Nel nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso

Introduzione

 وَإِن مِن أُمَّةٍ إِلّا خَلا فيها نَذيرٌ

«Non vi fu alcuna nazione presso la quale non giunse un ammonitore».

-(Sura al-Fatiha: 24)

وَلَقَد بَعَثنا فى كُلِّ أُمَّةٍ رَسولًا أَنِ اعبُدُوا اللَّهَ وَاجتَنِبُوا الطّٰغوتَ

«E abbiamo inviato in ogni nazione un profeta, che invitava dicendo: Adorate Allah e tenetevi lontani dall’obbedienza al Taghut».

-(Sura an-Nahl: 36)

هٰذا نَذيرٌ مِنَ النُّذُرِ الأولىٰ

“Tra gli ammonitori precedenti, egli è un ammonitore”.

-(Sura an-Najm: 56)

إِنَّكَ لَمِنَ المُرسَلينَ

“(O Muhammad) sei certamente un messaggero”. -(Sura Ya-Sin)

قُل ما كُنتُ بِدعًا مِنَ الرُّسُلِ

“(O Muhammad) di’: non sono affatto un messaggero senza precedenti”.

-(Sura al-Ahqaf: 9)

وَما مُحَمَّدٌ إِلّا رَسولٌ قَد خَلَت مِن قَبلِهِ الرُّسُلُ

“Muhammad non è altro che un Messaggero, e prima di lui sono già passati molti messaggeri”. – (Sura Āl ʿImrān: 144

قولوا ءامَنّا بِاللَّهِ وَما أُنزِلَ إِلَينا وَما أُنزِلَ إِلىٰ إِبرٰهۦمَ وَإِسمٰعيلَ وَإِسحٰقَ وَيَعقوبَ وَالأَسباطِ وَما أوتِىَ موسىٰ وَعيسىٰ وَما أوتِىَ النَّبِيّونَ مِن رَبِّهِم لا نُفَرِّقُ بَينَ أَحَدٍ مِنهُم وَنَحنُ لَهُ مُسلِمونَ

فَإِن ءامَنوا بِمِثلِ ما ءامَنتُم بِهِ فَقَدِ اهتَدَوا ۖ o

“Di’: Crediamo in Allah, nella rivelazione che è stata fatta scendere su di noi, nella rivelazione che fu fatta scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e sui suoi discendenti, e in ciò che fu dato a Mosè, a Gesù e agli altri profeti dal loro Signore. Non facciamo alcuna distinzione tra loro e siamo sottomessi ad Allah. Se dunque anch’essi credono nello stesso modo in cui avete creduto voi, allora sono sulla retta via”.

– (Sura al-Baqara: 136-137).

لَقَد مَنَّ اللَّهُ عَلَى المُؤمِنينَ إِذ بَعَثَ فيهِم رَسولًا مِن أَنفُسِهِم يَتلوا عَلَيهِم ءايٰتِهِ وَيُزَكّيهِم وَيُعَلِّمُهُمُ الكِتٰبَ وَالحِكمَةَ وَإِن كانوا مِن قَبلُ لَفى ضَلٰلٍ مُبينٍ

“In verità, Allah ha concesso una grande grazia ai credenti, suscitando per loro, tra loro stessi, un Messaggero che recita loro i Suoi versetti, li purifica e insegna loro il Libro e la saggezza. Altrimenti, prima di ciò, si trovavano certamente in un evidente smarrimento”. – (Sura Āl ʿImrān: 164).

 اليَومَ يَئِسَ الَّذينَ كَفَروا مِن دينِكُم فَلا تَخشَوهُم وَاخشَونِ ۚ اليَومَ أَكمَلتُ لَكُم دينَكُم وَأَتمَمتُ عَلَيكُم نِعمَتى وَرَضيتُ لَكُمُ الإِسلٰمَ دينًا ۚ

«Oggi ho perfezionato per voi la vostra religione, ho riversato su di voi la Mia grazia e ho scelto per voi l’Islam come sistema di vita». — (Sura al-Māʾida: 3)

 

تَاللَّهِ لَقَد أَرسَلنا إِلىٰ أُمَمٍ مِن قَبلِكَ فَزَيَّنَ لَهُمُ الشَّيطٰنُ أَعمٰلَهُم فَهُوَ وَلِيُّهُمُ اليَومَ وَلَهُم عَذابٌ أَليمٌ

وَما أَنزَلنا عَلَيكَ الكِتٰبَ إِلّا لِتُبَيِّنَ لَهُمُ الَّذِى اختَلَفوا فيهِ ۙ وَهُدًى وَرَحمَةً لِقَومٍ يُؤمِنونَ

«Per Dio, o Muhammad, abbiamo inviato prima di te la guida a diverse comunità. Ma poi Satana ha reso ai loro occhi piacevoli le loro cattive azioni. Oggi egli è diventato il loro protettore, ed essi sono destinati a un castigo doloroso. E abbiamo fatto scendere su di te questo Libro soltanto perché tu rendessi loro manifesta quella verità sulla quale sono sorti contrasti fra loro. E lo abbiamo fatto scendere anche perché fosse guida e misericordia per coloro che ne riconoscono l’obbedienza».

— (Sura an-Naḥl: 63–64)

يٰأَهلَ الكِتٰبِ قَد جاءَكُم رَسولُنا يُبَيِّنُ لَكُم كَثيرًا مِمّا كُنتُم تُخفونَ مِنَ الكِتٰبِ وَيَعفوا عَن كَثيرٍ ۚ قَد جاءَكُم مِنَ اللَّهِ نورٌ وَكِتٰبٌ مُبينٌ

يَهدى بِهِ اللَّهُ مَنِ اتَّبَعَ رِضوٰنَهُ سُبُلَ السَّلٰمِ وَيُخرِجُهُم مِنَ الظُّلُمٰتِ إِلَى النّورِ بِإِذنِهِ وَيَهديهِم إِلىٰ صِرٰطٍ مُستَقيمٍ

“O Gente della Scrittura! È giunto a voi il Nostro Messaggero, che vi espone molte delle cose che nascondete della Scrittura e che perdona molte altre cose. È giunta a voi, da parte di Allah, una luce e un Libro chiaro, mediante il quale Egli guida verso le vie della pace coloro che seguono ciò che Gli compiace, li conduce, per Sua volontà, dalle tenebre alla luce e li guida sulla retta via”. – (Sura al-Māʾida, 15-16).

يٰأَيُّهَا النَّبِىُّ إِنّا أَرسَلنٰكَ شٰهِدًا وَمُبَشِّرًا وَنَذيرًا

وَداعِيًا إِلَى اللَّهِ بِإِذنِهِ وَسِراجًا مُنيرًا

“O Profeta! Ti abbiamo inviato come testimone, annunciatore di buone novelle, ammonitore, invitante verso di Lui con il permesso di Allah e come lampada luminosa”. – (Sura al-Aḥzāb, 45-46).

يَأمُرُهُم بِالمَعروفِ وَيَنهىٰهُم عَنِ المُنكَرِ وَيُحِلُّ لَهُمُ الطَّيِّبٰتِ وَيُحَرِّمُ عَلَيهِمُ الخَبٰئِثَ وَيَضَعُ عَنهُم إِصرَهُم وَالأَغلٰلَ الَّتى كانَت عَلَيهِم ۚ فَالَّذينَ ءامَنوا بِهِ وَعَزَّروهُ وَنَصَروهُ وَاتَّبَعُوا النّورَ الَّذى أُنزِلَ مَعَهُ ۙ أُولٰئِكَ هُمُ المُفلِحونَ

“Egli ordina loro il bene, li distoglie dalle azioni peccaminose, rende lecite per loro le cose pure e rende illecite quelle impure. E toglie loro i pesi e i vincoli dai quali erano oppressi e incatenati. Dunque, coloro che credono in lui, lo sostengono e lo aiutano, e seguono la luce che è stata fatta discendere con lui, sono proprio loro i vittoriosi”. – (Sura al-Aʿrāf, 157).

إِنّا أَنزَلنا إِلَيكَ الكِتٰبَ بِالحَقِّ لِتَحكُمَ بَينَ النّاسِ بِما أَرىٰكَ اللَّهُ ۚ وَلا تَكُن لِلخائِنينَ خَصيمًا

“O Muhammad! Abbiamo fatto scendere su di te questo Libro con la verità, affinché tu giudichi tra le persone secondo ciò che Allah ti ha mostrato e affinché tu non divenga l’avvocato dei traditori”. – (Sura an-Nisāʾ, 105).

هُوَ الَّذى أَرسَلَ رَسولَهُ بِالهُدىٰ وَدينِ الحَقِّ لِيُظهِرَهُ عَلَى الدّينِ كُلِّهِ ۚ

“Allah è Colui che ha inviato il Suo Messaggero con la guida e la religione della verità, affinché Egli la faccia prevalere su ogni religione”. — (Sura al-Fath: 28).

قُل يٰأَيُّهَا النّاسُ إِنّى رَسولُ اللَّهِ إِلَيكُم جَميعًا الَّذى لَهُ مُلكُ السَّمٰوٰتِ وَالأَرضِ ۖ لا إِلٰهَ إِلّا هُوَ يُحيۦ وَيُميتُ ۖ فَـٔامِنوا بِاللَّهِ وَرَسولِهِ النَّبِىِّ الأُمِّىِّ الَّذى يُؤمِنُ بِاللَّهِ وَكَلِمٰتِهِ وَاتَّبِعوهُ لَعَلَّكُم تَهتَدونَ

“O Muhammad! Di’: o umanità! Io sono il Messaggero di Allah per tutti voi, Colui al quale appartiene il regno dei cieli e della terra; non vi è altra divinità all’infuori di Lui, il Quale dà la vita e dà la morte. Credete dunque in Allah e nel Suo Messaggero, il Profeta illetterato, che crede in Allah e nelle Sue parole,

وَأوحِىَ إِلَىَّ هٰذَا القُرءانُ لِأُنذِرَكُم بِهِ وَمَن بَلَغَ ۚ

“E di’: questo Corano mi è stato rivelato affinché, per mezzo suo, possa ammonire voi e coloro ai quali esso giungerà”.

ما كانَ مُحَمَّدٌ أَبا أَحَدٍ مِن رِجالِكُم وَلٰكِن رَسولَ اللَّهِ وَخاتَمَ النَّبِيّۦنَ ۗ

“Muhammad non è il padre di nessuno dei vostri uomini, ma è il Messaggero di Allah e il sigillo dei profeti”. — (Sura al-Ahzab: 40).

Nel nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso

Prefazione

Infinite lodi ad Allah l’Altissimo: il grande lavoro che era stato intrapreso è stato in gran parte portato a compimento, e si spera che, con il Suo aiuto, sarà completata anche la parte restante.

Se, mettendo completamente da parte il mio rapporto di appartenenza con il Maulana Sayyid Abul A‘la Mawdudi, si considera con sincerità il suo servizio alla religione, nasce, senza alcuna cieca venerazione, la consapevolezza che, nell’epoca attuale, non si trova un esempio, neppure nei più lontani orizzonti della storia, di qualcuno che abbia illustrato le verità fondamentali dell’Islam e i vari aspetti del suo completo sistema di vita con argomentazioni e prove così solide, in una forma espositiva così innovativa e con una tale ampiezza di dettagli. Il fatto è che, grazie al contributo da lui offerto, la vita di innumerevoli persone ha cambiato direzione. E quest’opera grandiosa costituisce per il Maulana un enorme capitale per l’Aldilà.

Da quando ho conosciuto il Maulana fino a oggi, intrattengo con lui un rapporto sincero; per questo il mio desiderio più ardente è che, per diffondere e propagare la saggezza e il pensiero del Maulana, si adottino diverse forme espositive. Al tempo stesso, sono al di sopra di una mentalità del tipo: utilizzare la personalità del Maulana, la sua reputazione e le opere da lui realizzate per soddisfare i miei interessi personali.

Era circa dieci o dodici anni fa. Eravamo seduti a conversare, nella stanza del Maulana Mawdudi, alcuni amici intimi. Nel corso della conversazione dissi che, se il Maulana lo avesse ritenuto opportuno, si sarebbe potuta compilare una biografia a partire dai suoi saggi e dagli altri suoi scritti. A questo proposito, il mio amico chiese che gli fosse affidato questo incarico. Io accettai. Tuttavia, quando, dopo il trascorrere di alcuni anni, il mio amico non ebbe ancora l’opportunità di svolgere questo lavoro, con il suo permesso sollevai nuovamente la questione presso il Maulana. Oltre alla materia proposta, il Maulana ci diede anche alcuni consigli generali sul lavoro da svolgere su altri argomenti.

Infine, dopo aver iniziato il lavoro, mi resi conto che compilare un’opera raccogliendo i testi originali dall’intero patrimonio letterario del Maulana era molto più difficile e laborioso che redigere personalmente un’opera di ricerca. Infatti, oltre ai sei volumi del Tafhimul Qur’an, occorreva studiare le sue numerose altre opere, individuare in esse i testi originali necessari e pertinenti secondo l’argomento, trascriverli e, infine, inserirli nei diversi capitoli e paragrafi e organizzarli sotto vari titoli. Questi compiti erano così ardui che perdevo ripetutamente il coraggio e pensavo che realizzare questo vasto progetto fosse al di là delle nostre capacità.

È una fortuna che in questo lavoro abbia ricevuto l’aiuto e la collaborazione di diversi amici. In particolare, il Maulana Abdul Wakil Alivi, M.A., ha lavorato con me per circa un anno e mezzo in modo tale che non sarebbe un’esagerazione dire che il contributo maggiore a quest’opera è stato il suo.

Dopo che, lavorando instancabilmente e in silenzio per un anno e mezzo o due, il lavoro fu portato a termine e presentato al Maulana, anche lui si meravigliò nel constatare quanto materiale riguardo alla personalità del Profeta Mustafa (pace e benedizioni su di lui) e alla sua vita avesse raccolto nei suoi saggi. Vedendo che, per mano di persone indegne come noi, era stata completata la compilazione preliminare di un’opera di quasi tre volumi, anche il Maulana espresse la sua soddisfazione. Nel primo volume vengono trattati gli argomenti fondamentali, la dignità della profezia, il sistema della rivelazione, l’avvento del Santo Profeta, l’ambiente e le circostanze dell’epoca precedente al Profeta, nonché la condizione del popolo al quale fu rivolto l’invito alla fede e quella di vari altri gruppi. Il secondo volume tratta gli avvenimenti del periodo compreso tra la nascita del Profeta Mustafa (pace e benedizioni su di lui) e la sua emigrazione a Medina; il terzo tratta i momenti culminanti della vita di lotta del Santo Profeta trascorsa a Medina. La compilazione del quarto volume è ancora da completare. Esso conterrà un quadro delle attività riformatrici del Profeta (pace e benedizioni su di lui), del suo insegnamento e dei cambiamenti avviati nei diversi ambiti della vita. Che Allah l’Altissimo ci conceda anche la capacità di portare a termine questo volume.

L’opera è stata compilata in modo tale che i saggi del Maulana e le sue varie dichiarazioni fondamentali sono stati ordinati sotto diversi titoli e il legame tra i contenuti è stato reso più saldo; di conseguenza, gli argomenti necessari da conoscere si presentano progressivamente alla vista. Vi sono pochi punti nei quali i due compilatori hanno dovuto inserire alcune parole di propria iniziativa o tratte da altre opere, indicandone anche la fonte. Vi sono due tipi di note: il primo è costituito da quelle inserite nel testo originale dell’autore; il secondo, da quelle aggiunte dai due compilatori. Questi due tipi di note sono stati riportati separatamente. Le citazioni tratte dai saggi dell’autore e riportate nei vari capitoli e paragrafi sono state elencate insieme alla fine dell’opera.

È motivo di gioia sapere che il Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi, nonostante la malattia e i numerosi impegni, ha letto dall’inizio alla fine questa nostra compilazione, apportando correzioni in vari punti e indicando quelli nei quali aggiungere alcune sue dichiarazioni fondamentali. Ciononostante, se nella compilazione di quest’opera fosse rimasto qualche errore o difetto, la responsabilità ricadrebbe interamente su di noi.

Per tutto ciò che abbiamo fatto e per il modo in cui lo abbiamo fatto, preghiamo ora che Allah lo accetti e che i lettori ne ricevano i raggi di luce della guida. Rivolgiamo inoltre ai lettori la richiesta di informarci, obbligandoci così alla gratitudine, qualora notassero in qualche punto un errore o un difetto, oppure ritenessero necessaria una correzione. Inshallah, nella prossima edizione daremo priorità alle loro proposte e ai loro suggerimenti e cercheremo di rendere l’opera ancora migliore.

– Na’im Siddiqi

 

Parole dei due compilatori

Riguardo al primo volume, è necessario precisare che, sotto i titoli degli argomenti trattati, sono stati raccolti quei saggi, discorsi e quelle citazioni necessarie del rispettato Maulana che, da un lato, fanno luce sulla dignità della profezia, sul sistema della rivelazione, sulla concezione della religione e su altri temi connessi e, dall’altro, delineano l’ambiente storico, religioso e politico dell’epoca dell’avvento del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e delle civiltà precedenti. Sebbene questa trattazione non presenti direttamente gli avvenimenti relativi alla vita del Santo Profeta, sarà tuttavia d’aiuto per comprendere la personalità del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui), la sua dignità e la sua lotta a tutto campo. Per questo abbiamo ritenuto necessario che, prima di studiare la sua biografia, i lettori familiarizzassero con queste trattazioni orientative.– I due compilatori

 

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L’Islam è in realtà il nome di quel movimento che vuole costruire l’intero edificio della vita umana sul concetto e sulla fede nella sovranità dell’unico Allah. Questo movimento procede fin dai tempi più antichi sulla stessa base e secondo lo stesso metodo. Esso è stato guidato da coloro che sono chiamati profeti e messaggeri di Allah l’Altissimo. Se dobbiamo dirigere questo movimento, è inevitabile che seguiamo il metodo d’azione di quei leader. Perché, al di fuori di questo, non esiste e non può esistere alcun altro metodo d’azione adatto a un movimento di questo genere. Quando cerchiamo di seguire le orme dei nobili profeti (pace su di loro) a questo proposito, ci troviamo di fronte a una grande difficoltà. Delle opere dei profeti antichi, che trascorsero la loro vita in epoche remote, non possiamo sapere molto. Nel Corano si trovano alcuni brevi accenni, ma da essi non è possibile ricostruire l’intero piano. Nel Nuovo Testamento della Bibbia si trovano alcune parole non attendibili attribuite a Gesù (pace su di lui), che fanno luce, in una certa misura, su un aspetto: come si può dirigere il movimento islamico nella sua fase iniziale e quali problemi deve affrontare. Tuttavia Gesù (pace su di lui) non dovette affrontare la fase successiva e non si trova alcun accenno al riguardo. Su questo tema riceviamo una guida chiara e completa da un’unica fonte, ossia la vita del Profeta Muhammad Mustafa (pace e benedizioni su di lui). Il nostro ritorno a lui non è dovuto soltanto al rispetto che gli portiamo; in realtà siamo obbligati a rivolgerci a lui per conoscere le salite e le discese di questo cammino. Tra tutti i leader del movimento islamico, il solo Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è il leader nella cui vita possiamo conoscere, dalla prima predicazione di questo movimento fino all’istituzione dello Stato islamico e, in seguito, fino alla struttura dello Stato, alla sua costituzione, alla politica interna ed estera e ai principi e metodi di amministrazione dello Stato, una descrizione completa e altamente affidabile di ogni fase e di ogni aspetto.

Prefazione dell’autore

In ogni epoca gli uomini hanno ricevuto la grazia dell’Islam attraverso soltanto due mezzi. Il primo: la Parola di Allah. Il secondo: Allah l’Altissimo non ha inviato i profeti soltanto come strumenti per trasmettere il Suo messaggio e per insegnarlo e farlo comprendere. Ha dato loro anche l’ordine di assumere una guida concreta e di indicare la retta via, affinché potessero riformare gli uomini e la società in vista della corretta realizzazione del messaggio di Allah, correggere l’ordine sociale corrotto e mostrare come ricostruire una società virtuosa e sana.

Questi due elementi sono sempre stati così intimamente legati che, separandone l’uno dall’altro, l’uomo non ha potuto né acquisire la corretta conoscenza della religione né ricevere la guida. Se si separa il Libro di Allah dal Profeta, esso diventa una nave priva di timoniere. Per quanto un viaggiatore inesperto possa vagare con essa sul mare della vita, non potrà mai raggiungere la destinazione. Se invece si separa il Profeta dal Libro di Allah, l’uomo non potrà in alcun modo salvarsi dal pericolo di prendere ciò che non è Dio per Dio, invece di trovare la via di Dio. Entrambe queste conseguenze furono subite dai popoli precedenti. Gli indù hanno cancellato le biografie dei fondatori della loro religione e si sono accontentati dei soli testi sacri. Il risultato è stato che hanno finito per cancellare anche quei testi. I cristiani, trascurando il Libro, rimasero aggrappati al lembo della veste del Profeta e alla sua persona. Alla fine trasformarono il Profeta di Allah nel figlio di Allah, anzi in Allah stesso.

Come in passato, anche nell’epoca moderna, per ricevere la grazia dell’Islam gli uomini dovranno ricorrere ai due mezzi che si sono tramandati da tempo immemorabile. Primo: la Parola di Allah, che oggi si può trovare esclusivamente nella forma del Sacro Corano. Secondo: l’esempio del Profeta, che oggi è conservato soltanto nella biografia del profeta arabo Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Se ancora oggi si vuole acquisire la corretta conoscenza dell’Islam, l’unico metodo è comprendere il Corano attraverso il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e comprendere il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) attraverso il Corano. Chiunque abbia compreso questi due elementi con l’aiuto reciproco dell’uno e dell’altro, ha compreso l’Islam. Altrimenti è rimasto privo della comprensione della religione e, di conseguenza, anche della guida.

Poiché il Corano e il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) hanno entrambi il medesimo scopo, obiettivo e compito specifico, tutto dipende da quanto si riesce a comprendere tale scopo e obiettivo. Se si ignora questo aspetto, si vedrà nel Corano soltanto un insieme di parole e frasi, e nella biografia del Profeta soltanto una raccolta di avvenimenti. Si potrà forse acquisire una conoscenza corretta e dettagliata della persona del Santo Profeta e dell’epoca attuale, mostrando il massimo zelo nella ricerca di dati e fatti storici, ma non si potrà percepire la forza vitale della religione. Questa comprensione, infatti, non è legata alle sole parole originali del Corano e alla cronaca degli avvenimenti, bensì allo scopo e all’obiettivo per i quali il Corano fu rivelato e per portare la cui bandiera apparve il Profeta. Quanto più chiara e corretta sarà la concezione di questo scopo e obiettivo, tanto più corretta sarà la concezione del Corano e della vita del Profeta. E se la concezione dello scopo e dell’obiettivo sarà errata, necessariamente sarà errata anche la concezione del Corano e del Profeta.

È assolutamente vero che il Corano e la biografia del Profeta sono come un oceano. Se qualcuno desiderasse ricavarne tutti i significati, l’essenza, i benefici e le benedizioni, non potrebbe riuscirci in alcun modo. Ciò che si può fare è cercare, per quanto possibile, di acquisire da essi la maggiore conoscenza possibile e di percepire, alla loro luce, quanto più possibile la forza vitale della religione.

Sono grato all’infinita misericordia di Allah l’Altissimo, che mi ha concesso la grazia di portare a termine Tafhim al-Qur’an, affinché potessi impiegare tutto lo sforzo e la capacità di cui disponevo per far comprendere il Sacro Corano. In seguito desiderai ardentemente dedicarmi con la penna alla biografia del Santo Profeta. Tuttavia, per portare a compimento il primo lavoro, sono trascorsi trent’anni della mia vita. Dopo di ciò non avevo più la forza di intraprendere il secondo lavoro, e il dolore di non potervi dare inizio continuava sempre a tormentarmi. Fu allora che il signor Na’im Siddiqi e il signor Abdul Wakil Alavi mi presentarono questa raccolta di testi sulla Sira, tratta dalle mie diverse opere e dai miei articoli. Rimasi meravigliato nello scoprire che nei miei scritti su un tema così vasto vi fosse una quantità tanto grande di materiale. Subito rivolsi loro, per questo loro instancabile lavoro, le mie spontanee e sincere congratulazioni e pregai per loro chiedendo ogni bene. Essi avevano infatti esaminato minuziosamente questi materiali, sparsi in luoghi diversi, e li avevano raccolti in modo appropriato. Sebbene l’insieme di questi materiali non sia sufficiente per comporre un’opera definitiva sulla Sira, tuttavia gli argomenti inseriti in questa raccolta saranno, insha’Allah, d’aiuto per comprendere la personalità del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) e il suo immenso contributo.

Naturalmente, non vi è alcun dubbio che tutto ciò che è stato aggiunto a quest’opera abbia già attirato l’attenzione dei lettori dei miei libri e dei miei articoli, e che la ripetizione non piaccia alla gente. Tuttavia, il lettore di quest’opera avvertirà personalmente che le idee disseminate in luoghi diversi e scritte negli ultimi trenta o quarant’anni alla luce di differenti ambienti e circostanze sono qui raccolte in forma di compilazione; studiando gli articoli separatamente non si ottiene la stessa utilità

Prego Allah l’Onnipotente affinché quest’opera divenga un mezzo per la guida dei Suoi servi e per la mia ricompensa nell’Aldilà.

-Abul A’la

Lahore

19 Dhu al-Qi‘dah 1392 dell’Egira

25 dicembre 1972 d.C.

Alcuni principi fondamentali riguardo alla continuità della profezia

Capitolo 1: L’essenza della profezia

Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole

La guida di Allah per l’umanità

Il Signore dei mondi, il Creatore, il Padrone e il Sovrano dell’intera terra, dei cieli e del creato, ha creato l’essere umano in questa parte del Suo vasto regno, che conosciamo come terra. Gli ha dato la capacità di conoscere, pensare e comprendere. Gli ha dato la capacità di distinguere il bene dal male. Gli ha dato la libertà di verificare, scegliere e decidere secondo la propria volontà. Gli ha conferito il diritto di esercitare la propria autorità. In breve, gli ha concesso una certa autonomia e lo ha insediato sulla terra nella posizione di Suo khalīfa, cioè Suo rappresentante.

Quando Allah, il Signore dei mondi, insediò l’essere umano in questa posizione, impresse profondamente nella sua mente questa verità: Egli soltanto è il Padrone unico dell’essere umano e dell’intero universo, l’Unico degno di obbedienza e il Sovrano! Nel Suo regno l’essere umano non è libero e non è neppure soggetto a qualcun altro; al di fuori di Lui, nessuno ha il diritto di ricevere l’obbedienza, la sottomissione, la devozione e l’adorazione dell’essere umano. È vero che l’essere umano è stato mandato in questa vita terrena con poteri autonomi, ma in realtà questo periodo costituisce per lui un tempo di prova. Egli solo deciderà, giudicando le loro azioni, chi tra loro avrà superato la prova e chi sarà fallito. L’unica visione corretta dell’essere umano consiste nell’accettare Allah come suo unico Signore, Dio e Sovrano. Egli agirà sulla terra secondo la legge che Allah stabilirà e vivrà considerando il mondo come un luogo di prova, con la consapevolezza che lo scopo autentico della sua vita è avere successo al momento del Giudizio finale. Al contrario, ogni visione diversa da questa sarà essa stessa lo scopo autentico della loro vita. Al contrario, ogni visione diversa da questa sarà vittima dell’errore. Se gli esseri umani adottano la prima visione, che sono liberi di adottare, allora sulla terra dovranno affrontare rovina e inquietudine e, dopo aver concluso la vita terrena ed essere entrati nella vita dell’Aldilà, saranno gettati nella fossa dell’eterna tristezza, angoscia e disgrazia, chiamata Jahannam.

‘musulmano’ (sottomesso): l’ordine di rimanere

Il Signore dei mondi ha ordinato all’essere umano di vivere sulla terra in sottomissione. Egli mostrò anche al primo essere umano, Adamo (su di lui la pace), a Eva e ai loro figli come avrebbero dovuto agire sulla terra. Questo primo essere umano non era immerso nell’oscurità dell’ignoranza e dell’incomprensione al momento della sua creazione; al contrario, Allah diede inizio alla sua vita sulla terra in un ambiente completamente illuminato. Egli conosceva la verità. Gli era stata data anche la legge secondo cui vivere, e il suo modo di vita era l’obbedienza ad Allah, cioè l’Islam; egli insegnò ai propri figli a vivere sulla terra sottomessi ad Allah, cioè musulmani.

 

L’allontanamento dalla retta via

Ma nei secoli successivi gli esseri umani si allontanarono gradualmente dal corretto modo di vivere, il dīn, e intrapresero la via dell’errore. Per negligenza e trascuratezza arrivarono a cancellare questo modo di vivere e lo deformarono anche con atteggiamenti disonesti e azioni malvagie. Trasformarono in associati dell’autorità e della sovranità di Allah varie entità umane, non umane, immaginarie e materiali della terra e del cielo. Mescolando alla vera conoscenza donata da Allah ogni sorta di immaginazioni, idealismi, ideologie e filosofie, elaborarono, secondo i propri desideri, inclinazioni, tendenze e atteggiamenti faziosi, un sistema di vita tale che la terra di Allah finì per riempirsi di oppressione.

Dopo aver concesso all’uomo un’autonomia limitata, come potrebbe Allah usare il proprio potere creativo per costringere gli uomini traviati a ritornare sulla retta via? E, dopo aver stabilito un termine entro il quale le diverse tribù e nazioni umane dovessero operare sulla terra, non sarebbe neppure giusto che Egli distruggesse tutta l’umanità non appena sorgesse la ribellione. Fin dal primo giorno della creazione dell’uomo, Egli ha assunto anche la responsabilità di guidarlo entro il periodo stabilito, lasciando intatta la sua capacità di autodeterminazione. Pertanto, per adempiere a questa responsabilità che si era assunto, cominciò a servirsi di uomini scelti tra gli stessi esseri umani, i quali credevano in Lui e obbedivano alla Sua volontà e ai Suoi comandi. Li nominò Suoi rappresentanti. Inviò loro il Suo messaggio. Concesse loro la vera conoscenza. Donò loro una legge di vita corretta e infallibile. Li incaricò di invitare i discendenti traviati di Adamo sulla retta via.

Questi profeti nominati da Allah continuarono ad apparire in diversi paesi e tra diverse nazioni. La loro venuta proseguì per migliaia di anni. Erano inoltre innumerevoli. La loro religione era una sola: quella visione vera e corretta e quella legge di vita che erano state fatte conoscere all’uomo fin dal primo giorno. Tutti seguivano la medesima guida, cioè quei principi originari ed eterni del carattere, della moralità e della civiltà e cultura che erano stati stabiliti per l’uomo all’inizio della creazione. Avevano tutti la stessa missione. La loro missione consisteva nell’invitare le proprie tribù e nazioni a questa religione e a questa guida e, in seguito, nell’organizzare coloro che avessero accolto l’invito, trasformandoli in una comunità e in un gruppo che obbedissero alla legge di Allah, la rendessero vigente anche nel mondo e si impegnassero e combattessero per impedire che essa venisse contrastata. Ciascuno di questi profeti era, per l’umanità della propria epoca, la guida di Allah

e adempié in modo appropriato, nella propria epoca, alla missione che gli era stata affidata. Tuttavia, si vide sempre che un numero enorme di persone non accettava il loro invito. Anche coloro che accoglievano tale invito e entravano a far parte della comunità musulmana cominciavano gradualmente a corrompersi. Così, alcune di queste comunità perdettero completamente la guida di Allah, mentre altre aggiunsero e alterarono le parole di Allah secondo i propri desideri, cambiandone persino l’aspetto.

Infine, il Signore dei mondi inviò in Arabia Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui), affidandogli la stessa responsabilità con cui aveva inviato in precedenza i profeti del passato. Egli invitò la gente comune e anche i seguaci traviati dei profeti precedenti. La sua responsabilità consisteva nell’invitare tutti alla visione corretta e alla vera via, nel trasmettere nuovamente a tutti la guida di Allah e nel trasformare coloro che avessero accettato questa via e questa guida in una comunità che, da un lato, avrebbe istituito il proprio sistema di vita sulla base della guida di Allah e, dall’altro, si sarebbe impegnata e avrebbe combattuto per riformare gli abitanti del mondo.

La profezia e il patto originario

(Arabo****************** a pagina 29 del PDF)

«E [o Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui)!] Ricorda alla gente il momento in cui il tuo Signore trasse dai lombi dei figli di Adamo la loro progenie, li fece testimoniare contro se stessi e domandò loro: “Non sono forse Io il vostro Signore?”. Essi risposero: “Sì, certamente, Tu sei il nostro Signore. Ne rendiamo testimonianza”. Questo affinché nel Giorno della Resurrezione non possiate dire: “Noi non ne eravamo a conoscenza”. E affinché non possiate dire: “I nostri padri avevano dato inizio all’associazione di altre divinità ad Allah prima di noi, e noi siamo nati dopo di loro. Ci punirai forse per l’errore commesso da coloro che erano traviati?”»

— (Sura al-A‘raf: 172-173)

Questo versetto espone lo scopo per il quale, agli albori della creazione, fu richiesta una dichiarazione di riconoscimento a tutti i discendenti di Adamo. Tale scopo è che gli uomini i quali seguiranno la via della ribellione contro Allah siano ritenuti pienamente responsabili di questo loro crimine. Nel tentativo di discolparsi al riguardo, non avranno la possibilità di addurre come scusa la propria ignoranza, né potranno liberarsi dalla responsabilità dei propri errori scaricandola sui loro antenati. In altre parole, Allah Ta‘ala ha considerato questo giuramento e patto originario, stipulato al momento della nascita, come la prova che ogni essere umano porta personalmente dentro di sé la testimonianza che Allah è l’unico Ilah, l’unico Rabb e Signore; perciò sarebbe errato affermare che una persona possa liberarsi completamente dalla responsabilità dei propri errori e del proprio traviamento soltanto perché è stata allevata nella più completa ignoranza o in un ambiente fuorviante.

A questo punto sorge la domanda: se questo patto originario è stato davvero efficace, esso è conservato nella nostra coscienza e nella nostra memoria? C’è forse qualcuno tra noi che sappia di essere stato presentato al proprio Allah prima dell’inizio della creazione, di aver ricevuto la domanda: «Non sono forse il vostro Signore?», e di aver risposto: «Sì»? Se la risposta è negativa, come può essere considerato contro di noi, come prova, il ricordo di quel giuramento, ormai scomparso dalla nostra coscienza?

Si può rispondere che, se fosse stato disposto che le tracce di quel patto e di quel giuramento rimanessero vive nella coscienza e nella memoria dell’uomo, sarebbe stato del tutto privo di senso mandarlo nell’attuale laboratorio di prova del mondo. Infatti, dopo aver posto la domanda, una prova di questo genere non avrebbe avuto realmente alcun significato. Perciò, sebbene le sue tracce non siano rimaste vive nella memoria e nella coscienza, esse sono certamente conservate nel subconscio (Sub-conscious mind) e nelle sensazioni intuitive (Intuition). La loro condizione è la stessa delle nostre altre sensazioni e delle conoscenze acquisite inconsciamente. Tutto ciò che l’uomo è riuscito finora ad acquisire nei campi della civiltà, della cultura, della moralità e delle relazioni sociali era in realtà già presente in forma latente nell’essere umano. Tutto ciò che le forze esteriori e interiori sono riuscite a fare congiuntamente è stato soltanto rendere effettivamente presente ciò che era latente. È vero che, se nell’uomo non è latente la potenzialità di una determinata cosa, nessuna istruzione, esercizio, influenza dell’ambiente o forza interiore può in alcun modo generarla in lui. Allo stesso modo, per quanto possano tentare, queste forze non sono capaci di cancellare definitivamente neppure una delle potenzialità latenti nell’uomo. Al massimo possono fare in modo che, nonostante ogni sorta di deformazione, deviazione e traviamento, questa realtà rimanga latente interiormente, continui a esercitare la propria forza per manifestarsi e resti sempre pronta a rispondere agli stimoli e agli appelli esteriori. Ho già detto che lo stesso vale per tutte le nostre sensazioni e per le conoscenze acquisite inconsciamente:

Tutto quanto è stato descritto sopra è attivamente presente in noi, e otteniamo una prova certa della sua esistenza proprio attraverso tutto ciò che si manifesta concretamente da parte nostra.

Perché tutte queste realtà si manifestino, sono necessari richiami, istruzione ed esercizio provenienti dall’esterno. Tutto ciò che si manifesta da parte nostra è in realtà la guida di Allah per l’umanità esterna.

La risposta all’appello. E queste risposte provengono dalle realtà attive presenti in noi.

Le tendenze interiori errate e le reazioni esteriori errate possono reprimere, celare, deformare e quasi annientare tutte queste realtà, ma non possono cancellarle completamente. Per questo, sia attraverso le sensazioni interiori sia attraverso gli sforzi esteriori, sono possibili la correzione e il cambiamento (Conversion).

Anche la conoscenza intuitiva che abbiamo acquisito riguardo alla nostra vera posizione in questo universo e al nostro rapporto con il Creatore dell’universo si trova esattamente allo stesso livello.

La prova della sua esistenza sta nel fatto che, in ogni epoca della vita umana, in ogni tempo e in ogni paese, se ne osservano l’origine e lo sviluppo in ogni insediamento umano, tra stirpi, tribù e individui. In nessuna epoca e in nessun periodo alcuna forza del mondo è riuscita a estinguerla.

Ogni volta che essa si è effettivamente manifestata nella nostra vita, è stata capace di produrre buoni risultati. Questa è la prova della sua conformità alla verità.

Per la sua origine, la sua manifestazione e l’assunzione di una forma concreta, si è sempre rivelata necessaria una sollecitazione esterna. Per questo si è visto che i profeti di Allah, i Libri celesti e tutti coloro che, seguendoli, invitano alla verità, si sono adoperati per compiere la medesima funzione. Perciò nel Corano essi sono indicati come muḏakkir (colui che ricorda), ḏikr (ricordo), taḏkira (memoria), e la loro opera è chiamata taḏkīr (far ricordare). Ciò significa che i profeti, i Libri celesti e coloro che invitano alla verità non creano nell’essere umano qualcosa di nuovo; si limitano invece a sviluppare e ravvivare ciò che era già presente nel suo intimo.

Il verdetto della ragione riguardo alla profezia

Nelle grandi città vediamo centinaia di fabbriche e impianti funzionare grazie all’energia elettrica. Circolano tram e treni. Di notte, all’improvviso, si accendono migliaia di lampade; d’estate, nelle case, i ventilatori girano sopra le nostre teste. Tuttavia, alla vista di questi fenomeni non proviamo alcuna meraviglia. Né vi è tra noi alcun dissenso riguardo alla causa della luminosità e del movimento di questi apparecchi. Perché? Perché vediamo con i nostri occhi i fili ai quali sono collegate le lampade. Sappiamo anche dove si trova la centrale elettrica a cui questi fili sono collegati. Sappiamo inoltre che è l’ingegnere a occuparsi dell’elettricità. E sappiamo che le lampade elettriche si accendono grazie all’energia prodotta. Dunque, il motivo per cui, osservando i segni dell’elettricità, non sorgono tra noi divergenze di opinione sulla loro causa e sul loro funzionamento è che l’intera catena causale rientra nell’ambito della nostra percezione e noi l’abbiamo osservata direttamente. Supponiamo invece che queste lampade si accendessero, che i ventilatori girassero vorticosamente, che tram e treni corressero, che le ruote delle fabbriche e delle macchine girassero, ma che rimanessero invisibili i fili attraverso i quali l’elettricità viene fornita a tutte queste cose; che anche la centrale elettrica fosse al di fuori della portata dei nostri sensi; e che non potessimo sapere che questa fabbrica viene fatta funzionare dall’energia di coloro che lavorano nella centrale. In tal caso, osservando quei segni dell’elettricità, la nostra mente sarebbe certa? Vi sarebbe allora unanimità tra noi riguardo alla causa e al funzionamento di quei segni? È evidente che la risposta sarebbe negativa. Perché, quando la causa e il funzionamento dei segni rimangono nascosti e nessuno è in grado di conoscerli, è del tutto naturale che nella mente sorgano, insieme alla meraviglia, inquietudine e instabilità, che il cervello e l’intelletto si mettano a indagare questo profondissimo mistero e che riguardo a esso si formino idee, supposizioni e opinioni diverse.

Chiariamo ancora un po’ la questione. Ammettiamo che ciò che prima era stato soltanto supposto esista realmente ed effettivamente. In altre parole, che davvero si accendano migliaia e milioni di lampade elettriche, che ruotino milioni e milioni di ventilatori elettrici, che i veicoli corrano e che le ruote delle fabbriche e delle macchine continuino a girare, ma che non disponiamo di alcun mezzo per sapere quale energia agisca al loro interno e da dove provenga. La gente è rimasta sopraffatta dalla meraviglia alla vista di questi segni.

Le opinioni divergenti della gente

Molti hanno fatto correre i cavalli dell’intelletto alla ricerca della causa di tutto ciò. Alcuni hanno detto: «Si sono accesi da soli e funzionano da soli. Al di fuori della loro stessa esistenza non vi è alcun altro essere che abbia conferito loro la luce o il movimento». Altri sostengono che sia la stessa natura della composizione degli elementi di cui sono costituiti a produrre in essi lo stato di luminosità e di movimento. Secondo alcuni, dietro questo mondo materiale esiste un gruppo di divinità: alcune accendono le lampade, altre fanno funzionare tram e treni, altre fanno girare i ventilatori e altre ancora fanno girare le ruote delle fabbriche e delle macchine. Un altro gruppo di persone, invece, si è stancato di riflettere sulla questione e alla fine ha cominciato a dichiarare la propria incapacità, dicendo: «La nostra ragione non è capace di penetrare nel profondo di questo prodigio. Sappiamo soltanto ciò che possiamo vedere e percepire. Non comprendiamo nulla oltre questo. E ciò che non comprendiamo non possiamo né dichiararlo vero né dichiararlo falso».

Queste persone sono in contrasto tra loro. Tuttavia, a sostegno delle proprie idee e contro quelle altrui, nessuna di loro dispone di altro mezzo di conoscenza se non opinioni, supposizioni e fantasie.

 

Una pretesa singolare

Mentre questa disputa era in corso, giunse un uomo e disse: «Mettete da parte tutte le vostre opinioni; io possiedo un mezzo di conoscenza che voi non avete. Grazie a quel mezzo ho potuto sapere che queste lampade, questi ventilatori, questi orologi, queste fabbriche e queste macchine sono collegati a certi fili invisibili che voi non percepite. Da una grande centrale elettrica viene fornita energia a questi fili, che si manifesta sotto forma di luce e movimento. In questa centrale vi sono enormi macchinari. Innumerevoli impiegati e tecnici li fanno funzionare, e tutti sono sottoposti all’autorità di un grande ingegnere. L’ingegnere ha istituito questo sistema con la propria conoscenza e la propria forza. Tutto ciò avviene sotto le sue direttive e la sua gestione».

In seguito giunse un altro uomo. Anch’egli continuò a presentare la stessa affermazione con la medesima pretesa. Poi arrivarono una terza, una quarta e una quinta persona. Anche loro ripeterono la stessa cosa nello stesso modo dei predecessori. Dopodiché iniziò una successione ininterrotta di nuovi arrivati. Il loro numero superò persino le centinaia e le migliaia, arrivando a centinaia di migliaia. Tutti presentarono la medesima affermazione con la medesima pretesa. Nonostante le differenze di luogo, tempo e circostanze, non si riscontrava alcuna differenza nelle loro parole e nelle loro pretese. Tutti dicevano: «Possediamo un mezzo di conoscenza che la gente comune non possiede». Furono tutti definiti pazzi e sottoposti a ogni sorta di soprusi e persecuzioni. Furono costretti in ogni modo a ritirare la propria pretesa, ma rimasero tutti saldi nella loro affermazione, e nessuna forza al mondo poté spostarli di un solo passo dalla loro posizione. Insieme a questa fermezza e incrollabilità, avevano anche un’altra caratteristica degna di nota: nessuno di loro era bugiardo, ladro, truffatore, malfattore, oppressore o dedito a guadagni illeciti. Lo riconoscevano persino i loro oppositori e nemici. Erano tutti puri, incontaminati e dotati di una straordinaria rettitudine morale; nel trattare gli altri con benevolenza e correttezza possedevano, tra tutta l’umanità, una qualità unica. In loro non si scorgeva neppure alcun segno di follia; al contrario, erano dotati di elevato carattere morale e di purezza spirituale. Quanto alle questioni terrene, lungi dal limitarsi a presentarle, i più grandi sapienti, studiosi, teorici ed esperti del mondo trascorrono tutta la vita cercando di comprendere pienamente i loro profondi misteri e le loro sottili verità.

Nel tribunale della ragione e del buon senso

Da una parte vi è il gruppo dei vari e reciprocamente contraddittori negatori, dall’altra il gruppo dei sostenitori dell’unica pretesa. Nel tribunale della ragione e del buon senso vengono presentate le cause di entrambi i gruppi. In qualità di giudice, la ragione e il buon senso devono anzitutto comprendere adeguatamente la propria posizione; poi, dopo aver esaminato la condizione di entrambe le parti e averle messe a confronto, devono decidere quale delle due affermazioni debba essere considerata prevalente.

La condizione del giudice è tale che non dispone di alcun mezzo per conoscere la realtà dei fatti. Egli stesso non conosce la verità. Davanti a lui vi sono soltanto le dichiarazioni di entrambe le parti, le argomentazioni e le prove, la loro condizione personale, nonché i segni e gli indizi esteriori. Deve esaminarli con lo sguardo dell’investigatore. Tuttavia, non può giungere ad alcuna conclusione che vada oltre ciò che è più probabile. Infatti, sulla base di tutte le informazioni e dei resoconti presenti sul suo tavolo, non gli è possibile penetrare nella verità reale. Può dare la preferenza all’affermazione di una delle due parti, ma non può dichiarare con certezza definitiva quale delle due sia vera e quale falsa.

La condizione dei negatori

La condizione di coloro che li dichiarano falsi è:

Primo: le loro opinioni sulla verità sono diverse. Non vi è accordo tra loro su alcuna questione. Persino tra gli appartenenti ai gruppi che seguono questa dottrina sorgono spesso divergenze di opinione.

Secondo: essi stessi ammettono di non possedere alcun mezzo esclusivo di conoscenza. Ciascun gruppo, al massimo, sostiene che la propria congettura sia più forte del giudizio della ragione riguardo alla profezia altrui; tuttavia, tutti ammettono che le proprie congetture sono appunto congetture.

Terzo: la loro fede, convinzione e certezza nelle semplici congetture non appartengono al livello di una fede incrollabile. Tra loro si trovano innumerevoli esempi di cambiamento d’opinione. Spesso si è visto che una persona, fino al giorno precedente, sosteneva con grande veemenza un’opinione e che il giorno dopo si opponeva essa stessa alla propria opinione, proponendone un’altra. Nella maggior parte dei casi, le loro opinioni cambiano con l’avanzare dell’età, dell’intelligenza, della conoscenza e dell’esperienza.

Quarto: per dichiarare falsi i singoli pretendenti, essi dispongono di un unico argomento: questi non hanno alcuna prova certa a sostegno delle proprie pretese. Non hanno potuto mostrare i fili invisibili ai quali, secondo la loro pretesa, sono collegate le lampade e i ventilatori. Non hanno potuto fornire, mediante esperimenti, una prova diretta dell’esistenza dell’elettricità. Non hanno potuto mostrare a nessuno la centrale elettrica. Non hanno potuto mostrare i suoi apparati e macchinari. Non hanno potuto far incontrare nessuno neppure con l’ingegnere. Come si possono allora accettare le loro pretese come vere?

La condizione dei singoli pretendenti

D’altra parte, la condizione dei singoli pretendenti è la seguente:

Primo: tutti si fondano sull’unanimità. Su tutte le questioni fondamentali delle loro pretese regna tra loro la piena unanimità.

Secondo: la loro concorde affermazione è che possediamo un mezzo di conoscenza che la gente comune non possiede.

Terzo: nessuno di loro ha mai detto di parlare sulla base di congetture, supposizioni o immaginazione. Al contrario, tutti affermano unanimemente di avere un rapporto speciale con l’Ingegnere; i suoi dipendenti si recano da loro ed egli li ha condotti in visita alla propria fabbrica, mostrando loro ogni cosa. Pertanto, sostengono che ciò che affermano non si basa su supposizioni e immaginazione, bensì su una conoscenza effettiva della realtà e su piena convinzione.

Quarto: non esiste alcun esempio di qualcuno di loro che abbia modificato anche solo d’un pollice il proprio racconto. Ognuno di loro ha pronunciato le stesse parole dall’inizio della vita fino all’ultimo momento.

Quinto: il loro carattere è estremamente puro e incontaminato. Non vi è traccia di menzogna, inganno, malizia o frode. Non vi è alcun motivo per ritenere che persone veritiere e sincere in ogni aspetto della vita abbiano mentito all’unisono proprio su quest’unica questione.

Sesto: non è dimostrato che dietro questa loro affermazione vi fosse un interesse personale. A causa di essa, la maggior parte di loro subì sofferenze e persecuzioni estreme, affrontò pericoli, patì la prigionia, fu sottoposta a torture fisiche e venne espulsa dal proprio paese. Molti furono persino uccisi. Non si vide neppure che qualcuno di loro conseguisse prosperità e abbondanza. Non si può dunque accusarli di aver perseguito un qualche interesse personale. Al contrario, il fatto che, in circostanze così estreme, siano rimasti saldi nella loro singola affermazione dimostra che la loro fiducia e convinzione nella propria veridicità erano salde come montagne. La loro convinzione aveva raggiunto un tale livello che nessuno di loro ritirò la propria affermazione neppure per salvare la propria vita.

Settimo: non vi è alcuna prova che fossero pazzi o avessero perso la ragione. In ogni ambito della vita si è visto che erano tutti estremamente sapienti e dotati di mente equilibrata. Persino i loro avversari, nella maggior parte dei casi, hanno riconosciuto la superiorità del loro sapere. Come si può allora accettare che, proprio in quest’unica questione, fossero caduti nella follia? Bisogna inoltre considerare l’importanza della questione. Per loro era diventata una questione di vita o di morte. Per essa affrontarono tutta l’umanità e lottarono per anni. Essa costituiva il fondamento di tutti i loro insegnamenti profondi, riconosciuto anche da molti di coloro che li dichiaravano mendaci.

Ottavo: non dissero mai che vi avrebbero fatto incontrare l’Ingegnere o i suoi dipendenti. Né dissero: «Possiamo mostrarvi la sua fabbrica segreta e invisibile» oppure «Possiamo dimostrare la nostra affermazione mediante esperimenti e osservazione diretta». Essi stessi definirono questa realtà come «invisibile» o appartenente al ghayb. A questo proposito dissero: «Abbiate fiducia in noi e accettate tutto ciò che diciamo».

Il verdetto del tribunale della ragione e dell’intelletto

Dopo aver esaminato la situazione e le argomentazioni delle due parti, il tribunale emette ora il proprio verdetto. Nel verdetto si afferma che entrambe le parti hanno indagato sulle cause interne osservando alcuni segni e indizi, e ciascuna ha espresso la propria opinione. A prima vista, le opinioni delle due parti sembrano uguali. Innanzitutto, infatti, nessuna delle loro opinioni è contraria alla ragione. In altre parole, alla luce delle leggi della ragione, non si può dire di nessuna di esse che sia necessariamente inesatta. In secondo luogo, l’esattezza dell’opinione di nessuna delle due parti può essere dimostrata mediante esperimenti o osservazione diretta. Questo è il verdetto della ragione e dell’intelletto riguardo alla profezia, che appartiene alla prima parte.

Nessun gruppo è in grado di presentare, a sostegno della propria dottrina, una prova scientifica alla quale ogni individuo sia obbligato a prestare fede. Neppure la seconda parte ne è capace, né pretende di esserlo. Tuttavia, dopo una riflessione e un’indagine più approfondite, emergono alcuni elementi sulla cui base, tra tutte le dottrine, proprio quella della seconda parte appare prevalente.

Innanzitutto, appare straordinario che un numero così grande di persone, in epoche e paesi diversi, sia avanzato in modo tanto unito a sostegno di una dottrina. Tutti continuano ad affermare con una sola voce di possedere uno straordinario mezzo di conoscenza e che, grazie a tale mezzo, hanno conosciuto le cause interne dei segni e degli indizi esteriori. Questo ci spinge ad accettare la veridicità della loro affermazione. In particolare, osserviamo che nei dati da loro presentati non vi è la minima contraddizione e che le loro informazioni non sono contrarie alla ragione. D’altra parte, il fatto che qualcosa non si trovi in alcune persone non può in alcun modo essere considerato impossibile secondo le leggi della ragione.

In secondo luogo, esaminando la natura degli indizi esteriori, si rafforza la convinzione che la dottrina della seconda parte sia quella corretta. Infatti, lampade, ventilatori, automobili, fabbriche e simili non sono diventati luminosi o mobili da sé. Se fosse così, il loro divenire luminosi e mobili dipenderebbe dalla loro stessa volontà. Ma non è ciò che vediamo, né la loro luce e il loro movimento sono il risultato inevitabile degli elementi di cui sono composti. Infatti, quando non sono luminosi o in movimento, quegli stessi elementi sono comunque presenti nella loro struttura. Inoltre, quando manca la luce in una determinata lampada, anche il ventilatore non funziona, il tram si ferma e la ruota della fabbrica non gira. Pertanto, le dottrine che la prima parte ha avanzato per spiegare gli indizi esteriori non hanno neppure il più lontano rapporto con la ragione e la logica. Qui appare assai più corretto affermare che all’interno di questi fenomeni è attiva una certa forza e che il suo estremo di controllo è nelle mani di un Essere sapiente e potente, il quale, secondo un ordine determinato, utilizza questa forza nei diversi fenomeni.

Quanto all’affermazione degli scettici secondo cui ciò è incomprensibile per la loro ragione e che ciò che la loro ragione non comprende non può essere definito né vero né falso, si può rispondere che neppure questa affermazione risulta corretta secondo la ragione. Infatti, il fatto che chi ascolta un evento riesca o meno a comprenderlo non determina il fatto che l’evento sia realmente accaduto. Per riconoscere che un evento si è verificato è sufficiente una testimonianza numerosa, affidabile e concorde. Se venissero da noi alcune persone affidabili e dicessero: «Abbiamo visto persone nei paesi occidentali volare nell’aria a bordo di veicoli di ferro e, seduti a Londra, abbiamo ascoltato con le nostre orecchie una canzone proveniente dall’America», in tal caso ci limiteremmo a verificare: queste persone non sono forse bugiarde o burlone? Non hanno forse alcun interesse personale nel fare simili affermazioni? Non hanno forse subito un’alterazione mentale? Se si dimostrasse che non sono bugiarde, burlone o pazze, che non hanno alcun interesse legato a questa faccenda e, inoltre, vedessimo che molte persone veritiere e intelligenti continuano ad affermarlo con piena sicurezza e senza alcuna divergenza di opinione, allora dovremmo certamente accettarlo. Che comprendiamo o meno il fatto che un veicolo di ferro voli nell’aria o che una canzone, senza alcun mezzo materiale, venga udita in un luogo distante migliaia di miglia, che importanza avrebbe?

Questa è la conclusione della coscienza e della ragione in merito. Ma lo stato di fede e convinzione, chiamato iman, non nasce in questo modo. A tal fine è necessaria la percezione interiore. È necessaria una voce che provenga dall’interno del cuore e che, annunciando la fine della menzogna, del dubbio e dell’incertezza, dica con parole inequivocabili: tutte le congetture degli uomini sono false. La verità è soltanto ciò che le persone veritiere hanno dichiarato, non sulla base delle proprie congetture, bensì sulla base di una conoscenza illuminata dalla certezza e di una profonda intuizione interiore.

La necessità e il significato della profezia

Il più grande bisogno dell’essere umano

(Arabo****************pagina 39 del PDF)

«Spetta ad Allah indicare la via retta, mentre ve ne sono anche di tortuose».

Nel presentare qui gli argomenti a sostegno del tawhid, della misericordia e dell’intera «rububiyya» di Allah, è stato addotto implicitamente anche un argomento a sostegno della profezia. Il breve riassunto di questo argomento è il seguente:

Per gli esseri umani del mondo sono possibili molteplici vie di pensiero e di azione, ed esse esistono anche nella realtà. È superfluo dire che non tutte queste vie possono essere vere contemporaneamente. La verità è una sola. L’unico sistema di vita corretto può dunque essere quello fondato su una visione della vita infallibile.

Conoscere questa ideologia infallibile e la retta via è la più grande necessità di ogni essere umano. Anzi, è la necessità fondamentale per eccellenza. Tutte le altre cose di cui l’essere umano ha bisogno in quanto creatura di alto livello soddisfano soltanto le sue necessità, mentre questa è una necessità indispensabile per lui in quanto uomo; il mancato soddisfacimento di tale necessità significherebbe il fallimento dell’intera vita umana.

Ora, la questione su cui riflettere è questa: si può forse immaginare che il Dio che, prima di dare esistenza all’essere umano, aveva predisposto per lui tanti strumenti e attrezzature e che, dopo avergli dato esistenza, aveva organizzato in modo così perfetto e su vasta scala ogni cosa per soddisfare ciascuna necessità della sua vita biologica, non abbia predisposto alcun mezzo per soddisfare la più grande e autentica necessità della vita umana?

Questo sistema è stato perfezionato attraverso la profezia. Se qualcuno vuole negare la profezia, deve necessariamente dire quale altro mezzo Allah abbia predisposto per guidare gli esseri umani. Nessuno può liberarsi da questa domanda rispondendo che Allah ha dato agli esseri umani intelletto e capacità di riflessione per cercare la via. Infatti, l’intelletto e il pensiero umano hanno già scoperto innumerevoli vie. Questa è la prova evidente del loro fallimento nella ricerca precisa della via semplice, corretta e retta. D’altra parte, non è neppure possibile affermare che Allah l’Altissimo non abbia predisposto alcun mezzo per guidarci. Perché, riguardo ad Allah, difficilmente potrebbe esserci un’idea peggiore di questa: Egli avrebbe provveduto pienamente al nostro sostentamento, al nostro intelletto e al nostro sviluppo in quanto esseri viventi, ma non avrebbe predisposto alcun mezzo per formarci come esseri umani, lasciandoci invece nelle tenebre proprio sotto questo aspetto.

La guida islamica invece della guida coatta

(Arabo**************a pagina 39 del PDF)

«Se Allah avesse voluto, avrebbe guidato tutti voi».

— (Sura an-Nahl: 9)

In altre parole, sebbene Allah l’Altissimo avrebbe potuto assolvere questo Suo compito (o quello che Egli stesso ha assunto su di Sé per guidare il genere umano) in modo tale da guidare tutti gli uomini fin dalla nascita, come le altre creature prive di libertà e di potere autonomo, l’uomo invece conserva la libertà di scegliere qualsiasi via, giusta o sbagliata, secondo la volontà di Allah. Per poter esercitare questa libertà, gli sono state donate la conoscenza, la ragione e la capacità di riflettere. Gli sono state date la forza della volontà e della determinazione, nonché la capacità di utilizzare innumerevoli realtà dentro e fuori di sé. Inoltre, dentro e fuori di lui, sono state predisposte innumerevoli cause e circostanze, ciascuna delle quali può condurlo sia alla retta via sia allo smarrimento. Se fosse stato creato incline alla retta via per natura, tutto ciò sarebbe diventato privo di significato. In tal caso, l’uomo non avrebbe potuto raggiungere le più alte vette del progresso, che può conseguire soltanto attraverso il corretto esercizio della libertà. Perciò, per guidare l’uomo, Allah l’Altissimo ha scelto la via della profezia e della missione apostolica, invece di quella della guida coercitiva: così la libertà dell’uomo rimane intatta, si compie lo scopo della sua prova e la via retta, semplice e giusta viene presentata davanti a lui attraverso argomentazioni razionali.

 

La necessità di indicazioni della retta via nella vita materiale e morale

(Arabo**************a pagina 39 del PDF)

«Egli ha posto sulla terra segni che guidano, e anche grazie alle stelle la gente trova la via». — (Sura an-Nahl: 16).

In altre parole, Allah non ha creato tutta la terra nello stesso modo. Al contrario, ha caratterizzato ogni regione della terra con diversi e particolari segni distintivi (Land Marks). Grazie a ciò, gli uomini ne traggono beneficio in molti modi: riescono a riconoscere la propria strada e la propria destinazione. Questo è uno dei suoi numerosi benefici. L’uomo può comprendere pienamente il valore di questa grazia e di questo dono di Allah soltanto quando gli capita di recarsi in una regione desertica dove non si trova alcun segno distintivo di questo genere. Di conseguenza, vive sempre nell’ansia per il timore di smarrire la strada. Durante i viaggi per mare, l’uomo può percepire ancora più intensamente il valore e l’importanza di questo grande dono di Allah, perché là, in realtà, non esistono affatto segni del cammino. Tuttavia, anche nei deserti e nei mari Allah ha predisposto un sistema naturale per guidare l’uomo. Questo sistema consiste nelle stelle del cielo, grazie alle quali l’uomo, fin dai tempi antichi fino a oggi, continua a trovare la propria direzione.

Qui, inoltre, nel presentare prove e argomenti a sostegno del tawhid, della misericordia e della «profezia», si allude sottilmente anche alla prova della Risalat. Leggendo questo versetto, la mente è spontaneamente portata a riflettere sul fatto che, se Allah ha predisposto un sistema così ampio per guidare la vita materiale dell’uomo, può forse essere tanto incurante della sua vita morale? Non avverte forse nemmeno il bisogno di offrirgli la minima guida nella vita morale? È superfluo dire che, per quanto grande possa essere il danno derivante dall’aver smarrito la via nella vita materiale, esso è molte volte inferiore al danno di un errore analogo nella vita morale. Inoltre, come si può nutrire nei confronti del misericordioso Allah, che ha una cura così acuta per il bene degli uomini da aver aperto per loro strade persino attraverso le montagne, da aver eretto segnali anche nelle immense pianure desolate e da aver acceso lampade nel cielo per proteggerli dallo smarrimento della direzione nei deserti e nei mari, il pregiudizio che Egli non abbia indicato alcuna via per il bene morale dell’uomo, non abbia eretto alcun segnale per renderla chiara e non abbia acceso alcuna luce per illuminarla?

L’importanza di una guida consapevole per l’uomo

(Arabo**************PDF a pagina 39)

«Mosè rispose al Faraone: “Il nostro Signore è Colui che ha dato a ogni cosa la sua forma e poi l’ha guidata”». — (Ta-Ha: 50)

In altre parole, è Lui ad aver dato a ogni cosa del mondo la forma, l’aspetto, la forza, la capacità, le qualità e le caratteristiche: tutto. Ha creato la mano con la forma che le consente di essere adatta a svolgere le attività del mondo. Ha dato anche al piede la forma adatta alla sua funzione. Ha dato agli esseri umani, agli animali, alle piante, alla materia inerte, all’aria, all’acqua, alla luce e ai diversi tipi di cose la forma che permette loro di svolgere adeguatamente sulla terra il compito loro assegnato.

Inoltre, Egli non si è limitato a dare a ogni cosa la sua forma particolare, ma le ha anche indicato la via da seguire. Non si trova alcuna cosa al mondo alla quale, dopo averla creata e averle dato una forma particolare, Egli non abbia insegnato come realizzare lo scopo della sua creazione attraverso la struttura del suo corpo. È Lui che ha insegnato all’orecchio ad ascoltare e all’occhio a vedere. È Lui che ha insegnato al pesce a nuotare, all’uccello a volare, all’albero a dare fiori e frutti e alla terra a produrre piante, ortaggi e raccolti. In una parola, Egli non è soltanto il Creatore di ogni cosa dell’intero universo creato, ma anche il loro maestro e la loro guida.

Inoltre, in questa breve frase il venerabile Mosè (pace su di lui) ha presentato implicitamente anche l’argomento a favore della Risalat. Naturalmente, il Faraone rifiutò di accettarlo. Nel suo argomento si coglie l’allusione al fatto che Allah è la guida dell’intero universo e che guida ogni cosa secondo la sua condizione e le sue necessità. La conseguenza necessaria della sua dignità di Guida universale è che, per guidare l’uomo nella sua vita cosciente, Egli non adotterà un metodo che possa essere adatto ai pesci e agli uccelli. Il metodo più adatto consiste nel nominare, da parte Sua, un uomo consapevole incaricato di guidare tutta l’umanità. Egli si rivolgerà all’intelletto, alla conoscenza e alla consapevolezza degli uomini, mostrando loro la retta via.

Che cos’è la profezia?

Allah stesso ha predisposto tutto ciò di cui l’essere umano ha bisogno per vivere nel mondo. Quando nasce, il bambino viene mandato nel mondo già provvisto di tutto ciò che gli occorre. Gli vengono dati gli occhi per vedere, le orecchie per udire, il naso per odorare e respirare, la sensibilità tattile nella pelle del corpo per percepire, i piedi per muoversi, le mani per operare, il cervello per pensare e innumerevoli altre cose, tutte predisposte in anticipo e incorporate nel suo piccolo corpo in vista delle sue necessità. Poi, non appena mette piede sulla terra del mondo, riceve tante cose necessarie alla sopravvivenza che non si finirebbe di contarle nemmeno enumerandole. La luce, l’aria, il calore, l’acqua e la terra sono tutti preparati per lui. Nel seno della madre è stato fatto scorrere in anticipo il latte destinato a lui. Nel cuore della madre, del padre, dei parenti e persino di altre persone è stato fatto scorrere per lui un corso d’acqua d’affetto e amore; è grazie a questo che viene allevato e cresciuto. Poi, man mano che cresce, continua a ricevere giorno dopo giorno ogni sorta di cosa necessaria a soddisfare i suoi bisogni. Guardando la situazione, sembra che tutte le forze della terra e del cielo si siano consacrate al suo allevamento, alla sua cura e al suo servizio.

A tutti gli esseri umani è stata conferita la misura di capacità necessaria per svolgere le proprie attività nel mondo. La forza fisica, l’intelligenza e il discernimento, la facoltà della parola e molte altre capacità di questo genere si trovano, in misura maggiore o minore, in ogni essere umano. Ma qui Allah ha stabilito un ordinamento meraviglioso. Non ha conferito a tutti gli uomini ogni capacità nella stessa misura. Se così fosse, nessuno avrebbe avuto bisogno degli altri e nessuno avrebbe tenuto conto di nessun altro. Per questo Allah ha fatto sorgere tra gli uomini tutte le capacità necessarie in rapporto ai bisogni collettivi dell’umanità, ma le ha distribuite in modo che a ciascuno fosse data in misura maggiore una capacità particolare. Alcuni ricevono una forza maggiore degli altri per il lavoro fisico. Molte persone nascono con una particolare attitudine per una determinata professione o arte, dalla quale altri sono privi. In molti l’intelligenza e la conoscenza sono superiori a quelle degli altri. Alcuni nascono comandanti militari. Altri possiedono una particolare capacità di governo e di autorità. Alcuni nascono con una straordinaria facoltà oratoria. In altri si trova una straordinaria abilità innata nella scrittura. Si sono viste persone particolarmente esperte in matematica. Riescono persino a risolvere i problemi più complessi di questa materia in un modo che supera l’immaginazione altrui. Una persona inventa ogni sorta di oggetti sorprendenti, e le sue invenzioni lasciano il mondo intero stupefatto. Un’altra mostra una straordinaria competenza nel diritto. Dopo anni di riflessione, nessuno riuscirebbe a comprendere alcune delle questioni giuridiche più complesse, mentre essa ne raggiunge in un istante il fondo più profondo. Queste capacità sono concesse da Allah. Nessuno può crearle in se stesso con il proprio sforzo. Non è possibile produrle nemmeno con l’aiuto dell’istruzione e dell’esercizio. In realtà, sono capacità innate: Allah le concede, secondo il Suo sottile discernimento, a chi vuole. Qui si parla delle capacità straordinarie. Le capacità comuni degli esseri umani possono svilupparsi attraverso l’istruzione, l’esercizio e l’abitudine. Le capacità straordinarie, invece, spesso si manifestano senza alcun esercizio o con un esercizio minimo, quasi insignificante. Se si cerca di svilupparle mediante un’istruzione e un esercizio avanzati, possono raggiungere un livello elevato e esemplare. (Nota dei curatori.)

Le capacità maggiormente necessarie alla civiltà e alla cultura umane vengono create in un numero maggiore di persone. Quelle la cui necessità è minore vengono invece create in un numero più ristretto di individui. Nascono molti soldati. Nascono in gran numero contadini, artigiani, tessitori e persone capaci di svolgere lavori analoghi. Il numero delle persone dotate di capacità teoriche e intellettuali, nonché di attitudini alla politica e al comando militare, è invece ancora più ridotto. Ciò avviene perché il loro contributo dura per centinaia di anni e, di conseguenza, la società umana non avverte il bisogno di molte personalità dotate di capacità analoghe.

Una necessità più importante della vita umana

Il punto su cui riflettere è che, per rendere prospera la vita degli uomini nel mondo, queste sole necessità non sono sufficienti. Non basta che tra gli esseri umani nascano soltanto ingegneri, matematici, scienziati, giuristi, politici, economisti e persone dotate di capacità nelle diverse professioni. Esiste per l’uomo un’altra necessità, più grande di tutte queste. È necessario che tra gli esseri umani nasca qualcuno che mostri loro la via di Allah. Il compito degli altri consiste soltanto nel far sapere quali cose si trovano nel mondo a disposizione dell’uomo e come devono essere utilizzate. Ma è necessario anche qualcuno che informi l’uomo per quale scopo è stato creato, chi gli ha dato nel mondo tutte queste provviste e congegni, e quale sia la volontà di questo Donatore: vivendo nel mondo secondo tale volontà, egli può conseguire un successo certo ed eterno. Questa è la vera e più grande necessità dell’essere umano. La ragione non è disposta ad accettare che Colui il quale ha predisposto il soddisfacimento persino dei nostri bisogni più piccoli abbia completamente trascurato una necessità tanto grande. Ciò è assolutamente impossibile.

La dignità dei messaggeri

Come le persone esperte nelle altre scienze, conoscenze e arti nascono con una mente, un intelletto e una natura particolari, così anche il profeta nasce nel mondo con una natura particolare.

Da una poesia composta da un poeta nato con il talento naturale comprendiamo che egli è venuto al mondo dotato di una particolare abilità nel campo della poesia. Per quanto gli altri si sforzino mille volte, non riusciranno a scrivere poesie come lui. Allo stesso modo, è facile riconoscere, attraverso le loro opere, un oratore nato, uno scrittore nato, un inventore nato e un leader nato. Ciascuno di loro dimostra infatti, nel proprio campo, un’abilità straordinaria che agli altri non è possibile raggiungere. La situazione del Profeta è analoga. Nella sua mente e nel suo cuore sorgono pensieri tali che nessun altro essere umano, all’infuori di lui, sarebbe in grado di esprimere. Il suo sguardo penetra spontaneamente nella profondità di verità sottili alle quali gli altri non arrivano neppure dopo anni di ricerca. Tutto ciò che egli dice viene accolto dalla nostra ragione e il nostro cuore ne rende testimonianza: così dovrebbe essere. Le sue parole dimostrano la loro verità. Noi, tuttavia, anche volendo esprimere parole dello stesso genere, non siamo capaci di farlo. Inoltre, la sua natura è così pura e incontaminata che in ogni circostanza egli adotta un comportamento veritiero e nobile. Non pronuncia mai parole false. Non compie mai azioni malvagie. Insegna sempre la bontà e la sincerità. Qualunque cosa dica agli altri, la mette egli stesso in pratica e lo dimostra con il proprio esempio. Non si è mai visto, in tutta la sua vita, che agisse contrariamente a ciò che egli stesso predica. Nelle sue parole e nelle sue azioni non vi è alcun interesse personale. Per il bene degli altri sacrifica il proprio bene, e non danneggia gli altri per il proprio vantaggio. La sua intera vita è modellata sugli ideali della verità, della nobiltà, della purezza interiore, dell’elevatezza del pensiero e della più alta umanità. Neppure cercando con un telescopio si potrebbe scorgere in lui un difetto. Considerando tutto ciò, si può riconoscere chiaramente che quest’uomo è il vero Profeta di Allah.

L’obbedienza al Profeta

Dopo aver riconosciuto una persona come vero Profeta di Allah, diventa indispensabile accettare le sue parole, obbedirgli e vivere secondo il suo metodo. Dopo aver riconosciuto qualcuno come Profeta, non obbedire alle sue parole è un comportamento del tutto contrario alla ragione. Infatti, accettarlo come Profeta significa riconoscere che tutto ciò che dice lo dice da parte di Allah e che tutto ciò che fa lo fa secondo la volontà di Allah. Di conseguenza, nessuna parola o azione contraria a lui può mai essere vera. Pertanto, dopo aver riconosciuto qualcuno come Profeta, diventa indispensabile accettare senza esitazione ogni sua parola e sottomettersi alle sue istruzioni. In questo caso non si pone neppure la questione se comprendiamo o meno il significato essenziale e i benefici di tali istruzioni. Il fatto stesso che una parola provenga dal Profeta e sia stata pronunciata da lui è una prova sufficiente della sua verità e del fatto che racchiuda ogni genere di conoscenza, bene e beneficio. Se non comprendiamo il significato di una sua parola, ciò non vuol dire che in essa vi sia un difetto; significa piuttosto che si è manifestato un limite nella nostra ragione e nella nostra capacità di comprendere.

Chi non è esperto di una determinata arte non sarà in grado di comprendere i suoi aspetti più sottili. Ma se non accetta le parole dell’esperto soltanto perché non riesce a comprenderle, allora ciò va a suo svantaggio. Dopo aver nominato un esperto, ci si affida completamente al suo lavoro e non si interferisce in alcun modo con esso. Dunque, non tutti possono essere esperti in ogni campo, né tutti hanno la capacità di comprendere ogni questione e ogni attività del mondo. Dovremmo limitarci a verificare se una persona è davvero esperta in una determinata arte; per raggiungere la piena certezza al riguardo, dobbiamo impiegare la nostra ragione, la nostra conoscenza e ogni necessaria cautela. Poi, quando abbiamo accertato che è un buon esperto, dovremmo affidarci completamente al suo lavoro. Interferire quindi nel suo operato e ripetere a ogni passo: «Spiegami prima tutto questo, altrimenti non sono disposto ad accettarlo» non è intelligenza, ma pura stoltezza. Dopo aver affidato una causa a un avvocato, se si continua a discutere con lui in questo modo, non vi è dubbio che egli caccierebbe un simile cliente dal proprio studio. Se si chiedesse a un medico la ragione e la logica di ciascuna delle sue prescrizioni, egli finirebbe per abbandonare la cura del paziente interessato. Lo stesso vale per la religione. Dobbiamo acquisire la conoscenza di Allah. Vogliamo sapere qual è il metodo per vivere secondo la volontà di Allah. Non possediamo i mezzi per conoscere queste cose. Pertanto, diventa nostro dovere cercare il vero Profeta di Allah. Senza dubbio, nella ricerca del Profeta dobbiamo dimostrare grande intelligenza, discernimento e prudenza. Infatti, se riconosciamo come Profeta qualcuno che in realtà non lo è, egli ci guiderà sulla via dell’errore. Ma, dopo aver esaminato e verificato attentamente una persona fino a maturare la convinzione che sia il vero Profeta di Allah, dobbiamo riporre in lui piena fiducia e obbedire a ogni sua istruzione.

La necessità di credere nei Profeti

Quando comprendiamo che la via indicata dal Profeta di Allah, da parte di Allah, è l’unica via vera e retta, comprendiamo spontaneamente anche che credere nel Profeta, obbedirgli e seguirlo è indispensabile per tutti gli esseri umani; e chiunque abbandoni la via del Profeta e cerchi di trovarne una con l’aiuto della propria ragione e delle proprie conoscenze certamente si smarrirà.

A questo proposito, la gente commette errori gravissimi. Molti riconoscono la veridicità dei Profeti, ma non credono in loro e non obbediscono loro. Costoro non sono soltanto miscredenti, ma anche stolti. Chi potrebbe essere più stolto di coloro che seguono consapevolmente la menzogna?

Molti dicono: non è necessario obbedire al nostro Profeta; possiamo conoscere da soli la retta via con l’aiuto della nostra ragione. Anche questo è un grave errore. Chiunque abbia studiato geometria sa che tra un punto e un altro può esservi una sola linea retta. Qualunque altra linea si tracci sarà curva oppure non raggiungerà il secondo punto. Lo stesso vale per la retta via, chiamata nella terminologia islamica Sirat al-Mustaqim, cioè la via diritta. Questa via parte dall’uomo e giunge fino ad Allah. Secondo il principio geometrico menzionato, essa può essere una sola. Tutte le vie diverse da questa saranno curve oppure non giungeranno fino ad Allah. Riflettiamo ora un poco sulla via diritta. È il Profeta ad averla indicata. Non può esistere una seconda Sirat al-Mustaqim, o via diritta. Chi, abbandonando quest’unica via, cerchi da sé un altro cammino, si troverà necessariamente di fronte a una delle due situazioni seguenti: non troverà alcuna via per giungere ad Allah, oppure, anche qualora ne trovi una, sarà una via molto tortuosa, non una linea retta ma una linea curva. Nella prima situazione, la sua rovina è evidente. Nella seconda, non può esservi alcun dubbio sulla sua stoltezza. Persino un animale privo d’intelligenza, quando deve andare da un luogo a un altro, abbandona la via tortuosa e prende quella diritta. Eppure il caso dell’uomo, intelligente e astuto, la migliore delle creature, è davvero degno di meraviglia. Un pio servitore di Allah gli indica la via diritta, mentre egli continua a dire: “No, non percorrerò affatto la via che mi hai indicato; avanzerò proprio lungo le vie tortuose, continuerò così a smarrirmi e continuerò a cercare la mia destinazione”.

È una verità talmente evidente che chiunque può comprenderla a prima vista. Ma, riflettendo un po’ più profondamente, si capirà che chi rifiuta di credere nel Profeta non può trovare alcuna via, né diritta né tortuosa, per giungere ad Allah. Infatti, chi non riesce ad accettare le parole di una persona veritiera e sincera presenta nella propria mente un difetto che lo porta a distogliersi dalla verità. Può essere privo di conoscenza e intelligenza; può avere il cuore abitato dall’arroganza; oppure la sua natura può essere talmente deviata da non essere disposta ad accogliere il messaggio della bontà e della verità. Può essere immerso nella cieca imitazione dei propri antenati e, di conseguenza, non essere disposto ad accettare nulla che contraddica ciò che viene tramandato da tempo come consuetudine. Oppure può essere schiavo delle proprie passioni e rifiutare l’insegnamento del Profeta perché, in tal caso, perderebbe la libertà di compiere azioni illecite e turpi. Se anche una sola di queste cause si trova in una persona, per essa diventa impossibile trovare la via di Allah. Se invece nessuna di queste cause è presente, è assolutamente impossibile che una persona autentica, onesta e pura rifiuti di accettare l’insegnamento di un vero Profeta.

La cosa più importante è che il Profeta è inviato da parte di Allah, ed è Allah ad aver ordinato di credere in lui e di obbedirgli. Pertanto, chi non crede nel Profeta si ribella contro Allah. Ogni suddito deve obbedire all’amministratore nominato dal governo di cui è suddito. Se rifiuta di riconoscere quella persona come amministratore, ciò significa che si è ribellato contro il governo. Accettare il governo e non riconoscere l’amministratore da esso nominato sono due cose completamente contraddittorie. Lo stesso vale per Allah e il Suo Profeta inviato. Allah è il vero Re degli uomini. È dovere di ogni uomo riconoscere come Profeta colui che Egli ha inviato per guidare gli uomini e al quale ha ordinato di obbedire, abbandonando l’obbedienza a tutti gli altri e obbedendo esclusivamente a lui. Chi gli mostra indifferenza è certamente un negatore, un kafir. In questo caso, che riconosca o meno Allah è del tutto privo di significato.

La storia della successione della profezia a colpo d’occhio

Ora ci accingiamo a esaminare come iniziò la venuta dei profeti tra l’umanità e come questa successione, sviluppandosi progressivamente, si concluse con l’ultimo e il più eccellente dei profeti.

Allah creò per primo un essere umano. Poi da quell’uomo creò una coppia. In seguito avviò la discendenza di quella coppia. Essa continuò per centinaia e migliaia di anni, fino a diffondersi in tutto il mondo. Tutti gli esseri umani nati sulla Terra sono figli di quella prima coppia. Le narrazioni religiose e storiche di tutti i popoli proclamano unanimemente che la discendenza dell’umanità ebbe inizio da un solo essere umano. Neppure le ricerche scientifiche hanno dimostrato che in regioni diverse della Terra siano stati creati esseri umani separati. Al contrario, la maggior parte degli scienziati ritiene che all’inizio sia nato un solo essere umano e che tutti gli uomini presenti in ogni parte del mondo siano suoi discendenti.

Nella nostra lingua, quel primo essere umano è chiamato Adamo (su di lui la pace). Da qui deriva l’espressione “figli di Adamo”, che significa il genere umano. Allah fece del profeta Adamo (su di lui la pace) il primo Profeta e gli ordinò di insegnare ai propri figli gli insegnamenti dell’Islam. In altre parole, gli ordinò di comunicare loro: “Il vostro Signore e il Signore di tutto il mondo è un solo Allah. Dovete adorare esclusivamente Lui. Dovete inchinarvi soltanto davanti a Lui. Dovete chiedere aiuto a Lui. Dovete condurre sulla Terra, secondo la Sua volontà, una vita retta e giusta. Se vivrete in questo modo, alla fine riceverete una grande ricompensa; se vi allontanerete dalla Sua obbedienza, sarete meritevoli di un terribile castigo”. Tra i figli del profeta Adamo (su di lui la pace), quelli buoni e virtuosi continuarono a seguire la retta via indicata dal padre, mentre quelli malvagi abbandonarono quella via. A poco a poco nacquero ogni sorta di ingiustizie e malefatte. Alcuni cominciarono ad adorare la luna, il sole e le stelle. Altri si dedicarono al culto degli alberi, degli animali e dei fiumi. Altri ancora cominciarono a ritenere che il vento, l’acqua, il fuoco, la malattia, la salute e le altre forze della natura avessero ciascuna un dio distinto da Allah. Perciò, dicevano, bisognava adorarle tutte; in tal modo tutti gli dèi si sarebbero compiaciuti e avrebbero concesso la loro benevolenza. A causa di tale ignoranza si diffusero varie forme di shirk e di idolatria, dalle quali nacquero diverse religioni. In quel periodo i discendenti del profeta Adamo (su di lui la pace) si erano diffusi in ogni parte del mondo. Si formarono allora diverse nazioni. Ogni nazione si creò una nuova religione. I costumi, le usanze e le tradizioni di ciascuna erano differenti. Insieme all’oblio di Allah, gli uomini dimenticarono anche le norme e le leggi che il loro progenitore, il profeta Adamo (su di lui la pace), aveva insegnato ai suoi figli. Cominciarono a seguire le proprie passioni. Si diffusero ogni sorta di cattive consuetudini e ogni genere di pensieri nati dall’ignoranza. Gli uomini iniziarono a sbagliare nel distinguere il bene dal male. Molte cose cattive furono considerate buone e molte cose buone furono considerate cattive.

A questo proposito, il seguente versetto del Nobile Corano descrive il significato e l’importanza della profezia:

(Arabo*********************************a pagina 49 del PDF)

«All’inizio tutti gli uomini seguivano un’unica via. (Poi questa situazione non durò e sorsero divergenze.) In seguito Allah inviò i profeti. Essi erano annunciatori di buone novelle (per coloro che seguivano la retta via della verità) e ammonitori (riguardo alle conseguenze dell’aver seguito la via tortuosa e falsa). E con loro fece scendere il Libro della verità, affinché si potesse giudicare riguardo alle divergenze sorte tra gli uomini in materia di verità. E il motivo per cui sorsero tali divergenze non fu che a loro fosse stata inizialmente concessa la conoscenza. Dopo aver ricevuto una guida chiara, essi abbandonarono la verità e imboccarono vie diverse soltanto perché volevano commettere ingiustizie e trasgredire gli uni contro gli altri.» – [Nell’espressione «All’inizio tutti gli uomini seguivano un’unica via» il riferimento alla successiva comparsa delle divergenze è rimasto sottinteso. Alla fine del versetto si tratta questo argomento.] – (Sura al-Baqara, 2:213).

Gli ignoranti, quando scrivono la storia della «religione» sulla base delle proprie idee e fantasie, affermano che la vita religiosa dell’uomo ebbe inizio nel vortice tenebroso dello shirk; poi, attraverso un’evoluzione graduale, quelle tenebre furono dissipate e i raggi della luce divennero sempre più luminosi. Così, alla fine, l’uomo giunse al concetto del tawhid, ossia dell’unicità di Allah. Il Corano presenta una descrizione del tutto opposta: afferma che, all’inizio, nella piena luce della verità, i discendenti di Adamo rimasero per lungo tempo saldi sulla retta via e appartennero a un’unica comunità. Poi gli uomini cominciarono a inventare nuove vie e diversi metodi. Non lo fecero perché non fossero stati informati della verità; la causa fu invece che, pur conoscendo la verità, molti desideravano ottenere guadagni e vantaggi superiori a ciò che spettava loro legittimamente. Erano inclini a commettere ingiustizie, oppressioni e trasgressioni gli uni contro gli altri. Per eliminare questi difetti, Allah, il Signore dei mondi, cominciò a inviare i profeti. Essi non furono inviati affinché ciascuno fondasse, a proprio nome, una nuova religione e formasse una nuova ummah. L’unico scopo del loro invio era invece rendere nuovamente chiara agli uomini quella verità perduta e ricondurli ancora una volta a essere un’unica ummah.

L’opera dei profeti

Ciascun profeta ricordava al proprio popolo gli insegnamenti dimenticati. Insegnava loro ad adorare un unico Allah. Li teneva lontani dallo shirk e dall’idolatria. Abrogava le loro usanze e consuetudini jahilite e dettate dall’ignoranza. Insegnava loro come vivere secondo la volontà di Allah, introduceva una legge corretta e precisa e ordinava di osservarla. Non esiste alcun paese al mondo – nel Bengala, in Pakistan e in India, in Cina, Iraq, Iran, Egitto, Africa, Europa e altrove – in cui non sia giunto un profeta inviato da Allah. La religione di tutti loro era una sola. Nella nostra lingua chiamiamo questa religione «Islam». – [Di solito la gente nutre l’erronea convinzione che l’Islam abbia avuto inizio con Hazrat Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, arrivando persino a definirlo il fondatore dell’Islam. In realtà si tratta di un grave errore. Questa idea deve essere cancellata completamente dalla mente. Bisogna sapere bene che l’Islam è l’unica e autentica religione dell’umanità, in ogni epoca e in ogni paese, e che tutti i profeti inviati da Allah in ogni parte del mondo hanno portato il messaggio di questa stessa religione. – (L’autore)] Tuttavia, i metodi d’insegnamento e le norme di vita di ciascuno erano in parte diversi. Si insisteva sull’eliminazione delle forme di stupidità, ignoranza, superstizione e corruzione che si erano diffuse presso ogni popolo. Si prestava maggiore attenzione alla correzione delle concezioni errate che si erano affermate. Quando i popoli si trovavano ancora nelle fasi iniziali sotto il profilo della civiltà, della cultura, dell’istruzione e delle scienze, venivano loro impartiti insegnamenti semplici e una sharia semplice. Poi, man mano che avanzavano sulla via del progresso, anche l’insegnamento e la sharia venivano gradualmente ampliati. Questa differenza, tuttavia, era limitata soltanto all’aspetto esteriore e alla forma. Lo spirito e l’essenza erano gli stessi per tutti. In altre parole, la dottrina e la fede di tutti erano fondate sul tawhid, mentre le loro opere si basavano sulla sincerità, sulla rettitudine, sulla pace e sulla sicurezza, nonché sulla certezza della punizione e della ricompensa nell’Aldilà.

Come vengono trattati i profeti

La gente tratta i profeti in modo davvero singolare. All’inizio infligge loro sofferenze fisiche. Si rifiuta di seguire i loro buoni consigli. Molti vengono espulsi dalla loro patria e molti vengono uccisi. Alcuni, dopo aver dedicato tutta la vita all’insegnamento e all’esortazione, riescono a fare soltanto cinque o dieci persone seguaci della vera religione. Eppure questi amati servi di Allah continuano instancabilmente ad assolvere il proprio compito. A un certo punto, persino, il loro insegnamento comincia a esercitare la propria influenza. Grandi e numerosi popoli diventano loro seguaci. Poi la deviazione degli uomini assume una nuova forma. Dopo la morte dei profeti, le loro ummah introducono cambiamenti nei loro insegnamenti. Nei Libri che essi avevano portato da Allah, i loro seguaci fanno penetrare ogni genere di idee. Inventano nuove forme di culto. Alcuni cominciano ad adorare proprio il loro profeta. Altri considerano i propri profeti incarnazioni di Allah (cioè ritengono che Allah stesso sia disceso assumendo sembianze umane). Altri ancora chiamano il proprio profeta figlio di Allah. Alcuni dichiarano che il loro profeta è socio di Allah nella Sua autorità e sovranità. In questo modo continuano a manifestarsi le strane e deformi inclinazioni della mente umana. Gli uomini cominciano a erigere statue e ad adorare proprio coloro che erano venuti ad abbattere gli idoli e li avevano abbattuti. In seguito viene deformata in vari modi anche la sharia che quei profeti avevano lasciato alle loro ummah. Vi vengono mescolate ogni sorta di usanze jahilite, racconti avvincenti e false narrazioni. – Non è rimasto alcun modo per sapere quali elementi vi siano stati mescolati. [È così che le ummah dei profeti deformano la loro religione originaria, cioè l’Islam, dando origine a nuove religioni. Oggi queste esistono nel mondo con nomi diversi. Per esempio, la religione insegnata da Hazrat Isa (pace su di lui) era in realtà l’Islam; tuttavia i suoi seguaci hanno trasformato Hazrat Isa in una divinità e, mescolando ai suoi insegnamenti e alla sua sharia molte affermazioni inventate da loro, hanno creato una nuova religione, oggi conosciuta nel mondo come cristianesimo. – (L’autore)] Anche la vita dei profeti è andata perduta nei diversi racconti degli uomini a tal punto che non si trova più nulla di affidabile su di loro.

Tuttavia, tutti gli sforzi dei profeti non furono vani. Nonostante ogni sorta di mescolanza, in ogni popolo è rimasta una certa parte di verità. La consapevolezza di Allah e della vita dell’Aldilà si è diffusa, in una forma o nell’altra, presso ogni popolo. Le virtù, l’onestà, la giustizia e la moralità sono state generalmente riconosciute in tutto il mondo come principi fondamentali. I profeti di ogni popolo e tribù, operando separatamente, hanno preparato i propri popoli in modo tale che è stato possibile diffondere l’insegnamento di una religione universale, adatta all’intera umanità, indipendentemente dal colore, dalla tribù o dalla nazionalità.

La predicazione e il rango dei profeti

Dallo studio del Corano si comprende che, uno dopo l’altro, giungono i profeti e tutti trasmettono ai propri popoli lo stesso invito:

(Arabo*********************************alla pagina 52 del PDF)

«O gente del mio popolo, adorate Allah; non avete altra divinità all’infuori di Lui».

A Babilonia o a Sadum, a Madyan o nella regione di Hijr, nella valle del Nilo o in qualunque paese del mondo, dal quarantesimo al decimo secolo avanti Cristo o in epoche successive, ogni volta e ovunque Allah abbia inviato un profeta tra popoli del mondo schiavi, liberi, arretrati o giunti ai vertici del progresso politico e culturale, egli ha rivolto agli uomini il medesimo invito. L’invito di tutti era: «Adorate Allah; non avete altra divinità (vero oggetto di adorazione o dio) all’infuori di Lui». Hazrat Ibrahim (la pace sia su di lui) dichiarò al suo popolo con parole inequivocabili che, finché non avessero riconosciuto questo principio fondamentale, non sarebbe stata possibile alcuna forma di collaborazione tra loro e lui.

(arabo*********************************a pagina 52 del PDF)

In altre parole, finché non crederete nell’unico Allah, tra voi e noi continueranno a esserci inimicizia e odio; e il profeta Mosè (a.s.), recatosi dal Faraone, (arabo******) prima di presentare questa richiesta — «Lascia andare con me i Figli d’Israele» — dichiarò (arabo*******) (Sono inviato dal Signore dei mondi) e (arabo********) («Mosè disse: Sei disposto a purificarti? E vuoi che ti mostri la via del tuo Signore, affinché tu Lo tema?»), invitandolo così e facendogli sapere che tu non sei il Rabb e il Signore; al contrario, è Colui che ha creato ogni cosa e ha insegnato a tutti il modo di vivere a essere il Rabb e il Signore. (arabo********) («Egli è il nostro Rabb e Signore, Colui che ha dato forma a ogni cosa e poi ne ha stabilito il cammino»). — [In altre parole, il profeta Mosè (a.s.) e il profeta Aronne (a.s.) svolsero la stessa missione svolta dagli altri profeti, dal profeta Noè (a.s.) fino all’ultimo profeta, Muhammad (s.a.s.). Tale missione consisteva nel far sapere e comprendere alla gente che dovevano riconoscere come proprio Rabb e Signore soltanto Allah, il Rabb dei mondi; che, dopo questa vita, nella vita che verrà, avrebbero dovuto comparire davanti ad Allah; e che la loro salvezza dipendeva dall’accettare l’invito dei profeti della loro epoca a credere nel tawhid e nell’Aldilà, e dal costruire su tale base il proprio sistema di vita. — (L’autore)] Il popolo del profeta Gesù (a.s.) viveva in schiavitù sotto il dominio dei Romani. Egli, tuttavia, non invitò i Figli d’Israele né le varie popolazioni delle regioni vicine a condurre una guerra d’indipendenza contro l’imperialismo romano. Al contrario, rivolse alla gente l’invito che, (arabo***********) («In verità Allah è il mio Rabb e il vostro Rabb. Adoratelo dunque: questa è la retta via»). È evidente che gli eventi descritti nel Corano non appartengono a un altro mondo, ma sono eventi accaduti proprio sulla terra in cui viviamo e riguardano esseri umani fatti di carne e sangue come noi. Non vi è qui alcuna possibilità di sostenere che nei paesi e tra i popoli presso i quali giunsero i profeti non esistessero problemi politici, economici e culturali, né che non fosse necessario attirare la loro attenzione verso la soluzione di tali problemi. Eppure, quando i leader del movimento islamico, in ogni paese e in ogni epoca, hanno ignorato ogni genere di problema generale e locale, ponendo dinanzi a sé un unico problema e consacrando a esso tutte le proprie energie, possiamo giungere alla conclusione che, ai loro occhi, quello era il fondamento di tutti i problemi e che ritenevano dipendenti dalla soluzione di tale problema la soluzione di tutti gli altri problemi della vita.

Hazrat Gesù, rivolgendosi ai Figli d’Israele, descrive così lo scopo della sua venuta:

(Arabo*********************************PDF a pagina 53)

«Sono venuto per rendere lecite alcune cose che vi erano state rese illecite. Guardate, vi ho portato un segno da parte del vostro Signore. Temete dunque Allah e obbeditemi. Allah è il mio Signore e anche il vostro Signore. AdorateLo dunque: questa è la retta via».–(Sura Āl ʿImrān: 50-51)

Da ciò si apprende che, come per tutti gli altri profeti, anche il messaggio fondamentale della missione di Hazrat Gesù consisteva in tre punti.–[È necessario prestare particolare attenzione alla missione di Hazrat Gesù, poiché, prima della venuta di Hazrat Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, egli era l’ultimo profeta e il suo messaggio, le sue parole e la sua missione sono stati completamente deformati.–(Curatore)]

Primo: la sovranità, riconosciuta come appartenente esclusivamente ad Allah. Perciò l’adorazione è dedicata a Lui e l’intero sistema della vita morale e culturale sarà fondato sull’obbedienza a Lui.

Secondo: si deve obbedire agli ordini del profeta, in quanto rappresentante del Sovrano, padrone del potere sovrano.

Terzo: nella vita umana, i limiti tra lecito e illecito, tra legale e illegale, saranno stabiliti esclusivamente dalla legge di Allah. A questo riguardo, le leggi stabilite da altri saranno abrogate.–[Si veda il versetto 51 della Sura Āl ʿImrān:(Arabo******** nella nota a pagina 54)]

In realtà, non vi è la minima differenza tra la missione di Hazrat Gesù, Hazrat Mosè, Hazrat Muhammad, pace e benedizioni di Allah su di lui, e quella degli altri profeti. Coloro che hanno ritenuto diverse le missioni dei vari profeti e hanno stabilito differenze tra esse quanto allo scopo e alla natura hanno commesso un grave errore. Chiunque venga presso i sudditi del Signore supremo di tutta la creazione, munito del mandato conferitogli da Lui, avrà un unico scopo: impedire ai sudditi di commettere disobbedienza e di esercitare un’autonomia di governo; vietare loro di associare qualcuno a Lui nel culto sovrano (ossia rendere qualcuno socio del Sovrano nel potere di governo supremo e dividere tra entrambi la propria obbedienza, adorazione e devozione); e invitarli ad adorare, obbedire, venerare e seguire i comandi dell’unico vero Signore.

Nel Sacro Corano lo scopo della venuta dei profeti è stato descritto anche in un altro modo:

(Arabo****************** a pagina 54 del PDF)

«Questi messaggeri furono inviati come annunciatori di buone novelle e ammonitori, affinché, dopo il loro invio, gli uomini non avessero alcun argomento da opporre ad Allah. – (Sura an-Nisāʾ: 165)

In altre parole, vi era un solo scopo nell’inviare questi messaggeri: Allah l’Altissimo voleva portare al culmine le Sue prove e i Suoi argomenti davanti all’umanità, affinché nel Giorno del Giudizio nessun colpevole traviato potesse dire: «Eravamo inconsapevoli e tu non hai fatto nulla per informarci della verità e della realtà delle cose». A questo scopo Allah ha inviato profeti nelle diverse regioni del mondo e ha fatto scendere i Libri. Questi profeti hanno trasmesso la conoscenza della verità a un gran numero di persone e, dopo aver lasciato questo mondo, hanno lasciato all’umanità le Scritture celesti. Tra queste Scritture, in ogni epoca è rimasto sulla terra almeno un Libro per guidare gli uomini sulla retta via della verità. Pertanto, se anche dopo ciò qualcuno si è smarrito, Allah e i Suoi profeti non ne saranno ritenuti responsabili; sarà invece ritenuta responsabile la persona interessata. Infatti, il messaggio di Allah le era giunto, ma essa non lo aveva accettato. Oppure saranno ritenute responsabili quelle persone che conoscevano la retta via della verità, ma, pur vedendo i servi di Allah immersi nello smarrimento, non li hanno guidati verso di essa.

I profeti e i messaggeri, oltre a essere chiamati alla verità, hanno anche il diritto di ottenere obbedienza. Come è stato espresso chiaramente nel Corano:

(Arabo****************** a pagina 55 del PDF)

«Non abbiamo inviato alcun messaggero se non affinché gli si obbedisse per ordine di Allah». – (Sura an-Nisāʾ: 64)

In altre parole, il messaggero non viene da parte di Allah affinché si creda soltanto nella sua missione profetica e poi si possa obbedire a chiunque altro a proprio piacimento. Al contrario, lo scopo stesso della venuta del messaggero è che, per vivere, si debba seguire esclusivamente la legge che egli porta, abbandonando tutte le altre leggi del mondo, e che si debbano attuare esclusivamente gli ordini che egli impartisce da parte di Allah, abbandonando tutti gli altri ordini del mondo. Chi non obbedisce al messaggero in questo modo, non ha alcun senso che lo riconosca semplicemente come messaggero.

Anche lo sforzo e la lotta per rendere vittoriosa la religione rientrano tra i compiti dei profeti. Nel Nobile Corano è detto:

(Arabo****************** a pagina 55 del PDF)

«Allah ha inviato il Suo Messaggero con la guida e la vera religione, affinché la renda vittoriosa su tutte le altre religioni». – (Sura at-Tawba: 33)

Nel versetto originale è stata usata l’espressione “ad-dīn”. Nella sua traduzione ho scritto “tutte le religioni”. In realtà, nella lingua araba la parola dīn viene usata come sinonimo di un sistema o metodo di vita il cui fondatore viene riconosciuto come autorevole e degno di essere seguito, e al quale si presta obbedienza. Pertanto, lo scopo dell’avvento del Messaggero descritto in questo versetto è che egli renda vittoriosa, sulle altre religioni, cioè sugli altri metodi e sistemi, la guida e la vera religione che ha portato da parte di Allah. In altre parole, il Messaggero non viene mai inviato affinché il sistema di vita che porta con sé venga subordinato a un altro sistema di vita, sconfitto da esso, e trascorra i suoi giorni languendo e rintanato tra le concessioni da esso accordate. Al contrario, egli viene come rappresentante del Re della terra e dei cieli. Desidera vedere vittorioso il vero sistema del proprio Re. Se nel mondo è in vigore un altro sistema di vita, esso deve necessariamente rimanere subordinato al sistema di vita dato da Allah, accontentandosi di alcune delle concessioni da esso accordate, come avviene per la condizione del sistema di vita dei dhimmi in materia di pagamento della jizya.

Il compito dei profeti è eliminare la corruzione

Quando l’essere umano abbandona l’obbedienza ad Allah e comincia a obbedire al proprio ego o agli altri, disobbedisce alla guida e alle direttive di Allah e costruisce la struttura della propria vita morale, sociale e culturale sulla base di principi, leggi e norme inventati da altri, allora sulla terra appare la vera corruzione, che dà origine a innumerevoli difetti e disordini nell’ordine del mondo. Lo scopo del Corano è prevenire questa corruzione e correggere tali difetti e disordini. Inoltre, il Corano svela anche questa verità: nell’ordine del mondo la corruzione non è originaria; originarie sono invece l’onestà, la rettitudine e la buona condotta, mentre la corruzione si abbatte temporaneamente su di esso soltanto a causa della stoltezza, dell’ignoranza e degli eccessi degli esseri umani. In altre parole, la vita degli uomini sulla terra non ebbe inizio attraverso la stoltezza, l’ignoranza, la barbarie, lo shirk, la ribellione e l’anarchia morale, né il lavoro di riforma cominciò in seguito, gradualmente, per eliminarli. Al contrario, in realtà la vita umana ebbe inizio con l’onestà e la buona condotta; in seguito, le persone malvagie cominciarono, attraverso la propria insensatezza e le proprie cattive azioni, a rendere impuro e torbido questo sistema sacro. Per eliminare questa corruzione e riformare nuovamente il sistema di vita degli esseri umani, Allah continuò a inviare profeti in ogni epoca. In ogni epoca i profeti hanno rivolto agli uomini lo stesso invito: astenersi dal creare corruzione nell’ordine del mondo, fondato sull’onestà, la rettitudine e la buona condotta. [A questo riguardo, la visione del Corano è completamente diversa da quella degli evoluzionisti. Gli evoluzionisti, basandosi su una concezione completamente errata, hanno dato origine alla teoria secondo cui l’essere umano sarebbe uscito dalle tenebre e sarebbe giunto gradualmente verso la luce. All’inizio della sua vita vi sarebbero state deformità e disordine; poi, poco a poco, essa starebbe diventando ben strutturata. Al contrario, il Corano afferma che Allah aveva fatto giungere l’essere umano sulla terra in un ambiente pienamente luminoso e aveva dato inizio alla sua vita attraverso un sistema benefico. In seguito, dopo aver assunto egli stesso la guida di Satana, l’essere umano è entrato ripetutamente nelle tenebre e ha deformato più volte questo sistema benefico. Allah ha inviato i Suoi profeti in ogni epoca per invitare gli uomini a uscire da queste tenebre e dirigersi verso la luce, e ad astenersi dal creare deformità e corruzione.]

Nella pretesa della profezia è implicita l’idea che il profeta voglia trasformare integralmente l’intero sistema di vita degli esseri umani. Senza dubbio, ciò comprende anche il sistema politico del Paese. Quando una persona si presenta come rappresentante del Signore dell’universo, ne consegue necessariamente il riconoscimento del fatto che essa pretende dagli uomini una completa obbedienza a sé. Infatti, il rappresentante del Signore dell’universo non viene mai per rimanere suddito e obbediente a qualcun altro; al contrario, viene per rendere tutti obbedienti e diventare loro governante e custode. In questo caso, riconoscere la dignità dell’autorità e del governo di un miscredente è del tutto contrario alla dignità della sua missione profetica.

Lo scopo dell’invio del Messaggero

(Arabo ****************** nel PDF a pagina 56)

«(E ho fatto questo affinché) non dicessero, quando una disgrazia si abbattesse su di loro a causa delle loro stesse azioni: “O nostro Signore! Perché non ci hai inviato un Messaggero? Se ci avessi inviato un Messaggero, avremmo seguito i Tuoi versetti e saremmo stati tra i credenti”». — (Sura al-Qasas: 47)

In diversi passi del Nobile Corano questo stesso motivo è stato indicato come ragione dell’invio dei Messaggeri. Tuttavia, sarebbe errato concludere, sulla base di questa descrizione coranica, che debba sempre giungere un Messaggero in ogni luogo e in ogni tempo. Infatti, finché il messaggio di un Messaggero rimane conservato senza alterazioni nel mondo e continuano a esistere i mezzi per farlo giungere alla gente comune, non vi è bisogno di un nuovo Messaggero. Se invece si rende necessario aggiungere qualcosa al messaggio precedente o trasmettere un nuovo messaggio, allora giunge un nuovo Messaggero. Quando, in una determinata situazione, le persone perdono la capacità di comprendere o non dispongono più dei mezzi necessari, hanno certamente l’opportunità di presentare questa scusa: non esisteva per loro alcun modo di conoscere la differenza tra il vero e il falso e di essere guidate sulla retta via; in tali condizioni, come avrebbero potuto trovare la via della verità? Per rimuovere questa scusa, in situazioni di questo genere Allah l’Onnipotente invia un Profeta. Dopo di ciò, chi seguirà la via errata potrà essere ritenuto responsabile del proprio errore.

Un Messaggero non viene da parte di Allah affinché si debba credere soltanto nella sua missione profetica e poi si possa obbedire, a proprio piacimento, a chiunque altro. Al contrario, lo scopo stesso della venuta del Messaggero è questo — come è stato esposto in precedenza: per vivere, si deve adottare esclusivamente l’ordinamento di vita che egli porta, abbandonando tutti gli altri ordinamenti, e si deve obbedire unicamente alle disposizioni impartite dal Messaggero da parte di Allah, ignorando tutte le altre disposizioni. Se, dopo aver accettato il Messaggero, una persona non fa questo, allora il suo riconoscimento del Messaggero diventa privo di significato.

L’avvento dei Messaggeri prima del tempo della decisione

(Arabo ****************** nel PDF a pagina 57)

«Non invio i Messaggeri per alcun altro scopo se non quello di annunciare la buona novella e ammonire; ma la condizione dei miscredenti è questa: essi cercano di far prevalere la falsità sulla verità usando le armi della falsità, e scherniscono i Miei versetti e ciò contro cui sono stati ammoniti». — (Sura al-Kahf: 56)

In altre parole, invio i Messaggeri proprio per ammonire la gente, prima che giunga il tempo della decisione, riguardo alle buone conseguenze dell’obbedienza al comando di Allah e alle cattive conseguenze della sua disobbedienza.

(Arabo****************** PDF, pagina 58)

«In verità, presso Allah l’unica religione è l’Islam. Coloro ai quali era stato dato il Libro non adottarono altre vie al posto di questa religione per altra ragione se non perché, dopo che era giunta loro la conoscenza, si comportarono ingiustamente gli uni verso gli altri». – (Sura Āl ʿImrān: 19)

Ciò significa che ogni volta e ovunque, nel mondo, è giunto un messaggero da parte di Allah, egli ha portato il messaggio della religione dell’Islam; e ogni volta che un Libro è stato rivelato nella lingua di una qualsiasi nazione del mondo, esso ha impartito gli insegnamenti dell’Islam. La ragione per cui, deformando questa religione originaria e aggiungendo o togliendo elementi da essa, sono sorte diverse religioni tra l’umanità, non era altro che il desiderio delle persone di ottenere ulteriori diritti, vantaggi e interessi, oltre i limiti dei propri diritti legittimi. Per questo apportarono, a proprio piacimento, cambiamenti nei dogmi, nelle credenze, nei principi e nelle norme della religione originaria.

I profeti portatori della bandiera della stessa religione

(Arabo****************** PDF, pagina 58)

«E fecero a pezzi la loro religione fra loro; tutti dovranno tornare a Me». – (Sura al-Anbiyāʾ: 93)

Tutti i profeti giunti nel mondo erano portatori della bandiera di questa religione. Il nucleo di questa religione originaria era che l’unico Rabb e Signore degli esseri umani è Allah e che soltanto Lui deve essere adorato e servito. Tutte le religioni sorte in seguito sono forme deformate di quella religione originaria. Alcuni ne hanno preso un insegnamento, altri ne hanno preso un altro. Gli uni ne hanno eliminato un aspetto, gli altri un altro aspetto. Poi vi hanno mescolato molte cose di propria invenzione. In questo modo, innumerevoli profeti li hanno divisi in cento fazioni; e allora ciò può essere definito una pura menzogna. Il semplice fatto che queste religioni abbiano forme diverse e siano state associate, in epoche e paesi diversi, a profeti diversi non dimostra che tale diversità delle religioni sia stata creata dai profeti. Essi non possono aver insegnato ad adorare e servire un signore diverso dall’unico Allah.

Il pensiero dei profeti prima di ricevere la profezia

Dal Sacro Corano apprendiamo che, prima della discesa della rivelazione da parte di Allah, la conoscenza posseduta dai profeti non differiva in alcun ambito da quella della gente comune. Prima della rivelazione, essi non disponevano di alcuna fonte di conoscenza di cui gli altri fossero privi. Perciò il Corano dice: (Arabo*******) «Tu non sapevi che cosa fossero il Libro e la fede». (ash-Shura: 52) (Arabo*********) «E ti trovò smarrito, poi ti guidò sulla retta via».

Insieme a ciò, il Corano ci informa anche che, prima di ricevere la profezia, i profeti, servendosi dei comuni mezzi di conoscenza e comprensione di cui sono dotate le altre persone, oltrepassavano il livello della fede nell’invisibile. L’arrivo della rivelazione rafforzava la conoscenza da essi acquisita attraverso la percezione. La rivelazione forniva una testimonianza certa e definitiva della veridicità delle realtà cui i loro cuori avevano già reso testimonianza. E li conduceva a una conoscenza diretta e visiva di tali realtà vere, permettendo loro di testimoniarne davanti al mondo con piena convinzione. Nella sura Hud questo contenuto è stato esposto più volte. Dapprima si dice a proposito del Nobile Messaggero:

(Arabo****************** pagina 59 del PDF)

«Può forse essere paragonato a colui che si fondava già su una prova luminosa proveniente dal suo Signore (ossia era dotato di una guida intellettuale e naturale), al quale poi giunse da parte di Allah anche un testimone (ossia il Corano), mentre prima di esso era già presente il Libro di Mosè come guida e misericordia (possono forse dubitare di questa verità)?» (sura Hud: 17)

In seguito, questo contenuto viene nuovamente espresso, nella terza sezione, per bocca del profeta Noè, su di lui la pace:

(Arabo****************** pagina 59 del PDF)

«O gente mia, riflettete: se mi baso su una prova luminosa proveniente dal mio Signore e se Egli mi ha poi concesso una misericordia da parte Sua (la rivelazione e la profezia), mentre essa vi è rimasta celata, dovremmo forse imporvela con la forza?» (sura Hud: 28)

Anche nella sesta sezione il profeta Salih, su di lui la pace, e nell’ottava sezione il profeta Shuʿayb, su di lui la pace, hanno ripetuto questo stesso contenuto. Da ciò diventa evidente che hanno ripetuto il contenuto attraverso la rivelazione. Ne risulta chiaramente che, prima di ottenere direttamente, mediante la rivelazione, la vera conoscenza, i profeti penetravano in profondità nelle realtà del tawhid e dell’Aldilà, utilizzando correttamente la capacità naturale di riflessione, ricerca e osservazione, definita nel versetto precedente (Arabo********) come è stato detto. Il loro successo nel penetrare nelle profondità della verità era concesso da Allah (Arabo) non; piuttosto, era da loro acquisito (Arabo***)。 Dopo ciò, Allah concedeva loro la conoscenza della rivelazione. Questa non era acquisita, bensì era concessa da Allah.

L’osservazione, la riflessione e la ricerca su questi segni naturali, nonché l’uso del buon senso (Commonsense), sono cose del tutto diverse dalle congetture, supposizioni e speculazioni (Speculation) dei filosofi. Il Sacro Corano stesso ha cercato di esortare ogni persona a fare uso di questa facoltà. Il Corano ha ripetutamente detto: aprite gli occhi, osservate i segni naturali di Allah e cercate di giungere, attraverso di essi, a conclusioni corrette.

La conoscenza dell’invisibile del Messaggero

È errata l’idea che ai Messaggeri sia stata concessa soltanto quella parte della conoscenza dell’invisibile che Allah intendeva far giungere agli uomini. Questa idea è contraria alle chiare affermazioni del Sacro Corano e degli hadith. Nel Sacro Corano si racconta, a proposito del profeta Ya‘qub (pace su di lui), che egli disse ai propri figli: (Arabo*******) «Io conosco, da parte di Allah, cose che voi non conoscete». — (Sura Yusuf: 11)

Inoltre, da diversi versetti del Corano si apprende che, prima dell’invio di una punizione contro varie nazioni, i loro profeti ne erano stati informati; tuttavia, persino quando la punizione stava per giungere, essi non informarono le proprie nazioni dei suoi dettagli. A Noè (pace su di lui) era stata annunciata la punizione con tanto anticipo che nel frattempo egli aveva costruito l’Arca. Ma non disse alla sua gente che una punizione mediante il diluvio stava per abbattersi su di loro. Anche dagli hadith si apprende che al Nobile Messaggero (s.a.w.) erano state rivelate molte condizioni dell’invisibile che egli non comunicò alla sua comunità. In un’occasione, durante un sermone, il Nobile Messaggero (s.a.w.) disse:

(Arabo****************** a pagina 60 del PDF)

«O comunità di Muhammad (s.a.w.)! Per Allah, se sapeste ciò che io ho appreso, ridereste ben poco e piangereste molto di più». — (Bukhari: capitolo Sadaqa fil-Kusuf)

In un’altra occasione il Nobile Messaggero (s.a.w.) disse: (Arabo**********) «Vi vedo alle mie spalle esattamente come vi vedo davanti a me». — (Bukhari: capitolo Azmatu Imamin-Nas).

In sintesi, da molti altri hadith e versetti si apprende che ai Messaggeri era stata concessa una conoscenza dell’invisibile molto più ampia di quella che, per loro tramite, è giunta ai servi di Allah. Anche la ragione naturale sostiene questa affermazione. Gli uomini comuni hanno bisogno di conoscere soltanto quella parte dell’invisibile che è connessa alla fede e alla dottrina. Ma per i Messaggeri non è sufficiente conoscere soltanto questa parte della conoscenza dell’invisibile. Essi hanno bisogno di conoscere molte altre cose che li aiutano nell’adempimento della missione apostolica. Per esempio, i vicecapi di Stato e i governatori devono conoscere, fino a un certo livello, la politica dello Stato e i suoi segreti. Se questi segreti venissero a conoscenza dei sudditi comuni, invece di essere utili diventerebbero causa di danno. Allo stesso modo, nell’amministrazione del regno di Allah vi sono molti segreti che conoscono soltanto i rappresentanti speciali di Allah e i Suoi Messaggeri. I sudditi comuni, cioè la gente comune, non ne conoscono neppure il minimo dettaglio. Questa conoscenza dell’invisibile aiuta i Messaggeri nell’adempimento dei loro compiti, ma non è necessaria alla gente comune, né essa ha la capacità di sopportarla. In estrema sintesi, si può dire che la conoscenza del Profeta è inferiore a quella di Allah e superiore a quella degli uomini comuni. Ma qual è l’estensione di questa conoscenza? Quanto è maggiore o minore? Certamente non possediamo alcuno strumento con cui poterla misurare in questo modo.

Uno sguardo vigile sui profeti

Nella società umana, i profeti occupano la posizione più importante e delicata. Un evento ordinario nella vita di una persona comune non riveste particolare importanza. Ma se quello stesso evento si verifica nella vita di un profeta, esso diventa legge. Per questo, da parte di Allah, viene mantenuta un’attenzione vigile su ogni evento della vita dei profeti. Di conseguenza, né il loro minimo passo né la più piccola delle loro azioni può verificarsi in contrasto con la volontà di Allah. Se mai un profeta ha compiuto un’azione del genere, essa è stata immediatamente corretta. Lo scopo era che la legge islamica e i suoi principi fondamentali giungessero agli uomini non soltanto attraverso il Libro di Allah, ma anche come eccellente modello di vita del profeta, e che in essi non potesse rientrare neppure il minimo elemento non conforme alla volontà di Allah.

Conoscenza diretta e osservazione

Tra i profeti, Allah ha fatto osservare a ciascuno, secondo il suo rango, il sistema di governo della terra e dei cieli e, rimuovendo il velo tra il mondo materiale e quello invisibile, ha dato loro una conoscenza visiva anche di quei segreti della realtà riguardo ai quali erano stati incaricati di invitare la gente comune ad avere fede nell’invisibile. In questo modo, la loro posizione si è distinta nettamente da quella dei filosofi. I filosofi parlano sulla base di supposizioni e congetture. Se avessero conosciuto correttamente la propria condizione e il proprio rango, non avrebbero mai attestato la verità di una loro opinione. Al contrario, i profeti parlano di ogni cosa sulla base della conoscenza diretta e dell’osservazione. Possono testimoniare davanti agli uomini in questo modo: «Noi conosciamo bene ciò che diciamo e lo abbiamo visto con i nostri stessi occhi».

Potere straordinario —[Le capacità e le attitudini straordinarie dei profeti, nonché il loro speciale sistema di formazione, sono state discusse dettagliatamente nel paragrafo «La missione profetica e le sue disposizioni» del capitolo «La posizione del Messaggero Nobile come persona e profeta».]

(Arabo****************** a pagina 62 del PDF)

«Quando questa carovana partì dall’Egitto, il loro padre, seduto nella sua casa a Canaan, disse: “Sento il profumo di Yusuf. Non ricominciate a dire, voi abitanti della casa, che, essendo diventato vecchio, ho perso la ragione”». —(Sura Yusuf: 94)

Da ciò si può comprendere il potere straordinario dei profeti. Non appena la carovana partì dall’Egitto con la veste di Yusuf, mentre si trovava ancora a centinaia di miglia di distanza, Yaqub ne percepì l’odore. Ma da ciò si apprende anche che questo potere non era proprio dei profeti. Era Allah a concedere loro tale potere. Tuttavia, essi potevano impiegarlo nella misura desiderata da Allah e soltanto quando Egli lo desiderava. Yusuf rimase per anni in Egitto, ma Yaqub non ne percepì mai il profumo. Ora, non appena la sua veste cominciò il viaggio dall’Egitto, all’improvviso l’olfatto di Yaqub si accrebbe a tal punto che egli cominciò a sentirne il profumo.

La natura umana dei profeti

Tutti i profeti precedenti erano esseri umani. Non erano una creazione straordinaria di Allah. Inviare un uomo come messaggero non è un evento straordinario nella storia.

Il compito che Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) sta svolgendo ora è lo stesso per il quale vennero anche i profeti precedenti. Come quello di Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui), la loro missione e il loro insegnamento erano gli stessi. Allah ha riservato ai profeti un trattamento particolare. Su di loro si sono abbattute grandi calamità. Hanno vissuto per anni nelle difficoltà. Le calamità li hanno colpiti a livello personale e anche i nemici li hanno posti in difficoltà. Ma alla fine Allah ha accolto le loro suppliche, ha alleviato le loro sofferenze, ha sconfitto i loro nemici e li ha aiutati in modo miracoloso.

Pur essendo amati e graditi ad Allah e pur avendo ricevuto da Lui grandi e straordinari poteri, erano servi di Allah ed esseri umani. Nessuno di loro possedeva poteri divini.

Il significato dell’infallibilità dei profeti

Anche i profeti sono esseri umani. Nessun essere umano è capace di rimanere costantemente al livello di perfezione prescritto per il credente. Talvolta, in una situazione delicata e carica di emozione, persino il migliore degli uomini, come un profeta, può soccombere per un brevissimo istante alla propria debolezza umana. Ma non appena si rende conto, o Allah fa sorgere in lui la consapevolezza, che sta scendendo al di sotto del livello desiderato, si pente immediatamente. Nel correggere il proprio errore non esita neppure per un istante. Quale prova più grande dell’eccellenza morale di Noè (pace su di lui) potrebbe esserci del fatto che suo figlio, ancora giovane, stava affondando davanti ai suoi occhi nelle acque senza fondo, e che egli assisteva a quella scena mentre il suo cuore si spezzava per il suo orrore? Ma non appena Allah lo mise in guardia dal fatto che considerare suo figlio, il quale aveva abbandonato la verità e si era aggrappato alla falsità, semplicemente come proprio figlio per il vincolo di sangue era un’emozione meramente jahilita, egli tornò al modo di pensare prescritto.

Il significato dell’infallibilità del profeta non è che gli siano state tolte la capacità e l’attitudine a commettere peccati ed errori, né che vi sia alcuna possibilità che egli commetta un peccato. Significa piuttosto che il profeta ha la capacità di peccare, ma, pur possedendo tutte le qualità umane, le emozioni, i sentimenti, i desideri e le aspirazioni umane, è talmente virtuoso e timorato di Allah da non decidere mai consapevolmente di commettere un peccato. Nella sua coscienza sono presenti prove e testimonianze così grandi e potenti del suo Signore che, di fronte ad esse, i desideri della sua inclinazione naturale non possono mai prevalere. Anche se, a sua insaputa, dovesse comunque verificarsi un errore, Allah lo corregge immediatamente mediante una rivelazione esplicita. Perché la sua caduta non è soltanto la caduta di un individuo, bensì quella di un’intera comunità. Se egli si allontanasse anche solo di un capello dalla retta via, il mondo intero avanzerebbe di parecchie miglia sulla strada dello smarrimento.

Alcuni versetti relativi alle qualità dei profeti

(Arabo****************** PDF a pagina 63)

«E ricorda in questo Libro Abramo. In verità, egli era un uomo sincero e un profeta» – (Sura Maryam: 41)

(Arabo****************** PDF a pagina 63)

«E ricorda in questo Libro Mosè. In verità, egli era un uomo eletto e un profeta-messaggero. Io lo chiamai dal lato destro del Monte e lo avvicinai in un colloquio segreto» – (Sura Maryam: 51-52)

(Arabo****************** PDF a pagina 63)

«E ricorda in questo Libro Ismaele. In verità, egli era fedele alla promessa e un profeta-messaggero. Ordinava alla sua famiglia la preghiera e l’elemosina prescritta, ed era gradito al suo Signore. E ricorda in questo Libro Idris. In verità, egli era un uomo sincero e un profeta, e lo elevammo a una posizione elevata» – (Sura Maryam: 54-57)

(Arabo****************** PDF a pagina 64)

«Questi profeti furono gratificati da Allah: appartenevano alla progenie di Adamo, alla progenie di coloro che portammo con Noè sull’arca, alla progenie di Abramo e alla progenie d’Israele; erano tra coloro che guidammo e scegliemmo. Quando venivano recitati loro i versetti del Misericordioso, si prostravano piangendo» – (Sura Maryam: 58)

(ARABO****************** pagina 64 del PDF)

«In precedenza avevamo donato ad Abramo il discernimento e lo conoscevamo bene». – (Sura al-Anbiyāʾ: 51)

(ARABO****************** pagina 64 del PDF)

«E salvammo lui e Lot, conducendoli verso una terra nella quale avevamo posto la benedizione per tutti i mondi. E gli donammo Isacco e Giacobbe in aggiunta, e rendemmo ciascuno di loro virtuoso. E li rendemmo guide che guidavano per Nostro comando, e rivelammo loro di compiere il bene, di stabilire la preghiera e di versare la zakāt. Ed essi erano devoti adoratori». – (Sura al-Anbiyāʾ: 71-71)

(ARABO****************** pagina 64 del PDF)

«E donammo a Lot giudizio e sapienza, e lo salvammo dalla città i cui abitanti commettevano turpitudini. In verità, erano un popolo di trasgressori estremamente perversi. E gli accordammo la Nostra misericordia, poiché egli era tra i virtuosi». – (Sura al-Anbiyāʾ: 74-75)

(ARABO****************** pagina 65 del PDF)

«E la stessa grazia la concedemmo a Noè. Ricorda: prima di ciò egli Ci aveva invocato, e Noi avevamo esaudito la sua supplica, liberando lui e la sua famiglia da una grande angoscia. E lo avevamo aiutato contro quel popolo che aveva negato i Nostri segni. Erano gente malvagia; perciò li facemmo annegare tutti».

(In arabo****************** a pagina 65 del PDF)

«E conferii questa stessa grazia a Davide e Salomone. Ricorda il momento in cui entrambi giudicarono una controversia riguardante un campo nel quale, durante la notte, erano entrate le capre di altre persone. Ero Io stesso a osservare il loro giudizio. In quell’occasione insegnai a Salomone la decisione corretta. E a entrambi avevo concesso saggezza nel giudicare e conoscenza. E sottomisi a Davide le montagne e gli uccelli, che glorificavano [Allah]. Ero Io a fare tutto ciò. E per il vostro beneficio gli insegnai l’arte di fabbricare armature, affinché vi proteggessero dai colpi reciproci. Sarete dunque riconoscenti? E sottomisi a Salomone il vento impetuoso, che per suo ordine soffiava verso la terra nella quale avevo posto la benedizione. E ho conoscenza di ogni cosa. E gli sottomisi molti tra i demoni, che si immergevano per lui e compivano anche altri lavori. Ero Io a vigilare su tutti loro».–(Sura al-Anbiyā’: 78-82)

Il riferimento, a questo proposito, a questo episodio particolare riguardante il profeta Davide (pace su di lui) e il profeta Salomone (pace su di lui) ha uno scopo: far comprendere che, nonostante i profeti fossero dotati di capacità e poteri straordinari da parte di Allah, essi erano in realtà esseri umani. Non possedevano neppure la minima traccia del potere divino. In questa controversia, il profeta Davide (pace su di lui) non fu aiutato mediante la rivelazione e commise un errore nel pronunciare il giudizio. Il profeta Salomone (pace su di lui) fu invece aiutato e pronunciò il giudizio corretto. Eppure entrambi erano profeti. Anche il motivo per cui vengono menzionate le qualità di entrambi è far comprendere che si trattava di qualità conferite da Allah e che qualità di questo genere non innalzano nessuno al rango di Allah.

(In arabo*************************a pagina 66 del PDF)

«E conferii questa stessa cosa — la grazia dell’intelletto, della capacità di giudicare e della conoscenza — a Giobbe. Ricorda quando invocò il suo Signore dicendo: “Sono stato colpito dalla malattia, e Tu sei il più misericordioso dei misericordiosi”. Accolsi la sua supplica e allontanai la sua sofferenza. E non gli restituii soltanto la sua famiglia, ma gliene diedi anche altrettanti, per speciale misericordia da parte Mia e affinché ciò fosse un ammonimento per gli adoratori».–(Sura al-Anbiyā’: 83-84)

(In arabo*************************a pagina 66 del PDF)

«E conferii questa stessa grazia anche a Ismaele, Idris e Dhul-Kifl. Tutti erano pazienti e li includemmo nella Nostra misericordia, poiché erano virtuosi».–(Sura al-Anbiyā’: 85-86)

(In arabo*************************a pagina 66 del PDF)

«E dotaiammo di grazia il possessore del pesce, il quale pensava che non lo avremmo messo alla prova. Infine, dalle tenebre, egli invocò: “Non vi è altro dio all’infuori di Te; gloria a Te! In verità, sono stato tra gli ingiusti”. Allora accogliemmo la sua supplica, lo liberammo dall’afflizione e così salviamo i credenti». – (Sura al-Anbiyāʾ: 87-88)

(Arabo************************* alla pagina 67 del PDF)

«E [ricorda] Zaccaria, quando invocò il suo Signore dicendo: “Mio Signore, non lasciarmi solo, poiché Tu sei il migliore degli eredi”. Allora esaudimmo la sua supplica, gli donammo Yaḥyā e rendemmo idonea per lui sua moglie. Essi si affrettavano a compiere il bene, Ci invocavano con timore e speranza ed erano umili davanti a Noi». – (Sura al-Anbiyāʾ: 89-90)

Lo scopo della narrazione dell’episodio di Hazrat Zaccaria (pace su di lui) è spiegare che tutti questi profeti erano semplicemente servi di Allah ed esseri umani. In loro non vi era neppure la minima traccia di divinità. Non avevano il potere di concedere figli ad altri; al contrario, erano essi stessi a chiedere ad Allah, supplicandolo, di conceder loro dei figli. Lo scopo del riferimento a Hazrat Yunus (pace su di lui) è mostrare che, nonostante la grande personalità di un profeta glorioso, egli fu subito chiamato a rispondere non appena commise un errore. E quando si umiliò davanti al suo Signore, gli fu mostrata anche una misericordia straordinaria. Fu fatto uscire vivo dal ventre del pesce. Il riferimento a Hazrat Ayyub (pace su di lui) mira a far sapere che essere colpiti dalle avversità non è qualcosa di insolito per i profeti. Quando un profeta è colpito da una disgrazia o da una malattia, egli chiede ad Allah la guarigione e la liberazione da essa. Essi non possono guarire gli altri; al contrario, chiedono ad Allah di essere guariti. Inoltre, un altro scopo di queste narrazioni è stabilire questa verità concreta: tutti i profeti riconoscevano il tawḥīd e presentavano le proprie necessità davanti a nessuno se non all’unico Allah. D’altra parte, esse mirano anche a rendere evidente che Allah ha sempre aiutato i Suoi profeti in modo straordinario. Per quanto all’inizio siano stati sottoposti a ogni sorta di prova, alla fine le loro suppliche sono state esaudite miracolosamente e hanno trovato compimento.

Capitolo 2 – La waḥy

Significato, forme e categorie della waḥy

Significato letterale e terminologico

Il significato della waḥy è fare un gesto, dare un’indicazione, instillare qualcosa nella mente, comunicare segretamente qualcosa o inviare un messaggio. In senso terminologico, la waḥy significa «indicazione rapida» e «indicazione segreta». Vale a dire un’indicazione data con rapidità e in modo tale che nessuno possa venirne a conoscenza, eccetto colui che la dà e colui al quale è data. Questo termine è stato usato, in senso terminologico, per indicare una guida che, come una fiamma di fulmine, viene gettata da parte di Allah nel cuore di uno dei Suoi servi.

Non può sorgere alcuna questione della presenza personale di Allah presso qualcuno, né della presenza di qualcuno presso di Lui e del suo stare faccia a faccia con Lui per parlargli. Egli è Sapiente e Onnipotente. Quando desidera stabilire un rapporto con un Suo servo per guidare la società umana o indicarle la retta via, nessun ostacolo né alcuna difficoltà possono frapporsi alla realizzazione della Sua volontà. Per compiere quest’opera, nella Sua sapienza, Egli ricorre alla via della rivelazione.

Le varie forme della rivelazione

Sebbene oggi la parola «rivelazione» venga usata soltanto per la rivelazione inviata ai profeti, nel Corano non si riscontra questa distinzione terminologica. Secondo la descrizione coranica, la rivelazione discende anche sul cielo e, conformemente a essa, viene amministrato l’intero suo sistema (Arabo**********) e discende anche sulla terra, che al suo cenno comincia ad esporre la propria storia senza alcun indugio (Arabo******) ; discende anche sugli angeli, i quali agiscono conformemente a essa (Arabo***********) ; anche alle api vengono insegnate tutte le loro attività mediante la rivelazione (l’insegnamento naturale). Come è detto nel versetto 68 della sura an-Nahl. Naturalmente, questa rivelazione non è limitata alle api. Il nuotare dei pesci nell’acqua, il volare degli uccelli nell’aria e il succhiare il latte da parte del neonato: tutti questi insegnamenti avvengono mediante la rivelazione di Allah. Anche il fatto che un uomo, senza riflessione, studio e ricerca, giunga a una tecnica corretta, a un giudizio esatto o alla retta via nel pensiero e nell’azione rientra in questa rivelazione (Arabo**********) Nessun essere umano è privo di questa rivelazione. In tutte le invenzioni realizzate nel mondo, in tutte le nuove cose e realtà ideate per il bene dell’umanità e in tutte le grandi e nobili opere compiute da grandi pensatori, statisti, conquistatori e scrittori si manifesta l’efficacia di questa rivelazione. Anzi, la gente comune vive giorno e notte numerose esperienze a questo riguardo. Spesso accade che, mentre si è semplicemente seduti, sorga nella mente un pensiero, oppure che venga in mente una nuova tecnica o un’idea, o che si veda qualcosa in sogno, e che l’esperienza successiva dimostri che ciò era un’indicazione della retta via, concessa alla persona dall’invisibile. Tra queste molteplici forme di rivelazione, una forma particolare discendeva sui profeti e sugli inviati. La sua differenza rispetto alle altre rivelazioni è estremamente evidente. Colui sul quale discende la rivelazione è pienamente consapevole che essa proviene da Allah. Egli ha piena fede nel fatto che questa rivelazione discende da Allah. In questo tipo di rivelazione sono contenuti i fondamenti della fede, le prescrizioni, le leggi e le direttive morali e spirituali. Il suo scopo è guidare l’umanità per mezzo del profeta.

Un’idea errata

Nella sura ash-Shuʿarā’ (Arabo*******)è descritta la modalità con cui è giunta la rivelazione mediante la quale tutti i Libri celesti sono stati trasmessi ai profeti. In altre parole, Allah invia la rivelazione agli inviati per mezzo di uno dei Suoi angeli. Alcuni hanno frainteso questo versetto e ne hanno dato il significato: «Allah invia un inviato, il quale, per Suo ordine, trasmette il Suo messaggio alla gente comune». Ma questa espressione del Corano (Arabo**********) (poi egli, cioè l’angelo, fa discendere o trasmette la rivelazione, per Suo ordine, qualunque cosa Egli voglia) dimostra chiaramente che la loro interpretazione è errata. Nel Corano la predicazione dei profeti alla gente comune non è mai stata chiamata «rivelazione», e neppure nella lingua araba vi è alcuna possibilità di definire con la parola «rivelazione» una comunicazione pubblica rivolta alla gente. Il significato lessicale della rivelazione è precisamente un’indicazione segreta e rapida. Soltanto chi è completamente ignorante della lingua araba potrebbe usare questa parola come sinonimo della predicazione dei profeti.

Alcune altre considerazioni sulle varie forme della rivelazione

Una forma di rivelazione può essere definita rivelazione istintiva o naturale. Mediante essa Allah insegna a ogni creatura il proprio compito. Questa rivelazione discende sugli animali e sugli uccelli più che sugli esseri umani e, probabilmente, ancora più sulle piante e sulle cose inanimate. La seconda forma di rivelazione può essere definita rivelazione parziale. Mediante essa Allah insegna a un Suo servo una certa abilità tra quelle riguardanti le questioni della vita. Questa rivelazione discende ogni giorno sulla gente comune. Tutte le grandi invenzioni del mondo sono state realizzate mediante questa rivelazione. Essa contribuisce alle grandi scoperte teoriche. La sua efficacia si manifesta dietro importanti eventi storici. Si vede che, nel corso di eventi importanti, all’improvviso si è verificato un fatto particolare senza alcuna riflessione preliminare, ed esso ha esercitato un’influenza decisiva sul corso della storia. Una rivelazione di questo tipo discese sulla madre di Mosè. Separata da queste due forme di rivelazione, ve n’è un’altra mediante la quale Allah informa il Suo servo delle profonde verità del mondo invisibile e gli concede la guida riguardo all’ordinamento della vita. Lo scopo è che egli trasmetta questa conoscenza e questa guida alla gente comune e la conduca dalle tenebre alla luce. Questa rivelazione discende esclusivamente sui profeti. Dal Corano si comprende chiaramente che, qualunque nome si dia a questo tipo di conoscenza — Irqā, ispirazione, kashf o rivelazione in senso tecnico — essa non viene concessa a nessuno al di fuori dei profeti e degli inviati. Questa conoscenza viene data ai profeti in modo tale che essi possano avere piena certezza che proviene da Allah, che è completamente protetta dalle intrusioni dei demoni ed è del tutto libera anche dall’influenza dei loro pensieri, delle loro immaginazioni e delle loro passioni. Inoltre, dal punto di vista della Legge sacra, questa conoscenza è considerata una prova inconfutabile. Obbedirvi è un obbligo per ogni essere umano, e i profeti sono incaricati di invitare tutta l’umanità ad avervi fede. Avere fede in questa rivelazione è inoltre una condizione indispensabile per la salvezza nell’Aldilà, mentre ignorarla conduce inevitabilmente alla perdizione.

Se a una persona diversa dai profeti viene concessa una parte di questo terzo tipo di rivelazione, essa rimane al livello di un’indicazione così vaga che, per comprenderla pienamente, è indispensabile ricorrere alla luce della rivelazione profetica — vale a dire sottoporla al Corano e alla Sunna, verificarne la correttezza o l’erroneità e, qualora sia corretta, determinarne l’intento. Chi considera il proprio ispirato interiore un mezzo autonomo di guida e, senza verificarlo alla luce del criterio della rivelazione profetica, comincia ad agire in base ad esso e invita gli altri a seguirlo, dal punto di vista della Sharia la sua condotta non può ricevere alcuna legittimità. Questa verità è stata esposta chiaramente in diversi passi del Corano. In particolare, nell’ultimo versetto della sura al-Jinn, essa è stata presentata liberandola da ogni rigidità e ambiguità:

(Arabo*************************pagina 73 del PDF)

«Egli (Allah) conosce l’invisibile. Non rende noto a nessuno il Suo invisibile, se non al messaggero che Egli sceglie per conferirgli una parte della conoscenza dell’invisibile. Allora pone davanti e dietro di lui dei custodi, affinché sappia che essi hanno trasmesso i messaggi del loro Signore. Egli abbraccia con la Sua conoscenza tutto ciò che li circonda e tiene il conto di ogni cosa». — (Sura al-Jinn: 27-28)

Se si riflette anche solo un poco, si può facilmente comprendere perché ai migliori uomini virtuosi e ai più elevati riformatori sociali tra i musulmani non siano stati concessi kashf e ispirazione dello stesso livello di quelli dei profeti, e perché sia stato loro concesso invece un tipo inferiore di kashf e ispirazione subordinati. La ragione per cui non viene concesso il primo è che esso segna la linea di demarcazione tra il profeta e la comunità ordinaria. Questa linea non può in alcun modo essere eliminata. La ragione per cui viene concesso il secondo è che coloro che, dopo il profeta, si sforzano di portare avanti la sua opera hanno certamente bisogno, per ogni aspetto della religione e per la lotta volta a instaurarla, di una profonda intuizione e della retta guida proveniente da Allah. Questa cosa viene certamente concessa inconsapevolmente a ogni sincero e infallibile servitore della religione dotato di pensiero corretto. E se viene concessa consapevolmente a qualcuno, allora è certamente un premio di Allah.

La rivelazione nei sogni

(Arabo*************************pagina 74 del PDF)

«Quando il ragazzo raggiunse l’età in cui poteva correre insieme a lui, Ibrahim gli disse un giorno: “Figlio mio, ho visto in sogno che ti sacrificavo. Ora dimmi che cosa ne pensi”. Egli rispose: “Padre mio, fai ciò che ti è stato ordinato”». — (Sura as-Saffat: 102)

Da queste parole risulta chiaramente che il figlio del profeta non considerò il sogno del padre un semplice sogno, bensì lo considerò un comando di Allah. E se in realtà non fosse stato un comando di Allah, allora Allah avrebbe certamente fatto sapere, in modo esplicito o almeno mediante un’indicazione, che il figlio di Ibrahim aveva erroneamente ritenuto che fosse un comando di Allah. Tuttavia, né nella discussione precedente né in quella successiva a questo versetto vi è alcuna indicazione di questo genere. Perciò nell’Islam è sorta la dottrina secondo cui i sogni dei profeti non sono sogni ordinari, bensì una forma di rivelazione. È superfluo dire che, se fosse stata vera, Allah avrebbe certamente confutato una parola sulla cui base un principio tanto grande avrebbe potuto penetrare nella Sharia di Allah; coloro che riconoscono il Corano come parola di Allah non possono in alcun modo accettare che Allah possa commettere un simile errore.

La rivelazione alle api

(Arabo*************************a pagina 74)

«E guarda: il tuo Signore ha rivelato alle api: “Costruite le vostre dimore tra le montagne”». – (Sura an-Nahl: 68)

Il significato lessicale della rivelazione è un’indicazione segreta e sottile. Nessuno, eccetto colui che dà l’indicazione e colui al quale essa è rivolta, ne percepisce la natura. In considerazione di questo significato appropriato, il termine viene usato nel senso di ilqā (gettare una parola nella mente) e di ilhām (impartire un insegnamento e una direttiva segreti). Poiché l’insegnamento che Allah impartisce alle Sue creature non viene impartito in alcun istituto d’istruzione, ma attraverso un metodo così sottile che esteriormente non appare che uno insegni e l’altro apprenda, nel Corano esso è stato espresso mediante i termini rivelazione, ilhām e ilqā. Attualmente questi tre termini hanno assunto tre forme terminologiche distinte. Il termine rivelazione si usa esclusivamente per i profeti, ilhām per gli awliyāʾ e i santi particolarmente venerabili, mentre ilqā si usa relativamente per la gente comune.

La rivelazione alla madre di Mosè

(Arabo*************************a pagina 75)

«Ricorda il momento in cui indicai a tua madre un’indicazione del genere di quella che viene data mediante la rivelazione». – (Sura Tā-Hā: 38)

(Arabo*************************a pagina 75)

«Ispirai alla madre di Mosè: “Allattalo. Poi, quando temi per la sua vita, gettalo nel fiume”». – (Sura al-Qasas: 7)

In altre parole, la madre del venerabile Mosè (pace su di lui) compì quest’azione per ispirazione di Allah, ed Egli l’aveva già rassicurata, promettendole che, seguendo questa strada, non solo avrebbe salvato la vita di suo figlio, ma glielo avrebbe anche restituito tra le braccia, e che in seguito suo figlio sarebbe diventato un Suo messaggero.

La rivelazione dei satana ai loro compagni

(Arabo*************************PDF, pagina 75)

«I satana insinuano dubbi e sospetti nei cuori dei loro compagni, affinché discutano con voi». – (Sura al-An‘am: 121)

La rivelazione al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) non è un evento senza precedenti

(Arabo*************************PDF, pagina 75)

«O Muhammad! Ti abbiamo inviato la rivelazione proprio come l’avevamo inviata a Noè e ai profeti dopo di lui. E avevamo fatto scendere la rivelazione anche su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e sui discendenti di Giacobbe».

-(Sura an-Nisāʾ: 163)

Lo scopo di queste parole è far sapere a tutti che Muhammad, pace e benedizioni su di lui, non ha portato nulla di nuovo che nessun altro avesse mai portato prima. Egli non ha preteso di essere il primo a presentare al mondo qualcosa di nuovo; al contrario, ha ricevuto la guida dalla stessa fonte di conoscenza dalla quale l’avevano ricevuta tutti i profeti precedenti. E ha semplicemente ripetuto lo stesso messaggio di verità e giustizia che tutti i profeti apparsi nelle diverse regioni del mondo hanno sempre proclamato.

La discesa della rivelazione del Corano sul Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui

(Arabo*************************pagina 76 del PDF)

«E questo Corano mi è stato inviato mediante la rivelazione affinché, per mezzo suo, possa ammonire voi e tutti coloro ai quali esso giungerà».

