta fedeli. In quel tempo Dio mostrerà misericordia al mondo e manderà il Suo Messaggero, per il quale ha creato tutte le cose del mondo; egli verrà dal sud con potenza e distruggerà gli idoli insieme agli idolatri. Toglierà a Satana il dominio che egli ha acquisito sugli uomini. Porterà con sé la misericordia di Dio per la salvezza di coloro che crederanno in lui. Beati coloro che accoglieranno le sue parole». – Capitolo 96. «Gesù rispose: “Per la vita di Dio, alla cui presenza si trova la mia anima, io non sono il Messia che tutte le tribù della terra attendono, proprio come Dio promise al nostro padre Abramo, dicendo: ‘Nella tua discendenza saranno benedette tutte le tribù della terra’. Ma quando Dio mi avrà tolto dal mondo, Satana susciterà nuovamente questa maledetta sedizione, facendo credere agli empi che io sono Dio e figlio di Dio; perciò le mie parole e la mia dottrina saranno corrotte, al punto che a malapena resteranno trenta fedeli. Allora Dio avrà misericordia del mondo e manderà il Suo Messaggero, per il quale ha creato tutte le cose; egli verrà dal sud con potenza e distruggerà gli idoli insieme agli idolatri, togliendo a Satana il dominio che ha sugli uomini. Porterà con sé la misericordia di Dio per la salvezza di coloro che crederanno in lui. Beato colui che crederà alle sue parole”». – Capitolo 96, Il Vangelo di Barnaba.
Il sacerdote chiese: «Con quale nome sarà chiamato quel Messia e quali segni annunceranno la sua venuta?»
Gesù rispose: Il nome del Messia è Ammirevole. Infatti, quando Dio creò la sua anima, Egli stesso gli diede questo nome e la collocò in uno splendore celeste. Dio disse: «Attendi, o Maometto! Per amor tuo creerò il Paradiso, il mondo e molte altre cose, e te le donerò come ricompensa. Coloro che ti benediranno saranno benedetti; coloro che ti malediranno saranno maledetti. Quando ti manderò nel mondo, ti manderò come profeta della salvezza. La tua parola sarà vera, tanto che la terra e il cielo verranno meno, ma la tua religione rimarrà. Pertanto, il suo nome benedetto è Maometto». – Capitolo 97) (Poi il sacerdote disse: Come sarà chiamato il Messia e quale segno rivelerà la sua venuta?
Gesù rispose: Il nome del Messia è Ammirevole. Infatti, Dio stesso gli diede questo nome quando aveva creato la sua anima e l’aveva collocata in uno splendore celeste. Dio disse: «Attendi, o Maometto! Per amor tuo creerò il Paradiso, il mondo e una grande moltitudine di creature, e te ne farò dono; cosicché chiunque ti benedirà sarà benedetto e chiunque ti maledirà sarà maledetto. Quando ti manderò nel mondo, ti manderò come mio messaggero della salvezza, e la tua parola sarà vera, tanto che il cielo e la terra verranno meno, ma la tua fede non verrà mai meno. Maometto è il suo nome benedetto». (Capitolo 97 – Il Vangelo di Barnaba).
Il sacerdote chiese: Dopo quel Messaggero di Dio verranno forse altri profeti? Gesù rispose: Dopo di lui non verrà alcun vero profeta inviato da Dio. Ma verranno molti falsi profeti, per i quali sono molto addolorato. Satana li farà apparire per il giusto decreto di Dio, ed essi si nasconderanno dietro il pretesto del mio Vangelo. – (Capitolo 97) (Il sacerdote rispose: Dopo la venuta del Messaggero di Dio verranno altri profeti? Gesù rispose: Dopo di lui non verranno veri profeti inviati da Dio, ma verrà un gran numero di falsi profeti, per i quali sono addolorato, poiché Satana li farà sorgere per il giusto giudizio di Dio, ed essi si nasconderanno sotto il pretesto del mio Vangelo. – Capitolo 97 – Il Vangelo di Barnaba) Gesù disse: Sappi, o Barnaba, che uno solo dei miei discepoli mi venderà ai nemici per trenta monete. Sono certo che colui che mi venderà sarà ucciso nel mio nome. Infatti Dio mi solleverà dalla terra e cambierà l’aspetto del traditore in modo tale che tutti crederanno che sia io. Tuttavia, quando egli morirà di una morte ignominiosa, per lungo tempo nel mondo si parlerà della mia ignominia. Ma quando verrà Maometto, il santo Messaggero di Dio, la mia cattiva fama sarà rimossa. Dio farà questo perché ho riconosciuto la sua veridicità. Egli mi ricompenserà in modo tale che gli uomini sapranno che sono vivo e che non ho alcun rapporto con quella morte ignominiosa. – (Capitolo 112) (Sappi, o Barnaba, che sarò venduto da uno dei miei discepoli per trenta monete; perciò sono certo che colui che mi venderà sarà ucciso nel mio nome, poiché Dio mi solleverà dalla terra e cambierà l’aspetto del traditore, così che tutti crederanno che egli sia me. Tuttavia, quando morirà di una morte malvagia, rimarrò per lungo tempo nel mondo sotto quella vergogna. Ma quando verrà Maometto, il santo Messaggero di Dio, quella infamia sarà rimossa. E Dio farà questo perché ho confessato la verità del Messia, il quale mi darà questa ricompensa: sarò riconosciuto come vivo e come estraneo a quella morte infamante. Capitolo 112 – Il Vangelo di Barnaba).
In verità vi dico che, se la verità non fosse stata cancellata dal libro di Mosè, Dio non avrebbe dato a Davide, nostro padre, il secondo libro. E se il libro di Davide non fosse stato corrotto, Dio non mi avrebbe affidato il Vangelo, poiché il nostro Signore non cambia ed ha dato un solo messaggio a tutti gli uomini. Pertanto, quando verrà il Messaggero di Dio, egli eliminerà tutte le corruzioni con cui gli empi hanno alterato il mio libro. – (Capitolo 124) (In verità vi dico che, se la verità non fosse stata cancellata dal libro di Mosè, Dio non avrebbe dato a Davide, nostro padre, il secondo libro; e se il libro di Davide non fosse stato contaminato, Dio non mi avrebbe affidato il Vangelo, poiché il Signore nostro Dio è immutabile e ha parlato con un solo messaggio a tutti gli uomini. Perciò, quando verrà il Messaggero di Dio, egli verrà a purificare tutto ciò con cui gli empi hanno contaminato il mio libro. Capitolo 124 – Il Vangelo di Barnaba).
Il cristianesimo in Arabia
Aggiunta dei due compilatori
[Quando, sotto questo titolo, furono raccolti alcuni materiali o elementi, si avvertì la mancanza degli argomenti necessari per iniziare la discussione. Fu possibile colmare questa lacuna raccogliendo materiali dalle opere di altri autori. Essi vengono riportati di seguito sotto forma di citazioni. – [I due compilatori]
Primo: nel III secolo cristiano il cristianesimo entrò in Arabia, quando nelle chiese d’Oriente si diffondevano sempre più l’iniquità e la bidʿa (una nuova dottrina inventata). Gli storici generalmente affermano che questa fosse l’epoca di Dhu Nuwas. Io però non sono d’accordo, perché egli morì circa quattrocento anni prima. La diffusione di questa religione fu maggiore a Najran, mentre in Arabia non si diffuse molto. Tuttavia, il cristianesimo si diffuse tra i Banū Rabīʿa, tra le tribù dei Ghassān e, in parte, tra i Quḍāʿa. Note alla traduzione urdu, primo volume, della Storia di Ibn Khaldun, di Allāma Hakīm Aḥmad Ḥusayn Ilāhābādī.
Due: la diffusione del cristianesimo ebbe luogo in alcune parti della Rabia, della Ghassān e dei Quḍāʿa. Sembra che lo abbiano adottato dai Romani, poiché gli Arabi si recavano spesso nei loro territori per commerciare. A Hira, varie tribù arabe adottarono il cristianesimo collettivamente. Erano chiamati ʿAbbād; tra loro vi era anche ʿAdi ibn Zayd al-ʿAbbādi. Anche i Banū Aghl erano cristiani arabi. (Bulūgh al-adab, traduzione urdu di Pir Muhammad Hasan, volume III, p. 152.)
Tre: i Banū Ghassān adottarono il cristianesimo nel 330 d.C. In seguito, questa religione si diffuse in Iran, Arabia, Bahrein, nel deserto di Fārān, a Dūmat al-Jandal e nelle regioni lungo le rive dell’Eufrate e del Tigri. Al-Najāshī e il Cesare si adoperarono congiuntamente per diffonderla. Dall’anno 395 al 513 d.C. furono compiuti sforzi particolari per la sua diffusione e nello Yemen circolarono numerosi libri del Vangelo. — Raḥmat li-l-ʿĀlamīn, volume I, p. 31, nota.
Quattro: prima dei Tubbaʿ, tutte le classi dei Sabei erano adoratrici delle stelle. Le loro divinità maggiori erano Shams e al-Makka. Nella lingua himyarita, la luna è chiamata al-Makka. Nel 330 d.C., sotto l’influenza dei Romani egiziani sulla costa africana, dietro lo Yemen, il cristianesimo provocò dei disordini. Con l’aiuto dei Romani di Siria, la città di Najrān, ai confini dello Yemen, adottò il cristianesimo. Sotto l’influenza di ogni parte circostante, anche i Tubbaʿ dello Yemen non poterono salvarsi dal cristianesimo. Sebbene l’adorazione delle stelle fosse cessata, i loro idoli non furono rimossi. Accanto a Shams, al-Makka e Astarte cominciò allora a comparire anche il nome di al-Raḥmān, nome che nell’epoca preislamica era riservato agli Ebrei e ai Nasrani.
Cinque: in questa regione, l’ebraismo e il cristianesimo erano le due sole religioni civili e divine. Erano rivali l’una dell’altra. Nel capitolo precedente si è appreso che tra i Romani e gli Abissini da una parte e il popolo sabeo di Himyar dall’altra erano in corso conflitti e scontri. Perciò i Tubbaʿ di Himyar davano la preferenza all’ebraismo rispetto al cristianesimo. Non si trova alcuna prova che, oltre ad ʿAbd Kalīl, qualche altro Tubbaʿ abbia adottato il cristianesimo. Secondo le narrazioni degli Arabi, anche ʿAbd Kalīl era cristiano. La loro conversione al cristianesimo è dimostrata anche da un’iscrizione su pietra. Tra i Tubbaʿ rimasti, pochi erano adoratori delle stelle e la maggioranza era ebrea. La Storia di al-Ṭabarī afferma che il primo ad adottare l’ebraismo fu Asʿad Abū Karib (arabo***). La religione reale si diffuse anche tra il popolo. In questo modo nello Yemen scoppiò un conflitto tra ebraismo e cristianesimo.
Sei: i Romani, aprendo una rotta marittima, fecero ristagnare il mercato di Saba. Non soddisfatti neppure di questo, nel 20 a.C. invasero lo Yemen. L’abissino Aksumita, che dapprima era nato nello stesso paese dei Romani egiziani e in seguito aveva abbracciato questa religione, esprimeva ripetutamente il proprio fastidio per le provocazioni dei Romani. Himyar non lasciava sfuggire alcuna occasione. Ogni volta che se ne presentava una, depredava in mare i mercanti romani. Nell’Arabia settentrionale, Iran e Roma erano impegnati in un conflitto reciproco. Era naturale che Himyar simpatizzasse per gli Iraniani.
I Romani vollero porre fine alla questione mediante un trattato. Verso la fine del VI secolo cristiano, il cesare di Roma Giustiniano inviò un ambasciatore nello Yemen, presso il Tubbaʿ. ——- Questa proposta di pace non riuscì a spegnere il fuoco dell’odio. A quel tempo il sovrano era Dhū Nuwās.
Sette: i mercanti romani arrivavano nelle regioni costiere dello Yemen con merci commerciali e, lungo il percorso, distribuivano insieme alle merci anche i doni del cristianesimo. Anche i sacerdoti cristiani viaggiavano all’interno del paese per scopi particolari. Prima ad Aden e poi ad Adnān, dove in precedenza si adoravano gli alberi, il cristianesimo fiorì rigogliosamente. Le tecniche dell’Europa che vediamo oggi esistevano anche in passato. Dietro il commercio sono sempre stati perseguiti obiettivi religiosi e politici. Anche a quell’epoca, dietro questo commercio, venivano perseguiti obiettivi religiosi e politici. Grazie a queste tecniche, Najrān nello Yemen si trasformò in un centro del cristianesimo. In altre parole, divenne per i Romani e gli Abissini un luogo di speranza e sostegno. Gli Ebrei himyariti ardevano d’ira vedendo tutto ciò.
La storia degli Aṣḥāb al-Ukhdūd
(Qui inizia il testo scritto dall’autore.)
Sono narrati diversi episodi in cui i credenti venivano gettati in fosse colme di fuoco. Da ciò si comprende che nel mondo sono state inflitte molte volte persecuzioni di questo genere, diaboliche e crudeli.
Il racconto narrato da Hazrat Suhayb al-Rumi (che Allah sia soddisfatto di lui)
Tra questi episodi ve n’è uno che Hazrat Suhayb al-Rumi (che Allah sia soddisfatto di lui) narrò al Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui): un re aveva un mago. Quando questi divenne vecchio, disse al re: «Dammi un ragazzo che possa imparare la magia da me». Il re gli affidò un ragazzo per questo compito. Mentre si recava dal mago, il ragazzo cominciò a incontrare un sacerdote, che probabilmente era seguace di Hazrat Masih (pace su di lui). Influenzato dalle parole del sacerdote, il ragazzo credette. Poi, grazie alla formazione ricevuta dal sacerdote, acquisì poteri miracolosi (karamat). Per mezzo suo, i ciechi riacquistavano la vista e i lebbrosi venivano guariti. Quando il re venne a sapere che il ragazzo aveva creduto nel tawhid, dapprima uccise il sacerdote e poi volle uccidere il ragazzo. Tuttavia, non fu possibile ucciderlo con alcuno strumento. Alla fine il ragazzo disse: «Se vuoi uccidermi, allora scaglia una freccia contro di me davanti alla folla, pronunciando queste parole: “Nel nome del Signore di questo ragazzo”».
Il re uccise il ragazzo in questo modo. Dopo questo episodio, la folla gridò all’unisono: «Crediamo nel Signore di questo ragazzo!». I consiglieri del re dissero: «Ecco che è accaduto proprio ciò da cui volevi proteggerti: la gente ha abbandonato la tua religione e ha adottato quella del ragazzo». Vedendo ciò, il re si adirò terribilmente. Fece quindi scavare delle fosse lungo la strada maestra e le riempì di fuoco ardente. Poi chiunque non fosse disposto ad abbandonare la fede veniva gettato nel fuoco (Ahmad, Muslim, al-Nasa’i, al-Tirmidhi, Ibn Jarir, Abd al-Razzaq, Ibn Abi Shayba, al-Tabarani, Abd ibn Humayd).
