Considerazioni preliminari

Sto scrivendo «Iqāmat al-dīn» come seconda serie della successione di riflessioni pubblicata nel mio opuscolo, apparso per la prima volta nel 1978 con il titolo «Movimento islamico del Bangladesh» e, a partire dalla terza edizione del 1981, con il titolo «Unità islamica, movimento islamico». Nella prima serie è stato dimostrato che, per la benevolenza di Allah, in Bangladesh il servizio all’Islam viene svolto in misura sufficiente attraverso vari mezzi. Dopo una breve spiegazione dell’immenso servizio reso alla religione dell’Islam tramite le madrase, le moschee, le khānqāh, il waʿẓ, il tablīgh, la letteratura islamica e così via, è stato dimostrato che ogni forma di servizio è estremamente importante; è l’insieme dei servizi di tutti ad accrescere la dignità dell’Islam, e considerare tali servizi reciprocamente complementari è dovere di ogni servitore musulmano della religione.

Coloro che considerano prezioso soltanto il proprio servizio religioso e non apprezzano quello degli altri rischiano di suscitare divisione e ostilità all’interno della Ummah. Tutti dovrebbero ritenere che stiamo servendo tutti la stessa grande religione, sebbene in forme e con metodi diversi. Tutti dovrebbero inoltre ricordare sinceramente che ciascuno dei servizi sopra menzionati è prezioso e necessario nel proprio ambito. Se ognuno riconoscesse il valore del servizio di tutti gli altri, tra le forze islamiche del Paese nascerebbero unità e amore, e la dignità della religione aumenterebbe ulteriormente.

Il servizio svolto dalle madrase e dalle scuole coraniche forqāniyya non può essere svolto dalle madrase più grandi. È impossibile che gli ʿulamāʾ formati nelle madrase ʿaliyya e qawmiyya siano formati dalla Jamāʿat al-tablīgh. D’altra parte, è irrealistico ottenere tramite le madrase quella parte di luce della religione che, grazie al tablīgh, raggiunge innumerevoli persone. La società istruita acquisisce la conoscenza dell’Islam attraverso la letteratura islamica. Ma grazie ai predicatori anche gli analfabeti conseguono la conoscenza dell’Islam e l’entusiasmo per esso. È proprio perché esistono le madrase, il waʿẓ e il tablīgh che le moschee sono vive e frequentate. Se si considerano questi aspetti, ogni forma di servizio apparirà preziosa.

Nel libro «Unità islamica, movimento islamico» si è discusso principalmente del servizio alla religione, ponendo particolare enfasi sull’unità dei servitori della religione. È stata inoltre presentata una proposta concreta su quale potrebbe essere la forma dell’unità islamica. Tuttavia, in quell’opuscolo non è stata sviluppata una discussione dettagliata sull’Iqāmat al-dīn. Là si è dato soltanto qualche accenno alla responsabilità dell’Iqāmat al-dīn. Proprio per la necessità di una trattazione dettagliata dell’Iqāmat al-dīn, si è reso necessario scrivere un altro libro. Perciò questo libro è complementare a quello precedente, e spero che il suo significato risulterà più chiaro a coloro che hanno letto quel libro.

Nel libro «Iqāmat al-dīn» si discute un argomento la cui trattazione è poco frequente persino tra i servitori della religione. Pertanto, per presentarlo in modo semplice, ho cercato di dimostrare, fornendo esempi tratti da diverse forme di servizio religioso, che esiste una differenza tra il servizio alla religione e l’Iqāmat al-dīn. Ho fatto del mio meglio affinché nessuna delle mie parole diventasse motivo di dispiacere per i servitori della religione di Allah. Se tuttavia fosse rimasta qualche espressione di questo genere, vi prego di informarmene: la correggerò nella prossima edizione, in shāʾ Allāh.

Argomento di questo libro

Spiegazione della parola «dīn»

Primo significato: ricompensa o ritorsione

Secondo significato: obbedienza

Terzo significato: le norme o il metodo dell’obbedienza

Quarto significato: legge, sistema statale e sistema sociale

La vastità del dīn

La vita del Messaggero di Allah (sallallahu alayhi wa sallam) è l’esempio concreto del dīn islamico

‘«Iqāmat-e-Dīn’ essenza

La condizione del dīn della verità in Bangladesh

Che cosa accade alla falsità quando nel Dīn viene affermata la verità?

La responsabilità dell’instaurazione del Dīn

Il Messaggero (sallallāhu ʿalayhi wa-sallam) svolse forse attività oltre la sua responsabilità?

Il metodo operativo eterno del movimento islamico

Il movimento islamico e il sistema dei quadri

Perché il conflitto tra verità e falsità è inevitabile?

Perché questo conflitto non si verifica insieme al servizio religioso?

Perché non tutti gli stimati ʿulamāʾ sono attivi nell’“instaurazione del Dīn”?

L’unico criterio del dīn è il Messaggero (pace e benedizioni su di lui)

Perché i grandi ʿulamāʾ del subcontinente non promossero un movimento per l’istituzione del dīn?

L’importanza dello sforzo collettivo

Le caratteristiche della jamāʿat costituita allo scopo di istituire il dīn

Esiste in Bangladesh una jamāʿat di questo tipo?

Jamaat-e-Islami e Maulana Mawdudi (che Allah abbia misericordia di lui)

La fatwā contro la jamāʿat

La fatwā contro Maulana Mawdudi (che Allah abbia misericordia di lui)

Al servizio dei nobili ulamāʾ e mashāyikh

Terminologia coranica utilizzata in questo libro

Vengono fornite brevi definizioni di quei termini il cui significato, non essendo noto alle persone istruite moderne, rischia di rendere poco chiaro il contenuto del libro:

1. dīn-obbedienza: il codice di vita inviato tramite il Messaggero allo scopo di obbedire ad Allah.

2. iqāma-istituzione, fondazione, stabilimento.

3. iqāmat al-dīn-attuare o istituire la Legge inviata da Allah.

4. haqq-verità, razionale, incontrovertibile.

5. dīn al-haqq-la vera religione—ossia quella religione la cui veridicità è incontrovertibile e razionale.

৬। Bāṭil–falso, non veritiero, confutabile, precetto irrazionale, sistema di vita non veritiero.

৭। Dīn al-bāṭil–una religione falsa o un’obbedienza irrazionale.

৮। Khidmat–servizio, assistenza, lavoro.

৯। Khidmat al-dīn–servizio dell’Islam o lavoro per il progresso della religione.

১০। Khādim al-dīn–servitore e sostenitore dell’Islam.

১১। ʿIlm–conoscenza, la conoscenza inviata da Allah al Profeta, contenuta nel Corano e negli hadith.

১২। ʿUlamāʾ–sapienti, coloro che possiedono conoscenza del Corano e degli hadith; il singolare è ʿālim.

১৩। Fitna–ostacolo, prova, rimanere intrappolati nel dubbio: tutti gli ostacoli, le prove e i dubbi che si manifestano quando si percorre la via di Allah sono fitna.

14. Waḥy—indicazione, informazione, rivelazione, ispirazione, ecc. Il mezzo con cui il messaggio viene inviato da Allah agli esseri umani.

15. Hidāya—guida, conduzione sulla retta via.

16. Uswa—modello, degno di imitazione, degno di essere seguito.

17. Uswatun ḥasana—il modello più bello, il modello eccellente.

18. Miʿyār—criterio di valutazione, standard.

19. Jamāʿa—gruppo, organizzazione.

20. Fatwā—decisione, dichiarazione, espressione di un parere, divulgazione di un commento.

بِسْمِ اللَّهِ الرَّحْمَٰنِ الرَّحِيمِ

‘Dīn’ – spiegazione della parola

Per discutere dell’istituzione del dīn, è anzitutto necessaria una corretta spiegazione della parola «dīn» alla luce del Sacro Corano. La parola dīn ha molteplici significati. Nel Sacro Corano è stata usata con diversi significati. Quando una parola ha molteplici significati, non tutti i significati sono accettabili in ogni circostanza, né si può adottare lo stesso significato in ogni luogo. Il significato con cui la parola è stata usata in un determinato contesto si comprende dalla frase completa. Non è possibile comprendere correttamente il significato di quella parola separandola dalla frase in cui è stata usata.

Alcuni significati della parola dīn sono chiaramente esposti nel Sacro Corano:

Primo: ricompensa, risultato, contraccambio e simili.

Secondo: obbedienza, ṭāʿat, ossia attenersi al comando.

Terzo: la norma che prescrive l’obbedienza (niẓām al-ṭāʿat), ovvero la regola dell’obbedienza.

Quarto: la legge, ovvero l’ordinamento statale retto da tale legge; indica anche l’ordinamento sociale.

Da alcuni versetti del Sacro Corano si comprendono con estrema chiarezza questi diversi significati della parola dīn.

Uno: primo significato: ricompensa o compensazione

 مَالِكِ يَوْمِ الدِّينِ(Sura al-Fātiḥa) significa: «Il Padrone del Giorno della Retribuzione.»

كَلَّا بَلْ تُكَذِّبُونَ بِالدِّينِ«No, non è così; piuttosto, negate la Retribuzione.» (Sura al-Infiṭār)

In versetti di questo genere, dīn significa retribuzione, ricompensa, compensazione e simili. Qui si intende precisamente la ricompensa che sarà data alle persone per le loro azioni nell’Aldilà.

Due: secondo significato: obbedienza

أَفَغَيْرَ دِينِ اللَّهِ يَبْغُونَ وَلَهُ أَسْلَمَ مَن فِي السَّمَاوَاتِ وَالْأَرْضِ طَوْعًا وَكَرْهًا وَإِلَيْهِ يُرْجَعُونَSignifica: «Desiderano forse qualcosa di diverso dall’obbedienza ad Allah? Eppure tutto ciò che è nei cieli e sulla terra si sottomette a Lui, volontariamente o forzatamente, e a Lui saranno ricondotti.» (Sura Āl ʿImrān: 83)

Qui la parola “dīn” è stata usata nel senso di sottomissione o obbedienza. دانUna delle accezioni della parola اطاعo «obbedì». Da ciò, دِينِsignifica اطاعةo «obbedienza».

إِنَّا أَنزَلْنَا إِلَيْكَ الْكِتَابَ بِالْحَقِّ فَاعْبُدِ اللَّهَ مُخْلِصًا لَّهُ الدِّينَ

Significa: «Adoralo, rendendo esclusiva la sottomissione ad Allah.» (Sura az-Zumar: 2)

In altre parole, adora Allah in modo tale che Egli sia il tuo unico Signore e l’unico degno della tua obbedienza.

وَقَاتِلُوهُمْ حَتَّىٰ لَا تَكُونَ فِتْنَةٌ وَيَكُونَ الدِّينُ لِلَّهِ ۖ

Significa: «Continuate a combatterli finché la fitna non abbia fine e rimanga soltanto l’obbedienza ad Allah.» (Sura al-Baqara: 193)

Qui per fitna si intendono le forze contrarie all’Islam che ostacolano il cammino dell’obbedienza ad Allah. Dando l’ordine del jihad, qui si afferma di sottomettere le forze avversarie in modo tale che nessuno possa impedire a qualcuno di obbedire ad Allah.

Questi tre versetti sono stati riportati come esempi. Nel Corano ve ne sono molti altri dello stesso genere. Da questi tre versetti, appartenenti a tre categorie, si comprende che l’obbedienza è il significato principale della parola din.

Tre: il terzo significato: la norma o il metodo dell’obbedienza

  إِنَّ الدِّينَ عِندَ اللَّهِ الْإِسْلَامُ

Significato: «In verità, presso Allah, l’unico ordinamento dell’obbedienza (ordinamento della vita) è l’Islam». (Sura Āl ʿImrān: 19)

وَمَن يَبْتَغِ غَيْرَ الْإِسْلَامِ دِينًا فَلَن يُقْبَلَ مِنْهُ

Significato: «Chi desidera un ordinamento dell’obbedienza diverso dall’Islam, da lui non sarà accettato». (Sura Āl ʿImrān: 85)

In altre parole, presso Allah l’unico ordinamento della Sua obbedienza è l’Islam.

شَرَعَ لَكُم مِّنَ الدِّينِ مَا وَصَّىٰ بِهِ نُوحًا وَالَّذِي أَوْحَيْنَا إِلَيْكَ وَمَا وَصَّيْنَا بِهِ إِبْرَاهِيمَ وَمُوسَىٰ وَعِيسَىٰ ۖ أَنْ أَقِيمُوا الدِّينَ وَلَا تَتَفَرَّقُوا فِيهِ

Significato: «Ha stabilito per voi, come ordinamento dell’obbedienza, ciò che aveva raccomandato a Noè, ciò che abbiamo rivelato a te e ciò che avevamo raccomandato a Ibrāhīm, a Mūsā e a ʿĪsā: stabilite il din e non dissentite riguardo ad esso». (Sura ash-Shūrā: 13)

In altre parole, Allah l’Altissimo ha ordinato a tutti i profeti di stabilire il Suo ordinamento dell’obbedienza.

هُوَ الَّذِي أَرْسَلَ رَسُولَهُ بِالْهُدَىٰ وَدِينِ الْحَقِّ لِيُظْهِرَهُ عَلَى الدِّينِ كُلِّهِ

Significa: «Egli è Colui che ha inviato il Suo Messaggero con la guida e l’unico vero ordinamento dell’obbedienza, affinché (il Messaggero) lo rendesse prevalente su ogni altro ordinamento dell’obbedienza». (Sura as-Saff: 9)

  الْيَوْمَ أَكْمَلْتُ لَكُمْ دِينَكُمْ

Significa: «Oggi ho perfezionato per voi il vostro ordinamento (ordinamento della vita)». (Sura al-Mā’ida: 3)

In altre parole, ho perfezionato il vostro ordinamento della vita affinché possiate osservare nella vita esclusivamente l’ordinamento dell’obbedienza ad Allah e non dobbiate prendere nulla da altri ordinamenti in alcun ambito.

Quattro: il quarto significato: la legge, il sistema statale e sociale

وَقَالَ فِرْعَوْنُ ذَرُونِي أَقْتُلْ مُوسَىٰ وَلْيَدْعُ رَبَّهُ ۖ إِنِّي أَخَافُ أَن يُبَدِّلَ دِينَكُمْ أَوْ أَن يُظْهِرَ فِي الْأَرْضِ الْفَسَادَ

Significa: «Il Faraone disse: “Lasciatemi, ucciderò Mosè. Che invochi pure il suo Signore. Temo che egli cambi la vostra legge e il vostro sistema statale o, almeno, diffonda il disordine nel paese”». (Sura al-Mu’min: 26)

      ۖ مَا كَانَ لِيَأْخُذَ أَخَاهُ فِي دِينِ الْمَلِكِ

Significato: «Secondo la legge del re non si può prendere qualcun altro. Cioè, bisogna prendere proprio colui che ha rubato. Secondo la legge del Paese non si può prendere qualcun altro al posto del colpevole». — (Sura Yusuf: 76)

  وَلَا تَأْخُذْكُم بِهِمَا رَأْفَةٌ فِي دِينِ اللَّهِ إِن كُنتُمْ تُؤْمِنُونَ بِاللَّهِ وَالْيَوْمِ الْآخِرِ

Significato: «Se siete credenti, al momento di infliggere la punizione per la fornicazione, non lasciate che nei vostri cuori sorga compassione per loro riguardo alla legge di Allah». — (Sura An-Nur: 2)

Tra i diversi significati della parola dīn che si trovano in questi pochi versetti, sembra che l’accento principale sia posto fondamentalmente sull’obbedienza. In un versetto, la parola dīn è stata usata in forma verbale, rendendo ancora più chiaro il significato di obbedienza:

قَاتِلُوا الَّذِينَ لَا يُؤْمِنُونَ بِاللَّهِ وَلَا بِالْيَوْمِ الْآخِرِ وَلَا يُحَرِّمُونَ مَا حَرَّمَ اللَّهُ وَرَسُولُهُ وَلَا يَدِينُونَ دِينَ الْحَقِّ

Significato: «Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non considerano proibito ciò che Allah ha proibito e che non obbediscono alla religione di Allah». — (Sura At-Tawba: 29)

Dalla spiegazione della parola dīn, questi pochi versetti del Nobile Corano hanno chiarito che il principio fondamentale della norma e del metodo che Allah ha inviato tramite i profeti affinché l’essere umano conduca una vita corretta nel mondo è l’obbedienza ad Allah.

L’ampiezza del dīn

La religione islamica, inviata come sistema di obbedienza ad Allah, è stata concepita per ogni aspetto e ambito della vita umana. Allah l’Altissimo ha elaborato personalmente il sistema di vita islamico affinché l’essere umano possa obbedire correttamente soltanto ad Allah in ogni questione personale, familiare, statale, sociale e internazionale. Nessuno all’infuori di Allah può avere la capacità di elaborare un sistema di vita adatto a ogni Paese, ogni epoca e ogni popolo.

Al Messaggero (pace e benedizioni su di lui) è stato affidato il compito di presentare all’umanità il modello autentico di come mettere in pratica nella vita reale questo sistema di vita elaborato da Allah. Nel Sacro Corano, Allah l’Altissimo stesso ha dichiarato:

لَّقَدْ كَانَ لَكُمْ فِي رَسُولِ اللَّهِ أُسْوَةٌ حَسَنَةٌ لِّمَن كَانَ يَرْجُو اللَّهَ وَالْيَوْمَ الْآخِرَ وَذَكَرَ اللَّهَ كَثِيرًا

Significa: «In verità, nel Messaggero di Allah vi è un modello eccellente per coloro tra voi che sperano in Allah (nel Suo compiacimento) e nell’Ultimo Giorno (nella salvezza)». (Sura al-Ahzab: 21)

In altre parole, il modello della vita migliore possibile per un essere umano nel mondo si trova proprio nella vita del Messaggero (pace e benedizioni su di lui).

Il significato della Kalima Tayyiba, mediante l’accettazione della quale si entra nell’Islam, esige proprio questo: l’obbedienza ad Allah deve abbracciare ogni ambito.

لآ اِلَهَ اِلّا اللّهُ مُحَمَّدٌ رَسُوُل اللّهِ«Non c’è divinità all’infuori di Allah e Muhammad è il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui)». Queste parole non sono una formula magica tale che, pronunciandole, si venga considerati musulmani da Allah. Se non si comprende il significato della Kalima e non si crede nel suo senso profondo, la professione di fede non può dirsi compiuta.

Con la Kalima Tayyiba viene in realtà proclamato il principio fondamentale della vita umana. Chi accetta questa Kalima, in effetti, accetta due principi che sono indispensabili per vivere per tutta la vita secondo il sistema stabilito da Allah.

Con «Lā ilāha illallāh» si proclama che non obbediremo agli ordini di nessuno all’infuori di Allah; in altre parole, non obbediremo alle parole di nessuno che siano contrarie agli ordini di Allah. Questa è la prima regola, o politica. Nel hadith ciò è stato espresso chiaramente:

لاطاعة لمخلؤق فى معصية الخالق«Non è ammessa l’obbedienza a una creatura quando ciò comporta disobbedienza al Creatore». In altre parole, non obbediremo agli ordini di nessuno in contrasto con l’obbedienza ad Allah: questa è la prima regola.

Nella seconda parte della kalima tayyiba, con le parole «Muhammad è il Messaggero di Allah» (pace e benedizioni su di lui), viene proclamata la seconda regola. Il suo significato è: «Obbediremo agli ordini di Allah esclusivamente secondo il metodo e l’esempio concreto di obbedienza ad Allah mostrato dal Messaggero. Non accetteremo da nessun altro, all’infuori del Messaggero di Allah, il metodo dell’obbedienza e della servitù ad Allah».

In questo modo, attraverso la kalima, si manifesta la decisione di vivere secondo gli ordini di Allah e il metodo del Messaggero (pace e benedizioni su di lui). La richiesta della kalima è mettere in pratica questa decisione in ogni ambito della vita. Con le parole e con le azioni, nel pensiero e nella realtà, sempre e in ogni situazione, attraverso questa kalima si proclama il desiderio di osservare tale principio. Coloro che accettano la kalima comprendendola in questo modo sono musulmani nel vero senso della parola. Anche se, a causa della debolezza del nafs o dell’inganno di Satana, un musulmano viene a non obbedire agli ordini di Allah o al Messaggero, deve riconoscere sinceramente che obbedire ad Allah e al Messaggero è dovere del musulmano e richiesta della kalima, se desidera essere considerato da Allah un credente e un musulmano. Chi accetta l’Islam in questo modo, se commette un’azione contraria agli ordini di Allah e al metodo del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), certamente si pentirà, spererà nel perdono e prenderà la decisione di non commettere più tale ingiustizia.

La vita del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) è l’esempio concreto della religione dell’Islam

Quanto sia ampio l’Islam si comprende chiaramente dalla vita concreta dell’ultimo Profeta (pace e benedizioni su di lui). Egli svolgeva ogni attività in quanto Messaggero di Allah. Quando guidava la preghiera nella moschea era il Messaggero, così come lo era quando si occupava di tutti gli affari del governo dello Stato di Medina. Era il Messaggero anche sul campo di battaglia. In altre parole, tutto ciò che faceva e tutto ciò che diceva, lo faceva e lo diceva in quanto Messaggero. Come svolgeva il suo compito di Messaggero nelle questioni religiose, così faceva tutto in quanto Messaggero anche negli affari, nella politica, nell’economia, nella strategia militare e in questioni analoghe. Perciò l’intera vita del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) è una vita islamica ed è compresa nella religione di Allah, ossia nell’obbedienza ad Allah. In altre parole, quanto era ampia la vita del Messaggero, tanto è ampio anche l’Islam. È dovere del musulmano seguire pienamente il Messaggero in ogni situazione. Una vita islamica non si costruisce seguendo il Messaggero soltanto nelle questioni religiose.

Coloro che, pur sostenendo di essere musulmani, seguono il Messaggero come guida ideale soltanto nelle questioni religiose, ma nelle questioni di politica, economia, affari e commercio e simili prendono come guide persone dai principi e dal carattere opposti a quelli del Messaggero, agiscono proprio in contrasto con la kalima. Non solo: persone di questo genere non sono disposte ad accettare Allah come Signore in ogni ambito della vita, né sono pronte a riconoscere il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) come guida in ogni questione.

Alcune persone parlano contro il «portare l’Islam nel campo politico». Considerano l’Islam, come le altre religioni, una religione fatta soltanto di alcuni riti e cerimonie. Vogliono imporre la «sezione 144» ad Allah e al Messaggero (pace e benedizioni su di lui), affinché non sia necessario obbedire ad Allah e al Messaggero fuori dalla moschea. In realtà non sono disposte ad accettare l’Islam stesso, sebbene alcune di loro compiano anche determinate pratiche religiose. Forse non hanno una concezione della vastità dell’Islam. Persone di questo genere sono chiamate «secolariste».