(Arabo*************************pagina 76 del PDF)

«Quando vengono recitate loro le Mie chiare parole, coloro che non sperano nel Nostro incontro dicono: “Portaci un Corano diverso da questo, oppure cambialo in qualche modo”. Di’: “Non spetta a me cambiarlo di mia iniziativa. Io seguo soltanto ciò che mi viene rivelato”». — (Sura Yūnus: 15)

Qui è stato fatto sapere a tutti, riguardo al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui: «Io non sono l’autore di questo Libro. Esso mi è giunto mediante la rivelazione e non ho alcuna autorità per apportarvi cambiamenti o aggiunte». Inoltre è stato chiarito che, su questo punto, non vi è alcuna possibilità di compromesso. Se lo si accetta, si deve accettare l’intera religione esattamente così com’è; altrimenti la si deve rifiutare.

(Arabo*************************PDF a pagina 76)

«Dunque, o Profeta, non accada che tu abbandoni alcuna delle cose che ti vengono rivelate e che il tuo cuore si senta oppresso a causa loro».–(Sura Hūd: 12)

In altre parole, ai nostri occhi viene attribuito valore a colui che è retto e percorre la via della giustizia, dell’onestà e delle opere virtuose con pazienza, fermezza e incrollabilità. Pertanto, a causa della ristrettezza mentale, dell’ostilità, dell’indifferenza, del sarcasmo, delle allusioni pungenti e delle obiezioni e domande dettate dall’ignoranza con cui vieni affrontato, non deve manifestarsi alcuna differenza nella tua fermezza e nella tua incrollabilità. Non dovresti mostrare alcuna esitazione, né lasciarti intimorire o turbare, nel manifestare e proclamare ciò che, attraverso la rivelazione, è stato reso chiaro davanti a te come verità e nel chiamare le persone ad essa. Non dovrebbe mai sorgere nella tua mente un pensiero del genere: quando la gente, appena ode una certa parola, comincia a scagliare frecce di scherno, come potrei allora esporla davanti a loro? E quando non è affatto pronta ad ascoltare una certa verità, come potrei manifestarla davanti a loro? Che la gente creda o no, continua a proclamare con voce intrepida, senza aggiungere né togliere nulla, ciò che sai essere la verità. Quanto accadrà o avverrà in seguito è interamente nelle mani di Allah.

(Arabo*************************PDF a pagina 77)

«O Muhammad! Queste sono notizie dell’invisibile. Te le rivelo mediante la rivelazione. Prima di allora non le conoscevi, e neppure la tua gente le conosceva».–(Sura Hūd: 49)

(Arabo*************************PDF a pagina 77)

«Alif-Lām-Rā. Questi sono i versetti del Libro, che espone chiaramente il proprio messaggio. Lo abbiamo fatto scendere come Corano in lingua araba, affinché possiate comprenderlo bene (voi Arabi). O Muhammad! Facendoti scendere questo Corano mediante la rivelazione, ti abbiamo esposto nel modo migliore fatti e informazioni».–(Sura Yūsuf: 1-2)

(Arabo*************************PDF a pagina 77)

«O Muhammad! Questa narrazione fa parte delle notizie dell’invisibile che ti riveliamo. E tu non eri presente quando i fratelli di Yusuf complottarono, coalizzandosi tra loro». – (Sura Yusuf: 102).

(Arabo*************************a pagina 77 del PDF)

«O Muhammad! Così ti abbiamo inviato come Messaggero a un popolo al quale sono già succeduti molti altri popoli, affinché tu annunci loro il messaggio che ti riveliamo, mentre essi rinnegano il loro Misericordioso». – (Sura ar-Ra‘d: 30).

Le diverse modalità della rivelazione al Messaggero di Allah (s.a.)

Nel Nobile Corano è detto:

(Arabo*************************a pagina 77 del PDF)

«Non è dato a un essere umano che Allah gli parli faccia a faccia. Tuttavia, Egli gli parla mediante la rivelazione (un’ispirazione), oppure da dietro un velo, oppure invia un messaggero (un angelo), che, con il Suo permesso, gli rivela ciò che Egli vuole. In verità, Egli è Sublime e Sapiente». – (Sura ash-Shura: 51)

Dal Corano e dagli hadith è dimostrato che al Messaggero di Allah (s.a.) fu impartita la guida mediante tutti e tre questi metodi.

Primo: dalla dichiarazione di Hazrat Aisha citata nella narrazione degli hadith si apprende che l’inizio della rivelazione al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) avvenne attraverso sogni veridici (Bukhari e Muslim). Anche nelle fasi successive questa continuità rimase intatta: negli hadith si trovano riferimenti a numerosi sogni del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Attraverso di essi egli veniva istruito o gli veniva comunicata qualcosa. Anche nel Nobile Corano si trova una descrizione dettagliata di uno dei suoi sogni (Sura al-Fath, 27). Inoltre, in diversi hadith è riportato che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Questa o quella cosa è stata gettata nel mio cuore, mi è stata comunicata, mi è stato dato questo ordine oppure mi è stato proibito questo». Tutte queste questioni rientrano nella prima forma di rivelazione. La maggior parte degli hadith qudsi appartiene a questa categoria.

Secondo: durante il Mi’raj al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) fu concessa la seconda forma di rivelazione. Da come viene narrato in diversi hadith autentici l’ordine impartito al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) di compiere le cinque preghiere quotidiane, nonché il fatto che egli presentò ripetutamente richieste e suppliche al riguardo, risulta chiaramente che in quel momento tra Allah e il Suo servo Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ebbe luogo una conversazione proprio come quella avvenuta tra Hazrat Musa (pace su di lui) e Allah sul monte Tur.

Terzo: riguardo alla terza forma di rivelazione, il Corano stesso testimonia che essa veniva trasmessa al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, per mezzo di Jibril, pace su di lui. Questo è esposto nei versetti 97 della Sura al-Baqara e dal 192 al 195 della Sura ash-Shu’ara.

Alcune ulteriori considerazioni al riguardo

La rivelazione giungeva al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) in diversi modi. Allama Ibn Qayyim ha presentato nel suo libro «Zad al-Ma’ad» una descrizione dettagliata di essi come segue:

Primo: sogni veridici. Questa fu la fase iniziale della rivelazione al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). I sogni che vedeva erano chiari come la luce del giorno.

Secondo: l’angelo imprimeva saldamente una parola nel suo cuore, sebbene egli non lo vedesse. A titolo di esempio si può citare un hadith in cui il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: «Ruh al-Qudus (Jibril) ha gettato — o soffiato — nel mio cuore questa verità: nessuna creatura morirà prima di aver ricevuto interamente la propria provvista. Temi dunque Allah e agisci, e adotta un buon metodo per procurarti il sostentamento. Quando il sostentamento tarda ad arrivare, non cercare di procurartelo disobbedendo ad Allah. Infatti, ciò che si trova presso Allah, cioè la Sua ricompensa, può essere ottenuto soltanto attraverso l’obbedienza a Lui».

Terzo: l’angelo assumeva forma umana, si presentava davanti a lui e parlava, continuando a farlo finché egli non avesse impresso completamente le sue parole nella propria mente. In alcune circostanze i Compagni videro quell’angelo.

Quarto: prima che giungesse la rivelazione, nelle sue orecchie continuava a risuonare una campana e, contemporaneamente, l’angelo parlava. Questo era il modo più difficile in cui giungeva la rivelazione. Quando la rivelazione giungeva in questo modo, dal corpo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) colava abbondantemente il sudore persino nelle giornate di freddo intenso. Se in quel momento era in groppa a un cammello, l’animale si accasciava sotto il peso. Una volta egli era sdraiato con la testa appoggiata sulla coscia di Zayd ibn Thabit (che Allah sia soddisfatto di lui), quando cominciò a giungere la rivelazione. La coscia di Zayd ibn Thabit (che Allah sia soddisfatto di lui) fu sottoposta a una pressione così grande che sembrò sul punto di spezzarsi.

Quinto: egli vedeva l’angelo nella forma originaria in cui Allah lo aveva creato. Poi Allah gli faceva giungere, sotto forma di rivelazione, tutti i comandi che impartiva.

Sesto: Allah gli faceva giungere direttamente la rivelazione. Ciò avvenne quando egli ascese ai cieli durante il Mi‘raj. Lì Allah rese obbligatoria la preghiera e gli comunicò anche altre cose.

Settimo: Allah conversava con lui senza la mediazione degli angeli, come aveva fatto con Mosè, su di lui la pace. Questa dignità di Mosè (su di lui la pace) è attestata dal Corano. Quanto al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), se ne trova menzione negli hadith riguardanti il Mi‘raj.

Inoltre, alcuni hanno descritto anche un altro modo. Esso consiste nel fatto che «Allah gli parlò senza alcun velo». Questa è l’opinione di coloro che ritengono che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) abbia visto Allah. Tuttavia, su questa questione vi è divergenza di opinioni tra gli studiosi delle generazioni precedenti e quelli posteriori». — (Zad al-Ma‘ad, vol. 1, pp. 24-25).

L’‘Allamah Jalaluddin al-Suyuti ha dedicato un intero capitolo di questa sua opera, al-Itqan, vol. 1, a questo argomento. Di seguito viene riportato un breve compendio della sua trattazione:

«Quando divenne profeta all’età di quarant’anni, per i primi tre anni Israfil fu incaricato della sua istruzione e formazione. Attraverso di lui non fu rivelata alcuna parte del Corano. In seguito, Jibril fu incaricato di portare la rivelazione. Egli continuò a portare il Corano per vent’anni. La rivelazione giungeva nei modi seguenti.

Primo: nelle sue orecchie continuava a risuonare una campana, poi giungeva la voce dell’angelo. Il vantaggio di questo modo consisteva nel fatto che, non appena udiva il suono della campana, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) poteva distogliere lo sguardo e la mente da ogni altra cosa e concentrarsi unicamente sulla voce dell’angelo. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse che questo modo era per lui il più difficile.

Due: una cosa veniva radicata profondamente nella sua mente e nel suo cuore, come egli stesso ha detto.

Tre: l’angelo veniva da lui nelle sembianze di un uomo e gli parlava. Il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse che questo metodo di rivelazione era per lui il più facile e leggero.

Quattro: l’angelo veniva da lui in sogno e gli parlava.

Cinque: Allah gli parlava direttamente, sia durante il sonno sia da sveglio, in qualunque stato si trovasse.

La sfida del Corano riguardo alla rivelazione di Allah

Nei quarant’anni della sua vita precedenti alla sua investitura profetica, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non aveva ricevuto alcuna istruzione, formazione o frequentazione grazie alla quale avrebbe potuto acquisire un vasto patrimonio di informazioni, il cui flusso avrebbe iniziato improvvisamente a sgorgare dalla sua bocca insieme alla sua proclamazione della profezia. Ora, nelle sure del Corano che venivano rivelate una dopo l’altra, erano discussi temi riguardo ai quali la gente non lo aveva mai visto in precedenza mostrare interesse, discuterne o esprimere pensieri di quel genere. Persino nessun amico intimo o parente stretto, durante quei quarant’anni, aveva percepito nel suo comportamento e nelle sue parole qualcosa che potesse essere considerato il preludio o l’anticipazione di quella grande missione. Da ciò risulta con assoluta chiarezza che il Corano non è il prodotto della sua mente, ma gli fu dato dall’esterno.

(Arabo*************************a pagina 80 del PDF)

«O Muhammad! Tu non eri presente nell’angolo occidentale quando affidai a Mosè questo comando della Legge religiosa, né fosti testimone di ciò. Piuttosto, dopo di allora, abbiamo fatto sorgere molte generazioni e su di esse sono trascorse molte epoche. Non eri tra gli abitanti di Madyan per recitare loro i Nostri versetti, né eri al fianco del Monte quando chiamammo. Ma questa è la misericordia del tuo Signore: ti vengono fornite queste informazioni affinché tu possa ammonire un popolo al quale, prima di te, non era giunto alcun ammonitore. Forse così potranno rinsavire».»

-(Sura al-Qasas: 44-46)

Queste tre argomentazioni sono state presentate come prova della profezia di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Quando furono pronunciate queste parole, i capi della Mecca e la massa dei miscredenti si erano impegnati con ogni mezzo a dimostrare che egli non era un profeta — Dio ce ne scampi — ma un falso pretendente alla profezia. A sostenerli vi erano gli eruditi ebrei e i sacerdoti cristiani presenti nei diversi luoghi dell’Hijaz. Ma il punto più importante è che Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non era venuto dallo spazio per recitare loro questo Corano; era, invece, un abitante della Mecca. Nessun aspetto della sua vita era nascosto agli occhi degli abitanti della sua città e dei membri della sua tribù. Per questo nessuno, alla Mecca, nell’Hijaz o in tutta la Penisola Arabica, ebbe il coraggio di dire sciocchezze del genere che oggi pronunciano gli orientalisti. Sebbene non fossero inferiori a costoro nel mentire e nel formulare accuse inventate, come avrebbero potuto dire in pieno giorno una menzogna così palese, che nessuno era disposto a credere neppure per un istante? Come avrebbero potuto dire: «O Muhammad, hai raccolto queste informazioni da qualche erudito ebreo o sacerdote cristiano»? A tal fine, infatti, non potevano neppure pronunciare il nome di una sola persona in tutto il paese. Non appena avessero fatto il nome di qualcuno, sarebbe stato dimostrato che il Messaggero di Allah (pace su di lui) aveva ricevuto da costui tali informazioni e che possedeva presso di sé una grande biblioteca di opere di scienze, conoscenze e letteratura, grazie ai cui libri conservati teneva questi discorsi. Ma, biblioteca a parte, non riuscivano a trovare neppure un pezzo di carta, nei dintorni di Muhammad, che contenesse per iscritto quelle informazioni. Tutti, giovani e anziani della Mecca, sapevano che Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, non sapeva leggere né scrivere. Nessuno poteva neppure sostenere che avesse assunto alcuni traduttori, i quali gli traducevano opere scritte in ebraico, latino e siriaco. Persino il più spudorato tra loro

non avrebbe avuto il coraggio di sostenere che egli avesse avuto conversazioni con qualche sacerdote cristiano o erudito ebreo della Siria o della Palestina; in tal caso, il governo romano avrebbe trasformato una scintilla in un incendio e si sarebbe lanciato immediatamente nella propaganda calunniosa, senza esitare minimamente a diffondere la voce che, Dio ce ne scampi, Muhammad aveva imparato ogni cosa proprio lì e poi era andato alla Mecca fingendosi profeta. È dunque evidente che, in quell’epoca in cui la sfida del Corano recava ai politeisti Quraysh un messaggio di morte e in cui per loro era molto più urgente che per gli orientalisti odierni dimostrarne la falsità, nessuno riuscì a procurarsi da qualche parte un insieme di discorsi dal quale si potesse provare che Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, disponeva di una seconda fonte, oltre alla rivelazione, da cui avesse attinto quelle informazioni; né furono capaci di individuare tale fonte.

Va inoltre ricordato che il Corano non lanciò questa sfida soltanto in questo punto. Al contrario, dopo aver narrato diverse storie in diversi luoghi, afferma:

(Arabo*************************a pagina 82 del PDF)

«Questa è una notizia dell’invisibile che ti riveliamo. Tu non eri presente presso di loro quando tiravano a sorte per decidere chi avrebbe allevato Maryam, né eri presente quando litigavano». — (Sura Āl ʿImrān: 44).

Dopo aver narrato la storia di Hazrat Yusuf (pace su di lui), viene detto:

(Arabo*************************a pagina 82 del PDF)

«Questa è una notizia dell’invisibile, che ti comunico mediante la rivelazione. Tu non eri presente presso di loro — cioè presso i fratelli di Yūsuf — quando si accordarono sulla loro decisione e tramavano il loro piano».

Analogamente, dopo aver narrato in dettaglio la storia del venerabile Nūḥ, è stato detto:

(Arabo*************************a pagina 82 del PDF)

«Questa è una notizia dell’invisibile, che ti comunico mediante la rivelazione. Prima di ciò, né tu né il tuo popolo ne sapevate nulla». — (Sūra Hūd: 49).

Il fatto che questo tema sia stato menzionato ripetutamente rende del tutto chiaro che, tra le grandi prove che il Nobile Corano continuava a presentare a sostegno del fatto di essere il Libro di Allah e del fatto che Muḥammad — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — fosse il Messaggero di Allah, ve n’era una: le descrizioni dettagliate di avvenimenti accaduti centinaia e migliaia di anni prima, ascoltate dalla bocca di un uomo illetterato, per le quali egli non possedeva alcun’altra fonte di conoscenza oltre alla rivelazione. Questa fu una delle ragioni più importanti per cui i contemporanei del Nobile Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — cominciarono a credere che egli fosse il vero Profeta di Allah e che su di lui fosse discesa la rivelazione. Chiunque può facilmente comprendere quanto fosse importante, per gli oppositori del movimento islamico di quell’epoca, rispondere a questa sfida e come essi non risparmiassero alcuno sforzo per raccogliere prove contro di essa. Inoltre, si può facilmente comprendere che, se in questa sfida fosse esistita anche la minima debolezza, per i contemporanei non sarebbe stato affatto difficile raccogliere testimonianze contro di essa al fine di dimostrarne la falsità.

Il paragone della rivelazione con la pioggia

In due passi del Corano si trovano indicazioni di un paragone con la pioggia della misericordia discesa sul Nobile Profeta — che Allah lo benedica e gli conceda la pace —:

(Arabo*************************a pagina 83 del PDF)

«Allah ha fatto scendere l’acqua dal cielo, e ogni fiume e ruscello l’ha accolta secondo la propria capacità, scorrendo poi». – (Sura ar-Raʿd: 17)

In questa similitudine, la rivelazione discesa sul Messaggero di Allah è stata paragonata alla pioggia, mentre le persone equilibrate e dotate che hanno creduto sono state paragonate a quei fiumi e ruscelli che, colmandosi fino all’orlo delle acque della misericordia, continuano a scorrere. D’altra parte, il clamore che gli oppositori avevano suscitato contro il movimento islamico è stato paragonato a masse di schiuma e detriti che, trascinati dalla corrente dell’alluvione, emergono continuamente sulla superficie dell’acqua e cominciano a danzare selvaggiamente con un fragore assordante.

(Arabo*************************a pagina 83 del PDF)

«Non vedi forse che Allah fa scendere l’acqua dal cielo e, per mezzo di essa, la terra diventa verde e rigogliosa?» – (Sura al-Ḥajj: 63)

Anche qui si cela un’indicazione del significato esteriore. Il significato esteriore consiste semplicemente nella descrizione della potenza di Allah. Ma l’indicazione sottile nascosta in queste parole è che, proprio come vedete comparire improvvisamente il verde tutt’intorno su una terra arida e incolta non appena una goccia della pioggia fatta cadere da Allah raggiunge il suolo, allo stesso modo la pioggia della misericordia di Allah che oggi scende sotto forma di rivelazione produrrà presto davanti a voi una scena analoga. In altre parole, questa regione desertica arida e sterile dell’Arabia si trasformerà presto in un giardino fiorito di conoscenza, moralità, carattere e cultura virtuosa, quale non aveva mai avuto eguali nella storia dell’umanità.

La rivelazione discesa sul Messaggero è la misericordia di Allah

(Arabo*************************a pagina 83 del PDF)

«O popolo mio! Riflettete: io mi fondavo su una prova evidente proveniente dal mio Signore, poi Egli ha riversato su di me una misericordia speciale da parte Sua». – (Sura Hūd: 28)

Questa stessa cosa è stata fatta pronunciare dalla bocca di Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nel rukūʿ precedente. In altre parole, dapprima, osservando i segni di Allah nei cieli e sulla terra, avevo colto il significato profondo della verità del tawḥīd. Poi Allah fece piovere su di me la Sua misericordia, cioè la rivelazione, e mi fece conoscere direttamente quelle verità di cui la mia mente e il mio cuore avevano già dato testimonianza. Da ciò si apprende anche che, prima di ricevere la profezia, ogni profeta giungeva alla fede nell’invisibile attraverso il proprio pensiero, la ricerca e l’osservazione. In seguito, quando Allah conferiva loro l’onore della profezia, donava loro una fede diretta, o visiva.

(Arabo*************************a pagina 84 del PDF)

«Ṣāliḥ disse: O popolo mio! Avete forse riflettuto? Se io avessi una prova chiara da parte del mio Signore ed Egli avesse riversato su di me la Sua misericordia…». – (Sura Hūd: 63).

L’uso del termine rūḥ per la rivelazione del Messaggero

(Arabo*************************a pagina 84 del PDF)

«Egli fa discendere, per mezzo degli angeli e per Suo ordine, questo spirito, o essenza vitale, su chiunque dei Suoi servi Egli voglia, con questa istruzione: “Avvertite la gente: non vi è altra divinità all’infuori di Me; temete dunque Me”». – (Sura al-Naḥl: 2).

Il significato di rūḥ sopra menzionato è l’essenza vitale della profezia, della quale il profeta è colmo quando agisce e parla. Questa rivelazione e questa essenza vitale della profezia possiedono nella vita morale un’importanza e una dignità pari a quelle dell’anima nella vita terrena; per questo, in diversi passi del Corano, per esprimere questo significato è stata usata la parola rūḥ (essenza vitale).

(Arabo*************************a pagina 84 del PDF)

«Ti interrogano riguardo allo Spirito. Di’: “Lo Spirito proviene dall’ordine del mio Signore. Ma voi avete ricevuto solo una minima parte della conoscenza”».

–(Sura Banī Isrāʾīl: 85)

Generalmente si ritiene che qui «Spirito» significhi vita. In altre parole, la gente aveva interrogato il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) per conoscere il significato della vita. E in risposta è stato detto che essa proviene dall’ordine di Allah. Ma non sono affatto disposto ad accettare questa interpretazione. Infatti, essa è possibile soltanto separando questo versetto dalla successione del discorso precedente e successivo e considerandolo una frase isolata e indipendente. Altrimenti, valutandolo nel contesto della trattazione che si stava svolgendo, interpretare «Spirito» come sinonimo di vita produrrebbe difficoltà molto maggiori. Nella frase si verificherebbe una grave incoerenza. Nei tre versetti precedenti il Corano è stato descritto come una cura per le malattie, mentre coloro che lo negano sono stati rappresentati come ingiusti, ingrati e negatori dei doni di Allah; e nei versetti successivi vengono presentate prove e argomentazioni a sostegno del fatto che il Corano è la parola di Allah. In tale contesto, come potrebbe comparire improvvisamente, proprio nel mezzo, una frase del genere: “La vita viene infusa negli esseri viventi per ordine di Allah”? Non riesco a coglierne alcuna ragione logica.

Esaminando il discorso precedente e successivo nel suo insieme, sarà chiaro che qui «Spirito» non può significare altro che la “rivelazione” oppure l’“angelo portatore della rivelazione”. In realtà, la domanda dei politeisti era: «Da dove traete questo Corano?». In risposta, Allah disse: «O Muhammad! Ti interrogano riguardo allo Spirito, cioè riguardo alla fonte del Corano o al mezzo attraverso il quale lo ricevi. Informali che questo Spirito proviene dall’ordine del mio Signore. Ma possedete una conoscenza così scarsa che non riuscite a distinguere le parole degli uomini da quelle rivelate mediante la rivelazione di Allah, e nutrite dubbi riguardo alla parola di Allah, pensando che qualche uomo stia componendo queste parole».

Questa interpretazione non è preferibile soltanto perché il rapporto del versetto con il discorso precedente e successivo la esige; anche in altri passi del Nobile Corano questo stesso tema è stato esposto con parole quasi identiche. Nella Sura al-Muʾmin è detto:

(Arabo******************************a pagina 85 del PDF)

«Egli fa scendere lo Spirito, per Suo ordine, su chi vuole tra i Suoi servi, affinché avverta gli uomini riguardo al Giorno dell’Incontro»–(versetto: 15)

E nella Sura al-Shūrā è detto:

(Arabo******************************a pagina 85 del PDF)

«E così ti abbiamo inviato uno Spirito per Nostro comando; tu non sapevi che cosa fossero il Libro e la fede». – (Sura ash-Shūrā: 52)

Tra gli eruditi delle generazioni precedenti, Ibn ʿAbbās (che Allah si compiaccia di lui), Qatādah (che Allah si compiaccia di lui) e Hasan al-Baṣrī (che Allah si compiaccia di lui) hanno riportato questa interpretazione. Ibn Jarīr ha attribuito questa affermazione a Ibn ʿAbbās, riferendola tramite Qatādah. Tuttavia, ha scritto una cosa singolare: Ibn ʿAbbās avrebbe trasmesso questa affermazione segretamente. Anche Hasan, autore del tafsīr Rūḥ al-Maʿānī, ha citato questa affermazione di Qatādah: «Con “Spirito” si intende Jibrīl. La domanda era: in che modo egli discende e in che modo la rivelazione discende nel cuore del Profeta, che Allah lo benedica e gli conceda la pace?»

(Arabo******************************a pagina 85 del PDF)

«E così, o Muḥammad, ti abbiamo inviato uno Spirito per Nostro comando». – (Sura ash-Shūrā: 52)

Qui con “Spirito” si intende la rivelazione, ossia l’insegnamento che fu donato al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, attraverso la rivelazione.

Argomenti a sostegno del messaggio rivelato come rivelazione

Il messaggio rivelato a Muḥammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è in realtà il messaggio stesso di Allah. Per dimostrare questa verità, nel Corano sono state presentate quattro affermazioni come testimonianza.

Uno: questo Libro è colmo di immensi benefici e benedizioni. In altre parole, vi sono state inserite le migliori norme per procurare il bene e la prosperità dell’umanità. Esso contiene l’insegnamento di una fede corretta e infallibile. Ne fa parte l’incoraggiamento alle buone opere e l’ingiunzione ad adottare elevate virtù morali. La prescrizione di condurre una vita pura e casta ne costituisce una caratteristica. D’altra parte, questo Libro è completamente libero dall’ignoranza, dall’egoismo cieco, dalla ristrettezza mentale, dall’oppressione, dall’ingiustizia, dall’oscenità e dalle altre cattive azioni — tutte cose che voi avete ammassato nei sacri Libri celesti —.

Due: questo Libro non presenta una guida diversa da quelle che erano giunte in precedenza da parte di Allah. Al contrario, conferma la veridicità e sostiene tutto ciò che era stato presentato nei Libri precedenti.

Tre: questo Libro è stato rivelato con il medesimo scopo per il quale, in ogni epoca, erano stati fatti discendere da parte di Allah i Libri celesti. Tale scopo era risvegliare gli incuranti e informarli delle conseguenze dell’avanzare su una via erronea e tortuosa.

Quattro: attraverso il suo invito, questo Libro non ha riunito gli adoratori del mondo e gli schiavi delle passioni. Ha invece riunito e organizzato persone il cui sguardo era andato molto oltre gli angusti confini della vita terrena. Inoltre, sotto l’influenza di questo Libro, si è verificata in loro una rivoluzione, il cui segno più grande è che, tra l’umanità, essi si distinguono per la loro devozione ad Allah. Potrebbe mai un libro scritto da un ipocrita e bugiardo, che abbia l’audacia di commettere il crimine più esecrabile, componendo egli stesso un’opera e attribuendola ad Allah, ottenere caratteristiche e risultati di questo genere?

Capitolo 3 — La necessità della profezia di Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) e le sue prove

La ragione dell’invio del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) dopo i profeti precedenti

(Arabo******************************a pagina 89 del PDF)

«In verità, coloro che hanno ricevuto in eredità il Libro dopo le genti del passato sono rimasti in un inquietante dubbio riguardo a esso, da parte sua». — (Sura ash-Shūrā, 14)

Quando il Libro di Allah giunge alle generazioni successive, dopo il passaggio dell’epoca di ciascun profeta e dei suoi seguaci più vicini, esse non lo accolgono con fiducia e convinzione. Al contrario, cadono in gravissimi dubbi e conflitti interiori riguardo ad esso. Le cause alla base di questa loro condizione erano molteplici. Studiando la situazione sorta in relazione alla Torah e al Vangelo, possiamo comprendere tali cause con estrema facilità. Le generazioni precedenti mescolarono a questi due Libri, mantenendone inalterate la lingua originale e la forma, parole umane sotto forma di spiegazioni, racconti storici, narrazioni udite e questioni accessorie elaborate dai giuristi, insieme al testo originario. Diffusero le loro traduzioni a tal punto che l’originale scomparve e soltanto le traduzioni rimasero davanti alla gente. Anche l’autenticità storica di questi testi fu distrutta in modo tale che oggi nessuno può affermare con piena certezza che il Libro attualmente in suo possesso sia proprio quello originale rivelato agli uomini della terra per mezzo di Hadrat Gesù (a.s.) o Hadrat Mosè (a.s.). I loro capi e i loro sapienti, di tanto in tanto, avviavano discussioni sulla religione, su Allah, sulla filosofia, sulla legge, sul corpo, sull’anima e sulla società, e ponevano le basi di pensieri tali che, intrappolato nei loro labirinti, per l’uomo diventava incredibilmente difficile scegliere, tra migliaia di sentieri tortuosi, la via diritta e semplice della verità. D’altra parte, neppure il Libro di Allah esisteva nella sua forma originale e in condizioni affidabili. Di conseguenza, la gente non poteva rivolgersi ad alcuna fonte attendibile che potesse aiutarla a distinguere la verità dalla falsità.

È degno di nota ricordare che nella penisola arabica l’invito alla vera religione giunse per la prima volta per mezzo di Hadrat Hūd (a.s.) e Hadrat Ṣāliḥ (a.s.). Si trattava di un evento dell’epoca preistorica. In seguito vennero Hadrat Ibrāhīm (a.s.) e Ismāʿīl (a.s.). Essi giunsero duemilacinquecento anni prima del Nobile Messaggero (s.a.s.). Dopo di loro e prima del Nobile Messaggero, l’ultimo profeta giunto nella penisola arabica fu Hadrat Shuʿayb, pace su di lui.

Gli arabi chiedevano da tempo l’avvento di un profeta

(Arabo******************************a pagina 90 del PDF)

«Giuravano solennemente che, se fosse giunto loro un ammonitore, sarebbero stati più seguaci della verità di tutti gli altri popoli della terra».

-(Sura Fāṭir: 42)

Prima che il Nobile Messaggero ricevesse la profezia, vedendo la degenerazione morale degli ebrei e dei cristiani, gli arabi in generale e i Quraysh in particolare erano soliti dire questo.

Analogamente, nella Sura al-Anʿām è detto:

(Arabo******************************pagina 90 del PDF)

«Dopo l’avvento di questo Libro, non potete più dire: “Ai due gruppi che ci hanno preceduto era stato dato il Libro, ma noi non sapevamo che cosa leggessero o insegnassero”. E ora non potete più nemmeno accampare questa scusa: “Se fosse stato fatto scendere su di noi un Libro, saremmo risultati più rettamente guidati di loro”». – (Sura al-An‘am: 156-157)

Nella Sura as-Saffat è detto:

(Arabo******************************pagina 90 del PDF)

«All’inizio andavano dicendo: “Ah, se avessimo quel ‘Dhikr’ che ricevettero le nazioni precedenti, saremmo certamente stati servi di Allah sinceramente devoti”». – (Sura as-Saffat: 167-169)

La necessità di presentare una prova luminosa

(Arabo******************************pagina 90 del PDF)

«Quelli tra la Gente del Libro e i politeisti che erano miscredenti non avrebbero desistito dalla loro miscredenza finché non fosse giunta loro una prova luminosa, cioè un Messaggero da parte di Allah che recitasse loro pagine purificate». – (Sura al-Bayyinah: 1-2)

In altre parole, non avevano alcun altro modo per uscire dalla condizione di miscredenza, se non che giungesse una prova luminosa a far loro comprendere l’errore di ciascuna delle sue forme e la sua opposizione alla verità, e a presentare loro la via retta e infallibile in modo chiaro e razionale. Ciò non significa che, non appena fosse giunta questa prova evidente, tutti avrebbero abbandonato la miscredenza. Significa piuttosto che, in assenza di tale prova, non sarebbe stato loro in alcun modo possibile sottrarsi all’influenza di quella condizione e uscirne. Ora, dopo la sua venuta, coloro che tra loro rimarranno saldi nella miscredenza saranno responsabili di ciò loro stessi. Non potranno quindi lamentarsi presso Allah dicendo che Egli non aveva predisposto alcun mezzo per guidarli. Nel Nobile Corano questo concetto è stato esposto in vari modi e in diversi passi. Ad esempio, nella sura an-Nahl è detto (Arabo******)“Indicare la retta via rientra nella responsabilità di Allah”. – (versetto 9) Nella sura al-Layl è detto (Arabo*******)“Spetta a Me indicare la via”. – (versetto 12)

(Arabo******************************pagina 91 del PDF)

“O Profeta, abbiamo rivelato a te la Rivelazione come l’avevamo rivelata a Noè e ai profeti venuti dopo di lui. A questi messaggeri furono affidati i compiti di annunciatori e ammonitori, affinché, dopo la venuta dei messaggeri, gli uomini non potessero avanzare presso Allah alcuna scusa o obiezione”. – (sura an-Nisa, 163-165)

(Arabo******************************pagina 91 del PDF)

“O Gente della Scrittura! Il Mio Messaggero è giunto a voi dopo una lunga interruzione nella successione dei messaggeri, per rendere chiara la verità, affinché non possiate dire: «Non è venuto da noi alcun annunciatore né ammonitore». Ebbene, ora è giunto a voi un annunciatore e ammonitore”. – (sura al-Ma’ida, 19)

(Arabo******************************pagina 91 del PDF)

“Coloro ai quali era stata data la Scrittura in precedenza si divisero soltanto dopo che era stata resa loro chiara l’esposizione della verità”. – (sura al-Bayyina, 4)

In altre parole, in precedenza la Gente della Scrittura, caduta vittima di varie forme di traviamento, si era divisa in numerosi gruppi e sottogruppi. Non si trovava in quella condizione perché Allah avesse mancato, in qualche modo, di compiere ogni sforzo per inviare loro prove evidenti a guidarli. Al contrario, essi avevano adottato questa condotta dopo che la guida era giunta da parte di Allah. Perciò erano loro stessi responsabili del loro traviamento e della loro deviazione, poiché la verità era stata loro esposta con chiarezza. Allo stesso modo, poiché oggi le loro Scritture non sono rimaste integre e non contengono insegnamenti infallibili, Allah ha inviato uno dei Suoi messaggeri come prova luminosa e, per mezzo di lui, ha donato loro una Scrittura pura e incorrotta, contenente insegnamenti infallibili, esponendo loro la verità in modo chiaro. Se dunque, anche dopo ciò, continueranno a dividersi, tutta la responsabilità ricadrà su di loro. Non potranno in alcun modo attribuire la colpa ad Allah. Questo concetto è stato espresso in vari modi in diversi passi del Nobile Corano. A titolo d’esempio, si vedano i versetti 213 e 253 della sura al-Baqara, il versetto 19 della sura Āl ʿImrān e i versetti 16-18 della sura al-Mā’ida. Inoltre, sarà più facile comprendere la questione dando una rapida occhiata alle note che ho aggiunto nei commenti alle sure pertinenti di Tafhīm al-Qur’ān.

Era assolutamente necessario inviare un Messaggero. Infatti, per tutti gli abitanti del mondo, senza distinzione tra politeisti e Gente del Libro, era del tutto impossibile uscire dalla miscredenza nella quale erano caduti senza l’aiuto di un profeta. Avevano bisogno dell’aiuto di un profeta la cui stessa esistenza fosse una prova evidente della sua missione profetica. Egli avrebbe presentato agli uomini il Libro di Allah nella sua forma originaria, intatta e corretta. Quel Libro sarebbe stato libero dalle alterazioni di falsità che si erano mescolate alle precedenti Scritture celesti. In esso si sarebbe raccolto soltanto l’insegnamento vero, corretto e autentico.

La scelta del luogo in cui inviare il profeta

Osservando la carta del mondo, si nota immediatamente che, per la profezia destinata all’intero mondo, sulla terra non esisteva né avrebbe potuto esistere un luogo più adatto della penisola arabica. Questo paese si trova proprio al centro dei continenti asiatico e africano. Anche l’Europa è molto vicina. In particolare, a quell’epoca, la maggior parte dei popoli più civilizzati d’Europa abitava nella parte meridionale di quel continente. E questa regione era vicina all’Arabia esattamente quanto lo era l’Hindustan dell’epoca.

Anche leggendo la storia di quei tempi si comprenderà che, per questa missione profetica, allora non esisteva popolo più adatto di quello arabo. Gli altri grandi popoli, dopo aver raggiunto il culmine dell’espressione della propria forza, influenza e potere, erano ormai divenuti fiacchi. Il popolo arabo, invece, era colmo di una nuova vitalità. Lo sviluppo della civiltà e della cultura aveva deformato le abitudini e la natura degli altri popoli. Gli Arabi, però, erano ancora lontani dal contatto con una civiltà evoluta. Perciò non erano diventati dediti al lusso, amanti delle comodità e di indole vile. Gli Arabi del VI secolo dell’era cristiana erano completamente liberi dalla cattiva influenza dei popoli civili contemporanei. Possedevano tutte le virtù umane fondamentali che possono trovarsi in un popolo rimasto molto lontano dalla luce della civiltà. Erano coraggiosi, impavidi, generosi, fedeli alle promesse, dotati di pensiero indipendente e fieramente indipendenti. Non erano soggetti al dominio di alcun altro popolo. Per loro era estremamente facile sacrificare la vita per difendere la propria dignità. Uno stile di vita semplice e privo di ostentazione era la loro caratteristica. Non avevano alcun rapporto con il lusso e la ricerca delle comodità. Indubbiamente possedevano anche molti difetti. Questo perché da duemilacinquecento anni nessun profeta era apparso nella loro regione. [L’epoca di Abramo e Ismaele — che Allah conceda loro la pace — risaliva a circa duemilacinquecento anni prima di Muhammad — che Allah lo benedica e gli conceda la pace. Durante questo lungo intervallo non era nato in Arabia alcun altro profeta.] Né era apparso alcun leader del popolo capace di correggere il loro carattere e il loro comportamento e di formarli come popolo pienamente civilizzato. Poiché per centinaia di anni avevano vissuto liberi e indipendenti nel vasto deserto sconfinato, l’ignoranza e l’ottusità si erano diffuse tra loro. La loro ignoranza si era solidificata fino a trasformarsi in una roccia così dura che levigarla e trasformarli in esseri umani non era compito alla portata di una persona comune. E tuttavia possedevano qualità tali che, se una persona straordinaria li avesse riformati e, sotto l’influsso del suo insegnamento, li avesse ispirati ad adottare un ideale di vita superiore, avrebbero potuto sconvolgere il mondo intero. Per diffondere in tutto il mondo l’insegnamento del Profeta universale era necessario proprio un popolo così pieno di vitalità, giovane entusiasmo e possente energia.

Anche esaminando la questione della lingua, si noterà facilmente la particolarità della lingua araba. Studiando questa lingua e la sua letteratura, si vede che non esiste lingua più adatta a esprimere con semplicità pensieri elevati, descrivere gli aspetti più sottili della conoscenza donata da Allah e influire profondamente sull’animo. Grazie alla sua immensa forza interiore, essa penetra nel luogo più profondo del cuore come una freccia. E la sua dolcezza è incomparabile. Sembra quasi che trabocchi di succo. Le onde della sua melodia colmano di emozione il cuore e l’animo. Per un Libro come il Corano era necessaria proprio una lingua di questo genere.

Si può dunque facilmente comprendere che, dietro la scelta di un paese come l’Arabia per il Profeta universale, vi fosse un grande disegno di Allah.

Il migliore dei leader per un popolo ignorante

Per centinaia di anni un popolo era sprofondato nell’abisso dell’ignoranza, dell’ottusità, dell’indomita ribellione e del declino. Poi, un giorno, all’improvviso, su di esso si riversò l’immensa grazia di Allah l’Altissimo. In mezzo a quel popolo Egli fece nascere il suo leader più nobile e migliore. Per sollevarlo dal più profondo abisso dell’ignoranza, fece discendere su quel leader la Sua Parola. Il suo scopo era risvegliarlo dal sonno dell’incoscienza e aiutarlo a liberarsi dall’oscurità dell’ignoranza e della superstizione, per avanzare sulla via di una vita vera, bella e corretta.

Ma gli ignoranti della gente e i capi tribali accecati dai propri interessi si accanirono contro il capo. Si impegnarono con ogni mezzo per farlo fallire. Il tempo continuava a scorrere. Finché un giorno cospirarono per ucciderlo. In questa situazione, l’Altissimo Allah dice: «Dovrei forse, a causa della vostra stoltezza, interrompere i vostri tentativi di riformarvi? Dovrei porre fine a questa continuità dell’ammonimento? E dovrei lasciarvi sprofondati nell’abisso della degradazione nel quale siete precipitati? Credete forse che questo sia ciò che la Mia misericordia richiede? Avete mai riflettuto su quale potrebbe essere la conseguenza del rifiutare la benevolenza di Allah e dell’impegnarvi con ogni mezzo ad aggrapparvi alla falsità, anche dopo che la verità si è manifestata?»

La prova razionale della profezia del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)

Chiudete per un momento gli occhi e fate un viaggio nel mondo del pensiero. Volgete lo sguardo con attenzione al mondo di millequattrocento anni fa. Qual era la situazione del mondo a quel tempo?

Il mondo di quattordici secoli fa

A quel tempo erano assai scarsi i mezzi attraverso i quali gli uomini del mondo potevano scambiarsi pensieri. I mezzi per stabilire rapporti tra paesi e popoli erano estremamente limitati. L’orizzonte delle conoscenze umane era assai ristretto. Il loro pensiero era molto immaturo. Nei loro animi regnavano la superstizione e la paura. Nel buio impenetrabile dell’ignoranza, la fioca linea della conoscenza avanzava a fatica, spostando le onde alte come montagne del mare delle tenebre. Nel mondo di allora non esistevano né telefono, né telegrafo, né radio, né ferrovia, né aeroplani. Non si trovavano case editrici e tipografie come oggi. Non vi era abbondanza di scuole, collegi, madrase e istituti d’istruzione di vario genere. Allora non esisteva alcun sistema diffuso di giornali e periodici. L’orizzonte delle conoscenze di uno studioso di quell’epoca era, per certi aspetti, persino più limitato di quello di una persona comune dei nostri giorni, meno raffinata e colta. Anche una persona di quell’epoca dotata di una mentalità molto limpida e progressista possedeva idee più antiquate di quelle di una persona dalla mentalità arretrata dei nostri giorni. Ciò che oggi tutti conoscono allora poteva essere appreso solo con grande difficoltà, dopo anni e anni di fatica, ricerca e studio. Per conoscere le notizie che oggi un bambino apprende facilmente dall’ambiente circostante fin dai primi momenti del risveglio intellettuale, allora bisognava percorrere centinaia di miglia. E spesso era necessario dedicare tutta la vita per acquisire anche quella modesta informazione. Ciò che oggi viene considerato superstizione e assurdo racconto mitologico allora era ritenuto «vero». Le azioni che oggi vengono definite indecenti e barbariche allora erano comuni. Nella morale di quell’epoca, i metodi che oggi la coscienza umana detesta non solo erano leciti, ma nessuno riusciva nemmeno a immaginare che potesse esistere un metodo diverso. Il fascino esercitato dagli elementi miracolosi sugli uomini era così grande che essi non erano disposti a riconoscere la verità e l’eccellenza di una cosa finché questa non apparisse soprannaturale, straordinaria e contraria alle regole ordinarie. Gli uomini arrivavano persino a considerarsi estremamente miseri, insignificanti e spregevoli. Per questo, che un essere umano divenisse un wali di Allah, o che un wali di Allah fosse un essere umano, era per loro inconcepibile e al di là di ogni immaginazione.

La situazione del paese arabo

In quest’epoca oscura, in una parte del mondo l’oscurità era ancora più fitta. Tra i paesi che, secondo i criteri di civiltà di quell’epoca, erano noti come civilizzati, l’Arabia occupava una posizione isolata e solitaria, distinta da tutti gli altri. Intorno ad essa si irradiava una certa luce di conoscenza, arte, civiltà e cultura proveniente dall’Iran, da Roma e dall’Egitto. Ma gli immensi mari di deserto tenevano l’Arabia separata da quei paesi. I mercanti arabi, cavalcando il cammello, la nave del deserto, percorrevano per mesi lunghissime distanze per recarsi a commerciare in quei paesi. Tornavano dopo aver effettuato soltanto scambi di merci. Non portavano con sé alcuna luce di conoscenza e civiltà. Nel loro paese non esisteva alcun istituto d’istruzione. Le biblioteche erano inconcepibili. Tra la popolazione non vi erano né pratica della conoscenza né interesse di sorta per il sapere e le arti. In tutto il paese, solo poche persone sapevano leggere e scrivere. Ma anche la loro istruzione era così limitata che erano del tutto estranee al sapere e alle arti dell’epoca. Indubbiamente la loro lingua era di alto livello e possedeva una straordinaria capacità di esprimere con chiarezza qualsiasi pensiero elevato. Tra loro esisteva anche un gusto letterario raffinato. Tuttavia, da quanto abbiamo potuto apprendere della loro letteratura, possiamo dedurre che il loro orizzonte delle conoscenze era estremamente limitato. Nella civiltà e nella cultura occupavano il livello più basso. Erano profondamente avvolti nella superstizione. I loro pensieri e la loro indole erano la nuda espressione dell’ignoranza e della barbarie. Le loro concezioni morali erano materiale completamente logoro, degno di una discarica.

Lì non esistevano un governo regolare, disciplina, leggi o autorità. Ogni tribù era indipendente. La legge della giungla era l’unica legge vigente. Un beduino arabo non riusciva in alcun modo a capire perché non si dovesse uccidere un uomo che non apparteneva alla sua tribù e perché non si dovessero impadronire dei suoi beni.

Erano dotati di un livello assai basso di moralità, decoro e civiltà-cultura, e possedevano una mentalità rozza e poco limpida. Erano quasi del tutto estranei alla distinzione tra puro e impuro, lecito e illecito, decoroso e indecoroso, e così via. Il loro modo di vivere era profondamente corrotto. I loro comportamenti erano del tutto barbari e disumani. Commettere adulterio, giocare d’azzardo, bere vino, depredare, uccidere e saccheggiare erano attività quotidiane della loro vita. Si spogliavano senza alcuna remora davanti gli uni agli altri. Anche le loro donne, nude, compivano il tawāf intorno alla Kaʿba. Per il solo motivo, dettato dalla loro ignoranza, che nessuno potesse diventare loro genero, seppellivano con le proprie mani le figlie neonate ancora vive. Dopo la morte del padre, sposavano la propria matrigna. Non conoscevano neppure le più semplici e minime regole riguardanti il cibo, l’abbigliamento e la pulizia.

Anch’essi partecipavano in egual misura all’ignoranza e alla deviazione del mondo contemporaneo in materia di religione. Erano dediti a tutte le forme di culto allora diffuse nel mondo, eccetto l’adorazione dell’unico Allah: culto degli idoli, dei jinn e degli spiriti, degli astri, insomma ogni genere di adorazione. Non possedevano alcuna conoscenza corretta dei profeti dell’antichità e dei loro insegnamenti. Sapevano almeno che Hazrat Ibrāhīm (a.s.) e Hazrat Ismāʿīl (a.s.) erano i loro antenati remoti, ma non sapevano quale fosse la religione di quei due, padre e figlio, né chi adorassero. Avevano udito anche le storie dei popoli di ʿĀd e Thamūd. Tuttavia, dopo aver letto ciò che gli storici arabi hanno narrato su di loro, non si troverà da nessuna parte neppure la minima traccia degli insegnamenti di Hazrat Ṣāliḥ (a.s.) e Hazrat Hūd (a.s.). Attraverso gli ebrei e i cristiani avevano conosciuto anche le storie dei profeti dei Banū Isrāʾīl. Per capire che genere di storie fossero, basta esaminare i racconti israeliti riportati nei libri esegetici scritti dai commentatori musulmani. Da ciò si comprenderà quale tipo di persone fossero i profeti di cui gli arabi e i Banū Isrāʾīl avevano notizia. Si comprenderà inoltre quanto fosse basso il loro modo di concepire la profezia.

Apparve un uomo

In quel tempo nacque in quella terra un uomo. Fin dall’infanzia fu privato dell’affetto della madre, del padre e del nonno. Pertanto, in una condizione così miserevole, non ricevette neppure l’educazione che normalmente avrebbe potuto ricevere un bambino arabo. Quando raggiunse l’età della ragione, uscì a pascolare le capre con i ragazzi beduini. Giunto alla giovinezza, si dedicò al commercio. Frequentava e trattava esclusivamente quegli arabi la cui condizione ho descritto poco fa. Là non vi era neppure l’ombra dell’istruzione. Essi non sapevano nemmeno leggere e scrivere quel poco che bastava. Non esisteva alcun uomo istruito o erudito. Gli capitò alcune volte di recarsi fuori dall’Arabia, ma quei viaggi si limitarono esclusivamente alla Siria. E anche quelli non furono altro che viaggi commerciali, come gli altri viaggi delle carovane di quell’epoca. Supponiamo pure che durante tali viaggi egli avesse osservato alcune manifestazioni di conoscenza e civiltà e incontrato persone sapienti, virtuose e civilizzate: incontri e osservazioni così sporadici non formano la vita di un uomo. Non possono esercitare su una persona un’influenza tanto vasta da liberarla completamente e separarla dalla propria società e dal proprio ambiente, facendola giungere a un mondo superiore, dove, una volta arrivata, non sembri avere più alcun rapporto con il suo ambiente. In tal modo non è possibile acquisire un sapere di livello tale da porre un beduino illetterato alla guida non di un solo paese, ma del mondo intero; non di una sola epoca, ma di tutte le epoche. Anche se avesse acquisito dagli stranieri qualche forma di conoscenza teorica, non avrebbe potuto ottenere ciò che a quel tempo nessuno al mondo conosceva: concezioni e principi di religione, moralità, civiltà e cultura che non esistevano in alcun luogo, né l’ideale del carattere umano che allora non era presente in nessuna parte del mondo.

Le sue opere

Bisogna considerare non soltanto la condizione e l’ambiente dell’Arabia, ma quelli del mondo intero. Allora si vedrà che quest’uomo, nato tra quelle genti, cresciuto tra loro, passato dall’adolescenza alla giovinezza tra risate e giochi con loro e vissuto giorno e notte in mezzo a loro, nei rapporti e negli scambi, era fin dall’inizio diverso da tutti gli altri per indole, carattere, abitudini e comportamento. Non mentiva mai. L’intera nazione testimoniava la sua sincerità. Neppure il suo peggior nemico lo aveva mai accusato di aver detto una menzogna. Non rivolgeva parole aspre a nessuno. Nessuno aveva mai udito dalla sua bocca un insulto o una parola oscena. Trattava con la gente in ogni genere di affare, ma non lo si vide mai creare amarezza nei rapporti con qualcuno, discutere animatamente o litigare. Nelle sue parole, invece della durezza, si avvertiva dolcezza. E su quella dolcezza si stendeva una tale sincerità che chiunque entrasse in rapporto con lui diventava suo devoto e affezionato seguace. Non trattava male nessuno. Non usurpava i diritti di nessuno. Anche dopo anni di attività commerciale, non si era mai appropriato illecitamente neppure di un soldo altrui. Tutti coloro con i quali trattava avevano piena fiducia nella sua affidabilità. L’intera nazione lo chiamava “al-Amīn”, il Fedele. Persino i nemici gli affidavano senza esitazione i loro beni preziosi. Egli li custodiva con piena cura e scrupolosità. Tra persone prive di pudore, mostrava una tale modestia che, da quando aveva raggiunto la consapevolezza, nessuno lo aveva mai visto nudo. In mezzo a gente immorale, offriva l’esempio della più eccellente purezza di carattere. Nessuno lo aveva mai visto coinvolto in una cattiva azione. Non si avvicinò mai né al vino né al gioco d’azzardo. Tra persone indecorose, mostrava il massimo decoro. Odiava ogni forma di malvagità e oscenità, e in tutte le sue azioni erano chiaramente impressi i segni della purezza e del decoro. Tra i nomadi dal cuore di pietra, egli era l’incarnazione della tenerezza. Lo si vedeva assistere ciascuno nelle sue necessità e nelle sue sofferenze. Aiutava gli orfani e le vedove. Ospitava i viandanti e i viaggiatori. Non faceva del male a nessuno; al contrario, soffriva egli stesso per il bene degli altri. Tra i barbari beduini era profondamente amante della pace. Soffriva intensamente vedendo le lotte e lo spargimento di sangue tra la propria gente. Si teneva lontano dalle guerre tribali e intertribali e svolgeva un ruolo attivo e preminente nel riconciliare e pacificare le tribù in conflitto. Tra gli idolatri era l’esempio supremo di equilibrio naturale. Non aveva trovato, tra la terra e il cielo, alcuna cosa degna di essere adorata. Non si era mai inchinato davanti a una creatura. Non accettava le offerte consacrate agli idoli. Spontaneamente detestava lo shirk e l’adorazione delle creature.

In quell’ambiente del tutto ostile, quest’uomo appariva dotato di qualità tali da far pensare a una lampada luminosa che diffondesse la sua luce nel cuore di un’oscurità nera come la pece, oppure a una gemma preziosissima che brillasse in mezzo a un cumulo di pietre.

Trasformazione mentale e spirituale

Dopo aver condotto per quasi quarant’anni una vita virtuosa, pura e dignitosa di questo genere, nella sua vita avvenne una rivoluzione. Vedendo l’oscurità impenetrabile addensarsi tutt’intorno, fu preso dall’angoscia. Voleva uscire da quel terribile oceano di ignoranza, immoralità, malvagità, anarchia, disordine, shirk e idolatria. In quell’ambiente non vi era nulla che sembrasse in armonia con la sua natura. Separatosi da tutti, si sedeva in solitudine, lontano dagli abitati, nel cuore delle montagne, e rifletteva. Trascorrevano così diversi giorni consecutivi nella profonda pace della solitudine. Digiunando, rendeva la propria anima, il cuore e la mente ancora più puri. Continuava a riflettere giorno dopo giorno, notte dopo notte. Cercava una luce capace di dissipare l’oscurità che si addensava tutt’intorno. Si sforzava di acquisire una forza capace di spezzare, ricostruire e adornare nuovamente quel mondo guidato sulla via dell’errore.

Il messaggio della rivoluzione

All’improvviso si verificò un enorme cambiamento nella sua condizione. Nella sua mente esplose improvvisamente una luce di cui prima non vi era neppure la minima traccia. La forza di cui fino ad allora non vi era in lui alcun segno, all’improvviso giunse da chissà dove e riempì tutta la sua persona. Lasciò la solitudine della grotta e ne uscì. Si presentò davanti alla propria gente. Cominciò a dir loro: «Gli idoli che adorate non hanno alcun potere né influenza. Non adorateli. Non esiste alcun essere umano, albero, pietra, spirito o stella che possa essere adorato e venerato, davanti al quale ci si possa inchinare e al quale si possa obbedire. La luna, il sole, la terra, le stelle e tutto ciò che si trova fra la terra e il cielo sono creazioni dell’unico Allah. Egli ha creato voi e ogni cosa. Egli dà la vita; il potere di dare la morte è esclusivamente nelle Sue mani. Adorate soltanto Lui. Obbedite ai Suoi comandamenti. Inchinatevi davanti a Lui. Il furto, la rapina, il brigantaggio, il saccheggio, l’omicidio e l’oppressione che commettete sono tutti atti peccaminosi. Evitateli. Allah non li gradisce. Dite la verità. Siate giusti. Non uccidete nessuno. Non saccheggiate i beni di nessuno. Se prendete qualcosa, prendetela in modo giusto; se date qualcosa, datela in modo giusto. Siete tutti esseri umani. Tutti gli uomini sono uguali. Nessuno nasce con il marchio della vergogna impresso sulla fronte, né alcuno entra nel mondo con la corona dell’onore e della dignità sul capo. L’eccellenza, l’onore e la nobiltà non risiedono nella stirpe: risiedono nell’obbedienza ad Allah, nelle opere virtuose e nella purezza. Chi teme Allah è virtuoso e puro. È il migliore fra i figli dell’uomo; altrimenti non è nulla. Dopo la morte, tutti dovrete rendere conto davanti ad Allah, davanti a Colui che vede e conosce ogni cosa. Non potrete nasconderGli nulla. Egli stabilirà il vostro destino sulla base delle vostre azioni. Davanti a quel Giudice veramente giusto non serviranno alcuna intercessione né alcuna tangente. Egli non chiederà a nessuno la propria genealogia. Là si domanderà soltanto della fede e delle buone opere. Chi possiederà questo tesoro entrerà in Paradiso; chi invece non ne possiederà nulla sarà gettato all’Inferno con il cesto del fallimento sulla testa». Questo era il messaggio che aveva portato con sé dalla grotta.

La reazione della gente

La gente ignorante divenne sua nemica. Cominciò a insultarlo e a scagliargli contro delle pietre. Per tredici anni consecutivi, non per uno o due giorni, lo sottopose a torture disumane. Alla fine lo espulse dalla sua patria. Non si limitò a costringerlo all’esilio: anche nel luogo in cui egli trovò rifugio lo inseguì. Gli inflisse sofferenze in molti modi e incitò tutta l’Arabia contro di lui. Per otto anni interi continuò a combattergli contro. Egli sopportò tutte queste sofferenze con il sorriso, senza deviare neppure di un capello dalla propria determinazione e dalla propria missione.

Perché la gente divenne sua nemica? Si trattava forse di impadronirsi di terre e territori? Vi era forse una questione di vendetta per il sangue versato? Egli pretendeva forse da loro qualche bene terreno? No, non era così. Alla radice di ogni contrasto vi erano queste domande: perché insegnava l’adorazione di Allah, l’onestà, la sincerità e la virtù? Perché conduceva una campagna contro l’idolatria, lo shirk e le cattive azioni? Perché colpiva la leadership dei custodi degli idoli e dei sacerdoti? Perché metteva in guardia il popolo dall’illusione del predominio dei capi? Perché voleva eliminare le differenze di alto e basso rango fra gli uomini? Perché considerava l’amore tribale e dinastico una manifestazione della jahiliyya? La sua gente continuava a dirgli: «Tutto ciò che dici è contrario ai nostri costumi nazionali e alle tradizioni della nostra stirpe. Perciò abbandona tutto questo, altrimenti renderemo difficile la tua vita».

Perché sopportò le sofferenze

Perché quell’uomo sopportò tutte quelle sofferenze? La sua gente era pronta a offrirgli la regalità. Voleva accumulare ai suoi piedi cumuli di ricchezze. Ma a una condizione: avrebbe dovuto abbandonare quegli insegnamenti. Egli tuttavia respinse la loro proposta e preferì essere oppresso e perseguitato piuttosto che rinunciare ai propri insegnamenti. Perché accettò tutto questo? Aveva forse un interesse personale nel fatto che la sua gente diventasse virtuosa e obbediente ad Allah? Vi era forse in ciò un interesse superiore, rispetto al quale il desiderio di leadership, autorità statale, ricchezza e agi fosse del tutto insignificante? Oppure vi era la ricerca di un vantaggio tale da rendere un uomo disposto a sopportare per cento anni consecutivi le più dure sofferenze fisiche e mentali? Un uomo che, non per il proprio interesse ma per l’interesse e il bene degli altri, continua ad accettare le sofferenze: si può immaginare per l’umanità un ideale più elevato di rettitudine, sacrificio e compassione? Proprio coloro per il cui bene egli si adoperava lo resero senza casa e lo costrinsero all’esilio. Anche in terra straniera lo inseguirono. Nonostante tutto ciò, egli non cessò di desiderare il loro bene.

Può un bugiardo sopportare simili pericoli per una questione priva di fondamento? Può una persona, avendo iniziato ad agire sulla base di mere congetture e supposizioni, rimanere così ferma e incrollabile nella propria determinazione che, anche se montagne di pericoli le crollassero addosso, anche se tutto il Paese e il mondo intero si levassero contro di lei e anche se il più grande esercito del mondo si scagliasse contro di lei, non fosse disposta ad arretrare neppure di un millimetro dalla propria determinazione? Questa incrollabilità e questa ferma risolutezza attestano che egli aveva piena fiducia nella propria veridicità. Se nel suo animo vi fosse stato il minimo dubbio o la minima esitazione al riguardo, non gli sarebbe stato possibile affrontare, per ventuno anni consecutivi, pericolo dopo pericolo.

Questo era un aspetto del cambiamento della sua condizione. L’altro aspetto era ancora più stupefacente.

L’altro aspetto del cambiamento della sua condizione

Fino all’età di quarant’anni era un arabo come gli altri arabi comuni. Fino ad allora nessuno conosceva questo mercante come un oratore straordinario. Nessuno lo aveva mai visto discutere di religione, morale, filosofia, diritto, politica o ordinamento sociale. Da lui nessuno aveva mai udito una sola parola su Allah, sugli angeli, sui Libri celesti, sui profeti e sulle comunità precedenti, sulla Resurrezione, sulla vita dopo la morte o sul Paradiso e sull’Inferno. È vero che trattava la gente con estrema gentilezza, che il suo comportamento era molto dignitoso e amabile e che possedeva il carattere morale più nobile e progredito della sua epoca. Ma fino al compimento dei quarant’anni non si era manifestato in lui nulla di straordinario che potesse indurre la gente a pensare che sarebbe diventato qualcosa di grande. Fino ad allora lo conoscevano soltanto come una persona silenziosa, pacifica, estremamente educata e dignitosa. Ma quando, dopo i quarant’anni, uscì da una grotta, all’improvviso si vide che il suo volto stesso era cambiato.

Ora pronunciava un messaggio straordinario. All’udire questo messaggio, tutti gli arabi rimasero sopraffatti. Per il suo effetto penetrante, persino il suo più accanito nemico aveva paura anche solo di ascoltarlo; temevano che, una volta giunto all’orecchio, quel messaggio si sarebbe impresso per sempre nel cuore del popolo. La sua ricchezza ornamentale e la dolcezza della sua espressione erano incomparabili. Alla presenza dei grandi poeti, oratori e studiosi della lingua dell’Arabia di allora, quel messaggio lanciò una sfida a tutti gli arabi, ripetendola più volte: «Portate tutti una frase simile a una qualsiasi delle sue frasi». Ma nessuno ebbe il coraggio di raccogliere quella sfida. Nessun arabo aveva mai udito in vita sua un messaggio tanto incomparabile.

Da un giorno all’altro apparve come un sapiente senza pari, uno straordinario riformatore sociale e formatore del carattere morale, un sorprendente esperto di politica e legislatore, un giudice di alto livello e un comandante militare senza precedenti. Quell’analfabeta abitante del deserto cominciò a esporre conoscenze e dottrine erudite che nessuno aveva mai esposto prima e che nessuno avrebbe saputo esporre in seguito. Quell’uomo analfabeta iniziò a parlare con sicurezza di Allah, del mondo invisibile e dell’aldilà. Dalla storia dei popoli traeva insegnamenti sull’ascesa e la caduta delle diverse nazioni; analizzava l’operato degli antichi riformatori, criticava le varie religioni del mondo e risolveva le controversie tra i popoli. Insegnava il carattere, la moralità, la dignità e la cultura.

Emanò leggi riguardanti la riforma sociale e culturale, il sistema economico, le transazioni reciproche e le relazioni internazionali. Elaborò leggi di tale elevato livello che i più grandi sapienti, studiosi e uomini dotti del mondo riuscirono a coglierne la verità intrinseca solo dopo anni, anzi dopo una vita intera, di ricerca e indagine. E quanto più avanzavano le verifiche e le prove nel mondo, tanto più luminosa appariva la loro verità.

Questo mercante silenzioso e pacifico non aveva mai impugnato una spada in vita sua, non aveva mai ricevuto un’istruzione militare e aveva persino partecipato a una sola battaglia nella sua vita, come semplice spettatore silenzioso. Eppure ora divenne un soldato valoroso. Nei momenti decisivi delle grandi battaglie, il suo piede non arretrò mai neppure di un millimetro. Divenne un comandante di grande potenza. In soli nove anni conquistò l’intera Arabia. Divenne così un comandante e stratega militare senza pari. Grazie all’organizzazione militare da lui creata e all’impulso da lui dato alla guerra, gli arabi privi di denaro e afflitti dalla scarsità di equipaggiamento bellico sconfissero, in pochi anni, le due grandi potenze del mondo.

Per quarant’anni nessuno aveva percepito in quest’uomo solitario e amante della pace il minimo interesse per la politica. Improvvisamente, eccolo apparire come un grande riformatore e statista. Nel giro di ventitré anni, senza l’ausilio di ferrovie, telefoni, radio o tipografie, riunì sotto un’unica religione, un’unica cultura, un’unica legge e un unico sistema statale le tribù disperse nel deserto esteso su dodici milioni di miglia quadrate, lontane dal contatto con la civiltà moderna: disordinate, bellicose, ignoranti, anarchiche, barbare e sempre impegnate in conflitti reciproci. Cambiò il corso dei loro pensieri. Trasformò il loro carattere. Riempì di decoro elevato il loro stile di vita privo di modestia. Convertì la loro barbarie e inciviltà in una raffinata vita civile. Trasformò la loro disonestà e il loro cattivo carattere in rettitudine, taqwa e nobiltà morale. Mutò la loro anarchia e il loro disordine in una vita organizzata, caratterizzata dalla massima obbedienza alla legge e dalla sollecitudine nell’eseguire gli ordini del capo. Questa nazione era così sterile che per centinaia di anni non era nato dal suo grembo alcun personaggio notevole. Ma quest’uomo solitario fece emergere da essa personalità così eminenti. Essi si diffusero ai quattro angoli del mondo per insegnare agli uomini la religione e la morale.

Metodo d’azione morale

Egli non portò a termine quest’opera mediante l’oppressione, la persecuzione, l’inganno o la frode. Al contrario, la compì attraverso un comportamento virtuoso capace di conquistare i cuori, la cortesia e un insegnamento affascinante. Con il buon comportamento trasformava i nemici in amici. Con l’affetto e la benevolenza inteneriva i cuori. Governava il paese mediante la giustizia e l’equità. Non si allontanò mai neppure di un passo dalla verità e dall’onestà. In battaglia non ingannò mai nessuno. Non fece torto nemmeno ai suoi nemici più accaniti. In battaglia non ingannò mai nessuno. Non fece torto nemmeno ai suoi nemici più accaniti. Coloro che bramavano il suo sangue, che lo avevano ferito a colpi di pietra, costretto ad abbandonare la patria e avevano schierato contro di lui tutta l’Arabia come nemica, arrivando persino, per l’eccesso del loro odio e della loro ostilità, a estrarre e masticare il fegato di suo zio: anche dopo averli sconfitti, egli li perdonò. Non si vendicò di nessuno per i torti subiti personalmente.

Nonostante tutto ciò, il suo autocontrollo era incomparabile. Il suo distacco dagli interessi terreni era giunto a tal punto che, persino dopo essere diventato re dell’intero paese, rimase povero come prima. Viveva sotto una tettoia di erba e foglie. Una stuoia gli serviva da letto. Indossava abiti ruvidi. Mangiava il cibo dei poveri. Spesso rimaneva a digiuno. Trascorreva tutta la notte immerso nell’adorazione di Allah. Aiutava e serviva i poveri e gli afflitti. Non esitava mai a svolgere lavori fisici come un operaio. Fino alla fine della sua vita non si scorse in lui neppure la minima traccia di sfarzo regale, di lusso dei ricchi o di arroganza dei benestanti. Frequentava tutti come una persona comune. Condivideva le loro difficoltà, le loro sofferenze e i loro dolori. Sedeva tra la gente comune in modo tale che per chi veniva da fuori diventava difficile individuare, in quella riunione, il capo della nazione e il capo dello Stato. Pur essendo divenuto una personalità così grande, trattava le persone più umili e insignificanti come se fossero uguali a lui. Dopo una vita intera di lotte e sacrifici, non lasciò nulla per sé. Destinò in waqf tutti i beni che lasciò. Non rivendicò per sé né per i propri figli il minimo diritto sui suoi seguaci. Anzi, temendo che in futuro i suoi seguaci potessero destinare tutta la zakat proprio ai suoi figli, privò i propri figli persino del diritto di ricevere la zakat.

Il fondatore dell’epoca moderna

Le grandi opere di quest’uomo eccezionale sono inesauribili. Per acquisire una giusta comprensione della sua elevata posizione, occorre ora gettare uno sguardo d’insieme sulla storia mondiale. Vi si vedrà che quest’uomo illetterato del deserto arabo, nato quattordici secoli fa nell’epoca dell’ignoranza, è in realtà il fondatore dell’epoca moderna e il leader del mondo intero. Non è soltanto il leader di coloro che lo riconoscono come tale, ma anche di coloro che non lo riconoscono. Essi non si rendono neppure conto di quanto la guida di colui contro il quale conducono campagne sia intrecciata al loro modo di pensare, al loro stile di vita, ai loro principi d’azione e all’essenza stessa della loro epoca moderna.

È stato lui a cambiare il corso del pensiero degli abitanti del mondo. Li ha distolti dall’idealismo, dalla superstizione, dal culto delle cose meravigliose e dall’ascetismo, riconducendoli al razionalismo, al realismo e a una religiosità fondata sul vero timore di Allah. In un mondo in cui si pretendevano eventi miracolosi percepibili, ha fatto nascere la tendenza a comprendere il miracolo intellettuale e ad accettarlo come criterio della verità. Ha aperto gli occhi a coloro che cercavano i segni della potenza di Allah nelle eccezioni alle leggi naturali e ha creato in loro l’abitudine di vedere i segni di Allah nei fenomeni naturali (Natural Phenomena). Ha guidato gli amanti delle fantasticherie, invece che verso la speculazione (Speculation), sulla via del razionalismo, della riflessione, dell’osservazione e della ricerca. Ha indicato all’uomo la linea di demarcazione tra ragione e sentimento. Ha stabilito un rapporto tra materialismo e spiritualismo. Ha creato un legame tra la religione e la conoscenza e l’azione, e tra la conoscenza e l’azione e la religione. Con l’aiuto della forza religiosa ha prodotto nel mondo la forza scientifica, e con l’aiuto della scienza ha prodotto una religiosità autentica. Ha estirpato dalle fondamenta il culto della creazione e lo shirk, e ha consolidato così saldamente la fede nel tawhid mediante la forza della conoscenza che i politeisti e gli idolatri furono costretti a tingere la propria religione dei colori del monoteismo. Ha trasformato i concetti fondamentali di morale e spiritualità. A coloro che consideravano l’ascetismo e la mortificazione la vera moralità, e secondo i quali non era possibile conseguire il progresso spirituale e la salvezza nell’aldilà se si riconoscevano i diritti del corpo e degli istinti e si partecipava alle attività della vita terrena, ha mostrato la via della grandezza morale, dell’elevazione spirituale e della salvezza nell’aldilà all’interno della società, della cultura e della vita professionale terrena. È stato lui a far conoscere all’uomo il suo vero valore e la sua dignità. A coloro che non erano disposti ad accettare come guida e capo nessuno se non Dio, l’incarnazione o il figlio di Allah, ha insegnato che un uomo come loro può essere il rappresentante del regno celeste e il khalifa di Allah, Signore dell’universo. A coloro che consideravano ogni persona potente come una divinità ha spiegato che l’uomo non è altro che un uomo. Nessuno nasce con il diritto innato alla purezza, al potere di governare e alla signoria. Nessuno nasce con il marchio dell’impurità, della servitù, della schiavitù e della subordinazione. Questo insegnamento ha dato origine nel mondo all’unità dell’umanità, all’uguaglianza, alla democrazia e alla libertà di pensiero.

Uscendo dal mondo delle idee e osservando la realtà, si vedrà che i risultati concreti ed efficaci della guida di questo uomo analfabeta sono stati vasti e illimitati nei campi delle leggi, dei metodi e dei sistemi del mondo. Numerosi princìpi e metodi di moralità, civiltà, cultura, decoro, purezza e igiene sono usciti dal suo insegnamento e si sono diffusi in tutto il mondo. Le norme sociali da lui introdotte sono state ampiamente adottate dal mondo intero e continuano tuttora a esserlo. Sulla base delle norme economiche da lui stabilite sono sorti, e continuano a sorgere, numerosi movimenti economici nel mondo. Attraverso il sistema di governo da lui adottato, fino a oggi si sono verificate, e continuano a verificarsi, diverse rivoluzioni nel pensiero politico mondiale. I princìpi di giustizia e di diritto da lui formulati hanno influenzato profondamente i sistemi giudiziari e il pensiero giuridico del mondo, e la loro influenza continua ancora oggi ad agire silenziosamente. Fu lui, in pratica, a introdurre civili metodi e sistemi nei campi della guerra, della pace e delle relazioni internazionali. Prima di lui, il mondo non sapeva neppure che la guerra potesse avere regole e princìpi civili, né che tra le diverse nazioni si potessero instaurare rapporti e scambi fondati sull’umanità.

La sintesi di tutte le virtù superiori

Nella storia dell’umanità, la personalità elevata e insuperabile di questo uomo straordinario è così evidente e luminosa che, se si mettessero a confronto con lui i più grandi personaggi della storia, da sempre fino a oggi — quelli che la gente ha definito grandi uomini (Heroes) — questi, dinanzi a lui, apparirebbero come piccoli nani. Tra i grandi uomini del mondo non ve n’è neppure uno le cui eccellenti virtù siano riuscite a estendersi oltre uno o due ambiti della vita. Alcuni hanno presentato delle dottrine, ma non possedevano la capacità di metterle in pratica. Altri erano abili nell’azione, ma deboli nel pensiero. L’autorità di alcuni era limitata alle qualità politiche. Altri possedevano soltanto capacità militari. Lo sguardo di alcuni si è spinto così in profondità in un aspetto della vita sociale da portare alla completa trascuratezza degli altri aspetti. Alcuni hanno avanzato sulla via della moralità e della spiritualità, trascurando del tutto l’economia e la politica. Altri hanno percorso la via dell’economia e della politica, lasciando completamente fuori dal loro campo visivo la moralità e la spiritualità. In breve, nella storia si incontrano soltanto grandi uomini dotati di un talento unilaterale. Ma questo uomo è l’unica eccezione. In lui si sono riunite tutte le qualità. Egli stesso è filosofo e dotto. È lui stesso a mettere in pratica nella vita la propria filosofia. È uomo di Stato e, al tempo stesso, comandante militare. È legislatore e anche maestro di moralità. Inoltre, è guida religiosa e spirituale. Il suo sguardo abbraccia ogni aspetto della vita umana e non trascura neppure le questioni più minute della vita. Dalle buone maniere nel mangiare e nel bere ai metodi di igiene fisica, fino alle relazioni internazionali, egli ha impartito norme e direttive su ogni questione. Sulla base della propria dottrina ha dato origine a una civiltà (Civilization) e ha stabilito un equilibrio perfetto (equilibrium) nei diversi ambiti della vita. In nessun luogo si trova la minima traccia di unilateralità. Si potrà trovare nella storia il nome di un’altra persona dotata di qualità così universali?

Al di sopra dell’ambiente

Non vi è neppure uno dei più grandi uomini del mondo che, in misura maggiore o minore, non sia una creatura del proprio ambiente. Ma la condizione di questo uomo è diversa da quella di tutti gli altri. Il suo ambiente non ha esercitato la minima influenza sulla formazione della sua personalità. Non sarà possibile dimostrare, con alcun argomento o prova, che il contesto e l’ambiente dell’Arabia fossero allora storicamente predisposti alla nascita di una persona simile. A voler forzare molto le cose, si può al massimo dire che, per ragioni storiche, in Arabia vi era allora bisogno di un leader di questo tipo. Egli avrebbe posto fine al disordine tribale e all’anarchia, li avrebbe vincolati nella disciplina di un’unica nazionalità e, conquistando un paese dopo l’altro, avrebbe aperto agli abitanti dell’Arabia la strada della prosperità economica. In altre parole, sarebbe stato un leader arabo nazionalista, dotato di tutte le caratteristiche dell’epoca. Avrebbe arricchito la propria nazione ricorrendo all’oppressione, alla persecuzione, allo spargimento di sangue, all’inganno, alla frode e a ogni possibile espediente. Avrebbe fondato un impero e lo avrebbe lasciato in eredità ai propri connazionali arretrati. Oltre a questo, non si può dimostrare alcun’altra esigenza della storia araba di quell’epoca. Dal punto di vista della filosofia della storia di Hegel e dell’interpretazione materialistica della storia di Marx, si può al massimo dire che, nell’ambiente allora esistente in Arabia, era necessario, o era possibile, che apparisse un uomo capace di formare una nazione e fondare un impero. Ma quale spiegazione darebbero la filosofia hegeliana e quella marxista a ciò che accadde realmente? In quell’ambiente e in quel tempo nacque un uomo che insegnò la moralità più elevata e organizzò e nobilitò l’umanità. Il cui sguardo, oltrepassando i confini di stirpe, tribù, nazione e paese, elaborò per l’intera umanità un sistema morale, spirituale, culturale e politico. Un uomo che dimostrò, nella realtà e non nel mondo dell’immaginazione, come fondare su basi morali la gestione economica, le norme dello Stato e le relazioni internazionali, e che realizzò una tale armoniosa fusione tra spiritualità e materialismo da essere considerata, allora come oggi, il massimo esempio di saggezza e discernimento. Si può forse definire una personalità simile come una creazione dell’ambiente ignorante dell’Arabia di allora?

Creatore della storia

Quest’uomo non è soltanto una creazione del suo ambiente; osservando le sue opere, vediamo piuttosto che è libero dai limiti e dall’influenza dello spazio e del tempo. Il suo sguardo ha spezzato i vincoli del tempo e delle circostanze e si è spinto in avanti, oltrepassando i confini dei secoli e dei millenni (Millenniums). Ha guardato l’essere umano alla luce di ogni epoca e di ogni ambiente. Al tempo stesso, ha impartito per la vita e la condotta umana direttive morali ed efficaci tali da adattarsi perfettamente a ogni situazione. Non appartiene a coloro che la storia ha annoverato tra gli antichi. La sua vera identità può essere espressa soltanto così: fu il più grande leader della sua epoca. Era diverso da tutti gli altri e dotato di caratteristiche uniche. Fu una guida dell’umanità la cui leadership procede insieme al corso dinamico della storia (March) e appare altrettanto moderna in ogni epoca quanto lo era in quella precedente.

Coloro che vengono definiti indiscriminatamente creatori della storia sono in realtà creature della storia. Nell’intera storia dell’umanità si trova un solo vero creatore della storia. Osservando con occhio indagatore la condizione di tutti coloro che hanno provocato rivoluzioni nella storia, si vedrà che, già prima di allora, gli elementi della rivoluzione si stavano formando. Erano questi elementi a determinarne la direzione e il corso secondo le proprie esigenze. Quale ruolo ha svolto, in questo caso, il leader rivoluzionario? Egli ha svolto il ruolo di un attore che rendeva concrete le esigenze della situazione e dell’ambiente, per il quale il palcoscenico e tutto ciò che riguardava la recitazione erano già stati predisposti e stabiliti. Ma, tra i creatori della storia e delle rivoluzioni, egli fu l’unica eccezione. Per lui gli elementi e le cause della rivoluzione erano assenti. Perciò fu egli stesso a ideare e preparare gli elementi e le cause della rivoluzione. Là dove tra la gente non si trovavano l’essenza vitale e la capacità operativa della rivoluzione, egli formò con i propri sforzi una forza umana adatta a crearla. Dissolse la propria poderosa personalità e la riversò nei cuori di migliaia di persone, rendendole simili a lui. Furono il suo potere e la sua forza di volontà a creare tutti gli elementi della rivoluzione e a determinarne forma e natura; e, con la forza della propria determinazione, egli modificò il corso degli eventi e lo indirizzò verso la meta da lui desiderata. Si è mai trovato, in qualunque luogo o epoca del mondo, un creatore della storia e un rivoluzionario di questo genere?

Integrità assoluta

Com’è stato possibile che, nel mondo tenebroso di millequattrocento anni fa, in una remota provincia di un paese profondamente oscuro come l’Arabia, sorgesse improvvisamente, in un pastore e mercante analfabeta del deserto, una montagna di conoscenza, luce, potere e nobili qualità in quantità così immensa, insieme a una forza esercitata a un livello tanto elevato? Si dice che tutto ciò fosse una creazione della sua mente e del suo cervello. Io dirò: se queste cose fossero state una creazione della sua mente e del suo cervello, allora avrebbe dovuto rivendicare non la profezia, ma la divinità. Se avesse davvero avanzato una simile pretesa, alcuni non avrebbero affatto rifiutato di accettare come dio una persona dotata di tutte le qualità come lui. In passato, infatti, hanno fatto di Rama un dio, non hanno esitato ad accettare Sri Krishna come Bhagavan, hanno posto Gautama Buddha sul seggio della divinità, hanno volontariamente fatto di Isa, pace su di lui, il figlio di Allah, e hanno persino adorato il fuoco, l’acqua e l’aria. Ma ciò che egli stesso ha detto è davvero degno di profonda riflessione. Non rivendica alcun merito per tutte queste sue qualità. Dice: «Io sono un uomo, un uomo come voi. Nulla di ciò che possiedo è mio; tutto appartiene ad Allah e tutto mi è stato donato da Lui. Anche il messaggio che ho portato, al quale l’intera umanità è incapace di produrre qualcosa di simile, non è mio e non è il risultato delle mie capacità intellettuali. Ogni sua parola è giunta a me da parte di Allah. Perciò soltanto Allah è degno di lode. Nessuno dei meriti che ho dimostrato, delle leggi che ho promulgato o dei principi morali che ho insegnato agli uomini è stato creato da me. Non ho la capacità di presentare alcunché in virtù delle mie qualità personali. In ogni cosa dipendo dalla guida e dalle direttive di Allah. Dico e faccio soltanto ciò che mi viene indicato da Lui».

Quale verità meravigliosa! Quale straordinaria onestà e veridicità! I bugiardi, per apparire grandi, non esitano minimamente ad attribuire a proprio merito le opere migliori degli altri. Eppure non è affatto difficile risalire all’origine di quelle opere. Questo uomo, invece, non rivendica come propri nemmeno quei meriti che, se li attribuisse a se stesso, nessuno potrebbe dimostrare essere una menzogna. Infatti nessuno conosce alcun modo per risalire alla loro origine. Quale prova più grande della veridicità potrebbe esistere? Chi può essere più veritiero di colui che ha ricevuto da una fonte estremamente segreta qualità senza pari e che, senza alcuna esitazione, indica la vera origine di tali qualità? Se non chiameremo lui veritiero, chi altri chiameremo così?

Gli argomenti del Corano a sostegno della profezia di Muhammad, pace e benedizioni su di lui

Alcuni argomenti importanti—[La trattazione e gli argomenti relativi alla profezia di Muhammad inseriti nel Corano sono così vasti e di così ampia portata che non è possibile esporli integralmente in un solo articolo. Inoltre, se si riunissero le spiegazioni e le analisi che Maulana Maududi ha fatto degli argomenti coranici, esse assumerebbero la forma di un libro a sé stante. Considerati questi aspetti, riportiamo qui la breve trattazione del Maulana su alcuni argomenti particolarmente importanti. —(Il compilatore)]

Nel Corano è detto:

(Arabo*****************a pagina 109 del PDF)

«O Profeta, prima di questo non leggevi alcun libro e non scrivevi con la tua stessa mano. Se fosse stato così, coloro che seguono la falsità avrebbero potuto cadere nel dubbio. In realtà, queste sono chiare prove nei cuori di coloro che possiedono la conoscenza». – (Sura al-‘Ankabut: 48-49)

Il fondamento dell’argomentazione esposta in questo versetto è che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) era illetterato. I suoi concittadini, parenti, familiari e membri della sua tribù lo avevano visto con i propri occhi dalla nascita fino alla giovinezza. Sapevano molto bene che, in tutta la sua vita, non aveva letto alcun libro né aveva mai preso in mano una penna.

Il fatto che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) fosse illetterato è una prova della sua profezia

Riferendosi al fatto concreto che egli era illetterato, Allah ha detto: ciò dimostra chiaramente che l’immenso e profondo patrimonio di conoscenze sull’insegnamento dei Libri celesti dell’antichità, sulle vicende dei profeti precedenti, sulle dottrine e credenze delle diverse religioni del passato, sulla storia dei popoli primitivi, nonché sull’economia e sull’organizzazione sociale, che usciva dalla bocca di questo Profeta illetterato, non poteva essere acquisito da lui in alcun modo se non attraverso la rivelazione. Se avesse saputo leggere e scrivere, e la gente lo avesse visto leggere libri, fare ricerche e indagare, coloro che seguono la falsità avrebbero forse avuto una base per sospettare che questo vasto patrimonio di conoscenze fosse stato acquisito non tramite la rivelazione, bensì attraverso lo studio e la ricerca del sapere. Ma l’assoluta illetteratezza del Profeta non lasciava alcuno spazio a un simile dubbio. – [Non si può fare a meno di meravigliarsi dell’audacia di coloro che, nonostante questa esposizione inequivocabile del Corano e la sua perfetta argomentazione, cercano di dimostrare che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) fosse istruito. Eppure qui il Corano presenta con parole chiarissime il suo essere illetterato come una prova decisiva a sostegno della sua profezia. Le narrazioni sulle quali ci si basa per affermare che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) fosse istruito o che in seguito avesse imparato a leggere e scrivere devono innanzitutto essere respinte alla radice, poiché nessuna narrazione contraria al Corano può essere accettabile. Inoltre, sono talmente deboli che non possono in alcun modo essere assunte come fondamento di un’argomentazione. Una di esse è la narrazione di al-Bukhari relativa al trattato di Hudaybiyyah. Vi si afferma che, mentre veniva redatto il trattato di pace, il rappresentante dei miscredenti della Mecca disse al Profeta (pace e benedizioni su di lui): «Cancella “Messaggero di Allah” da “Muhammad, il Messaggero di Allah” e scrivi “Muhammad ibn ‘Abdullah” (Muhammad, figlio di ‘Abdullah)». ‘Ali non acconsentì a cancellare le parole «Messaggero di Allah». Allora il Profeta (pace e benedizioni su di lui) prese il trattato dalle sue mani, cancellò personalmente quelle parole e scrisse «Muhammad ibn ‘Abdullah». Questo hadith, trasmesso sulla base dell’autorità del Compagno al-Bara’ ibn ‘Azib, è citato in quattro passi di al-Bukhari e in due di Muslim, e presenta differenze in ciascun passo. In uno dei capitoli di al-Bukhari riguardanti i trattati, una versione è formulata così:»

(Arabo*****************a pagina 110 del PDF)

«Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse ad ‘Ali (che Allah sia soddisfatto di lui): “Cancella questa frase”. ‘Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose: “Non posso cancellarla”. Alla fine il Profeta la cancellò con la propria mano.»

Secondo: un’altra versione di al-Bukhari è formulata così:

(Arabo*****************a pagina 110 del PDF)

«Poi disse ad Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui): “Cancella le parole ‘Rasulullah’”. Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose: “No, per Dio, non cancellerò mai il tuo nome”. Poi Hazrat (pace e benedizioni su di lui) prese il trattato e vi scrisse: “Questo è il patto stipulato da Muhammad, figlio di Abdullah”».

Terzo: la terza narrazione di Bukhari è stata inserita nel capitolo sulla jizya, tramandata da Bara ibn Azib. In essa si dice:(Arabo*****************pagina 110 del PDF)

«Hazrat (pace e benedizioni su di lui) non sapeva scrivere. Disse ad Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui): “Cancella le parole ‘Rasulullah’”. Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) rispose: “Per Allah, non le cancellerò mai”. Allora Hazrat (pace e benedizioni su di lui) disse: “Indicami dunque il punto in cui sono scritte”. Egli gli indicò il punto. Allora Hazrat (pace e benedizioni su di lui) cancellò le parole con la propria mano.»

Quarto: la quarta narrazione di Bukhari è stata inserita nel Kitab al-Maghazi (il capitolo relativo alle guerre e alle spedizioni). Eccola:

(Arabo*****************pagina 110 del PDF)

«Allora Hazrat (pace e benedizioni su di lui) prese in mano il trattato, sebbene non sapesse scrivere. Scrisse: “Questo è il patto stipulato da Muhammad, figlio di Abdullah”».

Quinto: nel Kitab al-Jihad di Muslim è stata registrata un’altra narrazione trasmessa da Bara ibn Azib. In essa si dice che, poiché Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) si rifiutò, Hazrat cancellò con la propria mano le parole ‘Rasulullah’.

Sesto: in un’altra narrazione di Sahih Muslim si dice che Rasulullah (pace e benedizioni su di lui) disse ad Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui): “Indicami dove si trovano le parole ‘Rasulullah’”. Hazrat Ali indicò il punto. Allora Hazrat cancellò quelle parole e vi scrisse: “figlio di Abdullah”. Dalle differenze nel linguaggio delle varie narrazioni si comprende chiaramente che il narratore intermedio non riuscì a riportare alla lettera le parole di Hazrat Bara ibn Azib. Queste parole, “Abdullah”, furono scritte proprio con la mano di Hazrat. È possibile che i fatti si siano svolti così: quando Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) rifiutò di cancellare le parole “Rasulullah”, Hazrat chiese ad Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) di indicargli dove si trovassero, lo seppe da lui, le cancellò con la propria mano e poi fece scrivere “ibn Abdullah” ad Hazrat Ali (che Allah sia soddisfatto di lui) o a un altro scriba. Da altre narrazioni si apprende che forse Ali e Muhammad ibn Maslama (che Allah sia soddisfatto di entrambi) erano entrambi incaricati di redigere il trattato. (Fath al-Bari, vol. 5, p. 217) Pertanto, se un lavoro che uno scriba non aveva accettato di svolgere fu fatto eseguire a un altro scriba, ciò non ha nulla di strano.

Sulla base di un’altra narrazione riferita da Ibn Abi Shayba e citata da ʿAmr ibn Maymun, si sostiene che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) sapesse leggere e scrivere. La narrazione è la seguente: (Arabo*****************pagina 111 del PDF)

«Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) aveva imparato a leggere e scrivere prima della sua morte». Tuttavia, per quanto riguarda la catena dei trasmettitori, questa narrazione è molto debole. Hafiz Ibn Kathir l’ha definita infondata e debole. In secondo luogo, se il Profeta (pace e benedizioni su di lui) avesse davvero imparato a leggere e scrivere in seguito, la cosa sarebbe divenuta ampiamente nota. Molti Compagni l’avrebbero riferita e sarebbe emerso anche da chi il Profeta (pace e benedizioni su di lui) avesse imparato a leggere e scrivere. Eppure, a eccezione di ʿAwn ibn ʿAbdullah, nessun altro ha trasmesso questa narrazione. Mujahid apprese ciò da ʿAwn. Anche ʿAwn non era un Compagno, bensì un tabiʿi (un appartenente alla generazione immediatamente successiva a quella dei Compagni), e neppure lui dichiarò con certezza da quale Compagno o da quali Compagni avesse raccolto questa informazione. Anche sotto questo aspetto la debolezza della narrazione è evidente. Sulla base di una narrazione tanto debole, non può essere accettata alcuna affermazione che contraddica i fatti realmente accaduti.]

Che un uomo illetterato abbia presentato un libro simile al Corano e abbia dato prova, apparentemente senza alcuna preparazione precedente, di un talento e di una maturità straordinari è indubbiamente un fatto anomalo. Per le persone istruite e dotate di discernimento, questi sono i segni più luminosi della profezia di quell’uomo illetterato — questo argomento è stato esaminato anche nell’articolo intitolato «La profezia muhammadiana alla prova della pietra di paragone della personalità». Tuttavia, in quell’articolo l’argomento è stato esposto senza analizzare le argomentazioni del Corano. — (Il compilatore). Esaminando la biografia di qualsiasi personaggio storico del mondo, si può constatare che nell’ambiente in cui si è formato il suo carattere e si è sviluppato il suo talento si possono rintracciare i fattori causali di tale formazione e sviluppo. Si osserva una chiara corrispondenza tra gli elementi che hanno plasmato la sua personalità e il suo ambiente circostante. Ma nella personalità del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) si trovano qualità straordinarie che non si riscontrano — e tanto meno nella società araba. Neppure negli ambienti più lontani delle società dei Paesi con cui gli Arabi avevano rapporti si trovano elementi che presentino la benché minima somiglianza con quelli della personalità del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). È sullo sfondo di questa realtà che si è raccolto l’insieme dei segni sopra menzionati. — Qui il Corano sta rispondendo a quegli accusatori che pretendevano la manifestazione di un miracolo come condizione preliminare per accettare la profezia del Grande Profeta (pace e benedizioni su di lui). — (Il compilatore). Non importa se gli ignoranti non hanno trovato in lui alcun segno. Ma coloro che sono sapienti, osservando questi segni, hanno compreso che egli possedeva questo talento incomparabile e che non poteva essere altro che un profeta.

(Arabo*****************pagina 112 del PDF)

«Essi dicono: “Perché non sono stati fatti scendere su quest’uomo dei segni da parte del suo Signore?”. Di’: “I segni appartengono soltanto ad Allah. Io sono venuto soltanto ad ammonire con chiarezza. Non è forse sufficiente per loro che ti abbiamo rivelato il Libro, che viene recitato loro? In verità, in esso vi sono misericordia e ammonimento per i credenti”». — (Sura al-ʿAnkabut: 50-51)

In altre parole: il fatto che, pur essendo illetterato, ti sia stato rivelato un libro simile al Corano non è forse già un grande miracolo? Non è forse sufficiente per avere fede nella tua profezia? Dopo questo, è ancora necessario qualche altro miracolo? Gli altri miracoli sono di natura diversa. Essi sono stati e saranno mostrati e recitati soltanto a coloro che li hanno visti. Voi potete vederli in ogni momento.

Presentare la vita precedente alla profezia come prova

(Arabo*****************pagina 112 del PDF)

«Ho trascorso già una parte della mia vita in mezzo a voi». – (Sura Yunus: 16)

I politeisti dei Quraysh ritenevano che il Corano fosse una composizione inventata da Muhammad (pace e benedizioni su di lui), che egli cercasse inutilmente di spacciare per rivelata da Allah. Muhammad (pace e benedizioni su di lui), invece, sosteneva che non fosse un libro da lui composto, bensì che gli fosse giunto da parte di Allah mediante la rivelazione. Il versetto sopra citato presenta un argomento potente per confutare quella convinzione dei politeisti e sostenere tale affermazione del Profeta. Lasciamo pure da parte tutte le altre prove e argomentazioni. Ma la vita concreta del Profeta (pace e benedizioni su di lui) era sotto i loro occhi. Prima della missione profetica aveva trascorso con loro tutti i suoi quarant’anni. Era nato nella loro stessa città. Aveva attraversato l’infanzia e la giovinezza ed era giunto alla maturità sotto i loro occhi. Tutte le sue frequentazioni, il suo modo di vivere, il cibo, i rapporti sociali, le transazioni, il matrimonio e ogni altra relazione sociale erano con loro. Nulla della sua vita era loro ignoto o nascosto. Quale prova potrebbe essere più inconfutabile di una conoscenza così diretta e di una testimonianza così visibile? Nella sua vita vi erano due elementi assolutamente evidenti, che ogni abitante della Mecca conosceva.

In primo luogo, durante tutti i quarant’anni della sua vita prima della missione profetica, non aveva ricevuto alcuna educazione né frequentato qualcuno da cui si potesse rintracciare l’origine delle conoscenze multiformi che manifestò subito dopo aver dichiarato la propria missione profetica. Prima della rivelazione del Corano, non lo si era mai visto occuparsi, parlare o esprimere opinioni sugli argomenti trattati sistematicamente nelle sure coraniche. Inoltre, neppure nei suoi quarant’anni di vita i suoi amici intimi o i parenti stretti avevano mai notato, nel suo comportamento o nelle sue parole, alcun segno di preparazione o di organizzazione per l’attività di predicazione che egli iniziò improvvisamente proprio al compimento dei quarant’anni. Ciò dimostra chiaramente che il Corano non è il prodotto della sua mente, ma che ha avuto origine altrove ed è stato introdotto in lui. La mente umana, infatti, non è capace di presentare improvvisamente qualcosa in una fase qualsiasi della vita. Qualunque cosa presenti in una determinata fase, nella fase precedente se ne vedranno necessariamente i segni della preparazione, dello sviluppo e della crescita. Per questo alcuni uomini astuti della Mecca capirono che sostenere che il Corano fosse scaturito dalla mente del Profeta (pace e benedizioni su di lui) sarebbe stato pura follia. Così cominciarono a cambiare versione e a dire che dietro le quinte doveva esserci qualcun altro che insegnava a Muhammad (pace e benedizioni su di lui) quelle parole. Ma questa affermazione si rivelò ancora più assurda della precedente. Infatti, non solo alla Mecca, ma in tutta l’Arabia, non vi era una sola persona dotata di una simile capacità, che si potesse indicare col dito dicendo: «È lui che ha composto questi discorsi» oppure «È capace di comporli». In realtà, chi possiede una tale capacità non può rimanere sconosciuto e non riconosciuto in nessuna società.

La seconda caratteristica straordinaria della vita del Profeta (pace e benedizioni su di lui) prima della missione profetica era che nel suo carattere non si trovava neppure la minima traccia di menzogna, inganno, frode, disonestà, bassezza o viltà. In tutta la società non vi era nessuno che potesse dire di aver visto, durante quei lunghi quarant’anni di rapporti con lui, difetti di questo genere nel suo comportamento. Al contrario, chiunque fosse entrato in contatto con lui lo aveva visto come un uomo assolutamente veritiero, giusto, virtuoso e degno di fiducia. Appena cinque anni prima della missione profetica, durante la ricostruzione della Kaaba, si verificò un episodio famoso. Tra i diversi clan dei Quraysh scoppiò una disputa su chi dovesse sollevare la sacra Pietra Nera, l’Hajar al-Aswad, e ricollocarla al suo posto. Alla fine raggiunsero un accordo: il mattino seguente avrebbero accettato come arbitro la prima persona che fosse entrata nel Sacro Recinto. Il giorno dopo videro che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) era stato il primo a entrare nel Sacro Recinto. Appena lo videro, esclamarono tra clamori e acclamazioni: «È proprio quell’uomo giusto! Siamo d’accordo. Questo è Muhammad!». In questo modo, prima ancora di nominarlo profeta, Allah ottenne formalmente dall’intera stirpe dei Quraysh una testimonianza a favore della sua giustizia. Dopo ciò, come si può anche solo immaginare che quell’“al-Amin” potesse mai ricorrere all’ingiustizia e alla falsità? Un uomo che in tutta la sua vita non aveva mai fatto ricorso alla menzogna, neppure in una questione insignificante, né aveva mai praticato inganni o frodi: come avrebbe potuto d’un tratto cominciare a ricorrere a una menzogna tanto enorme e a una frode tanto terribile, raccontando alla gente alcune parole inventate da lui e spacciandole per parole di Allah?

(Arabo*******************************************a pagina 114 del PDF)

«E così, o Muhammad, ti abbiamo rivelato, per nostro ordine, uno spirito. Altrimenti non avresti saputo che cosa fossero il Libro e la fede». – (Sura al-Shura: 52)

In effetti, prima di ricevere la missione profetica, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non aveva mai neppure immaginato di dover ricevere un libro o che fosse imminente il suo ricevimento. Non sapeva assolutamente nulla neppure dei Libri celesti e dei loro contenuti. Allo stesso modo, la sua fede in Allah era sincera; tuttavia non sapeva che, insieme a ciò, fosse necessario credere anche negli angeli, nella missione profetica, nei Libri celesti e nell’Aldilà. Anche per gli abitanti della Mecca la proclamazione della sua missione profetica fu del tutto improvvisa e impensabile. Prima di quell’annuncio improvviso, nessuno poteva testimoniare di aver mai sentito dalle sue labbra parole secondo cui si dovesse credere nel Libro di Allah o in questa o quella dottrina. È superfluo dirlo: se una persona si preparasse in anticipo a fingersi profeta, non potrebbe essere così disinteressata alla propria missione da trascorrere quarant’anni frequentando giorno e notte le persone senza che esse sentissero dalle sue labbra una sola parola sul Libro e sulla fede, per poi iniziare improvvisamente, proprio al compimento dei quarant’anni, a tenere discorsi incessanti su tali argomenti.

(Arabo*******************************************a pagina 114 del PDF)

«Tu non avresti mai potuto aspettarti che ti sarebbe stato rivelato il Libro. Esso è stato rivelato soltanto per grazia di Allah; dunque non essere sostenitore dei miscredenti» (Sura al-Qasas: 86). Queste parole vengono presentate come una prova della profezia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Consideriamo anzitutto il caso del profeta Musa (pace su di lui). Egli non sapeva neppure lontanamente che sarebbe diventato profeta e che stava per essere incaricato di una responsabilità importante. Lungi dall’avere il desiderio o l’aspirazione di diventare profeta, non aveva mai avuto nemmeno il minimo sentore di una simile possibilità. Fu improvvisamente chiamato dalla strada, reso profeta e incaricato di compiere opere straordinarie, che non avevano alcuna somiglianza con la sua vita precedente. Esattamente questo accadde nella vita di Muhammad (pace e benedizioni su di lui); la sua vita precedente non aveva alcuna somiglianza con ciò. Esattamente questo accadde nella vita di Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Fino al giorno precedente a quello in cui discese dalla grotta di Hira portando l’annuncio della profezia, gli abitanti della Mecca conoscevano perfettamente il suo modo di vivere, il lavoro che svolgeva, il genere di discorsi che faceva, gli argomenti delle sue conversazioni e discussioni, nonché la natura delle sue attività e delle sue inclinazioni. È vero che quella parte della sua vita era un esempio luminoso di onestà, veridicità, affidabilità e nobile carattere. Era la vita di una persona estremamente educata, pacifica e innocua, fedele alle promesse e ai patti, molto attenta a restituire agli altri i loro diritti e ciò che spettava loro, e straordinariamente caritatevole. Queste erano le caratteristiche principali e di eccezionale rilievo della sua vita. Eppure, in lui non vi era nulla che potesse far immaginare a qualcuno che quell’uomo pio e virtuoso avrebbe ben presto rivendicato la profezia. Nessuno tra coloro che avevano rapporti stretti con lui, tra i suoi parenti, vicini o amici, avrebbe potuto dire che si stesse già preparando a diventare profeta. Subito dopo quel momento sconvolgente nella grotta di Hira, egli cominciò improvvisamente a parlare di determinati argomenti e ad usare un linguaggio, una terminologia e parole di tipo particolare: nessuno lo aveva mai sentito parlare così prima di allora. Non si era mai alzato per tenere un sermone, un’esortazione o un discorso. Non era mai sceso in campo con un movimento o una da‘wa. Da nessuna sua attività si poteva intuire che stesse progettando di intraprendere un programma per risolvere i problemi della vita sociale o per attuare una riforma religiosa o morale. Fino al giorno precedente a quel momento rivoluzionario, egli trascorreva serenamente il tempo con i figli, si prendeva cura degli ospiti, aiutava i poveri e gli indigenti, trattava bene i parenti e, di tanto in tanto, si ritirava in solitudine per adorare Allah. Che un uomo tanto innocuo e rispettabile si presentasse improvvisamente davanti alla gente con un annuncio capace di scuotere il mondo, iniziasse a diffondere una da‘wa rivoluzionaria, producesse un patrimonio letterario ineguagliabile e portasse una nuova concezione della vita, un nuovo metodo di pensiero e un nuovo sistema morale e sociale, distinti da tutte le opinioni e le vie allora correnti nel mondo, fu indubbiamente un evento estremamente sorprendente e straordinario. Ciò non può mai emergere dal metodo o dall’organizzazione di una singola persona, né da un’iniziativa o da uno sforzo volontario. Infatti, ogni tentativo, iniziativa, organizzazione o preparazione di questo genere dovrebbe necessariamente procedere attraversando le varie fasi dell’evoluzione storica. E dovrebbe comunque procedere attraversando tali fasi. E tali fasi non possono mai rimanere nascoste ai compagni e agli assidui frequentatori di una persona. Se la vita del Profeta (pace e benedizioni su di lui) fosse avanzata attraversando quelle fasi, a Mecca centinaia di persone avrebbero detto: «Sapevamo che un giorno quell’uomo avrebbe avanzato una qualche pretesa sensazionale». Ma la storia testimonia che, per quanto accuse gli abitanti della Mecca abbiano mosso contro il Profeta (pace e benedizioni su di lui), non gli rivolsero mai questa accusa.

D’altra parte, gli hadith che descrivono la fase iniziale della rivelazione dimostrano che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) non desiderava ottenere la profezia, non la aspettava e non era in attesa di essa; al contrario, si trovò improvvisamente di fronte a questo fatto in modo del tutto inatteso e inconcepibile. Dopo il primo incontro con Jibril (pace su di lui) e l’inizio della profezia attraverso la rivelazione dei primi versetti della Sura al-‘Alaq, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) tornò a casa dalla grotta di Hira tremando. Poi disse ai familiari: «Copritemi! Copritemi!». Dopo qualche tempo, quando lo stato di paura si fu un po’ attenuato, raccontò ogni cosa alla sua compagna di vita Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) e disse: «Temo di morire». Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) rispose immediatamente: «Mai! Allah non ti farà mai soffrire. Tu assolvi i diritti dei parenti, aiuti gli indifesi e i nullatenenti, onori gli ospiti e sei sempre pronto a collaborare in ogni opera buona». Poi lo condusse da Waraqa ibn Nawfal. Waraqa era cugino paterno di Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei), nonché un illustre studioso della Gente del Libro e un uomo sincero. Dopo aver ascoltato dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) il racconto di tutto l’accaduto, disse con calma: «Dici sul serio? Mi espelleranno da qui?». Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Dici sul serio? Mi espelleranno da qui?». Waraqa rispose: «Sì. Ogni volta che, in passato, qualcuno è venuto portando ciò che hai portato tu, i suoi compatrioti sono diventati immediatamente suoi nemici».

Quando una persona semplice si trova inaspettatamente di fronte a un evento estremamente straordinario e insolito, il cambiamento emotivo che naturalmente può prodursi in lei è rappresentato perfettamente da questo episodio. Se il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) avesse avuto fin dall’inizio l’intenzione di diventare profeta, se avesse pensato che un uomo come lui dovesse diventare profeta e, immerso nella meditazione solitaria in attesa della profezia, fosse stato tormentato dal pensiero di quando sarebbe giunto l’angelo a portargli il messaggio, allora, dopo l’episodio della grotta di Hira, sarebbe balzato di gioia, sarebbe disceso dalla montagna esultante di felicità e orgoglio, si sarebbe recato direttamente dalla gente e avrebbe proclamato a gran voce la propria profezia. Ma dov’erano quella gioia e quella voce tonante? Egli invece rimase lì e poi si sdraiò avvolto nella coperta. Quando la sua mente si fu un po’ calmata, raccontò tutto sottovoce alla moglie. Le disse: «Oggi, nella solitudine della grotta di Hira, mi sono trovato di fronte a questa disgrazia. Non so che cosa mi accadrà. Sento che la mia vita è in pericolo». Non c’è bisogno di dire quanto ciò fosse diverso dalla reazione che ci si sarebbe aspettati da un aspirante alla profezia.

Nessuno può conoscere la vita, il carattere e il modo di pensare di un marito meglio di sua moglie. Se Khadija (che Allah sia soddisfatto di lei) avesse saputo in precedenza che suo marito aspirava alla profezia e trascorreva continuamente il tempo aspettando l’arrivo dell’angelo, non avrebbe risposto in quel modo. Avrebbe detto qualcosa di diverso: «Perché ti spaventi? Hai finalmente ottenuto ciò che desideravi da tanto tempo. Ora vai e mettiti in affari con la profezia e la devozione dei discepoli; io mi sto preparando a custodire ciò che arriverà come offerte e doni». Tuttavia, sulla base della conoscenza della vita del Profeta (pace e benedizioni su di lui) acquisita nei quindici anni di matrimonio, in un solo istante comprese che, presso un uomo tanto onesto e disinteressato, chiunque altro avrebbe potuto presentarsi, ma non Satana; e che Allah non avrebbe potuto sottoporlo a una grave calamità. In effetti, ciò che aveva visto era del tutto vero.

Anche la situazione di Waraqah ibn Nawfal era dello stesso genere. Non era molto più giovane di lui. Era un suo parente e un cognato molto stretto. In quanto studioso cristiano, sapeva che cosa fossero la profezia, il Libro e la rivelazione, ed era capace di distinguere l’autentico dalle cose artificiali e inventate. Essendo di alcuni anni più anziano del Profeta (pace e benedizioni su di lui), aveva osservato tutta la sua vita fin dall’infanzia. Anche lui, dopo aver ascoltato dalla sua bocca il racconto dell’episodio di Hira, dichiarò immediatamente: «Questo visitatore è certamente l’angelo che portava la rivelazione al profeta Mosè (pace su di lui). Anche qui, infatti, si presenta una situazione simile a quella di Mosè (pace su di lui). Un uomo semplice, dal carattere perfettamente integro e incontaminato. Il suo animo è assolutamente limpido e libero. Non solo non nutriva alcun desiderio di ricevere la profezia, ma non aveva mai neppure immaginato di poterla ricevere. All’improvviso, in pieno possesso delle sue facoltà e perfettamente consapevole, si trovò apertamente di fronte a questo evento senza precedenti. Per questo Waraqah poté giungere, senza alcuna riflessione, alla conclusione che qui non vi fosse alcun inganno dell’istinto né alcuna frode di Satana. Al contrario, quell’uomo sincero e veritiero, che conosceva da sempre, aveva visto esattamente ciò che aveva visto, libero da ogni volontà o desiderio personale: aveva contemplato la verità reale». La conclusione di Waraqah era precisa e inconfutabile come un calcolo matematico.

In effetti, il fatto che la rivelazione fosse discesa in modo così improvviso e inatteso, sullo sfondo dell’assoluta onestà, veridicità e totale illetteratezza della vita precedente alla profezia, costituisce una prova così luminosa della verità della profezia che è impossibile negarla per chiunque possieda una conoscenza realistica. Nel Corano essa è stata presentata in diversi passi come una prova della profezia. Per esempio, nella sura Yunus Allah dice:

(Arabo*******************************************pagina 117 del PDF)

«O Profeta! Di’: “Se Allah non avesse voluto, non avrei mai potuto recitarvi questo Corano né darvene notizia. Ho trascorso in mezzo a voi una parte significativa della mia vita. Non riuscite dunque a comprendere neppure questo?”» — (versetto 16)

Nella sura al-Shura Allah dice:

(Arabo*******************************************pagina 114 del PDF)

«O Profeta! Tu non sapevi affatto che cosa fosse il Libro né che cosa fosse la fede. Ma abbiamo fatto di questa rivelazione una luce, con la quale guidiamo sulla retta via chi vogliamo tra i Nostri servi». — (versetto 52)

Per ulteriori spiegazioni dettagliate al riguardo, si vedano Tafhim al-Qur’an, sura Yunus, nota 21; sura al-‘Ankabut, note 88-92; sura al-Shura, nota 84.

La vita pura e immacolata del Messaggero di Allah (s), l’incredibile influenza della sua educazione sul carattere dei nobili Compagni e gli elevati temi trattati dal Corano sono tutti segni straordinariamente luminosi. Per chiunque conosca le biografie dei profeti e gli insegnamenti dei Libri celesti, è estremamente difficile nutrire dubbi.

(Arabo*******************************************a pagina 118 del PDF)

«(Egli è) un messaggero inviato da Allah, che recita le Scritture sacre, nelle quali sono contenuti scritti veri e retti». – (Sura al-Bayyina: 2-3)

Qui la persona stessa del Messaggero di Allah (s) viene definita una prova luminosa. Infatti, la sua vita prima e dopo l’inizio della profezia; il fatto che, pur essendo illetterato, abbia presentato un Libro come il Corano; la straordinaria rivoluzione prodottasi nella vita dei credenti grazie alla sua educazione e alla sua compagnia; una dottrina di fede completamente razionale; atti di culto estremamente perfetti e puri; il carattere più nobile e immacolato; e l’insegnamento dei migliori principi e precetti per la vita umana. La piena coerenza tra le parole e le azioni del Profeta (s), così come il proseguimento instancabile della sua opera di invito alla fede, con incrollabile coraggio e incrollabile dedizione di fronte a ogni opposizione e difficoltà: tutte queste qualità incomparabili sono chiare prove del fatto che egli è il Messaggero di Allah.

Il Corano: un’opera miracolosa e una prova della profezia

(Arabo*******************************************a pagina 118 del PDF)

«Indubbiamente questo Libro è stato fatto discendere dal Signore dei mondi. Dicono forse che sia un’invenzione di quell’uomo? No. Esso è piuttosto la verità assoluta proveniente dal tuo Signore». – (Sura as-Sajda: 2-3)

Qui non viene detto soltanto che questo Libro è disceso dal Signore dei mondi. Con ancora maggiore enfasi, viene detto insieme che esso è certamente il Libro di Allah. Non vi è il minimo spazio per dubitare che questo Libro sia stato fatto discendere da Allah. Se si legge questa frase assertiva alla luce del contesto reale della rivelazione del Corano e della narrazione precedente e successiva dello stesso Corano, si comprenderà che essa presenta simultaneamente un’affermazione e la sua prova. Gli abitanti della Mecca davanti ai quali tale affermazione veniva avanzata non ignoravano questa prova. Conoscevano l’intera vita di colui che recitava questo Libro, sia quella precedente sia quella successiva all’inizio della sua recitazione. Potevano vedere chiaramente la differenza tra la lingua e lo stile espressivo di questo Libro e la lingua e lo stile espressivo propri di Muhammad (s). Comprendevano chiaramente che la stessa persona non poteva avere due stili espressivi così diversi. Osservavano la suprema e miracolosa bellezza letteraria di questo Libro. E, proprio perché parlavano la stessa lingua, potevano vedere con i propri occhi che tutti i poeti e letterati arabi erano incapaci di produrre una letteratura equivalente a quella. – [Il Corano fu presentato proprio con questa sfida: (Arabo**** nelle note) «Se potete, portate una sura equivalente». Questa sfida rese ancora più evidente la natura miracolosa del Corano. Gli oppositori, incapaci di rispondere a tale sfida, riconobbero silenziosamente che questa letteratura non era opera umana. Allah ha definito questa natura miracolosa del Corano una prova della veridicità della profezia del Profeta (s). – (I compilatori)] Non ignoravano neppure quanto fosse grande la differenza tra la lingua dei poeti, dei letterati, degli oratori e dei religiosi arabi e quella del Corano, né quanto fosse elevato il livello dei contenuti esposti nel Corano. Nella letteratura e nell’opera di un falso pretendente è insita una qualche forma di egoismo; ma nella letteratura del Corano e nell’invito alla fede rivolto dal suo portatore, essi non riuscivano a scorgere neppure la minima traccia di interesse personale. Anche usando un microscopio, non sarebbero riusciti a trovare alcun interesse personale nel fatto che, proclamando la propria profezia, il Profeta (s) attirasse verso il suo invito persone di ogni tipo, provenienti dalla comunità, oppure verso sé stesso, la propria famiglia o la propria tribù; mentre potevano vedere con i propri occhi quale grande rivoluzione si stesse verificando nelle loro vite. Tutto ciò costituiva una prova inconfutabile a sostegno della pretesa profetica. In tale contesto era sufficiente dire soltanto che non vi era alcun motivo di dubitare che questo Libro fosse stato fatto discendere dal Signore dei mondi.

Le profezie della Torah e del Vangelo riguardo al Profeta universale

Un’importante dichiarazione di Gesù (pace su di lui)

(Arabo*******************************************a pagina 120 del PDF)

«Ricorda le parole di Gesù, figlio di Maria. Egli disse: O discendenti d’Israele! Sono stato inviato a voi come Messaggero. Sono venuto a confermare la veridicità della Torah che è stata rivelata prima di me».–(Sura as-Saff: 6)

Queste parole possono essere interpretate in tre modi, e tutte e tre le interpretazioni sono corrette. La prima interpretazione è questa: non sono venuto con una religione diversa e innovativa. Sono venuto con la stessa religione portata da Mosè (pace su di lui). Non sono venuto per smentire la Torah, bensì per sostenerla e confermarne la veridicità. È consuetudine eterna di ogni Messaggero di Allah sostenere il Messaggero precedente e confermarne la veridicità. Anch’io seguo questa consuetudine. Pertanto non avete alcun motivo per esitare ad accettare che io sono un Messaggero.

La seconda interpretazione è questa: la profezia contenuta nella Torah riguardo alla mia venuta come Messaggero si è avverata e si è compiuta attraverso la mia missione profetica. Pertanto, invece di opporvi a me, dovreste piuttosto accogliermi dicendo: è giunto il profeta del cui avvento avevano annunciato la venuta i profeti precedenti.

Se si legge la frase in questione del Corano insieme a quella successiva, se ne ricava una terza interpretazione: dichiaro vera la profezia della Torah riguardo al lieto avvento del Messaggero di Allah Ahmad (pace su di lui), e anch’io profetizzo la sua venuta. Alla luce di questa terza interpretazione, le parole di Gesù (pace su di lui) costituiscono un sostegno e una conferma del lieto annuncio con cui Mosè (pace su di lui), rivolgendosi al suo popolo, aveva annunciato l’avvento del Profeta universale.

La chiara profezia della Torah

In quel discorso rivolto alla sua gente, Mosè (a.s.) disse: «Il tuo Signore farà sorgere per voi, dal vostro stesso popolo, cioè tra i vostri fratelli, un profeta simile a me. Ascoltatelo. Egli sorgerà secondo la richiesta che rivolgesti al tuo Signore nel giorno dell’assemblea, quando ti trovavi a Horeb. Tu dicesti: “Fa’ che io non debba più ascoltare la voce del mio Signore e non debba più vedere quel fuoco terribile, per timore di morire”. Il Signore mi disse: “Hanno detto bene. Farò sorgere per loro, tra i loro fratelli, un profeta; metterò le Mie parole nella sua bocca ed egli dirà loro tutto ciò che gli ordinerò. Chiunque non ascolterà le parole che egli pronuncerà nel Mio nome, Io gliene chiederò conto».” – (Deuteronomio, capitolo 18, versetti 15-19)

Questa è una chiara profezia della Torah. Essa non può riferirsi ad altri se non a Muhammad (s.a.w.). Qui Hazrat Mosè (a.s.) annuncia alla sua gente questa promessa di Allah: «Farò sorgere per voi, tra i vostri fratelli, un profeta». È evidente che, quando si parla dei “fratelli” di una nazione, non si intende una famiglia o una tribù appartenente a quella stessa nazione. Per “fratelli” di una nazione si intende un’altra nazione della stessa stirpe. Se il significato fosse stato che sarebbe sorto un profeta tra i Figli d’Israele, si sarebbe detto: “Farò sorgere per voi un profeta proprio dal vostro stesso popolo”. Pertanto, i fratelli dei Figli d’Israele possono necessariamente essere soltanto i Figli d’Ismaele, poiché sono della stessa stirpe dei Figli d’Israele in quanto discendenti di Hazrat Abramo (a.s.). Inoltre, vi è un’altra ragione per cui questa profezia non può applicarsi a un profeta dei Figli d’Israele. Dopo Hazrat Mosè (a.s.), infatti, non venne un solo profeta tra i Figli d’Israele: ne vennero moltissimi. In tutta la Bibbia si trovano le narrazioni relative a quei profeti.

Vi è un altro aspetto degno di nota in questa profezia. Il profeta che verrà sarà un profeta simile a Hazrat Mosè (a.s.). È superfluo dire che ciò non significa somiglianza nell’aspetto fisico o nella storia della vita, poiché sotto questo profilo nessuna persona è uguale a un’altra. Né significa semplicemente una somiglianza nell’essere profeta, poiché sotto questo profilo tutti i profeti venuti dopo Hazrat Mosè (a.s.) gli erano simili. Perciò non può trattarsi di un particolare profeta che rivendichi la caratteristica di essere simile a Hazrat Mosè (a.s.). Dopo aver escluso questi due aspetti della somiglianza, l’unico aspetto che rimane e che può essere considerato una caratteristica del profeta successivo è il possesso di una sharīʿa distinta, cioè di un sistema legislativo distinto. Il significato della profezia è dunque che il profeta che verrà porterà, come Hazrat Mosè (a.s.), un sistema legislativo indipendente. Nessuno, a parte Muhammad (s.a.w.), possiede questa caratteristica, poiché tutti i profeti dei Figli d’Israele venuti prima di lui seguivano il sistema legislativo portato da Hazrat Mosè (a.s.). Nessuno di loro venne con un sistema legislativo distinto.

La fondatezza di questa interpretazione delle parole della Torah è ulteriormente dimostrata dalle parole successive: «Quel profeta sorgerà secondo la richiesta che rivolgesti al tuo Signore nel giorno dell’assemblea, quando ti trovavi a Horeb. Tu dicesti: “Fa’ che io non debba più ascoltare la voce del mio Signore e non debba più vedere quel fuoco terribile, per timore di morire”. Il Signore mi disse: “Hanno detto bene. Farò sorgere per loro, tra i loro fratelli, un profeta; metterò le Mie parole nella sua bocca. Egli dirà soltanto ciò che gli ordinerò”». La richiesta qui menzionata, con la quale a Hazrat Mosè (a.s.) furono date per la prima volta le disposizioni della sharīʿa, significa che, se in futuro ci fosse stato dato un sistema legislativo, esso non ci venisse dato in quella condizione terrificante descritta sia nel Corano sia nella Bibbia. (Si vedano: sūra al-Baqara, versetti 55, 56 e 63; sūra al-Aʿrāf, versetti 155-171; Bibbia, Esodo 19:17-18). In risposta, Hazrat Mosè (a.s.) informò i Figli d’Israele che Allah aveva accolto la loro richiesta. Egli disse: “Farò sorgere per loro un profeta dalla cui bocca proclamerò le Mie parole”. Ciò significa che, quando in futuro sarebbe stato dato un sistema legislativo, non si sarebbe più verificata nella valle del monte Horeb la terribile condizione che si era verificata allora. Al contrario, al profeta cui sarebbe stato affidato questo compito sarebbero state fatte imparare a memoria soltanto le parole di Allah, ed egli le avrebbe fatte ascoltare alla gente. Esaminando più attentamente questa chiara dichiarazione, si può affermare senza dubbio che Hazrat Muhammad (s.a.w.) è il vero destinatario di questa profezia. Dopo Hazrat Mosè, egli fu l’unico a possedere una sharīʿa indipendente. Quando ai piedi del monte Horeb fu data la sharīʿa, vi fu una grande assemblea popolare dei Figli d’Israele; invece, quando fu data la sharīʿa a Muhammad (s.a.w.), non vi fu un’assemblea simile. E la situazione che si era verificata là non si verificò mai più al momento dell’emanazione delle disposizioni della sharīʿa.

La lieta novella della profezia di Muhammad nel Vangelo

Nel Corano, la lieta novella della profezia di Muhammad annunciata da Hazrat Gesù (a.s.) è menzionata nel modo seguente:

(Arabo*******************************************a pagina 122 del PDF)

Ricorda ciò che disse Gesù, figlio di Maria. Egli disse: “O discendenti d’Israele! Sono venuto a voi come Messaggero di Allah, a conferma della Torah che è stata rivelata prima di me, e per annunciarvi la lieta novella di un Messaggero che verrà dopo di me, il cui nome sarà Ahmad”». – (Sūra aṣ-Ṣaff, 6)

Questo è un versetto importante del Corano. Gli oppositori dell’Islam hanno ingaggiato molte polemiche riguardo a questo versetto e hanno persino tentato di offrirne interpretazioni criminalmente distorte. In esso, infatti, si afferma che Gesù (su di lui la pace) annunciò lietamente la venuta del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), menzionandone chiaramente il nome. –[Inoltre, in varie parti della Bibbia si trovano complessivamente profezie sulla venuta del Profeta (pace e benedizioni su di lui). A questo proposito, nel Corano si dice in una sola frase:

(nella nota in arabo*********)

«La Gente del Libro lo trova scritto presso di loro nella Torah e nel Vangelo». –(Sura al-A’raf: 147)

A titolo d’esempio, sono degne di nota le profezie riguardanti Muhammad (pace e benedizioni su di lui) nei seguenti passi della Torah e del Vangelo: Deuteronomio, capitolo 18, versetti 15-19; Vangelo di Matteo, capitolo 21, versetti 33-46; Vangelo di Giovanni, capitolo 1, versetti 10-21; Vangelo di Giovanni, capitolo 14, versetti 15-17 e 25-30; Vangelo di Giovanni, capitolo 15, versetti 25-26; Vangelo di Giovanni, capitolo 16, versetti 7-15. 77 – Gli autori e i compilatori.] Per questo è necessario discutere la questione in modo un po’ dettagliato.

Primo: “Muhammad” e “Ahmad”: ”: in questo versetto è menzionato il nome Ahmad del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Ahmad ha due significati: colui che loda più di tutti e il più degno di lode tra gli uomini più lodati. Dai hadith autentici sappiamo che questo era anche uno degli altri nomi del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Nei libri di hadith di Muslim e di Abu Dawud al-Tayalisi, nella narrazione di Abu Musa al-Ash’ari (che Allah sia soddisfatto di lui), è riportato che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (in arabo*********) «Io sono Muhammad, io sono Ahmad e io sono al-Hashir (il Radunatore)». Numerosi hadith trasmessi attraverso Jabir ibn Mut’im a questo riguardo sono stati riportati nei rispettivi libri di hadith dagli imam Malik, Bukhari, Muslim, Darimi, Tirmidhi e Nasa’i. Questo nome del Profeta (pace e benedizioni su di lui) era diffuso e conosciuto anche tra i Compagni. In una poesia di Hassan ibn Thabit si trova il seguente verso:

(in arabo*******************************************a pagina 123 del PDF)

«Su Ahmad, il benedetto, hanno invocato la benedizione Allah, gli angeli che si affollano intorno al Suo Trono e le persone pure». Anche la storia ci insegna che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non era conosciuto soltanto con questo nome: il suo nome Ahmad era ugualmente noto a tutti. In tutto il patrimonio letterario degli Arabi non risulta che, prima del Profeta (pace e benedizioni su di lui), qualcun altro fosse conosciuto con il nome Ahmad. Dopo il Profeta (pace e benedizioni su di lui), invece, innumerevoli persone sono state chiamate Ahmad e Ghulam Ahmad. Il fatto che questo nome sia stato ben noto e celebre presso l’intera comunità, dall’epoca della profezia fino a oggi, costituisce la prova più grande. Se questo nome non fosse appartenuto al Profeta (pace e benedizioni su di lui), coloro che hanno chiamato i propri figli Ghulam Ahmad, di quale Ahmad li considererebbero servi?

Secondo: il Messia, il profeta Elia (su di lui la pace) e “quel Profeta”: ”: il Vangelo di Giovanni testimonia che, al tempo della venuta di Gesù (su di lui la pace), i Figli d’Israele attendevano tre persone. Erano il Messia, Elia (cioè la ricomparsa del profeta Elia (su di lui la pace)) e «quel Profeta».

“E Yuhanna [Hazrat Yahya (a.s.)] rese testimonianza dicendo che, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme dei sacerdoti per chiedergli: «Chi sei?», egli riconobbe e non negò. Riconobbe di non essere il Messia. Essi gli chiesero: «Allora chi sei? Sei forse Elia?». Egli rispose: «No». «Sei forse quel Profeta?». Rispose: «No». Allora gli dissero: «Chi sei dunque?». Egli disse: «Io sono la voce di uno che grida nel deserto: rendete agevole la via di Allah». Gli chiesero: «Se non sei il Messia, né Elia, né quel Profeta, perché dunque pretendi di essere un profeta?».–(1:19-25)

Da queste parole si comprende senza alcuna ambiguità che, oltre a Hazrat Masih (a.s.) (Isa) e Hazrat Ilyas (a.s.), i Figli d’Israele attendevano ancora un altro profeta, e quel profeta non era Hazrat Yahya (a.s.). La fede nella venuta di quel profeta era così diffusa tra i Figli d’Israele che bastava dire «quel Profeta» perché tutti capissero di chi si trattava. Non era nemmeno necessario aggiungere: «la cui venuta è stata annunciata nella Torah». Da ciò si apprende inoltre che la venuta del profeta cui alludevano era stabilita in modo incontrovertibile. Infatti, quando a Hazrat Yahya (a.s.) furono poste queste domande, egli non disse: «Non verrà più alcun profeta; di quale profeta state chiedendo?»

Tre: l’esposizione del Vangelo di Giovanni: Ora osservate le profezie riportate in successione nel Vangelo di Giovanni (Yuhanna o Yahya), dai capitoli 14 al 16:

“E io pregherò il Padre affinché vi mandi un altro soccorritore, che rimanga con voi per sempre, cioè lo Spirito della verità, che gli abitanti del mondo non possono accogliere, perché non lo vedono né lo conoscono. Voi lo conoscete, perché rimane con voi ed è in voi”.–(14:16-17)

“Vi ho detto queste cose mentre ero ancora con voi. Ma il soccorritore, cioè lo Spirito glorioso, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”.–(14-25-26)

‘D’ora in poi non vi dirò molte cose, perché viene il principe del mondo. Egli non ha nulla in me”.–(14:30)

“Ma quando verrà quel soccorritore che vi manderò da parte del Padre, cioè lo Spirito della verità, che procede dal Padre, egli renderà testimonianza a mio favore”.=(15:26)

“Ma vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, quel soccorritore non verrà; ma se me ne vado, ve lo manderò”.–(16:7)

«Ho ancora molte cose da dirvi, ma allora non potrete sopportarle. Tuttavia, quando verrà lui, cioè lo Spirito della verità, vi guiderà verso tutta la verità. Infatti non parlerà di propria iniziativa, ma dirà soltanto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli manifesterà la mia potenza, perché riceverà da me ciò che vi annuncerà. Tutto ciò che appartiene al Padre è mio. Per questo ho detto che riceverà da me e ve lo annuncerà».–(16:12-15_

Quarto: il significato delle profezie sopra citate:Per comprendere il vero significato delle parole sopra citate, occorre innanzitutto sapere che Hazrat Isa (a.s.) e gli abitanti della Palestina suoi contemporanei parlavano il siriaco, una forma regionale della lingua aramaica. Già due o duecentocinquant’anni prima della nascita di Hazrat Isa (a.s.), durante il dominio della dinastia seleucide, la lingua ebraica era scomparsa da quella regione e al suo posto si era diffuso il siriaco. È vero che, sotto l’influenza del dominio dei Seleucidi e, in seguito, degli imperatori romani, anche la lingua greca penetrò in questa zona. Ma ciò rimase limitato a una classe particolare. Soltanto coloro che occupavano, o aspiravano a occupare, vari incarichi nell’amministrazione statale e che, per questo motivo, erano diventati fortemente filo-ellenici, coltivavano la lingua greca. La gente comune della Palestina usava una particolare forma dialettale del siriaco. Essa era diversa dal siriaco oggi diffuso nella regione di Damasco. Gli abitanti della Palestina erano così ignoranti della lingua greca che, quando nel 70 d.C. il comandante romano Tito pronunciò un discorso agli abitanti di Gerusalemme dopo aver conquistato la città, fu necessario tradurlo in siriaco. Da ciò si comprende che tutto ciò che Hazrat Isa (a.s.) disse ai suoi discepoli lo disse in lingua siriaca.

La seconda cosa da sapere è che tutti e quattro i Vangeli compresi nella Bibbia furono scritti da persone di lingua greca convertitesi al cristianesimo dopo la scomparsa di Hazrat Isa (a.s.). Il resoconto delle parole e delle azioni di Hazrat Isa (a.s.) giunse loro attraverso cristiani di lingua siriaca, non in forma scritta, ma come narrazione orale. Essi tradussero e misero per iscritto questi racconti siriaci. Nessuno di questi Vangeli fu scritto prima del 70 d.C. In particolare, il Vangelo di Giovanni fu scritto probabilmente un secolo dopo Hazrat Isa (a.s.), nella città di Efeso, in Asia Minore. Inoltre, non è conservata alcuna copia originale della lingua greca nella quale questi Vangeli furono redatti per la prima volta. Dei manoscritti greci raccolti in diversi luoghi prima dell’invenzione della stampa, nessuno risale a prima del IV secolo. Perciò è difficile dire quali e quanti cambiamenti siano stati apportati a quei Vangeli nel corso di trecento anni. Inoltre, poiché i cristiani hanno sempre considerato legittimo modificare i Vangeli a proprio piacimento, la questione è diventata ancora più dubbia. L’autore della voce «Bibbia» dell’Encyclopaedia Britannica afferma:

«Nei Vangeli sono state apportate intenzionalmente modifiche rilevanti. Per esempio, in alcuni punti sono stati inseriti nei Vangeli, parola per parola, ampi brani provenienti da altre fonti. …..Questi cambiamenti furono apportati deliberatamente. Li introdussero coloro che erano soliti ritenere di avere il diritto di inserire nell’opera originale qualsiasi cosa avessero trovato in qualche luogo, qualora essa migliorasse la qualità dell’opera o la rendesse più istruttiva. Già nel II secolo furono aggiunti parecchi brani. Tuttavia, non si sa da dove siano stati tratti».

In questo contesto, è difficile stabilire con certezza se le parole di Hazrat Isa (a.s.) che troviamo nei Vangeli siano state citate alla lettera e se abbiano subito qualche modifica.

Il terzo punto importante è che, anche dopo l’instaurazione del dominio musulmano in Palestina, la lingua dei cristiani della regione rimase il siriaco per quasi trecento anni. Nel IX secolo cristiano l’arabo sostituì il siriaco. Le informazioni sulla religione cristiana ottenute dai dotti musulmani dei primi tre secoli attraverso gli abitanti della Palestina di lingua siriaca sono più affidabili di quelle ottenute da coloro che ricevettero informazioni tradotte ripetutamente dal siriaco al greco e poi dal greco al latino. Infatti, è molto più probabile che le autentiche parole siriache uscite dalla bocca di Hazrat Isa (a.s.) siano rimaste presso di loro senza alterazioni.

Quinto: sarà il leader del mondo intero:Alla luce dei fatti incontestabili sopra esposti, occorre considerare che nelle dichiarazioni citate del Vangelo di Giovanni Hazrat Isa (a.s.) annuncia un profeta che verrà dopo di lui. Di lui dice che sarà il leader del mondo intero, «rimarrà in eterno», mostrerà tutte le vie della verità e testimonierà personalmente a suo favore [a favore di Hazrat Isa (a.s.)]. Nelle dichiarazioni di Giovanni, espressioni come «lo Spirito glorificato» e «lo Spirito della verità» hanno reso complesso il messaggio originario. Tuttavia, leggendo attentamente queste dichiarazioni, si comprende chiaramente che colui del cui arrivo è stata data notizia non è uno spirito, bensì un essere umano, una persona speciale. Il suo insegnamento sarà universale, onnicomprensivo e durerà fino al Giorno del Giudizio. Per questa persona speciale è stata usata, nella traduzione urdu, la parola «Maddadgar» (aiutante). I cristiani insistono nel dire che si tratta di Paracletus, ma persino gli studiosi cristiani si sono confusi nel determinarne il significato. Nella lingua greca originale, la parola Paraclete è stata usata con diversi significati: chiamare verso un luogo, chiamare in aiuto, intimorire o mettere in guardia, esortare, ispirare, supplicare, implorare, pregare. Inoltre, questa parola ha molteplici significati ellenici: consolare, calmare, incoraggiare. Nei passi della Bibbia in cui questa parola è stata usata, nessuno di questi significati si adatta. L’erudito biblico Origene l’ha tradotta in alcuni luoghi con Consolator e in altri con Deprecator, ma gli altri commentatori della Bibbia hanno respinto entrambe le traduzioni. Innanzitutto, perché questo significato non è grammaticalmente corretto in greco. In secondo luogo, perché nei periodi in cui la parola è usata tale significato non è applicabile. Alcuni altri traduttori l’hanno resa con Teacher. Tuttavia, neppure questo significato è ricavabile dall’uso della lingua greca. Tertulliano e Agostino l’hanno tradotta con Advocate; altri con Assistant, altri ancora con Comforter o Consoler (si veda l’Encyclopaedia of Biblical Literature, voce «Paracletes»).

Ora, la cosa interessante è che nella lingua greca esiste un’altra parola, Pariclytos, che significa «lodato». È esattamente un sinonimo di «Muhammad». Nella pronuncia, la notevole somiglianza di questa parola con Paractetus è evidente. Non ci sarebbe nulla di sorprendente se quei dotti cristiani, abituati ad apportare liberamente modifiche ai propri testi religiosi secondo i loro capricci, avendo ritenuto questa parola della profezia riferita da Giovanni contraria al loro credo, avessero apportato una lieve alterazione alla sua grafia. Per verificarlo, si potrebbe cercare un antico Vangelo greco scritto da Giovanni, qualora ne esistesse uno, e accertare quale delle due parole fosse stata effettivamente utilizzata.

Sei: Munhamanna:Tuttavia, anche sapendo quale parola Giovanni avesse effettivamente usato in greco, non si sarebbe potuta prendere una decisione al riguardo. Infatti, qualunque cosa egli abbia scritto, non era altro che una traduzione. Abbiamo già detto che la lingua di Gesù era il siriaco palestinese. Pertanto, qualunque parola egli abbia usato nella sua profezia, doveva essere una parola siriaca. Fortunatamente, quella parola siriaca originale l’abbiamo trovata nella Sira di Ibn Hisham. Dallo stesso Ibn Hisham abbiamo inoltre appreso quale fosse il suo equivalente greco. Citando la fonte di Muhammad ibn Ishaq, Ibn Hisham ha riportato la traduzione completa dei versetti dal 23 al 27 del capitolo 15 e del primo versetto del capitolo 16 del Vangelo di Yuhannas (Yuhanna, cioè Giovanni). In essa, al posto della parola greca «Parakletos», è stata usata la parola siriaca Sunhamanna. In seguito, Ibn Ishaq o Ibn Hisham ha spiegato che il significato in arabo della parola siriaca Munhamanna è Muhammad, mentre in greco è Parakletos. – (Ibn Hisham, vol. I, p. 248).

Va ricordato che, dal punto di vista storico, fino al IX secolo il siriaco era la lingua comune degli abitanti della Palestina. Questa regione era sotto il dominio islamico già dalla prima metà del VII secolo. Ibn Ishaq morì nel 768 d.C. e Ibn Hisham nel 828 d.C. In altre parole, durante la vita di entrambi, i cristiani della Palestina parlavano siriaco, e per entrambi non vi era alcuna difficoltà a comunicare con gli abitanti cristiani della propria terra. Inoltre, a quel tempo, milioni di cristiani di lingua greca vivevano anch’essi nei territori sotto dominio musulmano. Perciò non era difficile per loro sapere quale parola greca fosse equivalente a una determinata parola siriaca. Ora, se nella traduzione citata da Ibn Ishaq fosse stata usata la parola siriaca Munhamanna e Ibn Ishaq o Ibn Hisham ne avesse dato questa spiegazione — che il suo equivalente in arabo è Muhammad e in greco Parakletos — allora non rimarrebbe più alcun dubbio sul fatto che Gesù, pronunciando il nome di Muhammad, avesse annunciato la sua venuta. Al tempo stesso si viene a sapere che nel Vangelo greco di Giovanni era stata effettivamente usata la parola Pariclytos. In seguito, i dotti cristiani la cambiarono in Pariclytos.

Sette: La testimonianza del Negus:Una prova storica ancora più antica è il racconto di ʿAbdullah ibn Masʿud riguardo all’Egira in Abissinia. Quando il Negus convocò alla sua corte i musulmani emigrati giunti in Abissinia e ascoltò dalla bocca di Jaʿfar, figlio di Abu Talib, un resoconto dettagliato degli insegnamenti e degli ideali del Messaggero di Allah, disse:

(Arabo ****************************************** pagina 127 del PDF)

«Benedico voi e il grande uomo dal quale siete venuti. Testimonio che egli è il Messaggero di Allah. Egli è colui del quale avevamo trovato menzione nel Vangelo». Questo episodio è stato narrato anche in diversi hadith da Jaʿfar e da Umm Salama. Da ciò si apprende che già all’inizio del VII secolo cristiano il Negus sapeva che Gesù aveva profetizzato la venuta di un profeta. Si apprende inoltre che nel Vangelo era stata fornita un’identificazione così chiara di quel profeta futuro che il Negus non ebbe la minima esitazione nel comprendere che proprio Muhammad era quel profeta. Tuttavia, da questo racconto non si può sapere se il Negus fosse venuto a conoscenza di questa profezia di Gesù proprio attraverso il Vangelo di Giovanni, oppure se a quel tempo esistesse un’altra fonte per venirne a conoscenza.

Otto: Il Vangelo di Barnaba:I quattro Vangeli che la Chiesa cristiana ha stabilito come Vangeli affidabili e riconosciuti (Council gospels) non sono in realtà un mezzo affidabile né per conoscere le profezie di Gesù riguardo a Muhammad, né persino per conoscere la biografia dello stesso Gesù e quali fossero i suoi autentici insegnamenti e principi. Al contrario, è proprio il Vangelo di Barnaba, che la Chiesa cristiana definisce illegittimo e sospetto, a costituire un mezzo assai più affidabile e degno di fiducia. I cristiani hanno adottato molte misure per tenere nascosto questo libro. Per centinaia di anni esso è rimasto scomparso dal mondo. Nel XVI secolo, nella biblioteca di papa Sisto (Sixtus) esisteva una sola copia della sua traduzione italiana. Tuttavia, a nessuno era permesso leggerla. All’inizio del XVIII secolo essa finì nelle mani di un uomo chiamato John Toland. Poi, passando da una persona all’altra, giunse nel 1738 alla Biblioteca Imperiale di Vienna. Nel 1907, la traduzione inglese di quella copia fu stampata dalla Clerigun Press di Oxford. Ma, subito dopo la stampa, sembra che il mondo cristiano abbia capito che questo libro stava per abbattere dalle fondamenta la religione istituita nel nome di Gesù. Per questo motivo, le copie stampate furono fatte sparire con uno stratagemma particolare. In seguito, quel Vangelo non poté più essere pubblicato. Nel XVIII secolo, in alcuni luoghi si poteva trovare un’altra copia della stessa traduzione italiana, tradotta in spagnolo. George Sale ne menziona la copia nella prefazione alla sua traduzione inglese del Corano. Ma anch’essa fu fatta sparire da qualche parte. Oggi non ne rimane alcuna traccia. Ho avuto l’occasione di vedere una fotocopia della traduzione inglese pubblicata a Oxford e l’ho letta attentamente dall’inizio alla fine. La mia impressione è che si tratti di un tesoro inestimabile. Ma i cristiani, soltanto per ostinazione e caparbietà, si sono privati di esso.

Ovunque nei libri cristiani si è fatto riferimento a questo Vangelo, esso è stato respinto come falso e contraffatto, con l’affermazione che probabilmente qualche musulmano lo avesse scritto e falsamente attribuito a Barnaba; ma questa è una menzogna bella e buona. In diversi punti di questo Vangelo si trovano chiare profezie riguardo a Muhammad (pace e benedizioni su di lui)(La scritta sulla prima riga di pagina 129 è illeggibile**********************)Si è fatto ricorso a questa menzogna. Primo: basta leggere questo Vangelo per capire chiaramente che non può essere stato scritto da un musulmano. Secondo: se fosse stato scritto da un musulmano, si sarebbe diffuso ampiamente nella comunità musulmana e sarebbe stato citato numerose volte nei libri degli studiosi musulmani. Ma la realtà è che, prima della pubblicazione dell’introduzione alla traduzione inglese di George Sale(La scritta verso la fine della quarta riga di pagina 129 è illeggibile******)dell’introduzione, i musulmani non sapevano affatto che fosse mai esistito un simile Vangelo. Autori come al-Tabari, al-Ya‘qubi, al-Mas‘udi, al-Biruni, Ibn Hamza e Ibn Taymiyya erano tra i musulmani particolarmente esperti nelle scritture cristiane. Eppure, nelle loro opere, trattando della dottrina cristiana, non si trova il minimo accenno al Vangelo di Barnaba. Il catalogo più attendibile dei libri conservati nelle biblioteche del mondo musulmano è costituito dall’Al-Fihrist di Ibn al-Nadim e dal Kashf al-zunun di Hajji Khalifa. Eppure neppure in questi due testi se ne trova menzione. Fino al XIX secolo, nessuno studioso musulmano aveva mai pronunciato neppure il nome del Vangelo di Barnaba. La terza e più importante prova della sua falsità è che il Vangelo di Barnaba era incluso nell’elenco dei testi religiosi contenenti dottrine errate e fuorvianti, compilato durante il pontificato di papa Gelasio I, 75 anni prima della nascita del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), elenco la cui lettura fu vietata tramite un decreto ecclesiastico. Sorge allora la domanda: da dove sarebbero comparsi i musulmani, a quel tempo, per fabbricare questo falso Vangelo?