Il racconto narrato da Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui)
Un secondo episodio è stato narrato da Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli disse: un re dell’Iran, dopo aver bevuto vino e ubriacatosi, commise adulterio con sua sorella. Tra loro si instaurò così una relazione illecita. Quando l’accaduto venne alla luce, il re proclamò che Dio aveva reso lecita la celebrazione del matrimonio con la propria sorella. La gente non accettò tale affermazione; allora il re costrinse il popolo ad accettarla mediante vari tipi di punizioni. Coloro che rifiutavano di accettarla venivano gettati in fosse infuocate. Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) disse che da allora, tra i magi (adoratori del fuoco), ebbe inizio la consuetudine di sposare donne con le quali il matrimonio è proibito. — Ibn Jarir
Racconto israelita
Il terzo episodio è stato narrato da Ibn ʿAbbās (ra). Probabilmente egli lo ha riportato da una narrazione israelita. Egli dice: gli abitanti di Babilonia costrinsero i Banū Isrāʾīl ad abbandonare la religione di Mosè (as). Coloro che rifiutarono di abbandonarla furono gettati in fosse piene di fuoco. – Ibn Jarīr, ʿAbd ibn Ḥumayd.
L’episodio di Najrān
L’episodio di Najrān è il più famoso. Storici islamici come Ibn Hišām, al-Ṭabarī, Ibn Khaldūn, l’autore del Muʿjam al-buldān e altri hanno narrato questo episodio. In sintesi, il re himyarita dello Yemen, Tubbaʿān Asʿad Abū Karib, si recò una volta a Yathrib e, influenzato dagli ebrei, abbracciò l’ebraismo. Poi portò nello Yemen due sapienti dei Banū Qurayẓa. Là diffuse ampiamente l’ebraismo. Dopo la sua morte gli succedette suo figlio Dhū Nuwās. Egli attaccò Najrān, la solida roccaforte dei cristiani nell’Arabia meridionale, per estirparvi il cristianesimo e costringere gli abitanti ad abbracciare l’ebraismo. Ibn Hišām dice che queste persone erano seguaci della vera religione di Gesù (as). Giunto a Najrān, egli invitò la popolazione ad abbracciare l’ebraismo. Ma essi rifiutarono. Allora molte persone furono gettate in fosse piene di fuoco e bruciate vive, mentre molte altre furono uccise. In totale furono uccise ventimila persone. Tra gli abitanti di Najrān fuggì un uomo di nome Dhū Thaʿlabān. Secondo una narrazione, egli si recò dall’imperatore di Roma; secondo un’altra, dal re d’Abissinia, il Negus, chiedendo riparazione per questa persecuzione. Secondo la prima narrazione, l’imperatore informò il Negus; secondo la seconda, il Negus chiese all’imperatore di inviargli una nave da guerra. Comunque, alla fine settantamila soldati abissini, sotto il comando di un comandante chiamato Aryāṭ, invasero lo Yemen. Dhū Nuwās fu ucciso. Lo Stato ebraico ebbe fine e lo Yemen divenne parte del regno cristiano d’Abissinia.
I missionari cristiani nello Yemen
I resoconti degli storici islamici non sono soltanto confermati da altre fonti storiche, ma da esse si ricavano anche molti dettagli. Il primo dominio degli abissini cristiani radicali nello Yemen fu instaurato nel 34 d.C. e rimase intatto fino al 378 d.C. Da allora i missionari cristiani cominciarono a entrare nello Yemen. In un’epoca vicina a quella, giunse a Najrān un devoto asceta cristiano itinerante di nome Faymiyun, uomo pio e dotato del dono di rivelare prodigi e miracoli. Egli spiegò agli abitanti quanto fosse malvatria l’idolatria. Grazie alla sua predicazione, gli abitanti di Najrān abbracciarono il cristianesimo. Il loro governo era retto da tre autorità principali. La prima era un capo potente, simile ai capi tribali. A lui erano affidate le questioni estere, i trattati internazionali e la guida dell’esercito. La seconda era il custode, che si occupava degli affari interni. La terza era l’usqūf, ossia il vescovo, il cui compito era fornire la guida religiosa. Nell’Arabia meridionale Najrān era una città di grande importanza. Era un centro di commercio, affari e industria. Vi si trovavano fabbriche di seta, cuoio e armi. Vi si produceva la celebre ḥulla yemenita, cioè l’abito tradizionale. Perciò Dhū Nuwās attaccò questo luogo importante non solo per motivi religiosi, ma anche politici ed economici. Uccise Ḥāritha, il principale personaggio di Najrān, chiamato Arethas dagli storici siriaci. Davanti a sua moglie Rūmā furono uccidete le sue due figlie e lei fu costretta a berne il sangue. Poi fu uccisa anch’essa. Le ossa del vescovo Paolo furono estratte dalla tomba e bruciate. Uomini e donne, bambini, anziani, sacerdoti e preti furono tutti gettati nelle fosse piene di fuoco. Si narra che furono uccise complessivamente tra le venti e le quarantamila persone. Questo episodio ebbe luogo nel 523 d.C.; nel 525 d.C. gli abissini invasero lo Yemen, uccisero Dhū Nuwās e posero fine al suo regno himyarita. La sua veridicità è comprovata dall’iscrizione di Ḥiṣn al-Ghurāb, scoperta nello Yemen dagli archeologi moderni.
Testimoni oculari dell’episodio degli Aṣḥāb al-Ukhdūd
In diversi scritti e trattati del VI secolo cristiano sono stati forniti resoconti dettagliati dell’episodio degli Aṣḥāb al-Ukhdūd; alcuni furono scritti proprio in quell’epoca e sulla base di testimonianze raccolte da testimoni oculari. Tra i loro autori, tre furono contemporanei dell’episodio. Il primo si chiamava Procopio e il secondo Cosmos Indico-Pleustis. Per ordine del Negus Elesboan traduceva in inglese le opere greche di Tolomeo e viveva nella città costiera abissina di Adulis. Il terzo era Johannes Malala. Storici di epoche successive hanno riportato questo episodio da lui. In seguito Johannes of Ephesus (morto nel 585 d.C.) registrò nella sua storia della Chiesa il racconto della persecuzione dei cristiani di Najrān. Egli lo riportò da una lettera del vescovo Simeon, narratore contemporaneo. Questa lettera era stata scritta a nome dell’abate Von Gabula. Nella sua lettera Simeon riportò l’episodio sulla base di una testimonianza oculare degli abitanti dello Yemen. La lettera fu pubblicata a Roma nel 1881 e nel 1890 fu pubblicata in relazione alla condizione dei martiri cristiani. Anche il patriarca Dionysius e Zacharia of Mitylene narrarono questo episodio nelle loro storie siriache. Il vescovo Pulus di Edessa compose un’elegia, o lamentazione, per gli uccisi a Najrān, che è ancora reperibile. L’opera scritta in lingua siriaca al-Ḥimyar e la sua traduzione inglese, Book of Himyarites, furono pubblicate a Londra nel 1924. Quest’opera riconosce la veridicità dei resoconti degli storici musulmani. Al British Museum sono conservati alcuni manoscritti abissini di quell’epoca e del periodo immediatamente successivo, dai quali si ricava conferma di questo racconto. Philby scrisse nel suo diario di viaggio Arabian Highlands che il luogo di Najrān in cui ebbe luogo l’episodio degli Aṣḥāb al-Ukhdūd è ancora oggi ben noto alla popolazione. Nei pressi di Umm Khāriq sono state trovate alcune immagini incise nella pietra, e gli abitanti odierni di Najrān sanno dove si trovava la Kaʿba di Najrān (essi l’avevano chiamata proprio Kaʿba, ed era indicata come la Kaʿba di Najrān. – L’autore).
La costruzione di un palazzo a forma di Kaʿba
Dopo aver conquistato Najran, i cristiani abissini vi costruirono un grande edificio a forma di Kaaba. Volevano conferirgli una posizione centrale al posto della Casa della Kaaba situata alla Mecca. I suoi sacerdoti indossavano turbanti e lo consideravano un santuario inviolabile. L’Impero romano inviava aiuti finanziari per questa Kaaba. I sacerdoti di questa Kaaba di Najran, guidati dal loro principale vescovo e da altri esponenti, si recarono alla corte del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) per disputare e discutere; lì ebbe luogo il celebre episodio della mubahala, menzionato nel versetto 61 della sura Āl ʿImrān. (Sura al-Saff, nota 7)
L’instaurazione del dominio cristiano nello Yemen
Per vendicare le persecuzioni inflitte a Najran dal sovrano ebreo dello Yemen, Dhū Nuwās, ai seguaci del Messia (pace su di lui), il governo cristiano dell’Abissinia invase lo Yemen, pose fine al dominio himyarita e nel 525 d.C. instaurò il dominio abissino sull’intera regione. Tutto ciò avvenne grazie alla collaborazione reciproca tra il governo romano di Costantinopoli e il governo abissino. A quel tempo, infatti, gli Abissini non disponevano di una flotta militare significativa. I Romani fornirono le navi da guerra e, con il loro aiuto, gli Abissini sbarcarono sulla costa dello Yemen con un esercito di settantamila uomini. Occorre anzitutto sapere che tutto ciò non fu semplicemente il risultato di motivazioni religiose; dietro questi eventi vi erano piuttosto obiettivi economici e politici, ed erano proprio questi a spingerli ad agire. La vendetta per il sangue dei cristiani perseguitati non fu altro che un pretesto. Dal giorno in cui l’Impero romano aveva stabilito il proprio dominio sull’Egitto e sulla Siria, il suo obiettivo era impadronirsi del commercio tra i paesi dell’Africa orientale, l’India, l’Indonesia e altri territori, da una parte, e i paesi soggetti all’Impero romano, dall’altra, commercio sul quale gli Arabi esercitavano da secoli un monopolio, sottraendolo loro e assumendone il controllo. In tal modo avrebbe potuto godere interamente dei profitti e porre fine all’intermediazione dei mercanti arabi. A questo scopo, negli anni 24 o 25 a.C., l’imperatore Augusto inviò verso la costa occidentale dell’Arabia una grande flotta al comando del generale Elio Gallo (Aelius Gallus), affinché potesse sottomettere il territorio che si estendeva dall’Arabia meridionale fino alla Siria. Tuttavia, la difficile conformazione geografica dell’Arabia fece fallire il tentativo. In seguito, i Romani stanziarono la loro flotta nel Mar Rosso, interrompendo così ogni commercio marittimo degli Arabi. A questi rimase soltanto la possibilità di commerciare via terra. Per impadronirsi anche di questa via terrestre, si allearono con il governo cristiano dell’Abissinia e lo aiutarono, mediante la loro flotta, a conquistare lo Yemen.
Come Abraha divenne governatore dello Yemen
Gli storici hanno riferito versioni diverse riguardo all’esercito abissino che invase lo Yemen. Ibn Kathir afferma che la spedizione fu condotta da due comandanti: uno era Aryat e l’altro Abraha. Muhammad ibn Ishaq riferisce che entrambi concordano su questo punto: in seguito Aryat e Abraha entrarono in conflitto tra loro e Aryat fu ucciso. Abraha divenne il detentore del potere governativo sul paese. In seguito convinse l’imperatore a nominarlo suo rappresentante nello Yemen. Gli storici greci e siriaci, invece, raccontano che, dopo la conquista dello Yemen, quando gli Abissini cominciarono a uccidere uno dopo l’altro i capi yemeniti che opponevano resistenza, un certo capo — chiamato Esymphaesus dagli storici greci — riconobbe la supremazia degli Abissini e accettò di pagare il tributo; ottenne così dall’imperatore d’Abissinia la nomina a governatore dello Yemen. Tuttavia, l’esercito abissino si ribellò contro di lui e nominò Abraha governatore al suo posto. Costui era schiavo di un mercante greco del porto abissino di Adulis. Riuscì a estendere la propria influenza nell’esercito abissino invasore dello Yemen. Ogni esercito inviato dall’imperatore d’Abissinia per sottometterlo finiva per unirsi a lui oppure veniva sconfitto. Infine, dopo la morte dell’imperatore d’Abissinia, il suo successore riconobbe Abraha come proprio rappresentante nello Yemen. Gli storici greci lo chiamano Abrames, mentre gli storici siriaci lo chiamano Abraham. Abraha è probabilmente la pronuncia abissina; in arabo il suo nome si pronuncia Ibrāhīm.
Col tempo, quest’uomo, Abraha, divenne il sovrano indipendente dello Yemen, pur riconoscendo la supremazia nominale dell’imperatore d’Abissinia. Si presentava come rappresentante dell’imperatore. Un’idea dell’ampiezza dell’influenza che riuscì a esercitare si può ricavare dal fatto che, quando completò i lavori di riparazione della diga di Maʾrib e celebrò una grande festa, a essa parteciparono gli ambasciatori dell’imperatore romano, dell’imperatore iraniano, del sovrano di al-Hira, del sovrano di Ghassān e di altri. Il resoconto di ciò si trova nell’iscrizione collocata sulla diga di Maʾrib. Questa iscrizione esiste ancora ed è stata trascritta da Glaser.
La campagna per instaurare il dominio politico, commerciale e religioso sugli Arabi
Dopo aver consolidato completamente il proprio potere nello Yemen, Abraha cominciò a perseguire proprio l’obiettivo che l’Impero romano e i suoi alleati cristiani abissini avevano avuto fin dall’inizio di questa spedizione: da un lato, la predicazione e la diffusione del cristianesimo in Arabia e, dall’altro, l’appropriazione del commercio che, tramite gli Arabi, si svolgeva tra i paesi dell’Oriente e i territori sotto il dominio romano. Questa necessità divenne più urgente perché, a causa del conflitto per il potere tra Roma e il regno sasanide dell’Iran, tutte le vie commerciali dei Romani verso i paesi orientali erano state interrotte. Per questo Abraha costruì nella capitale dello Yemen, Sanʿāʾ, una grande chiesa. Gli storici arabi la chiamarono anche Qalīs, al-Qulays o al-Qulayyās. Si tratta della pronuncia araba della parola greca Ekklesia/Ecclesia. Anche l’urdu kalīsā deriva dalla parola greca. Muḥammad ibn Isḥāq dice che, una volta terminata l’opera, Abraha informò l’imperatore d’Abissinia che non avrebbe desistito finché il pellegrinaggio degli Arabi non fosse stato deviato dalla Kaaba verso quella chiesa. (Dopo aver ottenuto il dominio politico sullo Yemen, il costante intento dei cristiani era quello di istituire, in contrapposizione alla Kaaba, una seconda Kaaba e farne il centro dell’Arabia. Essi avevano costruito una Kaaba anche a Najrān, come già ricordato sopra. – L’Autore) Ibn Kathīr dice che Abraha proclamò pubblicamente il suo desiderio nello Yemen e lo diffuse tra la gente. Il suo scopo era provocare l’ira degli Arabi, affinché facessero qualcosa che potesse servire da pretesto per invadere Mecca e distruggere la Kaaba. Muḥammad ibn Isḥāq dice che, dopo tale proclamazione, un Arabo riuscì in qualche modo a entrare nella sua chiesa e vi defecò e urinò. Ibn Kathīr dice che fu un Qurayshita a compiere questo gesto. Muqātil ibn Sulaymān dice che alcuni giovani dei Quraysh andarono ad appiccare il fuoco alla chiesa. Se fosse accaduto uno di questi episodi, non ci sarebbe stato nulla di sorprendente. La proclamazione di Abraha aveva infatti suscitato una forte agitazione e, nell’epoca dell’antica ignoranza, non sarebbe stato incomprensibile che un Arabo, un Qurayshita o alcuni giovani, eccitati da quella situazione, profanassero la chiesa o le dessero fuoco. Non è neppure impossibile che Abraha avesse fatto compiere segretamente l’atto da qualcuno, per creare un pretesto per l’invasione di Mecca. In questo modo intendeva raggiungere entrambi i suoi obiettivi: distruggere i Quraysh e terrorizzare tutti gli Arabi. Comunque, quale che fosse dei due episodi, quando Abraha seppe che persone devote alla Kaaba avevano oltraggiato la sua chiesa, giurò che non sarebbe rimasto tranquillo finché non avesse ridotto la Kaaba in polvere.
