Il movimento islamico: condizioni del successo

Coloro che desiderano sinceramente instaurare una società islamica devono—

Anzitutto devono comprendere chiaramente che nella nostra nazione non manca affatto il desiderio di istituire una società islamica ideale. Ciò che realmente manca è l’interesse e l’iniziativa, e ancor più manca la competenza. Nella maggior parte delle persone sono assenti le qualità fondamentali necessarie a questo compito.

Il secondo aspetto al quale occorre prestare particolare attenzione è che quasi tutta la parte influente della nostra nazione, nella maggior parte dei casi, si adopera con fervore per creare corruzione e disgregazione nella società. E coloro che non sono impegnati nella corruzione e nella disgregazione non si preoccupano neppure di creare e organizzare. Le persone che si impegnano a riformare e costruire la società sono pochissime.

Il terzo aspetto da non trascurare è che, nell’epoca attuale, la forza maggiore nel costruire e demolire la vita sociale è il governo. E laddove è instaurato un sistema democratico, l’idoneità o l’inidoneità del governo dipende interamente dall’idoneità o dall’inidoneità del popolo a conferire il potere di governo a determinate persone. Coloro che sono impegnati nella disgregazione spendono nell’istigare il popolo affinché non diventi mai capace di fare una scelta corretta tanta energia quanta non ne spendono in nessun’altra attività.

La combinazione di questi tre elementi crea uno scenario terrificante, che inizialmente suscita scoraggiamento nell’animo delle persone; e, in mezzo alla disperazione che le circonda, esse cominciano a chiedersi: è mai possibile avere successo in un’impresa del genere? Ma, di fronte a tutto ciò, esistono altri elementi che, se tenuti presenti, fanno gradualmente dissolvere le nubi della disperazione e illuminano ogni direzione con i bagliori della speranza.

Il primo è che la nostra società non è abitata soltanto da persone malvagie: vi sono anche alcune persone virtuose. Esse non nutrono soltanto il desiderio di riformarsi e di formare il proprio carattere, ma possiedono anche interesse e capacità. E anche se presentassero qualche carenza sotto questi aspetti, essa potrebbe essere sviluppata con un po’ di cura e di impegno.

Il secondo è che la nostra nazione, nel suo complesso, non è incline alla malvagità. A causa dell’ignoranza e della mancanza d’istruzione, può essere ingannata, e lo è stata; tuttavia non è soddisfatta della corruzione alla quale gli ingannatori la espongono. Con uno sforzo accorto, organizzato e incessante, alla fine si può trasformare l’opinione pubblica del Paese in sostenitrice delle forze impegnate nella riforma. Se la maggior parte della nazione fosse essa stessa sostenitrice di tutte le ingiustizie create dall’influenza delle forze malvagie nella società, sarebbe certamente motivo di disperazione. Ma la situazione reale non è questa.

Il terzo punto è che coloro che lavorano alla corruzione hanno ottenuto ogni sorta di opportunità e vantaggio, ma non hanno conseguito due vantaggi: primo, la forza del carattere; secondo, la forza dell’unità.

L’ultimo punto, e il più importante, è che l’instaurazione della dīn è opera di Allah stesso. Per questo, coloro che si impegnano in tale sforzo ricevono il sostegno di Allah, a condizione però che lavorino con pazienza e sincerità e che non rinuncino all’intelligenza e alla saggezza. Per quanto tali persone siano poche e per quanto le loro attrezzature, risorse e mezzi siano modesti, alla fine l’aiuto e il sostegno di Allah colmano tutte le loro carenze.

Questo bagliore di speranza dietro l’apparente disperazione non apre soltanto l’orizzonte alla possibilità di far nascere una società islamica ideale, ma anche a quello della sua riuscita instaurazione. È però necessario che coloro che nutrono un autentico desiderio di compiere quest’opera superino il traguardo delle speranze e dei desideri e si dedichino all’azione, procedendo secondo il metodo che Allah ha stabilito per il successo. Non è il metodo di Allah che voi continuiate semplicemente a criticare le azioni malvagie e i difetti, aspettandovi che essi si correggano per la sola forza delle vostre parole. Finché non userete la forza delle vostre mani e dei vostri piedi, non si sposteranno neppure una spina della giungla o una pietra dal sentiero. Come potrebbero dunque essere eliminati i difetti di lunga data della società con la sola forza delle vostre parole? Senza il lavoro del contadino non nasce neppure una spiga di riso. Come si può allora sperare di produrre nella società il verde raccolto dell’onestà e della rettitudine mediante le sole preghiere e la speranza? La critica diventa efficace soltanto quando scendiamo in campo, lavoriamo e chiediamo ad Allah il successo. Certamente gli angeli giungono, ma non vengono a combattere da soli; vengono piuttosto ad aiutare coloro che, fedeli alla verità, lottano per sacrificare la vita sulla via di Dio. Perciò coloro che desiderano agire devono abbandonare il sentiero delle false speranze e dei falsi desideri e comprendere con mente lucida tutte le esigenze e le richieste di quest’opera. Dopodiché devono riflettere seriamente e decidere se intendono davvero compierla oppure se si limiteranno a piangere davanti alla corruzione della società, conservando nel cuore il desiderio di costruirla. Chi decide di agire deve farlo non sotto l’impulso dell’eccitazione, ma dopo aver riflettuto con mente lucida. Sotto l’impulso momentaneo, una persona può offrire il petto davanti a un fucile e sacrificare la propria vita; ma, sempre sotto l’impulso momentaneo, non può certo lavorare per tutta la vita per raggiungere uno scopo e una meta, né è capace di astenersi per appena quattro giorni da un’azione malvagia o di rimanere salda in un’azione virtuosa. Soltanto coloro che, attraverso una decisione ponderata, sono pronti a dedicare l’intera vita all’opera costruttiva possono compiere questo lavoro.

Insieme al desiderio di agire e all’adozione di uno scopo, le persone sollevano generalmente la questione del programma d’azione. Ma dimenticano che, tra la decisione di agire e il programma d’azione, l’essere stesso dell’operatore costituisce la vera base e il vero sostegno dell’opera. Non è corretto parlare dell’opera e del programma ignorando questo aspetto. È errato pensare che basti soltanto la determinazione ad agire e che, dopo di essa, resti unicamente la questione del programma. A causa di questa concezione errata, qui sono state avviate molte grandi opere che in seguito non sono riuscite a raggiungere la meta finale. Pertanto, il programma e il piano non sono l’essenziale; l’essenziale sono le persone incaricate di attuarli, le loro qualità morali e le qualità individuali e collettive di ciascuna persona. Questa è la forza realmente efficace alla base del successo o del fallimento di un programma e di un piano. Ogni debolezza dell’individuo influisce sul risultato dell’opera, mentre ogni sua qualità la rende armoniosa e bella. Se egli possiede qualità elevate ed eccellenti, può portare perfino un piano difettoso e un cattivo programma alla meta finale attraverso un’attuazione così efficace da lasciare la gente stupefatta. Al contrario, se gli manca la competenza, anche un’opera eccellente va sprecata. Persino riguardo alla correttezza dell’opera intrapresa da una persona incompetente sorgono dubbi nell’animo della gente. Prima di riflettere su un piano concreto di riforma e di costruzione, occorre quindi esaminare adeguatamente quale competenza dovranno possedere coloro che si faranno avanti per compiere quest’opera, di quali qualità dovranno essere dotati, da quali difetti dovranno essere liberi e, inoltre, quali mezzi e metodi adottare per formare persone di questo tipo.

Nella discussione seguente esporremo questo argomento nel seguente ordine—

1) Le qualità personali che ciascuno di coloro che lavorano per questo scopo dovrebbe possedere.

2) Le qualità che essi dovrebbero possedere a livello collettivo.

3) Le qualità necessarie per ottenere il successo nella predicazione dell’Islam, nell’espansione della daʿwa islamica e nella lotta per l’instaurazione della dīn.

4) I grandi difetti dai quali essi dovrebbero rimanere liberi, individualmente e collettivamente.

5) I mezzi che si possono adottare per sviluppare le qualità desiderate e mantenere gli individui e la collettività liberi dalle qualità indesiderate.

Dopo l’aiuto di Allah, la seconda chiave del successo per instaurare concretamente nel mondo il sistema di vita islamico sono le qualità proprie delle persone che si impegnano a compiere quest’opera. Alcune qualità devono essere presenti individualmente in ciascuno di loro. Alcune devono essere presenti tra loro a livello collettivo. Altre qualità devono possederle per estendere l’attività riformatrice e costruttiva. E se non si manterranno liberi da determinati difetti, tutti i loro sforzi potrebbero fallire. Anzitutto occorre comprendere questi aspetti. Così coloro che sono animati da una motivazione sincera per questo servizio potranno impegnarsi particolarmente a coltivare le qualità desiderate e a liberarsene dalle qualità indesiderate. Per costruire la società, la formazione dell’individuo è dunque la prima condizione. Chi non è capace di adornare e ordinare se stesso non può fare nulla per adornare e ordinare gli altri.

Qualità personali

La conoscenza autentica dell’Islam

La prima delle qualità personali è la conoscenza autentica dell’Islam. Chi vuole instaurare il sistema di vita islamico deve anzitutto conoscere e comprendere ciò che desidera instaurare. Per quest’opera non basta una conoscenza sommaria dell’Islam; occorre invece una conoscenza più o meno dettagliata. La sua ampiezza dipende dalla capacità della persona. Non è necessario che ogni viandante di questo cammino e ogni operatore del movimento diventi un muftī o un mujtahid; tuttavia ciascuno deve conoscere chiaramente le credenze islamiche distinguendole dalle concezioni jāhilite, e i metodi d’azione islamici distinguendoli dai metodi della jāhiliyya, oltre a conoscere la guida che l’Islam ha offerto all’umanità nei diversi ambiti della vita. Senza questa conoscenza e consapevolezza, una persona non può seguire correttamente la retta via, non può guidare gli altri e non è capace di operare nel modo giusto per la costruzione della società. Tra gli operatori comuni, questa conoscenza deve essere a un livello tale da consentire loro di spiegare in modo semplice e chiaro la dīn agli abitanti dei villaggi e delle città. Gli operatori dotati di capacità intellettuali superiori devono invece possederla in misura maggiore. Devono esercitare influenza sulla classe intellettuale, dissipare ogni sorta di dubbio nelle persone istruite, dare risposte logiche e soddisfacenti alle domande degli oppositori, risolvere alla luce dell’Islam i diversi problemi della vita e riformulare e organizzare l’istruzione e le arti secondo una nuova forma islamica. Devono erigere un palazzo di civiltà e cultura nuove sulle basi eterne e senza tempo dell’Islam. Devono possedere la capacità critica di distinguere gli aspetti difettosi del pensiero e dell’azione moderni da quelli privi di difetti. E, insieme a ciò, devono possedere la capacità e la forza costruttive per demolire ciò che deve essere demolito e costruire al suo posto qualcosa di migliore, nonché per conservare ciò che deve essere conservato e impiegarlo in un sistema migliore e superiore.

Fede incrollabile nell’Islam

La seconda qualità indispensabile, dopo la conoscenza, che deve possedere chi si dedica a questo scopo è avere una fede incrollabile nella dīn sulla cui base desidera costruire il sistema di vita. Il suo animo deve essere libero da ogni dubbio riguardo alla verità e alla correttezza di tale sistema di vita. In presenza di dubbi, incertezze ed esitazioni non si può compiere quest’opera. Non è possibile portarla a termine con incertezza e confusione mentale, né con pensieri e prospettive disordinate. Una persona dal cuore esitante, incapace di concentrare il pensiero, che è o può essere sviata dai diversi percorsi del pensiero e dell’azione, non è adatta a quest’opera. Chi la compirà deve credere in Dio con animo privo di dubbi e avere una fede incrollabile negli attributi, nel potere e nei diritti di Dio descritti nel Corano. Deve credere fermamente nell’Aldilà e credervi esattamente come è descritto nel Corano. Deve credere che la via mostrata da Muhammad Rasūlullāh (s) sia l’unica via vera e che ogni via a essa contraria o incompatibile con essa sia falsa. Deve credere che esista un solo criterio per valutare ogni pensiero e ogni metodo umano: il Libro di Dio e la Sunna del Suo Messaggero. Ciò che supera questo criterio è vero e infallibile; ciò che non lo supera è nullo e falso. Per costruire il sistema di vita islamico occorre avere una fede salda in queste verità e raggiungere la piena concentrazione del pensiero. Chi nutre ancora la minima esitazione su questo punto, o prova interesse per altre vie, deve curare questa propria debolezza prima di avanzare come costruttore di questo edificio.

Carattere e azione

La terza qualità indispensabile è che l’azione corrisponda alle parole. Si deve seguire ciò che si ritiene vero, allontanarsi da ciò che si considera falso, trasformare in dīn del proprio carattere e della propria condotta ciò che si proclama come la propria dīn, e obbedire per primi a ciò verso cui si invitano i credenti. Per obbedire al bene e astenersi dal male non si dovrebbe dipendere da pressioni o influenze esterne. Si dovrebbe compiere un’azione con interesse e volontà sinceri per il solo fatto che essa porta al compiacimento di Dio. E ci si dovrebbe astenere da un’azione per il solo fatto che è sgradita a Dio. Questa caratteristica morale non deve manifestarsi soltanto in condizioni ordinarie; la forza del carattere deve essere così elevata da permettere di rimanere saldi sulla via della verità anche in un ambiente anormalmente corrotto, affrontando ogni timore e ogni tentazione e combattendo contro ogni opposizione e avversità. Chi non possiede questa qualità può aiutare nel riformare e costruire la società, ma non può essere un vero operatore. Chi nutre nel proprio animo anche la minima devozione, rispetto e affetto per l’Islam può essere d’aiuto in quest’opera. Persino chi, pur negando l’Islam e opponendovisi, non si adopera per ostacolarne la via può esserne in certa misura un sostenitore. Ma, anche se vi fossero milioni e milioni di tali aiutanti, il sistema islamico non potrebbe essere instaurato concretamente e non si potrebbe arrestare lo sviluppo e il consolidamento della jāhiliyya. Quest’opera può essere compiuta concretamente soltanto quando si farà avanti un gruppo di persone che unisca alla conoscenza e alla fede il carattere e la forza d’azione, e la cui fede e coscienza racchiudano una forza vitale così grande da indurle a soddisfare continuamente, per impulso interiore e senza stimoli esterni, le esigenze e le richieste della propria dīn. Se tali operatori scenderanno in campo, anche la presenza dell’enorme numero di sostenitori e aiutanti che si trovano ovunque, nelle società musulmane e persino in quelle non musulmane, potrà diventare feconda.