È davvero sorprendente che anche una certa categoria di persone conosciute nella società come profondamente religiose parli come i laicisti. Esse professano l’obbedienza all’Islam attraverso la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio, la zakāt, il tasbīḥ e la recitazione. Tuttavia, non ritengono affatto necessario cercare di conformarsi al Corano di Allah e alla Sunna del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) anche nelle questioni relative alla legge e ai tribunali, agli affari e al commercio, all’industria e alle fabbriche, al governo del Paese e così via. Ciò perché anch’esse non sono consapevoli dell’ampiezza della religione. In questo senso, si possono definire anch’esse laiciste, poiché anch’esse preferiscono confinare l’Islam entro i limiti della religione.

Queste persone religiose considerano l’Islam una religione separata dalla politica. Se per loro il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) fosse stato un modello umano perfetto, non avrebbero potuto commettere in alcun modo un simile errore. È impossibile rimanere estranei all’arena politica. Durante le elezioni, infatti, bisogna necessariamente sostenere una delle parti; inoltre, sulle diverse questioni nazionali non si può fare a meno di adottare una posizione o l’altra. Per coloro che, pur essendo religiosi, non lavorano a favore dell’Islam nell’arena politica, non è impossibile cadere, durante le elezioni e sulle questioni nazionali, nella trappola di partiti politici irreligiosi. Ciò dimostra che una parte crede nella «politica laica», mentre l’altra crede in una «religione neutrale rispetto alla politica». Dal punto di vista della religione dell’Islam portata dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui), entrambe le parti sono sulla via sbagliata.

“Instaurazione della religione: il” significato

اقامة ha diversi sinonimi in arabo:

نصب –تاسيس- انشاه-  رفع

رفع significa sollevare verso l’alto, erigere, innalzare.

انشاه significa creare, portare all’esistenza, stabilire.

تاسيس significa istituire, fondare un’istituzione.

نصب significa stabilire, come nel caso di un palo.

Il significato semplice e comprensibile della parola Iqāmat è stabilire, mettere in vigore, erigere, portare all’esistenza, istituire e così via.

Nel nobile Corano اقيموا الصلوة questa espressione è stata utilizzata molte volte. Il suo significato è: «Istituite la preghiera». اقامة الصلوة (Iqāmat al-ṣalāt) significa mettere in vigore la preghiera». Prima della preghiera obbligatoria, il muʾadhdhin recita l’iqāma, o pronuncia il takbīr. Verso la fine si dice قد قد قامة الصلوة قد la preghiera è stata eretta, cioè la preghiera è iniziata.

Imparare le norme della preghiera, conoscere la preghiera o tenere una predica sulla preghiera non si chiama Iqāmat al-ṣalāt. In realtà, Iqāmat al-ṣalāt significa mettere in vigore la preghiera. Che la preghiera sia istituita nella vita di una persona significa che essa compie regolarmente la preghiera in congregazione, al momento stabilito e nel modo corretto. Che la preghiera sia istituita in un quartiere significa che essa viene istituita nella moschea del quartiere, che vi si tiene la preghiera in congregazione per tutte e cinque le orazioni quotidiane e che la maggior parte degli abitanti del quartiere partecipa alla congregazione.

L’istituzione del Bangladesh significa la fondazione, nella realtà, di uno Stato chiamato Bangladesh come Stato indipendente. L’istituzione di una fabbrica significa l’avvio della fabbrica. Allo stesso modo, l’istituzione della religione dell’Islam nel Paese significa che tutte le attività del governo e del popolo vengono svolte secondo il Corano e gli hadith.

«Iqāmat al-dīn» è un’espressione il cui significato può essere reso in bengalese in vari modi. Dire «istituire la religione di Allah» o «istituire la religione dell’Islam» può costituirne la traduzione più semplice. Se all’espressione «Stato islamico», «governo islamico», «società islamica», «sistema dell’Islam» o a una qualunque espressione simile si aggiunge «istituire», si esprime proprio il significato dell’espressione «Iqāmat al-dīn».

Per comprendere correttamente il significato di Iqāmat al-dīn è necessario un esempio concreto. L’argomento sarà più facile se prendiamo come esempio il nostro amato Paese natale, il Bangladesh. Tutti sono costretti ad ammettere che in Bangladesh non sono state istituite la legge coranica e la guida del Messaggero. Questo Paese non è uno Stato islamico. Neppure il governo è islamico. Il commercio e gli affari del Paese, le banche e le assicurazioni, i tribunali e il diritto penale, l’istruzione e la cultura, la politica e l’economia, la politica interna ed estera e così via non sono gestiti secondo alcuna norma islamica. Eppure tutte queste attività sono in corso. Naturalmente sorge la domanda: secondo quale ideale, principio o norma funzionano lo Stato, il governo e tutto il resto del Paese?

Nella terminologia coranica, la norma islamica è chiamata (دين الحق) . Ciò significa che obbedire ad Allah è l’unica via vera. Nessuna società può funzionare se i suoi membri non obbediscono gli uni agli altri. La rivendicazione dell’Islam è che أَلَا لَهُ الْخَلْقُ وَالْأَمْرُ «Sappiate che Egli ha creato e che a Lui appartiene il diritto di comandare. — (Sūra al-Aʿrāf: 54) In altre parole, è dovere di tutti obbedire esclusivamente ad Allah. La pace e l’ordine nella società umana dipendono unicamente dalla completa obbedienza a un solo Signore.

Nessuno, all’infuori di Allah, può essere completamente disinteressato. E nessuno è infallibile. Solo Lui può impartire una norma vera e corretta per il bene di tutti. Perciò la norma da Lui stabilita, la religione dell’Islam, è l’unica verità (الحق). Tutto ciò che è contrario alla religione della verità è falso, errato e dannoso. Ogni forma di obbedienza contraria all’obbedienza ad Allah è «la religione della falsità», ossia una falsa obbedienza. Il termine opposto a verità è falsità.

Secondo la spiegazione sopra riportata, il sistema sociale e statale vigente in Bangladesh è la religione della falsità. Laddove la religione della verità non è instaurata, tutto ciò che è vigente è necessariamente falso. Di conseguenza, il sistema sociale capitalista, lo Stato e il governo secolari, il sistema socialista e quello comunista, e così via, sono tutti «la religione della falsità».

Allah dice:

ادْخُلُوا فِي السِّلْمِ كَافَّةً وَلَا تَتَّبِعُوا خُطُوَاتِ الشَّيْطَانِ ۚ

Significa: «Entrate pienamente nell’Islam e non seguite le orme di Satana». — (Sura al-Baqara: 208)

Allah vuole dire che, se si abbraccia l’Islam, lo si deve accettare nella sua totalità. Il fatto che voi accettiate l’Islam non mi reca alcun beneficio. Se accettate una parte dell’Islam secondo il vostro gradimento e ne abbandonate un’altra, non avete abbracciato l’Islam. Se volete obbedirmi, riconoscetemi come vostro Signore in ogni ambito. Ovunque escluderete l’Islam, sarete seguaci di Satana.

Per questo, se una persona segue l’Islam in ambito religioso, ma in campo politico è secolarista e in campo economico è socialista o capitalista, si comprende che non ha accettato pienamente l’Islam. Sebbene nella Costituzione del Bangladesh siano scritte la Bismillah e la fiducia in Allah, il Bangladesh non è uno Stato islamico. Perché in questo Paese non è vigente la «religione della verità». Ciò che è vigente è, secondo la semplice logica, la religione della falsità; questo sistema falso esiste fin dall’epoca del dominio inglese. È la religione della falsità a essere vittoriosa qui da duecento anni.

La condizione della religione della verità in Bangladesh

Là dove il dīn al-bāṭil è stabilito o prevale, quale può essere naturalmente la condizione del dīn al-ḥaqq? In quel luogo il dīn al-ḥaqq è sottomesso proprio al dīn al-bāṭil. In altre parole, in Bangladesh il dīn al-ḥaqq è sopravvissuto soltanto nella misura in cui il dīn al-bāṭil lo ha permesso. È in vigore solo quella parte del dīn al-ḥaqq alla quale il dīn al-bāṭil non si oppone. In altre parole, l’Islam in questo Paese permane solo nella misura in cui il bāṭil non gli pone ostacoli.

Un sistema sociale e statale fondato sul bāṭil non può mai accettare di tollerare l’Islam nella sua interezza. I dirigenti della società del bāṭil tollerano soltanto quella parte dell’Islam che non arreca alcun danno al dīn al-bāṭil. Se il bāṭil fosse preoccupato per i servizi resi all’Islam in Bangladesh, non li tollererebbe. Proprio perché non vi è alcun timore che la società del bāṭil venga rovesciata attraverso moschee, madrase, khānqāh, sermoni e tablīgh, queste attività islamiche non vengono ostacolate. In altre parole, esse sopravvivono soltanto perché il bāṭil non vi si oppone. Non vi è alcun urto o conflitto tra il bāṭil e queste attività.

La condizione del dīn dell’Islam in Bangladesh diventerà chiara anche solo attraverso una breve discussione. L’Islam è l’unico sistema di vita completo. Se si paragona l’Islam a un grande edificio, la kalima, la preghiera, il digiuno, il ḥajj e la zakāt ne sono soltanto le fondamenta. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) ha detto proprio questo:بنئ السلام على خمسcioè che le fondamenta del sistema di vita islamico sono costituite soltanto da queste cinque cose, tra cui la kalima e la preghiera. L’Islam non è limitato a queste fondamenta. Oggi persino tra gli ʿulamāʾ non tutti hanno una concezione corretta del grande edificio dell’Islam. In Bangladesh l’intero edificio dell’Islam non esiste affatto. Esaminiamo soltanto la condizione delle fondamenta, per vedere quanto sia penosa in Bangladesh la situazione del dīn al-ḥaqq:

Molti musulmani conosciuti come religiosi non sanno che la Kalima Ṭayyiba stabilisce i principi per i pensieri e le azioni dell’intera vita, né che accettare la kalima significa promettere di obbedire ad Allah e al Suo Messaggero per tutta la vita. In nessuna scuola, college o università viene insegnato questo significato ampio della kalima. Se la società istruita non conosce questo significato della kalima, di chi è la colpa? Non sono forse il governo del Paese e il sistema educativo responsabili di ciò?

La prima corretta lezione del dīn dell’Islam è proprio la Kalima Ṭayyiba. Se non esiste alcun sistema per insegnare il principio secondo cui si deve vivere l’intera vita, come potrà l’uomo praticare l’Islam nella propria vita?

La preghiera è poi la seconda fondamento. Allah l’Onnipotente ha reso obbligatorie per i musulmani le cinque preghiere quotidiane in congregazione. Obbligatorio significa un dovere imprescindibile o una responsabilità necessaria. Allah ha attribuito alla preghiera l’importanza di un obbligo. Ma quale posizione occupa la preghiera nella nostra società? In generale, in questo Paese la preghiera si trova nella condizione di mubāḥ. In altre parole, non vi è alcun danno nel compierla, ma non è considerato colpevole nemmeno chi non la compie. In alcuni casi pregare è makrūh, cioè sgradito. Il fattorino va a pregare in congregazione e l’ufficiale che non prega ne è infastidito. In alcuni luoghi pregare è ḥarām, cioè proibito. Durante il servizio si è costretti a lasciar passare l’orario della preghiera. Sotto il dominio del dīn al-bāṭil, è naturale che si tratti così il comando dato da Allah riguardo alla preghiera. Se il dīn al-ḥaqq fosse stabilito in questo Paese, la preghiera sarebbe rispettata in quanto obbligo. Si predisporrebbero le condizioni affinché tutti, ovunque, potessero compierla correttamente. I dirigenti stessi pregherebbero regolarmente, e nella vita di coloro che pregano si vedrebbe concretamente l’insegnamento della preghiera: vivere secondo i principi della kalima.

Qual è la condizione del digiuno nella società? Anche questa fondamento dell’Islam si trova, proprio come la preghiera, nella condizione di “mubāḥ”, sebbene Allah l’Onnipotente abbia reso obbligatorio il digiuno del mese di Ramaḍān. Se il dīn al-ḥaqq fosse stabilito, nella società si creerebbe un ambiente tale che nessun musulmano potrebbe praticare l’ipocrisia di appendere una tenda alla porta di un albergo durante il giorno per mangiare.

Poiché lo scopo del digiuno è il miglioramento morale, oggi nella società la moralità non ha alcun valore. Sembra che il compito principale dei leader e dei dirigenti del Paese sia offrire ogni possibile opportunità e comodità per asservirsi alle passioni. Uno dei principali scopi del digiuno è reprimere le passioni e rafforzare la coscienza. L’uomo è stato creato con la capacità di distinguere il bene dal male. Perciò il digiuno è necessario proprio per formare l’uomo come essere dotato di coscienza. Ma per il dīn al-bāṭil il piacere materiale e il culto delle passioni hanno la precedenza. Per questo si inscena qualche spettacolo ipocrita, volto soltanto a salvare le apparenze, sulla “salvaguardia della sacralità del Ramaḍān”.

Vediamo ora la situazione del pellegrinaggio. Il comando di Allah per coloro che devono compiere il pellegrinaggio è che si rechino alla Mecca Sharīf e lo adempiano. Ma questo comando di Allah è subordinato al dīn del falso. Se il falso non lo permette, non si può andare in pellegrinaggio. Se il dīn della Verità fosse stabilito nel Paese, coloro che hanno la possibilità di recarsi in pellegrinaggio verrebbero esortati ufficialmente dal governo a farlo.

La situazione della zakāt è ancora più penosa. In realtà, nell’Islam, il sistema della zakāt è una norma di sicurezza sociale (social security). Per coloro il cui reddito è inferiore alle loro necessità e che, per un motivo o per l’altro, sono diventati indigenti e indebitati, è responsabilità del governo islamico riscuotere il denaro della zakāt da coloro che sono tenuti a versarla e farlo pervenire a coloro che hanno diritto a riceverla. La zakāt non è come le altre tasse. Non è permesso spendere il denaro della zakāt per una qualsiasi attività governativa. Al di fuori delle otto categorie di spesa menzionate nel Corano, il governo non ha alcun diritto di impiegare il denaro della zakāt. Se il sistema della zakāt venisse applicato correttamente, nella società non potrebbero esistere né il problema dell’accattonaggio né quello della disoccupazione.

Ma poiché il dīn della Verità non è applicato, persino questo nobile sistema, come quello della zakāt, è giunto a essere considerato una vergogna dell’Islam. Nel sistema sociale del falso oggi vigente, il modo in cui viene applicata la zakāt dà l’impressione che essa sia una misera elemosina della benevolenza dei ricchi verso i poveri. In realtà, nell’Islam, la zakāt è un dovere prescritto da Allah ai ricchi e un diritto assegnato da Allah ai poveri. Se il governo islamico riscuotesse la zakāt e ne organizzasse la distribuzione secondo le dovute regole, i beneficiari potrebbero riceverla con grande dignità. Attualmente, coloro che ricevono la zakāt la ricevono in modo umiliante, come una benevolenza dei donatori.

Dalla condizione miserevole in cui versano qui tutte e cinque le fondamenta dell’Islam si può dedurre quale sia il prestigio dell’intero sistema di vita islamico in questo luogo. Per quanto alto possa essere il valore del dīn della Verità nel cuore di tutti coloro che credono nell’ideale islamico, solo coloro che hanno a cuore l’Islam riescono a comprendere che, nella realtà, in questo Paese è rimasto in vita soltanto il nome dell’Islam, sotto il dominio del dīn del falso.

Quel poco d’Islam che è rimasto in vita è dovuto soprattutto alle madrase religiose. Se queste madrase non esistessero, non vi sarebbe alcuno studio del Corano e degli ḥadīth. Senza l’aiuto della popolazione musulmana, l’esistenza stessa di queste madrase sarebbe stata impossibile. Che persino questa minima parte sia rimasta in vita sotto il dominio del falso è una grande fortuna.

Che cosa accade al falso quando viene stabilito il dīn della Verità??

Come là dove è stabilito il dīn del falso il dīn della Verità è costretto a rimanere subordinato al falso, così, quando viene stabilito il dīn della Verità, è il falso a dover diventare subordinato alla Verità. Allah l’Altissimo non ha ordinato di porre fine al falso. Ha ordinato di rendere vittoriosa la Verità. Quando la Verità sarà vittoriosa, al falso verranno riconosciuti soltanto il diritto e l’opportunità di sopravvivere nella misura in cui ciò non sia dannoso per la Verità. Così, attualmente, il dīn della Verità rimane in vita soltanto nella misura in cui il falso non vi si oppone o nella misura in cui la sua permanenza non arreca alcun danno al dīn del falso.

Quando viene stabilito il dīn della Verità, la religione del falso non scomparirà. Non si potrà impedire a coloro che desiderano praticare un’altra religione di farlo. Si dovranno proteggere i templi, le chiese e simili luoghi di culto. Infatti, il Corano vieta di esercitare la forza in materia di religione. La religione è una questione del cuore. Se si costringesse qualcuno ad accettare l’Islam, nel suo cuore rimarrebbe la ribellione. Non si può esercitare la forza sul cuore. Perciò, nello Stato islamico, è necessario mantenere la libertà religiosa.

Tuttavia, se i cristiani o gli ebrei chiedessero allo Stato islamico il permesso di commerciare a interesse, oppure volessero introdurre pubblicamente oscenità e nudità in nome della cultura, lo Stato islamico non concederebbe tale permesso. Poiché ciò danneggerebbe il sistema economico e l’ambiente morale dell’Islam, non sarebbe possibile tollerarlo.

La dignità che Allah vuole conferire all’essere umano in quanto nobile creatura morale è possibile soltanto sotto l’autorità del dīn della verità. Anziché controllare le tendenze bestiali presenti nell’essere umano, dal dīn della falsità sono state create strane filosofie materialistiche per incoraggiarle ulteriormente. Di conseguenza, l’essere umano sta mostrando un carattere peggiore e più abietto di quello degli animali.

Quando il dīn della verità sarà vittorioso, sarà possibile applicare concretamente la Legge donata da Allah per elevare l’essere umano alla dignità di vero uomo. In quell’epoca, il Profeta dell’universo riuscì, proprio attraverso il dīn della verità, a trasformare la società umana più selvaggia e degradata del mondo nella società più eccelsa e civile della storia.

Il dovere dell’iqāmat al-dīn

A chi spetta il dovere di stabilire il dīn? Allah ha inviato il Messaggero affidandogli proprio questo compito. Come viene dichiarato chiaramente in tre sure del Nobile Corano:

هُوَ الَّذِي أَرْسَلَ رَسُولَهُ بِالْهُدَىٰ وَدِينِ الْحَقِّ لِيُظْهِرَهُ عَلَى الدِّينِ كُلِّهِ

“È Lui Colui che ha inviato il Suo Messaggero con la guida e il dīn della verità, affinché lo facesse prevalere su ogni altro dīn.” (Sura al-Tawba: 33; Sura al-Fath: 28; Sura al-Saff: 9)

Ma questo dovere spettava soltanto al Messaggero? Coloro che avevano creduto nel Messaggero ritenevano forse sufficiente, per ottenere la salvezza, adempiere soltanto alla preghiera, al digiuno e ad alcuni altri doveri religiosi? Il Corano e gli hadith testimoniano che ogni credente doveva partecipare pienamente, con la propria vita e i propri beni, all’adempimento del “dovere dell’iqāmat al-dīn” del Messaggero di Allah (pbsl). Il Messaggero di Allah (pbsl) partì per la battaglia di Uhud con mille uomini che, guidati dal Messaggero (pbsl), avevano pregato in congregazione nella moschea di Medina. Dopo aver percorso una certa distanza, trecento uomini, sotto la guida di Abdullah ibn Ubayy, tornarono indietro senza partecipare alla battaglia. Allah li dichiarò ipocriti. Nella battaglia di Tabuk, poiché tre Compagni non erano partiti al momento stabilito, e nonostante intendessero partire in seguito, per ordine del Messaggero furono dichiarati separati dalla comunità musulmana. Fu persino ordinato alle loro mogli e ai loro figli di smettere di parlare con loro. In tale situazione, dopo essersi pentiti per cinquanta lunghi giorni, Allah li perdonò.

Da ciò risulta indubbiamente che partecipare pienamente all’adempimento della missione del Messaggero è una condizione indispensabile della fede. Si comprende dunque che la responsabilità dell’iqāmat al-dīn ricade su ogni musulmano. Se non si dovesse partecipare a questa grande responsabilità del Messaggero, quale necessità ci sarebbe stata di abbracciare la fede? Nel Corano è stato fatto dire al Messaggero stesso:

 فَاتَّقُوا اللَّهَ وَأَطِيعُونِ

Significato: «Temete Me e obbediteMi». (Sura ash-Shuʿarāʾ: 150)

In altre parole, è possibile obbedire ad Allah soltanto attraverso la piena obbedienza al Messaggero.

Tutti i comandamenti impartiti da Allah possono essere applicati concretamente nella società umana soltanto quando il dīn della verità viene instaurato. Nessun farḍ conserva la dignità di farḍ sotto il dominio del dīn della falsità. Nessun atto proibito può essere estirpato dalla società senza l’iqāmat al-dīn. Perciò, tutti i farāʾiḍ che il Messaggero di Allah (sallallahu alayhi wa sallam) riuscì a instaurare furono resi possibili proprio grazie all’iqāmat al-dīn. Se non fosse riuscito a instaurare il dīn, non avrebbe potuto applicare nella società alcun farḍ. Pertanto, la responsabilità dell’iqāmat al-dīn è il più grande di tutti i farḍ. Trascurando la responsabilità dell’iqāmat al-dīn, non è possibile instaurare correttamente nella società nessun farḍ, come la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio, la zakāt e altri. Allo stesso modo, senza instaurare il dīn non è possibile estirpare dalla società il male e l’ingiustizia.

Non si può dunque fare a meno di riconoscere che la responsabilità dell’iqāmat al-dīn (farīḍat al-iqāmat al-dīn) è un obbligo per ogni musulmano. In altre parole, impegnarsi a instaurare o rendere vittorioso il dīn è un «farḍ ʿayn». Naturalmente, una volta che il dīn ha riportato la vittoria, la responsabilità di mantenerlo instaurato ricade sul governo che amministra lo Stato islamico. A quel punto, per i musulmani comuni, diventa un «farḍ kifāya». Ma la responsabilità di sconfiggere il dīn della falsità e rendere vittorioso il dīn della verità è certamente un «farḍ ʿayn». Se si considera il Messaggero di Allah (sallallahu alayhi wa sallam) comeاسوة حسنة(il modello eccellente) e i Compagni illustri come esempi da imitare, non si può fare a meno di riconoscerlo.