L’aggressione di Abraha contro Mecca
Poi, nel 570 o 571 d.C., marciò verso Mecca con sessantamila soldati e trentuno elefanti (secondo un’altra versione, nove elefanti). Lungo il cammino, per primo un capo dello Yemen chiamato Dhū Nafar gli oppose un esercito di Arabi. Ma fu sconfitto e catturato. In seguito, nella regione di Khathʿam, un capo arabo chiamato Nufayl ibn Ḥabīb al-Khathʿamī si preparò ad affrontarlo insieme ai membri della sua tribù. Anche lui fu sconfitto e catturato. Per salvarsi la vita, accettò di fare da guida. Quando giunsero nei pressi di Ṭāʾif, i Banū Thaqīf ritennero di non avere la forza per opporsi a un esercito tanto imponente. Temettero che potesse distruggere il santuario del loro idolo al-Lāt. Perciò il loro capo Masʿūd incontrò Abraha insieme a una delegazione. Gli disse: «Il santuario che siete venuti a distruggere non è questo, ma quello che si trova a Mecca. Non distruggete questo santuario; vi forniremo uomini come scorta per indicarvi la strada verso Mecca». Abraha accettò la loro proposta. Allora i Banū Thaqīf affidarono ad Abraha un uomo di nome Abū Ruġāl. Quando si trovavano a tre parasanghe da Mecca, Abū Ruġāl morì in un luogo chiamato al-Muġammas o al-Muġammas. Per molto tempo gli Arabi continuarono a lapidare la sua tomba. Per anni e anni rimproverarono i Banū Thaqīf, perché avevano aiutato gli invasori di Mecca a proteggere il santuario di al-Lāt.
La reazione degli abitanti di Mecca
Ibn Isḥāq dice che Abraha ordinò alla sua avanguardia di avanzare da al-Muġammas. Essi depredarono numerosi animali domestici degli abitanti della Tihāma e dei Quraysh; tra questi vi erano duecento cammelli appartenenti ad ʿAbd al-Muṭṭalib, nonno del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Poi Abraha inviò a Mecca un suo emissario, tramite il quale disse: «Non sono venuto a combattere contro di voi; sono venuto a distruggere quella Casa della Kaaba. Se non combatterete, non toccherò né le vostre vite né i vostri beni».
Fece inoltre sapere, per mezzo del suo emissario, che, se gli abitanti di Mecca avevano qualcosa da dire, mandassero da lui il loro capo. A quel tempo, il più eminente capo di Mecca era ʿAbd al-Muṭṭalib. L’emissario di Abraha lo incontrò e gli trasmise il messaggio di Abraha. ʿAbd al-Muṭṭalib disse: «Non abbiamo la forza di combattere contro Abraha. Questa è la Casa di Allah. Se Egli vorrà, la proteggerà». L’emissario disse: «Venite con me da Abraha». Egli accettò e si mise in viaggio con lui.
ʿAbd al-Muṭṭalib era una persona così affascinante che Abraha ne rimase colpito; scese dal suo trono, gli andò incontro e disse: «Che cosa desiderate?». Egli rispose: «Restituitemi i cammelli che avete catturato». Abraha disse: «Vedendovi, ero rimasto profondamente impressionato. Ma avete chiesto la restituzione dei cammelli e non avete detto nulla riguardo alla Casa che è il rifugio della religione vostra e dei vostri antenati. Per questo la vostra considerazione ai miei occhi è diminuita». Egli disse: «Io sono soltanto il proprietario dei miei cammelli e per questo ve li richiedo. Quanto alla Casa di cui parlate, essa ha un Signore, ed Egli stesso la proteggerà». Abraha disse: «Egli non potrà proteggere la Sua Casa dal mio attacco». ʿAbd al-Muṭṭalib disse: «Voi sapete, e Lui sa». Detto questo, si alzò; Abraha gli restituì i suoi cammelli.
La narrazione di Ibn ʿAbbās (che Allah sia soddisfatto di lui) è diversa. In essa non si fa alcun cenno alla richiesta dei cammelli. Nella narrazione che ʿAbd ibn Ḥumayd, Ibn al-Mundhir, Ibn Mardūyah, al-Ḥākim, Abū Nuʿaym e al-Bayhaqī hanno riferito da lui, si dice che, quando Abraha giunse in un luogo chiamato al-Ṣafāḥa, situato vicino al confine del Ḥaram, tra i monti di ʿArafāt e Ṭāʾif, ʿAbd al-Muṭṭalib si recò personalmente da lui e disse: «Per quale motivo siete venuto fin qui? Se avevate bisogno di qualcosa, avreste dovuto farcelo sapere e ve l’avremmo consegnata». Egli rispose: «Ho sentito dire che questa Casa è una casa di pace e sicurezza. Sono venuto per porre fine alla sua sicurezza». ʿAbd al-Muṭṭalib disse: «Questa è la Casa di Allah. Fino a oggi Egli non ha permesso a nessuno di violarla». Abraha disse: «Non ce ne andremo finché non l’avremo ridotta in polvere». ʿAbd al-Muṭṭalib disse: «Prendete da noi ciò che desiderate e tornate indietro». Abraha però non accettò e ordinò al suo esercito di avanzare, lasciando ʿAbd al-Muṭṭalib alle spalle.
Se lasciamo che le discrepanze tra questi due resoconti rimangano al loro posto, senza dare la preminenza all’uno o all’altro, da ciò risulta evidente che la Mecca e le tribù dei suoi dintorni non avevano la forza di combattere contro un esercito tanto imponente e di proteggere la Kaaba. Si comprende quindi che i Quraysh non fecero alcun tentativo di opporsi. Durante la battaglia degli Ahzab, infatti, i Quraysh erano riusciti a radunare soltanto dieci o dodicimila uomini, comprese le tribù politeiste ed ebraiche. Come avrebbero potuto affrontare un esercito di sessantamila soldati?
Muhammad ibn Ishaq racconta che, dopo essere tornato dal luogo in cui si trovava l’esercito di Abraha, ʿAbd al-Muṭṭalib disse ai Quraysh di rifugiarsi sui monti con le loro famiglie, affinché non potessero essere massacrati in massa. Poi egli e alcuni capi dei Quraysh si recarono insieme nel Santuario e, tenendosi alla catena della porta della Kaaba, pregarono Allah l’Altissimo affinché proteggesse la Sua Casa e i suoi custodi. All’interno della Kaaba vi erano allora 360 idoli. Ma in quel momento estremo li dimenticarono e levarono le mani soltanto per pregare Allah. Nelle preghiere riportate dalla storia non viene pronunciato il nome di nessun altro all’infuori dell’unico Allah. Ibn Hisham ha trascritto dalla biografia di ʿAbd al-Muṭṭalib le poesie seguenti: (Arabo*******)
O Allah! Il servo protegge la propria casa; proteggi anche Tu la Tua Casa.
(Arabo *******)
Fa’ che domani la loro crociata e i loro stratagemmi non prevalgano.
(Arabo*******)
Se vuoi lasciare loro e la nostra qibla nella loro condizione attuale, allora fa’ ciò che vuoi.
Suhayli ha citato in proposito una poesia nell’opera Rawḍ al-Anf.
(Arabo ******)
Oggi aiuta il tuo discendente contro il discendente dei crociati e i suoi adoratori.
Ibn Jarir cita la seguente poesia di Abd al-Muttalib, che egli recitò mentre pregava:
(Arabo******)
O nemico della Casa, il tuo nemico! Impedisci loro di distruggere la propria dimora.
Il miracolo di Allah per la protezione della Kaaba
Dopo aver pronunciato le preghiere sopra riportate, Abd al-Muttalib e i suoi compagni salirono sulla montagna. Il giorno seguente Abraha avanzò per entrare alla Mecca. Ma il suo speciale elefante, chiamato Mahmud, che procedeva in testa a tutti, improvvisamente si sedette. Lo picchiarono duramente, colpendolo agli occhi e sul dorso fino a ferirlo gravemente. Ma non si mosse affatto. Quando cercavano di condurlo verso est, sud o nord, correva; ma quando lo dirigevano verso la Mecca, si sedeva e non voleva assolutamente avanzare. Nel frattempo, stormi di uccelli giunsero dalla direzione del Mar Rosso, portando piccoli sassi nei becchi e nelle zampe, e cominciarono a scagliarli contro l’esercito di Abraha. Chiunque fosse colpito da quei sassi vedeva il proprio corpo dissolversi. Muhammad ibn Ishaq e Ikrima affermano che, chiunque fosse colpito da un sasso, cominciava a sentire prurito sul corpo. La parte che veniva grattata si lacerava e la carne cadeva. Secondo un’altra narrazione di Ibn Abbas, carne e sangue colavano come acqua e le ossa rimanevano scoperte. La stessa sorte toccò ad Abraha. La carne del suo corpo cominciò a staccarsi a brandelli. Da ogni punto in cui cadeva un brandello uscivano pus e sangue. In mezzo a quel tumulto e a quella confusione, essi fuggirono verso lo Yemen. Trovarono Nufayl ibn Habib, che avevano catturato presso Khath’am per farsi guidare, e gli dissero: «Ora indicaci la via del ritorno». Egli rifiutò apertamente e disse: «(Arabo*****) Dove si può ancora fuggire, ora che Allah vi insegue alle spalle? Lo svergognato (Abraha) è ormai sconfitto, non vincitore.»
Durante questa fuga cominciarono a cadere qua e là e a morire. Ata ibn Yasar dice che non morirono tutti subito: alcuni morirono sul posto, mentre altri caddero e morirono lungo la strada durante la fuga. Abraha morì dopo essere giunto a Khath’am. (Allah non si limitò a infliggere agli Abissini soltanto questa punizione; anzi, nel giro di tre o quattro anni eliminò per sempre il loro dominio dallo Yemen. Dalla storia risulta che, dopo l’episodio dell’Elefante, la loro potenza nello Yemen fu completamente spezzata. I capi yemeniti proclamarono la rivolta in vari luoghi. In seguito, un capo yemenita di nome Sayf ibn Dhi Yazan chiese aiuto militare all’Iran. Dall’Iran giunsero soltanto mille soldati su sei navi. Questo fu sufficiente a porre fine al dominio abissino. L’evento ebbe luogo nel 475 d.C. — L’autore.)
Questo evento ebbe luogo nel sito chiamato Muhassir, vicino alla valle di Muhassab, tra Muzdalifa e Mina. Secondo i racconti di Sahih Muslim e Abu Dawud, nella narrazione del pellegrinaggio d’addio del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), trasmessa dall’Imam Ja‘far al-Sadiq da suo padre, l’Imam Baqir, e da questi da Jabir ibn Abd Allah, si riferisce che, quando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) procedeva da Muzdalifa verso Mina, accelerò il passo nella valle di Muhassir. L’Imam Nawawi afferma nel suo commentario che fu qui che ebbe luogo l’episodio dei Compagni dell’Elefante. Per questo è sunnah attraversare rapidamente questo luogo. L’Imam Malik riferisce nel Muwatta’ che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Tutta Muzdalifa è un luogo in cui sostare, ma non sostate nella valle di Muhassir».
La testimonianza di questo evento nella letteratura araba
Nella poesia di Nufayl ibn Habib, citata da Muhammad ibn Ishaq, egli fornì una descrizione di ciò che aveva visto con i propri occhi: (poesia in arabo********)
O Rudayna! Ah, se tu avessi visto! Ma ciò che abbiamo visto presso la valle di Muhassab tu non potrai vederlo.
(arabo******)
Rendo grazie ad Allah quando vidi gli uccelli, mentre temevo che le pietre potessero cadere su di noi.
(arabo*******)
Tutti cercavano Nufayl, come se gli Abissini vantassero un credito nei suoi confronti.
Fu dunque un avvenimento grandioso, che divenne famoso in tutta l’Arabia e sul quale i poeti composero versi. Da queste poesie risulta chiaramente che tutti definirono questo evento un atto miracoloso della potenza di Allah l’Altissimo. Nessuno lasciò intendere, neppure per allusione, che vi fosse stato l’intervento di quelle divinità che venivano adorate nella Kaaba. A titolo d’esempio, Abdallah ibn Ayzibara dice:
(Arabo ******)
Erano sessantamila, e non poterono tornare nella loro terra. E, dopo che non tornarono, il loro malato (Abraha) era ancora in vita.
(Arabo *******)
Prima di loro, qui c’erano ʿĀd e Jurhum. E Allah l’Altissimo è sempre presente sopra i Suoi servi. Egli li ha mantenuti saldi.
Abu Qubays ibn Aslat dice:
(Arabo*******)
Alzati, adora il tuo Signore e passa le mani sugli angoli del Baytullah tra i monti di Mecca e Mina.
(Arabo********) Quando giunse a voi l’aiuto del Signore del Trono, l’esercito di quel re mise in fuga quegli uomini in modo tale che alcuni rimasero a terra, mentre altri furono uccisi a colpi di pietra.
Alcune importanti narrazioni al riguardo
Inoltre, Hadrat Umm Hani (ra) e Hadrat Zubayr ibn al-Awwam (ra) riferiscono che il Profeta (sa) disse: «I Quraysh non adorarono nessuno all’infuori di Allah, l’Unico, per dieci anni (secondo un’altra versione, sette anni)». La narrazione di Umm Hani è stata registrata dall’Imam Bukhari nella sua Storia e da Tabarani, Hakim, Ibn Marduyah e Bayhaqi nelle rispettive raccolte di hadith. La narrazione di Hadrat Zubayr (ra) è stata citata da Tabarani, Ibn Marduyah e Ibn Asaf. Essa trova conferma nella narrazione mursal di Hadrat Sa‘id ibn al-Musayyab, che Khatib al-Baghdadi ha registrato nella sua Storia.
La nascita del Profeta (sa)
Gli Arabi chiamarono l’anno in cui avvenne questo evento ‘Am al-Fil, cioè l’Anno dell’Elefante. Fu proprio in quell’anno che nacque il Profeta (sa). I muhaddithin e gli storici sono quasi unanimi nel ritenere che l’evento in questione si verificò nel mese di Muharram e che il Profeta (sa) nacque nel mese di Rabi‘ al-Awwal. Secondo la maggioranza, nacque cinquanta giorni dopo l’evento dell’Elefante.
Perché nel Corano si fa una breve menzione di questo evento?