La dīn come scopo della vita

Oltre a queste tre qualità, gli operatori impegnati nella riforma e nella costruzione della società devono possederne un’altra: elevare la parola di Dio e instaurare la dīn non deve costituire semplicemente uno dei desideri della loro vita, ma deve diventare lo scopo della loro vita. Vi sono persone che conoscono la dīn, credono in essa e agiscono secondo essa, ma non considerano lo sforzo e la lotta per instaurarla lo scopo della propria vita; si comportano onestamente e compiono il bene, dedicandosi al contempo alle proprie attività mondane. Indubbiamente sono persone virtuose. Se il sistema di vita islamico fosse già effettivamente instaurato, potrebbero anche essere buoni cittadini. Ma quando un sistema di vita jāhilita avvolge ogni cosa e si pone la questione di rimuoverlo per instaurare al suo posto il sistema di vita islamico, la semplice presenza di persone virtuose di questo tipo non serve a nulla. Occorrono invece persone per le quali quest’opera costituisca lo scopo della vita. Certamente svolgeranno anche le altre attività mondane, ma la loro vita ruoterà interamente attorno a questo obiettivo. Saranno fermamente determinate a realizzarlo. Per questo saranno pronte a impiegare tutto il proprio tempo e le proprie energie, i propri beni e le forze del corpo e dell’anima, nonché tutta la propria capacità mentale e intellettuale. E se si presenterà la necessità di sacrificare la vita, non si tireranno indietro neppure davanti a ciò. Soltanto persone di questo tipo possono tagliare le erbacce della jāhiliyya e liberare la via dell’Islam.

La conoscenza corretta e autentica della dīn, la fede incrollabile in essa, la formazione del carattere secondo essa e il fare della sua instaurazione lo scopo della vita sono qualità fondamentali che ogni persona impegnata individualmente a costruire il sistema di vita islamico dovrebbe possedere. La loro importanza è inestimabile. In altre parole, senza una riunione di persone dotate di tali qualità non si può neppure immaginare il compimento di quest’opera.

È superfluo dire che, se tali persone desiderano davvero realizzare qualcosa, è indispensabile che compiano quest’opera come membri di un gruppo. Non importa a quale gruppo appartengano o sotto quale nome operino. Ogni persona dotata di coscienza e ragione sa che con il solo sforzo individuale non si può apportare alcun cambiamento all’ordinamento sociale. Occorre dunque uno sforzo organizzato, non uno sforzo disperso. Considerando ciò una verità universalmente riconosciuta, passeremo ora a discutere le qualità collettive indispensabili in un gruppo di questo tipo.

Qualità collettive

Fratellanza e amore

La prima qualità che un gruppo di questo tipo deve possedere è che ciascuno dei suoi membri deve essere disposto a sacrificarsi per gli altri. Un palazzo è solido quando ogni suo mattone è saldamente unito agli altri. È il cemento a tenere uniti i mattoni. Allo stesso modo, i cuori dei membri di un gruppo diventano un muro d’acciaio soltanto quando sono legati gli uni agli altri da un unico vincolo. E a unire questi cuori possono essere l’amore sincero, il desiderio reciproco di bene, la compassione e il sacrificio reciproco. Cuori pieni d’odio non possono mai vivere uniti. Una frequentazione ipocrita non può mai creare una vera unità. L’unità fondata sull’interesse apre la strada all’ipocrisia. E una relazione puramente arida e sterile di tipo commerciale non può diventare la base della cordialità e della collaborazione. Anche se un interesse terreno riunisce persone prive di un rapporto di questo tipo, esse si riuniscono soltanto per disperdersi e, invece di compiere un’opera nobile, finiscono per combattersi tra loro. Soltanto quando si riunisce un gruppo di persone animate da pensieri disinteressati e da un profondo amore per lo scopo della vita, e quando questo disinteresse del pensiero e questo amore per lo scopo generano sincerità e amore reciproci, può nascere un gruppo solido e forte. Un gruppo di questo tipo è davvero incrollabile come un muro d’acciaio. Satana non trova alcun modo per creare fenditure al suo interno. E anche se si portassero contro di esso tempeste di opposizione dall’esterno, non si riuscirebbe a spostarlo.

Consultazione reciproca

La seconda qualità necessaria è che questo gruppo deve agire sulla base della consultazione reciproca e osservare pienamente le regole e i principi della consultazione. Un gruppo nel quale ogni individuo agisce secondo la propria volontà non è realmente un gruppo, ma soltanto una folla. Una folla di questo tipo non è capace di portare a termine alcun compito. Allo stesso modo, un gruppo nel quale una sola persona o un gruppo di pochi individui influenti detiene ogni potere e tutti gli altri sono guidati dai suoi cenni non può durare a lungo. Soltanto attraverso la consultazione si possono esaminare gli aspetti positivi e negativi di ogni questione e giungere a una buona decisione; inoltre, grazie a essa, si ottengono altri due vantaggi.

1. Quando un’azione è sostenuta, direttamente o indirettamente, dalla consultazione dell’intero gruppo, tutto il gruppo cerca di compierla con serenità d’animo; nessuno pensa che gli sia stato imposto qualcosa dall’alto.

2. In questo modo l’intero gruppo impara a comprendere i problemi e gli eventi. Ogni persona si interessa al gruppo e al suo lavoro e considera proprie le decisioni adottate dal gruppo. La condizione, però, è osservare le regole della consultazione. Tali regole sono le seguenti: ciascuno deve esporre sinceramente la propria opinione e non nascondere nulla nel proprio animo; durante la discussione non deve ricorrere a ostinazione, caparbietà o inimicizia; e, una volta adottata una decisione a maggioranza, coloro che dissentono devono avanzare con entusiasmo per attuare la decisione del gruppo, anche se non hanno cambiato opinione. Se non si presta attenzione a questi tre aspetti, tutti i vantaggi della consultazione vengono annullati. Anzi, ciò finisce per provocare la disgregazione del gruppo.

Organizzazione e disciplina

La terza qualità importante è l’organizzazione, la disciplina, il rispetto delle regole, la cooperazione reciproca e il lavorare come una squadra. Un gruppo, nonostante tutte le sue qualità, fallisce semplicemente perché non riesce ad attuare le proprie decisioni e i propri piani. E ciò è il risultato della mancanza di organizzazione, disciplina e cooperazione. Un’azione distruttiva può essere compiuta anche con il semplice caos e tumulto. Ma nessuna opera costruttiva può essere realizzata senza uno sforzo organizzato. Per sforzo organizzato si intende che l’intero gruppo, all’unisono, segua le regole e i principi adottati dal gruppo. Bisogna obbedire alle direttive della persona cui, all’interno del gruppo, è stata conferita autorità a un determinato livello. Ogni membro del gruppo deve essere fedele al proprio dovere e cercare di assolvere con diligenza e puntualmente la responsabilità che gli è stata affidata. Tra i collaboratori cui è stato affidato il compito di lavorare insieme deve esserci piena cooperazione reciproca. Il meccanismo del gruppo deve essere così attivo che, non appena viene presa una decisione, tutti i suoi ingranaggi si mettano in movimento per attuarla. Nel mondo, solo un gruppo di questo tipo può portare a termine un compito. Altrimenti, i gruppi che raccolgono gli ingranaggi ma non li assemblano al posto giusto e non fanno funzionare il tutto regolarmente come una macchina, finiscono per essere equivalenti, quanto alla loro presenza o assenza.

La critica con l’obiettivo della riforma

L’ultima e più importante qualità è che il gruppo deve possedere anche la capacità di criticare con l’obiettivo della riforma. Per quanto i seguaci ciechi e i devoti ingenui possano iniziare il lavoro dal punto giusto e avanzare con intenzioni e obiettivi quanto più corretti possibile, alla fine continuano a deformare l’intera opera. Infatti, nelle attività umane è naturale che emergano delle debolezze. Ma quando non c’è nessuno che presti attenzione alle debolezze, ossia quando individuarle non viene considerato un difetto, a causa del silenzio assoluto prodotto dalla negligenza o dall’incapacità, ogni debolezza tende a trasformarsi in un rifugio di indifferenza e sicurezza, crescendo gradualmente fino a raddoppiarsi e quadruplicarsi. Per la struttura sana e vigorosa del gruppo e per un organismo libero dalle malattie, non c’è nulla di più dannoso della mancanza di critica. E per il gruppo non può esserci nulla di più funesto che soffocare il pensiero critico. È proprio attraverso questa critica che difetti e mancanze vengono alla luce al momento opportuno e si può tentare di correggerli. Ma la condizione indispensabile della critica è che essa non abbia lo scopo di mettere in mostra i difetti, bensì debba essere formulata con piena sincerità allo scopo di correggerli. E, insieme a ciò, la seconda condizione, altrettanto importante, è che il critico critichi secondo il metodo corretto della critica. Anche la critica insolente, inopportuna, sconveniente e insensata di un critico mosso da buone intenzioni, ma incline a cercare i difetti, può esporre il gruppo a un danno dello stesso livello.

Qualità che completano

Finora abbiamo discusso delle qualità indispensabili di un’organizzazione composta da persone necessarie alla riforma della società e alla costruzione di un sistema di vita islamico. Le questioni menzionate a questo proposito appartengono semplicemente al livello delle qualità iniziali e fondamentali. Come per avviare un’attività commerciale è necessario un capitale minimo, senza il quale non si può nemmeno iniziare quell’attività, così queste qualità costituiscono il capitale morale minimo dell’individuo: senza di esse non è possibile iniziare il lavoro di riforma della società e di costruzione di un sistema di vita islamico. È evidente che non si può nemmeno pensare di instaurare un sistema di vita islamico per mezzo di persone che non conoscono l’Islam, che non hanno raggiunto serenità mentale e concentrazione a questo riguardo, che non sono riuscite a trasformarlo nella religione del proprio carattere, delle proprie azioni e della propria vita concreta, o che non hanno trasformato la lotta per l’instaurazione dell’Islam nello scopo della propria vita. Allo stesso modo, se ci fosse soltanto un’assemblea di persone dotate delle qualità desiderate, ma i loro cuori non fossero uniti tra loro, se mancassero cooperazione, disciplina e organizzazione, se non fossero abituate a lavorare insieme in armonia e se ignorassero il metodo corretto della consultazione e della critica reciproca, la loro semplice assemblea non potrebbe produrre alcun risultato. Occorre dunque comprendere bene che le quattro qualità individuali e le quattro qualità collettive che ho menzionato finora costituiscono il capitale iniziale per avviare questo lavoro e sono importanti unicamente in tale prospettiva. Ma non è corretto ritenere che, per lo sviluppo e il successo di questo lavoro, basti una quantità così esigua di capitale morale e spirituale. Ora discuteremo delle qualità indispensabili.

Il rapporto con Dio e la sincerità

La prima qualità degna di nota è il rapporto con Dio e la sincerità. Le altre attività del mondo possono essere svolte per l’individuo, la famiglia, la tribù, la nazione o il Paese; si possono realizzare, con ogni possibile considerazione, tutti gli aspetti dell’interesse personale e del profitto individuale; si possono compiere non solo credendo in Dio, ma persino negando Dio, e in esse può esserci la possibilità di ottenere ogni tipo di successo terreno. Ma instaurare un sistema di vita islamico è un’attività di natura completamente opposta. Finché il rapporto dell’uomo con Dio non sarà veramente forte e profondo e finché egli non avrà deciso di lavorare esclusivamente per Dio, in questo lavoro non sarà possibile alcun successo. Qui l’uomo vuole infatti instaurare la religione di Dio. Per questo diventa necessario fare tutto per Dio. In quest’opera bisogna desiderare esclusivamente il compiacimento di Dio. Solo l’amore per Dio deve essere la motivazione fondamentale di questa attività. Bisogna avere piena fiducia nel Suo aiuto e nel Suo sostegno. Da Lui soltanto bisogna sperare la ricompensa. E il cuore intero deve essere pervaso dal timore di dover rendere conto a Lui. Qualsiasi altra paura, desiderio, amore, miscela di inclinazioni e lealtà, o introduzione di qualunque altro interesse, farà deviare quest’opera dal suo cammino corretto; di conseguenza potrà essere instaurato qualcos’altro, ma non la religione di Dio.

Il pensiero dell’Aldilà

La seconda qualità, strettamente legata alla prima, è il pensiero dell’Aldilà. Sebbene questo mondo sia il campo d’azione del credente e tutto debba essere compiuto qui, egli tuttavia non lavora per questo mondo, bensì per l’Aldilà, e non rivolge lo sguardo ai risultati mondani, ma ai risultati dell’Aldilà. Deve compiere le azioni che arrecano beneficio nell’Aldilà e abbandonare quelle dalle quali non deriva alcun beneficio nell’Aldilà. Deve accettare le perdite mondane che risultano vantaggiose nell’Aldilà e deve accettare le perdite mondane che risultano vantaggiose nell’Aldilà. Deve preoccuparsi esclusivamente della punizione e della ricompensa dell’Aldilà. Nessuna punizione o ricompensa mondana dovrebbe avere importanza ai suoi occhi. Che il suo sforzo in questo mondo sia efficace o meno, qualunque successo o fallimento incontri, che riceva una ricompensa o sia sottoposto a una prova, in ogni situazione deve agire con la convinzione che nulla è nascosto allo sguardo del Dio per il quale compie questa fatica, che in nessun modo sarà privato della ricompensa eterna dell’Aldilà presso di Lui e che il successo dell’Aldilà è il vero successo. Senza questa mentalità, per l’uomo che percorre questa via è impossibile avanzare anche di un solo passo verso l’obiettivo corretto. Se vi si mescola anche il minimo interesse mondano, qui non c’è altra via che lo smarrimento. Chi procede facendo del successo mondano il proprio obiettivo finale perde il coraggio dopo uno o, al massimo, due o quattro colpi sulla via di Dio. Qualsiasi successo su questa via modifica, a un certo livello, la prospettiva di chi lascia entrare nel cuore gli interessi mondani.

