Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo

Introduzione

Lode ad Allah. Viene pubblicato «Racconti della vita dei Compagni del Messaggero (terzo volume)». Desideravo pubblicarlo prima, ma non è stato possibile. Per varie ragioni si è verificato un ritardo. In questo volume sono narrate le vite di venti Compagni ansar. Come nei due volumi precedenti, anche qui ho cercato di presentare in poche parole l’identità e le opere di questi nobili Compagni. Fin dall’inizio il nostro impegno nei confronti dei lettori è stato quello di presentare in poche parole l’identità dei nobili Compagni, che Allah sia compiaciuto di loro. Abbiamo cercato di mantenerlo. Tuttavia, nessuna delle cose qui esposte è farina del nostro sacco. Tutto è stato tratto da fonti affidabili.

Dopo che «Racconti della vita (primo e secondo volume)» è giunto nelle mani dei lettori, molti ci hanno sollecitato a scrivere in modo un po’ più dettagliato. Persone diverse hanno dato consigli diversi. Ma non è stato possibile accogliere il consiglio di nessuno. Riteniamo che saranno altri a esaudire il loro desiderio. C’è molto da scrivere sulle opere dei nobili Compagni.

Sono grato a coloro che, in vari modi, hanno contribuito a permettermi di proseguire questa linea della mia opera. Desidero esprimere una particolare gratitudine al professor A. K. M. Nazir Ahmad, direttore del Bangladesh Islamic Centre, che mi consiglia e mi aiuta costantemente nel lavoro di scrittura. Prego che Allah l’Altissimo gli conceda la migliore ricompensa.

Infine, riconosco umilmente che, se in questo libro vi fossero errori e incongruenze, oppure se in qualche punto fosse apparso anche il minimo segno di mancanza di rispetto nei confronti dei nobili Compagni, tutto ciò sarebbe dovuto esclusivamente a una mia deficienza. Chiedo ai benevoli lettori di segnalarmeli.

Che Allah l’Onnipotente accetti questo mio modesto sforzo come il minimo servizio alla religione. Amin.

1 settembre 1993

13 Rabīʿ al-awwal 1414

Muhammad Abd al-Mabud

Professore associato,

Dipartimento di arabo,
Università di Dacca,
Dacca-1000.

Presentazione degli Ansar di Medina

La parola araba «al-Ansar» è un plurale. Al singolare, «nasir» significa: aiutante. Dopo l’Egira del Messaggero di Allah, s.a.w., dalla Mecca a Medina, i musulmani del luogo che gli diedero il benvenuto e lo aiutarono furono chiamati «Ansar». In realtà erano gli abitanti delle tribù Aws e Khazraj di Medina.

Gli abitanti dell’Arabia antica sono generalmente divisi in tre gruppi principali: 1. al-ʿArab al-Ba’ida, 2. al-ʿArab al-ʿAriba, 3. al-ʿArab al-Mustaʿriba. Dopo il diluvio di Noè, a.s., le tribù che stabilirono il proprio dominio in Arabia e poi scomparvero furono chiamate «Ba’ida». Tra esse vi erano i popoli di ʿAd, Thamud, Amalika, Tasm e Jadis. Le altre tribù contemporanee dei Ba’ida, che in seguito ottennero il dominio dell’Arabia, furono chiamate «ʿAriba». Qahtan, Saba, Himyar, Ma’in e altri erano loro rami. Sono invece chiamati «Mustaʿriba» quei gruppi che discendevano dal profeta Ismaele, a.s., e che abitavano principalmente nelle regioni settentrionali dell’Arabia.

Secondo l’opinione comunemente diffusa riguardo agli Ansar di Medina, essi discendevano dagli al-ʿArab al-ʿAriba. Per questo motivo i genealogisti arabi fanno risalire la loro genealogia fino a Qahtan ibn ʿAbir, erede degli al-ʿArab al-ʿAriba. Tuttavia, a partire da Qahtan, i genealogisti si divisero in due gruppi. Un gruppo afferma che Qahtan fu il fondatore di una stirpe completamente distinta. L’altro gruppo, invece, non lo considera il capostipite di un ramo separato, ma ritiene che Qahtan fosse figlio di Nabith ibn Ismaele. Al-Kalbi e alcuni abitanti dello Yemen sostenevano questa opinione. Essi consideravano Ismaele, a.s., il progenitore di tutta l’Arabia. (Sira di Ibn Hisham, 1/7) Al-Masʿudi, tuttavia, afferma che non è corretto dire che gli abitanti dello Yemen considerassero Qahtan figlio di Nabith. Secondo lui, essi ritenevano piuttosto che Qahtan fosse figlio di ʿAbir. (Kitab al-Tanbih wa-l-Ishraf, 81)

Comunque sia, Qahtan fu il fondatore di una stirpe distinta e di un regno distinto. I suoi discendenti rimasero al potere nello Yemen per molti secoli.

Gli storici arabi considerano gli Ansar discendenti di Qahtan. Per questo fanno iniziare la storia degli Ansar dall’epoca di Qahtan. In questa stirpe vi era un uomo chiamato ʿAbdi Shams, il cui titolo era «Saba». Egli è ritenuto il fondatore del regno di Saba nello Yemen. Aveva due figli, chiamati Himyar e Kahlan. Prima di morire, convocò i due figli, i membri della famiglia reale e gli alti funzionari del regno e lasciò loro questa disposizione: «Date a mio figlio maggiore Himyar la parte destra del regno e al figlio minore Kahlan la parte sinistra». Poiché per la mano destra erano necessari la spada, la frusta e la penna, mentre per la mano sinistra erano necessari le redini, lo scudo e altri oggetti simili, tutti decisero che Himyar sarebbe diventato re e che Kahlan avrebbe assunto la responsabilità della difesa del regno. Così Himyar divenne re. In seguito, i suoi discendenti occuparono il trono di generazione in generazione, mentre i discendenti di Kahlan continuarono ad assumere la responsabilità della difesa del regno.

Durante il regno di al-Harith al-Ra’ish, ʿAmr al-Muzayqiya continuava a svolgere questa stessa funzione. La moglie di ʿAmr, Turaifa bint Jabr, era una «kahina», cioè una veggente. Una notte sognò che una nube densa e nera aveva avvolto tutto lo Yemen. Lampi e tuoni terribili facevano tremare ogni cosa. Ovunque cadevano i fulmini, il luogo si trasformava in una rovina. Si svegliò impaurita e, dopo aver raccontato il sogno ad ʿAmr, disse: «Ora non c’è più alcuna via d’uscita». ʿAmr le domandò: «Che cosa dobbiamo fare adesso?». Ella rispose: «Dobbiamo lasciare molto presto lo Yemen e trasferirci altrove».

ʿAmr possedeva grandi ricchezze, bestiame e altri beni. Non poteva partire improvvisamente per un altro luogo quando voleva. Inoltre, che cosa avrebbe potuto dire alla gente? Per questo escogitò un piano. Disse al figlio maggiore, Thaʿlaba: «Davanti alla gente ti ordinerò di fare qualcosa e tu fingerai di non obbedire. Quando ti rimprovererò, dammi uno schiaffo sulla guancia». Gli disse di nuovo: «Davanti alla gente ti ordinerò di fare qualcosa e tu fingerai di non obbedire. Quando ti rimprovererò, dammi uno schiaffo sulla guancia». Thaʿlaba disse: «Come potrei mai fare una cosa simile?». ʿAmr rispose: «Il bene sta proprio in questo».

Secondo il piano, ʿAmr invitò a un banchetto i personaggi più importanti. Quando furono tutti presenti, ordinò a Thaʿlaba di fare qualcosa, ma questi rifiutò di obbedire. Nel momento in cui ʿAmr alzò la mano per colpirlo, Thaʿlaba diede un forte schiaffo sulla guancia del padre. ʿAmr esclamò: «Che umiliazione!». Il fratello di Thaʿlaba si alzò per colpirlo. ʿAmr lo fermò e disse: «Lasciatelo stare. Venderò i miei beni e me ne andrò altrove. Per questa sua insolenza non gli darò nemmeno un quattrino».

In questo modo ʿAmr vendette i suoi beni a un prezzo elevato e lasciò lo Yemen con la propria famiglia. In seguito, la diga di ʿArim crollò e tutto lo Yemen fu sommerso e trasformato in una rovina.

Uscito da Ma’rib, ʿAmr trovò dapprima rifugio ad ʿAqqa e ordinò ai suoi tre figli — Harith, Malik e Haritha — di proseguire il cammino. Prima che essi tornassero, ʿAmr morì e gli succedette il figlio maggiore, Thaʿlabat al-ʿAnqa. In seguito abbandonarono anche ʿAqqa e si dispersero nelle diverse regioni dell’Arabia. Così i Khuzaʿa si stabilirono alla Mecca, nell’Higiaz, i Ghassan nello Sham, e gli Aws e i Khazraj a Yathrib, cioè Medina. In questo modo ebbe termine il «primo regno di Saba», o Saba al-Ula. Da allora si diffuse il proverbio arabo «tafarraqu ayadi Saba», cioè «si sono dispersi come le mani di Saba».

Alcuni hanno espresso l’opinione che si tratti di una storia inventata.

Altri, invece, hanno considerato gli Ansar discendenti di Nabith. Essi ritengono che la storia degli Ansar abbia avuto inizio all’epoca di Nabith. In tal caso, gli Ansar apparterrebbero agli al-ʿArab al-Mustaʿriba.

In arabo il suo nome è Nabith, in ebraico Nayabuth. Nella Torah egli è menzionato tra i figli di Ismaele, a.s. È indicato come il figlio maggiore di Ismaele, a.s. Gli storici arabi hanno fornito su di lui informazioni molto concise. Al-Tabari ha scritto: «Allah fece prosperare la discendenza degli Arabi attraverso Nabith e Qaydar». (Tabari, 1/352) Ibn Hisham scrive nella sua Sira: «Dopo Ismaele, a.s., la responsabilità della custodia della Kaʿba passò a suo figlio Nabith». (Sira di Ibn Hisham, 1/63) Da questa narrazione si comprende che Nabith abitava alla Mecca e che ricevette la responsabilità della custodia della Kaʿba costruita da Abramo e Ismaele, a.s. Non si sa altro sul suo conto.

La Mecca era una terra arida e montuosa. Per questo, dopo la morte di Nabith, i suoi figli e i figli dei suoi fratelli si stabilirono in diverse regioni dell’Arabia. I discendenti di Nabith fondarono insediamenti nella parte nord-occidentale dell’Arabia. I discendenti di Qaydar, tuttavia, rimasero ancora alla Mecca. In seguito, quando Mudad ibn Hami si impadronì del dominio della Mecca, essi lasciarono la città e si stabilirono in regioni come Kazima, Ghumar, Jiqanda e Shaʿshamim.

Come già ricordato, i discendenti di Nabith si erano stabiliti nella regione settentrionale dell’Higiaz. Qui, quattrocento anni prima della nascita di Gesù, a.s., fondarono un regno chiamato «Anbat». Nel II secolo a.C., questo impero nabateo divenne molto potente e sradicò l’impero di Saba dall’Arabia settentrionale. Nel 62 a.C. Harith salì al trono. Fu il sovrano più potente di questo impero. In breve, questi Nabatei governarono con grande potere fino alla prima parte del II secolo d.C.

Esiste un altro ramo dei discendenti di questi Anbat. In un’epoca sconosciuta si stabilirono nello Yemen. Erano la tribù degli Azd, o Asad. Discendevano da Nabith ibn Malik. Probabilmente giunsero nello Yemen al tempo dell’insediamento degli Ismaeliti in quella regione, o poco dopo. Abitavano a Ma’rib. Con il passare del tempo, quando la loro popolazione aumentò, furono costretti ad abbandonare Ma’rib a causa della povertà e di altre difficoltà. Quando lasciarono Ma’rib, il loro capo era ʿAmr ibn ʿAmir, noto nella storia con il nome di «Muzayqiya». Egli fu in realtà il progenitore dell’intera comunità degli Ansar e dei Ghassanidi. La storia degli Ansar è conosciuta con chiarezza a partire dalla sua epoca.

In un primo momento, ʿAmr lasciò Ma’rib insieme a Malik ibn Yaman e alla tribù degli Azd. I suoi discendenti continuarono a vivere per molti secoli in diverse regioni dell’Arabia. A un certo punto della storia, i discendenti di questo ʿAmr si stabilirono a Yathrib e nei suoi dintorni. Essi furono gli antenati delle famose tribù medinesi degli Aws e dei Khazraj.

Per quanto possano essere diffuse molte opinioni sulla storia antica degli Ansar, in realtà tutte le tribù degli Ansar di Medina derivano da due uomini chiamati Aws e Khazraj. Il loro padre si chiamava Haritha e la madre Kayla bint ʿAmr ibn Jafna. Avevano anche un altro fratello, chiamato ʿAdi, i cui discendenti erano anch’essi presenti a Medina. Non si sa molto riguardo a Khazraj. Di Aws, invece, si sa che era un khatib, cioè un oratore, e uno shaʿir, cioè un poeta. Sono state conservate alcune parole sagge attribuitegli. I discendenti di Aws, Khazraj e ʿAdi aumentarono a Yathrib e si divisero in diverse sotto-tribù, come segue:

ʿAdi: non esiste una tribù distinta che porti il suo nome. Secondo molti, i suoi figli si unirono agli Aws e ai Khazraj e divennero un tutt’uno con loro. In Arabia, infatti, i nipoti paterni diventano spesso noti come figli dello zio paterno grazie alla sua fama. (Usud al-Ghaba, 5/204)

Aws: aveva un figlio chiamato Malik. Malik aveva cinque figli, ciascuno dei quali fu il capostipite di un ramo tribale distinto: ʿAmr ibn Malik, ʿAwf ibn Malik, Murra ibn Malik, Imra’ al-Qays ibn Malik e Jasham ibn Malik.

Khazraj: Khazraj aveva cinque figli: ʿAmr, ʿAwf, Jasham, Kaʿb e Harith. Tutti i rami dei Banu Najjar, la tribù materna di ʿAbd al-Muttalib, nonno del Messaggero di Allah, s.a.w., discendevano da ʿAmr ibn Khazraj.

Gli Ebrei si erano stabiliti a Medina già prima dell’arrivo degli antenati degli Ansar. Secondo alcuni, giunsero in Arabia ai tempi di Salomone, a.s.; secondo altri, dopo la distruzione di Bayt al-Maqdis da parte di Nabucodonosor. Si impadronirono quindi di Yathrib e delle regioni circostanti. In seguito, gli antenati di Aws e Khazraj arrivarono, costruirono fortezze e abitazioni e si stabilirono nella regione. Conclusero un patto di sicurezza con gli Ebrei; tuttavia, quando la loro popolazione aumentò, gli Ebrei cominciarono a temerli, e in seguito questa paura si trasformò in ostilità.

In un primo momento, gli appartenenti alle tribù Aws e Khazraj vivevano nella stessa zona di Yathrib. Quando in seguito il potere degli Ebrei si indebolì in una certa misura, essi si diffusero in tutte le zone pianeggianti e collinari della regione e fondarono insediamenti separati.

Le due tribù di Aws e Khazraj vissero a lungo in armonia l’una con l’altra. A un certo punto, però, nacque tra loro l’ostilità e furono coinvolte in una serie di guerre terribili. Se non fosse apparso l’Islam, forse sarebbero scomparse dalla faccia della terra. L’autore del libro Khulasat al-Wafa dice: «In seguito tra loro furono combattute così tante guerre che non si è mai sentito parlare di guerre più numerose e più lunghe tra nessun altro popolo». Esse iniziarono con la battaglia di Samir e terminarono con la battaglia di Buʿath. La battaglia di Buʿath ebbe luogo cinque anni prima dell’Egira del Messaggero di Allah, s.a.w., a Medina. Non esiste alcun calcolo del numero di guerre combattute tra queste due battaglie. La storia ha tramandato soltanto i nomi delle guerre più importanti. (Al-Kamil fi al-Tarikh, 1/503)

Le antiche credenze religiose degli Ansar

Se gli Ansar erano discendenti di Nabīt ibn Ismāʿīl, in origine anche la loro fede religiosa era quella di Ismāʿīl, pace su di lui, e dei suoi figli. In seguito, quando ʿAmr ibn Luḥayy introdusse l’idolatria in Arabia, anch’essi, come gli altri Ismaeliti, cominciarono ad adorare gli idoli. Non si trovano molte informazioni sulle credenze religiose degli antenati degli Ansar durante il loro soggiorno nello Yemen. Tuttavia, dopo il loro insediamento a Yathrib, si può conoscere abbastanza sommariamente la loro situazione. Al-Najjār fu il quarto discendente dell’antenato della stirpe dei Khazraj. Egli fu l’antenato dei Banū al-Najjār. Nella storia, il suo vero nome è riportato come «Taym al-Lāt» (al-Ṭabarī, 1/1085), ma in seguito fu cambiato in «Taym Allāh». Ibn Hishām menziona questo nome nella sua Sīra. È probabile che il cambiamento sia avvenuto dopo la conversione degli Ansar all’Islam. Vi sono anche altri esempi di simili cambiamenti. I «Banū Samma» dell’epoca jāhilī assunsero, nell’epoca islamica, il nome di «Banū Sumayya». Fu lo stesso Messaggero, pace e benedizioni su di lui, a dare loro questo nome (Usd al-ghāba, 5/179). Come accadde per le tribù, cambiò anche il nome di molte persone.

Comunque, il nome «Taym al-Lāt» lascia intendere che tra gli Ansar si adorasse la dea «al-Lāt». Alcune tribù degli Ansar si identificavano come «Aws Allāh». È possibile che in precedenza si chiamassero «Aws al-Lāt». Gli storici arabi hanno indicato «Manāt» come la dea degli Ansar. Questa «Manāt» era la dea dei Nabatei. È menzionata nella sūra «al-Najm» del Corano. Nel Muʿjam al-buldān si afferma che la più antica dea dei discendenti di Ismāʿīl era «Manāt» (8/167). In seguito iniziò l’adorazione di «al-Lāt» (7/310). Anche gli appartenenti alle tribù degli Aws, dei Khazraj e dei Ghassān adoravano Manāt (al-Ṭabaqāt, 1/106). Inoltre, anche altre tribù arabe, come gli Hudhayl, i Khuzāʿa, gli Azd Shanūʾa e i Banū Kaʿb, la adoravano.

Non è corretto dire che gli abitanti di Yathrib adorassero soltanto al-Lāt e Manāt, o che nessun’altra tribù araba adorasse queste due dee. Al contrario, proprio come gli abitanti di Yathrib adoravano, oltre a al-Lāt e Manāt, molti altri idoli e divinità grandi e piccoli, anche le altre tribù arabe adoravano al-Lāt e Manāt.

Lo storico al-Ṭabarī, trattando dell’emigrazione del Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, riferisce un episodio. Una volta ʿAlī, che Dio si compiaccia di lui, dovette soggiornare per alcune notti nella casa di una donna musulmana a Qubā, presso Medina. In quel periodo, ogni notte egli sentiva il rumore della porta che si apriva. La donna apriva la porta e portava dentro alcune cose dall’esterno. Era vedova. Un giorno ʿAlī, che Dio si compiaccia di lui, le chiese: «Perché ogni notte apri la porta in questo modo?». Ella rispose: «Sono una donna orfana. Per questo, durante la notte, Sahl ibn Ḥunays rompe gli idoli della sua tribù e, di nascosto, mi porta il loro legno affinché io lo usi come combustibile». (al-Ṭabarī, 3/1244). Ciò mostra che nelle case degli abitanti di Yathrib vi erano numerosi idoli di legno.

ʿAmr ibn Jamūḥ era una persona molto rispettata dei Banū Sulayma. Dopo che Muʿādh ibn Jabal, che Dio si compiaccia di lui, divenne musulmano, durante la notte portava fuori dalla casa e abbandonava lontano l’idolo di legno chiamato «Manāt di ʿAmr». ʿAmr, a sua volta, lo ritrovava e lo riportava indietro. Allo stesso modo, nelle case delle persone eminenti vi erano idoli personali. Inoltre, quasi ogni tribù possedeva un tempio per il culto degli idoli. Yāqūt al-Ḥamawī ha detto: «Nessuna tribù venerava la dea Manāt con un rispetto tanto grande quanto le due tribù degli Aws e dei Khazraj» (Muʿjam al-buldān, 8/168).

Nelle tribù degli Aws e dei Khazraj vi erano alcune persone che non adoravano gli idoli. Credevano nell’unico Dio. Molti di loro erano stati influenzati dagli ebrei di Medina e di Khaybar. Altri seguivano la religione ḥanīfita. A proposito delle credenze religiose degli Ansar, Ibn Hishām ha detto: «Gli Aws e i Khazraj erano politeisti. Adoravano gli idoli. Non conoscevano nulla del Paradiso, dell’Inferno, della Risurrezione, del raduno, della resurrezione dei morti, del Libro, del lecito e dell’illecito» (Sīra, 1/304). Questa era la situazione generale.

L’inizio dell’Islam tra gli Ansar

Nell’epoca jāhilī, gli Anṣār erano in contatto con la Mecca: vi si recavano in occasione del ḥajj, della ʿumrah, degli scambi commerciali e per altri motivi. A causa delle guerre intestine e dell’ostilità degli ebrei, vi si recavano sperando di ottenere il sostegno e l’aiuto dei meccani. Inoltre, per diverse ragioni, gli appartenenti alle tribù di Aws e Khazraj avevano stretti rapporti con gli abitanti della Mecca. Tra gli abitanti della Mecca e quelli di Medina esistevano anche legami di parentela e patti di alleanza.

È riportato che Suwayd ibn Ṣāmit fu il primo tra gli abitanti di Medina a ricevere l’invito all’Islam dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e ad avere la fortuna di ascoltare il Sacro Corano dalla sua bocca. Era un uomo stimato della tribù medinese di ʿAmr ibn ʿAwf. Già in quell’epoca jāhilī aveva ricevuto dagli arabi il titolo di “Kāmil”. Quando si recò alla Mecca, incontrò il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Dopo aver ascoltato da lui l’invito all’Islam, disse: «Ciò che possiedi è quasi uguale a ciò che possiedo io». Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) domandò: «Che cosa possiedi?». Egli rispose: «La Ṣaḥīfah di Luqmān». Quando il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) espresse il desiderio di ascoltarne qualcosa, egli gliene recitò una parte. Il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui), mostrando il proprio compiacimento, disse: «Presso di me vi è qualcosa di migliore di questa: il Corano». Egli rimase affascinato ascoltando il Corano. Secondo Ibn Hishām, il risultato fu che «non rimase lontano dall’Islam». Quando tornò a Medina, fu ucciso dai Khazrajiti. Gli appartenenti alla tribù di ʿAmr ibn ʿAwf ritengono che sia morto da musulmano. Questo avvenne prima della battaglia di Buʿāth. (Cfr. Sīrat Ibn Hishām, 1/16.)

In seguito, Abū al-Maysar Anas ibn Rāfiʿ giunse alla Mecca insieme ad alcuni uomini della tribù di ʿAbd al-Ashhal. Il loro scopo era stipulare un patto di alleanza con i Quraysh. In quel gruppo vi era anche Iyās ibn Muʿādh. Quando il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) seppe della loro presenza alla Mecca, li incontrò e li invitò all’Islam. Iyās era giovane. Dopo aver ascoltato il Corano dalla bocca del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), disse ai suoi compagni: «Quello per cui siete venuti è meno importante di questo». Tornato a Medina, morì. Grazie a quella breve compagnia del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui), aveva compreso dell’Islam quanto bastava perché, negli ultimi istanti della sua vita, pronunciasse soltanto il takbīr e facesse ascoltare alla gente la lode e la glorificazione di Allah. La sua gente riteneva che fosse musulmano. (Musnad, 5/427.)

Gli storici dissentono su chi sia stato il primo musulmano tra gli abitanti di Medina. I nomi menzionati da vari storici a questo proposito sono: Rāfiʿ ibn Mālik al-Zuraqī, Muʿādh ibn ʿAfrāʾ, Asʿad ibn Zurārah, Dhakwān ibn ʿAdī, Jābir ibn ʿAbd Allāh (che Allah sia soddisfatto di lui) e altri. (Cfr. Ṭabaqāt, 1/146; al-Zurqānī, 1/361.)

In realtà, la diffusione e la propagazione dell’Islam tra gli Anṣār di Medina ebbero inizio con il primo giuramento di al-ʿAqabah. Il termine ʿAqabah indica una porzione montuosa. Qui, con ʿAqabah, si intende la porzione montuosa situata in corrispondenza della Jamrat al-ʿAqabah di Minā. In questo luogo gli Anṣār giunti da Medina prestarono il giuramento in tre occasioni. Il primo ebbe luogo nell’undicesimo anno della profezia. Allora sei persone, secondo un’altra versione otto, abbracciarono l’Islam, prestarono giuramento nelle mani del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) e tornarono a Medina. Questo fu il primo giuramento di al-ʿAqabah. Da quel momento l’Islam e il Profeta nobile (pace e benedizioni di Allah su di lui) cominciarono a essere menzionati in tutte le case di Medina. L’anno seguente, nella stagione del ḥajj, dodici persone si riunirono in quel luogo: cinque erano tra quelle dell’anno precedente e sette erano nuove. Tutte prestarono giuramento nelle mani del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui). Questo fu il secondo giuramento di al-ʿAqabah. Chiesero al Messaggero di Allah di inviare qualcuno che insegnasse loro il Corano. Egli inviò Muṣʿab ibn ʿUmayr (che Allah sia soddisfatto di lui). Egli insegnò il Corano ai musulmani di Medina e propagò l’Islam. Di conseguenza, l’Islam si diffuse rapidamente e ampiamente a Medina.

In seguito, nel tredicesimo anno della profezia, durante la stagione del ḥajj, settanta uomini, secondo un’altra versione settantatré, e due donne si incontrarono nuovamente con il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) ad al-ʿAqabah e prestarono giuramento. Questo fu il terzo e ultimo giuramento di al-ʿAqabah. Generalmente, quando si parla del giuramento di al-ʿAqabah, ci si riferisce proprio a questo. Il giuramento fu prestato sulla base delle credenze e delle pratiche fondamentali dell’Islam, della lotta contro i miscredenti e della protezione, dell’aiuto e dell’assistenza al Profeta supremo quando fosse emigrato a Medina. Dopo il giuramento, il Messaggero (pace e benedizioni di Allah su di lui) nominò tra loro dodici naqīb, cioè rappresentanti. Tutti tornarono e prepararono la strada e le condizioni per l’emigrazione del Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) a Medina.

Tra le 72 o 75 persone che parteciparono a questo terzo e ultimo incontro di al-ʿAqabah, undici appartenevano alla tribù di Aws e complessivamente sessantaquattro, comprese due donne, alla tribù di Khazraj. (Sīrat Ibn Hishām, 1/249-255.)

Gli Anṣār non risparmiarono alcuno sforzo nel sostenere e aiutare l’Islam. Con i loro sacrifici e il loro aiuto senza pari accrebbero l’onore e il prestigio dell’Islam. La storia è colma dei racconti del loro coraggio e del loro sacrificio. Nella battaglia di Badr presero parte duecentotrenta Anṣār: 170 appartenevano alla tribù di Khazraj, mentre i rimanenti erano della tribù di Aws. Dei settanta cammelli complessivamente utilizzati in quella battaglia, Saʿd ibn ʿUbādah al-Khazrajī (che Allah sia soddisfatto di lui) ne offrì da solo venti. Dei quattordici caduti martiri nella battaglia di Badr, otto erano Anṣār. Nella battaglia di Uḥud parteciparono numerosi Anṣār e, dei settanta (70) martiri, ben sessantasei (66) erano Anṣār. Alcuni di loro riportarono settanta ferite sul corpo. Anche tra i martiri di Biʾr Maʿūnah vi era un numero considerevole di Anṣār. (Enciclopedia del mondo islamico, vol. 1, voce “Anṣār”.)

Non è possibile descrivere in poche parole i sacrifici e le sofferenze sopportati dagli Anṣār per l’Islam. Essi dedicarono all’Islam tutto ciò che possedevano, comprese la vita e i beni. Per i Muhājirūn giunti a Medina divisero i propri beni, le proprie ricchezze e le proprie case. È difficile trovare nella storia dell’umanità esempi paragonabili alla sincerità e alla generosità da loro dimostrate. Per questo il Messaggero di Allah (pace e benedizioni di Allah su di lui) li amava profondamente. Considerava i loro contributi, sacrifici e offerte con il giusto apprezzamento. Con le parole e con le azioni riconobbe tali contributi. Dichiarò che l’amore per gli Anṣār fa parte della fede. Disse che nessuno che creda in Allah e nell’Aldilà può nutrire ostilità verso gli Anṣār. Descrisse l’odio verso gli Anṣār come una caratteristica e una disposizione degli ipocriti. Pregò Allah di far discendere la Sua misericordia sugli Anṣār e sui loro figli e discendenti. Morì soddisfatto di loro.

La parola Anṣār compare in diversi passi del Sacro Corano. Tra questi, una parte dei versetti 100 e 117 della sūrah al-Tawbah si applica direttamente agli Anṣār musulmani di Medina. Allah dice:

1. «E quanto ai primi tra gli Emigrati e gli Anṣār, e a coloro che li hanno seguiti con eccellenza, Allah è soddisfatto di loro ed essi sono soddisfatti di Lui. Egli ha preparato per loro Giardini sotto i quali scorrono i fiumi, dove rimarranno in eterno. Questo è il supremo successo». (al-Tawbah, 100.)

2. «Allah ha perdonato il Profeta, gli Emigrati e gli Anṣār che lo seguirono nell’ora della difficoltà, quando i cuori di una parte di loro stavano per deviare. Poi si rivolse loro con misericordia. In verità, Egli è Compassionevole e Misericordioso verso di loro». (al-Tawbah, 117.)

Inoltre, in molti altri versetti del Corano, talvolta direttamente e talvolta indirettamente, si fa riferimento al coraggio degli Anṣār. Per esempio, nel versetto 9 della sūrah al-Ḥashr è detto:

«E coloro che, prima dell’arrivo degli Emigrati, si erano stabiliti a Medina e avevano abbracciato la fede, amano coloro che sono emigrati verso di loro; non provano nel cuore alcuna invidia per ciò che è stato dato loro e li antepongono a se stessi, anche se sono nel bisogno. Coloro che sono protetti dall’avarizia, sono quelli che prospereranno».

Asʿad ibn Zurārah (che Allah sia soddisfatto di lui)

Abū Umāma Asʿad, conosciuto anche come Asʿad al-Khayr, era originario del ramo Najjār della tribù Khazraj di Medina. Suo padre era Zurāra ibn ʿAdās. (al-Iṣāba, 1/34; Usud al-Ghāba, 1/71) Non si conosce l’anno né la data della sua nascita.
Prima che il Nobile Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, ricevesse la profezia, l’intera Penisola Arabica era avvolta nelle tenebre della miscredenza e dello sviamento. Tuttavia, anche in quel contesto, vi erano alcune persone che, seguendo le esigenze della natura originaria pura, la fiṭra, sostenevano il tawḥīd, cioè l’unicità di Dio. Asʿad ibn Zurāra era uno di loro. (Ṭabaqāt, 1/146)
Anche nell’epoca preislamica gli abitanti di Yathrib (Medina) si recavano alla Mecca per ottenere il sostegno dei Quraysh nelle loro dispute e per sottoporle al loro arbitrato. Inoltre vi andavano per compiere il pellegrinaggio e la ʿumra. Poi l’Islam sorse alla Mecca. Nel frattempo il Nobile Messaggero di Dio aveva già trascorso diversi anni della sua vita profetica. Oltre a invitare all’Islam gli abitanti della Mecca, si recava a diverse fiere, mercati e bazar, invitando ampiamente le persone alla verità. Continuava anche a trasmettere segretamente il messaggio del Corano agli stranieri giunti alla Mecca per vari motivi. Ibn al-Athīr riferisce, citando al-Wāqidī, che in quel periodo Asʿad ibn Zurāra e Dhakwān ibn ʿAbd al-Qays si recarono da ʿUtba ibn Rabīʿa, capo dei Quraysh della Mecca, per dirimere una loro controversia. Presso ʿUtba incontrarono il Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui. Il Nobile Messaggero di Dio presentò loro l’invito all’Islam e recitò davanti a loro alcuni versetti del Santo Corano. In quell’incontro entrambi abbracciarono l’Islam. Senza tornare da ʿUtba, si allontanarono direttamente dal Messaggero di Dio e tornarono a Medina. Così furono i primi due musulmani a giungere a Medina. Questo avvenne prima della prima bayʿa di al-ʿAqaba, nel decimo anno della missione profetica. (Usud al-Ghāba, 1/71; al-Iṣāba, 1/34; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/86)
Tuttavia, citando Ibn Isḥāq, Ibn al-Athīr afferma che Asʿad ibn Zurāra era tra coloro che, nel decimo anno della missione profetica, parteciparono alla prima bayʿa di al-ʿAqaba e abbracciarono l’Islam. In seguito partecipò anche alla seconda e alla terza bayʿa, tenutesi rispettivamente nell’undicesimo e nel dodicesimo anno della missione profetica. Per questo fu un uomo completamente legato ad al-ʿAqaba. (Usud al-Ghāba, 1/71)
A questo proposito va ricordato che gli esperti della sīra sono profondamente discordi su chi sia stato il primo musulmano di Medina. Ibn Hishām racconta che Suwayd ibn Ṣāmit si recò alla Mecca per il pellegrinaggio o per la ʿumra e incontrò il Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui. Gli abitanti di Yathrib gli conferirono il titolo di «Kāmil». Gli Arabi di quell’epoca attribuivano il titolo di «Kāmil» a una persona dotata di tutte le virtù: coraggio, valore, talento poetico, nobiltà d’origine, prestigio e onore, in breve ogni qualità eccellente. Tra gli abitanti di Medina, egli fu il primo ad avere la fortuna di ricevere l’invito del Messaggero di Dio e di ascoltare il Corano. Ibn Hishām dice che, dopo quell’invito, egli non rimase lontano dall’Islam. (Sīrat Ibn Hishām, 1/426-427) Tuttavia, subito dopo fu ucciso. Comunque, anche se Suwayd fu il primo musulmano, non ebbe l’opportunità di tornare a Medina e iniziare l’attività di predicazione islamica. Probabilmente Asʿad e Dhakwān furono i primi due uomini a cominciare a diffondere l’Islam a Medina.
Giunto a Medina, Asʿad incontrò per primo Abū al-Haytham e gli comunicò la sua nuova fede. Abū al-Haytham esclamò immediatamente: «Anch’io, insieme a te, credo nella sua missione profetica». (Ṭabaqāt, 1/146) Alcuni hanno ritenuto questo Abū al-Haytham il primo musulmano di Medina.
Nel decimo anno della missione profetica, come ogni anno, gli abitanti di Yathrib giunsero alla Mecca per il pellegrinaggio. Tra loro, sei persone, dopo il pellegrinaggio, incontrarono segretamente il Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, nel luogo chiamato ʿAqaba, presso Minā, e gli prestarono giuramento. Tra questi sei vi era anche Asʿad. L’anno seguente gli abitanti di Yathrib tornarono alla Mecca durante la stagione del pellegrinaggio. Dodici di loro incontrarono segretamente il Messaggero di Dio presso ʿAqaba e gli prestarono giuramento. Anche Asʿad era tra questi dodici. (Sīrat Ibn Hishām, 1/429, 431, 433, 435, 436, 437) Dopo questa bayʿa di ʿAqaba, quando le prospettive della diffusione e della predicazione dell’Islam a Medina divennero assai promettenti, essi chiesero al Messaggero di Dio un insegnante che insegnasse loro il Corano e la religione. In risposta alla loro richiesta, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, inviò Muṣʿab ibn ʿUmayr a Yathrib come dāʿī, cioè predicatore e invitante. Prima che Muṣʿab giungesse a Medina, Asʿad ibn Zurāra guidava la preghiera. In seguito divenne imām Muṣʿab. Secondo alcuni, tuttavia, Asʿad continuò a svolgere il ruolo di imām fino all’arrivo a Medina di Sālim, il mawlā di Abū Ḥudhayfa. Muṣʿab insegnava loro soltanto il Corano. A Medina essi pregavano rivolti verso Bayt al-Maqdis. (Ansāb al-Ashrāf, 1/239, 266) Asʿad accolse Muṣʿab a Medina nella propria casa, ospitandolo come un illustre invitato. (Ṭabaqāt, 3/483)
Dopo l’arrivo di Muṣʿab a Medina, Asʿad ibn Zurāra iniziò con lui un’intensa attività di predicazione. Essi si recavano nelle diverse zone di Medina e invitavano le persone all’Islam, individualmente o in gruppo. Ibn Isḥāq racconta: un giorno Asʿad ibn Zurāra uscì insieme a Muṣʿab ibn ʿUmayr dirigendosi verso i Banū ʿAbd al-Ashhal e i Banū Ẓafar. Entrarono in un giardino dei Banū Ẓafar e si sedettero su un muro, vicino a un pozzo chiamato Maʿraq. La gente si radunò intorno a loro. Saʿd ibn Muʿādh e Usayd ibn Ḥuḍayr erano i capi dei Banū ʿAbd al-Ashhal. A quel tempo erano ancora idolatri. Saʿd era cugino materno di Asʿad. Quando seppe dell’arrivo di Asʿad e Muṣʿab, Saʿd disse a Usayd: «Usayd, va’ da questi due uomini. Sono venuti nella nostra zona e stanno ingannando i nostri deboli. Va’ e proibisci loro di farlo. Se non ci fosse mio cugino materno Asʿad, non avrei bisogno di te: li avrei cacciati io stesso». Usayd avanzò verso di loro con la lancia in mano. Vedendolo, Asʿad disse a Muṣʿab: «Quest’uomo è uno dei capi della sua tribù ed è venuto da te». Muṣʿab gli parlò e, per volontà di Dio, proprio in quell’assemblea Usayd divenne musulmano. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/187-190)
Grazie agli sforzi congiunti di Asʿad e Muṣʿab, l’Islam si diffuse così ampiamente a Medina che, appena un anno dopo, nel dodicesimo anno della missione profetica, durante la stagione del pellegrinaggio, un gruppo di settantatré — secondo un’altra opinione settantacinque — uomini e donne incontrò di nuovo segretamente il Messaggero di Dio presso ʿAqaba, a Minā. Gli esperti della sīra sono discordi su chi, in questa terza e ultima bayʿa di ʿAqaba, abbia per primo stretto la mano del Messaggero di Dio e prestato il giuramento. Secondo una versione, quel fortunato fu Asʿad. (al-Iṣāba, 1/34; Ansāb al-Ashrāf, 1/254; Usud al-Ghāba, 1/71)
È riferito da ʿAbd Allāh ibn Abī Bakr che, dopo la bayʿa, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse: «Scegliete tra voi dodici naqīb, che siano per le rispettive tribù garanti e responsabili, come gli hawāriyyūn, i compagni di Gesù». Asʿad approvò dicendo: «Sì, o Messaggero di Dio». Il Messaggero disse: «Tu sarai il naqīb della tua tribù». Poi annunciò i nomi degli altri naqīb. (Tārīkh al-Islām wa Ṭabaqāt al-Mashāhīr wa al-Aʿlām, 1/182) In questo modo divenne il naqīb dei Banū Najjār scelto dal Messaggero, pace e benedizioni su di lui. Secondo Ibn Mundah e Abū Nuʿaym, invece, era il naqīb dei Banū Sāʿida. Ibn al-Athīr dice che questa è soltanto una loro supposizione; in realtà egli era il naqīb della propria tribù, i Banū Najjār. Quando dunque morì, i Banū Najjār si rivolsero al Messaggero di Dio dicendo: «O Messaggero di Dio, Asʿad è morto; era il nostro naqīb. Ora scegli per noi un altro naqīb». Il Messaggero rispose: «Voi siete la tribù dei miei zii materni. Io stesso sono il vostro naqīb». Questo fu un grande onore per i Banū Najjār. (Usud al-Ghāba, 1/71-72) Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, non lo nominò soltanto naqīb, ma lo proclamò anche naqīb al-nuqabāʾ, cioè capo dei responsabili. (Ansāb al-Ashrāf, 1/254) Ibn al-Athīr dice che, fatta eccezione per Jābir ibn ʿAbd Allāh, Asʿad era il più giovane tra gli uomini di ʿAqaba. (Usud al-Ghāba, 1/71; al-Iṣāba, 1/34)
Dopo la terza bayʿa di ʿAqaba, egli tornò a Medina portando sulle spalle il peso di una grande responsabilità. Che importava se era giovane? Il suo entusiasmo e il suo fervore nella fede erano estremamente intensi. Organizzò a Medina la preghiera in congregazione e fu il primo a organizzare la preghiera del venerdì a Medina con quaranta fedeli. Ogni volta che uscivano per la preghiera del venerdì e udivano l’adhān, pregavano per Abū Umāma Asʿad ibn Zurāra, chiedendo per lui il perdono di Dio e rivolgendogli suppliche. Un giorno chiesi: «Padre, perché, ogni volta che senti l’adhān, preghi sempre così per lui?». Egli rispose: «Figlio mio, prima dell’arrivo del Messaggero di Dio a Medina, fu lui il primo a riunirci presso il monte di Banū Bayḍāʾ, vicino al luogo chiamato Naqī al-Khaḍimāt, presso il monte chiamato Ḥazm al-Nabīṭ, e a guidarci nella preghiera del venerdì. Eravamo quaranta». (Usud al-Ghāba, 1/71; al-Iṣāba, 1/34; Sīrat Ibn Hishām, 1/435; Ansāb al-Ashrāf, 1/243; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/387) Vi sono opinioni divergenti su chi abbia istituito per primo la preghiera del venerdì a Medina.
Dopo l’arrivo del Nobile Messaggero di Dio a Medina, sebbene egli soggiornasse nella casa di Abū Ayyūb al-Anṣārī, la sua cammella fu ospite di Asʿad. (Ṭabaqāt, 1/160) Nel primo momento dell’arrivo del Messaggero di Dio a Medina, la cammella si inginocchiò per prima nel luogo che in seguito fu scelto per la moschea e l’abitazione del Messaggero. Il terreno apparteneva a due ragazzi orfani chiamati Sahl e Suhayl, dei quali Asʿad ibn Zurāra era il tutore. (al-Bukhārī; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/343) Il Messaggero chiese ad Asʿad, il tutore dei due ragazzi, quale fosse il prezzo del terreno. I due ragazzi esclamarono subito: «Noi ne chiediamo il prezzo soltanto a Dio». Poiché il Messaggero non accettò di prendere il terreno gratuitamente, Abū Bakr, che Dio sia soddisfatto di lui, ne pagò il prezzo. Secondo alcuni racconti, tuttavia, Asʿad ibn Zurāra diede ai due orfani un giardino che possedeva a Banū Bayḍāʾ in cambio del terreno destinato alla moschea. (al-Zurqānī, 1/422)
Al-Balādhurī riferisce che, dopo l’arrivo del Messaggero di Dio a Medina, mentre egli soggiornava nella casa di Abū Ayyūb, Asʿad ibn Zurāra gli inviava il cibo a turno, una notte sì e una no. Nella notte in cui toccava alla casa di Asʿad mandare il cibo, il Messaggero chiedeva: «È arrivata la ciotola di Asʿad?». Gli rispondevano: «Sì». Egli diceva: «Allora portatemela». Il Compagno che riferisce il racconto disse: «Da questo capivamo che il cibo di Asʿad era gradito al Messaggero di Dio». (Ansāb al-Ashrāf, 1/267) Al-Wāqidī riferisce da ʿĀʾisha, che Dio sia soddisfatto di lei, che un giorno, dopo che il Messaggero si era stabilito nella casa di Abū Ayyūb a Medina, chiese: «Abū Ayyūb, hai un letto?». Va ricordato che alla Mecca i Quraysh erano abituati a dormire sui letti. Abū Ayyūb rispose: «No». La notizia giunse alle orecchie di Asʿad ibn Zurāra, che mandò un letto con una colonna e gambe decorate. Il Messaggero dormiva su di esso. In seguito, quando il Messaggero venne nella mia stanza, dormiva proprio sul letto che mia madre mi aveva dato. (Ansāb al-Ashrāf, 1/525)
Dopo l’emigrazione dalla Mecca a Medina, Ṭalḥa ibn ʿUbayd Allāh, che Dio sia soddisfatto di lui, soggiornò nella casa di Asʿad. È riferito che anche Ḥamza soggiornò nella sua casa. (Sīrat Ibn Hishām, 1/477-478)
In quel periodo era in corso la costruzione della Moschea del Profeta. Nel mese di Shawwāl del primo anno dell’Egira giunse per lui la chiamata all’Aldilà. Fu colpito da una malattia della gola chiamata jabha. Il Nobile Messaggero di Dio applicò personalmente un impacco caldo sulla parte malata e gli posò la mano sul capo, ma non si vide alcun miglioramento. Egli morì. Secondo al-Wāqidī, morì nel nono mese dopo l’Egira. Il Messaggero di Dio fu addolorato per la sua morte e disse: «Ora gli Ebrei andranno dicendo: “Se fosse stato un profeta, il suo compagno non sarebbe morto”. Ma posso forse curare la morte?». Il Nobile Messaggero di Dio guidò la preghiera funebre per lui e lo fece seppellire nel cimitero di al-Baqīʿ a Medina. (Sīrat Ibn Hishām, 1/507; Usud al-Ghāba, 1/71; al-Iṣāba, 1/34; Ansāb al-Ashrāf, 1/243)
Si dice che questa fu la prima morte avvenuta dopo l’emigrazione del Messaggero di Dio a Medina. Si ritiene inoltre che in quell’occasione il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, abbia celebrato per la prima volta una preghiera funebre. Secondo gli Anṣār, il primo musulmano sepolto ad al-Baqīʿ fu Asʿad; secondo gli Emigrati, fu ʿUthmān ibn Maẓʿūn. (al-Iṣāba, 1/34)
Al momento della morte, Asʿad lasciò sotto la tutela del Messaggero di Dio due figlie. Il Messaggero si prese cura di loro per tutta la vita e mise loro ai polsi braccialetti d’oro intrecciati con perle. Diede in sposa una delle figlie a Sahl ibn Ḥunayf; da quel matrimonio nacque Abū Umāma ibn Sahl. (Ansāb al-Ashrāf, 1/243; al-Iṣāba, 1/34)