Tenendo presenti i dettagli storici sopra esposti e riflettendo sulla sura Al-Fil, diventa evidente perché in questa sura si menzioni così brevemente soltanto il castigo di Allah inflitto agli As’hab al-Fil. L’evento non era affatto antico. Tutti i bambini di Mecca lo conoscevano. In generale, lo conoscevano anche gli Arabi. Tutti gli Arabi dicevano che nessuna divinità aveva salvato la Ka‘ba dall’attacco di Abraha; al contrario, l’aveva salvata Allah Ta‘ala, dopo che i capi dei Quraysh avevano implorato il Suo aiuto. Per alcuni anni i Quraysh furono talmente influenzati da questo evento che non adorarono nessuno all’infuori di Allah. Perciò non era necessario riferire questo episodio in dettaglio nella sura Al-Fil. Si ritenne invece sufficiente richiamarlo alla memoria, affinché soprattutto i Quraysh e, in generale, gli Arabi riflettessero interiormente e comprendessero che ciò a cui il Profeta Muhammad (sa) li chiamava non era altro che abbandonare tutte le divinità e adorare esclusivamente Allah Ta‘ala. Inoltre, dovevano riflettere anche sul fatto che, se avessero usato la forza e la coercizione per soffocare questo invito alla verità, anch’essi sarebbero stati esposti al castigo che aveva fatto a pezzi gli As’hab al-Fil. (Sura As-Saff, nota 8)
Il cristianesimo dopo l’avvento del Sigillo dei Profeti
[In quanto portatori dei Libri celesti, sia gli ebrei sia i cristiani avrebbero dovuto essere molto vicini all’Islam, poiché in origine anche la loro religione era l’Islam. In particolare, per due ragioni il rapporto dei cristiani con il nostro Profeta Muhammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) avrebbe dovuto essere ancora più stretto. Primo: proprio attraverso la missione del Profeta Muhammad si sarebbe completata l’opera lasciata da Gesù (che la pace sia su di lui). Secondo: le profezie riguardanti l’avvento dell’ultimo Profeta erano presenti nei libri religiosi dei cristiani in misura maggiore che in quelli degli ebrei. Molti di coloro che ne erano a conoscenza attendevano l’avvento dell’ultimo Profeta. Il celebre sapiente cristiano Waraqa ibn Nawfal era uno di loro. La cosa singolare è che tra i cristiani e l’ultimo Profeta si verificarono alcuni eventi tali da rendere auspicabile un atteggiamento diverso dei cristiani verso l’ultimo Profeta e i musulmani. Tuttavia, il giudaismo degli ebrei e il cristianesimo dei cristiani crearono nei confronti dei musulmani una distanza che continuò ad ampliarsi fino a diventare enorme. In risposta all’eccellente comportamento dei musulmani, essi nutrirono un’estrema ostilità. Questa ostilità si trasformò nelle Crociate. Dopo queste crociate, la politica mondiale dei cristiani, insieme agli ebrei, contro la comunità islamica divenne estremamente riprovevole. —[I compilatori]
Il riconoscimento della veridicità della profezia da parte di Waraqa ibn Nawfal (Dalle fonti storiche si apprende che, prima di Waraqa ibn Nawfal, quando il monaco Bahira vide il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) durante il suo viaggio in Siria, scorse in lui i segni della profezia. A questo proposito Ibn Khaldun dice: quando il Profeta compì dodici anni, si recò in Siria con Abu Talib. Avendo scorto in lui i segni della profezia, il monaco Bahira convocò i suoi compatrioti e li informò della profezia di Muhammad. Questo episodio è riportato nei testi biografici ed è universalmente noto. In seguito, per la seconda volta, egli si recò in Siria con Maysara, suo servo, portando le merci di Umm al-Mu’minin Khadija al-Kubra, figlia di Khuwaylid ibn Asad ibn Abd al-Uzza. Mentre passava accanto al monaco Nestorio, questi scorse in lui i segni della profezia e informò Maysara al suo riguardo. Al ritorno, Maysara raccontò tutto a Khadija. Dopo aver ascoltato queste parole, Khadija, che Allah sia soddisfatto di lei, propose a Muhammad di prenderla in moglie. —Ibn Khaldun, traduzione urdu, volume I, p. 36; traduttori: l’Allama Hakim Ahmad Hasan Usmani. Che a questo racconto venga riconosciuto o meno un valore dal punto di vista della ricerca storica, se qualcuno, vedendo il volto e la personalità autorevole del Profeta, esprimesse l’opinione che il profeta promesso, la cui descrizione si trova negli antichi testi, fosse proprio lui, non ci sarebbe motivo di meravigliarsi. Inoltre, il fatto che due monaci cristiani — Bahira e Nestorio — avessero visto nel Profeta, quando era ancora ragazzo, i segni della profezia costituisce per i cristiani una prova incontrovertibile, almeno sotto un certo profilo. Se i cristiani riconoscono come autentico il racconto secondo cui i loro stessi due monaci videro in Muhammad i segni della profezia, dovrebbero anche riconoscere che il profeta che sarebbe venuto in futuro e al quale sarebbe stata rivelata la Rivelazione non avrebbe avuto bisogno che un altro profeta gli insegnasse qualcosa riguardo alle funzioni profetiche. Mawlana Maududi confutò nel modo seguente l’erronea argomentazione costruita dai cristiani sulla base del racconto relativo al monaco Bahira: tra i nemici contemporanei del Profeta, nessuno disse che, quando da ragazzo aveva incontrato il monaco Bahira, avesse appreso da lui tutte queste cose. Nessuno disse neppure che, durante i suoi viaggi all’estero per commerciare in gioventù, avesse acquisito tali conoscenze dai monaci cristiani e dai rabbini ebrei. Infatti essi conoscevano ogni dettaglio dei suoi viaggi. Egli non viaggiava neppure da solo; al contrario, centinaia di persone della sua stessa città li avrebbero definiti bugiardi. Ogni abitante della Mecca avrebbe chiesto loro: se quest’uomo avesse acquisito tali conoscenze da Bahira all’età di dodici o tredici anni, oppure avesse cominciato ad acquisirle quando, all’età di venticinque anni, iniziò a recarsi all’estero per commerciare, perché avete tenuto nascoste tutte queste cose fino a quando ebbe quarant’anni? Del resto, non viveva in nessun altro luogo; viveva invece proprio tra voi? —[I compilatori]
Dopo il primo incontro con l’angelo nella grotta di Hira, quando il Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) tornò a casa profondamente spaventato e tremante, fu Khadija, che Allah sia soddisfatto di lei, a confortarlo per prima. Poi lo condusse da suo cugino Waraqa ibn Nawfal. Nell’epoca dell’ignoranza Waraqa aveva abbracciato il cristianesimo. Scriveva il Vangelo in arabo e in ebraico. Era ormai molto vecchio e cieco. Khadija gli disse: «Caro fratello, ascolta ciò che è accaduto a tuo nipote».
Waraqa disse al Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace): «Nipote mio, raccontami che cosa hai visto».
Il Profeta raccontò tutto ciò che aveva visto. Waraqa disse: «Questo è il Namus, l’angelo portatore della Rivelazione, che Allah l’Altissimo inviò a Mosè (che la pace sia su di lui). Ah, se fossi forte durante il periodo della tua missione profetica e fossi ancora vivo quando il tuo popolo ti scaccerà!»
Il Profeta disse: «Questa gente mi scaccerà?»
Waraqa disse: «Certamente. Non è mai accaduto che qualcuno portasse ciò che tu hai portato senza che gli si facesse guerra. Se vivrò fino a quel momento, ti aiuterò con tutte le mie forze».
Ma poco tempo dopo Waraqa morì. —- Hitni era un abitante della Mecca molto anziano; aveva visto il Profeta fin dalla sua infanzia e, grazie a quindici anni di stretta parentela, aveva osservato ancora più da vicino la sua condizione. Quando venne a conoscenza di questo episodio, non lo considerò un’illusione o una suggestione mentale. Al contrario, appena lo ebbe ascoltato, disse: «Questo è il Namus che Allah l’Altissimo inviò a Mosè (che la pace sia su di lui)». Ciò significa che, ai suoi occhi, il Profeta Muhammad (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) era una persona di così elevato rango che il fatto che fosse stato insignito dell’onore della profezia non costituiva affatto una sorpresa. (Sura al-Buruj, nota 4)
La prima egira dei musulmani nel regno cristiano
Quando la situazione alla Mecca divenne insopportabile, nel mese di rajab del quinto anno della profezia, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (in arabo: ******)
Sarebbe meglio che partiste e andaste in Abissinia. Là regna un sovrano sotto il quale nessuno subisce ingiustizia. È una terra benedetta. Resterete là finché Allah non allevierà questa vostra calamità. – (Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) pronunciò parole di grande elogio e apertura riguardo al regno cristiano dell’Abissinia. Considerando la giustizia del suo sovrano, questo unico episodio dell’egira dei musulmani in quel luogo sarebbe stato sufficiente a far sì che i rapporti tra musulmani e cristiani potessero diventare amichevoli e solidi; ma, purtroppo, essi innalzarono un muro di ostilità. – I compilatori)
In base a questa indicazione del Profeta (pace e benedizioni su di lui), inizialmente partirono per l’Abissinia undici uomini e quattro donne. Gli abitanti della Mecca li inseguirono fino alla costa. Ma, fortunatamente, essi trovarono in tempo delle navi presso il porto di Shuʿaybah. In questo modo riuscirono a sfuggire alla cattura. Alcuni altri emigrarono poi dopo pochi mesi. Alla fine, in Abissinia si riunirono settantatré uomini, undici donne e sette persone non appartenenti ai Quraysh. Alla Mecca rimasero con il Profeta (pace e benedizioni su di lui) soltanto quaranta persone. (Sura al-ʿAlaq, introduzione)
La sincerità del sovrano cristiano dell’Abissinia
L’episodio dell’egira sarà narrato dettagliatamente più avanti. Qui è sufficiente dire che, quando i rappresentanti diplomatici dei politeisti della Mecca inseguirono gli emigrati musulmani, presentarono le proprie accuse contro di loro e sollevarono obiezioni contro la profezia del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e contro il suo invito, il sovrano cristiano Negus chiese a Jaʿfar (che Allah si compiaccia di lui) di recitare una parte della rivelazione discesa sul Profeta. Jaʿfar (che Allah si compiaccia di lui) recitò l’inizio della sura Maryam, riguardante il profeta Yaḥyā e il profeta ʿĪsā (pace su entrambi). Il Negus ascoltava e piangeva; tanto che la sua barba si bagnò. Quando Jaʿfar (che Allah si compiaccia di lui) terminò la recitazione, il Negus disse: «Queste parole e ciò che portò ʿĪsā (pace su di lui) provengono dalla medesima fonte». (Il sovrano alla cui corte si presentarono gli emigrati musulmani della Mecca riconobbe la verità della dottrina e della visione dei musulmani. Riconobbe come vera anche l’insegnamento del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Da questo punto di vista, la posizione del sovrano Negus era quella più vicina all’Islam. In seguito, quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) presentò, tramite lettere, l’invito all’Islam a vari sovrani e governanti, inviò una lettera dello stesso genere anche al sovrano dell’Abissinia. Egli accettò l’invito del nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e inviò una lettera di risposta. – Raḥmatul lil-ʿĀlamīn, Qazi Salman Mansur Puri, primo volume, pp. 209–212 – I compilatori.) (Sura al-Furqān, nota 12)
Quella delegazione diplomatica della Mecca corruppe i capi religiosi della corte e li fece schierare dalla propria parte; il giorno seguente, alla corte, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ pose questa domanda:
Convocate costoro e chiedete loro quale sia la loro concezione e la loro fede riguardo a ʿĪsā ibn Maryam.
Il Negus convocò nuovamente gli emigrati. Poi sottopose loro la questione presentata da ʿAmr ibn al-ʿĀṣ. Allora Ḥazrat Jaʿfar ibn Abū Ṭālib si alzò e disse con animo risoluto:
(Arabo *******)
Dopo aver udito ciò, il Negus raccolse da terra un filo d’erba e disse: «Per Allah, ciò che hai detto riguardo a Ḥazrat ʿĪsā non è più di questo filo d’erba». (Sūra al-Maryam, introduzione)
Il particolare comportamento dei musulmani nei confronti dell’Abissinia
In Abū Dāwūd e nel Musnad di Aḥmad è riportato un detto del Profeta (pace e benedizioni su di lui), con il quale stabilì questo principio riguardo all’Abissinia: (Arabo**********). In un’altra versione si legge (Arabo ********), cioè: finché gli Abissini vi permetteranno di vivere liberamente, anche voi lasciateli vivere liberamente.
Sembra che, in conformità a questa direttiva, durante l’epoca dei Califfi ben guidati non sia stata intrapresa alcuna azione contro l’Abissinia. Il significato di questa direttiva era probabilmente che si dovesse rispettare il rifugio che gli Abissini avevano offerto ai musulmani in un momento di pericolo e che, tenendo presente ciò, non si dovesse avanzare per primi contro di loro, affinché il mondo non concepisse l’erronea idea che i musulmani fossero un popolo ingrato. Si intravede anche un’altra ragione: considerando la posizione geografica dell’Abissinia e la sua storia passata, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva ritenuto necessarie relazioni amichevoli con essa per la difesa dell’Ḥijāz, il centro geografico dell’Islam. Per questo forse aveva ordinato che l’invito islamico giungesse in quel paese con mezzi pacifici e che si rimanesse, per quanto possibile, lontani da guerre e conflitti. (Sūra al-Maryam, introduzione)
Il comportamento del Muqawqis d’Egitto
Dopo il trattato di Ḥudaybiyya, i sovrani delle regioni circostanti ai quali il Profeta, ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam, inviò lettere (l’autore di Raḥmatul lil-ʿĀlamīn afferma che il Profeta (pace e benedizioni su di lui), il primo Muḥarram del settimo anno dell’Egira, scrisse lettere indirizzate a diversi sovrani e le fece recapitare tramite messaggeri) erano per la maggior parte cristiani, e anche le loro reazioni furono positive. Il re Negus dell’Abissinia, Aṣḥama ibn Abjar, accettò l’Islam. Il governatore del Bahrein, Mundhir ibn Sāwā, accettò l’Islam e la maggior parte dei suoi sudditi divenne musulmana. Anche i governanti dell’Oman, Jaifar e ʿAbd, della dinastia al-Jalīdī, dopo aver riflettuto, si sottomisero all’Islam. Il governatore di Damasco, Mundhir ibn al-Ḥārith ibn Abī Shamir, mostrò grande ira quando ricevette la lettera del Profeta (pace e benedizioni su di lui), ma in seguito si ricompose e congedò il messaggero con doni e altri omaggi. Il governante dello Yemen, Hawdha ibn ʿAlī, rivendicò metà dello Stato islamico. Tuttavia morì poco tempo dopo. A Bayt al-Maqdis, sotto il re di Costantinopoli, era governatore Eraclio. Dopo aver ricevuto la lettera del Profeta (pace e benedizioni su di lui), convocò una grande assemblea di corte. Fece predisporre ogni mezzo per raccogliere le informazioni necessarie sul Profeta (pace e benedizioni su di lui). Per una coincidenza, Abū Sufyān si trovava allora lì per affari. Eraclio convocò Abū Sufyān a corte e gli pose diverse domande sul Profeta (pace e benedizioni su di lui), per poter farsi un’idea della sua missione profetica. Infine, rivolgendosi ad Abū Sufyān, espose così la propria reazione:
Ci sono stati riferiti proprio questi segni del Profeta promesso. Io pensavo che sarebbe comparso un profeta, ma non immaginavo che sarebbe venuto dall’Arabia. Abu Sufyan, se hai risposto correttamente, un giorno egli dominerà certamente questo luogo dove sono seduto (la Siria e Bayt al-Maqdis). Quanto sarebbe stato bello se avessi potuto raggiungerlo e avere la fortuna di lavargli i piedi. – Rahmatul-lil-Alamin, vol. 1, pp. 206-224) Furwa ibn Amr al-Khuza‘i era un governatore della regione siriana, sottoposto all’imperatore di Roma. Abbracciò l’Islam. Cesare lo convocò e gli ordinò di rinunciare all’Islam. Quando egli rifiutò, fu martirizzato. – I compilatori.) Tra coloro ai quali furono inviate lettere vi era il Patriarca, governatore romano di Alessandria. Gli Arabi lo chiamavano al-Muqawqis. Quando Hadrat Hatib ibn Abi Balta‘a (che Allah sia soddisfatto di lui) si recò da lui con la lettera del Profeta (pace e benedizioni su di lui), egli non abbracciò l’Islam in risposta alla lettera, ma accolse con grande onore il portatore della lettera. Nella sua risposta disse: «So che deve ancora giungere un profeta, ma ritengo che egli apparirà dalla Siria. Tuttavia ho accolto con onore il vostro inviato e vi mando due fanciulle. Appartengono a una nobile stirpe copta». – Ibn Sa‘d
Una delle due fanciulle era Sirin e l’altra Maria la Copta. (I cristiani chiamavano Maria, la venerabile Maryam, «Maria».)