La nobiltà del carattere

La nobiltà del carattere trasforma concretamente l’influenza della qualità sopra menzionata in una grande forza vittoriosa. Coloro che lavorano sulla via di Dio devono avere un cuore generoso e un immenso coraggio; devono essere compassionevoli verso il creato e partecipi dell’umanità. Devono essere educati e di indole mite, autosufficienti e capaci di sopportare le difficoltà, affabili e cordiali. Nessuno deve poter immaginare che da loro possa derivare un danno, e tutti devono aspettarsi da loro bene e beneficio. Devono accontentarsi di meno di quanto spetta loro ed essere pronti a dare agli altri più di quanto spetta loro. Devono rispondere al male con il bene o, almeno, non rispondere al male con altro male. Devono riconoscere i propri difetti e apprezzare le qualità degli altri. Devono possedere un cuore tanto grande da non badare alle debolezze altrui, perdonare i difetti e gli eccessi degli altri e non vendicarsi di nessuno per interesse personale. Devono provare gioia non nel ricevere il servizio altrui, ma nel servire gli altri. Devono lavorare non per il proprio interesse, bensì per il bene altrui. Devono assolvere il proprio dovere senza aspettarsi alcuna lode e senza curarsi di alcuna censura. Non devono rivolgere lo sguardo alla ricompensa di nessuno se non di Dio. Non devono poter essere sottomessi con la forza. Non devono poter essere comprati in cambio di ricchezze e beni, ma devono inchinarsi senza esitazione davanti alla verità e alla giustizia. Persino i loro nemici devono avere la convinzione che, in nessuna circostanza, essi compiranno un’azione contraria alla cortesia e ai principi della giustizia. Queste qualità del carattere conquistano il cuore degli uomini. Sono più affilate della spada e più preziose dei diamanti e delle gemme. Chi possiede tali qualità morali conquista gli abitanti delle comunità che lo circondano. Se un gruppo, possedendo pienamente queste qualità, intraprende uno sforzo organizzato per realizzare un grande obiettivo, paese dopo paese finisce sotto il suo dominio e nessuna forza del mondo riesce a sconfiggerlo.

La pazienza

A questa è associata un’altra qualità, che si può definire la chiave del successo. Essa è la pazienza. La pazienza ha molti significati, e coloro che lavorano sulla via di Dio devono essere pazienti in relazione a ciascuno di essi.

Un significato della pazienza è non agire con precipitazione, non diventare impazienti di ottenere rapidamente il risultato dei propri sforzi e non perdere il coraggio vedendo il ritardo. La persona paziente continua per tutta la vita a lavorare incessantemente per realizzare un obiettivo e non interrompe il lavoro anche dopo aver affrontato un fallimento dopo l’altro. Il lavoro di riformare gli uomini e costruire la loro vita richiede una pazienza infinita. Nessuno è capace di compiere questo lavoro senza una pazienza immensa. Non è certo una cosa facile da ottenere.

Il secondo significato della pazienza è non essere affetti dalla malattia dell’indole aspra, dell’opinione debole e dell’indecisione. La persona paziente rimane salda sulla via che ha scelto dopo aver riflettuto e continua ad avanzare con tutta la forza di una volontà e di una determinazione concentrate.

Un altro significato della pazienza è affrontare eroicamente gli ostacoli e le avversità e sopportare con animo sereno tutte le sofferenze e le difficoltà sulla via del raggiungimento dell’obiettivo. La persona paziente non perde il coraggio sotto l’urto delle onde, alte come montagne, di qualunque tempesta.

Anche non lasciarsi opprimere dal dolore, non lasciarsi sopraffare e adirare, ed essere tolleranti è un significato della pazienza. Chi deve compiere, per riformare e costruire la società, anche alcune necessarie opere di demolizione, soprattutto quando deve assolvere questo dovere in una società deformata da lungo tempo, deve inevitabilmente affrontare un’opposizione estremamente vile e abietta. Se non ha la capacità di sorridere mentre riceve insulti e di ingoiare le critiche, e non riesce a ignorare senza protestare le accuse e la falsa propaganda, rimanendo concentrato e mantenendo la calma nel proprio lavoro, per lui sarebbe meglio non intraprendere questa via, perché essa è cosparsa di spine. Ogni spina vi si erge con la ferma determinazione che l’uomo possa avanzare senza ostacoli in qualunque altra direzione, ma che non gli sarà permesso di avanzare neppure di un centimetro in questa. In tali condizioni, come potrebbe avanzare chi fosse occupato a liberare dai propri abiti ogni singola spina? Su questa via servono persone che, quando una spina si conficca nei loro abiti, strappino quella parte del tessuto, la lascino sul rovo e continuino per la propria strada. Questa pazienza non è necessaria soltanto per affrontare gli oppositori; spesso il viandante di questa via viene colpito anche dalle parole amare e irritanti dei propri compagni, e se non dimostra pazienza e tolleranza nei loro confronti, l’intera carovana può smarrire la strada.

Un significato della pazienza è rimanere saldi sulla via corretta di fronte a ogni tipo di paura e desiderio, assolvere il proprio dovere contro gli incoraggiamenti di Satana e i desideri dell’ego. Significa stare lontani da ciò che è haram e rimanere entro i limiti prescritti da Dio, rifiutare ogni agio, piacere e guadagno sulla via del peccato e accogliere con benevolenza ogni perdita e privazione sulla via della virtù e dell’onestà. Significa non desiderare gli agi e i piaceri dei devoti del mondo pur vedendoli con i propri occhi, né provare per essi la minima invidia. Anche quando vede aperta la via per ottenere gli interessi mondani e ha a portata di mano le opportunità e i mezzi del successo, accontentarsi con piena tranquillità mentale di ciò che si ottiene esclusivamente sulla via del raggiungimento del proprio obiettivo: questo si chiama pazienza.

In tutti i significati sopra menzionati, la pazienza è la chiave del successo. Pertanto, se in qualsiasi aspetto del nostro lavoro compare impazienza, dovremo necessariamente subirne le conseguenze negative.

La saggezza

Accanto a queste qualità, un’altra qualità importante è la saggezza. Da essa dipende in larga misura il successo del lavoro. Nel mondo, i sistemi di vita già instaurati sono guidati da intellettuali e pensatori di alto livello. Dietro di essi agiscono, oltre ai mezzi personali, anche l’intelligenza, la capacità di pensiero e il potere della conoscenza e della scienza. Instaurare un altro sistema di vita in contrapposizione a questi e condurlo avanti con successo non è affatto un gioco da ragazzi. Questo lavoro non può essere compiuto da coloro che vivono semplicemente sotto la cupola del Bismillah. Per quanto possano essere sinceri, virtuosi e di buon cuore, le persone ingenue, prive di riflessione e di acume non hanno alcuna possibilità di compiere questo lavoro. Sono necessari una visione profonda, capacità di pensiero, intelligenza e capacità di giudizio. Questo lavoro può essere compiuto soltanto da coloro che conoscono la situazione, possiedono la capacità di giudicare, valutare e prendere decisioni, e sono capaci di comprendere e risolvere i problemi della vita. Tutte queste qualità possono essere chiamate con un’unica parola: saggezza. Il termine viene usato per le diverse branche e manifestazioni dell’intelligenza e della conoscenza.

La manifestazione della saggezza consiste nel comprendere la psicologia umana e trattare le persone di conseguenza, nonché nel conoscere il metodo per influenzare la mente degli uomini con il proprio invito e coinvolgerli nel raggiungimento dell’obiettivo. Non si deve curare ogni persona con la stessa medicina brevettata; bisogna invece diagnosticare il temperamento e la malattia di ciascuno e curarlo di conseguenza. Non si devono spingere tutti con lo stesso bastone; bisogna invece comprendere la situazione particolare di ogni individuo, classe e gruppo e trattarli di conseguenza.

Anche conoscere il proprio lavoro e il metodo per compierlo, nonché affrontare tutti gli ostacoli, le difficoltà, gli impedimenti e le opposizioni che si presentano sul suo cammino, è una manifestazione della saggezza. Bisogna sapere con precisione che cosa si deve fare, come lo si deve fare e come rimuovere ciascun tipo di ostacolo, affinché abbia successo l’obiettivo per il quale ci si impegna.

Prestare attenzione alle circostanze, comprendere il momento e l’opportunità e sapere quale misura adottare in quale momento sono anch’essi segni di saggezza. Fare un passo alla cieca senza comprendere la situazione, agire fuori tempo e commettere errori nel momento dell’azione sono caratteristiche della persona negligente e priva di buon senso. Per quanto tali persone possano lavorare con sincerità e buone intenzioni per realizzare il proprio obiettivo, non potranno mai avere successo.

La più grande manifestazione della saggezza consiste nel possedere una sottile conoscenza della religione e una lucida lungimiranza negli affari del mondo. Per un mufti può essere sufficiente conoscere semplicemente le norme e le questioni della sharia e giudicare alla loro luce gli eventi presenti. Ma ciò non può essere sufficiente per riformare una società corrotta, estirpare dalle radici il sistema di vita fondato sull’ignoranza e ristabilirlo sulla base della religione. Per realizzare questo obiettivo, insieme agli aspetti dettagliati delle norme, bisogna prestare attenzione ai loro aspetti fondamentali, anzi all’intero sistema religioso. Inoltre, insieme alle norme, bisogna conoscere anche le loro cause, la loro logica e le loro conseguenze, nonché comprendere le circostanze temporanee e i problemi che devono essere giudicati alla loro luce.

Di fronte a questo lungo elenco delle qualità desiderate, a prima vista l’uomo si spaventa e comincia a pensare che questo lavoro sia possibile soltanto al perfetto servo di Allah. Come può essere possibile riunire una tale varietà e quantità di qualità nelle persone comuni? Per eliminare questa idea errata, è necessario sapere che non è possibile trovare ogni qualità in forma perfetta in ogni individuo, né è necessario che essa sia presente fin dal primo passo in forma pienamente sviluppata. Con ciò voglio dire che coloro che si accingono a compiere questo lavoro non devono procedere secondo metodi convenzionali, considerandolo semplicemente un’opera di servizio alla nazione; devono invece esaminare il proprio mondo interiore e cercare di capire se possiedono gli elementi delle qualità necessarie per compiere il lavoro. Se gli elementi sono presenti, ciò è sufficiente per iniziare il lavoro. Coltivarli e svilupparli il più possibile secondo le proprie capacità riguarda le fasi successive. Un piccolo alberello germogliato da un seme, dopo aver affondato le radici nel terreno, raccoglie gradualmente nutrimento e si trasforma in un enorme albero. Ma se il seme non esiste, non può nascere nulla. Allo stesso modo, se gli elementi delle qualità desiderate sono presenti nell’uomo, essi possono raggiungere gradualmente la perfezione attraverso un’adeguata applicazione e uno sforzo diligente. Ma se gli elementi non esistono affatto, non è possibile creare alcuna qualità mediante l’impegno e la pratica.

Il riassunto di tutto ciò che è stato detto finora è questo: per la riforma e la costruzione sono necessari lavoratori dotati delle qualità morali adatte a questo compito, molto più di quanto sia necessario un programma impeccabile. Infatti, alla fine non sono i punti di un programma, bensì il carattere individuale e collettivo delle persone che si fanno avanti per operare sul campo a essere messo alla prova nel conflitto con la società e la collettività e nel lavoro di instaurazione della religione. Pertanto, prima di stabilire un programma e un piano d’azione, dobbiamo prestare vigile attenzione al tipo di lavoratori necessari per il compito, alle qualità che devono possedere, ai difetti da cui devono essere esenti e ai mezzi per formare lavoratori di questo tipo. Dopo aver esposto chiaramente questo argomento, voglio discutere le qualità desiderate in tre parti. Primo: come base del lavoro, le qualità che devono essere presenti in ogni persona che vi partecipa sono le seguenti:

1) Una conoscenza corretta della religione;

2) Una fede incrollabile in essa;

3) Formare il proprio carattere e compiere le proprie azioni in conformità ad essa;

4) Trasformare la sua instaurazione nello scopo della propria vita.

Secondo: le qualità che deve possedere il gruppo che si fa avanti per compiere questo lavoro sono le seguenti:

1) Amore reciproco, buona opinione gli uni degli altri, sincerità, compassione, desiderio del bene e sacrificio reciproco.

2) Organizzazione, disciplina, coesione, rispetto delle regole, cooperazione e spirito di squadra;

3) Critica con l’obiettivo della riforma; tale critica deve essere espressa con educazione e secondo un metodo ragionevole, affinché le qualità negative sorte nel gruppo possano essere eliminate al momento opportuno invece di crescere.

Terzo: le qualità indispensabili per guidare la lotta per l’instaurazione della religione sulla via corretta e condurla alla meta del successo sono le seguenti:

1) Stabilire un rapporto profondo con Allah e lavorare per il Suo compiacimento;

2) Ricordare il rendiconto dell’Aldilà e non rivolgere lo sguardo a nulla che non sia la ricompensa dell’Aldilà;

3) Nobiltà del carattere;

4) Pazienza;

5) Saggezza.

Ora discuterò delle qualità negative dalle quali le persone impegnate nella realizzazione di questo grande obiettivo devono liberarsi.

Qualità fondamentali e negative

Orgoglio e arroganza

La qualità negativa principale e più letale, che sradica tutte le buone qualità, è l’orgoglio, l’arroganza, la vanità e l’esibizione della propria superiorità. È una motivazione satanica e può essere utile soltanto a un’azione satanica. La superiorità è connessa esclusivamente ad Allah. (Pertanto, non è possibile compiere alcuna buona azione accompagnata da questa qualità negativa.) La superiorità e l’arroganza nel servo non sono altro che una menzogna assoluta. La persona o il gruppo che si abbandona a questo falso orgoglio e a questa arroganza viene privato di ogni sostegno di Dio. Infatti, Dio detesta questa cosa più di ogni altra nei Suoi servi. Di conseguenza, chi è colpito da questa malattia non può mai trovare la retta via. Continua incessantemente a dare prova di ignoranza e stupidità, fino a trovarsi infine di fronte al fallimento. Quanto più manifesta orgoglio e arroganza nel trattare con gli uomini, tanto più si crea intorno a lui un clima di odio. Alla fine diventa così detestato agli occhi degli uomini da raggiungere un punto in cui non conserva più alcuna influenza morale su di loro.

Questa malattia si insinua in vari modi tra coloro che operano per instaurare la verità e la giustizia. Nelle persone di mentalità ristretta essa penetra in modo particolare. Quando la loro condizione diventa alquanto migliore, rispetto alla situazione religiosa e morale circostante, e compiono alcune opere significative di servizio pubblico, tanto che ne sentono il riconoscimento anche dalla bocca degli altri, allora Satana comincia a insinuare nei loro cuori il sussurro: «In verità siete diventati grandi santi». Sotto l’influsso di Satana, cominciano a manifestare la propria superiorità con le proprie parole e attraverso le proprie azioni. Così, l’opera iniziata sotto l’impulso del bene procede gradualmente sulla via sbagliata. La seconda via attraverso cui questa malattia penetra è la seguente: tra coloro che, con buone intenzioni, si impegnano a riformare se stessi e gli altri, si sviluppano inevitabilmente alcune virtù; a un certo livello essi diventano distinti nella condizione generale della loro società e si ricordano alcune loro opere di servizio pubblico. Poiché tali opere si svolgono apertamente, alla luce del giorno, nella vasta arena della società, non possono naturalmente sfuggire allo sguardo della gente. È normale e inevitabile che siano visibili. Ma basta che le redini del cuore si allentino appena perché, grazie alla riuscita suggestione di Satana, esse si trasformino in orgoglio, autocompiacimento e vanità. Talvolta, inoltre, si crea una situazione per cui, quando gli avversari ostacolano il loro lavoro e cercano di scoprire i difetti della loro persona, essi sono costretti, per difendersi, a dire qualcosa. Ciò che affermano può essere fondato sui fatti e realmente vero, ma contiene inevitabilmente una manifestazione delle proprie qualità. Un lieve squilibrio fa oltrepassare a questa cosa i limiti leciti, portandola ai confini della superbia. È una cosa pericolosa. Ogni individuo e ogni gruppo deve rimanere vigile al riguardo.