Nono: che cos’è il Vangelo di Barnaba?Prima di citare le profezie di Gesù (pace su di lui) riguardo al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) tratte dal Vangelo di Barnaba, è necessario presentarne brevemente il contenuto, affinché se ne possa comprendere l’importanza e si possa capire anche perché i cristiani siano tanto ostili a questo Vangelo.

Nessuno degli autori dei quattro Vangeli inclusi nella Bibbia come legittimi e affidabili era un compagno di Gesù (pace su di lui). Anzi, nessun autore di un Vangelo ha mai affermato di aver raccolto informazioni dai compagni di Gesù (pace su di lui) e di averle inserite nel libro. Né hanno fornito alcuna indicazione sulle fonti dalle quali avevano raccolto le informazioni. Di conseguenza, non è dato sapere se coloro dai quali avevano raccolto le informazioni fossero stati personalmente testimoni degli eventi descritti e uditori delle parole, oppure se tali informazioni fossero giunte loro per qualche altro mezzo. Al contrario, l’autore del Vangelo di Barnaba afferma: sono uno dei dodici compagni più anziani di Gesù (pace su di lui). Sono rimasto con lui dall’inizio alla fine e in questo libro registro ciò che ho udito con le mie orecchie e visto con i miei occhi. Non solo. Nella conclusione dell’opera egli dice: al momento di lasciare questo mondo, Gesù (pace su di lui) mi disse che era mio dovere eliminare il malinteso sorto tra gli uomini riguardo a lui e far conoscere loro i fatti reali.

Chi era questo Barnaba? Negli Atti degli Apostoli della Bibbia viene menzionato ripetutamente un uomo di origine ebraica, originario di Cipro, con questo nome. Il suo contributo alla diffusione e alla propagazione del cristianesimo, nonché all’aiuto e al sostegno dei seguaci di Gesù (pace su di lui), è lodato grandemente. Tuttavia, non viene detto da nessuna parte quando egli abbia abbracciato il cristianesimo e il suo nome non compare neppure nell’elenco dei dodici compagni più anziani riportato in tre Vangeli. Pertanto, non è possibile dire se il Barnaba della Bibbia sia l’autore di questo Vangelo oppure qualcun altro. Matteo e Marco hanno fornito un elenco dei dodici compagni nel quale vi sono soltanto due divergenze rispetto all’elenco dato da Barnaba. Uno di essi è Tommaso. Al posto di Barnaba, egli ha inserito il proprio nome. Il secondo è Simone il Cananeo. Al posto di Barnaba, egli ha menzionato il nome di Giuda, figlio di Giacomo. Questo secondo nome compare anche nel Vangelo di Luca. Perciò, se si supponesse che in un’epoca successiva sia stato inserito il nome di Tommaso al solo scopo di eliminare Barnaba dall’elenco dei dodici compagni, non sarebbe un’ipotesi infondata. In tal modo, infatti, si sarebbe facilitata l’emarginazione del Vangelo di Barnaba. In realtà, modifiche di questo genere nelle scritture religiose non erano considerate un atto illecito dal punto di vista degli studiosi cristiani.

Se qualcuno legge il Vangelo di Barnaba con animo privo di pregiudizi e con apertura mentale, confrontandolo con i quattro Vangeli correnti, non può fare a meno di considerarlo di gran lunga superiore a quei quattro Vangeli. In esso la vita di Gesù (pace su di lui) è narrata con molti più particolari. Dal modo in cui è narrata, sembra che qualcuno stesse davvero osservando con i propri occhi tutti gli avvenimenti e fosse personalmente coinvolto in un modo o nell’altro in quegli eventi. Rispetto ai racconti frammentari dei quattro Vangeli, la sua narrazione storica è molto più ordinata e coerente. Ciò rende anche molto più facile comprendere la successione degli eventi. Gli insegnamenti di Gesù (pace su di lui) sono esposti in questo Vangelo in modo molto più chiaro e toccante che negli altri quattro Vangeli. Le trattazioni sull’insegnamento dell’unicità di Dio, sulla confutazione dello shirk, sugli attributi di Allah, sull’ispirazione all’adorazione e sulle nobili qualità morali sono qui molto incisive, razionali e dettagliate. Negli altri quattro Vangeli non si trova neppure l’uno per cento delle parabole istruttive nel cui contesto Gesù (pace su di lui) espose questi insegnamenti. Anche il modo in cui Gesù (pace su di lui) impartiva ai suoi discepoli, con saggezza e abilità, l’insegnamento della religione di Allah e la sua formazione pratica si apprende con grande dovizia di particolari da questo Vangelo. Chiunque sappia anche solo qualcosa sul linguaggio, sul modo di narrare e sul carattere di Gesù (pace su di lui), dopo aver letto questo Vangelo sarà costretto ad ammettere che non si tratta di un racconto inventato da qualcuno vissuto in epoca successiva; al contrario, in esso Gesù (pace su di lui) presenta la propria vera natura con molta più chiarezza che nei quattro Vangeli correnti. E delle contraddizioni reciproche che si riscontrano tra le sue varie affermazioni nei quattro Vangeli, in questo Vangelo non vi è neppure la traccia.

In questo Vangelo, il modo in cui sono narrati la vita e gli insegnamenti di Gesù (pace su di lui) appare proprio come la vita e l’insegnamento di un profeta autentico. Egli si presentò come un profeta. Proclamò la veridicità di tutti i profeti e dei Libri precedenti e dichiarò chiaramente che, al di fuori degli insegnamenti dei profeti, non esiste alcuna via per giungere alla verità. Chi ignora i profeti, in realtà ignora Dio stesso. Egli predicò, riguardo all’unicità divina, alla missione profetica e all’Aldilà, le stesse convinzioni professate dagli altri profeti. Insegnò la preghiera, il digiuno e la zakat. Dalle numerose descrizioni di Barnaba riguardo alla sua preghiera si apprende che, proprio come ai nostri giorni, egli pregava negli orari del fajr, del dhuhr, dell’asr, del maghrib, dell’isha e del tahajjud, e compiva sempre l’abluzione prima della preghiera. Insieme agli altri profeti, proclamò profeti anche Davide e Salomone (pace su entrambi). Eppure gli ebrei e i cristiani hanno escluso entrambi dall’elenco dei profeti. Secondo questo Vangelo, egli riconobbe Ismaele (pace su di lui) come il dhabih, cioè colui che era stato destinato a essere immolato e pronto a essere sacrificato, e costrinse un erudito ebreo ad ammettere che il profeta d’Israele aveva fatto ricorso all’inganno e all’astuzia nel dichiarare senza ragione Isacco (pace su di lui) il dhabih. In realtà, invece, il dhabih era proprio Ismaele (pace su di lui). Gli insegnamenti da lui esposti in questo Vangelo riguardo all’Aldilà, al Giorno della Resurrezione, al Paradiso e all’Inferno sono vicini agli insegnamenti del Corano.

Decimo: perché i cristiani si oppongono al Vangelo di Barnaba:Il fatto che nel Vangelo di Barnaba vi siano frequenti e chiare profezie sulla venuta del Messaggero di Dio (pace e benedizioni di Dio su di lui) non è l’unica ragione per cui i cristiani hanno assunto un atteggiamento ostile nei suoi confronti. Infatti, essi avevano respinto il Vangelo molto prima della nascita del Profeta (pace e benedizioni di Dio su di lui). Per comprendere quale sia la vera ragione della loro insoddisfazione nei suoi confronti, è necessaria una discussione un po’ più dettagliata.

I primi seguaci di Gesù (pace su di lui) lo riconoscevano soltanto come profeta. Seguivano il sistema legislativo, cioè la sharia, portato da Mosè (pace su di lui). In materia di fede, culto e precetti, non si consideravano separati dagli altri figli d’Israele. La loro unica divergenza dagli ebrei consisteva nel fatto che, oltre a riconoscere Gesù (pace su di lui) come profeta, lo riconoscevano anche come Messia, cioè un profeta di particolare rango. Gli ebrei, invece, non volevano riconoscerlo come Messia. In seguito, quando San Paolo entrò in questo gruppo, cominciò a predicare questa religione anche tra i romani, i greci e gli altri non ebrei e non israeliti; a tale scopo modificò le convinzioni, i precetti e i principi fondamentali della religione predicata da Gesù (pace su di lui), creando una religione completamente nuova. Quest’uomo non aveva mai goduto della compagnia di Gesù (pace su di lui). Al contrario, durante la sua vita era stato un suo acerrimo oppositore e, per alcuni anni dopo la sua morte, era stato nemico dei suoi compagni. Poi, quando entrò in questo gruppo e cominciò a creare una nuova religione, non presentò al popolo alcuna parola di Gesù (pace su di lui) come fondamento di essa. Assunse invece come base soltanto le proprie idee e fantasie. L’unico scopo alla base della creazione di questa nuova religione era che dovesse essere una religione che tutti i non ebrei del mondo potessero accettare su larga scala. Egli dichiarò che i seguaci di Gesù (pace su di lui) erano liberi da tutti i precetti della legge ebraica. In materia di alimentazione abolì la distinzione tra lecito e illecito. Abolì la pratica della circoncisione, che i non ebrei detestavano in modo particolare. Ordinò persino come dovere di fede credere che Gesù (pace su di lui) fosse una divinità e il figlio di Dio e che, morendo crocifisso, avesse espiato il peccato originale dell’intera umanità. Questo perché i politeisti sono naturalmente inclini proprio a tali idee. I compagni più anziani di Gesù (pace su di lui) si opposero strenuamente a queste concezioni importate di recente. Ma dalla porta che San Paolo aveva aperto irruppe nel cristianesimo, attraverso quella porta spalancata, una grande e impetuosa corrente di cristiani non ebrei. Quel piccolo numero di persone non riuscì in alcun modo a fermare tale corrente. Tuttavia, fino alla fine del III secolo cristiano, non era affatto esiguo il numero di coloro che non riconoscevano Gesù (pace su di lui) come divinità. Ma all’inizio del IV secolo, nel 352 d.C., il concilio di Nicea rese cristiano l’impero sotto l’influenza di San Paolo. Durante il regno dell’imperatore Teodosio, questa dottrina divenne la religione ufficiale dell’impero. Dopo ciò, era naturale che tutti i libri contrari alla religione di Stato venissero respinti e che fossero accettati soltanto i libri conformi a questa dottrina. Nel 367 d.C., per la prima volta, in una lettera di Atanasio fu annunciato un elenco dei libri accettati e riconosciuti. In seguito, nel 382 d.C., un concilio presieduto da papa Damaso approvò tale elenco. Poi, nella parte finale del V secolo, papa Gelasio, conferendo a questo elenco il riconoscimento definitivo, annunciò anche un elenco dei libri respinti. Eppure nessun erudito cristiano ha mai potuto sostenere che Gesù (pace su di lui) avesse insegnato personalmente anche solo una delle dottrine sulla base delle quali erano state prese le decisioni sull’accettazione o il rifiuto dei testi sacri predicati da San Paolo. Persino tra i Vangeli inclusi nei testi sacri accettati, in nessuno si trova, nelle parole stesse di Gesù (pace su di lui), una conferma di tali credenze religiose. Il Vangelo di Barnaba fu respinto proprio perché contrario a queste dottrine ufficiali del cristianesimo. All’inizio dell’opera, il suo autore descrive così lo scopo della sua composizione: «Confutare le false concezioni di coloro che, vittime dell’inganno dei demoni, chiamano Gesù figlio di Dio, e correggere coloro che considerano superflua la circoncisione e rendono leciti gli alimenti proibiti. Anche San Paolo è una delle principali vittime di questo inganno satanico». Barnaba dice: mentre Gesù (pace su di lui) era ancora in vita, vedendo i suoi miracoli, alcuni tra i soldati romani politeisti cominciarono a chiamarlo Dio e altri figlio di Dio. Gradualmente, ciò si diffuse tra tutti i figli d’Israele come una malattia contagiosa. Gesù (pace su di lui) ne fu estremamente irritato e turbato. Egli protestò ripetutamente e con fermezza contro questa falsa concezione riguardo a se stesso. In diversi luoghi, invece di recarsi personalmente, mandava i discepoli; e, grazie alla sua preghiera, anche per mezzo dei discepoli si compivano miracoli simili a quelli dello stesso Gesù (pace su di lui). Lo scopo era impedire alla gente di considerare dio o figlio di Dio colui che compiva miracoli. A questo proposito, Barnaba cita i lunghi discorsi pronunciati da Gesù (pace su di lui) contro quella falsa dottrina e in vari punti descrive quanto Gesù (pace su di lui) si sentisse turbato dal diffondersi di questa confusione e di questo traviamento. Barnaba confuta chiaramente la dottrina predicata da San Paolo riguardo alla morte di Gesù (pace su di lui) sulla croce. Nel raccontare un avvenimento visto con i propri occhi, dice che, quando Giuda Iscariota, dopo aver ricevuto una tangente dal sommo sacerdote ebreo, arrivò con i soldati per consegnare Gesù (pace su di lui), quattro angeli, per ordine di Dio, lo sollevarono in alto. Allo stesso tempo, l’aspetto e la voce dello stesso Giuda Iscariota furono resi identici a quelli di Gesù (pace su di lui). Di conseguenza, fu lui stesso a essere crocifisso al posto di Gesù (pace su di lui). In questo modo, il Vangelo di Barnaba demolisce dalle fondamenta la religione cristiana costruita da San Paolo e sostiene pienamente il racconto del Corano. Eppure queste parole erano già state esposte nel Vangelo di Barnaba cent quindici anni prima della rivelazione del Corano, ed è proprio per questo che esso fu respinto dal clero cristiano.

Undicesimo: le profezie dettagliate del Vangelo di Barnaba:Da questa discussione risulta evidente che il Vangelo di Barnaba è in realtà più fedele e affidabile dei quattro Vangeli comunemente accettati. In esso sono rappresentati correttamente gli insegnamenti, la vita e le parole di Hazrat Gesù (pace su di lui). I cristiani avevano avuto la rara opportunità di correggere le proprie errate credenze e di conoscere i veri insegnamenti di Hazrat Gesù (pace su di lui) attraverso questo Vangelo, ma l’hanno perduta soltanto per ostinazione e testardaggine. In verità, è questa la loro più grande sventura. Comunque, le profezie che Barnaba riferisce riguardo al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e a Hazrat Gesù (pace su di lui) sono numerose: in alcuni passi Hazrat Gesù (pace su di lui) pronuncia il nome di Hazrat (pace e benedizioni su di lui), in altri lo chiama semplicemente “Messaggero di Allah”, in altri ancora usa la parola “Messia”; talvolta lo definisce “Lodevole” (Admirable), e altrove pronuncia chiaramente una frase equivalente a “Non vi è divinità all’infuori di Allah, Muhammad è il Messaggero di Allah”. Non mi è possibile citare tutte queste profezie, perché sono così numerose e, in alcuni punti, intrecciandosi con contesti diversi e con le narrazioni precedenti e successive, hanno assunto proporzioni così vaste che, se le si raccogliesse tutte insieme, potrebbero formare un volume davvero enorme. Qui ne citerò soltanto alcune come esempio:

“Il numero dei profeti inviati da Allah era di centoventiquattromila. Tutti parlarono in modo conciso e poco chiaro. Ma dopo di me verrà la luce di tutti i profeti e dei pii. Egli chiarirà ciò che nelle parole dei profeti era rimasto oscuro. Perché egli è il Messaggero di Allah”. – (Capitolo 17)

“I farisei e i leviti dissero: Se non sei il Messia, Elia o un altro profeta, perché insegni una nuova dottrina e perché ti presenti come superiore persino al Messia? Yasū [Hazrat Gesù (pace su di lui)] rispose: Dai miracoli che Allah manifesta per mezzo mio si comprende chiaramente che io dico soltanto ciò che Allah vuole. Altrimenti, non mi ritengo affatto degno di considerarmi superiore a lui [al Messia], come voi dite. Non sono degno neppure di sciogliere il laccio dei sandali o la cinghia delle scarpe di quel Messaggero di Allah che voi chiamate Messia. Egli è stato creato prima di me, ma verrà dopo di me. Porterà la vera parola, cosicché non vi sarà limite all’espansione della sua religione”. – (Capitolo 42).

“Vi dico con assoluta certezza: ogni profeta venuto finora è nato soltanto come segno della misericordia di Allah per un unico popolo. Per questo i messaggi di tali profeti non si diffusero al di là del popolo presso il quale erano stati inviati. Ma quando verrà il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), Allah, per così dire, lo consacrerà con il sigillo della propria mano. Così, attraverso i suoi insegnamenti, egli porterà la misericordia di Allah a tutti i popoli del mondo che ne saranno influenzati e mostrerà loro la via della salvezza. Verrà potente e vittorioso contro coloro che si allontanano da Dio e annienterà l’idolatria in modo tale che Satana sarà sconvolto”. [In seguito, in una lunga conversazione con i discepoli, Hazrat Gesù (pace su di lui) afferma con parole esplicite che egli apparirà tra i discendenti di Hazrat Ismaele (pace su di lui)]. – (Capitolo 43).

“Per questo vi dico che quel Messaggero di Allah sarà una luce splendente, dalla quale ogni creatura di Allah trarrà gioia. Infatti intelligenza e ammonimento, saggezza e forza, timore e amore, fermezza e moderazione saranno ornamento del suo carattere e fonte della sua ispirazione. Sarà forte grazie alla generosità e alla misericordia, alla giustizia, al timore di Dio, alla cortesia e alla pazienza, che lo animeranno. Allah gli concederà queste qualità tre volte più di quanto le abbia concesse alle altre creature da Lui adornate con esse. Non si può esprimere a parole quanto sarà benedetta l’epoca della sua venuta. Sappiate con certezza che io l’ho visto e gli ho reso omaggio, proprio come ogni profeta lo ha visto e gli ha reso omaggio. Non appena Allah rivolse lo sguardo alla sua anima, gli conferì la profezia. Quando lo vidi, la mia anima si riempì di pace. Allora dissi: O Muhammad, possa Allah assisterti e rendimi degno di legare il laccio dei tuoi sandali. Infatti, anche se ottenessi soltanto questo onore, sarei considerato un grande profeta e un pio servitore di Allah”. – (Capitolo 44)

“Non rattristatevi e non abbiate paura perché io me ne vado. Io infatti non vi ho creati. Piuttosto, Dio, il Creatore di tutti noi – Colui che ha creato anche voi –, si prenderà cura di voi. E vi state chiedendo di me? Sono venuto al mondo in questo tempo per preparare la via a quel Messaggero di Dio, guida verso la salvezza degli abitanti del mondo. …..Indiriyās disse: Maestro, indicaci i suoi segni, affinché possiamo riconoscerlo. Yasū rispose: Egli non verrà durante la vostra vita; verrà qualche tempo dopo di voi. Verrà in un’epoca in cui, a causa della corruzione del Vangelo, rimarranno a malapena trenta credenti. In quella situazione Allah avrà misericordia del mondo. Invierà il Suo Messaggero, sul cui capo una nube bianca getterà la sua ombra; e proprio da questo si riconoscerà che egli è il servitore scelto da Allah. Attraverso di lui gli abitanti del mondo conosceranno correttamente Allah. Egli affronterà con grande forza coloro che si allontanano da Dio ed eliminerà l’idolatria dal mondo. Per questo sono molto felice, perché attraverso di lui si conoscerà veramente il nostro Dio, sarà proclamata la Sua gloria e gli abitanti del mondo sapranno che ciò che ho detto è vero e corretto. Egli si vendicherà di coloro che mi considereranno qualcosa di più grande di un uomo. ….Porterà una verità più chiara di quella portata da tutti gli altri profeti”. – (Capitolo 72).

“L’alleanza con Allah era stata stipulata a Gerusalemme, nel tempio di Salomone, e non altrove. Ma credete alle mie parole: verrà un giorno in cui Dio riverserà la Sua misericordia su un’altra città. Allora sarà possibile adorarlo correttamente in ogni luogo e Allah, per Sua grazia, accetterà ovunque la vera preghiera. ……In realtà sono apparso come profeta salvatore presso i discendenti d’Israele, ma dopo di me verrà il Messia inviato da Dio presso tutti gli abitanti del mondo. Per lui Egli ha creato il mondo intero. Allora in tutto il mondo si adorerà Allah e la Sua misericordia sarà riversata”. – (Capitolo 83).

«(Yasu disse al sommo sacerdote:) Giuro per il Dio eterno, per il quale sono pronto a sacrificare la mia vita: io non sono il Messia che tutte le nazioni del mondo attendono. Allah aveva promesso al nostro padre Abramo riguardo a quel Messia, dicendo: “Per mezzo della tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni del mondo” (Libro della Genesi, 22:18). Ma quando Allah mi avrà portato via dal mondo, Satana si ribellerà di nuovo al punto che i malvagi mi riconosceranno come Dio e figlio di Dio. Per questo le mie parole e i miei insegnamenti saranno talmente alterati che sarà difficile che rimangano anche solo trenta credenti. Allora Allah avrà misericordia del mondo e manderà quel Messaggero per il quale ha creato tutte le cose del mondo. Egli verrà da sud con grande potere e distruggerà gli idoli insieme agli idolatri. Toglierà ai demoni il potere con cui Satana si è imposto sugli uomini. A coloro che crederanno in lui porterà la grazia di Allah per la loro salvezza. Beati saranno coloro che seguiranno la sua parola» (capitolo 16).

«Il sommo sacerdote chiese: “Dopo quel Messaggero di Allah verrà ancora qualche profeta?”. Yasu rispose: “Non verrà più alcun vero profeta. Tuttavia verranno molti falsi profeti. Per questo sono molto preoccupato, poiché, in virtù del giusto giudizio di Allah, Satana li farà scendere in campo e si nasconderanno dietro il mio Vangelo”» (capitolo 17).

«Il sommo sacerdote chiese: “Con quale nome sarà conosciuto quel Messia e da quali segni si riconoscerà la sua venuta?”. Yasu rispose: “Il nome di quel Messia sarà ‘Degno di lode’. Quando infatti Allah creò la sua anima, gli diede personalmente questo nome e lo collocò in una dignità sovramondana. Allora Allah gli disse: ‘O Muhammad, aspetta, poiché per te creerò il Paradiso, il mondo e molte altre cose, e te le donerò. Chi desidererà il bene per te riceverà il bene, mentre su chi ti maledirà ricadrà la maledizione. Quando ti manderò nel mondo, ti manderò come profeta salvatore. La tua parola sarà vera. Il cielo e la terra non resteranno saldi, ma la tua religione resterà salda’. Il suo santo nome è Muhammad» (capitolo 97).

Barnaba ha scritto che una volta Yasu disse ai discepoli: «Uno dei miei discepoli, Giuda Iscariota, mi venderà ai nemici per trenta monete». Poi Yasu disse:

«Sono certo che in seguito sarà ucciso nel mio nome colui che mi venderà. Infatti Allah mi innalzerà al di sopra della terra e cambierà in tal modo il volto di quel traditore che tutti penseranno che sia io. Tuttavia, dopo la sua morte infamante, per qualche tempo sarò io a essere insultato; ma quando verrà il santo Messaggero di Allah, Muhammad, quella mia cattiva fama scomparirà. Allah farà questo perché ho proclamato la verità di quel Messia. Mi concederà questa ricompensa: la gente saprà che sono vivo e che non ho alcun rapporto con quella morte infamante» (capitolo 113).

[Yasu disse ai discepoli:] «Vi dico con certezza che, se la verità non fosse stata cancellata dal Libro di Mosè, Allah non avrebbe dato un altro libro a nostro padre Davide. E se il libro di Davide non fosse stato alterato, Allah non mi avrebbe dato il Vangelo. Il nostro Dio infatti non cambia. Perciò ha detto a tutti la medesima cosa. Quando dunque verrà il Messaggero di Allah, purificherà il mio Libro, contaminato dagli empi» (capitolo 124).

Due dubbi

In queste profezie chiare e dettagliate vi sono soltanto tre elementi che, a prima vista, suscitano qualche dubbio. Primo: in queste citazioni e in molti altri passi del Vangelo di Barnaba, Yasu ha negato di essere il Messia. Secondo: non soltanto in queste citazioni, ma anche in molti altri passi del Vangelo di Barnaba, è scritto il vero nome arabo del Messaggero di Allah, “Muhammad” (pace e benedizioni di Allah su di lui). Eppure non è consuetudine dei profeti menzionare il nome autentico di un profeta futuro quando ne predicono la venuta. Terzo: qui il Messaggero di Allah è chiamato Messia.

La risposta al primo dubbio è che non solo nel Vangelo di Barnaba, ma anche nel Vangelo di Luca, si menziona che Hazrat Gesù (su di lui la pace) proibì ai discepoli di chiamarlo Messia. È degna di nota la citazione di Luca (9:20-21):

«Egli disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro rispose: “Il Messia di Allah”. Allora egli ordinò loro severamente di non dirlo a nessuno».

Forse la ragione era che gli Israeliti attendevano un Messia ritenuto capace di sconfiggere i nemici con la forza della spada. Per questo Hazrat Gesù (su di lui la pace) disse: «Io non sono quel Messia; egli verrà dopo di me».

La risposta al secondo dubbio è che nella traduzione italiana del Vangelo di Barnaba attualmente disponibile nel mondo, il nome di Hazrat (pace e benedizioni su di lui) è certamente riportato come Muhammad. Tuttavia, nessuno sa da quali lingue questo libro sia giunto all’italiano attraverso una serie di traduzioni. È superfluo dire che il Vangelo originale di Barnaba doveva essere in siriaco, poiché quella era la lingua di Hazrat Gesù (su di lui la pace) e dei suoi compagni. Se si ritrovasse quel libro originale, si potrebbe vedere quale nome vi fosse scritto per Hazrat (pace e benedizioni su di lui). Poiché non lo si è trovato, si può soltanto supporre che in realtà Hazrat Gesù (su di lui la pace) avesse forse usato proprio la parola «Munhamanna». Anche nel racconto di Ibn Ishaq tratto dal Vangelo di Giovanni, citato in precedenza, si trova menzione proprio di questa parola. Dopo che Hazrat Gesù (su di lui la pace) ebbe usato la parola «Munhamanna», diversi traduttori ne tradussero il significato. E poiché il nome del futuro profeta menzionato nella profezia sembrava corrispondere esattamente alla parola «Muhammad», qualche traduttore posteriore potrebbe aver scritto proprio questo nome. Il fatto che il nome sia scritto chiaramente non è tuttavia sufficiente per supporre che l’intero Vangelo di Barnaba sia un’opera inventata da un musulmano.

La risposta al terzo dubbio è che la parola «Messia» è un termine israelita. Nel Sacro Corano essa viene usata specificamente nel nome di Hazrat Gesù (su di lui la pace) soltanto perché gli ebrei non lo riconoscevano come «Messia». Altrimenti, non è un termine coranico, né nel Corano viene usata come sinonimo del termine israelita. Pertanto, se Hazrat Gesù (su di lui la pace) avesse applicato la parola «Messia» al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), e nel Corano ciò non fosse stato fatto, non ne consegue che il Vangelo di Barnaba attribuisca a Hazrat (pace e benedizioni su di lui) un appellativo negato dal Corano. In realtà, l’antica usanza dei Figli d’Israele era questa: quando una cosa o una persona veniva destinata a uno scopo religioso o spirituale, la si consacrava ungendo con olio quella cosa o la testa di quella persona. In ebraico questa unzione con olio era chiamata «mash» e colui che veniva unto era chiamato «Messia». Gli oggetti necessari al luogo di culto venivano unti in questo modo e assegnati come waqf al luogo di culto. Anche quando i sacerdoti venivano nominati al servizio sacerdotale, venivano sottoposti a questa «unzione». Quando un re o un profeta veniva scelto da Allah per la carica di re o di profeta, anch’egli veniva unto. Secondo il racconto della Bibbia, tra i Figli d’Israele apparvero più «Messia». Hazrat Aronne (su di lui la pace) era Messia in quanto sacerdote. Hazrat Mosè (su di lui la pace) lo era in quanto sacerdote e profeta; Talut in quanto re; Hazrat Davide (su di lui la pace) in quanto re e profeta; Melchisedec in quanto re e sacerdote; e Hazrat al-Yasa in quanto profeta. In seguito, tuttavia, l’unzione non fu più obbligatoria per la nomina di qualcuno. Essere scelto da Allah era sufficiente per essere un Messia. Per esempio, nel capitolo 19 del Primo libro dei Re è riportato che Allah ordinò a Hazrat Elia (su di lui la pace) di ungere Hazael affinché fosse re di Aram, di ungere Ieu, figlio di Nimsi, affinché fosse re d’Israele, e di ungere al-Yasa affinché fosse profeta al suo posto. A nessuno di loro fu unta la testa con olio. L’unzione consisteva semplicemente nell’annunciare la decisione della nomina da parte di Allah. Secondo la concezione degli Israeliti, dunque, «Messia» è in realtà sinonimo di «nominato da Allah». È in questo senso che Hazrat Gesù (su di lui la pace) chiamò il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) «Messia». (Per una spiegazione del significato israelita della parola «Messia», si veda l’Encyclopaedia of Biblical Literature, alla voce «Messia».)

Capitolo 4 – Leader del mondo

Leader del mondo

(L’eredità universale dell’intero mondo)

-[Questo è un discorso radiofonico. Fu trasmesso da All India Radio nel 1941, alcuni anni prima della spartizione del Paese. Tra gli ascoltatori di questo discorso non c’erano soltanto musulmani. C’erano anche indù, sikh, cristiani e parsi. –(I compilatori)]

Noi musulmani chiamiamo Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) il leader del mondo. In parole semplici, ciò significa il signore del mondo. In hindi si tradurrebbe con Jagatguru. In inglese, Leader of the world. A prima vista, si tratta di un titolo grandioso. Tuttavia, le opere della grande persona alla quale è stato conferito questo titolo sono davvero tali che chiamarla leader del mondo non sarebbe affatto un’esagerazione. Al contrario, sarebbe semplicemente la verità dei fatti.

Riflettete: la prima condizione per accettare una persona come leader del mondo è che essa abbia operato non per il bene di una particolare nazione, razza o classe, bensì per il bene di tutta l’umanità. Potete tributare tutto il rispetto che volete a un leader patriottico o nazionalista perché ha servito la propria nazione; ma se non appartenete al suo Paese e alla sua nazione, egli non può in alcun modo essere il vostro leader. Che rapporto può avere un abitante dell’India con una persona il cui amore, i cui auguri di bene e tutta l’attività a favore del popolo siano limitati soltanto dalla Cina alla Spagna, così da accettarla come leader? Se costui ritiene la propria nazione superiore alle altre, gli appartenenti alle altre nazioni saranno necessariamente portati a odiarlo. Gli appartenenti a tutte le nazioni possono riconoscere una persona come propria leader soltanto quando essa considera allo stesso modo tutti gli esseri umani e tutte le nazioni, desidera in egual misura il bene di tutti e, nel perseguire il bene, non dà in alcun modo la precedenza a una nazione sulle altre.

La seconda condizione per essere il leader di tutta l’umanità è che gli ideali e i principi fondamentali da lui proposti siano una guida per tutti gli uomini del mondo e contengano la soluzione di tutti i problemi importanti della vita umana. La parola “leader” significa appunto guida o orientatore. Il leader è necessario perché deve indicare quale via conduce al bene e alla prosperità. Pertanto, solo colui che può indicare a tutti gli uomini del mondo la via del bene comune è il leader del mondo.

La terza condizione indispensabile per essere il leader del mondo è che la sua guida non sia confinata entro i limiti di un particolare periodo o di un’epoca, ma conservi la stessa utilità e validità in ogni circostanza e in ogni epoca, si dimostri altrettanto infallibile e corretta e sia altrettanto degna di essere seguita. Un leader la cui guida è utile in un’epoca e inadeguata in un’altra, valida in un periodo e superata in un altro, non può essere chiamato leader del mondo. Può essere il leader del mondo soltanto colui la cui guida resterà efficace finché durerà l’universo.

La quarta e più importante condizione è che egli non si limiti a proporre un ideale, ma dimostri di averlo attuato nella vita reale e, sulla sua base, costruisca una società viva e risvegliata. Colui che adempie al proprio compito limitandosi a enunciare un ideale può essere, al massimo, un pensatore; non può essere un leader. Per essere un leader è indispensabile dimostrare di aver realizzato l’ideale.

Vediamo ora fino a che punto queste quattro condizioni siano state pienamente soddisfatte dalla persona che chiamiamo leader del mondo:

Considerate innanzitutto la prima condizione. Leggendo la biografia di Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui), si comprende a prima vista che non è la biografia di un nazionalista o di un patriota, bensì quella di un amante dell’umanità e di un sostenitore di una dottrina universale. Ai suoi occhi tutti gli uomini erano uguali. Non si occupava degli interessi particolari di una determinata stirpe, classe, nazione, razza o Paese. Non riconosceva alcuna distinzione tra ricchi e poveri, potenti e umili, bianchi e neri, arabi e non arabi, orientali e occidentali, ariani e non ariani. Considerava tutti membri della stessa umanità. In tutta la sua vita nessuno udì mai dalle sue labbra una parola o una frase, né egli compì mai un’azione, che potesse far pensare che avesse un legame stretto con gli interessi di una particolare classe umana anziché con quelli dell’intera umanità. Per questo, già durante la sua vita, insieme agli arabi, anche abissini, iraniani, romani, egiziani e israeliti divennero suoi collaboratori e compagni d’opera. Dopo la sua dipartita, poi, in ogni regione della Terra, persone di ogni razza e comunità lo hanno accettato come proprio leader, proprio come se fosse della loro stessa nazione. È grazie a quel suo incontaminato umanesimo che ancora oggi persino dalla bocca di un abitante della lontana India-[È degno di nota che, quando il discorso fu trasmesso, l’India non era ancora stata divisa. –(I compilatori)] si può udire la lode di quell’uomo nato in Arabia più di mille anni fa.

Esaminiamo ora insieme la seconda e la terza condizione. Muhammad (s.a.) non ha sprecato il suo tempo discutendo i problemi temporanei e regionali di particolari popoli e paesi. Al contrario, ha impiegato tutte le sue energie per risolvere il problema più grande dell’umanità nel mondo. Infatti, una volta risolto quel problema fondamentale, tutti i problemi minori di ogni essere umano si risolvono spontaneamente. Quel grande problema è questo:

«La direzione e l’amministrazione dell’universo si svolgono in realtà secondo un determinato principio; anche la direzione e l’amministrazione della vita umana dovrebbero svolgersi esattamente secondo quel principio. Poiché l’uomo è una parte dell’universo, se procede contro l’insieme, disastri e disordine diventano inevitabili».

Il modo più semplice per comprendere bene questo punto consiste nell’ampliare un poco il proprio sguardo e cercare di oltrepassare i limiti dello spazio e del tempo. Bisogna osservare ampiamente l’intero pianeta e immaginare che tutti gli esseri umani che hanno abitato il mondo dall’inizio della creazione fino a oggi, e che lo abiteranno in futuro per tutta l’eternità, siano davanti ai nostri occhi. Poi bisogna riflettere su quale sia, e quale possa essere, la causa fondamentale di tutte le calamità e di tutti i disastri che colpiscono o possono colpire la vita umana. Per quanto si mediti su questa domanda e si compiano analisi e ricerche, si giungerà a un’unica risposta.

La risposta è:

«La ribellione e la disobbedienza dell’uomo nei confronti del Creatore sono la causa fondamentale di tutte le calamità, dei disastri, del disordine e della confusione».

Infatti, dopo aver disobbedito al Creatore, l’uomo si trova davanti a due strade. Non può fare a meno di sceglierne una. O considera se stesso arbitrario e irresponsabile, fa ciò che vuole e per questo diventa un oppressore; oppure obbedisce a poteri diversi dal Creatore, e da ciò scaturiscono nel mondo innumerevoli forme di disastro, disordine e anarchia. Perché in entrambi i casi si producono conseguenze tanto negative? La risposta semplice e chiara è che, poiché questo comportamento è contrario alla realtà, le sue cattive conseguenze si manifestano inevitabilmente. Questo universo è in realtà il regno di Dio. Egli è il proprietario della terra, del sole, della luna, dell’aria, dell’acqua e della luce: di ogni cosa. L’uomo è, per nascita, suddito e servo nel Suo regno (Born Subject). Sebbene faccia parte dell’ordine secondo il quale funziona l’intero regno, se l’uomo agisce contro tale ordine, le conseguenze distruttive del suo comportamento sono inevitabili. Se ritiene di non essere sottoposto ad alcuna autorità e di non essere responsabile davanti a nessuno, questa sua convinzione è contraria alla realtà. Perciò, quando agisce arbitrariamente e irresponsabilmente e decide da sé secondo quali regole condurre la propria vita, il risultato si rivela inevitabilmente negativo. Allo stesso modo, riconoscere come potente e autorevole qualcuno diverso dal Creatore, temerlo o desiderare avidamente di ottenere qualcosa da lui, e inchinarsi davanti alla sua signoria e autorità, è anch’esso contrario alla verità della realtà. Infatti, nessuno oltre al Creatore possiede realmente il diritto a tale dignità. Per questo il risultato è a sua volta velenoso. L’uomo deve inchinarsi davanti alla vera autorità stabilita in tutto il mondo, sacrificare davanti ad essa il proprio io e la propria individualità, riservare esclusivamente a essa l’obbedienza e la servitù e, invece di elaborare da sé le norme e le leggi della propria vita o di farsеле elaborare da altri, riceverle dal Signore di quell’autorità.

Per la vita umana, Muhammad (s.a.) ha proposto proprio questa riforma fondamentale. In questo mondo libero dai vincoli dell’Oriente e dell’Occidente, ovunque siano insediati gli esseri umani, questa sola proposta riformatrice può correggere tutte le attività difettose e disordinate della loro vita. Questa proposta è inoltre libera dai vincoli del passato e del futuro. Era pura ed efficace millecinquecento anni fa, lo è ancora oggi e lo resterà anche fra diecimila anni.

Resta ora l’ultima condizione. È un fatto storico che Muhammad (s.a.) non si sia limitato a presentare il profilo di un ideale astratto; ha invece fondato e mostrato una società vivente sulla base di quel modello. In un breve periodo di 23 anni ha esortato milioni di persone a sottomettersi e obbedire all’autorità di Dio. Le ha liberate dalla servitù delle proprie passioni e dall’obbedienza a esseri diversi da Dio. Poi, riunendole in una comunità, ha fondato un nuovo ordinamento morale, sociale, economico e statale basato sull’obbedienza esclusiva e sulla servitù nei confronti di Dio. In questo modo ha mostrato a tutta l’umanità, attraverso un processo concreto, quanto la forma di vita conforme ai principi e al programma da lui impartiti sia migliore, più pura e più giusta.

Questo è il sublime contributo del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). È proprio per aver lasciato questo contributo che lo riconosciamo come guida dell’umanità o signore del mondo intero. Il suo contributo non era destinato a una nazione particolare, ma costituiva l’eredità comune dell’intera umanità. In essa, nessuno ha diritti inferiori o superiori a quelli di un altro. Chiunque può trarre beneficio da questa eredità. Non riesco a capire per quale motivo qualcuno dovrebbe nutrire ostilità nei suoi confronti.

Il vero contributo del Signore dell’universo

-[Questo è un discorso radiofonico trasmesso da Radio Pakistan nel 1948, dopo la divisione del Paese.]

È noto a tutti gli abitanti del mondo che il Profeta universale Muhammad (pace e benedizioni su di lui) era uno degli eletti da Allah, apparsi di epoca in epoca fin dai tempi antichi per insegnare agli uomini il culto di Allah, l’obbedienza e la rettitudine morale. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) impartì proprio quell’insegnamento che i profeti e i saggi del mondo hanno sempre trasmesso: l’obbedienza e la servitù all’unico Allah e una vita moralmente pura. Egli non presentò alcuna teoria originale riguardo a Dio, né insegnò una concezione della moralità sostanzialmente diversa da quella trasmessa dai profeti precedenti. Poiché non fece nulla di tutto ciò, sorge naturalmente la domanda: quale fu allora il suo autentico contributo, per il quale lo definiamo il più grande uomo della storia? La risposta è che, prima del Profeta Muhammad, gli uomini erano certamente consapevoli dell’esistenza e dell’unicità di Dio. Tuttavia, non sapevano quale rapporto vi fosse tra questa verità filosofica e il carattere umano. Inoltre, a quel tempo non conoscevano i principi fondamentali della buona condotta. Gli uomini erano consapevoli dei nobili principi morali, ma nessuno sapeva bene come tali principi dovessero essere applicati e realizzati nei diversi ambiti della vita. La fede in Allah, i principi morali e la vita concreta degli uomini erano tre realtà completamente separate. Tra l’una e le altre non esistevano alcun nesso scientifico, alcun rapporto profondo né alcun legame efficace. Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) riunì queste tre realtà nell’ambito di un unico sistema. Dalla loro integrazione edificò una civiltà e una cultura complete. Non limitò il profilo di quella civiltà e cultura al solo mondo dell’immaginazione, ma la instaurò anche nel mondo reale.

La fede è una forza che stimola all’azione

Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) disse: la fede in Allah non consiste semplicemente nell’accettare una teoria filosofica; per sua stessa natura, essa esige un particolare tipo di carattere. Questo carattere dovrebbe riflettersi nella condotta concreta della vita umana. La fede è come un seme. Non appena quel seme germoglia nel cuore dell’uomo, per impulso della propria natura comincia a far crescere l’albero di una particolare vita operosa. Dal tronco dell’albero fino a ogni ramo, rametto, foglia e germoglio, circola la linfa vitale emanata da quel seme. Come è impossibile piantare nel terreno il nocciolo di un mango e ottenere da esso un albero di limoni, così è impossibile piantare nel cuore dell’uomo il seme della servitù ad Allah e poi ottenere da esso una vita materialistica contaminata dall’assenza di carattere. Il carattere che nasce dall’obbedienza e dalla servitù ad Allah non può essere uguale a quello che si forma dallo shirk, dall’ateismo o dal rinunciantesimo. La natura e l’indole di queste concezioni della vita umana sono completamente diverse. Ciascuna, per sua natura, esige un tipo di carattere diverso dalle altre.

Il carattere della devozione a Dio per tutta la vita

Il carattere che nasce dall’obbedienza a Dio non è riservato soltanto a una particolare classe di santi e dervisci, come se potesse manifestarsi esclusivamente nelle khanqah e nelle stanze appartate della meditazione e dell’ascesi; al contrario, è auspicabile applicarlo all’intera vita umana e a ogni suo ambito. Se un uomo d’affari è devoto a Dio, non vi è alcun motivo per cui nella sua attività non debba manifestarsi un carattere ispirato dal timore di Dio. Se un giudice è devoto a Dio, e se un agente di polizia è devoto a Dio, non ci si può aspettare che il primo manifesti un carattere contrario a Dio nell’aula di tribunale e il secondo nella stazione o nel posto di polizia. Allo stesso modo, se una nazione è timorata e amante di Dio, è naturale che nella sua vita cittadina e municipale, nelle attività dello Stato, nella politica internazionale, in guerra e nei trattati di pace si manifesti un carattere conforme all’obbedienza a Dio. Altrimenti, la sua fede in Allah non avrebbe alcun significato.

Gli insegnamenti del Profeta Muhammad (s.a.)

La questione è che tipo di carattere richieda la devozione a Dio e come questa moralità possa manifestarsi nella vita concreta delle persone e nelle loro concezioni individuali e sociali: si tratta di un argomento così vasto che non è possibile esporlo in una discussione breve. Tuttavia, citerò a titolo esemplificativo alcune parole dell’Onorato (s.a.). Da queste parole si comprenderà quale splendida armonia sia stata realizzata, nel sistema di vita da lui trasmesso, tra la fede, le opere e la morale. L’Onorato (s.a.) disse:

(Arabo**************************a pagina 146 del PDF)

«La fede ha molti rami. Il suo fondamento è non riconoscere come divinità nessuno all’infuori di Allah. L’ultimo ramo consiste nel rimuovere dalla strada ciò che reca danno. E anche il pudore è una parte della fede».

(Arabo******) «La purezza del corpo e degli abiti è metà della fede».

 

(Arabo**************************a pagina 146 del PDF)

«Il credente è colui dalla cui persona la gente non teme per la propria vita né per i propri beni».

 

(Arabo**************************a pagina 146 del PDF)

«Chi non possiede lealtà e affidabilità non ha fede, e chi non mantiene la promessa non ha religione».

 

(Arabo******************************************pagina 146 del PDF)

«Quando proverai gioia per una buona azione e rimorso per una cattiva azione, allora (sappi che) sei credente».

 

(Arabo*********) «La pazienza e la generosità sono la fede».

(Arabo******************************************pagina 147 del PDF)

«La fede migliore consiste nel fatto che la tua inimicizia e la tua amicizia siano per amore di Allah, che il nome di Allah rimanga sulle tue labbra e che tu desideri per gli altri ciò che desideri per te stesso. E che tu detesti per gli altri ciò che detesti per te stesso».

(Arabo******************************************pagina 147 del PDF)

«La fede più completa tra i credenti appartiene a colui che possiede il carattere migliore e tratta con maggiore benevolenza i propri familiari».

(In arabo******************************************a pagina 147 del PDF)

«Chi crede in Allah e nell’Aldilà deve prendersi cura dell’ospite e non arrecare danno al vicino. E se deve dire qualcosa, dica parole buone oppure taccia».

(In arabo******************************************a pagina 147 del PDF)

«Il credente non è mai calunniatore, maledicente, osceno né volgare».

(In arabo******************************************a pagina 147 del PDF)

«Un credente può essere qualunque altra cosa, ma non può essere un appropriatore indebito né un bugiardo».

(In arabo******************************************a pagina 147 del PDF)

«Per Allah, non è credente! Per Allah, non è credente colui dal cui male il vicino non è al sicuro».

(Arabo******************************************a pagina 147)

«Non è credente colui che mangia a sazietà mentre il suo vicino rimane affamato».

(Arabo******************************************a pagina 147)

«Chi, pur avendo la capacità di sfogare la propria collera, la domina, Allah riempie il suo cuore di fede e di serenità».

(Arabo******************************************a pagina 147)

«Chi prega per farsi vedere dalla gente commette shirk; chi digiuna per farsi vedere dalla gente commette shirk; e anche chi fa elemosina per farsi vedere dalla gente commette shirk».

(Arabo******************************************a pagina 148)

«Colui nel quale si trovano questi quattro difetti è un ipocrita completo: tradisce ciò che gli è stato affidato, mente quando parla, viola la promessa quando promette e, quando litiga, oltrepassa i limiti».

(in arabo**************************alla pagina 148 del PDF)

«Rendere falsa testimonianza è un peccato così grave da avvicinarsi allo shirk».

(in arabo**************************alla pagina 148 del PDF)

«Colui che lotta contro le proprie passioni per mantenersi obbediente ad Allah è il vero mujahid. E colui che abbandona ciò che Allah ha proibito è il vero muhajir».

(in arabo**************************alla pagina 148 del PDF)

«Sapete chi sarà il primo a trovare posto all’ombra di Allah nel Giorno della Resurrezione? Gli ascoltatori dissero: “Allah e il Suo Messaggero ne sanno meglio”. Allora Hazrat (pace e benedizioni su di lui) disse: “Coloro che, quando viene presentata loro la verità, la accettano; quando viene rivendicato un diritto, lo concedono di buon animo; e giudicano per gli altri come desidererebbero che si giudicasse per loro stessi”».

(in arabo**************************alla pagina 148 del PDF)

«Se mi garantirete sei cose, io vi garantirò il Paradiso: quando parlerete, direte la verità; quando farete una promessa, la manterrete; se vi sarà affidato un deposito, lo custodirete; vi terrete lontani dall’adulterio; proteggerete voi stessi dagli sguardi lascivi; e vi asterrete dall’oppressione».

(Alla pagina 148 del PDF in arabo)

«L’imbroglione, l’avaro e colui che va vantandosi delle proprie elemosine: persone di questo genere non entreranno in Paradiso».

(Alla pagina 148 del PDF in arabo)

«La carne nutrita con cibo haram non entrerà in Paradiso. Per la carne nutrita con cibo haram, il fuoco, ossia l’Inferno, è ciò che le si addice».

(Alla pagina 149 del PDF in arabo)

«Colui che vende un bene difettoso e non informa l’acquirente del suo difetto avrà su di sé l’ira di Allah, e gli angeli continueranno a maledirlo».

(Alla pagina 149 del PDF in arabo)

«Anche se una persona vivesse più volte e morisse martire più volte sulla via di Allah, non potrà entrare in Paradiso se non avrà saldato il proprio debito».

(Alla pagina 149 del PDF in arabo)

«Che sia uomo o donna, anche se avrà trascorso sessant’anni della sua vita nell’obbedienza ad Allah, ma, quando la morte si avvicinerà, farà testamento ledendo il diritto di qualcuno, per entrambi sarà inevitabile entrare all’Inferno».

(Alla pagina 149 del PDF in arabo)

«Coloro che trattano male i propri subordinati non entreranno in Paradiso».

(Alla pagina 149 del PDF in arabo)

«Sai quale opera è migliore del digiuno, della preghiera e dell’elemosina? È risolvere le controversie reciproche. E danneggiare i rapporti reciproci è un atto così grave che, a causa sua, tutte le buone opere di una persona vengono vanificate».

(Alla pagina 149 del PDF in arabo)

«In verità, il povero è colui che nel Giorno della Risurrezione giungerà con una grande quantità di preghiere, digiuni e zakat, ma avrà anche insultato qualcuno, calunniato qualcuno, usurpato i beni di qualcuno, versato il sangue di qualcuno o picchiato qualcuno. Allora Dio distribuirà ciascuna delle sue buone azioni tra quegli oppressi. E poiché il suo debito non sarà ancora estinto, i loro peccati saranno caricati su di lui e sarà gettato nell’Inferno».

(Arabo******************************************a pagina 149)

«Nessuno sarà privato della salvezza, se non si rassicura la coscienza fornendo una spiegazione ragionevole di una cattiva azione».

(Arabo******************************************a pagina 150)

«È maledetto il commerciante che trattiene le merci per farne aumentare il prezzo».

(Arabo******************************************a pagina 150)

«Allah non ha nulla a che fare con chi trattiene le derrate alimentari per quaranta giorni nella speranza di un aumento dei prezzi».

(Arabo******************************************a pagina 150)

«Se, dopo aver trattenuto le derrate alimentari per quaranta giorni, qualcuno le dona, il peccato di averle trattenute non gli sarà comunque perdonato.

Vengono qui riportate alcune delle numerose parole del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Da esse si può comprendere come egli abbia stabilito il rapporto tra la fede e il carattere, e tra il carattere e tutti gli ambiti della vita. Ogni lettore di storia sa che queste parole del Profeta (pace e benedizioni su di lui) non erano mere parole, ma che egli fondò su di esse, nel mondo reale, l’intero sistema civile e politico di un paese. Questo è il suo grande contributo, per il quale egli è il più grande condottiero dell’umanità.

Capitolo 5 – Il sigillo della profezia

Il significato e la dimostrazione del sigillo della profezia

 

La corretta spiegazione del sigillo della profezia

Finché la civiltà e la cultura umane non raggiunsero un livello tale da consentire la diffusione ampia del messaggio di un profeta tra tutti gli uomini, e finché non sorse un gruppo umano capace di preservare il messaggio del profeta, i suoi insegnamenti e il suo modello morale, diffondendoli in tutte le regioni del mondo, la successione della profezia rimase in vigore. Profeti continuarono a essere inviati presso diversi paesi e popoli. Ma quando, da un lato, la civiltà e la cultura umane ebbero raggiunto un livello sufficientemente avanzato, tale che il messaggio di un profeta potesse assumere una dimensione mondiale, e quando, dall’altro, si organizzò un gruppo umano ricettivo della vera guida, capace di preservare intatti il Libro di Allah, la vita del Profeta portatore del Libro e la sua piena ed efficace guida pratica, allora non fu più necessario inviare un altro profeta per adempiere il compito della profezia — coloro che, nello spiegare il sigillo della profezia, sostengono che esso non sia necessario per la conoscenza umana, in realtà insultano e attaccano la successione della profezia. Il significato di questa spiegazione sarebbe il seguente: la guida del profeta è necessaria soltanto fino a un certo livello di conoscenza; dopo di ciò, l’uomo non ha più bisogno della guida del profeta. —L’Autore

La particolare condizione dell’epoca precedente al Messaggero Nobile (pace e benedizioni su di lui)

All’inizio, presso ogni popolo giungevano profeti distinti. I loro insegnamenti rimanevano limitati al proprio popolo. Ciò avveniva perché, a quel tempo, i diversi popoli del mondo erano separati gli uni dagli altri. Non vi erano molti rapporti tra loro. Ogni popolo sembrava confinato entro i limiti della propria patria. In tali condizioni era difficile che un insegnamento comune si diffondesse tra tutti i popoli. Inoltre, le condizioni dei diversi popoli erano completamente differenti. L’ignoranza era molto diffusa. A causa di tale ignoranza, i difetti sorti nelle credenze e nel carattere assumevano forme diverse nei diversi luoghi. Per questo era necessario che i profeti di Allah impartissero a ogni popolo un insegnamento e una guida distinti, eliminassero gradualmente le idee errate e diffondessero quelle corrette, li abituassero poco a poco a seguire leggi di livello più elevato, abbandonando i metodi dell’ignoranza, e li formassero proprio come si educano e si curano i bambini fino a farli crescere. Allah sa quante migliaia di anni siano trascorse nell’educazione dei popoli in questo modo. Comunque, attraverso il progresso, giunse un giorno in cui l’umanità oltrepassò i limiti dell’infanzia e raggiunse l’età della maturità. Con lo sviluppo del commercio, degli affari, delle arti e dei mestieri, si stabilirono anche rapporti reciproci tra i popoli. Cominciarono i viaggi per mare e per terra, dalla Cina e dal Giappone fino alle regioni più lontane d’Europa e d’Africa. Nella maggior parte dei popoli si diffuse l’uso dell’alfabeto. Le conoscenze e le scienze si estesero, e iniziò lo scambio di idee e di sapere tra i diversi popoli. Nacquero grandi guerrieri conquistatori. Essi fondarono vastissimi imperi e sottoposero diversi paesi e popoli a un unico sistema politico. In tal modo, la distanza, la separazione e la frattura che esistevano tra le antiche stirpi dell’umanità cominciarono gradualmente a ridursi. Si crearono così le condizioni per inviare al mondo intero l’insegnamento unico dell’Islam e un’unica Sharia. Già duemilacinquecento anni fa le condizioni dell’umanità erano progredite al punto che gli uomini stessi desideravano una religione unica, adatta a tutti. Sebbene il buddhismo non fosse una religione completa e comprendesse soltanto alcune norme morali, tuttavia oltrepassò i confini dell’India e si diffuse, da un lato, fino alla Cina, alla Mongolia e al Giappone, e dall’altro fino all’Afghanistan e a Bukhara. I predicatori buddhisti, diffondendo questa religione, giunsero in paesi molto lontani. Alcuni secoli dopo apparve il cristianesimo. Sebbene Gesù (pace su di lui) fosse venuto con l’insegnamento dell’Islam, dopo la sua scomparsa venne costruita una religione mutilata e deformata, chiamata cristianesimo. I cristiani diffusero questa religione dall’Iran fino alle regioni più remote d’Europa. Questi avvenimenti mostrano chiaramente che il mondo di allora desiderava spontaneamente una religione universale. Si era preparato a tal punto che, pur non avendo ancora trovato una religione completa e autentica, cominciò a diffondere tra l’umanità religioni immature e incomplete.

La perfezione della religione e il sigillo della profezia

In quel tempo fu inviato in Arabia un Profeta, cioè Muhammad (pace e benedizioni su di lui), per tutto il mondo e per l’intera umanità; gli fu affidato il compito di diffondere in tutto il mondo l’insegnamento completo dell’Islam e la legge perfetta che gli erano stati conferiti.

Pertanto, senza alcun dubbio, nell’epoca attuale non esiste altro modo per conoscere la retta e semplice via dell’Islam se non attraverso l’insegnamento di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e il Nobile Corano. Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è il Profeta di Allah per tutta l’umanità. La successione dei profeti è stata conclusa con lui. Il Dio Altissimo ha trasmesso, tramite questo Suo ultimo Profeta, tutte le direttive e le disposizioni che intendeva dare agli esseri umani. Ora credere in questo ultimo Profeta di Allah è indispensabile per chiunque cerchi la verità e desideri diventare un servo obbediente di Allah. È loro dovere imprescindibile attenersi all’insegnamento da lui impartito e seguire il metodo da lui insegnato.

Prove della conclusione della profezia

Per chi comprende il significato della profezia non è affatto difficile rendersi conto che un profeta non nasce ogni giorno e che non è indispensabile che vi sia continuamente un profeta in ogni nazione. La vita dell’insegnamento e della guida del profeta è la vita del profeta stesso: finché il suo insegnamento e la sua guida rimangono vivi, essa perdura. L’epoca dei profeti precedenti si è conclusa, perché gli uomini hanno deformato l’insegnamento da loro impartito. Nessuno dei libri che essi avevano portato esiste oggi nella sua forma originale. Neppure i loro seguaci possono oggi affermare di possedere, nella forma autentica e non alterata, il libro portato dal loro profeta. Hanno inoltre dimenticato le biografie dei propri profeti. Oggi non si trovano da nessuna parte resoconti precisi e affidabili della vita di alcuno dei profeti precedenti. Non si può neppure affermare con certezza in quale epoca e dove siano nati, né quale attività abbiano svolto. Non si può stabilire con certezza neppure dove abbiano vissuto e che cosa abbiano fatto. Non si sa con certezza dove abbiano vissuto, quale insegnamento abbiano impartito e da quali parole e azioni abbiano tenuto lontani gli uomini. Ma l’epoca della profezia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è ancora in corso, perché il suo insegnamento e la sua guida sono vivi. Il Corano che egli ha portato esiste nella sua forma autentica e intatta, con le sue parole originali. In esso non è stata alterata neppure una lettera; non è stato modificato neppure un punto né un segno vocalico. Gli avvenimenti della sua vita, le sue parole e le sue azioni sono stati tutti conservati fedelmente. Sono ormai trascorsi quattordici secoli, ma nella storia questi fatti appaiono ancora così chiari e luminosi, come se vedessimo con i nostri occhi il venerabile Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Nessun’altra vita umana al mondo è stata conservata quanto quella del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). In ogni aspetto della nostra vita possiamo sempre trarre insegnamento dalla vita del Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Questa è la prova più grande del fatto che, dopo il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui), non vi è bisogno di alcun altro profeta.

Possono esservi soltanto tre ragioni per cui, dopo un profeta, ne venga un altro.

Uno. L’insegnamento del primo profeta è scomparso ed è diventato necessario riproporlo.

Due. L’insegnamento del primo profeta non è completo ed è sorta la necessità di correggerlo e ampliarlo.

Tre. L’insegnamento del primo profeta è limitato a una nazione particolare ed è necessario un altro profeta per le altre nazioni. — [Si potrebbe indicare anche una quarta ragione: in presenza di un profeta, può essere inviato un altro profeta per aiutarlo. Tuttavia, non ho menzionato questa ragione, perché nel Nobile Corano ne vengono forniti soltanto due esempi. Da queste due eccezioni non si può concludere che presso Allah esista una regola generale per l’invio di profeti ausiliari. — L’autore]

Primo: gli insegnamenti e la guida di Hazrat Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sono ancora vivi. In qualsiasi momento si può sapere quale fosse la sua religione, quale guida avesse portato, quale stile di vita avesse introdotto e quali pratiche avesse cercato di abolire e porre fine. I mezzi per conoscere questi aspetti sono stati pienamente preservati. Pertanto, non c’è bisogno che venga un profeta per presentarli nuovamente ogni volta che si desideri conoscere i suoi insegnamenti e la sua guida.

Secondo: attraverso il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è stato impartito al mondo l’insegnamento completo dell’Islam. Ora non è più necessario aggiungervi o togliervi nulla, né vi è in esso alcuna lacuna o mancanza che richieda la venuta di un profeta per essere colmata. Anche la seconda ragione, dunque, è venuta meno.

Terzo: il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è stato inviato come profeta non per una nazione particolare, bensì per gli abitanti di tutto il mondo. Il suo insegnamento è sufficiente per l’intera umanità. Di conseguenza, anche la terza ragione è venuta meno.

Per questo il nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è stato chiamato Khātam an-Nabiyyīn, cioè l’ultimo profeta. In altre parole, la successione della profezia è giunta a lui e si è conclusa. Ora il mondo non ha più bisogno di alcun profeta; ha invece bisogno di persone che seguano esse stesse la via del nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e guidino anche gli altri su di essa, comprendano i suoi insegnamenti, li mettano in pratica e stabiliscano in tutto il mondo il suo governo, fondato sulla legge con la quale egli era venuto.

I mezzi per la guida dell’intera umanità

(Arabo*******************************************a pagina 156 del PDF)

«O Profeta, ti abbiamo inviato per tutta l’umanità come portatore di buone novelle e ammonitore, ma la maggior parte delle persone non lo sa». — (Sura as-Sabaʾ: 28)

Ciò significa: tu non sei destinato soltanto agli abitanti di questa città, di questo Paese o di quest’epoca; sei stato inviato agli uomini e alle nazioni di tutto il mondo fino al Giorno della Resurrezione. Tuttavia, i tuoi contemporanei e concittadini non comprendono la tua dignità e il tuo valore. Non si rendono conto di quale grande e gloriosa persona sia stata inviata loro. Il fatto che il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) non sia stato inviato soltanto per il proprio Paese e la propria epoca, bensì per l’intera umanità fino al Giorno della Resurrezione, è esposto in diversi passi del Corano. Per esempio:

(Arabo*******************************************a pagina 156 del PDF)

“E mi è stato rivelato questo Corano, affinché per mezzo di esso io possa ammonire voi e coloro ai quali giungerà”.

(Arabo*******************************************a pagina 156 del PDF)

“O Profeta, di’: O uomini, io sono il Messaggero di Allah per tutti voi”.

(Arabo*******************************************a pagina 156 del PDF)

“E non ti abbiamo inviato se non come misericordia per tutti i mondi”.

(Arabo*******************************************a pagina 156 del PDF)

“Benedetto Colui che ha fatto scendere il Corano sul Suo servo, affinché egli sia un ammonitore per tutti i mondi”.–(Sura al-Furqan: 1).

Il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha anch’egli esposto questo stesso concetto in vari modi in diversi hadith. Per esempio:

(Arabo*******************************************a pagina 156 del PDF)

«Sono stato inviato a tutti, senza distinzione tra bianchi e neri».

(Arabo*******************************************a pagina 156 del PDF)

«Sono stato inviato a tutta l’umanità in generale, mentre ciascun profeta prima di me era stato inviato soltanto al proprio popolo». – (Narrato da ʿAbdullah ibn ʿUmar, tratto dal Musnad di Ahmad).

(Arabo*******************************************a pagina 156 del PDF)

«In precedenza, ogni profeta veniva inviato a un popolo particolare, mentre io sono stato inviato a tutta l’umanità». – (Tratto da al-Bukhari e Muslim, narrato da Jabir ibn ʿAbdullah).

(Arabo*******************************************a pagina 156 del PDF)

«Il rapporto tra la mia missione come profeta e l’Ora è proprio così»; dicendo ciò, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) sollevò due dita della propria mano. – (Bukhari e Muslim).

Il significato è che, come tra queste due dita non vi è una terza dita che le separi, così tra me e l’Ora non vi è alcun intervallo nella profezia. L’Ora verrà subito dopo di me. Io rimarrò stabilito come profeta fino all’Ora.

Annunciatore di buone novelle e ammonitore per tutta l’umanità

(arabo*******************************************nel PDF, a pagina 156)

«Ti abbiamo inviato con la verità, come annunciatore di buone novelle e ammonitore. Non vi è mai stata una nazione senza che vi sia stato inviato un ammonitore». – (Sura Fatir: 24).

Il significato del primo versetto è: O Profeta! Il tuo unico compito è ammonire le persone. Se, nonostante ciò, qualcuno non presta attenzione e continua a sprofondare nell’abisso dello smarrimento, tu non ne sei responsabile. Non ti è stato affidato il compito di far vedere ai ciechi né di far udire ai sordi.

La verità espressa nel secondo versetto è menzionata in diversi passi del Nobile Corano. Il suo significato fondamentale è che non è mai sorta sulla scena del mondo alcuna nazione per la cui guida Allah l’Altissimo non abbia inviato un profeta. Nella sura ar-Ra‘d, versetto 7, è detto (arabo******) Nella sura al-Hijr, versetto 10, è detto (arabo***********). Nella sura an-Nahl, versetto 36, è detto (arabo*****). Nella sura ash-Shu‘ara’, versetto 208, è detto (arabo*******) Tuttavia, per evitare confusione su questo punto, bisogna comprendere bene due cose. Primo: un profeta è sufficiente per gli abitanti di tutta l’area fino alla quale può giungere il suo invito. Pertanto, non è necessario inviare profeti distinti per ogni insediamento e per ogni tribù. Secondo: finché nel mondo rimarranno conservati i segni dell’invito e della guida di un profeta e le tracce della sua leadership, non vi sarà bisogno di un nuovo profeta. Non è nemmeno necessario inviare un profeta separatamente per ogni individuo di una nazione.

La misericordia di Allah per tutta l’umanità

(Arabo*******************************************a pagina 156 del PDF)

«O Muhammad! Ti ho mandato nel mondo: questa è in realtà la Mia misericordia per gli abitanti del mondo».–(Sura al-Anbiyāʾ: 107)

Un’altra traduzione di questo versetto può essere: «Ti ho mandato come misericordia per gli abitanti del mondo». In entrambi i casi, il significato autentico è che l’avvento del Nobile Messaggero (s.a.) è in realtà la misericordia e la grazia di Allah per l’umanità. Egli è venuto a risvegliare il mondo assopito. Gli ha concesso la conoscenza per distinguere chiaramente il vero dal falso. Soprattutto, gli ha spiegato senza ambiguità quale sia la via della perdizione e quale quella della pace e della sicurezza. I miscredenti della Mecca consideravano la missione profetica del Nobile Messaggero (s.a.) una causa di pericolo e di sofferenza per loro. Dicevano: «Quest’uomo ha creato divisione nella nostra comunità, separandoci gli uni dagli altri come si stacca la carne dall’unghia». A ciò viene risposto: «O gente insensata, colui che considerate una disgrazia è in realtà la misericordia e la grazia di Allah per voi».

Messaggero per tutta l’umanità

(Arabo*******************************************a pagina 156 del PDF)

«O Muhammad, dì: O umanità, sono venuto a voi tutti come Messaggero di Allah, Colui che possiede il dominio e l’autorità sui cieli e sulla terra».–(Sura al-Aʿrāf: 158). «Per ogni comunità c’è un Messaggero».–(Sura Yūnus: 47).

Il termine “ummah” qui non è stato usato soltanto come sinonimo di nazione; è stato usato nel senso che, dopo l’avvento di un Messaggero, tutti coloro ai quali giunge il suo invito sono la sua ummah. Inoltre, non è necessario che il Messaggero sia vivo e che risieda fisicamente tra loro; anche dopo la sua scomparsa, finché il suo insegnamento rimane vivo e finché ogni individuo ha la possibilità di conoscere ciò che egli insegna, tutti gli abitanti del mondo saranno considerati la sua ummah. La norma menzionata nella discussione successiva si applicherà a loro. In questo contesto, dopo l’avvento di Muhammad (s.a.), tutta l’umanità è la sua ummah e resterà la sua ummah finché il Corano rimarrà integro e inalterato. Perciò il versetto non dice: «Per ogni nazione c’è un Messaggero», bensì dice: «Per ogni ummah c’è un Messaggero».

Invece di mandare un profeta in ogni insediamento, Allah ha fatto di Muhammad (s.a.) un profeta e lo ha inviato per tutto il mondo.

(Arabo******************************** pagina 159 del PDF)

«Se avessi voluto, avrei mandato in ogni centro abitato un ammonitore». – (Sura al-Furqan: 51)

Ciò significa che questo compito non era al di fuori del Mio potere. Se avessi voluto, avrei potuto far apparire un profeta in ogni luogo. Ma, invece di fare ciò, ho inviato un solo profeta per tutto il mondo. Come un solo sole è sufficiente per tutto il mondo, così questo unico sole della guida è sufficiente per gli esseri umani di tutto il mondo.

Nel Nobile Corano, al Nobile Messaggero (pace su di lui) sono stati attribuiti i titoli di «ammonitore», «colui che rende consapevoli» e «colui che mette in guardia dalle funeste conseguenze dell’incuria e dello smarrimento». Inoltre, gli è stato attribuito il titolo di «ammonitore per gli esseri umani di tutto il mondo». Egli è stato anche rappresentato come ammonitore per gli esseri umani di tutto il mondo. Da ciò si apprende che l’invito del Corano e la missione profetica di Muhammad (pace su di lui) non sono rivolti a una determinata regione, bensì al mondo intero; non soltanto alla sua epoca, bensì a tutte le epoche future. Questo tema è stato esposto in diversi passi del Corano.

Per esempio:

(Arabo******************************** pagina 159 del PDF)

«O umanità, sono venuto a voi tutti come Messaggero di Allah».

(Arabo******************************** pagina 159 del PDF)

«Mi è stato inviato questo Corano affinché, per mezzo di esso, ammonisca voi e coloro ai quali è giunto». – (Sura al-Anʿām: 19)

«Ti abbiamo inviato come annunciatore di buone novelle e ammonitore per tutta l’umanità». – (Sura Saba’: 28)

Nel hadith, rendendo questo punto ancora più chiaro, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha ripetutamente detto: (Arabo***********) «Sono stato inviato a tutti, senza distinzione tra bianchi e neri». Ha inoltre detto: (Arabo**************)

 «In precedenza, ogni profeta veniva inviato specificamente al proprio popolo, mentre io sono stato inviato universalmente a tutta l’umanità». – (Bukhari e Muslim).

Ha inoltre detto: (Arabo**********) “Sono stato inviato per tutta la creazione e, con la mia venuta, la successione dei profeti è stata conclusa”.

L’ultimo profeta di Allah

(Arabo******************************** a pagina 159 del PDF)

“Il momento del conto degli uomini è vicino, eppure essi, voltando le spalle, sono immersi nell’incuria”.–(Sura al-Anbiyā’: 1)

Ciò significa che l’Ora è vicina. In altre parole, non è lontano il giorno in cui l’uomo comparirà davanti al suo Signore e Sostenitore per presentare il rendiconto di tutte le proprie azioni. Il fatto che l’umanità sia entrata nell’ultimo capitolo della sua storia è uno dei segni dell’aver ricevuto la profezia Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Ora essa è più vicina alla fase conclusiva che alla fase iniziale della propria storia. Il periodo iniziale e quello intermedio sono trascorsi. Ora è iniziato il periodo conclusivo. Questo è ciò che il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha spiegato in un hadith. Sollevò due dita della propria mano e disse:(Arabo************) «Sono stato inviato in una condizione tale che tra me e l’Ora vi è la stessa distanza che c’è tra queste due dita della mia mano, poste l’una accanto all’altra». In altre parole, dopo di me non resta che attendere l’Ora. Tra me e l’Ora non vi sarà alcun altro profeta. Se desiderate ottenere la retta guida, ottenetela attraverso il mio invito; dopo di me non verrà alcuna altra guida né alcun ammonitore per mostrare la retta via.

Un’importante indicazione riguardo alla profezia conclusiva

(Arabo******************************** alla pagina 159 del PDF)

«Ricorda quando Allah strinse un patto con i profeti: “Oggi vi ho dato il Libro e la saggezza. Se domani giungerà a voi un altro Messaggero, confermando la verità dell’insegnamento già custodito presso di voi, dovrete credere in lui e aiutarlo”. Dopo aver detto questo, Allah domandò: “Riconoscete questo patto e siete pronti ad assumervi la grave responsabilità dell’impegno preso con Me a questo riguardo?”. Essi risposero: “Sì, riconosciamo il patto”». — Sura Āl ʿImrān, 81

Ciò significa che ogni profeta veniva vincolato da questo patto. E la responsabilità del patto al quale era vincolato il profeta ricadeva necessariamente anche sui suoi seguaci. Il patto al quale essi venivano vincolati era il seguente: quando, da parte di Allah, fosse stato inviato un profeta per diffondere e stabilire proprio la religione alla cui diffusione e istituzione eravate stati incaricati, avreste dovuto collaborare con lui. Non avreste potuto nutrire nei suoi confronti invidia e ostilità. Non avreste potuto considerarvi i proprietari esclusivi della religione. Non avreste potuto opporvi alla verità. Al contrario, ovunque e chiunque fosse stato inviato da parte Mia per innalzare la bandiera della verità, avreste dovuto riunirvi sotto la sua bandiera.

Qui bisogna comprendere innanzitutto che, prima di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), ogni profeta veniva vincolato da questo patto. Per questo ogni profeta informava la propria comunità dell’arrivo del profeta successivo e lasciava l’ordine di collaborare con lui. Tuttavia, in nessun punto del Corano o degli hadith si trova anche solo un’indicazione che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sia stato vincolato da un simile patto, oppure che abbia informato la sua comunità dell’arrivo di un profeta dopo di lui e le abbia ordinato di seguirlo. — [Non occorre spiegare che la questione della profezia è estremamente delicata. Dall’accettazione o dal rifiuto del profeta dipendono la fede o la miscredenza dell’uomo, nonché la salvezza o la perdizione. Nel Nobile Corano, però, non solo non viene annunciato l’arrivo di un altro profeta dopo il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui), ma il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) viene definito l’ultimo dei profeti. E il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), invece di convocare la propria comunità e ordinarle di credere in un eventuale profeta futuro, ha chiarito in innumerevoli hadith che dopo di lui non sarebbe venuto alcun profeta e che la successione della profezia si era conclusa con lui. La domanda è: Allah e il Suo Messaggero nutrivano forse ostilità verso la nostra religione e la nostra fede? Sarebbe forse venuto un profeta dopo il Messaggero di Allah, mentre Allah e il Suo Messaggero avrebbero entrambi detto qualcosa a causa della quale noi, non accettandolo, saremmo divenuti miscredenti e saremmo stati gettati nel castigo dell’Aldilà? È forse possibile una cosa simile? — L’autore]

(Arabo******************************** alla pagina 161 del PDF)

«O figli di Adamo! Ricordate: se giungerà a voi, tra voi stessi, un Messaggero che vi reciterà i Miei versetti, allora per chi si asterrà dalla disobbedienza e si riformerà non vi sarà alcun motivo di timore né alcun dolore». — Sura al-Aʿrāf, 35

Ovunque nel Sacro Corano viene menzionata l’espulsione di Adamo (pace su di lui) e di Eva (pace su di lei) dal Paradiso, viene anche detto questo (a tale proposito si vedano la sura al-Baqara, versetti 38-39, e la sura Ta-Ha, versetti 123-124). Pertanto, anche qui queste parole devono essere considerate riferite allo stesso episodio. In altre parole, fin dall’inizio della vita umana ciò era stato spiegato all’uomo in modo inequivocabile.

Argomentazioni tratte da alcuni versetti contro coloro che negano il Khatm-e Nubuwwat

(Arabo******************************** a pagina 162 del PDF)

«E ricorda, o Profeta, il patto che ho stretto con tutti i profeti, e anche con te, con Noè, Abramo, Mosè e Gesù, figlio di Maria; con tutti ho stretto un patto solenne». — (Sura al-Ahzab: 7)

In questo versetto Allah l’Altissimo ricorda al Profeta (pace e benedizioni su di lui) che, come da tutti gli altri profeti, anche da lui Allah ha preso un patto solenne. È suo dovere adempiere rigorosamente a questo patto. Qual è il patto a cui si fa riferimento? Se si riflette sull’argomento discusso finora, risulta chiaramente che si tratta di un patto in virtù del quale il profeta stesso obbedirà a ogni comando di Allah e farà sì che anche gli altri vi obbediscano. Comunicherà alla gente, alla lettera, tutte le parole di Allah e non lascerà nulla d’intentato nel tentativo di metterle in pratica e di farle applicare concretamente. In vari passi del Sacro Corano viene menzionato questo patto. Per esempio:

(Arabo******************************** a pagina 162 del PDF)

«Egli ha stabilito per voi la religione che aveva raccomandato a Noè e che è stata rivelata a te, o Muhammad, e che era stata raccomandata ad Abramo, Mosè e Gesù, con questo ordine: “Stabilite la religione e non create divisioni al suo interno”». — (Sura ash-Shura: 13)

(Arabo******************************** a pagina 162 del PDF)

«E ricordate, o musulmani, il favore di Allah, quando Egli fece scendere su di voi il Suo Libro, affinché ne esponeste gli insegnamenti e non lo nascondeste». – (Sura Āl ʿImrān: 187)

(Arabo******************************** a pagina 162 del PDF)

«E ricordate quando strinsi un patto con i Figli d’Israele: non adorerete nessuno all’infuori di Allah». – (Sura al-Baqara: 83)

(Arabo******************************** a pagina 162 del PDF)

«Non fu forse stipulato con loro il patto del Libro? Afferrate saldamente ciò che vi ho fatto scendere e ricordate la guida contenuta in esso. Forse vi guarderete dalla disobbedienza ad Allah». – (Sura al-Aʿrāf: 169-171)

(Arabo******************************** a pagina 162 del PDF)

«O musulmani, ricordate il favore che Allah vi ha concesso e ricordate il patto che Egli strinse con voi, quando diceste: “Abbiamo ascoltato e obbediamo”». – (Sura al-Māʾida: 7)

Nel particolare contesto, la ragione per cui Allah l’Altissimo ricorda questo patto è che il Profeta ﷺ esitava, per timore delle critiche dei nemici, a infrangere l’usanza dell’epoca dell’ignoranza riguardo ai rapporti di filiazione dichiarata (non di sangue). La questione riguardava il matrimonio con una donna. Perciò egli provava ripetutamente vergogna. Pensava: per quanto io compia quest’azione con sincerità e al solo scopo di riformare la società, i nemici continueranno a dire che l’ho fatto soltanto per soddisfare i miei desideri sensuali e che quest’uomo si è mascherato da riformatore al solo scopo di ingannare la gente. Perciò Allah dice al Messaggero di Allah ﷺ: “Tu sei il profeta da Me incaricato. Come tutti gli altri profeti, anche con te ho un patto fermo: tu osserverai personalmente ogni ordine che Io darò e ordinerai agli altri di osservarlo. Dunque non preoccuparti delle calunnie e delle critiche di nessuno. Non provare vergogna davanti a nessuno. Non temere nessuno. Compi senza esitazione ciò che voglio farti compiere”.

Un gruppo ha tratto da questo patto il significato secondo cui esso sarebbe stato stipulato con i profeti venuti dopo il profeta Muhammad (pace su di lui) e con le loro comunità: essi avrebbero dovuto credere nel profeta che sarebbe venuto in seguito e collaborare con lui. Sulla base di questa interpretazione, tale gruppo sostiene che la porta della profezia sia rimasta aperta anche dopo il profeta Muhammad (pace su di lui), e che persino il Profeta nobile (pace su di lui) avesse stipulato il patto secondo cui la sua comunità avrebbe creduto nel profeta venuto dopo di lui. Tuttavia, il contesto precedente e successivo del versetto proclama inequivocabilmente l’erroneità di questa interpretazione. Nel contesto in cui il versetto è stato pronunciato non vi è alcun margine per affermare che, dopo il Messaggero nobile (pace su di lui), sarebbero venuti altri profeti e che la sua comunità avrebbe dovuto credere in essi. Se si adottasse questo significato, il versetto risulterebbe del tutto incongruo e privo di relazione con il contesto. Inoltre, le parole del versetto non hanno alcun significato esplicito dal quale si possa comprendere quale tipo di patto sia stato stipulato in questa sede. Pertanto, per sapere a quale patto si faccia riferimento qui, dobbiamo rivolgerci agli altri passi del Sacro Corano in cui vengono menzionati i patti stipulati con i profeti. Se nel Sacro Corano fosse menzionato un solo patto, riguardante i profeti venuti in seguito, sarebbe ragionevole pensare che anche qui, parlando del patto, si intendesse proprio quello. Ma chiunque studi il Corano con attenzione sa che in questo Libro sono menzionati numerosi patti stipulati con i profeti e con le loro comunità; sarà dunque corretto attribuire a questo passo il significato che è collegato al contesto precedente e successivo. Non è in alcun modo corretto attribuirgli il significato di un patto la cui trattazione qui non trova nessun motivo. L’adozione di un’interpretazione così erronea rende evidente che alcune persone, invece di ricevere la guida dal Corano, cercano di impartire la guida al Corano.

(Arabo ******************************** PDF, pagina 164)

«E chi è più ingiusto di colui che inventa una menzogna e la attribuisce ad Allah, oppure dichiara false le Sue autentiche rivelazioni? In verità, i colpevoli non potranno mai avere successo». — (Sura Yunus: 17)

Alcuni sciocchi hanno interpretato il “successo” nel senso della longevità, della prosperità terrena o del progresso mondano. In questo modo vogliono ricavare da questo versetto il significato secondo cui chiunque rimanga in vita dopo aver rivendicato la profezia, oppure raggiunga grande prosperità nel mondo, oppure veda diffondersi il proprio invito, dovrebbe essere riconosciuto come un vero profeta, poiché ha avuto successo. Se non fosse stato un vero profeta, dicono, sarebbe stato ucciso non appena avesse avanzato la falsa pretesa di essere profeta, oppure sarebbe stato lasciato morire di fame, e il suo invito non avrebbe potuto diffondersi nel mondo. Ma argomentazioni così ignoranti tratte dal Corano possono essere avanzate soltanto da chi non conosce il significato del termine coranico “falāḥ”, oppure non è consapevole della legge stabilita da Allah, secondo la quale Egli concede ai colpevoli una dilazione, e non comprende in quale senso questa parola sia stata usata nel contesto in questione.

Anzitutto, il colpevole non può avere successo. Nel contesto del versetto, questa affermazione non è stata pronunciata in un senso tale da trasformarla in un criterio per verificare la pretesa profetica di qualcuno, consentendo alla gente comune di esaminare autonomamente con quel criterio coloro che rivendicano la profezia, accettare la pretesa di chi trovasse avere successo e respingere quella di chi apparisse sconfitto. Piuttosto, qui essa significa: «So con certezza che i colpevoli non possono avere successo. Perciò non posso commettere io stesso questo crimine avanzando una falsa pretesa di profezia; e posso invece dirvi con certezza che state commettendo il crimine di dichiarare falso un vero profeta, e quindi non potrete avere successo».

Falāḥ, o successo, nel Corano non è usato nemmeno nel senso limitato del successo terreno. Significa piuttosto un successo ininterrotto, dal quale non deriva neppure la minima traccia di perdita. Non importa se, nelle prime fasi della vita terrena, non vi sia in esso alcun aspetto di successo. Un propagatore evidente della deviazione può vivere comodamente nel mondo, raggiungere il culmine della prosperità e del progresso terreno, e vedere il proprio invito alla deviazione conquistare grande popolarità e diffondersi ovunque; ma, nella terminologia coranica, questo non è il successo così definito: è invece una perdita e un fallimento evidenti. Può anche accadere che un divulgatore della verità affronti nel mondo gravi difficoltà, venga schiacciato dal peso delle avversità, delle calamità, dei dolori e delle sofferenze fino a perdere conoscenza, e che nessuno aderisca al suo gruppo. Ma, nel linguaggio del Corano, ciò non è perdita né fallimento: è, al contrario, il vero successo.

Inoltre, in diversi passi del Corano è affermato con estrema chiarezza che Allah non si affretta a punire i colpevoli; concede loro invece tempo e opportunità sufficienti per correggersi. Se essi abusano di questo tempo e di queste opportunità e diventano ancora più corrotti, Allah concede loro una dilazione e spesso riversa su di loro le Sue grazie. Di conseguenza, essi manifestano pienamente tutta la malvagità nascosta nei loro cuori e, attraverso le loro azioni, diventano meritevoli di una punizione che spetta loro a pieno titolo, poiché possiedono qualità malvagie. Pertanto, considerare l’allungarsi della corda concessa a un impostore e il fatto che egli continui a vivere come una prova che sia saldo nella guida è un grave errore. La legge di Allah relativa alla dilazione, all’indugio e alla concessione di opportunità e agi si applica allo stesso modo agli aspiranti falsi profeti come a tutti gli altri colpevoli. Non vi è alcun argomento o prova per ritenere questi ultimi esclusi da tale legge. Quanto all’opportunità concessa da Allah a Satana fino al Giorno della Risurrezione, in nessun punto è detto: «Ti sarà permesso mettere in atto ogni sorta di inganno e frode, ma se da parte tua innalzerai un falso e impostore profeta, quell’inganno non sarà in alcun modo lasciato operare».

In risposta alle mie parole, forse qualcuno potrebbe citare i versetti 44-47 della Sura al-Hāqqah, dove è detto:

(Arabo******************************** PDF a pagina 165)

In altre parole: «Se Muhammad avesse pronunciato una frase inventata a Mio nome, lo avrei afferrato per la mano e gli avrei reciso l’aorta». Tuttavia, ciò che viene affermato in questi versetti è che, se colui che è stato inviato da Allah come vero profeta inventasse una menzogna e la presentasse come rivelazione di Allah, verrebbe immediatamente punito. Deducendo da questa affermazione che, poiché un pretendente alla profezia non viene punito, la sua pretesa debba essere certamente vera, si commette soltanto un errore di principio. L’eccezione alla legge della dilazione e della concessione di tempo da parte di Allah, dimostrata da questo versetto, riguarda esclusivamente il vero profeta. Da ciò non si dimostra che anche chi pretende falsamente la profezia rientri in tale eccezione. Tutti sanno che le leggi emanate per i funzionari statali non si applicano soltanto a loro: secondo il codice penale, lo stesso trattamento riservato ai comuni delinquenti e criminali sarà applicato anche a loro. Inoltre, ciò che viene detto in questi versetti della sura al-Haqqah non è stato detto per fornire alla gente un criterio con cui verificare i profeti. In altre parole, non si deve pensare che, se una mano uscisse all’improvviso squarciando il velo dell’invisibile e recidesse d’un tratto l’aorta di qualcuno, allora costui sarebbe un falso e un impostore, mentre in caso contrario dovrebbe essere accettato come veritiero. Se non fosse possibile verificare il profeta attraverso il suo carattere, le sue azioni e ciò che egli presenta, per stabilire se sia un profeta autentico o un impostore, allora forse sarebbe necessario accettare un criterio così assurdo.

Pretendere la profezia dopo l’ultimo profeta

Domanda: A pagina 236 di Tarjuman-ul-Qur’an (gennaio-febbraio) avete scritto: «La mia esperienza è che Allah l’Altissimo non concede mai prosperità e affermazione alla menzogna. Ho sempre seguito questo principio: non rispondo mai alle parole di coloro che trovo incuranti della veridicità e dell’affidabilità e privi del timore di Allah. Allah può vendicarsi di loro…… e, insha’Allah, già in questo mondo i loro panni sporchi verranno lavati in pubblico».

Dichiaro di aver letto i libri della Jamaat Ahmadiyya e di essere stato coinvolto anche nelle loro attività. In tale contesto, pongo le seguenti domande.

Primo: questa non è soltanto la vostra esperienza; nel Sacro Corano, infatti, Allah ha detto: «Allah non ama i bugiardi». E ancora: «La maledizione di Allah ricade sui bugiardi». Inoltre, riguardo a bugiardi di questo genere, che (Arabo**********) la loro punizione consiste nell’essere afferrati immediatamente e gettati nell’Inferno (Arabo*************) In queste condizioni, se Mirza Ghulam Ahmad è stato un bugiardo, per quale ragione: (a) Allah l’Altissimo non lo ha ancora afferrato; (b) il numero dei membri della sua setta continua ad aumentare e la missione del signor Mirza, considerata fuorviante dai musulmani, continua a rafforzarsi? Inoltre, oggi le radici di questa setta si sono consolidate anche al di fuori del Paese. (c) Sono trascorsi sessant’anni da quando il signor Mirza portò il suo messaggio: per quanto tempo ancora dovremo attendere il giudizio di Allah, mentre attualmente essi continuano a progredire e a prosperare? (d) Perché i gruppi e gli individui che si oppongono a questa setta non abbandonano la loro opposizione e non affidano la questione nelle mani di Allah? Wa

Secondo: a pagina 242 di Tarjuman-ul-Qur’an, un sostenitore tedesco del vostro gruppo ha sollevato la questione della collaborazione con la Jamaat Ahmadiyya nella predicazione dell’Islam a Berlino. Se anche voi ritenete corretto il loro lavoro di predicazione dell’Islam, perché non collaborate con loro in Pakistan?

Risposta: State trattando con troppa leggerezza la questione di un pretendente alla profezia! Questo metodo non è affatto appropriato per prendere una decisione su una questione così importante. Ciò che avevo scritto riguardava una chiara accusa falsa. Alcuni individui interessati avevano mosso questa accusa contro di me. Voi applicate queste parole al caso di una persona che ha effettivamente rivendicato la profezia. Dovreste sapere che, nel caso di un pretendente alla profezia, una delle due possibilità è necessariamente vera. Se la sua rivendicazione è vera, è infedele chi non gli crede. E se egli è un bugiardo, è infedele chi gli crede. Volete decidere su una questione così delicata basandovi soltanto sul fatto che Allah l’Altissimo non lo ha ancora colpito, che il suo gruppo sta prosperando e che cosa significa: «Per quanto tempo ancora aspetteremo il giudizio di Allah?». Secondo voi, dobbiamo dunque ritenere che, dopo che una persona abbia rivendicato la profezia, se il suo gruppo continua a crescere e prosperare e Allah non la colpisce entro il periodo d’attesa da voi proposto, ciò sia da solo sufficiente per riconoscerla come profeta? Secondo voi, è questo il criterio per verificare la profezia?(in arabo**********) Ciò che avete cercato di dimostrare da ciò è fondamentalmente errato. In questo versetto si afferma che Muhammad (pace e benedizioni su di lui), che è realmente il Profeta di Allah, se continuasse a inventare di propria iniziativa parole non rivelategli da Allah e a presentarle in nome di Allah, vedrebbe recidersi la trachea. Non è corretto dedurne che anche la trachea di chi non è realmente un profeta e si presenta come tale ricorrendo alla menzogna verrà recisa. Inoltre, in questo versetto Allah l’Altissimo non ha presentato come criterio per distinguere il profeta falso da quello vero l’idea che il pretendente alla profezia la cui trachea non venga recisa sia un vero profeta, mentre quello la cui trachea venga recisa sia un falso profeta. Il metodo di deformare il significato dei versetti coranici tirandoli e forzandoli in questo modo non è certamente una vostra invenzione personale; lo avete invece imparato proprio dal gruppo di Mirza Sahib. Questo dimostra che nel cuore di questo gruppo non vi è timore di Allah.

Le parole di chiunque rivendichi la profezia dopo il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non saranno verificate secondo il criterio da voi proposto. Al contrario, saranno respinte con assoluta certezza. Il Corano e gli hadith hanno infatti espresso al riguardo un’affermazione inequivocabile: dopo il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non verrà più alcun profeta. Sono a conoscenza anche degli argomenti che Mirza Sahib e i suoi seguaci adducono a sostegno del fatto che la porta della profezia sia ancora aperta; ma voglio informarvi che tali argomenti possono influenzare soltanto una persona ignorante e di scarsa cultura. Un uomo dotato di comprensione e conoscenza, dopo aver esaminato i loro argomenti, può soltanto convincersi della loro stupidità.

Il fatto che nella rivista Tarjuman al-Qur’an sia stata pubblicata una lettera dalla Germania non significa che riteniamo vere alla lettera tutte le parole di quella lettera. Il nostro scopo era, attraverso quella lettera, suscitare nei musulmani del nostro Paese ispirazione a sostenerli e ad aiutarli. Hanno abbracciato l’Islam da poco. Come potrebbero sapere quante fitna stanno sollevando la testa nel mondo islamico? Ora appartengono a noi. Altrimenti, per ignoranza, potrebbero cadere vittime di qualunque fitna.

Domanda: Ho ricevuto la vostra risposta. Purtroppo essa non ha dissipato i miei dubbi. Io avevo citato proprio le vostre parole, «Allah stesso punirà il bugiardo», e alla luce di esse avevo chiesto: perché la punizione di Allah non sta arrivando su Mirza Ghulam Ahmad Qadiani, che tutti i musulmani considerano un bugiardo, e come può Allah continuare da così tanto tempo ad assistere allo smarrimento dei Suoi servi?

Ho studiato con spirito d’indagine venticinque libri scritti da Mirza Sahib. In seguito ho letto anche alcuni libri di studiosi musulmani scritti contro di lui; naturalmente, ammetto di non aver potuto leggere nessuno dei vostri libri su questo argomento. Tuttavia, la mia impressione complessiva riguardo ai libri degli studiosi è la seguente:

Essi hanno deformato gli scritti di Mirza Sahib, ne hanno tratto un significato errato e glielo hanno attribuito.

Non possiedono una conoscenza completa dell’argomento sul quale hanno scritto. In seguito ho avviato una corrispondenza con loro. Ma la maggior parte di essi ha scelto il silenzio. In genere, ciò che ho compreso dai libri di Mirza Sahib è questo: Mirza Sahib in persona e i suoi messaggi sono completamente immersi nell’amore per il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). È su questa base che mi ero avvicinato alla rivendicazione di Mirza Sahib. Ora, però, per me è una verità dimostrata che:

Primo: le rivendicazioni di Mirza Sahib non sono in contrasto con il Corano e gli hadith.

Due: la profezia del signor Mirza non sminuisce la dignità del Nobile Messaggero (s.a.); anzi, se grazie a Mosè (a.s.) potevano sorgere profeti in ogni città, allora, grazie alla dignità di Muhammad (s.a.), dovrebbero esserci in ogni villaggio persone che dicano: «Abbiamo avuto la fortuna di parlare con Allah praticando la Sharia muhammadiana». Il signor Mirza stesso ha detto:

«Questa fonte scaturita da Allah verso il creato

non è che una minuscola goccia dell’oceano della perfezione muhammadiana».

Ora mi avete nuovamente concesso il permesso di esaminare la pretesa del signor Mirza. Volete gentilmente aiutarmi ad accettare la retta via dimostrando, alla luce del Nobile Corano, che una qualunque delle pretese del signor Mirza è falsa?

Risposta: La lettera precedente avrebbe potuto dissipare i vostri dubbi, se aveste davvero voluto dissiparli. Ciò che avevo scritto nel Tarjuman al-Qur’an riguardava quelle persone che mi stavano muovendo false accuse. A questo proposito avevo espresso fiducia in Allah, affermando che certamente Egli avrebbe punito i bugiardi; voi, invece, lo state assumendo come criterio per verificare la pretesa di un pretendente alla profezia. Inoltre avete adottato il criterio in modo tale che, se si vede che il pretendente alla profezia non viene punito, allora lo si debba necessariamente considerare un vero profeta. Colui che viene punito in questo mondo sarebbe un bugiardo e traviato, mentre colui che non viene punito sarebbe veritiero e ben guidato: è davvero questo un criterio corretto per stabilire se le persone sono veritiere o bugiarde, ben guidate o traviate?

Avete detto una cosa singolare: sono trascorsi sessant’anni da quando il signor Mirza ha avanzato la pretesa di essere profeta, e per quanto tempo ancora si dovrebbe aspettare? Per verificare la veridicità della pretesa profetica avete proposto un criterio davvero singolare. Secondo voi, quale tipo di punizione dovrebbe ricevere un falso pretendente? Spiegate la questione un po’ più dettagliatamente. Se pensate che una mano proveniente dall’invisibile debba giungere e tagliargli la gola, allora vi dirò che nemmeno Musaylima al-Kadhdhab, il falso pretendente alla profezia al tempo della vita del Messaggero di Allah (s.a.), ricevette una simile punizione. Se pensate che chiunque tra i pretendenti alla profezia venga ucciso per mano degli uomini sia un bugiardo, che cosa dite dei profeti la cui veridicità profetica Allah l’Altissimo stesso ha dichiarato, informandoci al contempo che furono uccisi dalle loro stesse genti? Certamente avrete letto nel Corano i seguenti due versetti:

(Arabo*******************************************a pagina 169 del PDF)

Alla luce di questi versetti, ritengo che dovreste riesaminare da capo il vostro modo di pensare. La pretesa profetica non può essere verificata secondo un criterio di questo genere. Per quanto riguarda un profeta, ciò che occorre esaminare è quale sia la sua posizione alla luce delle precedenti parole di Allah, che cosa abbia portato e com’è il suo stile di vita. Sarebbe un grave errore accettare come vero profeta una persona che non superi pienamente questo criterio, soltanto perché non la vedete ricevere una punizione in questo mondo con i vostri occhi.

Se la pretesa di colui che reclama la profezia non viene verificata e dimostrata completamente genuina alla prova del primo dei tre criteri che ho menzionato sopra, allora risulta provato il punto finale: dopo il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non può venire alcun nuovo profeta; e, a quel punto, non vi è più alcuna necessità di esaminare che cosa abbia portato il profeta venuto dopo il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) né che tipo di persona egli sia. Sebbene, a mio avviso, per quanto riguarda il secondo e il terzo criterio, il signor Mirza sia così lontano dal rango della profezia che, anche se la porta della profezia fosse rimasta aperta, nessuna persona dotata di buon discernimento potrebbe almeno supporlo profeta, dopo la decisione chiara e inequivocabile del Corano e degli hadith considero questa discussione non necessaria, anzi una sfida estrema ad Allah e al Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

Se chiedete quali argomenti vi siano nel Corano e negli hadith a sostegno del fatto che la porta della profezia sia stata completamente chiusa, non è possibile rispondere in una sola lettera. Se Allah l’Altissimo mi concederà tempo e opportunità, scriverò, in sha Allah, un saggio dettagliato su questo argomento. Altrimenti, questo tema verrà comunque affrontato nel commento alla sura al-Ahzab e allora se ne potrà discutere. (Poche pagine più avanti, questa discussione compare nell’articolo intitolato «Discussione di ricerca sulla dottrina del sigillo della profezia». — Compilatore)

Un altro argomento dei qadianiti contro il sigillo della profezia

Domanda: Nel Tafhim al-Qur’an, nell’interpretazione della sura آل عمران (Arabo*****) al versetto, nella nota 69, avete scritto: «Qui bisogna inoltre comprendere che, prima di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), a ogni profeta è stato fatto questo patto e, sulla base di esso, ogni profeta ha informato la propria comunità riguardo al profeta successivo e ha ordinato di sostenerlo. Tuttavia, non si trova in alcun punto del Corano o degli hadith alcuna menzione del fatto che un patto di questo genere sia stato fatto anche con il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), o che egli abbia ordinato alla propria comunità di credere in un profeta venuto in seguito, dandone loro notizia».

Dopo aver letto queste frasi, mi è venuto in mente quanto segue: è vero che il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non ha detto ciò, ma nella sura al-Ahzab del Nobile Corano viene menzionato un patto nel modo seguente:

(Arabo*******************************)

Qui, attraverso la parola «minka» («da te»), ci si rivolge al Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui). E il patto menzionato qui è quello citato nella sura آل عمران. Dal riferimento al patto nei versetti citati di entrambe le sure, آل عمران e al-Ahzab, si comprende che lo stesso patto che era stato stipulato con gli altri profeti è stato stipulato anche con il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui).

In realtà, questa domanda mi è sorta dopo aver letto un libro degli ahmadiyya. In esso, uno dei versetti menzionati di quelle due sure viene usato per spiegare l’altro. Inoltre, vi è dedicata un’ampia discussione alla parola «minka».

Risposta: (Arabo*****************) Se l’argomentazione presentata dai qadianiti a partire da questo versetto della sura al-Ahzab è stata avanzata con sincerità, allora essa dimostra la loro ignoranza e stupidità. Se invece l’hanno fatto deliberatamente allo scopo di ingannare la gente, allora la loro deviazione diventa evidente. Essi hanno tratto una prima affermazione dal versetto (Arabo****************) della sura Āl ʿImrān. In esso si parla dell’impegno assunto dai profeti e dalle loro comunità a obbedire a un profeta che sarebbe venuto in seguito. Poi hanno tratto una seconda affermazione dal versetto sopra citato della sura al-Ahzab, nel quale si dice che un impegno fu assunto anche dal Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui), insieme agli altri profeti. In seguito, collegando le due affermazioni, hanno inventato da sé una terza affermazione: che anche il Profeta nobile (pace e benedizioni su di lui) avesse assunto l’impegno di credere in un profeta che sarebbe venuto dopo di lui e di sostenerlo e aiutarlo. Eppure, nel versetto in cui si parla dell’impegno assunto da un profeta futuro, Allah l’Altissimo non ha detto in alcun punto che tale impegno fosse stato assunto da Muhammad (pace e benedizioni su di lui). E nel versetto in cui si parla di un impegno assunto da Muhammad (pace e benedizioni su di lui), non è detto in alcun punto che tale impegno fosse legato all’obbedienza a un profeta futuro. La domanda ora è: quale giustificazione vi è per unire due affermazioni distinte e fabbricare una terza affermazione che non si trova in alcun punto del Corano? Avrebbero potuto esserci tre argomenti o basi a sostegno. Primo: se, dopo la rivelazione di questo versetto, il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) avesse radunato i Compagni e avesse proclamato: “O gente! Allah mi ha fatto assumere l’impegno che io creda nel profeta che verrà dopo di me e che lo sostenga e lo aiuti. Perciò, in quanto miei seguaci, assumete anche voi questo impegno”. Ma in nessuno dei libri di hadith troviamo un solo hadith contenente questa dichiarazione. Al contrario, troviamo innumerevoli hadith dai quali risulta chiaramente che la successione della profezia si è conclusa con il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e che dopo di lui non verrà alcun profeta. Si può mai immaginare che il Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) abbia assunto un impegno tanto importante e poi lo abbia trascurato in questo modo, dicendo anzi, al contrario, cose in base alle quali una parte considerevole della sua comunità sarebbe rimasta privata della fede in un profeta inviato da Allah?

Se nel Corano fosse menzionato un solo impegno assunto da tutti i profeti e dalle loro comunità, ciò avrebbe potuto costituire il secondo argomento o base per accettare questa interpretazione. E quell’impegno sarebbe stato credere nel profeta venuto in seguito. In tutto il Corano non sarebbe stato menzionato alcun altro impegno oltre a questo. In tal caso si sarebbe potuto sostenere che anche il versetto citato della sura al-Ahzab parlasse dello stesso impegno. Ma neppure qui vi è spazio per presentare tale argomento. Nel Corano non è menzionato un solo impegno, bensì molti. Per esempio, nella sura al-Baqara, rukūʿ 10, si parla dell’impegno assunto dai Figli d’Israele a servire Allah, a trattare bene i genitori e ad astenersi dallo spargimento reciproco di sangue. Nella sura Āl ʿImrān, rukūʿ 19, a tutta la Gente del Libro è stato fatto assumere il seguente impegno: non nascondere gli insegnamenti del Libro di Allah che vi è stato consegnato, ma diffonderli pubblicamente. Nella sura al-Aʿrāf, rukūʿ 21, ai Figli d’Israele è stato fatto assumere l’impegno di non dire nulla su Allah se non la verità, di aggrapparsi saldamente al Libro donato da Allah e di ricordarne gli insegnamenti. Nel primo rukūʿ della sura al-Māʾida, ai seguaci di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) viene ricordato un impegno che avevano preso con Allah: “Voi vi impegnate con Allah ad ascoltare e obbedire”. Ora, poiché nel versetto pertinente della sura al-Ahzab non viene detto quale fosse l’impegno menzionato, perché, per identificarlo, si dovrebbe scegliere proprio quello menzionato nella sura Āl ʿImrān, rukūʿ 9, invece di uno qualsiasi tra i numerosi impegni citati? Per questo sarebbe certamente necessaria una base, ma tale base non si trova da nessuna parte. Se qualcuno rispondesse che, poiché in entrambi i casi si parla di un impegno assunto dai profeti, un versetto è stato spiegato con l’aiuto dell’altro, io direi che nessuno degli altri impegni assunti dalle comunità dei profeti è stato assunto direttamente da loro, bensì per mezzo dei profeti. Inoltre, chiunque studi profondamente il Corano sa che a ogni profeta viene fatto assumere l’impegno di aggrapparsi saldamente al Libro di Allah e di obbedire alle sue prescrizioni.

Il terzo argomento o base avrebbe potuto essere il contesto precedente e seguente della sura al-Ahzab. Se in esso vi fosse stato un chiaro indizio che per “impegno” si intendesse l’impegno a credere nei profeti venuti in seguito, allora sarebbe stato appropriato accettare questa interpretazione. Ma qui la situazione è completamente opposta. Il contesto precedente e seguente si oppone piuttosto del tutto a tale significato. La sura al-Ahzab comincia con queste parole:

“O Profeta! Temi Allah, non obbedire ai miscredenti e agli ipocriti, agisci secondo ciò che il tuo Signore ti rivela e riponi la tua fiducia in Allah”. In seguito viene ordinato di eliminare la pratica, risalente all’epoca dell’ignoranza, di prendere figli adottivi e tutte le superstizioni e consuetudini a essa collegate. Poi si dice che, tra i legami non basati sulla consanguineità, ve n’è uno solo che è più nobile dei legami di sangue: il legame tra il profeta e i credenti. Per questo legame, le mogli del profeta hanno presso i credenti lo stesso status delle loro madri e, come le madri, sono loro proibite. In ogni altra questione, secondo il Libro di Allah, soltanto la consanguineità è riconosciuta come motivo per cui il matrimonio diventa proibito e come base del diritto all’eredità. Dopo aver enunciato questa norma, Allah l’Altissimo ricorda al Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) l’impegno che aveva fatto assumere a tutti i profeti e, di conseguenza, anche a lui. Ora, chiunque abbia un minimo di buon senso può vedere chiaramente in quale punto di questo discorso ci fosse spazio per ricordare l’impegno a credere in un profeta venuto in seguito. Al massimo, vi era spazio per ricordare l’impegno con cui tutti i profeti erano stati vincolati ad aggrapparsi saldamente al Libro di Allah, a ricordarne le prescrizioni, ad applicarle e a renderle pubbliche. Proseguendo ancora un poco, vediamo che Allah l’Altissimo ordina chiaramente al Nobile Messaggero (pace e benedizioni su di lui) di sposare personalmente la moglie divorziata del suo figlio adottivo Zayd, così da eliminare quell’errata concezione dell’epoca dell’ignoranza in base alla quale la gente considerava il figlio adottivo alla stregua del proprio figlio naturale. Quando i miscredenti e gli ipocriti sollevarono una dopo l’altra obiezioni contro ciò e si dedicarono alla propaganda calunniosa, Allah l’Altissimo rispose sistematicamente a tutte queste obiezioni.

1. In primo luogo, Muhammad (pace su di lui) non è il padre di alcun uomo tra voi; pertanto la moglie divorziata di quell’uomo non può essere per lui proibita

2. E se dite: «Anche se ella gli era lecita, quale necessità c’era di sposarla?», la risposta è che egli è il Messaggero di Allah. È sua responsabilità procedere personalmente all’abolizione di ciò che Allah vuole abolire.

3. Inoltre, era ancora più necessario per lui farlo, poiché non era semplicemente un Messaggero: era l’ultimo Messaggero. Se non avesse abolito queste usanze e consuetudini dell’epoca dell’ignoranza, dopo di lui non sarebbe venuto alcun profeta a provvedere alla loro abolizione.

Leggendo quest’ultima affermazione insieme a quella precedente, chiunque dirà con certezza che, nel contesto di queste parole, il patto ricordato al Nobile Profeta (pace su di lui) non era certamente un patto di credere in un profeta che sarebbe venuto in seguito.

Ora considerate: queste tre avrebbero potuto essere le sole basi per adottare, dal versetto in questione, il significato dichiarato dai Qadianiti. Ognuna di queste tre basi è priva di rapporto con la loro tesi, anzi è ad essa contraria. Inoltre, se hanno una quarta argomentazione o base, chiedetegliela. E chiedete loro anche la risposta a queste tre argomentazioni. Altrimenti sarà ragionevole ritenere che abbiano adottato questo significato del versetto o per stupidità e ignoranza, oppure dopo aver completamente estirpato dal cuore il timore di Allah, allo scopo di sviare la gente semplice e sincera. Comunque, non riesco a capire questo: se il signor Mirza era un profeta, com’è possibile che l’epoca dei suoi «Compagni» non sia ancora terminata, mentre tutta la sua comunità è ormai annoverata tra i «Tabi’in e i Tabi‘ al-Tabi’in»? Eppure la loro condizione è tale che i membri della sua comunità continuano pubblicamente a presentare dal Libro di Allah argomentazioni di questo genere, errate e false, senza che in tutta la comunità si levi una sola voce contro questa ignoranza.

Le tre argomentazioni del versetto sul sigillo della profezia

(Arabo**************************** a pagina 174 del PDF)

«Muhammad non è il padre di nessuno dei vostri uomini; egli è invece il Messaggero di Allah e l’ultimo dei profeti. Allah conosce ogni cosa». – (Sura al-Ahzab: 40)

Lo sfondo nel quale nella sura al-Ahzab è stata affrontata la questione del khatm al-nubuwwa è il seguente. In Arabia al figlio adottivo veniva attribuito in tutto e per tutto lo status del figlio biologico. Egli ereditava come un figlio biologico. Come madre, padre, fratelli e sorelle vivevano insieme in una famiglia, così il figlio adottivo viveva in stretta familiarità con la moglie e i figli del padre adottivo. Dopo l’adozione, tra il figlio adottivo e il padre adottivo si instauravano tutti quei rapporti che, per i legami di sangue, si stabilivano tra i parenti. Allah voleva abolire questa consuetudine. Perciò, anzitutto, dichiarò che chiamare qualcuno “figlio” con le sole parole non lo rende suo figlio naturale (versetto 4). Tuttavia, a causa di usanze e consuetudini radicate da centinaia di anni, non era facile estirpare il senso di status filiale e l’idea di proibizione che avevano messo radici nelle menti. Era dunque necessario infrangere concretamente questa pratica. In quel periodo si verificò il caso di Zayd e Zaynab. Zayd, il figlio adottivo del Nobile Messaggero, divorziò da sua moglie Zaynab. Il Nobile Messaggero comprese che quella era l’occasione decisiva per spezzare questa gravissima usanza jahilita. Finché non avesse sposato personalmente la donna divorziata dal proprio figlio adottivo, non sarebbe cessata l’idea jahilita secondo cui il figlio adottivo dovesse essere considerato come un figlio naturale e biologico. Ma sapeva anche che il gruppo degli ipocriti di Medina, le comunità ebraiche nei dintorni di Medina e la società dei miscredenti della Mecca avrebbero suscitato un enorme tumulto contro la sua iniziativa. Non avrebbero lasciato sfuggire alcuna occasione per diffamare lui e fare propaganda contro l’Islam. Perciò, pur avvertendo la necessità di compiere quel passo concreto, esitava. Infine, per ordine di Allah, sposò Zaynab. Come era stato previsto, si levò una tempesta di obiezioni. Si riversarono ovunque biasimo e calunnie. Persino nei cuori dei musulmani virtuosi sorsero vari dubbi e perplessità. In risposta a tutte queste obiezioni, critiche, calunnie e perplessità furono rivelati i versetti dal 37 al 40 del quinto ruku‘ della sura al-Ahzab.

All’inizio di questi versetti Allah l’Altissimo dice che questo matrimonio si è celebrato per Suo ordine. La ragione è che per i credenti non vi è assolutamente nulla di riprovevole nel sposare la moglie divorziata del proprio figlio adottivo. Poi dice che non è compito di alcun profeta esitare per paura di qualcuno nell’attuare il comando di Allah. Infine conclude questa trattazione presentando le parole seguenti:

«Muhammad non è il padre di nessuno dei vostri uomini; tuttavia è il Messaggero di Allah e l’ultimo dei profeti». Da questa frase si comprende chiaramente che Allah l’Altissimo intende presentare tre argomenti in risposta agli obiettori. Con quest’unica frase sono state recise alla radice tutte le obiezioni e le calunnie che gli avversari muovevano contro il matrimonio del Nobile Messaggero.

La loro prima obiezione era: nella loro stessa legge la moglie del figlio era proibita al padre; come aveva dunque potuto egli sposare la moglie del proprio figlio? In risposta fu detto che questo matrimonio non era riprovevole. Infatti, l’uomo la cui moglie divorziata era stata sposata non era il vero figlio di Muhammad, e Muhammad non era il suo vero padre. Perciò fu detto: «Muhammad non è il padre di nessuno dei vostri uomini». In altre parole, colui la cui moglie divorziata era stata sposata non era affatto figlio di Muhammad. Perché dunque sarebbe stato proibito sposare la sua moglie divorziata? Tutti sapevate che Muhammad non aveva figli maschi.

La loro seconda obiezione era: se il figlio adottivo non era un figlio naturale, allora sposare sua moglie abbandonata poteva essere tutt’al più lecito; ma quale necessità c’era di doverla sposare, e addirittura quale inevitabilità vi era? In risposta fu detto: «Tuttavia egli è il Messaggero di Allah». In altre parole, poiché era il Messaggero, rientrava nella sua responsabilità eliminare, riguardo a quella cosa lecita che le vostre consuetudini avevano reso inutilmente illecita, ogni idea di rapporto di sangue, rendendola lecita e dissipando ogni sorta di dubbio e perplessità al riguardo.

In terzo luogo, vi era un’ulteriore ragione della sua necessità: Muhammad non era un semplice profeta, bensì era l’ultimo profeta. In altre parole, dopo di lui non sarebbe venuto alcun profeta, per non parlare di un messaggero. Se durante la sua epoca non fosse stato possibile riformare una legge o una consuetudine sociale, non vi sarebbe stata alcuna possibilità che un profeta venuto dopo di lui portasse a compimento l’opera da lui iniziata. Era dunque assolutamente necessario che egli estirpasse questa importante consuetudine della jahiliyya. Poiché, se essa non fosse stata fatta morire per mano sua, non vi sarebbe stata alcuna possibilità che morisse fino al Giorno della Resurrezione. Dopo di lui non sarebbe venuto alcun profeta. Non sarebbe rimasto nessuno che completasse ciò che egli avesse lasciato incompiuto.

A ciò fu aggiunto con particolare enfasi: «Allah conosce ogni cosa». In altre parole, Allah sa perché in quel momento era necessario estirpare, per mezzo di Muhammad, questa consuetudine della jahiliyya; Allah sa quale danno si sarebbe prodotto altrimenti. Ora non sarebbe più venuto alcun profeta da parte Sua. Pertanto, se Egli non avesse estirpato proprio allora questa consuetudine per mezzo del Suo ultimo profeta, in futuro non sarebbe esistita alcuna personalità che, opponendosi a essa, avrebbe potuto farla scomparire per sempre dall’intera comunità musulmana mondiale. Anche se i riformatori delle epoche successive si fossero opposti a essa, nessuna delle loro azioni avrebbe avuto un’influenza eterna e universale tale da indurre la gente di ogni paese e di ogni epoca ad accettarla senza esitazione e a seguirla. Inoltre, nessuno di loro avrebbe posseduto una personalità sacra di tale natura che il fatto che egli avesse compiuto quest’opera, ossia che essa fosse la sua sunna, avrebbe potuto eliminare dalle menti delle persone ogni odio e ogni sentimento di disagio sorti contro di essa.

Purtroppo, ai giorni nostri un gruppo ha aperto la porta a una grande fitna interpretando erroneamente questo versetto. Pertanto, per rimuovere le confusioni diffuse da questo gruppo, dopo aver trattato compiutamente il tema del khatm al-nubuwwa, mi occuperò in seguito in dettaglio della questione del khatm al-nubuwwa.

 

Discussione approfondita sulla dottrina della conclusione della profezia

Ai nostri giorni, un gruppo ha creato una grande fitna riguardo a una nuova profezia. Essi ()interpretano l’espressione «Khātam an-nabiyyīn», menzionata nel versetto, come «il sigillo dei profeti». Vogliono dire che, dopo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), molti altri profeti verranno al mondo recando il suo sigillo. In altre parole, nessuno diventerà profeta finché non sarà stato sigillato dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).

Tuttavia, se si valuta questa espressione nel particolare contesto della narrazione in cui il versetto è stato enunciato, non vi è alcuna possibilità di accettare questo significato. Anzi, accettandolo, verrebbe meno persino la necessità di usare l’espressione in quel contesto, ed essa risulterebbe contraria allo scopo effettivo del discorso. Mentre si rispondeva alle proteste sollevate contro il matrimonio di Zaynab (che Allah sia soddisfatto di lei) e ai vari dubbi e sospetti da esso derivati, dire improvvisamente, nel mezzo del discorso: «Muhammad è il sigillo dei profeti», cioè che tutti i profeti che verranno saranno sigillati da Muhammad (pace e benedizioni su di lui): non sarebbe forse un’affermazione del tutto superflua e fuori luogo? L’irruzione improvvisa di questa frase nel corso della narrazione non sarebbe soltanto superflua; indebolirebbe anche l’argomentazione presentata in risposta agli oppositori. In tale situazione, agli oppositori si sarebbe presentata un’occasione magnifica. Avrebbero potuto facilmente dire: sarebbe stato meglio se non aveste portato a termine quest’opera durante la vostra vita; non ci sarebbe stato alcun rischio. Se era davvero così necessario abolire questa cattiva usanza, allora chiunque dei profeti che sarebbero venuti dopo di voi, recando il vostro sigillo, avrebbe potuto abolirla.

Il gruppo sopra menzionato ha attribuito all’espressione un’altra interpretazione distorta. Vale a dire: «Khātam an-nabiyyīn» significherebbe «Afḍal an-nabiyyīn», ossia «il migliore dei profeti». Il significato sarebbe che la porta della profezia è ancora aperta, ma che la profezia ha raggiunto la sua perfezione nel Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Tuttavia, anche adottando questa interpretazione non si sfugge al riemergere della confusione precedentemente esposta. Essa non ha alcun rapporto con il discorso precedente e successivo. Al contrario, implica un significato del tutto opposto alla successione degli eventi narrati prima e dopo. I miscredenti e gli ipocriti avrebbero potuto dire: «Signore, anche se di rango inferiore al vostro, altri profeti avrebbero continuato a venire dopo di voi; dunque avreste potuto lasciare quest’opera a loro. Perché sarebbe stato così indispensabile che foste proprio voi a eliminare questa cattiva usanza?»

Il significato lessicale dell’espressione «Khātam an-nabiyyīn»

Per quanto riguarda il rapporto con il discorso precedente e successivo, si può affermare in modo definitivo che qui l’espressione «Khātam an-nabiyyīn» significa la conclusione della successione: dopo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non verrà più alcun profeta. Ma questo non è soltanto il significato richiesto dal contesto precedente e successivo; è anche, dal punto di vista lessicale, l’unico significato corretto. Secondo i dizionari arabi e l’uso proverbiale, la parola «khātam» significa: apporre un sigillo, chiudere, giungere alla fine e, dopo aver portato a termine un’opera, essere sollevati dalla responsabilità.

Khatama al-ʿamal ()significa: faragha min al-ʿamal )vale a dire: ha portato a termine il lavoro.

Khatama al-ināʾ )significa: ha chiuso l’imboccatura del recipiente e vi ha apposto un sigillo, affinché nulla potesse uscirne e nulla dall’esterno potesse entrarvi.

Khatamal kitāb (Arabo******)significa: ha chiuso la lettera e ha apposto un sigillo sulla sua apertura, così che la lettera fosse preservata.

Khatama ‘alal qalb (Arabo*******)significa: il gusto percepito alla fine, dopo aver bevuto una bevanda.

Khātimatu kulli shay’in ‘āqibatuhu wa ākhiratuhu (Arabo**********)vale a dire che il khātima di ogni cosa è il suo esito e la sua fine.

Khatamash shay’a balagha ākhirahu (Arabo*********)cioè khatam una cosa significa giungere fino alla sua fine. È proprio questo il significato attribuito all’espressione khatm del Corano, e su questa base l’ultimo versetto di ogni sūra viene chiamato “khawātim”.

Khatamul qawmi ākhiruhum (Arabo*******)cioè l’ultima persona della comunità è il khātam della comunità. (Si vedano: Lisān al-‘Arab, Qāmūs e Aqrab al-Mawārid). –[Qui ho citato soltanto tre dizionari. Ma perché proprio questi tre? Aprendo un qualunque dizionario affidabile della lingua araba, vi si troveranno il significato e la spiegazione sopra riportati della parola “khatam”; tuttavia coloro che negano il khatm della profezia hanno completamente ignorato il suo significato lessicale, allo scopo di aprire una breccia nella fortezza protetta della religione di Allah. Essi vogliono sostenere che, quando una persona viene chiamata “khatamush shu‘arā”, “khatamul fuqahā” oppure “khatamul mufassirīn”, non si intende con ciò che, dopo colui al quale è stato conferito tale titolo, non sia nato più alcun poeta, giurista o esegeta. Piuttosto, il significato sarebbe che in quella persona si è compiuto il culmine della perfezione della scienza o dell’arte sopra menzionata; eppure l’uso di titoli di questo genere, volto a esaltare grandemente una qualità, non fa mai assumere a “khatam” il significato lessicale di “completo” o “eccellente”, né il suo uso nel significato di “ultimo” viene considerato scorretto.]

Soltanto una persona ignorante delle regole grammaticali può dire una cosa del genere. Non è regola di alcuna lingua che, se una parola viene talvolta usata indirettamente in un significato diverso dal suo significato originario, questo diventi il suo significato originario e che il suo uso nel significato lessicale originario divenga proibito. Quando a un arabo si dirà: “Jā’a khātamul qawm” (Arabo*****)non penserà mai che sia arrivata la persona più eccellente o perfetta della tribù; piuttosto, penserà che siano arrivati tutti i membri della tribù, fino all’ultimo.

A questo proposito bisogna inoltre ricordare che sono stati gli uomini ad attribuire ad alcune persone titoli quali khatamush shu‘arā, khatamul fuqahā, khatamul muhaddithīn e simili. E gli uomini non hanno alcuna capacità di sapere se, dopo la persona alla quale attribuiscono il titolo di khatamush shu‘arā o khatamul fuqahā, nascerà o meno un’altra persona dotata di questa qualità. Perciò, per esaltare grandemente tale qualità e riconoscere la sua perfezione, nella lingua umana non vi è altra scelta che usare parole di questo genere, dotate di valore onorifico; ma quando Allah l’Altissimo dichiara che una certa qualità si è conclusa in una persona, non vedo alcuna ragione per usare anche in questo caso la parola in un senso indiretto, come accade nell’uso umano. Se Allah avesse chiamato qualcuno khatamush shu‘arā, ciò avrebbe indubbiamente significato che dopo la persona in questione sarebbe stato impossibile la nascita di un altro poeta. Infatti Allah conosce l’invisibile e il futuro, mentre l’uomo non conosce né l’invisibile né il futuro. Come si può porre sullo stesso piano il fatto che Allah attribuisca a qualcuno il titolo di khatamun nabiyyīn e il fatto che gli uomini attribuiscano a qualcuno il titolo di khatamush shu‘arā? –(L’autore)

Per questo tutti i lessicografi e gli esegeti hanno concordemente spiegato l’espressione khatamun nabiyyīn come “ākhirun nabiyyīn”, cioè “l’ultimo dei profeti”. Secondo i dizionari arabi e l’uso linguistico, “khatam” non significa il timbro dell’ufficio postale, con il quale si imprime una lettera per spedirla, bensì il sigillo apposto sull’apertura di una busta affinché nulla possa uscire dal suo interno e nulla dall’esterno possa entrarvi.

Le parole del Messaggero di Allah (s.a.s.)

Anche le diverse spiegazioni del Messaggero di Allah (s.a.s.) confermano il significato che la discussione precedente e successiva del Corano, nonché l’aspetto lessicale, attribuiscono a questo termine. A titolo esemplificativo, riportiamo qui alcuni hadith:

(Arabo***************************************pagina 179 del PDF)

«Il Messaggero di Allah (s.a.s.) disse: “I Figli d’Israele erano guidati dai messaggeri di Allah. Quando un profeta moriva, un altro profeta gli succedeva; dopo di me, però, non vi sarà alcun profeta, ma soltanto dei califfi”». – (Bukhari, capitolo sui meriti)

(Arabo***************************************pagina 179 del PDF)

«Il Messaggero di Allah (s.a.s.) disse: “Io e i profeti che mi hanno preceduto siamo come un uomo che costruì un edificio, lo abbellì e lo adornò magnificamente, ma lasciò vuoto in un angolo il posto di un mattone. Le persone giravano intorno all’edificio, ammirandone la bellezza e dicendo: ‘Perché non è stato collocato un mattone in questo punto?’. Ebbene, io sono quel mattone e io sono quel profeta”. (Vale a dire: con il mio arrivo, l’edificio della profezia ha raggiunto la sua completezza; ora non vi è in esso alcuno spazio vuoto che richieda un altro profeta per essere colmato)». – (Bukhari, Kitab al-Manaqib, capitolo Khatam al-Nabiyyin).

Quattro hadith nobili aventi questo stesso contenuto sono riportati nel capitolo «Khatam al-Nabiyyin» del Kitab al-Fada’il. Nell’ultimo hadith è stata aggiunta la seguente parte:(Arabo********)cioè: «Poi venni io e posi fine alla successione dei profeti».

Questo hadith è riportato nel Tirmidhi Sharif con le medesime parole, nel capitolo «Bab Fada’il al-Nabi» del Kitab al-Manaqib e nel capitolo «Bab al-Amthal» del Kitab al-Adab.

Nel Musnad di Abu Dawud al-Tayalisi, questo hadith è citato nella catena delle narrazioni trasmesse da Jabir ibn Abdullah. La parte finale è (Arabo******) cioè: per mezzo mio è stata conclusa la catena dei profeti.

Nel Musnad di Ahmad, hadith di questo genere sono stati narrati, con lievi variazioni nelle parole, da Ubayy ibn Ka‘b, Abu Sa‘id al-Khudri e Abu Hurayra (ra).

(Arabo***************************************alla pagina 180 del PDF)

“Il Messaggero di Allah (s) disse: Mi è stata accordata superiorità sugli altri profeti in sei aspetti. (a) Mi è stata concessa la capacità di pronunciare parole concise ma ricche di significato. (b) Sono stato aiutato con forza e autorità. (c) I beni ottenuti come bottino di guerra sono stati resi leciti per me. (d) La terra del mondo è stata resa per me un luogo di preghiera (cioè, nella mia Sharia, la preghiera può essere eseguita in ogni luogo del mondo, e non soltanto in appositi luoghi di culto) e il suolo è stato reso un mezzo di purificazione (cioè non soltanto con l’acqua, ma anche con il tayammum effettuato con la terra si può conseguire la purificazione, ossia compiere ciò che altrimenti si compie con l’abluzione e il bagno rituale). (e) Sono stato inviato come Messaggero per il mondo intero e (f) con me è stata conclusa la catena dei profeti”. – (Muslim, Tirmidhi, Ibn Majah).

(Arabo***************************************alla pagina 180 del PDF)

“Il Messaggero di Allah (s) disse: La catena della messaggeria e della profezia è stata conclusa. Pertanto, dopo di me non verranno più né messaggeri né profeti”. – (Tirmidhi, Kitab al-Ru’ya, Bab Dhahab al-Nubuwwah; Musnad di Ahmad, narrato da Anas ibn Malik (ra)).

 

(Arabo***************************************alla pagina 181 del PDF)

“Il Profeta (s) disse: Io sono Muhammad e sono Ahmad. Sono colui che cancella: per mezzo mio sarà cancellata la miscredenza. Sono colui che raduna: dopo di me, la gente sarà radunata nella pianura della resurrezione. (Cioè, dopo di me non resta che la Resurrezione.) Sono colui che giunge per ultimo (e colui che giunge per ultimo è colui) dopo il quale non verrà più alcun profeta”. – (Bukhari e Muslim, Kitab al-Fada’il, Bab Asma’ al-Nabi; Tirmidhi, Kitab al-Adab, Bab Asma’ al-Nabi; Muwatta’, Kitab Asma’ al-Nabi; Mustadrak di Hakim, Kitab al-Tarikh, Bab Asma’ al-Nabi).

(Arabo***************************************a pagina 181 del PDF)

“Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: Allah non ha certamente inviato alcun profeta che non abbia messo in guardia la propria comunità riguardo al Dajjāl. (Tuttavia, ai loro tempi egli non apparve.) Ora io sono l’ultimo profeta e voi siete l’ultima comunità. Il Dajjāl apparirà certamente ora tra voi”.–(Ibn Mājah, Libro delle tentazioni, capitolo sul Dajjāl).

(Arabo***************************************a pagina 181 del PDF)

“ʿAbd al-Raḥmān ibn Jubayr disse: Ho sentito ʿAbd Allāh ibn ʿAmr ibn al-ʿĀṣ dire: un giorno il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) uscì dalla sua casa e venne tra noi. Venne come se stesse prendendo congedo da noi. Disse per tre volte: Io sono Muḥammad, il Profeta illetterato. Poi disse: Dopo di me non vi sarà alcun profeta”.–(Musnad Aḥmad, narrazione di ʿAbd Allāh ibn ʿAmr ibn al-ʿĀṣ).

(Arabo***************************************a pagina 181 del PDF)

“Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: Dopo di me non vi sarà alcuna profezia. Vi saranno soltanto buone novelle. Gli fu chiesto: O Messaggero di Allah, che cosa sono le buone novelle? Egli rispose: Il buon sogno. Oppure disse: Il sogno benedetto. Ciò significa che ormai non vi è alcuna possibilità che discenda la rivelazione di Allah. Al massimo si può dire che, se Allah l’Altissimo vuole dare a qualcuno un’indicazione, gliela darà soltanto attraverso un buon sogno”.–(Musnad Aḥmad, narrato da Abū al-Ṭufayl; al-Nasāʾī, Abū Dāwūd).

(Arabo***************************************a pagina 182 del PDF)

“Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: Se dopo di me ci fosse stato un profeta, quella fortuna sarebbe toccata a ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb”.–(al-Tirmidhī, Libro delle virtù).

(Arabo***************************************a pagina 182 del PDF)

«Il Messaggero di Allah (s) disse a Ḥażrat ʿAlī (r): “Il tuo rapporto con me è come quello di Aronne con Mosè (a). Tuttavia, dopo di me non vi sarà più alcun profeta”».–(al-Bukhārī e Muslim, Kitāb Faḍāʾil al-Ṣaḥāba).

Al-Bukhārī e Muslim hanno riportato questo ḥadīth nel contesto della narrazione della battaglia di Tabūk. Nel Musnad di Aḥmad sono stati riportati due ḥadīth dello stesso contenuto da Ḥażrat Saʿd ibn Abī Waqqāṣ (r). La parte conclusiva di uno di essi è (Arabo********) «Ricordate che dopo di me non vi sarà più alcuna profezia». Dagli ḥadīth dettagliati citati da Abū Dāwūd al-Ṭayālisī, Imām Aḥmad e Muḥammad Isḥāq a questo proposito, si apprende che, prima di partire per la battaglia di Tabūk, il Messaggero di Allah (s) decise di lasciare Ḥażrat ʿAlī (r) a Medina Tayyiba per proteggerla e amministrarla. A causa di ciò, gli ipocriti cominciarono a dire varie cose sul suo conto. Egli si recò dal Messaggero di Allah (s) e gli disse: «O Messaggero di Allah! Mi lasci forse tra i bambini e le donne?». Allora il Messaggero di Allah (s), per consolarlo, disse: «Il tuo rapporto con me è come quello di Aronne con Mosè (a)». In altre parole, come Ḥażrat Mūsā (a), quando si recò sul monte Ṭūr, lasciò indietro Ḥażrat Hārūn (a) per occuparsi degli Israeliti, così io lascio te indietro per proteggere Medina. Ma subito sorse anche nel cuore del Messaggero di Allah (s) il timore che, a causa di questo paragone con Ḥażrat Hārūn (a), potesse in seguito nascere da ciò qualche fitna. Perciò, immediatamente dopo, chiarì la questione dicendo: «Ricorda però che dopo di me nessuno sarà profeta».

(Arabo***************************************a pagina 182 del PDF)

«Ḥażrat Thawbān ha narrato che il Messaggero di Allah (s) disse: … E la questione è che tra la mia comunità compariranno trenta bugiardi. Ognuno di loro pretenderà di essere un profeta. Eppure, dopo di me non vi sarà più alcun profeta».–(Abū Dāwūd, Kitāb al-Fitan).

Un altro ḥadīth dello stesso contenuto è stato riportato da Abū Dāwūd nel «Kitāb al-Malāḥim», da Ḥażrat Abū Hurayra (r). Al-Tirmidhī ha riportato questi due ḥadīth da Ḥażrat Thawbān e da Ḥażrat Abū Hurayra (r). Le parole del secondo ḥadīth sono:

(Arabo***************************************a pagina 183 del PDF)

«Vale a dire che compariranno circa trenta impostori. Ognuno di loro pretenderà di essere il Messaggero di Allah».

(Arabo***************************************a pagina 183 del PDF)

«Il Profeta (s.a.) disse: tra i Banū Isrā’īl che vissero prima di voi vi furono molti uomini ai quali fu rivolta la parola (Allah parlò loro), ma non erano profeti. Se ve ne fosse uno nella mia comunità, questi sarebbe ʿUmar». – (al-Bukhārī, Kitāb al-Manāqib).

Nel Muslim, nella versione che tratta questo stesso argomento, (Arabo****) al posto di (Arabo****)è stata usata la parola. Tuttavia, i due termini mu­kallam e muḥaddath sono sinonimi. In altre parole, si tratta di una persona con la quale Allah l’Altissimo ha parlato, oppure alla quale ha parlato da dietro un velo. Da ciò si comprende che, se anche qualcuno di questa comunità avesse potuto avere la fortuna di parlare con Allah al di fuori della profezia, questi sarebbe stato l’unico ʿUmar (r.a.).

(Arabo***************************************a pagina 183 del PDF)

«Il Messaggero di Allah (s.a.) disse: dopo di me non vi sarà alcun profeta e dopo la mia comunità non vi sarà alcuna comunità». – (al-Bayhaqī, Kitāb al-Ru’yā; al-Ṭabarānī).

(Arabo***************************************a pagina 183 del PDF)

«Il Messaggero di Allah (s.a.) disse: io sono l’ultimo dei profeti e la mia moschea è l’ultima moschea» (cioè la Moschea del Profeta a Medina). – [I negatori della conclusione della profezia adducono questo ḥadīth come prova del fatto che, così come il Messaggero di Allah (s.a.) ha definito la sua moschea l’ultima moschea, sebbene non sia l’ultima moschea — dopo di essa nel mondo ne sono state costruite innumerevoli — allo stesso modo egli ha detto di essere l’ultimo profeta. Secondo loro, ciò significa che anche dopo di lui verranno profeti. Naturalmente, sotto il profilo dell’eccellenza, egli sarebbe l’ultimo profeta e la sua moschea l’ultima moschea. In realtà, però, proprio questa interpretazione distorta dimostra che costoro sono stati privati della capacità di comprendere il significato delle parole di Allah e del Messaggero (s.a.). Se si considerano tutti gli ḥadīth relativi a questo tema nel punto di Ṣaḥīḥ Muslim in cui questo ḥadīth è riportato, diventerà evidente in quale senso il Messaggero di Allah (s.a.) abbia definito ultima la sua moschea. L’Imām Muslim vi ha riportato le narrazioni di Abū Hurayra (r.a.), ʿAbd Allāh ibn ʿUmar (r.a.) e della Madre dei Credenti Maymūna (r.a.), nelle quali si afferma che nel mondo esistono soltanto tre moschee che vantano una superiorità rispetto alle moschee comuni. Pregare in esse procura una ricompensa mille volte maggiore rispetto alle altre moschee. Per questo è lecito viaggiare soltanto verso queste tre moschee allo scopo di pregarvi. Escluse queste tre, non è lecito recarsi specificamente in una qualsiasi delle altre moschee del mondo per pregarvi. Tra queste tre moschee speciali, la prima è al-Masjid al-Ḥarām. Fu costruita da Ibrāhīm (a.s.). La seconda è al-Masjid al-Aqṣā, costruita da Sulaymān (a.s.). La terza è la Moschea del Profeta a Medina, costruita dal Messaggero di Allah (s.a.). Il significato delle parole del Messaggero di Allah (s.a.) è che, poiché dopo di lui non verrà più alcun profeta, dopo la sua moschea non sarà costruita nel mondo una quarta moschea di tale prestigio, nella quale la ricompensa della preghiera sia maggiore rispetto a quella delle altre moschee e verso la quale sia lecito viaggiare allo scopo di pregarvi. – (L’autore)] (Muslim, Kitāb al-Ḥajj, capitolo sui meriti della preghiera nelle moschee della Mecca e di Medina).

Numerosi Compagni hanno narrato questi ḥadīth direttamente dal Messaggero di Allah (s.a.), e molti muḥaddith li hanno riportati con catene di trasmissione estremamente solide e affidabili. Dopo averli studiati, risulta chiaramente che il Messaggero di Allah (s.a.), usando in circostanze diverse parole diverse e in modi diversi, ha chiarito esplicitamente di essere l’ultimo profeta. Dopo di lui non verrà alcun profeta. La successione della profezia si è conclusa con lui, e chiunque, dopo di lui, pretenda di essere un messaggero o un profeta sarà un dajjāl e un impostore. – [I negatori della conclusione della profezia, contrapponendo a tutti questi ḥadīth del Nobile Profeta (s.a.), citano la seguente narrazione attribuita a ʿĀ’iša. In essa si afferma: (Arabo**************) vale a dire: «Di’: certamente egli è il Khātam al-Nabiyyīn, ma non dire che dopo di lui non vi è alcun profeta». Tuttavia, innanzitutto, contrapporre una qualsiasi parola di ʿĀ’iša (r.a.) al chiaro ordine del Nobile Profeta (s.a.) non è altro che estrema insolenza e mancanza di rispetto. Inoltre, la suddetta dichiarazione di ʿĀ’iša (r.a.) non è documentata. Nessun famoso compilatore di ḥadīth ha registrato questo ḥadīth nella propria opera. La suddetta dichiarazione è citata dal commentario coranico intitolato al-Durr al-Manthūr e dal dizionario degli ḥadīth Takmila-yi Majmaʿ al-Baḥrayn. Tuttavia, non viene menzionata alcuna catena di trasmissione.]

Presentare la più debole delle dichiarazioni attribuite a una Compagna per negare gli innumerevoli hadith espliciti del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), trasmessi dai più illustri e autorevoli muhaddith con catene di trasmissione solide e affidabili, non è altro che estrema audacia. Quale spiegazione potrebbe essere più forte, affidabile e autorevole delle parole coraniche «Khatam an-Nabiyyin»? Qui sono proprio le parole del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) a costituire la catena di trasmissione e la prova definitiva. Inoltre, poiché esse spiegano un versetto del Corano, diventano una prova ancora più forte. Ora la questione è: chi ha compreso il Corano meglio del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), e chi altri, se non lui, poteva avere il diritto di interpretarlo? Chi esiste che possa esporre un altro significato della fine della profezia, e noi siamo forse disposti non solo ad accettarlo, ma persino a prenderlo in considerazione?

Il consenso dei Compagni

Dopo il Corano e la Sunna, il consenso o accordo dei nobili Compagni occupa il terzo posto per importanza. Tutti i resoconti storici affidabili dimostrano che, immediatamente dopo la morte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), i nobili Compagni combatterono, all’unanimità, contro tutti coloro che rivendicavano la profezia e contro coloro che riconoscevano la loro profezia.

A questo proposito, il caso di Musaylima il Bugiardo è particolarmente degno di nota. Egli non negava la profezia del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui); sosteneva invece di essere stato associato a lui nella sua profezia. Nella lettera che gli aveva scritto prima della morte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si leggeva:

(ARABO***************************************a pagina 185 del PDF)

Vale a dire: «Dal Messaggero di Allah, Musaylima, al Messaggero di Allah, Muhammad. La pace sia su di te. Sappi che sono stato associato a te nell’incarico della profezia». — (at-Tabari, vol. 2, p. 399, edizione stampata in Egitto). Inoltre vi era pronunciata anche la frase: «Attesto che Muhammad è il Messaggero di Allah».

Nonostante avessero riconosciuto in modo così esplicito il messaggio di Muhammad, egli fu considerato miscredente ed estraneo all’Islam, e gli fu fatta guerra. È inoltre dimostrato dalla storia che i Banu Hanifa avevano creduto in lui in buona fede. Tuttavia erano caduti nell’errore di ritenere che il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) lo avesse associato personalmente all’incarico della profezia. Vi è poi un altro fatto: davanti a loro qualcuno aveva presentato versetti coranici come rivelati a Musaylima; costui aveva ricevuto l’insegnamento del Corano a Medina la Splendente. (Ibn Kathir, al-Bidaya wa an-Nihaya, vol. 5, p. 51). Nonostante tutto ciò, i nobili Compagni (che Allah si compiaccia di loro) non li riconobbero come musulmani e combatterono contro di loro. Non si può sostenere che i Compagni avessero combattuto contro di loro non perché erano apostati, ma soltanto per il crimine della ribellione. Se talvolta si deve combattere contro musulmani ribelli, secondo la legge islamica i loro prigionieri di guerra non possono essere ridotti in schiavitù. E neppure i dhimmi, qualora dichiarassero una ribellione, possono essere ridotti in schiavitù dopo essere stati arrestati. Tuttavia, durante la guerra contro Musaylima e i suoi seguaci, Abu Bakr as-Siddiq (che Allah si compiaccia di lui) dichiarò che le loro donne e i loro figli minorenni sarebbero stati ridotti in schiavitù. Dopo la cattura, si constatò che furono realmente ridotti in schiavitù. Ali (che Allah si compiaccia di lui) divenne proprietario di una prigioniera di guerra appartenente a quel gruppo. Il figlio nato da quella prigioniera, Muhammad ibn al-Hanafiyya — «al-Hanafiyya» significa figlia della tribù degli Hanafiyya — divenne in seguito una persona universalmente conosciuta nell’Islam. — (al-Bidaya wa an-Nihaya, vol. 6, pp. 316-325).

Da ciò risulta chiaramente che il crimine per il quale i nobili Compagni combatterono contro di loro non era il crimine della ribellione; consisteva invece nel fatto che un uomo rivendicava la profezia dopo Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e che la gente credeva in lui. Questa misura fu adottata immediatamente dopo la morte del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). A guidarla fu Abu Bakr as-Siddiq (che Allah si compiaccia di lui), mentre l’intero gruppo dei Compagni lo sostenne all’unisono. Quale esempio del consenso dei Compagni potrebbe essere più chiaro di questo!

Il consenso degli ulema

Nella legge islamica, dopo il consenso dei Compagni, la prova più autorevole del quarto livello è il consenso degli ulema delle generazioni successive ai Compagni. Esaminando la questione da questo punto di vista, si constata che, dal primo secolo dell’Egira fino a oggi, gli ulema di ogni epoca e di ogni regione dell’intero mondo musulmano sono sempre stati concordi su questo punto:

Dopo Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nessuno può essere profeta; e chiunque, dopo di lui, rivendichi la profezia o accetti questa falsa pretesa è un miscredente. Non ha posto nella comunità islamica.

Presento alcune prove a sostegno di ciò:

Primo: all’epoca dell’Imam Abu Hanifa (80-150 dell’Egira), un uomo rivendicò la profezia.

Egli disse: «Datemi l’opportunità e presenterò il segno miracoloso della mia profezia». Sentendo ciò, l’Imam disse: «Chiunque gli chieda un segno miracoloso diventerà anch’egli un miscredente. Poiché il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, ha detto: ((Arabo*******) “Dopo di me non vi sarà alcun profeta”». (Manaqib dell’Imam Aʿzam Abu Hanifa, scritto da Ibn Ahmad al-Makki, vol. 1, p. 161, pubblicato a Hyderabad nel 1321 dell’Egira).