Abū al-Haytham ibn al-Tayyihān (ra)

È passato alla storia con il soprannome di Abu al-Haytham. Vi sono divergenze riguardo al suo vero nome e alla tribù alla quale apparteneva. Secondo una versione, il suo vero nome era ʿAbdullah; secondo un’altra, Malik. Quest’ultima è la versione concordemente sostenuta da Musa ibn ʿUqba, Ibn Saʿd, Muhammad ibn Ishaq, Abu Maʿshar e Muhammad ibn ʿUmar. Vi sono inoltre divergenze riguardo alla sua tribù e al nome di suo padre. Secondo una versione, suo padre era Bali ibn ʿAmr ibn al-Haf ibn Qudaʿa. In base a ciò, egli viene chiamato al-Balabi. Questa è l’opinione di Ibn Saʿd. Ibn Ishaq e ʿAbdullah ibn Muhammad ibn ʿAmara al-Ansari la contestarono. Ibn Ishaq disse che il nome di Abu al-Haytham, colui che partecipò a Badr, era Malik e che il nome di suo fratello era ʿAtiq. Entrambi erano figli di Tayyīhan. ʿAbdullah ibn Muhammad al-Ansari, invece, disse che Abu al-Haytham apparteneva alla tribù degli Aws e che sua madre era Layla bint ʿAtiq. Questa è l’opinione della maggioranza. (Tabaqat, 3447; al-Isaba, 4/212; Sira di Ibn Hisham, 1/433) Non si conosce l’epoca esatta della sua nascita.
Abu al-Haytham abbracciò l’Islam per mano del suo amico Asʿad ibn Zurara. Secondo una versione, Asʿad ibn Zurara e Dhakwan ibn ʿAbdi Qays si recarono a Mecca da ʿUtba ibn Rabiʿa. Là, avendo sentito parlare della predicazione del Messaggero di Allah, lo incontrarono segretamente e abbracciarono l’Islam. Asʿad tornò a Medina, incontrò Abu al-Haytham e gli raccontò la propria conversione, nonché ciò che aveva appreso riguardo al Messaggero di Allah e alla sua predicazione. Ibn Saʿd riferisce che a Yathrib, già prima — cioè nell’epoca dell’ignoranza — Asʿad e Abu al-Haytham erano sostenitori del tawhid, l’unicità di Dio. Avendo ascoltato dalla bocca dell’amico Zurara ciò che riguardava il Messaggero di Allah e la sua predicazione, Abu al-Haytham esclamò immediatamente, senza alcuna esitazione o riserva: «Rendo testimonianza con te che egli è il Messaggero di Allah: anch’io rendo questa testimonianza». In tal modo abbracciò l’Islam per mano del suo amico Zurara.
Durante la stagione successiva del pellegrinaggio, quando otto — secondo un’altra versione sei — abitanti di Yathrib incontrarono segretamente a Mecca il Messaggero di Allah e gli prestarono il giuramento di fedeltà, tra loro vi era anche Abu al-Haytham. Nella storia questo giuramento è chiamato anche il Primo Giuramento di al-ʿAqaba. Secondo un’altra versione, tuttavia, Abu al-Haytham non prese parte a quel giuramento. (Tabaqat, 1/218-219) Secondo tale versione, Asʿad abbracciò l’Islam durante la Prima ʿAqaba e, dopo essere tornato a Medina, invitò Abu al-Haytham all’Islam. Fu proprio grazie a quell’invito che Abu al-Haytham abbracciò l’Islam. Un anno dopo si incontrò nuovamente ad al-ʿAqaba con dodici persone e l’anno successivo con settantatré — secondo un’altra versione settantacinque — persone, alla presenza del Messaggero di Allah. In questo modo ebbe l’onore di partecipare a tutti i giuramenti di al-ʿAqaba. (Tabaqat, 1/22; Sira di Ibn Hisham, 1/433)
Secondo una versione, durante l’ultima ʿAqaba Abu al-Haytham fu il primo a tendere la mano per prestare giuramento di fedeltà al Messaggero di Allah. Musa ibn ʿUqba lo riferì dall’Imam al-Zuhri. Su questo punto, tuttavia, vi sono notevoli divergenze. (Sira di Ibn Hisham, 1/447; Ansab al-Ashraf, 1/254)
Durante il giuramento della Terza ʿAqaba, quando gli abitanti di Medina invitarono il Messaggero di Allah a recarsi a Medina, Abu al-Haytham fu uno degli uomini che pronunciarono discorsi a nome degli abitanti della Mecca e di Medina. Al-Tabarani lo riferì da ʿUrwa. Quando Abu al-Haytham ibn Tayyīhan prestò giuramento di fedeltà al Messaggero di Allah, disse: «O Messaggero di Allah! Noi abbiamo accordi con altri uomini. Potrebbe forse accadere che noi annullassimo quegli accordi, entrassimo in guerra con loro e, nel frattempo, tu tornassi dalla tua tribù?». Udite queste parole, il Messaggero sorrise leggermente e disse: «La rivendicazione del vostro sangue sarà la rivendicazione del mio sangue, e il vostro spargimento di sangue sarà il mio spargimento di sangue». In altre parole, non vi sarà alcuna differenza tra me e voi. Soddisfatto dalle parole del Messaggero di Allah, Abu al-Haytham si rivolse ai suoi compagni e disse: «O gente della mia tribù! Quest’uomo è il Messaggero di Allah. Io rendo testimonianza che egli è certamente veritiero. Oggi egli si trova al sicuro, tra i suoi parenti, nel territorio sacro della Mecca. Sappiate che, se lo farete uscire da qui e lo porterete presso di voi, tutti gli Arabi scaglieranno contro di voi frecce da un unico arco. In altre parole, diventerete il bersaglio comune di tutti. Se siete disposti a combattere per la causa di Allah e a sacrificare la vostra vita, i vostri beni e i vostri figli, invitatelo allora nella vostra terra. Egli è infatti davvero il Messaggero di Allah. Ma riflettete bene, se temete di pentirvene in seguito». Dopo le parole di Abu al-Haytham, i suoi compagni dissero: «Accettiamo tutto ciò che Allah e il Suo Messaggero ci hanno affidato. O Messaggero di Allah! Ti offriamo tutto ciò che ci hai chiesto. Abu al-Haytham, fatti un poco da parte: presteremo giuramento di fedeltà al Messaggero di Allah». Abu al-Haytham disse: «Sarò io il primo a prestare giuramento». Dopo il suo giuramento, gli altri prestarono giuramento uno dopo l’altro. (Hayat al-Sahaba, 1/247-248; Sira di Ibn Hisham, 1/442) Dopo questo giuramento, il nobile Messaggero di Allah annunciò i nomi di dodici naqib, cioè responsabili. Dalla tribù degli Aws furono scelti come naqib tre uomini: Abu al-Haytham, Usayd ibn Hudayr e Saʿd ibn Khaythama. (Ansab al-Ashraf, 1/252)
Dopo l’Egira del nobile Messaggero di Allah a Medina, egli stabilì un rapporto di fratellanza tra Abu al-Haytham e il celebre Muhajir ʿUthman ibn Mazʿun. (Ansab al-Ashraf, 1/271; al-Isaba, 4/212)
Partecipò a tutte le guerre combattute durante la vita del Messaggero di Allah, comprese Badr, Uhud e al-Khandaq. A Uhud, suo fratello ʿAtiq ibn Tayyīhan subì il martirio per mano di ʿIkrima ibn Abu Jahl. (Ansab, 1/329) Ibn Saʿd riferisce che, dopo il martirio del nobile ʿAbdullah ibn Rawaha a Muʾta, il nobile Messaggero di Allah mandò Abu al-Haytham a Khaybar come addetto alla misurazione dei datteri. Dopo la morte del Messaggero di Allah, anche il nobile Abu Bakr espresse il desiderio di mantenerlo in quell’incarico; egli, tuttavia, rifiutò di accettarlo. (Tabaqat, 3/448)
Morì nell’anno 20 dell’Egira, durante il califfato del califfo ʿUmar. Secondo una versione, morì nell’anno 37 dell’Egira, prima della battaglia di Siffin. L’Imam al-Asmaʿi ha trasmesso una versione secondo la quale egli disse: «Chiesi agli appartenenti alla tribù di Abu al-Haytham riguardo alla sua morte. Essi dissero che era morto durante la vita del Messaggero di Allah». Sebbene molti abbiano affermato che morì nell’anno 21 dell’Egira, alcuni hanno detto anche che combatté a Siffin dalla parte del nobile ʿAli. Altri si sono spinti oltre, sostenendo che combatté a Siffin dalla parte del nobile ʿAli e vi subì il martirio. (Ansab, 1/240; Sira di Ibn Hisham, 1/433) Lo storico al-Waqidi affermò chiaramente che il racconto della sua partecipazione a Siffin è completamente infondato. Al contrario, la sua morte nell’anno 20 dell’Egira è stata riferita da importanti esperti di hadith, come l’Imam al-Zuhri, Salih ibn Kaysan e al-Hakim. Pertanto, di fronte a queste testimonianze, non può essere accettato un racconto dubbio. (Siyar al-Ansar, 2)
Nei libri di hadith si trovano alcuni hadith trasmessi da Abu al-Haytham, ma la loro autenticità non è esente da dubbi. Ibn Hajar al-ʿAsqalani disse: «Tutti gli hadith che si trovano trasmessi da Abu al-Haytham sono dubbi. Non si trova una catena di trasmissione tale da dimostrare l’autenticità di alcuno di essi». La ragione è che egli morì molto tempo prima. (al-Isaba, 4/213)
Al-Haytham ibn Nasr al-Aslami disse: «Ho servito il Messaggero di Allah. Abu al-Haytham ibn Tayyīhan possedeva un pozzo chiamato Jasīm, la cui acqua era dolce. Attingevo acqua da quel pozzo per il Messaggero di Allah. Un giorno d’estate, il nobile Messaggero di Allah venne a casa di Abu al-Haytham accompagnato da Abu Bakr e chiese: “C’è dell’acqua fresca?”. Abu al-Haytham portò un secchio d’acqua fredda come il ghiaccio, mescolò quell’acqua fredda con latte di capra e la fece bere al Messaggero di Allah. Poi disse: “O Messaggero di Allah! Abbiamo una fresca tettoia (ʿarish). Riposati un poco là, in questa calura di mezzogiorno”. Abu al-Haytham spruzzò acqua sulla tettoia. Il Messaggero, accompagnato da Abu Bakr, vi entrò. Abu al-Haytham portò davanti a loro diversi tipi di datteri e un piatto colmo di tharid, una pietanza prelibata. Il narratore, Haytham ibn Nasr, disse: “Il Messaggero, Abu Bakr e tutti noi mangiammo e bevemmo. Quando giunse l’ora della preghiera, egli guidò per noi la preghiera congregazionale nella casa di Abu al-Haytham. Durante la preghiera, la moglie di Abu al-Haytham si trovava dietro di me. Al termine della preghiera, egli tornò alla tettoia e là compì le due rakʿa della preghiera dopo quella obbligatoria di mezzogiorno”». (Ansab al-Ashraf, 1/535)
Un giorno il nobile Messaggero di Allah uscì di casa in un momento insolito, diverso dalla sua abitudine, poiché normalmente a quell’ora non usciva. Poco dopo arrivò anche Abu Bakr. Il Messaggero gli chiese: «O Abu Bakr, che cosa ti ha spinto a uscire a quest’ora?». Egli rispose: «Sono venuto per incontrarti». Nel frattempo giunse anche ʿUmar. Il Messaggero gli rivolse la stessa domanda. ʿUmar rispose: «O Messaggero di Allah, è stata la fame a spingermi fin qui». Il Messaggero disse: «Anch’io ho fame». I tre si recarono insieme alla casa di Abu al-Haytham. Egli possedeva un palmeto e un gregge di capre, ma non aveva servi: svolgeva personalmente ogni lavoro. In quel momento, però, non era in casa. Quando lo chiamarono, sua moglie disse che era andato a prendere l’acqua. Poco dopo lo videro tornare con un otre pieno d’acqua. Vedendo il Messaggero di Allah, depose l’otre a terra, lo abbracciò e cominciò a dire con grande emozione: «Possano i miei genitori essere sacrificati per te!». Poi condusse tutti nel palmeto e stese qualcosa su cui potessero sedersi. Dopo averli fatti accomodare, andò a tagliare e portò un grappolo di datteri. Il Messaggero disse: «Avresti potuto portare dei datteri maturi». Egli rispose: «Qui ve ne sono di acerbi e di maturi; prendine secondo il tuo gradimento». Il Messaggero mangiò alcuni di quei datteri e poi bevve dell’acqua. L’acqua era limpida e deliziosa. Dopo aver mangiato e bevuto, il Messaggero disse: «Guardate quante benedizioni di Allah: l’ombra, i datteri eccellenti e l’acqua fresca. Per Allah, nel Giorno della Risurrezione sarete interrogati su tutto questo». Abu al-Haytham lasciò gli ospiti illustri nel palmeto, tornò a casa e preparò il cibo. Macellò una piccola capra, la arrostì e la presentò agli ospiti. Al termine del pasto, il Messaggero gli chiese: «Non avete servi?». Egli rispose: «No». Il Messaggero disse: «Quando entrerà in mio possesso un prigioniero di guerra, vieni da me». In quel periodo giunsero al Messaggero di Allah due prigionieri di guerra. Egli disse ad Abu al-Haytham di scegliere uno dei due. Abu al-Haytham lasciò la scelta al Messaggero di Allah. Il Messaggero gli consegnò uno dei due e disse: «Trattalo bene». Abu al-Haytham tornò a casa con lo schiavo e riferì a sua moglie le parole del Messaggero di Allah.
La moglie era una donna molto intelligente. Disse: «Se vuoi obbedire all’ordine del Messaggero di Allah, liberalo». Seguendo il consiglio della moglie, egli liberò lo schiavo. Quando il Messaggero venne a conoscenza di ciò, ne fu molto felice e lodò entrambi. (Tirmidhi, 391) L’episodio è inoltre riportato nel Kanz al-ʿUmmal. L’Imam Muslim e l’Imam Malik lo hanno narrato in forma abbreviata. Hafiz al-Mundhiri disse che questo episodio è stato riferito sia a proposito di Abu al-Haytham sia a proposito di Abu Ayyub al-Ansari. (Hayat al-Sahaba, 1/310)
Ad Abu al-Haytham fu chiesto: «Per che cosa prestaste giuramento di fedeltà ad al-ʿAqaba?». Egli rispose: «Prestammo al Messaggero di Allah lo stesso giuramento che i Figli d’Israele prestarono a Mosè». (Ansab al-Ashraf, 1/240)

Usayd ibn Hudayr (ra)

Il celebre Compagno ansarita Usayd era originario del ramo dei Banū ʿAbd al-Ashhal della tradizionale tribù medinese degli Aws. (Ansāb al-Ashrāf, 1/240) Nei diversi libri di sīra si trovano numerosi suoi kunya o soprannomi. Per esempio, era chiamato Abū Yaḥyā dal nome del figlio Yaḥyā; si narra inoltre che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo chiamasse Abū ʿĪsā. (Usud al-Ghāba, 1/92) Sono noti anche i nomi Abū ʿAtīq, Abū Hudayr, Abū ʿAmr e altri. (Cfr. Siyar al-Anṣār, 1/228; Usud al-Ghāba, 1/92; Ansāb al-Ashrāf, 1/240; al-Aʿlām, 1/330)

Suo padre si chiamava Hudayr ibn Simāk e sua madre Umm Usayd bint Uskun. Hudayr era un ra’īs, cioè un capo, della tribù degli Aws. Nell’epoca preislamica, Hudayr guidò tutte le guerre combattute tra le due tribù eternamente rivali di Medina, gli Aws e i Khazraj. Era il principale cavaliere della tribù degli Aws e possedeva anche una solida fortezza. (Usud al-Ghāba, 1/92) L’ultima e più sanguinosa guerra tra gli Aws e i Khazraj fu la battaglia di Buʿāth. Anche in quella guerra il comandante era Hudayr, mentre il generale della tribù avversaria dei Khazraj era ʿAmr ibn Nuʿmān Ruzayla. Entrambi guidarono le loro truppe con grande abilità. A un certo punto la tribù degli Aws giunse quasi alla sconfitta. In quella situazione Hudayr scese personalmente in campo. Il comandante khazrajita ʿAmr fu ucciso e la tribù degli Aws risultò vittoriosa. Questa battaglia ebbe luogo cinque anni prima dell’Egira del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, a Medina. (Siyar al-Anṣār, 1/228)

Tre anni dopo la fine della suddetta battaglia di Buʿāth ebbe luogo alla Mecca il giuramento di al-ʿAqaba e, su richiesta dei nuovi musulmani di Medina, il nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, inviò Muṣʿab ibn ʿUmayr a Medina per predicare l’Islam. Usayd non aveva ancora abbracciato l’Islam. Lo fece a Medina per mano di Muṣʿab ibn ʿUmayr, prima di Muʿādh ibn Jabal. Secondo alcuni, egli si convertì dopo l’ultima ʿAqaba, cioè dopo che settantatré o settantacinque medinesi ebbero prestato giuramento al Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, nel luogo chiamato al-ʿAqaba alla Mecca. Ma ciò non è corretto, poiché nei libri di sīra è riportato da fonti affidabili che egli partecipò a quell’ultima ʿAqaba e che il Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, lo nominò naqīb, cioè responsabile, dei Banū ʿAbd al-Ashhal. (Usud al-Ghāba, 1/92; Tārīkh al-Islām wa Ṭabaqāt al-Mashāhīr wa al-Aʿlām, 1/181; al-Aʿlām, 1/310; al-Iṣāba, 1/49)

Nei libri di sīra è narrata una storia straordinaria riguardo alla conversione all’Islam di Usayd. Muṣʿab ibn ʿUmayr era ospite nella casa di Asʿad ibn Zurāra a Medina e, stabilitosi presso la tribù dei Banū Jāfir, insegnava alla gente il Corano. L’insediamento dei Banū Jāfir si trovava vicino a quello della tribù dei Banū ʿAbd al-Ashhal. Un giorno Saʿd ibn Muʿādh e Usayd ibn Hudayr vennero a sapere che Muṣʿab stava insegnando il Corano ai musulmani in un giardino. Saʿd disse a Usayd: «Vai là e digli di non venire mai più nei dintorni del nostro quartiere». Sebbene Asʿad fosse cugino materno di Saʿd, Usayd, secondo le sue istruzioni, si diresse verso il giardino deciso a sradicare l’Islam con le proprie mani. Vedendolo arrivare, Asʿad disse a Muṣʿab: «Guarda, sta venendo da te un uomo. È il capo della sua tribù: fa’ che diventi musulmano».

Usayd disse con tono molto irritato: «Perché continuate a ingannare così la nostra gente più debole? Se volete il bene, andatevene immediatamente da qui». Muṣʿab, il predicatore formato alla corte del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, gli rispose con il sorriso e con grande calma: «Siediti e ascoltami per un momento. Se ciò che dirò ti piacerà, lo accetterai; altrimenti smetterò e me ne andrò». Usayd disse: «Questa è davvero una parola piena di saggezza e giustizia».

L’atteggiamento umile di Muṣʿab fece svanire la collera di Usayd, che si sedette. Muṣʿab gli espose l’essenza dell’Islam e gli recitò alcuni versetti del Corano. Mentre Muṣʿab continuava a recitare i versetti, il volto di Usayd cambiava a poco a poco. A un certo punto ne fu profondamente colpito. Dalle sue labbra uscirono spontaneamente queste parole: «Come si entra in questa religione?». Muṣʿab rispose: «Prima devi fare il bagno, indossare abiti puliti e pronunciare la professione di fede. Poi devi compiere la preghiera». Prima ancora che Muṣʿab terminasse di parlare, Usayd si allontanò. Poco dopo ritornò con i capelli bagnati e abiti puliti. Poi, tenendo la mano di Muṣʿab, pronunciò: «Attesto che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah e attesto che Muḥammad è il Suo servo e Messaggero». Quindi, mentre si alzava dall’assemblea, disse: «Io vado e vi mando gli altri capi; fate in modo che anch’essi diventino musulmani». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/188-189; Siyar al-Anṣār, 1/229)

Usayd si alzò e si diresse direttamente da Saʿd ibn Muʿādh. Vedendolo arrivare, coloro che sedevano con Saʿd cominciarono a dire: «Sta arrivando, ma il volto con cui era partito è cambiato. Quando se n’era andato era estremamente agitato; ora appare calmo, composto e sorridente».

In quella situazione Usayd decise di usare la propria intelligenza. Desiderava ardentemente che Saʿd ascoltasse ciò che egli aveva udito dalla bocca di Muṣʿab. Se però avesse dichiarato direttamente: «Io ho abbracciato l’Islam; segui anche tu il mio esempio», Saʿd avrebbe forse aggredito Usayd. Perciò volle condurre anche Saʿd davanti a Muṣʿab.

Muṣʿab era ospite di Asʿad ibn Zurāra. Per provocare Saʿd, Usayd disse: «Ho sentito dire che gli uomini dei Banū Ḥāritha sono usciti con l’intenzione di uccidere Asʿad ibn Zurāra. Sanno bene che egli è tuo cugino».

Saʿd si infuriò. Subito prese una freccia e raggiunse Muṣʿab e Asʿad. Non vide alcun segno di tumulto, lite o contesa; al contrario, in quell’ambiente pacifico Muṣʿab stava recitando il Corano alla gente, che lo ascoltava attentamente. Saʿd comprese l’inganno del suo amico Usayd. Anche lui ascoltò con attenzione le parole di Muṣʿab e proprio lì dichiarò la propria conversione all’Islam. (Sīrat Ibn Hishām, 1/436-437; Rijāl ḥawla al-Rasūl, 460-461)

Pochi giorni dopo la conversione di Usayd, il nobile Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, emigrò a Medina. Egli stabilì tra Usayd e il celebre Compagno muhājir Zayd ibn Ḥāritha, che Allah si compiaccia di lui, un rapporto di fraternità religiosa, detto muʾākhāt. (Usud al-Ghāba, 1/92; al-Iṣāba, 1/49)

Usayd partecipò a tutte le battaglie combattute durante la vita del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, a partire da Uḥud. (al-Aʿlām, 1/330) Vi è divergenza riguardo alla sua partecipazione alla battaglia di Badr. Secondo al-Wāqidī, Ibn Isḥāq e Ibn al-Kalbī, egli non partecipò a Badr. Alcuni esperti di sīra, tuttavia, sostengono un’opinione diversa. (Usud al-Ghāba, 1/92; Ansāb al-Ashrāf, 1/240; Ṭabaqāt, 3/605)

Ibn Saʿd afferma che alcuni Compagni eminenti, tra cui diversi naqīb come Usayd, non parteciparono alla batt

‘Ubada ibn al-Samit (che Allah si compiaccia di lui)

Abū al-Walīd ʿUbāda era originario del ramo Banū Salīm della celebre tribù medinese dei Khazraj. Nacque a Yathrib nel 586 d.C., trentotto anni prima dell’Egira. (Al-Aʿlām, 4/30) Suo padre era Sāmit ibn Qays e sua madre Qurrat al-ʿAyn, figlia di ʿUbāda ibn Naḍla ibn Mālik ibn Ajlān. Fu lei a dare al figlio il nome del proprio padre: ʿUbāda. (Usd al-Ghāba, 3/106) La moglie di suo fratello Aws ibn Sāmit era Khawla bint Thaʿlaba, la donna in relazione alla quale furono rivelati i versetti sul ẓihār della sūra al-Mujādila. (Ansāb al-Ashrāf, 1/251)

L’insediamento dei Banū Salīm si trovava a ovest di Medina, in una zona rocciosa presso Qubā. Vi erano alcune fortezze chiamate ʿUtum Qawāqil. Da ciò si può dedurre che la casa di ʿUbāda si trovasse fuori dal centro di Medina.

Quando ʿUbāda era appena entrato nella giovinezza, l’Islam sorse alla Mecca. Egli fu uno dei pochi fortunati che risposero non appena udirono il primo appello dell’Islam. Nell’anno del Primo Giuramento di al-ʿAqaba, quando sei medinesi prestarono giuramento nelle mani del Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — egli era uno di loro. Tuttavia molti storici non chiamano questo giuramento “al-ʿAqaba”; secondo loro, gli incontri di al-ʿAqaba furono soltanto due. In ogni caso, egli ebbe anche l’onore di partecipare al Secondo e al Terzo incontro di al-ʿAqaba. Secondo molti, accettò l’Islam insieme ai dodici partecipanti al Secondo incontro. Nel Terzo, cioè nell’ultimo incontro di al-ʿAqaba, fu uno dei dodici naqīb — responsabili — scelti dal Messaggero di Allah. Fu il naqīb dei Banū Qawāqil. (Usd al-Ghāba, 3/106; Bulūgh al-Amānī, Sharḥ Musnad Aḥmad, 22/275; Fatḥ al-Bārī, 7/172; Ṭabaqāt, 3/546) Va ricordato che i Banū ʿAmr ibn ʿAwf ibn Khazraj erano conosciuti fin dall’antichità con il nome di Qawāqil. Il termine “qawqala” indica un particolare modo di camminare. Furono chiamati così perché, quando qualcuno cercava la loro protezione, gli mettevano in mano una freccia e gli dicevano: “Va’, ora puoi girare dove vuoi per Yathrib”. (Ibn Hishām, 1/431)

La vita di ʿUbāda era piena di energia. Appena tornato dalla Mecca dopo aver abbracciato l’Islam, iniziò istruendo sua madre nella religione islamica. A Medina aveva un intimo amico di nome Kaʿb ibn ʿUjra. Egli era ancora non musulmano e nella sua casa vi era una grande statua. ʿUbāda pensava continuamente a come liberare quella casa dallo shirk. Un giorno, approfittando dell’occasione, entrò nella casa e distrusse la statua. Infine, per volontà di Allah, Kaʿb divenne musulmano.

Quando il nobile Messaggero di Allah — che Allah lo benedica e gli conceda la pace — giunse a Medina, istituì un rapporto di fraternità, o muʾākhāt, tra i Muhājirūn e gli Anṣār. Abū Marsad al-Ghanawī divenne suo fratello nella religione. (Usd al-Ghāba, 3/106; al-Iṣāba, 2/268; Ansāb al-Ashrāf, 1/270) Abū Marsad era uno dei primi musulmani e un ḥalīf, cioè un alleato vincolato da un patto, di Ḥamza — che Allah sia soddisfatto di lui.

ʿUbāda partecipò con il Messaggero di Allah a tutte le battaglie, tra cui Badr, Uḥud e al-Khandaq. (Usd al-Ghāba, 3/106) Dopo la battaglia di Badr nacque una lieve divergenza tra i combattenti sulla divisione del bottino. Furono allora rivelati alcuni versetti all’inizio della sūra al-Anfāl e la disputa ebbe termine. Ibn Hishām riferisce che, quando a ʿUbāda fu chiesto dei versetti menzionati della sūra al-Anfāl, egli rispose: “Furono rivelati riguardo a noi, combattenti di Badr. Nel giorno di Badr divergemmo sul bottino; quando la nostra condotta peggiorò a causa di ciò, Allah ce lo tolse dalle mani e lo affidò al Messaggero di Allah. Egli lo distribuì equamente tra noi”. (Sīrat Ibn Hishām, 1/66)

Durante la stessa battaglia di Badr, la tribù ebraica medinese dei Banū Qaynuqāʿ, istigata dall’ipocrita ʿAbd Allāh ibn Ubayy, si ribellò contro il Messaggero di Allah. I Banū ʿAwf, la tribù di ʿUbāda, avevano con loro un trattato d’alleanza fin da molto tempo prima. Un trattato analogo legava anche l’ipocrita ʿAbd Allāh ibn Ubayy ibn Salūl. Quando, a causa della loro ribellione, il nobile Messaggero di Allah dichiarò il jihād contro di loro, ʿUbāda si affrettò da lui e, annunciando pubblicamente la revoca del trattato, disse: “Dichiaro di recidere ogni rapporto con loro e di esserne libero. Prendo invece Allah, il Suo Messaggero e i credenti come miei amici”. ʿAbd Allāh ibn Ubayy ibn Salūl rimase invece fermo nella sua posizione precedente. Dopo la repressione della ribellione, fu deciso di espellerli da Medina. Il Messaggero di Allah affidò a ʿUbāda il compito di portare a termine l’espulsione. In relazione a questo episodio furono rivelati i versetti 51-58 della sūra al-Māʾida. In quei versetti ʿUbāda è chiaramente lodato e l’ipocrita ʿAbd Allāh ibn Ubayy è condannato. (Sīrat Ibn Hishām, 2/49) Partecipò al Giuramento di Riḍwān nel sesto anno dell’Egira. (Musnad Aḥmad, 5/319) Nello stesso anno partecipò anche alla spedizione dei Banū al-Muṣṭaliq, o al-Muraysīʿ. In quella battaglia un uomo del suo gruppo uccise per errore un altro combattente musulmano, scambiandolo per un nemico. (Sīrat Ibn Hishām, 2/290)

Durante il califfato di Abū Bakr al-Ṣiddīq — che Allah sia soddisfatto di lui — ʿUbāda partecipò a diverse spedizioni condotte in Siria. Durante il califfato di ʿUmar al-Fārūq, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ intraprese la campagna d’Egitto. Per molto tempo non riuscì a ottenere la vittoria definitiva e inviò a Medina una richiesta di rinforzi al califfo. Il califfo ʿUmar inviò un contingente aggiuntivo di quattromila, secondo un’altra opinione diecimila, soldati. ʿUbāda era il comandante di un quarto di quel contingente. (Al-Iṣāba, 2/268) In una lettera il califfo scrisse inoltre a ʿAmr ibn al-ʿĀṣ che ciascuno di quegli ufficiali equivaleva a mille soldati. Quando il rinforzo giunse in Egitto, ʿAmr ibn al-ʿĀṣ riunì tutti i soldati e pronunciò un discorso infuocato. Al termine chiamò ʿUbāda e gli disse: “Dammi la tua lancia”. La prese, si tolse il turbante e lo legò all’estremità della lancia. Poi, porgendogliela, disse: “Questo è il segno, o vessillo, del comandante. Oggi sei tu il comandante”. Per volontà di Allah, la città cadde al primo assalto.

ʿUbāda ricoprì in diversi periodi tre importanti incarichi amministrativi del califfato islamico: 1. funzionario della ṣadaqa; 2. giudice della Palestina; 3. governatore di Ḥimṣ.

Verso la fine della sua vita, il Messaggero di Allah nominò in varie regioni dell’Arabia degli ʿāmil al-ṣadaqa, cioè incaricati della riscossione della zakāt. Nominò anche ʿUbāda in una di tali regioni. Al momento della partenza gli diede questo consiglio: “Temi Allah. Fa’ in modo che nel Giorno della Resurrezione persino un animale quadrupede non si presenti a reclamare contro di te”. (Usd al-Ghāba, 3/106)

Durante il califfato di ʿUmar fu nominato giudice della Palestina. All’epoca quella regione era sotto il governo di Muʿāwiya — che Allah sia soddisfatto di lui. A un certo punto nacque una divergenza tra i due su una questione e Muʿāwiya gli rivolse parole dure. Egli gli rispose: “D’ora in poi, dove sarai tu io non rimarrò”. Si recò a Medina. Quando il califfo ʿUmar gli chiese il motivo della sua partenza, gli raccontò ogni cosa. Dopo aver ascoltato, ʿUmar disse: “Torna al tuo posto. Questa terra è adatta a uomini come te. E che Allah benedica il luogo in cui tu e quelli come te non siete”. Poi scrisse all’emiro Muʿāwiya: “Ho liberato ʿUbāda dalla tua autorità”. (Usd al-Ghāba, 3/106) L’incarico giudiziario della Palestina fu affidato per la prima volta a ʿUbāda. L’Imām al-Awzāʿī disse: “ʿUbāda fu il primo giudice della Palestina”. (Usd al-Ghāba, 3/106)

Quando Abū ʿUbayda — che Allah sia soddisfatto di lui — era governatore della Siria, nominò ʿUbāda ibn al-Ṣāmit suo rappresentante a Ḥimṣ. Durante il suo soggiorno a Ḥimṣ egli conquistò Lādhiqiyya. In quella spedizione applicò una nuova tecnica militare: fece scavare fosse così grandi che un cavaliere poteva nascondervisi facilmente insieme al proprio cavallo. (Futūḥ al-Buldān, 139)

ʿUbāda visse in Siria, la Grande Siria, fino agli ultimi giorni della sua vita. Vi sono divergenze sull’anno e sul luogo della sua morte. Morì nel 34 dell’Egira, corrispondente al 654 d.C., a Ramla o, secondo un’altra opinione, a Bayt al-Maqdis, all’età di settantadue anni. Ibn ʿAsākir, nella biografia di ʿUbāda, riferisce alcuni episodi accaduti tra lui e Muʿāwiya dai quali si può dedurre che fosse ancora vivo durante il califfato di Muʿāwiya. Per questo alcuni hanno ritenuto che vivesse fino al 45 dell’Egira. Ibn al-Athīr afferma che la prima opinione è quella corretta. (Ṭabaqāt, 3/546; al-Iṣāba, 2/269; Usd al-Ghāba, 3/107; Ansāb al-Ashrāf, 1/251)

Prima della morte si ammalò. Molte persone andavano a trovarlo per vederlo un’ultima volta. Anche Shaddād ibn Aws venne con alcuni uomini e gli chiese: “Come stai?”. Egli rispose: “Sto bene, per grazia di Allah”. Poco prima della morte, suo figlio venne e gli chiese di lasciargli qualche testamento. Egli disse: “Aiutatemi a sollevarmi e a sedermi”. Poi disse: “Figlio mio, mantieni una ferma fede nel destino; altrimenti non vi è alcun bene nella fede”. (Musnad Aḥmad, 5/317; Bulūgh al-Amānī, Sharḥ Musnad Aḥmad, 22/276)

In quel momento arrivò il suo discepolo Ṣanābiḥī. Vedendo lo stato terminale del suo amato maestro, cominciò a piangere. ʿUbāda gli vietò di piangere e disse: “Sono soddisfatto in ogni situazione. Perché piangi? Se mi chiedessi di testimoniare, lo farei; se dovessi intercedere per qualcuno, intercederei per te”. Poi disse: “Tutti gli ḥadīth del Messaggero di Allah che erano custoditi presso di me ve li ho trasmessi. Ne è rimasto uno, che ora vi riferirò. Finora non l’ho riferito a nessuno. Ho udito il Messaggero di Allah dire: ‘Chi testimonia che non vi è alcuna divinità all’infuori di Allah e che Muḥammad è il Messaggero di Allah, Allah gli renderà il Fuoco dell’Inferno illecito’”. (Bulūgh al-Amānī, 22/276) Subito dopo aver riferito questo ḥadīth, esalò l’ultimo respiro. Era il periodo del califfato di ʿUthmān.

Vi sono divergenze sul luogo della sua sepoltura. Ibn Saʿd scrive che fu sepolto a Ramla. Secondo un’altra narrazione, la terra santa di Bayt al-Maqdis è la sua ultima dimora e la sua tomba è ancora famosa. L’Imām al-Bukhārī indica la Palestina come luogo della sua sepoltura. In realtà, all’epoca la Palestina era una provincia e i due luoghi menzionati erano due suoi distretti diversi. Al-Ziriklī, autore dell’opera Al-Aʿlām, dice che morì a Kafrīs, in Siria. Ancora oggi la sua tomba vi esiste ed è visitata dalla gente. Egli era il wālī di quel luogo per incarico del califfo ʿUmar. (Al-Aʿlām, 4/30)

Quando si avvicinò la sera della morte di ʿUbāda, egli ordinò che fossero condotti da lui servi, vicini, parenti e familiari. Quando furono tutti presenti, disse: “Questo è il mio ultimo giorno nel mondo e la notte che verrà sarà la prima notte della mia vita futura. Se vi ho arrecato qualche offesa con la mano o con la lingua, ora prendete da me il qiṣāṣ, la retribuzione o il contraccambio. Eccomi davanti a voi”. Essi dissero: “Tu sei nostro padre e nostro maestro”. Il narratore afferma: “Egli non aveva mai rivolto parole cattive a nessun servitore”. Poi lasciò loro questo testamento: “Quando morirò, non piangete. Fate bene l’abluzione, recatevi alla moschea e pregate. Dopo la preghiera supplicate per ʿUbāda e per voi stessi, perché Allah ha detto: ‘Cercate aiuto nella pazienza e nella preghiera’ (sūra al-Baqara, 45, 153). Seppellitemi molto presto”. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/46)

ʿUbāda fu uno dei cinque Anṣārī che, durante la vita del Messaggero di Allah, memorizzarono l’intero Corano. Era uno dei Compagni istruiti e rispettati e possedeva una particolare competenza nella scienza delle letture coraniche. Durante la vita del nobile Messaggero di Allah fu incaricato della prima madrasa di qirāʾa istituita a Medina per gli Aṣḥāb al-Ṣuffa. I Compagni degli Aṣḥāb al-Ṣuffa, altamente onorati e stimati, studiavano presso di lui. In quella madrasa, oltre all’insegnamento del Corano, si insegnava anche a scrivere. Molte persone ne uscivano dopo aver appreso le letture coraniche e la scrittura. (Usd al-Ghāba, 3/106; Musnad Aḥmad, 5/315)

Egli provvedeva anche al vitto e all’alloggio di alcuni studenti della madrasa. Un uomo alloggiava nella sua casa e cenava con lui. Quando ripartì, gli donò un arco pregiato. ʿUbāda informò il Messaggero di Allah, il quale gli proibì di accettare l’arco. (Musnad Aḥmad, 5/324; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/230) In seguito ʿUmar lo inviò a insegnare correttamente il Corano ai musulmani della Siria.

Nel trasmettere gli ḥadīth, ʿUbāda introdusse alcune formule particolari. I Compagni suoi contemporanei che riferivano gli ḥadīth dicevano: “Ho udito questa cosa dal Messaggero di Allah”. Alcuni usavano espressioni aggiuntive che in seguito divennero parte della trasmissione degli ḥadīth. Anche ʿUbāda introdusse alcune di tali formule. Per esempio, quando narrava un ḥadīth diceva: “Il Messaggero di Allah me lo disse direttamente, faccia a faccia. Non sto dicendo che qualcuno me lo abbia riferito”.

In un’altra occasione tenne un discorso davanti a un’assemblea. Quando riferì un ḥadīth, Muʿāwiya, che era tra gli ascoltatori, espresse qualche dubbio sulla sua autenticità. ʿUbāda disse allora: “Testimonio di aver udito questa cosa dal Messaggero di Allah”.

In ogni circostanza e in ogni luogo, ʿUbāda trasmetteva gli ḥadīth del Messaggero di Allah. Durante le adunanze di predicazione, nelle riunioni di studio e persino quando entrava in una chiesa, faceva giungere agli orecchi dei cristiani le sacre parole del Messaggero di Allah.

Gli ḥadīth trasmessi da ʿUbāda sono circa 181, dei quali sei sono concordemente riportati da al-Bukhārī e Muslim. (Al-Aʿlām, 4/30) Numerosi grandi Compagni e tābiʿūn narrarono da lui questi ḥadīth. Tra i Compagni si ricordano Anas ibn Mālik, Jābir ibn ʿAbd Allāh, Abū Umāma, Salama ibn Muḥabbaq, Maḥmūd ibn al-Rabīʿ, al-Miqdām ibn Maʿdīkarib, Rāfiʿa ibn Rāfiʿ, Aws ibn ʿAbd Allāh al-Thaqafī e Shuraḥbīl ibn Ḥasana; tra i tābiʿūn, ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿUsayla al-Sanālijī, Ḥiṭṭān ibn ʿAbd Allāh al-Raqāshī, Abū al-Ashʿath al-Ṣanʿānī, Zubayr ibn al-Naḍīr, Junāda ibn Abī Umayya, Aswad ibn Thaʿlaba, ʿAṭāʾ ibn Abī Yasār, Abū Muslim al-Khawlānī e Abū Idrīs al-Khawlānī. (Usd al-Ghāba, 3/106)

Era inoltre un grande conoscitore della giurisprudenza islamica. I Compagni rispettavano la sua erudizione. Khālid ibn Maʿdān disse: “In Siria, tra i Compagni del Messaggero di Allah, non vi è alcun giurista più grande e alcuna persona più affidabile di ʿUbāda e Shaddād ibn Aws”. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/62)

In un discorso, Muʿāwiya menzionò la peste di ʿAmwās. Disse: “Ne ho discusso con ʿUbāda e ciò che egli ha detto è corretto. Traete beneficio da lui, perché è un giurista più grande di me”. Junāda andò a incontrare ʿUbāda e in seguito riferì: “ʿUbāda aveva acquisito una profonda comprensione della religione di Allah”. (Al-Iṣāba, 2/268; Siyar al-Anṣār, 2/56)

Dire la verità apertamente davanti ai governanti era una delle caratteristiche del suo carattere. Egli assolveva questo dovere con grande zelo. Quando giunse in Siria, vide che nelle compravendite venivano violate le norme della Sharīʿa. Pronunciò un discorso così infuocato da suscitare una grande agitazione in tutta l’assemblea. Vi era presente anche Muʿāwiya, che esclamò: “Il nobile Messaggero di Allah non disse questo a ʿUbāda”. Allora lo zelo religioso di ʿUbāda si intensificò. Egli disse: “Non desidero rimanere con Muʿāwiya. Testimonio che il Messaggero di Allah mi disse questa cosa”. (Usd al-Ghāba, 3/107; Musnad Aḥmad, 5/319)

L’episodio sopra riportato avvenne durante il califfato di ʿUmar. Tuttavia, durante il califfato di ʿUthmān, l’emiro Muʿāwiya scrisse al califfo: “ʿUbāda ha sconvolto l’intera situazione della Siria. O lo convochi a Medina, oppure lascerò io stesso la Siria”. Il Comandante dei credenti gli rispose ordinandogli di mandarlo a Medina. Dopo l’ordine del califfo, ʿUbāda partì direttamente dalla Siria per Medina. Quando giunse dal califfo, questi stava parlando con un Muhājir. Fuori dalla casa del califfo erano riunite molte persone. Entrò e si sedette in silenzio in un angolo. Non appena il califfo alzò lo sguardo, lo vide e gli chiese: “Che cosa succede?”. Subito ʿUbāda si alzò e cominciò a parlare ai presenti: “Il Messaggero di Allah disse: ‘Dopo di me, i governanti trasformeranno il bene in male e il male in bene, ma non è lecita l’obbedienza nel peccato. Non partecipate mai a un atto peccaminoso’”. (Musnad Aḥmad, 5/319) Nel mezzo delle sue parole, Abū Hurayra cercò di intervenire. ʿUbāda tuonò: “Quando prestammo giuramento nelle mani del Messaggero di Allah, voi non eravate presenti. Noi prestammo giuramento nelle sue mani alle seguenti condizioni: obbedirgli in ogni circostanza; dare aiuto finanziario sia nella prosperità sia nella difficoltà; ordinare alle persone il bene e proibire il male; non temere nessuno nel dire la verità; aiutarlo quando sarebbe giunto a Yathrib; proteggerlo come proteggiamo la nostra vita, i nostri beni e i nostri figli; e non temere, riguardo ad Allah, il biasimo di alcun biasimatore. La ricompensa per queste opere ci sarebbe stata data sotto forma di Paradiso. È nostro dovere adempiere pienamente a tutti questi impegni; chi non li adempie sarà responsabile di ciò”. (Ansāb al-Ashrāf, 1/253; Musnad Aḥmad, 5/325; anche l’Imām al-Bukhārī e l’Imām Muslim hanno trasmesso questo ḥadīth.)

ʿUbāda svolgeva il dovere di ordinare il bene e proibire il male in ogni momento, persino mentre camminava per strada. Una volta, mentre si recava da qualche parte, vide ʿAbd Allāh ibn ʿAbbād al-Zarqī cacciare uccelli. Gli strappò l’uccello dalle mani e lo liberò nell’aria, dicendogli: “Questo luogo fa parte del ḥaram; qui la caccia è proibita”. (Musnad Aḥmad, 5/317)

ʿUbāda nutriva un intenso amore per il nobile Messaggero di Allah. Dopo il primo incontro, si recò altre due volte alla Mecca, lo incontrò e tornò dopo avergli prestato giuramento. Dopo l’arrivo del nobile Messaggero di Allah a Medina, non vi fu alcun episodio o battaglia alla quale egli non ebbe la fortuna di partecipare. Per questo era anch’egli tra i prediletti del Messaggero di Allah. Una volta si ammalò e il Messaggero venne a visitarlo, accompagnato da alcuni Anṣār. Il Messaggero chiese: “Sapete chi è il martire?”. Tutti rimasero in silenzio. ʿUbāda disse alla moglie: “Aiutami a sedermi appoggiato a un cuscino”. Dopo essersi seduto, rispose alla domanda del Messaggero di Allah: “Chi, dopo aver abbracciato l’Islam, emigra e poi muore in battaglia; chi muore di colera o annegato; e la donna che muore durante il parto: tutti questi rientrano tra i martiri”. (Musnad Aḥmad, 5/317) Per tutto il periodo della sua malattia, il Messaggero andava a visitarlo mattina e sera. In quella circostanza gli insegnò una supplica e disse: “Gabriele me l’ha insegnata”. (Musnad Aḥmad, 5/323)

Nel libro Ḥayāt al-Ṣaḥāba si trova una narrazione riguardante la moglie di ʿUbāda. Un giorno il Messaggero di Allah andò dalla figlia di Milḥān e si sedette appoggiandosi a qualcosa. Poi rise. Quando ella gli chiese il motivo della risata, egli disse: “Alcuni membri della mia comunità attraverseranno il mare per la causa di Allah”. Ella disse: “O Messaggero di Allah, invoca Allah per me, affinché io possa essere una di loro”. Il Messaggero pregò: “O Allah, rendila una di loro”. Poi rise di nuovo. Ella gli pose ancora la stessa domanda e questa volta chiese nuovamente la stessa supplica. Egli disse: “Tu sarai tra i primi di loro, ma non tra gli ultimi”. Anas riferisce che ʿUbāda sposò quella donna. In seguito ella attraversò il mare per combattere insieme a Qārija, moglie di Muʿāwiya ibn Abī Sufyān, e morì cadendo dalla cavalcatura. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/592)

ʿUthmān ibn Sawda disse: “Vidi ʿUbāda ibn al-Ṣāmit piangere con il petto appoggiato al muro della moschea di Wādī Jahannam. Gli dissi: ‘Abū al-Walīd, perché piangi in questo modo?’. Egli rispose: ‘Questo è il luogo dal quale il Messaggero di Allah ci disse di aver visto l’Inferno’”. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 2/626)

L’Imām Sufyān ibn ʿUyayna riassunse in pochissime parole l’identità e il rango di ʿUbāda: “ʿUbāda è ʿAqabī, Uḥudī, Badrī, Shajarī e, inoltre, naqīb”. (Bulūgh al-Amānī, Sharḥ Musnad Aḥmad, 22/275) Sì, egli fu realmente membro del Giuramento di al-ʿAqaba e combattente di Badr e Uḥud. Fu anche uno dei membri del Giuramento dell’Albero, cioè del Giuramento di Riḍwān, avvenuto al momento del trattato di al-Ḥudaybiyya. Inoltre, fu uno dei dodici naqīb di Medina.