La via per salvarsi

Il senso della servitù

In coloro che avanzano sinceramente con l’intento della riforma e della correzione, il senso della servitù deve esistere non soltanto individualmente e collettivamente, ma deve rimanere vivo e fresco. Non devono mai dimenticare questa verità limpida: la manifestazione dell’orgoglio e della superiorità appartiene esclusivamente ad Allah. Di fronte a Dio, l’impotenza, l’umiltà e l’incapacità sono l’unica identità del servo; egli non ne ha altra. Se in un servo si sviluppa davvero una virtù, ciò è una benevolenza di Dio: non è motivo di orgoglio e superbia, bensì di gratitudine. Per questo dovrebbe manifestare ancora maggiore umiltà davanti a Dio e impiegare questo piccolo capitale al servizio della rettitudine. Di conseguenza Dio mostrerà ulteriore benevolenza e questo capitale crescerà rigogliosamente. Inorgoglirsi dopo lo sviluppo di una virtù equivale in realtà a trasformarla in un vizio. Non è la via del progresso, ma quella della decadenza.

Esame di coscienza

Dopo il senso della servitù, la seconda cosa che può proteggere l’uomo dalla tendenza all’orgoglio è l’esame di coscienza. Chi, mentre percepisce le proprie virtù, vede anche le proprie debolezze, colpe, errori e deviazioni, non può mai diventare vittima dell’autocompiacimento e della vanità. Chi tiene presenti i propri peccati e difetti non ha il tempo, mentre chiede perdono, di pensare all’orgoglio.

Guardare alle persone nobili

Anche un’altra cosa può arginare questa tendenza nociva. Non bisogna guardare soltanto verso chi sta più in basso, rispetto al quale ci si è sempre ritenuti elevati e superiori. Bisogna invece guardare ai nobili e agli esempi concreti di elevata religiosità e moralità, rispetto ai quali si è ancora a un livello molto inferiore. Come il progresso morale e spirituale è illimitato, così lo è anche la decadenza. Persino la persona dalla natura più malvagia, guardando verso il basso, può vedere qualcuno peggiore e più disonesto di sé e inorgoglirsi della propria condizione migliore. Questo orgoglio la rende soddisfatta della propria condizione attuale e la trattiene dallo sforzo di migliorarsi. Anzi, procedendo ancora oltre, l’inclinazione satanica le assicura interiormente che c’è ancora spazio per scendere un po’ più in basso. Questo punto di vista può essere adottato soltanto da coloro che sono nemici del proprio miglioramento. Chi desidera davvero migliorarsi guarda sempre verso l’alto, invece di guardare in basso. A ogni livello di progresso raggiunto, davanti a lui appare un livello ulteriore. Vedendo tali livelli, invece di provare orgoglio, il senso della propria inferiorità gli penetra nel cuore come una spina. Il dolore di questa spina lo spinge a salire verso vette ancora più alte del miglioramento.

Sforzo collettivo

Insieme a ciò, il gruppo deve mantenere costantemente una vigilanza attenta su questo punto e, prendendo coscienza di ogni manifestazione di orgoglio, superbia e vanità nell’intero proprio ambito, adottare tempestivamente misure contro di essa. Tuttavia, nell’adottare tali misure, non si deve seguire un metodo che provochi negli individui la grave malattia di ostentare un’umiltà e una modestia artificiali. Non esiste superbia più grave del coprire la vanità con il velo di un’umiltà artificiale.

Desiderio di ostentazione

Un altro vizio divora le opere buone in modo ancora più grave dell’orgoglio: è il desiderio di ostentazione. Quando una persona o un gruppo compie un’opera buona per farsi vedere dalla gente e raccogliere la lode degli uomini, si giunge a questo punto. Non è contrario soltanto alla sincerità, ma in realtà anche alla fede; per questo è stato considerato shirk occulto. La necessaria conseguenza della fede in Dio e nell’Aldilà è che l’uomo agisca soltanto per il compiacimento di Dio, speri di ricevere la ricompensa soltanto da Lui e guardi al risultato dell’Aldilà invece che a quello del mondo. Ma chi ostenta fa dell’approvazione degli uomini il proprio obiettivo e vuole ricevere da loro la ricompensa. Ciò significa che ha fatto degli uomini soci di Dio e suoi rivali. È evidente che, in tale condizione, per quanto e a qualunque livello l’uomo serva la religione di Dio, ciò non sarà in alcun modo per Dio e per la religione, né sarà mai accettato da Dio come opera buona.

Questa tendenza nociva non rovina l’azione soltanto nei suoi risultati, ma rende anche impossibile compiere con essa qualsiasi opera autentica. Una caratteristica naturale di questa tendenza è che l’uomo pensa più alla pubblicità dell’opera che all’opera stessa. Considera opera soltanto ciò di cui si fa clamore nel mondo e che ottiene la lode della gente. L’opera silenziosa, della quale nessuno tranne Dio conosce l’esistenza, ai suoi occhi non sembra affatto un’opera. Così l’ambito delle sue azioni si estende soltanto alle opere pubblicizzabili e, una volta raggiunto lo scopo della pubblicità, non prova più alcun interesse per esse. Per quanto sinceramente possa aver iniziato l’attività concreta, non appena viene colpito da questa malattia la sua sincerità comincia a scomparire, come la forza vitale si consuma nella tubercolosi. In seguito non è più capace di comportarsi rettamente lontano dagli occhi della gente né di compiere un’azione considerandola un proprio dovere. Valuta ogni cosa in base al prestigio che offre agli occhi della gente e alla lode verbale. In ogni azione osserva ciò che piace agli uomini. Anche se la sua coscienza, con fede, approva un’azione, se vede che essa danneggerà la sua popolarità nel mondo, diventa incapace perfino di pensare di compierla.

Per coloro che, seduti in un angolo della casa, invocano Allah, è relativamente molto più facile liberarsi da questa tentazione. Ma chi entra nell’ampio campo sociale e svolge opere di riforma, servizio pubblico e costruzione della società si trova continuamente di fronte a questo pericolo. In qualunque momento i germi di questa tubercolosi morale possono penetrarvi. Devono svolgere davanti al pubblico molte opere e cercare di attirare le persone e di esercitare influenza su di loro, grazie alle quali la gente si avvicina a loro e li loda ad alta voce. Devono anche affrontare l’opposizione e, pur controvoglia, per difendersi, sono costretti a presentare al pubblico le proprie opere buone. In una simile condizione, non è affatto facile godere della fama senza esserne affascinati, non ostentare nonostante la pubblicità delle opere, non trasformare la popolarità in un obiettivo nonostante la popolarità e non desiderare né cercare la lode degli uomini nonostante la si riceva. Occorrono duro lavoro, sforzo e disciplina spirituale. Anche la minima negligenza può aprire la strada alla penetrazione dei germi della malattia dell’ostentazione.

Per liberarsi da questa malattia sono necessari sforzi sia individuali sia collettivi.

Sforzo individuale

Il metodo dello sforzo individuale consiste nel fatto che ogni persona deve organizzarsi per compiere, in modo estremamente riservato e silenzioso, qualche opera buona, e deve analizzare il proprio mondo interiore per vedere verso quali opere prova maggiore attrazione: quelle buone segrete o quelle buone rese pubbliche. Se prova maggiore attrazione per le seconde, deve immediatamente rendersi conto che il desiderio di ostentazione è penetrato in lui. Deve allora chiedere rifugio a Dio e, con ferma determinazione, cercare di cambiare questa condizione del cuore.

Sforzo collettivo

Il metodo dello sforzo collettivo consiste nel fatto che il gruppo non deve in alcun modo lasciare spazio al desiderio di ostentazione entro i propri confini. Deve limitare la diffusione e la pubblicità delle proprie opere a quanto è realmente necessario. Ovunque si avverta anche il minimo effetto dell’ostentazione, deve immediatamente sbarrargli la strada. Le consultazioni e le discussioni del gruppo non devono mai orientarsi verso idee come: «Se facciamo questa determinata opera, otterremo popolarità, quindi dobbiamo farla», oppure: «Alla gente piace quest’altra opera, quindi dobbiamo compierla». L’ambiente interno del gruppo deve essere tale da sviluppare una mentalità capace di agire senza preoccuparsi della lode o del biasimo degli uomini, senza coltivare né l’atteggiamento di crollare sotto il biasimo né quello di avanzare con rinnovato entusiasmo dopo aver udito la lode. Se, nonostante ciò, nel gruppo si trovano persone inclini all’ostentazione, invece di incoraggiarle si deve provvedere alla cura adeguata della loro malattia.

Intenzione viziata

Il terzo difetto fondamentale è la corruzione dell’intenzione. Su di essa non si può fondare alcuna opera buona. Nel mondo un’opera buona può essere compiuta soltanto attraverso un’intenzione sincera, libera da interessi mondani, di diffondere il bene, impegnarsi per esso e ottenere il successo presso Dio. A questa intenzione non deve essere collegato alcun interesse personale o di gruppo. Nessun interesse mondano può mescolarvisi. Neppure, con qualsiasi interpretazione, può esservi legata la speranza di un guadagno personale come scopo dell’opera buona. Un simile interesse egoistico non distruggerà soltanto ciò che l’uomo merita presso Dio, ma con questa mentalità non gli sarà possibile compiere nel mondo alcuna opera autentica. Il difetto dell’intenzione influisce inevitabilmente sull’opera e con un’opera viziata non si può avere successo in uno sforzo il cui vero scopo è eliminare il male e stabilire il bene.

Anche qui ci si trova di fronte alla difficoltà già menzionata. Quando si compie un’opera buona parziale, non è troppo difficile mantenere pura l’intenzione. A tal fine può bastare un modesto rapporto con Dio e una sincera motivazione. Ma coloro che hanno assunto il compito di riformare l’intero sistema di vita del paese e di fondarlo globalmente sui principi indicati dall’Islam non possono affidarsi, per raggiungere il proprio obiettivo, soltanto alla riforma del pensiero, alla propaganda o agli sforzi di riforma del carattere. Devono necessariamente impegnarsi, direttamente o indirettamente, a orientare il sistema politico del paese verso il proprio obiettivo. In tal modo il potere passa direttamente nelle loro mani oppure in quelle di un gruppo che riceve il loro sostegno e patrocinio. In entrambe le situazioni non si può pensare al potere escludendo il cambiamento politico. La questione giunge ormai al livello di chi si trova in fondo al mare ma pretende di non bagnarsi. Affinché un gruppo possa dedicare tutte le proprie forze a quest’opera e, tuttavia, l’intenzione personale dei suoi membri e quella collettiva dell’intero gruppo rimangano libere dal desiderio del potere, sono necessari un duro lavoro spirituale e una purificazione interiore.

Per formare una visione corretta su questo punto, bisogna comprendere la sottile differenza tra due cose apparentemente simili. È evidente che, insieme agli altri cambiamenti, in seguito al cambiamento politico il potere passa spontaneamente verso coloro che desiderano trasformare l’intero sistema di vita, o verso le persone da essi preferite. Ma vi è un’enorme differenza tra chi desidera il potere per se stesso e chi lo desidera per i propri ideali e obiettivi. Sebbene l’autorità dei principi e degli ideali sia, di fatto, l’autorità di coloro che li sostengono, desiderare l’autorità dei principi e degli ideali e desiderare per sé l’autorità in quanto loro sostenitori sono in realtà due cose diverse. Tra le due vi è una grande differenza quanto a motivazione e spirito. Il difetto dell’intenzione è presente nella seconda, non nella prima. E, pur impegnandosi fino alla morte per la prima, bisogna compiere un duro lavoro spirituale affinché anche la minima traccia della seconda non penetri nel cuore. Abbiamo davanti a noi l’esempio del Messaggero di Allah, che Allah lo benedica e gli conceda la pace, e dei suoi nobili Compagni. Essi si impegnarono a trasformare l’intero sistema di vita e a fondarlo sui principi e sugli ideali islamici. A tal fine erano necessarie la vittoria politica e l’autorità, poiché senza di esse non era possibile rendere vittoriosa la religione in modo completo. Di fatto, in seguito a questo sforzo, autorità e potere giunsero nelle loro mani; tuttavia nessun credente può nutrire il sospetto che il loro obiettivo fosse impadronirsi del potere. D’altra parte, gli esempi di coloro che desideravano la propria autorità si trovano anch’essi nelle pagine della storia. E non occorre nemmeno sfogliare la storia per cercarli: molti di loro si aggirano davanti ai nostri occhi. Se si considera il conseguimento dell’autorità come un semplice fatto, non si vedrà alcuna differenza tra i due gruppi. Ma, quanto alle intenzioni, le azioni, gli sforzi, le opere dell’epoca della lotta e quelle dell’epoca del successo di entrambi testimoniano in modo inequivocabile.

Coloro che desiderano sinceramente l’autorità generale del sistema di vita secondo i principi e gli ideali islamici devono comprendere adeguatamente questa differenza anche individualmente e mantenere pura la propria intenzione. Anche il loro gruppo deve compiere ogni sforzo affinché, in nessuna circostanza, l’aspettativa del proprio potere e della propria autorità possa avvicinarsi minimamente a questo.

Debolezza umana

Vi sono poi alcuni difetti che, pur non facendo crollare le fondamenta, deformano l’opera per il loro effetto e, se vengono alimentati dalla negligenza, si dimostrano distruttivi. Armato di tutte queste armi, Satana ostacola la via del bene, conduce lo sforzo umano dal bene al male e crea disordine nella società. Per la salute del corpo sociale è necessario bloccare in ogni circostanza la strada a questi difetti. In particolare, gli individui e i gruppi impegnati nel nobile obiettivo di riformare la società e instaurare la vera religione devono esserne completamente liberi.

Un’analisi minuziosa di questi difetti mostra che alla loro origine vi sono alcune debolezze umane, ciascuna delle quali genera innumerevoli vizi. Per comprendere facilmente la questione, bisogna discutere ogni singola debolezza e comprenderne il significato. Poi bisogna capire come essa generi gradualmente le azioni malvagie, le sviluppi e le alimenti, producendo quali difetti. In questo modo potremo conoscere l’origine di ogni difetto e determinare anche quali misure adottare e dove, per correggerlo.