Secondo: l’Allama Ibn Jarir al-Tabari (224-310 dell’Egira), nella sua celebre esegesi coranica (Arabo***********) scrive, a proposito dell’interpretazione del versetto: (Arabo***************) cioè: «Colui che ha posto fine alla profezia e vi ha apposto il sigillo. Pertanto, fino al Giorno della Resurrezione, la sua porta non sarà aperta a nessun altro». (Tafsir di Ibn Jarir, vol. 22, p. 12).

Terzo: l’Imam Tahawi (239-321 dell’Egira), nel suo libro ‘Aqidat al-Salafiyya’, riportando la dottrina dei precedenti ulema autorevoli, in particolare quella dell’Imam Abu Hanifa, dell’Imam Abu Yusuf e dell’Imam Muhammad, ha registrato la seguente dottrina riguardo alla profezia: «Muhammad, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, è il servo prediletto di Allah, il Suo profeta prescelto e il Suo amato messaggero. Egli è l’ultimo dei profeti, l’imam dei timorati di Dio, il capo dei messaggeri e l’amico del Signore dei mondi. Dopo di lui, ogni pretesa di profezia è sinonimo di traviamento e di culto dei propri interessi». (Sharh al-Tahawiyya fi al-Aqidat al-Salafiyya, Dar al-Maʿarif, Egitto, pp. 15, 87, 96, 97, 100 e 102).

Quarto: l’allāma Ibn Ḥazm al-Andalusī (384-456 H.) scrisse: «Indubbiamente, dopo il Rasūlullāh (pbsl), la successione della rivelazione si è conclusa. La prova a sostegno di ciò è che la rivelazione giunge esclusivamente al profeta, e Allah l’Altissimo ha detto: “Muḥammad non è il padre di nessuno dei vostri uomini, ma è il Messaggero di Allah e il sigillo dei profeti”». –(Al-Muḥallā, vol. 1, p. 26).

Quinto: l’Imām al-Ghazālī (450-505 H.) disse: –[Qui riporto integralmente le parole dell’Imām al-Ghazālī nella loro lingua originale. Il motivo è che coloro che negano il khatm al-nubuwwa hanno contestato con grande veemenza l’autenticità di questa citazione. –(L’autore)]

(Arabo***********************************************************************************a pagina 187 del PDF)

Cioè: «Se si aprisse questa porta (la porta del rifiuto di accettare l’ijmāʿ come prova), le conseguenze sarebbero terribili. Per esempio, se qualcuno dicesse che è possibile la venuta di un altro profeta dopo il nostro Profeta Muḥammad (pbsl), per dimostrare che sarebbe lecito esitare nel dichiararlo kāfir, si dovrebbe necessariamente ricorrere all’ijmāʿ. Infatti, la ragione non stabilisce che ciò sia illecito. Quanto al Corano e agli ḥadīth, per una persona che sostiene questa dottrina non sarebbe affatto difficile attribuire un significato arbitrario alle due espressioni: “Non vi sarà alcun profeta dopo di me” e “l’ultimo profeta”. Potrebbe dire che “l’ultimo profeta” significa la conclusione della venuta dei profeti più eccellenti. E se gli si dicesse che la parola “profeti” è stata usata in senso generale, non gli sarebbe affatto difficile interpretare diversamente questo termine generale. Riguardo alla frase “Non vi sarà alcun profeta dopo di me”, potrebbe dire: “Non è stato detto che dopo di me non vi sarà alcun messaggero”. Tra messaggero e profeta esiste una differenza: il rango del profeta è superiore a quello del messaggero. In breve, si potrebbero pronunciare molte simili assurdità. Inoltre, non è possibile impedire la via a diverse interpretazioni arbitrarie attraverso la sola analisi linguistica. Anzi, riteniamo che, per quanto riguarda l’interpretazione esteriore (arbitraria) della metafora, vi sia spazio per possibilità interpretative ancora più lontane di questa. Quanto a coloro che adottano tali interpretazioni, non possiamo dire che neghino il Corano e gli ḥadīth. Tuttavia, in risposta alle loro affermazioni, diremo che l’intera comunità musulmana ha unanimemente compreso, da questa espressione (cioè “non vi sarà alcun profeta dopo di me”) e dalla condizione del Nobile Profeta (pbsl), che il significato delle parole del Nobile Profeta (pbsl) era il seguente: dalla sua condizione ha compreso che il significato delle parole del Nobile Profeta (pbsl) era il seguente: dopo di lui non sarebbe venuto né alcun profeta né alcun messaggero. Inoltre, l’intera comunità musulmana ha deciso all’unanimità che, in questa materia, non vi è alcuno spazio per alcuna taʾwīl, interpretazione arbitraria o interpretazione remota. Pertanto, una persona del genere non può essere definita altrimenti che negatrice dell’ijmāʿ». –(Al-Iqtiṣād fī al-Iʿtiqād, al-Maṭbaʿa al-Adabiyya, Egitto, p. 114).

Sesto: Muḥyī al-Sunna al-Baghawī (morto nel 510 H.) scrisse nella sua opera esegetica Maʿālim al-Tanzīl: «Attraverso il Rasūlullāh (pbsl), Allah l’Altissimo ha concluso la successione della profezia. Egli è dunque l’ultimo profeta… Ibn ʿAbbās disse: Allah l’Altissimo ha stabilito definitivamente in questo versetto che dopo Muḥammad (pbsl) non vi sarà più alcun profeta». –(vol. 3, p. 158).

Settimo: l’allāma al-Zamakhsharī (467-538 H.) scrisse nel Tafsīr al-Kashshāf: «Se dite: come può il Rasūlullāh (pbsl) essere l’ultimo profeta, dal momento che ʿĪsā (a.s.) scenderà alla fine dei tempi?, io rispondo: il significato del fatto che il Rasūlullāh (pbsl) sia l’ultimo profeta è che dopo di lui nessuno sarà insediato nella carica profetica. ʿĪsā (a.s.) è stato fatto profeta prima del Rasūlullāh (pbsl). Dopo la sua discesa, egli seguirà la sharīʿa del Rasūlullāh (pbsl) e pregherà rivolto verso la sua qibla. In altre parole, apparterrà alla comunità del Rasūlullāh (pbsl)». –(vol. 2, p. 215).

Ottavo: il Qāḍī ʿIyāḍ (morto nel 544 H.) scrisse: «Chiunque rivendichi per sé la profezia, oppure ritenga possibile conseguire la profezia mediante il proprio sforzo e raggiungere il rango di profeta almeno attraverso la purificazione (come ritengono alcuni filosofi e alcuni sufi dalla mente deviata), così come chi non rivendichi la profezia ma sostenga che su di lui discenda la rivelazione: tutte queste persone sono kāfir e smentiscono la profezia del Rasūlullāh (pbsl). Egli infatti ha annunciato di essere l’ultimo profeta e che dopo di lui non sarebbe venuto alcun profeta. Ha inoltre annunciato da parte di Allah di aver posto fine alla profezia e di essere stato inviato a tutta l’umanità. L’intera comunità musulmana concorda sul fatto che qui debba essere adottato il significato esteriore delle parole e che non vi sia alcuna possibilità di attribuire loro un secondo significato. Non vi è dunque alcun dubbio, alla luce del Corano, degli ḥadīth e dell’ijmāʿ, sulla miscredenza dei gruppi sopra menzionati». –(Al-Shifāʾ, vol. 2, pp. 270-271).

Nono: l’allāma al-Shahristānī (morto nel 548 H.) scrisse nella sua celebre opera al-Milal wa al-Niḥal: «E così, riguardo a chi afferma che dopo Muḥammad (pbsl) verrà un profeta [ad eccezione di ʿĪsā (a.s.)], non vi è alcun disaccordo tra due persone sul fatto che sia kāfir». –(vol. 3, p. 249).

Dieci: l’Imam Razi (543-606 dell’Egira) scrive nel suo Tafsir al-Kabir, spiegando il versetto «khatam an-nabiyyin»: Lo scopo dell’espressione «khatam an-nabiyyin» in questa esposizione è il seguente: se dopo un profeta ne viene un altro, qualora il primo abbia lasciato incomplete alcune questioni riguardanti gli ammonimenti e le direttive, il profeta venuto dopo di lui potrà completarle; invece, colui dopo il quale non verrà più alcun profeta sarà particolarmente benevolo verso la propria umma e le offrirà una guida chiara. Il suo esempio è infatti quello di un padre che sa che, dopo la sua morte, il figlio non avrà più alcun tutore né protettore. – (vol. 6, p. 581).

Undici: l’Allama Baydawi (m. 685 dell’Egira) scrive nel suo tafsir Anwar at-Tanzil: Ciò significa che egli è l’ultimo profeta. Egli ha posto fine alla successione dei profeti, oppure è per mezzo suo che è stato apposto il sigillo sulla successione dei profeti. Il fatto che, dopo di lui, Hazrat Isa (la pace sia su di lui) discenderà non reca alcun pregiudizio alla conclusione della profezia, poiché egli discenderà come seguace della religione del Rasulullah (la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui). – (vol. 4, p. 164).

Dodici: l’Allama Hafizuddin Nasafi (m. 810 dell’Egira) scrive nel suo tafsir Madarik at-Tanzil: Il Rasulullah (la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui) è il khatam an-nabiyyin, cioè l’ultimo profeta. Dopo di lui nessun’altra persona sarà nominata profeta. Quanto a Hazrat Isa (la pace sia su di lui), egli fu istituito nella carica profetica prima del Rasulullah (la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui). Quando poi discenderà, sarà seguace della sharia del Rasulullah (la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui), cioè sarà membro della umma del Rasulullah (la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui). – (p. 471).

Tredici: l’Allama Alauddin Baghdadi (m. 725 dell’Egira) scrive nel suo tafsir Khazin:(arabo******)Ciò significa: Allah ha concluso la profezia con il Rasulullah (la pace e le benedizioni di Allah siano su di lui). Pertanto, dopo di lui non vi è alcuna profezia, né dopo di lui vi è alcun compartecipe della sua profezia.(arabo**********)Ciò significa: Allah sa che dopo di lui non vi è alcun profeta. – (pp. 471-472).

Quattordicesimo: l’Allama Ibn Kathir (m. 74 dell’Egira) ha scritto nel suo celebre tafsir: «In seguito, dal versetto in questione risulta chiaramente che dopo il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non vi è alcun profeta. E, poiché dopo di lui non vi è alcun profeta, non si pone nemmeno la questione di un rasul. Infatti, la risalat è una carica particolare, mentre il rango della profezia è di carattere generale: ogni rasul è profeta, ma non ogni profeta è rasul. Chiunque, dopo Rasulullah (pace e benedizioni su di lui), pretenda questo rango sarà un bugiardo, un impostore, un dajjal, uno sviato e uno che svia gli altri. Per quanto possa provocare sconvolgimenti mediante le leggi naturali e creare agli occhi della gente una cortina fumogena mostrando prodigi di magia, la sua pretesa non potrà essere accettata. … Fino al Giorno della Resurrezione, la condizione di ogni persona che pretenderà questo rango sarà la medesima». — (vol. 3, pp. 493-494).

Quindicesimo: l’Allama Jalaluddin Suyuti ha scritto nel suo tafsir intitolato Tafsir al-Jalalayn (m. 911 dell’Egira):(Arabo*************)Ciò significa: «Allah sa che dopo Rasulullah (pace e benedizioni su di lui) non vi è alcun profeta e che, dopo la discesa di Hazrat Isa (pace su di lui), egli agirà secondo la sharia di Rasulullah». — (p. 768).

Sedicesimo: l’Allama Ibn Nujaym (m. 970 dell’Egira) ha scritto nel capitolo Kitabus Siyar, sezione Babur Ridda, del celebre libro di usul al-fiqh al-Ashbah wan-Nazair: «Se qualcuno non considera il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) l’ultimo dei profeti, non è musulmano. Infatti, conoscere queste nozioni e riconoscerle fa parte delle questioni indispensabili della religione». — (p. 179).

Diciassettesimo: lo Shaykh Ismail Haqqi (morto nel 1137 dell’Egira), a proposito dell’interpretazione del versetto menzionato, ha scritto nel Tafsir Ruh al-Bayan: «Asim — il celebre imam della scienza del tajwid — ha letto la parola “khatam” con la fatha sulla “ta”. Il suo significato è uno strumento per apporre il sigillo, con il quale si imprime un sigillo».

In altre parole, il Messaggero di Allah è venuto dopo tutti i profeti e per mezzo suo è stato apposto il sigillo sulla successione dei profeti. In persiano ciò viene chiamato «Mohr-e Paygambarān». In altre parole, per mezzo suo la porta della profezia è stata sigillata e chiusa, e la successione dei profeti è stata conclusa. Gli altri recitatori hanno letto «Khātimun nabiyyīn», ponendo la kasra sotto la «ta». Il significato è che egli era colui che appone il sigillo; in altri termini, colui che appone il sigillo sui profeti. In questo modo, anche questa parola è diventata sinonimo di «khātam». Pertanto, dopo il Messaggero di Allah, gli ulema della sua comunità riceveranno per eredità soltanto la sua rappresentanza. Con la sua morte si è conclusa anche l’eredità della profezia, e la discesa di Gesù dopo di lui non renderà difettosa la sua profezia. Infatti, il significato di «Khātimun nabiyyīn» è che dopo di lui nessuno sarà nominato profeta, mentre Gesù era stato nominato profeta prima di lui. Di conseguenza, egli sarà annoverato tra i seguaci del Messaggero di Allah, pregherà rivolto verso la qibla del Messaggero di Allah e farà parte della sua comunità. A Gesù non verrà allora rivelata alcuna wahy e non emanerà alcuna nuova disposizione religiosa. Al contrario, sarà il rappresentante del Messaggero di Allah. …..La posizione unanime degli Ahl al-Sunna wa-l-Jamāʿa è che dopo il nostro Profeta non vi è alcun profeta. Infatti Allah ha detto:(arabo********************)In altre parole, Muhammad è il Messaggero di Allah e l’ultimo profeta. E il Messaggero di Allah ha detto: (arabo*****) «Dopo di me non vi sarà alcun profeta». Pertanto, chiunque oggi affermi che dopo Muhammad vi è un profeta sarà dichiarato miscredente. Infatti egli negherà la chiara dichiarazione del Corano e degli hadith. Dopo che le prove razionali evidenti sono state fornite, la verità si è separata dalla falsità. E la pretesa di chiunque affermi la profezia di Muhammad sarà dichiarata falsa. – (vol. 22, p. 188).

Diciannove: Fatāwā-yi ʿĀlamgīrī: per ordine dell’imperatore dell’Hindustan, ʿĀlamgīr, nel dodicesimo secolo dell’Egira, gli illustri ulema del subcontinente redassero collettivamente quest’opera. In essa si afferma: se qualcuno ritiene che Muhammad non sia l’ultimo profeta, non è musulmano. E se pretende di essere il Messaggero di Allah o un profeta, sarà dichiarato miscredente. – (vol. 2, p. 263).

Venti: l’Allāma al-Shawkānī ha scritto nel suo tafsīr Fatḥ al-Qadīr: l’intera comunità musulmana ha letto la parola «Khātim» ponendo la kasra sotto la «ta». Soltanto ʿĀṣim l’ha letta con la fatḥa. Il significato della prima lettura è che il Messaggero di Allah ha concluso la successione di tutti i profeti, cioè è venuto per ultimo. Il significato della seconda è che egli ha svolto il ruolo di sigillo per tutti i profeti; vale a dire che per mezzo suo la successione dei profeti è stata chiusa con un sigillo. In tal modo, il loro gruppo ha raggiunto la perfezione. – (vol. 4, p. 275).

Ventuno: l’Allāma al-Ālūsī ha scritto nel tafsīr Rūḥ al-Maʿānī: la parola «nabī» ha un significato più generale di «rasūl». Pertanto, il fatto che il Messaggero sia il Khātim al-nabiyyīn significa che è anche il Khātim al-mursalīn. L’espressione «egli è l’ultimo profeta e l’ultimo messaggero» significa che, dopo che in questo mondo l’umanità e i jinn furono insigniti della qualità della sua profezia, tale qualità è scomparsa per sempre da loro. – (vol. 22, p. 32). Chiunque, dopo il Messaggero di Allah, pretenda di ricevere la rivelazione della profezia sarà considerato miscredente. Su questo punto non vi è spazio per divergenze tra i musulmani. – (vol. 22, p. 38). Il Corano ha dichiarato con parole inequivocabili che il Messaggero di Allah è l’ultimo profeta. Il Corano ha dichiarato con parole inequivocabili che il Messaggero di Allah è l’ultimo profeta. La sunna del Messaggero di Allah lo ha spiegato chiaramente e l’intera comunità musulmana ha agito di conseguenza. Pertanto, chiunque sostenga una tesi contraria sarà considerato miscredente. – (vol. 22, p. 39).

Ho qui citato le spiegazioni e le opinioni dei più eminenti ulema, giuristi, esegeti e tradizionisti del mondo musulmano, dall’Hindustan al Marocco e all’Andalusia, e dalla Turchia allo Yemen. Insieme ai loro nomi ho indicato anche le date di nascita e di morte. Già a prima vista chiunque potrà comprendere che tra loro figurano i più grandi ulema della storia dell’Islam, dal primo al tredicesimo secolo dell’Egira. Avrei potuto citare anche le opinioni degli ulema del quattordicesimo secolo dell’Egira. Ma ho deliberatamente evitato di riportarle. Infatti qualcuno, replicando alle loro opinioni e spiegazioni, avrebbe potuto dire che essi, spinti dall’ostilità verso il pretendente alla profezia di quest’epoca, hanno esposto in questo modo il significato della cessazione della profezia. Perciò ho citato le opinioni degli ulema delle epoche precedenti. È superfluo dire che non si pone affatto la questione di un loro contrasto con qualcuno dell’epoca attuale. Da queste opinioni è stato dimostrato definitivamente che, dal primo secolo dell’Egira fino a oggi, l’intero mondo musulmano ha inteso concordemente l’espressione Khātam al-nabiyyīn nel senso di «ultimo profeta». I musulmani di ogni epoca hanno professato la stessa dottrina: dopo il Messaggero di Allah, la porta della profezia è stata chiusa per sempre. Tra i musulmani non vi è mai stata alcuna divergenza neppure su questo punto: chiunque, dopo il profeta Muhammad, pretenda di essere messaggero o profeta, e chiunque accetti la sua pretesa, diventeranno miscredenti.

Alla luce di questa discussione, ogni persona dotata di discernimento può arrivare alla conclusione seguente: di fronte al significato della parola Khātam al-nabiyyīn attestato dai dizionari arabi, al significato che emerge dal contesto coranico, alla spiegazione fornita dal Messaggero di Allah, al consenso espresso dai nobili Compagni su tale spiegazione e a ciò che l’intera comunità musulmana ha riconosciuto senza ambiguità dai Compagni fino a oggi, vi è forse spazio o possibilità di adottare un altro significato, aprendo cioè la porta della profezia a un nuovo pretendente? E come si possono riconoscere come musulmane quelle persone che non si sono limitate a nutrire la semplice idea di aprire la porta della profezia, ma hanno fatto entrare da quella porta un individuo che pretendeva la profezia e hanno creduto nella sua profezia?

A questo proposito devono essere considerate altre tre questioni.

Una questione importante

La prima cosa è che la questione della profezia è estremamente delicata. Dal punto di vista del Corano, essa rientra nei fondamenti della fede islamica. La fede o la miscredenza di una persona dipendono dal fatto che la riconosca o la neghi. Se una persona è un profeta e la gente non crede in lui, diventa miscredente. D’altra parte, se la gente riconosce come profeta una persona che non lo è, anch’essa diventa miscredente. In una situazione così delicata, non si può assolutamente concepire alcuna negligenza da parte di Allah. Se dopo il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fosse dovuto venire un altro profeta, Allah stesso lo avrebbe dichiarato nel Corano con parole chiare e inequivocabili, lo avrebbe proclamato pubblicamente per mezzo del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), e il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non avrebbe mai lasciato questo mondo prima di aver informato pienamente tutta la comunità del fatto che dopo di lui sarebbero venuti altri profeti e che noi avremmo dovuto riconoscerli. Quale ostilità avevano Allah e il Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) verso la nostra religione e la nostra fede, al punto che, dopo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), la porta della profezia sarebbe rimasta aperta e da essa sarebbe entrato un profeta al quale, se non avessimo creduto, non avremmo potuto restare musulmani—eppure non solo siamo stati tenuti all’oscuro di ciò, ma, al contrario, Allah e il Suo Messaggero hanno detto concordemente parole tali che per milletrecento anni l’intera comunità ha ritenuto, e ritiene ancora oggi, che dopo il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non verrà più alcun profeta?

Per amor di discussione, supponiamo che la porta della profezia sia aperta e che sia già venuto un profeta. In tal caso lo negheremmo senza esitazione. L’unico timore potrebbe essere quello di essere interrogati davanti ad Allah. Ma se, nel Giorno del Giudizio, Egli ci chiedesse conto di ciò, presenteremmo direttamente davanti al Suo tribunale i documenti sopra citati. Da ciò risulterebbe (Allah ce ne scampi!) che proprio il Libro di Allah e la Sunna del Suo Messaggero ci avevano gettati in questa miscredenza. Possiamo affermare senza timore che, dopo aver esaminato questi documenti, Allah l’Altissimo non ci punirà per non aver creduto in un nuovo profeta. Ma se la porta della profezia fosse davvero chiusa e non vi fosse alcuna possibilità che venisse un altro profeta, e nonostante ciò una persona credesse in qualcuno che rivendica la profezia, allora dovrebbe chiedersi se, per salvarsi dalla colpa di questa miscredenza, potrebbe presentare davanti al tribunale di Allah documenti tali da poter sperare di essere assolta. Prima di comparire in tribunale, dovrebbe analizzare qui stesso le prove e gli argomenti raccolti per la propria responsabilità. E, mettendo a confronto le sue prove con quelle che abbiamo presentato, dovrebbe giudicare se, facendo affidamento sulla difesa in base alla quale agisce, una persona intelligente possa correre il rischio di subire la punizione della miscredenza.

Qual è, dunque, la necessità di un nuovo profeta?

Il secondo punto importante è che nessuno può sviluppare in sé la qualità della profezia progredendo nell’adorazione e nelle opere buone. La profezia non è una ricompensa che viene concessa a una persona in cambio di un grande servizio. È piuttosto una dignità che Allah l’Altissimo concede a una persona particolare quando sorge una necessità speciale. Quando giunge il momento di tale necessità, Allah eleva una persona a questa dignità; quando invece tale necessità non esiste o viene meno, Allah non continua inutilmente a inviare profeti uno dopo l’altro. Se si cerca di apprendere dal Sacro Corano in quali circostanze sorga la necessità di inviare un profeta, si scopre che i profeti sono stati inviati soltanto in quattro tipi di situazioni:

Primo: sorge la necessità di inviare un profeta a un determinato popolo perché in precedenza non è mai giunto alcun profeta presso di esso e il messaggio del profeta inviato agli altri popoli non lo ha neppure raggiunto.

Secondo: sorge la necessità di inviare un profeta perché gli uomini hanno dimenticato l’insegnamento del profeta precedente oppure lo hanno alterato, rendendo impossibile seguire la via indicata da quel profeta.

Terzo: l’istruzione del popolo non ha raggiunto la perfezione per mezzo del profeta precedente e, per completare la religione, si è resa necessaria un’ulteriore profezia.

Quarto: si è resa necessaria la presenza di un altro profeta per assistere e sostenere un profeta.

È superfluo dire che, dopo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), nessuna delle ragioni sopra menzionate è più presente.

Il Corano stesso afferma che il Messaggero di Allah è stato inviato come guida per tutto il mondo. La storia culturale del mondo dimostra che, dopo il conferimento della sua missione profetica, si è instaurata una situazione tale da permettere che il suo invito raggiungesse tutte le nazioni del mondo. Dopo di ciò, non vi è più alcuna necessità di inviare profeti distinti a ciascun popolo.

Il Corano afferma inoltre, e tutte le narrazioni degli hadith e della sira ne danno testimonianza, che gli insegnamenti del Messaggero di Allah sono stati preservati nella loro completa correttezza e purezza. Non vi è stata alcuna alterazione o modifica. Dalla rivelazione del Corano da lui portato fino a oggi, non ne è stata cambiata neppure una parola; né ciò potrà accadere fino al Giorno della Risurrezione. Anche le direttive da lui impartite attraverso le sue parole e le sue azioni ci sono giunte in modo tale che è come se vivessimo nella sua stessa epoca. Pertanto, anche la seconda necessità è venuta meno.

Il Nobile Corano afferma inoltre con parole chiare che, per mezzo del Messaggero di Allah, la religione di Allah è stata portata a compimento. Pertanto, non vi è più alcuna necessità di un profeta nemmeno per il completamento della religione.

Rimane ora la quarta necessità. A questo proposito sostengo che, se fosse stato necessario un profeta per tale motivo, egli sarebbe stato inviato insieme al Messaggero di Allah nella sua stessa epoca. Ma tutti sanno che nessun profeta di questo genere fu inviato durante l’epoca del Messaggero di Allah. Anche questa ragione, dunque, è venuta meno.

Ora vogliamo sapere quale sia la quinta ragione per cui dovrebbe venire un nuovo profeta dopo il Messaggero di Allah. Se qualcuno dicesse che l’intera umma si è smarrita e che, per riformarla, è necessario un altro nuovo profeta, gli chiederemmo: è mai venuto nel mondo, fino a oggi, un profeta con il solo scopo della riforma, perché oggi debba venire un profeta soltanto per questo? La ragione per cui viene inviato un profeta è che gli viene fatta scendere la rivelazione. E la rivelazione è necessaria per portare un nuovo messaggio oppure per proteggere il messaggio precedente dalle distorsioni. Dopo che il Corano di Allah e la Sunna del Messaggero di Allah sono stati preservati, la religione ha raggiunto la sua completezza e ogni possibile necessità della rivelazione è venuta meno; per la riforma rimane necessaria soltanto un riformatore, non un profeta.

Una nuova profezia non è portatrice di misericordia per l’umma attuale

La terza considerazione importante è che, non appena compare un profeta presso una nazione, sorge tra i suoi membri la questione della fede e della miscredenza. Coloro che riconosceranno quel profeta apparterranno a un’unica umma. Quelli che lo rinnegheranno, invece, entreranno necessariamente a far parte di un’altra umma distinta. Il dissenso tra queste due umma non sarà considerato una divergenza parziale o secondaria. Al contrario, scenderà al livello di una divergenza fondamentale riguardo alla fede in un profeta, con la conseguenza che un gruppo non potrà mai unirsi all’altro finché non avrà abbandonato le proprie dottrine e convinzioni. Inoltre, in pratica, le fonti della guida e della legge saranno diverse per entrambi. Un gruppo elaborerà le proprie leggi a partire dalla rivelazione e dalla Sunna del proprio profeta, mentre il secondo rifiuterà direttamente di riconoscere entrambe come fonti della propria legge. Pertanto, non sarà mai possibile che i due gruppi costituiscano insieme un’unica società.

Dopo aver esaminato queste luminose verità, chiunque potrà comprendere chiaramente che il «sigillo della profezia» è una grande misericordia di Allah l’Altissimo per la comunità musulmana. Grazie a ciò, l’intera comunità musulmana ha potuto entrare a far parte di una fratellanza eterna e universale. Questa realtà ha protetto i musulmani da divergenze fondamentali tali da poter seminare tra loro i germi di una separazione perpetua. Pertanto, chi riconosce il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come guida e condottiero e non desidera rivolgersi ad alcuna fonte di guida diversa dal suo insegnamento, appartiene a questa fratellanza e può entrarvi in qualsiasi momento. Se la porta della profezia non fosse stata chiusa, la comunità musulmana non avrebbe mai trovato questa unità, perché dopo l’avvento di ogni profeta tale unità sarebbe stata frantumata.

Anche la coscienza e la ragione umane confermano che, dopo aver istituito una religione universale e perfetta e averla preservata da ogni alterazione e modifica, la porta della profezia avrebbe dovuto essere chiusa. In tal modo, seguendo collettivamente quest’ultimo Profeta, i musulmani di tutto il mondo potranno rimanere per sempre membri della stessa comunità, senza che l’avvento non necessario di nuovi profeti possa provocare ripetute divisioni all’interno della comunità. Che si tratti di un profeta «zillī» o «burūzī» — il profeta che segue un profeta precedente è chiamato profeta «zillī», mentre quello che non ne segue uno precedente è chiamato profeta «burūzī» —, di un profeta della comunità oppure dotato di una nuova legge sacra e di un nuovo Libro, chiunque sia profeta e venga inviato da Allah, il risultato inevitabile del suo avvento sarà che coloro che lo accetteranno costituiranno una comunità, mentre coloro che non lo accetteranno saranno considerati miscredenti. Quando sorge una reale necessità dell’invio di un profeta — e soltanto allora — questa divisione è inevitabile; ma quando non vi è alcuna necessità del suo avvento, non si può in alcun modo sperare, in considerazione della saggezza e della misericordia di Allah, che Egli coinvolga i Suoi servi nel conflitto tra fede e miscredenza e non conceda loro l’opportunità di appartenere collettivamente a un’unica comunità. Pertanto, ciò che è dimostrato dal Corano, dalla Sunnah e dall’ijmāʿ è riconosciuto come corretto anche dalla ragione umana; e la conclusione è che, nell’epoca presente, la porta della profezia dovrebbe rimanere chiusa.

 

Il significato del «Messia promesso» alla luce degli hadith

Coloro che invitano verso una nuova profezia dicono generalmente ai musulmani ignoranti che negli hadith è annunciato l’avvento del «Messia promesso» e che il «Messia» era un profeta. Pertanto, il suo avvento non influisce in alcun modo sul sigillo della profezia. Al contrario, sono vere sia il sigillo della profezia sia la venuta del Messia promesso.

A questo proposito aggiungono che ʿĪsā ibn Maryam (pace su di lui) non è il «Messia promesso». Egli sarebbe morto. Colui del cui avvento è stata data notizia negli hadith sarebbe il «simile al Messia», cioè un Messia simile a ʿĪsā (pace su di lui). E sarebbe quel tale individuo comparso recentemente. Accettarlo non sarebbe contrario alla fede nel sigillo della profezia.

Per squarciare il velo di questo inganno, qui trascriviamo, con le relative fonti, gli hadith autorevoli menzionati in merito nei libri affidabili degli hadith. Esaminando questi hadith, ogni persona potrà comprendere da sé che cosa disse il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e come oggi lo si rappresenti. — [È opportuno ricordare che la questione della venuta o non venuta del Messia promesso non ha alcun rapporto con il Corano. Essa si fonda interamente sugli hadith. Pertanto, se deve venire un Messia, deve essere proprio quello la cui venuta è menzionata negli hadith autentici e affidabili. E se non si accettano gli hadith riguardanti il Messia, la questione stessa della sua venuta non si pone. Il fondamento di questa dottrina resterà dunque negli hadith, ma cercare inutilmente ogni sorta di difetto negli hadith autentici e affidabili che annunciano la venuta del Messia non è altro che una farsa. — (L’autore).]

Hadith riguardanti la discesa di ʿĪsā (pace su di lui)

(Arabo******************************************a pagina 196 del PDF)

«Hazrat Abu Hurayra (ra) riferisce che il Messaggero di Allah (s) disse: Per Colui nella cui mano è la mia anima, certamente tra voi discenderà il figlio di Maryam come sovrano giusto. Poi spezzerà la croce, distruggerà i maiali—[Spezzare la croce e distruggere i maiali significa che il cristianesimo scomparirà come religione distinta. L’intera struttura del cristianesimo si fonda sulla dottrina secondo cui Allah avrebbe fatto crocifiggere il Suo unico Figlio [cioè Hazrat Isa (a)], infliggendogli una morte maledetta, e che con ciò sarebbero stati espiati i peccati di tutti gli uomini. La differenza tra i cristiani e le comunità degli altri profeti consiste nel fatto che essi hanno accettato soltanto questa dottrina e hanno rifiutato l’intera Legge divina. Hanno persino dichiarato lecito il maiale, che era proibito nelle leggi di tutti i profeti. Pertanto, quando Hazrat Isa (a) verrà personalmente e dirà: “Io non sono il Figlio di Allah, non sono stato crocifisso e non sono l’espiazione per i peccati di nessuno”, allora le fondamenta stesse della fede cristiana saranno completamente sradicate. Analogamente, quando dirà: “Non ho reso lecito il maiale ai miei seguaci e non li ho liberati dai precetti della Legge”, sarà eliminata la seconda caratteristica del cristianesimo.] e porrà fine alla guerra (in alcune versioni, al posto di “guerra” compare la parola “jizya”, cioè: porrà fine alla jizya).—[In altre parole, allora le differenze religiose verranno meno e gli uomini entreranno tutti nell’unica religione dell’Islam. Di conseguenza non ci sarà più bisogno della guerra e non verrà riscossa la jizya da nessuno.—(L’autore).] Allora la ricchezza aumenterà a tal punto che non si troverà più nessuno disposto ad accettarla e (la situazione giungerà a un punto tale che l’uomo) considererà una sola prosternazione compiuta per Allah più preziosa del mondo e di tutto ciò che esso contiene.»

In un altro hadith, la trasmissione di Hazrat Abu Hurayra (ra) è la seguente:

(Arabo******************************pagina 197 del PDF)

Vale a dire: «L’Ora non sorgerà finché Hazrat Isa ibn Maryam (a) non sarà disceso». …Quanto viene detto in seguito è del tutto conforme all’hadith sopra citato.—(Bukhari, Kitab al-Mazalim, Bab Kasr al-Salib; Ibn Majah, Kitab al-Fitan, Bab Fitnat al-Dajjal).

(Arabo******************************pagina 197 del PDF)

«È narrato da Hazrat Abu Hurayra (ra) che il Messaggero di Allah (s) disse: Quale sarà la vostra condizione quando il figlio di Maryam scenderà tra voi e, in quel tempo, il vostro imam sarà scelto tra voi?»—[Ciò significa che Hazrat Isa (a) non guiderà la preghiera. Pregherà dietro l’imam dei musulmani già designato.—(L’autore).]

(Arabo******************************pagina 197 del PDF)

«È narrato da Hazrat Abu Hurayra (ra) che il Messaggero di Allah (s) disse: Isa ibn Maryam scenderà. Distruggerà i maiali e cancellerà la croce. Per lui verranno riunite più preghiere in un unico momento. Distribuirà una tale quantità di ricchezze che alla fine non si troverà nessuno disposto a riceverle. Abolirà il kharaj. Dimorando in un luogo chiamato Rawha—[Rawha è il nome di una località situata a 25 miglia da Medina]—da lì compirà l’hajj o l’umrah, oppure entrambi».—[Si noti che colui che nell’epoca attuale è stato considerato il “simile al Messia”, o l’equivalente del Messia, non ha mai compiuto in vita né l’hajj né l’umrah.—(L’autore)]

[Il narratore rimase nel dubbio su quale delle due cose avesse detto il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).]

(Arabo*******************************************PDF, pagina 198)

“Abu Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui) ha narrato: [dopo aver descritto l’apparizione del Dajjal, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse:] Nel frattempo, i musulmani continueranno a prepararsi a combatterlo, si schiereranno in ranghi e terminerà l’iqama per la preghiera. In quel momento Isa ibn Maryam (pace su di lui) scenderà e guiderà i musulmani nella preghiera. Non appena il nemico di Allah, il Dajjal, lo vedrà, comincerà a sciogliersi come il sale si scioglie nell’acqua. Anche se Isa (pace su di lui) lo lasciasse in quello stato, egli si dissolverebbe fino a morire. Ma Allah Onnipotente farà sì che venga ucciso per mano di Isa (pace su di lui). Egli mostrerà ai musulmani la lama della propria lancia intrisa del sangue del Dajjal”.

(Arabo*******************************************PDF, pagina 198)

“È narrato da Abu Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui) che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: Tra me e lui [cioè Isa (pace su di lui)] non vi sarà alcun altro profeta, ed egli scenderà. Non appena lo vedrete, lo riconoscerete. Sarà di statura media, con una carnagione di colore misto rosso e bianco. Indosserà due vesti gialle, che tuttavia non saranno affatto bagnate. Combatterà la gente per l’Islam. Spezzerà la croce in pezzi. Distruggerà i maiali. Abolirà la jizya. Durante la sua epoca, Allah porrà fine a tutte le comunità religiose del mondo, eccetto l’Islam. Egli (il Messia) ucciderà il Dajjal e rimarrà sulla terra per quarant’anni. Poi morirà e i musulmani eseguiranno la preghiera funebre per lui”.

(Arabo*******************************************PDF, pagina 198)

“Jabir ibn Abdullah (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: Ho udito il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) dire: Poi Isa ibn Maryam scenderà. Il comandante dei musulmani gli dirà: «Vieni a guidare la preghiera». Ma egli risponderà: «No, siate voi stessi comandanti gli uni degli altri» — [cioè, il vostro comandante dovrebbe essere scelto tra voi]. Egli dirà questo in considerazione dell’onore che Allah Onnipotente ha conferito a questa comunità”.

(Arabo*******************************************PDF, pagina 199)

«Hazrat Jābir ibn ʿAbdullāh (che Allah sia soddisfatto di lui) ha riferito, a proposito di Ibn Sayyād: quindi ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb disse: “O Messaggero di Allah, permettimi di ucciderlo”. Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: “Se costui è quella persona, cioè il Dajjāl, non sarete voi a ucciderlo; lo ucciderà invece Gesù ibn Maryam (su di lui la pace). Se invece non è quella persona, non avete alcun diritto di uccidere qualcuno tra i protetti”».

(Arabo*******************************************alla pagina 199 del PDF)

«Hazrat Jābir ibn ʿAbdullāh (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: a proposito del Dajjāl, il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: “Quel Gesù ibn Maryam (su di lui la pace) arriverà improvvisamente tra i musulmani. La gente si alzerà per la preghiera. Gli sarà detto: ‘O Spirito di Allah, fatti avanti’. Ma egli dirà: ‘No, il vostro imam deve precedervi’. Sarà lui a guidare la preghiera. Dopo la preghiera dell’alba, i musulmani usciranno per affrontare il Dajjāl”. Il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: “Quando quel bugiardo vedrà Hazrat Gesù (su di lui la pace), comincerà a sciogliersi come il sale si scioglie nell’acqua. Poi egli avanzerà verso il Dajjāl e lo ucciderà. Allora accadrà che gli alberi e le pietre grideranno: ‘O Spirito di Allah! Quel giudeo si nasconde dietro di me’. Nessuno dei seguaci del Dajjāl resterà in vita senza che Hazrat Gesù (su di lui la pace) lo uccida”».

(Arabo*******************************************alla pagina 200 del PDF)

«Hazrat Nawwās ibn Samʿān al-Kalbī (che Allah sia soddisfatto di lui), citando le parole del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) a proposito del Dajjāl, disse: “Durante tutte queste attività del Dajjāl, Allah invierà il Messia, ibn Maryam (su di lui la pace). Egli scenderà presso il minareto bianco, nella parte orientale di Damasco, indossando due vesti di colore giallo e appoggiando le mani sulle spalle di due angeli. Quando abbasserà la testa, sembrerà che l’acqua gli goccioli; quando la rialzerà, sembrerà che gocce d’acqua brillino come perle. Ogni miscredente sul cui corpo giungerà il suo respiro, fino al limite della sua vista, morirà. Poi ibn Maryam inseguirà il Dajjāl e lo catturerà presso la porta di Lydda [si può qui ricordare che Lydda (Lydda) si trova a soli pochi chilometri da Tel Aviv, capitale dell’attuale Stato d’Israele, nella Palestina. Gli ebrei vi hanno costruito un grande aeroporto. —L’autore].”»

(Arabo*******************************************alla pagina 200 del PDF)

«È riferito da Hazrat ʿAbdullāh ibn ʿAmr ibn al-ʿĀṣ (che Allah sia soddisfatto di lui): il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) disse: “Il Dajjāl apparirà tra la mia comunità e rimarrà per quaranta —non so se quaranta giorni, quaranta mesi o quarant’anni— [queste sono le parole del Compagno Hazrat ʿAbdullāh ibn ʿAmr (che Allah sia soddisfatto di lui)]. Poi Allah invierà Gesù ibn Maryam (su di lui la pace). Il suo volto sarà come quello di ʿUrwa ibn Masʿūd (uno dei Compagni). Egli inseguirà il Dajjāl e lo ucciderà. Poi, per sette anni, la gente vivrà in una condizione tale che non vi sarà inimicizia nemmeno tra due persone”».

(Arabo*******************************************alla pagina 200 del PDF)

«Hazrat Hudhayfa ibn Usayd al-Ghifari narrò: un giorno il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) venne a onorarci con la sua presenza nella nostra assemblea. Noi eravamo impegnati a discutere tra noi. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) chiese: “Di cosa state discutendo?”. La gente rispose: “Stiamo discutendo dell’Ora”. Egli disse: “Essa non avrà luogo in alcun modo finché non appariranno dieci segni”. Poi menzionò i dieci segni: il fumo, il Dajjāl, la Bestia della terra, il sorgere del sole da occidente, la discesa di Gesù figlio di Maria, Gog e Magog, e tre enormi sprofondamenti del terreno — a oriente, a occidente e nella Penisola Arabica. Infine, un immenso fuoco sorgerà dallo Yemen e spingerà la gente verso la piana della Resurrezione».

(Testo arabo*******************************************PDF, pagina 201)

«È stato narrato da Thawban, il liberto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: “Allah ha salvato dal fuoco dell’Inferno due eserciti della mia comunità. Uno di essi è quello che attaccherà l’Hindustan; il secondo è quello che rimarrà insieme a Gesù figlio di Maria (pace su di lui)”».

(Testo arabo*******************************************PDF, pagina 201)

«Mujammiʿ ibn Jariya al-Ansari disse: “Ho sentito il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) dire: ‘Il figlio di Maria ucciderà il Dajjāl presso la porta di Ludd’”».

(Testo arabo*******************************************PDF, pagina 201)

«Abu Umama al-Bahili narrò, in un lungo hadith riguardante il Dajjāl: quando l’imam dei musulmani si farà avanti per guidare la preghiera dell’alba, proprio in quel momento Gesù figlio di Maria (pace su di lui) scenderà presso di loro. L’imam indietreggerà per far avanzare Gesù (pace su di lui). Ma Gesù (pace su di lui), ponendogli la mano sulla spalla, dirà: “No, guida tu la preghiera, perché essi si sono alzati per te”. Così sarà l’imam a guidare la preghiera. Dopo aver terminato la preghiera, Gesù (pace su di lui) dirà: “Aprite la porta”. Allora la porta verrà aperta. Fuori, il Dajjāl attenderà con settantamila soldati ebrei armati. Non appena il suo sguardo cadrà su Gesù (pace su di lui), inizierà a sciogliersi come il sale si scioglie nell’acqua. Fuggirà. Gesù (pace su di lui) dirà: “Ho per te un colpo dal quale non potrai in alcun modo sfuggire”. Poi lo catturerà nella terra, presso la porta orientale di Ludd, e Allah concederà agli ebrei la sconfitta … e la terra sarà riempita di musulmani come un recipiente si riempie d’acqua. Tutti crederanno nella professione di fede e nel mondo non sarà adorato nessuno all’infuori di Allah».

(Testo arabo*******************************************PDF, pagina 202)

«Uthman ibn Abi al-As disse: Ho sentito il Messaggero di Allah (s.a.s.) dire: … e Isa ibn Maryam (a.s.) scenderà al momento della preghiera dell’alba. Il comandante dei musulmani gli dirà: O Spirito di Allah! Guidaci nella preghiera. Egli risponderà: La gente di questa comunità è essa stessa il proprio comandante. Allora il comandante dei musulmani avanzerà e guiderà la preghiera. Terminata la preghiera, Isa (a.s.) avanzerà con il suo esercito contro il Dajjal. Lo ucciderà con la propria arma, e il suo seguito, sconfitto, volgerà le spalle e fuggirà. Ma non troverà in alcun luogo un posto dove nascondersi. Persino gli alberi grideranno: O credente, qui si nasconde un miscredente. Anche le pietre grideranno: O credente, qui si nasconde un miscredente».

(Arabo***********************************a pagina 203 del PDF)

«Samura ibn Jundub narrò (in un lungo hadith): Il Messaggero di Allah (s.a.s.) disse: Poi, al mattino, Isa ibn Maryam (a.s.) verrà tra i musulmani e Allah l’Altissimo farà sì che il Dajjal e il suo esercito siano sconfitti. Persino il muro e il tronco dell’albero grideranno: O credente, ecco il miscredente che si nasconde dietro di me; vieni e uccidilo».

(Arabo***********************************a pagina 203 del PDF)

«È narrato da Imran ibn Husayn che il Messaggero di Allah (s.a.s.) disse: Nella mia comunità vi sarà sempre un gruppo saldo nella verità, che prevarrà sul gruppo avversario. Infine giungerà il decreto di Allah l’Altissimo e scenderà Isa (a.s.), figlio di Maryam» — (Musnad Ahmad).

(Arabo***********************************a pagina 203 del PDF)

«Hazrat Aisha (r.a.), parlando del Dajjal, disse che il Messaggero di Allah (s.a.s.) disse: Poi Isa (a.s.) scenderà. Ucciderà il Dajjal. In seguito Isa (a.s.) rimarrà nel mondo per quarant’anni come imam e governante giusto».

(Arabo***********************************a pagina 203 del PDF)

“Sufayna, il liberto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), narrò riguardo al Dajjāl che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: Poi Gesù (pace su di lui) discenderà e Allah l’Altissimo lo ucciderà presso il valico di confine chiamato ‘Afīq’—[Afīq oggi è chiamato ‘Fīq’. Afīq è l’ultima città dell’attuale Stato siriano al confine tra Siria e Israele. Di fronte a essa, alcune miglia verso ovest, si trova un lago chiamato Tiberiade. Questo è il luogo d’origine del fiume Giordano. A sud-ovest di esso, tra le montagne e in una zona depressa, vi è una strada. Questa strada scende per circa millecinquecento piedi e giunge al punto in cui il fiume Giordano fuoriesce attraverso Tiberiade. Questa via è chiamata Aqaba di Afīq, cioè il passo montano inferiore di Afīq. —L’Autore].”

(Arabo*******************************************a pagina 203 del PDF)

“Hazrat Hudhayfa ibn al-Yamān, narrando riguardo al Dajjāl, disse che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: Quando i musulmani si saranno preparati per la preghiera, proprio allora Gesù figlio di Maryam (pace su di lui) discenderà davanti ai loro occhi. Egli guiderà i musulmani nella preghiera. Poi, dopo aver pronunciato il saluto finale, dirà alla gente: Allontanatevi da ciò che si trova tra me e questo nemico di Allah… E Allah concederà ai musulmani il dominio sulle forze del Dajjāl. I musulmani continueranno a ucciderli in gran numero. Alla fine perfino gli alberi e le pietre chiameranno: O servo di Allah, o servo del Misericordioso, o musulmano, guarda: qui c’è un ebreo; uccidilo. Così Allah li distruggerà e i musulmani otterranno la vittoria. Abbatteranno le croci, distruggeranno i maiali e aboliranno la jizya.”

(Questo hadith è riportato in forma abbreviata in Muslim, e lo Hafiz Ibn Hajar lo ha considerato autentico nel secondo volume di Fath al-Bari, a pagina 450).

Questi ventuno hadith sono stati riportati, con catene di trasmissione impeccabili e attraverso quattordici Compagni, nei libri affidabili degli hadith. Inoltre, su questo argomento, numerosi altri hadith sono stati riportati in altre raccolte di hadith. Tuttavia, poiché la discussione sarebbe diventata lunga, non li abbiamo citati qui. Abbiamo citato soltanto gli hadith più forti e più affidabili dal punto di vista della narrazione e della catena di trasmissione.

Che cosa si dimostra da questi hadith?

Chiunque legga questi hadith potrà comprendere da sé che qui non si fa alcun riferimento a un Messia promesso, a un ‘simile al Messia’ o a una ‘manifestazione del Messia’. Anzi, oggi nessuna persona nata da un padre e dal grembo di una madre può affermare di essere quel Messia del quale il Profeta universale, Hazrat Muhammad Mustafa (pace e benedizioni di Allah su di lui), aveva profetizzato. Da queste affermazioni inequivocabili degli hadith si apprende che la discesa annunciata è quella di Gesù (pace su di lui), nato duemila anni fa nel grembo di Hazrat Maryam (pace su di lei), senza padre. È del tutto irrilevante discutere se egli sia morto o si trovi da qualche parte in vita. Anche ammettendo, per amore della discussione, che sia morto, si può dire che Allah ha il potere di riportarlo in vita. [Coloro che negano questo potere di Allah di ridare la vita dovrebbero comprendere il significato del versetto 259 della sura al-Baqara. In questo versetto Allah dice: Egli mantenne morto uno dei Suoi servi per cento anni, poi lo riportò in vita. —L’Autore.] Inoltre, Allah può mantenere in vita uno dei Suoi servi per migliaia di anni in un qualsiasi luogo di questo vasto universo creato da Lui, per poi riportarlo in questo mondo in qualunque momento secondo la Sua volontà. Alla luce dell’infinita potenza di Allah, ciò non appare affatto insolito. È evidente che chi riconosce come veritieri gli hadith non può non riconoscere l’esistenza di colui che verrà in futuro. Infatti, la convinzione riguardo alla venuta di colui che verrà non può trovare fondamento altrove se non negli hadith. Ma questa strana situazione si osserva soltanto qui: l’idea e la fede nella venuta di colui che verrà vengono accettate sulla base degli hadith, mentre, quando quegli stessi hadith affermano chiaramente che il suddetto venuto non è un ‘simile al Messia’ (una persona simile al Messia), bensì sarà proprio Gesù figlio di Maryam (pace su di lui), ciò viene nuovamente negato.

La seconda affermazione che emerge da questi hadith in modo chiaro e inequivocabile è che Hazrat Gesù figlio di Maryam (pace su di lui) non discenderà una seconda volta come profeta. Non gli sarà rivelata alcuna rivelazione. Non porterà alcun nuovo messaggio o precetto da parte di Allah. Non apporterà alcuna aggiunta né alcuna riduzione alla Legge di Muhammad. Non sarà inviato nel mondo neppure per ravvivare la religione dell’Islam. Non inviterà la gente ad avere fede in lui e non formerà una comunità distinta con coloro che crederanno in lui. [Gli studiosi musulmani hanno esposto la questione con estrema chiarezza. Allama Taftazani (722–792 dell’Egira) ha scritto nella sua opera Sharh ‘Aqa’id al-Nasafi:(Arabo****************************************************************************

È una verità dimostrata che Muhammad (s.a.s.) è l’ultimo dei profeti. Se si obietta che negli hadith è stata annunciata la venuta di Gesù (a.s.) dopo di lui, risponderemo: sì, è vero quanto è stato annunciato riguardo alla venuta di Gesù (a.s.). Tuttavia egli sarà seguace di Muhammad (s.a.s.), poiché la sua legge religiosa è stata abrogata. Pertanto non gli sarà rivelata alcuna wahy e non stabilirà alcuna nuova norma; al contrario, agirà in qualità di rappresentante del Messaggero di Allah, Muhammad (s.a.s.)».

E proprio questo ha affermato l’Allama alusi nel Tafsir Ruh al-Ma‘ani:

(Arabo*******************************************)

«Quando dunque Gesù (a.s.) discenderà, rimarrà nella sua dignità profetica e non sarà rimosso dal suo precedente stato di profeta. Tuttavia non seguirà la sua precedente legge religiosa, poiché essa è stata abrogata per lui e per tutti gli altri uomini. D’ora in poi seguirà questa legge religiosa — la legge di Muhammad — in tutte le questioni fondamentali e secondarie. Pertanto, così come non riceverà più alcuna rivelazione, non avrà neppure il diritto di emanare alcuna norma. Al contrario, agirà tra questa ummah come rappresentante (na’ib) del Messaggero (s.a.s.) e come uno dei governanti della comunità di Muhammad. (Tomo 22, p. 32). L’Imam al-Razi (r.a.) ha reso questo concetto ancora più chiaro con le seguenti parole:Arabo**********************)

«L’epoca dei profeti si è conclusa con Muhammad (s.a.s.). Dopo la venuta di Muhammad (s.a.s.), la venuta dei profeti è terminata. Pertanto non è affatto irragionevole dire che, dopo la discesa di Gesù (a.s.) ai nostri giorni, egli sarà seguace di Muhammad (s.a.s.)».] Egli sarà inviato nel mondo con un’unica responsabilità distinta: distruggere dalle fondamenta la fitnah del Dajjal. Per questo discenderà in modo tale che tra i musulmani non rimarrà alcuno spazio per dubitare della sua discesa. I musulmani tra i quali egli discenderà comprenderanno senza alcun dubbio che è proprio lui il Gesù figlio di Maria (a.s.) sul quale il Messaggero di Allah (s.a.s.) aveva profetizzato, e che è disceso nel momento stabilito, secondo le parole del Messaggero di Allah (s.a.s.). Egli verrà e si unirà alla comunità dei musulmani. Pregherà dietro l’Imam dei musulmani di quel tempo. — [Sebbene in alcuni hadith (n. 5 e 21) si dica che, dopo la discesa di Gesù (a.s.), egli guiderà personalmente la prima preghiera, dalla maggior parte degli hadith, e in particolare da alcuni hadith autorevoli (n. 3, 7, 9, 15 e 16), risulta che egli rifiuterà di guidare la preghiera e farà avanzare l’Imam e il capo dei musulmani di quel tempo. Muhaddith e mufassir hanno unanimemente accolto questa opinione.] Farà avanzare colui che allora guiderà i musulmani, affinché nessuno possa nutrire il dubbio che egli sia tornato per svolgere nuovamente il compito profetico con la dignità della sua precedente profezia. Si può affermare con certezza che, in presenza di un profeta di Allah, nessun’altra persona può essere Imam o guida di una comunità. Pertanto, il suo ingresso nella comunità dei musulmani come semplice individuo proclamerà spontaneamente che egli non è venuto in qualità di profeta. Di conseguenza, non si pone in alcun modo la questione che la sua venuta apra la porta della profezia.

La sua venuta è certamente paragonabile a quella di un ex capo di Stato durante il governo di un capo di Stato in carica. In tale situazione, l’ex capo di Stato può venire e assumere un incarico statale sotto l’autorità dell’attuale capo di Stato. Anche una persona dotata di buon senso può facilmente comprendere che il semplice arrivo di un ex capo di Stato durante il mandato di un altro capo di Stato non viola la legge. Tuttavia, la legge verrebbe certamente violata in due casi. Primo: se l’ex capo di Stato, dopo il suo arrivo, cercasse di assumere nuovamente il compito di capo di Stato. Secondo: se qualcuno negasse anche l’operato svolto dall’ex capo di Stato. Ciò equivarrebbe a contestare la validità delle azioni compiute durante il suo mandato. Se non si verifica una di queste due situazioni, il semplice arrivo dell’ex capo di Stato non apporta alcun cambiamento all’ordinamento giuridico. Lo stesso vale per la seconda venuta di Gesù (a.s.). Se, con il suo semplice arrivo, egli continuasse a svolgere il compito del khatm al-nubuwwah, oppure se qualcuno negasse anche la dignità della sua precedente profezia, allora in tal caso l’ordine stabilito da Allah riguardo alla profezia crollerebbe. La narrazione degli hadith ha chiuso completamente entrambe queste strade. Da un lato, gli hadith dichiarano con assoluta chiarezza che dopo il profeta Muhammad (s.a.s.) non vi sarà alcun profeta; dall’altro, informano che Gesù (a.s.) discenderà nuovamente. Da ciò si comprende chiaramente che questa sua seconda venuta non avrà lo scopo di svolgere il compito della profezia.

Analogamente, con la sua venuta non sorgerà nuovamente tra i musulmani la questione della miscredenza e della fede. Ancora oggi, chiunque non creda nella sua precedente profezia diventerà miscredente. Anche il profeta Muhammad (ṣa) diventerebbe miscredente se non credesse nella sua profezia. Il profeta Muhammad (ṣa) stesso credeva in quella sua profezia. L’intera umma del profeta Muhammad (ṣa) crede in lui fin dall’inizio. I musulmani non crederanno in una nuova profezia. Al contrario, quel giorno, proprio come oggi, crederanno nella precedente profezia di ʿĪsā ibn Maryam (ʿa). Questa situazione, così come oggi non è contraria al sigillo della profezia, non lo sarà neppure allora. L’ultima cosa che si apprende da questi hadith e da numerosi altri hadith è che il Dajjāl, per eliminare la fitna mondiale del quale Ḥaḍrat ʿĪsā (ʿa) sarà inviato, sarà di origine ebraica. Egli si presenterà come il «Messia». Chiunque non conosca la storia degli ebrei e il loro pensiero e le loro convinzioni religiose non sarà in grado di comprendere il significato di questa questione. Dopo la morte di Ḥaḍrat Sulaymān (ʿa), quando i Banū Isrāʾīl furono colpiti dal decadimento sociale e religioso e dal declino politico, e in seguito questo declino si protrasse, finché alla fine i sovrani di Babilonia e dell’Assiria li sottomisero, li cacciarono dal loro paese e li dispersero in varie regioni del mondo, i profeti dei Banū Isrāʾīl continuarono ad annunciare loro che sarebbe venuto da parte di Allah un Messia, il quale li avrebbe liberati da questa estrema umiliazione. Sulla base di queste profezie, gli ebrei attendevano la venuta di un Messia. Egli sarebbe stato un re. Avrebbe conquistato i paesi con la guerra, avrebbe riunito in Palestina i Banū Isrāʾīl provenienti da vari paesi e avrebbe fondato per loro uno Stato potente. Ma, contraddicendo queste loro speranze e aspirazioni, quando Ḥaḍrat ʿĪsā ibn Maryam (ʿa) si presentò come «Messia» da parte di Allah, essi rifiutarono di riconoscerlo e tentarono di ucciderlo. Da allora fino a oggi il mondo ebraico conta i giorni in attesa di quel Messia promesso, del quale era stato loro annunciato l’avvento. Attingendo il gusto immaginario del modello delineato nei loro testi letterari, la nazione ebraica vive da centinaia di anni. Siede piena di speranza, convinta che questo Messia promesso sarà un potente capo militare e politico. Egli riporterà sotto il dominio ebraico l’intera regione dal Nilo all’Eufrate — la regione che gli ebrei considerano loro eredità — e riunirà gli ebrei provenienti da tutto il mondo. Osservando la situazione attuale del Medio Oriente e analizzando gli eventi alla luce delle profezie del Rasūlullāh (ṣa), si vedrà che, come disse il Grande Profeta (ṣa), il palcoscenico è ormai completamente pronto per la venuta del principale Dajjāl, colui che svolgerà il ruolo del Messia promesso agli ebrei. La sottrazione ai musulmani di una vasta area della Palestina

(Nella pagina 208 del PDF è presente una mappa***************************************)

lo Stato ebraico che i dirigenti israeliani sognano

è avvenuta. Lì è stato fondato uno Stato ebraico chiamato Israele. Ebrei provenienti da vari paesi del mondo arrivano a gruppi e vi costruiscono le loro abitazioni. L’America, la Gran Bretagna e la Francia lo hanno trasformato in una grande potenza militare. Con l’aiuto dei capitalisti ebrei, gli scienziati e gli industriali ebrei lo stanno conducendo rapidamente sulla via del progresso. Questa loro potenza è diventata un grave pericolo per i paesi musulmani circostanti. I governanti di questo Stato non hanno affatto nascosto il loro desiderio di impadronirsi del “paese ricevuto in eredità”. La riproduzione del progetto dello Stato ebraico futuro che da lungo tempo presentano è stata raffigurata nella mappa precedente. In questo progetto si vede

(Nella pagina 209 del PDF è presente una mappa***************************************)

il luogo della discesa del vero Messia, Ḥaḍrat ʿĪsā (ʿa)

si estenderà su tutta la Siria, il Libano e la Giordania e su quasi tutto l’Iraq, oltre che su İskenderun in Turchia, sul Sinai e sulla regione del Delta in Egitto, nonché sull’intero Ḥijāz e sulle alture del Najd in Arabia, compresa Medina al-Munawwara. Alla luce di questa situazione, è chiaro che in futuro, nel fragore di una guerra mondiale, tenteranno di impadronirsi di quelle regioni e che in quel momento il cosiddetto principale Dajjāl verrà come il loro Messia promesso. Il Rasūlullāh (ṣa) non si limitò ad annunciare la sua venuta, ma disse anche che allora montagne di calamità si sarebbero abbattute sui musulmani e che ogni giorno sarebbe sembrato loro lungo quanto un anno. Per questo egli stesso chiese ad Allah protezione dalla fitna del Masīḥ Dajjāl e ordinò anche ai musulmani di chiedere protezione.

Per affrontare questo Masīḥ Dajjāl, Allah non invierà un «simile al Messia», bensì invierà il vero Messia. Duemila anni fa gli ebrei rifiutarono di riconoscere questo vero Messia e, secondo quanto sapevano, lo crocifissero e lo eliminarono dalla faccia della terra. Questo vero Messia non scenderà in India, Africa o America, ma scenderà a Damasco, perché allora proprio lì infurierà la guerra. Si osservi cortesemente anche la seconda mappa precedente. Da essa si vede che Damasco dista appena 50-60 miglia dal confine di Israele. Se si tiene a mente il contenuto dell’hadith che ho citato in precedenza, sarà facile comprendere che il Masīḥ Dajjāl entrerà in Siria con un esercito di settantamila ebrei e si presenterà davanti a Damasco. Proprio in quel momento, dopo l’alba, Ḥaḍrat ʿĪsā (ʿa) scenderà presso un minareto bianco nella parte orientale di Damasco e, dopo la preghiera del fajr, uscirà con i musulmani per affrontare il Dajjāl. Sotto il suo violento attacco, il Dajjāl si ritirerà e, passando per il valico montuoso di ʿĀfiq (si veda l’hadith n. 21), tornerà verso Israele. Ma egli lo inseguirà. Alla fine, all’aeroporto di Lydda, il Dajjāl sarà ucciso per mano sua (hadith nn. 10, 14 e 15). In seguito gli ebrei saranno catturati e uccisi ovunque si trovino e l’esistenza della nazione ebraica avrà fine (hadith nn. 9, 15 e 21). Dopo che Ḥaḍrat ʿĪsā (ʿa) avrà manifestato la verità, anche la religione cristiana scomparirà (hadith nn. 1, 2, 4 e 6), e tutte le comunità si uniranno nell’unica comunità musulmana (hadith nn. 6 e 15).

Questa verità inequivocabile è emersa dagli hadith senza alcuna ambiguità o oscurità. Dopo questa lunga discussione, non rimane spazio per alcun dubbio al riguardo: ciò che nel nostro Paese viene fatto in nome del «Messia Promesso» non è altro che una colossale frode.

Ora presenterò l’aspetto più ridicolo di questa frode. Colui che ha dichiarato di essere identico al Messia menzionato in questa profezia ha presentato personalmente la seguente divertente argomentazione per dimostrare di essere Isa ibn Maryam:

«Egli (cioè Allah) ha dato il nome di Maryam a me nella terza parte del Barahin-e-Ahmadiyya. Poi, come è stato rivelato nel Barahin-e-Ahmadiyya, fui allevato per due anni con le qualità di Maryam. … Poi lo spirito di Isa fu fatto entrare in me come in Maryam, e fui reso gravido in senso figurato. Infine, dopo alcuni mesi, che non sarebbero stati più di dieci, mediante quell’ispirazione menzionata nella quarta parte del Barahin-e-Ahmadiyya, fui trasformato da Maryam in Isa. Così sono diventato Isa ibn Maryam». – (Kishti-e-Nuh, pp. 87, 88, 89)

In altre parole, dapprima egli diventa Maryam. Poi si rende incinta da solo. Dopodiché nasce dal proprio ventre, sempre da sé stesso, nella forma di Isa ibn Maryam. Anche dopo ciò sorse un problema. Secondo gli hadith, infatti, Isa ibn Maryam discenderà a Damasco. Damasco è da migliaia di anni una celebre città della Siria, conosciuta da tutti. Ancora oggi questa città è indicata con questo nome sulle mappe del mondo. Perciò questo problema è stato risolto con un’altra dichiarazione davvero esilarante:

«È stato rivelato da parte di Allah che il significato della parola Damasco mi è stato spiegato in questo modo: in questo luogo è stata chiamata Damasco una città abitata da persone dalla natura simile a quella di Yazid e seguaci delle abitudini e dei pensieri degli impuri Yazid. … Per questo mantiene consonanza e rapporto con Damasco». – (Izala-e-Auham, note dalla 63 alla 73)

Rimane ancora un’altra complicazione. Secondo gli hadith, Ibn Maryam discenderà vicino a un minareto bianco. Questo problema è stato risolto con estrema facilità. In altre parole, il signor Messia è venuto personalmente e ha fatto costruire il proprio minareto. Ora ditemi: chi gli farà capire che, secondo la descrizione degli hadith, il minareto sarà già presente prima della discesa di Ibn Maryam? Qui, invece, si vede che il minareto viene costruito dopo l’arrivo del Messia Promesso.

Rimane ancora l’ultimo e più complesso problema. Secondo la descrizione degli hadith, Isa ibn Maryam (pace su di lui) ucciderà il Dajjal presso la porta d’ingresso di Lydda. Nel tentativo di risolvere questo problema, dapprima sono state avanzate molte affermazioni sconclusionate. Talvolta un villaggio di Bayt al-Maqdis è stato identificato come Lydda. (Izala-e-Auham, pubblicato dall’Anjuman Ahmadiyya Lahore, edizione tascabile, p. 220). In altre occasioni è stato detto che Lydda indica quelle persone che litigano inutilmente. … Quando le inutili dispute del Dajjal raggiungeranno il culmine, apparirà il Messia Promesso e porrà fine a tutte le sue dispute». (Izala-e-Auham, p. 730) Ma quando neppure così il problema fu risolto, venne dichiarato chiaramente che Lydda (Lud in arabo) significa la città di Ludhiana, nel Punjab. Uccidere il Dajjal presso la porta d’ingresso di Ludhiana significa che proprio qui, nonostante l’opposizione dei malvagi, fu prestato per la prima volta il bayʿa nelle mani del signor Mirza. – (Al-Huda, p. 99)

Chiunque sia dotato di sano discernimento, esaminando imparzialmente queste affermazioni e descrizioni, sarà costretto a giungere alla conclusione che qui, in pieno giorno e sotto gli occhi di tutti, è stata inscenata una falsa impersonificazione.

 

Alcune altre interpretazioni fuorvianti dei qadianiti

 

Una palese contraddizione del Corano e degli hadith

Quando Allah e il Suo Messaggero hanno definito una questione mediante disposizioni chiare e inequivocabili, accantonare tali disposizioni esplicite, ricavare dai versetti e dagli hadith non pertinenti alla questione il significato che meglio soddisfa i propri bisogni, e sostenere un credo completamente contrario alle disposizioni chiare del Corano e degli hadith, continuando poi ad agire di conseguenza, è la più estrema delle deviazioni, anzi la peggiore ribellione contro Allah e il Messaggero. Chi adotta apertamente una via contraria ad Allah e alle Sue disposizioni commette una forma relativamente minore di ribellione. Ma distorcere le dichiarazioni e le disposizioni di Allah e del Suo Messaggero e usarle per il proprio interesse contro la decisione da Essi presa non è una ribellione di poco conto. Di coloro che fanno ciò non possiamo assolutamente pensare che obbediscano sinceramente agli ordini di Allah e del Suo Messaggero. Per definire se Sayyidina Muhammad (pace e benedizioni su di lui) sia l’ultimo Profeta e se dopo di lui verrà un altro profeta, avremmo potuto concentrare la nostra attenzione su(arabo**************) e (arabo*****)e su altri versetti simili, se Allah e il Suo Messaggero non avessero già dato da qualche parte nel Corano e negli hadith una risposta specifica a questa domanda. Ma, poiché abbiamo già ricevuto da Allah, nel versetto del “Khatam an-Nabiyyin”, e dal Messaggero, in innumerevoli hadith autentici e affidabili, una risposta inequivocabile proprio a questa domanda, allora rivolgere l’attenzione a(arabo*********) e (arabo*******) e accettare da tali versetti qualcosa di contrario alle disposizioni chiare del Corano e degli hadith può essere opera soltanto di chi non nutre nel cuore neppure il minimo timore di Allah e non crede affatto che, un giorno dopo la morte, dovrà rispondere davanti ad Allah. Si può fare un esempio così: una norma del codice penale del Paese definisce un atto come reato con parole inequivocabili. Tuttavia, una persona si adopera con tutte le proprie forze per dimostrare che tale reato è un’azione lecita. A questo scopo, tralasciando quella specifica norma, si mette a cercare, in disposizioni irrilevanti e non pertinenti della legge, il minimo indizio o qualche vaga e insignificante dichiarazione. Poi, ricucendo insieme questi elementi, se le autorità di polizia e i tribunali del mondo non sono disposti ad accettare le prove dell’atto che la chiara norma di legge definisce in quel modo, come si può sperare che esso venga accettato nel tribunale di Allah?

Dimostrare con la forza

Dopo aver letto i versetti dai quali i qadianiti vogliono dimostrare la loro tesi, non si può fare a meno di stupirsi davanti al loro metodo di dimostrazione. Si vede che quei versetti non hanno affatto il significato che vogliono attribuire loro, trascinandoli a forza. Vediamo quale sia il vero significato dei versetti sui quali si sono esercitati: (arabo*********) Il versetto 69 della sura an-Nisa dice soltanto che coloro che obbediscono ad Allah e al Messaggero saranno associati ai profeti, ai siddiq, ai martiri e ai salihin (le persone virtuose). Come si può ricavare da ciò che coloro i quali obbediranno ad Allah e al Messaggero diventeranno profeti, oppure siddiq, martiri o salihin? Considerate poi il versetto 19 della sura al-Hadid. Vi si dice:

(arabo*******************************************a pagina 213 del PDF)

In altre parole: «Coloro che hanno creduto in Allah e nei Suoi messaggeri sono, presso il loro Signore, siddiq e martiri». Da ciò risulta chiaramente che, grazie alla fede, una persona può conseguire soltanto il rango di siddiq e di martire. Quanto ai profeti, per i credenti è sufficiente essere loro compagni. È assolutamente impossibile che una persona diventi profeta come ricompensa per una qualunque opera. Perciò il versetto della sura an-Nisa dice che coloro che obbediscono ad Allah e al Messaggero saranno insieme ai profeti, ai siddiq e ai martiri. Nel versetto della sura al-Hadid, invece, si dice: coloro che crederanno in Allah e nel Messaggero diventeranno essi stessi siddiq e martiri.

E riguardo al versetto 35 della sura al-A’raf (arabo**********) si dice che esso fa parte di una narrazione. Questa narrazione si sviluppa dai versetti 11 a 36 della sura al-A’raf. Esaminandolo nel contesto di ciò che precede e segue nella narrazione, si comprende chiaramente che questo discorso era rivolto ai figli di Adamo nella prima fase della creazione dell’umanità. Come si può ricavare dalla lettura di questi versetti l’idea che essi annuncino la venuta di profeti dopo il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui)? Qui si parla invece del momento in cui Adamo (pace su di lui) e sua moglie furono espulsi dal Paradiso e condotti sulla terra.

Il significato corretto del versetto della sura al-A’raf

Il significato che i signori qadiani attribuiscono al versetto 35 della sura al-A’raf, isolandolo dal contesto precedente e successivo, è l’esatto opposto di quello che emerge esaminandolo nel suo giusto contesto. In realtà, la sequenza di discorsi nell’ambito della quale questo versetto è stato rivelato è esposta in modo continuativo dalla seconda alla metà della quarta rukū della sura al-A’raf. Dapprima, nella seconda rukū, viene narrata la storia di Adamo ed Eva. Poi, nella terza e nella quarta rukū, vengono commentate le conseguenze di questa storia. Leggendo il versetto 35 alla luce di questa discussione precedente e successiva, risulta chiaramente che ciò che viene detto rivolgendosi con (arabo******)si riferisce alla fase iniziale della creazione, non al periodo della rivelazione del Corano. In altre parole, il suo scopo è chiarire che, già all’inizio della creazione, ai figli di Adamo era stato rivolto l’avvertimento che la loro salvezza sarebbe dipesa dall’obbedienza alla guida che Allah avrebbe inviato loro.

I versetti contenenti questo tema sono stati inseriti in tre luoghi del Corano. In ciascuno di essi vengono introdotti nel contesto della narrazione della storia di Hazrat Adamo e Hazrat Eva (a.s.). Il primo versetto si trova nella sura al-Baqara (versetto 38), il secondo nella sura al-A’raf (versetto 35) e il terzo nella sura Ta-Ha (versetto 123). Oltre alla profonda somiglianza nel contenuto di questi tre versetti, è degna di nota anche la somiglianza delle circostanze e del contesto in cui compaiono.

Gli esegeti del Corano considerano anche questo versetto della sura al-A’raf, come gli altri versetti, collegato alla storia di Hazrat Adamo ed Eva (a.s.). Allama Ibn Jarir, nella sua opera esegetica, citando le parole di Hazrat Abu Sayyar al-Sulami a proposito dell’interpretazione di questo versetto, scrive: «Qui Allah Ta’ala si è rivolto a Hazrat Adamo (a.s.) e alla sua famiglia nello stesso momento e contemporaneamente». L’Imam Razi, nella sua opera Tafsir-e Kabir, scrive a proposito dell’interpretazione di questo versetto: «Se ci si è rivolti al Nobile Profeta (s.a.s.), sebbene egli sia l’ultimo profeta, ciò significa che qui Allah Ta’ala sta enunciando la propria consuetudine riguardo alle comunità». Allama Alusi, nella sua opera Tafsir Ruh al-Ma’ani, ha detto: «Qui viene narrato sotto forma di racconto ciò che è accaduto a ogni popolo. Se si intendesse la comunità di Hazrat Muhammad (s.a.s.) nel senso dei Figli di Adamo, si giungerebbe a un grave errore e al contrario del significato evidente. Infatti, la parola rasul non è stata usata al singolare, bensì al plurale, “rasul” (arabo***) ». Il senso della parte finale dell’affermazione di Allama Alusi è che, se qui ci si fosse rivolti alla comunità di Muhammad, non si sarebbe mai potuto dire loro: «Tra voi verranno dei messaggeri». Infatti, per questa comunità non si pone affatto la questione dell’arrivo di un altro messaggero oltre all’unico Messaggero, Muhammad (s.a.s.).

Il significato del versetto della sura al-Mu’minun

(arabo*******************************************a pagina 214 del PDF)

Vale a dire: «O messaggeri! Mangiate cibi puri e leciti e compite il bene; in verità, Io so tutto ciò che fate». – (sura al-Mu’minun: 51)

Se non si isola questo versetto dal suo contesto precedente e successivo, è assolutamente impossibile attribuirgli il significato che gli hanno dato i qadiani. Il discorso nel cui contesto questo versetto è stato rivelato prosegue ininterrottamente dalla seconda rukū. In questi versetti si parla di tutti i profeti, da Hazrat Noè (a.s.) fino a Hazrat Gesù (a.s.), e dei loro popoli, affermando: «In ogni paese e in ogni epoca, i profeti hanno trasmesso agli uomini un unico insegnamento; il loro metodo era identico e Allah Ta’ala ha mostrato loro la medesima benevolenza. Al contrario, i popoli traviati hanno sempre abbandonato la via di Allah e si sono dedicati alle cattive azioni». Nel contesto di questa narrazione, il versetto non è stato in alcun modo rivelato con il seguente significato: «O messaggeri! Voi che verrete dopo Muhammad (s.a.s.), mangiate cibi puri e leciti e compite il bene». Piuttosto, il significato del versetto è che Allah Ta’ala aveva impartito lo stesso comando a tutti i profeti venuti da Hazrat Noè (a.s.) fino a Hazrat Muhammad (s.a.s.): mangiate cibi puri e leciti e compite il bene.

Neppure da questo versetto i commentatori hanno mai dedotto che, dopo il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), la porta della profezia si sarebbe riaperta. Se desiderate approfondire ulteriormente e raggiungere una maggiore tranquillità interiore, potete leggere la discussione di questo passo in varie opere di tafsir.

Presentazione della prova dell’errore dei Qadianiti a partire dagli hadith

(Arabo*******************************************a pagina 215 del PDF)

In altre parole, anche da questo hadith — secondo cui, se Ibrahim [il figlio del Nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)] fosse vissuto, sarebbe certamente diventato profeta — i Qadianiti traggono una prova errata per quattro ragioni.

Primo: la catena di trasmissione della versione in cui esso è riportato come una parola del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) è debole, e nessun muhaddith ha dichiarato autentica o solida tale catena.

Secondo: eminenti muhaddith, come al-Nawawi e Ibn Abd al-Barr, hanno considerato inaffidabile il contenuto di questo hadith. L’Imam al-Nawawi ha scritto nella sua opera ‘Tahdhib al-Asma’ wa al-Lughat’:

(Arabo*******************************************a pagina 215 del PDF)

In altre parole: «Non è autentica l’affermazione riportata da alcuni studiosi antichi secondo cui, se Ibrahim [il figlio di Muhammad (pace e benedizioni su di lui)] fosse rimasto in vita, sarebbe diventato profeta. Si tratta infatti dell’audacia di parlare dell’invisibile e di pronunciare una parola senza averla ponderata e riflettuta».

Allama Ibn Abd al-Barr ha scritto nell’opera «Tamheed»:

(Arabo*******************************************PDF a pagina 215)

Vale a dire: «Non so che tipo di contenuto sia questo. Nella famiglia di Nuh (as) è nato un figlio che non era profeta. Eppure, se fosse stato indispensabile che il figlio di un profeta diventasse profeta, oggi tutti gli abitanti del mondo sarebbero profeti, poiché tutti discendono da Nuh (as)».

Terzo: nella maggior parte delle riwayat, questo hadith è stato presentato come una dichiarazione dei Sahabah, anziché come una dichiarazione del Profeta (sa). Inoltre, essi hanno anche affermato esplicitamente che, poiché dopo il Profeta (sa) non vi sarebbe stato alcun altro profeta, Allah l’Altissimo aveva fatto morire suo figlio. A titolo d’esempio, nella riwayat di Bukhari si legge:

(Arabo*******************************************PDF a pagina 216)

«Isma‘il ibn Abi Khalid dice: chiesi ad ‘Abdullah ibn Abi Awfa (un Sahabi): “Avevate visto Ibrahim, il figlio del Profeta (sa)?”. Egli rispose: “Morì durante l’infanzia. Se Allah l’Altissimo avesse decretato l’invio di un profeta dopo il Profeta Muhammad (sa), avrebbe mantenuto in vita suo figlio. Ma dopo il Nobile Messaggero (sa) non vi è alcun altro profeta”».

Hazrat Anas (ra) ha narrato una riwayat quasi conforme a questa. Egli disse:

(Arabo*******************************************PDF a pagina 216)

«Se fosse rimasto in vita, sarebbe diventato un profeta. Ma non è rimasto in vita, perché il vostro Profeta è l’ultimo dei profeti». – (Tafsīr Rūḥ al-Maʿānī, vol. 22, p. 3)

Quarto: anche se nella trasmissione in cui questa affermazione è stata attribuita al Nobile Profeta (s.a.s.) non fosse stata riportata l’interpretazione dei nobili Compagni e non vi fossero state aggiunte le dichiarazioni dei muḥaddithūn, essa non sarebbe comunque stata accettabile in alcun modo, poiché il principio unanimemente riconosciuto nella scienza degli hadith è che, se il contenuto di una trasmissione è in contrasto con numerosi hadith autentici, essa non può essere accettata in nessun caso. Consideriamo dunque la situazione: da una parte vi sono innumerevoli hadith autentici, sostenuti da catene di trasmissione solide, nei quali è stato dichiarato chiaramente che, dopo il Profeta Muhammad (s.a.s.), la porta della profezia è stata chiusa; dall’altra vi è quest’unica trasmissione, che lascia intravedere la possibilità che la porta della profezia sia ancora aperta. Esaminando queste due situazioni, come si possono respingere innumerevoli trasmissioni per contrapporle a quest’unica trasmissione?

Parola conclusiva

Alla luce sia del Nobile Corano sia degli illustri hadith, la profezia è una questione fondamentale della religione. In altre parole, su di essa si fonda la fede o l’incredulità dell’uomo e in base ad essa sarà deciso il suo successo o fallimento nell’Aldilà. Chi non riconosce un vero profeta diventa miscredente; ma diventa miscredente anche chi riconosce un falso profeta. Una questione di tale importanza fondamentale è stata chiarita da Allah e dal Suo Messaggero (s.a.s.) in modo esplicito e inequivocabile. Essi hanno predisposto in anticipo ogni cosa affinché la religione e la fede degli uomini non fossero messe in pericolo e Allah e il Suo Messaggero (s.a.s.) non fossero ritenuti responsabili del loro traviamento. A questo proposito vi è inoltre un punto degno di particolare attenzione: prima del Profeta Muhammad (s.a.s.), nell’epoca di nessun profeta era mai stato dichiarato che la successione dei profeti si fosse conclusa e che non sarebbe più venuto alcun profeta. Ciò significa che allora la porta dell’arrivo dei profeti era aperta; pertanto nessuno aveva il diritto di respingere la pretesa di un pretendente alla profezia dicendo che non sarebbe più venuto alcun profeta. In quei tempi, inoltre, i profeti continuavano a predire l’arrivo dei profeti che sarebbero venuti dopo di loro. Essi facevano prestare ai propri seguaci il giuramento di obbedire ai profeti che sarebbero giunti in seguito. Tutto ciò rafforzava ulteriormente l’idea che, se qualcuno si fosse presentato come profeta, non si sarebbe potuto respingerlo immediatamente e senza alcuna riflessione. Al contrario, si cercava di stabilire, esaminando attentamente il suo invito, la sua personalità, le sue azioni e la sua condizione, se fosse veramente un profeta di Allah oppure un falso pretendente alla profezia. Ma dopo l’avvento del Profeta Muhammad (s.a.s.), la situazione è cambiata completamente. Non si tratta soltanto del fatto che Muhammad (s.a.s.) non predisse l’avvento di alcun profeta dopo di lui e non fece prestare alla comunità il giuramento di obbedirgli; al contrario, nel Corano è stato dichiarato che Muhammad (s.a.s.) è l’ultimo profeta, ed egli ha affermato con parole chiare e inequivocabili, non in uno o due hadith, ma in innumerevoli hadith autentici e affidabili, che chiunque si sarebbe presentato dopo di lui rivendicando la profezia sarebbe stato un Dajjāl. La domanda è: dal punto di vista di Allah e del Suo Profeta, la questione dell’Islam e dell’incredulità degli uomini è forse oggi meno delicata e importante? Soltanto i credenti venuti dopo il Messaggero di Allah (s.a.s.) avevano forse il diritto di essere protetti dalla tentazione dell’incredulità? Per questo Allah e i Suoi messaggeri avrebbero forse provveduto a informarli chiaramente che la porta della profezia era aperta e che la successione dei profeti sarebbe continuata, riservando tale informazione soltanto a loro? E ora, sapendo tutto, ci avrebbero forse gettati in questo pericolo? Da una parte vi sarebbe la possibilità che giunga un profeta, e noi, riconoscendolo o non riconoscendolo, potremmo diventare credenti o miscredenti. Dall’altra, Allah e i Suoi messaggeri non si sarebbero limitati a tenerci all’oscuro dell’arrivo di un profeta, ma sarebbero andati oltre, continuando a pronunciare parole tali da farci credere che la porta della profezia è stata chiusa e da impedirci per questo di riconoscere il pretendente alla profezia. La vostra coscienza e il vostro buon senso affermano davvero che Allah e il Suo Messaggero Muhammad (s.a.s.) potrebbero ingannarci in questo modo?

I Qadiani possono interpretare come vogliono l’espressione «Khātam an-Nabiyyīn». Tuttavia, almeno non possono negare che essa possa significare anche la conclusione della successione dei profeti, e che novantanove milioni novantanovemilanovecentonovantanove tra gli ulema e il popolo della comunità la interpretano proprio in questo senso. La domanda è: per una questione così delicata come la profezia, dalla quale dipendono la fede e l’incredulità dei musulmani, Allah avrebbe dovuto usare un linguaggio tale da indurre l’intera comunità di Muhammad, ad eccezione di pochi Qadiani, a ritenere che ormai non sarebbe più venuto alcun profeta? Quanto alle dichiarazioni del Profeta Muhammad (s.a.s.), esse non lasciano alcuno spazio a un’interpretazione diversa in questa materia. In tali dichiarazioni è stato espresso in modo inequivocabile che dopo di lui non sarebbe più venuto alcun profeta. La domanda è: il Profeta di Allah nutriva forse una tale ostilità nei nostri confronti da far sì che dopo di lui sarebbe venuto un profeta, mentre egli ci avrebbe lasciato proprio l’ordine di non riconoscerlo, così da diventare miscredenti e andare all’Inferno?

In questa situazione, per quanto una persona possa avere un aspetto attraente, anche se le sue predizioni si dimostrassero vere al cento per cento e nonostante le sue innumerevoli qualità, non riterremmo degna di considerazione la sua pretesa di profezia. Infatti, essa sarebbe degna di considerazione solo se vi fosse la possibilità che giungesse un profeta. Non appena ascoltassimo le parole di ogni pretendente alla profezia, lo definiremmo con assoluta certezza un bugiardo e non attribuiremmo alcuna importanza alle prove e agli argomenti da lui presentati a sostegno della propria profezia. Se questo fosse miscredenza, non ne ricadrebbe alcuna responsabilità su di noi, perché nel Giorno della Resurrezione avremmo il Corano e gli hadith del Messaggero per presentare la nostra difesa davanti ad Allah.

 

Capitolo 6 – La vita personale e la vita profetica di Muhammad (s.a.s.)

Seguire e obbedire al Nobile Profeta

Per coloro che abbracciano l’Islam e entrano a far parte della comunità musulmana, il Messaggero non rimane più soltanto un portatore del messaggio; diviene per loro al tempo stesso maestro, formatore e modello concreto del modo di vivere islamico. Soprattutto, acquista ai loro occhi la dignità di un leader autorevole, la cui obbedienza assoluta è doverosa in ogni epoca.

Maestro, formatore e uomo esemplare

In qualità di maestro, il compito del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) consiste nello spiegare, analizzare e far comprendere pienamente a tutti tutto ciò che Allah ha insegnato e prescritto, nonché tutte le leggi, i precetti e i divieti che ha rivelato. È proprio questo ciò che viene detto nel seguente versetto del Corano: () “Egli insegnerà loro il Libro e la sapienza (necessaria per attuare gli insegnamenti del Libro), formerà i musulmani secondo le leggi e i precetti e plasmerà la loro vita secondo quel modello) . Il ruolo del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), in quanto uomo esemplare, consiste nel presentarsi come incarnazione degli insegnamenti del Corano: la sua vita sarà esattamente il riflesso del tipo di vita che un musulmano dovrebbe condurre secondo il Libro di Allah. Da ogni sua parola e da ogni sua azione si comprenderà come si debba parlare, come si debbano usare correttamente le proprie forze e come, nella vita terrena, quel genere di comportamento sia proprio ciò che il Libro di Allah richiede. Tutto ciò che vi si oppone è contrario alla volontà di quel Libro. È proprio questo anche il significato dei due versetti coranici: () “Nella vita del Messaggero di Allah avete il migliore esempio o modello”.() “Egli non pronuncia parole inventate da sé. Tutto ciò che dice gli giunge tramite la rivelazione”. Inoltre, il Messaggero è anche l’amīr, ossia il leader dei musulmani. Ma non è un leader la cui parola e il cui operato possano essere oggetto di dissenso e controversia. È invece un leader tale che, nelle parole del Corano, () “Se entrate in controversia su una questione, sottoponetela ad Allah e al Messaggero”. () “Chi obbedisce al Messaggero obbedisce ad Allah”. Non è un leader soltanto durante la sua vita; è invece il leader dell’intera comunità musulmana fino al Giorno del Giudizio. Le sue direttive sono vincolanti per i musulmani in ogni epoca e in ogni circostanza.

Non soltanto predicatore e messaggero

La frase del Corano (in arabo******)«Il tuo compito è soltanto trasmettere l’invito di Allah». E, sulla base di alcuni altri versetti analoghi, alcuni cercano di dimostrare che il compito del Messaggero è limitato esclusivamente alla predicazione. Costoro dimenticano che il Messaggero è soltanto un predicatore finché le persone non accettano l’Islam, e ciò vale soltanto per coloro che ancora non hanno accolto gli insegnamenti del Messaggero. Ma per coloro che hanno accettato l’Islam e sono entrati a far parte della comunità musulmana, il Messaggero non è soltanto un predicatore: è per loro, al contempo, guida, governante, legislatore, giudice, maestro e formatore, nonché, soprattutto, un uomo esemplare la cui imitazione e il cui seguito sono doverosi.

La distinzione che alcuni hanno cercato di stabilire tra Muhammad, figlio di Abdullah, e Muhammad, il Messaggero di Allah e predicatore dell’Islam, non è affatto dimostrata dal Sacro Corano. Nel Corano al Nobile Profeta viene attribuita una sola identità, vale a dire quella di profeta e Messaggero. Egli pronunciava ogni parola in quanto Messaggero di Allah e compiva ogni azione in quanto Messaggero di Allah. Proprio in virtù dell’assunzione della dignità di Messaggero, egli era al contempo predicatore e maestro, formatore e purificatore dei caratteri, giudice e governante, guida e direttore. Persino tutte le attività della sua vita personale, familiare e sociale erano guidate e compiute in quanto Messaggero. In tutti questi ambiti della vita egli possedeva una condotta perfetta, irreprensibile e pura, come uomo completo, musulmano obbediente e credente sincero. Seguire e imitare quella sua condotta pura e irreprensibile è indispensabile per ottenere il compiacimento di Allah e il successo nell’Aldilà. Ciò è stato proclamato dallo stesso Allah, l’Altissimo, nel Sacro Corano, nella sura al-Ahzab, versetto 21:

(in arabo*******************************************a pagina 222 del PDF)

Da nessuna frase del Corano, neppure dal minimo accenno o indizio, si può ricavare l’idea che sia stata fatta una distinzione tra i diversi aspetti della vita del venerabile (pace e benedizioni su di lui) in quanto profeta, uomo e governante. E come potrebbe mai essere possibile una simile distinzione? Quando egli è il Messaggero di Allah, è indispensabile che tutta la sua vita sia soggetta alla Sharia di Allah, conforme ad essa e rappresentativa delle norme islamiche. Egli non può in alcun modo compiere un’azione o tenere un comportamento sgradito ad Allah.

Egli non era guidato dalle passioni né dai capricci della mente.

Il fatto che il venerabile Messaggero di Allah (pbsl) fosse libero dalle cattive passioni e non fosse guidato dai propri capricci è stato chiaramente affermato nei primi versetti della sura an-Najm del Sacro Corano. Vi si dice: (Arabo**********) «Il vostro compagno [cioè il venerabile Muhammad (pbsl)] non si è smarrito né si è allontanato dalla retta via». (Arabo********) «Egli non parla secondo i propri capricci». (Arabo**********) «Ogni sua parola non è altro che una rivelazione discesa su di lui». (Arabo********) «Gli ha insegnato un maestro potentissimo». Alcuni ritengono che in questi versetti si affermi soltanto che il Corano è una rivelazione. Alcuni miscredenti negavano proprio questo. Ma in questi versetti non vedo da nessuna parte neppure il minimo accenno al Corano. (Arabo*****) In questo versetto (Arabo)il pronome «esso» indica proprio le parole del Messaggero (pbsl). In altre parole, (Arabo*********) «Egli non pronuncia alcuna parola secondo i propri capricci». Si riferisce proprio alla parola «parola» contenuta in questa frase. In questi versetti non vi è alcun fondamento per affermare che con le parole del Messaggero (pbsl) si intendano qui esclusivamente quelle del Corano. Questi versetti affermano che qualunque parola esca dalla bocca del Messaggero (pbsl) è rivelazione ed è libera dall’impulso delle passioni e dai capricci della mente. Lo scopo di questo attestato dato dal Corano è che coloro ai quali il Messaggero (pbsl) è stato inviato sappiano con piena tranquillità e certezza che egli non si è minimamente smarrito e che, se avesse parlato secondo i propri capricci e non da parte di Allah, nessuno avrebbe potuto avere fiducia in lui come Messaggero. Anche i miscredenti negavano proprio questo, cioè che egli fosse il Messaggero. Pensavano che, Dio non voglia, il profeta Muhammad (pbsl) fosse impazzito, oppure che qualcuno gli insegnasse di nascosto, oppure che inventasse personalmente le sue parole. Allah l’Altissimo ha rivelato questi versetti della sura an-Najm per confutare questa falsa idea e ha dichiarato con parole inequivocabili che il vostro compagno non è sviato né smarrito. Non pronuncia neppure parole inventate. Qualunque cosa esca dalla sua bocca è verità e discende da parte Mia. Nessun uomo, jinn o satana gli detta o gli insegna ciò che deve recitare; glielo insegna un maestro dotato di immensa potenza. Lo stesso venerabile Messaggero di Allah (pbsl), indicando la propria lingua, disse proprio queste parole, (Arabo*****) «Giuro per Allah, nelle Cui mani sono la mia vita e la mia morte, da questa lingua non esce nulla se non la verità».

In ogni circostanza, seguirLo è obbligatorio

È davvero motivo di grande rammarico che alcune persone non vogliano accettare che l’obbedienza al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) sia necessaria in ogni circostanza. Essi affermano che delle conversazioni che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) teneva nella propria casa con le sue mogli o fuori casa con altre persone non si sosteneva che fossero anch’esse rivelazioni, e che i miscredenti non vi prestavano alcuna attenzione. Io voglio dire che, qualunque cosa il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) facesse, in qualunque situazione si trovasse, la faceva in quanto Messaggero. Tutto ciò che faceva era libero dall’errore e dalle passioni dell’ego. Tutte le sue parole e azioni scaturivano dalla coscienza e dalla natura con cui Allah l’Altissimo lo aveva creato: perfette, infallibili e orientate alla verità; ed erano contenute entro i limiti del timore di Allah e della purezza che Allah aveva stabilito per lui. Nella sua nobile personalità vi era un eccellente esempio e modello, degno di essere imitato e seguito da tutta l’umanità. In effetti, è proprio osservando tale modello che apprendiamo che cosa nell’Islam sia lecito o illecito, halal o haram; quali cose siano gradite ad Allah e quali Gli siano sgradite; in quali questioni abbiamo la libertà di esprimere le nostre opinioni e di riflettere e ricercare, e in quali invece non l’abbiamo. È quello stesso modello a insegnarci come obbedire ai capi e ai governanti, come risolvere tutti i problemi sulla base della consultazione e quale sia il significato della democrazia nella nostra religione, l’Islam.

Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) era un comandante nominato da Allah

Hazrat Rasulullah (pace e benedizioni su di lui) non era un amīr eletto o nominato dagli uomini, né lo era diventato di propria iniziativa. Era un amīr e una guida nominati direttamente da Allah. Il ruolo che ricopriva come guida non era diverso da quello che ricopriva come Messaggero; piuttosto, era precisamente in quanto Messaggero di Allah che era la guida degli uomini. Per dirlo in modo più corretto, egli non era una guida o un amīr, bensì era sottomesso al comando di Allah. È vero che gli era stato ordinato di consultarsi con i propri seguaci. Ciò affinché si presentasse alla sua ummat come simbolo della consultazione. Con le proprie azioni egli insegnava i corretti principi della democrazia. Da ciò non è corretto concludere che la sua dignità fosse uguale a quella degli altri capi. Per gli altri capi, infatti, è stata stabilita una legge secondo cui devono necessariamente agire dopo essersi consultati. ((Arabo******)«Tutte le loro questioni devono essere condotte attraverso la consultazione reciproca». E, se durante la consultazione sorge un disaccordo, bisogna ricevere direttamente da Allah e dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui), cioè dal Corano e dalla Sunnah, le indicazioni: (Arabo*************************) (Quando sorge tra voi una divergenza su una questione, accettate la decisione su quella questione da Allah e dal Messaggero). Eppure, dopo aver ordinato al Rasulullah (pace e benedizioni su di lui) di consultarsi, gli veniva immediatamente detto anche: (Arabo*******) «Quando poi avrai preso una decisione ferma su una questione, confida in Allah». Da ciò si comprende chiaramente che egli non dipendeva dalla consultazione. Tuttavia gli fu ordinato di consultarsi soltanto affinché, per mezzo delle mani pure del Messaggero, venisse fondata una vera forma di governo democratico.

L’obbedienza al Messaggero in quanto guida o amīr

Anche a questo proposito alcuni sono vittime di un’idea errata. Dicono che l’obbedienza a Hazrat (pace e benedizioni su di lui) in quanto guida fosse limitata al periodo della sua vita. Ma ciò non è corretto. Portano come prova le parole del ventesimo versetto della sura al-Anfāl (Arabo********) e ne traggono il significato che l’ordine di seguire la parola del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fosse stato impartito soltanto a coloro che allora potevano ascoltarlo. Ma il significato effettivo di questo versetto non è tale. Proprio nel primo versetto della sura al-Anfāl è detto: (Arabo*************) «Se siete credenti, obbedite ad Allah e al Messaggero». Non solo: nel quinto versetto vengono rimproverati coloro che esitavano interiormente a rispondere all’appello del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) al jihād. Poi, nel tredicesimo versetto, è detto: (Arabo***************) «Chiunque contenda con Allah e con il Suo Messaggero sappia che Allah è severo nel castigo».

Subito dopo aver detto queste parole, nel ventesimo versetto è stato detto:

(Arabo*******************************************a pagina 225 del PDF)

«O credenti! Obbedite al comando di Allah e obbedite al comando del Messaggero. Non disobbedite al comando, quando lo ascoltate». In questo versetto e nei versetti precedenti viene ripetutamente menzionata, insieme all’obbedienza al Messaggero, l’obbedienza al comando di Allah. Lo scopo è far comprendere che obbedire al comando del Messaggero equivale precisamente a obbedire al comando di Allah. Occorre inoltre osservare un’altra cosa. In ogni punto è stata usata la parola “Messaggero”; la parola “amīr” non è stata usata in alcun luogo. Non vi è neppure il più remoto indizio implicito che permetta di comprendere che “Messaggero” significhi una carica come quella di guida o amīr, distinta dalla dignità del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). È inoltre degno di nota che è stato vietato ignorare il comando del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), e l’espressione «quando lo ascoltate» ha chiaramente questo significato: non rifiutate di obbedire al Mio Messaggero, pur avendo ascoltato i Miei comandi ripetuti così tante volte. Qui la parola «voi» significa: non rifiutate di obbedire al Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Qui la parola «voi» non indica soltanto i musulmani viventi durante la vita del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), bensì comprende tutti i credenti che, fino al Giorno della Resurrezione, ascolteranno il messaggio del Corano. Per tutti loro è obbligatorio osservare e mettere in pratica ogni ordine del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), in qualunque modo esso giunga loro.

Un’argomentazione singolare

Alcuni sostengono che il compito di guida del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) sia temporaneo proprio come lo è nel caso degli altri capi. Infatti, nell’epoca odierna è impossibile combattere con lance, picche e spade come nelle battaglie di Badr e Uhud. Questa è davvero un’argomentazione singolare! Le armi che Rasulullah (pace e benedizioni su di lui) usava a quell’epoca possono essere state legate alle condizioni particolari di quel periodo. Ma ciò non significa che le norme morali e le restrizioni che egli osservava in guerra e che ordinava anche agli altri di osservare siano proprie di un’epoca particolare. Al contrario, attraverso di esse egli ha stabilito per i musulmani un codice militare permanente.

In realtà, dal punto di vista della Shari’a, non è una questione grave quali armi il Profeta (sa) usasse in guerra: spade, fucili o cannoni. La considerazione essenziale è piuttosto per quale scopo usasse tali armi e quale spargimento di sangue provocasse con esse. L’ideale che egli ha presentato attraverso le varie guerre costituisce un ideale eterno e completo per il jihad islamico. Pertanto, sul piano ideale e su quello dei principi, il Profeta universale Hazrat Muhammad (sa) è, fino al Giorno del Giudizio, il comandante supremo di tutti gli eserciti musulmani di ogni epoca.

La particolare dignità della leadership del Profeta

Un gentiluomo, mostrando la differenza tra l’emirato e la missione profetica, afferma che i musulmani hanno il diritto di discutere e dissentire con il proprio leader, mentre non è lecito dissentire dal Messaggero (sa). Io chiedo a quel gentiluomo: come può la leadership del Messaggero (sa) essere uguale a quella degli altri leader? Era il leader davanti al quale non era neppure permesso parlare a voce alta; nella sura al-Hujurat è stato dichiarato che il solo parlare a voce alta avrebbe annullato tutte le buone opere di un’intera vita, e nella sura an-Nisa’ si è ammonito che chi avesse litigato con lui sarebbe stato gettato all’Inferno. Un musulmano può forse avere il diritto di dissentire dalle sue decisioni? Certamente no. Come può dunque la leadership di quel leader essere uguale a quella degli altri leader? Ai musulmani è stato invece concesso il diritto di dissentire dagli altri leader.

I tre livelli dell’obbedienza

Alcuni nutrono l’errata convinzione che i comandi coranici relativi all’obbedienza al Messaggero (sa) siano sinonimi dell’obbedienza all’emiro o al leader. Di seguito riportiamo una citazione di tale opinione:

«Ovunque nel Corano il comando di obbedire ad Allah e al Messaggero (sa) è menzionato insieme, il suo significato è, in generale, obbedire a quella leadership dei musulmani che assume il Corano come fondamento della legge e dell’ordinamento e che è guidata dallo stesso Messaggero di Allah (sa) oppure dal suo califfo. Per esempio, nel Corano riguardo al bottino di guerra è detto: (Arabo************)“La gente ti chiede del bottino di guerra. Di’: ‘Il bottino appartiene ad Allah e al Messaggero’”. È noto che questa disposizione concernente il bottino non era limitata alle guerre del Messaggero di Allah (sa), ma doveva essere osservata nello stesso modo anche nei periodi successivi. Tale comando (sa), cioè, è affidato alla leadership musulmana contemporanea. Pertanto, la dignità che il Messaggero di Allah (sa) aveva in quanto leader è identica a quella dei suoi califfi.»

Questa opinione è chiaramente soltanto una distorsione della verità. Nel Sacro Corano sono indicati con chiarezza tre livelli di leadership: l’obbedienza ad Allah, l’obbedienza al Messaggero (sa) e l’obbedienza agli «ulul amr». Per obbedienza ad Allah si intende obbedire ai comandi del Corano. Per obbedienza al Messaggero (sa) si intende seguire e imitare le parole e le azioni di Hazrat. L’obbedienza agli «ulul amr» significa invece obbedire alla leadership che governa e guida i musulmani in conformità all’obbedienza ad Allah e al Messaggero e alle norme dell’Islam. Per quanto riguarda i primi due livelli, l’insegnamento coranico è chiaro e inequivocabile. Il Corano ha dichiarato ripetutamente che non vi è il minimo spazio per discutere gli ordini di Allah e del Messaggero (sa). Il compito dei musulmani è soltanto ascoltarli e agire di conseguenza. Dopo che Allah e il Messaggero hanno pronunciato una decisione su una questione, nessun altro musulmano ha più alcuna facoltà di prendere una nuova decisione in merito. In altre parole, in questi due livelli, chiunque tenti di sollevare obiezioni, opposizione o discussioni viene espulso dall’Islam. Quanto al terzo livello, il Corano afferma che l’obbedienza all’emiro o al leader è subordinata ad Allah e al Messaggero. Quando sorgono controversie, opposizioni o divergenze, la questione deve essere risolta secondo le norme di Allah e del Messaggero (sa). Con indicazioni così chiare e inequivocabili, non c’è alcun margine per sostenere che Allah e il Messaggero (sa) significhino la leadership dei musulmani. È assolutamente impossibile porre sullo stesso piano la leadership del Messaggero di Allah (sa) e quella dei comuni leader musulmani. A questo proposito, (Arabo**************)“L’argomentazione che si è cercato di ricavare dal versetto non è corretta. Il fatto che il bottino appartenga ad Allah e al Messaggero significa che esso deve essere speso per il bene della società, dell’organizzazione e dello Stato islamici istituiti da Allah e dal Messaggero (sa). Come si può comprendere da questo versetto che Allah e il Messaggero equivalgano alla leadership musulmana?”

Il vano tentativo di creare una distinzione tra le attività religiose e quelle sociali

Nel Corano non si trova neppure il minimo accenno implicito che permetta di considerare eterni e validi per tutti i tempi soltanto gli atti religiosi del Messaggero di Allah (sa), ritenendo invece applicabili solo a un’epoca particolare le sue direttive e decisioni riguardanti le questioni sociali e civili. Se nel Corano esiste qualche versetto alla luce del quale sia possibile distinguere tra questi due tipi di attività, sarebbe bene che qualcuno lo indicasse. Per quanto ne so, questa è la chiara disposizione del Corano:

(Arabo*******************************************a pagina 227 del PDF)

«Dopo che Allah e il Suo Messaggero hanno pronunciato una decisione su una questione, nessun credente e nessuna credente hanno più la facoltà di prendere una nuova decisione riguardo a se stessi. E chi disobbedisce ad Allah e al Messaggero si sarà smarrito in modo manifesto». — (Sura al-Ahzab, 36)

In questo versetto non viene delimitata alcuna epoca o periodo. Non c’è alcun motivo per sostenere che l’espressione «credenti e credenti» qui usata significhi soltanto i credenti uomini e le credenti donne viventi all’epoca del Messaggero di Allah. Anche la questione dei comandi o delle decisioni di Allah e del Messaggero non è stata limitata alle sole questioni religiose; al contrario, comprende ogni genere di questione: religiosa e sociale, civile, economica o politica. Allah e il Messaggero significa Allah e il Messaggero, non certo l’emirato o la leadership. Qualunque emiro o «ulu al-amr» sarà pur sempre un credente. Qui, inoltre, dopo che Allah e il Messaggero hanno deciso una questione, nessun credente o credente conserva alcun diritto di prendere una decisione autonomamente, sia che tale decisione venga presa da una sola persona, sia che venga presa da tutti insieme. Poi viene detto che chi agirà contrariamente a ciò si smarrirà. Ciò significa che la norma istituita da Allah e dal Suo Messaggero, sulla base dei loro comandi e delle loro disposizioni, per la comunità o società islamica, non può essere mantenuta se non osservando alla lettera quella legge e quelle disposizioni.

Se, ignorando ciò che Allah ha detto e ciò che il Suo Messaggero ha fatto, gli uomini adottano una via dettata dalla propria volontà e discrezionalità, tale norma non potrà perdurare.

La concezione islamica dell’obbedienza al Profeta e della libertà di espressione

 

Un gentiluomo ha scritto:

«Nell’episodio di Hazrat Zayd ibn Haritha (ra) e Hazrat Zaynab (ra) narrato nella Sura al-Ahzab sorge una domanda. Hazrat il Messaggero di Allah (sa) disse a Zayd, (arabo**********) (mantieni tua moglie nel vincolo coniugale e temi Allah); ma Hazrat Zayd agì in contrasto con questa direttiva del Grande Profeta e divorziò da Hazrat Zaynab. Non vi è alcun dubbio che questo atto fosse contrario all’ordine del Messaggero di Allah (sa). Eppure, nel modo in cui il Corano narra l’episodio, non si trova, né esplicitamente né per allusione, alcuna indicazione da cui si possa comprendere che Allah abbia minimamente disapprovato questa opposizione di Hazrat Zayd. Al contrario, all’inizio dell’episodio Hazrat Zayd è stato definito un servo beneficiato dalla grazia di Allah, (arabo*********) (sul quale Allah ha riversato la Sua grazia); da ciò nasce l’impressione che, forse, non vi sia colpa nell’agire contro l’ordine del Profeta e che, anche qualora la parola del Profeta sia dimostrata autentica, seguirla non sia indispensabile come l’ordine di Allah».

La questione non presenta alcuna complessità e il dubbio dell’interrogante avrebbe potuto essere dissipato in poche parole. Ma, in realtà, dal punto stesso da cui nasce il dubbio scaturiscono anche varie concezioni errate. E le radici di tali concezioni sono penetrate molto in profondità. Perciò, insieme a dissipare questo dubbio, gettiamo un po’ di luce anche sulle sue radici e sulle sue ramificazioni.

Il diritto di impartire direttive appartiene esclusivamente ad Allah

Più chiaramente e inequivocabilmente degli altri Libri celesti, il Corano proclama che non vi è alcun legislatore supremo e sovrano, alcun comandante e governante, all’infuori di Allah.(arabo*********)(Nessuno, all’infuori di Allah, ha il diritto di promulgare leggi e governare) Allah l’Altissimo può impartire direttive come preferisce:(arabo********)(In verità, Allah l’Altissimo ordina ciò che vuole). Egli solo è il Sovrano nelle cui direttive non vi è spazio per alcuna domanda:(arabo********)(Non gli si può chiedere conto di ciò che fa). È obbligatorio obbedire esclusivamente ad Allah, e ciò è obbligatorio perché, per sua stessa natura, l’uomo è Suo servo o schiavo. È stato creato proprio per servire Allah.(arabo*************)(Ho creato i jinn e gli uomini soltanto perché Mi adorassero o servissero). L’uomo non è creatura, servo né protetto di nessuno all’infuori di Allah. Pertanto, per nessun uomo è obbligatorio obbedire a un altro uomo. (arabo*******************)(Essi chiedono: «Abbiamo forse una parte nel governo e nell’autorità?». Di’: «L’autorità appartiene esclusivamente ad Allah»). Dunque, così come nessun uomo possiede sull’altro un’autorità sovrana e assoluta (Absolute Authority), allo stesso modo nessun uomo è obbligato a obbedire al comando di qualcuno diverso da Dio, semplicemente perché il comando proviene da quella determinata persona.

Il dominio e l’autorità degli uomini sugli uomini

Il Corano desidera liberare le spalle dell’uomo dal giogo dell’obbedienza a qualsiasi essere diverso da Allah. Vuole trasformarlo in un servo obbediente di Allah, il vero Signore sovrano e Governante. In seguito, vuole donargli piena libertà di pensiero e di coscienza. In realtà, questo era lo scopo fondamentale della rivelazione del Corano. Per questo vediamo che proprio il Corano ha condotto la più grande lotta contro la schiavitù e la servitù degli uomini. Secondo la sua visione, nessun uomo ha il diritto di dichiarare lecito o illecito qualcosa a proprio piacimento e di imporre che i suoi comandi e divieti siano rispettati come quelli di Allah. Il Corano non riconosce a nessun uomo una simile autorità assoluta. Al contrario, ha dichiarato shirk l’obbedienza a tali comandi e divieti. Coloro che pongono gli ulema, le guide spirituali, i sacerdoti e i governanti (arabo*********) come divinità sostitutive di Allah e li innalzano al rango di Dio, obbedendo alle loro parole senza esitazione, il Corano li ha dichiarati mushrik. Quando una persona mostra verso un’altra una simile obbedienza assoluta, inevitabilmente finisce per considerarla il proprio padrone e se stessa sua schiava. Un uomo può essere disposto a rinunciare volontariamente e completamente alla libertà della propria coscienza, della propria mente e del proprio corpo davanti a un altro uomo soltanto quando lo ritiene al di sopra di ogni errore e completamente innocente e irreprensibile, oppure quando ritiene che, in virtù di un diritto proprio, egli abbia il potere di impartire qualsiasi tipo di ordine o divieto e possieda un diritto innato a governare ed esercitare autorità. Oppure quando ritiene che egli solo possieda ogni potere di arrecare danno o beneficio, e che egli solo abbia il potere di concedere o interrompere il sostentamento. Credere che un essere o una cosa diversa da Allah possieda tali qualità è shirk ed è la fonte fondamentale della servitù. Al contrario, il principio fondamentale della dottrina del tawhid è credere che nessun essere o cosa, all’infuori di Allah, possieda tali qualità, e rifiutare l’autorità e il diritto di governare di tutti gli altri. La piena liberazione e libertà dell’uomo dalla schiavitù della creazione sono il risultato inevitabile di questo ideale.

In che modo si deve obbedire al Profeta

Dopo aver compreso la discussione precedente, bisogna riflettere su come debba essere prestata l’obbedienza al Profeta (pace e benedizioni su di lui), che l’Islam ha reso indispensabile e dalla quale dipende il dīn. Questa obbedienza non è affatto dovuta al fatto che il Profeta sia una persona eminente — come il figlio di ʿImrān, il figlio di Maryam o il figlio di ʿAbd Allāh — e che, in virtù di tale distinzione, abbia il diritto di comandare e proibire e di stabilire ciò che è ḥalāl e ciò che è ḥarām. Se fosse così, Dio ce ne guardi, il Profeta stesso diventerebbe uno degli arbāb min dūn Allāh, cioè uno fra i molti dèi alternativi ad Allah. In tal modo fallirebbe proprio per sua mano lo scopo per il quale è stato inviato come Profeta. Il Corano ha espresso questo punto con estrema chiarezza. Esso afferma che, in quanto persona, il Profeta è un essere umano come gli altri.(Arabo********************)«O Profeta! Di’: “Il mio Signore è al di sopra di ogni difetto e imperfezione. In verità, io non sono altro che un essere umano al quale è stata conferita la dignità di Messaggero”».(Arabo******************)«I loro Profeti dissero loro: “Noi siamo esseri umani come voi”». Tuttavia, a causa della sua profezia, si crea una grande differenza tra lui e gli altri esseri umani. Quando gli fu conferita la profezia, gli fu affidato insieme ad essa anche il potere di governare. Allah dice:(Arabo******************)«I Profeti sono coloro ai quali ho dato il Libro, il potere di governare e la profezia». Qui, con “ḥukm”, ossia potere di governo, si intendono tanto il potere di prendere decisioni quanto l’autorità statale. È dunque evidente che il potere e l’autorità statale nelle mani del Profeta non sono personali, bensì poteri e autorità affidatigli da Allah. Per questo, obbedirgli equivale a obbedire ad Allah stesso. Allah dice:(Arabo******************)«Chi obbedisce al Messaggero ha obbedito ad Allah stesso». Lo scopo dell’invio del Profeta è proprio che egli proclami, da parte di Allah, i comandamenti di Allah, e che i musulmani li seguano. Allah dice:(Arabo******************)«Non ho inviato alcun Profeta se non perché gli si obbedisse per ordine di Allah». In questo senso, il comando del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è un comando di Allah stesso, poiché si deve obbedire a lui per ordine di Allah. A nessuno è concesso neppure il minimo diritto di sollevare domande al riguardo. Allah dice:

(Arabo************************************a pagina 231 del PDF)

«Dopo che la retta guida è divenuta chiara, chi disputa e litiga con il Profeta e segue una via diversa da quella dei credenti, lo volgerò verso ciò verso cui egli si è volto. Poi lo getterò nella Ğahannam. Quale pessima destinazione!»

Obbedienza incondizionata

Lungi dal disobbedire di fatto al Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui), persino coltivare nel proprio cuore il desiderio di disobbedirgli fa certamente perdere la fede. Allah l’Altissimo ha detto:

(Arabo******************************PDF a pagina 231)

«Per Allah, non potranno mai essere credenti finché non accetteranno te come arbitro nelle loro controversie reciproche e non proveranno il minimo disagio nell’accettare la decisione che pronuncerai; anzi, vi si sottometteranno completamente».

La disobbedienza al Messaggero porta all’uomo perdita e fallimento eterni. Allah l’Altissimo dice:

(Arabo****************** pagina 232 del PDF)

«Coloro che hanno negato la fede e disobbedito al Messaggero, nel Giorno della Resurrezione saranno colpiti da una calamità tale da desiderare che l’intera terra venga riversata su di loro».

Il Profeta non trasforma gli uomini in suoi schiavi

La religione e la fede dipendono dall’obbedienza al Profeta e dalla completa sottomissione a lui. È stato inoltre chiarito in modo ancora più esplicito che la guida dipende dall’obbedienza scrupolosa al Profeta. (Arabo******************) È già stato detto che questa obbedienza non spetta al Profeta in quanto uomo o individuo. I profeti non vengono inviati per rendere gli uomini loro servi e schiavi; vengono invece inviati proprio per rendere gli uomini obbedienti ad Allah. A questo proposito Allah dice:

(Arabo****************** pagina 232 del PDF)

«Non è concesso a un essere umano che Allah gli conceda la Scrittura, il potere di governare e la profezia, e che poi egli dica agli uomini: “Diventate miei servi invece di essere servi di Allah”. No, piuttosto dirà: “Diventate servi di Allah”».

Il Profeta non è venuto per costringere gli uomini a obbedire ai suoi desideri e alle sue aspirazioni personali, per imporre loro l’influenza della propria grandezza e del proprio prestigio, privandoli persino del diritto di sostenere le proprie opinioni di fronte alle sue, e inducendoli a lasciare inattivi la propria mente e il proprio intelletto ai suoi ordini. Questa sarebbe proprio l’adorazione di altri all’infuori di Allah, per sradicare la quale il Profeta è venuto.

Il Profeta è venuto proprio per spezzare tutte le catene della schiavitù degli uomini imposte sulle spalle degli uomini. Allah dice: (Arabo******************) «E toglie loro i pesi e i vincoli che gravavano su di loro» . Il Profeta è venuto per sottrarre agli uomini il potere e l’autorità che avevano usurpato di stabilire i diritti e i doveri degli altri uomini e di tracciare arbitrariamente i confini tra ciò che è lecito e ciò che è illecito. Allah dice: (Arabo******************) «Non avete il diritto di dichiarare illecito o lecito, con le vostre parole, ciò che volete» . La profezia è sorta per liberare gli uomini dalla condizione di avvilimento che li aveva assoggettati ad accettare supinamente gli ordini e le decisioni di altri uomini. Il Corano ricorda proprio questo agli uomini: (Arabo******************) «Nessun uomo tra noi prenda un altro uomo come proprio signore invece di Allah». Come potrebbe dunque essere lecito che un profeta spezzi dalle spalle degli uomini le catene della schiavitù verso gli altri e poi li leghi nuovamente con le catene della schiavitù verso di sé? Come potrebbe essere giusto che sottragga a tutti gli altri il diritto di stabilire ciò che è lecito e ciò che è illecito e poi se ne impadronisca egli stesso, rimuovendo tutti gli altri dal seggio del potere e del dominio per sedervisi lui stesso? Quel Profeta che rimprovera gli ebrei e i cristiani dicendo che hanno preso i propri capi religiosi, i loro guide spirituali e sacerdoti come signori invece di Allah, (Arabo******************) come potrebbe dire: “Ora, invece di Allah, riconoscetemi come vostro signore o dio e siate schiavi della mia volontà e delle mie passioni”?

L’obbedienza al Profeta in quanto Profeta

In effetti, è proprio per questo che Allah l’Altissimo ha fatto proclamare ripetutamente dal Suo Profeta questa verità: l’obbedienza che è stata prescritta al credente, dalla quale dipende il fatto di possedere o meno la fede, e dalla quale il credente non ha il diritto di allontanarsi neppure della misura di un capello, per non parlare di abbandonarla, non è in realtà l’obbedienza al Profeta in quanto uomo, bensì l’obbedienza a lui in quanto Profeta. In altre parole, bisogna obbedire agli ordini, alla conoscenza, alla guida, alle leggi e alle norme che il Profeta trasmette agli uomini da parte di Allah. Da questa discussione si comprende che il vincolo di obbedienza al quale l’Islam assoggetta gli uomini non è in realtà l’obbedienza a un uomo, bensì l’obbedienza ad Allah stesso. Allah dice:

(Arabo****************** a pagina 233 del PDF)

“(O Profeta!) Abbiamo fatto scendere su di te questo Libro veritiero affinché tu possa giudicare tra gli uomini secondo la giustizia che Allah ti ha mostrato”. – (Sura an-Nisāʾ: 105).

(Arabo****************** a pagina 233 del PDF)

“E coloro che non giudicano e non decidono secondo la legge rivelata da Allah, sono proprio gli ingiusti”. – (Sura al-Māʾida: 45).

Come tutti gli altri uomini sono obbligati a seguire questa legge di Allah, così anche il Profeta stesso, in quanto uomo, è obbligato a seguirla. (Arabo******************) “Seguo soltanto ciò che mi viene rivelato mediante la rivelazione”. – (Sura al-Anʿām: 50)

L’obbedienza al Profeta è subordinata al comando di Allah

Oltre ai versetti sopra citati, numerosi altri versetti dimostrano chiaramente che l’obbedienza spetta soltanto ad Allah e a nessun altro. Se vi è spazio per la servitù verso tutto ciò che non sia Allah e per il dominio e l’autorità degli uomini sugli uomini, ciò non avviene in quanto esseri umani. È vero che si deve obbedire al Profeta, ma ciò è dovuto al fatto che Allah gli ha conferito il diritto di emanare ordini. Si deve obbedire ai governanti e agli amministratori perché sono incaricati di applicare e attuare gli ordini di Allah e del Suo Messaggero (sa). Si deve obbedire agli studiosi perché essi illustrano gli ordini e i divieti di Allah e del Suo Messaggero (sa), nonché i limiti tra il lecito e l’illecito da Lui stabiliti. Se uno di loro presenta un ordine di Allah, è dovere di ogni musulmano sottomettersi davanti a esso. Non ha alcun diritto di contestarne la logica o la legittimità. Di fronte ad Allah, il credente non ha libertà di pensiero né libertà di opinione. Ma se una persona presenta non un ordine di Allah, bensì una propria opinione o idea, il musulmano non è tenuto a seguirla. In tal caso è libero di riflettere autonomamente e di sostenere la propria opinione. Ha il diritto di dissentire volontariamente da quella persona. E non solo dagli studiosi e dai governanti: non vi è alcun impedimento neppure a dissentire dall’opinione personale di chiunque.

Gli scopi della vita del Nobile Profeta (sa) erano due

Uno degli scopi della vita del Nobile Profeta (sa) era mettere al collo degli uomini la catena della servitù e dell’obbedienza ad Allah. L’altro era liberare gli uomini e renderli indipendenti dalle catene dell’obbedienza e della servitù agli uomini. Entrambi questi compiti rientravano nelle sue responsabilità in quanto Profeta, e la loro importanza era uguale. Per portare a termine il primo compito era indispensabile obbligare tutti i musulmani a obbedirgli in quanto Profeta, poiché l’obbedienza ad Allah dipendeva proprio dall’obbedienza a lui. D’altra parte, per portare a termine il secondo compito era altrettanto necessario che, innanzitutto, attraverso le sue azioni e il suo comportamento egli radicasse nella mente dei musulmani questa verità: nessun essere umano, nemmeno Muhammad figlio di Abdullah, doveva essere obbedito da loro in quanto uomo, e i loro cuori erano completamente liberi dalla servitù agli uomini. Era un compito estremamente difficile. Nella stessa persona si riunivano entrambe le qualità della profezia e dell’umanità. Non era possibile separare l’una dall’altra tracciando una chiara linea di demarcazione. Tuttavia, il Messaggero di Allah (sa), con la saggezza donatagli da Allah, portò a termine questo compito con straordinaria abilità. Da un lato, in quanto Profeta, ottenne un’obbedienza quale nessun eroe della storia mondiale aveva mai ottenuto in alcuna epoca. Dall’altro, in quanto uomo, concesse ai suoi seguaci devoti una libertà individuale tale che nemmeno il più grande dei leader democratici del mondo era mai riuscito a concedere ai propri seguaci.

Non c’è bisogno di spiegare quanto grande fosse l’influenza e l’autorità che egli esercitava sui suoi seguaci in quanto Profeta, né quanto fosse rispettato e amato dai musulmani. Eppure, pur essendo tanto influente e potente, nella vita quotidiana separava così perfettamente la propria dignità umana da quella profetica che non se ne trova eguale. Oltre a ricevere, in quanto Profeta, un’obbedienza incondizionata e senza esitazioni, in quanto uomo concedeva agli uomini piena libertà di opinione e li incoraggiava persino a dissentire dalla sua opinione personale. Chiunque rifletta profondamente su questo tema comprenderà certamente che soltanto un Profeta poteva manifestare un simile completo autocontrollo, una capacità di giudizio così sorprendente e una saggezza e lungimiranza di tale livello. Da un lato, in questo caso si avverte che, pur essendo distinta, la dignità personale del Profeta si perde nella dignità della missione profetica. Dall’altro, diventa anche evidente che egli adempiva alla responsabilità della profezia persino attraverso il proprio comportamento personale. Personalmente insegnava loro come utilizzare la libertà di pensiero nel rapporto con gli altri. Faceva sapere loro che l’uomo può esercitare la propria libertà di opinione e di pensiero nei confronti di ogni persona. Persino nei confronti dell’uomo più eccellente, che è costretto a riconoscere come la persona più nobile in quanto inviato da Allah, egli possiede questa libertà e può esercitarla. Se qualcuno, diverso da un Profeta, fosse stato dotato di un potere e di un’influenza così assoluti sugli uomini, li avrebbe certamente trasformati in propri servi e avrebbe esercitato su di loro un dominio esclusivo, come hanno fatto, in ogni epoca e in ogni paese, sacerdoti, religiosi, pir e re. Il Messaggero di Allah (sa) disse:

(Arabo************************************a pagina 235 del PDF)

«Anch’io sono un uomo. Quando vi darò un ordine riguardo alle vostre questioni religiose, obbeditegli. Ma quando dirò qualcosa secondo la mia opinione, sappiate che sono soltanto un uomo».

Alcuni esempi dell’incoraggiamento della libertà di opinione

Una volta il Profeta (sa) diede alcuni consigli sulla coltivazione dei datteri ai proprietari dei frutteti di Medina. I proprietari dei frutteti agirono secondo quei consigli, ma non ne ricavarono particolari benefici. Quando ciò fu riferito al Messaggero di Allah (sa), egli disse:

(Arabo************************************a pagina 235 del PDF)

«Avevo soltanto detto qualcosa basandomi su una congettura. Non accettate ciò che dico quando si fonda unicamente su supposizioni e opinioni personali. Ma quando dico qualcosa da parte di Allah, allora accettatelo. Non ho mai attribuito falsamente nulla ad Allah».

Nella battaglia di Badr, il luogo in cui il Profeta (s) aveva piantato per la prima volta la tenda non era particolarmente adatto. Il Compagno Hazrat Hubab ibn al-Mundhir (r) gli chiese: «Questo luogo è stato scelto per ordine della rivelazione oppure soltanto come strategia militare?». Hazrat (s) rispose: «Non per ordine della rivelazione». Allora Hubab disse: «In tal caso, secondo me sarebbe meglio avanzare ancora e piantare le tende in quell’altro luogo». Hazrat (s) accolse il suo parere e agì di conseguenza.

Riguardo ai prigionieri di guerra di Badr, Hazrat (s) si consultò con i Compagni ed espresse la propria opinione come un membro ordinario del gruppo. In quell’occasione Hazrat Umar (r) dissentì dal Messaggero di Allah (s) e da Hazrat Abu Bakr (r). È un episodio celebre della storia. Durante quella stessa riunione Hazrat (s) parlò anche di suo genero Abul As e disse ai Compagni: «Se mi date il permesso, la collana ricevuta da Abul As come riscatto può essergli restituita». Quando tutti i Compagni diedero volentieri la loro approvazione, egli gli restituì la collana.

Durante la battaglia del Fossato, Hazrat (s) volle stipulare un trattato con la tribù dei Banu Ghatafan. I capi degli Ansar dissero: «Se si tratta di un ordine della rivelazione, non abbiamo nulla da obiettare. Ma se è una vostra opinione personale, allora dissentiamo». Hazrat (s) accolse il loro parere e stracciò con le proprie mani la bozza del trattato.

Il trattato di Hudaybiyyah non piacque ai Compagni, poiché a prima vista sembrava un accordo che comportava una resa. Hazrat Umar (r) espresse apertamente il proprio dissenso. Ma quando Hazrat (s) disse: «Lo sto facendo in qualità di Profeta», per rispetto dell’Islam, sebbene tutti fossero alquanto rattristati, nessuno ebbe il coraggio di pronunciare neppure una parola. Hazrat Umar (r) continuò, in vari modi, a pentirsi di questo errore fino al momento della sua morte: aveva dissentito da Hazrat su una questione che egli si accingeva a compiere in qualità di Messaggero.

Dopo la battaglia di Hunayn, gli Ansar rimasero rattristati per la cortesia che egli aveva mostrato, nella distribuzione del bottino di guerra, verso i non musulmani relativamente più inclini alla benevolenza. Hazrat li fece chiamare. Non si giustificò dicendo: «Sono il Profeta: farò ciò che voglio»; al contrario, parlò come il capo di un governo democratico che espone le proprie ragioni agli esponenti dell’opposizione e cerca di far prevalere il proprio punto di vista. Non disse loro: «Se avete fede nel Messaggero, accettate questa decisione»; si appellò invece alla loro intelligenza e ai loro sentimenti, e li congedò soltanto dopo averli soddisfatti.

Questo per quanto riguarda il comportamento verso le persone di alto rango nella società. Il Sublime Profeta (s) aveva suscitato un atteggiamento indipendente persino tra gli schiavi e le schiave. Una schiava di nome Barira si era disgustata di suo marito e lo aveva lasciato. Suo marito, invece, era profondamente innamorato di lei. Vedendolo piangere, Hazrat (s) disse a Barira: «Non sarebbe male se tornassi da tuo marito». Ella rispose: «O Messaggero di Allah (s), mi stai dando un ordine?». Hazrat (s) disse: «Non è un ordine; ti sto soltanto facendo una raccomandazione». Ella rispose: «Se si tratta di una raccomandazione, allora non voglio tornare da lui».

Esistono molti altri esempi di questo genere. Da ciò si comprende che, quando dai suoi atteggiamenti o dalle sue chiare dichiarazioni risultava che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) parlava secondo la propria opinione, le persone esprimevano liberamente il loro parere ed egli stesso le incoraggiava a farlo. In simili circostanze, sostenere un’opinione diversa non era soltanto lecito, ma anche gradito ai suoi occhi; e spesso egli ritirava la propria opinione.

Il significato dell’episodio di Zayd

Esaminiamo ora l’episodio di Zayd. Il suo rapporto con il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) era di diversi tipi. Da un lato, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) era il suo capo e Zayd era il suo seguace. Un altro rapporto era quello per cui il Profeta era suo cognato e Zayd era suo cognato acquisito. [Zaynab era cugina paterna del Nobile Profeta e aveva sposato Zayd.] Il terzo rapporto consisteva nel fatto che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) era il suo padre adottivo e tutore, mentre Zayd era suo figlio adottivo. Zayd non riuscì ad andare d’accordo con sua moglie. Perciò decise di divorziare da lei. In una situazione del genere, il Profeta gli diede proprio il consiglio che sarebbe stato naturale per un cognato nei confronti del cognato acquisito e per un padre adottivo nei confronti del figlio adottivo: gli disse di temere Allah e di non divorziare da sua moglie. Tuttavia, l’odio maturato tra i coniugi a causa della differenza nei loro temperamenti e nella loro natura era avvertito da Zayd stesso in misura molto maggiore. Non si trattava di una questione di religione o di fede, bensì di un sentimento psicologico. Per questo, senza accettare il consiglio del Profeta, divorziò. La sua opposizione, in quel caso, non era opposizione a un Messaggero. Né il consiglio dato dal Profeta era stato dato in qualità di Messaggero di Allah. Perciò egli non si adirò e neppure Allah l’Altissimo si adirò. Ma se al posto del Profeta vi fosse stata una persona che aveva allevato qualcuno fin dall’infanzia, gli aveva mostrato benevolenza e affetto, gli aveva dato in sposa la propria sorella nonostante la macchia della schiavitù e poi, nonostante il suo divieto, fosse stata divorziata da quella sorella, quella persona si sarebbe certamente risentita. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui), però, non era soltanto tutore e cognato: era anche il Messaggero di Allah. In quanto Messaggero, era suo dovere liberare gli uomini dalla servitù degli uomini e restituire loro i diritti umani che avevano perduto. Per questo non impartì un ordine, ma diede un consiglio. E non manifestò il minimo risentimento per il fatto che quel consiglio fosse stato disatteso. Ciò dimostra che nella sua personalità i diversi aspetti della dignità profetica erano al tempo stesso distinti e intimamente connessi. Nell’applicarli, mantenne un equilibrio così straordinario che soltanto un profeta avrebbe potuto conservarlo. Anche quando agiva da uomo, operava in modo tale che, insieme, le responsabilità e i doveri della profezia venivano adempiuti spontaneamente.

L’insegnamento del Profeta sulla libertà di pensiero

Fu grazie all’influenza del seme della libertà di pensiero che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva piantato, e dell’insegnamento che aveva trasmesso con le sue azioni e il suo comportamento, mostrando agli uomini come esprimere liberamente le proprie opinioni pur obbedendo ai comandi di Allah, che i nobili Compagni (che Allah sia soddisfatto di loro) erano più obbedienti ai comandi di Allah di chiunque altro, ma anche più indipendenti e democratici di tutti. Non rinunciavano alla libertà di esprimere le proprie opinioni neppure davanti a personalità eminenti. L’idea che un’opinione dovesse essere sottratta alla critica soltanto perché apparteneva a una grande persona non trovava posto nelle loro menti e nei loro cuori. Anche le opinioni delle persone migliori tra loro — la cui superiorità essi stessi riconoscevano e che il mondo di oggi pure riconosce — non venivano mai accettate soltanto in virtù della loro eccellenza: le accettavano o le respingevano liberamente. Subito dopo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), i più grandi sostenitori della libertà di opinione furono i Califfi ben guidati. Seguendo l’esempio della loro grande guida, non si limitarono a tollerare la libertà degli uomini, ma la incoraggiarono. Non dissero mai neppure alla persona più umile: «Noi siamo i migliori degli uomini; perciò accettate senza esitazione le nostre parole».

La libertà di pensiero dopo il Califfato ben guidato

Dopo i Califfi ben guidati, i sovrani omayyadi e abbasidi cercarono in vari modi di privare gli uomini della libertà di pensiero e di opinione: talvolta ricorrendo alle minacce, talvolta esercitando una dura oppressione e persecuzione, talvolta offrendo allettamenti. Nonostante ciò, l’impulso al pensiero libero rimase intatto per lungo tempo tra i tābiʿūn, i successori dei Compagni, tra i tābiʿ al-tābiʿīn, loro successori, e persino tra i musulmani delle generazioni successive. Nella storia dell’Islam, fino ai primi due o tre secoli, se ne possono trovare testimonianze estremamente luminose. Naturalmente, davanti a governanti, emiri e funzionari, il senso della libertà era una questione relativamente secondaria. La più grande manifestazione della libertà dello spirito e della coscienza consiste nel fatto che una persona si astenga dall’imitare ciecamente persino colui che considera sommamente venerabile e santo, colui per il quale custodisce nel cuore una profonda venerazione e un immenso rispetto; che pensi liberamente anche confrontandosi con lui e formi liberamente la propria opinione. Un simile senso della libertà lo troviamo tra gli studiosi e i sapienti di quell’epoca.

La libertà di pensiero dei giuristi e degli imam

Chi potrebbe mai essere più puro e venerabile dei Compagni? E chi potrebbe essere più rispettoso nei loro confronti dei tābiʿūn? Eppure essi criticavano liberamente le opinioni dei Compagni, esaminavano e valutavano le loro divergenze reciproche, respingevano l’opinione dell’uno e adottavano quella dell’altro. Riguardo alle divergenze tra i Compagni, l’Imām Mālik (r) disse senza esitazione:(Arabo**************) «Tra le opinioni dei Compagni ve ne sono di errate e di corrette. Riflettete voi stessi e formate la vostra opinione». Analogamente, l’Imām Abū Ḥanīfa (r) disse:(Arabo*********************) «Delle due opinioni divergenti, una deve necessariamente essere considerata errata».

Nessuno di questi stessi Imām disse mai: «Noi non commettiamo errori. Smettete di pensare con la vostra testa e limitatevi a imitarci». Ogni volta che Ḥazrat Abū Bakr al-Ṣiddīq (ra) esprimeva la propria opinione su una questione, diceva subito:

(Arabo************************************pagina 239 del PDF)

«Questa è la mia opinione. Se è corretta, proviene da Allah; se è errata, proviene da me, e chiedo perdono ad Allah».

Ḥazrat ʿUmar (ra) diceva:(Arabo***************************) «Non permettete che un’opinione errata diventi il modello dell’intera comunità musulmana».

Ḥazrat Ibn Masʿūd (ra) disse:

(Arabo************************************pagina 239 del PDF)

«Attenzione! Nessuno di voi segua ciecamente qualcuno in materia d’Islam, al punto che, se la persona seguita è credente, anch’egli diventi credente, e se la persona seguita è miscredente, anch’egli diventi miscredente. In verità, non si deve imitare nessuno nelle azioni cattive ed errate».

L’Imam Mālik (che Dio abbia misericordia di lui) disse:

(Arabo************************************alla pagina 239 del PDF)

«Io non sono che un essere umano. Il mio parere può essere errato così come può essere corretto. Riflettete e ricercate riguardo al mio parere. Accettate ciò che trovate conforme al Corano e alla Sunna, e abbandonate ciò che trovate in contrasto con il Corano e la Sunna».

È storicamente celebre il fatto che il califfo abbaside al-Mansur volesse introdurre il libro al-Muwatta’ dell’Imam Mālik come codice vigente in tutto il mondo musulmano e intendesse abolire tutti i madhhab fiqhici allora esistenti, imponendo esclusivamente il madhhab mālikita. Ma lo stesso Imam Mālik non glielo permise, poiché non voleva privare gli altri della libertà di pensiero, ricerca, opinione e ijtihad.

L’Imam Abū Yūsuf (che Dio abbia misericordia di lui) disse:(Arabo********************alla pagina 240 del PDF)

«Non è lecito agli altri seguire l’opinione da noi espressa senza conoscerne la fonte».

L’Imam al-Shāfiʿī (che Dio abbia misericordia di lui) disse:

(Arabo************************************alla pagina 240 del PDF)

«Chi acquisisce conoscenza senza prove è come colui che raccoglie legna nel buio della notte. Si caricherà sulle spalle un fascio di legna, senza sapere che al suo interno si nasconde un serpente che lo morderà».

L’epoca del declino della libertà concessa dall’Islam nel campo del pensiero

La forza vitale della libertà illimitata di pensiero, di ricerca, di espressione delle proprie opinioni e di ricerca della verità che il nobile Messaggero di Allah (pace su di lui) aveva risvegliato nei suoi seguaci rimase presente tra i musulmani per quasi tre secoli. In seguito, l’autoritarismo degli emiri e dei governanti, degli studiosi al servizio del potere e dei pir cominciò a distruggere quella forza vitale. Ai pensatori furono sottratti il diritto al pensiero libero e persino il diritto di vedere e di parlare. Dalla corte fino alle madrase e alle khanqah, ai musulmani si continuò a insegnare la sottomissione. Furono strettamente incatenati a una totale schiavitù della mente, dell’anima e del corpo. I governanti, facendo compiere loro inchini e prostrazioni, crearono una mentalità servile. I direttori delle madrase, insieme all’insegnamento della devozione a Dio, inculcarono nelle loro menti anche il velenoso fumo del culto dei maestri. Quanto al metodo della bay‘ah, tramandato fin dall’epoca del Messaggero di Allah (pace su di lui), i pir e i murshid lo deformarono, imprigionando i musulmani nelle catene di una sorta di «sacra schiavitù». Quella catena era così terribile che, per quanto riguarda l’uomo, sembra che l’uomo non abbia mai escogitato per un altro uomo una catena più dura e pesante.

Di conseguenza, si cominciò a inchinarsi davanti ad altri oltre ad Allah, a tenere le mani davanti a loro giunte come durante la preghiera, a considerare maleducato alzare lo sguardo verso le persone e a baciare le mani e i piedi degli uomini. Gli uomini divennero gli dèi e i dispensatori del sostentamento di altri uomini; acquisirono di propria iniziativa il diritto di ordinare e proibire e divennero incuranti delle prove e degli argomenti del Corano e della Sunnah. Si cominciò a ritenere gli uomini al di sopra di ogni errore e difetto e, anche se non si consideravano i loro ordini e le loro opinioni come parte della dottrina e della fede, di fatto li si ritenne obbligatori da osservare proprio come il comando di Dio. Quando si giunse a tale situazione, si deve ritenere che ci si fosse allontanati da quell’eterno invito pronunciato dal Profeta di Allah, che recita:

(Arabo************************************a pagina 241 del PDF)

«(Venite,) non serviamo né obbediamo a nessuno all’infuori di Allah e non associamo a Lui alcunché. E nessuno di noi prenda un altro come dio all’infuori di Allah». Dopo di ciò, non è più possibile alcun progresso intellettuale, morale o spirituale. Il declino sarà la sua inevitabile conseguenza.

 

La missione profetica e le disposizioni islamiche ad essa relative

A proposito dell’obbedienza al Messaggero, è universalmente riconosciuto che nessun messaggero ha diritto all’obbedienza in quanto persona. L’obbedienza e il seguire Mosè (pace su di lui) non sono dovuti al fatto che egli sia Mosè figlio di Imran; allo stesso modo, Gesù (pace su di lui) non può ricevere obbedienza per il fatto di essere Gesù figlio di Maria. Analogamente, l’obbedienza al profeta Muhammad (pace su di lui) non è obbligatoria perché egli è Muhammad figlio di Abdullah. Tutto ciò che si deve fare in materia di obbedienza e di seguire è dovuto unicamente al fatto che questi grandi uomini sono messaggeri di Allah. Allah ha concesso loro una conoscenza vera e una guida che non ha concesso alla gente comune. Egli ha insegnato loro, per vivere nel mondo, quei corretti metodi conformi alla Sua volontà che la gente comune non può acquisire secondo la propria ragione e il proprio discernimento né con l’aiuto di persone diverse dai profeti. Il punto sul quale ora esiste divergenza è questo: in quali ambiti si devono obbedienza e seguire al Messaggero (pace su di lui), e quali sono i loro limiti?

Il punto di vista di un gruppo

Un gruppo sostiene che si debba obbedienza e si debba prestare ascolto esclusivamente al Libro che il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha portato da parte di Dio. Dopo aver fatto pervenire questo Libro agli uomini, la missione profetica del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sarebbe terminata. Da allora egli sarebbe semplicemente un uomo come gli altri. Se un uomo comune è un emiro e un leader nazionale, gli si deve obbedienza soltanto per esigenze di ordine e disciplina (Discipline), ma ciò non costituisce un dovere religioso. Se un uomo comune è dotto, sapiente e legislatore, lo si seguirà per le sue qualità (Merits). Tuttavia, ciò sarebbe del tutto facoltativo e non un dovere imprescindibile; pertanto, lo stesso dovrebbe valere anche per il Messaggero. In tutto ciò che esula dal trasmettere il Libro, la sua dignità sarebbe meramente personale. Se, in quanto individuo, è un emiro o un leader, gli si deve obbedienza solo finché ricopre tale carica, non in modo permanente. Se è un giudice, le sue sentenze e decisioni avrebbero efficacia esclusivamente entro la sua specifica giurisdizione (Jurisdiction). Al di fuori di tale ambito, le sue sentenze e decisioni, in quanto quelle di un giudice competente, potrebbero al massimo essere accettate come precedente, ma non gli sarebbe riconosciuta la dignità di legislatore e ordinatore della legge. Se è un pensatore sapiente, le conoscenze e gli insegnamenti morali da lui esposti potrebbero essere accolti per il loro valore intrinseco, così come si accolgono simili parole di altri sapienti, uomini virtuosi e studiosi. Il fatto che una parola sia uscita dalla bocca di un Messaggero non sarebbe di per sé sufficiente a considerarla parte della religione. Analogamente, se egli è un uomo di nobile carattere e la sua vita, nel comportamento, nelle relazioni e nelle transazioni, è ritenuta una vita eccellente, lo adotteremo volontariamente come modello, così come siamo liberi di assumere a modello anche la vita irreprensibile di una persona comune. Tuttavia, nessuna sua azione o parola avrebbe per noi il valore di una legge obbligatoria nei campi morale, sociale ed economico.