Jābir ibn ʿAbd Allāh (ra)

Il suo nome era Jābir. Vi sono divergenze riguardo alla sua kunya, o soprannome: Abū ʿAbd Allāh, Abū ʿAbd al-Raḥmān e Abū Muḥammad. Ibn al-Athīr ritenne più corretta la prima opinione. Suo padre era ʿAbd Allāh ibn ʿAmr e sua madre Nasība bint ʿUqba. Attraverso il loro antenato Ḥarām ibn Kaʿb, le genealogie paterna e materna si ricongiungevano. I discendenti di Salāma, antenato della linea paterna di Jābir, erano stanziati a Medina, dalla Ḥarra fino alla moschea di Qiblatayn. La tribù di Banū Ḥarām abitava invece tra il cimitero e una piccola moschea. Suo padre ʿAbd Allāh ibn ʿAmr fu uno dei naqīb nominati nella seconda ʿAqaba.

Il nonno di Jābir, ʿAmr, era il capo della sua famiglia. Il pozzo chiamato ʿAyn al-Arzaq, restaurato da Marwān ibn al-Ḥakam durante il califfato di Muʿāwiya, apparteneva a lui; erano inoltre sotto il suo controllo varie fortezze dei Banū Salāma e dei dintorni. Dopo la sua morte, tali beni passarono al figlio ʿAbd Allāh. Jābir, figlio di ʿAbd Allāh, nacque a Medina nel 611, oppure, secondo un’altra opinione, nel 607 d.C., corrispondente al trentaquattresimo Anno dell’Elefante.

Jābir partecipò con il padre alla bayʿa della seconda ʿAqaba. È possibile che avesse abbracciato l’Islam a Medina per mano di Musʿab ibn ʿUmayr in quell’occasione o già prima. Dopo la bayʿa, il Messaggero di Allah nominò suo padre naqīb e responsabile dei Banū Salāma. Jābir disse: «Ero il più giovane dei partecipanti a questa ʿAqaba». Secondo Ibn Saʿd aveva allora diciotto o diciannove anni; Ibn al-Athīr disse invece che era ancora un ragazzo.

Jābir partecipò a tutte le spedizioni del Messaggero di Allah, eccetto Badr e Uḥud. Gli esperti di sīra discordano sulla sua partecipazione a quelle due battaglie. In una narrazione egli disse di aver portato acqua in abbondanza per suo padre il giorno di Badr; Muḥammad ibn ʿUmar considerò però questa una supposizione infondata degli Iracheni. Jābir stesso affermava: «Non partecipai a Badr né a Uḥud; mio padre me lo impedì. Ma non rimasi mai assente da nessun’altra battaglia».

Jābir non partecipò a Uḥud perché suo padre lo lasciò a occuparsi delle sue sette sorelle. Quando i Quraysh si riunirono a Ḥamrāʾ al-Asad, il Messaggero di Allah ordinò a tutti, tranne ai partecipanti di Uḥud, di uscire all’inseguimento del nemico. Jābir gli disse: «O Messaggero di Allah, ieri sono stato privato della partecipazione al jihād, perché mio padre mi trattenne e mi affidò le mie sette sorelle». Il Profeta gli concesse allora il permesso di unirsi alla spedizione. Gli storici riferiscono numeri diversi per le spedizioni a cui Jābir partecipò oltre Badr e Uḥud: diciannove, diciotto o diciassette.

Suo padre ʿAbd Allāh partecipò a Uḥud e vi cadde martire. La notte precedente disse a Jābir che desiderava essere tra i primi martiri dei Compagni del Messaggero di Allah. Gli lasciò alcuni debiti da pagare e gli raccomandò di trattare bene le sorelle. Il mattino seguente fu il primo martire. Un miscredente, Sufyān ibn ʿAbd Shams al-Sulamī, lo uccise. I pagani mutilarono il corpo di ʿAbd Allāh, e le membra furono raccolte in un panno. Jābir desiderava vedere il cadavere, ma la gente cercò di impedirglielo; il Messaggero di Allah gli diede il permesso. Disse che gli angeli avrebbero continuato a proteggerlo con le ali finché il corpo non fosse stato sollevato.

Le sorelle di Jābir inviarono un cammello per trasportare il corpo del padre e desideravano seppellirlo nel cimitero dei Banū Salāma. Il Messaggero di Allah ordinò tuttavia che fosse sepolto insieme agli altri martiri di Uḥud, e così fu. Jābir raccontò di aver baciato il volto del padre dopo aver rimosso il sudario; il Profeta vide la scena e non lo proibì. Quando Jābir piangeva, gli disse: «Non sei contento che ʿĀʾisha sia tua madre e io tuo padre?», quindi gli accarezzò la testa. Jābir affermò che, benché tutti i suoi capelli fossero poi diventati bianchi, nel punto toccato dalla mano del Messaggero di Allah erano rimasti neri.

Jābir seppellì il padre nella stessa tomba di un altro martire, ma non ne fu soddisfatto. Dopo sei mesi aprì la tomba e trovò il corpo quasi intatto: la terra aveva toccato soltanto l’orecchio. Quarant’anni più tardi, quando Muʿāwiya fece scavare un pozzo a Uḥud, il corpo di ʿAbd Allāh riemerse insieme a quelli di altri martiri, ancora completamente intatto. In una narrazione si dice che Allah lo risuscitò e gli chiese che cosa desiderasse; egli rispose di voler tornare nel mondo per essere nuovamente martirizzato.

ʿAbd Allāh lasciò molti debiti. Jābir possedeva soltanto due giardini, il cui raccolto non bastava a saldarli. Si recò dal Messaggero di Allah e gli chiese di parlare con i creditori ebrei. Essi non accettarono né una riduzione né il pagamento in due rate annuali. Il Profeta si recò allora nella casa di Jābir, pregò due rakʿa e ordinò di raccogliere e dividere i datteri. Jābir iniziò la divisione mentre il Messaggero di Allah invocava Allah. Per volontà divina, dopo il pagamento dei debiti rimase ancora molto. Abū Bakr e ʿUmar ne furono entrambi lieti.

Nel quinto anno dell’Egira Jābir partecipò alla spedizione di Dhāt al-Riqāʿ. Il suo cammello si fermò improvvisamente; il Profeta lo colpì con la frusta e l’animale ripartì rapidamente, arrivando davanti a tutti. In seguito il cammello si perse, e il Messaggero di Allah indicò più volte a Jābir dove trovarlo; infine lo condusse personalmente dall’animale. Il Profeta propose di comprarlo. Jābir accettò, e a Medina ricevette il prezzo, un uqiyya d’oro e, per ordine del Profeta, anche il cammello stesso. Il denaro eccedente il prezzo era una donazione del Messaggero di Allah; Jābir lo conservò in una borsa, che fu poi saccheggiata durante l’episodio di al-Ḥarra.

Durante il regno di Yazīd ibn Muʿāwiya Medina fu colpita da un grande massacro e da saccheggi. Il responsabile fu Muslim ibn ʿUqba al-Murrī, chiamato dagli abitanti di Medina Musrif ibn ʿUqba. Jābir era allora cieco e vedeva davanti a sé le case saccheggiate e i cadaveri nelle strade. Diceva: «La rovina colpisca coloro che terrorizzano il Messaggero di Allah», alludendo alla parola profetica secondo cui chi terrorizza Medina terrorizza ciò che si trova tra i due fianchi del Profeta. I ribelli lo catturarono per ucciderlo, ma Marwān gli concesse protezione nella propria casa.

Il cammello donato dal Profeta rimase presso Jābir fino al califfato di ʿUmar, che lo prese e lo destinò ai cammelli della carità, ordinando che fosse nutrito e abbeverato bene. Nello stesso quinto anno dell’Egira ebbe luogo la battaglia del Fossato. Durante lo scavo i Compagni incontrarono una roccia durissima. Il Messaggero di Allah scese con una grande ascia e la frantumò. Jābir lo vide con una pietra legata sul ventre per la fame. Tornò a casa, macellò un capretto e preparò del cibo per il Profeta e per pochi altri. Il Messaggero di Allah, però, annunciò a tutti i lavoratori del Fossato che Jābir li aveva invitati. Tutti mangiarono a sazietà e il cibo rimase in abbondanza.

Nel sesto anno dell’Egira Jābir partecipò alle spedizioni contro Banū al-Muṣṭaliq e al-Anmār. Nello stesso anno partì con il Messaggero di Allah per la ʿumra. Erano circa millequattrocento. Durante quel viaggio ebbe luogo la bayʿat al-Riḍwān. Jābir vi partecipò; disse che tutti prestarono il giuramento tranne al-Jadd ibn Qays, che si nascose accanto al fianco del suo cammello. Il Profeta disse ai partecipanti: «Siete le persone migliori del mondo». Gli altri Compagni dissero in seguito di aver giurato sulla morte, mentre Jābir precisò che avevano giurato di non fuggire.

Durante il ritorno da Ḥudaybiyya, a Suqiyāʾ non c’era acqua. Jābir partì con alcuni Anṣār e la trovò a Qurṣāyā, a ventitré miglia di distanza. Dopo la preghiera della sera vide il Messaggero di Allah dirigersi verso il bacino sul suo cammello; ne tirò le redini e lo fece sedere. Il Profeta pregò e Jābir pregò al suo fianco.

Nell’ottavo anno dell’Egira il Messaggero di Allah inviò una spedizione verso la costa sotto il comando di Abū ʿUbayda. Esaurite le provviste, i soldati mangiarono foglie. Poi trovarono sulla riva un enorme pesce morto, chiamato ʿAnbar. Lo mangiarono per quindici giorni; trecento uomini ne furono nutriti, e una costola era tanto grande che il cammello più alto poteva passare sotto di essa. Jābir vi entrò insieme ad altri cinque uomini attraverso l’orbita dell’occhio senza difficoltà. I biografi ricordano inoltre la sua partecipazione a Ḥunayn e Tabūk, e al pellegrinaggio d’addio nel decimo anno. Fu assente da Khaybar, ma il Profeta gli assegnò una parte del bottino pari a quella dei partecipanti. Nella battaglia di Ṣiffīn combatté dalla parte di ʿAlī.

Nel quarantesimo anno dell’Egira Busr ibn Arṭāt, governatore di Muʿāwiya, arrivò nel Ḥijāz e nello Yemen. Dichiarò che i Banū Salāma non avrebbero ricevuto protezione finché Jābir non fosse comparso davanti a lui. Jābir consultò Umm Salama, che gli consigliò di prestare giuramento per costrizione. Egli si presentò quindi a Busr e giurò fedeltà al califfato di Muʿāwiya.

Nel settantaquattresimo anno dell’Egira al-Ḥajjāj era governatore di Medina e perseguitava persino i Compagni. Fece imprimere un sigillo sul collo di alcuni di loro e sulla mano di Jābir. Jābir divenne molto debole e cieco negli ultimi anni. Le opinioni divergono sul suo anno di morte: 73, 74, 77 o 78 dell’Egira. Secondo l’opinione più diffusa morì nel 78, all’età di novantaquattro anni. Fu l’ultimo dei partecipanti alla terza ʿAqaba a lasciare questo mondo. Alcuni dissero che fosse l’ultimo Compagno di Medina, ma l’opinione ritenuta corretta indica Sahl ibn Saʿd, morto nel 91 dell’Egira.

Jābir aveva assistito alle persecuzioni di al-Ḥajjāj e le aveva subite personalmente. Prima di morire dispose che al-Ḥajjāj non guidasse la sua preghiera funebre. Essa fu quindi guidata da uno dei figli di ʿUthmān. Le fonti divergono tuttavia sulla presenza o sulla partecipazione di al-Ḥajjāj.

Dopo il martirio del padre Jābir sposò una donna già sposata. Durante un viaggio il Messaggero di Allah gli chiese se avesse sposato una vergine o una donna già sposata. Quando Jābir spiegò che aveva bisogno di una donna adulta capace di occuparsi delle sue sorelle, il Profeta gli disse: «Hai fatto bene». Jābir si sposò poi nuovamente presso i Banū Salāma. La prima moglie si chiamava Suhayla bint Masʿūd, dei Banū Jufar; la seconda era Umm al-Ḥārith, figlia del Compagno Muḥammad ibn Maslama. Tra i suoi figli sono ricordati ʿAbd al-Raḥmān, ʿAqīl, Muḥammad, Ḥamīda, Maymūna e Umm Ḥabīb.

Jābir iniziò la sua formazione nella scuola del Messaggero di Allah e nei circoli di studio della moschea del Profeta. Tra i suoi maestri vi furono Abū Bakr, ʿUmar, ʿAlī, Abū ʿUbayda, Ṭalḥa, Muʿādh ibn Jabal, ʿAmmār ibn Yāsir, Khālid ibn al-Walīd, Abū Qatāda, Abū Hurayra, Abū Saʿīd al-Khudrī e molti altri. Il suo desiderio di ascoltare e raccogliere gli ḥadīth era così intenso che viaggiava per mesi per una sola tradizione. Andò in Siria per ascoltare da ʿAbd Allāh ibn Unays un ḥadīth sul qiṣāṣ e in Egitto per ascoltare da Maslama ibn Mukhallad un ḥadīth sul satr del credente.

Dopo aver acquisito la conoscenza, Jābir si dedicò all’insegnamento. Aveva un circolo di studio nella moschea del Profeta, frequentato da studenti provenienti da Mecca, Medina, Yemen, Kūfa, Baṣra ed Egitto. Trasmesse circa 1.540 tradizioni: sessanta muttāfaq ʿalayhi, ventisei riportate esclusivamente da al-Bukhārī e centoventisei esclusivamente da Muslim. Era estremamente prudente nella trasmissione: una volta si fermò prima di dire «ho sentito», poiché non era certo di aver ascoltato ogni parola direttamente dal Messaggero di Allah, e narrò quindi il ḥadīth come mawqūf.

Tra i suoi celebri discepoli vi furono Saʿīd ibn al-Musayyib, Abū Salama, Saʿīd ibn Mīnā, ʿĀṣim ibn ʿUmar ibn Qatāda, Abū al-Zubayr, Muḥammad ibn al-Munkadir, al-Shaʿbī, al-Ḥasan al-Baṣrī, ʿAṭāʾ, ʿAmr ibn Dīnār, Mujāhid e altri. Oltre ai Tābiʿūn, numerosi Compagni trasmisero da lui. Jābir possedeva grande competenza anche nel tafsīr e nel fiqh ed era uno dei muftī di Medina.

Riguardo all’ingresso degli uomini nell’Inferno, insegnava che vi sarebbero entrati sia i buoni sia i malvagi, ma il fuoco non avrebbe toccato i pii; poi i timorati di Allah sarebbero stati salvati e gli ingiusti sarebbero rimasti nell’Inferno. Quando Ṭalāq ibn Ḥabīb negò l’intercessione e discusse con lui, Jābir spiegò che i versetti sull’eterna permanenza nel fuoco riguardavano i politeisti, mentre la liberazione di alcuni credenti era stata spiegata negli ḥadīth del Profeta. Disse inoltre che i primi due versetti della sūra al-Muzzammil avevano imposto il qiyām al-layl, poi abrogato dal ventesimo versetto.

La sua vita incarnava i fondamenti dell’etica islamica: l’applicazione dei limiti stabiliti da Allah, il coraggio di dire la verità, l’ingiunzione del bene, l’amore per il Messaggero di Allah, l’adesione alla Sunna e la compassione verso i musulmani. Non faceva distinzione tra vicino e lontano nell’applicare la giustizia. Fu presente quando Māʿiz al-Aslamī fu lapidato e partecipò personalmente all’esecuzione della pena.

Non si lasciava influenzare dal prestigio delle persone. Quando al-Barāʾ ibn ʿĀzib sostituì nella narrazione dell’ḥadīth la parola «Trono» con «lettiga», Jābir dichiarò quale fosse la formulazione autentica, benché al-Barāʾ appartenesse agli Aws e Jābir ai Khazraj. Quando al-Ḥajjāj modificò gli orari della preghiera, Jābir ricordò pubblicamente gli orari praticati dal Messaggero di Allah. Proibì inoltre la vendita dei frutti per più anni prima che fossero commestibili, richiamandosi alla proibizione profetica.

Il suo amore per il Messaggero di Allah era profondo. Lo imitava persino in ciò che non era obbligatorio. Aveva visto il Profeta pregare con un solo indumento e fece lo stesso, affinché la gente conoscesse la permissibilità di tale pratica. Poiché il Profeta aveva invocato Allah per tre giorni nella moschea di Fatḥ, Jābir si recava nello stesso luogo a pregare quando affrontava una difficoltà.

Jābir cercava costantemente di rendere felice il Messaggero di Allah. Gli offrì datteri, preparò carne quando il Profeta la desiderò, lo invitò a mangiare e gli portò carne, datteri secchi e acqua. Quando sua moglie chiese una preghiera per lei e per il marito, il Profeta disse: «Allāhumma ṣalli ʿalayhim», cioè: «O Allah, riversa la Tua misericordia su entrambi».

Quando Jābir si ammalò, il Profeta lo visitò e pregò per lui. Jābir gli chiese come sarebbe stata divisa la sua eredità, poiché era allora senza figli e suo padre era morto. Il Messaggero di Allah gli annunciò che non sarebbe morto per quella malattia e recitò il versetto 176 della sūra al-Nisāʾ, il versetto dell’eredità del kalāla.

Il Messaggero di Allah talvolta portava Jābir con sé agli inviti e talvolta lo ospitava nella propria casa. In un’occasione gli offrì pane e aceto, dicendo che l’aceto era un ottimo condimento. Da quel giorno Jābir amò particolarmente l’aceto. Il Profeta gli prendeva anche denaro in prestito e, al momento della restituzione, dava più dell’importo dovuto. Poco prima della sua morte aveva promesso a Jābir una parte di una somma proveniente dal Bahrain; Abū Bakr, divenuto califfo, mantenne quella promessa.

Jābir amava profondamente la comunità musulmana. Quando un vicino tornò da un viaggio raccontando divisioni, fazioni e innovazioni religiose, i suoi occhi si riempirono di lacrime. Egli ricordò la parola del Messaggero di Allah secondo cui, come gli uomini entrano nella religione di Allah in gruppi, così ne usciranno in gruppi.

Abitava a un miglio dalla moschea del Profeta e vi si recava ogni giorno per le cinque preghiere. Quando alcune case vicino alla moschea rimasero vuote, Jābir e un altro uomo dei Banū Salāma pensarono di trasferirvisi, ma il Messaggero di Allah disse loro che per ogni passo compiuto verso la moschea sarebbe stata registrata una ricompensa. Essi accettarono con tutto il cuore il suo consiglio. Alla fine della vita Jābir costruì una moschea accanto alla propria casa.

In una spedizione guidata da Abū ʿUbayda, i Compagni possedevano soltanto una borsa di datteri. Ogni giorno Abū ʿUbayda ne dava uno a ciascuno; lo succhiavano come bambini e bevevano acqua, riuscendo così a resistere fino alla notte. Jābir disse di aver udito il Messaggero di Allah affermare che Allah rende proibito il fuoco dell’Inferno a colui i cui piedi si sono impolverati sulla Sua via.

Jābir compì più volte il ḥajj, tra cui il pellegrinaggio d’addio. Era semplice e privo di ostentazione. Quando alcuni Compagni vennero a casa sua, offrì loro pane e aceto e spiegò che l’ospite deve ricevere con serenità ciò che è disponibile, senza vergogna né disprezzo.

Conservò a lungo il ricordo della bayʿat al-Riḍwān sotto l’albero di Ḥudaybiyya. Altri avevano dimenticato persino il luogo, ma Jābir, diventato cieco in vecchiaia, disse che se avesse avuto ancora la vista avrebbe potuto indicarlo. Riteneva che la tregua di Ḥudaybiyya fosse la vera vittoria menzionata nel Corano.

Jābir riferì anche che la notizia della missione profetica era giunta per la prima volta a Medina attraverso un jinn, il quale aveva assunto la forma di un uccello bianco e aveva annunciato che a Mecca era apparso un Profeta, che aveva proibito la fornicazione e ordinato ai jinn di non abitare sulla terra.

In un’altra occasione ʿUmar rimproverò Jābir per aver comprato carne per un dirham soltanto perché la sua famiglia ne aveva desiderio. Jābir desiderò allora che il dirham fosse andato perduto o che non avesse incontrato ʿUmar. Così, nei libri di ḥadīth e di sīra, sono rimasti numerosi episodi della vita di Jābir ibn ʿAbd Allāh, pieni di insegnamenti per i musulmani.

Abu Ayyub al-Ansari (ra)

Si chiamava Khalid, ma era conosciuto con il kunyah Abu Ayyub. Suo padre era Zayd ibn Kulayb al-Najjari al-Khazraji. Alcuni lo menzionano anche come al-Maliki, per il suo legame con Malik ibn al-Najjar, e come al-Azdi, poiché gli Ansar appartenevano agli Azd. (Dairah-i Ma’arif-i Islamiyya, urdu, 1/742). Sua madre era Hind bint Sa’d. (Usud al-Ghaba, 2/80). Secondo Ibn Sa’d, tuttavia, si chiamava Zahra bint Sa’d. (Tabaqat, 3/484). Zahra era la cugina paterna di Abu Ayyub. Abu Ayyub nacque a Yasrib quarant’anni dopo l’Anno dell’Elefante, cioè trentuno anni prima dell’Egira. Nella storia è conosciuto con il kunyah Abu Ayyub. (Dairah-i Ma’arif-i Islamiyya, urdu, 1/742). Il clan dei Najjar era uno dei clan più nobili di Yasrib, e la sua nobiltà era ulteriormente accresciuta dal fatto di essere il clan materno del Messaggero di Allah. Abu Ayyub era il rais, cioè il capo, di questo nobile clan dei Najjar.

Il Messaggero di Allah continuava a invitare all’Islam alla Mecca. La situazione ostile della Mecca nei confronti della predicazione islamica peggiorava di giorno in giorno. Nel frattempo, l’invito all’Islam si era diffuso anche a Yasrib. Nel decimo anno della profezia sei persone, nell’undicesimo dodici, e nel dodicesimo settantatré — secondo un’altra versione settantacinque — abitanti di Yasrib, cioè di Medina, giunsero alla Mecca per il pellegrinaggio, accettarono l’Islam stringendo la mano del Messaggero di Allah e pronunciarono un giuramento. Nella storia questi sono conosciuti come il primo, il secondo e il terzo giuramento di al-‘Aqabah. Abu Ayyub era presente a quest’ultimo giuramento e, dopo aver prestato bay’ah al Messaggero di Allah, ritornò a Yasrib. (Usud al-Ghaba, 2/80; Tabaqat, 3/484). Non riuscì a trovare pace finché non ebbe comunicato agli altri la grande verità che aveva scoperto. Presentò l’invito all’Islam ai parenti prossimi, agli amici e ai membri della sua famiglia. In breve tempo condusse anche sua moglie alla sua stessa religione.

Poiché durante i giuramenti di al-‘Aqabah molti abitanti di Medina avevano accettato l’Islam e grazie agli sforzi del rappresentante del Messaggero di Allah inviato a Medina, Mus’ab ibn ‘Umayr, l’invito islamico si diffuse rapidamente. Nel frattempo, per ordine del Messaggero di Allah, molti musulmani perseguitati cominciarono a emigrare segretamente dalla Mecca a Medina. Il Nobile Messaggero, però, continuava a rimanere alla Mecca, in mezzo all’ostilità dei Quraysh. Infine, nel tredicesimo anno della profezia, anche lui partì verso Medina per ordine di Allah.

Gli abitanti di Medina attendevano con impazienza l’arrivo del Grande Profeta. Ogni mattina un gruppo di Ansar — e Abu Ayyub era tra loro — si recava regolarmente in un luogo chiamato Harrah, a quattro o cinque miglia da Medina, e aspettava fino a mezzogiorno guardando verso la strada dalla quale il Messaggero di Allah avrebbe potuto arrivare. Poi tornava indietro. Un giorno, mentre stavano rientrando, un ebreo vide da lontano il Messaggero di Allah e diede loro la buona notizia. Gli Ansar, armati, si precipitarono ad accogliere il Grande Profeta. I Banu Najjar furono i più solleciti tra loro.

Il Nobile Messaggero rimase per alcuni giorni nel villaggio di Quba, alla periferia di Medina. Poi decise di recarsi nella città vera e propria. Il giorno in cui partì da Quba verso Medina fu il giorno più glorioso e benedetto della storia di Medina. Gli uomini di tutte le tribù degli Ansar di Medina, compresi i Banu Najjar, stavano schierati ai due lati della strada percorsa dal Grande Profeta, mentre i capi delle tribù aspettavano alle porte delle proprie case. Le ragazze velate erano scese dalle case sulla strada e gli schiavi etiopi si esibivano lietamente in esercizi militari. I bambini dei Banu Najjar cantavano in coro il canto di benvenuto «Tala’a al-badru ‘alayna». In mezzo a un’accoglienza tanto solenne e pura, il Grande Profeta entrò a Medina.

Ogni abitante di Medina aspettava con ansia di sapere chi avrebbe avuto la fortuna di ospitare il Grande Profeta. Mentre egli attraversava la strada, gli abitanti delle diverse tribù vicine gli andavano incontro dicendo «Ahlan, sahlan wa marhaban», benvenuto, e lo invitavano a essere loro ospite. Ma Allah aveva già destinato la casa di Abu Ayyub a ospitare il Grande Profeta. Il Messaggero di Allah ripeteva a coloro che cercavano di fermare la sua cammella: «Lasciatele libero il cammino: essa ha ricevuto un ordine». (Usud al-Ghaba, 2/80). L’Imam Malik dice che in quel momento il Messaggero di Allah si trovava nello stato della rivelazione e aspettava la rivelazione riguardo al luogo in cui sarebbe dovuto scendere. [Siyar-e Ansar, urdu, 1/110].

La cammella proseguì finché si inginocchiò in un luogo appartenente ai Banu Malik ibn al-Najjar, dove in seguito sarebbe sorta la porta della Moschea del Profeta. Poi guardò un poco da una parte e dall’altra, si rialzò, fece qualche passo e tornò a sedersi nello stesso luogo. Il Messaggero di Allah scese. La casa di Abu Ayyub era lì vicino. (Usud al-Ghaba, 2/81). Abu Ayyub si fece avanti e disse: «La mia casa è qui vicino; se mi date il permesso, posso scaricare i bagagli dal dorso della cavalcatura». La folla di coloro che desideravano ospitare il Messaggero di Allah non si era ancora dispersa. Tutti desideravano ardentemente che egli fosse loro ospite. Alla fine la gente fece un sorteggio e uscì il nome di Abu Ayyub. Così Abu Ayyub ebbe l’occasione di ottenere il grande onore di ospitare il Grande Profeta. (Siyar-e Ansar, 1/111).

Il Nobile Messaggero rimase nella casa di Abu Ayyub per circa sei mesi, finché furono costruite la moschea e la sua abitazione accanto alla moschea. Abu Ayyub svolse il compito di ospitarlo con immenso affetto e umiltà. La casa aveva due piani, ma il tetto era molto semplice. Abu Ayyub destinò il piano superiore al Messaggero di Allah. Tuttavia il Messaggero preferì il piano inferiore, pensando alla comodità propria e di coloro che venivano a fargli visita. Così passarono i giorni.

Un giorno, per caso, al piano superiore si ruppe una brocca d’acqua e l’acqua cominciò a scorrere. Il tetto era molto semplice. Temendo che l’acqua colasse al piano inferiore e arrecasse disturbo al Messaggero di Allah, Abu Ayyub e sua moglie Umm Ayyub furono presi dall’ansia. Possedevano una sola coperta. La gettarono sull’acqua perché la assorbisse. Subito scesero e chiesero al Messaggero di Allah di salire al piano superiore, esprimendo il desiderio di scendere loro stessi. (Usud al-Ghaba, 2/81).

Quella difficoltà, in sé, non era certo molto grave per loro. Ma furono assaliti da un’altra paura. Il pensiero «noi siamo sopra e il portatore della rivelazione è sotto» li agitava profondamente. Per una notte intera non riuscirono a dormire. Marito e moglie rimasero rannicchiati in un angolo della casa, trascorrendo la notte come meglio potevano. Al mattino Abu Ayyub si presentò al Messaggero di Allah e gli raccontò ciò che era accaduto la notte precedente e ciò che avevano provato. Il Nobile Messaggero rispettò i loro sentimenti e accolse la loro richiesta. Salì al piano superiore. (Sirat Ibn Hisham, 1/498; Hayat al-Sahabah, 2/328-329).

Dopo la morte di Abu Ayyub, la casa passò al suo schiavo liberato Aflah. Quando i muri cominciarono a crollare e la casa rischiò di diventare una rovina, Mughirah ibn ‘Abd al-Rahman ibn Harith ibn Hisham la acquistò da lui per mille dinari e la restaurò. Aflah distribuì quella somma tra i poveri e i bisognosi di Medina. (Sirat Ibn Hisham, 1/498, nota 3).

Durante la permanenza del Nobile Messaggero nella casa di Abu Ayyub, di solito gli Ansar, a turno, oppure lo stesso Abu Ayyub, gli mandavano del cibo. Dopo che egli aveva mangiato, ciò che avanzava veniva rimandato ad Abu Ayyub. Abu Ayyub osservava le impronte delle dita del Messaggero di Allah nel piatto e mangiava proprio dalla parte da cui egli aveva mangiato. Un giorno, però, il Messaggero rimandò indietro tutto il cibo senza averlo toccato. Con esitazione e imbarazzo, Abu Ayyub si recò da lui e chiese la ragione per cui non avesse mangiato. Egli rispose: «Nel cibo c’era aglio. Io non amo l’aglio. Voi, però, mangiatelo». Abu Ayyub disse: «Ciò che non piace a voi non piacerà neppure a me». (Muslim, 2/198; Sirat Ibn Hisham, 1/499; Usud al-Ghaba, 2/81).

Dopo l’Egira, il Nobile Messaggero riunì gli Ansar e i Muhajirun nella casa di Anas e stabilì tra un Muhajir e un Ansar un rapporto di fratellanza religiosa, o mu’akhah, secondo le loro inclinazioni, la posizione sociale e le altre caratteristiche. Abu Ayyub fu unito in fratellanza a Mus’ab ibn ‘Umayr al-Qurashi, il primo predicatore dell’Islam a Yasrib. (Tabaqat, 3/484). Mus’ab era un Compagno entusiasta, pieno di vitalità. Sul cammino dell’invito islamico aveva affrontato molte dure prove. Prima dell’Egira del Messaggero di Allah a Medina, egli fu il primo da’i, cioè predicatore, inviato a Medina. Il significato della fratellanza stabilita tra lui e Abu Ayyub era che anche Abu Ayyub possedeva un entusiasmo e uno zelo simili a quelli di Mus’ab. Gli avvenimenti successivi della sua vita ne avrebbero dimostrato la verità.

Abu Ayyub partecipò con il Messaggero di Allah a tutte le battaglie e spedizioni, tra cui Badr, Uhud, al-Khandaq e la Bay’at al-Ridwan. (Usud al-Ghaba, 2/80; al-Isabah, 1/405). Aveva veramente venduto la propria vita e i propri beni ad Allah, il Signore dei mondi. Dopo la morte del Nobile Messaggero, nonostante mille sofferenze, non si tirò indietro da nessuna delle guerre combattute durante l’epoca dei califfi. Di notte e di giorno, in pubblico e in solitudine, il suo motto era sempre il versetto di Allah: «Infinru khifafan wa thiqalan», partite per la guerra, leggeri o pesanti. (al-Tawbah, 41). Cioè: da soli o in gruppo, pieni di energia o scoraggiati, nella giovinezza o nella vecchiaia, nella ricchezza o nella povertà; in breve, in ogni condizione. (Fath al-Qadir, 2/263). Diceva: «Mi sono sempre trovato leggero e pesante». (Hayat al-Sahabah, 1/457-458; Tabaqat, 3/485).

Dopo la morte del Messaggero di Allah, ci fu una sola occasione in cui non uscì di casa. In quella guerra il califfo nominò comandante un giovane di poca età e Abu Ayyub non riuscì ad approvare la sua leadership. Secondo gli esperti della sira, quel comandante era Yazid ibn Mu’awiyah. Tuttavia non riuscì a rimanere a lungo in casa. Continuò a essere agitato dal dubbio e dal conflitto interiore e fu consumato dal rimorso. In breve tempo giunse a una decisione. Disse tra sé: «Che cosa mi importa chi sia il mio comandante?». Dopo questo pensiero, senza perdere neppure un momento, uscì subito di casa. Considerava il fatto di vivere come soldato dell’esercito islamico e di combattere sotto la sua bandiera per mantenere alto l’onore dell’Islam la più grande conquista della sua vita. (Rijal hawla al-Rasul, 406; Hayat al-Sahabah, 1/458).

Per il jihad si recò nei tre continenti: Asia, Africa ed Europa. (Dairah-i Ma’arif-i Islamiyya, 1/743).

Nell’anno 35 dell’Egira, quando il califfo ‘Uthman fu assediato dai ribelli, Abu Ayyub si trovava a Medina. In quel periodo travagliato, a volte guidava la preghiera nella Moschea del Profeta. Durante il periodo di conflitto e di scontro tra ‘Ali e Mu’awiyah, egli si schierò senza esitazione dalla parte di ‘Ali, poiché, secondo lui, ‘Ali era l’imam e i musulmani gli avevano prestato giuramento di obbedienza. (Rijal hawla al-Rasul, 407). Secondo Ibn al-Athir, partecipò con ‘Ali a tutte le battaglie. (Usud al-Ghaba, 2/81). Al-Mas’udi, nella sua opera Muruj al-Dhahab, racconta che nell’anno 36 dell’Egira Abu Ayyub partecipò con ‘Ali alla battaglia del Cammello. Ibn ‘Abd al-Barr, nella sua opera al-Isti’ab, conferma quanto riferito da al-Mas’udi. Tuttavia non risulta che alcuno storico precedente ad al-Mas’udi, storico del IV secolo dell’Egira, abbia menzionato la partecipazione di Abu Ayyub alla battaglia del Cammello.

Partecipò alla battaglia di Nahrawan contro i kharigiti. Prima della battaglia, Abu Ayyub fu tra coloro che cercarono di raggiungere un accordo con i kharigiti. Si recò con ‘Ali a Mada’in. ‘Ali aveva una profonda fiducia in lui. Quando la sede del califfato fu trasferita da Medina a Kufa, la capitale, ‘Ali lasciò Abu Ayyub come suo sostituto a Medina. In quel periodo Abu Ayyub svolse l’incarico di governatore di Medina. [Siyar-e Ansar, 1/111; Dairah-i Ma’arif-i Islamiyya, urdu, 1/743].

Al momento del martirio di ‘Ali, Abu Ayyub si trovava a Medina. In seguito Mu’awiyah assunse il califfato. Abu Ayyub non era uomo di desideri mondani. Il suo unico desiderio era ottenere un piccolo posto sul campo del jihad e tra le file dei mujahidin. Nel 42 dell’Egira aumentarono le spedizioni musulmane contro i Romani bizantini. In quel periodo partecipò al jihad sotto il comando di ‘Abd al-Rahman, figlio di Khalid ibn al-Walid. Aveva allora settantacinque anni. Nello stesso anno si recò in Egitto per partecipare alla guerra navale.

Il Nobile Messaggero aveva predetto la conquista di Costantinopoli, la roccaforte dei Romani bizantini. I comandanti musulmani erano sempre desiderosi di vedere per mano di chi si sarebbe compiuta quella conquista. Nel 52 dell’Egira, secondo un’altra versione nel 49, Mu’awiyah proclamò il jihad contro i Romani. Affidò al proprio figlio Yazid il comando dell’esercito e gli ordinò di assediare Costantinopoli. In quell’esercito, insieme a Compagni illustri come Ibn ‘Umar, Ibn ‘Abbas e Ibn al-Zubayr, Abu Ayyub partecipò come semplice soldato.

Diverse unità militari provenienti dalle varie regioni del califfato musulmano, tra cui l’Egitto e la Siria, presero parte alla spedizione. Il comandante dell’unità egiziana era il celebre Compagno ‘Uqbah ibn ‘Amir al-Juhani, allora governatore dell’Egitto. Parteciparono inoltre due unità guidate da Fudalah ibn ‘Ubayd e da ‘Abd al-Rahman ibn Khalid ibn al-Walid.

I Romani si prepararono pienamente alla guerra e avanzarono per combattere contro l’esercito musulmano. Anche la preparazione dei musulmani non era inferiore. Il loro numero era quasi pari a quello del nemico. L’entusiasmo e il fervore dei soldati musulmani erano così intensi che, in alcuni casi, un solo soldato musulmano combatteva contro un’intera fila di Romani. Una volta un soldato musulmano, da solo, penetrò attraverso lo schieramento romano e si inoltrò tra le loro file. Vedendo quella audacia, gli altri musulmani gridarono all’unisono il versetto coranico: «Non gettate voi stessi nella distruzione». (al-Baqarah, 195).

Udite queste parole, Abu Ayyub si fece avanti e disse: «Avete compreso così il significato di questo versetto? Esso fu rivelato riguardo agli Ansar e ai loro propositi negli affari e nel commercio. Una volta gli Ansar dissero: “Dobbiamo recuperare quest’anno la perdita subita nel commercio per aver partecipato al jihad l’anno scorso”. Fu in quella circostanza che il versetto venne rivelato. Il suo significato è che la distruzione non consiste nel jihad, bensì nell’abbandonare il jihad e nell’occuparsi di accumulare ricchezze in eccesso». (Siyar-e Ansar, 1/112; Hayat al-Sahabah, 1/470-471, 458-459; Tabaqat, 3/484-485).

Durante questa spedizione contro Costantinopoli scoppiò un’epidemia. Molti mujahidin morirono a causa di essa. Anche Abu Ayyub fu colpito e si trovò sul letto di morte. Yazid ibn Mu’awiyah, comandante dell’esercito musulmano, andò a visitarlo per l’ultima volta. Gli chiese: «Abu Ayyub, desiderate qualcosa? Cercherò di esaudire il vostro ultimo desiderio». Ma che cosa poteva desiderare, in questo mondo effimero, un uomo che aveva venduto tutto ciò che possedeva in cambio del Paradiso? Ciò che egli chiese a Yazid nel momento estremo della sua vita non sarebbe potuto venire in mente a nessuno. Con calma disse: «Quando morirò, mettete il mio corpo su un cavallo, portatelo il più lontano possibile nel territorio nemico e seppellitelo al limite estremo. Poi conducete rapidamente l’esercito musulmano lungo questa strada, affinché gli zoccoli dei loro cavalli passino sopra la mia tomba e io possa sapere che hanno ottenuto l’aiuto e la vittoria che desideravano». (Rijal hawla al-Rasul, 407; al-Isabah, 1/405).

Dopo la morte di Abu Ayyub, il suo ultimo desiderio fu realizzato. Una notte l’esercito musulmano, armato, sollevò il suo corpo e lo seppellì accanto alle mura di Costantinopoli, l’odierna Istanbul. Tutti i membri dell’esercito musulmano parteciparono alla sua preghiera funebre. Temendo che gli infedeli potessero profanare la sua tomba, Yazid la livellò con il terreno. Il mattino seguente i Romani chiesero ai mujahidin musulmani: «Ieri notte vi abbiamo visto molto occupati. Che cosa è successo?». Essi risposero: «È morto un Compagno molto onorato del nostro Profeta e noi eravamo occupati a seppellirlo. Sapete dove è stato sepolto. Se la sua tomba sarà profanata, sappiate che in nessun luogo del vasto califfato islamico suoneranno più le vostre campane». (Siyar-e Ansar, 1/113).

La tomba di Abu Ayyub, presso Istanbul, è ancora oggi un luogo di pellegrinaggio per persone di ogni razza e religione. Nei periodi di carestia e siccità, i Romani si riunivano vicino alla sua tomba, invocavano la misericordia di Allah e chiedevano la pioggia. (Dairah-i Ma’arif-i Islamiyya, 1/745; Usud al-Ghaba, 2/82).

Vi sono divergenze riguardo all’anno della morte di Abu Ayyub. Ibn al-Athir, in Usud al-Ghaba (2/81), menziona tre opinioni: gli anni 50, 51 e 52 dell’Egira. Egli osserva però che la maggioranza ritiene corretto l’anno 52. Secondo una delle sue opinioni, Ibn ‘Asakir indica l’anno 55. Al momento della morte aveva circa ottant’anni.

Nei libri di hadith e di sira si trovano numerosi racconti sulle virtù e sul rango di Abu Ayyub. Molti episodi della sua vita sono altamente istruttivi. Non è possibile descriverli dettagliatamente in questo breve articolo.

Ibn ‘Abbas racconta: «In una giornata di caldo intenso, proprio a mezzogiorno, Abu Bakr uscì di casa e si diresse verso la moschea. ‘Umar lo vide e gli chiese:
— Perché sei uscito a quest’ora insolita?
— Che cosa potevo fare? La fame insopportabile mi ha spinto fuori.
— Per Allah, anch’io mi trovo nella stessa condizione.
Prima che terminassero di parlare, giunse il Nobile Messaggero. Vedendoli, disse:
— Che cosa vi è successo? Che fate qui a quest’ora?
— Siamo usciti di casa per la fame.
Il Messaggero disse:
— Per Colui nelle cui mani è la mia vita, anch’io non ho potuto rimanere in casa a causa della fame. Venite con me.

I tre camminarono fino alla porta della casa di Abu Ayyub. Abu Ayyub aveva l’abitudine di preparare ogni giorno del cibo per il Nobile Messaggero. Se egli tardava o non mangiava, i familiari lo dividevano tra loro e lo mangiavano. Udendo la voce dei tre, Umm Ayyub, la moglie di Abu Ayyub, uscì e disse:
— Il Messaggero di Allah e i suoi due compagni: ahlan wa sahlan!
— Dov’è Abu Ayyub?

Abu Ayyub stava lavorando nel vicino palmeto. Udendo la voce del Messaggero di Allah, corse verso di loro dicendo:
— O Messaggero di Allah, non siete solito venire a quest’ora.
— Hai ragione.

Abu Ayyub corse nel palmeto, tagliò un ramo con datteri secchi, maturi e acerbi e lo portò. Il Messaggero disse:
— Non desideravo che tu tagliassi questo ramo.
— Vi prego di mangiare alcuni datteri secchi, maturi e acerbi: è il mio più grande desiderio. Ora macellerò una capra per voi.
Il Messaggero disse:
— Se ne macelli una, non macellare una capra da latte.

Abu Ayyub macellò una capra che non dava latte e disse alla moglie:
— Arrostisci la carne e prepara il pane. Tu sei esperta nel fare il pane.

Abu Ayyub si mise a cucinare metà della capra. Quando ebbe finito, presentò il cibo al Messaggero di Allah e ai suoi due compagni. Il Messaggero prese un pezzo di carne, lo mise su un pane e disse:
— Abu Ayyub, porta subito questo pezzo a Fatimah. Da molti giorni non vede un cibo simile.

Mangiarono tutti a sazietà. Poi il Messaggero disse: «Pane, carne, datteri secchi, datteri maturi e semimaturi». I suoi occhi si riempirono di lacrime. Quindi disse: «Per Colui nelle cui mani è la mia vita, nel Giorno della Resurrezione sarete interrogati riguardo a questa benedizione. Quando riceverete una simile benedizione, mettetevi mano dicendo “Bismillah” e, dopo aver mangiato a sazietà, dite: “Al-hamdu lillahi alladhi ashba’ana wa an’ama ‘alayna fa afdhal”».

Quando il Messaggero di Allah si congedò, disse ad Abu Ayyub:
— Domani vieni a incontrarmi.

Il giorno seguente Abu Ayyub si presentò dal Messaggero. Egli gli affidò una giovane schiava dicendo:
— Abu Ayyub, trattala bene. Finché è rimasta con noi, non abbiamo visto in lei altro che bene.

Abu Ayyub tornò a casa con la schiava. La moglie gli chiese:
— Padre di Ayyub, chi è questa?
— Il Messaggero di Allah ce l’ha donata.
— Il donatore è grande e anche il dono è nobile, osservò la moglie.
— Il Messaggero di Allah mi ha raccomandato di trattarla bene.
— Come metterai in pratica questa raccomandazione?
— Non c’è modo migliore di metterla in pratica che liberarla.
— Hai ricevuto la guida giusta. Sei una persona aiutata da Allah.