Culto di sé

Tra tutte le debolezze umane, quella più grande e capace di provocare i disastri più gravi è il «culto dell’interesse personale». Alla sua radice vi è il naturale impulso dell’amor proprio. Questo impulso, entro limiti appropriati, non è biasimevole; anzi, entro i confini stabiliti è indispensabile e utile. Allah Altissimo lo ha mantenuto vivo nella natura umana per il suo bene. Grazie a esso l’uomo può impegnarsi per la propria conservazione, il proprio benessere e il proprio progresso. Ma quando, sotto l’istigazione di Satana, questo impulso si trasforma in culto di sé e egocentrismo, diventa fonte del male invece che del bene. Poi, a ogni fase del suo sviluppo, comincia a generare nuovi difetti.

Amor proprio

Quando l’uomo si considera irreprensibile e colmo di ogni virtù, nasconde la percezione dei propri difetti e delle proprie debolezze, giustifica ogni suo errore e, ritenendosi buono sotto ogni aspetto, raggiunge la tranquillità, allora l’impulso dell’amor proprio si solleva e procede con movimento serpentino. Fin dal primo passo, questo amor proprio chiude con le proprie mani la porta della propria correzione e del proprio miglioramento.

Quando poi l’uomo entra nella vita sociale con il sentimento «quanto sono bravo», nasce in lui il desiderio che anche gli altri lo considerino come egli considera se stesso. Vuole ascoltare soltanto elogi. La critica non gli piace. Persino ogni consiglio dato per il suo bene ferisce il suo ego. In questo modo egli chiude, insieme alle vie e agli strumenti interiori della propria correzione, anche quelli esteriori.

Ma nella vita sociale nessun individuo al mondo può ottenere in ogni aspetto una condizione conforme alle proprie speranze e ai propri desideri. In particolare, chi ama se stesso e pratica il culto di sé subisce ovunque urti. Il suo ego, infatti, produce dentro di lui cause e condizioni che rendono inevitabile il suo conflitto con le innumerevoli virtù della società. D’altra parte, anche la condizione complessiva della società entra in conflitto con le sue speranze e i suoi desideri. Questa situazione non priva quell’individuo soltanto dei mezzi interiori ed esteriori per correggersi; inoltre, il dolore dei conflitti con gli altri e della sconfitta delle proprie aspettative continua a gettare il suo ego ferito e agitato in una serie di gravi azioni malvagie. Nella vita vede molte persone migliori di lui. Di molte persone pensa che la società dia loro più valore che a lui. Molti non gli accordano il prestigio che egli desidera. Molte persone gli impediscono di raggiungere il livello dei riconoscimenti di cui si ritiene degno. Molti lo criticano e danneggiano la sua reputazione. Questa varietà di situazioni accende nel suo cuore il fuoco dell’invidia, dell’ostilità e dell’odio contro diverse persone. Indaga sulla condizione altrui, va in cerca dei difetti degli altri, sparla, ascolta le maldicenze e ne gusta il piacere, fa pettegolezzi, bisbiglia e trama. Se i vincoli della sua moralità erano già allentati, o si allentano per il continuo coinvolgimento in tali attività, fa un ulteriore passo e commette gravi colpe come false accuse e diffamazione. Compiendo tutte queste azioni malvagie, giunge al livello più basso della moralità. Tuttavia, se a un certo punto riesce a percepire l’errore iniziale che lo ha portato fin lì, può salvarsi da questa caduta.

Se un singolo individuo si trova in questa condizione, non si verifica alcun disastro sociale: il suo effetto, al massimo, raggiunge alcune persone e poi si arresta. Ma se nella società esistono molti malati di culto di sé, la loro influenza nociva sconvolge l’intera vita sociale. È evidente che, dove si protrae a lungo una catena di sospetti reciproci, mentalità investigativa, ricerca dei difetti altrui, maldicenza e pettegolezzo, molte persone coltivano nel cuore sentimenti malvagi gli uni contro gli altri e cercano di umiliarsi reciprocamente per invidia. Dove vi sono molti ego feriti, pieni di spirito di resistenza, nulla può impedire la formazione di gruppi. Lì, per non parlare di una collaborazione costruttiva, non vi è nemmeno la possibilità di rapporti cordiali. In un simile ambiente, conflitto e scontro diventano inevitabili. Questo conflitto non rimane limitato ai malati di culto di sé; gradualmente anche molte persone buone e virtuose vengono colpite dalla malattia. Una persona retta può sopportare non solo la critica corretta, ma anche quella ingiusta pronunciata in faccia; tuttavia non può evitare che la maldicenza susciti risentimento nel suo cuore. Come minimo, essa produce l’effetto di rendere impossibile fidarsi del maldicente. Così una persona retta può perdonare gli eccessi commessi contro di lei per invidia e ostilità. Può ignorare insulti, accuse, false campagne diffamatorie e persino soprusi più dolorosi. Ma non può trattare con fiducia con coloro che ha conosciuto personalmente come possessori di tali qualità malvagie. Da ciò si può comprendere come l’ambiente sociale nel quale questi vizi si sviluppano si trasformi nel campo prediletto di Satana. Persino una personalità estremamente retta, pur rimanendo libera dallo scontro in questa materia, non può rimanere libera dai conflitti.

In seguito, è superfluo dire che il gruppo di coloro che desiderano impegnarsi collettivamente per riformare e ricostruire la società deve essere completamente libero da persone tanto malvagie. In realtà, il culto di sé è per gruppi di questo tipo molto più dannoso dei germi del colera e del vaiolo. In sua presenza non è possibile concepire alcuna buona opera né alcuna riforma.

La via per salvarsi

Pentimento e richiesta di perdono

La sharia islamica comincia a curare questa malattia non appena essa insorge. Poi impartisce istruzioni per sbarrarle la strada in ogni fase. In molti passi del Corano e degli hadith ai credenti è stato raccomandato di pentirsi e chiedere perdono. Lo scopo è che il mu’min non venga mai colpito dalla malattia del culto e dell’amore di sé, non cada mai nella vanità, continui a percepire le proprie debolezze e i propri difetti e a riconoscere i propri errori e, anche dopo aver compiuto un’opera grandiosa, invece di gonfiarsi d’orgoglio, si presenti umilmente davanti al proprio Signore chiedendo che siano perdonate le imperfezioni rimaste nel suo servizio. Chi potrebbe possedere una perfezione maggiore di quella del Messaggero di Allah? Chi mai ha compiuto nel mondo un’opera più grande della sua? Eppure, dopo aver compiuto la più eccelsa e grandiosa opera della storia, l’ordine impartito dalla corte di Allah fu il seguente:

اذا جاء نصر الله والفتح- ورايت الناس يدخلون فى دين الله افواجا- فسبِّح بحمد ربك واستغفره انه كان تواباً –

«Quando giungono l’aiuto di Allah e la vittoria e vedi la gente entrare a schiere nella religione del tuo Signore, allora celebra la purezza del tuo Signore lodandolo e chiedigli perdono; certamente Egli è Colui che accetta il pentimento.»

In altre parole, sappi che per la grande opera che hai compiuto non spetta a te, bensì al tuo Signore, la lode. È infatti grazie alla Sua benevolenza che hai avuto successo nel compiere quest’opera grandiosa, e dovresti sentire dentro di te che l’opera da te compiuta non è stata realizzata in modo adeguato e perfetto. Perciò, invece di chiedere una ricompensa, prega il tuo Signore di perdonare le imperfezioni e gli errori rimasti nell’opera. In un hadith riportato da ‘A’isha nel Sahih al-Bukhari si dice:

كان رسول الله صلى الله عليه وسلم يكثر ان يقول قبل موته سبحان الله وبحمده استغفرو الله واتوب اليه –

«Il Messaggero di Allah, prima della sua morte, diceva spesso: “Gloria ad Allah e a Lui la lode; chiedo perdono ad Allah e mi pento davanti a Lui.”»

(Musnad Ahmad)

Anche normalmente il Messaggero di Allah si pentiva e chiedeva continuamente perdono. In un hadith trasmesso da Abu Hurayra nel Sahih al-Bukhari si dice che egli lo udì dire:

والله انى استغفروالله واتوب اليه فى اليوم اكثر من سبعين مرَّةً –

«Giuro per Allah: ogni giorno chiedo perdono ad Allah e mi pento davanti a Lui più di settanta volte.»

(al-Bukhari)

Dopo aver interiorizzato l’essenza di questo insegnamento, nel cuore di nessuno potrà germogliare il seme del culto di sé, né esso potrà trasformarsi in un albero velenoso capace di provocare rovina.

La manifestazione della verità

Se, nonostante ciò, questo difetto compare in una persona, la sharia islamica ne ostacola a ogni passo lo sviluppo e la manifestazione nei diversi ambiti del carattere e dell’azione, impartendo al riguardo severe direttive. La sua prima manifestazione consiste, per esempio, nel ritenersi al di sopra di ogni critica e nel cercare di ottenere l’approvazione delle proprie parole e opinioni. Non tollera che un’altra persona critichi i suoi errori. Al contrario, la sharia islamica ha reso obbligatorio per tutti i credenti ordinare il bene e astenersi dal male. In particolare, ha considerato la manifestazione della verità davanti ai governanti oppressori il jihad migliore. In tal modo nella società musulmana si crea un ambiente favorevole a impedire il male e a ordinare il bene, nel quale il culto di sé non può trovare posto.

Invidia e rancore

La seconda manifestazione del culto di sé assume la forma dell’invidia e del rancore. L’uomo continua a nutrire invidia e rancore proprio verso chi ferisce il suo amore di sé. In seguito, i rapporti con lui cominciano a deteriorarsi. La sharia islamica considera ciò un peccato e ha annunciato una severa punizione per chi vi si abbandona. Il Messaggero di Allah ha detto: «Attenzione! Non invidiatevi, poiché l’invidia divora le buone opere degli uomini come il fuoco brucia la legna secca e la riduce in cenere.»

In un hadith questa severa direttiva del Messaggero di Allah è riportata con varie espressioni: «Non nutrite rancore gli uni verso gli altri, non invidiatevi, non interrompete i rapporti e non è lecito a un musulmano rimanere separato dal proprio fratello musulmano per più di tre giorni.»

Pregiudizio

La terza manifestazione del culto di sé avviene attraverso il pregiudizio. Una volta sorto il pregiudizio, l’uomo comincia a cercare i difetti altrui con atteggiamento investigativo. Il significato del pregiudizio è che l’uomo, riguardo a tutti gli altri tranne sé stesso, parte dall’idea che siano cattivi e, invece di dare una spiegazione benevola alle cose apparentemente discutibili che vede in loro, le interpreta sempre nel modo peggiore. Non ritiene neppure necessario svolgere alcuna indagine al riguardo. Lo spionaggio è un prodotto di questo pregiudizio. Prima l’uomo forma una cattiva opinione dell’altro; poi comincia a informarsi sulla sua situazione per raccogliere prove a sostegno di tale opinione. Il Corano ha considerato peccaminose entrambe queste cose. Nella sura al-Hujurat Allah ha detto:

اجتنبوا كثيرا من الظنِّ اِنَّ بعض الظنَِ اثمٌ ولا تجسَّسوا –

«Allontanatevi da molte supposizioni, perché alcune supposizioni sono peccato, e non spiate.»

(sura al-Hujurat: 12)

Il Messaggero di Allah ha detto: «Attenzione! Non nutrite pregiudizi, poiché il pregiudizio è la menzogna più grave.» ‘Abdullah ibn Mas‘ud ha narrato: «Ci è stato vietato di spiare e di cercare i difetti altrui. Tuttavia, se qualcosa diventa manifesto davanti a noi, agiremo di conseguenza.» Mu‘awiya ha detto che il Messaggero di Allah disse: «Se continuate a indagare nelle questioni segrete dei musulmani, li corromperete.»

Maldicenza

Dopo tutte queste fasi comincia quella della maldicenza. Che essa si fondi sul pregiudizio o su una verità effettiva, in ogni caso si chiama maldicenza il parlare male di una persona alle sue spalle per umiliarla e disprezzarla, per provare piacere vedendola umiliata o per trarne un vantaggio personale. A proposito della sua definizione, in un hadith si dice: «Parlare di tuo fratello in sua assenza in un modo che, se lo venisse a sapere, gli dispiacerebbe.» Al Messaggero di Allah fu chiesto: «E se quel difetto fosse realmente presente in mio fratello, sarebbe comunque maldicenza?» Rispose: «Se quel difetto è presente in lui e tu lo menzioni, hai commesso maldicenza. Se invece quel difetto non è presente in lui, sei andato oltre la maldicenza e gli hai attribuito una falsa accusa.» Il Corano l’ha dichiarata illecita. Nella sura al-Hujurat è detto:

ولا يغتب بَّعضكم بعضاً يحب احدكم ان يّاكل لحم اخيه ميتاً فكرهتموهُ-

«Nessuno di voi faccia maldicenza di un altro. Piacerebbe forse a qualcuno di voi mangiare la carne del proprio fratello morto? Certamente la detestereste.»

(sura al-Hujurat: 12)

Il Messaggero di Allah ha detto: «La vita, i beni, l’onore e la reputazione di ogni musulmano sono inviolabili per gli altri musulmani.» L’unica eccezione è quando non vi sia l’intenzione di diffamare qualcuno, come nel caso di un oppresso che presenti una denuncia contro chi lo ha oppresso. Nel Corano ciò è stato permesso:

لا يحب الله الجهر بالسوء من القول الا مَنْ ظُلِمَ –

«Allah non ama che si divulghi il male a parole, salvo da parte di chi ha subito un’ingiustizia.»

(sura an-Nisa’: 148)

Oppure si consideri il caso in cui una persona desideri dare sua figlia in matrimonio a un altro o intraprendere con lui un affare e chieda consiglio a un conoscente: se questi è a conoscenza di un difetto reale dell’interessato, descriverlo, spinto dal desiderio del bene, non è soltanto lecito, ma anche necessario. Lo stesso Messaggero di Allah ha menzionato i difetti in casi simili. In un hadith si narra: «Quando due uomini proposero il matrimonio a Fatima bint Qays, ella consultò il Messaggero di Allah al riguardo. Il Messaggero di Allah la avvertì che uno dei due era povero e che il secondo era solito picchiare la moglie.» Analogamente, nella sharia gli ‘ulama’ hanno unanimemente dichiarato lecito descrivere i difetti dei narratori inaffidabili, per proteggere dalle loro narrazioni, e gli imam della scienza degli hadith hanno effettivamente assolto questo compito. Ciò era necessario per la religione. È inoltre lecito fare maldicenza di coloro che opprimono pubblicamente le persone, diffondono azioni immorali e peccaminose e commettono apertamente il male; se ne trova prova anche nelle parole del Messaggero di Allah. Così, salvo alcune eccezioni, la maldicenza è sempre illecita e anche ascoltarla è peccato. È dovere dell’ascoltatore impedire al maldicente di continuare; altrimenti deve difendere la persona oggetto della maldicenza, oppure, infine, abbandonare l’assemblea in cui si sta mangiando la carne del fratello morto.