Il punto di vista di un secondo gruppo

Un altro gruppo ha apportato una lieve modifica a questa opinione. La sua tesi è che il compito del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) non consistesse soltanto nel trasmettere il Libro, ma includesse anche il mostrare concretamente l’attuazione delle prescrizioni in esso contenute, affinché la comunità musulmana potesse seguirle alla lettera. Anche attenersi alle modalità pratiche dettagliate con cui il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ha insegnato ad applicare le disposizioni del Libro riguardo al culto e ad altri aspetti è un dovere religioso e deve essere considerato obbedienza al Libro stesso. Tuttavia, al di là delle disposizioni contenute nel Libro, nessuna delle attività che il Messaggero ha svolto nelle diverse fasi della sua vita personale, in qualità di giudice, riformatore sociale, pensatore, cittadino o membro di un gruppo, può costituire il fondamento di una legge eterna e universale, la cui osservanza e obbedienza possano essere considerate un dovere religioso.

L’opinione del terzo gruppo

Secondo il terzo gruppo, la missione e la dignità profetica del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) si estendevano a una parte considerevole della sua vita. In materia di morale, consuetudini e comportamenti sociali, transazioni economiche, giudizi amministrativi e giuridici e in molti altri ambiti analoghi, le parole e le azioni del Messaggero rientrano direttamente nelle prescrizioni di Dio. Secondo loro, in tali questioni le parole e le azioni del Messaggero costituiscono per l’intera comunità un modello eccellente e obbligatorio. Tuttavia, essi propendevano per distinguere tra la sua vita personale e la sua vita profetica. Ritenevano che alcuni aspetti della vita del Messaggero fossero estranei alla sua vita profetica; non riuscirono però a separare nettamente questi aspetti dalla sua vita esemplare e degna di essere imitata, né seppero indicare oltre quale limite il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) acquisisse la dignità di un semplice uomo.

L’opinione del quarto gruppo

La quarta opinione sostiene che, sebbene la vita personale e la vita profetica del Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) siano considerate diverse per dignità e rango, nella realtà esse sono una cosa sola e non è possibile stabilire tra loro alcuna distinzione effettiva. Il rango della missione profetica non è come gli altri incarichi mondani, per i quali il responsabile rimane tale finché siede al proprio posto, mentre non appena lo lascia diventa un uomo comune. Dal momento in cui il Messaggero riceve la responsabilità della missione profetica fino alla morte, egli rimane investito di quella responsabilità. Per tutto questo periodo non può dedicarsi neppure per un istante ad alcuna attività contraria ai principi dello Stato di cui è stato inviato come rappresentante. Che sia un capo o uno statista, oppure un semplice membro della società; che sia marito, padre, fratello, parente o amico, la responsabilità della missione profetica esercita piena autorità su tutte le sue azioni. La responsabilità e la dignità della missione profetica non si separano dalla sua persona neppure per un istante. Anche mentre guida la preghiera è il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), così come lo è quando si trova nell’intimità della propria moglie. In ogni ambito della vita, qualunque cosa faccia, la fa per ordine di Allah. È sempre sottoposto alla rigorosa sorveglianza di Allah. Perciò è tenuto a compiere ogni azione entro i limiti stabiliti da Allah. In tal modo, attraverso le proprie parole, azioni e ogni comportamento, mostra agli abitanti del mondo che l’intero sistema della vita individuale e collettiva dell’uomo dovrebbe essere fondato su questi principi e che, entro questi confini, la libertà d’azione dell’uomo dovrebbe rimanere limitata. Questo grande compito egli lo adempie con la stessa perfezione sia sul piano dello Stato sia nella vita personale e familiare. Se commette anche il minimo passo falso in una questione, viene immediatamente ammonito. Qualunque suo errore è necessariamente destinato a diventare causa dell’errore dell’intera comunità musulmana. Lo scopo per cui è stato inviato come Messaggero è proprio che, vivendo in mezzo alla società, presenti al popolo un’immagine concreta della vita di un vero musulmano. Non deve soltanto guidare le persone nelle loro azioni individuali e renderle personalmente musulmani eccellenti; deve anche attuare gli ordinamenti sociali, politici, economici e morali dell’Islam e costruire una autentica società islamica. Per questo è assolutamente necessario che sia preservato da errori e mancanze, affinché lo si possa imitare con piena certezza e affinché le sue parole e le sue azioni possano essere assunte come il vero criterio dell’insegnamento e dell’ideale islamici. È indiscutibile, naturalmente, che esistano diversi gradi di obbligatorietà nell’imitare e seguire le parole e le azioni del Profeta: alcune sono necessarie, cioè del livello del farḍ o del wāǧib; altre sono preferibili, cioè del livello del mustaḥabb; altre ancora appartengono soltanto al conseguimento della perfezione. Nel complesso, tuttavia, l’intera vita del Profeta è un modello. Egli è stato inviato affinché i figli dell’umanità lo seguano e formino se stessi sul suo esempio. Quanto più una persona progredirà nell’imitazione di questo modello, tanto più potrà diventare un essere umano completo e un musulmano completo; ma chi rimarrà al di sotto persino del livello minimo indispensabile di imitazione, sarà, in proporzione al proprio arretramento, peccatore, disobbediente, traviato e maledetto.

A mio parere, è proprio quest’ultimo gruppo a essere fondato sulla verità. Quanto più rifletto e approfondisco la ricerca alla luce del Sacro Corano e della ragione, tanto più si rafforza in me la convinzione della veridicità di quest’ultima opinione.

Una particolare formazione dei profeti fin dall’infanzia

Leggendo ciò che il Sacro Corano riferisce sui profeti, si comprende il significato della profezia. Alla luce di tali narrazioni, non mi sembra che Allah l’Altissimo prenda improvvisamente un passante e gli affidi il compito di trasmettere il Suo Libro agli uomini, né che nomini qualcuno profeta come un dipendente per un certo periodo, il quale, dopo aver svolto un determinato incarico entro un termine stabilito, venga congedato e possa poi fare ciò che vuole. Al contrario, vedo che ogni volta che Allah ha voluto inviare un profeta a un popolo, ha creato in modo particolare una persona capace di assolvere la responsabilità della profezia. Egli le ha già conferito le migliori qualità umane e le più eccelse forze e capacità mentali e spirituali necessarie a custodire questa altissima dignità. Fin dalla nascita l’ha allevata sotto la Sua speciale tutela.

Prima di conferirgli la profezia, lo ha tenuto lontano da ogni difetto e deviazione morale, dall’errore e dalle cattive azioni, e lo ha protetto da ogni sorta di pericolo e rovina. Lo ha allevato in un ambiente tale che le capacità necessarie alla profezia, oltrepassando i propri limiti, continuassero a trasformarsi in un’efficacia sempre maggiore. Poi, quando ha raggiunto la piena maturità, gli ha concesso da parte Sua la conoscenza, la capacità di prendere decisioni e la guida verso la via retta. In questo modo lo ha insediato sul sublime trono della profezia e ha fatto sì che egli portasse a compimento perfettamente questo compito. Dal momento in cui è salito su quel trono fino all’istante dell’ultimo respiro, la sua vita è stata consacrata all’adempimento di questa grave responsabilità. Presentare esattamente al proprio popolo i versetti rivelati da Allah, insegnare poi la conoscenza dettagliata e la sapienza del Libro di Allah, e purificare completamente le anime degli uomini: questo è il loro compito. Non avevano altro compito. Giorno e notte, in movimento e durante la quiete, in ogni istante il loro unico pensiero era come ricondurre sulla retta via coloro che si erano smarriti e come rendere coloro che erano già sulla retta via capaci di ascendere ai livelli più elevati del progresso. Erano ciascuno un servitore a tempo pieno. Non avevano mai pause né ferie. Il loro lavoro non aveva neppure un limite di tempo stabilito. Affinché non potessero commettere alcun peccato, da parte di Allah veniva posta una rigorosa sorveglianza. Erano severamente protetti dai desideri e dalle passioni dell’io e dalle istigazioni di Satana. Non era stato lasciato interamente al loro discernimento e alla loro capacità di giudizio umani decidere come svolgere le attività quotidiane; piuttosto, ogni volta che, seguendo il proprio capriccio o il proprio giudizio, si discostavano anche solo della misura di un capello dalla retta via, venivano corretti e guidati sulla strada diritta. Infatti, lo scopo stesso della loro nascita e della loro designazione alla carica profetica era che guidassero sulla retta via i servi di Allah. Se essi si fossero allontanati da questa via anche solo della misura di un capello, la gente comune se ne sarebbe allontanata di centinaia di miglia.

Il Corano testimonia ogni singola lettera di quanto affermo. Dal caso di diversi profeti si apprende che essi venivano scelti per la profezia già prima della nascita e che venivano creati appositamente per questo scopo. Per esempio, ancora prima della nascita di Isacco, ad Abramo (pace su di lui) fu annunciata la buona novella della sua nascita e della sua investitura profetica.

(Arabo************************************a pagina 245 del PDF)

«Avevamo annunciato a Ibrahim la lieta novella di Isacco, un profeta virtuoso, e avevamo benedetto lui e Isacco». – (Sura as-Saffat: 112-113)

Già durante l’infanzia di Yusuf, suo padre Yaqub seppe che Allah lo aveva scelto come profeta e che gli avrebbe concesso pienamente le Sue grazie, come a Ibrahim e Isacco. Quando Zakariya pregò Allah per un figlio, Allah gli diede questo annuncio:

(Arabo************************************a pagina 246 del PDF)

«Allah ti annuncia la lieta novella di un figlio di nome Yahya. Egli verrà a confermare una parola proveniente da Allah. Sarà dotato di autorità e nobiltà e sarà annoverato tra i profeti e i virtuosi».

Fu inviato appositamente un angelo presso Maryam per annunciarle, riguardo a Isa, che le sarebbe stato concesso un figlio puro e casto. Quando giunse il momento del parto, Allah predispose speciali misure per assisterla durante il parto. – (Sura Maryam: sezione 2, cfr.). Poi è degna di nota anche la vicenda di quel pastore israelita. Allah lo chiamò nella sacra valle di Tuwa e gli parlò. Egli non era un pastore come gli altri: fu creato appositamente in Egitto per abbattere il malgoverno del Faraone e liberare i Figli d’Israele dalla schiavitù. Per salvarlo dalla morte, fu predisposto che venisse posto in una cassa e gettato nel fiume. La sua cassa galleggiante giunse proprio alla casa del Faraone, per mano del quale egli sarebbe stato sconfitto e distrutto. Fu creato avvenente affinché potesse conquistare il cuore della famiglia del Faraone. (arabo********) Fu fatto in modo che nessun latte di donna entrasse nella sua bocca e che la sua crescita e il suo allevamento si compissero sotto la speciale vigilanza di Allah. (arabo**********) Da questi esempi si può comprendere che i profeti venivano creati appositamente per la profezia.

Straordinarie capacità e speciale efficienza operativa

Va notato che coloro che nascono in questo modo non sono come gli uomini comuni. Appaiono dotati di capacità straordinarie. Sono persone estremamente pure e virtuose. La natura e la struttura della loro mente sono tali che, qualunque cosa dicano, la esprimono in modo estremamente semplice e diretto. Nella loro indole non vi è alcuna inclinazione ad adottare passi errati o prospettive distorte. Sono stati creati per nascita in modo tale da poter giungere, senza volerlo e soltanto attraverso sentimenti intensi e l’intuizione divina (Intvition), a decisioni esatte alle quali gli altri uomini non arrivano neppure dopo lunghe riflessioni e ricerche. Non devono acquisire la conoscenza: la loro conoscenza è innata e donata da Allah. La conoscenza di ciò che è vero e di ciò che è falso, di ciò che è errato e di ciò che è corretto, è radicata nel loro essere. Per natura pensano correttamente e parlano correttamente. Si può citare, ad esempio, Yaqub. Non appena ascoltò il racconto del sogno di Yusuf, nacque in lui un presentimento. I fratelli del ragazzo non lo avrebbero lasciato vivere. Volevano portare Yusuf con sé a giocare. Yaqub non soltanto colse il loro intento malvagio, ma comprese con precisione anche il falso pretesto che in seguito avrebbero cercato di escogitare. Disse: ((arabo*************) (Temo che, mentre non prestate attenzione a lui nemmeno per un momento, il lupo possa divorarlo.) Quando poi i fratelli di Yusuf portarono la camicia insanguinata e gliela mostrarono, Yaqub, non appena la vide, disse: ((arabo**************) «La vostra passione vi ha reso facile una cosa difficile». Quando, ancora una volta, i fratelli di Yusuf tornarono dall’Egitto dicendo che vostro figlio aveva rubato, e per convincerlo gli dissero di chiedere agli abitanti del villaggio dal quale erano venuti, egli diede nuovamente la stessa risposta: «La vostra passione vi ha reso facile una cosa difficile». Poi mandò di nuovo i figli in Egitto dicendo: ((arabo********************) (Andate a cercare Yusuf e suo fratello). Era come se, nonostante fosse trascorso molto tempo, egli credesse che Yusuf fosse vivo e si trovasse proprio in Egitto. In seguito, quando i figli di Yaqub partirono dall’Egitto portando la camicia di Yusuf, Yaqub cominciò a percepire da lontano l’odore di Yusuf. Da questi fatti si può comprendere quanto siano potenti e straordinarie le forze psicologiche e spirituali dei profeti. Questa non è una caratteristica esclusiva di Yaqub: la condizione è la stessa per tutti i profeti. Riguardo a Yahya, Allah dice:

(Arabo************************************pagina 247 del PDF)

«Già nella mia infanzia gli concessi la capacità di prendere decisioni corrette, la tenerezza del cuore e la purezza».—(Maria, 12-13).

Quando Hazrat Gesù (pace su di lui) era tra le braccia di sua madre, gli fu fatto proclamare:

(Arabo************************************pagina 247 del PDF)

«Egli mi ha creato portatore di benedizione, ovunque io mi trovi, e mi ha ordinato di compiere per tutta la vita la preghiera e la zakat. Mi ha fatto nascere rispettoso dei diritti di mia madre. Non mi ha reso prepotente né malvagio».

Riguardo al Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui), Allah ha detto (Arabo**************) «In verità, possiedi un carattere morale eccelso».—(Sura al-Qalam, 4)

Queste sono le qualità e le caratteristiche innate e naturali dei profeti, con le quali essi nascono. In seguito, Allah perfeziona ulteriormente queste loro qualità innate e caratteristiche naturali, guidandoli verso un ruolo attivo. Infine, conferisce loro quella grande cosa che nel linguaggio del Corano viene chiamata con termini quali ilm e hukm (conoscenza e capacità di prendere decisioni), hidayat (guida) e bayyina (segni evidenti), tra gli altri. Hazrat Noè (pace su di lui) disse al suo popolo:

(Arabo************************************pagina 248 del PDF)

«Ho ricevuto da Allah una conoscenza che voi non avete ricevuto».

Ad Hazrat Ibrahim (a.s.) fu mostrata l’ordinata amministrazione di Allah sui cieli e sulla terra (Sura al-An‘am). Dopo tale osservazione, quando tornò avendo acquisito una conoscenza certa, disse a suo padre:

(Arabo************************************a pagina 248 del PDF)

«O padre mio! Ho ricevuto una conoscenza che tu non hai ricevuto. Seguimi dunque: ti mostrerò la retta via». – (Sura Maryam: 43)

Riguardo ad Hazrat Ya‘qub, Allah ha detto:

(Arabo************************************a pagina 248 del PDF)

«Egli possedeva certamente la conoscenza che Io gli avevo concesso. Tuttavia, la maggior parte delle persone non conosce tale mistero». – (Sura Yusuf: 68)

Riguardo ad Hazrat Yusuf è stato detto:

(In arabo************************************a pagina 248 del PDF)

«Quando raggiunse la maturità, gli conferimmo la sapienza e la capacità di giudicare e decidere».–(Sura Yusuf: 22).

Nella sura al-Qasas, versetto 14, viene detto lo stesso anche riguardo a Hazrat Musa (a.s.). Anche a Hazrat Lut furono conferite la stessa sapienza e la capacità di giudicare e decidere.–(Sura al-Anbiya: 74)

La stessa straordinaria sapienza fu conferita anche allo stesso Hazrat Muhammad (s.a.s.):

(In arabo************************************a pagina 248 del PDF)

«Allah ha fatto scendere su di te il Libro e la Sapienza, e ti ha insegnato ciò che prima non sapevi».–(Sura an-Nisa: 113)

(In arabo************************************a pagina 248 del PDF)

«Di’: “Mi trovo su una via chiara e luminosa, proveniente dal mio Signore”».–(Sura al-An’am: 57)

(Arabo************************************alla pagina PDF 249)

«Di’: questa è la mia via. Io invito ad Allah; io stesso e coloro che mi seguono possediamo conoscenza divina e profonda intuizione». –(Sura Yusuf: 108)

Grazie a questa conoscenza e a questa capacità di giudizio e discernimento, tra i profeti e la gente comune si crea una differenza pari a quella che esiste tra un vedente e un cieco.

(Arabo************************************alla pagina PDF 248)

«Io seguo soltanto ciò che mi viene rivelato. (O Muhammad!) Di’: possono mai essere uguali il cieco e colui che possiede la vista?» –(Sura al-An’am: 50)

La cosa menzionata in questi versetti non è soltanto il Libro; è piuttosto una luce sempre splendente nei cuori dei profeti. Per questo viene menzionata separatamente dal Libro. Questa cosa è stata descritta come una qualità e una caratteristica dei profeti. Con l’aiuto di questo raggio di luce essi indagano sui fatti e cercano anche la soluzione dei problemi che vengono continuamente sottoposti loro. I sapienti eruditi l’hanno definita «rivelazione segreta». In altre parole, è una guida interiore e una consapevolezza assimilata, sempre presente in loro in ogni momento, e di cui si servono per ogni questione. In merito a quelle questioni di cui le altre persone non riescono a cogliere l’essenza neppure dopo una lunga riflessione, né riescono a distinguere ciò che è corretto da ciò che è errato, lo sguardo del profeta, grazie alla luce concessagli da Allah e alla conoscenza divina, è capace di svelare in un istante i misteri più profondi.

La speciale disposizione di Allah per la supervisione e la protezione dei profeti

Dal Corano apprendiamo inoltre che Allah non ha concesso ai profeti soltanto conoscenza profonda, capacità di giudizio e discernimento, nonché straordinaria conoscenza e saggezza; allo stesso tempo, Egli veglia su di loro con particolare attenzione, li protegge dagli errori e dalle mancanze e li preserva dallo smarrimento, sia che ciò avvenga per l’influenza degli uomini, per l’istigazione di Satana o per i suggerimenti della propria anima. Anche quando, applicando il proprio giudizio e la propria ragione, commettono un errore nel prendere una decisione, Allah li corregge immediatamente. Si consideri il caso del profeta Yusuf. Quando la moglie di un alto funzionario governativo dell’epoca in Egitto aveva quasi fatto cadere Yusuf nella sua trappola, Allah lo protesse dalla cattiva azione mostrandogli una Sua chiara «prova».

(Arabo************************************pagina 249 del PDF)

«Ella (la donna) nutrì cattive intenzioni nei confronti di Giuseppe. E anche Giuseppe avrebbe agito così nei suoi confronti, se non avesse visto la prova del suo Signore. Ciò avvenne affinché lo distogliessi dal male e dall’indecenza. In verità, egli era tra quei servi che ho scelto per Me». – (Sura Yūsuf: 24).

Quando fu ordinato a Mosè e Aronne di recarsi dal Faraone, essi ebbero paura che il Faraone potesse perseguitarli. Allora Allah disse: «Non abbiate paura. Io sono con voi e vedo e ascolto ogni cosa» (Sura Ṭā Hā: 45-46). Essi ebbero paura a causa della debolezza umana. Allah l’Altissimo eliminò questa grave debolezza mediante la rivelazione.

Il profeta Noè, vedendo suo figlio sul punto di annegare, proruppe in un grido angosciato!(Arabo*****************)«O Signore! Questo è mio figlio». Questa era una debolezza umana. Allah l’Altissimo gli rese immediatamente chiaro questo significato: egli poteva anche essere suo figlio naturale, ma non apparteneva alla sua famiglia, poiché era un malvagio. Per alcuni istanti, l’umana debolezza, sotto l’impulso dell’affetto paterno, celò alla percezione interiore del profeta questa verità: quando si tratta della verità, padre, figlio, fratello o sorella non contano nulla. Attraverso la rivelazione, Allah sollevò il velo dai suoi occhi. Il profeta Noè si sentì rassicurato.

Anche nel caso del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) si verificarono più volte eventi di questo genere. Talvolta per la sua naturale bontà e compassione, talvolta per il suo irresistibile desiderio di condurre i miscredenti all’Islam, talvolta per il desiderio di conquistare i loro cuori, talvolta nel tentativo di ricambiare piccoli favori ricevuti dalla gente, talvolta con l’aspirazione di ravvivare nei cuori degli ipocriti l’ispirazione della fede e talvolta a causa della debolezza umana, da parte sua si verificarono errori o mancanze nell’ijtihād; ma ogni volta che ciò accadeva, Allah lo correggeva mediante una rivelazione manifesta e chiara. Per esempio:

(Arabo************************************pagina 250 del PDF)

«Si accigliò e si voltò dall’altra parte, perché da lui era venuto il cieco».

 

(Arabo************************************pagina 250 del PDF)

«Non è degno di un profeta avere prigionieri di guerra».

 

(Arabo************************************a pagina 250 del PDF)

«Che Allah ti perdoni, perché hai dato loro il permesso di non andare in guerra?»–(Sura al-Tawba: 43).

(Arabo************************************a pagina 250 del PDF)

«Che tu chieda perdono per loro o no, è la stessa cosa. Anche se chiedessi perdono per loro settanta volte, Allah non li perdonerà mai».–(Sura al-Tawba: 80)

(Arabo************************************a pagina 251 del PDF)

«In futuro, quando morirà qualcuno degli ipocriti, non recitare mai la preghiera funebre per lui».

(Arabo************************************a pagina 251 del PDF)

«O Profeta! Perché dichiari proibito ciò che Allah ha reso lecito per te?»

Questi versetti testimoniano la particolare supervisione e protezione di Allah nei confronti dei profeti.

Alcune persone cercano di dimostrare, attraverso questi versetti, che i profeti commettevano errori. Essi non erano immuni da difetti e mancanze. In particolare, il gruppo degli Ahl al-Qur’an, contrario agli hadith, prova grande piacere nel cogliere gli errori del Profeta sulla base di questi versetti. Eppure, sono proprio questi versetti a dimostrare con assoluta chiarezza che Allah si è assunto personalmente la responsabilità di proteggere il Suo Profeta dagli errori e dalle mancanze e di mantenere la loro vita fondata sul criterio della verità. Questo principio non è stato esposto soltanto nei versetti citati, ma anche in diversi altri passi del Corano. Per esempio:

(Arabo************************************alla pagina 251 del PDF)

«Se non fosse stato per la grazia e la misericordia di Allah nei tuoi confronti, una fazione di loro avrebbe certamente deciso di allontanarti dalla retta via. In realtà, però, non possono fare altro che sviare se stessi e non possono arrecarti alcun danno. Poiché Allah ha fatto scendere su di te il Libro e la sua profonda saggezza, e ti ha dato una conoscenza che prima non possedevi». – (Sura an-Nisa’: 113)

(Arabo************************************alla pagina 251 del PDF)

«Essi stavano quasi per distoglierti da una parte della rivelazione che ti abbiamo trasmesso, affinché tu inventassi qualcosa a Nostro nome; allora ti avrebbero preso come amico. E se non ti avessimo reso saldo, ti saresti certamente inclinato alquanto verso di loro». – (Sura Bani Isra’il: 73-74)

(Arabo************************************alla pagina 252 del PDF)

«Ogni volta che ho inviato, prima di te, un profeta o un messaggero, e questi ha nutrito un’aspirazione riguardo a qualcosa, Satana ha insinuato suggerimenti nelle sue speranze e aspirazioni. Ma è consuetudine di Allah che Egli elimini qualunque insinuazione Satana faccia sorgere nel cuore del profeta. Quindi consolida i Suoi segni». – (Sura al-Hajj: 52)

Da questi insegnamenti fondamentali e dagli esempi degli avvenimenti precedenti risulta evidente che Allah ha assunto personalmente la responsabilità di mantenere la vita del Suo profeta conforme allo standard desiderato e ha predisposto rigorose misure per correggere immediatamente ogni minima scivolata del profeta, sia che tale scivolata riguardasse una questione personale, sia che fosse connessa a una questione della vita collettiva. E, se si accetta questo principio, ne consegue automaticamente anche che tutte le parole del profeta alle quali Allah l’Altissimo non ha mosso alcuna obiezione hanno superato lo standard voluto da Allah. Si deve ritenere che tutte siano state approvate da Allah.

Esame comparativo

Da quanto è stato discusso finora, il significato della profezia è diventato evidente. Secondo la prima delle quattro opinioni menzionate, il significato della profezia sarebbe il seguente: un uomo, dopo essere rimasto per tutta la vita un essere umano come gli altri sotto ogni aspetto, una volta raggiunta una determinata età viene improvvisamente scelto per ricevere la rivelazione di Allah. A parte il Libro rivelato a lui, nessuna delle sue opinioni, riflessioni, decisioni, indicazioni e così via sarebbe in alcun modo diversa o distintiva rispetto a quella degli uomini comuni. Secondo la seconda opinione, il significato della profezia sarebbe che tra il profeta e gli uomini comuni esiste soltanto questa differenza: insieme alla rivelazione del Libro, al profeta vengono comunicati anche i dettagli pratici delle sue disposizioni. Dopo aver acquisito questa caratteristica, egli sarebbe semplicemente un capo come i capi comuni e un giudice come i giudici comuni. La terza opinione esprime riguardo alla profezia una concezione secondo cui la profezia sarebbe soltanto uno stato temporaneo o una trasformazione momentanea sovrapposta all’essenza umana del profeta; anche dopo il prodursi di tale stato o trasformazione, l’essenza umana del profeta e la sua essenza profetica rimarrebbero completamente separate. Secondo questa concezione, diventa inevitabile dividere la vita del profeta in due parti e considerare degna di essere imitata e seguita soltanto la parte della sua vita relativa alla profezia. È superfluo dire che tutte e tre queste opinioni sono prive di fondamento ed errate.

Il profeta è adornato delle qualità umane più perfette ed eccellenti.

Da ciò che il Sacro Corano ha esposto riguardo alla profezia, possiamo comprendere quanto segue: il profeta non nasce e cresce come un uomo comune per poi essere improvvisamente scelto come profeta a un certo punto della sua vita; egli nasce invece proprio per la profezia. Benché sia un essere umano e non sia al di sopra dei limiti naturali che Allah ha stabilito per l’uomo, entro tali limiti egli è l’uomo più perfetto ed eccellente. In lui le qualità umane sono presenti nella misura più elevata e in forma completa. Le sue capacità fisiche, mentali, intellettuali e spirituali sono presenti nel massimo equilibrio. La sua facoltà di comprensione è così sottile che egli acquisisce la conoscenza divina relativa al bene e al male senza alcuna riflessione, soltanto grazie alla sua acuta saggezza e alla sua profonda intuizione. A questa conoscenza divina ottenuta mediante la saggezza si allude in questo versetto:(ARABO*******)(Poi ha posto in lui le inclinazioni al bene e al male). La natura del profeta è così sana e retta che, senza ricevere alcun insegnamento esterno, egli abbandona la via del peccato e segue quella della taqwa e della rettitudine, guidato soltanto dal sentimento e dall’ispirazione innati. La sua coscienza e la sua mente sono così pure e incontaminate che egli riesce a comprendere infallibilmente, in ogni questione necessaria, la condotta voluta da Allah. Nel versetto coranico:(ARABO**********) [Con la sua natura sana, egli segue spontaneamente la via voluta da Allah. Questa è la perfetta umanità e, grazie a questa qualità, egli è, in senso autentico e concreto, il califfo o rappresentante di Allah. In verità, dopo che il profeta ha raggiunto questa maturità e questo perfezionamento caratteristici, Allah lo eleva alla dignità di guida dell’intera umanità. Ricevendo da Allah ulteriore luce della conoscenza, egli diviene un «Sirajam Munir», cioè una lampada luminosa, designata come mezzo di educazione e di guida per la riforma e il benessere dell’umanità. Questo è ciò che nel linguaggio comune viene chiamato profezia e missione messianica. Non è dunque corretto dire che la profezia sia una condizione temporanea imposta al talento umano del profeta in un determinato momento. La realtà è piuttosto che essa è il talento dell’umanità completa, che raggiunge il livello della profezia. La dignità della profezia non è come quella di una persona nominata viceré. Se si fosse trovato qualcun altro al suo posto, anche lui sarebbe stato nominato viceré allo stesso modo. In realtà, la profezia è qualcosa di innato. L’essenza personale del profeta è la sua stessa essenza profetica. La differenza consiste soltanto nel fatto che, prima della discesa della rivelazione, la sua essenza profetica rimane inattiva e latente; dopo la discesa della rivelazione, diventa attiva. È come un frutto dolce: nasce in quanto frutto dolce, ma la sua dolcezza si manifesta solo quando giunge a un determinato momento della maturazione.]

I versetti pertinenti

Ora si può comprendere bene il significato delle varie affermazioni che Allah l’Altissimo ha fatto in diversi passi riguardo alla profezia e all’essenza profetica. Per facilitarne la comprensione, citerò questi versetti secondo una particolare sequenza:

(Pagina 254 del PDF in arabo)

«La regola di Allah è che Egli non vi darà direttamente la conoscenza dell’invisibile. Piuttosto, a tal fine sceglierà chi vuole tra i Suoi messaggeri. Perciò credete in Allah e nei Suoi messaggeri». –(Sura Āl ʿImrān: 179)

(Pagina 254 del PDF in arabo)

«Non ho inviato alcun messaggero se non affinché gli si obbedisca per ordine di Allah». –[Cioè, il Messaggero non ha il diritto di ricevere obbedienza a titolo personale; gli si deve obbedire soltanto con il permesso o per ordine di Allah. –(L’autore)]–(Sura An-Nisāʾ: 64)

(Pagina 254 del PDF in arabo)

«Chi obbedisce al Messaggero, in realtà obbedisce ad Allah».

(Pagina 254 del PDF in arabo)

«Per la stella quando tramonta: il vostro compagno non è smarrito né è sviato. Non parla di propria iniziativa. Ciò che dice non è altro che una rivelazione discesa su di lui». –(Sura An-Najm: 1-4)

(Arabo********************************************a pagina 254 del PDF)

«Io seguo soltanto ciò che mi viene rivelato».–(Sura al-Anʿām: 50)

(Arabo********************************************a pagina 254 del PDF)

«Nel Messaggero di Allah avete un modello eccellente».–(Sura al-Aḥzāb: 21)

(Arabo********************************************a pagina 254 del PDF)

«O Muhammad!, di’: “Se amate Allah, seguite me; allora Allah vi amerà”».–(Sura Āl ʿImrān: 31)

(Arabo********************************************a pagina 254 del PDF)

«Il dovere dei credenti è che, quando vengono chiamati ad Allah e al Suo Messaggero affinché egli possa giudicare tra loro, dicano soltanto: “Abbiamo ascoltato e obbediamo”. Costoro sono quelli che avranno successo. E seguendo il Messaggero troverete la retta via».–(Sura an-Nūr: 51-54)

(Arabo********************************************pagina 254 del PDF)

«(O Profeta!) Per il tuo Signore, no, essi non sono affatto credenti finché non ti accetteranno come arbitro nelle loro controversie. Poi accetteranno pienamente, a capo chino e senza alcuna esitazione, il tuo giudizio e la tua decisione». — (Sura an-Nisāʾ: 65)

(Arabo********************************************pagina 254 del PDF)

«Quando Allah e il Suo Messaggero hanno deciso una questione, nessun credente, uomo o donna, ha il diritto di riservarsi la facoltà di decidere autonomamente riguardo ai propri affari. E chi disobbedisce ad Allah e al Suo Messaggero è caduto apertamente nell’errore». — (Sura al-Aḥzāb: 36)

Basta esaminare questi pochi versetti per portare alla luce tutto il significato della questione.

La differenza tra il Profeta e una persona comune

Nel primo versetto viene descritta la differenza tra il Profeta e una persona comune, e viene anche spiegato per quale motivo si deve credere in lui. È consuetudine di Allah non concedere personalmente a ogni essere umano la conoscenza delle questioni relative all’invisibile o al ghaib — [vale a dire quei fatti reali che si trovano al di là della portata dei sensi umani, ma la cui conoscenza è indispensabile per elaborare, nel mondo terreno, un sistema di vita puro e corretto per l’uomo. Nel linguaggio del Corano, è questo che viene chiamato ghaib o invisibile. Per esempio: qual è la vera identità dell’essere umano? È libero o sottomesso? Se è sottomesso, a chi? Che tipo di rapporto ha con quel Padrone? Dovrà rendere conto a quel Padrone? Se sì, dove? Come? Secondo quale criterio? Riguardo a quali questioni? Quale ricompensa riceverà se avrà superato con successo il rendiconto, e quale sarà invece la conseguenza del fallimento? Prima di ottenere le risposte a queste domande — non sulla base di supposizioni e congetture, ma sulla base di una conoscenza certa — non è possibile elaborare alcun ordinamento per la vita umana. La ‘conoscenza dell’invisibile’ menzionata da Allah nel versetto è proprio questa conoscenza dell’invisibile. — (L’autore)] La concede invece a una persona particolare. Per questo è dovere imprescindibile delle persone comuni credere in quella persona eletta.

L’obbedienza al Profeta è incondizionata e illimitata

Il significato del secondo versetto è che credere nel Messaggero non significa soltanto riconoscerlo come Messaggero, ma implica necessariamente anche obbedirgli, cioè attenersi alle sue direttive. Non soltanto in questo versetto, ma ovunque nel Corano venga impartito l’ordine di obbedire al Messaggero, tale ordine è incondizionato. In nessun punto è stato detto che si debba obbedire al Messaggero in una determinata circostanza e che, al di fuori di essa, non sia necessario obbedirgli. È dunque certo che, secondo il Corano, il Messaggero è un governante nominato da Allah, la cui autorità è assoluta e alle cui direttive ogni credente ha il dovere di obbedire pienamente, in ogni ambito e in ogni situazione. Naturalmente, se il Messaggero stesso limita il proprio potere di governo entro determinati confini, subordinandolo alla legge divina, ciò dipende dalla sua volontà. Può farlo, se lo desidera, e concedere agli uomini libertà di pensiero e d’azione al di fuori dei limiti stabiliti; ai credenti, invece, non è stato conferito alcun potere né diritto di determinare i limiti dell’autorità del Messaggero. Essi sono in modo definitivo e assoluto sottoposti alla sua autorità e obbedienti alle sue direttive. Se il Messaggero avesse ordinato loro di adottare un determinato metodo anche nell’agricoltura, nel commercio, nella lavorazione dei metalli e in attività simili, avrebbero dovuto obbedire senza esitazione e senza alcuna riserva.

L’obbedienza al Profeta non è come l’obbedienza a una persona comune

Poiché era stato impartito un ordine di obbedienza così incondizionata e illimitata, era necessario chiarire che essa non equivale all’obbedienza a una persona comune. Gli ignoranti miscredenti, infatti, lo consideravano semplicemente una persona comune. Dicevano alla gente: (Arabo************) «Non è forse soltanto una persona comune come voi?»

(Arabo********************************************a pagina 256 del PDF)

«Non è altro che un uomo come voi. Inoltre, vuole imporsi su di voi».

(Arabo********************************************a pagina 256 del PDF)

«Se obbedirete a un uomo come voi, sarete certamente perduti».

In realtà, obbedire al Profeta significa obbedire ad Allah. Infatti, tutto ciò che il Profeta dice, lo dice da parte di Allah, e tutto ciò che fa, lo fa conformemente agli ordini di Allah. Non dice nulla secondo i propri desideri, ma segue esclusivamente la rivelazione di Allah. Perciò si deve essere certi che nell’obbedirgli non vi è alcun rischio di smarrimento o di deviazione dalla retta via.

La rivelazione non recitata per la guida del Profeta— [una rivelazione che non è stata riportata nel Libro e non è recitabile. — (Nota dell’editore)]

Questo è quanto viene esposto nella terza, quarta e quinta āya. Riguardo a ciò che nella quarta e quinta āya viene chiamato rivelazione, alcuni affermano che si tratti del Libro di Allah e che, oltre al Libro, nessun’altra rivelazione sia stata fatta scendere sui profeti; ma questa concezione è del tutto errata. Dal Sacro Corano è provato che sui profeti non veniva fatto scendere soltanto il Libro; al contrario, Allah l’Altissimo faceva continuamente scendere su di loro la rivelazione per guidarli. Alla luce di questa rivelazione essi seguivano la via corretta, prendevano decisioni giuste nelle questioni quotidiane e attuavano i provvedimenti. A titolo d’esempio, si può dire che Hazrat Nūḥ (pace su di lui) costruì l’arca, sotto la supervisione di Allah e secondo la Sua rivelazione, per proteggersi dal Diluvio.

(Arabo******************************************** a pagina 257 del PDF)

«O Nūḥ, costruisci l’arca sotto la Mia supervisione e secondo la Mia rivelazione».

A Hazrat Ibrāhīm (pace su di lui) furono mostrati il governo dei cieli e della terra e il processo con cui si riportano in vita i morti. A Hazrat Yūsuf fu insegnata l’interpretazione dei sogni. (Arabo************) «Questa è una delle conoscenze che Allah mi ha concesso». Con Hazrat Mūsā (pace su di lui) si parlò sul monte Ṭūr. Gli fu chiesto: «Che cos’è quello che hai in mano?». Egli rispose: «È il mio bastone. Con esso conduco al pascolo le capre». Gli fu ordinato di gettare il bastone. Quando il bastone assunse la forma di un serpente, Hazrat Mūsā ebbe paura e stava per fuggire di corsa. Allora giunse la rivelazione: (Arabo*********) «O Mūsā, non temere! Avanza: sei al sicuro». Poi fu impartito un altro ordine: (Arabo*********) «Va’ da Faraone: egli si è ribellato». Egli chiese Hazrat Hārūn come sostegno. La sua richiesta fu accolta. Mentre i due fratelli si recavano da Faraone, avevano paura. Allah li rassicurò dicendo: (Arabo*********) «Non temete: Io sono con voi; vedo e ascolto ogni cosa». Poi, vedendo i serpenti creati dai maghi alla corte di Faraone, Hazrat Mūsā ebbe paura. Allora giunse la rivelazione: (Arabo*********) «Non temere: sarai tu il vincitore». Dopo che tutti i tentativi di guidare Faraone sulla retta via furono falliti, a Mūsā fu ordinato: (Arabo*********) «Parti nella notte con i Miei servi: sarete inseguiti». Quando giunse sulla riva del fiume, arrivò il comando divino: (Arabo*********) «Colpisci il fiume con il bastone».

Ora la domanda è: tra tutte queste rivelazioni, ce n’era forse una fatta scendere sotto forma di Libro per la guida di tutta l’umanità? Da questi esempi chiunque può comprendere chiaramente che Allah tiene sempre sotto la Sua osservazione i profeti e, ogni volta che, a causa di pensieri e opinioni umani, si presenta la possibilità che essi commettano un errore, li guida sulla retta via mediante la rivelazione. La rivelazione inviata attraverso i profeti per la guida di tutti gli uomini e trascritta in forma di Libro da parte di Allah come guida e costituzione pratica è di natura diversa dalla rivelazione qui discussa.

Alcuni esempi di rivelazioni non recitate fatte scendere sul Profeta

Questo tipo di «rivelazione non recitata» e la rivelazione segreta venivano fatte scendere sul Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui). In diversi passi del Corano si fa riferimento a questo argomento. In un primo momento il Profeta fece di Bayt al-Maqdis la qibla. Nel Libro di Allah non si trova alcun ordine al riguardo. Ma quando fu ordinato di abrogare quella qibla e di adottare come qibla Bayt al-Ḥarām (la Kaʿba), fu detto:

(Arabo***********************************pagina 258 del PDF)

«Avevo stabilito la qibla che avevi prima soltanto affinché si distinguesse tra chi obbedisce al Messaggero e chi disobbedisce». – (Sura al-Baqara: 143)

Da questo versetto si comprende chiaramente che il fatto di aver inizialmente stabilito Bayt al-Maqdis come qibla si basava sulla rivelazione.

Durante la battaglia di Uhud, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse ai musulmani che Allah avrebbe inviato degli angeli in loro aiuto. In seguito, Allah menzionò nel Corano quelle parole del Messaggero nel modo seguente: (Arabo******************) «Allah aveva trasformato quella promessa in una buona novella per voi». – (Sura Āl ʿImrān: 126)

È dunque indubbio che questa promessa fosse stata fatta da parte di Allah.

Dopo la battaglia di Uhud, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ordinò ai musulmani di mettersi in marcia per la seconda battaglia di Badr. Eppure questo ordine non è menzionato in alcun punto del Corano. In seguito, tuttavia, Allah confermò l’ordine del Profeta, dicendo che esso proveniva da Lui.

(Arabo***********************************pagina 258 del PDF)

«Coloro che, nonostante le ferite riportate in battaglia, risposero nuovamente all’appello di Allah e del Messaggero».

La menzione dell’uscita del Profeta da Medina per la battaglia di Badr è riportata così: (Arabo************) «Come quando Allah ti fece uscire dalla tua casa».–(Sura al-Anfal: 5)

Nel Corano non è riportato alcun ordine di uscire dalla casa, ma in seguito Allah ne confermò la veridicità, dicendo che egli era uscito per Suo ordine, e non di propria volontà.

In seguito, durante la battaglia, Allah mostrò in sogno al Suo Profeta:

(Arabo***********************************alla pagina 258 del PDF)

«Quando Allah te li mostrò in sogno come pochi di numero».–(Sura al-Anfal: 43)

Quando furono distribuiti i bottini di guerra, gli ipocriti cominciarono a storcere il naso. Allora Allah fece sapere che tale distribuzione era avvenuta per ordine di Allah stesso.

(Arabo***********************************alla pagina 259 del PDF)

«Se solo si fossero accontentati di ciò che Allah e il Suo Messaggero avevano dato loro (sarebbe stato meglio)».–(Sura at-Tawba: 59)

Al momento della tregua di Hudaybiyya, tutti i Compagni erano contrari alla tregua. Le sue condizioni sembravano inaccettabili a tutti. Tuttavia, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) la accettò. In seguito, Allah la confermò, dichiarando che quella tregua proveniva da Lui.

(arabo***********************************a pagina 259 del PDF)

«Ti abbiamo concesso una vittoria evidente».–(Sura al-Fath: 1)

Sintesi del significato dei versetti sopra citati

Alla luce dei versetti coranici si possono trovare molti altri esempi di questo genere. Tuttavia, non è mio intento citare qui tutti i versetti. Il mio unico intento è dimostrare che il rapporto di Allah con il profeta non è soltanto temporaneo e di breve durata, come se il rapporto con lui si instaurasse solo quando egli volesse trasmettere agli uomini un messaggio e si interrompesse subito dopo. La realtà è piuttosto che Egli mantiene sempre un’attenzione particolare verso colui che sceglie come profeta e continua in ogni momento a guidarlo e istruirlo mediante la rivelazione. In questo modo garantisce che il profeta assolva il proprio compito con precisione in ogni istante della sua vita e che, per mezzo suo, non si compia alcuna azione né si pronunci alcuna parola sgradita ad Allah. Questa verità è esposta nei primi versetti della Sura an-Najm. Ho già detto nella prima parte di questa trattazione, e anche il Sacro Corano lo ha dichiarato chiaramente, che i profeti sono mantenuti sotto la costante sorveglianza di Allah; sono protetti dagli errori e dalle mancanze; se, a causa della debolezza propria della natura umana, compiono un passo falso, Egli lo corregge, li richiama all’errore e li riconduce sulla retta via. Il riferimento contenuto nel Sacro Corano agli errori e alle mancanze dell’Onorevole Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e degli altri profeti, nonché agli avvertimenti di Allah al riguardo, non ha mai lo scopo di far perdere agli uomini la fiducia nei profeti. Non vuole neppure che la gente pensi: «Dio non voglia, se i profeti commettono errori come noi, come è possibile seguirli e obbedire loro con certezza?». In realtà, lo scopo è far sapere che Allah non ha concesso ai profeti la libertà illimitata di agire secondo i propri desideri, né di seguire le proprie opinioni, il proprio giudizio e la propria ragione. Poiché sono stati incaricati di guidare la gente comune sulla retta via, è stato loro rigorosamente ordinato di obbedire costantemente ai comandi di Allah e di non seguire, neppure nella più piccola questione, una via sgradita ad Allah. Per questo, nel Corano il Profeta (pace e benedizioni su di lui) è stato rimproverato anche per questioni insignificanti, prive di qualsiasi importanza nella vita delle persone comuni: per esempio, per aver mangiato o non aver mangiato il miele; per non aver prestato attenzione a un cieco ed essersi infastidito perché questi aveva interrotto la sua dotta conversazione; oppure per aver chiesto perdono per qualcuno. Si tratta di questioni del tutto irrilevanti, ma Allah non ha permesso al Profeta di agire, neppure in tali piccole questioni, secondo il proprio volere o quello altrui. Analogamente, esentare qualcuno dall’andare in guerra e liberare alcuni prigionieri di guerra dietro riscatto sono questioni ordinarie per un capo; per il Profeta, invece, erano eventi di estrema importanza. Perciò fu ammonito mediante una rivelazione esplicita. Perché? Perché il profeta di Allah non è come i capi comuni, che possono fare ciò che vogliono secondo il proprio giudizio e la propria ragione. Poiché il Profeta era incaricato della grande responsabilità della profezia, se, prendendo una decisione sulla base del proprio giudizio, non fosse riuscito a comprendere correttamente l’indicazione della rivelazione segreta di Allah, e fosse avanzato anche solo di un passo minimo contro la volontà di Allah, Allah avrebbe ritenuto necessario correggerlo mediante una rivelazione esplicita.

La veridicità del Profeta: pienamente degno di fiducia

Allah l’Altissimo ha descritto questa qualità e questa caratteristica del Suo Profeta affinché nascesse in noi piena fiducia nella sua veridicità e potessimo credere fermamente che le parole e le azioni del Profeta sono al di sopra dello smarrimento, della deviazione, del seguire le passioni e degli errori e delle mancanze delle concezioni e dei pensieri umani. In ogni passo della vita egli rimane saldo sulla retta via descritta da Allah. Il suo carattere puro è un modello dell’etica islamica nel quale non vi è la minima traccia di difetto o mancanza. Allah l’Altissimo ha fatto in modo particolare questo modello completo e perfetto affinché, tra i Suoi servi, chiunque desideri diventare un Suo servo prediletto possa seguirlo e imitarlo senza timore né esitazione. Questo è precisamente lo scopo descritto nel sesto e nel settimo dei versetti sopra menzionati. Nel sesto versetto si afferma che nel Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) vi è un modello per voi. Nel settimo versetto, seguire il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) è indicato come l’unico modo per diventare oggetto dell’amore di Allah.

L’intera vita del Profeta è un «modello eccellente«modello eccellente’

Anche qui vediamo che, quando la vita del Profeta è stata definita il modello eccellente, non è stata menzionata alcuna condizione o limitazione. In altre parole, l’intera vita del Profeta costituisce, sotto ogni aspetto, il modello eccellente che tutti gli esseri umani devono necessariamente seguire in ogni ambito e in ogni circostanza della vita. In questo senso, non vi è alcuno spazio per imporre condizioni o limiti di qualsiasi genere. La persona del Profeta è stata definita nel suo insieme un modello eccellente, e la sua obbedienza completa è indispensabile. Ciò significa che quanto più si seguiranno e imiteranno i suoi insegnamenti e quanto più si riuscirà a sviluppare nella propria vita una somiglianza qualitativa con le sue virtù, tanto più sarà possibile avvicinarsi ad Allah e diventare a Lui graditi.

L’ambito delle eccezioni

Tuttavia, dichiarare complessivamente la vita dell’Onorato un modello o esempio da imitare e ordinare di obbedirle pienamente non significa che, in ogni ambito della vita, tutti debbano fare esattamente tutto ciò che egli fece e nel modo in cui lo fece, né che debbano seguire la sua vita pura in modo tale da non poter più distinguere l’originale dalla copia. Questo non è lo scopo del Corano, né potrebbe esserlo. Si tratta in realtà di una direttiva sintetica e fondamentale. Il modo in cui essa deve essere attuata possiamo apprenderlo dagli insegnamenti dello stesso Hazrat Rasulullah (s.a.s.) e dal modo di vivere dei Compagni. Qui non è possibile esaminarlo in dettaglio. In breve, voglio dire che, per quanto riguarda gli atti che hanno il rango di obblighi religiosi, doveri necessari e pilastri fondamentali dell’Islam, bisogna obbedire e conformarsi a lui in modo esatto e completo, senza deviare neppure di un capello. Rientrano in questa categoria le norme riguardanti la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio, la zakat, la purificazione e simili, nonché tutto ciò che egli ha prescritto in questi ambiti e le regole generali della vita islamica, come le attività sociali, economiche e politiche e le loro disposizioni particolareggiate. Riguardo ad alcune di queste cose, Rasulullah (s.a.s.) si è limitato a ordinare di mantenere la moralità e la decenza e di adottare metodi ragionevoli. Altre, invece, sono tali che, alla loro luce, possiamo stabilire quali modalità d’azione siano conformi all’Islam e quali non lo siano. In questo ambito, chi desidera sinceramente imitare Rasulullah (s.a.s.) e proprio a questo scopo studia i suoi hadith e le sue regole di comportamento può facilmente comprendere in quali questioni sia necessario imitarlo alla lettera e in quali altre, dai suoi hadith e dalla sua condotta, si debbano ricavare soltanto i principi generali di moralità, razionalità, bene e utilità. Ma le persone litigiose avanzano qui ogni sorta di scuse. Dicono: Rasulullah (s.a.s.) parlava in arabo; anche noi dobbiamo parlare in arabo, forse? Egli sposò donne arabe; anche noi dobbiamo sposare donne arabe, forse? Indossava un certo tipo di abito; dobbiamo indossare anche noi lo stesso tipo di abito? Mangiava determinati cibi; dobbiamo mangiare anche noi quegli stessi cibi? Si rapportava con la gente, si sedeva con essa e la trattava secondo modalità particolari; dobbiamo fare anche noi tutto ciò esattamente nello stesso modo? Purtroppo non si fermano nemmeno a riflettere sul fatto che l’essenziale non è la lingua, bensì la norma morale del parlare, che egli osservava sempre. Non è questo il punto: se si debba sposare una donna araba o non araba; il punto fondamentale è quale sarà il nostro comportamento verso la donna che sposeremo, come stabiliremo i suoi diritti e come eserciteremo su di lei la nostra legittima autorità giuridica. Sotto questo aspetto, per la vita familiare di un musulmano non può esistere modello migliore di quello che il Profeta (s.a.s.) ha lasciato nel suo comportamento verso le sue mogli. Chi ha mai detto che la legge della Sharia imponga di indossare esattamente lo stesso tipo di abito che indossava Hazrat (s.a.s.)? E chi ha mai ordinato che ogni musulmano debba mangiare esattamente gli stessi cibi che egli mangiava? In questi ambiti, ciò che deve essere imitato sono la devozione, la purezza, la pulizia e la decenza che egli osservava nel mangiare e nel vestire. Da ciò comprendiamo come si possa attuare l’insegnamento sintetico sul comportamento che il Corano ci ha dato riguardo all’equilibrio tra ascetismo e edonismo: da una parte, evitando lo spreco e lo sperpero, e dall’altra, senza rinunciare inutilmente alle cose lecite. Lo stesso vale per tutti gli altri aspetti della vita personale e collettiva di Hazrat (s.a.s.). L’intera sua nobile e pura vita è un eccellente modello per la vita di un musulmano veramente timorato di Dio. Hazrat Aisha (r.a.) aveva giustamente detto che, (arabo**********) cioè: se volete sapere come debba vivere nel mondo una persona credente secondo l’insegnamento e lo spirito del Sacro Corano, prendete a modello la vita di Hazrat Muhammad (s.a.s.). Vedrete che l’Islam, sintetizzato nel Corano, è spiegato ampiamente nella vita del Messaggero di Allah (s.a.s.).

Il Messaggero è sempre Messaggero

È motivo di gioia il fatto che il terzo gruppo non condivida le idee del primo e del secondo. Tuttavia, sulla base di alcuni hadith, nella loro mente è sorto il dubbio che «Rasulullah (s.a.s.) forse non fosse Messaggero in ogni situazione e in ogni momento, e che non ogni sua parola e azione fosse pronunciata e compiuta in qualità di Messaggero». Le tradizioni dalle quali è nata questa errata comprensione indicano in realtà un’altra questione. In verità, il Profeta (s.a.s.) era il Messaggero di Allah in ogni istante e in ogni situazione, e il suo compito consisteva nel mantenere sempre l’attenzione sullo scopo per il quale era stato inviato come Profeta. Egli non divenne Profeta per privare completamente gli esseri umani della libertà di pensiero e di opinione, né per rendere la loro coscienza e la loro ragione inerti e incapaci di agire. Non venne a insegnare agli uomini del mondo l’agricoltura, l’industria e i mestieri, né fu inviato per dirigere gli affari commerciali e le attività personali della gente.

L’attenzione del Profeta verso il vero scopo della missione profetica

Lo scopo della vita del Santo Profeta era uno solo: radicare saldamente l’Islam, come credo, nei cuori delle persone e renderlo efficace, sul piano delle opere concrete, nel carattere individuale e nell’ordinamento sociale degli uomini. Al di fuori di questo scopo fondamentale, egli non prestò mai attenzione ad altro. E se, in qualche rara occasione, diceva qualcosa su una questione qualsiasi, aggiungeva subito: «Voi siete liberi nelle vostre opinioni e nelle vostre attività». Egli disse: (Arabo****************) «Voi conoscete meglio di chiunque altro le questioni della vostra vita terrena». I Compagni, tuttavia, erano sempre pronti a obbedire con tutto il cuore a ogni parola del Profeta, considerandola una parola del Messaggero, e ritenevano necessario obbedirgli e seguirlo in ogni cosa. Per questo, ogni volta che il Profeta diceva qualcosa riguardo a una questione terrena, i Compagni pensavano che potesse trattarsi anch’essa di un’istruzione impartita in quanto Messaggero. Ma non accadde mai che egli desse ai Compagni un ordine riguardante qualcosa che non fosse connesso con lo scopo della sua venuta, costringendoli poi a obbedirvi. Il fatto che, durante i ventitré anni, non sia rimasto neppure per un istante incurante del proprio scopo e della propria meta, che sia stato costantemente consapevole della sottile differenza tra ciò che rientrava nel suo scopo e ciò che non vi rientrava, e che, pur avendo piena autorità e dominio sui suoi seguaci, non abbia dato loro ordini in questioni estranee, dimostra proprio che la dignità della missione profetica non si separava mai dalla sua persona. Tuttavia, non è corretto ritenere che tutto ciò che il Santo Profeta disse nelle questioni terrene non avesse origine nella rivelazione. Naturalmente, queste parole non erano ordini impartiti da lui; egli non le pronunciava neppure con il tono di chi dà un ordine, e nessuno le accettava come tali. Ciononostante, qualunque parola uscisse dalla sua bocca benedetta era, dall’inizio alla fine, impeccabile e vera. Per esempio, gli hadith del Santo Profeta riguardanti la medicina sono colmi di osservazioni estremamente sagge. Leggendoli, si resta stupefatti al pensiero che un uomo analfabeta dell’Arabia, che non era mai stato medico e non aveva mai svolto ricerche sulla medicina, potesse conoscere fatti di questa scienza che oggi, dopo secoli di verifiche, esperimenti ed esperienza, si dimostrano veri. Nelle parole colme di sapienza del Santo Profeta si trovano centinaia di esempi di questo genere. Sebbene tali cose non rientrino nella responsabilità della missione profetica, Allah conferisce ai Suoi messaggeri, per natura, capacità straordinarie che non servono soltanto ad adempiere alla responsabilità della missione profetica, ma lasciano tracce di eccellenza in ogni ambito. È evidente che l’arte di fabbricare armature non può avere alcun rapporto con la missione profetica. Eppure il Profeta Davide, pace su di lui, dimostrò una straordinaria abilità anche in quest’arte. Allah stesso ha detto: «Sono Io che gli ho insegnato quest’arte».(Arabo**********************) «Gli insegnai l’arte di fabbricare armature affinché, per mezzo loro, poteste proteggervi dagli attacchi reciproci». (Sura al-Anbiyā’, 80). Che rapporto può mai esserci tra l’apprendimento del linguaggio degli uccelli e l’adempimento della missione profetica? Eppure il Profeta Salomone, pace su di lui, raggiunse l’eccellenza anche in questo campo. Egli stesso disse: (Arabo**********) «Mi è stato insegnato il linguaggio degli uccelli». (Sura an-Naml, 16). Che rapporto possono avere la falegnameria e la costruzione di navi con l’adempimento della missione profetica? Eppure Allah non disse al Profeta Noè, pace su di lui: «Costruisci una nave robusta». Al contrario, disse: (Arabo***********) «Costruisci la nave sotto i Nostri occhi, secondo la Nostra rivelazione». (Sura Hūd, 37)

Le due parti della vita del Profeta

Da questa discussione abbiamo compreso che non è esatto dire che ai profeti giungesse soltanto la rivelazione direttamente connessa all’adempimento della missione profetica. In realtà, tutta la loro vita era sottoposta al comando di Allah. La differenza consiste unicamente nel fatto che una parte della loro vita è tale che imitarla alla lettera è una condizione indispensabile per essere musulmani; un’altra parte, invece, è tale che imitarla al cento per cento non è obbligatorio, cioè indispensabile, per tutti i musulmani. Tuttavia, per chi desidera diventare un servo amato e vicino ad Allah, non vi è altra possibilità che seguire pienamente la Sunnah del Profeta. Anche una mancanza minima in questo ambito comporterà una diminuzione proporzionata nella vicinanza ad Allah e nell’essere Suoi servi amati. Infatti, per essere amati da Allah non esiste assolutamente altra via se non quella di seguire il Profeta. (Arabo***********) «Seguitemi: allora Allah vi amerà».

La differenza tra la guida del Profeta e le altre forme di guida

Dalla discussione precedente è ormai divenuta chiara la differenza tra la guida del Profeta e quella degli altri leader, così come la differenza tra i giudizi e le decisioni del Profeta e quelli degli altri giudici. Tuttavia, verso la fine ho citato tre versetti che hanno reso la questione ancora più chiara. Da questi versetti risulta provato che sottomettersi alle direttive di Allah e del Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e accettare le sue decisioni è una condizione indispensabile per essere credenti. Chi rifiuta di farlo non rimarrà credente. Possiede forse un altro leader o un altro giudice una simile autorità? Se non la possiede, quanto è grave l’errore di affermare che, ovunque nel Corano le parole «Allah» e «Messaggero» siano menzionate insieme, esse significhino «la leadership»! È proprio questa affermazione del mawlānā Aslam Jairajpuri che ritengo discutibile. Considero tale posizione del tutto contraria al Corano. Anch’io riconosco l’obbligo di obbedire agli ulil-amr. Dopo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), obbedire agli ulil-amr è un dovere indispensabile. Gli ulil-amr svolgeranno le funzioni che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) svolgeva, durante la sua vita, nello Stato islamico, e in tutte le questioni della società e dello Stato le loro decisioni saranno incontestabili e definitive. Persino se qualcuno, in base alle proprie conoscenze, comprendesse che una decisione degli ulil-amr è contraria ad Allah e al Suo Messaggero, dovrebbe comunque, pur rimanendo fermo nella propria opinione, rispettarla entro certi limiti. Ma ciò non significa che ciò che nel Corano viene indicato con «Allah e il Messaggero» sia la leadership, né che un ordine emanato dalla leadership sia identico a un ordine di Allah e del Suo Messaggero. Se così fosse, quando i leader e i governanti si smarrissero e coloro che detengono il potere e le responsabilità iniziassero ad agire contro il Corano e la Sunna, i musulmani si troverebbero senza mezzi e impotenti. Pur sapendo che si dirigono verso una distruzione inevitabile, non avrebbero altra scelta che seguirli e obbedire loro. In una situazione simile, se qualcuno si ribellasse e rivendicasse il diritto di seguire la via di Allah e del Suo Messaggero, secondo la fatwā del mawlānā Aslam Jairajpuri quei governanti sviati e tirannici potrebbero dichiarare quel poveretto nemico di Dio e ucciderlo, senza commettere alcuna colpa. Potrebbero dire: «Ehi, sciocco, Allah e il Messaggero siamo noi! E tu, quale Allah e quale Messaggero vuoi farci seguire?»

 

Esame della vita personale del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) e della sua vita profetica

Le traduzioni arabe dei miei due articoli intitolati «La visione dell’Islam sulla libertà» e «L’obbedienza e l’imitazione del Messaggero» erano state pubblicate sulla rivista damascena «Al-Muslimun». In quell’occasione, alcuni illustri studiosi della Siria richiamarono la mia attenzione, dicendo che nei due articoli sembrava esserci una certa contraddizione. Era necessario eliminarla. Un signore di Damasco pose nel mio primo articolo la seguente domanda:

«In quanto essere umano, Ḥazrat Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) è forse come una persona comune? Nel suo animo, in quanto uomo, erano forse presenti il desiderio di esercitare il proprio dominio personale sugli altri e l’ambizione di sottoporli alla propria autorità e al proprio prestigio? Se così fosse, quale significato avrebbero la sua infallibilità in quanto profeta e la protezione concessagli in quanto uomo? La sua vita umana precedente alla profezia e la sua vita profetica si sono forse fuse in una sola, oppure sono rimaste distinte? È possibile separare questi due aspetti della sua vita, così da ottenere la libertà di obbedire a Muḥammad profeta e di opporsi a Muḥammad uomo? Ciò che egli ha detto in quanto profeta è certamente obbligatorio, mentre abbiamo il diritto di opporci a ciò che ha detto in quanto uomo. Ma alla luce di quale principio possiamo tracciare una linea di demarcazione tra questi due tipi di parole? Non vi è forse alcun impedimento all’opposizione all’opinione personale del Profeta? Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) induceva forse i musulmani a ritenere che non fosse necessario obbedirgli in quanto uomo? Li incoraggiava forse a dissentire dalle sue opinioni personali? È vero che, sulla base di questo ragionamento e di queste prove, Ḥazrat ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) si oppose a Ḥazrat in quanto uomo?»

Il mio articolo riportato qui di seguito fu scritto proprio in risposta a queste domande:

Mi è stato detto che i miei due articoli pubblicati nel sesto, settimo e ottavo numero del sesto volume di «Al-Muslimun», con i titoli «La visione dell’Islam sulla libertà» e «L’obbedienza e l’imitazione del Messaggero», contenevano affermazioni contraddittorie che era necessario conciliare. In altre parole, nel primo articolo si affermava che la vita personale del Profeta e la sua vita profetica sono distinte. L’Islam invita a obbedire alla vita profetica, non alla vita personale. Nel secondo articolo, invece, si negava l’esistenza di queste due vite separate del Profeta e si affermava con forza che il Profeta ha un’unica vita: la vita profetica. Mi è stato chiesto come risolvere questa contraddizione. Inoltre, riguardo al mio primo articolo, «La visione dell’Islam sulla libertà», un signore di Damasco aveva posto alcune domande. Le domande furono pubblicate nel settimo numero di «Al-Muslimun». Le abbiamo citate all’inizio. Entrambe le domande sono in gran parte dello stesso tipo. Perciò rispondo a entrambe nello stesso breve articolo.

In realtà, il problema presenta due aspetti. Il primo è quello teorico. Qui la questione da esaminare è quale sia la verità autentica e incontestabile. Il secondo è quello pratico. Qui la questione è se, per ricevere una guida dalla personalità del Profeta, dobbiamo considerare profetica per noi la sua intera vita e se egli sia soltanto un profeta. Oppure dobbiamo dividerlo in due, obbedire alla sua vita profetica e scartare il resto?

Primo: l’aspetto teorico della discussione

Discutiamo innanzitutto l’aspetto teorico. Il Sublime Corano ha dichiarato con parole inequivocabili che esiste una differenza tra la vita personale dei profeti e la loro vita profetica. Essi non vengono per rendere gli uomini loro schiavi; vengono per fare degli uomini servi, o schiavi, di Allah.

(Arabo***************************a pagina 266 del PDF)

«Non è affatto appropriato che Allah conceda a un uomo il Libro, il potere di governare e la profezia, e poi egli dica agli uomini: “Diventate miei servi invece di essere servi di Allah”». – (Sura Āl ʿImrān: 79)

Venivano loro affidate contemporaneamente due responsabilità. Primo: liberare gli uomini dalla servitù di tutti gli altri uomini o oggetti oltre ad Allah, persino dalla propria servitù. Secondo: sottoporli alla servitù esclusiva di Allah.

(Arabo***************************a pagina 266 del PDF)

«(O Profeta,) di’: “O gente della Scrittura, venite a una parola comune tra noi e voi: che non adoreremo altri che Allah, non Gli assoceremo nulla e nessuno di noi prenderà altri come signori all’infuori di Allah”». – (Āl ʿImrān: 64)

Il comando di obbedire incondizionatamente al Messaggero in tutte le questioni riguardanti l’Islam non gli è stato conferito come diritto personale; ciò è soltanto perché Allah comunica ciò che Lo compiace e ciò che è il Suo comando esclusivamente per mezzo del Messaggero. Perciò è stato dichiarato che l’obbedienza al Messaggero è obbedienza ad Allah stesso. Nel Corano è detto:

(Arabo***************************a pagina 267 del PDF)

«Ho inviato ogni Messaggero affinché, con il permesso di Allah, gli si obbedisse». –(Sura an-Nisa: 64)

(Arabo***************************a pagina 267 del PDF)

«Chi obbedisce al Messaggero obbedisce ad Allah stesso». –(Sura an-Nisa: 80)

Insieme a ciò, è dimostrato dal Corano e da numerosi hadith che il venerabile Messaggero di Allah (pace su di lui) non ha mai preteso per una parola o un’azione da lui pronunciata o compiuta secondo il proprio giudizio, e non per ordine di Allah, lo stesso tipo di obbedienza assoluta che ha preteso quando ha detto o fatto qualcosa per ordine di Allah. Ho fornito numerosi esempi al riguardo nel mio saggio intitolato «La prospettiva dell’Islam sulla libertà». In particolare, il divorzio di Zaynab (che Allah sia soddisfatto di lei) da parte del venerabile Zayd, nonostante il divieto del Profeta, e il fatto che Allah e il Suo Messaggero non abbiano manifestato alcun disappunto per questo, costituiscono un esempio lampante. Oltre all’interpretazione che ne ho dato in quel saggio, non è possibile darne alcun’altra. E riguardo all’impollinazione delle palme da dattero, il Messaggero di Allah (pace su di lui) disse con parole inequivocabili:

(Arabo***************************a pagina 267 del PDF)

«Anch’io sono certamente un essere umano. Quando vi do un’istruzione riguardo all’Islam, seguitela. Ma quando dico qualcosa secondo il mio giudizio, ricordate che sono soltanto un essere umano. –Avevo espresso un’opinione basata su una supposizione. Non accettate ciò che dico sulla base di supposizioni di questo tipo. Tuttavia, quando vi dico qualcosa da parte di Allah, accettatelo, poiché non ho mai detto il falso riguardo ad Allah. –Voi conoscete meglio le questioni della vostra vita terrena». –(Muslim)

Questa è dunque la differenza sul piano dei principi. Vediamo ora il suo aspetto concreto.

Due: l’aspetto concreto e pratico

In realtà, la questione era estremamente delicata e complessa. Allah aveva inviato un uomo come Suo unico rappresentante, affidandogli una duplice responsabilità: da un lato, egli avrebbe liberato l’intera umanità dalla servitù e dalla sottomissione a tutte le creature, compresa la propria persona, e avrebbe impartito loro personalmente l’addestramento alla libertà; dall’altro, quello stesso uomo avrebbe esortato gli uomini a obbedire incondizionatamente ad Allah, e la fonte di tale obbedienza ad Allah sarebbe stata proprio la sua persona in quanto Messaggero. Questi due compiti, apparentemente contraddittori, dovevano essere svolti dalla stessa persona nello stesso momento; e i loro ambiti erano così intimamente intrecciati che nessuno, tranne Allah e il Suo Messaggero, avrebbe potuto tracciare una linea di demarcazione tra essi. Inoltre, considerando tre elementi, la loro complessità e delicatezza diventano ancora più evidenti. Innanzitutto, quando il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) esortava gli uomini a obbedirgli in quanto sottoposto al comando di Allah, non poteva esservi alcun dubbio sul fatto che stesse adempiendo alla missione della messaggeria. Ma quando insegnava ai suoi Compagni più devoti a liberarsi dalla soggezione psicologica alla sua persona e a esercitare la libertà di pensiero e di opinione; quando li incoraggiava, proprio in sua presenza, a esercitare la libertà di pensiero di fronte alle sue opinioni personali, mostrando loro che in una determinata questione erano liberi, mentre in un’altra erano obbligati a obbedire pienamente, anche allora, in realtà, stava svolgendo una parte della missione della messaggeria. Questo è un ambito nel quale diventa difficile per noi comprendere la differenza tra la sua vita personale e la sua vita profetica e agire conformemente a tale differenza. Qui le due vite sono così intimamente intrecciate che, di fatto, tra esse rimane soltanto una differenza teorica. Persino quando compiva un’azione nella sua qualità personale, si vedeva che, in pratica, stava adempiendo alla missione della profezia.

In secondo luogo, anche quelle che esteriormente appaiono come questioni del tutto personali — come mangiare e bere, l’abbigliamento, il matrimonio, la vita con le mogli e i figli, le attività domestiche, il bagno e la pulizia, la minzione e la defecazione, e così via — non sono questioni completamente personali nella vita del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui); anche in esse sono infatti contenuti insegnamenti riguardanti i limiti, le prescrizioni e le regole della Sharia. Di conseguenza, diventa difficile per gli uomini stabilire dove termini l’operato di Muhammad il Messaggero e dove inizi quello di Muhammad come persona.

In terzo luogo, dal Sacro Corano apprendiamo che la vita profetica, nel suo insieme, costituisce un modello, del quale ogni aspetto è per noi un faro di verità e giustizia. Nessuna sua parola o azione è minimamente contaminata dall’impulso delle passioni, dall’errore o dallo sviamento. A questo proposito, sono degne di nota alcune parole del Corano:

(Arabo***************************a pagina 268 del PDF)

«Nella vita del Messaggero di Allah avete il modello migliore».

(Arabo***************************a pagina 268 del PDF)

«O Profeta! Ti abbiamo inviato come testimone per l’umanità, annunciatore di buone novelle, ammonitore, invitante verso di Lui con il permesso di Allah e lucerna luminosa».

(Arabo***************************a pagina 268 del PDF)

«Il vostro compagno non si è smarrito né ha deviato. Egli non parla per capriccio personale: ciò che dice non è altro che una rivelazione inviatagli». – (Sura an-Najm, 2-4)

Per queste ragioni, secondo la Sharia non abbiamo alcun diritto di distinguere tra la vita profetica e la vita privata del Profeta; e, in pratica, tale distinzione non è neppure possibile. Non possiamo stabilire da noi i confini tra queste due dimensioni della vita del Profeta. Non siamo in grado di affermare con precisione che una determinata questione rientri nella sua vita profetica, mentre un’altra rientri nella sua vita privata. Pertanto non abbiamo l’autorità di decidere che sia obbligatorio accettare l’una e facoltativo accettare l’altra. Soltanto una dichiarazione esplicita dello stesso Messaggero di Allah, oppure un principio elaborato alla luce di più suoi insegnamenti, può essere assunto come unico mezzo per determinare tale distinzione.

Alcuni esempi degni di nota

Durante l’epoca del Messaggero di Allah (s.a.s.) si trovano esempi del fatto che i Compagni, prima di esprimere un’opinione personale riguardo a una sua parola o azione, chiedevano se quella parola o azione fosse fondata su un comando di Allah oppure su una sua opinione personale. Quando venivano a sapere che si trattava soltanto di una sua opinione personale, soltanto allora esponevano il proprio punto di vista. Durante la battaglia di Badr, Khabbab ibn al-Mundhir chiese, prima di esprimere la propria opinione, se la scelta del luogo fosse stata fatta sulla base della rivelazione o semplicemente come strategia militare. Infatti, se fosse stata fondata sulla rivelazione, non ci sarebbe stato lecito modificarla neppure in minima parte. Durante la battaglia del Fossato, Saʿd ibn Muʿadh, prima di esprimere la propria opinione riguardo alla decisione di stipulare una tregua con la tribù dei Banu Ghatafan, chiese: «O Messaggero di Allah! Questa decisione è stata presa sulla base della rivelazione — riguardo alla quale non abbiamo facoltà di parlare — oppure desideri fare ciò soltanto per tua volontà?»

Talvolta il Messaggero di Allah (s.a.s.) stesso rendeva noto che ciò che aveva detto su una determinata questione non lo aveva detto per comando di Allah né lo aveva promulgato come norma dell’Islam, ma che aveva semplicemente espresso una propria opinione personale. Ne è un esempio la spiegazione da lui fornita riguardo all’impollinazione delle palme da dattero, già menzionata in precedenza.

Talvolta si poteva comprendere, dal modo stesso dell’ordine, che egli lo aveva impartito sul piano personale. Per esempio, disse ad Hazrat Zayd: (Arabo**********) «Non divorziare da tua moglie. Temi Allah». Era chiaramente comprensibile che questo ordine non fosse un’ingiunzione giuridica impartita dal Profeta a un credente, bensì il consiglio del capo famiglia a un membro più giovane della famiglia. Per questo Hazrat Zayd divorziò da Zaynab nonostante l’ordine del Profeta. Poiché né Allah né il Messaggero (s.a.s.) manifestarono alcun disappunto, si comprende che Hazrat Zayd aveva capito correttamente a quale livello si collocasse l’ordine del Profeta.

Come determinare il rango profetico nelle epoche successive

Vi sono molti esempi di questo genere, osservabili durante la vita del Santo Profeta (s.a.s.). Inoltre, ancora oggi, alla luce dei principi della Sharia, è possibile determinare tale distinzione in molte altre questioni. Prendiamo, per esempio, l’abbigliamento e l’alimentazione del Profeta. Un aspetto era che il particolare tipo di misure e taglio degli abiti che indossava era diffuso in Arabia a quell’epoca, ed egli sceglieva quegli abiti secondo il proprio gusto. Analogamente, i cibi che mangiava erano quelli che normalmente venivano preparati nelle case arabe del suo tempo, e tali cibi erano conformi ai suoi gusti. Un altro aspetto era che, attraverso le sue parole e le sue azioni riguardo al mangiare e al vestire, egli insegnava le consuetudini e le norme islamiche relative all’alimentazione e all’abbigliamento. Possiamo apprendere proprio dai principi insegnati dal Profeta che il primo aspetto rientrava nella sua vita privata, mentre il secondo rientrava nella vita profetica. Infatti, la Sharia, per la cui trasmissione egli era stato incaricato da Allah, non ha incluso nell’ambito della vita umana la questione di quale taglio debbano avere gli abiti o di come si debba cucinare il cibo. La Sharia ha invece incluso nel proprio ambito la definizione dei limiti del lecito e dell’illecito, del permesso e del proibito, in materia di abbigliamento e alimentazione, e l’insegnamento di quella cortesia e di quelle buone maniere conformi al carattere, alla civiltà e alla cultura dei credenti.

Questa distinzione possiamo conoscerla attraverso una dichiarazione esplicita del Profeta oppure dai principi della sharia da lui insegnati; in entrambi i casi, la fonte di questa conoscenza è l’insegnamento del Profeta. Pertanto, anche per determinare le azioni appartenenti alla vita personale del Profeta, dobbiamo ricorrere alla vita profetica. Non abbiamo invece alcuna possibilità di stabilire un contatto diretto con la vita personale ignorando la vita profetica. Nel mio articolo intitolato «Obbedienza e imitazione del Messaggero» ho messo in guardia proprio su questo punto coloro che negano gli hadith. Il loro errore fondamentale consiste nel fatto che, di propria iniziativa, distinguono tra Muhammad ibn Abd Allah in quanto Messaggero e Muhammad ibn Abd Allah in quanto uomo, tracciando una linea di demarcazione tra le azioni appartenenti alle rispettive sfere. In seguito, si sono arrogati il diritto di liberarsi da soli di quella parte della vita profetica. Eppure, qualunque distinzione esista realmente tra la vita personale del Profeta Muhammad (s.a.s.) e la sua vita profetica, essa rimane limitata ad Allah e al Messaggero di Allah. Ci è stato spiegato questo soltanto affinché, cadendo nella confusione riguardo al credo, non arrivassimo a considerare Muhammad, figlio di Abd Allah, il vero destinatario dell’obbedienza. Ma, in pratica, per la comunità egli possiede un’unica dignità: quella di essere il Suo Messaggero. Anche se disponessimo di una qualche libertà riguardo all’obbedienza a Muhammad in quanto uomo, essa ci è stata concessa proprio dal Messaggero Muhammad. È il Messaggero Muhammad ad aver stabilito i limiti di tale libertà e a insegnarci come esercitarla.

Dopo aver letto i miei due articoli in seguito a questa spiegazione e analisi, non dovrebbe rimanere spazio per alcun malinteso.

 

La posizione e le responsabilità della profezia secondo il Corano

–[Questo articolo è stato scritto per chiarire le varie domande, i dubbi e le perplessità di coloro che negano gli hadith. –(Il curatore)]

Le funzioni del Messaggero sono di quattro tipi

In quattro passi del Sacro Corano è riportata la seguente descrizione delle responsabilità del Profeta (s.a.s.):

 

(Arabo***************************pagina 271 del PDF)

«E ricorda quando Ibrahim e Isma‘il stavano ponendo le fondamenta di questa Casa (la Ka‘ba)……………….(allora pregarono:) “O nostro Signore! Invia a queste genti, tra loro stessi, un Messaggero che reciti loro i Tuoi versetti, insegni loro il Libro e la saggezza e li purifichi”». (Sura al-Baqara: 127-129)

(Arabo***************************a pagina 271 del PDF)

«Così come ho inviato tra voi un Messaggero scelto tra voi stessi, che vi recita i Miei versetti, vi purifica, vi insegna il Libro e la sapienza e vi insegna molte altre cose che non conoscevate». – (Sura al-Baqara: 151)

(Arabo***************************a pagina 271 del PDF)

«In verità, Allah ha concesso una grazia immensa ai credenti, avendo inviato loro un Messaggero scelto tra loro stessi, che recita loro i Suoi versetti, li purifica e insegna loro il Libro e la sapienza». – (Sura Āl ʿImrān: 164)

(Arabo***************************a pagina 271 del PDF)

«È Lui Allah, Colui che ha inviato tra gli illetterati un Messaggero scelto tra loro stessi, che recita loro i versetti di Allah, li purifica e insegna loro il Libro e la sapienza». – (Sura al-Jumuʿa: 2)

Ciò che viene ripetuto più volte in questi versetti è che Allah non inviò il Suo Messaggero soltanto per recitare i versetti del Corano, bensì l’invio aveva altri tre scopi.

Primo: egli avrebbe insegnato agli uomini il Libro.

In secondo luogo, insegnerà il metodo e il modo di agire conformemente alle esigenze del suddetto Libro.

In terzo luogo, purificherà gli individui e la struttura sociale. In altre parole, attraverso una formazione diretta, eliminerà i loro difetti individuali e collettivi, affinché in loro si sviluppino eccellenti qualità e si affermi un sistema sociale perfetto.

È evidente che, dopo aver recitato agli uomini i versetti del Corano, l’insegnamento del Libro e della sapienza era un’attività aggiuntiva. Altrimenti sarebbe stato inutile menzionarlo separatamente. Analogamente, i metodi che egli adottava allo scopo di formare gli individui e la società erano anch’essi attività aggiuntive rispetto alla recitazione del Corano. Altrimenti non avrebbe avuto alcun senso menzionare separatamente l’opera di formazione. Ora la domanda è: i due incarichi che egli ricevette in qualità di insegnante e formatore, oltre a recitare e far ascoltare il Corano, li assunse di propria iniziativa oppure Allah lo nominò a tali incarichi? Dopo questa chiara e inequivocabile dichiarazione del Sacro Corano, come può chi crede in questo Libro osare affermare che questi due incarichi non facevano parte della sua missione profetica e che le attività da lui svolte in virtù di tali incarichi le compiva non in quanto Messaggero, bensì a titolo personale? Se non è possibile una simile audacia, allora non equivale forse a negare la missione stessa del Messaggero il rifiutarsi di riconoscere come conferite e autentificate da Allah le attività aggiuntive che il Profeta compì nell’insegnare il Libro e la sapienza dopo aver semplicemente recitato e fatto ascoltare le parole del Corano, nonché l’opera di formazione degli individui e della società che portò a compimento attraverso le proprie parole e azioni?

Il ruolo del Messaggero come interprete del Libro di Allah

Nella sura An-Nahl Allah ha detto:

(Arabo***************************pagina 272 del PDF)

«(O Profeta!) Ti abbiamo rivelato questo Libro affinché tu spieghi e chiarisca agli uomini l’insegnamento che è stato loro rivelato». – (versetto 44)

Da questo versetto si comprende chiaramente che anche spiegare e chiarire le ingiunzioni e gli ammonimenti che Allah ha dato nel Corano rientrava tra i compiti del Profeta. Persino una persona comune dotata di buon senso può almeno comprendere che la spiegazione e l’interpretazione di un libro non si esauriscono nel leggerlo ad alta voce; al contrario, l’interprete deve dire più di quanto esprima il senso letterale del libro, affinché l’ascoltatore possa comprendere pienamente il suo contenuto. Se un’affermazione del libro riguarda una questione pratica, l’interprete, mediante una dimostrazione pratica (Practical Demonstration), mostra che l’autore del libro approva che si agisca in quel modo. Altrimenti, se qualcuno chiedesse il significato e la spiegazione del contenuto di un Libro e gli venissero semplicemente recitate le stesse parole del Libro, neppure un bambino accetterebbe ciò come spiegazione e interpretazione. Ora ci si deve chiedere: secondo quanto afferma questo versetto, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) era interprete del Corano in quanto individuo, oppure era stato nominato interprete? Qui Allah, infatti, dice che lo scopo della rivelazione del Corano al Messaggero è che il Messaggero ne spieghi il significato attraverso le proprie parole e azioni. Come si può dunque separare e distinguere dalla responsabilità complessiva della sua missione profetica il compito di spiegare il Corano che gli era stato affidato? E come si può, dopo aver accettato il Corano da lui portato, negare la spiegazione e l’interpretazione da lui fornite? Non equivarrebbe forse a negare la missione stessa del Messaggero?

In verità, questo versetto costituisce una prova inconfutabile contro coloro che allora negavano la profezia del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), sostenendo che il Libro di Allah non potesse giungere tramite un essere umano; allo stesso modo, costituisce oggi una prova inconfutabile contro coloro che negano gli hadith e propugnano l’accettazione del solo Corano, senza l’interpretazione e la spiegazione del Profeta. A questo proposito, essi avanzano generalmente quattro argomentazioni. Talvolta affermano che il Profeta non abbia fornito alcuna interpretazione o spiegazione, ma si sia limitato a trasmettere il Libro di Allah. Talvolta affermano che soltanto il Libro di Allah debba essere seguito e che l’interpretazione e la spiegazione del Profeta siano superflue. Talvolta affermano che oggi soltanto il Libro di Allah esista in una forma affidabile, mentre l’interpretazione e la spiegazione del Profeta non esistano affatto oppure, se esistono, non si trovino in una forma affidabile. Tutte e quattro queste opinioni sono in conflitto con il suddetto versetto del Corano. In particolare, la prima opinione implica che il Profeta abbia vanificato proprio lo scopo per il quale il Libro di Allah era stato inviato tramite il Profeta, invece di essere inviato tramite gli angeli o consegnato direttamente nelle mani degli uomini. Quanto alla quarta opinione, essa non è altro che una dichiarazione di negazione sia del Corano sia della profezia del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Coloro che fanno una simile dichiarazione non hanno poi altra via se non quella di seguire la strada di coloro che rivendicano una nuova profezia e una nuova rivelazione. Infatti, in questo versetto Allah l’Altissimo considera l’interpretazione e la spiegazione del Profeta indispensabili per il conseguimento dello scopo della profezia, e dichiara inoltre che la necessità e la validità della profezia del Profeta possono essere dimostrate soltanto attraverso la spiegazione del Libro di Allah. Se si considera corretta l’affermazione di coloro che negano gli hadith, secondo cui in tal caso nel mondo non sarebbe rimasta alcuna interpretazione o spiegazione fornita dal Profeta, diventa inevitabile giungere a due conclusioni. Primo: si deve ritenere estinta l’esistenza della profezia di Muhammad in quanto modello da imitare (Dio ce ne scampi) e si deve considerare il nostro rapporto con il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) analogo al nostro rapporto con i profeti precedenti, come Hud, Salih e Shuʿayb. Dobbiamo avere fede nei profeti precedenti e riconoscere come vera la loro predicazione, ma, poiché non possediamo alcun modello da imitare da parte loro, non possiamo né siamo tenuti a imitarli. Giunti a questa conclusione, percepire la necessità di un nuovo profeta diventa una conseguenza naturale e ovvia. Dopo di ciò, soltanto uno stolto potrebbe ostinarsi sulla questione del sigillo della profezia.

Secondo: se il Corano, senza la spiegazione del Profeta, non è sufficiente da solo per la guida nemmeno secondo la valutazione di Allah stesso, allora, per quanto i cosiddetti sostenitori del Corano lo proclamino a gran voce sufficiente, tale affermazione non può essere accettata. Se la pretesa dell’attore è di un tipo e la testimonianza del testimone di un altro, nessuna delle due può essere dimostrata. Pertanto, giunti a questa conclusione, si deve necessariamente dire che è proprio il Corano a fornire la prova della necessità di un nuovo Libro. Ricada la maledizione di Allah su coloro che diffondono opinioni così distruttive della fede. In verità, attraverso il rifiuto degli hadith, essi cercano in realtà di portare alla rovina l’Islam stesso.

Il Messaggero come guida e modello da seguire

Nella sura Āl ʿImrān Allah l’Altissimo dice:

(Arabo***************************a pagina 274 del PDF)

«Di’: “O Profeta!”, se amate Allah, seguitemi: Allah vi amerà. ….. E di’: “Obbedite ad Allah e al Messaggero”. Se poi volgono le spalle, sappiate che Allah non ama i miscredenti». — (Sura Āl ʿImrān: 31-32)

Nella sura al-Ahzāb Egli dice:

(Arabo***************************a pagina 274 del PDF)

«Nel Messaggero di Allah avete un modello eccellente: per chiunque nutra speranza in Allah e nell’Ultimo Giorno, questo è il modello». – (versetto 21)

In entrambi questi versetti Allah l’Altissimo stesso insedia il Suo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) nella posizione di guida. Ordina di obbedirgli. Dichiara che la sua vita deve essere imitata. Egli chiarisce esplicitamente: «Se non obbedite al Messaggero, non aspettatevi alcun bene da Me. Senza questa obbedienza non potete ottenere il Mio amore». Astenersi dall’obbedienza è miscredenza. Ora ci si chiede: il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) si era proclamato da sé guida degli uomini, oppure i musulmani lo avevano eletto, oppure era stato Allah a nominarlo? Nel linguaggio del Corano, egli viene esplicitamente proclamato guida nominata e scelta da Allah. In queste circostanze, come si può rifiutare di obbedirgli e imitarlo? Se qualcuno risponde che obbedire al Messaggero significa obbedire al Corano, non si può definire ciò se non un vaneggiamento; infatti, se questo fosse stato il significato,«Arabo*********) – invece di (Arabo***********) (segui il Corano)». E in tal caso non avrebbe avuto alcun senso definire la vita del Messaggero «un modello eccellente».

Il ruolo del Messaggero in qualità di legislatore

Menzionando il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) nella sura al-Aʿrāf, Allah l’Altissimo ha detto:

(Arabo***************************a pagina 275 del PDF)

«Egli ordina agli uomini ciò che è buono, li trattiene da ciò che è riprovevole, rende lecite per loro le cose pure, rende illecite le cose impure e li libera dai pesi e dai vincoli che gravavano su di loro in precedenza». – (sura al-Aʿrāf: 157)

Da questo versetto si apprende con assoluta chiarezza che Allah l’Altissimo ha conferito al nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) il potere legislativo (Legislative Powers). L’elenco delle prescrizioni divine non si esaurisce nelle cose lecite e illecite, né nella descrizione delle azioni buone e cattive contenuta nel Corano; anche tutto ciò che il Profeta ha ordinato o proibito fa parte della legge di Allah. Infatti, il Profeta ha formulato queste prescrizioni esercitando il potere conferitogli da Allah. Anche nella sura al-Ḥashr si trova una dichiarazione altrettanto esplicita:

(Arabo***************************a pagina 275 del PDF)

«Accettate ciò che il Messaggero vi dà e astenetevi da ciò che vi proibisce, e temete Allah. In verità, Allah è severo nel castigo». – (Versetto: 7)

Nessuno dei due versetti può essere interpretato nel senso che vi si parli soltanto delle norme e dei divieti contenuti nel Corano. Sarebbe più appropriato definire tale interpretazione non una spiegazione, bensì un vano tentativo di correggere, cioè alterare, i versetti di Allah. Infatti, qui Allah attribuisce esplicitamente al Messaggero il compito di ordinare il bene, proibire il male e stabilire ciò che è halal e ciò che è haram, non al Corano. Qualcuno vuole forse sostenere che Allah abbia commesso un errore e che, invece del Corano, abbia erroneamente menzionato il nome del Messaggero? – (Dio ce ne guardi)

Il ruolo del Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) in qualità di giudice

Allah l’Altissimo ha menzionato in numerosi passi del Corano di aver nominato il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) giudice. Sono degni di nota, a titolo di esempio, alcuni versetti:

(Arabo***************************a pagina 275 del PDF)

«(O Profeta!) In verità, abbiamo fatto scendere su di te il Libro con la verità, affinché tu possa giudicare tra gli uomini alla luce della prova mostrata da Allah». – (Sura an-Nisāʾ: 105)

(Arabo***************************a pagina 276 del PDF)

«(O Profeta!) Di’: “Ho creduto nel Libro fatto scendere da Allah e mi è stato ordinato di giudicare con equità tra voi”». – (Sura ash-Shūrā: 15)

(Arabo***************************alla pagina 276 del PDF)

«Quando i credenti vengono chiamati ad Allah e al Suo Messaggero affinché egli giudichi tra loro, dicono: “Abbiamo ascoltato e obbediamo”».–(Sura an-Nur: 51)

(Arabo***************************alla pagina 276 del PDF)

«Quando viene detto loro: “Venite al Libro che Allah ha fatto scendere e al Messaggero”, vedrai gli ipocriti allontanarsi da te».–(Sura an-Nisa: 61)

(Arabo***************************alla pagina 276 del PDF)

«No, per il tuo Signore! Non saranno credenti finché non ti avranno costituito arbitro nelle loro controversie, finché non proveranno nel loro animo alcun disagio riguardo alla tua decisione e non l’accetteranno con piena sottomissione».–(Sura an-Nisa: 65)

Questi versetti affermano chiaramente che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) non era un giudice autoproclamatosi tale né scelto dai musulmani. Era un giudice nominato da Allah. Dal terzo versetto si apprende che il suo incarico di giudice non era separato né distinto dal suo incarico di messaggero. Egli era giudice in quanto Messaggero. Pertanto, finché un credente non riconosce la propria obbedienza al Messaggero anche in qualità di giudice, la sua fede nella missione profetica non può essere autentica. Nel quarto versetto (Arabo**********) sono menzionati separatamente il Corano e il Messaggero; ciò rende assolutamente chiaro che, per prendere decisioni, esistono due fonti giudicanti eterne: una è il Corano dal punto di vista della legge, l’altra è il Messaggero in qualità di giudice. Disobbedire a una qualunque di queste due fonti è un atto da ipocriti, non da credenti. Nell’ultimo versetto si afferma in modo categorico e con parole prive di ambiguità che chi non riconosce il Messaggero come giudice non è credente. Anzi, se qualcuno prova anche la minima esitazione o riluttanza ad accettare la decisione del Messaggero, la sua fede viene meno. Dopo queste chiare affermazioni del Corano, nessuno può sostenere che il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fosse certamente un giudice, ma non in quanto Messaggero: che fosse invece un giudice o magistrato come i comuni giudici e magistrati. Così come le sentenze dei comuni giudici e magistrati non sono una fonte del diritto, neppure le decisioni giudiziarie del Profeta sarebbero una fonte del diritto. Questo perché nessun comune magistrato del mondo possiede una dignità tale che, se non si obbedisse alla sua sentenza, lo si criticasse o si esitasse ad accettarla, vi sarebbe il rischio di perdere la fede.

Il ruolo del Messaggero come governante e capo di Stato

Il Corano ha dichiarato più volte con chiarezza che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) era un sovrano e un capo di Stato nominato da Allah, e che questa posizione gli era stata conferita proprio in qualità di Messaggero.

(Alla pagina 277 del PDF in arabo)

«Non abbiamo inviato alcun Messaggero se non affinché fosse seguito, con il permesso di Allah (sanzione)». – (Sura an-Nisa’: 64)

(Alla pagina 277 del PDF in arabo)

«Chi obbedisce al Messaggero, obbedisce ad Allah stesso». – (Sura an-Nisa’: 80)

(Alla pagina 277 del PDF in arabo)

«(O Profeta!) In verità, coloro che prestano giuramento di fedeltà a te, prestano giuramento di fedeltà ad Allah stesso». – (Sura al-Fath: 10)

(Alla pagina 277 del PDF in arabo)

«O voi che credete, obbedite ad Allah e obbedite al Messaggero. E non vanificate le vostre buone opere». – (Sura Muhammad: 33)

(Arabo***************************alla pagina 277 del PDF)

«Nessun uomo o donna credente ha il diritto di decidere autonomamente su una questione quando Allah e il Suo Messaggero hanno emesso una decisione in merito. E chi disobbedisce ad Allah e al Suo Messaggero si smarrisce in modo manifesto».

(Arabo***************************alla pagina 277 del PDF)

«O voi che credete, obbedite ad Allah e obbedite al Messaggero! E obbedite a coloro che detengono l’autorità tra voi. Poi, se sorge tra voi un dissenso o un disaccordo su una questione, guardate a ciò che Allah e il Messaggero hanno detto in merito, se credete in Allah e nell’Aldilà». – (Sura an-Nisāʾ: 59)

Da questi versetti risulta chiaramente che il Messaggero non è il sovrano autoproclamatosi dello Stato da lui fondato, né è un capo di Stato eletto dal popolo; al contrario, è un capo di Stato nominato da Allah. Il governo dello Stato da parte sua non è qualcosa di separato e distinto dalla dignità e dalla responsabilità della sua missione profetica. Anzi, essere Messaggero significa proprio essere un sovrano al quale si deve obbedienza e che si deve seguire sotto ogni aspetto. Obbedire a lui significa obbedire ad Allah stesso. E prestargli il giuramento di obbedienza (bayʿa) significa prestare il giuramento di obbedienza ad Allah stesso. Disobbedire a lui significa disobbedire ad Allah stesso, e la conseguenza è che nessuna buona azione dell’uomo sarà accettata da Allah. Inoltre, riguardo a una questione sulla quale il Messaggero ha emesso una decisione, i credenti — tra i quali sono compresi l’intera comunità, il suo sovrano e la «leadership centrale» — non hanno il diritto di prendere autonomamente alcuna decisione.

Infine, il versetto espone questa tesi in modo ancora più chiaro e categorico. In questo versetto vengono impartiti, uno dopo l’altro, tre ordini di obbedienza:

Prima di tutto, l’obbedienza ad Allah.

Poi l’obbedienza al Messaggero.

Al terzo livello, l’obbedienza agli ulul amr (che coloro che negano gli hadith definiscono «leadership centrale»).

Da ciò si comprende anzitutto che il Messaggero non è incluso negli ulul amr; al contrario, il suo rango è distinto e superiore al loro. Dopo Allah, il suo rango è al secondo livello. In secondo luogo, è possibile dissentire dagli ulul amr, cioè da coloro che hanno responsabilità e autorità. Ma non è possibile dissentire dal Messaggero. In terzo luogo, per risolvere una controversia bisogna ricorrere a due fonti riconosciute. La prima è Allah e la seconda, subito dopo, è il Messaggero di Allah. Se l’unica fonte per la risoluzione fosse stata Allah, allora non avrebbe avuto alcun senso menzionare il Profeta. Qui ricorrere ad Allah significa, durante la vita del Messaggero, presentarsi personalmente da lui; dopo la morte del Messaggero, ricorrere alla sua Sunnah o ai suoi hadith.

Anzi, esaminando più attentamente la questione, si comprenderà che persino durante la vita del Messaggero, nella maggior parte dei casi, i problemi venivano risolti facendo riferimento agli hadith o alla Sunnah del Messaggero. Verso la fine dell’epoca del Messaggero di Allah (pbsl), il dominio islamico si estese all’intera Penisola Arabica. In un paese così vasto e immenso, con un’estensione di uno-due milioni di miglia quadrate, era assolutamente impossibile ottenere direttamente dal Messaggero di Allah (pbsl) una decisione giudiziaria su ogni questione. Pertanto, inevitabilmente, nel governo islamico di quell’epoca, dopo il Corano, l’unica altra fonte del diritto cui governatori, giudici e altri amministratori dovevano ricorrere per emettere sentenze e decisioni era la Sunnah o gli hadith del Messaggero.

Il funzionamento del sistema giudiziario durante l’epoca del Profeta (pbsl)

Durante la vita del Profeta (pbsl), riguardo ai problemi che gli venivano sottoposti direttamente, egli stesso li risolveva spiegando quale fosse la volontà di Allah e del Messaggero. Tuttavia, non tutti i problemi affrontati dagli abitanti del territorio dello Stato islamico venivano presentati a lui, né venivano risolti direttamente da lui. Al contrario, nelle diverse regioni del paese venivano nominati, in sua rappresentanza, uomini che insegnavano alla gente la religione; nelle questioni quotidiane, il popolo apprendeva da loro quali fossero i comandi del Libro di Allah e quali insegnamenti avesse impartito il Messaggero di Allah. Inoltre, in ogni zona venivano nominati emiri, funzionari governativi e giudici, i quali risolvevano autonomamente le questioni relative ai rispettivi ambiti di competenza. Per tali persone, il metodo(arabo************)che il Profeta stesso preferiva per adempiere allo scopo è descritto nel celebre hadith di Hadrat Mu‘adh ibn Jabal (ra):

(Arabo***************************a pagina 279 del PDF)

«Quando il Messaggero di Allah (pbsl) nominò Mu‘adh ibn Jabal giudice e lo mandò nello Yemen, gli chiese: “Come giudicherai?”. Egli rispose: “Secondo la guida contenuta nel Libro di Allah”. Allora il Profeta disse: “E se non lo trovassi nel Libro di Allah?”. Mu‘adh (ra) rispose: “Allora secondo la Sunnah del Messaggero”. Il Profeta domandò nuovamente: “E se non lo trovassi neppure nella Sunnah del Messaggero?”. Egli rispose: “Mi sforzerò di compiere l’ijtihad applicando il mio giudizio e la mia capacità di discernimento, per giungere alla decisione corretta”. Allora il Profeta (pbsl) disse: “Lode ad Allah, che ha concesso al rappresentante del Messaggero la capacità di adottare il metodo scelto dal Messaggero”». — (Tirmidhi, Abu Dawud)

La posizione del Messaggero nei principi costituzionali dell’ordinamento della vita islamica

(Arabo***************************PDF, pagina 279)

«O voi che credete! Obbedite ad Allah, obbedite al Messaggero e a coloro che hanno autorità su di voi. Se poi siete in disaccordo su una qualsiasi questione, deferitela ad Allah e al Messaggero, se credete veramente in Allah e nell’Ultimo Giorno. Questo è il modo d’agire più corretto e, quanto alle conseguenze, il migliore». – (Sura an-Nisāʾ: 59)

Questo versetto costituisce il fondamento dell’intero sistema religioso, sociale e politico dell’Islam e il primo articolo dell’ordinamento dello Stato islamico. In esso sono stati stabilmente sanciti i seguenti principi fondamentali:

Primo: nell’ordinamento islamico, l’obbedienza fondamentale è riservata ad Allah l’Altissimo. Un musulmano è innanzitutto servo di Allah; tutto il resto viene dopo. Sia la vita personale di ogni musulmano sia l’ordinamento sociale hanno come unico centro e obiettivo l’osservanza dei comandamenti e l’obbedienza ad Allah. Ogni altra obbedienza è lecita soltanto se non entra in conflitto con l’obbedienza a Dio, ma ne è subordinata. Altrimenti, di fronte all’obbedienza originaria e fondamentale, si devono respingere tutti coloro che rivendicano altre forme di obbedienza. È proprio questo che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha detto:(Arabo*************)«Non è lecito obbedire alla creatura disobbedendo al Creatore».

Secondo: il secondo principio fondamentale dell’ordinamento islamico è l’obbedienza al Messaggero. Questa non è un’obbedienza separata, bensì l’unica forma concreta ed efficace dell’obbedienza ad Allah. Il Messaggero deve essere seguito perché è l’unico tramite fedele e affidabile attraverso il quale ci è giunto il comando di Allah. Pertanto, l’obbedienza al Messaggero è l’unico mezzo e l’unica via per obbedire ad Allah. Come l’obbedienza ad Allah non è accettabile se non attraverso il modo autorizzato dal Messaggero, così rifiutare l’obbedienza al Messaggero equivale a ribellarsi a Dio. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha chiarito ulteriormente questo concetto dicendo:

(Arabo***************************PDF, pagina 280)

«Chi obbedisce a me obbedisce ad Allah; e chi mi disobbedisce disobbedisce ad Allah. Anche nel Corano questo concetto è stato espresso chiaramente, come verrà illustrato più avanti».

Terzo: dopo le due forme di obbedienza sopra menzionate, la terza obbedienza indispensabile per i musulmani è quella dovuta agli ulu l-amr, che devono appartenere ai musulmani stessi. In realtà, questa obbedienza è subordinata alle due obbedienze già menzionate e non ne è distinta. Nel Corano essi sono chiamati «ulu l-amr». Tra loro rientrano coloro che dirigono tutti gli affari della vita collettiva dei musulmani. Possono essere sapienti che esercitano la guida sul piano spirituale e intellettuale, esponenti politici, amministratori, giudici, oppure capi e autorità dei quartieri e degli insediamenti, che guidano nelle questioni culturali e sociali. In breve, chiunque abbia, in virtù del proprio incarico, il diritto di impartire ordini ai musulmani ha anche, in tale veste, il diritto di riceverne l’obbedienza. Non è lecito provocare disordine nella vita sociale dei musulmani entrando in contrasto con lui. La condizione, tuttavia, è che egli sia musulmano e obbediente ad Allah e al Messaggero; queste due condizioni sono indispensabili perché gli si debba obbedienza. Questa condizione è stata enunciata nel versetto sopra citato ed è stata inoltre spiegata dettagliatamente negli hadith. Sono degni di attenzione i seguenti hadith:

(Arabo***************************a pagina 281 del PDF)

«Per i musulmani è obbligatorio obbedire agli ulu l-amr, che ciò sia gradito o meno, purché non venga ordinato di commettere un peccato. Se invece viene ordinato di commettere un peccato, non è assolutamente lecito obbedire».

(Arabo***************************a pagina 281 del PDF)

«Non è lecito obbedire a qualcuno in ciò che comporta disobbedienza ad Allah e al Messaggero; si deve obbedire soltanto nel bene». –(Bukhari e Muslim)

(Arabo***************************a pagina 281 del PDF)

«Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: vi governeranno alcune persone le cui azioni saranno in parte buone e in parte cattive. Chi mostrerà disapprovazione per le loro cattive azioni sarà esente da colpa. Anche chi le detesterà sarà salvo. Ma chi ne sarà compiaciuto e comincerà a seguirle non avrà salvezza. I Compagni chiesero: “Non dovremmo combattere contro governanti di questo genere?”. Il Profeta rispose: “No, finché essi mantengono la preghiera”». –(Muslim)

In altre parole, se abbandonano la preghiera, si deve comprendere che hanno abbandonato l’obbedienza ad Allah e al Messaggero. In tal caso, è lecito combattere contro di loro.

(ARABO***************************a pagina 281 del PDF)

«Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: i vostri peggiori governanti saranno quelli verso i quali proverete ira e che proveranno ira verso di voi. Voi li maledirete ed essi malediranno voi. I Compagni dissero: “O Messaggero di Allah! Quando si verifica una simile situazione, non dovremmo combattere contro di loro?”. Egli disse: “No, finché essi mantengono in vigore tra voi la preghiera”». — (Muslim)

Questo hadith ha reso ancora più rigorosa la condizione menzionata sopra. Dal hadith precedente si poteva ritenere che non fosse lecito ribellarsi contro i governanti purché osservassero la preghiera soltanto nella loro vita privata; da questo hadith, invece, si apprende che pregare significa in realtà istituire l’ordinamento della preghiera nella vita collettiva dei musulmani. In altre parole, non è sufficiente che essi preghino personalmente: è altresì indispensabile che il loro governo istituisca l’ordinamento della preghiera. Ciò dimostrerà che il loro governo è almeno, in linea di principio, un governo islamico. Altrimenti si dovrà concludere che quel governo si è allontanato dall’Islam e che diventa lecito per i musulmani impegnarsi nella lotta per deporlo. A questo proposito, un’altra narrazione riferisce che uno dei giuramenti che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ci aveva richiesto era:

(ARABO***************************a pagina 282 del PDF)

Vale a dire: «Se non combattiamo contro i nostri capi e governanti, ma vediamo nei loro atti una miscredenza manifesta, allora avremo argomenti e prove da presentare davanti a Dio per giustificare la nostra lotta contro di loro». (Bukhari, Muslim)

Quarto: nel versetto in esame è stato stabilito come principio eterno e indiscutibile che, nell’ordinamento statale islamico, il comando di Allah e la via normativa degli hadith del Messaggero (il Corano e la Sunna) costituiscono la fonte fondamentale della legge (Autorità finale). Qualunque controversia sorga tra i musulmani, oppure tra governanti e governati, deve essere risolta alla luce del Corano e della Sunna, e tutti devono accettare tale decisione con umiltà e senza obiezioni. Riconoscere così il Libro di Allah e la Sunna del Messaggero come fonte, riferimento e prova ultima e definitiva per prendere decisioni in tutti i problemi della vita è la caratteristica essenziale dell’ordinamento islamico che lo distingue da un ordinamento non islamico e ribelle a Dio. Qualunque ordinamento sia privo di questa caratteristica è senza dubbio un ordinamento non islamico. A questo proposito, alcuni chiedono: come si possono accettare il Libro di Allah e la Sunna del Messaggero di Allah come unica fonte e prova per risolvere tutti i problemi della vita? Nel Corano e negli hadith non sono affatto riportate disposizioni riguardanti i comuni, le ferrovie, gli uffici postali e simili. In realtà, domande di questo genere sorgono proprio perché non si comprendono i principi fondamentali dell’Islam. La differenza tra il musulmano e il miscredente è che il miscredente desidera una libertà assoluta e senza freni. Il musulmano, invece, dopo aver riconosciuto di essere fondamentalmente servo di Allah e a Lui obbediente, gode della libertà soltanto nei campi in cui Allah gliel’ha concessa. Il miscredente prende decisioni in ogni sua questione secondo leggi e regolamenti da lui stesso elaborati, senza sentire alcun bisogno di una fonte o di una prova concessa da Dio. Il musulmano, al contrario, cerca innanzitutto, in ogni sua azione, di sapere quale sia la norma di Allah e del Suo Messaggero. Se trova una disposizione riguardante la questione in esame, la accetta e agisce di conseguenza. Se non trova alcuna disposizione, soltanto in quel caso prende una decisione autonomamente. Il fatto stesso che Allah e il Suo Messaggero non abbiano dato alcuna disposizione in merito dimostra che in quel campo gli è stata concessa la libertà di esprimere un’opinione e prendere una decisione; per questo applica liberamente il proprio giudizio.

 

La rivelazione di una wahy aggiuntiva al Profeta (pace e benedizioni su di lui), oltre al Corano

(ARABO***************************a pagina 284 del PDF)

«O Profeta! Non muovere la lingua per affrettarti a memorizzare questa rivelazione. Spetta a Noi far sì che tu la ricordi e te la facciamo recitare. Quando la recitiamo, ascolta con attenzione. Poi spetta a Noi spiegartene il significato».

Questo è un versetto estremamente importante. Da esso si dimostrano alcuni principi fondamentali che, se compresi bene, possono proteggerci da molte confusioni del passato e del presente. Primo: da ciò risulta chiaramente che al Messaggero di Allah (s.a.s.) non veniva fatta discendere soltanto la rivelazione contenuta nel Corano; attraverso la rivelazione gli venivano impartite anche conoscenze estranee al Corano. Infatti, se il significato delle prescrizioni coraniche, dei loro sottili cenni e allusioni e dei loro termini specifici, che veniva spiegato al Profeta, fosse stato già contenuto nel Corano, non ci sarebbe stato bisogno di dire che spettava a Me spiegarne il significato e fornirne l’interpretazione e l’analisi. In tal caso, quelle interpretazioni e analisi si sarebbero trovate nel Corano stesso. Pertanto bisogna necessariamente riconoscere che l’interpretazione del Corano fornita da parte di Allah era certamente estranea al Corano. In questo modo, dal Corano abbiamo ottenuto un’altra prova della rivelazione segreta.

Secondo: l’interpretazione del significato del Corano e delle sue prescrizioni che era stata comunicata da Allah al Profeta gli era stata data affinché egli, in base a essa, spiegasse il Corano alla gente con le proprie parole e azioni e insegnasse loro ad agire secondo le sue prescrizioni. Se questo non fosse stato lo scopo e tale conoscenza gli fosse stata comunicata affinché la conservasse esclusivamente per sé, sarebbe stata un’azione priva di senso. Infatti, non lo avrebbe aiutato ad assolvere il compito della profezia. Perciò affermare che questa conoscenza relativa all’interpretazione e all’analisi non può essere considerata una fonte per l’elaborazione delle leggi della sharīʿa non è altro che pura stoltezza. Allah l’Altissimo ha detto personalmente nella sura an-Nahl, versetto 44:

(Arabo***************************a pagina 284 del PDF)

«Abbiamo fatto discendere su di te questo Libro affinché tu lo spiegassi alla gente!» — [Per una spiegazione dettagliata del versetto, si veda Tafhīm al-Qurʾān, volume settimo, nota 40 ad an-Nahl.] Inoltre, in quattro passi del Corano Allah l’Altissimo ha detto esplicitamente che il compito del Messaggero di Allah (s.a.s.) non consiste soltanto nel recitare alla gente il Libro di Allah, ma anche nell’insegnare gli insegnamenti di questo Libro. — (Sura al-Baqara, versetti 129 e 151; sura Āl ʿImrān, versetto 164; sura al-Jumuʿa, versetto 2.) — [Ho fornito una spiegazione dettagliata di questi versetti, dalle pagine 74 a 77 dell’opera intitolata «Qual è lo status giuridico della Sunna» — l’autore.]

In seguito, chiunque accetti il Corano non può fare a meno di riconoscere che l’interpretazione del Corano fornita dal Messaggero di Allah (s.a.s.) attraverso le proprie parole e azioni è l’interpretazione più pura, più affidabile e autenticamente ufficiale del Corano. Infatti, non è una sua interpretazione personale, bensì l’interpretazione che gli è stata insegnata da Allah l’Altissimo, autore del Corano. Fornire un’interpretazione arbitraria di un versetto o di una parola del Corano, ignorando o aggirando questa interpretazione, è un atto di enorme sfrontatezza, che nessuna persona credente può commettere.

Terzo: chiunque studi il Corano sa che vi sono molte affermazioni che una persona conoscitrice dell’arabo non può comprendere nel loro vero significato semplicemente leggendone le parole, né può capire come mettere in pratica le prescrizioni che esse contengono. Prendiamo, per esempio, la parola «salāt () »: nel Sacro Corano, essa indica proprio l’atto che, dopo la fede, viene comandato con la massima insistenza. Tuttavia, nessuno può ricavarne il significato corretto affidandosi soltanto a un dizionario arabo. Osservando che nel Corano viene menzionata ripetutamente, si può al massimo comprendere che nella lingua araba questa parola è stata usata in un particolare senso pratico e che probabilmente «salāt» indica un determinato tipo di atto che i credenti devono compiere. Ma leggendo soltanto il Corano nessuno può stabilire quale sia questo atto specifico e come debba essere compiuto. La domanda è questa: se, insieme all’invio del Corano, Allah non avesse mandato da parte Sua un maestro per comunicargli il significato corretto di questo termine e per spiegargli accuratamente il metodo di attuazione delle prescrizioni relative alla «salāt», allora, leggendo soltanto il Corano, due musulmani qualunque al mondo avrebbero potuto concordare su un unico metodo per mettere in pratica tali prescrizioni? Eppure, da millecinquecento anni i musulmani compiono la preghiera secondo lo stesso metodo, tramandato di generazione in generazione. In ogni regione del mondo, milioni e milioni di musulmani osservano nello stesso modo il comandamento della preghiera. L’unica ragione è che Allah l’Altissimo non si limitò a far discendere sul Messaggero di Allah (s.a.s.) soltanto le parole del Corano, ma gli fece comprendere pienamente anche il significato di quelle parole. E il Messaggero di Allah (s.a.s.) continuò a insegnare quei significati a coloro che avevano accettato il Corano come Libro di Allah e lui come Messaggero di Allah.

In quarto luogo, come mezzo per conoscere l’interpretazione delle parole del Corano che Allah ha insegnato al Suo Messaggero e che il Messaggero ha insegnato alla umma con le sue parole e le sue azioni, non abbiamo altro che la Sunna e gli hadith del Messaggero. Per hadith si intendono quelle narrazioni riguardanti le parole e le azioni del Profeta che sono state trasmesse dai predecessori ai successori tramite narratori affidabili e con l’indicazione dei nomi dei narratori. Per Sunna si intende invece il modo di agire che, grazie all’insegnamento impartito dalle parole e dalle azioni del Profeta, si è effettivamente affermato nella vita individuale e collettiva della società musulmana. La descrizione dettagliata di tale modo di agire è stata ricevuta dalle generazioni successive da quelle precedenti attraverso catene affidabili di trasmissione, e le generazioni successive hanno anche visto tale pratica in vigore nella società delle generazioni precedenti. Negare questa fonte di conoscenza significherebbe che Allah (arabo*****) aveva assunto il compito di far comprendere al Messaggero il significato del Corano, ma non era riuscito ad adempiervi — che Allah ce ne guardi! Perché Allah non aveva assunto questo compito soltanto per far comprendere personalmente al Messaggero il significato del Corano, bensì per farlo comprendere, tramite il Messaggero, a tutta la umma. Pertanto, rifiutarsi di riconoscere gli hadith e la Sunna come fonti della legge rende inevitabile, di per sé, ammettere il fallimento di Allah nell’adempiere a tale compito — che Allah ce ne guardi! Alcuni rispondono dicendo che sono stati inventati anche molti hadith falsi. Io dico che proprio la produzione di hadith falsi dimostra nel modo più evidente che, nei primi tempi dell’Islam, l’intera umma attribuiva alle parole e alle azioni del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) il valore di legge. Altrimenti, perché coloro che volevano diffondere la confusione avrebbero sentito il bisogno di inventare hadith falsi? Chi fabbrica banconote false contraffà proprio la moneta che circola sul mercato. Quale sciocco falsificherebbe una moneta fuori corso? Inoltre, coloro che adducono come pretesto l’esistenza di hadith falsi forse non sanno che la comunità musulmana, fin dall’inizio, ha adottato precauzioni rigorose affinché, citando quell’immenso uomo le cui parole e azioni hanno valore di legge, non fosse possibile diffondere un hadith apocrifo. E con il tempo ha adottato misure sempre più severe per distinguere ciò che è falso e apocrifo. La scienza della distinzione tra hadith autentici e inautentici è una disciplina straordinaria, che nessun’altra nazione al mondo, oltre ai musulmani, è riuscita finora a elaborare. Coloro che, senza acquisire questa disciplina e lasciandosi ingannare dagli orientalisti, considerano inaccettabili gli hadith e la Sunna sono davvero sventurati; con questa presuntuosa ignoranza arrecano all’Islam un danno enorme, senza rendersi conto di quanto sia grande.

La determinazione della qibla

È stato dimostrato dal Corano che al Profeta giungevano, oltre al Corano, anche ordini mediante la rivelazione, e che gli era stato ordinato di seguire entrambi i tipi di rivelazione.

(arabo********************************pagina 286 del PDF)

«Ho stabilito per questo la qibla verso la quale ti sei rivolto finora, per vedere chi obbedisce al Messaggero e chi non gli obbedisce». — (Sura al-Baqara: 143)

Questo è il versetto più chiaro in assoluto, che recide alla radice ogni sorta di interpretazione distorta. Da questo versetto risulta falsa l’idea che al Profeta non giungesse alcuna rivelazione oltre al Corano. Infatti, nel Corano non vi è alcun ordine riguardo alla qibla verso la quale i musulmani si rivolgevano prima che la Kaaba fosse dichiarata qibla. Eppure è indiscutibile che, proprio agli inizi dell’Islam, il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) stabilì la qibla e che per circa quattordici anni egli e i Compagni pregarono rivolti in quella direzione. Dopo quattordici anni, in questo versetto della sura al-Baqara, Allah l’Altissimo approvò l’iniziativa del Profeta e dichiarò: «Quella qibla l’avevo stabilita Io». Avevo stabilito quella qibla tramite il Messaggero per vedere chi seguiva le parole del Messaggero e chi non le seguiva. Da ciò risulta chiaramente, da un lato, che sul Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) scendeva una rivelazione oltre al Corano. Dall’altro, si comprende anche che i musulmani sono tenuti a seguire gli ordini del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) anche quando tali ordini non sono menzionati nel Corano. Anzi, Allah mette alla prova proprio in questo modo la fede dei musulmani nel Messaggero: se seguono o no l’ordine impartito tramite il Messaggero. Ora, se si ammettesse che sul Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non scendeva alcuna rivelazione oltre al Corano, come avrebbe ricevuto quell’ordine riguardante la qibla? Non risulta forse da ciò che egli riceveva anche ordini che non si trovano nel Corano?

La profezia della conquista della Mecca

Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) vide in sogno, a Medina, di essere entrato alla Mecca e di compiere il tawaf attorno alla Kaaba. Ne informò i Compagni e partì per compiere lʿumra insieme a millequattrocento Compagni. I miscredenti della Mecca gli bloccarono il cammino in un luogo chiamato Hudaybiyya. Alla fine fu concluso il trattato di Hudaybiyya. Nel cuore di alcuni Compagni sorsero dubbi e perplessità. Umar, che Allah si compiaccia di lui, chiese a nome loro: «O Messaggero di Allah! Non ci avevi forse annunciato che saremmo entrati alla Mecca e avremmo compiuto lʿumra?»

Il Profeta disse: «Ho forse detto che ciò sarebbe avvenuto proprio in questo viaggio?»

A questo proposito, Allah dice nel Corano:

(Arabo********************************a pagina 287 del PDF)

«Allah aveva certamente mostrato al Suo Messaggero una visione veritiera. Se Allah vuole, entrerete certamente nella Moschea Sacra in sicurezza, dopo esservi rasati il capo e aver accorciato i capelli, senza timore. Egli sapeva ciò che voi non sapevate; perciò, prima di ciò, vi concesse questa vittoria vicina (il trattato di Hudaibiyya)». – (Sura al-Fath: 27)

Da ciò si comprende che, attraverso una visione, era stato fatto conoscere al Profeta il modo in cui sarebbe entrato alla Mecca. Egli vi si sarebbe recato con i suoi compagni. I miscredenti gli avrebbero impedito l’ingresso e alla fine sarebbe stato concluso un trattato; grazie a quel trattato, l’anno successivo sarebbe stato possibile compiere anche l’Omra e si sarebbe aperta la strada alle future vittorie. Non si comprende forse anche da ciò che egli riceveva la guida attraverso mezzi diversi dal Corano?

La questione segreta

Quando il Nobile Profeta (pbsl) confidò una cosa a una delle sue mogli, ella la riferì ad altri. Il Profeta interrogò sua moglie al riguardo: «Come hai saputo ciò che ho riferito agli altri?». Il Profeta rispose: «Me lo ha fatto sapere Colui che è Onnisciente e onnisciente». Come dice Allah l’Altissimo:(Arabo********************************a pagina 288 del PDF)

«E quando il Profeta confidò una cosa a una delle sue mogli ed ella la riferì ad altri, e poi Allah lo informò della faccenda, egli ne riferì a quella moglie una parte e ne tralasciò un’altra. Quando il Profeta le comunicò ciò che aveva fatto, ella disse: “Chi te ne ha informato?”. Il Profeta rispose: “Me ne ha informato Allah, l’Onnisciente, il Sapientissimo”». – (Sura at-Tahrim: 3)

La rivelazione mediante la quale Allah informò il Profeta della divulgazione del segreto di sua moglie non si trova in alcun punto del Corano. Se non vi si trova, ne consegue che Allah inviava al Messaggero di Allah (s.a.s.) molti messaggi oltre al Corano.

Il matrimonio di Zaynab

Zayd ibn Haritha (r.a.), figlio adottivo del Profeta (s.a.s.), divorziò dalla propria moglie; poi il Profeta sposò la donna da lui divorziata. In seguito, gli ipocriti e gli oppositori avviarono contro di lui una feroce campagna propagandistica e mossero varie accuse nei suoi confronti. Allah rispose a queste accuse in un intero rukuʿ della sura al-Ahzab. Egli fece sapere che il mio Profeta non aveva contratto quel matrimonio di propria iniziativa, bensì per Mio ordine.

(Arabo********************************pagina 288 del PDF)

«E quando Zayd ebbe divorziato da lei, te la facemmo sposare, affinché i credenti non provassero alcuna esitazione nello sposare le donne ripudiate dai loro figli adottivi». — (versetto 37)

Ho già esposto l’episodio cui si fa riferimento in questo versetto. Ora la domanda è: prima di questo episodio, si trova forse in qualche punto del Corano l’ordine che Allah l’Altissimo impartì al Profeta (s.a.s.) di sposare la donna divorziata da Zayd?

Il permesso di abbattere gli alberi

Esasperato dalle continue violazioni degli accordi da parte dei Banu Nadir, il Messaggero di Allah (s.a.s.) pose sotto assedio i loro villaggi adiacenti a Medina. Durante l’assedio, l’esercito islamico abbatté molti alberi dei giardini e dei frutteti circostanti, per sgomberare le vie al passaggio dei soldati. Gli oppositori allora levarono un gran clamore, sostenendo che i musulmani, abbattendo alberi da frutto e distruggendo i giardini, avessero creato disordine sulla terra. In risposta, Allah disse:

(Arabo********************************a pagina 289 del PDF)

«Tutti gli alberi di datteri che avete abbattuto e quelli che non avete abbattuto, tutto è avvenuto con il permesso di Allah».

Può qualcuno indicare in quale versetto del Corano sia stata rivelata questa autorizzazione ad abbattere gli alberi?

Una promessa precedente alla battaglia di Badr

Dopo la conclusione della battaglia di Badr, quando si pose la questione della distribuzione del bottino di guerra, fu rivelata la sura al-Anfal e venne esaminata l’intera battaglia. L’esame ebbe inizio dal momento in cui il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) uscì di casa per la guerra. A questo proposito Allah si rivolge ai musulmani dicendo:

(Arabo********************************a pagina 289 del PDF)

«Quando Allah vi prometteva che una delle due schiere — cioè la carovana di mercanti e l’esercito dei Quraysh — sarebbe caduta nelle vostre mani, voi desideravate che fosse la schiera più debole — la carovana di mercanti — a finire nelle vostre mani. Allah, invece, voleva affermare la verità mediante la Sua parola e spezzare la schiena degli infedeli». — (Sura al-Anfal: 7)

Ora, in tutto il Corano, si può individuare un versetto nel quale Allah abbia promesso ai musulmani diretti a Badr che li avrebbe fatti prevalere su una delle due schiere?

La risposta alla richiesta d’aiuto dei musulmani

A proposito dell’analisi della battaglia di Badr, in un versetto successivo è detto:

(Arabo********************************a pagina 289 del PDF)

«Quando imploravate aiuto, Allah vi rispose dicendo: “Vi mando mille angeli, uno dopo l’altro, in vostro aiuto”». – (Sura al-Anfal: 9)

Potete dire in quale versetto del Corano fu rivelata questa risposta alla supplica dei musulmani?

Voi, che negate gli hadith, avevate chiesto un solo esempio. Io ne ho presentati sette tratti dal Sacro Corano. Da questi è dimostrato in modo incontrovertibile che al Profeta veniva rivelata la wahy, oltre al Corano. Prima di proseguire con qualsiasi altra discussione, voglio vedere se siete pronti a inchinarvi davanti alla verità.

L’adhan e la preghiera del venerdì

(Arabo********************************a pagina 290 del PDF)

«O voi che avete creduto! Quando, il venerdì, si chiama alla preghiera, affrettatevi al ricordo di Allah e lasciate il commercio». – (Sura al-Jumuʿa: 9)

In questo versetto sono particolarmente degni di nota tre aspetti. Primo: vi si menziona il richiamo della gente alla preghiera. Secondo: si parla del richiamo a una preghiera particolare, che si compie soltanto il venerdì. Terzo: in questo versetto non si dice: «Chiamate alla preghiera e, il venerdì, compite una preghiera di tipo particolare». Dallo stile dell’esposizione e dal contesto precedente e successivo si comprende chiaramente che la gente mostrava negligenza nell’affrettarsi alla preghiera e rimaneva assorta nel commercio. Per questo Allah fece scendere questo versetto, intraprendendo l’opera di far comprendere l’importanza di quel richiamo e di quella preghiera particolare, affinché la gente li considerasse un obbligo e si recasse prontamente ad adempierli. Riflettendo su questi tre aspetti, la verità fondamentale che si dimostra in modo incontrovertibile è che Allah l’Altissimo faceva scendere sul Messaggero di Allah (s.a.) anche alcune prescrizioni che non erano state rivelate nel Corano, e che tali prescrizioni erano vincolanti da osservare esattamente come quelle rivelate nel Corano.

Questo richiamo alla preghiera è l’adhān, che risuona ogni giorno cinque volte dai minareti delle moschee di tutto il mondo. Tuttavia, nel Corano non si trovano da nessuna parte le formule dell’adhān, né vi è alcuna prescrizione secondo cui esso debba essere proclamato cinque volte al giorno. Esso fu istituito per ordine del Profeta. Nel Corano è stato sostenuto in due punti: in questo versetto della sura al-Jumuʿa e nel versetto 38 della sura al-Māʾida. Anche riguardo a questa preghiera particolare del venerdì, che tutti i musulmani del mondo compiono, nel Corano non è stata data da nessuna parte alcuna prescrizione, né ne sono stati indicati l’orario e il modo. Il suo orario e il suo modo furono stabiliti dal Profeta stesso (s.a.). Il versetto coranico in questione fu fatto scendere soltanto per spiegare la sua obbligatorietà e la sua importanza. Nonostante questa prova chiara e incontrovertibile, chi afferma che soltanto le prescrizioni menzionate nel Corano siano prescrizioni della sharīʿa, in realtà non nega soltanto la Sunna e gli hadith, ma nega anche il Corano.

Le modalità della preghiera

(Arabo********************************pagina 291 del PDF)

«Hai visto colui che impedisce a un servo quando prega?» – (Sura al-ʿAlaq: 9-10)

Qui, con «servo» si intende proprio il Messaggero di Allah (s.a.). In più punti del Corano il profeta Muhammad (s.a.) viene indicato in questo modo come «servo», per esempio:

(Arabo********************************pagina 291 del PDF)

«Glorificato è Colui che, in una sola notte, condusse il Suo servo alla Moschea al-Aqsa». – (Sura al-Isra’: 1)

(Arabo********************************a pagina 291 del PDF)

«Ogni lode appartiene ad Allah, che ha fatto scendere il Libro sul Suo servo». – (Sura al-Kahf: 1)

(Arabo********************************a pagina 291 del PDF)

«E quando il servo di Allah si levò per invocarLo, essi quasi gli si accalcarono addosso». – (Sura al-Jinn: 19)

Da questi versetti si comprende che il fatto che Allah, nel Suo Libro, abbia indicato il Suo Messaggero come «servo» è una particolare espressione del Suo affetto. Da questi versetti si apprende inoltre che, dopo aver conferito la profezia al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), Allah gli aveva insegnato le modalità e il metodo della preghiera. In nessun punto del Corano sono menzionate tali modalità; pertanto, qui è nuovamente dimostrato che al Messaggero di Allah non veniva fatta scendere soltanto la rivelazione del Corano, ma che gli venivano insegnate, tramite la rivelazione, anche molte cose non contenute nel Corano.

 

Capitolo: 7 – L’umanità del Messaggero

La profeticità e l’umanità

 

La concezione dell’età dell’ignoranza: un profeta non può essere un essere umano

In ogni epoca gli ignoranti nutrivano l’erronea convinzione che un essere umano non potesse essere profeta. Perciò, ogni volta che giungeva un profeta, vedendolo vivere con un corpo di carne e sangue, mangiando e bevendo e avendo moglie, figli e famiglia, concludevano: «Costui non è un profeta, è un uomo». Poi, parecchio tempo dopo la sua morte, tra i suoi devoti e seguaci nascevano persone che cominciavano a proclamare che egli non era stato un uomo, bensì un profeta. Così alcuni accolsero il profeta come Dio, altri come figlio di Dio e altri ancora come un’incarnazione di Dio. In breve, la ragione degli uomini non riusciva a comprendere come una stessa persona potesse essere al tempo stesso profeta e uomo.

La concezione dei politeisti della Mecca

Anzitutto, gli abitanti della Mecca ritenevano sorprendente che un essere umano potesse essere profeta. Pensavano che, se qualcuno doveva portare la parola di Allah, sarebbe dovuto venire un angelo; non poteva venire un uomo di carne e sangue, che aveva bisogno di cibo per vivere. Tuttavia, se un essere umano fosse stato inviato come messaggero, avrebbe dovuto essere una persona simile a un re, a un sovrano o ai grandi uomini del mondo: qualcuno che la gente desiderasse ardentemente vedere anche solo una volta e il cui incontro fosse estremamente difficile e raro. Non poteva certo accadere che si facesse profeta di Dio un uomo comune, simile a colui che cammina per il mercato con le scarpe ai piedi, facendo rumore a ogni passo. Pensavano: chi mai guarderà con rispetto una persona che ogni passante incontra liberamente ogni giorno e nella quale nessuno riesce a vedere nulla di straordinario sotto alcun aspetto? In altre parole, secondo loro, se mai ci fosse bisogno di un profeta, non sarebbe per guidare la gente comune, ma per mostrarle prodigi e influenzarla con giochi di prestigio. Oppure, almeno, egli avrebbe dovuto avere accanto un angelo che tenesse sempre in mano una frusta e dicesse alla gente: «Obbedite alle parole di quest’uomo, altrimenti farò scendere subito su di voi il castigo di Allah». Secondo loro, era davvero sorprendente che il Creatore dell’universo avesse inviato completamente solo un uomo, conferendogli una carica così elevata come la profezia; inoltre, Allah avrebbe dovuto almeno assicurare al messaggero un buon guadagno. Com’era possibile che la situazione economica del Messaggero di Allah fosse peggiore persino di quella di un nostro capo ordinario? Un uomo che non aveva denaro in mano, al quale non era toccato nemmeno un frutteto, pretendeva forse di essere il profeta di Allah, Signore dell’universo!

Le concezioni dell’età dell’ignoranza sulla profezia e sull’inviato da Dio

Tra gli ignoranti era sempre radicata l’erronea convinzione che colui che fosse stato inviato da Dio dovesse necessariamente essere un essere sovrumano. Avrebbe dovuto compiere miracoli. Con un solo gesto avrebbe trasformato una montagna in oro. Avrebbe dato l’ordine e subito la montagna sarebbe diventata d’oro. Avrebbe dovuto conoscere ogni condizione passata e futura degli uomini. Avrebbe dovuto dire dove si trovava un oggetto smarrito, se un malato sarebbe morto o sarebbe guarito, e se nel grembo di una donna incinta vi fosse un figlio maschio o una figlia femmina. Inoltre, avrebbe dovuto essere al di sopra delle debolezze e dei limiti umani: come poteva essere un inviato da Dio un uomo che aveva fame e sete, doveva dormire, aveva moglie, figli e famiglia, doveva provvedere alle proprie necessità comprando e vendendo, aveva bisogno di contrarre debiti e doveva trascorrere le giornate turbato dalla povertà e dall’indigenza? Quando ascoltavano la rivendicazione del nobile Messaggero di Allah (pace su di lui), persone con concezioni di questo genere volevano apprendere da lui i segreti e le informazioni del mondo invisibile e pretendevano miracoli. Vedendolo come un uomo comune, dicevano: «Che razza di profeta è mai costui, che mangia e beve, conduce una vita familiare con moglie e figli e va in giro liberamente per mercati e bazar?»

Perché era indispensabile che il profeta fosse un essere umano?

Spiegando il significato dell’invio della Sua parola (il messaggio ispirato) al profeta, Allah l’Altissimo dice:

(Nell’originale arabo, pagina 296 del PDF)

«O Profeta! Abbiamo fatto scendere su di te questo messaggio affinché tu spieghi agli uomini la rivelazione inviata loro e gliela faccia comprendere». – (Sura an-Nahl: 44)

Affinché questo scopo dell’invio della rivelazione potesse essere realizzato, era indispensabile che un essere umano fosse profeta. La parola di Allah avrebbe potuto essere inviata anche tramite un angelo. Avrebbe persino potuto essere inviata direttamente a ogni singolo essere umano sotto forma di un libro stampato. Ma lo scopo per il quale Allah, il Signore onnisciente, infinitamente misericordioso e glorioso, ha inviato la Sua parola, non poteva essere raggiunto semplicemente facendola giungere di mano in mano agli uomini. Per questo era necessario un essere umano idoneo, che portasse con sé quella parola e la recitasse agli uomini poco per volta; che spiegasse ciò che qualcuno non riusciva a comprendere bene; che dissipasse i dubbi di chi ne aveva nell’animo; che rispondesse alle obiezioni e alle lamentele di chi ne nutriva. Nei confronti di chi non avesse accettato la sua parola, si fosse opposto e avesse posto ostacoli, avrebbe dovuto mostrare un comportamento degno di chi porta la parola di Allah. A coloro che l’avessero accettata avrebbe dovuto impartire indicazioni riguardo a ogni aspetto e settore della vita. Avrebbe dovuto presentare la propria vita come modello davanti a loro e, formandoli individualmente e collettivamente, avrebbe dovuto fondare davanti al mondo intero una società esemplare, il cui sistema complessivo di norme e istituzioni sarebbe stato considerato l’interpretazione pratica di quella parola di Allah.

Per guidare gli uomini, il profeta può essere soltanto un essere umano

Il compito del portatore del messaggio (profeta) non consiste soltanto nel venire a recitare agli uomini il proprio messaggio. Il suo compito consiste anche nel mostrare la corretta applicazione dei princìpi fondamentali del messaggio, alla luce del quale riformerà e correggerà la vita umana, in ogni situazione degli uomini. Quei princìpi devono manifestarsi concretamente anche nella sua vita. Deve trovare la soluzione alle numerose e complesse domande che sorgono nella mente delle innumerevoli persone, diverse per indole, che cercano di ascoltare e comprendere il suo messaggio. Deve organizzare e formare coloro che ascoltano e accettano il suo invito, affinché, secondo gli insegnamenti di quel messaggio, possa sorgere una società. Deve combattere contro coloro che rifiutano il suo invito, gli si oppongono e organizzano una resistenza contro di lui, affinché i sostenitori della deformazione e della deviazione siano sconfitti e si compia l’opera di riforma e correzione per la quale Allah ha inviato il profeta. Poiché tutte queste attività devono essere svolte nella società umana, quale altra creatura, oltre a un essere umano, avrebbe potuto essere inviata a tale scopo? Se fosse stato inviato un angelo, al massimo avrebbe trasmesso la parola di Allah e poi sarebbe andato via. Vivere tra gli uomini come un uomo, agire come un uomo e mostrare nella vita umana l’opera di riforma e correzione secondo la volontà di Allah è oltre le possibilità di un angelo. Per questo compito, un essere umano può essere considerato il più adatto.

 

L’umanità dei profeti

— Qui sono menzionati soltanto alcuni profeti: quelli della cui natura umana il Corano ha dato una chiara attestazione, oppure quelli sui quali l’autore ha discusso in dettaglio. — (I curatori)

Adamo (a.s.) era un essere umano

(Arabo********************************pagina 298 del PDF)

«In primo luogo ho dato inizio alla vostra creazione, poi vi ho dato forma. Quindi ordinai agli angeli: prosternatevi davanti ad Adamo».–(Sura al-Aʿrāf: 11)

Il significato chiaro di quanto è stato detto sopra è questo:

«In primo luogo ho concepito il progetto della vostra creazione e ho creato gli elementi della creazione. Poi ho dato a quegli elementi una forma umana. Quindi, quando Adamo (pace su di lui) venne all’esistenza come essere umano vivente, ordinai agli angeli di prosternarsi davanti a lui».

La prosternazione ordinata davanti ad Adamo (pace su di lui) non fu dovuta al fatto che fosse Adamo, bensì al fatto che rappresentava l’umanità; in altri punti del Corano questo versetto è stato spiegato proprio in questo senso. Per esempio, nel quinto rukūʿ della sura Ṣād si legge:

(Arabo********************************pagina 298 del PDF)

«Ricorda quando il tuo Signore disse agli angeli: Ho deciso di creare un essere umano dalla terra. Quando lo avrò plasmato completamente e avrò insufflato in lui uno dei Miei spiriti, allora cadete prosternati davanti a lui».–(Sura Ṣād: 71-72)-[Da questa descrizione risulta dimostrato che il primo profeta era anch’egli un essere umano: questa è la dottrina unanimemente condivisa dell’Islam.–(L’autore)]

Noè (pace su di lui) era un essere umano

(Arabo********************************a pagina 298 del PDF)

«(Il profeta Noè) disse: non vi dico di possedere i tesori di Allah, né vi dico di conoscere il mondo invisibile. Non pretendo neppure di essere un angelo. E non posso nemmeno dire che Allah non abbia mai concesso alcun bene a coloro che, ai vostri occhi, sono spregevoli. Allah conosce meglio la loro condizione. Se dicessi una cosa simile, sarei annoverato tra gli ingiusti». –(Sura Hūd: 31)

A ciò rispondevano gli oppositori quando dicevano: «Tu sei soltanto un uomo come noi». Il profeta Noè dice: è vero, sono proprio un uomo. Ho forse mai preteso di essere qualcosa di diverso dall’uomo, perché solleviate simili obiezioni? La mia unica pretesa è che Allah mi abbia indicato la via diritta e corretta della conoscenza e dell’azione. Verificate la verità di questa affermazione come meglio credete. Ma che razza di verifica è mai questa, quando talvolta mi chiedete notizie dell’invisibile e talvolta pretendete cose così assurde, come se tutte le chiavi dei tesori di Allah fossero nelle mie mani? E talvolta mettete in discussione il fatto che io mangi e viva come un essere umano, come se avessi preteso di essere un angelo. A chi afferma di mostrare la via corretta nella dottrina e nella fede, nella morale e nell’ordinamento sociale, potete porre qualsiasi domanda su tali questioni. Ma la cosa sorprendente è che voi chiediate se la bufala gravida di tizio partorirà un maschio o una femmina. Sembra quasi che la gestazione di una bufala abbia qualcosa a che fare con la definizione di principi morali e civili infallibili per la vita umana.

(Arabo********************************a pagina 299 del PDF)

«I capi del suo popolo (del profeta Noè), che si erano rifiutati di seguirlo, dissero: quest’uomo non è altro che un essere umano come voi. Il suo scopo è soltanto ottenere autorità e superiorità su di voi. Se Allah avesse voluto inviare qualcuno, avrebbe inviato degli angeli. Non abbiamo mai sentito dire, ai tempi dei nostri padri e dei nostri antenati, che un essere umano potesse venire come profeta. No, non è nulla di tutto ciò. In realtà, l’uomo è impazzito. Aspettate ancora qualche tempo (forse tornerà in sé)». –(Sura al-Mu’minūn: 24-25)

«Un essere umano non può essere profeta» è una convinzione comune di tutti gli uomini traviati. Per questo il Corano ha menzionato più volte questa concezione ignorante e l’ha definitivamente confutata. Ha affermato con forza che tutti i profeti erano esseri umani e che, per gli esseri umani, il profeta deve essere un essere umano.

(Arabo********************************a pagina 299 del PDF)

«In risposta, i capi più autorevoli del suo popolo (del profeta Noè), che si erano rifiutati di seguirlo, dissero: ai nostri occhi tu sei soltanto un uomo come noi. E vediamo che, tra noi, soltanto le persone delle classi inferiori hanno aderito alla tua obbedienza senza comprendere né riflettere». –(Sura Hūd: 27)

Questa è la vecchia e sciocca scusa-obiezione che gli abitanti della Mecca sollevavano a proposito di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), dicendo: è una persona comune proprio come noi. Mangia, beve, cammina, dorme, si sveglia e ha una famiglia. Come possiamo accettare che sia venuto come profeta da parte di Allah?

(Arabo********************************a pagina 300 del PDF)

«(Il profeta Nūḥ, pace su di lui, disse:) Vi meravigliate forse che vi sia giunto un monito del vostro Signore per mezzo di un uomo appartenente alla vostra stessa gente, affinché vi ammonisse, affinché poteste guardarvi dalla via dell’errore e poteste ricevere misericordia?» — (Sūra al-Aʿrāf: 63)

Hūd (pace su di lui) era un essere umano

(Arabo********************************a pagina 300 del PDF)

«I notabili della sua gente, che avevano negato la fede, considerato falsa la vita futura e ai quali avevo concesso agi e prosperità nella vita terrena, dissero: costui non è altro che un essere umano come voi. Mangia ciò che mangiate voi e beve ciò che bevete voi. Se obbedirete a un essere umano come voi, sarete certamente perduti.» — (Sūra al-Muʾminūn: 33–34)

Alcuni hanno erroneamente pensato che si dicessero queste cose gli uni agli altri. No, non è così. Erano i loro capi a rivolgersi alla gente comune e a dire queste cose. I capi temevano che le persone potessero lasciarsi influenzare dalla personalità pura del profeta e dalle sue parole affascinanti; e, se si fossero lasciate influenzare, chi avremmo potuto comandare? Perciò cominciarono a confondere la gente con discorsi di questo genere, ripetendoli continuamente. Dicevano: tutta questa pretesa di profezia non è in realtà nulla. Costui parla soltanto per avidità di potere e brama del seggio. Fratelli! È un essere umano fatto di carne e sangue proprio come voi. Non c’è alcuna differenza tra lui e voi. E se non c’è alcuna differenza, perché dovrebbe essere lui il capo, e perché mai voi dovreste obbedirgli? In questi discorsi sembrava essere riconosciuto senza alcuna contestazione che essi avevano i propri capi e notabili, e che il comando spettava proprio a loro. Secondo la loro concezione, il fatto che fossero esseri umani fatti di carne e sangue e che mangiassero e bevessero non lasciava spazio ad alcun dubbio. Era infatti una condizione già stabilita di per sé, una verità evidente. Ora la questione riguardava questa nuova leadership, che si vedeva affermarsi. Anche in seguito, coloro che si opposero a qualche nuovo venuto lo fecero sollevando un’unica accusa: la «brama del potere». Non appena percepivano in un nuovo venuto l’esistenza di questa cosa, o sospettavano che ne fosse animato, nelle loro parole riecheggiavano esattamente quelle dei notabili di un tempo. Ai loro occhi, nulla sembrava degno di obiezione se non l’avidità di potere e di posizione. Tuttavia, nel loro caso non era possibile accusarli di «avidità di potere». Era come se quello fosse il loro alimento naturale. E anche se, per averne consumato in quantità eccessiva, avessero sofferto d’indigestione, non sarebbe stato permesso sollevare obiezioni.