Dopo di ciò liberarono la schiava. (Suwar min Hayat al-Sahabah, 1/124-130; Hayat al-Sahabah, 1/308-310).

La notte in cui il Messaggero di Allah consumò per la prima volta il matrimonio con Safiyyah bint Huyayy, la Madre dei Credenti, Abu Ayyub rimase tutta la notte, all’insaputa di tutti, davanti alla porta del Messaggero di Allah, con una spada sguainata in mano. All’alba il Messaggero uscì e vide Abu Ayyub. Abu Ayyub disse: «O Messaggero di Allah, avete ucciso suo padre, suo fratello e suo marito; per questo non mi sentivo tranquillo riguardo alla vostra sicurezza». Il Messaggero sorrise alle sue parole e pregò per lui. (Ansab al-Ashraf, 1/443; Hayat al-Sahabah, 2/663).

Il suo rango nella comunità dei Compagni era così elevato che gli altri Compagni gli chiedevano chiarimenti su varie questioni. Compagni illustri come Ibn ‘Abbas, Ibn ‘Umar, al-Bara’ ibn ‘Azib, Anas ibn Malik, Abu Umamah, Zayd ibn Khalid al-Juhani, al-Miqdam ibn Ma’di Karib, Jabir ibn Samurah e ‘Abdullah ibn Yazid al-Khatami narrarono hadith tramite lui. Anche eminenti tabi’un, come Sa’id ibn al-Musayyib, ‘Urwah ibn al-Zubayr, Salim ibn ‘Abdullah, ‘Ata ibn Yasar, ‘Ata ibn Yazid al-Laythi, Abu Salamah e ‘Abd al-Rahman ibn Abi Layla, furono suoi discepoli e tutti narrarono hadith tramite lui. (Usud al-Ghaba, 2/81; al-Isabah, 1/405).

Abu Ayyub era il punto di riferimento dei Compagni. Quando sorgeva una divergenza tra loro su una questione, tutti si recavano da lui. Una volta Ibn ‘Abbas e al-Miswar ibn Makhramah ebbero una divergenza riguardo al fatto che fosse lecito strofinarsi la testa con la mano durante il ghusl di janabah mentre si era in stato di ihram. Inviarono ‘Abdullah ibn Hunayn da Abu Ayyub per conoscere la questione. Quando ‘Abdullah arrivò, per caso Abu Ayyub stava facendo il bagno. Dopo aver compreso lo scopo della visita, Abu Ayyub tirò fuori la testa e, mentre la strofinava, disse: «Guarda: così faceva il bagno il Messaggero di Allah». (Bukhari, 1/248).

Durante il califfato del comandante dei credenti Mu’awiyah, quando ‘Uqbah ibn ‘Amir al-Juhani era governatore dell’Egitto, Abu Ayyub visitò due volte l’Egitto. Il primo viaggio fu compiuto alla ricerca di hadith. Aveva saputo che ‘Uqbah narrava un hadith del Messaggero di Allah. Per ascoltare dalle labbra di ‘Uqbah quell’unico hadith, percorse la lunga distanza da Medina all’Egitto. Giunto in Egitto, si recò alla casa di Maslamah ibn Makhlad. Maslamah gli diede il benvenuto abbracciandolo. Abu Ayyub gli disse: «Mostrami, per favore, la casa di ‘Uqbah». Quando vi arrivò, disse a ‘Uqbah: «Vorrei chiederti una cosa. Tra i Compagni del Messaggero di Allah che erano presenti allora, oltre a me e a te, oggi non è rimasto in vita nessuno. Che cosa hai sentito dire al Messaggero di Allah riguardo alla “satr al-muslim”, cioè alla protezione della riservatezza del musulmano?». ‘Uqbah rispose: «Ho sentito il Messaggero di Allah dire: “Chi protegge in questo mondo una questione riservata di un credente, Allah proteggerà le sue colpe e i suoi difetti nel Giorno della Resurrezione”».

Dopo aver ascoltato queste parole, Abu Ayyub partì verso Medina. Non si fermò neppure per riposare e non lasciò la sua cavalcatura. In seguito narrava l’hadith in questo modo. (Hayat al-Sahabah, 3/198; Musnad dell’Imam Ahmad, 4/154).

Abu Ayyub aveva un desiderio così intenso di acquisire la conoscenza e diffonderla che non se ne astenne neppure sul letto di morte. Dopo la sua morte, tramite un annuncio pubblico, due hadith furono diffusi tra la gente. (Musnad Ahmad, 5/414).

Abu Ayyub era un hafiz del Corano. Ibn Sa’d racconta: «Durante l’epoca del Messaggero di Allah, cinque Ansar raccolsero il Corano: Mu’adh ibn Jabal, ‘Ubadah ibn al-Samit, Ubayy ibn Ka’b, Abu Ayyub e Abu al-Darda». Durante il califfato del secondo califfo, ‘Umar, Yazid ibn Abi Sufyan gli scrisse: «Gli abitanti della Siria recitano il Corano in modi diversi. Invia loro alcuni insegnanti esperti, capaci di insegnare correttamente il Corano». Ricevuta la lettera, ‘Umar convocò i cinque uomini sopra citati. Quando furono arrivati, disse: «I vostri fratelli siriani mi hanno chiesto aiuto per l’insegnamento del Corano. Almeno tre di voi aiutatemi in questa faccenda. Se volete, potete partecipare tutti». Essi risposero alla richiesta del califfo. Dissero: «Abu Ayyub è indebolito dal peso degli anni e Ubayy ibn Ka’b è malato». Poi gli altri tre si prepararono a partire. (Hayat al-Sahabah, 3/195).

Nei libri di sira si dice che da Abu Ayyub furono narrati centocinquanta hadith. Tuttavia l’autore di Jala’ al-Qulub afferma che gli hadith da lui narrati furono 210, dei quali cinque sono concordemente riconosciuti autentici. L’Imam Ahmad raccolse nel quinto volume del suo Musnad, alle pagine 412-423, 112 hadith, e alle pagine 113-114 altri hadith narrati da lui. [Dairah-i Ma’arif-i Islamiyya, urdu, 1/745].

Nel carattere di Abu Ayyub erano particolarmente presenti tre qualità: 1. profondo amore per il Messaggero di Allah; 2. ardore e zelo della fede; 3. sincerità nel parlare. Amava il Messaggero di Allah con tale profondità che, dopo la sua morte, si recava presso la Nobile Tomba e vi rimaneva disteso.

La prova del suo ardore e della sua fermezza nella fede è che non fu assente da nessuna delle battaglie combattute durante l’epoca del Messaggero di Allah. E, al termine della sua vita, ancora a ottant’anni, attraversò il Mare Romano lungo la via dell’Egitto e si recò presso le mura di Istanbul per adempiere il dovere dell’invito islamico.

Non si astenne mai dal dire la verità per paura di una persona o di uno Stato. Una volta ‘Uqbah ibn ‘Amir al-Juhani, governatore dell’Egitto e Compagno del Profeta, ritardò per qualche motivo nell’ufficiare la preghiera del maghrib. Abu Ayyub si alzò e gli rivolse la domanda: «Ma hadhihi al-salat ya ‘Uqbah? — ‘Uqbah, che razza di preghiera è questa?». ‘Uqbah rispose che era stato trattenuto da un impegno. Abu Ayyub disse: «Tu sei un Compagno del Messaggero di Allah. Con il tuo comportamento la gente penserà che il Messaggero di Allah pregasse in questo momento, mentre egli ha insistito molto sulla necessità di eseguire presto la preghiera del maghrib». (Musnad Ahmad, 5/417).

Egli osservava perfettamente le norme islamiche e si aspettava la stessa osservanza anche dagli altri. Se notava in qualcuno la minima deviazione, la correggeva. Una volta, durante una battaglia, ‘Abd al-Rahman, figlio di Khalid ibn al-Walid, uccise quattro prigionieri dopo averli legati mani e piedi. Quando Abu Ayyub lo seppe, gli disse: «Il Messaggero di Allah ha vietato di uccidere in questo modo, come si fa con gli animali. Io stesso non approverei neppure che venisse macellata una gallina in questo modo». (Musnad Ahmad, 5/422).

Durante una guerra contro i Romani, sulla nave vi erano numerosi prigionieri di guerra sotto la custodia di un ufficiale. Un giorno Abu Ayyub vide una prigioniera piangere con grande angoscia. Chiese la ragione del suo pianto. Gli risposero: «È stata separata da suo figlio». Abu Ayyub prese il ragazzo per mano e lo riconsegnò alla madre. L’ufficiale lo denunciò al comandante. In risposta alla domanda del comandante, Abu Ayyub disse: «Il Messaggero di Allah ha vietato di infliggere sofferenze di questo genere». (Musnad Ahmad, 5/412).

Si recò in Siria e in Egitto e vide che le latrine erano costruite rivolte verso la qiblah. Continuava a ripetere: «Che cosa posso dire? Qui le latrine sono costruite rivolte verso la qiblah, mentre il Messaggero di Allah ha vietato di fare ciò». (Musnad Ahmad, 5/412).

Salim ibn ‘Abdullah ibn ‘Umar racconta: «Durante la vita di mio padre, ‘Abdullah ibn ‘Umar, una volta si tenne un matrimonio nella nostra casa. Mio padre invitò, insieme agli altri, anche Abu Ayyub. Le pareti della casa furono ricoperte di bei drappi verdi. Appena arrivato, Abu Ayyub alzò la testa e guardò. Poi disse seriamente: “’Abdullah, avete ricoperto le pareti?”. Salim racconta: mio padre rispose imbarazzato: “Abu Ayyub, le donne ci hanno sopraffatti”. Abu Ayyub disse: “Temo questo per tutti, ma non lo temevo per te. Non entrerò nella tua casa e non mangerò il tuo cibo”». (Hayat al-Sahabah, 2/305).

La vicenda dell’Ifk dimostra quanto fosse nobile il carattere di Abu Ayyub. Nel caso dell’Ifk, cioè della calunnia rivolta contro ‘A’ishah, egli ebbe un comportamento impeccabile. Un giorno sua moglie gli disse: «Abu Ayyub, hai sentito ciò che la gente dice riguardo ad ‘A’ishah?». Egli rispose: «Sì, l’ho sentito. È una menzogna manifesta. Umm Ayyub, potresti mai fare una cosa simile?». Lei rispose: «Per Allah, non potrei mai fare una cosa del genere». Abu Ayyub disse: «E allora come potrebbe farlo ‘A’ishah, che è migliore di te?». (Sirat Ibn Hisham, 2/302).

Durante la guerra di Costantinopoli, un giorno un soldato musulmano invitò Abu Ayyub a mangiare sulla sua nave. Abu Ayyub andò e disse: «Mi avete invitato, sebbene oggi io stia digiunando. Non potevo fare altro che accettare il vostro invito, perché ho sentito il Messaggero di Allah dire: “Un musulmano ha sei diritti nei confronti del suo fratello musulmano. Se ne trascura uno, trascura uno di questi diritti: 1. quando lo incontra, deve salutarlo; 2. quando lo invita, deve rispondere all’invito; 3. quando starnutisce e dice al-hamdu lillah, bisogna rispondergli dicendo yarhamuk Allah; 4. quando si ammala, bisogna andarlo a visitare; 5. quando muore, bisogna partecipare alla sua preghiera funebre; 6. quando chiede consiglio su una questione, bisogna consigliarlo”». (Hayat al-Sahabah, 2/505).

Abu Ayyub era estremamente pudico. Anche quando faceva il bagno presso un pozzo, tendeva dei panni tutt’intorno per ripararsi dagli sguardi. (Bukhari, 1/248).

Era molto severo verso gli infedeli e gli ipocriti. Questa severità si manifestò in varie occasioni e in diversi modi. A quel tempo gli ipocriti di Medina frequentavano la moschea, ascoltavano di nascosto le conversazioni dei musulmani e poi uscivano a deridere la loro religione. Un giorno alcuni ipocriti si riunirono nella Moschea del Profeta. Mentre si accostavano gli uni agli altri e si consultavano sottovoce, il Messaggero li vide. Ordinò di cacciarli dalla moschea. Abu Ayyub corse immediatamente, afferrò una gamba di ‘Amr ibn Qays e lo trascinò fuori dalla moschea. Mentre lo trascinava, quello gridava: «Abu Ayyub, mi stai cacciando in questo modo dal mirbad dei Banu Tha’labah?». In quel luogo, prima della moschea, vi era stato un recinto per cammelli e capre.

Poi Abu Ayyub si avventò contro Rafi’ ibn Wadi’ah, gli avvolse il mantello intorno al collo e lo trascinò fuori dalla moschea, colpendolo con calci e schiaffi. Mentre lo trascinava, Abu Ayyub diceva: «Vattene, malvagio ipocrita! Torna per la strada da cui sei venuto». (Sirat Ibn Hisham, 1/528).

Per il modo in cui Abu Ayyub e sua moglie offrirono rifugio al Messaggero di Allah e lo servirono con la loro stessa vita, ottennero una posizione d’onore speciale presso la famiglia del Profeta e, più in generale, presso tutti i musulmani. Quando Ibn ‘Abbas era governatore di Bassora durante il califfato di ‘Ali, Abu Ayyub si recò una volta da lui. Ibn ‘Abbas gli disse: «Desidero svuotare oggi la mia casa per te proprio come tu avevi svuotato la tua casa per il Messaggero di Allah». Dicendo ciò, trasferì altrove tutti i membri della famiglia e lasciò la casa ad Abu Ayyub con tutti gli arredi. (Hayat al-Sahabah, 1/405).

Dopo la morte del Messaggero di Allah, furono stabilite le indennità di ciascun Compagno secondo i servizi e i sacrifici compiuti in precedenza. All’inizio l’indennità di Abu Ayyub fu fissata a quattromila dirham. ‘Ali la portò a ventimila. Per coltivare la sua terra erano inizialmente impiegati otto schiavi; il comandante dei credenti ‘Ali li portò a quaranta.

Il nome della fortunata moglie di Abu Ayyub era Umm Hasan bint Zayd. Era una nobile donna degli Ansar. Secondo la narrazione di Ibn Sa’d, da lei nacque il suo unico figlio, ‘Abd al-Rahman.

Sebbene la vita di Abu Ayyub si fosse svolta sui campi di battaglia e non avesse avuto il tempo di deporre la spada dalla spalla e riposare, quella vita era serena come la brezza fresca e leggera dell’alba. Aveva infatti sentito il Messaggero di Allah dire: «Quando preghi, prega come se fosse l’ultima preghiera della tua vita. Non pronunciare mai una parola per la quale in seguito dovrai rendere conto. Non sperare mai di ottenere ciò che è nelle mani degli uomini».

La sua lingua non divenne mai incontrollata durante una lite o una disputa. Nessuna brama riuscì mai a dominare il suo cuore. Come un devoto adoratore, come chi sta per congedarsi da questo mondo proprio in quell’istante, trascorse tutta la sua vita. (Rijal hawla al-Rasul, 408).

Saʿd ibn Muʿādh (ra)

Il suo vero nome era Saʿd, il soprannome Abū ʿAmr e il titolo Sayyid al-Aws. Era figlio del ramo ʿAbd al-Ashhal della celebre tribù degli Aws di Medina. Suo padre si chiamava Muʿādh ibn Nuʿmān e sua madre Kabsha, oppure, secondo un’altra opinione, Qubaysha bint Rāfiʿ. Era cugina del celebre Compagno Abū Saʿīd al-Khudrī. Suo padre Muʿādh morì già nell’epoca dell’ignoranza. Sua madre Kabsha, tuttavia, abbracciò l’Islam dopo l’Egira e rimase in vita per molti anni anche dopo la morte di Saʿd. Tra tutti i rami della tribù degli Aws, quello degli ʿAbd al-Ashhal era il più nobile e la leadership ereditaria era nelle loro mani. Saʿd era un grande leader del suo tempo. (Cfr. Sīrat Ibn Hishām, 2/252; Usd al-Ghāba, 2/296; Ṭabaqāt, 3/420; Tahdhīb al-Tahdhīb, 3/481.) Non si trovano informazioni precise riguardo al suo anno di nascita.

Sebbene, dopo il primo giuramento di al-ʿAqaba, l’influenza dell’Islam avesse cominciato a diffondersi a Medina, essa era in realtà legata alla personalità di Muṣʿab ibn ʿUmayr. Dopo il giuramento di al-ʿAqaba, su richiesta degli abitanti di Medina, il Nobile Messaggero di Dio inviò Muṣʿab a Medina affidandogli il compito di dāʿī dell’Islam, cioè di colui che invita alla fede. Nella storia dell’Islam egli è ricordato come un dāʿī di successo. Con instancabile impegno fece giungere l’invito dell’Islam alle orecchie di ogni abitante di Medina.

Quando Muṣʿab giunse a Medina e cominciò a invitare all’Islam, Saʿd ibn Muʿādh era un oppositore estremamente ostinato. Questa sua condizione, però, non durò a lungo. Ben presto anch’egli rispose all’invito di Muṣʿab. Ibn Isḥāq racconta così la storia della sua conversione:

Un giorno Asʿad ibn Zurāra si recò, insieme a Muṣʿab ibn ʿUmayr, inviato dal Messaggero di Dio come dāʿī, presso le tribù dei Banū ʿAbd al-Ashhal e dei Banū Jāfar per svolgere opera di predicazione. Si sedettero su un muro, vicino a un pozzo chiamato “Maraq”. Alcune persone che avevano già abbracciato l’Islam si radunarono accanto a loro. A quel tempo Saʿd ibn Muʿādh e Usayd ibn Ḥuḍayr erano entrambi capi della tribù dei Banū ʿAbd al-Ashhal, ma erano ancora politeisti. Va ricordato che Saʿd era cugino materno di Asʿad ibn Zurāra.

Quando la notizia giunse a Saʿd e Usayd, Saʿd disse immediatamente a Usayd: «Che tuo padre sia rovinato! Va’ subito da quei due uomini. Sono venuti a casa nostra per ingannare i nostri deboli e renderli stupidi. Scacciali e proibisci loro di passare da questa strada. Se insieme a quell’altro uomo non ci fosse mio cugino materno Asʿad ibn Zurāra, non ti manderei: ci andrei io stesso. Non sarebbe decoroso che mi recassi davanti a lui».

Usayd si recò da loro armato. Ma il risultato fu l’opposto. Mentre cercava di allontanarli, fu egli stesso influenzato dalle loro parole e abbracciò l’Islam. Disse a Muṣʿab e ad Asʿad: «Ho lasciato alle mie spalle un uomo che, se ascolterà le vostre parole, farà sì che nessuno della tribù rimanga lontano da voi. Ora manderò subito da voi Saʿd ibn Muʿādh». Detto questo, tornò verso la sua tribù.

Saʿd era seduto in un luogo di riunione della tribù. Vedendo Usayd tornare, osservò: «Giuro per Dio che Usayd sta tornando da voi con un volto diverso da quello con cui era partito». Quando Usayd si avvicinò, Saʿd gli chiese: «Che cosa hai fatto?».

Usayd rispose: «Ho parlato con quei due uomini e non ho visto in loro nulla di particolarmente malvagio. Tuttavia ho proibito loro di venire qui. Essi hanno detto: “Sarà come riterrete opportuno”. Ho però sentito dire che gli uomini dei Banū al-Ḥāritha sono usciti con l’intenzione di uccidere Asʿad ibn Zurāra. Essi sanno che Asʿad è tuo cugino materno».

Saʿd si alzò immediatamente, agitato, afferrò la lancia e corse verso i due uomini. Quando giunse vicino a loro e li vide seduti con estrema calma e tranquillità, comprese che Usayd lo aveva ingannato per indurlo ad ascoltarli. Mentre insultava entrambi, disse ad Asʿad: «Ascolta, Abū Usāma! Se tra me e te non ci fosse un legame di parentela, non ti direi tanto. Sei venuto a casa nostra a fare ciò che non ci piace».

Vedendo arrivare Saʿd, Asʿad aveva detto a Muṣʿab: «Muṣʿab, sta venendo da te un capo della tribù. Se quest’uomo accetterà le tue parole, neppure due persone della tribù potranno rimanere lontane da te».

Muṣʿab disse a Saʿd con grande dolcezza: «Volete sedervi un momento e ascoltare ciò che ho da dire? Se le mie parole vi piaceranno e le riterrete buone, le accetterete; se invece non vi piaceranno e le riterrete cattive, ce ne andremo».

Saʿd rispose: «È davvero giusto». Piantò la lancia nel terreno e si sedette. Muṣʿab gli presentò l’Islam con grande calma e gli recitò il Corano. Muṣʿab e Asʿad hanno entrambi raccontato: «Dopo aver presentato l’invito dell’Islam, prima ancora che Saʿd pronunciasse una parola, notammo sul suo volto lo splendore dell’Islam».

Dopo aver ascoltato l’invito, Saʿd chiese loro: «Che cosa bisogna fare per entrare in questo Islam, in questa religione?». Essi risposero: «Bisogna fare il bagno e purificarsi, indossare abiti puliti, poi pronunciare la professione di fede e compiere due rakʿāt di preghiera». Saʿd fece tutto ciò. Poi riprese la lancia e si diresse con Usayd verso il luogo di riunione della tribù.

Vedendoli tornare, gli uomini della tribù cominciarono a dire: «Saʿd non ha più il volto con cui era partito. Ora appare con un volto diverso». Saʿd si avvicinò e disse agli uomini della tribù: «O uomini dei Banū ʿAbd al-Ashhal! Come giudicate il mio comportamento nelle diverse questioni?».

Essi risposero all’unisono: «Tu sei il nostro capo, colui che tra noi possiede il giudizio migliore, il nostro fidato naqīb e responsabile».

Saʿd disse: «Allora, finché non crederete in Dio e nel Suo Messaggero, per me sarà proibito parlare con qualunque uomo o donna di voi».

Asʿad e Muṣʿab raccontano: «Giuriamo per Dio che, prima di sera, tutti gli uomini e tutte le donne dei Banū ʿAbd al-Ashhal avevano abbracciato l’Islam in seguito a quella dichiarazione di Saʿd. Dopo la conversione di Saʿd, Asʿad e Muṣʿab rimasero nella sua casa e continuarono a invitare all’Islam. Così, prima dell’Egira del Messaggero di Dio a Medina, non vi era una casa né una tribù in cui almeno una o due persone non avessero abbracciato l’Islam».

In seguito Saʿd ibn Muʿādh e Usayd ibn Ḥuḍayr cominciarono insieme a distruggere gli idoli dei Banū ʿAbd al-Ashhal. (Cfr. Ṭabaqāt, 3/420-421; Sīrat Ibn Hishām, 1/435, 437, 479; al-Bidāya, 3/152; Usd al-Ghāba, 3/296; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/187-190.)

Il contributo di Saʿd all’invito e alla diffusione dell’Islam a Medina fu straordinario. Nessun altro Compagno può essergli paragonato in questo onore. Infatti, a parte il suo caso, non si trova altrove un esempio in cui la conversione di una sola persona abbia portato alla conversione dell’intera tribù. Per questo il Messaggero disse: «La migliore dimora degli Anṣār è quella dei Banū Najjār; poi viene quella dei Banū ʿAbd al-Ashhal». La conversione di Saʿd e della sua tribù avvenne nel periodo tra il primo e il secondo giuramento di al-ʿAqaba.

Ibn ʿAsākir ha narrato, sulla base di al-Bukhārī e al-Kalbī, il seguente episodio. Dopo che il Messaggero ebbe compiuto l’Egira dalla Mecca, i Quraysh non ricevevano più alcuna notizia di lui. Erano seduti nella loro casa del consiglio, accanto alla Kaʿba, quando udirono dalla direzione del monte Abū Qubays la voce di qualcuno che recitava una

Saʿd ibn ʿUbāda (che Allah si compiaccia di lui)

Il suo vero nome era Saʿd; i suoi soprannomi erano Abū Qays e Abū Thābit. Il primo era più famoso. (Usd al-Ghāba, 2/283) Il suo laqab, o titolo, era Sayyid al-Khazraj. Discendeva dal ramo Sāʿida della celebre tribù medinese dei Khazraj. Suo padre si chiamava ʿUbāda ibn Dulaym e sua madre ʿUmra bint Masʿūd. ʿUmra era una ṣaḥābiyya, cioè una Compagna, e morì nel quinto anno dell’Egira. In quel momento Saʿd si trovava fuori Medina, impegnato con il Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, nella spedizione di Dūmat al-Jandal. Al suo ritorno a Medina, il Profeta visitò la tomba di sua madre e pregò per lei. (Ṭabaqāt, 3/614; al-Iṣāba, 2/30)

Il venerabile nonno di Saʿd, Dulaym, era il più grande capo della tribù dei Khazraj. Era inoltre famoso per le opere di pubblica utilità a Medina. Fu soprattutto lui a fondare l’onore e il prestigio della famiglia Sāʿida. Era pagano e adorava la dea Manāt, la cui statua si trovava in un luogo chiamato Musallal, vicino alla Mecca. Ogni anno vi sacrificava dieci cammelli. Dopo la sua morte, ʿUbāda, e poi Saʿd fino alla sua conversione all’Islam, continuarono questa pratica. In epoca islamica, il figlio di Saʿd, Qays, seguendo la tradizione degli antenati, sacrificava i cammelli nel recinto della Kaʿba. Una volta Abū ʿUbayda e ʿUmar, che Dio sia soddisfatto di loro, lo invitarono a smettere, ma Qays non prestò alcuna attenzione alle loro parole. Essi lo denunciarono al Messaggero di Dio, che disse: «Qays è figlio di una famiglia generosa». (Al-Istīʿāb, nota ad al-Iṣāba, 2/37)

Il padre di Saʿd, ʿUbāda, fu un degno successore del proprio padre. Vivendo nello stesso modo, consolidò per il figlio Saʿd una solida posizione di potere e di leadership. Lo formò con grande cura. Già nell’Arabia preislamica Saʿd ricevette il titolo di «Kāmil», cioè «perfetto», perché era uno dei pochissimi arabi dell’epoca a saper scrivere in arabo. La sua calligrafia era eccellente. Inoltre era uno dei migliori nuotatori e uno dei più abili arcieri dell’Arabia del suo tempo. Gli arabi attribuivano il titolo di Kāmil soltanto a coloro che eccellevano particolarmente in queste arti. (Cfr. Tahdhīb al-Tahdhīb, 3/475; al-Iṣāba, 2/30; Ṭabaqāt, 3/613)

Saʿd abbracciò l’Islam al momento del giuramento della seconda ʿAqaba. Il nobile Messaggero di Dio lo nominò naqīb, cioè responsabile, dei Banū Sāʿida. (Ansāb al-Ashrāf, 1/250; Usd al-Ghāba, 2/283) Era considerato un Compagno di alto rango. In Ṣaḥīḥ al-Bukhārī si dice di lui: «Wa kāna dhā qidam fī l-Islām», ossia: «Nell’Islam era un uomo dei primi tempi».

Date le modalità con cui fu concluso il secondo giuramento della ʿAqaba, il numero degli Anṣār che vi parteciparono e l’importanza delle condizioni accettate, era impossibile che la cosa rimanesse segreta, benché il giuramento fosse stato prestato di notte e clandestinamente. I Quraysh erano infatti estremamente preoccupati per il Messaggero di Dio e lo sorvegliavano costantemente. Proprio nel momento in cui il Profeta riceveva il giuramento dagli uomini giunti da Medina alla ʿAqaba, qualcuno, in piedi sul monte Abū Qubays della Mecca, gridò: «Guardate: se Saʿd diventa musulmano, Muḥammad diventerà completamente intrepido». (Cfr. Usd al-Ghāba, 2/284; al-Istīʿāb; al-Iṣāba, 2/37)

Sebbene quella voce giungesse alle orecchie dei Quraysh, inizialmente essi non le attribuirono particolare importanza. Pensarono che con il nome Saʿd si intendessero alcuni uomini chiamati Saʿd appartenenti alle tribù di Qudāʿa e Tamīm. La notte seguente, tuttavia, dalla stessa montagna si udirono recitare alcuni versi poetici nei quali erano chiaramente indicati il nome e l’identità di Saʿd. I Quraysh rimasero profondamente stupiti. Per esaminare la questione si riunirono nella Dār al-Nadwa, la casa del consiglio. Parlarono con ʿAbd Allāh ibn Ubayy ibn Salūl, capo della tribù degli Aws a Medina, ma egli dichiarò di non sapere assolutamente nulla della faccenda. I Quraysh misero allora spie in ogni direzione e tornarono alle proprie case. Nel frattempo i musulmani di Medina si misero in cammino verso la patria passando per la via di Yājij.

Ibn Isḥāq racconta l’episodio in questi termini: «Dopo aver concluso il giuramento nelle mani del Messaggero di Dio nella notte della ʿAqaba, i naqīb si dispersero. Alcuni lasciarono la Mecca e si diressero verso la patria. Intanto la notizia del giuramento si diffuse di bocca in bocca. Dopo aver indagato, i Quraysh compresero che la cosa era vera. Uscirono per catturare coloro che avevano prestato giuramento e riuscirono a prendere Saʿd ibn ʿUbāda e al-Mundhir ibn ʿUmar. Tuttavia, mentre riuscirono a catturare Saʿd, al-Mundhir ibn ʿUmar riuscì a fuggire. I capelli di Saʿd erano lunghi; lo trascinarono tenendolo per i capelli. Saʿd disse: “Per Dio, sono loro prigioniero”. Alcuni Quraysh vennero da me. Tra loro vidi un giovane dall’aspetto luminoso e avvenente e pensai: “Se in questa gente c’è qualcosa di buono, forse è proprio in lui”. Era Suhayl ibn ʿAmr. Ma, deludendo ogni mia speranza, si avvicinò e mi colpì violentemente con un pugno. Allora pensai: “Per Dio, dopo questo è inutile aspettarsi qualcosa di buono da chiunque altro di questa gente”. Uno di loro mi chiese: “Hai accettato la religione di Muḥammad?”. Risposi: “Sì, l’ho accettata”. Mi legarono allora strettamente con una corda. Uno di loro mi diede un colpetto sulla coscia e chiese: “Hai qualche patto con qualcuno dei Quraysh?”. Risposi: “Sì. Quando Muṭʿim ibn ʿAdī e al-Ḥārith ibn Umayya si recano nella nostra terra, io garantisco loro protezione”. Mi disse: “Che tuo padre perisca! Adesso invoca ad alta voce il loro aiuto, chiamandoli per nome”. Così feci. Quell’uomo corse dai due e disse: “L’uomo che alcuni Quraysh hanno catturato, picchiato e umiliato vi chiama per nome. Dice di avere con voi un patto di protezione”. Essi domandarono: “Chi è?”. Rispose: “Saʿd ibn ʿUbāda”. Dissero: “Ha detto la verità”. Muṭʿim ibn ʿAdī e al-Ḥārith ibn Umayya accorsero, mi liberarono dalle loro mani e mi indicarono la strada per Medina».

Muṭʿim ibn ʿAdī era un uomo di grande nobiltà e rispettabilità della Mecca. Nei primi anni dell’Islam aveva aiutato il Messaggero di Dio in molti modi. Colui che lo aveva informato era Abū al-Bukhtarī ibn Hishām.

La cattura di Saʿd provocò grande agitazione nella carovana degli Anṣār diretta a Medina. In una riunione decisero che, anche a rischio della vita, sarebbero tornati alla Mecca per cercarlo. Nel frattempo videro Saʿd ritornare e si misero con lui direttamente in cammino verso Medina. (Cfr. Tārīkh Ibn ʿAsākir, 6/85-86; Ansāb al-Ashrāf, 1/254-255; Sīra Ibn Hishām, 1/150-151; Ṭabaqāt, 1/150)

Il poeta dei Quraysh Darbār ibn al-Khaṭṭāb ibn Mirdās compose una poesia sulla cattura di Saʿd. In risposta, il poeta Ḥassān ibn Thābit ne compose una lunga, nella quale lodava Saʿd e biasimava i Quraysh. Alcuni suoi passi sono stati raccolti in varie opere, tra cui Ansāb al-Ashrāf e la Sīra di Ibn Hishām. (Cfr. Ansāb al-Ashrāf, 1/255; Sīra Ibn Hishām, 1/150

Sa’d ibn al-Rabi’ (ra)

Sa‘d ibn al-Rabi‘ al-Ansari era originario del ramo Banu al-Harith della tribù dei Khazraj di Medina. Haytham ha riferito che “Abu Rabi‘” era la sua kunya, cioè il suo soprannome. Suo padre era al-Rabi‘ e sua madre Huzayla bint ‘Inba. Gli esperti di biografia profetica non hanno tramandato nulla riguardo al suo anno di nascita. (Ansab al-Ashraf, 1/244; Tabaqat, 3/522; Usud al-Ghaba, 2/277)

Vi sono divergenze riguardo al periodo in cui Sa‘d ibn al-Rabi‘ abbracciò l’Islam. Abu Nu‘aym, nella sua opera Dalā’il, ha riferito da ‘Aqil ibn Abi Talib e da al-Zuhri che, nella prima ‘Aqaba, quando sei abitanti di Yathrib accettarono l’Islam alla Mecca e prestarono giuramento nelle mani del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), Sa‘d era uno di loro. I sei erano: 1. As‘ad ibn Zurara; 2. Abu al-Haytham ibn al-Tayyihan; 3. ‘Abdullah ibn Rawaha; 4. Sa‘d ibn al-Rabi‘; 5. al-Nu‘man ibn Haritha; e 6. ‘Ubada ibn al-Samit. (Hayat al-Sahaba, 1/105) D’altra parte, alcune narrazioni lasciano intendere che egli fosse uno dei dodici membri della seconda ‘Aqaba e che avesse abbracciato l’Islam proprio in occasione di quella seconda ‘Aqaba. Nella terza ‘Aqaba si unì alle settantatré persone, o, secondo un’altra versione, alle settantacinque persone presenti. Il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) nominò lui e ‘Abdullah ibn Rawaha nāqib, cioè responsabili, della loro tribù, Banu al-Harith ibn al-Khazraj. (Tarikh al-Islam wa Tabaqat al-Mashahir wa al-A‘lam, 1/181; Tabaqat, 2/522; Usud al-Ghaba, 2/227)

Ibn Hisham ha riferito che il giorno in cui il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) giunse a Medina da Quba, persone di ogni ceto di Medina gli diedero il benvenuto. Mentre passava attraverso le diverse tribù, gli appartenenti a ciascuna di esse gli sbarravano la strada alla cavalcatura e lo invitavano a scendere presso di loro. Quando attraversava il territorio dei Banu al-Harith ibn al-Khazraj, Sa‘d ibn al-Rabi‘, insieme a Kharija ibn Zayd, ‘Abdullah ibn Rawaha e ad altri membri dei Banu Haritha, si pose davanti alla cavalcatura del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e disse: “O Messaggero di Allah! Vieni da noi: disponiamo di numerosi uomini, equipaggiamento e difese.” In altre parole, avevano la capacità di accoglierlo e proteggerlo con tutti gli onori. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: “Lasciate libero il cammino della mia cavalcatura. Essa ha ricevuto un ordine da Allah.” Allora tutti si spostarono dalla strada. (Sirat Ibn Hisham, 1/495)

Al-Zuhri e Muhammad ibn Ishaq hanno detto che il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) stabilì un legame di fratellanza tra Sa‘d ibn al-Rabi‘ e ‘Abd al-Rahman ibn ‘Awf. La devozione e la sincerità che Hazrat Sa‘d mostrò verso questo suo fratello emigrato non hanno paragoni nella storia del mondo. Gli altri Ansar divisero a metà con i loro fratelli emigrati per la fede tutti i loro beni, terreni e proprietà; Hazrat Sa‘d, oltre a condividere le ricchezze, propose persino di divorziare da una delle sue mogli per darla in sposa al proprio fratello nella fede. ‘Abd al-Rahman, sebbene allora fosse povero e privo di mezzi, aveva però un cuore straordinariamente nobile. Rifiutò tutte le proposte di Sa‘d. A questo proposito è stato riferito da Anas ibn ‘Awf che Sa‘d condusse il suo fratello nella fede a casa propria e mangiò con lui. Poi disse: “Nel nome di Allah, tu sei mio fratello. Tu non hai una moglie, mentre io ne ho due. Divorzierò da una di loro e tu la sposerai.” ‘Abd al-Rahman disse: “Per Allah, mai!” Sa‘d disse: “Vieni nel mio giardino: lo divideremo a metà.” ‘Abd al-Rahman rispose: “No. Che Allah benedica e accresca i tuoi figli, le tue figlie e i tuoi beni. Non ho bisogno di nulla di tutto ciò. Indicami soltanto la strada del mercato.” (al-Isaba, 3/26; Usud al-Ghaba, 2/278; Tabaqat, 3/523)

Hazrat Sa‘d partecipò alla battaglia di Badr. In quella battaglia uccise Rifa‘a ibn Rifa‘a, dei Banu Makhzum. (Sirat Ibn Hisham, 1/711; Tabaqat, 3/523)

Alla vigilia della battaglia di Uhud, i Quraysh della Mecca iniziarono a prepararsi ampiamente. Lo zio del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), ‘Abbas ibn ‘Abd al-Muttalib, inviò segretamente da Mecca a Medina, al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), una lettera contenente la notizia dei loro preparativi militari. Nella lettera descriveva i loro preparativi e scriveva anche: “Quando verranno contro di voi, fate ciò che riterrete opportuno e preparatevi a tale eventualità.” Un uomo dei Banu Ghifar consegnò fedelmente la lettera nelle mani del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) a Quba. Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) la fece leggere dapprima a Ubayy ibn Ka‘b e gli ordinò di mantenerla segreta. Poi si recò da Sa‘d ibn al-Rabi‘ e lo informò anch’egli della questione, ordinandogli di non rivelarla a nessuno. Dopo la partenza del Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui), la moglie di Sa‘d gli domandò: “Che cosa ti ha detto il Messaggero di Allah?” Sa‘d rispose: “Che tu possa morire! Che bisogno hai di ascoltarlo?” La moglie disse: “Ho sentito tutto ciò che avete detto.” E gli ripeté ogni cosa. Sa‘d recitò allora “Inna lillahi” e disse: “Vedo che ci spiavi ascoltando di nascosto la nostra conversazione.” Sa‘d si recò con sua moglie dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e, dopo avergli raccontato tutto l’accaduto, disse: “O Messaggero di Allah, temo che la notizia possa diffondersi e che tu possa pensare che sia stato io a divulgarla.” Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: “Lascia perdere la questione.” (Ansab al-Ashraf, 1/313-314)

Sa‘d partecipò alla battaglia di Uhud, combattuta nel terzo anno dell’Egira, e vi combatté con grande valore, ottenendo il martirio. Fu sopraffatto e ucciso da un gruppo di guerrieri avversari. (al-A‘lam, 3/134; Usud al-Ghaba, 2/277; Ansab al-Ashraf, 1/330) Il suo corpo ricevette complessivamente dodici ferite di freccia e di lancia. Mentre giaceva sul campo di battaglia in fin di vita, Malik ibn Dukhshun si avvicinò e gli chiese: “Sai che Muhammad (pace e benedizioni su di lui) è stato ucciso?” Sa‘d rispose: “Anche se fosse stato ucciso, Allah è l’Eterno Vivente e non muore. Combatti per la tua religione. Muhammad (pace e benedizioni su di lui) ha compiuto pienamente il compito di trasmettere il messaggio del suo Signore e le norme della religione.” (Ansab al-Ashraf, 1/327; Tabaqat, 3/523)

Dopo la battaglia di Uhud, il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: “Qualcuno vada a cercare Sa‘d ibn al-Rabi‘.” Un uomo disse: “Vado io.” Al-Zurqani riferisce che l’uomo girò intorno ai cadaveri distesi a terra e chiamò ad alta voce Sa‘d per nome. Non ricevette alcuna risposta. Ma quando gridò: “Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) mi ha mandato a cercarti”, si udì una voce debole: “Sono tra i morti.” Erano gli ultimi momenti della sua vita. Il respiro gli si stava spegnendo e non riusciva più a controllare la lingua. Secondo un’altra narrazione, fu Sa‘d stesso a chiamare l’uomo mentre questi lo cercava. In ogni caso, in quelle condizioni Sa‘d gli disse: “Porta il mio saluto al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) e digli che ho ricevuto dodici ferite. Anch’io ho ucciso il mio assassino. E riferisci agli Ansar: se, Allah non voglia, il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) viene ucciso e anche uno solo di voi torna vivo, non sarete degni di presentarvi davanti ad Allah. Infatti, nella ‘Laylat al-‘Aqaba’ (la Notte di ‘Aqaba), avevate giurato di sacrificare la vita per il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui).” In alcune narrazioni, quest’uomo è identificato come Ubayy ibn Ka‘b. Mentre egli si trovava lì in piedi, l’anima pura di Sa‘d uscì dal suo corpo mortale. (Tabaqat, 3/523-524; al-Isti‘ab, 2/34; Tahdhib al-Asma wa al-Lughat, 1/210; al-Isaba, 2/27)

Quando Hazrat Ubayy ibn Ka‘b tornò e riferì al Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) le ultime parole di Sa‘d, egli disse: “Che Allah abbia misericordia di lui. Egli ha consigliato Allah e il Suo Messaggero sia in vita sia in punto di morte.” (Usud al-Ghaba, 277) Sa‘d fu sepolto nella stessa tomba, sul campo di Uhud, insieme a un altro martire di Uhud, Ibn Zayd. Kharija era zio di Sa‘d.

Dopo la morte di Sa‘d, suo fratello si impadronì di tutti i suoi beni secondo l’usanza dell’epoca dell’ignoranza. Sa‘d lasciò una moglie incinta e due figlie. A quel tempo non era ancora stato rivelato il versetto sull’eredità. Jabir ibn ‘Abdullah ha riferito che, dopo la morte di Sa‘d, un giorno sua moglie venne dal Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) accompagnata dalle sue due figlie e disse: “O Messaggero di Allah! Queste sono le figlie di Sa‘d. Il loro padre è morto martire a Uhud. Il loro zio si è appropriato di tutti i beni lasciati dal padre e non ha dato loro nulla. Come potranno sposarsi senza ricchezze?” Il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse: “Allah l’Altissimo deciderà riguardo a loro.” Subito dopo fu rivelata questa parte del versetto 11 della sura al-Nisa’: “Se vi sono soltanto due figlie, a loro spettano i due terzi dell’eredità lasciata.”

Dopo la rivelazione del versetto sopra citato, il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) convocò lo zio delle due ragazze e gli ordinò: “Dai i due terzi dei beni lasciati da Sa‘d alle sue due figlie e un ottavo alla loro madre; il resto prendilo tu.” (al-Isaba, 2/27; Tabaqat, 3/524; Usud al-Ghaba, 2/278; Tahdhib al-Asma wa al-Lughat, 1/210. Questo hadith è stato inoltre riferito dall’Imam Ahmad, da Abu Dawud, da al-Tirmidhi e da Ibn Majah.)

Quando il nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) pronunciò questa decisione in favore delle figlie e della moglie di Sa‘d, non era ancora stata stabilita l’eredità del figlio nel grembo materno. Molto tempo dopo questo episodio fu promulgata la norma relativa all’eredità del nascituro. Il figlio che la moglie di Sa‘d portava in grembo nacque. Le fu dato il nome Umm Sa‘d bint Sa‘d e in seguito divenne la moglie di Zayd ibn Thabit. Durante il califfato di Hazrat ‘Umar (che Allah sia soddisfatto di lui), Zayd disse a sua moglie: “Se vuoi, puoi parlare con il Comandante dei Credenti riguardo all’eredità di tuo padre. Attualmente egli assegna anche la quota ereditaria ai figli ancora nel grembo materno.” Umm Sa‘d rispose: “Non chiederò nulla alle mie sorelle.” (Ansab al-Ashraf, 1/338)

Nell’Arabia dell’epoca dell’ignoranza, quando la scrittura era praticata assai poco, Hazrat Sa‘d sapeva scrivere. (Tabaqat, 3/522; Tahdhib al-Asma, 1/210) Poiché era figlio di un capo tribale, aveva avuto particolari opportunità di istruzione e aveva imparato anche a scrivere. Aveva inoltre memorizzato alcuni hadith ascoltati dalla bocca del nobile Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui). (Usud al-Ghaba, 2/278)

Il suo ardore nella fede e il suo intenso amore per il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) si manifestarono nel giuramento di ‘Aqaba, nella battaglia di Uhud e nelle disposizioni che lasciò prima della morte.