Dopo aver compreso la responsabilità dell’iqāmat al-dīn come il più grande di tutti i farḍ, nessuno può accontentarsi di rendere soltanto alcuni preziosi servizi all’Islam. Naturalmente, il caso di coloro che non hanno nemmeno la consapevolezza di questa responsabilità è diverso. Soltanto Allah l’Onnipotente, che è il Signore della salvezza, conosce la loro condizione, ed è certo che Egli non farà torto a nessuno; tuttavia, per coloro ai quali Allah ha concesso la capacità di comprendere la responsabilità dell’iqāmat al-dīn (farīḍa), non è naturale trascurare tale questione. È impossibile per loro accontentarsi dei servizi al dīn che vengono resi attraverso le madrase, le khānqāh e il tablīgh.

Nessuno può negare che attraverso le madrase, le prediche, le khānqāh e il tablīgh vengano resi grandi servizi al dīn. Questi servizi sono particolarmente utili all’iqāmat al-dīn. Tuttavia, il dīn non può instaurarsi spontaneamente grazie a tali servizi. Il metodo operativo (ṭarīqa-yi kār) e il programma per instaurare il dīn non si limitano ai soli servizi. Lo sforzo per l’iqāmat al-dīn assume naturalmente la forma di un movimento rivoluzionario. Per questo tale sforzo viene chiamato movimento islamico o «jihād fī sabīlillāh».

Il Messaggero ha forse svolto attività che andavano oltre il suo compito??

L’Ultimo Profeta e il Profeta universale, pace e benedizioni su di lui, dopo aver combattuto a lungo contro il falso, ha sopportato personalmente persecuzioni estreme e ha indotto anche i nobili Compagni ad accettare perdite indescrivibili in termini di vite e beni. Dopo aver formato, nei primi tredici anni del movimento islamico guidato dal Messaggero di Allah, un gruppo di collaboratori qualificati, a Medina ebbe inizio l’epoca della vittoria. Anche questa vittoria impiegò otto anni per consolidarsi. L’intera forza araba, sotto la guida dei Quraysh, tentò ripetutamente di annientare lo Stato islamico di Medina. Verso la fine del sesto anno dell’Egira, il trattato di Hudaybiyya pose fine agli attacchi dei Quraysh, e con la conquista della Mecca, nel Ramadan dell’ottavo anno dell’Egira, la rivoluzione islamica si consolidò.

Anche dopo la vittoria dell’Islam in tutta l’Arabia, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, dovette adottare numerose misure per proteggere lo Stato islamico dagli attacchi degli imperi persiano e romano. Invitò i governanti di tutti gli Stati circostanti ad accettare l’Islam e, qualora non avessero accolto tale invito, li esortò a riconoscere la subordinazione allo Stato islamico.

Si potrebbe chiedere: il Messaggero ha forse svolto qualche attività oltre alla responsabilità che Allah gli aveva affidato riguardo alla religione dell’Islam? Egli svolse innumerevoli attività politiche, economiche e sociali: istituì lo Stato islamico, combatté per difenderlo, formò un governo per amministrarlo, sostituì le leggi vigenti nel Paese con la legge del Corano, instaurò un sistema giudiziario fondato sulla giustizia e promulgò norme economiche affinché nessuno fosse privato del sostentamento concesso da Allah, e così via. Non svolse forse queste attività proprio come parte della responsabilità islamica?

Il Messaggero di Allah è il modello della religione dell’Islam. Se egli stesso ha svolto queste attività in quanto responsabilità religiosa, trascurarne l’importanza non danneggerà forse la devozione religiosa? È sorprendente che proprio in nome della devozione religiosa si trascurino queste responsabilità della religione. Se gli uomini religiosi stessi non comprendono che il vero compito è la responsabilità religiosa di sconfiggere il falso e rendere vittoriosa la religione della verità, e che la preghiera, il digiuno, il dhikr e simili pratiche sono necessari proprio per diventare idonei a tale compito, allora chi assolverà la responsabilità di rendere vittoriosa la religione dell’Islam?

Coloro che nelle madrase diffondono la conoscenza del Corano e degli hadith, coloro che nelle khanqah impartiscono l’insegnamento della religione, coloro che nelle assemblee di predicazione diffondono tra la gente la luce della religione e coloro che attraverso il tabligh insegnano alle persone la preoccupazione per l’Aldilà: sono proprio loro i veri servitori della religione e i suoi portabandiera. Perciò sono loro ad avere la maggiore capacità di comprendere la responsabilità dell’istituzione della religione. Dunque, come potranno coloro che non prestano neppure il minimo servizio alla religione percepire la difficile responsabilità del Messaggero, pace e benedizioni su di lui, di istituire la religione?

Per questo rivolgo una supplica accorata a tutti i sinceri servitori della religione impegnati in ogni forma di servizio religioso: riflettete con mente aperta sulla responsabilità di istituire la religione. Se ho compreso male, aiutatemi a rimuovere il mio errore fornendo argomenti tratti dal Corano, dagli hadith e dalla vita del Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Tutti noi dovremo presentarci davanti ad Allah. La cosa più importante è che là non dobbiamo trovarci umiliati.

Di solito, come scusa per non assolvere questa responsabilità, alcuni citano diverse grandi personalità devote e dicono: «Forse non comprendevano questa responsabilità? Per il fatto di non averla assolta, non otterranno forse la salvezza nell’Aldilà?». Nessuno può far comprendere la verità a coloro che cercano scuse di questo genere. Se il Messaggero di Allah è il modello, allora bisogna cercare di seguire proprio lui. È assolutamente ingiusto presentare, a confronto con il Messaggero, qualsiasi altro sapiente, uomo venerabile o persona devota come prova.

Ognuno di noi dovrà rendere conto delle proprie azioni davanti al tribunale dell’Aldilà. La scusa inconsistente: «Poiché quel grande sapiente non ha assolto il dovere dell’instaurazione del Din, anch’io non ho ritenuto necessario assolverlo» non servirà a nulla là. La domanda che verrà posta sarà se abbiamo seguito correttamente il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Da questo dipenderà la salvezza. Non ci sarà alcun modo di eludere tale domanda appellandosi a qualche sapiente.

Il metodo eterno dell’azione del movimento islamico

È vero che il programma dettagliato del movimento islamico viene elaborato in ciascun Paese in base alla situazione interna di quel Paese. Tuttavia, il metodo fondamentale del movimento è il medesimo in ogni Paese e in ogni epoca. È un metodo permanente che persino i profeti e i messaggeri di Allah hanno dovuto seguire. Questo è l’unico metodo naturale per instaurare qualsiasi ideale nel mondo. Eccone una breve descrizione:

Primo: per quanto perfetto possa essere un ideale, nessun ideale può instaurarsi da solo nella società. È necessario formare un gruppo di leader e di operatori capaci di instaurare concretamente tale ideale nei vari settori della società e dello Stato.

Secondo: leader e operatori qualificati di questo tipo non scendono dal cielo. Devono essere organizzati e formati a partire dalla società umana. I dirigenti del movimento per l’ideale li organizzano e, attraverso uno speciale programma, plasmano la loro mente, il loro intelletto e il loro carattere secondo tale ideale.

Terzo: poiché in ogni società vige un determinato sistema e i suoi notabili (la leadership politica, economica, religiosa e sociale) mantengono i propri interessi facendo funzionare tale sistema, essi oppongono con tutte le loro forze ogni movimento per un nuovo ideale. Questo conflitto tra gli operatori del movimento islamico e gli interessi costituiti si è manifestato nella vita di ogni profeta. Tale conflitto è del tutto naturale e necessario. È proprio questo scontro la vera prova per gli operatori. Coloro che, pur privati delle opportunità e dei vantaggi della società e sopportando il carcere, l’oppressione e le persecuzioni degli interessi costituiti, perseverano nel movimento, dimostrano di essere degni di questo ideale. Senza questa prova naturale non esiste altro modo per selezionare le persone idonee.

Quarto: questo metodo eterno per formare una leadership e un corpo di operatori qualificati per il movimento richiede necessariamente tempo. Non può assolutamente realizzarsi all’improvviso e in breve tempo. Perciò il Profeta universale dovette affrontare per ben tredici anni, nella fase della formazione individuale e fino all’Egira a Medina, il conflitto con gli interessi costituiti. Il corpo di operatori del Profeta dovette affrontare la prova finale attraverso l’Egira. Coloro che, per amore dell’Islam, furono costretti ad abbandonare in quel modo le proprie case, i parenti, i beni e la patria dimostrarono che nelle loro mani era possibile la vittoria della religione dell’Islam. Infatti, erano capaci di sacrificare ogni cosa al mondo per il solo ideale. È dunque naturale che, attraverso il movimento, occorra un certo tempo per creare un gruppo di operatori altruisti e privi di interessi personali.

Quinto: solo dopo aver superato questa fase della formazione individuale si presenta l’opportunità di formare la società. La fase della formazione individuale può essere chiamata anche epoca della lotta. Quando il potere viene affidato, in qualche luogo, alle persone formate durante l’epoca della lotta, ha inizio l’epoca della vittoria del movimento e allora diventa possibile costruire la società. Dopo l’Egira, il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ebbe proprio questa opportunità a Medina.

Finché la guida non giungerà nelle mani di persone capaci di instaurare l’ideale, tale ideale non potrà essere instaurato. Come può essere instaurato l’Islam da coloro che non lo conoscono o che, pur conoscendolo, non lo osservano nella propria vita? Coloro che falliscono nell’instaurare l’Islam nella propria vita personale non possiedono nemmeno la capacità di servire l’Islam nella società.

Sei: Esiste una chiara differenza tra il servizio all’Islam e il movimento islamico. Il conflitto tra il movimento islamico e i poteri dominanti e gli interessi costituiti esistenti è inevitabile. Tuttavia, questi ultimi non entrano in conflitto con quei servizi all’Islam che non li inquietano. Tali servizi all’Islam possono sostenere indirettamente e a diversi livelli il movimento islamico. Ma gli interessi costituiti non li ostacolano, finché non temono che tali servizi possano cambiare l’ordinamento sociale esistente. Se gli interessi costituiti ritengono che una determinata da‘wa o programma possa creare una forza popolare contro l’ordinamento sociale e statale da essi diretto, naturalmente non tollerano quel movimento. Il vero movimento islamico completo è rivoluzionario per sua natura. Il metodo e il programma rivoluzionari per edificare l’individuo, la società e lo Stato sulla base della servitù ad Allah e della guida del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) costituiscono la principale sunnah dei profeti. L’obiettivo del movimento islamico è trasformare l’ordinamento sociale privo di obbedienza ad Allah e al Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Questo movimento è chiamato, nel linguaggio del Sacro Corano, «jihad sulla via di Allah».

Sette: Anche se il movimento islamico attraversa una lunga epoca di lotta con il metodo e il programma corretti, e riesce a creare una guida e un gruppo di lavoratori capaci di instaurare l’Islam, alla fine potrebbe non giungere l’epoca della vittoria. Certamente, la creazione di una comunità di persone credenti e virtuose soddisfa la prima condizione per la vittoria dell’Islam. Ma se la maggioranza della popolazione della società in cui si tenta di instaurare la legge islamica è attivamente ostile all’ideale, la vittoria non è possibile. Perché la guida e il gruppo di lavoratori creati dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), che riuscirono a instaurare l’Islam a Medina, furono incapaci di farlo alla Mecca? La vittoria non giunse alla Mecca proprio perché la sua popolazione era attivamente ostile all’Islam. Ciò dimostra che l’Islam non può essere instaurato su una popolazione ostile all’Islam. Allah l’Altissimo non impone il grande dono della Sua religione a una popolazione riluttante.

È per questa ragione che molti Messaggeri di Allah non riuscirono a rendere vittoriosa la religione dell’Islam. Ciò non fu un loro fallimento. Chi avrebbe potuto essere più qualificato di loro? Sebbene alla Mecca fosse soddisfatta la condizione della formazione di persone capaci di instaurare l’Islam, non era soddisfatta la condizione dell’assenza di opposizione da parte della popolazione. Poiché questa seconda condizione fu soddisfatta a Medina, l’Islam poté conseguire la vittoria.

È importante osservare in modo particolare che il compito del movimento islamico consiste nel tentare di soddisfare la prima condizione, cioè creare, attraverso il confronto con le forze della falsità, un gruppo di mujahidin rivoluzionari all’interno della società. Se questa condizione viene soddisfatta e anche la seconda è presente, Allah l’Altissimo ha riservato a Sé il compito di guidare quel gruppo di mujahidin. Come, con quale metodo e quando Egli concederà il potere dipenderà dalle circostanze. È Allah ad avere il compito di condurli al potere. Tentare di ottenere la guida attraverso metodi anomali e tortuosi non può essere il corretto metodo operativo del movimento islamico.

 وَعَدَ اللَّهُ الَّذِينَ آمَنُوا مِنكُمْ وَعَمِلُوا الصَّالِحَاتِ لَيَسْتَخْلِفَنَّهُمْ فِي الْأَرْضِ

Significato: Allah ha promesso di concedere il califfato sulla terra a coloro che tra voi credono e compiono opere virtuose. — (Sura an-Nur: 55)

Se fosse possibile conseguire l’obiettivo di instaurare l’Islam ottenendo il potere in un modo qualsiasi, senza seguire il metodo operativo sopraindicato, quando i capi della Mecca invitarono il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) ad abbandonare l’invito all’Islam e ad accettare il regno, egli avrebbe certamente preso in considerazione l’idea di assumere il potere e instaurare l’Islam con tale metodo. Per sostituire un ordinamento sociale con uno nuovo, è necessario formare, proprio all’interno di quella società, un gruppo di persone disinteressate adatte a instaurare il nuovo ideale. Ancora più interessante è che persone di questo tipo possono essere trovate nella società non islamica proprio attraverso il movimento islamico. Infatti, è innaturale opporsi all’ordinamento sociale esistente spinti da un interesse mondano. Coloro che avanzano ignorando gli ostacoli e l’oppressione degli interessi costituiti sono quelli adatti al nuovo ideale. È proprio durante l’epoca della lotta che è possibile selezionare persone di questo tipo. Nell’epoca della vittoria anche persone opportuniste possono essere attratte dall’ideale. A quel punto diventa estremamente difficile selezionare i portatori disinteressati dell’ideale. È per questo che, dopo la vittoria, il movimento ideologico viene gradualmente danneggiato dagli egoisti.

Il movimento islamico e il sistema dei quadri

Per stabilire concretamente qualsiasi ideale, è indispensabile formare una leadership e una schiera di operatori dotati, secondo tale ideale, di mente, intelletto e carattere. Se la leadership dell’organizzazione istituita a questo scopo è controllata non dalle qualità e dalle competenze ideologiche, ma soltanto dall’influenza politica e dalla capacità finanziaria, allora un’organizzazione di questo tipo non potrà in alcun modo stabilire quell’ideale. Perciò un movimento fondato su un ideale è costretto ad adottare una qualche forma di sistema dei quadri per formare leader e gruppi di operatori idonei.

Se in una madrasa, in una scuola o in un college si iscrivessero tutti gli studenti nella stessa classe e si assegnassero loro compiti dello stesso livello, l’obiettivo dell’educazione non potrebbe essere raggiunto; allo stesso modo, se si considerassero persone di ogni tipo allo stesso livello nell’organizzazione, non si potrebbe conseguire l’obiettivo di formare la mente, l’intelletto e il carattere. È dunque necessario un naturale percorso graduale: dapprima sostenitore, poi operatore e infine membro, con l’assunzione delle relative responsabilità. Questo tipo di metodo è chiamato sistema dei quadri.

Coloro che pensano che nell’organizzazione di Rasulullah (s.) non esistesse un sistema dei quadri commettono un grave errore di valutazione. A causa dell’opposizione estrema cui si andava incontro da parte degli interessi costituiti dopo aver creduto in Rasulullah, il sistema dei quadri si formò spontaneamente. In quel periodo era facile distinguere chi, nonostante le persecuzioni e le ingiustizie, non era disposto ad abbandonare Rasulullah e chi non aveva il coraggio di prepararsi ad affrontare i rischi del pericolo.

Oggi, nella società musulmana, finché il movimento islamico non si troverà ad affrontare una situazione altrettanto difficile, il sistema dei quadri dovrà essere introdotto artificialmente. Tuttavia, il vero sistema dei quadri si formerà quando il conflitto con le forze del falso diventerà manifesto. Prima che si verifichi tale situazione, è necessaria una classificazione simile a quella dei college e delle università per determinare i diversi livelli di attività di ciascuno nel movimento islamico e quanto ciascuno sia disposto a sacrificare della propria vita e dei propri beni. Infatti, nella società musulmana odierna tutti pretendono di essere musulmani. Tra loro, persino una persona molto devota può essere del tutto inadatta al movimento islamico. Anche un buon muhaddith può non essere disposto ad avanzare nel campo del movimento. E persino un imam qualificato di una moschea può non essere disposto a scendere in campo contro il falso. Accettare persone di questo tipo come membri dell’organizzazione del movimento islamico non permette di far progredire il lavoro per l’instaurazione della religione. Proprio per questo, senza un sistema dei quadri non si può raggiungere l’obiettivo di formare le persone.

Nonostante l’applicazione di questo sistema dei quadri, nel momento dello scontro estremo tra la verità e il falso, alcuni esponenti di spicco possono tirarsi indietro mostrando debolezza, mentre alcune persone arretrate possono avanzare. Solo allora il sistema dei quadri raggiungerà il suo livello naturale.

Perché lo scontro tra la verità e il falso è inevitabile??

Tutti i profeti e i messaggeri venuti al mondo hanno assolto il compito di stabilire la religione della verità. Là dove la religione della verità non era stabilita, vi era certamente stabilito il falso. Quando si cerca di stabilire la verità, è naturale che giungano ostacoli da parte del falso. Infatti, la verità e il falso non possono essere operativi contemporaneamente. La coesistenza della luce e dell’oscurità fu impedita; gli unici a non aver incontrato ostacoli furono Adamo (a.s.) e Sulayman (a.s.). Questo perché ai tempi di Adamo (a.s.) non esisteva alcun essere umano: chi avrebbe potuto opporsi? Quanto a Sulayman (a.s.), egli era il governante dello Stato islamico fondato da suo padre Dawud (a.s.), perciò non esisteva alcuna forza del falso capace di ostacolarlo.

Nell’ambito della verità, nella prima dichiarazione della kalima ṭayyiba, prima di riconoscere Allah come Ilah, si rinnega ogni falsità pronunciando «la ilaha». Poiché nella società sono saldamente stabilite forze false che pretendono di essere ilah, padroni o autorità supreme, è necessario innanzitutto rinnegare la falsità. È privo di senso riconoscere la verità lasciando saldamente radicata la falsità nella mente e nel cuore. Perciò, pronunciando dapprima «la ilaha», si rinnegano tutti i falsi ilah e, dicendo «illallah», si accetta Allah soltanto come unico Ilah.

 فَمَن يَكْفُرْ بِالطَّاغُوتِ وَيُؤْمِن بِاللَّهِ فَقَدِ اسْتَمْسَكَ بِالْعُرْوَةِ الْوُثْقَىٰ

Significa: «Chi ha rinnegato il ṭāghūt e ha creduto in Allah, questi si è aggrappato alla corda più salda». (Sura al-Baqara: 256, Ayat al-Kursi)

Ṭāghūt significa una forza ribelle ad Allah. Il kafir si limita a negare Allah. Il ṭāghūt, invece, impedisce agli uomini di servire Allah e li costringe a obbedire a lui invece che ad Allah. Poiché il Faraone era un ṭāghūt di questo tipo, quando Allah inviò Musa (pace su di lui) dal Faraone, disse:

اذْهَبْ إِلَىٰ فِرْعَوْنَ إِنَّهُ طَغَىٰ

«Va’ dal Faraone: egli ha certamente trasgredito». (Sura an-Nazi’at: 17)

In una parola, ogni forza contraria all’Islam è ṭāghūt. Nella religione si proclama la ribellione contro le forze false dicendo: «la ilaha», cioè «non riconosciamo alcuna autorità». Solo dopo aver rinnegato tutte le altre autorità si può riconoscere Allah come unico Ilah dicendo «illallah». Pertanto, la prima parola dell’Islam è una ribellione contro la falsità. Per questo motivo, ogni profeta venuto con l’invito alla kalima ha naturalmente considerato il ṭāghūt, ossia la falsità, come un nemico.

Tutti coloro che Allah l’Altissimo ha scelto come profeti e messaggeri erano popolari nei loro rispettivi paesi per la loro rettitudine, fede, veridicità e per tutte le altre qualità umane. Anche l’ultimo Profeta, prima di predicare la religione della verità, era elogiato come al-Amīn e as-Sādiq. Tuttavia,أَنِ اعْبُدُوا اللَّهَ وَاجْتَنِبُوا الطَّاغُوتَ«Servite Allah e abbandonate il ṭāghūt». (Sura an-Nahl: 36), dopo aver predicato questo invito, il conflitto tra il Profeta e il ṭāghūt non poteva non verificarsi.

Non appena udirono l’invito del Profeta, Namrud, Faraone e Abu Jahl compresero che il Profeta voleva cambiare le leggi con cui governavano il Paese e i principi secondo cui dirigevano la società, introducendo un nuovo sistema. Il Faraone disse chiaramente: إِنِّي أَخَافُ أَن يُبَدِّلَ دِينَكُمْ«Temo che egli (Musa) cambi la vostra religione». — (Sura al-Mu’min: 26)

Coloro che governano un Paese elaborano le leggi in modo tale da tutelare gli interessi della classe dirigente. Vengono mantenute in vigore soltanto le leggi e il sistema economico adatti a sfruttare il popolo e a preservare il predominio del gruppo dirigente. Questa è proprio la caratteristica delle leggi create dall’uomo; pertanto, mantenere in vigore l’ordinamento sociale e statale esistente è nell’interesse dei governanti. Per questo vengono chiamati interessi costituiti. In altre parole, coloro i cui interessi rimangono saldi finché l’ordinamento vigente resta in vigore sono gli interessi costituiti (Vested Interest).