(Arabo********************************a pagina 301 del PDF)

«Egli (cioè Hazrat Hud) disse: “O mio popolo! Io non sono affetto da follia. Sono il messaggero del Signore dei mondi. Vi trasmetto i messaggi del mio Signore e sono per voi un consigliere fidato. Vi è giunto il monito di Allah per mezzo di un uomo appartenente a voi, affinché vi metta in guardia. Vi meravigliate forse di questo?”» (Sura al-A‘raf: 67-69)

(Arabo***********************************a pagina 301 del PDF)

«Dissero: “Se il nostro Signore avesse voluto, avrebbe fatto scendere degli angeli. Pertanto non crediamo a ciò per cui siete stati inviati”». (Sura Ha-Mim as-Sajda: 14)

Hazrat Salih e Shu‘ayb erano esseri umani

(Arabo***********************************a pagina 301 del PDF)

«Essi (gli abitanti del popolo di Thamud) risposero: “Sei stato stregato. Che cosa sei, se non un uomo come noi? Porta un segno, se sei sincero”». (Sura ash-Shu‘ara’: 153-154)

(Arabo***********************************a pagina 301 del PDF)

«Dissero: “Sei stato stregato. Tu non sei altro che un uomo come noi. Noi ti riteniamo un bugiardo”». (Sura ash-Shu‘ara’: 185-186)

Hazrat Musa e Harun erano esseri umani

Il Faraone disse ai suoi consiglieri riguardo a Hazrat Musa e Harun:

(In arabo***********************************a pagina 302 del PDF)

«Dovremmo forse credere in due uomini come noi? E per di più in due uomini il cui popolo è nostro schiavo».

Tutti i profeti erano esseri umani

(In arabo***********************************a pagina 302 del PDF)

«I loro messaggeri dissero loro: “In verità, non siamo altro che esseri umani come voi. Tuttavia, Allah concede il Suo favore a chi vuole tra i Suoi servi”». –(Sura Ibrahim: 11)

In altre parole, siamo esseri umani, su questo non vi è alcun dubbio. Tuttavia, Allah ci ha scelti tra voi e, per Sua grazia, ci ha conferito la vera conoscenza e una perfetta perspicacia. In ciò non abbiamo alcun ruolo. È una questione che rientra nella prerogativa di Allah: Egli concede ai Suoi servi ciò che vuole. Non possiamo dire che vi trasmetteremo tutto ciò che è giunto a noi. Né possiamo chiudere gli occhi sulle verità che arriviamo a conoscere.

(Arabo***********************************pagina 302 del PDF)

«Essi risposero ai messaggeri: “Voi non siete altro che esseri umani come noi. Volete allontanarci da ciò che abbiamo adorato tra le divinità fin dai tempi dei nostri antenati. Ebbene, portateci una prova evidente”». – (Sura Ibrahim: 10)

Il loro argomento era: voi siete sotto ogni aspetto esseri umani come noi. Mangiate e bevete, dormite, avete mogli e figli; provate la fame e la sete, la malattia e il dolore, il freddo e il caldo, proprio come noi, e avete le nostre stesse debolezze umane. Non vediamo in voi nulla di straordinario. In queste condizioni, come possiamo accettare che siate messaggeri inviati, che Allah vi parli e che gli angeli vengano da voi?

 

Anche il profeta Muhammad (s.a.s.) era un essere umano

I miscredenti della Mecca dicevano che Muhammad (s.a.s.) non era un messaggero, poiché era un essere umano.

(Arabo***********************************pagina 303 del PDF)

«Dicono: “Che razza di messaggero è costui, che mangia cibo e cammina nei mercati?”»

(Arabo***********************************pagina 303 del PDF)

“Questi ingiusti si confidavano l’un l’altro: «Che cos’è mai quest’uomo (Muhammad, pace e benedizioni su di lui), se non un essere umano come voi? Eppure, assisterete consapevolmente a ciò e sarete vittime della magia?»” – (Sura al-Anbiyāʾ: 3)

Antiche concezioni della jāhiliyya

Nel confutare questa concezione ignorante dei miscredenti della Mecca, il Sacro Corano afferma che non si tratta di una nuova forma d’ignoranza, comparsa tra loro per la prima volta. Al contrario, fin dai tempi più antichi tutti gli ignoranti erano afflitti da questa falsa concezione: un essere umano non può mai essere un messaggero, e un messaggero non può mai essere un essere umano. Quando i capi e i notabili del popolo di Noè negarono la missione profetica di Noè, dissero proprio questo:

(Arabo***********************************alla pagina 303 del PDF)

“Quest’uomo non è altro che un essere umano come voi. Vuole imporsi su di voi. Se Allah lo avesse voluto, avrebbe fatto scendere degli angeli. Non abbiamo mai sentito dire dai nostri antenati che un essere umano possa venire come messaggero”.

Anche il popolo di ʿĀd disse la stessa cosa riguardo al profeta Hūd:

(Arabo***********************************alla pagina 303 del PDF)

“Quest’uomo non è altro che un essere umano come voi. Mangia ciò che mangiate voi e beve ciò che bevete voi. Se obbedirete a un essere umano come voi, sarete certamente dei grandi perdenti” – (Sura al-Muʾminūn: 33-34)

Il popolo di Thamud aveva detto la stessa cosa anche riguardo al profeta Salih (pace su di lui):

(আরবী***********************************পিডিএফ ৩০৩ পৃষ্ঠায়)

«Accetteremo forse di obbedire a un uomo tra noi?» – (Sura al-Qamar: 24)

Quasi tutti i profeti si sono trovati ad affrontare situazioni di questo tipo. I miscredenti dicevano proprio: – (আরবী********) «Voi non siete altro che esseri umani come noi». E i profeti rispondevano loro:

(Arabo***********************************a pagina 304 del PDF)

«In verità non siamo altro che esseri umani come voi. Tuttavia Allah concede la Sua grazia a chi vuole tra i Suoi servi». – (Sura Ibrahim: 11)

Ostacolo sulla via della guida

Poi il Sacro Corano dice che proprio questa concezione ignorante ha tenuto gli uomini lontani dall’accettare la guida in ogni epoca. Ed è per questo che umiliazione e sofferenza si sono abbattute su vari popoli.

(Arabo***********************************a pagina 304 del PDF)

«Non avete ricevuto la notizia di coloro che in precedenza hanno negato la fede e hanno assaporato le conseguenze delle loro azioni, per i quali è poi prevista una pena ancora più dolorosa? Ciò accadde loro perché il loro messaggero veniva da loro con prove inconfutabili. Ma essi dicevano: “Sarà forse un uomo a guidarci?”. Per questo rifiutarono la fede e si allontanarono». – (Sura At-Taghābun: 5-6)

(Arabo***********************************a pagina 304 del PDF)

«Quando la guida è giunta agli uomini, l’unico ostacolo che impediva loro di credere in essa era il loro dire: “Ha forse Allah inviato un uomo come messaggero?”» – (Sura Banī Isrāʾīl: 94)

È stato già detto che in ogni epoca gli uomini nutrivano la falsa convinzione che un essere umano non potesse mai diventare profeta. Perciò, ogni volta che giungeva un messaggero, vedendolo mangiare e bere, vivere con la propria famiglia ed essere un uomo in carne e ossa, concludevano che non fosse un profeta. Perché era un uomo. Poi, qualche tempo dopo la morte del profeta, tra i suoi devoti e seguaci compariva un gruppo di persone che iniziava a dire che egli non era stato un uomo. Perché era stato un profeta. In seguito, alcuni cominciavano a chiamarlo figlio di Dio, mentre altri lo definivano un’incarnazione di Dio. In breve, il modo in cui profezia e natura umana potessero coesistere nella stessa persona rimase per gli ignoranti, da sempre, un mistero impenetrabile.

Da sempre sono stati scelti uomini come messaggeri

Il Sacro Corano ha proclamato con parole chiare e inequivocabili che Allah ha sempre inviato uomini come messaggeri; in effetti, per guidare gli uomini, può essere messaggero soltanto un uomo, non un angelo né un essere superiore all’uomo.

(Arabo***********************************a pagina 305 del PDF)

«O Profeta! Prima di te ho inviato come messaggeri soltanto uomini, ai quali rivelavo. Se non sapete questo, chiedetelo a coloro che possiedono la conoscenza. Non diedi loro corpi tali da non aver bisogno di nutrirsi, né furono immortali». – (Sura al-Anbiyāʾ: 7-8)

(Arabo***********************************a pagina 305 del PDF)

«O Profeta! Di’ loro: “Se sulla terra gli angeli si fossero mossi tranquillamente, avrei inviato loro un angelo come messaggero”».

(Arabo***********************************a pagina 305 del PDF)

«O Muhammad! Tutti i profeti che ho inviato prima di te erano uomini. Erano abitanti delle città e a loro rivelavo. Non hanno forse viaggiato sulla terra e visto quale fu la sorte delle nazioni che li precedettero? In verità, la dimora dell’aldilà è certamente migliore per coloro che hanno vissuto nella taqwā, secondo l’insegnamento dei profeti. Non rifletterete dunque?» – (Sura Yūsuf: 109)

Qui una grande questione è stata espressa in appena due o tre frasi; spiegandola dettagliatamente, essa si presenta così:

Essi non prestano ascolto alle tue parole per questo motivo: come potrebbero credere che proprio colui che appena l’altro ieri è nato nella loro stessa città, che hanno visto crescere sotto i loro occhi da bambino a giovane e da giovane a vecchio, sia stato improvvisamente nominato un giorno da Allah come Suo messaggero? Ma non si tratta affatto di un evento senza precedenti, che essi siano i primi al mondo ad affrontare. Anche in passato Allah ha inviato molti Suoi profeti, e tutti erano uomini. Un profeta non è mai comparso in questo modo: un uomo sconosciuto che improvvisamente apparisse in una città e dicesse di essere stato inviato come profeta. Al contrario, tutti coloro che furono inviati per riformare e correggere gli uomini erano abitanti delle rispettive città. ʿĪsā, Mūsā, Ibrāhīm e Nūḥ (pace su di lui) non erano persone sconosciute o ignote. Nonostante ciò, andate voi stessi a vedere quale fu la sorte delle nazioni e delle comunità che non prestarono ascolto all’appello dei profeti alla purificazione e continuarono a inseguire i propri pensieri infondati, le fantasie irreali e le passioni sfrenate. Durante i vostri viaggi commerciali siete passati attraverso le regioni devastate dei popoli di ʿĀd, Thamūd, Madyan e Lūṭ (pace su di lui). Non avete forse tratto alcun insegnamento da quei luoghi? E dal destino che essi hanno incontrato in questo mondo si comprende che nell’aldilà subiranno una sorte ancora più terribile. Quanto a coloro che si sono corretti in questo mondo, non sono stati felici soltanto in questa vita: anche nell’aldilà la loro sorte sarà migliore.

La differenza tra il cieco e colui che vede

(Arabo *********************************** a pagina 306 del PDF)

«O Muhammad! Di’ loro: “Non vi dico di possedere i tesori di Allah, né pretendo di essere un angelo. Io seguo soltanto ciò che mi viene rivelato. Chiedi loro: possono forse essere uguali il cieco e colui che vede? Non riflettete?”» – (Sura al-An‘am: 50)

In altre parole, ho visto con i miei stessi occhi le verità e le informazioni che vi ho esposto e ne ho avuto esperienza diretta. Attraverso la rivelazione mi sono state comunicate con assoluta precisione tutte queste informazioni, e la mia testimonianza al riguardo è una testimonianza oculare. Voi, al contrario, siete ignoranti riguardo a queste informazioni, poiché le vostre concezioni su di esse si basano esclusivamente sull’immaginazione o sulla cieca imitazione. Perciò, la differenza che esiste tra il cieco e colui che vede è la stessa che esiste tra voi e noi. La ragione per cui sono superiore a voi non è dunque che i tesori di Allah siano in mio possesso, né che conosca l’invisibile o sia al di sopra delle debolezze umane.

(Arabo *********************************** a pagina 306 del PDF)

«O Profeta! Anche prima di te ho inviato molti messaggeri e ho dato a tutti loro mogli e figli.» – (Sura ar-Ra‘d: 38)

Questa è la risposta ad alcune delle critiche mosse contro il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Dicevano: “Che razza di profeta è questo, che ha moglie e figli? Che rapporto può mai avere un profeta con i desideri carnali?”

Il profeta avrebbe dovuto essere un angelo (?)

(Arabo *********************************** a pagina 307 del PDF)

«Quando i messaggeri di Allah si presentarono loro da davanti e da dietro e dissero loro: “Non adorate altri che Allah”, essi dissero: “Se il nostro Signore avesse voluto, avrebbe fatto scendere degli angeli. Perciò non crediamo nella missione per la quale siete stati inviati”» — (Sura Fussilat: 14).

In altre parole, se la nostra religione attuale non fosse piaciuta ad Allah e Egli avesse voluto inviare un messaggero per impedirci di seguirla, avrebbe mandato degli angeli. Poiché non siete angeli, ma esseri umani come noi, non crediamo che Allah vi abbia inviati, né che vi abbia inviati con lo scopo di farci abbandonare la nostra religione e accettare quella religione che voi presentate. L’affermazione dei miscredenti: «Non crediamo nella missione per la quale sei stato inviato» era sarcastica. Ciò non significa che riconoscessero che essi fossero messaggeri inviati da Allah e si limitassero soltanto a disobbedire alle loro parole. Essi avevano usato un simile sarcasmo anche con Faraone e il profeta Mosè. Egli aveva detto ai suoi dignitari:

(Arabo***********************************a pagina 307 del PDF)

«Il messaggero che vi è stato inviato sembra proprio un pazzo» — (Sura ash-Shuʿarāʾ: 27).

Se fosse un profeta, dovrebbe essere ricco

(Arabo***********************************a pagina 307 del PDF)

«Dicono: “Perché questo Corano non è stato fatto scendere su un uomo importante di una delle due città?”» — (Sura az-Zukhruf: 31).

Qui le due città sono La Mecca e Ta’if. L’affermazione dei miscredenti era: se davvero Allah avesse ritenuto necessario inviare un messaggero e avesse voluto far scendere su di lui un Libro, avrebbe scelto a questo scopo una persona illustre di una delle nostre due città principali. E invece, per nominarlo messaggero, è andato a scegliere proprio un uomo che era orfano fin dalla nascita, che non possedeva neppure un centesimo di eredità paterna, che aveva trascorso la giovinezza pascolando capre, che allora si manteneva facendo affari con il denaro della moglie, che non era il capo di alcuna tribù né un anziano di alcuna stirpe. A Mecca non c’erano forse capi illustri come Walid ibn al-Mughira e Utba ibn Rabi’a? A Ta’if non c’erano forse uomini eminenti come Urwa ibn Mas’ud, Habib ibn Amr, Kinana ibn Abd Amr e Ibn Abd Yalil? Questa era l’argomentazione dei miscredenti. All’inizio non erano neppure disposti ad accettare che un essere umano potesse essere messaggero. Ma nel Corano questa loro idea fu completamente confutata più volte con argomenti e prove, e fu detto loro che, prima di allora, erano sempre stati esseri umani a divenire messaggeri; che per guidare gli esseri umani era possibile che il messaggero fosse soltanto un essere umano e che nessun altro avrebbe potuto svolgere questo compito. Inoltre, qualunque messaggero sia venuto al mondo, non è disceso improvvisamente dal cielo; al contrario, è nato in un luogo abitato dagli esseri umani, ha camminato nei mercati e nei bazar, è stato padre di figli e non si è astenuto neppure dal mangiare e dal bere.

Dopo aver ascoltato queste argomentazioni del Corano, cominciarono a escogitare nuovi espedienti e dissero: non abbiamo nulla in contrario al fatto che sia un essere umano. Ma deve essere necessariamente un uomo illustre, ricco e influente. Deve essere il capo di un grande gruppo e godere di enorme influenza e prestigio presso il popolo. Come potrebbe Muhammad ibn Abd Allah essere all’altezza di una simile posizione?

Domande sul sostentamento del Profeta (pace e benedizioni su di lui)

(Arabo***********************************pagina 308 del PDF)

«Dicono: che razza di messaggero è mai questo, che mangia, beve e va in giro per i mercati? Perché non gli è stato inviato un angelo, che lo accompagnasse e ammonisse coloro che gli disobbediscono?» (Sura al-Furqan: 7)

In primo luogo, dunque, il fatto che un essere umano sia un messaggero è di per sé sorprendente. Se qualcuno doveva venire con il messaggio di Allah, sarebbe dovuto venire un angelo, non un essere umano fatto di carne e sangue, che ha bisogno di cibo per vivere. Tuttavia, anche ammettendo che fosse stato scelto un essere umano come messaggero, avrebbe dovuto essere almeno un re, un sovrano o un’altra persona di grande prestigio nel mondo: qualcuno che tutti desiderassero vedere anche solo una volta e la cui presenza si potesse ottenere soltanto dopo grandi sforzi. Invece, un uomo comune è stato scelto come messaggero del Creatore dell’universo: uno che, con le scarpe ai piedi, cammina facendo rumore per il mercato; un comune passante che chiunque può vedere ogni giorno e nel quale non si nota nulla di straordinario. Chi lo guarderebbe con rispetto? In altre parole, secondo loro, se il profeta aveva un qualche scopo, non era quello di guidare gli uomini, bensì di compiere prodigi o di imporsi sugli uomini mostrando i propri trucchi e le proprie astuzie.

(Arabo***********************************pagina 308 del PDF)

«O Muhammad! Anche i messaggeri che ho inviato prima di te mangiavano e bevevano tutti e andavano in giro per i mercati. In realtà, abbiamo fatto di voi gli uni una prova per gli altri. Saprete essere pazienti? Il vostro Signore vede ogni cosa.» (Sura al-Furqan: 20)

«Che razza di messaggero è mai questo, che mangia e beve e va in giro per i mercati?» La risposta a questa domanda dei miscredenti della Mecca è stata data nel versetto precedente. È importante ricordare che i miscredenti della Mecca conoscevano il profeta Noè, il profeta Abramo, il profeta Ismaele, il profeta Mosè e molti altri profeti. Anzi, riconoscevano persino la loro missione profetica. Quale profeta del passato non mangiava e non andava in giro per i mercati? Per questo viene detto: perché questa domanda così insolita riguardo a Muhammad (pace e benedizioni su di lui)? Prendiamo lo stesso Gesù (pace su di lui), che i cristiani hanno fatto figlio di Allah e la cui statua i miscredenti della Mecca avevano collocato nella Kaaba. Anche quel Gesù, secondo il racconto della Bibbia, mangiava e andava in giro per i mercati.

(Arabo***********************************a pagina 308 del PDF)

«O Muhammad! Anche prima di te ho inviato soltanto uomini come messaggeri e ho rivelato loro la Mia ispirazione. Se non lo sapete, chiedetelo alla Gente del Libro. Non ho dato loro corpi che non avessero bisogno di nutrirsi? E non erano eterni». – (Sura al-Anbiyāʾ: 7-8)

«Quest’uomo non è altro che un essere umano come voi». La risposta alle parole dei miscredenti è stata data nel versetto precedente. Essi presentavano il fatto che il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fosse un essere umano come prova che non fosse un profeta. In risposta si afferma che tutti i grandi personaggi delle epoche passate, che voi riconoscete come inviati da Allah, erano esseri umani e, pur rimanendo uomini, ricevevano la rivelazione di Allah.

 

Capitolo: 8 – La vera religione

La concezione jāhilita e la concezione islamica della religione

Prima che il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ricevesse la profezia, la concezione generale della religione diffusa nel mondo era che essa costituisse uno degli aspetti o settori tra i molti settori della vita. In altre parole, la religione era considerata un’appendice della vita terrena dell’uomo, da utilizzare come un certificato per ottenere la salvezza nella vita dell’Aldilà. La religione riguardava esclusivamente il rapporto tra l’uomo e Dio. Chi desiderava conseguire la salvezza nell’Aldilà con un alto grado di dignità doveva recidere i legami con tutti gli altri settori della vita e dedicarsi unicamente a questo settore. Chi invece non aspirava a un grado così elevato, ma riteneva sufficiente ottenere in qualche modo la salvezza, desiderando al contempo che Dio lo guardasse con benevolenza nella vita terrena e gli concedesse continuo successo e progresso nelle attività mondane, riteneva sufficiente aggiungere la religione alla vita terrena come un’appendice. Secondo la concezione jāhilita, tutte le attività mondane sarebbero proseguite secondo le norme e le regole già in vigore, mentre Dio sarebbe stato compiaciuto mediante l’osservanza di alcuni riti e usanze religiose. Il rapporto dell’uomo con se stesso, con gli altri uomini e con l’ambiente circostante era completamente distinto dal rapporto tra lui e Dio. Tra i due non vi era alcun legame.

Questa era la concezione della jāhiliyya riguardo alla religione. Su questa base non era possibile fondare alcuna civiltà o cultura umana. Per civiltà e cultura si intende l’intera vita dell’umanità. Pertanto, è evidentemente impossibile fondare l’intera vita su qualcosa che ne costituisce soltanto un’appendice. Per questo, in ogni epoca e in ogni parte del mondo, la religione da un lato e la civiltà e la cultura dall’altro sono rimaste separate e distinte. Sebbene queste due realtà non abbiano potuto fare a meno di influenzarsi più o meno reciprocamente, tale influenza era contraddittoria e multiforme, come accade in seguito alla combinazione di molti elementi. Perciò non si è mai dimostrata feconda. Quando la religione ha influenzato la civiltà e la cultura, ha generato ascetismo, avversione per i legami materiali, disinteresse per i piaceri e i godimenti terreni, estraneità al mondo dipendente dai mezzi materiali, individualismo nei rapporti umani, ostilità e tendenze alla ristrettezza di vedute.

Questa influenza non fu in alcun senso promotrice dello sviluppo; al contrario, fu una pesante pietra d’inciampo sulla via del progresso e della prosperità terreni. D’altra parte, ogni volta che una civiltà e una cultura fondate sul materialismo e sul culto degli istinti esercitarono la loro influenza sulla religione, la corruppero. Questa civiltà e questa cultura introdussero nella religione tutta la sporcizia e l’impurità del culto degli istinti. Di conseguenza, alle azioni più sporche e turpi che si desiderava compiere veniva conferita una veste religiosa, affinché né la propria coscienza potesse rimproverarle, né altri potessero dire alcunché contro di esse. Come effetto di tale influenza, in alcune pratiche e cerimonie religiose vediamo, nel culto del piacere e nella sfacciataggine, usanze e modalità tali che persino i correligionari al di fuori dell’ambito religioso le definiscono religiose.

Anche prescindendo dalla questione del rapporto reciproco tra religione e civiltà, emerge chiaramente questa verità: in ogni parte del mondo il palazzo della civiltà e della cultura è stato edificato sulle fondamenta dell’irreligiosità e dell’assenza di carattere. E, sulla base dei desideri delle proprie passioni e delle proprie esperienze imperfette, la gente mondana ha svolto tutte le attività della vita mondana a proprio piacimento, osservando anche alcuni riti religiosi. Sebbene tali attività fossero ritenute impeccabili nelle rispettive epoche, in seguito si dimostrarono imperfette. Poiché, per loro, la religione non era altro che una semplice appendice della vita, anche quando era presente rimaneva soltanto un’appendice. Questa appendice poteva essere associata a ogni sorta di disuguaglianza sociale e di traviamento culturale. Come appendice, la religione ha convissuto con l’inganno e il brigantaggio, con attività distruttive e sovversive, con l’usura, l’avarizia, l’adulterio e la prostituzione.

La concezione ampia e onnicomprensiva del Dīn

Lo scopo per il quale il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fu inviato non era altro che confutare le concezioni jāhilite, cioè non islamiche, riguardo alla religione e presentare una concezione intellettuale e riflessiva. E non si sarebbe limitato a presentarla: sulla sua base avrebbe istituito un sistema completo di civiltà e cultura, dimostrando di saperlo amministrare con successo. Egli dichiarò che, se la religione fosse stata una semplice appendice della vita umana, sarebbe stata del tutto priva di significato. Sarebbe stato persino errato chiamare una cosa simile «religione». In realtà, il «Dīn» è ciò che non costituisce una parte della vita, bensì l’intera vita: la forza vitale della vita e la sua forza motrice, la forza della comprensione e della sensibilità, il pensiero e la visione del mondo, il criterio per determinare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In ogni ambito della vita e a ogni passo, esso distingue la via retta, quella semplice e quella tortuosa; protegge dall’allontanamento dalla retta via; infonde la forza per rimanere saldi sulla verità e sulla rettitudine e per avanzare; e, nell’infinito viaggio della vita, da questo mondo all’Aldilà, aiuta l’essere umano a superare ogni tappa con successo e felicità.

Il nome di questa stessa religione è Islam. Essa non è venuta per essere un’appendice della vita. Anzi, la verità è che, se secondo quell’antica concezione jāhilita la si accettasse come una semplice appendice della vita, lo scopo della sua venuta e della sua apparizione verrebbe vanificato. Essa è venuta per informare l’essere umano di questa verità riguardo al rapporto tra Dio e l’uomo e al rapporto dell’uomo con l’intero universo creato: queste categorie di rapporti non sono separate né isolate l’una dall’altra, ma sono soltanto alcune parti inseparabili e integrate di un’unica totalità. La liberazione e il successo complessivi dell’essere umano dipendono dalla loro corretta connessione e armonizzazione. Se il rapporto tra l’uomo e il suo Creatore non è corretto, non può essere corretto neppure il rapporto dell’uomo con il creato. Pertanto, questi due rapporti si purificano e si perfezionano reciprocamente e, insieme, costruiscono una vita di successo. Il compito autentico della religione è preparare l’essere umano, mentalmente e concretamente, a questa vita riuscita. La religione che non svolge questo compito non è affatto religione. E la religione che porta a compimento questo compito è proprio l’Islam. Per questo Allah ha detto:(***************)«Presso Allah, l’unica religione è l’Islam».

Una particolare corrente di pensiero e visione del mondo

L’Islam è un particolare atteggiamento mentale (Attitude of mind) e una particolare prospettiva sull’intera vita (Out-look of Life). Inoltre, è anche uno speciale metodo d’azione, determinato da tale atteggiamento mentale e da tale prospettiva. La struttura che si forma attraverso questo atteggiamento mentale e questo metodo d’azione è l’Islam; è la civiltà islamica e la cultura islamica. Qui religione e civiltà-cultura non sono cose separate, ma formano nel loro insieme un’unica totalità. La medesima visione del mondo e filosofia di vita risolve tutti i problemi dell’esistenza. Essa determina quali diritti spettino a Dio sull’uomo, quali diritti spettino alla sua stessa persona, ai genitori, alla moglie e ai figli, ai parenti, ai vicini, alle persone con cui si hanno rapporti d’affari, ai correligionari e ai non correligionari, agli amici e ai nemici; in una parola, quali diritti spettino all’intera umanità e a ogni oggetto e forza dell’universo, e stabilisce tra tali diritti un pieno equilibrio e una completa giustizia. Il fatto che una persona sia musulmana costituisce una garanzia sufficiente che essa adempirà a tutti questi diritti con piena equità e non violerà un diritto a vantaggio di un altro. Inoltre, questo atteggiamento mentale e questa filosofia di vita stabiliscono per la vita umana un nobile obiettivo morale e una destinazione spirituale pura e sacra. E cercano di dirigere tutti gli sforzi e le attività della vita, qualunque sia il loro ambito, lungo una via che da ogni direzione orbiti verso quel medesimo centro.

Il criterio decisivo dei valori

Il centro sopra menzionato è un elemento decisivo. Il valore di ogni cosa viene stabilito in base ad esso. Ogni cosa viene esaminata secondo questo criterio. Qualunque cosa contribuisca al raggiungimento di questo obiettivo centrale viene accettata, mentre qualunque cosa costituisca un ostacolo viene abbandonata e respinta. Questo criterio è applicato in egual misura tanto alle questioni più piccole e insignificanti della vita individuale quanto alle grandi questioni della vita sociale e collettiva. È questo criterio a stabilire a quali limiti una persona debba prestare attenzione e quali norme e divieti debba osservare nel consumare cibi e bevande, nell’indossare gli abiti, nei rapporti tra uomini e donne, nelle transazioni, nelle conversazioni e, in una parola, in ogni aspetto della vita, affinché possa continuare ad avanzare rimanendo sulla strada che conduce alla sua destinazione e non inizi a percorrere una via tortuosa dopo essersene allontanata. Secondo lo stesso criterio si stabilisce anche secondo quali principi debbano essere organizzati i legami reciproci tra gli individui nella vita collettiva, affinché le attività sociali, economiche e politiche, così come gli altri percorsi della vita sociale che conducono fuori dall’obiettivo, non vengano intrapresi. Inoltre, egli utilizzerà nel Libro gli oggetti del cielo e della terra che cadranno sotto il dominio dell’uomo e che saranno da lui sottomessi, affinché possano contribuire al conseguimento del suo scopo. Allo stesso modo viene stabilito quali mezzi favoriscano il cammino verso l’obiettivo e quali debbano essere evitati: nei rapporti di amicizia e di ostilità con i gruppi non islamici, nella guerra e nella pace, nel perseguire l’obiettivo tanto nella diversità quanto nell’unità, nei momenti di vittoria e in quelli della sconfitta, nell’acquisizione del sapere e della tecnologia e nello scambio di civiltà e cultura, quali principi debba seguire il gruppo islamico, affinché nei diversi ambiti delle relazioni esterne non si allontani dall’obiettivo stabilito, ma, per quanto possibile, volontariamente o contro la propria volontà, consapevolmente o inconsapevolmente, possa persino ricevere l’aiuto e la collaborazione degli ignoranti e degli sviati tra gli esseri umani per raggiungere tale scopo. Infatti, dal punto di vista naturale, anche il loro obiettivo è lo stesso di quello dei seguaci dell’Islam.

Dalla moschea al più ampio campo d’azione

In sintesi, è la stessa visione: dalla moschea al mercato e al campo d’azione, dai metodi del culto ai metodi di funzionamento della radio e dell’aeroplano, dai dettagli delle norme relative all’abluzione, al bagno rituale, alla purezza e ai bisogni fisiologici fino alle questioni fondamentali della politica sociale, dell’economia, della politica e delle relazioni internazionali, dall’istruzione primaria fino all’osservazione conclusiva dei segni del regno della natura e alla vasta indagine teorica sulle leggi naturali, trasforma tutte le attività, gli sforzi e le aspirazioni della vita, così come tutti i settori, i rami e le diramazioni del pensiero e dell’azione, in un’unica realtà, nelle cui parti si può vedere una continuità e un rapporto reciproco orientati a uno scopo. In seguito, queste parti vengono collegate tra loro come le componenti di una macchina, in modo tale che, una volta avviata, la macchina produca sempre lo stesso tipo di risultato.

Una dottrina rivoluzionaria

Nel mondo religioso, questa era una dottrina rivoluzionaria. Tuttavia, essa non riuscì a trovare posto nelle menti e nei cuori ottenebrati dalle concezioni della jahiliyyah. Il mondo odierno è molto più avanzato, dal punto di vista del sapere e della scienza, rispetto al VI secolo dell’era cristiana. Eppure, ancora oggi esistono tanta arretratezza e superstizione cieca che, proprio come gli ignoranti dell’antica jahiliyyah non riuscirono ad accogliere questa dottrina rivoluzionaria, così anche i giovani altamente istruiti nelle celebri università europee non sono riusciti a comprenderla. L’influenza dell’errata concezione della religione, trasmessa di generazione in generazione per migliaia di anni, è ancora profondamente radicata nelle loro menti e nei loro cuori. Nonostante l’elevata formazione nella critica basata sulla ragione e nella ricerca scientifica, non si è ancora risvegliato in loro il buon senso. Non c’è da meravigliarsi se coloro che vivono nelle celle appartate, nell’oscurità delle khanqah e delle moschee, intendono per religiosità il sedersi in solitudine a ripetere «Allah, Allah» e considerano la devozione limitata ai confini del culto. Dopotutto, sono certamente vittime della superstizione. Né c’è da stupirsi se le masse ignoranti ritengono che la religione si limiti alle processioni di taʿziyah del Muharram accompagnate da tamburi e cerimonie rumorose, alla musica e al canto, e alla conoscenza delle masā’il. Poiché sono ignoranti. Ma che cosa è accaduto a questi nostri anziani, custodi della luce del sapere, che l’oscurità della decrepitezza non si allontana dai loro cuori? Anch’essi considerano l’Islam una religione nello stesso senso in cui lo considera un non musulmano sotto l’influsso delle concezioni della jahiliyyah.

Che cos’è la vera religione?

— Discorso pronunciato presso la Jamia Millia di Delhi il 1º marzo 1943.

Il Qur’an invita l’umanità verso la dottrina da esso presentata con la seguente rivendicazione, espressa nelle sue stesse parole:

(Arabo***********************************a pagina 317 del PDF)

«Presso Allah, la religione è soltanto l’Islam». – (Sura Āl ʿImrān: 19)

Di solito questa frase del Corano viene spiegata in modo semplicistico, intendendo che presso Allah l’unica vera religione sia l’Islam. Quanto all’«Islam», l’idea generalmente diffusa tra la gente è che si tratti del nome di una religione. Questa religione sarebbe sorta in Arabia milletrecento anni fa e sarebbe stata fondata dal profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Ho usato intenzionalmente le parole «sarebbe stata fondata». Infatti, non soltanto i non musulmani, ma anche un numero considerevole di musulmani istruiti definiscono e descrivono il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come l’iniziatore dell’Islam. L’idea sottesa è che l’Islam abbia avuto origine proprio da lui e che egli ne sia il fondatore. Per questo, quando un non musulmano, studiando il Corano, giunge a questa frase, pensa che, come tutte le religioni proclamano se stesse vere e le altre false e nulle, così anche il Corano dichiari vera la religione che presenta. Dopo aver pensato ciò, supera il versetto e prosegue. Anche quando un musulmano legge questo versetto, non sente il bisogno di alcuna riflessione o ricerca. Infatti, egli stesso considera vera la religione che in questa frase viene dichiarata fondata sulla verità. Oppure, se in lui nasce qualche impulso a riflettere, ciò avviene generalmente perché ritiene necessario dimostrare la verità dell’Islam confrontandolo con l’induismo, il buddhismo, il cristianesimo e religioni analoghe. In realtà, però, questa frase del Corano è tale che una persona riflessiva e assetata di conoscenza dovrebbe meditarvi profondamente. È necessario riflettervi molto più di quanto si sia fatto finora.

Per comprendere adeguatamente questa affermazione del Corano, dobbiamo innanzitutto cogliere il significato delle due parole «al-Dīn» e «al-Islam».

Il significato di al-Dīn

Nella lingua araba, la parola «dīn» viene usata con diversi significati. Uno di essi è vittoria, potere, sottomissione e conquista. Un altro è obbedienza e servitù. Il terzo è ricompensa e ricompensa ricevuta. Il quarto è regola, metodo e ordinamento della vita. Qui la parola è usata nel quarto senso. In altre parole, dīn indica l’ordinamento e il sistema di vita, oppure il metodo di pensiero e di azione, che devono essere seguiti.

Bisogna però ricordare che il Corano non dice semplicemente «dīn», bensì «al-dīn». In inglese, la differenza di significato tra This is a way of life e This is the way of life è precisamente quella che si produce anche qui. In altre parole, l’affermazione del Corano non è che presso Allah l’Islam sia un sistema di vita. La sua affermazione è piuttosto che soltanto l’Islam è il vero e corretto sistema di vita, o metodo di pensiero e di azione.

Inoltre, bisogna ricordare che il Corano non usa questa parola in un senso ristretto o limitato, bensì nel senso più ampio possibile. Per sistema o ordinamento della vita non si intende il sistema relativo a un particolare aspetto o settore dell’esistenza, ma quello dell’intera società nel suo complesso. Non si intende il sistema di vita di un determinato paese, popolo o epoca, bensì il sistema di vita individuale e collettivo di tutti gli esseri umani di tutte le epoche. Pertanto, il significato dell’affermazione coranica non è che l’Islam sia il nome dato a una corretta combinazione di culto di Allah, credenze riguardanti il mondo sovrasensibile e concezione della vita dopo la morte. Non significa neppure che l’Islam sia il nome di un sistema puro e corretto relativo al pensiero e alle azioni religiose degli individui, nel senso ristretto in cui il termine religione è stato inteso nella terminologia occidentale. Inoltre, il significato dell’affermazione coranica non è che sia stato chiamato Islam un sistema di vita puro e impeccabile destinato agli abitanti dell’Arabia, oppure a tutti gli uomini fino a un certo secolo, oppure a coloro che sono vissuti nel mondo prima della rivoluzione industriale. La sua chiara affermazione è invece questa: per l’intera umanità di tutte le epoche esiste, agli occhi di Allah, un solo modo e sistema corretto e autentico di vivere la vita terrena, e questo si chiama «al-Islam». – [È davvero sorprendente che, in qualche luogo tra l’Asia e l’Europa, sia stata proposta un’interpretazione originale del Corano, secondo la quale il significato del dīn sarebbe limitato al rapporto personale tra il servo e Allah e non avrebbe alcun rapporto con la civiltà e l’ordinamento dello Stato. Se questa interpretazione fosse stata ricavata dal Corano stesso, sarebbe certamente una cosa curiosa. Ma, sulla base di ciò che ho potuto comprendere dopo essermi dedicato per diciotto lunghi anni all’indagine profonda sulle verità del Corano, posso affermare senza esitazione che, per quanto gli esegeti moderni possano offrire interpretazioni arbitrarie, il Corano non ha usato la parola «al-dīn» in un senso ristretto; l’ha invece usata nel senso di «ordinamento del pensiero e dell’azione dell’intera vita» per tutti gli uomini di tutti i tempi. (Una delegazione di giornalisti turchi, giunta in India nel 1943, aveva espresso l’osservazione citata. L’autore allude proprio a questo.)]

Il significato di al-Islam

Spieghiamo qui il significato della parola «Islam». In arabo essa significa deporre le armi, sottomettersi, riconoscere l’obbedienza e arrendersi. Ma il Corano non ha detto semplicemente Islam: ha detto «al-Islam». Questa è una sua terminologia particolare. Il significato con cui usa questo termine tecnico è sottomettersi davanti ad Allah, obbedirGli, rinunciare alla propria libertà davanti a Lui e arrendersi a Lui. Naturalmente, questa resa non significa sottomettersi alle leggi della natura. Alcuni hanno tuttavia cercato di darne questa errata interpretazione. Essa non significa neppure che l’uomo, applicando la propria immaginazione oppure attraverso esperimenti e osservazioni, giunga autonomamente a una conclusione su ciò che Allah desidera e su ciò che Gli è gradito, e poi Gli obbedisca. Alcuni altri hanno ben compreso proprio questo. In realtà, significa accettare la via e il metodo di pensiero e di azione che Allah ha fatto conoscere per mezzo dei Suoi messaggeri e, rinunciando alla libertà del proprio pensiero e delle proprie azioni, cioè all’arbitrio, obbedire e attenersi a quella via e a quel metodo. È proprio questo che il Sacro Corano intende con la parola «al-Islam». Esso non è una religione di epoca recente, né Muhammad (pace e benedizioni su di lui) lo introdusse e ne pose le fondamenta in Arabia millequattrocento anni fa. Al contrario, nel giorno stesso in cui il primo uomo apparve sulla Terra, Allah gli fece sapere che soltanto questo Islam era per lui il corretto e puro sistema di vita. Da allora, tutti i profeti venuti da Allah in diverse regioni del mondo come guide per gli uomini hanno invitato incessantemente l’umanità proprio a questo «al-Islam». Non vi è stata in alcun luogo la minima eccezione. Infine, anche il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ha chiamato l’intera umanità a quello stesso «al-Islam». È tuttavia un fatto distinto che anche il Profeta (pace e benedizioni su di lui) abbia chiamato l’umanità a quello stesso «al-Islam». È tuttavia un fatto distinto che i seguaci di Mosè (pace su di lui), mescolandovi in seguito molte altre cose, abbiano dato origine al giudaismo, i seguaci di Gesù (pace su di lui) al cristianesimo, mentre le comunità dei profeti dell’India, dell’Iran, della Cina e di altri paesi abbiano elaborato dottrine miste e disparate di vario genere. In realtà, la religione che Mosè, Gesù e tutti gli altri profeti, noti e ignoti, vennero a predicare era l’Islam puro e incontaminato, nient’altro.

La tesi del Corano

Dopo questa spiegazione e analisi, la tesi del Corano ci appare assolutamente chiara. Essa è la seguente: «L’unica via e l’unico metodo puri scelti da Allah per la vita dell’umanità consistono nel sottomettersi davanti ad Allah e nel seguire la via e il metodo di pensiero e di azione indicati dai profeti di Allah». Questa è la tesi del Corano.

Ora dobbiamo riflettere profondamente per stabilire se sia giusto accettare questa tesi. Esamineremo certamente gli argomenti e le prove che il Corano stesso ha presentato a sostegno della sua tesi. Ma prima di ciò, perché non svolgiamo noi stessi una volta un’indagine approfondita per vedere se abbiamo qualche altra possibilità oltre ad accettare questa tesi?

La necessità di un sistema di vita

È evidente che, per vivere, l’uomo ha sempre bisogno di adottare un sistema di vita. L’uomo non è un fiume, il cui corso si formi spontaneamente attraverso i dislivelli del terreno. Non è una pianta, per la quale la legge naturale stabilisca il cammino. Non è neppure un semplice animale, per il quale il solo istinto sia sufficiente a indicargli la via. Sebbene per una grande parte della sua vita l’uomo sia soggetto alle leggi naturali, nella sua vita vi sono molti ambiti nei quali non trova un percorso prestabilito da seguire involontariamente, come fanno gli altri esseri viventi e animali. Al contrario, deve scegliere una via dopo aver riflettuto e valutato. Molti problemi dell’universo si presentano naturalmente alla sua coscienza riflessiva, ma egli non trova per essi una soluzione espressa in termini inequivocabili. Perciò, per risolvere tali problemi, ha bisogno di una via di pensiero. La natura, attraverso i suoi cinque sensi, trasmette alla sua mente alcuni principi e dati frammentari, ma non li dispone e ordina in modo sistematico. Per sistematizzarli e organizzarli, egli ha bisogno di una via della conoscenza. Per il comportamento personale ha bisogno di alcune regole e metodi, attraverso i quali possa soddisfare quelle esigenze che la natura certamente gli impone, ma per il cui soddisfacimento non stabilisce alcun metodo decoroso. Ha bisogno di una normativa per la vita coniugale, per i rapporti familiari, per le transazioni e le attività economiche e per numerosi altri aspetti e ambiti. Tale normativa deve permettergli di vivere non soltanto come individuo, ma anche come gruppo, popolo e comunità, e di raggiungere una meta che egli desidera naturalmente, ma che la natura non gli ha presentato con chiarezza né gli ha indicato alcun mezzo per raggiungerla.

L’indivisibilità della vita umana

È indispensabile che l’uomo adotti una determinata via e un determinato metodo nei diversi aspetti e ambiti della vita. Tuttavia, questi non sono ambiti permanenti e reciprocamente autosufficienti. Perciò non è possibile adottare, nei diversi ambiti, vie differenti, ciascuna con un obiettivo diverso, un diverso equipaggiamento, un diverso modo e metodo di percorrerla, esigenze e richieste diverse e una destinazione diversa. Se qualcuno si sforzasse anche solo un poco, usando la ragione e il discernimento, di comprendere l’uomo e i suoi problemi vitali, capirebbe certamente che la vita, nel suo insieme, è un tutto organico, le cui singole parti sono intimamente connesse e inseparabili l’una dall’altra, così come ogni ambito è intimamente connesso e inseparabile dagli altri. Ogni parte esercita un’influenza sulle altre ed è a sua volta influenzata da esse. In tutte le parti si diffonde la medesima forza vitale, e ciò che nasce dalla loro integrazione si chiama vita umana. Pertanto, ciò di cui l’uomo ha realmente bisogno non sono numerosi obiettivi della vita, bensì un unico obiettivo principale, al quale tutti gli obiettivi minori e maggiori siano armoniosamente subordinati, così che, raggiunto quello principale, siano raggiunti anche tutti gli altri. Non ha bisogno di molte vie: ha bisogno di un’unica grande strada sulla quale possa dirigersi verso il proprio obiettivo vitale, mantenendo piena armonia in tutti gli aspetti e ambiti della sua vita. Non servono sistemi separati per la filosofia, le scienze, la letteratura, le arti, l’educazione, la religione, la morale, la vita sociale, l’economia, la politica, i tribunali e così via; serve piuttosto un sistema complessivo, nel quale tutte queste componenti possano coesistere in piena armonia e che contenga, per ciascuna di esse, principi adeguati della medesima natura e del medesimo spirito. Seguendo tali principi, l’individuo, la collettività e, nel complesso, l’intera umanità potranno raggiungere il fine supremo. Quella era l’oscura epoca dell’ignoranza, quando si riteneva possibile dividere stabilmente la vita in ambiti separati. Se oggi qualcuno coltiva una simile concezione e vuole pronunciare discorsi privi di senso, si deve dire che o si aggrappa sinceramente alle vecchie idee e per questo è degno di compassione, oppure conosce molto bene la realtà e, consapevolmente, parla in questo modo soltanto perché vuole introdurre in una determinata società il sistema che desidera — cioè il sistema nazionalista: edificare per gli abitanti del paese un sistema di vita volto esclusivamente a interessi terreni, recidendo i legami con Dio, il Libro e la Missione profetica — e sente il bisogno di rassicurare coloro che dissentono dai suoi principi, promettendo loro che, sotto tale sistema, godranno di piena sicurezza nei vari ambiti della loro vita. Dal punto di vista della ragionevolezza, della normalità e della realtà, ciò è impossibile. Coloro che lo affermano probabilmente sanno anch’essi che è impossibile — per una trattazione dettagliata, si vedano i volumi I e II dell’opera dell’autore «Musulman au Maujuda Siyasi Kashmakash», in particolare il secondo volume, «Buniyadi Huquq» — (i curatori). Ogni religione vittoriosa deve necessariamente plasmare tutti gli aspetti e gli ambiti della vita secondo la propria forza vitale, il proprio spirito e la propria natura, proprio come ogni cosa che cade in una miniera di sale è destinata a trasformarsi in sale.

La divisione geografica e genealogica nella vita

Se è privo di senso e irragionevole dividere la vita umana in ambiti separati, è ancora più irragionevole e privo di senso dividerla sulla base dei confini geografici e della razza o della discendenza. Non c’è dubbio che in molte parti della Terra si trovino esseri umani, separati gli uni dagli altri da fiumi e mari, montagne e catene montuose, foreste e giungle, oppure da frontiere artificiali. Si trovano poi persone appartenenti a diverse stirpi e nazioni, tra le quali, per ragioni storiche, psicologiche e di altro genere, lo sviluppo e il progresso dell’umanità hanno assunto forme diverse.

Ma colui che, appellandosi a questa differenza, sostiene che per ogni stirpe, ogni popolo e ogni regione geografica sia necessario elaborare una «religione» o un sistema di vita distinto, non fa altro che pronunciare un’assurdità. Il suo sguardo ristretto è rimasto prigioniero delle differenze esteriori di forma, aspetto e configurazione. Non ha saputo cogliere l’esistenza dell’essenza unica e identica dell’umanità che permane all’interno di queste differenze esteriori. Tuttavia, se queste differenze fossero davvero così importanti da rendere necessari sistemi di vita distinti, allora dirò: scrivete pure, esagerandole quanto volete, le differenze osservabili tra un paese e un altro e tra una stirpe e un’altra. Dopodiché analizzate in modo scientifico e imparziale le differenze riscontrabili tra le donne e gli uomini di un qualunque paese, tra una persona qualunque e un’altra persona, e tra due figli degli stessi genitori. Sono certo che, nell’analisi scientifica, le seconde differenze appariranno molto più marcate delle prime. Perché allora non raccomandate un sistema di vita distinto per ogni singolo essere umano? In realtà, anche all’interno delle differenze esistenti tra individuo e individuo, tra donna e uomo e tra famiglia e famiglia, è certamente riconoscibile un elemento permanente di unità; ed è sulla base di tale elemento che è possibile concepire l’esistenza di un popolo, di un paese e di una stirpe. Per questo si può ritenere possibile che esista un unico sistema di vita per il gran numero di persone appartenenti a un popolo o a un paese. E se ciò è possibile, perché non dovrebbe essere possibile trovare un elemento fondamentale di unità anche in mezzo alla vastità delle differenze nazionali, territoriali e genealogiche? E perché, sulla base di ciò, non dovrebbe essere possibile considerare l’intera razza umana come un’unità indivisibile e concepire un’unica religione o un unico sistema di vita per l’intero genere umano? Non è forse vero che, nonostante tutte le differenze geografiche, etniche e genealogiche, per quanto riguarda le questioni fondamentali la natura ha reso tutti gli esseri umani uguali; che la vita terrena di tutti gli uomini si svolge secondo le medesime leggi naturali; che tutti gli esseri umani sono costituiti secondo le medesime leggi fisiche; che anche le caratteristiche che hanno conferito all’uomo la dignità di una specie distinta dalle altre creature sono presenti in egual misura in tutti gli esseri umani; che tutti gli uomini condividono in egual misura, per nascita, i bisogni e le esigenze naturali; e che l’essenza umana di ogni individuo è costituita dal concorso di forze fisiche e psicologiche dello stesso tipo? Soprattutto, non è forse corretto anche dire che tutte le cause fisiche, psicologiche, storiche, sociali ed economiche attive e influenti nella vita umana sono uguali per tutti gli uomini? Poiché sotto questi aspetti tutti gli esseri umani sono di fatto uguali, anche i principi e gli ideali fondamentali che sono puri e infallibili per il bene di tutti gli uomini dovrebbero essere universali e validi per l’intera umanità. Questi principi e ideali fondamentali non possono essere diversi per ciascun paese, ciascun popolo e ciascuna stirpe. I diversi popoli e le diverse stirpi possono, e devono, esprimere nell’ambito di questi principi e ideali fondamentali le proprie qualità e caratteristiche distintive, e possono anche risolvere in parte i diversi problemi della loro vita con metodi differenti. Tuttavia, la «religione» o il sistema di vita infallibile necessario all’uomo in quanto essere umano deve essere sempre unico e identico. Non è accettabile per la ragione che ciò che è giusto per un popolo sia sbagliato per un altro, e ciò che è sbagliato per un popolo sia giusto per un altro.

La divisione temporale della vita

In precedenza sono state esaminate alcune argomentazioni inconsistenti a sostegno della divisione della vita sulla base delle differenze esteriori. Un’altra argomentazione dello stesso genere, che oggi viene presentata con grande sicurezza e apparente erudizione, mentre in realtà è la più inconsistente e falsa di tutte, è la divisione della vita secondo le epoche. A questo proposito si dice che un determinato sistema di vita sia corretto in un’epoca e si dimostri invece errato in un’altra, perché i problemi della vita cambiano in ogni epoca. Eppure la correttezza o l’erroneità di un sistema di vita dipenderebbe proprio dai problemi della vita. La cosa curiosa è che questa affermazione viene pronunciata a proposito della vita umana, mentre, nello stesso tempo, proprio riguardo a questa vita si parla anche di evoluzione progressiva. E quando si parla dell’evoluzione della vita, si ricercano anche le leggi storiche che la influenzano, traendo dall’esperienza del passato insegnamenti per il presente e indicazioni per il futuro. Si dimostra persino con argomenti razionali l’esistenza di qualcosa chiamato “natura umana”. La mia domanda è questa: coloro che credono nella divisione della vita secondo le epoche possiedono forse qualche strumento di misurazione con cui individuare confini precisi tra le epoche o i periodi nel corso dell’ininterrotta evoluzione storica dell’umanità? E, anche qualora si riuscisse a tracciare un confine, sarebbe possibile indicare con il dito una sua linea e dire che i problemi della vita esistenti dall’altra parte di essa, una volta giunti da questa parte, sono cambiati completamente, e che la condizione esistente dall’altra parte non è più rimasta da questa parte? Se la vita umana fosse davvero divisa in frammenti temporali separati in questo modo, si dovrebbe concludere che il frammento passato è del tutto inutile per quello successivo. Una volta superato quel frammento, tutto ciò che gli uomini avevano fatto in quell’epoca sarebbe divenuto vano. L’esperienza acquisita dagli uomini in una determinata epoca non conterrebbe alcun insegnamento per quella successiva, poiché né quella condizione né quei problemi esisterebbero più. Pertanto anche l’esperienza degli sforzi compiuti dagli uomini in rapporto a quella condizione e per risolvere quei problemi non avrebbe alcun valore. In tal caso non vi sarebbe neppure spazio per parlare di evoluzione. Non avrebbe alcun senso ricercare le leggi storiche che esercitano la loro influenza sulla vita; non potrebbe averne. Quando si parla di evoluzione, si ammette necessariamente che vi sia qualcosa che cambia e che, pur attraversando tutti i cambiamenti, continua a muoversi conservando intatta la propria esistenza. Quando si discutono le leggi della vita, si ammette naturalmente anche che, in mezzo a tutti questi alti e bassi, trasformazioni, ricostruzioni, cicli ed evoluzioni, esista una verità eterna della vita, dotata di una propria natura e di proprie leggi. Quando si ricava un insegnamento dagli esempi della storia, ciò significa che il viandante che percorre questa lunga strada maestra della storia, avanzando senza sosta e superando una dopo l’altra le varie tappe, possiede una propria identità e un carattere distinto. Questa identità agisce in modi particolari in condizioni particolari: ciò che in un momento accetta, in un altro lo rifiuta e reclama qualcosa di nuovo. Quando si comincia a discutere di questa verità eterna, di questo essere in continuo mutamento e delle varie tappe percorse sulla strada maestra della storia, con le loro condizioni e i loro problemi, se ne parla con tale coinvolgimento che ci si dimentica persino del viandante stesso. Ma se cambiano le tappe della strada maestra e cambiano le loro condizioni e i loro problemi, significa forse che il viandante e la sua individualità cambiano? Io vedo che, dall’inizio della creazione fino a oggi, la sua struttura fondamentale non è cambiata affatto. L’uomo che migliaia di anni fa era costituito dagli stessi elementi fondamentali è ancora oggi costituito da quegli stessi elementi. Il suo temperamento, le esigenze e le aspirazioni della sua natura, le sue qualità e caratteristiche, le sue emozioni e sensibilità, le sue inclinazioni e tendenze, le sue capacità e competenze, le sue debolezze e la sua forza, le sue azioni e reazioni, la capacità di influenzare e di lasciarsi influenzare, le forze che lo dominano e il suo ambiente naturale e cosmico: tutto è oggi come era allora. In nessuno di questi aspetti si è verificata la minima differenza dall’inizio della creazione fino a oggi. In realtà, nessuno può avere l’audacia di sostenere che, nel corso dei mutamenti e delle trasformazioni della storia, il mutare delle condizioni e dei problemi da esse derivati abbia trasformato la stessa umanità dell’uomo, o abbia cambiato anche gli elementi fondamentali connessi con essa. E se ciò non può essere sostenuto, come si può accettare l’idea che ciò che ieri era per l’uomo simile al nettare oggi sia diventato simile al veleno, che ciò che ieri era vero oggi sia diventato falso, e che ciò che ieri era prezioso oggi sia diventato privo di valore?

Di quale sistema di vita ha bisogno l’uomo

La realtà è che, nel corso dei cicli e delle trasformazioni della storia, nel tentativo di comprendere l’essenza umana e gli elementi fondamentali ad essa connessi, gli uomini, individualmente e collettivamente, sono caduti vittime della confusione e dell’inganno. Hanno percepito alcune verità in modo esagerato, mentre hanno frainteso altre; per questo, in epoche diverse, hanno adottato sistemi di vita errati. In seguito, dopo averli messi alla prova, l’umanità nel suo complesso ha riconosciuto l’inconsistenza di tali sistemi di vita e li ha abbandonati per adottarne altri analoghi. Da questi esperimenti si è giunti alla conclusione che, in ogni epoca, per l’umanità debba essere elaborato un sistema di vita diverso, fondato esclusivamente sulle condizioni e sui problemi di quella determinata epoca e volto soltanto a risolverli. Tuttavia, alla luce di una simile situazione, l’unica conclusione corretta è che sottoporre ripetutamente alla prova sistemi di vita fondati su epoche e periodi determinati — in altre parole, sistemi stagionali e improvvisati — e, dopo il fallimento di ciascuno, sperimentarne un altro al suo posto, non produce alcun risultato se non lo spreco del tempo prezioso dell’umanità. Ciò ostacola il suo progresso e le fa incontrare enormi impedimenti sulla via del miglioramento, dello sviluppo e del raggiungimento della meta suprema desiderata. In realtà, essa ha assoluto bisogno di un sistema di vita che venga elaborato sulla base di principi universali, eterni e immutabili, da parte di chi conosca pienamente lei stessa e tutti i principi e i dati ad essa connessi. Seguendo tale sistema di vita, potrà avanzare in sicurezza attraverso tutte le condizioni mutevoli del presente e del futuro, risolvere tutti i problemi che sorgeranno e, invece di procedere tra salite e discese sulla strada maestra della vita, potrà dirigersi a passi rapidi verso la meta desiderata.

È forse l’uomo stesso capace di elaborare un simile sistema di vita?

Questo è il dīn, il sistema o codice di vita di cui l’essere umano ha bisogno. Ora dobbiamo riflettere se, qualora l’uomo volesse elaborare da solo per sé un simile sistema di vita senza l’aiuto di Allah, potrebbe riuscire nel suo intento. Non voglio sollevare la questione se l’uomo sia mai riuscito finora a creare da sé un simile sistema di vita. La risposta a tale domanda è indiscutibilmente negativa; persino coloro che oggi presentano i propri sistemi di vita con pretese altisonanti e si impegnano in lotte e conflitti gli uni contro gli altri per affermarli, non possono sostenere che il sistema di vita proposto da qualcuno di loro sia in grado di soddisfare quelle necessità per le quali l’uomo, in quanto essere umano, ha bisogno di un ad-dīn. Infatti, il sistema di vita di alcuni è fondato sulla stirpe o sulla nazionalità, quello di altri sulla geografia, quello di altri ancora sulle classi sociali, mentre altri sistemi sono stati elaborati secondo le esigenze dell’epoca appena trascorsa. Non è possibile dire nulla quanto al fatto che essi si dimostreranno adeguati alle condizioni e ai problemi del futuro, poiché non è stata ancora esaminata la natura delle esigenze storiche dell’epoca che sta per trascorrere. Pertanto, la mia domanda non è se l’uomo sia riuscito a creare un simile sistema di vita, bensì se sia in grado di crearlo.

In realtà, questa è una domanda di estrema importanza. Perciò non sarebbe appropriato discuterne brevemente. È una delle questioni decisive della vita umana. È dunque necessario comprendere bene che cosa sia quella cosa della quale qui si pone la questione della creazione, e quale sia la capacità della persona di cui si dice che potrebbe crearla.

‘ad-dīn’ che cosa significa

L’ad-dīn la cui necessità per l’uomo ho appena dimostrato non è un codice dettagliato contenente norme e disposizioni, grandi e piccole, per tutte le condizioni di ogni epoca, che l’uomo debba seguire in ogni circostanza finché esso rimane in vigore. È piuttosto costituito da principi universali, originari ed eterni, capaci di guidare l’uomo in ogni situazione, di orientare correttamente il suo pensiero e il suo sguardo, i suoi sforzi e il suo cammino, e di proteggerlo dallo spreco di tempo, energie e lavoro in esperimenti erronei.

A questo scopo, il primo dovere dell’uomo è acquisire una conoscenza chiara e precisa, non congetture o supposizioni, riguardo al mistero della propria persona e dell’universo, nonché alla propria posizione e al proprio rango in questo universo.

In seguito, deve anche sapere se questa vita terrena costituisca tutta la sua vita oppure soltanto una parte iniziale dell’intera vita. Deve sapere se il suo viaggio si estenda soltanto dalla nascita alla morte o se questo sia soltanto uno stadio del viaggio.

Inoltre, per lui deve necessariamente essere stabilito un obiettivo della vita che non dipenda dalla volontà dell’uomo, ma che sia realmente l’obiettivo della vita umana: l’uomo è stato creato proprio per raggiungerlo, e con tale obiettivo potranno armonizzarsi, senza alcun conflitto o contrasto, tutti gli obiettivi e gli scopi dell’uomo, individualmente e collettivamente, nonché dell’intera umanità.

Poi egli ha bisogno di alcuni principi morali incrollabili e onnicomprensivi, conformi alle sue qualità e caratteristiche innate, che possano essere efficaci e applicabili, sul piano teorico come su quello pratico, in tutte le situazioni possibili. Questi principi gli sono assolutamente necessari affinché possa formare il proprio carattere, ricevere orientamento per risolvere i problemi che sorgono a ogni tappa del cammino della vita e, nell’adattarsi alle condizioni e ai problemi mutevoli, non debba continuamente sottoporre il proprio ideale morale a demolizioni e ricostruzioni, finendo per essere considerato una persona priva di principi e opportunista.

Inoltre, sono necessari alcuni principi autosufficienti e di ampia portata riguardanti l’organizzazione sociale. Tali principi devono essere formulati sulla base di una piena comprensione del significato e dello scopo della vita associata dell’uomo, nonché delle sue esigenze e aspirazioni naturali. In essi non vi saranno né carenze estreme, né eccessi sproporzionati o squilibri. Essi devono garantire il benessere generale degli esseri umani e contribuire alla costruzione, ricostruzione, progresso e sviluppo di ogni aspetto della vita umana in ogni epoca.

Inoltre, sono necessarie alcune norme complete e precise, affinché il carattere individuale, il comportamento collettivo e gli sforzi e le attività personali e collettivi siano guidati sulla via corretta e protetti dalla deviazione; esse fungeranno da guida sulla grande strada della vita, mettendolo in guardia a ogni svolta, a ogni incrocio e in ogni situazione pericolosa, e indicandogli la retta via.

Sono inoltre necessarie alcune norme pratiche, che dovranno essere osservate universalmente per sempre. Queste norme pratiche sono necessarie allo scopo di mantenere saldo il legame dell’uomo con le profonde verità sull’uomo e sull’universo esposte nel dīn in questione, ossia nel sistema di vita completo, nonché con l’obiettivo e il destino della vita e con i principi morali e sociali e le norme di comportamento che vi sono stati stabiliti.

Dalla combinazione di questi principi fondamentali e di queste norme si forma quel sistema di vita completo. La nostra discussione riguarda la formulazione di tale sistema di vita. Ora bisogna esaminare se l’uomo possieda i mezzi e gli strumenti necessari per formulare un sistema di vita completo di questo genere.

Esame dei mezzi e degli strumenti dell’uomo

Per formulare il proprio dīn, ossia il proprio sistema di vita, l’uomo dispone di non più di quattro mezzi e strumenti. Il primo è la volontà, il secondo l’intelletto, il terzo l’esperimento e l’osservazione, e il quarto il quadro documentario storico delle esperienze passate. A parte questi quattro, non sembra possibile individuare un quinto strumento. Esaminate quanto più potete ciascuno di questi quattro strumenti e vediamo se possano aiutare l’uomo a formulare il dīn in questione. Ho trascorso una parte importante della mia vita riflettendo e indagando a fondo su questo argomento. Alla fine sono giunto alla conclusione che questi strumenti non possono in alcun modo contribuire alla formulazione di quel sistema di vita completo. Tuttavia, se un dīn fosse presentato da una guida proveniente dal mondo superiore, non umana, essi potrebbero aiutare a comprenderlo, riconoscerlo e verificarne la verità o falsità, nonché a elaborare, in conformità con esso, le norme dettagliate della vita.

Primo: la forza di volontà

Prendiamo anzitutto in considerazione la forza di volontà. Può essa essere la guida dell’uomo? Sebbene la forza di volontà sia la principale forza motivante e propulsiva dell’attività umana, le debolezze presenti nella sua natura le impediscono di avere la capacità di indicare all’uomo la via corretta della vita. Lungi dall’indicare la via, nella maggior parte dei casi essa conduce fuori strada la coscienza, l’intelletto e la conoscenza dell’uomo. Per quanto la si renda colta e raffinata mediante ogni sorta di formazione, ogni volta che le verrà affidata la responsabilità della decisione finale, nel novantanove per cento dei casi prenderà certamente una decisione sbagliata. Infatti, le esigenze che sorgono in essa la costringono ad adottare, anziché la decisione corretta, quella che rende l’oggetto desiderato rapido e facilmente accessibile. Questa è fondamentalmente la debolezza insita nella natura della volontà umana. Dunque, che si tratti di una volontà individuale, di classe o della volontà generale descritta da Rousseau (General will), in sostanza nessuna forma di volontà umana è, per sua natura, capace di contribuire alla formulazione di un sistema di vita completo. In particolare, essa non ha né può avere alcuna capacità di contribuire in alcun modo alla soluzione di questioni superiori, come la determinazione dell’essenza della vita umana, del suo destino e del suo scopo.

Secondo: l’intelletto

Passiamo ora all’intelletto. Non vi è alcun dubbio che esso sia una facoltà umana dotata delle più eccelse capacità e competenze, che la sua importanza e la sua influenza nella vita dell’uomo siano straordinarie e che costituisca per l’uomo una grande forza propulsiva. Ma, quando si considera a chi affidare il compito di elaborare un «ad-dīn» per l’umanità, sorge la domanda: all’intelletto di chi si può affidare questa responsabilità? A quello di Zayd o di Bakr? Oppure a quello di tutti gli uomini? O a quello di un gruppo particolare di uomini? Agli uomini dell’epoca presente, a quelli del passato o a quelli del futuro? Lasciamo pure da parte questa domanda. Ma la questione che non si può assolutamente eludere è la seguente: dopo aver considerato i limiti e l’estensione dell’intelletto umano, si può forse dire che gli si possa affidare l’elaborazione di un sistema di vita completo e autosufficiente e che sia opportuno affidargli tale compito? È cosa nota che tutte le sue decisioni dipendono dai dati raccolti dai cinque sensi, cioè dalle facoltà percettive. Se i dati da essi raccolti sono errati, errate saranno anche le conclusioni dell’intelletto. Se i suoi dati sono incompleti, incomplete saranno anche le conclusioni dell’intelletto. E riguardo a ciò su cui i sensi non forniscono affatto alcun dato, l’intelletto, se è consapevole dei propri limiti, non prenderà alcuna decisione; ma, se è arrogante, continuerà a scagliare frecce inefficaci nell’oscurità. Un intelletto le cui capacità sono tanto limitate e ristrette può forse assumersi il compito di elaborare per l’umanità un sistema di vita completo (ad-dīn)? Inoltre, poiché l’elaborazione dell’ad-dīn dipende dalla soluzione di problemi superiori e complessi, tali problemi dovranno forse essere risolti sulla base di congetture, supposizioni e fantasiose immaginazioni? I cinque sensi forniscono informazioni estremamente incomplete proprio su quelle concezioni dalle quali dipendono i valori morali eterni indispensabili all’elaborazione dell’ad-dīn. Come si può sperare che l’intelletto determini valori morali completi e puri sulla base di informazioni incomplete? Allo stesso modo, per nessuno degli altri elementi dell’ad-dīn da me menzionati si possono ottenere dai cinque sensi informazioni esatte e complete, sulla cui base l’intelletto possa elaborare un sistema di vita autosufficiente e universale. Inoltre, l’elemento chiamato desiderio o inclinazione è costantemente alle calcagna dell’intelletto. Esso non gli permette di giungere a conclusioni puramente razionali. Anche quando l’intelletto vuole procedere sulla via diritta, il desiderio o l’inclinazione non manca di spingerlo verso una strada alquanto tortuosa. Dunque, anche ammettendo che l’intelletto umano non commetta errori nell’ordinare e coordinare i dati raccolti dai cinque sensi e nel ricavarne prove, tuttavia, a causa delle sue debolezze intrinseche, non possiede una capacità tale da poter ricevere una responsabilità tanto grave. Imporgli un simile fardello significa commettere un’ingiustizia nei suoi confronti, e anche nei confronti di chi glielo impone.

Terzo: la scienza

Passiamo ora a esaminare il terzo strumento. Esso è la conoscenza acquisita attraverso l’esperienza, gli esperimenti e l’osservazione. Per quanto uno studente di scienze riconosca il valore e l’importanza di questa conoscenza, li riconosco anch’io nella stessa misura. Non la disprezzo neppure minimamente. Ma conferirle un’ampiezza che non possiede, senza prestare attenzione ai suoi limiti, è un atto del tutto antiscientifico. Chi conosce correttamente la natura della conoscenza umana non può negare che i profondi misteri dei problemi metafisici siano al di là della sua portata. Non dispone dei mezzi e degli strumenti necessari per svelarli. Non può osservarli direttamente; e, sulla base delle cose che rientrano nell’ambito dell’esame e dell’osservazione, non è neppure in grado di stabilire su di essi, con argomentazioni e prove, un’opinione che possa essere definita «scienza». Pertanto, non occorre aggiungere che la scienza non arriva a risolvere quei pochi problemi fondamentali che è indispensabile conoscere fin dall’inizio per elaborare l’ad-dīn in questione. Resta ora la domanda: si può affidare alla scienza il compito di determinare i valori morali, formulare i princìpi socioculturali e tracciare i confini che impediscano la deviazione? Nel cercare la risposta, sorge anzitutto la questione se tale responsabilità possa essere affidata alla scienza di una singola persona, di un gruppo o di una determinata epoca. Ma, senza entrare in questa questione, dovremmo riflettere piuttosto su quali condizioni essenziali sia necessario soddisfare per portare a compimento, con metodo scientifico, l’elaborazione di un sistema di vita completo (ad-dīn). La prima condizione è che l’uomo conosca le leggi naturali in base alle quali si svolge la sua vita terrena. La seconda è che egli possieda pienamente tutti i fatti e tutte le conoscenze riguardanti la propria vita. La terza è che si riuniscano entrambe queste categorie di conoscenze, cioè tutti i fatti e tutte le nozioni conosciuti riguardo alla vita umana e al mondo naturale; poi, che una mente pienamente matura e saggia li ordini con perizia e ne ricavi deduzioni e prove corrette, così da determinare i valori morali, i princìpi socioculturali e i confini atti a prevenire la deviazione. Queste condizioni non sono state soddisfatte fino a oggi, né si può sperare che lo siano tra cinquemila anni. Forse saranno soddisfatte un giorno prima dell’estinzione dell’umanità. Ma allora non serviranno più a nulla.

Quarto: la storia

Infine, consideriamo quello strumento della conoscenza che chiamiamo documentazione probatoria, o registro delle azioni dell’umanità. Non posso negarne l’importanza e l’utilità. Voglio soltanto dire che anch’esso non è sufficiente per portare a compimento un compito così grande come l’elaborazione dell’ad-dīn. Se rifletterete più a fondo, credo che anche i lettori saranno d’accordo con me. Qui non sollevo la questione se questa documentazione storica sia giunta dal passato agli uomini del presente in modo corretto e completo. Né chiedo a chi, per conto dell’intera umanità, si potrebbe affidare il compito di elaborare l’ad-dīn con l’aiuto di questa documentazione o di questo registro storico: alla mente di Hegel, a quella di Marx, a quella di Ernst Haeckel o a quella di qualcun altro? La mia unica domanda è questa: la documentazione relativa a quale data precisa del passato, del presente o del futuro potrebbe fornire materiale sufficiente per elaborare un ad-dīn? Fortunati saranno coloro che nasceranno dopo quella data. E coloro che lasceranno questo mondo prima di essa? Che Allah l’Altissimo sia il loro protettore.

risultati deludenti

Ritengo che, nella breve analisi che ho appena esposto, non abbia commesso alcun errore né nell’analisi scientifica né nell’esposizione dell’argomentazione. Se l’esame dei mezzi e delle risorse umane da me presentato è corretto, posso affermare con ferma convinzione, senza preoccuparmi degli ostacoli e delle difficoltà, che l’uomo può forse elaborare per sé un sistema di vita immaturo, imperfetto, transitorio e di carattere regionale. Ma non gli è assolutamente possibile elaborare un sistema di vita completo e senza tempo (ad-dīn). Ciò era impossibile in passato, lo è ancora oggi e non vi è alcuna speranza che diventi possibile in un futuro ancora da venire.

In tale situazione, se, secondo l’opinione degli atei, non esiste alcun «Dio» incaricato di guidare l’uomo, allora egli dovrebbe suicidarsi. Un viandante che non ha una guida e non dispone di alcun mezzo alternativo per trovare la strada non può ottenere altro che la più completa disperazione. A una persona simile, l’unico consiglio che un uomo compassionevole possa darle è di sbattere con forza la testa contro una pietra in mezzo alla strada e porre fine a tutti i suoi problemi. E se esiste un «Dio», ma non è un Dio che guida — come cercano di dimostrare l’esistenza di un Dio di questo particolare tipo alcuni filosofi e scienziati — allora la situazione diventa ancora più deplorevole. Quel Dio che ha dato a tutte le cose e a tutti gli esseri dell’universo tutto ciò che è necessario per sopravvivere, svilupparsi e crescere, ma non ha dato all’uomo ciò di cui aveva maggiormente bisogno, cioè le norme e il metodo per vivere, rende terribilmente pericoloso abitare nel mondo da lui creato. A dire il vero, non si può immaginare pericolo più grande di questo. Infatti, senza quel sistema di vita, l’intera esistenza dell’umanità diventa vana. In una simile situazione, bisogna piangere per i poveri, gli orfani, i malati, gli afflitti, i feriti e gli oppressi. L’uomo continua a sperimentare ripetutamente, senza successo, errate concezioni della vita. Cammina, inciampa e cade; poi si rialza e ricomincia a camminare, per inciampare nuovamente. E ogni volta che inciampa, paese dopo paese e nazione dopo nazione si trasformano in cumuli di rovine. È talmente disorientato da non sapere nemmeno quale sia lo scopo della propria vita. Non sa per che cosa debba lavorare e impegnarsi, né secondo quali norme e metodi debba farlo. Il Dio che lo ha creato e gli ha concesso di vivere nel mondo sembra osservare in silenzio tutte queste sue disgrazie, come se si fosse preoccupato soltanto dell’atto della creazione e non si curasse affatto di indicargli le norme per vivere e agire nel mondo.

l’unica luce della speranza

Il Corano ci presenta un quadro di una situazione completamente opposta a questa. Il Corano afferma che Allah non è soltanto il Creatore, ma anche la Guida. Egli ha dato a ogni cosa presente nell’universo tutta la guida necessaria secondo la sua natura e disposizione.

(Arabo, a pagina 330 del PDF)

«Colui che ha dato a ogni cosa la sua forma fisica e poi l’ha guidata». — (Sura Ṭā Hā: 50)

Per vederne la prova, basta prendere una formica, una mosca o un ragno qualsiasi. Lo stesso Dio che ha indicato a queste creature insignificanti la via per vivere ha indicato la via anche all’uomo; pertanto, per l’uomo l’unico metodo d’azione corretto e puro consiste nell’abbandonare ogni arroganza, inchinarsi dinanzi a Lui e seguire la guida del sistema di vita universale e completo, ossia dell’«ad-dīn», che Egli ha inviato tramite i profeti.

Ora risulta che davanti a noi si aprono due strade. Dopo aver esaminato la forza, le capacità e i mezzi dell’essere umano, è stata individuata una strada. L’altra è emersa attraverso la proclamazione del Corano. Per noi non vi è altra possibilità se non scegliere una di queste due strade. Dobbiamo accettare la proclamazione del Corano oppure precipitare noi stessi in quelle terribili tenebre della disperazione, dove non esiste alcun raggio di luce della speranza. In realtà, non ci troviamo davanti a una situazione in cui esistano due strumenti per elaborare un sistema di vita e basti sceglierne uno. La situazione che affrontiamo è invece questa: esiste un solo mezzo per acquisire un sistema di vita. Dobbiamo decidere se adottare quell’unico mezzo oppure, invece di trarre beneficio dal suo aiuto, considerare preferibile vagare smarriti nelle tenebre.

L’argomentazione del Corano

Dalle argomentazioni che ho esposto finora possiamo giungere soltanto alla conclusione che, per il bene dell’umanità, non vi è alternativa all’accettazione della pretesa del Corano. In altre parole, non vi è modo di restare miscredenti: bisogna necessariamente diventare musulmani. Tuttavia, a sostegno della propria pretesa, il Corano presenta argomenti e prove di gran lunga più elevati e di qualità superiore. Esso non invita l’uomo a diventare musulmano perché costretto dalle circostanze, bensì lo esorta a diventarlo con gioia e spontaneamente. A questo proposito dispone di numerosi argomenti e prove. Tra questi, quattro sono i più forti. Sono proprio questi quattro che esso presenta ripetutamente.

Primo: per l’essere umano l’Islam è l’unico sistema di vita corretto, poiché è l’unico conforme alla verità reale. Tutte le altre concezioni e credenze sono contrarie alla verità e irreali.

(Arabo************************************a pagina 331 del PDF)

«Desiderano forse un dīn diverso dal dīn di Allah? Eppure tutto ciò che si trova nei cieli e sulla terra si sottomette a Lui, volontariamente o controvoglia, e a Lui tutti ritorneranno».

Secondo: per l’essere umano questo è l’unico sistema di vita puro e infallibile, poiché questa è l’unica verità. Anche secondo il criterio della giustizia e della rettitudine, nessun altro sistema può essere puro. Allah dice:

(Arabo************************************a pagina 331 del PDF)

«In verità, il vostro Signore è Allah, Colui che ha creato i cieli e la terra in sei giorni (o sei ere). Poi si è stabilito sul Trono. Egli avvolge il giorno con la notte, e subito il giorno insegue la notte con grande rapidità. Il sole, la luna e le stelle sono tutti sottomessi al Suo comando. Sappiate che la creazione appartiene a Lui e che a Lui solo spetta il comando. In verità, Allah, il Signore dei mondi, è ricco di bontà». – (Sura al-A‘rāf: 54)

Terzo: poiché solo Allah possiede la conoscenza precisa di tutte le realtà e di tutte le informazioni, solo Lui è in grado di fornire una guida infallibile. Pertanto, l’ordinamento da Lui stabilito è quello appropriato e infallibile per l’umanità.

(Arabo************************************pagina 332 del PDF)

«In verità, nulla è nascosto ad Allah, né sulla terra né nei cieli». – (Sura Āl ‘Imrān: 5)

(Arabo************************************pagina 332 del PDF)

«Egli conosce tutto ciò che è nascosto e manifesto agli uomini. Della Sua conoscenza, essi non possono conoscere altro se non ciò che Egli vuole far loro conoscere». – (Sura al-Baqara: 255)

(Arabo************************************pagina 332 del PDF)

«O Profeta! Annuncia che soltanto la guida di Allah è la guida vera e corretta». – (Sura al-An‘ām: 71)

Quarto: questa è l’unica via autentica per l’uomo. Perché, altrimenti, la giustizia non sarebbe possibile. Qualunque altra via l’uomo scelga, alla fine essa lo trascinerà verso l’oppressione e l’ingiustizia.

(Arabo************************************alla pagina 332 del PDF)

«Chiunque oltrepassi i limiti stabiliti da Allah, certamente farà torto a se stesso».–(Sura at-Talaq: 1)

(Arabo************************************alla pagina 332 del PDF)

«Sono ingiusti coloro che non giudicano e non decidono secondo ciò che Allah ha rivelato».–(Sura al-Ma’ida: 45)

Alla luce di queste argomentazioni e prove del Corano, è dovere imprescindibile di ogni persona dotata di coscienza sottomettersi davanti ad Allah e ricevere da Lui le norme che regolano la propria vita.

Il criterio per verificare la legge divina

Prima di procedere oltre, ritengo necessario rispondere a una domanda. A questo punto della trattazione, questa domanda sorge nella mente di ciascuno. Quando riflettevo sull’argomento, essa sorse anche nella mia mente. La domanda è: con quale metodo possiamo stabilire quale sia la legge stabilita da Allah e quale, invece, quella elaborata dall’uomo? Non si può certo accettare una legge solo perché qualcuno l’ha presentata come legge di Allah. Per rispondere a questa domanda sarebbe necessaria una trattazione molto dettagliata. Tuttavia, cercherò di rispondere brevemente. In realtà, esistono quattro criteri principali per distinguere il pensiero umano da quello divino. Li esporrò uno per uno.

Una caratteristica importante del pensiero umano è che in esso sono inevitabilmente presenti gli effetti dell’errore e dei limiti della conoscenza. Nel pensiero divino, invece, ciò è impossibile. In esso si scorge chiaramente il segno di una conoscenza infinita e infallibile. Nella legge di Allah non può mai esservi nulla contrario a una verità scientifica dimostrata in una determinata epoca; né può esservi alcunché che dimostri come un aspetto della verità sia rimasto ignoto all’Autore della legge. Tuttavia, nell’applicare questo criterio, non bisogna dimenticare che la conoscenza, le concezioni e speculazioni scientifiche e le teorie scientifiche non sono la stessa cosa. In un certo periodo, alcune teorie scientifiche e concezioni e speculazioni scientifiche esercitano la loro influenza sulla mente degli uomini, che per errore le considerano «conoscenza». Eppure la possibilità che siano errate è esattamente pari alla possibilità che siano corrette. Nella storia della conoscenza e della scienza sono state ben poche le concezioni, speculazioni e teorie che alla fine si siano rivelate autentica «conoscenza».

Un’altra grande debolezza del pensiero umano è la ristrettezza della prospettiva. Al contrario, nel pensiero divino si riscontra la massima ampiezza e vastità della prospettiva. Esaminando una qualsiasi affermazione scaturita dal pensiero divino, sembrerà che colui che la enuncia veda con i propri occhi ogni cosa, dall’inizio alla fine. Sembrerà che egli veda simultaneamente, con un solo sguardo, l’intero universo e tutte le sue verità più profonde. Al suo confronto, persino le opinioni e le concezioni dei filosofi e pensatori di più alto livello sembreranno del tutto infantili.

Un’altra importante caratteristica del pensiero umano è che in esso ragione, intelletto e conoscenza della realtà risultano, in un modo o nell’altro, coinvolti in sotterfugi e connivenze con le emozioni, gli slanci e i desideri delle passioni e degli istinti. Al contrario, il sistema divino risplende della gloria di un’intelligenza pura e di una conoscenza incontaminata. Questa caratteristica è così luminosa ed evidente che in nessuna delle sue norme e disposizioni si scorge la minima traccia di sentimentalismo o di inclinazione arbitraria.

Un’altra debolezza del pensiero umano è che nei sistemi di vita da esso elaborati sono inevitabilmente presenti il favoritismo, la disparità irrazionale tra gli uomini e gli elementi che attribuiscono a qualcuno una preminenza sugli altri su basi irrazionali. Infatti ogni uomo ha determinate intenzioni e preferenze personali, ed è legato a un particolare gruppo, mentre non è legato a un altro. Il pensiero divino, invece, è completamente libero da elementi di questo genere.

Ogni sistema che si presenta come sistema di vita divino può essere verificato secondo questo criterio. Se risulta libero da quelle debolezze e impurità del pensiero, della conoscenza e dell’intelletto umano, e se possiede l’ampiezza e la completezza indispensabili a un sistema di vita integrale, allora si può credere in esso senza esitazione né riserve. Non vi è alcun motivo per avanzare obiezioni o scuse al riguardo.

Le esigenze della fede

Ora discuterò l’ultima delle questioni fondamentali. La questione è questa: quando l’uomo accetta la rivendicazione del Corano e, riconoscendo con certezza che un sistema di vita è un sistema di vita divino, crede in esso, che cosa deve fare?

Dico fin dall’inizio che il significato dell’Islam è sottomettersi; l’arbitrio e la libertà assoluta di pensiero e d’azione non possono coesistere con l’obbedienza, la sottomissione e l’arrendevolezza. A qualunque sistema di vita si presti fede, gli si deve affidare l’intera propria esistenza. Nulla di ciò che è sotto il proprio controllo può essere sottratto alla sua obbedienza. Bisogna accettare l’autorità e il dominio assoluti di quel sistema di vita su tutto: mente e cervello, occhi e orecchie, mani e piedi, stomaco e corpo, lingua e penna, tempo e lavoro, sforzi, iniziative e attività, odio e amore, inimicizia e amicizia. Nessuna parte della propria persona e nessun ambito della propria vita può rimanere al di fuori della sua sfera. Nella misura esatta in cui si terrà qualcosa sotto il proprio controllo al di fuori dell’obbedienza e dell’ambito di quel sistema di vita, e nella misura corrispondente in cui se ne terranno fuori determinati aspetti o ambiti, la rivendicazione della fede sarà smentita. Chi desidera essere sincero e devoto nella propria fede o convinzione ha il dovere di impegnarsi con ogni mezzo per mantenere la propria vita pura dalla falsità.

Vorrei ripetere ancora una cosa a questo proposito. Bisogna ricordare che la vita dell’essere umano è un’entità unica e indivisibile. Per questo, per l’intera vita dell’uomo è necessario un unico ordinamento di vita. Seguire contemporaneamente più ordinamenti di vita è soltanto indice di una fede vacillante, di indecisione e immaturità nelle decisioni. Quando una persona accetta una religione o un ordinamento di vita come propria religione o come proprio ordinamento di vita, deve necessariamente accettarlo come religione operante in ogni parte e ambito della sua esistenza: come religione della propria vita personale, dell’istruzione e degli istituti educativi, delle attività lavorative, della politica e della vita sociale, dell’istruzione e degli istituti educativi, degli affari e del guadagno, dei rapporti reciproci, dei comportamenti e delle attività nazionali, della politica e della vita sociale, nonché della letteratura e della cultura. Non vi è alcuna ragione perché vi siano eccezioni. È impossibile che, finché ogni singola perla resta separata, rimanga una perla, ma non appena viene infilata in una collana, le perle, pur restando separate, si trasformino tutte in semi di fagiolo e lenticchia. Allo stesso modo, è impossibile che una persona sia individualmente una seguace completa di una particolare religione o di un ordinamento di vita, ma che, quando molte persone si uniscono, alcune parti della loro vita collettiva vengano escluse dall’obbedienza a quella religione o a quell’ordinamento di vita. Inoltre, per una persona che accetta una religione come unico ordinamento di vita completo e crede in essa, la più grande esigenza della sua fede consiste nel dare all’intera umanità l’opportunità di essere benedetta dai benefici di quella grande religione e nell’adoperarsi affinché proprio quell’ordinamento di vita completo divenga l’ordinamento di vita dominante ed efficace in tutto il mondo. Vivere vittoriosa è, in quanto tale, la natura della verità; allo stesso modo, la naturale esigenza di chi si attiene alla verità è compiere ogni sforzo per far trionfare la verità sulla falsità. Nessuna persona schierata dalla parte della verità può trovare pace senza adempiere a questa responsabilità. Chi vede che in tutto il mondo le forze della falsità si sono insediate con prepotenza e grande potere, ma, pur vedendolo, non prova il minimo turbamento né indignazione, se nel suo cuore nutre ancora un po’ di amore o attrazione per la verità, ciò si trova in uno stato latente e addormentato. Deve stare in guardia, affinché questo sonno non si trasformi in un sonno rovinoso e questo silenzio non si trasformi nel silenzio della morte.

 

Il conflitto tra l’Islam e la Jahiliyya

—Tutte le concezioni e gli ideali di vita che sono o sono stati contrari alla vera religione dell’Islam vengono, in senso comparativo, denominati «Jahiliyya». Il fondamento dell’Islam è la «conoscenza autentica», cioè la rivelazione divina, mentre il fondamento delle ideologie jahilite consiste in supposizioni e congetture, in concezioni metafisiche di origine fantastica, oppure in pensieri spirituali fondati sulla pura ignoranza e sull’imprudenza (l’Autore).

Qualunque ordinamento di vita venga elaborato per il modo di vivere degli uomini nel mondo, è inevitabile che abbia origine da una qualche concezione metafisica. Per formulare un piano ben ordinato per la vita, è innanzitutto indispensabile acquisire una concezione chiara e precisa dell’essere umano e dell’universo, che è la sua dimora. In caso contrario, non è possibile elaborare tale piano. Per rispondere alla domanda su come dovrebbero essere il comportamento e la condotta dell’uomo e su come egli dovrebbe agire nel mondo, bisogna prima sapere che cosa sia l’uomo, quale sia la posizione e il valore dell’universo e quale sia il tipo di ordinamento al quale la vita umana dovrà conformarsi. In base alla soluzione trovata a queste ultime domande si formerà una concezione etica, e, a seconda del tipo di tale concezione etica, verranno strutturati i diversi aspetti e ambiti della vita umana. Successivamente, secondo quello schema determinato, verranno formulate le norme dettagliate relative al carattere individuale, ai rapporti collettivi, alle transazioni e ai comportamenti. Infine, su questa base verrà costruito l’intero edificio della società e della civiltà.

In realtà, tutte le religioni e le ideologie finora elaborate per l’umanità sulla terra hanno dovuto, alla loro origine, definire una propria filosofia fondamentale e una propria prospettiva etica di base. Di conseguenza, sono proprio questa filosofia fondamentale e questa prospettiva morale a distinguere un’ideologia dall’altra, dai principi fondamentali fino alle regole e alle norme più minute. Esse sono infatti il fattore determinante dell’indole, della natura e del carattere di ogni sistema di vita. Se si considera il sistema di vita come un corpo, esse ne costituiscono l’anima.

Quattro concezioni della vita

Se si esamina un sistema di vita lasciando da parte i dettagli e i suoi vari rami e considerando soltanto la struttura fondamentale, si vedrà che, riguardo all’essere umano e al mondo naturale, si possono adottare complessivamente quattro concezioni metafisiche. Tutte le filosofie di vita esistenti nel mondo hanno adottato una di queste quattro. Tra queste quattro concezioni, la prima può essere definita Jahiliyya pura e integrale.

Jahiliyya pura e integrale

Il punto fondamentale di questa dottrina è che la gestione dell’intero universo sia la manifestazione concreta di un incidente casuale. Dietro di essa non vi sono alcuna saggezza, alcuna verità recondita né alcuno scopo. Esso si è formato spontaneamente, procede spontaneamente e un giorno scomparirà spontaneamente, senza alcun risultato o conseguenza. Non ha alcun dio. E, anche se ne esistesse uno, non avrebbe alcun rapporto con la vita umana. L’uomo è un essere vivente e, come gli altri esseri viventi, forse è sorto anch’egli per caso. Non abbiamo alcun bisogno di preoccuparci di chi lo abbia creato, per quale motivo lo abbia creato e così via. Sappiamo soltanto che l’uomo esiste nel mondo. Ha alcune speranze e aspirazioni, per soddisfare le quali la sua natura esercita dall’interno una forte pressione. Possiede anche determinate forze e strumenti che possono essere utilizzati come mezzi per soddisfare tali speranze e aspirazioni. Vede intorno a sé numerose risorse disseminate. Applicando a esse le proprie forze e i propri strumenti, può soddisfare le proprie aspirazioni. Pertanto, nella sua vita non vi è altro scopo se non soddisfare le richieste dei propri istinti. Oltre a raccogliere i migliori mezzi e strumenti per soddisfare tali esigenze, le sue facoltà e capacità umane non hanno alcun’altra funzione. Al di sopra dell’uomo non esiste alcuna fonte o origine della conoscenza e della guida verso la verità e la retta via, dalla quale egli possa ricavare l’ordinamento della propria vita. Dovrebbe quindi elaborare da sé un ordinamento della vita a partire dall’ambiente che lo circonda, dalle circostanze e dai segni presenti, nonché dalle proprie esperienze e sperimentazioni storiche. Poiché non esiste alcuna fonte del genere, egli è naturalmente un’entità priva di responsabilità. Se deve essere chiamato a rendere conto, dovrà farlo davanti a se stesso oppure davanti a un’autorità nata tra gli uomini e divenuta essa stessa dominante sugli uomini.

Qualunque siano i risultati delle azioni, essi sono limitati a questa vita terrena. Al di fuori della vita terrena non esiste alcun’altra vita. Pertanto, in base ai risultati manifestatisi nel mondo, si stabilirà se una cosa sia errata o corretta, dannosa o vantaggiosa, da accettare o da rifiutare.

Quando l’uomo è immerso nell’ignoranza assoluta, cioè quando non riesce a raggiungere alcuna verità al di sopra delle cose percepibili dai sensi, oppure non vuole farlo a causa della propria schiavitù agli istinti, è questa dottrina a prevalere nella sua mente e nel suo cuore. In ogni epoca, i cultori del mondo hanno adottato proprio questa dottrina. Con poche eccezioni, re, sovrani, emiri e nobili, governanti, cortigiani, ricchi e coloro che hanno consacrato la vita alla ricchezza hanno generalmente dato la precedenza a questa dottrina. E alla base della cultura di tutti i popoli la cui civiltà e cultura vengono celebrate nella storia, questa dottrina era operante. Essa è operante anche alla base della moderna civiltà occidentale. Sebbene non tutti gli occidentali siano increduli nei confronti di Dio e dell’Aldilà, e sebbene, dal punto di vista intellettuale, non siano tutti sostenitori della morale materialista, la forza vitale che agisce nel corpo della loro intera civiltà e cultura è proprio la forza vitale di questa incredulità verso Dio e l’Aldilà e della morale materialista. Essa si è radicata nella loro vita in modo tale che anche coloro che, sul piano razionale, riconoscono l’esistenza di Dio e dell’Aldilà e adottano, in campo morale, una prospettiva non materialista, inconsciamente non sono, nella vita reale, nient’altro che atei e materialisti; infatti, la dottrina che seguono sul piano del pensiero non ha alcun rapporto con la vita reale. Analoghe erano le condizioni dei loro predecessori, ricchi e dimentichi di Dio. I ricchi di Baghdad, Damasco, Delhi e Granada, poiché erano musulmani, non negavano Dio e l’Aldilà; tuttavia, l’intero programma della loro vita era organizzato come se Dio e l’Aldilà non esistessero affatto e non si ponesse alcuna questione di dover rendere conto a qualcuno o di ricevere da qualcuno una guida. Esistevano soltanto i loro desideri, le loro brame, le loro speranze e aspirazioni. Per soddisfare queste speranze e aspirazioni, erano completamente liberi di adottare ogni sorta di mezzo, strumento e metodo. La loro convinzione era questa: poiché dopo questa vita non ve n’è un’altra, il tempo concesso per vivere deve essere utilizzato nel modo migliore attraverso il piacere e il lusso.

È stato detto sopra che la natura stessa di questa dottrina è tale da edificare, sulla sua base, un sistema morale puramente materialista. Non importa se tale sistema morale venga messo per iscritto in libri oppure rimanga semplicemente elaborato nella mente e nello spirito. In seguito, proprio da questa mentalità materialista si sviluppano la conoscenza e la scienza, il pensiero, la letteratura e la cultura. Gradualmente, l’intero sistema dell’istruzione e della formazione viene animato dall’ateismo e dal materialismo. Poi il carattere individuale si forma nello stesso stampo ideologico. I principi dei rapporti e delle transazioni tra gli uomini vengono elaborati secondo lo stesso metodo e nello stesso stampo. Anche la redazione e il perfezionamento delle leggi procedono nello stesso modo. In seguito, la guida di una società di questo tipo viene assunta proprio dai più grandi truffatori, appropriazionisti, bugiardi, ingannatori, crudeli e ignobili. Nelle loro mani passano la guida e l’autorità sull’intera società, nonché la responsabilità dell’amministrazione dello Stato. Poi, come cammelli senza briglie, conducono sconsideratamente contro l’umanità una crudele campagna di sfruttamento e oppressione. Non temono né di dover rendere conto né di essere arrestati da qualcuno. Tutte le loro strategie pratiche sono costruite sulla base dei principi politici di Machiavelli. Nei loro codici di legge, la forza è un altro nome della verità e la debolezza un altro nome della falsità. Nulla, se non gli ostacoli materiali, può trattenerli dall’ingiustizia e dalla tirannia. All’interno dello Stato, questa tirannia e questa oppressione assumono una forma tale che i potenti continuano a opprimere le classi deboli della propria nazione. Sul piano internazionale, nazionalismo, imperialismo, espansionismo—[L’autore, analizzando un altro aspetto della dottrina dell’ignoranza, ha detto: quando il profeta Shuʿayb (pace su di lui) invitò i suoi connazionali ad adorare l’unico Dio e a cessare dalla corruzione nelle transazioni commerciali, essi risposero:

(Arabo************************************a pagina 338 del PDF)

«O Shuʿayb, è forse la tua preghiera a insegnarti che dobbiamo abbandonare quegli dèi che i nostri padri veneravano? E che non possiamo disporre liberamente delle nostre ricchezze?»—(Sura Hūd: 87)

Questa è la spiegazione completa dell’ideologia jahilita contrapposta all’Islam. L’Islam insegna che tutte le opinioni e tutte le vie diverse dalla servitù ad Allah sono errate e indegne di essere seguite, poiché a sostegno di qualsiasi altra opinione o via non esiste alcuna prova nel Libro celeste. La servitù ad Allah, inoltre, non può essere limitata alla sfera religiosa: deve estendersi alla società e alla civiltà, all’economia e alla politica, ossia a ogni aspetto e ambito della vita. Infatti, tutto ciò che gli uomini possiedono in fatto di potere e ricchezza, o qualsiasi altra cosa, appartiene in realtà ad Allah, e l’uomo non ha il diritto di usare alcunché secondo il proprio arbitrio, contro la volontà di Allah. L’ideologia jahilita, al contrario, sostiene che si debbano seguire i costumi e le usanze tramandati dai padri e dagli antenati. Il fatto stesso che siano usanze degli antenati è ritenuto una prova e una giustificazione sufficiente per seguirle; non occorre alcun’altra dimostrazione. La religione riguarda soltanto il culto e l’adorazione. Nelle attività mondane della nostra vita dovremmo godere di piena libertà, così da poterle svolgere secondo la nostra volontà. Da ciò si può anche comprendere che l’idea di dividere la vita in una parte religiosa e una parte mondana non è affatto nuova. Già da tre o quattromila anni, infatti, il popolo del profeta Shuʿayb (pace su di lui) sosteneva con forza questa divisione, proprio come fanno oggi i popoli occidentali e i loro ciechi seguaci. In realtà, non si tratta di una nuova “luce” acquisita dall’uomo grazie al progressivo sviluppo del pensiero e delle concezioni. È piuttosto quell’antico pensiero superstizioso che, migliaia di anni fa, era già presente in questa stessa forma nella jahiliyya. Anche il suo conflitto con l’Islam non è nuovo, ma antichissimo. (A cura dei compilatori) E si manifesta sotto forma di distruzione delle nazioni.

Secondo: la jahiliyya mescolata allo shirk

La seconda ideologia soprannaturale è fondata sul principio dello shirk. La gestione dell’universo non è il risultato di un evento casuale, né è vero che dietro di essa non vi sia alcun dio. Tuttavia, il suo dio o signore (Master) non è uno solo, bensì molti. A sostegno di questa concezione non esiste alcuna prova o argomentazione scientifica: essa si basa soltanto su supposizioni e congetture. Per questo, tra i politeisti non vi è mai stato, né vi sarà mai, accordo sull’assumere come dèi tutte le cose che possono essere immaginate, percepite o comprese dall’intelletto. Gli uomini smarriti nelle tenebre dell’ignoranza hanno trasformato in dio qualunque cosa capitasse loro tra le mani. Così il numero delle divinità è aumentato e diminuito. Angeli, jinn, spiriti, pianeti e stelle, uomini vivi e morti sono stati assunti come divinità. Persino cose astratte come l’amore, la bellezza, il desiderio sessuale, la forza creatrice, le malattie, la guerra, la prosperità e la forza sono state trasformate in oggetti di culto. Sono stati inclusi nella categoria delle divinità dei politeisti bizzarri perfino uomini-leone, uomini-pesce, uomini-uccello, uomini con quattro teste e uomini dal corpo elefantino con mille braccia.

In seguito, attorno a questa concezione si è creato un meraviglioso mondo incantato di fantasia e mitologia. L’immaginazione fertile e la variegata abilità artistica di ogni popolo ignorante hanno prodotto esempi così singolari da lasciare stupefatti. Presso i popoli nei quali si trova una concezione chiara del Dio supremo, cioè Allah, l’organizzazione della divinità è pressappoco questa: Allah è il re, mentre gli altri dèi sono i suoi ministri, dignitari, cortigiani, favoriti e funzionari incaricati di vari compiti; ma poiché gli uomini non possono raggiungere direttamente il re, tutte le attività vengono svolte in relazione con gli dèi subordinati. Presso i popoli la cui concezione di Allah è molto vaga, o che si può dire non ne abbiano alcuna, tutta l’autorità divina è ripartita tra varie divinità.

Dopo la jahiliyya pura, questa è la “seconda forma di jahiliyya”, nella quale gli uomini sono immersi da tempo immemorabile fino a oggi. In ogni epoca sono sprofondati così in basso, fino al livello mentale più infimo. Grazie all’insegnamento dei profeti di Allah, coloro che hanno creduto in un unico Allah onnipotente hanno cancellato dai loro cuori l’esistenza degli altri dèi; tuttavia, profeti, martiri, pir, wali, ghawth, qutb, abdāl e persone insignite del titolo di Ẓillullāh hanno trovato in qualche modo posto nelle loro credenze. Gli ignoranti hanno assunto come divinità, alla maniera dei politeisti, coloro la cui intera vita era stata dedicata a eliminare il dominio dell’uomo sull’uomo e a stabilire l’autorità e la signoria del solo Allah. Da un lato, al posto dei riti idolatrici dei politeisti, è stata elaborata una nuova sharīʿa di pratiche religiose quali fātiḥa, ziyāra, nadhr e niyāz, ʿurs, culto dei mausolei, esposizione di bandiere sulle tombe, taʿziya e altre pratiche analoghe. Dall’altro, senza alcuna prova teorica o dimostrazione, è stata elaborata una mitologia completa sulla nascita e la morte di questi venerabili, sulla loro apparizione e scomparsa, sui kashf e sulle karāmāt, sui loro poteri soprannaturali e sul loro stato di vicinanza ad Allah, in piena armonia con la mitologia dei politeisti. In terzo luogo, dietro l’affascinante involucro di nomi quali “wasīla”, “aiuto spirituale” e “fayḍ”, sono stati ricondotti a questi venerabili tutti i rapporti tra Allah e i Suoi servi. Di fatto, la situazione è divenuta identica a quella dei politeisti, secondo i quali il Signore dell’universo è lontanissimo dalla portata degli uomini e tutto ciò che riguarda la vita umana è affidato ai Suoi funzionari subordinati. La sola differenza è che i politeisti chiamano apertamente questi funzionari subordinati oggetti di culto, dèi, incarnazioni o figli di Allah, mentre costoro li celano dietro parole come ghawth, qutb, abdāl, awliyāʾ e “uomini di Allah”.

In tutte le epoche della storia, questa seconda forma di jahiliyya ha collaborato con la prima, cioè con la jahiliyya pura. Nell’antichità, nelle civiltà e culture di Babilonia, dell’Egitto, dell’India, dell’Iran, della Grecia, di Roma e di altri luoghi, queste due forme di jahiliyya coesistevano. Anche oggi la situazione del Giappone è analoga. Questa collaborazione ha varie cause. Ne menzionerò qui alcune.

Primo: nella jahiliyya mescolata allo shirk, il rapporto dell’uomo con le proprie divinità consiste soltanto nel ritenerle dotate di autorità e padrone del beneficio e del danno, e nel cercare, attraverso diversi riti di culto, di ottenere il loro favore e il loro aiuto per conseguire fini mondani. —Il profeta Ṣāliḥ (pace su di lui) disse al suo popolo:

(Arabo************************************a pagina 340 del PDF)

«Chiedete dunque perdono ad Allah e tornate a Lui obbedienti. In verità, il mio Signore è vicino ed esaudisce le suppliche». — (Sura Hūd: 61)

Qui viene confutata una grave idea errata dei politeisti. Questa falsa concezione era generalmente diffusa tra tutti i politeisti e in ogni epoca è stata una delle principali cause per cui gli uomini sono caduti nel politeismo. Essi ritenevano che Allah fosse come i loro re e sovrani: uno che dimora lontano dai sudditi, immerso nei piaceri del palazzo reale. I sudditi comuni non potevano arrivarvi. Perciò, se si voleva rivolgergli una preghiera, bisognava ricorrere a qualcuno tra coloro che godevano della sua vicinanza. E anche se, per buona sorte, una preghiera fosse riuscita a giungere fino a Lui, tuttavia, per l’orgoglio della Sua divinità, Egli non avrebbe gradito rispondervi personalmente. Il compito di rispondere sarebbe stato affidato a qualcuno dei devoti che godevano della Sua vicinanza. Sotto l’influsso di questa falsa concezione e istigati da uomini astuti, essi credevano che la sacra corte del Signore dell’universo fosse molto lontana dalla portata della gente comune. Un uomo qualunque non poteva neppure sperare di arrivarvi. Era del tutto impossibile che una supplica giungesse alla Sua corte e ricevesse risposta, se non tramite l’intercessione di anime sante e l’aiuto di esperti funzionari religiosi, ai quali si affidavano offerte votive, doni e suppliche. Fu proprio a causa di questa falsa concezione che tra l’uomo e il suo dio si radunò una moltitudine di divinità grandi e piccole e nacque il sistema sacerdotale; senza la sua intermediazione, i seguaci delle religioni pagane non potevano compiere neppure un rito religioso dalla nascita alla morte. — (L’autore)

Ora, il punto è che non vi è alcuna possibilità di ricevere da loro un’istruzione morale o un sistema normativo per la vita. Infatti, se lì vi fosse un dio, si porrebbe la questione di impartire direttive e stabilire leggi. E proprio perché non ve n’è alcuno, i politeisti sono costretti a elaborare da sé una dottrina morale e, sulla base di essa, a stabilire una propria sharīʿa. In tal modo diventa operante quel puro paganesimo. Per questo, nelle società e nelle civiltà costruite sul fondamento del puro paganesimo e del paganesimo mescolato al politeismo, non vi è altra differenza se non che in un luogo, insieme al paganesimo, comincia una tradizione di templi, sacerdoti e culto, mentre nell’altro essa non compare. Il carattere morale e la condotta sono identici in entrambi i casi; è questa la ragione della somiglianza tra l’indole morale dell’antica Grecia e dell’Impero romano pagano e quella dell’Europa moderna.

In secondo luogo, la dottrina mescolata al politeismo non fornisce alcun fondamento autonomo e durevole per le scienze, la letteratura, la filosofia, la politica, l’economia e così via. Anche in questo campo il politeista si schiera dalla parte del puro paganesimo, e l’intero sviluppo mentale e intellettuale della società politeista avviene secondo gli ideali del puro paganesimo. La differenza consiste soltanto nel fatto che l’immaginazione dei politeisti è smisurata e, di conseguenza, la tendenza fantastica del loro pensiero è assai forte. Gli atei, invece, sono in una certa misura realistici. Perciò non nutrono alcun interesse o attrazione per una filosofia meramente fantastica. Tuttavia, quando cercano di svelare il mistero della creazione dell’universo senza Dio, la rete di argomentazioni che tessono è altrettanto irrazionale delle dottrine mitologiche dei politeisti. In realtà, dal punto di vista del pensiero, non esiste alcuna differenza fondamentale tra il politeismo e il puro paganesimo. La prova evidente è che l’Europa odierna, quanto alla sua dottrina, è legata all’antica Grecia e a Roma da un vincolo tale da farla sembrare loro figlia.

In terzo luogo, la società politeista è del tutto pronta ad adottare i costumi e i sistemi civili delle società del puro paganesimo, sebbene vi siano differenze metodologiche tra politeismo e puro paganesimo nella struttura e nell’organizzazione della società. Nel regno del politeismo, i re vengono posti al posto di Dio. Inoltre emerge una classe di guide spirituali e religiose, dotata di particolare nobiltà e privilegi. Dalla collusione tra la famiglia reale e il gruppo religioso si forma una consorteria. Viene elaborata una dottrina permanente volta a stabilire la superiorità e il predominio di una stirpe o tribù sull’altra e di una classe sull’altra. In tal modo la gente ignorante viene incatenata nei vincoli della religione e sottoposta a un dominio oppressivo. Nella società del puro paganesimo, invece, questi stessi vizi e difetti assumono la forma del culto degli antenati, del culto della razza, dell’imperialismo nazionale, della dittatura, del capitalismo e della lotta di classe. Ma quanto alla forza vitale e all’ispirazione fondamentale, entrambi appartengono allo stesso ordine: instaurare il dominio dell’uomo sull’uomo, frammentare la società per mezzo degli uomini e rendere gli appartenenti a una classe assetati del sangue degli appartenenti a un’altra.

Terzo: il paganesimo ascetico

Il terzo sistema soprannaturale, fondato sull’ascetismo, può essere riassunto come segue: questo mondo e l’esistenza corporea sono per l’uomo una punizione carceraria. L’anima umana dimora nella gabbia del corpo come un prigioniero condannato. I desideri, le brame e l’attrazione per i piaceri che l’uomo prova a causa del legame con il corpo, così come le necessità biologiche cui va incontro, sono in realtà le catene e i ceppi di questa prigione. Quanto più l’uomo mantiene rapporti con questo mondo e con i suoi diversi beni, tanto più si corromperà e, di conseguenza, diverrà meritevole di una punizione maggiore. L’unica via della sua liberazione consiste nel liberarsi dai problemi e dalle agitazioni della vita terrena, estirpare i desideri, tenersi lontano dai piaceri, rifiutare di soddisfare le esigenze fisiche e le brame degli istinti, cancellare dal cuore l’affetto e l’amore nati dai legami con le cose materiali, dall’amore e dai rapporti di sangue e, attraverso una rigorosa mortificazione, opprimere e tormentare così duramente il proprio nemico — cioè il corpo e gli istinti — da impedirgli di conservare qualsiasi dominio sull’anima. In tal modo l’anima diventerà libera da ogni peso, purificata dalla corruzione e pura, e sarà capace di ascendere agli elevati gradi della salvezza.

Questa dottrina è essenzialmente una dottrina antisociale (Anti-Social). Tuttavia esercita la propria influenza sull’organizzazione sociale in vari modi. Su questa base si sviluppa uno speciale sistema filosofico: il vedānta, la filosofia di Manu, il neoplatonismo (New-Platonism), lo yogismo, il sufismo, l’ascetismo cristiano, il buddhismo e così via sono forme diverse di questa filosofia. Da questa filosofia nasce un sistema morale che è solo in minima parte positivo (Positive) e, per la maggior parte, piuttosto interamente negativo (Negative). Entrambi penetrano insieme nella letteratura, nella dottrina religiosa, nella morale e nella vita concreta; e ovunque giunga la loro influenza, agiscono come l’oppio e la cocaina. Questo terzo tipo di paganesimo collabora generalmente con i primi due in tre modi:

Primo:Questa ignoranza ascetica allontana le persone virtuose e timorate di Dio dal campo d’azione del mondo e le fa sedere in celle appartate, lasciando libero il campo d’azione ai peggiori malfattori. I malvagi, ottenuto nelle loro mani il dominio assoluto della terra, diffondono indisturbati il disordine, mentre i buoni continuano le loro pratiche ascetiche preoccupandosi della propria salvezza.

Secondo:L’influsso che questa ignoranza esercita sulla gente comune genera in essa una forma errata di pazienza e tolleranza, nonché una visione pessimistica, trasformandola in facile preda degli oppressori. Per questo re, sovrani, emiri, dignitari e classi dotate di autorità religiosa nutrivano un interesse particolare per la diffusione della filosofia e dell’etica ascetiche. Sotto la loro tutela, la loro propagazione procedeva indisturbata. Nella storia sono rari gli esempi di un conflitto tra la filosofia e l’ideale morale ascetici, da una parte, e l’imperialismo, il capitalismo e il papato, dall’altra.

Terzo:Quando questa filosofia e questo ideale morale ascetici vengono sconfitti dalla natura e dall’indole umane, si cominciano a escogitare artifici di vario genere. In alcuni luoghi viene inventata la dottrina dell’espiazione, così da poter peccare a volontà senza perdere il Paradiso. In altri, con il pretesto dell’amore centrato sul corpo, si crea l’opportunità di soddisfare l’istinto sessuale, in modo da spegnere il fuoco interiore e conservare al tempo stesso la purezza. Altrove, dietro il velo della rinuncia al mondo o dell’ascetismo, in collusione con re, sovrani, ricchi e mercanti, si estende una rete di spiritualità. La comunità dei papi di Roma e i detentori dei seggi dell’Oriente ne hanno offerto gli esempi più abietti. L’ignoranza tratta così i propri appartenenti. Ma quando questa ignoranza penetra tra i seguaci dei profeti, si presenta uno scenario diverso. Invece di riconoscere il mondo come campo d’azione, campo di prova e campo da coltivare per l’Aldilà, essa assesta il primo colpo alla religione di Allah presentandolo come una casa di tormento e una “rete d’illusioni”. In conseguenza di questo mutamento di prospettiva, l’uomo dimentica la verità concreta di essere stato incaricato in questo mondo come khalīfa di Allah. Comincia a pensare di non essere venuto qui per agire e per assolvere i diversi compiti del mondo, bensì di essere stato gettato in mezzo a immondizia e impurità. Pertanto dovrebbe tenersi lontano dall’immondizia e dall’impurità. Il suo vero dovere sarebbe rimanere qui come non cooperatore ed evitare le responsabilità. A causa di questa concezione, guarda con timore al mondo, alle sue attività e alle sue responsabilità. Non solo teme di assumere la responsabilità del califfato, ma persino quella sociale. Di conseguenza, l’intero sistema della Sharīʿa islamica diventa privo di significato per lui. Non comprende che l’adorazione e i comandi e divieti di Dio servono a preparare l’uomo alla riforma e al miglioramento della vita terrena e all’adempimento della responsabilità del califfato. Al contrario, comincia a credere che l’adorazione e alcuni specifici riti religiosi siano l’espiazione della sua vita peccaminosa. Perciò bisogna compierli con piena attenzione e nel modo dovuto, così da ottenere la salvezza nell’Aldilà.

Questa mentalità ha gettato una parte della comunità dei profeti nel labirinto delle spiegazioni filosofiche della realtà — come il panteismo —, attraverso la murāqaba (raccoglimento meditativo in solitudine), la mukāshafa (tentativo di conoscere i misteri sconosciuti), il compimento di cilwa, la recitazione di wazīfa, gli aḥzāb e le ʿamalīyāt (esorcismi, amuleti e simili), i viaggi nei luoghi del mondo spirituale (sayr-i maqāmāt). E li ha resi incuranti della responsabilità del califfato, tenendoli maggiormente immersi nelle pratiche supererogatorie e raccomandate che nei doveri obbligatori. Eppure i profeti erano venuti proprio per instaurare questo califfato. In un’altra parte di queste persone ha generato la malattia dell’ostentazione della povertà, dell’eccesso nella religione, del giudizio cavilloso e dell’inutile ricerca teorica, nonché dell’eccessiva preoccupazione per le minime misure e i dettagli delle piccole cose. La religione di Allah è diventata ai loro occhi come un fragile recipiente di vetro, che essi sorvegliano attentamente per verificare che nulla si sposti o si inclini e che il fragile recipiente di vetro posto sopra la loro testa non vada in frantumi. Dopo tanta sottigliezza nella religione nascono inevitabilmente ristrettezza di vedute, mancanza di slancio e immobilismo. Come potrebbero persone di questo genere possedere la capacità di osservare con lungimiranza i grandi problemi della vita e di comprendere i princìpi universali dell’Islam? E come potrebbero conoscere sia i princìpi universali della religione sia le questioni minuziose, e prepararsi ad assumere la guida del mondo e a indicargli la via nelle sue nuove fasi, prodotte dal volgere dei tempi?

 

Quarto: l’Islam

I profeti di Allah hanno presentato una concezione soprannaturale. La sua essenza è la seguente:

Questo intero universo che ci circonda — del quale noi stessi siamo una parte — è in realtà l’impero di un sovrano. Egli ne è il Creatore, il Padrone e l’unico governante. Qui nessun comando o autorità appartiene ad altri all’infuori di Lui, e tutti Gli sono sottomessi; ogni potere e competenza sono interamente concentrati nelle mani di quell’unico Padrone e Supremo Comandante. L’uomo è suddito per nascita di questo impero. Ciò significa che essere o non essere suddito non dipende dalla sua volontà. È nato piuttosto già suddito e non ha alcuna possibilità di diventare qualcosa di diverso dal suddito.

In questo ordinamento statale non vi è per l’uomo alcuna possibilità di diventare arbitrario e irresponsabile. Per sua stessa natura, non può esserlo. Innanzitutto è suddito per nascita e, inoltre, è una parte di questo impero. Perciò, come tutte le altre parti dell’impero obbediscono agli ordini del sovrano, così anche lui non ha altra scelta se non obbedire a quel sovrano. Non ha il diritto di stabilire da sé il proprio modo di vivere e le proprie responsabilità. Il suo unico compito è attenersi alle direttive che il Signore dell’impero gli impartisce. Tali direttive giungono mediante la rivelazione. E tutti coloro ai quali giunge la rivelazione sono profeti.

Tuttavia, per mettere alla prova gli esseri umani, il Signore e Sovrano ha adottato un metodo sottile. Egli stesso si è celato e ha mantenuto celata anche l’intera organizzazione interna del Suo regno. Questo ordinamento statale opera esteriormente in modo tale che non si vede alcun governante né alcun funzionario. L’essere umano vede soltanto una fabbrica in funzione e si vede presente al suo interno. Con i sensi esteriori non riesce a percepire di essere suddito di qualcuno e di dover rendere conto a qualcuno. Non vede con i propri occhi alcun segno evidente dal quale risultino inequivocabilmente il dominio assoluto del Creatore dell’universo su di lui, il fatto che debba rispondere a Lui e che sia governato da Lui, così da non avere altra scelta se non accettarlo. Sono venuti anche i profeti, ma non in modo tale che l’uomo potesse vedere con i propri occhi la rivelazione scendere su di loro; né insieme a loro è disceso un segno tale da costringere, alla sua vista, ad accettare la loro profezia. Inoltre, l’essere umano gode di piena libertà entro un limite determinato. Gli viene concessa la capacità di disobbedire e ribellarsi, gli vengono forniti i mezzi e gli strumenti necessari e gli viene accordato un lunghissimo periodo di tempo. Non incontra alcun ostacolo nemmeno quando giunge all’estremo limite della disobbedienza e della ribellione. Se desidera obbedire e sottomettersi a qualcuno diverso dal Sovrano del regno, non viene neppure costretto con la forza ad abbandonare ciò; gli viene concessa piena libertà: chiunque voglia servire e obbedire, serva e obbedisca. In entrambe le condizioni, cioè sia quando disobbedisce sia quando si sottomette a un altro, continua a ricevere il sostentamento; gli vengono concessi in abbondanza, secondo la sua condizione, gli oggetti necessari per vivere, i mezzi e gli strumenti necessari alle sue attività e tutti i beni del godimento. Gli vengono forniti generosamente fino all’ultimo respiro. Non è mai accaduto che a un ribelle contro Dio o a chi obbedisce a un altro siano state sospese le risorse della vita terrena soltanto per il crimine di essersi ribellato a Dio o di aver obbedito a un altro. Infatti, il Creatore ha donato all’essere umano l’intelligenza, la capacità di distinguere il bene dal male, la facoltà di discernere ciò che è ragionevole da ciò che è irragionevole, la libera volontà e la capacità di agire. Gli ha concesso il diritto e la capacità di esercitare una certa forma di dominio e di autorità governativa sulle Sue innumerevoli creature. Con tutto ciò Egli vuole metterlo alla prova. Per portare a compimento questa prova, ha avvolto nel velo dell’invisibile la realtà del Suo intero regno e la Sua stessa esistenza, affinché fosse messa alla prova la sua intelligenza. Gli è stata concessa la libertà di scegliere la via del bene o quella del male, affinché si potesse verificare se, dopo aver conosciuto la verità e la giustizia, egli le seguisse spontaneamente e con entusiasmo, senza alcuna costrizione, oppure accettasse la schiavitù delle passioni e se ne allontanasse. Se non gli fossero stati concessi i mezzi necessari alla vita e la possibilità di agire liberamente, non sarebbe stato possibile mettere alla prova la sua capacità o incapacità.

Questa vita terrena è soltanto un periodo concesso per la prova. Perciò qui non gli verrà chiesto conto delle sue opere, né gli verrà assegnata la ricompensa delle azioni. Tutti i beni del godimento che gli vengono concessi nella vita terrena non sono la ricompensa di una buona azione, bensì anch’essi strumenti della prova. E le sofferenze, i dolori, le calamità e le disgrazie cui va incontro non sono la punizione di una cattiva azione, ma il risultato che si manifesta spontaneamente in conformità alla legge naturale secondo la quale è governato l’universo. —[Naturalmente ciò non significa che nella vita terrena la legge della ricompensa delle azioni non sia affatto in vigore. Ciò che intendo dire è che i risultati delle azioni nel mondo terreno non sono certi, determinati né evidenti. In ogni questione terrena, l’elemento della prova è maggiore della ricompensa e della conseguenza. Per questo, i risultati delle azioni che si manifestano qui non possono essere considerati un criterio per stabilire se qualcuno sia virtuoso o malvagio. —(L’autore)] Il vero e definitivo rendiconto, la verifica e il giudizio sulle opere saranno compiuti dopo la fine di questa vita terrena. Quello è il tempo stabilito per ciò, ed è chiamato Aldilà. Pertanto, sulla base dei risultati delle azioni che si ottengono nel mondo terreno, non è possibile stabilire se un sistema di vita o un’azione siano corretti o scorretti, buoni o cattivi, accettabili o da rifiutare. Il vero criterio è il risultato manifesto nell’Aldilà. E quale sistema di vita e quali azioni avranno un buon esito, e quali avranno un cattivo esito, lo si può sapere soltanto attraverso la rivelazione inviata da Allah ai profeti. Le norme minuziose e dettagliate vengono dopo. La questione fondamentale e definitiva da cui dipendono il successo e il fallimento nell’Aldilà è questa: l’essere umano, usando correttamente la propria capacità di ragionamento e la propria facoltà di pensiero, riesce a comprendere che Allah l’Altissimo è il vero Legislatore e Sovrano, e che la legge giunta da parte Sua è una legge formulata da Allah stesso? E, dopo averlo compreso, pur possedendo la facoltà di scegliere liberamente, si sottomette volontariamente e con entusiasmo al governo e alla legge di Allah?

Fin dall’inizio, i profeti hanno presentato questa ideologia. Sulla base di essa è possibile ottenere una spiegazione completa di tutti gli avvenimenti del mondo. È possibile comprendere pienamente il significato di tutti i segni della natura dell’universo. Nessuna nuova osservazione o esperienza può confutare questa ideologia. Da essa nasce un processo filosofico stabile e distinto, completamente diverso da tutte le filosofie di vita jahilite. Questa filosofia organizza secondo un nuovo metodo tutte le scienze e le conoscenze relative alla natura dell’universo e all’essere umano. Tale metodo di organizzazione è l’esatto opposto del metodo jahilita. Per la cura e lo sviluppo della letteratura e delle arti, l’ideologia dei profeti traccia una via completamente opposta e diversa da quella della letteratura e delle arti jahilite. In tutte le attività della vita essa stabilisce una particolare visione, un particolare scopo e una particolare meta. Tra questa meta e questa visione e la meta e la visione jahilite non esiste alcuna somiglianza per natura o per contenuto. Da questa ideologia nasce anche un sistema distinto di moralità. Non vi si può trovare alcuna compatibilità con la moralità jahilita. Poi, la civiltà edificata su queste fondamenta teoriche e morali è completamente diversa dalle civiltà scaturite dalla jahiliyya pura. Per preservare tale civiltà è necessario un sistema educativo di natura completamente diversa, i cui principi siano in ogni parte opposti al sistema educativo jahilita. In breve, in ogni vena e in ogni strato di questa civiltà, l’autorità unica e assoluta e la sovranità dell’Onnipotente Allah, la fede nell’Aldilà e la consapevolezza da parte dell’essere umano della propria responsabilità e il senso di obbedienza verso di Lui vivono come motivazione attiva e forza vitale. Al contrario, tutte le attività e le norme della civiltà puramente jahilita sono ispirate e guidate dalla libertà sfrenata, dall’arbitrio e dall’irresponsabilità dell’essere umano. Perciò il tipo e il livello di umanità plasmati dalla civiltà fondata dai profeti sono, nella loro forma, struttura e splendore, incomparabilmente diversi dall’umanità plasmata dalla civiltà jahilita.

Successivamente, sulla base di questo principio, si sviluppa un sistema sociale e civile dettagliato, la cui struttura è diversa da quella di ogni altro sistema del mondo. La purezza e l’igiene, il cibo e l’abbigliamento, il modo di vivere, i comportamenti, il carattere personale, il guadagno del sostentamento, la spesa dei beni, la vita coniugale e familiare, le consuetudini sociali, le modalità delle riunioni, le diverse forme dei rapporti reciproci tra gli uomini, le transazioni reciproche, la distribuzione dei beni, l’amministrazione dello Stato, la formazione del governo, la posizione del leader, il metodo di formazione dell’assemblea legislativa, l’organizzazione dell’amministrazione civile, dai principi fondamentali della legislazione fino alla formulazione delle norme nei dettagli, i tribunali, la polizia, i sistemi di revisione contabile, il sistema fiscale, il sistema finanziario, i lavori pubblici, l’industria e il commercio, la diffusione delle informazioni e delle notizie, il sistema educativo e la definizione dei principi di tutti gli altri settori, l’addestramento e l’organizzazione delle forze armate, la guerra e la pace, le relazioni internazionali e la politica estera: in una parola, dalle questioni minuziose della vita fino alle questioni più ampie e importanti, le norme e i metodi di questo sistema civile risplendono di una maestà eterna. In ogni sua parte, una chiara linea di demarcazione lo distingue dalle altre civiltà. In ogni suo ambito, dall’inizio alla fine, operano una particolare visione, uno scopo specifico e una condotta morale, collegati alla sovranità di Dio, al senso di sottomissione dell’uomo e della sua responsabilità, e all’obiettivo dell’Aldilà.

Lo scopo della venuta dei profeti

È proprio allo scopo di stabilire nel mondo la civiltà e il sistema sociale sopra descritti che i profeti sono venuti uno dopo l’altro. A eccezione della civiltà ascetica, ogni altra civiltà — sia essa jahilita o islamica — adotta naturalmente una visione complessiva della vita terrena e un metodo universale per amministrare il mondo, e desidera che il potere di governo passi nelle proprie mani, così da poter elaborare le norme della vita secondo il proprio metodo. Presentare una dottrina o un sistema di vita, o credervi, senza il potere di governo è una questione del tutto priva di senso. Diverso è il caso dell’asceta, perché egli non vuole affatto amministrare le attività terrene. Al contrario, attraverso una particolare forma di sulūk o pratica spirituale, si distacca dal campo operativo del mondo e rimane assorto nella contemplazione del raggiungimento della sua immaginaria liberazione. Perciò non ha né bisogno né desiderio del potere di governo. Ma coloro che scendono in campo con un particolare metodo per amministrare le attività del mondo e credono che la salvezza e la liberazione degli uomini dipendano dal seguire proprio quel metodo, non hanno altra scelta se non cercare di impadronirsi delle chiavi del potere politico. Infatti, finché non acquisiscono la capacità di realizzare il progetto del sistema di vita che presentano, tale progetto non può diventare operativo nel campo concreto della vita terrena. Anzi, senza acquisire quel potere, il loro progetto non può durare a lungo neppure sulla carta o nelle menti e nei cuori. Tutte le attività del mondo si svolgono secondo il piano della civiltà nelle cui mani è concentrata l’autorità del governo. Nel campo delle scienze, del pensiero, della letteratura e della cultura, prevalgono le sue direttive; essa forma la struttura morale, tiene nelle proprie mani l’organizzazione dell’istruzione e della formazione delle masse, istituisce il sistema civile secondo le leggi da essa elaborate e applica la propria politica in ogni ambito della vita. Una civiltà che non detiene il potere di governo non ha posto in alcun settore della vita. Anzi, quando una civiltà dominante esercita a lungo la propria egemonia, la civiltà esclusa dal potere non esercita alcuna influenza nel campo concreto della vita terrena. Anche nel cuore di coloro che simpatizzano per quella civiltà sorge il dubbio che essa sia davvero applicabile nella vita terrena. Alla fine, i suoi cosiddetti portabandiera e coloro che pretendono di essere gli eredi della sua leadership si dichiarano pronti a collaborare e a spartire le attività con la civiltà avversaria, attraverso compromessi. Eppure, tra due civiltà originate da fonti completamente opposte quanto al potere di governo, la spartizione e il compromesso sono assolutamente impossibili e irrealistici. La civiltà umana non può tollerare una simile compartecipazione. Ritenere possibile nella realtà una simile spartizione è segno di scarsa conoscenza; prepararsi ad accettarla è invece segno di scarsa fede e di scarso coraggio.

L’obiettivo supremo e ultimo della venuta dei profeti nel mondo era stabilire in esso il governo divino, cioè il governo di Allah, e attuare l’intero sistema di vita da Lui prescritto. — [In quest’epoca si sente spesso dire da alcuni pii anziani religiosi che i musulmani non dovrebbero mirare a impadronirsi del potere di governo: questo è una promessa di Allah. In realtà, nella mente dei signori che pronunciano tali parole, il potere di governo è concepito semplicemente come una ricompensa. Non pensano che esso sia una grande responsabilità. Non sanno che, secondo la legge di Allah, è indispensabile istituire il governo necessario per stabilire l’Islam come sistema operativo, e che questo dovrebbe essere l’obiettivo dei musulmani. Anche impegnarsi nel jihād per istituire un simile governo è un obbligo. — (L’autore)] I profeti erano disposti a riconoscere ai portatori della civiltà jahilita il diritto di rimanere, se lo desideravano, saldi nelle proprie credenze e di seguire le consuetudini jahilite nelle attività i cui effetti restassero limitati a loro stessi. Ma i profeti non erano disposti a concedere loro il diritto di avere nelle proprie mani le chiavi del potere di governo e di dirigere con la forza l’intero complesso delle attività della vita umana secondo leggi kufrite e jahilite; e naturalmente non era possibile concedere loro tale diritto. Per questo tutti i profeti fecero tutto il possibile per cambiare il quadro politico. In alcuni casi, lo sforzo e l’impegno di un profeta si limitarono alla creazione di condizioni e di un contesto favorevoli, come nel caso del profeta Ibrāhīm (pace su di lui). In altri casi, un profeta avviò un movimento rivoluzionario, ma lasciò questo mondo prima di riuscire a instaurare il governo islamico, come nel caso del profeta ʿĪsā (pace su di lui). Altri profeti, invece, riuscirono a condurre questo movimento al successo, come Yūsuf, Mūsā e il fidato Muḥammad Muṣṭafā (pace e benedizioni su di lui).

 

La dīn secondo la prospettiva del Corano

(Arabo************************************a pagina 349 del PDF)

«Egli ha stabilito per voi, quanto alla dīn, la stessa norma che aveva prescritto a Noè e che ora abbiamo rivelato a te, o Profeta, e che avevamo prescritto in precedenza ad Abramo, a Mosè e a Gesù, con l’ingiunzione di stabilire la dīn e di non dividervi in essa». — (Sūra al-Shūrā: 13)

In questo versetto è stato affermato chiaramente che il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non è l’iniziatore di una nuova religione. E nessuno dei profeti precedenti fu fondatore e iniziatore di una religione distinta. Dal principio alla fine, tutti i profeti hanno presentato, da parte di Allah, il medesimo dīn, e anche il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ha presentato proprio questo. A questo proposito, viene menzionato per primo il nome del profeta Nūḥ. Infatti, dopo il Diluvio universale, egli fu il primo profeta dell’attuale umanità. Poi viene menzionato il nome dell’ultimo profeta, Muhammad (pace e benedizioni su di lui). In seguito viene ricordato il nome di Ibrāhīm. Gli Arabi lo riconoscevano come propria guida religiosa. Infine vengono menzionati i nomi di Mūsā e ʿĪsā. I cristiani e gli ebrei li considerano i fondatori delle rispettive religioni. Naturalmente, ciò non significa che soltanto a questi cinque profeti fosse stato ordinato di fondare questo dīn. Il punto essenziale è che tutti i profeti giunti nel mondo sono venuti con il dīn. Qui sono stati menzionati soltanto, a titolo esemplificativo, i nomi di cinque profeti illustri. Infatti, le Sharīʿah celesti universalmente note del mondo sono giunte attraverso di loro.

Da questo versetto si ricava un insegnamento estremamente importante riguardo al dīn, cioè la vera religione dell’Islam, e al suo scopo. È quindi necessario riflettere profondamente su questo versetto e comprenderlo adeguatamente.

Analisi lessicale

Nella lingua araba, la parola «dīn» viene usata con diversi significati. Essi sono:

Primo:potere, forza e dominio, governo e autorità; costringere un altro a riconoscere obbedienza e sottomissione, esercitare il potere sovrano (Sovereignty) su un altro, rendendolo proprio schiavo e suddito. Per esempio, (arabo**********) cioè egli ha costretto la gente a obbedire. (arabo**************) cioè li ho sottomessi ed essi hanno riconosciuto la propria sottomissione. (arabo***********) cioè ho sottomesso quella nazione e l’ho resa schiava. (arabo*********) cioè tale persona divenne potente e onorata. (arabo**************) cioè lo costrinsi a fare qualcosa che non era disposto a fare. (arabo**************) cioè tale persona fu costretta a compiere un’azione sgradita. (arabo**************) cioè esercitai su di lui governo e autorità. (arabo**************) cioè affidai a tale persona la guida e l’autorità sul popolo. In questo senso, Ḥuṭayʾa si rivolse a sua madre dicendo:

(arabo************** nel PDF, a pagina 350)

“Sei stata nominata tutrice dei tuoi figli. Così li hai lasciati più sottili della farina”.

Nel ḥadīth si narra:

(arabo************** nel PDF, pagina 350)

«Chi ha sottomesso le proprie passioni e si è dedicato alle opere benefiche in vista dell’Aldilà, questi è il vero saggio».

Per questo, colui che prevale ed esercita autorità su un paese, una nazione e una tribù, colui che (arabo**************) (dayyan) è chiamato. A‘shā al-Harmazī si rivolse al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) con queste parole:(arabo**************) «O signore della gente e sovrano degli Arabi». In questo senso, (arabo**************) significa schiavo, e (arabo**************) significa schiava. E (arabo**************) significa figlio di una schiava. Il poeta al-Akhtal dice:(arabo**************) «Essa, la schiava, mi ha allevato come figlio di una schiava». Nel nobile Corano è detto:

(arabo***************************************** nel PDF, pagina 350)

Vale a dire: «Se davvero non siete schiavi, seguaci e sudditi di qualcuno, perché non potete salvare chi è in punto di morte? Perché non riportate indietro l’anima che sta uscendo?»

Secondo: obbedienza, schiavitù, servizio, riconoscere la sottomissione a qualcuno, essere subordinati a qualcuno, piegarsi davanti alla forza e al dominio di qualcuno. Gli Arabi dicono (arabo*************) cioè: ho servito il tale e il talaltro. In un hadith si narra che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: (arabo*************) «Voglio rendere gli angeli seguaci di una parola tale che, se la accetteranno, l’intera nazione araba diventerà loro obbediente e si inchinerà davanti a loro». È proprio in questo senso che una nazione viene (arabo*************) chiamata. Anche nell’hadith riguardante i Kharigiti la parola “dīn” è stata usata in questo senso. Vi si dice: (arabo*************) «Usciranno dal dīn (obbedienza) così come una freccia schizza via dall’arco». –[Il significato di questo hadith non è che i Kharigiti diventeranno apostati. Infatti, quando a Ḥaḍrat ʿAlī fu chiesto: «Sono forse miscredenti?», egli rispose: (arabo*************) «Essi sono piuttosto fuggiti dalla miscredenza». Gli fu chiesto di nuovo: (arabo*************) «Sono dunque ipocriti?». Egli rispose: «L’ipocrita ricorda Allah ben poco. Questi invece ricordano Allah giorno e notte». Pertanto si può affermare senza esitazione che in questo hadith “dīn” significa obbedienza all’emiro. Ibn Athīr ha scritto nell’opera intitolata an-Nihāya:

(arabo*************)

«Il significato delle parole di Ḥaḍrat ʿAlī è che essi usciranno dall’obbedienza del capo alla cui obbedienza è obbligatorio sottomettersi». – (vol. 2, pp. 41–42)]

Terzo: sharīʿa, legge, usanze, consuetudini, abitudini. Nel linguaggio comune si dice, per esempio: (আরবী*************) cioè: questa è un’usanza consolidata. (আরবী*************) In altre parole, qualunque usanza, buona o cattiva, una persona segua, può essere chiamata dīn. In un hadith si legge: (আরবী*************) «Prima della profezia, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) seguiva le usanze praticate dal proprio popolo. Vale a dire che anch’egli seguiva le consuetudini relative al matrimonio, al divorzio, all’eredità e alle altre questioni sociali e agli usi del paese osservati dal suo popolo».

Quarto: conseguenza delle azioni, ricompensa o punizione, compensazione o vendetta, giudizio e interrogatorio. Il celebre proverbio arabo (আরবী*************) «A ogni azione corrisponde una conseguenza» ne è l’esempio più evidente. Nel Corano viene citata l’affermazione degli increduli: (আরবী*************) «Dovremo forse rendere conto dopo la morte? Dovremo forse subire le conseguenze delle nostre azioni?» In un hadith narrato da ʿAbdullah ibn ʿUmar si legge: (আরবী*************) «Non insultate i governanti. Se è assolutamente necessario parlarne male, dite: O Allah, tratta anche loro come essi trattano noi». In questo senso (আরবী*************) il termine “dayyān” viene usato per indicare il qāḍī o giudice. Un sapiente commentò così riguardo ad ʿAlī: (আরবী*************) «Dopo il Profeta, egli fu il migliore giudice della comunità musulmana».

Un termine dal significato ampio

Gli Arabi usavano il termine “dīn” in modi diversi, talvolta per uno e talvolta per un altro dei significati sopra menzionati. Tuttavia, la loro concezione di queste quattro questioni non era del tutto chiara né particolarmente elevata. Per questo nel termine permaneva una certa ambiguità. Di conseguenza, esso non poté diventare propriamente un termine tecnico di una concezione del mondo. Quando il Corano fu rivelato, trovò in questo termine un mezzo adatto a esprimere il proprio messaggio, lo usò in un senso chiaro e preciso e lo adottò come termine tecnico specifico. Nel linguaggio coranico, quindi, il termine “dīn” esprime un sistema di vita completo. Secondo il significato del Corano, si chiama “dīn” quel particolare comportamento e quel particolare metodo d’azione che l’essere umano adotta riconoscendo la sovranità e la signoria di qualcuno e accettandone l’obbedienza. Destinare il “dīn” esclusivamente ad Allah e servirLo significa che l’essere umano non assocerà il servizio di nessun altro al servizio di Allah; al contrario, adorerà soltanto Lui, seguirà soltanto la Sua legge e obbedirà soltanto ai Suoi ordini e ai Suoi comandi, spererà di ottenere onore, elevazione e ricompensa attraverso l’obbedienza soltanto a Lui e, sapendo che la disobbedienza a Lui comporta umiliazione, degradazione e castigo, resterà in guardia. Probabilmente in nessuna lingua del mondo esiste un termine tecnico di significato altrettanto ampio. Il termine moderno “Stato” gli si è avvicinato in una certa misura. Tuttavia, per esprimere ancora pienamente il significato di dīn, deve acquisire un’ampiezza e una vastità maggiori.

Un’idea errata

Il dīn di cui è stato ordinato di stabilire era lo stesso presso tutti i profeti, mentre le loro sharīʿa erano diverse (আরবী*************) «Per ciascuna comunità tra voi ho stabilito una legge e una via». Le prescrizioni coraniche non ne fanno parte; il contenuto del dīn consiste soltanto nell’accettare il tawḥīd, la missione profetica, l’Aldilà, il Libro e la profezia, e nell’adorare Allah. Al massimo, possono rientrare nel dīn quei principi morali fondamentali che erano identici per tutti i profeti. È stato possibile affermare una simile opinione proprio per il modo superficiale e sommario di considerare l’unità del dīn e la diversità della sharīʿa. Si tratta di un’opinione gravissima. Se non verrà corretta, in seguito si potrà tentare di creare una distinzione fuorviante tra dīn e sharīʿa. Fu proprio dedicandosi a una simile separazione che san Paolo, presentando l’idea di un dīn privo di sharīʿa, traviò la comunità di Gesù (pace su di lui). Quando si riterrà che la sharīʿa sia qualcosa di distinto dal dīn, anche i musulmani, come i cristiani, considereranno irrilevanti le prescrizioni della sharīʿa e, ritenendo che la sua istituzione e attuazione non rientrino negli obiettivi, le aggireranno. Si accontenteranno di avere come patrimonio soltanto la professione di fede e gli insegnamenti morali fondamentali. Quando qui viene ordinato di determinare il significato del dīn sulla base di simili congetture, ciò significa forse che esso comprende soltanto la professione di fede e gli insegnamenti morali fondamentali, oppure che include anche le leggi e le prescrizioni della sharīʿa? Studiando il Sacro Corano, vediamo che, oltre alla professione di fede e agli insegnamenti morali, anche le cose seguenti sono state incluse nel dīn:

(Arabo****************************************pagina 353 del PDF)

Non fu dato loro altro ordine se non quello di adorare Allah, dedicandoGli con sincera devozione la religione, di compiere la preghiera e di versare la zakat. Questa è la religione delle genti che seguono la retta via» — (Sura al-Bayyina: 5).

Da ciò si comprende che la preghiera e la zakat fanno parte della religione. Eppure, nelle diverse Leggi islamiche, esistono disposizioni differenti riguardo a entrambe queste pratiche. Non si può affermare che, in tutte le Leggi islamiche precedenti, la forma della preghiera, i suoi pilastri, il numero delle rakʿāt, la qibla, gli orari e le altre disposizioni fossero identici. Lo stesso vale per la zakat. Nessuno può sostenere che in tutte le Leggi islamiche vigesse la medesima disposizione riguardo al nisab che rende obbligatoria la zakat, alla sua aliquota e alle modalità della sua riscossione e distribuzione. Nonostante queste differenze tra le Leggi islamiche, Allah l’Altissimo ha dichiarato che entrambe queste cose fanno parte integrante della religione.

(Arabo****************************************pagina 353 del PDF)

«Vi sono stati proibiti gli animali morti, il sangue, la carne di maiale, gli animali sui quali sia stato invocato un nome diverso da quello di Allah e quelli morti per soffocamento, per un colpo, per una caduta, per essere stati incornati o per l’attacco di una belva. Fa eccezione l’animale che avete macellato quando era ancora vivo. Vi sono inoltre proibiti gli animali macellati sugli altari. E vi è proibito anche cercare di conoscere il destino mediante il lancio dei dadi. Tutto ciò è disobbedienza. Oggi i miscredenti hanno perso ogni speranza riguardo alla vostra religione. Non temeteli dunque, ma temete Me. Oggi ho perfezionato per voi la vostra religione, ho completato su di voi la Mia grazia e ho scelto per voi l’Islam come religione» — (Sura al-Māʾida: 3).

Da ciò si comprende che anche queste disposizioni della Legge islamica fanno parte della religione.

(Arabo****************************************pagina 353 del PDF)

«Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Aldilà, che non considerano proibito ciò che Allah e il Suo Messaggero hanno proibito e che non adottano come propria religione la vera religione» — (Sura al-Tawba: 29).

Da ciò si comprende che, oltre a credere in Allah e nell’Aldilà, anche osservare e mettere in pratica le norme sul lecito e sull’illecito stabilite da Allah e dal Suo Messaggero rientra nell’ambito della religione.