Per tutte queste ragioni, Hazrat Sa‘d godeva di una posizione e di un rispetto particolari presso i Compagni. Una volta, quando una sua figlia si recò da Hazrat Abu Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui), egli stese il proprio abito affinché ella vi si sedesse. Vedendo ciò, Hazrat ‘Umar (che Allah sia soddisfatto di lui) domandò: “Di chi è questa ragazza?” Il califfo rispose: “È la figlia di un uomo che era migliore di te e di me.” ‘Umar domandò ancora: “Per quale motivo possiede una tale posizione?” Egli rispose: “Quell’uomo ha raggiunto il Paradiso mentre il Messaggero di Allah (pace e benedizioni su di lui) era ancora in vita, mentre tu e io siamo ancora qui.” (al-Isaba, 2/27)

Abu Bakr al-Zubayri ha riferito: “Un uomo andò dal califfo Abu Bakr e lo vide tenere al petto una bambina di Sa‘d ibn al-Rabi‘, asciugarle la saliva e baciarla. L’uomo domandò: ‘Chi è questa bambina?’ Egli rispose: ‘È la figlia di un uomo che era migliore di te e di me. È la figlia di Sa‘d ibn al-Rabi‘. Egli fu un nāqib di ‘Aqaba, un combattente di Badr e un martire di Uhud.’” (Sirat Ibn Hisham, 2/95)

‘Abdullah ibn Rawaha (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo nome era ’Abdullah. Vi sono divergenze riguardo alla sua kunya o soprannome: Abū Muḥammad, Abū Rāwiḥa oppure Abū ’Amr. «Shāʿiru Rasūlillāh», cioè «il poeta dell’Inviato di Allah», era il suo titolo. Era figlio del ramo Banū al-Ḥārith della tribù Khazraj di Medina. Suo padre era Rāwiḥa ibn Thaʿlaba e sua madre Kabsha bint Wāqid. La ṣaḥābiyya ʿAmra bint Rāwiḥa era sua sorella e il ṣaḥābī poeta Nuʿmān ibn Bashīr era suo nipote. La storia non fornisce alcuna informazione sul periodo della sua nascita. Fu una persona altamente rispettata sia nell’epoca della jāhiliyya sia durante la vita islamica. (Ṭabaqāt, 3/525; al-Aʿlām, 4/217; Tahdhīb al-Asmāʾ wa’l-Lughāt, 1/265)
Partecipò alla Terza ʿAqaba insieme a settanta abitanti di Medina e prestò il giuramento di fedeltà nelle mani dell’Inviato di Allah; insieme a Saʿd ibn al-Rabīʿ fu inoltre nominato naqīb, cioè responsabile, dei Banū al-Ḥāritha. (Sīrat Ibn Hishām, 1/443, 458; Ṭabaqāt, 3/526; Ansāb al-Ashrāf, 1/252; Tārīkh al-Islām wa Ṭabaqāt al-Mashāhīr, 1/181)
Tuttavia, probabilmente aveva abbracciato l’Islam già prima della Terza ʿAqaba. Secondo alcune narrazioni, egli accettò l’Islam insieme ad altre sei persone durante la Prima ʿAqaba e prestò il giuramento di fedeltà nelle mani dell’Inviato di Allah. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/105)
Dopo aver abbracciato l’Islam, si dedicò a Medina alla predicazione e alla diffusione dell’Islam. L’Inviato di Allah emigrò dalla Mecca e giunse a Qubāʾ. Il giorno in cui da Qubāʾ entrò per la prima volta a Medina, ʿAbdullah ibn Rāwiḥa, Saʿd ibn al-Rabīʿ e Khārija ibn Zayd, insieme agli uomini della loro tribù Banū al-Ḥāritha, corsero davanti alla sua cammella per fermarla e lo invitarono umilmente a fermarsi presso la loro tribù. Il Nobile Inviato di Allah disse loro: «Lasciate libera la strada alla cammella. Essa procede secondo il comando di Allah e si fermerà dove Allah vorrà». Essi lasciarono libera la strada. (Sīrat Ibn Hishām, 1/495) Il Nobile Inviato di Allah stabilì inoltre un rapporto di fratellanza tra lui e Miqdād ibn al-Aswad al-Kindī.
Partecipò a tutte le spedizioni di Badr, Uḥud, al-Khandaq, Ḥudaybiyya, Khaybar e ʿUmrat al-Qaḍāʾ. Soltanto non poté prendere parte alla spedizione di «Badr al-Ṣughrā», avvenuta nel quarto anno dell’Egira. L’Inviato di Allah lo lasciò a Medina come proprio sostituto. (Ṭabaqāt, 3/526; Sīrat Ibn Hishām, 1/458) È degno di nota che, mentre rientrava da Uḥud, il capo qurayshita Abū Sufyān ibn Ḥarb dichiarò: «Tra un anno esatto ci incontreremo di nuovo a Badr al-Ṣughrā». L’Inviato di Allah e i musulmani accettarono la sfida e si presentarono puntualmente sul posto. I Quraysh, però, non furono capaci di mantenere la promessa. In quell’occasione l’Inviato, con il suo esercito, attese otto giorni. L’episodio avvenne nel mese di Dhū al-Qaʿda del quarto anno dell’Egira. (Ansāb al-Ashrāf, 1/339-340)
All’inizio della battaglia di Badr, il valoroso ʿUtba ibn Rabīʿa, dal lato qurayshita, accompagnato dal fratello Shayba ibn Rabīʿa e dal figlio al-Walīd ibn ʿUtba, sfidò l’esercito musulmano avversario a un combattimento singolo. Rispondendo alla sfida, ʿAwf, Muʿādh e ʿAbdullah ibn Rāwiḥa furono i primi a farsi avanti dalle file musulmane. ʿUtba chiese loro: «Chi siete?». Essi risposero: «Un gruppo degli Anṣār». ʿUtba disse: «Non vogliamo combattere contro di voi». (Sīrat Ibn Hishām, 1/625)
Dopo la vittoria di Badr, il Nobile Inviato di Allah mandò delle persone nelle zone circostanti Medina per annunciare la notizia. Mandò ʿAbdullah ibn Rāwiḥa verso le zone elevate di Medina. (Sīrat Ibn Hishām, 1/642)
Dopo la battaglia di Badr, l’Inviato di Allah chiese ai Compagni la loro opinione sui Quraysh fatti prigionieri dai musulmani. Essi espressero pareri differenti. ʿAbdullah ibn Rāwiḥa disse: «O Inviato di Allah, radunali in una valle colma di legna da ardere e gettali dentro; poi sarò io stesso ad appiccare il fuoco a quella legna e a bruciarli». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 2/42)
Durante la battaglia del Fossato, il Nobile Inviato di Allah recitò più volte una poesia composta da ʿAbdullah ibn Rāwiḥa. Eccone una parte: «O Allah, senza il Tuo aiuto non avremmo ricevuto la retta guida; non avremmo versato la zakāt né compiuto la preghiera. Fa’ scendere su di noi la serenità e rendici saldi in battaglia. Quando coloro che ci hanno oppresso provocheranno disordine, noi li respingeremo». (Siyar al-Anṣār, 2/59)
Durante quella battaglia, Kaʿb ibn Asad, capo della tribù ebraica medinese dei Banū Qurayẓa, ruppe il patto stipulato con l’Inviato di Allah e iniziò una cospirazione segreta. La notizia giunse all’Inviato, che mandò alcune persone da Kaʿb per verificarne la veridicità; tra loro vi era anche ʿAbdullah ibn Rāwiḥa. (Sīrat Ibn Hishām, 2/221; Aṣaḥḥ al-Siyar, 190)
I libri di sīra narrano anche un miracolo dell’Inviato di Allah avvenuto durante la battaglia del Fossato, collegandolo al nome di ʿAbdullah ibn Rāwiḥa. In breve, la nipote di ʿAbdullah ibn Rāwiḥa, sorella di Nuʿmān ibn Bashīr, racconta: «Un giorno mia madre ʿAmra bint Rāwiḥa mi chiamò, legò alcuni datteri nel mio vestito e disse: “Portali a tuo padre Bashīr e a tuo zio ʿAbdullah ibn Rāwiḥa; li mangeranno a mezzogiorno”. Io li portai passando accanto all’Inviato di Allah, cercando mio padre e mio zio. L’Inviato mi vide e mi chiamò: “Ragazza, vieni qui. Che cosa hai con te?”. Risposi: “Datteri. Mia madre li ha mandati per il pranzo di mio padre Bashīr ibn Saʿd e di mio zio ʿAbdullah”. Egli disse: “Dammeli”. Versai i datteri nelle sue due mani, ma esse non si riempirono. Egli ordinò di stendere un telo e vi sparse i datteri; poi disse a un uomo vicino: “Va’ e invita gli abitanti del Fossato a venire a mangiare il pranzo”. Dopo l’annuncio, tutti accorsero e cominciarono a mangiare. Mangiavano, mentre i datteri continuavano a rimanere sparsi». (Sīrat Ibn Hishām, 2/118; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/631)
Nel sesto anno dell’Egira, ʿAbdullah partecipò anche al trattato di Ḥudaybiyya e al giuramento di Riḍwān.
Dopo Abū Rāfiʿ, l’ebreo Usayr ibn Rāzim fu nominato governatore di Khaybar. Era un degno erede nell’ostilità verso l’Islam. Girò tra la tribù dei Ghatafān e la incitò alla ribellione. Ricevuta la notizia, nel mese di Ramaḍān del sesto anno dell’Egira il Nobile Inviato di Allah mandò ʿAbdullah a Khaybar con un gruppo di trenta uomini. Egli raccolse segretamente tutte le informazioni su Usayr ibn Rāzim e le comunicò all’Inviato di Allah. Quest’ultimo affidò a ʿAbdullah un contingente di trenta uomini e gli ordinò di uccidere Usayr. (Ansāb al-Ashrāf, 1/378)
ʿAbdullah ibn Rāwiḥa incontrò Usayr e gli disse: «Se mi garantisci la sicurezza, ti dirò una cosa». Usayr gliela garantì. ʿAbdullah disse: «L’Inviato di Allah mi ha mandato da te. Desidera nominarti capo di Khaybar, ma devi recarti una volta a Medina». Usayr cadde nell’inganno e, accompagnato da trenta ebrei, iniziò a camminare con il gruppo di ʿAbdullah. Durante il tragitto, ʿAbdullah assegnò un musulmano a sorvegliare ciascun ebreo. Usayr cominciò a sospettare e cercò di tornare indietro. Per il crimine di inganno e tradimento, i combattenti musulmani attaccarono rapidamente e li uccisero tutti. Dopo questo episodio, la ribellione di Khaybar fu repressa. (Sīrat Ibn Hishām, 2/618; Siyar al-Anṣār, 2/60)
In seguito il Nobile Inviato di Allah mandò nuovamente ʿAbdullah a Khaybar come misuratore dei datteri prodotti nella regione. Alcune persone si lamentarono con l’Inviato della sua severità e, a un certo punto, tentarono persino di offrirgli una tangente. Ibn Rāwiḥa disse loro: «O nemici di Allah, volete farmi mangiare ciò che è illecito? Io sono venuto da parte della persona che amo. Ai miei occhi siete più spregevoli delle scimmie e dei maiali. Il mio odio per voi e il mio amore per lui non mi porteranno a commettere alcuna ingiustizia contro di voi». Essi dissero: «È su una tale giustizia che sono fondati i cieli e la terra». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 2/108; al-Bidāya, 4/199)
Secondo il trattato di Ḥudaybiyya, lʿUmra rinviata di quell’anno fu compiuta dall’Inviato l’anno successivo, nel settimo anno dell’Egira. È chiamata ʿUmrat al-Qaḍāʾ, o ʿUmra compensativa. Durante quel viaggio, quando il Nobile Inviato entrò alla Mecca e baciò la Pietra Nera stando sul dorso della cammella, ʿAbdullah tenne le redini dell’animale e recitò una poesia composta da lui. Il senso di una parte della poesia è il seguente: «O figli degli infedeli, toglietevi dalla sua strada, lasciate libero il passaggio! Tutto il bene è con lui. Vi abbiamo colpiti sulla base dell’interpretazione del Corano, come vi abbiamo colpiti quando esso fu rivelato. Vi abbiamo colpiti così duramente che le vostre teste sono state separate dai corpi. L’amico ha dimenticato il suo amico. O Signore, io ho creduto alle sue parole». (Ṭabaqāt, 3/526; al-Iṣāba, 2/307)
Una volta ʿUmar lo rimproverò: «Reciti poesie in questo modo nel territorio sacro di Allah e davanti all’Inviato di Allah?». L’Inviato lo tranquillizzò dicendo: «O ʿUmar, sto ascoltando le sue parole. Per Allah, esse hanno sui miscredenti un effetto maggiore di quello di una lancia o di una freccia». (al-Iṣāba, 2/307) Disse poi a ʿAbdullah: «Di’: “Lā ilāha illā Allāhu waḥdahu, naṣara ʿabdahu wa aʿazza jundahu wa hazama al-aḥzāba waḥdah”: non vi è divinità all’infuori dell’Unico Allah; Egli ha aiutato il Suo servo, ha reso potente il Suo esercito e da solo ha sconfitto le forze alleate avversarie».
ʿAbdullah ibn Rāwiḥa recitava queste parole e la folla musulmana riunita le ripeteva insieme a lui. La loro voce riecheggiava nelle valli della Mecca. (Siyar al-Anṣār, 2/61)
La battaglia di Muʾta ebbe luogo nel mese di Jumādā al-Awwal dell’ottavo anno dell’Egira. L’Inviato di Allah mandò una lettera, tramite un messaggero, al governatore di Buṣrā. Durante il viaggio il messaggero fu ucciso da un uomo ghassānide presso il luogo chiamato Muʾta. L’uccisione del messaggero equivaleva in pratica a una dichiarazione di guerra. Ricevuta la notizia, l’Inviato mandò a Muʾta un esercito di tremila uomini sotto il comando di Zayd ibn Ḥāritha. Prima della partenza disse: «Zayd sarà il comandante di questo esercito. Se verrà ucciso, gli succederà Jaʿfar ibn Abī Ṭālib. Dopo Jaʿfar verrà ʿAbdullah ibn Rāwiḥa. Se anche egli sarà ucciso, i musulmani sceglieranno il loro comandante consultandosi tra loro».
Quando l’esercito partì da Medina, il Nobile Inviato avanzò fino a Thaniyyat al-Wadāʿ per congedarlo. Gli abitanti di Medina dissero loro: «Siate al sicuro e tornate vittoriosi». ʿAbdullah ibn Rāwiḥa cominciò a piangere. Gli chiesero: «Perché piangi?». Egli rispose: «Non piango per amore del mondo». Recitò il versetto 71 della sūra Maryam: «Ognuno di voi dovrà attraversarla; ciò è una decisione inevitabile del tuo Signore», riferendosi al ponte al-Ṣirāṭ. Poi disse: «Riuscirò ad attraversare quel ponte?». La gente lo consolò dicendo: «Allah ti riunirà nuovamente con l’Inviato di Allah». Egli recitò allora una poesia composta da lui, il cui significato è: «Chiedo dunque perdono al Raḥmān e desidero un colpo di spada che penetri nel cuore, o una punta di lancia che raggiunga il fegato e le viscere, affinché chi passi accanto alla mia tomba dica: “Ahimè, quanto era un buon combattente e un buon ghāzī!”». (Sīrat Ibn Hishām, 2/74, 377; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/529-530)
Secondo alcune narrazioni, Zayd e Jaʿfar lasciarono Medina con l’esercito al mattino. Era venerdì. ʿAbdullah disse: «Partirò dopo aver compiuto la preghiera del venerdì con l’Inviato di Allah». Dopo la preghiera, l’Inviato lo vide e gli disse: «Perché non sei partito al mattino con i tuoi compagni?». ʿAbdullah rispose: «Avevo deciso di pregare il venerdì con te e poi raggiungerli». L’Inviato disse: «Anche se spendessi tutto ciò che esiste nel mondo, non potresti ottenere una ricompensa pari a quella della loro partenza mattutina». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/463)
Giunti da Medina a Maʿān, in Siria, appresero che l’imperatore romano Eraclio si trovava a Māʾb, nella regione di Balqāʾ, con centomila soldati romani. A questi si erano aggiunti altri centomila uomini di varie tribù, tra cui Lakhm, Judhām, Qayn, Bahrāʾ e Balī. Venuti a conoscenza della notizia, si consultarono per due giorni a Maʿān. Alcuni soldati musulmani proposero di informare l’Inviato di Allah del numero e dei preparativi dell’esercito nemico, affinché mandasse loro rinforzi o impartisse un altro ordine, secondo il quale avrebbero agito.
Allora ʿAbdullah ibn Rāwiḥa pronunciò davanti ai soldati un discorso infuocato: «O gente, ora non volete affrontare il nemico, benché siate partiti tutti con l’intenzione di ottenere il martirio. Noi non combatteremo il nemico grazie al numero, alla forza o alla superiorità. Combatteremo rafforzati dalla religione con cui Allah ci ha onorati. Lanciatevi in avanti! Davanti a voi vi sono due beni: o otterrete la vittoria oppure il martirio». I soldati approvarono le sue parole e dissero: «Per Allah, Ibn Rāwiḥa ha detto la verità». Abbandonarono ogni esitazione e avanzarono. Anche ʿAbdullah ibn Rāwiḥa procedette con loro recitando una poesia composta da lui. (Sīrat Ibn Hishām, 2/375; Aṣaḥḥ al-Siyar, 280)
Lasciarono Maʿān, raggiunsero Muʾta e stabilirono il campo. Qui ebbe luogo una sanguinosa battaglia impari contro i non musulmani. Nella storia è conosciuta come la battaglia di Muʾta. L’esercito musulmano contava soltanto tremila uomini, mentre quello nemico era incalcolabile. (Siyar al-Anṣār, 2/62)
Cominciò una battaglia furiosa. Il comandante Zayd ibn Ḥāritha fu martirizzato sul campo. Jaʿfar prese la sua bandiera, ma poco dopo anch’egli subì il martirio. A quel punto ʿAbdullah ibn Rāwiḥa prese lo stendardo e avanzò. Era a cavallo. Nel momento di scendere dalla cavalcatura provò una certa esitazione. Scacciò ogni dubbio e cominciò a recitare tra sé una poesia, di cui segue una parte: «O anima mia, ho giurato che scenderai; scenderai volontariamente oppure sarai costretta a farlo. Si levano le grida e i lamenti della gente: che cosa ti è accaduto, perché ancora disprezzi il Paradiso? Da quanto tempo desideri questo Paradiso? Tu non sei altro che una goccia d’acqua in un vecchio otre bucato. O anima mia, anche se oggi non morirai, un giorno morirai; qui il bagno della morte viene riscaldato. Ti è stato dato ciò che desideravi: se seguirai la condotta dei tuoi due compagni, troverai la retta guida».
Recitando questa poesia, scese da cavallo. Un suo cugino arrivò con un osso con della carne e glielo porse. Aveva appena leccato un poco l’osso quando giunse il fragore della battaglia. Dicendo: «Sei ancora vivo?», gettò via l’osso, prese la spada e si lanciò nel combattimento. Un soldato nemico scagliò una freccia con tale forza da terrorizzare l’esercito musulmano. Una freccia trafisse il suo corpo. Sanguinante, chiamò i suoi compagni. Essi accorsero, lo circondarono e si lanciarono contro l’esercito nemico. Nel frattempo egli cadde tra le braccia della morte. In verità apparteniamo ad Allah e a Lui ritorneremo. (Ṭabaqāt, 3/529; Sīrat Ibn Hishām, 2/379; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/533; Siyar al-Anṣār, 2/63; Ansāb al-Ashrāf, 1/380, 244)
Durante la permanenza a Muʾta, una notte prima del martirio, recitò una poesia commovente. Ascoltandola, Zayd ibn Arqam iniziò a piangere. ʿAbdullah sollevò sopra la testa di Zayd la sua frusta e disse: «Che cosa ti è successo? Se Allah mi concede il martirio, voi tornerete serenamente». (al-Iṣāba, 2/307)
Il Nobile Inviato, informato per mezzo della rivelazione di ogni momento della battaglia di Muʾta, riferiva le notizie alla gente presente a Medina. In Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Anas riferisce: prima che giungesse la notizia di Muʾta, l’Inviato annunciò a Medina il martirio di Zayd, Jaʿfar e ʿAbdullah. Disse: «Zayd prese la bandiera e fu martirizzato; poi la prese Jaʿfar, che fu anch’egli martirizzato; quindi la prese ʿAbdullah, che fu anch’egli martirizzato». Mentre pronunciava queste parole, le lacrime gli scorrevano dagli occhi. (Aṣaḥḥ al-Siyar, 281)
Secondo alcune narrazioni, dopo aver annunciato il martirio di Zayd e Jaʿfar, l’Inviato rimase in silenzio per un momento. I volti degli Anṣār impallidirono, perché pensarono che a ʿAbdullah fosse accaduto qualcosa di spiacevole. Poi l’Inviato disse: «Infine ʿAbdullah ibn Rāwiḥa prese la bandiera, combatté e fu martirizzato». Aggiunse: «Tutti loro sono stati condotti presso di me in Paradiso. Li ho visti sdraiati su letti d’oro; tuttavia il letto di ʿAbdullah era leggermente inclinato rispetto a quello degli altri due compagni». Chiesero: «Perché?». Fu risposto: «I due si lanciarono senza esitazione; il cuore di ʿAbdullah oscillò un poco tra esitazione e timore, poi anch’egli si lanciò». (Sīrat Ibn Hishām, 2/380)
Quando giunse all’Inviato la notizia della morte dei tre comandanti di Muʾta, egli si alzò, descrisse le loro imprese e pregò: «O Allah, perdona Zayd», ripetendolo tre volte. Poi disse: «O Allah, perdona Jaʿfar e ʿAbdullah ibn Rāwiḥa». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/344)
Prima di partire per Muʾta, una volta, a Medina, ʿAbdullah perse conoscenza a causa di una malattia. Sua sorella ʿAmra cominciò allora a lamentarsi secondo l’usanza araba. Quando riprese conoscenza, egli le disse: «Tutto ciò che dicevi esagerando su di me mi veniva mostrato come vero». Per questo, al momento della sua morte, tutti seguirono il suo consiglio e adottarono la pazienza. In Ṣaḥīḥ al-Bukhārī è riportato che, quando morì, non si pianse né si fece lamento funebre per lui. (Usd al-Ghāba, 3/147-159; Sīrat Ibn Hishām, 2/380)
Quando partì per Muʾta aveva moglie e figli. Tuttavia l’autore di Usd al-Ghāba afferma che fu ucciso senza lasciare figli. (Usd al-Ghāba, 3/159; Siyar al-Anṣār, 2/265)
Nel libro al-Istīʿāb è narrato un episodio riguardante la moglie di ʿAbdullah ibn Rāwiḥa. In una particolare circostanza, sua moglie gli disse: «Sei in stato di purità? Allora recitami un po’ del Corano». ʿAbdullah ricorse a uno stratagemma e recitò una poesia, di cui segue una parte: «Testimonio che la promessa di Allah è vera; la dimora dei miscredenti è l’Inferno; il Trono era sull’acqua; sopra il Trono stava il Signore dei mondi; e quel Trono è portato dai Suoi angeli possenti».
Sua moglie non conosceva bene il Corano e credette perciò che ʿAbdullah avesse recitato proprio il Corano. Disse: «Allah è veritiero; i miei occhi si sono sbagliati. Ti accuso ingiustamente». ʿAbdullah aveva escogitato questo pretesto per sfuggire all’ira della moglie dopo essere stato con una schiava. La mattina seguente raccontò l’accaduto all’Inviato di Allah, che rise. (al-Istīʿāb, 1/362; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/15)
Oltre all’abilità militare, il Nobile ʿAbdullah ibn Rāwiḥa possedeva molte altre qualità. Per questo l’Inviato di Allah lo onorava. Nell’Arabia della jāhiliyya erano pochissime le persone che sapevano scrivere in arabo, e ʿAbdullah era una di esse. Dopo aver abbracciato l’Islam, l’Inviato lo nominò proprio kātib, cioè scrivano. La storia non dice quando né come avesse imparato a scrivere.
Era uno dei celebri poeti dell’Arabia del suo tempo. Il dottor ʿUmar Farrūkh afferma: «Quando l’Islam acquisì il potere politico a Medina, i politeisti arabi divennero ancora più preoccupati. I poeti idolatri della Mecca, soprattutto ʿAbdullah ibn al-Zibaʿrī, Kaʿb ibn Zuhayr e Abū Sufyān ibn al-Ḥārith, componevano poesie per condannare e calunniare l’Inviato di Allah e l’Islam. A Medina, allora, Ḥassān ibn Thābit, ʿAbdullah ibn Rāwiḥa e Kaʿb ibn Mālik si opposero loro, risposero adeguatamente e mostrarono la bellezza dell’Islam. Questa guerra poetica tra i due gruppi continuò fino alla conquista della Mecca. ʿAbdullah era uno dei buoni poeti della sua epoca, al livello di Ḥassān e Kaʿb. Nell’epoca della jāhiliyya gareggiava con il poeta Qays ibn al-Khuṭaym componendo poesie satiriche. Nell’epoca islamica compose poesie in lode dell’Inviato e in risposta e condanna dei poeti politeisti». (Tārīkh al-Adab al-ʿArabī, 1/258, 261, 262)
Jurjī Zaydān dice: «Tra i poeti idolatri della Mecca che componevano poesie contro i musulmani, i più famosi erano ʿAbdullah ibn al-Zibaʿrī, Abū Sufyān ibn al-Ḥārith e ʿAmr ibn al-ʿĀṣ. Un giorno il Profeta disse: “Che cosa impedisce a coloro che hanno aiutato l’Inviato di Allah con le loro armi di aiutarlo anche con la lingua?”. Dopo queste parole, i tre poeti che si opposero ai poeti citati furono Ḥassān, Kaʿb e ʿAbdullah. L’Inviato riteneva che le loro poesie suscitassero una forte reazione tra i nemici. Disse: “Questi tre poeti sono più potenti, contro i Quraysh, della punta di una freccia”». (Tārīkh Ādāb al-Lugha al-ʿArabiyya, 1/191)
Il poeta Ḥassān colpiva la genealogia e il sangue dei Quraysh; il poeta Kaʿb descriveva le guerre, i conflitti e la storia passata dei Quraysh, mettendone in evidenza i difetti. ʿAbdullah ibn Rāwiḥa, invece, li condannava e li rimproverava per la loro miscredenza. (Usd al-Ghāba, 4/248) Abū al-Faraj al-Iṣfahānī dice: «Ḥassān e Kaʿb componevano poesie sulle guerre e sulle imprese gloriose, come i poeti qurayshiti avversari, mettendo in luce i vari difetti dei Quraysh. ʿAbdullah ibn Rāwiḥa li biasimava e li condannava per la loro miscredenza. Fino a quando i Quraysh non abbracciarono l’Islam, le poesie dei primi due erano per loro più dolorose di quelle di ʿAbdullah. Quando però accettarono l’Islam e ne compresero il messaggio, le poesie di ʿAbdullah apparvero loro le più influenti e dolorose». (Kitāb al-Aghānī, 4/136)
ʿAbdullah era un poeta naturale e sapeva comporre versi all’improvviso. Zubayr ibn al-ʿAwwām dice: «Non ho mai visto nessuno più abile di ʿAbdullah nel comporre poesie estemporanee». (Tahdhīb al-Asmāʾ wa’l-Lughāt, 1/265) Un giorno si trovava nella moschea del Profeta, dove il Nobile Inviato era già seduto con alcuni Compagni. Chiamò vicino ʿAbdullah e gli disse: «Recita ora alcuni versi sui politeisti». ʿAbdullah recitò alcune poesie. Dopo averle ascoltate, l’Inviato sorrise leggermente e disse: «Che Allah ti renda saldo». (al-Istīʿāb, 1/362; Ṭabaqāt, 3/528; al-Iṣāba, 2/307)
Durante le sue esortazioni, Abū Hurayra diceva: «Il vostro fratello ʿAbdullah ibn Rāwiḥa pronunciava parole oscene». Poi recitava una sua poesia. L’Imām Aḥmad la raccolse nel suo Musnad. (al-Fatḥ al-Rabbānī, Sharḥ Musnad Aḥmad, 22/287)
Tutte le poesie di ʿAbdullah ibn Rāwiḥa sono andate perdute nel corso del tempo. Tuttavia, circa cinquanta versi sono ancora conservati in varie opere di sīra e di storia. La maggior parte si trova nella Sīrat Ibn Hishām. (Dāʾirat al-Maʿārif al-Islāmiyya, in urdu, 12/780)
Quando furono rivelati i versetti 224-226 della sūra al-Shuʿarāʾ: «I poeti sono seguiti dagli sviati. Non vedi che vagano smarriti per ogni valle e dicono ciò che non fanno?», Ḥassān, ʿAbdullah e Kaʿb ebbero così paura che corsero piangendo dall’Inviato di Allah. Dissero: «O Inviato di Allah, quando questi versetti furono rivelati Allah sapeva che noi eravamo poeti». L’Inviato recitò allora la parte seguente: «Eccetto coloro che credono, compiono opere buone, ricordano spesso Allah e si difendono dopo essere stati ingiustamente trattati», e disse: «Voi siete quelli». (al-Iṣāba, 2/307; Ṭabaqāt, 3/528; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/77, 172)
Da ʿAbdullah ibn Rāwiḥa sono stati trasmessi alcuni ḥadīth. Egli li riferì direttamente dall’Inviato di Allah e da Bilāl. Da lui li riferirono Ibn ʿAbbās, Usāma ibn Zayd, Anas ibn Mālik, Nuʿmān ibn Bashīr e Abū Hurayra. (al-Iṣāba, 2/306)
ʿAbdullah ibn Rāwiḥa era un ʿābid distaccato dal mondo e una persona che ricordava continuamente Allah. Abū al-Dardāʾ dice: «Non passa giorno senza che io lo ricordi. Ogni volta che ci incontravamo, diceva: “Venite, per un po’ diventiamo musulmani”. Poi si sedeva e iniziava il dhikr. Quando terminava il dhikr, diceva: “Questa è stata una riunione di fede”». (Usd al-Ghāba, 3/157)
Anas ibn Mālik dice: quando un Compagno dell’Inviato incontrava ʿAbdullah ibn Rāwiḥa, egli diceva: «Venite, per un po’ rafforziamo la nostra fede». Un giorno un uomo si adirò molto per queste parole. Andò direttamente dall’Inviato e si lamentò: «O Inviato di Allah, non vedi che Ibn Rāwiḥa abbandona la tua fede e preferisce una fede soltanto temporanea?». Egli rispose: «Che Allah abbia misericordia di Ibn Rāwiḥa. Egli ama riunioni delle quali persino gli angeli sono orgogliosi». Una volta, a un invito simile, un uomo obiettò: «Perché, non siamo forse credenti?». Egli rispose: «Sì, siamo credenti; ma praticheremo il dhikr e la nostra fede aumenterà». (al-Fatḥ al-Rabbānī, 22/286; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/15)
Sua moglie racconta che, quando usciva di casa, compiva due rakʿāt di preghiera; quando tornava, faceva lo stesso. Non mostrava mai negligenza in questo. (al-Iṣāba, 2/307; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/148)
Durante un viaggio faceva così caldo che le persone tenevano le mani sopra la testa per proteggersi dall’ardore del sole. Chi avrebbe digiunato con un caldo simile? Eppure, in quelle condizioni, soltanto il Nobile Inviato di Allah e ʿAbdullah ibn Rāwiḥa osservavano il ṣawm. (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 1/261; Muslim, 1/357; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/479; Tahdhīb al-Asmāʾ wa’l-Lughāt, 1/265)
Provava un’attrazione irresistibile per il jihād. Non fu assente da nessuna delle battaglie combattute da Badr a Muʾta. Gli studiosi della scienza degli uomini, cioè dei dizionari biografici, affermano: «ʿAbdullah partiva per la guerra prima di tutti e tornava a casa per ultimo». (al-Iṣāba, 2/307)
Obbediva alla lettera agli ordini e ai divieti del Nobile Inviato di Allah. Un episodio lo dimostra chiaramente. Una volta il Nobile Inviato stava pronunciando un khuṭba nella moschea, mentre Ibn Rāwiḥa si dirigeva verso di essa. Quando si trovava ancora sulla strada esterna alla moschea, udì l’Inviato dire: «Sedetevi ciascuno al proprio posto». Appena queste parole giunsero alle sue orecchie, si sedette lì dove si trovava. Dopo la fine del sermone, qualcuno riferì all’Inviato l’accaduto. Egli commentò: «Che Allah accresca in lui il desiderio di obbedire ad Allah e al Suo Inviato». (al-Iṣāba, 2/306; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 2/356)
Come ʿAbdullah ibn Rāwiḥa amava profondamente l’Inviato di Allah, così anche l’Inviato lo amava. Una volta ʿAbdullah si ammalò e perse conoscenza. L’Inviato andò a visitarlo e pregò: «O Allah, se la sua morte è vicina, rendigliela facile; altrimenti guariscilo». (al-Iṣāba, 2/306)
Usāma ibn Zayd racconta: quando Saʿd ibn ʿUbāda si ammalò, l’Inviato uscì per visitarlo e mi fece sedere dietro di lui sulla cavalcatura. ʿAbdullah ibn Ubayy era seduto all’ombra della fortezza di Muzāḥim insieme ad alcuni uomini della sua tribù. L’Inviato ritenne contrario alle buone maniere passare davanti a loro senza parlare. Scese quindi dalla cavalcatura, li salutò e si sedette per un po’. Poi recitò alcuni versetti del Corano e invitò tutti all’Islam. Fino a quel momento ʿAbdullah ibn Ubayy era rimasto in silenzio. Quando l’Inviato terminò di parlare, disse: «Se ciò che dici è vero, resta a casa. Chiunque venga da te, istruiscilo quanto vuoi. Non venire in modo indesiderato alle riunioni degli altri infastidendoli». Tra i musulmani presenti vi era anche ʿAbdullah ibn Rāwiḥa. Egli tuonò: «O Inviato di Allah, non ascoltarlo mai! Vieni da noi! Vieni alle nostre riunioni, nelle nostre case e di casa in casa. Questo è ciò che desideriamo. Con la tua venuta Allah ci ha onorati e ci ha guidati». (Sīrat Ibn Hishām, 1/587; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 2/509)
Un giorno ʿAbdullah iniziò a piangere con la testa appoggiata sulle ginocchia della moglie. Vedendolo, anche lei cominciò a piangere. Egli le chiese: «Perché piangi?». Lei rispose: «Piango perché ti vedo piangere». Egli recitò allora il versetto 71 della sūra Maryam e disse: «Piango ricordando questo versetto. Non so se sarò salvato dall’Inferno». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/45)
È particolarmente degno di nota il ruolo di ʿAbdullah nella conversione del celebre Compagno anṣārita Abū al-Dardāʾ. I due erano stati profondamente legati nell’epoca della jāhiliyya. Anche dopo la conversione di ʿAbdullah, Abū al-Dardāʾ rimase idolatra. Nella sua casa vi era una grande statua. Un giorno Abū al-Dardāʾ uscì di casa e, proprio in quel momento, ʿAbdullah vi entrò da un’altra strada. Chiese alla moglie di Abū al-Dardāʾ: «Dov’è Abū al-Dardāʾ?». Lei rispose: «È appena uscito». ʿAbdullah entrò nella stanza dell’idolo e, con un martello che vi era custodito, lo fece a pezzi. La moglie di Abū al-Dardāʾ accorse sentendo il rumore, ma ʿAbdullah aveva già terminato il lavoro ed era andato via. La donna si mise a piangere con le mani sulla testa per la paura. Quando Abū al-Dardāʾ tornò e seppe tutto dalla moglie, dapprima si adirò molto; subito dopo, però, rifletté: se l’idolo avesse avuto qualche potere, avrebbe potuto difendersi. Dopo questa presa di coscienza, andò con ʿAbdullah dall’Inviato di Allah e dichiarò la propria adesione all’Islam. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/332-333)
Una volta il poeta Ḥassān ibn Thābit compose una poesia in cui condannava Ṣafwān ibn al-Muʿaṭṭal e la sua tribù. Ṣafwān, infuriato, picchiò il poeta, gli legò entrambe le mani al collo e lo condusse nella località dei Banū al-Ḥārith. ʿAbdullah ibn Rāwiḥa lo liberò e informò l’Inviato di Allah dell’accaduto. Condusse entrambi alla presenza dell’Inviato, che compose la loro disputa. (Sīrat Ibn Hishām, 2/305)
Per le qualità menzionate sopra, l’Inviato disse elogiandolo: «Niʿma al-rajul ʿAbdullah ibn Rāwiḥa», cioè: «Quanto è buono l’uomo ʿAbdullah ibn Rāwiḥa!». (al-Iṣāba, 2/306)

Abu Talha al-Ansari (che Allah sia soddisfatto di lui)

Si chiamava Zayd, soprannominato Abū Ṭalḥa. È con questo nome che è divenuto famoso nella storia. Nacque a Yathrib nel 585 d.C., trentasei anni prima dell’Egira. (Al-Aʿlām, 3/98) Suo padre era Sahl ibn al-Aswad ibn Harām, della tribù dei Banū Jājila. Sua madre era ʿUbāda bint Mālik. Nell’antica epoca dell’ignoranza, la famiglia di Abū Ṭalḥa godeva di particolare prestigio a Yathrib. Esistevano rapporti di parentela anche tra il ramo paterno e quello materno. L’insediamento della sua famiglia si trovava a occidente, vicino all’attuale Moschea del Profeta. Ai suoi tempi egli era il capo della famiglia. (Ansāb al-Ashrāf, 1/42; al-Istīʿāb, 4/113; Tahdhīb al-Asmāʾ, 1/445)

Prima dell’Islam, come la maggior parte degli Arabi, era idolatra. Anche le sue riunioni per bere vino erano molto sontuose e abitualmente frequentate. In quell’epoca di ignoranza era considerato uno dei pochi arcieri coraggiosi di Yathrib. (Bukhārī, 2/664; Al-Aʿlām, 3/98)

Quando Abū Ṭalḥa aveva venti o ventidue anni, a Mecca il nobile Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, ricevette la profezia. Nei primi anni ciò non ebbe grande influenza a Yathrib, ma negli anni successivi essa cominciò gradualmente a farsi sentire. Alcuni anni prima dell’Egira del Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, a Medina, egli inviò da Mecca Muṣʿab ibn ʿUmayr per predicare l’Islam. Proprio tramite lui una nobile donna medinese, Umm Sulaym, abbracciò l’Islam. In seguito, grazie agli sforzi di questa donna, Abū Ṭalḥa abbandonò l’idolatria, divenne musulmano e la sposò.

Esaminando le diverse narrazioni, si ricavano due opinioni circa il momento in cui Abū Ṭalḥa abbracciò l’Islam. Secondo la prima, egli si convertì per mano di Muṣʿab ibn ʿUmayr prima dell’Egira del Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, a Medina; recatosi con lui alla Mecca in occasione del pellegrinaggio, prestò giuramento di fedeltà al Messaggero di Dio ad al-ʿAqaba, insieme a settantatré persone, o secondo un’altra versione settantacinque. Tra i presenti a quella giurisdizione, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, nominò dodici naqīb, cioè responsabili: Abū Ṭalḥa era uno di loro. Secondo l’altra opinione, Abū Ṭalḥa si convertì dopo l’arrivo del Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, a Medina. Tuttavia, la prima opinione è la più famosa ed è quella riferita dalla maggioranza degli esperti di biografia profetica. (Tārīkh al-Islām wa Ṭabaqāt al-Mashāhīr wa al-Aʿlām, 2/119; Shadharāt al-Dhahab, 1/40; Usd al-Ghāba, 5/234)

Esiste un legame tra la conversione di Abū Ṭalḥa e il suo matrimonio con Umm Sulaym. Umm Sulaym era la nobile madre del celebre Compagno Anas ibn Mālik, servitore del nobile Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui. Il padre di Anas, Mālik, era stato suo marito prima dell’Islam. Quando Umm Sulaym abbracciò l’Islam, Mālik, addolorato e adirato, partì per la Siria lasciando moglie e figlio, e lì morì. In seguito Abū Ṭalḥa chiese Umm Sulaym in matrimonio. Riportiamo qui alcune narrazioni riguardanti questo matrimonio.

È narrato da Anas che Abū Ṭalḥa chiese Umm Sulaym in matrimonio. Umm Sulaym disse: «Non sarebbe giusto per me sposare un politeista. Abū Ṭalḥa, non vedi che questi vostri dèi, che adorate, vengono fabbricati nella bottega di tizio? Se vi si appicca il fuoco, bruciano». Udendo queste parole, Abū Ṭalḥa si alzò e se ne andò. Tuttavia, qualcosa cominciò a tormentarlo interiormente e non riuscì più a dormire.

Secondo un’altra narrazione, Umm Sulaym disse: «Non ho alcuna obiezione alla tua proposta. Il problema è che tu sei un miscredente, mentre io sono una donna musulmana. Se abbracciassi l’Islam, non ci sarebbe più alcun problema. In tal caso, il tuo Islam sarebbe la mia dote. Non desidero altro». Abū Ṭalḥa abbracciò l’Islam e sposò Umm Sulaym. Thābit diceva: «Non abbiamo mai sentito parlare di una dote migliore di quella di Umm Sulaym. La sua dote fu l’Islam». Ibn ʿAsākir afferma che al-Ṭabarānī, Abū Nuʿaym e Ibn Durustawayh hanno trasmesso queste parole. (Tārīkh Ibn ʿAsākir, 6/5) Storici come ʿUrwa, Mūsā ibn ʿUqba, l’erudito al-Dhahabī, Ibn al-ʿImād al-Ḥanbalī e Ibn al-Athīr affermano che questo avvenne prima dell’Egira del Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, a Medina, poiché Abū Ṭalḥa prestò giuramento di fedeltà al Messaggero ad al-ʿAqaba e fu nominato naqīb.

Ibn ʿAsākir dice: «Le narrazioni sul matrimonio di Abū Ṭalḥa con Umm Sulaym fanno pensare che egli abbia abbracciato l’Islam dopo l’Egira del Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, a Medina». A questo proposito ha rinvenuto una narrazione di Ḥāfiẓ e al-Bayhaqī trasmessa da Naḍr ibn Anas. Naḍr racconta: «Un giorno Mālik, padre di Anas, disse a sua moglie Umm Sulaym: “A quanto pare, quest’uomo [il Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui] ha proibito il vino”. Poi partì per la Siria, lasciando moglie e figlio, e lì morì».

In seguito Abū Ṭalḥa chiese Umm Sulaym in matrimonio. Umm Sulaym disse: «Ascolta, Abū Ṭalḥa: un uomo come te non può essere respinto. Tuttavia tu sei miscredente e io sono musulmana. Questo è il problema: questo matrimonio non può aver luogo». Abū Ṭalḥa disse: «Desideri oro o argento?». Umm Sulaym rispose: «No, non desidero nulla di tutto ciò. Desidero soltanto il tuo Islam». Abū Ṭalḥa domandò: «Chi mi aiuterà in questa faccenda?». Ella rispose: «Il Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui».