Ogni volta che un Profeta ha invitato alla sottomissione ad Allah, gli interessi costituiti hanno compreso che ciò era contrario ai loro interessi. Per questo hanno ritenuto necessario opporsi. Non soltanto le forze politiche ed economiche, ma anche gli interessi sociali e religiosi non hanno tollerato i Profeti. Il padre di Ibrahim (A) era una guida religiosa. Alla corte di Namrud ricopriva la posizione di sacerdote reale. Traendo profitto dal commercio della religione, viveva felicemente sotto Namrud. L’invito di Ibrahim (A) colpì gli interessi religiosi costituiti di Azar. L’ultimo Profeta sperava che gli ulema e i pir degli Ebrei e dei Nazareni (chiamati ahbar e ruhban nel Corano) avrebbero forse accettato facilmente il suo invito, poiché conoscevano già Allah, l’Aldilà, i Profeti, la rivelazione e così via. Ma quando il Messaggero (S) entrò in conflitto con gli interessi politici, economici e costituiti della Mecca, si vide che anche gli interessi religiosi di quegli ahbar e ruhban li costrinsero a collaborare proprio con Abu Jahl. In questo modo, il conflitto tra il vero e il falso è inevitabile, e ogni genere di interesse costituito si coalizza per opporsi al vero.

Qualcuno potrebbe chiedere: perché nei Paesi a maggioranza musulmana si verifica questo tipo di conflitto tra il movimento islamico e i governanti musulmani? Il fatto di portare un nome musulmano non rende una persona veramente favorevole all’Islam. Yazid era anch’egli un governante musulmano. Tuttavia, Yazid non poté tollerare l’Imam Husayn (RA), portatore dell’ideale islamico. In questo Paese vi sono molti leader e partiti atei, laici, comunisti e socialisti che si definiscono musulmani e sono acerrimi nemici del movimento islamico.

Il punto essenziale è che, quando coloro che beneficiano dei vantaggi degli interessi costituiti comprendono che, se il movimento islamico trionfasse, le leggi e l’ordinamento sociale che verrebbero instaurati metterebbero fine ai loro interessi consolidati, diventano allora nemici di questo movimento.

Le forze del falso che ostacolano l’instaurazione della vera religione sono di due tipi. La principale forza del falso è quella governativa al potere. Coloro nelle cui mani si trova il potere statale non possono in alcun modo tollerare il movimento per l’instaurazione della religione. Sanno molto bene che, in una società non islamica, non può essere instaurato un ordinamento sociale islamico sotto la guida della persona o del partito al potere. Per il bene della propria sopravvivenza in uno Stato islamico, si oppongono al movimento islamico.

Nella società esiste un’altra categoria di forze contrarie al movimento islamico. Sebbene rientrino direttamente tra le forze del falso, nel conflitto tra il vero e il falso non si attivano a favore del vero. Direttamente o indirettamente, collaborano con il falso. Coloro che non sono attivi sul campo contro il falso, alla fine non possono rimanere neutrali in quel conflitto. Persino servendo la religione, sono costretti ad assumere questo tipo di atteggiamento. Coloro che non hanno il coraggio di assumersi la responsabilità dell’instaurazione della religione finiscono per dimostrarsi, in una certa fase, sostenitori del falso.

Perché non si verifica questo conflitto con i servizi religiosi??

In un Paese in cui il dīn della verità non è stabilito, se si intraprende l’opera dell’Iqāmat al-dīn o un movimento islamico, gli interessi costituiti si opporranno certamente. È naturale che un movimento islamico venga considerato dannoso e inaccettabile per la religione del falso. Se gli interessi costituiti non considerano pericoloso un determinato servizio islamico, bisogna capire che, per quanto prezioso esso possa essere, non si tratta di un movimento per l’Iqāmat al-dīn.

Le madrase rendono indubbiamente un grande servizio al dīn. Tuttavia, gli interessi costituiti non ritengono che la da‘wa e il programma delle madrase rovesceranno il governo e l’ordinamento sociale del falso. La più grande madrasa del mondo si trova a Deoband, in India; il governo indiano non la considera dannosa per i propri interessi. Nel marzo 1980, in occasione del centenario della madrasa di Deoband, si tenne una grande conferenza internazionale. Il primo ministro indiano Indira Gandhi pronunciò un discorso a quella conferenza. Il governo di Indira non considerava in alcun modo dannosi per l’ordinamento sociale e statale del Paese la da‘wa e il programma della madrasa di Deoband.

In quanto grandi servitrici del dīn, la nazione musulmana è riconoscente a tutte le madrase grandi e piccole del nostro Paese, compresa quella di Deoband. Nessun musulmano può negare l’importanza di questo servizio. Queste madrase sono certamente di sostegno al movimento islamico. Da queste madrase sono usciti molti sapienti qualificati per il movimento. Tuttavia, le madrase non conducono direttamente il movimento per l’Iqāmat al-dīn.

Analogamente, la Jamaat-e Tabligh sta rendendo un grande servizio al dīn. Questa Jamaat orienta verso Allah, il Messaggero e l’Aldilà un numero enorme di persone in tutto il mondo. Il centro di questa Jamaat si trova a Delhi, in India. L’amīr di questa Jamaat mondiale è cittadino indiano. Tuttavia, nessun governo considera questa Jamaat dannosa per i propri interessi. Persino la Cina e la Russia non le hanno impedito di recarvisi. È motivo di grande gioia che, per mezzo di questa grande Jamaat, anche nei Paesi comunisti possano giungere il messaggio della kalima e della preghiera, nonché la da‘wa ad Allah, al Messaggero e all’Aldilà. È ingiusto considerare questo un servizio di poco conto.

Tuttavia, per quanto grande sia il servizio al dīn reso dalla Tabligh, nella da‘wa e nel programma di questa Jamaat non vi è alcun progetto per l’Iqāmat al-dīn. Questa Jamaat deve operare in Paesi in cui i musulmani sono una minoranza, persino nei Paesi comunisti. Pertanto, essa sfrutta soltanto la possibilità di rendere servizio al dīn evitando lo scontro con il falso, nella misura in cui ciò è possibile.

Ho avuto la fortuna di lavorare in questa Jamaat per quattro anni e mezzo, con tutto il cuore e tutta l’anima. Subito dopo aver sostenuto l’esame di laurea magistrale, durante il periodo in cui rimasi ininterrottamente con questa Jamaat per tre chillah (quattro mesi), sentii nascere in me il fervore e l’ispirazione per dedicare la mia vita all’Islam. Pertanto, nella mia vita, il mio amore per la Jamaat-e Tabligh è naturalmente profondo e duraturo.

Amo sinceramente tutti i dirigenti della Jamaat-e Tabligh del Bangladesh. Poiché ho lavorato insieme a loro per diversi anni nella stessa Jamaat, ho avuto personalmente l’opportunità di farmi un’idea precisa della loro sincerità e dedizione. Alcuni di loro li rispetto nel mio cuore come maestri, come Hazrat Maulana Abdul Aziz, già amīr della Jamaat-e Tabligh del Bangladesh. Altri sono rispettati anziani religiosi dai quali ho ricevuto l’ispirazione a dedicare la mia vita all’Islam, come l’ingegnere Abdul Muqit, fratello mio. Tra i dirigenti ve ne sono diversi che ho avuto come stretti collaboratori e amici d’affetto.

Rivolgo con grandissimo affetto un’accorata richiesta a quei miei maestri, anziani religiosi e amici: sotto la loro guida, nessuno deve permettere che tra i musulmani di questo Paese si formi un’idea errata riguardo a questa grande Jamaat. Alcuni propagandano l’attività della Jamaat-e Tabligh come identica in tutto e per tutto al movimento islamico guidato dal Messaggero di Allah. Nelle madrase dei nostri giorni si insegnano il Corano e gli hadith. Tuttavia, proprio perché l’opera di una Jamaat-e Tabligh di questo genere rende un grande servizio al dīn, non si deve permettere che si formi l’idea che il Messaggero abbia assolto il dovere dell’Iqāmat al-dīn adottando esattamente un programma di questo tipo.

Se la Jamaat Tabligh avesse adottato esattamente il programma del difficile e combattivo movimento che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) guidò per rendere vittorioso l’Islam e con il quale, nella pratica, egli stabilì la religione, non avrebbe potuto operare in questo modo in tutti i Paesi senza ostacoli e senza alcuno scontro con il falso. Per adempiere al dovere iniziale di diffondere in tutto il mondo gli insegnamenti fondamentali della religione, il programma adottato da questa Jamaat è corretto se si vuole evitare lo scontro. Tuttavia, tutti devono comprendere che un programma così limitato non è assolutamente sufficiente per rendere vittoriosa e stabilire nel mondo la religione di Allah. Se si crea l’idea che l’invito e il programma costituiscano il movimento del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), vi è il rischio che questa Jamaat arrechi alla religione un danno maggiore del servizio che le rende. Dal comportamento di coloro nei quali si è formata questa concezione errata si possono dedurre la natura e l’entità di tale danno.

È naturale che tra coloro che considerano il programma in sei principi della Jamaat Tabligh e il metodo operativo di questa Jamaat (tarīqa-yi kār) simili all’invito religioso del periodo meccano del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), e che sperano che con un’opera così limitata si stabilisca la religione di Allah sulla terra di Allah, si formino alcune concezioni errate:

Primo: anzitutto, considereranno l’Islam limitato al solo ambito religioso. Non riterranno necessarie le norme che l’Islam ha stabilito per tutti gli ambiti della vita. L’economia, il diritto e la politica dell’Islam sembreranno loro del tutto superflui.

Secondo: considereranno il movimento per l’instaurazione dello Stato islamico e del governo islamico un’attività mondana, e riterranno assetati di potere coloro che la svolgono.

Terzo: l’idea di stabilire la religione evitando lo scontro con il falso farà nascere in loro un atteggiamento tale che si accontenteranno di quell’aspetto dell’Islam al quale il falso non si oppone.

Quarto: a causa di questa concezione, considereranno insignificanti tutti gli altri tipi di servizio alla religione. Soltanto il Tabligh sembrerà loro un’opera religiosa e non avranno la capacità di comprendere il valore degli altri servizi religiosi.

Quinto: durante le elezioni, persone di questo genere non avranno obiezioni nemmeno a votare per persone contrarie all’Islam. Anzi, disapproveranno coloro che fanno politica chiedendo l’applicazione della legge islamica. Poiché considereranno riprovevole fare politica in nome dell’Islam, al momento del voto voteranno proprio per coloro che non parlano affatto dell’Islam.

Sesto: potrebbero anche formarsi l’idea che la Jamaat Tabligh stia cercando di stabilire la religione islamica in un modo così eccellente che i nemici dell’Islam non se ne accorgano nemmeno. Si starebbe operando con una saggezza così straordinaria che gli oppositori dell’Islam non riescono a trovare alcun mezzo per opporsi.

Se si giungesse a una simile concezione, quanto sarebbe grave! Allah l’Onnipotente non avrebbe potuto insegnare ai profeti una saggezza tale da permettere loro di operare senza ostacoli, come il Tabligh? I profeti avrebbero dunque sopportato invano tante ingiustizie e persecuzioni?

Qualcuno potrebbe dire che i profeti incontrarono ostacoli proprio perché predicavano tra i miscredenti. Il Tabligh, invece, opera soltanto tra i musulmani e per questo non incontra ostacoli. Se si cerca di rendere i musulmani

buoni musulmani a livello individuale, perché dovrebbe arrivare un ostacolo da parte delle forze del falso? Ma se si opera con l’invito e il programma di modificare le leggi, il sistema di governo e l’ordinamento sociale del Paese, le forze al potere che si definiscono musulmane ostacoleranno l’azione proprio come farebbero i non musulmani.

È proprio a causa di queste apprensioni che mi sono visto costretto a rivolgere tutte queste parole ai responsabili del Tabligh Jamaat. Il Tabligh Jamaat non è un movimento per l’istituzione del dīn. È un movimento mondiale al servizio, di immenso valore, del dīn. Questa è la concezione del Tabligh che ritengo corretta. Ritenere che l’invito e il programma del Tabligh siano completi quanto il movimento islamico del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) sarebbe gravemente dannoso per l’ordinamento di vita islamico. Di conseguenza, il Profeta universale verrebbe considerato soltanto un leader religioso. Che Allah l’Onnipotente protegga la comunità musulmana da concezioni errate di questo genere.

Alla grande assemblea mondiale annuale del Tabligh, che si tiene nella vasta pianura di Tongi, si riuniscono in diverse occasioni dai quindici ai venticinque lakh di persone. È davvero motivo di incoraggiamento. Anch’io vi partecipo e mi rallegro alla vista di questa manifestazione dell’amore per l’Islam tra i musulmani.

Se, con l’invito e il programma di estirpare il falso dīn e instaurare il vero dīn, si riunisse anche solo un decimo di quelle persone, il governo di questo Paese e gli interessi costituiti diventerebbero inquieti. Gli ambienti laicisti e socialisti inizierebbero a scatenare una vasta agitazione contro di loro sui giornali e nelle riviste.

Nel febbraio del 1981, a Dacca, una conferenza e una marcia di appena quindicimila o ventimila militanti di un’organizzazione studentesca islamica hanno provocato uno straordinario tremore in tutti gli ambienti contrari all’Islam. Eppure questa organizzazione non è un partito politico. Poiché parla dell’istituzione del dīn e incita la comunità studentesca a instaurare uno Stato islamico, gli interessi costituiti sono così profondamente turbati.

Tutte le forze del falso e gli ambienti contrari all’Islam sanno molto bene che il Tabligh è esclusivamente e genuinamente un’assemblea religiosa e che non si occupa di politica, dello Stato o del governo. Pertanto non vi è alcun motivo per preoccuparsi o riflettere su di esso, né alcuna ragione per allarmarsi.

Proprio per la stessa ragione, le forze della falsità non temono le assemblee di milioni di musulmani alle celebrazioni dell’urs e ai mahfil dei piiro. In questi mahfil si presta certamente servizio all’Islam attraverso la predicazione, il talqin e lo zikr. Tuttavia, poiché in essi non esiste alcun programma per l’iqamat al-din, gli ambienti ostili all’Islam non sono preoccupati.

È proprio per chiarire questo punto che ho menzionato, come esempi, le madrase, il tabligh e le khanqah. Le forze della falsità non entrano in conflitto con il servizio alla religione. Il conflitto nasce soltanto con la chiamata e il programma dell’iqamat al-din. La vita di ogni profeta ha dimostrato la verità di questa affermazione.

Dalla discussione dei profeti e degli inviati contenuta nel Sacro Corano risulta che le forze al potere del tempo e gli interessi religiosi consolidati non poterono tollerare nessun profeta. Con la sola eccezione del profeta Adamo e del profeta Sulayman, tutti gli altri profeti entrarono in conflitto con le forze della falsità. Se persino i profeti dovettero entrare in conflitto con la falsità perché lavoravano per il programma dell’iqamat al-din, come potrebbe essere possibile per la comunità del profeta instaurare l’Islam evitando questo conflitto?

Coloro che considerano saggezza evitare il conflitto con la falsità dovrebbero chiedersi perché Allah l’Onnipotente non abbia insegnato questa saggezza ai profeti e agli inviati. Chi desidera lavorare per rendere vittoriosa la religione di Allah non può neppure pensare di evitare questo conflitto. Può certamente prestare servizio a questo o a quell’aspetto della religione, e tale servizio può anche sostenere l’iqamat al-din. Tuttavia, quel lavoro non può essere direttamente il lavoro dell’iqamat al-din. Con quel limitato servizio la religione non sarà instaurata. Per instaurare la religione è assolutamente necessario un programma distinto.

Perché non tutti gli ulama“sono attivi nell’iqamat al-din”??

È vero che in Bangladesh vi sono diverse centinaia di migliaia di rispettabili ulama. Essi sono impegnati in varie forme di servizio alla religione. Non è irrilevante chiedersi perché non si attivino nel movimento islamico secondo quanto richiesto dall’iqamat al-din. Dopo essere rimasto a lungo a stretto contatto con la comunità degli ulema, ho cercato la risposta a questa domanda. Allah l’Onnipotente conosce la ragione corretta. Ma questa domanda è così pertinente che, senza trovarne la risposta, il popolo musulmano non potrà comprendere correttamente l’importanza del movimento islamico. Desidero esporre qui il risultato delle mie modeste osservazioni.

Primo: le madrase del nostro Paese funzionano grazie alle donazioni della popolazione. Anche quelle che ricevono aiuti governativi ne ricevono una quantità assai esigua. I poveri insegnanti delle madrase devono dedicare tempo e fatica anche alla soluzione dei problemi finanziari delle madrase. Quasi tutti coloro che vengono a studiare nelle madrase sono figli di poveri. Poiché per i poveri non è possibile studiare nelle scuole e nei college gratuitamente o con una spesa modesta, la madrasa è la loro unica risorsa. È la madrasa stessa a procurare agli studenti i libri e i testi. Nella maggior parte dei casi, inoltre, deve provvedere anche al vitto e all’alloggio degli studenti.

Durante il dominio musulmano era lo Stato a sostenere i costi dell’istruzione. Anche oggi il governo sostiene la parte principale delle spese dell’istruzione generale (scuole, college e università). L’istruzione impartita nelle madrase, invece, costituisce un’eccezione. Il fatto stesso che le madrase sopravvivano grazie alle donazioni della popolazione è una grande misericordia di Allah. In queste condizioni è persino impossibile rendere adeguatamente grazie per la parte di Corano e hadith che le madrase riescono a preservare. Perciò non è possibile elevare la qualità dell’istruzione nelle madrase al livello che dovrebbe avere. Di conseguenza, sono pochi gli ulema di alto livello.

Secondo: poiché non nutrono alcuna speranza di migliorare la propria condizione mondana attraverso l’istruzione madrasa, i ricchi non mandano affatto i propri figli nelle madrase. Anche i poveri mandano la maggior parte dei loro figli più dotati nelle scuole. Di conseguenza, relativamente pochi studenti bravi entrano nelle madrase. E anche quelli che vi entrano, dopo aver conseguito il diploma della madrasa o senza nemmeno completare gli studi, sotto la pressione delle esigenze mondane si orientano verso il college.

Terzo: nell’ambiente attuale, chiunque studi in una madrasa lo fa per amore dell’Islam. Sanno che nel mondo non avranno l’opportunità di realizzare grandi cose. Danno per scontato che, salvo diventare imam di una moschea, insegnanti in una madrasa, al massimo insegnanti di arabo e di studi religiosi in una scuola, o qadi per i nikah, non sarà loro concesso di fare grandi cose.

Coloro che sono costretti a studiare in una madrasa con questo stato d’animo sperano soltanto nell’Aldilà. Sono costretti a ritenere sufficiente la fortuna di servire la religione come imam di una moschea e mudarris di una madrasa. Inoltre, l’ambiente della madrasa e le prospettive future della vita non suscitano negli studenti la determinazione a realizzare grandi cose per il Paese e per la nazione.

Dopo aver conseguito il diploma della madrasa, il problema del sostentamento e del lavoro si presenta in tutta la sua gravità per gli ulema poveri. Sono pochissimi gli ulema che, adempiendo alle responsabilità della propria professione religiosa — l’imamato o l’insegnamento — riescono a dedicare tempo sufficiente al movimento islamico e ad assumere importanti responsabilità nell’organizzazione.

Quarto: esiste un’altra grande ragione per cui il movimento islamico non riceve la dovuta importanza da parte di molti ulema. Nell’istruzione madrasa non esiste un sistema per insegnare l’Islam come movimento rivoluzionario. L’Islam viene insegnato soltanto come istruzione religiosa. Nelle madrase non è ancora stata introdotta un’istruzione islamica basata sulla prospettiva di come il Rasulullah ﷺ trasformò la società umana, di come il Corano guidò il movimento del Rasulullah ﷺ per ventitré anni e di ciò che è necessario fare, alla luce del Corano e della vita del Rasulullah ﷺ — gli hadith — per instaurare l’Islam nell’epoca attuale. Di conseguenza, essi riescono a conoscere l’Islam soltanto come una religione. Attraverso l’istruzione madrasa non si sta formando una concezione del movimento islamico. Per questa ragione non si sta formando neppure il senso di responsabilità per l’instaurazione della religione.

Come possono gli studenti imparare più di quanto insegnano loro gli ustad delle madrase sull’Islam? Tuttavia, ciò che permette agli studenti più dotati delle madrase di comprendere il movimento islamico del Paese è l’istruzione ricevuta al di fuori della madrasa. Naturalmente, poiché gli studenti delle madrase, una volta acquisita la prospettiva del movimento, si orientano verso di esso molto più rapidamente degli studenti dell’istruzione moderna. Se nelle madrase l’Islam fosse insegnato come un sistema sociale completo, la comunità degli ulema sarebbe capace di assumere la leadership islamica a ogni livello nelle questioni nazionali.

Quinto: probabilmente la ragione principale è la mancanza di una corretta comprensione del fatto che il Rasulullah ﷺ debba essere considerato il modello supremo. L’instaurazione della religione dovrebbe essere, in realtà, ritenuta il vero programma della vita della comunità degli ulema. Ma perché ciò non è avvenuto? A mio avviso, la causa principale è la mancanza di riconoscimento del Rasulullah ﷺ come uswatun hasana. Anche questa mancanza ha una causa. Nella società musulmana è comparsa una grave malattia: chiunque venga rispettato, sotto un qualsiasi aspetto, per il grande servizio reso alla religione, viene quasi elevato al rango di uswatun hasana, ossia di modello supremo. Sembra che, basta riconoscerlo come buzurg, lo si consideri il sostituto del Rasulullah ﷺ o almeno qualcuno a lui vicino. Perciò, quando si comincia a rispettare un alim o un pir come modello dell’Islam, si comincia a considerarlo il sostituto del Rasulullah ﷺ.

Basterà un esempio per comprendere facilmente la questione. In un periodo difficile del subcontinente, Hazrat Maulana Qasim (che Allah abbia misericordia di lui) guidò a Deoband il movimento per l’istruzione islamica; il suo servizio di allora fu certamente molto prezioso. L’intera nazione musulmana gli è riconoscente. È naturale nutrire per lui una profonda venerazione. Ma se qualcuno ritiene che non possa esistere un servizio religioso più grande di quello da lui prestato e, di conseguenza, considera scopo della propria vita fondare una madrasa sul suo esempio, allora si deve comprendere che costui ha conferito a Hazrat Nanotvi (che Allah abbia misericordia di lui) il rango di uswatun hasana. Il Messaggero di Allah era forse venuto al mondo per fondare una madrasa? Perché non si considera scopo della vita il lavoro che egli compì per rendere vittoriosa nella società la religione completa di Allah? Se il Rasulullah ﷺ fosse stato considerato il modello supremo in ogni aspetto della vita, allora i servizi di tutti gli altri servitori della religione sarebbero stati considerati soltanto una parte dell’ampio servizio del Rasulullah ﷺ.