(Arabo****************************************alla pagina 354 del PDF)

«La donna adultera e l’uomo adultero: fustigate entrambi con cento colpi di frusta. E non mostrate loro compassione riguardo alla religione di Allah, se credete in Allah e nell’Aldilà».–(Sura an-Nur: 2)

Da ciò si comprende che anche il diritto penale rientra nell’ambito della religione.

Sono stati presentati quattro esempi in cui le disposizioni della Sharīʿa sono definite esplicitamente religione. Inoltre, studiando la questione con profonda riflessione e ponderazione, si comprenderà che anche astenersi dai peccati riguardo ai quali Allah ha ammonito che chi li commette andrà all’Inferno, come l’adulterio, l’usura, l’uccisione di musulmani, il consumo dei beni degli orfani e l’appropriazione dei beni altrui con mezzi illeciti, nonché dai crimini per i quali è stato dichiarato inevitabile il castigo di Allah, come la sodomia e la corruzione nelle transazioni, fa parte della religione. Infatti, quale altro scopo potrebbe avere la religione se non salvare dall’Inferno e dal castigo divino? Allo stesso modo, anche le disposizioni della Sharīʿa la cui violazione è causa di essere gettati per sempre nell’Inferno devono essere considerate parte della religione. A titolo d’esempio si possono citare le disposizioni relative all’eredità. Dopo aver esposto tali disposizioni, Allah dice in conclusione:

(Arabo****************************************alla pagina 354 del PDF)

«Chi disobbedisce ad Allah e al Suo Messaggero e oltrepassa i limiti stabiliti da Allah, Egli lo getterà nell’Inferno. Vi rimarrà per sempre. Per lui vi è un castigo umiliante».–(Sura an-Nisa: 14)

Allo stesso modo, non si può ritenere che il divieto delle cose dichiarate illecite, come il gioco d’azzardo e la falsa testimonianza, sia un’ingiunzione superflua, la cui attuazione Allah non desideri. Analogamente, non si possono escludere dalla religione le azioni che Allah ha dichiarato obbligatorie, come il digiuno e il pellegrinaggio, con il pretesto che i trenta digiuni del Ramadan non esistevano nelle Sharīʿa precedenti e che il pellegrinaggio alla Kaʿba apparteneva, tra i discendenti del profeta Ibrahim, soltanto alla Sharīʿa di Ismaele.

La legge del paese e la religione

della Sura Yūsuf(Arabo************)(Secondo la legge del re, Yūsuf non avrebbe potuto trattenere suo fratello) in questo versetto, usando la parola «religione» nel senso di legge del paese (Law of the land), Allah l’Altissimo ha chiarito l’ampiezza del significato della religione. In tal modo viene resa vana l’idea di coloro che ritengono che la predicazione dei profeti sia limitata, nel senso della religione comune, al culto dell’unico Dio e all’osservanza di alcuni riti e pratiche religiose, e pensano che la religione non abbia alcun rapporto con la civiltà umana, la politica, l’economia, il diritto, i tribunali e le altre questioni mondane. E, anche qualora un rapporto vi fosse, secondo loro le prescrizioni della religione in tali questioni sarebbero soltanto raccomandazioni facoltative. Se si riesce ad agire in conformità a esse, bene; altrimenti non vi sarebbe alcuna colpa nel seguire le leggi e le norme inventate dagli uomini. Questa è certamente un’idea fuorviante. Per lungo tempo tale idea si è diffusa tra i musulmani ed è in larga misura responsabile della loro indifferenza verso il tentativo di instaurare un sistema di vita islamico. Per sua causa i musulmani non solo hanno accettato il sistema di vita miscredente e jāhilī, ma, considerandolo addirittura una sunna del Profeta, sono giunti ad accettare di diventarne partecipi e amministratori. Definendo il diritto penale come religione, questo versetto ha dimostrato l’erroneità della loro concezione. Qui Allah l’Altissimo ha dichiarato chiaramente che, così come la preghiera, il digiuno e il pellegrinaggio sono religione, lo è anche la legge che governa la società e lo Stato. Pertanto, (Arabo************)(L’Islam è l’unica religione scelta da Allah) e (Arabo************)(Chiunque scelga come religione qualcosa di diverso dall’Islam, ciò non gli sarà mai accettato) e in versetti simili, l’obbedienza alla religione richiesta non significa soltanto pregare e digiunare, ma anche adottare l’ordinamento sociale dell’Islam. Se lo si abbandona per seguire un altro sistema, ciò non può essere accettabile presso Allah.

In realtà, nella Sura al-Māʾida (Arabo***************)(Ho stabilito per ogni comunità una legge e una via) si è attribuito a questo versetto un significato opposto, intendendo che, poiché la legge religiosa era diversa per ogni comunità e fu ordinato di instaurare soltanto quella religione che era comune a tutti i profeti, l’instaurazione della legge religiosa non rientrerebbe nell’ordine di instaurare la religione. In realtà, il significato di questo versetto è esattamente l’opposto. Se si leggono attentamente i versetti dal 41 al 50, prima e dopo il punto della Sura al-Māʾida in cui si trova questo versetto, si comprenderà che il suo vero significato è il seguente: qualunque legge religiosa Allah avesse dato alla comunità di un determinato profeta, quella era la religione di quella comunità. Durante l’epoca di quel profeta, fu ordinato di instaurare proprio quella religione e quella legge religiosa. Ora, poiché questa è l’epoca della profezia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), la legge religiosa data alla comunità di Muhammad è la religione di quest’epoca, e instaurarla significa instaurare la religione. Quanto alle differenze tra queste leggi religiose, esse non significano che le leggi di Dio fossero contraddittorie tra loro. Significano piuttosto che, in base alle circostanze, vi erano alcune differenze nei dettagli. Prendiamo, per esempio, la preghiera e il digiuno. La preghiera era obbligatoria in tutte le leggi religiose, ma non in tutte era prescritta la stessa qibla. Differivano anche gli orari della preghiera, il numero delle rakʿāt, i suoi elementi fondamentali e le relative norme. Anche il digiuno era obbligatorio in tutte le leggi religiose, ma il digiuno di trenta giorni nel mese di Ramadan non era presente in tutte. Non è quindi corretto affermare che pregare in generale e digiunare nei tempi stabiliti siano estranei all’instaurazione della religione. La conclusione corretta che si può trarre da ciò è questa: per la comunità di ogni profeta, instaurare la religione in quell’epoca significava pregare e digiunare secondo le modalità stabilite dalla legge religiosa di allora per la preghiera e il digiuno. Nell’epoca attuale, invece, instaurare la religione significa adempiere questi atti di culto secondo le norme e le modalità previste dalla legge religiosa di Muhammad. Da questi due esempi si possono dedurre tutte le altre prescrizioni della legge religiosa.

La religione rivendica il proprio potere di governo

Studiando attentamente il Sacro Corano, si comprenderà chiaramente che questo Libro sublime non propone ai suoi seguaci un programma di vita religiosa come cittadini sconfitti e obbedienti, considerandoli sudditi di un sistema miscredente e di miscredenti. Al contrario, esso vuole apertamente instaurare il proprio sistema di governo. Esso chiama i suoi seguaci a dedicarsi, fino al sacrificio della vita, a rendere vittoriosa la vera religione negli ambiti del pensiero, della morale, della civiltà, delle leggi e della politica. Questo Libro sublime offre loro, per riformare la vita umana, un programma di cui una parte considerevole può essere attuata soltanto quando il potere di governo è nelle mani di persone credenti. Questo Libro sublime descrive così lo scopo della sua rivelazione:

(Arabo*****************************************a pagina 356 del PDF)

«(O Profeta!) Ti abbiamo rivelato questo Libro sublime con la verità, affinché tu possa giudicare tra le persone alla luce di ciò che Allah ti ha mostrato». – (Sura an-Nisāʾ: 105)

In questo Libro sono state stabilite le norme per la riscossione e la distribuzione della zakāt. Dietro tali norme è chiaramente presente l’idea di un governo che riscuota la zakāt e assuma la responsabilità di distribuirla tra le persone idonee (Sura at-Tawba: 60-130). In questo Libro è stato impartito l’ordine di abolire l’usura e dichiarata guerra contro coloro che persistono nel praticarla (al-Baqara: 257); ciò può essere attuato se l’ordinamento politico ed economico del Paese passa completamente nelle mani dei credenti. In questo Libro, il comando di mettere a morte l’assassino (al-Baqara: 178), di amputare la mano del ladro (al-Mā’ida: 38) e di punire l’adulterio e la calunnia di adulterio non è stato impartito supponendo che i tribunali e la polizia dei miscredenti restino incaricati di applicare tali disposizioni. In esso è stato impartito l’ordine di combattere contro i miscredenti (al-Baqara: 190-216).

Non perché i seguaci di questo dīn debbano arruolarsi come soldati sotto un governo miscredente e attuare tale ordine. In esso è stato impartito anche l’ordine di riscuotere la jizya dagli ebrei e dai cristiani. Ma non può essere che i musulmani, diventati sudditi dei miscredenti, riscuotano da loro la jizya e assumano la responsabilità della loro protezione. Ciò non vale soltanto per le sure rivelate dopo l’Egira: anche leggendo le sure anteriori all’Egira, una persona dotata di discernimento può vedere chiaramente che, fin dall’inizio del Corano, vi era il progetto di rendere i credenti vittoriosi e dominanti; non vi è mai stato il progetto che l’Islam e i musulmani rimanessero soggetti protetti sotto un governo miscredente.

La testimonianza delle attività concrete del Profeta (pace e benedizioni su di lui)

Soprattutto, l’interpretazione errata sopra menzionata è in contrasto con le attività concrete dell’epoca della missione profetica di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), durata ventitré anni. Chi non sa che egli sottomise l’intero mondo arabo con l’aiuto sia della predicazione sia della spada e vi instaurò un sistema statale completo, dotato di una sharīʿa dettagliata? Quello Stato sottopose alla propria influenza ogni aspetto e settore della vita: dalle credenze e dalla fede al carattere individuale e collettivo, dalla civiltà e dalla cultura all’economia e all’organizzazione sociale, dalla politica e dall’amministrazione della giustizia alla guerra e alla pace. Se non si ammette che tutte le sue attività furono la spiegazione concreta dell’ordine impartito nel versetto citato a Muhammad (pace e benedizioni su di lui), insieme a tutti i profeti, di instaurare il dīn, allora ne conseguono due possibili significati. O si deve accusare il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) — Dio non voglia — dicendo che gli era stato ordinato soltanto di predicare i principali fondamenti della fede e della morale, ma che egli oltrepassò quel limite, istituì di propria iniziativa un governo e formulò un ordinamento dettagliato, diverso e ulteriore rispetto all’insieme delle sharīʿa di tutti i profeti. Oppure si deve accusare Allah stesso dicendo che, dopo aver pronunciato nella Sura ash-Shūrā la dichiarazione menzionata, Egli agì personalmente in senso contrario e fece compiere al Suo Profeta opere molto più numerose e di natura diversa dall’instaurazione del dīn annunciata in quella sura. Non solo: una volta compiuta quest’opera, pronunciò anche una seconda dichiarazione contraria alla prima:(Arabo***********)(Oggi ho perfezionato per voi la vostra religione) — Dio non voglia

Il dīn è un termine di significato generale e comprensivo

Il Sacro Corano usa la parola dīn come termine di significato ampio e comprensivo. Essa indica un sistema di vita in cui l’essere umano riconosce la sovranità di qualcuno e gli obbedisce, vive secondo i limiti, le consuetudini e le leggi da lui stabiliti, nutre la speranza di ottenere onore, progresso e ricompensa proprio attraverso la sua obbedienza e deve avere dentro di sé il timore di subire umiliazione, disonore e punizione a causa della disobbedienza. Probabilmente, in nessuna lingua del mondo esiste un’altra parola di significato altrettanto ampio. Nei versetti seguenti dīn è usato proprio come termine tecnico:

(Arabo*************************a pagina 358 del PDF)

«Combattete contro coloro, tra la Gente della Scrittura (ebrei e cristiani), che non credono in Allah — cioè non Lo riconoscono come unico Sovrano — né nell’Aldilà — cioè nel Giorno del Giudizio e della ricompensa — che non considerano proibito ciò che Allah e il Suo Messaggero hanno proibito e non adottano la vera religione come propria religione, finché non paghino la jizya di propria mano e non si sottomettano» (Sura at-Tawba: 29).

In questo versetto, dīn al-ḥaqq (la vera religione) è un termine tecnico. Egli stesso ha spiegato ciò che intende con esso nelle prime tre affermazioni del versetto. L’insieme di queste tre viene definito dīn al-ḥaqq:

(Arabo*************************************PDF 358 )

«Il Faraone disse: “Lasciatemi, ucciderò Mosè; poi invochi pure il suo Signore. Temo che egli possa cambiare la vostra religione oppure diffondere la corruzione nel paese”».—(Sura al-Mu’min: 26)

Esaminando e valutando il contesto di tutti i racconti su Faraone e Mosè presenti nel Corano, si dimostra senza dubbio che qui dīn non è usato semplicemente nel senso di una religione. È usato piuttosto nel senso dell’ordinamento statale e civile. Il significato delle parole del Faraone era questo: se lo scopo di Mosè (pace su di lui) avesse avuto successo, l’ordinamento dello Stato sarebbe cambiato. Il sistema di vita vigente, fondato sulla sovranità del Faraone e sulle leggi, norme e consuetudini esistenti, sarebbe stato sradicato; al suo posto sarebbe sorto un nuovo sistema su nuove basi, oppure non sarebbe sorto alcun sistema e in tutto il paese sarebbe emersa una situazione anarchica.

(Arabo*************************************PDF 358 )

«L’unica religione scelta da Allah è l’Islam».—(Sura Āl ʿImrān: 19)

(Arabo*************************************PDF 358 )

«A chiunque cerchi una religione diversa dall’Islam, quella religione non sarà affatto accettata».—(Sura Āl ʿImrān: 85)

(Arabo*************************************PDF 358)

«È Lui, l’unico Allah, che ha inviato il Suo Messaggero con la retta guida e la religione della verità, affinché la facesse prevalere su tutte le altre religioni, per quanto ciò possa essere detestabile agli associatori». – (Sura at-Tawba: 36)

(Arabo*************************************PDF 359)

«Combatteteli finché ogni sistema fondato sulla miscredenza non sia scomparso dalla terra e la religione non sia riservata esclusivamente ad Allah». – (Sura al-Anfal: 39)

(Arabo*************************************PDF 359)

«Quando sarà giunto l’aiuto di Allah e sarà apparsa la vittoria, e vedrai la gente entrare a frotte nella religione di Allah, allora celebra le lodi e la gloria del tuo Signore, glorificalo e chiedigli perdono. Egli è grandemente indulgente». – (Sura an-Nasr)

In questi versetti, con il termine religione si intendono tutti gli aspetti e i settori della vita, quali il credo, il modo di pensare, la moralità e le azioni concrete.

Nei primi due versetti si afferma che l’unico sistema di vita puro e approvato da Allah è quello costruito sulla sottomissione e sulla servitù ad Allah (Islam). Invece, un sistema di vita costruito sulla sottomissione a una qualsiasi falsa entità sovrana non è mai accettabile per il Signore dell’universo, né può esserlo per sua natura. Infatti, l’uomo è creatura, servo e beneficiario del sostentamento di Colui nel cui regno vive come suddito; perciò non può mai accettare l’idea di avere il diritto di vivere, escludendo Lui, nell’obbedienza e nella servitù a un’altra potenza e di seguire le disposizioni di qualcun altro.

Nel terzo versetto si afferma che Allah ha inviato il Suo Messaggero con questo sistema di vita puro, impeccabile e veritiero, cioè l’Islam, e che lo ha inviato con lo scopo di far prevalere questo sistema di vita su tutti gli altri.

Nel quarto versetto ai seguaci del sistema di vita islamico viene ordinato di continuare a combattere gli abitanti del mondo finché non siano state estirpate dalla terra tutte le forme di vita fondate sulla ribellione a Dio e finché la devozione e l’obbedienza non siano state riservate esclusivamente ad Allah.

Nel quinto versetto il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) viene interpellato in un momento in cui, dopo ventitré anni di sforzi instancabili e ininterrotti, la rivoluzione in Arabia era giunta a compimento. L’Islam si era ormai affermato nella realtà come sistema dottrinale, intellettuale, morale, educativo, sociale, culturale, economico e politico, e la gente giungeva a frotte dalle diverse regioni dell’Arabia per entrare sotto l’autorità di questo sistema. In tal modo si compì l’opera realizzata dal profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui). Gli viene detto di non inorgoglirsi considerando questo grande successo come un proprio successo.

L’Essenza del Signore del profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è al di sopra di ogni sorta di errore, incapacità e imperfezione. Pertanto, per il compimento di questa grande opera, gli viene ordinato di glorificare e lodare il suo Signore e di chiedere il Suo perdono per gli errori e le mancanze verificatisi durante i lunghi ventitré anni di lotta e impegno.

 

Capitolo: 9 – I miracoli

Discussione sui miracoli

Ogni volta che i profeti si sono presentati come messaggeri incaricati di trasmettere il messaggio del Signore dell’universo, la gente ha preteso da loro: «Se siete davvero rappresentanti del Signore dell’universo, dovreste compiere eventi straordinari e miracolosi, superiori al normale corso delle leggi naturali, tali da far comprendere chiaramente che il Signore dell’universo ha prodotto questo evento come un segno, intervenendo direttamente per dimostrare la vostra veridicità». In risposta a questa richiesta, i profeti mostrarono alcuni segni. Nella terminologia coranica essi sono chiamati āyāt, cioè segni, mentre nella terminologia degli studiosi della dottrina sono chiamati miracoli.

La confusione di coloro che negano i miracoli

Alcuni cercano di dimostrare che segni o miracoli di questo genere siano eventi ordinari e naturali verificatisi secondo le leggi della natura. In realtà, assumono una posizione irragionevole e incomprensibile, a metà tra l’accettazione e il rifiuto del Corano. Infatti, quando il Corano menziona senza ambiguità un evento miracoloso, cercare di presentarlo come un fatto ordinario, completamente contrario al contesto della narrazione, non è altro che una forma quanto mai bizzarra di sofisticheria verbale. Il ricorso a simili sofisticherie è necessario soltanto per coloro che non vogliono credere a un libro che narra eventi soprannaturali, ma che, essendo per nascita fedeli alla religione dei propri padri, non possono nemmeno negarlo, benché in esso si trovino effettivamente menzionati eventi miracolosi.

La questione fondamentale

La questione decisiva riguardo ai miracoli è questa: dopo aver fatto funzionare il mondo naturale secondo determinate leggi, Allah è forse diventato inattivo e ha perduto la capacità di intervenire in qualsiasi punto del processo in corso? Oppure ha mantenuto nelle Sue mani la responsabilità di governare il Suo regno, la Sua volontà si attua in ogni istante in questo regno ed Egli possiede anche il potere di apportare, quando e come vuole, cambiamenti parziali o totali nella forma delle varie cose e nel corso consueto degli eventi?

Due prospettive

Per coloro che, rispondendo a questa domanda, sostengono la prima tesi, è impossibile riconoscere i miracoli. Infatti, i miracoli non sono compatibili con la loro concezione di Dio e dell’universo. Tuttavia, invece di dedicarsi all’esegesi e all’interpretazione del Corano, persone di questo genere dovrebbero negarlo apertamente. La ragione è che il Corano ha confutato con forza la prima concezione di Dio e ha sostenuto con altrettanta forza la seconda. Al contrario, per chi, convinto dagli argomenti e dalle prove del Corano, accetta la prima concezione, comprendere e credere nei miracoli non è affatto difficile. Supponiamo, per esempio, che una persona ritenga che un serpente possa nascere soltanto nel modo in cui normalmente nasce e che creare un serpente in qualsiasi altro modo sia al di là del potere di Allah. Se le si dicesse che il bastone di qualcuno si è trasformato in un serpente e che poi quel serpente ha nuovamente assunto la forma di un bastone, è ovvio che respingerebbe senz’altro questa notizia. Al contrario, un’altra persona crede che Allah crei esseri viventi da materia inanimata e che possa dare vita a qualunque materia inanimata nel modo che vuole. Per una persona simile, il fatto che alcune materie inanimate contenute in un uovo diventino un serpente non è più sorprendente del fatto che un bastone si trasformi in un serpente. La differenza consiste soltanto nel fatto che il primo evento si verifica continuamente, mentre il secondo si è verificato appena tre volte. Ma questa differenza non è sufficiente a rendere un evento meraviglioso e l’altro privo di meraviglia.

La prova dell’autenticità dei miracoli

(Arabo*************************************PDF 364 )

«Di’: “Il mio Signore sa meglio quanti erano. Solo pochi conoscono il loro numero esatto. Non discutere dunque con nessuno del loro numero, se non in modo sommario, e non chiedere a nessuno informazioni su di loro”» – (Sura al-Kahf: 22)

Il significato di questo versetto della sura al-Kahf è che il loro numero non è la questione essenziale; ciò che conta davvero è l’insegnamento o l’ammonimento che si ricava da questo episodio. L’insegnamento di questo episodio è che un vero credente non dovrebbe mai essere disposto a ignorare la verità né a sottomettersi davanti alla falsità. Un ulteriore insegnamento è che il credente non dovrebbe confidare nei mezzi e nelle risorse terrene, bensì in Allah. Anche quando esteriormente non si scorgono segni di un ambiente favorevole all’azione a sostegno della verità, si dovrebbe comunque fare affidamento su Allah e incamminarsi sulla via della verità.

Le leggi naturali e la suprema potenza di Allah

Un altro insegnamento di questo episodio è che il normale corso degli eventi, che la gente conosce come «legge naturale» e riguardo al quale pensa che nulla al mondo possa accadere contro di essa, in realtà non impone alcun vincolo ad Allah. Egli può, quando e dove vuole, far accadere qualsiasi evento straordinario contrario al corso abituale. Per Lui non è affatto difficile far sì che un uomo, dopo aver dormito per duecento anni, si alzi improvvisamente come se avesse dormito soltanto poche ore, senza che il lungo trascorrere del tempo abbia lasciato alcun effetto sulla sua età, sul suo volto, sul suo aspetto, sui suoi abiti o sulla sua salute. Da ciò si apprende che, secondo i Libri celesti e le profezie dei profeti, riportare in vita simultaneamente tutti i discendenti passati e futuri dell’umanità non è al di fuori della potenza di Allah. Si comprende inoltre che in ogni epoca gli uomini ignoranti e inesperti, invece di trarre insegnamento dai segni di Allah, hanno ricavato da essi ulteriori strumenti per allontanarsi dalla retta via, come fecero nel caso degli Ashab al-Kahf. – [Allah aveva fatto accadere il miracolo degli Ashab al-Kahf affinché la gente ne traesse la fede nell’Aldilà. Eppure, proprio da questo segno essi conclusero invece che Allah aveva procurato loro altre divinità da adorare. – (L’autore)]

L’esistenza di innumerevoli meraviglie nella natura dell’universo

Nel creato di Allah esistono innumerevoli meraviglie. Ovunque si rivolga lo sguardo, la sconfinata magnificenza della Sua potenza si manifesta sotto forma di eventi straordinari. Alcuni eventi e alcune condizioni si manifestano generalmente in una forma particolare. Tuttavia, ciò non può dimostrare che essi non possano apparire in un altro modo straordinario, infrangendo questa regola consueta. Per confutare tale concezione, in tutto l’universo e a ogni livello della creazione esiste una lunga lista di condizioni ed eventi straordinari. In particolare, chi possiede una chiara concezione dell’onnipotenza di Allah non può mai nutrire l’erronea idea che sia impossibile per il Signore della vita e della morte concedere a un uomo una vita di mille anni, o più o meno. È vero che l’uomo non può vivere neppure per un istante secondo la propria volontà. Ma, se Allah vuole, può mantenerlo in vita per tutto il tempo che desidera.

Esame dei miracoli dei profeti antichi

 

Il miracolo della cammella di Salih (pace su di lui)

(Arabo*************************************PDF 366)

«Alla gente di Thamūd inviai il loro fratello Ṣāliḥ. Egli disse loro: “O miei compatrioti! Adorate Allah. Non avete altra divinità all’infuori di Allah. Vi è giunta una prova evidente dal vostro Signore. Lasciate che essa pascoli sulla terra di Allah e non recatele alcun danno con cattive intenzioni; altrimenti sarete colpiti da un castigo doloroso”». – (Sūra al-Aʿrāf: 73)

Dal tenore esteriore delle parole si comprende chiaramente che, nella prima parte del versetto, con le parole “prova evidente” e, nella seconda parte, con la parola “segno”, ci si riferisce proprio a questa cammella. Nell’ottavo rukūʿ della Sūra al-Shuʿarāʾ viene spiegato dettagliatamente che il popolo di Thamūd aveva chiesto personalmente al profeta Ṣāliḥ un segno, affinché fosse dimostrato in modo incontrovertibile che egli era un profeta di Allah. Fu proprio in risposta a questa richiesta che il profeta Ṣāliḥ presentò la cammella. È dunque indubbiamente vero che la cammella apparve come un miracolo. Era un miracolo dello stesso genere di quelli che molti altri profeti mostravano agli increduli come prova della propria profezia. Il profeta Ṣāliḥ aveva avvertito gli increduli che la loro vita dipendeva dalla sopravvivenza della cammella. Da questo avvertimento risulta che la cammella era nata sotto forma di miracolo. Egli aveva inoltre detto che la cammella avrebbe pascolato liberamente nei loro campi: un giorno avrebbe bevuto da sola e il giorno seguente avrebbero bevuto gli animali di tutti gli altri. Se le avessero recato un danno, il castigo di Dio si sarebbe abbattuto improvvisamente su di loro. È superfluo dire che soltanto una cosa della cui natura miracolosa la gente può rendersi conto con i propri occhi può essere presentata con una dignità simile. La cammella vagava liberamente ovunque volesse; un giorno beveva da sola e il giorno dopo bevevano gli animali di tutti gli altri. Questa situazione durò a lungo, ed essi la tollerarono nonostante la loro contrarietà. Alla fine, dopo molte consultazioni e complotti, la uccisero. Eppure il profeta Ṣāliḥ non possedeva alcun potere tale da indurli ad aver paura di lui. Un’ulteriore prova della natura miracolosa di quella cammella è che essi ne erano terrorizzati e sapevano che dietro di lei doveva esserci certamente una forza grazie alla quale si aggirava tra loro con tanta audacia. Nel Corano e negli ḥadīth non si trova una descrizione chiara del tipo di cammella che fosse né del modo in cui apparve. Perciò non è necessario accettare i racconti che i commentatori hanno citato riguardo alla sua nascita. Dal Corano, tuttavia, è dimostrato che la cammella era apparsa, sotto qualche aspetto, proprio come un miracolo.

Il miracolo della resurrezione dei morti

(Arabo*************************************PDF 367)

«Oppure ricorda, a titolo d’esempio, colui che, passando accanto a una città devastata, disse: “Come potrà Allah ridare la vita a questa città morta?”. Allora Allah gli tolse la vita, ed egli rimase morto per cento anni. Poi Allah gli restituì la vita e gli chiese: “Quanto tempo sei rimasto morto?”. Egli rispose: “Un giorno o qualche ora”. Allah disse: “No, sei rimasto in questo stato per cento anni. Ora guarda il tuo cibo e la tua bevanda: non si sono affatto alterati. Guarda invece il tuo asino: persino le sue ossa si stanno decomponendo. Abbiamo fatto tutto ciò per renderti un segno per la gente. Guarda poi come ricomponiamo queste ossa e le rivestiamo di carne”. Quando la verità gli fu ormai manifesta, disse: “So che Allah è onnipotente”». – (Sūra al-Baqara: 259)

Non è necessario discutere su chi fosse quest’uomo e quale fosse quella città. In realtà, il motivo per cui questo episodio è stato menzionato è soltanto mostrare che Allah concede in questo modo la luce della guida a colui che Lo assume come proprio Protettore. Non abbiamo alcun mezzo per determinare l’identità dell’uomo e il luogo, e ciò non apporterebbe alcun beneficio. Tuttavia, dalla descrizione successiva si comprende che l’uomo di cui si parla era certamente un profeta.

Il senso della domanda sopra menzionata non è che quell’uomo venerabile negasse l’Aldilà o avesse qualche dubbio al riguardo. Egli desiderava piuttosto fare esperienza diretta di una verità profonda. Ai profeti veniva concessa questa possibilità. Il ritorno in vita di una persona che la gente del mondo sapeva essere morta cento anni prima era sufficiente a renderla, tra i suoi contemporanei, un esempio vivido.

La fonte che guarì la malattia del profeta Ayyūb

(Arabo*************************************PDF 368)

«Ricorda il Mio servo Giobbe. Egli si rivolse al suo Signore dicendo: “Satana mi ha inflitto una sofferenza dolorosa e un tormento”. (Gli ordinai:) “Colpisci il terreno con il piede. Questa è acqua fresca per lavarti e da bere”». – (Sura Sad: 41-42)

Non appena colpì il terreno con il piede, per ordine di Allah ne sgorgò una sorgente. Bere quell’acqua e lavarsi con essa costituivano la cura per la malattia di Giobbe. Sembra che, probabilmente, Giobbe fosse affetto da una grave malattia della pelle. Anche la Bibbia afferma che tutto il suo corpo, dalla testa ai piedi, era coperto di foruncoli.

Il miracolo di Abramo (su di lui la pace)

 

L’episodio dei quattro uccelli riportati in vita

(Arabo*************************************PDF 368)

«Ricorda anche quando Abramo disse: “Mio Signore, mostrami come fai rivivere i morti”. Allah disse: “Non credi?”. Abramo disse: “Sì, credo, ma desidero la tranquillità del cuore”. Allah disse: “Prendi dunque quattro uccelli, addomesticali a te, poi colloca una parte di ciascuno di essi su ogni montagna; quindi chiamali: verranno da te accorrendo. Sappi che Allah è onnipotente e sapientissimo”». – (Sura al-Baqara: 260)

Abramo ottiene un figlio in tarda età

(Arabo*************************************PDF 368 )

«Poi gli annunciai la lieta novella di Isacco e, dopo Isacco, di Giacobbe. Ella disse: “Ahimè, quale disgrazia! Avrò forse un figlio, mentre sono diventata una vecchia decrepita e anche mio marito è ormai vecchio? Questa sì che è una cosa straordinaria!”. Gli angeli dissero: “Ti meravigli forse del decreto di Allah? O gente della famiglia di Abramo, su di voi sono la misericordia e le benedizioni di Allah. In verità, Allah è degno di ogni lode e detentore di immensa gloria”».–(Sura Hud: 71-73)

La salvezza di Hazrat Abramo (a.s.) dal fuoco

(Arabo*************************************PDF 369 )

«Si dissero l’un l’altro: “Costruite per lui una fornace e gettatelo nelle fiamme ardenti”. Tramarono un complotto contro di lui, ma Io li resi spregevoli».–(Sura as-Saffat: 97-98)

I miracoli di Hazrat Mosè (a.s.)

(Arabo*************************************PDF 369 )

«Poi inviai Mosè e suo fratello Aronne al Faraone e ai suoi dignitari, con i Miei segni e una prova inconfutabile».–(Sura al-Mu’minun: 45-46)

Il significato della menzione della «prova inconfutabile» dopo quella dei «segni» potrebbe essere che la presenza di tali segni presso di loro costituiva la prova inconfutabile della profezia dei due. Potrebbe anche darsi che i miracoli da lui compiuti in Egitto, oltre a quello del bastone, fossero i segni, mentre la prova inconfutabile fosse il suo bastone. Infatti, i miracoli manifestatisi attraverso il bastone non lasciavano più spazio ad alcun dubbio sul fatto che entrambi fossero messaggeri.

(Arabo*************************************PDF 369)

«Quando gettarono i loro strumenti di magia, stregarono gli occhi degli spettatori e riempirono i loro cuori di terrore. Mostrarono così una magia terribile. E Io ispirai a Mosè: “Getta il tuo bastone”. Non appena lo ebbe gettato, esso cominciò a inghiottire l’illusione della loro falsa magia». (Sura al-A‘raf: 116-117)

Il bastone di Hazrat Mosè

Non è corretto supporre che il bastone di Hazrat Mosè avesse inghiottito quei bastoni e quelle corde dei maghi che sembravano serpenti giganteschi. Il Corano afferma soltanto che il bastone di Mosè, trasformandosi in un serpente, inghiottì l’illusione ingannevole dei maghi. Il significato del versetto sembra chiaramente essere che, ovunque passasse il serpente di Mosè, da lì scompariva l’effetto della magia. Sotto l’effetto della magia, i bastoni e le corde dei maghi sembravano sollevare la testa come serpenti. Ma non appena il serpente di Mosè ebbe compiuto un giro, tutti i bastoni ripresero l’aspetto di bastoni e tutte le corde quello di corde.

Vari castighi ammonitori inflitti al popolo del Faraone

(Arabo*************************************PDF 370)

«Per diversi anni afflissi il popolo del Faraone con carestie e perdite dei raccolti, affinché tornasse in sé. Ma si trovava in una condizione tale che, quando riceveva qualcosa di buono, diceva: “Ne siamo degni”. E quando accadeva qualcosa di negativo, considerava Mosè e i suoi compagni presagi di sventura per loro. In realtà, la loro sventura era presso Allah, ma la maggior parte di loro non lo sapeva. Dissero a Mosè: “Qualunque segno tu ci porti per influenzarci con la magia, non ti daremo ascolto”. Alla fine mandai contro di loro tempeste, diffusi le locuste, inviai termiti e rane e feci piovere sangue. Mostrai loro questi segni separatamente. Ma essi continuarono ad avanzare sulla via dell’arroganza. In verità, erano un popolo profondamente colpevole». – (Sura al-A‘raf: 130-133)

Hanno dato prova di ostinazione e sofismi definendo magia persino ciò che i dignitari del Faraone sapevano con certezza non poter in alcun modo essere il risultato della magia. Probabilmente nessun ingenuo crederebbe che una carestia in tutto il Paese e perdite continue dei raccolti possano essere opera di un qualsiasi mago. Per questo nel Corano è detto:

(Arabo*************************************PDF 370 )

«Quando videro i Miei segni, dissero: “Questa è certamente magia evidente”. Eppure, nel loro intimo, erano divenuti credenti. Ma, per pura arroganza e superbia, li rinnegarono».-(Sura an-Naml: 13-14)

La tempesta di cui si parla nel versetto citato in precedenza era probabilmente una pioggia torrenziale accompagnata da grandine. La tempesta potrebbe anche essere stata di altro tipo. Tuttavia, nella Bibbia si menziona una tempesta causata da una nevicata. Perciò ho adottato questo significato.

La parola «qummal» utilizzata in quel versetto ha diversi significati, tra cui: pidocchi, piccole locuste, zanzare, termiti e altri. La ragione dell’impiego di una parola così ampia potrebbe essere che zanzare e pidocchi attaccarono gli esseri umani, mentre le termiti assalirono i depositi alimentari.-(Vedi il Libro dell’Esodo nella Bibbia, capitoli dal 7 al 12)

I nove segni

(Arabo*************************************PDF 371 )

«Avevamo dato a Mosè nove segni evidenti. Ora chiedi tu stesso ai Figli d’Israele che cosa gli disse il Faraone quando Mosè si presentò davanti a loro: “O Mosè, penso proprio che tu sia stato stregato”. Mosè gli rispose: “Nessuno, eccetto il Signore dei cieli e della terra, ha fatto scendere questi segni illuminanti. O Faraone, ritengo che tu sia certamente destinato alla perdizione”.-(Sura Bani Isra’il: 101-102)

Nella sura al-A‘raf sono menzionati questi nove segni. Essi sono: 1. il bastone, che si trasformava in serpente; 2. la mano luminosa, che, quando veniva tirata fuori dall’ascella, brillava come il sole; 3. la sconfitta pubblica della magia dei maghi; 4. una carestia in tutto il paese, secondo un annuncio; 5. tempeste incessanti; 6. locuste; 7. termiti; 8. rane; e 9. la discesa di calamità come il sangue.

La sostanza della risposta che Hazrat Mosè diede alle parole del Faraone era questa: una carestia estesa a tutto il paese, l’invasione delle rane su milioni di miglia quadrate, l’attacco delle termiti a tutti i depositi alimentari e altre crisi di questo genere non potevano essere causati dalla magia di un mago né da alcuna forza umana. Occorre ricordare che, prima dell’arrivo di ogni calamità, Hazrat Mosè avvertiva il Faraone dicendogli: se non abbandonerai la tua ostinazione, questa calamità sarà fatta ricadere sul tuo regno. Esattamente come aveva detto, quella calamità arrivava al momento stabilito. In tali circostanze, solo un pazzo o una persona ostinata avrebbe potuto sostenere che queste calamità fossero state provocate da qualcuno diverso da Allah, il Signore dei cieli e della terra.

La divisione del mare in due mediante il bastone

(আরবী*************************************পিডিএফ ৩৭১ )

«Rivelai a Mosè: “Ora parti di notte con i Miei servi e apri per loro una strada asciutta attraverso il mare. Non temere che qualcuno vi insegua alle spalle e non lasciatevi prendere dal panico mentre attraversate il mare”» – (sura Ta-Ha: 77)

Il resoconto di questo evento è il seguente: alla fine Allah stabilì una certa notte, nella quale tutti i musulmani israeliti e non israeliti (per i quali è stata usata l’espressione dal significato ampio «I Miei servi») avrebbero dovuto emigrare e partire da tutte le regioni. Si riunirono tutti in un luogo stabilito in precedenza e partirono formando una carovana. A quell’epoca non esisteva il Canale di Suez. L’intera area dal Mar Rosso al Mar Mediterraneo era una zona aperta. Tuttavia, lungo tutte le vie di quella zona vi erano basi militari. Perciò non era sicuro attraversarla. Per questo Hazrat Mosè imboccò la strada in direzione del Mar Rosso. Probabilmente intendeva procedere lungo la riva del mare verso la penisola del Sinai. Mentre la carovana si trovava sulla riva del mare, alle sue spalle giunse una grande armata del Faraone. Nella sura al-Shu‘ara è narrato che la carovana degli emigranti rimase intrappolata tra il mare e l’esercito del Faraone. Proprio in quel momento Allah ordinò a Hazrat Mosè: (আরবী**********) «Colpisci il mare con il tuo bastone». (আরবী************) «Immediatamente il mare si divise in due e le sue due parti si eressero ai due lati, alte come enormi montagne». Non soltanto si aprì una strada al centro affinché la carovana potesse passare, ma questa parte centrale si trasformò anche in una strada asciutta. Questa è la descrizione di un miracolo evidente. Le parole di coloro che sostengono che l’acqua del mare si fosse ritirata a causa di una tempesta o delle maree sono smentite da questa descrizione. Infatti, se l’acqua si fosse ritirata per tale motivo, non si sarebbe innalzata ai due lati come montagne e la parte centrale non si sarebbe trasformata in una strada asciutta.

(আরবী*************************************পিডিএফ ৩৭২)

«Rivelai a Mosè: “Colpisci il mare con il bastone”. Immediatamente il mare si divise in due e le due parti si eressero ai due lati, alte come enormi montagne» – (sura al-Shu‘ara: 63)

In lingua araba (আরবী*******) significa montagna. Nel dizionario chiamato Lisān al-ʿArab si afferma che (আরবী***********) significa montagna gigantesca. Applicare inoltre a essa (আরবী********) l’aggettivo «gigantesca» significa dunque che l’acqua si era innalzata da entrambe le parti assumendo la forma di montagne altissime. La strada aperta attraverso il mare fu predisposta, da un lato, per consentire il passaggio della carovana dei Figli d’Israele e, dall’altro, per far annegare l’esercito del faraone. Da ciò si comprende chiaramente che l’acqua rimase innalzata per un tempo così lungo e assunse la forma di montagne tanto alte che la carovana di milioni di emigranti israeliti riuscì a passare al di sopra di essa, e in seguito l’esercito del faraone arrivò fin nel mezzo di essa. È superfluo dire che i venti tempestosi che soffiano secondo le normali leggi naturali, per quanto possano essere impetuosi, non fanno sì che l’acqua del mare si innalzi come una montagna tanto grande e vi rimanga per un tempo così lungo. È inoltre significativo che nella Sura Ṭā Hā sia detto (আরবী************) «Apri per loro una strada asciutta in mezzo al mare». Ciò significa che, quando il bastone colpì il mare, non soltanto l’acqua si ritirò e rimase eretta ai due lati come montagne, ma anche la strada che si formò nel mezzo divenne asciutta. Non rimase neppure un po’ d’acqua fangosa che potesse ostacolare il passaggio. Questa è la descrizione di un miracolo evidente. Diventa chiaro che è errata l’idea di coloro che cercano di spiegare questo evento come verificatosi secondo le normali leggi naturali.

‘manna’ e ‘salwa’

(আরবী*************************************পিডিএফ ৩৭৩ )

«Ho fatto scendere su di voi la manna e il salwa».–(Sura Ṭā Hā: 80)

Il racconto della Bibbia è il seguente: dopo essere usciti dall’Egitto, quando i Figli d’Israele attraversavano il deserto di Sin, tra Elim e il Sinai, e, dopo l’esaurimento delle provviste, stavano per trascorrere i giorni nella fame, cominciarono a scendere la manna e il salwa; questo processo continuò per quarant’anni, fino a quando giunsero nei luoghi abitati della Palestina. (Esodo, capitolo 16; Numeri, capitolo 11, versetti 7-9; Libro di Giosuè, capitolo 5, versetto 12). A proposito della manna e del salwa, nell’Esodo si legge: «Poi, verso sera, vennero le quaglie e coprirono l’accampamento; e al mattino la rugiada era intorno all’accampamento. Quando lo strato di rugiada si fu levato, ecco, sulla superficie del deserto vi era una cosa minuta, simile a chicchi fini, come la brina sulla terra. I Figli d’Israele, vedendola, si dissero l’un l’altro: “Che cos’è?”. Poiché non sapevano che cosa fosse. Allora Mosè disse loro: “Questo è il pane che il Signore vi ha dato come cibo”.–(Capitolo 16, versetti 13-15)»

E il popolo d’Israele diede a quel cibo il nome di manna; era simile a semi di coriandolo, di colore bianco, e il suo sapore era come quello di una focaccia impastata con miele.–(Versetto 31)

A proposito della sua spiegazione, nel Libro dei Numeri si legge inoltre:

La gente andava in giro a raccoglierla, poi la macinava con macine o la pestava in mortai, la cuoceva in pentole e ne faceva focacce; il suo sapore era come quello di una focaccia all’olio. Quando di notte cadeva la rugiada sull’accampamento, anche la manna vi cadeva sopra.–(Capitolo 11, versetti 8-9)

Anche questa fu una delle sue meraviglie. Infatti, quando dopo quarant’anni i Banū Isrāʾīl cominciarono a ricevere cibo normale, questo processo cessò. Oggi in quella regione non si trova neppure un’abbondanza dell’uccello chiamato quaglia, e la manna non si trova da nessuna parte. Alcuni esploratori hanno cercato minuziosamente la manna nella zona in cui i Banū Isrāʾīl condussero per quarant’anni la loro vita nomade nel deserto, ma non l’hanno trovata da nessuna parte. Naturalmente, per ingannare la gente, i commercianti vanno in giro vendendo halwā di “manna”.

Le meraviglie di Ḥazrat Sulaymān (pace su di lui)

(Arabo*************************************PDF 374)

«Ed egli disse: “O gente, mi è stato insegnato il linguaggio degli uccelli!”» — (Sura al-Naml: 16)

La Bibbia tace sul fatto che Ḥazrat Sulaymān conoscesse il linguaggio degli animali e degli uccelli. Tuttavia, nelle leggende israelite se ne trova una descrizione esplicita. — (Jewish Encyclopedia, vol. 11, p. 439)

I jinn erano a lui sottomessi

(Arabo*************************************PDF 374)

«Per Sulaymān fu radunato un esercito ben organizzato di jinn, uomini e uccelli.» — (Sura al-Naml: 17)

Il trono della regina di Saba fu portato in un istante

(Arabo*************************************PDF 374 )

«Sulayman disse: “O nobili! Chi può portarmi il trono della regina prima che ella venga da me sottomettendosi? Un demone disse: ‘Te lo porterò prima che tu ti alzi dal luogo in cui sei seduto; ne ho la forza e sono degno di fiducia’. Uno che possedeva la conoscenza del Libro disse: ‘Te lo porterò in un batter d’occhio’. Quando poi Sulayman vide il trono davanti a sé, esclamò: ‘Questa è una grazia del mio Signore’».

I miracoli degli altri profeti

 

L’aspetto miracoloso della vicenda di Yunus (A.S.)

(Arabo*************************************PDF 374 )

«In verità, anche Yunus era un messaggero. Ricorda quando fuggì verso una nave carica di passeggeri. Partecipò al sorteggio e fu sconfitto. Alla fine, il pesce lo inghiottì. Egli era pentito. Se non fosse stato tra coloro che glorificano Allah, sarebbe rimasto nel ventre del pesce fino al Giorno della Resurrezione. Infine lo gettammo, in condizioni estremamente malate, in una landa priva di vegetazione e facemmo crescere su di lui una pianta di zucca».–(Sura as-Saffat: 139-146)

La nascita di un figlio di Hazrat Zakariya dal grembo della moglie anziana

(Arabo*************************************PDF 374)

«Concedimi benevolmente un erede, affinché erediti da me e dalla famiglia di Giacobbe; e, mio Signore, rendilo una persona prescelta». «O Zaccaria, ti annunciamo la lieta novella di un figlio il cui nome sarà Giovanni. Prima d’ora non abbiamo dato questo nome a nessun altro». Egli disse: «Mio Signore, mia moglie è sterile e io sono ormai giunto all’estrema vecchiaia. Come potrò avere un figlio?». Gli fu risposto: «Così sarà. Il tuo Signore ha detto: ciò è per Me facilissimo. Prima ti ho creato, quando non esistevi affatto». Zaccaria disse: «O mio Signore, stabilisci per me un segno». Allah disse: «Il tuo segno sarà che per tre giorni consecutivi non potrai parlare alla gente». — (Sura Maryam: 5-10)

I miracoli di Gesù, pace su di lui

 

La nascita di Gesù, pace su di lui, senza padre

(Arabo*************************************PDF 374)

«Facemmo di Maria e di suo figlio un segno e li ponemmo entrambi in un luogo elevato, dove trovarono riposo e dove scorrevano ruscelli». — (Sura al-Mu’minun: 50)

Qui non è detto che Maria fosse un segno e che il figlio di Maria fosse un altro segno. Né è detto che avessimo trasformato Maria e suo figlio in due segni. Al contrario, è detto che dai due insieme fu fatto un unico segno. Il significato è che la nascita di Gesù, pace su di lui, senza padre, e il concepimento di Maria senza il contatto con un uomo sono la ragione per cui madre e figlio, insieme, furono trasformati in un unico segno.

 

(Arabo*************************************PDF 374)

“(O Muhammad!) Narra in questo Libro la storia di Maryam, quando si ritirò dalla sua gente in un luogo orientale e appartato. Si nascose da loro, avvolta da un velo. Allora le inviammo il Nostro Spirito (l’angelo), che le apparve sotto le sembianze di un uomo perfetto. Inviammo a Maryam (l’angelo), che le apparve sotto le sembianze di un uomo perfetto. Maryam esclamò improvvisamente: «Se sei un uomo timorato di Dio, mi rifugio da te presso il Misericordioso». Egli disse: «Sono soltanto il messaggero del tuo Signore; sono venuto per donarti un figlio puro». Maryam disse: «Come potrò avere un figlio? Nessun uomo mi ha mai toccata e non sono una donna dissoluta». L’angelo disse: «Sarà così. Il tuo Signore ha detto: “Questo è molto facile per Me. Lo farò affinché questo bambino divenga un segno per l’umanità e una misericordia da parte Nostra. È una decisione stabilita da Allah, ed essa si compirà”». Maryam concepì quel bambino e si ritirò in un luogo lontano. In seguito, i dolori del parto la costrinsero a recarsi sotto una palma. Ella disse: «Ahimè, se fossi morta prima di questo e fossi stata completamente dimenticata».” – (Sura Maryam: 16-23)

Qui, con “luogo lontano”, si intende Betlemme. Era naturale che Maryam uscisse dal luogo del suo i‘tikāf e si recasse là. Maryam, infatti, apparteneva alla stirpe di Banū Hārūn, il gruppo più devoto tra i Banū Isrā’īl; inoltre, si trovava a Bayt al-Maqdis, consacrata al culto di Allah. Una donna simile si ritrovò improvvisamente incinta. Se fosse rimasta nel luogo del suo i‘tikāf e la sua gravidanza fosse diventata nota, non soltanto i familiari, ma anche gli altri membri della sua gente, le avrebbero reso la vita insopportabile. Caduta in quella terribile sventura, la poveretta lasciò in silenzio la camera dell’i‘tikāf, affinché almeno fino al momento in cui si fosse compiuta la volontà di Allah potesse sfuggire al biasimo, ai rimproveri e alla vasta infamia tra la sua gente. Questo allontanamento costituisce una prova evidente della nascita di Gesù senza padre. Se Maryam fosse stata sposata e avesse concepito dal proprio marito, non ci sarebbe stata alcuna ragione perché lasciasse la casa paterna e quella del marito per recarsi in un luogo lontano a partorire.

«Ahimè, se fossi morta e non fosse rimasta alcuna traccia di me»: da queste parole di Maryam si comprende quanto fosse allora angosciata e preoccupata. Chiunque consideri la delicatezza della situazione può facilmente capire che tali parole non le uscirono di bocca soltanto a causa dei dolori del parto; era il pensiero di come avrebbe superato degnamente la terribile prova di fuoco nella quale Allah l’aveva posta a renderla inquieta. Fino ad allora aveva forse nascosto in qualche modo la gravidanza. Ma dove avrebbe portato ora quel bambino? Che Maryam avesse pronunciato proprio queste parole è dimostrato da ciò che l’angelo le disse in seguito: «Non essere preoccupata». Quando giunge il momento del parto per una donna sposata, per quanto possa agitarsi a causa del dolore, non si mostra mai preoccupata e angosciata in quel modo.

Il neonato che parla nella culla

(ARABO********************************************PAGINA 377 DEL PDF)

«Quando ella giunse dalla sua gente portando il bambino in braccio, essi dissero: “O Maryam! Da dove hai portato questo? O sorella di Hārūn! Tuo padre non era un uomo malvagio, né tua madre era una donna dissoluta”» – (Sura Maryam: 27-28)

Quale spiegazione hanno, coloro che negano la nascita miracolosa di Gesù, del fatto che, quando Maryam giunse portando il bambino in braccio, la gente della sua stirpe si adirò e cominciò a rivolgerle ogni sorta di rimproveri e accuse?

(ARABO********************************************PAGINA 377 DEL PDF)

«Quando Maria indicò loro il suo bambino, essi dissero: “Come potremmo parlare con un neonato che giace nella culla?”» – (Sura Maryam: 29)

Gli interpreti devianti del Corano hanno dato a questo versetto il seguente significato: «Come potremmo parlare con un bambino ancora in fasce?» In altre parole, secondo loro, queste parole sarebbero state pronunciate durante la giovinezza di Hazrat Isa. Gli anziani e i vecchi dei Figli d’Israele avrebbero detto: «Come potremmo parlare di nuovo con il ragazzo che quel giorno vedemmo sdraiato nella culla?» Tuttavia, osservando le circostanze e il contesto della narrazione, si comprende che questa è soltanto un’assurda interpretazione, escogitata per evitare il miracolo. Questi interpreti, se non altro, avrebbero potuto riflettere un po’ sulle parole stesse: la questione sulla quale la gente era venuta a sollevare obiezioni non si verificò durante la sua giovinezza, bensì al momento della sua nascita. Inoltre, nei versetti 46 della Sura Āl ʿImrān e 10 della Sura al-Māʾida è affermato in modo chiaro, inequivocabile e categorico che Hazrat Isa non pronunciò queste parole durante la giovinezza; le pronunciò invece quando era appena nato e giaceva nella culla. Nel primo versetto, al momento di annunciare a Hazrat Maryam la nascita di un figlio, l’angelo disse che quel figlio avrebbe parlato agli uomini sia dalla culla sia durante la giovinezza. Nel secondo versetto, Allah stesso disse a Hazrat Isa: «Parlerai agli uomini dalla culla e parlerai anche durante la giovinezza.»

(Arabo********************************************a pagina 378 del PDF)

«Il bambino disse: “Io sono il servo di Allah. Egli mi ha dato il Libro, mi ha fatto profeta e mi ha benedetto ovunque io mi trovi; mi ha inoltre ordinato di compiere per tutta la vita la preghiera e la zakat. Mi ha reso rispettoso dei diritti di mia madre e non mi ha fatto né arrogante né infelice.”» – (Sura Maryam: 30-32)

Qui non si dice che egli fosse rispettoso dei diritti dei genitori, ma soltanto dei diritti della madre. Anche questo dimostra che Hazrat Isa non aveva padre. Il fatto che in tutto il Corano sia menzionato come Isa, figlio di Maryam, costituisce un’ulteriore prova inconfutabile.

(Arabo********************************************a pagina 378 del PDF)

«Pace su di me il giorno in cui sono nato, il giorno in cui morirò e il giorno in cui sarò riportato in vita.» – (Sura Maryam: 33)

Questo è il «segno» che fu presentato ai Figli d’Israele attraverso la persona di Hazrat Isa (la pace sia su di lui). Prima di infliggere ai Figli d’Israele una punizione esemplare per le loro continue malefatte, Allah desiderava concedere loro un’ultima opportunità di correggersi. Per questo adottò il seguente espediente: rese improvvisamente incinta, pur essendo vergine, quella pia ragazza dei Banu Harun che si trovava in ritiro spirituale presso Bayt al-Maqdis e che era stata allevata sotto la tutela di Hazrat Zakaria. Quando poi ella si sarebbe presentata con il bambino in braccio, ciò avrebbe suscitato agitazione in tutta la nazione e, immediatamente, l’attenzione di tutti si sarebbe concentrata su di lei. Grazie a questo espediente, quando una folla si radunò intorno a Hazrat Maryam, ella fece parlare quel bambino appena nato, affinché, quando il bambino fosse cresciuto e avesse ricevuto la profezia, migliaia di persone della nazione fossero presenti per testimoniare di aver visto in quel bambino uno straordinario miracolo di Allah l’Onnipotente. Nonostante ciò, quando la nazione avrebbe negato la sua profezia e, invece di seguirlo, avrebbe cercato di farlo apparire colpevole e di crocifiggerlo, avrebbe ricevuto una punizione esemplare quale non era stata inflitta a nessun’altra nazione del mondo.

Gli altri miracoli menzionati nel Corano

(Arabo********************************************pagina 379 del PDF)

«E quando egli venne ai Figli d’Israele come messaggero, disse: “Sono venuto a voi con un segno da parte del vostro Signore. Vi creo, davanti a voi, la figura di un uccello con l’argilla; poi, soffiandovi sopra, per volontà di Allah, essa diventa un uccello. Per volontà di Allah, guarisco il cieco nato e il lebbroso e resuscito i morti. Posso anche dirvi ciò che mangiate e ciò che accumulate. In tutto questo vi è certamente un segno sufficiente per voi, se volete credere”». – (Sura Āl ʿImrān: 49)

Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e i suoi miracoli

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Il Corano è stato presentato come prova della profezia

(Arabo********************************************pagina 379 del PDF)

«O Profeta! Se non presenti loro alcun segno (miracolo), essi dicono: “Perché non scegli un segno per te stesso?”. Di’ loro: “Io seguo soltanto la rivelazione che il mio Signore mi invia”. Questa è una luce di saggezza, una guida e una misericordia proveniente dal vostro Signore per coloro che la accolgono». – (Sura al-Aʿrāf: 203)

La domanda dei miscredenti era chiaramente sarcastica. In altre parole, intendevano dire: «Caro mio, proprio come sei diventato profeta, avresti potuto anche scegliere e portare per te qualche miracolo». Tuttavia, è degno di nota quanto sia stata data una risposta efficace a questa beffa.

Il senso di questa risposta è il seguente: non ho il potere di inventare o fabbricare qualcosa semplicemente perché voi lo pretendete o perché io stesso ne sento il bisogno. Sono soltanto un messaggero. Il mio compito consiste unicamente nell’agire secondo le istruzioni di Colui che mi ha inviato. Colui che mi ha inviato mi ha dato il Corano invece dei miracoli. Esso è pieno di una luce lungimirante. La sua caratteristica più importante è che coloro che lo accettano trovano la retta e limpida via della vita, e nei loro bei caratteri si manifestano i segni della misericordia di Allah.

Il profeta Muhammad (pace su di lui) non era in grado di compiere miracoli di propria iniziativa

(Arabo********************************************a pagina 380 del PDF)

«E tuttavia, se non riesci a sopportare la loro indifferenza, o Profeta, allora, se ne hai la capacità, cerca un cunicolo sotto terra oppure monta una scala verso il cielo e prova a portare loro un segno». – (Sura al-Anʿām: 35)

Quando il Profeta (pace su di lui) vide che erano trascorsi molti giorni mentre cercava di istruire il suo popolo, senza tuttavia riuscire a ricondurlo sulla retta via, di tanto in tanto nasceva nel suo cuore questo desiderio: «Ah, se da parte di Allah apparisse un segno tale da cancellare la loro miscredenza e indurli ad accettare la veridicità della mia profezia!». Questo versetto costituisce la risposta proprio a tale desiderio del Profeta. Il suo significato è: non essere impaziente. Segui con pazienza il metodo e il processo mediante i quali sto portando avanti quest’opera. Se fosse stato necessario compiere l’opera mediante miracoli, non avrei potuto farlo io stesso? Ma so che questo non è il modo giusto per giungere al successo nell’opera per la quale sei stato incaricato: realizzare una rivoluzione mentale e morale e instaurare un sistema civile puro e incontaminato. Tuttavia, se non riesci a sopportare l’attuale immobilità degli uomini e il loro ostinato rifiuto e incredulità, e ritieni che, per rimuovere tale immobilità, sia indispensabile mostrare un segno materiale e percepibile dai sensi, allora prendi tu stesso l’iniziativa e, se ne hai la capacità, entrando nella terra o salendo al cielo, prova a portare un miracolo che tu ritenga sufficiente a trasformare l’incredulità in fede. Non aspettarti però che io esaudisca questo tuo desiderio, poiché nei miei piani non c’è posto per tentativi e iniziative di questo genere.

Il più grande miracolo del profeta Muhammad (pace su di lui) è il Corano

(Arabo********************************************a pagina 380 del PDF)

«Essi dicono: “Perché Muhammad non porta un segno (miracolo) da parte del suo Signore? Non è forse giunta loro, in modo chiaro, tutta la conoscenza contenuta nelle Scritture precedenti?”» — (Sura Ṭā-Hā: 133)

In altre parole, non è forse un miracolo straordinario che uno di loro, per di più analfabeta, abbia presentato un Libro nel quale sono raccolti i contenuti e l’essenza degli insegnamenti di tutte le Scritture celesti, dalla prima fino a oggi? In quel Libro non è soltanto raccolto tutto ciò che quelle Scritture contenevano per guidare gli uomini sulla retta via; è anche esposto in un linguaggio tanto semplice e chiaro che persino un beduino del deserto può comprenderlo e trarne beneficio.

(Arabo********************************************pagina 381 del PDF)

«O Profeta, prima di questo non leggevi alcun libro, né sapevi scrivere con la tua mano; altrimenti i seguaci della falsità avrebbero avuto motivo di dubitare. In realtà, questi segni luminosi sono custoditi nei cuori di coloro cui è stata data la conoscenza. Nessuno nega i Miei segni, eccetto gli ingiusti. Essi dicono: “Perché non sono stati fatti discendere su quest’uomo dei segni (miracoli) da parte del suo Signore?”. Di’: “I segni appartengono ad Allah; io sono soltanto un ammonitore esplicito”. Non è forse sufficiente per loro, come segno, che ti abbiamo fatto discendere il Libro, che viene recitato loro? In verità, esso contiene misericordia e ammonimento per coloro che credono» — (Sura al-ʿAnkabūt: 48-51)

Il punto fondamentale dell’argomentazione presentata in questi versetti è che il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) era analfabeta. I suoi vicini, i suoi parenti e la gente della sua tribù lo avevano visto dalla nascita fino alla giovinezza e sapevano perfettamente che in tutta la sua vita non aveva mai letto un libro né preso in mano una penna. Riferendosi a questa realtà, Allah dice che, se avessero visto questo uomo analfabeta leggere altri libri oltre alla rivelazione e dedicarsi allo studio e alla ricerca, allora forse gli increduli avrebbero avuto qualche motivo per dubitare dell’ampiezza e della profondità della conoscenza da lui espressa sulle dottrine delle precedenti Scritture celesti, sulle vicende dei profeti precedenti, sulle dottrine e sulle credenze delle religioni antiche, sulla storia delle nazioni primitive e sui temi fondamentali dell’ordinamento sociale, dell’economia e dei principi morali. Avrebbero potuto pensare che questo patrimonio di conoscenze fosse stato acquisito grazie ai suoi propri sforzi e studi, anziché attraverso la rivelazione. Ma la sua analfabetismo non lasciava il minimo spazio al dubbio. Dopo ciò, dietro il rifiuto della profezia non rimane alcuna ragionevole motivazione, se non la pura ostinazione.

Il fatto stesso che, nonostante fosse analfabeta, un Libro come il Corano sia stato rivelato al Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) costituisce un miracolo così grande da essere sufficiente per credere che egli fosse un Messaggero. Dopo di ciò, per coloro che lo avevano visto, non serviva alcun altro miracolo. Il Corano, invece, è un miracolo eterno e imperituro, sempre presente davanti agli uomini: viene recitato loro e possono sempre osservarlo.

La ragione per cui al Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fu dato un miracolo conoscitivo invece di miracoli materiali

(Arabo********************************************pagina 382 del PDF)

«E che utilità avrebbe avuto, anche se fosse stato fatto scendere un Corano tale che, per sua forza, le montagne avessero cominciato a muoversi, la terra si fosse spaccata o i morti fossero usciti dalle tombe iniziando a parlare?» – (Sura ar-Ra‘d: 31)

Per comprendere questo versetto, bisogna ricordare che qui non si parla ai miscredenti, ma ai musulmani. I musulmani, sentendo ripetutamente dai miscredenti la richiesta di miracoli, diventavano inquieti e pensavano tra sé: quanto sarebbe stato bello se fosse stato mostrato loro qualche miracolo capace di far nascere in loro la fede! Quando si rendevano conto che, proprio perché non si verificava alcun segno di questo genere, i miscredenti avevano l’opportunità di diffondere nella mente della gente comune dubbi riguardo alla profezia del Profeta, la loro inquietudine e la loro preoccupazione aumentavano ancora di più. In tale situazione, ai musulmani viene detto: se, insieme a una sura del Corano, fosse stato improvvisamente mostrato anche un segno di questo tipo, pensate davvero che essi avrebbero creduto? Siete forse tanto fiduciosi nei loro confronti da ritenere che siano già completamente pronti ad accettare la vera religione e che manchi soltanto una manifestazione? Coloro che non hanno scorto la luce della verità negli insegnamenti del Corano, nei segni della natura dell’universo, nella vita immacolata del Profeta e nel cambiamento rivoluzionario della vita dei Compagni onorati, pensate forse che troverebbero un raggio di luce nel movimento delle montagne, nella spaccatura della terra e nell’uscita dei morti dalle tombe? – [Il significato di questa discussione non è che da parte del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) non sia apparso alcun miracolo. Di tanto in tanto sono apparsi molti miracoli. Tuttavia, essi non furono utilizzati come prova della profezia per indurre gli oppositori a credere. – (I compilatori)]

(Arabo********************************************a pagina 382 del PDF)

«Se volessi, potrei far scendere dal cielo un segno davanti al quale essi abbasserebbero il capo». – (Sura ash-Shu‘ara’: 4)

In altre parole, per Allah non è affatto difficile far scendere un segno tale da costringere tutti i miscredenti a credere e ad accettare l’obbedienza ad Allah. Il motivo per cui non lo fa non è che quest’azione sia al di là della Sua potenza. In realtà, Egli non desidera una fede imposta di questo genere. Vuole che le persone, usando la propria conoscenza e il proprio intelletto, giungano a comprendere la verità attraverso i segni disseminati nel Libro di Allah, ovunque nella natura dell’universo e dentro di loro stessi. Poi, quando il loro cuore testimonierà che ciò che hanno detto i profeti è proprio la verità, mentre tutte le credenze, le dottrine, le usanze e le pratiche vigenti contrarie a essa sono false e prive di verità, Allah l’Altissimo chiede agli uomini di abbandonare consapevolmente la falsità e di seguire la verità. Per questo Egli ha concesso all’essere umano la libertà di volere e di scegliere. Per questo gli ha dato la libertà di adottare, se lo desidera, l’una o l’altra via, quella retta oppure quella erronea. Per questo ha posto nell’essere umano entrambe le inclinazioni, verso il bene e verso il male. Ha aperto davanti a lui entrambe le vie, quella del peccato e quella della virtù. Ha concesso a Satana la libertà di ingannare. Per guidare sulla retta via, ha stabilito la continuità della profezia, della rivelazione e dell’invito al bene. Ha posto l’essere umano nel campo della prova, dotandolo di tutte le capacità e le facoltà adeguate al suo tempo per scegliere opinioni e vie, al fine di vedere se intraprenderà la via della miscredenza e della disobbedienza oppure quella della fede e dell’obbedienza. Se Allah avesse adottato un sistema che costringesse l’uomo alla fede e all’obbedienza, lo scopo di questa prova sarebbe venuto meno. Se il Suo intento fosse stato costringere gli uomini a credere, che bisogno ci sarebbe stato di costringerli mostrando miracoli? Allah avrebbe potuto creare l’essere umano con una natura e una costituzione tali che non avesse alcuna capacità di miscredenza, disobbedienza e peccato. Come gli angeli, anche l’uomo sarebbe nato obbediente e sottomesso. Allah l’Altissimo ha esposto questa stessa verità in diversi versetti del Corano. Per esempio:

(Arabo********************************************a pagina 383 del PDF)

«Se il vostro Signore avesse voluto, tutti gli abitanti della terra sarebbero diventati credenti. Vuoi forse costringere ora gli uomini a credere?» – (Sura Yunus: 99)

(Arabo********************************************a pagina 383 del PDF)

«Se il tuo Signore avesse voluto, avrebbe potuto fare di tutti gli uomini un’unica comunità. Ma essi continueranno a seguire vie diverse. Saranno salvati dall’errore soltanto coloro sui quali si poserà la benevolenza del tuo Signore. Egli li ha creati proprio per questo».

(Arabo********************************************a pagina 383 del PDF)

«Non hanno mai guardato alla terra e visto quante eccellenti specie di piante vi abbiamo fatto nascere in abbondanza?» – (Sura al-Shuʿarāʾ: 7-8)

In altre parole, se qualcuno ha bisogno di un segno per trovare la verità, non deve andare molto lontano. Gli basterà osservare con attenzione la varietà e la bellezza di questo mondo per comprendere se è vera la dottrina sull’ordinamento della natura dell’universo — l’unicità di Allah — presentata dai profeti, oppure se sono vere le teorie diffuse dai politeisti e dagli atei. Di fronte a una così grande e variegata profusione di piante prodotte sulla terra, e alla chiara armonia e corrispondenza esistente tra le loro caratteristiche e gli innumerevoli bisogni delle innumerevoli creature, soltanto uno sciocco potrebbe concludere che tutto ciò avvenga spontaneamente, senza l’acuta perizia di un artefice eccellente, la saggezza di un sapientissimo, la potenza invincibile di un Essere onnipotente e il ponderato progetto creativo di un Creatore esperto. Oppure potrebbe pensare che una simile armonia sia stata stabilita fra la terra, la luna, il sole, l’aria e l’acqua non sotto l’amministrazione di un unico Dio, autore e realizzatore di tutti questi piani, bensì sotto quella di numerosi dèi, e che sia stata così creata una tale concordanza tra le piante formate da questi elementi e i bisogni e le necessità delle innumerevoli specie di animali e di esseri viventi. Se un uomo dotato di senno non si abbandona alla caparbietà né a un preconcetto radicato, guardando questo spettacolo esclamerà spontaneamente che tutto ciò è certamente una prova decisiva dell’esistenza di Dio e dell’esistenza di un Dio unico. Nonostante l’esistenza di tali prove, può forse essere necessario un altro miracolo, senza il quale l’uomo non possa credere alla verità del tawḥīd?»

Questo è un grande miracolo percepibile dai sensi

[Questa parte «A» dell’opera riguarda, secondo la nostra impostazione, la discussione teorica e dottrinale sulla filosofia dei miracoli; non vi sono stati inseriti i miracoli del nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) sotto il profilo degli eventi, poiché essi sono stati menzionati nei rispettivi punti della trattazione degli avvenimenti dell’opera. Qui è stato incluso a titolo esemplificativo soltanto il grande miracolo della divisione della luna.]

(Arabo********************************************a pagina 385 del PDF)

«L’Ora si è avvicinata e la luna si è spaccata. Il loro comportamento è tale che, qualunque segno vedano, se ne allontanano e dicono: “È magia consueta”. Hanno negato la verità e seguito le proprie passioni; e ogni cosa deve infine giungere al proprio esito» – (Sura al-Qamar: 1-3)

Le narrazioni riguardanti la spaccatura della luna

L’evento della spaccatura della luna è dimostrato dall’inequivocabile narrazione del Corano. Esso non dipende dalle narrazioni degli hadith. Tuttavia, dagli hadith si apprendono i dettagli dell’evento e si può scoprire quando e come ebbe luogo. Bukhari, Muslim, Tirmidhi, Ahmad, Abu ‘Awana, Abu Dawud al-Tayalisi, ‘Abd al-Razzaq, Ibn Jarir, Bayhaqi, Tabarani, Ibn Mardawayh e Abu Nu‘aym al-Isfahani hanno narrato l’evento, citando diverse catene di trasmissione e riportandolo da Hazrat ‘Ali, Hazrat ‘Abdullah ibn Mas‘ud, Hazrat ‘Abdullah ibn ‘Abbas, Hazrat ‘Abdullah ibn ‘Umar, Hazrat Hudhayfa, Hazrat Anas ibn Malik e Hazrat Zubayr ibn Mut‘im. Tre di questi illustri uomini non poterono essere testimoni oculari dell’evento. Infatti, uno di loro, Hazrat ‘Abdullah ibn ‘Abbas, nacque dopo che l’evento si era verificato. Il secondo, Hazrat Anas ibn Malik, era ancora bambino al momento dell’evento. Tuttavia, poiché entrambi erano Compagni, si può certamente ritenere che abbiano narrato l’evento dopo averlo udito dai Compagni adulti che ne erano stati testimoni diretti.

Riassunto delle narrazioni

Riunendo tutte queste narrazioni, il significato che se ne ricava è il seguente: l’evento ebbe luogo circa cinque anni prima dell’Egira. Era la notte del quattordicesimo giorno del mese lunare. La luna era appena sorta. All’improvviso si divise in due. Una metà apparve da un lato della montagna di fronte, mentre l’altra fu vista dall’altro lato. Dopo essere rimaste così per un istante, le due metà si ricongiunsero. In quel momento il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) si trovava a Mina. Disse alle persone presenti: “Guardate questo fenomeno e siatene testimoni”. I miscredenti dissero: “Muhammad ci ha stregati. Per questo la nostra vista è stata ingannata. Non può fare magie. Che vengano persone da fuori; chiederemo loro se hanno visto anch’esse l’evento”. Quando giunsero alcune persone dall’esterno, anch’esse dichiararono di aver visto quella scena.

Da alcune narrazioni trasmesse da Hazrat Anas nasce l’erronea idea che l’evento della divisione della luna in due sia avvenuto due volte. In primo luogo, però, nessun altro Compagno lo ha affermato; in secondo luogo, in alcune narrazioni dello stesso Hazrat Anas compare la parola “marratayn” (due volte), mentre in altre compaiono “firqatayn” e “shirqatayn”. Queste ultime significano “in due parti”. In terzo luogo, nel Sacro Corano si menziona una sola volta la divisione della luna in due. È dunque corretto affermare che l’evento si verificò una sola volta. Sono invece del tutto infondate le leggende secondo cui la luna si sarebbe divisa in due non appena il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) le ebbe indicato con un dito, e una delle sue metà sarebbe entrata nella sua veste per poi uscirne dalla manica.

La vera natura dell’evento

Qui sorge la domanda: quale fu realmente la natura di questo evento? Fu forse un miracolo compiuto dal Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) per dimostrare la veridicità della sua profezia in risposta alla richiesta dei miscredenti? Oppure fu semplicemente un incidente verificatosi sulla luna per volontà di Allah? E il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) attirò forse l’attenzione della gente su di esso considerandolo un segno della possibilità e dell’imminenza della Resurrezione? Un gruppo di dotti musulmani lo considera uno dei miracoli straordinari del Profeta. Secondo loro, questo miracolo fu mostrato in risposta alla richiesta dei miscredenti. Tuttavia, alla base di questa opinione vi sono alcuni hadith trasmessi da Hazrat Anas. Nessun altro Compagno ha sostenuto tale tesi. Ibn Hajar afferma nel Fath al-Bari: “Tra tutte le catene attraverso cui è stato narrato l’evento della divisione della luna, non ho trovato in nessun hadith, salvo quello di Hazrat Anas, l’affermazione che l’evento della divisione della luna si sia verificato in risposta alla richiesta dei politeisti”. (Si veda il capitolo relativo alla divisione della luna.) Abu Nu‘aym al-Isfahani ha invece riportato esattamente questa affermazione in un hadith trasmesso da Hazrat ‘Abdullah ibn ‘Abbas nella sua opera intitolata Dala’il al-Nubuwwa. Tuttavia, la sua catena di trasmissione è molto debole. In nessuna delle narrazioni trasmesse da Ibn ‘Abbas attraverso catene affidabili e riportate nei libri degli hadith compare tale affermazione. Inoltre, Hazrat ‘Abdullah ibn ‘Abbas e Hazrat Anas erano entrambi assenti al momento dell’evento. Nessuno dei Compagni presenti allora — Hazrat ‘Abdullah ibn Mas‘ud, Hazrat Hudhayfa, Hazrat Zubayr ibn Mut‘im, Hazrat ‘Ali e Hazrat ‘Abdullah ibn ‘Umar — ha affermato che i politeisti della Mecca avessero chiesto di vedere un segno quale prova della veridicità della profezia di Muhammad e che, proprio per questo, fosse stato mostrato loro il miracolo della divisione della luna. Soprattutto, il Sacro Corano stesso non definisce questo evento un segno della missione profetica di Muhammad, bensì un segno dell’imminenza della Resurrezione. Poiché l’evento confermò la veridicità della profezia fatta dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) riguardo all’avvicinarsi della Resurrezione, non vi è dubbio che esso costituisca anche un segno evidente della veridicità della profezia di Muhammad (pace e benedizioni su di lui).

Alcune obiezioni e le relative risposte

Sono state mosse due obiezioni riguardo a questo miracolo. In primo luogo, secondo loro, è assolutamente impossibile che un satellite così grande come la Luna si spacchi in due, che le due parti si separino l’una dall’altra, che una si allontani dall’altra per centinaia di miglia e poi si ricongiungano. In secondo luogo, se un simile evento fosse realmente accaduto, avrebbe acquistato notorietà in tutto il mondo, sarebbe stato menzionato nei libri di storia e descritto nei testi di astrologia. Tuttavia, entrambe queste obiezioni sono sostanzialmente infondate. La discussione sulla sua possibilità avrebbe potuto avere luogo nell’antichità; ma, alla luce delle conoscenze che l’uomo ha acquisito in questa epoca sulla struttura e la natura dei pianeti e dei satelliti, non è affatto strano che un pianeta si spacchi in seguito all’eruzione del fuoco di un vulcano al suo interno e che, a causa di una tremenda esplosione, i suoi frammenti vengano scagliati in direzioni diverse per grandi distanze. Né è impossibile che i frammenti si riuniscano nuovamente per effetto della forza magnetica del centro. Veniamo ora alla seconda obiezione. Anch’essa è priva di consistenza, poiché l’evento si verificò all’improvviso e durò solo un istante. Non vi era alcuna ragione per cui, proprio in quel particolare momento, gli abitanti di tutto il mondo dovessero guardare verso la Luna. L’evento non fu accompagnato da alcuna esplosione che potesse attirare l’attenzione della gente. Non vi era stata neppure alcuna comunicazione preventiva che inducesse le persone a guardare il cielo in attesa dell’evento. Inoltre, non era possibile osservarlo da tutto il mondo. In quel momento la Luna era sorta soltanto in Arabia e nei paesi a oriente di essa. D’altra parte, l’interesse e le tecniche della storiografia non avevano ancora raggiunto un livello tale da permettere a coloro che avevano assistito all’evento nei paesi orientali di metterlo per iscritto e a uno storico, qualora tali testimonianze fossero giunte nelle sue mani, di registrarlo in un’opera storica. Tuttavia, nelle cronache del Malabar si trova menzione del fatto che quella notte un re del luogo vide tale scena. Quanto alla domanda sul perché non se ne trovi menzione nei libri di astrologia e nei calendari, si può rispondere che ciò sarebbe stato necessario soltanto se si fosse verificata qualche variazione nel moto della Luna, nella sua orbita o nei suoi orari di levata e tramonto. Poiché ciò non accadde, l’attenzione degli astrologi dell’antichità non fu attirata dall’evento. Inoltre, a quell’epoca gli osservatori astronomici non erano ancora abbastanza avanzati da seguire ogni fenomeno verificatosi nello spazio e conservarne una documentazione comprovante.

 

Capitolo 10 – La questione dell’intercessione

I vari aspetti della questione dell’intercessione

[Il tema dell’intercessione è profondamente connesso all’essenza della profezia per due ragioni. La prima è che coloro che avevano rifiutato l’invito del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e degli altri nobili profeti consideravano la fede nell’intercessione uno scudo di salvezza e dicevano che, essendo discendenti di profeti e di uomini pii, da una parte, e avendo soddisfatto le divinità mediante il culto e l’adorazione, dall’altra, queste divinità avrebbero interceduto per loro presso Allah e perciò essi erano tra i prediletti di Allah. Di conseguenza, il timore del castigo di Dio per i peccati era privo di senso. Il Corano ha confutato questa concezione dell’intercessione.

La seconda ragione è che, nel Giorno della Resurrezione, i nobili profeti (e anche alcuni pii servitori) intercederanno per alcuni dei loro seguaci che, pur cercando nel complesso di vivere secondo la volontà di Dio, avranno commesso errori e mancanze, oppure avranno commesso peccati e si saranno ripetutamente pentiti, cercando di correggersi.

Per queste due ragioni abbiamo ritenuto che un capitolo intitolato «La questione dell’intercessione» dovesse rientrare tra gli argomenti fondamentali della trattazione. Fortunatamente, dalla penna del Maulana sono scaturite parole di grande valore su questo tema. –(I compilatori).]

Il tema dell’intercessione è stato spiegato chiaramente in più punti del Corano. Non è difficile per nessuno sapere chi può intercedere e chi non può farlo, in quali circostanze sia permesso e in quali non lo sia, per chi sia permesso e per chi non lo sia, per chi sia efficace e per chi non lo sia. Le false concezioni e convinzioni riguardo all’intercessione sono tra le principali cause dello sviamento degli uomini. Per questo il Corano ha esposto tale argomento con tanta chiarezza da non lasciare spazio ad alcun dubbio o incertezza. Per esempio, nel versetto 255 della Sura al-Baqara (l’Ayat al-Kursī) è detto:

(Arabo********************************************a pagina 391 del PDF)

«Tutto ciò che è nei cieli e sulla terra appartiene esclusivamente a Lui. Chi può intercedere presso Allah senza il Suo permesso?»

(Arabo********************************************a pagina 391 del PDF)

«Egli conosce tutto ciò che è visibile agli uomini. Ma nulla di ciò che Allah conosce può rientrare nella loro conoscenza. Tuttavia, se Egli stesso desidera far conoscere qualcosa a qualcuno, questa è un’altra questione».

Nessuno può esercitare influenza su Allah

I politeisti ritenevano che i sapienti musulmani, gli angeli e gli altri esseri avessero una grande influenza presso Allah. Pensavano che, qualunque fosse la questione sulla quale si impuntavano, non desistessero finché non fosse stata risolta secondo il loro volere, e che potessero ottenere da Allah tutto ciò che desideravano. La prima parte del versetto citato confuta questa loro concezione. Viene detto loro che, lungi dal poter esercitare la propria influenza, neppure i più grandi profeti e gli angeli più vicini hanno il coraggio di pronunciare una sola parola davanti a quel Re dell’universo senza il Suo permesso.

La discussione teorica svolta nella seconda parte infligge un ulteriore colpo alle fondamenta dello shirk. Nella prima parte, presentando il concetto dell’autorità e del dominio assoluti e illimitati di Allah l’Altissimo, nonché della Sua sovranità universale, si era affermato che nessuno possiede la forza di opporsi al Suo potere o di esercitare la propria influenza. Ora, da un altro punto di vista, si afferma: come potrebbe mai qualcun altro interferire nella Sua opera? Essi, infatti, non possiedono alcuna conoscenza dell’amministrazione dell’universo né dei suoi misteri reconditi. La conoscenza di tutti gli esseri — uomini, jinn, angeli e ogni altra creatura — è incompleta e limitata. Nessuno ha una visione che abbracci tutte le realtà dell’universo. Inoltre, se si permettesse a qualcuno di intervenire autonomamente o di ottenere un’intercessione irrevocabile anche in una questione di poco conto, l’intero ordine del mondo andrebbe distrutto. A maggior ragione, per quanto riguarda l’ordine e l’amministrazione dell’universo, il servo non è nemmeno capace di comprendere ciò che è bene o male per lui. Anche il suo bene e il suo male sono pienamente conosciuti soltanto dal Creatore e Governatore dell’universo. Non gli resta quindi altra via che affidarsi alle norme e alle direttive da Lui impartite.

Non vi è intercessione per coloro che meritano il castigo

Nella Sura al-An’am è detto:

(Arabo************************************a pagina 392 del PDF)

«E ora non vedo con voi quei vostri intercessori riguardo ai quali pensavate che avessero anch’essi un ruolo nel conseguimento dei vostri scopi? Ogni legame reciproco tra voi si è spezzato e coloro che ritenevate tali si sono allontanati da voi».

In un altro passo di questa sura è detto:

(Arabo************************************a pagina 392 del PDF)

«(O Muhammad!) Ammonisci, mediante questa conoscenza basata sulla rivelazione, coloro che temono di essere presentati davanti ad Allah, in una condizione tale che, là, non avranno alcun protettore né intercessore all’infuori di Lui. Forse, così, adotteranno la via del timore di Dio» — (Sura al-Anʿām: 51).

Il senso è che anche coloro che sono così immersi nella vita mondana edonistica da non pensare neppure alla morte e da non ricordare che un giorno dovranno comparire davanti a Dio — coloro che pensano: «In questo mondo possiamo fare ciò che vogliamo; nell’Aldilà non ci accadrà nulla di male, poiché tizio intercederà per noi, un altro ci aiuterà, oppure qualcuno ha già espiato i nostri peccati» — non trarranno alcun beneficio da questo ammonimento.

Nella sura al-Aʿrāf è detto:

(Arabo************************************a pagina 393 del PDF)

«(Nell’Aldilà diranno:) Troveremo forse degli intercessori che intercedano in nostro favore? Altrimenti rimandateci indietro, così compiremo opere diverse da quelle che compivamo prima». —(Sura al-Aʿrāf: 53)

Nella Sura Yūnus Allah l’Altissimo dice:

(Arabo********************************************a pagina 393 del PDF)

«Nessuno ha il diritto di intercedere senza il Suo permesso. Questi è Allah, il vostro Signore. Adorate dunque soltanto Lui. Non presterete ancora attenzione?» —(Versetto: 3)

Nella stessa Sura è inoltre detto:

(Arabo********************************************a pagina 393 del PDF)

«Adorano, oltre ad Allah, esseri che non possono arrecare loro né beneficio né danno, e dicono: “Essi intercederanno per noi presso Allah”. Di’: “O Muḥammad, forse volete informare Allah di qualcosa la cui esistenza Egli non conosce né nei cieli né sulla terra?”. Gloria a Lui, Egli è ben al di sopra di ciò che associano a Lui». —(Sura Yūnus: 18)

Che Allah non conosca qualcosa significa che tale cosa non esiste affatto, poiché Allah conosce tutto ciò che esiste. Qui, con un’espressione estremamente sottile, viene negata l’esistenza degli intercessori. Si dice che Allah l’Altissimo non sa che nei cieli o sulla terra vi sia qualcuno che possa intercedere per voi. Perché, allora, volete informarlo dell’esistenza di certi intercessori?

(Arabo********************************************a pagina 394 del PDF)

«Per gli ingiusti non vi sarà alcun amico intimo, né alcun intercessore la cui parola venga ascoltata».–(Sura al-Mu’min: 18)

Queste parole sono state pronunciate per confutare la falsa credenza dei miscredenti riguardo alla shafāʿa, o intercessione. In realtà, laggiù non vi sarà alcun intercessore per i peccatori. Infatti, se mai venisse concessa l’autorizzazione a intercedere, essa sarebbe accordata soltanto ai servi prediletti e virtuosi di Allah. E questi servi virtuosi di Allah non possono essere amici dei malvagi e dei peccatori, né penserebbero di intercedere per salvarli. Tuttavia, poiché i miscredenti, i politeisti e gli sviati credono generalmente che i santi e i giusti che venerano e seguono non permetteranno in alcun modo che essi entrino all’Inferno, che si metteranno davanti a loro e otterranno a ogni costo il loro perdono, viene detto che laggiù non vi sarà alcun intercessore la cui intercessione Allah debba accettare.

È necessaria l’autorizzazione per l’intercessione

Nella Sura Maryam è detto:

(Arabo********************************************a pagina 394 del PDF)

«Quel giorno nessuno sarà in grado di intercedere, salvo colui al quale il Misericordioso avrà concesso l’autorizzazione».–(Sura Maryam: 87)

Ciò significa che si potrà intercedere soltanto per colui che riceverà l’autorizzazione. Il secondo significato è che soltanto colui che riceverà l’autorizzazione potrà intercedere, e nessun altro. La formulazione del versetto è tale da applicarsi in egual misura a entrambi i significati.

Soltanto per colui al quale il Misericordioso concederà il permesso sarà possibile intercedere. Ciò significa che soltanto colui che, nella vita terrena, avendo creduto e mantenendo un certo rapporto con Allah, si sarà reso degno del perdono, potrà avere la possibilità di beneficiare dell’intercessione. [In altre parole, la shafāʿa rientra nell’ordinamento della ricompensa e nella legge del perdono stabiliti da Allah l’Altissimo. Condizione preliminare per ottenere la shafāʿa è che il servo dimostri davanti ad Allah di essere degno del perdono. Per esempio, nei principi fondamentali relativi al pentimento è stata enunciata una norma riguardante il perdono: coloro che per tutta la vita rimangono immersi fino al collo nel peccato e non provano per questo alcun rimorso né preoccupazione, non vedranno accettato il loro pentimento. Non c’è bisogno di dirlo: diverso è il caso di coloro che, subito dopo aver commesso un peccato, se ne pentono, si ravvedono, abbandonano il peccato e si impegnano nella purificazione dell’anima. Analogamente, nel descrivere le caratteristiche di coloro che possono essere perdonati, è stato detto che si tratta di coloro che si astengono dai peccati gravi e dalle azioni universalmente riconosciute come malvagie, e nei quali si verificano soltanto piccoli scivoloni per errore o inconsapevolmente. Da ciò anche una persona comune può comprendere se potrà essere degna del perdono e della shafāʿa. Inoltre, in diversi hadith il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), menzionando alcune cattive azioni, ha dichiarato personalmente che non intercederà per coloro che le compiranno. (I due compilatori)] E il significato dell’affermazione secondo cui soltanto colui al quale sarà concesso il permesso potrà intercedere è che coloro che la gente considera intercessori non avranno il diritto di intercedere. Al contrario, soltanto colui al quale Allah concederà il permesso potrà aprire bocca per intercedere.

Nella sura Ṭā Hā è stato detto:

(Arabo********************************************a pagina 395 del PDF)

«Nessuna intercessione sarà efficace, eccetto quella di colui al quale il Misericordioso concederà il permesso di intercedere e della cui parola gradirà l’ascolto. Egli conosce ogni condizione precedente e successiva degli uomini; gli altri non la conoscono pienamente». (Sura Ṭā Hā: 109-110)

Il primo versetto può avere due significati: primo, quello espresso nella traduzione; secondo: «Nessuna intercessione sarà efficace per alcuno, eccetto che per colui per il quale Allah il Misericordioso concederà il permesso di intercedere e riguardo al quale gradirà ascoltare la parola». Nel Giorno della Resurrezione nessuno avrà il coraggio di pronunciare neppure un suono, per non parlare del parlare secondo il proprio capriccio. Soltanto colui che avrà ricevuto da Allah il permesso di intercedere potrà farlo. In diversi passi del Corano entrambe queste affermazioni sono esposte in dettaglio. Da un lato è stato detto:

(Arabo********************************************a pagina 395 del PDF)

«Chi è colui che può intercedere presso di Lui senza il Suo permesso?» (Sura al-Baqara: 255) e

(Arabo********************************************a pagina 395 del PDF)

«Essi non possono intercedere per nessuno, salvo che per coloro per i quali Egli accetta che si interceda e che sono timorosi di Lui». — (Sura al-Anbiyāʾ, 28)

(Arabo******** pagina 395 del PDF)

«Quanti angeli vi sono nei cieli la cui intercessione non serve a nulla! Eppure, se intercedono con il permesso di Allah e per colui per il quale Egli desidera e gradisce che si interceda, allora è diverso». — (Sura an-Najm, 26)

La ragione delle restrizioni imposte all’intercessione

La ragione di queste restrizioni imposte all’intercessione è esposta nella sura Tā-Hā. Nessuno — sia egli un angelo, un profeta, un wali o chiunque altro — sa, né può sapere, quale sia il suo registro delle opere, che cosa abbia fatto nella vita terrena e con quale genere di comportamento, indole, carattere e responsabilità si sia presentato davanti al tribunale di Allah. Allah, invece, possiede una conoscenza completa delle azioni passate di tutti: Egli solo sa con esattezza quale sia ora la condizione di ciascuno, quanto sia stato virtuoso se è stato virtuoso, a quale livello di peccato sia giunto se è stato peccatore, se sia degno di perdono, se meriti la punizione estrema, se la sua pena possa essere ridotta o se gli si possa mostrare una qualche benevolenza. — [In altre parole, si può dire che l’intercessione consiste essenzialmente in una sorta di testimonianza. Essa serve a testimoniare, in termini generali, che tipo di persona fosse colui il cui registro delle opere viene presentato e se meriti la punizione oppure il perdono. — (I due compilatori)] In tali circostanze, come si potrebbe concedere ad angeli, profeti e persone virtuose una libertà illimitata di intercedere, così che ciascuno possa intercedere per chiunque e nel modo che desidera? Se un semplice funzionario cominciasse ad ascoltare, nel suo piccolo ufficio, le raccomandazioni di ogni parente e amico, in pochi giorni manderebbe in rovina l’intero ufficio. Se è così, come si può sperare che il Sovrano assoluto dei cieli e della terra conceda nel Suo cospetto una libertà illimitata di intercessione, permettendo a ogni venerabile persona di recarsi alla corte di Allah e far perdonare chiunque desideri? Eppure nessuna di queste persone venerabili sa quale sia il registro delle opere di coloro per i quali intercede. Nel mondo, qualunque funzionario dotato anche del minimo senso di responsabilità segue una regola simile: se un suo amico raccomanda un dipendente subordinato colpevole, egli dice: «Lei non sa quanto quest’uomo sia negligente nel lavoro, irresponsabile e corruttibile, né quanto tormenti il pubblico. Io conosco bene le sue azioni. Perciò, La prego, non interceda presso di me per quest’uomo». — [Il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) mise ripetutamente in guardia i musulmani suoi contemporanei dicendo: «Coloro che, dopo di me, cambieranno la mia via e il mio metodo saranno allontanati dalla Vasca di Kawthar e non sarà loro permesso neppure di avvicinarsi ad essa. Io dirò: “Essi sono i miei seguaci”. Mi sarà allora detto: “Lei non sa che cosa abbiano fatto dopo la sua scomparsa”. Dopodiché anch’io li scaccerò e dirò: “Andatevene lontano”». Questa narrazione si trova in numerosi hadith. — (L’autore) Si vedano: al-Bukhari, Kitāb ar-Riqāq e Kitāb al-Fitan; Muslim, Kitāb at-Tahāra e Kitāb al-Fadāʾil; il Musnad di Ahmad, nelle trasmissioni di Ibn Masʿūd e Abū Hurayra; Ibn Mājah, Kitāb al-Manāsik, e altre opere.]

Da questo piccolo esempio si può comprendere quanto sia pura, ragionevole e giusta la norma sull’intercessione esposta in questo versetto. La porta dell’intercessione presso Allah non sarà chiusa. Quei servi virtuosi che erano soliti trattare gli uomini con benevolenza dovranno chiedere il permesso prima di intercedere, e potranno intercedere soltanto per la persona per la quale Allah avrà concesso loro il permesso di intercedere. Inoltre, anche per l’intercessione vi sarà la condizione che essa sia corretta e giusta. (Arabo********) (E dirà ciò che è giusto.) Le parole di Allah chiariscono esplicitamente proprio questo. Non sarà possibile presentare un’intercessione così assurda che, mentre un uomo ha violato i diritti di migliaia di persone nel mondo, una persona venerabile si presenti a intercedere dicendo: «Signore! Onoratelo con una ricompensa e fatelo felice». — [Al contrario, i profeti intercederanno affinché i colpevoli e gli sviati delle loro rispettive comunità siano puniti. A questo proposito, nel Corano è riportata la seguente affermazione del Profeta riguardo alla sua comunità.

(Arabo******** pagina 397 del PDF)

«O mio Signore! La mia gente ha abbandonato questo Corano».]

Nella sura an-Naba è stato detto:

(Arabo********************************************pagina 397 del PDF)

«Il giorno in cui lo Spirito e gli angeli si ergeranno in schiere, nessuno potrà parlare, salvo colui al quale Allah avrà dato il permesso, e dirà la verità». – (Sura an-Naba, 38)

Qui parlare significa intercedere. Si afferma che ciò avverrà a due condizioni. Primo: soltanto colui al quale Allah avrà concesso il permesso di intercedere per un determinato peccatore potrà intercedere per lui. Secondo: l’intercessore dovrà dire parole giuste e conformi alla giustizia, senza fare un’intercessione sconveniente. Inoltre, colui per il quale intercederà dovrà essere stato, almeno in questo mondo, un riconoscitore della verità stabilita. In altre parole, dovrà essere stato un peccatore, ma non un miscredente.

Gli intercessori immaginati dai politeisti

Nella sura al-Anbiya è stato detto:

(Arabo********************************************pagina 397 del PDF)

«Egli conosce ciò che è davanti a loro e conosce anche ciò che è al di fuori della loro conoscenza. Essi non intercederanno se non per coloro a favore dei quali Allah accetterà che si ascolti l’intercessione, e saranno timorosi e pieni di reverenza nei confronti di Allah».

I politeisti consideravano gli angeli divinità per due ragioni. In primo luogo, li ritenevano figli e progenie di Allah. In secondo luogo, adorandoli, volevano farne degli intercessori presso Allah. (ARABO*******************) (Dicevano: «Questi sono i nostri intercessori presso Allah»: Sura Yunus: 18) e (ARABO*****************) (Ci aiuteranno a raggiungere la vicinanza. – Sura az-Zumar: 3). In questi due versetti vengono confutate entrambe le ragioni.

È degno di nota che, nel confutare la concezione e la credenza politeistica dell’intercessione, il Corano affermi spesso con particolare enfasi: «Coloro che ritenete vostri intercessori non conoscono nulla dell’invisibile, mentre Allah conosce ogni cosa, nota o ignota, che li riguarda». Con ciò Allah vuole far comprendere agli uomini quanto segue: se essi non conoscono tutte le vicende passate e future, segrete e manifeste, di ogni persona, come possono possedere un potere incondizionato e assoluto di intercedere? Per questo, il potere di intercedere di ogni angelo, profeta o altra persona pia è subordinato a una condizione. La condizione è che Allah l’Altissimo conceda a qualcuno il permesso di intercedere per una determinata persona. Nessuno avrà il diritto di intercedere per chiunque secondo la propria volontà. E poiché ascoltare o non ascoltare l’intercessione, accettarla o non accettarla, dipende interamente dalla volontà di Allah, quale diritto possono avere intercessori privi di tale potere di ricevere il culto e l’adorazione di qualcuno e di ascoltare preghiere e suppliche?

Nella sura Saba’ è detto:

(ARABO********************************************a pagina 398 del PDF)

«L’intercessione sarà efficace soltanto per colui per il quale Allah avrà concesso il permesso di intercedere, e per nessun altro». – Sura as-Saba’: 23

In altre parole, senza parlare del fatto che qualcuno sia padrone di sé stesso, socio nella proprietà o collaboratore e associato di Dio, nell’intero universo non esiste neppure un essere che possa intercedere, anche solo un poco e a propria discrezione, presso la corte di Allah per qualcuno. Voi siete inutilmente accecati da questa falsa idea: che Allah abbia alcuni servi prediletti o influenti i quali, se avanzano una richiesta e insistono ostinatamente, possano costringere Allah ad accoglierla. In realtà, là nessuno può osare pronunciare nemmeno una parola senza permesso. Solo chi riceverà il permesso potrà rivolgere una supplica, e l’intercessione potrà essere fatta soltanto per colui per il quale sarà stato concesso il permesso di intercedere.

Nella parte finale dello stesso versetto è detto:

(ARABO********************************************a pagina 398 del PDF)

«Quando infine l’angoscia sarà rimossa dai cuori delle persone, esse chiederanno agli intercessori: “Che cosa ha risposto il vostro Signore?”. Essi diranno: “Ha risposto giustamente”. In verità, Egli è l’Onnipotente, il Grande». — (Sura as-Saba’: 23)

Qui viene presentata una scena di ciò che accadrà nel Giorno della Risurrezione, quando un intercessore chiederà il permesso di intercedere per qualcuno. Vediamo una situazione in cui, dopo aver presentato la richiesta di autorizzazione, tanto l’intercessore quanto colui per il quale si chiede l’intercessione, in preda alla massima angoscia e al terrore, attendono con ansia e impazienza la risposta, contando i momenti. Infine, quando arriva il permesso e, dall’espressione del volto dell’intercessore, il beneficiario dell’intercessione comprende che la situazione è divenuta alquanto promettente, è come se la vita tornasse nel suo corpo. Si avvicina e chiede all’intercessore: “Quale risposta hai ricevuto?”. L’intercessore risponde: “Va bene. Il permesso è stato concesso”. — Nella parte finale della sura al-Ma’ida è mostrata una scena di come i profeti intercederanno con umiltà nel Giorno della Risurrezione. Vi viene descritto come Gesù (‘Isa), la pace su di lui, intercederà per i suoi seguaci. Dapprima testimonierà in risposta alla domanda di Allah. Poi dirà:

(Arabo********************************************a pagina 399 del PDF)

«Se li punisci, essi sono davvero Tuoi servi. (Non hanno altra scelta che accettare la punizione.) E se li perdoni, Tu sei certamente l’Onnipotente, il Sapiente». — (Versetto 118) Nella prima parte di questa frase significativa vi è il tono supplichevole dell’intercessione: non vi sono pretese né insistenza. — (I due compilatori)

Con questa descrizione Allah vuole far comprendere: «O schiera di sciocchi! Come potete pensare che, riguardo a una corte la cui situazione è questa, qualcuno possa recarvisi e, facendo leva sul proprio potere, farvi perdonare, oppure possa ostinarsi davanti ad Allah e avere l’audacia di dire: “Essi sono miei devoti; devono essere perdonati a ogni costo”?»

Nella sura ad-Dukhan è detto:

(Arabo********************************************a pagina 399 del PDF)

«Quel giorno nessun parente sarà in alcun modo utile a un altro parente. Da nessun luogo giungerà alcun aiuto. Fa eccezione colui verso il quale Allah stesso mostrerà misericordia. Egli è l’Onnipotente, il Misericordioso». — (Sura ad-Dukhan: 41-42)

Qui viene descritta la scena del tribunale che si terrà nel Giorno del Giudizio. L’aiuto o il sostegno di qualcuno non potrà garantire la liberazione di alcun colpevole né ridurne la pena. La vera sovranità resterà nelle mani del Signore, nelle cui mani sono le chiavi di ogni potere: nessuno potrà impedire l’attuazione delle Sue decisioni, né avrà la capacità di influenzarle. Ridurre o annullare la pena di qualcuno per compassione dipende interamente dalla volontà di Allah. In realtà, Egli non giudica con giustizia per durezza, bensì esercita la giustizia con benevolenza. Tuttavia, qualunque decisione emetterà in una causa sarà certamente applicata alla lettera. Dopo aver spiegato questa scena del tribunale divino, nei versetti successivi viene detto quale sarà la sorte di coloro che saranno dichiarati colpevoli in questo tribunale e come saranno ricompensati coloro riguardo ai quali sarà dimostrato che, nella vita terrena, hanno temuto Allah e si sono astenuti dalla disobbedienza.

L’esempio della supplica di Hazrat Nūh per suo figlio

La storia di Hazrat Ibrāhīm narrata nella Sura Hūd (si vedano i versetti dal 69 al 76) è stata esposta proprio con riferimento ai Quraysh. In quanto discendenti di Hazrat Ibrāhīm, erano diventati i discendenti venerati di tutta l’Arabia, i sacerdoti custodi degli idoli della Kaʿba Sharīf e i detentori della leadership religiosa, morale, politica e culturale. Per questo dicevano con grande orgoglio e arroganza: poiché erano discendenti di quel caro servo di Allah e poiché egli si trovava già presso la corte di Allah per intercedere in loro favore, come avrebbe potuto abbattersi su di loro l’ira di Allah? Per frantumare questa falsa superbia, dapprima viene mostrata una scena: un grande profeta come Hazrat Nūh vede con i propri occhi il proprio figlio prediletto annegare e, sconvolto, supplica Allah di salvarlo; tuttavia questa intercessione non giova affatto al figlio e, per di più, il padre riceve un rimprovero in risposta. In seguito viene mostrata la scena dello stesso Hazrat Ibrāhīm. Da un lato, vengono ricordate l’immensa benevolenza di Allah verso di lui e il suo nome con parole colme di affetto. Dall’altro, quando proprio Ibrāhīm, l’amico di Allah (Khalīl), interviene nel giudizio, Allah, nonostante le sue accorate suppliche, respinge la sua intercessione riguardo al popolo malvagio di Hazrat Lūṭ.

In seguito, nella stessa Sura Hūd, Allah dice in un versetto successivo:

(Arabo********************************************a pagina 400 del PDF)

«Quando quel Giorno (del Giudizio) giungerà, nessuno avrà la capacità di pronunciare nemmeno una parola senza il permesso di Allah». – (Sura Hūd: 105)

In altre parole, questa schiera di sciocchi trascorre la vita in una vana e falsa speranza: quel certo Hazrat intercederà per noi e ci salverà; quel certo santo si impunterà e non smetterà finché non avrà ottenuto il perdono per ciascuno dei suoi devoti; quel certo signore è il prediletto di Allah, rimarrà seduto irremovibile sulla via del Paradiso e non si muoverà finché non avrà portato ai devoti il decreto di perdono. Eppure non si pone nemmeno la questione che qualcuno si impunti o si ostini. Per quanto grande sia la dignità di un uomo o di un angelo, nessuno avrà il coraggio di pronunciare una sola parola in quel luogo. Si potrà parlare soltanto se Allah stesso, il Giudice supremo di quel tribunale, concederà a qualcuno il permesso di dire qualcosa. – [Coloro che in diversi mausolei e santuari fanno offerte votive pensando che le persone sepolte in quei luoghi godano di grande influenza e autorità presso Allah, nella speranza di ottenere la loro intercessione, continuano così a contaminare il proprio registro delle opere. Nel Giorno del Giudizio dovranno affrontare una situazione di estrema disperazione.]

La concezione idolatrica dell’intercessione presso Allah nella vita terrena

Nella sura an-Nahl è detto:

(Arabo********************************************a pagina 401 del PDF)

«Eppure, nonostante abbiano visto e saputo tutto ciò, credono forse nella falsità e negano la grazia di Allah?» – (sura an-Nahl: 72)

I politeisti della Mecca non negavano che tutti quei beni di cui si gode nel mondo fossero doni di Allah. Non negavano neppure che dietro quei doni vi fosse la grazia di Allah. Il loro errore, tuttavia, consisteva nel fatto che, insieme a Allah, esprimevano gratitudine anche a numerose entità che ritenevano avessero avuto un ruolo nell’ottenimento di quei beni, sebbene non disponessero di alcuna prova o argomentazione al riguardo. Questo comportamento, nel linguaggio del Corano, è stato definito «negare la grazia di Allah». Uno dona, mentre la gratitudine viene rivolta a un altro: secondo il Corano, ciò equivale all’ingratitudine. Il Corano afferma inoltre, come principio, che se si suppone, senza alcuna prova a sostegno riguardo al donatore, che egli non abbia donato per misericordia, bensì per intercessione di qualcuno, in considerazione di qualcuno, per la raccomandazione di qualcuno o in seguito all’intervento di qualcuno, anche questo equivale in sostanza a negare il suo dono.

Questi due insegnamenti fondamentali del Corano sono pienamente ragionevoli e conformi al comune buon senso. Chiunque rifletta anche solo un poco può comprenderne la logica. Immaginate di aiutare, mosso da compassione, una persona in difficoltà, e che quella si alzi immediatamente e, proprio davanti a voi, esprima gratitudine a un’altra persona che non ha avuto alcun ruolo in quell’aiuto. Forse, per generosità, ignorerete il suo comportamento ingiusto e continuerete ad aiutarla anche in futuro; tuttavia, dentro di voi capirete certamente che è una persona estremamente maleducata e ingrata. Immaginate poi di chiederle il motivo di quel comportamento e di scoprire che, secondo lei, non l’avete aiutata per la vostra benevolenza e generosità, bensì per riguardo verso quella seconda persona. Eppure, in realtà, le cose non stanno così. In tal caso vi sentireste certamente umiliati. Per voi, il significato evidente di questa sua convinzione sarebbe che nutre un atteggiamento estremamente negativo nei vostri confronti. La sua opinione su di voi sarebbe che non siete una persona benevola e compassionevole, ma che vi dedicate soltanto a compiacere amici e conoscenti. Se qualcuno si presenta tramite alcuni amici fidati, voi lo aiutate soltanto per salvaguardare i sentimenti di quegli amici. Altrimenti, non siete affatto il tipo di persona dalle cui mani possa derivare beneficio a qualcuno.

In un altro versetto della sura an-Nahl è detto:

(Arabo********************************************a pagina 401 del PDF)

«Riconoscono il dono di Allah, eppure lo negano. La maggior parte di loro non è disposta ad accettare la verità». – (sura an-Nahl: 83)

Qui, con il termine «negare», si fa riferimento proprio al comportamento menzionato in precedenza. I miscredenti della Mecca non negavano che tutto ciò che esiste sulla terra fosse un dono di Allah; credevano però che Allah avesse concesso tutte queste cose in considerazione delle loro divinità. Per questo, per tali doni, esprimevano gratitudine tanto ad Allah quanto a quegli esseri intermediari. Anzi, manifestavano verso di loro una gratitudine persino maggiore di quella che manifestavano verso Allah. È proprio questo comportamento che Allah ha definito ingratitudine, mancanza di riconoscenza e negazione dei doni di Allah, oltre che con altri termini simili.

Nella sura al-Hajj Allah l’Altissimo dice:

(Arabo********************************************pagina 402 del PDF)

«In verità, Allah sceglie messaggeri sia tra gli angeli sia tra gli esseri umani, affinché trasmettano le Sue disposizioni. Egli vede e ascolta ogni cosa. Conosce tutto ciò che gli uomini celano e manifestano. E tutte le questioni ritornano a Lui». – (Sura al-Hajj: 75-76)

Il significato è che, tra gli esseri del creato che i politeisti hanno assunto come divinità, le creature più nobili sono i profeti o gli angeli. In altre parole, essi sono soltanto messaggeri scelti da Allah per trasmettere agli uomini il comando di Allah. La loro dignità non va oltre questo. Solo per tale dignità non possono diventare divinità né associati ad Allah.

L’espressione «Egli conosce tutto ciò che gli uomini celano e manifestano» viene generalmente pronunciata nel Nobile Corano per confutare la credenza politeistica nell’intercessione. Il senso di queste parole è il seguente: anche se non considerate gli angeli, i profeti e gli uomini pii personalmente capaci di soddisfare ogni bisogno degli uomini e di salvarli dalle difficoltà, sarebbe comunque un errore adorarli ritenendoli soltanto intercessori presso Allah. Infatti, il solo padrone della capacità di vedere e ascoltare ogni cosa è Allah. Soltanto Lui conosce tutto ciò che ciascuno cela e manifesta. Solo Lui conosce il bene e il male, palesi e nascosti, del mondo. Nessuno, compresi gli angeli e i profeti, sa quando un’azione sia appropriata e quando non lo sia. Per questo Allah non ha concesso neppure alla più amata e più vicina delle Sue creature il diritto di intercedere a piacimento senza il Suo permesso, né ha considerato accettabile una simile intercessione.

Nella sura az-Zumar Allah dice:

(Arabo********************************************pagina 402 del PDF)

«Hanno forse scelto altri, all’infuori di Allah, come intercessori? Di’: “Potranno forse intercedere, anche se non possiedono alcun potere e non comprendono nulla?”. Proclama: “Ogni intercessione è soltanto sotto l’autorità di Allah. A Lui appartiene il dominio e la signoria dei cieli e della terra. E a Lui sarete ricondotti”». – (Sura az-Zumar: 43-44)

In altre parole, essi si sono convinti da soli che presso Allah vi siano alcune entità influenti la cui intercessione non potrà in alcun modo essere respinta. Eppure nessuno possiede il potere di presentarsi spontaneamente come intercessore presso Allah. Ancor meno si può parlare dell’accettazione della loro intercessione: non esiste neppure alcuna prova o testimonianza che possano essere intercessori. Allah l’Altissimo non ha mai affermato che presso di Lui essi godano di una simile posizione. Né tali entità hanno mai preteso di realizzare i desideri dei propri adoratori. La loro follia consiste inoltre nell’aver considerato questi intercessori immaginari, invece del vero Signore di ogni potere, come detentori dell’autorità assoluta, dedicando loro tutta la propria devozione e venerazione.

Nella Sura an-Najm è stato detto:

(Arabo********************************************pagina 403 del PDF)

«Quanti angeli vi sono nei cieli! La loro intercessione non serve a nulla, finché Allah l’Altissimo non abbia concesso il permesso di intercedere a favore di una persona per la quale Egli desidera ascoltare e accogliere una richiesta». – (Sura an-Najm: 26)

In altre parole, se persino l’intercessione di tutti gli angeli riuniti a favore di qualcuno non arreca alcun beneficio, è del tutto fuori discussione che possano giovare le intercessioni di queste vostre divinità inventate. Allah è il Sovrano di ogni potere. Finché non ricevono da parte di Allah il permesso di intercedere a favore di una persona e finché Egli non accetta di ascoltare la loro intercessione, neppure gli angeli osano intercedere.

Nessuno può ostacolare il decreto di Allah.

Nella Sura ar-Ra‘d è stato detto:

(Arabo********************************************pagina 403 del PDF)

«E quando Allah decide di infliggere una calamità a un popolo, nessuno ha il potere di impedirlo, né questo popolo ha alcun alleato o soccorritore contro Allah». –(Sura ar-Raʿd: 11)

In altre parole, si dice: non lasciatevi mai ingannare dalla falsa idea che, qualunque cosa facciate, qualche pir, faqir, venerabile del passato o del futuro, jinn o angelo, dopo aver ricevuto le vostre offerte come ricompensa, possa acquisire un potere tale da salvarvi dalle conseguenze delle vostre cattive azioni».

In quali casi si chiude la porta dell’intercessione

(Arabo********************************************pagina 404 del PDF)

«O Profeta! Che tu chieda perdono o no per queste persone (gli ipocriti) – anche se chiedessi perdono per loro settanta volte – Allah non li perdonerà mai. Questo perché hanno rinnegato Allah e il Suo Messaggero. Allah non indica agli insubordinati la via della salvezza». –(Sura at-Tawba: 80)

(Arabo********************************************pagina 404 del PDF)

«O Profeta! Che tu chieda perdono o no per loro (gli ipocriti), per loro è tutto uguale. Allah non li perdonerà mai. Allah non guida mai gli empi sulla retta via». –(Sura al-Munāfiqūn: 6)

Questa affermazione fu rivelata dapprima nella sura al-Munāfiqūn. Tre anni dopo, nella sura al-Tawba, fu ribadita con ancora maggiore enfasi.

«In questo passo Allah l’Altissimo, rivolgendosi al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), parla degli ipocriti dicendo: “Chiedi perdono per loro o non chiederlo; anche se tu chiedessi perdono per loro settanta volte, Allah non li perdonerà comunque. Ciò perché essi hanno negato la fede in Allah e nei Suoi messaggeri. Allah non guida sulla retta via le persone dissolute”». – (Sura al-Tawba, 80)

Poco più avanti, nella stessa sura, Allah dice ancora: «Quando uno di loro muore, non recitare mai la preghiera funebre per lui e non fermarti neppure presso la sua tomba. Essi hanno negato la fede in Allah e nel Suo Messaggero e sono morti mentre erano disobbedienti». – (Sura al-Tawba, 84) – [Da questi versetti del Corano e da altri ancora si ricava un’informazione importante: dalle parole del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) è stato chiarito che, nel Giorno della Resurrezione, nessuna intercessione sarà efficace per determinate categorie di persone né per coloro che sono coinvolti in determinate azioni. Numerosi hadith costituiscono una prova incontrovertibile di ciò. Alla luce di questa verità, non hanno alcun valore quelle concezioni diffuse dell’intercessione che inducono le persone a trascurare e abbandonare il culto, a diventare incuranti delle prescrizioni della religione e a indulgere nei peccati secondo i propri desideri. – (I compilatori)]

In questo versetto vengono trattati due aspetti. Primo: quando si prega Allah di perdonare i peccati, ciò può essere efficace soltanto nel caso delle persone guidate sulla retta via. Per colui che si allontana dalla via della guida e sceglie quella della dissolutezza e della disobbedienza, non vi sarà perdono: non solo se a chiederlo fosse una persona comune, ma neppure se fosse lo stesso Messaggero di Allah. Secondo: Allah non rende agevole la via della verità e della rettitudine a coloro che non desiderano seguirla. Se un servo si allontana spontaneamente dalla retta via e, anche dopo che gli è stata indicata e dopo essere stato invitato a seguirla, rifiuta con arroganza quell’invito tenendo alta la testa, perché mai Allah dovrebbe inseguirlo portandogli la guida e supplicarlo di incamminarsi sulla retta via?

Il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) come intercessore nel Giorno della Resurrezione

Secondo il Corano e gli hadith, la disposizione islamicamente conforme riguardo all’intercessione è questa: nel Giorno della Resurrezione, davanti al tribunale di Allah, potrà intercedere soltanto colui al quale Allah stesso concederà il potere e il diritto di intercedere; e si potrà intercedere soltanto a favore di colui per il quale Allah avrà concesso il permesso di intercedere. A questo proposito, sono degni di nota i seguenti versetti:

(আরবী********************************************a pagina 405 del PDF)

In base a questa disposizione, il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) intercederà certamente nell’Aldilà. Tuttavia, eserciterà questa intercessione con il permesso di Allah e a favore di quei credenti timorati di Dio che, pur impegnandosi al massimo per compiere buone azioni, sono caduti in alcuni peccati. Le persone che volontariamente e consapevolmente si dedicano a cattive azioni e all’appropriazione indebita dei beni altrui, così come coloro che non temono mai Allah, non sono degne dell’intercessione del Profeta. In un hadith è riportato un lungo discorso del nobile Profeta. In esso egli ha spiegato quanto sia terribile e grave il peccato di appropriarsi dei beni affidati da altri. Egli disse che, nel Giorno della Resurrezione, coloro che si saranno appropriati dei beni altrui si presenteranno con il peso di quei beni sulle spalle e mi chiameranno dicendo,(আরবী*********) «O Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), salvami!» Ma io risponderò,(আরবী*********) «Non posso fare nulla per te. Ti avevo trasmesso la disposizione di Allah?» — Mishkat, capitolo sulla distribuzione del bottino e sull’appropriazione indebita dello stesso

 

Capitolo 11 – Profezie

Alcune importanti profezie del Santo Profeta

Da parte dei nobili profeti (pace su di loro) vengono pronunciate profezie che si avverano. Tuttavia, spesso occorre molto tempo perché le loro profezie si avverino e, considerando le circostanze esteriori in cui vengono pronunciate, diventa difficile immaginare che esse si realizzeranno.

Una profezia autentica rientra tra i segni della profezia e, sotto un certo aspetto, presenta una dimensione miracolosa. Alcune delle cose dette dagli indovini e dai chiromanti si verificano talvolta, in una certa forma. Ma poiché le profezie dei profeti si fondano sulla conoscenza concessa da Dio, esse si avverano pienamente.

Le profezie del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) sono di un tipo: quelle narrate nel Corano. Le profezie del secondo tipo sono conservate negli hadith. Tra queste, qui sono state aggiunte tutte quelle che siamo riusciti a raccogliere dagli scritti e dagli articoli dell’autore. – (I compilatori)

 

Le profezie del Corano

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Un futuro luminoso

(Arabo ******************************************** a pagina 409 del PDF)

Allah l’Altissimo diede questa buona novella al Profeta (pace e benedizioni su di lui) in un momento in cui solo pochi uomini erano con lui. L’intera nazione gli era ostile. Esteriormente non si scorgeva neppure il più lontano segno di successo. La lampada dell’Islam tremolava accesa soltanto alla Mecca. Da ogni parte infuriavano tempeste per spegnerla. In quel momento Allah l’Altissimo disse al Suo Profeta: «Non lasciarti scoraggiare dagli ostacoli e dalle difficoltà che si presentano in questa fase iniziale. Il periodo successivo si dimostrerà migliore di quello attuale. Il tuo onore, il tuo rispetto e la tua dignità continueranno ad aumentare, e la tua influenza e il tuo prestigio continueranno ad estendersi». Questa promessa, inoltre, non è limitata a questo mondo. Insieme ad essa viene fatta anche la promessa che la dignità che avrai nell’Aldilà sarà molte volte maggiore di quella di questo mondo.

At-Tabarani ha riportato nell’“Al-Awsat” e al-Bayhaqi nel “Dala’il”, sulla base della trasmissione di Ibn Abbas, che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Tutti i successi di cui la mia comunità sarà beneficiaria dopo di me mi vengono presentati, e io ne sono soddisfatto». In seguito Allah l’Altissimo dichiarò: «L’Aldilà sarà migliore per te di questo mondo».

La profezia della vittoria della religione

(Arabo ******************************************** a pagina 409 del PDF)

«Presto il tuo Signore ti darà così tanto che sarai soddisfatto».

In altre parole, sebbene vi sarà un certo ritardo nel concedere ciò, non è lontano il momento in cui il tuo Signore riverserà su di te la Sua grazia e tu ne sarai soddisfatto. Questa promessa si compì durante la vita del Profeta nel modo seguente: dall’estremità meridionale dell’Arabia fino ai confini settentrionali dell’Impero romano e al confine iracheno dell’Impero persiano, e dal Golfo Persico a oriente fino al Mar Rosso a occidente, l’intero territorio riconobbe la sua autorità. Per la prima volta nella storia araba, questo territorio venne sottoposto alla legge e all’ordine. Qualunque potenza venisse a scontrarsi con esso, veniva fatta a pezzi. In tutto quel paese, dove i politeisti e la Gente del Libro avevano compiuto ogni sforzo per mantenere elevati i loro falsi messaggi, risuonò la professione di fede: «La ilaha illallah, Muhammadur Rasulullah» — «Non vi è divinità all’infuori di Allah; Muhammad è il Messaggero di Allah». Non furono sottomesse soltanto le teste degli uomini: furono conquistati anche i loro cuori e le loro menti. Nelle loro credenze e nelle loro azioni si compì una grande rivoluzione. Una nazione avvolta nelle tenebre dell’ignoranza cambiò in soli ventitré anni in modo tale che esempi simili sono rari nella storia. In seguito il movimento fondato dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) raggiunse risultati tali da diffondersi nella maggior parte dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa. Successivamente la sua influenza si estese in ogni angolo del mondo. Tutto ciò Allah l’Altissimo concesse al Suo Profeta già nel mondo. Quanto gli concederà nell’Aldilà è al di là di ogni immaginazione.

Questa è una manifestazione della potenza e della saggezza di Allah l’Altissimo: Egli suscitò in una nazione ignorante e incivile un grande Profeta, i cui insegnamenti e la cui guida sono così rivoluzionari e portatori di un ideale universale da poter riunire l’intera umanità in un’unica umma, o comunità. Da quell’ideale essa può poi ricevere continuamente guida. Per quanto un impostore o un ipocrita si sforzi, non può mai raggiungere una simile dignità. A maggior ragione ciò era al di là delle capacità di qualsiasi uomo, persino del più grande genio di una grande nazione del mondo; non avrebbe potuto trasformare in modo così radicale la natura e la forma di una nazione e poi presentarle un ideale universale così completo che, sulla sua base, l’intero genere umano potesse trasformarsi in un’unica umma e riuscire a vivere per sempre secondo un unico ordinamento della vita (dīn) e un sistema universale di civiltà. Questo è un miracolo compiuto per la potenza di Allah, ed è soltanto Allah l’Altissimo che, sulla base della Sua sottile e lungimirante conoscenza, sceglie la persona, il paese o la nazione che desidera per questo compito. Se qualcuno ne prova dolore nel cuore, lo provi pure: ciò non cambia nulla.

La promessa di un’epoca migliore

Il tema della sura Ad-Duha è consolare il Profeta e alleviare l’angoscia che egli soffriva a causa dell’interruzione della rivelazione. Innanzitutto, giurando per il giorno luminoso e per la notte quieta, gli fu assicurato che il suo Signore non lo aveva affatto abbandonato e non era adirato con lui. Poi gli fu annunciata la buona notizia che le difficoltà da lui incontrate nella prima fase dell’invito islamico erano soltanto temporanee. Ogni periodo futuro sarebbe stato migliore di quello precedente e, ben presto, Allah avrebbe riversato su di lui tali favori e benevolenze che egli ne sarebbe stato lieto. Questa è una profezia così chiara che in seguito si è compiuta alla lettera. Eppure, nel momento in cui fu pronunciata, non si vedeva alcun segno che l’inerme uomo della Mecca, impegnato nella lotta contro l’ignoranza della sua gente, avrebbe conseguito un successo tanto straordinario.

Poi Allah l’Altissimo disse al Suo amato Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui): «Per quale motivo è sorta nel tuo cuore la paura che Io ti abbia abbandonato e che sia scontento di te? Fin dal momento della tua nascita ho continuato a concederti i Miei favori. Sei nato orfano e Io ho predisposto nel modo migliore la tua educazione e la tua cura. Non conoscevi la retta via: Io ti ho guidato. Eri privo di ricchezze: Io ti ho reso agiato. Tutto ciò dimostra che fin dall’inizio la Mia attenzione era rivolta a te e che sei sempre rimasto immerso nei Miei favori e nella Mia benevolenza».

Il significato della rimozione del peso

(Arabo********************************************a pagina 411 del PDF)

«(O Profeta!) Non ti abbiamo forse aperto il petto? E non ti abbiamo tolto il pesante fardello che ti spezzava la schiena?» — (Sura Alam Nashrah: 1-3)

Alcuni esegeti hanno espresso l’opinione che, nell’epoca dell’ignoranza, il nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) avesse commesso alcune mancanze e deviazioni, per le quali era profondamente oppresso dalla preoccupazione. Facendo scendere questo versetto, Allah l’Altissimo lo avrebbe consolato dicendogli di aver perdonato quelle mancanze. Ma, secondo noi, attribuire questo significato è del tutto errato. Primo: il significato imprescindibile della parola non è peccato, mancanza o deviazione; essa significa piuttosto anche un pesante fardello. Non vi è dunque alcuna ragione per adottare inutilmente un significato sconveniente di questo termine. Secondo: la vita del Nobile Profeta prima della profezia era così pura e immacolata da costituire una sfida per i suoi oppositori. In effetti, al Profeta fu fatto dire, rivolgendosi ai miscredenti:

(Arabo********************************************a pagina 411 del PDF)

«Prima di presentare questo Corano, ho trascorso una vita in mezzo a voi». – (Sura Yunus: 16)

Il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) non era certo una persona che avesse commesso segretamente qualche peccato — Dio ce ne guardi. Se fosse accaduto qualcosa del genere, ciò non sarebbe rimasto ignoto ad Allah l’Onnipotente; e se qualcuno avesse portato una colpa nascosta, Egli avrebbe potuto dichiararlo senza esitazione davanti al popolo, come ha fatto nel versetto sopra citato della sura Yunus. Pertanto, il significato corretto della parola contenuta in questo versetto è «peso», cioè il peso del dolore, della sofferenza e delle preoccupazioni. Vedendo l’ignoranza e la stoltezza del suo popolo, il peso del dolore e dell’angoscia gravava sempre più sulla sua natura sensibile. Ovunque prevalevano la corruzione morale e la nudità. Nella società, l’oppressione e i conflitti nelle attività umane erano diventati la norma. I deboli erano schiacciati dagli eccessi dei potenti. Bambine e neonate venivano sepolte vive. Una tribù attaccava improvvisamente un’altra. Talvolta queste contese tribali duravano per centinaia di anni. Nessuno era al sicuro nella vita, nei beni o nell’onore, finché non aveva alle spalle un gruppo potente. Vedendo tali condizioni, il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) soffriva profondamente. Tuttavia, non riusciva a trovare alcuna via per porre fine a quella decadenza. L’enorme peso di quella sofferenza gli spezzava la schiena. Allah l’Onnipotente gli mostrò la via della guida e gli tolse quel peso. Dopo essere stato elevato all’ufficio profetico, comprese che la fede nel tawhid, nella messaggeria e nell’Aldilà è la soluzione a tutti i problemi della vita umana. Attraverso di essa si può aprire la via alla riforma e al miglioramento di ogni aspetto e settore della vita. Questa guida di Allah l’Onnipotente alleviò tutti i pesi del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui), ed egli rimase completamente rasserenato, certo che solo attraverso questa via si potessero arginare la decadenza e la rovina non soltanto dell’Arabia, ma dell’intero mondo.

Rafʿ al-dhikr

(Arabo********************************************pagina 412 del PDF)

«E abbiamo elevato per te il tuo ricordo».

Queste parole furono pronunciate in un’epoca in cui nessuno avrebbe potuto immaginare come la voce di un uomo accompagnato soltanto da pochi seguaci e confinato nella città della Mecca avrebbe potuto elevarsi in tutto il mondo, né come avrebbe potuto diffondersi una fama tanto straordinaria. Ma Allah l’Onnipotente diede al Suo Profeta questa buona novella proprio in quelle circostanze e la trasformò in realtà in modo meraviglioso. Fu Egli stesso, attraverso i nemici del Profeta, a dare inizio alla diffusione del suo ricordo e della sua voce di casa in casa. Tra i metodi adottati dai miscredenti della Mecca per mettere il Profeta in difficoltà vi era il seguente: durante il pellegrinaggio, quando la gente di tutta l’Arabia giungeva alla Mecca in gruppi, le varie delegazioni dei miscredenti si recavano presso gli accampamenti dei pellegrini e li mettevano in guardia dicendo: «C’è un uomo pericoloso di nome Muhammad, che opera ogni sorta di magia sulle persone. Crea divisione tra padre e figlio e tra marito e moglie. State dunque in guardia da lui». Diffondevano propaganda di questo genere anche tra coloro che venivano alla Mecca negli altri giorni, al di fuori del pellegrinaggio, soltanto per visitarla o per qualche affare. Così, sebbene diffamassero il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui), il risultato era che il suo nome giungeva nei villaggi e nelle contrade dell’Arabia. In questo modo i nemici fecero conoscere il nome del Profeta a tutte le tribù del Paese, partendo dal luogo appartato della Mecca. Naturalmente, allora la gente cominciò a chiedersi chi fosse quell’uomo, che cosa dicesse, che tipo di persona fosse, chi venisse influenzato dalla sua magia e quale effetto producesse su di loro quella magia. Quanto più aumentava la propaganda dei miscredenti della Mecca, tanto più crescevano queste domande nella mente della gente. Grazie a tali interrogativi e a tale curiosità, le persone vennero a conoscere il carattere e la condotta del Profeta. Ascoltando il Corano, compresero quale tipo di insegnamento egli impartisse alla gente. Videro quale cambiamento si fosse prodotto nello stile di vita di coloro che erano stati influenzati da ciò che veniva chiamato magia, rispetto a quello dei comuni abitanti dell’Arabia. Di conseguenza, la calunnia contro il Profeta cominciò a trasformarsi nella sua buona fama e nella sua notorietà. Quando si avvicinò il tempo dell’Egira, la situazione era tale che tra le tribù arabe vicine e lontane vi erano persone divenute favorevoli al Profeta e alla sua predicazione. Questa fu la prima fase dell’elevazione della fama del Santo Profeta. Poi, dopo l’Egira, ebbe inizio la seconda fase. Da una parte, gli ipocriti, gli ebrei e tutti i politeisti d’Arabia si adoperavano con ogni mezzo per diffamare il Profeta (pace e benedizioni su di lui); dall’altra, lo Stato islamico di Medina offriva un esempio di devozione e timore di Dio, purezza morale, eccellente ordinamento sociale, giustizia, uguaglianza, generosità dei ricchi nel donare e tutela dei poveri, rispetto dei patti, onestà nelle transazioni e negli affari, e altre virtù, conquistando così i cuori delle persone. I nemici tentarono di cancellare la crescente influenza del Profeta mediante guerre armate. Ma la comunità dei credenti che si era formata sotto la sua guida li sottomise. Nel giro di dieci anni, la fama e la gloria del Santo Profeta si elevarono e si consolidarono a tal punto che, in tutto il Paese in cui gli oppositori avevano impiegato ogni loro forza per screditarlo, risuonò ovunque la testimonianza: «Attesto che Muhammad è il Messaggero di Allah».

In seguito ebbe inizio la terza fase, a partire dall’epoca del Califfato dei Rashidun, quando il santo nome del Profeta (pace e benedizioni su di lui) cominciò a essere elevato in tutto il mondo. La sua diffusione continua ad aumentare fino a oggi e, in shā’ Allāh, continuerà ad aumentare fino al Giorno della Resurrezione. Oggi non esiste luogo al mondo in cui non vi sia un insediamento di musulmani, in cui cinque volte al giorno non venga proclamata ad alta voce, attraverso l’adhān, la missione profetica di Muhammad (pace e benedizioni su di lui), in cui durante la preghiera non vengano recitate benedizioni sul Profeta e in cui durante il khuṭba del venerdì non venga ricordato il suo nome con auguri di bene. In nessun giorno dei dodici mesi dell’anno e in nessun momento delle ventiquattro ore del giorno accade che, in qualche parte del mondo, non venga pronunciato il benedetto ricordo del santo Profeta (pace e benedizioni su di lui). Questa è una prova evidente della veridicità del Corano: quando, nella fase iniziale della profezia, Allah l’Altissimo aveva detto(in arabo********)nessuno avrebbe potuto immaginare che questo Suo(in arabo********)(l’elevazione del Suo nome e del Suo ricordo) sarebbe rimasto elevato con tale dignità e in modo tanto universale. In un hadith narrato da Saʿīd al-Khudrī (che Allah sia soddisfatto di lui) si riferisce che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: Gabriele mi chiese: “Il mio e il tuo Signore chiedono: in che modo Egli eleva il tuo nome e il tuo ricordo?”. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) rispose: “Allah, il Purissimo, lo sa meglio”. Gabriele disse: “Allah proclama: quando Io vengo ricordato, insieme a Me sarà ricordato anche il tuo ricordo”. (Ibn Jarīr, Ibn Abī Ḥātim, Musnad Abī Yaʿlā, Ibn al-Mundhir, Ibn Ḥibbān, Ibn Mardūya, Abū Nuʿaym). L’intera storia successiva testimonia che questa affermazione si è avverata alla lettera.

Apertura del petto

(in arabo****************************************pagina 413 del PDF)

«O Profeta, non ti abbiamo forse aperto il petto?» – (Sura al-Inshirāḥ: 1)

Il discorso comincia con questa domanda, e dalle parole successive risulta che, a causa degli ostacoli e delle difficoltà incontrati dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) subito dopo l’inizio della predicazione islamica, egli in quel periodo era diventato molto inquieto. Per confortarlo in questa situazione, Allah l’Altissimo disse: “O Profeta! Non ti ho forse concesso queste e queste grazie? Perché allora ti preoccupi ancora di tali ostacoli e difficoltà?”. Osservando i vari passi in cui l’espressione “aprire il petto” è usata nel Nobile Corano, si comprende che essa ha due significati.

Primo:(in arabo****************************************pagina 414 del PDF)

«Colui al quale Allah l’Altissimo desidera concedere la guida, a lui apre il petto all’Islam». – (Sura al-Anʿām: 125)

Secondo:(in arabo****************************************pagina 414 del PDF)

«Colui il cui petto Allah ha aperto all’Islam cammina nella luce proveniente dal suo Signore». – (Sura az-Zumar: 22)

In questi due luoghi, il significato dell’apertura del petto è liberarsi da ogni sorta di inquietudine mentale, esitazione e conflitto interiore, e acquisire la certezza che la via dell’Islam è la verità assoluta e che tutte le dottrine e credenze, i principi morali, la cultura e la civiltà, i comandamenti e i divieti, nonché la guida da esso presentati sono perfettamente infallibili. Nei versetti 12-13 della Sura ash-Shu‘ara’ si riferisce che, dopo aver affidato a Hazrat Musa (a.s.) il grande incarico della profezia, quando gli fu ordinato di combattere e confrontarsi con il Faraone e il suo apparato statale, Musa (a.s.) disse:

(Arabo****************************************pagina 414 del PDF)

«O mio Signore! Temo che mi tratteranno da bugiardo e il mio petto si restringe». – (Sura ash-Shu‘ara’: 12-13)

Nei versetti 25-26 della Sura Ta-Ha si dice che in quel momento Hazrat Musa (a.s.) pregò Allah dicendo:

(Arabo****************************************pagina 414 del PDF)

«Mio Signore! Apri il mio petto per me e rendi facile per me il mio compito».

Qui, la ristrettezza del petto significa che non si riusciva a trovare il coraggio necessario per portare il tremendo peso della profezia e per impegnarsi da soli nella lotta e nello scontro contro la formidabile potenza della miscredenza. L’apertura del petto, invece, significa il rafforzamento del morale dell’uomo: acquisire il coraggio di guidare una grande spedizione, non tirarsi indietro di fronte alla soluzione di un compito assai arduo e trovare il coraggio di adempiere a una responsabilità enorme come quella della profezia.

Riflettendo, si può comprendere che in questo versetto sono racchiusi entrambi i significati dell’apertura del petto del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Considerando il primo significato, ciò implica che, prima della missione profetica, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) riteneva erronee le religioni degli idolatri, dei cristiani, degli ebrei e degli adoratori del fuoco dell’Arabia, e non era soddisfatto neppure del monoteismo che si riscontrava in alcuni monoteisti arabi. Infatti, si trattava di una credenza vaga, priva di una spiegazione dettagliata della via vera e corretta. Tuttavia, poiché non sapeva quale fosse la via corretta, soffriva di un conflitto e di un’incertezza interiori. Poi la missione profetica gli aprì davanti la via retta (Sirat al-Mustaqim), e così nel suo animo tornarono serenità e certezza.

Il significato del secondo aspetto è che, insieme al conferimento della missione profetica, Allah l’Altissimo donò al Profeta il coraggio, l’entusiasmo, la ferma determinazione e l’ampiezza d’animo necessari per assolvere questo enorme incarico. Egli divenne possessore di una conoscenza così vasta da non poter essere accolta nel cuore di nessun altro essere umano. Acquisì una conoscenza così lungimirante da essere capace di eliminare la diffusa anarchia e il disordine e di instaurare la pace. Di conseguenza raggiunse un tale grado di capacità che si levò in una società estremamente sfrenata, immersa nelle tenebre dell’ignoranza, senza l’aiuto di mezzi o risorse né di alcuna forza sostenitrice apparentemente disponibile, e, in qualità di portatore dello stendardo dell’Islam, non esitò ad affrontare le tempeste dell’opposizione e dell’inimicizia. Qualunque sofferenza, difficoltà, pericolo o calamità si presentasse su questa via, egli la sopportava con pazienza. Nessuna forza poté deviarlo dal suo obiettivo. Quando Allah l’Altissimo gli aveva donato questo inestimabile tesoro dell’apertura del petto, perché mai avrebbe dovuto perdere il coraggio di fronte a quegli ostacoli e quelle difficoltà all’inizio della sua opera?

Alcuni esegeti hanno interpretato l’apertura del petto nel senso di una fenditura e hanno presentato questo versetto come prova del miracolo della scissione del petto, narrato alla luce degli hadith. Ma la realtà è che la prova di questo miracolo dipende esclusivamente dalle narrazioni degli hadith. Non sarebbe corretto tentare di dimostrarlo a partire dal Corano. Dal punto di vista della lingua araba, non è assolutamente possibile interpretare l’apertura del petto nel senso di shaq al-sadr, cioè della scissione del petto. Allamah Alusi dice nel suo Ruh al-Ma‘ani:

(Arabo****************************************pagina 415 del PDF)

«Secondo gli esperti, interpretare in questo versetto “sharh” nel senso di “shaqq” è una conclusione debole».

La buona novella di al-Kawthar

Nella fase iniziale della missione profetica, quando il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) si trovava ad affrontare difficoltà estreme, l’intera nazione si levava con ostilità, montagne di ostacoli si ergevano sul suo cammino, tutt’intorno infuriavano tempeste di opposizione e non si scorgeva alcun segno di successo per il Profeta e i suoi compagni, Allah l’Altissimo fece scendere diversi versetti per consolarlo e infondergli coraggio, entusiasmo e slancio. Nella sura al-Duha è detto:

(Arabo****************************************pagina 416 del PDF)

«Certamente, ogni periodo successivo sarà migliore di quello precedente e il tuo Signore ti darà tutto ciò che ti renderà soddisfatto».

In Alam Nashrah Allah dice:(arabo**********) «Anzi, ho elevato il ricordo del tuo nome». In altre parole, i nemici diffondono in tutto il Paese la cattiva fama che ti riguarda; io invece ho disposto che il tuo nome fosse esaltato e che tu acquistassi notorietà.

Poi viene detto:

(arabo****************************************pagina 416 del PDF)

“In verità, insieme alla difficoltà vi è anche sollievo; certamente, insieme alla difficoltà vi è sollievo”.

—Vale a dire, non essere impaziente perché in questo momento la situazione è molto difficile. Ben presto il tempo delle difficoltà e delle calamità finirà e arriverà il successo”.

Proprio in questa situazione Allah rivelò la sura al-Kawthar, consolando il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui). Insieme a ciò, predisse anche la distruzione dei suoi oppositori. I miscredenti coreisciti dicevano che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) era stato completamente isolato dalla sua gente. La sua condizione era ormai simile a quella di un uomo privo di sostegno, risorse e amici. Secondo la narrazione di Ikrima, quando il Santo Profeta fu nominato profeta e cominciò a invitare i Coreisciti all’Islam, essi dicevano: (Arabo*******) (Ibn Jarir). In altre parole, Muhammad era stato separato dalla sua gente come un albero reciso dalle proprie radici. Si poteva sperare che dopo qualche tempo si sarebbe seccato e sarebbe finito dissolto nella terra. Muhammad ibn Ishaq racconta che, quando si parlava del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) con il capo della Mecca, As ibn Wa’il al-Sahmi, questi diceva: «Lasciate perdere il suo discorso. È un uomo senza radici (abtar). Non ha neppure un figlio. Quando morirà, non ci sarà nessuno che pronuncerà il suo nome».

Shamir ibn Atiyya dice che anche Uqba ibn Abi Mu’ayt pronunciava parole di questo genere riguardo al Profeta. – (Ibn Jarir)

Ibn Abbas racconta che, una volta, quando Ka’b ibn Ashraf, il capo degli ebrei di Medina, giunse alla Mecca, i capi dei Quraysh gli dissero:

(arabo****************************************pagina 416 del PDF)

«Guarda un po’ questo ragazzo: è completamente emarginato dalla società, eppure sostiene di essere migliore di noi, mentre noi compiamo il pellegrinaggio, ci occupiamo della Kaʿba e forniamo anche acqua ai pellegrini». — (al-Bazzar) A proposito di questo episodio, la narrazione di Ikrima riferisce che i Quraysh usavano, riferendosi al Profeta (pace e benedizioni su di lui), (arabo********) le parole. Il loro significato era: debole quanto a sostegno e risorse, privo di amici e separato dalla società (Ibn Jarir). Secondo una narrazione di Ibn Saʿd e Ibn ʿAsakir, Ibn Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) disse: il primogenito del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) era Qasim (che Allah sia soddisfatto di lui); dopo di lui vennero Zaynab (che Allah sia soddisfatto di lei) e poi Abdullah (che Allah sia soddisfatto di lui). In seguito nacquero, una dopo l’altra, tre figlie: Umm Kulthum (che Allah sia soddisfatto di lei), Fatima (che Allah sia soddisfatto di lei) e Ruqayya (che Allah sia soddisfatto di lei). Tra loro, per primo morì Qasim (che Allah sia soddisfatto di lui), e poi morì Abdullah (che Allah sia soddisfatto di lui). Quando ʿAs ibn Waʾil lo seppe, disse: «La sua discendenza è finita. Ora è abtar, cioè ha avuto le sue radici recise». In alcune narrazioni è riportata anche quest’ulteriore affermazione di ʿAs:

(arabo****************************************pagina 417 del PDF)

In altre parole: Muhammad è abtar, privo di discendenza. Non ha figli maschi che gli succedano. Dopo la sua morte, il suo nome sarà cancellato dal mondo; allora vi libererete di lui. Da una narrazione riferita da ʿAbd ibn Humayd e trasmessa da Ibn Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) si apprende che anche Abu Jahl fece un commento simile dopo la morte del figlio del Profeta, Abdullah. Ibn Abi Hatim riferisce da Shamir ibn ʿAtiyya che anche ʿUqba ibn Abi Muʿayt manifestò una simile bassezza d’animo nel momento del lutto del Profeta (pace e benedizioni su di lui) per la perdita del figlio. ʿAta racconta che, dopo la morte del secondo figlio del Profeta (pace e benedizioni su di lui), Abu Lahab, suo zio e vicino di casa, corse dai politeisti e diede loro questa «buona notizia»:(arabo********) «Questa notte Muhammad è rimasto completamente senza figli maschi».

Questa era la situazione straziante in cui fu rivelata la sura al-Kawthar. Gli infedeli Quraysh erano adirati con il Profeta perché adorava e serviva unicamente Allah e confutava pubblicamente il loro politeismo. Per questo lo privarono della posizione che aveva goduto presso l’intera nazione prima di diventare profeta, come se lo avessero separato dalla sua stessa tribù e cacciato fuori. Anche i suoi pochi compagni erano privi di sostegno, risorse e amici, ed erano anch’essi perseguitati. In una simile situazione, montagne di dolore per la perdita dei figli si abbatterono una dopo l’altra sul Nobile Profeta. In quel momento di calamità, lungi dal ricevere compassione da amici, parenti, membri della tribù e del clan o vicini, essi esplosero invece in manifestazioni di gioia. Continuarono a fare commenti di ogni genere, estremamente strazianti, sebbene egli avesse sempre trattato bene tutti, vicini e lontani. Perciò Allah l’Altissimo annunciò in questa brevissima sura una buona notizia mai data prima ad alcun uomo al mondo. Al tempo stesso fu proclamato il verdetto secondo cui sarebbero rimasti privi di radici proprio coloro che si opponevano a lui.