Abū Ṭalḥa si recò dal Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, che in quel momento era seduto con i Compagni. Vedendolo arrivare, disse: «Ecco che viene Abū Ṭalḥa. La luce dell’Islam appare sulla sua fronte». Abū Ṭalḥa giunse e riferì al Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, ciò che Umm Sulaym aveva detto. Così Abū Ṭalḥa abbracciò l’Islam e sposò Umm Sulaym. (Tārīkh Ibn ʿAsākir, 6/5; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/196)

Quando il Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, giunse a Medina, istituì un legame di fratellanza religiosa tra gli Emigrati della Mecca e gli Anṣār di Medina. Anche riguardo a chi fosse il fratello religioso di Abū Ṭalḥa esistono diverse opinioni. Secondo la maggioranza degli autori di biografie, egli fu legato da fratellanza ad Abū ʿUbayda ibn al-Jarrāḥ, celebre Emigrato qurayshita. Il Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, gli aveva dato la lieta notizia del Paradiso e il titolo di «Fidato della comunità». Ibn ʿAsākir dice: «Il nobile Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, unì Abū Ṭalḥa e Bilāl prendendoli per mano e stabilì tra loro il rapporto di fratellanza». (Tārīkh Ibn ʿAsākir, 6/9) Ibn Saʿd riporta in proposito una narrazione di ʿĀṣim ibn ʿUmar: «Il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, stabilì un rapporto di fratellanza tra Abū Ṭalḥa e al-Arqam ibn al-Arqam al-Makhzūmī». (Ṭabaqāt, 3/505)

Abū Ṭalḥa partecipò con il Messaggero di Dio, pace e benedizioni su di lui, a tutte le battaglie e spedizioni, comprese Badr, Uḥud e al-Khandaq. Sul campo di battaglia recitava spesso questi versi: «Io sono Abū Ṭalḥa, il mio nome è Zayd; ogni giorno la mia arma abbatte una preda». (Tahdhīb al-Asmāʾ, 1/445; Tārīkh Ibn ʿAsākir, 5/4)

La prima battaglia della storia dell’Islam fu quella di Badr. Abū Ṭalḥa vi partecipò con grande entusiasmo. Ibn Saʿd menziona il

Abū Masʿūd al-Badrī (che Allah sia soddisfatto di lui)

Abū Masʿūd era il suo soprannome, ed è con questo nome che è divenuto famoso nella storia. Il suo vero nome era ʿUqba e quello di suo padre era ʿAmr ibn Thaʿlaba. Partecipò all’ultimo giuramento di al-ʿAqaba e proprio lì abbracciò l’Islam. Al-Wāqidī afferma: «Abū Masʿūd partecipò ad al-ʿAqaba, ma fu assente a Badr». Muḥammad ibn Isḥāq afferma: «Tra coloro che parteciparono ad al-ʿAqaba, egli era il più giovane». (Ansāb al-Ashrāf, 1/245; Sīrat Ibn Hishām, 1/459; Usud al-Ghāba, 5/296) Questo fatto è stato menzionato esplicitamente.
Partecipò insieme al Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) alla battaglia di Uḥud e a tutte le battaglie condotte contro gli infedeli dopo Uḥud. Tuttavia, tra gli esperti della sīra vi è molta divergenza riguardo alla sua partecipazione alla battaglia di Badr. Secondo la maggioranza, egli partecipò a Badr, e per questo fu chiamato al-Badrī. L’Imām al-Bukhārī affermò con grande fermezza che egli aveva partecipato a Badr. A sostegno di ciò, nella sua opera autentica presentò come prova diversi ḥadīth. Tra questi vi è un ḥadīth narrato da Bashīr ibn Abū Masʿūd. In esso si racconta che, quando al-Mughīra pregò la ṣalāt al-ʿaṣr in ritardo, Abū Masʿūd ʿUqba ibn ʿAmr lo rimproverò. Questo Abū Masʿūd era il nonno materno di Zayd ibn al-Ḥasan e aveva partecipato a Badr. Abū ʿUtba ibn Sallām e Muslim, nella sua opera al-Kunā, hanno affermato che egli partecipò a Badr. Ibn al-Barqī dice: «Ibn Isḥāq non lo ha menzionato tra i partecipanti a Badr». Al-Ṭabarānī dice: «Gli abitanti di Kufa sostengono che egli partecipò a Badr, ma gli abitanti di Medina non lo annoverano tra i partecipanti a Badr». Ibn Saʿd ha riferito da al-Wāqidī, il quale disse: «Tra i nostri compagni non vi è alcuna divergenza sul fatto che Abū Masʿūd non partecipò a Badr. Egli abitò nei pressi di Badr, e per questo fu chiamato al-Badrī». (al-Iṣāba, 2/490-491; Sīrat Ibn Hishām, 1/459; Usud al-Ghāba, 5/296)
Abū Masʿūd rimase a Medina dall’epoca della profezia fino al periodo dei primi tre califfi. In una certa fase della sua vita abitò per alcuni giorni presso l’acqua di Badr. Durante il califfato di ʿAlī lasciò Medina, si trasferì a Kufa e vi costruì una casa, stabilendovisi. (al-Iṣāba, 4/252; Ansāb al-Ashrāf, 1/245)
Riguardo al ruolo di Abū Masʿūd al tempo del conflitto tra ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) e Muʿāwiya (che Allah sia soddisfatto di lui), si trovano narrazioni contraddittorie. Secondo una narrazione, egli era uno degli uomini vicini a Muʿāwiya. Quando Muʿāwiya partì per la battaglia di Ṣiffīn, lo lasciò come suo sostituto a Kufa. Abū Masʿūd esercitò l’incarico di governatore di Kufa fino al suo ritorno. (al-Iṣāba, 2/491) Secondo un’altra narrazione, invece, egli era un compagno di ʿAlī. Si recò a Kufa durante il periodo di ʿAlī e, quando ʿAlī partì per Ṣiffīn, gli affidò l’incarico di governatore di Kufa. (Ansāb al-Ashrāf, 1/245; al-Aʿlām, 4/241) È quest’ultima narrazione a essere corretta, poiché al tempo della battaglia di Ṣiffīn Kufa era sotto il controllo di ʿAlī, non di Muʿāwiya.
Vi sono divergenze riguardo all’anno e al luogo della morte di Abū Masʿūd. Alcuni hanno detto che, dopo la battaglia di Ṣiffīn, tornò da Kufa alla sua patria, Medina, e lì morì. Altri hanno detto che morì a Kufa. (al-Iṣāba, 2/491; al-Aʿlām, 4/241)
Vi sono divergenze anche riguardo all’anno della sua morte. Sono stati indicati come anni della sua morte il 41 e il 42 dell’Egira. Altri hanno detto che morì nell’anno 60 dell’Egira, verso la fine del califfato di Muʿāwiya (che Allah sia soddisfatto di lui). (Usud al-Ghāba, 5/296) È tuttavia certo che fosse ancora vivo durante il governo di Kufa esercitato da al-Mughīra ibn Shuʿba (che Allah sia soddisfatto di lui). Ciò avvenne certamente dopo l’anno 40 dell’Egira. (al-Iṣāba, 2/491)
Sono noti un figlio e una figlia di Abū Masʿūd. Il figlio si chiamava Bashīr, mentre la figlia era la moglie dell’Imām al-Ḥasan (che Allah sia soddisfatto di lui). Da lei nacque Zayd ibn al-Ḥasan. Bashīr nacque durante la vita del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace), oppure poco dopo.
Abū Masʿūd (che Allah sia soddisfatto di lui) svolse con grande impegno il compito di trasmettere e diffondere gli ḥadīth del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). È annoverato nella terza generazione o categoria dei Compagni narratori di ḥadīth. Nei diversi libri di ḥadīth si trovano 102 (centodue) ḥadīth da lui narrati. (al-Aʿlām, 4/241) Tra i Tābiʿūn che narrarono ḥadīth da lui, alcuni dei più illustri sono: Bashīr, ʿAbdullāh ibn Yazīd al-Khuṭamī, Abū Wāʾil, ʿAlqama, Qays ibn Abī Ḥātim, ʿAbd al-Raḥmān ibn Yazīd al-Nakhaʿī, Yazīd ibn Shurayk, Muḥammad ibn ʿAbdullāh ibn Zayd ibn ʿAbd Rabbihi al-Anṣārī e altri.
L’imitazione della condotta del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) e l’amr bi-l-maʿrūf erano i principali tratti del suo carattere. Osservava con grande rispetto gli ordini e i divieti del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Una volta stava picchiando un suo schiavo. In quel momento giunse da dietro una voce: «Abū Masʿūd! Rifletti un momento. L’Allah che ti ha dato autorità su di lui avrebbe potuto dare a lui autorità su di te». La voce era quella del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Abū Masʿūd ne fu profondamente colpito. In quell’istante giurò che da allora in poi non avrebbe mai più colpito alcuno schiavo. Quindi liberò quello schiavo. (Musnad, 5/273-274)
Non fu mai negligente nemmeno nell’adempiere al dovere dell’amr bi-l-maʿrūf. A questo proposito non temeva nessuno, grande o piccolo che fosse. Al-Mughīra ibn Shuʿba (che Allah sia soddisfatto di lui) era allora il governatore di Kufa. Un giorno guidò la preghiera del ʿaṣr con un certo ritardo. Immediatamente Abū Masʿūd protestò. Disse: «Sai che il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) celebrava le cinque preghiere quotidiane nei tempi indicati da Jibrīl e diceva: “Così mi è stato ordinato”». (al-Bukhārī, 2/571)
Egli seguiva personalmente e scrupolosamente la sunna del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Un giorno chiese alla gente: «Sapete come il Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace) eseguiva la preghiera?». Poi pregò mostrando loro come farlo. (Musnad, 5/122)
Stare spalla a spalla nella preghiera congregazionale è una sunna del Messaggero di Allah (che Allah lo benedica e gli conceda la pace). Quando vide che la gente non la osservava pienamente, diceva: «Il beneficio dello stare in questo modo era che essi erano uniti. Ora state lontani gli uni dagli altri: è per questo che sono sorti i contrasti».
Abū Masʿūd (che Allah sia soddisfatto di lui) non è annoverato tra i Compagni muftī, sebbene talvolta emettesse fatwā. Ibn ʿAbd al-Barr ha riferito da Ibn Sīrīn nella sua opera Jāmiʿ al-ʿIlm (2/166). Egli dice: «Una volta il califfo ʿUmar disse ad Abū Masʿūd: “Non mi è forse stato riferito che tu emetti fatwā? Lascia il calore della fatwā a colui che ha sperimentato il suo freddo”, cioè al governatore. “Tu invece non sei un governatore”». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 2/253)

Abū Qatāda al-Anṣārī (che Allah sia soddisfatto di lui)

Hazrat Abu Qatada era figlio del ramo Banu Sulayma della celebre tribù dei Khazraj di Medina. Vi sono divergenze riguardo al suo nome proprio. Alcuni hanno detto al-Harith; altri, ‘Amr. Secondo al-Kalbi e Ibn Ishaq, era an-Nu‘man. Tuttavia, al-Harith è il nome più noto. Nella storia è conosciuto con il soprannome Abu Qatada. Suo padre era Rab‘i ibn Baldama e sua madre, Kabsha bint Mutahhir. Anche lei apparteneva al ramo Sawad ibn Ghanam dei Banu Sulayma, della tribù dei Khazraj. Nacque a Medina nel 604 d.C., diciotto anni prima dell’Egira del Messaggero di Allah ﷺ a Medina. (Usd al-Ghaba, 5/274; al-Isaba, 4/158; al-A‘lam, 2/154)

Quel Ka‘b ibn Malik al-Ansari che fu punito per non aver partecipato alla spedizione di Tabuk e che in seguito Allah Onnipotente perdonò, era cugino di Abu Qatada. Anche lui, a quel tempo, boicottò Ka‘b come tutti gli altri. (Hayat as-Sahaba, 1/467)

Egli abbracciò l’Islam in un momento successivo all’ultima ‘Aqaba. Vi sono divergenze tra gli specialisti della biografia profetica riguardo alla sua partecipazione alla battaglia di Badr. Molti lo hanno definito un Compagno di Badr. Tuttavia, né Musa ibn ‘Uqba né Ibn Ishaq menzionano il suo nome nell’elenco dei Compagni di Badr. Partecipò, insieme al Messaggero di Allah ﷺ, a tutte le battaglie successive, compresa Uhud. (Al-Isaba, 4/158; Usd al-Ghaba, 5/274)

Nel mese di Rabi‘ al-Awwal del sesto anno dell’Egira fu condotta la spedizione di Dhu Qarad, detta anche di al-Ghaba. In quella spedizione egli diede prova di straordinario coraggio. I cammelli del nobile Messaggero di Allah ﷺ pascolavano in una località chiamata Dhu Qarad. Il servo del Messaggero di Allah ﷺ, Rabah, era incaricato di custodirli. Alcuni uomini della tribù dei Ghatafan uccisero i pastori e portarono via i cammelli. Il celebre Compagno Salama ibn al-Akwa‘, ricevuta la notizia, secondo l’usanza araba si pose sulla cima di una montagna, rivolto verso Medina, e gridò tre volte l’avvertimento «Ya sabahah!», con cui si annunciava l’attacco nemico. Intanto mandò rapidamente Rabah dal Messaggero di Allah ﷺ e si mise personalmente a inseguire i predoni ghatafaniti.

Il nobile Messaggero di Allah ﷺ inviò subito tre cavalieri in suo aiuto e partì anch’egli dietro di loro. Salama ibn al-Akwa‘ attendeva l’aiuto di Medina. Poco dopo vide arrivare a tutta velocità Abu Qatada al-Ansari, al-Akhram al-Asadi e, dietro di loro, al-Miqdad al-Kindi. Vedendo quei cavalieri, i Ghatafan abbandonarono i cammelli e tentarono di fuggire. Ma al-Akhram al-Asadi era allora animato da un ardente desiderio del martirio. Disobbedì al divieto di Salama e inseguì i Ghatafan. A un certo punto ingaggiò una lotta corpo a corpo con ‘Abd ar-Rahman al-Ghatafani e al-Akhram subì il martirio. ‘Abd ar-Rahman tentò di fuggire portando con sé il cavallo di al-Akhram. In quel momento arrivò Abu Qatada e con un colpo di lancia uccise ‘Abd ar-Rahman. (Al-Kamil fi at-Tarikh, 2/198-191; al-Isaba, 4/158; Hayat as-Sahaba, 1/561; Sahih Muslim, 2/101)

Secondo un’altra narrazione, nella battaglia di Dhu Qarad la persona uccisa da Abu Qatada si chiamava Habib ibn ‘Uyayna ibn Hisn. Dopo aver ucciso Habib, egli coprì il cadavere con il proprio mantello e avanzò ulteriormente alle spalle del nemico. Quando quelli che venivano dietro videro un cadavere coperto dal mantello di Abu Qatada, pensarono certamente che fosse il cadavere di Abu Qatada. Subito pronunciarono «Inna lillahi» e cominciarono a dirsi l’un l’altro: «Abu Qatada è stato ucciso». Udendo ciò, il Messaggero ﷺ disse: «Non è Abu Qatada; è invece il cadavere dell’uomo ucciso da Abu Qatada. Egli lo ha ucciso e lo ha coperto con il proprio mantello, affinché comprendiate che quello è l’uccisore». In quella battaglia il cavallo di Abu Qatada si chiamava Hazwa. (Sirat Ibn Hisham, 2/284)

Abu Qatada racconta: «Il giorno di Dhu Qarad, dopo la fine della spedizione, incontrai il Messaggero di Allah ﷺ. Egli mi guardò e pregò: “O Allah, benedici i suoi capelli e la sua pelle e rendi prospero il suo volto”. Io dissi: “O Messaggero di Allah, che Allah renda prospero anche il tuo volto!”.» (Usd al-Ghaba, 5/275) Quel giorno, dopo aver ascoltato la descrizione del suo coraggio e del suo valore, il Messaggero ﷺ commentò: «Oggi Abu Qatada è il nostro miglior cavaliere». (Al-Kamil fi at-Tarikh, 2/191; al-Isaba, 4/158)

Abu Qatada accompagnò il Messaggero di Allah ﷺ nel viaggio della tregua di Hudaybiyya. Durante il viaggio di ritorno, un giorno il Messaggero ﷺ e i suoi compagni di viaggio persero la preghiera dell’alba. Da un hadith narrato da Abu Qatada si conosce il modo e il momento in cui il Messaggero ﷺ recuperò quella preghiera. (Hayat as-Sahaba, 3/29)

Nel settimo o nell’ottavo anno dell’Egira, il Messaggero ﷺ inviò una spedizione verso ‘Idam sotto il comando di Abu Qatada. ‘Idam è il nome di una località o di una montagna situata sulla strada da Medina verso la Siria. Quando raggiunsero la valle di ‘Idam, passava accanto a loro ‘Amir ibn al-Adbat al-Ashja‘i. Egli salutò Abu Qatada e i membri della sua spedizione. Nonostante ciò, a causa di una precedente inimicizia, il membro della spedizione Muhallim ibn Jaththama ibn Qays lo uccise e gli portò via il cammello e gli altri beni. Quando si presentarono al Messaggero di Allah ﷺ e lo informarono dell’accaduto, fu rivelato il versetto 94 della sura an-Nisa’. (Ansab al-Ashraf, 1/381; Hayat as-Sahaba, 2/389)

«O credenti! Quando vi mettete in viaggio sulla via di Allah, esaminate attentamente la situazione e non dite a chi vi rivolge il saluto: “Non sei credente”, desiderando i beni della vita terrena. Presso Allah vi sono ricchezze abbondanti e facilmente ottenibili. Anche voi eravate così prima, poi Allah vi ha beneficati. Esaminate dunque attentamente. Allah è ben informato di ciò che fate». (Sura an-Nisa’, 4:94)

Nel mese di Sha‘ban dell’ottavo anno dell’Egira, il Messaggero ﷺ inviò verso una località del Najd chiamata Khadrah una spedizione di quindici uomini. Abu Qatada ne era l’emiro. In quel luogo viveva la tribù dei Ghatafan, una tribù di predoni acerrima nemica dei musulmani. Lo scopo era attaccarla di sorpresa. Per questo marciavano tutta la notte e durante il giorno si nascondevano in qualche luogo. In tal modo giunsero improvvisamente presso i Ghatafan. Anche questi erano molto valorosi. Subito accorse molta gente e iniziò la battaglia. Abu Qatada disse ai suoi compagni: «Uccidete soltanto coloro che combattono contro di voi; non è necessario inseguire tutti». Grazie a questa politica, la battaglia terminò rapidamente. Dopo appena quindici giorni tornarono a Medina portando con sé ingenti bottini: duecento cammelli, duemila capre e numerosi prigionieri. Un quinto del bottino fu messo da parte e tutto il resto venne distribuito tra loro.

Alcuni giorni dopo questo episodio, nel mese di Ramadan, il Messaggero di Allah ﷺ inviò verso Batn Akham un gruppo di otto uomini. Anche il loro capo era Abu Qatada. Batn Akham si trovava tra Dhu Khashab e Dhu Marwah, a tre tappe da Medina in direzione della Mecca. Il Messaggero ﷺ aveva deciso di condurre una spedizione militare alla Mecca. Inviò questo gruppo affinché la gente non comprendesse affatto tale intenzione; lo fece essenzialmente per distogliere l’attenzione in un’altra direzione. Quando giunsero a Dhu Khashab, seppero che il Messaggero ﷺ era già partito verso la Mecca. Pertanto raggiunsero l’esercito del Messaggero di Allah ﷺ in una località chiamata Suka‘iyya. (Tabaqat, capitolo delle spedizioni, p. 91)

Dopo la conquista della Mecca fu condotta la spedizione di Hunayn. Il combattimento fu così intenso che molti grandi eroi musulmani furono costretti a ritirarsi. Abu Qatada mostrò grande valore in quella battaglia. In un luogo, un soldato musulmano e un soldato politeista combattevano corpo a corpo. Un secondo uomo stava tentando di attaccare il soldato musulmano alle spalle. Abu Qatada se ne accorse. Si avvicinò furtivamente e colpì con la spada la spalla dell’uomo da dietro. Un braccio dell’uomo cadde reciso; ma egli afferrò all’improvviso il collo di Abu Qatada con l’altro braccio. Era un uomo estremamente forte e strinse Abu Qatada con tale vigore che questi fu sul punto di morire. Mentre i due lottavano, l’uomo si indebolì per la grande perdita di sangue. Approfittando dell’occasione, Abu Qatada gli inflisse un altro colpo. L’uomo cadde a terra.

Mentre Abu Qatada era occupato a ucciderlo, un soldato musulmano della Mecca passò di là e si impossessò di tutte le armi e dei beni dell’ucciso. In seguito un grande panico si diffuse tra l’esercito musulmano. Ognuno fuggiva dal campo nella direzione che riusciva a prendere. Anche Abu Qatada procedeva in una direzione. Lungo la strada incontrò Hazrat ‘Umar. Abu Qatada gli chiese: «Che cosa succede?». ‘Umar rispose: «È ciò che Allah vuole». Nel frattempo i musulmani si ripresero dalla loro debolezza, lanciarono un contrattacco e presero il controllo del campo di battaglia.

Abu Qatada racconta: «La battaglia cessò e anche noi ci riposavamo. In quel momento il Messaggero di Allah ﷺ proclamò: “Chiunque uccida una persona avrà i beni lasciati dall’ucciso”. Io dissi: “O Messaggero di Allah, ho ucciso un uomo equipaggiato. Mentre ero impegnato a ucciderlo, qualcuno ha portato via i suoi beni. Non so chi sia stato”. Allora quell’uomo della Mecca disse: “O Messaggero di Allah, egli ha detto la verità. I beni dell’ucciso sono presso di me. Convincilo a lasciarmeli”. Immediatamente Abu Bakr disse: “Per Allah, il Messaggero non lo convincerà! Un leone di Dio ha combattuto sulla via di Allah e tu vuoi appropriarti dei beni che gli spettano? Restituiscigli i beni dell’ucciso”. Allora il Messaggero ﷺ disse: “Abu Bakr ha detto la verità. Restituiscigli ciò che hai preso”.» Abu Qatada dice: «Vendetti quegli oggetti e con il denaro acquistai circa dieci palme da dattero. Dopo aver abbracciato l’Islam, questo fu il primo bene che acquistai». (Sirat Ibn Hisham, 2/448-449; Hayat as-Sahaba, 2/90-91; Musnad, 5/306)

Dopo la morte del Messaggero di Allah ﷺ non si trovano informazioni molto dettagliate sulle attività di Abu Qatada durante i periodi dei califfi. Quando Hazrat ‘Uthman era assediato nella propria casa di Medina dai ribelli, era la stagione del pellegrinaggio. Un giorno Abu Qatada si recò dal califfo ‘Uthman insieme a un altro uomo e chiese il permesso di andare al pellegrinaggio. Egli diede loro il permesso. Essi gli domandarono allora: «Se questi ribelli avranno la vittoria, con chi dovremo stare?». Il califfo rispose: «Con la maggioranza della comunità». Essi chiesero ancora: «Se proprio questa maggioranza avrà la meglio su di voi, con chi dovremo stare?». Rispose: «Con chiunque costituisca il gruppo maggioritario». (Hayat as-Sahaba, 2/126)

Hazrat ‘Ali lo nominò una volta governatore della Mecca, poi nominò al suo posto Qutham ibn ‘Abbas. Nel trentaseiesimo anno dell’Egira ebbe luogo la battaglia del Cammello e l’anno successivo quella di Siffin. Hazrat Abu Qatada partecipò a entrambe dalla parte di Hazrat ‘Ali. (Al-A‘lam, 2/154; al-Isaba, 4/158) Nel trentottesimo anno dell’Egira i Kharigiti innalzarono la bandiera della ribellione. Abu Qatada era ufficiale della fanteria nell’esercito con cui Hazrat ‘Ali condusse la spedizione contro di loro.

Vi sono profonde divergenze riguardo all’anno della morte di Abu Qatada. Secondo gli abitanti di Kufa, morì a Kufa nel trentottesimo anno dell’Egira e Hazrat ‘Ali celebrò la sua preghiera funebre pronunciando sette takbir. L’Imam ash-Sha‘bi disse che furono sei, non sette. Hasan ibn ‘Uthman disse che morì nel quarantesimo anno dell’Egira. Al-Waqidi disse che morì a Medina nel cinquantaquattresimo anno dell’Egira, all’età di settantadue anni. Altri hanno detto non settantadue, ma settant’anni. L’Imam al-Bukhari menzionò il nome di Abu Qatada nel suo libro al-Awsat tra coloro che morirono tra il cinquantesimo e il sessantesimo anno dell’Egira. Aggiunse che, quando Marwan era governatore di Medina per conto di Mu‘awiya, convocò una volta Abu Qatada per incontrarlo, ed egli incontrò Marwan. Esiste anche un’altra narrazione a sostegno di ciò. Quando Mu‘awiya giunse a Medina, persone di ogni ceto andarono a incontrarlo. Egli convocò Abu Qatada e disse: «Tutti hanno incontrato me, tranne voi Ansar». Queste narrazioni fanno comprendere con certezza che Abu Qatada morì dopo il quarantesimo anno dell’Egira. (Vedi: al-Isaba, 4/159; al-A‘lam, 2/154; Usd al-Ghaba, 5/275)

Non si conoscono molti dettagli sull’aspetto fisico di Abu Qatada. Portava tuttavia i capelli fino alla nuca; questo stile era chiamato hamiyya. Talvolta si pettinava. Una volta, vedendo i suoi capelli trascurati e spettinati, il nobile Messaggero di Allah ﷺ gli disse: «Sistema un po’ questi capelli. Quando una persona porta i capelli lunghi, dovrebbe prendersene cura; altrimenti, quale vantaggio c’è nel portarli così?»

Egli ebbe quattro figli: ‘Abdullah, Ma‘bad, ‘Abd ar-Rahman e Thabit. L’ultimo era nato da una schiava. Sua moglie si chiamava Salafa bint Bara’ ibn Ma‘rur ibn Sakhr, figlia di una famiglia nobile del clan Sulayma. Anche lei era una sahabiyya, cioè una Compagna, e suo padre Bara’ ibn Ma‘rur ibn Sakhr era anch’egli un celebre Compagno.

Hazrat Abu Qatada non fu affatto negligente riguardo alla responsabilità di diffondere il Corano e gli hadith. Era estremamente prudente nel trasmettere gli hadith. Dopo aver ascoltato dal Messaggero di Allah ﷺ l’hadith sull’attribuire menzogne al Messaggero, divenne molto scrupoloso in materia di hadith. (Musnad, 5/292)

Un giorno, in un’assemblea di tabi‘in, si discuteva di hadith. Ognuno diceva: «Il Messaggero ﷺ ha detto questo; il Messaggero ﷺ ha detto quello». Ascoltando quelle parole, Abu Qatada disse: «Miserabili, che cosa vi esce dalla bocca? Il Messaggero ﷺ ha parlato della punizione dell’Inferno per coloro che trasmettono hadith falsi». (Musnad, 5/310)

Nonostante tale prudenza, il numero degli hadith da lui narrati è di 170. Tra coloro che narrarono hadith da lui vi sono sia i migliori Compagni sia i migliori tabi‘in, tra cui Anas ibn Malik, Jabir ibn ‘Abdullah, Abu Muhammad Nafi‘, suo schiavo affrancato, Sa‘id ibn Ka‘b ibn Malik, Kabsha bint Ka‘b ibn Malik, ‘Abdullah ibn Rabah, ‘Ata ibn Yasar, Abu Salama ibn ‘Abd ar-Rahman ibn ‘Awf, ‘Umar ibn Sulaym az-Zurqi, ‘Abdullah ibn Ma‘bad, Muhammad ibn Sirin e Sa‘id ibn al-Musayyab. Tutte le persone menzionate erano stelle luminose nella scienza degli hadith.

In Hazrat Abu Qatada la fratellanza islamica raggiunse il suo massimo sviluppo. Una volta fu portato davanti al Messaggero di Allah ﷺ il cadavere di un uomo degli Ansar affinché gli fosse celebrata la preghiera funebre. Il Messaggero ﷺ chiese innanzitutto se avesse dei debiti. La gente rispose che aveva un debito di due dinari. Chiese poi se avesse lasciato qualche bene. Risposero di no, che non aveva lasciato nulla. Allora il Messaggero ﷺ disse: «Pregate voi per lui». Abu Qatada domandò: «O Messaggero di Allah, se pago io il suo debito, celebrerai tu la preghiera?». Egli rispose di sì. Abu Qatada pagò il debito dell’uomo e ne informò il Messaggero ﷺ. Il Messaggero ﷺ venne e celebrò la preghiera funebre. (Musnad, 5/29, 203)

Un musulmano aveva un debito nei suoi confronti. Quando Abu Qatada andava a chiederglielo, l’uomo si nascondeva. Un giorno si recò a casa sua e seppe dal figlio che il padre stava mangiando. Gridò: «Esci fuori! Oggi ho scoperto tutto; oggi non servirà nascondersi». Quando l’uomo uscì, Abu Qatada gli chiese perché si nascondesse in quel modo. L’uomo rispose: «La verità è che sono molto povero. Non possiedo nulla e, oltre a ciò, ho il peso della famiglia». Abu Qatada domandò: «Sei davvero in condizioni così difficili?». L’uomo rispose di sì. Gli occhi di Abu Qatada si riempirono di lacrime e gli condonò il debito. (Musnad, 5/308)

Durante il califfato di Hazrat Abu Bakr ebbero luogo le guerre della ridda. In una fase di quella guerra, il califfo mandò Khalid ibn al-Walid contro Malik ibn Nuwayra al-Yarbu‘i. Malik ibn Nuwayra aveva abbracciato l’Islam; tuttavia, per qualunque ragione, Khalid lo uccise. Abu Qatada fu talmente indignato per quell’atto di Khalid che presentò al califfo una richiesta dicendo: «Non sono disposto a rimanere sotto il comando di Khalid; egli ha versato il sangue di un musulmano».

Ricordava agli uomini la corretta dottrina anche nelle questioni più insignificanti. Una volta si trovava sul tetto quando apparve una stella cadente. La gente rimase a guardarla. Rivolgendosi a loro, disse: «È vietato osservare troppo a lungo una cosa simile». (Musnad, 5/299)

Hazrat Abu Qatada ebbe la fortuna di godere della compagnia costante e del servizio del Messaggero di Allah ﷺ. Una volta lo accompagnava in viaggio. Il Messaggero ﷺ disse ai Compagni: «Cercate dove si trova l’acqua, altrimenti al mattino vi sveglierete assetati». La gente partì alla ricerca dell’acqua, ma Hazrat Abu Qatada rimase accanto al Messaggero di Allah ﷺ. Il Messaggero ﷺ era in sella a un cammello. Quando, assonnato, inclinava il corpo da un lato, Abu Qatada si avvicinava e lo sosteneva con la mano da quella parte. Una volta il Messaggero ﷺ fu persino sul punto di cadere; Abu Qatada lo sostenne prontamente con la mano. Il Messaggero ﷺ aprì gli occhi e chiese: «Chi è?». Egli rispose: «Abu Qatada». Il Messaggero ﷺ domandò ancora: «Da quando sei con me?». Rispose: «Dalla sera». Allora il Messaggero ﷺ pregò per lui dicendo: «O Allah, proteggi Abu Qatada come egli mi ha protetto per tutta la notte». (Musnad, 5/298; Hayat as-Sahaba, 3/347; al-Isaba, 4/159)

Una volta Hazrat Abu Qatada assistette a un miracolo del Messaggero di Allah ﷺ. Abu Nu‘aym lo narra nel libro ad-Dala’il, citando Ibn Mas‘ud. Egli racconta: «Eravamo con il Messaggero di Allah ﷺ durante un viaggio. A un certo punto, durante una sosta, egli chiese: “Avete dell’acqua con voi?”. Risposi: “Sì, ho un po’ d’acqua in un recipiente”. Disse: “Portala”. Portai il recipiente. Egli disse: “Prendete da essa l’acqua per fare tutti l’abluzione”. Dopo le abluzioni rimase nel recipiente una quantità d’acqua pari a circa un sorso. Il Messaggero ﷺ disse: “Abu Qatada, conserva quest’acqua con cura; presto se ne parlerà”. Lentamente iniziò il caldo intenso del mezzogiorno. Il Messaggero ﷺ si presentò davanti ai suoi Compagni. Tutti dissero: “No, non morirete”. Dicendo ciò, convocò Abu Qatada e gli ordinò di portare il recipiente. Abu Qatada disse: “Lo portai”. Il Messaggero ﷺ disse: “Porta la mia coppa”. La coppa fu portata. Egli versava poco per volta l’acqua dal recipiente nella coppa e la dava da bere alla gente. Una folla si radunò intorno al Messaggero di Allah ﷺ per bere. Ci fu un grande tumulto. Il Messaggero ﷺ disse: “State tranquilli e comportatevi educatamente; tutti potranno bere”. Abu Qatada racconta: “Quando tutti ebbero bevuto, tranne il Messaggero ﷺ e me, egli disse: ‘Abu Qatada, ora bevi tu’. Io dissi: ‘Bevi prima tu’. Egli rispose: ‘Colui che serve da bere alla comunità beve per ultimo’. Quindi bevvi io e per ultimo bevve il Messaggero ﷺ. Anche dopo che tutti ebbero bevuto, nel recipiente rimase esattamente la stessa quantità d’acqua”. Il narratore dice che quel giorno erano trecento persone. Secondo un’altra narrazione, erano settecento. (Hayat as-Sahaba, 3/620-621)

Per natura era mite e nutriva grande compassione per le creature. Una volta si recò a casa del figlio. La nuora aveva messo dell’acqua per le abluzioni. Un gatto cominciò a bere da quel recipiente. Hazrat Abu Qatada, invece di scacciarlo, inclinò il recipiente un poco di più verso di lui, affinché potesse bere comodamente. La nuora osservava la scena in piedi accanto a lui. Egli le disse: «Non c’è nulla di cui meravigliarsi. Il Messaggero di Allah ﷺ ha detto: “Il residuo lasciato dal gatto non è impuro, perché esso è tra gli animali che circolano nelle case”». (Musnad, 5/303)

La caccia era una sua particolare passione. Una volta viaggiava con il nobile Messaggero di Allah ﷺ. Durante una sosta si allontanò a caccia con alcuni compagni. Il luogo era montuoso ed egli aveva l’abitudine di salire rapidamente sulle montagne. Salì dunque con i suoi compagni fino alla cima. Lì videro un animale. Abu Qatada avanzò un poco, lo osservò attentamente e chiese ai compagni: «Sapete dirmi che animale è?». Essi risposero di non saperlo con certezza. Egli disse: «È un asino selvatico». Mentre saliva sulla montagna, Abu Qatada aveva dimenticato la frusta. Chiese ai compagni di portargliela. Essi erano in stato di ihram e per questo non gli prestarono alcun aiuto nella caccia. Alla fine egli stesso inseguì l’animale con la lancia e lo uccise. Poi chiese ai compagni di aiutarlo a sollevarlo, ma nessuno lo aiutò. Alla fine lo sollevò da solo, preparò la carne e la cucinò. I compagni però esitarono a mangiarla. Alcuni mangiarono quella carne, mentre altri rifiutarono. Abu Qatada disse: «Va bene, chiederò al Messaggero di Allah ﷺ e tra poco vi farò sapere». Si recò dal Messaggero ﷺ e gli raccontò l’accaduto nei dettagli. Il Messaggero ﷺ, dopo aver ascoltato, disse: «Che difficoltà c’è nel mangiarla? È qualcosa che Allah vi ha mandato. Se ne rimane, portane un po’ anche a me». Quando la carne fu portata davanti a lui, il Messaggero ﷺ disse ai Compagni: «Mangiate». (Fath al-Bari, 9/528)

Era di natura molto socievole e per questo aveva un gruppo di amici. Accompagnò il Messaggero di Allah ﷺ nel viaggio di Hudaybiyya. Camminava lungo la strada scherzando e ridendo con i suoi amici. Anche Abu Muhammad era membro del suo gruppo di amici. (Musnad, 5/295, 301)

Una volta Hazrat Abu Qatada si recò alla corte di Hazrat Mu‘awiya avvolto in un mantello ‘adani, cioè fabbricato ad Aden. In quel momento era seduto lì ‘Abdullah ibn Mas‘ada. Per caso il mantello che Abu Qatada indossava scivolò addosso ad ‘Abdullah. Pieno di collera, ‘Abdullah lo gettò via. Abu Qatada disse: «Per Allah, io ho difeso con la lancia il petto di suo padre, nel giorno in cui egli attaccò la periferia di Medina». Udendo ciò, ‘Abdullah rimase in silenzio. (Ansab al-Ashraf, 1/349)

Va ricordato che Abu Qatada alludeva alla spedizione di Dhu Qarad. Tra quei predoni ghatafaniti si trovava anche il padre di questo ‘Abdullah.

Abū Saʿīd al-Khudrī (ra)

Il suo nome era Sa‘d e il suo kunya era Abū Sa‘īd. Poiché apparteneva alla stirpe dei Khudrah, era chiamato al-Khudārī o al-Khudrī. Suo padre, Mālik ibn Sinān, fu uno dei martiri di Uhud. In quella battaglia, quando il nobile Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, fu ferito, egli succhiò e inghiottì il sangue benedetto del Messaggero. Il Messaggero disse allora: «Il Fuoco dell’Inferno non toccherà colui nel cui sangue si è mescolato il mio sangue». (Sīrat Ibn Hishām, 2/80; Tadhkirat al-Huffāẓ, 1/44)

Sua madre, Unaysa bint Abī Ḥāritha, era figlia di un uomo dei Banū ‘Adī ibn Najjār. Suo nonno Sinān era il capo del quartiere. Era il signore di una fortezza e uno dei giudici dell’epoca preislamica.

Il primo marito di sua madre era un uomo della tribù di Aws chiamato ‘Ammān. Quando egli morì, prima dell’arrivo del Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace, a Medina, ella sposò Mālik ibn Sinān come secondo marito. Da questa unione nacque Abū Sa‘īd, che venne al mondo a Yathrib nel 613 d.C., dieci anni prima dell’Egira. (al-Iṣābah, 4/88; al-A‘lām, 3/138)

Il celebre Compagno di Badr Qatādah ibn Nu‘mān — il cui occhio fu ferito nella battaglia di Uhud e guarì nuovamente per la benedizione della supplica del Messaggero di Dio — era il fratello uterino di Abū Sa‘īd. Quando Qatādah morì nel 23º anno dell’Egira, Abū Sa‘īd lo depose nella tomba e lo seppellì. (Ansāb al-Ashrāf, 1/242; Usud al-Ghābah, 5/211)

Dalla Bay‘at al-‘Aqabah ebbe inizio, in certa misura, l’opera di diffusione dell’Islam a Medina. Molti abitanti di Medina si dedicarono allora all’invito e alla trasmissione dell’Islam. In quel periodo Mālik ibn Sinān accettò l’Islam; insieme al marito anche la moglie divenne musulmana. Pertanto Abū Sa‘īd crebbe nel grembo di genitori musulmani.

Nel primo anno dell’Egira ebbe inizio la costruzione della Moschea del Profeta. Abū Sa‘īd partecipò a quei lavori. Prese parte complessivamente a dodici battaglie insieme al nobile Messaggero di Dio, che Dio lo benedica e gli conceda la pace. (Tahdhīb al-Asmā’, 2/237; al-A‘lām, 3/138)

A causa della sua giovane età non poté partecipare alla battaglia di Badr. Al tempo della battaglia di Uhud aveva tredici anni. Prima della battaglia si recò dal Messaggero di Dio insieme a suo padre. Il Messaggero lo esaminò dai piedi alla testa e lo rimandò indietro dicendo che non aveva ancora l’età per combattere. Allora suo padre Mālik prese la mano del Messaggero e disse: «Che importa se mio figlio è giovane? Le sue due braccia sono forti come quelle di un uomo». Tuttavia il Messaggero non gli permise di andare in guerra. (al-Iṣābah, 2/35; Ansāb al-Ashrāf, 1/330)

In quella battaglia di Uhud il volto benedetto del nobile Messaggero fu ferito e coperto di sangue. Mālik ibn Sinān bevve quel sangue. Il Messaggero disse: «Se qualcuno desidera vedere una persona il cui sangue si è mescolato al mio sangue, guardi Mālik ibn Sinān». Poi Mālik combatté da eroe e ottenne il martirio.

Il padre di Abū Sa‘īd non era un uomo ricco. Perciò, dopo la morte del padre, egli si trovò di fronte a difficoltà grandi come montagne. A causa della povertà e della fame, talvolta trascorreva le giornate legandosi pietre allo stomaco. Un giorno, tormentato da una fame terribile, si era legato una pietra sul ventre. Allora sua moglie — secondo un’altra versione, sua madre o una schiava — gli disse: «Va’ dal Profeta e chiedigli qualcosa. Un tale è venuto a chiedere aiuto ed egli glielo ha dato». Abū Sa‘īd racconta: «Quando andai dal Messaggero di Dio, egli stava pronunciando un sermone e diceva: “Chi si considera ricco, Dio lo renderà ricco. E colui che si astiene dal chiedermi qualcosa è per me più amato di colui che mi chiede”. Dopo aver udito ciò, non chiesi più nulla e tornai a casa. In seguito Dio Altissimo cominciò a benedire e ad accrescere il nostro sostentamento. Alla fine non conoscevo nessuna casa tra gli Anṣār più ricca della nostra». (Musnad, 3/449; Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 2/257)

Partecipò alle battaglie del Fossato e dei Banū Muṣṭaliq. Tuttavia, in una narrazione contenuta nell’opera Usud al-Ghābah si legge: «Abū Sa‘īd racconta: Nel giorno del Fossato mio padre mi prese per mano e mi condusse davanti al Messaggero di Dio, dicendo: “O Messaggero di Dio, le sue ossa sono molto forti”. Nonostante ciò, egli non mi permise di andare in guerra e mi rimandò indietro. Egli racconta inoltre: “Partecipai con il Messaggero di Dio alla battaglia contro i Banū Muṣṭaliq”». Wāqidī disse: «Allora Abū Sa‘īd aveva quindici anni». (Usud al-Ghābah, 5/211; Ansāb al-Ashrāf, 1/334)

L’Imām Aḥmad riferisce da Abū Sa‘īd al-Khudrī. Egli disse: «Nel giorno del Fossato dicemmo: “O Messaggero di Dio, le nostre anime sono giunte alla gola. Esiste una supplica che possiamo recitare?”. Egli rispose: “Sì. Dite: Allāhumma ustur ‘awrātinā wa āmin raw‘ātinā — O Dio, copri le nostre parti intime e rendi sicure le nostre paure”». (Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 1/488)

Partecipò alla Bay‘at al-Shajarah, ossia alla Bay‘at al-Riḍwān. (Shajarat al-Dhahab, 1/81; Tadhkirat al-Huffāẓ, 1/44)

Nel mese di Ṣafar dell’ottavo anno dell’Egira, un gruppo di soldati partì per Fidak sotto il comando di ‘Abdullāh ibn Ghālib al-Laythī. Anche lui faceva parte di quell’esercito. ‘Abdullāh raccomandò ai soldati di non separarsi. A questo scopo stabilì tra i membri dell’esercito legami di fraternità reciproca, e stabilì che anche Abū Sa‘īd fosse un fratello di un illustre Compagno.

Nel mese di Rabī‘ al-Thānī del nono anno dell’Egira, ‘Arqamah ibn Mukarr fu inviato in spedizione con un piccolo esercito. Abū Sa‘īd era uno dei suoi membri. (Musnad, 3/270; Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 2/67)

Oltre alle battaglie sopra menzionate, nelle opere di sīrah si trova che egli partecipò anche alla conquista della Mecca e alle spedizioni di Ḥunayn, Tabūk, Awṭās e altre. Secondo una narrazione di Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, ebbe l’onore di partecipare a dodici battaglie combattute durante l’epoca del Messaggero di Dio. Egli raccontò la grave povertà e la carestia dei musulmani durante la battaglia di Tabūk. Quando, dopo la battaglia di Ḥunayn, il Messaggero distribuì la maggior parte del bottino ai nuovi musulmani della Mecca per conquistare i loro cuori, molti Anṣār di Medina ne furono alquanto amareggiati. Abū Sa‘īd narrò questo episodio. (Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 1/397-398; 3/625)

Da lui è stato tramandato: «Andammo in guerra insieme al Messaggero di Dio durante il mese di Ramaḍān. Alcuni di noi osservavano il digiuno e altri no; tuttavia nessuno provava invidia verso l’altro. Ognuno sapeva che chi si fosse ritenuto capace avrebbe digiunato, e ciò sarebbe stato meglio per lui; mentre chi si fosse ritenuto debole e incapace non avrebbe digiunato, e anche ciò sarebbe stato meglio per lui». (Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 1/479)

Una volta il nobile Messaggero di Dio li inviò in una piccola spedizione. L’esercito era composto da trenta uomini e il comandante era Abū Sa‘īd. Durante il viaggio piantarono le tende in un luogo e si fermarono. Nelle vicinanze si trovava un villaggio. Dissero agli abitanti: «Siamo vostri ospiti». Ma essi rifiutarono categoricamente di accoglierli. Quel giorno, per caso, il capo del villaggio fu morso da uno scorpione. Molte persone tentarono diverse cure, ma nulla servì. Qualcuno consigliò loro: «Andate da questi ospiti; forse uno di loro conosce qualche rimedio». Seguendo il consiglio, vennero e raccontarono l’accaduto. Abū Sa‘īd disse: «Conosco la ruqyah, ma come compenso dovrete darci trenta capre». Essi accettarono. Abū Sa‘īd andò con loro, recitò la Sūrat Muḥammad e sputò leggermente sul punto del morso. L’uomo guarì completamente. I Compagni presero le trenta capre e si misero in viaggio verso Medina. Tuttavia erano dubbiosi e incerti se fosse corretto prenderle in quel modo. Alla fine decisero di informare il Messaggero di Dio. Appena giunti a Medina, gli raccontarono tutto. Dopo aver ascoltato, egli sorrise leggermente e disse: «Come avete saputo che questa sūrah è utile per la ruqyah? Avete fatto bene. Dividetevi le capre e non dimenticate di darne una parte anche a me». (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 1/251)

Dopo la morte del nobile Messaggero di Dio egli rimase a Medina. Durante il califfato di ‘Umar e di ‘Uthmān, che Dio sia soddisfatto di loro, fu incaricato di emettere fatwā. Ibn Sa‘d ha riferito da Ziyād ibn Mīnā: «Ibn ‘Abbās, Ibn ‘Umar, Abū Sa‘īd al-Khudrī, Abū Hurayrah, ‘Abdullāh ‘Amr ibn al-‘Āṣ, Jābir ibn ‘Abdullāh e altri Compagni del Messaggero emettevano fatwā a Medina e trasmettevano gli ḥadīth del Messaggero di Dio dal tempo della morte di ‘Uthmān fino alla loro stessa morte». (Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 3/255)

Durante il califfato di ‘Alī, che Dio sia soddisfatto di lui, partecipò alla battaglia di Nahrawān contro i Khārijiti. Diceva: «Considero più necessario combattere contro i Khārijiti che contro i Turchi». (Musnad, 3/33, 56) Quando l’Imām Ḥusayn decise di lasciare Medina e recarsi a Kufa, Abū Sa‘īd, come molti altri Compagni, gli consigliò di rinunciare a quella decisione. (al-Suyūṭī, Tārīkh al-Khulafā’)

Quando, nel 59º anno dell’Egira, morì Umm Salamah, che Dio sia soddisfatto di lei, Abū Sa‘īd partecipò alla sua preghiera funebre. (Ansāb al-Ashrāf, 1/432) Nel 61º anno dell’Egira gli abitanti del Ḥijāz si ribellarono contro Yazīd e prestarono il giuramento di fedeltà a ‘Abdullāh ibn al-Zubayr ibn al-‘Awwām, figlio del cugino materno del Messaggero di Dio. Abū Sa‘īd fu tra coloro che prestarono quel giuramento.

Nel 63º anno dell’Egira gli abitanti della città di Medina, la Dār al-Hijrah, rifiutarono l’obbedienza a Yazīd e prestarono il giuramento ad ‘Abdullāh, figlio di Ḥanẓalah, il Ghassīl al-Malā’ikah, proclamandolo loro amīr. L’esercito di Yazīd attaccò Medina e sconfisse i suoi abitanti. ‘Abdullāh combatté eroicamente contro l’esercito di Yazīd e ottenne il martirio. L’esercito vittorioso di Yazīd diede allora inizio a Medina a una terribile strage di uccisioni, saccheggi, stupri e distruzione. I Compagni ancora viventi furono profondamente addolorati nel vedere tale disonore e profanazione della città sacra e venerata del Messaggero di Dio. Anche Abū Sa‘īd, incapace di sopportare quella scena, si nascose in una grotta sulla montagna. Ma anche lì giunse un uomo che lo stava cercando e sollevò la spada per ucciderlo. Dapprima Abū Sa‘īd sollevò la propria spada per intimidirlo; quando però il soldato avanzò ancora, egli depose la spada a terra e recitò il versetto 28 della Sūrat al-Mā’idah: «Se tu stendi la tua mano verso di me per uccidermi, io non stenderò la mia mano verso di te per ucciderti. In verità, temo Dio, il Signore dei mondi».

Il soldato si fermò e domandò: «Per Dio, dimmi chi sei». Egli rispose: «Sono Abū Sa‘īd al-Khudrī». Il soldato chiese: «Sei un Compagno del Messaggero di Dio?». Egli rispose: «Sì». Il soldato lasciò la grotta e se ne andò. (al-Iṣābah, 3/55)

Abū Sa‘īd tornò dalla grotta a casa. Fu interrogato in vari modi e venne fatto prigioniero. Alla fine, sotto una pressione terribile, fu costretto a prestare giuramento di fedeltà a Yazīd.