Perché non consideriamo tutto ciò che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) compì insieme ai Compagni venerabili per la religione come un dovere che dobbiamo necessariamente assolvere? Ciò che fece Hazrat Abd al-Qadir al-Gilani (che Allah sia soddisfatto di lui) non comprende tutto ciò che fece il Messaggero. Se lo si considera il criterio dell’esempio, come può allora il Messaggero rimanere il criterio? L’unico standard, o misura, è quello dell’esempio mostrato dal Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Chiunque riesca a raggiungerne una parte deve essere rispettato in base a tale livello. Tuttavia, tutti devono avere ben chiaro che nessuno può raggiungere il livello del Messaggero e che nessun altro può ricevere un posto d’onore al suo stesso livello.

L’unico criterio della religione è il Messaggero

Allah l’Altissimo ha fatto del solo Messaggero (pace e benedizioni su di lui) l’uswa hasana, ossia il criterio della religione. Poiché i Compagni venerabili seguirono il Messaggero più di chiunque altro, sono il modello migliore per quanto riguarda l’obbedienza al Messaggero (اطاعة رسول) . Ma, mentre il Messaggero è egli stesso il modello, i Compagni venerabili non possiedono, in quanto tali, un rango pari a quello del Messaggero. Anzi, neppure tutti i Compagni hanno lo stesso livello. Anche i quattro califfi non hanno tutti lo stesso livello. Pertanto, l’unico criterio della religione è il Messaggero, e tutti devono cercare di seguire esclusivamente il Messaggero (معيار).

Perché riconosciamo i Compagni venerabili? Non li riconosciamo per loro stessi, bensì allo scopo di riconoscere il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Furono loro a stabilire il modello nel seguire il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). Perciò dobbiamo seguirli proprio per seguire il Messaggero. Infatti, per quanto riguarda (اتباع الرسول) , ossia l’obbedienza e il seguire il Messaggero, i Compagni venerabili sono il modello migliore. Ma è estremamente importante comprendere che i Compagni venerabili non possono avere lo stesso rango del Messaggero (pace e benedizioni su di lui) nel senso in cui il Messaggero è modello, o uswa.

Si può dare un semplice esempio per confrontare il Messaggero e i Compagni venerabili. Per stabilire se l’oro è puro o impuro e, se è impuro, in quale misura lo sia, lo si può verificare sfregandolo contro un certo tipo di pietra. Questa pietra è chiamata pietra di paragone. La pietra di paragone è lo standard o criterio, chiamato in arabo (معيار) . Anche se, sfregando la pietra di paragone, si riconoscesse un pezzo d’oro come oro completamente puro, quel pezzo non potrebbe per questo essere chiamato pietra di paragone. L’oro non può essere una pietra di paragone. Allo stesso modo, il Messaggero di Allah è l’unica pietra di paragone. È verificando i Compagni su questa pietra di paragone che li si può riconoscere come oro puro; ma ciò non significa che essi stessi siano pietre di paragone.

Sebbene la comunità dei Compagni venerabili fosse complessivamente pura, i suoi membri non avevano tutti lo stesso rango individualmente. Il rango dei Califfi ben guidati era superiore a quello degli altri Compagni. Come è stata stabilita questa differenza di rango? Tutti devono riconoscere che l’unico criterio per tale valutazione è il Messaggero (pace e benedizioni su di lui). L’unico standard per riconoscere Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) superiore a Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) è il Messaggero. Questa valutazione è stata ricavata verificandoli sulla pietra di paragone del Messaggero.

Un altro confronto rende questa differenza ancora più chiara. Perché Hazrat Muawiya (che Allah sia soddisfatto di lui), pur essendo un Compagno, non viene annoverato tra i Califfi ben guidati? Come mai a Umar ibn Abd al-Aziz (che Allah sia soddisfatto di lui), pur non essendo stato un Compagno, è stato attribuito il titolo di «secondo Umar» e gli è stato conferito un rango vicino a quello dei Califfi ben guidati? In base a quale criterio sono state stabilite tali differenze tra questi due uomini? Si può senz’altro affermare che la comunità è giunta a questa decisione valutandoli secondo il criterio del Messaggero.

Questi argomenti dimostrano con estrema forza che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) è l’unico modello, l’unico criterio e l’unica pietra di paragone. È sulla base di questa pietra di paragone che si determina quale rango ciascun essere umano possa avere. Se, oltre al Messaggero, si considera un’altra persona una pietra di paragone e la si ritiene un criterio, quella persona sarà certamente di livello inferiore al Messaggero. Allah l’Altissimo non ha ordinato di accettare come uswa, o modello, nessun uomo di livello inferiore al Messaggero.

È una sventura che, sebbene in linea di principio non si riconosca ad altri lo status unico che Allah ha conferito al Messaggero (s.a.s.) in quanto Uswah Hasanah, nella pratica si finisca per attribuire a grandi personalità religiose uno status che spetta esclusivamente al Messaggero.

Poiché il Messaggero è guidato dalla rivelazione, egli è infallibile; nessun’altra persona può esserlo allo stesso modo. Come si deve obbedire ciecamente al Messaggero, così non è lecito obbedire a nessun altro. Accettare l’ordine del Messaggero, che se ne comprenda o meno la ragione, è una richiesta della fede; nessun altro ordine può avere tale status. Come il Messaggero (s.a.s.) è al di sopra di ogni critica, nessun altro lo è. Allah ha ordinato di obbedire al Messaggero senza richiedere una giustificazione, ma non ha dato un simile ordine riguardo a nessun altro.

Per quanto grande possa essere una personalità religiosa, se la si ritiene infallibile, le si obbedisce ciecamente e la si considera al di sopra di ogni critica, in realtà le si attribuisce uno status pari a quello del Messaggero. Eppure, per quanto riguarda lo status, nessuno può essere uguale al Messaggero.

Il fondamento stesso della religione islamica è il tawhid e la risalat. Nessuno è paragonabile ad Allah per quanto riguarda la Sua essenza e i Suoi attributi. Allo stesso modo, poiché è guidato dalla rivelazione, nessuno può essere infallibile come il Messaggero. Per questo, così come si deve obbedire ciecamente al Messaggero, non è lecito obbedire allo stesso modo a nessun altro. In altre parole, il Messaggero è unico in quanto Uswah Hasanah. Nessun altro può occupare questa posizione. È in questo senso che, attraverso la Kalima Tayyibah, riconosciamo il tawhid e la risalat.

Se si considerassero il Messaggero l’unico modello e il seguire pienamente la sua vita l’obiettivo della vita islamica, allora si riterrebbero certamente un dovere la lotta per l’iqamat al-din e il jihad fi sabilillah. Non sarebbe stato difficile capire che, se non si cerca di applicare la legge islamica o di instaurare uno Stato islamico, non si segue veramente il Messaggero.

È proprio perché, oltre al Messaggero (s.a.s.), si considerano modello i grandi sapienti, i pir o i pii venerabili, che alcuni ritengono sufficiente servire la religione attraverso una madrasa, altri pensano di aver assolto il proprio dovere religioso semplicemente pronunciando sermoni, e altri ancora si accontentano di svolgere il ruolo di imam. Se considerassero il Messaggero (s.a.s.) l’unico modello, anche dopo aver reso questo servizio si adopererebbero con fervore per rendere vittoriosa la religione. Se i responsabili della Jamaat Tabligh considerassero il movimento del Messaggero (s.a.s.) per l’iqamat al-din il vero modello, riterrebbero il programma dei Sei Usul, composto dal fondatore di questa Jamaat, Hazrat Maulana Ilyas (r.a.), un servizio iniziale. In tal caso nessuno considererebbe l’attuale programma del Tabligh identico in ogni dettaglio al movimento guidato dal Messaggero. Ma, se il Messaggero (s.a.s.) non viene posto davanti a tutti come modello supremo, si potrebbe considerare Hazrat Maulana Ilyas (r.a.) il modello e il suo programma quello definitivo dell’Islam.

Per comprendere correttamente lo status del Messaggero (s.a.s.) quale “Uswah Hasanah”, può essere particolarmente utile un altro esempio. Il programma di studi, o nisab, elaborato per gli studenti dei college, delle università e delle madrase è la base da cui vengono preparate le domande dell’esame finale. Se gli studenti non prestano molta attenzione a quel programma, se non vigilano affinché gli insegnanti lo svolgano interamente e se il programma non viene studiato nella sua totalità, non possono in alcun modo sperare di superare l’esame. Per quanto rispetto mostrino agli insegnanti, se rimane da studiare una parte del programma non potranno mai ottenere un buon risultato all’esame. Se un insegnante insegna soltanto la parte facile del programma e tralascia quella difficile, per quanto bravo sia lo studente non ci si può aspettare un buon risultato all’esame.

Allah ha dato l’intera vita del Messaggero (s.a.s.) come programma di studi per avere successo nell’esame dell’Aldilà. Dopo la morte, già nella tomba, verranno poste domande secondo quel programma. A nessuno verrà chiesto se ha imitato o seguito Hazrat Abu Bakr (r.a.), l’Imam Abu Hanifa (r.a.) o Hazrat Abdul Qader Jilani (r.a.).

Se si paragona il Messaggero a un programma di studi, si possono paragonare tutti i personaggi religiosi, a cominciare dai Compagni, a insegnanti o maestri. Dai Compagni apprendiamo proprio la vita del Messaggero. È per imparare il programma del Messaggero che dobbiamo considerare i Compagni i migliori maestri. È proprio per la necessità di seguire il Messaggero in ogni ambito della vita che dobbiamo seguire gli imam del fiqh. Come si devono imparare tutte le cose del mondo dai maestri, anche per imparare la vita religiosa è necessario un maestro. Qualunque nome si dia a quel maestro — che qualcuno venga chiamato amīr della comunità religiosa e qualcun altro shaykh o pīr — in realtà sono tutti maestri. Da loro bisogna cercare di imparare il programma dell’intera vita del Messaggero. Può darsi che non sia possibile imparare l’intero programma da un unico maestro. Se consideriamo il Messaggero il programma di studi, anche dopo aver imparato da quel maestro tutto ciò che si può imparare, dovremo cercare un altro maestro per apprendere il programma restante. Se consideriamo un singolo maestro come il programma stesso e riteniamo sufficiente ciò che egli insegna, ci troveremo in difficoltà nell’esame finale dell’Aldilà.

Questa è la vera ragione per cui, nonostante nel Paese vi siano così tanti ʿulamāʾ, pīr e servitori della religione, non si attribuisce la dovuta importanza all’attuazione della religione. Si ritiene sufficiente seguire il maestro, invece di adottare il Messaggero come programma di studi. Se questo grande errore verrà corretto, tutti saranno in grado di comprendere la responsabilità dell’attuazione della religione.

Perché i grandi ʿulamāʾ del subcontinente non promossero il movimento per l’attuazione della religione?

Discutendo la storia concisa di circa due secoli e mezzo, dall’epoca in cui gli inglesi strapparono ai musulmani il dominio di questo subcontinente fino ai giorni nostri, la risposta a questa domanda diventerà facilmente comprensibile. Molti non attribuiscono importanza a questa storia. Se la società degli ʿulamāʾ, che oggi si trova in una condizione di isolamento, conoscesse questa storia, potrebbe riflettere sui propri doveri. Perciò, in estrema sintesi, sto analizzando alcuni eventi necessari tratti dalle pagine di una lunga storia.

Dopo l’inizio del dominio inglese nel subcontinente pakistano-indiano-bengalese, quando l’oppressione e la persecuzione dei musulmani si estesero in ogni ambito, tra i musulmani privati del regno acquistò popolarità un grande movimento per ristabilire uno Stato islamico. Sulla scia del pensiero islamico rivoluzionario di Shah Waliullah Dehlavi, sotto la guida di Maulana Sayyid Ahmad Barelvi e Maulana Shah Ismail Dehlavi, attraverso il Tahrik-i Mujahidin (movimento dei mujahidin), fu istituito uno Stato indipendente nella Provincia della Frontiera Nord-Occidentale. Anche molti mujahidin provenienti dal lontano Bengala parteciparono a quel movimento. Nel 1831, in una sanguinosa battaglia combattuta in un luogo chiamato Balakot, situato tra il Punjab e la Provincia della Frontiera, quei due grandi leader mujahidin furono martirizzati; in seguito alla sconfitta delle loro forze mujahidin per mano delle forze unite degli inglesi e dei sikh, quello Stato islamico non poté sopravvivere.

Quei due grandi leader mujahidin, noti come i Martiri di Balakot, avevano suscitato tra i musulmani una consapevolezza così profonda del movimento islamico e dell’attuazione della religione che persino tra i musulmani arruolati nell’esercito inglese si manifestò una reazione intensa alla sconfitta di Balakot. In loro covò una ribellione contro gli inglesi, che nel 1857 prese la forma dell’ammutinamento dei sepoy. Poiché in questa rivolta furono proprio i sepoy musulmani a svolgere il ruolo principale, gli inglesi imperialisti si scagliarono con ferocia contro i musulmani.

Quello fu un periodo di estrema calamità per i musulmani. Con l’aiuto degli indù e dei sikh del subcontinente, il dominio inglese continuò a rafforzarsi. In ogni ambito gli inglesi favorirono i non musulmani e vincolarono i musulmani a catene di una duplice schiavitù. La dominazione politica degli inglesi e la schiavitù economica degli indù e dei sikh crearono un sistema ben consolidato per tenere per sempre soggetta la nazione musulmana.

Quando la nazione musulmana, sconfitta, abbattuta e oppressa, era smarrita, Sir Sayyid Ahmad avviò il movimento educativo di Aligarh con il nobile obiettivo di far progredire i musulmani, accanto agli indù e ai sikh, nei campi dell’istruzione, dell’impiego, del commercio e in altri ambiti, pur rimanendo sotto il dominio inglese. Con l’intento benevolo di permettere ai musulmani di rialzarsi imparando la lingua inglese in uno spirito di conciliazione con gli inglesi, egli intraprese questa strada. Sebbene, dal punto di vista dell’Islam, tale atteggiamento di sconfitta fosse discutibile, egli adottò questo passo con la massima sincerità. Anzi, a causa di questo atteggiamento di sconfitta, cominciò a offrire interpretazioni del Corano che turbarono il vero ambiente degli ʿulamāʾ. Fu proprio da ciò che ebbe inizio il movimento di Deoband.

Sotto la guida di Hazrat Maulana Qasim Nanotwi, seguendo il pensiero di Maulana Shah Waliullah Dehlawi, fu fondato il Darul Uloom di Deoband con il nobile obiettivo di proteggere l’Islam attraverso il corretto insegnamento del Corano e degli hadith. Oggi le innumerevoli madrase dell’intero subcontinente sono il frutto di quel movimento.

Il movimento di Aligarh creò uno spirito di collaborazione con gli inglesi invece di uno spirito di lotta contro di loro. Il movimento di Deoband, invece, cercò di mantenere vivo lo spirito di ribellione contro la schiavitù inglese. Tuttavia, dopo la sconfitta di Balakot e il fallimento della rivolta dei sepoy, per i musulmani non fu più possibile opporsi da soli agli inglesi.

Dopo la fine della Prima guerra mondiale, nel 1918, quando gli inglesi si adoperarono per porre fine al califfato musulmano della Turchia, tra i musulmani del subcontinente si risvegliò nuovamente un movimento a difesa del califfato. Questo movimento, noto come movimento Khilafat, ebbe inizio sotto la guida dei musulmani e Deoband vi svolse un ruolo estremamente vigoroso.

In quel frangente, il movimento per l’indipendenza del Congresso, guidato dal signor Gandhi, collaborò con il movimento anti-inglese Khilafat e si avvicinò a Deoband. Tuttavia, anche il movimento Khilafat fallì. Di conseguenza, la Jamiat Ulama-e-Hind, l’organizzazione degli ulema di tutta l’India fondata sotto la guida di Deoband, divenne ancora più ostile agli inglesi. Gli Ulama-e-Hind credevano sinceramente che, finché gli inglesi non fossero stati cacciati dall’India, i musulmani non avrebbero potuto conseguire alcun progresso e non sarebbe stato possibile instaurare un califfato islamico. Credevano che non fosse possibile cacciare gli inglesi e liberare il Paese con il solo sforzo dei musulmani. Perciò gli Ulama-e-Hind cercarono di espellere gli inglesi unendosi al movimento per l’indipendenza guidato da Gandhi e Nehru.

D’altra parte, le amare esperienze dei musulmani modernamente istruiti, emerse dal movimento di Aligarh, li resero naturalmente ostili agli indù. Videro che la comunità indù, avvantaggiata dall’istruzione inglese, si era impadronita degli impieghi pubblici, del commercio e di ogni genere di professione, insediandovisi così saldamente che i musulmani, pur essendo istruiti, non riuscivano a trovare lavoro da nessuna parte. Gli inglesi avevano infatti concesso agli indù un monopolio esclusivo. Quando ora i musulmani cercarono di ottenere una parte in ogni settore, gli indù tentarono ovunque di tenerli in posizione subordinata. Era quindi naturale che questo comportamento degli indù negli impieghi, nel commercio e nelle diverse professioni rendesse ostili agli indù i musulmani modernamente istruiti. Tuttavia, su questo punto non vi fu alcun conflitto tra gli ulema e gli indù. La società moderna istruita poté comprendere, sulla base dell’esperienza concreta, che se il Paese fosse diventato indipendente sotto la guida degli indù si sarebbe instaurata ovunque una predominanza indù; la comunità degli ulema non era invece in grado di comprenderlo. Infatti, nei settori della società musulmana in cui operavano gli ulema, non vi era alcuna possibilità di conflitto d’interessi con gli indù, né si era verificata in alcun luogo una competizione tra gli ulema e gli indù.

La società musulmana istruita percepì intensamente che, anche se il Paese fosse diventato indipendente sotto la guida del Congresso, i musulmani sarebbero rimasti schiavi degli indù. Il movimento per il Pakistan nacque da questa percezione. La Lega Musulmana, sotto la guida del signor Muhammad Ali Jinnah, rivendicò la creazione di uno Stato separato per i musulmani nelle aree a maggioranza musulmana. Questa rivendicazione suscitò un nuovo risveglio nella società musulmana schiacciata dalla dominazione inglese e indù. Il signor Jinnah ottenne presso i musulmani il titolo di Quaid-e-Azam, cioè Grande Leader.

Allarmato da questo movimento separato dei musulmani, il Congresso sostenne che in India gli appartenenti a tutte le religioni costituivano un’unica nazione, la nazione indiana. Non era assolutamente giusto dividere questa grande nazione sulla base della religione. Contro questa concezione secolare del Congresso, la Lega Musulmana sostenne che l’ideale dei musulmani è l’Islam e che l’Islam non è soltanto una religione. Pertanto, sulla base dell’ordinamento islamico della vita, i musulmani costituiscono una nazione distinta. Di conseguenza, in India esistono due nazioni. La nazione musulmana, che crede nell’ideale islamico, non può costituire un’unica nazione insieme a coloro che non credono in tale ideale. Questa concezione divenne famosa come teoria delle due nazioni, o “Two Nation Theory”.

Quando nacque così il conflitto tra la teoria dell’unica nazione del Congresso e la teoria delle due nazioni della Lega Musulmana, gli Ulama-e-Hind si schierarono a sostegno del Congresso. Nel famoso discorso pronunciato nel 1938 nella Moschea Reale di Lahore dal leader degli Ulama-e-Hind, Hazrat Maulana Hussain Ahmad Madani, egli cercò di dimostrare che la teoria dell’unica nazione non era contraria all’Islam. Il suo discorso fu pubblicato sotto forma di opuscolo con il titolo Muttahida Qaumiyat aur Islam (La teoria dell’unica nazione e l’Islam). Nel 1939, confutando tutti gli argomenti di quel discorso con solide prove tratte dal Corano, dagli hadith e dalla storia della prima epoca dell’Islam, Maulana Maududi dimostrò che la teoria dell’unica nazione del Congresso era completamente contraria alla nazionalità islamica. Il suo libro fu pubblicato con il titolo Mas’ala-e-Qaumiyat (Il problema della nazionalità); la traduzione bengalese dell’opera si intitola Islam o Jatiyatabad (Islam e nazionalità).

A seguito di questa controversia sulla nazionalità, il movimento congressista per rendere l’India indipendente mantenendola indivisa e il movimento della Lega Musulmana per istituire uno Stato indipendente separato per i musulmani crearono un’estrema amarezza nell’arena politica. In particolare, la società musulmana istruita divenne estremamente ostile agli ulema dell’India sostenitori del Congresso. La reazione si manifestò anche nella società degli ulema. Sebbene la maggior parte degli ulema di Deoband si fosse schierata con il Congresso, sotto la guida di Maulana Sabbir Ahmad Usmani (rahimahullah) e di Maulana Mufti Muhammad Shafi (rahimahullah), molti ulema istituirono nel 1943, a sostegno del movimento per il Pakistan, un’organizzazione contrapposta degli ulema chiamata Jamiat Ulema-e-Islam, sostenendo la Lega Musulmana. Maulana Zafar Ahmad Usmani (rahimahullah), Maulana Shamsul Haq Faridpuri (rahimahullah), Maulana Mufti Din Muhammad Khan (rahimahullah), il Pir Sahib di Sarsina, il Pir Sahib di Furfura e molti altri ulema sostennero attivamente il movimento per il Pakistan. Anche Hazrat Maulana Ashraf Ali Thanvi (rahimahullah) sostenne la Lega Musulmana.

In questo modo, gli stimati ulema si divisero: una fazione sostenne la concezione congressista di un’India indivisa, mentre l’altra si schierò a favore della divisione dell’India e della fondazione del Pakistan. L’amarezza che ne derivò fece sì che, da parte della Lega Musulmana, gli ulema dell’India fossero accusati di essere contrari all’indipendenza e agenti degli inglesi, mentre, da parte degli ulema dell’India, la Lega Musulmana venisse accusata delle stesse cose.

Qualunque fosse allora l’atteggiamento che, in qualità di studente e militante del movimento per il Pakistan, nutrivo nei confronti degli ulema dell’India, in seguito, esaminando tutti gli eventi con lo sguardo di uno storico imparziale, sono giunto alla conclusione che gli ulema dell’India, con ragionevoli motivi, non credevano possibile istituire uno Stato islamico attraverso i dirigenti della Lega Musulmana. Pertanto non ritenevano saggio dividere il Paese e separare la nazione musulmana tra due Paesi. Tuttavia, con ragionevoli motivi, non si rendevano conto che la concezione congressista di un’India indivisa sarebbe stata disastrosa per i musulmani. Non è impossibile che una decisione politica sia errata nonostante la sincerità. Non riesco a credere che una persona come Maulana Madani (rahimahullah) potesse agire per un interesse terreno qualsiasi pur comprendendo che ciò avrebbe danneggiato l’Islam e i musulmani. Non ho il coraggio di attaccare le intenzioni di persone di tale levatura. Sbagliare è una cosa; agire con cattive intenzioni è un’altra.