Delazione

Il fuoco acceso dalla maldicenza viene alimentato dalla delazione, che lo diffonde tutt’intorno. Il vero motore che la anima è l’egoismo. Il delatore non può essere benevolo verso nessuno. Non desidera il bene di nessuno dei due che vengono diffamati. Si finge amico di entrambi, ma vuole il loro male. Perciò ascolta attentamente le parole di entrambi senza contraddire nessuno, poi porta la notizia all’altro amico. In questo modo aiuta a propagare in un altro luogo il fuoco acceso in un luogo. La sharia islamica ha dichiarato illecita questa pratica, perché il suo potere distruttivo è ancora maggiore di quello della maldicenza. Nel Corano la delazione è stata indicata come uno dei peggiori difetti dell’uomo. Il Messaggero di Allah ha detto:

لا يدخل الجنة نمَّامٌ— cioè

«Il delatore non entrerà in Paradiso.»

(Muslim)

E ha anche detto: «Il peggiore tra voi è colui che ha due facce: va da un gruppo con una faccia e dall’altro gruppo con l’altra.» Al riguardo, il vero metodo islamico consiste nel contestare immediatamente la maldicenza ascoltata in un luogo, oppure nel sollevare la questione alla presenza di entrambe le parti e risolverla in modo che nessuna delle due abbia occasione di pensare che l’altra l’abbia denigrata in sua assenza. Se la maldicenza è stata pronunciata a causa di un difetto realmente presente nella persona, da un lato bisogna avvertire il maldicente del suo peccato e dall’altro consigliargli di correggere il difetto.

Bisbigli e conversazioni segrete

La cosa più pericolosa in questo ambito consiste nel bisbigliare all’orecchio e nel tenere consultazioni segrete. Ciò può arrivare a produrre vaste cospirazioni e divisioni, fino alla nascita di gruppi contrapposti e in conflitto. La sharia ha imposto un severo divieto contro questa pratica. Nel Corano essa è stata definita un’azione satanica:

انَّما النَّجواى من الِشَّيطان-

Cioè: «I bisbigli sono opera di Satana.»

(sura al-Mujadalah: 11)

A questo proposito è stata fornita la seguente direttiva di principio:

اذا تنجيتم فلا تتناجوا بالاثم والعدوان ومعصيت الرسول وتناجوا بالبرِّ والتَّقواى –

«Quando conversate in segreto, non fatelo riguardo al peccato, all’aggressione e alla disobbedienza al Messaggero; conversate invece riguardo alla bontà e alla pietà.»

(sura al-Mujadalah: 12)

In altre parole, se due o più persone conversano sottovoce con buone intenzioni e nei limiti della taqwa, ciò non rientra nei bisbigli proibiti. Rientra invece certamente in tale divieto il consultarsi segretamente, sottraendosi allo sguardo del gruppo, per elaborare piani malvagi, intraprendere azioni contro un altro gruppo o individuo, oppure con l’intento di disobbedire alle direttive e alle norme del Messaggero di Allah. Un dissenso espresso con fede e sincerità non induce mai ai bisbigli. Tutte le discussioni pertinenti dovrebbero svolgersi apertamente e davanti al gruppo, allo scopo di ottenere, con argomenti, il riconoscimento dell’avversario. Anche se dopo la discussione il dissenso permane, esso non diventa mai causa di rovina. I bisbigli segreti diventano necessari soltanto quando, allontanandosi dal gruppo, si affrontano dissensi che, pur non essendo del tutto egoistici, contengono almeno una componente di egoismo. L’esito di simili bisbigli non è mai buono. Per quanto all’inizio possano essere privi di macchia, gradualmente l’intero gruppo diventa vittima, per loro causa, di pregiudizi, divisioni e lotte. Quando alcuni individui, mantenendo consultazioni segrete tra loro, emergono come gruppo, nasce, per imitazione, la tendenza a formare altri gruppi attraverso consultazioni analoghe. Ciò dà inizio a una degenerazione che spezza in frammenti perfino il gruppo delle persone migliori e sincere e le coinvolge in divisioni reciproche. Alla fine questa degenerazione si manifesta concretamente. Il Messaggero di Allah ha ripetutamente messo in guardia i musulmani al riguardo, li ha ammoniti e ha ordinato loro di compiere energici sforzi per evitarla. Egli ha detto:

«Satana ha disperato che coloro che in Arabia hanno cominciato a pregare tornino ad adorarlo. Ora tutte le sue speranze sono riposte nel creare corruzione tra loro e nel farli entrare in conflitto gli uni con gli altri.»

Ha persino detto: «Dopo di me non tornate miscredenti, uccidendovi a vicenda.» Quando si presenta una situazione di questo genere, ai credenti è stato insegnato il seguente metodo:

Primo: si asterranno essi stessi dal partecipare alla fitna. Il Messaggero di Allah ha detto:

«Beati coloro che stanno lontani dalla fitna; e quanto più lontano se ne tiene una persona, tanto meglio è.» In tale situazione, chi dorme è migliore di chi è sveglio, chi è sveglio è migliore di chi sta in piedi e chi sta in piedi è migliore di chi cammina. D’altra parte, se partecipano alla fitna, non devono farlo come gruppo, bensì come sinceri promotori della riforma. Nella prima sezione della sura al-Hujurat è stata impartita al riguardo una direttiva inequivocabile.

È assolutamente necessario che coloro che si riuniscono per sviluppare la virtù e l’integrità comprendano queste norme della sharia relative al significato dell’egoismo e alle sue diverse fasi di manifestazione e sviluppo. Devono compiere ogni sforzo per proteggersi dalla malattia dell’amore di sé e della vanità, e comprendere i danni morali e spirituali che compaiono dopo esserne stati colpiti. Anche il loro gruppo deve rimanere collettivamente vigile, affinché i germi dell’egoismo non abbiano l’opportunità di penetrarvi e moltiplicarsi. Nel proprio ambito non dovrebbero incoraggiare chi si irrita ascoltando le critiche ai propri errori e mostra arroganza invece di riconoscerli. Chi lascia trasparire dalle parole invidia, rancore e ostilità, o il cui comportamento dimostra un rancore personale verso qualcuno, deve essere fermato. Occorre intervenire anche nei confronti di coloro che nutrono pregiudizi sugli altri o li spiano cercando di scoprirne i difetti. Dovrebbero impedire nella propria comunità la maldicenza e la delazione e, ovunque la fitna alzi la testa, adottare immediatamente i semplici e diretti principi e metodi islamici sopra descritti. Devono soprattutto guardarsi dal pericolo dei bisbigli, poiché da essi comincia la divisione nel gruppo. Nessuno dovrebbe accettare che una persona, attraverso consultazioni segrete su una questione controversa, cerchi di conquistare alla propria parte qualcuno dotato di sincerità. Non appena emerga il minimo indizio che alcuni membri del gruppo adottano tale metodo, il gruppo deve impegnarsi a correggerli o a estirparne la causa. Se, nonostante questi sforzi, nel gruppo compare una fitna di fazionalismo, persino le persone sincere cominceranno a bisbigliare in segreto in un angolo e a cospirare per formare un gruppo. Nel gruppo non si può in alcun modo autorizzare una simile condotta. Al contrario, esse devono tenersi lontane da questa fitna e adoperarsi personalmente per arrestarne il corso; se falliscono, devono esporre pubblicamente la questione davanti al gruppo. Il gruppo in cui prevarranno le persone sincere, venuto a conoscenza di una simile fitna, la contrasterà immediatamente; quello in cui prevarranno le persone colpite dalla fitna o quelle completamente incuranti ne diventerà vittima e sarà sopraffatto.

Squilibrio del temperamento

I mali del secondo livello possono essere definiti in una parola: squilibrio del temperamento. A prima vista, rispetto all’egoismo, esso sembra una debolezza di poco conto. Infatti non vi si scorge alcuna traccia di intenzioni malvagie, impulsi immorali o desideri impuri. Tuttavia, se lo si giudica in base alla sua capacità di generare danni, viene subito dopo l’egoismo e spesso la sua capacità distruttiva, per effetti e conseguenze, raggiunge quella dell’egoismo.

È il risultato dello squilibrio nel pensiero, nella visione, nell’azione e nello sforzo. Esso entra in conflitto diretto con molte verità della vita. La vita umana è formata dalla conciliazione di innumerevoli elementi contrapposti e dal coordinamento dell’azione congiunta di molteplici cause. Anche il mondo in cui l’uomo vive è fatto allo stesso modo. L’uomo è stato creato così, e così sono anche le strutture che sorgono quando gli uomini si riuniscono. Per operare in questo mondo occorrono un equilibrio del pensiero e della visione e una proporzione nell’azione e nello sforzo maggiormente conformi all’equilibrio e all’armonia della natura universale. Bisogna tenere conto di ogni andamento della situazione, osservare ogni aspetto dell’azione, riconoscere il diritto a ogni settore necessario della vita e prestare attenzione a ogni esigenza della natura. Anche se non si raggiunge un perfetto equilibrio mentale in questo ambito, è evidente che l’equilibrio necessario al successo è indispensabile. Quanto più esso si avvicinerà al livello stabilito, tanto più sarà proficuo; quanto più se ne allontanerà, tanto più entrerà in conflitto con le verità della vita e diventerà causa di danno. Tutti i disastri che si sono verificati e continuano a verificarsi nel mondo derivano dal fatto che coloro che possiedono un pensiero squilibrato adottano un approccio unilaterale nel vedere e comprendere i problemi umani, elaborano piani squilibrati per risolverli e adottano metodi sproporzionati per attuarli. Questa è la vera causa della degenerazione. Pertanto, l’opera di costruzione può essere resa possibile soltanto instaurando equilibrio nel pensiero e nella visione e proporzione nei metodi d’azione.

Questa qualità è particolarmente necessaria per attuare il piano che l’Islam ci ha dato per costruire e riformare la società, poiché tale piano è dall’inizio alla fine un esempio concreto di equilibrio e proporzione. Per trasferirlo dalle pagine dei libri al mondo reale, sono soprattutto adatti quei membri operativi la cui visione è equilibrata come il piano costruttivo dell’Islam e la cui natura è armoniosa come il progetto riformatore dell’Islam. Le persone estremiste colpite dalla malattia dell’estremismo possono deformare quest’opera, ma non possono compierla adeguatamente.

Lo squilibrio si manifesta generalmente come fallimento. Per rendere efficace qualsiasi piano di riforma e cambiamento, non basta essere personalmente certi della sua verità; bisogna inoltre convincere la gente comune della sua verità, correttezza, utilità ed efficacia, e portare il proprio movimento a un livello e guidarlo con metodi tali che le speranze, le aspirazioni e l’interesse della gente si colleghino progressivamente ad esso. Solo un movimento equilibrato nel pensiero, nella visione e nei metodi d’azione può godere di questa fortuna. Per attuare un piano estremista si adottano metodi estremisti, ma ciò, invece di attrarre e infondere speranza nella gente comune, la rende diffidente. Questa debolezza distrugge la sua capacità di propaganda, di conquista e di penetrazione. Anche se alcuni estremisti si riuniscono per dirigerlo, non è facile rendere estremista l’intera società a loro immagine né ingannare gli occhi del mondo intero. Per un gruppo che avanza con un piano di costruzione e riforma della società, questo elemento è velenoso.

Ostinazione

La manifestazione principale dello squilibrio del temperamento è l’ostinazione dell’essere umano. Dopo essere stato colpito da questa malattia, generalmente vede un solo aspetto di ogni cosa e non ne vede l’altro. Attribuisce importanza a un lato di ogni questione e trascura l’altro. Una volta che la sua mente si orienta in una direzione, continua ad avanzare soltanto in quella direzione e non è disposto a prestare attenzione all’altra. Nella comprensione delle diverse questioni diventa continuamente vittima dello squilibrio. Anche nel sostenere un’opinione tende verso un solo lato. Si aggrappa a ciò che considera importante. Anche questioni dello stesso livello, o persino più importanti, diventano ai suoi occhi insignificanti. Contro ciò che ritiene cattivo impiega tutte le sue forze; tuttavia non pronuncia nemmeno una parola contro altri mali dello stesso livello, o addirittura peggiori. Dopo aver adottato un atteggiamento di principio, giunge all’estremo limite dell’immobilismo in questa materia e quindi non tiene affatto conto delle esigenze concrete. D’altra parte, una volta gettatosi nell’azione, diventa privo di principi e, facendo del successo il vero obiettivo, si dispone a ricorrere a ogni mezzo, giusto o ingiusto.

Visione unilaterale

Se questa condizione non si arresta a questo punto, avanza ulteriormente e assume la forma di una visione unilaterale estrema. In seguito, la persona comincia a dare alla propria opinione un’importanza superiore al necessario. Adotta durezza nei dissensi. Non considera né cerca di comprendere i pensieri e la prospettiva altrui con equità. Al contrario, attribuisce a ogni opinione contraria il significato peggiore, per denigrarla e respingerla. Di conseguenza, giorno dopo giorno, diventa insopportabile agli altri, e gli altri diventano insopportabili per lui.

Squilibrio collettivo

Se un individuo adotta questo atteggiamento, al massimo si separerà dal gruppo e sarà privato della possibilità di realizzare lo scopo per cui vi si era unito; ciò non causerà alcun danno collettivo. Ma quando, in un’organizzazione sociale, si riuniscono molte menti e temperamenti squilibrati, ogni tipo di squilibrio dà origine a un gruppo. In risposta a un estremismo ne nasce un altro. I dissensi diventano sempre più aspri. L’organizzazione si spezza e si divide in gruppi diversi. L’opera per la quale alcune persone si erano riunite spinte da buone intenzioni finisce distrutta nel vortice di questi conflitti e scontri.

A dire il vero, per realizzare un’opera che non può essere compiuta con uno sforzo individuale, ma che per sua natura è collettiva, molte persone devono lavorare insieme. Ognuno deve far comprendere il proprio pensiero e comprendere quello degli altri. Nonostante le differenze di temperamento, capacità e caratteristiche personali, devono creare armonia reciproca, senza la quale non è possibile alcuna collaborazione. Per questa armonia è indispensabile l’umiltà. E tale umiltà può esistere soltanto tra persone dal temperamento equilibrato, nelle quali pensiero e carattere sono entrambi armoniosi. Anche se persone squilibrate si riuniscono, la loro unità non dura a lungo. Il loro gruppo si frantuma e i soggetti affetti da diversi tipi di squilibrio si dividono in gruppi separati. Poi si verificano nuove fratture tra loro. Alla fine si vedono rimanere in piedi soltanto gli imam, senza seguaci.