Durante il viaggio di ritorno dall’Egitto, Hadrat Hatim presentò a entrambe l’invito all’Islam, ed entrambe abbracciarono l’Islam. Quando furono presentate alla corte del Profeta (pace e benedizioni su di lui), Sirin fu affidata a Hadrat Hassan ibn Thabit, mentre Hadrat Maria (che Allah sia soddisfatto di lei) fu accolta nel sacro appartamento interno del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Nell’ottavo anno dell’Egira, dal suo sacro grembo nacque Hadrat Ibrahim, figlio del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). – (Al-Isti‘ab, al-Isabah) (Sura Maryam, introduzione)
Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) e i cristiani di Najran
Nel nono anno dell’Egira, una delegazione cristiana di Najran si presentò al cospetto del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Najran è situata tra l’Hijaz e lo Yemen. A quel tempo in quella regione vi erano settantatré centri abitati e si dice che tra i loro abitanti si potessero trovare centoventimila uomini abili alla guerra. Tutti gli abitanti erano cristiani ed erano guidati da tre capi. Uno era chiamato Aqib e gli era riconosciuto il rango di capo della nazione. Il secondo era chiamato Sayyid e si occupava delle attività politiche e culturali. Il terzo era l’Usquf (vescovo), il cui compito era esercitare la guida religiosa. Dopo la conquista della Mecca, tutti gli Arabi avevano maturato la convinzione che il futuro del Paese fosse ormai nelle mani del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Pertanto, cominciarono ad arrivare al cospetto del Profeta delegazioni da varie parti del Paese. I tre capi di Najran giunsero a Medina insieme a quaranta rappresentanti. (In quell’occasione il Profeta (pace e benedizioni su di lui) presentò ai rappresentanti l’invito al tawhid, come esposto nel Corano, e, illustrando la continuità della profezia, confutò l’idea di elevare Hadrat Gesù (pace su di lui) al rango della divinità e le altre errate credenze dei cristiani. Alcuni membri della delegazione furono influenzati da questo invito, ma l’ostinazione dei vescovi e dei sacerdoti divenne un ostacolo. Infine, per ordine di Allah, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) li invitò alla mubahala, dicendo: «Se avete piena fiducia nella verità delle vostre credenze, venite e preghiamo insieme Allah dicendo: “Che la maledizione di Allah ricada su chiunque tra noi sia bugiardo”». Ma nessuno di loro accettò. Di conseguenza, non solo per i membri sinceri della delegazione, ma anche agli occhi della gente comune, cristiana e non cristiana, divenne evidente che i capi cristiani di Najran professavano una dottrina nella quale essi stessi non credevano.)
Infine, su richiesta degli abitanti di Najran, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) redasse un accordo e glielo inviò. Lo trascriveremo nella parte successiva. – I compilatori) (Rasa’il wa Masa’il, vol. 1, p. 290)
Appendice
Altri due argomenti sono collegati a questo capitolo. Primo: nel conflitto tra Roma e l’Iran, il sostegno morale dei musulmani era dalla parte dei cristiani. Secondo: a Tabuk i musulmani furono costretti a impugnare le armi contro i cristiani.
Una descrizione dettagliata del conflitto tra Roma e l’Iran si trova nell’articolo intitolato «La profezia della vittoria di Roma». (Profezie, volume I.) Per la descrizione della spedizione di Tabuk si veda il volume III.)
Gli ampi legami degli Arabi con vari Paesi
Esaminando la storia economica dell’Arabia in epoca preislamica e i suoi rapporti con il mondo esterno, si può supporre che non esistesse alcun Paese isolato dal mondo arabo i cui abitanti fossero estranei al mondo al di là delle loro valli e dei loro deserti.
L’istituzione di grandi centri commerciali
Le informazioni ricavate dalla storia antica dimostrano che, a quell’epoca, tutti i traffici commerciali tra la Cina, l’India, gli altri Paesi orientali e l’Africa orientale, da un lato, e l’Egitto, la Siria, l’Asia Minore, la Grecia e Roma, dall’altro, si svolgevano attraverso l’intermediazione dell’Arabia. Questo commercio si svolgeva lungo tre grandi vie. La prima era la via principale proveniente dall’Iran e passante per l’Iraq e la Siria. La seconda era la via marittima del Golfo Persico. Attraverso di essa tutte le merci sbarcavano sulla costa orientale dell’Arabia, per poi proseguire passando per Dumat al-Jandal o Tadmor (Palmira). La terza era la via marittima dell’Oceano Indiano. Le merci che transitavano lungo questa rotta passavano attraverso l’Hadramawt e lo Yemen. Su tutte e tre queste vie erano insediati gli Arabi. Gli Arabi acquistavano le merci da una parte e le vendevano dall’altra. Svolgevano anche il lavoro di trasporto (carrying trade). Riscuotendo pesanti tributi dai mercanti che attraversavano i loro territori, si assumevano la responsabilità di garantire loro un passaggio sicuro. In questi tre modi mantenevano profondi rapporti con il commercio internazionale. Nella Torah si trova menzione delle attività commerciali dei Figli d’Israele nel 1700 a.C. Millecinquecento anni prima di Gesù, questo commercio si svolgeva a Madyan e Dedan, nell’Ḥigiaz settentrionale, e continuò per diversi secoli anche in seguito. All’epoca di Salomone e Davide (circa 100 a.C.), la tribù sabea dello Yemen, e in seguito la tribù himyarita, viaggiavano per commerciare durante i primi secoli dell’era cristiana. All’epoca contemporanea al Messia, gli Ebrei della Palestina giunsero in Arabia e si stabilirono in vari luoghi, tra cui Khaybar, Wadi al-Qura (l’attuale al-ʿUlā), Taymāʾ e Tabuk. I loro rapporti religiosi, culturali e commerciali con gli Ebrei della Siria e dell’Egitto rimasero ininterrotti. La maggior parte delle importazioni di cereali e vino dalla Siria e dall’Egitto era effettuata dagli Ebrei. A partire dal V secolo, i Quraysh iniziarono a partecipare attivamente al commercio estero. Fino all’epoca del Profeta, essi mantenevano ampi rapporti commerciali, da un lato con lo Yemen e l’Abissinia e, dall’altro, con l’Iraq, l’Egitto e la Siria. La maggior parte dei traffici iraniani che si svolgevano tra l’Arabia orientale e lo Yemen passava da Hira a Yamama (l’attuale Riyad), quindi attraverso il territorio dei Banū Tamīm, fino a Najrān e allo Yemen.
Rapporti politici e culturali
Oltre a questi rapporti commerciali, gli Arabi avevano profondi legami politici e culturali con i Paesi civili vicini. Nel VI secolo a.C., a Taymāʾ, nell’Ḥigiaz settentrionale, il re di Babilonia Nabonide aveva stabilito la sua capitale estiva. Come sarebbe stato possibile che gli abitanti dell’Ḥigiaz ignorassero l’organizzazione economica e politica di Babilonia? Dal III secolo a.C. fino all’epoca del Profeta esistettero ininterrottamente, dalle frontiere dell’Iraq a quelle dell’Egitto e dai confini dell’Ḥigiaz e del Najd fino a quelli dell’Algeria e della Siria, dapprima lo Stato nabateo di Petra, poi lo Stato siriaco di Tadmor (Palmira), quindi gli Stati arabi di Hira e dei Ghassanidi. Questi Stati avevano profondi rapporti politici, culturali ed economici, da un lato con la Grecia e Roma e, dall’altro, con l’Iran. Inoltre, sulla base dei legami di parentela, anche le tribù dell’interno dell’Arabia mantenevano ampi rapporti con loro. Gli Anṣār di Medina e i governanti ghassanidi discendevano dalla stessa stirpe e intrattenevano rapporti reciproci. Ai tempi del Profeta, il suo illustre poeta Ḥassān ibn Thābit si recava presso i sovrani ghassanidi. I Quraysh intrattenevano buoni rapporti con gli emiri di Hira. Presso di loro i Quraysh appresero persino il sapere, e la scrittura che acquisirono da Hira divenne in seguito famosa come scrittura kufica.
Inoltre, in ogni parte dell’Arabia, presso i grandi sceicchi, le famiglie nobili e i celebri mercanti, si trovavano numerosi schiavi e schiave provenienti da Roma, dalla Grecia e dall’Iran. Tra i prigionieri di guerra ridotti in schiavitù durante le guerre tra l’Iran e Roma, coloro che erano ritenuti in eccedenza rispetto al fabbisogno venivano venduti nei mercati aperti. L’Arabia era il principale mercato per questa merce. Molti di questi schiavi erano persone altamente istruite e civili. Tra loro vi erano anche artigiani, mercanti e professionisti. Gli sceicchi e i mercanti arabi affidavano loro numerosi incarichi. Alla Mecca, a Ṭāʾif, a Yathrib e nelle altre città centrali vi erano enormi quantità di schiavi, che rendevano preziosi servizi ai loro padroni in qualità di lavoratori qualificati.
Particolari condizioni economiche
Occorre osservare anche un altro aspetto della storia economica dell’Arabia. In nessuna epoca l’Arabia fu autosufficiente dal punto di vista alimentare, né vi si svilupparono industrie capaci di soddisfare i bisogni della popolazione. In quel paese gli alimenti venivano sempre importati dall’estero, e la maggior parte dei prodotti industriali, persino i tessuti per l’abbigliamento, veniva importata dall’estero. All’epoca vicina a quella del Profeta (pace e benedizioni su di lui), il commercio d’importazione era principalmente nelle mani di due gruppi. Il primo era costituito dai Quraysh e dai Banū Thaqīf, il secondo dagli ebrei. Essi però importavano le merci e le vendevano soltanto all’ingrosso. Non si occupavano di venderle ambulando nei piccoli centri dell’interno del paese e tra le tribù. Neppure le tribù erano disposte ad accettare che questi gruppi godessero di tutti i profitti del commercio e che la loro gente non avesse alcuna opportunità in quel commercio monopolistico. Pertanto, in qualità di grossisti, costoro vendevano all’interno del paese merci per milioni ai commercianti al dettaglio, e una quantità considerevole di merci veniva venduta a credito. (Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Taḥrīm, nota 2)
Quadro della situazione politica
Qual era la situazione politica del paese al momento in cui il Profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) ricevette la profezia? Quale linea d’azione adottò in quelle circostanze? La storia testimonia che, a quel tempo, l’Arabia era circondata da ogni parte da Stati oppressivi. Anche all’interno del paese l’imperialismo delle nazioni vicine aveva esteso la propria influenza. Poco prima della nascita del Profeta (pace e benedizioni su di lui), l’esercito abissino avanzò fino alla città in cui egli nacque. Lo Yemen, la provincia più fertile dell’Arabia, fu sottomesso prima agli Abissini e poi agli Iraniani. Le coste meridionali e orientali dell’Arabia erano sotto l’influenza degli Iraniani. L’influenza iraniana si era estesa fino ai confini del Najd. A nord, l’influenza dell’Impero romano era presente fino ad Aqaba e Maʿān, anzi fino a Tabūk. I due Stati vicini, nel proprio interesse, mantenevano le tribù arabe in conflitto e in lotta tra loro, estendendo così la propria influenza all’interno dell’Arabia. Il Cesare di Costantinopoli interveniva di tanto in tanto negli affari di piccole città-Stato come Mecca. Ogni grande potenza voleva sottomettere la nazione araba. Infatti, sebbene il territorio di questa nazione fosse arido, la nazione non era sterile: da essa si potevano reclutare i migliori guerrieri per la conquista del mondo. (Sūra Āl ʿImrān, nota 29)
Il messaggio della Sīra
[Discorso della Maulana pronunciato il 22 ottobre 1975 nell’occasione dell’assemblea convocata dall’Unione degli studenti dell’Università del Punjab nel nuovo campus della suddetta università.]
Signor Vicepreside, presidente dell’Unione degli studenti, studentesse e studenti!
Sono stato invitato a dire qualcosa, nell’assemblea odierna, sul messaggio della Sīra del Profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui). Se affrontiamo la questione al vaglio della ragione, sorge innanzitutto una domanda: perché il messaggio della Sīra di un solo Profeta? Perché non il messaggio di qualcun altro? È necessario iniziare discutendo esclusivamente della Sīra di Sayyidunā Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) tra i Profeti, perché siamo certi che non è nella biografia di un qualsiasi guida dell’antichità o dell’epoca moderna, bensì soltanto nella biografia di un Profeta, che possiamo trovare la retta guida, o la via. Non nella vita di un altro Profeta o di un capo religioso, bensì proprio nella biografia del Profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) possiamo ottenere quella guida corretta e completa di cui, in realtà, abbiamo bisogno.
La necessità della guida da parte di Allah l’Altissimo
Non si può negare il fatto che Allah l’Altissimo sia l’unica fonte della conoscenza. È Lui che ha creato l’universo e l’essere umano. Chi altri, oltre a Lui, potrebbe conoscere i misteri più profondi dell’universo, nonché la natura dell’essere umano e i suoi segreti? Solo il Creatore può conoscere la propria creazione; la creatura può conoscere soltanto ciò che il suo Creatore le fa conoscere. La creazione non dispone di alcun mezzo proprio attraverso il quale possa conoscere la realtà ultima.