Comunque, mentre la società degli ulema del subcontinente era divisa, con una fazione attiva a sostegno del Congresso e l’altra a sostegno della Lega Musulmana, Maulana Maududi, attraverso la sua rivista mensile intitolata “Tarjuman-ul-Quran”, presentò una terza prospettiva che soddisfece entrambe le fazioni degli stimati ulema. Il libro del Maulana sul nazionalismo fu utilizzato dagli ulema sostenitori della Lega Musulmana come una forte arma contro la dottrina della teoria della nazione unica di Maulana Madani (rahimahullah). Tuttavia, il circolo della Lega Musulmana si indignò profondamente per il discorso pronunciato da Maulana Maududi nel 1940 all’Università di Aligarh, intitolato “Come si istituisce un governo islamico?” (il titolo del libro tradotto in bengalese era “La via della rivoluzione islamica”). In quel discorso egli dimostrò con argomentazioni che, sebbene il movimento per la formazione di uno Stato indipendente separato per i musulmani sulla base della teoria delle due nazioni fosse del tutto corretto e degno di pieno sostegno, anche qualora fosse stato fondato un Paese musulmano, essi non avrebbero potuto in alcun modo istituire un governo o uno Stato islamico. Analizzando il movimento del Nobile Profeta (pace e benedizioni su di lui), egli si rese conto che, in assenza di un programma per formare una leadership e una schiera di attivisti che conoscessero l’Islam e lo applicassero nella propria vita, la leadership della Lega Musulmana non solo sarebbe stata incapace di istituire uno Stato islamico, ma, qualora avesse tentato di istituire l’Islam, avrebbe ritenuto necessario impiccare il leader di quel movimento. Esattamente quattordici anni dopo quel discorso, la sua previsione si dimostrò davvero vera. Nel 1953, durante il governo della Lega Musulmana, fu emesso contro di lui un ordine di impiccagione con un pretesto.

Dopo la pubblicazione del libro di Maulana Maududi contro la teoria della nazione unica di Maulana Madani (rahimahullah), da Deoband iniziarono a essere emesse continuamente fatwa contro Maulana Maududi. Quanto più energicamente Maulana Maududi scriveva che i musulmani non dovevano in alcun modo sostenere il Congresso, tanto più aumentava il numero delle fatwa. In questo modo, Maulana Maududi divenne da un lato bersaglio delle fatwa degli stimati ulema sostenitori del Congresso e, dall’altro, divenne inviso anche agli ambienti della Lega Musulmana. Tuttavia, fino alla fondazione del Pakistan, i dirigenti della Lega Musulmana non dissero nulla contro di lui, poiché alcuni suoi scritti erano stati estremamente utili al movimento per il Pakistan. Ma dopo la fondazione del Pakistan, non appena nel 1948 avanzò la richiesta di redigere una costituzione islamica, fu arrestato come oppositore del Pakistan e detenuto in prigione senza processo.

Sebbene Maulana Maududi avesse rafforzato il movimento per il Pakistan con i suoi scritti vigorosi e migliori a favore della teoria delle due nazioni, non aderì alla Lega Musulmana. Per un anno intero dopo il discorso già menzionato pronunciato ad Aligarh nel 1940, attraverso la sua rivista mensile propose ai dirigenti della Lega Musulmana alcuni programmi senza i quali non sarebbe stato possibile trasformare il Pakistan in uno Stato islamico. Poiché i dirigenti della Lega non diedero alcuna risposta, nell’agosto del 1941 egli avviò l’organizzazione della Jamaat-e-Islami con 75 persone giunte a Lahore da diverse province del subcontinente, sulla base di quei programmi. Fu proprio grazie a quei lavori preparatori per la formazione di uno Stato islamico che, dopo la fondazione del Pakistan, il movimento per una costituzione islamica si rafforzò così tanto, nonostante la fiera opposizione del governo della Lega Musulmana.

Dopo il martirio di Sayyid Ahmad Barelvi (rahimahullah) e Shah Ismail Shaheed (rahimahullah) sul campo di Balakot nel 1831, lo Stato islamico da loro fondato cadde. Ho cercato qui di fornire una breve idea della situazione prevalsa tra i musulmani durante il successivo lungo secolo. Da ciò si può comprendere perché, neppure nell’arco di cento anni, abbia potuto iniziare un altro movimento per l’istituzione della religione. Quando il movimento d’indipendenza contro gli inglesi si intensificò e i musulmani si risvegliarono nuovamente, acquisendo la forza necessaria per chiedere la formazione di uno Stato musulmano indipendente, si crearono le condizioni per avviare un movimento per l’istituzione della religione. Il sogno di fondare uno Stato islamico tornò a risvegliare una risposta nei cuori dei musulmani. Se allora i grandi ulema, invece di seguire i dirigenti del Congresso e della Lega Musulmana, avessero potuto guidare il movimento per la fondazione di uno Stato islamico, forse la storia del subcontinente sarebbe stata diversa. Forse il grande obiettivo di trasformare il Pakistan in uno Stato islamico si sarebbe realizzato. È una sfortuna per i musulmani del subcontinente che, in quel momento opportuno, gli stimati ulema non siano riusciti a lanciare l’appello per l’“istituzione della religione”.

Fu proprio questo appello che Maulana Maududi lanciò nel 1941. Allora aveva appena 38 anni. Tuttavia, a quel tempo, quasi tutti i grandi ulema erano divisi tra il Congresso e la Lega. Eppure nessuna delle due vie era guidata da una leadership islamica. Da ciò sembra che, nell’ambiente politico dell’epoca, per gli ulema dell’India l’obiettivo principale fosse ottenere la liberazione dagli inglesi. Per gli ulema sostenitori della Lega, invece, l’obiettivo fondamentale era dividere il Paese e fondare un Paese musulmano indipendente. Non avevano una posizione tale da poter guidare autonomamente la realizzazione di questi due obiettivi. Perciò furono costretti a seguire i dirigenti del Congresso e della Lega.

Per trarre il giusto insegnamento da quella amara esperienza storica, gli ʿulamāʾ del Bangladesh devono riflettere profondamente e con animo sereno. È giunto il momento di comprendere che la richiesta della religione consiste nel condurre, attraverso l’invito e il programma dell’Iqāmat ad-dīn, il movimento volto a trasformare questo Paese in uno Stato islamico. Se si ritarda, si corre il rischio di cadere in una schiavitù perpetua come quella di Bukhara, oppure in calamità come quelle dell’Afghanistan. Dio non voglia che si giunga a una simile situazione: allora è dubbio che gli ʿulamāʾ possano conservare anche quel minimo spazio di cui oggi dispongono per servire il dīn.

Importanza degli sforzi della Jama’at organizzata

Nessuno può compiere da solo il lavoro dell’Iqāmat ad-dīn. Anzi, nonostante tutte le sue capacità, nessun profeta ha potuto rendere vittorioso il dīn da solo. Naturalmente, all’inizio il profeta ha dovuto cominciare da solo. Ma il profeta al cui invito la gente non ha risposto e che non ha avuto l’opportunità di lavorare in forma organizzata non ha potuto rendere vittorioso il dīn.

Cambiare un sistema sociale e ricostruire da capo quella società è un compito così difficile e complesso che questo grande obiettivo non può in alcun modo essere realizzato senza lo sforzo unito di un gruppo di persone numericamente adeguato. Perciò ogni profeta, insieme all’invito ad accettare la servitù verso Allah, ha chiamato le persone a obbedirgli e a diventare suoi compagni nell’adempimento della responsabilità dell’Iqāmat ad-dīn.

Significato: «Temete Allah e obbeditemi». Ogni profeta ha rivolto questo invito. Infatti, senza l’obbedienza di un gruppo di persone, non è possibile rendere vittorioso il dīn.

È per questo che nell’Islam l’importanza della Jama’at è così grande. Attraverso l’ordine di compiere ogni giorno le cinque preghiere in congregazione, è stato predisposto un mezzo per far percepire profondamente l’importanza di una vita organizzata. Anzi, la vita nella Jama’at è stata resa obbligatoria per l’obbedienza all’Islam. Riguardo a chi si separa dalla Jama’at, il hadith lo mette in guardia dicendo che, come il lupo porta via la pecora separatasi dal gregge, così Satana prende sotto il proprio controllo chi si separa dalla Jama’at.

Il Messaggero (s.a.s.) ha ordinato che, anche quando due persone viaggiano insieme, una venga riconosciuta come amīr e si proceda secondo la disciplina della Jama’at. Una vita islamica non è possibile senza una Jama’at, e non può esserci una Jama’at senza un amīr. Ciò dimostra che un musulmano deve essere o amīr, cioè comandante, oppure maʾmūr, cioè obbediente agli ordini. Allo stesso modo, durante la preghiera in Jama’at, deve essere o imām oppure maʾmūm, cioè seguace dell’imām. Se qualcuno non è né imām né maʾmūm, bisogna comprendere che non ha preso parte alla Jama’at della preghiera. Analogamente, chi non si è unito a nessuna Jama’at religiosa non ha nemmeno adottato il programma corretto per vivere una vita islamica. In tale situazione non potrà salvarsi dagli inganni del nafs e di Satana.

Al tempo del Nobile Profeta (s.a.s.), erano considerati musulmani soltanto coloro che si univano alla Jama’at del Profeta e prestavano il bayʿah al Profeta o al suo rappresentante. Chi rimaneva fuori da quella Jama’at non veniva affatto considerato musulmano. Quella Jama’at era l’unica Jama’at del dīn, ossia al-Jama’at. Oggi nessuna singola Jama’at può ottenere lo status di al-Jama’at. Tutte le Jama’at che possono formarsi sulla base dell’esempio del Messaggero, considerate nel loro insieme, costituiscono al-Jama’at. Tuttavia, chi non si è unito a nessuna Jama’at religiosa non si trova affatto in una condizione sicura dal punto di vista della fede.

Nessun ʿulamāʾ potrà negare questa importanza della jamāʿat nell’Islam. Anche se fosse soltanto per servire la religione di Allah, non vi è altra scelta, secondo gli hadith, se non riconoscere come minimo l’obbligatorietà di appartenere a una jamāʿat. Pertanto, ogni musulmano consapevole deve unirsi a una jamāʿat o a un’altra. Se nessuna delle jamāʿat esistenti è di suo gradimento, dovrebbe cercare di fondarne una nuova. È tuttavia estremamente importante che sia responsabilità di tutti cercare di conoscere bene ogni jamāʿat religiosa. Bisogna conoscerla avvicinandosi direttamente a essa e cercando informazioni presso i responsabili di quella jamāʿat. È del tutto irragionevole prendere una decisione in materia dando ascolto a voci infondate o lasciandosi confondere dalla propaganda degli oppositori di una jamāʿat. Un giudice che emette una sentenza dopo aver ascoltato soltanto l’accusa e senza raccogliere la deposizione degli imputati non è degno di essere giudice. Pertanto, per prendere una decisione su una jamāʿat, è necessario osservarla da vicino.

I fratelli della Tabligh Jamaat lo spiegano molto bene. Dicono che, se si vuole conoscere correttamente com’è la Tabligh Jamaat, bisogna dedicare del tempo alla jamāʿat e restare con essa almeno per alcuni giorni. Ciò che dicono i fratelli della Tabligh è molto ragionevole. Questo ragionamento vale però per tutte le jamāʿat. Anche i fratelli della Tabligh, se vogliono conoscere un’altra jamāʿat, devono dedicarle un po’ di tempo e conoscerla. Come si può avere la capacità di confrontarla con le altre jamāʿat lavorando soltanto per la Tabligh?

Se non avessi avuto l’opportunità di lavorare nella Tabligh Jamaat, non avrei potuto farmi da lontano un’idea corretta al riguardo. In questo modo ho avuto anche l’opportunità di conoscere la Tamaddun Majlis. È stato proprio attraverso questa Majlis che ho maturato la mia prima idea dell’Islam come movimento ideologico. Ho lavorato per tre anni contemporaneamente nella Tabligh Jamaat e nella Tamaddun Majlis. Nella prima ho avuto l’opportunità di coltivare l’aspetto religioso dell’Islam, mentre nella seconda ho colto gli aspetti sociali, politici ed economici dell’Islam. Quando ho avuto l’opportunità di conoscere la Jamaat-e Islami, ho trovato in essa tutti gli aspetti dell’Islam e vi sono entrato. Naturalmente, riconosco con tutto il cuore il contributo della Tabligh e della Tamaddun. Se non avessi avuto la fortuna di fare questo confronto, non sarei stato capace di sentirmi soddisfatto nemmeno nella jamāʿat per la quale lavoro.

Non dico che tutti debbano adottare quella che, tra le jamāʿat che ho avuto l’opportunità di conoscere, ho scelto per ultima. Il mio punto di vista è che i musulmani consapevoli dovrebbero cercare di conoscere bene tutte le jamāʿat religiose. Dopo averle valutate comparativamente, ciascuno lavorerà in quella che preferisce maggiormente e ne ricaverà più soddisfazione. Inoltre, attraverso il confronto, sarà in grado di riconoscere il servizio religioso prestato da tutte le jamāʿat. Preferire una jamāʿat più delle altre non significa dover considerare cattive le altre jamāʿat. Anche riconoscendo che una è “migliore”, si dovrebbe considerare l’altra almeno “buona”. Preferire una non rende in alcun modo necessario ritenere cattive tutte le altre.

Caratteristiche della jamāʿat costituita con l’obiettivo dell’istituzione della religione

Ogni organizzazione, jamāʿat o istituzione ha uno scopo specifico. Naturalmente, in essa si pianifica di formare le persone proprio in vista di tale scopo. Per esempio, una madrasa viene istituita per formare gli ʿulamāʾ. In base al tipo di ʿulamāʾ che si intende formare, viene elaborato il relativo programma di studi. Chi istituisce collegi vuole formare persone con uno scopo diverso da quello delle madrase, e perciò anche i loro programmi di studi sono diversi. Il programma di formazione dei devoti di Allah attuato attraverso una khanqah produce persone di quel determinato livello. Sulla base dei sei principi della Tabligh Jamaat e del metodo della chilla si stanno formando persone del tipo che è possibile formare mediante questo programma. Questa jamāʿat cerca di fare in modo che le persone, invece di immergersi nella vita terrena, trascorrano di tanto in tanto alcuni giorni lontano dalle loro case e dalle loro professioni, dedicando tempo all’attività di tabligh allo scopo di costruire la vita eterna dell’Aldilà. Orientare le persone verso l’Aldilà è senza dubbio un servizio religioso.

Ma un’organizzazione che vuole sostituire il sistema sociale corrotto e costruire la società secondo la legge di Allah e l’esempio del Messaggero deve avere un programma adeguato a questo grande obiettivo. Una jamāʿat di questo tipo presenta alcune caratteristiche:

Primo: l’invito di questa jamāʿat non può rivolgersi soltanto ad alcune parti o aspetti dell’Islam. Il suo invito sarà ampio quanto è ampio l’Islam. Esso si estenderà alla sottomissione esclusiva ad Allah e all’obbedienza al Messaggero in ogni ambito della vita. Questa jamāʿat continuerà a invitare ad accettare Allah come unico Legislatore nella vita individuale, sociale e statale, e il Messaggero (pace e benedizioni su di lui) come unico modello di guida.

Due: questa jamāʿat cercherà di presentare alla società umana l’insegnamento completo dell’Islam. Si impegnerà in ogni modo possibile a comprendere l’intero Sacro Corano. Farà tutto il possibile per diffondere ampiamente nella società tutti gli insegnamenti dell’Islam: dall’īmān, l’islām, la taqwā e l’iḥsān, nonché la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio, la zakāt, il dhikr e il tahajjud, fino alla vita familiare, politica ed economica, e a ogni altro aspetto della vita individuale e sociale.

Tre: per rendere vittorioso l’Islam nella sua completezza, questa jamāʿat, naturalmente, cercherà di attirare le persone in questa organizzazione allo scopo di raccogliere forze umane. Chiunque entrerà in un’organizzazione di questo genere lo farà considerando l’obiettivo della jamāʿat come lo scopo della propria vita. Essi cercheranno di persuadere il popolo ad aderire a questo nobile obiettivo e continueranno anche personalmente a invitare le persone e a farle entrare nella jamāʿat.

Quattro: questa jamāʿat adotterà misure speciali per sviluppare, tra coloro che vi aderiscono, le capacità, il carattere e le qualità necessarie a svolgere il difficile compito dell’iqāmat al-dīn. Attraverso ogni forma possibile di tarbiyat o formazione, creerà un corpo di operatori qualificati.

Cinque: poiché raccoglierà persone lanciando l’appello a rendere vittorioso l’Islam, il governo costituito e ogni sorta di interesse consolidato — politico, economico, sociale e religioso — non potranno fare a meno di mettersi in allerta contro questa organizzazione. Il sistema del bāṭil, o la falsa religione, considererà pericolosa per sé una jamāʿat di questo genere.

Perciò tenterà con tutte le proprie forze di ostacolare in ogni modo possibile l’avanzamento di questa jamāʿat. Il governo e gli altri gruppi ostili all’Islam si uniranno nella propaganda contro i leader e gli operatori di una simile jamāʿat, così da confondere il popolo. Se necessario, per impedirne la crescita, imprigioneranno i leader e gli operatori coinvolgendoli, senza processo, in una rete di false accuse. In questo modo tutti gli interessi consolidati si impegneranno con ogni forma di persecuzione contro la vittoria dell’Islam.

Se, nonostante sia una jamāʿat islamica, gli interessi consolidati tollerano un’organizzazione e non fanno nulla contro di essa, bisogna concludere che, sebbene questa jamāʿat renda grandi servizi all’Islam, non sta operando secondo un programma di iqāmat al-dīn. Se gli interessi consolidati o il governo vigente non considerano una jamāʿat loro nemica, si deve comprendere che essa non possiede alcun programma per stabilire la dīn al-ḥaqq.

Sei: questa opposizione delle forze del bāṭil e degli interessi consolidati è estremamente utile al movimento islamico. A causa di tale opposizione, i timidi e i codardi non osano aderire a questo movimento. Anche coloro per i quali gli interessi mondani sono la cosa più importante non intraprendono questa via. In questa organizzazione entrano soltanto persone del tipo richiesto da questa via: disinteressate, coraggiose, combattive e animate da uno spirito di jihād. Qui rimangono soltanto coloro che non temono nessuno all’infuori di Allah. Questa via è tale che Allah l’Onnipotente mette alla prova tutti coloro che vi muovono i primi passi.

Significato: «Gli uomini pensano forse che saranno lasciati senza essere messi alla prova solo perché dicono: “Abbiamo creduto”? Eppure anche coloro che li precedettero furono messi alla prova» (Sura al-ʿAnkabūt, 2-3).

È proprio perché esisteva il movimento per l’Iqāmat al-dīn che, al tempo del Messaggero (pace e benedizioni su di lui), i nobili Compagni dovettero affrontare tante prove. Ancora oggi, se una jamāʿat svolge quest’opera, anche i suoi membri dovranno necessariamente essere messi alla prova. Senza questa prova non è possibile formare persone capaci di affermare l’Islam.

Settimo: un’altra caratteristica del movimento per l’Iqāmat al-dīn è che, in questa organizzazione, nessuno viene posto in posizione di leadership secondo un criterio diverso dall’ikhlāṣ, dalla taqwā, dal sacrificio e dalla dedizione al movimento. Nei partiti il cui vero obiettivo è conquistare il potere, i leader di altri partiti vengono accolti come leader per ottenere vantaggi politici. Nell’organizzazione dell’Iqāmat al-dīn non si può accettare nessuno come leader «preconfezionato». Infatti, rendere leader una persona che desidera la leadership è contrario ai princìpi islamici.

Per questo motivo, in questa organizzazione non può esserci alcuna competizione per diventare leader. Qui è impossibile anche qualsiasi conflitto per la leadership. Nessuno ha la possibilità di entrare in un’organizzazione di questo tipo con l’obiettivo di diventare leader. Tuttavia, se una persona di rilievo e dotata di qualifiche appartenente a un altro partito si unisce sinceramente a questa organizzazione, la sua condotta e il suo metodo di lavoro la conducono rapidamente alla leadership. Infatti, i responsabili di un’organizzazione di questo tipo sono ansiosi di affidare responsabilità alle persone più capaci quando le trovano.

In un’organizzazione di questo tipo nessuno cerca di diventare leader. E alle persone dotate delle qualità necessarie per la leadership viene chiesto di assumere tale responsabilità. Nessuno viene reso leader soltanto sulla base della fama, del denaro o dei titoli di studio. La leadership viene selezionata secondo i criteri dell’ideale e del carattere.

Ottavo: una vera jamāʿat islamica non usa una persona particolare come mezzo per attirare le persone verso il movimento. Per la jamāʿat costituita con l’obiettivo dell’Iqāmat al-dīn, il vero elemento d’attrazione è l’ideale islamico. La sua caratteristica è attirare le persone verso questo ideale. Il centro e il fondamento dell’organizzazione del Profeta erano la personalità del Profeta. Al di fuori del Profeta, il fondamento di un’organizzazione non dovrebbe essere la personalità di nessun altro. Se un’organizzazione viene costruita attorno a una personalità, dopo la morte di quella persona la sua esistenza non può conservarsi. Se invece l’ideale è il fondamento principale dell’organizzazione, la morte del suo fondatore non ne mette in pericolo l’esistenza.

Esiste in Bangladesh una jamāʿat di questo tipo??

Per coloro che sentono veramente la responsabilità dell’Iqāmat al-dīn, questa domanda è estremamente importante. Occorre riflettere profondamente se, con il pretesto di non riuscire a trovare una jamāʿat completa e attraente sotto ogni aspetto, si possa evitare di svolgere il lavoro dell’Iqāmat al-dīn senza doverne rispondere davanti ad Allah. Come è ingiusto pregare da soli senza unirsi alla preghiera in congregazione perché non si gradisce l’imam della moschea, così è un gravissimo errore condurre una vita senza jamāʿat perché non si trova una jamāʿat ideale.

Se sei qualificato per diventare imam, recandoti regolarmente in moschea e partecipando alla preghiera in congregazione, i fedeli potrebbero rimuovere l’imam incompetente e nominare te come imam. Allora la moschea, avendo trovato un imam qualificato, sarebbe ancora più viva. Allo stesso modo, puoi unirti alla jamāʿat che, rispetto alle altre, preferisci maggiormente per il suo obiettivo dell’Iqāmat al-dīn, e cercare di migliorarla ulteriormente. E se possiedi le capacità per formare tu stesso una jamāʿat, fallo. Tuttavia, bisogna riconoscere che, senza una jamāʿat, è assolutamente impossibile per chiunque adempiere alla responsabilità dell’Iqāmat al-dīn.