Coloro che operano per l’Islam e che sono uniti dall’ispirazione e dal desiderio di riformare e ricostruire l’ordinamento della vita sulla base dell’ideale islamico devono esaminare se stessi, proteggersi da tutti i problemi derivanti da questo squilibrio e adottare misure affinché questa malattia non possa rialzare la testa entro i confini del loro gruppo. Devono tenere davanti a sé le indicazioni del Corano e della Sunna, profondamente contrarie all’adozione dell’estremismo. Il Corano ha considerato l’eccesso nella religione l’errore fondamentale della Gente del Libro e il Messaggero di Allah ha ammonito i propri seguaci con le seguenti parole:اِيَّاكم والغلوَّ فانَّما هلك من كان قبلكم بالغلوِّ فى الدين-

«Attenzione! Non adottate una visione unilaterale né l’estremismo, poiché i vostri predecessori sono stati distrutti proprio per aver adottato l’estremismo.» (Musnad Ahmad)

Hazrat Abd Allah ibn Mas‘ud riferisce che il Messaggero di Allah disse tre volte in un sermone: «Sono periti coloro che eccedono», cioè coloro che adottano la durezza e percorrono la via dell’esagerazione. Descrivendo la caratteristica della sua da‘wa, disse: «Sono stato inviato con la retta e tollerante religione», cioè portò, in mezzo agli estremismi delle comunità precedenti, un ordinamento equilibrato che abbraccia ampiezza e attenzione a ogni aspetto del modo di vivere. Il primo chiamante insegnò nel modo seguente il metodo con cui devono operare coloro che invitano a questa da‘wa:يسِّروا ولا تعسِّروا وبشِّروا ولا تنفروا-

«Rendete le cose facili, non difficili; date la buona novella, non suscitare repulsione.» (Bukhari)

انَّما بعثت ميسِّرين ولم تبعثوا معسِّرين –

«Sei stato inviato per rendere le cose facili, non per renderle difficili.» (Tirmidhi)

ما خيِّر رسول الله صلى الله عليه وسلم بين امرين قطٌّ الا اخذ اَيْسرَهما مالم يكن اثماً –

«Ogni volta che al Messaggero di Allah è stata data la possibilità di scegliere tra due cose, egli ha sempre scelto la più facile, purché non fosse peccaminosa.» (Bukhari e Muslim)

ان الله رفيق يحب الرفق فى الامر كلِّه –

«Allah è benevolo e ama la benevolenza in ogni questione.» (Bukhari e Muslim)

من يحرم الرفق يحرم الخير كلِّه –

«Chi è privato della benevolenza è privato interamente del bene.» (Muslim)

ان الله رفيق يحب الرفيق فى ويعطى على الرفق مالا يعطى على العنف ومالا يعطى على ما سواه –

«Allah è benevolo e ama chi è benevolo. Per la benevolenza concede ciò che non concede per la durezza né per qualunque altro atteggiamento.» (Muslim)

Alla luce di queste ampie indicazioni, se coloro che si impegnano a instaurare l’ordinamento islamico della vita, invece di selezionare dal Corano e dalla Sunna ciò che corrisponde ai propri desideri, si abituassero a plasmare secondo essi il proprio carattere e la propria visione, in loro nascerebbero spontaneamente le qualità caratteriali equilibrate e armoniose necessarie per risolvere, secondo i principi del Corano e della Sunna, le condizioni e i problemi del mondo.

Grettezza

Nell’essere umano si manifesta anche un’altra debolezza, affine al temperamento squilibrato. Si può chiamare grettezza. Nel Corano è detta «avarizia dell’anima». A questo proposito il Corano dice: «Chi ne è preservato, questi avrà successo», e la considera una tendenza deviata, invece della taqwa e dell’ihsan. La persona colpita da questa malattia lascia nella propria vita ben poco spazio agli altri. Per quanto possa essere ampia, dal suo punto di vista la propria posizione appare estremamente angusta. E per quanto gli altri si restringano per lasciargli spazio, egli sente come se si fossero espansi troppo. Desidera ogni genere di opportunità e vantaggio per sé, ma non vuole concederne alcuno agli altri. Considera le proprie buone azioni semplici coincidenze. Ai suoi occhi i propri difetti sono perdonabili, ma non riesce a perdonare nessun difetto altrui. Considera reali le proprie difficoltà, mentre quelle degli altri gli sembrano soltanto scuse. Non è disposto a concedere agli altri i vantaggi che desidera per sé a causa delle proprie debolezze. Senza curarsi dell’incapacità altrui, presenta loro richieste estreme, ma non accetta di soddisfare tali richieste quando si tratta della propria incapacità. Cerca di imporre agli altri i propri criteri di gradimento e il proprio gusto, ma non fa il minimo sforzo per rispettare il gusto e le preferenze altrui. Questa cattiva qualità, crescendo, giunge a un livello di maldicenza e ricerca dei difetti altrui tale che egli critica il minimo difetto degli altri, ma insorge quando vengono criticati i propri. Un’altra forma di questa grettezza consiste nell’adirarsi rapidamente, nell’essere arroganti e nel non tollerarsi a vicenda. Nella vita sociale, una persona affetta da tale malattia è un pericolo per chiunque abbia rapporti con lei.

L’ingresso di questa malattia in un gruppo è essenzialmente un segnale di pericolo. L’azione e lo sforzo collettivi richiedono amore reciproco e collaborazione; senza di essi nemmeno quattro persone possono lavorare insieme in armonia. La grettezza, invece, riduce la possibilità di creare amore e collaborazione e spesso li elimina del tutto. Il risultato inevitabile è l’amarezza dei rapporti e l’odio reciproco. Essa spezza gli animi e trascina i collaboratori nello scontro tra loro. Le persone colpite da questa malattia non possono essere utili neppure alla normale vita sociale, tanto meno alla realizzazione di un grande obiettivo. In particolare, questa qualità è del tutto opposta alle qualità necessarie nella lotta per instaurare l’ordinamento islamico della vita: là servono generosità invece di grettezza, liberalità invece di avarizia, perdono invece di punizione e benevolenza invece di durezza. Servono quindi persone pazienti e tolleranti. Questo compito può essere svolto soltanto da chi possiede un cuore generoso: chi è severo con se stesso e benevolo con gli altri; chi desidera il minimo vantaggio per sé e il massimo per gli altri; chi vede i propri difetti ma le qualità altrui; chi è più abituato a sopportare il dolore che a infliggerlo e sa afferrare la mano di chi sta cadendo per rialzarlo, invece di spingere via chi cammina. Un gruppo composto da persone simili non manterrà soltanto saldamente unite le proprie diverse parti, ma continuerà anche a ordinare e collegare a sé le parti disperse della società circostante. Al contrario, un gruppo di persone grette non solo si disperderà da sé, ma allontanerà da sé anche tutti gli estranei che entreranno in contatto con esso, suscitando odio nei loro cuori.

Debolezza della determinazione

Questa malattia è molto diffusa tra gli esseri umani. Significa che una persona risponde sinceramente al richiamo di un movimento e all’inizio mostra anche una certa energia, ma col passare del tempo il suo entusiasmo diminuisce. Alla fine non mantiene più alcun vero legame con lo scopo per il quale si era messa in cammino, né alcun rapporto concreto con il gruppo al quale si era unita con profondo interesse. Rimane ancora convinta degli argomenti sulla cui base aveva riconosciuto la verità del movimento. Continua a dichiararlo vero a parole e la sua mente continua ad affermare che il lavoro deve essere svolto e che deve assolutamente essere svolto. Ma le sue emozioni si raffreddano e la sua capacità d’azione si indebolisce. In lei non trova posto neppure la minima cattiva intenzione. Non si allontana dallo scopo e non cambia ideale. Perciò non pensa di abbandonare il gruppo; tuttavia, dopo che l’emozione e l’entusiasmo iniziali si sono raffreddati, questa debolezza della determinazione comincia a manifestarsi in forme diverse.

A causa della debolezza della determinazione, all’inizio la persona comincia a sottrarsi al lavoro. Esita ad assumersi responsabilità. Evita di spendere tempo, fatica e denaro per realizzare lo scopo. Comincia a dare la precedenza a ogni attività del mondo rispetto all’opera che aveva considerato lo scopo e la meta della propria vita. La parte destinata a questo cosiddetto scopo della vita diminuisce nel suo tempo, nella sua fatica e nelle sue risorse, e con il gruppo al quale si era unita ritenendolo veritiero mantiene soltanto un rapporto meccanico e formale. Non ha più alcun interesse per il bene o il male di quel gruppo e non manifesta alcun interesse per le sue diverse questioni.

Questa condizione si forma gradualmente, come la vecchiaia dopo la giovinezza. Se la persona non diventa consapevole da sé della propria condizione e nessun altro la rende consapevole, non sente mai il bisogno di chiedersi come si comporti ora verso ciò per cui aveva deciso di sacrificare ricchezza e vita, considerandolo lo scopo della propria esistenza. Così, per pura negligenza e ignoranza, il suo interesse e il suo rapporto diventano privi di vita, finché un giorno, senza rendersene conto, giungono alla loro morte naturale.

Se nella vita di gruppo non si riconosce fin dall’inizio il manifestarsi di questa condizione e non si pensa a impedirne lo sviluppo, coloro nei quali è appena penetrata una lieve debolezza della determinazione ne saranno contagiati, e così anche una persona operosa diventerà inattiva vedendo l’inattività altrui. Nessuno penserà di essere entrato non per gli altri, ma per realizzare lo scopo della propria vita; e, anche se gli altri si sono allontanati dal loro scopo e dalla loro meta, perché dovrebbe allontanarsene anche lui? Possono essere paragonati a un gruppo di persone che, imitando i compagni, abbandona la via del Paradiso; come se il Paradiso non fosse la propria meta desiderata, oppure come se volesse entrarvi soltanto a condizione che vi entrassero anche gli altri. E forse, vedendo gli altri dirigersi verso l’Inferno, deciderà di andarvi con loro. Non avendo un proprio scopo, fa dello scopo altrui il proprio. Coloro che vivono in questo stato mentale prendono sempre come esempio le persone inattive. Tra quelle attive non trovano alcun modello da seguire.

Tuttavia, è molto meglio che una persona diventi inattiva apertamente a causa della debolezza della propria determinazione. Ma quando qualcuno diventa una volta vittima della debolezza, molte altre debolezze cominciano a rialzare la testa, e pochissime persone hanno la capacità di impedire che le altre debolezze emergano con l’aiuto di una sola debolezza. Di solito l’essere umano si vergogna di mostrarsi debole. Non è disposto a sopportare che gli altri lo considerino debole. Non ammette direttamente che la debolezza della determinazione lo ha reso inattivo. Per nasconderla adotta diversi metodi, e ciascuno di essi è peggiore dell’altro.

Per esempio, inventa ogni sorta di scusa per non lavorare e cerca ogni giorno di ingannare i compagni presentando un pretesto falso. Cerca di far credere che la vera causa della sua inattività non sia la mancanza di legame e di interesse verso lo scopo, ma che sulla sua strada esistano realmente numerosi ostacoli e difficoltà. È come se si chiamasse la menzogna ad aiutare l’inattività. Proprio qui comincia la caduta morale di colui che, all’inizio, si era soltanto astenuto dal raggiungere le vette del progresso.

Quando questa scusa diventa vecchia e si dimostra inutile, e sorge il timore che il segreto della vera debolezza venga scoperto, la persona cerca di far capire che non è diventata inattiva a causa della propria debolezza, ma che alcuni difetti del gruppo l’hanno aiutata a cadere in una paralisi mentale. In altre parole, voleva fare molte cose, ma le deviazioni e gli errori dei compagni le hanno spezzato il morale. Così, quando la persona in declino non riesce più a rimanere nemmeno un poco in piedi, scende ancora più in basso e, per nascondere la propria debolezza, si dedica a distruggere l’opera che non è stata capace di compiere.

All’inizio questa paralisi mentale rimane nascosta e indistinta. Non si scorge affatto la malattia mentale della persona. Emergono soltanto accuse vaghe e soffocate contro i difetti, senza che se ne conoscano i dettagli. Se i compagni, dimostrando intelligenza, comprendessero la vera malattia e ne predisponessero la cura, forse la caduta di questa persona in declino potrebbe essere arrestata e potrebbe persino essere aiutata a risalire. Ma la maggior parte degli amici ingenui, per eccesso di entusiasmo e stupore, si mette a indagare sulla questione e la costringe a spiegarsi dettagliatamente. A quel punto essa si guarda intorno per dimostrare la fondatezza del proprio risentimento mentale. Seleziona e raccoglie varie debolezze personali. Scopre difetti nell’organizzazione della Jamaat e nel suo lavoro, ne compila una lista e la presenta tutta insieme. Vuole dire che il suo animo si è rivoltato proprio vedendo quei difetti. Il suo ragionamento diventa cioè questo: come può una persona perfetta come lei, priva di ogni debolezza, camminare insieme a compagni così deboli e a un gruppo pieno di difetti? Nell’accettare questo ragionamento, Satana gli fa dimenticare che, se fosse davvero così, invece di diventare inattivo avrebbe dovuto diventare ancora più operoso. Se gli altri, a causa dei propri difetti, si fossero impegnati a deformare l’opera che egli aveva intrapreso considerando la realizzazione di essa lo scopo della propria vita, avrebbe dovuto dedicarsi a quell’opera con ancora maggiore entusiasmo e passione e compensare, con le proprie qualità, i difetti degli altri. Se la vostra casa prendesse fuoco e gli altri abitanti trascurassero di spegnerlo, vi mettereste a sedere afflitti, oppure vi mostrereste più attivi dei negligenti per salvare la casa in fiamme?

L’aspetto più doloroso di questa questione è che, per nascondere i propri errori e dimostrare di seguire la verità, una persona trasferisce tutti i conti del proprio registro delle azioni nel registro delle azioni altrui. Nel farlo dimentica che nel registro esiste anche un conto nel quale non è possibile aggiungere nulla con alcun artificio o inganno. Mostra molte debolezze nel registro altrui, pur essendo egli stesso coinvolto in esse. Indica nel lavoro del gruppo molti difetti alla cui creazione il suo ruolo non è stato minore di quello degli altri, ma anzi spesso maggiore. Compila una lunga lista di accuse proprio contro le azioni da lui compiute e, quando dice che, dopo aver visto tutto ciò, il suo animo si è spezzato, il significato chiaro è che egli è completamente libero da quelle accuse.

Nessun gruppo umano è privo di debolezze. Nessuna opera umana è esente da difetti. Non si è mai visto né si può vedere al mondo un’assemblea di angeli riunita per riformare e ricostruire la società umana, con ogni opera compiuta secondo standard perfetti. Se si cercano le debolezze, dove si può sostenere che non esistano? Se si cercano i difetti, quale luogo vi è in cui non se ne troveranno? Le opere umane vengono compiute insieme a debolezze e difetti e, nonostante tutti gli sforzi per raggiungere la perfezione, almeno in questo mondo non vi è alcuna possibilità di giungere a una condizione in cui l’essere umano e le sue opere siano completamente privi di difetti e irreprensibili.