A questo proposito occorre comprendere bene la differenza tra due cose, affinché nella discussione non sorga alcuna confusione. Da una parte vi sono quei dati che potete acquisire con l’aiuto dei sensi; da essi, il compito di riflettere e ricercare, ragionare, sperimentare, osservare e fare scoperte spetta a voi. Esaminate e scoprite tutto ciò che trovate intorno a voi. Acquisite conoscenza delle forze che agiscono al loro interno. Comprendete le leggi e le norme naturali che vi operano. Poi avanzate sulla via del progresso. Tuttavia, a questo riguardo, il vostro Creatore non vi ha lasciati soli. Nelle diverse fasi della storia, Egli ha continuato a farvi conoscere gradualmente, in modi impercettibili, il mondo da Lui creato. Ha continuato ad aprire davanti a voi le porte di conoscenze sempre nuove. Di tanto in tanto, attraverso il metodo dell’ispirazione, ha continuato a dare ad alcune persone indicazioni tali da permettere loro di scoprire qualcosa di nuovo o di conoscere un nuovo principio o metodo. Ciononostante, tutto ciò rientra nell’ambito della conoscenza umana, per la quale non sono necessari né un profeta né un Libro celeste. Anche i mezzi per ottenere le conoscenze desiderate in questo campo sono stati dati all’essere umano. L’altra categoria comprende ciò che è al di là della nostra percezione sensoriale, completamente fuori dalla nostra portata. Non possiamo misurarlo né conoscerlo mediante la nostra conoscenza personale. Quando filosofi e scienziati esprimono un’opinione al riguardo, lo fanno soltanto sulla base di congetture e supposizioni. Non la si può chiamare conoscenza. Questi sono i loro dati ultimi; quanto alle teorie controverse su tale questione, nemmeno coloro che le hanno formulate possono dichiarare con certezza quali siano i loro limiti. Se conoscessero i limiti della loro conoscenza, non potrebbero né credere personalmente in essa né invitare altri a credervi.
La necessità di seguire i profeti
Ora, se si acquisisce una conoscenza del secondo tipo sopra descritto, ciò può avvenire soltanto per ordine di Allah l’Altissimo, poiché Egli conosce ogni verità e ogni dato. Il mezzo attraverso il quale Allah l’Altissimo concede questa conoscenza agli esseri umani è la rivelazione, che viene fatta scendere soltanto sui profeti. Allah l’Altissimo non ha mai fatto ciò che sarebbe consistito nello stampare un Libro e consegnarlo nelle mani di ogni persona, dicendo loro: «Leggete questo Libro e scoprite quale sia la realtà più profonda di voi stessi e dell’universo. Scoprite anche quale dovrebbe essere il vostro modo di agire nel mondo secondo questa realtà». Al contrario, per trasmettere questa conoscenza agli esseri umani, Egli si è sempre servito dei profeti come intermediari, affinché essi non si limitassero a insegnarla, ma la spiegassero loro, mostrassero con il proprio comportamento come agire secondo essa, cercassero di ricondurre sulla retta via coloro che vi si opponevano e organizzassero coloro che l’avessero accettata in una società nella quale essa si manifestasse in ogni aspetto della vita.
Da questa breve esposizione risulta chiaro che, per ricevere la guida, dipendiamo soltanto dalla vita e dall’esempio di un profeta. Un non-profeta, se non è seguace di un profeta, non può essere nostro guida, per quanto possa essere un grande erudito, sapiente o uomo di virtù. Infatti non possiede la vera conoscenza, e chi non possiede la vera conoscenza non può offrirci un sistema di vita vero e corretto.
Perché non riceviamo la guida dagli altri profeti oltre a Muhammad (pace e benedizioni su di lui)
La domanda è ora questa: tra coloro che riconosciamo come profeti e quei capi religiosi dei quali si può supporre che forse fossero profeti, perché cerchiamo di ricevere il messaggio soltanto dalla vita del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui)? È forse per fanatismo, oppure esiste una ragione razionale?
Voglio dire che vi è una ragione pienamente giustificata per questo. Sebbene conosciamo e riconosciamo con certezza come profeti quelli menzionati nel Corano, nessun insegnamento o resoconto della vita di alcuno di loro ci è pervenuto attraverso una fonte affidabile, così da poterlo seguire. Noè, Abramo, Isacco, Giuseppe, Mosè e Gesù, pace su di loro, furono senza dubbio profeti. Abbiamo fede in tutti loro. Tuttavia, nessun Libro rivelato loro esiste oggi in forma conservata, dal quale possiamo ricevere la guida. Né ci è pervenuto il resoconto della vita di alcuno di loro in una forma così preservata e affidabile da permetterci di adottarli come guide nei diversi ambiti della nostra vita individuale e collettiva. Chiunque volesse scrivere qualcosa sugli insegnamenti e sulla vita di questi profeti non potrebbe scrivere più di qualche pagina, e anche quelle con l’aiuto del Corano. Infatti, al di fuori del Corano, non esiste alcun materiale o documento autorevole su di loro.
Le Scritture della religione ebraica e la situazione dei profeti
Si dice che gli insegnamenti di Mosè, pace su di lui, e dei profeti venuti dopo di lui siano contenuti nell’Antico Testamento della Bibbia. Ma esaminate la Bibbia dal punto di vista storico. Essa andò distrutta al tempo della distruzione di Gerusalemme nel VI secolo a.C. Insieme ad essa andarono distrutti anche i rotoli degli altri profeti vissuti prima di quell’epoca. Nel V secolo a.C., quando gli Israeliti furono liberati dalla prigionia babilonese, Uzayr, pace su di lui, con l’aiuto di altri anziani, compilò la biografia di Mosè, pace su di lui, e la storia dei Figli d’Israele. In essa inserì opportunamente quei versetti che erano giunti nelle sue mani e in quelle dei suoi collaboratori. Poi, dal IV al II secolo a.C., diverse persone — non so chi fossero — compilarono i rotoli di quei profeti che erano morti diversi secoli prima di loro. Non so da quali fonti ricavassero queste informazioni. Prendiamo, per esempio, il caso di una persona che, trecento anni prima di Gesù, pace su di lui, scrisse un libro a nome di Giona, pace su di lui, e lo inserì nella Bibbia, sebbene Giona fosse stato un profeta nell’VIII secolo a.C. Lo Zabur (Salmi) fu scritto cinquecento anni dopo la morte di Davide, pace su di lui, e vi furono inserite, oltre alle poesie di Davide, le poesie di altri cento poeti. Non so da quale fonte queste informazioni siano giunte ai compilatori dello Zabur. Salomone, pace su di lui, morì 933 anni prima di Gesù, pace su di lui, mentre i suoi proverbi furono messi per iscritto 250 anni prima di Gesù. In essi furono inserite anche le parole di molti altri saggi.
In conclusione, la catena di trasmissione di nessun libro della Bibbia risale ai profeti ai quali viene attribuito. Inoltre, le Bibbie scritte in ebraico andarono distrutte nell’anno 70 d.C., quando Gerusalemme fu distrutta per la seconda volta. Di esse rimase soltanto la traduzione in greco. Questa traduzione fu realizzata tra il 258 a.C. e il I secolo a.C. Nel II secolo d.C., gli studiosi ebrei compilarono la Bibbia ebraica a partire da tutti i manoscritti rimasti. Il più antico libro di essa oggi reperibile risale al 916 d.C. Non esiste alcun’altra Bibbia ebraica. Anche i rotoli ebraici rinvenuti nelle grotte di Qumran, presso il Mar Morto, risalgono al massimo al II e I secolo a.C. e contengono soltanto alcuni frammenti sparsi della Bibbia. La più antica copia della raccolta dei primi cinque libri della Bibbia in uso presso i Samaritani risale all’XI secolo d.C. La traduzione greca realizzata nel III e II secolo a.C. conteneva innumerevoli errori. Da essa fu realizzata una traduzione in latino nel II e III secolo d.C. In base a quale criterio si possono considerare autentici questi materiali e documenti riguardanti la vita e gli insegnamenti di Mosè, pace su di lui, e dei profeti venuti dopo di lui?
Inoltre, tra gli ebrei esistevano alcune narrazioni fondamentali trasmesse di generazione in generazione, chiamate Legge orale. Rimasero non scritte per tredici o quattordici secoli. Alla fine del II secolo d.C. e all’inizio del III, il rabbino Judah ben Shimon diede loro forma scritta con il nome di Mishnah. Nel III e V secolo d.C., gli studiosi ebrei della Palestina ne scrissero i commentari, chiamati Halakhah, mentre gli studiosi di Babilonia ne scrissero altri, chiamati Haggadah. L’insieme di queste tre opere è chiamato Talmud. Nessuna delle loro narrazioni possiede una catena di trasmissione che permetta di sapere da quali persone e a quali persone esse siano state trasmesse.
La situazione delle Scritture del cristianesimo di Gesù
Anche la situazione della biografia e degli insegnamenti di Gesù, pace su di lui, è in parte dello stesso genere. Il Vangelo originale, rivelato da Dio attraverso la rivelazione, veniva recitato oralmente da Gesù, pace su di lui, alla gente. Anche i suoi discepoli lo trasmettevano oralmente ad altri, al punto che la vicenda del profeta e i versetti del Vangelo finivano per confondersi. Nulla di tutto ciò fu messo per iscritto durante la vita di Gesù, pace su di lui, né dopo la sua morte. A scrivere furono quei cristiani la cui lingua era il greco. La lingua di Gesù, pace su di lui, invece, era il siriaco o l’aramaico. Anche i suoi discepoli parlavano questa lingua. Molti autori di lingua greca ascoltarono questi racconti in aramaico e li scrissero in greco. Nessuna opera scritta da questi autori fu composta prima del 70 d.C. Nessuno di loro citò la catena di trasmissione di alcun avvenimento o di alcun detto di Gesù, pace su di lui, dalla quale si potesse sapere da chi avessero ascoltato quelle parole. Inoltre, le loro opere scritte non sono state conservate. Furono raccolte migliaia di opere greche del Nuovo Testamento, ma nessuna di esse risale a prima del IV secolo d.C. Anzi, la maggior parte risale al periodo compreso tra l’XI e il IV secolo d.C. In Egitto sono stati rinvenuti alcuni frammenti scritti su papiro. Ma nessuno di essi risale a prima del III secolo. Non è possibile sapere chi, quando e dove abbia tradotto il greco in latino. Nel IV secolo, queste opere furono riesaminate per ordine del papa. Successivamente, nel XVI secolo, esse furono abbandonate e dal greco fu realizzata una nuova traduzione in latino. La traduzione dei quattro Vangeli dal greco al siriaco fu probabilmente realizzata intorno al 200 d.C. Tuttavia, il più antico manoscritto di essa oggi reperibile risale al IV secolo. Il libro scritto a mano risalente al V secolo che è stato rinvenuto è molto diverso. Tra le traduzioni dal siriaco all’arabo, nessuna risale a prima dell’VIII secolo. La cosa sorprendente è che furono scritte quasi settanta opere evangeliche, ma i capi cristiani ne approvarono soltanto quattro e respinsero le restanti. Non so perché siano state approvate e perché le altre siano state respinte. In quale misura si può considerare autentica la biografia di Gesù, pace su di lui, e il suo insegnamento, scritti sulla base di materiali e documenti di questo genere?
La situazione della biografia e degli insegnamenti di Zarathustra
Anche la situazione degli altri capi religiosi non è diversa. Prendiamo, per esempio, Zoroastro (Zoroaster), la cui data esatta di nascita non è ancora conosciuta. Al massimo si può dire che visse duecentocinquant’anni prima della conquista dell’Iran da parte di Alessandro, cioè cinquecentocinquant’anni e mezzo prima di Gesù Cristo (pace su di lui). Il suo libro, l’Avesta, non esiste oggi nella lingua originale, e la lingua nella quale fu scritto o trasmesso oralmente è ormai morta. Nel IX secolo cristiano alcune sue parti furono tradotte, con commenti, in nove volumi. Tuttavia, i primi due volumi andarono perduti, e il più antico volume oggi reperibile risale alla metà del XIII secolo. Questa è la situazione del libro presentato da Zoroastro. Resta ora la questione della sua vita personale. A questo proposito non sappiamo molto più che egli iniziò la predicazione all’età di quarant’anni. Due anni dopo, il re Gushtasp accettò la sua autorità e la sua religione divenne la religione ufficiale. Morì all’età di settantasette anni. Dopo la sua morte, con il trascorrere del tempo, furono composte su di lui storie e racconti sempre più fantastici. A nessuno di essi si può attribuire valore storico.
La situazione del buddhismo
Buddha è una delle più celebri personalità religiose del mondo. Come nel caso di Zoroastro, si può supporre che forse anch’egli fosse un profeta. Tuttavia, non presentò affatto alcun libro. Neppure i suoi seguaci affermarono che avesse portato un libro. Neppure i suoi seguaci affermarono che avesse portato un libro. Neppure i suoi seguaci affermarono che avesse portato un libro. La raccolta delle sue parole e delle notizie sulla sua vita iniziò cent’anni dopo la sua morte. Quest’opera continuò per diversi secoli. Tuttavia, in nessuno dei testi considerati fondamentali per il buddhismo fu inserita una catena di trasmissione, grazie alla quale si potesse sapere attraverso quale fonte fossero giunte ai compilatori le notizie sulla vita, le parole e gli insegnamenti di Buddha. Soltanto la vita e gli insegnamenti del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sono stati preservati.
Da ciò si comprende che, se ci rivolgiamo agli altri profeti e ai capi religiosi, non si trova alcuna fonte autorevole grazie alla quale possiamo ricevere, con certezza e ferma convinzione, una guida dai loro insegnamenti e dalle loro vite. Di conseguenza, per noi non rimane altra via se non rivolgerci a un profeta che ci abbia lasciato un Libro affidabile, al di sopra di ogni alterazione e commistione, e le cui circostanze dettagliate, parole e insegnamenti ci siano giunti attraverso fonti attendibili, così che possiamo ricavarne una guida. Nella storia del mondo intero, l’unica personalità simile è la nobile persona del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui).
Il Libro di Allah, il Corano, perfettamente preservato
Il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) presentò un libro, il Corano, dichiarando chiaramente che esso è la parola di Allah l’Altissimo, rivelatagli. Quando esaminiamo questo libro, percepiamo con certezza che in esso non è avvenuta alcuna commistione. Nessuna parola dello stesso Profeta (pace e benedizioni su di lui) è stata inserita in esso. Al contrario, le sue parole sono state mantenute completamente separate. A differenza della Bibbia, le vicende e le azioni della sua vita, la storia dell’Arabia e gli avvenimenti sorti durante la rivelazione del Corano non sono stati mescolati o aggiunti a questa parola di Allah l’Altissimo. In questa pura parola di Allah (Word of God) non è stata inserita neppure una parola di qualcun altro oltre ad Allah. Non è stata omessa neppure una parola del suo testo. Essa è giunta invariata dall’epoca del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fino ai nostri giorni.
Dal momento in cui iniziò la rivelazione di questo Libro al Profeta (pace e benedizioni su di lui), egli ne fece mettere per iscritto il testo. Ogni volta che gli veniva rivelata una rivelazione, chiamava immediatamente uno scriba e gliela faceva scrivere; dopo la stesura, il testo gli veniva nuovamente letto e, quando si accertava che lo scriba lo aveva trascritto correttamente, lo riponeva in un luogo sicuro. Riguardo a ogni rivelazione ricevuta, indicava allo scriba in quale sura dovesse essere inserita e prima di quale versetto o dopo quale versetto. In questo modo continuò a ordinare il Corano progressivamente, finché il Corano fu completato.
Fin dall’inizio dell’Islam fu poi impartito, riguardo alla preghiera, l’ordine di recitare il Corano durante essa. Per questo i nobili Compagni (che Allah sia soddisfatto di loro) cominciarono a memorizzarlo non appena veniva rivelato. Molti memorizzarono l’intero Corano, mentre un numero ancora maggiore di persone conservò nella propria memoria varie parti di esso, in misura maggiore o minore. Inoltre, tra i Compagni, coloro che sapevano leggere e scrivere trascrivevano personalmente diverse parti del Corano. In questo modo, già durante la vita del Profeta (pace e benedizioni su di lui), il Corano fu preservato in quattro modi:
Primo: egli fece trascrivere personalmente l’intera Rivelazione dagli scribi della rivelazione.