Quando ‘Abdullāh ibn ‘Umar, che Dio sia soddisfatto di lui, venne a sapere ciò, si recò da lui e disse: «Ho sentito dire che hai prestato il giuramento di fedeltà, o promesso obbedienza, a due amīr». Egli rispose: «Sì. Dapprima prestai il giuramento ad ‘Abdullāh ibn al-Zubayr e, dopo essere stato fatto prigioniero, a Yazīd». Ibn ‘Umar disse: «Era proprio ciò che temevo». Abū Sa‘īd rispose: «Ma che cosa avrei potuto fare? Ho infatti sentito il Messaggero di Dio dire: “Ogni mattina e ogni sera le persone dovrebbero trascorrere il loro tempo sotto l’autorità di un amīr o di un altro”». Dopo aver udito ciò, Ibn ‘Umar disse: «Comunque sia, non approvo il giuramento di fedeltà a due amīr». (Musnad, 3/29-30)

Secondo la maggior parte delle narrazioni, visse 74 anni lunari. Tuttavia, l’‘Allāmah al-Dhahabī scrisse che morì all’età di 86 anni, e questa è la versione corretta. (Si vedano: Tadhkirat al-Huffāẓ, 1/37; Tahdhīb al-Asmā’ wa al-Lughāt, 2/237; al-A‘lām, 3/138; Shajarat al-Dhahab, 1/81; Usud al-Ghābah, 5/211)

Abū Sa‘īd aveva due mogli. Una si chiamava Zaynab bint Ka‘b ibn ‘Ajrah. Alcuni hanno detto che era una Compagna. La seconda era conosciuta con il nome di Umm ‘Abdillāh bint ‘Abdillāh. I nomi dei suoi figli erano: ‘Abd al-Raḥmān, Ḥamzah e Sa‘īd.

Abū Sa‘īd era uno dei membri di Ahl al-Ṣuffah. Fu uno dei più grandi faqīh del suo tempo. Aveva imparato la recitazione del Corano da un qāri’. Durante la sua formazione esistevano diversi circoli di studio degli Anṣār, nei quali insegnavano i loro sapienti. Il periodo della sua formazione coincideva con gli inizi dell’Islam. A quel tempo le persone non riuscivano nemmeno a procurarsi abiti sufficienti a coprire adeguatamente il corpo. Nei circoli di studio si sedevano in silenzio, nascondendosi l’uno dietro l’altro.

Un giorno il nobile Messaggero di Dio giunse a uno di quei circoli. Vedendolo, il qāri’ interruppe la recitazione. Il Messaggero ordinò a tutti di sedersi in cerchio e si sedette anch’egli con loro. Tra coloro che erano presenti quel giorno, l’unico che il Messaggero riconosceva era Abū Sa‘īd. (Musnad, 3/63; Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 3/204)

Egli acquisì direttamente dal Messaggero e dagli altri Compagni la conoscenza degli ḥadīth e del fiqh. Ascoltò ḥadīth dai quattro califfi e da Zayd ibn Thābit. Aveva memorizzato innumerevoli ḥadīth. Il numero complessivo degli ḥadīth da lui narrati è 1.170. Fu uno degli ḥāfiẓ degli ḥadīth che ne narrarono un gran numero. Tra quelli da lui narrati, 43 — secondo un’altra opinione 46 — sono muttafaq ‘alayh, cioè riportati congiuntamente da al-Bukhārī e Muslim; al-Bukhārī e Muslim ne riportarono individualmente rispettivamente 16 e 52.

Di seguito sono riportati alcuni nomi dei celebri Compagni e tābi‘ūn che ascoltarono e narrarono ḥadīth da lui: Zayd ibn Thābit, ‘Abdullāh ibn ‘Abbās, Anas ibn Mālik, Ibn ‘Umar, Ibn al-Zubayr, Jābir, Abū Qatādah, Ibn ‘Amr, Maḥmūd ibn Labīd, Abū al-Ṭufayl, Abū Umāmah ibn Sahl, Sa‘īd ibn al-Musayyib, Ṭāriq ibn Shihāb, ‘Aṭā’, Mujāhid, Abū ‘Uthmān al-Nahdī, ‘Ubayd ibn ‘Umayr, ‘Iyāḍ ibn Abī Sarḥ, Busr ibn Sa‘īd, Abū Nudbah, Ibn Sīrīn e altri. (Si vedano: al-Iṣābah, 2/35; Tadhkirat al-Huffāẓ, 1/44; Tahdhīb al-Asmā’ wa al-Lughāt, 2/237; al-A‘lām, 3/138)

Il suo circolo di studio era sempre pieno di studenti. Chi desiderava porre una domanda doveva aspettare a lungo prima di avere l’opportunità di farlo. (Musnad, 3/35) Anche al di fuori dell’orario delle lezioni, la gente poteva recarsi da lui in qualsiasi momento per chiedere chiarimenti su diverse questioni. Egli rispondeva alle domande. Una volta Ibn ‘Abbās disse a suo figlio ‘Alī e al suo schiavo ‘Ikrimah: «Andate ad ascoltare ḥadīth da Abū Sa‘īd». Quando arrivarono, Abū Sa‘īd si trovava nel giardino; si sedette con loro e narrò loro ḥadīth. (Musnad, 3/90-91)

Oltre a narrare gli ḥadīth, descriveva anche la circostanza nella quale li aveva ascoltati. Una volta ‘Abdullāh ibn ‘Umar ascoltò un ḥadīth da un uomo. Quell’uomo lo narrava attraverso la catena di Abū Sa‘īd. Ibn ‘Umar si recò da Abū Sa‘īd insieme a quell’uomo e domandò: «Quest’uomo ha ascoltato da te questo determinato ḥadīth? E tu lo hai ascoltato dalla bocca del Messaggero di Dio?». Egli rispose: «I miei due occhi hanno visto e le mie due orecchie hanno udito». (Musnad, 3/4)

Una volta un discepolo chiamato Quz‘ah apprezzò molto un ḥadīth e domandò: «Hai ascoltato questo ḥadīth dalla bocca del Messaggero di Dio?». La domanda lo irritò alquanto. Disse: «Dunque lo sto narrando senza averlo ascoltato? Sì, l’ho ascoltato». (Musnad, 3/91)

Era estremamente prudente nel narrare quegli ḥadīth riguardo alle cui parole, ascoltate dalla bocca del Messaggero di Dio, non aveva piena certezza. Una volta narrò un ḥadīth, ma non pronunciò il nome del Messaggero di Dio. Un uomo gli domandò: «Questo è narrato dal Messaggero di Dio?». Egli rispose: «Lo so anch’io».

Abū Sa‘īd accoglieva sinceramente i suoi studenti, seguendo l’insegnamento del nobile Messaggero di Dio. L’Imām al-Tirmidhī ha riferito da Abū Hārūn. Egli disse: «Quando andavamo da Abū Sa‘īd, egli diceva: “Benvenuti, voi che seguite l’ultima raccomandazione del Messaggero di Dio”. Il Profeta disse: “Le persone vi seguiranno. Alcuni giungeranno da luoghi diversi per acquisire da voi una conoscenza profonda della religione. Quando verranno da voi, trattateli bene e date loro buoni consigli”». In un’altra narrazione si legge: «Insegnate loro e dite: “Benvenuti, benvenuti, avvicinatevi”». (Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 3/202; Kanz al-‘Ummāl, 5/243)

Abū Sa‘īd narrò inoltre: «Il Messaggero ci ordinò di riservare loro — cioè agli studenti — un posto nelle nostre assemblee e di insegnare loro gli ḥadīth». Disse: «Voi siete i nostri successori e i nostri futuri muḥaddith. Ai suoi studenti diceva anche: “Se non comprendi qualcosa, continua a domandare più volte per comprenderla. Infatti, che tu lasci la mia assemblea dopo aver compreso è per me più amato che tu te ne vada senza aver compreso”». (Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 3/203; Kanz al-‘Ummāl, 5/243)

Non scriveva gli ḥadīth per gli studenti. Al-Ṭabarānī ha riferito da Abū Naḍrah. Egli disse: «Dissi ad Abū Sa‘īd: “Scrivici gli ḥadīth”. Egli rispose: “Non ve li scriveremo mai e non trasformeremo mai gli ḥadīth in un Corano. Piuttosto, riceveteli da noi nello stesso modo in cui noi li abbiamo ricevuti dal Messaggero di Dio”». (Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 3/217)

Ḥanẓalah ibn Abī Sufyān al-Jumaḥī riferì dai suoi shaykh, i quali dissero: «Non vi è nessuno più esperto degli eventi del Messaggero di Dio di Abū Sa‘īd al-Khudrī». (Tahdhīb al-Asmā’ wa al-Lughāt, 2/237)

Era estremamente sincero. Diceva: «Ho sentito il Messaggero insistere fortemente sulla veridicità. Ah, se non l’avessi udito!» (Musnad, 3/5) Una volta, quando si discusse dell’ḥadīth sulla sincerità, scoppiò a piangere. Poi disse: «Certamente ho ascoltato questo ḥadīth; ma non viene affatto messo in pratica». (Musnad, 3/61, 71)

Durante il governo dell’amīr Mu‘āwiyah, che Dio sia soddisfatto di lui, cominciarono a diffondersi molte innovazioni. Abū Sa‘īd percorse una lunga distanza per recarsi da Mu‘āwiyah e gli fece conoscere, una per una, tutte le innovazioni. (Musnad, 3/84) Una volta parlò con l’amīr Mu‘āwiyah riguardo agli Anṣār. Disse: «Il Messaggero ci ordinò di essere pazienti nelle difficoltà». Allora l’amīr Mu‘āwiyah disse: «Allora siate pazienti». (Musnad, 3/89)

Una volta, mentre si trovava alla corte del califfo omayyade Marwān, gli narrò gli ḥadīth del Messaggero riguardanti l’eccellenza e il rango dei Compagni. Marwān non volle credergli. Erano presenti a quell’incontro anche Zayd ibn Thābit e Rāfi‘ ibn Khadīj. Abū Sa‘īd dapprima li prese entrambi come testimoni. Poi disse: «Ma perché mai dovrebbero parlare? Uno teme di essere rimosso dall’incarico di amministrare la zakāt, mentre l’altro teme che, con un tuo semplice cenno, gli venga tolta la guida della tribù». Dopo aver udito parole tanto dirette, Marwān si preparò a colpirlo con una frusta. A quel punto i due uomini riconobbero la veridicità delle sue parole. (Musnad, 3/23)

In modo analogo, un giorno di ‘Īd Marwān fece portare fuori il minbar e pronunciò il sermone prima della preghiera. Un uomo si alzò per protestare, dicendo che entrambe quelle azioni erano innovazioni contrarie alla Sunnah. Marwān rispose: «La pratica precedente è stata abbandonata». Abū Sa‘īd era presente e disse: «Qualunque cosa sia accaduta, quell’uomo ha compiuto il proprio dovere. Ho sentito il nobile Messaggero di Dio dire: “Se qualcuno vede un’azione malvagia, deve impedirla con la forza. Se non può farlo, deve protestare con la parola; e se nemmeno ciò è possibile, deve almeno detestarla nel cuore”». (Musnad, 3/10)

Il suo zelo nel comandare il bene era così intenso che una volta Marwān era seduto con Abū Hurayrah, che Dio sia soddisfatto di lui. In quel momento passò davanti a loro un corteo funebre, al quale partecipava anche Abū Sa‘īd. Marwān non si alzò, pur avendo visto il feretro. Allora Abū Sa‘īd gli disse: «Amīr, alzati per la preghiera funebre, perché il Messaggero si alzava». Dopo aver udito ciò, Marwān si alzò. (Musnad, 3/47, 97) Secondo Ibn Sa‘d, quel funerale era quello di Ḥafṣah, la Madre dei credenti, che Dio sia soddisfatto di lei. (Ansāb al-Ashrāf, 1/428)

Quando Mus‘ab ibn ‘Umayr era governatore di Medina, un giorno di ‘Īd al-Fiṭr domandò quale fosse la pratica del Messaggero di Dio riguardo alla preghiera e al sermone. Abū Sa‘īd rispose: «Il Messaggero guidava la preghiera prima del sermone». Mus‘ab agì secondo le sue parole. (Musnad, 3/4)

Una volta Shahr ibn Ḥawshab desiderò visitare il monte Ṭūr e venne a incontrare Abū Sa‘īd. Abū Sa‘īd gli disse che era stato vietato viaggiare verso qualsiasi luogo sacro, eccetto tre moschee.

Ibn Abī Sa‘sā‘ amava molto la foresta. Abū Sa‘īd gli disse: «Lì reciterai l’adhān a voce così alta che in tutta la foresta riecheggerà il suono del takbīr». (Musnad, 3/95; 4/93)

Sua sorella osservava continuamente il digiuno senza consumare né cibo né bevande. Il Messaggero di Dio proibiva questo tipo di digiuno e anche Abū Sa‘īd cercava sempre di impedirle di farlo.

Egli seguiva pienamente la Sunnah del Messaggero di Dio. Abū Hurayrah guidava la preghiera in una moschea. Una volta si ammalò o non poté venire per qualche altro motivo, e Abū Sa‘īd guidò la preghiera al suo posto. La gente manifestò un certo disaccordo con il suo modo di pregare. Egli si fermò accanto al minbar e dichiarò: «Ho guidato la preghiera esattamente nel modo in cui ho visto il Messaggero di Dio pregare. Se ora siete in disaccordo con me, ciò non mi importa».

Era paziente. Una volta gli faceva male un piede e giaceva con una gamba appoggiata sull’altra. Suo fratello arrivò e improvvisamente gli diede uno schiaffo proprio su quel piede, facendo aumentare il dolore. Egli disse con grande dolcezza: «Mi hai fatto male? Sapevi che mi faceva male il piede». Il fratello rispose: «Sì, lo sapevo. Ma il Messaggero ha proibito di sdraiarsi in questo modo».

La semplicità era una delle caratteristiche principali del suo carattere. Una volta fu chiamato a una preghiera funebre. Arrivò un po’ in ritardo, per ultimo. La gente era seduta ad aspettarlo. Quando lo vide, si alzò tutta insieme e gli fece posto. Egli disse: «Non è corretto. Le persone dovrebbero sedersi nei posti liberi». Dicendo così, si sedette in uno spazio vuoto.

Aveva uno studente chiamato Abū Salamah, che era un tābi‘ī. Tra loro esisteva un rapporto di grande amicizia. Una volta Abū Salamah lo chiamò; egli uscì avvolto nel suo mantello. Abū Salamah disse: «Vieni con me fino al giardino; desidero parlarti di qualcosa». Egli andò con Abū Salamah.

Si prendeva cura degli orfani. Layth e Sulaymān ibn ‘Amr erano stati allevati da lui. Girava tenendo in mano un bastone. Preferiva bastoni leggeri e sottili; raddrizzava un ramo di palma e ne faceva un bastone. Anche in questo seguiva il Messaggero di Dio. (Musnad, 3/65)

Anas disse: «Venti giovani degli Anṣār erano continuamente al servizio del Messaggero di Dio. Ogni volta che aveva bisogno di qualcosa, il Messaggero ne mandava uno. ‘Abd al-Raḥmān ibn ‘Awf disse: “Quattro o cinque Compagni non si allontanavano mai dalla porta della casa del Messaggero di Dio”. Abū Sa‘īd disse: “Noi stavamo con il Messaggero di Dio a turno”». (Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 2/687)

Una volta fu invitato a un banchetto nuziale. Quando arrivò, vide che erano stati preparati molti tipi di cibo. Disse ai padroni di casa: «Non sapete che nel giorno in cui il Messaggero mangiava a mezzogiorno, la notte rimaneva a digiuno, e quando faceva colazione al mattino non mangiava a mezzogiorno?». (Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 2/308)

Nella battaglia di Ṣiffīn, ‘Abdullāh ibn ‘Amr ibn al-‘Āṣ scese sul campo di battaglia insieme a suo padre ‘Amr ibn al-‘Āṣ contro ‘Alī, che Dio sia soddisfatto di lui. Per questo motivo al-Ḥasan ibn ‘Alī smise di parlargli per molto tempo. Quando Abū Sa‘īd lo venne a sapere, si recò da al-Ḥasan insieme ad ‘Abdullāh e ristabilì tra i due la concordia e l’amicizia, eliminando il rancore che li separava. (Ḥayāt al-Ṣaḥābah, 2/434)

Muʿādh ibn Jabal (ra)

Si chiamava Mu‘adh; il suo kunya era Abu ‘Abdir-Rahman e i suoi titoli erano “Imam dei giurisperiti, Tesoro degli eruditi e Rabbani dei cuori”. Era originario del ramo di ‘Uday ibn Sa‘d, della tribù dei Khazraj di Medina. Alcuni lo hanno indicato come appartenente al ramo di Salamah ibn Sa‘d. Muhammad ibn Ishaq ha detto che, in realtà, egli apparteneva alla tribù di Banu Quda‘ah, mentre ‘Uday ibn Sa‘d era il nome del clan. Gli appartenenti a quel clan lo rivendicavano come membro della propria tribù. (Ansab al-Ashraf, 1/247; al-Isabah, 4/427; Sirat Ibn Hisham, 1/464; Usud al-Ghabah, 4/376) Nacque a Yathrib, cioè Medina, nel 603 d.C., vent’anni prima dell’Egira. (Al-A‘lam, 8/166)

Il suo antenato Sa‘d ibn ‘Ali aveva due figli, chiamati Salamah e ‘Uday. La discendenza di Salamah era chiamata Banu Salamah. Da questa stirpe nacquero Compagni illustri come Abu Qatadah, Jabir ibn ‘Abdillah, Ka‘b ibn Malik e ‘Abdullah ibn ‘Amr ibn Haram. Oltre alle persone menzionate, molti altri uomini eminenti erano legati a questa stirpe. Invece, nella discendenza di ‘Uday, fratello di Salamah, al tempo dell’Egira del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, a Medina era rimasto in vita soltanto Mu‘adh; con la sua morte, avvenuta nel diciottesimo o diciannovesimo anno dell’Egira, quella linea genealogica si estinse per sempre.

L’Imam al-Sam‘ani, nel Kitab al-Ansab, ha indicato Husayn ibn Muhammad ibn Tahir come appartenente alla discendenza di ‘Uday. Questa informazione, però, non è corretta. Narrazioni affidabili dimostrano infatti che, nei primi tempi dell’Islam, erano ancora vivi due membri di questa famiglia: uno era Mu‘adh ibn Jabal e l’altro suo figlio ‘Abd al-Rahman. Entrambi morirono dopo essere stati colpiti dall’epidemia di ‘Amwas in Siria. (Usud al-Ghabah, 4/376)

Le abitazioni dei Banu ‘Uday si trovavano accanto a quelle del loro clan cugino, i Banu Salamah, nei pressi della moschea al-Qiblatayn. Anche la casa di Mu‘adh si trovava lì.

Il padre di Mu‘adh era Jabal ibn ‘Amr e sua madre Hind bint Sahl al-Juhaniyyah. Il Compagno di Badr ‘Abdullah ibn al-Jadd, che Allah sia soddisfatto di lui, era il suo fratellastro materno. (Tabaqat, 3/571, 583) Il figlio di Mu‘adh si chiamava ‘Abd al-Rahman; per questo egli era chiamato Abu ‘Abdir-Rahman. (Tabaqat, 3/583)

Quando Mu‘adh accettò l’Islam, nel dodicesimo anno della missione profetica, aveva diciotto anni. Ricevette l’Islam dalle mani del venerabile Mus‘ab ibn ‘Umayr, che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, aveva inviato dalla Mecca a Medina come predicatore dell’Islam. (Usud al-Ghabah, 4/376) Nella stagione del pellegrinaggio successiva alla sua conversione, Mus‘ab ibn ‘Umayr si mise in viaggio verso la Mecca. Un gruppo di nuovi musulmani e di politeisti di Medina lo accompagnò per compiere il pellegrinaggio. Anche Mu‘adh faceva parte di quella carovana. Ad al-‘Aqabah, alla Mecca, incontrarono segretamente il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, e gli prestarono il giuramento di fedeltà. Quello fu il terzo e ultimo giuramento di al-‘Aqabah. Dopo il ritorno del gruppo dalla Mecca, l’invito all’Islam si diffuse di casa in casa a Medina.

Quando il giovane Mu‘adh tornò dalla Mecca, il suo cuore era colmo di fervore della fede. Per lui era diventato insopportabile che in una casa vi fosse un idolo. Tornato a Medina, lui e alcuni altri giovani come lui decisero che, apertamente o segretamente, in qualunque modo possibile, avrebbero liberato Medina dagli idoli. Grazie al loro movimento, il venerabile ‘Amr ibn al-Jamuh abbandonò l’adorazione degli idoli e accettò l’Islam.

‘Amr ibn al-Jamuh era il capo più rispettato della tribù medinese dei Banu Salamah. Come gli altri capi, possedeva anch’egli un amatissimo idolo di legno, chiamato Manat. ‘Amr nutriva per quell’idolo una devozione e una venerazione straordinarie. Lo profumava con grande cura e lo teneva sempre coperto con un drappo di seta.

Una notte, quei giovani tornati dalla Mecca sollevarono furtivamente l’idolo e lo gettarono nella fossa dove i Banu Salamah scaricavano i rifiuti. Ibn Ishaq ha riportato i nomi di tre di quei giovani entusiasti: Mu‘adh ibn Jabal, ‘Abdullah ibn Unays e Salamah ibn Ghanamah. (Sirat Ibn Hisham, 1/699)

Al mattino, ‘Amr ibn al-Jamuh si alzò e, non trovando l’idolo al suo posto, cominciò a cercarlo. Dopo un po’ lo vide riverso a faccia in giù tra il mucchio dei rifiuti e, con voce addolorata, disse: “Che la rovina ricada su di voi! Chi ha trattato così il nostro dio la notte scorsa?”. Sollevò quindi l’idolo, lo ripulì dalla polvere, lo profumò con essenza e lo rimise al suo posto. Rivolgendosi all’idolo, disse: “O Manat, se solo sapessi chi ti ha trattato in questo modo!”.

La notte seguente accadde di nuovo la stessa cosa. Al mattino ‘Amr cercò l’idolo e lo recuperò da un’altra fossa; dopo averlo lavato e ripulito, lo rimise come prima. La notte successiva si ripeté lo stesso episodio. Anche quella volta lo raccolse e lo rimise al suo posto. Quel giorno, però, appese una spada alla spalla dell’idolo e disse: “Giuro per Allah! Non so chi ti stia trattando in questo modo. Tu li hai visti. O Manat, se possiedi qualche potere, difenditi da loro. Ecco una spada per te”.

Scese la notte e i giovani tornarono ancora una volta. Presero la spada dalla spalla dell’idolo, la legarono a un cane morto e poi gettarono il cane, insieme all’idolo, in una fossa sporca, prima di andarsene. Al mattino ‘Amr uscì a cercarlo e, vedendo in quale stato si trovava, recitò davanti all’idolo una poesia. Il primo verso diceva: “Giuro per Allah! Se tu fossi veramente un dio, non saresti rimasto a giacere in una fossa insieme a un cane”. (Sirat Ibn Hisham, 1/453-454)

In questo modo ‘Amr ibn al-Jamuh, disgustato dall’adorazione degli idoli, cercò rifugio nella fresca ombra dell’Islam. (Cfr. Suwar min Hayat al-Sahabah, 7/122-126; Hayat al-Sahabah, 1/230; Sirat Ibn Hisham, 1/452, 453, 699)

Poco tempo dopo l’accettazione dell’Islam da parte di Mu‘adh, il nobile Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, emigrò a Medina. Da allora Mu‘adh partecipò con lui a tutte le battaglie, tra cui Uhud e al-Khandaq. (Tabaqat, 3/584; al-A‘lam, 8/166)

Durante la vita del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, Mu‘adh memorizzò il Nobile Corano. Fu uno dei sei uomini che, durante la vita del nobile Messaggero, raccolsero e conservarono il Corano. (Al-A‘lam, 8/166)

Quando, durante la vita del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, fu costruita una moschea nel quartiere dei Banu Salamah, Mu‘adh fu nominato imam di quella moschea. Un giorno, durante la preghiera della sera, recitò la sura al-Baqarah. Tra i fedeli che pregavano dietro di lui vi era un bracciante agricolo stanco per il lavoro. Prima che Mu‘adh terminasse la preghiera, l’uomo la abbandonò e se ne andò. Dopo la preghiera, Mu‘adh venne a sapere dell’accaduto e commentò: “È un ipocrita”. L’uomo si lamentò di Mu‘adh presso il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Il Messaggero chiamò Mu‘adh e gli disse: “O Mu‘adh, vuoi forse gettare la gente nella tribolazione?”. Poi aggiunse: “Recita sure brevi, perché dietro di te pregano anche anziani, deboli e persone occupate. Devi tenere conto di tutti loro”. (Bukhari, 1/98)

Nel nono anno dell’Egira, il venerabile Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, era appena tornato a Medina dalla spedizione di Tabuk. Nel mese di Ramadan giunse a Medina un messaggero del governatore della tribù himyarita dello Yemen, portando la notizia che gli abitanti dello Yemen avevano accettato l’Islam. Ricevuta questa notizia, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, nominò Mu‘adh ibn Jabal governatore di quella regione.

Prima della sua nomina, tutti i beni di Mu‘adh erano stati venduti per estinguere i suoi debiti. Jabir ibn ‘Abdillah disse: “Per aspetto, carattere e generosità, Mu‘adh era uno dei migliori degli uomini. A causa della sua grande generosità si era indebitato pesantemente. Quando i creditori cominciarono a esigere il pagamento, per alcuni giorni si nascose in casa. Essi chiesero al Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, di aiutarli a recuperare i loro crediti. Il Messaggero chiamò Mu‘adh e i creditori si presentarono. Dissero: ‘O Messaggero di Allah, fai in modo che riceviamo da Mu‘adh ciò che ci deve’. Vedendo la difficoltà di Mu‘adh, il Messaggero disse ai creditori: ‘Allah avrà misericordia di chi rinuncerà al proprio credito’. Dopo queste parole, alcuni creditori rinunciarono alle loro pretese, mentre molti altri non vollero farlo. Allora il Messaggero disse: ‘O Mu‘adh, sii paziente’. Poi divise tutti i beni di Mu‘adh tra i creditori. Nemmeno questo fu sufficiente a saldare l’intero debito. Disse allora ai creditori: ‘Non riceverete nulla oltre a questo; prendete ciò che vi è stato dato’.

Mu‘adh tornò dalla presenza del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, verso i Banu Salamah a mani vuote. Un uomo gli disse: ‘Abu ‘Abdir-Rahman, perché non hai chiesto aiuto al Messaggero di Allah? Oggi sei rimasto completamente senza un soldo’. Mu‘adh rispose: ‘Chiedere non è nella mia natura’. Il Messaggero non dimenticò la situazione di Mu‘adh. Il giorno seguente lo chiamò e gli comunicò che lo avrebbe nominato governatore dello Yemen, dicendo: ‘È possibile che Allah compensi la tua perdita e provveda al pagamento dei tuoi debiti’. (Usud al-Ghabah, 4/377; Tadhkirat al-Huffaz, 1/21; Tabaqat, 3/584)

Hanzala ibn Abi Amir (ra)

Il nome era Hanzala; i suoi laqab, o titoli onorifici, erano «Ghasil al-Mala’ika» e Taqi. Apparteneva al ramo di Amr ibn Awf della tribù Aws di Medina. Il nome del padre era Abu Amir Amr, secondo un’altra versione Abd Amr; il nome della madre non è noto. Si sa tuttavia che ella era sorella del capo dei Khazraj e ipocrita, Abdullah ibn Ubayy. Non si hanno informazioni particolari sulla nascita e sull’adolescenza di Hanzala.

Il padre di Hanzala, Abu Amir, era una persona rispettata e influente della tribù Aws. Nella Jahiliyya araba, come credente nella religione hanif, egli credeva nella profezia, nella missione profetica, nella resurrezione e in altri simili principi. Queste convinzioni religiose lo condussero verso la «ruhbaniyya» (ascetismo); abbandonò ogni forma di guida terrena e raggiunse una posizione di guida religiosa. A un certo punto della sua vita indossò una veste color zafferano e si ritirò in solitudine. Per questo divenne noto come «rahìb» (asceta). (Al-Isaba, 1/361)

Nel frattempo il Nobile Messaggero, sa., ricevette la profezia, emigrò dalla Mecca a Medina e pose le basi del califfato islamico. Di conseguenza, la posizione di leadership sia di Abu Amir sia di Abdullah ibn Ubayy cominciò a declinare. Abdullah ibn Ubayy adottò una politica di ipocrisia (doppiezza) e continuò a vivere a Medina. Abu Amir, invece, non riuscì a sopportare la situazione altrettanto a lungo. Lasciò Medina, si recò alla Mecca e cominciò a viverci. Nella battaglia di Uhud si unì all’esercito dei Quraysh e venne ad attaccare Medina. Per questo il Nobile Messaggero, sa., lo definì «fasiq».

Dopo la battaglia tornò alla Mecca e continuò a viverci. Quando, nell’ottavo anno dell’Egira, la Mecca fu conquistata dai musulmani, la terra di Allah divenne nuovamente troppo angusta per lui. Lasciò la Mecca, raggiunse la corte dell’imperatore romano Eraclio e morì proprio lì, nel decimo anno dell’Egira.

Questa fu la fase estrema dell’incredulità di Abu Amir. D’altra parte, è degna di nota anche la fermezza estrema nella fede di suo figlio, Hanzala. Dopo aver accettato l’Islam, egli disse: «O Messaggero di Allah! Se me lo ordinassi, ucciderei mio padre Abu Amir». Tuttavia il Messaggero, sa., non accolse la sua richiesta. Anche Abdullah, figlio del capo degli ipocriti Abdullah ibn Ubayy, aveva presentato una richiesta analoga riguardo a suo padre, e il Messaggero, sa., lo aveva trattenuto allo stesso modo.

Hanzala non partecipò alla battaglia di Badr. Non se ne conosce il motivo. Partecipò però alla battaglia di Uhud, che fu la prima e l’ultima battaglia della sua vita islamica.

Era a letto in casa, dopo essersi unito alla moglie. In quel momento udì la voce di un annunciatore: «Bisogna uscire immediatamente per il jihad». Udendo il richiamo al jihad, dimenticò di fare il bagno della «tahara» (purificazione). Ancora in quello stato d’impurità, si presentò sul campo di Uhud con la spada sguainata. La battaglia ebbe inizio. Si impegnò in un combattimento singolare contro il capo qurayshita Abu Sufyan ibn Harb. Proprio quando stava per sopraffarlo e colpirlo con la spada, Shaddad ibn al-Aswad al-Laythi lo vide da vicino e si scagliò rapidamente contro Hanzala, separandogli la testa dal corpo con un solo colpo di spada. In verità apparteniamo ad Allah e a Lui ritorneremo. Alcuni hanno detto che Abu Sufyan e Shaddad lo uccisero insieme. Tuttavia, l’autore di Rawd al-Unf indicò come uccisore di Hanzala Nafi ibn Abi Nuaym, il mawla di Ja’una ibn Sha’ub. (Sirat ibn Hisham, 2/75, 123)

Nella battaglia di Badr, «Hanzala», figlio di Abu Sufyan, era stato ucciso dalle forze musulmane. Perciò, dopo aver ucciso questo Hanzala a Uhud, egli commentò: «Hanzala in cambio di Hanzala».

Hanzala, ra., fu martirizzato mentre si trovava in stato d’impurità. Dopo il suo martirio, gli angeli gli fecero il bagno funebre. Vedendo ciò, il Nobile Messaggero, sa., disse ai Compagni: «Chiedete a sua moglie che cosa sia accaduto». Hisham ibn Urwa ha narrato che il Messaggero, sa., chiese alla moglie di Hanzala: «Che cosa è successo a Hanzala?». La moglie rispose: «Hanzala era in stato d’impurità. Gli avevo lavato soltanto una parte della testa, quando egli udì il richiamo al jihad. Lasciò incompleto il bagno, uscì in quello stato e fu martirizzato». Dopo aver ascoltato queste parole, il Messaggero, sa., disse: «Per questo ho visto gli angeli lavarlo». (Al-Istia’b, annotazioni ad Al-Isaba, 1/281; Hayat al-Sahaba, 3/544) Da allora ricevette il laqab, o titolo onorifico, di «Ghasil al-Mala’ika» (colui al quale gli angeli fecero il bagno).

Al momento della morte, Hanzala lasciò un figlio di nome Abdullah. Abdullah nacque dopo l’arrivo del Nobile Messaggero, sa., a Medina, e al momento della morte del Messaggero, sa., aveva appena sette o otto anni. Divenuto adulto, dimostrò di essere un degno successore del padre. In segno di protesta contro le azioni infamanti del sovrano omayyade Yazid ibn Muawiya, rifiutò la bay’a (il giuramento di fedeltà) prestata a Yazid e dichiarò la propria fedeltà ad Abdullah ibn al-Zubayr, ra. L’esercito di Yazid attaccò Medina. Abdullah, con grande coraggio e insieme agli abitanti di Medina, assunse personalmente il comando e oppose resistenza agli aggressori. Numerosi abitanti di Medina furono martirizzati. Uno dopo l’altro, gli otto figli di Abdullah combatterono contro l’esercito di Yazid e furono martirizzati. Abdullah assistette con i propri occhi a quella scena straziante. Infine avanzò egli stesso. Indossando la veste insanguinata del padre, martirizzato a Uhud, si scagliò contro il nemico e fu martirizzato. Ciò avvenne nel mese di Dhu al-Hijja del 63º anno dell’Egira.

Il padre di Hanzala era un «fasiq». Eppure Hanzala, figlio di quel «fasiq», ricevette il titolo di Taqi (timorato di Allah). Ciò dimostra quanto fosse elevato il suo carattere. Ibn Asakir ha narrato che, quando il califfo Umar stabilì gli stipendi per la popolazione, fissò per Abdullah, figlio di Hanzala, una somma di duemila dirham. Talha condusse il figlio di suo fratello dal califfo, tenendolo per mano. Il califfo stabilì per lui una somma leggermente inferiore. Talha disse: «O comandante dei credenti, avete dato a questo ansarita più che a mio nipote?». Il califfo rispose: «Sì. Perché a Uhud vidi suo padre Hanzala scomparire sotto le lance, proprio come scompare un cammello». (Hayat al-Sahaba, 2/218)

Una volta, le due tribù degli Ansar, Aws e Khazraj, stavano parlando della propria gloria e del proprio onore. Ciascuna menzionò i nomi dei migliori figli della propria tribù. La tribù Aws pronunciò per primo il nome benedetto di Hanzala ibn Abi Amir. È narrato da Anas, ra., che un giorno gli uomini della tribù Aws dissero con orgoglio: «Noi abbiamo Hanzala, al quale gli angeli fecero il bagno; Asim ibn Thabit, il cui corpo Allah protesse dai politeisti per mezzo di api e calabroni; Khuzayma ibn Thabit, la cui testimonianza da sola equivale a quella di due persone; e سعد ibn Ubada, la cui morte fece tremare il Trono di Allah».

(Vedi: Al-Isaba, 1/361; Al-Istia’b, annotazioni ad Al-Isaba, 1/280-282; Sirat ibn Hisham, 2/75, 123)

Ubayy ibn Ka’b al-Ansari (ra)

Il suo nome era Ubayy; i suoi kunya erano Abū al-Mundhir e Abū al-Tufayl. (Al-Aʿlām, 1/78; al-Iṣāba, 1/19.) Tra i suoi laqab, o titoli onorifici, figuravano Sayyid al-Qurrāʾ e Sayyid al-Anṣār. Apparteneva al ramo dei Najjār della tribù medinese dei Khazraj. Suo padre era Kaʿb ibn Qays e sua madre Suhayla. Ella era figlia dei Banū ʿAdī ibn al-Najjār e zia paterna del celebre Compagno Abū Ṭalḥa al-Anṣārī; pertanto Ubayy era cugino di Abū Ṭalḥa. La kunya Abū al-Mundhir gli fu conferita dallo stesso Messaggero di Allah, mentre la seconda kunya, Abū al-Tufayl, gli fu data da ʿUmar in riferimento al nome di suo figlio Tufayl. Non si conoscono con precisione l’anno e la data della sua nascita.

Non si sa molto della prima vita di Ubayy. Tuttavia, secondo la narrazione di Anas ibn Mālik, prima dell’Islam era dedito al consumo di vino. Era uno dei membri più importanti delle riunioni in cui Abū Ṭalḥa beveva. Era considerato uno dei principali rabbini e maestri religiosi ebrei di Medina. Possedeva una vasta conoscenza degli antichi Libri celesti. Sebbene a quell’epoca la lettura e la scrittura non fossero molto diffuse, egli sapeva leggere e scrivere. Per questo, dopo aver abbracciato l’Islam, svolse l’incarico di segretario del Messaggero di Allah e divenne uno degli scribi del Corano. (Al-Aʿlām, 1/78.)

Gli ebrei esercitavano una notevole influenza religiosa a Medina. Durante la sua vita preislamica, Ubayy aveva letto la Torah e altri libri religiosi; fu soprattutto questa conoscenza ad attirarlo verso l’Islam. Fu tra gli abitanti di Medina che si recarono alla Mecca e prestarono giuramento di fedeltà al Messaggero di Allah nella Seconda ʿAqaba. Da quel momento ebbe inizio la sua vita islamica. (Al-Iṣāba, 1/19.)

Dopo l’Egira, il nobile Messaggero di Allah stabilì un rapporto di fratellanza tra Ubayy e Saʿīd ibn Zayd, uno dei membri degli ʿAshara Mubashshara. (Sīrat Ibn Hishām, 2/505.) Secondo al-Balādhurī, il rapporto di fratellanza fu invece stabilito con Ṭalḥa ibn ʿUbayd Allāh. (Ansāb al-Ashrāf, 1/271.) Dopo il suo arrivo a Medina, il Messaggero di Allah fu ospite nella casa di Abū Ayyūb al-Anṣārī. Secondo una narrazione, tuttavia, la sua cammella si fermò presso la casa di Ubayy ibn Kaʿb. (Ansāb al-Ashrāf, 1/267.)

Ubayy partecipò a ogni spedizione militare combattuta durante la vita del Messaggero di Allah, dalla battaglia di Badr fino alla spedizione di Ṭāʾif. (Al-Iṣāba, 1/19; al-Aʿlām, 1/78.) Dopo la sconfitta di Badr, i Quraysh tornarono alla Mecca e cominciarono a prepararsi con fervore per la vendetta. Poco prima della battaglia di Uḥud, ʿAbbās ibn ʿAbd al-Muṭṭalib, zio del Messaggero di Allah, che si trovava alla Mecca, inviò segretamente al Messaggero una lettera tramite un uomo della tribù dei Banū Ghifār. Nella lettera lo informava di tutte le iniziative dei Quraysh. L’uomo consegnò la lettera al Messaggero di Allah a Qubāʾ, nei pressi di Medina. Il Messaggero fece leggere la lettera da Ubayy ibn Kaʿb e gli ordinò di mantenerne segreto il contenuto. (Ansāb al-Ashrāf, 1/314.)

Durante la battaglia di Uḥud, Ubayy fu ferito da una freccia scagliata dal nemico. Il Messaggero di Allah mandò un medico a curarlo. Il medico recise la vena ferita e applicò una cauterizzazione sul punto. Alla fine della battaglia di Uḥud, il nobile Messaggero ordinò di cercare notizie dei feriti e dei caduti. A un certo punto disse: «Uno di voi vada a cercare Saʿd ibn Rabīʿ». Un Compagno anṣārī lo trovò in fin di vita sotto un cumulo di corpi dei martiri. Secondo alcune narrazioni, quel Compagno anṣārī era Ubayy ibn Kaʿb. (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 2/95.)

Alla vigilia della battaglia del Fossato, il capo qurayshita della Mecca, Abū Sufyān, inviò una lettera al Messaggero di Allah tramite Abū Usāma al-Jushamī. Anche quella lettera fu fatta leggere dal Messaggero per mezzo di Ubayy. (Ansāb al-Ashrāf, 1/370.) Analogamente, nel mese di Rajab del secondo anno dell’Egira, il Messaggero inviò una spedizione verso Nakhlah sotto il comando di ʿAbd Allāh ibn Jaḥsh al-Asadī. Alla partenza gli consegnò una lettera sigillata e disse: «Dopo aver viaggiato per due notti consecutive, apri la lettera, leggila e agisci secondo le sue istruzioni». Il Messaggero fece scrivere quella lettera da Ubayy. (Ansāb al-Ashrāf, 1/371.)

Quando, nel nono anno dell’Egira, la zakāt divenne obbligatoria, il Messaggero nominò esattori in varie regioni dell’Arabia. Mandò Ubayy a riscuotere la zakāt presso le tribù di Bālī, ʿUdhra e Banū Saʿd. Egli assolse questo incarico con grande devozione e onestà.

Una volta si recò in un insediamento per riscuotere la zakāt. Secondo la consuetudine, un uomo presentò davanti a Ubayy tutti i suoi animali affinché egli scegliesse ciò che desiderava prendere. Ubayy scelse dal branco dei cammelli un cucciolo di due anni. Il proprietario della zakāt disse: «Che cosa farai con un animale così giovane? Non dà ancora latte e non è adatto a essere cavalcato. Se vuoi prenderne uno, scegli questa cammella robusta e ben nutrita». Ubayy rispose: «Non posso farlo. Non posso compiere nulla contro l’ordine del Messaggero di Allah. Medina non è molto lontana da qui; vieni con me e sottoponiamo la questione al Messaggero. Faremo ciò che egli dirà». L’uomo accettò e si presentò a Medina con la sua cammella insieme a Ubayy. Dopo averli ascoltati, il Messaggero disse: «Se questa è la tua volontà, consegna la cammella e sarà accettata. Allah ti ricompenserà per questo». L’uomo, soddisfatto, donò la cammella e tornò a casa. (Musnad, 5/142; Kanz al-ʿUmmāl, 3/309; Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 1/151.)

Dopo la morte del nobile Messaggero di Allah, Abū Bakr assunse il califfato. In quel periodo ebbe inizio l’importante opera di raccolta e compilazione del Sacro Corano. Ubayy era il capo del gruppo di Compagni incaricato di questo compito. Egli pronunciava le parole del Corano e gli altri le mettevano per iscritto. Tutti i membri di quel gruppo erano dotti di alto livello; per questo, talvolta, discutevano e dibattevano riguardo ad alcuni versetti.

Quando fu scritto il versetto 127 della sūra al-Tawba, gli altri membri del gruppo dissero che quello era l’ultimo versetto rivelato. Ubayy rispose: «No. Dopo quello, il Messaggero mi insegnò ancora due versetti. Il versetto 128 della sūra al-Tawba fu l’ultimo a essere rivelato». (Musnad, 5/134.)

Dopo la morte di Abū Bakr, ʿUmar gli succedette. Durante il suo califfato introdusse numerose opere di pubblica utilità e riforme. Tra queste vi fu il Majlis al-Shūrā, il consiglio consultivo, formato da eminenti Muhājirūn e Anṣār. Ubayy ne era membro in rappresentanza della tribù dei Khazraj. (Kanz al-ʿUmmāl, 3/13.)

Durante tutto il califfato di ʿUmar, Ubayy rimase stabilmente a Medina. Trascorreva la maggior parte del tempo studiando e insegnando. Quando si riuniva il consiglio consultivo o si presentava una questione importante, il califfo ʿUmar ascoltava il suo ragionamento e il suo consiglio.

Per tutto il califfato di ʿUmar Ubayy ricoprì l’incarico di iftāʾ, cioè quello di emettere responsi giuridici; non ottenne nessun’altra carica. Una volta chiese a ʿUmar: «Perché non mi nomini governatore di qualche luogo?». ʿUmar rispose: «Non voglio vedere la tua religione contaminata dal mondo». (Kanz al-ʿUmmāl, 3/123.) Quando ʿUmar introdusse l’abitudine di compiere la preghiera del tarāwīḥ in congregazione, nominò Ubayy come imām. (Al-Bukhārī, Kitāb Ṣalāt al-Tarāwīḥ.)

ʿUmar lo rispettava e al tempo stesso lo temeva; gli chiedeva responsi giuridici. Ubayy accompagnò il califfo nel suo viaggio a Bayt al-Maqdis e fu presente al suo storico discorso a Jābiya. Fu inoltre Ubayy a redigere il trattato di pace che ʿUmar concluse con gli abitanti di Bayt al-Maqdis. (Al-Aʿlām, 1/78; Ṣifat al-Ṣafwa, 1/188.)

Dopo ʿUmar, durante il califfato di ʿUthmān, nei vari territori del califfato si diffusero differenze nella recitazione e nella pronuncia del Sacro Corano. Il califfo ʿUthmān ne fu preoccupato e decise di porvi rimedio. Convocò i migliori recitatori e ascoltò separatamente le loro recitazioni. Notò alcune differenze nella pronuncia di Ubayy ibn Kaʿb, ʿAbd Allāh ibn ʿAbbās e Muʿādh ibn Jabal. Allora disse: «Voglio unire tutti i musulmani su un’unica pronuncia del Corano».

A quel tempo, tra i Quraysh e gli Anṣār vi erano dodici persone esperte dell’intero Corano. Il califfo ʿUthmān affidò a quei dodici questo gravoso incarico e nominò Ubayy ibn Kaʿb presidente del consiglio. Ubayy pronunciava le parole, mentre Zayd ibn Thābit le scriveva. Il Corano oggi presente nel mondo è, in sostanza, una copia della recitazione di Ubayy. (Kanz al-ʿUmmāl, 1/282-283.)

Esistono ampie divergenze riguardo all’anno della morte di Ubayy. Secondo l’opinione più conosciuta, egli morì in un venerdì del trentanovesimo anno dell’Egira, durante il califfato di ʿUthmān. ʿUthmān guidò la preghiera funebre e Ubayy fu sepolto a Medina. Secondo Haytham ibn ʿAdī e altri, morì a Medina nel diciannovesimo anno dell’Egira; secondo al-Wāqidī, Muḥammad ibn ʿAbd Allāh e altri, morì invece nel ventiduesimo anno. (Tadhkirat al-Ḥuffāẓ, 1/17; Shadharāt al-Dhahab, 1/31.) Tuttavia, diverse narrazioni riferiscono che egli partecipò ad attività durante il califfato di ʿUthmān. Perciò l’opinione secondo cui morì nel trentanovesimo anno dell’Egira sembra essere quella corretta.