In questa situazione, se si individuano le debolezze e i difetti per eliminarli o per proseguire con maggiore impegno e lotta verso la perfezione, non vi è opera migliore di questa. È attraverso tale via che diventano possibili tutte le riforme e i miglioramenti nelle opere umane. Mostrare negligenza al riguardo equivale alla distruzione. Ma se si cercano le debolezze individuali e i difetti collettivi allo scopo di inventare scuse per non agire e sedersi abbattuti, ciò può essere definito un autentico sussurro satanico e un intrigo dell’ego. La persona che accampa scuse può ricorrere a questo pretesto in qualunque situazione promettente; tale pretestuosità non finirà finché un gruppo di angeli non verrà a sostituire gli esseri umani. Chi ricorre a questa scusa senza presentare la prova di essersi liberato dalle proprie debolezze e dai propri difetti non ha alcun motivo di farlo. Tali attività non eliminano mai alcuna debolezza o difetto; al contrario, aprono la strada al loro aumento. Di conseguenza, chi segue questa via offre un cattivo esempio alle altre persone deboli che lo circondano. Mostra a tutti come riconoscere la propria debolezza, evitare di diventare oggetto di derisione nella società e ingannare persino il proprio animo per rassicurarsi. Ogni persona inattiva segue il suo esempio e comincia a fingere una sofferenza mentale; per dimostrare la fondatezza del proprio dolore e delle proprie difficoltà, cerca le debolezze dei compagni e i difetti del gruppo e ne prepara un elenco. Da qui comincia la catena delle cattive azioni. Da un lato, nel gruppo si diffonde la malattia della ricerca dei difetti, delle accuse e delle controaccuse. Ciò distrugge il carattere morale. Dall’altro, anche i lavoratori migliori, attivi e sinceri, nei quali la debolezza della determinazione non aveva mai trovato posto, vengono gradualmente influenzati da questo esercizio di debolezze e difetti e colpiti da paralisi mentale. Poi, quando si adottano misure per curare la malattia, comincia a formarsi un blocco di persone risentite. Il risentimento mentale assume la forma di un metodo e di un movimento. Suscitare risentimento e raccogliere prove a suo favore diventa un’attività vera e propria. Coloro che sono diventati inattivi nel realizzare lo scopo autentico mostrano in questo campo grande operosità. Così il loro interesse morto torna a vivere, ma in una forma tale che la sua vita è molto più dolorosa della morte.

Ogni gruppo costituito allo scopo di lottare per la riforma e la ricostruzione della società deve guardarsi da questo pericolo. I membri e i dirigenti del gruppo devono conoscere bene i danni derivanti dalla debolezza della determinazione, la differenza tra la sua forma individuale e quella combinata, nonché l’influenza e le conseguenze di ciascuna di esse, e devono correggerla non appena se ne manifestano i primi segni.

La forma fondamentale della debolezza della determinazione è questa: un membro del gruppo, pur riconoscendo come vera la propria attività e come legittimo il gruppo incaricato di svolgerla, comincia di fatto a mostrare inattività e disinteresse. Non appena si manifesta una simile situazione, è necessario intraprendere alcune azioni correttive.

Uno. Occorre indagare sulla situazione della persona colpita da questa malattia e scoprire quale sia la vera causa della sua inattività: è realmente la debolezza della determinazione a mantenerla inattiva, oppure qualche autentica difficoltà le sta fornendo un pretesto per rimanere inattiva? Se si individua una difficoltà reale, si deve informarne il gruppo. In tal caso bisogna aiutare il compagno a rimuoverla. Non interpreteremo erroneamente la sua inattività, né essa apparirà agli altri come un esempio da seguire. Se invece risulta che la causa reale è la debolezza della determinazione, senza avventurarsi in discussioni futili si dovrà presentare con intelligenza la questione di tale persona davanti al gruppo, distinguendola da coloro che non riescono a essere attivi a causa di autentiche difficoltà.

Due. Ogni volta che davanti al gruppo si presenta il caso di una persona divenuta inattiva a causa della debolezza della determinazione, si dovrebbe cercare di rimuovere tale debolezza attraverso la discussione e i consigli. In particolare, i membri migliori del gruppo dovrebbero prestarle attenzione. Bisogna cercare di ravvivare la sua motivazione ormai morente e di renderla effettivamente attiva, tenendola con sé.

Tre. Si dovrebbe continuare a criticare una persona simile. La sua inattività e negligenza non devono diventare una cosa ordinaria all’interno del gruppo. Gli altri non devono starsene seduti, appoggiandosi gli uni sulle spalle degli altri. Di tanto in tanto, nel gruppo è necessario esaminare e valutare quanta parte del proprio tempo, lavoro e risorse i suoi membri possono spendere sulla via di Allah, quanta ne spendono realmente e quale sia il loro livello di attività rispetto alle loro capacità. Allora sarà naturale che colui che appare più leggero sulla bilancia della critica si vergogni. E questa vergogna proteggerà gli altri dall’inattività. Tuttavia, la critica non deve essere condotta in modo tale da far cadere una persona dotata di una debolezza individuale della determinazione nella debolezza combinata della determinazione. Anche quando non si riesce a eliminare una debolezza sorta in qualcuno, la via dettata dalla saggezza consiste almeno nel non permettere che essa aumenti. Mostrare, per ignoranza, un entusiasmo eccessivo apre la strada affinché una persona coinvolta in azioni disoneste proceda verso una falsità ancora più grande. La forma combinata della debolezza della determinazione consiste nel tentativo dell’uomo di ricoprire la propria debolezza con una patina di menzogna e inganno e, andando avanti, di dimostrare che in lui non vi è alcun difetto e che il difetto si trova nel gruppo. Ciò non è soltanto una debolezza, ma anche una manifestazione di cattivo carattere. In un gruppo che vuole riformare il mondo sulla base dell’onestà e della moralità, non si dovrebbe permettere che si sviluppi e venga alimentata alcuna tendenza di questo genere.

Nella sua prima fase, la persona presenta falsi pretesti e scuse infondate per non svolgere il lavoro. Ignorare questo fatto equivale a tradire la persona nella quale si vede manifestarsi tale difetto morale, e appare anche come un tradimento nei confronti della comunità alla quale molti si sono uniti, impegnandosi a sacrificare la vita e i beni per realizzare un grande obiettivo. Ogni persona che partecipa a un simile gruppo deve possedere almeno tanto coraggio morale e una coscienza così vigile da riconoscere senza ambiguità la propria debolezza, anche qualora non lavori a causa della debolezza della propria motivazione. È molto meglio che una persona rimanga per tutta la vita immersa in questa debolezza, riconoscendo il proprio errore, piuttosto che ricorrere una volta alla menzogna per nasconderla. Non appena questo errore viene scoperto, deve essere criticato e non deve mai essere incoraggiato. Se, dopo essere stata criticata in privato, la persona non abbandona questa strada, bisogna criticarla pubblicamente all’interno del gruppo e smascherare la natura di tutte le scuse da lei presentate come argomenti. Mostrare in questo ambito qualsiasi debolezza o negligenza significa spalancare nel gruppo la porta all’infiltrazione di tutti quei difetti che sono già stati esaminati dettagliatamente.

Nella seconda fase, la persona negligente e inattiva attribuisce la propria condizione alle debolezze dei membri del gruppo e ai difetti del lavoro e dell’organizzazione del gruppo, considerandoli la causa del proprio malcontento. In realtà, questo è un segnale di pericolo. Da ciò si può capire che la persona si sta dirigendo verso la creazione di una fitna. In questa situazione sarebbe sbagliato chiederle le ragioni dettagliate del suo malcontento. Il risultato di tale domanda sarebbe aiutarla a procedere lungo la strada della fitna, all’inizio della quale è già arrivata. Anziché concederle ampia libertà di accusare, i suoi amici dovrebbero ricordarle il timore di Dio e farla vergognare, chiedendole come osi criticare gli altri mentre il suo stesso operato e il suo carattere sono difettosi. Sarebbe ragionevole che le persone laboriose, attive e diligenti, e coloro che hanno compiuto grandi sacrifici di denaro e di tempo, considerassero la sua inattività la causa del proprio malcontento. Ma quando, nella creazione dei difetti di chi esprime il malcontento, la sua responsabilità è maggiore di quella degli altri e il suo stesso operato, nel danneggiare il lavoro, sta diventando un esempio per gli altri, come può allora esprimere malcontento? Non vi è dubbio che il gruppo debba essere informato di tutti i propri difetti e debolezze e che non debba mai esitare a venirne a conoscenza né a cercare di correggerli. Ma spetta ai membri più attivi nel lavoro del gruppo e a coloro che vi lavorano con tutto il cuore descriverli. Inoltre, essi possono anche muovere critiche con sincerità. Coloro che si sottraggono al lavoro, mostrano lassismo e svolgono attività difettose non hanno il diritto, in un movimento morale, di avanzare e descrivere i difetti e le debolezze del gruppo: possono soltanto confessare la propria vergogna e i propri difetti, ma non hanno la capacità di criticare e riformare. Se essi stessi si arrogassero tale capacità, ciò sarebbe considerato il segno di un grave difetto morale. Se invece tale capacità fosse riconosciuta all’interno del gruppo, significherebbe che il gruppo è moralmente fallito.

A questo proposito è necessario ricordare un principio. In un gruppo dinamico esiste una chiara differenza tra la percezione dei suoi organi sani e quella dei suoi organi malati. I suoi organi sani sono sempre immersi nel proprio lavoro. Per portarlo al successo, vi dedicano tutti i propri beni, la propria mente e la propria vita. Dai loro rapporti di attività si comprende che hanno impiegato tutte le proprie forze per svolgere il compito e non hanno mostrato alcuna debolezza o negligenza al riguardo. Gli organi malati, invece, non lavorano mai secondo le proprie capacità oppure, dopo essere rimasti attivi per un certo periodo, cadono nell’inattività. I loro rapporti di attività forniscono una prova evidente della loro negligenza. La differenza tra queste due percezioni è pari alla differenza tra la capacità visiva di un occhio sano e quella di un occhio malato. Il gruppo può acquisire una conoscenza corretta delle proprie debolezze e dei propri difetti soltanto attraverso la percezione dei propri organi sani. Un organo divenuto inattivo, che esprime il proprio atteggiamento ostile per stare lontano dal lavoro, non può mai essere un mezzo affidabile. Anche se la sua percezione non fosse fuorviante al cento per cento, lo sarebbe all’ottanta o al novanta per cento. Un gruppo che non vuole suicidarsi non può in alcun modo fondare le proprie conclusioni su una simile percezione. Dopo aver ascoltato qualsiasi osservazione su difetti e debolezze, si dovrebbe subito fare tawba e istighfar con voce soffocata dal pianto. Poi si dovrebbero fondare su di essa le conclusioni riguardo alla capacità o incapacità del nostro lavoro. Un simile atteggiamento può forse essere un atto di devozione, ma non è la devozione di una persona saggia: è la devozione di uno sciocco. Persone pie di questo genere non hanno potuto fare nulla nel mondo in passato e non potranno farlo nemmeno in futuro. Non è forse una grande ignoranza nutrire un’elevata opinione delle proprie capacità e competenze? Ma non è meno ignorante stimare i propri difetti e la propria capacità operativa sulla base del commento di una qualunque persona, senza verificare fino a che punto chi commenta conosca realmente la situazione e quanto sia capace di esprimere su di essa un giudizio corretto.

A questo punto bisogna comprendere bene anche un’altra cosa. Se un gruppo vuole realizzare un ideale, si trova davanti a due diversi standard di capacità operativa e moralità. Il primo è lo standard desiderato, cioè il livello più alto verso il quale bisogna tendere incessantemente attraverso impegno e disciplina. Il secondo è lo standard minimo necessario per essere operativi, sulla cui base si può proseguire il lavoro e al di sotto del quale è intollerabile scendere. Persone con diverse disposizioni mentali adottano diversi metodi di lavoro nei confronti di questi due standard. Le persone dotate di una certa disposizione mentale non attribuiscono particolare importanza al lavorare per il vero obiettivo. Pur rimanendo associate al lavoro, possono prendervi parte in modo tale che il loro denaro, il loro tempo e le loro energie non si consumino neppure minimamente. Questa disposizione mentale spesso si aggira nel campo della moralità come un pretesto ingannevole per il lusso del pensiero e per i tentativi di fuga, e non riesce in alcun modo ad accontentarsi di qualcosa di inferiore allo standard desiderato. Esprime grande irrequietezza e malcontento verso tutto ciò che vede al di sotto di tale livello. Tuttavia, manifesta questa irrequietezza e questo malcontento non per essere maggiormente stimolata all’azione, bensì per fuggire dal lavoro, consapevolmente o inconsapevolmente, in qualunque modo.

Le persone dotate della seconda disposizione mentale attribuiscono al lavoro per l’obiettivo un’importanza non solo grande, ma assoluta; tuttavia, poiché sono vittime dell’idealismo, non comprendono adeguatamente la differenza tra lo standard desiderato e lo standard minimo necessario per essere operative. Questa persona cade ripetutamente nell’indecisione. Inoltre, viene facilmente contagiata dalla prima disposizione mentale. In questo modo tormenta se stessa e diventa anche causa di notevole tormento per coloro che lavorano.

Le persone dotate della terza disposizione mentale lavorano realmente per l’obiettivo. Sentono che è stata affidata loro la piena responsabilità del successo e del fallimento di questo lavoro. Per questa loro condizione e senso di responsabilità, sono costrette a lavorare mantenendo sempre un’adeguata distinzione tra i due standard e vigilando affinché, senza una ragione logica, il progresso verso l’obiettivo non venga compromesso. Non dimenticano mai lo standard desiderato. Non si distraggono neppure per un istante dal pensiero di raggiungerlo. Manifestano profonda preoccupazione per tutto ciò che è al di sotto di esso. Tuttavia, continuano a lavorare attraverso lo standard minimo necessario per essere operative e, quando le persone scendono al di sotto persino di questo standard, ritengono molto meglio allontanarle ed espellerle che modificare i propri piani a causa loro. Per loro è assolutamente necessario valutare adeguatamente le proprie forze, ampliare il lavoro di conseguenza e aumentarne o ridurne il ritmo. Se commettono un errore al riguardo, danneggiano il proprio obiettivo. Ma chi si lasciasse guidare, nel compiere questa valutazione, dalla prima o dalla seconda disposizione mentale darebbe prova di una grave ignoranza. Soltanto questa terza disposizione mentale può essergli di sostegno e aiuto, ed è questa disposizione mentale che bisogna sviluppare.

— Fine —