Secondo: molti Compagni memorizzarono l’intero Corano, parola per parola.
Terzo: tra i nobili Compagni (che Allah sia soddisfatto di loro) non vi fu nessuno che non avesse memorizzato una parte del Corano, fosse essa piccola o grande.
Quarto: numerosi Compagni istruiti trascrissero il Corano di propria iniziativa e, recitandolo al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), si accertarono della sua correttezza.
Pertanto, è una verità storica innegabile che il Corano oggi in nostro possesso sia, lettera per lettera, esattamente quello che il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) presentò come Parola di Allah. Dopo la morte del Profeta, il suo primo califfo, il venerabile Abu Bakr as-Siddiq (che Allah sia soddisfatto di lui), raccolse tutti gli hafiz e le parti scritte e fece trascrivere il Corano completo in forma di libro. Durante l’epoca del venerabile Uthman (che Allah sia soddisfatto di lui), tutte le copie furono ufficialmente inviate ai centri principali del mondo islamico. Due di queste copie esistono ancora oggi: una a Istanbul e l’altra a Tashkent. Chiunque lo desideri può prendere una qualsiasi copia stampata del Sacro Corano e confrontarla con esse. Non vi troverà alcuna differenza. E come potrebbe esservi una differenza, quando dall’epoca del Profeta (pace e benedizioni su di lui) fino a oggi sono esistiti, di generazione in generazione, milioni e milioni di hafiz? Se qualcuno modificasse anche una sola parola, tutti questi hafiz individuerebbero l’errore. Nell’ultima parte del secolo scorso, un istituto dell’Università di Monaco, in Germania, raccolse da varie parti del mondo islamico quarantaduemila copie del Sacro Corano, manoscritte e stampate, appartenenti a ogni epoca. Su di esse furono condotte ricerche per cinquant’anni. Infine, nel rapporto presentato si affermò che in quei testi non esisteva alcuna differenza, fatta eccezione per gli errori di copiatura. Si trattava di copie del Sacro Corano risalenti al periodo compreso tra il primo e il quattordicesimo secolo dell’Egira, raccolte da ogni parte del mondo. È motivo di rammarico che l’istituto sia stato distrutto dai bombardamenti sulla Germania durante la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, i risultati delle sue ricerche non sono scomparsi dal mondo.
Un altro aspetto degno di nota riguardo al Corano è che la lingua nella quale fu rivelato è una lingua viva. Dall’Iraq al Marocco, circa centoventi milioni di persone usano l’arabo come lingua madre, mentre miliardi di persone nel mondo non arabo lo leggono e lo insegnano. La grammatica, i dizionari, la pronuncia delle parole e le espressioni idiomatiche della lingua araba sono oggi gli stessi di millequattrocento anni fa. Ancora oggi, ogni persona istruita in arabo può leggerlo e comprenderlo nello stesso modo in cui lo comprendevano gli Arabi di millequattrocento anni fa.
Questa è una caratteristica importante del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), che nessun altro profeta o guida religiosa possedette. Il Libro che fu rivelato su di lui da parte di Allah l’Altissimo per guidare l’umanità esiste ancora, immutato, nella sua lingua originale e con le sue parole originali.
La piena attendibilità della sira e della sunna del Messaggero
Osservando la sua seconda caratteristica, si vede che egli è unico al riguardo fra tutti i profeti e i maestri religiosi. Tale caratteristica consiste nel fatto che, proprio come il Libro rivelato a lui, anche la sua Sīrat è stata preservata, e da essa possiamo ricevere una guida per ogni ambito della vita. Un gran numero di coloro che lo videro dall’infanzia fino agli ultimi momenti della sua vita, che osservarono le sue condizioni e le sue azioni, ascoltarono le sue parole e i suoi discorsi, e lo udirono impartire ordini o vietare qualcosa, conservò ogni cosa impressa nel cuore e la trasmise alle generazioni successive. Secondo alcuni studiosi, il loro numero raggiungeva centomila: erano persone che trasmisero alle generazioni successive resoconti di eventi visti con i propri occhi e uditi con le proprie orecchie. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) fece mettere per iscritto alcuni precetti e disposizioni e li consegnò o li fece recapitare ad alcune persone; tali scritti furono poi ricevuti dalle generazioni successive. Fra i Compagni, almeno sei persone trascrivevano gli ḥadīth e li facevano leggere al Profeta (pace e benedizioni su di lui), affinché non vi rimanesse alcun errore. Le generazioni posteriori vennero in possesso di queste informazioni scritte; dopo la morte del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), almeno cinquanta Compagni raccolsero per iscritto le sue condizioni, le sue azioni e le sue parole, e questi tesori di conoscenza giunsero anche a coloro che si dedicarono alla raccolta e alla compilazione degli ḥadīth. Inoltre, il numero dei Compagni che trasmisero oralmente informazioni relative alla Sīrat raggiunse, come ho detto poco fa, centomila. E ciò non è affatto sorprendente. Infatti, al Pellegrinaggio d’Addio compiuto dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) erano presenti centoquarantamila persone. Un numero così enorme di persone lo vide compiere il pellegrinaggio, apprese da lui le regole e le modalità del pellegrinaggio e ascoltò il sermone che pronunciò in quell’occasione. Come sarebbe stato possibile che, dopo aver partecipato al pellegrinaggio con il Profeta in un momento tanto importante, tutte queste persone fossero tornate nelle proprie regioni senza che parenti, amici e vicini chiedessero loro il resoconto di quel viaggio e senza apprendere da loro le regole e le modalità del pellegrinaggio? Da ciò si può comprendere con quale interesse, dopo la partenza dal mondo di una personalità tanto grande quanto il Profeta (pace e benedizioni su di lui), la gente avrebbe chiesto a coloro che lo avevano visto e ascoltato le sue istruzioni informazioni sulle sue condizioni e sulle sue opere, sulle sue parole, sui suoi ordini e sulla sua guida.
Fin dall’inizio, riguardo alle narrazioni trasmesse dai nobili Compagni (che Dio sia soddisfatto di loro) alle generazioni successive, fu adottato il metodo secondo cui chiunque riferisse una parola attribuendola al Profeta (pace e benedizioni su di lui) doveva dire da chi l’aveva udita e da chi, a sua volta, l’avesse udita colui che l’aveva preceduto nella catena. In questo modo si esaminava l’intera catena della trasmissione, fino al Profeta (pace e benedizioni su di lui), così da poter avere la certezza che la parola fosse stata correttamente riferita da lui. Se non si riusciva a individuare tutti gli anelli della catena della trasmissione, sorgeva un dubbio sulla sua autenticità. E anche quando la catena giungeva fino al Profeta (pace e benedizioni su di lui), se uno dei narratori intermedi era considerato inaffidabile, tale narrazione non poteva essere accettata. Riflettendo un poco, ci si renderà conto che la biografia di nessun altro uomo al mondo è stata compilata in questo modo. Questa è una caratteristica esclusiva del Profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui): nessuna parola riferita su di lui è stata accettata senza una catena di trasmissione. E nella catena non si verificava soltanto se la trasmissione di un ḥadīth giungesse fino al Profeta; si verificava anche se tutti i narratori coinvolti fossero affidabili. A questo scopo, le biografie dei narratori furono esaminate nei minimi dettagli e vennero composte opere particolareggiate sull’argomento. Da esse si apprendeva chi fosse affidabile e chi no, quale fosse il carattere e il comportamento di ciascuno, chi possedesse una memoria forte e chi no, chi avesse incontrato la persona dalla quale aveva riportato la narrazione e chi invece avesse trascritto una tradizione a suo nome senza averla mai incontrata. In tal modo furono raccolte informazioni sui narratori su una scala così vasta che ancora oggi possiamo sapere, per ogni singolo ḥadīth, se sia stato trasmesso attraverso una fonte affidabile o inaffidabile. Nella storia dell’umanità si può trovare una seconda persona la cui biografia sia stata registrata attraverso fonti tanto affidabili? Esiste un esempio di un’opera composta sulla vita di migliaia di persone che avevano riferito qualcosa su un singolo individuo, allo scopo di stabilire l’autenticità della sua biografia? Nell’epoca moderna, la vera ragione per cui gli studiosi cristiani ed ebrei hanno impiegato ogni loro energia per dimostrare che gli ḥadīth sono dubbi non è altro che il risentimento causato dal fatto che, riguardo alle loro Scritture e alle biografie dei loro maestri religiosi, non esiste affatto una catena di trasmissione. È proprio a causa del bruciore provocato da questo fatto che essi hanno abbandonato l’onestà intellettuale nella critica dell’Islam, del Corano e del Profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui).
Ogni aspetto della vita del Profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) era noto e ben conosciuto.
Non è l’unica caratteristica della Sīrat del Profeta (pace e benedizioni su di lui) il fatto che essa ci sia giunta attraverso fonti estremamente affidabili; una sua particolare caratteristica è anche che disponiamo di descrizioni così dettagliate di ogni aspetto della sua vita quali non esistono per la vita di nessun’altra persona. Com’era la sua famiglia, quale fu la sua vita prima della profezia, come ricevette la missione profetica, come gli veniva rivelata l’ispirazione divina, come diffuse l’invito islamico, come affrontò l’opposizione e gli ostacoli, come educò i suoi compagni, come viveva con la propria famiglia, quale fosse il suo comportamento con le mogli e i figli, come trattasse amici e nemici, quali insegnamenti morali impartisse, che cosa ordinasse attraverso il proprio carattere, quali azioni vietasse, quali azioni vedesse compiere senza vietarle e quali invece vietasse dopo averle viste: tutto ciò è presente nei minimi particolari nei libri di ḥadīth e di Sīrat. Egli fu anche un generale militare, e disponiamo di resoconti dettagliati di tutte le guerre e le spedizioni combattute sotto il suo comando. Fu anche un giudice, e possiamo esaminare il resoconto completo di tutte le cause sottoposte al suo giudizio. Sappiamo inoltre quale verdetto pronunciò in ciascun caso. Usciva anche a ispezionare i mercati e osservava come la gente svolgesse le attività di compravendita. Quando vedeva un’azione scorretta, la vietava; quando vedeva un’azione compiuta correttamente, la approvava. In breve, non esiste alcun ambito della vita riguardo al quale egli non abbia fornito una guida dettagliata.
Per questo affermiamo, senza parzialità e con piena conoscenza e convinzione, che fra tutti i profeti e i capi religiosi il Profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) è l’unica persona alla quale l’intera umanità possa rivolgersi per ricevere guida e orientamento. Infatti, il Libro da lui presentato è stato preservato con le sue parole originali, e ci sono giunte attraverso fonti affidabili descrizioni dettagliate della sua Sīrat, indispensabili per la guida.
Ora occorre osservare quale messaggio e quale guida ci offre la sua nobile Sīrat.
Il suo messaggio è rivolto all’intera umanità.
La prima cosa che notiamo nella sua predicazione è che egli, ignorando le distinzioni di razza, stirpe, lingua e patria, si rivolge all’essere umano in quanto essere umano e presenta alcuni principi benefici per l’intera umanità. Chiunque accetti tali principi diventa musulmano e membro di una ummah musulmana universale, sia egli nero o bianco, orientale o occidentale, arabo o non arabo. Ovunque si trovi un essere umano, qualunque sia il paese, la nazione o la stirpe in cui è nato, qualunque lingua parli e qualunque sia il colore della sua pelle, la predicazione del Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) è rivolta anche a lui. Se accetta i principi da lui presentati, entra a far parte della ummah musulmana con pari diritti. In questa ummah non esistono discriminazioni, superiorità o inferiorità, distinzioni di stirpe o di classe, né differenze linguistiche, etniche o geografiche che, dopo l’instaurazione dell’unità della fede, separino un essere umano dall’altro.
Il rimedio migliore contro il fanatismo razziale e genealogico
Se riflettete, comprenderete che si tratta di una grande benedizione che l’umanità ha ricevuto grazie al Profeta Muhammad l’Arabo (pace e benedizioni di Allah su di lui). Ciò che più ha distrutto l’essere umano è stata questa distinzione instaurata tra gli uomini. In alcuni luoghi lo si è tenuto come impuro e intoccabile, privandolo dei diritti di cui gode il brahmano. Altrove è stato giudicato meritevole di essere sterminato, perché era nato in Australia e in America in un’epoca in cui gli estranei avevano bisogno di cacciarlo dalla sua terra. In altri luoghi lo si è catturato e trasformato in schiavo, traendone un lavoro da bestia, perché era nato in Africa; e gli si è imposto un lavoro da bestia perché era nato in Africa e aveva la pelle nera. In sintesi, per l’umanità, questa distinzione di nazione, patria, stirpe, razza e lingua è stata, dall’antichità fino a oggi, causa di enormi calamità. Su questa base sono state combattute guerre; su questa base un paese ha occupato l’altro; una nazione ha saccheggiato l’altra e numerose stirpi sono state completamente annientate. Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) ha applicato a questa malattia un rimedio che persino i nemici dell’Islam riconoscono. Esso consiste nel fatto che nessun altro ha ottenuto il successo raggiunto dall’Islam nel risolvere le distinzioni di razza, stirpe e patria.
Quando Malcolm X, il celebre leader degli americani di origine africana e un tempo portabandiera della propaganda di odio estremo dei neri contro i bianchi, dopo aver abbracciato l’Islam si recò al pellegrinaggio e vide che da est e da ovest, da nord e da sud, giungevano al hajj persone di ogni stirpe, razza, paese e lingua; che tutti indossavano lo stesso tipo di abito dell’ihram, pronunciavano all’unisono il talbiyah «Labbayk, Labbayk», compivano insieme il tawaf e pregavano nella stessa congregazione dietro lo stesso imam, allora esclamò che questa era l’unica soluzione corretta al problema della razza e della stirpe, non ciò che avevamo fatto fino ad allora. Questo pover’uomo fu ucciso dagli oppressori, ma la sua autobiografia pubblicata esiste ancora. Da essa possiamo apprendere quanto profondamente fosse stato colpito dal hajj.
Il hajj è soltanto una delle pratiche di culto dell’Islam. Se qualcuno osserva con mente aperta l’insegnamento complessivo dell’Islam, non potrà indicare alcun punto e affermare che questo insegnamento è al servizio degli interessi di una particolare nazione, tribù, stirpe o classe. L’intera religione testimonia che essa è per tutta l’umanità e che, ai suoi occhi, sono uguali tutti coloro che accettano i suoi principi e si uniscono alla fratellanza universale da essa istituita. Essa non tratta i non musulmani nel modo in cui i bianchi hanno trattato i neri, né nel modo in cui le potenze imperialiste hanno trattato i non comunisti sottoposti al loro dominio, e persino i membri indesiderati del proprio schieramento.
Ora dobbiamo esaminare quali fossero i principi che il Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, presentò per il bene dell’umanità, e quale elemento contenessero che non solo garantisse il bene dell’umanità, ma potesse anche unire l’intera umanità in un’unica ummah.