Non si conosce il numero esatto dei suoi figli. Tra quelli di cui si conoscono i nomi vi sono: 1. Tufayl, 2. Muḥammad, 3. Rabīʿ, 4. Umm ʿUmar. I primi due nacquero durante la vita del nobile Messaggero di Allah. La kunya di sua moglie era Umm Tufayl. Ella era una Compagna e il suo nome compare tra le donne Compagne che trasmisero hadīth.

Ubayy aveva una corporatura media, esile e snella. Il suo colorito era chiaro e luminoso. In vecchiaia i capelli gli divennero bianchi, ma non usava la tintura. (Al-Iṣāba, 1/19; al-Aʿlām, 1/78; Tadhkirat al-Ḥuffāẓ, 1/17.) Aveva gusti raffinati. In casa sedeva su un cuscino imbottito; aveva appeso uno specchio alla parete e si pettinava regolarmente rivolto verso di esso. Aveva un carattere piuttosto severo e si adirava generalmente ogni volta che sentiva qualcosa contrario al suo temperamento. Anche ʿUmar aveva un carattere simile; per questo talvolta i due litigavano. Diverse narrazioni ricordano molti di questi alterchi.

Anas ibn Malik (ra)

Anas ibn Malik era un celebre Compagno del Profeta, servitore del Messaggero, imam, muftī, insegnante del Corano, tradizionista, narratore di grande fama, ansarita, khazragita e medinese. Le sue kunyah erano Abū Sumāma e Abū Hamza. “Servitore del Messaggero di Allah” era il suo soprannome o titolo. (Dā’ira-i Ma‘ārif Islāmiyya, 3/402; Tadhkirat al-Huffāz, 1/44)

Anas diceva: «Io stavo sbucciando un tipo di verdura chiamato “hamza”. Vedendomi, il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, mi chiamò affettuosamente: “O Abū Hamza!”. Da quel giorno questo divenne la mia kunyah, cioè il mio soprannome». (Tārīkh Ibn ‘Asākir, 3/141)

Nacque nel 612 d.C., dieci anni prima dell’Egira, a Yathrib, nella famiglia Banū Najjār, ramo della celebre tribù dei Khazraj. (Al-Isāba, 1/71; Al-A‘lām, 1/365) Questa tribù era la più onorata tra gli Anṣār. Il padre di Anas era Mālik ibn Naḍr, mentre sua madre era Umm Sulaym Sahlah bint Milhān al-Anṣāriyya. Umm Sulaym era zia materna del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. La genealogia di Salmā bint ‘Amr, madre di ‘Abd al-Muṭṭalib, nonno del Messaggero, si ricongiungeva con quella materna di Anas attraverso ‘Āmir ibn Ghanam. (Usud al-Ghāba, 1/127; Asahh al-Siyāb, 606)

Vi sono opinioni diverse riguardo al nome originario di Umm Sulaym: Sahlah, Rumayla, Rumaysā, Sulayka, al-Fayṣā e altri. (Sīrat Ibn Hishām, 2/340)

Lo zio paterno di Anas, Anas ibn Naḍr, fu martirizzato nella battaglia di Uhud. I miscredenti mutilarono il suo corpo tagliandolo a pezzi. Sul corpo furono trovati complessivamente ottanta segni di ferite. Nessuno, tranne una sua sorella, riuscì a identificarlo. Anas diceva: «Sono stato chiamato con il nome di mio zio Anas». (Sīrat Ibn Hishām, 2/83; Hayāt al-Sahāba, 1/504-505) Lo zio materno di Anas, Harām ibn Milhān, fu martirizzato nel tragico episodio di Bi’r Ma‘ūna. (Dā’ira-i Ma‘ārif Islāmiyya, 3/402)

Quando Anas aveva otto o nove anni, sua madre abbracciò l’Islam. Per questo suo padre, pieno di rabbia e odio, si trasferì in Siria, dove morì da miscredente. Sua madre sposò allora Abū Ṭalḥa. Abū Ṭalḥa era un uomo ricco della tribù dei Khazraj. La madre portò con sé il giovane Anas nella casa di Abū Ṭalḥa, dove egli fu allevato.

Anas narrò così il matrimonio di sua madre con Abū Ṭalḥa: «Quando Abū Ṭalḥa chiese in matrimonio Umm Sulaym, egli non era ancora musulmano. Umm Sulaym gli disse: “O Abū Ṭalḥa, non sai forse che la divinità che adori è stata fatta di argilla?”. Egli rispose: “Sì, lo so”. Umm Sulaym aggiunse: “Non ti vergogni di adorare un albero? Se abbraccerai l’Islam, non avrò alcuna obiezione a sposarti e non ti chiederò alcuna dote”. Abū Ṭalḥa si alzò dicendo: “Ci penserò”. In seguito tornò e pronunciò: “Testimonio che non vi è divinità all’infuori di Allah e che Muḥammad è il Messaggero di Allah”. Allora Umm Sulaym chiamò suo figlio Anas e gli disse: “Anas, concludi il matrimonio con Abū Ṭalḥa”. Così Anas celebrò il matrimonio di sua madre con Abū Ṭalḥa». (Hayāt al-Sahāba, 1/195-196)

Prima che il vino fosse proibito, nella casa di Abū Ṭalḥa si tenevano riunioni in cui si beveva. Il giovane Anas serviva il vino ai presenti e ne beveva egli stesso. Non c’era nessuno che impedisse a quel ragazzo di bere. (Musnad, 3/181)

Quando Anas aveva otto o nove anni, la predicazione dell’Islam cominciò a diffondersi a Medina. La tribù dei Banū Najjār fu tra le prime ad accettare l’Islam. La maggior parte dei membri di quella famiglia aveva abbracciato l’Islam prima dell’arrivo del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, a Medina. La madre di Anas, Umm Sulaym, si era convertita già prima della Seconda ‘Aqaba.

Come è stato già detto, quando Umm Sulaym abbracciò l’Islam, suo marito, cioè il padre di Anas, abbandonò moglie e figlio e si trasferì in Siria. Umm Sulaym, ormai abbandonata dal marito, accettò di sposare Abū Ṭalḥa a condizione che anche lui abbracciasse l’Islam. Grazie ai suoi sforzi, Abū Ṭalḥa divenne musulmano, si recò alla Mecca e partecipò alla Terza ‘Aqaba, ottenendo l’onore di prestare giuramento di fedeltà al Messaggero di Allah. Così la casa di Anas fu illuminata dalla luce della fede. Sua madre, destinata al Paradiso, Umm Sulaym, era una fiaccola dell’Islam, mentre suo marito era un servitore devoto della religione. In un simile ambiente Anas crebbe.

Quando Anas aveva dieci anni, il Nobile Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, giunse a Medina. Sebbene fosse ancora molto giovane, Anas era pieno di entusiasmo. Quando il Profeta si dirigeva da Qubā verso Medina, Anas si fermò lungo la strada insieme ad altri bambini della sua età e cantò canti di benvenuto. Essi correvano di casa in casa annunciando agli abitanti: «È arrivato il Messaggero di Allah! È arrivato Muḥammad!». Quando a un certo punto la folla intorno al Messaggero si diradò un poco, Anas poté guardare il suo volto benedetto e fu onorato con la dignità di Compagno.

Secondo l’opinione più diffusa, quando il Nobile Messaggero giunse a Medina Anas aveva dieci anni. Dopo che il Profeta si fu stabilito, un giorno sua madre lo prese per mano e lo condusse da lui. Anas racconta: «Mia madre mi portò dal Messaggero di Allah tenendomi per mano e disse: “O Messaggero di Allah! Ogni uomo e ogni donna degli Anṣār ti ha offerto qualche dono. Io non posso offrirti nulla di simile. Ho questo mio figlio: sa scrivere, sebbene non abbia ancora raggiunto la pubertà. Accettalo; egli ti servirà”. Da quel giorno servii il Messaggero di Allah per dieci anni consecutivi. In tutto quel tempo egli non mi picchiò mai, non mi insultò, non mi rimproverò e non mi mostrò mai un volto adirato.

La prima raccomandazione che mi fece fu: “Figlio mio, custodisci il mio segreto; così diventerai un credente”. Quando mia madre o le mogli del Messaggero mi chiedevano qualcosa riguardo ai suoi segreti, non parlavo. Non rivelai mai a nessuno alcuno dei suoi segreti».

Alcune narrazioni riferiscono tuttavia che fu Abū Ṭalḥa a condurre Anas dal Messaggero di Allah. (Tārīkh Ibn ‘Asākir, 3/141; Ansāb al-Ashrāf, 1/506; Al-Isāba, 1/71)

Anas servì il Messaggero di Allah con grande competenza per circa dieci anni, fino all’ultimo giorno della sua vita. Per questo non finiva mai di vantarsene. Si presentava al servizio del Profeta prima della preghiera dell’alba e tornava a casa a mezzogiorno. Dopo poco ritornava, poi tornava a casa dopo aver compiuto la preghiera del pomeriggio. Nel quartiere di Anas c’era una moschea dove i fedeli lo attendevano. Quando lo vedevano, si alzavano per la preghiera del pomeriggio. (Musnad di Ahmad, 3/222)

Anche al di fuori di quegli orari, egli era sempre pronto a eseguire qualsiasi ordine del Messaggero. Ogni volta che ce n’era bisogno, rispondeva alla sua chiamata.

Un giorno, dopo aver svolto un incarico del Messaggero, stava tornando a casa a mezzogiorno. Lungo la strada vide alcuni ragazzi della sua età intenti a giocare. Il gioco gli piacque e si fermò a guardarli. Poco dopo vide arrivare il Messaggero. Egli salutò dapprima i ragazzi, poi prese Anas per mano e lo mandò a svolgere un incarico. Il Profeta rimase ad aspettarlo all’ombra di un muro. Quando Anas ebbe terminato il lavoro, tornò; il Messaggero si diresse verso casa e Anas proseguì verso la

Abu Darda (ra)

Il suo soprannome era Abu Darda. Questo nome gli fu dato in riferimento a quello della figlia Darda, ed è con questo nome che è noto nella storia. Vi sono divergenze riguardo al suo vero nome: Amir oppure Uwaymir. Secondo al-Asma‘i, era Amir, ma la gente lo chiamava Uwaymir; questa è l’opinione più diffusa. Alcuni hanno detto che Uwaymir fosse il suo laqab, cioè il suo titolo. Anche riguardo al nome del padre esistono numerose opinioni: Malik, Amir, Tha‘laba, Abd Allah, Zayd e altri. Il nome della madre sarebbe Mahabba oppure Waqida. (Tahdhib al-Tahdhib, 8/156; al-Isaba, 2/45; Usd al-Ghaba, 5/185; al-Isti‘ab, annotazioni marginali ad al-Isaba, 4/59.) Era figlio del ramo Balharith della celebre tribù medinese dei Khazraj. Era coetaneo del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, o di poco più giovane. (Da’ira-i Ma‘arif Islamiyya in urdu, 1/800.)

Era uno dei più eminenti sapienti, cavalieri e giudici dell’Arabia. Prima di abbracciare l’Islam era un prospero commerciante di Medina. Poi abbandonò ogni cosa e si dedicò interamente all’adorazione di Allah. Egli stesso raccontava a questo proposito: «Prima che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ricevesse la profezia, ero un commerciante. Quando giunse l’Islam, cercai di conciliare il commercio con l’adorazione, ma non fu possibile. Perciò abbandonai il commercio e mi dedicai all’adorazione». (al-Dhahabi, Tarikh al-Islam, 2/107; al-A‘lam, 5/281; Hayat al-Sahaba, 2/296.)

Alla fine sviluppò una profonda avversione per il commercio. Spesso diceva: «Se oggi avessi un negozio davanti alla Moschea del Profeta, se ogni giorno vi guadagnassi quaranta dinari, li dessi in elemosina e, per questo motivo, non perdessi neppure la preghiera comunitaria, tuttavia non apprezzerei più un simile commercio». Quando gli chiedevano il motivo, rispondeva: «Temo il difficile rendiconto del Giorno del Giudizio». (Tadhkirat al-Huffaz, 1/25; Hayat al-Sahaba, 2/296; al-Hilya, 1/209.) Dopo aver abbracciato l’Islam divenne particolarmente celebre tra i Compagni per il coraggio, il timore di Allah e il distacco dai piaceri e dal lusso mondani. (al-A‘lam, 5/281; al-Isaba, 2/45.)

La testimonianza del coraggio, dell’abilità equestre e della saggezza di Abu Darda si trova nelle parole del nobile Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. A proposito della sua saggezza, il Profeta disse: «Uwaymir, il sapiente della mia comunità; Uwaymir è uno dei grandi sapienti della mia comunità». Quanto alla sua abilità equestre, disse: «Ni‘ma al-faris Uwaymir», cioè: «Uwaymir è un eccellente cavaliere». (Tarikh al-Islam, 2/108; al-Isaba, 2/44; al-Isti‘ab, annotazioni ad al-Isaba, 4/60.) In diverse opere sono riportose molte delle sue parole di saggezza; alcune furono raccolte nell’opera al-Isti‘ab. (Annotazioni ad al-Isaba, 2/17.) Per questo l’imam Ibn al-Jazari commentò a suo riguardo: «Kana min al-‘ulama’ al-hukama’», cioè: «Era uno dei sapienti saggi». (al-A‘lam, 5/281.)

Sa‘id ibn Abd al-Aziz afferma: «Abu Darda abbracciò l’Islam il giorno della battaglia di Badr». (Tarikh al-Islam, 2/109.) Altri invece hanno detto che ciò avvenne dopo Badr. (Shadharat al-Dhahab, 5/39.) L’autore di al-Isti‘ab dice: «Fu l’ultimo della sua famiglia ad abbracciare l’Islam, ma in seguito divenne un buon musulmano». (Annotazioni ad al-Isaba, 4/59.) Jubayr ibn Nufayr riferisce che il Messaggero di Allah disse: «Allah mi ha promesso che Abu Darda avrebbe abbracciato l’Islam». Jubayr aggiunge: «In seguito egli abbracciò l’Islam». (Tarikh al-Islam, 2/109.)

È davvero sorprendente che, pur essendo tanto intelligente, egli non abbia abbracciato l’Islam insieme agli altri eminenti Ansar, ma abbia atteso fino al secondo anno dell’Egira. L’unica ragione fu che la sua conversione non avvenne per imitazione degli altri, bensì dopo aver riflettuto, esaminato e conosciuto la verità. Probabilmente, per un anno dopo l’arrivo del Messaggero di Allah a Medina, egli meditò profondamente sulla questione e si informò con attenzione. Tuttavia si pentì per tutta la vita di essere rimasto indietro di quell’anno. In seguito diceva spesso: «La schiavitù a un impulso di un solo momento genera un lungo rimorso».

Durante l’epoca preislamica Abu Darda aveva una profonda amicizia e un rapporto fraterno con il celebre Compagno martire Abd Allah ibn Rawaha, che Allah sia soddisfatto di lui. Abd Allah abbracciò presto l’Islam, mentre Abu Darda rimase fermo nel paganesimo. Tuttavia conservò con Abd Allah lo stesso rapporto di prima, e Abd Allah continuò con tutte le sue forze a cercare di condurre l’amico all’Islam. Lo invitava ripetutamente ad abbracciare la nuova fede. Alla fine, proprio grazie ai suoi sforzi, Abu Darda divenne musulmano. In varie opere la sua conversione è narrata nel modo seguente:

«Quel giorno Abu Darda Uwaymir si alzò all’alba e si recò dalla sua statua. Essa si trovava nella stanza migliore della casa. Dapprima le rivolse parole di rispetto e venerazione. Poi la unse accuratamente con il migliore olio profumato del suo grande negozio. In seguito la ricoprì con grande cura con un magnifico tessuto di seta che proprio il giorno precedente un mercante giunto dallo Yemen gli aveva regalato. Quando si fece un po’ tardi, uscì di casa diretto al negozio.

«Lungo la strada vide che le vie, le strade e i vicoli di Medina erano gremiti dei compagni di Muhammad, pace e benedizioni su di lui. Tornavano a gruppi dalla battaglia di Badr e davanti a loro avanzavano i prigionieri dei Quraysh. Egli cercò di evitarli. All’improvviso, però, un giovane della tribù dei Khazraj gli si parò davanti. Abu Darda gli chiese notizie di Abd Allah ibn Rawaha. Il giovane rispose: “A Badr ha combattuto valorosamente ed è tornato sano e salvo a Medina con il bottino”. Abu Darda si recò al suo negozio e raccontò la cosa.

«Nel frattempo Abd Allah ibn Rawaha, rientrato da Badr, si era recato alla casa del fratello Abu Darda per incontrarlo. Entrando, vide la moglie di Abu Darda seduta mentre si pettinava. Dopo i saluti e le domande di rito, Abd Allah chiese: “Dov’è Abu Darda?”. La donna rispose: “Tuo fratello è appena uscito”. Poi fece sedere Abd Allah nella stanza e si occupò di altre faccende.

«Abd Allah prese allora un martello, entrò nella stanza dove si trovava la statua e, recitando una poesia che menzionava i nomi dei vari demoni, la ridusse in pezzi a colpi di martello. La parte finale della poesia era questa:

“Attenzione! Tutto ciò che viene invocato all’infuori di Allah è falso e vano”.

«La moglie di Abu Darda, udendo il rumore dei colpi, accorse e, vedendo ciò che era accaduto, gridò: “O Ibn Rawaha, mi hai rovinata!”. Abd Allah uscì dalla casa senza rispondere, come se nulla fosse successo.

«Quando Abu Darda tornò a casa, vide la moglie seduta e in lacrime. Le chiese: “Che cosa è successo?”. Ella rispose: “Tuo fratello Abd Allah è venuto e guarda che cosa ha combinato!”. In un primo momento Abu Darda si adirò profondamente. Poi, dopo aver riflettuto a lungo, disse tra sé: “Se questa statua possedesse davvero qualche beneficio, avrebbe saputo difendersi”. Dopo questa riflessione si recò dal Messaggero di Allah insieme ad Abd Allah ibn Rawaha e abbracciò l’Islam». (Suwar min Hayat al-Sahaba, 3/95-100; Hayat al-Sahaba, 1/232-233; 3/384; al-Mustadrak, 3/336.)

Il Messaggero di Allah stabilì inoltre un legame di fratellanza religiosa tra lui e Salman al-Farisi. (Ansab al-Ashraf, 1/271; Tadhkirat al-Huffaz, 1/25; Usd al-Ghaba, 5/185.)

Al tempo della battaglia di Badr Abu Darda era ancora non musulmano; per questo non vi partecipò. Tuttavia si narra che il califfo Umar, durante il suo califfato, quando stabilì gli stipendi dei Compagni, assegnò ad Abu Darda una pensione pari a quella dei Compagni che avevano partecipato a Badr. (Da’ira-i Ma‘arif Islamiyya, 1/800.)

Al tempo della battaglia di Uhud era già musulmano. Partecipò a quella battaglia e vi svolse un ruolo vigoroso come cavaliere. A un certo punto ilوَلِمَنْ خَافَ مَقَامَ رَبِّهِ جَنَّتَانِTra questi saranno inclusi anche il fornicatore e il ladro? Egli rispose: Se ha timore del suo Signore, come potrebbe commettere adulterio e rubare?
Suraالْقَلَمِ- È stato detto riguardo a un kāfirعُتُلٍّ بَعْدَ ذَٰلِكَ زَنِيمٍQui, riguardo al significato della parola «‘utul», gli esegeti hanno espresso diverse opinioni. Abu Darda ne ha dato un significato ampio. Egli disse: si chiama «‘utul» colui che mangia e beve smodatamente, con ventre grande e gola robusta, accumula ricchezze ed è estremamente avaro.
Allo stesso modo, nella sura at-TariqالسَّرَائِرُLa parola è stata menzionata. Sua Eccellenza Abū Dardā ha illustrato anche un significato particolare di questo termine.

Dopo l’insegnamento e il servizio alla Parola di Allah, il Glorioso Corano, i nobili Compagni attribuirono la massima importanza alla divulgazione e alla diffusione degli ḥadīth del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Sua Eccellenza Abū Dardā assolse questo compito in modo eccellente. Nel narrare gli ḥadīth, Abū Dardā aveva uno stile particolare. Al-Ṭabarānī ha riferito da Idrīs al-Khawlānī, il quale disse: «Vidi Abū Dardā. Dopo aver terminato la narrazione di un ḥadīth del Messaggero, diceva: “Questo, oppure qualcosa di simile, o di questo genere”». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/239)

Ibn ʿAsākir ha riferito da Ibrāhīm ibn ʿAbd al-Raḥmān ibn ʿAwf. Il califfo ʿUmar, che Allah sia soddisfatto di lui, convocò alcuni eminenti Compagni che si trovavano in luoghi diversi: ʿAbdullāh ibn Ḥudhayfa, Abū Dardā, Abū Dharr e ʿUqba ibn ʿĀmir. Quando giunsero, disse loro: «Che cosa sono tutte queste cose che state divulgando in nome degli ḥadīth del Messaggero?». Essi risposero: «Ci proibisci di divulgarli?». ʿUmar disse: «No. Tuttavia resterete presso di me. Io accetterò o rifiuterò ciò che apprenderò da voi. Noi ne sappiamo di più». (Ḥayāt al-Ṣaḥāba, 3/440-441)

Una volta narrò un ḥadīth a Saʿdān ibn Ṭalḥa. Nella moschea di Damasco era allora presente Thawbān, il liberto del nobile Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Per essere maggiormente rassicurato riguardo all’ḥadīth, Saʿdān gli domandò conferma. Thawbān disse: «Abū Dardā ha detto la verità. Anch’io ero presente presso il Messaggero di Allah in quel momento». (Musnad, 6/442)

Sua Eccellenza Muʿādh, che Allah sia soddisfatto di lui, narrò un ḥadīth poco prima di morire e disse: «Se desiderate un testimone di ciò, c’è ʿUwaymir — cioè Abū Dardā —; potete chiedere a lui». La gente si recò da lui. Dopo aver ascoltato l’ḥadīth, disse: «Mio fratello Muʿādh ha detto la verità». (Musnad, 6/450)

Era abitudine dei nobili Compagni che, quando si incontravano, discutessero degli ḥadīth del Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Una volta Abū Dardā partecipò a un’assemblea insieme a ʿUbāda ibn al-Ṣāmit, al-Ḥārith al-Kindī e Miqdād ibn Maʿdīkarib. Chiese a ʿUbāda: «Durante quella determinata battaglia, il Messaggero, pace e benedizioni su di lui, disse qualcosa riguardo al quinto del bottino?». ʿUbāda ricordò l’episodio e narrò l’intera vicenda.

L’intera vita di Sua Eccellenza Abū Dardā trascorse nell’insegnamento e nella divulgazione della Parola di Allah e degli ḥadīth del Profeta. Poco prima della sua morte radunò abitanti della città appartenenti a diverse classi sociali e lasciò loro come ultima raccomandazione di compiere correttamente la preghiera. Il patrimonio di ḥadīth in suo possesso lo aveva raccolto direttamente dal Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui. Dopo la morte del Messaggero, narrò anche alcuni ḥadīth da Zayd ibn Thābit e da ʿĀʾisha, che Allah sia soddisfatto di lei.

Il numero dei suoi studenti e dei narratori di ḥadīth da lui era limitato. Eminenti Compagni come Anas ibn Mālik, Fuḍāla ibn ʿUbayd, Abū Umāma, ʿAbdullāh ibn ʿUmar, ʿAbdullāh ibn ʿAbbās e Umm Dardā narrarono ḥadīth da lui.

La maggior parte dei celebri sapienti tābiʿūn apprese da lui la scienza degli ḥadīth e narrò a sua volta ḥadīth attraverso la sua autorità. Qui vengono menzionati i nomi di alcuni dei più famosi:

Saʿīd ibn al-Musayyib, Bilāl ibn Abū Dardā, ʿAlqama ibn Qays, Abū Murra mawlā Umm Hāniʾ, Abū Idrīs al-Khawlānī, Zubayr ibn al-Naḍīr, Suwayd ibn Ghafala, Zayd ibn Wahb, Maʿdān ibn Abī Ṭalḥa, Abū Ḥabība al-Ṭāʾī, Abū al-Saffār al-Ḥamadhānī, Abū Salama ibn ʿAbd al-Raḥmān, Ṣafwān ibn ʿAbdullāh, Qusayyib ibn Qays, Abū Baḥriyya ʿAbdullāh ibn Qays, Qusayyib ibn Murra, Muḥammad ibn Sīrīn, Muḥammad ibn Suwayd Abī Waqqāṣ, Muḥammad ibn Kaʿb al-Quraẓī, Hilāl ibn Yasāf e altri. (Tahdhīb al-Tahdhīb, 8/156; Tadhkirat al-Ḥuffāẓ, 1/24; Tārīkh al-Islām, 2/107)

Il numero complessivo degli ḥadīth narrati attraverso la catena di Abū Dardā e presenti nelle varie raccolte di ḥadīth è 179 (centosettantanove). Di questi, 13 sono stati raccolti nel Ṣaḥīḥ di al-Bukhārī e 8 nel Ṣaḥīḥ di Muslim. (Al-Aʿlām, 5/281; Tārīkh al-Islām, 2/107)

Anche nella scienza della giurisprudenza islamica egli occupava una posizione speciale. La gente veniva da luoghi molto lontani per chiedergli chiarimenti giuridici. Un uomo giunse addirittura da Kūfa a Damasco soltanto per conoscere una questione. La questione era la seguente:

All’inizio quell’uomo non voleva sposarsi, ma in seguito si sposò sotto la pressione della madre. Dopo il matrimonio, quando tra i coniugi si sviluppò un profondo amore, la madre cominciò nuovamente a insistere affinché divorziasse dalla moglie. Egli però non voleva divorziare. Dopo aver ascoltato tutto, Abū Dardā disse: «Non ti dirò di rompere definitivamente con qualcuno, né con tua madre né con tua moglie. Non ti dirò di divorziare da tua moglie, ma non considererò lecita la disobbedienza a tua madre. Se vuoi, puoi divorziare; oppure puoi restare nella situazione in cui ti trovi. Tuttavia ricorda che il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, ha definito la madre una porta del Paradiso». (Musnad, 5/98; Siyar al-Anṣār, 2/200)

Una volta Abū Ḥabīb al-Ṭāʾī gli chiese: «Mio fratello dona alcuni dīnār “fī sabīlillāh” — sulla via di Allah — e, al momento della morte, ha lasciato per testamento che i dīnār siano destinati a una delle categorie di beneficenza. Ora dimmi: quale categoria è la migliore?». Egli rispose: «Per me, la categoria migliore è il jihād fī sabīlillāh, la lotta sulla via di Allah».

Sua Eccellenza Abū Dardā era per natura una persona retta e sincera. Gli insegnamenti islamici resero questa sua natura ancora più luminosa e limpida. Tra tutti i Compagni, Sua Eccellenza Abū Dharr al-Ghifārī era il più schietto e indipendente. In un primo periodo anch’egli viveva in Siria, dove pochissime persone sfuggirono alla sua severità. Criticò aspramente Sua Eccellenza il comandante Muʿāwiya, che Allah sia soddisfatto di lui, alla sua corte. Un giorno quest’uomo, così rigoroso riguardo ai precetti e ai divieti islamici, disse ad Abū Dardā: «Anche se non avessi incontrato il Messaggero di Allah, pace e benedizioni su di lui, o avessi abbracciato l’Islam dopo la sua morte, saresti comunque stato annoverato tra i musulmani virtuosi». Quale attestazione più grande potrebbe esserci della purezza del carattere di Abū Dardā, che Allah sia soddisfatto di lui?

Era un compagno del Profeta, pace e benedizioni su di lui. Il suo corpo tremava per il timore di Allah, l’Onnipotente e Maestoso. Una volta, in piedi sul pulpito della moschea durante il sermone, disse: «Temo moltissimo il giorno in cui Allah mi chiederà: “Hai agito secondo la tua conoscenza?”. Il giorno in cui ogni versetto del Corano si presenterà davanti a me come una realtà vivente e mi chiederà: “Quanto hai seguito gli ordini del Corano?”. Allora i versetti contenenti gli ordini testimonieranno contro di me e diranno: “Non ha fatto nulla”. Poi mi sarà chiesto: “Quanto ti sei tenuto lontano dai divieti?”. E i versetti contenenti i divieti diranno

Hazrat Hudhayfa ibn al-Yaman (che Allah sia soddisfatto di lui)

Il suo vero nome era Hudhayfa, il kunya era Abū ʿAbdillāh e il laqab, cioè il titolo onorifico, era «Ṣāḥib as-Sirr». Era discendente del ramo ʿAbs della tribù di Ghaṭafān; per questo veniva chiamato anche al-ʿAbsī. Suo padre si chiamava Ḥusail, secondo un’altra opinione Ḥusail ibn Jābir, mentre sua madre era Rabāḥ bint Kaʿb ibn ʿAdī ibn ʿAbd al-Ashhal, figlia del ramo ʿAbd al-Ashhal degli Aws, una delle tribù degli Anṣār di Medina. Ibn Ḥajar, che Allah abbia misericordia di lui, disse: «Questo Hudhayfa era uno dei più eminenti Compagni». (Al-Iṣāba, 1/317; al-Istīʿāb, nota a margine di al-Iṣāba, 1/277)

Il padre di Hudhayfa, Ḥusail, apparteneva originariamente alla tribù meccana dei Banū ʿAbs. Nel periodo preislamico aveva ucciso un uomo della propria tribù e, fuggendo dalla Mecca, aveva trovato rifugio a Yathrib. Lì dapprima stipulò un patto di alleanza con i Banū ʿAbd al-Ashhal e in seguito contrasse con loro un legame matrimoniale, stabilendovisi. Le tribù degli Anṣār di Medina erano originariamente legate allo Yemen. Poiché Ḥusail aveva sposato una loro figlia, i membri della sua tribù lo chiamavano «al-Yamān». Per questo egli è noto come Hudhayfa ibn al-Yamān. (Cfr. Shajarat adh-Dhahab, 1/44; al-Iṣāba, 1/317; Tahdhīb at-Tahdhīb, 2/193) Da questo matrimonio di al-Yamān nel clan ʿAbd al-Ashhal nacquero i seguenti figli: 1. Hudhayfa, 2. Saʿd, 3. Ṣafwān, 4. Mudlij e 5. Laylā. Nella storia sono conosciuti come i discendenti di al-Yamān.

Col tempo vennero meno gli ostacoli e i timori che avevano impedito ad al-Yamān di entrare alla Mecca. Egli si spostava talvolta tra la Mecca e Yathrib, ma trascorreva la maggior parte del tempo a Yathrib. Nel frattempo il Nobile Messaggero di Allah aveva iniziato a chiamare la gente all’Islam alla Mecca. A un certo punto il padre di Hudhayfa, al-Yamān, si recò dal Messaggero di Allah insieme a undici uomini dei Banū ʿAbs e abbracciò l’Islam. Il Nobile Messaggero di Allah non aveva ancora compiuto l’Egira dalla Mecca a Medina. Perciò, per origine Hudhayfa era meccano, ma nacque a Medina e lì crebbe. (Ṣuwar min Ḥayāt aṣ-Ṣaḥāba, 4/122)

Il padre di Hudhayfa, al-Yamān, divenne musulmano nella prima fase della predicazione islamica alla Mecca. Anche sua madre abbracciò l’Islam insieme al padre. Così Hudhayfa crebbe tra genitori musulmani e divenne musulmano prima ancora di avere la fortuna di vedere il Nobile Messaggero di Allah. Tra i fratelli e le sorelle, soltanto lui e Ṣafwān ebbero questo onore. Dopo essere diventato musulmano, nacque in lui il desiderio di vedere il Messaggero. Giorno dopo giorno tale desiderio divenne sempre più intenso. Chiedeva continuamente a coloro che avevano visto il Messaggero di descrivergli il suo volto, il suo aspetto, le sue qualità e le sue caratteristiche. Infine, un giorno, si presentò davvero alla presenza del Messaggero di Allah alla Mecca e gli chiese quale fosse la sua opinione riguardo all’Egira e al sostegno agli Anṣār. Il Messaggero gli concesse la libertà di scegliere una delle due opzioni. Hudhayfa raccontò: «Il Messaggero di Allah mi lasciò libero di scegliere tra l’Egira e il nusra, cioè di stabilirmi tra i Muhājirūn o tra gli Anṣār. Io scelsi il nusra». (Usd al-Ghāba, 1/394; Tahdhīb at-Tahdhīb, 2/193; al-Iṣāba, 1/318)

Secondo un’altra narrazione, durante il primo incontro alla Mecca egli chiese: «O Messaggero di Allah, sono un Muhājir o un Anṣārī?». Il Messaggero rispose: «Puoi scegliere di essere un Muhājir o un Anṣārī». Egli disse: «O Messaggero di Allah, sarò un Anṣārī». (Ṣuwar min Ḥayāt aṣ-Ṣaḥāba, 4/123-124)

Dopo che il Nobile Messaggero di Allah giunse dalla Mecca a Medina, istituì la muʾākhāt, cioè il vincolo della fratellanza religiosa. Dichiarò Hudhayfa e ʿAmmār ibn Yāsir fratelli nella fede l’uno dell’altro. (Sīrat Ibn Hishām, 1/506)

Hudhayfa non partecipò alla battaglia di Badr. Ibn Saʿd lo annovera tra i Compagni che non presero parte a Badr. (Tārīkh Ibn ʿAsākir, 1/94) Egli stesso spiegò così il motivo per cui lui e suo padre non vi parteciparono: «Non vi era alcun impedimento alla mia partecipazione a Badr. Tuttavia, mentre io e mio padre eravamo fuori Medina, sulla via del ritorno verso la nostra casa, i miscredenti dei Quraysh ci fermarono e ci chiesero: “Dove state andando?”. Rispondemmo: “A Medina”. Dissero: “Allora certamente state andando da Muḥammad”. Noi replicammo: “Stiamo andando soltanto a Medina; non abbiamo altro scopo”. Alla fine ci lasciarono proseguire, ma sulla base dell’impegno che, una volta giunti a Medina, non avremmo aiutato in alcun modo Muḥammad nella guerra contro i Quraysh. Dopo esserci liberati dalle loro mani, arrivammo a Medina, informammo il Messaggero di Allah dell’impegno preso con i Quraysh e gli chiedemmo: “Che cosa dobbiamo fare ora?”. Egli disse: “Rispettate il vostro impegno; noi chiederemo l’aiuto di Allah per ottenere la vittoria su di loro”». (Tārīkh al-Islām di adh-Dhahabī, 2/153; Ṣaḥīḥ Muslim, 2/89; Tahdhīb at-Tahdhīb, 2/193; al-Iṣāba, 1/317)

Hudhayfa partecipò alla battaglia di Uḥud insieme a suo padre. Combatté con grande coraggio e tornò sano e salvo a Medina; tuttavia il suo anziano padre subì il martirio. Fu ucciso per errore da soldati musulmani della sua stessa parte. Il fatto avvenne così: durante la battaglia di Uḥud, suo padre al-Yamān e Thābit ibn Waqsh erano ormai molto anziani. Prima della battaglia le donne e i bambini erano stati collocati in una fortezza sicura, e i due vecchi erano stati incaricati di sorvegliarla. Quando la battaglia divenne intensa, al-Yamān disse al suo compagno Thābit: «Che tuo padre sia perduto! Che cosa stiamo aspettando qui seduti? La nostra vita è ormai giunta al termine, come quella breve vita di un asino assetato. Al massimo vivremo fino a oggi o a domani. Non dovremmo forse prendere le spade e recarci dal Messaggero di Allah? Forse Allah ci concederà il martirio insieme al Suo Profeta». I due presero le spade, lasciarono la fortezza e si lanciarono nella battaglia.

A un certo punto l’esercito politeista fu sconfitto e fuggì per salvarsi la vita. Allora un malvagio demonio gridò: «Guardate, i musulmani sono arrivati!». Udendo ciò, un gruppo di politeisti si voltò e si scontrò con un gruppo di musulmani. Al-Yamān e Thābit si trovarono in mezzo al violento combattimento tra i due schieramenti. Thābit subì il martirio per mano dei politeisti, mentre il padre di Hudhayfa, al-Yamān, fu ucciso dai musulmani. Ciò accadde perché non lo riconobbero e perché la battaglia era nel pieno della confusione. Hudhayfa, vedendo da lontano la scena straziante che coinvolgeva suo padre, gridò: «Mio padre, mio padre!». Ma il suo grido non giunse alle orecchie di nessuno e si perse nel fragore della battaglia. Nel frattempo l’anziano era caduto sotto i colpi di spada dei suoi stessi compagni. Quando Hudhayfa fu certo della morte del padre, pronunciò soltanto queste parole: «Che Allah perdoni tutti noi. Egli è il più Misericordioso».

Quando il Nobile Messaggero di Allah volle versare a Hudhayfa la diya, cioè il prezzo del sangue, per suo padre, egli disse: «Mio padre desiderava ardentemente il martirio ed egli lo ha ottenuto. O Allah, sii testimone: dono ai musulmani la sua diya, il suo prezzo del sangue». Il Messaggero di Allah ne fu immensamente lieto. (Cfr. Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 2/581; Sīrat Ibn Hishām, 2/87; Ḥayāt aṣ-Ṣaḥāba, 1/519; Ṣuwar min Ḥayāt aṣ-Ṣaḥāba, 4/125-127)

Hudhayfa ebbe un ruolo importante nella battaglia del Fossato. I Quraysh avanzarono con tale impeto che paura e terrore si diffusero a Medina. I membri dell’esercito qurayshita si sparsero per grandi distanze attorno alla città. Il Messaggero di Allah supplicò Allah e, nello stesso tempo, fece scavare il fossato per difendere Medina. Una notte accadde un evento straordinario, che non fu altro che un aiuto invisibile per i musulmani. I Quraysh avevano posto il campo nei giardini intorno a Medina. All’improvviso iniziò a soffiare un vento così violento che le corde si spezzarono, le tende furono ridotte a brandelli, le pentole si rovesciarono e cominciò un freddo che faceva tremare le ossa. Abū Sufyān disse: «Non c’è più nulla da fare; dobbiamo partire immediatamente». (Ṭabaqāt, 2/50)

Il Nobile Messaggero di Allah era profondamente preoccupato per l’esercito qurayshita. In quella notte terribile e tempestosa volle avvalersi della forza e dell’esperienza di Hudhayfa. Prima di prendere qualsiasi decisione, desiderò inviare qualcuno nell’oscurità della notte all’interno dell’accampamento qurayshita per raccogliere informazioni. Alla fine scelse Hudhayfa per questa audace missione. Nei libri di sīra si trovano diverse narrazioni su questa spedizione. Secondo una di esse, il Messaggero disse ai suoi Compagni: «Se qualcuno riuscirà a portarmi notizie dei politeisti, gli annuncio la buona novella della mia compagnia nel Giorno della Resurrezione». Faceva già molto freddo e, inoltre, infuriava un vento impetuoso. Nessuno ebbe il coraggio di partire. Il Messaggero pronunciò la frase tre volte, ma non ricevette alcuna risposta. La quarta volta chiamò Hudhayfa per nome e disse: «Vai tu e portami notizie». Poiché lo aveva chiamato per nome, non gli rimase altra scelta che obbedire.

Secondo un’altra narrazione, Hudhayfa stesso raccontò: «Quella notte eravamo seduti in file. Abū Sufyān e l’esercito dei politeisti della Mecca si trovavano sopra di noi, mentre sotto di noi c’era la tribù ebraica dei Banū Qurayẓa. Eravamo preoccupati per le nostre donne e i nostri bambini. Inoltre infuriavano una violenta tempesta e un’oscurità profonda. Non avevamo mai vissuto una notte così terribile. Il rumore del vento era simile al fragore del tuono e l’oscurità era tanto fitta che non riuscivamo a vedere nemmeno le nostre dita.

Nel frattempo gli ipocriti cominciarono ad andare uno dopo l’altro dal Messaggero di Allah dicendo: “Le nostre case sono completamente esposte al nemico; chiediamo quindi il permesso di tornare a casa per un breve periodo”. In realtà la situazione non era così, ma ogni volta che qualcuno chiedeva il permesso di andarsene, egli glielo concedeva. Alla fine rimanemmo circa trecento uomini, o poco meno.

A quel punto il Messaggero si alzò e cominciò a venire da ciascuno di noi. Dopo un po’ giunse anche da me. Per proteggermi dal freddo non avevo addosso altro che una coperta. Era la coperta di mia moglie e, tirata al massimo, arrivava appena alle ginocchia. Egli mi si avvicinò mentre io ero seduto a terra e mi chiese: “Chi sei?”. Risposi: “Hudhayfa”. “Hudhayfa?”, disse, e si chinò leggermente verso terra affinché io, in mezzo alla fame e al freddo intenso, non dovessi alzarmi. Risposi: “Sì, o Messaggero di Allah!”. Egli disse: “È arrivata una notizia riguardo ai Quraysh. Vai al loro accampamento e riportami ciò che fanno”.

Partii, sebbene fossi il più timoroso e il più sensibile al freddo di tutti. Il Messaggero pregò: “O Allah, proteggilo davanti e dietro, a destra e a sinistra, sopra e sotto, da ogni direzione”. Prima ancora che terminasse questa supplica, tutta la mia paura scomparve e anche il torpore del freddo cessò.

Quando cominciai ad allontanarmi, egli mi richiamò e disse: “Hudhayfa! Non intraprendere alcun attacco finché non sarai tornato da me”. Risposi: “Va bene”. Avanzai nell’oscurità impenetrabile della notte. Dopo un po’ entrai furtivamente nell’accampamento dei Quraysh e mi mescolai a loro in modo tale da sembrare uno di loro.

Poco dopo il mio arrivo, Abū Sufyān si alzò per parlare davanti all’esercito qurayshita. Disse: “O comunità dei Quraysh! Voglio dirvi una cosa, ma temo che possa giungere a Muḥammad. Ciascuno di voi osservi attentamente chi gli sta accanto”. Non appena udii queste parole, afferrai con forza la mano dell’uomo che avevo vicino e gli chiesi: “Chi sei?”. Egli rispose: “Sono il figlio di questo e quello”.

Abū Sufyān disse: “O comunità dei Quraysh! Per Allah, non vi trovate in una dimora sicura. I nostri cavalli sono morti, i cammelli sono diminuiti e la tribù ebraica medinese dei Banū Qurayẓa ci ha abbandonati. Le notizie che ci sono giunte da loro non sono buone. Vedete anche in quale tempesta furiosa siamo caduti. Le nostre pentole non sono più al sicuro e il fuoco non riesce nemmeno ad ardere. Tornate indietro: io parto”. Detto ciò, sciolse la corda del cammello, vi salì, lo colpì e l’animale si mise in cammino. Se il Messaggero di Allah non mi avesse proibito di fare qualcosa, avrei potuto ucciderlo con una sola freccia.

Tornai indietro e vidi il Messaggero di Allah in preghiera, avvolto nella coperta di una delle sue mogli. Quando terminò la preghiera, mi attirò ai suoi piedi e avvolse attorno a me un lembo della coperta. Gli riferii tutte le notizie. Egli ne fu molto lieto e lodò Allah. Hudhayfa trascorse lì il resto della notte, avvolto nella stessa coperta del Messaggero. All’alba il Messaggero lo chiamò: “O Nawʿān, o tu che dormi!”. (Cfr. Ṣaḥīḥ Muslim, 2/89; Tārīkh Ibn ʿAsākir, 1/98; Sīrat Ibn Hishām, 2/231; Ḥayāt aṣ-Ṣaḥāba, 1/328-330; Ṣuwar min Ḥayāt aṣ-Ṣaḥāba, 4/129-136)


Fonti

1. Ibn Hisham: As-Sirah,
2. Ibn Sa’d: At-Tabaqat,
3. Ibnul-Athir:
– Usud al-Ghabah,
– Tajrid Asma’ as-Sahabah,
– Al-Kamil fi’t-Tarikh,
4. Ibn ‘Asakir: At-Tarikh al-Kabir,
5. Ibn Hajar:
– Al-Isabah
– Taqrib at-Tahdhib,
– Lisan al-Mizan,
6. Baladhuri: Ansab al-Ashraf,
7. Ibnul-‘Imad al-Hanbali: Shadharat adh-Dhahab fi man Dhahab,
8. Muhyiddin an-Nawawi: Tahdhib al-Asma’ wa al-Lughat,
9. Abul-Faraj al-Isfahani: Kitab al-Aghani,
10. Ibnul-Jawzi: Sifat as-Safwah,
11. Adh-Dhahabi:
– Tadhkirat al-Huffaz,
– Tarikh al-Islam wa Tabaqat
– Al-Mashahir wa al-A’lam,
12. YaquT al-Hamawi: Mu’jam al-Buldan,
13. Al-Qurtubi: Al-Isti’ab (nota a margine di Al-Isabah),
14. Shah Waliullah: Fiqh Umar (in urdu),
15. Muhammad Ali as-Sabuni: At-Tibyan fi Ulum al-Qur’an,
16. Az-Zirikli: Al-A’lam,
17. Yusuf Kandhalawi, maulana: Hayat as-Sahabah (in arabo)
18. Khalid Muhammad Khalid: Rijal hawla ar-Rasul,
19. Dott. Rifat al-Basha: Suwar min Hayat as-Sahabah,
20. Abdur-Ra’uf, maulana: Asah as-Siyar,
21. Sa’id Ansari, maulana: Siyar al-Ansar,
22. Dott. Umar Farrukh: Tarikh al-Adab al-‘Arabi,
23. Jurji Zaydan: Tarikh Adab al-Lughah al-‘Arabiyyah,
24. Imam Ahmad: Al-Musnad
25. Dairat al-Ma’arif al-Islamiyyah (in urdu)
26. Muhammad Khudri Bek: Tarikh al-Ummah al-Islamiyyah,
27. Abdur-Rahman al-Banna: Al-Fath ar-Rabbani (sharh al-Musnad)
28. Varie raccolte di hadith.