A un certo punto anche nella mia mente si presentò in modo molto pressante la domanda: con quale Jamāʿat avrei dovuto svolgere questo lavoro? Ho già detto che amo ancora le due organizzazioni con cui avevo lavorato contemporaneamente. Tuttavia, quando la mia coscienza ritenne un’altra Jamāʿat più adatta all’Iqāmat al-Dīn, da allora ho iniziato a operare proprio in quella Jamāʿat. Questo dipende interamente dalla coscienza di ciascuno. Ognuno deve decidere personalmente su questo punto, sulla base della conoscenza della religione, del senso di responsabilità per l’Iqāmat e dell’Islam. Non tutti potrebbero concordare con me sulla decisione a cui sono giunto. Ma ciascuno ha il dovere di scegliere la Jamāʿat che preferisce valutandola secondo i requisiti necessari per l’Iqāmat al-Dīn.

La responsabilità dell’Iqāmat al-Dīn non è una questione così ordinaria da permettere di entrare improvvisamente e senza capire in una Jamāʿat, senza un adeguato confronto e senza riflettere e valutare. Bisogna scegliere prestando attenzione al fatto che la Jamāʿat in cui si intende entrare disponga di un’attività di daʿwa e di un programma adatti all’Iqāmat al-Dīn, a quanto sia organizzata per formare persone capaci di realizzarlo e a quanto possieda le qualità necessarie a tale scopo. Per quanto Allah mi abbia concesso di conoscenza, intelletto e coscienza, non ho trovato alcuna Jamāʿat migliore della Jamaat-e Islami per l’obiettivo dell’Iqāmat. Cerco, per quanto mi è possibile, di migliorare ulteriormente questa Jamāʿat e di eliminare le carenze e i difetti che vi riscontro. A mio giudizio, infatti, l’unica Jamāʿat esemplare è quella dei Compagni del Profeta. Quando valuto la Jamaat-e Islami prendendo quella Jamāʿat come criterio, vi riscontro molte mancanze e molti difetti. Chiedo l’aiuto di Allah affinché non diventi così meschino da vantarmi della superiorità della Jamaat-e Islami confrontandola con le altre Jamāʿat del Paese. Se questa Jamāʿat vuole assumersi la grande responsabilità dell’Iqāmat al-Dīn, deve considerare esemplare la Jamāʿat dei Compagni e impegnarsi con ogni mezzo possibile per raggiungere quel livello. Non c’è alcun motivo per sentirsi soddisfatti di sé semplicemente confrontandosi con un partito esistente.

Dichiaro con sincero fervore religioso che, se trovassi un’organizzazione ancora migliore della Jamaat-e Islami per stabilire la religione di Allah in questo Paese, riterrei obbligatorio lasciare questa Jamāʿat e unirmi a quella organizzazione. Poiché il mio obiettivo è l’Iqāmat al-Dīn. Credo che sia mio dovere unirsi alla Jamāʿat attraverso la quale vi siano maggiori possibilità e speranze di conseguire questo nobile scopo.

La Jamaat-e Islami e Maulana Maududi

Se sia opportuno unirsi alla Jamaat-e Islami con l’obiettivo dell’Iqāmat al-Dīn è una questione che spetta valutare a chi intende aderire. Il fondatore di questa Jamāʿat fu Maulana Sayyid Abul A’la Maududi. Sebbene egli non sia più tra noi, poiché circolano molte opinioni su di lui, presenterò alcune considerazioni necessarie sul rapporto tra il defunto e l’attuale Jamaat-e Islami:

Primo: Maulana Sayyid Abul A’la Maududi ha insistito per tutta la vita sul fatto che non si debba seguire ciecamente nessuno, eccetto il Messaggero di Allah. Soltanto il Messaggero, essendo guidato dalla rivelazione, è infallibile. Nessun altro è al di sopra dell’errore.

Pertanto, non sono disposto ad accettare alcuna affermazione di Maulana Abul A’la Maududi senza averla verificata alla luce degli insegnamenti del Messaggero. Accetto delle sue opinioni soltanto ciò che mi sembra accettabile alla luce del Corano e della Sunna. Questa è la posizione della Jamaat-e Islami.

Quando nel 1941 fu eletto Amīr della Jamāʿat, egli fece la seguente dichiarazione:

«Infine desidero chiarire una cosa. Per quanto riguarda il fiqh e la scienza del kalām, ho un mio metodo personale. L’ho determinato sulla base delle mie ricerche e dei miei studi personali. Coloro che negli ultimi otto anni hanno letto il “Tarjumān al-Qurʾān” lo sanno bene. Attualmente sono stato nominato amīr di questa Jamāʿat. Perciò devo dichiarare con chiarezza che tutto ciò che ho scritto in passato e tutto ciò che scriverò o dirò in futuro riguardo al fiqh e al kalām non sarà considerato una decisione dell’amīr della Jamāʿat-e Islami, bensì una mia opinione personale. Non desidero imporre il mio giudizio personale su tali questioni agli altri ʿulamāʾ e ricercatori della Jamāʿat; né desidero che, da parte della Jamāʿat, mi vengano imposte restrizioni tali da privarmi, nel campo della conoscenza, della libertà di condurre ricerche e di esprimere le mie opinioni. Ordino ai membri della Jamāʿat (arkān), per amore di Allah, di non presentare davanti ad altri le mie parole riguardanti il fiqh e la scienza del kalām come prove decisive. Allo stesso modo, nessuno deve prendere come prova le mie azioni personali — quelle che, dopo averle esaminate e studiate, ho ritenuto lecite — né deve seguirle senza svolgere proprie ricerche, semplicemente perché le ho compiute io. In questa materia ciascuno gode di piena libertà. Coloro che possiedono conoscenza agiscano secondo le proprie ricerche e indagini; quanto a coloro che non possiedono conoscenza, agiscano secondo le ricerche e le indagini degli studiosi nei quali ripongono fiducia. Inoltre, ciascuno è libero di sostenere un’opinione opposta alla mia su questa materia e di esprimere il proprio punto di vista. Tutti noi possiamo avere opinioni diverse su questioni secondarie e di dettaglio, presentarci reciprocamente argomenti e prove e persino impegnarci in dibattiti, rimanendo tuttavia membri della stessa Jamāʿat — proprio come furono i Compagni, che Allah sia soddisfatto di loro.»

Secondo: nella Jamāʿat-e Islami sono riunite persone che seguono il madhhab hanafita e l’Ahl al-Hadith. In questa Jamāʿat può unirsi chiunque segua uno dei madhhab dell’Ahl al-Sunna wa l-Jamāʿa. La Jamāʿat-e Islami, in quanto Jamāʿat, non obbliga ad aderire al fiqh di un unico madhhab. Coloro che entrano nella Jamāʿat continuano a seguire il proprio madhhab. Mawlānā Mawdūdī seguiva il madhhab hanafita. Tuttavia, nella Jamāʿat vi sono anche persone dell’Ahl al-Hadith.

Terzo: tutti i membri della Jamāʿat hanno piena libertà di ricavare autonomamente le proprie opinioni dai libri di tutti gli autori, antichi e contemporanei, sull’Islam. Nel cercare conoscenza nei tafsīr, negli ḥadīth, nel fiqh e in altre opere antiche e moderne, ciascuno ha il diritto di formarsi liberamente le proprie opinioni. Proprio perché Mawlānā Mawdūdī (che Allah abbia misericordia di lui) attribuiva tanta importanza alla libertà di pensiero, non vi è alcun rischio che lo si segua ciecamente.

Quarto: la Jamāʿat-e Islami non considera Mawlānā Mawdūdī (che Allah abbia misericordia di lui) un imām nel fiqh o nelle dottrine religiose. Accettare il suo ijtihād non è neppure una politica della Jamāʿat. Per la Jamāʿat-e Islami, Mawlānā Mawdūdī (che Allah abbia misericordia di lui) gode di una particolare considerazione per tre ragioni.

(a) Nella nostra epoca, attraverso i suoi scritti, Mawlānā Mawdūdī ha riaffermato il corretto valore della dīn dell’Islam, presentando l’Islam come l’unico sistema di vita completo. Grazie al gran numero di libri da lui scritti, la gente ha imparato a comprendere che era errata l’idea diffusa nella società secondo cui l’Islam sarebbe limitato al solo ambito religioso. È stato lui a spiegare chiaramente agli abitanti del subcontinente che sottomettersi ad Allah e obbedire al Profeta in ogni ambito della vita individuale e sociale è una richiesta dell’Islam. Ha illustrato in modo straordinariamente efficace che il Corano e la Sunna costituiscono l’unica guida completa e corretta per l’intera vita dell’umanità.

(b) Mawlānā Mawdūdī (che Allah abbia misericordia di lui) ha esposto con grande vigore che instaurare concretamente la dīn dell’Islam nella società umana è il principale dovere dei musulmani. Non solo: in questo secolo è stato lui a lanciare, nel subcontinente, l’appello all’instaurazione della dīn e a guidare per primo uno sforzo organizzato contro la falsità. Coloro che hanno risposto e continuano a rispondere a questo appello all’instaurazione della dīn considerano obbligatorio unirsi in una Jamāʿat, proprio perché hanno compreso l’importanza del movimento.

Proprio perché ha lanciato un movimento di questo genere per rendere vittorioso l’Islam, oggi l’Islam si è trasformato in un movimento rivoluzionario in tutto il subcontinente. Persino tra gli ambienti degli studenti e delle persone istruite secondo l’educazione moderna si è diffusa l’eco del risveglio islamico.

(c) Il talento organizzativo dimostrato da Mawlānā Mawdūdī (che Allah abbia misericordia di lui) nell’organizzare i musulmani secondo metodi scientifici è ineguagliato nella nostra epoca. Per trasformare i musulmani in una forza disciplinata, capace di competere nell’epoca moderna con le solide organizzazioni dei seguaci della falsità, egli ha fornito una struttura organizzativa e strategie operative tali che, nonostante la sua scomparsa da questo mondo, non vi è motivo di temere che l’organizzazione si indebolisca sotto alcun aspetto.

La Jamaat-e-Islami non considera Mawlānā Mawdūdī (che Dio abbia misericordia di lui) un superuomo né un essere tale da poter suscitare una devozione cieca. Nonostante in lui si riunissero molte qualità rare, grazie agli sforzi che egli compì per tutta la vita al fine di porre termine agli eccessi della devozione in ambito religioso, la Jamaat non gli ha conferito alcun particolare onore fondato su una devozione esagerata.

Naturalmente, gli ambienti intellettuali del mondo hanno unanimemente riconosciuto Mawlānā Mawdūdī (che Dio abbia misericordia di lui) come il più grande pensatore islamico, scrittore e mujāhid dell’epoca, nonché come la personalità più vigorosa nella resistenza contro la jāhiliyya moderna, ossia contro le ideologie ostili all’Islam. Ciononostante, la Jamaat-e-Islami non ha ritenuto necessario esaltare la personalità del Mawlānā agli occhi della gente per il bene del movimento islamico. Il Mawlānā era talmente consapevole di questa questione che non permise di celebrare il proprio anniversario di nascita. Anche dopo la sua morte, in nessun luogo del subcontinente vengono celebrati né il suo compleanno né l’anniversario della sua morte. Eppure in Bangladesh, India, Pakistan e Sri Lanka la Jamaat-e-Islami esiste apertamente come organizzazione. Tuttavia, in nessuno di questi luoghi la personalità di Mawlānā Mawdūdī (che Dio abbia misericordia di lui) viene messa in risalto.

Analizzando i problemi dell’epoca moderna e le varie soluzioni elaborate dagli uomini, e mostrando chiaramente, alla luce del Corano e degli ḥadīth, gli errori di tali soluzioni, Mawlānā Mawdūdī (che Dio abbia misericordia di lui) ha presentato la soluzione islamica con una competenza tale da rendere più facile, per persone moderne e istruite come noi, comprendere l’Islam. Per questo, nell’epoca moderna è diventato impossibile impegnarsi nel movimento islamico senza la letteratura islamica scritta da Mawlānā Mawdūdī (che Dio abbia misericordia di lui). Pertanto, la Jamaat-e-Islami è costretta a trarre beneficio dai suoi libri. Se lo scopo fosse stato propagandare Mawlānā Mawdūdī (che Dio abbia misericordia di lui), si sarebbero certamente celebrati i suoi anniversari di nascita e di morte.

Il vero leader della Jamaat-e-Islami è proprio quel Profeta dell’intera umanità al quale Mawlānā Mawdūdī (che Dio abbia misericordia di lui) ci ha insegnato ad obbedire come all’unico leader in ogni ambito della vita. Quando Mawlānā Mawdūdī (che Dio abbia misericordia di lui) era amīr della Jamaat, non gli fu mai mostrata una devozione eccessiva. Solo Allah l’Altissimo può conferirgli il suo autentico rango. La Jamaat non si è assunta alcuna responsabilità di accrescerne la reputazione nel mondo.

Quinto: per quasi sette anni ho avuto l’opportunità di incontrare grandi pensatori islamici e illustri ʿulamāʾ del mondo arabo e di molti altri Paesi. Ho trovato che tutti loro erano profondamente devoti a Mawlānā Mawdūdī (che Dio abbia misericordia di lui). Tutti lo hanno riconosciuto come il più grande pensatore islamico dell’epoca. Al di fuori del Pakistan, dell’India e del Bengala, nessuna personalità islamica ha sollevato obiezioni riguardo agli scritti del Mawlānā. Eppure la sua letteratura è stata ampiamente tradotta in arabo e in inglese.

Avendo letto negli scritti di Mawlānā Mawdūdī (che Dio abbia misericordia di lui) la stessa interpretazione dell’Islam esposta dai grandi pensatori islamici del mondo, mi sono convinto che alcuni ʿulamāʾ del nostro Paese che hanno emesso fatwā contro Mawlānā Mawdūdī (che Dio abbia misericordia di lui) probabilmente non abbiano letto attentamente la sua letteratura.

Negli anni Trenta e Quaranta di questo secolo, la vigorosa concezione politica islamica di Mawlānā Mawdūdī, sviluppatasi attorno al movimento per l’India indivisa contrapposto a quello per il Pakistan, era in contrasto con le concezioni politiche di molti grandi ʿulamāʾ. È proprio da parte loro che furono divulgate queste fatwā. Pertanto, sembra che tali fatwā siano state emesse per ragioni politiche. Non si riesce a trovare alcun solido fondamento religioso per queste fatwā.

Le fatwā contro la Jamaat

La Jamaat-e-Islami non spreca tempo litigando con coloro che emettono e diffondono fatwa contro di essa. Le fatwa di questo genere, diffuse da coloro che non combattono contro le forze del falso, che non hanno alcun confronto con la jāhiliyya moderna, che non hanno alcun programma per l’iqāmat al-dīn e che non fanno nulla in modo organizzato per rendere vittorioso l’Islam, non hanno alcuna importanza agli occhi dei musulmani consapevoli. Forse il loro scopo è tenere lontani dalla Jamaat quei pochi che nutrono una cieca devozione verso i propagatori di tali fatwa.

La Jamaat riconosce il loro servizio religioso e non nutre alcuna ostilità nei loro confronti. Nel campo del movimento islamico non li considera avversari. Gli avversari della Jamaat sono i movimenti secolaristi, socialisti e di nazionalismo ristretto. Nell’attuale conflitto nel Paese tra la religione della verità e la religione del falso, quelle fatwa vengono certamente utilizzate a favore del falso. Tuttavia la Jamaat non è turbata dalle fatwa, perché non vuole né fare né dire nulla contro coloro che le emettono. La Jamaat non li considera una forza avversaria. Non ha alcuna lotta con loro.

Dalle affermazioni contenute in queste fatwa risulta che gli emettitori considerano discutibili alcuni passaggi dei libri di Maulana Maududi (raḥimahu Allah) e, poiché egli è il fondatore della Jamaat, ritengono necessario emettere la fatwa anche contro la Jamaat. Come ho già detto, è irragionevole considerare ogni parola di Maulana Maududi (raḥimahu Allah) come una dichiarazione della Jamaat. Se si deve emettere una fatwa, essa dovrebbe essere diretta contro l’autore, non contro la Jamaat.

Non è necessario che tutti siano d’accordo con ogni affermazione contenuta nei libri scritti da Maulana Maududi. Pertanto, se tra gli ʿulamāʾ vi sono persone che individuano errori nei suoi scritti e li criticano sul piano scientifico, sulla base degli argomenti del Corano e degli ḥadīth, anche i membri della Jamaat trarranno beneficio dalla loro conoscenza. Errori di ijtihād possono essere commessi da chiunque. Se studiosi qualificati li mettono in evidenza, sarà un grande servizio al dīn. Naturalmente, si tratta di un compito molto difficile. Se, invece di svolgerlo, si ritiene più facile emettere fatwa, ciò non accresce la dignità di coloro che le emettono. Là dove è in corso la lotta tra la verità e il falso, queste fatwa diventano uno strumento a sostegno del falso.

Se gli emettitori di fatwa istituissero, con l’obiettivo di adempiere alla grande responsabilità dell’iqāmat al-dīn, un’organizzazione religiosa migliore della Jamaat-e-Islami e noi, come operatori, ritenessimo che aderendo all’organizzazione da loro fondata potremmo realizzare meglio l’obiettivo per il quale ci siamo uniti alla Jamaat, non esiteremmo neppure un istante ad abbandonare questa Jamaat e a unirci alla loro. Ma quando coloro che non hanno alcun programma per l’iqāmat al-dīn considerano conclusa la propria responsabilità emettendo fatwa contro la Jamaat, la loro dignità si deteriora persino agli occhi dei loro seguaci consapevoli, dei loro muʿtaqid e dei loro discepoli.

Che Allah conceda loro la capacità di comprendere che l’emissione di queste fatwa non è un autentico servizio all’Islam, ma fa sì che i loro nomi vengano annoverati tra gli oppositori del movimento islamico: oltre a pregare per questo, non c’è altro da dire su persone che, come loro, servono il dīn. Solo nel tribunale dell’Aldilà si vedrà definitivamente chi ha operato a favore della verità e chi è stato di sostegno al falso.

Chiedo agli emettitori di fatwa di esaminare correttamente gli sforzi che la Jamaat-e-Islami sta compiendo per l’iqāmat al-dīn. Li esorto a non spendere nelle attività negative la capacità che Allah ha concesso loro, ma a impiegarla in attività positive a favore dell’Islam. E se, con l’intenzione di correggere la Jamaat-e-Islami, indicassero errori e mancanze di qualsiasi genere, la Jamaat li ringrazierebbe per questo grande servizio. Coloro che cercano di correggere in questo modo, con animo sinceramente sollecito, non parlano il linguaggio delle fatwa.

Fatwa contro Maulana Maududi (raḥimahu Allah)

Maulana Sayyid Abul A‘la Maududi (r.) ha scritto più di cento libri, grandi e piccoli, sull’Islam, tra cui un tafsir del Sacro Corano e una biografia del Messaggero di Allah (s.). I suoi innumerevoli lettori e lettrici sono sparsi nel Paese e all’estero. Non è insolito che negli scritti di chi ha scritto così tanto vi siano errori e imprecisioni. Se coloro che si dedicano allo studio criticano i suoi scritti sulla base di argomentazioni e prove, ciò sarà certamente un beneficio e un servizio per la religione. Anch’io ho tratto grande beneficio dalla lettura degli scritti di alcuni studiosi del subcontinente su questo argomento.

Tuttavia, alcune persone hanno citato vari suoi scritti e ne hanno fornito interpretazioni così distorte che, se un lettore leggesse il libro originale e gli scritti dei critici, sarebbe costretto ad ammettere che la critica non ha alcuna corrispondenza con il messaggio fondamentale dell’autore. Dal linguaggio di alcuni critici traspare addirittura il loro rancore.

Coloro che sono ciecamente ostili e pieni di rancore ricorrono allo strumento della fatwa invece di usare un linguaggio adatto alla correzione; anzi, le parole di alcuni scendono al livello di volgari insulti. Soltanto chi cerca la verità potrà giudicare, se cercherà di leggere il libro originale. Se coloro che non hanno letto il libro originale prendono una decisione basandosi unicamente sullo scritto di un critico, gli sarà certamente fatta un’ingiustizia. Un giudice che emette una sentenza dopo aver ascoltato soltanto la denuncia dell’accusatore, senza raccogliere la deposizione dell’imputato, non può mai essere definito un giudice giusto.

Non accetto una cosa come corretta semplicemente perché l’ha scritta Maulana Maududi. Accetto ciò che egli presenta con prove tratte dal Corano e dalla Sunna solo dopo averlo verificato con la mia ragione e il mio discernimento. Perciò non esito ad accettare le parole di coloro che lo criticano sulla base di prove e argomentazioni. Infatti non considero Maulana Maududi (r.) infallibile. Ma non ritengo degne di considerazione le parole di coloro che parlano con il linguaggio delle fatwa, poiché il loro intento sembra essere quello di sviare la gente, più che correggere gli errori del Maulana.

Alcuni ulema del Bangladesh hanno mosso forti obiezioni al libro di Maulana Maududi (r.) intitolato “Khilafat e Mulukiyyat”. Tra questi, ritengo certamente degno di lettura l’opuscolo “Correzione degli errori”, scritto da Hazrat Maulana Shamsul Haq Faridpuri (r.). Maulana Faridpuri (r.) amava profondamente Maulana Maududi (r.) e nutriva grande affetto anche per me. Poiché frequentavo intimamente Maulana Faridpuri, sapevo che aveva notevoli obiezioni riguardo a “Khilafat e Mulukiyyat”. Non attaccava le intenzioni di Maulana Maududi e non lo considerava un oppositore dei nobili Compagni. Tra gli storici citati da Maulana Maududi (r.) nella stesura di “Khilafat e Mulukiyyat”, Maulana Faridpuri considerava sciiti alcuni; riteneva che l’autore fosse giunto a conclusioni errate proprio per aver accettato le opinioni di storici sciiti.

Dal linguaggio usato da Maulana Faridpuri (r.) nella critica di “Khilafat e Mulukiyyat” si comprende che non nutriva rancore e che scrisse basandosi su una completa sincerità. Ciò è evidente già dal titolo “Correzione degli errori”. Non scrisse con l’intento di sviare il pubblico. Cercò di correggere gli scritti di Maulana Maududi nei punti in cui li riteneva errati. Tuttavia, in alcuni passaggi del libro compaiono parole che non si accordano con il linguaggio dignitoso abituale di Maulana Faridpuri (r.). Solo Allah l’Onnipotente sa se tali parole siano state aggiunte da altri. L’editore del libro vi aggiunse fin dall’inizio dichiarazioni estremamente indecorose di alcuni ulema. Ciò fa sorgere il dubbio che non tutte le affermazioni del libro appartengano a Maulana Faridpuri.