La parola «abtar» deriva da «batar», che significa recidere. Tuttavia, nel linguaggio tecnico viene usata in senso ampio. Nella preghiera, la rakʿa che non viene recitata insieme a un’altra rakʿa è chiamata «rutarayra» negli hadith. E in un altro hadith si legge: (Arabo**********************)Ogni opera importante che abbia inizio senza la lode di Allah sarà «abtar», cioè avrà le sue radici recise. Non sarà salda e non avrà una buona conclusione. Anche chi fallisce viene chiamato «abtar». È detto «abtar» anche chi è privo dei mezzi e delle risorse. È «abtar» colui per il quale non vi è alcuna possibilità di bene e per il quale ogni speranza di successo è stata completamente distrutta. È «abtar» anche colui che, separato dai propri cari, è rimasto completamente solo. Il termine «abtar» viene usato per chi non ha figli oppure per chi li ha avuti e poi li ha perduti con la morte, perché dopo di lui non rimane nessuno che ne pronunci il nome e il suo nome e la sua traccia scompaiono. Proprio in quasi tutti questi sensi i miscredenti dei Quraysh chiamavano il Nobile Profeta (pace su di lui) «abtar». Non si trattava di una semplice risposta alle loro parole; in realtà era una profezia importantissima del Corano, che si realizzò alla lettera. All’epoca di questa profezia, la gente considerava «abtar» proprio il Profeta e non si poteva neppure immaginare come i grandi capi dei Quraysh sarebbero diventati «abtar». Infatti erano personaggi illustri non solo della Mecca, ma di tutta l’Arabia, ed erano uomini di successo. Possedevano le ricchezze, i figli e le altre grazie. Avevano rappresentanti in tutto il Paese, amici e sostenitori pronti ad aiutarli. Detenevano il monopolio del commercio. Poiché l’amministrazione del pellegrinaggio era nelle loro mani, avevano ampi rapporti e legami con tutte le tribù arabe. Ma bastarono pochi anni perché la situazione cambiasse completamente. Vi fu un tempo in cui, nella battaglia del Fossato, i Quraysh attaccarono Medina insieme a numerose tribù arabe ed ebraiche, e il Nobile Profeta dovette resistere facendo scavare un fossato accanto alla città. Allora i Quraysh non avevano più alcun sostenitore o alleato e furono costretti, impotenti, a deporre le armi. Poi, nel giro di un anno, tutta l’Arabia venne stretta nella mano del Profeta. Da ogni parte lontana e remota del Paese, le persone giungevano a gruppi per prestargli il giuramento di fedeltà. I suoi nemici rimasero completamente privi di amici. In seguito il loro nome e la loro traccia furono cancellati in modo tale che, anche se i loro discendenti sono ancora vivi nel mondo, nessuno di loro sa di essere discendente di nemici dell’Islam come Abu Jahl, Abu Lahab, ʿAs ibn Waʾil o ʿUqba ibn Abi Muʿayt. E, anche quando lo sanno, non sono disposti ad ammettere che i loro antenati fossero quelle persone. Al contrario, oggi benedizioni e saluti vengono rivolti da tutto il mondo ai discendenti del Messaggero di Allah. Milioni e milioni di musulmani provano orgoglio e onore per il legame con la stirpe del Profeta e con quella dei suoi Compagni. Alcuni sono sayyid, altri alawiti, abbasidi, hascemiti, siddiqiti, faruqiti, ottomani, zubayriti o ansariti. Ma non si sente mai il nome di Abu Jahl o di Lahabi. La storia ha dimostrato che «abtar» non era il Nobile Profeta, bensì lo erano i suoi nemici, e lo sono ancora.(Arabo********)Qui (Arabo******)è stata usata la parola la cui origine è (Arabo******)da. Il cui significato è odio e inimicizia, a causa dei quali si tratta male un’altra persona. In un altro passo del Corano è detto: (Arabo********)e (o musulmani), che l’inimicizia verso un popolo non vi spinga a eccedere al punto da commettere un’ingiustizia. Pertanto, (Arabo*******)è ogni persona che, per la propria inimicizia verso il Messaggero di Allah, è diventata talmente accecata da diffamarlo, pronunciare parole offensive contro di lui, umiliarlo e sfogare il proprio rancore insultandolo in vari modi.]

L’aspetto ultraterreno della lieta notizia di al-Kawthar

Quanto segue è ciò che il Profeta ha detto riguardo al bacino di al-Kawthar:

Primo: nel terribile Giorno della Resurrezione, quando tutti saranno tormentati dalla sete, il bacino di al-Kawthar sarà concesso al Nobile Profeta. La comunità del Profeta si incontrerà con lui presso il bacino, berrà da esso e si disseterà. Il Nobile Profeta vi giungerà prima di tutti e prenderà posto al centro. Il Profeta dice: (Arabo*************)«È un bacino al quale la mia comunità giungerà nel Giorno della Resurrezione» (Muslim, Abu Dawud). (Arabo*********)«Giungerò al bacino prima di tutti voi» (al-Bukhari, Muslim, Ibn Majah, Musnad Ahmad).

(Arabo… a pagina 419 del PDF)

«Giungerò là prima di voi e testimonierò in vostro favore. Per Dio, vedo già il mio bacino» (al-Bukhari).

Una volta il Profeta si rivolse agli Ansar dicendo:

(Arabo*****************************************a pagina 419 del PDF)

«Dopo di me dovrete affrontare egoismo e favoritismo verso i propri familiari. Allora siate pazienti. In seguito verrete a incontrarmi presso il bacino di al-Kawthar». –(Bukhari, Muslim, Tirmidhi)

(Arabo**********) «Nel Giorno della Resurrezione occuperò il posto centrale presso il bacino». (Muslim) Ad Abu Barza al-Aslami (che Allah sia soddisfatto di lui) fu chiesto: «Hai sentito qualcosa dal Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) riguardo al bacino?». Egli rispose: «Una volta, due volte, tre volte—non quattro—l’ho sentito molte volte. Chi lo riterrà una menzogna, Allah lo priverà della sua acqua». –(Abu Dawud)

Ubaydullah ibn Ziyad riteneva false le narrazioni riguardanti il bacino. Anzi, dichiarò false tutte le narrazioni di Abu Barza al-Aslami (che Allah sia soddisfatto di lui), Bara ibn Azib (che Allah sia soddisfatto di lui) e Iyad ibn Amr (che Allah sia soddisfatto di lui). Infine Abu Sabra portò alla luce una narrazione che aveva messo per iscritto alla presenza di Amr ibn al-As. In essa erano riportate queste parole del nobile Profeta (che Allah lo benedica e gli conceda la pace):(Arabo********) «Sappiate che il luogo del vostro incontro con me sarà il bacino di al-Kawthar». –(Musnad Ahmad)

2: Nelle diverse narrazioni si trovano descrizioni differenti dell’ampiezza di questo bacino. Tuttavia, nella maggior parte delle narrazioni si afferma che la sua lunghezza si estende da Ayla (l’attuale porto israeliano di Eilat) fino a San’a, nello Yemen, oppure da Ayala fino ad Aden, oppure da Amman fino ad Aden. La sua larghezza si estende da Ayla fino a Hujfa (la località situata tra Gedda e Rabigh) (Bukhari, Abu Dawud, Musnad di Ahmad, Muslim, Tirmidhi, Ibn Majah).

Da ciò si può dedurre che forse l’attuale Mar Rosso sarà trasformato nel bacino di al-Kawthar. Allah Onnipotente ne sa meglio.

Terzo: riguardo a questo bacino, il Profeta dice: l’acqua sarà attinta dal fiume del Paradiso chiamato al-Kawthar e versata in questo bacino. (arabo**********) Altrove (arabo*************) cioè, dal Paradiso saranno collegati ad esso due canali per rifornirlo d’acqua (Muslim).

In un’altra narrazione si dice (arabo********************): «Dal fiume del Paradiso, al-Kawthar, sarà aperto un canale verso questo bacino». — (Musnad Ahmad)

Quarto: riguardo alla descrizione del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), si dice che la sua acqua è più bianca del latte o dell’argento, più fredda del ghiaccio e più dolce del miele. Il terreno sul fondo è più profumato del muschio. Sopra di essa saranno disposti innumerevoli recipienti, simili alle stelle del cielo. Chi berrà una volta da quest’acqua non avrà mai più sete. Chi ne sarà privato non sarà mai soddisfatto. Questo è stato tramandato in numerosi hadith, con lievi variazioni nelle parole (Bukhari, Muslim, Musnad Ahmad, Tirmidhi, Ibn Majah, Abu Dawud).

Quinto: a questo proposito il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) ammoniva ripetutamente la gente, dicendo: «Dopo di me, coloro tra voi che cambieranno la mia via e le mie consuetudini saranno tenuti lontani da questo bacino e non sarà loro permesso di avvicinarsi. Io dirò: “Sono i miei compagni”. Allora sarà detto: “Tu non sai che cosa fecero dopo di te”. Dopodiché anch’io li respingerò e dirò: “Allontanatevi!”». Questo è stato tramandato in numerose narrazioni (Bukhari, Muslim, Musnad Ahmad, Ibn Majah).

Il testo dell’hadith tramandato da Ibn Majah a questo proposito è profondamente straziante.

(Arabo*****************************************a pagina 420 del PDF)

«Sappiate che arriverò al bacino prima di voi. Mi vanterò dicendo che la mia comunità sarà più numerosa di voi rispetto alle altre comunità. State in guardia: condurrò via alcune persone, mentre alcune saranno portate via da me. Allora dirò: “Mio Signore! Costoro sono i miei compagni”. Egli dirà: “Tu non sai quali azioni abbiano compiuto dopo di te”». Ibn Majah dice che il Profeta pronunciò queste parole durante il sermone di Arafat.

Sesto: allo stesso modo, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ammonisce i musulmani che verranno dal suo tempo fino al Giorno della Resurrezione, dicendo che tutti coloro che si allontaneranno dalla sua via e cambieranno le sue consuetudini saranno espulsi dal bacino. Io dirò: «Mio Signore! Costoro appartengono a me. Sono la mia comunità». In risposta sarà detto: «Tu non sai quali cambiamenti abbiano apportato dopo di te e come abbiano seguito la via opposta». Il Profeta dice: «Dopodiché li respingerò e non permetterò loro di avvicinarsi al bacino».

Su questo argomento si trovano numerosi hadith. (Si vedano Bukhari, Muslim, Ibn Majah e Musnad Ahmad.)

La descrizione di questo bacino è stata tramandata da cinquanta Compagni. I precedenti sapienti dell’Islam hanno ritenuto che questo bacino fosse proprio il Bacino di al-Kawthar. L’Imam Bukhari, nell’ultimo capitolo del suo Kitab al-Riqaq, ha posto il titolo:(Arabo*****************************************a pagina 421 del PDF)

In una narrazione di Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) è riportata questa spiegazione: a proposito di al-Kawthar, il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: (Arabo*************) «Questo è il bacino presso il quale si radunerà la mia comunità».

Numerosi hadith riportano anche la descrizione del fiume chiamato al-Kawthar, che sarà donato al Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) in Paradiso. Sono state registrate numerose narrazioni anche da Anas (che Allah sia soddisfatto di lui), nelle quali egli racconta che, durante la notte dell’Ascensione, il Profeta fu condotto in viaggio attraverso il Paradiso. In quell’occasione vide un fiume sulle cui rive erano costruite cupole ornate di diamanti. Il terreno sul fondo emanava un profumo simile a quello del muschio. Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) chiese a Gabriele, oppure all’angelo che lo accompagnava: «Che cos’è quello?». Gli fu risposto: «Questo è il fiume di al-Kawthar, che Allah l’Altissimo ti ha donato». (Musnad di Ahmad, al-Bukhari, Muslim, Abu Dawud, al-Tirmidhi e altri).

Anas (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta che un uomo chiese al Profeta: «Che cos’è al-Kawthar?». Il Profeta rispose: «È un fiume che Allah mi ha donato in Paradiso. Il suo terreno è profumato come il muschio, la sua acqua è più bianca del latte e più dolce del miele» (Musnad di Ahmad, al-Tirmidhi). Ibn Jarir, citando un’altra narrazione del Musnad di Ahmad, riferisce che il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), descrivendo le qualità del fiume di al-Kawthar, disse: «Sul suo fondo, al posto delle pietre, sono disposte gemme e pietre preziose». Ibn Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta che il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Al-Kawthar è un fiume, o corso d’acqua, del Paradiso. Le sue rive sono d’oro e scorre sopra gemme e pietre preziose». In altre parole, al posto dei ciottoli vi sono diamanti e gemme. Il suo terreno è più profumato del muschio; la sua acqua è più bianca del latte, più fredda del ghiaccio e più dolce del miele. (Musnad di Ahmad, al-Tirmidhi, Ibn Majah, Ibn Abi Hatim, al-Darimi, Abu Dawud, Ibn al-Mundhir, Ibn Mardawayh, Ibn Abi Shaybah). Usama ibn Zayd (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta che una volta il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) si recò nella casa di Hamza (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli non era in casa e sua moglie accolse il Profeta. Ella disse: «Mio marito mi ha detto che in Paradiso ti è stato donato un fiume chiamato al-Kawthar». Il Profeta rispose: «Sì, è proprio così: il suo terreno è fatto di giacinti e di varie gemme». Oltre a queste narrazioni, negli hadith sono riportate numerose dichiarazioni dei Compagni e dei Tabi’un, nelle quali al-Kawthar è identificato con questo fiume o corso d’acqua del Paradiso e gli sono attribuite proprio le qualità descritte sopra. Per esempio, le dichiarazioni di Abd Allah ibn Umar, Abd Allah ibn Abbas, Anas ibn Malik, Aisha, Mujahid e Abu al-Aliya sono menzionate nelle opere degli studiosi di hadith, tra cui il Musnad di Ahmad, al-Bukhari, al-Tirmidhi, al-Nasa’i, Ibn Mardawayh, Ibn Jarir e Ibn Abi Shaybah.

La terribile sorte di Abu Lahab

(arabo***************************************** a pagina 422 del PDF)

«Le mani di Abu Lahab sono spezzate ed egli è rimasto deluso».

Alcuni esegeti hanno interpretato (arabo****************) nel senso di «possano essere spezzate le mani di Abu Lahab» e (arabo****************) nel senso di «possa egli essere distrutto» oppure «egli è stato distrutto». In realtà, però, non si tratta di una preghiera d’imprecazione o di una maledizione pronunziata contro di lui. Si trattava piuttosto di una profezia, per la quale è stato usato il passato riguardo a qualcosa che sarebbe accaduto in futuro. Il suo verificarsi era talmente certo da essere considerato già avvenuto. E in effetti si verificò ciò che era stato profetizzato in questa sura alcuni anni prima. L’espressione «le mani spezzate» non significa che gli si fosse spezzata una parte del corpo. Significa piuttosto il fallimento di una persona nelle imprese per le quali si è adoperata con tutte le sue forze. Abu Lahab impiegò tutte le proprie energie per vanificare la predicazione islamica del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). Tuttavia, prima che fossero trascorsi sette o otto anni dalla rivelazione di questa sura, nella battaglia di Badr furono uccisi la maggior parte dei capi dei Quraysh, che avevano aiutato Abu Lahab nella loro ostilità contro il Profeta. Quando la notizia di questa sconfitta giunse alla Mecca, Abu Lahab ne fu talmente addolorato che non riuscì a vivere più di sette giorni. Anche la sua morte fu una grande lezione. Fu colpito dalla malattia della pustola maligna (Malignant Pastule), a causa della quale i suoi familiari lo abbandonarono e si allontanarono da lui, terrorizzati dal timore di quella terribile malattia contagiosa. Per tre giorni dopo la sua morte nessuno si avvicinò a lui. Il suo cadavere imputridì ed emanò un cattivo odore. La gente cominciò a rimproverare per questo i suoi figli; allora essi fecero sollevare il cadavere da alcuni Abissini e lo fecero seppellire da loro. Secondo una narrazione, fu scavata una fossa e il cadavere vi fu gettato con l’aiuto di un pezzo di legno, dopodiché fu ricoperto di terra e pietre. La sua sconfitta completa e totale si manifestò anche in un altro modo: i suoi figli abbracciarono proprio la religione di cui egli aveva tentato con tutte le sue forze di ostacolare il cammino. Per prima, sua figlia Durrah emigrò dalla Mecca, raggiunse Medina e accettò l’Islam. In seguito, al momento della conquista della Mecca, i suoi due figli, Utbah e Mu’attab, si presentarono davanti al Profeta (pace e benedizioni su di lui) grazie alla mediazione di Hadrat Abbas (che Allah sia soddisfatto di lui) e, dopo aver abbracciato la fede, prestarono giuramento di fedeltà nelle mani del Profeta (pace e benedizioni su di lui).

La punizione degli abitanti della Mecca per aver espulso il Profeta

(Arabo*****************************************pagina 422 del PDF)

«Erano fermamente decisi a espellerti da questa terra e a scacciarti da essa. Ma, se lo facessero, dopo di te non potrebbero rimanervi a lungo nemmeno loro». –(Bani Isra’il: 76)

Sebbene all’epoca questa chiara profezia fosse considerata una minaccia, nel giro di dieci o undici anni si realizzò alla lettera. Un anno dopo la rivelazione di questa sura, essi costrinsero il Profeta (pace e benedizioni su di lui) a lasciare la Mecca. Poi, prima che fossero trascorsi otto anni, egli entrò alla Mecca in veste di conquistatore. Nel giro di altri due anni, l’esistenza dei politeisti scomparve in tutto il territorio arabo. Tutti coloro che allora si trovavano in Arabia vi risiedevano ormai come musulmani. Per i politeisti non c’era più alcun posto.

La sconfitta dei Quraysh

(Arabo*****************************************pagina 423 del PDF)

«Ben presto questo gruppo sarà sconfitto e lo si vedrà fuggire volgendo le spalle». –(Sura al-Qamar: 45)

Cinque anni prima dell’Egira era stata fatta questa chiara profezia: il gruppo dei Quraysh, che per orgoglio della propria forza si considerava padrone della terra, sarebbe stato presto sconfitto dai musulmani. A quel tempo nessuno poteva immaginare come, nel prossimo futuro, si sarebbe verificata una simile rivoluzione. La situazione dei musulmani era talmente penosa che una parte di loro lasciò il paese e compì l’Egira verso l’Abissinia, mentre i restanti credenti erano assediati nello Shi‘b Abi Talib. I Quraysh avevano interrotto ogni rapporto con loro e li tenevano confinati in una grotta montana, tanto che morivano di fame. In simili condizioni, chi avrebbe potuto immaginare che nel giro di sette anni la situazione sarebbe cambiata? Secondo la narrazione di Ikrima, discepolo di Hazrat Abdullah ibn Abbas (che Allah si compiaccia di lui), Hazrat Umar (che Allah si compiaccia di lui) disse: quando fu rivelato questo versetto della sura al-Qamar, mi meravigliavo pensando: «Quale sarà mai questo gruppo che verrà sconfitto?». Ma quando, nella battaglia di Badr, i miscredenti furono sconfitti e fuggivano, vidi il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) avanzare indossando l’armatura da guerra, mentre dalle sue labbra pure uscivano queste parole:

(Arabo*****************************************pagina 423 del PDF)

«Allora compresi che questa era proprio la sconfitta di cui era stata data notizia». – (Ibn Jarir, Ibn Abi Hatim)

La Mecca sarà conquistata

(Arabo*****************************************a pagina 423 del PDF)

«I nostri eserciti saranno certamente vittoriosi». – (Sura as-Saffat: 173)

In altre parole, i miscredenti dei Quraysh vedranno con i propri occhi, entro breve tempo, la propria sconfitta e la vostra vittoria. E accadde proprio come era stato detto. Appena quattordici o quindici anni dopo la rivelazione di questi versetti, i miscredenti della Mecca videro con i propri occhi il Profeta entrare nella Mecca da vincitore. Poi, qualche anno più tardi, videro anche che l’Islam estese il proprio dominio non solo sulla Mecca, ma anche sugli imperi romano e iraniano.

(Arabo*****************************************a pagina 424 del PDF)

Con «questo luogo» si allude alla Mecca. In altre parole, proprio nel luogo in cui queste persone (i miscredenti dei Quraysh) pronunciano grandi parole, un giorno subiranno la sconfitta. Proprio qui giungerà per loro il momento in cui staranno a capo chino davanti al Profeta, che oggi considerano spregevole e che rifiutano di riconoscere come profeta.

La predicazione del Corano si diffonderà certamente in ogni direzione

(Arabo*****************************************a pagina 424 del PDF)

«Ben presto mostreremo loro i Nostri segni negli orizzonti e dentro loro stessi. Allora sarà loro chiaro che questo Corano è davvero una grande verità». – (Sura Fussilat: 53)

In altre parole, vedranno immediatamente con i propri occhi che l’invito di questo Corano si è diffuso ovunque e che essi stessi si sono inchinati davanti ad esso. In quel momento comprenderanno che tutto ciò che oggi viene loro detto e che rifiutano di accettare è assolutamente vero.

Alcuni sollevano la questione che il trionfo di un invito e la conquista di territori vastissimi siano una prova della sua verità. Anche un invito falso si diffonde in ogni direzione e i suoi seguaci conquistano un paese dopo l’altro.

In realtà, questa domanda è stata posta considerando l’aspetto esteriore della questione, senza soffermarsi profondamente sul suo significato complessivo. Le straordinarie vittorie ottenute dall’Islam al tempo del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) e dei Califfi ben guidati non furono un segno di Allah semplicemente nel senso che i musulmani conquistarono un paese dopo l’altro, bensì nel senso che quelle vittorie non furono come le altre. Nelle altre conquiste accade che, dopo aver ottenuto la vittoria, un individuo, una famiglia o una nazione divenga padrone delle vite e dei beni dei vinti, e la terra di Dio si riempia di oppressione e tirannia. Al contrario, la vittoria dell’Islam portò con sé una grande rivoluzione religiosa, morale, mentale, politica, economica e civile. Ovunque giunse l’influsso di questa rivoluzione, le migliori qualità umane si svilupparono e quelle malvagie furono represse. Il mondo aveva desiderato vedere tali qualità nei dervisci rinuncianti al mondo e in coloro che, in silenzio, ricordano Allah, ma non aveva mai potuto immaginare che tali qualità potessero trovarsi anche in coloro che amministrano gli affari del mondo. Grazie a questa rivoluzione, quelle qualità morali si manifestarono nella politica dei governanti, nella giustizia dei tribunali, nelle guerre e nelle vittorie dei comandanti militari, tra gli esattori delle imposte e tra i grandi proprietari di imprese commerciali. Questa rivoluzione elevò a tal punto, nella società da essa edificata, il carattere, l’efficienza e la purezza della gente comune, che perfino le personalità illustri delle altre società apparvero di livello inferiore. L’Islam liberò l’uomo dalle catene della cieca fede e della superstizione e lo condusse sulla grande via della ricerca intellettuale, del pensiero razionale e dell’azione ragionevole. Le altre forme di società non si preoccupano neppure di pensare alla cura delle malattie sociali; l’Islam ne organizzò invece adeguatamente il trattamento. Oppure, anche quando pensavano a curarle, non riuscivano ad avere successo. Si considerino, per esempio, le divisioni tra gli uomini basate sulla casta, sull’origine, sulla patria, sulla lingua e simili; la divisione in classi all’interno della stessa società e le differenze tra superiori e inferiori; l’intoccabilità; la mancanza di uguaglianza nei diritti legali e nei rapporti sociali concreti; la vita umiliante delle donne e la loro privazione dei diritti fondamentali; la diffusione della criminalità; l’uso comune dell’alcol e di altre sostanze stupefacenti; l’impossibilità di criticare il governo; la privazione dei diritti fondamentali anche per il popolo; la violazione dei trattati a livello internazionale; il comportamento bestiale in guerra e varie altre malattie di questo genere. Proprio nella penisola araba, questa rivoluzione sostituì, sotto gli occhi di tutti, l’anarchia con il timore di Dio e la purezza; l’ingiustizia con la giustizia; l’impurità e l’inciviltà con la purezza e la civiltà; l’ignoranza con la conoscenza; i conflitti e le liti ereditarie con la fratellanza, l’affetto e l’amore. Inoltre, a una nazione i cui membri non riuscivano a concepire nulla oltre la leadership della propria tribù fu affidata la leadership del mondo. Questi erano i segni che i discendenti di coloro ai quali il Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva inizialmente recitato questo versetto videro con i propri occhi. Da allora fino a oggi, Allah l’Altissimo ha continuato a mostrare questi segni. Neppure nell’epoca del loro declino i musulmani hanno potuto avvicinarsi alla grandezza morale che hanno mostrato coloro che si vantano di essere i portatori della civiltà e della buona educazione. In nessun periodo della storia musulmana si può trovare un esempio del trattamento oppressivo riservato dalle nazioni europee ai popoli conquistati in Africa, America, Asia e nella stessa Europa. È soltanto una benedizione del Sacro Corano ad aver suscitato nei musulmani un tale senso di umanità che, dopo aver vinto, non si sono mostrati così oppressivi e ancora oggi non si mostrano tali. Chi ha occhi, guardi e osservi quale trattamento i musulmani riservarono ai cristiani durante i secoli in cui governarono la Spagna. Poi osservi quale trattamento riservarono i cristiani ai musulmani quando conquistarono il potere in quella terra. Dopo aver governato l’India per più di ottocento anni, quale trattamento riservarono i musulmani agli indù? E ora, dopo che gli indù hanno assunto il potere, quale trattamento riservano ai musulmani? Quale fu, per tredici secoli, il comportamento dei musulmani verso gli ebrei? E ora, in Palestina, quale trattamento stanno riservando loro ai musulmani?

L’elevato rango del Sacro Profeta

(Arabo*****************************************a pagina 426 del PDF)

«O Profeta! Sappi con certezza che Colui che ti ha imposto questo Corano ti condurrà alla destinazione migliore». – (Sura al-Qasas: 85)

Le parole originali significano: «Ti farà tornare verso un luogo di ritorno». Il termine «luogo di ritorno» indica letteralmente il luogo al quale, alla fine, l’uomo deve ritornare. Poiché questa espressione è usata in forma indefinita, il suo significato naturale è che si tratta di un luogo di grandissima dignità. Alcuni esegeti ne hanno interpretato il significato come il Paradiso. Tuttavia, non vi è alcuna ragione plausibile per limitarlo esclusivamente al Paradiso. Allah l’Altissimo lo ha usato in senso generale; così dovrebbe essere inteso, affinché la promessa relativa a questo luogo possa applicarsi tanto a questo mondo quanto all’Aldilà. Anche il contesto precedente dell’argomento impone di considerarlo non soltanto come una promessa di conferire al Profeta Mustafa (pace su di lui) una grande dignità nell’Aldilà, ma anche in questo mondo. Nella discussione che prosegue ininterrottamente dal versetto 57 fino a questo punto, a proposito delle parole dei miscredenti della Mecca, essi avevano detto: «O Muhammad (pace su di lui), vuoi farci perire insieme a te. Se ti sosteniamo e accettiamo la tua religione, la nostra sopravvivenza nella penisola arabica diventerà difficile». In risposta, Allah l’Altissimo dice al Suo Profeta: «O Profeta! Il Dio che ti ha affidato la responsabilità di portare la bandiera di questo Corano non ti farà perire. Al contrario, ti conferirà una dignità che queste persone non sono neppure in grado di immaginare».

In realtà, pochi anni dopo, Allah l’Altissimo mostrò proprio in questo mondo, davanti ai loro occhi, che aveva conferito al Profeta (pace su di lui) il dominio esclusivo sull’intera penisola arabica: nessuna forza capace di opporglisi riuscì a sopravvivere e in quella terra non rimase posto per alcuna religione diversa da quella da lui istituita. In tutta la penisola arabica si era instaurata la monarchia esclusiva di un uomo che non aveva rivali; e la gente non si limitò ad accettare il suo dominio politico: quell’uomo pose fine a tutte le religioni e fece dell’intera nazione una seguace della sua religione. Nella storia dell’Arabia non vi era mai stato un simile esempio.

Per il Profeta Muhammad, il Maqam Mahmud

(pagina 426 del PDF)

«Ben presto il tuo Signore ti insedierà nel Maqam Mahmud».

In altre parole, ti conferirà, in questo mondo e nell’Aldilà, una dignità tale da renderti lodato da tutta la creazione. Da ogni parte riceverai lodi e rispetto, e la tua persona diventerà una persona degna di lode. Oggi i tuoi oppositori ti accolgono con insulti e rimproveri e hanno scatenato una tempesta di false accuse per diffamarti in tutto il paese. Ma non è lontano il tempo in cui nel mondo si udrà il mormorio delle tue lodi e nell’Aldilà sarai lodato da tutta la creazione. Il fatto che, nel Giorno della Resurrezione, il Profeta Mustafa (pace su di lui) riceva l’onore di essere intercessore costituisce una parte della sua mahmudiyya, cioè dell’essere lodato.

La buona notizia della vittoria per l’Impero romano sconfitto

La profezia contenuta nei primi versetti della sura ar-Rum è una delle prove evidenti che il Corano è la parola di Allah e che Muhammad Mustafa (pace su di lui) è il vero Profeta di Allah. Per comprendere questo fatto, è particolarmente necessario prestare attenzione agli eventi storici di quel periodo, ai quali sono collegati i versetti di questa sura.

L’evento verificatosi otto anni prima della missione profetica del Profeta Mustafa (pace e benedizioni su di lui) fu il seguente: scoppiò una rivolta contro l’imperatore romano Maurizio (Marice) e un uomo di nome Foca (Phicas) salì al trono. Costui uccise cinque figli dell’imperatore sotto i suoi stessi occhi. Poi uccise il padre e fece appendere pubblicamente a Costantinopoli le teste mozzate del padre e dei figli. Pochi giorni dopo furono uccise anche sua moglie e le sue tre figlie. In seguito a questo avvenimento, l’imperatore persiano Cosroe Parviz ebbe un pretesto morale per attaccare l’Impero romano. Maurizio era un suo benefattore e, grazie al suo aiuto e sostegno, Parviz aveva ottenuto il trono dell’Iran. Parviz lo considerava come un padre. Per questo dichiarò che avrebbe vendicato il trattamento barbaro inflitto dall’usurpatore Foca a Maurizio, che gli era come un padre, e alla sua famiglia. Nel 603 d.C. dichiarò guerra all’Impero romano e giunse da una parte fino a Edessa, in Asia Minore (l’odierna Urfa), e dall’altra fino ad Aleppo e Antiochia, in Siria. Quando i governanti romani videro che Foca non era in grado di difendere il paese, chiesero aiuto al governatore dell’Africa. Questi inviò a Costantinopoli suo figlio Eraclio (Heraclius) con un potente esercito. Appena giunto, egli depose Foca dal trono. Al suo posto fu nominato Cesare, o sovrano, di Roma proprio Eraclio. Dopo aver assunto il potere, trattò Foca esattamente come Foca aveva trattato Maurizio. Questo accadde nel 610 d.C., proprio l’anno in cui il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fu investito della missione profetica.

Il pretesto morale con cui Cosroe Parviz aveva dichiarato guerra venne meno dopo la deposizione e l’uccisione di Foca. Se lo scopo della sua guerra fosse stato soltanto vendicare le persecuzioni e le angherie di Foca, dopo la sua morte avrebbe dovuto concludere la pace con il nuovo Cesare, Eraclio. Ma egli continuò la guerra. Le comunità cristiane — nestoriani, giacobiti e altre — che la Chiesa ufficiale accusava di ateismo e perseguitava da anni divennero solidali con gli invasori mazdei, e anche gli ebrei si unirono ai mazdei. Il numero degli ebrei che si arruolarono nell’esercito di Cosroe Parviz arrivò addirittura a ventiseimila.

Eraclio non riuscì ad arginare questa inondazione. Non appena salì al trono, gli giunse la notizia che Antiochia era caduta nelle mani degli iraniani. Poi, nel 613 d.C., gli iraniani conquistarono Damasco. L’anno seguente conquistarono Gerusalemme e cominciarono a devastare i cristiani. In quella città furono uccisi novantamila cristiani. La loro chiesa più sacra, la Chiesa del Santo Sepolcro (Holy Sepulchre), fu distrutta. Anche la vera croce, o palo della crocifissione, riguardo alla quale i cristiani credevano che Gesù Cristo vi fosse morto, fu presa dai mazdei iraniani e inviata a Madā’in. Il patriarca al potere, Zaccaria, fu rapito e tutte le grandi chiese della città furono distrutte. A testimonianza di quanto questa vittoria avesse inebriato Cosroe Parviz vi è una lettera che egli inviò a Eraclio da Gerusalemme. In essa diceva:

«Da parte di Cosroe, il più grande degli dèi, signore di tutto il mondo, a quel vile e insensato servo Eraclio: dici di confidare nel tuo dio. Perché allora il tuo dio non ha salvato Gerusalemme dalle mie mani?

Entro un anno da questa vittoria, l’esercito iraniano estese il proprio dominio su tutta la regione della Giordania, della Palestina e della penisola del Sinai, giungendo fino ai confini dell’Egitto. Era un periodo in cui alla Mecca si svolgeva un’altra lotta, ancora più importante. Qui i portatori dello stendardo del tawhid, sotto la guida del Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui), e i politeisti, sotto la guida dei capi dei Quraysh, erano impegnati nella lotta gli uni contro gli altri. La situazione giunse a un punto tale che, nel 615 d.C., una grande schiera di musulmani fu costretta ad abbandonare le proprie case e a cercare rifugio in un regno cristiano dell’Abissinia. L’Abissinia era uno Stato alleato di Roma. A quel tempo, ovunque si sentiva parlare delle vittorie degli iraniani sui romani. Alla Mecca i politeisti danzavano di gioia e dicevano ai musulmani: «Vedete, gli adoratori del fuoco dell’Iran stanno riportando vittorie, mentre coloro che credono nella rivelazione e nella missione profetica subiscono una sconfitta dopo l’altra. Allo stesso modo, noi idolatri arabi estirperemo la vostra religione».

In una simile situazione fu rivelata questa sura del Sacro Corano. In essa si annunciava la profezia che i romani erano stati sconfitti nella regione più vicina, ma che, dopo la loro sconfitta, entro pochi anni sarebbero stati vittoriosi. Sarebbe stato un giorno in cui i musulmani si sarebbero rallegrati per la vittoria concessa da Allah l’Altissimo.

In queste parole erano contenute due profezie. La prima: i romani avrebbero riportato la vittoria. La seconda: nello stesso periodo anche i musulmani avrebbero ottenuto una vittoria. Apparentemente non si scorgeva, neppure in un futuro lontano, alcun segno che una delle due profezie potesse realizzarsi entro pochi anni. Da una parte vi erano pochi musulmani, oppressi e perseguitati alla Mecca, e per otto anni dopo questa profezia non si intravedeva alcuna possibilità che riportassero una vittoria. Dall’altra, la sconfitta dei romani aumentava di giorno in giorno. Entro il 619 d.C. tutto l’Egitto era caduto nelle mani degli iraniani e le truppe mazdee avevano innalzato le loro bandiere fino ai confini di Tarabulus (Tripoli). Le truppe iraniane attaccarono i romani fino all’Asia Minore e i resti dell’esercito romano giunsero sulle rive del Bosforo. Nel 617 d.C. occuparono Calcedonia (Chalecdon), l’odierna Kadıköy, di fronte a Costantinopoli. Il Cesare di Roma inviò un ambasciatore a Cosroe d’Iran e gli fece umilmente sapere di essere disposto a concludere la pace a qualunque prezzo. Ma Cosroe rispose: «Non permetterò in alcun modo al Cesare di vivere in pace finché non verrà davanti a me in catene, abbandonerà il dio crocifisso e accetterà di adorare il dio del fuoco». Alla fine Cosroe divenne così timoroso della sconfitta che progettò di lasciare Costantinopoli e trasferirsi a Cartagine (l’odierna Tunisi). Nelle parole dello storico Gibbon, per sette o otto anni dopo questa profezia del Sacro Corano regnava una situazione tale che nessuno poteva neppure immaginare che i romani avrebbero sconfitto l’Iran. Non si poteva certo parlare di vittoria: fino ad allora nessuno aveva osato sperare che questo impero sarebbe sopravvissuto. — [Gibbon, The Decline and Fall of the Roman Empire, vol. 2, p. 788. Modern Library, New York.]

Quando furono rivelati questi versetti del Corano, i miscredenti della Mecca cominciarono a deriderli e a schernirli. Ubayy ibn Khalaf fece una scommessa con Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) e disse: «Se i romani vinceranno entro tre anni, ti darò dieci cammelli; altrimenti dovrai darne dieci a me». Quando la notizia della scommessa giunse al Profeta (pace e benedizioni su di lui), egli disse: «Nel Corano sono state usate parole il cui termine, nella lingua araba, è compreso entro dieci. Perciò stabilisci come condizione un termine di dieci anni e aumenta il numero dei cammelli a cento».

In seguito, Hazrat Abu Bakr incontrò nuovamente Ubayy e fu stabilita una nuova condizione: colui le cui parole si fossero dimostrate false entro dieci anni avrebbe dovuto dare cento cammelli all’altro.

Nel 622 d.C., il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) emigrò a Medina. Nel frattempo, il Cesare Eraclio partì segretamente da Costantinopoli, dirigendosi verso Trebisonda attraverso il Mar Nero, e si preparò ad attaccare gli Iraniani alle spalle. Per preparare questo contrattacco, il Cesare chiese un aiuto finanziario alla Chiesa; Sergio (Serjius), il massimo dignitario religioso della Chiesa cristiana, prestò a interesse i beni accumulati nella Chiesa come offerte votive, allo scopo di proteggere il cristianesimo dal mazdaismo. Eraclio iniziò il suo attacco dall’Armenia nel 623 d.C. e l’anno successivo, nel 624 d.C., entrò in Azerbaigian, distrusse Urmia, luogo di nascita di Zarathustra, e rase al suolo i templi iraniani del culto del fuoco. La manifestazione della potenza di Dio volle che, nello stesso anno, i musulmani ottenessero per la prima volta una vittoria decisiva sugli infedeli nella battaglia di Badr. In questo modo, entrambe le profezie menzionate nella Sura ar-Rum si compirono contemporaneamente prima che fossero trascorsi dieci anni.

In seguito, le truppe romane continuarono a sconfiggere gli Iraniani. Nella battaglia decisiva di Ninive (627 d.C.), spezzarono la spina dorsale dell’Impero iraniano. Poi fu distrutta Dastagird, residenza dei sovrani iraniani, e i Romani avanzarono fino a Ctesifonte (Ctesiphin), che allora era la capitale dell’Iran. Nel 628 d.C. iniziò una rivolta familiare contro Cosroe Parviz, che fu fatto prigioniero. Diciotto dei suoi figli furono uccisi davanti ai suoi occhi. Dopo qualche tempo egli morì in prigione. Nello stesso anno fu firmato il trattato di Hudaybiyya, che il Corano definisce una «grande vittoria». Sempre quell’anno, suo figlio, Qobad II, liberò dal dominio iraniano tutti i territori romani occupati e, restituendo la Vera Croce, concluse un trattato di pace con i Romani. Nel 629 d.C., il Cesare stesso si recò a Bayt al-Maqdis per ricollocare la «Santa Croce» al suo posto. Nello stesso anno, il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) entrò per la prima volta alla Mecca dopo l’Egira, per compiere l’umra compensativa.

Dopo ciò, non rimase nella mente di nessuno il minimo dubbio che la profezia del Corano fosse vera alla lettera. Numerosi politeisti dell’Arabia vi credettero. Dopo aver vinto la scommessa contro gli eredi di Ubayy ibn Khalaf, Hazrat Abu Bakr dovette consegnare loro cento cammelli per adempiere alla condizione stabilita. Abu Bakr portò questi cammelli dal Profeta, che gli disse di darli in elemosina. La condizione era stata stabilita in un’epoca in cui il gioco d’azzardo non era ancora stato proibito dalla sharia. In seguito era giunto il comandamento che lo vietava. Per questo, sebbene fosse consentito prendere i beni degli infedeli belligeranti, fu ordinato di non usarli personalmente, ma di darli in elemosina.

(Arabo*****************************************a pagina 430 del PDF)

«E quel giorno sarà un giorno in cui i musulmani gioiranno per la vittoria concessa da Dio». — (Sura ar-Rum: 4)

I sapienti Ibn Abbas, Abu Sa’id al-Khudri, Sufyan al-Thawri, as-Suddi e altri hanno detto che la vittoria dei Romani sugli Iraniani e la vittoria dei musulmani sui politeisti a Badr ebbero luogo nello stesso anno. Per questo la gioia dei musulmani fu doppia. Ciò è comprovato anche dalla storia dell’Iran e di Roma. La battaglia di Badr ebbe luogo nel 624 d.C.; nello stesso anno il Cesare di Roma distrusse il luogo di nascita di Zarathustra e rase al suolo il più grande tempio iraniano del culto del fuoco.

La conservazione del corpo del Faraone

Questa è una grande profezia del Corano, una chiara prova della missione profetica di Muhammad (pace e benedizioni su di lui) e della veridicità del Corano. Quando questa profezia coranica fu udita, non si conosceva ancora la condizione delle tombe e dei cadaveri dei faraoni d’Egitto. L’ingresso nelle stanze delle mummie e l’apertura delle tombe e dei sarcofagi dei faraoni sono avvenuti soltanto in tempi recenti. Prima del 1907 nessuno sapeva se il cadavere del faraone contemporaneo di Mosè (pace su di lui) fosse stato conservato dopo la sua morte per annegamento. Le informazioni recentemente scoperte riguardo a un fatto avvenuto più di tremila anni fa sono state presentate come prova, agli occhi di coloro che negano il Corano, che esso è stato rivelato da Allah.

(Arabo*****************************************nel PDF, pagina 430)

«Oggi conserveremo soltanto il tuo cadavere, affinché rimanga un segno istruttivo per le generazioni future». – (Sura Yunus: 92).

Nella valle del Sinai, sulla riva occidentale, esiste ancora il luogo in cui fu ritrovato il cadavere del faraone mentre galleggiava. Oggi questo luogo è chiamato Jabal Faraun. Nei suoi pressi si trova una sorgente termale. Gli abitanti del luogo la chiamano il bagno del faraone. Si trova alcuni chilometri a nord e più in alto rispetto ad Abu Zaynama. Poiché il cadavere del faraone era caduto qui, gli abitanti locali hanno contrassegnato il luogo.

Se il faraone morto annegato è proprio colui che, sulla base degli esami e delle ricerche recenti, è stato identificato come contemporaneo di Mosè (pace su di lui), allora oggi il suo cadavere può essere visto nel museo del Cairo. Quando, nel 1907, Sir Grafton Elliot Smith rimosse l’involucro dalla sua mummia, sul cadavere furono rinvenuti depositi di sale cristallizzato: una chiara prova che era stato immerso nell’acqua salata del mare.

(Arabo************************) Cioè: «Continueremo certamente a mostrare segni istruttivi, sebbene la maggior parte degli uomini, pur vedendo grandi segni istruttivi, non ne tragga insegnamento».

L’attacco mondiale di Gog e Magog

Con Gog si intendono quelle popolazioni tribali di Rūm e della Cina settentrionale conosciute con nomi quali Tartari, Mongoli, Unni e Sciti. Fin dall’antichità attaccavano i paesi civilizzati. Inoltre, si sa che, per difendersi dai loro attacchi, furono costruite le mura di Darband e di Darial nella regione meridionale del Caucaso. Infatti, la forza dei loro attacchi si riversava di volta in volta sia verso l’Asia sia verso l’Europa. Nella Bibbia (Genesi, capitolo 10) sono chiamati discendenti di Jafeth, figlio di Noè. Anche gli storici musulmani hanno affermato la stessa cosa. Nel libro di Ezechiele (capitoli 38 e 39) sono descritti come abitanti delle regioni di Rosh, Tubal (l’odierna Tobol’sk) e Mesech (l’odierna Mosca). Lo storico israelita Giuseppe Flavio li ha identificati con il popolo degli Sciti, il cui territorio si trovava a nord e a est del Mar Nero. Secondo la descrizione di Girolamo, Magog si stabilì a nord del Caucaso, presso il Mare dei Cazari.

Il fatto che vengano liberati significa che cominceranno ad assalire gli abitanti della Terra come una bestia feroce improvvisamente liberata da una gabbia chiusa. Le parole «si è avvicinato il momento in cui la vera promessa sarà adempiuta» indicano chiaramente che questo attacco e questa devastazione su scala mondiale da parte di Gog e Magog avverranno negli ultimi tempi e che, poco dopo, si verificherà la Resurrezione. Anche la seguente profezia del Profeta (pace e benedizioni su di lui), riportata dall’Imam Muslim sulla base della trasmissione di Hudhayfa ibn Asid al-Ghifari, rafforza ulteriormente questo significato. Essa dice: «La Resurrezione non avrà luogo finché non vedrete, prima di essa, dieci segni: la nube di fumo, il Dajjal, la Bestia della Terra, il sorgere del sole da occidente, la discesa di Gesù figlio di Maria, l’attacco e la devastazione di Gog e Magog, tre grandi sprofondamenti del terreno (frane: uno in Oriente, il secondo in Occidente e il terzo in Arabia) e, infine, un fuoco terribile che sorgerà dallo Yemen e sospingerà le persone verso la pianura della Riunione (ossia avrà luogo la Resurrezione)». In un altro hadith, a proposito dell’attacco di Gog e Magog, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse che, proprio come è imminente il parto di una donna incinta a termine, senza che ella sappia in quale momento, di giorno o di notte, partorirà, allo stesso modo in quel tempo la Resurrezione sarà diventata altrettanto imminente.

(Arabo*****************************************a pagina PDF 432)

Tuttavia, dal Corano e dagli hadith non si può stabilire con chiarezza se Gog e Magog, unendosi entrambi, inizieranno il loro attacco e la loro devastazione nel mondo. È anche possibile che, avvicinandosi la Resurrezione, continuino ad attaccarsi a vicenda e che la loro guerra assuma le proporzioni di una catastrofe mondiale.

L’umiliazione e il biasimo degli ebrei

Riguardo a (Arabo******************) la mia convinzione è che ciò continuerà fino al momento immediatamente precedente la Resurrezione. L’attuale istituzione dello Stato israeliano in Palestina non cambia nulla. In primo luogo, questo versetto si applica collettivamente alla nazione ebraica. Il significato del versetto non si applica a ogni singolo ebreo né a piccoli gruppi di individui. In secondo luogo, esso descrive la condizione nella quale, come nazione nel suo insieme, vivranno dal momento in cui Allah l’Altissimo avrà pronunciato il Suo decreto fino alla Resurrezione. Ciò non significa che, durante questo lungo periodo, non saranno per breve tempo, in nessun luogo del mondo, detentori del potere. In realtà, per comprendere il significato di questo versetto, è necessario conoscere la storia della nazione ebraica, quella che si è sviluppata dal tempo di Gesù (pace su di lui) fino a oggi. Osservando attentamente tale storia e la loro attuale condizione complessiva nel mondo, si dimostra la verità delle seguenti parole del Sacro Corano:

(Arabo*****************************************a pagina PDF 432)

«E quando il tuo Signore proclamò che avrebbe certamente suscitato, fino al Giorno della Resurrezione, qualcuno che li avrebbe governati e sottoposti a un duro castigo». – (Sura al-A‘raf: 167).

(Arabo*****************************************a pagina PDF 432)

«Su di loro è stata imposta l’umiliazione e ovunque vengano trovati porteranno il peso di questa umiliazione. Se però in qualche luogo ottengono una garanzia di protezione da parte di Allah e degli uomini, allora è un’altra questione». — (Sura Āl ʿImrān: 112).

La loro intera storia dimostra che, di tanto in tanto, in qualche parte del mondo è emersa una forza che ha ucciso e cacciato gli ebrei con spietatezza. E se in qualche luogo sono rimasti al sicuro, ciò non è avvenuto grazie alla loro forza, bensì grazie all’aiuto e alla collaborazione di un gruppo umano, sulla base delle opportunità e dei mezzi concessi da Allah; così sono stati insediati e continuano a esistere. Il giorno in cui questa collaborazione verrà meno, il mondo vedrà quale sarà la sorte d’Israele. Ritengo che Allah l’Altissimo non voglia sterminare questo popolo, ma voglia conservarlo come esempio istruttivo. Se su questo popolo fossero continuate senza sosta la persecuzione e l’oppressione, sarebbe stato cancellato dalla faccia della terra già molto tempo fa. Allah l’Altissimo, secondo la Sua propria saggezza, ha predisposto per mantenere in vita questo popolo che, mentre in un luogo viene percosso, in un altro trova rifugio. In questo modo, da duemilacinquecento anni, esso sopravvive sulla terra in una condizione di «né vivo né morto».

 

Le profezie degli hadith

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L’epoca della completa sicurezza

Ḥaḍrat Khabbāb (che Allah sia soddisfatto di lui) racconta: un giorno il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) era seduto all’ombra della Kaʿba. Mi presentai a lui e dissi: «O Messaggero di Allah! Non c’è più fine all’ingiustizia e alla persecuzione. Non preghi forse Allah?»

Udendo ciò, il suo volto si arrossò ed egli disse: «Coloro che prima di voi erano credenti furono sottoposti a persecuzioni molto più dure. La loro carne veniva lacerata con pettini di ferro e le loro teste venivano segate ponendo una sega sopra di esse; tuttavia non si allontanarono dalla vera religione. Sappiate con certezza che Allah porterà quest’opera a compimento. Alla fine verrà un tempo in cui un uomo viaggerà senza timore da Sanʿāʾ fino a Ḥaḍramawt, e non avrà paura di nessuno all’infuori di Allah. Ma voi siete davvero troppo impazienti». — (al-Bukhārī)

La condizione per prevalere sugli Arabi e sui non Arabi

Abu Talib chiamò il Profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) e gli disse: «Nipote! Ecco, i membri della tua tribù sono venuti da me. Desiderano che tu concordi con loro su una parola giusta. In questo modo termineranno le controversie e i contrasti tra te e loro». Poi Abu Talib riferì al Profeta la proposta dei capi dei Quraysh. In risposta, il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) disse: «Zio! Io sto presentando loro una parola tale che, se la accetteranno, tutta l’Arabia sarà sottoposta a loro e gli altri paesi continueranno a pagare il tributo».

Queste parole del Profeta sono state riferite in modi diversi da diversi trasmettitori. Una delle versioni è la seguente:

(Arabo*****************************a pagina 434 del PDF)

In un’altra versione:

(Arabo*****************************a pagina 434 del PDF)

Un’altra versione

mostra che il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), invece di rivolgersi ad Abu Talib, si rivolse ai Quraysh e disse:

(Arabo*****************************a pagina 434 del PDF)

Altrove:

(Arabo*****************************a pagina 434 del PDF)

Nonostante queste differenze nelle parole, il significato di tutte le narrazioni è lo stesso. In altre parole, il Santo Profeta (s.a.s.) disse loro: «Vi presento una parola che, se accetterete, vi renderà signori degli Arabi e dei non Arabi. Ora ditemi: è migliore quella che voi chiamate una parola giusta, oppure la mia è migliore? Il vostro bene sta nell’accettare questa Kalima, oppure nel fatto che io vi lasci nella condizione in cui vi trovate e continui personalmente ad adorare il mio Signore?»

Il potere politico e governativo dei Quraysh

Il Profeta (s.a.s.) aveva predetto che, finché i Quraysh avessero mantenuto elevato il proprio carattere e avessero continuato collettivamente a portare lo stendardo della religione, e finché anche solo due di loro fossero rimasti impegnati nella lotta per la verità, il potere di governo sarebbe rimasto nelle loro mani.

Questa previsione del Profeta (s.a.s.) era così vera che, per diversi secoli dopo di lui, la storia continuò a offrire prove della sua veridicità. La supremazia della tribù dei Quraysh fu così duratura che, nell’epoca del Califfato ben guidato, essa fornì tutti e quattro i califfi; ed è noto che allora, in tutta la terra araba, non esisteva alcuna personalità che potesse sostituirli. In seguito, fu sempre questa tribù a fondare il famoso governo omayyade. Fu questa tribù a porre le basi del governo abbaside. L’istituzione di un vasto sistema di governo in Spagna e il governo fatimide in Egitto furono anch’essi contributi di questa tribù.

Il jihad continuerà

Il jihad continuerà tra la mia comunità fino al Giorno della Resurrezione. Né la giustizia di un giudice giusto né l’oppressione di un tiranno potranno porvi fine. È stata questa forza vitale a infondere costantemente impulso nei movimenti di rinascita islamica. È stata questa stessa forza vitale a impedire ai virtuosi (salihin) di arrendersi davanti al quadro terrificante dell’ambiente circostante.

Il declino dei musulmani sarà come quello degli ebrei e dei cristiani

Tra le profezie del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) riportate negli hadith ve n’è una secondo cui, alla fine, i musulmani continueranno a seguire le orme degli ebrei e dei cristiani. Faranno tutto ciò che essi hanno fatto. Persino se uno di loro commettesse adulterio con la propria madre, tra i musulmani appariranno persone che commetteranno tale crimine. —[L’autore riporta in un’altra fonte la seguente dichiarazione del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui): Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Voi seguirete anch’essi le usanze e i comportamenti delle comunità precedenti. Persino se essi entrassero nella tana di una lucertola, voi farete altrettanto». I Compagni chiesero: «O Messaggero di Allah! Ti riferisci agli ebrei e ai cristiani?». Il Profeta rispose: «Sì». Questa non è soltanto un’ammonizione del Profeta; grazie alla sottile conoscenza concessagli da Dio, il Santo Profeta sapeva attraverso quali vie il declino sarebbe penetrato nella comunità del Profeta e come si sarebbe manifestato.]

Lineamenti della futura storia della comunità

Sebbene queste profezie si trovino in gran numero nelle raccolte di hadith come Muslim, Tirmidhi, Ibn Majah e Mustadrak, non sarà inutile citare qui le tradizioni riportate dall’Imam Shatibi in al-Muwafaqat e dal Mawlana Isma’il Shahid in Mansab-e Imamat:

(Arabo*****************************a pagina 436 del PDF)

«L’inizio della vostra religione sarà la profezia e la misericordia. Allah la manterrà intatta finché vorrà. Poi le porrà fine e vi sarà il califfato secondo il metodo della profezia —[il Profeta (pace e benedizioni su di lui) aveva predetto: “Dopo di me il califfato durerà trent’anni, poi sarà istituita la monarchia”. Il periodo del califfato terminò nel mese di Rabi’ al-awwal dell’anno 41 dell’Egira, quando Hazrat Hasan (che Allah sia soddisfatto di lui) rinunciò al califfato a favore di Mu’awiya (che Allah sia soddisfatto di lui). —(L’autore)]— che durerà finché Egli vorrà. Poi continuerà una monarchia della peggiore specie, finché Allah vorrà. Anche questa, per volontà di Allah, avrà fine. Poi si instaurerà il governo di governanti tirannici. Esso durerà finché Allah vorrà. Poi Allah l’Altissimo vi porrà fine».“

(Arabo*****************************a pagina 436 del PDF)

«Poi vi sarà quel califfato secondo il metodo della profezia, che governerà tra gli uomini in conformità con la Sunna del Profeta, e l’Islam sarà stabilito sulla terra. Con questo sistema di governo saranno felici sia gli abitanti del cielo sia quelli della terra. Il cielo continuerà a riversare con abbondanza le sue benedizioni e la terra farà uscire tutto ciò che custodisce nel suo grembo».

Non posso dire quale sia il grado di queste narrazioni dal punto di vista della catena di trasmissione. Tuttavia, considerandole sotto il profilo del significato, esse sono coerenti con tutte le altre narrazioni di questo genere. In esse si allude a cinque fasi della storia. Tre sono già trascorse e la quarta è in corso. Quanto alla quinta fase, della quale è stata predetta l’avvento, tutti i segni mostrano ormai che la storia dell’umanità vi si sta dirigendo rapidamente. Sono state messe alla prova tutte le forme di «ijmāʿ» create dall’uomo. Esse sono fallite in modo desolante. Agli uomini non resta altra via che tornare disperatamente verso l’Islam.

Il declino morale degli emiri, degli umarāʾ e dei governanti

(Arabo*****************************a pagina 436 del PDF)

«Dopo di me, alcune persone assumeranno il potere. Chi li aiuterà nelle loro menzogne e chi li assisterà nelle loro ingiustizie non è dei miei, e io non sono dei loro». – (Nasāʾī).

(Arabo*****************************a pagina 437 del PDF)

«Presto vi governeranno persone nelle cui mani saranno le chiavi del vostro sostentamento. Quando vi parleranno, mentiranno, e quando agiranno, compiranno il male. Non saranno soddisfatti di voi finché non loderete le loro cattive azioni e non dichiarerete vera la loro menzogna; finché ve lo permetteranno, esponete davanti a loro la verità. Se oltrepasseranno i limiti e qualcuno verrà ucciso, egli sarà un martire». – (Kanz al-ʿUmmāl)

La continuità del risveglio della religione

(Arabo*************) Spiegazione di questo hadith: «coloro che ravviveranno per loro la loro religione».

Questa è una questione di cui ha dato la lieta novella il veridico Messaggero, il Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui), ed essa è riportata da Abu Dawud sulla base della narrazione di Abu Hurayra (che Allah sia soddisfatto di lui).

(arabo*****************************pagina 437 del PDF)”

«All’inizio di ogni secolo Allah farà sorgere persone che rinnoveranno per loro la loro religione».

Tuttavia, alcuni hanno maturato, a partire da questo hadith, una concezione del tutto errata del tajdīd e del mujaddid. Essi hanno interpretato (arabo********) come l’inizio o la fine del secolo. E hanno inteso (arabo****************) nel senso che si tratterà necessariamente di una sola persona. Sulla base di ciò hanno svolto l’opera del tajdīd della religione. In realtà, il significato letterale di (arabo*********) è “testa”, e il significato evidente dell’emergere di una persona all’inizio di un secolo è che essa eserciterà un’influenza particolare sulle conoscenze, sulle idee e sull’andamento delle attività della propria epoca. La parola (arabo********) viene usata nella lingua araba sia al singolare sia al plurale. Pertanto, da (arabo*******) si possono intendere tanto una sola persona quanto più persone. Può anche indicare un’intera istituzione o un gruppo. Il significato evidente della lieta novella annunciata dal Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) è che, insha’Allah, in nessun secolo della storia islamica mancheranno persone che si ergeranno contro le tempeste dell’ignoranza e continueranno a lottare per ristabilire l’Islam nella sua forma autentica. Non è necessario che in un secolo il mujaddid sia una sola persona. Nello stesso secolo, diverse persone e gruppi possono svolgere questo servizio. Né è necessario che vi sia un unico mujaddid per tutto il mondo. Nello stesso periodo, in molti Paesi, numerose persone possono dedicarsi al tajdīd della religione. Non è neppure detto che chiunque presti un certo servizio in questo campo debba essere insignito del rango di mujaddid. Il rango e il titolo di mujaddid possono essere attribuiti soltanto a quelle persone che siano riuscite a dare un contributo grande e significativo al tajdīd della religione, cioè alla rinascita e al ristabilimento della religione.

Manifestazione delle divisioni tra i musulmani

In un hadith si dice: «Ben presto la mia ummah si dividerà in settantadue fazioni. Soltanto una di esse otterrà la salvezza nell’Aldilà. Saranno coloro che seguiranno i miei Compagni».

Negli hadith si parla del sorgere di diverse fitne tra i musulmani. Il loro scopo è mettere in guardia e ammonire a tenersi lontani da tali fitne.

Profezia riguardo all’avvento del Mahdi

Quanto alle narrazioni riguardanti l’apparizione del Mahdi, gli studiosi che verificano gli hadith hanno adottato criteri talmente rigorosi che alcuni di loro non ammettono affatto che l’Imam Mahdi apparirà. Dall’esame dell’Asma’ al-rijal, cioè della catena dei narratori degli hadith, risulta che la maggior parte dei narratori di questi hadith apparteneva alla comunità sciita. Anche lo studio della storia mostra che ogni fazione ha utilizzato tali hadith per interessi politici e religiosi, cercando di attribuire a uno dei propri esponenti i segni descritti riguardo al Mahdi.

Elementi autentici e inventati nelle narrazioni

Per i motivi sopra esposti sono giunto alla conclusione che le narrazioni riguardanti l’apparizione del Mahdi sono autentiche. Tuttavia, la maggior parte dei particolari riportati nelle descrizioni dettagliate è probabilmente inventata. Persone interessate hanno aggiunto questi elementi alle autentiche parole del Profeta. Nella letteratura di coloro che, in epoche diverse, hanno avanzato la falsa pretesa di essere il Mahdi, si vede che tali narrazioni hanno costituito uno degli elementi alla base del disordine da essi creato. Consideriamo innanzitutto la parola «Mahdi» usata negli hadith. Il Profeta usò la parola Mahdi, che significa «guidato sulla retta via»; non usò la parola «Hadi». Ogni capo, guida o emiro che rimanga saldo sulla retta via può essere un Mahdi. «Al-Mahdi» sarà stato usato, al massimo, con un’accezione più specifica, per indicare il manifestarsi di una dignità particolare in una persona destinata ad apparire in futuro. Questa dignità è descritta negli hadith nel modo seguente: dopo la fine del califfato instaurato secondo il metodo del Profeta, il mondo sarà oppresso dalla tirannia e dall’ingiustizia; poi la persona che apparirà ristabilirà il califfato secondo il metodo del Profeta e riempirà il mondo di giustizia. È questo il significato originario per il quale, allo scopo di designare quella persona e conferirle una caratteristica particolare, è stato aggiunto un elemento distintivo davanti alla parola «Mahdi». Sarebbe però errato ritenere che, con il nome di Mahdi, sia stata istituita nella religione una carica speciale, la cui fede sia analoga alla fede nei profeti e la cui obbedienza sia divenuta una condizione della salvezza, dell’Islam e della fede. Negli hadith non si trova alcuna prova a sostegno dell’idea che il Mahdi sarà un essere infallibile. In realtà, l’idea dell’infallibilità di una persona diversa da un profeta appartiene alla comunità sciita; nel Corano e nella Sunna non vi è alcuna prova al riguardo.

La forma espressiva delle profezie del Profeta

Per quanto ho riflettuto sulle profezie del Profeta, ho constatato che il modo in cui sono formulate le descrizioni contenute negli hadith riguardo all’apparizione del Mahdi non corrispondeva allo stile espositivo del Profeta. Egli descriveva certamente i segni principali, ma non era sua abitudine fornire particolari minuziosi.

Le contraddizioni nelle narrazioni pertinenti

Quando si riuniscono queste narrazioni e le si confronta l’una con l’altra, nella maggior parte di esse emergono contraddizioni. Inoltre, per coloro che hanno davanti a sé l’intera storia dei conflitti tra i Banu Fatima, i Banu Abbas e i Banu Umayya, diventa difficile accettare tutti i particolari riportati negli hadith, poiché vedono chiaramente che esistono diverse narrazioni a favore di ciascuna delle fazioni coinvolte in tali conflitti e che la maggior parte dei narratori è legata in qualche modo all’una o all’altra fazione. In alcune di queste narrazioni, per esempio, vengono menzionate bandiere nere. Dallo studio della storia si apprende che la bandiera nera era il simbolo dei Banu Abbas. Inoltre, la storia mostra che, presentando hadith di questo genere, si cercò di dimostrare che il califfo abbaside al-Mahdi fosse il Mahdi promesso.

La dignità del mujaddid perfetto

Se si volge lo sguardo alla storia, si apprende che fino a oggi non è nato alcun muǧaddid perfetto. Ḥaḍrat ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz stava per ottenere questo rango, ma non poté conseguire il successo. Dopo di lui, ciascuno dei muǧaddidīn nati operò in un settore particolare o in alcuni settori. Il posto del muǧaddid perfetto è ancora vacante; tuttavia la coscienza lo desidera, la natura lo esige e anche il corso del mondo presenta questa richiesta: che nasca un tale «leader». Che nasca in quest’epoca oppure dopo molte trasformazioni e rivoluzioni del tempo, il suo nome sarà «al-Imām al-Mahdī», riguardo al quale il Santo Profeta (ṣallā Allāhu ʿalayhi wa-sallam) pronunciò una chiara profezia con le sue labbra benedette.

Oggi la gente, per ignoranza, storce il naso quando sente questo nome. La loro obiezione è che gli ignoranti, aspettando l’arrivo di una persona, hanno perso la propensione all’azione. A loro avviso, dunque, l’ignorante, nutrendo un’idea errata riguardo a questo fatto, diventa inattivo: in realtà, però, ciò non costituisce affatto un fatto. Inoltre dicono che presso tutte le comunità religiose si trova l’idea dell’arrivo di un grande uomo celeste. Pertanto, non si tratta d’altro che di superstizioni. Io invece ritengo che, se i profeti precedenti, come il Khātam an-Nabiyyīn, hanno dato alla loro gente la buona novella che, prima della fine della vita terrena dell’umanità, l’Islam sarebbe divenuto una volta la religione dell’intero mondo, e se ciò non è una superstizione, allora, dopo il fallimento di tutti gli «ijmāʿ» elaborati dall’uomo, l’umanità sull’orlo della rovina sarà costretta a ricorrere alla dottrina stabilita da Allah, e otterrà questa benedizione per mezzo di un grande leader che, operando secondo il metodo dei profeti, realizzerà pienamente l’Islam nella sua forma autentica: perché sarebbe superstizione affermare una cosa simile? È assai probabile che questa idea si sia diffusa dalle labbra dei profeti tra gli altri popoli del mondo e che gli ignoranti ne abbiano deformato il vero significato, trasformandola in una superstizione.

La concezione corrente riguardo al Mahdī

Vi sono alcuni innovazionisti che non ammettono affatto l’avvento dell’Imām al-Mahdī. Tra i musulmani, anche coloro che ammettono l’avvento dell’Imām al-Mahdī non sono secondi ai primi quanto a concezioni erronee. Ritengono che l’Imām al-Mahdī, nell’abbigliamento e nel modo di vestire, sarà come un vecchio tipo di mullā e di sufi. Un giorno apparirà all’improvviso dalla cella di una madrasa o di un khānqāh, con il rosario in mano. Subito proclamerà: «Io sono il Mahdī». Gli ʿulamāʾ, i pīr e i dervisci arriveranno con libri e documenti e lo riconosceranno dopo averlo verificato secondo i segni e la descrizione riportati nei libri. Poi avrà luogo il bayʿa e sarà proclamato il jihād. I dervisci impegnati nella chillā e tutti i venerabili anziani della tradizione antica si riuniranno sotto la sua bandiera. La spada sarà usata soltanto per soddisfare una condizione formale, ma in realtà tutte le attività saranno compiute mediante la benedizione e la forza spirituale. Le guerre saranno vinte per mezzo di soffi, formule magiche e wazīfa, e simili pratiche. Il miscredente sul quale cadrà lo sguardo dell’Imām al-Mahdī morirà immediatamente, contorcendosi. Con una semplice maledizione, carri armati e bombardieri diventeranno inutilizzabili.

La concezione dell’autore riguardo al Mahdī

La concezione della gente comune riguardo all’avvento dell’Imām al-Mahdī è quella appena descritta. Ma ciò che ho compreso io è del tutto opposto. Ritengo che colui che verrà sarà il leader della sua epoca. Avrà una visione lungimirante e fondata sulla ricerca in tutti i campi del sapere e della scienza del suo tempo. Comprenderà tutte le complesse questioni della vita. Sul piano dello Stato intellettuale e ideologico, della saggezza politica e della strategia militare, estenderà la propria influenza sull’intero mondo. Raggiungerà il vertice di tutte le innovazioni della sua epoca. Temo che i signori mullā e sufi inizieranno a sollevare clamore contro le sue innovazioni. Non ritengo neppure che, per costituzione fisica, sarà così diverso dalla gente comune da poter essere riconosciuto a prima vista. Inoltre, non ritengo che proclamerà di essere il Mahdī. Probabilmente egli stesso non saprà di essere il Mahdī promesso. Può anche darsi che gli abitanti del mondo vengano a sapere, dopo la sua morte, che era proprio lui colui che aveva fondato il califfato secondo il metodo della profezia e del quale era stata annunciata la buona novella.

Essere il Mahdī non è qualcosa da rivendicare

Ho già indicato in precedenza che nessuno, eccetto un profeta, possiede una dignità tale da poter iniziare un’opera dopo averla rivendicata. Nessuno, eccetto un profeta, può neppure sapere per quale opera sia stato incaricato. Essere il Mahdī non è qualcosa da rivendicare, ma qualcosa da dimostrare con le proprie azioni. A mio avviso, sia coloro che avanzano simili pretese sia coloro che credono in loro danno prova di scarsità di conoscenza e di bassezza d’animo.

La natura dell’opera del Mahdi

La mia concezione della natura dell’opera del Mahdi è diversa da quella di questi gentiluomini. Ai miei occhi, in quest’opera non vi è posto per kashf, karamat, ilham, chilla, muraqaba, mushahada e pratiche simili. Ritengo che, proprio come ogni leader rivoluzionario deve avanzare nel mondo attraverso grandi lotte e conflitti, così dovrà fare anche il Mahdi. Egli creerà, sulla base dell’Islam autentico, un nuovo campo o percorso di pensiero (School of Thought). Opererà un cambiamento nella mentalità. Darà vita a un grande movimento che sarà al tempo stesso civile e politico. La jahiliyya tenterà di eliminarlo con tutte le sue forze, ma alla fine egli rovescerà il sistema di governo jahilita e instaurerà un potente Stato islamico. In esso, da un lato, raggiungerà il culmine la forza vitale dell’Islam che vi sarà infusa e, dall’altro, lo sviluppo scientifico. Come è stato affermato negli hadith, sotto il suo governo saranno soddisfatti sia gli abitanti del cielo sia quelli della terra. Il cielo continuerà a riversare con generosità le proprie benedizioni e la terra farà uscire dal suo grembo tutte le sue ricchezze.

 

La profezia del Profeta riguardo alla venuta del Messia

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Gli hadith relativi a questo argomento

 

(Arabo****************************************pagina 441 del PDF)

«È stato narrato da Hazrat Abu Hurayra (che Dio sia soddisfatto di lui) che il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: “Giuro per Colui nelle cui mani è la mia vita: il figlio di Maria scenderà presso di voi come sovrano giusto. Poi spezzerà la croce e distruggerà i porci” —[spezzare la croce e distruggere i porci significa che il cristianesimo cesserà di esistere come religione distinta. L’intero edificio della religione cristiana è fondato sulla credenza che Dio abbia crocifisso il Suo unico figlio (Hazrat Gesù), condannandolo a una morte maledetta, grazie alla quale i peccati dell’umanità vengono espiati. Tra le comunità dei profeti, la caratteristica dei cristiani è che si accontentarono soltanto della fede e della dottrina e respinsero l’intera Sharia. Arrivarono persino a rendere lecita la carne di maiale, che era proibita nella legge di tutti i profeti. Quando Hazrat Gesù tornerà e dichiarerà personalmente: “Non sono il figlio di Dio e non sono l’espiazione dei peccati di nessuno”, non resterà più alcun fondamento alla credenza cristiana. Quando inoltre dirà che non ha reso lecita la carne di maiale ai suoi seguaci e non li ha liberati dai divieti della Sharia, verrà meno anche la seconda caratteristica della religione cristiana.] e proclamerà la fine delle guerre. In un’altra narrazione, al posto di “guerre” compare la parola “jizya”; cioè abolirà la jizya. —[Secondo un’altra interpretazione, ciò significa che in quel tempo saranno superate le divergenze tra tutte le comunità e i gruppi e tutti entreranno a far parte di un’unica comunità. Di conseguenza non vi saranno più guerre né sarà necessario imporre la jizya a qualcuno. Questo è affermato anche negli hadith n. 5 e n. 15 successivi.] In seguito vi sarà una tale abbondanza di ricchezze che non ci sarà nessuno disposto ad accettarle. Allora una sola prosternazione davanti a Dio sarà migliore dell’intero mondo» —(Bukhari, Muslim, Tirmidhi, Musnad Ahmad).

In un’altra narrazione si trovano queste parole di Hazrat Abu Hurayra (che Dio sia soddisfatto di lui):

(Arabo****************************************a pagina 442)

«Il Giorno della Resurrezione non giungerà finché Hazrat Isa (a.s.) non discenderà. Poi sono riportate le parole sopra citate». – (Bukhari, Ibn Majah)

(Arabo****************************************a pagina 442)

«Hazrat Abu Huraira (r.a.) riferisce che il Profeta (s.a.w.) disse: “Come sarete quando il figlio di Maryam discenderà tra voi e il vostro capo sarà uno di voi?”» – (Bukhari, Musnad Ahmad) – [Vale a dire che Hazrat Isa (a.s.) non guiderà la preghiera. Pregherà invece dietro colui che sarà già l’imam dei musulmani.]

(Arabo****************************************a pagina 442)

«Hazrat Abu Huraira riferisce che il Profeta (s.a.w.) disse: “Isa figlio di Maryam discenderà. Poi ucciderà i porci ed eliminerà la croce. La preghiera sarà riunita per lui ed egli distribuirà tanto denaro che non ci sarà nessuno disposto ad accettarlo. Abolirà il kharaj e soggiornerà in un luogo chiamato Rawha – [Rawha è un luogo situato a 35 miglia da Medina] – e compirà il pellegrinaggio o la ʿumra, oppure entrambi”». – [Si noti che, nella nostra epoca, la persona che è stata definita simile a Hazrat Isa (a.s.) non ha mai compiuto né il pellegrinaggio né la ʿumra.] [Il narratore non ricorda quale altra cosa avesse detto il Profeta (s.a.w.).] – (Musnad Ahmad, Muslim)

(Arabo****************************************a pagina 442)

«Hazrat Abu Huraira riferisce che, dopo aver menzionato l’apparizione del Dajjal, il Profeta (s.a.w.) disse: “I musulmani si prepareranno a combattere contro il Dajjal e, dopo essersi disposti in file per la preghiera, continueranno a pronunciare il takbir. In quel momento Isa figlio di Maryam discenderà e guiderà i musulmani nella preghiera. Il nemico di Allah, cioè il Dajjal, non appena lo vedrà comincerà a dissolversi, come il sale si dissolve nell’acqua. Se Hazrat Isa (a.s.) lo lasciasse in quello stato, morirebbe dissolto; tuttavia Allah Onnipotente farà sì che il Dajjal venga ucciso per mano sua, ed egli mostrerà ai musulmani il suo sangue sulla propria arma”». – (Mishkat, con riferimento a Muslim)

(Dal PDF arabo, pagina 443)

“È stato riferito da Hazrat Abu Hurayra (ra) che il Profeta (sa) disse: «Tra me e lui (cioè Hazrat Isa) non vi è alcun profeta. Egli discenderà. Quando dunque lo vedrete, riconoscetelo. Sarà un uomo di statura media, di carnagione mista di rosso e bianco. Indosserà due vesti gialle. I capelli della sua testa saranno come se l’acqua ne stillasse, eppure il suo corpo non sarà bagnato. Combatterà la gente per l’Islam. Frantumerà la croce. Ucciderà i maiali. Abolirà la jizya. Allah Ta‘ala eliminerà tutti i gruppi seguaci di dottrine diverse dall’Islam. Ucciderà il Dajjal. Rimarrà nel mondo per quarant’anni. Poi morirà e i musulmani reciteranno la preghiera funebre per lui».”–(Abu Dawud, Musnad Ahmad)

(Dal PDF arabo, pagina 443)

“È stato riferito da Hazrat Jabir ibn Abdullah (ra) che il Profeta (sa) disse: «Poi Isa ibn Maryam discenderà. L’emiro dei musulmani gli dirà: “Vieni a guidare la preghiera”. Egli risponderà: “No, voi siete emiri gli uni degli altri”» —[cioè il vostro emiro dovrebbe essere scelto tra voi stessi]. Egli risponderà in questo modo considerando l’onore che Allah Ta‘ala ha conferito a questa comunità”.”–(Muslim, Musnad Ahmad)

(Dal PDF arabo, pagina 444)

“Hazrat Jabir ibn Abdullah (ra), parlando della fitna di Ibn Sayyad, riferì che Hazrat Umar (ra) allora disse: «O Messaggero di Allah, datemi il permesso di ucciderlo». In risposta, il Profeta (sa) disse: «Se egli è proprio quella persona (cioè il Dajjal), allora non sarai tu a ucciderlo; piuttosto, Isa ibn Maryam lo ucciderà. E se non è quella persona, allora è una persona vincolata da un patto (cioè non hai il diritto di uccidere alcuno dei protetti».”–(Mishkat, con riferimento a Sharh al-Sunna di Baghawi).

(Dal PDF arabo, pagina 444)

“Narrando la storia del Dajjal, Hazrat Jabir ibn Abdullah disse che il Profeta (sa) aveva detto: «In quel tempo Hazrat Isa (a) giungerà improvvisamente tra i musulmani. La gente si disporrà per la preghiera e gli dirà: “O Ruhullah, vai avanti!”. Ma egli dirà: “No. Dovrebbe piuttosto andare avanti il vostro imam, e sia lui a guidare la preghiera”. Dopo aver terminato la preghiera del mattino, la gente uscirà per affrontare il Dajjal. Il Profeta disse: quando quel mentitore vedrà Hazrat Isa (a), comincerà a sciogliersi come il sale si dissolve nell’acqua. Hazrat Isa avanzerà verso di lui e lo ucciderà. Allora accadrà che gli alberi, le piante e le montagne grideranno: “O Ruhullah, questo ebreo si nasconde dietro di me!”. Tra i seguaci del Dajjal non ve ne sarà nessuno che Hazrat Isa (a) non ucciderà».”–(Musnad Ahmad)

(Arabo****************************************pagina 444 del PDF)

“Hazrat Nawwas bin Samyan Kelabi, narrando la storia del Dajjal, disse: Quando il Dajjal farà queste cose, Allah Onnipotente invierà il Masih ibn Maryam. Egli scenderà nella parte orientale di Damasco, presso il minareto bianco, indossando due vesti gialle e appoggiando le mani sulle braccia di due angeli. Quando scuoterà la testa, sembrerà che l’acqua goccioli. Quando la solleverà, si vedranno le gocce d’acqua scintillare come perle. Il suo respiro si estenderà fino al limite estremo della sua vista, e ogni miscredente su cui cadrà morirà. Poi il figlio di Maryam inseguirà il Dajjal, lo raggiungerà presso la porta di Lud-[è indicato che Lud si trova a pochi chilometri da Tel Aviv, capitale dello Stato d’Israele in Palestina. Gli ebrei vi hanno costruito una grande base aerea.]-e lo ucciderà?”-(Muslim, Abu Dawud, Tirmidhi, Ibn Majah)

(Arabo****************************************pagina 445 del PDF)

“Abdullah bin Amr bin As (ra) disse: Il Messaggero di Allah (sa) ha detto: Il Dajjal emergerà dalla mia umma e resterà per quaranta-(non so se quaranta giorni, quaranta mesi o quaranta anni)-[Queste sono le parole dello stesso Hazrat Abdullah bin Amr bin As.]. Poi Allah Onnipotente invierà Isa ibn Maryam. Egli avrà l’aspetto di Urwa bin Masud (un Compagno). Inseguirà il Dajjal e lo ucciderà. Poi trascorreranno sette anni in modo tale che non vi sarà inimicizia neppure tra due persone”-(Muslim)

(Arabo****************************************pagina 445 del PDF)

“Hudzaifa bin Asid al-Ghifari (ra) disse: Una volta il Santo Profeta (sa) venne tra noi mentre stavamo conversando. Egli disse: Di cosa state parlando? Rispondemmo: Stiamo discutendo della Resurrezione. Il Profeta (sa) disse: La Resurrezione non avrà luogo finché non appariranno dieci segni. Poi disse: I dieci segni sono questi: (1) il fumo, (2) il Dajjal, (3) la Dabbat al-Ard, (4) il sorgere del sole da occidente, (5) la discesa di Isa ibn Maryam, (6) Gog e Magog, (7) tre grandi sprofondamenti della terra: uno a oriente, (8) uno a occidente, (9) uno in Arabia, e infine (10) un enorme fuoco che sorgerà dallo Yemen e spingerà la gente verso la pianura della resurrezione”-(Muslim, Abu Dawud)

(Arabo****************************************pagina 446 del PDF)

“Sauban, il liberto del Santo Profeta (sa), disse: Il Profeta ha detto: Tra la mia umma vi sono due eserciti che Allah ha salvato dal fuoco dell’Inferno. Uno attaccherà l’India e l’altro sarà con Isa ibn Maryam”.

(Arabo **************************************** pagina 446 del PDF)

«Mujammaʿ ibn Jāriya al-Anṣārī dice: Ho sentito il Nobile Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) dire: “Il figlio di Maryam ucciderà il Dajjāl presso la porta di Ludd”». –(Musnad Aḥmad, Tirmidhī)

(Arabo **************************************** pagina 446 del PDF)

«Abū Umāmah al-Bāhilī, facendo riferimento al Dajjāl in un lungo ḥadīth, dice: Proprio quando l’imām dei musulmani avanzerà per guidare la preghiera del mattino, ʿĪsā ibn Maryam scenderà in quel momento. L’imām si ritirerà affinché ʿĪsā possa avanzare, ma ʿĪsā (pace su di lui), ponendo le mani tra le sue braccia, dirà: “No, guida tu la preghiera, poiché essa è stata stabilita per te”. Pertanto sarà lui (l’imām precedente) a guidare la preghiera. Poi ʿĪsā (pace su di lui) dirà: “Aprite la porta”. La porta verrà aperta e si vedrà il Dajjāl in piedi insieme a settantamila ebrei armati. Non appena il suo sguardo cadrà su ʿĪsā, comincerà a sciogliersi come il sale si scioglie nell’acqua. Allora egli inizierà a fuggire. ʿĪsā (pace su di lui) dirà: “Per mano mia riceverai un colpo tale che non potrai sopravvivere”. Poi lo raggiungerà presso la porta orientale di Ludd. Quindi Allah Onnipotente farà sì che gli ebrei siano sconfitti… e il mondo sarà riempito di musulmani come un recipiente si riempie d’acqua. Allora la professione di fede dell’intero mondo sarà una sola e nessuno sarà adorato né obbedito all’infuori di Allah». –(Ibn Mājah)

(Arabo **************************************** pagina 447 del PDF)

«ʿUthmān ibn Abī al-ʿĀṣ dice: Ho sentito il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) dire: “….. e ʿĪsā ibn Maryam (pace su di lui) scenderà all’alba. Il comandante dei musulmani gli dirà: ‘O Spirito di Allah! Guida tu la preghiera’. Egli risponderà: ‘I membri di questa comunità sono comandanti gli uni degli altri’. Allora il comandante dei musulmani avanzerà e guiderà la preghiera. Al termine della preghiera, ʿĪsā (pace su di lui) si lancerà, con la sua arma, contro il Dajjāl. Lo ucciderà. I suoi seguaci saranno sconfitti e fuggiranno, ma non troveranno rifugio in alcun luogo. Gli alberi grideranno: ‘O credente! Il miscredente è qui’». –(Musnad Aḥmad, al-Ṭabarānī, al-Ḥākim)

(Arabo **************************************** pagina 447 del PDF)

«Samurah ibn Jundub (che Allah sia compiaciuto di lui) dice: Il Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) ha detto: “Poi, al mattino, ʿĪsā ibn Maryam giungerà tra i musulmani. Allah sconfiggerà il Dajjāl e le sue truppe. Persino i muri e le radici degli alberi grideranno: ‘O credente, un miscredente si nasconde dietro di me; vieni a ucciderlo’”». –(Musnad Aḥmad, al-Ḥākim)

(Arabo****************************************a pagina 448 del PDF)

«Imran bin Husayn (ra) riferisce che il Profeta (s) disse: “Tra la mia comunità vi sarà sempre un gruppo saldo nella verità e insopportabile per gli oppositori. Poi giungerà il decreto di Allah l’Altissimo ed egli farà discendere Gesù figlio di Maria”». – (Musnad Ahmad)

(Arabo****************************************a pagina 448 del PDF)

«Hazrat Aisha (ra), narrando la storia del Dajjal, disse: “Gesù (a) discenderà e lo ucciderà. Poi rimarrà nel mondo per quarant’anni come imam giusto e sovrano equanime”». – (Musnad Ahmad)

(Arabo****************************************a pagina 448 del PDF)

«Shafinah, il liberto del Profeta (s), riferisce a proposito della storia del Dajjal: “Poi Gesù (a) discenderà e Allah l’Altissimo distruggerà il Dajjal nei pressi della roccaforte di Afiq — [Afiq, il cui nome attuale è ‘Kayek’, è l’ultima città della Siria, situata al confine tra Siria e Israele. A pochi miglia verso ovest, di fronte a essa, vi è un lago chiamato Tiberiade, dal quale nasce il fiume Giordano. A sud-ovest di essa, attraverso le montagne, un sentiero in discesa conduce, a una profondità di circa millecinquecento-duemila piedi, a un luogo dal quale il fiume Giordano sgorga dal lago di Tiberiade. Questo passo montano è chiamato Aqaba di Afiq, o roccaforte di Afiq.]”». – (Musnad Ahmad)

(Arabo****************************************a pagina 448 del PDF)

«Hazrat Hudhayfa (ra), parlando del Dajjal, disse: “Poi, quando i musulmani si alzeranno per la preghiera, Gesù figlio di Maria scenderà davanti ai loro occhi. Egli guiderà i musulmani nella preghiera. Dopo aver pronunciato il saluto finale, dirà alla gente: ‘Allontanatevi da me e da quel nemico di Dio’. Allah concederà la vittoria al Dajjal e ai suoi compagni, e poi ai musulmani. I musulmani continueranno a sterminarli. Tanto che gli alberi e le pietre grideranno: ‘O Abdallah, o Abdurrahman, o musulmani, ecco un ebreo: uccidetelo!’. In questo modo Allah li annienterà. I musulmani vinceranno, la croce sarà distrutta, i maiali saranno sterminati e la jizya sarà abolita”».

[Nel Mustadrak di al-Hakim è riportata anche una versione abbreviata in Muslim. Hafiz Ibn Hajar, nel Fath al-Bari (vol. 6, p. 450), ha indicato questo hadith come sahih.]

Questi ventuno hadith sono stati trasmessi da quattordici Compagni e riportati in raccolte di hadith altamente affidabili. Sebbene questo argomento compaia anche in molti altri hadith, essi non sono stati citati per timore di accrescere eccessivamente la mole dell’opera. Qui sono stati citati soltanto quelli che, dal punto di vista della catena di trasmissione, sono estremamente affidabili.

È errata l’idea di essere una replica del Messia (a.s.)

Chiunque studi questi hadith potrà constatare personalmente che in essi non vi è assolutamente alcun riferimento a un «Messia promesso9», a una «replica del Messia» o alla «manifestazione del Messia», e simili. Né vi è alcun fondamento per cui, ai nostri giorni, una persona nata da un padre possa affermare: «Io sono quel Messia la cui venuta fu predetta dall’Ultimo Profeta (s.a.s.)». Questi hadith annunciano in modo chiaro e inequivocabile la discesa di quell’Isa (a.s.) che, duemila anni fa, nacque nel grembo della venerabile Maryam senza padre.

 

Il Dajjal e la sua apparizione

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Non è stato specificato il momento dell’apparizione del Dajjal

Esaminando nel loro complesso i contenuti di tutti gli hadith riguardanti il Dajjal trasmessi dal Profeta (s.a.s.), diventa chiaro che la conoscenza che Allah aveva concesso al Santo Profeta (s.a.s.) su questo argomento si limitava al fatto che sarebbe apparso un grande tiranno chiamato Dajjal, caratterizzato da tali qualità. Tuttavia, al Profeta non fu detto quando sarebbe apparso, dove sarebbe apparso, né se fosse già nato durante la sua vita o sarebbe nato in un’epoca successiva.

Le varie supposizioni del Profeta (pace e benedizioni su di lui)

Dalle divergenze nel contenuto delle parole riportate negli hadith dal Profeta (pace e benedizioni su di lui) su questo argomento, nonché dal suo modo di esprimersi, risulta chiaramente che egli pronunciò queste parole non sulla base della rivelazione, bensì in via ipotetica. Talvolta riteneva che il Dajjāl sarebbe apparso nel Khurasan, altre volte diceva che sarebbe apparso a Isfahan. In altre occasioni disse invece che sarebbe apparso nella regione tra la Siria e l’Iraq. Riguardo a quel ragazzo ebreo, nato probabilmente a Medina nel secondo o terzo anno dell’Egira, nutrì il sospetto che potesse essere proprio lui il Dajjāl. Secondo un’ultima narrazione, nel nono anno dell’Egira un sacerdote cristiano palestinese, Tamīm al-Dārī, giunse, abbracciò l’Islam e raccontò al Profeta una storia. Disse che una volta, durante un viaggio per mare — probabilmente nel Mar di Roma o nel Mar Arabico — era giunto su un’isola disabitata. Lì aveva incontrato un uomo straordinario, il quale dichiarò di essere egli stesso il Dajjāl. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) non trovò motivo di considerare falsa questa narrazione, ma espresse il proprio dubbio dicendo: «Secondo le sue parole, il Dajjāl dovrebbe trovarsi nel Mar di Roma o nel Mar Arabico; io però ritengo che apparirà da oriente».

Le due parti dell’esortazione del Santo Profeta

Se si esaminano nel loro insieme queste diverse narrazioni, e si è informati della scienza degli hadith e dei principi fondamentali della religione, non dovrebbe essere difficile comprendere che, su questo argomento, le parole del Santo Profeta (pace e benedizioni su di lui) si dividono in due parti.

La prima parte è che la comparsa del Dajjāl avverrà certamente, che egli avrà queste caratteristiche e che provocherà fitna. Questa è una notizia assolutamente certa, trasmessa dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui) da parte di Allah. Su questo punto non vi è alcuna divergenza tra le narrazioni.

La particolare natura della seconda parte

La seconda parte riguarda il luogo e il momento in cui il Dajjāl apparirà, e chi sarà questa persona. Le narrazioni su questo punto non sono soltanto diverse tra loro: contengono anche dubbi e impiegano espressioni basate su supposizioni. Per esempio, riguardo a Ibn Sayyād, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse a ʿUmar: «Se costui è il Dajjāl, tu non sarai colui che lo ucciderà. E se non lo è, non hai il diritto di uccidere un dhimmī cui è stata concessa protezione». Oppure, in un hadith, il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «Se egli apparirà durante la mia vita, lo affronterò io; ma se apparirà dopo di me, il mio Signore è il sostenitore e l’aiuto di ogni credente».

La dignità religiosa e fondamentale di questa seconda parte non è, e non può essere, uguale a quella della prima. Chi include i dettagli di questa parte tra i dogmi islamici commette un errore; anzi, non è corretto neppure affermare la veridicità di ciascuno dei suoi elementi. Il Profeta nutrì dei dubbi riguardo a Ibn Sayyād e ritenne che forse fosse proprio lui il Dajjāl. ʿUmar giunse persino a giurare che fosse il Dajjāl; tuttavia egli divenne musulmano, visse nei due Harām, morì credendo nell’Islam e i musulmani recitarono per lui la preghiera funebre. Dite dunque: oggi rimane ancora qualche motivo per nutrire dubbi riguardo a Ibn Sayyād? All’epoca il racconto di Tamīm al-Dārī era ritenuto quasi certamente vero. Tamīm al-Dārī aveva visto, mille e trecentocinquant’anni fa, colui che era tenuto prigioniero; il fatto che durante questo lunghissimo periodo egli non sia apparso non è forse sufficiente a dimostrare che non era vera la notizia comunicata a Tamīm al-Dārī, secondo cui quell’uomo era il Dajjāl? Già ai tempi del Santo Profeta esisteva il dubbio che il Dajjāl sarebbe apparso forse durante la sua vita o poco dopo di essa. Ma non è forse vero che sono trascorsi mille e trecentocinquant’anni e che il Dajjāl non è ancora apparso? Considerare ora tutto ciò parte dei dogmi islamici, trasmetterlo e narrarlo non può essere definito né una corretta rappresentazione dell’Islam né una corretta conoscenza degli hadith. Ho già detto che, in questioni di questo genere, se qualcosa non si realizza secondo la supposizione, l’ipotesi o il timore del Profeta, ciò non arreca in alcun modo danno alla dignità della profezia. Né colpisce minimamente la dottrina dell’infallibilità del Profeta. Inoltre, la Sharīʿa non ci ha obbligati a credere in tali questioni. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) spiegò questo principio fondamentale nell’hadith relativo all’impollinazione delle palme da dattero.

Guida dall’interpretazione personale del Profeta

Quali parole del Profeta fossero frutto di una sua supposizione, quali esprimessero una sua opinione personale e quali si fondassero sulla conoscenza conferitagli da Dio, ciò è spesso emerso dalle sue stesse spiegazioni. Inoltre, spesso lo si può comprendere anche dalle circostanze circostanti. Prendiamo, ad esempio, il caso dell’hadith relativo al Dajjāl. Dalle spiegazioni personali del Profeta si comprende che Allah non gli aveva concesso alcuna conoscenza riguardo al luogo, al tempo della comparsa e alla persona del Dajjāl. Il suo dubbio riguardo a Ibn Sayyād era così evidente che ʿUmar, proprio davanti a lui, giurò e lo chiamò Dajjāl. Il Profeta non lo contraddisse; tuttavia, quando ʿUmar gli chiese il permesso di ucciderlo, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:

(ARABO****************************************alla pagina 451 del PDF)

«Se egli è davvero il Dajjāl, non potrai avere la meglio su di lui; e se non lo è, la sua uccisione non ti porterà alcun bene». — (Muslim, argomento del Dajjāl

argomento)

In un altro hadith, riferendosi al Dajjāl, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse:

(ARABO****************************************alla pagina 451 del PDF)

«Se comparirà durante la mia vita, io lo affronterò; se invece comparirà dopo la mia morte, ciascuno lo affronterà per conto proprio. Allah è il protettore di ogni musulmano dopo di me». — (Muslim, argomento del Dajjāl)

Quando il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ascoltò da Tamim al-Dari il racconto del suo incontro con il Dajjal durante il viaggio per mare, non lo confermò né lo considerò falso. Disse piuttosto: (arabo*********************************************************)

«Mi è piaciuto il racconto di Tamim. Esso concorda con ciò che vi riferisco riguardo al Dajjal». Poi il Profeta (pace e benedizioni su di lui) aggiunse: (arabo**********************************************************)

«No, piuttosto si trova nel Mare di Siria o nel Mare dello Yemen. No, piuttosto a oriente». Queste narrazioni chiariscono da sole il loro significato.

La profezia sull’uccisione di Ammar ibn Yasir

Il seguente detto del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) riguardo ad Ammar (che Allah sia soddisfatto di lui) era universalmente noto tra i Compagni, e molti di loro lo avevano ascoltato direttamente dalla bocca del Profeta: (arabo*****************) «Sarai ucciso da un gruppo ribelle». – [Questa narrazione è stata riportata, nei libri di hadith Musnad di Ahmad, al-Bukhari, Muslim, al-Tirmidhi, al-Nasa’i, al-Tabarani, al-Bayhaqi, Musnad di Abu Dawud e in numerose altre raccolte di hadith, da Abu Sa’id al-Khudri, Abu Qatada al-Ansari, Umm Salama, Abd Allah ibn Mas’ud, Abd Allah ibn Amr ibn al-‘As, Abu Hurayra, Uthman ibn Affan, Hudhayfa, Abu Ayyub, Abu Rafi’, Khuzayma ibn Thabit, Amr ibn al-‘As, Abu al-Yusr, Ammar ibn Yasir (che Allah sia soddisfatto di tutti loro) e molti altri Compagni. Anche Ibn Sa’d lo ha riportato in diverse catene nella sua opera al-Tabaqat.]

Ibn Abd al-Barr ha scritto nell’al-Isti’ab che questa dichiarazione è stata trasmessa in una catena ininterrotta a partire dal Profeta (pace e benedizioni su di lui): «Ammar ibn Yasir (che Allah sia soddisfatto di lui) sarà ucciso da un gruppo ribelle»; ed è una delle narrazioni più autentiche.

Dieci segni dell’approssimarsi dell’Ora

È stato tramandato da Muslim ibn Hudhayfa ibn Asid al-Ghifari che il Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse: «L’Ora non giungerà finché non vedrete dieci segni: il fumo, il Dajjal, la Bestia della Terra, il sorgere del sole da occidente, la discesa di Gesù figlio di Maria, la comparsa di Gog e Magog, e tre grandi frane: la prima a oriente, la seconda a occidente e la terza in Arabia. Infine sorgerà un fuoco terribile che spingerà la gente verso il luogo della resurrezione. (Cioè, dopo ciò giungerà l’Ora)». In un altro hadith, menzionando la comparsa e l’irruzione di Gog e Magog, il Profeta (pace e benedizioni su di lui) disse che in quel tempo l’Ora sarà così vicina come il momento del parto per una donna prossima a partorire, che non sa in quale istante nascerà suo figlio, di notte o di giorno.

(Arabo****************************************a pagina 452 del PDF)

 

Capitolo 12 – La disonestà teorica degli orientalisti riguardo al Corano e al profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui)

[Nelle opere che questi orientalisti occidentali hanno prodotto sull’Islam, sul Corano e sulla vita del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), hanno inserito innumerevoli affermazioni assurde e irrazionali, che sono state poi diffuse sotto il nobile nome della ricerca. Nell’ambito di questa ricerca di facciata, persino negli scritti di autori moderati come William Muir si trovano, riguardo al Profeta (pace e benedizioni su di lui) e all’Islam, affermazioni talmente ridicole che, agli occhi di un lettore imparziale, tutta la conoscenza e la ricerca degli orientalisti perde ogni valore. Il primo obiettivo di tutte queste vaste attività di ricerca era creare, sotto l’influsso della mentalità generata dalle guerre crociate, una barriera di ristretto nazionalismo per proteggere i cristiani dall’influenza dell’Islam e tenerla celata. Il secondo obiettivo era fornire agli ignoranti dell’Islam idee erronee sull’Islam e gettarli nel dubbio e nell’incertezza. Nonostante tutto ciò, per un secolo gli orientalisti hanno svolto per le nostre generazioni moderne il ruolo di maestri riguardo all’Islam e alla vita del Profeta (pace e benedizioni su di lui). E coloro che non avevano familiarità con l’Islam, leggendo i loro scritti, sono caduti in dubbi di ogni sorta e hanno sollevato con le proprie mani, contro la propria religione, obiezioni di ogni genere, offrendo così a ogni amante della verità l’occasione di stupirsi e di trarne insegnamento.]

Nel vasto lavoro di riorganizzazione del sapere islamico compiuto dal venerato autore di quest’opera, in qualità di interprete dell’Islam, talvolta non vi era altra scelta che sollevare obiezioni contro gli scritti degli orientalisti. Senza spezzare la rete degli errori di questi ricercatori che deformano la verità, non è possibile condurre la moderna società istruita della nazione musulmana alle fonti autentiche dell’Islam.

Pertanto, nella stesura della biografia del Profeta (pace e benedizioni su di lui), sono state inserite in questo capitolo le parti necessarie, per quanto ci è stato possibile vedere, dei punti in cui il sapiente autore, nella propria opera, ha indicato gli errori e le mancanze degli orientalisti.

Prima di studiare i contenuti di questo capitolo, i lettori devono tenere presente che l’autore non ha analizzato nei minimi dettagli tutti gli errori commessi dagli orientalisti riguardo all’Islam e al Profeta (pace e benedizioni su di lui), né tutte le forme di travisamento da essi prodotte. Ciò perché non è stata redatta alcuna opera o articolo completo avente come unico oggetto l’intera produzione degli orientalisti. La discussione è stata svolta soltanto nei luoghi necessari e secondo le opportunità. Le risposte a innumerevoli altre obiezioni degli orientalisti riguardo alla biografia del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sono incluse in diversi capitoli, sebbene non siano state riportate le parole degli stessi obiettori.

È necessario chiarire qui che, riguardo al contenuto di questo capitolo, per noi si è posto il problema, causa di grande preoccupazione, di stabilire in quale parte dell’opera inserirlo. Dopo aver riflettuto, lo abbiamo incluso anch’esso tra gli argomenti fondamentali. Infatti, gli altri saggi di questo volume hanno la caratteristica che il loro studio è assolutamente necessario per comprendere la vita e il carattere del Profeta; in tal caso, lo studio di questo saggio sugli scritti degli orientalisti rimuoverà tutti quegli ostacoli che si frappongono alla comprensione della Sira.

Il primo paragrafo di questo capitolo è molto breve, ma ricco di significato. Questo paragrafo, composto soltanto da poche frasi, è stato separato affinché il punto di vista del sapiente autore risultasse chiaramente visibile. –(I compilatori)]

Il metodo irrazionale degli orientalisti

Queste persone dalla natura disonesta decidono da sole, prima di intraprendere qualsiasi ricerca o indagine, che non si può riconoscere il Corano come un Libro rivelato da Allah. Poi cercano prove e argomenti qua e là e affermano che ciò che il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ha detto presentandolo come Corano non è altro che un insieme di scritti e informazioni copiati da questo o quel luogo. Nel loro metodo d’indagine arrivano a sollevare un tale clamore in tutto il mondo, con una spudoratezza e una malafede così grandi, che alla loro vista nasce spontaneamente il disgusto e si è costretti a dire: se questo è ciò che si chiama ricerca e conoscenza, allora maledetta sia tale conoscenza e maledetta sia tale ricerca.

La storia del monaco Bahira

 

(Arabo***************************************alla pagina 456 del PDF)

«Quelli che si sono rifiutati di ascoltare le parole del Profeta (pace e benedizioni su di lui) dicono: “Questo Furqan è un’invenzione; quest’uomo l’ha composto da sé e altre persone lo hanno aiutato in ciò”. Quello che dicono è una grande ingiustizia e una menzogna. Dicono: “Sono scritti degli antichi che quest’uomo fa trascrivere e che gli vengono recitati mattina e sera”. O Muhammad! Di’ loro: “Lo ha fatto discendere Colui che conosce i segreti dei cieli e della terra. In verità, Egli è molto indulgente e misericordioso”». — (Sura al-Furqan, 4-6)

Questa è l’accusa che gli orientalisti dell’epoca odierna rivolgono contro il Corano.

Perché il popolo del Profeta non mosse questa accusa?

È sorprendente che nessuno tra i nemici contemporanei del Profeta (pace e benedizioni su di lui) abbia detto: «Quando da bambino incontrasti il monaco Bahira, apprendesti da lui tutte queste cose». Né dissero: «Quando in gioventù viaggiavi all’estero per commerciare, acquisisti allora queste conoscenze presso sacerdoti e monaci cristiani e rabbini ebrei». Non dissero tali cose perché conoscevano ogni dettaglio di quei viaggi. Egli non aveva viaggiato da solo, bensì insieme alla propria carovana. Sapevano che, se lo avessero accusato di aver appreso qualcosa da qualcuno, centinaia di persone della loro stessa città li avrebbero dichiarati bugiardi. Inoltre, ogni persona comune della Mecca avrebbe detto loro: «Se quest’uomo avesse acquisito queste conoscenze da Bahira già all’età di dodici o tredici anni, non avrebbe vissuto altrove, ma sarebbe rimasto a vivere in mezzo a noi. Quale ragione potrebbe esserci, allora, perché queste sue conoscenze siano rimaste nascoste fino all’età di quarant’anni e, durante tutto questo tempo, non sia mai uscita dalla sua bocca una sola parola che rivelasse in lui l’esistenza di conoscenze di questo genere?»

Questa era la ragione principale per cui i miscredenti della Mecca non osarono pronunciare una menzogna tanto enorme e spaventosa. Forse avevano lasciato questo compito a persone ancora più sfrontate delle generazioni successive.

Qual era l’accusa dei miscredenti della Mecca?

Le loro parole non riguardavano il periodo precedente alla profezia, bensì il periodo in cui veniva proclamato l’invito alla profezia. Dicevano: «Quest’uomo è analfabeta. Non può aver acquisito alcuna conoscenza attraverso lo studio personale, perché prima non aveva ricevuto alcuna istruzione. Nulla di ciò che oggi esce dalla sua bocca gli era noto fino all’età di quarant’anni. Da dove gli provengono dunque ora tutte queste conoscenze? La fonte del suo sapere deve essere certamente costituita dai libri degli antichi. Di notte fa tradurre e copiare segretamente brani tratti da quei libri. Se li fa leggere da qualcuno e li impara a memoria, durante il giorno viene poi a recitarceli».

Da alcune fonti di trasmissione si apprende che a questo proposito menzionavano anche i nomi di alcune persone appartenenti alla Gente del Libro, istruite e residenti alla Mecca. Si chiamavano Addas (liberto di Huwaitib ibn Abd al-Uzza), Yasar (liberto di Ala ibn al-Hadrami) e Jabr (liberto di Amir ibn Rabi’a).

A prima vista sembra un’accusa piuttosto importante. Quale accusa potrebbe essere più importante dell’individuazione della fonte della conoscenza, allo scopo di respingere la pretesa della rivelazione? Eppure ci si stupisce subito osservando che, in risposta a questa accusa, non fu presentata alcuna prova. Al contrario, la questione viene chiusa semplicemente dicendo che si sta commettendo una palese ingiustizia contro la verità e creando una tempesta di menzogne. «Queste sono le parole di Dio, che conosce i misteri dei cieli e della terra.»

Non è forse sorprendente che, in un clima di estrema opposizione, venga formulata un’accusa così importante e che essa sia respinta con disprezzo? La loro accusa era davvero così insignificante che fosse sufficiente rispondervi soltanto con le parole «menzogna» e «ingiustizia»? Perché mai, allora, dopo questa breve risposta, la gente non pretese una risposta dettagliata e chiara, né sorse alcun dubbio nell’animo dei nuovi musulmani, e nessuno tra gli oppositori osò dire: «Avete visto? Poiché non hanno avuto il coraggio di rispondere alla nostra enorme accusa, l’hanno semplicemente elusa definendola “menzogna e ingiustizia”»?

Troviamo la soluzione proprio nell’ambiente in cui gli oppositori dell’Islam avevano formulato questa accusa.

[Per fornire questa soluzione, l’autore ha riportato la seguente analisi.–I due compilatori]

Prima rassegna

Per loro non sarebbe stato affatto difficile assalire all’improvviso quegli oppressori che picchiavano i musulmani uno dopo l’altro e rendevano loro la vita insopportabile, e dei quali si diceva che traducessero vecchi libri e facessero imparare a memoria al profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) quelle traduzioni; avrebbero potuto portare via quei materiali dalla casa del Profeta e mostrarli alla gente. Mentre questo lavoro segreto era in corso, avrebbero potuto assalirli, chiamare la gente e dire: «Guardate, guardate: qui si sta preparando la profezia!». Coloro che erano capaci di tenere Ḥazrat Bilāl (che Allah sia soddisfatto di lui) disteso sulla sabbia rovente non avevano alcuna legge a ostacolare le loro azioni; in questo modo avrebbero potuto eliminare per sempre la “minaccia” della profezia di Muhammad. Eppure si limitarono a proteste e accuse verbali, senza intraprendere neppure per un giorno la suddetta azione decisiva.

Seconda rassegna

Le persone i cui nomi menzionavano a proposito delle traduzioni da recitare non erano forestieri, bensì abitanti della stessa città della Mecca. Le loro capacità non erano un segreto per nessuno. Chiunque avesse un minimo di buon senso e discernimento poteva rendersi conto dell’elevato livello di ciò che il profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) presentava, della raffinatezza del linguaggio, della dignità della letteratura, della forza delle parole e dell’alto livello del pensiero e dell’esposizione. E quale livello avevano invece coloro dai quali, secondo l’accusa, Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) avrebbe appreso tutto ciò? Per questo nessuno attribuì alcuna importanza alla loro accusa. Tutti pensavano che, formulando accuse di questo genere, stessero semplicemente sfogando il proprio rancore. E coloro che non sapevano nulla di queste persone avrebbero potuto almeno riflettere: se avessero avuto capacità così grandi, perché non avrebbero acceso la propria lampada? Perché avrebbero dovuto fornire olio alla lampada altrui? E per di più in segreto, così da non ricevere neppure una parte della fama derivante da quell’opera?

Terza rassegna

Gli schiavi affrancati i cui nomi venivano menzionati a questo proposito non erano certo forestieri. Nella vita tribale araba nessuno poteva sopravvivere senza il sostegno di una tribù potente, quale che fosse. Anche dopo essere stato liberato, lo schiavo rimaneva sotto la tutela del suo precedente padrone. Era il sostegno del suo padrone a garantirgli i mezzi per vivere nella società. Ora, se il profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui), grazie a questi schiavi affrancati, avesse gestito — Allah non voglia — una falsa impresa profetica, costoro non avrebbero potuto partecipare a tale complotto con sincerità e buone intenzioni. In definitiva, avrebbero potuto diventare collaboratori sinceri e devoti di quell’uomo che, dopo aver appreso qualcosa da loro durante la notte, andava di giorno proclamando davanti a tutti di aver ricevuto la rivelazione da parte di Dio? Avrebbero potuto aiutarlo in quest’opera solo per qualche allettamento o interesse personale. Ma quale persona dotata di senno potrebbe pensare che costoro, attirandosi l’ira dei propri tutori, siano diventati complici del profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) in questo complotto? Quell’uomo era maledetto e disprezzato dall’intera nazione e oggetto dell’ostilità di tutti: quale allettamento avrebbe spinto costoro a unirsi a lui? Sperando di ottenere quale vantaggio da quell’uomo indifeso, avevano accettato il danno di separarsi dai propri tutori? Inoltre, bisogna considerare che quei tutori avevano anche la possibilità di estorcere loro con le percosse la confessione del complotto. Perché non sfruttarono questa possibilità? E perché l’intera nazione non costrinse quegli schiavi a confessare che quell’uomo aveva reso fiorente la propria impresa profetica proprio grazie a ciò che aveva imparato da loro?

Quarta rassegna

La cosa più sorprendente è che tutti credettero nel profeta Muhammad (pace e benedizioni di Allah su di lui) e nutrirono nei suoi confronti una devozione e una venerazione incomparabili, proprio come i nobili Compagni (che Allah sia soddisfatto di loro). È mai possibile che coloro che avevano partecipato al suo complotto non solo abbiano creduto in una profezia falsa e cospiratoria — Allah non voglia —, ma vi abbiano creduto con profonda devozione e venerazione? E, ammesso che ciò fosse stato possibile, non avrebbero certamente goduto di una posizione speciale tra i credenti? Com’era possibile che l’impresa profetica prosperasse grazie ad Addās, Yāsar e Jabr, mentre la mano destra del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui) fosse Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), ʿUmar (che Allah sia soddisfatto di lui) e Abū ʿUbayda (che Allah sia soddisfatto di lui)?

È ancora più sorprendente il fatto che, se gli strumenti per questa attività fossero stati preparati di notte con l’aiuto di alcune persone, come sarebbe stato possibile nascondere ciò a Zayd ibn Haritha (r.a.), ad ʿAli ibn Abi Talib (r.a.), ad Abu Bakr al-Siddiq (r.a.) e agli altri Compagni, che stavano con il profeta Muhammad (s.a.s.) giorno e notte come la sua ombra?

Chiunque venisse a conoscenza di questa accusa non le attribuiva alcun valore. Per questo non fu menzionata nel Corano come un’accusa importante alla quale fosse necessario rispondere. Fu invece menzionata per mostrare quanto costoro si opponessero ciecamente alla verità e quanto fossero determinati a perseverare nella menzogna e nell’ingiustizia.

Discussione di tre racconti del Corano

Dopo aver esaminato tre racconti del Corano, gli orientalisti hanno mosso l’accusa che il profeta Muhammad (s.a.s.) avesse raccolto quelle informazioni da altre fonti e le avesse presentate come proprie.

Prima di descrivere le accuse e le obiezioni di questi orientalisti, è necessario conoscere tali racconti. Altrimenti sarà difficile comprendere la discussione che segue. – (I compilatori)

Primo: il viaggio di Mosè (a.s.) alla confluenza dei fiumi

 

(Arabo***************************************nel PDF, a pagina 460)

«(Racconta loro questa storia:) quando Mosè (a.s.) disse al suo servitore: “Non cesserò di viaggiare finché non raggiungerò la confluenza dei due fiumi; altrimenti continuerò a camminare per lungo tempo”.» – (Sura al-Kahf: 60)

Lo scopo di narrare questa storia a questo punto è informare tanto i miscredenti quanto i musulmani di una verità profonda. Vale a dire che, da ciò che apparentemente si vede accadere nel mondo, si trae una conclusione del tutto errata. Infatti, il profondo mistero alla luce del quale Allah l’Altissimo agisce non è percepibile agli occhi dell’osservatore. L’ascesa degli oppressori e le sofferenze degli innocenti, la pioggia di ricchezze che si riversa sui peccatori e le calamità cui sono esposti i virtuosi, il benessere e i piaceri di cui godono i peccatori e la misera condizione dei devoti: questo è uno spettacolo che si manifesta ogni giorno davanti agli occhi degli uomini. Poiché gli uomini non conoscono il mistero di tutto ciò, generalmente nel loro animo sorgono dubbi e persino idee errate. L’oppressore miscredente ne conclude che il mondo è un teatro dell’anarchia, privo di padrone o di sovrano. E, se pure ve ne fosse uno, sarebbe incapace. Qui ciascuno fa ciò che vuole; non c’è nessuno che chieda conto. Anche il credente vacilla. In una simile situazione, Allah l’Altissimo sollevò per Hadrat Musa (pace su di lui) il velo di alcuni misteri del Suo operare e gli mostrò alcuni bagliori di luce, affinché comprendesse come e con quale scopo avviene tutto ciò che giorno e notte accade nel mondo, e come l’aspetto esteriore degli eventi differisca dal loro aspetto interiore.

Dettagli della storia

Nel Corano non vi è alcuna spiegazione di quando e dove ebbe luogo questo episodio di Hadrat Musa (pace su di lui). Esiste tuttavia una narrazione riportata da Awfi negli hadith. Egli cita una dichiarazione di Ibn Abbas e dice che l’episodio ebbe luogo quando Hadrat Musa (pace su di lui), dopo la distruzione del Faraone, aveva reinsediato in Egitto il suo popolo; tuttavia, la solida narrazione di Ibn Abbas citata in Bukhari e in altre opere non sostiene la descrizione sopra riportata

(A pagina 401 del PDF è presente una mappa**********************************************************)

Mappa relativa alla storia di Hadrat Musa e Khidr (pace su entrambi)

Non è sostenuta. Né si trova in alcun’altra fonte una prova del fatto che, dopo la distruzione del Faraone, Hadrat Musa (pace su di lui) sia rimasto in Egitto per un certo periodo. Al contrario, il Corano afferma chiaramente che, dopo la partenza dall’Egitto, tutta la sua vita si svolse nelle valli del Sinai e di Tayma. Per questo motivo, tale narrazione non è accettabile. Tuttavia, quando consideriamo i dettagli di questa storia, emergono chiaramente due elementi. Il primo è che queste osservazioni furono fatte compiere a Hadrat Musa (pace su di lui) nella fase iniziale della sua profezia. Infatti, proprio all’inizio della profezia, i profeti hanno bisogno di un’istruzione e di una formazione di questo genere.

Il secondo è che Hadrat Musa (pace su di lui) ebbe bisogno di compiere osservazioni di questo genere quando i Figli d’Israele si trovavano in Egitto esattamente nella stessa situazione in cui si erano trovati i musulmani alla Mecca. Secondo la nostra opinione, fu per queste due ragioni (Allah solo conosce la realtà dei fatti) che questo episodio ebbe luogo nel periodo in cui in Egitto infuriavano la tirannia e l’oppressione del Faraone sui Figli d’Israele; il Faraone e i suoi dignitari, proprio come i capi dei Quraysh, poiché nessuna punizione era ancora giunta loro, pensavano che non ci fosse nessuno al di sopra di loro che potesse chiedere loro conto. Allo stesso modo degli oppressi musulmani della Mecca, anche gli oppressi musulmani d’Egitto chiedevano con impazienza: «O Dio! Per quanto tempo ancora questi oppressori godranno di felicità e ricchezze, mentre noi saremo afflitti da calamità e sciagure?». Persino Musa (pace su di lui) esclamò:

(Arabo***************************************pagina 462 del PDF)

«O Signore! Hai adornato il Faraone e i suoi dignitari, nella vita terrena, di potere, prestigio e ricchezze. O Dio! Hai fatto ciò forse affinché essi traviassero il mondo?»

Se questa mia ipotesi è corretta, si può pensare che forse il viaggio del profeta Mosè (pace su di lui) fosse diretto verso il Sudan e che il luogo dell’incontro dei due fiumi indicasse il punto nei pressi dell’attuale città di Khartum, dove i due rami del Nilo sfociano nel Mar Mediterraneo.

Il racconto del Talmud

La Bibbia tace completamente riguardo a questo episodio. Tuttavia, un racconto di questo genere si trova nel Talmud, ma l’episodio è stato attribuito, invece che a Mosè (pace su di lui), al rabbino Yahuhanan bin Labi. Il racconto è il seguente: quando avvenne questo episodio, il suddetto rabbino si trovava con il profeta Ilyam (pace su di lui), il quale, dopo essere stato portato via dal mondo mentre era ancora in vita, fu aggregato agli angeli; si trovava con gli angeli, dopo essere stato portato via dal mondo mentre era ancora in vita, fu aggregato agli angeli; si trovava con gli angeli, dopo essere stato portato via dal mondo mentre era ancora in vita, fu aggregato agli angeli. Poi fu incaricato di amministrare il mondo.

(The Talmud Selections, di H. Polano, pp. 313-316).

È possibile che, come gli eventi precedenti all’esodo dall’Egitto, anche questo episodio non sia stato conservato correttamente nei libri dei Figli d’Israele e che, alcuni secoli dopo, essi abbiano spostato e ricomposto parti del racconto, prendendole da un luogo e collocandole in un altro. Influenzati da questo racconto talmudico, alcuni musulmani arrivarono a dire che il Mosè menzionato qui non fosse il profeta Mosè (pace su di lui), bensì un altro Mosè. Tuttavia, non si può considerare ogni racconto del Talmud come storia autentica, né vi può essere alcun motivo ragionevole per supporre che nel Corano sia stato menzionato in questo modo un Mosè sconosciuto. Inoltre, quando nei hadith affidabili, nella narrazione di Ubayy ibn Ka‘b, si vede che lo stesso Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), spiegando questo racconto, con il termine Mosè intendeva proprio il profeta Mosè dei Figli d’Israele (pace su di lui), allora per nessun musulmano il racconto talmudico può essere accettabile.

Gli orientalisti, secondo la loro consuetudine, hanno cercato anch’essi l’origine di questo racconto coranico e hanno individuato tre episodi, affermando che il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) avrebbe composto questo racconto copiandolo da essi e sostenendo che gli fosse stato rivelato tramite la Rivelazione. Dei tre, il primo è il racconto di Gilgamesh, il secondo lo Shahnameh siriaco di Alessandro e il terzo il racconto degli Ebrei menzionato sopra.

Quattro domande da rivolgere agli orientalisti

Se si chiedesse loro di rispondere alle sole quattro domande seguenti, la maschera della loro propaganda ostile cadrebbe:

Primo: Avete qualche prova del fatto che, solo perché avete trovato in due o quattro antichi testi alcune parole coincidenti con il Corano, sostenete che il racconto coranico sia stato tratto da essi?

Secondo: Se si compilasse l’elenco di tutti i libri, scritti in lingue diverse, che avete indicato come fonti dei racconti e delle narrazioni del Corano, esso si trasformerebbe nel catalogo di una biblioteca. Esisteva forse una biblioteca del genere alla Mecca in quell’epoca? Inoltre, se sostenete ciò basandovi soltanto sui due o tre viaggi che il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) compì fuori dall’Arabia, mentre alcuni traduttori lavoravano in diverse lingue, sorge allora la domanda: durante quei viaggi d’affari, quante biblioteche avrebbe mai potuto copiare o imparare a memoria? E come spiegate il fatto che, fino al giorno precedente alla proclamazione della sua profezia, nelle sue parole non si trovasse alcun indizio dell’acquisizione di tali conoscenze?

Terzo: I miscredenti della Mecca, gli ebrei e i cristiani indagavano, proprio come voi, da dove il profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) traesse queste parole. Se egli avesse pronunciato parole copiate, perché i suoi contemporanei non riuscirono a scoprirlo? Veniva loro ripetutamente lanciata la sfida che questo Corano era stato rivelato da Dio e che non aveva altra fonte se non la rivelazione. Si diceva: “Se sostenete che esso è parola umana, dimostrate allora che un essere umano può pronunciare parole simili”. Questa sfida spezzò le reni ai nemici contemporanei del Profeta (pace e benedizioni su di lui). Tuttavia non riuscirono a individuare neppure una fonte dalla quale si potesse ritenere che il Corano fosse scaturito; tanto meno una persona dotata di senno avrebbe potuto crederlo o anche solo nutrire il sospetto.

La domanda ora è: perché i contemporanei fallirono nello scoprire questa spiegazione, mentre oggi, dopo tredici o quattordici secoli, coloro che nutrono avversione verso l’Islam sono riusciti in questa impresa?

Quarto: L’ultima e più importante domanda è questa: non è forse possibile che il Corano sia un Libro rivelato da Allah e che riferisca correttamente quegli eventi dei tempi passati i quali, dopo essere stati deformati nel corso di alcuni secoli sotto forma di narrazioni orali, sono giunti agli uomini trasformati in leggende? In base a quali prove razionali è stata respinta questa possibilità? Perché è stata assunta come base della discussione e dell’indagine una sola possibilità, cioè che i racconti coranici siano stati composti proprio a partire da quegli eventi che esistevano presso la gente sotto forma di leggende tramandate oralmente? Può esserci altra ragione, oltre all’avversione e all’ostilità religiosa?

Riflettendo profondamente su queste domande, si deve giungere alla conclusione che ciò che gli orientalisti hanno presentato in nome dell’“acquisizione della conoscenza” non è in realtà affatto una ricerca della conoscenza.

Secondo: il proposito del Faraone di uccidere Mosè (pace su di lui)

(Arabo****************************************a pagina 464 del PDF)

«Un giorno il Faraone disse ai membri del suo consiglio: “Lasciatemi, ucciderò Mosè, e che invochi pure il suo Signore”». — (Sura al-Mu’min: 26).

L’episodio narrato da questo versetto fino al versetto 45 è un evento di straordinaria importanza nella storia dei Figli d’Israele, che essi hanno completamente dimenticato. Nella Bibbia e nel Talmud non se ne trova alcuna menzione. Neppure nelle loro altre narrazioni se ne trova la minima traccia. È stato soltanto attraverso il Corano che il mondo intero ha appreso che questo episodio si verificò durante il conflitto tra il Faraone e Mosè (su di lui la pace).

L’importanza di questa storia dal punto di vista dell’invito alla verità

Chiunque legga questa storia senza nutrire un cieco odio verso l’Islam e il Corano sentirà certamente che essa è di straordinaria importanza dal punto di vista dell’invito islamico. Non sarebbe irragionevole supporre che, influenzato dal carattere di Mosè (su di lui la pace), dalla sua predicazione e dai miracoli da lui compiuti, qualcuno tra i consiglieri del Faraone avesse abbracciato segretamente la fede e, vedendo il Faraone intento a uccidere Mosè (su di lui la pace), non fosse riuscito a rimanere in silenzio. Tuttavia, non è difficile capire che gli orientalisti occidentali, nonostante le loro pompose pretese di erudizione e di ricerca della verità, cercano, spinti da un cieco odio, di occultare l’evidente veridicità del Corano. Nell’articolo intitolato «Mosè» dell’Encyclopaedia of Islam, l’autore afferma riguardo a questa storia: «Un musulmano della corte del Faraone tentò di salvare Mosè (su di lui la pace)». — Questa storia coranica non è chiara (sura 40, versetto 28). Dobbiamo forse paragonarla alla storia narrata nella Haggadah, dove si dice che Ietro consigliò al Faraone di mostrare clemenza e generosità?

La confusione creata dai pretesi ricercatori della verità

I pretesi ricercatori della verità sembrano aver deciso una volta per tutte che devono trovare un errore in ogni parola del Corano. Se non si riesce a trovare alcun fondamento per contestare una sua affermazione, bisogna almeno diffondere tanta confusione da farla apparire poco chiara. Poi bisogna instillare gradualmente nei lettori il sospetto che l’episodio di Ietro narrato nella Haggadah, prima della nascita di Mosè (su di lui la pace), il Profeta Muhammad (su di lui la pace) lo abbia udito da qualche parte e lo abbia poi riportato in questa forma. Questo è il metodo di ricerca adottato da costoro nei confronti dell’Islam, del Corano e del Profeta Muhammad (su di lui la pace).

Terzo: obiezione riguardo alla durata della permanenza nella grotta nella storia degli Compagni della Caverna

Alcuni orientalisti rifiutano di riconoscere che questo episodio sia analogo alla storia degli Asḥāb al-Kahf, poiché nel Corano si dice che il periodo della loro permanenza nella caverna fu di trecentonove anni; tuttavia, nella nota 25 di questa sura abbiamo analizzato che, a nostro avviso, l’indicazione secondo cui nella versetto 25 il periodo degli Asḥāb al-Kahf sarebbe stato di trecento e trecentonove anni è un’affermazione della gente, non di Allah l’Altissimo. La prova è che nel versetto successivo Allah stesso dice: «Di’: Allah sa meglio quanto tempo rimasero nella caverna». Se fosse stato Allah stesso a menzionare trecentonove anni, queste parole non avrebbero alcun senso. Su questa base, Ḥaḍrat ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās (raḍiy Allāhu ʿanhu) ha adottato l’interpretazione secondo cui non si tratta di un’affermazione di Allah, bensì di un’affermazione degli uomini.

La sfacciataggine di Gibbon

Tra il racconto siriaco e quello coranico vi sono alcune lievi divergenze, sulla base delle quali Gibbon ha mosso al profeta Muḥammad (pace e benedizioni su di lui) l’accusa di «ignoranza». Eppure egli sa bene che il racconto sul quale ha fondato la propria fede, mostrando una simile sfacciataggine, fu messo per iscritto da un abitante della Siria trent’ o quarant’anni dopo il verificarsi dell’evento. In un intervallo di tempo così lungo, quando una tradizione orale passa da un paese all’altro, è inevitabile che subisca qualche alterazione. Sostenere, riguardo a simili racconti, che siano veri parola per parola e che ogni divergenza in essi costituisca un errore del Corano è degno soltanto di quegli avventati che, accecati dall’ostilità religiosa, ignorano le normali esigenze della conoscenza e della ragione.

La testimonianza degli scrittori cristiani

La testimonianza più antica di questa storia si trova in un’omelia di un sacerdote cristiano siriano di nome James of Sarug, redatta in lingua siriaca. Nacque nel 452 d.C., alcuni anni dopo la morte degli abitanti della caverna, e compose questa omelia intorno al 474 d.C. In essa fornì un resoconto dettagliato dell’episodio. Da un lato, questo racconto siriaco giunse nelle mani dei primi esegeti, e Ibn Jarīr al-Ṭabarī lo citò nel suo tafsīr attraverso varie fonti. Dall’altro, il racconto giunse anche agli europei, fu tradotto in greco e in latino e ne vennero pubblicate delle versioni. Nel ventitreesimo capitolo della sua opera intitolata «Storia del declino e della caduta dell’Impero romano», nell’articolo intitolato «I sette dormienti», Gibbon fornì, sulla base delle fonti sopra menzionate, un resoconto di questa storia talmente concorde con quello dei nostri esegeti che sembra che entrambe le storie siano state tramandate dalla stessa fonte. Per esempio, i nostri esegeti chiamano Daqiyānūs o Dāmiyūs il sovrano dalle persecuzioni e dalle oppressioni del quale gli Asḥāb al-Kahf si rifugiarono in una caverna montana per proteggersi. Gibbon dice invece che si chiamava Cesare Decio (Decius), il quale governò l’Impero romano dal 249 al 251 d.C. e il cui regno fu macchiato dalle persecuzioni contro i seguaci di Gesù (pace su di lui). I nostri esegeti chiamano Efeso la città in cui ebbe luogo l’episodio, mentre Gibbon la chiama Ephesus. Era una grande città e un porto dei Romani, situata sulla costa occidentale dell’Asia Minore. Le sue rovine sono ancora visibili nell’odierna Turchia, trenta o quaranta miglia a sud della città di Smirne. Quanto al sovrano durante il cui regno gli Asḥāb al-Kahf si destarono dal sonno, secondo i nostri esegeti si chiamava Tinayūsīs, mentre secondo Gibbon era il cesare Teodosio II (Theodosius). Dopo aver adottato il cristianesimo, fu cesare di Roma dal 408 al 450 d.C. La somiglianza tra i due racconti era tale che l’uomo che gli abitanti della caverna, dopo essersi destati, mandarono al mercato per comprare del cibo è chiamato Yamlīkhā dagli esegeti e Iẓālīkhās (Jamblichus) da Gibbon.

Due narrazioni divergenti: conciliazione

I dettagli della storia sono gli stessi nei due racconti; il loro riassunto è il seguente: durante il regno del cesare Decio, quando infuriava una terribile persecuzione contro i cristiani, sette giovani si rifugiarono in una caverna montana. In seguito, nel trentottesimo anno del regno del cesare Teodosio (cioè nel 445 o 446 d.C.), si destarono dal sonno. A quel tempo, l’intero Impero romano era diventato seguace di Gesù (pace su di lui). Di conseguenza, il periodo della loro permanenza nella caverna ammontò a circa 196 anni.

 

Linee guida

1. Il movimento per l’indipendenza dell’India e i musulmani, vol. 2, pp. 177-178

2. Introduzione al Tafhīm al-Qurʾān

3. Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Aʿrāf, nota 135

4. Tafhīmāt, vol. 1, pp. 9-17

5. Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Naḥl, nota 9

6. Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Naḥl, nota 10

7. Tafhīm al-Qurʾān, sūra al-Naḥl, nota 14

8. Tafhīm al-Qurʾān, sūra Ṭā Hā, nota 23

9. Dvitiat (Conoscenza dell’Islam), pp. 52–55

10. Tafhim al-Qur’an, sura al-Baqara, nota 23

11. Diniyat (Conoscenza dell’Islam), pp. 52–55

12. Tafhim al-Qur’an, sura Yunus, nota 74

13. Tah rik-e Azadi-ye Hind aur Musalman, vol. 2, pp. 105–106 (Il movimento per l’indipendenza del subcontinente e i musulmani)

14. Tafhim al-Qur’an, sura Āl ʿImrān, nota 48

15. Tafhim al-Qur’an, sura an-Nisā’, nota 208

16. Tafhim al-Qur’an, sura an-Nisā’, nota 94

17. Tafhīm al-Qurʾān, Sura at-Tawba, nota 32

18. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Aʿrāf, nota 44

19. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Aʿrāf, nota 44

20. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Aʿrāf, nota 88

21. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Qaṣaṣ, nota 66

22. Tafhīm al-Qurʾān, Sura an-Nisāʾ, nota 94

23. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Kahf, nota 94

24. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Āl ʿImrān, nota 17

25. Tafhim al-Qur’an, sura al-Anbiya, nota 91

26. Rasa’il wa Masa’il, vol. 1, pp. 25-27

27. Rasa’il wa Masa’il, vol. 1, pp. 34-36

28. Tafhim al-Qur’an, sura al-Tahrim, introduzione

29. Tafhim al-Qur’an, sura Bani Isra’il, nota 1

30. Tafhim al-Qur’an, sura Yusuf, nota 66

31. Tafhim al-Qur’an, sura al-Anbiya, nota 49

32. Tafhim al-Qur’an, sura Hud, nota 50

33. Tafhīm al-Qur’an, Sura Yūsuf, nota 22

34. Tafhīm al-Qur’an, Sura al-Anbiyā’, nota 70

35. Tafhīm al-Qur’an, Sura al-Anbiyā’, nota 87

36. Tafhīm al-Qur’an, Sura al-Nisā’, nota 204

37. Tafhīm al-Qur’an, Sura al-Shūrā, nota 1

38. Tafhīm al-Qur’an, Sura al-Naḥl, nota 56

39. Tafhīm al-Qur’an, Sura al-Shūrā, nota 81

40. Rasā’il wa Masā’il, vol. 2, pp. 348-51

41. Tafhim al-Qur’an, sura as-Saffat, nota 60

42. Tafhim al-Qur’an, sura an-Nahl, nota 56

43. Tafhim al-Qur’an, sura al-Qasas, nota 10

44. Tafhim al-Qur’an, sura an-Nisa’, nota 204

45. Tafhim al-Qur’an, sura Yunus, nota 20

46. Tafhim al-Qur’an, sura Hud, nota 13

47. Tafhim al-Qur’an, sura ash-Shura, nota 83

48. Il problema politico e i suoi aspetti politici, religiosi e civili, pp. 247-50

49. Tafhimul Corano, Sura Yunus, nota 21

50. Tafhimul Corano, Sura al-Qasas, nota 64

51. Tafhimul Corano, Sura ar-Ra‘d, nota 31

52. Tafhimul Corano, Sura al-Hajj, nota 110

53. Tafhimul Corano, Sura Hud, nota 34

54. Tafhimul Corano, Sura an-Nahl, nota 3

55. Tafhimul Corano, Sura Bani Isra’il, nota 103

56. Tafhimul Corano, Sura ash-Shura, nota 83

57. Tafhim al-Qur’an, Sura al-An‘am, nota 61

58. Tafhim al-Qur’an, Sura ash-Shura, nota 25

59. Tafhim al-Qur’an, Sura as-Sajda, nota 5

60. Tafhim al-Qur’an, Sura Fatir, nota 71

61. Tafhim al-Qur’an, Sura al-Bayyina, nota 3

62. Tafhim al-Qur’an, Sura al-Bayyina, nota 3

63. Tafhim al-Qur’an, Sura al-Bayyina, introduzione

64. Diniyat (Introduzione all’Islam), pp. 57-60

65. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Zukhruf, nota 4

66. Tafhīmāt, vol. 1, pp. 238–255

67. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-ʿAnkabūt, nota 91

68. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Yūnus, nota 88

69. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Yūnus, nota 89

70. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Yūnus, nota 90

71. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Yūnus, nota 21

72. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Shūrā, nota 84

73. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Qaṣaṣ, nota 109

74. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Bayyina, nota 4

75. Tafhīm al-Qurʾān, sura as-Sajda, nota 1

76. Tafhīm al-Qurʾān, sura aṣ-Ṣaff, nota 7

77. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Aʿrāf, nota 113

78. Tafhīm al-Qurʾān, sura aṣ-Ṣaff, nota 8

79. Discorsi radiofonici, pp. 13-19

80. Discorsi radiofonici, pp. 28-38

81. Rasā’il wa Masā’il, vol. 3, p. 149

82. Dīniyāt (Introduzione all’Islam), pp. 55-57, 71-72

83. Dīniyāt (Introduzione all’Islam), pp. 71-75

84. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Saba’, nota 47

85. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Fāṭir, note 44-45

86. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Anbiyā’, nota 100

87. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Yūnus, nota 55

88. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Furqān, nota 66

89. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Furqān, nota 4

90. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Anbiyāʾ, nota 1

91. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Āl ʿImrān, nota 69

92. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Aʿrāf, nota 28

93. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Aḥzāb, nota 15

94. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Yūnus, nota 23

95. Rasāʾil wa Masāʾil, volume 2, pp. 321-329

96. Rasāʾil wa Masāʾil, volume 2, pp. 329-335

97. Rasā’il wa Masā’il, vol. 1, pp. 30-32

98. Rasā’il wa Masā’il, vol. 1, appendice

99. Rasā’il wa Masā’il, vol. 3, pp. 164-167

100. Rasā’il wa Masā’il, vol. 3, pp. 151-154

101. Rasā’il wa Masā’il, vol. 3, pp. 154-157

102. Rasā’il wa Masā’il, vol. 3, pp. 157-162

103. Tafhīmāt (sintesi), vol. 1, pp. 158-162

104. Tafhīmāt (sintesi), vol. 1, pp. 98-113

105. Tafhimat, vol. 1, pp. 288-317

106. Tafhimat, vol. 1, pp. 273-81

107. La Sunna nella sua valenza giuridica, pp. 78-85, e Tafhim al-Qur’an, sura an-Nahl, nota 40

108. La Sunna nella sua valenza giuridica, pp. 78-85

109. Il Messaggio islamico, pp. 465-66

110. Tafhim al-Qur’an, sura an-Nisa’, nota 89

111. Tafhim al-Qur’an, sura al-Qiyama, nota 13

112. La Sunna nella sua valenza giuridica, pp. 93-95

113. Lo status giuridico della Sunnah, p. 121

114. Lo status giuridico della Sunnah, pp. 121-125

115. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Jumuʿa, nota 14

116. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-ʿAlaq, nota 10

117. Tafhīm al-Qurʾān, sura Banī Isrāʾīl, nota 107

118. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Furqān, note 14-16

119. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Anʿām, nota 31

120. Tafhīm al-Qurʾān, sura an-Naḥl, nota 40

121. Tafhīm al-Qurʾān, sura Banī Isrāʾīl, nota 108

122. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Aʿrāf, nota 10

123. Tafhīm al-Qurʾān, sura Hūd, nota 37

124. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Muʾminūn, nota 26

125. Tafhīm al-Qurʾān, sura Hūd, nota 31

126. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Muʾminūn, nota 26

127. Tafhīm al-Qurʾān, sura Ibrāhīm, nota 21

128. Tafhīm al-Qurʾān, sura Ibrāhīm, nota 19

129. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Yāsīn, nota 107; Banī Isrāʾīl, nota 95

130. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Yāsīn, nota 95

131. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Yūsuf, nota 79

132. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Anʿām, nota 32

133. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Raʿd, nota 56

134. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Ḥā-Mīm as-Sajda, nota 19

135. Tafhīm al-Qurʾān, Sura az-Zukhruf, nota 30

136. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Furqān, nota 14

137. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Furqān, nota 29

138. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Anbiyāʾ, nota 9

139. Taḥrīk-e Āzādī-e Hind aur Musalmān, vol. 1, pp. 109-115 (Il movimento per l’indipendenza del subcontinente e i musulmani)

140. Dīn-e Ḥaqq, pp. 3-38

141. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Hūd, nota 97

142. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Hūd, nota 69

143. Tajdīd wa Iḥyāʾ-e Dīn, pp. 13-34

144. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Shūrā, nota 20; Sura Yūsuf, nota 60; Sura al-Zumar, nota 3; Le quattro terminologie fondamentali del Corano, pp. 129-143, 52-56 (Le quattro terminologie fondamentali del Corano)

145. Tafhim al-Qur’an, sura al-A’raf, nota 87

146. Tafhim al-Qur’an, sura al-Kahf, nota 23

147. Tafhim al-Qur’an, sura al-‘Ankabut, nota 22

148. Tafhim al-Qur’an, sura al-A’raf, nota 58

149. Tafhim al-Qur’an, sura al-Baqarah, note 293-95

150. Tafhim al-Qur’an, sura Sad, nota 43

151. Tafhim al-Qur’an, sura al-Mu’minun, nota 39

152. Tafhim al-Qur’an, sura al-A’raf, nota 90

153. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Aʿrāf, nota 94

154. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Aʿrāf, nota 95

155. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Aʿrāf, nota 96

156. Tafhīm al-Qurʾān, sura Banī Isrāʾīl, nota 113

157. Tafhīm al-Qurʾān, sura Banī Isrāʾīl, nota 115

158. Tafhīm al-Qurʾān, sura Ṭā Hā, nota 53

159. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Shuʿarāʾ, nota 47

160. Tafhīm al-Qurʾān, sura Ṭā Hā, nota 59

161. Tafhīm al-Qur’an, Sura an-Naml, nota 21

162. Tafhīm al-Qur’an, Sura al-Mu’minun, nota 43

163. Tafhīm al-Qur’an, Sura Maryam, nota 16

164. Tafhīm al-Qur’an, Sura al-Mu’minun, nota 17

165. Tafhīm al-Qur’an, Sura al-Mu’minun, nota 19 (a)

166. Tafhīm al-Qur’an, Sura al-Mu’minun, nota 20

167. Tafhīm al-Qur’an, Sura al-Mu’minun, nota 20 (a)

168. Tafhīm al-Qur’an, Sura al-Mu’minun, nota 21

169. Tafhim al-Qur’an, sura al-A‘raf, note 151-152

170. Tafhim al-Qur’an, sura al-An‘am, nota 23

171. Tafhim al-Qur’an, sura Ta-Ha, nota 116

172. Tafhim al-Qur’an, sura al-‘Ankabut, nota 88

173. Tafhim al-Qur’an, sura al-‘Ankabut, nota 91

174. Tafhim al-Qur’an, sura ar-Ra‘d, nota 47

175. Tafhim al-Qur’an, sura ash-Shu‘ara, nota 3

176. Tafhim al-Qur’an, sura ash-Shu‘ara, nota 5

177. Tafhim-ul-Qur’an, sura al-Qamar, nota 1

178. Tafhim-ul-Qur’an, sura al-Muddaththir, nota 36; sura al-Baqara, nota 281

179. Tafhim-ul-Qur’an, sura al-Baqara, nota 282

180. Tafhim-ul-Qur’an, sura al-An‘am, nota 33

181. Tafhim-ul-Qur’an, sura Yunus, nota 24

182. Tafhim-ul-Qur’an, sura Yunus, nota 24

183. Tafhim-ul-Qur’an, sura al-Mu’min, nota 32

184. Tafhim-ul-Qur’an, sura Maryam, nota 52

185. Tafhim al-Qur’an, sura Ta-Ha, nota 85-86

186. Tafhim al-Qur’an, sura al-Kawthar, nota 1

187. Tafhim al-Qur’an, sura al-Naba’, nota 25

188. Tafhim al-Qur’an, sura al-Anbiya’, nota 27

189. Tafhim al-Qur’an, sura Saba’, nota 40

190. Tafhim al-Qur’an, sura Saba’, nota 41

191. Tafhim al-Qur’an, sura al-Dukhan, nota 37

192. Tafhim al-Qur’an, sura Hud, nota 84

193. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Hūd, nota 106

194. Tafhīm al-Qurʾān, Sura Hūd, nota 106

195. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Naḥl, nota 64

196. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Naḥl, nota 79

197. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Ḥajj, note 124-125

198. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Zumar, nota 62

199. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Najm, nota 21

200. Tafhīm al-Qurʾān, Sura al-Raʿd, nota 19

201. Tafhīm al-Qurʾān, sura Sura al-Munāfiqūn, note 13 e 14

202. Rasāʾil wa Masāʾil, vol. 2, pp. 329–350

203. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Ḍuḥā, nota 4

204. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Ḍuḥā, nota 5

205. Tafhīm al-Qurʾān, sura al-Jumuʿa, nota 6

206. Tafhīm al-Qurʾān, introduzione alla sura al-Ḍuḥā

207. Tafhīm al-Qurʾān, sura Alam Nashrah, nota 2

208. Tafhīm al-Qurʾān, sura Alam Nashrah, nota 3

209. Tafhīm al-Qurʾān, Sūra Alam Nashrah, nota 1

210. Tafhīm al-Qurʾān, Sūra Kawthar, introduzione

211. Tafhīm al-Qurʾān, Sūra Kawthar, nota 4

212. Tafhīm al-Qurʾān, Sūra Kawthar, nota 3

213. Tafhīm al-Qurʾān, Sūra Kawthar, nota 1

214. Tafhīm al-Qurʾān, Sūra Lahab, nota 1

215. Tafhīm al-Qurʾān, Sūra Banī Isrāʾīl, nota 81

216. Tafhīm al-Qurʾān, Sūra Qamar, nota 24

217. Tafhīm al-Qur’ān, Sura aṣ-Ṣāffāt, nota 94

218. Tafhīm al-Qur’ān, Sura Ṣād, nota 12

219. Tafhīm al-Qur’ān, Sura Ḥā-Mīm as-Sajdah, nota 70

220. Tafhīm al-Qur’ān, Sura al-Qaṣaṣ, nota 108

221. Tafhīm al-Qur’ān, Sura Banī Isrā’īl, nota 98

— Fine —