La concezione più ampia dell’unicità di Allah Ta‘ala
Il tema principale di questo principio è riconoscere la wahdaniyyah, ossia l’unicità di Allah Ta‘ala. Non soltanto nel senso che Allah esiste, né semplicemente nel senso che Allah è uno. Piuttosto, nel senso che l’unico Creatore, Proprietario, Governatore e Sovrano dell’universo è Allah Ta‘ala. In tutta la creazione non esiste nessun altro che possieda l’autorità del governo, il diritto di ordinare e proibire, il diritto per cui qualcosa diventi haram quando la dichiara haram e halal quando la dichiara halal. Nessun altro, oltre ad Allah, possiede questo diritto e questa autorità. Poiché Egli è il Creatore, il Proprietario e il Signore, soltanto Lui ha il diritto di ordinare ai Suoi servi, nel mondo da Lui creato, di fare ciò che vuole e di proibire loro ciò che vuole. L’invito dell’Islam è di riconoscere Allah Ta‘ala in questa veste. Riconoscetelo in questo modo: noi non siamo servi di nessuno all’infuori di Lui; nessuno ha il diritto di governarci in contrasto con la Sua legge; le nostre teste non sono state create per inchinarsi davanti a nessuno all’infuori di Lui; la nostra vita e la nostra morte sono sotto la Sua autorità. Quando vuole, può darci la morte; e può mantenerci in vita per tutto il tempo che vuole. Se la morte giunge da parte Sua, non esiste al mondo alcuna forza capace di salvarci. E se Egli vuole mantenerci in vita, nessuna forza al mondo può distruggerci. Questa è la concezione islamica di Allah.
Secondo questa concezione, tutto il creato, dalla terra fino al cielo, è sottomesso e obbediente ad Allah; e il compito dell’essere umano che vive in questo creato è anch’egli di rimanere sottomesso e obbediente ad Allah. Se invece è libero e arbitrario, oppure accetta di obbedire a qualcun altro oltre ad Allah, l’intero ordinamento della sua vita finirà per essere in contrasto con l’ordinamento dell’universo. In altre parole, cercate di comprendere così: tutto l’universo procede sotto il comando di Allah, e nessuno può modificare questa realtà fondamentale. Ora, se noi procediamo sotto il comando di qualcuno diverso da Allah, oppure andiamo nella direzione che desideriamo secondo il nostro capriccio, ciò significherà che l’intero veicolo della nostra vita procede nella direzione opposta rispetto al veicolo dell’universo. In tal modo, tra noi e l’universo continua un conflitto eterno.
Considerate la questione anche da un altro punto di vista: secondo la concezione dell’Islam, il corretto modo di vivere (Way of Life) per l’essere umano consiste unicamente nell’obbedire ad Allah. Egli è una creatura e Allah è il suo Creatore. In quanto essere creato, è sbagliato per lui essere libero e arbitrario, così come è sbagliato sottomettersi e obbedire a chiunque altro oltre al Creatore. Qualunque delle due vie egli scelga, essa sarà in contrasto con la verità; e le conseguenze velenose dello scontro con la verità ricadono su chi lo provoca, senza arrecare alcun danno alla verità.
L’invito a servire Allah
L’invito del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è: «Poni fine a questo conflitto. Le norme e il modo di vivere della tua esistenza dovrebbero essere quelli del Signore dell’intero universo. Non atteggiarti a legislatore tu stesso, né riconoscere ad altri il diritto di applicare la propria legge sulla terra di Allah e sui servi di Allah. La legge del Creatore dell’universo è l’unica vera legge; tutte le altre leggi sono false e nulle».
L’invito a obbedire al Messaggero
Giunti a questo punto, davanti a noi si apre la seconda fase dell’invito del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Essa consiste nella sua inequivocabile dichiarazione: «Io sono il Profeta di Allah, ed Egli ha inviato, per mezzo mio, la Sua legge all’umanità. Io stesso sono sottoposto a quella legge. Neppure io ho il potere di apportarvi modifiche. Mi è stato ordinato soltanto di seguirla. Non ho neanche il diritto di creare qualcosa di nuovo di mia iniziativa. Questo Corano è una legge che mi è stata rivelata da parte di Allah. La mia Sunna è una legge che applico per ordine di Allah. Io stesso sono il primo a inchinare il capo davanti a questa legge (arabo****)». Poi invito tutti gli esseri umani ad abbandonare l’obbedienza alle leggi altrui e a obbedire a questa legge.
Il Messaggero di Allah è colui che ha diritto all’obbedienza dopo Allah
Nessuno pensi che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) possa obbedire egli stesso alla propria Sunna, dal momento che questa Sunna consiste nelle sue parole e nelle sue azioni. La realtà è che, così come il Corano proviene da Allah, allo stesso modo gli ordini che egli impartiva in qualità di Messaggero, ciò che vietava di fare e il modo di agire che stabiliva provenivano anch’essi da Allah. Questa è la Sunna del Messaggero, ed egli stesso le obbediva nello stesso modo in cui era obbligatorio obbedirle per tutti i credenti. Ciò diventa del tutto chiaro quando i nobili Compagni chiedevano al Profeta (pace e benedizioni su di lui) riguardo a una questione: «O Messaggero di Allah! Stai dicendo questo per ordine di Allah, oppure è una tua opinione personale?». Il Profeta rispondeva: «Non per ordine di Allah; piuttosto, questa è la mia opinione personale». Dopo averlo saputo, i nobili Compagni non si limitavano ad approvare le parole del Profeta, ma presentavano le proprie proposte. Allora il Profeta abbandonava la propria opinione e accettava le loro proposte. La stessa cosa risultava chiara quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) si consultava con i suoi Compagni. Questa consultazione dimostrava che, su quella questione, non era giunto alcun ordine da parte di Allah. Infatti, se vi fosse stato un ordine di Allah, non si sarebbe posto alcun problema di consultazione. Episodi di questo genere si verificarono molte volte nella vita del Profeta (pace e benedizioni su di lui), e ne troviamo una descrizione dettagliata negli hadith. Anzi, i nobili Compagni dicevano: «Non abbiamo visto nessuno consultarsi più del Profeta (pace e benedizioni su di lui)». Riflettendo su questo, comprenderete che anche questa era una Sunna del Profeta: consultarsi nelle questioni riguardo alle quali non vi è alcun ordine di Allah. Il Messaggero di Allah, per non parlare di qualsiasi altro governante, non dichiarò mai la propria opinione personale vincolante per gli altri. In questo modo il Profeta (pace e benedizioni su di lui) addestrò la Umma ad agire sulla base della consultazione e mostrò agli uomini che ciò per cui esiste un ordine di Allah deve essere seguito senza esitazione; mentre, laddove non vi sia alcun ordine di Allah, si deve esercitare senza timore il diritto alla libera opinione.
La vera carta della libertà
Per l’umanità, questa è una carta della libertà che nessuno, eccetto il Dīn al-Ḥaqq, ha mai donato. Il servo di Allah sarà servo soltanto di Allah. Non sarà servo di nessun altro; neppure sarà servo del Messaggero di Allah. Questa carta ha liberato l’essere umano dalla servitù e dall’obbedienza a chiunque altro oltre ad Allah, e ha posto fine per sempre al dominio, alla signoria e all’autorità degli uomini sugli uomini.
Insieme a ciò, il più grande beneficio che questo messaggio ha donato all’umanità è la supremazia di una legge che nessun re, dittatore, assemblea legislativa democratica o popolo che abbia abbracciato l’Islam ha il diritto di abrogare, distorcere o modificare. Questa legge dona all’uomo valori eterni del bene e del male, che non possono essere alterati così da trasformare il bene in male e il male in bene.
La concezione della responsabilità davanti ad Allah
La terza cosa che il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) insegnò agli uomini è questa: dovrai rendere conto davanti ad Allah. Non sei stato lasciato in questo mondo come una bestia senza briglie, libera di fare ciò che vuole, di pascolare a piacimento in qualunque campo e fattoria, senza che nessuno ti chieda conto. Al contrario, dovrai rendere conto al tuo Creatore e Signore di ogni tua parola e di tutte le azioni della tua vita volontaria. Dopo la morte dovrai essere riportato in vita e comparire davanti al tuo Signore per essere interrogato. Questa è una forza morale immensa: se essa prende posto nella coscienza dell’uomo, egli si troverà come se avesse sempre accanto un guardiano che lo mette in guardia contro ogni impulso alla malvagità e lo trattiene a ogni passo. Che all’esterno vi siano o meno una polizia pronta ad arrestarlo e un governo pronto a punirlo, dentro di lui siederà un critico scrupoloso; per timore di essere scoperto da lui, non potrà mai disobbedire ad Allah neppure in solitudine, nei boschi, nell’oscurità più profonda o in un luogo completamente deserto. Non esiste metodo migliore di questo per correggere e riformare moralmente l’uomo e costruire in lui un carattere saldo. Per quanto si tenti di formare il carattere con qualsiasi altro metodo, non si potrà andare oltre l’idea che le buone azioni siano benefiche e quelle cattive dannose nella vita terrena, e che l’onestà sia un principio nobile. Ciò significa che, se in linea di principio la cattiva condotta e la disonestà risultassero vantaggiose e non vi fosse alcun rischio di danno, si potrebbe praticarle senza esitazione. La conseguenza di questa prospettiva è che coloro che nella vita privata si comportano onestamente diventano, nella condotta nazionale, estremamente disonesti, ingannatori, predatori, oppressori e tiranni. Anzi, anche nella vita privata, pur essendo onesti in alcune questioni, diventano profondamente disonesti in altre. Vedrete che da un lato sono corretti nei rapporti e cortesi nei modi, mentre dall’altro sono alcolisti, adulteri, giocatori d’azzardo, profondamente immorali, corrotti e screditati. Dicono che la vita privata dell’uomo sia una cosa e la vita sociale, o vita pubblica, un’altra. Se si rimprovera loro qualche difetto della vita privata, rispondono subito: «Fatti gli affari tuoi».
Esattamente opposta è la credenza nell’Aldilà. Essa insegna che il peccato è sempre peccato, sia che nella vita terrena porti beneficio, sia che causi danno. Nella vita di chi avverte di dover rendere conto davanti ad Allah, la sfera privata e quella sociale non possono essere separate. Se egli pratica l’onestà, non lo fa perché essa sia un buon principio; piuttosto, l’onestà è entrata a far parte del suo stesso essere, e non riesce neppure a concepire che possa mai essere disonesto. La sua fede gli insegna che, se si comportasse disonestamente, sprofonderebbe al di sotto del livello degli animali, come è detto nel Corano:
In verità abbiamo creato l’uomo nella forma migliore. Poi lo abbiamo ricondotto al livello più basso.
Così, sotto la guida del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), l’umanità non ha ricevuto soltanto una legge immutabile fondata su valori morali eterni, ma anche una base assolutamente salda e incrollabile per il carattere e la condotta individuali e nazionali. Questa legge non dipende da circostanze tali per cui, se esistono un governo, una polizia e un tribunale, si possa seguire la via dell’onestà, mentre in caso contrario si debba diventare criminali.
L’esercizio della virtù nella vita mondana invece dell’ascetismo
La predicazione del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ci impartisce un’altra importante lezione: la virtù non è destinata alle celle appartate degli asceti, né alle khanqah dei dervisci, ma a manifestarsi in ogni ambito della vita terrena. L’elevazione spirituale e morale che il mondo cercava nei poveri e nei dervisci, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) la portò sul trono dello Stato e nei tribunali. Insegnò a lavorare nel commercio con il timore di Allah e la probità; insegnò alla polizia e ai soldati la taqwa e il timore di Allah. Eliminò dalla mente degli uomini l’errata concezione secondo cui un amico di Allah può essere soltanto colui che rinuncia al mondo e continua a ripetere esclusivamente “Allah, Allah”. Egli disse che la santità non consiste in questo; la vera santità consiste piuttosto nel fatto che una persona, sia governante, giudice, comandante dell’esercito, ufficiale di polizia, commerciante, industriale o impegnata in qualsiasi altro ambito della vita, pur appartenendo pienamente al mondo, dimostri in ogni momento di temere Allah e di essere retta e affidabile, soprattutto quando la sua fede viene sottoposta alla prova del fuoco. In questo modo egli trasse la virtù e la spiritualità dagli angoli appartati dell’ascetismo e le portò nell’economia e nella vita sociale, nella politica e nei tribunali, nonché nei campi di battaglia e della pace. Poi stabilì in tutti questi ambiti il dominio di un carattere virtuoso e purificato.
I nobili effetti della guida del Profeta (pace e benedizioni su di lui)
Questo fu il nobile effetto della sua guida e del suo orientamento: coloro che all’inizio della missione profetica erano briganti, egli li lasciò in una condizione tale che divennero persone affidabili e protettori della vita, dei beni, dell’onore e della dignità degli altri. Coloro che aveva trovato intenti a impossessarsi dei beni altrui, li lasciò come persone che concedevano i diritti, li tutelavano e incoraggiavano gli altri a riconoscere i diritti altrui. Prima di lui, il mondo conosceva soltanto governanti che tenevano sudditi soggiogati con l’oppressione e la tirannia e facevano valere la propria autorità e il proprio dominio vivendo in palazzi che svettavano fino al cielo. Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fece conoscere a quel medesimo mondo governanti che camminavano nei mercati come la gente comune e conquistavano i cuori con la giustizia, l’equità e il retto giudizio. Prima di lui, il mondo conosceva soldati che, entrando in un paese, compivano massacri ovunque, davano fuoco agli abitati e violavano l’onore e la castità delle donne delle nazioni sconfitte. Egli fece conoscere ancora a quel mondo eserciti che, entrando vittoriosi in una città, non facevano alcun male a nessuno se non all’esercito nemico e restituivano persino le imposte riscosse dalla città conquistata. La storia dell’umanità è colma di racconti della conquista di paesi e città. Ma nella storia non si trova alcun esempio paragonabile alla conquista della Mecca. L’ingresso del Profeta nella città i cui abitanti lo avevano oppresso e perseguitato per tredici anni avvenne in modo tale che egli avanzava con il capo chino davanti ad Allah. La sua fronte sfiorava il baldacchino del cammello e nel suo comportamento non vi era la minima traccia di orgoglio o arroganza. Quelle stesse persone, che per tredici anni avevano continuato a tormentarlo e perseguitarlo, che lo avevano costretto a emigrare e che anche dopo l’emigrazione avevano combattuto contro di lui per otto anni, dopo essere state sconfitte si presentarono davanti a lui implorando misericordia. Allora il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), invece di vendicarsi, disse: “Oggi non vi sarà alcun rimprovero contro di voi. Andate, siete liberi”.
Se qualcuno vuole comprendere l’influsso che l’esempio del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ebbe sulla comunità musulmana, guardi alla storia. Vedrà quale fu il comportamento dei musulmani quando entrarono in Spagna da conquistatori e quale fu invece il comportamento dei cristiani quando prevalsero su di loro. Durante le Crociate, quando i cristiani entrarono a Bayt al-Maqdis, come trattarono i musulmani? E quando i musulmani riconquistarono Bayt al-Maqdis ai cristiani, come trattarono i cristiani?
La sira del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) è un oceano così vasto che non è possibile racchiuderlo in un solo libro, né se ne può concepire l’immensità in un’unica conferenza. Tuttavia, per quanto ho potuto, ho brevemente illustrato alcuni dei suoi aspetti più significativi. Beati coloro che riceveranno la guida del cammino della vita attraverso questa guida unica.
— Fine —