Chiedo a coloro che desiderano essere equi e ricercare la verità di leggere “Khilafat e Mulukiyyat” insieme a “Correzione degli errori”, scritto da Maulana Faridpuri (r.), e di confrontarli. Le risposte a tutte le obiezioni sollevate in “Correzione degli errori” sono state fornite anche nella parte finale del libro originale. Dopo aver letto il libro, basta non accettare quei passaggi nei quali il lettore ritenga che Maulana Maududi (r.) abbia commesso un errore. Non è necessario che ogni parola di un autore sia corretta.

È tuttavia motivo di profonda tristezza che, basandosi su ciò che viene discusso riguardo a Hazrat Mu‘awiya (r.) nel libro “Khilafat e Mulukiyyat”, alcuni critici abbiano cercato di dimostrare che Maulana Maududi (r.) fosse un denigratore e offensore dei nobili Compagni. Dal linguaggio pieno di rancore dei loro scritti sembra che Maulana Maududi abbia scritto il libro proprio con l’intento di suscitare odio verso i Compagni; tuttavia, non so se abbiano letto le lodi entusiastiche e appassionate rivolte ai nobili Compagni, conformemente alla dottrina degli Ahl al-Sunna wa-l-Jama‘a, nel tafsir del Maulana intitolato “Tafhim al-Qur’an” e negli altri suoi libri. L’argomento trattato in “Khilafat e Mulukiyyat” è legato ad alcuni eventi dolorosi della storia islamica; perciò è impossibile per chiunque scriva su questo tema dimostrare contemporaneamente che Hazrat ‘Ali (r.) e Hazrat Mu‘awiya (r.) fossero entrambi dalla parte della giusta politica. Secondo la dottrina degli Ahl al-Sunna wa-l-Jama‘a, Hazrat ‘Ali (r.) appartiene ai Califfi ben guidati. Hazrat Mu‘awiya (r.) non riconobbe il califfato di Hazrat ‘Ali (r.). In queste condizioni, come possono entrambi avere lo stesso rango?

Mawlana Faridpuri (che Allah abbia misericordia di lui) ha cercato di dimostrare che Hazrat Muʿawiya (che Allah abbia misericordia di lui) era un califfo molto più qualificato di Hazrat ʿAli (che Allah sia soddisfatto di lui). Ha sostenuto che tutte le accuse mosse contro Hazrat Muʿawiya (che Allah abbia misericordia di lui) sono completamente false. Nonostante ciò, rimane una grande questione: perché la comunità musulmana non considera Hazrat Muʿawiya (che Allah abbia misericordia di lui) tra i Califfi ben guidati?

Sebbene Hazrat Muʿawiya (che Allah abbia misericordia di lui) fosse un Compagno, Ahl al-Sunna wa al-Jamaʿa non lo considera tra i Califfi ben guidati. Non viene chiamato califfo, bensì Amir Muʿawiya (che Allah abbia misericordia di lui). Ci sarà certamente una ragione. Pur riconoscendo che Hazrat Muʿawiya (che Allah abbia misericordia di lui) rese grandi servizi all’Islam, gli storici hanno dichiarato che, dal punto di vista dei principi e degli ideali del califfato islamico, la sua politica non era corretta. Tutti coloro che hanno cercato di argomentare in favore di Hazrat Muʿawiya (che Allah abbia misericordia di lui) sono stati costretti a dichiarare colpevole il califfo ben guidato Hazrat ʿAli (che Allah abbia misericordia di lui). Pertanto, questa vicenda storica è talmente complessa che è quasi impossibile considerare questi due uomini titolari dello stesso grado.

Pertanto, per l’inevitabile necessità storica, non è opportuno diffondere inutilmente tra la gente comune le opinioni di coloro che discutono questo argomento. Se persone che non sono storici si mettessero a dibatterne, vi sarebbe il rischio che sorgesse una fitna.

Discutendo i principi fondamentali della costituzione islamica, Mawlana Mawdudi (che Allah abbia misericordia di lui) ha indicato il Corano, la Sunna e l’ijmaʿ come fonti della legge. Ijmaʿ significa consenso unanime. Colui che riconosce come hujja, ossia prova della Sharia, il consenso degli eminenti ulema della comunità di Muhammad su una questione, non ha alcun motivo per dubitare che egli consideri l’ijmaʿ dei venerabili Compagni una hujja di livello ancora più elevato.

Nel 1950, alla conferenza dei trentuno grandi ulema di ogni corrente, tenutasi a Karachi sotto la presidenza dell’Allama Sayyid Sulayman Nadwi (che Allah abbia misericordia di lui), furono proclamati i ventidue principi fondamentali dell’ordinamento islamico; Mawlana Mawdudi (che Allah abbia misericordia di lui) vi svolse un ruolo autorevole. Tra i trentuno più eminenti mawlana dell’allora Pakistan, Mawlana Mawdudi (che Allah abbia misericordia di lui) occupava una posizione di rilievo. Coloro che emettono fatwa contro una persona simile danneggiano la propria dignità. Confutare con argomentazioni le affermazioni di Mawlana Mawdudi (che Allah abbia misericordia di lui) è certamente un dovere religioso. Tuttavia, invito tutti gli interessati a considerare se la diffusione di fatwa arrechi davvero qualche beneficio alla religione.

Mi sembra opportuno menzionare qui anche un’altra cosa. Certamente alcuni ulema del Pakistan, dell’India e del Bangladesh hanno espresso commenti sfavorevoli su Mawlana Mawdudi (che Allah abbia misericordia di lui). Ma i più eminenti ulema e pensatori islamici del mondo riconoscono Mawlana Mawdudi (che Allah abbia misericordia di lui) come uno dei più grandi ulema del mondo contemporaneo e come un grande esperto dell’Islam. Il suo tafsir e gli altri suoi libri sono stati tradotti in quaranta lingue del mondo, e la luce dell’Islam raggiunge milioni di persone. Pertanto, alcune persone di questo Paese non potranno soffocare quella luce emettendo fatwa. Credo che, se leggessero attentamente i libri di Mawlana Mawdudi (che Allah abbia misericordia di lui), finirebbero per apprezzarli.

Al servizio degli illustri ulema e mashayekh

Nutro un profondo rispetto per gli illustri ulema e mashayekh. Perché sono loro gli eredi del Profeta. Presso di loro si può acquisire la conoscenza del Corano e della Sunna. Per le persone ignoranti, non esiste alcun modo di imparare la conoscenza e la pratica religiosa se non recandosi al loro servizio. Anche gli istruiti moderni, per ottenere una corretta conoscenza dell’Islam e seguire il Messaggero, non hanno altra scelta che ricorrere all’aiuto degli ulema e dei mashayekh. La conoscenza ampia della religione deve essere acquisita dal Corano e dagli hadith, e io stesso sono testimone del fatto che, senza l’aiuto di coloro che sono esperti in materia, gli istruiti in inglese e i titolari di diplomi universitari non hanno alcuna possibilità.

Non ho avuto la fortuna di studiare in una madrasa qawmi o aliyah per acquisire una conoscenza approfondita del Corano, degli hadith e del fiqh. Quel poco sapere che Allah l’Altissimo mi ha concesso l’ho ricevuto tramite gli ulema e gli shaykh haqqani. Poiché, per particolare insistenza di mio padre, che era un alim, fui costretto a studiare l’arabo come materia principale fino alla laurea, ho cercato di approfondire lo studio dell’Islam con quel poco di lingua araba che ero riuscito ad apprendere. Fin dai tempi della scuola ebbi l’opportunità di leggere in bengalese i libri tradotti di Hazrat Mawlana Ashraf Ali Thanvi (rahimahullah). Nel 1938, quando ero studente dell’ottava classe, fui profondamente attratto dai sermoni ragionati di Hazrat Thanvi (rahimahullah), che ascoltavo in qualità di lettore assiduo della rivista mensile intitolata “Neyamat”. Fu dunque in qualità di traduttore degli scritti di Hazrat Thanvi (rahimahullah) che nacque il mio stretto rapporto con Hazrat Mawlana Shamsul Haq Faridpuri (rahimahullah).

Nel 1950, pochi mesi prima dell’esame di M.A., influenzato dalla Tablighi Jamaat, dopo l’esame partii per tre chilla. Poiché ebbi l’opportunità di svolgere una chilla con Hazrat Mawlana Abdul Aziz, l’amir della Tablighi Jamaat in questo Paese, e poiché, recatomi nell’Hindustan in occasione della chilla della Tablighi, ebbi la compagnia di molti ulema qualificati, ricevetti l’ispirazione a consacrare la mia vita al cammino della religione. Grazie alla tawfiq che Allah l’Altissimo mi concesse di lavorare regolarmente per quattro anni e mezzo nella Tablighi Jamaat, nacque nella mia vita questo jazba: la religione dell’Islam doveva essere l’unica missione, o scopo, della vita del musulmano.

Nel 1952, entrando in rapporto con il Tamaddun Majlis, ebbi l’opportunità di comprendere l’Islam come un movimento rivoluzionario. Iniziai allora a studiare l’Islam anche sotto l’aspetto delle trasformazioni che il Messaggero di Allah (sallallahu alayhi wa sallam) aveva realizzato non solo nel campo religioso, ma anche nella vita sociale, statale ed economica, poiché la sua vita non era limitata al solo ambito religioso. Tramite il Tamaddun Majlis ebbi per la prima volta l’opportunità di leggere in bengalese e in inglese alcuni libri di Mawlana Maududi (rahimahullah).

Per i due anni successivi continuai a lavorare con mente concentrata nella Tablighi Jamaat e nel Tamaddun Majlis. Lavorando contemporaneamente con queste due organizzazioni, ebbi l’opportunità di leggere attentamente i libri di entrambi gli ambienti. Allora sentii che, per gli aspetti religiosi e spirituali dell’Islam, era indispensabile per me restare nella Tablighi Jamaat, mentre mi era impossibile lasciare il Tamaddun Majlis per gli aspetti politici, economici e altri aspetti dell’Islam. Dopo aver accolto con tutto il cuore e l’anima l’Islam come un sistema di vita completo, non trovavo nutrimento per il mio animo assetato nella sola Tablighi Jamaat o nel solo Tamaddun Majlis. Cercai dunque di ottenere un Islam completo attraverso l’integrazione dei due.

A quei tempi, nella moschea Shahi di Lalbagh, si teneva il grande ijtima mensile della Tablighi Jamaat. Anch’io dovevo tenervi dei discorsi. Ascoltando i discorsi sui sei usul che pronunciavo dal pulpito della Tablighi, Hazrat Mawlana Shamsul Haq Faridpuri (rahimahullah) commentava a proposito mio alle persone a lui vicine: «Quest’uomo non può accontentarsi del programma della Tablighi Jamaat». In seguito, dopo che mi unii alla Jamaat-e-Islami, quando andai a fargli visita, disse davanti a molti dei presenti, chiamandoli a testimoni: «Non avevo forse detto che la Tablighi Jamaat non sarebbe riuscita a trattenerlo?». Ascoltandolo, mi resi conto che forse, anche quando tenevo discorsi dal pulpito della Tablighi Jamaat, nelle mie parole si manifestava il tono della rivoluzione islamica del Tamaddun Majlis. Perciò una persona sapiente come lui aveva potuto intuirlo. Il fatto che mi avesse incoraggiato quando entrai nella Jamaat-e-Islami mi rese ancora più certo.

Nel 1968, nell’introduzione del mio libro scritto in inglese, A Guide to Islamic Movement (Guida al movimento islamico), avevo scritto: «Da mio padre avevo compreso l’Islam soltanto come una religione. Attraverso gli scritti di Hazrat Mawlana Thanvi (rahimahullah) e la compagnia di Mawlana Faridpuri (rahimahullah), compresi che l’Islam è una grande missione e che consacrare la propria vita a essa è una richiesta della fede. Entrando nella Jamaat-e-Islami, compresi che l’Islam è un movimento rivoluzionario attraverso il quale il credente deve impegnarsi a stabilire la legge di Allah sulla terra di Allah: questo è il più grande fard della vita del credente. Ora riconosco con gratitudine che Hazrat Thanvi, la Tablighi Jamaat, il Tamaddun Majlis e la Jamaat-e-Islami mi hanno ispirato, in tappe successive, a diventare un vero musulmano. Entrando nella Jamaat-e-Islami, ebbi l’opportunità di conoscere in dettaglio la forma completa dell’Islam.»

Al di fuori della Jamaat-e-Islami avevo rapporti con alcuni grandi ulema, dai quali ricevetti molta luce riguardo ai diversi aspetti della religione. Poiché mi volevano bene, mi davano l’opportunità di trarre da loro un grande beneficio anche in breve tempo. Tramite Hazrat Mawlana Shamsul Haq Faridpuri (rahimahullah) ebbi la fortuna di avvicinarmi a un grande sapiente come Hazrat Mawlana Nur Muhammad Azmi (rahimahullah). In Bangladesh non ho trovato persone di mentalità tanto ampia quanto questi due, per il rispetto verso ogni forma di servizio religioso e verso tutte le organizzazioni religiose, nonché per l’atteggiamento liberale nei confronti di tutti. Sebbene non abbia avuto con gli altri la stessa opportunità di frequentarli strettamente per tanto tempo quanto ebbi con questi due, da loro appresi molti insegnamenti preziosi sugli altri. Tra questi, sono particolarmente degni di nota:

Hazrat Mawlana Sayyid Mahmud Mustafa al-Madani, martire (rahimahullah)

Hazrat Maulana Muhammad Akram Khan (che Allah abbia misericordia di lui)

Hazrat Maulana Abdullāhil Kāfī al-Qurayshī (che Allah abbia misericordia di lui)

Hazrat Maulana Atāhar ʿAlī (che Allah abbia misericordia di lui)

Hazrat Maulana Muftī Dīnī Muhammad Khan (che Allah abbia misericordia di lui)

Hazrat Maulana Muftī Sayyid Amīmul Ihsān (che Allah abbia misericordia di lui)

Ho avuto la fortuna di entrare in stretto contatto con numerosi ʿulamāʾ del Pakistan, dell’Hindustan e del Bangladesh appartenenti alla Jamāʿat-e Islami. I libri di questi studiosi, così come quelli di molti pensatori islamici al di fuori della Jamāʿat, sono stati il viatico della mia vita religiosa.

Con questa discussione desidero mettere in evidenza proprio questo: per innumerevoli persone moderne e istruite come noi, se si vuole apprendere la conoscenza e la pratica dell’Islam, non vi è altra via se non ricorrere all’aiuto degli ʿulamāʾ e degli shaykh. Per grazia di Allah, oggi, nelle scuole, nei college e nelle università, persino gli studenti sono stati attratti verso l’Islam dai libri di Maulana Mawdūdī (che Allah abbia misericordia di lui) e di altri nobili ʿulamāʾ. In quel sistema educativo si stanno formando persone con menti, cervelli e caratteri contrari alla conoscenza e alla pratica islamiche; mentre la letteratura islamica che ha suscitato un risveglio tanto incoraggiante è stata scritta proprio dagli ʿulamāʾ.

Non vi è dubbio che la maggior parte dei libri ai quali gli studenti e gli altri membri della Movimento islamico ricorrono per conoscere i diversi aspetti dell’ordinamento di vita islamico e per comprendere il Sacro Corano alla luce del Movimento islamico del Messaggero sia stata scritta da Maulana Mawdūdī (che Allah abbia misericordia di lui). Essi acquisiscono una conoscenza considerevole anche dai libri, scritti sulla base del Corano e degli hadith, disponibili in bengalese e opera di altri ʿulamāʾ del passato e del presente. Tuttavia, poiché non è possibile procedere facendo a meno degli scritti di Maulana Mawdūdī (che Allah abbia misericordia di lui), tutti sono costretti a leggere i suoi libri. Se qualcun altro disponesse di un’ampia letteratura islamica e i suoi scritti riuscissero a costruire un solido movimento contro le opinioni e le vie contrarie all’Islam, molti moderni e istruiti come noi avrebbero potuto avanzare su questa strada anche senza la letteratura di Maulana Mawdūdī (che Allah abbia misericordia di lui).

O nobili ulema e shaykh, potete forse indicare il nome di qualche altra persona i cui scritti possano impartirci un’istruzione dettagliata, in una lingua adatta ai tempi odierni, sull’ordinamento islamico della vita? In una situazione simile, quando un alim emette una fatwa contro il Maulana Mawdudi (rahimahu Allah), quale opinione possono formarsi su di lui i membri istruiti del movimento islamico? Quando una persona religiosa dice: «Non approvo l’Islam di Mawdudi», sorge naturalmente nella mente dei militanti la domanda: il tentativo compiuto da Mawdudi (rahimahu Allah) di comprendere l’Islam è chiaramente visibile nei suoi scritti. Ma nessuno ha avuto l’opportunità di sapere se colui che pronuncia queste parole abbia offerto una buona interpretazione dell’Islam. Può dunque una simile dichiarazione suscitare un’opinione favorevole su di lui nella mente delle migliaia di militanti presenti sul campo? Se avesse potuto presentare l’Islam autentico e dimostrare di essere capace di proteggersi dal «falso Islam di Mawdudi», coloro che lottano contro il falso in difesa dell’Islam lo avrebbero scelto come guida e non avrebbero ritenuto necessario leggere i libri del Maulana Mawdudi (rahimahu Allah).

Con la massima umiltà mi rivolgo a tutti i veritieri ulema e shaykh, chiedendovi benevolmente di dedicare un po’ di tempo e di impegno alla lettura dei libri del Maulana Mawdudi (rahimahu Allah): il tafsir in sei volumi intitolato «Tafhim al-Qur’an» e l’opera in sette volumi che risponde alle innumerevoli domande degli uomini di quest’epoca, intitolata «Rasa’il wa Masa’il». Non prendete una decisione semplicemente ascoltando il giudizio altrui; esaminate personalmente e poi giudicate. Si tratta di una grande responsabilità. Tutti noi dovremo rendere conto davanti ad Allah.

Oggi, in Bangladesh, quante grandi fitna hanno rialzato la testa contro l’Islam! Il secolarismo, il nazionalismo fondato sulla lingua, il socialismo e altre forze, dotati di enorme potere, sono impegnati nel complotto per sradicare l’ideale islamico da questo Paese. Tutti gli abitanti del Paese possono vedere chi, sul campo reale, sta lavorando in difesa dell’Islam e in quale misura per affrontare queste fitna. Tutti vedono chi le forze contrarie all’Islam considerano i veri nemici. Coloro che, nelle università e nei college e sul campo in generale, si stanno dedicando al movimento islamico e contro i quali secolaristi e socialisti si sono coalizzati non hanno forse diritto al vostro aiuto, alla vostra solidarietà e al vostro sostegno?

In questa situazione, coloro che, invece di intraprendere un’azione contro i nemici dell’Islam, emettono fatwa contro il movimento islamico definendolo «la fitna di Mawdudi»: il loro operato non va forse indirettamente a vantaggio dei nemici dell’Islam? Se si ha una sincera sollecitudine per l’Islam, è naturale aiutare i militanti islamici impegnati sul campo. Se qualcuno ritiene che alcune affermazioni contenute nei libri del Maulana Mawdudi (rahimahu Allah) non siano conformi al Corano e agli hadith, ne mostri gli errori con argomentazioni. Indicare gli errori in questo modo costituirebbe un grande servizio all’Islam, e i militanti del movimento islamico resteranno riconoscenti a simili ulema e shaykh. Ma se, senza assumersi questa fatica, si cerca di adempiere al proprio dovere limitandosi a emettere una fatwa, come potranno coloro che emettono fatwa ottenere un posto d’onore presso le persone consapevoli?

Rivolgo un accorato appello agli ulema e agli shaykh affinché riflettano e ponderino attentamente una questione. Avrete certamente osservato come, nella mia amata patria, il Bangladesh, i partiti secolaristi, filo-indiani e socialisti stiano cercando di impadronirsi del potere con il sostegno straniero. Anche tra gli studenti esistono numerose organizzazioni di questi partiti. Non ignorate la lotta che la Jamaat-e-Islami, sul più ampio campo, e l’Islami Chhatra Shibir, nell’ambiente studentesco, stanno conducendo contro queste forze ostili all’Islam. Considerate voi stessi quale dovrebbe essere il dovere di coloro che amano l’Islam. In questa situazione, non è forse un dovere religioso prestare aiuto e collaborazione alla Jamaat-e-Islami? Se, per il mancato adempimento di questo dovere, le forze contrarie all’Islam dovessero trionfare, avete ancora tempo per riflettere se vi resterà la possibilità di continuare il vostro attuale servizio religioso.

Infine desidero chiedere che ci aiutiate a individuare, tra i libri scritti dal Maulana Mawdudi (rahimahu Allah), ogni affermazione eventualmente contraria all’Ahl al-Sunna wa al-Jama‘a. Noi crediamo di appartenere all’Ahl al-Sunna wa al-Jama‘a; pertanto, se nei suoi libri vi fossero errori sotto questo aspetto, non li accetteremmo in alcun modo. Desidero inoltre richiamare l’attenzione di tutti su un punto. Alcuni presentano talvolta un’affermazione del Maulana Mawdudi (rahimahu Allah) separandola dal contesto dell’opera originale, senza considerare il siاق e il sibaq, in modo tale da creare confusione. Perciò non è prudente giungere a una conclusione basandosi soltanto su un’affermazione isolata, senza consultare l’opera originale.

Ho ampi rapporti con innumerevoli persone istruite secondo l’istruzione moderna. La maggior parte di loro non possiede una buona conoscenza degli ulema. Discuto con loro e spiego che la conoscenza della religione deve essere acquisita dagli ulema. Se non li si rispetta, da dove si potrà ottenere la conoscenza della religione? Affinché gli ulema siano considerati degni di rispetto dalle persone istruite moderne, devono indicare gli errori del Maulana Mawdudi (rahimahu Allah) con l’intento di correggere, invece di criticarlo nel linguaggio delle fatwa. Le persone istruite desiderose di conoscere l’Islam trovano nei libri di Mawdudi il loro principale punto di riferimento. Se, a causa delle fatwa, nei loro cuori si genera disprezzo verso gli ulema e gli shaykh, ciò arrecherà un grave danno alla religione. Ma se indicherete i suoi errori con parole colme di benevolenza, il loro rispetto per voi aumenterà ulteriormente.

— Fine —